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PREMESSA

Quantunque largamente ignorato e, anzi, spesse volte fermamente negato, i tempi nei quali viviamo
sono testimoni di un periodo straordinario e cruciale della storia dell’uomo sulla Terra. La scoperta
delle molteplici possibilità d’uso dei combustibili fossili ha fornito alla nostra specie una quantità di
energia per unità di tempo (potenza) estremamente elevata, che ha permesso di allontanare
praticamente tutti i vincoli che da sempre ci avevano limitati nella nostra capacità di colonizzazione
e trasformazione dell’ambiente terrestre. Questo capitale di energia solare fortuitamente accumulato
nel sottosuolo ha permesso all’uomo di espandere enormemente la propria attività e di diventare,
con buona approssimazione, il principale agente di trasformazione del mondo attualmente presente
sulla Terra, tanto che alcuni hanno pensato di poter riconoscere in questo addirittura una nuova fase
nella storia del pianeta (antropocene).
Considerando le impressionanti trasformazioni a cui sono andati incontro sia gli ambienti naturali
che le società negli ultimi 3 secoli, molti osservatori si sono chiesti se i processi che le hanno
innescate e che le sostengono possano essere considerati duraturi nel tempo oppure se non si tratti
piuttosto di una fase transitoria, per quanto lunga a scala umana, destinata ad estinguersi ed in
questo caso, quali ne saranno le conseguenze.
L’approccio riduzionista (smontare l’oggetto di conoscenza nelle sue parti semplici costituenti,
scoprire le leggi che le governano e considerare il funzionamento dell’insieme come somma del
funzionamento della parti) che ha caratterizzato la scienza moderna e che si è propagato agli altri
campi del sapere umano (al meno nella cultura occidentale), pur avendo avuto il merito indiscusso
di aver fornito una conoscenza oggettiva e per alcuni versi, certa del mondo, non è, in genere, in
grado di spiegare il funzionamento di sistemi complessi. Questi sistemi sono caratterizzati da
relazioni tra le parti costituenti non di tipo lineare, quindi senza che si possa agevolmente
individuare un rapporto univoco di causa-effetto, ma anzi ogni parte ed ogni processo influisce ed è
influenzato dagli altri, in una continua catena di retroazioni. Ancora, il tutto non è spiegabile solo
con la somma dei componenti, ma dalle relazioni tra i componenti emergono nuove proprietà, che
non sono deducibili dalle leggi che governano i componenti più semplici stessi (per restare nella
metafora, la somma dei funzionamenti delle singole parti non riesce a spiegare il funzionamento
dell’insieme e una volta smontato il sistema non è più possibile rimontarlo di nuovo funzionante.).
Si possono individuare vari livelli di organizzazione delle parti, ognuno dei quali è caratterizzato da
proprietà particolari, dovute alle relazioni tra gli elementi più semplici, che sembrano emergere
autonomamente dall’organizzazione e che non sono presenti a livelli di organizzazione inferiori.
La teoria della complessità cerca di ovviare a questi limiti dell’approccio riduzionista, considerando
l’insieme invece delle parti e cercando di spiegarne il funzionamento non come derivato dalla leggi
che governano le singole parti.
Il sistema economico è un esempio di sistema complesso, nel quale si riconoscono un elevato
numero di parti componenti, legate in modi diversi e che si influenzano profondamente a vicenda.
Tradizionalmente il funzionamento dell’economia è stato studiato senza tenere in sufficiente
considerazione la sua natura di sistema complesso, ma suddividendolo in un piccolo numero di
componenti (all’estremo solo due: famiglie ed imprese, con eventualmente lo Stato come ulteriore
variabile), caratterizzati da comportamenti spiegabili con leggi semplici, senza tenere conto della
dimensione quantitativa di questi attori (si considera il comportamento di una grande multinazionale
non qualitativamente diverso da quello di un singolo imprenditore o del singolo consumatore) e
legati tra loro da poche relazioni lineari (le famiglie forniscono il lavoro alle imprese che viene
retribuito con un salario che viene speso per acquistare i beni prodotti dalle imprese stesse, in un
circolo di durata indefinita). Anche la produzione di beni viene spiegata in modo semplice,
considerando due fattori principali (capitali e lavoro) ed uno più negletto (le risorse naturali, che in
linea di principio vengono pensate poco influenti). Esisterebbe una possibilità di sostituzione più o
meno lineare tra questi fattori della produzione, per cui aumentando a sufficienza uno, si possono
ridurre a piacimento gli altri mantenendo inalterato il flusso di prodotti. Anche la scala temporale

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dello studio è limitata a mesi o anni, e per tempi più lunghi semplicemente si estrapolano le
tendenze di breve periodo in modo più o meno lineare. Tutto il processo produttivo è visto
essenzialmente come un flusso di produzione e consumo che non tiene conto da dove viene la
materia e l’energia che serve alla produzione e dove va la materia e l’energia dopo il consumo.
Uno studio storico dello sviluppo del sistema economico su lunghi periodi di tempo, tuttavia,
evidenzia che esso ha visto e vede punti di discontinuità che non riescono ad essere spiegati con una
teoria economica semplice. Fino alla metà del XX secolo la dimensione dell’economia rispetto agli
altri sistemi terrestri era, tutto sommato, modesta. Il sistema economico era molto lontano dai
possibili limiti che avrebbero potuto influenzarlo ed impedirne lo sviluppo. Con la grande crescita
dei decenni del secondo dopoguerra, alcuni studiosi si sono chiesti se le teorie economiche
tradizionali fossero ancora valide a spiegare un sistema che stava crescendo in modo esponenziale e
se questa crescita esponenziale potesse essere mantenuta all’infinto o se non avesse trovato, prima o
poi dei limiti, come viene comunemente osservato in altri sistemi (come quelli biologici) che
possono mostrare questo comportamento. Si sono quindi affacciate domande circa la sostenibilità a
lungo termine del modello economico occidentale. All’inizio degli anni ’70 del novecento
comparvero alcuni lavori che cercavano di dare una risposta a queste domande e di indicare delle
vie da seguire per meglio comprendere il funzionamento dell’economia su lunghi periodi di tempo e
dunque individuare dei modelli di governo della stessa per garantirne la sostenibilità.
È subito da dire che questi contributi trovarono (e trovano) ben poca considerazione in quanto si
pongono in maniera molto critica e dubbiosa verso le teorie generalmente accettate, ma anche
perché, richiamando alla presenza di limiti alla crescita, vanno contro una pulsione probabilmente
caratteristica della vita (e dunque dell’essere umano), che tende ad occupare ogni nicchia possibile,
senza un’autolimitazione, ma rispondendo solo a limiti imposti dall’ambiente esterno.
Georgescu-Roegen propose un nuovo approccio allo studio dei sistemi economici essenzialmente
basato sulla distinzione di due entità di diverso valore: da una parte ciò che, nel processo produttivo,
resta invariato, che definì stock (o fondo, con una diversa accezione) e ciò che invece viene
trasformato che definì flusso. Condizione per garantire la sostenibilità del processo economico è
quella di preservare gli stock-fondi, che sono quelli che appunto sostengono la fornitura di flussi di
beni e servizi. È evidente che a questo punto si aprono molte osservazioni che complicano la
questione. In primo luogo la scala temporale, infatti la distinzione tra ciò che permane e ciò che
cambia è strettamente legata al tempo: per tempi sufficientemente lunghi tutto subisce un
cambiamento. In questa osservazione rientra anche la minima considerazione che Georgescu ha
dato all’innovazione tecnologica, che egli considera, nello sviluppo del suo modello, essenzialmente
assente (alla scala temporale adottata), ma che viceversa è parte fondante del sistema capitalistico.
Ancora la stessa definizione di stock è difficile. Da una parte si fa riferimento a una certa quantità di
sostanza che presenta proprietà di somma e sottrazione, mantenendo però invariate le sue
caratteristiche, dall’altra si considerano organizzazioni complesse, che non possono essere smontate
e che forniscono servizi anch’essi legati al fattore tempo.
Sulla base di queste premesse ci si propone qui di tentare l’analisi di un sistema economico e
sociale sotto una visione di tipo sistemico e di studiarne la sua sostenibilità.

IL CASO DI STUDIO

Si prenderà in considerazione l’evoluzione storica di una cascina piemontese nel corso del XX
secolo, cercando di stabilire che cosa è cambiato nella sostenibilità ecologica, economica e sociale
del sistema e quali sono gli attori di questo cambiamento.
La cascina piemontese-lombarda è la tipica forma di organizzazione del territorio rurale di pianura
di queste regioni. Probabilmente si è sviluppata fin dalla fine dell’Impero Romano come forma di
resistenza al disastro economico e sociale che questo evento ha comportato. La stessa struttura a
corte, con uno spazio centrale circondato da fabbricati e mura di cinta, con le aperture rivolte verso
l’interno ed un portone di ingresso la costituiscono come una sorta di castello.

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L’organizzazione tradizionale prevedeva una famiglia proprietaria dei fabbricati e delle terre, che
viveva nella cascina e numerose famiglie di lavoratori, in genere con forme di compartecipazione
(ossia non si trattava di dipendenti ma vi era una compartecipazione tra proprietario di terreni, e
animali ed il lavoratore. Il primo forniva i capitali ed il secondo la manodopera, i prodotti venivano
infine divisi, senza che il lavoratore percepisse un compenso in denaro. Esempio tipico è la
mezzadria. Questo tipo di contratti è restato in vigore fino al 1982, quando, per legge, sono stati
tutti trasformati in contratti di affitto).
La cascina era un’unità praticamente autosufficiente. Il territorio era dunque utilizzato per tutte le
forme di coltivazione permesse dal clima locale, con seminativi, prati, allevamento bovino per carne
e latte, suino, ovino per la lana. Anche il legname da opera per la costruzione di edifici, mobili,
attrezzi agricoli e domestici era in gran parte di produzione aziendale, nonché la legna da ardere. È
noto infatti che la pianura si presentasse estesamente arborata, con filari lungo i canali, i confini
delle proprietà, seminativi arborati, ecc.
Questa forma di organizzazione garantiva un’elevata resistenza e resilienza del sistema da un punto
di vista economico e sociale, in quanto si trattava di un sistema in gran parte chiuso, che poteva
sopravvivere con scarsi rapporti con l’esterno. Anche la sostenibilità ambientale era in gran parte
garantita dalla molteplicità di coltivazioni che erano praticate. Certamente l’ambiente naturale era
stato quasi completamente stravolto (messa a coltura quasi totale della pianura, con eliminazione
del bosco, ecc.), tuttavia l’ecosistema naturale era stato sostituito da un agroecosistema funzionale
alle esigenze dell’uomo, ma che riusciva a garantire un’elevata biodiversità e la potenzialità,
ovviamente teorica, di ricostruire un ambiente prossimo-naturale qualora la pressione antropica
fosse venuta meno (quello che con molta probabilità è successo in seguito alla crisi dovuta alla
caduta dell’Impero).
Questo stato di cose è cambiato velocemente e drasticamente nel secondo dopoguerra.
Molti fattori hanno prodotto il cambiamento: l’utilizzo su larga scala dei combustibili fossili liquidi
(petrolio) ha permesso una mobilità di cose e persone mai prima sperimentata, quindi con
un’enorme possibilità di scambio di merci che rendevano non più economicamente conveniente la
produzione di certi beni in certi territori che non risultavano competitivi con altri che adesso erano
facilmente raggiungibili. La mobilità delle persone ha permesso lo scambio di idee e di nuovi stili di
vita. La crescita dell’industria ha fornito opportunità di impiego estremamente meno faticoso e
precario rispetto a quello in agricoltura, con una retribuzione nettamente superiore, la disponibilità
di molto tempo libero, una maggiore libertà personale, non più legata alla necessità di mantenere
una comunità stretta.
Alla fine della seconda guerra mondiale l’agricoltura europea si trovava in condizioni molto
precarie e non riusciva a garantire l’approvvigionamento alimentare dei suoi cittadini. Si era così
venuta a creare una forte dipendenza dalle importazioni dagli Stati Uniti, cosa questa che creava
problemi certamente da un punto di vista economico, ma anche e forse soprattutto, politico. Come
già fatto con la CECA (per quanto riguardava la produzione di carbone ed acciaio) tra i maggiori
paesi dell’Europa Occidentale (Francia, Germania Occidentale, Italia oltre ai tre stati del Benelux)
si costituì dunque una comunità con lo scopo di promuovere l’agricoltura e di affrancare l’Europa
dalla dipendenza americana. Com’è noto la CEE venne istituita con i patti di Roma del 1957. Da
questo momento la politica agricola italiana è stata fortemente se non totalmente impostata su scala
europea.
La cascina che si sta descrivendo ha avuto quindi un nuovo e potente interlocutore, che ne ha
guidato la politica imprenditoriale.
Si deve ancora considerare che lo sviluppo della meccanizzazione e l’uso di concimi chimici e
fitofarmaci ha aumentato fortemente le rese dei terreni (la ben nota rivoluzione verde), rendendo
superflua la maggior parte della manodopera prima indispensabile.
Si osserva così che l’organizzazione “cascina” ha cambiato la propria struttura per rispondere alle
nuove esigenze della società. Da un punto di vista strettamente sociale ha perso la sua funzione
organizzatrice (che è stata assunta dalla “fabbrica”). Non è più stata un centro della vita sociale del

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territorio, ma semplicemente una struttura produttiva, che nel tempo, con l’aumento della
produzione agricola ed la relativa diminuzione del valore (la meno relativo) della stessa ha perso
anche la centralità economica (da cui molti fenomeni che si osservano attualmente, tra i quali, per
esempio, lo scarso valore attribuito ai suoli agricoli, non considerati come elementi produttivi
indispensabili alla sopravvivenza, ma spazi indifferenziati che assumono un loro valore ed una loro
connotazione solo nel momento in cui possono essere edificati). È dunque venuta meno tutta quella
rete sociale di interdipendenze che era indispensabile al mantenimento della cascina tradizionale e
che informava profondamente le attribuzioni di valore delle persone (ad esempio la tendenza al
conservatorismo anche politico. Mentre nella società capitalistica industriale e postindustriale il
cambiamento è di per se un valore, in questa società tradizionale, legata all’agricoltura, quindi in
definitiva a una situazione di per se stabile, la conservazione dello status quo era un valore). Da
notare è anche la rimozione che vi è stata nella società italiana in generale delle proprie origini
contadine.
Da un punto di vista ecologico si è verificata una notevole semplificazione dell’ambiente. Non
essendo più necessarie né redditizie molte colture, l’indirizzo produttivo aziendale si è spinto verso
la monocoltura, costituendo così un unico tipo di ambiente coltivato. La meccanizzazione e
l’inutilità del legname, degli alberi da frutta, ecc. ha portato all’estirpazione di siepi, filari, alberi
isolati, ecc. che costituivano l’ambiente di vita di molti organismi. L’uso di prodotti chimici di
sintesi e l’abbandono o la forte riduzione della concimazione con letame da una parte ha introdotto
composti dannosi nell’ambiente e dall’altra ha privato del substrato vitale molti micro e
macrorganismi. Gli stessi fattori hanno portato ad un impoverimento delle caratteristiche edafiche
(fertilità chimica, struttura, ecc.) del suolo.
Utilizzando l’approccio di Georgescu si possono osservare dei cambiamenti negli stock e nei flussi
della cascina prima e dopo l’arrivo della “modernità”.
Nel “prima” stock che venivano conservati per una sostenibilità di lungo periodo erano i suoli con
le loro caratteristiche di fertilità; un agroecosistema complesso che forniva servizi gratuiti ed
indispensabili (impollinazione da parte di insetti selvatici, limitazione alla diffusione di patologie
vegetali, eventualmente volatili che spesso costituivano un’integrazione proteica nella dieta della
fasce più povere, ecc.) e che garantiva un elevato livello di resistenza e resilienza; la presenza di
numerose razze e varietà locali animali e vegetali, adatte all’ambiente e, di nuovo, ad elevata
resistenza; una struttura sociale rigida e fortemente integrata, in cui ognuno aveva il suo posto
definito, che da una parte limitava la libertà personale e dall’altra forniva a tutti un certo livello di
sicurezza di vita; stock importanti erano anche le conoscenze tradizionali relative sia al campo più
strettamente agricolo che a quello artigianale, legate alla presenza di numerose figure professionali
che costruivano gli oggetti di uso domestico, di campagna, ecc o fornivano servizi come la ferratura
degli animali da soma e da tiro, ecc. Si osserva che tutto il sistema era strutturato più che per
massimizzare la produzione, per renderla il più possibile stabile e sicura nel tempo. Si può dunque
assumere che si trattasse di un’organizzazione dotata di un’elevata sostenibilità sia ecologica che
sociale in un mondo caratterizzato, in ultima analisi, da un ridotto flusso energetico. I costi di questa
sostenibilità si possono individuare nell’impossibilità di autodeterminazione dell’individuo, con
collegato lo scarso valore dato alla persona, specie se non più abile al lavoro (vecchi, bambini,
malati) in quanto diventava un peso non sostenibile dalla comunità. La fatica del lavoro rappresenta
un altro costo dovuto all’assenza di flussi energetici ingenti da ambienti esterni. Il relativo
isolamento rendeva il sistema soggetto gravemente a eventi perturbativi che avessero oltrepassato le
sue capacità di resistenza.
Nel “dopo” l’obiettivo principale dell’organizzazione cascina è la sostenibilità economico-
finanziaria dell’impresa. Agli stock tradizionali si sono affiancati, ma più frequentemente sostituiti
nuovi capitali funzionali al conseguimento dei nuovi obiettivi. Si tratta dunque di macchinari
meccanici, anche sofisticati, che devono essere acquistati sul mercato, quindi con la necessità di
disporre di sufficienti risorse finanziarie e dunque di uno stock di denaro che prima non era
indispensabile, al meno nei termini quantitativi attuali. Lo stock “fertilità del suolo” è stato

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sostituito dal flusso di concimi di sintesi, così come il flusso dei “servizi ecosistemici”, gratuiti, da
un flusso di energia e materia proveniente dall’esterno (fitofarmaci, uso di api domestiche per
l’impollinazione dei frutteti specializzati, ecc.). Le relazioni sociali tradizionali sono state sostituite
o dall’uso di macchine, che ha reso superflua la presenza umana o dalla mediazione del denaro,
abolendo il lavoro compartecipato e sostituendolo con quello salariato. Nuove relazioni sono sorte,
in particolare nei confronti della pubblica amministrazione, che ha assunto un ruolo determinante,
sia di controllo che di incentivo e del mercato sul quale vendere il prodotto dell’attività (qui
comprese le aziende di trasformazione dei prodotti agricoli e la grande distribuzione, che di nuovo
in un’ottica complessa, non possono essere considerate qualitativamente identiche all’impresa
agricola, ma anzi hanno un potere contrattuale notevolmente maggiore e possono quindi influenzare
profondamente le politiche della “cascina”).
Nel complesso, dunque, la necessità di soddisfare nuove esigenze ha portato ad una trasformazione
delle relazioni strutturali presenti all’interno del sistema complesso “cascina” e di quelle tra questo
e gli altri sistemi con cui si interfaccia. Nelle condizioni attuali la necessità di produzione di grandi
quantità di beni alimentari è sufficientemente soddisfatta (anche se bisogna dire che l’Italia non è
pienamente autosufficiente, nonostante, per paradosso, si registrino eccessi di produzione in diversi
settori. La politica agricola comune per alcuni versi ha funzionato troppo bene, portando alle
eccedenze, ma negli anni i diversi interessi degli stati hanno causato sperequazioni, si pensi alla
questione delle quote latte.), la necessità di mantenere bassi i prezzi dei prodotti agricoli è, finora,
stata pienamente (e anche troppo) raggiunta. Quest’ultimo punto è però legato alla sostenibilità
finanziaria dell’impresa. Bisogna dire, infatti, che i bassi prezzi al consumo dei prodotti agricoli
(che tali sono, nonostante le frequenti lagnanze delle associazioni di consumatori. Da sempre la
spesa per alimentazione ha assorbito la gran parte del reddito disponibile delle famiglie: da molti
decenni, in Italia, così non è più) sono stati ottenuti a prezzo di forti sovvenzioni al reddito degli
agricoltori, pagati con la fiscalità generale (ancora oggi la gran parte del bilancio dell’Unione
Europea è destinato all’agricoltura nonostante le numerose riforme più o meno attuate), tanto che se
questi sussidi venissero meno, ai prezzi attuali, non sarebbe garantita la sostenibilità economica di
nessuna impresa agricola.
Nell’ambiente energetico, economico e sociale che ha caratterizzato la seconda metà del ‘900 la
sostenibilità generale della cascina è garantita. Bisogna però chiedersi se a lungo termine sia
ugualmente così.
Dal punto di vista ecologico-ambientale è chiaro che questo non è. Il generale processo di
semplificazione che si è verificato ha certamente minato la resistenza-resilienza
dell’agroecosistema. Monocoltura, uso di prodotti di sintesi con danni alla componente biotica ed
abiotica, coltivazione ed allevamento di poche razze iperproduttive ed iperspecializzate, che da una
parte sovrasfruttano il loro ambiente e dall’altra sono estremamente fragile se non continuamente
sostenute da un flusso energetico esterno apportato dall’uomo. Quest’ultimo aspetto implica anche
una non sostenibilità di tipo energetico dell’attuale agricoltura. Mentre una volta, ovviamente,
l’agricoltura forniva più energia di quella che consumava, attualmente è noto che così non è più ed
anzi esistono studi che dimostrano che negli Stati Uniti per ogni caloria di cibo presente nel piatto
del consumatore finale se ne sono consumate 10 di energia fossile. È evidente che qualora vi
dovesse essere una scarsità di combustibili fossili, lo strategico settore agricolo non sarebbe in
grado di fare fronte alle necessità dell’attuale popolazione. Nel tempo qui considerato si è osservato
un consumo di stock per mantenere/aumentare dei flussi, cosa questa che è alla base della non
sostenibilità.
Dal punto di vista sociale certamente la figura dell’agricoltore è diventata del tutto marginale. È
superfluo osservare che praticamente nessuno ha come aspirazione quella di coltivare la terra e la
società praticamente non riconosce alcun valore all’agricoltura, che al massimo viene vista come un
giardino ad uso dello svago domenicale del cittadino civilizzato. Punto grave questo in quanto si è
presa, al meno in massima parte, la cognizione (che dovrebbe essere ovvia fino all’imbarazzo)
dell’importanza basilare del settore agricolo, non nella vita, ma nella sopravvivenza di chiunque.

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In conclusione si potrebbe affermare che su scale temporali lunghe il sistema studiato ha perso parte
della propria sostenibilità e complessità. Bisogna tuttavia notare che il sistema agricolo è legato
totalmente ad una componente che per semplicità possiamo chiamare “vita”, che a differenza della
maggior parte dei sistemi inanimati presenta alcune peculiarità che al meno apparentemente la
sottraggono al secondo principio della termodinamica (i sistemi viventi presentano al massimo
grado la capacità di creare ordine a partire dal disordine e quindi sono in grado di autorigenerarsi).
È chiaro quindi che danni a questo tipo di sistemi possono essere recuperati e non sono irreversibili
come per altri tipi di sistemi (ad esempio il settore industriale in forte carenza di metalli o petrolio
non potrebbe quasi sicuramente sopravvivere e certamente non in modi simili a quelli che
conosciamo attualmente). A questo scopo gli stock da salvaguardare per mantenere la sostenibilità
della “cascina” sono in primo luogo i suoli, il patrimonio genetico di piante a animali coltivati, un
ecosistema di contorno sufficientemente funzionale, le conoscenze e l’attitudine alla pratica
agricola. Da ultimo si deve considerare l’importanza del clima, che certamente sfugge
completamente al controllo dell’organizzazione a cui qui si è fatto riferimento, ma costituisce una
parte fondamentale dell’ambiente in cui si svolge l’attività di detta organizzazione. Non è fuori
luogo considerare il clima come un capitale tra i più importanti da salvaguardare.