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Domande svolte - Esercitazioni date dal prof in preparazione


dell'esame
Storia del pensiero economico (Università degli Studi Niccolò Cusano - Telematica
Roma)

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Domanda: Marx e il valore della merce


Marx è stato in primis un filosofo e un politico e solo in seguito ha abbracciato anche gli studi sull’economia,
scrivendo l’opera Il Capitale. Una delle sue teorie più importanti riguarda la teoria del valore delle merci. Egli
afferma che il valore di una merce dipende da tre parametri: il capitale costante c che rappresenta il capitale
impiegato per il processo produttivo ed è costante perché riguarda gli investimenti fatti per i mezzi di
produzione, i quali devono esserci in un processo produttivo altrimenti esso non può essere avviato; il
capitale variabile v che rappresenta il capitale impiegato per la forza lavoro, ossia quello che serve per
pagare i lavoratori impegnati nel processo produttivo e infine il plusvalore p che rappresenta non il profitto
del capitalista, ma bensì il valore aggiunto ottenuto dalla forza lavoro ma non pagato. Questo vuol dire che,
quando un imprenditore acquista una forza lavoro, sta comprando la capacità lavorativa di una persona,
ossia la sua forza muscolare, le sue conoscenze ecc. e decide per esempio che questa persona deve essere
pagata 100€ per 8 ore lavorative. Di conseguenza, supponiamo che questo dipendente in 6 ore raggiunge un
valore del prodotto pari a 100€, quindi si è pagato il suo stipendio, nelle restanti 2 ore, sta producendo
“gratuitamente” per l’azienda che lo ha assunto, questo di più non retribuito è il plusvalore, secondo Marx.
Il plusvalore p è uguale al valore finale della merce meno la somma tra capitale costante e capitale variabile.
Quindi, alla luce di questo, il valore finale della merce è dato dalla somma tra plusvalore, capitale costante e
capitale variabile.
Per Marx il profitto di un prodotto è dato dal prezzo di vendita delle merce, che però non corrisponde
sempre al valore reale che questa ha. Infatti, per esempio se un paio di scarpe Nike ha un prezzo di vendita
di 80€ e il suo valore reale è di 10€, il profitto sarà pari a 80-10, ossia 70€. Se il prezzo di vendita coincide
con il valore reale, allora il profitto coinciderà con il plusvalore.
La differenza sostanziale con la teoria di Ricardo è che il valore di una merce, secondo Marx, non
corrisponde solamente alla quantità e alla qualità del lavoro in essa contenuta, ossia al valore-lavoro
contenuto, ma anche ad un lavoro astratto, che sarebbe il lavoro socialmente necessario per la produzione
di un bene, quel di più di cui si ha bisogno per realizzare quella determinata merce.

L'obiettivo del Mercantilismo di accrescere la ricchezza nazionale, si doveva realizzare mediante un


particolare settore; si capì che ciò avrebbe però causato variazioni dei prezzi e opposte ipotesi di
conseguenze:
Uno degli obiettivi principali della teoria del mercantilismo era quello di accrescere la ricchezza di uno Stato
e di fare in modo che quest’ultimo intervenisse all’interno di un sistema economico. Di conseguenza, i
sovrani, che detenevano il potere, in quanto con l’avvento dell’economia mercantile si ha l’affermazione
degli Stati Nazione, nati con la pace di Westphalia del 1648, iniziano a studiare e capire come fare per
aumentare la ricchezza del loro Stato. Detenere una ricchezza era importante perché essa rappresentava
una forza vitale per sostenere le guerre sempre più costose. Per fare ciò, consultano i dati legati alle finanze
e alla gestione pubblica della loro potenza. A tal proposito, hanno bisogno dell’aiuto dei mercanti, i quali a
loro volta iniziano a servirsi dell’aiuto dello Stato per i propri affari. Si ha in questo modo, una stretta
relazione tra Stato e mercanti. Le opere in ambito economico di questo periodo storico, che va dal 1500 al
1700, appartengono proprio alla categoria dei mercanti, i quali hanno scritto per lo più trattazioni
monotematiche. Inoltre, l’altro pilastro importante della dottrina del mercantilismo era avere la bilancia
commerciale dello Stato positiva e per fare questo bisognava aumentare le esportazioni e diminuire le
importazioni. Questa concezione è stata coniata da Thomas Mun, un economista inglese, il quale ha
cominciato a comprare le spezie dall’Oriente per il suo popolo facendo defluire i metalli preziosi
dall’Inghilterra. Di conseguenza, si è passati dalla prima fase del mercantilismo, dove lo Stato traeva piacere
nel detenere i metalli preziosi, detta crisoedonica o del bullionismo, in quanto bullion in Inglese vuol dire
“oro”, alla fase del mercantilismo vera e propria. David Hume, però, un altro economista ha affermato che

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una bilancia commerciale di uno Stato non poteva essere per lungo tempo positiva, in quanto un aumento
della circolazione di moneta avrebbe fatto aumentare i prezzi, che a loro volta avrebbero fatto diminuire le
esportazioni. Il concetto di aumento dei prezzi è stato trattato anche da Cantillon, il quale ha coniato il
cosiddetto effetto Cantillon ancora oggi osservato. Egli afferma che, quando si ha un aumento della
creazione di moneta e quindi della sua circolazione, si ha di contro un incremento dei prezzi i quali però,
non lievitano subito ma gradualmente. Motivo per cui, si può parlare di due categorie di individui, i vincitori
e i vinti. I vincitori sono coloro che ricevono la moneta subito e di conseguenza la spendono per primi,
godendo dei prezzi ancora relativamente bassi. Man mano che loro effettuano le spese, proprio grazie ad
esse, i prezzi delle merci iniziano ad aumentare e quindi, coloro che ricevono la moneta in un tempo
successivo, compreranno i prodotti ad un prezzo più alto dei precedenti consumatori, per tale ragione
vengono classificati come vinti. In definitiva, l’effetto Cantillon mostra come la creazione di moneta ha effetti
diversi sugli individui.

L'Aritmetica politica fornì almeno 3 concetti economici tutt'oggi rilevanti.


L’aritmetica politica è un metodo introdotto da William Petty, un economista inglese che si colloca nel
periodo che va dal 1628 al 1680 circa. Egli usa la statistica, intesa con la stessa accezione che ha oggi, per
analizzare un sistema economico. Ha introdotto tre concetti fondamentali che sono:
1. analisi sulla velocità di circolazione della moneta: egli ha calcolato la spesa annua della popolazione
inglese, pari a 6 milioni di abitanti, affermando che fosse pari a 40 milioni di sterline. Quello che ha
analizzato è come tali individui spendevano giornalmente la moneta a loro disposizione per
soddisfare le spese quotidiane. Questo indicava proprio la velocità di circolazione di una moneta
all’interno di una popolazione.
2. Quantificazione del reddito nazione: egli ha calcolato la ricchezza della nazione inglese, affermando
che la spesa annua di 6 milioni di abitanti fosse pari a 40 milioni di sterline. Di conseguenza, questo
voleva dire che loro spendevano 6 milioni per l’acquisto di cibo, vestiti e altri beni. In più, una
popolazione possedeva o terre, o case, o bestiame, o utensili, o oro, o argento ed egli ha stimato a
tal proposito che, la popolazione inglese possedeva 144 milioni di sterline di terre che avevano una
rendita annua di 8 milioni di sterline, mentre la rendita tra case, oro, argento, bestiame e altra
merce era pari a 7 milioni di sterline, per un totale di 15 milioni di sterline. Di conseguenza, la
differenza tra 40 milioni di sterline di spesa annua e 15 milioni di sterline date dalla rendita annua
dei loro possedimenti dava 25 milioni di sterline, che rappresentavano quello che mancava per
avere una bilancia commerciale positiva. A questo punto, era importante capire da dove
provenivano questi soldi mancanti. Egli, riteneva che giungevano dal lavoro umano e quindi,
bisognava capire quanto doveva guadagnare un individuo per i 6 milioni presenti per raggiungere
questa cifra. Petty ha calcolato il valore, considerando le 52 domeniche presenti in un anno, i giorni
festivi presenti in Inghilterra, le possibili malattie dei lavoratori ecc.
3. Analisi dei fattori originari della produzione: egli ha affermato che i fattori originari della produzione
erano la terra e il lavoro, di conseguenza la produzione aveva inizio da essi. Questi fattori erano
calcolati in base alla quantità di cibo consumata giornalmente da un lavoratore medio. Tale pensiero
prende il nome di teoria del valore.

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La riflessione dei Fisiocratici ritenne produttivo solo un settore economico; tuttavia lo studio delle
relazioni fra settori permise loro di delineare un concetto di sovrappiù e l'importanza del loro impiego nei
differenti settori.
La fisiocrazia è una scuola e non un pensiero economico, il cui maestro è Quesnay e nasce come critica al
mercantilismo. I loro concetti principali erano i seguenti:
1. la differenza tra lavoro produttivo e improduttivo: a tal proposito, sostenevano che il lavoro
produttivo era dato dalla terra e infatti, secondo loro solo la terra portava ricchezza; di conseguenza,
tutti gli altri settori erano improduttivi, ritenendo che industria e commercio erano appunto settori
sterili. Quindi, secondo i fisiocratici solo la terra era in grado di produrre di più di quello che era
previsto e questo di più era per loro il prodotto netto.
2. Interdipendenze settoriali: loro sostenevano che i lavoratori dell’industria erano sfamati dai prodotti
provenienti dall’agricoltura, ma coloro che lavoravano nel settore della manifattura producevano i
macchinari che usavano anche coloro che lavoravano nel settore agrario, di conseguenza si aveva
una forte interrelazione tra industria e agricoltura.
3. La moneta era vista come mezzo di scambio e non come riserva.
In più loro hanno coniato la definizione di concetto di sovrappiù, inteso in due modi:
- il sovrappiù rappresenta il valore aggiunto ottenuto da un processo produttivo rispetto a quello del
processo produttivo precedente, in questo caso quindi, è da intendersi in senso differenziale.
- il sovrappiù serve per sfamare le persone disoccupate, quindi questi individui godono del lavoro
altrui.
Questa scuola economica ha dato anche origine al Tableau Economique, ossia al sistema circolare
economico. Si avevano 3 classi all’interno di un sistema economico:
- la classe produttiva: ossia coloro che lavoravano nel settore agrario;
- la classe sterile: ossia composta da coloro che lavoravano nel settore manifatturiero;
- la classe distributiva: ossia composta da coloro che percepivano la rendita per il solo fatto di
possedere la terra.
Il sistema economico era stato studiato sotto due punti di vista diversi:
- dal punto di vista produttivo: la classe produttiva spendeva 2 miliardi per avviare il processo agrario
e ne ricavava 5. Questi 5 miliardi erano distribuiti nel seguente modo: 2 miliardi venivano reinvestiti
per riavviare il processo produttivo nuovo, 2 miliardi erano dati alla classe distributiva per pagare la
loro rendita e 1 miliardo era speso nel settore manifatturiero.
- dal punto di vista distributivo: il meccanismo era uguale al precedente con la differenza che la classe
distributiva spendeva i suoi 2 miliardi nel seguente modo: 1 miliardo nel settore manifatturiero e un
miliardo nel settore agrario.
In entrambi i casi, il concetto chiave è che la classe distributiva era l’unica a consumare senza produrre,
quindi fondamentalmente non lavora, mentre la classe sterile produce ma non riceve nessun sovrappiù,
mentre la classe produttiva è l’unica a ricevere il sovrappiù.

La concezione di Adam Smith in merito alla teoria del valore: perché fu favorevole al libero mercato?
Adam Smith è un economista che ha scritto un’importante opera che permette di avere una visione a 360°
del sistema economico. Quest’opera è divisa in 5 libri. Il primo libro affronta le tre teorie più importanti per
Adam Smith che sono: la teoria del valore, la teoria della distribuzione del lavoro e la teoria della rendita.
Per quanto riguarda la prima, egli afferma che un prodotto per essere venduto deve essere considerato utile
dall’acquirente. L’utilità di una merce è funzione del suo valore, motivo per cui egli classifica il valore in:
valore d’uso e valore di scambio. Il primo è il risultato soggettivo di un individuo, mentre il secondo misura
la capacità di scambio di un prodotto sul mercato. A tal proposito egli riporta nel libro l’esempio dell’acqua e

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del diamante, affermando che un bicchiere d’acqua ha un elevato valore d’uso in quanto è un bene di prima
necessità, tutti gli individui hanno bisogno dell’acqua per sopravvivere, e un basso valore di scambio perché
difficilmente si riesce a scambiare l’acqua con un altro bene; viceversa i diamanti hanno un elevato valore di
scambio e un basso valore d’uso, poiché non sono considerabili beni di prima necessità. In generale il valore
di una merce si misura tenendo conto di due parametri: la quantità e qualità di lavoro contenuta nella
merce, definito da Smith valore-lavoro contenuto e dalla domanda e dall’offerta, ossia una merce assume
un valore diverso in base alla domanda e all’offerta che si ha su quel mercato, definito da Smith come
valore-lavoro comandato. In una società primitiva il valore-lavoro contenuto è uguale al valore-lavoro
comandato, mentre in una società evoluta il valore-lavoro contenuto è minore del valore-lavoro comandato,
perché all’interno del prezzo della merce c’è anche la remunerazione dei fattori produttivi. Di conseguenza,
per Adam Smith, il prezzo di una merce è pari alla somma tra salario dei lavoratori, profitto dei capitalisti e
rendita dei proprietari terrieri.
Egli sostiene il libero mercato fondamentalmente perché ritiene che, i mercati tendono all’equilibrio
spontaneamente e non hanno bisogno di nessuna autorità esterna per auto regolarsi, infatti secondo lui
esiste una sorta di mano invisibile, ossia una spinta dall’alto che conduce gli individui a massimizzare il
proprio interesse in modo egoistico. Per esempio, un fornaio non produce il pane con l’intento di sfamare il
consumatore, ma bensì per un proprio tornaconto personale, per soddisfare il suo interesse di guadagno.
Si distanzia dai mercantilisti e dalla loro politica sostanzialmente protezionista.

La differenza fra Malthus e Ricardo in merito al ruolo delle classi sociali con riferimento al processo
produttivo di ricchezza:
Malthus è un economista che ha scritto tre opere importanti: il Saggio sulla popolazione, Indagini sulla
natura e il processo di rendita e Principi di economia politica. La sua teoria più importante riguarda quella
sulla rendita differenziale. Egli afferma che se la domanda effettiva aumenta, cioè la domanda in un
determinato periodo, è plausibile pensare che aumenti anche la produttività, ossia l’offerta e questo
comporta un incremento dei prezzi. Se la domanda effettiva è insufficiente, la ricchezza all’interno di una
popolazione deve provenire da qualcos’altro e Malthus ipotizza che devono contribuire tutti coloro che in
una società consumano senza produrre, quindi i proprietari terrieri e gli individui che producono servizi.
Mentre, Ricardo afferma che la rendita di un terreno dipende dalla sua fertilità, ossia un terreno molto
fertile ha una rendita maggiore rispetto a uno meno fertile. Secondo lui, il processo avviene in questo modo,
si inizia con il coltivare i terreni più fertili e i proprietari terrieri di queste terre riusciranno a coprire i costi di
produzione con il loro raccolto. Man mano che la popolazione aumenta diventa necessario mettere a
coltura anche i terreni meno fertili e i proprietari di questi terreni riusciranno a coprire i costi di produzione
che saranno maggiori rispetto a quelli dei terreni più fertili. Pertanto, i proprietari terrieri dei terreni meno
fertili coprono i loro costi di produzione, mentre i proprietari dei terreni più fertili avranno un extra
guadagno che sarà pari al prezzo di vendita del prodotto ottenuto dal terreno meno fertile meno i costi di
produzione sostenuti. Quest’extra guadagno non è altro che la rendita differenziale. Più si mettono a coltura
terreni meno fertili e più i proprietari dei terreni più fertili avranno una rendita alta.
La differenza sostanziale tra i due autori sta nel fatto che per Malthus la rendita differenziale comporta un
aumento del saggio di profitto, poiché se aumenta la domanda effettiva, aumenta anche il saggio di profitto;
per Ricardo invece, il saggio di profitto diminuisce, poiché esso è dato dal rapporto tra profitto e capitale
investito, di conseguenza nel caso di terreni meno fertili i costi sono molto alti, pertanto il profitto sarà più
basso.
L’altra differenza importante tra i due autori, riguarda le leggi sul grano che in quel periodo il governo stava
attuando. Secondo Malthus, una tassa sul grano era un aspetto positivo poiché aumentava la rendita dei

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proprietari terrieri ed era da sostegno sia per la domanda che per la produzione. Mentre per Ricardo, era un
aspetto negativo in quanto una tassa sul grano produceva una diminuzione sul saggio di profitto.

La "legge di Say" e le differenze economiche dei percettori di reddito nella riflessione di Sismondi:
Say è un economista del pensiero classico e afferma che il valore di una merce è funzione della sua utilità,
perché la domanda dipende dall’utilità. Inoltre egli ritiene che la ricchezza è data dalla creazione di un
prodotto e non dal lavoro impiegato, che invece sosteneva Sismondi.
La teoria più importante di Say è la legge sugli sbocchi, la quale sostiene che l’acquisto di un prodotto apre
lo sbocco per altri prodotti. Infatti, nel momento in cui un acquirente acquista un prodotto, la sua moneta
arriva al venditore, il quale vorrà immediatamente spenderla per soddisfare i suoi desideri, comprando
qualcosa a lui utile o necessario. Di conseguenza, il venditore è sempre anche compratore e questa vendita
apre lo sbocco per altri prodotti. La moneta per Say è vista come mezzo di scambio e non come riserva di
valore, quindi non costituisce un tesoro. Keynes ha criticato questa legge, poiché egli ritiene che chi detiene
una moneta non sempre è incentivato a spenderla, infatti può capitare che il soggetto voglia trattenerla per
sé.
Sismondi invece, sostiene che in un sistema economico non deve esserci eccesso di offerta, ossia non deve
esserci una sovrapproduzione. Per evitare che ciò accada, si può procedere seguendo due strade: la prima è
fare in modo di vendere tutta la merce in eccesso, di conseguenza i produttori sono costretti ad abbassare i
prezzi per spingere all’acquisto, ma questo non è positivo, perché seppur porta ad un aumento della
domanda e incentiva al consumo, una loro diminuzione può provocare delle perdite per l’imprenditore.
Infatti, può succedere che i proprietari non riescano a coprire i costi di produzione e sono costretti a
recuperarli diminuendo i salari dei lavoratori. Un abbassamento degli stipendi, induce i lavoratori a non
comprare come acquistavano prima del provvedimento e tutto ciò innesca un circolo vizioso che non fa
bene all’economia. La seconda strada è ridurre la produzione del processo produttivo successivo.
Inoltre, egli ritiene che i prodotti si distribuiscono in modo diverso in una popolazione, poiché questa è
costituita da ricchi e poveri. Infatti, un abbassamento dei prezzi ha un effetto positivo sui poveri che si
sentirebbero più motivati a spendere, in quanto ottengono delle agevolazioni, ma un effetto negativo per i
ricchi, poiché l’imprenditore che rientra in questa categoria può subire delle perdite.

Il valore delle merci in Karl Marx, dipende dal lavoro, secondo un particolare modo di intendere il lavoro
che lo differenzia da Ricardo. In quale modo?
Marx può essere definito insieme a Mill un precursore del pensiero neoclassico, in quanto entrambi
forniscono delle importanti innovazioni sulle teorie classiche sviluppate precedentemente.
Egli afferma che il valore di una merce dipende da tre parametri: il capitale costante c che rappresenta il
capitale impiegato per il processo produttivo ed è costante perché riguarda gli investimenti fatti per i mezzi
di produzione, i quali devono esserci in un processo produttivo altrimenti esso non può essere avviato; il
capitale variabile v che rappresenta il capitale impiegato per la forza lavoro, ossia quello che serve per
pagare i lavoratori impegnati nel processo produttivo e infine il plusvalore p che rappresenta non il profitto
del capitalista, ma bensì il valore aggiunto ottenuto dalla forza lavoro ma non pagato. Questo vuol dire che,
quando un imprenditore acquista una forza lavoro, sta comprando la capacità lavorativa di una persona,
ossia la sua forza muscolare, le sue conoscenze ecc. e decide per esempio che questa persona deve essere
pagata 100€ per 8 ore lavorative. Di conseguenza, supponiamo che questo dipendente in 6 ore raggiunge un
valore del prodotto pari a 100€, quindi si è pagato il suo stipendio, nelle restanti 2 ore, sta producendo
“gratuitamente” per l’azienda che lo ha assunto, questo di più non retribuito è il plusvalore, secondo Marx.
Il plusvalore p è uguale al valore finale della merce meno la somma tra capitale costante e capitale variabile.

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Quindi, alla luce di questo, il valore finale della merce è dato dalla somma tra plusvalore, capitale costante e
capitale variabile.
Per Marx il profitto di un prodotto è dato dal prezzo di vendita delle merce, che però non corrisponde
sempre al valore reale che questa ha. Infatti, per esempio se un paio di scarpe Nike ha un prezzo di vendita
di 80€ e il suo valore reale è di 10€, il profitto sarà pari a 80-10, ossia 70€. Se il prezzo di vendita coincide
con il valore reale, allora il profitto coinciderà con il plusvalore.
La differenza sostanziale con la teoria di Ricardo è che il valore di una merce, secondo Marx, non
corrisponde solamente alla quantità e alla qualità del lavoro in essa contenuta, ossia a quello che Ricardo
definisce valore-lavoro contenuto, ma anche ad un lavoro astratto, che sarebbe il lavoro socialmente
necessario per la produzione di un bene, quel di più di cui si ha bisogno per realizzare quella determinata
merce che non rientra nel lavoro direttamente speso nel processo produttivo.

Il Mercantilismo e la fisiocrazia. Principali differenze


La dottrina del mercantilismo che sta alla base dell’economia di tipo mercantile, si sviluppa negli anni che
vanno dal 1500 al 1700 e i suoi principi base sono: lo Stato deve intervenire all’interno di un sistema
economico. Questo vuol dire che lo Stato deve essere presente all’interno della sua economia. Tale
convinzione nasce dal fatto che, in questo periodo storico si iniziano ad affermare gli Stati Nazione. Motivo
per cui, i sovrani hanno nello loro mani il potere e sono loro che devono effettuare determinate scelte, tra
cui capire come accrescere la ricchezza dello Stato. A tal proposito, si rivolgono ai mercanti, poiché sono gli
unici che riescono a fornire loro dei dati in merito alle finanze pubbliche e all’economia, e a loro volta i
mercanti cominciano a servirsi dell’aiuto dello Stato per gestire i propri affari. Quindi, si crea una forte
relazione tra Stati e mercanti. Questa visione è la prima fondamentale differenza con la fisiocrazia, nata
dopo il 1700 grazie al maestro Quesnay che ha ideato una vera e propria scuola economica. Loro ritengono
che lo Stato non deve essere particolarmente presente nel sistema economico, infatti l’economia è capace
di auto-regolarsi e non ha bisogno di autorità esterne. Quesnay ha coniato il termine “laissez faire – laissez
passer”, per indicare proprio la necessità di lasciar fare e di lasciar passare, ossia di fare in modo che un
sistema economico si assesti secondo le sue tendenze naturali, sfruttando a suo vantaggio il settore ritenuto
più produttivo. Con i fisiocratici si supera il protezionismo che aveva caratterizzato l’economia mercantile,
mirato a proteggere le attività produttive nazionali e si passa fondamentalmente a un liberalismo
economico.
L’altra differenza sostanziale riguarda la creazione di ricchezza. Secondo il mercantilismo, la ricchezza
proveniva dagli scambi di merci tra gli Stati, di conseguenza gli Stati che partecipavano allo scambio,
ottenevano dei vantaggi, mentre quelli che non contribuivano ne risentivano in termini di ricchezza stessa.
Secondo loro, questi scambi portavano ad avere una bilancia commerciale positiva, altro pilastro della
dottrina mercantilista, che si realizzava aumentando le esportazioni e diminuendo le importazioni. Questo
punto di vista è stato ideato da Thomas Mun, un economista inglese, che ha acquistato spezie dall’Oriente,
facendo defluire i metalli preziosi dal suo Stato, rendendosi conto che attraverso questa trattativa la bilancia
dello Stato restava positiva. Si è passato, grazie a lui, dalla prima fase del mercantilismo caratterizzata dal
fatto che uno Stato traeva piacere nel detenere metalli preziosi, chiamata fase crisoedonica o del
bullionismo, in quanto bullion in inglese vuol dire proprio oro, a una fase del mercantilismo vera e propria,
ossia incentrata sull’avere una bilancia commerciale statale positiva. Per i fisiocratici invece, la ricchezza per
uno Stato non proveniva dagli scambi, ma bensì dalla terra. L’unica fonte di ricchezza, era per loro la terra ed
essa era la sola a generare lavoro produttivo. Di conseguenza, gli altri settori, quali industria e commercio
erano ritenuti sterili e davano origine al lavoro improduttivo. Inoltre, Quesnay e i suoi allievi ritenevano che
ci fossero delle interdipendenze settoriali, ossia gli agricoltori producevano il cibo che serviva ai lavoratori
dell’industria, ma loro realizzavano i macchinari che servivano anche all’agricoltura, di conseguenza si

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andava a generare una forte relazione tra il settore agricolo e quello manifatturiero. Infine, i fisiocratici
hanno studiato un sistema economico circolare, definito Tableau Economique, nel quale hanno individuato
tre classi: la classe produttiva, costituita da coloro che lavorano nell’agricoltura, la classe sterile costituita da
coloro che lavorano nel settore manifatturiero e la classe distributiva, formata da coloro che ricevono la
rendita per essere proprietari terrieri. Questa classificazione nella dottrina mercantilista non era presente e
inoltre, secondo i fisiocratici l’unica classe sociale ad avere un sovrappiù era quella produttiva, confermando
il fatto che solo dalla terra proveniva la ricchezza per uno Stato.

Leòn Walras e il modello di Equilibrio economico generale.


Walras è un economista appartenente al pensiero dei marginalisti di prima generazione. Egli riteneva in
primis, che l’economia fosse divisa in tre branche: economia pura che si occupava di analizzare i prezzi e di
capire come massimizzare l’utilità, l’economia applicata che si occupava di capire l’organizzazione e infine,
l’economia sociale che analizzava la distribuzione all’interno di un sistema economico. La sua teoria più
importante però, riguarda il modello di equilibrio economico generale, dove afferma che se n-1 mercati
sono in equilibrio automaticamente anche l’n-esimo mercato sarà in equilibrio. Di conseguenza, l’equilibrio
si genera su tutti i mercati e non su un solo mercato. Quindi, se esiste un mercato dove si ha un eccesso di
domanda, ce ne sarà un altro dove si ha un eccesso di offerta, in quanto la loro somma deve essere nulla.
L’aspetto fondamentale era capire come si generava questo equilibrio. Walras riteneva che un mercato era
innanzitutto influenzato dal numero di consumatori, dalle loro preferenze, dai loro gusti personali, dalla
disponibilità di risorse e dalle tecniche usate in un’azienda. I personaggi che facevano parte di un mercato
erano i capitalisti, gli imprenditori, i lavoratori e i proprietari terrieri. La grande innovazione sta nel fatto che
lui ha diviso la figura del capitalista da quella dell’imprenditore, poiché il capitalista è solo colui che si
preoccupa di ottimizzare i fattori produttivi, mentre l’imprenditore è colui che ci mette i soldi. Infine, i
mercati dove avvengono le transazioni sono tre: mercato dei servizi produttivi, dove viene stabilita la
remunerazione dei fattori produttivi per ogni categoria di persone, per esempio per i lavoratori la
remunerazione è data dallo stipendio, per i capitalisti dagli interessi e per i proprietari terrieri dalla rendita,
il mercato dei prodotti nuovi, dove sono stabiliti i prezzi dei prodotti e il mercato dei capitali nuovi dove
invece, i consumatori e non solo decidono i loro risparmi per poter effettuare investimenti futuri. Fatte
queste premesse sul mercato, lui ritiene che l’equilibrio si generi partendo da un banditore d’asta che urla
un prezzo a caso per ogni merce e i consumatori e i venditori stabiliscono la quantità di beni che sono
disposti ad acquistare e vendere a quel prezzo. Se si verificano degli squilibri tra domanda e offerta, il
banditore rilancia un nuovo prezzo, fino a quando non si raggiunge l’equilibrio, ossia fino al momento in cui
non ci sono eccessi di domanda o offerta. Solo da questo momento iniziano gli scambi e i prezzi e le
quantità non possono più essere modificati. Questo dimostra che tale modello è ideale, poiché tutti
vendono e comprano quello che avevano programmato.
La visione di Walras viene criticata da Marshall, che studia invece, il modello di equilibrio economico
parziale, sostenendo che non è possibile raggiungere l’equilibrio su tutti i mercati contemporaneamente, ma
si raggiungerà sul singolo mercato. Questo perché, egli accetta l’idea che i mercati possono essere
completamente differenti tra loro e molto lontani e possono non esserci delle interdipendenze, motivo per
cui si deve procedere analizzando una variabile alla volta e quindi procedere per equilibri parziali.

Perché, secondo J.S. Mill non può esserci un aumento generale del valore delle merci ma solo dei loro
prezzi?

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Mill viene considerato come un precursore del pensiero neoclassico, in quanto ha apportato delle
importanti innovazioni al pensiero classico, rifiutando completamente la teoria di Ricardo. Infatti, mentre
Ricardo sosteneva che il valore di una merce dipendeva dalla quantità e dalla qualità del lavoro in essa
contenuta, definito valore-lavoro contenuto e di conseguenza il prezzo di una merce era determinato in
base alle ore lavoro impiegate per realizzarla, Mill riteneva che il valore di una merce era il prezzo espresso
in moneta. Di conseguenza, i prezzi relativi espressi in moneta non erano nient’altro che il loro valore
relativo e quindi, questo era determinato dall’equilibrio tra domanda e offerta. L’aspetto importante per Mill
è che un generale incremento dei prezzi non indica un altrettanto aumento del valore della merce stessa,
ma solo una variazione dell’espressione in moneta. Questo perché il valore di una merce indica solo il suo
valore di scambio.

Nel quarto postulato sul capitale, Nassau Senior indica i rendimenti decrescenti del lavoro, date le altre
grandezze. In che modo questo postulato è analogo allo sguardo che avrebbero avuto i Neoclassici?
Senior è un altro economista e come Mill può essere definito un precursore del pensiero neoclassico. Egli
afferma quattro postulati importati: in primis riprende sia la teoria di Malthus sulla popolazione e sia la
teoria dei rendimenti decrescenti di Ricardo, poi afferma che ciascun individuo vuole procurarsi la ricchezza
con il minimo sforzo e che per aumentare la produttività di un’azienda è necessario usare i prodotti come
mezzi di produzione. La teoria di Ricardo sui rendimenti decrescenti che riprende e approva Senior afferma
che la rendita di un terreno dipende dalla sua fertilità. Più un terreno è fertile e più la sua rendita sarà
maggiore rispetto a un terreno meno fertile e man mano che si mettono a coltura i terreni meno fertili, i
proprietari terrieri dei terreni più fertile avranno una rendita alta.
Nel periodo neoclassico il concetto di rendimento decrescente è stato ripreso usando però, la teoria
dell’utilità marginale. Per utilità marginale si intende la soddisfazione che riceve un individuo consumando
un’unità aggiuntiva di un determinato bene. Al concetto di utilità marginale risulta strettamente collegato
l'assunto di utilità marginale decrescente, che è stato il pilastro del pensiero neoclassico. In pratica si
assume che l'utilità marginale di un bene diminuisca al crescere del livello assoluto di consumo del bene.
Menger, un marginalista di prima generazione, riporta nella sua opera principi di economia politica
l’esempio del bicchiere d’acqua, dicendo che per una persona assetata l’utilità marginale sarà molto alta per
il primo bicchiere che consuma, man mano che passa al secondo e poi al terzo, il valore dell’utilità
diminuisce. Quindi, secondo lui il prezzo di una merce dipende dalla sua scarsità e dall’utilità marginale. Se
un bene è illimitato non ha prezzo, perché soddisfa immediatamente il bisogno di un consumatore, mentre
un bene limitato avrà un prezzo poiché sarà più difficile trovarlo e sarà più difficile riuscire a soddisfare il
desiderio di un consumatore in tempi brevi e prende il nome di bene economico. Pareto, invece, un
marginalista di seconda generazione, introduce il concetto di produttività marginale, affermando che essa è
decrescente se oltrepassato un determinato limite, l’impiego di un fattore produttivo incrementa la
produttività in modo meno che proporzionale.

La teoria del ciclo di Hayek:


Hayek è un economista appartenente al pensiero economico moderno ed egli si considera un liberalista,
come Einaudi, criticando infatti il socialismo.
Il suo punto di vista parte dalla critica a Bawerk, economista appartenente alla scuola austriaca, il quale ha
ripreso il pensiero del marginalista di prima generazione Menger, confermando la tesi che i beni possono
essere divisi in beni di primo ordine, di secondo ordine e così via, ma a differenza sua introduce il concetto
di tempo medio di produzione. Menger si era limitato solo ad affermare che mediante questa divisione si
potevano scandire i momenti della produzione. Hayek, invece introduce il cosiddetto ciclo economico,
poiché secondo lui non era sufficiente calcolare il tempo medio di produzione semplicemente usando la

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media aritmetica, ma bisogna considerare l’intero ciclo. Egli parte dalla considerazione che esistono due
tipologie di saggi di interesse, il saggio di interesse naturale e il saggio di interesse monetario. Il primo
dipende da cause di carattere reale e mette in equilibrio i risparmi con gli investimenti, tanto da essere
chiamato anche saggio di interesse di equilibrio. Il secondo invece, dipende da cause monetarie e deriva dal
fatto che in un sistema economico ci può essere sia una espansione del credito che una riduzione del
credito. Queste due fasi rappresentano proprio quello che accade all’interno di un sistema economico,
infatti secondo Hayek esso è costituito sia da fasi espansive che comportano una crescita economica, che da
fasi repressive che comportano una crisi in ambito economico. Nel caso dell’espansione del credito, si ha
che le banche o istituti creditizi o altri enti preposti emettono del credito all’interno del sistema economico.
Se il credito aumenta, si ha un momento di crescita economica che porta ad aumento dei prezzi nominali
dei beni. Questo vuol dire che gli imprenditori stanno usando i fattori produttivi a pieno, quindi sono stati
più incentivati a fare investimenti, ma questi possono essere molto grandi vista la disponibilità di credito che
hanno a disposizione, e pertanto prima che andranno in porto potrebbe passare del tempo. Di conseguenza
l’attesa dei consumatori aumenta, perché dovranno attendere prima di acquistare quello di cui hanno
bisogno o semplicemente desiderio e si sentiranno frustrati a non poter fare quello che vogliono, nasce
quindi il cosiddetto fenomeno del risparmio forzato, ossia i consumatori si sentono limitati nei loro acquisti.
Ma non è possibile stampare credito a oltranza, bisogna stabilire un limite, poiché se questo viene superato
si deve procedere in senso inverso, ossia ripristinando la situazione, effettuando una recessione di credito.

Il saggio di interesse di Wicksell


Wicksell è un economista appartenente al pensiero economico moderno. Egli ha definito come Hayek il
saggio di interesse in monetario e naturale. Ma per Wicksell il saggio di interesse monetario era il risultato
della domanda e dell’offerta dei prestiti e non dipendeva quindi, da cause monetarie come per Hayek. Il
saggio di interesse naturale invece, era la remunerazione del capitale investito in attività reali.
Egli sostiene che se i due saggi di interesse sono uguali, allora il sistema economico è in equilibrio. Qualora
fossero diversi siamo di fronte a squilibri, che possono essere i seguenti:
- saggio di interesse monetario < saggio di interesse naturale: il profitto netto degli imprenditori è
positivo, poiché per saggio monetario intendiamo il risultato dei prestiti monetari avuti, essendo
minore di quello naturale, vuol dire che gli imprenditori devono restituire pochi soldi alle banche o
istituti di credito e pertanto, se il profitto netto è positivo, gli imprenditori sono incentivati ad
allargare la produzione e questo li porterà a chiedere soldi alle banche, le quali saranno ben
propense nel darglieli in quanto il profitto è positivo. Ma allargare la produzione, vuol dire
aumentare la produttività e se questa aumenta, si incrementerà anche la domanda che provocherà
nel tempo un aumento dei prezzi, ma se questi crescono si innesca un processo inflazionistico.
Secondo lui, quando si alzano i prezzi e poi si riabbassano, si innesca un processo cumulativo che
ripristina la situazione di equilibrio.
- Saggio di interesse monetario > saggio di interesse naturale: il profitto netto degli imprenditori è
negativo, per il ragionamento inverso al precedente.

Keynes e il rapporto fra consumo e investimento:


Keynes viene considerato il padre del pensiero economico moderno. Egli ha apportato vari contributi
all’economia. In primis egli era contrario al Gold Standard, ossia al sistema monetario aureo in quanto

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oscillazioni di prezzo tra rialzo e ribasso non erano positivi per un sistema economico. Ma la sua teoria più
importante è quella generale dove egli definisce il concetto di reddito, risparmio e investimento. Il risparmio
è il risultato del comportamento collettivo dei consumatori, mentre gli investimenti sono il risultato
collettivo degli imprenditori. Il reddito può essere definito dal lato dell’offerta e dal lato della domanda. Nel
primo caso è pari alla differenza tra consumo e investimento, mentre nel secondo caso è pari alla differenza
tra consumo e risparmio. Di conseguenza, alla luce di questo l’investimento è pari al reddito dal lato
dell’offerta meno il consumo e il risparmio è pari alla differenza tra reddito dal lato della domanda e
consumo. In entrambi i casi si ha una differenza tra reddito e consumo per definire sia il risparmio che
l’investimento. Egli sostiene che se il risparmio S è maggiore degli investimenti I, in un sistema economico si
stanno effettuando più risparmi che investimenti, quindi ci sono delle risorse inutilizzate e questo porta ad
una diminuzione dell’occupazione, che a sua volta induce una diminuzione del reddito, portando a una
diminuzione del risparmio perché avendo poco reddito è più difficile risparmiare e di conseguenza si arriva
ad una situazione in cui i risparmi uguagliano gli investimenti. Questo prende il nome di equilibrio
keynesiano detto anche di sotto occupazione. A tal proposito lui definisce anche il moltiplicatore keynesiano
come il rapporto tra 1/1-c, dove c indica la propensione marginale al consumo. Questo moltiplicatore indica
la variazione percentuale del reddito se varia o la spesa pubblica, o i consumi o gli investimenti. Mentre la
propensione marginale si ha quando il reddito è alto.
Di conseguenza, quando i risparmi sono maggiori degli investimenti, vuol dire secondo Keynes che un
sistema economico non sta andando particolarmente bene e lui definisce una crisi economica come una
malattia dello spirito, poiché è frutto di congegni mentali psicologici e per risolvere questi problemi, deve
intervenire necessariamente lo Stato mediante un incremento della spesa pubblica. Quindi Keynes, è
fortemente statalista a contrario di Einaudi che invece è un liberalista, come Hayek e Wicksell, e infatti, egli
sostiene che l’intervento dello Stato non è sempre la scelta giusta, ma che se un’impresa è costituita da
persone competenti e qualificate, riesce da sola a superare il momento difficile e a ripristinare l’equilibrio
tra costi e ricavi, di conseguenza una crisi economica non può essere considerata come una malattia dello
spirito.

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