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CHE FINE HA FATTO IL DIALOGO TRA

DESTRA E SINISTRA?
MARCELLO VENEZIANI, PANORAMA N. 22 – 2019 ( SITO )

“Ricordo come fosse ieri Massimo Cacciari ed io andavamo per Roma quasi rasente ai muri,
accompagnati da un Marcello Veneziani che non era ancora il notissimo e rispettato intellettuale
di destra che é oggi, per poi recarci a casa di Gianfranco de Turris, altro intellettuale di destra. A
cena conclusa e per un paio d’ore ci confrontammo civilmente loro due e noi due per esporre le
nostre rispettive posizioni ideali. Negli anni settanta un tale colloquio sarebbe stato umanamente
impossibile” – Cosí scrive Giampiero Mughini nel suo ultimo libro Memorie di un rinnegato (ed.
Bompiani) e cita altri incontri successivi tra intelligenze di destra e di sinistra degli anni ottanta.
La serata a cui si riferiva era l’inverno dell’81 e lasció traccia sul numero unico della rivista
Omnibus, da me diretta per le edizioni Volpe. Avevo 26 anni, loro erano vicini alla quarantina,
ma ci sentivamo tutti reduci da una guerra ideologica. É vero, quel dialogo “negli anni settanta
sarebbe stato umanamente impossibile”; ma impossibile sarebbe stato poi nei nostri anni.

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Dai primi anni ottanta in poi ci furono tanti dialoghi e aperture. Riguardarono intellettuali di
frontiera, come allora si disse, ma anche editori e giornali. Si confrontavano intellettuali di destra
e di sinistra, anche provenienti dal neofascismo e dal comunismo, evoliani e operaisti. Oltre
Cacciari e Mughini, ricordo dialoghi aperti con Giacomo Marramao, Pietro Barcellona, Beppe
Vacca, Costanzo Preve, Biagio de Giovanni, Giorgio Galli ma anche con Enrico Filippini, Giorgio
Bocca, Michele Serra, perfino Gad Lerner, alcuni direttori de l’Unitá, e potrei continuare. Sul
versante destro, c’erano Giano Accame, Franco Cardini, Marco Tarchi e il gruppo della nuova
destra, i rautiani ma anche Beppe Niccolai, poi Pietrangelo Buttafuoco e altri giovani provenienti
dal Secolo d’Italia. Per dirvi solo la mia esperienza, oggi sarebbe impensabile per uno di destra
scrivere su la Repubblica, intervenire su l’Unitá e su l’Espresso, pubblicare con Laterza,
collaborare con l’Istituto Gramsci… Ma all’epoca accadde. Dopo un paginone di Repubblica su
Pasolini reazionario antimoderno, fui criticato da sinistra sul Corriere della sera da Maria
Antonietta Macciocchi… Ricordo un dialogo epistolare col neosegretario del PDS Valter Veltroni
sul comunitarismo e poi dialoghi su la Repubblica con Ralph Dahrendorf e sul Corriere della sera
con Norberto Bobbio, con un lungo carteggio a seguire, con Luciano Violante… Giorni fa Luca
Ricolfi sul Messaggero mi ricordava ospite al Salone di Torino; ma succedeva perfino nei festival
dell’Unitá…

Parliamo di un’epoca in cui il comunismo e il neofascismo erano ancora presenti; i partigiani, i


combattenti della RSI e i reduci dai campi di concentramento erano ancora vivi. Ma c’era stata la
scottatura degli anni di piombo, poi il Riflusso nel privato con le sue insulsaggini; ci accomunava
la critica al consumismo e allo “edonismo reaganiano”, ma c’era sullo sfondo la scoperta a sinistra
di autori “reazionari” come Schmitt, Junger e Heidegger, il riaffiorare di Gentile, per non dire del
futurismo ed altre esperienze poetico-letterarie. C’era curiositá, attenzione, rispetto. Superammo
gli anni di piombo e la guerra civile. Ma presto venne fuori col bipolarismo muscolare l’odio
contro Berlusconi e da parte sua il rilancio dell’anticomunismo. E il clima degeneró.

Cosí entrammo nel Terzo Millennio non dalla porta principale ma dal retro. Si chiusero le
frontiere ideali. Berlusconi fungeva da bersaglio ideologico di rimpiazzo rispetto
all’anticapitalismo perduto: ecco Berlusconi il Ricco, il Padrone, il Teleimbonitore, oltre che il
Delinquente, il Populista, il Tiranno, giá protetto da Craxi e impresario dei postfascisti. La
Repubblica, con Ezio Mauro, chiuse le vie di comunicazione, scavó il fossato con l’altra Italia e
l’altra cultura, rilanció l’antifascismo torinese e spostó il Nemico dal Capitale al Fascista e ai suoi
alleati populisti. Il muro dei nostri anni fu il politically correct e la riduzione di ogni dissenso a
fobia.

Quando finí la parabola di Berlusconi lo rimpiazzó il nazionalismo, il sovranismo, il populismo.


Ecco il nuovo Nemico Assoluto, Salvini, il Nazista delinquente da scacciare. Si allestirono i
cordoni sanitari, non solo sul piano politico ma sul piano culturale, intellettuale, umano. A
leggerli oggi, molti dei citati autori dialoganti di ieri sono irriconoscibili per l’involuzione settaria
e manichea; forse lo saró anch’io ai loro occhi. Ma se le intemperanze sono bilaterali, l’interdetto
e la scomunica sono stati usati a sinistra da chi ritiene d’avere il monopolio del vero, del giusto e
dello spirito dell’epoca. C’é stata una chiamata alle armi, un rigurgito di militanza, un disprezzo
che trasuda nella prosa e nelle pose. S’ignorano libri e idee altrui, si impicca il nemico a una frase,
un tweet, una citazione riportata, una preferenza politica.

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Un tempo la cultura era battistrada dei cambiamenti politici; dall’inizio del terzo millennio é
passata dal ruolo di avanguardia a quello di retroguardia, conferma i luoghi comuni, presidia il
politically correct, non distingue, anziché incoraggiare chi, dalla parte opposta, non urla slogan e
non aggredisce, ma pensa, legge, scrive.

Il dialogo é cessato, solo ponti levatoi; le opinioni difformi vengono declassate a reati e infamie.
Tutto questo procede di pari passo con la progressiva irrilevanza della cultura e marginalitá delle
idee. Che ci sia un nesso? Sará possibile voltare pagina? La domanda si perde in un clima di guerra
televisiva, social e a mezzo stampa. Finite le ideologie, resta l’odiologia.