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ISTITUZIONI DI MICRO E MACROECONOMIA

MICROECONOMIA
CAPITOLO 1 - I DIECI PRINCIPI DELL’ECONOMIA
L’economia è stata suddivisa in due discipline: la microeconomia è lo studio dei processi decisionali di imprese e individui e della loro interazione in particolari mercati; la
macroeconomia è lo studio dei fenomeni che riguardano il sistema economico nel suo complesso, tra cui l’inflazione, disoccupazione e crescita economica.
L’economia è quella scienza che studia il comportamento umano come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi, inoltre studia i modi in cui la
società gestisce le proprie risorse scarse; la parola “economia” deriva dal greco oikonomos, che significa “chi si occupa della famiglia”, essa è una società nella quale si
devono prendere decisioni. La società non avrà mai risorse sufficienti per produrre beni e servizi tali da
soddisfare i desideri e i bisogni dei propri cittadini e per questo Le risorse sono scarse, in quanto la sua natura è limitata, ed in una società non si può garantire a ciascuno
il massimo tenore di vita a cui aspira. Le risorse si possono classificare in tre categorie:

- La terra: l’insieme delle risorse naturali del nostro pianeta ed include anche riserve minerarie (ferro, carbone);
- Il lavoro: insieme delle energie fisiche e mentali spese dagli individui nel fare qualcosa;
- Il capitale: attrezzature e strutture utilizzate per produrre beni e servizi.

Il termine “sistema economico” si riferisce alle attività di produzione e scambio che hanno luogo quotidianamente (acquisti e vendite); l’attività economica è il volume di
acquisti e di vendite che avvengono nell’economia in un dato periodo di tempo. Poiché l’economia studia il comportamento umano, il nostro studio dell’economia parte
dai primi quattro principi che regolano le decisioni individuali:

PRINCIPIO 1: gli individui devono scegliere tra alternative (trade-off, per comprare un bene rinuncio ad un altro bene). Un trade-off importante è quello tra efficienza ed
equità. Efficienza è ciò che permette alla società di ottenere il massimo risultato possibile date le risorse scarse, essa si riferisce alle dimensioni della torta dell’economia;
equità è la proprietà grazie alla quale la prosperità economica viene distribuita secondo giustizia tra i membri della società, essa riferisce al modo in cui la torta
dell’economia è suddivisa.

PRINCIPIO 2: il costo di qualcosa è ciò a cui si deve rinunciare per ottenerlo (costo-opportunità). Per prendere delle decisioni corrette gli individui sono chiamati a
confrontare i costi e i benefici di comportamenti alternativi ad esempio la decisione di iscriversi all’università: i benefici sono l’arricchimento intellettuale e le migliori
opportunità di lavoro; i costi sono le spese dei libri, il viaggio, le tasse annuali e soprattutto il tempo. I benefici risultano essere maggiori dei costi.

PRINCIPIO 3: gli individui possono prendere le decisioni migliori pensando al margine, ovvero al limite. Le variazioni marginali sono cambiamenti incrementali rispetto ad
un piano di azione predefinito.

PRINCIPIO 4: gli individui rispondono agli incentivi, ovvero essi prendono decisioni sulla base di costi e benefici, il loro comportamento cambia se questi ultimi si
modificano (esempio se il prezzo delle mele aumenta, gli individui mangiano meno mele e i coltivatori decidono di raccogliere più mele poiché è maggiore il beneficio
che si trae dalla vendita di una mela).

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I prossimi tre principi riguardano l’interazione tra individui:

PRINCIPIO 5: lo scambio può essere vantaggioso per tutti.; esso permette a ciascun individuo di specializzarsi in ciò che sa fare meglio. Gli scambi possono essere di vario
genere, ad esempio commerciali, in relazione all’ambito familiare.

PRINCIPIO 6: i mercati sono, di solito, uno strumento efficace per organizzare l’attività economica. Nella pianificazione, solo lo Stato può organizzare l’attività economica
in modo da promuovere il benessere economico della Nazione; oggi la maggior parte dei Paesi a economia pianificata, come Russia, Polonia ha abbandonato tale
sistema e sta tendando di sviluppare un’economia di mercato, ovvero gli individui interagiscono dei mercati dei beni e dei servizi, come se fossero guidati da una “mano
invisibile” (a sua volta protetta dallo Stato) che li conduce verso il migliore risultato possibile; i prezzi sono lo strumento con cui la “mano invisibile” coordina l’attività
economica: ciò è stato affermato dall’economista Adam Smith.

PRINCIPIO 7: a volte l’intervento dello Stato può migliorare il risultato prodotto dal mercato. Lo Stato può intervenire nell’economia per promuovere l’efficienza e
l’equità. Quando la mano invisibile non riesce ad allocare le risorse in modo efficiente ci troviamo in presenza di un fallimento del mercato. Le cause del fallimento sono
tante, ad esempio le esternalità (ad esempio l’inquinamento) e il potere di mercato (capacità di un soggetto di influenzare indebitamente i prezzi di mercato). Un’
economia di mercato remunera gli individui sulla base della loro capacità di produrre qualcosa che altri siamo disposti a pagare.

I primi sette principi formano il “sistema economico”, gli ultimi tre, invece, riguardano il suo funzionamento.

PRINCIPIO 8: il tenore di vita di un paese dipende dalla sua capacità di produrre beni e servizi. I cambiamenti del tenore di vita dipendono dalla produttività, ovvero dalla
quantità di beni e servizi prodotti da un individuo nell’unità di tempo.

PRINCIPIO 9: i prezzi aumentano quando lo Stato stampa troppa moneta, questo fenomeno è chiamato inflazione. Gli economisti scoprirono ciò grazie a delle prove di
natura empirica. Questo significa che attraverso l’osservazione e l’esperienza sono state raccolte informazioni che hanno suggerito di formulare un’ipotesi (i prezzi
aumentano quando si stampa troppa moneta) che è stata sottoposta a verifica attraverso il metodo scientifico.

PRINCIPIO 10: nel breve periodo la società si confronta con un trade-off tra inflazione e disoccupazione, questo fenomeno è descritto dalla curva di Phillips (economista);
la curva è importante per l’analisi del ciclo economico, il quale è costituito da fluttuazioni di variabili economiche cioè occupazione e reddito.

CAPITOLO 2 - PENSARE DA ECONOMISTA


Gli economisti formulano teorie, raccolgono dati e poi li analizzano nel tentativo di convalidare o confutare le teorie così formulate. Le teorie possono essere studiate o
attraverso il metodo scientifico oppure applicando il ragionamento induttivo e deduttivo. Il ragionamento induttivo si riferisce al processo di osservazione, fornendo
prove a sostegno di un’ipotesi, creando il terreno per la formulazione di una teoria. Al contrario, il ragionamento deduttivo inizia con una teoria che poi viene sottoposta
alla prova dell’osservazione. Gli economisti ricorrono a modelli
economici (grafici ed equazioni) per descrivere il mondo. Per esempio, prendiamo il modello di mercato nel quale la quantità domandata dipende dal prezzo; la quantità

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domandata è detta variabile dipendente, poiché il suo valore dipende dal prezzo, ed endogena, poiché il suo valore è determinato all’interno del modello. Il prezzo è la
variabile indipendente, poiché non è influenzato da niente, ed esogena, poiché il suo valore è determinato all’esterno del modello. Un esempio di
modello del sistema economico è quello del diagramma di flusso circolare, secondo il quale nel sistema economico agiscono due tipi di soggetti: gli individui che sono i
proprietari dei fattori di produzione (terra, lavoro, capitale) e consumano tutti i beni e i servizi prodotti dalle imprese; le imprese che producono beni e servizi utilizzando
i fattori di produzione. Imprese e individui interagiscono in due tipi di mercati:

1. Mercati di beni e servizi: gli individui sono i compratori e le imprese i venditori;


2. Mercati dei fattori di produzione: gli individui sono i venditori e le imprese i compratori.

L’anello interno del diagramma di flusso circolare rappresenta il flusso dei beni e dei fattori di
produzione tra individui e imprese; l’anello esterno rappresenta il corrispondente flusso di
moneta. QUANDO UN ECONOMISTA CERCA DI SPIEGARE IL MONDO, E’
UNO SCIENZIATO; MA QUANDO CERCA DI MIGLIORARLO, DIVENTA UN CONSIGLIERE POLITICO.

Gli economisti per presentare le relazioni tra variabili utilizzano la matematica (funzioni ed
equazioni lineari) e i grafici che sono utili per scoprire come le variabili sono di fatto collegate tra
loro nel mondo reale. Esistono diversi tipi di grafici: a torta, a dispersione (grafico a due variabili).

In un grafico, per rappresentare la relazione tra prezzo e quantità domandata si usa la curva di
domanda; la curva ha pendenza negativa, cioè inclinata verso il basso, da sinistra verso destra,
quando i prezzi aumentano, la quantità domandata diminuisce; poiché prezzo e quantità si
muovono in direzione opposte, si può dire che le due variabili sono legate da una relazione
inversa. Al contrario, se le due variabili si muovessero nella stessa direzione, la curva avrebbe
pendenza positiva e le due variabili sarebbero legate da una relazione diretta: in questo parliamo
di curva di offerta (se i prezzi aumentano, aumenta anche la quantità offerta). La posizione della
curva di domanda dipende dal reddito: se il reddito aumenta la curva si sposta verso destra
(l’alto), se il reddito diminuisce la curva si sposta verso sinistra (il basso). Nella teoria economica è fondamentale distinguere tra i movimenti lungo una curva e gli
spostamenti di una curva: si ha uno spostamento di una curva quando cambia una variabile che non viene descritta sugli assi cartesiani (esempio il reddito); si ha un
movimento lungo la curva se cambia il valore della variabile descritte sugli assi cartesiani (esempio prezzo o quantità).
Per stabilire in che misura una variabile reagisce alle variazioni di un’altra, possiamo usare il concetto di pendenza, ovvero il rapporto tra gli spostamenti sull’asse
verticale e quelli sull’asse orizzontale conseguenti a un movimento lungo la retta: PENDENZA= deltaY/deltaX in altre parole, la pendenza è uguale al “dislivello”
(variazione su y) diviso per la distanza (variazione su x). La pendenza avrà un numero piccolo e positivo per una retta con pendenza positiva; un numero grande e
negativo per una retta con pendenza negativa; una retta orizzontale ha pendenza zero poiché la variabile y non cambia mai valore; una retta verticale ha pendenza
infinita poiché la variabile y può assumere qualunque valore in corrispondenza di un univo valore x. Gli economisti hanno spesso a che fare con valori numerici che
possono essere distinti in valori reali (espressi come quantità) e nominali (espressi in termini monetari).

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CAPITOLO 3 - LE FORZA DI MERCATO DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA
La domanda e l’offerta sono le forze che fanno funzionare le economie di mercato. Il mercato è l’insieme dei venditori (determinano l’offerta) e dei compratori
(determinano la domanda) di beni e servizi. I mercati possono avere varie forme:

- mercato concorrenziale: mercato nel quale operano molti compratori e venditori, sicché ciascuno di loro ha un impatto poco importante sul prezzo di mercato,
ovvero il venditore non controlla il prezzo; la maggior parte dei mercati che compongono un sistema economico è fortemente concorrenziale.
- mercato perfettamente concorrenziale: mercato che presenta prodotti identici (omogenei), quindi se il venditore applica un prezzo superiore venderà di meno
perché i compratori andranno altrove a fare acquisti. In questo tipo di mercato nessuno ha il potere di influenzare il prezzo, e si deve accettare il prezzo
determinato dal mercato, si dice che compratori e venditori subiscono il prezzo, ovvero sono price taker.
- monopolio: mercato in cui è presente un solo venditore che può determinare il prezzo del proprio prodotto (esempio società che forniscono acqua potabile).
- oligopolio: è un’altra forma di mercato dove è presente un numero limitato di venditori (esempio settore bancario dell’acciaio, della distribuzione alimentare).
- concorrenza monopolistica (imperfetta): mercato in cui sono attivi numerosi venditori, ciascuno dei quali offre un prodotto relativamente diverso dagli altri,
quindi ciascun venditore ha la capacità di stabilire il prezzo (esempio mercato delle riviste).

DOMANDA
La quantità domandata di un bene è la quantità di quel bene che i compratori
vogliono e possono acquistare ad un determinato prezzo. Un elemento fondamentale che
determina la quantità domandata è il prezzo del bene. La quantità domandata
aumenta, se il prezzo diminuisce e viceversa, quindi possiamo dire che la quantità
domandata è inversamente correlata al prezzo; questa relazione è definita dagli economisti:
legge della domanda. La retta con pendenza negativa che mette in rapporto prezzo e quantità
domandata è detta curva di domanda. Per analizzare il funzionamento del mercato
dobbiamo determinare la domanda di mercato, ovvero la somma di tutte le domande

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individuali di un dato bene o servizio. Per quanto riguarda i movimenti lungo la curva di domanda, ipotizziamo che diminuisca il prezzo di un bene e ciò fa
aumentare la quantità domandata, possiamo distinguere:

- effetto reddito: ipotizziamo che i redditi rimangono invariati, la diminuzione del prezzo di un bene implica che i consumatori possono permettersi
di comprarne una quantità maggiore con il loro reddito;
- effetto sostituzione: a seguito della diminuzione del prezzo di un bene rispetto ad altri, alcuni consumatori decidono di sostituire i beni più costosi
con quelli più conveniente.
Per quanto riguarda gli spostamenti della curva di domanda, qualsiasi cambiamento che faccia aumentare la quantità che i compratori desiderano
acquistare, a ogni dato livello di prezzo, provoca uno spostamento verso destra della curva di
domanda; qualsiasi cambiamento che faccia diminuire la quantità provoca uno spostamento verso
sinistra della curva di domanda.
I beni si possono suddividere in:
- sostituti: due beni per i quali l’aumento del prezzo dell’uno provoca un aumento della
domanda dell’altro (esempio latte e succo di frutta, maglioni e felpe);
- complementari: due beni per i quali l’aumento del prezzo dell’uno provoca una diminuzione
della domanda dell’altro, e viceversa (esempio benzina e automobile);
- normali: un bene per il quale un aumento del reddito provoca un aumento della quantità
domandata;
- inferiore: un bene per il quale la diminuzione del reddito provoca un aumento della domanda
e viceversa (esempio servizi di trasporto pubblico).
Aldilà del reddito, la quantità domandata è determinata anche
dalle preferenze, dalla popolazione (più consumatori ci sono, più
aumenta la quantità domandata), dalla pubblicità, dalle aspettative degli individui sul futuro (se oggi il prezzo di un bene
è minore, ne si compra di più oggi).

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OFFERTA

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La quantità offerta di un bene o di un servizio è la quantità che i venditori
vogliono e possono vendere a ogni dato prezzo. Anche qui, il prezzo è un
elemento
fondamentale che
determina la
quantità offerta. La
quantità offerta
aumenta
all’aumentare del
prezzo, e
diminuisce al
diminuire del
prezzo, quindi
possiamo dire che la quantità offerta è direttamente correlata al prezzo;
questa relazione è definita: legge dell’offerta. La curva che esprime la relazione
tra prezzo e quantità offerta è detta curva di offerta la cui pendenza è
positiva, poiché a prezzi più elevati, la quantità offerta è maggiore. L’offerta
di mercato è la somma delle offerte individuali di tutti i venditori.
Per quanto riguarda gli spostamenti della curva di offerta, qualsiasi
cambiamento che faccia aumentare la quantità del bene che i venditori
desiderano produrre, a ogni dato livello di prezzo, provoca uno spostamento
verso destra della curva di offerta; se il cambiamento riduce la quantità che i venditori sono disposti a produrre, la curva di offerta si sposta verso sinistra.
La quantità offerta è anche determinata: dalla redditività di altri beni in produzione (se un prodotto diventa più redditizio, all’impresa potrebbe convenire
iniziare a produrlo), dalla tecnologia (accresce la produttività permettendo di produrre una maggiore quantità), dai fattori naturali e sociali (esempio il
clima che influenza il raccolto dei prodotti agricoli, i disastri naturali, le epidemie, lo smaltimento dei rifiuti ecc), dai prezzi dei fattori di produzione (se i
prezzi diminuiscono, la produzione è più redditizia; quindi la quantità offerta di un bene è inversamente correlata ai prezzi dei fattori di produzione), dalle
aspettative sul futuro dei produttori, dal numero dei venditori (se nel mercato ci sono molti venditori, l’offerta aumenta).

INTERAZIONE DI DOMANDA E OFFERTA


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Avendo analizzato separatamente domanda e offerta, possiamo ora metterle insieme. Il punto
in cui le curve di domanda e di offerta si intersecano è detto punto di equilibrio. L’equilibrio si
definisce come una condizione di stabilità, un punto nel quale non ci sono forze che agiscono a
favore di un cambiamento. Il mercato è in equilibrio quando la quantità che i consumatori
desiderano acquistare a un dato prezzo è uguale alla quantità che i venditori desiderano
vendere allo stesso prezzo. Il prezzo che corrisponde al punto di equilibrio è detto prezzo di
equilibrio o di mercato e la quantità corrispondente è detta quantità di equilibrio. Il mercato
rimane in equilibrio finché qualcosa non provoca uno spostamento della curva di domanda,
della curva di offerta o di entrambe. Se una curva si sposta al prezzo di equilibrio esistente si
genera un’eccedenza (situazione nella quale la quantità offerta è maggiore della quantità
domandata) o una penuria (situazione nella quale la quantità domandata è maggiore della
quantità offerta).
Il prezzo e la quantità di equilibrio dipendono dalla posizione delle curve di domanda e di
offerta; si adotta un procedimento in tre fasi per analizzare le variazioni dell’equilibrio:
1. stabilire se l’evento provoca uno spostamento della curva di domanda, offerta o di entrambe;
2. individuare la direzione dello spostamento;
3. mettere a confronto il vecchio ed il nuovo equilibrio per stabilire come gli spostamenti influenzano prezzo e quantità di equilibrio, tramite un
grafico di domanda e offerta.

- Effetto di un aumento della domanda


sull’equilibrio: un evento che faccia
aumentare la quantità domandata di un
bene ad ogni dato prezzo, provoca uno
spostamento verso destra della curva di
domanda; aumenta sia il prezzo che la
quantità di equilibrio (esempio un’estate
calda provoca un aumento della
domanda di thè freddo da parte dei
consumatori).
- Effetto di una diminuzione dell’offerta sull’equilibrio: un evento che faccia diminuire la quantità
offerta di un bene a ogni dato prezzo provoca uno spostamento verso sinistra della curva di offerta;
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il prezzo di equilibrio aumenta e la quantità di equilibrio diminuisce (esempio un aumento del prezzo del mangime provoca una contrazione
dell’offerta di latte).
- Effetto di un aumento della domanda e della diminuzione dell’offerta sull’equilibrio: vi sono due casi: possono aumentare sia i prezzi che la
quantità (il prezzo di equilibrio sale da P1 a P2 e la quantità di equilibrio aumenta da Q1 a Q2); oppure possono aumentare i prezzi e diminuire la
quantità (il prezzo di equilibrio aumenta da P1 a P2, ma la quantità di equilibrio diminuisce da Q1 a Q2).

CAPITOLO 4 - L’ELASTICITA’ E LE SUE APPLICAZIONI


Il concetto di elasticità viene utilizzato per misurare l’entità delle variazioni della
domanda e dell’offerta.
L’ELASTICITA’ DELLA DOMANDA AL PREZZO

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L’elasticità della domanda al prezzo misura la variazione della
quantità domandata al variare del prezzo. La domanda di un bene
è elastica (se il valore dell’elasticità e maggiore di 1, poiché la
variazione della quantità domandata è più che proporzionale a
quella del prezzo), o sensibile al prezzo, se la quantità domandata
reagisce notevolmente a variazioni del prezzo; è anelastica (se il
valore dell’elasticità è compreso tra 0 e 1, poiché la variazione
della quantità domandata è meno proporzionale a quella del prezzo),
o insensibile al prezzo, se la reazione è modesta. Quando l’elasticità
ha valore 1 si dice che la domanda ha elasticità unitaria, poiché la
quantità domandata varia nella stessa proporzione del
prezzo. L’elasticità della domanda al prezzo viene determinata
principalmente dall’esperienza ma anche dalla disponibilità di beni
sostituti (i beni che hanno stretti sostituti, come burro e margarina,
tendono ad avere una domanda più elastica perché per i
consumatori è facile sostituirli con altri beni che soddisfano lo stesso
bisogno), dai beni necessari (tendono ad avere una domanda
anelastica) e dai beni di lusso (tendono ad avere una domanda
elastica), dalla definizione di mercato (in un mercato di beni
specifici, ad esempio il gelato, la domanda tende ad essere più elastica; invece in un mercato di beni generali, ad esempio il cibo, la domanda tende ad
essere anelastica), dalla porzione di reddito destinata all’acquisto del bene, dall’orizzonte temporale (la domanda di un bene tende ad essere più elastica
nel lungo periodo, come ad esempio se il prezzo della benzina aumenta, la quantità domanda diminuisce solo marginalmente). L’elasticità della domanda
al prezzo si calcola: variazione percentuale della quantità domandata/variazione percentuale del prezzo.
Per calcolare l’elasticità della domanda al prezzo tra due punti di una curva di domanda possiamo utilizzare il metodo del punto medio (dell’elasticità
arcuale della domanda), secondo il quale l’elasticità è data da: (Q 2-Q1)/[(Q2-Q1)/2]/(P2-P1)/[(P2-P1)/2]. Il numeratore di questa espressione è la
variazione percentuale della quantità domandata calcolata con il metodo del punto medio; il denominatore è la variazione percentuale del prezzo
calcolata con la medesima formula. Per calcolare l’elasticità della domanda al prezzo in un punto
preciso alla curva di domanda utilizziamo il metodo dell’elasticità puntuale della domanda=
(prezzo/quantità domandata)* (variazione della quantità domandata/variazione del prezzo).
L’elasticità ha una stretta relazione con la pendenza della curva di domanda: quanto minore è la
pendenza della curva di domanda in un dato punto, tanto più elevato è il valore dell’elasticità al
prezzo; quanto maggiore è la pendenza, tanto minore è l’elasticità.
Nello studiare i cambiamenti della domanda in un mercato, siamo interessati a conoscere la
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formula. Per calcolare l’elasticità della domanda al prezzo in un punto preciso alla curva di domanda
utilizziamo il metodo dell’elasticità puntuale della domanda= (prezzo/quantità domandata)* (variazione della quantità domandata/variazione del prezzo).
L’elasticità ha una stretta relazione con la pendenza della curva di domanda: quanto minore è la pendenza della curva di domanda in un dato punto, tanto
più elevato è il valore dell’elasticità al prezzo; quanto maggiore è la pendenza, tanto minore è l’elasticità.
Nello studiare i cambiamenti della domanda in un mercato, siamo interessati a conoscere la spesa totale, ovvero l’ammontare complessivo pagato dai
compratori che a sua volta rappresenta il ricavo totale incassato dai venditori; la spesa totale è rappresentata dall’area del rettangolo sotto la curva di
domanda. Se la domanda è anelastica, un aumento del prezzo causa un aumento della spesa totale (il prezzo e la spesa totale variano nella stessa
direzione); se la domanda è elastica, un aumento del prezzo provoca una diminuzione della spesa totale (il prezzo e la spesa totale variano in direzioni
opposte); se la domanda ha elasticità unitaria, qualsiasi variazione del prezzo, lascia inalterata la spesa totale. L’elasticità della curva di domanda dipende
dalla forma (lineari o curvilinee) della curva stessa. La pendenza di una curva di domanda lineare è costante, ma la sua elasticità non lo è. Altri tipi di
elasticità della domanda sono:
- elasticità della domanda al reddito: è una misura della reattività della quantità domandata di un bene a variazioni del reddito dei consumatori=
variazione percentuale della quantità domandata/ variazione percentuale del reddito. I beni normali hanno elasticità della domanda al reddito
positiva, poiché all’aumentare del reddito aumenta la quantità domandata; i beni inferiori hanno elasticità della domanda al reddito negativa,
poiché l’aumento del reddito ne riduce la quantità domandata (esempio viaggi in autobus); i beni necessari (esempio cibo) tendono ad avere una
bassa elasticità al reddito, perché i consumatori, indipendentemente dal reddito, devono acquistare determinate quantità minime di tali beni; i
beni di lusso ( esempio di diamanti) tendono ad avere un’elevata elasticità la reddito, dal momento che il consumatore può rinunciare al bene se il
suo reddito non è tanto elevato.
- Elasticità incrociata della domanda al prezzo: è una misura della reattività della quantità domandata di un bene a variazioni di prezzo di un altro
bene= variazione percentuale della quantità domandata del bene 1/variazione percentuale del prezzo del bene 2. Se i due beni sono sostituti
l’elasticità incrociata ha valore positivo; se i due sono complementari l’elasticità ha valore negativo.

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L’ELASTICITA’ DELL’OFFERTA AL PREZZO

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L’elasticità dell’offerta al prezzo è una misura della reattività della quantità offerta di un bene a
variazione del suo prezzo. Essa è calcolata come: variazione percentuale della quantità
offerta/variazione percentuale del prezzo. L’offerta di un bene si dice elastica se la quantità offerta
varia al variare del prezzo; si dice anelastica se la variazione della quantità non varia di molto alle
variazioni del prezzo. L’elasticità dell’offerta al prezzo dipende dalla flessibilità dei venditori nel
modificare la quantità di beni che producono. L’elasticità quanto più si avvicina allo zero tanto più
l’offerta è anelastica; quanto più tende all’infinito, tanto più l’offerta è elastica.
Le determinanti dell’elasticità sono: l’orizzonte temporale
(l’offerta è più elastica nel lungo periodo, nel breve
periodo la quantità offerta non è molto reattiva alle
variazioni di prezzo), le dimensioni dell’impresa e del
settore (l’offerta di imprese e settori di dimensioni minori
è più elastica di quelle imprese più grandi), la mobilità dei
fattori di produzione (ad esempio un agricoltore che
produce frumento può essere incoraggiato a produrre semi di colza il cui prezzo è maggiore; in questo caso
l’offerta potrebbe essere elastica), la facilità di immagazzinamento e accumulazione delle scorte (nei settori in cui
l’accumulazione delle scorte è agevole e poco costosa l’offerta è più elastica. Per calcolare l’elasticità dell’offerta
al prezzo tra due punti usiamo il metodo del punto medio= (Q2-Q1)/ [(Q2+Q1)/2]/(P2-P1)/[(P2+P1)/2]. Il
numeratore è la variazione percentuale della quantità offerta calcolata con il metodo del punto medio; il
denominatore è la variazione percentuale del prezzo calcolata con la stessa formula.
Per calcolare l’elasticità in un punto preciso della curva di offerta si utilizza il metodo dell’elasticità puntuale dell’offerta= %variazione della quantità
offerta/%variazione del prezzo. Il valore dell’elasticità determina la forma della curva di offerta. All’ aumentare del valore
dell’elasticità, la pendenza della curva diminuisce. Nello studiare i
cambiamenti dell’offerta in un mercato, siamo interessati alle variazioni del ricavo totale, ovvero l’ammontare complessivo incassato dai venditori di un
bene, calcolato come prodotto del prezzo del bene per la quantità venduta. Come varia il ricavo totale lungo la curva di offerta? La risposta dipende
dall’elasticità dell’offerta al prezzo:
- Se l’offerta è anelastica un incremento del prezzo provoca un aumento meno che
proporzionale della quantità offerta, di conseguenza il ricavo totale aumenta in
misura relativamente contenuta;
- Se l’offerta è elastica un incremento del prezzo provoca un aumento più che
proporzionale della quantità offerta, di conseguenza il ricavo totale aumenta in
misura prevalentemente pronunciata (di più).

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CAPITOLO 5 – LA TEORIA DELLE SCELTE DEL CONSUMATORE
In questo capitolo parleremo
del comportamento dei

consumatori che cercano di massimizzare l’utilità dato il vincolo di un reddito


limitato. Tale modello è detto teoria classica del comportamento del
consumatore, o modello economico standard, e si fonda sull’ipotesi che gli esseri
umani si comportino razionalmente nel prendere decisioni di consumo ed inoltre
esamina i trade-off con cui gli individui si confrontano in quanto consumatori.
Questo modello è basato su varie ipotesi: i compratori sono razionali, mirano a
massimizzare la propria utilità (soddisfazione derivante dal consumo di una certa
quantità di prodotto) e perseguono il proprio interesse personale; una quantità maggiore è preferita ad una minore.
Uno dei concetti fondamentali nel comportamento del consumatore è quello di valore, ovvero l’importanza che un
individuo attribuisce al possesso di un bene; valore è la somma di denaro alla quale si deve rinunciare per ottenerlo (costo opportunità). Gli economisti
definiscono questa somma con il termine “surplus del consumatore”.
Gli individui sono vincolati dal proprio reddito, per questo tendono a consumare meno di quanto vorrebbero.
Il limite di consumo che il consumatore può acquistare dato il proprio reddito, è detto vincolo di bilancio.
Questo è rappresentato da una retta che unisce due punti e che mostra le possibili combinazioni di
beni che il consumatore si può permettere di acquistare dato il proprio reddito. La pendenza del vincolo di
bilancio misura il rapporto al quale il consumatore è disposto a sostituire un bene con un altro e indica il costo
opportunità (reciproco della pendenza del vincolo di bilancio) del bene misurato sull’asse delle ascisse. Gli
effetti di un aumento del reddito fanno spostare verso destra la retta del vincolo di bilancio ed il consumatore
può acquistare una maggiore quantità di beni; se il reddito diminuisce la retta del vincolo di bilancio si sposta
verso sinistra ed il consumatore acquista una minora quantità di beni. Tuttavia la pendenza rimane inalterata

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perché cambia il reddito e non il prezzo dei beni. Gli effetti di una variazione del prezzo di un bene fanno spostare la retta del vincolo di bilancio in senso
antiorario. Le scelte del consumatore dipendono
anche dalle sue preferenze: se un consumatore preferisce un bene ad un altro, secondo il modello economico standard, quel bene gli assicura un’utilità
maggiore rispetto all’altro; se due combinazioni di beni soddisfano in modo uguale i suoi gusti, diciamo che il consumatore è indifferente tra le due
combinazioni. Il modello delle preferenze di basa su due assiomi:
- Assioma della comparabilità: dati due beni, A e B, il consumatore può decidere se preferire A a B oppure B ad A o se è indifferente ad entrambi;
- Assioma della transitività: dati tre beni, A B C, se il consumatore preferisce A a B e B a C allora preferirà A a C; se il consumatore è indifferente tra A
e B e tra B e C ne consegue che è indifferente tra A e C.
Possiamo rappresentare le preferenze con le curve di indifferenza. Esse presentano quattro proprietà:
1. Le curve di indifferenza che giacciono a maggiore distanza dall’origine degli assi cartesiani garantiscono un livello di soddisfazione più elevato;
2. Le curve di indifferenza hanno pendenza negativa;
3. Le curve di indifferenza non si intersecano mai, in quanto non è coerente con l’assioma della
transitività;
4. Le curve di indifferenza sono convesse rispetto all’origine degli assi. La pendenza di una curva di
indifferenza è il saggio marginale di sostituzione, quest’ultimo è il rapporto al quale il
consumatore è disposto a scambiare un bene con un altro e dipende dalla quantità di
ciascun bene che il consumatore ha a disposizione; la convessità delle curve di indifferenza
riflette la maggiore disponibilità del consumatore a scambiare ciò di cui dispone già in
abbondanza. Il saggio marginale di sostituzione non è costante lungo una curva di indifferenza
poiché la curva tende ad essere meno convessa.

UTILITA’ TOTALE E UTILITA’ MARGINALE


L’utilità totale è la soddisfazione che
il consumatore ricava dal consumo di un
bene; l’utilità marginale è l’incremento
dell’utilità totale che in consumatore trae
da un’unità addizionale di un bene. L’unità
marginale decrescente è la proprietà per cui
la soddisfazione che si trae dal consumo di
un’unità addizionale di un bene tende al
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diminuire con il numero di unità consumate. Se due beni sono sostituibili la curva di indifferenza tende ad essere
meno convessa; se vi è una scarsa sostituibilità tra i due beni la curva è più convessa.

Due esempi di curve di indifferenza sono:


- Beni sostituti perfetti: il saggio marginale di sostituzione è costante lungo la
retta; la curva ha forma rettilinea.
- Beni complementi perfetti: la cui curva di indifferenza è una spezzata ad angolo
retto.

Per massimizzare l’utilità al vincolo di bilancio, il consumatore sceglie di collocarsi nel


punto del suo vincolo di bilancio che giace sulla curva di indifferenza più elevata. Questo
punto è chiamato ottimo (il saggio marginale di sostituzione è uguale al rapporto tra i
prezzi dei due beni) ed è il punto di equilibrio del consumatore e rappresenta il punto
dove si toccano la curva di indifferenza ed il vincolo di bilancio, le pendenze di queste sono uguali.
Possiamo quindi dire che la curva di indifferenza è tangente
al vincolo di bilancio. La pendenza della curva di indifferenza è il
saggio marginale di sostituzione tra due beni, mentre la
pendenza del vincolo di bilancio è pari al prezzo relativo ai due
beni. Il consumatore sceglie la combinazione di beni in
corrispondenza della quale il saggio marginale di
sostituzione è uguale al prezzo relativo. Il luogo geometrico dei
punti di ottimo è chiamata curva prezzo-consumo che
mostra come variano i beni nel punto di ottimo del
consumatore al variare del prezzo di uno dei due beni.

16
Tutte le curve di domanda hanno pendenza negativa?
Secondo la legge della domanda, le curve di domanda hanno pendenza negativa in quanto all’aumentare del prezzo, la quantità domandata di un bene
diminuisce. Tuttavia le curve di domanda possono avere pendenza positiva (evento occasionale), violando la legge della domanda e acquistare così una
maggiore quantità di un bene al crescere del suo prezzo. Gli economisti usano il termine “bene di Giffen” per definire un bene che viola la legge della
domanda (sono rari nella realtà). Una curva che descrive la relazione fra la domanda di un bene e il livello di
reddito del consumatore è chiamata curva di Engel.
CAPITOLO 6 - LE IMPRESE IN UN MERCATO CONCORRENZIALE
Un mercato è concorrenziale se i compratori e i venditori non possono influenzare i
prezzi. I costi di produzione di un’impresa sono i costi-opportunità, i costi possono
essere impliciti o espliciti: nei costi impliciti non c’è esborso di denaro ma c’è un
consumo diretto dei costi; i costi espliciti richiedono un esborso di denaro da parte
dell’impresa. Questa differenza è importante per la distinzione tra economisti e
contabili: gli economisti sono interessati a studiare i costi-opportunità (costo
implicito); i contabili prendono in considerazione solo i costi espliciti.
La produzione dei costi varia da breve a lungo periodo poiché nel breve periodo i
fattori di produzione non possono essere variati, essi sono fissi; invece, nel lungo
periodo tutti i fattori di produzione possono
essere variati. La funzione di produzione è
la relazione che intercorre tra la quantità di fattori (lavoratori) e la quantità di prodotto,
può essere rappresentata attraverso una funzione matematica e dipende da due
fattori di produzione: Capitale (K) e Lavoro
(L): Q=f(K,L).
Al concetto di funzione di produzione
possiamo applicare il concetto di margine
per comprendere come un’impresa
determini il numero di lavoratori da
assumere e la quantità da produrre. Il
prodotto marginale (qualcosa in più
prodotta) di un fattore di produzione è=
variazione della produzione
17
totale/variazione della quantità del fattore di produzione. Al crescere del numero dei lavoratori alla produzione di un bene, il prodotto marginale
diminuisce. Vi sono diverse misure di costo:
- Costi fissi: non variano al variare della quantità prodotta;
- Costi variabili: variano al variare della quantità prodotta; la differenza tra costi fissi e costi variabili dipende dall’orizzonte temporale di riferimento.
- Costo totale (CT)= costo fisso (CF)+ costo variabile (CV). Questo dipende dalla funzione di produzione. La curva di costo totale descrive
graficamente la relazione che intercorre tra la quantità prodotta e il costo totale di produzione;
- Costo medio fisso: costo fisso (CF)/quantità prodotta (Q); questo diminuisce all’aumentare della produzione perché suddiviso su un numero
sempre maggiore di unità prodotte;
- Costo medio variabile: costo variabile (CV)/quantità prodotta (Q); questo aumenta all’aumentare della produzione a causa del prodotto marginale
decrescente.
- Costo medio totale (quanto costa in media un
bicchiere di limonata?):
costo totale(CT)/quantità
prodotta (Q). La curva del
costo medio totale ha la
forma a U; il punto più
basso della curva a U
corrisponde alla quantità
che minimizza il costo medio totale, tale quantità è definita scala efficiente.
La proprietà per la quale il costo medio totale di lungo periodo resta
invariato al variare della quantità prodotta è detta rendimenti di scala
costanti. Se il costo medio totale di lungo periodo diminuisce al crescere
della quantità prodotta, si realizzano economie di scala e i costi fissi
diventano costi variabili; le economie di scala si hanno perché volumi più
elevati di produzione consentono di sfruttare la specializzazione del lavoro e
di usare più efficacemente la tecnologia permettendo a ciascun lavoratore
di migliorare la propria produttività. Se il costo medio totale di lungo
periodo aumenta all’aumentare della quantità prodotta, si realizzano diseconomie di scala; queste si hanno a causa di problemi di coordinamento
e di comunicazione tipici delle grandi organizzazioni.

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- Costo marginale (quanto costa aumentare di un bicchiere la produzione di limonata?): C’=variazione costo
totale/variazione quantità prodotta. Esso è il massimo a cui si può raggiungere, ha un andamento positivo e
crescente. Il costo marginale aumenta all’aumentare della quantità prodotta. La curva di costo marginale
(con forma a nike) interseca la curva di costo medio totale nel suo punto minimo perché per bassi
livelli di produzione la curva di costo marginale si colloca al di sotto di quella di costo medio totale, quindi
quest’ultima è decrescente; ma dopo l’intersezione delle due curve, la curva di costo marginale si colloca al
di sopra di quella di costo medio totale, quindi quest’ultima è crescente. Se il costo marginale è minore
del costo medio totale, quest’ultimo è decrescente; se il costo marginale è maggiore, il costo medio totale è
crescente.

MERCATO CONCORRENZIALE
Un mercato è concorrenziale se i compratori e i venditori non possono influenzare i prezzi (price taker). Il termine concorrenza significa quando più
imprese si fanno concorrenza nel produrre beni omogenei (prodotti identici o simili) presenti nel mercato. La concorrenza di manifesta anche nel caso di
beni sostituti, per esempio come nel caso del gas e dell’elettricità che pur essendo mercati separati, il consumatore ha la possibilità di sostituire i fornelli a
gas con i fornelli elettrici, quindi esiste un elemento di concorrenza; quanto maggiore è il grado di sostituibilità dei beni, tanto maggiore è la concorrenza.
All’ estremo della scala della concorrenza si trova il mercato perfettamente concorrenziale, le sue caratteristiche sono:
1. Nel mercato sono presenti tanti venditori e compratori;
2. I beni offerti dai venditori sono perfetti sostituti;
3. Le imprese devono accettare il prezzo determinato dal mercato, perciò subiscono il prezzo (price taker);
4. Non ci sono barriere all’entrata e all’uscita del mercato; ogni impresa è libera di avviare e condurre la propria attività;
5. Compratori e venditori sono perfettamente informati.

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In un mercato concorrenziale, l’obiettivo dell’impresa è la massimizzazione del profitto (pigreco) che è pari
alla differenza tra ricavo totale e il costo totale. Vi è una differenza tra economisti e contabili per quanto
riguarda il profitto: il profitto economico è la differenza tra ricavo totale e costo totale (inclusi costi espliciti
e impliciti); il profitto contabile è la differenza tra il ricavo totale e costi espliciti. Il profitto può essere: si ha
profitto normale quando l’ammontare minimo di profitto necessario ad indurre l’imprenditore a continuare
la propria attività d’impresa; si ha extraprofitto quando il profitto è superiore al livello normale. Se si vuole
misurare graficamente il profitto dell’impresa in un mercato concorrenziale vedremo che esso è
rappresentato dall’area del rettangolo compresa tra il livello del prezzo ed il livello del costo medio totale:
l’altezza è (P-CMT) e la basa è Q, il profitto è (P-CMT)XQ.

- Ricavo totale: prezzoXquantità; esso è proporzionale alla quantità ed è costante;


- Ricavo medio: ricavo totale/quantità. Indica quanto incassa in media l’impresa dalla vendita di
un’unità di prodotto. Per tutte le imprese, il ricavo medio è uguale al prezzo del bene;
- Ricavo marginale: variazione del ricavo totale/variazione della quantità venduta. Esso indica
l’aumento del ricavo totale generato da un aumento unitario della quantità venduta. Esso presenta le
seguenti caratteristiche: se è > 0, l’aumento della produzione fa aumentare il
ricavo totale; se è < 0, l’aumento della produzione fa diminuire il ricavo totale,
poiché l’impresa per vendere quantità aggiuntive di prodotto deve diminuire il
prezzo. Se il ricavo marginale > costo marginale, l’impresa deve produrre; se il
ricavo marginale < costo marginale, all’impresa non conviene produrre e si
dovrebbe ridurre la produzione. La massimizzazione del profitto si ottiene
quando il ricavo marginale (R’) = costo marginale (C’).
La curva di costo marginale determina la quantità offerta dall’impresa concorrenziale ad
ogni dato livello di prezzo e corrisponde perciò alla sua curva di offerta. Un’ impresa,
essendo libera di avviare e condurre la propria attività, può decidere se sospendere
temporaneamente la produzione oppure uscire dal mercato. Per sospensione si intende
la decisione di non produrre nel breve periodo, l’impresa perde tutti i ricavi che derivano
dalla vendita del prodotto, ma allo stesso tempo non deve sostenere costi. Un’impresa decide di sospendere la produzione se il costo di mercato è
inferiore al proprio costo medio variabile. Per uscita dal mercato si intende la decisione di non produrre nel lungo periodo, l’imprese perde tutti i ricavi
derivanti dalla vendita del prodotto ma risparmia i costi di produzione, sia fissi sia variabili. L’impresa esce dal mercato se il ricavo totale è minore del costo
totale. Tuttavia l’impresa producendo, riesce almeno a coprire i costi variabili e così facendo, essa riduce le perdite. Se il ricavo totale (RT) > costi totali
variabili (CTV) l’impresa dovrebbe continuare a produrre; se il ricavo totale < costi totali variabili l’impresa dovrebbe cessare l’attività; se il ricavo totale =
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costi totali variabili l’impresa è indifferente. La distinzione tra breve e lungo periodo è data dal fatto che per molte imprese i costi fissi non si possono
modificare nel breve periodo: un’impresa che sospende la produzione non riesce ad eliminare i propri costi fissi, ma può farlo uscendo definitivamente dal
mercato. Il costo fisso è detto costo sommerso (costi già sostenuti che non possono essere recuperati) se vi è sospensione, invece se vi è l’uscita non è un
costo sommerso.
LA CURVA DI OFFERTA IN UN MERCATO CONCORENZIALE
Possiamo distinguere due casi:
- Breve periodo, l’offerta di mercato con numero fisso di imprese: nel breve periodo è
difficile uscire o entrare nel mercato e quindi è possibile determinare il numero di imprese.
Consideriamo un mercato con imprese identiche, quindi ciascuna impresa produce
quantità prodotte con prezzo uguale al costo marginale; il prezzo è superiore al costo medio
variabile e la curva di costo marginale è la sua curva di offerta che è data dalla somma della
quantità offerta da ciascuna impresa.
Lungo periodo, l’offerta
di mercato con libertà di
entrata e uscita: nel
lungo periodo le imprese
si adattano alle condizioni
del mercato. Consideriamo
che tutte le imprese hanno accesso allo stesso mercato dei
fattori di produzione, allora le imprese presenteranno le
stesse curve di costo. Le decisioni di entrata ed uscita dal
mercato dipendono dagli incentivi che si presentano alle
imprese: se le imprese all’interno del mercato sono
redditizie, le nuove imprese hanno degli incentivi in più ad entrarvi; mentre se le
imprese all’interno del mercato subiscono perdite, queste hanno degli incentivi in più
ad uscirvi. Le imprese che rimangono nel mercato devono realizzare profitti economici
nulli, ovvero il prezzo=costo medio totale, con il prezzo=0; se il prezzo > 0, il profitto è
positivo e le imprese entrano nel mercato; se il prezzo < 0, il profitto è negativo e le
imprese escono dal mercato. Di conseguenza l’equilibrio di lungo periodo di un
mercato concorrenziale con libertà di entrata e di uscita si ottiene quando tutte le
imprese operano alla propria scalda d’impresa. La curva di offerta di mercato è una
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retta orizzontale ad un dato livello di prezzo. Questa potrebbe avere pendenza positiva per due motivi: 1. Alcune delle risorse utilizzate nella produzione
potrebbero essere disponibili solo in quantità limitate; 2. Imprese diverse potrebbero avere costi differenti. Dato che le imprese possono entrare o uscire
dal mercato con maggiore facilità nel lungo periodo, la curva di offerta di mercato di lungo periodo è più elastica di quella del breve.
In conclusione, se le imprese sono concorrenziali e massimizzano il profitto il prezzo=costo marginale; esse possono entrare ed uscire liberamente dal
mercato poiché il prezzo=costo medio totale minimo.

CAPITOLO 14 - IL MONOPOLIO
Un’ impresa si trova in concorrenza imperfetta quando è in grado di differenziare
in qualche modo il proprio prodotto e quindi di influenzarne il prezzo.
L’estremo opposto della concorrenza è il monopolio. Questo è una struttura
di mercato caratterizzata dalla presenza di un’unica impresa ed ha una
posizione dominante nel mercato. La quota di mercato è la parte che può essere
condotta ad una singola impresa delle vendite totali in un mercato; quanto
maggiore è la quota di mercato, tanto più grande è il suo potere di mercato. Il
potere di mercato è la situazione nella quale un’impresa è in grado di aumentare
il prezzo del proprio prodotto senza perdere tutte le vendite a vantaggio dei
concorrenti (price maker).

CONCORRENZA PERFETTA CONCORRENZA IMPERFETTA (MONOPOLIO)


L’impresa accetta il prezzo del mercato che è L’impresa determina il prezzo del mercato che è
uguale al costo e al ricavo marginale. maggiore del costo e del ricavo marginale.
L’obiettivo è la massimizzazione del profitto. L’obiettivo è la massimizzazione del profitto.
Nel mercato ci sono tanti venditori ed esistono Nel mercato è presente un unico venditore e non
buoni sostituti. esistono buoni sostituti.
La curva di domanda è una retta orizzontale, La curva di domanda corrisponde alla domanda
poiché l’impresa può vendere qualsiasi quantità a con pendenza negativa; il monopolista deve
quel prezzo; essa è perfettamente elastica perché accettare un prezzo più basso se vuole vendere
presenta beni sostituibili. una maggiore quantità del bene. Il monopolista
deve collocarsi in qualunque punto della curva di
domanda, ma mai al di fuori di essa. Essendo che la
curva di domanda ha pendenza negativa, ciò
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significa che per poter vendere una quantità
superiore del bene, l’impresa deve offrirlo ad un
prezzo più basso.
Vi è libertà di entrata ed uscita dal mercato. Vi sono le barriere all’entrata.

Un’impresa si definisce monopolio se è l’unico venditore di un bene per il quale non esistono buoni sostituti. La causa
fondamentale del monopolio sono le barriere all’entrata: un monopolista è l’unico venditore presente nel mercato
perché altre imprese non possono entrarvi e competere con lui; quanto più le barriere all’entrata sono forti, tanto più
difficile è per un’impresa entrare nel mercato. Le cause che generano le barriere all’entrata sono:
1. Il monopolio delle risorse: un monopolio in cui vi è una sola impresa che detiene una risorsa chiave.
2. Il monopolio di Stato: lo Stato concede a un’unica impresa il diritto esclusivo di produrre un bene.
3. Il monopolio naturale: monopolio che sorge perché una sola impresa è in grado di fornire all’intero mercato
un bene o un servizio a costi più bassi di quelli di due o più imprese.
4. La crescita esterna: un’impresa è in grado di acquisire il controllo delle altre imprese che agiscono nel
medesimo mercato, crescendo in dimensioni.
Quale punto sulla curva di domanda sceglierebbe il monopolista? Ipotizziamo che il monopolista abbia come obiettivo la massimizzazione del profitto; dato
che il profitto del monopolista è uguale alla differenza tra il ricavo totale ed il costo totale, per analizzare il comportamento del monopolio analizziamo i
ricavi:
- Ricavo totale: ottenuto moltiplicando la quantità prodotta per il prezzo.
- Ricavo medio: quanto l’impresa ricava per unità del venduto, calcolato dividendo il ricavo totale per la quantità venduta. È sempre uguale al prezzo
del bene, ciò vale anche per la concorrenza perfetta.
- Ricavo marginale: ricavo generato dalla vendita di una
unità addizionale di prodotto, si calcola dividendo la
variazione del ricavo totale per la variazione della quantità
venduta. Questo è sempre minore del prezzo. Il ricavo
marginale può avere anche un valore negativo, ciò avviene
quando l’effetto prezzo prevale sull’effetto produzione.
L’intersezione della curva di ricavo marginale con quella di
costo marginale determina la quantità che massimizza il
profitto e la curva di domanda rappresenta il prezzo
coerente con quella quantità.
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Quando il monopolista aumenta la quantità venduta, emergono due effetti sul ricavo totale (PXQ):
- Effetto produzione: la quantità venduta aumenta e ciò tende ad accrescere il ricavo totale.
- Effetto prezzo: il prezzo diminuisce e ciò tende a ridurre il ricavo totale.
Un’impresa monopolistica non ha la curva di offerta poiché il concetto di questa curva è presente solo dove le imprese subiscono il prezzo, ad esempio in
un mercato concorrenziale. In che modo il monopolista determina il prezzo che massimizza il profitto? La risposta sta nella curva di domanda, dato che
questa mette in relazione il prezzo che i consumatori sono disposti a pagare con la quantità venduta.
Il profitto (pigreco) del monopolista è dato dall’area di un rettangolo: l’altezza corrisponde alla differenza tra prezzo e costo medio totale, ovvero al
profitto per unità venduta; la base equivale alla quantità venduta. Il profitto è uguale= (P-CMT)XQ.
Il monopolista realizza un profitto proprio grazie alla possibilità di praticare prezzi più elevati. Il beneficio per l’impresa può essere maggiore del costo che
impone ai consumatori, rendendo così il monopolio desiderabile? La risposta sta nel surplus totale come misura del benessere economico. Il surplus è
uguale alla differenza tra il prezzo di un bene che il consumatore è disposto a pagare e il prezzo del bene. Il surplus totale è uguale alla somma del surplus
del consumatore e quello del produttore; esso è individuato dall’intersezione fra la curva di domanda e la curva di costo marginale (riflette il costo del
monopolista). Al monopolio è associata una perdita secca, ovvero una perdita di efficienza che si trova al di
sotto del surplus totale (perdita di surplus totale provocata dalle decisioni di prezzo del monopolista). Al di sotto della quantità efficiente (che si trova sul
punto di intersezione della curva di domanda e di costo marginale, dove P=C’) il valore per i consumatori supera il costo marginale di produzione del bene,
quindi un aumento della quantità prodotta accresce il surplus totale; al di sopra di tale livello il costo marginale supera il valore del bene per il
consumatore, quindi una diminuzione della quantità prodotta accresce il surplus totale. La perdita secca, nel grafico, viene individuata dall’area del
triangolo compreso tra la curva di domanda (che descrive il valore per il consumatore) e la curva di costo marginale (che riflette il costo di produzione).

CAPITOLO 13 - ISOQUANTI E ISOCOSTI


Le imprese possono produrre beni e servizi utilizzando i fattori di produzione in maniera diversa, come
organizzare i fattori in modo da produrre la massima quantità al minimo costo? L’uso di isoquanti e
isocosti ci aiuta a capire questo processo:
- Isoquanti: insieme di tutte le possibili combinazioni di fattori (input) sufficienti a produrre una
data quantità di beni o servizi (output, ad esempio la farina serve per produrre il pane).
Ipotizziamo che i fattori sono solo Lavoro e Capitale; gli isoquanti collegano le combinazioni
di capitale e lavoro che possono essere utilizzate per produrre quantità date di un bene. Essi sono
rappresentati graficamente in forme di curve regolari. Le imprese prendono decisioni sulla
combinazione di fattori da utilizzare nella produzione (ad esempio la possibilità di sostituire
capitale al lavoro licenziando alcuni dipendenti ecc). Tutte queste decisioni influiscono sulla
24
forma e sulla posizione degli isoquanti. La sostituzione di un fattore con un altro comporta un costo e potrebbe essere difficoltosa. Il tasso al quale
un fattore può essere sostituito con in altro senza modificare il livello di produzione è detto saggio marginale di sostituzione tecnica (SMST) che si
calcola facendo il rapporto tra la variazione del capitale e la variazione della quantità del lavoro. Esso assume valore differenti in diversi punti
perché la pendenza di ciascun isoquanto non è costante.

- Isocosto: retta che mostra le diverse combinazioni di fattori (capitale e lavoro) che è possibile acquistare con
una data somma di denaro (un’impresa, nel decidere quanto produrre, deve tenere conto dei costi dei fattori
di produzione). La retta di isocosto corrisponde al vincolo di bilancio (CTkl) è dato dalla somma tra il costo del
capitale (PkK) e il costo del lavoro (PLL). I punti sulla retta di isocosto tra due estremi rappresentano le
combinazioni di capitale e lavoro che si possono acquistare con il budget disponibile. La pendenza della retta
di isocosto è pari al rapporto tra il prezzo del lavoro ed il prezzo del capitale; dato che la retta di isocosto è
rettilinea, la pendenza è costante.

Possiamo mettere insieme isoquanti e rette di isocosto, utili per


massimizzare la quantità prodotta al minimo costo. Qualsiasi punto
d’intersezione tra una retta di isocosto e un isoquanto individua una
possibile combinazione di fattori che l’impresa può utilizzare; tanto
sono maggiori le risorse, tanto sono maggiori livelli di produzione. Qual
è la combinazione migliore di fattori per l’impresa? La combinazione di
fattori di minor costo è individuata dal punto di tangenza tra un isoquanto ed il vincolo di bilancio dato. Il
livello di produzione di minor costo è individuato dal punto di tangenza tra un isoquanto ed una retta di
isocosto: ne consegue che in questo punto il saggio marginale di sostituzione tecnica è pari al rapporto tra i
prezzi dei fattori.

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CAPITOLO 15 LA CONCORRENZA MONOPOLISTICA
Si dice concorrenza monopolistica quella struttura di mercato nella quale sono presenti molti venditori che offrono prodotti simili ma non identici, dove vi
sono alcune caratteristiche della concorrenza perfetta ed alcune del monopolio (la concorrenza monopolistica si trova tra i due casi limite della
concorrenza perfetta e del monopolio). Le caratteristiche di questa struttura di mercato sono:
- Molteplicità dei venditori
- Differenziazione del prodotto: l’impresa differenzia il proprio prodotto rispetto a quello dei concorrenti; invece di subire il prezzo l’impresa in
concorrenza monopolistica si confronta con una curva di domanda con pendenza negativa.
- Libertà di entrata
In concorrenza monopolistica ci sono molti venditori che offrono un prodotto non perfettamente sostituibile con quello degli altri venditori e questa è la
differenza con la concorrenza perfetta.
1. Impresa in concorrenza monopolistica nel breve periodo: essendo che il prodotto di un’impresa è diverso da quello delle altre imprese, la curva di
domanda ha pendenza negativa. Per massimizzare il profitto l’impresa determina la quantità da produrre in modo che il costo marginale sia uguale
al ricavo marginale e si trova nell’intersezione tra la curva di costo marginale e quella di ricavo marginale. Le imprese in concorrenza monopolistica,
come quelle monopoliste, massimizzano il profitto producendo la quantità per la quale il costo marginale è uguale al ricavo marginale. Si possono
verificare due casi: il primo quando l’impresa realizza un profitto poiché il prezzo è maggiore del costo totale; ; nel secondo l’impresa subisce una
perdita poiché il prezzo è minore del costo totale.
2. Impresa in concorrenza monopolistica nel lungo periodo: il profitto stimola l’ingresso di nuovi concorrenti e ciò provoca uno
spostamento verso sinistra della curva di domanda, al diminuire della
domanda dei prodotti delle imprese esistenti, i profitti subiscono una
contrazione; le perdite stimolano alcune imprese ad uscire dal mercato, la
loro uscita sposta verso destra la curva di domanda delle imprese che
rimangono in attività e questo provoca un aumento del profitto o una
diminuzione delle perdite. Il processo di entrata ed uscita continua fino a
quando che le imprese attive ne mercato realizzano un profitto o subiscono
una perdita. A causa di questi cambiamenti (spostamenti della curva di
domanda) l’impresa in concorrenza monopolistica viene condotta verso un
equilibrio di lungo periodo nel quale il prezzo è uguale al costo medio totale e
l’impresa realizza un profitto nullo. Raggiunto l’equilibrio le nuove imprese
non sono incentivate ad entrare nel mercato, mentre le imprese presenti nel
mercato non sono incentivate ad uscirne. Quando la curva di domanda tocca
la curva di costo medio totale in un solo punto si dice che le curve sono
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tangenti; se queste due curve si toccano senza mai intersecarsi si dice che il profitto è nullo. Le caratteristiche che descrivono l’equilibrio di lungo
periodo in un mercato in concorrenza monopolistica sono: 1. Il prezzo è maggiore del costo marginale e del ricavo marginale; 2. Il prezzo è uguale al
costo medio totale, la libertà di entrata ed uscita dal mercato comporta ad avere un profitto nullo. La differenza tra concorrenza monopolistica e
monopolio è la seguente: il monopolista è l’unico venditore nel mercato di un prodotto privo di sostituti e riesce a conservare il proprio profitto
anche nel lungo periodo; le imprese in concorrenza monopolistica possono entrare o uscire dal mercato liberamente. Tuttavia nel lungo periodo il
profitto tende a zero. Le differenze tra concorrenza monopolistica e concorrenza perfetta sono la capacità produttiva in eccesso e il mark-up: 1.
Per quanto riguarda la capacità produttiva in eccesso l’impresa in concorrenza perfetta ha la dimensione efficiente, ovvero produce la quantità che
minimizza il costo medio totale, mentre l’impresa in concorrenza monopolistica produce meno della propria dimensione efficiente e ha quindi
capacità produttiva in eccesso; 2. Per quanto riguarda il mark-up, in concorrenza perfetta il prezzo è uguale al costo marginale (è indifferente avere
un cliente in più), mentre in quella monopolistica il prezzo è maggiore del costo marginale (è preferibile avere un cliente in più per accrescere il
proprio profitto). Anche in concorrenza monopolistica si genera una perdita secca poiché alcuni consumatori attribuiscono al bene un valore
superiore al costo di produzione ma inferiore al prezzo e per questo rinunciano al acquistarlo. Una possibile inefficienza della concorrenza
monopolistica è legata al numero delle imprese che operano nel mercato; quando un’impresa decide di entrare nel mercato prende in
considerazione i potenziali profitti futuri, ma la sua entrata provoca anche due effetti esterni:
- Esternalità della varietà del prodotto: essendo che i consumatori beneficiano di un certo surplus, l’entrata nel mercato genera un’esternalità
positiva. Essa sorge perché la nuova impresa offre un prodotto diverso da quello delle altre.
- Esternalità della sottrazione di quote di mercato: essendo che le altre imprese perdono clienti a, causa dell’entrata di un nuovo concorrente nel
mercato, a questa è associata un’esternalità negativa. Essa si verifica perché il nuovo entrante ha un prezzo maggiore del costo marginale ed è
sempre disposto a vendere unità aggiuntive del prodotto (qualcosa in più). Per incentivare di più le vendite si ricorre alla pubblicità.

CAPITOLO 16 - L’OLIGOPOLIO
L’oligopolio è un tipo di mercato dominato da un numero ridotto di imprese di grandissime dimensioni (concorrenza tra pochi); vi sono pochi venditori che
offrono prodotti molto simili o identici e le imprese tendono a differenziare i propri prodotti per soddisfare le diverse esigenze di molti consumatori. Nei
mercati oligopolistici le imprese sono legate da un rapporto di interdipendenza: ogni impresa influisce su tutte le altre attraverso le proprie azioni e può
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reagire alle decisioni prese dalle altre. L’interdipendenza può creare un conflitto tra cooperazione ed interesse privato. L’obiettivo di ogni oligopolista è la
massimizzazione del proprio profitto. Un accordo tra imprese che operano
nel medesimo mercato volto a determinare le quantità o il prezzo da applicare è detto collusione (il disaccordo tra i membri dell’oligopolio sulla
spartizione delle quote di mercato spesso rende la collusione impraticabile), e il gruppo di imprese che agisce in maniera coordinata viene detto cartello. In
presenza di un cartello è come se il mercato fosse servito da un monopolista; un cartello deve accordarsi non soltanto sulla quantità totale da produrre,
ma anche sulla quantità prodotta da ciascun membro, ciascun membro del cartello desidera per sé una grossa quota di mercato, poiché a una quota di
mercato maggiore corrisponde un profitto maggiore. Quando due soggetti economici, attraverso
l’interazione reciproca, fanno un accordo si trovano in una situazione di equilibrio, chiamato equilibrio di Nash (sia Giacomo che Giuliana producono 40
litri di acqua). Questo accordo produce vantaggio perché permette la realizzazione di un profitto di monopolio. Le imprese in un oligopolio decidono
individualmente la quantità da produrre e finiscono per produrre una quantità superiore a quella di monopolio, ma inferiore a quella prodotta in
concorrenza perfetta. Il prezzo di oligopolio è inferiore a quello di monopolio, ma superiore a quello concorrenziale (è uguale al costo marginale).
In un mercato oligopolio se aumenta il numero di imprese (assomiglia ad un mercato concorenziale) come variano la quantità ed il prezzo di un bene? Si
possono distinguere due casi:
1. Formare un cartello in modo tale che queste si accordino sulle quote di produzione, ma con l’aumento dei partecipanti al mercato la possibilità di
costituire un cartello stabile è sempre più difficile; quindi all’aumentare delle dimensioni del gruppo, diventa difficile raggiungere un accordo e farlo
rispettare.
2. Se non si forma un cartello, gli oligopolistici decidono autonomamente la quantità da produrre. Per stabilire come il numero dei venditori
condiziona il risultato del mercato, consideriamo la decisione che ogni venditore deve affrontare basandosi sull’effetto quantità (il prezzo è
maggiore del costo marginale e ciò permette l’aumento del profitto) e sull’effetto prezzo (all’aumentare della produzione aumenta la quantità
totale venduta, il prezzo ed il profitto diminuiscono). Se l’effetto quantità è maggiore dell’effetto prezzo, aumenta la produzione; se l’effetto prezzo
è maggiore dell’effetto quantità, la produzione non aumenta. Ogni oligopolista continua ad aumentare la produzione finché questi due effetti si
compensano. Quanto maggiore è il numero dei venditori, tanto minore è l’effetto che il singolo provoca sul prezzo di mercato, ovvero quanto
maggiore è il numero delle imprese, tanto minore è l’effetto prezzo.
Nei paesi in cui è presente il mercato dell’oligopolio, si può trarre vantaggio dal libero scambio, il quale accresce il numero dei produttori e la maggiore
concorrenza conduce prezzi ad un livello vicino al costo marginale.
L’indipendenza ha come caratteristica la rigidità dei prezzi nei mercati oligopolistici, ovvero i prezzi non variano nel tempo. Per spiegare ciò ipotizziamo che
i prodotti siano omogenei e che un’impresa, se abbassa il prezzo, viene imitata dai concorrenti. Le imprese si confrontano con due curve di domanda: una
elastica e l’altra anelastica. Sia che decide di aumentare il prezzo, sia che si decide di ridurlo, a seguito della reazione delle imprese si vedrà diminuire
comunque il proprio ricavo totale. Le imprese non hanno un incentivo a modificare il prezzo, e le imprese si confrontano con una curva di domanda ad
angolo (ad esempio se Giacomo vende 1 litro d’acqua a 50 euro e Giuliana a 40 euro la domanda del prodotto di Giacomo ed il suo ricavo diminuiscono).

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Le imprese non devono competere sul prezzo del proprio prodotto, bensì sulla differenziazione del prodotto, ad esempio basandosi sul design, servizio,
qualità ecc…
LA TEORIA DEI GIOCHI Per analizzare gli aspetti
economici della cooperazione, introduciamo un nuovo strumento: la teoria dei giochi, ovvero lo studio del comportamento individuale in situazioni
strategiche (= situazioni nelle quali ciascun individuo deve tener conto delle reazioni degli altri individui alla sua azione). Questa teoria è importante per
comprendere il comportamento delle imprese in regime di oligopolio. Ogni gioco vede protagonista due o più giocatori che si confrontano con tante
strategie e ottengono diversi risultati (payoff: profitto che realizza ciascuna impresa successivamente all’accordo). La tabella che mostra le possibili
combinazioni di risultati a seconda della strategia prescelta da ciascun giocatore è detta matrice dei payoff. Un gioco importante è quello del dilemma del
prigioniero. Molto spesso gli individui decidono di non cooperare tra loro, anche se la cooperazione potrebbe essere vantaggiosa per tutti. Il dilemma del
prigioniero è la storia di due criminali che vengono catturati dalla polizia per avere delle armi pericolose con sé, chiamati Bonnie e Clyde; la polizia pensa
che loro siano colpevoli anche di una rapina in banca ma non si hanno prove sufficienti per condannarli. I due criminali sono interrogati separatamente e
nessuno dei due sa cosa dichiara l’altro poiché non vi è nessun accordo tra i due. Se entrambi
confessano vengono condannati ad 8 anni; se uno confessa e l’altro no, quello che confessa
verrà scagionato ed il falso verrà condannato a 20 anni; se entrambi non confessano la rapina in
banca verranno condannati ad un anno per il porto abusivo di armi. Entrambi hanno due
possibili strategie: confessare o non confessare. Entrambi arrivano alla conclusione che
conviene confessare, poiché è la scelta migliore indipendentemente dalle strategie scelte dagli
altri giocatori e questa è chiamata strategia dominante. Questo dilemma è molto simile alle
tensioni che esistono tra le imprese in concorrenza imperfetta e gli oligopolisti.

CAPITOLO 17 - L'ECONOMIA DEI MERCATI DEL LAVORO


Il reddito guadagnato dagli
individui dipende dall'interazione di domanda ed offerta. La domanda e l'offerta di lavoro
determinano il prezzo pagato ai lavoratori. La situazione nella quale la domanda dipende
dall'offerta in un altro mercato è detta domanda derivata.
DOMANDA DI LAVORO
La domanda di lavoro è connessa alla capacità delle imprese di vendere i beni e i servizi
che il lavoro contribuisce a produrre.

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Come l'impresa decide la quantità di lavoro da utilizzare? Facciamo riferimento a due ipotesi:

- IPOTESI 1 CONDIZIONI CONCORRENZIALI: ipotizziamo che l'impresa sia concorrenziale, ovvero agisce sia da venditore che da compratore; l'impresa
considera sia il prezzo dei beni sia il salario dei lavoratori come determinato dalle condizioni del mercato: l'impresa deve limitarsi a decidere quanti
lavoratori impiegare e quanti beni vendere.
- IPOTESI 2 L'IMPRESA HA L'OBIETTIVO DI MASSIMIZZARE IL PROFITTO: l'impresa non si occupa, come nella prima ipotesi, di decidere il numero dei
lavoratori o la quantità di beni che vende, ma si occupa esclusivamente del profitto (ricavo totale-costo totale). L'offerta di beni e la domanda di lavoro
dell'impresa sono determinate dall'obiettivo di massimizzare il profitto.
La funzione di produzione esprime la relazione tra la quantità di fattori utilizzata e la quantità prodotta;
all'aumentare della quantità utilizzata del fattore di produzione, la funzione di produzione diventa sempre più
piatta, riflettendo l'andamento decrescente del prodotto marginale del lavoro. Il prodotto marginale del
lavoro (P'L) è l'aumento di prodotto generato da un incremento unitario della quantità di lavoro;
all'aumentare del numero di lavoratori impiegati il prodotto marginale del lavoro diminuisce per il principio
del prodotto marginale decrescente.
Il prodotto marginale di un fattore moltiplicato per il prezzo del prodotto è chiamato valore del prodotto
marginale e questo diminuisce all'aumentare del numero dei lavoratori. Alcuni economisti chiamano questa
grandezza ricavo del prodotto marginale dell'impresa: ricavo aggiuntivo che l'impresa ottiene dall'utilizzo di
una un'unità addizionale di un fattore di produzione. Il valore del prodotto marginale dipende dal numero di
lavoratori occupati. La curva ha pendenza negativa perché il prodotto marginale è decrescente. Per
un'impresa concorrenziale che massimizza il profitto, la curva del valore del prodotto marginale del lavoro
corrisponde alla curva di domanda di lavoro dell'impresa.
Se l'impresa in un mercato concorrenziale impiega lavoro in una quantità tale che il valore del prodotto marginale è uguale al salario, non può che
produrre la quantità per la quale il prezzo è uguale al costo marginale di produzione. Il valore del prodotto marginale (PXP'L) è uguale al salario (W); se
dividiamo i membri per P'L otteniamo che il prezzo P=W/P'L.
Gli eventi che possono provocare uno spostamento della curva di domanda sono:
- Il prezzo del prodotto: se esso cambia, cambia il valore del prodotto marginale e la curva di domanda di lavoro si sposta;

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- Il progresso tecnologico: fa aumentare il prodotto marginale del lavoro e la domanda di lavoro; esso spiega la crescita dell'occupazione, nonostante
l'aumento dei salari.

OFFERTA DI LAVORO
Il fondamento dell'offerta di lavoro è il trade-off tra lavoro e tempo libero. La curva di
offerta di lavoro rappresenta il modo in cui le decisioni dei singoli lavoratori relative al
trade-off tra lavoro e tempo libero rispondo a variazioni del costo opportunità. Una
curva di offerta con pendenza positiva indica che all'aumentare del salario i lavoratori
sono disposti a lavorare di più.
Gli eventi che possono provocare uno
spostamento della curva di offerta
sono:
- I cambiamenti delle preferenze:
tramite questi si ha un aumento
dell'offerta di lavoro
- I cambiamenti delle opportunità alternative: l'offerta in qualunque mercato del lavoro dipende dalle
opportunità disponibili in altri mercati del lavoro
- L'immigrazione: i movimenti dei lavoratori da un posto all'altro provocano uno spostamento della curva di
offerta del lavoro; si ha un aumento oppure una diminuzione.

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Per rappresentare la curva di offerta di lavoro possiamo fare riferimento alla figura 17.4: se vi è un aumento del salario, le ore di tempo libero
diminuiscono e le ore offerte di lavoro aumentano e la curva di offerta di lavoro ha una pendenza positiva; vi può anche essere un aumento del salario ed
anche un aumento delle ore di tempo libero (il lavoratore ha un reddito sufficiente e preferisce avere un po' di tempo libero) e così le ore offerte di lavoro
diminuiscono, in questo caso particolare la curva di offerta di lavoro ha una pendenza negativa.

L'EQUILIBRIO DEL MERCATO DEL LAVORO


Come tutti i prezzi, anche quello del salario dipende da domanda ed offerta. La curva di domanda di lavoro
riflette il valore del prodotto marginale del lavoro e quindi in equilibrio il lavoratore viene remunerato in
proporzione al suo contributo alla produzione. Qualsiasi evento che modifichi la domanda o l'offerta di lavoro
deve far variare in misura uguale il salario di equilibrio ed il valore del prodotto marginale del lavoro, perché
queste due variabili devono essere sempre uguali.
LA RENDITA ECONOMICA
La rendita economica è la differenza tra la remunerazione di un fattore di produzione ed il suo guadagno di
trasferimento, esso è il pagamento minimo richiesto per mantenere un fattore di produzione nel suo uso
corrente. Il guadagno di trasferimento rappresenta quindi il costo opportunità di mantenere quel fattore
nell'uso corrente. In un grafico in cui sono tracciate la curva di offerta e la curva di domanda, la rendita
economica rappresenta l'area soprastante la curva di offerta, ed il guadagno di trasferimento rappresenta l'area sottostante la curva di offerta.
In questo capitolo abbiamo analizzato la teoria neoclassica della distribuzione, secondo la quale la remunerazione di ciascun fattore di produzione
dipende dalla domanda e dall'offerta del fattore stesso; la domanda a sua volta dipende dalla produttività marginale del fattore e in equilibrio ogni fattore
viene remunerato in misura pari al valore del proprio prodotto marginale. La teoria neoclassica può essere utilizzata per spiegare perché alcuni lavoratori
sono pagati più di altri.

CAPITOLO 18 - DISUGUAGLIANZA DEL REDDITO E POVERTA’


Il reddito di un individuo dipende dall’offerta della domanda del suo lavoro. L’intervento dello Stato può migliorare i risultati del mercato, tale possibilità è
importante quando si prende in considerazione la distribuzione del reddito. Lo Stato distribuisce in maniera equa il reddito ma ciò si scontra con uno dei
principi fondamentali dell’economia, ovvero che gli individui scelgono tra alternative. I dati sulla distribuzione del
reddito e sul tasso di povertà portano ad una disuguaglianza della società in cui viviamo e del tenore di vita (un giovane ha un reddito più basso rispetto
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ad un padre di famiglia); lo schema costante dell’andamento del reddito nel corso della vita di un individuo è detto ciclo di vita, che si caratterizza per le
variazioni del reddito annuo. Il reddito non è soltanto soggetto alle variazioni cicliche ma anche ad eventi casuali; infatti gli individui possono risparmiare o
indebitarsi. Con il termine reddito permanente si considera il reddito normale o medio di un individuo. La disuguaglianza del reddito comporta un tasso di
povertà (percentuale di popolazione che dispone di un reddito familiare inferiore a un determinato valore detto soglia di povertà) più o meno alto. Si ha
povertà assoluta quando l’individuo non ha accesso al necessario per sopravvivere (alimenti, vestiti e riparo); si ha povertà relativa quando un individuo
non ha accesso ad un tenore di vita considerato socialmente normale o accettabile.
CAPITOLO 19 - INTERDIPENDENZA E BENEFICI DELLO SCAMBIO
Ogni giorno la nostra vita dipende da persone sparse nel mondo che producono beni e servizi di
cui usufruire perché ne ricavano qualcosa in cambio. Questa interdipendenza è resa possibile solo
grazie agli scambi. Un grafico che mostra le possibili combinazioni di beni capitali e di beni di
consumo che il sistema può produrre, date le risorse disponibili e lo stato della tecnologia, è detto
frontiera della possibilità di produzione (FPP), la sua forma nel grafico è una curva concava
rispetto all’origine degli assi. Una combinazione di produzione è detta efficiente (rappresentata
dai punti che si trovano sulla curva della frontiera) se il sistema sfrutta completamente le risorse
disponibili; una combinazione si dice inefficiente (si trova al di sotto della curva della frontiera) se
il sistema produce meno di quanto le risorse permetterebbero. I punti al di sopra della curva della
frontiera non sono raggiungibili date le risorse disponibili. La frontiera della possibilità di
produzione descrive una scelta tra opzioni alternative che la società deve affrontare. La frontiera
mostra il costo opportunità di un bene misurato in termini di un altro bene; il costo opportunità
può essere espresso in termini di beni capitali oppure di beni di consumo: uno è il reciproco
dell’altro. Il costo opportunità è dato dal rapporto tra la quantità sacrificata del bene x e la
quantità ottenuta del bene y. All’aumentare del costo di un bene aumenta anche il costo
opportunità.

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UNO SPOSTAMENTO DELLA FRONTIERA
La frontiera mostra il trade-off tra la produzione di beni diversi in un determinato momento, ma il
trade-off può variare nel tempo. I rapporti tra i costi opportunità della produzione possono quindi
cambiare nel tempo, influenzando la forma e la posizione della frontiera. Vi sono tre tipi di
spostamento della frontiera dovuti a cambiamenti della produttività dei fattori usati per produrre
beni capitali di consumo:
a. La frontiera si sposta verso destra: è possibile produrre una maggiore quantità di entrambi
i tipi di beni. Rimane invariato il costo opportunità, poiché la frontiera si è spostata verso
destra parallelamente alla curva di origine.
b. Uno spostamento della frontiera fa sì che l’aumento della produttività sia maggiore nella
produzione di beni capitale piuttosto che in quella di beni di consumo. Il costo opportunità
in tutti i punti della nuova curva della frontiera è diverso da quello della frontiera
originaria.
c. Uno spostamento della frontiera fa sì che l’aumento della produttività sia maggiore nella
produzione di beni di consumo piuttosto che in quella di beni capitale.
d. Uno spostamento della frontiera fa sì che si ha un aumento della produttività nel settore
dei beni capitali ed una diminuzione in quella dei beni di consumo.
IL COMMERCIO INTERNZIONALE
Uno dei dieci principi dell’economia afferma che lo scambio può essere vantaggioso per tutti.
Supponiamo che nel mercato vi siano solo due beni, carne (Silvia) e patate (Giovanni). Silvia è più brava a produrre carne e Giovanni è più bravo nella
produzione di patate, ma entrambi possono produrre sia patate che carne. I costi-opportunità sono diversi per ciascuno di loro, infatti Silvia si confronta
con un costo-opportunità elevato nel destinare risorse alla coltivazione di patate, e lo stesso vale per Giovanni, se decide di allocare risorse alla produzione
di carne.
Come detto prima, lo scambio permette di specializzare un individuo in ciò che sa fare meglio, a riguardo introduciamo il concetto di vantaggio assoluto,
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ovvero la capacità di produrre un bene usando una minore quantità di fattori di produzione rispetto ad un altro produttore. Oltre al vantaggio assoluto, vi
è il vantaggio comparato che definisce la relazione tra costi-opportunità tra due produttori, ovvero la capacità di produrre un bene ad un costo-
opportunità inferiore rispetto ad un altro produttore. Gli scambi apportano benefici che scaturiscono dalle differenze di costo-opportunità e dal vantaggio
comparato. Anche le popolazioni di nazione diverse possono trarre beneficio
dallo scambio; definiamo importazioni quei beni prodotti all’estero e venduti all’interno di un Paese, generando un deflusso di capitali da un paese;
definiamo esportazioni i beni prodotti all’interno di un paese e venduti all’estero, generando un afflusso di capitali del paese.
LE DETERMINANTI DELLO SCAMBIO Se vi è un solo
bene nel mercato di un paese, si nota che soltanto i compratori ed i venditori di quel paese ne traggono beneficio poiché non vi sono scambi con il resto
del mondo. Il prezzo del bene garantisce l’eguaglianza tra la quantità domandata dei consumatori interni e la quantità offerta dai produttori interni. Il
grafico 19.7 mostra il surplus del consumatore e quello del produttore nella situazione di equilibrio di mercato chiuso. Supponiamo che nel paese in
assenza di scambi, questi vengano liberalizzati: il paese sarà esportatore o importatore del bene? Per rispondere a questa domanda, gli economisti
mettono a confronto il prezzo corrente del bene nel mercato del paese con il prezzo di altri mercati (ovvero il prezzo mondiale). Se il prezzo mondiale è
maggiore del prezzo interno, una volta aperte le frontiere, il Paese diventerebbe esportatore del bene, incassando di più; se il prezzo mondiale è minore
del prezzo interno, una volta aperte le frontiere, il Paese diventerebbe importatore del bene: i venditori esteri potrebbero offrire prezzi migliori. Attraverso
il confronto tra prezzo interno e quello mondiale si può stabilire se il paese gode di un vantaggio comparato nella produzione del bene.
Il commercio internazionale può portare sia guadagni che perdite:
- Guadagni e perdite di un paese esportatore: un paese, dopo essere diventato esportatore, vede il suo prezzo interno uguale al prezzo mondiale,
poiché il prezzo interno aumenta fino ad eguagliare quello mondiale; la quantità offerta dai produttori interni differisce dalla quantità domandata
dai consumatori interni: la curva di offerta mostra la quantità offerta dai venditori del paese, mentre la curva di domanda mostra la quantità
domandata dai compratori del paese. Nel caso in cui siamo in presenza di un paese piccolo, le esportazioni sono uguali alla differenza tra quantità
offerta e quantità domandata internamente (ovvero la parte che avanza va sul mercato sotto forma di esportazioni). In un paese esportatore,
l’aumento del prezzo interno si avvicina al prezzo mondiale, avvantaggiando così i venditori (il surplus del venditore aumenta da C a B+C+D) e porta
un danno ai compratori, poiché vedono aumentato il prezzo del bene (il surplus del consumatore diminuisce da A+B ad A); il surplus totale è
rappresentato dall’area A+B+C+D. Tuttavia il beneficio per i venditori è maggiore della perdita dei compratori. In conclusione, chi trarrebbe
vantaggio dalla liberalizzazione del mercato e chi ne verrebbe danneggiato? I produttori interni ne traggono un beneficio, mentre i consumatori
interni subiscono un danno; il commercio internazionale accresce il benessere totale della Nazione, dal momento che i guadagni dei venditori sono
maggiori delle perdite dei compratori.
- Guadagni e perdite di un paese importatore: un paese, dopo essere diventato importatore, vede il suo prezzo interno uguale al prezzo mondiale,
poiché il prezzo interno diminuisce fino ad uguagliare quello mondiale (perché il prezzo mondiale è più basso); l’offerta interna è inferiore alla
domanda interna, questa differenza viene colmata dai produttori esteri: la curva di offerta mostra la produzione interna del bene, la curva di
domanda mostra la quantità consumata internamente. La differenza tra quantità domandata e quantità offerta internamente dà origine alle
importazioni. La diminuzione del prezzo interno danneggia i venditori (il surplus del produttore diminuisce da B+C a C) e porta un beneficio ai

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compratori (il surplus del consumatore aumenta da A ad A+B+D); il surplus totale equivale all’area A+B+C+D. In conclusione, chi ne trae beneficio e
chi perdita? I consumatori interni traggono un beneficio mentre i produttori interni subiscono un danno; il commercio internazionale accresce il
benessere totale del paese dal momento che i guadagni dei compratori sono maggiori delle perdite dei venditori. Sono molti i paesi che sono
costretti a rinunciare ai benefici del libero scambio perché sennò verrebbero danneggiati a causa di paesi politicamente più potenti e meglio
organizzati nel trarre maggiore vantaggio.
Per limitare il commercio internazionale vi sono tre metodi:
1. Gli effetti di un dazio: un dazio è un’imposta sui beni importati. L’introduzione di un dazio riduce la quantità delle importazioni e sposta il mercato
in un punto più prossimo all’equilibrio di un mercato chiuso. Per misurare guadagni e perdite bisogna vedere cosa accade al surplus del
consumatore e del produttore. Il surplus del consumatore corrisponde alle aree A+B+C+D+E+F, ovvero all’area compresa tra la curva di domanda
ed il livello del prezzo mondiale; il surplus del produttore è pari all’area G, ovvero all’area compresa tra la curva di offerta ed il livello del prezzo
mondiale. Il surplus totale in assenza di dazio (rappresentato dall’area A+B+C+D+E+F+G) diminuisce rispetto a al surplus totale in presenza di dazio
(A+B+C+E+G): la variazione (area D+F) rappresenta la diminuzione del benessere totale e la perdita secca generata dal dazio. Il dazio provoca due
effetti: 1. Fa aumentare il prezzo applicato dai produttori interni rispetto al prezzo mondiale e di conseguenza stimola a espandere la produzione; 2.
Fa aumentare il prezzo pagato dai compratori interni inducendoli a ridurre così i consumi.
2. Gli effetti di un contingentamento: un contingentamento è un limite posto alla quantità di un bene che può essere importata in un dato paese.
L’introduzione di un contingentamento, così come quello di un dazio, riduce la quantità delle importazioni e sposta il mercato in un punto vicino
all’equilibrio di un mercato chiuso. Prima dell’introduzione del contingentamento, il prezzo interno e quello mondiale sono identici. Il surplus del
consumatore corrisponde alle aree A+B+C+D+E’+E’’, il surplus del produttore è pari all’area G, ovvero all’area compresa tra la curva di offerta e il
livello di prezzo mondiale. Il surplus totale è pari all’area A+B+C+D+E’+E’’+F+G. Con l’introduzione del contingentamento si ha l’introduzione del
prezzo interno rispetto a quello mondiale e il surplus totale diminuisce ed è pari all’area A+B+C+E’+E’’+G. Sia il dazio che il contingentamento fanno
aumentare il prezzo interno del bene, riducono il benessere dei consumatori interni, accrescono il benessere dei produttori interni e provocano una
perdita secca. In conclusione, la nostra politica commerciale dovrebbe prevedere dazi o contingentamenti? Un dazio, come qualunque imposta
provoca una perdita secca, ovvero le entrate dello Stato non compenserebbero le perdite dei compratori e dei venditori. Un contingentamento
produrrebbe una perdita secca simile; sotto il profilo dell’efficienza economica, la migliore strategia sarebbe aprire le frontiere senza imporre dazi.
3. Le barriere non tariffarie: all’ interno del proprio mercato i produttori impongono delle regole restrittive sulla produzione di beni (ad esempio
regole di sicurezza, sanitarie); per i produttori esteri può essere difficile rispettare tali restrizioni. Inoltre alle imprese potrebbe essere richiesto di
fornire dettagli precisi riguardo la provenienza dei beni.

MACROECONOMIA
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CAPITOLO 20 - MISURARE IL REDDITO DI UNA NAZIONE
Gli obiettivi della macroeconomia sono: crescita economica (incremento della produzione di beni e servizi che si verifica nel corso di lunghi periodi di
tempo), piena occupazione, stabilità dei prezzi. I principali dati economici misurano il reddito totale dell'economia (PIL), la crescita del livello dei prezzi
(inflazione), la disoccupazione, la spesa per i consumi: tutti questi sono dati macroeconomici che si riferiscono al sistema economico nel suo complesso.
L'obiettivo della macroeconomia è dare una spiegazione dei cambiamenti economici che condizionano famiglie, imprese e mercati, tenta di spiegare
perché il reddito medio pro capite è elevato in alcuni paesi e modesto in altri, perché i prezzi in alcuni periodi crescono rapidamente mentre in altri sono
stabili.
Il PIL è la misura del reddito totale di una Nazione, l'indicatore più affidabile del benessere economico ed il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali
prodotti in un paese in un dato periodo di tempo. Esso misura due cose: il reddito totale dei componenti della società e la spesa totale; per un sistema
economico, il reddito deve essere uguale alla spesa perché ogni euro speso da un compratore è un euro incassato da un venditore. Quest'uguaglianza è
dimostrata dal diagramma di flusso circolare che descrive le transazioni tra individui e imprese in un sistema economico semplificato. Possiamo calcolare il
PIL di un sistema economico sommando tra loro la spesa per consumi, la spesa pubblica, l'investimento e la differenza tra la somma pagata per le
importazioni e quella ricevuta dalle esportazioni. Il PIL (Y) può essere scomposto in quattro componenti: consumo (C), investimento (I), spesa pubblica (G),
esportazioni nette (NX). Y=C+I+G+NX (al posto dell'uguale ci sono tre linee) quest'espressione algebrica è un'identità.
Il consumo è la spesa degli individui per l'acquisto di beni e servizi ed è inclusa anche la spesa degli individui per l'istruzione.
L'investimento è la spesa per l'acquisto di beni che saranno utilizzati in futuro per produrre altri beni e servizi.
La spesa pubblica è la spesa delle amministrazioni centrali e locali per l'acquisto di beni e servizi.
Le esportazioni nette sono pari alla differenza tra il valore delle esportazioni e quelle delle importazioni.
Abbiamo detto che il PIL misura la spesa totale, se da un anno all'altro la spesa aumenta le ragioni possono essere due:
1. è aumentata la produzione
2. sono aumentati i prezzi
Gli economisti per misurare la quantità totale di beni e servizi prodotti dall'economia usano un indicatore chiamato PIL reale che mostra come varia nel
tempo la produzione totale di beni e servizi del sistema economico. Il PIL calcolato con questo metodo è chiamato PIL a prezzi costanti. Se il PIL reale
aumenta più velocemente della popolazione, allora il PIL pro capite aumenta, cioè aumenta il benessere medio o tenore di vita. Il PIL nominale misura la
produzione di beni e servizi valutata a prezzi correnti cioè senza prendere in considerazione la variazione dei prezzi nel tempo.
Il deflatore del PIL è un indicatore del livello dei prezzi, calcolato come rapporto percentuale tra PIL nominale e PIL reale. Se la produzione del sistema
economico aumenta nel tempo ed il livello dei prezzi rimane inalterato, il PIL reale ed il PIL nominale aumentano e quindi il deflatore del PIL è costante. Se,

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invece, la produzione rimane costante ed i prezzi aumentano, il PIL nominale aumenta, mentre il PIL reale resta invariato, quindi il deflatore del PIL
aumenta nella stessa misura in cui aumenta il PIL nominale.
Il PIL pro capite indica il reddito medio di ciascun individuo in un'economia, sembra essere un indicatore naturale del benessere economico individuale.
CAPITOLO 21 - MISURARE IL COSTO DELLA VITA
Per misurare il costo della vita si utilizza l’indice dei prezzi al consumo (IPC): se questo aumenta, la famiglia media deve spendere una maggiore somma
per acquistare la stessa quantità di beni e servizi. Gli economisti usano il termine inflazione per descrivere l’aumento dei prezzi; con il termine tasso
d’inflazione si intende la variazione percentuale del livello dei prezzi rispetto al periodo precedente. Per calcolare l’indice dei prezzi al consumo, l’ONS e
l’Eurostat eseguono cinque fasi:
1. Determinazione del paniere: bisogna stabilire i prezzi importanti per il consumatore, attribuendone un peso maggiore nella determinazione del
costo della vita.
2. Rilevazione del prezzo: richiede di rilevare il prezzo di vendita di ogni bene e servizio nei diversi momenti in cui viene venduto.
3. Calcolo del costo del paniere: questa fase si occupa di analizzare i dati rilevati per calcolare il prezzo del paniere.
4. Individuazione dell’anno base e calcolo dell’indice: si deve individuare un anno da utilizzare come base di calcolo. Per calcolare l’indice, il prezzo
del paniere rilevato in ogni anno viene diviso per il prezzo rilevato nell’anno base e moltiplicato per 100. Il risultato è l’indice dei prezzi al consumo.
5. Calcolo del tasso di inflazione: il tasso di inflazione tra due anni consecutivi è calcolato con la seguente formula: (IPC nell’anno 2 – IPC
nell’anno 1)/ IPC nell’anno 1 tutto moltiplicato per 100.
L’ONS calcola anche l’indice dei prezzi alla produzione che misura i prezzi di un paniere di beni e servizi acquistati dalle imprese invece che dai
consumatori. Alzando i prezzi dei beni e servizi finali, le variazioni degli indici dei prezzi alla produzione sono utili per prevedere le variazioni future
dell’indice dei prezzi al consumo.

I problemi nella misurazione del costo della vita sono:


1. La distorsione da sostituzione: il consumatore tende a sostituire beni più costosi con quelli ritenuti più convenienti. L’indice del costo della vita
viene calcolato ipotizzando che il paniere sia costante e perciò non tiene conto dei cambiamenti delle abitudini di acquisto. Di conseguenza l’indice
porta all’aumento del costo di vita da un anno all’altro.
2. Introduzione di nuovi beni: sul mercato vengono introdotti più beni e quindi il consumatore ha una gamma di scelta più ampia e questo accresce il
valore di ogni unità monetaria.

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3. Impossibilità di misurare le variazioni qualitative: se la qualità di una categoria di beni si consuma da un anno all’altro, il valore della moneta
diminuisce anche se i prezzi rimangono inalterati. Invece se la quantità di un bene aumenta, il valore della moneta aumenta. L’ONS rileva anche le
variazioni della qualità dei beni: se questa aumenta l’ONS aggiusta il prezzo del bene in funzione della differenza qualitativa.
4. La rilevanza dell’IPC: gli individui non tengono conto dell’IPC come misura dell’inflazione.
Sino al 2004 si faceva riferimento all’ RPI come misura dell’inflazione, successivamente si fece riferimento all’IPC. L’RPI differisce dall’IPC per i beni e servizi
inclusi nel paniere per la copertura delle famiglie. L’IPC esclude alcuni articoli che sono inclusi dell’RPI come ad esempio le imposte locali sugli immobili;
queste voci sono escluse perché le imposte possono variare per ragioni politiche. Inoltre l’IPC copre tutti i nuclei familiari privati, mentre l’RPI esclude il 4%
delle famiglie con il reddito più elevato. L’IPC tiene in considerazione anche chi vive in istituzioni residenziali come gli studenti e gli stranieri che visitano il
Regno Unito. I due indicatori differiscono anche per dettagli relativi alle misurazioni dei prezzi. L’IPC è stato introdotto (nel Regno Unito) perché vi fu la
necessità di uniformare il proprio indice del livello dei prezzi a quelli calcolati in altri paesi membri dell’Unione Europea.
IL DEFLATORE DEL PIL Il deflatore
del PIL è il rapporto tra il PIL nominale (produzione corrente valutata a prezzi correnti) ed il PIL reale (produzione corrente valutata a prezzi costanti). Il
deflatore del PIL descrive il livello corrente dei prezzi rispetto a quello rilevato nell’anno base. Per valutare il tasso di crescita dei prezzi gli economisti
prendono in considerazione sia il deflatore del PIL sia l’indice dei prezzi al consumo (IPC). Entrambe le statistiche hanno valori uguali ma si possono
differenziare per due caratteristiche:
1. Il deflatore del PIL riflette i prezzi di tutti i beni e i servizi prodotti internamente, mentre l’indice dei prezzi al consumo riflette i prezzi di tutti i beni e
i servizi acquistati dai consumatori;
2. L’indice dei prezzi al consumo si fonda su un paniere costante di beni e servizi, mentre il deflatore del PIL mette a confronto il prezzo dei beni e
servizi di produzione corrente con quello che gli stessi beni avrebbero avuto nell’anno base, così il paniere su cui si fonda cambia automaticamente
nel tempo.
Il livello generale dei prezzi nell’economia viene misurato per permettere il confronto tra dati monetari rilevati in tempi diversi. Per trasformare i valori
monetari di un dato anno in valori monetari attuali si utilizza la seguente formula: valore monetario nell’anno T x (livello dei prezzi corrente/livello dei
prezzi dell’anno T). Gli indici dei prezzi vengono utilizzati per depurare i valori
monetari degli effetti dell’inflazione. Un valore monetario si chiama indicizzato quando questo viene automaticamente (per legge o per contratto) corretto
per tenere conto degli effetti dell’inflazione sul valore della moneta.
Il concetto di tasse di interesse implica il confronto di somme di denaro in diversi momenti del tempo. Il tasso di interesse può essere nominale, ovvero il
tasso di interesse corrisposto dalla banca ed è il tasso di interesse come viene abitualmente riferito cioè senza alcuna correzione per effetto dell’inflazione
e inoltre stabilisce di quanto aumenta nel tempo l’aumentare di denaro depositato in banca; oppure reale, ovvero il tasso di interesse corretto per gli
effetti dell’inflazione e questo è dato dalla differenza tra il tassodi interesse nominale ed il tasso di inflazione ed inoltre stabilisce di quanto aumenta nel
tempo il potere d’acquisto di una somma depositata.

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CAPITOLO 22 - PRODUZIONE E CRESCITA
La crescita economica varia in maniera considerevole da paese a paese. Il PIL di un'economia misura sia il totale dei redditi guadagnati, sia la spesa per
l'acquisto dei beni e servizi. Il livello del PIL reale è un buon indicatore della prosperità economica e la crescita del PIL reale è un buon indicatore dei
progressi dell'economia. La crescita economica nel mondo si può misurare attraverso l'osservazione delle variazioni del PIL da un anno all'altro. Il tasso di
crescita economica di un paese varia nel tempo. Per calcolare crescita tendenziale dobbiamo considerare il PIL di un determinato periodo, sottrarvi il PIL
del periodo iniziale, dividere il risultato per il valore del PIL nel periodo iniziale ed esprimere la cifra risultante in termini percentuali. La crescita
tendenziale e la crescita attuale sono fattori importanti nei cicli economici. Vi sono varie teorie che spiegano la crescita economica. Ad esempio alcuni
economisti affermano che la crescita economica sia influenzata da: regime degli scambi commerciali, la natura delle pratiche di governo, la misura in cui
sono presenti violenza guerra e conflitto, fattori geografici come il clima, competitività nei mercati internazionali ecc. Altri economisti affermano anche che
uno dei motori fondamentali della crescita economica sia l'investimento nel capitale umano di una Nazione (e non lo scambio); infatti favorisce un
miglioramento della tecnologia, che a sua volta contribuisce a promuovere l'efficienza e ad accrescere la produttività.
Per spiegare le differenze del tenore di vita in diversi paesi del mondo, lo si può fare con una sola parola: PRODUTTIVITA'. Con questo termine si indica la
quantità di beni e servizi che un lavoratore può produrre nell'unità di tempo. Le determinanti della crescita economica sono Capitale e Lavoro. Ipotizziamo
che nella produzione vengano impiegati solo questi fattori (K,L), di conseguenza a livello macroeconomico il PIL di un paese (Y) è una funzione dello stock
di Capitale (K) e dell'offerta di capitale umano (L). Il rapporto tra Capitale e Lavoro è connesso alla produttività del lavoro. Le determinanti della
produttività sono:
- Capitale fisico: il possedimento di utensili e strutture da utilizzare per la produzione di beni e servizi.
- Capitale umano: l'insieme delle conoscenze e capacità cumulate dai lavoratori attraverso l'istruzione, la formazione e l'esperienza acquistata
direttamente sul lavoro. Secondo gli economisti un fattore importante per la crescita economica è il miglioramento della salute della popolazione, grazie
ad un'alimentazione più corretta, con ciò è migliorata anche la produttività dei lavoratori.
- Risorse naturali: fattori di produzione forniti dalla natura (terra, fiumi, giacimenti minerari). Queste possono assumere due forme: rinnovabili (ad
esempio una foresta) e non rinnovabili (ad esempio il petrolio perchè è il risultato di un processo naturale di trasformazione che dura milioni di anni ed
una volta sfruttata questa risorsa non la si può sfruttare nuovamente).
- Le conoscenze tecnologiche: la conoscenza dei modi più efficaci di produrre beni e servizi.
L'IMPORTANZA DEL RISPARMIO E DELL'INVESTIMENTO

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Un modo per incrementare la produttività futura è investire una quota maggiore delle risorse attuali nella produzione di capitale. Uno dei dieci principi
dell'economia afferma che gli individui devono scegliere tra alternative: un principio fondamentale nel caso dell'accumulazione di capitale. Per investire di
più in capitale, la società deve consumare meno e risparmiare di più (il saggio di risparmio deve aumentare).
Per stimolare la crescita economica e accrescere il tenore di vita della società nel lungo periodo, lo Stato si basa sugli incentivi del risparmio e
dell'investimento. Il risparmio è dato dalla differenza tra il reddito ed il consumo; ho dei risparmi anche se il reddito è uguale a 0.
L'effetto che spiega come i paesi, che partono da una posizione di svantaggio, riescono a posizionarsi in un gradino più alto sfruttando una frontiera di
produzione, è chiamato effetto catch-up.
Il grafico della funzione di produzione indica il modo in cui la quantità di capitale per occupato
influenza la quantità prodotta per occupato. La pendenza della curva risulta decrescente
all'aumentare del capitale per occupato, a causa dei rendimenti decrescenti del capitale.
Quando lo stock di capitale è basso, un'unità addizionale di capitale genera un aumento
significativo della produzione; quando lo stock di capitale è elevato, un'unità addizionale di
capitale genera un aumento modesto della produzione. Con il risparmio si possono
aumentare gli investimenti e quindi la crescita economica. Gli strumenti utili per favorire
l'accumulazione di capitale sono: l'investimento dei cittadini e l'investimento estero. Un
investimento posseduto e gestito da un soggetto di un altro paese è detto investimento
estero diretto; un investimento finanziato con denaro di origine estera ma gestito dai residenti
viene detto investimento estero di portafoglio.
Per il successo economico di una Nazione è importante l'istruzione. Una persona istruita può
produrre nuove idee a miglioramento dei modi di produzione di beni e servizi. In alcuni paesi
ricchi i bambini possono permettersi lo studio a differenza dei bambini dei paesi poveri che sono
costretti a lavorare per aiutare la famiglia oppure i lavoratori più istruiti devono emigrare verso
paesi più ricchi dove possono godere di una migliore qualità della vita, questo fenomeno è
chiamato "fuga di cervelli" ed impoverisce la Nazione.
CAPITOLO 23 - LA DISOCCUPAZIONE
I disoccupati sono gli individui che vorrebbero lavorare ma non riescono a trovare lavoro e non contribuiscono alla produzione di beni e servizi del sistema
economico. Gli economisti si occupano del tasso di disoccupazione (numero di disoccupati/forza lavoro per cento) ovvero del numero di disoccupati
espresso in percentuale della forza lavoro (somma di occupati e disoccupati).
COME SI MISURA LA DISOCCUPAZIONE?

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La disoccupazione si misura in due modi:
1. Il conteggio dei richiedenti sussidio: questo metodo consiste nel contare il numero di persone che richiedono alla pubblica amministrazione di accedere
alle indennità (privilegi) di disoccupazione.
2. Le indagini sulla forza lavoro: sondaggio condotto attraverso interviste ad un campione di persone.
Un individuo che non è né occupato e né disoccupato, come ad esempio uno studente o un pensionato o una casalinga, non appartiene alla forza lavoro ed
è economicamente inattivo.
Il tasso di partecipazione alla forza lavoro è la percentuale della popolazione adulta che appartiene alla forza lavoro (forza lavoro/popolazione adulta per
cento).

IL COSTO DELLA DISOCCUPAZIONE


La disoccupazione impone dei costi che gravano sugli individui, sul governo e la società nel suo complesso. Uno dei costi associati alla disoccupazione è la
perdita di reddito, infatti l'individuo si trova a ridurre le spese (abbigliamento, arredamento). Un individuo è considerato povero se guadagna meno del
60% del reddito mediano del paese. La disoccupazione può comportare gravi problemi psicologici (stress, autostima, salute) per l'individuo.
IL COSTO OPPORTUNITA' DELLA DISOCCUPAZIONE
Il costo opportunità della disoccupazione è il valore dei beni e servizi che avrebbe potuto produrre.
CAPITOLO 24 RISPARMIO E INVESTIMENTO
Le istituzioni che compongono il sistema hanno la funzione di coordinare il risparmio e l'investimento del sistema economico. Risparmio e investimento
sono tra le principali determinanti della crescita di lungo periodo del PIL e del tenore di vita. Produzione, reddito e domanda compongono il sistema
economico.
La contabilità nazionale include nei conti del reddito nazionale il PIL. Le regole su cui si fonda la contabilità nazionale includono alcune importanti identità
(espressione algebrica necessariamente vera):
1. IDENTITA’ (A)
Iniziamo considerando un’economia semplice (economia chiusa) priva della pubblica amministrazione e del commercio con l’estero.

• Prima Identità: produzione e vendite:


D  C + I (a)
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• Y : valore della produzione
• C: consumi
• I: investimenti effettivi (include le scorte)
La (a) può essere scritta: Y  C + S (b)

• Y: reddito
• S: risparmi
Allora: D=Y C+IC+S= I  S (c)

Quindi, per motivi contabili, in una economia chiusa investimento e risparmio nazionale sono sempre uguali. Questo perché tutto ciò che non viene
acquistato fa parte delle scorte, che in questo caso sono a loro volta parte degli investimenti.

2. INDENTITA’ (B)
Il passo successivo consiste nel disegnare la relazione che lega risparmi (S), consumi (C) e produzione (Y). Y in parte verrà speso in consumi (C )e in parte
verrà risparmiato (S).
• Y  C + S (b)

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3. IDENTITA’ (C)
Dalla combinazione delle identità a, b otteniamo che la produzione offerta è uguale a quella venduta. Inoltre,
il valore della produzione è uguale al reddito ricevuto che a sua volta è speso o risparmiato. C + I  Y  C +
S Sottraendo il consumo:

• I  Y-C  S
• IS
• Y  D (c)
• I  S mostra che in un’economia semplice l’investimento (I) è uguale al risparmio (S).
• Quindi, in un’economia semplice, l’unico modo che gli individui hanno per risparmiare è quello
di realizzare investimenti fisici.

Si possono distinguere tre tipi di risparmio:


- Risparmio nazionale: reddito totale dell'economia che rimane una volta pagati i consumi e la spesa
pubblica
- Risparmio privato: reddito degli individui che rimane una volta pagate i consumi e le imposte
- Risparmio pubblico: la differenza tra le entrate tributarie e la spesa pubblica.
Le istituzioni finanziarie rendono possibile questa differenza tra risparmio ed investimento a livello
individuale, utilizzando il risparmio dell'uno per finanziare l'investimento dell'altro.
CAPITOLO 26 - IL SISTEMA MONETARIO
Il termine moneta definisce gli strumenti che una società utilizza per acquistare beni e servizi. La moneta
ha tre funzioni: in quanto mezzo di scambio fornisce lo strumento il quale si perfezionano le transazioni; in
quanto unità di conto costituisce lo strumento con il quale vengono determinati i prezzi e i valori; in
quanto riserva di valore rappresenta un modo per trasferire potere di acquisto dal presente al futuro.
Con il termine liquidità intendiamo la facilità con la quale un bene patrimoniale può essere convertito nel
mezzo di scambio dell'economia. La moneta è il valore patrimoniale più liquido, ma se i prezzi aumentano,
il potere di acquisto della moneta diminuisce; quindi la moneta non è una buona riserva di valore. La
moneta può assumere varie forme: moneta-merce è una forma di moneta che è dotata di valore intrinseco
(valore del bene in sé); moneta a corso legale è una moneta priva di valore intrinseco, che viene
considerata moneta per decretare lo Stato. La quantità di moneta che circola in un sistema economico è
detta stock di moneta ed ha una forte influenza su molte variabili economiche.

LE BANCHE E L'OFFERTA DI MONETA


La quantità di moneta che un sistema bancario genera a partire da ogni euro di depositi è detto
moltiplicatore monetario, ciò significa che non vengono stampate nuove banconote. Il moltiplicatore
monetario è pari al reciproco del tasso di riserva (depositi che le banche raccolgono ma non impiegano
come prestiti); se il tasso di riserva del sistema bancario è R, ogni euro di depositi genera 1/R euro di
moneta. Tanto più elevato è il tasso di riserva, tanto minore è la quota di depositi che la banca impiega e
tanto più basso è il moltiplicatore monetario. Se la banca detiene in forma di riserve tutta la propria
raccolta, non influenza l'offerta di moneta.

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CAPITOLO 27 - CRESCITA DELLA MONETA ED INFLAZIONE
L’aumento del livello generale dei prezzi è detto inflazione; la diminuzione dei prezzi è detta deflazione; un
tasso di inflazione elevato è detto iperinflazione. Per studiare l’inflazione, gli economisti utilizzandola
teoria classica dell’inflazione; è detta classica perché è stata formulata dai primi economisti come David
Hume. Gli economisti ricorrono a questa
teoria per spiegare le determinanti di
lungo periodo per spiegare il livello dei
prezzi ed il tasso di inflazione (la
relazione diretta tra il tasso di inflazione
ed il tasso di interesse nominale è detto
effetto Fisher). Per quanto riguarda il
livello generale dei prezzi nell’economia,
questo può essere interpretato in due
modi: come il prezzo di un paniere di
beni e servizi, se i prezzi dei singoli beni aumentano, il prezzo del paniere aumenta e gli individui devono
spendere di più per acquistare gli stessi beni e servizi; oppure come un indicatore del valore della moneta,
un aumento del livello dei prezzi segnala che la moneta ha perso valore.
Cosa determina il valore della moneta? La risposta è la domanda e l’offerta. La banca centrale assieme al
sistema bancario determina l’OFFERTA DI MONETA. Se la banca centrale vende titoli di Stato con
operazioni di mercato aperto, provoca una contrazione dell’offerta di moneta, se l’acquista provoca
un’espansione dell’offerta di moneta. Una componente fondamentale della DOMANDA DI MONETA è il
livello medio dei prezzi. Cosa garantisce che la quantità di moneta offerta dalla banca centrale sia uguale
alla quantità domandata dal pubblico? La risposta dipende dall’orizzonte temporale considerato. Per
quanto riguarda il lungo periodo, il livello generale dei prezzi si aggiusta in modo da garantire l’uguaglianza
tra quantità domandata e quantità offerta di moneta. Nella figura 27.1 si dimostra questo concetto: l’asse
orizzontale riporta la quantità di moneta, l’asse verticale riporta il valore della moneta, mentre quello
destro mostra il livello dei prezzi. La curva di offerta di moneta è verticale perché la quantità offerta di
moneta è fissata dalla banca centrale. La curva di domanda di moneta ha pendenza negativa perché gli
individui detengono una quantità crescente di moneta al diminuire del suo valore. Nel punto di equilibrio
A, il valore della moneta (asse sinistr) e il livello dei prezzi (asse destro) si sono aggiustati in modo da
portare in equilibrio la quantità domandata e la quantità offerta di moneta. Per spiegare la determinazione
del livello dei prezzi e del suo cambiamento nel tempo, si usa la teoria quantitativa della moneta; secondo
cui la quantità di moneta disponibile nell’economia determina il valore della moneta stessa, sicchè la
crescita della quantità di moneta è la causa primaria dell’inflazione. L’effetto immediato
di un’iniezione di liquidità è la creazione di un eccesso di moneta. Un individuo può tentare di liberarsi di
tale eccesso di moneta in modi diversi: può acquistare beni e servizi; può concedere prestiti ad altri
individui, acquistando obbligazioni o versando l’eccesso di liquidità in un conto di risparmio; in entrambi i
casi l’iniezione di moneta stimola la domanda di beni e servizi che causa un aumento del loro prezzo, e
questo a sua volta provoca un aumento della quantità domandata di moneta. Alla fine l’economia
raggiunge un nuove equilibrio (punto B nella figura 27.2) nel quale la quantità domandata di moneta è
uguale alla quantità offerta. Il livello generale dei prezzi è dunque la leva che agisce per equilibrare
domanda ed offerta di moneta. Nella figura 27.2 vediamo che un aumento dell’offerta di moneta riduce il
valore della moneta, provocando così un aumento del livello dei prezzi.

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Gli elementi necessari per spiegare il livello dei prezzi di equilibrio e l’inflazione sono:
1. La velocità di circolazione della moneta (il ritmo al quale la moneta cambia di mano) è constante nel
tempo;
2. Dato che la velocità è stabile, la banca centrale modifica la quantità di moneta M, provoca una
variazione del valore nominale della produzione (PxY);
3. La quantità di beni e servizi Y è determinata dall’offerta dei fattori di produzione e dalla tecnologia
disponibile.
4. Se la produzione Y è determinata dall’offerta dei fattori di produzione e dalla tecnologia disponibile,
dato che la banca centrale modifica la quantità di moneta M, provoca una variazione del valore
nominale della produzione (PxY), tali variazioni non possono essere provocate da cambiamenti del
livello dei prezzi.
5. Perciò quando la banca centrale aumenta l’offerta di moneta, vi è un elevato tasso di inflazione.
Questi cinque passaggi rappresentano l’essenza della teoria quantitativa della moneta. L’inflazione non
riduce il potere d’acquisto degli individui, poiché la maggior parte degli individui si guadagna da vivere
vendendo un servizio (lavoro) e quindi l’inflazione del reddito va di pari passo con quella dei prezzi. Gli
economisti hanno individuato diversi costi dell’inflazione:
- Il costo delle suole: il costo di ridurre la
quantità di moneta detenuta in forma liquida,
perché recarsi più frequentemente in banca fa
“consumare” le suole delle scarpe. Il costo
delle suole è un costo di transazione, cioè il
costo opportunità di recarsi in banca più
spesso.
- Il costo dei listini: la maggior parte delle
imprese aggiorna quotidianamente il prezzo
dei propri prodotti; di solito i prezzi vengono
resi pubblici e rimangono invariati per
settimane, mesi o anni. Questo accade perché cambiare i prezzi comporta un costo che è detto
costo dei listini. L’inflazione accresce il costo dei listini, sopportato dalle imprese.
Questi costi si manifestano anche se l’inflazione è costante e prevedibile. Ma l’inflazione può essere anche
inaspettata e questa ridistribuisce la ricchezza tra i soggetti economici; questa ridistribuzione avviene
perché i prestiti sono denominati in termini di unità di moneta. La distribuzione arbitraria della ricchezza è
un costo particolare dell’inflazione inattesa.
CAPITOLO 28 - LA MACROECONIMIA DELLE ECONOMIE APERTE: CONCETTI FONDAMENTALI
L’apertura al commercio internazionale apporta benefici: gli scambi permettono agli individui di
specializzarsi nella produzione di ciò che sanno fare meglio. Il commercio internazionale può migliorare il
tenore di vita in tutti i paesi. Le variabili macroeconomiche fondamentali che descrivono le interazioni di
un’economia aperta nei mercati mondali sono: esportazioni, importazioni, bilancio commerciale e tassi di
cambio. Un’economia aperta interagisce con le altre economie in due modi: acquistando e vendendo beni
e servizi nei mercati mondiali e acquistando e vendendo attività nei mercati finanziari mondiali. Le
esportazioni (beni e servizi venduti all’estero), le importazioni (beni e servizi esteri venduti all’interno) e le
esportazioni nette (differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni ed indicano se un
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paese è venditore o compratore nei mercati mondiali e vengono anche dette bilancia commerciali,
sinonimo di esportazioni nette) costituiscono il flusso di beni e servizi. Se le esportazioni nette sono
positive, le esportazioni sono maggiori delle importazioni ed il paese vende all’estero più beni e servizi di
quanti ne acquisti, in questo caso il paese ha un avanzo o un surplus commerciale. Se le esportazioni nette
sono negative, le esportazioni sono minori delle importazioni ed il paese acquista dall’estero più beni e
servizi di quanto ne venda, in questo caso il paese ha un disavanzo o un deficit commerciale. Se le
esportazioni nette sono nulle, le importazioni ed esportazioni di un paese si bilanciano e si dice che il paese
è in equilibrio commerciale. I fattori che influenzano esportazioni, importazioni ed esportazioni nette sono:
le preferenze dei consumatori, il prezzo dei beni all’interno e all’esterno, il tasso di cambio al quale è
possibile acquistare valuta estera usando valuta interna, il reddito dei consumatori, il costo dei trasporti
dei beni da paese a paese, l’atteggiamento dei governi rispetto al commercio internazionale. Il deflusso
netto di capitali costituisce il flusso delle attività finanziarie ed indica la differenza tra l’acquisto di attività
patrimoniali estere da parte di residenti e l’acquisto di attività patrimoniali nazionali da parte di non
residenti. I fattori che influenzano il deflusso netto di capitali sono: i tassi di interesse reali corrisposti dalle
attività estere ed interne e le politiche di governo.
Secondo la contabilità nazionale, il deflusso netto di capitali (DNC) deve essere uguale alle esportazioni
nette (NX).
Il risparmio e l’investimento di una Nazione sono determinanti per la crescita economica di lungo periodo.
Il prodotto interno lordo (Y) si suddivide in quattro componenti: consumo C, investimento I, spesa pubblica
G, esportazioni nette NX. Possiamo dunque scrivere che Y= C+I+G+NX. Consideriamo che il risparmio
nazionale è uguale alla porzione di reddito nazionale che rimane dopo aver sottratto i consumi e la spesa
pubblica: si può così scrivere che il risparmio nazionale S è uguale a S=Y-C-G quindi S= I+NX. Dal momento
che NX= DNC possiamo scrivere che S= I+DNC. In un’economia chiusa il deflusso netto di capitali è zero per
cui il risparmio è sempre uguale all’investimento. In un’economia aperta i possibili usi del risparmio sono
due: investimento interno e deflusso netto di capitali.
Il tasso di cambio nominale è il rapporto al quale la moneta di un paese può essere scambiata con quella di
un altro paese; se questo varia in modo che un euro possa acquistare un maggiore quantitativo di valuta
estera, la variazione è detta apprezzamento dell’euro. Se la variazione porta l’euro ad acquistare una
quantità inferiore di valuta estera viene detto deprezzamento. Il tasso del cambio reale è il rapporto al
quale un individuo può scambiare i beni e i servizi prodotti in un paese con quelli prodotti in un altro.
Questo dipende dal tasso di cambio nominale e dal prezzo dello stesso bene nei due paesi. Gli economisti
per spiegare la determinazione dei tassi di cambio, sviluppano la teoria di “parità del potere d’acquisto”:
secondo tale teoria un’unità di ogni data valuta deve essere in grado di acquistare la stessa quantità di beni
e servizi in tutti i paesi. Il termine parità significa uguaglianza, mentre il termine potere d’acquisto si
riferisce al valore della moneta. il processo attraverso il quale ci si avvantaggia di un differenziale di prezzo
in mercati diversi è detto arbitraggio.

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CAPITOLO 29 - UNA TEORIA MACROECONOMICA DELLE ECONOMIE APERTE
Per comprendere le forze che agiscono in un’economia aperta, dobbiamo porre l’attenzione su domanda
ed offerta in due mercati:
1. Il mercato dei fondi mutuabili: coordina il
risparmio e l’investimento del sistema
economico. Per comprendere questo mercato
in un’economia aperta il punto di partenza è
l’identità S=I+DNC, dove il risparmio è uguale
all’investimento e al deflusso netto di capitali;
l’offerta è rappresentata dal risparmio
nazionale, la domanda dalla somma
dell’investimento e del deflusso netto di
capitali. L’acquisto di beni capitali accresce la
domanda di fondi mutuabili. La quantità
domandata e offerta di fondi mutuabili
dipendono dal tasso di interesse reale, ovvero
quanto più alto è il tasso di interesse reale,
tanto più il risparmio è incoraggiato e tanto più
aumenta l’offerta di fondi mutuabili. Il tasso di interesse reale influenza anche il deflusso netto di
capitali del paese. Come nella figura 29.1 al tasso di interesse di equilibrio, la quantità di risparmio è
esattamente uguale alla quantità di finanziamenti richiesti per l’acquisto di beni capitali nazionali e
di attività patrimoniali estere.

2. Il mercato dei cambi: in questo mercato si scambia valuta


nazionale con valuta estera. Per comprendere questo mercato,
il punto di partenza è l’uguaglianza tra deflusso netto di capitali
ed esportazioni nette. La figura tra 29.2 descrive domanda ed
offerta nel mercato dei cambi. La curva di domanda ha
pendenza negativa e la curva di offerta è verticale poiché la
quantità offerta per un dato deflusso netto di capitali non
dipende dal tasso di cambio reale. Se il tasso di cambio reale
fosse minore del livello di equilibrio, la quantità di euro offerta
sarebbe minore della quantità domandata. Se il tasso di cambio
reale fosse maggiore del livello di equilibrio, la quantità di euro
offerta sarebbe maggiore della quantità di euro domandata e
l’eccesso di
offerta di euro spingerebbe automaticamente il
tasso di cambio reale verso il basso.
EQUILIBRIO NELL’ECONOMIA APERTA
Nell’economia aperta il punto di equilibrio è dato
dall’intersezione del mercato dei fondi mutuabili con
quelli del mercato dei cambi. Il deflusso netto di capitali
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è la variabile che mette in collegamento i due mercati. Nel mercato dei fondi mutuabili il deflusso netto di
capitali è una componente della domanda, invece nel mercato dei cambi è una componente dell’offerta. La
determinante principale del deflusso netto di capitali è il tasso di interesse reale: se il tasso di interesse
reale è alto, il deflusso netto di capitali è basso.
Il disavanzo di bilancio è l’eccesso della spesa pubblica rispetto alle entrate tributarie. Esso corrisponde alla
somma di risparmio privato e risparmio pubblico. Un disavanzo di bilancio riduce l’offerta di fondi
mutuabili, il che provoca un aumento del tasso di interesse reale che a sua volta riduce il deflusso netto di
capitali. La diminuzione del deflusso netto di capitale riduce l’offerta di valuta nazionale da cambiare con
valuta estera e provoca un apprezzamento del tasso di cambio reale. Per politica commerciale si intende
l’insieme dei provvedimenti di politica economica che influenza direttamente la quantità di beni e servizi
importati ed esportati da un paese.

CAPITOLO 30 - I CICLI ECONOMICI


Vi sono diversi tipi di modelli di cicli economici:
1. L’offerta nel modello neoclassico: basato sull’analisi dell’economia dal lato dell’offerta e sul
funzionamento del mercato del lavoro. Questo modello evidenzia le variazioni di prezzi previste e
impreviste; per esempio se il livello dei prezzi aumenta, il salario diminuisce e le imprese assumono
più lavoratori. Se la variazione dei prezzi è prevista, i lavoratori si rendono conto che il salario
diminuisce e quindi offrono meno lavoro; si genera così un eccesso di domanda di lavoro. Se la
variazione dei prezzi è imprevista, il salario diminuisce, le imprese assumono più lavoratori che
offrono la stessa quantità di lavoro; si genera un eccesso di domanda di lavoro e ne consegue che la
produzione aumenta.
2. L’offerta nel modello keynesiano: secondo Keynes i mercati giungono all’equilibrio meno
rapidamente di quanto è ritenuto dagli economisti classici.
3. La domanda nel modello neoclassico: il modello neoclassico si fonda sull’ipotesi che i lavoratori
confondono un aumento del salario nominale con un aumento del salario reale, ossia che non
tengano conto dell’effetto esercitato dall’aumento dei prezzi. La domanda aggregata è composta
dalla spesa per consumi, dalla spesa per investimenti, dalla spesa pubblica e dalle esportazioni
nette. Una variazione di tali componenti può comportare una deviazione della produzione. Con
l’aumento della domanda aggregata vi è un aumento della produzione dei prezzi; se la domanda
aggregata diminuisce, l’economia entra in una fase di contrazione caratterizzata da un calo della
produzione dei prezzi nel breve periodo. Con la riduzione della produzione si ha un aumento della
disoccupazione.
4. La domanda nel modello keynesiano: il modello keynesiano ipotizza che i prezzi e i salari siano
vischiosi, ovvero che non si adeguino rapidamente alle variazioni della domanda.

LA TEORIA DEL CICLO ECONOMICO REALE


Questa teoria si fonda sul fatto che la tecnologia influenza la produttività indipendentemente dal salario. Il
modello ipotizza che il mercato sia privo di imperfezioni, che le imprese e le famiglie massimizzino il
profitto e l’utilità e che i mercati pervengano ad un equilibrio.

CAPITOLO 31 - KEYNES ED IL MODELLO IS-LM

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Keynes fu un famoso economista che nel 1936 pubblicò la “teoria generale dell’occupazione dell’interesse
della moneta” che spiega le fluttuazioni economiche di breve periodo e la grande depressione. Il messaggio
principale è che un’insufficiente domanda di beni e servizi apre la strada a recessioni e depressioni. Keynes
criticò la teoria economica-classica, sottolineando come questa fosse in grado di spiegare soltanto gli effetti
di lungo periodo delle politiche economiche. Prima di Keynes gli economisti si basavano sulla teoria
classica. Un elemento fondamentale dell’analisi keynesiana è al distinzione tra spesa, risparmio o
investimento programmati (le azioni che le famiglie e le imprese desiderano o intendono intraprendere, ad
esempio un individuo potrebbe avere in programma di trascorrere le vacanze estive in Turchia e
risparmiare in vista del viaggio), e spesa, risparmio o investimento effettivi (gli esiti realizzati o ex post,
ovvero dopo l’evento; gli individuo che voleva partire per la Turchia potrebbe ammalarsi e dunque dover
rimandare il viaggio, così il suo consumo effettivo è minore di quello programmato).
L’EQUILIBRIO DI UN SISTEMA ECONOMICO
Il prodotto interno lordo di un paese, ovvero il reddito nazionale
Y, è suddiviso in quattro componenti: spesa per consumo, spesa
per investimento, spesa pubblica ed esportazioni nette (differenza
tra i fondi incassati dalla vendita di esportazioni e la spesa
sostenuta per le importazioni). Ipotizziamo che spesa totale sia
uguale al reddito; questa la possiamo rappresentare graficamente
con una semiretta a 45° uscente dall’origine. La reta è il luogo dei
punti in cui la spesa per consumo (spesa effettiva) è uguale al
reddito nazionale (spesa programmata). Questa semiretta risulta
essere la curva di offerta aggregata. Poiché la retta è una funzione
del reddito, possiamo dire che se il reddito aumenta anche la
spesa aumenta, quindi la retta ha pendenza positiva. La spesa
autonoma è la parte della spesa che non dipende dal reddito, la
spesa pubblica è una sua componente. Nell’equilibrio di breve
periodo, la spesa effettiva è uguale alla spesa programmata;
l’economia è in equilibrio nel punto in cui la retta (C+I+G+NX)
interseca la semiretta a 45°. Le due rette che si sono intersecate
formano la croce keynesiana. GRAFICO PARTE A: Quando il punto
di equilibrio (Y1) è minore del prodotto di pieno impiego (Yf) la
domanda non è sufficiente ad assorbire il prodotto di pieno
impego; il Governo dovrebbe spostare la retta della spesa fino a C+I+G+NX1, ovvero verso l’alto per
eliminare il gap recessivo (differenza tra il prodotto di pieno impiego e la spesa necessaria per conseguirlo).
GRAFICO PARTE B: quando il punto di equilibrio è maggiore del prodotto di pieno impiego l’economia non
ha la capacità di soddisfare la domanda; il Governo deve spostare la retta della spesa verso il basso fino a
C+I+G+NX2 per eliminare il gap inflazionistico (differenza tra il prodotto di pieno impiego e la spesa
effettiva).
Keynes ha affermato che i governi possono utilizzare gli strumenti di politica monetaria e fiscale per
influenzare la domanda e ridurre i gap recessivi ed inflazionistici.
EFFETTO MOLTIPLICATORE
L’effetto moltiplicatore serve a calcolare l’effetto di una variazione della spesa autonoma sulla produzione
di equilibrio (y=1/1- c X (a+I); a è l’ammontare di consumo autonomo, 1/1-c oppure 1/S è il reciproco della
produzione marginale al risparmio, a+I è la spesa autonoma il reddito di equilibrio è proporzionale agli

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investimenti e al parametro a). La retta C+G+I+NX è chiamata funzione di spesa. La spesa programmata (E)
dipende dalla somma di consumo, investimento, spesa pubblica ed esportazioni nette: E=C+I+G+NX.
L’ economia si trova in equilibrio quando la spesa programmata (E) è uguale alla spesa effettiva (Y) E=Y.
Abbiamo detto che la retta della spesa ha pendenza positiva e ciò è dovuto al fatto che la spesa
programmata aumenta all’aumentare del reddito.
L’amplificazione degli effetti di una politica fiscale espansiva sulla domanda aggregata, attraverso il
successivo aumento del reddito e quindi della spesa per consumo, è detta effetto moltiplicatore.
Per calcolare il moltiplicatore della spesa, un elemento fondamentale della formula è la propensione
marginale al consumo (PMC), cioè la quota di reddito aggiuntivo che gli individui decidono di consumare
invece di risparmiare; invece la propensione marginale al risparmio (PMS) è la quota di reddito aggiuntivo
che gli individui decidono di risparmiare invece di consumare. Possiamo scrivere il moltiplicatore come=
1+PMC+(PMCxPMC)+(PMCxPMCxPMC)+… Quest’ espressione è una serie geometrica infinita. Possiamo
scrivere che il moltiplicatore è uguale a 1/1-x dove x=PMC. Dato che PMC+PMS=1, il moltiplicatore può
anche essere espresso come 1/PMS. Quanto maggiore è la PMC, tanto maggiore è il valore del
moltiplicatore. Il moltiplicatore determina la pendenza della funzione di spesa programmata.
Il modello IS-LM è uno strumento utile per comprendere l’interazione tra il mercato dei beni e dei servizi e
quello della moneta; questo modello è utile per analizzare sia la politica fiscale che monetaria. IS sta per
investimento e risparmio; LM sta per liquidità e moneta. Il collegamento tra questi due mercati è il tasso
d’interesse (i).
LA CURVA IS
La curva IS mostra la relazione
tra il tasso di interesse ed il
livello del reddito nazionale nel
mercato dei beni: se il tasso di
interesse diminuisce, il reddito
nazionale aumenta e viceversa.

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La curva è il luogo geometrico dei punti che mette in equilibrio il mercato dei beni. La pendenza della curva
è determinata dalla reattività del consumo e dell’investimento (C+I) a variazione del tasso di interesse. Per

quanto riguarda gli spostamenti della


curva IS, questi avvengono solo per
effetto di politica fiscale; se la politica fiscale è restrittiva e la spesa autonoma diminuisce la curva si sposta
verso il basso, se è espansiva e la spesa autonoma aumenta la curva si sposta verso l’alto.

LA CURVA LM
La curva LM raccoglie tutti i punti in cui
il mercato della moneta è in equilibrio
data la combinazione dei valori del
tasso di interesse e del reddito. La
curva LM nasce tra l’interazione della
domanda e dell’offerta. All’ aumentare
del reddito aumenta il valore del tasso
di interesse che porta in equilibrio
domanda ed offerta di moneta
(relazione crescente). La curva LM ha
pendenza positiva e dipende dalla
reattività della domanda di moneta a
variazione del tasso di interesse. La
curva si sposta verso il basso per
mezzo di una politica monetaria
espansiva; si sposta verso l’alto
attraverso una politica monetaria
restrittiva (tolgo moneta dal mercato).

52
EQUILIBRIO NEL MODELLO IS-LM
L’ equilibrio economico corrisponde al
punto in cui la curva IS interseca la curva
LM; ciò significa che i entrambi i mercati
sono in equilibrio. Nel punto di equilibrio la
spesa programmata è pari alla spesa
effettiva (E=Y) e la domanda di moneta è
uguale all’offerta di moneta (Dm=Om). Uno
spostamento della curva IS, in assenza di un
intervento della banca centrale comporta
un aumento sia del tasso di interesse sia del
reddito nazionale. Se la banca centrale
desidera mantenere invariata il tasso di
interesse, deve aumentare l’offerta di
moneta e far spostare la curva LM verso
destra. Il mantenimento del tasso di interesse provoca un
aumento del reddito superiore a quello che si sarebbe
verificato in assenza di un intervento della banca centrale. Il
passaggio dal modello IS-LM al modello della domanda e
offerta aggregata è molto breve. L’offerta di saldi esprime il
potere d’acquisto effettivo della moneta ed è dato dal
rapporto tra l’offerta di moneta ed il livello dei prezzi. Come
ricavare la curva di domanda aggregata? Nella parte a (figura
31.8) un aumento del livello dei prezzi riduce i saldi monetari
reali e fa spostare la curva LM verso sinistra a LM1,
provocando un aumento del tasso di interesse di equilibrio a
i1 e una diminuzione del reddito nazionale da Y0 a Y1. La
relazione inversa tra il livello dei prezzi ed il reddito nazionale

53
è mostrata nella parte b. Un aumento del livello dei prezzi da P1 a P2 determina una diminuzione del
reddito nazionale da Y0 a Y1. La curva di domanda aggregata ha pendenza negativa a causa della relazione
inversa. Se ipotizziamo che il livello dei prezzi rimanga costante, secondo il modello IS-LM una variazione
del reddito nazionale provoca uno spostamento della curva di domanda aggregata. A prezzi costanti la
domanda aggregata diminuisce e la curva di domanda aggregata si sposta verso sinistra. A livello dei prezzi
dato la curva di domanda aggregata si sposta verso destra, evidenziando un reddito più elevato. Gli effetti
delle variazioni della politica monetaria e fiscale sono dipendenti da una molteplicità di fattori legati alla
pendenza delle curve IS-LM, alla loro posizione relativa e all’entità dei loro spostamenti.

CAPITOLO 32 - DOMANDA AGGREGATA ED


OFFERTA AGGREGATA
Le fluttuazioni economiche sono un cambiamento delle
condizioni dell’attività economica. Alcune importanti
caratteristiche che determinano le fluttuazioni sono:

54
1. Le fluttuazioni sono irregolari e imprevedibili: quando il PIL cresce, l’attività economica è intensa,
le imprese hanno molti clienti e i profitti aumentano; quando il PIL diminuisce i produttori sono nei
guai poiché le imprese subiscono una diminuzione del fatturato e del profitto. Per questa ragione le
fluttuazioni sono irregolari ed imprevedibili poiché non si possono prevedere con precisione.
2. La maggior parte delle variabili macroeconomiche fluttua in sintonia: il PIL reale è la variabile più
utilizzata per capire i cambiamenti di breve periodo nell’economia; esso misura il valore di tutti i
beni e servizi finali prodotti nell’economia in un dato periodo e anche il reddito totale dei lavoratori.
La maggior parte delle variabili che misurano il reddito, la spesa, la produzione fluttua in sincronia e
le loro fluttuazioni variano in ampiezza.
3. Se il reddito diminuisce, la disoccupazione aumenta: se il PIL reale diminuisce, il tasso di
disoccupazione aumenta (se le imprese decidono di produrre una minore quantità di beni e servizi,
devono licenziare i lavoratori, aumentando così la disoccupazione). Questa relazione inversa tra
disoccupazione e PIL è detta legge di Okun (economista). Okun osservò che il tasso di
disoccupazione rimaneva stabile quando la crescita del PIL era vicino al suo valore massimo. Per
ridurre il tasso di disoccupazione, la crescita del PIL deve superare il livello di crescita potenziale.
Uno shock positivo o negativo della domanda hanno effetti solo di breve periodo su produzione e
occupazione esiste cioè un meccanismo di auto-correzione che si attiva quando il sistema
economico si allontana dal pieno impiego

IL BREVE PERIODO
 Il prezzo di alcuni input aumenta piuttosto rapidamente all'aumentare del
prodotto
 Le variazioni del salario nominale sono invece più lente rispetto a variazioni
della produzione:
 i contratti di lavoro: pluriennali
 modificare i salari in una impresa richiede spesso del tempo
 modificare i salari ha dei costi.
 nel breve periodo le modificazioni del prodotto non abbiano effetti sui salari
nominali.
 Nel breve periodo, un aumento del PIL reale fa aumentare i costi unitari
attraverso un aumento della quantità di fattori diversi dal lavoro e del loro
prezzo, e quindi fa aumentare il livello dei prezzi.

Nel lungo periodo, le politiche fiscali e monetarie espansive hanno come unico effetto l’aumento dei prezzi
e così si verifica l’inflazione; inoltre l’unico equilibrio è quello di piena occupazione. Nel breve periodo i
prezzi aumentano a causa dei costi unitari che si possono ridurre attraverso le nuove tecnologie. Il modello
di base delle fluttuazioni economiche di breve periodo si concentra su due variabili: 1. La produzione di
beni e servizi dell’economia, misurata dal PIL reale; 2. Il livello dei prezzi, una media dei prezzi di tutti i beni
in un sistema economico ed è misurato dall’indice dei prezzi al consumo o dal deflatore del PIL. Si noti che
la produzione è una variabile reale (misura quantità o prezzi), mentre il livello dei prezzi è una variabile
nominale (misurata in termini di moneta). Possiamo analizzare le fluttuazioni di un sistema economico nel

55
suo complesso attraverso un modello di domanda aggregata ed offerta aggregata. Questo modello è
importante per analizzare la determinazione della produzione di equilibrio e del livello dei prezzi.
Considerando la figura 32.1 vediamo che sull’asse verticale si misura il livello generale dei prezzi e sul
quello orizzontale la quantità prodotta. Produzione e livello dei prezzi si aggiustano in modo da equilibrare
domanda ed offerta aggregata in corrispondenza dell’intersezione delle due curve. La curva di domanda
aggregata descrive la quantità di beni e servizi che gli individui, le imprese e lo Stato desiderano acquistare
a ogni dato livello dei prezzi. La curva di offerta aggregata descrive la quantità di beni e servizi che le
imprese decidono di produrre e vendere a ogni dato livello dei prezzi. Il modello della domanda aggregata
e dell’offerta aggregata è una versione estesa del modello di domanda e offerta di mercato. In realtà vi
sono delle differenze: quando prendiamo in considerazione domanda ed offerta in un singolo mercato, il
comportamento dei compratori e dei venditori dipende dalla capacità delle risorse di muoversi da un
mercato all’altro. Se il prezzo dei beni aumenta, la quantità domandata diminuisce perché i consumatori
utilizzano i loro redditi per acquistare altri prodotti; se il prezzo dei beni aumenta, anche la quantità offerta
aumenta perché le imprese possono assumere manodopera da altri settori dell’economia.

LA CURVA DI DOMANDA AGGREGATA


Essa ha pendenza negativa: questo significa che una diminuzione
del livello dei prezzi fa aumentare la quantità domandata di beni e
servizi; perché? Per rispondere a questa domanda diciamo che il PIL
è uguale alla somma di consumo, investimento, spesa pubblica ed
esportazioni nette: Y=C+I+G+NX. Per spiegare la pendenza negativa
della curva di domanda aggregata dobbiamo esaminare come il
livello dei prezzi agisce sulla quantità di beni e servizi domandata
per consumo, investimenti ed esportazioni nette. Tre sono le
ragioni per cui una diminuzione dei prezzi provoca un aumento
della quantità domandata di beni e servizi: 1. I consumatori si
sentono più ricchi e questo fatto stimola la domanda di beni e
servizi per il consumo; 2. La diminuzione del tasso di interesse
stimola la domanda di beni di investimento; 3. Il deprezzamento
del tasso di cambio (prezzo relativo dei beni nazionali ed esteri)
stimola la domanda di esportazioni nette. Per tutte e tre le ragioni la curva di domanda aggregata ha
pendenza negativa. Gli spostamenti della curva di domanda aggregata sono causati da:
1. Variazioni del consumo: supponiamo che improvvisamente gli individui decidono di risparmiare di
più per garantirsi una vecchiaia sicura e che di conseguenza riducono il consumo. Dato che la
quantità domandata di beni è minore a ogni dato livello dei prezzi, la curva di domanda aggregata si
sposta verso sinistra. Al contrario, se gli individui fossero più ricchi l’aumento dei consumi
comporterebbe un aumento della quantità domandata e quindi ino spostamento verso destra della
curva di domanda aggregata.
2. Variazioni dell’investimento: qualunque evento che faccia variare la quantità di investimenti che le
imprese desiderano effettuare provocano uno spostamento della curva di domanda aggregata. Se
la quantità domandata aumenta, la curva di domanda si sposta verso destra; se le imprese
diventassero pessimiste rispetto alle prospettive future dell’economie e decidessero di
ridimensionare i piani di investimento, la curva di domanda aggregata si sposterebbe verso sinistra.
Una variabile di politica economica che può condizionare l’investimento e la domanda aggregata è
l’offerta di moneta.
56
3. Variazioni della spesa pubblica: modificando la spesa pubblica si modifica la posizione della curva
di domanda aggregata. Se la quantità domandata di beni e servizi diminuisce ad ogni dato livello di
prezzi, la curva di domanda aggregata si sposta verso sinistra; se la quantità domandata di beni e
servizi aumenta ad ogni dato livello di prezzo, la curva di domanda aggregata si sposta verso destra.
4. Variazioni delle esportazioni nette: qualsiasi eventi che faccia variare il volume delle esportazioni
nette ad ogni dato livello di prezzo, provoca uno spostamento della curva di domanda aggregata. Se
si riducono le esportazioni nette, la curva di domanda aggregata si sposta verso sinistra; se si
aumentano, la curva di domanda aggregata si sposta verso destra. Le esportazioni nette variano
perché la speculazione internazionale provoca fluttuazioni del tasso di cambio.
CLASSICI: mercato del lavoro in grado di mantenere il pieno impiego della forza lavoro attraverso il meccanismo della
flessibilità del salario. AS Verticale: viene offerto un ammontare costante di beni qualunque sia il livello dei prezzi. Il
mercato del lavoro è sempre in equilibrio di pieno impiego. Se la forza lavoro è completamente occupata, allora la
produzione non può aumentare, non c’è infatti forza lavoro disponibile per la produzione aggiuntiva. Curva verticale
a livello di produzione corrispondente al pieno impiego della forza lavoro Y dato. Un’ulteriore assunzione è che il
salario si aggiusti rapidamente per mantenere l’equilibrio nel mercato del lavoro.

KEYNESIANI: si basano sull’ipotesi che in presenza di disoccupazione i salari non variino molto o affatto e che quindi
la disoccupazione possa continuare nel tempo, qualora vi sia la carenza di domanda di beni.
AS Orizzontale: al livello dei prezzi esistente sul mercato le imprese offrono qualsiasi quantità di beni sia domandata.
L’idea sottostante è che vi sia disoccupazione cosicché in corrispondenza del salario corrente le imprese possono
ottenere qualsiasi quantità del fattore produttivo lavoro necessario a produrre per soddisfare la domanda di beni. Il
costo medio di produzione non varia al variare della produzione, rimanendo costante il salario, cosicché esse
possono offrire qualsiasi quantità che sia domandata in corrispondenza del livello corrente dei prezzi.

LA CURVA DI OFFERTA AGGREGATA La curva di offerta


aggregata (AS) rappresenta il livello dei prezzi
corrispondente ad un dato livello di prodotto nel
breve periodo. A differenza della curva di domanda
aggregata, la curva di offerta aggregata varia in base
all’orizzonte temporale considerato. Nel lungo
periodo essa è verticale, nel breve periodo ha
pendenza positiva. Perché la curva di offerta
aggregata è verticale nel lungo periodo? La
produzione di beni e servizi in un’economia (il suo PIL
reale) dipende dal capitale, risorse naturali e dalla
tecnologia di produzione disponibile per trasformare
questi fattori di produzione in beni e servizi; dato che
il livello dei prezzi non influenza le determinanti del
PIL reale di lungo periodo, la curva di offerta
aggregata di lungo periodo è verticale. Perché
la curva di offerta aggregata nel breve periodo
ha pendenza positiva? Possiamo rispondere
analizzando tre teorie: 1. Secondo la teoria
dei salari vischiosi, la curva di offerta
aggregata ha pendenza positiva perché i salari
nominali non si adeguano istantaneamente
alle mutate condizioni economiche, cioè nel
57
breve periodo sono vischiosi; 2. La teoria della vischiosità dei prezzi: essa pone l’accento sulla lentezza con
cui i prezzi di beni e servizi si aggiustano in reazione ai cambiamenti della congiuntura (unione) economica;
3. Secondo la teoria degli errori di percezione riguardo i prezzi relativi, i produttori reagiscono a una
variazione del livello generale dei prezzi in modo da conferire alla curva di offerta aggregata una pendenza
positiva. Non sappiamo con precisione quale sia la teoria valida. Cosa può provocare uno spostamento
della curva di offerta aggregata nel lungo periodo? Vi sono vari spostamenti causati da:
1. Variazioni della forza lavoro: se aumenta la forza lavoro, la quantità offerta di beni e servizi ad ogni
dato livello di prezzi aumenta e di conseguenza la curva di offerta aggregata di lungo periodo si
sposta verso destra; se non vi sono molti lavoratori la curva di offerta aggregata si sposta verso
sinistra. La posizione della curva di offerta aggregata di lungo periodo dipende anche dal tasso
naturale di disoccupazione.
2. Variazioni dello stock di capitale: un aumento dello stock di capitale accresce la produttività e
quindi la quantità di beni e servizi offerta. Di conseguenza la curva di offerta aggregata si sposta
verso destra. Una diminuzione dello stock di capitale, riduce la produttività e la quantità offerta di
beni e servizi, provocando uno spostamento verso sinistra della curva di offerta aggregata.
3. Variazioni delle risorse naturali: la produzione dipende dalle risorse naturali (terra, clima, minerali).
La scoperta di un nuovo giacimento minerario per esempio provoca uno spostamento verso destra
della curva di offerta; invece un cambiamento climatico che penalizzi l’agricoltura provoca uno
spostamento della curva di offerta aggregata verso sinistra. L’andamento del mercato mondiale del
petrolio è stato un’importante causa di spostamento della curva di offerta aggregata.
4. Variazioni delle conoscenze tecnologiche: per esempio l’invenzione dei computer ha permesso di
produrre più beni, provocando così uno spostamento verso destra della curva di offerta aggregata.
se il Governo adotta provvedimenti che impediscono alle imprese di ricorrere a determinati
processi produttivi, il risultato è uno spostamento verso sinistra della curva di offerta aggregata.
Osservando la figura 32.4, si vede che a mano a mano che l’economia migliora, migliora anche la capacità
di produrre beni e servizi, grazie al progresso tecnologico, la curva di offerta aggregata di lungo periodo si
sposta verso destra. Allo stesso tempo, la banca centrale aumenta l’offerta di moneta e anche la curva di
domanda aggregata di sposta verso destra. La produzione aggregata aumenta da Y1995 a Y2005 e poi a
Y2015. Dunque il modello di offerta e domanda aggregata offre un modo nuovo per descrivere l’analisi
classica della crescita e dell’inflazione.
Cosa può provocare uno spostamento della curva di offerta aggregata di breve periodo? Nel considerare gli
spostamenti di questa curva, si deve tener conto del
livello atteso dei prezzi. Gli stessi fattori che provocano lo
spostamento della curva nel lungo periodo, provocano lo
spostamento della curva nel breve periodo. Possiamo dire
che un elevato livello atteso dei prezzi, fa diminuire la
quantità di beni e servizi offerta e fa spostare verso
sinistra la curva di offerta aggregata di breve periodo; un
livello atteso dei prezzi più basso, fa aumentare la
quantità offerta e fa spostare verso destra la curva di
offerta aggregata.
Le cause delle fluttuazioni economiche sono due:
1.
Spostamento della curva di domanda aggregata: se
questa curva si sposta per esempio verso destra, il
58
prodotto ed i prezzi diminuiscono nel breve periodo. Con il trascorrere del tempo, le percezioni, i
salari ed i prezzi si aggiustano, la curva di offerta aggregata di breve periodo si sposta verso destra
ed il prodotto torna al livello naturale ma con un livello dei prezzi più basso.

2. Spostamento della curva di offerta aggregata: se


questa curva si sposta verso sinistra, nel breve
periodo il prodotto diminuisce ed il livello dei
prezzi aumenta (una combinazione di stagnazione,
ovvero diminuzione della produzione, ed
inflazione, ovvero aumento dei prezzi, va sotto il
nome di stagflazione). Con il passare del tempo,
salari e prezzi si adeguano, i prezzi tornano a
livello originario ed il prodotto torna a livello
naturale.

CURVA DI OFFERTA AGGREGATA DI LUNGO PERIODO


Il meccanismo di auto-correzione spiega perché le fluttuazioni non sono eterne
Il fatto che il sistema tenda a riposizionarsi al livello di PIL di pieno impiego si può rappresentare tramite una
curva di offerta aggregata di lungo periodo verticale
Implicazione: politiche fiscali e monetarie espansive nel lungo periodo hanno come unico effetto quello di fare
aumentare i prezzi.

L’ECONOMIA NEOKEYNESIANA
L’economia neokeynesiana è una corrente di pensiero formata da neoclassici e keynesiani; essa studiava
come la vischiosità di prezzi e salari potesse trovare spiegazione nell’analisi microeconomica dei mercati
nel lavoro e della determinazione dei prezzi da parte delle imprese.

59
CAPITOLO 33 L’INFLUENZA DELLA POLITICA MONETARIA E FISCALE SULLA DOMANDA AGGREGATA
Influenza della politica monetaria sulla domanda aggregata
La teoria elaborata da Keynes secondo la quale il tasso di interesse si aggiusta in modo da equilibrare
domanda ed offerta di moneta è detta teoria della preferenza per la liquidità. Il primo pilastro di questa
teoria è l’offerta di moneta, essa è controllata dalla banca centrale, la quale altera l’offerta di moneta. Se
la banca centrale acquista titoli di Stato, il denaro speso per l’acquisto entra nelle casse delle banche ed
incrementa le riserve bancarie; se la banca centrale vende i titoli di Stato, il denaro che incassa proviene da
depositi bancari e riduce le riserve bancarie. Un’offerta di moneta è rappresenta graficamente da una
curva di offerta di moneta verticale. Il secondo pilastro è la domanda di moneta. La moneta è il mezzo di
scambio dell’economia ed è il valore patrimoniale più liquido. Il tasso di interesse rappresenta il costo-
opportunità del possesso di moneta. Un aumento del tasso di interesse fa aumentare il costo opportunità
del possesso di moneta. Se il tasso di interesse è maggiore del
livello di equilibrio (come in r1), la quantità di moneta che gli
individui desiderano detenere (Md1) è minore della quantità
che la banca centrale ha determinato; l’eccesso di offerta di
moneta fa diminuire il tasso di interesse. Analogamente, se il
tasso di interesse è minore del livello di equilibrio (come in r2),
la quantità di moneta che gli individui desiderano detenere
(Md2) è maggiore della quantità che la banca centrale ha
determinato; l’eccesso di domanda di moneta fa aumentare il
tasso di interesse. Dunque le forze della domanda e dell’offerta
di mercato della moneta spingono il tasso di interesse verso il
suo valore di equilibrio, in corrispondenza del quale la quantità
di moneta che gli individui desiderano detenere è uguale a
quella determinata dalla banca centrale.
Nel mercato della moneta per spiegare l’effetto del tasso di
interesse si fa riferimento a tre passaggi:
1. un aumento del livello generale dei prezzi fa aumentare la domanda di moneta;
2. l’accresciuta domanda di moneta fa aumentare il tasso di interesse;
3. l’aumento del tasso di interesse riduce la quantità domandata di beni e servizi.
Se i prezzi aumentano, la domanda di moneta
aumenta. Quando la quantità domandata di
prodotto varia a parità di livello generale dei prezzi,
la curva di domanda aggregata si sposta. Un fattore
importante per gli spostamenti della curva di
domanda aggregata è la politica monetaria. Secondo
la politica monetaria espansiva, un’iniezione di
moneta da parte della banca centrale aumenta
l’offerta di moneta che a sua volta fa diminuire il
tasso di interesse ed aumenta la domanda aggregata. di conseguenza la domanda aggregata si sposta
verso l’alto causando una traslazione.
Quando la banca centrale acquista titoli
di Stato sul mercato, espande l’offerta di
moneta e la domanda aggregata; quando
vende titoli di Stato provoca una
60
contrazione di entrambe le variabili.
Secondo la politica monetaria, i cambiamenti tesi ad espandere la domanda aggregata possono essere
descritti come aumenti dell’offerta di moneta o riduzione del tasso di interesse; quelli tesi a ridurre la
domanda aggregata si possono descrivere come contrazione dell’offerta di moneta o innalzamenti del
tasso di interesse.
Influenza della politica fiscale sulla domanda aggregata
Si definisce politica fiscale l’insieme delle scelte che il governo compie riguardo al livello generale della
spesa pubblica e alla tassazione. Un aumento della spesa pubblica da un lato stimola la domanda aggregata
di beni e servizi, ma dall’altro spinge al rialzo del tasso di interesse. Un tasso di interesse più elevato riduce
la spesa per investimento e deprime la domanda aggregata. La contrazione della domanda aggregata che
deriva dall’aumento del tasso di interesse indotto da una politica fiscale espansiva viene detta effetto di
spiazzamento dell’investimento.
Esaminando la figura 33.4 si nota che nella
parte a viene descritto il mercato della
moneta. Se il governo aumenta la spesa
pubblica, l’aumento del reddito che ne
risulta fa aumenta la domanda di moneta da
DM1 a DM2 e ciò provoca un aumento del
tasso di interesse di equilibrio da r1 a r2. La
parte b mostra gli effetti sulla domanda
aggregata: l’effetto iniziale dell’aumento
della spesa pubblica e lo spostamento della
curva di domanda aggregata da DA1 a DA2;
tuttavia dato che il tasso di interesse rappresenta il costo dell’indebitamento, l’aumento del tasso di
interesse tende a ridurre la quantità domandata di beni e servizi. Questo effetto di spiazzamento
dell’investimento attenua l’impatto iniziale della politica fiscale sulla domanda aggregata, spostamento
verso sinistra la curva di domanda aggregata da DA2 a DA3.
Un importante strumento di politica fiscale è il livello della tassazione: se il governo riduce le tasse sul
reddito delle persone fisiche, il reddito disponibile delle famiglie aumenta; il reddito addizionale viene in
parte risparmiato ed in parte destinato alla spesa per consumo, provocando uno spostamento verso destra
della curva di domanda aggregata. Analogamente, una diminuzione del carico fiscale provoca una
contrazione della spesa per consumo e uno spostamento verso sinistra della curva di domanda aggregata.
Anche l’ampiezza dello spostamento della domanda aggregata a seguito di una variazione della pressione
fiscale è determinata dalla composizione dell’effetto moltiplicatore e di spiazzamento. Se il governo riduce
le imposte e stimola la spesa per consumo, il fatturato (ciò che si spende) ed i profitti delle imprese che
producono beni di consumo aumentano, dando impulso alla spesa per consumo: questo è l’effetto
moltiplicatore ([1/1-c]XG).
Il governo dovrebbe ricorrere a questi strumenti per controllare la domanda aggregata e stabilizzare
l’economia? Vi sono due tesi:
1. Argomentazioni a favore: se il governo abbatte la spesa pubblica, la domanda aggregata diminuisce
questo provoca nel breve termine una contrazione della produzione aggregata ed un aumento della
disoccupazione. La banca centrale può espandere la domanda aggregata facendo aumentare
l’offerta di moneta. Secondo i sostenitori della stabilizzazione attiva, le variazioni degli
atteggiamenti di individui e imprese fanno spostare la curva di domanda aggregata e, se il governo
non reagisce, ne conseguono indesiderate e non necessarie fluttuazioni del prodotto e
dell’occupazione.
61
2. Argomentazioni contrarie: secondo gli oppositori di una stabilizzazione attiva dell’economia, la
politica fiscale e la politica monetaria agiscono con tale ritardo rispetto allo stimolo che i tentativi di
stabilizzare l’economia spesso finiscono per destabilizzarla.
CAPITOLO 34 - IL TRADE-OFF DI BREVE PERIODO TRA INFLAZIONE E DISOCCUPAZIONE
Il tasso di disoccupazione dipende dalle caratteristiche del mercato del lavoro; il tasso di inflazione
dipende dalla quantità di moneta controllata dalla banca centrale. Nel lungo periodo queste due variabili
sono indipendenti tra loro; nel breve periodo
esiste un trade-off tra inflazione e
disoccupazione.
La relazione di breve periodo tra inflazione e
disoccupazione è rappresentata attraverso la
curva di Phillips. L’economista Phillips affermò
che negli anni in cui si registrò un basso tasso di
disoccupazione, l’inflazione tende ad essere
elevata; quando l’inflazione è bassa, la
disoccupazione è elevata. Egli misurò
l’inflazione attraverso i salari nominali. Secondo
Samuelson e Solow, tale relazione si instaura
perché la bassa disoccupazione è associata ad
un’elevata domanda aggregata, la quale genera

un aumento dei salari e dei prezzi. Essi


furono i primi a chiamare curva di
Phillips la relazione inversa tra
inflazione e disoccupazione. Questa
curva mostra le possibili combinazioni
di inflazione e disoccupazione
corrispondenti agli spostamenti di
breve periodo nella curva di domanda
aggregata lungo la curva di offerta
aggregata. Maggiore è la domanda di
beni e servizi, maggiori sono nel breve periodo la produzione aggregata ed il livello dei prezzi (maggiore è il
tasso di inflazione) e più alto è il prodotto e più basso è il tasso di disoccupazione. Pertanto un aumento
della domanda aggregata sposta l’economia, nel breve periodo, lungo la curva di Phillips verso una minore
disoccupazione e maggiore inflazione; cioè l’economia si sposta verso un equilibrio caratterizzato da una
maggiore produzione aggregata e da un livello di prezzi più alto. All’aumentare della domanda aggregata,
le imprese impiegano una maggiore quantità di lavoro, nel punto B la disoccupazione è più bassa che nel
punto A. Dato che il livello dei prezzi è più alto in B che in A, anche il tasso di inflazione è alto.
Agendo sulla curva di domanda aggregata, la politica monetaria e fiscale possono far muovere l’economia
lungo la curva di Phillips. Un aumento dell’offerta di moneta, o della spesa pubblica, o una riduzione delle
imposte fanno aumentare la domanda aggregata e collocano il sistema economico in un punto della curva
di Phillips, quindi la disoccupazione si abbassa ed aumenta l’inflazione, vale anche il contrario.

62
LA CURVA DI PHILLIPS DI LUNGO
PERIODO
Secondo Friedman e Phelps
(influenzati da una politica
restrittiva), nel lungo periodo non
c’è trade-off tra inflazione e
disoccupazione. Se la banca centrale
aumenta il tasso di crescita
dell’offerta di moneta, il tasso di
inflazione aumenta ma nel lungo
periodo il tasso di disoccupazione
rimane al suo livello naturale. Di
conseguenza, la curva di Phillips di lungo periodo è verticale e la disoccupazione non dipende dalla crescita
monetaria o dall’inflazione nel lungo periodo. Come spiegato nella figura 34.4, nella parte a viene descritto
il modello di domanda ed offerta aggregata con una curva di offerta aggregata verticale (è verticale perché
nel lungo periodo il livello dei prezzi non influenza la produzione aggregata). Una politica monetaria
espansiva fa spostare la curva di domanda aggregata da DA1 a DA2, quindi l’equilibrio si sposta da A a B, il
livello dei prezzi aumenta mentre la quantità di prodotto rimane invariata. Nella parte b si mostra la curva
di Phillips di lungo periodo, che è verticale e corrisponde al tasso naturale disoccupazione. La politica
monetaria espansiva muove l’economia da A (bassa inflazione) a B (alta inflazione) senza modificare il tasso
di disoccupazione. Dal momento che sia la quantità di prodotto che la disoccupazione rimangono al loro
livello naturale, possiamo dedurre che la curva di offerta aggregata e la curva di Phillips sono due facce
della stessa medaglia.
Il tasso di disoccupazione è quel tasso di disoccupazione al quale l’economia tende nel lungo periodo; ciò
ce fa ridurre il tasso naturale di disoccupazione provoca uno spostamento naturale di disoccupazione verso
sinistra della curva di Phillips di lungo periodo. Una minore disoccupazione porta ad un maggiore numero
di lavoratori, dato che la quantità offerta di beni e servizi è maggiore a ogni dato livello dei prezzi, questo
comporta uno spostamento verso destra della curva di offerta aggregata di lungo periodo.
Così come la curva di offerta ha pendenza positiva solo nel breve periodo, il trade-off tra inflazione e
disoccupazione vale solo nel breve periodo; e come la curva di offerta aggregata nel lungo periodo è
verticale, anche la curva di Phillips è verticale. Per spiegare la diversa relazione tra inflazione e
disoccupazione tra breve e lungo periodo, Friedman e Phelps hanno introdotto una nuova variabile:
l’inflazione attesa. Essa misura le aspettative dei soggetti economici in base alle variazioni dei livelli dei
prezzi; essa è uno dei fattori che determinano le posizioni della curva di offerta aggregata di breve periodo.
Nel breve periodo la banca centrale può considerare l’inflazione attesa come un dato: se l’offerta di
moneta cambia, la curva di domanda aggregata si sposta e l’economia si muove lungo la curva di offerta
aggregata che è fisso fino a trovare un nuovo equilibrio di
breve periodo. Dunque le variazioni della quantità di
moneta inducono a inattese fluttuazione del prodotto dei
prezzi, della disoccupazione e dell’inflazione.
LA CURVA DI PHILLIPS NEL BREVE PERIODO
L’analisi di Friedman e Phelps si può sintetizzare
attraverso questa formula: tasso di disoccupazione= tasso
naturale di disoccupazione+ a(inflazione effettiva-
inflazione attesa). Nel breve periodo l’inflazione è data,
per cui un’inflazione effettiva più elevata è associata a
63
una minore disoccupazione. Il parametro “a” è la reattività della disoccupazione all’inflazione attesa, esso
dipende dalla pendenza della curva di offerta aggregata di breve periodo. Ciascuna curva di Phillips di
breve periodo riflette un particolare tasso di inflazione atteso. Al variare del tasso di inflazione atteso, la
curva di Phillips di breve periodo di sposta. Una politica economica espansiva fa muovere l’economia
verso l’alto lungo la curva di Phillips di breve
periodo, ma nel lungo periodo l’inflazione attesa
aumenta e la curva di Phillips di breve periodo si
sposta verso destra. La curva di Phillips di lungo
periodo ha inflazione attesa elevata, mentre nel
breve periodo ha inflazione attesa moderata.
Friedman e Phelps giungono alla conclusione che il
trade-off tra disoccupazione ed inflazione sia solo
temporaneo ed è inutile che i responsabili delle
politiche economiche cercano di sfruttarlo. Se i
responsabili della politica economica decidono di sfruttare la curva di Phillips per ridurre la disoccupazione
con una maggiore inflazione, tale riduzione può essere solo temporanea. Il tasso di disoccupazione che
tende a tornare al proprio livello naturale è detta ipotesi del tasso naturale.
GLI SPOSTAMENTI DELLA CURVA DI PHILLIPS: IL RUOLO DEGLI SHOCK E DELL’OFFERTA
Friedman e Phelps affermarono che le variazioni dell’inflazione attesa provocano spostamenti della curva
di Phillips di breve periodo. Un evento che influenza direttamente i costi ed i prezzi delle imprese, facendo
spostare la curva di offerta aggregata dell’economia e la curva di Phillips è detto shock dell’offerta. Come
mostra la figura 34.6, la parte a mostra un
modello di domanda ed offerta aggregata: se
la curva di offerta aggregata si sposta verso
sinistra da OA1 a OA2, l’equilibrio si sposta da
A a B, ed il prodotto diminuisce da Y1 a Y2 ed
il livello dei prezzi aumenta da P1 a P2. Nella
parte B si illustra il trade-off di breve periodo
tra disoccupazione ed inflazione. Lo
spostamento della curva di domanda
aggregata fa muovere l’economia da un punto
di bassa inflazione e bassi disoccupazione (A) a un punto caratterizzato da un valore più elevato di
entrambe le variabili (B). la curva di Phillips di breve periodo di sposta verso destra e i governi devono
confrontarsi con un trade-off tra inflazione e disoccupazione meno favorevole. Una domanda importante è
se tale spostamento della curva di Phillips di breve periodo sia temporanea o permanente. La risposta
dipende da come ciascun individuo aggiusta le proprie aspettative di inflazione.
IL COSTO DELLA RIDUZIONE DELL’INFLAZIONE
La riduzione del tasso di interesse è detto disinflazione. Qual è il costo di breve periodo della disinflazione?
Per ridurre l’inflazione, la banca persegue una politica monetaria restrittiva. Come mostra la figura 34.7,
l’economia si muove nel breve periodo lungo la curva di Phillips, da A a B. Con il tempo gli individui
aggiustano le proprie aspettative di inflazione e la curva di Phillips di breve periodo si sposta verso sinistra.
Quando l’economia raggiunge il punto C, il tasso di disoccupazione torna al suo livello naturale. Gli
individui per ridurre l’inflazione devono accettare un periodo di forte disoccupazione e bassa produzione
aggregata. A questo è associato il tasso di sacrificio che indica a quanti punti percentuali di PIL è necessario
rinunciare per ridurre il tasso di inflazione di un punto percentuale.
La teoria secondo la quale gli individui, nel formulare previsioni per il futuro, utilizzano in maniera ottimale
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le informazioni di cui dispongono, incluse quelle relative alle politiche perseguite dal governo; questo è
detto approccio delle aspettative razionali. Un approccio secondo cui gli individui e le organizzazioni
basano le proprie aspettative di inflazione future sui tassi di inflazione effettivi osservati più recentemente
è detto approccio delle aspettative adattive.
CAPITOLO 35 - LE POLITICHE DELL’OFFERTA
La supply-side economics è una teoria che enfatizza il ruolo dell’offerta e stimola la crescita economica, in
contrapposizione alle teorie keynesiane che si concentravano sulla domanda aggregata di beni e servizi.
Secondo gli esponenti della supply-side economics, le politiche economiche dovrebbero essere finalizzate a
migliorare il funzionamento dei mercati al fine di assicurare un’allocazione più efficiente delle risorse.
Questi provvedimenti vengono chiamate politiche delle offerte orientate al mercato. Invece, le politiche
volte a migliorare il funzionamento dei mercati attraverso l’investimento in infrastrutture, istruzione e
formazione e ricerca e sviluppo è detta politica dell’offerta interventista.
LA CURVA DI LAFFER: mostra la relazione tra aliquota (percentuale) d’imposta e gettito fiscale (tasse
pagate allo Stato dai cittadini). Quando l’aliquota fiscale è uguale a 0, il gettito è pari a 0; quando l’aliquota
fiscale è pari al 100%, il gettito è uguale a 0. Tra questi due estremi, il gettito varia in funzione dell’aliquota.
La curva dimostra come una riduzione dell’aliquota possa condurre ad un aumento del gettito. L’idea di
Laffer era che un taglio delle imposte potesse accrescere le entrate fiscali.

CAPITOLO 36 - LE AREE VALUTARIE E L’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA EUROPEA


Un’area valutaria è quell’area geografica all’interno della quale circola un’unica valuta accetta come mezzo
di scambio; essa è detta anche unione valutaria o unione monetaria. L’unione economica e monetaria
europea (UEM) è l’unione valutaria europea che ha adottato l’euro come moneta comune; essa
attualmente comprende 19 stati membri. Questi paesi hanno ritenuto importante abbandonare la propria
valuta ed adottare una nuova moneta (euro) perché si credeva che l’adozione di una valuta comune
europea avrebbe contribuito a completare il mercato dei beni, formando un mercato unico europeo che
abbraccia tutto il territorio europeo nel quale possono circolare liberamente lavoro, capitale e beni e
servizi. Con l’introduzione dell’euro sono stati aboliti di costi di transazione (ovvero non vengono più
pagate le commissioni bancarie); vi fu la riduzione della discriminazione di prezzo (cioè è più difficile
nascondere le differenze di prezzo in diversi paesi); vi fu una riduzione dei tassi di cambio (ad esempio io
venditore italiano di vino francese in base al valore della moneta francese devo decidere se importarlo o
meno).
L’area valutaria ottimale è un gruppo di paesi per il quale è ottimale adottare una valuta comune e
costituire un’unione valutaria. Il termine ottimale si riferisce alla capacità di ciascun paese del gruppo di
limitare i costi dell’unione monetaria e di massimizzarne i benefici. L’Europa è un’area valutaria ottimale?
Molti economisti affermano che l’Europa non sia un’area valutaria ottimale perché è caratterizzata da una
scarsa mobilità del lavoro ed una scarsa flessibilità dei salari reali.
Il disavanzo strutturale è la componente del disavanzo pubblico che non dipende dall’andamento del ciclo
economico ma dal fatto che lo Stato spende al di sopra delle proprie possibilità, cioè più di quanto
raccoglie attraverso le tasse. Il disavanzo ciclico è la componente del disavanzo pubblico dipendente dagli
alti e bassi del “normale” ciclo economico che turbano l’equilibrio tra spesa pubblica e reddito
dell’amministrazione pubblica.
CAPITOLO 37 - LA CRISI FINANZIARIA ED IL DEBITO SOVRANO
L’economia mondiale è caduta in una crisi che ha provocato uno dei periodi di recessione economica e
blocco della crescita. Una delle aree di disaccordo tra gli economisti riguarda la presenza di una bolla nei
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mercati finanziari prima della crisi. Si ha una bolla speculativa quando i prezzi delle attività e dei titoli
salgono ad un livello superiore al loro valore fondamentale; quando la bolla scoppia i prezzi delle attività e
dei titoli crollano. L’economia è stata attraversata da una crisi finanziaria, dovuta alla bolla. In seguito alla
crisi, la deregolamentazione dei mercati finanziari ha incoraggiato nuove forme di erogazione dei prestiti
ed ha agevolato l’accesso al credito, incoraggiando così le banche che sfruttarono al meglio i nuovi prodotti
finanziari ed il rischio percepito era basso. La crisi finanziaria ha condotto ad una contrazione dei prestiti e
al prosciugamento del credito, causando un aumento della disoccupazione ed il rallentamento dell’attività
economica. Quando è scoppiata la crisi le banche centrali hanno reagito riducendo i tassi di interesse e
sviluppando nuove modalità di intervento come i programmi di quantitative easing (cioè alleggerimento
quantitativo che permette l’acquisto di titoli di Stato o di altro tipo dalle banche per immettere denaro
nell’economia).
Come conseguenza, la crisi finanziaria ha prodotto una crisi del debito sovrano, cioè i paesi interessati da
un rallentamento economico sono stati costretti ad indebitarsi ulteriormente, provocando nervosismo tra i
cittadini.

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