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Giorgio Celli

Il Gatto di casa:
etologia
di un'amicizia
Disegni di Davide Celli
La prima edizione di questo libro è stata pubblicata nel 1997
da Aries - Gruppo Editoriale - Franco Muzzio Editore, Padova

Nuova edizione ampliata:


©2009 Gruppo Editoriale Muzzio srl
40050 Monte San Pietro (BO)
www.muzzioeditore.it

Finito di stampare
ottobre 2009
Press Grafica - Gravellona Toce (VB)

ISBN 978-88-96159-17-0
Indice
Prologo
Il gatto ride?
Strane storie
Una adozione
Aiuto, devo partorire!
Traslochi
Erode è un gatto?
L'ospite è come il pesce...
L'ospite indiscreto
Orecchio fino
Gatti e TV
Le gesta di Lucy
Acrobata!
Esploratrice!
Dormire, sognare, e nulla più...
Il gatto è Peter Pan?
Consigli per le adozioni
Se non mi ami non mi meriti
Intermezzo con cani e cavalli
Cani, orologi e calendari
I cavalli parigini sono più intelligenti?
Siamo quello che mangiamo
Mi fido solo degli amici
Qualche considerazione generale sul gatto, il cane, e... il coniglio
Il gatto samurai
I benefici dell'amicizia
Non lo faccio più!
Padroni felloni
Lode a quel gatto!
Gatti, cani e diavoli

Appendice tra il serio e il faceto


Il serio: gli animali pensano?
E il faceto: altruismo e mal di denti

E per concludere: Gattina!

Antologia del gatto per il lettore frettoloso


Il gatto melomane
Il gatto acrobata
Il gatto terapeuta
Il gatto magico
Il gatto a tavola
I gatti e la fame del mondo
Il gatto panettiere
Il gatto d'appartamento
I gatti di Le Havre
Il gatto intruso
Prologo

Il grande naturalista romano Plinio il Vecchio, che morì nella celebre e nefasta
eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, ha compilato il più monumentale
inventario della scienza naturale dell'antichità. La sua opera, in più volumi, dove le
notizie veritiere si mescolano ai pregiudizi più vieti del suo tempo, si occupa, per fare
qualche esempio, di piccioni viaggiatori e di api, e direi che nei riguardi di questi due
animali ci azzecca quasi sempre, e formula delle diagnosi che ci stupiscono per la
loro modernità.
L'ape, difatti, viene definita dal naturalista come una creatura né domestica, né
selvatica (lui scrive fera), che l'uomo alleva, ma di cui non controlla la riproduzione.
Per lo meno questo è accaduto fino ad oggi, perché l'apicoltura, divenuta scientifica,
riesce attualmente a inseminare le api regine in laboratorio, un caso davvero insolito
di fecondazione artificiale, o "aiutata", come si suol dire nel caso della nostra specie.
Ragion per cui anche il nostro laborioso insetto sta imboccando la strada della
domesticazione in senso proprio.
Tuttavia, checché ne dica l'apicoltore, che dall'Ottocento in poi, in seguito
all'adozione dell'arnia razionale, ha cominciato a ottenere il miele senza depredarlo,
distruggendo la famiglia, le api non ci riconoscono per nulla, e non si curano di noi.
Per loro l'apicoltore, anche il più amorevole, è una sagoma semovente, che provoca
talora un bello sconquasso nell'arnia, portandosi via i favi stracolmi del melario e
magari ricambiando il furto con una elargizione di zucchero per l'inverno. Se, poi,
non sa fare il suo mestiere, muovendosi nel corso dell'operazione di esproprio con
sicurezza e insieme con le necessarie cautele, può beccarsi qualche bel colpo di
pungiglione, elargito senza tanti complimenti. Quando ci vuole, ci vuole!
Non controllando, fino ad oggi per lo meno, come ho detto, ma si tratta ancora di
alchimie da laboratorio, la sua riproduzione, l'ape non si è ammalata d'uomo, come
suol dirsi, ed ha conservato la possibilità di vivere senza di noi. Perché molti degli
animali, e delle piante, che l'uomo ha sedotto, e ha chiamato al suo servizio,
attirandole nel circolo incantato della domesticazione, ahimè, sono diventate
strettamente dipendenti da noi, e senza di noi sparirebbero dal mondo.
Pensate al baco da seta, che in natura non esiste più, o al mais, che se l'uomo non
liberasse i semi strettamente agganciati alla spiga, beh, non ce la farebbe più a
riprodursi da solo! Invece, la nostra ape, né del tutto selvatica, né del tutto domestica,
anzi più selvatica che domestica, se ne infischia se l'uomo imbocca, a causa di una
tecnologia prometeica e suicida, la via dell'estinzione.
In un day after catastrofico, propongo questo scenario: l'ultimo Robinson Crousué
della nostra specie, ucciso dalle radiazioni di un conflitto nucleare o da una mensa
degna dei Borgia, satura di pesticidi e di altre diavolerie chimiche, ha tirato le cuoia.
Nel pianeta finalmente disinfestato dell'uomo, gli alveari superstiti, dato che gli
insetti resistono più di noi ai raggi gamma, e dato che diventano, a poco a poco, date
loro del tempo, insensibili a tutte le molecole di sintesi, non se la danno per inteso.
Giunto il momento, le operaie sciamano portando con sé la vecchia regina. Come
di consueto le esuli, in un grosso glomere, si appendono a un ramo e le esploratrici
partono in tutte le direzioni per cercare un nuovo ricovero dove insediare il nido, e se
non è un'arnia confortevole, va benissimo la cavità di un albero o il solaio di una casa
deserta, magari la stessa dell'apicoltore, nel frattempo scomparso senza che le sue
protette si chiedano il perché, visto che non si sono mai accorte che lui esistesse per
davvero. L'ape erediterebbe così il mondo e probabilmente gestirebbe il suo rapporto
con la natura molto meglio di noi!
Ma perché ho cominciato questo mio sproloquio evocando il popolo misterioso, e
numeroso, dell'alveare? Perché io, come forse molti sanno, faccio di professione
l'entomologo, e le api sono state le cavie, lo si fa per dire, di molte mie ricerche.
Delle ricerche che ho sempre svolto in camice bianco, con tutti i crismi, e i carismi
del metodo scientifico. Le osservo, do loro del miele, associo il miele a delle figure,
pongo alle mie api delle domande formulate come offerta di cibo, e loro mi
rispondono facendo qualcosa, soddisfano le mie curiosità, non con delle parole, ma
con dei comportamenti.
Però, quando mi tolgo il camice del professore e vado a casa, beh, l'etologo delle
api si trasforma nell'etologo dei gatti. Perché da sempre, non vi dico da quando, dato
che ci tengo, per un particolare capriccio, ad occultare la mia età, io vivo in
compagnia di questi animali eclettici e straordinari, e per decenni non ho potuto fare a
meno di osservarli, di congetturare su quello che fanno, di confrontare le loro azioni
in differenti contesti, e oggi mi illudo di averli un poco capiti.
Dimmi cosa fai, e ti dirò chi sei. Dal canto mio, tirate le somme, devo confessare
che mentre ho vissuto in compagnia delle api solo durante quei giorni in cui mi
occupavo sperimentalmente di loro, e spesso con lunghe interruzioni tra una
esperienza e l'altra, con i gatti ho passato la vita, e mi sembra abbia ragione da
vendere George Schaller, come dirà meglio alla fine del libro, che spesso il
proprietario di un animale domestico, un cane, un gatto, e perfino un canarino, finisce
per saperne di più sulla sua bestiola di qualsiasi "professionista". Se poi quel
proprietario è un etologo, beh, si muta per davvero in un ricercatore a full time.
A pensarci bene, tra l'altro, fra l'ape e il gatto esiste una qualche vertiginosa
analogia, nel senso che anche i nostri mici sono domestici fino a un certo punto, e la
nostra esistenza insieme a loro è, tutto sommato, abbastanza recente. Difatti, l'uomo
ha incontrato il gatto qualche millennio fa, molto dopo del cane, che è diventato il
nostro migliore amico quindicimila anni or sono, e forse molto più remotamente.
Proprio in questi giorni, difatti, un biochimico avrebbe deciso che il connubio
felice tra l'uomo e il cane risalirebbe addirittura a un'epoca in cui noi non eravamo
ancora dei sapiens in senso proprio e cioè più o meno, centomila anni or sono, e così
sia! Sarà vero? Alle ricerche future l'ardua sentenza!
Ma ritorniamo al nostro gatto, e alle sue origini. Non sappiamo nulla di certo,
malgrado le molte ossa del felino ritrovate negli scavi archeologici delle città più
remote, come, per citarne una, quella di Gerico. Che tra quelle mura così sensibili alla
musica - vi ricordate che la Bibbia racconta come venissero fatte crollare con uno
squillo di tromba? - e ancora che in quelle vie, e in quelle case, ci fossero dei gatti, e
che quei gatti non avessero un aspetto molto diverso da quelli attuali, è ormai un fatto
acquisito. Difatti, come ho già accennato, gli scheletri sono eloquenti al riguardo.
Il punto è che non sappiamo se quei mici fossero animali utili, o da compagnia,
una cosa che resta tutta da dimostrare. Perché, introduco la faccenda con un brivido,
quei miseri resti potrebbero essere gli avanzi di un banchetto, e i poveri gatti, si
sospetta, potrebbero essere stati addomesticati per ragioni bassamente gastronomiche.
Mangiare i gatti: a tutti quelli che, come me, li amano tanto, la cosa sembra venir
fuori dal soggetto di un film dell'orrore, o da un racconto di Edgard Allan Poe...
Eppure, ascoltate questa: un mese fa, uno dei gatti che vagano, non randagi in senso
proprio, ma nomadi di giardino in giardino, nell'area verde che si estende tra le case
dietro il mio appartamento, un gatto maschio, intero, come suol dirsi per indicare che
non è stato castrato, e che, per il suo pelo di un nero lucente, risponde al nome di
Nerone, è comparso al self-service serale che allestisco per i miei commensali, con un
ampio squarcio attorno al collo. La ferita era recente e presentava dei lembi di pelle
penduli e sanguinolenti, con un andamento circolare. Non ci voleva molto a capire
che era stata provocata da un cappio, dal quale Nerone doveva essersi liberato con
grande fatica, e dolore, lasciando una parte della pelle del suo collo sulla corda
strangolatrice. Evidentemente, per sua somma fortuna, il nodo scorsoio non doveva
essere stato congegnato ad arte, e gli era stato concesso di scamparla.
Bene, un cappio è la struttura canonica di una trappola per conigli, e ho subodorato
che l'assassino non fosse un killer di gatti, spinto da pulsioni sadiche, o da qualche
oscura fantasticheria, di ascendenza medievale, del gatto come l'alunno del diavolo,
da far fuori in una sorta di guerra santa, bensì di un cacciatore in piena regola
desideroso di colmare il suo carniere.
Mi sono documentato, allora, se in qualche trattoria del quartiere il coniglio
comparisse di frequente nel menù, perché non è cosa tanto insolita che l'ufficio di
igiene del comune scopra che l'arrosto servito in qualche locale come coniglio, era un
bel gatto debitamente catturato, ucciso e messo al forno o allo spiedo.

Sono caduto in preda ai ricordi e ho fantasticato, allora, novello Marcel Proust, che
forse la "balla" dei facchini, della quale mi raccontava, da bambino, mia madre, non
si fosse estinta del tutto, ma sopravvivesse trasformata in una lugubre società segreta
di gattofagi. Siete curiosi? Vi capisco, e passo subito a sedare la vostra impazienza di
saperne di più.
Ricordo ancora la voce di mia madre che echeggiava nella penombra della camera
e io che 1'ascoltavo stupefatto e terrificato, ma del pari ansioso che continuasse. C'era
una volta, nei primi anni del nostro secolo, una "balla" di facchini del mercato
ortofrutticolo. "Balla" è una parola dialettale che equivale a club, benché non indichi
di sicuro un consorzio di gentiluomini raffinati, ma di rudi lavoratori, maneschi e
proclivi alle parolacce. Tutti gli anni, questa "balla", a metà del mese di dicembre,
allestiva una cena sociale, dove si mangiava a crepapelle e si beveva a piena gola, e
durante la quale si recitavano delle "zirudelle", poesie dialettali di argomenti salaci, e
per questo a quel meeting non erano mai invitate a partecipare le signore.
Ma il particolare più stravagante di quella cena pantagruelica era che il piatto
principale aveva come base... il gatto, cucinato secondo diverse ricette, con un ricco
contorno di patate lesse e di cavoli rossi. Fin dai primi giorni di ottobre, era stato
notato nel corso degli anni, i gatti del quartiere cominciavano a sparire, e ce ne volle
del bello e del buono per scoprire, e alla fine lo si scoprì, quale fosse il loro triste
destino.
I facchini gattofagi si aggiravano di notte per le vie equipaggiati di strumenti in uso
presso gli accalappiacani di un tempo, una pertica con un cappio in cima. Questo per i
gatti più diffidenti; quelli più proclivi a socializzare venivano attirati con elargizioni
di cibo, fettine di polmone per esempio, e presi in braccio con mille carezze. Ma tutti,
i diffidenti, presi alla gola, o i fiduciosi, mi si consenta il calembour, presi per la
gola, gli uni con un laccio, gli altri con del polmone, finivano in un sacco. Come
venissero uccisi non lo si sa bene, ma sembra a bastonate, oppure annegati, sempre
con maniere brutali, comunque, degne di quei nefandi carnefici, e le carcasse,
scuoiate a dovere, venivano sistemate sotto la neve, che allora cadeva puntualmente
nel mese di Natale, perché la carne dei felini, frollandosi, perdesse il sapore di
selvatico.
In parole povere, lo pensai da grande quando lessi dei libri di etnologia, o di
psicoanalisi, come il celebre Totem e Tabù di Sigmund Freud, quei facchini si
conformavano, con quella cena, a un cerimoniale totemico. Difatti, si sa che il totem,
per molte popolazioni primitive, è un animale rispettato, protetto e perfino adorato
nel corso dell'anno, ma che un brutto giorno è catturato, sacrificato e mangiato in un
rito collettivo, sacrale e gastronomico insieme. Si badi bene: il totem deve essere
mangiato dall'intera tribù, e non è consentito a nessuno di servirselo in tavola
privatamente. Ed era proprio a questo diktat che gli uomini della "balla" obbedivano,
allestendo una cena rituale e tribale, celebrata, pensateci bene, non dagli aborigeni
della Nuova Guinea, ma da cittadini di Bologna, e non in epoche prelogiche e
magiche, ma agli inizi del secolo Ventesimo.
Il fatto è che l'uomo moderno è antico, e c'è sempre un selvaggio che sonnecchia in
noi, pronto a risvegliarsi. In altre parole, quei facchini si tribalizzavano, e le tribù, o
più semplicemente i gruppi, si comportano spesso peggio degli individui singoli, e lo
dimostrano le associazioni dei giovani teppisti o le folle dei tifosi allo stadio, o,
infine, la nostra "balla" di macabri mangiagatti. Tra l'altro, ha probabilmente ragione
Scipio Sighele, e prima di lui Eugène Sue, che gli abitanti dei quartieri più poveri, e i
facchini vivevano nei bassifondi, ed erano quasi tutti analfabeti, tendono ad essere
prigionieri del passato, in balia dei pregiudizi e delle superstizioni più viete, e
costituiscono, per dir così, gli aborigeni delle città, quelli che nel lessico dei tempi più
recenti potrebbero venir definiti con l'espressione di indiani metropolitani.
A poco a poco, i proprietari dei gatti rapiti, il racconto di mia madre continuava e
io ero contrastato tra il sonno e il desiderio di conoscere la fine della terribile vicenda,
cominciarono a nutrire dei sospetti, finché questi sospetti diventarono certezza, e si
ebbe una vera sollevazione popolare contro i facchini, bollati di infamia e perfino
minacciati di rappresaglie fisiche. E con energia si intimò loro di smetterla con le loro
tristi imprese venatorie, cosa che li costrinse a procurarsi il loro cibo particolare
battendo le più lontane periferie. Alla fine la fatica di queste cacce extraurbane
soverchiò il piacere e l'universale discredito costrinse i gattofagi a celebrare altre cene
sociali, magari servendo in tavola delle braciole di maiale.
Ma la cessazione del crudele cerimoniale si legò a un evento in odore di zolfo, che
non si sa se fosse vero, oppure se si trattasse di una leggenda metropolitana e nulla
più. Una brutta sera di gennaio il presidente, si fa per dire, della "balla", si impiccò a
una trave del soffitto di casa sua, e su questo suicidio cominciarono a correre delle
strane congetture.
Qui mia madre abbassava la voce e cominciava a sussurrare, e io avevo
l'impressione che nella notte si levasse un gran vento, e che l'ombra degli alberi in
giardino si ingigantisse, si deformasse e che le piante trasfigurassero come nel
naufragio di una fantastica luna. Il racconto si faceva stregato, e io mi rannicchiavo
nel letto, guardando la finestra, e l'ombra mobile degli alberi e ascoltando le urla
disperate del vento, con la sensazione di trovarmi nel circolo di un misterioso
incantesimo. Si narrava in giro, mormorava mia madre, che il capo tribù della "balla",
a un certo punto della sua vita, dopo aver ucciso più di cento gatti, fosse caduto in
preda a una ossessione. O a una allucinazione, come sarebbe meglio dire.
Un gatto nero, dagli occhi pieni di fosforescenze, e dalla stazza gigantesca, aveva
cominciato a seguirlo, tutte le sere, quando lasciava l'osteria per tornarsene a casa.
Dapprima non l'aveva notato, poi l'omone si era messo a ridere, pensando che
l'avrebbe ben presto catturato e sepolto nella neve. Una notte ci provò, a prenderlo, lo
rincorse fulmineo, ma il gatto girò dietro una colonna del portico di via Saragozza, e
sparì. Il facchino strabiliò, e pensò che quel vino rosso, quel sangiovese così
magnificato dall'oste, gli aveva giocato un brutto tiro. Si avviò verso casa
ripromettendosi, la sera dopo, di essere più sobrio, ma ecco che il gatto era là, davanti
a lui, a pochi metri di distanza, grumo di tenebre nella luce irreale della luna che
illuminava, di sbilenco, il portico. Gli gridò di andar via, ma il gatto non si mosse:
nella penombra, i fosfori dei suoi occhi sembravano due oblò aperti sugli abissi
dell'inferno.
L'uomo avanzò, facendosi coraggio, verso quell'apparizione notturna, che svanì,
per ricomparire alle sue spalle. E fu quando il gatto miagolò, e il suo miagolio sembrò
un coro di impiccati, un rantolo strozzato in gola, che culminava in una specie di
risata demoniaca, che il facchino perdette la testa e si mise a correre, a gambe levate,
verso casa. Da quella sera il gatto non cessò di seguirlo, emettendo, qualche volta, il
terribile vocalizzo, specie quando il silenzio notturno era profondo. L'uomo subì una
curiosa metamorfosi, diventò irritabile e si diede al bere. Alla fine, sempre sbronzo,
perdette il lavoro. I suoi occhi cominciarono a fissare il vuoto, e, a tratti, delle gocce
di sudore gelido gli scorrevano sulla faccia, e lui mormorava qualcosa di
incomprensibile, che era una bestemmia o, forse, una preghiera.
Non contribuì per nulla con un suo apporto alla cena annuale della tribù, e cioè non
portò alcuna preda da servire in tavola, accusando un malessere fisico, che non gli
consentiva di battere in caccia le vie della notte. Quando mangiò una coscia di gatto e
qualcuno gli sussurrò gaiamente che si trattava di un grosso micio di colore nero,
strabuzzò gli occhi, balzò in piedi, e corse in bagno a vomitare. Quando riapparve ai
commensali, che si erano tutti ammutoliti, era pallido come un fantasma, e uno strano
tremore gli agitava tutto il corpo. Mormorò qualcosa, che nessuno capì. Qualcuno
giurò che aveva detto "era lui", ma la cosa restò controversa.
Un amico lo accompagnò a casa, dove, tra la stupefazione dei familiari, si chiuse in
uno sgabuzzino angusto, dicendo confusamente che doveva essere punito. Malgrado
il pianto e le suppliche della moglie e del figlioletto, che non cessarono mai di
chiamarlo, di invitarlo a uscire, restò nel suo rifugio tra le tenebre, per ben due giorni.
Quando, stanchi di invocare e di pregare, la donna e il figlioletto si addormentarono,
il recluso uscì dalla sua prigione volontaria e si impiccò a una trave del soffitto.
Si disse in giro che avesse usato il cappio impiegato tante volte per accalappiare i
gatti, e la circostanza contribuì di certo a far desistere i soci della "balla", tutti
superstiziosi, dalle loro imprese venatorie. Mi addormentavo, a questo punto del
racconto di mia madre e sognavo un gatto nero, che, però, non mi faceva paura,
perché ero stato buono con lui e lui mi ricambiava con eguale bontà. Nel sogno, il
demonio si era angelizzato e i fosfori dei suoi occhi brillavano di un azzurro
straordinario, e sembravano rispecchiare il cielo.

Ma, non si creda che mangiare i gatti sia una cosa che ripugna davvero a tutti i
nostri simili: dipende solo dalle circostanze. Durante la seconda guerra mondiale io
ero un bambino molto piccolo, ma ricordo benissimo che mia madre, come fanno di
solito i proprietari di animali domestici, si rivolgeva alla gatta di casa, di nome
Giuditta, raccomandandole di non uscire, perché fuori, beh, c'era pericolo che
qualcuno la mettesse in pentola. Sicuramente, la gatta non capiva la
raccomandazione, ma qualche agguato predatorio, e proditorio, che doveva averla
minacciata, penso fosse stato più convincente, e più comprensibile, delle parole di
mia madre, e Giuditta se ne guardava bene di andarsene a spasso per il mondo, come
era solita fare in epoche più felici.
In città, difatti, la caccia al gatto era aperta, e l'appetito, anzi la fame, che i bollini
delle tessere annonarie, e il mercato nero, non riuscivano a sedare del tutto, faceva di
molte persone dei candidati prima, e dei praticanti entusiasti dopo, della gattofagia.
Era diventato ben difficile imbattersi per le strade in un gatto: sopravvivevano
soltanto nel fortilizio di qualche casa, presidiati da padroni amorosi. Si poteva perfino
ascoltare, di tanto in tanto, in un caffè, qualche sfrontato che si vantava della bontà
della carne di gatto e che suggeriva perfino ai suoi ascoltatori occasionali, dei
complici in potenza, qualche ricetta molto elaborata. Ma tutto sommato, non credo
affatto che il gatto sia stato addomesticato per scopi di bassa macelleria.
In termini generali, non è conveniente mangiare degli animali carnivori, perché
occupano, nelle catene alimentari, un anello più alto degli erbivori, e presuppongono,
dunque, una maggiore perdita energetica. Sarà bene, forse, a questo punto, che io mi
spieghi un po' meglio. Perdonatemi la digressione, ma l'ecologia interessa un po' tutti,
e penso che gradirete di saperne un po' di più sulle suddette catene alimentari. Di che
cosa si tratta?
Beh, non di una catena della fratellanza, perché ci troviamo di fronte, al contrario,
a una successione di chi mangia e di chi viene mangiato. Per esempio, la larva di una
farfalla si alimenta con le foglie di una pianta, un insetto predatore la divora, un
uccello coglie al volo il divoratore a sei zampe, un falco piomba sull'insettivoro e se
lo serve, per dir così, in tavola. Se non un falco, un gatto, che agli effetti del nostro
discorso è proprio lo stesso.
La domanda che sorge spontanea è: queste catene possono avere tanti anelli quanti
se ne vuole? Neppure per sogno, e le ragioni sono state messe in luce dagli ecologi
che si occupano degli scambi energetici tra gli organismi. A ogni passaggio del cibo
una parte dell'energia si disperde, e quando dico una parte minimizzo, perché in
realtà, si tratta di una percentuale dell'ordine dell'80-90%. Faccio un esempio,
pescato, ed è qui proprio il caso di dirlo, dalla biologia degli animali marini.

Siete aumentati di peso di un mezzo chilogrammo dopo delle grandi abbuffate a


base di pesce? Bene, prendete nota di quanto avete "virtualmente mangiato". Nel
mare pullulano i cosiddetti organismi planctonici, che sono delle alghe microscopiche
provviste di clorofilla, e quindi capaci di impiegare la luce solare per produrre della
sostanza organica.
Cinquecento chilogrammi di questo "fitoplancton", come si chiama nel lessico
scientifico, sono necessari per produrre cinquanta chilogrammi di "zooplancton",
composto da animaletti vegetariani. Questi cinquanta chilogrammi servono per
produrre cinque chilogrammi di pesce, che, passando per il vostro piatto, hanno fatto
aumentare di cinque ettogrammi il vostro peso. Buon Dio, se facciamo un bilancio, il
vostro incremento ponderale è dipeso dal consumo di mezza tonnellata di alghe
verdi!
Ma per tornare a bomba, e cioè ai gatti, non sembra sia stato mai energeticamente,
ergo economicamente, proponibile l'allevarli per mangiarli. Non si dimentichi, poi,
che la carne degli erbivori è quasi sempre di migliore qualità, e di sapore più
gradevole, di quella dei carnivori, e che l'uomo è un animale opportunista e nei tempi
di penuria, e non nelle epoche di vacche grasse, tende sempre a mangiare quello più
facile da reperire, o da allevare. Per cui, se noi non mangiamo le cavallette, e gli
africani sì, è solo perché là, fin dai tempi delle piaghe d'Egitto, questi insetti sono
presenti in grande abbondanza. Facili da trovare, buoni da mangiare, un aforisma
avvalorato dall'antropologo della cucina Marvin Harris.
Dunque, se non per mangiarli, perché mai i gatti sono stati addomesticati? Intanto,
da chi? Sicuramente dagli antichi Egizi, e secondo diversi reperti archeologici si
almanacca che l'evento si sia verificato circa duemila anni prima dell'era cristiana.
Per esempio, da allora in poi, nelle tombe, sono state spessissimo rinvenute, accanto
alle mummie degli uomini, delle mummie di gatti, con le loro brave ciotole del cibo
accanto, a conferma che il popolo del Nilo credeva non solo all'immortalità
dell'anima umana, e metteva nelle tombe del cibo, ma anche a quella dei nostri mici e
provvedeva a nutrirli egualmente. Per lo meno, fantasticava di nutrire gli uni e gli
altri.
Si tenga conto che nell'antico Egitto il gatto era stato elevato al rango di una
divinità benefica, oggetto di culto, e che l'uccisione di uno di questi felini era punita
con la pena capitale. Ma non illudiamoci, si sa che l'amore dell'uomo è sempre un po',
e forse non solo un po', ispirato dall'interesse, e state pur certi che se il gatto era così
apprezzato, doveva per forza assolvere nella civiltà egizia dei compiti di vitale
importanza.
Per la prima volta, nella storia della nostra specie, all'ombra delle piramidi, dove si
praticava una agricoltura d'avanguardia, l'uomo si trovava in possesso di quantità
imponenti di grano, che doveva conservare in giganteschi silos, chiamiamoli pure
così. Però, che iattura, il godimento di quelle derrate ci veniva contrastato dai
roditori, che si intrufolavano in gran numero nei "forzieri dei cereali", divorandone
una parte, e magari inquinando il resto con i loro escrementi. I custodi, che erano poi
i sacerdoti di Annone, si disperavano, e tentavano in ogni modo, ma vanamente, di
sfrattare gli importuni commensali, finché... e qui viene il bello.
Finché notarono un animaletto peloso e agilissimo, che aveva iscritto i topi nel suo
menù, e che ne catturava, e divorava a bizzeffe. Che fortuna! Recita un antico
proverbio cinese che, fatalmente, i nemici dei nostri nemici sono nostri amici, ragione
per cui... i guardiani del grano pensarono di impegnare quell'animaletto vorace, che
era il gatto selvatico, in una prima operazione di lotta biologica. Probabilmente
cominciarono a prendersi cura delle micie e dei loro gattini, e a introdurre nei silos le
famigliole, che vennero a trovarsi così nel paese di Bengodi, in compagnia di una
moltitudine di cibo semovente.
Come si sa, i nostri mici, se non sono viziati da padroni che li nutrono, li
vezzeggiano, e li tengono confinati in luoghi dove l'esercizio venatorio è impossibile,
sono dei predatori d'eccezione.
Desmond Morris cita le gesta di due campioni della specie, veri e propri
olimpionici della caccia al topo - e pensate che si trattava di esemplari domestici! - un
soriano maschio vissuto per più di venti anni in una fattoria inglese, che aveva
sterminato durante la sua esistenza più di ventimila topi, con una media di tre al
giorno, e un altro soriano, questa volta femmina, che a Londra, in soli sei anni di
attività, fece passare a miglior vita più di dodicimila topi, con una media di cinque
vittime al giorno!
Purtroppo il gatto non perseguita soltanto il topo, ma è un predatore "generalista",
dotato di una buona dose di opportunismo. In questo, ci somiglia davvero, perché
anche per lui più un animale è facile da catturare, e più è gradito, e diventa il piatto
forte della sua dieta. Se viene introdotto dall'uomo in un ambiente confinato, per
esempio in una zona verde recintata, o ancor meglio in un'isola, il gatto può esercitare
a pieno la sua abilità di predatore, e produrre dei seri danni ecologici.
Insomma, esistono, insieme a tante benemerenze, dei misfatti dei gatti.
Cominciamo col ricordare come in molte isole, dove convivono i ratti e i conigli, i
gatti prediligono la carne di coniglio, e ne perseguitano i piccoli. Questo succede, per
esempio, alla Gran Canaria, dove i ratti vengono predati in maniera trascurabile
(partecipano solo con il 4% al menù), mentre i conigli sono diventati i protagonisti
infelici del pasto quotidiano dei gatti locali. A Isabela, un'isola dell'Arcipelago della
Galapagos, dove invece i conigli mancano, i gatti catturano i ratti in gran numero,
facendoli figurare per più del 70% della loro dieta.
Ma, ahimè, proprio nel caso delle Galapagos, i misfatti dei gatti hanno assunto
delle dimensioni preoccupanti. Di recente, ho fatto visita a quelle isole, che
compongono un arcipelago dell'Oceano Pacifico disseminato sulla linea dell'equatore.
Si sa che Darwin, verso la fine del suo periplo del mondo, vi approdò, e sembra che
la distribuzione insulare delle testuggini giganti, che danno il nome all'arcipelago,
sono chiamate in spagnolo Galapagos per l'appunto, nonché le tredici specie di
fringuelli che popolano ora questa e ora quell'isola dell'arcipelago, gli abbiano
suggerito l'idea dell'evoluzione.
Certo, le Galapagos costituiscono un vero e proprio laboratorio di biologia, e di
zoologia "en plein air", perché la loro separazione dalla terra ferma, dal Sud America
in questo caso, ha consentito la comparsa di specie endemiche, in altre parole che si
trovano solo là, e in nessuna altra parte del pianeta. Dicevo delle gigantesche
testuggini, ma ci sono anche le prodigiose iguane di mare, di colore nero, e talora
spruzzate di rosso, che si aggirano come dinosauri superstiti sulle rocce laviche, e che
si tuffano in mare, uniche al mondo, per brucare le alghe.
E ancora, tra le pietraie battute dal sole, ci si può imbattere nelle iguane di terra,
che sgranocchiano, senza darsi per intese, delle pale di cactus. Oppure si possono
osservare dei cormorani dalle ali atrofiche, che, come gli struzzi, non riescono più a
volare, e si sono convertiti al nuoto, e di conseguenza alla pesca, o alfine dei pinguini
nani, buffi da far tenerezza. Si tratta, insomma, di un frammento del paradiso
terrestre, trasformato da una quarantina d'anni in un grande parco naturale.
Per milioni di anni, gli animali delle Galapagos hanno vissuto, e si sono riprodotti,
ottemperando ai loro cicli biologici, alla loro etologia, senza che nessuno li
disturbasse. Ma dal Cinquecento in poi l'uomo ha scoperto l'arcipelago, e come
sempre succede, sono cominciati i guai. Bucanieri, balenieri, avventurieri, marinai e
malfattori di ogni risma sono passati per le isole, uccidendo le tartarughe per
mangiarle, e le iguane per divertimento, aiutati dalla circostanza singolare che gli
animali delle Galapagos, evoluti in assenza di predatori, non hanno, poveri loro!,
nessuna paura dell'uomo, e si fanno avvicinare tranquillamente, dimostrando una
fiducia e una confidenza meritevoli di miglior destino.
Ahimè, l'uomo, come ha scritto Nietzsche, è il più crudele di tutti gli animali, e se
una iguana non fugge, tanto peggio per lei! Significa che è un po' grulla, e se la si
prende a bastonate, beh, se l'è proprio voluta! Ma le ricadute nefaste dell'arrivo
dell'uomo alle isole non sono state soltanto determinate, in modo diretto, dalle
fucilate o dalle bastonate, ma da azioni indirette, forse più pericolose perché hanno la
tendenza a protrarre le loro ripercussioni nel tempo.

In parole povere, sono state introdotte nelle isole delle specie di piante e di animali
che prima non c'erano. Le capre, per cominciare. Giunte via mare, e lasciate libere, si
sono riprodotte a piacimento, dedicandosi, come pastura, a quelle piante locali, che
costituiscono, da sempre, il cibo delle tartarughe. Per cui, questi rettili giganteschi
sono stati ben presto messi a dieta, e se prima venivano uccisi a colpi di bastone, oggi
rischiano di morire di fame. E i gatti, veniamo al punto dolente, giunti colà a bordo
delle navi, dove erano stati imbarcati per ripulire la stiva dai ratti, hanno trovato i
piccoli delle iguane di mare ottime da mangiare e hanno deciso che talune graziose
lucertole, dette lucertole delle lave, costituiscono una gradevolissima pietanza.
Purtroppo, degli studi recenti suggeriscono che i gatti, a basse latitudini, e le
Galapagos sono sulla linea dell'equatore!, manifestano una certa preferenza a predare
i rettili, invece che i roditori. Per cui, se è pur vero che cacciano anche i ratti, e in tal
senso sono utili, lo fanno con meno entusiasmo, ergo con meno frequenza, delle
iguane e delle lucertole, per cui il bilancio costi/benefici segna in rosso. Ed è del pari
vero che non solo nelle isole, ma ovunque si immettano in ambienti confinati, i gatti,
lasciati liberi di riprodursi senza freno, prima o poi danno origine a delle difficoltà.
Come quelle del genocidio degli uccelli, o di altri piccoli animali, se ce ne sono.
Ho potuto osservare su scala ridotta il "pericolo gatto" in una piccola nicchia
urbana, formata da una serie di case disposte in quadrato attorno a un insieme di
giardini strettamente contigui, che si muta, così delimitato, in una sorta di isola verde.
Bene, molte delle famiglie che abitano nelle case confinarie, chiamiamole così,
ospitano dei gatti, ed è fatale che vengano lasciati liberi di aggirarsi tra le aiuole e gli
alberi, e che si formi così una taskforce di predatori instancabilmente all'opera. I
merli, che nei giardini di altre case, più aperti alla circolazione degli uomini e degli
animali, sono presenti in gran numero, nella suddetta isola verde, beh, sono pressoché
spariti.
Ricordo un giorno che un piccione vagabondo, giunto lì dalla piazza del centro
storico, ebbe la pessima idea di atterrare tra le case, emettendo un melodioso glu-glu.
Cinque gatti balzarono all'unisono sullo sfortunato volatile, e il più grosso dei
cacciatori lo prese in bocca, ancora starnazzante, e sparì tra i cespugli inseguito dagli
altri. Del piccione non ebbi più notizie, tranne che il vento, quella sera, mi portò in
volo una sua malinconica penna, e mi sembrò, e credo a ragione, che fosse
l'equivalente di un epitaffio. Come contraltare della distruzione degli uccelli, devo
però ricordare che nelle case poste sui confini di questo luogo di annientamento
dell'avifauna non c'è più traccia di ratti, e di topi, che invece infestano le cantine e i
giardini delle altre abitazioni del quartiere, e spesso gli abitanti se ne lamentano e
fanno petizioni perché le autorità preposte intervengano.
Per cui, ogni medaglia ha il suo rovescio: lo sterminio degli uccelli deve essere
iscritto a bilancio con la messa al bando dei roditori, e ciascuno giudichi se, nel caso,
la partita doppia ecologica e sanitaria finisca o no per quadrare.
Per concludere, se è vero che l'addomesticamento del gatto risale a circa due
millenni prima della nostra era, dobbiamo tener presente che, dal punto di vista
dell'evoluzione, si tratta di un'epoca recentissima. Tuttavia, se è pur vero che gli
adattamenti degli organismi si manifestano in maniera tanto più rapida quanto più
veloci e vistosi risultano i cambiamenti ambientali, il gatto, che da ausiliario è
diventato, nei paesi del benessere, un ozioso amico, sta maturando delle
singolarissime novità etologiche.
Se confrontiamo, come nella favola di un Esopo moderno, il gatto dei campi e
delle cantine, selvatico o rinselvatichito che sia, sterminatore di topi, con il gatto che
fa ron-ron sulle ginocchia del padrone, e che dorme ai piedi del suo letto, beh,
sembrerebbero due animali di specie diverse. Ed è proprio questa "pseudospecie
nuova" di gatto da compagnia che sto spiando attraverso gli anni, e di cui voglio
parlare in questo libro. In parole povere, ho l'ambizione di descrivere l'etologia di
un'amicizia.
Il gatto ride?

La psicologia del riso, il perché si ride, malgrado si tratti di un evento di tutti i


giorni, perlomeno nella migliore delle ipotesi, resta ancora una faccenda abbastanza
enigmatica. Le radici del riso sembrano rintracciabili in processi cognitivi di
esclusiva pertinenza della nostra specie. Consiglio a tutti la lettura del saggio Il riso
di Henri Bergson per accertare quanto questo filosofo così geniale risulti deludente
nel confronto con questa inquietante manifestazione. Bene, se gli scimpanzé hanno
delle espressioni che possono, alla lontana, e non so quanto propriamente, costituire,
per dir così, l'aurora di una risata, animali lontani da noi come il gatto sembrerebbe
escluso che possano ridere. Eppure, se la psicologia del riso è stata fino ad oggi
fallimentare nei riguardi dell'uomo, e ancor più nei riguardi degli animali, può darsi
che la sua fisiologia, perlomeno nel suo aspetto più generale, o meglio generico, ci
serbi una qualche sorpresa esplicativa. Per cui, diamo fuoco alle polveri.

Uno degli spettacoli più straordinari che la natura selvaggia possa offrirci, è la
corsa del ghepardo che insegue la sua preda, per esempio una povera gazzella
impegnata a fondo nel tentativo di sfuggire al suo persecutore. Il ghepardo, difatti,
negli ultimi cento metri del suo percorso, nella "volata" insomma, può raggiungere
una velocità pari a 100 e forse più chilometri all'ora, rivaleggiando con una
automobile di piccola cilindrata. Il gatto, dal canto suo, non va a caccia adottando la
strategia nota come "inseguimento", ma pratica quella dell'"agguato", e cioè avanza
cauto tra l'erba, tentando di rendersi invisibile, e alla fine scatta in avanti e piomba sul
topo, o sull'uccello, facendogli assaggiare le sue armi affilate, le zanne e gli artigli. Il
gatto che si avvicina al suo bersaglio vivente ha tutto l'interesse a non fare il minimo
rumore, e infatti ha gli artigli retrattili in guaine speciali dei polpastrelli, per cui
procede in un silenzio quasi perfetto, e anche il nostro micio di casa può comparirci,
d'un tratto, accanto, come se venisse fuori dal nulla, e si fosse magicamente
materializzato. Buon Dio, proprio per questa sua capacità di procedere senza fare
alcun rumore era stato scambiato dagli uomini del Medioevo, ossessionati dalla
possibile presenza tra di noi del demonio, come quella di un essere venuto
dall'inferno, capace di uscire dritto dritto dal nulla. Per suo conto il gatto, se non
produce dei rumori, li detesta quando sono troppo intensi, e sono sicuro che i suoi
gusti musicali, se pur li avesse, si schiererebbero dalla parte di Debussy, e non di un
concerto rock. Però, se vi è capitato di osservare uno dei nostri mici di casa - io l'ho
fatto più e più volte - mentre, per dir così, impiegando un termine venatorio, "punta"
una preda, sarete rimasti sorpresi da un suo singolarissimo vocalizzo. Difatti, mentre
ha tutto il corpo teso, ed è in procinto di mettere in azione i muscoli, ecco che solleva
un poco il labbro superiore, scoprendo i denti, ed emettendo uno strano miagolio,
dalle intonazioni dolcissime, come se cantasse a mezza voce, e se volesse così
convincere la preda delle sue intenzioni, che sono buone, macché buonissime!
In realtà, se mirasse a questo, beh, sbaglierebbe davvero i suoi conti, perché
quell'esibizione canora mette in guardia il suo pasto semovente, che si accorge
dell'agguato, e s'invola, o se la dà a zampe levate secondo i casi. Ma, allora, come
interpretare quel miagolio che non serve di sicuro agli scopi del predatore, ma che
addirittura li contrasta? Ho elaborato una piccola teoria, sulla scorta di quanto ha
scritto Konrad Lorenz, a proposito della risata collettiva di un gruppo di cacciatori
preistorici. Supponete che questi cacciatori si trovino nella savana, in una notte di
luna piena, e che si stiano accampando per dormire. Non accendono il fuoco perché
nessuno di loro ha ancora imparato a signoreggiarlo, e produrlo, ed è sempre fuggito
con la massima rapidità, preso dal panico, e da un sacro terrore davanti a una foresta
incendiata dalla caduta di un fulmine. Ha imparato che il fuoco può provocare un
dolore lancinante, e ha deciso che il meglio da fare è fuggirlo. D'un tratto, la luna
scompare dietro una nuvola, e sul gruppo scende la tenebra più profonda. Ma ecco
che il silenzio della notte è rotto dal rumore di qualcosa che si avvicina. Si tratta di
una belva feroce? Di un leopardo famelico? I cacciatori nel buio balzano in piedi
all'unisono e fanno muraglia verso il rumore misterioso alzando le lance. L'adrenalina
alluviona il loro circolo sanguigno, in cui il fegato, dal canto suo, riversa dello
zucchero come carburante. L'eccitazione e la paura sono al diapason, ma la luna
scivola fuori dalla nuvola e la belva paventata svela la sua identità: è un cucciolo di
antilope, più spaventato di loro che corre subito via. I cacciatori si trovano ora con un
sovraccarico di energia, che li soverchia, e che, se non possono più dissiparla nello
scontro fisico, non sanno più come scaricare. Per cui, si apre la valvola fisiologica più
disponibile: si guardano tra loro e scoppiano in una omerica risata. Ridere, come
sappiamo tutti, è un evento abbastanza faticoso, chi ride si agita diventa paonazzo,
suda, si contorce e alla fine spesso si mette a tossire convulsamente. E il nostro gatto?
Giunto a tiro della sua preda, si emoziona e conosce un momento di grandissima
eccitazione. Tutto il suo organismo è, per dir così, in subbuglio, premuto, a sua volta,
da un vero e proprio surplus energetico. Per cui, se esita un istante a piombare sulla
preda, tutta quella eccitazione straripa, e se non si traduce in uno scatto muscolare,
prende la via della gola, e si brucia in un melodioso vocalizzo. Mia madre diceva che
il gatto "fa la serenata" alla sua preda. Secondo me, invece, il gatto ride, di un riso
involontario e tormentato, e in tal modo scarica l'eccitazione in esubero. Si tratta
forse, di un invito a una cena dove non si mangia, ma si è mangiati? Se è così il topo,
o il passero, declinano senza tanti complimenti l'invito!
Strane storie

I gatti che vivono in città, si compulsino le osservazioni di Eugenia Natoli, hanno


elaborato un comportamento ben diverso da quello dei loro parenti selvatici o randagi
in campagna, che sembrano essere, irriducibilmente, degli animali solitari. Quelli
urbanizzati danno segno di abitudini sociali; e le femmine fondano una sorta di asilo
infantile allattando i loro piccoli e quelli delle altre, come si sa che fanno le leonesse.
Ho osservato, allora, delle curiose emergenze etologiche tra i gatti che popolano il
mio giardino, e quelli contigui. Ogni sera si presentano (più di dieci) in cucina,
entrando da una finestra, per mendicare un pasto che servo loro puntualmente. Sta
scritto nei sacri testi degli scienziati, che i gatti non formano coppia fissa; né tanto
meno famiglie a lunga scadenza perché la prole, diventata adulta, viene scacciata
dalla madre che se ne va per conto suo. Bene: tra i mici che hanno la bontà e
l'appetito di frequentarmi, esistono una Giulietta e un Romeo, l'una con il vello
tricolore, e l'altro nero. Stanno sempre insieme; giocano, si leccano, e di sera si
accomodano in un cestino matrimoniale che ho allestito in cucina. Di notte, quando
rientro, li scopro l'una addossata all'altro, che dormono beatamente; e non mi viene
l'uzzolo di disturbarli, neppure per elargir loro dei croccantini, che qualche altro
ospite, svegliato dalla mia comparsa, reclama con un flebile miagolio. Ma loro
amano, e chi ama, si sa, sogna di più e mangia di meno.

La cosa più sorprendente è che la coppia ha messo al mondo tre micini, maschi, di
un bel colore rosso. Una volta cresciuti, ho trovato, per due, una sistemazione
conveniente presso signore di tutta fiducia, amanti dei gatti, e ben felici di accoglierli.
Il terzo gatto, chiamato Erik in forza degli straordinari occhi verdi, è stato, fin
dall'inizio, di una curiosa diffidenza; non si è mai fatto avvicinare o accarezzare
neppure da me, che pure l'ho sfamato tutti i giorni. Ciò conferma quanto spesso ho
scritto: ogni gatto ha il suo carattere, buono o cattivo che sia. Anche se ha avuto le
stesse esperienze dei fratelli, loro sono diventati gioviali e proclivi a socializzare, e
lui si è mutato in un misantropo. Però, e questo è il bello, Erik è, per converso, un
gran mammone; anche se è ormai decisamente adulto continua a far comunella con i
genitori, che, anche questo è cosa nuova, l'accettano di buon grado. Il babbo, a volte,
lo lecca; e la mamma non solo fa altrettanto, ma gioca anche con quel grandone, che
pare divertirsi moltissimo. Ma c'è dell'altro: spesso il cestino matrimoniale non
accoglie solo i due coniugi, ma Erik si mette in mezzo, proprio come fanno i bambini,
che amano moltissimo dormire nel lettone dei genitori e ne fanno golosa e
intraprendente richiesta. Pena: dei pianti a non finire. Ma c'è dell'altro ancora, Erik,
che è in preda a quello che Sigmund Freud definirebbe un complesso di Edipo in
piena regola, è un maschio dall'aspetto, e dal comportamento, non saprei come dire:
femmineo. Sapete tutti, l'argomento è scabroso, ma non posso fare a meno di
trattarlo, che esiste un legame profondo, nella specie umana, e le biografie di molti
grandi artisti lo testimoniano appieno, tra il complesso d'Edipo, un eccessivo
attaccamento alla propria madre, e l'omosessualità. Sicuramente pecco di un certo
antropomorfismo, se faccio notare la convergenza, nel caso di Erik, trattandola un po'
tra il serio e il faceto. Eppure, il nostro mammone è fatto spesso oggetto di attenzioni
inequivocabili da parte degli altri maschi. Lui rilutta, fugge, si nasconde. Oppure si
rifugia dalla mamma, che scaccia tutti quei brutti pervertiti. Quando assisto a queste
scenette mi viene da ridere, ma mi metto anche a pensare. Povero Erik, per lui e per
noi, se si vuole crescere, bisogna emanciparsi dalla propria madre. Se no...
Una adozione

Percorrevo l'autostrada del Sole insieme a un mio collaboratore, per recarmi a


tenere una conferenza, sui felici rapporti tra i fiori e gli insetti, a degli studenti, e a
qualche professore, della Normale di Pisa. Per consumare, era mezzogiorno, il solito
panino con mortadella, che pomposamente chiamiamo la nostra colazione di lavoro,
abbiamo fatto una sosta nell'area di servizio di Roncobilaccio. Mentre gironzolavamo
al sole, che aveva fatto d'improvviso capolino tra le nuvole, abbiamo notato una
gattina di pelo bianco, che si aggirava tra le automobili, e che sembrava mendicare un
po' di cibo.

Ahimè, la poverina camminava a fatica, muovendosi sulle zampe un po' di


traverso, e mi aveva subito folgorato la certezza che fosse stata urtata da qualche
automobile, circostanza quasi inevitabile, vista l'attiva circolazione dei veicoli attorno
alle pompe di benzina. "La prendo con me" ho pensato. "Mio Dio, non posso
trasformare la mia casa in un rifugio del gatto", mi sono risposto. E dopo aver dato
alla gattina una fetta della mortadella del mio panino, siamo ripartiti. Però, a Pisa,
anche durante la conferenza, pensavo a quella povera bestiola e mi dicevo che prima
o poi, era inevitabile che venisse investita. Tanto più che la micia si muoveva a
stento, senza la proverbiale agilità dei rappresentanti della sua specie. Al ritorno, nel
cuore della notte, dibattuto tra il desiderio di prenderla con me, e la considerazione
che ci fossero ormai troppi gatti in casa mia e nei giardini dei dintorni, mi sono
fermato, uscendo e rientrando dall'autostrada, nella suddetta area di servizio e l'ho
intravista che frugava in un bidone del pattume. Però, mentre di giorno era molto
socievole, di notte, a quanto sembra, diventava diffidente, e non si faceva avvicinare.
Che avesse fatto in precedenza qualche brutto incontro nelle tenebre? Dopo qualche
vano tentativo di fraternizzare ho deciso di lasciarla al suo destino, e sono ripartito
verso Bologna. Però... però, la notte dopo ho fatto un sogno terribile: un tir
gigantesco, con i fari rossi come le pupille di un demonio, entrava rombando nell'area
di servizio di Roncobilaccio. Di colpo, da dietro un bidone della spazzatura, usciva la
gattina, che camminando sbilenca si dirigeva verso il tir, come se non lo vedesse, o
avesse l'intenzione, che so, di suicidarsi. Avrei voluto urlare, correre verso di lei, ma
come spesso succede nei sogni, le mie gambe erano diventate di piombo, e io non
riuscivo pressoché a muovermi. Ed ecco che una ruota intercettava l'animale,
l'abbatteva, ci passava sopra... Mi sono svegliato in una alluvione di sudore, e con il
cuore che mi batteva come un tamburo. La mattina dopo, insieme al mio fedele
collaboratore, sono andato a prenderla. Di giorno, in pieno sole, non mi è stato
difficile avvicinarla e ospitarla in un bel cestino. Poverina, aveva le orecchie bruciate
dalle marmitte delle automobili sotto cui si rifugiava, e il suo ventre era di un colore
giallo, il colore delle chiazze d'olio sparse ovunque sull'asfalto. Ora vive nel mio
giardino e le ho dato un nome: Bianca all'olio. Che ne dite? Mangia regolarmente e se
ne sta al calduccio, tutto in virtù di un sogno che forse era premonitore.
Aiuto, devo partorire!

Nel comportamento del gatto di casa c'è un mistero, che gli etologi stentano a
spiegare, e che, a conti fatti, non spiegano per niente. Quando la gatta deve partorire,
beh, ci credereste?, ha spesso l'abitudine di chiedere aiuto al padrone. Emette dei
miagolii intermittenti, di tono elevato, e guarda fissamente il suo amico, o la sua
amica a due gambe, come se sollecitasse una rassicurazione e un aiuto in quel
frangente. In particolar modo nelle micie che affrontano il parto per la prima volta, la
paura, per dir così, sembra fare novanta!
Dopo essersi lamentate a distanza ravvicinata, quando vi sedete la gatta vi salta in
braccio, e si mette a ronfare intensamente, trasformando la richiesta di attenzione e di
ausilio dal miagolio lamentoso alle fusa suonate a perdifiato.
Ricordo una mia gatta di tanti anni fa, che una bella notte, contrariamente alle sue
abitudini, salì sul letto, mi svegliò ronfando e spingendo la testa contro la mia spalla,
e una decina di minuti dopo mi scodellò il primo di tre gattini quasi sul guanciale,
mentre io continuavo ad accarezzarla. La trasferii in un bel cestino tappezzato
d'ovatta, dove gli altri due micini vennero alla luce, ma la gatta, guardandomi con
occhi supplichevoli, sembrò pregarmi per tutto il tempo di non andare via, di restare
lì, buono buono, a tenerle compagnia. Questo comportamento è da considerarsi, dal
punto dell'etologia della specie, completamente nuovo. In natura, difatti, le gatte,
quando è giunto il momento di metter al mondo i loro piccoli, non vanno di sicuro a
cercare le altre femmine perché facciano da levatrici. Al contrario, si nascondono in
un ricovero possibilmente inespugnabile e partoriscono in completa solitudine. E
allora? Beh, si tratta, probabilmente, di un adattamento recentissimo delle micie
determinato dal nuovo rapporto che è stato instaurato con l'uomo, un rapporto
fondato sull'affetto e la reciproca confidenza. A chi chiedere aiuto se non a un amico!
In questi giorni Bianca, la gattina da me raccolta in un'area di servizio dell'autostrada
del Sole, si è comportata in maniera molto simile, anche se le cose non sono andate
per nulla bene e vi racconto la storia, certo di rattristarvi, ma perché risulta, dopo
tutto, istruttiva.
Rientrato a casa, alcune sere fa, Bianca, che sapevo incinta, ha cominciato a
fissarmi lamentandosi. Mi è salita in grembo ronfando e ho acquistato, così, la
certezza che era giunto il suo momento, e che lei era sopraffatta dall'angoscia. Nel
corso della notte ha cominciato a perdere sangue e all'alba mio figlio l'ha portata
d'urgenza alla Clinica Veterinaria, dove il gattino, era uno solo, è stato portato alla
luce mediante un intervento chirurgico. Bianca ha superato tutta questa peripezia
felicemente, ma purtroppo non aveva latte. Buon Dio, abbiamo cercato di alimentare
il piccolo con un biberon improvvisato, e cioè il serbatoio di una siringa, e sembrava
che la faccenda funzionasse, ma... Di soppiatto, Bianca, seguendo una delle più note
abitudini della sua specie, forse per sottrarre il suo piccolo da una casa frequentata da
molti gatti importuni, l'ha portato chissà dove. Ahimè, l'abbiamo cercato
disperatamente nel mio giardino, e in quelli contigui, sperando che il suo squittio ci
consentisse di localizzarlo. Macché, ogni investigazione è risultata infruttuosa. Per
cui... povera Bianca, non ha capito che, credendo di portare il suo gatto al sicuro, l'ha
condannato a morire di fame. Difatti, non aveva latte da dargli. Una piccola tragedia
che mi ha riempito di tristezza. Per concludere, una notazione etologica: l'intelligenza
delle gatte, che cercano misteriosamente il padrone perché le aiuti a partorire, non è
servita a Bianca per capire che, nel caso suo, quell'aiuto doveva essere esteso al suo
gattino!
Traslochi

La triste storia di Bianca, e del suo micino, si è fondata su di una abitudine


singolare delle gatte, che hanno conservato anche quando, nel caso di quelle da
appartamento, non assolve più a nessuna reale necessità. Ma vengo al dunque.
Tornando da un viaggio, una sera, ho avuto una sorpresa gradita, e per qualche
verso commovente. Una delle gatte che frequentano la mia casa, provenienti da
chissà dove, e forse praticando un randagismo da giardini, aveva partorito tre bei
gattini. La signora che si occupa della mia casa, e che oggi, a quanto pare, si chiama
non più donna di servizio, ma collaboratrice domestica, mi ha detto poi di avere
assistito al parto, e di aver provveduto lei stessa a sistemare la famigliola in un bel
cestino, capace e imbottito con un panno di lana. Infatti, è qui che ho trovato la gatta
e i suoi gattini, che squittivano debolmente, e che erano intenti a succhiare il latte
materno, si presumeva con grande soddisfazione. Ho provveduto a servire alla
mamma a quattro zampe un cibo ottimo e abbondante, come si risponde da militari
quando ti chiedono com'è il rancio, e sono andato a dormire. La mattina dopo ho
trasecolato: la gatta e due gattini erano spariti, e il terzo fuori dal cestino,
abbandonato sul pavimento, si lamentava a gola spiegata. Che cosa era successo?
Prima che lo raccogliessi, e lo trasferissi dal nudo pavimento al panno di lana, la gatta
è ricomparsa, l'ha preso in bocca con grande delicatezza, e se n'è andata via con la
velocità di un fulmine. L'ho vista mentre, con il figlioletto in bocca, saltava il muro
del mio giardino, ed è sparita subito dopo tra le siepi di bosso e di biancospino. Ma
non crediate sia finita così: il mattino dopo tutta la famigliola era di nuovo nel
cestino, come se nulla fosse accaduto. Ho alimentato al meglio la gatta, e me ne sono
andato consolato, perché quella fuga, e quell'esproprio, mi erano ben poco piaciuti.
Però, le peripezie non erano per nulla cessate: infatti, la mattina dopo, ahimè, il
cestino era di nuovo vuoto, e da allora né la gatta, né la sua prole, sono ricomparse e
mi auguro che abbiano trovato una ospitalità migliore della mia, e che la micia non
abbia fatto una scelta infelice. Ritornerà? Chi lo sa. D'altra parte, questo trasferimento
dei piccoli è uno dei tanti comportamenti ben noti delle gatte che hanno figliato, e ci
si può chiedere a quali esigenze biologiche risponda. Perché, dopo tutto, saltare i
muri, o aggirarsi tra le siepi con un piccolo in bocca può comportare un qualche
rischio, e dunque la motivazione deve essere, a dir poco, importante. Si pensa che si
tratti di uno spostamento strategico, per confondere le idee ai possibili predatori. Se la
famigliola resta sempre nello stesso posto, è possibile che qualche malintenzionato,
per esempio un cagnaccio, lo metta a fuoco, e quando la madre si allontana per
nutrirsi, faccia scempio dei piccoli. Invece se si passa con frequenza da un
insediamento a un altro, beh, si può essere individuati, e presi di mira, con maggiori
difficoltà. Sicuramente, nei giardini in cui vagano questi gatti non esistono pericoli
reali, e tanto meno ci sono predatori in casa mia. Però è difficile non restare schiavi
delle abitudini, se più che di abitudini si tratta di modelli di comportamento ereditari,
in parole povere di istinti. Delle mie osservazioni, tuttavia, mi permettono di arguire
che le gatte mettono in atto questi traslochi con maggior frequenza se l'appartamento
che accoglie loro, e i loro piccoli, non è, per dir così, tranquillo per niente. Famiglie
dove si litiga spesso e si urla non costituiscono delle nursery che le micie giudichino
adatte all'allevamento della loro famigliola, per cui, se possono, trasferiscono altrove,
al di là del muro dell'eventuale giardino, la loro prole, oppure la portano nelle stanze
più silenziose, e la nascondono, semmai, nelle oscure profondità di armadi
monumentali. Nel mio caso, visto che abito solo, congetturo che il disturbo fosse
costituito dai molti gatti, di casa e no, che si aggirano per la cucina, e che si
presentano a sollecitare l'elargizione di cibo serale. Ahimè, tanti, troppi rompiscatole!
Erode è un gatto?

Non sempre, per quanto si sa, anzi quasi mai, i gatti maschi si comportano come
quello nero della famigliola che ho descritto poco fa, compagno amoroso e padre
esemplare. Di solito, gli zoologi distinguono gli animali che vivono insieme ai loro
simili, in branchi poco numerosi come i lupi, oppure in complesse strutture di
migliaia di individui come le api, dagli animali che, disdegnando ogni compagnia,
menano una vita solitaria. Questi ultimi hanno un commercio soltanto temporaneo
con gli altri della loro specie, li incontrano al momento della riproduzione, quando si
battono con i maschi rivali per accedere ai favori della femmina, oppure nel
compimento dell'atto sessuale, o alfine nell'allevamento conseguente dei piccoli, se
sono previste delle cure parentali.

Un punto di passaggio tra la vita solitaria e la società vera e propria, è la


costituzione di una famiglia completa, evento che si verifica quando il maschio
collabora con la femmina, aiutandola a "tirar su" i piccoli, comportandosi come un
buon padre, insomma! Si sa che i gatti sono, dal canto loro, degli animali che allo
stato selvatico amano vivere soli, e che il maschio non si cura affatto della sua prole.
Anzi, si è osservato che molte volte può esibire nei riguardi dei piccoli, di altri o
perfino dei suoi, un'aggressività che culmina, in casi estremi, in un maltrattamento
con esiti mortali. La cosa resta piuttosto controversa, ma mio figlio ha osservato di
recente, nella sua casa di montagna, un gattone rosso che ronzava attorno a una
scatola da scarpe posta sotto un porticato in cui la micia di un vicino allattava i suoi
tre piccoli. Le intenzione del diavolone rosso non apparivano per nulla rassicuranti, e
la gatta gli soffiava sul muso quando si avvicinava troppo, mettendolo in fuga. Però,
un brutto giorno, e certo il kidnapping era avvenuto durante un'assenza temporanea
della terribile guardiana, i tre gattini sono spariti e delle tracce vistose di sangue ci
hanno fatto pensare che fossero stati sgozzati e portati via. Dal gattone, forse? Chissà,
può darsi che il poveraccio sia innocente, ma, d'altra parte, si è fatto a sua volta uccel
di bosco, e la sua latitanza non sembra suggerire nulla di buono. È consuetudine che
negli zoo i maschi dei gatti selvatici, sospettati, come sono, di pulsioni infanticide,
vengano tenuti separati dalle femmine che hanno partorito. A Cracovia, invece, forse
per incuria, si trascurò di porre l'Erode potenziale in isolamento. Che cosa accadde,
allora? Non spaventatevi, non sto per raccontarvi una storia truculenta. Perché il gatto
selvatico maschio, non soltanto non fece alcun male ai suoi piccoli, ma portava loro
della carne, emettendo dei miagolii rassicuranti, di invito a consumarla. Un
comportamento simile si è verificato nello zoo di Magdeburgo. Il gatto selvatico
maschio si era messo, fin dal principio, a fare da sentinella alla famigliola,
miagolando e soffiando se qualcuno si avvicinava. Quando i gattini diventarono
grandicelli, il padre si affrettò a portar loro giornalmente un po' di carne sottratta alla
sua razione quotidiana, e continuò a proteggerli, assumendo la postura di minaccia
quando comparivano i visitatori dello zoo. Si sa che gli animali mantenuti in cattività
danno spesso "di matto", e talora sono le stesse madri, si pensi alle scrofe, che
uccidono i piccoli. Nel nostro caso, invece, la prigionia sembra aver fatto emergere
nel maschio dei comportamenti scomparsi in natura, ma a quanto si direbbe rimasti
latenti nell'inconscio della specie. In parole povere, il gatto maschio in natura è un
mister Hyde che in gabbia si trasforma nel dottor Jekyll. E anche in casa mia, d'altra
parte.
L'ospite è come il pesce...

I gatti non cessano mai di stupirmi per la loro intelligenza, e la loro capacità di
percepire gli umori dell'uomo che pensa di essere il loro padrone, e di sicuro non
viene riconosciuto come tale, o che crede di essere il loro amico, e di sicuro viene
ricambiato con eguale amicizia.

Ma voglio raccontarvi l'ultima osservazione che ho fatto sui miei, e su altri gatti, e
cioè su di una piccola tribù vera e propria. Nella casa in cui abito ora, con un
fazzoletto di giardino circondato da molti altri spazi verdi della medesima estensione,
sono giunto portando con me due mici, ambedue trovati per strada, Lucy, una gattina
soriana, adottata due anni fa, e Renato, un vecchio maschio bicolore, che è con me da
alcuni mesi soltanto. Bianca non faceva ancora parte della famiglia. Qualche tempo
fa, uscendo da un cinema insieme a mio figlio, una gattina deliziosa ha cominciato a
sfregarsi ronfando contro i nostri calzoni, e una breve indagine condotta presso i
negozianti del posto ci ha consentito di accertare che la micina era comparsa lì come
piovuta dal cielo due giorni prima, e tutti pensavano che qualcuno, a dir poco da
prendere a schiaffi!, l'avesse abbandonata per strada. Già due volte, ci era stato detto,
la bestiola aveva schivato per un pelo le ruote di una automobile, e data la sua
evidente inesperienza della strada, la sua triste fine era certa. Come resistere? È stata
presa in braccio e portata a casa, accolta dapprima con un certo malumore da Lucy,
che l'ha gratificata con dei sordi brontolii, e con qualche sberla, e con indifferenza
totale da Renato, che l'ha fissata dall'alto al basso, seduto, e del tutto sulle sue. Ma
tant'è... a poco a poco si è stabilito nel terzetto uno stato di reciproca tolleranza, rotta
solo da qualche piccola baruffa all'ora dei pasti. Roba da poco, però! Ma veniamo
all'osservazione che vi ho promesso all'inizio. Dovete sapere che, quando non sono in
casa, dai giardini circostanti, attraverso la finestra socchiusa, si introducono in casa
otto o più gatti clandestini, che vanno in giro, con la curiosità che contraddistingue
questi animali, per tutto l'appartamento. Non sono mica dei randagi, che diamine! La
floridezza, e la lucentezza del pelo, denunciano chiaramente la loro condizione di
gatti accasati, con la ciotola piena e delle frequenti carezze tonificanti. Bene, gli
intrusi, non si limitano a curiosare, ma producono spesso dei guasti, buttando in terra
risme di carta e libri rari dalla scrivania, rovesciando vasi con fiori, e fruttiere,
rompendole se sono fragili, e io, rientrando a casa di sera, mi trovo spesso davanti ai
segni del passaggio di un piccolo ciclone domestico. Se i colpevoli sono ancora
presenti, mi metto a far loro degli urlacci, batto le mani, minacciando di inseguirli. Ci
credereste? I gatti estranei fuggono a zampe levate, accalcandosi, e travolgendosi per
superare il vano della finestra socchiusa..., e quelli di casa? Lucy, Renato e Zoe,
come ho battezzato l'ultima arrivata, non si preoccupano minimamente per i miei
"eroici furori". Sembrano sapere benissimo che sono gli altri, i clandestini, l'oggetto
delle mie contumelie, mentre loro, inquilini legittimi del posto, non hanno proprio
nulla da temere. Li osservo con la coda dell'occhio, mentre infurio, e mi viene da
ridere. Renato, seduto come un piccolo Budda mi guarda divertito, Lucy è nel suo
cestino, e non pensa proprio di abbandonarlo, e Zoe, la piccola di casa, benché sia
l'ultima arrivata, non dà alcun segno di spavento, ma viene, com'è suo costume, a
sfregarsi contro i miei calzoni ronfando. Il terzetto, lo ripeto, sa benissimo di essere di
casa, e che se io urlo non è per loro, ma per gli intrusi. E mi viene qualche volta da
pensare: non saranno contenti di quella defenestrazione? Che gli altri gatti se ne
vadano a casa loro, insomma!
L'ospite indiscreto

Ci sono degli animali, tra i pesci e tra gli uccelli per esempio, che esibiscono un
comportamento territoriale. I maschi contrassegnano una certa porzione di territorio,
un angolo di fiume o un albero, che è, per dir così, il luogo dove si riproducono, e lo
difendono ferocemente dagli intrusi, in parole povere dagli altri maschi della loro
specie che violino i "sacri confini". Bene, gli etologi hanno notato che la vittoria del
conflitto che si scatena alle frontiere se la attribuisce quasi sempre il legittimo
proprietario, come se il suo diritto funzionasse, per dir così, da supplemento di forza,
sufficiente a farlo prevalere sull'avversario. E i gatti? Sono anch'essi degli animali
territoriali? Sicuramente, e i maschi soprattutto marcano il proprio territorio con
spruzzi ben mirati di orina, particolarmente maleodoranti, e se vivono in un giardino,
vada, ma se esplicano tali nefaste abitudini in un appartamento, sono guai! Ma
lasciamo perdere la scrittura molecolare dei nostri mici, destinata a una lettura con il
naso, e non con gli occhi, e dedichiamoci alle questioni territoriali, e alla loro
legislazione iscritta non nei codici, ma nei geni. Vengo al dunque: di recente ho
ospitato un gattone abbandonato, che mi ha letteralmente costretto ad adottarlo.
Come? Beh, rientrando una sera ho notato un grosso micio visibilmente spaesato e
spaventato che si aggirava sul marciapiede. Secondo me l'avevano buttato già da
un'automobile, con un atto crudele, che purtroppo non è infrequente come si
vorrebbe. Per molti, trattare un animale come un giocattolo che non serve più, e lo si
destina alla spazzatura, è un gesto che non suscita alcun rimorso. Così, per burla, ho
invitato il gattone a seguirmi. Non si è mica fatto pregare! Mi è venuto dietro, è
entrato con me nel portone, non ha esitato a seguirmi in ascensore, abitavo, allora, in
un condominio alla periferia della città e, infine, ha occupato il divano in salotto,
fissandomi con occhi così tristi e supplichevoli che, pur sapendo di far torto alla mia
Lucy, non ho avuto cuore di scacciarlo. Lucy, come ho già scritto, è una gattina molto
simpatica, e giocherellona, che ho trovato, anche lei!, per strada, e che vive con me
da un anno. Dunque, è stata fino a quella sera fatale la padrona incontrastata della
casa. L'arrivo dello straniero, vi dirò alla fine di chi si trattava, non è stato visto, per
forza!, di buon occhio, e i due hanno cominciato a scambiarsi qualche colpo di
zampa. Senza le unghie in fuori, però, dedicandosi a una sorta di pugilato. Fin dal
principio, il gattone ha subito gli uppercut di Lucy, di stazza molto più ridotta,
difendendosi, ma fiaccamente, stando per lo più sulla difensiva. Sapeva, ho pensato
subito, di essere un ospite, e come tale di dover sopportare le angherie della padrona
di casa senza contrattaccare. Ma vi racconto ora che cosa è successo: un atto
trascurabile, che ha turbato, però, gli equilibri di quella convivenza. La donna di
servizio, signora di poche storie, non sopporta che i gatti, quando lava il pavimento,
camminino sul bagnato, portando le loro orme in giro, e costringendola a un
supplemento di lavoro. Spazientita perché Lucy non si rassegnava a restare sulla riva
dell'alluvione, la collerica signora ha cominciato a spingerla via con la scopa. Non
l'avesse mai fatto! Il gattone è piombato su Lucy azzannandola alla nuca, e se io non
fossi intervenuto gridando le cose si sarebbero messe davvero male! Insomma, il
gattone aveva interpretato la persecuzione della domestica come il segno che Lucy
era caduta in disgrazia, e aveva pensato bene di tentare un colpo di mano
spodestandola. Però, le mie urla devono averlo messo in guardia, per cui, dopo essere
fuggito con la velocità del fulmine a rifugiarsi sotto il letto, qualcosa deve essere
maturato in lui. Tra il serio e il faceto, deve averci pensato sopra, sul suo posto, e su
quello di Lucy, nel microcosmo dell'appartamento. Da quel giorno, infatti, si sono
ristabiliti dei nuovi equilibri: Lucy, dal canto suo, ha fatto tesoro della lezione, e non
tormenta più il gattone con qualche aggressione proditoria, e il gattone, per converso,
dimostra una aperta propensione alla pace, e alla felice convivenza. Così, il gattone è
entrato a far parte della famiglia, e gli ho attribuito il nome, per l'appunto, di Renato,
un mio sfortunato gatto morto non molto tempo fa, simile a quest'ultimo nella stazza
e nel pelo. Per cui Renato, rinato...
Orecchio fino

Un mio conoscente, che vive da sempre in Friuli, mi ha raccontato che il suo gatto,
un'ora prima delle scosse del terremoto che devastò la regione, dava segni di grande
nervosismo, finché, subito prima dell'inizio del cataclisma, fuggì all'aperto, con il
pelo del corpo arruffato e miagolando penosamente. Povero lui, finì sepolto,
malgrado tutti i suoi poteri profetici, sotto il crollo del muro di una casa. Il racconto
mi ha intrigato parecchio, perché è opinione popolare che gli animali prevedano le
catastrofi naturali e, si dice, molto prima che si manifestino, sospettati, dunque, di
possedere delle facoltà di precognizione, in altre parole di vedere nel futuro. A mio
parere non è così; si tratta piuttosto della grande sensibilità delle percezioni di certi
animali, che avvertono i minimi borborigmi sotterranei, che precedono i terremoti, o
la saturazione elettrica dell'atmosfera, che prelude ai temporali, meglio e prima di
noi. Le loro reazioni non dipenderebbero da facoltà parapsicologiche, dal fatto che
siano degli indovini a quattrozampe, ma piuttosto da queste loro capacità sensoriali
più squisite e avvertite delle nostre. Mi sono del tutto convinto della veridicità di
questa ipotesi alcune sere fa, e vi comunico subito il perché e il percome. Premetto
che vivo da qualche tempo in una casa del centro storico della mia città, che somiglia
per molti versi a un labirinto. Per raggiungere la mia proprietà, bisogna attraversare
prima una loggia comune, poi un corridoio di accesso condiviso da altri due
appartamenti oltre al mio, infine è necessario aprire un cancello, superare un cortile, e
voilà si può varcare la soglia della mia casa. Veniamo al dunque: me ne stavo
stravaccato sul divano con in braccio Lucy, la mia cara gattina, meditando sui
massimi sistemi dell'Universo, o forse sonnecchiando, quando, d'un tratto, la micia è
balzata a terra, ed è corsa verso la porta. Una frazione di minuto dopo, anzi posso ben
dire subito dopo, ho sentito il rumore del cancello che si apriva, e ho supposto che si
trattasse, con ogni probabilità, di una mia amica, provvista delle chiavi del mio
fortilizio domestico, venuta senza annunciarsi a farmi visita. Difatti, eccola lì sulla
soglia. Il comportamento di Lucy, però, mi è sembrato, a dir poco, strabiliante.
Perché? È presto detto. La magica gattina ha preso contezza dell'arrivo della mia
amica sentendo il suo passo, mentre lei percorreva l'ultimo corridoio, e questo anche
se diversi muri lo separano dal mio studio, il luogo dove Lucy si trovava. Ergo,
bisogna convenire che la micia abbia un orecchio davvero fino! Ma non solo: quel
corridoio è percorso continuamente da diverse persone, gli inquilini dei due
appartamenti condominiali, ma i loro passi non hanno mai destato nella gatta alcuna
reazione. Ragion per cui è necessario supporre che Lucy sappia distinguere benissimo
il rumore di un passo qualunque da quello di una persona conosciuta, nella fattispecie
la mia amica. Che cosa ne dite? Vi stupite ancora se lo sventurato gatto del Friuli ha
percepito dei rumori minacciosi, provenienti dalle viscere della terra, impercettibili
per gli uomini ma non per l'orecchio vigile del felino?
Gatti e TV

Spesso, per strada, o per telefono, qualcuno mi comunica che il proprio gatto
guarda con lui la televisione, e mi interroga se davvero sia capace di riconoscere,
eventualmente, i gatti che si presentino in video per compiere qualche esibizione.
Insomma, vedono o no i loro simili elevati al rango di gatti-divi, mi domandano
convinti di sì, e sperando solo in una mia conferma. Diamine, non è un quesito da
poco, e io non ho alcuna certezza in merito. È pur vero che, contro tutte le evidenze,
dei piccioni hanno dimostrato di saper distinguere delle diapositive in cui compariva
un albero, da altre in cui nessuna pianta era visibile. Per cui, i gatti dovrebbero essere
meno bravi dei piccioni? Il fatto è che la percezione visiva, come si sa da tempo, non
è una semplice rappresentazione, ma risulta, in gran parte, come una interpretazione,
per cui, benché ciò avvenga precocissimamente, bisogna "imparare" a vedere, e le
immagini, sia fisse sia in movimento, non sono di sicuro pregnanti come le cose reali.
D'accordo, Zoe, la gattina giunta da poco nel mio appartamento, quando guardo la
televisione si sistema sulla mia spalla, e fissa lungamente il video, emettendo un
sommesso ron-ron. Se dei gatti fanno la loro brava comparsa, protagonisti a quattro
zampe di qualche peripezia, non mi sembra proprio che Zoe si turbi, o si agiti più di
tanto. Continua a ronfare in semitono, e se consideriamo quel rumore l'espressione di
uno stato d'animo, il riconoscimento dei suoi simili in video dovrebbe comportare,
secondo me, qualche variazione sonora. Invece no, proprio per niente. Dunque
dobbiamo concludere che guardi le immagini in movimento, senza "interpretarne"
l'appartenenza? Ho potuto notare, però, che certe volte, se il gatto in TV miagola, Zoe
ha un sussulto, e fissa più intensamente la scatola magica, mentre i suoi padiglioni
auricolari si orientano nella direzione del suono. Un miagolio vale più di una
immagine, a quanto sembra. Ma vi racconto l'ultima: per elaborare la scenografìa di
uno spot televisivo, una mia amica, proprietaria di una graziosa certosina di nome
Lula, ha ritagliato nel compensato le sagome di una gatta con il suo gattino, e le ha
dipinte in maniera da renderle estremamente verosimili. Tra l'altro, rispetto a un
micio di stazza media, le sagome erano almeno tre volte più grandi. Bene, ultimata
l'opera, la mia amica, costruito un piccolo piedistallo di legno, ha posto i due
simulacri di gatto al centro di una tavola. Lula, che ignara di ogni cosa, era stata per
tutta la mattina in giardino, verso il mezzogiorno, spinta da un certo appetito, è
rientrata in casa, e di colpo si è trovata di fronte il singolare monumento. Che cosa ha
fatto? Beh, ha curvato il dorso a gobba, gli si sono rizzati tutti i peli del corpo, e
soprattutto della coda, ha soffiato, ed è fuggita a zampe levate, rifugiandosi
nell'angolo più buio della casa. Insomma, ha riconosciuto benissimo che quelle
sagome erano di due gatti, e scambiandoli per mici reali, in carne ed ossa, la loro
stazza gigantesca l'aveva terrorizzata. Sarà vero? Penso di sì, altrimenti perché
avrebbe dato "di matta"? D'accordo, delle sagome non sono delle immagini in video,
però...
Le gesta di Lucy

Acrobata!

Lucy, la mia cara gattina, mi dimostra ogni giorno come io abbia perfettamente
ragione quando sostengo che non esiste il gatto, ma i gatti, nel senso che ogni micio
ha la sua personalità, e un suo carattere. In altre parole, è un individuo! Per esempio, i
miei gatti precedenti, tutto sommato, erano ben poco giocherelloni, anche se in tenera
età. Sì, se lanciavo sul pavimento una pallina da tennis le correvano dietro, la
spingevano qua e là con dei ben assestati colpi delle zampine, ma un bel gioco dura
poco, e il proverbio sembra conservare la sua validità passando dagli uomini ai gatti.
Per cui si stancavano ben presto, e abbandonavano la partita per andarsene a ronfare
su di una poltrona o su di un divano. La mia Lucy, invece, è un vero e proprio
diavolo, e le sue acrobazie, e i suoi funambolismi durano per ore e ore. Quando mi
aggiro per casa, magari con la beata indolenza delle mattine di domenica, quando si
resta in pigiama scoprendo con delizia di avere ben poco da fare, Lucy mi tende dei
veri e propri agguati: per esempio, sbuca da sotto un mobile e mi salta in mezzo alla
schiena, dilaniandomi a morsi e a unghiate la giacca del pigiama. Oppure, se
appoggio la mano all'interruttore della luce per accenderla o spegnerla, ecco che
giunge fulminea e spicca un salto afferrandosi, come fossero un trapezio per volteggi
da circo, alle mie dita.

Se transito lemme lemme in camera da letto e alzo gli occhi, la scopro su di un


armadio, mentre da quel fortilizio inaccessibile mi spia per cogliermi di sorpresa
mentre passo di sotto. E compie queste prodezze, una, due, dieci volte in un giorno,
con un impiego muscolare, un consumo energetico imponenti. Va bene che fa spesso
il pieno, perché piccolina com'è divora due, o tre vaschette di cibo, e di notte, se mi
alzo per bere, la spudorata chiede ancora lamentosamente, come se non mangiasse da
una settimana!, una razione supplementare. Ieri l'ho vista compiere una impresa che
non esito a giudicare olimpionica. Ve la racconto senza indugi: da un libro sistemato
in uno scaffale all'altezza di due metri, di una libreria sistemata in camera da letto,
sporgeva un segnalibro a forma di nastro, che, quando chiudevo la porta, l'aria messa
in movimento faceva agitare come una piccola bandiera. Bene, Lucy, dal centro del
letto fissava, con occhio apparentemente pieno di sufficienza e di disinteresse, il
nastro semovente. Però, a un certo punto, non ha più resistito. Tutto quello che si
muove, è la morale dei predatori, va inseguito e acciuffato, e Lucy ha finito per
cedere alle sue pulsioni più profonde, predatorie e ludiche a un tempo. È corsa
rapidissima fin sull'orlo del letto, si è rannicchiata su se stessa e ha spiccato un gran
balzo acrobatico, afferrando, si può ben dire al volo, il nastro: le sue unghie si sono
conficcate nel tessuto, e lei è rovinata al suolo con il libro che, trascinato fuori dallo
scaffale, è piombato dritto dritto sulla sua schiena. Per fortuna, si trattava di un
volumetto di poesie del Tasso, una antologia di esigue dimensioni e dunque così
leggera da non provocare danni. Mi è venuto in mente, a quel punto, che il Tasso era
un poeta che amava molto i gatti e che li aveva perfino cantati nei suoi versi. Dunque,
sarebbe stato ben felice di non avere fatto alcun male a Lucy.

Esploratrice!

Quando, in quel magico ottobre, dalla coffa di una delle caravelle di Cristoforo
Colombo una voce gridò "terra, terra" cominciava una nuova epoca nella storia del
mondo. Insomma, era finito il Medioevo.
Ma che cosa aveva spinto l'ammiraglio genovese, malgrado i suoi riluttanti
marinai, a percorrere imperterrito le rotte di un sogno, sfidando quell'oceano che non
si sapeva dove finisse, e che si fantasticava popolato da mostri marini e da altre
terrificanti chimere?
Forse, e lo dico tra il serio e il faceto, era stato l'impulso esplorativo, che noi
abbiamo ereditato dagli animali, a fare di lui lo scopritore di un Nuovo Mondo. Di
che cosa si tratta? Semplice: prendete un ratto albino e mettetelo dentro un labirinto.
Anche se ha già mangiato e bevuto a sazietà, si metterà a girovagare nei corridoi,
forse cercando l'uscita, ma soprattutto perché è curioso di sapere dove si trova, e di
farsi, per dir così, una mappa mentale del luogo in cui, senza volerlo, è diventato un
abitatore. In parole povere, l'impulso esplorativo è la molla segreta che ci persuade a
esplorare l'ignoto, tanto se è un labirinto, quanto se si tratta di qualche zona ancora
sconosciuta del pianeta.
Alcuni anni fa, per girare un programma televisivo, ho deciso di trascorrere il mio
mese di ferie - lavorando, ahimè! - in un residence di Torino. Ma come fare con
Lucy, Renato e Bianca non erano ancora stati adottati, la cara gattina che abitava con
me? Privarla della mia presenza per ben trenta giorni, affidando a qualche mia amica
il compito di rifornire di polmone la sua ciotola, senza però, riuscire, di certo a
sostituirmi dal punto di vista affettivo?
Macché, ho messo la mia micia in una bella gabbietta, e me la sono portata con me
in esilio. Giunta nel residence, Lucy è apparsa dapprima un poco spaesata, ma il fatto
che ci fossi anch'io deve essere parso rassicurante, perché ben presto, dopo aver
visitato la cucina e la camera da letto, e accertata la presenza dei suoi servizi igienici
in bagno, si è stravaccata sul divano e si è messa a dormire saporitamente. Però,
l'appartamento era, in realtà, una mansarda, e le finestre si aprivano tutte quante su di
una sequenza di tetti, con i comignoli e i piccioni che mormoravano instancabilmente
"glu-glu". Quando me ne sono andato per la prima volta lasciando Lucy per alcune
ore, non ho pensato di chiudere tutte le finestre. Al ritorno, la mia micia è introvabile:
la chiamo, guardo sotto il letto, sbircio sugli armadi, ma Lucy sembra davvero
scomparsa. Poi, un pensiero mi folgora: se n'è andata sui tetti. Ma sì, come Colombo
nel porto di Palos, Lucy doveva aver scrutato l'orizzonte, decidendo di vivere
pericolosamente. Insomma, andandosene a spasso sulle tegole. Difatti, quando mi
sono affacciato, ho percepito una sagoma grigia che vagava tra i comignoli, godendo
di quel nuovo territorio vicino al cielo che doveva aver percorso in lungo e in largo.
Per mia fortuna, era l'ora di cena, e mi è bastato chiamarla perché Lucy, che doveva
avere un certo languore di stomaco, si precipitasse verso di me. A un certo punto,
suspence!, è inciampata in un cordolo di cemento, e con il cuore in gola l'ho vista
rotolare verso la grondaia. Per fortuna è riuscita ad artigliare una tegola, e non è
piombata a capofitto nel vuoto. Eravamo al quinto piano, e io non ero di certo curioso
di accertare se è vero che i gatti hanno sette vite e che se la cavano spesso benissimo
precipitando dall'alto. Al suo ritorno l'ho un po' sgridata, e un po' vezzeggiata.
Ma da quel giorno, quando uscivo, chiudevo per bene tutte le finestre.
Dormire, sognare, e nulla più...

Chiunque sia stato il proprietario di un gatto, o per meglio dire tutti quelli che
hanno adottato non un povero adulto randagio, ma un gattino, magari appena
svezzato, hanno avuto l'occasione di osservare come, all'inizio della vita, i mici
abbiano una gran voglia di correre, e si esibiscano in mille giravolte e in mille
acrobazie. Insomma, sembra non riescano a star fermi un minuto: basta che un vostro
piede, sotto il tavolo, si muova, ed ecco che si precipitano a ghermirlo tra le quattro
zampe, mordicchiandolo in varia guisa, e se poi fate rotolare sul pavimento una
pallina di gomma, beh, segue di sicuro una pazza sarabanda.

Diventando adulti, però, i gatti cambiano vistosamente abitudine: se li nutrite a


dovere cominciano a concedersi delle prolungate pennichelle, e diventano tra gli
animali più proclivi a dormire che si conoscano. Si pensi che un gatto adulto, se si
eccettua il periodo degli amori, e se non ha alcun problema di sbarcare il lunario, e la
sua ciotola è regolarmente rifornita, parte per il mondo dei sogni per ben sedici ore al
giorno, riposando nel seno di Morfeo per un tempo doppio rispetto al nostro! Dicevo
che va nel mondo dei sogni, e non è di sicuro un modo di dire. Delle osservazioni
condotte sugli encefalogrammi dei mici addormentati hanno appurato che sognano
lungamente, e ripetutamente, più del povero topo, per esempio, che dorme male, e
restando sempre, per dir così, all'erta. Paragonando i nostri gatti ai cani si ha la
sensazione che i bobi di turno siano costantemente più attivi dei mici, e che le loro
esibizioni cinetiche da cuccioli passino direttamente agli adulti, meno dormiglioni e
più desiderosi di correre dietro al padrone se corre, o al bastone lanciato, che sono
soliti riportare al mittente, anche se poi lo cedono con una certa riluttanza. Bene,
qualcuno ha osservato che noi siamo quello che mangiamo, e l'aforisma, nel caso dei
cani e dei gatti, dimostra una indubbia validità. Il lupo, di cui il cane è un discendente
diretto, si alimenta di prede ricche di grassi, con il fegato ben approvvigionato di
glicogeno, e non disdegna delle bacche ricche di zucchero, mentre il gatto selvatico
ha una dieta eminentemente proteica, e se lo vediamo brucare dell'erba è soltanto per
ingerire un emetico, e spurgarsi, oppure per fare incetta di vitamine. Le conseguenze
sono di facile comprensione: il gattino, che è stato cresciuto a latte materno, e dunque
a dosi considerevoli di lattosio, sostanza che si trasforma rapidamente in acqua e in
anidride carbonica fornendo prontamente dell'energia, è, per dir così, pieno di vita,
mentre quando, fattosi adulto, adotta la dieta esclusiva del carnivoro, beh, le proteine
che ingerisce si degradano più lentamente in composti urici e ammoniaca, e l'animale
cade prigioniero di un faticoso metabolismo, e si dà meno da fare. Proprio al
contrario del cane, più onnivoro, e dunque sempre in vena di esibizioni atletiche. Ma,
direte voi, e il ghepardo? Non è la specie più veloce del mondo, anche se è un parente
stretto dei gatti e non dei cani? Non è forse, capace, negli ultimi cento metri della sua
corsa dietro la preda di raggiungere i cento chilometri all'ora, o giù di lì? Certo il
ghepardo fa eccezione, ma fino a un certo punto. È un formidabile centometrista, ma
un pessimo maratoneta. Se non raggiunge la gazzella nell'ultimo slancio, piomba al
suolo del tutto spompato. E se la raggiunge, beh, è ridotto così male che la strangola a
stento, e talora dopo una lunga, spossante, manovra.
Però, sulle brevi distanze, il ghepardo è imbattibile, e dieta o no, venne fatto una
volta gareggiare in pista con un levriero. Dette la polvere al cane per diverse
lunghezze!
Il gatto è Peter Pan?

Vi ricordate di Peter Pan, il re dei giardini di Kensigton, quel bambino del celebre
racconto di J. M. Barrie, diventato anche un godibilissimo cartone animato di Walt
Disney, forse uno dei migliori, che aveva posto un netto rifiuto a crescere, a diventare
adulto, per restare infinitamente prigioniero dell'età beata dell'infanzia?
Forse, in tutti noi c'è un piccolo Peter Pan, in me di sicuro, e ho notato spesso negli
adulti manifestarsi, in casi di particolare dissesto emotivo, dei comportamenti
fanciulleschi e, particolare tragico, mi ha raccontato un mio amico che ha partecipato
di persona ad alcune aspre battaglie dell'ultima guerra mondiale, che i soldati feriti
gravemente, o morenti, invocavano spesso, con voce balbettante, la mamma, e
sentirli, mi diceva lui, era cosa che ti spezzava il cuore. Anche i gatti sembra che
restino per tutta la vita dei nostalgici, in perpetua ricerca della mamma perduta,
soprattutto quando sono stati separati da lei precocemente, prima di quei fatidici due
mesi che completano, di solito, l'epoca dell'allattamento. Ma è logico che sia così,
perché il nostro micio, da grande, è un animale solitario, che ha, se si escludono le
comunità feline urbanizzate, un commercio con i suoi simili soltanto all'epoca degli
amori, quando il maschio si batte con i rivali, a miagolii più che a colpi d'unghia, o
quando fa all'amore con la femmina, dopo averla sedotta e abbandonata poi, dato che,
il casanova di turno, ottenuti gli ambiti favori, salvo casi veramente rari, se ne va
senza preoccuparsi minimamente del futuro della prole. Il gattino, invece, stabilisce
con la madre un lungo rapporto, mediante il quale impara da lei, per dir così, "a stare
al mondo". Mamma gatta insegna ai suoi figli a fuggire i pericoli, ad arrampicarsi
sugli alberi se si imbattono in un cane con cattive intenzioni, a stanare e, perché no?,
ad uccidere i topi e le lucertole, dato che bisogna pure campare, e se non c'è nei
paraggi qualche prodiga gattara, che porti gli avanzi della mensa, bisogna procurarsi
il cibo "in natura". Si direbbe, così, che i mici restano segnati in perpetuo da questa
interazione prolungata, e didattica, con la madre, e soprattutto se sono stati separati
da lei precocemente, per tutta la vita non soltanto si ricordano di mamma, ma nei
momenti di più acuta nostalgia, recitano una specie di commedia dei miraggi, che io
ho battezzato "del gatto mammista".
A quelli che sono vissuti per anni in compagnia del sagace felino sarà successo di
osservare, e di partecipare, per dir così, da protagonista involontario a questa
curiosissima manovra. Ve la descrivo. Siete, per esempio, distesi sul letto, decisi a
prendere sonno nella maniera più sollecita possibile. Il vostro gatto si avvicina
facendo ron-ron a gola spiegata, si distende accanto a voi e si mette a succhiare
beatamente una piega del vostro pigiama, mentre con le zampine anteriori, dita
divaricate e unghie in fuori, vi preme con movimento alterno la spalla. Che cosa sta
facendo? Semplice, sta recitando per l'appunto quella commedia di cui sopra: finge,
in altre parole, di prendere il latte, in un momento di vertiginosa regressione
all'infanzia più remota. In altre parole, nel suo sogno ad occhi aperti non è mica lì,
con voi, sul vostro letto. La piega del vostro pigiama è il fantasma di un capezzolo, e
la vostra spalla il corpo della mamma perduta, caldo, protettivo e accogliente come il
suo. Questa recita può protrarsi anche per una decina di minuti. Dopo di che, il gatto,
che è andato alla ricerca del tempo perduto, sembra svegliarsi dalla sua fantasticheria
onirica, vi fissa come stupito, e se ne va. Pare uscito dalla macchina del tempo di
Wells, dove aveva girato l'orologio all'indietro. E qualche sera dopo, state pur certi
che ci riproverà. Insomma, il gatto è una versione a quattro zampe di Peter Pan.
Consigli per le adozioni

Avrete sentito dire spesso di un ragazzo che è tutto suo padre ed è inconfutabile
che i figli somiglino ai genitori, e che ci sono delle caratteristiche corporee che
ricompaiono costantemente nel corso delle generazioni. Si ricordi, per fare un
esempio, il nasone degli Asburgo, una sorta di segnale araldico che ricorreva, con
frequenza, nei membri di quella famiglia reale. Ma spesso il tutto suo padre non
riguarda il corpo, ma la personalità, e di conseguenza il comportamento di quel figlio,
che rispecchierebbe a puntino quello paterno. Ma no, se di sicuro la personalità ha
una sua componente ereditaria, più importanti nel determinarla sembrano essere le
esperienze che la persona ha fatto nel corso della sua vita, a cominciare dalla sua
prima infanzia, che l'hanno, per dir così, predisposta a diventare un santo o un
peccatore, uno zuccone o un genio. Però, nel caso degli animali, pur essendo ciascuno
di essi depositario di un certo carattere - non esiste il gatto, ma i gatti, non esiste il
cane, ma i cani - è pur vero che la conoscenza degli antenati può fornirci delle
importanti indicazioni sul nostro amico di casa, e consigliarci sulle possibili adozioni.
Vivete in un appartamento in cui siete assenti per molte ore del giorno? Non vi
consiglio di accogliere in casa vostra un cane, e il perché è presto detto. Quando era
ancora un lupo, il cane viveva in gruppo, e ha conservato un suo certo bisogno di
stare insieme, in parole povere di socializzare. Il cane, lasciato solo in casa, soffre,
diventa nervoso, si potrebbe dire perfino che si annoi, che venga preso dallo spleen, e
finisce per manifestare il suo disagio mugolando, e purtroppo abbaiando, disturbando
i vicini, che se sono di udito troppo sensibile, protesteranno e vi renderanno la vita
impossibile. Vi prescrivo, nel vostro caso, di puntare piuttosto all'adozione di un
gatto. Difatti, il micio, allo stato selvatico, è un animale solitario, che, a parte gli
incontri sessuali, e l'allevamento dei piccoli, se ne sta per i fatti suoi, e quindi non
soffre di solitudine. Certo, vi aspetta con impazienza, perché vi ama, ma non ha la
bruciante necessità di compagnia del cane, che è, per dir così, iscritta nel suo
patrimonio genetico. Tra l'altro, il gatto, se ha ben mangiato, e se si trova in un luogo
dove nessun pericolo lo minaccia, il vostro appartamento insomma!, si fa, come ho
già detto in precedenza, delle pennichelle interminabili che durano fino a sedici ore al
giorno. E sogna perdutamente, non si sa che cosa, ma sogna, forse le foreste delle sue
origini, dove scorazzava libero, e probabilmente più felice. L'unico inconveniente è
che se lui dorme a lungo durante il giorno, quando voi siete al lavoro, di notte - si
tratta di un animale da abitudini crepuscolari e notturne - può decidere che, arzillo e
riposato com'è, dovete giocare, oppure vi assedia per ricevere delle coccole, e così
via, sottoponendovi ad una insonnia per eccesso di affetto. Ebbene, ogni amicizia
comporta qualche seccatura, e la si sopporti di buon grado che ne vale la pena!
Se non mi ami non mi meriti

Spesso, qualcuno mi chiede, tra il serio e il faceto, e magari con un sorriso


malizioso, se gli animali sono gelosi. Ora, quel sentimento tormentoso, e spesso
davvero intollerabile, che affligge noi uomini, è sicuramente un prodotto della
fantasia, e per questo penso sia lecito affermare senza tema di smentite che si tratti di
un appannaggio esclusivo della nostra specie.
Però se la gelosia viene considerata nel suo significato più ampio, e se comporta il
darsi da fare per impedire ai rivali l'accesso alle femmine, escludendoli così dalla
riproduzione, beh, le cose diventano più semplici, e suscettibili di un approccio
biologico.
In definitiva, il maschio che scaccia gli altri maschi e ci riesce, si assicura una
discendenza sua propria e nel contempo fa il gioco della specie, ottenendo una prole
di prima qualità, non derivata da quei pretendenti scacciati, sicuramente meno
abilitati di lui a superare gli ostacoli della selezione sessuale, e in senso ampio anche
della selezione naturale.
Insomma, la gelosia consente che "vinca il migliore", e se il maschio più forte è
geloso, e si comporta come tale, la circostanza va a tutto beneficio della specie.
Ma nel caso degli animali domestici, la storia non è così semplice, e l'etologo fa
una bella fatica a non pensare che il gatto o il cane, quando sono gelosi, di sicuro non
abbiano soltanto "ragioni di prole" da buttare sul tappeto, ma anche, per dir così, dei
"sentimenti feriti". I casi che ho potuto osservare, o che mi sono stati narrati da
persone degne di fede, sono tali e tanti che è impossibile liquidarli tutti come delle
fandonie o dei travisamenti.

Per esempio, una coppia di amici aveva adottato un gatto soriano di un anno,
randagio all'origine, e che era diventato ben presto il signore incontrastato della casa.
Lo si vedeva aggirarsi con sussiego per le stanze, con la coda eretta e piegata in cima
a punto interrogativo, con l'aria di considerarsi a pieno titolo il "padrone del vapore".
Vezzeggiato, coccolato, ipernutrito, il gattone doveva pensare, ed era più o meno
così, di aver trovato il paese della cuccagna.
Ahimè, un bel giorno la sua protettrice rimase incinta e un'ombra si profilò
sull'orizzonte del nostro soriano, che cominciò a notare - i gatti sono molto sensibili a
certe cose! - una certa caduta di interesse nei suoi riguardi. Per cui il vessillo
interrogante della sua coda venne ammainato, e il gatto si intristì e cominciò a
nascondersi dietro le poltrone.

Quando poi il piccolo usurpatore entrò nella casa odoroso di borotalco, e in una
nube di pizzi e di merletti, e la padrona si diede ad accudirlo tutto il santo giorno, il
micio diventò scostante e perfino aggressivo. Rifiutava di farsi prendere in braccio,
vagava di notte miagolando penosamente, dando segni evidenti di scontentezza.
Alla fine decise di andarsene. Uscì in giardino in un bel mattino di primavera e...
sparì.
In quella casa, soppiantato da quel bambino roseo e piangente, aveva cominciato a
sentirsi di troppo. Era geloso, direte voi? Ma sì, che altro pensare? Geloso al punto da
non poterne più, e di risolversi a prendere, per non soffrire troppo, la via dell'esilio.
Ma non voglio rattristarvi. Passato qualche mese, gli sposini, che l'avevano cercato
in lungo e in largo, scoprirono che aveva trovato una nuova casa. Abitava felicemente
presso una signora anziana, che l'aveva accolto una sera, affamato e zuppo di pioggia,
offrendogli asilo e rancio abbondante, come si dice.
Quando i suoi antichi padroni appresero del trasferimento, si presentarono con la
pretesa di riprenderlo con loro. Il gatto li fissò, voltò le spalle o, per meglio dire, il
posteriore, e se ne andò dritto dritto nella camera accanto. E non ci fu verso di farlo
ritornare sui suoi passi. Restò così presso la vecchia signora, ben lieta di essere stata
scelta.
Nella nuova casa il gatto avrebbe potuto godere di un amore esclusivo, e sembra
che fosse proprio questo che desiderava. Chi non ama solo me, non mi merita.
Se non è gelosia, questa...
Intermezzo con cani e cavalli

Cani, orologi e calendari

Scrivo quasi sempre di gatti, e alcuni mi rimproverano di trascurare i cani, che


sono, a loro volta, degli animali molto intelligenti. Di recente mi è capitato tra le
mani un vecchio libro di Voronoff. Vi ricordate? Si tratta del celebre medico che
prometteva agli uomini se non l'eterna giovinezza, per lo meno una vecchiaia da
"arzilli" - e che, a quanto ho appreso con simpatia, era un grande amante degli
animali. In questo libro mai tradotto nella nostra lingua ho trovato alcune storielle
davvero gustose, che non esito un istante a raccontarvi, e che l'autorevolezza della
fonte, si tratta pur sempre di un medico e di uno sperimentatore di laboratorio, mi
legittima a darle per buone. Veniamo al dunque. Ogni mercoledì, verso le cinque del
pomeriggio, Voronoff, che se ne andava a spasso per la città, si imbatteva in un
grosso cane. L'animale se ne stava buono buono sulla scalinata di una chiesa e aveva
tutta l'aria di chi aspetti con ansia qualcuno o qualcosa. Infatti, fissava ostinatamente
la porta del luogo sacro. Una sera, mentre il medico passava da quelle parti, dalla
chiesa è uscito un gruppo di persone in festa. Avevano cresimato un bambino, e i
parenti, in segno di gaudio, lanciavano ai passanti delle caramelle, e degli zuccherini,
e molte di queste leccornie finivano nelle fauci del cane, che le coglieva, per dir così,
al volo.

Una piccola investigazione rese edotto l'incuriosito Voronoff che in quella chiesa,
ogni mercoledì, alle ore cinque del pomeriggio, si era soliti cresimare i bambini, e al
sacramento, consuetudine del luogo, seguiva, da parte dei congiunti, una elargizione
di dolcetti e di altre delizie gastronomiche. Bene, il nostro cane aveva capito tutto, e
ogni mercoledì si trovava sul posto per partecipare, di persona, alla festa... e alla
distribuzione del "ben di Dio".
Il mistero resta questo: come faceva il cane a sapere quando era mercoledì?
Perché soltanto quel giorno, a quanto sembra, lo si poteva trovare, più o meno
all'ora giusta, su quella scalinata. Non si sa come, ma gli animali, e i cani in
particolare, benché privi di orologio e di calendario, conoscono misteriosamente l'ora
e il giorno, come se possedessero un qualche strumento di registrazione biologico.
Una mia amica, molto meno autorevole di Voronoff, ma degna di una qualche
considerazione perché razionalista, e di "poche storie", mi ha raccontato come il suo
cane, ogni anno apprenda, a poco a poco, il suo orario scolastico, per cui, dopo
qualche tempo dall'inizio delle lezioni, compare puntualmente nella piazzetta del
quartiere proprio nell'ora in cui la sua padrona torna a casa e parcheggia l'automobile.
Sbaglia, sì, ma al principio, in seguito si presenta all'appuntamento senza "mancare
un colpo". Che dire? Si tratta del rumore dell'automobile in arrivo? Sarebbe già
sorprendente perché la vettura non ha proprio niente di speciale e il suo motore
"canta" come quello di tante altre dello stesso modello che circolano in città.
Ma il bello è che il cane giunge sul posto prima che l'automobile sia nei paraggi,
con dieci, quindici minuti di anticipo. Allora? Non oso azzardare una spiegazione. Ci
penserò...

I cavalli parigini sono più intelligenti?

Il cavallo è un animale nobile per eccellenza. Il suo portamento ha sempre


qualcosa di regale, e quando si impenna sembra trasformarsi nell'allegoria dello
slancio vitale, e suggerisce una figura araldica, da porre sullo stemma di qualche
antica e venerabile famiglia. In natura, sappiamo che ogni stallone possiede un suo
harem, che tiene sotto attenta e continua osservazione per timore che un qualche
rivale di passaggio seduca una delle sue femmine, magari la favorita, e la porti via
con sé.
Da quando è stato addomesticato fino ad oggi, soprattutto in paesi in via di
sviluppo, il cavallo continua a portare le nostre merci lungo le grandi arterie
commerciali del pianeta, merce egli stesso quando è il caso, e offre la groppa al suo
padrone, alleviandogli la fatica di spostarsi sulle proprie gambe, o procurandogli un
sano divertimento. L'equitazione è uno sport in ascesa, a quanto sembra. Tra l'altro il
cavallo è stato da sempre con noi nel corso delle nostre guerre, e vi ricorderete che
nell'ultimo conflitto mondiale, dei nostri cavalleggeri hanno caricato i carri armati,
perdendo la battaglia, ma non l'onore delle armi. Ma non è di questo che voglio
parlarvi, non del cavallo da tiro e da soma, e neppure del cavallo da guerra, ma delle
sue facoltà mentali, chiamando in causa un esempio davvero curioso, che potrebbe
venire rubricato sotto il titolo "furbizia di un cavallo scansafatiche". La storia mi è
stata raccontata da un etologo francese, che la dava per buona, e non ho motivo di
dubitarne.
Un tempo, quando gli omnibus non erano ancora autobus, e cioè non funzionavano
con motori a combustione interna, ma venivano trainati dai cavalli, la salita della
collina di Montmartre, a Parigi, celebre ancora oggi per i suoi pittori e i suoi bistrò,
esigeva dal cavallo, che forniva la sua energia muscolare al mezzo pubblico, uno
sforzo davvero considerevole. Soprattutto quando il grosso veicolo imboccava l'ardua
pendenza di "rue des Martyrs". Per questo, in punti strategici di questo tratto di
strada, venivano posti dei gruppi di tre cavalli, per effettuare dei cambi
provvidenziali. Si sceglieva sempre, per la sostituzione, il cavallo a sinistra del
terzetto e si metteva quello morto di fatica, perché riprendesse fiato, a destra. Le cose
erano sempre filate lisce, finché si cominciò a notare che uno dei cavalli di un gruppo
non veniva mai scelto per tirare il veicolo, quindi, in parole povere, riusciva sempre a
sfangarla.
La faccenda incuriosì i postiglioni degli omnibus, che si misero ad osservare
attentamente che cosa succedeva. Si scoprì così che il nostro sagace animale, quando
si trovava a sinistra dei tre, aspettava che l'omnibus comparisse in fondo alla salita e
si spostava bellamente a destra, evitando così di venire scelto per la sostituzione. Che
cosa ne dite? La faccenda presuppone che il cavallo avesse ben capito il gioco, e
avesse escogitato una maniera elegante per non venire mai messo al posto di fatica
come tutti gli altri. Penso siate perfettamente d'accordo con me che l'animale era
intelligente, o per lo meno molto furbo, anche se non dimostrava di sicuro una gran
voglia di lavorare. Insomma, era un bel tomo di scansafatiche, non diverso però,
confessiamolo apertamente, da molti dei nostri simili affetti da eguale "malattia".
Siamo quello che mangiamo

Spesso è stato scritto, ne abbiamo già parlato, che noi siamo quello che mangiamo,
e la cosa non è vera soltanto per l'uomo, ma anche per gli animali. Per esempio, il
cane, al contrario del gatto, che ha una dieta basata esclusivamente su cibi ad alto
tenore proteico, è proclive al consumo dei carboidrati, e la sua zuppa, ricordo i tempi
della mia infanzia quando mio padre teneva in casa dei cani, è sovente una
mescolanza di carne e di pane secco ammorbidito con l'acqua, una sorta di sandwich
semiliquido, di piena soddisfazione per il consumatore a quattro zampe.

Per questo, il cane può sopportare fatiche più intense, e sopra tutto più prolungate
del gatto, dedito, dal canto suo, a pennichelle interminabili, e prostrato dalla carne,
che è di difficile digestione, e che, con il progredire degli anni, bersaglia il suo rene, e
spesso dà origine a delle vere e proprie patologie a carico di questo organo.
Invece il cane, in virtù del suo cibo più vario, risulta talora utilizzato per lavori che
comportano un notevole investimento muscolare. Si pensi agli animali posti al traino
delle slitte.
Ogni traino ha un capo, il cane più forte, che viene aggiogato da solo in testa alla
fila, mentre gli altri sono disposti due a due.
Il leader è l'equivalente domestico di quello che è presente nel gruppo dei lupi, e
l'uomo che pilota la slitta ne riconosce l'autorità, e gli concede molti privilegi.
Lo nutre per primo, e con bocconi migliori, e stabilisce con l'animale un rapporto
più stretto che con tutti gli altri, sapendo quanto sia importante la sua collaborazione
nel far funzionare al meglio il gruppo al traino.
È ben noto che quando la slitta parte, il leader non impegna a fondo i suoi muscoli,
ma piuttosto incita, e sorveglia i suoi sudditi che procedano con ordine, e che si
concedano senza risparmio. Per questo, volge indietro la testa, e ringhia, o abbaia,
minacciando e sollecitando.
Quando la meta è vicina, e il traino dà segni di spossatezza per il lungo percorso, è
lui, allora, che investe tutta la sua riserva di energia, per aiutare i compagni a
mantenere costante la velocità del veicolo, e sembra che questo costituisca quello che
noi, peccando di antropomorfismo, potremmo chiamare un punto d'onore.
Molte epiche conquiste geografiche, come quelle del Polo Nord, non sarebbero
state possibili senza il ricorso a questi cani da slitta, per lo più Samoiedo e Husky,
che sopportano fatiche inenarrabili.
Quando il leader diventa vecchio, uno dei cani più giovani del traino lo sfida, e se
lo mette di schiena, prende il suo posto, solo in cima alla fila, e primo nei favori del
pilota della slitta.
Il perdente va, sovente, in pensione, perché a sette anni, un cane da slitta non è più
in grado di svolgere un lavoro così spossante. In parole povere, alla slitta si invecchia
presto!
Mi fido solo degli amici

Non ci possono essere dubbi sul fatto che i nostri piccoli felini, i gatti intendo,
siano degli animali profondamente diffidenti. Se li avete adottati da piccoli, non c'è
problema: vi hanno, già da allora scambiati, diciamo così, per la propria madre - forse
che non li nutrite puntualmente, forse che, altrettanto puntualmente, non li coccolate?
- e quindi vi concedono a pieno la loro confidenza. Se, invece, si tratta di un gatto
adulto, bene, le cose non filano di sicuro così lisce, e vi dà fiducia dopo avervi
osservato per lungo tempo, e aver deciso, che voi siete un benefico distributore di
cibo, e se mai di carezze, e non un loro possibile carnefice. A questo riguardo, ci sono
gatti che diffidano di più, e altri che diffidano di meno, c'è chi socializza, a stento, ma
a un certo punto cede alle vostre lusinghe, e alle elargizioni di leccornie, e vi si
struscia contro le gambe, e chi, invece, resta un fuggitivo irriducibile. All'ora di cena,
dal piccolo vano che consente ai miei due gatti di famiglia di uscire in giardino, e di
accedere ai servizi igienici, entrano di solito in casa alcuni clandestini, di cui ignoro
la provenienza, ma che elemosinano la loro parte di sostentamento, in forma di
polmone bollito, od occasionalmente di croccantini. Santi numi, tra questi gatti ce n'è
uno di pelo nero, che non si lascia accarezzare di certo, ma che mi ronza attorno,
emettendo perfino, anche se non sempre, un discretissimo ron-ron. Ma c'è una gattina
soriana, dagli occhi straordinariamente a mandorla, che è di una selvatichezza ai
limiti, credetemi sulla parola, della follia vera e propria.

Un giorno, mentre si aggirava cauta tra le ciotole all'uopo approvvigionate, io, che
ero in procinto di partire per uno dei miei giri di conferenze, senza alcuna malizia, per
puro caso, ho appoggiato la valigia contro la porticina, rendendola in tal modo,
temporaneamente inaccessibile. Ci credereste ? Quando la micia, con la coda
dell'occhio, ha notato che la via per il giardino era stata chiusa, è stata invasa da un
panico subitaneo. E saltata contro una finestra, battendo la testa nel vetro, e
piombando al suolo rovinosamente. Si è, allora, con mossa fulminea, precipitata a
testa bassa contro la valigia, tentando invano, povera lei!, di spostarla. Non riuscendo,
è volata acrobaticamente sul tavolo in mezzo alla stanza rovesciando una fruttiera a
stelo, piena di mele, che è rotolata a terra, - un caro ricordo, ahimè! - andando in
mille pezzi, seguita, nel massacro, da una coppa di cristallo del servizio buono. Alla
fine, dopo molte corse a zig-zag sul pavimento, ha dato la scalata, in due tempi, a una
credenza, fermandosi anelante in cima, e guardandosi attorno con le pupille sbarrate.
Ho tolto la valigia, aprendole la via per la fuga, e allontanandomi celermente. Ancor
più celermente, la gatta impazzita è scesa dal suo rifugio alpino, ha centrato in pieno
la porticina agognata attraversando, come inseguita dal diavolo, tutto il giardino, e
rifugiandosi alfine in un cespuglio. Per qualche giorno non ha più osato farsi viva.
Poi, una bella sera, è tornata e si è messa a leccare del latte in una ciotola. Ma mentre
sorbiva beatamente il liquido ristoratore, non ha mai cessato di sbirciare la porticina.
Che non venisse di nuovo chiusa da una qualche valigia indiscreta, buon Dio! Se no,
la paura avrebbe di nuovo fatto novanta!
Qualche considerazione generale sul gatto, il cane,e...
il coniglio

Il gatto samurai

L'altro giorno una mia amica mi ha telefonato con voce piena di angoscia. Il suo
gatto di nove anni, mentre faceva un po' di equilibrismo camminando sulla ringhiera
del balcone, aveva messo un piedino in fallo ed era precipitato, dritto dritto come una
meteora, nel giardino sottostante. Ahimè, quel balcone si trovava al quinto piano di
un condominio alla periferia della città. Scesa con il cuore in gola nel giardino, la mia
amica l'aveva trovato là, il micio acrobata, su di un cespo di erbacce, immobile, come
colpito dalla folgore, ma, dopo tutto, a quanto sembrava, incolume. La donna l'aveva
preso tra le braccia, coccolandolo teneramente ed era filata via, con lui sul sedile
posteriore dell'automobile, raggiungendo dopo una pazza corsa la Clinica Veterinaria.
Beh, mi diceva con un certo stupore nella voce, che aveva, a poco a poco, sostituito
l'angoscia, il micione, a parte una escoriazione alla zampa posteriore destra, non
mostrava alcuna frattura, e neppure una qualche compromissione agli organi interni.
Insomma, era rimasto indenne malgrado il salto spettacolare. Ho rassicurato la
gattofila, dicendole che degli accadimenti simili non erano affatto rari, e avevano da
sempre evocato la curiosità della gente. Avvalorando, ancora una volta, l'idea che il
gatto sia un animale magico, e forse in combutta con le potenze infernali. L'interesse
degli scienziati non aveva tardato, tuttavia, a fare capolino.

Una memoria presentata all'Accademia delle Scienze nel 1700 aveva già preso in
esame il fenomeno, ma è stato soltanto alla fine del secolo scorso che, con l'aiuto dei
cronoscopi, si è riusciti a filmare la caduta del gatto paracadutista, e a capirci
qualcosa. È venuto fuori che il micio riesce a sfangarsela meglio se il salto è dal
quinto o dal settimo piano dell'edificio, e che se precipita da luoghi meno elevati è
più facile che si faccia del male. Una ricerca recente condotta da scienziati
statunitensi ha accertato che dei voli dal settimo piano non comportano per il felino
dei danni maggiori di quando cade da altezze più contenute: il 32% dei gatti tuffatori
non ha avuto bisogno di alcuna cura medica, è bastata qualche carezza, mentre il 30%
è stato ospedalizzato per qualche tempo. Tutto sommato solo per il 10% dei gatti
precipitati si sono verificati degli esiti mortali. Si ricorda negli annali delle olimpiadi
feline il record di un gatto sopravvissuto a un volo dal trentaduesimo piano di un
grattacielo. Insomma, più alto è il trampolino di lancio - entro certi limiti, s'intende! -
e più il nostro acrobata la fa franca. Come mai? La cosa si spiega se si tien conto che
il gatto è un vero e proprio samurai a quattro zampe. In che senso? Vi ricorderete che
i samurai, questi guerrieri dell'Antico Giappone, riuscivano a realizzare, di fronte al
pericolo, una calma interiore, una sospensione delle emozioni, che non esito a
definire sovrane. Lo stesso per il gatto: quando piomba nel vuoto, nel primo tratto
della caduta annaspa disperatamente. Ma se gli date un po' di tempo prima che tocchi
il fondo, miracolosamente si calma, e dispone il corpo nella maniera migliore per
l'atterraggio. Curva il dorso, allunga le zampe, che funzioneranno come una vera e
propria molla muscolare. Quando piomba sul suolo tutto il suo corpo reagisce come
una palla di gomma. Non si può dire che rimbalzi, ma quasi. La calma è la virtù non
solo dei forti, e dei samurai. Anche dei gatti.

I benefìci dell'amicizia

Avete visto il cartoon di Walt Disney "La carica dei 101"?


Se è così, vi ricorderete di sicuro che i due protagonisti umani della vicenda, lei e
lui, si incontrano, e riescono a parlare, e alla fine a convolare a giuste nozze, perché i
due cagnetti che portano a spasso, una femmina e un intraprendente maschietto,
colpiti a loro volta dal dardo di Cupido, fanno di tutto perché i loro padroni escano
dal riserbo, si parlino, e alla fine capiscano di essere fatti l'uno per l'altra. In parole
povere, i due animali avrebbero attivato la comunicazione tra gli umani che li
portavano in giro. Bene, la fantasticheria di Walt Disney, prese le dovute distanze,
sembrerebbe avere un fondo di verità, se consideriamo che uno psicologo inglese,
Peter Massent, ha preso in esame che cosa succede a sette persone che vanno a spasso
con un cane, rispetto ad un egual numero che passeggiano da sole. Le interazioni con
i passanti, sconosciuti o conosciuti, dei sette possessori di cani sono risultate più
frequenti, nel senso che la presenza di un animale sembra favorire la comunicazione e
la socializzazione tra gli uomini. "Che bel cane!", "Quanti anni ha?", "È buono? Si
può accarezzare?", "Che cosa mangia?", queste frasi, così banali, che hanno per
oggetto il cane, ma che sono rivolte al proprietario, attivano una conversazione
possibile, ed è proprio per questo che l'animale, come è stato scritto, funziona come
"vettore di comunicazione", in altre parole come "lubrificante sociale".
Anche tra i bambini, la presenza di un animale, per esempio un gatto, sembra avere
una funzione socializzante, costituendo un polo di attrazione comune. Le ricerche di
una équipe di pedagogisti della Università di Montreal, l'hanno confermato,
prendendo in esame dei bambini di cinque o sei anni, e osservando come il possesso
di un gatto da parte di uno di loro desti in lui e in tutti gli altri il desiderio di
comunicare, verbalmente o gestualmente, con una intensità e una durata maggiori di
quelle che hanno luogo di solito in assenza di animali. La cosa sembra rivestire una
importanza più grande, e culminare nel terapeutico, quando il bambino manifesta
delle difficoltà di inserimento nei gruppi dei suoi coetanei, oppure quando, logico
corollario, è aggressivo, o con tendenze autistiche più o meno spiccate. Un piccolo
animale gestito da un altro bambino, può suscitare in quello proclive alla solitudine
un senso di interesse, se non di emulazione, ridestando un suo desiderio di fare
amicizia, una sua volontà di aprirsi al dialogo. Voglio ricordare il caso della figlia di
un mio caro amico, una deliziosa bambina bionda di sei anni, che, di colpo, si era
chiusa in se stessa, e, tra la disperazione dei suoi genitori, era caduta in preda a un
mutismo apparentemente irriducibile. Ogni tentativo di pediatri e di psicologi
dell'infanzia era risultato vano, e la faccenda rischiava di cronicizzarsi, quando una
zia della piccola le portò in regalo un coniglietto nano. Ed ecco che la bambina
cominciò a sussurrare delle parole nell'orecchio del suo "fratel coniglietto", che aveva
adottato senza esitare, anzi con entusiasmo. I sussurri si mutarono in parole, e la
piccola si mise a rispondere, dapprima laconicamente, alle domande dei suoi genitori.
A poco a poco i "sì" e i "no" si ampliarono, e le affermazioni e le negazioni si
mutarono in discorsi veri e propri. La bambina cominciò a conversare sempre più con
gli esseri umani e a sussurrare sempre meno dei segreti al suo coniglietto, che,
secondo me, non ne fu dispiaciuto affatto. Portando il suo coniglio alle feste di
compleanno degli amici diventò molto popolare, e la sua propensione a chiudersi in
se stessa venne spiazzata dal desiderio, più che naturale, di stare con i suoi coetanei.
Oggi è una ragazza di vent'anni, una fustona bionda, che studia biologia
all'Università, gioca a pallacanestro, ha un sacco di corteggiatori... e parla, parla
continuamente. Nel frattempo il suo coniglio, vissuto nel benessere, è passato per
vecchiaia a miglior vita. Se c'è un paradiso per gli animali, lui se l'è di sicuro
meritato!

Non lo faccio più!

Gli animali, per lo meno quelli più vicini a noi, come cani e gatti, sono o no capaci
di provare dei sensi di colpa, in altre parole del rimorso, quando hanno commesso
qualche azione che "sanno" risultare sgradita ai loro padroni? Io penso di sì, e
suffrago questa mia convinzione con delle osservazioni che ho fatto, di quando in
quando, nel corso degli anni. Delle osservazioni-occasione, per dir così, ma che non
mi sono lasciato sfuggire, e che ho tentato di interpretare, giungendo alla conclusione
suddetta. Comincio con un esempio: un mio conoscente che viveva in una villa, con
parco annesso, ai margini della città in compagnia di un pointer d'ottima genealogia,
mi raccontò alcuni anni or sono come il suo cane avesse la cattiva abitudine di
scavare delle buche nel prato, memore, forse, di essersi una volta imbattuto in una
talpa, salita in superficie e subito svanita nei meandri del suolo. Il pointer, da allora,
non si era dato più pace: inseguendo il fantasma di quell'animaletto, la cui fuga
beffarda e fulminea doveva averlo reso furente, scavava tutte le volte che poteva
attorno al luogo della fugace apparizione, trasformando il bel prato all'inglese in una
groviera. Il mio amico aveva adottato la tecnica dissuasiva di rimproverarlo
aspramente ogni volta che il cane si produceva nella perversa esibizione, e a forza di
urlacci e di gestacci, l'animale, che non era scemo per niente, aveva finito per capire
che le sue "campagne di scavo" non erano per nulla gradite, anzi venivano rudemente
avversate. Così aveva smesso di fare l'archeologo dei prati all'inglese, e sopra tutto se
il padrone era in casa, non cadeva preda della tentazione di ricominciare. Però,
quando il mio amico partiva per un viaggio, beh, non si può pretendere troppo: il cane
resisteva per due, tre giorni ma poi si rimetteva a cercare di mettere allo scoperto la
tana di quella maledetta talpa, scovandola finalmente! Ma, qui viene il bello, al
ritorno del padrone, il cane se aveva devastato per bene il prato, non gli veniva mica
incontro, come era solito fare, abbaiando festosamente, con agitazioni frenetiche della
coda. Proprio per niente : stava là, sulla scalinata della villa, mogio mogio, con gli
occhi bassi e un atteggiamento di prostrazione totale. Non c'era dubbio. L'animale
sapeva di avere commesso una marachella, e ora, distrutto dal rimorso, aspettava,
depresso, la legittima punizione. Dal canto mio ho potuto, almeno due volte,
osservare questo comportamento di persona, e così, quando il mio gatto si è esibito in
una performance molto simile non mi sono stupito più di tanto. In fondo, i gatti non
sono di certo meno intelligenti dei cani!
Ma vengo al punto: quando il micio che è vissuto con me per quindici anni, il
leggendario Tachione, rompeva il patto sociale della nostra convivenza e non
utilizzava, per i suoi reflui liquidi, la cassettina igienica posta sul terrazzo, e, per
esempio, la identificava con il divano, doveva saper benissimo di far male, e di
esporsi alle mie contumelie. Difatti, quando rientravo, non mi veniva mai incontro
per il "buonasera" consueto, e la cosa mi metteva subito sull'avviso. Lo cercavo,
chiamandolo, per tutta la casa, senza che accorresse, e finivo per trovarlo, là, magari
sul lato in ombra di un armadio, in una postura che io avevo definito penitenziale.
Con il corpo schiacciato sul pavimento, le zampe anteriori allungate in avanti e il
muso abbandonato sul parquet mi fissava in tralice, come per testimoniare la sua
contrizione, e il suo cordoglio per non "essere stato buono". Mi ero ripromesso di
sgridarlo, anche se mi veniva da ridere, per diffidarlo a non infrangere le regole del
"galateo" della casa dove abitava. Ma non andavo oltre a qualche urlaccio, perché
dopo tutto giudicavo già il suo rimorso, che mi pareva inconfutabile, come una
punizione sufficiente.

Padroni felloni

L'altro giorno ho avuto la sfortuna di incontrare, alla periferia della mia città, un
cane, piccolo, di un colore giallo sfumato, che qualche persona ignobile doveva avere
abbandonato, forse perché quel fedele amico, alla fin fine, gli era venuto a noia. Il
cane si guardava attorno sgomento: correva avanti e indietro esplorando con occhio
attento i passanti, sperando che il suo padrone ricomparisse come d'incanto, e lo
riportasse a casa. Ma no, gli uomini e le donne sfilavano davanti alla povera bestiola
angosciata senza che nessuno di loro venisse riconosciuto, e la delusione doveva
essere, a un certo punto, diventata intollerabile, perché il cane si è seduto sul
marciapiede e si è messo a gemere pietosamente. Con le lacrime agli occhi, ho
cercato di avvicinarmi, deciso a portarlo con me, non sapendo bene dove, perché non
credo che la tribù di gatti che ospito in casa mia avrebbe accolto l'intruso senza colpo
ferire. Ma l'animale mi ha guardato, ha ringhiato sordamente certo fraintendendo le
mie buone intenzioni, ed è fuggito rapido come un fulmine, scomparendo dietro
l'angolo di strada più vicino. Ahimè, di lui non ho saputo più nulla, ed è entrato a far
parte dei miei cattivi ricordi. Buon Dio, è mai possibile che esistano degli esseri
umani, che magari si considerano delle persone per bene, tutto casa e famiglia, che si
credono perfino buoni e che, dopo aver regalato per il compleanno del figlioletto un
cane o un gatto, lo abbandonano perché è venuto il tempo delle vacanze? Non sanno,
forse, questi "carnefici del cuore" che l'animale ha investito su di loro la sua capacità
di amare? Che sono diventati, per lui, il centro del mondo, e che l'abbandono
significa una perdita dell'Universo, e l'inizio di una terribile solitudine cosmica? Dico
apertamente che deploro la loro malvagità, che spesso è frutto di una crassa
ignoranza, e che se ne incontrassi qualcuno nel compimento dell'atto, non esiterei a
rifilargli un qualche ben assestato ceffone.
Mi chiedo spesso con tristezza che cosa sia accaduto al lupo di Gubbio, dopo che
San Francesco l'ha miracolosamente ammansito, e trasformato in un cane. Povero
lupo, temo che nessuno l'abbia accolto nella sua casa, e lo vedo vagare per le vie della
città con gli stessi occhi sgomenti del povero cagnolino che ho evocato all'inizio.
Avrà potuto, il lupo di Gubbio, come il Buck del romanzo di Jack London, sentire più
forte dell'acquisita domesticità, il richiamo della foresta, rientrando a far parte di un
qualche gruppo dei suoi simili? Questa è una via che lui o il Buck di London
potevano essere abilitati a percorrere, ma il nostro cagnolino sperduto era stato ormai
per sempre annesso alla comunità degli uomini, e non ha potuto tornare nella foresta,
perché non ci sono più foreste, e nel seno dei suoi antenati, perché non ci sono più
lupi, per lo meno, foreste e lupi, non negli immediati dintorni della mia città. Lo vedo
frugare tra i rifiuti, mangiare qualche cibo avariato, e passare a miglior vita in
solitudine, tra i barattoli di Coca-Cola e i sacchetti di plastica di una qualche
discarica. Spero soltanto che quelli che l'hanno abbandonato siano perseguitati per
tutta la vita dalla sfortuna.

Lode a quel gatto!

Prima di Minamata l'uomo non si era ben reso conto di quanto la tecnologia della
seconda metà del Ventesimo secolo fosse costosa per l'ambiente. E ancor più non
aveva subodorato che inquinare l'ambiente, equivale a innescare un processo
"boomerang" e vedersi ritornare i residui delle fabbriche sotto forma di sostanze
tossiche nell'acqua potabile, nell'aria e negli alimenti. Per cui, possiamo ben dire che
la contestazione ecologica del nostro Secolo comincia da quella cittadina giapponese,
situata sulle rive dell'Oceano Pacifico, e con una popolazione di circa cinquantamila
persone. Tale era, infatti, il contingente dei suoi cittadini a metà degli anni Cinquanta.
Gli abitanti di Minamata erano sempre vissuti di pesca, finché un giorno una grossa
industria, la Chisso, si insedia negli immediati dintorni e comincia a produrre
tonnellate di composti chimici. La fabbrica non si limita a sintetizzare delle molecole
di sintesi, perché la loro produzione comporta dei residui, che vengono bellamente
scaricati in mare. Tanto, si pensava allora, l'oceano è così grande! Capace di diluire
ogni cosa, rendendo innocui i veleni. Invece, nel 1956, un pescatore si sente male. I
sintomi sono davvero strani, e comportano l'indolenzimento, poi la paralisi degli arti,
dei disturbi della percezione visiva e un certo impedimento nel parlare. I colpiti dalla
curiosa malattia si moltiplicano, e si verificano i primi decessi. Non solo uomini, ma
donne, e soprattutto bambini, si ammalano e soccombono tra atroci sofferenze. I
medici giapponesi non ci si raccapezzano, ma il nome che attribuiscono alla malattia,
itai-itai, è molto eloquente perché significa "sofferenza". Passano tre anni prima che
la causa del male cominci a delinearsi: tutti i morti presentano nei tessuti un
composto, l'etilmercurio, e si comincia a sospettare che la Chisso c'entri in qualcosa.
Non sarà che l'industria scarica in mare l'etilmercurio, residuo delle sue produzioni?
E non sarà che il veleno contamina gli organismi marini, giungendo così sulla mensa
dei pescatori? Non si tratterà di un vero e proprio avvelenamento di massa? Con il
consueto cinismo, la Chisso nega ogni sua responsabilità, e continua a inviare
nell'oceano il suo fiume di sostanze tossiche. Gli abitanti di Minamata, invadono la
fabbrica, ma - questa storia si è tristemente ripetuta - la polizia, e gli stessi operai
dell'industria disperdono i dimostranti. Risulterà, poi, che la Chisso era perfettamente
al corrente di scaricare in mare delle sostanze nocive. Un gatto, una povera cavia,
aveva per mesi dovuto bere l'acqua reflua degli impianti ed era morto, e con gli stessi
sintomi dei pescatori. Mai come in questo caso un animale è stato posto a
salvaguardia della nostra salute, ed è perito a causa delle nostre colpe ecologiche. Sia
lode a lui! Non aveva, forse, ragione Rimbaud quando, pensando nell'Ottocento
all'avvenire, aveva scritto "ecco il tempo degli assassini"? Perché si può uccidere in
tanti modi: il cecchino bosniaco con il fucile, e gli industriali della Chisso con
l'etilmercurio, i bambini sono morti lo stesso. Ma il cecchino, che ha pur visto la sua
vittima nel mirino, potrebbe anche avere dei rimorsi. Quelli della Chisso, invece,
hanno potuto dormire dei sonni tranquilli. Perché l'etilmercurio, dopo tutto, era stato
soltanto scaricato in mare. La colpa era dei pesci che l'avevano accumulato, e dei
pescatori che li avevano mangiati. Ma infine, non si sa che il progresso comporta
sempre qualche vittima?
Gatti, cani e diavoli

I gatti sono stati, nel medioevo, per dirla con una metafora non so quanto felice, gli
ebrei degli animali. Perseguitati da Inquisitori ossessionati dall'inferno, in particolar
modo durante la grande caccia alle streghe, i mici, sopra tutto se avevano la disgrazia
di essere neri, vennero considerati dei diavoli in forma di animale da mettere sotto
accusa, da torturare perché confessassero la loro identità, diabolica s'intende!, e da
condannare al rogo con le loro padrone, colpevoli di turpi commerci con Satana in
persona. Ancora oggi, l'ho potuto osservare più volte, ci sono persone che
indietreggiano, sacramentando come camionisti, se un gatto nero attraversa la loro
strada, e si tratta magari di professori di biochimica o di fisici nucleari! Il cane,
invece, è stato, nel corso della storia, molto meno soggetto a investimenti, e a
proiezioni oniriche. Considerato, per antica tradizione, il migliore amico dell'uomo, è
sempre stato collocato dalla parte degli angeli e non dei diavoli, e trattato di
conseguenza. Ma se questa è la regola, ci sono delle illustri eccezioni. Per esempio,
mi piace ricordare il misterioso episodio, sospeso tra lo storico e il leggendario, del
cane di Cornelio Agrippa.

Questo filosofo tedesco, che è vissuto tra il Quattrocento e il Cinquecento, è stato


uno dei grandi scettici del suo tempo. Dopo una esistenza tormentata, era diventato
proclive a non credere a nulla, a farsi beffe della scienza e della magia, e dunque a
venir considerato dai suoi contemporanei in odore di eresia, se non addirittura di
ateismo, persona, insomma, da tenere d'occhio. Rimasto solo dopo la morte della
moglie, Agrippa aveva adottato un cane, ahimè di colore nero, e a quanto sembra dai
grandi occhi intelligenti, e l'aveva chiamato - era un uomo che amava complicarsi la
vita - Monsigneur, ergo Monsignore.
Quel cane nero era diventato il compagno inseparabile del filosofo: lo seguiva
ovunque andasse, sembrava ascoltarlo se il padrone gli parlava, e dormiva di notte nel
suo letto. La gente, che già diffidava di Agrippa giudicandolo un personaggio
scomodo e stravagante, cominciò a mormorare che, forse, quel rapporto tra il filosofo
e il suo cane non era del tutto naturale: si fiutava odore di zolfo. Tanto più che sul
collare di Monsignore si intravvedeva una scritta, o per meglio dire una costellazione
di simboli della Cabala ebraica. Le chiacchiere sembrarono trovare una conferma, se
si può dir così, sul letto di morte del filosofo. Agrippa sta per esalare l'ultimo respiro,
ed ecco che allunga la mano, strappa il collare al cane che mugola al suo capezzale, e
curiosamente lo maledice, lo accusa di tutte le sue disgrazie e gli intima di andarsene.
Con la coda tra le gambe, 1'animale si allontana, raggiunge il fiume che bagna la città
di Nettesheim, e si butta a capofitto nelle acque. Scompare tra i gorghi senza che lo si
veda più ritornare in superficie. Era un diavolo? Il collare cabalistico era il pegno di
un contratto stilato tra Agrippa e Satana, un contratto che il filosofo rinnegava in
extremis?
E se Monsignore si fosse annegato per il dolore di essere stato rinnegato dal suo
padrone? Comunque sia, per incontrare altri illustri cani demoniaci bisognerà
aspettare Il mastino di Baskerville di Arthur Conan Doyle, o quelli idrofobi o
resuscitati di Stephen King, in alcuni celebri film dell'orrore.
Appendice tra il serio e il faceto

Il serio:

gli animali pensano?

Comincerò con un esempio che alcuni potranno giudicare, dal punto di vista
dell'osservazione etologica, un poco stravagante, e forse non troppo rigoroso, ma mi
conforta, nella mia decisione, quanto scrive George Schaller, il prestigioso ricercatore
che è vissuto con i gorilla e con i leoni, nella sua introduzione al libro di Shirley C.
Strum. L'intelligenza degli animali, afferma senza tanti mezzi termini, "può essere
descritta meglio dal padrone affettuoso di un cane che dagli studiosi di laboratorio".
Dal canto mio, vivo da anni non con un cane, con dei gatti, ma penso che la
differenza di specie non pregiudichi nulla in merito. Tralascio, allora, per tornarci in
seguito, le api, che sono l'oggetto, da parte mia, di esperienze di etologia vera e
propria, e mi trasformo in "etologo da camera", nell'intento di suffragare l'ipotesi che
gli animali non sono dotati soltanto di pulsioni, come si è disposti quasi sempre a
concedere, ma di cognizioni. Attingendo ancora dallo scritto di Schaller, cito: "Si è
detto perfino che gli animali sono privi di consapevolezza, che non avendo
linguaggio non sono in grado di pensare". Schaller non è d'accordo, e io con lui. Con
buona pace, si capisce, di Whorf e di Hall, crediamo che esista una logica concreta
che si manifesta "prima delle parole" e che non è affatto vero che "in principio era il
verbo". In principio, e tutte le strategie di sopravvivenza esibite dagli animali lo
dimostrano ampiamente, non era il verbo, ma l'azione.
Poste queste pregiudiziali di minima, che potrebbero somigliare ad una excusatio
non petita, ma che hanno l'intenzione di mettere subito le carte in tavola, passo a
descrivere la peripezia cognitiva del mio gatto.
Una mia amica, che si diletta di problemi parapsicologici, aveva sostenuto un
giorno che il suo soriano, di notevole stazza corporea, era dotato di poteri telepatici, e
che se lei lo "chiamava con la mente", lui non mancava mai all'appello e lo si vedeva
arrivare. Ahimè, alcune prove fatte insieme all'amica dimostrarono che si trattava di
millantato credito, e mi confermarono nella convinzione che i padroni degli animali
sono spesso proclivi a fantasticare meraviglie sui loro protetti.
Tuttavia, il miraggio della aspirante parapsicologa, mi aveva, per dir così, reso
sensibile, e rientrando a casa - era d'estate e vedremo in seguito perché questa
precisazione stagionale abbia importanza - notai che quando aprivo la porta, il gatto
era già lì, in attesa, come se avesse percepito con qualche anticipo il mio ritorno. Mi
resi conto che il "comportamento d'accoglienza" si verificava puntualmente e mi
chiesi, tra il serio e il faceto, se il diabolico micio non possedesse davvero delle
facoltà precognitive. Ma ahimè, non potevo proprio concedergliele, perché avrebbe
equivalso per me a una vera e propria abdicazione scientifica.
Decisi di prendere in esame la questione, e diedi la stura alle congetture.
Era 1'ascensore che avvertiva il micio del mio rientro? Quando ero in casa, il gatto
non dava alcun segno d'attenzione al ronzio dell'ascensore. Ma forse era perché io ero
lì, accanto a lui. E se fossi stato fuori? Salii per ben tre volte le scale a piedi, con le
scarpe in mano per minimizzare ogni possibile rumore d'avvertimento, e niente da
fare: il gatto mi aspettava dietro la porta. La cosa diventò per me una specie di
ossessione, ci pensavo e ci ripensavo senza riuscire a formulare uno straccio di
ipotesi.
A un certo punto mi colpì il fatto che, nei giorni di pioggia, l'animale sembrava
perdere i suoi poteri di veggenza, e rientrando lo sorprendevo disteso sul letto, o mi
veniva incontro, sopraggiungendo dal cuore dell'appartamento, per festeggiare, ma
questa volta non con il solito tempismo, il ritorno del "padron prodigo". La mia
parapsicologa aveva commentato la cosa voltandola a suo favore: era l'elettricità
dell'aria, così intensa durante i temporali, da disturbare l'organo telepatico del gatto.
Dal canto mio, non ero disposto a cedere, e continuavo a pensare che, pioggia o no,
la trasmissione del pensiero era fuori causa. Singolare cecità: avevo la soluzione a
portata di mano, se solo avessi pensato alla motocicletta! Già, proprio così: io mi
sposto, durante la buona stagione, su di una Guzzi di media cilindrata, e quando
rientro la sera, discendo lungo la rampa che porta al garage. La motocicletta produce,
allora, uno strano rumore, un "clan-clan" inconfondibile, e percepibile intorno.
Le circostanze lavoravano per me: il figlio di un mio vicino di casa acquistò, un bel
giorno, una motocicletta e si mise a parcheggiarla in un garage attiguo al mio.
Dunque, percorreva la rampa e produceva il "clan-clan" caratteristico. Una sera, stavo
sul divano a godermi la TV, quando il rumore suddetto giunge da sotto - il vicino
rientrava in moto - e il gatto, che sonnecchiava sul pavimento, si alza sulle zampe di
colpo, e si dirige rapido verso la porta di casa. Ahilui!, passando vicino al divano mi
vede: il suo passo rallenta, si ferma, si volta a fissarmi ed emette un miagolio
straziante. Che cosa succedeva? Ero là, ero qua, stavo per giungere ed ero già
arrivato. Capii tutto di colpo: il "clan-clan" avvertiva l'amicone del mio ritorno. Ecco
perché nei giorni di pioggia, il gatto sciamano perdeva ogni facoltà: lasciavo la Guzzi
in garage!
Il seguito fu molto istruttivo. Scoperto che il "clan-clan" era inaffidabile, l'animale
si comportò di conseguenza. Lo trovavo qualche volta sì e qualche volta no dietro la
porta. Passato dall'universo di Newton a quello di Heisenberg, dalla certezza alla
probabilità, il mio amico si era convinto che "Dio gioca ai dadi", e che anch'io faccio
lo stesso. Insomma, questa storiella da appartamento, che non è, dopo tutto, il
risultato delle osservazioni di un "padrone affettuoso", ma di un ricercatore di
professione, dimostra come la mente degli animali sia abilitata a compiere delle
operazioni piuttosto complesse: l'accertamento della costanza tra un certo segnale
sonoro, e la mia quasi immediata comparsa, e l'istituzione di un nesso causale tra i
due fenomeni.
Una legge naturale, insomma, prima confortata, poi smentita dai fatti. Possiamo o
no parlare di cognizioni? Direi proprio di sì. Un gatto-robot si comporterebbe di
sicuro in maniera infinitamente meno versatile.
Oggi, il grande biologo Donald R. Griffin ha deciso di rompere il fronte
dell'ortodossia, e di parlare apertis verbis della necessità di una etologia cognitiva.
D'altra parte, molte esperienze recenti, messe in opera secondo l'ipotesi che gli
animali pensino, sembrano dimostrare ampiamente il punto di vista di Griffin, e mio,
se mi consentite di entrare a far parte del coro.
Le suddette esperienze, peraltro simili a quella, più casalinga, che ho riportato,
suffragano questa rivoluzione etologica e rimettono in causa il pensiero animale e le
sue implicazioni. Prima tra tutte la possibilità di dare un fondamento al problema dei
diritti di questi nostri "compagni di strada" sul pianeta. Se in qualche misura, anche
per loro si può affermare che "pensano, dunque sono" non è più così difficile evocare
il fantasma di una identificazione giuridica che li tuteli, o per lo meno, che tenga
conto che esistono.
Vorrei prendere in esame, allora, taluni fatti singolari accertati sugli scimpanzé,
tralasciando di riferirmi ai soliti esempi di Washoe e di Sara (o all'esempio più
recente di Koko, un gorilla), tutti animali che hanno dimostrato di riuscire ad
apprendere, e ad usare con efficacia il linguaggio dei sordomuti o un alfabeto
sintetico, composto di parole-oggetto. Sono fatti ormai universalmente noti, e,
malgrado il punto di vista di taluni detrattori, come Terrace, mi sembra portino molta
acqua al nostro mulino.
Meno conosciuta, ed egualmente degna di menzione, l'esperienza di Woodruff e
Premack, sugli "scimpanzé che mentono", e si sa che, nella comparazione uomo-
animale si è spesso attribuito alla bestia una sorta di "sincerità coatta". Perché la
menzogna presuppone delle operazioni mentali più complesse della verità,
introducendo arzigogoli del tenore: se dico così, lo faccio perché tu pensi che sia così,
ma io so che non è così, e via di seguito.

I due ricercatori succitati hanno deciso di fare competere un uomo e uno scimpanzé
nel ritrovamento di un premio in cibo nascosto in precedenza. I due "cercatori di
tesori" comunicavano tra loro impiegando il linguaggio non-verbale come: indicare
con la mano, e perfino con il dito, dar segni di esultanza, e così via. Bene, se l'uomo,
scoperta la leccornia, la dava interamente al suo partner, lo scimpanzé faceva mostra
di capire perfettamente le gesticolazioni e rispondeva a tono. Se l'uomo, al contrario,
teneva tutto per sé il cibo rinvenuto, la scimmia diventava diffidente, non credeva più
alle indicazioni gestuali fornite dal compagno, e cominciava a sua volta a inviargli
dei segnali falsi, che lo mettevano fuori strada. La competizione sostituiva la
collaborazione, e la coppia, entrata in crisi di fiducia, si scambiava delle informazioni
fuorvianti.
Già Menzel, alla metà degli anni Settanta, aveva osservato qualcosa di simile. Una
giovane scimpanzé era stata addestrata a trovare del cibo nascosto dallo
sperimentatore, ed era diventata abilissima. Ben presto, due maschi si erano accorti
delle performance della compagna, e avevano deciso di vivere alle sue spalle. La
seguivano da lontano, e quando la femmina trovava la "pepita nascosta", una banana,
o che altro, giungevano di corsa e la espropriavano del suo bottino. A poco a poco, la
cercatrice fortunata si fece furba: cominciò a fingere di cercare dove il cibo non c'era,
a seguire delle false piste, a simulare imbarazzo e perplessità, finché... finché i due
predoni non si fossero distratti. Via libera, allora: il tesoro nascosto veniva ben presto
trovato... e consumato. Se recitare significa calarsi in un personaggio, la nostra
scimpanzé adottava il metodo Stanislasky e interpretava alla perfezione la parte della
"grulla".

Non vi sembra che questi fatti diventino del tutto incomprensibili, se si esclude che
gli animali pensino, e che siano dotati di un certo grado di consapevolezza? Più di
recente Gillan ha potuto dimostrare, ancora una volta, come gli scimpanzé, di sicuro,
"ragionino". Ecco come: in due luoghi fuori dalla vista, uno a destra e uno a sinistra,
lo sperimentatore aveva nascosto rispettivamente una banana e una mela. Poi aveva
mostrato a uno scimpanzé le due minidispense, e lo aveva allontanato. Subito dopo,
la scimmia era stata messa insieme a un'altra che mangiava una mela, e lasciata libera
di accedere ai due depositi. L'animale si dirigeva, allora, dritto dritto al posto della
banana, come se avesse pensato che, quella mela, mangiata dal compagno, poteva
essere stata prelevata in sua assenza dal posto a sinistra. Puntare sulla banana
significava stare più dalla parte dei bottoni!
Se consentire che i gatti e le scimmie siano capaci di arzigogolare qualcosa, e che
l'etologo debba tenerne conto, è una ipotesi che molti, se non i più rigorosi
behavioristi, possono accettare di buon grado, più difficile è decidere che le api siano
dotate di una, seppure rudimentale, facoltà cognitiva. Pure, siamo certi, dopo le
esperienze chiarificatrici di von Frisch: che le api si scambiano delle informazioni
sulla distanza, la direzione e, forse, la bontà in zucchero di una certa sorgente di cibo.
Lo fanno "danzando" e l'insieme dei coreogrammi costituisce un linguaggio vero e
proprio, in cui vengono impiegati dei segni, e non solo dei segnali. Ci si può chiedere,
allora, se non siano necessarie, per far questo, non solo delle motivazioni, ma delle
cognizioni. L'abilitazione dell'ape a usare, come noi, dei segni è, forse, un "ghiribizzo
dell'evoluzione", come lo chiama Krebs, ma ci pone comunque dei quesiti
epistemologici difficili da aggirare o da eludere.

Porterò, al riguardo, un piccolo contributo personale, raccontando una mia


esperienza, non più da camera, ma di campo, che ho chiamato "food-games" con le
api. Quattro gabbie di garza, con un oblò anteriore da cui si poteva accedere
all'interno, sono state poste, in linea, davanti ad altrettanti alveari. In ogni gabbia, che
chiameremo per comodità espositiva A, B, C, D, c'erano delle capsule di vetro,
contenenti in A una soluzione zuccherina e nelle altre tre dell'acqua. A forza di
girovagare un'ape finiva per entrare in A, e segnalava alle compagne il bottino a
disposizione. Dato che le gabbie distavano una decina di metri dagli alveari, è
presumibile che l'informazione circolasse mediante la danza con doppia ellissi
caratteristica dell'ape italiana, che contiene anche una grossolana indicazione
direzionale. Da quel momento in poi tutte le api si affollavano in A per fare incetta di
cibo.
Bene, si sposti, allora, la capsula con soluzione zuccherina all'altra estremità, in D
più precisamente. Le api danno il via a una ricerca strategica: visitano prima B, poi C
e alfine D, ritrovando il "tesoro". Di nuovo si trasferisca la capsula agognata in A, e
la ricerca si ripete puntualmente, con la stessa modalità di "cominciare dalla gabbia
più vicina". Dopo quattro o cinque di questi spostamenti, le api sembrano capire la
regola del gioco, e vanno subito tutte all'altra estremità, da A in D, e da D in A. Come
negare che ci si trovi di fronte a una sorta di ragionamento?
Tutto concorre a farci pensare che non si può più essere behavioristi, o behavioristi
impliciti, come sono stati dopo tutto gli etologi, che per lo meno nell'opzione
metodologica di privilegiare l'osservazione del "fare", l'etogramma insomma, hanno
praticato l'intelligenza con il nemico.
Non è più possibile trascurare, per paura di cadere in balia dell'antropomorfismo o
del mentalismo, la concezione che gli animali siano dotati di un pensiero senza
parole, di una intelligenza pratica, come diceva Bergson, e di un certo grado di
consapevolezza di se medesimi. Altrimenti, si resta al "come", a inventariare
etogrammi, e non si riesce a rispondere a nessun "perché". Molti epistemologi ci
faranno notare, a questo proposito, che il "come" è affare di scienza, e il "perché" di
metafisica. Ma anche qui non sono d'accordo. Mi difenderò citando Mayr, che nella
sua opera sulla storia del pensiero biologico sostiene il contrario, e afferma che la
teoria dell'evoluzione tende proprio a rispondere a molti "perché". Per esempio, al
"perché il codice genetico è lo stesso per tutti gli organismi", o al perché "l'uomo è
così simile dal punto di vista biochimico allo scimpanzé".
È diventato, dunque, scientificamente ragionevole pensare che gli animali... siano
ragionevoli.
E il faceto:

altruismo e mal di denti

Per Darwin, la lotta per la vita è un fenomeno di portata universale, e non consente
a nessuno, uomo o animale che sia, di starsene fuori, una guerra, che non ammette
astensionisti o disertori. In una certa misura, sopraffare e uccidere, è condizione per
riprodursi e sopravvivere, e sono delle attività tra le più diffuse, e normali, in natura.
Insomma la carneficina non è l'eccezione, è la regola. Ma, allora, da dove mai
proviene il cosiddetto "altruismo"? Perché, in un mondo di zanne e di artigli
insanguinati, l'ape guardiana punge il presunto nemico dell'alveare, soccombendo
nell'atto? E perché l'uccello, posto di sentinella del suo gruppo, lancia, alla comparsa
di un rapace, un grido di allarme, esponendosi al rischio di attirare su di sé
l'attenzione e le mire predatorie del nemico, per avvertire i "suoi" del pericolo? Se
ciascuno "pensa per sé", ed è "contro tutti", come affermano concordemente Hobbes
e Darwin, perché l'ape, e perché l'uccello, sacrificherebbero la propria vita, o la
metterebbero comunque a repentaglio, per favorire non loro stessi, ma i propri simili?
Il problema richiederebbe un lungo indugio esplicativo. Si potrebbero chiamare in
causa i sociobiologi, che vedono nell'altruismo una forma sofisticata dell'egoismo. Il
genitore che si sacrifica per salvare un figlio, si comporta in tal modo, dopo tutto,
perché difende nel figlio quello che riconosce come proprio, quei geni che gli ha
trasmesso nel momento del concepimento. Per questo, state pur certi che se si deve
buttare dalla torre qualcuno, conoscete questo gioco da salotto?, ciascuno, tra un
figlio e un amico, farà prendere il volo a quest'ultimo. Se la voce del sangue non
esiste, quella dei geni forse sì. Però, saltando ogni spiegazione complessa voglio, tra
il serio e il faceto, suggerirvi che talora l'altruismo potrebbe avere delle cause molto
semplici, come, per esempio, consentitemi la provocazione, un fastidioso "mal di
denti"! L'idea, mi discolpo subito, non è mia, bensì di Dawkins, il famoso teorico del
"gene egoista", a cui ne lascio tutta la responsabilità, e riguarda l'origine della
socialità tra i leoni, che si comportano, l'ho già scritto più volte, come i gatti in città.
Difatti, come si sa, i leoni sono gli unici felini - se si eccettuano i suddetti gatti
urbanizzati - a formare dei gruppi di femmine variamente imparentate, che allevano,
e allattano i piccoli in comunità, mentre i maschi vivono ai margini della nursery
assolvendo compiti di vigilanza. Sono le leonesse che, abitualmente, vanno a caccia,
e lo fanno in gruppo, riuscendo ad abbattere - l'unione fa la forza - anche animali di
grosse dimensioni come i bufali. Ergo, l'arte venatoria praticata insieme rende di più
che se venisse esercitata individualmente, ma ha come prezzo una spartizione del
cibo, e la trasformazione del pasto singolo in una "agape", in un self-service
collettivo. È sicuro che, a conti fatti, a ogni leonessa converrebbe mangiare tutta la
preda, e questa sarà stata all'origine la sua tendenza, però se lo facesse, si
condannerebbe a cacciare da sola, e a procurarsi prede più piccole, come antilopi o
zebre, magari giovani, e di stazza corporea ridotta. Al principio, allora, che cosa deve
essere successo, che ha fatto di un animale egoista un animale conviviale, dunque
altruista? Una cattiva dentatura, afferma Dawkins, avrebbe potuto rallentare il
consumo di carne nelle leonesse delle origini, consentendo alle altre di ottenere la
loro porzione. Per cui, il mal di denti, premiato alla lunga dalla selezione naturale,
avrebbe promosso l'avvento di una primordiale spartizione della carne, fondamento di
una socialità possibile e di una futura attività venatoria di gruppo, con prede più
grosse e mensa più ricca. Mangiare meno al principio per mangiare di più alla fine?
Le vie dell'altruismo sono davvero infinite, e possono addirittura passare per un mal
di denti.
E per concludere:

Gattina!

Al Mystfest di Cattolica, una rassegna del giallo e del mistero a cui io e mio figlio
partecipiamo da più di un decennio a questa parte, molti anni fa ci siamo imbattuti in
una nidiata di cinque gattini abbandonati. Gemevano, disperati, perché la mamma era
scomparsa e loro dovevano avere la pancia vuota e un gran desiderio di vivere. Driffo
draffo, con il serbatoio di una siringa a cui, ovviamente, avevamo tolto l'ago,
abbiamo tentato di alimentarli con del latte un po' annacquato, ma il giorno dopo
erano passati a miglior vita, tranne due, un maschietto e una femminuccia, di stazza
un poco più grande degli altri, e particolarmente resistenti. Però, con gli occhi pieni di
pus, su cui miriadi di mosche immonde si posavano, probabilmente in attesa golosa
che i gattini morissero. Abbiamo deciso così di perseverare nel tentativo di
salvataggio: trasferiti in casa nostra a Bologna sono stati cresciuti a latte, e medicati
con collirio agli antibiotici, e con nostra grande gioia abbiamo capito, dopo due o tre
giorni di quel regime insieme alimentare e terapeutico, che stavamo vincendo la
partita. I due micini sono cresciuti di peso e hanno aperto gli occhi risanati sul
mondo, vedendoci curvi sulla scatola da scarpe nella quale li avevamo insediati.
Trasferiti in montagna, se non proprio adulti, già adolescenti, per la villeggiatura, il
maschio se n'è andato per i fatti suoi. L'abbiamo intravisto dopo qualche giorno dalla
sua fuga, ai margini di un castagneto ed è sparito per sempre dalla nostra vita. La
femmina, che abbiamo chiamato con il nome poco originale di Gattina, soprattutto
perché le sue dimensioni sono sempre rimaste molto esigue, diventò, invece, una
specie di nume tutelare della casa. Dolcissima, sempre pronta a fare ron-ron, e a farsi
coccolare, finiva per sedurre tutti quelli che la frequentavano. La madre di mio figlio,
da piccola, aveva paura dei gatti e da grande di sicuro non li amava. Ma a Gattina non
si poteva resistere, e anche lei ne rimase affascinata e la adottò durevolmente. Ma
sopra tutto mio figlio era l'oggetto d'amore della micia: non faceva in tempo a sedersi
che lei gli saltava sulle ginocchia, e appena andava a coricarsi Gattina si stendeva
contro la sua schiena. Quando mio figlio è andato a vivere fuori casa, Gattina era già
vecchia e si era ammalata. Operata, aveva cominciato a dimagrire: se la accarezzavi
sembrava diventata di vetroresina. Pareva vuota, leggera, e perfino, non so come dire:
trasparente. Quando mio figlio ricompariva in casa, di quando in quando, gli saltava,
a fatica, sulle ginocchia, quasi a rinnovare un antico cerimoniale di convivenza. Una
notte Gattina se ne andò, e sapete dove si rifugiò per morire? Sotto il letto, ormai
deserto, del suo grande amico. Ed era, forse, il suo modo di inviargli l'estremo saluto.
Antologia del gatto
per il lettore frettoloso
Il gatto melomane

I gatti amano spesso la musica, ho avuto più volte l'occasione di constatarlo, ma


sono di gusti piuttosto difficili. Per esempio, fuggono disperatamente se nella camera
si diffonde il fragore, non saprei come altro chiamarlo, di una musica rock, oppure,
che so?, la sfrenata fanfara dei bersaglieri. Un mio gattone maschio, scomparso da
alcuni anni, prediligeva Debussy, e se le note di Pelléas e Mélisande si diffondevano
nell'ambiente, subito si accoccolava sulle zampine anteriori piegate in dentro e si
poneva in ascolto, socchiudendo gli occhi con grande beatitudine. Ma sui rapporti tra
i gatti e la musica sono note diverse storielle, non si sa quanto vere, ma, nella
maggior parte dei casi, molto verosimili. Ve ne voglio raccontare una: il poeta
francese dell'Ottocento, Théophile Gautier, oltre a far versi, era un celebre critico
musicale e succedeva spesso che dei giovani compositori venissero a fargli visita per
ottenere la sua simpatia e magari il suo appoggio. Però, la gatta del poeta Eponime,
sapeva, a quanto sembra, riconoscere i giovani d'ingegno dai semplici scocciatori, e
Gautier ne apprezzava puntualmente il giudizio. Un giorno gli viene annunciata la
visita di un musicista sconosciuto e Gautier è di pessimo umore. Decide di
congedarlo senza tante storie e per questo si affaccia sul vestibolo dove il postulante
siede in attesa. Stupore: Eponime si è sistemata, contro ogni sua abitudine, sulle
ginocchia dell'ospite, e sta ronfando beatamente. Gautier decide allora di dare
udienza al giovane, ed Eponime, con precognizione gattesca, non smentisce il suo
intuito: si trattava del giovane Massenet.
Il gatto acrobata

Esistono dei gatti, e io ne ho potuti osservare una ventina nel corso della mia vita,
che amano perdutamente far gli acrobati, vivere a rischio, per dir così!,
comportandosi come gli equilibristi dei circhi, e non è infrequente vederli camminare,
con grande nonchalance, sulla ringhiera del terrazzo al quinto piano di un
condominio. Se ne sorprendete uno nel corso di questo periglioso esercizio,
guardatevi bene dall'urlargli dietro, sollecitandolo a scendere da quella linea di
confine sul vuoto, perché il gatto, preso di sorpresa, potrebbe mettere un piedino in
fallo. Però, fortuna nella sfortuna, si è accertato da tempo un singolare paradosso: il
gatto che cade nel vuoto si fa tanto meno male se cade dal quinto piano invece che
dal terzo! Il perché di questa stravaganza è diventato chiaro solo dopo l'avvento della
macchina da presa che ha consentito di filmare tutta la traiettoria della caduta. Si è
visto, così, che nei primi secondi del salto nel vuoto, il povero gatto, pazzo di terrore,
annaspa disperatamente, e se cadesse in una postura così precaria e scomposta, si
farebbe un gran male. Nella peggiore della ipotesi picchierebbe sul suolo con la testa,
e gli esiti potrebbero risultare letali. Ma se gli date un po' di tempo, mentre sta
cadendo, l'animale può diventare, per dir così, calmo, assumendo di conseguenza una
postura corporea atta a mitigare l'impatto rovinoso con il suolo. Le zampe anteriori
vengono stese in avanti, e quelle posteriori poste in parallelo e piegate a molla,
simulando l'equivalente anatomico di un ammortizzatore d'automobile. Infine la testa
è piegata vistosamente verso l'alto. L'urto a terra si scarica così dal treno anteriore a
quello posteriore, con un singolarissimo rimbalzo, che attenua la forza della caduta.
Che acrobata!
Riuscireste anche voi a diventare calmi mentre cadete nel vuoto?
Il gatto terapeuta

Se prendete in braccio il vostro gatto, e lui è disponibile alle coccole, e lo


accarezzate teneramente, lui comincerà a emettere un suono ben curioso, una sorta di
brusio ritmico, che accompagna una vibrazione quasi impercettibile del suo corpo.
Questo suono, di origine abbastanza misteriosa, viene indicato con l'espressione "far
le fusa". Non si sa bene come il suono venga prodotto: se dipenda da due pliche poste
dietro le corde vocali vere e proprie, che vengono fatte vibrare, oppure dal sangue che
irrompe in una strozzatura della vena cava, ma tant'è... Delle registrazioni opportune
hanno dimostrato come questo ron-ron sia modellato in due periodi, a formare 60
battiti al secondo, in accordo con il ritmo del cuore umano. Di solito, si considera il
far le fusa come un segno di benessere dell'animale, anche se risulta problematico
spiegare allora il perché venga emesso anche dal gatto che sta morendo, e che di certo
non è nelle migliori condizioni di spirito! È stato supposto che questa produzione
sonora promuova nei nostri mici la secrezione spontanea di endorfine, che sono delle
molecole di origine organica destinate ad attenuare il dolore o a sedare lo stress.
Quindi, il gatto ne indurrebbe la produzione per incentivare il proprio benessere o, al
contrario, per tranquillizzarsi in articulo mortis. Il ron-ron spiegherebbe anche gli
effetti psicosomatici che esercita il gatto su chi l'accarezza, e che sono collocabili
nell'ambito della così detta pet-therapy.
Si può supporre che lo stesso suono consegua nell'uomo il medesimo risultato,
provocando la comparsa di endorfine nell'uno e nell'altro. È stato anche accertato che
rapporti tattili e frequenti con il gatto contribuiscono a far diminuire l'ipertensione,
inducendo la calma, come un tranquillante che non ha, però, dei possibili effetti
collaterali.
Il gatto magico

Il gatto, mi si consenta di dirlo è un animale del tutto particolare. Ne volete la


prova?
Per gli antichi Egizi era un dio, anzi una dea, e per gli uomini del Medioevo un
diavolo, e forse addirittura Satana in persona. Ci si può chiedere se esistano delle
ragioni, per dir così, etologiche, che giustifichino queste differenti attribuzioni di
personalità, mirate sul soprannaturale. Forse sì. Per esempio, il gatto si muove
silenziosamente: i suoi piedini, con le unghie retrattili nei polpastrelli, il suo passo un
po' di sghembo, di predatore crepuscolare proclive agli agguati, fanno sì che, quando
vi compare accanto, sembra che si sia materializzato nel vuoto, e che nel vuoto
svanisca quando, egualmente all'improvviso, si dilegua. Inoltre, se lo accarezzate
contro pelo, dal suo mantello si sprigionano delle scintille di elettricità elettrostatica,
come se il gatto fosse una sorta di tizzone spento dell'inferno pronto a prendere di
nuovo fuoco.
In un'epoca come quella medioevale, così ossessionata dal sesso, le performance
tattili del gatto, che ama strusciarvisi contro, non potevano passare inosservate, e
venivano considerate delle tentazioni esercitate da qualche demone lussurioso. Ma
soprattutto, secondo me, sono stati gli occhi del gatto ad aver consentito tante
fantasticherie a suo carico. Si sa che l'animale è dotato, dietro la retina, di una
particolare struttura, il tappeto lucido, che come la gemma dietro il sellino della
bicicletta, funziona da catarifrangente.
La luce in entrata e in uscita migliora notevolmente la vista del gatto, e soprattutto
rende, nella penombra, i suoi occhi meravigliosamente luminosi. Immaginatevi un
gatto nero che vi osservi dall'angolo in penombra di un cortile: i suoi occhi sembrano
quelli di una creatura incorporea, e si potrebbe congetturare che siano due oblò aperti
sulle fiamme dell'inferno.
Il poeta Théodore de Banville, ha raccontato, a proposito di questi occhi stellari,
una ben diversa storiella: sembra che Camoens, il grande poeta epico portoghese,
fosse povero in canna e scrivesse i suoi versi alla luce di una candela. Una sera, la sua
ultima candela si spense, ma niente paura: continuò a scrivere alla luce degli occhi
del gatto che gli sedeva accanto. E quel gatto, io credo, anche se lui non lo sapeva,
era forse la sua piccola musa.
Il gatto a tavola

Il gatto è un animale aristocratico, basta vedere come mangia. Al contrario del


cane, che si precipita sulla ciotola appena approvvigionata per abbuffarsi, bulimico
per definizione, i nostri mici si accostano al cibo con sollecitudine, se sono molto
affamati, ma di solito, se è la razione del mattino, con una certa nonchalance, per
consumarla con discrezione, consentendo perfino a qualche outsider di passaggio di
partecipare. Può sembrare strano che il cane, discendente da un animale sociale, e
collaborativo come il lupo, ringhi spesso sordamente a chi si accosti, con evidenti
intenzioni, alle sue vettovaglie, mentre il gatto, animale solitario alle origini, mostri
di essere disponibile all'agapé condivisa. Tra l'altro, a riprova della sua aristocraticità
è stato spesso notato come i nostri mici non amino che la ciotola sia posta accanto ai
loro servizi igienici, e se accade, possono dare segni, se non di disgusto, di
inappetenza. Ricordiamoci sempre che il gatto, è un predatore esclusivo, e anche se
qualcuno nutre una folle predilezione per le olive!, non è assolutamente adatto a una
dieta vegetariana. Senza carne, soffrirebbe di cecità, avitaminosi, caduta delle facoltà
riproduttive, e così via. Una dieta equilibrata, mirata soprattutto sulle proteine, è il
suo menù ideale. Servitegli il pasto sempre insieme a una tazza d'acqua!
I gatti e la fame del mondo

Una delle ipotesi più probabili è che, al contrario del cane, addomesticato nella
preistoria come animale da compagnia, e solo più tardi eletto a compagno di caccia, il
gatto avrebbe suscitato l'interesse dell'uomo per ragioni utilitarie, in parole povere,
per dar vita a uno dei primi esperimenti di lotta biologica. Mi spiego meglio: per la
prima volta nella storia dell'umanità, gli antichi egizi avevano potuto intasare i loro
silos primordiali con grandi quantità di grano, un dono, come scriveva Erodoto, delle
alluvioni periodiche del Nilo che, trasportando limo, rendevano fertilissimi i campi.
Ahimé, una parte considerevole delle preziose riserve veniva consumata dai topi, che
si introducevano nei silos per mangiare e sporcare con gli escrementi il grano
accumulato. Deve essere stato così che qualcuno ha osservato la frenetica attività dei
gatti, allora selvatici, nel cacciare gli indiscreti commensali, e ha deciso così di legare
a sé questo animaletto prodigioso, mettendolo a presidio dei suoi depositi. I gatti sono
in effetti, dei grandi distruttori di topi, e quindi dei benefattori del genere umano,
come vi convincerete leggendo alcune cifre: il topolino delle case consuma 4 grammi
di cibo al giorno, e ne sporca, con i suoi escrementi, per lo meno il doppio, mentre il
suo socio della celebre favola, il topolino campagnolo, non è da meno, e compare di
frequente con delle vere moltitudini che distruggono tonnellate di sostanze alimentari.
Più grandi e più mangioni, i ratti divorano più di un ettogrammo di cibo al giorno e
ne inquinano almeno dieci volte tanto! Fate i conti: 500 ratti consumano, e inquinano,
in un anno, 200 tonnellate di cibo! Ho l'impressione che i gatti facciano per la fame
del mondo più della FAO!
Il gatto panettiere

Chi siamo noi per il nostro gatto? Prendetene uno in braccio, se è il vostro, e se è di
buon umore, si metterà subito a fare ron-ron, ma non solo. Con le zampine anteriori,
dita aperte e unghie in fuori, comincerà a premervi contro il corpo con un movimento
alterno, simile a quello dei fornai di una volta che impastavano il loro pane a mano.
Che senso ha, dal punto di vista dell'etologia, questo curioso comportamento? Un
primo indizio sul suo significato recondito ci è offerto dal fatto che, certi gatti mentre
vi manipolano per bene, si mettono anche a succhiarvi un punto del vostro pullover,
dando segni di profonda beatitudine. È stato il grande Carlo Darwin, che teneva
diversi gatti in casa propria, e che, come osservatore, non aveva nulla da invidiare a
nessuno, a congetturare una spiegazione che, secondo me, centra perfettamente il
bersaglio. Questa gesticolazione la mettono in opera i gattini sulle tettine della
mamma, per favorire e promuovere, con un opportuno massaggio, l'elargizione del
latte. Si tratta così di una comunicazione utilitaria che, conservata nell'età adulta, ha
mutato valenza, diventando una manifestazione d'affetto. Ma se era un modo di
comunicare tra il gattino e la mamma, non sarà che il micio, divenuto grande, ci
scambi per lei? Mentre per il cane, noi siamo l'equivalente del lupo leader, che
governava il branco delle origini, per il gatto, che non ha mai conosciuto alcuna
gerarchia, noi non potremmo esserci trasformati nel fantasma della mamma?
D'altra parte, non gli riempiamo la ciotola, non lo vezzeggiamo, non lo facciamo
dormire ai piedi del letto, non lo difendiamo dai mali del mondo? Mancherebbe solo
che lo leccassimo!
Il gatto d'appartamento

Di recente, in Inghilterra, il legislatore si è preoccupato di regolamentare, pena


sanzioni, i rapporti tra l'uomo e il suo gatto, ponendosi, per dir così, dalla parte del
micio. In altre parole, possedere un gatto e non prendere tutte le necessarie misure per
il suo benessere, risulterebbe un reato penalmente perseguibile. Tra l'altro, sono stati
previsti dei poliziotti animalisti, che facciano i necessari controlli e che, nel caso,
stilino delle vere e proprie denunce. Per esempio, si sa che il gatto, fino a un'età
piuttosto avanzata, resta un inguaribile giocherellone, ed è ben noto agli etologi che
gli esercizi ludici servono agli animali per addestrarsi alla vita. Mi spiego meglio:
inseguire una pallina che rotola sul pavimento, prefigura, e consolida la necessità
futura di inseguire un topolino, ed è ben noto da tempo che se un topo, un gatto, e
perché no?, anche un bambino crescono in un ambiente ricco di stimoli, la sua
struttura neurologica, nel corso dei primi anni di vita, migliora notevolmente. Per cui,
il bravo padrone ha il dovere di offrire ai suoi mici delle possibilità di giocare, con
una pallina, con un topolino meccanico, entrando e uscendo da un labirinto e così via.
Il gatto, come si sa, non ha sempre voglia di socializzare: animale saturnino per
eccellenza, può avere voglia di starsene un po' solo a meditare. È necessario così che
in casa ci sia un piccolo rifugio per lui. Il regolamento inglese prescrive anche che
l'animale non possa uscire di notte, neppure nel proprio giardino. Ahimé, si tratta di
un predatore crepuscolare e notturno, quindi sancire per lui il coprifuoco mi sembra
una grossa sciocchezza.
I gatti di Le Havre

Il gatto è un predatore, e i topi sono fin dalla più remota antichità, la sua preda di
elezione: il topolino delle case, congiuntamente a quello dei campi, che risultano di
piccole dimensioni, e tradizionalmente paurosi, costituiscono il piatto forte del suo
menù. Con i ratti, invece, di stazza corporea più cospicua, le cose vanno un po'
diversamente, e se un gruppo di questi roditori feroci, si imbatte in un gatto, può
succedere che la battaglia volga al peggio per il nostro micio, che farà bene a darsi
celermente alla fuga, perché potrebbe rimetterci perfino la pelle. Per cui, nel caso dei
ratti, sono soprattutto i piccoli che vengono cacciati dai gatti, mentre gli adulti, sono
di frequente lasciati in santa pace. Ma ho trovato di recente, in un vecchio libro, la
storiella di una associazione di gatti gladiatori, specializzati in ratticidio, allevati da
un certo veterinario, Adrien Loir, che aveva deciso di porli a presidio dei docks del
porto di Le Havre.
Il veterinario, che era, forse non immaginandolo neppure, un bravissimo etologo, si
era reso subito conto che non è affatto vero che i gatti affamati sono migliori
cacciatori di quelli che vengono nutriti regolarmente. È vero proprio il contrario,
perché il digiuno indebolisce l'animale, che per fare il suo lavoro di stragista deve
essere in perfetta forma. Bisogna considerare che il gatto non preda soltanto per
mangiare, ma ama la caccia in sé, e la pratica di frequente anche se non è spinto dallo
stimolo della fame. Per lui si tratta, per dir così, di mantenersi in allenamento, come
succede agli atleti prima delle gare. Il presidio di Le Havre funzionò benissimo per
diversi anni, a dimostrazione che un buon gatto, pasciuto e in piena salute protegge
dispense e cambuse meglio di qualsiasi veleno.
Il gatto intruso

Mi capita spesso di ricevere delle telefonate da proprietari di gatti, disperati perché


il micio di casa che era sempre stato puntuale nell'uso della sua cassetta igienica,
d'improvviso, come posseduto da una perversa mania, si sia messo a marcare
l'appartamento con degli spruzzi di urina e qualche volta abbia deciso di trasformare
il divano, su cui in precedenza dormiva beato, nella cloaca di tutte le sue produzioni
organiche. Che cosa è successo? È forse impazzito? Quasi sempre la causa è di una
esemplare semplicità, e purtroppo la possibile soluzione crea dei dolorosi casi di
coscienza. Nell'appartamento, dove viveva da pascià un vecchio gatto, i suoi padroni
hanno deciso di ospitare un povero micino raccolto per strada, senza chiedere nulla al
pigionante. Che carino, quel gattino! Ma il Ras della casa non è per nulla d'accordo
sull'improvvida adozione, che deve giudicare alla stregua di una vera e propria
pugnalata alle spalle. E cade in preda a crisi d'ansia e, periodicamente, a una furiosa
aggressività, non solo verso l'intruso, ma anche verso i suoi padroni fedifraghi. Ora,
io che, lo confesso nel modo più spudorato faccio il tifo per il vecchio, dico agli
incauti padroni che hanno commesso un grosso errore, e spiego loro che il Ras
considerava l'appartamento, e semmai il giardino, come un territorio di sua esclusiva
proprietà, casa sua insomma!, e che non è disposto ad accogliere nessun emigrato,
legittimo o clandestino che sia. Che cosa fa per tutelare i propri diritti? Procede per
vie legali a suo modo: firmando con l'urina i confini della sua proprietà e prendendo a
sberle, se è il caso, chi vi si introduce senza essere stato, da lui!, invitato. Come ho
accennato all'inizio, la soluzione è soltanto radicale: bisogna far cessare l'intollerata
convivenza. Per cui si invii il nuovo ospite presso qualche amico che l'accolga con
tutti gli onori e i favori. Non consiglio mai di allontanare il pascià, perché i vecchi
amici sono sempre i migliori.

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