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CHIARA CRISCIANI

LA « QUAESTIO DE ALCHIMIA»
FRA DUECENTO E TRECENTO

EDITRICE ANTENORE
VIA G. RUSCA 15
PADOVA
Estratto da
MEDIOEVO · Rivista di storia della filosofia medioevale II (1976)

. '
CHIARA CRISCIANI

LA «QUAESTIO DE ALCHIMIA»
FRA DUECENTO E TRECENTO

r. È ormai accertata' la multiformità della tradizione alchemica


araba, la cui storia presenta infatti un intreccio di correnti volte a
ricerche prevalentemente tec1ùche accanto a indirizzi più decisa-
mente speculativi, connessi anche a prospettive ermetico-mistiche.
A livello dei testi e delle teoriche propriamente alchemiche vengono
via via delineandosi abbastanza clùaramente i tortuosi cammini da
essi percorsi; non sono state ancora invece sufficientemente precisa-
te le varie reazioru - in ambito popolare o dotto, di approvazione
o di condanna - che accompagnano, costituendo una sorta di di-
battito sull' alclùmia, il suo sviluppo in area araba. È questo un di-
battito che può forse aver contribuito in parte a consegnare per va-
rie vie all'Occidente una tradizione - già articolata a questo secondo
livello - di obiezioru, confutazioru e lodi nei confronti della «gran-
de arte», e che comunque mette conto di delineare qui, sia pure non
esaustivamente, per cogliere - anche in assenza di documentabili
tramiti diretti - analogie, consonanze, differenze con le reazioni
che 1' alchimia susciterà in Occidente.
In una secolare discussione su questo tema si alternano, nella
cultura araba, perplessità, adesioru, entusiastiche difese e radicali
condanne, a cominciare da quella di Alkindi :2 egli denuncia infatti
la vanità delle pretese trasmutazioru alchemiche poiché l'uomo
non può compiere ciò che spetta alla sola natura; le sue obiezioru
trovano però una compiuta confutazione nella replica attribuita
I. Cfr., tra gli altri, M. Berthelot, La Chemie au Moyen Age, lmprimerie Nationa-
le, Paris 1893 (ripr. Osnabriick-Amsterdam 1967), 1, 229-253 ; E. Wiedemann,
Al-Kimya, in Encyclopédie de l'Islam, Brill-Maisonneuve, Leiden-Paris 1927, II,
1068-1076; \V. Ganzenmi.iller, L'alchimie au Moyen Age, trad. frane., Aubier, Paris
1940, 19-45; E. J. Holmyard, Storia dell'alchimia, trad. it., Sansoni, Firenze 1959,
59-no; R. P. Multhauf, The Origins of Chemistry, Oldbourne, London 1966, II7-
142; A. Abel, De I' alchimie arabe à ['alchimie occidentale, in Oriente e Occidente nel
Medio Evo. Atti del Congresso internazionale (1969), Accademia Nazionale dei Lincei,
Roma 1971, 251-283.
2. Multhauf, 121 ; L. Thorndike, A History of Magie and Experimental Science,
Columbia University Press, New York-London 19646, l, 649.
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al medico e alchimista Razi, che, secondo an-Nadim, avrebbe
1

anzi considerato incompleto quel filosofo che fosse ignorante del-


1'arte alchemica, visto che «... con essa egli diviene indipendente
da chiunque, mentre gli altri hanno bisogno di lui in virtù della
sua conoscenza e delle sue risorse »."
È ben vero però che l'alchimista può incorrere in pericoli, rischi
e clamorosi insuccessi (sottolineati, questi, con particolare ironia da
racconti popolari e proverbi) : in primo luogo dovrà perciò guar-
darsi - secondo un trattato del corpus giabiriano - dall'operare con
spirito di lucro e dall'esprimersi oscuramente per non indurre i
discepoli, impoveritisi dopo vani tentativi, a divenire falsari e truf-
fatori. Sul problema del linguaggio oscuro degli alchimisti si sof-
ferma anche Alfarabi, 3 per il quale tuttavia l'alchimia è ricerca de-
gna e legittima che va classificata tra le otto parti costituenti la
fisica: i suoi cultori giustamente riservano i propri scritti ai soli
iniziati, perché una massiccia produzione di metalli pregiati potrebbe
turbare l'organizzazione sociale. La più netta - e nota - condanna
dell'alchimia proviene da Avicenna :4 se l'arte è in ogni caso più

r. Berthelot, 1, 311-317; Thorndike, 1, 669-670.


2. Traduco qui dalla versione inglese della parte dell'Al-Fihrist dedicata all'alchi-
mia (J. W. Fiick, The Arabic Literature on Alchemy according to An-Nadim (A.D. 987),
«Ambix», 4 (1951), 88). An-Nadim per parte sua intende m antenere sull'argomento
il neutrale ruolo di bibliografo, dissociandosi dalle varie posizioni riferite e dichia-
rando che solo Dio conosce ciò di cui veramente si occupa l'arte alchemiq.
3. Cfr. specialmente E. Wiedemann, Zur Alchemie bei den Arabern, «Journal fiir
praktische Chemie », 76 (1907), 115-123; cfr. anche Ibn Khaldùn, The Muqaddimah,
trad. ingl. a cura di F. Rosenthal, Routledge and Kegan Paul, London 1958, m,
272; 277.
4. Per Avicenna cfr. specialmente Berthelot, 1, 293-305; Thorndike, 11, 249-253;
]. Ruska, Die Alchemie des Avicenna,« Isis », 21 (1934), 14-51 ; H. E. Stapleton - R. F.
Azo - M. Hidayat Husain - G. L. Lewis, Two Alchemica! Treatises attributed to
Avicenna, «Ambix», IO (1962), 41-82; G. C. Anawati, Avicenne et !'alchimie (con
testi nelle versioni araba, latina e francese), in Oriente e Occidente nel Medio Evo,
28 5-341: a p. 289 viene esaminata la fortuna dello scritto Avicennae de congelatione
et conglutinatione lapidum, attribuito sovente ad Aristotele e tradotto come parte dei
Meteorologica. La condanna dell'alchimia qui contenuta suona così (p. 299): « Sed
sciant artifices alchymiae species rerum transmutari non posse. Sed similia illis facere
possunt et pingere ... ut videtur aurum ... Possunt quoque plumbi immunditias
abstergere ... Quod differentia specifica tollatur ingenio non credo possibile ...
Haec igitur in illam permutari non poterit nisi forte in primam materiam reduca-
tur ... hoc autem per solam liquefactionem non fit ... ». Sul problema del IV li-
bro delle Meteore cfr., tra gli altri, I. Hammer-Jensen, Das sogenannte IV Buch
der Metheorologie des Aristate/es, «Hermes», 50 (1915) " 113-136.
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debole della natura, né può seguirla in tutto per quanto si sforzi, e


se i metalli sono caratterizzati ciascuno da una propria differenza
specifica (che non è conoscibile determinatamente, né pertanto
modificabile), è impossibile che gli «artifìces alchymiae » riescano a
trasmutare le specie: potranno al massimo «tingere» o purificare
con ingegnosi procedimenti alcuni metalli finché presentino un' e-
steriore somiglianza con oro e argento, senza che però si possa
parlare di reale trasmutazione. Anche nel Risalat-al-Iksir, 1 dove
pur Avicenna si diffonde nell'esame delle argomentazioni a favore
o contro l'arte e anche nell'indicazione puntuale di varie teorie e
procedure tecniche, non pare che la sua opinione sia sostanzialmente
diversa, dato che sempre si riferisce a processi di tintura e non di
vera trasmutazione. Se questa è allora irrealizzabile praticamente
e insostenibile sotto il profilo scientifico-filosofico, l'interesse di
Avicenna si sposta sulle motivazioni psicologiche che inducono
tanti a dedicarsi a tali assurdità (assurdo, infatti, e vano, è tentare
di imitare artificialmente ciò che Dio ha creato servendosi della for-
za della natura): costoro sono spinti, a suo parere, dall'amore per
l'ozio e per la vita facile che solo la ricchezza censente: ma essendo
quest'ultima, per lo più, frutto di grandi fatiche e lavoro, ecco
che l'alchimia è stata inventata come illusorio mezzo per procac-
ciare ricchezza senza sforzo. Tra i tentativi volti a minimizzare la
portata delle radicali critiche di Avicenna si segnala quello proposto
da Al-Tughrai, 2 poeta e dotto statista al servizio dei Selgiuchidi,
che tende ad affidare all'intervento divino parte dell'opus di trasmu-
tazione: infatti, a suo giudizio, le operazioni alchemiche non pun-

1. Si tratta dell' Avicennae ad Hasen Regem epistola de Re recta della tradizione la-
tina (cfr. Anawati, 301- 339), dove si trova un altro passo continuamente ripreso
in relazione al dibattito tra fautori e oppositori dell'arte: «Milù autem excusatio
non fuit in arte mea quin scirem intentionem ambarum sectarum. Consideravi ergo
libros affirmantium artem et inverri eos vacuos a rationibus .. . et reperi plurimum
eius quod in ipsis continetur alienationi similius. Et aspexi libros contradicentium
et reperi contradictionem levem, cuius similis ars non destruitur ». Dopo quelle di
Avicenna, sono da segnalare, tra le altre, le riserve e le critiche nei confronti dell'al-
chimia espresse, nella prima metà del sec. XIII, da Abd al-Latif e da Al-Jawbari, su
cui cfr. G. Sarton, Introduction to the History of Science, Williams and Wilkins, Bal-
timore 19502 , Il- 2, 5u; 599; 634.
2. Wiedemann, in Encyclopédie de l'Islam, rr, 1070; cfr. anche Ibn Khaldun,
273-274.
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tano alla creazione di una nuova differenza specifica, ma si limitano
a condizionare, ad orientare una data sostanza, che, così disposta,
riceve poi la nuova caratterizzazione dallo stesso Creatore, senza
che l'artefice debba percepire o conoscere in dettaglio come si attui
questo processo.
La disamina più completa, infine, sull'intero problema dell'alchi-
mia - le sue origini, i suoi cultori, le prese di posizione che ha su-
scitato, i molti piani (dalla ciarlataneria alla speculazione religiosa)
su cui si è mossa - viene sviluppata da Ibn Khaldun, 1 che scrive in
un'epoca in cui il fervore della ricerca diretta in area islamica si è
venuto senz'altro rallentando e mitigando, e che quindi presenta
in una panoramica esauriente l'intero arco di sviluppo di questa
disciplina. Vari sono i tipi di alchimista che Ibn Khaldun individua,
dai falsari, che per destinataria delle loro truffe scelgono la non
scaltrita popolazione delle campagne, ai fammlloni, che ingenua-
mente sperano di ottenere dall'arte ricchezze con facilità, agli stu-
diosi onesti, che però si fondano più su fantasiosi racconti di espe-
rimenti riusciti che su reali osservazioni. In ogni caso, la letteratura
alchemica cui costoro a vario titolo si rifanno presenta come ca-
rattere costante 1' uso di espressioni enigmatiche e fuorvianti: già
questo costituisce per Ibn Khaldun una prova che 1' alchimia non è
un'«arte naturale», ma piuttosto una sorta di magia - e forse stre-
goneria - i cui seguaci si cautelano con un oscuro linguaggio dal
rigore con cui la legge religiosa persegue simili pratiche. Inoltre,
nonostante appunto gli improbabili resoconti dei risultati conse-
guiti, non pare che alcuno abbia mai avuto successo in quest'arte.
Non può stupire pertanto che essa abbia suscitato in ogni tempo
quelle serie perplessità che Ibn Khaldun, soffermandosi special-
mente sulle posizioni di Alfarabi e Avicenna, riporta con ordine,
facendole seguire da alcuni suoi argomenti che giudica particolar-
mente decisivi contro 1' alchimia intesa come arte naturale. Innanzi-
tutto è assurda la pretesa di imitare il complesso processo di genera-
zione naturale dei metalli, le cui innumerevoli componenti e con-
dizioni sono presenti solo ali' onniscienza divina; inoltre, se 1' arte
consegtùsse veramente i propri obiettivi, perpetrerebbe con ciò

I. lbn Khaldfin, 227-246 e 267-280.


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stesso un attentato al saggio disegno divino che ha voluto rari i


metalli nobili affinché costituissero l'unità di misura per valutare
profitti e capitali; ancora: se veramente il metodo artificiale per
generare i metalli fosse più rapido di quello naturale, la stessa natura,
.. ,, , ,_ che opera sempre secondo la via più semplice e lineare, l'avrebbe
adottato. Se ne deve dunque concludere che, se 1' alchimia esiste,
non rientra nel novero delle arti naturali, né è riducibile a sensate
procedure tecniche, ma è piuttosto assimilabile agli atti miracolosi
che la grazia divina compie tramite i santi e che spezzano l'usuale
corso della natura. Al di là di questa possibilità (che uno studioso,
vagliati tutti gli aspetti di questa disciplina, deve pur contemplare),
o meglio, al di qua di essa, cioè su di un piano meramente umano
e naturale, Ibn Khaldfui non è disposto a concedere ali' alchimia
alcun credito: è pur sempre la povertà, 1'incapacità di guadagnarsi
la vita con 1' agricoltura, il commercio, 1' artigianato a spingere gli
illusi verso queste pratiche innaturali. E, diversamente dalla ripro-
vazione vagamente moralistica di Avicenna nei confronti del desi-
derio di ricchezza e dal mistico rifiuto dello spirito di lucro di
Geber, 1' appello alle situazioni materiali d'esistenza che condizio-
nano le scelte degli uomini diventa in Ibn Khaldfui un criterio di
interpretazione per comprendere correttamente non solo le voca-
zioni degli alchimisti, ma anche le posizioni assunte dai filosofi nel
dibattito che egli ha tratteggiato: Avicenna, che ha negato la pos-
sibilità dell'alchimia, era infatti «gran visir e molto ricco», mentre
Alfarabi, che si è pronunciato a favore, era uno di quei poveri in-
dividui senza il minimo successo nell'arte di sopravvivere.
Programmatico ricorso a moduli linguistici ermetici, incerti e
casuali esiti pratici, statuto epistemologico continuamente oscillante
tra magia e scienza, tra tecnica e mistico appello ali' intervento di-
vino, pretesa infondata di imitare o alterare l'ordine naturale, im-
plicazioni di tipo economico-finanziario particolarmente insidiose
e pericolose: sono questi i più ricorrenti rilievi critici che un sia
pur sommario esame permette di individuare in varie fasi di sviluppo
dell'alchimia araba. Anche prima di considerare i modi di circola-
zione delle dottrine alchemiche in Occidente e alcuni momenti
del dibattito sull'alchimia nel quadro europeo, è lecito anticipare,
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almeno in termini generali, la possibilità di una analogia tra i due
momenti e le due aree di sviluppo dell'alchimia stessa. Già il fatto
che essa, pur con tutte le differenze e i cambiamenti di prospettiva
che caratterizzano la tradizione latina rispetto a quella araba, susciti
in entrambi i casi notevoli riserve o incontri comunque difficoltà
e ostacoli nel venir accettata, indica che questo tipo di ricerca,
nelle sue varie forme e indirizzi, pare presentare, nei due contesti,
istanze e caratteri sovente intesi come alternativi rispetto a valori
(non solo di ordine epistemologico) dominanti: questo special-
mente quando si propone di effettuare, o di fatto può comportare,
modifiche difficilmente controllabili sia nell'ambito minerale, sia
nell'animo dell'artefice, sia infine anche nell'organizzazione sociale. 1
In ogni caso, i motivi su cui, nel dibattito prospettato dalla cultura
araba, fanno leva il rifiuto e la tendenza ali' emarginazione dell' al-
chimia sembrano tutti cogliere in essa attacchi o pericolose devia-
zioni rispetto a rapporti chiari e ordinati, o presunti e voluti tali, in
varie sedi (linguaggio, natura, scienza, scienza e religione, infine
società) entro i quali verrebbe introdotto un non controllabile di-
sordine; molte delle preoccupazioni qui evidenziate si ripropor-
ranno puntualmente col diffondersi dell'alchimia nell'area europea.

2. Quello che, in ambito alchemico, penetra in Occidente a par-


tire dal sec. XII2 è dunque un complesso di testi e di conoscenze
che si articola in indirizzi e tendenze diversi e di cui, come ha rile-
vato anche di recente A. Abel, non è ancora possibile seguire nel
dettaglio le modalità e condizioni di introduzione e circolazione
in Europa. Tuttavia, alcune voci - o silenzi3 - segnalano senz'altro
il carattere di novità che questo genere di studi riveste per i Latini:
nell'introduzione al Li ber de compositione alchimiae si annuncia che
nel testo, definito «liber divinus et divinitate plenissimus », verrà

I. Sulla significativa convergenza di temi alchemici, mistici, ermetici in connes-


sione anche alla propaganda ismailita e alle posizioni dei Fratelli della purezza cfr.
Abel, 264-270.
2. Per le traduzioni, oltre ai testi generali citati, cfr. G. Sarton, II-I, 32-33;
SII; III-I, I66; sulle conoscenze minerali e metallurgiche in Occidente prima del
diffondersi dell'alchimia cfr. Thomdike, I, 760 ss.
3. Sull'assenza (in Adelardo) e scarsità (in Neckam) di temi alchemico-metal-
lurgici cfr. B. Lawn, I Quesiti salernitani, trad. it., De Mauro, Napoli 1968, 68.
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descritto un preparato, 1' alchimia, che «nondum cognovit vestra


latinitas »; 1 Gundissalvi, nel De divisione philosophiae, considera
bensì, sulla scorta di Alfarabi, 1' alchimia come «sciencia de con-
versione rerum in alias species » e come una delle otto parti della
naturalis sciencia, ma afferma anche che tralascerà 1' analisi di alcune
di queste discipline (tra cui l'alchimia) «quoniam ad cognicionem
earum nondum pervenimus». 2 Ancora nella prima metà del sec.
XIII Michele Scoto 3 doveva rilevare una diffusa diffidenza, moti-
vata a suo dire soprattutto dalla confusione e oscurità dei testi cir-
colanti, verso quella che egli invece definisce «nobilem scientiam
apud latinos penitus denegatam ». 4
Progressivamente 5 però, superate iniziali lacune e resistenze, nel
corso del sec. XIII la cultura latina registra un notevole incre-
mento di interesse nei confronti delle ricerche alchemiche, riscon-
trabile nell'aumento di testi sull'argomento, nello sviluppo di teorie
relativamente indipendenti dall'influenza araba, nella proposta di
nuove sintesi che mostrano una competente padronanza della tradi-
zione, nell'esigenza infine, che anche studiosi non direttamente in-
teressati a problemi alchemici avvertono, di valutare i caratteri
I. Liber de compositione alchimiae, in J. J. Manget, Bibliotheca Chemica Curiosa,
Genevae 1702 (d'ora in avanti questa raccolta verrà indicata con la sigla Mg.: a, b,
c, d, n dopo il numero della pagina indicano i settori della pagina stessa o note),
1, 509cd; sulla storia di questo testo e l'attribuzione della traduzione a Roberto di
Chester cfr. Multhauf, 166 e J. Ruska, Methods of Research in the History of Chemistry,
«Ambix», 1 (1937), 21-29.
2. Gundissalini De divisione philosophiae, ed. L. Baur, Aschendorff, Miinster 1903,
(BGPhM, 4, 2-3), 89; cfr. anche F. Alessio, Filosofia e «artes mechanicae» nel sec.
XII, «Studi Med. », 6 (1965), 132.
3. C. Haskins, Studies in the History of Mediaeval Science, Harvard University
Press, Cambridge 1924, 281; Thorndike, 11, 333-337; Idem, Michael Scot, Nelson,
London 1965, 110-112.
4. Cfr. anche le considerazioni di Ruggero Bacone sulla scarsa competenza alche-
mica dei Latini: «Deinde non sunt tres inter Latinos, qui dederunt se ad hoc, ut
scirent alkimiam speculativam, secundum quod sciri potest, sine operibus alkimiae
praticae ... Unus solus est qui potest in hoc, et peritissimus est in istis omnibus»
(Opus Tertiwn , ed. J. S. Brewer, London 1859, 41; cfr. anche p. 39: «... nec natu-
rales philosophantes sciunt de hiis, nec totum vulgus Latinorum »).
5. Sulle fasi dello sviluppo dell'alchimia occidentale cfr. Multhauf, 179; 197-200;
Abel (272-273) vede, tra le cause della vitalità di questa disciplina e della vivacità
del dibattito che suscita, il suo penetrare in Occidente contemporaneamente al
corpus aristotelico e ad altri testi scientifici arabi, nonché il suo calarsi in un contesto
per varie cause più disponibile alla dimensione tecnica e allo sviluppo della speri-
mentazione.
126 Chiara Crisciani
propri e gli apporti di questa disciplina o di tener conto, anche se
polemicamente, dei suoi risultati.fTra la fine del sec. XIII e l'inizio
del sec. XIV l'alchimia latina si ..-p resenta dunque ormai con una
fisionomia sua propria, affrancata, nelle linee portanti, dalla suddi-
tanza nei confronti degli auctores arabi: ciò non significa che non si
faccia più riferimento ai loro testi o dottrine, che anzi, dichiarando
l'alchimista di muoversi entro gli argini di una antica e perciò au-
torevole traditio, conservano tutto il loro prestigio: significa piut-
tosto che, proprio all'interno di schemi e riferimenti venerati, ven-
gono maturando rilevanti innovazioni di contenuto scientifico,
spostamenti negli obiettivi da realizzare sul piano tecnico, radicali
ristrutturazioni infine anche nelle forme stilistiche con cui nuove
prospettive e teorie sono presentate. Significativamente, infatti;
impostazioni teoriche originali e rinnovamenti dottrinari vengono
spesso ad affiancarsi con l'adozione di moduli espositivi che, estranei
alla tradizione araba nei momenti del suo massimo rigoglio e fe-
condità, risultano piuttosto assimilabili o mutuati da metodologie
di ricerca e di discorso affermatesi negli studi teologici e filosofici. 1
È questo, tipicamente, il caso rappresentato dall'approccio di tipo
questionativo nei confronti della problematica alchemica che co-
mincia a delinearsi con nettezza sul finire del sec. XIII, e presenta
brillanti esempi nel sec. XIV. (;
Prima però di esaminare la portata e i risultati più rilevanti di
1. ()
questo fenomeno, è necessario per lo meno accennare che, prece-
dentemente o anche parallelamente all'impianto questionativo, so-
no individuabili almeno altri due modelli stilistici, che possono an-
che convivere con abbozzi di quaestio in uno stesso testo, dando
vita talvolta a figure stilisticamente ibride: si tratta delle forme del
dialogo e del quesito. 2
Il dialogo, sia nella forma di registrazione di colloquio tra due
personaggi (in genere maestro e allievo), sia specialmente nella for-
ma stilizzata per cui si presenta in realtà come un monologo che
l'autore indirizza all'interlocutore-lettore, ha senz'altro una posi-

r. G. Parè - A. Brunet - P. Tremblay, La renaissance du XJie siècle. Les écoles et


Z'enseignement, Vrin- Institut d'études médiévales, Paris-Ottawa 1933, l24-13r.
2. Sull'uso di queste forme di esposizione scientifica cfr. Lawn, 15-33.

'Q
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 127

zione privilegiata in tutto il corso della tradizione alchemica. Esso


esprime, già con la sua struttura, ciò che l'autore sovente riba-
disce esplicitamente, cioè che l'argomento trattato va riservato a
pochi discepoli: si invoca anzi a volte la necessità di un collo-
quio, reale questa volta, in cui solamente gli ultimi dubbi po-
tranno essere chiariti. È questa una forma espositiva che allude ad
un rapporto di iniziazione e che, almeno in generale, vede nella
ricerca alchemica un patrimonio da trasmettersi da maestro ad
allievo, da padre in figlio: implicita in questo tipo di rapporto,
anche quando venga evocato solo da schematiche formule, come
la diffusissima «scias, fili charissime », 1 è una preliminare confor-
mità di vedute e di intenti tra i due reali o ideali interlocutori. È
dunque su questa base comune, che non viene discussa previamente
se non in modo rapido, che chi sa istruisce chi non sa: qui il maestro
- autore fornisce quindi, più che una sistematica fondazione dell' al-
chimia, informazioni anche molto estese ma direttamente portanti
sui contenuti, nonché consigli ed esortazioni2 sui modi migliori di
praticare l'arte. 3

r. In quasi tutti i testi attribuiti a Villanova e a Lullo ricorre questa formula:


cfr. ad es. Mg., r, 676d; 679d; 693b; 7r5b; 763b.
2. Su questi cfr. specialmente il Libellus de alchimia attribuito ad Alberto (in Al-
berti Magni Opera Omnia, ed. P.Jammy, Lugduni r65r, xxr, 3-4), dove vengono
elencati otto precetti su « qualiter agendum sit, et quo tempere et quo loco »;
cfr. anche passi del De secretis naturae attribuito a Villanova citati in E. H. Duncan,
The Literature of Alchemy and Chaucher's Canon's Yeoman's Tale: Framework, Theme
and Characters, « Speculum », 43 (r968), 644-645. Significativi, tra i consigli del
Libellus, quelli relativi alla necessità di essere «tacitus et secretus »; alla scelta del la-
boratorio (« domum specialem extra hÒminum conspectum »); ai possibili pericoli
di un lavoro al servizio di principi, che, oltre a sollecitare insistentemente l'alchi-
mista, lo tratteranno come un falsario se non avrà immediato successo, o non lo la-
sceranno più partire se avrà ottenuto buoni risultati. Anche il De secretis naturae
raccomanda la segretezza e la cautela nei rapporti coi potenti.
3. Una considerazione a parte meriterebbe la "sottospecie" di dialogo costituita
dalla forma epistolare (su cui cfr. Ganzenmiiller, r ro). Essa può rinviare ad una reale
corrispondenza (è questo il caso delle lettere, scritte nella seconda metà del sec. XIV,
da Tommaso da Bologna, chirurgo e astrologo presso Carlo V, e da Bernardo di
Treviri : cfr. Thorndike, m, 6r r-6r8); oppure viene adottata come artificio stilistico
per inquadrare brevi trattati: in questo tipo possono rientrare ad es. l'Epistola super
Alchimiam ad regem Neapolitanum attribuita a Villanova (in Mg. r, 683 ss.), in cui i
precetti sono ritmati dalla formula« Et scias tu, o Rex », e l'epistola di]. Dastin «ad
episcopum Romanum Johannem XXII transrnissa de alkirnia » (ed. da C. H. Josten,
«Ambix », 4 (r949), 34-5r).
128 Chiara Crisciani
Più decisamente legata al momento operativo, adatta alla comu-
nicazione rapida e sintetica di risultati sperimentali e di ricette si
rivela la forma del quesito. Se nella più ricca e fortunata tradizione
dei Quesiti salernitani solo pochissimi erano dedicati ai metalli, si
può riconoscere nelle Quaestiones Nicolai, legate agli interessi scien-
tifici dell'ambiente culturale federiciano, la più antica raccolta che
contempli anche quesiti sui mutamenti dei metalli e su problemi
alchemici. Connesse al nome stesso dell'imperatore sono poi le
questioni su vari temi scientifici che, con le risposte di Michele
Scoto, costituiscono lultima parte del Li ber particularis attribuito
a quest'ultimo: 1 qui, tra paragrafi dedicati a numerose meraviglie
e stranezze della natura, si rinviene una sorta di breve sommario,
destinato a chiarire al sovrano temi alchemici, che tra laltro dà no-
tizie su proprietà e usi dei metalli e cenni di ricette per leghe e tra-
smutazioni.
Partecipi sia dei caratteri del quesito che della forma secca e conci-
sa del dialogo a quaestiones et responsiones 2 sono, ad esempio, le
Quaestiones tam Essentiales quam Accidentales ... cum responsionibus
che Arnaldo da Villanova avrebbe scritto per Bonifacio VIII. 3
Le Essentiales si presentano come un prontuario di problemi, come
un questionario schematico vertente per lo più sulla pratica dell' ar-
te: alcune serie di risposte infatti possono formare una sorta di ri-
cettario, altre sono scalate in modo che ne emerga la successione di
varie tappe dell'opus con la soluzione di problemi tecnici ad esse
connessi; le Accidentales, pur mantenendo questo stile frammenta-
rio, hanno un andamento più disteso e una più ampia articolazione
che consentono di affrontare anche 1\roblemi posti da certe affer-
mazioni di auctores.
A differenza di queste forme, quella questionativa costituisce in-
vece lo stile proprio per un approccio meno diretto e più medi-
tato fùosofìcamente nei confronti della validità dell'alchimia nel

r. H askins, 290-295; su interessi alchemici della corte federiciana dr. anche


A. De Stefano, La cultura alla corte di Federico II Imperatore, F. Ciuni, Bologna 1960,
65-66.
2. Cfr. Lawn, 2r.
3. Ed. in Mg. 1, 698-702; cfr. anche P. Diepgen, Arnald und die Alchemie, «Archiv
f. Gesch. d. Medizin », 3 (1910), 369-396.
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 129

suo complesso: rispetto al dialogo, si presenta come un discorso


di principio destinato a chiunque sia dotato di ragione; rispetto
al quesito,. intende offrire una fondazione filosofica dell'alchimia
preliminare alla trattazione di specifici contenuti e all'indicazione
di sequenze pratiche. In questo quadro cioè, anziché - o comun-
que prima - di esporre contenuti teorici e/ o precetti tecnici (la cui
trattazione in ogni caso non avrà la succinta schematicità del ricet-
tario), si avverte la necessità di esaminare la cogenza di obiezioni
presentate dalla traditio, di risolvere la contraddittorietà di vedute
jtpparentemente ascrivibili ad uno stesso auctor, di allegare con
ordine le auctoritates stesse, di individuare, nella vasta letteratura
ora padroneggiata, nuclei dottrinari con cui confrontarsi, di inter-
venire infine in un dibattito, della cui ampiezza si è ormai consape-
voli, per far emergere l'eventuale validità di questa ricerca proprio
dal vaglio critico cui le sue basi e i suoi metodi sono sottoposti
mediante opportuni criteri argomentativi. ~Una simile impo-
stazione[sovente adottata da pensatori non definibili in senso pro-
prio come alchimisti, o comunque non solo alchimisti,l consente
inoltre di connettere il discorso sull'alchimia a più vaste problema-
tiche relative ai rapporti tra diversi piani di ricerca scientifica, pro-
1 '1. prio per individuare, oltre al corretto nesso tra teoria e pratica
nell'alchimia stessa, le possibili relazioni di quest'ultima con la
filosofia naturale o con altre discipline specialistiche.
Già Vincenzo di Beauvais 1 sembra in parte orientare la propria
disamina secondo questa linea, dato che si mostra attento, nel
valutare la validità dell'alchimia, soprattutto a due ordini di proble-
mi: quale è innanzitutto la giusta collocazione di questa disciplina?
e: si tratta di una ricerca che offra - nonostante le perplessità che

I. Per i testi relativi all'alchimia in Vincenzo cfr. Spewlum naturale, VIII, capp.
81-85 e Specu/um doctrinale, xr, capp. 105-132 (ed. Duaci 1624); cfr. inoltre Berthe-
lot, r, 280-289 e M . Lemoine, L'oeuvre encyclopédique de V. de Beauvais, in La pensée
encyclopédique au Moyen Age, A la Baconnière, N euchatel, 1966, 77- 85. Tra i motivi
presenti nella disanùna di Vincenzo sull'alchimia significativi sono l'appello, contro
alcuni naturalisti che dichiarano l'arte inesistente, all'autorità di Platone, Aristotele
e altri grandi filosofi che, suffragati dall'esperienza, sono invece a suo favore; il ricor-
so agli exempla delle generazioni spontanee in natura contro chi sostiene che non si
può trarre un genus da un altro; l'uso sempre di exempla contro chi nega la perma-
nenza del nuovo colore o la capacità di tollerare il fuoco nel metallo trasmutato.

J
130 Chiara Crisciani
pare suscitare - un ragionevole margine di credibilità? Sul primo
punto Vincenzo ritiene di poter fornire una risposta precisa ed
esauriente: l'alchimia è senz'altro un' ars mechanica, consistente pro-
priamente nell' operatio manuum, che si subalterna alla più generale
philosophia naturalis tramite il livello intermedio della scientia de
mineris.
Indubbia ai suoi occhi ne è comunque la «non parva utilitas »,
perché essa fornisce, oltre a vari preparati, anche un indispensabile
ausilio all' ars Jabrilis e alla medicina. Proprio per questa sua posi-
tività, è importante chiarire se quell' «aliquid vanitatis et mendacii »,
che l'alchimia sembra comportare specie nella pretesa trasmuta-
zione dei metalli, invalida aìla radice le fruttuose potenzialità di
questa ars.) ben vero infatti che alcune obiezioni indurrebbero a
ritenerla falsa: e qui Vincenzo affastella in uno stile abbastanza asi-
stematico e frammentario, citando prevalentemente dal De anima
dello pseudo-Avicenna, argomenti-contra con le confutazioni. In
particolare, risulta certo preoccupante la nota critica espressa da
Aristotele nel IV libro delle Meteore,' ma va precisato che molti
esprimono riserve sulla sua autenticità e anzi la considerano un'in-
terpolazione dovuta a qualche altro autore: pertanto - tenuto conto
anche della schiera di rilevanti personaggi che, secondo il De anima,
possono essere considerati maestri di questa arte, - Vincenzo, alla
domanda «U trum huius artis scientia vel operatio vera sit an falsa»
ritiene di poter rispondere affermativamente, giacché, nonostante
le obiezioni elencate, «tam ab antiquis philosophis quam ab arti-
fìcibus nostri temporis probatur esse vera»."
Non è qui certo individuabile wu vera e--propria quaestio de al-
chimia, ma piuttosto forse una raccolta - non troppo sistematica
né esauriente - di sentenze: quasi che, intorno ad alcuni enunciati
della letteratura alchemica (tratti da filoni dottrinari anche diffe-
renti, che risultano elencati ma non mediati in sintesi organica),
Vincenzo venga coagulando vari argomenti pro e contra special-
mente di tipo analogico ed ex auctoritate{ fndubbiamente però la
trattazione dello Speculum può essere interpretata sia come un inte-
ressante sintomo per valutare la diffusione ormai notevole di inte-
r. Cfr. qui p . 120 n. 4.
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 131

ressi alchemici, sia come spia della presenza di un già vasto dibattito
sulla legittimità e corretta collocazione dell' ars nella cultura latina,
sia infine anche come tappa iniziale - e pertanto forse necessaria-
mente frammentaria - verso più sistematici approcci tendenti ad
organiche trattazioni. I
A più maturi e sicuri'èsiti perviene invece Alberto Magno nell' ac-
curato esame di aspetti della problematica alchenùca condotto nel
De Mineralibus. 1 Sul problema dei metalli Alberto qui dichiara che,
esaminati gli excerpta del Filosofo al riguardo, riferirà con ordine
sia le opinioni degli auctores che i risultati della sua personale e
vasta esperienza,:z frutto di appositi viaggi in distretti minerari e di
colloqui con esperti. In questo quadro, la discussione di problemi
alchemici viene inserita nella più generale trattazione relativa ai me-
talli: infatti, pur facendo appello più volte alla fecondità che va
attribuita agli experimenta alchemici quali criteri epistemologica-
mente rilevanti per indagare la natura e le proprietà dei metalli,
Alberto precisa che sul tema della trasmutazione in senso proprio
non spetta tanto al fisico giudicare quanto all'esperto alchimista:
l'alchimia per altro, come l'arte di reperire luoghi metalliferi, rien-
tra in parte nella scienza naturale e in parte nella scienza magica e fa
uso anche di «occultis et divinis ... experimentis ».
Comunque, delineate queste riserve e puntualizzazioni, e dopo aver
organizzato, sulla scorta di tm metodo in cui experientia e auctoritas
si integrano, le varie teorie sulla generazione dei metalli in una
prospettiva unitaria ed articolata, Alberto esamina alcune tesi cen-
trali anche per il tema della trasmutazione, 3 procedendo secondo
questa sequenza argomentativa: dimostra che i metalli sono diffe-
renti per specie, che le specie non si possono trasmutare, ma che
I. Per temi alchemici in Alberto cfr. Berthelot, 1, 290-292; R. Partington, Albertus
Magnus on Alchemy, «Ambix», 1 (1937), 3-20; Thorndike, II, 567-573; in particola-
re, sul rilievo di Alberto - come di R. Bacone - quali mediatori tra la tradizione
alchemica araba e la cultura universitaria europea cfr. Multhauf, 177-179. Per i testi
si fa qui riferimento specialmente al 1. III, tract. r del De Mineralibus (Alberti Magni
Opera Omnia, 11, 244-253); per opere alchemiche attribuite ad Alberto, si rinvia agli
studi di P. Kibre.
2. «Dicam igitur rationabiliter aut ea quae a Philosophis sunt tradita, aut ea quae
expertus sum. Exul enirn. aliquando factus fui, longe vadens ad loca metallica, ut
experiri possem naturas metallorum» (244a).
3. Cfr. specialmente De Minerali bus, III, 1, vii-ix, 250-252a.
132 Chiara Crisciani
tuttavia - e qui egli si esprime con competente prudenza - non è
detto che la trasmutazione sia impossibile, se solo verrà individuato
un corretto metodo.~Per il primo punto si tratta di valutare l' opi-
nione di coloro che ntengono che i metalli in realtà si riducano ad
una sola specie, quella dell'oro, essendo gli altri solo oro incompleto,
e dunque aborti imperfetti da completare, malati da curare. rTre
sono gli argomenti a favore di questa tesi, cui Alberto risponde in
parte con confutazioni e in parte allegando argomenti-contra. Ana-
logamente, anche se con minor sistematicità, Alberto passa alla
confutazione della tesi opposta, che vuole che ogni metallo abbia
più forme e nature (occulte e manifeste, interne o esterne, domi-
nanti o latenti), per affrontare infine la questione « Utrum species
metallorum possint ad invicem transmutari sicut dicunt Alchimici ;;
Qui la discussione è imperniata sulla frase «sciant artifices alchimi'àe
species permutari non passe», attribuita da alcuni ad Aristotele, ma .11
secondo Alberto espressa da Avicenna: d'altronde lo stesso Avi-
cenna ha trovato contraddizioni e deboli argomenti tra gli oppo-
sitori della trasmutazione alchemica. Converrà allora ritenere che
gli alchimisti debbano operare come i medici, che la loro arte si
limiti cioè a «purgare» la materia dei metalli, a «confortare» le
sue virtù «elementales et caelestes », secondo la proporzione della
mistione del metallo che si intende ottenere: si lascerà poi operare
la natura, anche se verranno usati un calore e recipienti diversi
da quelli naturali. Il metodo corretto per effettuare queste opera-
zioni non è forse stato ancora messo a punto, ma è questa per Alberto
la via da seguire, e non quella che attualmente percorrono i molti
«deceptores » che si limitano ad adulterazioni anche abbastanza
grossolane.
È evidente come la padronanza dei testi aristotelici e della lette-
ratura alchemica, nonché la notevole experientia personale consen-
tano ad Alberto di muoversi con critico distacco rispetto alle
proprie fonti, e anzi di rifondere con competenza difformi e fram-
mentari nuclei dottrinari, che egli individua e pone a confronto con
L
sicurezza, in teorie unitarie più vaste ed articolate non siamo di ,
fronte ancora ad una quaestio de alchimia che esamini a fondo tutti i
problemi relativi a quest' ars: si tratta semmai di discussioni su de-
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 133

terminate tesi concernenti la trasmutazione, in cui tuttavia si rag-


giunge, sia pure in una forma questionativa forse volutamente af-
frettata, dato che nell' econonùa della trattazione l'argomento è
marginale, una notevole chiarezza e sistematicità nell'allegazione
puntuale degli argomenti a favore e contro, e in cui soprattutto è
sempre presente l'istanza a connettere gli argomenti stessi da un la- rv'
to a più ampie prospettive filosofico-scientifiche, dall'altro al piano
della concreta experientia e della abituale frequentazione di periti. 1 I

3. Con la Summa perjectionis magisterii, che segna nel modo più


netto il distacco della tradizione latina dall'influenza araba, 2 la quae-
stio trova una sua decisa affermazione: essa si affianca nel testo a
tracce ancora permanenti di dialogo-m;nologo, che in parte viene
usato come pura cornice stilistica, in parte segnala il carattere di
fruibilità del testo stesso all'interno di una cerchia di competenti:
risulta comunque inserita in un'opera di grande ampiezza esclusi-
vamente dedicata da uno specialista, dotato di vaste conoscenze di
base e capace di proporre impostazioni originali, alla sistematica
trattazione - come denuncia lo stesso titolo - di problenù alche-
nùci sia teorici che pratici. 3 Da qui in poi- non a caso - la Summa

I. Anche il già citato Libellus de alchimia - circolante nella prima metà del sec.
XIV - fa riferimento ad un analogo peregrinare per città, castelli e miniere onde
effettuare inchieste tra i molti («literatos, Abates Praepositos, Canonicos, Physicos
et illiteratos ») che ormai si dedicano all'arte. Nel testo, prima della parte tecnico-ri-
cettaria, vengono rapidamente presentati consigli (su cui cfr. qui p. 127 n. 2) per evitare
i principali «errores, offendicula, deviationes » che portano l'operatore all'insucces-
so; esaminati questi limiti, che per essere dell'alchimista non invalidano certo l'arte,
si vuole provare «artem Alchemiae esse veram » contro quei «contradicentes » che
sono per lo più invidiosi (perché falliscono nell'opus) o ignoranti sulla natura dei
metalli. Stoltamente infatti essi lanciano la famosa frase «aristotelica », che in realtà
gli si può invece rivolgere contro, e sono definitivamente tacitati da argomentazioni
analogiche (exemp la) tratte però sempre dall'ambito minerale.
2. Tra la vasta letteratura dedicata al problema Djabir-Geber e all'originalità del
Geber latino cfr. Berthelot, l, 336-350; E. Darmstaedter, Die Alchemie des Geber,
Springer, Berlino 1922; J. M. Stillman, Petrus Bonus and supposed Chemical Forgeries,
« Scientific Monthly », 17 (1923), 318-325; J. Ruska, L'alchimie à l'époque du Dante,
«Annales Guébhard-Séverine », IO (1934), 4n-417; Ganzenmiiller, 19-32; Multhauf,
171-175.
3. Abel, 277. Le "novità" più rilevanti nella dottrina alchemica concernono
l'esclusione di ingredienti non minerali, l'accentuazione dell'importanza degli
acidi minerali, la generalizzazione dello «spirito» a costituente di quasi tutti i corpi,
l'insistenza infine su varie procedure tecniche di saggio.
134 Chiara Crisciani
verrà costituendosi come un testo base per la formazione degli alchi-
misti e come termine di confronto quasi obbligato nelle successive
ricerche: linfluenza di quest'opera sarà infatti assai rilevante sia per
lesaustività con cui, forse per la prima volta, l'argomento era stato
trattato, sia per le nuove teorie strettamente alchemiche, sia infine
per la chiarezza e la sistematicità che caratterizzano limpianto
generale del testo. L'intento di fornire una limpida e completa
summa, che elimini le lacune, le ambiguità, i troppo affrettati reso-
conti reperibili in altri testi suoi o altrui, è dichiarato da Geber nel
proemio, dove afferma che« totam nostram Scientiam hic in summa
una redigemus »: qui il lettore deve essere dunque sicuro che «. .. to-
tam artis operationem in capitulis generalibus universali disputa-
tione, sine diminutione aliqua sufficienter contineri ». 1
Se si riconoscono nei primi capitoli della Summa alcuni temi -
doti necessarie all'alchimista, suoi possibili errori, condizioni per un
corretto operare - tipici della letteratura alchemica specialistica,
questi, anziché ricorrere in modo frammentario, rapido e quasi
casuale, vengono sistematicamente affrontati perché ne possa emer-
gere sia un completo codice di comportamento per il perito, sia
lindispensabile base su cui fondare lapprendimento corretto dei
successivi capitoli. Geber non si sofferma analiticamente (non
giudicandolo evidentemente un problema, dalla sua ottica di spe-
cialista) su di un'esplicita disamina del tema della collocazione
dell' alchimia nel corpus delle scienze: la sua dignità - come ars e
come scientia - gli pare indiscutibile, tanto che la definisce «excel-
lentissima nobilisque pars Philosophiae»; né insiste nell'individua-
zione di rapporti di subalternatio in senso stretto tra alchimia e altre
scienze, anche se avverte che condizione necessaria per raggiungere
il fine dell'arte è una buona conoscenza dei «principia naturalia».
Più articolato è invece lesame delle condizioni psicofisiche che
dall'artefice devono essere rispettate per poter affrontare questa arte:
I. Uso il testo della Summa peifectionis magisterii edito in Mg. r, 519- 557: nel proe-
mio (Mg r, 519) Geber fornisce anche mia guida alla fruizione più produttiva
del testo indicandone lo schema generale. Compiacimento per la propria chiarezza
metodologica ed espositiva Geber m anifesta anche nel Liber investigationis magisterii,
dove ricorda (Mg. r, 558) la Summa come testo «in quo quaecumque vidimus et
tetigimus, complete secundum scientiae ordinem determinavimus, secundum ex-
perientiam et cognitionem certam ... ».
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 135

invano infatti si dedicherà ali' opus chi è inefficiente sia «ex parte
corporis », perché non dispone della forza fisica e della destrezza
manuale indispensabili a quella « ministratio naturae » che è alla
base dell'operazione, sia «ex parte animae », perché chi è volubile,
privo di ingegno, o predisposto ali' ira, o ha spirito fantasioso e fa-
tuo, non riesce né a comprendere le leggi della natura né ad appli-
carsi con costanza all'arte; chi poi è «servus pecuniae », potrà forse
aver chiare le corrette procedure ma, troppo cauto nell'investire le
proprie sostanze, per avarizia mancherà lo scopo. 1
Una volta individuati gli impedimenti interni, soggettivi, che
l'artefice dovrà cercare di prevenire o correggere, Geber, più che
da una riflessione filosofica specificamente dedicata a ciò, pare far
emergere la sicura certezza della legittimità della ricerca alchemica
dall'eliminazione di impedimenti in un certo senso esterni, cioè
dalla compiuta confutazione delle obiezioni - frivole o inconsisten-
ti o provocate da errori di fondo - che si sono levate nei confronti
dell'arte. Qui - ed è forse questo uno dei più originali contributi
di Geber alla sistemazione della quaestio de alchimia - egli procede
preliminarmente ad una chiara distinzione degli avversari in due
gruppi: se già nel proemio aveva avvertito che avrebbe disputato
contro «ignorantes et sophistas, qui propter eorum ignorantiam et
impotentiam ... artem interimunt, et ponunt non esse», 2 ora pre-
cisa che un diverso atteggiamento, anche argomentativo, va tenuto
nei confronti di coloro che in malafede, o comunque con argomenti
in sé inconsistenti e sofistici, «negant ... simpliciter » l'arte e quelli
che errano nell'opus perché procedono da ipotesi false, scaturite dalla
loro ignoranza, e quindi dichiarano l'alchimia impossibile. Mentre
dagli attacchi dei primi non escono che ridicoli sophismata e phan-
tasias, gli errori dei secondi (che sono onesti, anche se limitati,
studiosi in buona fede) possono avere ben più gravi conseguenze

I. Cfr. per questi temi Summa, Mg. r, 520-52rab. Questi i titoli dei primi capi-
toli: I, «De Impedimentis quibus impeditur huius operis Artifex» ; n, «De Impedi-
mentis ex parte Corporis »; III, «De Impedimentis ex parte Anima e »; IV, «De Impe-
dimentis fortuito casu supervenientibus »; v, «De hiis quae oportet Artifìcem con-
siderare». Segue (s2rcd-524ab) lo sviluppo della quaestio.
2. Summa, Mg. r, 519: il testo così prosegue: «Ponamus igitur omnes rationes il-
lorum, et postea eas evidentissime destruemus: ita quod prudentibus satis patefiat
aperte nullam illorum sophismata veritatem continere».
136 Chiara Crisciani
perché, col tramandare i loro falsi e unilaterali presupposti, essi
moltiplicano 1' errore e rendono più laboriosa ai posteri l'individua-
zione della verità: proprio perché di errori si tratta e non di argo-
menti-contra, la loro confutazione, o meglio correzione, più co-
gente sarà costituita dall'intero trattato di Geber.'
I Sophistae paiono però più pericolosi almeno ad un primo sguar-
do, perché non si muovono, come fanno sia pure inciampando gli
ignoranti, entro i parametri di una disciplina almeno inizialmente
accettata, ma puntano a minarne, alla radice e dall'esterno, la stessa
possibilità. È dunque urgente mostrare la fallacia, tortuosità ed
inconsistenza dei loro argomenti. Alcuni di essi segnalano l'impos-
sibilità di conoscere, e/o imitare, il processo seguito dalla natura: ci
sono ignoti infatti la proportio 2 dei miscibili nel misto (da cui con-
segue la forma dei diversi metalli), e il modo di commistione che la
natura adotta nelle miniere; diverso è anche il calore che essa usa e
lunghissimo il tempo impiegato nella generazione dei metalli. Al-
tri, che più che argomenti sono persuasiones retoriche, prendono lo
spunto dalla storia dell'alchimia: molti sapienti vi si sono dedicati,
molti principi e potenti hanno organizzato équipes di ricerca e sem-
pre invano; gli stessi alchimisti non osano tramandare i loro risul-
tati in modo chiaro: basta tutto ciò a qualificare 1' arte come frivola
e vana. Infine alcuni rilevano che «perfectio datur a stellis », che
ciascuna cosa cioè acquisisce l'essere in momento da una determinata
configurazione astrale che è il risultato di più moti componenti;
non solo questi, nella loro complessità, ci sono ignoti, ma se anche
individuassimo il «situm unius aut plurium stellarum certum, quo
datur metallis perfectio », ciò non gioverebbe nell'opus che si svolge
in fasi successive e non in instanti.
L'errore di molti argomenti consiste, per Geber, nella convin-
zione - che fuorvia anche numerosi alchimisti - che 1' arte debba in

I. Summa, Mg. r, 526c : « . . . quoniam scientiam universalem trademus brevibus


locutionibus, qua evidenter infinitatem suorum errorum emendare poterunt, et il-
los corrigere ».
2. Su mixtum, miscibile, mixtio, cfr. E . ]. Dijksterhuis, Il meccanicismo e l'immagine
del mondo, trad. it., Feltrinelli, Milano 1971, 266-272; A. Maier, An der Grenze von
Scholastik und Naturwissenschaft, Edizioni di Storia e di Letteratura, Roma 1952,
3-140; Multhauf, 149-153.
La « Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 137
tutto imitare la natura. Su questo tema egli si sofferma solo quanto
basta per sostenere che, dato che lalchimista segue «alium gene-
rationis metallorum modum » in cui meglio può imitare la natura,
non ha bisogno di quelle conoscenze, di fatto inattingibili, sulla
proportio, sul modo della mistione o sulla forma di calore, senza che
ciò per altro invalidi le possibilità dell'arte: infatti non noi in ultima
analisi trasmutiamo i metalli, ma la natura, cui «per artificium ali-
quam materiam preparamus, quoniam ipsa per se agit, nos autem
administratores eius sumus ». 1 Se «in suis principiis imitari naturam
non possumus nec volumus », cade anche lobiezione suscitata dal " Q, .
lunghissimo tempo usato dalla naturi: del resto in questo campo si /""1
danno anche casi inversi (ad esempio la confezione della calce) in
cui cioè luomo «ingenio n~!Q~alj » fa in breve ciò che la natura non
farebbe in mille ~. Quanto poi alle conclusioni tratte dalla storia
dell'alchimia, sono solo interpretazioni arbitrarie o pure menzo-
gne, poiché invece sono stati ottenuti, anche se raramente, esiti
positivi, non tramandati per cautela - si vede bene quanto giu-
stificata - nei confronti degli indegni. Geber non nega infine la
portata dell'influenza astrale, ma non è necessaria a suo giudizio
alla riuscita dell'opus una particolarissima configurazione degli
astri, bensì quel generale «situm stellarum» che comunque, senza
nostra conoscenza o intervento, è «omni die ... perfectivum et cor-
ruptivum ». .
È di rilievo notare, a questo proposito, che si viene delineando qui
una prospettiva che in parte toglie il rapporto astronomia-alchimia
da un contesto magico-ermetico, 2 in cui il rapporto in questione
risulta fondato teoricamente sull'idea dell'unità del cosmo data
dall'armonico corrispondersi dei suoi piani, e opera, nella precetti-
stica tecnica, specialmente nella dottrina delle electiones dei tempi
più opportuni per realizzare certi preparati o dei modi per conden-
sare in essi la adatta virtù astrale. Questa connessione, tra gli altri,

I. Summa, Mg. r, 523b.


2. Tra i numerosi contributi su questo tema cfr. E. Garin, Medioevo e Rinasci-
mento, Laterza, Bari 1966, 24-41; 170-191; L'età nuova, Morano, Napoli 1969, 392
ss.; 423-447 ; T. Gregory, L'idea di natura nella filosofia medievale prima dell'ingresso
della fisica di Aristotele, in La filosofia della natura nel Medioevo. Atti III Congr. int.
filos. med., Vita e Pensiero, Milano 1966, 55-65.
Chiara Crisciani
era stata sostenuta da Grossatesta, 1 e aveva operato, sulla scorta an-
che del Secretum Secretorum, con molta nettezza nelle vedute alche-
miche di Ruggero Bacone; lo stesso Alberto Magno aveva preci-
sato che il sagace alchimista opera durante la fase di luna crescente
se vuole ottenere un metallo più puro, e deve attendere il periodo
più adatto a che il processo sia confortato dalla virtù celeste (che
r operatore può ((inclinare per artis iuvamen »); forse sulla sua scia,
anche Tommaso aveva fugacemente accennato all'alchimia come
ad una arte «veram . .. tamen difficilem » proprio «propter occultas
operationes virtutis caelestis ». 2 La posizione di Geber, in cui l'in-
fluenza astrale assume quasi il ruolo di una condizione così generale
da essere pressoché irrilevante, non già sul piano della conoscenza
della struttura dei metalli ma certo su quello dell'intervento tecnico,
è segno anch'essa non solo dello staccarsi, almeno su questo punto,
· della sua prospettiva alchemica da sfondi più decisamente magici,
ma forse anche di un progressivo costituirsi dell'alchimia stessa
come ricerca specialistica che va sottraendosi a troppo strette di- J
pendenze da altre discipline, pur trovando il suo fondamento in
più generali conoscenze di philosophia naturalis.
È questo - il costituirsi appunto quale summa di ricerche specia-
listiche ormai giunte a sicura dignità - il carattere più sig1ùfìcativo
del testo di Geber, emergente sia dal modo in cui è impostata la
quaestio de alchimia (in cui gli argomenti a favore mancano, ma sono
in realtà costituiti dall'intera restante parte del trattato); sia dallo
scarso interesse dedicato ai nessi eventuali tra alchimia e altre scien-

1. Per Grossatesta cfr. De artibus liberalibus, in Die philosophische Werke des Robert
Grosseteste, ed. L. Baur, Aschendorff, Miinster r9r2 (BGPhM, 9), 5 (« ... nulla enim
aut rara est operatio, quae naturae sit et nostra, utpote vegetabilium plantatio,
mineralium transmutatio, aegretudinum curatio, quae possit ab astronomiae of-
ficio excusari. ») e 6 («In praeparatione vero lapidis, quo metallorum fit transmuta-
tio, non minus necessaria est horarum electio »). Tra i numerosi passi di Bacone su
questo tema cfr. Part of the Opus Tertium, ed. A. G. Little, Aberdeen University
Press, Aberdeen r9r2, r2 («Sicud enim naute et agricultores et alkmiste et medici per
vias astronomie considerant tempora electa in qui bus operentur ») e r4 (« Nam astro-
nomia habet proprias sapientie considerationes, prout rectificet omnia opera scien-
tiarum aliarum, ut Medicine, Alkirnie et agricolture ... quarum opera electa tem-
pora requirunt. »). Per Alberto cfr. Thorndike, rr, 569 e De Mineralibus, 252-253a.
2. In Aristotelis libros .. . Meteorologicorum expositio, L. III, I. rx (ed. R. Spiazzi,
Marietti, Taurini-Romae 1952, 644).
La « Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 139

ze, specialistiche e non; sia dalla quasi totale assenza - anche nella
quaestio - di citazioni esplicite da auctores, giacché il patrimonio
della traditio è assorbito e rifuso in una impostazione autoconsi-
stente; sia infine dall'indicazione sistematica e realistica dei carat-
teri del vero peritusJ
Se la quaestio di Geber si presenta dunque come la riflessione orga-
nica di uno specialista sul proprio campo di ricerca, sui criteri me-
todologici che mette in opera nello sviluppare le sue indagini in
una specifica disciplina, la quaestio di Timone Giudeo sull'alchimia,
cronologicamente più tarda, costituisce, all'opposto, il contributo
che al dibattito sull'argomento viene offerto dall'esterno, cioè da un
fùosofo naturalista operante nel contesto universitario parigino
della metà del sec. XIV, e rappresenta un caso significativo di im-
patto tra l'alchimia e quella cultura universitaria che non sembra
averla per altro mai annov_erata tra le discipline costituenti il curri-
culum ufficiale degli studi. '. La quaestio di Timone non è inserita in
un'opera dedicata all'alchimia, ma fa parte delle Questiones super
quatuor libros Meteororum 1 ed è sviluppata secondo i canoni più
rigorosi della tecnica questionativa legata all'insegnamento e alla
cultura universitaria. ln-fatti! al titolo «U trum per iuvamen artis
possint fieri metalla sicut iris et halo artificialiter quandoque
fiunt», seguono l'elenco degli argomenti (otto contra e cinque pro),
la determinazione di punti notevoli (dove vengono considerate va-
rie teorie sulla generazione dei metalli), tre conclusiones e la confuta-
zione degli argomenti contrari alla tesi sostenuta.-!
Gli argomenti, anche se esposti in maniera tecnÙ:amente più arti-
colata, non presentano novità sostanziali rispetto all'elenco di Ge-
ber; quelli a favore sono fondati su significative analogie tra quanto
si realizza in ambito alchemico e generazioni di misti in altre sedi.
Timone accosta cioè ~ pur non ponendosi in modo esplicito il pro-
blema del carattere proprio dell'alchimia in quanto arte e del suo

I. Per i rapporti tra le quaestiones sulle Meteore di Timone, Oresme e Alberto di


Sassonia, cfr. A. Birkenmajer, Studia nad Witelonem, Krakau 1921, app. rr, 75 ss.
La quaestio sull'alchimia di Timone (xxvrr del 1. III, appartenente in realtà al 1. IV)
si trova nell'ed. G. Lokert, Parisiis 1515- 18, ff. ccIVa-ccmra. Su Timone e l'alchi-
mia si veda ora anche H. Hugonnard-Roche, L' oeuvre astronomique de Themon
]uif, maltre parisien du XIV siècle, Droz-Minard, Genève-Paris 1973, 35 .
140 Chiara Crisciani
rapporto con la natura - · procedimenti alchemici sia a quelli del-
1' agricoltura, farmacologia e medicina, in cui la natura completa
quanto l'arte ha predisposto e si ha collaborazione tra i due piani,
sia a procedimenti seguiti da muratori, vetrai, aurifabbri, in cui è
dominante il momento propriamente tecnico-artificiale. Di certo,
comunque, egli sottolinea l'aspetto per cui l'arte alchemica è un in-
dispensabile mezzo per conoscere la natura dei metalli e quindi ne
.f ( ~
riconosce l'utilità per la scienza naturale. Il carattere non speciali-
stico dell'esame di Timone emerge - in diversi argomenti - anche
dal fatto che egli non si cura di precisare (e il problema è stretta-
mente connesso al tema del rapporto arte-natura) se gli alchimisti N,.
creino ex novo i metalli o se invece li trasmutino, e se la trasmuta-
zione sia solo ascendente o circolare. Egli è del resto ben disposto /A-~· µ.e,
a riconoscere che la tematica alchemica è molto difficile e che, se un
primo approccio ali' indagine è sufficientemente garantito dal IV
libro delle A1eteore, è necessario poi disporre, come sostengono gli
alchimisti stessi, di un apparato teorico e tecnico specifico proprio
del solo specialista.
All'inventiva e alla competenza di costui Timone pare appunto
fare appello quando dichiara che se qualcuno, come si legge anche
in molte historie, mostra per experientiam che «per iuvamen artis
fieri passe unum metallum ex alio bonum», questo è un dato
che nessuna ratio può annullare; o anche quando, nella confuta-
zione, ricorda - enunciandole come possibilità su cui però egli non ',{, »
fornisce dettagli - che gli alchimisti hanno a disposizione procedure
per risolvere compiutamente l'oro, che il processo di ignizione può
essere forse rafforzato da vari dispositivi, che la forza del fuoco po-
trebbe anche essere corroborata da qualche coadiuvante, che non è
impossibile che il mercurio sopporti l'ignizione se trattato con erbe
o altri ingredienti, che potranno infine essere costruiti opportuni
recipienti e coperchi che ricreino le condizioni presenti nelle mi-
niere. Questi, e altri rilievi simili, mostrano in Timone un magister
artium che concede all'inventiva tecnica margini rilevanti, e che so-
vente corrobor~ la propria generale e teorica argomentazione le-
gandola a possibili, se non ancor.a realizzati, progressi tecnologici.
!Approvata in linea di massima nei suoi assunti teorici e nelle sue
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 141

potenzialità tecniche, dall'alchimia vanno eliminati però alcuni


aspetti più decisamente magici: anche Timone infatti non ritiene
necessario il concorso di una puntuale e particolare influenza astrale
nell'opus, pur ammettendo una specifica connessione tra i sette
metalli ed i pianeti; in secondo luogo egli si stupisce che gli alchi-
misti stessi a volte dichiarino l'oro prodotto con l'arte privo delle
stesse qualità dell'oro naturale, mancandogli in particolare la «vir-
tus confortativa cordis »: in realtà, qualunque tipo di oro non gli
pare in possesso di simile occulta virtù e, molto più prosaicamente,
egli nota che esso può rallegrare o contristare gli uomini a seconda
solo del loro atteggiamento verso le ricchezze o del loro stato di
indigenza. --. , '_ 1,. ·1, .«4' · .::
Più che-~l problema di una fondazione dell'alchimia o dei suoi
rapporti di imitazione-collaborazione con la natura, Timone è co-
munque attento alle possibili implicazioni socio-economiche del
suo esercizio :r se infatti gli argomenti-contra relativi all'indifferenza
o al rifiuto dei potenti nei confronti dell'alchimia che dovrebbe
invece, se efficace, massimamente interessarli, possono essere ormai
considerati dei topoi, sulla loro analisi Timone si sofferma con una
certa abbondanza di particolari che può per lo meno far supporre
come egli abbia presenti, nella sua disamina, la critica situazione
economica del regno di Francia nella metà del sec. XIV e il dibat-
tito che nella cultura francese legata alla cor_te di Carlo V si era svi-
luppato su problemi monetari e finanziari. Gli alchimisti infatti -
così suona l'argomento-contra - dovrebbero essere grandemente
favoriti da «reges et principes maxima gravamina communitatibus
facientes pro habendis stipendiis », perché con l'arte essi otterreb-
4 , ,.
bero più fondi che con qualunque tipo di tassazione: di fatto invece
gli alchimisti sono perseguitati perché producono solo oro falso e
coniano falsa moneta. Timone respinge l'obiezione: a parte il fatto
che le tassazioni cui l'alchimia dovrebbe sostituirsi sono eventi
eccezionali e che non è facile reclutare sapienti fedeli, l'arte è sicu-
ramente un «expediens pro habendis pecuniis », ma non viene adot-
tato «propter alia mala que inde possent oriri »: possibili sofistica-
zioni che ingannano intere provincie, inconvenienti legati all' af-
flusso di metalli pregiati inducono infatti lo stesso Timone, nelle
142 Chiara Crisciani
sue conclusiones della quaestio, a dichiarare l'alchimia possibile e
conoscibile, ma anche pericolosa, cosicché il «minus malum est
dimittere et aliis bonis artibus insudare ». 1
Già l'accenno alla difficoltà di reperire intellettuali-funzionari
fidati può forse alludere alla formazione di quella cultura di corte
gestita da studiosi di economia, medicina, astrologia in parte estra-
nei all'ambiente universitario, e dove in quegli anni- si noti- ope-
rava, con alterna fortuna, il medico-astrologo e alchimista Tom-
maso da Bologna. L'insistenza inoltre sul tema della tassazione, che
viene considerata strumento finanziario abnorme, non può non ve-
nir connessa a difficoltà economiche pressanti nei regni di Francia e
Inghilterra che inducono i sovrani ad oscillare, nel sec. XIV, tra
imposizioni di ancora invise imposte dirette o indirette e continue,
striscianti o clamorose, svalutazioni monetarie ;2 così 1' accenno che
solo Timone fa all'industria estrattiva (la cui esistenza non è a suo
avviso prova cogente del fallimento degli alchimisti) può anche con-
tenere echi del vigoroso sviluppo dello sfruttamento delle miniere
dell'Europa centrale, che, sempre in relazione alla carenza di me-
tallo pregiato, si verifica appunto nel sec. XIV.
L'interesse maggiore della quaestio di Timone consiste dunque pro-
prio in queste possibili connessioni tra la problematica alchemica e )
situazioni economiche precise, connessioni che del resto altre voci
nella prima metà del secolo consentono di individuare. Se anche
1. Va notato come, pur da differenti valutazioni, Timone e Oresme giungano
entrambi a sconsigliare l'esercizio dell'alchimia. Oresme ne sottolinea la casualità dei
risultati nel De divinationibus (Thorndik:e, III, 421), dove paragona i vani tentativi
di chi crede nella divinazione agli altrettanto sterili e dannosi sforzi degli alchimisti:
infatti «isti presumunt fatue scire nature secreta, illi autem secreta fortune». Si veda
anche il De Moneta (The De Moneta of Nicolas Oresme and English Mint Documents,
testo lat. e trad. ingl. a cura di C. Johnson, Nelson, London 1956, 6) dove la stabi-
lità di valore di oro e argento e quindi la loro utilizzabilità nella monetazione ven-
gono individuate anche in relazione all'impossibilità di una loro riproduzione arti-
ficiale (« ... neque possint per alkimiam leviter fieri, sicut aliqui temptant, quibus,
ut dicam, iuste obviat ipsa natura cuius opera frustra nituntur excedere»). Altri
accenni di Oresme all'alchimia in Maistre Nicole Oresme, Le livre de politiques
d'Aristote, ed. A. D. Menut, Philadelphia 1970 (Transactions of the American
Philosophical Society, n. s. 60, 6), 69; 209.
2. Per un primo approccio a questi problemi cfr.]. Le Goff, Il basso Medioevo,
trad. it., Feltrinelli, Milano 1967, 305-308; P . Vilar, Oro e moneta nella storia, trad.
it., Laterza, Bari 1971, 40-48; B. Guenée, L'Occident au XJVe et xves. L es Etats,
P. U. F., Paris 1971, 163-168.
La « Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 143

Giovanni XXII nella sua decretale contro gli alchimisti aveva infatti
sottolineato in primo luogo il pericolo implicito nell'arte di fraudo-
lenti attentati ad un regolare andamento economico-finanziario,
John Dastin concludeva l'epistola dedicata al pontefice affermando
che «Hoc ergum magisterium pertinet ad reges et huius mundi
altiores, quia qui habet ipsum, indeficientem habet thesaurum»; 1
così il giurista Andrea Isernino nei suoi Commentaria in usus Jeu-
dorum considerava legittima l'attività dell'alchimista, purché questi
«non cuderet pecuniam Principis ... sine iussu Principis». 2 In que-
sta prospettiva significativo è infine l'interesse che nella Francia
stessa della prima metà del secolo la corte pare dimostrare verso
queste ricerche, dato che anche alcmù trattati e opuscoli alchimistici
sono a vario titolo connessi, per dedica o attribuzione, a membri
della famiglia reale. 3
r. Per la decretale « Spondent quas non exhibent » cfr. Corpus ]uris Canonici, ed.
E. Friedberg, Leipzig 1879 (ripr. Graz 1959), II, 1295; per Dastin, cfr. Epistola, 43.
2. Cfr. Johannes Chrysippus Fanianus, De iure artis alchimiae, in Mg. II, 212. Qui
sono riportate conclusioni sulla legalità dell'alchimia espresse da vari giuristi che,
pur tralasciando la confutazione degli argomenti contrari alla tesi sostenuta, elen-
cano succintamente, rifacendosi in buona parte a fonti giuridiche ma anche ad altre
testimonianze e a esperienze di contemporanei alchimisti, argomenti pro o contro
l'alchimia. Questi testi (tra i quali figurano, per il sec. XIV, quelli di Oldrado da
Ponte, Giovanni d'Andrea, Andrea Isernino) segnalano comunque l'attenzione con
cui alcuni problemi posti dalla diffusione dell'alchimia (sua legalità, possibili frodi)
vengono seguiti da giuristi spesso legati professionalmente anche a principi e signo-
ri. I giuristi per lo più si pronw1ciano (anche se con alcune riserve e cautele) per
la legalità dell'arte, mostrando wia sia pur generica competenza su teorie alchemiche
e ricorrendo ad argomentazioni schiettamente giuridiche (cfr. ad es. Oldrado da
Ponte, che giudica legittima un'arte che imiti la natura perché su questo rapporto
si fonda anche l'istituto dell'adozione, e che nota come da vari testi giuridici non
venga prevista una pena troppo rilevante per chi spaccia metallo vile per nobile).
Significativamente, infme, non si trova qui cenno alle pur contemporanee condanne
dell'alchimia emesse dagli ordini (domenicano, francescano, cistercense) e alla de-
cretale di Giovanni XXII.
3. Questi accenni non pretendono certo di esaurire una ricerca, ancora aperta,
sullo sviluppo dell'alchimia in relazione a richieste di metallo pregiato, a movimenti
inflattivi nel corso del sec. XIV, all'andamento dell'industria estrattiva e del diritto
minerario (per cui si vedan B. Gille, Les développements technologiques en Europe de
1100 à 1400, «Cahiers d'histoire mondiale», 3, 1956-57, 79; 91-92; 103; e U. Forti,
Storia della tecnica, Utet, Torino 1974, II, 159-160) e al dibattito in corso sul problema
dell'usura. Su quest'ultimo punto si può almeno accennare al fatto che l'argomento
invocato da Innocenzo IV (R. H . Tawney, La religione e la genesi del capitalismo, trad.
it., Feltrinelli, Milano 1967, 53 e G. Le Bras, Usure, in DThC, XV, II, 2350-2351)
contro l'usura (se si diffondesse, gli uomini per varie cause non si dedicherebbero
più all'agricoltura e si avrebbe wia generale carestia) presenta qualche consonanza
144 Chiara Crisciani
4. La quaestio de alchimia che si trova inserita nella PretiosaMarga-
rita Novella di Pietro Bono costituisce - come quella di Timone -
la disamina che uno studioso dotato di cultura universitariar (non
connesso però questa volta all'ambiente ed all'insegnamento uni-
versitari) sviluppa sull'alchimia dall'esterno e non in veste di ricer-
catore specialista; come nel caso di Geber, la quaestio fa qui parte di
un vasto trattato, assai poco rilevante però per quanto concerne
nuove teorie alchemiche in senso proprio e invece interamente de-
dicato ad una riflessione fìlosofìca sull'alchimia. Così, mentre in
Geber la discussione della quaestio rappresentava, come l'elenca-
zione delle doti dell'alchimista, un momento determinante soprat-
tutto in quanto propedeutico alla successiva trattazione di conte-
nuti specialistici e tecnici, in Bon.o1essa costituisce invece l'ossatura
teorica che regge tutto un trattatò volto a garantire quella fonda-
zione filosofica della portata dell'alchimia su diversi piani - scien-
tifico, religioso, tecnico - che l'autore ritiene indispensabile porre
prima di passare all'esecuzione dell' opus. 2 ·La quaestio di Bono si

significativa con quello che alcuni alchimisti allegano per giustificare la difesa del
segreto alchemico : ad es. Bono nella Pretiosa Margarita No vella (l'opera d'ora in
avanti verrà indicata con P. M. ed è edita in Mg. II, l-80), 33b, trae dalla tradizione
e cita, approvandola, la seguente opinione : «Ideoque patens opus lapidis aliis in lu-
cem non posuerunt, timentes ne luce manifesta, totus mundus vergeret ad occasum,
metendi, seminandi, plantandi, agriculturae periret exercitium». Va comunque
sottolineato che le aree in cui sembra darsi nel sec. XIV un forte impulso alla ricerca
alchemica e anche un interesse, sia pure oscillante, per essa da parte di sovrani,
sono quelle - Inghilterra, Francia, Italia settentrionale - in cui forse più avvertiti
risultano problemi di ordine economico-fmanziario (cfr. su ciò Thorndik:e, III,
173-174; Ganzenmilller, 92-96; F. S. Taylor, The Alchemists, Heinemann, London
1951, 123-130; G. Carbonelli, Sulle fonti storiche della Chimica e dell'Alchimia in
Italia, Istituto nazionale medico-farmacologico, Roma 1925, VIII-ne).
I. Bono è medico (si definisce «physicus subtilis »), salariato in quanto tale dai co-
muni di Pola (1330) e probabilmente di Traù (1323): di lui, oltre a questi dati forniti
nell'explicit dell'opera (P. M., 8oc), poco si sa (cfr. Stillman; Ruska, L'alchime à
l'époque du Dante; Thorndik:e, III, 147-162; C. Vasali, Pietro Bono, in Dizionario
biografico degli italiani, XII, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 1970, 287-289;
C. Crisciani, The Conception of Alchemy as expressed in the Pretiosa Margarita Novella
ef Petrus Bonus of Ferrara, «Ambix», 20 (1973), 165-181). Notevole è invece la for-
tuna della sua opera: essa conosce numerose edizioni, parafrasi e traduzioni e, ben-
ché stroncata da G. Plattes, è apprezzata, tra gli altri, da Ludovico Lazzarelli e lo-
data, per l'ampiezza ed esaustività, da Olaus Borricchius.
/ 2. Bono infatti più volte dichiara di non essersi ancora cimentato nella pratica
dell'arte (P. M., 8c; 52b; Soc), anche se risulta al corrente di varie tecniche me-
tallurgiche (P. M., l7b; 56b; 61c; 68b).
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 145
dilata così da una parte in una puntuale argomentazione sull'inse- r
rimento dell'alchimia nel corpus delle scienze tramite un articolato
rapporto di subalternatio che valga a garantirle dignità scientifica,
dall'altro nell'esame degli aspetti che rendono l'alchimia più nobile
I t:
di altre discipline e autonoma in quanto frutto anche di una spe- r
ciale rivelazione divina~Questa trattazione di ampio respiro è dun-
que dovuta al fatto che, pur partito da un iniziale ed esclusivo in-
teresse per la quaestio in se stessa, Bono si era venuto convincendo
che senza un'opportuna «dilatatio sermonis », 1 che mettesse in luce
_ i due piani - scientifico e religioso - su cui si muove questa ri-
cerca, risultava di fatto impossibile una esauriente confutazione de-
gli avversari. /
E infatti, solo sulla base di una preliminare assegnazione all' al-
chimia di un ambito teorico suo proprio che le compete nella ca-
tena delle subalternationes interne alla philosophia naturalis, Bono può
individuare innanzitutto chi debba gestire la quaestio e dirimerla:
«solus ergo Alchemista ... - egli conclude - quia Philosophiae de
mineralibus subalternatur in mente potest hanc investigare quae-
stionem, cum ipse solus de hoc dubitet et sciat, tamquam suae pro-
priae considerationis »: suoi avversari sono non più, come in Geber,
l'ignorante e il sofista distinti solo per il tipo di obiezioni addotte,
ma piuttosto, visto che si è chiarito lo statuto ~pi~~emologico del-
1' alchimia, il philosophus naturalis e il philosophus Mineralium che,
dal loro punto di vista troppo generale, danno sull'argomento
giudizi necessariamente superficiali e non competenti; a fruire della
verità risultante dallo scontro sarà poi «quilibet doctus » che potrà
«secundum rationem cognoscere quae pars tenenda sit». Nell'im-
postare la quaestio Bono ha piena coscienza di inserirsi in una serie
ormai ampia di analoghi tentativi, ma anche di presentare un im-
pianto che, per rigore ed esaustività (sono elencati venticinque
argomenti-contra, - con relative, minuziose fino alla prolissità, con-
futazioni-, otto sono gli argomenti-pro corredati da numerosi esem-

I. P. M ., 24c, 29c. Come risulta dall'explicit (P. M., 8oc) Bono avrebbe scritto
nel 1323 una quaestio (probabilmente da individuare nel ms. Lat. 299 [ex alpha M.
8.16], Biblioteca Estense, Modena), che costituirebbe dunque il nucleo genetico del
posteriore più ampio trattato.
IO

•l I0 l(I
Chiara Crisciani
pi), si offre come tm contributo originale :1 i «predecessores » difatti
hanno argomentato «superfìcialiter », si sono lirpitati a confutare
alcuni argomenti-contra e/ o a fornire solo exempla a favore dell'arte,
nessuno ha tentato poi di addurre vere rationes in pro dell'alchimia)
In questa direzione specialmente, Bono ritiene il proprio apport;
assai valido e innovatore anche rispetto a Geber, che per altro egli
considera come auctor privilegiato e della cui opera si confessa in (
più punti debitore. Difatti molti argomenti-contra sono tratti quasi '
letteralmente dall'elenco di Geber o derivano comunque dalla
Summa perfectionis, anche se vengono spezzati in più sottoargomenti
autonomi, sistemati in una compiuta forma sillogistica e colle-
gati ad un discorso di più vasto respiro filosofico, in cui trovano
spazio notevole anche temi gnostico-ermetici e religiosi non repe-
ribili nell'opera di Geber.
Seguendo la Summa, anche Bono - come poi Timone - reputa
non indispensabile un particolare influsso astrale nell'opus di trasmu-
tazione, ma non esclude affatto la validità di discipline «in quibus
infunditur forma accidentalis nova et occulta a coelestibus », come
1' arte delle immagini o «de electionibus »: anzi, nel caso della fat-
tura del lapis - che Bono giudica in buona parte miracolosa, dovuta a
uno speciale intervento illuminativo divino, e cioè nel piano per
cui l'alchimia risulta «divina sive supra naturam», vengono fatte
valere per 1' alchimia stessa quelle considerazioni sull'unità del reale
e sulle corrispondenze occulte tra i suoi piani di cui non appariva
traccia nel .discorso geberiano. 2
Anche gli argomenti relativi all'ambiguo e fuorviante linguag-
gio usato dagli alchimisti trovano per Bono una soluzione nella
dimensione non dell'alchimia-scienza ma in quello dell'alchimia-
donum Dei. Se il lapis, per il parallelismo con Cristo che Bono isti-
tuisce, è portatore di interventi soteriologici sia per i metalli che per
1' operatore, se non c'è distacco ma corrispondenza tra magisterio

r. Per questi temi cfr. P. M., 8d-9c; 22c.


2. Cfr. P. M., 58d-59a e specialmente sul nesso macro-microcosmo, 48c (« . . . quia
sicut maior mundus ex quatuor elementis corruptibilibus est compositus, et uno
incorruptibili, quod dicitur quinta essentia: sic et ars divina virtute, elementa
quatuor lapidis corruptibilia nexu et nodo unius incorruptibilis, quod quinta es-
sentia dicitur, in hoc minori munda indissolubili copulavit . . . »), e 64d.
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 147
interno ed esterno, se l'opus è così carico di significati religiosi che,
per il loro essere alchimisti, gli antichi furono profeti di verità
cristiane e i moderni operatori possono propiziarsi la beatitudine ce-
leste, è chiaro che la trasmissione ermetica delle conoscenze alche-
miche non può significare solo difesa di segreti tecnici, ma si pone
come necessaria discriminante per poter riconoscere i veri adepti
scelti dall'illuminazione clivina. 1
Secondo una prospettiva invece propriamente razionale Bono
si-orienta in uno speciale e determinante capitolo, 2 collocato come
_ un preambolo metodologico prima dell'inizio della confutazione
degli argomenti-contra e destinato appunto ad illustrare gli strumenti
di cui far uso in sede alchemica per contrastare gli avversari. Mentre
f'
il ricorso all'analogia assume per Bono un valore indiretto e ausi-
liario ed è adatto solo nei confronti di interlocutori superficiali e
incapaci di sillogizzare, l'appello agli auctores è dotato senz'altro
di una forza retorica e apologetica ben diversa, giacché costringe
l'avversario a prendere atto 3 di molte attestazioni favorevoli all'arte
proprio in base a quel principio di auctoritas (« unicuique experto
in sua scientia credendum est») cui egli stesso s'inchina. Forte però
come consistenza, la traditio si rivela debole - e qui Bono richiama
il giudizio di Avicenna - quanto a cogenti rationes: è in quest' am-
bito che è necessario un più agguerrito intervento. Prima di enun-
ciare le due rationes generali a favore dell'alchimia che qui adduce
(oltre a quelle più specifiche elencate nella quaestio), Bono sotto-
linea l'importanza che nell'esercizio dell'alchimia - come nella di-
scussione sulla sua validità - riveste il momento fattuale, osserva-
tivo «experimentalis »: non solo infatti, per poterne fornire l' inter-
pretazione corretta, gli avversari devono entrambi riconoscere che
almeno certe alterazioni si verificano nei metalli, ma, dato che si
tratta di una scientia operativa e che si vuole «pro bare veritatem
alicuius sensitivi», occorrerà mostrare «veritatem medii ad sensum
r. P. M., 29d; 30-3iab; 5on; sul linguaggio ermetico, cfr. specialmente P. M.,
25bd-26a e cap. IX.
2. È il cap. xv (P. M., 52-57ab), «In quo probat hanc artem esse veram tripliciter,
scilicet primo Autoribus: secundo rationibus: tertio a simili et exemplis ».
3. P. M., 52d : «Neminem igitur sapientem naturalibus concedere necesse est,
artem Alcherniae non esse veram, quamvis eam ignoret: sufficit enim ha bere
testes tales, ut Isocratem (sic), Hermetem et plures alios ».
Chiara Crisciani
et non ad intellectum». In altri termini, gli obiettori devono
scendere sul terreno delle operazioni eseguite dagli alchimisti e dei
risultati concreti ottenuti, se vogliono coglierne la portata: quelli
infatti che «... hanc artem ab intellectu non esse veram arguunt
nihil probant ». 1
Un intreccio dei temi auctoritas, ratio, experientia si riconosce anche
nel modo in cui Bono risolve il problema dell'autorità di Aristo-
tele in ambito alchemico. È noto come ricorra continuamente2 la
sentenza di condanna dell'arte costituita dal passo «Sciant artifices »,
attribuito volta volta ad Aristotele o ad Avicenna, e come siano
state tentate varie interpretazioni per limitarne la portata: Bono
affronta con determinazione il passo «aristotelico» da lui articolato
in cinque ~rgomenti, e gli dedica una lunghissima e dettagliata con-
futazione i cui punti di forza sono sostanzialmente due. Si ritiene in
primo luogo verificabile l' eventualmente avvenuta trasmutazione,
anche non avendo compiuta conoscenza della forma sostanziale
(inattingibile per noi come per Aristotele in quanto «non subiacet

I. Per questi temi cfr. P. M., 23c; 53-54. Seguono le due rationes generali che suo-
nano così: «I. Omne quod habet transmutare metalla imperfecta et incompleta,
habet efficere aurum et argentum : sed lapis de quo dicunt Philosophi est huiusmo-
di: ergo, etc ... II. In quocunque reperiuntur proprietates et passiones et opera-
tiones omnes specificae alicuius rei, illud est idem penitus quod illa res: sed in auro
et argento per alchemiam generato reperiuntur omnia haec, quae sunt in argento
et auro minerali: ergo, etc.». Oltre che in questo capitolo, anche altrove Bono sot-
tolinea efficacemente la dimensione «experimentalis » dell'alchimia come ars,
come momento cioè di concreto intervento umano sui metalli: è in questo con-
' testo che vanno intesi sia i frequenti riferimenti ai procedimenti tecnici o alle
testimonianze di vetrai e «fossores », sia l'importanza assegnata all'«operatio ma-
nuum » e all' «intuitus visus» dell'artefice che voglia operare efficacemente.
· 2. Oltre che - come si è visto - in Vincenzo di Beauvais e in testi autentici o at-
tribuiti ad All:Jerto, questo passo ricorre, -tra gli altri, in Villanova (Quaestiones acci-
dentales, Mg. r, 7orc), in Bacone (ad es. in Part of the Opus TeT'tium, 47 e in Quaestio-
nes supra de plantis, ed. R. Steele; in Opera hactenus inedita Rogeri Baconi, x:r, Oxford
University Press, Oxford 1932, 251-252), in J. Dastin (Rosarium, Mg. II, p. 310 e
Epistola, ed. Josten, p. 39). Costoro attribuiscono la critica ad Aristotele e la risol-
vono o eliminando l'ultima parte della frase e forzando il testo in modo che ne
risulti l'invito del Filosofo alla riduzione alla prima materia come tappa iniziale di
un opus non sofistico; oppure attribuendo alla natura e non all'arte la trasmutazione
delle specie (Bacone, De plantis); o ancora (Dastin, Epistola) differenziando specie e
individui, per cui « . .. species per se non sunt subiecta actionibus sensibilibus cum
omnino sint incorruptibiles. Sed subiecta specierum optime permutari possunt,
quoniam corruptibilia sunt. ». In Timone il passo è attribuito ad Avicenna, in Geber
è parafrasato.
(\
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 149

sensibus nostris »),se si constaterà - il che «cognoscitur per visum» -


che l'oro alchemico e quello minerale hanno le stesse proprietà e
passioni. In secondo luogo si mostra che i metalli sono suscettibili
di trasformazione, cioè sono «in semita perfectionis ad aurum»,
analizzando i rapporti materia-forma, potenza-atto, imperfezione-
perfezione non -ent~o il quadro del modello teorico della fissità
delle specie ma nel più dinamico modello, di tipo biogenetico, del
I?.~ocesso di sviluppo a stadi, in cui cioè la forma dei metalli non
nob· ·, se ne definisce stabilmente la struttura in una data fase, è
_ anche solo un momento nell'ambito del divenire del processo to-
tale. 1
Non è comunque la critica alle possibilità dell'arte l'aspetto più
inquietante - agli occhi di Bono - del rapporto Aristotele-alchimia,
quanto la contraddittorietà delle testimonianze: perché infatti Bono,
pur abbozzando un tentativo di critica filologica nei confronti dei
due testi, 2 considera legittima l'attribuzione ad Aristotele sia della
parte aggiunta al IV libro delle Meteore sia del Secretum Secretorum e
quindi si trova di fronte a due impostazioni sull'alchimia diame-
tralmente opposte eppure sostenute da uno stesso e prestigiosissimo
auctor. Proponendo un tipo di interpretazione dell'evoluzione del
pensiero aristotelico destinata ad avere un seguito, 3 nel caso più li-
mitato delle sue posizioni alchemiche Bono ritiene che la condanna
di Aristotele sia frutto di speculazioni puramente teoriche da lui
sviluppate in gioventù, mentre nella vecchiaia, aderendo a quel
piano di concreta experientia appunto indicato da Bono come indi-
spensabile, il Filosofo avrebbe mutato radicalmente parere, divenen-
do anzi, come dimostra il Secretum, un profondo conoscitore dell' ar-

r. P. M., 66-70.
2. P.M., l4a (« ... Aristoteles in fine 4. Metaphysicorum [sic], Alchemiam esse
veram expresse negat .. . : quamvis quidam dicant illa verba fuisse Avicennae, qui
ipsa addidit, quod non credimus. Quia Avicenna in principio suae Epistolae .. .
allegat de hac contradictione sic: Et fuit sententia, quam affirmant Alchemiam
profitentes ... quibus ille, scilicet Aristoteles ... contradixit») e 32d («Et quamvis
dicant aliqui hunc librum [i.e. de Secretis Secretorum] non fuisse Aristotelis cum
non redoleat eloquentiam eius ... tamen quia fama testatur eius fuisse et quia ma-
teria libri magis est narratoria quam inquisitiva, ita quod stylus facilis fuit utilior:
et quia invenimus autoritates eius libri allegatas a Joanne Mesue ... ideo credimus
ipsum fuisse suum»).
3. M. Vegetti, L'Aristotele redento di Werner ]aeger, «Il pensiero», 17 (19n), 17-36.
150 Chiara Crisciani
gomento e una delle principali auctoritates della traditio alchemica.'
'----- _ La maggior parte degli argomenti della quaestio costringe Bono
ad una ricostruzione del rapporto tra natura e alchimia. Questa ri-
costruzione procede a partire da una previa analisi sistematica delle
varie artes, classificate non tanto sulla base del tipo di lavoro ri-
chiesto o della destinazione dell'oggetto prodotto, quanto in rela-
zione a~ diverso grado di collabora~ne cli~ cia~c::lJ.lla in.treccia çon _
la natura e alla diversità delle_for_rne che cons~uenterpmte spe!-
. tano agli esiti di qi:i~sto rappo_!'t~ 2 N~ ~isulta inn.~n:~itutto che 1' al-
chimia non è un' ars mechanica, sia perché la forma che essa intende
enucleare - quella dell'oro - non è artificiale ed accidentale, ma na-
turale e sostanziale, sia perché il principio di generazione, nell' al-
chimia, è interno e non esterno alla materia : sarà invece un'« ars
artifìcialis sive potius naturalis» (naturale cioè «ex parte formae»,
~ale «ex parte ministrationis ») in cui dunque, più che al per-
seguimento di una servile imitatio naturae, si tende ad un fruttuoso
incontro e intreccio di natura e ars. Lo sviluppo di questa imposta-
zione è teoricamente
<\
consentito a Bono sulla scorta di tre basilari
considerazioni: l'interazione tra arte e natura è possibile innanzi-
tutto per la profonda analogia che le lega sotto un certo profilo, es-
sendo eJ.7.trambe modi e contesti di estrinsecazione di progetti ra-
zionali ;3 la natura inoltre non dispone di un modo necessariamente
unico di produzione dei me talli nobili e quindi 1' arte potrà indi-
viduare quello in cui le è possibile inserirsi con la sua funzione di

r. P. M., Soa: «Ideo Philosophus tunc iuvenis et sicut universalis, et cognitione


huiusmodi experientiae carens, sola ratione motus, probavit hanc artem non esse
veram ... Unde Philosophus, effectus senex, eam subtilissime inquisivit per anti-
quorum dieta, et ipsam cum ratione possibili perpendit : Naturam et ipsam experien-
tiam habuit: Et oculis vidit, et mani bus tetigit . .. ». Un'evoluzione analoga viene
prospettata da Jano Lacinia per Lullo, che «... inizialmente fu contrario a questo
magisterio, ma fu poi convinto non tanto dall'argomentazione quanto dalla prova
dei suoi sensi .. . egli divenne il più importante paladino dell'alchimia e scrisse cin-
quecento opere in sua difesa » (traduco qui dalla parafrasi e versione inglese di A. E.
Waite, The New Pearl of Great Price, Stuart, London 1963 2 , 13-14).
2. P. M., specialmente 9n; 5911; per la definizione dell'alchimia come ars cfr.
P. M., 4d-5a; 58bc.
3. Infatti della Natura è principio l'Intelligentia divina, mentre dell'arte è principio
l'intellectus: cfr. P. M., 2bd; 2on, dove tra l'altro Bono non a caso fa riferimento,
per la finalità propria nei due piani, al n libro della Fisica di Aristotele (cfr. M. Isnar-
di Parente, Techne, La Nuova Italia, Firenze 1966, 153-159).
La « Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 151
~~
controllo e di orientamento dei processi naturali stessi; · infine
Bono effettua una distinzione nell'opus tra la fase della confezione
del lapis e quell; della trasmutazione: ciò gli consente di attribuire
all'arte e alla natura scopi precisi e in parte differenziati che, proprio
mentre rendono possibile la collaborazione tra i due piani, giusti-
ficano appunto per l'arte non un procedere strettamente imitativ~>,
ma l'adozione di un regimen diverso da quello naturale: così si ga-
rantisce la specificità dell'intervento dell'artefice, senza che ciò
comporti la produzione di un oro necessariamente falso, cioè diver-
so dal naturale solo perché ottenuto anche artificialmente e quindi
senz'altro carente rispetto al suo modello.
Questo processo di interazione tra arte e natura si sviluppa in
modo che nella fattura del lapis la natura opera sulla base dei mate-
riali predisposti dall'arte ed è rei:tà dalla vigile «volw1tas artificis »:
il lapis infatti è uno scopo cui la natura per sé, lasciata libera, non si
orienterebbe, e l'arte ha quindi qui il suo scopo proprio: ma, giac-
ché anche la natura opera in questa fa~e, il lapis prodotto è in parte
anche naturale, è anzi la forma naturale dell'oro.Nella successiva fase
della trasmutazione è la natura che prepara le sostanze metalliche
(i metalli imperfetti intesi come materia, che l'artefice provvede
solo a liquefare) secondo quella quantità, proporzioni, tipi di com-
mistione ecc. che solo essa infatti può conoscere; su questo mate- .4:- /J A A/
riale, che la natura «sicut ancilla » offre ali' arte già elaborato se- ft...,~
condo l'ultima disposizione, l'artefice proietta poi la forma dell'oro
isolata nel lapis, e di nuovo l~ natura sarà responsabile della per-
fetta fusione, giacché ad essa spetta appunto, anche se sotto un certo
controllo esercitato dall'arte, la realizzazione del composto. 1 Se
dunque la produzione alchemica dell'oro comporta una tappa in-
termedia - la confezione del lapis - propria dell'arte (il che implica
che i processi di arte e natura non siano identici), l'oro alchemico -
finale risultato di questi diversi procedimenti - sarà identico a
quello naturale, perché naturali sono i suoi principi, materia e
"'J . I
forma. · l
È lasciato qui massimo spazio all'operare della natura secondo le
sue leggi, che l'artefice deve però ben conoscere per intervenire al

r. Per questi temi cfr. P. M. , 5b-6b; 48b; 57bc-58d; 73-74c; 79c.


152 Chiara Crisciani
momento opportuno con le sue iniziative regolative :1 per questo i
termini «ministrare» e «ministrans » riferiti ali' arte assumono nel
discorso di Bono una significativa ambiguità semantica, alludendo
talvolta al "servizio" che l'arte rende alla natura, più spesso all' a-
zione di supervisione, coordinamento, controllo che l'artefice eser-
cita sulla natura stessa, quasi questa fosse un piano di vaste poten-
zialità da cui trarre il massimo profìt~o .
[ - Che di fatto la natura operi in genere per il commodum dell' uma-
nità è ben chiaro a Bono, che, sulla base di questa convinzione,
trasforma in condizioni necessarie per lo stesso porsi dell'alchimia
(' .'
un seguito di quesiti - impliciti o espliciti - che pareva radical-
mente vanificarne le pretese. Se infatti i metalli non nobili sono
realmente carenti, allora l'arte è giustificata nel suo intervento, ma
ci si chiede: se questi metalli sono «errori» sporadici, perché per-
mangono stabilmente in natura? Sono forse allora da considerarsi
continui e sistematici «errori» di una natura per altro magistra?
Non verrebbe forse in questo caso a mancare proprio la guida
sicura che deve orientare i procedimenti dell'artefice? Ma, d'altra
parte, se i metalli non nobili sono stabili, e vanno cioè giudicati
come entità in sé perfette per natura, come può l'arte presumere di
modificarli ?2 La posizione di Bono è qui assai netta. L'esistenza dei
metalli imperfetti costituisce infatti per lui la prima giustificazione
della stessa esistenza dell'alchimia, il cui unico intento a suo avviso è
appunto la trasmutazione. La loro produzione da parte della natura
non è però solo l'espressione di quella contingenza3 che, consen-
tendo lacune e carenze pur nella finalità immanente al piano della
natura, con ciò stesso giustificherebbe comunque l'intervento di
correzione e completamento da parte dell'arte; la natura non li ha
infatti prodotti né per caso né per necessità, ma per il meglio, cioè

I. Ad es. l'artefice, oltre ad attivare l'intero processo, provvede ad eliminare i


residui una volta effettuata la digestio, e pone fine alla decotio a tempo debito (P. M.,
38n; 44fi-45n) .
2. Un presupposto di questo tipo opera fortemente, ad es. nelle condanne espresse
da Lullo sull'alchimia : dr. A. Llinarès, L'idée de nature et la condamnation de I' alchimie
d'après le «Livre des merveilles» de Raymond Lulle, in L'idea di natura nella .filosofia
medievale, 539-541; Propos de Lulle sur I' alchimie, «Bullettin Hispanique », 68 (1966),
89-93; cfr. anche Histoire littéraire de la France, XXIX, Paris 1885, 139·
3. Su questo tema cfr., tra gli altri, Isnardi Parente, 160-167.
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 153

«... coacta propter humanae naturae commoditatem ». Essa dun-


que, nel produrre metalli diversi dall'oro, non ha commesso errori,
ha anzi operato avendo in vista il bene degli uomini, sia affinché
questi potessero disporre di metalli adatti ai più disparati usi,' sia
anche affinché essi avessero aperta la via dell'intervento alchemico,
che non può infatti effettuarsi se non sugli imperfetti. ~Non solo:
una ulteriore condizione di possibilità per l'opus alchemico - si è
visto - è che esso si sviluppi come un intreccio di arte e natura,
perché solo così si garantisce che il prodotto finale, l'oro, sia ap-
punto identico al naturale: si è visto anche che questo tipo di pro-
cedimento è consentito dal fatto che la stessa natura liberamente
dispone di due modi di produzione dell'oro tra cui scegliere, uno
diretto, l'altro che procede tramite il perfezionamento dei metalli
incompleti (essi quindi sono - nella stessa natura - condizioni ne-
cessarie per la produzione dell'oro in questo secondo modo). L' ar-
tefice si inserisce nella seconda via - ottenere l'oro tramite il com-
pimento dei metalli vili - e regola, incanala un processo appunto
naturale, cosicché qui non solo «anima artificis e uipollet ~atu-
ram »,ma la «gu~rnat .. .. e~ regi~>.:J .
Va detto anche però che quando in certe fasi tecniche, più che
('
l'artefice, secondo Bono, è all'opera Dio stesso 3 per suo tramite
I. Cfr. P. M., 66a («Hanc autem multiplicitatem metallorum fecit natura propter
fmem, non a casu, sed ad commoditatem humanae naturae. Diversa enim opera fe-
cit ars ex aliquo illorum ... quae ex auro et argento facere nunquam posset ... »);
vedi anche 68a, dove si afferma che per analoghi motivi la natura fu costretta a la-
sciare alcune terre libere dalle acque, « ... respiciens ad complementum universi,
et commoditatem humanae naturae et caeterorum animalium anhelantium et ve-
getabilium ». Per la consonanza di questi motivi con temi ciceroniani cfr. Cic., De
nat. deor., II, § 154-162, ed. con trad. ingl. a cura di H . Rackham, Heinemann-
Harvard University Press, London-Cambridge (Mass.) 1967, 271-279, e E. Garin,
Fonti a/bertiane, «Riv. crit. Stor. Filos. », 29 (1974), 90-91.
2. Cfr. ad es. P. M., 45c; 45n; 48b, e specialmente 69a («Ars ergo sequitur naturam
in eo, quod vult facere natura, extollit naturam mirifice, non violando naturam,
sed ipsam i~vanÈo. » . - - - .
3. Tra gli altri passi, su quest'aspetto dell'opus cfr. in particolare P. M., 29d («Ideo
tunc solus Deus est operator quiescente natura artifice. »), 5a («.. . potentia transmu-
tationis ... non est naturae solius . . . nec etiam Artis solius ... sed opus naturae,
prout ministratur et dirigitur ab arte voluntate divina.») e 3on («... quia nec ex
parte naturae tantum, nec artis ministrantis, iuvantis naturam, videtur haec talis
compositio lapidis in fine operis fieri posse ... sed potius in divina potentia reser-
v~ri videtur hoc, mediante cognitione artificis ... »). Su questa dimensione dell'opus
alcherrùco cfr. C. G.Jung, Psicologia e alchimia, trad. it., Astrolabio, Roma 1950;
154 Chiara Crisciani
(cioè nella .fixio, momento specificamente miracoloso della con-
fezione del lapis), allora la natura diventa il luogo di interventi mira-
colosi e soteriologici, e 1' artefice si pone quasi come cooperatore
dell'opus salvifico divino in quanto, come medio tra Dio e natura,
predispone le condizioni per il verificarsi del loro incontro. 1Così
nella quaestio di Bono la natura viene delineandosi volta volta
come sede di regolarità che lo scienziato deve inquadrare in teorie, ,
come luogo di svolgimento di processi che 1' artefice può sfruttare
o al cui compimento può collaborare, come piano in cui si verificano
miracoli divini, e infine come forza benefica sollecitamente orien-
tata al commodum dell'uomo.
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5. Il tipo di approccio questionativo a problemi alchemici che si


esprime nei casi esaminati segnala senz'altro non solo 1' ormai con-
seguito padroneggiamento della tradizione araba, ma anche lo
sviluppo di autonome direzioni di ricerca, di modo che si rende
indispensabile e possibild porre a confronto, con distacco critico,
teorie diverse e a volte contrastanti; indica inoltre il riconosci-
1

mento dell'utilità, anche nei confronti della tematica alchemica,


dell'uso di quei criteri di organizzazione razionale e istituzionale
del discorso mostratisi così fecondi in sede teologica e filosofico-
scientifica. La loro stessa adozione - sia da parte di specialisti che di
filosofi naturalisti - per la trattazione di argomenti che, in senso
proprio, non trovano posto nell'insegnamento mùversitario, signi-
fica, forse più che la specifica disamina pur dedicata da alcmù a
questo tema, la avvenuta "dignifìcazione" di una disciplina certo
specialistica ma non più emarginabile totalmente dal corpus delle
scienze: essa contribuisce dunque a movimentarne, tra il sec. XIII
e il sec. XIV, la scansione, e' non avrà poco peso nella costituzione
delle alleanze tra discipline particolari caratteristica dello specia-
lismo scientifico nel sec. XIV. 1
Sotto un certo profilo pertanto 1' adozione del modulo questiona-

M. Eliade, Il mito dell'alchimia, trad. it., Avanzini e Torraca, Roma 1968; H . J.


Sheppard, Gnosticism and Alchemy, « Ambix», 6 (1957), 86-IOI.
I. S. F. Mason, Storia delle scienze della natura, trad. it., Feltrinelli, Milano 1971, r,
u7; F. Alessio, La .filosofia medievale: i secoli XIII e XIV (Storia della filosofia, vr),
Vallardi, Milano 1976, 312-316.
I
) (
La « Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 155
tivo può essere interpretata come la messa in opera di una proce-
dura di inclusione del discorso alchemico ad un tempo nel sistema
delle discipline e nell'ambito del discorso vero. 1 Ciò non avviene
senza che la multiformità dei piani possibili del discorso alchemico
stesso venga distorta o appiattita, affinché la "disciplina" che neri-
sulta si renda omogenea al sistema in cui viene inserita (in cui do-
mina appunto il modo di scrittura questionativo) e ne rispetti i r
criteri epistemologici di verità. Significativamente infatti in queste
quaestiones vengono essenzialmente sviluppati gli aspetti per cui
l'alchimia si può presentare come scientia o ars dei metalli (e l' ab-
bondanza stessa degli argomenti-contra indica comunque la dif-
ficoltà di adeguazione di questa ricerca al modello dominante di
scientificità), e sono invece in varie maniere espunti i motivi mi-
stico-religiosi o comunque eterodossi ad essa connessi. Il processo
di inclusione non mette comunque capo a esiti univoci. Vincenzo
di Beauvais ritiene l'alchimia incapace di superare la soglia episte-
mologica dell' ars mechanica. Alberto ne demanda un aspetto rile-
vante alla magia. Per Geber essa è sì una scientia, ma conchiusa nei
confini di un preciso specialismo. Timone, tipico rappresentante
della cultura dominante, ne consiglia nonostante tutto, anche se
essa pare rispettare le condizioni prescritte, l'esclusione. Bono - che
rappresenta sotto questo profilo il caso più interessante - mantiene
nell'alchimia almeno due piani, quello scientifico e quello religioso,
ma elude in un certo senso il problema della loro sovrapposizione
col rifugiarsi in una netta distinzione tra essi. Di conseguenza, egli
si trova sovente ad incorrere, se non in contraddizione, almeno nella /'J' u
conduzione di due discorsi paralleli sull'alchimia e nell'alchimia,
per poter ad un tempo considerarla scientia a pieno titolo ed anche
luogo di eventi soprannaturali e soprarazionali che la rendono più
nobile di altre: per lui dunque la «grande arte», ineludibile nel si-
stema delle scientiae e quindi legittima, ne riesce tuttavia ad eludere,
sotto diversi rispetti, i confini e i controlli. Anche nella Pretiosa
Margarita però - non a caso - la quaestio inquadra specificamente i 1
problemi propri dell' alchimia-scientia: per gli argomenti che, agli
occhi di Bono, possono e devono implicare il riferimento all'ulte-
I. M. Foucault, L'ordi11e del discorso, trad. it., Einaudi, Torino 1972, .13-29.

.le,....
"..VAlf..
~1-i .
Q./.tt1. l1 Si' "l.
-'Mtçl. '-U'-~
i\ .{':!
Chiara Crisciani
riore dimensione dell'alchimia, si rinvia opportunamente alla trat-
tazione svolta in altre parti del testo con un linguaggio ben diverso,
che non mira affatto a garantire l'inclusione dell'alchimia nel corpus
delle scienze, ma giustifica anzi, all'opposto, un prpcesso di auto-
segregazione e la costituzione di chiuse «società;di discorso». Ì 1

Spiccano inoltre in queste quaestiones alcune assenze ed alcune co-


stanti. Manca la segnalazione di obiezioni di tipo religioso, che,
come si era notato nel dibattito sull'alchimia in ambiente islamico,
critichino nell'alchimia un sovvertimento a qualunque titolo di
disegni divini: quest'assenza rinvia anch'essa all'operazione per cui
dell'alchimia si trasceglie qui la dimensione meglio riconducibile
a già accettati modelli scientifico-tecnici, ed è ascrivibile anche al
fatto che le prospettive alchemiche penetrano in un Occidente in
cui si è già venuta appunto affermando sia una nuova «idea dina-
tura», per cui essa si costituisce come piano relativamente autono-
mo, dotato di proprie leggi e suscettibile di indagine razionale,
sia una riflessione che ha individuato una dimensione, più o meno
estesa, di positività nel contesto delle tecniche. 2 ,.Accenni a preoc-
cupazioni di ordine religioso sono riconoscibili "nell'elenco di ar-
gomenti pro e contro la legalità dell'alchimia curato dal giurista
Oldrado da Ponte; 3 nell'indicazione di «scandalosa pericula» con-
nessi all'arte, cui fanno riferimento le condanne dell'alchimia emesse
dall'ordine domenicano dal 1273 al 1323, sono forse da vedersi
anche gravi perplessità nei confronti di correnti di ricerca in cui
l'opus alchemico viene legandosi a speranze di più generale renovatio
o a istanze mistico-religiose eterodosse :4 queste effettive o arguibili
r. Foucault, 31- 33.
2. Cfr., tra gli altri Alessio, Le artes mechanicae; Gregory; J. Legowicz, Le problème
de la théorie dans !es «artes illiberales» ... , in Arts libéraux et philosophie au Moyen Age.
Actes du IV' Congrès int. philos. méd. Institut d'études médiéval-Vrin, Montreal-
Paris 1969, 1057-106r.
3. De iure artis alchimiae, 2n-212 («74° Consilium: An alchemista peccet, vel sit
ars prohibita ») : sembra cioè che il credere che sia possibile che «... mutari aut
transferri in aliam speciem nisi ab ipso creatore infidelis est et pagano deterior »;
né l'alchimia pare «... scientia quae ducat ad pietatem »; d'altra parte gli alchimisti
«non videntur peccare si ... hoc (i. e. le trasformazioni) attribuunt Deo».
4. Per le condanne cfr. Acta capitulorum generalium O. P., ed. B. M . Reichert,
Roma 1899, I, 170; 239; 252; II, 65- 66; u7. Per indicazioni generali su Villanova,
Rupescissa e I'«alchimia francescana», cfr. Thorndike, II, 842; m, 52-85; 347-369;
F. Heer, Il Medioevo , trad. it., Il Saggiatore, Milano Ì962, 286-3or.
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 157

riserve religiose non sono comunque registrate nelle quaestiones,


dove è sì insistentemente ribadito 1' argomento sulla non mutabilità
delle specie, ma sempre sulla base di impossibilità di ordine gnoseo-
logico, fìsico o infine tecnico. ~
Non mancano invece indicazioni sul rilievo etico e sociale dell' al-
chimia: oltre all'elenco delle doti, anche morali, che deve possedere
l'alchimista, sono ricorrenti le esortazioni a non cedere alla tenta-
zione di divenire falsario se si fallisce nell'opus e a non operare per
lucro o mossi dall'avarizia, nonché gli avvertimenti sui pericoli con-
nessi all'esercizio anche corretto dell'arte (esser considerato comu-
q ue falsario, suscitare invidia per la troppa ricchezza, insuperbirsi e
quindi adottare cattivi costumi). 1 Sono, questi, motivi connessi col
tema «ricchezza», cioè con quello che non da tutti viene esplicita-
mente dichiarato come fine ultimo della ricerca alchemica, ma è
piuttosto suggerito implicitamente dalla costante presenza proprio
di queste esortazioni e avvertimenti, che si affiancano alle non sem-
pre ulteriormente motivate definizioni del fine, solo apparentemente
neutrale, dichiarato proprio dell'arte, quello cioè di trasmutare i
metalli. Saremmo di fronte dunque all'alchimia come arte della ric-
chezza, che non provvede cioè alla soluzione di problemi della col-
lettività (nei cui confronti può anzi essere pericolosa fonte di tur-
bamenti e squilibri), né alla soddisfazione di bisogni primari," ma
punterebbe a produrre, per il vantaggio del singolo o del potente,

I. Cfr. ad es. Libellus de alchimia, 3b (« ... quum divulgatum fuerit [secretum],


pro falsario reputabitur »); Timone, f. ccrrva (« . .. si ad perfectionem pervenirent
propter invidiam destruerentur ne propter opus eorum multiplicatum minus bona
reputentur aliorum . . . Et homines forte talia facientes superbirent et malos mores
incurrerent»); anche Bono denuncia (P. lvl., 36d-37a) molti« moderni» come preoc-
cupati solo di alterare e non di trasmutare i metalli e avverte che sono in circolazione
«deceptores ac baractores quam plures ». (Per una documentazione, anche in epoche
successive, su falsificazioni e monete alchemiche cfr. Holmyard, 138-145; 297-
298; J. Read, Dall'alchimia alla chimica, trad. it., Longanesi, Milano 1960, 107-112;
cfr. anche il cap. «Diverse truffe fatte da finti alchimisti » da Il giudice criminalista
di A. M. Cospi, in Il libro dei vagabondi, a cura di P. Camporesi, Einaudi, Torino,
1973. 390-396).
2. Si noti che da Geber, Bono e Timone l'alchimia è esaminata solo in quanto
attinente alla trasmutazione dei metalli. Diverso dovrà essere il discorso nel caso
di quelle ricerche alchemiche connesse alla medicina (cfr. ad es. Villanova e R'.lpe-
scissa), o nel caso di un Ruggero Bacone, nella cui impostazione generale sulla rior-
ganizzazione delle scientiae (e anche dell'alchimia) il motivo dell'utilitas riveste
un ruolo centrale.
158 Chiara Crisciani
sulla base di ricchezze esistenti, 1 l'accumulo di ulteriore ricchezza.
La destinazione complessiva e ultima di questo tipo di alchimia sem-
bra venir avvertita sul piano etico per lo meno come ambigua:
spesso quindi viene lasciata in ombra e non risultano sempre chiara-
mente posti e risolti i questiti: a chi deve servire la ricchezza pro-
dotta? di quale utilità può essere, e per chi, la ricerca alchemica?
Certo, Timone è attento nel sottolineare soprattutto, più che l'utilità,
il danno che l'esercizio dell'arte può comportare; altre voci al-
ludono anche a possibili fruttuosi rapporti tra alchimisti e potenti;
ma è comunque abbastanza sig1ùfìcativo che nelle pur così esaurienti
trattazioni di un Geber o di un Bono sia assente un esplicito e arti-
colato discorso de utilitate alchimiae che si affianchi a quelli sulla sua
legittimità, dignità e fondazione, anche se questa lacuna può in
parte venir connessa all'esigenza (pressante in Bono ma presente
anche in Geber) di garantire all'alchimia stessa una sua consistenza
proprio appunto in quanto scientia teoreticamente fondata e perciò
stesso (e non per la sua eventuale utilitas) innanzitutto valida.
Che comunque si possano registrare anche tendenze verso un' eti-
ca professionale in cui ogni attività può essere intesa come tradu-
cibile in un valore monetario2 e in cui si sottolinea più il guadagno
che 1' utilitas, emerge chiaramente dalle considerazioni che Bono
svolge per dimostrare la superiorità dell'alchimia su altre scienze
ed arti. Tutte queste infatti sono praticate in vista di un compenso:
l'alchimia risulta più nobile non perché sia ricerca disinteressata,
ma perché in essa, a differenza delle altre, fine intrinseco (istanza
alla verità) e fine estrinseco (acquisizione di oro e argento) singo-
larmente e mirabilmente coincidono. 3 Se sempre sussiste, per la

r. Insistenti sono infatti le preoccupazioni sulle molte spese che l'arte comporta:
cfr. ad es. Libellus de alchimia, 2a («Unde pauperibus non valet ars ista, quia ad mi-
nus vult habere expensas duo bus annis. ») ; Geber, Summa, 52ra («N on igitur haec
scientia bene convenit pauperi, vel indigenti: sed potius est ei inimica et adversa.»);
cfr. anche Timone (f. ccnva), che giudica «... periculosum ... huius artis studio
insistere» anche perché «... multi multotiens magnas expensas faciunt quas per-
dunt ... ».
2. Su questo tema cfr. anche G. Post - K . Giocarinis - R. Kay, The Medieval
Heritage of a Humanistic Ideai: «Scientia donum Dei est, unde vendi non potest », «Tra-
ditio », I l (1955) , 195-234.
3. P. M., 38d-39a: «Fere enim omnes qui addiscunt tam in artibus quam scientiis
quibuscumque, faciunt propter aurum et argentum acquirendum ... Ita quod non
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 r59

doppia valenza che ali' alchimia è attribuita nella prospettiva di


Bono, anche il vantaggio spirituale che l'adepto ricava dali' arte (e
infatti i profeti vi si dedicarono non per brama di ricchezze, ma
perché la riconobbero quale «divinam et mysticam», e dunque an-
che per questo più nobile), non pare darsi qui luogo teorico per
porre una domanda sull'utilità di una ricerca se essa ha - e produ-
ce - valore: domanda e risposta che possono forse trovare un senso
solo quando vengono riproposte nel quadro di speranze mille-
naristiche, dove allora le ricchezze prodotte hanno una destinazione
giustificabile: saranno utili ai poveri o alla Ecclesia Dei vessata dal-
1' Anticristo. 1 !:'.'"'<-«--•
Un motivo costantemente accentuato è quello della preminenza •
accordata ali' opinione, in questioni alchemiche, del competente
peritus: se questa insistenza segnala il costituirsi di un autonomo sta-
tuto epistemologico per 1' alchimia, che la rende non direttamente
- gestibile o controllabile dai rappresentanti della cultura scienti-
fico-naturalistica universitaria ufficiale, i caratteri, emergenti dalle
quaestiones, della ricerca e dell'operare degli specialisti alchimisti
indicano tutti i limiti di questo pur opportuno e fruttuoso approdo
allo specialismo. La risposta infatti più approfondita - quella di
Bono - ali' obiezione relativa al linguaggio ermetico fa appello ad
un necessario accordo tra gli alchimisti, che appunto si capiscono -
perché unico è l'oggetto cui si dedicano, unico il Dio che li illumi-
na - nonostante e non tramite il tipo di comunicazione che usano:
essi dunque si comprendono, ma non collaborano, e nulla meglio
segnala questo isolamento della continua ricorrenza dell'obiezione
che fa leva sul lunghissimo tempo necessario in natura alla gene-
razione dei metalli e che supera quello della durata della vita umana.
addiscunt scientias et artes propter se ipsas, scilicet propter inquisitionem veritatis,
scilicet propter intrinsecum ... Haec (alchimia) propter se ipsam adipiscitur:
quia in ea est intrinsecum aurum et argentum ... et veritatis inquisitio ».
1. De secretis naturae, in Duncan, 645 (« ... si scientiam habeas, deo gracias agas et
da pauperibus ... ») ; Rosariunt philosophorum (anch'esso attribuito a Villanova), in
Mg. I, 662a («.. . quae [alchimia] ... ditat benefìciis, auxiliatur pauperi ... »);
Liber lucis (attribuito a Rupescissa), in Mg. II, 84 («Primo consideravi futura tem-
pora ... scilicet de tribulationibus tempere Antichristi, sub quo Romana Ecclesia
flagellabitur et per tyrannos omnibus suis divitiis spoliabitur ... Quamobrem ad
liberandum populum electum Dei ... volo dicere opus magni lapidis philosopho-
rum ... »).

)<
160 Chiara Crisciani
Ad essa si risponde in vario modo, invocando diverse possibilità
aperte ali' inventiva tecnica, giungendo anche alla distinzione fe-
conda tra tempo della natura e quello della tecnica, ma mai ci si ap-
pella a una possibile collaborazione - contemporanea o successiva -
tra operatori, che renda il tempo, anziché ostacolo da aggirare o
durata da abbreviare con vittorie tecniche, comunque sempre dal
singolo, un coadiutore e anzi propiziatore dei successi che le gene-
razioni susseguentesi di ricercatori possono riportare sulla natura. 1
Determinante infine in queste questioni - e più in generale della
tematica alchemica - risulta appunto il problema del rapporto arte-
natura, 2 proprio perché si tratta qui di fondare e valutare gli intenti
modificatori dell'arte nei confronti di un settore della realtà natu-
rale: vasta è la gamma delle posizioni e diverse sono le giustifica-
zioni che sostengono, limitandone o ampliandone la portata, la
possibilità per l'artefice di mutare e manipolare enti o processi
naturali. Da chi - come Vincenzo di Beauvais - vede l'alchimia
strutturarsi epistemologicamente come mera ars mechanica, viene
sottolineata l'eccedenza insuperabile della natura sull'arte, i cui ri-
sultati saranno sostanzialmente diversi da quelli naturali e comunque
risulteranno rispetto a questi carenti e lacunosi: e infatti Vincenzo,
perplesso sulla effettuabilità della trasmutazione, affida all'alchimia
l'esecuzione di prodotti prettamente artificiali. Solo in parte si
orienta nella stessa direzione Jean de Meun3 quando delinea, nella
figura dell'Arte inginocchiata di fronte a Natura, l'intrinseca debo-
lezza e vanità dei tentativi di imitare, scolpendo o dipingendo,
la non riproducibile artificialmente vitalità degli esseri naturali:
r. Cfr. Eliade, 185-195; P. Rossi, Francesco Bacone, Laterza, Bari 1957, 80 ss.
2. Sul problema, qui certo non esauribile, del nesso arte-natura tra Medioevo e
Rinascimento, cfr. tra gli altri, oltre alle opere già citate di Garin, I. Panofsky, Idea,
trad. it. , La Nuova Italia, Firenze 1952, 25- 52; P. M. Schuhl, Machinisme et philoso-
phie, Alcan, Paris 1938, 21- 39; Perdita, la nature et l'art, «Rev. Méta. Morale >>, 51
(1946), 335-337; P. Rossi, 62 ss.; I .filosofi e le macchine, Feltrinelli, Milano 1962,
u-67; 139-147; K. Flasch, Ars imitatur naturam. Platonischer Naturbegriff und mittel-
alterlicher Philosophie der Kunst, in Parusia, Minerva, Frankfurt 1965, 265-306;
R. Lenoble, Histoire de l'idée de nature, Michel, Paris 1969, 221-263; 279- 307;
P. Zambelli, Il problema della magia naturale nel Rinascimento, «Riv. crit. Stor. Filos. »,
28 (1973), specie 285-290.
3. Cfr. Le Romande la Rose, ed. F. Lecoy, Champion, Paris 1966, 1575-1618; cfr.
anche G. Paré, Le Roman de la Rose et la scholastique courtoise, Vrin, Paris 1941,
73-86.
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 161

ma se le arti imitative falliscono, riesce nel suo scopo l'alchimia,


che evidentemente, per Jean de Meun, realizza con la natura un
rapporto eccedente la pura imitatio. In altri - si veda lo pseudo-to-
mistico De lapide philosophico' -1' arte ha soprattutto il compito, . . ,..---
<:::
conferitole provvidenzialmente da Dio stesso, di completare i
lenti processi di una natura indolente. Le carenze e le infermità di
quest'ultima appaiono soprattutto evidenti a Dastin, che accentua
di conseguenza l'aspetto propriamente artificiale dell'opus alche-
mico, tramite cui l'artefice è in grado non solo di arrivare a risultati
preclusi alla natura, ma anche di ottenere prodotti migliori di quelli
che si generano naturalmente: per questo alla Natura spettano
solo poche battute di carattere esplicativo - e nessuna azione, ma
piuttosto la parte di spettatrice - in quella sorta di« sacra rappresen-
tazione» della trasmutazione metallica che Dastin tratteggia nella
Visio. 2
La corrente dominante tuttavia si esprime in quella linea che,
portata avanti con diverse sfumature ed accentuazioni da Alberto,
da Geber, da Timone e analizzata con particolare perspicuità da
Bono, tende a vedere nell'alchimia un' ars naturalis e nelle sue pro-
cedure, che indubbiamente sono frutto della sagace e scientifica-
mente attrezzata iniziativa dell'artefice, dei tentativi di inserirsi in
processi fluenti naturalmente, onde crearne le migliori condizioni
di sviluppo o eventualmente accelerarli e orientarli. Parrebbe quasi
che in simile prospettiva l'arte in quanto tale celebri, al limite, la
vanificazione della propria specificità, dato che, se si ottiene la mi-
gliore imitazione, se anzi il risultato dell'opus è, come deve essere,
indiscernibile dall'oro naturale, ciò si verifica solo perché non l' ar-
te, ma la natura porta le principali responsabilità dell'operazione, e
proprio questo garantisce la genuinità dell'esito finale. In realtà
viene in queste quaestiones efficacemente sottolineata un' ars che,
più che all'imitazione o anche al completamento della natura, tende
al controllo, allo sfruttamento e all'orientamento delle forze e po-

I. Tractatus D. Thomae de Aquino ordinis praedicatorum de lapide philosophico (collo-


cabile secondo Abel, 273, nel sec. XIV), ed. in L. Zetzner, Theatrum Chemicum,
Argentorati 1659, III, 276.
2. Rosarium, Mg. II, specialmente 3 roa e 3 r2a; per la Visio ]ohannis Dausteni Angli
cfr. Mg. II, 324-326.
II
162 Chiara Crisciani
tenzialità di cui la natura è ricca. Anche se - come nel caso di
Bono - la possibilità di un vero e proprio superamento e dominio
dell'arte sulla natura viene ancora demandata in parte a puntuali
e liberi interventi divini, è indubbio che si contribuisce qui a supe-
rare uno iato tra arte e natura (dove di necessità quest'ultima assu-
merebbe il carattere di paradigma irraggim1gibile e soprattutto non
controllabile) e si affida anzi all'arte, sulla base di una veduta che
accentua l'interrelazione dei due piani al posto del distacco radicale,
il compito di attivare, sfruttare e controllare i pur perfetti processi
naturali. Questa idea del possibile controllo dell'arte sulla natura
è anzi un motivo che riesce a filtrare, nonostante tutte le procedure
di esclusione, da sfondi più propriamente magici della tradizione
alchemica nei quadri dell'alchimia come disciplina scientifica quale
,
viene proposta in queste questioni, e implica con ciò l'introduzione
di un aspetto nuovo nel concetto stesso di scientificità. '
I

Sotto un certo punto di vista1 - anche se non è ancora chiaro il


significato da attribuire a questa constatazione - è legittimo affer-
mare che l'alchimia latina conosce il suo apogeo tra il sec. XIV
e il sec. XV: certo l'ulteriore procedere di queste ricerche non si
presenta come proseguimento inalterato di una mlitaria corrente e
sicuramente si svolge entro - o contro - coordinate epistemolo-
giche nuove. Il dibattito interno all'alchimia, e sulla sua validità,
si serve comunque di termini diversi, o di termini analoghi il cui
significato ha però subito notevoli trasformazioni e slittamenti in
un contesto teorico profondamente modificato rispetto al quadro
medioevale, in cui cioè nuove sono le «immagini» della scienza,
della natura, dell'arte, e in cui diversi sono i parametri stessi di de-
finizione, di inclusione-esclusione di campi scientifici. Tra i più
rilevanti è senz'altro da annoverare il carattere di utilità pratica, ~
collettiva che, secondo una certa nuova immagine della scienza, "
la ricerca deve poter rivestire. Emerge chiaro il ruolo svolto da
questo criterio di valutazione nel dibattito sull'alchimia anche
solo accennando al significativo atteggiamento di chi - come un

I. Multhauf, 199-200.
La «Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 163
Benedetto Varchi, 1 - pur riprendendo il filo di un discorso che per
certi aspetti, nel contemporaneo fiorire di nuovi approcci alla te-
matica alchemica, 2 ha connotati arcaici, tuttavia motiva la ripro-
posta di una questi o de alchimia sulla base dell' «utilità grandissima
e quasi infinita, che si trarrebbe di cotal arte quando ella fosse vera»;
o di chi - come un J. J. Manget - ritiene necessario editare un'ampia
raccolta di testi di alchimia, ricerca ai suoi occhi utile non già per
gli scopi che essa si prefiggeva, ma per i fecondi risultati che ha con-
seguito senza saperlo e quasi suo malgrado. 3 -
Per un verso dunque i caratteri propri di una certa tradizione al-
chemica -1' ambiguità e confusione nel linguaggio, l'incertezza, ar-
bitrarietà, non-controllabilità nelle procedure metodiche, che, con
lo stile non pubblico e non collaborativo della ricerca, avrebbero
impedito il progressivo e sistematico conseguimento di utili risul-
tati - giocano come criteri di esclusione di questa linea dalla nuova
scienza. Per altro verso proprio all'interno della tradizione alche-
mica paiono non solo permanere prospettive che verranno ri-
proposte con nuova ampiezza in quadri diversi (è questo il caso dei
latenti motivi di tipo gnostico ed ermetico per i quali l'alchimia
riveste un non trascurabile ruolo nel processo di trasmissione), ma
anche maturare alcuni caratteri specifici della stessa nuova im-
magine della scienza. Senza voler con ciò attribuire all'alchimia
un peso decisivo e determinante, si può cioè dire che anche in que-
sta, come in altre sedi di ricerca, si sviluppano motivi rilevanti ai
fini di una ristrutturazione dello statuto e dei compiti dell'indagine

r. B. Varchi, Questione sull'alchimia, ed. D. Moreni, Firenze 1827, r. Benché


conservi anche una definizione ristretta di alchir!lia (7: « ... arte, che insegna a
fondere e trasformare i metalli l'uno nell'altro» - dove però 'metalli' sta per 'mi-
nerali'-), Varchi le attribuisce una vasta gamma di prodotti e operazioni «senza
le quali non si potrebbe non che vivere comodamente, ma né vivere ancora»
(J-4).
2. Cfr. per un primo esame, Thorndike, v, 533-549; 601-651 ;J. W. Montgomery,
Cross, Constellation and Crucible: Lutheran Astrology and Alchemy in the Age of the
Reformation, «Ambix», II (1963), 65- 86; P. Rossi, La rivoluzione scientifica, Loescher,
Torino 1973, 3-20.
3. Praefatio ad lectorem, Mg. I, s. p.: « .. . in.de (i. e. ab alchimia) ad M edicorum
Filios multae, eaequ'e sane artificiosae praeparationes inter alias operationes spante
sua quasi enatae profluxerunt . .. »; per un'analoga valutazione in F. Bacone e
J. Donne cfr. Rossi, Francesco Bacone, 106-107.
, I . Chiara Crisciani
., J_,..r (
scientifica.. In particolare, la corrente della tradizione alchemica
espressasi in queste questioni può aver avuto una qualche funzione
come luogo di elaborazione, sia pure embrionale, essenzialmente di
due motivi centrali: la çonnessione tra conoscenze teoriche e pro-
cedimenti tecnici e l'individuazione di possibili nuovi rapporti tra
arte e natura. Infatti, proprio in questo quadro viene sostenuta-_:_ -
implicitamente o esplicitamente - la necessità di attribuire ali' al-
chimia un ambito e un apparato di ricerca teorico-scientifica suoi
propri che fungano dunque da base preliminare ed orientamento
per l'intervento tecnico: si sottolinea quindi il nesso tra industria
manuum e specifica indagine teorica visti come mo~enti entrambi
_-iiid.ispensabili ali' operare di un tecnico-scienziato. Soprattutto, si
insiste sull' ~terrel~zione tra processi di natura e procedure dell'arte,
il che consente di prospettare quanto meno la possibilità del con-
trollo tecnico di certe potenzialità e forze naturali. Anche in set-
tori di quella tradizione alchemica dunque, per tanti versi estranea
ed anzi interpretata come un ostacolo da molti protagonisti del
rinnovamento scientifico, vengono precisandosi elementi e condi-
zioni forse necessari perché si delineassero alcuni tratti del nuovo
. . I ~
I ;
sc1enz1ato. , ' . ~'
Da queste considerazioni, per ora certo parziali, possono forse
scaturire alcuni temi di riflessione, premesse per più specifiche deter-
minazioni. Anche se la tradizione ermetica nel suo complesso
presenta caratteri comuni, sembra infatti necessario procedere non
solo a verificare come essa si articoli in filoni per vari aspetti dif-
ferenziabili, ma anche come ciascuno di essi, ad esempio la tradi-
zione alchemica, non si offra come monocorde e compatta. Essa
pare registrare invece al suo interno correnti eterogenee (a volte
parallele, a volte confluenti o alternative); pur muovendosi sullo
sfondo di ipotesi e presupposti generali costanti, non si presenta con
un omogeneo e indifferenziato fluire, ma dà luogo sovente anche a
radicali ristrutturazioni di impostazione e a redifinizioni di obietti-
vi; i suoi contatti, di scambio o di reazione, con campi scientifici
e con strutture epistemologiche diverse contribuiscono infine a
movimentarne il corso e la configurazione. Di questa multiformità
di aspetti, che si dispone a sua volta in una storia complessa, i cui
La « Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 165

singoli momenti devono ancora forse essere determinati nella loro


specificità, non può non tener conto chi voglia valutare l'effettiva
portata dei rapporti fra «tradizione ermetica» e «rivoluzione
scientifica».
APPENDICE

Dalla ed. Manget trascrivo qui, sintetizzandoli, gli enunciati degli argumen-
ta-contra della quaestio (1323-1330) di Bono (cfr. P. M., 9d-r6a, cap. I «In
quo probat Artem Alcherniae non esse veram») :'

« r. Quicunque ignorat certam et determinatam quantitatem uniusquisque


elementorum in aliquo mixto, ignorat efficere illud mixtum, sed Alche-
mistae ignorant hoc in metallis ... , ergo, etc.
2. Quicunque ignorat determinatam proportionem elementorum ad in-
vicem ... et modum mixtionis eorum et digestionis, quibus adipiscitur for-
ma mixti, ignorat componere illud mixtum; sed Alchimistae sunt huiusmo-
di; ergo, etc.
3. Quicunque ignorat proprium instrumentum naturae, quo mediante
agit in materiam, ad introductionem formae in aliquo mixto, ignorat efficere
illud mixtum; sed Alchimistae sunt huiusmodi, ergo, etc.
4. Illud ad cuius generationem non sufficit vita, non po test fieri per artem;
sed ad generationem metallorum non sufficit vita.
5. Ubi deficit locus proprius generationis rei, deficit eius generatio; sed
in Arte Alcherniae est sic; ergo, etc.
6. Effectus qui sunt naturae solius, non possunt fieri ab arte; sed generati o
metallorum est effectus naturae solius; ergo, etc.
7. Si de quo magis videtur inesse, et non inest, nec id de quo minus; sed
in debilibus mixtionibus videtur quod Ars magis possit sequi naturam,
et non po test; ergo multo minus in forti bus.
8. Impossibile est unam speciem in aliam transmutari; sed metalla differunt
specie; ergo, etc.
9. Quicunque ignorat prima principia moventia ad generationem et in-
troductionem formae in aliquo mixto, ignorat efficere mixtum illud;
sed Alchemistae sunt huiusmodi; ergo, etc.
IO. Sicut se habet Ars ad Naturam, ita artificialia ad naturalia; sed Ars non
est idem quod Natura ... ; ergo artificialia non erunt idem quod natura-
lia ... ; ergo aurum artificiale et naturale non sunt idem.
rr. Facilius est destruere quam construere, sed aurum destruere vi possu-
mus ... ; ergo non poterit tam cito construi sicut dicunt.
12. Mos Philosophorum est sine invidia scientias discipulis et posteris aliis
in scripturis tractare ... ; sed nullum antiquorum Philosophorum in arte ista

r. Ad ogni enm1ciato seguono l'esame della consistenza e del fondamento delle


premesse, nonché, sovente, esemplificazioni e precisazioni. Numerosi argomenti
(2-5, 7-9, II-13) risultano già presenti, anche se alcuni in forma contratta, nella
Summa perfectionis magisterii di Geber.
La « Quaestio de alchimia» fra '200 e '300 167
reperimus fecisse hoc; ergo videtur quod ipsam ignoraverunt; ergo videtur
Ars haec impossibilis.
13. Tandiu .. . est a sapientibus antiquis ... cum summa industria per-
quisita et non inventa ... Similiter a regibus et principibus infinitum the-
saurum possidentibus et magnorum Philosophorum copiam habentibus est
inquisita et non inventa ... Ergo inanis videtur Ars ista.
14. Dicunt quod est lapis unus ... , qui metalla mollia indurat ... et me-
talla dura mollificat ... Impossibile est alicuius unius rei duas operationes
esse contrarias per se; sed hic lapis est solum unus; ergo, etc.
15. Si de quo magis videtur inesse, et non inest, neque id de quo minus;
t'- sed magis videtur quod ars Alcherniae possit reperì in rebus propinquis
- substantiae auri et argenti, et non reperitur; ergo, nec in remotis ... ; ergo
nec in remotissirnis. Ergo nusquam.
16. (Alchemistae) videntur dicere se non generare metalla de novo, sed
solum quae imperfecta sunt perficere: dicentes perfecta solum aurum et ar-
)
gentum ... , hoc esse non posse: quoniam ornnis materia, quae habet esse In
aliqua rerum naturalium permanente, est completa per suam formam sub-
stantialem; sed materia starmi, plumbi, aeris et ferri habet esse in eis, eorum
esse sic permanente, sicut materia auri et argenti; ergo materia est completa
in eis per suam formam substantialem ...
17. Quaecunque multiplicantur a natura in sua specie per continuam ge-
nerationem et perseverantiam sunt completa per suam formam subst'àntia-
lem; sea metalla ... quae dicuntur imperfecta sunt huiusmodi ... ; ergo,
etc.
18. Quaecunque non disponuntur eadem ultima dispositione non possunt
habere eandem formam substantialem et specificam; sed aurum et argentum
alchernicum non disponuntur eadem ultima dispositione ut naturale: ergo,
etc.
19. Quorumcunque generationes non sunt eadem, ipsa non sunt eadem ...
Sed generatio auri et argenti a Natura et ab Arte non est eadem; ergo nec
generata erunt eadem.
20. De enti bus a fortuna non potest esse veritas nec scientia: sed Alchemia
est huiusmodi; ergo, etc.
21a.' Quicunque mutant res secundum accidentia solum, non mutant eas
vere de specie in speciem: sed Alchemistae sic mutant metalla ad invicem;
ergo, etc.

I. Citata e commentata la frase « Sciant autem semper Alchemistae, species vere


permutari non passe ... », Bono ristruttura questa critica in cinque argomenti
(P. M ., r4c: «Haec sunt verba Philosophi ad Litteram ... Et ex dictis suis quinque
elicimus rationes ... »). L'ultimo di questi a sua volta (n° 2re, concernente il tema
della prima materia) si articola in quattro formulazioni relative a possibili differenti
interpretazioni dei termini 'prima materia', 'moto di generazione e alterazione',
'forma sostanziale' nel processo alchemico.
168 Chiara Crisciani
21b. Quicunque non transmutat rem per corruptionem formae substantia-
lis et specificae praexistentis, non transmutat eam in aliam speciem: sed
Alchemistae hoc non faciunt; ergo, etc.
21c. Illud quod est nobis ignotum in aliqua re non potest sciri utrum per
aliquod artificium possit tolli vel non, vel quomodo tolli possit ... : sed
differentiae specificae metallorum sunt huiusmodi: ergo, etc.
21d. Quaecunque non habent eandem proportionem mixtionis et misci-
bilium in composito, non possunt eadem esse in specie; sed metalla mutata
per alchemiam sunt huiusmodi; ergo, etc.
21e. Ornnei quod transmutatur de specie in speciem, debet reduci in ma-
teriam primam ... : sed Alchemistae non sic faciunt ».

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