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Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna

La questione del «Dio ignoto»


nella catechesi di Karol Wojtyla
Breve analisi letteraria, filosofica ed esegetica del discorso
dell’apostolo Paolo all’Areopago di Atene

Elaborato scritto per l’esame TS20a08

Licenza in Teologia dell’Evangelizzazione - LTE

Studente Docente
Loris DERNI Luciana MIRRI

Anno Accademico 2020-2021


Sommario

Premessa……………………………………………………………………...3

1. Considerazioni filosofico - teologiche del discorso


dell’apostolo Paolo all’Areopago di Atene………………………………4

2. Breve analisi letteraria ed esegetica del discorso dell’apostolo


Paolo all’Areopago di Atene……………………………………………..…7

2.1. La frase iniziale del discoro di Paolo all’Areopago (22b-23)…………...8

2.2. La frase finale di Paolo all’Areopago di Atene (vv. 30-31)…………...10

2.3. Il corpo del discorso di Paolo all’Areopago di Atene (vv. 24-29)……..11

3. Conclusioni…………………………….………………………….….14

2
Premessa

Nel breve ciclo di 13 catechesi redatte dall’allora Arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla1,
aventi per oggetto l’essenza ed il fondamento del cristianesimo, analizzato in base al discorso
tenuto dall’apostolo Paolo presso l’Areopago di Atene2, desidererei soffermarmi sulla prima di
tali catechesi, quella inerente al «Dio ignoto», che sarà oggetto di questa nostra dissertazione.
La profondità dei temi espressi in queste 13 catechesi dall’allora Arcivescovo Karol
Wojtyla, in particolar modo dei contenuti enunciati nella prima di esse, quella relativa al «Dio
ignoto», riflette perfettamente, come ricordato da Stanislaw Card. Dziwsz Arcivescovo
Emerito di Cracovia3: «la sua straordinaria concezione del mondo dal punto di vista della
comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo».
Arrivato ad Atene, l’apostolo Paolo si viene a trovare proprio al centro dell’arte, della
cultura, della filosofia e della religione del mondo antico. Questo luogo, resta ancora oggi per
Karol Wojtyla:

il simbolo non solo di un grande passato legato alla Grecia e ad Atene, ma anche il simbolo di ciò che dura da
secoli e generazioni. L’intera cultura dell’Europa, della civiltà occidentale, proviene da lì: dalla cultura greca,
dall’Areopago – come da una sorgente4.

Pertanto, questo specifico capitolo degli Atti degli Apostoli, costituisce, per colui che
divenne il grande Papa Giovanni Paolo II: «lo sfondo ideale per le catechesi rivolte agli uomini
del nostro tempo»5.
Per cercare di capire e di comprendere più a fondo perché il pensiero di Paolo di Tarso
all’Areopago di Atene, rappresenta non solo la storia, ma esso stesso un «simbolo» così
importante per Karol Wojtyla, tenteremo di approfondire queste tematiche, tramite l’analisi
letteraria ed esegetica del discorso tenuto dall’apostolo Paolo, agli areopagiti.
Paolo, infatti, fariseo convertitosi a Cristo che nel passato aveva perseguitato ed oppresso
la Chiesa nascente, parlando nell’Areopago di Atene, «testimonia l’incontro dell’eredità
spirituale di Israele con l’eredità della Grecia»6.
Pertanto, uno degli avvenimenti basilari della civiltà occidentale, è stato senza dubbio il
discorso di Paolo di Tarso all’Areopago di Atene, perché come sottolineato dallo stesso
K.Wojtyla: «noi proveniamo da questa duplice eredità»7, cioè da questo incontro tra il retaggio
spirituale di Israele con il lascito filosofico dei Greci.

1
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, Libreria Editrice Vaticana, Città del
Vaticano, 2019.
2
Atti degli Apostoli 17, 22-31.
3
Ivi, 6.
4
Ivi, 14.
5
Ibidem.
6
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, 15.
7
Ibidem.

3
1. Considerazioni filosofico – teologiche del discorso dell’apostolo
Paolo all’Areopago di Atene

Nel 49-50 d.C. Paolo di Tarso si trovava a Gerusalemme, dove prese parte al primo Concilio
della Chiesa, assieme agli Apostoli8. Nel Concilio, venne stabilita la possibilità di portare la
parola del Signore, anche ai non ebrei. Paolo dunque partì, per il suo secondo viaggio
evangelizzatore. Questa volta era determinato a portare il Vangelo nel cuore della Grecia, cioè
in quella città che era stata la culla della filosofia antica.
Leggiamo negli Atti degli Apostoli che l’apostolo Paolo, una volta giunto ad Atene,
«fremeva dentro di sé al vedere la città piena di idoli»9. Comprensibilmente, si legge nella
catechesi redatta da Karol Wojtyla sul «Dio ignoto», la sua indignazione era dovuta al fatto:
«che era cresciuto fin dall’infanzia in un clima di rigoroso monoteismo»10. Tuttavia, prosegue
K.Wojtyla: «quando in piedi in mezzo all’Areopago comincia a parlare, non manifesta
indignazione»11. L’apostolo Paolo, dunque, seppur interiormente «indignato» nel vedere la
città piena di idoli, inizia a parlare esprimendo apprezzamento nei confronti degli ateniesi per
la loro religiosità, dicendo: «vedo che, in tutto, siete molto religiosi»12.
Paolo, per Karol Wojtyla, è indotto ad esordire con tale espressione: «non tanto dal fatto di
aver visto tutti i segni del politeismo ateniese, quanto dal fatto di aver trovato, oltre ai molti
luoghi dedicati al culto delle varie divinità, anche un altare con l’iscrizione “a un dio
ignoto”13»14.
La Grecia era infatti considerata il centro culturale per eccellenza, del mondo antico. Fu
icon Socrate15, Platone16 e Aristotele17, che la filosofia greca raggiunse il suo culmine, nell’età
classica. Inoltre, Platone, identificò l’anima come immortale ed incorporea. Il grande filosofo
ateniese, infatti, aveva concepito l’esistenza di Dio con la «pura ragione», tuttavia la sua visione
lo portava a considerare la negatività della materia. Il corpo, secondo la filosofia platonica, era
visto come un semplice involucro, del quale l’uomo si sarebbe liberato con la morte, ed una
volta liberatosi del corpo, «l’anima avrebbe fluttuato indefinitamente nell’oceano
dell’essere»18.

8
Lettera ai Galati 2, 1-9.
9
At 17,16.
10
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, 15.
11
Ibidem.
12
At 17,22.
13
At 17,23.
14
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, 15,16.
15
469-399 a.C.
16
427-347 a.C.
17
384-322 a.C.
18
Y.LEVERATTO, Il discorso di Paolo di Tarso all’Areopago di Atene, in http://www.tuttostoria.net/storia-
antica.aspx?code=1349

4
«Il Dio di Platone, e dei successivi filosofi neo-platonici era pertanto perfetto, ma non era
una “persona”, non era caratterizzato dall’amore e non giudicava gli uomini secondo la
giustizia»19.
I pensatori neo-platonici ed i filosofi ai quali Paolo di Tarso si rivolse, dunque, vedevano la
morte come una sorta di liberazione dell’anima dal corpo e «l’idea di una risurrezione nella
carne, sembrava loro un ritorno alla prigionia del corpo»20. Per questo motivo, la maggioranza
degli ateniesi, alla fine, non accolse il messaggio che san Paolo voleva trasmettere.
Tuttavia, come abbiamo già accennato, l’Apostolo Paolo all’inizio del suo famoso discorso
all’Areopago di Atene, nota un’ara con l’iscrizione: «al Dio ignoto»21. Si convince pertanto
che gli ateniesi, oltre agli dei tradizionali del pantheon greco, adoravano anche un dio
sconosciuto, un dio ignoto.
Quindi Paolo fa un annuncio, affermando che Dio, l’unico e vero Dio, ha creato il mondo e
la materia. «Già qui i filosofi ateniesi devono aver dissentito con il predicatore ebreo. Per i
greci infatti la materia, e con essa il corpo, era qualcosa di non elevato, di impuro, e non
credevano in un atto di creazione dal nulla da parte di Dio, ma piuttosto in una sorta di creazione
continua, o emanazione di Dio»22.
Paolo, dotato di rilevanti doti oratorie, tentò allora di adattarsi al modo di pensare dei greci,
affermando che Dio: «non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo»23, affermando
inoltre che l’uomo può cercare Dio, in quanto Dio non è lontano da ciascuno di noi.
Come vedremo meglio più tardi, nel proseguo di questo nostro breve lavoro, questi sono
concetti e rappresentazioni filosofiche, non estranei alla filosofia degli «stoici».
Tuttavia, un altro tema controverso e problematico che non conquistò i filosofi ateniesi, fu
la descrizione della giustizia di Dio. Paolo, affermando che Dio ha ordinato a tutti gli uomini
di ravvedersi, e dunque di convertirsi, aggiunse che: «la giustizia di Dio sarà messa in pratica
per mezzo di colui che fu resuscitato dai morti, ossia Gesù Cristo»24, che tuttavia non ebbe il
tempo di nominare.
Per gli ateniesi Dio era perfezione, ma non eseguiva un giudizio diretto sugli esseri umani,
in base alla loro fede e neppure in base alle loro opere. Il pentimento, oppure la conversione a
Dio, come noteremo in seguito, non erano concetti facili da considerare per i filosofi platonici.

19
Y.LEVERATTO, Il discorso di Paolo di Tarso all’Areopago di Atene, in http://www.tuttostoria.net/storia-
antica.aspx?code=1349
20
Ibidem.
21
At 17,23.
22
Y.LEVERATTO, Il discorso di Paolo di Tarso all’Areopago di Atene, in http://www.tuttostoria.net/storia-
antica.aspx?code=1349
23
At 17,24b.
24
Ibidem.

5
Per questo motivo, quando Paolo di Tarso accennò nel suo discorso all’Areopago di Atene
alla risurrezione di un uomo, designato da Dio, fu immediatamente interrotto.
Come già accennato, infatti, la resurrezione dalla morte, e dunque il ritorno dell’anima in
un corpo che era già completamente morto, era un qualche cosa di estraneo alla filosofia
platonica, che vedeva per l’appunto il corpo, come una vera e propria «prigione dell’anima».
Tuttavia, Paolo non si perse d’animo e si diresse a Corinto, dove si fermò all’incirca un anno
e mezzo. Fu proprio a Corinto, che l’Apostolo dei Gentili25, fondò la prima comunità di cristiani
di Grecia e fu proprio da Corinto che Paolo iniziò a scrivere le sue Lettere e dove cominciò ad
illustrare i principi ed i fondamenti dottrinali, della missione salvifica, nonchè della Divinità di
Gesù Cristo, ovvero «il Dio ignoto»26 presente in un’ara dell’Areopago di Atene.
Le prime due Lettere dell’apostolo Paolo, furono dunque scritte da Corinto ai Tessalonicesi,
negli anni 51-52 d.C.
Pertanto, mentre a Corinto Paolo riuscì fin da subito a fondare una Chiesa di Cristo, ad
Atene ottenne soltanto un parziale insuccesso, anche se gli Atti degli Apostoli riportano alcune
conversioni. Paolo aveva tuttavia «gettato il primo seme» dell’evangelizzazione della Grecia,
che sarebbe poi stato così importante per la futura cristianizzazione dell’intero impero romano.

25
Paolo dà di sè stesso questa definizione, rispettivamente in Rm 11,13 e in Gal 2,8. L’apostolo Paolo sarebbe
infatti il principale, sebbene non il primo missionario, del Vangelo di Gesù tra i greci ed i romani. Secondo gli
Atti degli Apostoli, Paolo rivolse la sua predicazione prevalentemente ai pagani. Tuttavia, Paolo non fu il primo
ad operare in tal senso, in quanto Pietro convertì il centurione romano Cornelio (At 10), prima che Paolo iniziasse
la sua predicazione.
26
At 17,23.

6
2. Breve analisi letteraria ed esegetica del discorso dell’apostolo
Paolo all’Areopago di Atene

Per comodità espositiva, allo scopo di meglio comprendere il contesto in cui si colloca la
prima catechesi «Il Dio ignoto»27, redatta da Karol Wojtyla quando era ancora Arcivescovo di
Cracovia e che troviamo all’interno in queste 13 catechesi recentemente ritrovate e pubblicate
nel libro «Cristo la Chiesa e il Mondo. Catechesi dell’Areopago»28, considereremo prima
l’inizio e la fine del discorso di san Paolo all’Areopago di Atene (vv.22-23; 30-31)29.
Come noteremo, l’inizio e la fine del discorso dell’apostolo Paolo agli areopagiti, hanno
una stretta dipendenza e racchiudono al loro interno il corpo del sermone, che costituisce
un’unità letteraria ben precisa, che ci aiuterà ad approfondire meglio la questione del «Dio
ignoto».
Certamente, l’altare con l’iscrizione «a un dio ignoto»30, è il luogo adatto non soltanto per
riflettere sulla religione dell’antica Grecia, «ma per riflettere anche sul fenomeno e sul fattore
religioso in generale»31.
Anche i Padri del concilio Vaticano II, come ci fa notare Karol Wojtyla: «si sono
autorevolmente pronunciati in tema di religione, prendendo in particolare considerazione le
religioni non cristiane»32. Leggiamo infatti nella Dichiarazione sulle Relazioni della Chiesa
con le religioni non cristiane «Nostra Aetate»:

Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce
l'interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con
le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l'unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli,
essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il
loro comune destino. I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché
Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio,
la cui Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti finché gli eletti
saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce.
Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come
oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene
e il peccato, l'origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la
sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo
la nostra origine e verso cui tendiamo33.

27
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, 13-20.
28
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, Libreria Editrice Vaticana, Città del
Vaticano, 2019.
29
Per un approfondimento cfr. F. GUGLIETTA, Il discorso di Atene in Atti 17 e la questione della conoscenza di Dio,
in https://www.academia.edu/33509792/Il_discorso_di_Atene_in_Atti_17_e_la_questione_della_conoscenza_di_Dio
30
At 17,23.
31
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, 16.
32
Ibidem.
33
Dichiarazione Nostra Aetate 1, in: https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-
ii_decl_19651028_nostra-aetate_it.html

7
2.1. La frase iniziale del discoro di Paolo all’Areopago (22b-23)

La fase iniziale del discorso di Paolo all’Areopago di Atene, si sviluppa in tre tempi.
1) Nel primo tempo, troviamo l’affermazione della δεισιδαιμονία, cioè del «timore degli
dei», da parte degli ateniesi. Il senso di questa dichiarazione è indubbiamente positivo, sebbene
abbia anche un significato dubbio ed ambiguo, considerati i sentimenti e le emozioni
dell’apostolo Paolo all’ingresso ad Atene34.
Interessante, a tal proposito, è notare come Paolo chiami gli ateniesi «timorati dei démoni»
e non «timorati di Dio», che è il termine utilizzato per i credenti nel Dio vero e unico, rivelato
da Cristo e, prima, nell’esperienza del popolo di Israele35.
2) Nel secondo tempo, troviamo invece la dichiarazione: ἀγνώστός θεός politeistico, per
proteggersi e difendersi, cioè, dall’ira di dei non conosciuti. Probabilmente, come ci fa notare
Guglietta, qui si sarebbe operato: «un cambio in vista dell’unico e vero Dio da mostrare, anche
in sintonia con la propaganda giudaica»36.
Resta da vedere, sempre secondo Guglietta, se questo ἀγνώστός θεός: «è lo stesso che Paolo
vuole annunciare o se indica piuttosto la divinità. Di certo c’è che “nel mondo greco-romano il
problema della conoscenza di Dio è sentito e vi è sottolineata la stretta connessione tra
conoscenza e culto di Dio»37.
Possiamo dunque concludere in questa prima fase, che la dedica presente nell’ara
dell’Areopago di Atene al «Dio ignoto», rispondeva piuttosto ad un’esigenza dell’animo
antico, e che molto sapientemente Paolo l’avrebbe scelta come introduzione al discorso di
Atene38.
Se dunque Paolo, con Dio qui intenda il Dio di Gesù, o piuttosto il «divino» non ha molta
importanza, né è chiaramente manifesto; anzi per dirla con le parole del Fabris: «l’oscillazione
calibrata tra un’ignoranza senza sbocchi (data dalla traduzione a un dio ignoto) e un
presentimento religioso del mondo greco-romano (dato dalla traduzione al Dio ignoto) domina
tutto il brano e non si risolve se non alla fine con l’annuncio cristiano che fa appello alla
conversione, al cambiamento di mentalità e di orientamento»39.
3) Nel terzo tempo della fase iniziale del discorso di Paolo agli areopagiti, troviamo il
chiarimento e la delucidazione dell’oggetto del discorso. Questo oggetto, come ci fa notare
Guglietta: «è distinto elegantemente dal “Dio ignoto” dell’altare mediante l’uso del neutro (ὃ…
τοῦτο): il Dio che Paolo annuncia è lo stesso dell’altare, ma allo stesso tempo è diverso,
totalmente altro dagli altri dei»40.

34
Cfr. At 17,16.
35
A. WIKENHAUSER, Atti, Morcelliniana, 1968, Brescia, 259.
36
F. GUGLIETTA, Il discorso di Atene in Atti 17 e la questione della conoscenza di Dio, 18.
37
Ibidem.
38
C. GHIDELLI, L’ignoranza di Dio nei pagani secondo il discorso di Atene (Atti 17,22-31), in Parole di Vita, 9,
1964, 341-342.
39
R. FABRIS, Atti degli apostoli, Borla, Città di Castello, 1977, 527.
40
F. GUGLIETTA, Il discorso di Atene in Atti 17 e la questione della conoscenza di Dio, 18.

8
Paolo, dunque, non annuncerebbe il nome di un nuovo dio, ma annuncerebbe: «un nuovo
concetto del “divino” che si incarna nel Dio creatore, origine anche degli dei adorati dai pagani,
rivelato dalla coscienza umana e dalla storia e fatto uomo per salvare in Cristo»41.
Un nuovo concetto del «divino», che come ci fa notare Karol Wojtyla nella sua prima
catechesi, rende l’altare ateniese con l’iscrizione «a un dio ignoto»42, «un’espressione di
religione (e di religiosità)»43, e dunque di «religione come ricerca di Dio»44.
Religione e religiosità intesa come ricerca di Dio, prosegue Karol Wojtyla, che emerge
anche nella Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra
Aetate.

Dai tempi più antichi fino ad oggi presso i vari popoli si trova una certa sensibilità a quella forza arcana che è
presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta vi riconosce la Divinità
suprema o il Padre. Questa sensibilità e questa conoscenza compenetrano la vita in un intimo senso religioso.
Quanto alle religioni legate al progresso della cultura, esse si sforzano di rispondere alle stesse questioni con
nozioni più raffinate e con un linguaggio più elaborato45.

Paolo, quindi, nel discorso da lui tenuto all’Areopago di Atene, non proclamerebbe il nome
di un nuovo dio, ma diffonderebbe un nuovo concetto del divino che si incarna nel Dio creatore,
il quale sarebbe per l’appunto origine anche degli dei adorati dai pagani, rivelato dalla
coscienza umana, dalla storia, e fatto uomo per salvare in Cristo.
E’ bene infatti ricordare, come faremo anche più tardi nel proseguo di questo nostro lavoro,
che lo scopo del discorso di Paolo, era quello di dissuadere i pagani da un modo errato di vivere
la religiosità, e non tanto quello di dimostrare l’esistenza di Dio.

41
Ibidem.
42
At 17,23.
43
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, 17.
44
Ibidem.
45
K. WOJTYLA, Dichiarazione Nostra Aetate 2, cit. in Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, 18.

9
2.2. La frase finale di Paolo all’Areopago di Atene (vv. 30-31)

La frase iniziale e quella finale del discorso dell’apostolo Paolo all’Areopago di Atene,
come abbiamo già accennato, sono intrinsecamente collegate: ambedue le frasi, infatti, si
riferiscono all’ignoranza dei pagani, ed entrambe contengono il riferimento ad un annuncio.
«L’ ἀγνώστῳ θεῷ e l’ ἀγνοοῦντες del v.23, si collegano infatti con i χρόνους τῆς ἀγνοίας, i
tempi dell’ignoranza del v.30, che descrivono lo stato dell’uomo prima della rivelazione di Dio
cui appartiene il culto nell’ignoranza degli aggettivi della frase iniziale»46.
L’ignoranza dei pagani, farebbe dunque nascere per l’apostolo delle Genti47, l’esigenza
dell’annuncio. Nella frase iniziale del v.23, l’annuncio sarebbe infatti di Paolo agli ateniesi, ed
avrebbe come oggetto Dio.
Nella frase finale di Paolo che troviamo al v.30, invece, l’annuncio sarebbe di Dio a tutti gli
uomini ed avrebbe come oggetto la μετάνοια, cioè il pentimento, la conversione e, ancora
meglio, un vero e proprio cambio di mentalità.
Qui si collocherebbe il kerygma su Cristo, che rifletterebbe il discorso di Pietro a Cornelio
in At 10,42: «E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei
vivi e dei morti costituito da Dio». L’annuncio cristiano, cioè, che mette fine alla situazione
d’ignoranza e «divide la storia religiosa dell’umanità in due epoche, quella dell’ignoranza e
quella della manifestazione piena della salvezza di Dio. Di qui sorge l’appello urgente alla
conversione universale»48.
L’annuncio kerygmatico su Cristo, cioè il centro della fede cristiana, sarebbe dunque
secondo le caratteristiche proprie della primitiva predicazione ecclesiale, collegato a quello
sugli eschata, cioè le «cose ultime», le «cose finali». La richiesta di pentimento, sarebbe infatti
inquadrata dopo quattro azioni passate di Dio, che vanno verso un’azione futura. Dio infatti
avrebbe designato un uomo, avrebbe dato una prova, lo avrebbe risuscitato ed avrebbe
prestabilito un giorno: tutto questo l’avrebbe fatto perché alla fine «dovrà giudicare»49.
Da questo annuncio, o meglio da questa «rivelazione», nascerebbe così l’altro annuncio che
non è più rivelazione del «venire verso» di Dio, ma che è un vero e proprio invito «all’andare
verso» dell’uomo, cioè ad un vero e proprio cambiamento di mentalità.

46
Ibidem.
47
L’apostolo dei Gentili, più comunemente l’apostolo delle Genti. Gentili è un appellativo derivato dal latino
biblico (gentes, gentiles), che designa tutte le genti non giudaiche, partecipi dei costumi e della cultura greca nel
mondo romano. In opposizione al popolo israelita, Gentili equivale a pagani. Cfr.
https://www.treccani.it/enciclopedia/gentili/.
48
R. FABRIS, Atti degli apostoli, 533.
49
F. GUGLIETTA, Il discorso di Atene in Atti 17 e la questione della conoscenza di Dio, 19.

10
2.3. Il corpo del discorso di Paolo all’Areopago di Atene (vv. 24-29)

Secondo lo schema della primitiva predicazione cristiana, la frase finale del discorso
all’Areopago di Atene, corrispondeva all’escatologia dove si congiungeva e si connetteva il
kerygma cristologico. Questa parte, come abbiamo già notato, era preceduta e anticipata da una
protologia, che qui è nei versetti 24-29 e che costituisce il corpo centrale della predicazione di
Paolo agli areopagiti.
In questa parte centrale del discorso dell’apostolo Paolo, troviamo un’unità letteraria molto
compatta e finemente strutturata. Al suo interno sono infatti riscontrabili due parti ben distinte:
una parte cosmologica ed una parte antropologica. La parte cosmologica, è costituita dai
versetti 24-25. La seconda parte, quella antropologica, è invece più complessa e si estende dal
versetto 26 al versetto 29.
Innanzitutto, possiamo notare come il versetto 28, ci appare come una parentesi esplicativa.
Ciò è facilmente verificabile constatando che l’alternanza dei soggetti (Dio - gli uomini) che
inizia dal versetto 26, si interrompe nelle tre frasi che hanno come soggetto «noi».
Il raccordo del versetto 29, poi, (essendo dunque…) lascia inconfondibilmente intravedere
l’intenzione di riprendere un discorso interrotto. Inoltre, la presenza di due volte, nel versetto
29, del termine γὰρ (infatti), lascerebbe intuire che ci troviamo di fronte ad una parentesi
esplicativa.
Alla luce della brevissima ricerca letteraria ed esegetica, possiamo ora tentare di esaminare
il significato di questo corpo unitario. Innanzitutto, «la duplice lettura del testo in chiave
storico-antropologica e in chiave cosmologica non deve essere contrapposta perché
nell’ambiente biblico e giudaico non è così netta la linea di demarcazione tra la realtà cosmica
e quella storica»50, ma anche perché strutturalmente il medesimo testo, si oppone a tale
separazione. Se qui lo si farebbe, sarebbe per comodità di studio e di riflessione.
Nella parte cosmologica le due negazioni: «il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che
contiene, che è Signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani
dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa,
essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa»51, riguarderebbero due modi di porsi
di fronte a Dio. E’ bene infatti ricordare nuovamente, che lo scopo del discorso di Paolo, è
distogliere i pagani da un modo errato di vivere la religiosità, e non tanto quello di dimostrare
l’esistenza di Dio.

50
R. FABRIS, Atti degli apostoli, 530.
51
At 17, 24.

11
Questo era un dato scontato per l’apostolo Paolo, il cui interesse principale, è mostrare per
l’appunto la vera natura di Dio, e per far questo mette sapientemente in evidenza, alcuni
atteggiamenti errati su Dio, da parte degli areopagiti.
In questo passaggio, Paolo infatti biasima e disapprova la pretesa dell’uomo di poter
costruire una dimora per Dio, essendo Lui medesimo che crea le abitazioni per tutte le sue
creature mediante il cosmo. Ma l’Apostolo disapprova anche la pretesa di poter servire Dio
come se avesse bisogno di qualche cosa: Egli stesso, infatti, darebbe tutto a tutti.
Queste sarebbero dunque le posizioni totalmente nuove nel cristianesimo, radicate nella
tradizione biblica, e non a caso è qui citato il versetto di Isaia 42,552, ma al contempo ancora
estranee dalla visuale del «senso religioso» dell’epoca.
Nella parte antropologica, invece, la negazione riguarda la natura propria di Dio che non è
rappresentabile: non è l’uomo che può farsi un’immagine di Dio, ma Egli stesso è «immagine»
di Dio, suo figlio, «sua stirpe»53.
Anche il testo conciliare Nostra Aetate, a cui K.Wojtyla si riferisce nella sua prima catechesi
al «Dio ignoto», parla «della religione come dimensione dell’esistenza umana nel mondo»54.
In questa dimensione, prosegue Wojtyla:

la religione è espressione di una ricerca che va oltre ciò che è visibile, verso un “dio ignoto”, come dimostra
l’iscrizione sull’altare ateniese. Per l’apostolo Paolo quest’iscrizione costituiva la prova della religiosità degli
Ateniesi più di tutte le statue delle divinità che aveva visto sugli altri altari. L’uomo dell’antica Grecia, in
questo modo, cercava di esprimere il suo senso religioso.55

«E’ noto»56, continua l’allora Arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, che la religione dei
Greci di quel tempo: «era legata a una ricca mitologia con caratteristiche decisamente
antropomorfiche»57, e che in questa tradizionale religione popolare, «l’uomo si era creato delle
divinità (idoli) secondo la propria immaginazione»58.
L’espressione che invece in questo caso Paolo utilizza, cioè che: «Dio […] non sia lontano
da ciascuno di noi»59, sarebbe una felice coniugazione tra il pensiero biblico, «dove l’incontro
di Dio è essenzialmente storico e si esprime nella formula “Dio è vicino”»60 e la filosofia greca,
«dove invece l’incontro di Dio è il cosmo e si esprime con la formula “Dio non è lontano”»61.

52
Così dice il Signore Dio che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla
gente che la abita e l’alito a quanti camminano su di essa. (Is 42,5).
53
At 17, 28b - 29a.
54
Ibidem.
55
Ivi, 19.
56
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, 19.
57
Ibidem.
58
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, 19.
59
At 17, 27.
60
F. GUGLIETTA, Il discorso di Atene in Atti 17 e la questione della conoscenza di Dio, 22.
61
Ibidem.

12
Felice e propizia coniugazione, tra la visione cosmica e la visione storico antropologica
della vicinanza e della possibilità di conoscenza di Dio. Ed è questo l’argomento trattato nella
prima sezione della parte antropologica, che andremo ad analizzare più da vicino.
L’azione di Dio rappresentata nel versetto 26a: «Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli
uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra […]» 62, ha due scopi, come si è visto,
cioè che gli uomini abitino sulla faccia della terra e che lo cerchino. La conoscenza di Dio
risulterebbe quindi da un doppio movimento. «All’intenzione del Creatore, che l’umanità si
diffonda sull’intera terra, fa riscontro l’altra, che questo genere umano, diffuso ovunque (v.
30), cerchi il Creatore (v. 27a). Si tratta di due movimenti reciproci»63.
Ciò che tuttavia rende possibile tale ricerca, è però la vicinanza e la contiguità di Dio,
l’essere «sua stirpe»64. La formula triadica panteistica, avrebbe qui valore ateistico, sulla scia
del salmo 138: «Signore, tu mi scruti e mi conosci», di Geremia 23,24 e di altri passi biblici.
Punto di svolta sarebbe tuttavia la particella «en»: gli stoici infatti parlerebbero di divinità
nell’uomo, ma non che l’uomo abiti nella divinità, come qui si dice e come i passi biblici citati
fanno intendere65.
Nel concetto dunque che l’uomo è «immagine» di Dio, che è «sua stirpe»66, si fonderebbe
la possibilità e la circostanza della conoscenza di Dio, da parte dell’uomo.
Riassumendo, si può dire che la «triplice critica al culto pagano di Dio, che è allo stesso
tempo una critica al concetto che i pagani hanno di lui (vv. 24-29), assume, come alleata della
critica biblica al paganesimo, la filosofia greca»67.
Indubbiamente, l’evangelista Luca che ha redatto gli Atti e che ci ha riportato il discorso di
Paolo all’Areopago di Atene, parte dal presupposto che la filosofia stoica, possa servire a
debellare e a sconfiggere la fede popolare pagana negli dei. Tuttavia, egli non la usa
positivamente per dimostrare e avvalorare la verità del messaggio cristiano. «Dal v. 30 in poi
il discorso non può più rifarsi a concezioni stoiche. Ed è proprio a questo punto che gli uditori,
soprattutto filosofi, esprimono la loro reazione contro questo kerygma»68.
Sarebbe dunque una doppia reazione che rifletterebbe gli atteggiamenti tipici delle due
scuole filosofiche accennate successivamente al v. 18: «gli epicurei si burlano delle parole
incomprensibili e assurde di Paolo, gli stoici elegantemente si disimpegnano»69.

62
At 17,26a.
63
G. SCHNEIDER, Gli Atti degli Apostoli, Paideia, Brescia, 1986, II, 318.
64
At 17, 28b - 29a.
65
Cfr. WIKENHAUSER, Atti, 271.
66
At 17, 28b - 29a.
67
G. SCHNEIDER, Gli Atti degli Apostoli, II, 320.
68
Ibidem.
69
F. GUGLIETTA, Il discorso di Atene in Atti 17 e la questione della conoscenza di Dio, 24.

13
3. Conclusioni

Le parole di Paolo nell’Areopago di Atene, hanno messo in evidenza, così come ben delineato
da Karol Wojtyla nella prima delle 13 catechesi intitolata al «Dio ignoto», il senso della
religione intesa come «ricerca di risposte alle domande fondamentali relative all’esistenza
umana»70.
Queste domande, come abbiamo visto anche nell’approfondimento e nelle riflessioni
scaturite e generate dalla catechesi di Karol Wojtyla sul «Dio ignoto», riguardano problemi
«”limite”, là dove la conoscenza umana, basata sull’esperienza sensoriale, si trova davanti a
questioni sconosciute»71.
Luca, l’autore di At 17 in cui troviamo il discorso di Paolo all’Areopago di Atene, da un
lato distingue la ricerca filosofica dall’idolatria, apprezzando la prima e condannando la
seconda, senza mancare di definire i limiti della teologia naturale. Dall’altro lato, Luca utilizza
due motivi tipici della critica all’idolatria: «il motivo dell’ignoranza e quello del giudizio»72.
Ma l’evangelista Luca, in questi famosi passaggi, riduce questi due motivi della ricerca
filosofica e dell’idolatria, in modo alquanto significativo. Non applica infatti questi concetti
all’ignoranza idolatrica ed immorale dei pagani, colpevoli e destinati a subire il giudizio di
condanna, ma li applica invece alla situazione dei filosofi, e li utilizza per «definire i limiti
della loro ricerca»73.
Di fatto, la ricerca degli areopagiti resta per Luca, l’autore di Atti, alquanto lodevole, ma
tuttavia imperfetta ed incompiuta. Infatti, la via stoico-ellenistica utilizzata dagli ateniesi,
sarebbe l’unica via alla conoscenza «naturale» di Dio possibile all’uomo pre-cristiano, una via
cioè che sarebbe «inesatto dichiarare soltanto “razionale”»74.
Essa è infatti anche un cammino religioso, impregnato della religiosità cosmica tipica del
periodo ellenistico, e che «ha non pochi tratti comuni con altre forme di religiosità cosmica»75.
Tuttavia, l’evangelista Luca, non dice che essa porta alla vera e totale conoscenza di Dio.
Essa piuttosto: «lascia nell’ignoranza, un’ignoranza tuttavia non colpevole, il cui
superamento non è alla portata dell’uomo pre-cristiano. Essa è piuttosto una condizione
inevitabile di qualsiasi lodevole ricerca anteriore all’annuncio»76.

70
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, 17.
71
Ibidem.
72
Ibidem.
73
Ibidem.
74
Ibidem.
75
Ibidem.
76
V. GATTI, Il discorso di Paolo ad Atene. Storia dell’interpretazione, esegesi, teologia della Missione e delle
Religioni, Parma, CSAM, 1979, 224-225.

14
E’ infatti l’ignoranza di Dio, che in definitiva è nella composizione dell’essere umano e che
nasce dal «salto infinito», che separa la creatura dal creatore. L’annuncio che Dio è vicino,
fatto dall’apostolo Paolo, cioè che Dio non è lontano, non indica l’impegno e lo sforzo
dell’uomo che è giunto fino a Lui, ma al contrario è l’annuncio che Dio ha «visitato e redento
il suo popolo»77; che ciò che l’uomo non può fare per giungere a conoscere e a comprendere il
divino, lo fa Dio medesimo, rendendosi visibile e presente a chi lo vuole cercare con cuore
sincero.
Dal confronto con i testi biblici, ci viene dunque riconfermato il fatto che la «conoscenza di
Dio» è un movimento duplice di Dio verso l’uomo e dell’uomo verso Dio, ma allo stesso tempo
in questo discorso agli areopagiti, vi si aggiungono e vi si sommano nuove considerazioni.
Innanzi tutto, il fatto che tale evento della conoscenza di Dio si attua e si realizza nella storia,
porta alla considerazione: «che il processo storico è segnato profondamente dall’intervento di
Dio che si mostra: questo intervento divide in due la storia dell’umanità e di ogni singolo
uomo»78.
C’è prima la ricerca affannosa: «l’andare verso» dell’uomo, il quale cerca di indagare e di
scrutare nella natura, nella sua coscienza e nella storia medesima, i segni del creatore del cielo
e della terra. Ma c’è poi l’intervento, l’autorivelarsi di Dio, il quale «viene alla creatura fatta a
sua immagine, resa cieca dal suo essere finito e dal suo essere peccatore»79.
Tuttavia, diventa decisamente importante il dato emerso dall’analisi del discorso. Ciò che
rende possibile tale comunicazione tra Dio e l’uomo, è che noi siamo «sua stirpe»80, ovvero in
sintonia col pensiero biblico: «noi siamo Sua immagine», veniamo da Lui.
In Dio, che vale a dire immersi nel mondo da lui creato: «infatti viviamo, ci muoviamo ed
esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto»81.
Altro elemento che emerge prepotente, è la responsabilità dell’uomo, che nasce con il
rivelarsi di Dio. L’uomo, infatti, con la manifestazione della divinità, non ha più giustificazioni
né scusanti per la sua ignoranza e la rivelazione diventa il metro di giudizio dell’autenticità,
della veridicità e dell’apertura effettiva dei cuori.
Tutto ciò, con la rivelazione, è offerto e donato all’uomo nella sua verità e nella sua
completezza. In questo modo, l’uomo dovrà avere la forza e la volontà di lasciare morire i
propri idoli, per poter vedere, o meglio per poter riconoscere ed accettare il vero Dio.

77
Lc 1,68.
78
F. GUGLIETTA, Il discorso di Atene in Atti 17 e la questione della conoscenza di Dio, 24.
79
Ibidem.
80
At 17, 28b - 29a.
81
At 17,28.

15
Cristo, per san Paolo, è dunque il nuovo tempio, il nuovo culto e il vero Dio: è dinanzi a Lui
che si svelano le vere intenzioni dei cuori, ed è dinanzi a Lui, che si compie il giudizio.
Infine, un’ultima considerazione ci viene dal fatto che il discorso dell’apostolo delle Genti
agli areopagiti, è un discorso che Luca riporta in Atti come esemplare per la predicazione ai
pagani, ovvero a coloro cui ancora non è giunta la notizia che il Dio che cercano: «ha messo
fine ai tempi dell’ignoranza»82.
Oggi probabilmente non c’è più «un’Atene» che rappresenti localmente e fisicamente un
luogo dove svolgere tale annuncio liberatorio, ma questo dialogo si potrebbe idealmente
svolgere con coloro che: «dichiarano il loro ateismo e che molto spesso sono uomini in esodo,
alla ricerca dell’avvento del Dio vivente»83.
Il discorso di Paolo all’areopago di Atene, ci insegna infatti anche a saper coniugare
saggiamente la Parola ricevuta, con la cultura con cui si è a contatto, e a ricercare in essa i segni
della ricerca di Dio.
Inoltre, il discorso di Paolo agli areopagiti, ci insegna anche i limiti e le difficoltà di tale
ricerca, ma anche la fermezza e la risolutezza nell’essere e nel rimanere fedeli alla verità, anche
se ciò a volte può comportare l’insuccesso ed il fallimento umano del predicare, dell’enunciare
e dell’evangelizzare.
Infine, queste 13 catechesi di Karol Wojtyla recentemente ritrovate e pubblicate proprio in
questo particolare momento storico, in cui tutti sentiamo nuovamente la necessità di una catechesi
profonda e generale sulle verità della fede, ed in particolare la prima catechesi sul «Dio ignoto»
oggetto di questa dissertazione, riflettono perfettamente la straordinaria concezione del mondo,
nonché «la grande testimonianza dell’uomo e del pastore innamorato di Dio e dell’umanità»84,
facendoci apprezzare ed amare ancora di più il pensiero e le opere dell’allora Cardinale di
Cracovia Karol Wojtyla, divenuto poi il grande papa Giovanni Paolo II.

82
At 17,30.
83
F. GUGLIETTA, Il discorso di Atene in Atti 17 e la questione della conoscenza di Dio, 25.
84
K. WOJTYLA, Cristo la chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, 17.

16
Bibliografia e sitografia

GATTI V., Il discorso di Paolo ad Atene. Storia dell’interpretazione, esegesi, teologia della
Missione e delle Religioni, Parma, CSAM, 1979, 224-225.

GHIDELLI C., L’ignoranza di Dio nei pagani secondo il discorso di Atene (Atti 17,22-31), in
Parole di Vita, 9, 1964, 341,342.

GUGLIETTA F., Il discorso di Atene in Atti 17 e la questione della conoscenza di Dio, in


https://www.academia.edu/33509792/Il_discorso_di_Atene_in_Atti_17_e_la_questione_della_con
oscenza_di_Dio

https://www.treccani.it/enciclopedia/gentili/

https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-
ii_decl_19651028_nostra-aetate_it.html

FABRIS R., Atti degli apostoli, Borla, Città di Castello, 1977, 527.

SCHNEIDER G., Gli Atti degli Apostoli, Paideia, Brescia, 1986, II, 318.

LEVERATTO Y., Il discorso di Paolo di Tarso all’Areopago di Atene, in


http://www.tuttostoria.net/storia-antica.aspx?code=1349

WIKENHAUSER A., Atti, Morcelliniana, 1968, Brescia, 259.

WOJTYLA K., Cristo la Chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago, Libreria Editrice


Vaticana, Città del Vaticano, 2019, 5-20.

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