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Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna

ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE


“Alberto Marvelli”

Parco Culturale Ecclesiale Riminese


Proposte di itinerari tematici per la valorizzazione
dell’Arte Sacra e del Turismo Religioso Riminese:
dalle origini del cristianesimo ai giorni nostri

Tesi finale del Master Universitario di I livello


in Valorizzazione dell’Arte sacra
e del Turismo religioso

Studente Docente
Loris Dott. Derni Giovanni Prof. Gardini
Matricola n.11029

Anno Accademico 2016-2017


PRIMA PARTE

1.1 DEFINIZIONE DI PARCO CULTURALE ECCLESIALE

Per Parco Culturale Ecclesiale, si intende un sistema territoriale che


promuova, recuperi e valorizzi, tramite strategie coordinate ed
integrate, il patrimonio storico, artistico, liturgico, architettonico,
museale e ricettivo di una o più chiese caratteristiche.
Il Parco Culturale Ecclesiale, è un sistema radicato in un determinato
territorio, capace di mettere in relazione tra loro comunità parrocchiali,
monasteri, santuari, aggregazioni laicali e confraternite, con le loro
tradizioni, i loro culti, le loro devozioni, le feste e quant’altro.
Un Parco Culturale Ecclesiale, è quindi un vero e proprio tessuto
connettivo, in grado di valorizzare gli spazi aggregativi, ricettivi, le
antiche vie di pellegrinaggio e le diverse iniziative culturali presenti, in
un determinato territorio.
Obiettivo di questi Parchi Culturali Ecclesiali, è quello di mettere in
rete e valorizzare in modo innovativo, l’arte sacra, nonché i beni
culturali ed ecclesiali legati ai differenti territori, al fine di rilanciare
l’annuncio e la trasmissione della fede, oltre che del turismo religioso.
Promuovere dunque sapere, cultura ed itinerari di senso, mettendo in
relazione soggetti locali diversi, per offrire all’annuncio della fede ed
alla catechesi, il linguaggio dell’arte e della bellezza.
Offrire quindi quella «via pulchritudinis», tanto auspicata anche da
Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, diviene uno degli obiettivi
primari di questi Parchi Culturali Ecclesiali.
Ecco in estrema sintesi, l’obiettivo di questo elaborato scritto dal
titolo «Parco Culturale Ecclesiale Riminese: proposte di itinerari
tematici per la valorizzazione dell’Arte Sacra e del Turismo Religioso
Riminese: dalle origini del cristianesimo ai giorni nostri».
Questa breve esercitazione finale, è quindi rivolta a proporre
potenziali percorsi tematici inerenti l’arte sacra riminese, al fine di poter
contribuire all’eventuale realizzazione di un sistema territoriale
diocesano, finalizzato ad un maggior recupero e ad un’ulteriore
valorizzazione del patrimonio storico, artistico, architettonico, liturgico
e museale delle diverse chiese presenti sul territorio riminese, anche e
soprattutto allo scopo di dare «un’anima» al turismo religioso ed alla
valorizzazione dell’arte sacra riminese.
Questo lavoro, si vuole dunque proporre come modesto contributo,
all’interno di una cornice più ampia, delineata altresì dalle linee guida
proposte rispettivamente dagli orientamenti pastorali: «Educare alla
vita buona del Vangelo»; dal convegno di Firenze «In Cristo il nuovo
umanesimo»; dal magistero del Papa e dal Giubileo della misericordia.

1
Qualora radicato anche sul territorio riminese, il Parco Culturale
Ecclesiale, potrebbe mettere in relazione comunità parrocchiali,
monasteri, santuari, aggregazioni laicali, valorizzando altresì
maggiormente gli spazi di aggregazione, le feste patronali, le antiche
vie di pellegrinaggio, ma soprattutto proponendo concrete esperienze di
catechesi attraverso l’arte sacra, le mostre tematiche, le rassegne, i
festival e quant’altro.

1.1.1. Il turismo culturale e religioso

La crescente necessità di un turismo culturale, educativo, istruttivo e


di qualità, apre dunque nuovi spazi di azione e nuove definizioni di
«turismo religioso», un fenomeno sempre più esaminato ed analizzato,
dagli aspetti assai variegati e diversificati.
A tal proposito, basti pensare che secondo le statistiche, gli italiani
eseguono ogni anno circa 100 milioni di viaggi, ed il nostro Paese resta
saldamente ai primi posti delle mete più ambite dal turismo estero.
Turismo forestiero, che per il 53% privilegia proprio le località
d’arte, con una punta dell’85% per quanto riguarda i giapponesi,
rispetto all’ 11% dei turisti italiani1.
Per la chiesa, ma soprattutto per la chiesa riminese, questa
opportunità offertaci dai Parchi Culturali Ecclesiali, diventa
un’irripetibile occasione per accogliere ulteriormente persone e
sensibilità diverse, attraverso il suo interessantissimo patrimonio di
fede, cultura, arte e tradizione.
Grande risorsa per la nostra diocesi, diventano allora i beni culturali
che la chiesa riminese ha prodotto lungo i secoli: arte sacra che non solo
deve essere mantenuta, tutelata, ma anche e soprattutto valorizzata
attraverso questa ulteriore opportunità offertaci dai Parchi Culturali
Ecclesiali.
Offrire proposte e contributi, al fine di ricostruire un rapporto vivo e
vitale con i beni culturali ed ecclesiali riminesi, è dunque tra gli scopi
di questo elaborato, che si pone al servizio della straordinaria bellezza
dell’arte sacra e del turismo religioso, all’interno della diocesi riminese.
Perché questo accada, è tuttavia necessario che il patrimonio artistico
ed ecclesiale della diocesi di Rimini, possa ulteriormente godere di una
corretta e sempre più maggior valorizzazione.
Al turista e soprattutto al turista religioso, la nostra chiesa riminese è
chiamata ad offrire attraverso l’arte, le immagini, gli arredi, gli ambienti
sia architettonici che naturali, le produzioni musicali e letterarie, le
tradizioni ma anche attraverso le occasioni di preghiera, spazi di senso
e di significato, percorsi di ricerca, di memoria viva, di trasmissione di
valori e quant’altro.

1
Fonte Eurostat.
2
A tal proposito, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, dichiarava che
«l’incontro con la bellezza può diventare il colpo del dardo che ferisce
l’anima ed in questo modo le apre gli occhi».
Ed inoltre aggiungeva: «affinché oggi la fede possa crescere
dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a
entrare in contatto con il bello e annunciare, la verità della bellezza».
Ma anche papa Francesco, all’interno della Evangelii Gaudium,2
conferma ed indica alla chiesa la strada della bellezza, per l’annuncio
di Cristo Risorto: «È bene che ogni catechesi presti una speciale
attenzione alla “via della bellezza”»3.
È dunque auspicabile che ogni chiesa, in particolare quella riminese,
oltre a favorire la valorizzazione dell’arte sacra e del turismo religioso,
promuova la sua opera evangelizzatrice, ritrovando il coraggio di
scoprire nuovi segni, nuovi simboli e nuovi annunci, per la trasmissione
della parola e della fede salvifica in Cristo.

2
N.° 167
3
Via “pulchritudinis”.
3
1.2 IL PARCO CULTURALE ECCLESIALE RIMINESE

Con queste premesse, nasce l’dea di cimentarsi in questa


esercitazione scritta «Parco Culturale Ecclesiale Riminese: proposte di
itinerari tematici per la valorizzazione dell’Arte Sacra e del Turismo
Religioso Riminese: dalle origini del cristianesimo ai giorni nostri»,
concepito al fine di suggerire e proporre itinerari di fede e di arte sacra,
all’interno della diocesi riminese, suddivisi per periodi storici, con un
esplicito riferimento all’annunciazione ed alla trasmissione dei
contenuti della fede.
Come abbiamo accennato inizialmente, per Parco Culturale
Ecclesiale Riminese, intendiamo non soltanto un’area legata al
territorio geografico, ma anche quelle tematiche collegate alla propria
cultura, alle proprie tradizioni, agli stili di vita, alle esperienze religiose,
come risposta alla necessità di tutelare e meglio valorizzare la storia, la
cultura, ma anche e soprattutto gli aspetti ambientali, economici e
spirituali della diocesi riminese.
Per tali ragioni, all’interno di queste proposte di itinerari tematici, ho
cercato di intendere e proporre sotto forma di esercitazione scritta, un
sistema territoriale che possa promuove, recuperare e valorizzare,
attraverso una strategia coordinata ed integrata, l’interessantissimo
patrimonio liturgico, storico, artistico, architettonico, museale e
ricettivo della chiesa riminese, veicolandone al contempo, i contenuti
della fede.
I vantaggi offerti da questa auspicata nuova entità di Parco Culturale
Ecclesiale, come ci viene ricordato dall’Ufficio Nazionale C.E.I. per la
pastorale del tempo libero, turismo e sport, potrebbero essere infatti
molteplici:
- La rete ecclesiale territoriale riminese, entrerebbe in rapporto con le
altre reti ecologico-ambientali, con i sistemi turistici locali, con le
istituzioni, rispondendo così anche alle esigenze aggiuntive di una
fruizione culturale, turistica e del tempo libero, salvaguardandone e
valorizzandone al contempo, l’identità religiosa.
- Il Parco Culturale Ecclesiale, potrebbe essere un ulteriore elemento
innovativo anche e soprattutto nella prospettiva del recupero e del riuso
dell’intero patrimonio ecclesiale, artistico ed immobiliare riminese,
mettendo in relazione soggetti locali diversi, interessati a promuovere e
a dare un volto nuovo al turismo, che non vendano semplicemente un
«marchio», ma che producano cultura e principalmente «itinerari di
senso».
- Potrebbe essere un’indiscussa opportunità per le realtà più piccole, per
le quali è faticoso e spesso problematico, trovare forze e risorse
adeguate, per intraprendere progetti autonomi.
- Offrirebbe la concreta possibilità di contribuire allo sviluppo
economico e sociale sostenibile del territorio riminese, attraverso la
produzione di un’economia di indotto, ma anche offrendo concrete
opportunità di lavoro ai giovani.
4
- Il Parco Culturale Ecclesiale, offrirebbe inoltre l’opportunità di far
entrare a pieno titolo nella quotidianità della prassi ecclesiale riminese,
ambiti pastorali apparentemente settoriali, sicuramente nuovi, ma anche
capaci di influire sugli stili di vita e dei comportamenti del turista,
educandolo al contempo, al senso artistico ed alla passione culturale.
- Non per ultimo, favorirebbe l’occasione di crescita per la vita della
comunità ecclesiale riminese, che si troverebbe sollecitata ad accogliere
al proprio interno, se pure per periodi limitati di tempo, individui con
storie, sensibilità ed esperienze diverse4.

4
Tratto da: «Ufficio Nazionale C.E.I. per la Pastorale del Tempo Libero, Turismo e Sport: il
Parco Culturale Ecclesiale idee e linee orientative».
5
1.3 PREMESSA METODOLOGICA
Parlare esaurientemente di «percorsi tematici dalle origini ai giorni
nostri per la valorizzazione dell’Arte Sacra e del Turismo Religioso»
nell’ambito di un progetto di Parco Culturale Ecclesiale, è alquanto
difficile e lo è ancor di più se si volesse tentare di proporre alcuni
itinerari tematici, inerenti la valorizzazione dell’arte sacra e del turismo
religioso della diocesi riminese.
A Rimini e nel circondario, si può infatti parlare di arte sacra,
solamente per alcune interessanti opere e purtroppo, soltanto per alcuni
brevi e transitori momenti storici.
Malauguratamente, infatti, l’autonomia di cui Rimini godeva come
luogo di elaborazione culturale ed artistica, è stata quasi sempre limitata
e circoscritta nel tempo.
Le committenze delle opere d’arte riminesi, se si escludono alcuni
momenti eccezionali che andremo meglio a delineare, si annuncia
infatti alquanto discontinuo, sia in riferimento alle committenze
pubbliche, che a quelle private. Committenze peraltro spesso incerte ed
influenzate dalle mode forestiere.
Per tali ragioni, questo lavoro tenterà di porre in evidenza i maggiori
fatti artistici, unitamente alle opere d’arte che hanno avuto un reale
interesse per la storia e per lo sviluppo culturale della città di Rimini e
del suo comprensorio.
Proprio tenendo conto di tali motivazioni, al fine di far meglio
emergere dalla densità di memorie l’importanza di alcune opere
artistiche e dei fatti che le hanno prodotte, verranno delineati dei
possibili percorsi tematici, suddivisi per periodi storici, finalizzati
appunto alla valorizzazione dell’arte sacra e del turismo religioso in
un’ottica di predisposizione di un eventuale «Parco Culturale Ecclesiale
Riminese», come ci viene proposto ed auspicato anche dall’Ufficio
Nazionale C.E.I. per la Pastorale del Tempo Libero, Turismo e Sport.
Lungo il corso dei secoli, infatti, nobili e ricchi committenti
Riminesi, ma anche semplici devoti, si sono rivolti a maestranze e
botteghe artigiane, facendo spesso a gara attraverso l’esecuzione di
opere d’arte, al fine di testimoniare la propria fede, ma anche per
lasciare un segno visibile del proprio passaggio attraverso la storia, sia
essa individuale che comunitaria.
L’arte sacra riminese, come andremo meglio a delineare, dalle
espressioni più ingenue e popolari fino a quelle più articolate e raffinate,
è stata da sempre chiamata a conferire splendore, ma anche solennità e
decoro, ai luoghi di culto ed agli arredi sacri della città di Rimini e del
suo circondario.
Una manifestazione di fede e di cultura, che ha coinvolto per
duemila anni della nostra storia, tanto la cattedrale, quanto le chiese
minori, fino alle più periferiche ed umili delle nostre chiese rurali.

6
Fenomeno di profondità, di durata e di capillarità, che ha fatto sì che
anche la più disadorna delle chiese riminesi, si presenti ai nostri occhi
come un «corpo vivo» che custodisce la memoria storica della nostra
collettività.
Questa altissima valenza culturale del patrimonio storico-artistico,
ed il suo valore di ininterrotta testimonianza di fede, è componente
essenziale dell’identità culturale della nostra storia.
Alle soglie del terzo millennio cristiano, non solo dunque la chiesa
riminese, ma sempre più persone avvertono l’importanza di recuperare
le proprie radici cristiane, di ripercorrere la propria storia sulle tracce
artistiche e monumentali del proprio passato.
Pellegrini e turisti, che si possono incontrare ogni giorno nelle chiese
e nei musei, ma anche sulle colline e lungo la riviera dell’intero
territorio diocesano riminese, condividono sempre più, le medesime
esigenze.
Lo studio e la ricerca accurata di questi segni, rende dunque
possibile ed appagante ripercorrere la vita e la storia della comunità
cristiana riminese, attraverso le testimonianze monumentali e artistiche,
che le vicende nel tempo, hanno conservato.
In questo elaborato, tuttavia, non sì è voluto redigere un manuale di
storia dell’arte riminese, con una cronologia di avvenimenti ed una
rappresentazione di stili di vita, ma piuttosto si è tentato di mettere in
evidenza in maniera agile e snella, come le varie committenze
pubbliche e private riminesi, influenzate dalle vicende accorse nell’arco
dei vari momenti storici, abbiano influito nell’illustrare o nel richiamare
soggetti religiosi.
Non si è voluto fare neppure una sorta di guida turistica, che descriva
cioè asetticamente le opere d’arte ed i loro autori.
Troppo spesso, infatti, tali guide turistiche, risultano avulse dal
proprio contesto religioso, umano e soprattutto storico in cui sono state
pensate, volute e dunque create.
Un lavoro, quindi, che intenda far cogliere, come tali testimonianze
monumentali e artistiche, siano fiorite in un contesto sociale ed
ecclesiale tuttora fruite sia dalla società civile, che da quella
ecclesiastica riminese.
In questo modo, ci parranno più chiare sia le intenzioni delle
comunità delle varie epoche storiche, che i sogni e le difficoltà vissute
dalle stesse.
Dalle opere d’arte, infatti, attraverso il percorso offertoci da questa
breve dissertazione, il nostro pensiero correrà immediatamente alla vita,
all’esistenza delle comunità cristiane e non, ai committenti che hanno
commissionato le opere di arte sacra, lungo i secoli della travagliata
storia riminese.
Ogni periodo storico, ha infatti un’anima, una sua storia ecclesiale
ed anche civile e dunque una sua arte, che noi andremo ad esplorare, al
fine di proporre eventuali percorsi tematici, alla ricerca della loro
medesima essenza.
7
Così potrebbe ad esempio capitare che i pellegrini o i turisti,
comincino a considerare le chiese non solo come monumenti o come
musei, come cioè dei semplici contenitore di quadri, sculture, arredi,
ma come luoghi di culto, di vita e di preghiera.
Luoghi di incontro di persone, in cui attorno ma anche dentro di essa,
si è sviluppata una comunità con dei sogni, dei desideri, delle difficoltà,
delle speranze, spesso con influssi notevoli su tutto il territorio e dunque
su tutta la società civile.
È dunque importantissimo recuperare la nostra storia riminese in
riferimento all’arte sacra, perché il cristiano e la Chiesa, vivono nella
storia.
Nel vangelo di Giovanni, infatti, ci viene ricordato che: «Il Verbo si
fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14).
L’incarnazione del Figlio di Dio, è la novità assoluta della fede
cristiana: Dio è con noi e la sua presenza è nella storia dell’uomo come
fatto definitivo e nulla sarà più come prima.
Ripercorrere quindi il nostro passato, non è solo fare memoria di
eventi lontani, ma è affermare la continuità di una storia che ha in Cristo
il suo punto di partenza e di arrivo: Cristo, infatti è l’alfa e l’omega.
I cristiani, non vivono fuori dalla storia, ma si inseriscono in essa e
la trasformano dall’interno, come «il lievito» che fa lievitare tutta la
pasta.
La nostra storia di salvezza, continua dunque attraverso i secoli, e
ripercorrerla attraverso l’arte sacra ed il turismo religioso, ci aiuta non
soltanto a riscoprire le nostre radici culturali, ma anche quelle storiche,
al fine di aiutarci a meglio prendere consapevolezza e discernimento
della nostra attuale vocazione e missione nel mondo.

8
1.4 LA FEDE DEI PADRI E LE IMMAGINI SACRE

La comunità cristiana, a differenza delle altre religioni monoteiste,


come ad esempio l’ebraismo e l’islamismo, ha sempre gradito ed
apprezzato la rappresentazione per immagini della propria fede e della
propria religiosità.
Da ricordare, a tal proposito, che i Padri del VII Concilio Ecumenico
di Nicea, pur condannando l’iconoclastia, affermarono il valore
religioso delle immagini sacre: «Seguendo la tradizione della Chiesa
cattolica noi definiamo che le venerande e sante immagini debbono
essere esposte nelle sante chiese di Dio, sulle sacre suppellettili, sui
sacri paramenti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie. Infatti
quelli che le contemplano sono portati al ricordo e al desiderio dei
modelli originali e a tributare loro rispetto e venerazione»5.
Quindi, mentre nella tradizione della Chiesa d’Oriente, l’immagine
sacra non fu mai rappresentazione visibile della Sacra Scrittura e ancor
meno semplice elemento ornamentale, essendo appunto «sacra icona»,
cioè itinerario che porta alla contemplazione del divino, nella tradizione
occidentale le immagini sacre ebbero un ruolo prevalentemente
didattico, al fine di permettere anche alle persone più semplici, di
istruirsi sugli eventi della salvezza e della storia sacra e magari
attraverso di esse, contemplare le grandi opere di Dio ed elevarsi
spiritualmente.
Bellissimi segni di questa contemplazione, hanno accompagnato il
cammino della Chiesa cattolica nei secoli, giungendo fino a noi nella
magnificenza dei luoghi sacri, nella soavità dell’arte, nell’armonia dei
canti, nel fascino della letteratura.
Ed è dunque con la stessa rinnovata fede, che vogliamo preservare,
rivalutare e valorizzare nelle nostre chiese, le opere d’arte ed il turismo
religioso, sia perché il bello eleva a Dio, sia perché l’arte sacra è essa
stessa via alla preghiera e alla contemplazione del mistero.
La storia della chiesa riminese, è dunque una storia in cammino, essa
non è terminata in un passato più o meno remoto, di cui rimane questa
o quell’opera monumentale e non termina neppure oggi, alle soglie del
terzio millennio.
Come tutta la Chiesa, anche la diocesi di Rimini è incamminata e
protesa verso il terzo millennio cristiano, con il rinnovato impegno ad
una nuova e più allettante missione evangelizzatrice nel solco del
cammino della sua antica fede, in rapporto con i suoi santi patroni, con
la profusione delle proprie tradizioni, ma soprattutto con la splendida
testimonianza di monumenti ed opere d’arte, che il cristianesimo a
differenza di tutte le altre religioni, testimonia da oltre duemila anni.

5
Cfr. Denzinger, 600s.
9
SECONDA PARTE

2.1. ITINERARIO TEMATICO: IL CRISTIANESIMO DELLE


ORIGINI NELLA RIMINI DEGLI IMPERATORI AUGUSTO E
TIBERIO

Pur parlando di arte sacra e di valorizzazione del turismo religioso,


attraverso l’utilizzo di proposte di percorsi tematici suddivisi per
periodi storici, non si può non partire dall’epoca romana.
Un eventuale itinerario tematico che tenesse conto di quest’epoca,
infatti, ci aiuterebbe meglio a comprendere che Rimini, non appariva a
quell’epoca un semplice «centro provinciale» ai margini di un mondo
ben più «vivace».
I numerosi ritrovamenti di ceramiche, contemporanei alla
fondazione della città di Rimini, oltre alla sua ricca e nota monetazione,
dimostrano che Rimini fu un centro molto attivo fin dalle sue origini,
con committenti piuttosto aggiornati sugli ultimi corsi dell’arte, i cui
riflessi sono visibili anche in piacevoli opere di gusto popolare, come
meglio andremo a delineare.
Ma le opere romane più importanti e più celebri della città di Rimini,
sono l’arco d’Augusto ed il ponte di Tiberio.
L’Arco d’Augusto, è una porta urbica monumentale di carattere
onorario, dedicata all’imperatore Augusto, cioè al primo imperatore
romano riconosciuto tale, che eretta nel 27 a.C., aspirava a sottolineare
la liberalità di Augusto, il restauratore delle principali vie d’Italia, oltre
a rimarcare la sicurezza dei confini dell’impero ed il raggiungimento di
una pace stabile.
Il secondo, il ponte di Tiberio, fungeva da ponte sul fiume
Marecchia, quando il suo corso non era ancora stato deviato, la cui
costruzione terminò nel 21 d.C., sotto il governo dell’imperatore
Tiberio.
Al fine di collegare i destini dell’Impero Romano con la città di
Rimini e con l’obiettivo del nostro lavoro, è bene ricordare che gli
imperatori romani Augusto e Tiberio, sono i nomi di quegli imperatori
che vengono citati nel Vangelo di Luca e che sono indissolubilmente
legati agli avvenimenti connessi rispettivamente con la Nascita e la
Pasqua di Gesù Cristo.
Per quanto riguarda la nascita di Cristo sotto l’imperatore Cesare
Augusto, basti citare, infatti, il Vangelo di Luca: «In quei giorni un
decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta
la terra... Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di
Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città
di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria
sua sposa, che era incinta» (Lc 2, 13).

10
Mentre per quanto riguarda la passione e la risurrezione di Cristo,
avvenuta sotto l’Imperatore Tiberio, citiamo sempre nel Vangelo di
Luca, il seguente passaggio: «Nell'anno decimoquinto dell’impero di
Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea...»
(Lc 3, 1).
Gesù, nacque dunque sotto l’impero di Augusto, quando a Rimini
l’Arco era stato eretto da pochi anni, e subì la propria passione sotto
l’imperatore Tiberio, del quale Rimini conserva l’omonimo ponte.
Arco e ponte, che data la loro importanza sono anche rappresentati
nello stemma di Rimini, la cui relazione con gli eventi legati alla nascita
ed alla passione di Cristo, possono essere ricordati dalla città riminese
con fierezza.
Tenendo presente questa breve premessa, ci si può subito addentrare
nella considerazione e soprattutto nella valorizzazione delle specifiche
identità culturali delle opere d’arte sacra, presenti nelle chiese del
territorio riminese.
Chi vorrà percorrere il territorio riminese, troverà infatti, interessanti
e spesso piacevoli testimonianze d’arte sacra e qualche volta veri e
propri capolavori, il cui significato e la cui bellezza, sono esaltati dal
fatto di essere custoditi nei luoghi originari6 e non in musei forestieri.

2.1.1 L’arte sacra nel Cristianesimo delle origini


Cercare notizie ed informazioni relative alle prime opere di arte sacra
cristiana nel riminese, è pressoché impossibile.
Tuttavia presso i Musei Comunali di Rimini, viene conservato un
interessantissimo rilievo marmoreo del IV sec.: un frammento di
limitata dimensione e di provenienza ignota.
In questo splendido frammento, ci sono scolpite tre figure mutilate,
due delle quali facilmente riconoscibili: sono quelle di Gesù e di san
Paolo.
La prima figura sovrasta le altre e tiene il braccio destro alzato, come
per benedire o per comandare, mentre le altre due figure, sollevano il
braccio destro, come per acclamare.
Nel bassorilievo di questo interessantissimo rilievo marmoreo del IV
sec. è stato riconosciuto un frammento di sarcofago che raffigurerebbe,
la «Traditio Legis», «cioè la consegna della Legge da parte di Gesù a
san Pietro, alla presenza di san Paolo e degli altri apostoli: una scena
frequente nei sarcofagi paleocristiani, anche in quelli ravennati, dove
tuttavia compare con un’iconografia diversa»7. L’opera, come
dicevamo, è databile tra la fine del IV e gli inizi del V secolo.

6
P.G.PASINI, Presenze d’arte negli edifici sacri di rimini e del Riminese. Ed. Cassa di
Risparmio di Rimini 2003.
7
P. G. PASINI, Arte e storia della Chiesa riminese, Skira, Milano 1999, Pag.15.
11
Questo fu un periodo di vigorosa espansione per il Cristianesimo e
di relativa tranquillità per la Chiesa riminese, anche se giungevano via
mare voci allarmanti di controversie e di dissidi sempre più profondi,
tra la Chiesa d’Occidente e le Chiese d’Oriente, nonché di nuove eresie,
oltre a quella ariana dei Goti dominatori e del re Teodorico.
In questo momento storico, dunque, la raffigurazione della «Traditio
Legis» posta su un sarcofago esposto poi alla vista dei fedeli, assumeva
chiunque lo avesse commissionato, un valore ed un significato
particolare da parte della committenza, ricordando ed ammonendo alla
comunità, «che Gesù ha consegnato la legge solo a Pietro e agli
apostoli, ed ha lasciato a loro la responsabilità di difenderla e
diffonderla»8.

2.1.2 Il Concilio di Rimini


Come abbiamo già ricordato poc’anzi, non conosciamo molto del
cristianesimo dei primi secoli a Rimini e nel suo territorio, così come
non conosciamo i nomi dei responsabili dell’evangelizzazione della
zona e neppure dei primi vescovi.
Ad ogni modo, nel Riminese, il cristianesimo deve essere arrivato
abbastanza precocemente, come accadde alle altre grandi città portuali
nel Mediterraneo, che erano in contatto con l’Oriente.
Leggende locali, ricordavano il passaggio ed un primo annuncio di
sant’Apollinare e poi dei santi Leo e Marino, elencando tutta una serie
di martiri e di santi dei primi secoli.
Inoltre la tradizione locale, designa in Diocleziano, il loro principale
persecutore.
Tuttavia, è quanto mai difficile distinguere quanto c’è di leggendario
e quanto c’è di vero nei racconti che sono giunti fino a noi, peraltro privi
di documentazione e molte volte comprensibilmente frutto di fantasie
enfatizzate, o per lo più di aggiunte agiografiche.
Ad ogni modo la città di Rimini, è testimone di un primo ed
importante fatto storico: il Concilio di Rimini, convocato
dall’imperatore Costanzo.
La vicenda è purtroppo tristemente nota: una parte dei cristiani,
soprattutto in Oriente, aveva accettato l’Arianesimo che era stato invece
condannato dal Concilio di Nicea, nel 325.
All’imperatore Costanzo, figlio di Costantino, che era a contatto
principalmente con l’ambiente ariano, l’arianesimo pareva coerente e
razionale.

8
Ibidem.
12
La ben nota determinazione di Cristo come «consustanziale» al
Padre, data nel 325 dal Concilio di Nicea, era secondo la sua educazione
pragmatica, solo una delle tante sottigliezza che portava inutilmente a
disordini e separazioni, con il rischio per lui ben più presente, di
indebolire la precaria compattezza dell’Impero da lui presieduto.
Ecco dunque con queste premesse, che l’imperatore Costanzo si fece
promotore di un nuovo concilio, convocato in un primo momento a
Nicomedia e poi a Nicea, avvenuto invece successivamente nel 359 a
Rimini per i soli vescovi d’Occidente e a Seleucia per quelli d’Oriente.
La maggior parte dei vescovi raccolti a Rimini nel 359,
confermarono la condanna dell’Arianesimo, tuttavia sotto le pressioni
dell’imperatore e dell’allora prefetto del pretorio Tauro, vennero indotti
a ratificare alcune locuzioni suggerite dalla medesima corte imperiale,
asserzioni alquanto equivoche ed essenzialmente ariane, che vennero
successivamente rigettate dall’allora Chiesa cattolica.
Soltanto una parte dei vescovi presenti a Rimini, si erano resi conto
dello stratagemma e della doppiezza di esso, rifiutandosi di
sottoscriverlo.
La tradizione narra, che fra i vescovi presenti al concilio di Rimini
nel 359, vi fosse anche Gaudenzo di Efeso, l’allora vescovo di Rimini,
che per questo suo rifiuto alla realizzazione di questo sottile
stratagemma voluto dalla corta imperiale, venne perseguitato dalla
fazione ariana ed infine lapidato.
San Gaudenzo, comunque, non è stato il primo vescovo di Rimini, il
primo vescovo di cui si ha documentazione in diocesi, fu Stemnio, che
peraltro era presente nel 313 ad un altro Concilio che si tenne a Roma,
contro i donatisti.
Ma neppure Stemnio fu il primo vescovo in assoluto, numerose
indicazioni ed anche alcuni reperti archeologici, costituiti per lo più da
lucerne, attestano la presenza di un gruppo di cristiani nella città e nel
territorio limitrofo, già a partire dal terzo secolo.
Per quanto riguarda invece alcune interessanti testimonianze di opere
di arte sacra, da collocarsi nel periodo paleocristiano, potrebbero essere
ritenute di un certo interesse quelle ritrovate nella zona cosiddetta di
«Lagomaggio», una zona esterna alle mura riminesi e vicina alla via
Flaminia.
Questa zona, infatti, è sempre stata indicata come luogo di martirio
e di sepoltura dei martiri riminesi e parzialmente utilizzata da una vasta
necropoli, impiegata anche nel periodo paleocristiano e bizantino.
Nel suo ambito, era stato anche costruito un edificio che, pur con
molti rifacimenti ed ingrandimenti, giunse fino alla fine del XVIII
secolo e perlomeno dal IX secolo, era noto come santuario di San
Gaudenzo.
Nei sotterranei di questo santuario «fuori le mura», si custodivano
numerose spoglie di santi ed arche antiche.

13
Per taluni storici, si trattava addirittura del primo edificio cristiano
del comprensorio riminese, probabilmente della prima cattedrale «fuori
le mura» della città.
Scoperta confermata anche da recenti scavi che hanno suffragato la
sua antichità.
Purtroppo, solo pochissime reliquie sono giunte ai nostri giorni da
questo santuario, compresi i tre grandi sarcofagi databili attorno al V-
VI secolo, che risultano essere senza iscrizioni e dunque non utili ai fini
dell’individuazione di eventuali committenze.
Solamente su uno solo di questi sarcofagi, risultano scolpite tre
grandi croci, e si tratterebbe di manufatti alquanto comuni lungo le
coste dell’Adriatico, specialmente lungo le coste orientali.
Di sarcofagi tardo antichi, la città di Rimini, doveva esserne
comunque piuttosto ricca, esistono infatti numerose segnalazioni in
merito, purtroppo oramai prive di riscontri.
Tuttavia presso i magazzini comunali di Rimini, si possono
ammirare i frammenti di un sarcofago del VI secolo, che era collocato
nel cortile del vecchio vescovado riminese.
Inoltre, sempre presso i magazzini comunali di Rimini, si può
ammirare un altro sarcofago contenente le reliquie di santa Innocenza,
che venne martirizzata sotto l’imperatore Diocleziano.
Ma il più possente dei sarcofagi superstiti giunti fino a noi, è quello
che conteneva i resti di Giuliano martire, probabilmente anch’esso
caduto sotto la persecuzione di Diocleziano9, che si trova attualmente
nell’abside della chiesa di San Giuliano.

9
Altre fonti sostengono che sia caduto attorno al 249 d.c., sotto la persecuzione
dell’imperatore Decio.
14
2.2. ITINERARIO TEMATICO: LA RIMINI PALEOCRISTIANA
NELL’ALTO MEDIOEVO
Al V e VI secolo, invece, appartenevano alcuni edifici sacri notevoli,
come ad esempio quello antichissimo di Santo Stefano nel borgo San
Giovanni, che venne tuttavia riedificato più volte rispettivamente nel
596, nel 1144 e nel 1573.
Inoltre, in tale periodo, troviamo la fondazione di alcuni importanti
edifici dedicati ai Santi Andrea e Donato, che avevano svariati punti di
contatto con il mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.
Il complesso di Santa Croce, invece, noto anche come oratorio della
Crocina, fu fondato nel 591 da Timotea, una patrizia Riminese, ma venne
poi ricostruito nel XVIII secolo.
Infine, troviamo la costituzione dell’edificio dedicato a San Michelino
in foro, di cui rimane purtroppo solamente qualche deteriorata traccia
absidale. Sfortunatamente, anche la chiesa che forse costituì la primitiva
cattedrale della città «fuori le mura», dedicata a San Gaudenzo e
ricordata fin dal VII secolo, venne completamente demolita nel 1812.
Di questo periodo, sostanzialmente integra nella sua struttura, è
rimasta solamente la pieve di San Michele in Acervoli, presso
Santarcangelo, con le pareti esterne ritmate da archi e lesene e con un
luminoso interno.
La pieve di San Michele in Acervoli, risale infatti al VI secolo, ed è
considerata, per maestosità, per nettezza di volumi e per bellezza di
proporzioni, una delle architetture paleocristiane più ragguardevoli ed
importanti della Romagna.
Ovviamente, questa antichissima pieve, va inclusa assieme a quasi
tutti gli edifici riminesi di quest’epoca, nell’ambito dell’arte ravennate,
di cui rispecchia esattamente sia gli indirizzi estetici che le modalità
costruttive.
Successivamente, Rimini venne conquistata ed amministrata
rispettivamente dai Bizantini, dai Longobardi, dai Franchi ed infine
sottoposta al dominio pontificio nel 754.
Per cui il periodo che va dal VII al XII secolo, dovette segnare una
considerevole decadenza.
Probabilmente, proprio per tali ragioni, è dovuta l’estrema rarità di
testimonianze architettoniche di questi secoli nella diocesi riminese,
quasi unicamente costituite dalla pieve di San Salvatore e dall’abside
della pieve di Verucchio, del XII sec..
Qualcosa di più interessante in questo periodo storico, lo si può trovare
nelle chiese di San Leo, oppure nel territorio cesenate e forlivese, che
conservano ancora qualche rara e preziosa testimonianza «preromanica».
Per quanto riguarda invece le sculture di questo periodo, è sufficiente
aggiungere che non mancano testimonianze decorative di un certo
interesse, ma anche queste sono per lo più testimonianze frammentarie e
disomogenee, in gran parte raccolte ed esposte presso il Museo della
Città di Rimini.

15
Le prime testimonianze artistiche certe nel riminese, cominciano ad
infittirsi, quando la città che faceva parte dello Stato Pontificio ed era
amministrata da conti, cominciò a trovare una propria autonomia politica
ed economica.
2.2.1. Le prime chiese paleocristiane di Rimini
Come anticipato poc’anzi, in merito ai primi edifici sacri riminesi,
abbiamo purtroppo poche notizie certe, e generalmente le committenze
delle prime chiese paleocristiane andate oramai distrutte, venivano
riconosciute ai vescovi Stemnio e Gaudenzo.
Luigi Tonini, uno tra i più illustri storici riminesi, pensava che le più
antiche chiese paleocristiane riminesi, fossero quelle intitolate agli
apostoli, in particolar modo ai Santi Pietro e Paolo, divenuta poi
successivamente la chiesa di San Giuliano, che venne successivamente
riedificata nel XVI secolo.
Ma anche le prime chiese paleocristiane dedicate rispettivamente a
Sant’Andrea, a San Tommaso, a San Luca divenuta poi Santa Maria in
Corte, oltre che ai primi martiri locali, cioè Sant’Innocenza e San
Gaudenzo, insieme alla Cattedrale, probabilmente intitolata allo Spirito
Santo, andarono purtroppo tutte completamente distrutte.
Di un periodo di poco successivo, vi sarebbero le chiese
paleocristiane dedicate invece a San Michele Arcangelo, a San Giorgio,
a San Vitale, le cui dedicazioni sembrerebbero rimandare al periodo
esarcale, durante il quale Rimini ebbe un ruolo importante come una tra
le principali città della Pentapoli marittima, nel conflitto fra Goti e
Bizantini.
Chiese ed edifici purtroppo anch’essi scomparsi, con la sola
eccezione di San Michele, di cui rimane ad oggi qualche vestigia.
Di questo affascinante periodo paleocristiano, per avere le prime
notizie sicure di edifici sacri, dobbiamo attendere il periodo di Galla
Placidia e dell’Esarcato.
A Galla Placidia, imperatrice romana e figlia dell’imperatore
Teodosio I, secondo lo storico Agnello, si doveva la realizzazione della
basilica di Santo Stefano, più volte distrutta e riedificata e ora
completamente scomparsa, nel borgo orientale della città di Rimini.
Dovrà passare circa un altro secolo, per trovare traccia di quella che
potremmo definire la prima committenza documentata, dovuta ad una
agiata signora, una certa Timotea, grazie alla quale si deve la
costruzione dell’oratorio di Santa Croce, consacrato dal vescovo
Castorio nel 592.
Edificio anch’esso purtroppo scomparso, ma che ci ha lasciato
qualche frammento, ritrovato di recente sotto alla chiesa sconsacrata,
detta la «Crocina».
Le prime chiese paleocristiane, di cui possediamo una qualche
documentazione archeologica abbastanza consistente, sono dunque
molto poche.

16
Tra le più antiche, sembrerebbe quindi esserci quella dei Santi
Andrea e Donato, databile attorno al V-VI sec., situata anch’essa fuori
dalle mura, vicino all’attuale Porta Montanara, che era l’ingresso urbico
meridionale della Rimini romana,10 ai margini anch’essa di una antica
necropoli.
I resti di questa antica chiesa paleocristiana, sono stati scavati ed
esplorati fra il 1863 e il 1865 da Luigi Tonini che, oltre a recuperare
molto materiale, riuscì anche a stabilirne la forma e la storia.
In breve, si trattava di un edificio di dimensioni modeste, come del
resto lo era la maggior parte degli edifici sacri dei primi secoli del
Cristianesimo, anche se venivano chiamate basiliche, monasteri, oppure
oratori.
La chiesa dei Santi Andrea e Donato, aveva la propria pianta
«orientata» a croce greca, una cupoletta ornata di mosaici ed un nartece
e sembra fosse abbastanza simile, anche nelle misure di 14 x 10 m., al
cosiddetto Mausoleo Ravennate di Galla Placidia e ad altri edifici di
culto, eretti nel V secolo.
Numerose sono le decorazioni di questo e del secolo successivo,
basate sui motivi della croce, del monogramma di Cristo, della vite e
dell’uva, da soli o associati, ripetute in forme sempre più stilizzate e
astratte.
Anche i plutei all’interno della chiesa dei Santi Andrea e Donato, lo
ricordiamo databili attorno al V-VI sec., sono decorati con i consueti
motivi delle croci e dei tralci di vite con grappoli e foglie di vite, i
cosiddetti «pampini».
Uno di questi plutei, scolpito su entrambe le facce, presenta un disco
solare tangente in alto e in basso all’interno della riquadratura, con una
croce, al centro.
Un altro pluteo, invece, sempre proveniente dalla medesima chiesa
dei Santi Andrea e Donato, presenta su una faccia solo una grande croce
e sull’altra il classico «chryrsmon» iscritto all’interno di una corona
d’alloro, stante a significare la celebrazione del Cristo vittorioso, anzi
trionfante.
Il soggetto espressivo della croce «trionfante», lo ritroviamo altresì
enunciato in un minuscolo reliquiario d’argento, trovata nel sepolcro
delle reliquie di un altare laterale dell’antica chiesa dei Santi Andrea e
Donato, non solo incisa su tutti e sei lati, ma nel coperchio fiancheggiata
dalla prima e dall’ultima lettera dell’alfabeto greco: l’alfa e l’omega.
Alfa e omega, simboli del principio e della fine del cosmo, di «colui
che è, che era e che viene», cioè di Dio, secondo le parole
dell’Apocalisse.

10
Ad oggi l’unico esempio dell’Italia settentrionale giunto fino a noi, di porte urbiche di età
sillana. Tratto da Rimini-it.it.
17
Questo raro reliquiario d’argento, è oggi conservato tra il materiale
paleocristiano dei Musei Comunali di Rimini, assieme ad altri
frammenti di lapidi, recuperati dallo storico Luigi Tonini nello scavo
che fece tra il 1863 ed il 1865, tra cui alcune lastre tombali databili tra
il VI ed il X secolo, importanti sia per la forma della scrittura, quanto
per il contenuto delle iscrizioni medesime.
Ad esempio, una di queste epigrafi, ci erudisce sul fatto che la chiesa
era dedicata oltre che ai Santi Andrea e Donato, anche a Santa Giustina,
mentre alcuni frammenti di iscrizioni sepolcrali in lingua greca,
confermano la presenza nella Rimini del V-VI secolo, di personalità
legate alla Grecia bizantina e dunque, alla burocrazia della corte
imperiale.
Stando alle cronache riminesi, la chiesa dei Santi Andrea e Donato,
potrebbe essere stata distrutta poco dopo la metà del Quattrocento, forse
nel 1462 o 1463, nel corso delle lotte contro la signoria di Sigismondo
Pandolfo Malatesta.
Risulta invece più recente, attorno al 1834, la distruzione di un’altra
chiesa paleocristiana riminese: la chiesa di San Gregorio, che come
emerse da alcuni rilievi grafici eseguiti dal riminese Piero Santi, era a
croce latina, con abside curva e cupola, sorretta da colonne.
La chiesa di San Gregorio, era collocata anch’essa fuori dalle mura,
dal lato orientale della città, probabilmente anche lei situata al margine
di una antica necropoli, probabilmente quella che affiancava per un
miglio la via Flaminia in uscita dalla città di Rimini.
Per quanto riguarda la struttura architettonica di quest’ultima chiesa
paleocristiana, essa sembrerebbe fosse assai più evoluta di quella della
chiesa dei Santi Andrea e Donato, per la presenza di colonne «libere»
con capitelli e pulvini riccamente scolpiti e di pennacchi di raccordo
nella cupola.
Per concludere questo lungo ma doveroso paragrafo, le committenze
di questo periodo paleocristiano, seppur poche e frammentate,
sembrerebbero tutte quante risentire dell’influenza ravennate-bizantina.
Influenza che diviene chiara, ed è particolarmente evidente, nelle
decorazioni musive, che offre i motivi consueti alle decorazioni
ravennati del V e VI secolo, con temi e soggetti che vanno dagli agnelli
alle palme, dalle ghirlande di fiori a quelle di foglie e frutti che
terminano in canestri, dal rappresentare l’abbondanza e la dolcezza dei
doni dello Spirito, ai simboli apocalittici degli evangelisti.
Committenze che hanno richiesto l’esecuzione altresì di opere di arte
sacra con soggetti, quali ad esempio, la mano dell’Onnipotente che
porge la corona della vittoria al Figlio, simboleggiato da una croce
gemmata su un trono regale, cui due figure offrono anch’esse la corona.

18
Il trionfo della croce e quindi il trionfo di Cristo e del Cristianesimo,
sembra dunque la tematica principale in questo determinato periodo
storico dell’arte sacra riminese, che veniva celebrato anche in questa
chiesa di San Gregorio del VI secolo e purtroppo andata demolita nel
1834.
Tematica, quella del trionfo della croce, che ritroviamo altresì nella
chiesa dei Santi Andrea e Donato, chiesa anch’essa andata distrutta
poco dopo la metà del Quattrocento, ma che non ha impedito al
messaggio salvifico e vittorioso della croce redenta, di giungere intatto
sino a noi.

19
2.3 ITINERARIO TEMATICO: COMMITTENTI E
COMMITTENZE DELL’ARTE SACRA RIMINESE
DOPO L’ANNO MILLE

Come ricordato poc’anzi, Rimini venne successivamente conquistata


ed amministrata rispettivamente dai Bizantini, dai Longobardi, dai
Franchi ed infine assoggettata al dominio pontificio nel 754.
Per cui nel periodo che va dal VII al XII secolo, davvero rare sono le
testimonianze architettoniche di questi secoli, quasi unicamente
costituite dalla pieve di San Salvatore e dall’abside della pieve di
Verucchio del XII sec..
Al 1157, risale invece la concessione da parte di Federico
Barbarossa, di certe autonomie quali ad esempio: la facoltà di eleggere
magistrati, di battere moneta, etc., concessioni che costituivano il
riconoscimento ufficiale di un libero Comune.
Tuttavia, non è che l’autonomia di cui godeva Rimini significasse
pace, infatti il XIII secolo, vide anche qui le consuete e feroci dispute
tra i Guelfi, rappresentati rispettivamente nel nostro territorio riminese
dai Gambacerri e dai Malatesta, ed i Ghibellini impersonati dagli
Omodei e dai Parcitadi, per il dominio della città.
Tuttavia, l’autonomia e la libertà di cui godeva Rimini, accrebbero
notevolmente il tenore di vita, il benessere economico e soprattutto il
desiderio di aumentare il prestigio dell’intera comunità riminese.
Si assistette, dunque in questo periodo, ad un infittirsi delle
manifestazioni artistiche a seguito soprattutto del fervore edilizio, che
portò alla costruzione di numerosi edifici, come ad esempio il palazzo
dei «Guelfi» Malatesta, conosciuto anche con il nome di «Gattolo»,
successivamente demolito nel Quattrocento, per far posto a Castel
Sismondo.
Oppure si assistette alla costruzione del palazzo dei «Ghibellini»
Parcitadi, le cui ultime vestigia andarono distrutte nel 1963.
Non mancarono, in questo periodo, le committenze e l’edificazione
di alcune chiese, purtroppo anch’esse andate distrutte o profondamente
trasformate, comprese le nuove absidi e la nuova cripta della cattedrale
di Santa Colomba, riconsacrata nel 1154 e purtroppo demolita nel 1815,
dopo essere stata più volte rimaneggiata.
Dei pochissimi edifici superstiti di questo periodo, il più rilevante è
il «Palatium Comunis», cioè l’Arengo11.
Costruito nel periodo che andava dal 1204 al 1207, sotto il podestà
bolognese Madio de’ Carbonesi, l’Arengo costituiva il simbolo del
potere civile, accanto alla cattedrale, che rappresentava invece il potere
religioso.

11
L’Arengo, nel medioevo, era il luogo dove i cittadini insorti contro i feudatari si riunivano
per auto organizzarsi.
Indetto dal magistrato cittadino, esso deliberava solitamente per acclamazione.
Essendo un organo sovrano del Comune, ne regolava la costituzione, decidendo altresì la
pace, le guerra e le alleanze, inoltre legiferava ed eleggeva i pubblici ufficiali.
20
Nel Palazzo del Comune, o dell’Arengo, i cittadini riminesi
dichiaravano la loro libertà e la loro indipendenza dalla Chiesa e per
questo motivo, vollero il palazzo ampio e bellissimo.
Finalmente il consiglio generale del popolo, non era più costretto a
riunirsi nella cattedrale e poteva quindi sottrarsi più facilmente
all’ingerenza del Vescovo12.
La storia dell’Arengo riminese, è anch’essa purtroppo assai
tormentata, ma nonostante i rimaneggiamenti subìti fra Cinque e
Seicento e nonostante i restauri troppo «suggestivi» del 1919-23, esso
ha mantenuto quasi del tutto intatta la sua struttura, legata alla sua
funzione principale, di accogliere le assemblee dei cittadini.
Struttura, quella riminese, che lo rende tipologicamente analogo ed
affine agli arengari e dunque a tutti i palazzi comunali, di tutta l’Italia
settentrionale.
Degno di nota, è sottolineare che l’Arengo riminese, si presenta con
proporzioni armoniose e massicce, con il primo piano caratterizzato da
grandi esafore e pentafore sostenuto da sei archi a sesto acuto, i primi
forse che appaiono nelle costruzioni civili romagnole.
In questi archi, più che nelle grandi polifore, comincia ad avvertirsi
un timido, ma precoce interesse per le novità architettoniche gotiche,
elementi di questo stile, che si affermarono più compiutamente nelle
fabbriche degli ordini religiosi, come vedremo meglio in seguito,
durante il XIII secolo.
In particolare troveremo elementi di questo stile goticheggiante,
rispettivamente negli ordini dei frati Minori di San Francesco giunti a
Rimini nel 1257, negli Eremitani di Sant’Agostino approdati nel 1256
e nei Predicatori di San Domenico, sopraggiunti sempre a Rimini, nel
1254.
La chiesa dei Francescani, edificata nella seconda metà del
Duecento, due secoli dopo venne completamente trasformata nel
«Tempio Malatestiano», come vedremo meglio in seguito.
In origine, essa, doveva trattarsi di una costruzione alquanto
semplice, ad unica navata, di fattezze sostanzialmente romaniche.
Probabilmente, alla prima chiesa dei Francescani, apparteneva il
grande portale marmoreo, di cui si conservano numerosi frammenti nei
magazzini dei Musei comunali, che doveva senz’altro costituire la parte
più notevole dell’edificio, con i bellissimi intagli e la profonda
strombatura, nel caratterizzare significativamente la facciata
dell’edificio.
Sagome e profili altrettanto singolari, li ritroviamo nella chiesa di
Sant’Agostino, anch’essa sorta nella seconda metà del secolo, e
anch’essa profondamente trasformata e rimaneggiata.

12
PASINI P.G. Impara l’arte, in Federico Fellini: la mia Rimini/ prefazione e postfazione di
Sergio Zavoli; a cura di Mario Guaraldi, Loris Pellegrini Rimini: Guaraldi, 2003.

21
Tuttavia la sua parte absidale, sfuggita ai rifacimenti, insieme ad una
parte delle cortine laterizie laterali, ci aiuta a comprendere quelli che
furono i caratteri delle committenze di queste fabbriche duecentesche,
compresa quella di San Domenico, andata distrutta nel 1816.
Esse erano improntate ad un certo elegante verticalismo,
impreziosite da elementi «moderni», tali da farle risultare con alte e
strette finestre con ricchi cornicioni in cotto, ma comunque
semplicissime e sostanzialmente legate ad una sobria e morigerata
architettura tradizionale, tipica dell’epoca.
In quale modo ed in quale misura questi edifici duecenteschi fossero
decorati, non possiamo dirlo con certezza, quasi sicuramente essi
furono completati nelle parti ausiliarie, arricchiti ed impreziositi di
pitture ed arredi, soltanto dall’inizio del Trecento.
Tuttavia, a Rimini, non esistono testimonianze pittoriche del XIII
secolo, possiamo infatti solamente ipotizzare generiche influenze
umbro-pisane sui prodotti locali, basandoci sulla presenza di Crocifissi
di provenienza dell’ambiente legato alla cerchia di Giunta Pisano13 a
Longiano, Cesena e Faenza, oltre che a Bologna.
Dell’unico Crocifisso duecentesco che si trovava nel territorio
riminese, posto all’interno della chiesa dei Francescani di Villa
Verucchio, non rimane che una copia.
Sul finire del Duecento, diverse cose cambiarono nella Rimini
dell’epoca, non soltanto per la situazione edilizia ed urbanistica.
I nuovi ordini mendicanti, come esporremo meglio in seguito,
svolsero ben presto sia direttamente che indirettamente, un ruolo assai
importante nel risollevare le sorti della cultura e dell’arte sacra
riminese, annientando nel contempo le numerose sette religiose, che al
pari delle fazioni politiche, avevano per certi aspetti disgregato la vita
cittadina riminese del tempo, tramandando intatto il messaggio
salvifico e vittorioso del Cristo risorto, attraverso i secoli a venire.

13
Giunta Pisano, è il soprannome di Giunta Capitino, vissuto tra il 1200 ed il 1260 circa. Egli
è stato considerato il maggiore innovatore della pittura italiana nel secondo quarto del XIII
secolo, prima di Cimabue.
22
2.4 ITINERARIO TEMATICO: LA SCUOLA RIMINESE DEL
TRECENTO E LE SUE COMMITTENZE
Le differenti lotte per il potere, ebbero fine quando i «Guelfi»
Malatesta, riuscirono ad avere definitivamente la meglio sui
«Ghibellini» Parcitadi nel 1295, diventando di fatto i signori di Rimini.
Solamente allora, le rinnovate condizioni economiche, politiche,
sociali ma soprattutto spirituali, permisero alla città di uscire dalla
situazione di mero provincialismo in cui si era venuta a trovare dopo la
tarda età romana.
Sul piano delle committenze artistiche, dunque, Rimini grazie alla
signoria dei Malatesta, poteva finalmente esprimere un proprio
sviluppo ed una propria dignità pittorica: la rinomata scuola riminese
del Trecento14.
Scuola pittorica riminese del Trecento, che dopo la scuola fiorentina
e la scuola senese, conquistò il terzo posto nella storia dell’arte italiana
del suo secolo.
Le premesse che resero possibile l’attività di questo nutrito gruppo
di artisti riminesi, conosciuti appunto come «la scuola riminese del
Trecento», sono da ricercare sia nella migliorata situazione economica
e spirituale, che nell’incremento edilizio e commerciale della città di
Rimini.
Tuttavia, i presupposti stilistici di questa scuola pittorica riminese,
vanno ricercati in uno dei centri maggiori dell’arte italiana dell’epoca:
Assisi, dove lavoravano contemporaneamente Cimabue e i Maestri
romani, ma soprattutto dove cominciava ad esprimersi artisticamente
Giotto di Bondone, come andremo meglio a delineare.
Nel primo decennio del Trecento, Giovanni da Rimini, rappresentò
egregiamente questa rinomata scuola pittorica riminese, quando
affrescò nella cappella del campanile di Sant’Agostino, le storie della
Vita della Vergine.

14
La scuola riminese del Trecento, è una scuola pittorica giottesca, che si originò a Rimini,
nella prima metà del Trecento. In questo periodo, Giotto passa da rimini e ci si ferma, prima
di raggiungere Padova, dove avrebbe dipinto la Cappella degli Scrovegni.
Nel suo soggiorno riminese, Giotto realizza degli affreschi, che sono andati perduti ed un
crocifisso che ora è visibile presso la Cattedrale “Tempio Malatestiano” di Rimini.
Il passaggio di Giotto, esercita una forte influenza sulla scuola pittorica riminese, almeno
fino alla metà del secolo: per questo è chiamata “Scuola Riminese”.
I suoi esponenti più rappresentativi sono: Giovanni e Pietro da Rimini.
23
Il linguaggio pittorico di Giovanni da Rimini, era originale ed inedito
per quell’epoca: il pittore riminese, aveva infatti una concezione quasi
mistica dello spazio e della figura umana, ma ormai distante dal
misticismo astratto che è tipico dell’arte bizantina, composto
principalmente, per riassumere, da «calligrafie tradizionali, oltrepassate
da un lirismo intenso che si esprimeva attraverso un fare pacato,
solenne, lontano tanto dal vano descrittivismo, quanto dal facile
dramma»15.
Questa inclinazione, per certi aspetti, «lirica» della scuola pittorica
riminese, verrà raramente contrastata dalla pittura riminese trecentesca,
la quale per molto tempo, riuscirà a dipingere solenni figure «frementi
di una vita recondita, nonché di spazi immaginari e silenziosi, attraverso
misurate ed eterogenee pause compositive, nonché a tenui stesure
cromatiche»16.
Al fine di meglio comprendere la peculiarità di questa apprezzabile
scuola pittorica riminese del Trecento, che lo ricordiamo dopo quella di
Firenze e Siena, conquistò il terzo posto nella storia dell’arte italiana
del suo secolo, vi è da ricordare come il mezzo figurativo che
caratterizzava maggiormente le opere di questi pittori riminesi, fu anche
e soprattutto il colore.
Un colore più sensibile alle variazioni del sentimento, che a quelle
della luce reale, un colore a volte profondo come quello delle pitture o
degli smalti bizantini, ma a volte tenero e vellutato come quello di certe
atmosfere padane.
Temi pittorici e tinte, in sintesi, che non si spiegano con le esperienze
giottesche, né con i lontani ricordi dei mosaici ravennati e, bisogna
prenderne atto, come vero e proprio esito più originale di questa
straordinaria scuola pittura riminese17.
Attorno al 1300, come già accennato, troviamo a Rimini Giotto in
persona, impegnato presso i Francescani, presumibilmente
nell’affrescare la cappella absidale della loro chiesa di San Francesco,
purtroppo demolita un secolo e mezzo dopo, da Sigismondo Pandolfo
Malatesta.
Di questo soggiorno riminese di Giotto, rimane a Rimini presso il
Tempo Malatestiano, uno stupendo Crocifisso su tavola, che
precedentemente attribuito ad un ignoto Maestro riminese, è stato
invece recentemente rivendicato dalla critica moderna, come una tra le
sue opere più alte.

15
PASINI P.G. Impara l’arte, in Federico Fellini: la mia Rimini/ prefazione e postfazione di
Sergio Zavoli; a cura di Mario Guaraldi, Loris Pellegrini Rimini : Guaraldi, 2003.
16
Ibidem.
17
Ibidem.
24
La delicatezza della forma plastica, che definisce rigorosamente la
struttura del corpo di Gesù, e soprattutto la profondità di sentimento che
conferisce alla figura un’altissima carica di umanità quasi sacrale,
rendono certi per quest’opera, una derivazione indubbiamente
Giottesca.
Tornando alla scuola pittorica riminese del Trecento, le opere
riminesi di Giotto ed in particolar modo di questo Crocifisso, furono
basilari, probabilmente ancor più delle esperienze fatte da Giotto, in
Assisi.
Il medesimo Giovanni da Rimini, nel realizzare i suoi Crocifissi, pur
senza astenersi dalla luminosità dei suoi colori e a quel tono
elegantemente «lirico» che contraddistinse la sua arte, risentì nella
disciplinata semplicità dell’impianto disegnativo, del Crocifisso
Giottesco Malatestiano.
Ma secondo lo storico riminese Pier Giorgio Pasini, l’artista che
maggiormente riporta la meraviglia ed il fervore per le opere riminesi
di Giotto, è senz’altro un ignoto «Maestro» che avrebbe abbellito la
splendida abside ed il magnifico timpano sull’arco trionfale della chiesa
di Sant'Agostino, pressappoco verso il 1310.
Sempre secondo lo storico riminese Pier Giorgio Pasini, Giovanni da
Rimini, unitamente a questo sconosciuto «Maestro», avrebbero
contribuito forse più di tutti gli altri pittori, al formarsi di una vera e
propria «civiltà pittorica riminese»18.
Quando finirono i lavori presso l’abside di Sant’Agostino, vera e
propria «palestra di addestramento» per i giovani artisti locali della
«scuola pittorica riminese del Trecento», essi dovevano già essere
divenuti piuttosto celebri.
Poco dopo, infatti, altri pittori riminesi cominciarono a far apparire i
loro colori teneri, chiari e squillanti, in forma di figure un po’ rigide ed
assorte, rispettivamente a Pomposa, a Bagnacavallo, a Bologna, a Jesi,
a Fabriano.
Inoltre, dovevano già essere in giro per l’Italia numerose tavolette
dorate, su cui spiccavano scene della vita di Gesù, oppure soavi
Madonne col Bambino, le più antiche delle quali, attribuite appunto a
Giovanni da Rimini.
Come accennato in precedenza, Giovanni da Rimini ha
indubbiamente saputo scomporre tutte le varie componenti della sua
preparazione, nella stesura di colore delicato e smagliante in toni
evidentemente lirici, affidandosi ora ad una remota ed ancestrale fissità,
ora ad un leggero e sottile sentimentalismo, ma rifiutandosi e
respingendo sempre la mera narrazione ed il melodramma, tipici di altri
artisti dell’epoca.

18
Ibidem pag.15.
25
Altre interessanti opere della scuola pittorica riminese del Trecento,
sono invece attribuite a Pietro da Rimini, a cui si debbono le
rappresentazioni di alcuni drammatici crocifissi e di grandi cicli di
affreschi, rispettivamente a Ravenna, a Padova e a Tolentino.
Pietro da Rimini, rispetto ai più anziani Giovanni da Rimini,
Giuliano, ed al «Maestro ignoto» di sant’Agostino, ha una pittura
decisamente più vivace e drammatica dei suoi colleghi, oltre
probabilmente ad avere anche una maggior capacità imprenditoriale.
A Pietro da Rimini, infatti, si possono ascrivere i maggiori cicli di
affreschi riminesi, rispettivamente del terzo e quarto decennio del
Trecento.
Da notare, tuttavia, che essendo i cicli di affreschi lavori d’équipe,
quasi nessuna loro impresa pittorica sarebbe opera di un solo maestro,
e questo fatto è normalissimo, soprattutto per la scuola pittorica
riminese, dato che nella consuetudine e nella tradizione della pittura
riminese, per quanto vi si distinguano alcuni maestri, non sembrerebbe
essere mai esistito un capo né una personalità che più delle altre l’avesse
caratterizzata.
Probabilmente, in una città come Rimini, non doveva esserci posto
per tante botteghe di singoli pittori, seppur erano molti certamente,
stando anche ai nomi che ci sono giunti attraverso le varie opere: Neri,
Giuliano, Giovanni, Pietro, Baronzio, Francesco.
Oppure, tra le ipotesi, verosimilmente i pittori della scuola riminese
erano riuniti in un’unica grande bottega, che si avvicendava sui palchi
oppure davanti ai cavalletti, affidando ai vari artisti le opere a seconda
delle proprie attitudini, delle proprie esperienze e probabilmente in
rapporto alle richieste delle committenze.
Per tale motivo, come aveva già sottolineato lo storico e critico
dell’arte Cesare Brandi19 nel 1935, il resoconto della pittura riminese,
lo si può fare solo in parte e con prudenza, per monografie.
Per concludere questa doverosa parentesi, sulla scuola pittorica
riminese del Trecento, si ritiene che l’ultima grande opera riconducibile
con sicurezza ai pittori riminese, sia la decorazione di Santa Maria in
Porto Fuori20 a Ravenna, andata purtroppo anch’essa quasi totalmente
distrutta, durante il corso della seconda guerra mondiale.
Poco tempo dopo, in un breve volgere di anni forse addirittura di
mesi, rapidamente come era fiorita, la scuola pittorica riminese del
Trecento, tramontava.

19
Cesare Brandi, Siena 8 aprile 1906 - Vignano 19 gennaio 1988, è stato uno storico
dell'arte, critico d'arte e saggista italiano, specializzato nella teoria del restauro.
20
La basilica santuario di Santa Maria in Porto è un importante luogo di culto a Ravenna.
Essa è sede del Santuario della Madonna Greca, Patrona di Ravenna.

26
Addirittura, le ultime tavolette e gli ultimi Crocifissi raffigurati e
dipinti oramai in maniera stentata e calligrafica, sembravano più frutto
di un’abilità artigianale, che una vera e propria opera sorretta dal
sentimento e dalla passione tipica degli artisti.
Giovanni Baronzio, risulta essere l’ultima figura notevole della
scuola pittorica riminese del Trecento, artista che tuttavia segna anche
il periodo di declino nella sua opera migliore: il dossale di Macerata
Feltria, realizzato nel 1345 ed attualmente ad Urbino, splendido ricamo
di colori e grafismi superficiali.
Attorno al 1350, le cronache, ci riferiscono che la scuola pittorica
riminese, incapace di rinnovarsi, di aggiornarsi e di modernizzarsi,
cessava di esistere, probabilmente perché privata dei suoi artisti
migliori, a seguito della terribile peste che colpì anche la città Rimini,
nel 1348.
Alla scuola pittorica riminese del Trecento, che lo ricordiamo
nuovamente dopo la scuola fiorentina e quella senese, conquistò il terzo
posto nella storia dell’arte italiana del suo secolo, le era dunque bastato
solamente un mezzo secolo per disseminare in una vasta area che
andava dai confini del Trentino a quelli del Lazio, alcune delle più
affascinanti immagini di tutto il Trecento, stimolando addirittura i
lavori e le opere dei pittori bolognesi, veneti e marchigiani.
Prima di chiudere completamente questa doverosa parentesi inerente
la scuola pittorica riminese del Trecento, converrà ribadire che lo
slancio ed il fervore artistico che caratterizzò la Rimini della prima metà
di questo secolo, non è che un aspetto dell’alto livello culturale
raggiunto dalla città, il cui nome fu reso illustre e famoso, oltre che dagli
imperatori Augusto e Tiberio, anche dai signori di Rimini, i Malatesta,
come andremo meglio a delineare nel prossimo paragrafo.

27
2.5 ITINERARIO TEMATICO: IL QUATTROCENTO
RIMINESE ED IL TEMPIO MALATESTIANO
Ai primi anni del Quattrocento, più precisamente al 1404, appartiene
invece la croce dipinta dal veneziano Nicolò di Pietro, che si trova
all’interno della collegiata di Verucchio.
Essa, risulta essere una delle opere più interessanti di questo artista, e
nei primi decenni di questo secolo, vanno altresì collocate
l’Annunciazione e la Crocifissione di Ottaviano Nelli da Gubbio,
entrambe conservate in santa Maria delle Grazie, a Rimini.
Non è possibile narrare molto in merito alle committenze dell’arte del
primo Quattrocento a Rimini, tuttavia è degno di nota ricordare il
delicato periodo storico, in cui la città di Rimini fu retta saggiamente da
Carlo Malatesta, che non solo amò le lettere ed i letterati, ma che si
prodigò anche per porre fine allo scisma d’Occidente, in un momento
alquanto turbolento, in cui venne definitivamente consolidata
rispettivamente la fama politica e quella guerriera dei Malatesta.
Tuttavia, l’arte del Quattrocento a Rimini, ebbe un grandissimo
impulso soprattutto ad opera del fratello di Carlo, Sigismondo Pandolfo
Malatesta, unico esempio di meraviglioso e superbo principe
rinascimentale.
A Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, si deve infatti
l’erezione di Castel Sismondo, iniziato nel 1437, che doveva essere
all’epoca, uno dei più imponenti palazzi-fortezza del secolo.
Roberto Valturio21 e Maffeo Vegio22, rispettivamente uno storico ed
un umanista italiani del Quattrocento, attribuiscono il progetto di tale
imponente castello, a Sigismondo Pandolfo Malatesta medesimo.
Il castello malatestiano, si rivela in gran parte ancora concepito entro
il gusto gotico, sia in riferimento all’irregolare distribuzione delle varie
planimetrie e dei prospetti, sia per l’utilizzo degli archi acuti che per la
vivacità pittorica degli inserti lapidei e ceramici apposti alle sue torri,
che alle sue cortine, un tempo colorate

21
Roberto Valturio: Rimini, 10 febbraio 1405 – 30 agosto 1475, è stato uno storico italiano.
22
Maffeo Vegio: Lodi, 1407 – Roma, 1458, è stato un umanista italiano.

28
2.5.1 Il Tempio Malatestiano
La cattedrale di Rimini, attualmente intitolata a Santa Colomba e
comunemente denominata «Tempio Malatestiano», era in precedenza
conosciuta come chiesa francescana dedicata a San Francesco.
Essa venne ampliata e trasformata da Sigismondo Pandolfo
Malatesta nel XV secolo ed adibita a cattedrale soltanto nel 1809, dopo
la soppressione napoleonica del precedente convento francescano e la
successiva sconsacrazione e distruzione dell’antica Santa Colomba.
Nel XIV secolo, nonostante si trattasse di una chiesa assai modesta
ad unica navata, venne scelta dai Malatesta, signori della città di Rimini,
come luogo per la loro sepoltura e dunque arricchita di altari, cappelle
ed importanti dipinti, alcuni dei quali eseguiti dallo stesso Giotto di
Bondone.
I lavori incominciarono nel 1447 ed il Tempio Malatestiano venne
rinnovato completamente da Sigismondo Pandolfo Malatesta, grazie ai
contributi di artisti quali Leon Battista Alberti, Matteo de’ Pasti,
Agostino di Duccio, Piero della Francesca.
Sebbene rimasto incompleto per complesse vicende che andremo
meglio a delineare, il Tempio Malatestiano rappresenta indubbiamente
l’opera chiave del Rinascimento riminese, nonché una delle architetture
più significative del Quattrocento italiano in generale.
La chiesa francescana, nonostante le sue dimensioni relativamente
modeste, veniva già utilizzata nel 1312 come luogo di sepoltura della
famiglia Malatesta, essa era impreziosita da altari ed opere d’arte, ai
quali fu chiamato a contribuire, appunto, anche Giotto di Bondone.
Sotto la signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesta, fu deciso
nel 1447 di disporre una prima cappella dedicata a San Sigismondo,
protettore del committente, assegnando il progetto al veronese Matteo
de’ Pasti.
Negli anni seguenti, a seguito di una propizia e favorevole
successione di riconoscimenti e vittorie, Sigismondo Pandolfo
Malatesta, signore di Rimini, decise di estendere il progetto a tutto
l’edificio e non più soltanto alla cappella dedicata a San Sigismondo.
In questo mutato progetto, ebbe sicuramente un ruolo di primaria
importanza Leon Battista Alberti, il quale progettò ed iniziò a far
costruire una nuova sistemazione architettonica esterna, che
annoverava secondo alcune testimonianze impresse in una serie di note
medaglie dello stesso Matteo de’ Pasti databili 1450, l’aggiunta di una
rotonda all’estremità della chiesa, coperta da una cupola, ad imitazione
di quella del Pantheon che si trova a Roma.
I lavori concernenti il progetto di Leon Battista Alberti, iniziarono
verosimilmente nel 1453 e qualora il progetto fosse stato compiuto, la
navata avrebbe assunto un ruolo di semplice accesso al maestoso
edificio circolare e sarebbe stata molto più evidente la funzione
celebrativa dell’intero edificio.

29
Il motivo iconografico della costruzione, è alquanto insolito per una
chiesa cristiana.
Nell’allestimento decorativo originale, i rimandi religiosi tipici sono
talmente limitati e nascosti, da sembrare a prima vista del tutto
mancanti.
Sigismondo Pandolfo Malatesta, infatti, edificò tale splendido
edificio, esclusivamente come suo sepolcro, per la sua dinastia e per i
dignitari a lui prossimi e lo costruì come un immenso mausoleo
celebrativo di sé stesso e della sua nobile casata, presumendo una
iconografia articolata in un complesso linguaggio di tipo neoplatonico,
da cui nacque appunto la denominazione di Tempio Malatestiano.
La costruzione di questo Tempio Malatestiano, contribuì
all’inasprimento dei rapporti con papa Pio II Piccolomini, che essendo
già difficili prima della sua elezione nel 1458, anche a causa delle
precedenti campagne militari ostili a Siena, città natale del Papa,
degenerarono ulteriormente fino alla famosa scomunica subìta da
Sigismondo Pandolfo Malatesta, nel 1460.
Tuttavia sarebbe riduttivo leggere il Tempio Malatestiano solo come
sfida personale di Sigismondo Pandolfo Malatesta a Papa Pio II
Piccolomini, anzi esso andrebbe piuttosto letto come massima
manifestazione di una raffinata cultura di tipo neoplatonico,
intellettuale e idealistica, tipica delle più raffinate corti dell’epoca.
La lettura dell’allestimento iconografico del Tempio Malatestiano,
non si presenta affatto semplice e in esso si possono ritrovare
rispettivamente le ascendenze di Macrobio, Platone, Porfirio,
Giamblico e Gemisto Pletone.
Nel 1460, dietro la direzione dei lavori del Leon Battista Alberti,
erano state ultimate tre cappelle ed i rivestimenti esterni, realizzati
rivestendo la precedente struttura medievale.
Tuttavia Sigismondo Pandolfo Malatesta, nell’agosto del 1462,
venne sconfitto nella battaglia del Cesano, presso Pian della Marotta
sulle rive del fiume Cesano, dalle truppe di papa Pio II Piccolomini,
alleatesi con le truppe di Federico da Montefeltro.
A seguito di tale sconfitta, Sigismondo Pandolfo Malatesta,
interruppe l’edificazione del Tempio Malatestiano, tranne l’aggiunta di
un sarcofago, inerente il filosofo neoplatonico bizantino Giorgio
Gemisto Pletone, che venne inserito nel 1464.
Giorgio Gemisto Pletone, è bene ricordarlo, fu tra i più influenti ed
importanti pensatori dell’epoca, il quale influì non solo sulla riscoperta
di Platone nella cultura umanistica del primo Rinascimento, ma che fu
altresì portatore di un ideale di unificazione delle diverse religioni.
Tra i primi artisti degni di nota, che si allontanarono dalla fabbrica
del Tempio Malatestiano, vi fu nel 1457 Agostino di Duccio, che
consegnava al Tempio Malatestiano riminese, alcuni tra i suoi
bassorilievi più belli e significativi.

30
Poi se ne andarono tutti gli altri, tranne Matteo de’ Pasti, che oltre ad
aver diretto la costruzione e la progettazione all’interno del Tempio,
aveva fuso per Sigismondo Pandolfo Malatesta, alcune tra le sue più
belle medaglie, ancor oggi visibili.
Tra gli artisti, che avevano contribuito ad aumentare lo splendore
della corte malatestiana riminese, dietro la committenza illuminata di
Sigismondo Pandolfo Malatesta, vi è da ricordare anche e soprattutto
Piero della Francesca.
Piero della Francesca, oltre ad aver dipinto all’interno del Tempio
Malatestiano l’affresco con il medesimo committente Sigismondo
Pandolfo Malatesta davanti a San Sigismondo nel 1451, aveva altresì
dipinto un ritratto su tavola dello stesso Sigismondo Pandolfo Malatesta,
che a tutt’oggi si trova esposto presso il Louvre di Parigi.
Opera magnifica e notevolissima, per la saldezza dei colori, ben
evidenziati dallo sfondo scuro dell’opera.
Il grande cantiere malatestiano riminese, non sembrerebbe tuttavia in
questo periodo aver suscitato vocazioni artistiche fra gli artisti riminesi23,
infatti anche nella seconda metà del Quattrocento, continuarono ad
arrivare a Rimini, opere forestiere come ad esempio la Pietà di Giovanni
Bellini nel 1470, ora esposta al Museo della Città, insieme alla pala del
Ghirlandaio del 1494, commissionata dall’ultimo signore di Rimini,
Pandolfo IV Malatesta, che vi è raffigurato assieme alla sua famiglia.
Il periodo aureo della signoria dei Malatesta, era dunque
definitivamente tramontato con la sconfitta di Sigismondo Pandolfo
Malatesta, e con esso scomparve anche il raffinato ed elegante
mecenatismo, che li aveva contraddistinti.
L’iniziativa privata, per quanto riguarda la committenza di opere di arte
sacra nel territorio riminese, riprese sì vigore, esprimendosi sul finire del
Quattrocento rispettivamente nella costruzione di cappelle gentilizie e
funerarie in varie chiese, così come nella commissione di sculture e dipinti,
ma senza mai raggiungere i livelli a cui l’aveva portata l’illustre mecenate
Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini.
Tornando al Tempio Malatestiano, dietro l’impulso dell’ordine
francescano, che reggeva a quell’epoca la chiesa, i lavori ripresero negli
anni successivi, ma perso l’originale slancio del committente, essi
proseguirono in difformità dal progetto di Leon Battista Alberti, per essere
completati solamente nel 1503.
Nel 1809, le ben note soppressioni napoleoniche, chiusero il convento
francescano e a seguito della sconsacrazione e della demolizione
dell’antica Santa Colomba, il Tempio Malatestiano fu consacrato
a cattedrale cittadina, assumendo la dedica della santa medesima.

23
Tranne Giovan Francesco da Rimini e Lattanzio da Rimini, il primo nato attorno al 1420,
che lavorò tuttavia a Padova, dove tenne anche una bottega e le cui opere sono perlopiù a
Roma, Liverpool, Urbino, Pesaro, Parigi e Bologna.
Mentre Lattanzio da Rimini, nipote di Bittino da Faenza e scolaro di Giovanni Bellini, lavorò
come maestro nel 1492 e poi da solo a Venezia e nei paesi dell’entroterra veneto e lombardo.
31
Durante la seconda guerra mondiale, il Tempio Malatestiano subì
ingentissimi danni, la zona absidale assieme a buona parte della copertura,
fu distrutta e riedificata in forme alquanto semplificate, con l’esterno in
mattoni a vista e l’interno ricoperto da un austero ed essenziale intonaco
bianco.
Soltanto di recente, l’altare maggiore è stato impreziosito da un
rinomato crocifisso di Giotto, che l’artista avrebbe dipinto durante il suo
soggiorno a Rimini, nel periodo compreso tra il 1308 ed il 1312.
Infine, la facciata del Tempio Malatestiano ed i suoi fianchi, furono
talmente danneggiati dalla seconda guerra mondiale, tanto che per
ricostruirli, si dovette procedere con un difficilissimo intervento,
scomponendo e ricomponendo l’intero paramento murario, numerando i
vari pezzi ed i molteplici blocchi lapidei, che ci restituirono l’antico
splendore del Tempio Malatestiano, così come pensato e voluto da
Sigismondo Pandolfo Malatesta, con non pochi sforzi e fatica.

32
2.6 ITINERARIO TEMATICO: IL CINQUECENTO E LE
INFLUENZE DELLA RIFORMA TRIDENTINA SULL’ARTE
SACRA RIMINESE
Per quanto riguarda l’arte sacra, il XVI secolo riminese, segna un
periodo di stasi non solo per quanto riguarda la situazione artistica, ma
anche per tutta la vita riminese.
L’unico edificio sacro risalente a questo periodo, purtroppo di scarso
interesse artistico, è la chiesa di San Giuliano, edificata tra il 1571 ed il
1578.
Probabilmente a quell’epoca, conclusasi la parabola dei Malatesta
signori di Rimini, la città non se la passava troppo bene sotto il governo
pontificio.
Tuttavia, nella seconda metà del XVI secolo ci fu un importantissimo
avvenimento, che ebbe forte influenza anche sull’arte sacra riminese:
a seguito del Concilio di Trento, tenutosi tra il 1543 ed il 1563, l’attività
pastorale dei vescovi riminesi fu assai intensa ed appassionata.
Tale attività di intenso rinnovamento, venne rivolta anche alla
diocesi riminese, rispettivamente sia al clero che ai fedeli, ma anche alle
questioni spirituali ed a quelle morali, così come alle tematiche culturali
che a quelle materiali.
A Rimini, dietro la spinta ed il fervore post conciliare, si insediarono
ben presto nuove case religiose, che tenendo conto del loro carisma e
della loro specificità, si incaricarono dei compiti e delle mansioni di
testimonianza, di predicazione, di insegnamento e dunque di
committenze di opere sacre.
Tra le nuove congregazioni religiose insediatisi nel territorio
riminese in questo periodo, possiamo annoverare rispettivamente i
Cappuccini che giunsero a Rimini nel 1564, i Carmelitani che vi
giunsero nel 1573, i Teatini nel 1601, i Minimi nel 1614 ed i Gesuiti
che vi giunsero nel 1628.
Ma la riforma tridentina, ebbe un altro vantaggio per la diocesi
riminese, spronando infatti i vescovi riminesi verso una miglior
formazione culturale e spirituale del proprio clero, essi fondarono nel
1586 il Seminario di Rimini, considerato uno dei più antichi seminari
ad essere stati istituiti.
Il Concilio di Trento, pretese inoltre anche dai parroci riminesi, non
solo un maggior impegno pastorale, ma anche una maggior dedizione
per gli edifici sacri a loro affidati, cui andavano ristabiliti funzionalità
e decoro e di cui frequentemente andavano ricostituiti anche i corredi.
Tuttavia, per quanto riguardava i restauri architettonici, le nuove
costruzioni, i nuovi altari e le nuove decorazioni, sarebbero stati
necessari finanziamenti che andavano ben oltre a quelli dei
parrocchiani.

33
Le committenze di nuove immagini per gli altari, cominciavano
dunque a tener presente il decreto del Concilio Tridentino sulle
immagini sacre, il quale riaffermava la loro funzione pedagogica e
devozionale, assai spesso persa di vista, rispettivamente durante l’epoca
umanistica e quella rinascimentale.
Il richiamo del Concilio Tridentino, non fu senza esito: la scelta dei
motivi delle decorazioni ma soprattutto dei soggetti sacri dei dipinti
posti sugli altari, veniva ora fatta con una maggiore oculatezza dai
committenti.
Sembrerebbe, inoltre, che anche gli artisti delle committenze
riminesi, non rimanessero indifferenti all’esortazione di una maggiore
naturalità, una maggiore positività e di una maggiore partecipazione al
compito di insegnare ed esortare i fedeli, abbandonando
progressivamente inutili edonismi e intellettualismi tipici dei
manieristi.
Pertanto sparirono e vennero abolite dalle opere d’arte, le grottesche,
i mostri, i simboli astrusi, le allegorie che a volte risultavano
decisamente incomprensibili
Ritornarono in auge le consuete raffigurazioni di Gesù crocifisso,
oppure di Gesù deposto, ma anche una ritrovata predilezione per le
scene di martirio, specialmente quelle più crudeli, anche se descritte con
aria tra il divertito ed il leggendario.
In seguito, prevalsero opere riguardanti il primato di Pietro, oppure
riguardanti le apparizioni miracolose, le conversazioni sacre, le estasi e
le glorie, tuttavia senza particolare azione che avevano come interpreti
la Vergine ed i santi titolari delle varie chiese o dei rispettivi altari.
Non mancarono ovviamente riferimenti anche a qualche santo
moderno, come ad esempio Carlo Borromeo, raffigurato in preghiera
oppure in estasi.
In questa direzione, esploreremo meglio e più da vicino il percorso
artistico di Giovanni Laurentini, detto l’Arrigoni, il pittore più attivo e
più rilevante dei decenni tra i due secoli XVI e XVII, che iniziando da
un manierismo decorativo ed alquanto ricco di cromatismi, approdò
successivamente ad un manierismo rigoroso, intriso di suggestioni
naturalistiche.
L’Arrigoni, probabilmente nato a Sant’Agata Feltria verso il 1550,
merita una specifica citazione, sia in riferimento alle considerevoli doti
poetiche, sia per aver operato permanentemente a Rimini, a tal punto
che viene dichiarato riminese, da tutti gli scrittori antichi, fino alla sua
morte avvenuta nel 1633.
Purtroppo la maggior parte delle sue opere, è andata distrutta, ma
quelle poche opere che rimangono, conservate ai Servi, alle Grazie, a
San Bernardino ed al Museo della Città, ci testimoniano che egli fu un
leggiadro seguace ed un raffinato interprete, dei modi cd. «barocceschi»
e che fu altresì attento agli ultimi sviluppi, del cd. «manierismo
romano».

34
Quel che più colpisce nell’opera dell’Arrigoni, oltre alla soavità
pittorica, è una celata vena naturalistica, che si rivela in improvvisi
guizzi di luce ed in inconsueti umili particolari.
Giovanni Laurentini, detto appunto l’Arrigoni, si occupò inoltre
anche di architettura, a lui va infatti attribuito l’accurato basamento
della stupenda statua bronzea di Paolo V in piazza Cavour a Rimini,
opera di Nicolò Cordier e Sebastiano Sebastiani del 1614, unica scultura
riminese di un certo rilievo, in questi secoli.
Era infine sempre dell’Arrigoni, quello che potrebbe essere
considerato l’ultimo capolavoro del manierismo riminese, la chiesina
della Madonna del Paradiso, del periodo compreso tra il 1600 ed il
1602, prossimo al Tempio Malatestiano.
Chiesina della Madonna del Paradiso, distrutta durante la seconda
guerra mondiale, che inoltre conservava la tomba di Alessandro
Gambalunga, il fondatore della omonima biblioteca riminese, che
nell’anno della sua morte, il 1619, venne donata al comune di Rimini
ed è considerata essere una tra le prime biblioteche pubbliche d’Italia.
Per quanto riguarda le opere pittoriche di arte sacra, anche se non vi
sarebbero altri pittore riminesi di particolar interesse in questo periodo
storico, va tuttavia citata qualche notevole opera di artisti forestieri.
In primo luogo, è bene menzionare le due grandi pale dipinte da
Giorgio Vasari, rispettivamente nel 1547 e nel 1548.
La prima pala, l’Adorazione dei Magi, è esposta nella chiesa di San
Fortunato, ed è un’opera popolata da una policroma moltitudine di
individui festosamente irrequieti, in cui l’artista, si mostra influenzato
dal sontuoso cromatismo veneziano.
Questa pala, era affiancata da altre due opere, ora disperse: l’una con
il corteo dei Magi e «cavalli, liofanti e giraffe», mentre nel presbiterio
e nella cupola, vi erano affrescati Orfeo, Omero, Virgilio, Dante,
assieme a molte altre figure.
L’altra opera del Vasari, invece, sono le Stimmate di san Francesco
esposte nel Tempio Malatestiano. Anch’esso mostra influenze dalla
pittura veneta, soprattutto per quanto riguarda il paesaggio e si presenta
dipinto su un registro di tonalità basse, grigie e brune.
Il «manierismo»24 tipico di quell’epoca, era inoltre presente anche a
Rimini, con due grandi opere del ravennate Francesco Longhi.
La sua prima opera, la visione della beata Chiara del 1568, venne
dipinta originariamente presso la chiesa degli Angeli ed attualmente si
trova nel duomo di Cervia.

24
Il manierismo, è una corrente artistica prima italiana e poi europea del XVI secolo.
Il significato inizialmente con accezione positiva nell’opera vasariana, venne
successivamente trasformato nei secoli XVII e XVIII, assumendo una connotazione negativa.
I «manieristi» erano infatti quegli artisti che avevano tralasciato di prendere a modello la
natura, secondo l’ideale rinascimentale, ispirandosi esclusivamente allo stile dei tre grandi
maestri: Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Le opere dei manieristi, vennero così
banalizzate come una sterile ripetizione dei forme altrui, veicolate spesso da un’alterazione
del dato naturale.

35
Mentre la sua seconda opera, la Vergine con il Bambino, san
Giuseppe e santa Barbara del 1581, che si trovava nel Tempio
Malatestiano, è andata purtroppo distrutta.
Come non ricordare, infine, nel 1587 l’ampia pala dipinta da Paolo
Veronese, raffigurante la condanna e il martirio di san Giuliano per
l’omonima chiesa riminese.
Paolo Veronese, in quest’opera, vi ha riprodotto tecniche già adottate
altrove, realizzate inoltre con l’intervento di numerosi aiuti, ma tuttavia
di una bellezza e di una maestosità tali, che dovettero esercitare un certo
fascino e suscitare un rilevante interesse negli artisti che operavano
nella città attorno in quegli anni.
Eventi circoscritti, di quell’interessamento per la natura, che
caratterizzerà anche buona parte della pittura riminese del Seicento.

36
2.7 ITINERARIO TEMATICO: L’ARTE SACRA RIMINESE
DEL SEICENTO, TRA CONTRORIFORMA E BAROCCO
Agli inizi del Seicento, sembrerebbe che a Rimini, per quanto
riguarda l’orientamento dell’arte, si volga decisamente verso la pittura
veneta.
Di certo, Rimini riceve tele di Domenico Tintoretto, del Padovanino,
di Palma il Giovane e di Cosimo Piazza, anche se fra il 1620 ed il 1630,
le opere più prestigiose, rimangono senz’altro quelle bolognesi
dell’Albani e del Massari, riprodotte per i Serviti e a tutt’oggi
conservate presso la loro chiesa, ora parrocchiale, di Santa Maria in
Corte.
Degno di nota è da ricordare che nel 1601, a Santarcangelo di
Romagna, da una famiglia di origine marchigiana, nacque il celebre e
rinomato pittore Guido Cagnacci.
Guido Cagnacci, ebbe un’educazione presso la scuola bolognese e fu
inoltre a Roma con il Guercino tra il 1621 ed il 1622, negli anni cioè, in
cui ferveva l’attività dei cd. «caravaggisti riformati».
Ai «caravaggisti» bolognesi, Guido Cagnacci, guardò soprattutto
nella stesura delle sue prime opere, conosciute nel riminese durante il
periodo compreso tra il 1625 ed il 1635, che rivelavano una esaltante
venerazione rispettivamente per i modi del Saraceni, del Borgianni e
del Gentileschi, oltre ad un’adesione nitida ed entusiastica alla realtà,
con un impegno caratteristico ai problemi relativi alla luce ed al colore.
Quindi le opere di Guido Cagnacci, vennero influenzate ben poco
dall’ambiente artistico riminese, e anzi, apparvero subito in netto
contrasto con tale ambiente.
Si pensi ad esempio alla Vocazione di san Matteo nel Museo della
Città, oppure alla pala con i santi Carmelitani in san Giovanni Battista,
altrimenti alla pala con san Giuseppe e sant’Eligio nella collegiata di
Santarcangelo.
Opere, solo per citarne alcune, in cui il Guido Cagnacci, ha cercato
un legame ben stretto con la realtà, tramite sperimentazioni stilistiche e
tattili, che denotano una notevole maturità pittorica ed una discreta
cultura, unitamente al desiderio di restituire ai personaggi una
raffigurazione fisica, con una ben precisa caratterizzazione emotiva e
psicologica.
Gli anni a cavallo tra il 1637 ed il 1642, furono per Guido Cagnacci,
anni di ricerca e di studio attorno al quesito di un eventuale proporzione
tra le aspirazioni emotive idealizzanti e quelle realistiche, in cui
sperimentò, stimolato dall’esempio di guido Reni e di Giovanni
Francesco Barbieri, meglio conosciuto anche come il Guercino, il
colore luminoso e brillante, tipico della pittura veneta.

37
Nel 1644, Guido Cagnacci, abbandonati i lavori che stava eseguendo
a Forlì presso la cupola della Madonna del Fuoco in Cattedrale, si
dileguò dalla scena romagnola, vagando tra Bologna, Firenze, Venezia,
per stabilirsi e risiedere in quest’ultima città attorno al 1650, dove tenne
bottega per quasi un decennio e dove creò molte delle sue famose
«donne ignude» a mezza figura, che potevano essere trasformate con
qualche attributo, su richiesta del committente, rispettivamente in
Cleopatre, Maddalene, oppure Lucrezie.
Nel 1658, infine, Guido Cagnacci si trasferì a Vienna presso la corte
di Leopoldo I, dove morì nel 1663.
Tra i suoi ultimi lavori, è doveroso ricordare l’accurato e lucente san
Girolamo, tutt’ora a Vienna ed alcune malinconiche e sensuali «Morti
di Cleopatra», che si trovano rispettivamente a Milano e a Vienna.
Un altro degno pittore, che a Rimini si avvicinò a Guido Cagnacci e
cercò di raccoglierne l’eredità, fu Giovan Francesco Nagli, detto il
Centino, probabilmente dal nome dalla sua città natale.
Le opere migliori del Centino, dopo l’Annunciazione di san
Fortunato del 1638, andata purtroppo distrutta durante la seconda
guerra mondiale come molte altre sue opere notevolissime, sono: il
sant’Agostino di Rimini, ad oggi esposto presso il Museo di Rimini, il
san Martino di Verucchio presso la collegiata, i santi Vito e Modesto di
San Vito a Rimini, l’Annunciazione di Montiano.
Esse, sono tutte opere improntate al naturalismo, vincolate in una
cauta e rilassata osservazione della realtà, ricche di una candida vena
poetica.
Ma il Centino non si occupò soltanto di pittura, egli si occupò anche
di architettura e prese parte, ad esempio, alla ricostruzione del tempietto
cinquecentesco di Sant’Antonio.
Il Centino, non è tuttavia l’ultimo dei pittori riminesi del Seicento, a
Cattolica infatti nel 1630 nacque Cesare Baciocchi, che assunse il
cognome della madre Caterina Pronti e si fece Agostiniano.
Il Cesare Pronti, si educò rispettivamente nell’ambiente pittorico
bolognese, alla scuola del Guercino e poi a contatto col Cignani, infine
dal convento di Ravenna in cui si era stabilito, mandò in tutta la
Romagna, molte delle sue tele.
Le opere del Pronti, in particolar modo quelle del suo primo periodo
in cui si rivela influenzato dal Guercino, sono ragguardevoli sia per il
forte chiaroscuro, che per il vigoroso colore.
Tuttavia, anche gli altri suoi lavori sono notevoli, per una accurata
eleganza compositiva ed un piacevole gusto narrativo.
Rinomate sono le opere del Pronti, in chiaroscuro, tra le quali degne
di nota sono i ventisei piccoli episodi, con la vita di san Girolamo,
dipinti per l’omonima confraternita riminese e che attualmente si
trovano presso l’oratorio di San Giovannino.

38
Tra i quadri più ragguardevoli, che Cesare Pronti ci ha lasciato a
Rimini, vi sono quelli di san Fortunato, raffiguranti san Bernardo
Tolomei ed i santi Benedetto, Mauro e Placido, ambedue eseguiti
attorno al 1655.
Cesare Pronti, che morì a Ravenna nel 1708, non può essere ritenuto
un riminese, tuttavia essendo nato nel territorio, lo storico Pier Giorgio
Pasini lo colloca a chiusura di quest’ultima «felice stagione pittorica
della nostra città»25.
Da ricordare, infine, che proprio sul finire del XVII secolo, più
precisamente nel 1672, a seguito di un devastante terremoto, la
ricostruzione di Rimini e dei paesi limitrofi colpiti, avvenne assai
lentamente a seguito degli scarsi mezzi finanziari a disposizione.
Di conseguenza, anche gli edifici, furono in gran parte rattoppati, più
che ricostruiti e restaurati a regola d’arte.
Anche le chiese, ovviamente, ebbero il medesimo trattamento,
tuttavia mentre quelle degli ordini religiosi più importanti e dunque
ricchi, non persero l’occasione per rinnovare in tutto o in parte le loro
strutture ecclesiastiche e le opere di arte sacra, grazie ai patrimoni
eccezionali messi a disposizione dai loro ministri generali, altre chiese
vennero demolite oppure lasciate alla loro mercé.
Per quanto riguarda un esempio di ricostruzione post-sisma del XVII
secolo riminese, si può prendere a modello il caso della chiesa degli
Agostiniani.
La chiesa degli Agostiniani, subì una completa ristrutturazione
interna a partire dal 1676, con rivestimenti e grossi cornicioni che
ritmavano lo spazio, unitamente alla nuova copertura in un soffitto
piano, progettato da Ferdinando Bibiena e dipinto successivamente da
Vittorio Bigari, nel 1722.
Interno della chiesa, che si poté tuttavia dichiarare completato
solamente verso il 1750, quando Carlo Sarti vi modellò otto grandi
statue di santi agostiniani, all’interno delle nicchie.
Ferdinando Bibiena, Vittorio Bigari, Carlo Sarti e anche
Marcantonio Franceschini, autore attorno al 1690 della più bella pala
della chiesa, raffigurante san Tommaso da Villanova, erano tuttavia
bolognesi.
Ma anche gli artisti che lavorarono nelle altre chiese di Rimini e
dintorni a cavallo tra il XVII e XVIIII secolo, come andremo meglio a
delineare nel prossimo paragrafo, erano quasi tutti bolognesi.

25
PASINI P.G. Impara l’arte, in Federico Fellini: la mia Rimini/ prefazione e postfazione di
Sergio Zavoli; a cura di Mario Guaraldi, Loris Pellegrini Rimini: Guaraldi, 2003.

39
2.8 ITINERARIO TEMATICO: IL SETTECENTO RIMINESE,
UN’EPOCA DI RINNOVAMENTO E DI TRASFORMAZIONE
ARCHITETTONICA
Mentre il Seicento, da un punto di vista architettonico, non vanta
opere di rilievo, ad esclusione di palazzo Gambalunga edificato nel
1610, della oramai distrutta chiesa di San Girolamo degli anni 1628-38
e del riammodernamento della chiesa di Sant’Agostino nel periodo
compreso tra il 1618 ed il 1626, con il XVIII secolo abbiamo invece un
forte incremento edilizio, non solo a Rimini, ma in molte province
subalterne alla dominazione dello stato pontificio, ed in ogni caso, in
tutti i centri romagnoli.
Giovan Francesco Buonamici, vissuto tra il 1692 ed il 1759, è
sicuramente il principale protagonista dell’architettura riminese
settecentesca, che cominciò dapprima come pittore presso la scuola del
Cignani, ma che ben presto si dedicò unicamente all’architettura.
In quell’epoca, il Buonamici eseguì parecchi lavori impegnativi e
riscosse molta rinomanza, come ad esempio la cattedrale di Ravenna,
edificata tra il 1734 ed il 1743, a seguito dell’abbattimento dell’antica
basilica Ursiana.
Tuttavia, i suoi migliori risultati Giovan Francesco Buonamici, li
ottenne principalmente in fabbricazioni più modeste, come ad esempio
la chiesa di San Salvatore a Fano presso l’eremo di Monte Giove, eretto
tra il 1741 ed il 1760, oppure con la chiesa di San Bernardino a Rimini,
edificata tra il 1757 ed il 1759.
Quest’ultima chiesa, ultimata circa un mese dopo la sua morte, è
formata da un’unica navata, di una raffinatezza lineare e da una
chiarezza compositiva mai superate per tutto il secolo XVIII, da altri
edifici riminesi.
Giovan Francesco Buonamici, non sconfessò mai la sua formazione
alla scuola bolognese, ma la seppe arricchire ed aggiornare con
ponderatezza, esaminando con attenzione le opere che si stavano
costruendo a Roma e nelle regioni in cui egli operava, in particolar
modo la Romagna e le Marche.
In particolar modo, custodì la sua passione per l’eleganza e la
sobrietà, per cui nelle sue opere respinse sia le pesanti decorazioni
barocche, che i delicati orditi decorativi tipici del rococò.
Senza ombra di dubbio, si può sostenere che Giovan Francesco
Buonamici, ebbe nella prima metà del Settecento, l’esclusiva su quasi
tutte le edificazioni riminesi più importanti di quell’epoca e
probabilmente, fatta forse l’unica eccezione per il convento dei Gesuiti
che ad oggi è l’Ospedale civile, eretto nel 1749 su disegno del
bolognese Alfonso Torreggiani, al Buonamici si devono
rispettivamente: la realizzazione della Torre dell’orologio edificata tra
il 1753 ed il 1759, la Pescheria eretta nel 1747 e la oramai distrutta
piazzetta dell’Episcopio istituita nel 1750, oltre alla costruzione di
opere «civili», anche a Pesaro, Fano e Senigallia.

40
Dopo Giovan Francesco Buonamici, nessun altro riminese si è più
messo in evidenza in campo architettonico, e le opere più rilevanti della
seconda metà del secolo XVIII, sono di architetti forestieri, come ad
esempio il Morelli, il Borboni e lo Stegani.
Nel 1786, a seguito di un forte terremoto che danneggiò gravemente
la città di Rimini, giunsero numerosi altri urbanisti, quali il Morigia, il
Piccioli, il Valadier.
Particolarmente meritevoli di apprezzamento, inoltre, sono le
molteplici opere del cesenate Giuseppe Achilli, tra le quali risalta per la
propria solennità e la propria magnificenza, il convento degli
Agostiniani, iniziato nel 1787 e purtroppo rimasto incompleto, a seguito
delle soppressioni napoleoniche del 1797.
Indiscusso capolavoro di questo architetto cesenate, è probabilmente
la chiesa parrocchiale di Saludecio eretta tra il 1792 ed il 1800, con stili
e forme ormai sopravvenienti, dall’influenza del neoclassicismo.
Collegato a Giovan Francesco Buonamici, in quanto a preparazione
ed operosità, troviamo lo stuccatore bolognese Carlo Sarti, che tuttavia
visse ed operò permanentemente a Rimini e nel suo circondario.
Nipote del celebre Sebastiano Sarti e come lui soprannominato
Rodellone, Carlo Sarti è un caratteristico esponente della cultura
bolognese, come si può notare ad esempio nelle statue di Santa Croce,
realizzate attorno al 1750.
Oltre alle raffinate statue in Sant’Agostino ed in San Bernardino, va
sicuramente rammentato il monumento al cavalier Antonio Alvarado,
esposto presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie, dove un panneggio
sorretto da un putto vivace, inquadra il busto del nobile Alvarado
defunto.
L’operosità di Carlo Sarti, destò l’interesse di Antonio Trentanove,
che probabilmente presso di lui acquisì le prime fondamenta dell’arte.
Antonio Trentanove, è bene ricordarlo, probabilmente è l’unico
grande scultore riminese, di tutta la storia artistica di Rimini e del suo
circondario.
Il Trentanove, dopo gli insegnamenti di Carlo Sarti, aiutato dalla
Confraternita di San Girolamo a cui indirizzerà uno dei suoi primi
lavori, si affinò a Bologna, probabilmente sotto l’egida di Angelo Piò.
Antonio Trentanove, dopo aver vinto il premio Marsili-
Aldobrandini, nel 1766 ritornò nella sua Rimini, dove si mise in luce
con le decorazioni della chiesa di San Giovanni Battista, rinnovata nel
1772.
Presso la chiesa di San Giovanni Battista, Antonio Trentanove oltre
alle cornici ed ai capitelli, vi plasmò la grande ancona della Beata
Vergine del Carmine, straordinaria per la vivacità decorativa e lo
splendore delle figure.
Vivacità decorativa, che riemerge nelle decorazioni della chiesa dei
Servi nel 1779, e che si ritrova in quasi tutti i suoi molteplici capolavori.
Il dinamismo riminese di Antonio Trentanove, è strettamente legato
ed inserito, con quello faentino.
41
A Faenza, il Trentanove ebbe infatti prolifiche relazioni con il
Pistocchi e soprattutto con il Giani.
Con quest’ultimo, il Giani, Antonio Trentanove collaborò alle
decorazioni di numerosi palazzi.
Questa collaborazione influì considerevolmente sulla raffinatezza
dell’artista, che dovette ammirare e prediligere il romantico
neoclassicismo del Giani, anche se tuttavia non riuscì mai ad aderirvi
completamente.
Le ultime opere romagnole di Antonio Trentanove, pur già ad inizio
Ottocento ed esposte a Saludecio, sono sicuramente più legate al
rococò, che alle nuove correnti neoclassiche.
Per concludere i riferimenti in merito all’arte sacra del Settecento
riminese, è bene ricordare anche la pittura; in particolar modo che essa
è quasi interamente legata alla scuola bolognese come accennato in
precedenza, e come indicato dalle migliori opere di quest’epoca, dovute
rispettivamente a Vittorio Bigari, a Marcantonio Franceschini, a Donato
Creti ed a Ubaldo Gandolfi.
Dei pittori riminesi, probabilmente Giovan Battista Costa vissuto tra
il 1697 ed il 1767, è stato il più rilevante e prolifico, tant’è che lo storico
Pier Giorgio Pasini, lo colloca per cronologia e cultura, assieme a
Giovan Francesco Buonamici e seppur parzialmente, con il Sarti, tra
quegli artisti che più di ogni altro, hanno caratterizzato il secolo XVIII.
Anche un altro religioso attivo nel riminese, ma soprattutto a Parma,
nelle Marche e a Roma come pittore di quadri sacri, merita di essere
annoverato: fra Atanasio Favini da Coriano francescano osservante,
vissuto tra il 1781 ed il 1834, in cui ricalca le tematiche predilette a
certa pittura del Seicento bolognese, con rimandi alle nuove soluzioni
dell’arte faentina e di quella romana.
Un’altra chiesa riminese, che possiamo ritenere rappresentativa della
prima metà del Settecento, è sicuramente quella dei Gesuiti dedicata a
san Francesco Saverio.
Oltre al recente terribile terremoto, a Rimini pesava ancora e tanto
l’abolizione dell’antica «libertà» della Chiesa riminese, ed esso si
rinnovava a ogni presa di possesso, inutilmente contrastata degli
arcivescovi di Ravenna e non solo.
Nel 1777, il territorio diocesano di Rimini subì un’ulteriore
considerevole riduzione, dovuta alla sottrazione delle comunità di
Longiano, Montiano e Gatteo, annesse da papa Pio VI, alla «sua»
diocesi di Cesena.
Quando Pio VI, nel 1784 passò per Rimini nel suo viaggio diretto a
Vienna, i riminesi gli eressero un monumento nella chiesa di San
Marino, ora Santa Rita, tuttavia «soltanto in gesso», e non in altri ben
più nobili materiali.
La notte di Natale del 1786, un altro devastante terremoto provocò
lutti e danni in tutta la città di Rimini ed in gran parte dei paesi limitrofi.

42
Per l’ennesima volta, la cattedrale di Rimini venne notevolmente
danneggiata, e dovette rimanere chiusa per oltre quattro anni, in attesa
di restauri di cui né i canonici né il vescovo si vollero accollare le spese.
Ne derivò addirittura una lite, che li condusse davanti al tribunale
romano della Sacra Congregazione del Concilio, interrotta dall’arrivo
delle truppe napoleoniche, nel 1796.
Con il terremoto, spiegato dalla popolazione riminese dell’epoca
come ammonimento e castigo di Dio, arrivarono a Rimini due periti
importanti: Camillo Morigia da Ravenna e Giuseppe Valadier da Roma.
Entrambi i periti fornirono indicazioni e progetti per la ricostruzione
di alcuni edifici, ed il Valadier, in particolar modo, diede oltre che delle
raccomandazioni, anche progetti specifici in gran parte realizzati, ad
esempio per l’altare maggiore e per la cappella del Santissimo
Sacramento, all’interno della cattedrale.
Purtroppo, tutto è andato perduto con lo spostamento della cattedrale
prima in Sant’Agostino nel 1798, e successivamente in San Francesco
nel 1809.
Della cappella del Santissimo ci rimangono ad oggi solamente alcuni
schizzi per l’altare marmoreo, con un grande ciborio in bronzo dorato
ed una delle due enormi tele dipinte da Giuseppe Soleri Brancaleoni:
l’Ultima Cena, attualmente in restauro.

2.8.1 Le nuove grandi chiese del territorio riminese


Tuttavia, va precisato che un rinnovamento edilizio settecentesco,
venne sicuramente favorito nella zona riminese, dalla presenza sul trono
pontificio di ben quattro papi emiliano-romagnoli: Benedetto XIV,
Clemente XIV, Pio VI e Pio VII.
Rinnovamento edilizio che non interessò solamente la città di
Rimini, ma che coinvolse anzi l’intero territorio diocesano, dove
vennero innalzate chiese più grandi e maestose, di nuovo impianto
architettonico.
Chiese parrocchiali, come ad esempio quelle di Mondaino e di San
Vito, oppure monastiche, come quella di San Giovanni in Marignano.
Tra di esse, si contraddistinguono le chiese «collegiate», che
rappresentarono un fenomeno alquanto caratteristico del secolo XVIII
e rispondente alle esigenze manifestate a seguito del Concilio di Trento.
Le collegiate, sostituirono infatti una serie di piccole parrocchie
vicine, delle quali riunirono i beni e gli impegni pastorali, oltre
naturalmente ai sacerdoti, che vennero nominati «canonici», con
obbligo di preghiera comunitaria e di servizio presso la collegiata
medesima e talvolta anche di residenza in comune.
Già dalla prima metà del secolo XVIII, infatti nei maggiori centri
della diocesi: Savignano sul Rubicone, Santarcangelo e Verucchio, si
cominciò a pensare alla costruzione delle chiese collegiate, considerate
come una sorta di cattedrali di periferia, che davano prestigio, credito e
reputazione, al paese.
43
La collegiata di Savignano sul Rubicone, ad esempio, intitolata a
Santa Lucia, fu la prima collegiata a sorgere tra il 1732 ed il 1748, sulla
base di un bozzetto inviato da Roma, ma appianato dai costruttori locali.
La seconda collegiata, invece, fu quella di Santarcangelo di
Romagna. Essa venne progettata da Giovan Francesco Buonamici e
costruita tra il 1744 ed il 1758.
La terza collegiata, quella di Verucchio dedicata a San Martino,
venne invece concepita attorno alla metà del Settecento. Tuttavia essa
venne fondata giuridicamente soltanto nel 1796 e la sua realizzazione
avvenne soltanto fra il 1856 ed il 1874.
La sua architettura imponente ed ornata, dovuta a un progetto del
verucchiese Antonio Tondini, è un ottimo esempio di quello stile
eclettico che ha tentato di recuperare anche elementi rinascimentali,
molto di moda nel secolo scorso ed in questo attuale, fino all’ultima
guerra mondiale.
Tuttavia, il capolavoro della seconda metà del Settecento, non è una
collegiata, ma piuttosto la chiesa parrocchiale di Saludecio, fortemente
voluta da un parroco che la concepì un po’ come la cattedrale di tutta
una valle e che la fece realizzare tra il 1794 ed il 1803, dall’architetto
cesenate Giuseppe Achilli.
Giuseppe Achilli, realizzò un edificio a pianta centrale, di armoniosa
semplicità e di notevole fascino, in cui riassunse ed interpretò con
sobrietà e spontaneità, le ricerche spaziali del miglior Settecento
romagnolo.

44
2.9 ITINERARIO TEMATICO: TRA OTTO E NOVECENTO,
L’ARTE SACRA RIMINESE DURANTE LA RESTAURAZIONE
L’ Ottocento, non è stata una stagione particolarmente appagante per
l’arte italiana ed in particolar modo per l’arte riminese, a seguito delle
ben note soppressioni napoleoniche.
Tolto infatti l’accademico e neoclassico Teatro Comunale, edificato
dal modenese Luigi Poletti nel 1857, nessun altro edificio veramente
importante è stato innalzato a Rimini in questo periodo storico, e tra i
pochissimi architetti riminesi, basterà citare Antonio Tondini e Gaetano
Urbani.
Per quanto riguarda invece la pittura, sarà sufficiente menzionare
Francesco Alberti e Guglielmo Bilancioni.
Attivi invece per alcuni decenni del Novecento, i pittori di paesaggio,
di ritratto e di storia Mariano Mancini, Norberto Pazzini e Francesco
Brici.
Ma la scarsità dei reperti, soprattutto di arte sacra in questo periodo,
è essenzialmente dovuta ad altre spiegazioni.
Ben più gravi delle requisizioni artistiche verificatesi a seguito
dell’occupazione francese, furono probabilmente le successive
operazioni commerciali consumatesi tra il 1797 ed il 1811, che
impoverirono ulteriormente i territori delle diocesi, compresa quella
riminese, dei più importanti reperti, soprattutto di arte sacra.
Quasi tutti gli oggetti in metallo prezioso, anche molto antico,
vennero infatti sequestrati e fusi.
Gli arredi sacri ritenuti poco preziosi ed i dipinti reputati di scarso
valore, vennero in gran parte distrutti e dispersi, altri svenduti ed altri
ancora conferiti agli istituti di beneficenza laici, alle comunità locali,
oppure alle chiese sopravvissute.
Inoltre, in quel periodo, andarono irrimediabilmente distrutti,
assieme agli edifici, una notevole quantità di opere d’arte quali:
affreschi, stucchi, statue, altari ed iscrizioni.
Gli archivi parrocchiali, quelli delle confraternite e dei conventi,
fluirono nell’archivio demaniale di Forlì, purtroppo non senza danni,
dovuti all’incuria degli addetti all’operazione, oppure all’avidità dei
privati.
Alcuni parroci di campagna, meno lambiti di quelli della citta di
Rimini dalle soppressioni napoleoniche, approfittarono invece di queste
vere e proprie «svendite», per rifornire di arredi le loro chiese,
acquistando a buon prezzo di mercato, organi, confessionali, panche e
paramenti.
Ad esempio, il parroco di Saludecio nel 1798, si procurò il coro di
San Gaudenzo e l’altare della chiesa di Santa Croce di Cesena.

45
Moltissimi furono gli edifici sacri profanati e secolarizzati, alcuni
vennero utilizzati come magazzini, caserme e scuderie, altri vennero
trasformati in abitazioni private, altri invece furono semplicemente
distrutti, magari per ricavarne materiale da costruzione, oppure per
avvalersi della loro area come terra da riconvertire alla coltivazione.
Neppure i luoghi più sacri della città di Rimini, si salvarono, come
ad esempio la cattedrale di Santa Colomba ed il santuario di San
Gaudenzo.
Neanche la ricomparsa delle Legazioni in seno al governo Pontificio
nel 1815, pose fine alla furia devastatrice, che aveva iniziato a
scatenarsi nel 1797 con le soppressioni napoleoniche.
E’ del 1818, infatti, l’inizio dell’abbattimento di San Cataldo e
rispettivamente del 1833 la demolizione dell’importantissima chiesa
paleocristiana di San Gregorio, che si trovava nel borgo San Giovanni.
La distruzione e la soppressione di tanti edifici sacri, aveva
comportato altresì un altro aspetto, quello cioè di aver risolutamente
inflazionato il mercato delle immagini di arte sacra.
Non vi era infatti alcun bisogno di nuove pitture nelle chiese
superstiti, già ben rifornite di opere d’arte, che potevano eventualmente
rifornirsi con poca spesa, al mercato «dell’usato».
E infatti sono rare le pitture sacre del primo Ottocento, tra le rare
eccezioni, bisogna menzionare la grande pala, montata nell’ottobre
dell’anno 1800, sull’altare maggiore della chiesa parrocchiale di
Saludecio.
Essa è probabilmente l’unica opera d’arte sacra dell’Ottocento
eseguita in diocesi, rappresentata con spirito moderno, ed anzi
indubbiamente l’ultimo vero capolavoro pittorico della diocesi
riminese.
Questa bellissima pala d’altare, venne dipinta da fra Atanasio Favini
da Coriano, zoccolante di San Bernardino incardinato prima a Parma e
poi a Macerata, dove visse lungamente e santamente fino alla veneranda
età di novantasei anni, il quale ci ha lasciato oltre a questa splendida
opera, una serie notevole di capolavori.
In questa bellissima pala d’altare, fra Atanasio Favini, ci rappresenta
il vescovo Biagio titolare della chiesa e della parrocchia, non in gloria
oppure in estasi come potremmo aspettarci da una immagine
tradizionale, bensì durante il proprio martirio.
Fra Atanasio, evidentemente, non voleva rappresentarci soltanto una
santa figura, ma raccontarci una storia: ed ecco in risalto il grosso
patibolo, il podio con l’esedra semicircolare che limita lo spazio e taglia
fuori ogni spiraglio di paesaggio, il cielo cupo su cui compare la figura
togata dell’imperatore, che ordina di martirizzare il santo.
L’artista, probabilmente, ci voleva rappresentare il travagliato
momento storico.

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Osservando bene i protagonisti della pala d’altare, si scopre che
l’imperatore romano ha i tratti di Napoleone, mentre il santo martire ha
i tratti somatici di Pio VI, morto prigioniero e martire in Francia, il 29
agosto del 1799.
Gli anni definiti della «restaurazione», sono anch’essi anni di crisi
soprattutto per quanto riguarda l’arte sacra.
Vengono respinte sia le forme moderne che quelle neoclassiche,
perché in particolar modo queste ultime, hanno troppo spesso celebrato
Napoleone e le sue imprese.
Le committenze, richiedono infatti agli artisti, di riallacciarsi
direttamente alla tradizione settecentesca, nelle sue forme più sobrie,
più mitigate, ed allo stesso tempo, meno problematiche.
Non tutti gli artisti, inoltre, a seguito dei loro trascorsi sono
attendibili, ed il clero riminese dell’epoca, sembrerebbe fidarsi
solamente di un pittore: il sacerdote Stefano Montanari di Gatteo, con
bottega a Rimini.
Le opere di Stefano Montanari, si scorgono infatti un po’ dappertutto
sia nelle chiese della città di Rimini, così come in quelle di campagna
fra la Romagna ed il Montefeltro.
Esse, pur non essendo firmate, si riconoscono facilmente per il
disegno regolare, il colore caldo, le figure idealizzate, in cui continuano
a vivere forme settecentesche semplificate, da ogni slancio e da ogni
vitalità pittorica.
Don Stefano perisce nel 1851 e dopo di lui si adoperano nelle
campagne e nell’entroterra riminese un suo discepolo riminese,
Agostino Boldrini, ed un suo nipote savignanese, Angelo Trevisani.
Rispettivamente al Boldrini ed al Trevisani, negli anni cinquanta
dell’Ottocento, si devono numerose copie della Madonna di Santa
Chiara, distribuite in quasi tutti i borghi dell’entroterra riminese, ma
anche nelle Marche, in Umbria, nel Lazio, nella stessa Roma e persino
oltre oceano, a New York.
Difatti, nella chiesa di West Hoboken a New York, il canonico
Zeffirino Gambetti, inviò nel 1851 una delle prime copie del miracoloso
dipinto riminese, che ancora oggi figura sul suo altare maggiore.
Da ricordare, infatti, che il miracoloso movimento degli occhi della
«Madonna di Rimini», iniziato nel maggio del 1850, durò oltre sette
mesi, ed esso fu il prodigio più importante mai avvenuto in diocesi.
La notizia del miracolo della Madonna di Rimini, si diffuse ovunque
e l’immagine fu al centro del culto e della venerazione di tutti, anche
del papa, che volle donarle una preziosa cornice desiderando, inoltre,
che fosse incoronata il 15 agosto del 1850.
L’attuale santuario, intitolato alla «Madonna della Misericordia»,
venne innalzato nel 1852 proprio a seguito di questo evento prodigioso
e si tratta dell’ultima notevole edificazione sacra, interamente realizzata
nella diocesi di Rimini, prima della caduta del Governo Pontificio.
Sempre in questo periodo storico, dal 1809 inoltre, la cattedrale di
Rimini, diviene definitivamente il Tempio Malatestiano.
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Un capolavoro di architettura a cui nell’Ottocento, si guardava con
meraviglia, soprattutto per la naturalità e la solidità del paramento
esterno, realizza da Leon Battista Alberti.
L’interno del Tempio Malatestiano, venne ulteriormente completato
alla meglio, nel periodo compreso tra il 1854 ed il 1860, aggiungendovi
statue e fregi di gesso, ripassando i colori ed imbiancando le pareti.
I canonici del Tempio Malatestiano, inoltre, chiesero nel 1845 a
Luigi Poletti, l’architetto del Papa, un prospetto per rinnovare l’altare
della cappella della Madonna dell’Acqua, così chiamata perché
invocata nei periodi di siccità o di piogge torrenziali, e collocata
all’interno del Tempio Malatestiano medesimo.
Architetto, il Poletti, che già lavorava a Rimini da qualche anno, alla
realizzazione di un grande teatro.
Luigi Poletti, oltre a concepire l’altare, farà sfarzosamente
ridipingere, ridorare e rivestire di marmi la medesima cappella della
Madonna dell’Acqua nel 1856, con grande soddisfazione dei canonici
che non tardarono a chiedergli anche un progetto per completare
l’intero Tempio Malatestiano.
Nei decenni centrali dell’Ottocento, Luigi Poletti, orienta con le sue
esortazioni e con il suo esempio, il gusto dei committenti riminesi verso
un’arte nobile e colta, eterogenea, classicheggiante ed influenza
profondamente l’architettura di quel periodo.
Dopo il suo arrivo a Rimini, i giovani architetti riminesi diventano
tutti «polettiani» e utilizzarono atri a loggia, colonne libere
perfettamente tornite, ordini classici più o meno stilizzati, secondo le
regole del cd. «classicismo purista».

48
2.10 ITINERARIO TEMATICO: ECCLETTISMO MODERNO
NELL’ARTE SACRA RIMINESE DEL NOVECENTO
Per quanto riguarda il Novecento, più che per nuove opere d’arte,
questo periodo lo si ricorda per la gravissima distruzione dovuta alla
seconda guerra mondiale, dalla quale emerse una città di Rimini
alquanto diversa, dalla precedente.
Il XX secolo, per certi aspetti, verrà probabilmente ricordato, almeno
nel riminese, più che per le opere compiute, per quelle
irrimediabilmente distrutte e perse.
Alcune opere, vennero infatti distrutte da un ulteriore terremoto che
imperversò agli inizi del secolo, più precisamente nel 1916, con cui si
concluse momentaneamente una durevole sequenza di movimenti
tellurici, spesso catastrofici, inoltre ci furono gli ingentissimi danni
causati dalla seconda guerra mondiale, che devastò terribilmente tutto
il territorio diocesano.
Tra le poche cifre ufficiali, peraltro riguardanti la sola città di Rimini,
basti ricordare i circa 397 bombardamenti, i 607 morti, i 9341 edifici
distrutti, con un coefficiente di distruzione della sola città di Rimini,
pari a circa l’82%, cioè il coefficiente più alto fra le città italiane,
superiori ai 50.000 abitanti26.
Complessivamente, la ricostruzione di Rimini, si verificò
nell’esiguità delle risorse economiche, nella sregolatezza burocratica,
nel disordine ideologico e fu spesso colma di buona volontà, ma spesso
anche di ingenuità e di apprensioni, tenendosi alla larga da
sperimentazioni ed innovazioni di carattere artistico, rispettivamente
nel campo dell’architettura e dell’arte sacra.
Bisogna aspettare il richiamo del cardinale Giacomo Lercaro, verso
la metà degli anni cinquanta ed il Concilio Vaticano II, per scorgere
qualche significativa novità in merito all’arte sacra riminese, in
particolare: le chiese di Luigi Fonti, vissuto tra il 1927 ed il 1991; le
sculture di Elio Morri, tra il 1913 ed il 1992 e la scultura-facciata di
Flavio Casadei per la chiesa parrocchiale di Viserba, del 1969.
Quindi gli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra, sono stati
per Rimini davvero tremendi, ed hanno visto scomparire non soltanto
edifici, fabbricati, palazzi, ma anche opere d’arte, quadri, sculture,
monumenti e soprattutto, testimoni e testimonianze, memorie e
tradizioni.
Il dopoguerra ha visto dunque trasformare improvvisamente, non
soltanto il volto, ma anche l’anima della città di Rimini e ben presto
anche dell’intero territorio, dalla fascia costiera all’entroterra collinare,
divenendo un vero e proprio spartiacque non solo tra tempi, ma anche
tra mondi completamente diversi.

26
Dati tratti da: http://archivio.comune.rimini.it/servizi/citta/archivio
storico/storia_di_rimini/-storia_di_rimini/pagina19.html.
49
Da un punto di vista della cultura storico artistica del dopoguerra,
forse le uniche note positive consistono nei numerosi lavori di restauro
del patrimonio artistico, gravemente danneggiato dalla seconda guerra
mondiale.
Va dunque doverosamente segnalato, che il patrimonio artistico ed
archeologico della città di Rimini, a seguito di tali restauri, è più che
raddoppiato.
Che il restauro e la ricostruzione del Tempio Malatestiano, realizzato
fra il 1945 ed il 1950, ha rappresentato una delle imprese più grandiose
mai compiute in questo campo.
Inoltre, i numerosi interventi delle varie Soprintendenze, hanno di
fatto salvato e reso pienamente fruibili, centinaia di opere d’arte: dagli
immensi affreschi trecenteschi di Sant’Agostino, al Crocifisso di
Giotto, dalle opere del Vasari, a quelle del Guercino e del Cagnacci.
Degno di nota ricordare, inoltre, che negli anni novanta si sono
conclusi rispettivamente anche il restauro di Castel Sismondo e la
parziale ricomposizione dei Musei Comunali in una nuova dimora, l’ex
collegio dei Gesuiti, che ha restituito alla città di Rimini molti di quegli
elementi utili alla ricostituzione della sua memoria, incoraggiando e
recuperando la promozione di una coscienza storica cittadina, che era
oramai andata desolatamente perduta.

50
TERZA PARTE

CONCLUSIONI
Per concludere, in riferimento a quanto delineato dall’Ufficio
Nazionale C.E.I. per la Pastorale del Tempo Libero, Turismo e Sport,
con questo breve elaborato dal titolo «Parco Culturale Ecclesiale
Riminese: proposte di itinerari tematici per la valorizzazione dell’Arte
Sacra e del Turismo Religioso Riminese: dalle origini del cristianesimo
ai giorni nostri», si è tentato di ideare, concepire ed elaborare alcuni
proposte di itinerari di fede e di arte sacra, all’interno della diocesi
riminese, suddivisi per periodi storici.
Gli stimoli e gli incoraggiamenti, anche economici, offerti da questa
nuova entità denominata «Parco Culturale Ecclesiale», potrebbero
essere infatti molteplici, anche e soprattutto per la diocesi riminese.
L’eventuale costituzione di un Parco Culturale Ecclesiale Riminese,
offrirebbe la concreta possibilità di contribuire ad un maggior sviluppo
economico e sociale sostenibile del territorio riminese, ed attraverso la
produzione di un’adeguata economia da indotto, potrebbe offrire
concrete opportunità di lavoro ai giovani, mettendo in relazione soggetti
locali diversi, interessati a promuovere e a dare un volto nuovo al
turismo, vendendo non un semplice marchio, ma producendo cultura e
principalmente «itinerari di senso».
La rete ecclesiale riminese, potrebbe dunque entrare in rapporto con
le altre reti ecologico-ambientali, con i sistemi turistici locali, con le
istituzioni, rispondendo così anche alle esigenze aggiuntive di una
auspicata maggior fruizione culturale, turistica e del tempo libero,
salvaguardando al contempo l’identità religiosa.
Il Parco Culturale Ecclesiale Riminese, potrebbe divenire l’elemento
innovativo, in un’ottica di un miglior recupero ed utilizzo del
patrimonio ecclesiale, artistico ma anche immobiliare, della diocesi
riminese.
Esso, sarebbe inoltre una opportunità per le realtà più piccole, per le
quali è faticoso e spesso problematico, trovare forze e risorse adeguate,
per intraprendere progetti autonomi.
Come già ricordato, l’eventuale costituzione di un Parco Culturale
Ecclesiale, offrirebbe l’opportunità di far entrare a pieno titolo nella
quotidianità della prassi ecclesiale riminese, ambiti pastorali
apparentemente settoriali, capaci di influire sugli stili di vita e sui
comportamenti dei turisti, educandoli al contempo al senso artistico ed
alla passione culturale.
Non per ultimo, l’eventuale implementazione di questo Parco
Culturale Ecclesiale, offrirebbe concrete occasioni di crescita per la vita
della comunità ecclesiale riminese, la quale si troverebbe
maggiormente sollecitata ad accogliere al proprio interno, non soltanto
semplici turisti, ma persone con storie, sensibilità ed esperienze diverse.
51
Per tali ragioni, all’interno di queste proposte di itinerari tematici,
abbiamo cercato di intendere un sistema territoriale che possa
promuove, recuperare e valorizzare, attraverso una strategia coordinata
ed integrata, l’interessantissimo patrimonio liturgico, storico, artistico,
architettonico, museale, ricettivo, dell’intera diocesi riminese.
Alle soglie del terzo millennio cristiano, infatti, non soltanto la
chiesa riminese, ma sempre più persone avvertono l’importanza di
recuperare le proprie radici cristiane e di ripercorrere la propria storia.
Lo studio e la ricerca accurata di questi segni, tramandataci dall’arte
sacra, rende dunque possibile ed appagante, non solo ripercorrere la vita
ma anche la storia della comunità cristiana riminese, attraverso le
numerose testimonianze monumentali ed artistiche, che le vicende del
tempo hanno conservato.
Testimonianze monumentali ed artistiche, che ogni periodo storico
ha indelebilmente inciso nella storia ecclesiale e civile di Rimini, che
abbiamo tentato di esplorare in questo elaborato, al fine di proporre
eventuali percorsi tematici, alla ricerca della loro stessa essenza.
Così potrebbe ad esempio capitare che i pellegrini o i turisti,
comincino a considerare le chiese riminesi, non soltanto come
monumenti o come musei, come cioè dei semplici contenitori di quadri,
sculture, arredi, ma come luoghi di culto, di vita e di preghiera.
Luoghi di incontro di persone, in cui attorno ma anche dentro di esse,
si è sviluppata una comunità con dei sogni, dei desideri, delle difficoltà,
delle speranze, spesso con influssi notevoli su tutto il territorio e dunque
su tutta la società civile.
Ripercorrere quindi il nostro passato, non è soltanto fare memoria di
eventi lontani, ma è riaffermare la continuità di una storia che ha in
Cristo il suo punto di partenza e di arrivo.
I cristiani e con essi i turisti ed i pellegrini, non vivono fuori dalla
storia, ma si inseriscono in essa e la trasformano essa stessa,
dall’interno.
La nostra storia di salvezza, infatti, continua in Cristo Risorto
attraverso i secoli, e ripercorrerla attraverso la valorizzazione dell’arte
sacra e del turismo religioso, ci aiuta non soltanto a riscoprire le nostre
radici culturali, ma anche storiche, al fine di aiutarci a meglio prendere
consapevolezza e discernimento della nostra odierna vocazione e
missione salvifica nel mondo.

52
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55
INDICE
PRIMA PARTE
1.1 Definizione di parco culturale ecclesiale……..………...…....pag.1
1.1.1 Il turismo culturale e religioso………………….…..….pag.2
1.2 Il parco culturale ecclesiale riminese………………....…..….pag.4
1.3 Premessa metodologica…………………..…………..…....…pag.6
1.4 La fede dei padri e le immagini sacre……………..….….…...pag.9

SECONDA PARTE
2.1 Itinerario tematico: il cristianesimo delle origini nella Rimini degli
imperatori Augusto e Tiberio………………….....………….….pag. 10
2.1.1 L’arte sacra nel cristianesimo delle origini..…....…..pag. 11
2.1.2 Il concilio di Rimini……………….…….………...…pag. 12
2.2 Itinerario tematico: la Rimini paleocristiana nell’alto
medioevo…..…………………….………………………….…..pag. 15
2.2.1 Le prime chiese paleocristiane di Rimini....………… pag. 16
2.3 Itinerario tematico: committenti e committenze dell’arte sacra
riminese, dopo l’anno mille..………………………………..…..pag.20
2.4 Itinerario tematico: la scuola riminese del Trecento e le sue
committenze…………………………………………...……..… pag.23
2.5 Itinerario tematico: il Quattrocento riminese ed il Tempio
Malatestiano…………………………………………...……….. pag.28
2.5.1 Il Tempio Malatestiano………...…………..…..….….pag. 29
2.6 Itinerario tematico: il Cinquecento e le influenze della riforma
tridentina sull’arte sacra riminese………………….…..………..pag. 38
2.7 Itinerario tematico: l’arte sacra riminese del Seicento, tra
controriforma e barocco…….…………………………...……pag. 37
2.8 Itinerario tematico: il Settecento riminese, un’epoca di
rinnovamento e di trasformazione architettonica………..…….. pag.40
2.8.1 Le nuove grandi chiese del territorio riminese……......pag.43

56
2.9 Itinerario tematico: tra Otto e Novecento, l’arte sacra riminese
durante la restaurazione…………………….…………………pag. 45
2.10 Itinerario tematico: ecclettismo moderno nell’arte sacra riminese
del Novecento……………...………………..…………......…...pag. 49

TERZA PARTE
Conclusioni………………………..……………...…………… pag. 51
Bibliografia consultata…………..…………………...….......…..pag.53

57

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