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Divieto

d’inganno
Premessa

I fatti di Rapallo conseguenti a quel temporale


d’agosto, inaspettato, inconsueto, fuori da quello che
ci si affanna a chiamare “politicamente corretto”,
che ha precipitato il sindaco Capurro dall’altare alla
polvere, sono così complessi che invocano un’analisi
attenta; meritano un esame critico particolarmente
puntuale perché sia possibile evitarne la ripetizione
a Rapallo come d’ovunque.
Diceva Bismark, potentissimo cancelliere tedesco,
rispondendo a chi gli chiedeva chiarezza:<< se i
tedeschi sapessero che cosa c’è dentro le salsicce
mai più le mangerebbero !>>.
E’ proprio perché i rapallesi non si ritrovino ancora
proposto nel “menu elettorale” un “Capurro” senza
conoscerne gli ingredienti, che intendiamo dare loro,
attraverso queste pagine, la possibilità di verificarne
i componenti generali e particolari.
Però è certo un fatto: la macchina politica non può e
non deve arrestarsi - così si dice comunemente – e
quindi essa sottovaluta con negligenza dolosa il
pericolo di una ripetizione del danno; in sovrappiù
essa teme coinvolgimenti e responsabilità che non
vuole minimamente che emergano andando a
ritardare il percorso solito che è conservatore del
sistema garante di posizioni di potere.

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Se al contrario si fermasse il tempo necessario a
riflettere potrebbe produrre un risultato finalmente
duraturo, perché basato su presupposti
fondamentalmente positivi, con grande beneficio
sociale.
Allo scopo di dare “supporto” a quelle riflessioni
dell’apparato politico che, forse, mai nasceranno, è
parso corretto concentrare l’attenzione sui fattori
partecipanti al confronto: gli uomini, i caratteri, la
cultura sociale, quella politica, la visione umanistica
in particolare.
E’ evidente a chiunque, persino al più sprovveduto e
disattento degli esseri umani, che la politica è fatta
dagli uomini e se, per puro caso, essi fossero
prossimi alla perfezione, non ci sarebbero problemi
di sorta.
I cosiddetti problemi politici nascono dal fatto che gli
uomini partecipanti alla gestione del “bene pubblico”
hanno una quantità incredibile di problemi irrisolti
con il proprio se’ ed anzi, l’osservazione attenta lo
dimostra, più ne hanno e più sentono lo stimolo a
partecipare al governo degli altri; come dire: ho
fallito nel mio “individuale” vediamo un po’ se riesco
a far meglio altrove ! Ci sono una quantità rilevante
di persone qualitativamente elevate sul piano
umanistico e sociale che credono in buona fede di
essere inferiori ai professionisti dell’inganno politico,
e perciò non partecipano, senza sapere che è
proprio in quell’ambiente – dei professionisti della
cosa pubblica – che si trova, sovente, il peggio
dell’umanità.
Detto questo si può anche correre il rischio, a questo
punto quasi del tutto inesistente, di dichiarare che
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ogni e qualsiasi forma di governo sarebbe buona per
il popolo se gli uomini che la presentano e la
rappresentano fossero “umanamente corretti”; il
fatto che ci sia chi critica il liberismo, il comunismo,
il socialismo, l’oligarchismo, lo statalismo capitalista,
l’anarchismo ed ogni e possibile - ismo – pensabile,
dipende solo dalla presenza elevatissima di uomini
privi di libertà e portatori di paure, timori, complessi
d’inferiorità nella veste di rappresentanti degli – ismi
–.
E’ di questo che parleremo in questo libro.
Considerando poi che il popolo, quel “sovrano”
chiamato a determinare per mezzo di una croce o ics
che dir si voglia il futuro amministrativo della città,
ha il pieno diritto di essere consapevole della
responsabilità che gli viene graziosamente concessa,
appare del tutto naturale fornire chiarimenti puntuali
ad ogni possibile dubbio.
Sostanzialmente, quindi, questo volume ha lo scopo
di rendere il livello di consapevolezza dei cittadini
quanto più possibile alto e dare a tutti i partecipanti
alla gara elettorale e agli elettori un supporto
adeguato.
Non è certamente un libro di impianto citazionista e
anche se qualcuno potrà individuare sovrapposizioni
con il pensiero di qualche essere umano di
riconosciuta fama questo non significa affatto che
quel personaggio sia accettato interamente, così da
indurre nell’errore di classificare politicamente un
pensiero; altrettanto vale per l’identificazione
dell’appartenenza ad uno o all’altro dei cosiddetti
schieramenti – destra o sinistra – che non

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appartengono minimamente alla cultura politica
degli autori.
La visione politica generale di chi ha composto il
testo è semmai totalitaria: nel senso che gli esseri
umani, in quanto componenti dell’umanità, unica e
indivisibile, stanno tutti da una parte, nessuno
escluso; il partitismo - esasperatamente frazionato –
è la morte della società positiva e la comoda porta
d’accesso per i parvenu come Capurro che
esprimono, sotto il profilo umano, nessuna
componente socialmente positiva, anzi raccolgono e
portano “in dono” ai poveri malcapitati
cittadini/sudditi le tare genotipiche possedute.
Supponendo che la città di Rapallo abbia già dato
rilevante dimostrazione di debolezza democratica,
mostrando di mancare di filtri riconosciuti validi,
ecco che sollecitare un innalzamento del livello di
allerta è quantomeno attuale; la riflessione che può
interessare chiunque voglia leggere con attenzione
le prossime pagine ha lo scopo di preparare un
terreno matriciale adatto alla produzione di un
tessuto amministrativo almeno soddisfacente; ha lo
scopo di portare gli elettori di un sistema
rappresentativo anomalo quale quello italiano
almeno in prossimità della consapevolezza.
Nella considerazione che questo libro non intende
rivolgersi a una platea di intellettuali o di addetti ai
lavori, nemmeno ambisce essere un testo formativo
– semmai informativo - si può ben affermare che la
prima preoccupazione sia la chiarezza
dell’esposizione; a tale scopo vogliamo adottare la
lingua che si parla al mercato , promettendo ogni e
possibile ulteriore chiarimento necessario dove,
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incolpevolmente, fosse rimasta qualche ombra a
causa nostra.
Gli autori

Nota: il percorso di studio del “Laboratorio politico”


che il Comitato di Partecipazione Popolare 9 Aprile
ha posto in essere nel comune di Rapallo prevede la
collaborazione partecipativa ampia; prevede
l’accesso alla costruzione del percorso comune a
chiunque ne veda una ragione di interesse sociale;
auspica che il mondo giovanile dei lavoratori come
degli studenti sia attratto dal desiderio di costruire il
futuro secondo paradigmi nuovi e fuori dal mondo
devastante del compromesso finalizzato al potere.
L’invito è quindi quello di contattare il comitato
attraverso la posta elettronica all’indirizzo
copapo9aprile@yahoo.it oppure con sms al
3462244816 inviando commenti, collaborazioni,
richieste di chiarimenti o altro.

Introduzione

Quando è partito il progetto Rapallo , in verità del


tutto inaspettato e casuale, si stava lavorando ad
una tesi interessantissima che comportava un
percorso lineare all’interno di un’analisi politica.
Essendo la politica, per comune conoscenza, - arte,
scienza di governare e di amministrare che produce
quelle decisioni e quei provvedimenti nei vari settori
e secondo differenti ideologie in vista del
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raggiungimento di determinati fini…- ci si era dati il
compito di analizzare tutti, nessuno escluso, i fattori
partecipanti; quelli umani come quelli materiali,
quelli delle scienze come quelli delle tradizioni o
credenze ecc.
Il supporto di conoscenza in economia era basato,
così voleva la tesi, sull’ economia complessiva
ovvero quella forma di analisi scientifica che
presuppone quali fattori economici determinanti e
fondanti la donna e l’uomo e, solo dopo, introduce
tutti gli altri ma in posizione di marginalità; più
avanti verrà trattato con attenzione l’argomento nel
capitolo sull’ etica e sull’ economia.
Un percorso lineare prevede che si analizzino tutti gli
ingredienti disponibili a creare la sintesi più
aderente alla realtà migliore possibile; in questo
progetto non si è voluto nascondere nessuno dei
percorsi verso la conoscenza, contrariamente a
quanto fatto dal “sistema” che gode dell’ignoranza
in cui è relegato l’elettore.

A ragione di ciò era d’obbligo introdurre la disamina


degli orientamenti caratteriali conosciuti con i quali
si può, connotando l’essere umano in esame,
riconoscerne la validità o la pericolosa negatività al
fine dell’ottenimento del beneficio alla socialità.
Si era giunti, nel mese di maggio, alla necessità di
individuare una figura esemplificativa di
amministratore pubblico sul quale proiettare il
risultato del sistema di analisi per verificarne la
validità sulla base, appunto, degli orientamenti
caratteriali.

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I soggetti tra cui indicare il prescelto erano quattro,
nessuno di questi era l’allora sindaco di Rapallo; un
caso, rappresentato da una informazione ricevuta in
via del tutto inattesa, aveva però, stravolgendo il
piano finale, fatto riconoscere nel sindaco Capurro
l’ideale “fattore” al quale affiancare il sistema
analitico per verificarne aderenze, distacchi,
anomalie in genere; avevamo trovato la cavia sulla
quale sperimentare la validità del progetto; il
risultato è stato eccellente ed è anche di questo che
tratteremo più avanti non senza aver prima portato
il lettore ad un livello di informazione generale
sufficiente a comprendere il tutto.
Nella prima metà abbondante del libro il richiamo
alla cavia sarà del tutto occasionale poichè
l’impianto ha caratteristiche divulgative generali e
non necessita, se non eccezionalmente, di
esemplificazioni; ognuno, leggendo, esemplificherà
facendo uso dei soggetti politici che conosce
personalmente; questo è lo scopo del libro: portare
in alto il livello di consapevolezza.
La suddivisione è stata realizzata per capitoli
tematici anche se, talvolta, c’è qualche fuga a
divagare; i periodi sono stati contenuti, per quanto
possibile, volutamente brevi per consentire critiche,
riflessioni, aggiunte, convincimenti.
Dagli autori e dal coordinatore del progetto un
augurio di buona lettura che, stante la situazione
politica attuale, possa essere di supporto a quelle
interpretazioni che sono necessarie per rendere
armonico con la socialità il percorso individuale
evitando frizioni e contrasti spesso scioccamente
voluti e manifestati con fanatica ruvidità, che sono
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l’alimento principale del deterioramento del rapporto
tra il cittadino e le istituzioni e la causa principale
dell’apatia così diffusa e ingiustamente criticata
proprio da quel sistema che ne è la causa.
<< L’ideale democratico della sovranità popolare
contiene in se l’alto rischio della dittatura della
maggioranza o, ancor peggio, di una tirannia in
nome del popolo purchè questo, il popolo sovrano,
delegasse il potere o se lo lasciasse strappare per
debolezza, inconsapevolezza o, peggio del peggio,
per conclamata apatia!>>

Schema del libro


Prima parte
Capitoli tematici per orientare verso la democrazia
rappresentativa in maniera consapevole:
Cap. I -Il problema - pag. 8
Cap. II -L’interesse sociale – L’autorità –
L’autoritarismo – Le coscienze-
13
Cap. III -L’etica si risolve nell’economia-
35
Cap. IV -Gli orientamenti caratteriali-
43
Cap. V -Conclusione della prima parte-
56
Seconda parte
Introduzione
59
Cap. VI -L’inizio del progetto-L’individuazione-
L’Airone- 60
Cronaca dei fatti di Rapallo
66
8
Tavole fotografiche
90

<<La lettura può essere interessante anche


iniziando dalla seconda parte, per poi “allargarla”
alla prima.>>
Capitolo I
Il problema

Una brezza lieve di orgoglio ed ottimismo ha


contraddistinto la cultura occidentale negli ultimi
secoli: orgoglio nei riguardi della ragione, strumento
dell’uomo per tentare di comprendere e dominare la
natura; ottimismo per l’adempimento delle speranze
più care dell’umanità, per la conquista della felicità
per il massimo numero di persone.
L’orgoglio umano ha una forte giustificazione!
In virtù della ragione ha costruito un mondo
materiale la cui realtà supera il sogno, le visioni dei
racconti fatati e le utopie anche le più criticate e
contestate.
Ha imbrigliato energie fisiche che consentiranno alla
specie umana di garantirsi le condizioni materiali
necessarie ad un’esistenza degna e produttiva; e
nonostante che alcune delle sue mete non siano
ancora raggiunte, non si ha dubbio che rientrino
nell’umana portata e che il problema della
produzione – che era il problema del passato - in
linea di principio sia risolto.
Oggi, per la prima volta nella sua storia, l’uomo può
percepire che l’idea dell’umanità della razza umana

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e della conquista della natura per i fini dell’uomo
non è più un sogno, ma una possibilità realistica.
Non ha forse ragione di fidare in se stesso e nel
futuro dell’umanità e di esserne fiero ?
Eppure l’uomo moderno si sente a disagio e sempre
più smarrito. Lavora, s’industria, ma è oscuramente
consapevole di un senso di futilità nei riguardi della
sua stessa attività. Mentre il suo potere sulla
materia si espande di giorno in giorno, si sente
impotente nella vita individuale e nella società.
Mentre progetta e crea mezzi nuovi e migliori per
dominare la natura si trova impigliato in una rete
creata appunto da quei mezzi avendo perduto la
visione del fine che solo può dare loro un significato:
l’uomo stesso.
Mentre diviene padrone della natura è diventato
schiavo della macchina che le sue stesse mani
hanno realizzato.
Malgrado tutta la sua conoscenza sulla materia, è
ignorante nei riguardi dei problemi più importanti e
fondamentali dell’esistenza umana: che cosa l’uomo
sia, come dovrebbe vivere e come le immense
energie poste entro l’uomo possano liberarsi ed
impiegarsi produttivamente.
La crisi contemporanea dell’uomo ha condotto ad un
rifiuto delle speranze e delle concezioni
dell’illuminismo, sotto i cui auspici era iniziato il
nostro progresso politico ed economico.
L’idea stessa di progresso è tacciata di illusione
infantile ed il “realismo”, parola nuova per esprimere
la profonda mancanza di fede nell’uomo, si predica
al suo posto.

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L’idea della dignità e della potenza dell’uomo, che gli
ha dato la forza ed il coraggio di giungere alle
conquiste immense degli ultimi secoli, è messa alla
prova dal suggerimento, secondo il quale dobbiamo
volgerci indietro e accettare l’impotenza e
l’insignificanza umana definitiva.
Quest’idea minaccia di distruggere le radici stesse
da cui la nostra cultura è scaturita.
Le concezioni dell’illuminismo insegnarono all’uomo
che poteva far conto sulla ragione, come guida per
fissare norme etiche valide, e che poteva affidarsi a
se stesso senza il bisogno della rivelazione né
dell’autorità della chiesa per conoscere che cosa
fossero il bene ed il male.
Il motto dell’illuminismo <<osa conoscere>> che
implica la fiducia nella propria conoscenza è
diventato l’incentivo degli sforzi e delle conquiste
dell’uomo moderno.
Il crescente dubitare dell’autonomia e della ragione
ha condotto ad una condizione di confusione morale,
in cui l’uomo è rimasto privo della guida sia della
ragione che della rivelazione. Ne risulta
l’accettazione di una posizione relativistica, la quale
propone che i giudizi di valore e le norme etiche
siano esclusivamente questione di gusto personale ,
o di preferenza arbitraria, e che in questo campo
nulla possa affermarsi in modo obbiettivamente
valido.
Ma poichè l’uomo non può vivere senza valori e
senza norme, tale relativismo lo rende facile preda
dei sistemi irrazionali di valori .

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Egli torna ad una posizione che l’illuminismo greco, il
cristianesimo, il rinascimento e l’illuminismo
settecentesco avevano ben superato.
Le esigenze dello stato, l’entusiasmo per le magiche
doti di possenti leaders, possenti macchine e
successo materiale, divengono le sorgenti delle sue
norme e dei sui giudizi di valore. Dovremo tollerare
questa situazione ? Dovremo consentire l’alternativa
tra religione e relativismo ? Dovremo accettare
l’abdicazione della ragione in materia di etica ?
Dovremo ritenere che le scelte tra schiavitù e
libertà, tra odio e amore, tra falso e vero, tra
opportunismo e ingenuità, tra morte e vita, non
siano che i risultati di altrettante preferenze
soggettive ?
Esiste, in verità, un’altra alternativa. Norme etiche
valide possono istituirsi mediante la ragione umana
ed essa sola. L’uomo è capace di discernere e di
compiere giudizi di valore validi quanto qualsiasi
altro giudizio formulato dalla ragione. La grande
tradizione del pensiero etico umanistico ha gettato
le basi del sistema di valori fondato sull’autonomia e
la ragione umana. Tali sistemi vennero fondati sulla
premessa che, per conoscere che cosa sia buono o
cattivo per l’uomo, si debba conoscere la natura
dell’uomo. E dunque, esse erano pure investigazioni
psicologiche. Se l’etica umanistica si fonda sulla
conoscenza della natura umana, la psicologia
moderna, e la psicanalisi in particolare, avrebbero
dovuto costituire uno degli stimoli più potenti per lo
sviluppo dell’etica umanistica. Ma pur avendo la
psicanalisi dilatato enormemente la nostra
conoscenza dell’uomo, non ha accresciuto la nostra
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conoscenza di come l’uomo dovrebbe vivere e di
quale sia il suo compito. La sua funzione principale
è stata di “ridimensionare” dimostrando come i
giudizi di valore e le norme etiche siano espressione
razionalizzata dei desideri e dei timori irrazionali – e
spesso inconsci – e che pertanto essi non possono
accampare pretese di validità oggettiva.
La psicanalisi, nel tentativo di fondare la psicologia
come scienza naturale, commise l’errore di separarla
dai problemi della filosofia e dell’etica. Ignorò
volutamente il fatto che la personalità umana non si
può comprendere se non consideriamo l’uomo nella
sua totalità, il che include la sua urgenza di trovare
risposta al problema del significato della propria
esistenza e di scoprire le norme secondo le quali
vivere. L’ “homo psychologicus” di Freud è una
costruzione non realistica esattamente quanto l’
“homo oeconomicus” dell’economia accademicistica
classica. E’ impossibile comprendere l’uomo ed i
suoi disturbi emotivi e mentali senza comprendere la
natura e il valore dei conflitti morali.
In questo libro si radica l’intento di riaffermare la
validità dell’etica umanistica e di mostrare che la
nostra conoscenza della natura umana non conduce
al relativismo etico bensì, all’opposto, alla
convinzione che le fonti delle norme per la condotta
morale si debbano trovare nella natura stessa
dell’uomo; che le norme morali si fondano sulle
qualità intrinseche dell’uomo e che violarle
comporta la disintegrazione mentale ed emotiva.
Se l’uomo deve affidarsi a valori, deve conoscere se
stesso e la capacità di bontà e produttività della sua
natura.
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Nota: il concetto di produttività, appena espresso,
sarà argomento significativo nel corso di alcuni
successivi capitoli dove troverà ampio risalto in
particolare laddove, trattando di orientamenti
caratteriali, assumerà quell’importante significato
che gli è proprio in un contesto ideologico di
umanesimo socialista che è poi, nella realtà, il vero
binario di scorrimento dell’intero testo. Lo stesso
percorso di chiarimento risulterà necessario al
lettore che non sia uso alla lettura di testi di
umanesimo socialista per la medesima ragione,
riferita ad altri vocaboli: il significato di alcuni di essi
che è stato fortemente deformato per ingannare il
popolo sulla via della sua “manipolazione” da
cittadino in consumatore.
Abbiamo tentato, per quanto possibile, di esprimere
chiarezza di definizione; supponendo però che possa
rimanere il rischio di equivocare e non comprendere
appieno, ribadiamo la nostra piena disponibilità a
rispondere ad ogni richiesta di chiarimento
attraverso la posta elettronica o sms.

Capitolo II

L’interesse sociale – La coscienza autoritaria – La


coscienza umanistica

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Affrontare il percorso indicato nell’introduzione,
accompagnandolo con il desiderio di essere ben
compresi, prevede la necessità di fugare
preliminarmente dubbi di interpretazione di parole e
concetti.
Questo metodo potrà, forse, risultare eccessivo e
cavilloso ma avrà certamente il merito di ridurre
drasticamente la possibilità di confusione che, di
solito, genera incertezza e, conseguentemente,
comportamento emozionale e irrazionale. E’ pur vero
che non ci si può soffermare alla chiarezza
definitoria di ogni vocabolo, però, almeno, corre
l’obbligo di farlo per quei vocaboli che hanno avuto e
conservano un significato dubbio o ambiguo.
Il primo concetto, che si pone a fondamento
dell’attività di chiunque voglia affrontare la gestione
della pubblica amministrazione, è quello di
interesse sociale
Poiché abbiamo prima accennato, nell’introduzione,
al significato diffuso del vocabolo – politica – e
poiché si indicavano le sue azioni - quelle della
politica - come dedite al raggiungimento di
determinati fini, dobbiamo naturalmente
presupporre che quei fini siano decisamente rivolti
all’interesse sociale.
Il contrario, l’interesse privato, è un atto illegale
oltrechè vergognosamente illecito o amorale.
L’interesse privato è, pur tuttavia, estremamente
diffuso tra gli amministratori pubblici (ogni lettore
avrà di che sbizzarrirsi per esemplificare!); ciò
accade principalmente a causa dell’educazione
famigliare così come di quella scolastica, dopodichè
trova buon albergo nell’ inefficacia delle pene;
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soluzione repressiva blanda che segue
un’educazione fallita perché non voluta dal sistema.
L’interesse sociale è stato oggetto di analisi attenta
e di costruzione scientifica sotto la guida esperta di
Adler all’incirca nella prima metà del secolo scorso.
Durante questo percorso Adler ha introdotto il
concetto di complesso d'inferiorità .
Sempre attento verso i problemi sociali, ha
sviluppato un approccio olistico ed umanistico verso
di essi.
Il complesso di inferiorità, naturalmente esistente in
qualsiasi essere umano che si accorga della sua
dimensione nel cosmo, comporta che maturi in lui
l’aspirazione alla superiorità.
L'aspirazione alla superiorità coesiste con un altro
innato impulso: cooperare e lavorare con altre
persone per il raggiungimento del bene comune, un
impulso che Adler ha definito interesse sociale . Lo
stato di salute mentale è caratterizzato da ragione,
interesse sociale e auto-trascendenza; quello di
disordine mentale invece da egocentrismo, senso di
superiorità o bisogno di esercitare potere su altre
persone.
Gli psicoterapeuti adleriani dirigono l'attenzione del
paziente sul fallimentare e nevrotico carattere delle
proprie aspirazioni allo scopo di fargli superare il
senso d'inferiorità. Quando il paziente è divenuto
conscio di questo viene aiutato ad acquisire una
maggiore auto-stima, ad adottare obiettivi più
realistici e comportamenti più utili e socialmente
orientati.
Adler è il fondatore della psicologia individuale la cui
concezione è basata sulle nozioni di carattere, di
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complesso d'inferiorità, di conflitto tra la posizione
reale dell'individuo e le sue aspirazioni; quando il
paziente è divenuto conscio di questo viene aiutato
ad acquisire una maggiore auto-stima, ad adottare
obiettivi più realistici e comportamenti più utili e
socialmente orientati.

Una delle più consuete vie seguite dagli


amministratori pubblici per affermare il
perseguimento dell’interesse sociale, tentando di
mostrarsi quanto mai adatti al ruolo pubblico,
consiste nell’invenzione di una “ragione sociale” che
giustifichi atti che sono invece di interesse proprio o
di lobbyes; anche qui gli esempi non mancheranno
certo al lettore che voglia seguire con attenzione le
prossime pagine.
Nella sintetica indicazione degli studi di Adler
sull’interesse sociale già lette, viene indicata nel
bisogno di esercitare potere sugli altri una delle
raffigurazioni, frutto del disordine mentale, di un
falso interesse sociale.
Questo bisogno di potere introduce la necessità di
affrontare due altri concetti: l’autorità e
l’autoritarismo.
La prima, molto sinteticamente, è un fatto
riconosciuto in quanto si da’ a chi esprime effettiva
capacità ( è il concetto del maestro di bottega dove i
giovani riconoscevano indiscutibilmente l’autorità
del maestro che cedeva loro la conoscenza che li
rendeva poi consapevoli dell’acquisizione della
capacità – anche a superarlo – per una successiva
condotta di vita autonoma). L’autorità non è una
qualità intrinseca all’individuo ma si riferisce ad un
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rapporto interpersonale nel quale una persona
considera un’altra superiore a se stessa nell’ambito
di quel rapporto. Per semplificare può dirsi come le
parti tra le due stesse persone possano invertirsi in
un rapporto successivo e diverso. L’autorità
razionale si manifesta in un processo in cui il
rapporto basa sul fatto che una parte riconosca la
superiorità effettiva all’altra parte dalla quale non le
discenda però un’azione di sfruttamento
dell’inferiorità. E’ un rapporto in cui la parte
riconosciuta superiore offre all’altra gli strumenti per
il raggiungimento e/o il superamento; è un rapporto
positivo.
In linea generale l’autorità non si impone, anzi, in
situazioni di equilibrio mentale, la si va ricercando
per beneficiare di quella capacità che le è propria e
intrinseca e che può cederci; non la si teme, semmai
la si ama; in situazione di disordine mentale, invece,
la si sfrutta fingendo amore o rispetto, per carpirne il
valore utilitaristicamente.
L’autoritarismo è, al contrario, sempre e solo
imposto; non può mai esservi riconoscimento di
quelle capacità che non esistono poiché esso,
l’autoritarismo, viene espresso proprio laddove
manchino obbiettive capacità riconosciute; dove si
manifesta l’espressione autoritaristica, si trovano
l’ignoranza, la manifesta inferiorità, la povertà
d’animo e morale, la più cupa asocialità.
L’autoritarismo, detto anche autorità inibitoria, è
caratterizzato dalla imposizione all’inferiore di uno
stato di “affermata” superiorità, volta a mantenere
sfruttamento, sopruso, privilegio; gli esempi corrono
all’ambito religioso, politico, familiare (padre/figlio,
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moglie/marito, ), sociale, lavorativo
(padrone/operaio) ecc. ; è un rapporto distruttivo.
Questo sistema, l’autoritaristico, ha invaso quasi
ovunque il tessuto amministrativo pubblico
avvalendosi della formazione di una particolare
coscienza oggi espressa dalla gran parte della
popolazione: la coscienza autoritaria.

Per introdurre in maniera comprensibile a chiunque


questo basilare concetto che consente l’accesso alla
pubblica amministrazione a pessimi soggetti umani,
è importante conoscere alcuni indirizzi culturali
diffusi.
Nel capitolo precedente è stato fissato un
riferimento all’umanesimo socialista; avremo modo
più avanti di trattare con particolare interesse
questa concezione però adesso occorre anticiparne
alcune componenti per definire poi la coscienza
autoritaria.
L’etica umanistica - ovvero il modo di comportarsi in
base all’idea che sia primaria l’importanza e la
dignità dell’uomo, attraverso la rivendicazione dei
diritti, delle esigenze, dei valori – esprime un
principio suo proprio che è il seguente: la virtù
equivale al perseguimento degli obblighi dell’uomo
verso se stesso, e il vizio equivale
all’automutilazione.
Questo basilare principio è contestato poiché si dice
che si rende l’egoismo e l’egocentrismo norma della
condotta umana, mentre in realtà lo scopo dell’etica
dovrebbe essere, appunto, la disfatta dell’egoismo e
dell’egocentrismo.

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Inoltre si aggiunge, per rafforzare la contestazione,
che l’uomo è di innata malvagità che può essere
vinta solo attraverso le sanzioni e il rispetto verso
l’autorità.
Ancora, per ulteriormente contestare l’etica
umanistica, si arriva persino ad aggiungere che,
anche se l’uomo non fosse innatamente malvagio, è
comunque sempre alla ricerca del piacere per
sentenziare quindi:<< non è forse il piacere con la
sua spasmodica ricerca contrario all’etica ?>>
Ecco allora che si sono aperte le porte a religioni
fideistiche e dogmatiche, a dottrine ideologiche
consimili, alla morale collocata chissà dove, al
giudice esclusivamente terzo, alla paura come
regola di condotta: la retta via regolata dal timore
dell’autoritarismo anziché dall’etica propria umana.
La cultura moderna è pervasa dal tabù dell’egoismo:
ci hanno insegnato che essere egoisti è peccaminoso
e che amare gli altri è virtuoso.
La dottrina che l’egoismo sia il massimo dei mali, e
che amare se stessi escluda di amare gli altri, non è
affatto limitata alla teologia ed alla filosofia, ma è
diventata una delle idee di repertorio da promuovere
in casa, a scuola, nei films, nei libri: ossia in tutti gli
strumenti di persuasione sociale.
<<Non essere egoista>> è una frase che si è
impressa nella mente di milioni di bambini,
generazione dopo generazione. Il suo significato è
alquanto vago.
Molti credono di aver compreso che significa non
essere egocentrici, sconsiderati, privi di interessi per
gli altri.

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In realtà, in genere, significa qualche cosa di più
“pesante”.
Non essere egoisti implica di non fare ciò che si
vuole, abbandonare la condotta derivante dai propri
desideri per amore dei desideri dell’autorità.
<<Non essere egoista>>, in ultima analisi, possiede
la medesima ambiguità che aveva nella dottrina
calvinista.
A parte la sua ovvia implicazione, significa <<non
amare te stesso>>, <<non essere te stesso>>, ma
sottomettiti a qualche cosa più importante di te, ad
un potere esterno, alla sua interiorizzazione “il
dovere”.
<<Non essere egoista >> diviene così il verbo di
tutti gli strumenti ideologici più potenti per
sopprimere la spontaneità ed il libero sviluppo della
personalità.
Sotto la pressione di questo slogan ci domandano
ogni sacrificio e la completa sottomissione.
Nella medesima cultura, la nostra, dentro cui si fa
strada ciò che abbiamo appena accennato si trova
anche la dottrina opposta: tieni sempre ben
presente il tuo vantaggio, agisci secondo quello che
per te è preferibile perché così facendo agirai pure
per il massimo vantaggio di tutti gli altri.
In realtà l’idea secondo cui l’egoismo individuale sia
la base di un benessere generale è il principio su cui
è stata costruita la società competitiva.
E’ sorprendente come nella medesima cultura si
possano insegnare contemporaneamente due
sistemi basati su principi così evidentemente in
contraddizione.

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Del fatto non si può pur tuttavia dubitare
minimamente; anzi si nota persino il devastante
risultato nella confusione totale in cui è precipitato
l’individuo.
Lacerato dalle due dottrine è completamente
bloccato nel processo di realizzazione della sua
personalità; tale confusione costituisce una delle
fonti più significative delle perplessità e
dell’impotenza dell’uomo moderno.
Mentre ci stiamo avvicinando alla introduzione della
coscienza autoritaria dobbiamo fissare alcuni altri
concetti: l’amore per se stessi, l’egoismo e
l’interesse che ha un significato estremamente
ambiguo che si può intendere solo tenendo conto
dell’evoluzione storica del concetto.
La dottrina che l’amore per se stessi sia identico
all’egoismo e sia un’alternativa esclusiva all’amore
per gli altri, ha pervaso la teologia, la filosofia e il
pensiero popolare; è stata persino razionalizzata in
linguaggio scientifico nella teoria freudiana del c.d.
“narcisismo”.
Seguono i problemi: l’osservazione psicologica
sostiene la tesi che esista una contraddizione
fondamentale ed una mutua esclusività tra l’amore
per se stessi e l’amore per gli altri ? L’amore per se
stessi costituisce il medesimo fenomeno
dell’egoismo oppure si tratta di opposti ? E poi,
l’egoismo dell’uomo moderno è realmente un
interesse per se stesso in quanto individuo con tutte
le sue potenzialità intellettuali, emotive e sensuali ?
Non è “egli” diventato un’appendice del suo ruolo
socio-economico ? Il suo egoismo è identico con

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2
l’amore di sè o non è piuttosto causato appunto
dalla mancanza di esso ?
Prima della trattazione dell’aspetto psicologico dell’
egoismo e dell’amore di sé, occorre sottolineare
l’inconsistenza logica della nozione che l’amore per
gli altri e per se stessi siano mutuamente esclusivi.
Se è una virtù amare il mio prossimo in quanto
essere umano, dovrà risultare una virtù – e non un
vizio – amare me stesso perché io stesso sono un
essere umano. Non vi è una concezione dell’uomo
in cui io stesso sia escluso.
Una dottrina che proclama tali esclusioni si dimostra
intrinsecamente contraddittoria.
L’amore per me stesso è connesso inseparabilmente
con l’amore per chiunque altro.
Quali sono quindi le premesse su cui si fondano le
conclusioni della nostra argomentazione ? In linea
generale sono le seguenti: non soltanto gli altri ma
noi stessi costituiamo l’oggetto dei nostri sentimenti
ed atteggiamenti;
gli atteggiamenti nei riguardi degli altri e di noi
stessi, ben lontani da ogni contraddizione, sono
fondamentalmente connettivi. L’amore, in linea di
principio, è indivisibile; l’amore genuino è
un’espressione di produttività ed implica
sollecitudine, rispetto, responsabilità e conoscenza.
Non è un “affetto” nel senso di essere “affetti”
( toccato da.., colto da.., ammalato di.., colpito da..
ecc.), bensì una spinta attiva volta alla crescita ed
alla felicità della persona amata, radicata nella
propria capacità di amare.
Amare è un’espressione della propria potenza di
amare, e amare qualcuno è la realizzazione e la
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3
concentrazione di tale potenza nei riguardi di una
singola persona. Non è per nulla vero, come
lascerebbe intendere la concezione dell’amore
romantico, che esiste solo quell’ unica persona al
mondo che si può amare e che grande fortuna della
propria vita sia il trovarla. E neppure è vero, se
pure tale persona sia trovata, che l’amore per
questa comporti un ritrarsi dell’amore per gli altri.
L’amore che si può sperimentare soltanto nei
riguardi di una persona dimostra, a ragione di questa
esclusività, di non essere amore, bensì un
attaccamento simbiotico figlio di un profondo
disagio, di insicurezza, di paura della solitudine.
L’affermazione fondamentale contenuta nell’amore è
diretta verso la persona amata in quanto
incarnazione di qualità essenzialmente umane.
L’amore di una persona implica l’amore dell’uomo in
quanto tale. Il tipo di “divisione del lavoro”
mediante la quale si ama la propria famiglia ma non
si nutre alcun sentimento per lo straniero, è il segno
dell’incapacità fondamentale di amare oltrechè
essere la base del razzismo occidentalizzato.
L’amore dell’uomo non è, come frequentemente si
suppone, un’astrazione che deriva dall’amore per
una persona specifica, bensì ne è la premessa,
anche se, geneticamente, lo si acquista da parte di
individui specifici che amano.
Da ciò deriva che il mio stesso sé, in linea di
principio, dev’essere oggetto d’amore quanto
un’altra persona.
L’affermazione della propria vita, della propria
felicità, crescita e libertà, si radica nella propria

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4
capacità di amare, vale a dire nella sollecitudine,
nel rispetto, nella responsabilità e nella conoscenza.
Se un individuo è capace di amare produttivamente,
amerà anche se stesso, se può amare soltanto gli
altri non amerà affatto. Stabilito che l’amore per se
stessi e l’amore per gli altri sono, in linea di
principio, connettivi, come spiegheremmo l’egoismo,
che ovviamente esclude qualsiasi genuina
preoccupazione per gli altri ? La persona egoista si
interessa soltanto di se stessa, vuole tutto per se
stessa, non sente alcun piacere nel dare, ma solo nel
prendere; spesso anzi si affanna a “dare” ma nella
convinzione cercata del successivo “prendere”; non
è amore è calcolo utilitaristico. Il mondo esteriore è
considerato solo unicamente dal punto di vista di
quanto se ne può trarre; una tale persona manca di
qualsiasi interesse per le necessità altrui, e di
rispetto per la loro dignità e integrità. Non può
vedere altro che se stessa; giudica chiunque e
qualsiasi cosa solo in funzione della propria utilità; è
fondamentalmente incapace di amare. Se ne
deduce quindi che l’egoismo e l’amore di se stessi,
ben lungi dall’essere identici, sono in realtà opposti.
Ma è proprio nell’assunzione di tale volutamente
errata convinzione che si è fatta forza la tendenza a
distruggere l’umanesimo considerato, nella visione
socialista, la via per la libertà dalle teocrazie
ansiogeniche – non solo religiosamente
rappresentate – prima tappa della libertà dell’uomo.
Analizzati, seppur sommariamente, l’egoismo e
l’amore per se stessi, possiamo ora procedere a
trattare il concetto estremamente ambiguo di
interesse .
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5
Il problema concerne che cosa si debba considerare
costitutivo dell’interesse per se stessi e come sia
determinabile.
Due soli sono i modi per affrontare il problema. Il
primo modo è un approccio oggettivistico formulato
già con chiarezza nella prima metà dell’800.
L’interesse, ovvero “il perseguimento del proprio
profitto” si identifica con la virtù.
<<Quanto più una persona cerca ed è capace di
perseguire il proprio profitto, vale a dire di
preservare il proprio essere, tanto più ricco di virtù
appare>>.
L’opposto, ovvero la negligenza verso il proprio
profitto, è la dimostrazione che quella persona è
impotente.
Secondo tale concezione è interesse dell’uomo
preservare la propria esistenza che è l’equivalente
della realizzazione delle proprie intrinseche
potenzialità.
Ma, e qui occorre che si ponga la massima
attenzione, l’interesse non va concepito nei termini
del sentimento soggettivo ovvero di quello che è il
proprio individuale interesse, ma nei termini di
quello che è interesse nella natura dell’uomo,
oggettivamente.
L’uomo possiede un unico ed esclusivo interesse
reale ed esso consiste nel pieno e totale sviluppo
delle sue potenzialità, di se stesso, in quanto essere
umano.
Ne deriva che l’uomo può ingannarsi circa il suo
reale interesse se ignora tutto su se stesso e sui suoi
reali bisogni e che la scienza dell’uomo è la base per

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determinare che cosa costituisca l’interesse stesso
dell’essere umano.
Negli ultimi trecento anni il concetto di interesse si è
sempre più andato restringendo, fino ad assumere
un significato quasi opposto a quello che possedeva
nel pensiero precedentemente radicato.
Esso si è identificato con l’egoismo, con l’interesse ai
vantaggi materiali, al potere, al successo; e non
essendo più sinonimo di virtù, sconfiggerlo è
diventato il comandamento etico. Tale
deterioramento è stato consentito dal trapasso da
un approccio oggettivistico ad uno erroneamente
soggettivistico nei riguardi dell’interesse.
L’interesse non si doveva quindi più determinare in
base alla natura dell’uomo e degli umani bisogni; di
conseguenza la nozione che si potesse sbagliare in
merito ad esso venne abbandonata, e sostituita dalla
concezione che tutto ciò che la persona sentiva
come rappresentazione del proprio interesse era,
conseguentemente, l’interesse autentico.
La concezione moderna, oggi rilevabile, di interesse
è una singolarissima mescolanza tra concezioni
contraddittorie quali quelle luterane e calviniste da
un lato e progressiste spinoziane dall’altro.
Calvinismo e luteranesimo avevano insegnato che si
deve sopprimere l’interesse e sentirsi
semplicemente gli strumenti delle divine finalità. Gli
spinoziani pensieri indicavano invece che l’uomo
deve essere fine a se stesso e non un mezzo per una
qualsiasi finalità che lo trascenda.
E’ accaduto allora che l’uomo ha accettato i
contenuti della dottrina calvinista ma respingendone
la formula religiosa.
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Ha fatto di se stesso uno strumento, non della divina
volontà, ma della macchina economica o dello stato.
Ha sostituito il dio calvinista (non buono) con la
macchina economica (ancor peggio). Ha accettato il
ruolo di utensile, non in nome di un dio ma in nome
del progresso industriale; ha lavorato ed ammassato
danaro, ma essenzialmente non per il piacere di
spenderlo o di goderne, ma per risparmiare,
investire, comprare il successo. L’ascetismo
monastico è stato rifigurato in ascetismo mondano
in cui la felicità e la gioia personale non
costituiscono più scopi ideali della vita. A questo
punto si somma la visione deformata dell’idea di
interesse personale in formula progressista secondo
la quale l’uomo aveva il diritto – anzi l’obbligo – di
perseguire il proprio interesse come norma suprema
della vita.
Ne consegue che l’uomo moderno vive secondo il
principio della negazione di se stesso e pensa nei
termini dell’interesse personale. Egli è conformato a
ritenere di agire a sostegno del suo interesse,
mentre, in realtà, la sua preoccupazione
fondamentale risulta il danaro ed il successo; si
inganna circa il fatto che le sue potenzialità umane
restano insoddisfatte, e che egli perde se stesso
durante quello stesso processo, attraverso cui
persegue quello che, si suppone, sia per lui il
massimo dei vantaggi.
Nelle ultime generazioni, sottoposto alla crescente
influenza del mercato, l’uomo ha accettato un
significativo cambiamento del concetto di se:
dall’originario <<io sono ciò che penso>> al
successivo <<io sono ciò che ho>> poi a seguire<<
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io sono ciò che possiedo>> fino all’ultimo <<io sono
così come voi mi desiderate>>. L’uomo vive in una
economia di mercato è una merce senza saperlo.
Il suo interesse personale si rivela l’interesse “suo”
in quanto soggetto che impiega “se stesso” come
merce tale da spuntare il prezzo migliore nel
mercato della personalità.
A ragione di quanto sopra trovano quindi
giustificazione tutte quelle “apparizioni” sulla scena
politica di soggetti completamente slegati da legami
ideologici che, su un binario da costruire ad arte ed
allo scopo, mettono in movimento la loro
rappresentazione che sia il più possibile aderente a
quel succitato <<io sono così come voi mi
desiderate>> ed ottengono, purtroppo spesso,
riconoscimento elettorale basato sui presupposti del
consumismo: l’ offerta pubblicizzata e la
conseguente scelta emozionale.
La società consumistica ha negato la possibilità di
dare, riconoscere, evidenziare il valore intrinseco ;
tale valore è rappresentato dal risultato di un esame
critico complessivo del bene da valutare, è, per
indirizzare alla comprensione, ciò che fa un
cosiddetto esperto.
L’uomo moderno “valuta” il valore di un bene, non
necessariamente materiale, solo ed esclusivamente
in ragione di una quantificazione monetaristica
oppure “della marca” o della “promessa”.
Nel primo caso si vede il prezzo e, disconoscendo il
valore perizialmente vero, si sceglie “il risparmio”.
Nel secondo caso si può “non risparmiare” perché la
grande marca aggiunge il valore, che ha un prezzo,

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9
della garanzia di quella qualità di cui l’uomo non è in
grado di giudicare.
Nel terzo caso, tradizionalmente legato ai beni detti
“servizi”, si da’ valore fideistico; questo è il caso
della propaganda elettorale dove enormi faccioni
inespressivi campeggiano sui muri accompagnati da
slogan imbecilli normalmente “di promessa”.
Tre casi di nessuna oggettiva validità pronti al
risultato della scelta detta “secondo coscienza”; tre
colossali sistemi truffaldini agenti sul piano
emozionale.
Introduciamo adesso il concetto di coscienza sulle
premesse precedenti per avviarci a capire come
possa il “popolo sovrano”, quell’elemento
determinante della società che, per mezzo di una
croce o ics che dir si voglia, influenzare e
determinare il risultato elettorale nel sistema detto
della democrazia rappresentativa.
Non esiste nessuna asserzione più fiera che un
essere umano possa fare, di questa: <<agirò
secondo la mia coscienza>>.
Per tutta la storia dell’umanità gli uomini hanno
sostenuto i principi della giustizia, dell’amore e della
verità contro ogni specie di pressione fatta pesare su
di loro affinché abbandonassero quanto
conoscevano e credevano.
Socrate ha preferito la morte a una fuga con la quale
avrebbe tradito la propria coscienza venendo a
compromessi con la verità. Senza l’esistenza della
coscienza, la razza umana da lungo tempo si
sarebbe impantanata sul suo rischioso sentiero.
Molto diversi da Socrate sono quegli uomini che pure
hanno preteso di essere mossi dalla propria
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coscienza: gli uomini dell’inquisizione, che
bruciavano sul rogo gli uomini di coscienza,
pretendendo di farlo in nome della propria; i fautori
delle guerre di conquista, che pretendevano di agire
a sostegno della propria coscienza quando ponevano
al di sopra di ogni altra considerazione la bramosia
del potere.
In realtà la storia tramanda che non vi è quasi atto di
crudeltà o indifferenza nei riguardi degli altri o di se
stessi che non sia stato razionalizzato come dettato
dalla coscienza stessa e dal suo imperante bisogno
di essere pacata. Ad ogni nefandezza si fa seguire:
<< mi sento a posto con la coscienza!>>. (All’uscita
dell’urna è usuale!)
La coscienza, quando si esprime in manifestazioni
empiriche, diventa molto elastica e produce una
gran confusione, creando, così come ha creato,
spazio enorme per le dissertazioni filosofiche e
lautissimi guadagni per i dissertatori spesso
d’accademia.
Ad ogni buon conto proviamo a definirla come la
funzione psichica identificabile con la stessa
soggettività dell’uomo.
Aggiungiamo anche che, in armonia con l’ordine
cosmico, esiste nell’uomo un “senso morale”, un
senso del giusto e dell’ingiusto, una reazione
emotiva fondata appunto su quell’armonia che
appare solo in mancanza di quel disordine mentale
già visto nell’ introdurre il concetto di interesse
sociale.
Dovendo penetrare la questione “coscienza” in
maniera da renderla adatta alla trattazione di un
argomento quale il nostro, ovvero quale uomo sia
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migliore al fine di amministrare il bene pubblico e
quale sia decisamente pericoloso e da scartare,
proviamo a considerare le due coscienze, quella
autoritaria e quella umanistica; differenziazione che
si conforma alla linea generale di distinzione tra
etica autoritaria ed etica umanistica.

a) La coscienza autoritaria

La coscienza autoritaria è la voce di un’autorità


esterna interiorizzata: i genitori, lo stato o qualsiasi
altra figura che entro una tale cultura assuma
l’autorità.
Finchè le relazioni delle persone con l’autorità
rimangono esteriori, prive di sanzione etica, ben
difficilmente potremo parlare di coscienza; tale
comportamento è puramente pratico, regolato dal
timore o dalla punizione o dalla speranza di
ricompensa e dipende sempre dalla presenza di tali
autorità, da ciò che esse sanno circa quanto
facciamo, e dalla loro capacità, pretesa o reale, di
punire o ricompensare. Assai di frequente quanto si
ritiene costituire un’ esperienza di senso di colpa,
che scaturisce dalla nostra coscienza, in realtà altro
non è che il timore per tali autorità.
A rigore tali persone non si sentono colpevoli, bensì
hanno paura dell’autorità.
Tuttavia, nella formazione della coscienza, autorità
quali i genitori, la chiesa, lo stato, la pubblica
opinione vengono accettate spesso inconsciamente
come legislatori morali, le cui leggi e sanzioni
vengono adottate, così interiorizzandole.

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Esse saranno diventate “norme di coscienza” non
perché sono buone ma perché sono state dettate
dall’autorità.
La presenza di autorità esterne verso le quali si
sente reverenza e timore è la fonte che
continuamente nutre l’autorità interiorizzata: la
coscienza.
I contenuti della coscienza autoritaria derivano dalle
prescrizioni e dai tabù dell’autorità; la sua forza si
radica nelle emozioni di paura e di ammirazione per
l’autorità.
La buona coscienza è così compiacere l’autorità; la
cattiva coscienza è la consapevolezza di dispiacerle.
La buona coscienza (autoritaria) determina un senso
di benessere e di sicurezza, poiché implica
approvazione dall’autorità e dunque maggiore
intimità con essa; la cattiva coscienza determina
timore ed insicurezza, poiché agire contro il volere
dell’autorità implica il pericolo di essere puniti e – ciò
che è assai peggio – essere abbandonati.
Per intendere pienamente la portata di quest’ultima
osservazione, si deve ricordare quale sia la struttura
caratteriale della persona autoritaria. Un tale
individuo ha trovato sicurezza interiore divenendo,
simbioticamente, parte di un’autorità che sente
maggiore e più potente di se stesso. Finchè è parte
di tale autorità – pur se a spese della propria umana
integrità – sente di aver parte nella forza
dell’autorità. Il suo senso di certezza e di identità
dipende da tale simbiosi; essere respinto
dall’autorità significa essere gettato nel vuoto,
trovarsi di fronte all’orrore del nulla. Per il carattere
autoritario, tutto è preferibile a questo.
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3
L’offesa primaria, nella situazione autoritaria, è la
ribellione contro il ruolo dell’autorità. Così la
disobbedienza diventa il peccato cardinale e
l’obbedienza la virtù cardinale. L’obbedienza implica
il riconoscimento della superiore potenza e saggezza
dell’autorità; del suo diritto a comandare, a
ricompensare e punire a seconda delle proprie
decisioni. L’autorità esige la sottomissione non
soltanto a causa della paura che il suo potere ispira,
ma anche alla convinzione della superiorità e del
diritto morale che essa riveste.
Il rispetto dovuto all’autorità reca con se il tabù di
metterlo in questione. L’autorità può degnarsi di
dare qualche spiegazione per le sue prescrizioni e
proibizioni, per le sue ricompense e punizioni,
oppure può astenersi dal farlo, ma l’individuo non
avrà mai il diritto di porla in questione o criticarla.
Se qualche motivo potrà esservi di critica
all’autorità, sarà l’individuo ad essa soggetto, senza
dubbio, ad essere in colpa; e il solo fatto che tale
individuo osi criticarla è, ipso facto, prova certa della
sua colpevolezza.
Un aspetto particolarmente importante dell’unicità
dell’autorità è il privilegio di essere l’unica che non
segue la volontà altrui ma soltanto la propria; che
non sia un mezzo ma un fine in se stessa; che crei e
non sia creata.
Nell’orientamento autoritario, il potere di volere e
creare sono privilegio dell’autorità. I suoi soggetti
sono mezzi a questo fine e, di conseguenza, sono
sua proprietà, ne dispone a piacimento e sono da
essa usati per i suoi propositi.

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Paradossalmente, la coscienza autoritaria
“colpevole” è prerogativa degli uomini migliori, è il
risultato di un senso di forza, di indipendenza, di
produttività e di orgoglio, mentre la coscienza
autoritaria “buona” scaturisce da sentimenti di
obbedienza, dipendenza, impotenza e
peccaminosità.
L’interiorizzazione dell’autorità ha due implicazioni:
la prima, che abbiamo appena trattato, riguarda la
sottomissione dell’uomo all’autorità; la seconda
riguarda il fatto che egli assume il ruolo dell’autorità
stessa, trattando se stesso col medesimo rigore e la
medesima crudeltà.
L’uomo diviene così non solo schiavo ubbidiente, ma
anche rigoroso esecutore, che minaccia se stesso in
quanto schiavo di se stesso.
Il blocco della libertà rivolge l’uomo all’indietro verso
e contro se stesso in un percorso distruttivo.
Inimicizia, crudeltà,piacere nel perseguitare,
sorprendere, alterare, distruggere: il volgersi di tutti
questi istinti contro i propri stessi possessori: è
questa l’origine della cattiva coscienza.

b) La coscienza umanistica

La coscienza umanistica non è la voce interiorizzata


di un’autorità che siamo ansiosi di compiacere, e
timorosi di dispiacere; è la nostra stessa voce,
presente in ogni essere umano che non la soffochi, e
indipendente da sanzioni e ricompense esterne.
Qual è la natura di tale voce ? Perché la ascoltiamo,
e perché diveniamo sordi rispetto ad essa ?

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La coscienza umanistica è la reazione della nostra
personalità totale al proprio funzionamento o non
funzionamento; non è una reazione al
funzionamento di questa o quella capacità, bensì alla
totalità delle capacità che costituiscono la nostra
esistenza umana e individuale.
La coscienza giudica il nostro funzionamento come
esseri umani; essa è conoscenza entro se stessi ,
conoscenza del nostro rispettivo successo o
fallimento nell’arte di vivere.
Ma sebbene sia “conoscenza” essa è più che pura
conoscenza nel campo del pensiero astratto; è una
qualità affettiva , poichè si tratta della reazione della
nostra personalità totale e non solo delle reazioni
della nostra mente; non è calcolo razionale
utilitaristico.
Le azioni, i pensieri ed i sentimenti che conducono al
funzionamento più pieno ed al dispiegamento della
nostra personalità totale determinano un senso di
approvazione interna, di giustezza che è una
caratteristica della buona coscienza umanistica.
La coscienza è pertanto una re-azione di noi stessi
su noi stessi. E’ la voce dei nostri se’ autentici, che
ci richiama a noi stessi, a vivere produttivamente, a
svilupparci pienamente ed armonicamente: vale a
dire, a divenire ciò che potenzialmente siamo.
Se l’amore può definirsi l’affermazione delle
potenzialità e della sollecitudine e del rispetto per
l’unicità della persona amata, la coscienza
umanistica può giustamente chiamarsi la voce della
nostra sollecitudine amorevole per noi stessi.
La coscienza umanistica rappresenta non soltanto
l’espressione dei nostri autentici se’; contiene pure
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l’essenza delle nostre esperienze morali di vita. In
essa conserviamo e preserviamo la conoscenza del
nostro scopo nella vita e dei principi mediante i quali
attingerlo; tanto quei principi che abbiamo noi stessi
scoperto, quanto quelli che abbiamo appreso da altri
e che abbiamo fatto nostri, arricchendoci, avendoli
riconosciuti veri e di intrinseci valore.
La coscienza umanistica è espressione dell’integrità
e dell’interesse per se stesso da parte dell’uomo,
mentre la coscienza autoritaria riguarda
l’obbedienza, l’autosacrificio, il dovere disceso
dall’elemento “terzo”, o il suo “adattamento”
sociale. Scopo della coscienza umanistica è la
produttività, e, pertanto, la felicità, essendo la
felicità l’elemento concomitante necessario della
vita produttiva.
Mutilarsi divenendo uno strumento altrui, non
importa quanto gli altri possano apparire degni,
essere privi di se’, infelici, rassegnati, scoraggiati, si
oppone alle esigenze della propria coscienza;
qualsiasi violazione dell’integrità e del
funzionamento migliore della nostra personalità sia
nei riguardi del pensiero che dell’azione e persino in
campi riguardanti problemi come il gusto per il cibo
o il comportamento sessuale, significa agire contro
coscienza.
Ma la nostra analisi della coscienza non viene forse
contraddetta dal fatto che, in tante persone, la voce
di essa è tanto debole da non poter essere udita né
seguita ?
In verità è proprio in questo fatto che trova la sua
collocazione il motivo della precarietà morale della
situazione umana. Se la coscienza parlasse sempre
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in modo sufficientemente netto e avvertibile, pochi
si lascerebbero traviare dal proprio obiettivo morale.
Una risposta si ricava dalla stessa natura della
coscienza: dato che la sua funzione è di stare a
guardia del vero interesse dell’uomo verso se stesso,
essa è vitale nella misura in cui una persona non
abbia interamente perduto se stessa, e non sia
divenuta preda della sua indifferenza e distruttività.
La relazione della coscienza con la produttività è una
relazione di interazione. Più produttivamente si
vive, più forte è la nostra coscienza e, per converso,
più stimolata risulta la nostra produttività. Meno
produttivamente si vive, più debole diviene la
coscienza; la situazione paradossale – e tragica –
dell’uomo è che la sua coscienza è più debole
quanto più ne ha bisogno.
Una seconda risposta al problema della relativa
inefficacia della coscienza consiste nel nostro rifiuto
di ascoltare e – ciò che è ancora più importante –
nella nostra ignoranza di sapere che cos ascoltare .
Spesso ci illudiamo che la coscienza debba parlare a
voce alta, e che il messaggio di essa debba essere
chiaro e distinto; attendendo una simile voce non si
riesce a distinguere nulla. Ma quando la voce è
debole è pure indistinta; occorre quindi apprendere il
modo di ascoltarla e comprenderne le
comunicazioni, per poter agire di conseguenza in
modo positivo.
I sistemi organizzati di condizionamento sociale quali
quelli consumistici o utilitaristici bene conoscono
questi fatti.
Il risultato è sotto gli occhi di chiunque voglia
vedere; la voce della coscienza individuale è stata
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sostituita dalla voce del capobranco politico,
dall’inganno umanistico ancor prima che politico.
Per poter ascoltare la voce della nostra coscienza,
dobbiamo imparare ad ascoltare noi stessi, il che è
quanto la maggior parte della popolazione della
nostra cultura trova molto difficile fare. Ascoltiamo
qualsiasi voce, ascoltiamo chiunque men che noi
stessi. Siamo esposti in continuazione al rumore di
opinioni ed idee che ci bersagliano da ogni parte : i
films, i giornali, la televisione, il vano ed inutile
chiacchiericcio.
Se mai l’uomo avesse intenzionalmente progettato
di vietare per sempre a se stesso di ascoltarsi, non
avrebbe potuto fare meglio! Ascoltare se stessi è
tanto difficile perché quest’arte richiede un’alta
capacità, rara nell’uomo moderno: quella di essere
soli con se stessi.
In realtà abbiamo sviluppato una vera e propria fobia
dell’essere soli; preferiamo la compagnia più triviale
e persino nociva, preferiamo le attività più
insignificanti all’esser soli con noi stessi. Abbiamo
talmente paura di noi stessi da aver paura di starci
soli. Forse è perché sentiamo che ci troveremmo in
pessima compagnia ? Certo è che il timore di essere
soli con se stessi costituisce piuttosto un senso di
imbarazzo, che talvolta sfiora il terrore di vedere una
persona nello stesso tempo tanto conosciuta e tanto
“straniera”; ne abbiamo paura e fuggiamo il
contatto.

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Capitolo III
L’etica si risolve nell’economia

Nel suo primo sforzo per costituirsi in scienza,


l’economia politica non si preoccupa troppo di
limitare il proprio campo di indagine e affronta il
problema dell’agire economico nei termini della non
differenziata vita etica, giuridica e politica.
Le leggi economiche diventano così corollario della
concezione individualistica e si innestano
immediatamente nella filosofia dell’illuminismo,
senza che si possa determinare il carattere specifico
dell’indagine. La scienza dell’economia si riduce, in
altri termini, alla mera applicazione di un principio di
carattere universale e conincide, sostanzialmente,
con la filosofia dell’utilitarismo.
La formula del maggior utile per il maggior numero
di individui diventa la definizione diffusa ed
insegnata del benessere economico e il fine che
deve porsi l’opera dell’economista. Il quale poi,
nella ricerca dei mezzi per conseguirlo, deve
concludere col negarli tutti, con il rimettersi
all’arbitrio dell’individuo e con lo svuotare del tutto
la scienza che vorrebbe instaurare.
L’economia, scienza in creazione, cerca quindi la sua
autonomia scientifica <<distinguendo la norma
economica dalla norma etica>>. Conduce quindi i
suoi sforzi ad accantonare un valore assoluto quale
quello etico per basarsi su un valore relativo,
particolare, quello economico.
Questo carattere equivoco accompagnerà tutto lo
sviluppo dell’economia politica, compromettendone
in maniera radicale il rigore scientifico e
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0
costringendola ad una insanabile contraddizione,
che, non le consentirà mai più di conciliarsi sul serio
con la morale, né con il diritto né con la politica.
Rimarrà una pura essenza autoreferenziale, produrrà
pessimi elementi allorchè questi, sempre più di
frequente, si affacceranno alla pubblica cosa da
gestire; l’interesse sociale, di cui si è già detto, trova
in costoro ben poco positivo sviluppo.
Staccare l’economia dall’etica e facendo
dell’economia una scienza a se stante si fa
dell’economia un’etica!
In altre parole se l’etica è un insieme di principi
comportamentali, ossia un esercizio di vita legato a
valori riferiti ai mezzi, ai fini e ai moventi dell’azione
in relazione all’idea del bene e del male, del nobile e
dell’ignobile; e se, parimenti, l’economia è pur’essa
un insieme di principi comportamentali riferiti però
all’utile da conseguire e all’accumulazione di
ricchezza e se la misura della sua efficienza è data
dalla quantità dei beni economici, di profitti ottenuti
e di redditi distribuiti, a causa di questa
assolutizzazione del giudizio per ciascuna delle due
materie – l’etica e l’economia – ecco che diventa
“etica” la misura dell’accumulazione,
indipendentemente dai valori comportamentali del
bene e del male, del nobile e dell’ignobile. Quindi,
pur di fare profitto (economicamente etico), posso
anche far morire di cancro dieci persone!
Per raggiungere fini etici o sociali ( o di interesse
generale: beneficiare o non danneggiare gli altri) si
debbono usare mezzi etici adeguati e non
contradditori rispetto ai fini.

4
1
Conseguentemente stante l’unicità sociale del
comportamento dell’uomo, il contenuto dell’azione
singola e collettiva è insieme etico ed economico.
Il rapporto tra etica e morale è, tuttavia,
unidirezionale e può essere concepito solo come
assoluta subordinazione dell’economia all’etica.
Considerazioni molto diverse tra loro vennero
manifestate da una pluralità di pensatori al riguardo;
alcuni idealizzarono proposte “ad alto rischio di
infiltrazione” perché trascurarono di considerare le
differenze caratteriali degli individui; altri, in
situazioni estreme, suggerirono l’attuazione delle
loro proposte se <<rettamente>> intese; altri
ancora proposero la pena di morte quale
eliminazione del soggetto anomalo. Di molti di
questi autori (Bacone, Hobbes, Bentham, Smith,
Cantillon, Hume, Locke, Petty, Quesnay ecc.) sono
piene le biblioteche delle facoltà universitarie e sono
ampiamente rifocillati i cervelli dei “maestri di
pensiero”.
Se si ritrova, o almeno si persegue, l’unità reale del
comportamento umano appare via via insostenibile
la distinzione tra bene economico e bene non
economico non meno della confusione dell’etica con
l’economia.
Non si può operare la distinzione considerando la
distinzione tra beni materiali e beni immateriali
perché anche i servizi, che sono frutto di attività
profittevoli e che hanno caratteristiche di prodotti
dotati di utilità, sono beni economici, eppure hanno
essenziali caratteristiche di immaterialità. Peggior
risultato si ottiene se si tenta la distinzione tra beni
scarsi e beni abbondanti: economici i primi e non
4
2
economici i secondi. Anche il concetto di rarità è
soggetto a critica: qual è il discrimine ? Essere essi
in quantità superiore od inferiore al fabbisogno ? Gli
elementi quali l’acqua e l’aria, che una volta erano
considerati non economici perché privi di prezzo,
oggi hanno un costo. Basti pensare ai costi per
potabilizzare l’acqua o a disinquinare l’aria.
Qual è l’intensità della preferenza rispetto all’utilità
di un bene dato dal popolo o dato da un governante
autoritaristico ? Perché il governante valorizza in
scala soggettiva individuale o partitivamente
soggettiva i beni che poi distribuisce al popolo ?
Perché la valorizzazione è lobbysta e passa
attraverso la coscienza autoritaria del governante
che riconosce, così come prevede l’impianto
caratteriale, l’autorità della lobby economica cui non
intende dare dispiacere con la disobbedienza.
Quale miglior rappresentazione di ciò che è appena
stato accennato si poteva dare della legge
finanziaria che oggi, dicembre 2006, occupa
centinaia di pagine di giornali quotidianamente e
tutti i telegiornali che vanno in onda ?
E’ visibile a chiunque la totale incapacità di un
governo che è liberista nei fatti poiché soggetto
dalla propria coscienza autoritaria a obbedire ai
centri di potere autoritario per continuare a farne
parte ed è social/riformista nella declarata
autoreferenzialità.
E’ visibile a chiunque il disordine organico generale
sempre giustificato da “morali” fittizie
quotidianamente rimaneggiate; il cittadino rimane
perplesso, con una lentezza bradipea tenta di capire
ciò che non è capibile se non metabolizza
4
3
interamente il contenuto dei capitoli precedenti; non
è possibile impiantare una norma sulla confusione;
non è possibile che un popolo si astenga dalla
partecipazione attiva e propositiva al fine del
miglioramento del tessuto sociale.
Il precedente governo, quello dichiarato liberista, si è
trovato nella medesima situazione: uomini privi di
qualsivoglia impianto ideologico, quindi di una
riconosciuta scala valoriale, hanno tentato di
abbozzare giorno dopo giorno un progetto che non
capivano ma tentavano di recitare, individualmente,
ciascuno pro domo sua.
La comparsa dell’etica economica, di cui abbiamo
trattato prima, si realizza, a livello politico,
attraverso un lungo periodo di lotta culturale.
Dopo la seconda guerra mondiale, in Italia, più che
in altri paesi europei, si viene preparando una svolta
importante sotto il profilo culturale; riconosciuto che
la dottrina marxista, quella dell’umanesimo
socialista, ha eccessivi punti di contatto e
sovrapposizione con la dottrina del periodo tra le
due guerre, viene dato corpo ad un
rimaneggiamento del sistema sociale.
Il progetto che prevede l’avvio delle procedure atte
a creare un terreno fertile alla gratificazione
ricompensativa della liberatrice dal nazifascismo –
l’america – che ha lasciato migliaia di vittime sul
suolo italico, passa attraverso la scuola e la
riorganizzazione ideologica.
Riconosciuto che le parole vergate di pugno da
K.Marx, <<il comunismo è, in quanto compiuto
naturalismo, umanismo e, in quanto compiuto
umanismo, naturalismo>> potrebbero creare
4
4
qualche serissimo problema alla dottrina ideologica
imperante in america che è poi il liberismo
economico con la sua economia ammazzapopoli
antiumanistica, la classe politica italiana, aderendo
alla sua coscienza autoritaria, accetta
disciplinatamente di dare corso all’applicazione della
dottrina ideologica stalinista per affossare la visione
marxiana e gratificare l’autorità USA.
Da quel giorno, in Italia, si rappresentano due
nazioni: la prima quella stalinista che, come l’URSS,
piace all’autorità liberatrice perché giustamente
ansiogena verso la popolazione, di impianto
dogmatico e fideista, che controlla tutto il sistema
culturale ufficiale inventandosi un’ideologia
dichiarata marxista che, con il grande sociologo
(venduto per economista) non ha nulla da spartire,
anzi; la seconda, altrettanto ansiogena e fideista e
dogmatica basata sulla dottrina ideologica di don
Sturzo che, per un’autorità imperiale in formazione
quali gli Stati Uniti con una classe dirigente che
dorme con la Bibbia sul comodino, è, come si dice
volgarmente “grasso che cola”.
Nel progetto viene però considerato che l’Italia vanta
grandi precedenti di etica antieconomica ovvero
vanta grandi precedenti di economia complessa dai
grandi contenuti etici ed allora è sufficiente
“formare” nel novello sistema accademicistico
post/liberazione una categoria di professori con
coscienza autoritaria che, per non deludere
l’autorità, rinvengono dentro le pieghe della veste
morale la possibilità di “istruire” e “formare” tutta
quella generazione di economisti antietici e
antiitaliani che hanno trovato giustificazione a tutte
4
5
le incredibili ruberie delle italiche risorse ( gli uomini,
le menti, la volontà produttiva, il territorio, la
memoria e la storia ) fino a consegnarci il patrio
suolo nelle condizioni in cui il governo attuale si
dibatte.
D’altro canto, se insistiamo sin dall’inizio che per
scegliere in maniera consapevole occorre conoscere
gli ingredienti degli aggregati, è naturale che per
scegliere: america si o america no, occorre
conoscere gli ingredienti di quella nazione dotandosi
di una coscienza umanistica.
Dalla liberazione in poi tutti, nessuno escluso dei
governi succedutisi, hanno riconosciuto l’america
come un’autorità ed hanno ( gli uomini che hanno
partecipato ai governi) interiorizzato questo
concetto.
Dalla liberazione in poi tutti gli uomini politici hanno
partecipato alla sceneggiata autoritaria rivestendo la
parte che spettava in quel momento storico della
democrazia rappresentativa elettoralmente
compiuta: maggioranza od opposizione. Abbiamo
registrato interventi, talvolta fanatici, pro e contro;
tuttavia si è sempre trattato di ribellismo – che
significa “fare casino”, strumentalizzando la massa,
per far cadere l’autorità e prendere il suo posto –
non certo di rivoluzionarismo – che significa proporre
e realizzare un nuovo progetto in discontinuità col
precedente coinvolgendo la massa ma, avendo
quale fine un beneficio per essa.
Partecipare a questa sceneggiata per la transizione
dall’etica all’economia ha significato prostituire il
marxismo originario verso una dimensione pro
liberista creando quell’ avversario di scontro politico
4
6
“finto” ad uso esclusivamente propagandistico; i
sindacati ed i partiti di massa hanno operato la
trasformazione con rilevante vantaggio per i leaders;
hanno proceduto a far digerire bocconi amari in
continuazione dando risposte “coscienziose” ( di
coscienza autoritaria) che sono servite a rispettare
l’autorità con ciò ricevendo ampie prebende.
Il sistema distruttivo è stato completato con la
cancellazione di intere categorie sociali; una
nazione, quale quella italiana, dotata di una
condizione pedoclimatica inarrivabile altrove per
eccellenza di qualità ha visto distrutta l’agricoltura;
una nazione quale quella italiana dotata di una
ineguagliabile capacità intuitiva ed inventiva che si è
manifestata in secoli di arte ed artigianato di
caratteristica superlativa è stata devastata.
L’agricoltura tradizionale e l’artigianato produttivo
sono i due più forti contendenti del dominio
dell’economia complessa al danaro delle tipografie
americane, sempre in funzione; i governanti italiani
sono stati sempre proposti dai centri di potere
dell’economia monetaria e, inconsapevolmente,
votati dal “popolo sovrano” che ne ha dovuto pagare
il prezzo, ricevendo in cambio sudditanza.
Nell’economia monetaria e nella mente degli
amministratori cosiddetti “dirigisti” perché
provenienti da stile di vita imprenditoriale, c’è solo
posto per il volgare danaro che, per una forma di
pudore, viene chiamato risorsa ; l’essere umano non
è una categoria del pensiero politico se non, qualche
volta soltanto, in forma marginale e ininfluente; la
sua pesantissima influenza si avverte e si riconosce
solo quando viene chiamato a “decidere” ( così gli si
4
7
fa credere) le sorti amministrative del suo comune o
della provincia o della regione ecc. La buffonata
delle primarie di Genova di questi giorni sono la
conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno,
dell’assunto precedente.

CapitoloIV

Gli orientamenti caratteriali

L’argomento oggetto del capitolo è molto


complesso; illustrarlo in un numero contenuto di
pagine non è facile però, se mai qualche lettore
volesse approfondire, dichiariamo nuovamente la
4
8
nostra disponibilità ad andare verso una
collaborazione che porti a una comprensione totale e
soddisfacente che dia consapevolezza, anche
perché, risulterà ovvio, tenteremo qui di trattare, in
particolare, ciò che interessa la sfera pubblica e
l’interesse sociale.
Il sistema del carattere può essere indicato come il
sostituto umano dell’apparato istintuale dell’animale
non umano.
L’animale non umano risponde a dei prefissati
modelli comportamentali della sua specie che sono
evoluttivi in quanto l’animale è autoplastico, ovvero
rimodella se stesso ad ogni significativa variazione
dell’ambiente.
L’uomo risponde a seconda dell’orientamento
caratteriale che è un insieme di conoscenze
sensoriali e capacità razionalizzate in un tempo
precedente che possono però poi essere rimodellate
rirazionalizzandole storicamente e adeguandole al
fatto; l’uomo è però alloplastico tendenzialmente,
ovvero, quando può, rimodella l’ambiente che lo
ospita a suo piacere.
L’uomo è armonico e libero quando concerta il suo
pensare ed il suo agire coerentemente con il suo
orientamento caratteriale.
L’uomo è schiavo quando forza il suo orientamento.
Un carattere “particolare” può anche essere
eticamente indesiderabile ma, almeno, consente ad
una persona di agire liberamente e coerentemente
sollevandola dal dover prendere ogni volta una
decisione nuova e deliberata.
Quella persona che ha un carattere particolare può
disporre la sua vita in modo armonico, creando un
4
9
sufficiente grado di compatibilità tra la situazione
interiore e quella verso l’esterno; ogni altra
soluzione è dannosa per se e gli altri.
Il carattere non ha solamente la funzione di
consentire all’individuo di agire coerentemente e
ragionevolmente; costituisce pure la base del suo
adattamento sociale.
Il carattere del bambino e modellato dal carattere
dei genitori, in risposta ai quali egli si sviluppa.
I genitori ed i loro metodi di educazione sono
determinati, a loro volta, dalla struttura sociale della
loro cultura.
La “famiglia media” è l’agente psichico della società
e adattandosi alla sua famiglia il bambino acquisisce
il carattere che più tardi lo renderà capace di
realizzare i compiti che dovrà svolgere nella sua vita
sociale. Acquisisce quel carattere, in base al quale
egli desidera fare quel che deve fare, ed il cui nucleo
egli condivide con la maggior parte dei membri della
medesima classe sociale e della medesima cultura.
Il fatto che la maggior parte dei membri di una
classe sociale o di una cultura condividano elementi
significativi del carattere, e che si possa parlare di
un “carattere sociale” che rappresenta il nucleo di
una struttura caratteriale comune alla maggior parte
delle persone di una cultura data, mostra il grado in
cui il carattere è configurato da schemi sociali e
culturali. Ma dal carattere sociale dobbiamo
differenziare il carattere individuale, in cui una
persona differisce da un’altra, all’interno della
medesima cultura.
Tali differenze individuali sono, in parte, dovute alle
differenze tra le personalità dei genitori ed alle
5
0
differenze, psichiche e materiali, dell’ambiente
sociale specifico in cui il bambino cresce.
Il sistema sociale moderno trascura completamente
gli orientamenti caratteriali nel percorso educativo
genitoriale che può realizzare la scuola; il sistema
sociale moderno, essendo basato su economia
monetaristica predilige la repressione
all’educazione, la cura drastica alla prevenzione: un
‘investimento su dati certi piuttosto che un
investimento su ipotesi; l’emergenza, ognuno può
capirlo, chiede tempi brevi, rapidità, energie
rilevanti, quindi i costi sono elevati ed elevatissimo il
profitto grazie alla continua replicazione fenomenica.
L’istruzione preventiva indica tempi lunghi,
progettazioni attente, con soluzione definitiva,
quindi profitti bassi e limitati nel tempo.
Fatta questa breve premessa introduttiva riportiamo
di seguito una sintetica analisi dei differenti tipi
indicando, in particolare, le differenze tra gli
orientamenti non produttivi rispetto all’
orientamento produttivo.

Orientamenti non produttivi

a) Orientamento ricettivo

Nell’orientamento ricettivo, la persona sente che “ la


fonte di ogni bene” è posta all’esterno, e crede che
l’unico modo per ottenere ciò che vuole – sia
qualche cosa di materiale, o sia invece affetto,
amore, conoscenza, piacere – è di riceverlo dalla
fonte esterna. In tale orientamento il problema è
quello di essere amati, e non di amare.
5
1
Nella sfera del pensiero il loro orientamento è il
medesimo: se sono intelligenti, riescono gli
ascoltatori migliori, poichè il loro orientamento è di
ricevere, non di produrre idee; lasciati a se stessi, si
sentono paralizzati. In ogni situazione di bisogno o
necessità il loro primo pensiero è di trovare qualcuno
che li soddisfi, piuttosto che attuare il ben che
minimo sforzo autonomo. Se sono religiose queste
persone hanno un concetto di dio, secondo il quale si
attendono ogni cosa da dio e nulla dalla propria
attiività. Anche il loro rapporto con le istituzioni e le
organizzazioni sociali è assai simile. Manifestano un
particolare tipo di lealtà, al cui fondo vi è la
gratitudine per la mano che li nutre e il timore di
poterla perdere. Dato che per sentirsi sicuri hanno
bisogno di molte mani, devono dare quella lealtà a
molte persone e quindi, dovendo dire molto spesso
sì, si trovano facilmente impacciate tra la lealtà e le
promesse in conflitto: la paralisi che ne risulta
accentua la loro dipendenza.
Sono dipendenti da tutti in generale per ottenere, se
occorre, qualsiasi tipo di sostegno.
Si sentono perduti se sono soli, perché avvertono di
non poter fare nulla senza aiuto. Nelle relazioni
personali, ad esempio, chiedono consiglio alla
persona stessa nei riguardi della quale devono
prendere una decisione.
Sono spesso pervase da una calorosità genuina, e
dal desiderio autentico di aiutare gli altri, ma in loro
far qualcosa per gli altri assume pure la funzione di
assicurarsene il favore.

b) Orientamento appropriativo
5
2
Anche questo orientamento, come il precedente,
prevede fondamentalmente che la fonte di ogni
bene sia all’esterno, che qualsiasi cosa si desideri
ottenere dev’essere cercata fuori di sé, e che da sé
non è possibile produrre nulla.
La differenza tra i due orientamenti consiste nel
fatto che l’appropriativo non si aspetta di ricevere le
cose dagli altri “in dono”, ma di sottrarle loro con la
forza o l’astuzia.
Tale orientamento si estende a tutte le sfere di
attività. Nel campo dell’ amore e dell’ affetto, tali
persone tendono a cogliere e a sottrarre. Si sentono
attratte soltanto da persone che possono prendere a
qualcun altro; non tendono ad interessarsi ad una
persona priva di legami. Identico comportamento
nelle questioni intellettuali; tali persone tendono a
rubare le idee, non a crearle. La mancanza di idee
originali o di produzione indipendente in persone
spesso dotate trova ragione in questo orientamento
piuttosto che in una mancanza di originalità.
Impiegano e sfruttano sempre e comunque chiunque
e qualsiasi cosa da cui possono spremere qualche
vantaggio. Il loro motto è:<< il frutto carpito è il più
dolce>>. Volendo usare e sfruttare la gente
“amano” coloro che, esplicitamente o
implicitamente, sono oggetti promettenti di
sfruttamento e si sentono “saturati” dalle persone
che hanno totalmente spremuto. Sentendosi
soddisfatti solo di quanto possono sottrarre agli altri,
tendono a sopravalutare ciò che gli altri hanno, e a
sottovalutare ciò che invece loro appartiene.

5
3
c) Orientamento tesaurizzante

Mentre i due orientamenti prima visti hanno un


tratto in comune: entrambi si attendono di ottenere
le cose dal mondo esterno pur con metodi
completamente differenti, l’orientamento
tesaurizzante è essenzialmente diverso.
Tale orientamento fa sì che le persone abbiano
scarsa fede in qualsiasi cosa nuova sia possibile
trarre dal mondo esterno; la loro sicurezza si fonda
sul risparmio e sulla tesaurizzazione, mentre lo
spendere è considerato una minaccia alla sicurezza
di vita. Sono persone che si sono circondate, per
così dire, di una muraglia protettiva, e loro scopo
principale è di raccogliere quanto più sia loro
possibile raccogliere entro tale posizione fortificata,
lasciando fuori di essa il meno possibile. Tale
meschinità si riferisce sia al danaro e alle cose
materiali, che ai sentimenti ed ai pensieri.
L’amore è essenzialmente un possesso; non danno
amore ma cercano di averlo possedendo l’amato.
Nel sentimentalismo di questi individui, il passato è
sempre dorato; vi si attengono e indulgono nelle
memorie, o nelle esperienze o nei sentimenti ormai
passati. Hanno molto ma sono sterili e incapaci di
pensiero produttivo.
Altro elemento caratteristico di questo orientamento
è un ordine pedantesco. Il tesaurizzatore sarà
ordinato con le cose, i pensieri, i sentimenti; ma di
nuovo, come accade con le memorie, sarà sterile,
rigido ed improduttivo.
Questa persona non sopporterà di vedere le cose
fuori posto, e automaticamente le risistemerà. Per
5
4
lei il mondo esterno minaccia di travolgere la sua
posizione fortificata; l’ordine perciò significa
dominare il mondo esterno mettendolo, e
mantenendolo, al suo giusto posto, per evitare il
pericolo di intrusione. Anche la pulizia coatta è
espressione della necessità di questa persona di
sciogliere il contatto con il mondo esteriore. Le cose
che si trovano al di là delle sue frontiere vengono
avvertite come pericolose e sporche; questo
individuo annulla il contatto minaccioso con una
pulizia personale coatta, simile al rituale religioso del
bagno prescritto dopo il contatto con cose o persone
impure. E gli oggetti non solo devono essere situati
al posto giusto, ma anche al momento giusto; una
puntualità ossessiva è caratteristica della persona
tesaurizzante: è un’altra forma di dominio del mondo
esteriore. Un “no” costante è la difesa rigida contro
l’intrusione. Queste persone tendono a sentirsi in
possesso di una quantità ben limitata di energia, di
forza o di capacità mentale; e ritengono che, se tale
riserva diminuisse o si esaurisse in seguito all’uso,
non la si potrebbe più reintegrare. Non riescono a
comprendere la funzione di auto-ricaricamento di
qualsiasi sostanza vivente, né il fatto che l’attività e
l’uso delle proprie capacità accrescono l’energia,
mentre il ristagno le paralizza; per loro la morte e la
distruzione hanno una realtà maggiore dell’attività e
della crescita. L’atto creativo è un fatto di cui
possono sentir parlare ma cui non credono. I loro
valori supremi sono l’ordine e la sicurezza. Il
tesaurizzatore tende ad essere sospettoso ed a
nutrire un senso particolare di giustizia, che in effetti
suona: “quel che è mio è mio, quel che è tuo è tuo”.
5
5
d) L’orientamento mercantile

Quest’orientamento si è sviluppato solamente


nell’epoca moderna. Per comprenderne la natura si
deve considerare la funzione economica del mercato
nella società moderna non soltanto in quanto
analoga a questo orientamento caratteriale, ma
anche in quanto base e condizionamento
fondamentale dello sviluppo di esso nell’uomo
moderno.
Il baratto è uno dei meccanismi economici più
antichi: Il tradizionale mercatino locale, tuttavia, è
qualcosa di essenzialmente diverso rispetto al
mercato che si è sviluppato nel capitalismo
moderno. Barattare nel mercato locale offriva
l’opportunità di incontrarsi al fine di scambiarsi
derrate. Produttori e consumatori facevano
conoscenza; si trattava di gruppi relativamente
piccoli; la domanda era qualitativamente e
quantitativamente più o meno nota e così il
produttore poteva produrre per tale domanda
specifica. Il mercato moderno non è più un luogo
d’incontro, bensì un meccanismo caratterizzato da
una domanda astratta ed impersonale. Si produce
per tale mercato e non per una cerchia di persone
conosciute; il suo verdetto è regolato dalle leggi
della domanda e dell’offerta; ed esso solo determina
se una merce si possa vendere ed a quale prezzo.
Non importa quel possa essere il valore d’uso, ad
esempio di un paio di scarpe; se l’offerta è maggiore
della domanda, alcune scarpe saranno condannate

5
6
alla morte economica, sarebbe stato meglio non
produrle affatto.
Il concetto mercantile di valore, l’accento posto sul
valore di scambio anziché sul valore d’uso, ha
condotto ad un consimile concetto di valore nei
riguardi delle persone e particolarmente di se stessi.
L’orientamento caratteriale radicato nell’esperienza
di se stessi come merce, e del proprio valore in
quanto valore di scambio, sarà qui definito
orientamento mercantile. Nella nostra epoca
l’orientamento mercantile è aumentato
rapidamente, con lo svilupparsi di un mercato nuovo
che è un fenomeno degli ultimi decenni: “il mercato
della personalità”. Impiegati e venditori, dirigenti
amministrativi e medici, avvocati ed artisti, sono
tutti esposti su questo mercato. Tutti dipendono dal
successo materiale di un’accettazione personale da
parte di coloro che hanno bisogno dei loro servizi o
che li impiegano.
Come per le merci, il loro è un valore di scambio.
Se domandiamo quale sia il peso rispettivo delle
capacità e della personalità in quanto condizione di
successo, troviamo che solo in casi eccezionali il
successo è prevalentemente dipeso dalla capacità e
da altre qualità umane come l’onestà, la modestia e
l’integrità. Il successo dipende in gran parte dal
livello del prezzo cui una persona si vende sul
mercato, dalla misura in cui sa imporre la sua
personalità, da quanto bene è “confezionata”; dal
fatto che è “allegra”, “sana”, “aggressiva”, tale da
“poterci contare”, ambiziosa ed inoltre da quale è il
suo ambiente familiare, dalle conoscenze “giuste”.

5
7
Una persona non si preoccupa della propria vita o
della propria felicità, ma di rendersi vendibile.
Si deve conoscere quale sia il tipo di personalità al
momento più richiesta; tale conoscenza si trasmette
in modo generale attraverso l’intero percorso
dell’educazione, dall’asilo all’università, ed è
integrata mediante la famiglia. La conoscenza
acquisita in questa fase precoce non basta;
sottolinea solo certe caratteristiche generali come
l’adattabilità, l’ambizione e la sensibilità alle
aspettazioni mutevoli delle altre persone. Il quadro
più specifico dei modelli di successo si ottiene
altrove; i rotocalchi, i giornali, i films, la televisione,
mostrano figure e biografie delle persone di
successo in innumerevoli varianti. La pubblicità
figurativa possiede una funzione simile. Il
funzionario di successo, raffigurato nella pubblicità
di un sarto, è l’immagine di come si dovrebbe
apparire ed essere, se si intende ricavare “soldi
grossi” dal mercato della personalità.
Il mezzo più importante per trasmettere lo schema
desiderato di personalità alla persona media è il
cinema. La ragazzina cerca di emulare l’espressione
facciale, la pettinatura, i gesti di una stella di alto
prezzo, quale strada promettente verso il successo.
In contrasto con l’epoca in cui l’attore era
socialmente disprezzato, ma nondimeno
trasmetteva al suo pubblico le opere dei grandi
poeti, i nostri divi cinematografici non hanno grandi
opere da trasmettere, ma la loro funzione è di
approntare il legame che le persone normali hanno
con il mondo dei “grandi”.

5
8
Orientamento produttivo

<<La dignità può essere concessa solo da una


posizione in cui non appariamo quali servili
strumenti>> (C.M.)
<<L’uomo è nato libero; ed è dovunque in catene. Si
pensa di se stessi di essere il padrone degli altri,
e si rimane nondimeno e si è più schiavi di
questi.>> (J.J.R.)
Due ammonimenti importanti di due grandi del
pensiero che si accomunano nell’uguale visione che
era quella dell’uomo creativo, autodeterminato,
padrone del suo ambiente, dell’universo e di se
stesso, in spontanea ed armoniosa cooperazione con
gli altri uomini quali <<aspetti>> dello spirito
umano liberato in lui. Una visione che termina con
l’insegnamento che l’uomo è l’essere più “alto” per
l’uomo, termina cioè con l’imperativo categorico di
distruggere tutte le condizioni in cui l’uomo è un
essere degradato, abbandonato, spregevole,
costretto in servitù.
Intendevano che la natura e le azioni dell’uomo non
sarebbero più state determinate da qualche cosa al
di fuori di lui, o dallo stato, dalla società, dalla
situazione sociale dell’uomo, dalle sue necessità
animali, o da altri uomini; intendevano negare la
coscienza autoritaria e auspicavano la coscienza
umanistica; negavano il privilegio di razza, di casta,
di religione, di stato, di grado, di incarico;
intendevano che l’uomo avrebbe trovato negli altri
uomini dei compagni in quella creatività produttiva
spontanea ma cooperativa che distingue l’uomo
quale essere sociale ed universale dall’animale
5
9
quale essere limitato e particolare; intendevano
ancora che l’uomo ideale era produttivamente
legato agli altri uomini e alla natura, che sarebbe
stato sensibile al mondo in modo attivo, e che
sarebbe stato ricco non perché avesse molto ma
perché sarebbe stato molto!
Purtroppo per l’umanità intera e per quella italiana,
in particolare, la rozzezza della divulgazione del
pensiero di uno dei due, il più importante
sicuramente, ha creato una situazione talmente
indecifrabile che ha, oggi, come solo scopo di
occupare paginate intere di giornali con i soliti
commenti saccenti e giustificazionismi vari del
disastro.
Aggiungiamo ancora un suo pensiero in chiusura a questa
breve premessa:<< Il danaro avvilisce tutti gli dei
dell’uomo e li trasforma in una merce. Esso ha perciò
spogliato il mondo intero, il mondo dell’uomo come
la natura, del valore loro proprio. Il danaro è
l’essenza fatta estranea all’uomo, del suo lavoro e
della sua esistenza, e quest’essenza estranea lo
domina, ed egli l’adora.>>
Una sintesi più corretta e precisa oltrechè estremamente
centrata sull’orientamento caratteriale produttivo e
sulla sua determinante importanza ai fini della
libertà dell’uomo non si poteva dare; d’altro canto
l’autore ha un valore culturale socio-antropologico
immenso.
Dovendo ora indicare le peculiarità
dell’orientamento produttivo, dopo una tale
introduzione, il percorso diventa difficile, ma,
produttivamente, ancor più interessante quasi come
una sfida.
6
0
Non v’è dubbio che la natura o essenza dell’uomo
differisca dalla natura o essenza delle altre figure
viventi e che l’origine dell’uomo sia l’uomo.
Questo serve a sottolineare soltanto la necessità di
considerare l’intenzionalità dell’attività umana quale
punto di partenza di ogni indagine sull’uomo e su
tutti i tipi di umana attività. L’intenzionalità è la
caratteristica essenziale dello spirito umano, che
mette l’uomo in grado di assoggettare la natura,o ,
come autorevolmente sostenuto, di umanizzarla.
Mentre tutte le altre figure viventi, sebbene
intelligenti, possono agire solo entro i limiti della loro
specie, che rimane sempre più o meno soggetta alla
necessità naturale diretta, l’uomo è in grado di
liberarsi da questa necessità e di assumere le
caratteristiche delle altre specie.
Soltanto l’uomo può quindi assoggettare
completamente il potenziale diffuso della natura ai
propri scopi e diventare così una specie universale in
grado di riprodurre l’insieme della natura, mentre le
altre creature riproducono solo se stesse. Laddove
le altre creature sono sempre limitate dalla
necessità diretta, l’uomo può liberarsene. Così, e
solo così, l’uomo agisce da uomo. L’uomo può
anche dire << no >> alle sue necessità vitali,
l’uomo può anche essere di << ascetici principi di
vita >>. Sia che l’origine dell’uomo la si voglia
intendere come frutto della divina grazia o risultato
accidentale di forze naturali, la storia ha dimostrato
come l’uomo strutturi la propria esistenza con la
padronanza razionale di forze più grandi, superando
razionalmente l’immediata necessità naturale.

6
1
Questo percorso dell’uomo verso la società umana si
realizza solo attraverso la libertà; quando la libertà
di ogni individuo diventi la condizione per la libertà
di tutti ed essa libertà esiste fra uomini liberamente
associati, fra produttori associati, che regolano
razionalmente i loro scambi allo stato di natura.
Questi uomini, per essere nella libertà individuale,
avranno necessità del lavoro veramente emancipato
quale fornitore delle condizioni di libertà; è solo
allora che il lavoro diventerà produzione, cioè una
attività creativa che trasforma l’individuo in una
personalità.
L’orientamento caratteriale produttivo non si
evidenzia però nella produttività materiale che è
certamente una componente ma, bensì, in un
atteggiamento fondamentale in una particolare
modalità di relazione in tutti i campi della vita
umana.
Esso comprende le risposte mentali, emotive e
sensoriali agli altri, a se stessi ed alle cose. La
produttività è la capacità dell’uomo di impiegare i
propri poteri e di realizzare le potenzialità a lui
inerenti: Se diciamo che deve impiegare i propri
poteri umani, con ciò implichiamo che deve essere
libero di farlo in quanto dispone del controllo dei suoi
poteri e che non dipende da un controllo esterno.
Implichiamo anche che egli sia guidato dalla ragione,
poiché egli potrà far uso dei suoi poteri se soltanto
se saprà che cosa essi siano, come usarli, ed a quale
scopo vadano usati.
Produttività, in conclusione, significa che egli
esperimenta se stesso come incarnazione dei propri
poteri, come “fattore”; che si sente una cosa sola
6
2
con i suoi poteri e che sente nello stesso tempo che
essi non sono mascherati ed alienati rispetto a lui.

Capitolo V

La conclusione

In questa prima parte, di contenuto generale,


abbiamo voluto dare un’ informazione su ciò che
andrebbe inteso e verificato prima di apprestarsi,
ogni volta che si viene chiamati in qualità di popolo
sovrano, a scegliere i futuri amministratori della
“cosa pubblica.” Crediamo di aver dato indicazioni
attente e puntuali pur se, ragionevolmente, brevi.
La speranza che dalla lettura venga tratto lo spunto
ad approfondire i concetti, non può che essere
presente ed auspicabile in tutti noi che abbiamo
realizzato lo scritto con questa unica ed esclusiva
finalità, convinti come siamo che “il popolo” non sia
per nulla così sciocco come spesso viene indicato dai
maestri del pensiero, servilmente utili al potere
autoritario cui debbono riconoscenza.
6
3
Le nostre indicazioni hanno poi sostanzialmente lo
scopo di attrarre il lettore su quali debbano essere le
modalità da porre in opera quando si affronta un
percorso di responsabilità. L’esercizio del voto è
ormai divenuto frequente; i tempi di intervallo tra
una “chiamata” e l’altra sono brevi ma,
contemporaneamente alla riduzione dei tempi di
osservazione e riflessione - ha o hanno governato
bene ?, ha o hanno prodotto miglioramento delle
condizioni di vita sociale ecc. - si manifesta un
continuo cambiamento di proposte e programmi,
caratteristici di impreparazione culturale dei
candidati, di impotenza verso un sistema non
politicamente governabile, fretta di raggiungere un
risultato da parte dei competitori.
Tutto ciò consente, come è accaduto a Rapallo e
come tratteremo ampiamente nella seconda parte,
che venga eletto, con una sorta di “colpo di mano”
un soggetto improponibile in una veste pubblica.
E’ estremamente importante comprendere bene che
se l’essere umano - nella sua umana essenza - che
definiremo struttura è viziato da imperfezioni
marcate, esso sarà altrettanto imperfetto e dannoso
nell’esercizio della carica, o qualifica o professione
che andrà ad esercitare od assumere e che
chiameremo sovrastruttura.
Un essere umano strutturalmente sano sotto il
profilo umanistico può essere sovrastrutturato, a
scelta, come professore o bidello, muratore od
ingegnere, mozzo o comandante ecc. e darà sempre
e comunque un ottimo risultato alla socialità.
Un altro essere, strutturalmente difettoso e viziato,
potrà anche assumere qualsiasi sovrastruttura a
6
4
scelta, persino di elevatissima considerazione e
“valore sociale” che restituirà sofferenze e danni
all’intera società.
La conoscenza dello stile di vita del candidato è di
primaria importanza quando si deve esprimere un
giudizio di valore significativo qual è quello che
stabilisce l’abilitazione al governo della cosa
pubblica.
Si sono viste molte nuove figure, apparse
improvvisamente, di cui nessuno sa nulla ancor dopo
che, imprudentemente, perchè su spinta
emozionale, hanno conquistato la poltrona.
Si ascoltano commenti deludenti da parte di persone
che dichiarano di “averlo votato”, di aver inteso
diversamente, di essere stati ingannati, fuorviati.
Tutto ciò deve essere ridotto a casi sporadici, a
percentuali vicino allo 0,0001, non dev’essere,
invece, quasi la regola imperante.
Non si può pensare che dopo la cancellazione delle
ideologie, ormai relegate ai testi di storia, si
debbano presentare migliaia di soggetti pronti a
prendere posto al via elettorale sotto la bandiera di
migliaia di liste civiche, quasi che ogni candidato si
confezioni la sua ad uso proprio o dei suoi congiunti.
Compaiono le diciture più originali e ridicole o i
ricorsi e richiami ad ogni possibile specie animale o
arborea; vengono presentati programmi di
contenuto demenziale, contraddittorio,
assolutamente irrealizzabile, secondo la regola della
più vergognosa mistificazione.
Molti dei soggetti che vengono votati in un quartiere,
poiché non sono frequentatori conosciuti, vengono

6
5
volgarmente “sputtanati” in un altro quartiere dove
il loro stile di vita è ben noto a chi deve frequentarli.
Siccome l’imperativo categorico di chi partecipa ad
una competizione elettorale, essendo
strutturalmente viziato, è -arrivare comunque nella
totale assenza valoriale e morale – questo fatto
costringe i candidati “onesti” ad una competizione
impari, a raccogliere il guanto di sfida in condizioni
di inferiorità poiché è molto più facile mentire
ingannando che convincere con la verità spesso non
completamente colorata di rosa.
Il peso del popolo sovrano diventa allora veramente
importante e valorizza il sistema democratico
rappresentativo se quel popolo, chiamato a
decidere, ha gli strumenti di conoscenza per
giudicare e scegliere la struttura umana del
candidato, non la sua sovrastruttura.

Seconda parte
Introduzione
La seconda parte del libro è condotta, in parte, ad
un’unica voce poiché si riferisce prevalentemente
alla cronaca del periodo che parte dal maggio 2006
ed arriva ad oggi.
La necessità di realizzare il testo parzialmente in
prima persona scaturisce da una scelta di Capurro
che volle, ostinatamente, dare un taglio
personalistico ad una vicenda politica che avrebbe
6
6
dovuto affrontare diversamente, se solo fosse stato
in grado di riflettere e ponderare i pro e i contro.
Così stanno le cose oggi e queste sono “le carte con
cui giochiamo”.
Buona lettura.
Annotazione:
E’ doveroso invitare i lettori ad una attenta
osservazione: durante la campagna elettorale
mistificatoria tenuta da Capurro nel 2004 egli fece
distribuire un pieghevole propagandistico nel quale,
come tutti ricorderanno, accanto alla sua immagine
e descrizione autocelebrativa, compariva una
famosa frase attribuita a Pound.
Se mai a qualche lettore, sollecitato da questa
annotazione, venisse in mente di interessarsi alla
superlativa figura umana del poeta Pound, recluso
per tredici anni in un manicomio criminale
americano poiché si era rifiutato di modificare la sua
opinione dopo essere stato recluso in una gabbia nel
campo alleato di Pisa, dalla conoscenza che ne
deriverebbe e dal rispetto conseguente, potrebbe
sentir nascere dentro se’ un senso di disgusto verso
Capurro, talmente forte, da lasciare spazio ad ogni
possibile considerazione sul piano umano.

Capitolo VI

L’inizio del progetto – L’individuazione – L’Airone

Nel mese di maggio di quest’anno, mentre era in


corso un’attività di analisi della componente umana
– la struttura – all’interno del panorama
politico/amministrativo della regione, si stava
6
7
decidendo quale fosse, tra i quattro soggetti presi a
campione, il più adatto all’esperimento di verifica
delle tesi sostenute.
In particolare una delle tesi sosteneva che la
struttura umana, che era arrivata alla carica politica,
consolidata elettoralmente, attraverso un percorso
consciamente ingannevole, avrebbe tradito il suo
equilibrio se fosse stata oggetto di “attenzione
aggressiva” divenendo così debole.
Questo progetto prendeva spunto da elementi che
sono tutti individuabili nella prima parte del libro,
dove sono stati riassunti in breve, e che chiunque
voglia scoprirli, creando da se’ il percorso, può fare
un semplice esercizio di indagine con quel supporto.
E’ vero che la personalità di Capurro, per quanto era
emerso da due anni di rapporto “difficile” con
Rapallo, non era troppo nascosta, pur tuttavia
esisteva una remota possibilità di fare flop
concedendogli la possibilità di “martirizzarsi” e
questo era l’unico vero grande rischio: è noto che un
martire politico diventa potentissimo.
Occorreva quindi fare attenzione ad ogni mossa e
giocare con decisione ogni rilancio.
La strategia era, naturalmente, quella di
“abbatterlo”; per la verità, dopo due mesi di
attentissime osservazioni, qualcuno di noi aveva
arrischiato una soluzione diversa dicendo: <<non
serve spingerlo giù, è risultato talmente incapace
nell’autogestione che si scaverà la fossa da solo!>>
mai una profezia fu più azzeccata!
Al di la di ogni possibile considerazione vedremo, nel
corso della narrazione, quanti e quali incredibili
errori ha commesso un sedicente professore
6
8
universitario diventato per un caso, dovuto ad una
somma di errori altrui, <<il miglior amministratore
che Rapallo abbia mai avuto!>>
( sono parole sue raccolte in una cena tra amici !)
Le tattiche, di differente impostazione iniziale,
basavano tutte sulla sua fragilità “essenziale” e sulla
sua, solo apparente, forza esteriore.
Come dire << can che abbaia ha paura! >>; avendo
riscontrato questa sua debolezza intrinseca,
dall’incredibile aggressività che metteva nei rapporti
con tutti coloro che intendevano iniziare un percorso
dialettico, partendo da una posizione di iniziale
marcato disaccordo.
Le armi da utilizzare erano diverse; tutte costituite
da indubbie responsabilità penali, documentalmente
provate, riferite alla sua attività di pubblico
amministratore; alcune più “pesanti”, perché più
significative agli occhi della opinione pubblica, altre,
oltrechè illegali, anche particolarmente illecite o
amorali ma di minor impatto sul cittadino.
E’ noto infatti, perché osservato ormai da lungo
tempo, che se un pubblico amministratore sottrae
un pacco di carta da fotocopie all’ufficio cui
appartiene se ne chiede una condanna “esemplare”;
al contrario, se partecipa ad una associazione per
delinquere di stampo mafioso che riduce allo stremo
una popolazione “distante”, l’opinione pubblica è
meno colpevolista, quindi meno reattiva alla notizia;
assume persino una posizione giustificazionista, di
“rispetto” per l’astuzia, la spudoratezza, tanto il
danno lo ha fatto “laggiù”!
In buona sostanza occorreva partire da un fatto
certo, documentato, deprecabile per la carica,
6
9
deprecabile per il metodo, deprecabile anche per i
coinvolgimenti di terzi.
La vicenda cosiddetta dell’Airone era perfetta, anzi:
quasi perfetta all’inizio – la perfezione fu raggiunta
grazie alla sua folle voglia di scavarsi la fossa.

Vediamola con attenzione.


Capurro Armando Ezio, alla data del due maggio del
2006 è contemporaneamente sindaco di Rapallo e
proprietario di un impianto industriale sequestrato
dalla magistratura nel comune di Avegno di cui, al
termine della parte di testo di questo libro,
proponiamo un’ampia documentazione fotografica
molto significativa e di forte impatto sociale.
Le due cose, l’essere sindaco e l’essere proprietario,
non sono certamente criticabili.
D’altro canto lui è in effetti sindaco ma proprietario
no, anzi non appare, poiché ha quote di s.p.a. e
l’amministratore è l’anziana madre Terrile Giovanna;
pur tuttavia ogni volta che occorre “decisionare” in
merito a quel disastro ambientale rappresentato dal
fatiscente impianto sotto sequestro di Avegno è lui,
in persona, a comparire.
Dovete sapere che in quell’impianto industriale
dimesso da anni e completamente abbandonato a se
stesso in attesa di una speculazione immobiliare,
Capurro ha ricavato, da una costruzione inabitabile e
insicura, degli alloggi che sono stati affittati ad
alcune famiglie di esseri umani.
Ovviamente, nell’ottica capurriana, i contratti non
sono registrati ed i canoni incassati “in nero”!
Le continue inalazioni dei vapori delle sostanza
chimiche disperse nel terreno e l’aerodispersione
7
0
delle fibre d’amianto che producono grave danno
alla popolazione, come certificato dalla Asl, hanno,
con ragionevole certezza, causato danno biologico a
quegli esseri umani.
Per questo motivo è in corso, dal mese di aprile, la
formazione di un fascicolo processuale che ha quale
destinazione finale la condanna al risarcimento.
A tale scopo occorreva individuare i beni economici
riferibili a Capurro, identificabile quale responsabile,
in concorso ai sindaci che si sono succeduti negli
anni in Avegno, che avessero la caratteristica, quei
beni, di essere aggredibili.
Considerando che nella società proprietaria
dell’impianto di Avegno compariva la madre e che in
altre proprietà della regione Puglia comparivano altri
soggetti che rendevano difficile l’individuazione della
proprietà personale, venne fatta una ricerca sul
comune di Rapallo e sul cognome Capurro per
identificare la proprietà della casa di residenza.
Ecco il caso ! Al cognome Capurro e nel comune di
Rapallo compaiono i tre figli del sindaco che, in
cessione di quote, acquistano un progetto bello
pronto in S.M. di Pagana. ( Un albergo ?) Vedremo!
Tutti e tre soci dell’Airone Immobiliare.
I ragazzi non hanno reddito dimostrabile, dunque è
evidente che la proprietà vera è del padre; però, per
correttezza è meglio accertare!
Come si fa ? Si richiede copia degli atti; si individua il
venditore; lo si contatta, nascondendo la conoscenza
della trascrizione ad altri e manifestando l’interesse
all’acquisto, indicando, però, un ostacolo in una
presunta irregolarità documentale; il venditore,
molto interessato, comunica di aver ceduto il bene
7
1
( a Capurro, lui non lo dice, ma noi lo sappiamo) in
assoluta regolarità formale; il venditore spedisce
anche una e-mail che attesta il dichiarato. Ora è il
momento dell’attesa! E’ il 3 luglio, sono le ore 12.06!
L’esca è stata lanciata ! Che gran colpo ! Passano
solo quindici minuti e squilla il telefono:
E’il 3 luglio, sono le ore 12.21, (solo 15 minuti dopo
la prima telefonata) al numero indicato al venditore,
arriva una chiamata dallo 0185 232009
Chiamante: geom. Solari ?
R: sì, chi parla ?
C: ho saputo che ha chiesto chiarimenti sui
documenti dell’Airone immobiliare che non
sarebbero regolari……guardi che è tutto a posto.
R: mi scusi, ma lei chi è ? - leggo dagli atti che il
proprietario della società è una donna di giovane
età; lei è un uomo…la saluto.
C:no.. guardi che io sono il proprietario…sono il
padre…l’amministratore è mia figlia…sono Capurro
R: abbia pazienza….ma il mandante ci ha incaricati
di fare un controllo della regolarità documentale per
far seguire, se tutto è in ordine, una formale offerta
d’acquisto….capirà…non si tratta di un’ offerta di
piccola entità….e poi c’è quel fatto della D.I.A……
C:guardi….guardi che è tutto regolare….nella
relazione scriva pure che è tutto a posto……mi
faccia concludere….le riconoscerò una provvigione…
R:abbia pazienza ma io non conosco il mandante
perchè mi è stato passato da un collega di
Milano…..non posso scrivere che è tutto in
ordine…..lei capirà

7
2
C:guardi che non ci sono problemi, la D.I.A. va a
posto… si figuri….io sono il sindaco..lo saprò…
concluda e ne starà bene anche lei..
R:va bene…vedrò di fare una relazione favorevole…
però c’è anche un altro problema….ci sono quattro
atti successivi con quattro amministratori diversi
nella stessa società… io devo scriverlo…sa è una
cosa che puzza un po’….d’altro canto in una
transazione tra privati..tra voi, intendo, va tutto
bene…qui c’è una grossa società che vuole
controllare ogni cosa…paga un mandatario agli
accertamenti..vuole una responsabilità
tecnico/documentale
C:(innervosito) guardi che io ho comprato alla
fine….quello che c’è stato prima non mi
riguarda…..io non so che cosa hanno fatto….è tutto
regolare…è a posto
R: va bene……….mi ha convinto….scriverò che tutto
è a posto…la saluto.
Finisce così la telefonata fatta da Capurro, o almeno
lui diceva di essere Capurro; che fosse
un’omonimia ? Che fosse un tizio qualunque che si
spacciava per lui ?
C’era un solo modo per fugare i dubbi: comporre il
numero di telefono 0185 232009 dal quale era
arrivata la chiamata!
La mattina successiva, alle ore 08.45, via al
controllo:
IO: pronto ?
C: chi parla? Cosa vuole?
IO: Armando sei tu?
C: chi è lei che cosa vuole?

7
3
IO: Armando sei tu…sei Armando Ezio Capurro…ieri
a mezzogiorno mi hai chiamato tu….non ti ricordi ?
C: chi parla ? (innervosito) che cosa vuole, chi è?
IO:sono Andrea Pescino…sei tu Armando ?
E Armando butta giù il telefono; e Armando che
corre a denunciare tutti, o dichiara di farlo, credendo
che fare uso strumentale della giustizia sia cosa
corretta questa volta non corre a denunciare; e
Armando che ti dice :<<vedremo se un giudice
crede più a me che sono un sindaco o a te che sei
nessuno!>> non va a denunciare. Perché ? Perché
anche se non è un genio ha capito che è incastrato!
Ha capito che la porcata immensa dell’Airone in cui
spudoratamente ha coinvolto i figli, in una
vergognosissima speculazione immobiliare alla
faccia del PUC, il “suo” PUC è venuta fuori; allora
non è a Rapallo per fare gli interessi sociali, è lì a
fare gli interessi personali!
Poi, quando avremo ritenuto giusto che la notizia
dell’esposto venisse fuori sui giornali, correrà a
raccontare che è una villetta di 100 metri …
comprata per la Elena che si deve fare casa da
sola….. fuori della famiglia….. ed altre fesserie; in
realtà lui mi offre danaro per favorire la vendita
suggerendomi di scrivere il falso; in realtà, lui che è
il sindaco può “sistemare le carte”; in realtà lui non
sa nulla di tutto quello che hanno fatto prima! Che
casino che ha combinato! Che cosa dirà sua moglie ?
Perché di lei parleremo più avanti, allorché le
riconosceremo una posizione “etica” fortemente
marcata sul “casinista”!
Quanti giorni di trepidazione vogliamo fargli
passare? E sì, perché lui non sa – è il 3 luglio – l’uso
7
4
che faremo dei dati, lui crede che vogliamo fargli
pagare i danni del sansificio o magari che siamo
come quelli che fanno le estorsioni e lui, che
pagherebbe chiunque perché – lui lo sa bene e te lo
dice anche – tutti sono in vendita, sta gia pensando
al prezzo che gli potremmo credere.
In questo momento, è il 4 luglio, ragioniamo dei fatti
e siamo evidentemente entusiasti! Non abbiamo
sbagliato nulla, fino ad ora. La “stangata” è partita. Il
pollo è sulla mensola di marmo pronto ad entrare nel
“forno”; poi, la cottura! Lenta, che vada fino
all’interno o rapida da crostarlo e basta; il dubbio è
ancora da sciogliere!
Riposiamo e riflettiamo!
Ragioniamo a lungo sul suo nervosismo; nella
telefonata del 3 luglio fatta da lui all’interlocutore
ignoto era apparso a disagio manifestando
nervosismo due volte, ma sentendosi, alla fine,
padrone della situazione: infatti, offrendo danaro,
aveva acquistato la complicità di quel tecnico
relatore sconosciuto. Chissà che cosa aveva pensato
subito dopo ? Chissà quante volte si era rimirato il
baffo curato e si era detto: bravo, sei sempre il
migliore!
Invece il giorno 4, di prima mattina, quella
telefonata, questa volta ricevuta, lo aveva sconvolto;
era finita male; lo aveva ridotto ad essere vittima;
non aveva avuto modo di “comprare” chi conosceva
– e lui lo conosceva bene – come uno non in vendita:
la sua unica ed esclusiva debolissima arma era
spuntata! L’uomo delle sfide si preparava ad un
duello spaventosamente impari! Chissà cosa deve
aver pensato dopo ? Chissà quante volte si è pentito
7
5
di non lavarsi mai la testa (dentro) e di lavarsela fin
troppo (fuori)! Che figura per un “migliore”! Ben
pettinato ma “fottuto”!
Lui che fin da piccolo aveva respirato quest’aria<<
gli uomini hanno un prezzo !>>; figurati poi se hai
anche una copertura politica ! Fai quello che vuoi !
Ecco l’Italia vista dalla sua posizione “socialmente
devastante”! Ecco i modelli sui quali i giovani si
devono autoprogettare ed autorealizzare ! Ecco
perché oltre essere un soggetto di interesse della
magistratura penale deve essere un soggetto di
interesse della politica. La politica deve alleviare i
compiti del giudice, che fa parte di un sistema
repressivo, assumendosi il compito di “debellare”,
estirpandolo dal panorama di figure umane possibili,
qualsiasi soggetto che riproduca quei modelli
scandalosi. Il sistema, se mai non fosse stato ancora
inteso, passa attraverso l’educazione che è l’esatto
opposto della repressione: un popolo civile è tale
quando i giudici fanno i giudici dei casi sporadici e
non gli educatori supplenti della intiera massa
popolare!

A questo punto era necessario prendere in esame


tutta la sua campagna elettorale del 2004; leggere
commenti ed interviste “compiacenti” del quotidiano
in simbiosi con lui: in quelle dava il meglio di se’
liberava la sua “creatività”.
Iniziamo a leggere i primi interventi, archiviamo dati
e citazioni; le correliamo con altre, di altri soggetti, e
ne ricaviamo indicazioni importanti che confermano
le prime ipotesi conoscitive; poi, d’improvviso, un
lampo! L’intervista del 15 giugno 2004, martedì, sul
7
6
quotidiano “simbiotico” a pag. 25; lui dice:<<Chi è
abituato alle sfide, si prepara prima. Per questo sono
molto sereno.>> ed ancora << Sono onesto –
ammette – me l’aspettavo. La squadra è buona e poi
faccio l’imprenditore, sono abituato ad organizzare
mezzi e produzione>> Questa intervista, essendo
ormai conscio di essere al ballottaggio, tradiva
sicurezza, ma lo mostrava diverso dalle precedenti;
la sicurezza veniva quindi dal risultato, non dal suo
se’; non era forte, era debolissimo! Era quello che
stavamo cercando a conferma ! L’ora della caduta
nella polvere era giunta!
Dichiarava una capacità di rispondere alle sfide che
sapevamo inesistente.
Dichiarava un intento progettuale che non è nelle
sue possibilità.
Dichiarava serenità che invece non è mai
appartenuta al suo carattere.
Dichiarava fiducia nella sua squadra che non è
minimamente la sua visione di azione.
Dichiarava anche di essere, in quanto imprenditore,
capace di organizzare mezzi e produzione.
Mentre sorseggiavamo una bianchetta locale, fresca
di cantina, come si conviene a chi ama la convivialità
dei borghi liguri, prendavamo la decisione: lo
attacchiamo in maniera decisa, così misuriamo la
capacità di risposta alle sfide; poi misuriamo la
capacità progettuale; poi valutiamo la serenità; in
ultimo vediamo la funzionalità della “squadra” e
l’organizzazione dei mezzi e della produzione.

Chi ha seguito tutta la vicenda, ma ora, andando


avanti, l’analizzeremo, ha ben inteso che è fallito
7
7
ovunque in maniera infantile; ha mostrato una
debolezza che ne può fare, nella migliore delle
ipotesi, un collaboratore e neppure tanto stretto, di
un sindaco demente. Certamente non è
minimamente adatto a dirigere, privo com’è di
equilibrio e armonia interiore; è, nella sostanza,
l’esemplificazione di tutte le caratteristiche negative
per un pubblico amministratore.
<<Chi è abituato alle sfide si prepara prima>> su
queste sue parole è stato costruito il nostro
progetto.
La sfida è un invito formale ad un duello che noi non
consideriamo sistema di confronto, ma accettiamo
per dare a lui, che ne è abituato, un vantaggio. La
nostra forma prevede un’annuncio. L’annuncio
viene da un esposto alla procura della repubblica
che presentiamo dopo aver composto il testo con
attenzione a particolari di rilevanza significativa per
la “sfida”.
Quindi l’annuncio “esce” sulla stampa con ovvia
esclusione di quella “in simbiosi” che si guarda bene
dal tradire l’amorevole rapporto con lui;
praticamente si sottrae volutamente a “dare la
notizia”; è correa ? è plagiata ?
Essendo abituato alle sfide - lui dice così - si starà
adesso preparando, quindi attendiamo, con
curiosità, i suoi preparativi; magari la sua “squadra”
lo guida! Invece reagisce in una maniera
indecifrabile, capricciosa, quasi in attesa che
intervenga “il papà”! Va da solo, senza la squadra!
Oppure, come è più probabile, non c’è squadra, ma
solo una congrega sfilacciata di “signor nessuno”.

7
8
L’avevamo previsto ampiamente e nella sua
avventata e concitata telefonata a Repubblica, dove,
espressamente, manifesta la sua volontà di
“censurare” pretendendo il silenzio come era
accaduto con il quotidiano simbiotico, tradisce, oltre
ogni più rosea aspettativa, una debolezza intrinseca
inestirpabile.
Lo vediamo in grande difficoltà; vediamo che non ha
margini di difesa; si muove disordinatamente verso
soggetti diversi in cerca di supporto.
Allora la nostra bontà, senza limiti, ci suggerisce di
sacrificare la “regina”. Significa che decidiamo di
dargli un pezzo importante così che creda di “averla
vinta” e si distragga dall’attacco dei pezzi minori.
Se la perfezione esiste, in quel momento si è
mostrata!
Dichiariamo che i suoi figli hanno acquisito le quote
dell’Airone immobiliare dalla “madre” ben sapendo
che la persona che andremo ad indicare e che risulta
dagli atti non è tale essendo, tra l’altro,
impossibilitata ad esserle a causa della giovane età.
Lui reagisce immediatamente; cattura “la regina”
gridando ai quattro venti che la falsità dell’esposto è
evidenziata da questo fatto; chiama a raccolta le
forze del quotidiano simbiotico che manda allora una
penna di rilievo, l’inviato Marco Menduni, a comporre
una paginata intera di testo pressoché prossimo alla
confusione.
Lo scopo evidente di quella paginata inefficace, anzi
suicida, era di salvare il posteriore di Capurro,
sputtanando nel contempo l’odiato rivale
Repubblica/Il Lavoro.

7
9
Ecco che i simbiotici commettono il gravissimo
errore di dargli spazio; nello spazio chi non ha
progetti organizzati si perde; e Capurro che è
incapace di organizzare va a fondo!
Dichiara che è in atto un complotto ordito da chissà
chi ( ma lui di certo lo sa anche se non lo dice!) il cui
braccio operativo è identificabile nel coordinatore
del comitato di partecipazione popolare 9 aprile:
Andrea Pescino; commette così un altro gravissimo
errore consistente nel voler personalizzare la
vicenda.
Poi, dichiara cose, come quella della “madre
impossibile” che invaliderebbe l’esposto , senza
sapere, che nell’esposto, non viene per nulla citata
essendo solo una trappola per scatenare la sua
incontrollata reazione.
Alla fine l’inviato Menduni, credendo ciecamente alle
parole dell’altro elemento simbiotico, decide di
trasformare la simbiosi in un tentativo di
parassitismo indirizzando il SecoloXIX sul terreno
dell' apologia con una esaltazione ed una difesa di
Capurro che diffonde un acre odore di “bruciato”: il
bisogno di screditare il quotidiano odiato avversario.
Per attuare questo piano, con una parvenza di
equilibrio, mi telefona e mi chiede un’intervista
specificandomi quale fosse l’orientamento del
giornale sull’intera vicenda e dando forza alle ragioni
dell’ancora, al momento, sindaco Capurro.
Conosco Menduni da anni e, per rispetto alla
persona, non al giornale o al suo mestiere, lo invito a
riflettere dicendogli che Capurro è condannato a
cadere nella fossa che lui stesso si stà scavando con
l’insensato ed infantile percorso che ha scelto in
8
0
questa vicenda; concludo dicendogli che il
SecoloXIX, se mai intendesse seguire questa linea,
ne uscirebbe sconfitto con lui di fronte alla pubblica
opinione.
Gli suggerisco anche di non dare spazio alla
personalizzazione poiché un soggetto politico può
permettersi una disfatta politica perchè può avere
anche una rivincita: si tratta infatti di una critica
forte alla sovrastruttura che è modificabile.
Nel caso in cui il politico personalizza l’avversario in
una sua sconfitta distrugge ogni possibilità di
rivincita: si tratta infatti di una sconfitta della
struttura, dell’uomo in se’, che è immodificabile.
Aggiungo poi che, sul piano dell’essenza umana, il
confronto è improponibile per l’evidente disparità di
valori!
Marco Menduni mi ringrazia ma vuole andare ( o il
giornale vuole andare?) comunque in quella
direzione; rispondo quindi alle sue domande e dal
quel momento la vicenda, per Capurro, diventa
irrisolvibile.
Una volta personalizzata la vicenda egli crede di
aver portato fuori dalla disputa politica “la sua
questione” con ciò garantendosi la sedia.
Questo è un errore: qualsiasi soggetto politico che
subisce un attacco da un elemento esterno e non è
in grado di pararlo mostra poca efficienza e si
dimostra debole; egli era un garante pubblico e per i
cittadini aveva il compito di provvedere alla loro
sicurezza, ai loro bisogni, facilitare i loro piaceri,
dirige gli affari, le industrie, regolarne la vita.

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1
Egli, se mai ne fosse stato capace, distruggeva il
diverso, il drogato, il barbone, il “terrorista”!
Invece…………..
Il secondo errore, immediatamente successivo al
primo è ancor più rilevante, lo commette quando
decide di “volantinare”; questa è attività dei
soggetti politici veri e portatori di contenuti
ideologici; questa non è la comunicazione
caratteristica della “società civile”: quella inorganica
congrega plurifacciale di spessore insignificante
perché schiacciata dall’ipocrisia della quale lui si
vanta di fare parte. La società civile è ricettiva,
assorbe concetti, certamente non li produce; non
produce politica, assorbe politica, nel migliore dei
casi, se mai la intende, la replica.
Poi, ulteriore commento, un volantino, si dice
volgarmente: “ti fotte”; la ragione del pericolo sta
nel fatto che un’intervista di un giornalista la puoi
pure rivoltare a tuo piacimento - così come accade
spesso - dicendo che il cronista non ha capito o, più
benevolmente, ha frainteso!
Il volantino <<no>>; il volantino lo porti tu in
tipografia; non c’è il malcapitato cui dare la colpa;
sei costretto, come nel caso di Capurro, a dichiarare,
inconsapevolmente, la tua confusione concettuale.
Basta leggerlo e la risata è certa!
L’intervista al SecoloXIX ha però avuto il merito, per
lui, di rasserenarlo; si è sentito meglio, ha preso un
po’ di forza.
Altro gravissimo errore! Quella “rinascita” gli ha
fatto fare la fesseria di interpellare alcune persone di
Rapallo chiedendo il modo per contattarmi, pensava
di aver vinto e di potermi comprare, a poco prezzo,
8
2
eliminando “le scorie” residue di un problema che la
sua “intelligenza” aveva ridotto.
La notizia non ci è giunta inattesa! La vittima,
qualunque vittima, ha questo comportamento
quando ha “assunto” la sconfitta imminente, ma
spera sempre di poterla negare; nutre una speranza
cieca in quei mezzi di cui riconosce la validità
utilitaristica, all’interno del rapporto umano, perché
gli derivano dall’educazione ricevuta: lo scambio ed
il danaro; queste sole gli danno la possibilità di
rimediare ad ogni malefatta comprando l’uomo che
la deve contestare.
Così come il ladro colto in flagrante offre i gioielli al
poliziotto che dovrebbe arrestarlo, la
tossicodipendente offre il sesso allo stesso poliziotto,
Capurro offre soldi! ( Poteva provare ad offrire
sesso! Chissà che sorpresa!)

Visto quindi il suo bisogno di parlarmi, ho preso


contatto con un conoscente comune; dopo poco,
questi mi invitava ad un’incontro da tenersi nella
serata successiva nel suo studio, il 4 settembre
2006, del quale lui avrebbe dato la disponibilità,
assentandosi dal partecipare.
Nel pomeriggio del giorno indicato abbiamo
elaborato, all’interno del comitato, tre differenti
soluzioni comportamentali, ciascuna conseguente ad
un prevedibile approccio ipotizzato
sull’interpretazione corretta dei fatti.
Non nego che l’incontro ha suscitato in me una
grande sorpresa: l’uomo che << è abituato alle
sfide>> si presenta assieme alla moglie e mi chiede,

8
3
con infantile candore, se ho ragioni contrarie alla di
lei presenza durante l’incontro.
Trattengo quello stupore che mi avrebbe fatto
esprimere un commento pesante che però poi ho
dovuto esprimere successivamente. Rispondo che
non ho nessuna ragione per volere un’incontro a due
perché io non amo i duelli (che sono il mezzo di
soluzione delle sfide – così come invece dovrebbe
essere per lui-) ed inoltre perché sono certo che non
avrò nulla da dire di cui dover temere la diffusione.
Realizzo comunque che una debolezza così grande
non l’avevamo ipotizzata: non credevamo che fosse
così debole da chiedere il supporto alla moglie che,
nel corso del colloquio lunghissimo, si è dimostrata
estremamente più capace e solida di lui, concreta,
organizzata mentalmente ma cruda nei giudizi.
Comunque lei, già madre di tre figli, in quel
momento si stava dedicando al “figlio adottivo”, il
più debole dei quattro, a questo punto. Durante
tutto il colloquio è stata quella classica
moglie/madre diffusissima ovunque nella società
italiana delle ultime due generazioni.
Il colloquio è stato interessante nell’ottica
dell’osservazione del disorientamento che prende un
uomo, “anomalo” sotto il profilo umano, quando,
nella difficoltà, necessiterebbe di una solidissima
caratterizzazione umanistica, produttiva, certa, che
lo possa traghettare fuori dal pantano.
Capurro, da questo punto di vista è un disastro,
indeciso ma presuntuoso, impreparato ma
“convinto”, un vero negatore della politica; se per
tale concetto si vuole ancora esprimere l’arte di
governare e amministrare, egli è un vero parvenu!
8
4
Capurro mi ha permesso di capire perché alcune
persone, in vera buona fede, hanno creduto nelle
sue “capacità dirigistiche”; quello che era inteso
come dirigismo era il suo stile di vita: capriccioso,
autoritario perché fatto di un nulla intellettuale,
sempre convinto che ogni danno può essere
“pagato” in danaro contante. ( Guardatevi l’esempio
della vicenda Patrone e del costo economico pagato
dal danaro pubblico !). Mi ha anche permesso di
capire perché ha ingannato gli elettori così come
molti altri competitori dopo il primo turno elettorale.
Lui è un personaggio talmente anormale nella
cerchia dei contendenti – pensare che si vanta di ciò,
credendo che sia un pregio! – da rappresentare un
pericolo significativo.
La sua unica arma politica espressa nel primo
colloquio era rappresentata dalla necessità di
“sputtanare pubblicamente” (sono parole sue) quel
Carlo Bagnasco, figlio dell’ex sindaco, che mi veniva
rappresentato così intensamente, dalla sua voce
stizzosa e per nulla da sedicente “professore”, che il
giorno successivo fui indotto a chiedere informazioni
su di lui, Carlo Bagnasco, che non conoscevo
neppure superficialmente.
Mi diceva essere prossimo al carcere perché era un
rapinatore! Mi faceva intendere come fosse, per
notizie avute direttamente dalla ex fidanzata del
Bagnasco, detentore di sostanze stupefacenti. Mi
dichiarava essere questi fatti, la detenzione della
droga e la prossima carcerazione conseguente alla
rapine, colpe talmente gravi che dovevano essere
conosciute dalla popolazione intera ! Anche in
questo caso, così come nelle interviste, era
8
5
importante “dargli corda” e si poteva essere certi
che avrebbe realizzato sceneggiature da film
americano a volontà. Mi ha raccontato di tutto; si è
elogiato ripetutamente; cercava, meschino lui, di
convincermi della “bontà del prodotto Capurro”;
saltava da un argomento all’altro senza regole,
senza annotarsi le incredibili contraddizioni che lo
rendevano ridicolo.
La moglie, sempre attenta, interveniva spesso
quando lui, da vero elemosinante, la cercava per
aver da lei supporto; lei, maternamente, glielo
concedeva!; che grande pena! Un’essere umano
che credeva di essere al primo scalino della ambita
scala socio/politica in attesa del grande balzo - il
progetto Regione con il socio fidato e amico
Pittaluga – (l’ho appreso da lui) che cade nella
polvere per un attacco che viene da una banale
ricerca studentesca!
La moglie, scaltra quanto basta, che gli dice:
<<vedi, avresti bisogno del suo consiglio!>> e
sorride, non si rende conto che è finita la “avventura
politica”; e lui, obbediente come un docile figlio, che
mi dice (mentre inarca il baffo con una risatina
forzata) << potremmo lavorare insieme>>.
A questo punto ammetto di essermi sentito
disorientato; quella coppia di eccellenti esemplari di
replicazione del modello espresso dalla “società
civile” non erano minimamente in grado di capire
quale fosse la situazione; non erano scemi! Non
erano distratti! non erano semplicemente informati
del fatto che al di là della loro vita, e dello stile che le
è consueto, ne potesse esistere un’altra, anzi molte
altre. Le loro due vite avevano avuto un percorso
8
6
educativo che non considerava minimamente la
possibilità che potessero esistere volontà umane che
non fossero le loro! Tutt’al più “supponevano”
utilitaristicamente che esistesse un “tutto altro”!
Credevano ancora, dopo il “grande casino”, che il
mondo derivasse i suoi comportamenti dalle loro
volontà e dalle loro “offerte”.
Loro “erano” il resto, semplicemente,“non era”!
Comunque, per quella mia radicata convinzione
secondo la quale nessuno è colpevole finchè non è in
grado di intendere il danno che produce a se’ ed agli
altri, provo a spiegarmi.
Gli dico che non ha capito nulla ! Gli spiego che lui
non conta più; che c’era un “treno in corsa” (il
progetto del comitato) sul quale lui poteva anche
salire, per alcune fermate, assieme ad altri
componenti del consiglio comunale di Rapallo pro o
contro di lui. Poi, al momento opportuno, senza
preavviso c’era l’obbligo di scendere ! Il viaggio era
finito ! Il comitato proseguiva da solo.
Questo”viaggio” serviva all’emersione delle
gravissime responsabilità politiche di tutti, nessuno
escluso, e poteva consentirgli, però, un’uscita di
scena,“più morbida” una correzione delle sue
incredibili fesserie quali quella di aver voluto
personalizzare la vicenda pregiudicandosi il futuro
politico. In cambio, doveva rendere disponibile al
nostro comune conoscente il danaro necessario alla
stampa dei volantini e manifesti necessari; doveva
rendersi disponibile a rilasciare interviste a tutti i
quotidiani che gli avrei indicato ma, questo era
fondamentale, meditando prima di rispondere !
Doveva collaborare indicando fatti riferiti a
8
7
operazioni dell’amministrazione censurabili ! Doveva
poi, questo era il prezzo dell’intero “pacchetto
salvezza”, dare corpo ad una fondazione intitolata al
padre Capurro Leo in cui rendeva disponibile la
somma di 250.000.00 euri da amministrarsi
attraverso un comitato di otto studenti di Rapallo e
finalizzata ad un progetto di cui riceveva sommaria
indicazione. Gli ribadivo che era lui a dover accettare
l’offerta se mai gli fosse parsa valida; non era lui che
faceva offerte e proposte; era sceso dallo scranno dal
4 luglio dopo la telefonata! Non poteva pensare che
una paginata di Menduni sul quotidiano di riferimento
avesse avuto il miracolistico effetto di rivoltare il
mondo.
Acconsentiva con tono forzatamente subordinato;
lasciava quindi lo spazio ad un intervento “mirato”
della signora: ella, elegante quanto basta, di modi
“professorali” e borghesemente corretti ed accettati
da quella società civile di cui esprimeva il grande
desiderio di partecipazione, mi chiedeva – che
tenerezza, quasi mi convinceva! – di evitare il ricorso
alla citazione della “schifezza Airone” poiché i suoi
tre pargoli, di cui lei curava la tutela, non dovevano
“soffrire”! <<Teniamo fuori i figli>> diceva!
Che schifo! Se accanto a me si fosse seduta l’anima
pia ( nel senso che nutre profondi sentimenti
religiosi, che non vuol dire per nulla cattolici o
cristiani ) di Karl Marx, certamente mi avrebbe
intimato, dalla grandezza della sua visione sociale, e
dal rispetto che certamente avrebbe inteso io gli
portassi, di alzarmi ed uscire dalla stanza assieme a
lui!

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8
Io ho imparato da lui che cosa sia l’ipocrita “violenza
borghese” che nutre una quantità imponente di
esseri dannosi alla società ed all’equilibrio dei
sistemi.
La violenza borghese derivata da quella concezione
di libertà kantiana per cui <<io sono libero finchè
non incontro lo “spazio” altrui che mi vincola>>;
dottrina negativa, di violenza perché “l’altro” è il
vincolo alla mia libertà, “l’altro” è l’estraneo al mio
cortile, l’altro va eliminato! Ecco la ristretta cerchia
dell’idea di famiglia! Ecco il razzismo! Ecco quindi
che la pregiata coppia Capurro, in nome della
salvezza, nella libertà, dei loro tre pargoli vogliono
“incaprettare” un altro giovane, quel Carlo Bagnasco
che oggi, dopo averlo riconosciuto come
“bonariamente ingenuo”, scopro, da quei “fatti” che
sono nutrimento della burocrazia giudiziaria, come
sia stato vittima di una “turbativa del sistema
disciplinare”
( Marx potrebbe sottoscrivere) rappresentato dalla
negativa introduzione della sfera privata – il sesso o
la religione – in una questione che avrebbe dovuto
rimanere asetticamente incontaminata e risolversi in
un ambito giudiziario cui, così pare, è stato fatto
sfuggire di mano per evidente debolezza strutturale
di un componente determinante dell’ azione
giudiziaria vittima di quella succitata “negativa
introduzione”. L’auspicio, anzi l’invito, stante
l’obbligatorietà dell’azione penale, è che gli organi
dello stato, dipendenti pubblici dei cittadini tutti,
aprano un logico, conseguente esame dibattimentale
nella sfera meramente antroposociale, assieme alle
altre necessarie attività di indagine!
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Tornando all’incontro con la famiglia Capurro, e
dovendo necessariamente sintetizzare oltre due ore
di “confidenze” spudorate, posso aggiungere ancora
che, recepite le mie istanze, Capurro mi invitava ad
un successivo incontro definitorio, stesso luogo
stessa ora il 6 settembre.
Il giorno successivo, martedì 5, incontravo
casualmente la moglie di Capurro in Genova e
coglievo l’occasione per chiederle come mai vi fosse
stato un cambiamento in una delle pattuizioni, quella
che riguardava la disponibilità a rilasciare le
interviste poiché un giornalista mi aveva comunicato
la “voluta irreperibilità” di Capurro. Lei si diceva
all’oscuro del fatto e ci salutavamo mentre, con fare
dimesso, quasi supplichevole, mi chiedeva
nuovamente di lasciare “i pargoli fuori dallo schifo”.
Alcune ore più tardi ricevevo dal comune
conoscente, una telefonata che mi annunciava l
richiesta di spostare l’incontro del mercoledì 6
desiderando anticiparlo, ove possibile, al martedì 5
alle ore 19.30, stesso luogo. A tale incontro, sempre
in presenza della moglie, Capurro mi riferiva come il
suo avvocato gli aveva suggerito di convenire che il
danaro che da lì a poco mi avrebbe dato – per
volantini e manifesti - era stato frutto di transazione
alla remissione delle due querele, denunce mie nei
suoi confronti, di cui aveva già ricevuto elezione di
domicilio. Ribadiva il suo interesse ad attaccare il
“rapinatore” finanziando l’attività necessaria, e
trascurava ogni altro dettaglio in attesa che io
rimettessi le querele. Alla mia domanda precisa di
indicarmi i nomi dei componenti del consiglio da
“attaccare” per vicende di “sozzura amministrativa”,
9
0
prendeva carta e penna e mi stilava un elenco di
nominativi da screditare sul piano umano ( rapporti
affettivi irregolari, affari sporchi, debiti, connivenze
con soggetti pregiudicati ecc.)
Incomprensibile !
Chiedevo allora lumi sulla fedeltà dei componenti
della sua giunta ed anche li seguiva un elenco di
buoni e cattivi, anzi, in verità, di “schiavi”( fa quello
che dico io) e desiderosi di libertà.
Visto che stava prendendo corpo in lui un
convincimento di rinnovata grandeur evidenziata da
frasi tipo:<<…fa quello che dico io!>> oppure << gli
faccio dire quello che voglio>> con riferimento ai
nomi di cui sopra, era necessario reinquadrarlo e
riformarne il contorno nel “problema”.
Gli facevo allora notare che la sua credibilità e la
possibilità a decidere mi sembravano nulle al di fuori
di quel contesto di “pecoroni”, poiché se prima, nel
precedente incontro con me, era supportato dalla
moglie/madre, ora, vera novità, persino da un
avvocato/padre. Contestava questo fatto
appellandosi alla caratteristica delle sue decisioni
che, tentava, ma inutilmente, di convincermene,
erano sempre e solo colleggiali! Questa era la
ragione per cui la moglie e l’avvocato intervenivano!
Ero io, meschino, a non capire! Ero io che non
intendevo minimamente la grandezza della sua
espressione sociale! Lui era un uomo sociale ! Lui
non era un uomo individuale come erroneamente
creduto !
E mi fissava col baffo inquieto, ansioso di
convincermi; capiva, forse, di aver parlato troppo; il
secchio era debordato per eccesso di scempiaggini;
9
1
capiva di aver perso ogni possibilità di salire sul
treno! Vedeva la mia espressa incredulità
(limitiamoci a considerarla così) .
Nella giornata successiva, realizzato che non era
autonomo nelle decisioni, chiedevo un incontro con il
suo legale, che conosco da tempo, per individuare
fino a che punto fosse stato coinvolto dal suo cliente.
Coinvolto nel senso umano, ovviamente; la
professione è un’altra cosa! L’incontro, di differente
livello qualitativo, accreditava le tesi che avevamo
elaborato in quei giorni, nelle quali ritenevamo, il
Capurro, incapace di assumere qualsivoglia
responsabilità; capace solo ed esclusivamente di
“rintracciare” sempre e dovunque una ragione
esterna al suo se’ cui addebitare le cause delle sue
disfatte, delle sue incapacità, del suo fallimento. Era
la conferma della “socialità della disperazione”:
l’uomo diventa essere sociale quando ha paura della
solitudine nei casi di disarmonia dell’essenza
umanistica.
Il percorso successivo, quello che ha portato alla
“defenestrazione” dell’improvvisato sindaco ha visto
il peggio del peggio dell’attività politica; incontri e
scontri, maldicenze e carognate, volgarità degradanti
per una collettività; solo e soltanto il proprio piccolo,
ristretto cortile, messo sotto tutela. Questioni di
interesse personale o, come dice la saggezza
popolare: di poltrona!
Gli incontri che ha avuto Capurro nel frattempo sono
stati importanti; ha tentato, nella disorganizzazione
completa che distingue la sua attività, di appoggiarsi
a tutte le sponde.

9
2
Ha chiamato aiuto da ogni parte ma, i chiamati lo
ritenevano già “infetto”; guai a schierarsi con lui.
L’unico irremovibile fedele alleato è stato ed è
tuttora il quotidiano simbiotico che ancor oggi, 12
dicembre, esalta, anche se in maniera sommessa,
l’opera del grande amministratore.
Una bella copia di ingannatori dell’opinione pubblica;
l’uno per interesse personale e l’altro per l’interesse
di testata; in entrambi i casi, a patirne le
conseguenze, sono rimasti quei cittadini che tra
alcuni mesi saranno nuovamente chiamati “a
decidere” le sorti della città!
Veniamo alla serata “fatidica”; quella in cui si è
tenuto il consiglio comunale più lungo della storia di
Rapallo:
La sala ha avuto problemi di capienza ma,
comunque, c’era la ripresa televisiva a fare
equilibrio.
I sostenitori del defenestrando erano veramente
pochini; i consiglieri defenestratori: tutti in gran
spolvero; i suoi soci di governo: tristi, incapaci di
comprendere.
Inizia il dibattimento; non vedo la moglie/mamma in
sala; penso che verrà alla fine, sarà un uscita sul tipo
scolastico del: fatti venire a prendere dalla mamma
dopo una nota.
Mi devo sorbire uno sproloquio dietro l’altro dei
consiglieri defenestratori sul tipo: come ero attento,
come controllavo le tue porcate, come vigilavo sui
tuoi comportamenti , come facevo gli interessi del
popolo ecc.ecc.ecc.
Poi, a seguire, le demenzialità autoreferenziali dei
suoi congregati tipo: come ero bravo, come ero
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3
presente, come ero attento, come ho amministrato
bene, come siete carogne voi che mi avete cacciato
ecc.ecc.ecc.
Questa sofferenza è durate sette lunghissime
interminabili ore in cui i partecipanti hanno emesso il
canto del cigno; hanno parlato di cose che non
fregavano a nessuno, arcinotissssssssime. Nessuno
ha detto perché hanno dovuto aspettare un
elemento esterno per abbatterlo!
Nessuno ha detto quante volte ha segnalato
doverosamente al prefetto le anomalie
capurriane!
Nessuno ha detto in quali contesti istituzionali
ha prodotto documentazione o testimonianza
di atti deprecabili quali quelli narrati in quella
interminabile sceneggiata vicinissima alla follia
collettiva!
Nessuno ha detto alcunché fosse valido a
defenestrare un sindaco!
Nessuno ha defenestrato
Capurro!
La sua boria, la sua ignoranza politica, la sua
intrinseca pessima capacità di relazione
sociale lo hanno defenestrato!
E’ stato sufficiente un modesto studio sulle
personalità (le strutture) degli uomini politici in cui
lui, poveretto, è stato preso come cavi, per
evidenziare come ad abbattere un muro di
cartapesta basti un flato.
Nel nostro caso la scelta del canale emissivo ha
prediletto quello più vicino al cervello.
La sua strenua, incredibilmente sconcertante,
disperata forma di organizzazione difensiva è stata
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4
anch’essa un flato ma lui, incapacitato a scegliere da
che parte originarlo, lo ha liberato dal canale più
lontano dal cervello; questo fatto era ampiamente
prevedibile.

Torniamo allora a quella famosa sera, anzi alla


mattina successiva, all’incirca alle ore 04.30.
L’aula era assonnata, stremata dalle fesserie dette e
ridette, finalmente - la sveglia! Prende la parola
Capurro; la “prende” proprio nel senso appropriativo
del termine, mandando a cagare, letteralmente, il
presidente del consiglio comunale Roncaglielo, che si
permette – che ardito! – di ricordare al despota che
non capisce che anche lui ha un tempo definito per
parlare, come gli altri.
Roncaglielo, medico, non ha capito l’essenza umana!
Non si fosse mai permesso: a cagare e via! In fondo
lui è Capurro! Non è come gli altri! E se poi
Roncagliolo avrà di che ridire sulla figura
escrementizia che gli ha fatto fare, potrà ben
risarcirlo! Basterà che lo raggiunga in ufficio e la
moglie andrà a ritirare i danari necessari sul conto
corrente.
Torniamo all’aula assonnata che si sveglia anche per
l’intervento colto, civile, intellettualmente pregiato
che il sedicente professore ci offre. Il dialogo, il
dibattito, la disputa, la diatriba, lo scontro verbale
non servono con lui; volete sapere perché ? E’
facile: non capisce! Ecco il punto. E’ un soggetto che
dimostra questo concetto, sempre e comunque. E’
affetto da un disordine concettuale talmente marcato
da rasentare l’analfabetismo. Quando ha discusso la
tesi di laurea ? Dove ? Chi era il relatore ? Vorrebbe
9
5
cortesemente dircelo ? Vorrebbe poi ridiscuterla un
po’ in campagna elettorale ? O preferisce comprare
anche la nostra curiosità ?
Scusate l’ennesima fuga e ri-torniamo al suo
intervento colto ecc.ecc.ecc.
Che cosa pensate che dica Capurro dopo che qualche
decina di inutili persone che componevano quel
consiglio comunale che lui ha sempre definito inutile
avevano inutilmente parlato per sette inutili ore ?
Che cosa pensate che dica un esasperato
individualistico partecipante della società economica
competitiva quando trova sulla sua strada un
elemento umano appartenente ad un criterio
valutativo che lui ignora: una grande cazzata!
Nell’ordine: si alza in piedi; recepisce appena
l’ammonizione di Roncaglielo sopra citata; lo manda
a cagare; agita, nel mentre, un foglio che tiene nella
mano sinistra; “quel foglio” che gli ha rovinato la vita
politica e, lo vedrete poi, anche quella privata; inizia
a parlare: la sua modestissima (numericamente,
s’intende) claque è tesa!; alza la mano destra fino ad
indicare, con l’indice teso, così come il braccio il
fondo della sala; laggiù - aggredito dal terrore! – ci
sono io, piccolo elemento della razza umana facente
parte della categoria dei cittadini che
quotidianamente si devono scontrare con
“disequilibrati”; io che non sono riconosciuto
portatore di alcuna “carica pubblica”; un illustre
signor nessuno come molti altri che io conosco; io
terrorizzato (chi mai lo crederebbe tra quelli che mi
conoscono?) veramente, perché quella sera, mentre
lo guardavo, capivo che si era talmente “caricato” (
fatto, si direbbe, se avesse usato droga) di chissà
9
6
quali minchiate mentali rimuginate tra il nulla che
archivia tra le sue competenze umane da farmi
paura! ( tranquilli! Scherzo!)
Mi faceva paura perché vedevo in lui un delirio di
onnipotenza che era impensabile dopo sette ore di
rottura di palle in cui nessuno aveva capito che
quella serata aveva solo lo scopo di alzare il dito,
brandendo quel foglio per dire la madre di tutte le
cazzate della sua breve ma disastrosa storia
politica:<<sapete perché stasera mi sfiduciate! Per
colpa di quel signore là in fondo! (il dito sempre
rivolto contro di me) e di questo esposto >> – e
finalmente si conclude la serata - perché il nostro
amato Armando Ezio, le altre
centosessantasettemilacinquecentoventisei inutili
parole le usa per ripetere quel concetto fino alla noia
o, se preferite, visto che in aula c’era un medico della
“testa” come Piccardo, che dicono sia bravo,
secondo una modalità patologicamente descrivibile
come: chiedere a Piccardo!

Perché ho usato alcune fraseologie volgarmente


comuni ?
Hanno un indubbio fascino; sono essenziali;
definiscono bene il pensiero; sono “razionalmente
intuitive”; ma, soprattutto perché lui vale queste
frasi.
Vediamo in breve, a favore della consapevolezza
pubblica, perché ho definito quello scriteriato
intervento come “la madre di tutte le cazzate”.
Primo, non doveva personalizzare all’inizio del
casino.

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7
Secondo, visto che l’apparato politico locale voleva il
merito della “avvenuta liberazione dal dittatore”,
aveva intelligentemente sottaciuto la
personalizzazione e questo era un regalo per lui;
infatti se avesse capito mai qualche cosa, poteva
ribaltare su di loro la responsabilità di aver atteso
l’arrivo dei “liberatori” per insorgere; che è una
tattica politica della maggioranza dei suoi
defenestratori che sono “destri revisionisti” e
avrebbe potuto metterli in seria difficoltà.
Terzo, la sera del defenestramento, ha mancato , con
grande evidenza, al rispetto verso quelle formalità
burocratiche alle quali aspira volendo essere del
“sistema”: la mandata a cagare di Roncaglielo, il
distacco dal dibattito, la sufficienza espressa verso la
cittadinanza;
Quarto, è stato così scriteriato da resuscitare la
personalizzazione, elevandola ad un livello talmente
alto da superare, quella sera, persino il suo che era,
si badi bene, ancora quello di sindaco di Rapallo. Un
“nessuno”, cittadino qualunque, persino di un’altra
città, che abbatte il “monarca”
Come fa il popolo a sentirsi garantito da un nevrotico
tremebondo? Chi soddisfa il suo bisogno di
sicurezza ?
- LE DICHIARAZIONI DI SFIDUCIA NON ERANO
ANCORA STATE ESPRESSE ! - ERI ANCORA IL
SINDACO ! –

E’ finita la festa, Capurro e i suoi scagnozzi vanno a


casa assieme a tutti i defenestratori dell’ultimo
momento.

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Come prevedibile telefona alla moglie/madre che
arriva premurosa a prendere il figlio annotato per
impreparazione oggettiva ( 2--).
La signora, che ha fegato, mi saluta cordialmente, io
ricambio.
Lui esce guardandomi con espressione di sfida
perché ha accanto la moglie.
Il baffo è sempre in ordine, la capigliatura anche, il
problema è dentro – decido di chiamarlo, d’ora in poi,
- Il cofanetto Sperlari ( lo ricordate ?), bel
contenitore, caramelle ? Meglio regalarle che
mangiarle: penso, per questa ragione, che è meglio
se Rapallo lo regala a qualcun altro comune; che ne
dite di Hoftejky ( è nel nord della Finlandia, vicino al
circolo polare) chissà il baffo!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Abbastanza distante per fare danni ? Certamente.

Intanto è iniziata la campagna elettorale che sarà


lunga e snervante; composta di menzogne vendute
per buone in trasmissioni televisive prive di
contraddittorio e lautamente pagate, passate per
notiziari giornalistici.
All’interno di questi programmi si può dire ogni cosa,
si può urlare al complotto, si può accusare chiunque.
L’importante è essere creduti.
La campagna è troppo lunga per un uomo << che
non è abituato alle sfide come credeva lui>> ha già
cominciato ad imbarcare acqua!
Potrebbe invece farsi carico di illuminare i suoi
possibili elettori di una quantità di dati personali per
essere meglio conosciuto e, dopo eletto, anche
amato!

9
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Potrebbe dirci dove si è laureato e quando; potrebbe
riproporci passi significativi della sua tesi; potrebbe
persino ridiscuterla con qualche ascoltatore; pensate
come sbilancerebbe quegli avversari che non
possono fare altrettanto perché magari hanno
comprato la laurea!
Il cittadino direbbe <<cazzzzzzo che bravo!>> si sa,
il cittadino non capisce e usa termini volgari!
Lui, che ha studiato, sa anche che il cittadino fa parte
della “massa”, non è della società civile!
In attesa, noi poveri, ci diamo da fare.
Il comitato produrrà interessanti e puntuali sistemi di
informazione ai cittadini ma, nel frattempo, affinché
si cominci a capire di chi si tratta potete trovare un
interessante serie di fotografie che pensiamo non
occorra dotare di didascalia. Le immagini sono
eloquenti quanto basta e forse più. Vengono dalla
cittadina di Avegno dove la popolazione, da molti
anni, ha un ottimo livello di vita garantito da quel
“disastro ambientale”, posto sotto sequestro, di
proprietà del sig, Armando Ezio Capurro sedicente
professore di economia.
Per chi non fosse mai stato in Avegno vale l’invito
che gli rivolgiamo a visitare gli ameni luoghi, che può
trovare sommariamente rappresentati dalle foto
allegate al libro.
Ci sono gli esterni, gli interni delle abitazioni degli
esseri umani, ci sono le splendide viste dalle finestre.
Buon viaggio.

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Poi, sempre nell’ottica di aiutarlo, perché forse non
si è capito che da solo non va da nessuna parte, vi
proponiamo uno stralcio di un interessante
volume distribuito dalla D.E.A. di Lecce che, previa
telefonata al 0832 223011 può inviarlo a chi ne fa
richiesta.
E’ molto interessante! L’autore,Lino De
Matteis è un riconosciuto e serio giornalista locale
che, come ebbe a dire il Capurro all’uscita del
volume <<…perché non si fa’ i cazzi suoi!>> fa’
invece il suo onesto lavoro.
Passi tratti dal volume:

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……………a Trepuzzi, l’attività olearia interessava
soprattutto Raffaele Rampino, soprannominato
“mano morta”, per via dell’abitudine di tenersi
dietro le spalle con una mano il polso dell’altra,
che restava ciondolante. Raffaele Rampino ha
avuto a che fare con il sansificio “Capurro”,
dell’omonima famiglia di imprenditori genovesi…….
Leo Capurro nel 1963 aveva fondato l’impianto
collocato tra Trepuzzi e Campi Salentina…….. ……
l’’industriale Capurro aveva in Raffaele
Rampino il suo uomo di fiducia, sul quale contava
per la gestione in loco di tutto ciò che il sansificio
richiedeva……….da società per azioni la
“Capurro”, con sede legale ad Avegno, venne
trasformata nel 1973 in società a responsabilità
limitata, con sede secondaria a Campi
Salentina…….. con un capitale sociale di tre
miliardi e 800 milioni di lire…….i rapporti tra
Raffaele Rampino e Leo Capurro si erano
ormai consolidati al punto che Rampino venne
designato anche nel Collegio sindacale, quale
sindaco effettivo………..ma con il passare del
tempo, quelle ciminiere sbuffanti nubi minacciose,
maleodoranti e insalubri cominciarono a creare
grossi problemi agli abitanti dei comuni
circostanti………all’inquinamento si aggiungevano
anche i rischi per l’incolumità dei dipendenti
all’interno del sansificio…….alla fine di giugno
1989, uno degli otto capannoni cedette di schianto
e, solo per fortuna, non ci furono vittime tra gli
operai……tra le proteste popolari, gli incidenti sul
lavoro, le strutture che cadevano a pezzi,
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l’oleificio era diventato una vera e propria
“bomba ambientale” ad orologeria, tanto che,
per disinnescarla, si rese necessario l’intervento
diretto della Regione e
dell’amministrazione………….“La Capurro era
sbarcata a Campi Salentina intorno al 1963”,
racconta l’ex sindaco comunista Egidio
Zacheo……..all’inizio pensavamo che i Rampino
fossero solo fiduciari, invece no, sono entrati
come soci”……….. Rampino erano già affermati
nel settore e rappresentavano l’ideale per essere
soci, fiduciari, gestori sul territorio per conto
dell’azienda”. Ma col tempo “lo stabilimento era
diventato una bolgia dantesca – rammenta
Zacheo, senza alcuna regola e tutela dei
lavoratori, con molti infortuni e incidenti
mortali…………alla Capurro, la cui attività, eseguita
senza alcun accorgimento, inquinava senza
tregua. Inquinava nel senso che si stava proprio
male: procurava malattie, i balconi restavano
pieni di pulviscolo che sporcava tutto ed entrava
nei polmoni……………si trasferirono agli enti pubblici
anche i problemi legati al suo risanamento. “La
mia amministrazione – dice ancora Zacheo – si
trovò davanti alla necessità di dover risanare
quello stato di abbandono, perché c’era
amianto Nel frattempo, Raffaele Rampino e i
Capurro costituirono, il 6 ottobre 1986, la
società per azioni “Copersalento”, con sede a
Lecce in via Imbriani e con capitale sociale iniziale
di 15 miliardi e 466 milioni di lire, così suddiviso:
945 milioni a Raffaele Rampino, 877 milioni ad
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Armando Ezio Capurro, 593 milioni a “Capurro
Leo e Figlio” srl, 8 miliardi e 341 milioni a
“Capurro” srl, 10 milioni all’Ersap, 5 miliardi e 500
milioni ad “Investire Partecipazioni” spa, una
derivata di “Sviluppo Italia” spa. Raffaele
Rampino venne designato presidente Dopo anni
di polemiche, la svolta arrivò il 25 giugno 2002
con il sequestro preventivo della
Copersalento, disposto dal giudice delle indagini
preliminari del Tribunale di Lecce Antonio Del
Coco………la Copersalento aveva goduto per anni
della “disattenzione” di quanti a livello di
amministrazione comunale, di locale Asl, di
assessorato regionale per l’Ambiente
ecc.ecc…………il sospetto di contiguità con la più
feroce criminalità organizzata salentina era
piombato sui Rampino di Trepuzzi agli inizi degli
anni Novanta. Il quarantaseienne Raffaele
Rampino era finito in qualità di imputato a piede
libero nel maxiprocesso alla Sacra corona unita. Il
21 gennaio 1991 gli uccisero il figlio
diciassettenne, Antonio. Il ragazzo venne freddato
con un colpo di pistola alla testa nel cortile
dell’oleificio. L’assassinio del minorenne venne
ritenuto dagli inquirenti una vendetta trasversale
contro il padre, che, appena tre mesi dopo, il 17
aprile, fu a sua volta ucciso in un agguato mafioso
avvenuto mentre prendeva il caffè nel bar. La
morte di padre e figlio e le modalità del
duplice assassinio suscitarono particolare
clamore nell’opinione pubblica e molta
preoccupazione tra gli inquirenti, per la
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efferata crudeltà dimostrata in
quell’occasione dalla criminalità salentina. La
stampa locale riferì con grande enfasi quei
due omicidi, sottolineando i pericoli della
infiltrazione della criminalità organizzata
nelle attività “economiche” (?) della
provincia.

Ad Avegno ARMANDO EZIO CAPURRO,


SINDACO DI RAPALLO sta ripetendo ciò che
avete appena letto: degrado, abbandono,
inquinamento da amianto, speculazione
edilizia, disattenzione delle autorità ecc.

ANCHE QUESTA VOLTA SARA’ IL PUBBLICO


DANARO A RIPAGARE TUTTO ?

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