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Il tema di questo ritiro sono i canti del servo di Jahvè, cioè quattro canti che sono

inseriti nel cosiddetto deutero-Isaia, dal capitolo 40 al 55 del libro del profeta Isaia.
Dentro a questo grande blocco ci sono quattro brani che in qualche modo emergono
rispetto al contesto, e sono i quattro canti del servo di Jahvè.
Probabilmente anche questi sono opera del deutero-Isaia, però certamente con un
messaggio, con delle prospettive particolari, in quanto tutte quattro queste poesie
parlano di un personaggio misterioso, chiamato “il servo”, al quale viene affidata una
missione importante e decisiva per la storia di Israele e per tutti gli uomini. Praticamente
gli viene affidato il compito di fondare la religione autentica, l’atteggiamento corretto
nei confronti di Dio e gli viene affidato l’incarico di rivelare la volontà di Dio.
Questo pone tutta una serie di problemi, per esempio l’identificazione di questo
servo. A chi si riferiva l’autore? Le risposte degli esegeti sono diversissime, comunque
tenete presente che per alcuni esegeti il servo è Israele stesso. Il popolo in esilio ha da
Dio un compito, una vocazione di rinascita, di rigenerazione della vita religiosa, e questo
compito fa di Israele il vero servo di Jahvè.
Per altri esegeti il servo è un personaggio simbolo o il deutero-Isaia stesso, o un
profeta come Geremia, o un personaggio storico come Zorobabele.
Quello che a noi interessa principalmente è la fisionomia di questa figura, quale tipo
di missione gli viene affidato.
Per certi aspetti il servo di Jahvè ha alcune caratteristiche regali: deve esercitare un
potere che diventa anche universale; ma le sue caratteristiche sono principalmente
profetiche perché deve- annunziare la parola di Dio, e per questo compito subisce
derisione e persecuzione cioè paga l’annuncio della Parola di Dio con una serie di
sofferenze che il servo accoglie in prospettiva positiva, come strumento di intercessione
per i peccatori.
Il servo è uno che intercede, cioè cerca di ottenere la salvezza di tutto il popolo
attraverso la sua preghiera, la sua persona e in particolare la sua sofferenza.
Proprio per questo motivo il servo di Jahvè assume delle caratteristiche che lo
avvicinano a Gesù Cristo nel Nuovo Testamento, anzi Gesù e il Nuovo Testamento
hanno interpretato la missione del Signore alla luce di questi canti, in particolare la
passione di Gesù.
Si potrebbe rileggere la passione di Gesù e notare tutta una serie di riferimenti
impliciti ai canti del servo, in particolare al quarto canto dove viene descritta la
sofferenza del servo di Jahvè.
Proprio per questo motivo i quattro canti vengono usati nella liturgia della settimana
santa, e forse per questo don Davide mi ha chiesto di commentarli. Allora li riprendiamo
insieme, li rileggiamo e tentiamo di vedere quali sono le cose più preziose.
Primo Canto

Il primo canto è nel capitolo 42 di Isaia, ed è un oracolo di investitura del servo:


possiamo immaginare l’investitura di un vassallo da parte del grande re.
Il re vuole costituire un vassallo primo ministro; naturalmente si fa un’assemblea con
tutti i vassalli del regno e davanti a tutti i suoi sottomessi l’imperatore presenta la figura
che lui ha scelto. E’ questo il contesto immaginario del nostro brano.
“Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.
Proclamerà il diritto con fermezza;
non verrà meno e non si abbatterà, finché, non avrà stabilito il diritto sulla terra;
e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.
Così dice il Signore Dio
che crea i cieli e li dispiega,
distende la terra con ciò che vi nasce,
dà il respiro alla gente che la abita
e l’alito a quanti camminano su di essa:
Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché, tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”.

Come dicevo è la presentazione del servo: il re, Dio stesso, lo presenta davanti a
un’assemblea, all’assemblea del popolo, delle nazioni, dei grandi della terra: “Ecco il
mio servo che io sostengo”.
Mio servo intendetelo come una dignità conferita a quest’uomo.
È vero che in italiano ‘servo’ vuole dire subordinato, ma quando si parla del servo di
un re si intende il primo ministro, cioè quello che il re pone al di sopra degli altri.
Nell’Antico Testamento “servo di Dio” è per esempio Mosè, o Giosuè, o i profeti,
cioè tutte quelle persone che hanno ricevuto da Dio una missione e con questa missione
hanno ricevuto una dignità, un potere.
Quindi “mio servo” intendetelo come un titolo di onore.
“Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio”. “Mio eletto”
vuole dire che Dio lo ha scelto in mezzo agli altri come unico, Dio dice a questo servo
«tu sei per me unico» e non solo ma aggiunge «di te mi compiaccio» e vuole dire che
Dio è contento della persona di questo servo, del compito che gli affida. In qualche
modo il servo appare davanti a Dio come un sacrificio perfetto.
I sacrifici perfetti erano quelli che Dio guardava con piena benevolenza. Questo
servo appare davanti a Dio come perfetto nella sua consacrazione, e Dio se ne compiace,
Dio è contento di lui.
Questo compiacimento di Dio diventa l’affidamento di un incarico con
equipaggiamento annesso: “Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle
nazioni”.
L’incarico è “portare il diritto” dove per diritto intendete quello che noi chiamiamo
oggi la religione, quindi vuole dire rivelare la volontà di Dio, il progetto di Dio ai
popoli, perché questi si sottomettano a questa volontà. Quindi non è il diritto in senso
giuridico stretto, ma è il diritto nel senso della volontà globale di salvezza di Dio.
In altre parole: il servo deve condurre tutte le nazioni all’obbedienza a Dio.
Naturalmente questo è un compito molto grande e che supera le energie umane del
servo. Per quanto sia intelligente o abile, un compito di questo genere supera ogni
possibilità, allora “ho posto il mio spirito su di lui”.
Questo vuole dire che si compie per il servo quello che era stato detto nel capitolo 11
di Isaia a proposito del Messia: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto
germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza
e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del
Signore. Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e
non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà
decisioni eque per gli oppressi del paese”.
Il testo continua descrivendo l’attività di questo messia, di questo re, il quale
stabilisce la giustizia, difende i poveri, decide le questioni non approssimativamente ma
secondo una valutazione corretta.
Come può fare tutto questo? “Su di lui si poserà lo spirito del Signore”. Non solo è
sceso lo Spirito, ma si è fermato, si è inserito nell’esistenza di questo servo tanto da
riposarsi dentro di lui.
Allora questo spirito gli dona la sapienza e l’intelletto, cioè la capacità di conoscere
oggettivamente le cose, come sono davanti a Dio.
Poi gli dona il consiglio e la fortezza cioè la capacità di scegliere, di decidere con
coraggio. Dopo avere capito le cose sa prendere delle decisioni forti.
Poi gli dona lo spirito di conoscenza e del timore, cioè nello scegliere si lascia
guidare non da interessi particolari, ma dalla volontà di Dio, dalla sottomissione al
volere di Dio.
Quindi con lo Spirito quest’uomo è guidato, è orientato nei suoi pensieri e nei suoi
desideri non dagli interessi privati, ma dalla rivelazione della volontà di Dio; ha
assimilato il suo cuore al cuore di Dio.
“Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”.
Questa è la missione. Poi si dice qualcosa sul metodo, sul come verrà svolta, come si
realizzerà questa missione:
“Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.”

Vuole dire che il suo metodo di azione è un metodo discreto, umile, rispettoso,
capace di valorizzare quello che di positivo trova, anche se piccolo.
L’immagine della canna incrinata e dello stoppino dalla fiamma smorta, sembrano
essere la fotografia dell’Israele dell’esilio.
Quando Israele si trova in Babilonia è un popolo nel quale è venuta meno la voglia
di vivere, un popolo avvilito, deluso. schiacciato, che non ha un grande gusto di andare
avanti.
Il servo viene mandato a questo popolo.
Come lo tratta? Lo giudicherà e lo eliminerà proprio per i suoi difetti? Spezzerà la
canna incrinata? Spegnerà lo stoppino dalla canna smorta?
Al contrario. Questo servo è rispettoso di tutto quello che di positivo, anche piccolo,
esiste nel popolo del Signore e lo valorizza. Con il suo intervento invece di umiliare
valorizza. Invece di schiacciare, da energia e speranza.
Proprio per questo si presenta come un servo mite, che non grida, che non alza il
tono, né fa udire in piazza la sua voce.
Vuole dire allora che è debole? Che non ha la capacità di imporsi?
È mite, ma tutt’altro che debole.
È, in realtà, deciso, costante, ostinato nelle sue scelte, per cui dice:
“Proclamerà il diritto con fermezza;
non verrà meno e non si abbatterà, finché, non avrà stabilito il diritto sulla terra;
e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.”

Quindi non si lascia abbattere da nessun ostacolo, non si lascia intimidire dalle
minacce, ma una volta che si è proposto il suo compito (quello di stabilire la volontà di
Dio) lo esegue senza deviare a destra o a sinistra.
Mite, ma perseverante. Si presenta come rispettoso ma anche deciso nell’esecuzione
della volontà di Dio.
Questa presentazione viene completata da alcune parole che vengono rivolte
direttamente al servo:
“Così dice il Signore Dio
che crea i cieli e li dispiega,
distende la terra con ciò che vi nasce,
dà il respiro alla gente che la abita”
Chi parla in questo modo è Dio, il creatore del mondo, che sta al di sopra di ogni
cosa e la cui voce si afferma come invincibile. E’ quello che crea i cieli, che dispiega i
cieli e la terra. L’universo intero è plasmato dalle sue mani, disposto dalla sua volontà.
È Lui che dà il respiro alla gente che vi la abita, quindi anche la vita ha la sua
origine nella volontà di Dio.
Che cosa dice questo Signore dell’universo?
“Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché‚ tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”

Richiama la missione che Lui stesso ha consegnato al servo: Io ti ho chiamato per la


giustizia.
Questo compito è accompagnato dalla benevolenza di Dio: ti ho preso per mano,
cioè il servo in tutta la sua opera è accompagnato dalla presenza premurosa e di difesa
del Signore.
Inoltre ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo. Formato e stabilito
vogliono dire che il servo è proprio una creazione di Dio, che Dio si è fatta con le sue
mani. Così come all’inizio del mondo Dio ha creato l’uomo plasmandolo con la creta,
così il Signore ha plasmato il servo.
Plasmato significa che gli ha dato una forma che corrisponde alla sua volontà, tanto
che il servo possa diventare uno strumento docile di Dio.
Siccome diventa uno strumento docile di Dio, il servo in qualche modo diventa
onnipotente. Cioè riesce ad agire con la stessa potenza misericordiosa di Dio, tanto che
apre gli occhi ai ciechi, tanto che libera i prigionieri, tanto che porta la luce a chi abita
nelle tenebre.
Tutte queste cose l’uomo non è capace di farle, solo Dio è capace, ma questo servo è
diventato uno strumento docile, perché Dio lo ha formato secondo la sua volontà, e
quindi attraverso questo servo passa, come attraverso un vetro trasparente, l’azione di
Dio che è potente e misericordioso, che è forte e salvatrice. Quindi il servo diventa
strumento di Dio.
Questo è il primo canto del servo.
Quando rileggete queste parole provate a rivederle in riferimento al Nuovo
Testamento.
“Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio”, questo è il
Battesimo di Gesù.
“Ho posto il mio spirito su di lui”, è successo questo all’inizio del ministero di Gesù.
“egli porterà il diritto alle nazioni”, questo è il compito che Gesù ha realizzato in
tutta la sua vita.
Come lo ha realizzato? Con mitezza: “Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in
piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla
fiamma smorta”.
Non c’è dubbio che l’atteggiamento del Signore sia stato di mitezza, ma è stato
altrettanto fermo e deciso tanto da non venire meno finché, non avrà stabilito il diritto
sulla terra, quindi tanto che non si è ritirato di fronte a nessun ostacolo nemmeno
davanti alla minaccia della morte.
“Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e
stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”, che Gesù sia luce delle nazioni
questo era stato già detto da Simeone al momento della presentazione del Signore al
tempio, ma lo si rivede in tutta la predicazione del Signore, in tutto quello che Gesù ha
detto.
Che Gesù abbia riaperto gli occhi ai ciechi tutto il Nuovo Testamento lo dice.
Che “faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle
tenebre” questo è tutto il significato della redenzione.
Quindi si può rileggere il canto in riferimento a Gesù.
Non vuole dire che il secondo Isaia abbia necessariamente pensato ad una figura
messianica, però vuole dire che nel momento in cui Gesù è venuto per compiere la
volontà del Padre, ha reso vere tutte le profezie, tutte le parole dell’Antico Testamento e
le attese dei profeti.

Secondo Canto

Il secondo canto è al capitolo 49 del profeta Isaia.


Se il capitolo 42 era la presentazione del servo davanti ai vassalli del re, il capitolo
49 è una specie di racconto autobiografico: il servo racconta la sua esperienza, rilegge il
passato:
“Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.
Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all’ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita,
mi ha riposto nella sua faretra.
Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
Io ho risposto: «Invano ho faticato,
per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,
la mia ricompensa presso il mio Dio».
Ora disse il Signore
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele,
poiché, ero stato stimato dal Signore
e Dio era stato la mia forza
mi disse: «E’ troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti di Israele.
Ma io ti renderò luce delle nazioni
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra»“.

Il servo sta raccontando la sua esperienza, la sua vocazione, e dice una cosa
fondamentale: la sua vocazione, la sua chiamata è avvenuta quando ancora era nel seno
materno, prima di nascere.
L’idea è tipica di Geremia.
Quando parla della sua vocazione usa proprio questa espressione: «Prima di formarti
nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti
ho stabilito profeta delle nazioni».
Vuole dire: quando Geremia incomincia a fare il profeta ha una certa età della sua
vita, però in realtà Geremia era profeta da prima; quella vocazione non fa altro che
manifestare, mettere in luce quella che era la struttura genetica spirituale di Geremia.
Geremia non è mai esistito se non come profeta; Dio lo ha sempre sognato, voluto e
pensato come profeta. La profezia non è un vestito che gli si è aggiunto in un momento
della sua vita, ma è un gene che ha accompagnato il profeta fin dall’inizio e che ha dato
forma a tutti i suoi pensieri, i suoi progetti, le sue speranze e ideali.
La vocazione nell’ottica di Geremia è così, e così dice anche il servo «il Signore dal
seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio
nome».
Pronunciato il mio nome vuole dire che mi ha conosciuto, ma vuole dire anche che
mi ha amato, che mi ha dato un compito. Il nome contiene il compito della persona,
contiene la sua vocazione.
Ciascuno di noi ha un nome, che Dio conosce, e che è il significato della nostra
esistenza, quindi è quella che noi chiamiamo vocazione.
Il servo è stato scelto, amato e voluto fin dall’inizio del suo concepimento con una
missione precisa da parte di Dio.
Ricordate che questa immagine verrà ripresa poi da san Paolo. Quando parla della
sua vocazione riconosce che è venuta ad un certo punto della sua vita (sulla via di
Damasco), è venuta in contrasto con molte cose precedenti, perché prima era un
persecutore della chiesa e poi la vocazione ha capovolto la sua prospettiva e il suo modo
di pensare, però san Paolo riconosce che Dio lo aveva scelto fin dal seno materno.
Quindi la vocazione è avvenuta concretamente se non dopo molto tempo, ma quella
vocazione non faceva altro che innestarsi su una realtà profonda che Paolo portava
sempre con sé.
Questo naturalmente vale per ciascuno di noi. La vocazione la scopriamo ad un certo
punto della vita, delle volte la costruiamo pian piano, con fatica, con tensione.
Però in realtà quello che viene a galla è la parola con cui Dio ci ha chiamato fin
dall’origine.
Continua il servo: “Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto
all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra” e
vuole dire che il servo di Jahvè è diventato uno strumento di Dio, uno strumento di cui
Dio si serve per compiere la sua volontà, uno strumento soprattutto attraverso la parola,
la predicazione. E’ un predicatore, un profeta, deve annunciare il diritto, proclamare la
volontà di Dio; per questo Dio ha reso la sua bocca come spada affilata, quindi capace di
colpire, capace di discernere, di distinguere, di dividere, di mettere in luce i pensieri del
cuore.
“Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”. La
parola “Israele” sembra una glossa, cioè un’aggiunta di qualcuno che ha voluto
interpretare il canto, per dire che questo servo su cui Dio manifesta la sua gloria è Israele
stesso, il popolo stesso.
E ha ragione. Quando il servo di Dio si rivela è probabilmente una persona singola,
ma è una persona che riassume in sé il mistero di tutto il popolo di Israele. Di quel
popolo che Dio ha chiamato da sempre, che Dio ha plasmato con le sue mani, al quale
ha affidato la missione di testimoniarlo in mezzo ai popoli, di essere quindi luce per le
nazioni.
Tutte queste cose sono corrette se riferite a Israele, ma nello stesso tempo si
riferiscono a qualcuno che incarna e realizza perfettamente il compito di Israele.
Quello che alla fine vale per Israele vale anche per noi. Noi siamo sì la chiesa del
Signore ma a volte siamo una chiesa che non realizza la sua vocazione autentica di
amore, di fede, di speranza. C’è quindi una specie di scalino tra la chiesa com’è nel
progetto di Dio e la chiesa come riusciamo a viverla noi.
C’è uno scalino, una distanza tra Israele così come Dio lo sogna e Israele come
storicamente si realizza.
Per questo c’è nella Chiesa una persona nella quale la chiesa viene espressa
pienamente nel suo mistero di amore: Gesù Cristo, i santi che riassumono il mistero vero
della Chiesa.
Lo stesso vale per Israele e per questo servo che riassume in sé l’esistenza, la vita e
la missione del popolo.
“Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio”. Qui
entra un altro tema che diventerà poi dominante, ed è la sofferenza, il fallimento, la
delusione.
Vuole dire che questo servo ad un certo punto vede la sua missione fallire.
Si è impegnato per annunciare il diritto alle nazione, per portare la volontà di Dio in
mezzo al mondo, per trasformare il mondo secondo il progetto di Dio. Che cosa ha
ottenuto? Poco, tanto da essere ormai avvilito, privo di energia.
Vuol dire che ha perso la fiducia? No la fiducia gli rimane. Vede che il risultato è
quasi nullo ma certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio
Dio. Non ha quindi paura del fallimento, dell’insuccesso; sa che siccome la missione gli
è stata affidata da Dio è come al sicuro dentro alla volontà, al progetto di Dio.
Qualunque sia il risultato che si vede, in realtà la sua missione non è inutile. Dio
custodisce lui e i suoi meriti, il significato del suo compito, della sua missione.
“Ora disse il Signore che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a
lui Giacobbe e a lui riunire Israele, poiché, ero stato stimato dal Signore e Dio era stato la mia
forza mi disse: «è troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e
ricondurre i superstiti di Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni perché, porti la mia
salvezza fino all’estremità della terra”.

Vuole dire: questo servo che sembra non riuscire a realizzare la sua missione di
ricostituzione del popolo di Israele, secondo il volere di Dio, questo servo riceve,
stranamente, una missione infinitamente più grande: quella di ricondurre l’umanità
intera alla fedeltà al Signore, quello di donare agli uomini la salvezza di Dio.
Questo è tipico del Nuovo Testamento:
Gesù è venuto come salvatore di Israele, e si può che ha fatto fallimento.
Gesù può dire al termine della sua vita: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho
consumato le mie forze» perché quelli che hanno creduto non sono stati molti, e quelli
che gli si sono opposti, invece, hanno apparentemente vinto.
Non c’è dubbio che le parole “ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia
ricompensa presso il mio Dio” sono parole che esprimono il mistero di Gesù, che non ha
restituito male per male, che non ha oltraggiato gli oltraggiatori, ma ha affidato la sua
causa a colui che giudica con giustizia.
Quindi si è consegnato nelle mani del Padre perché fosse Lui a difenderlo. Ma
proprio questo è avvenuto, che in questo modo la missione di Gesù è passata da
missione per Israele a missione universale, a missione per tutte le nazioni.
Proprio il rifiuto di Israele ha aperto la strada ai pagani, così dice san Paolo più volte.
Ed è proprio questo che ha reso l’annuncio del Vangelo un annuncio di salvezza fino alle
estremità della terra.
Fino all’estremità della terra, se ricordate, è il progetto che Luca pone alla base degli
atti degli Apostoli; il compito della chiesa è fare sì che il Vangelo, partendo da
Gerusalemme, arrivi fino agli estremi confini della terra, arrivi cioè ai pagani, a tutti gli
uomini.
Entrano quindi due elementi nella vocazione del servo, che sono complementari:
·       da una parte la sofferenza, dall’altra la dilatazione della missione;
·       da una parte il fallimento, dall’altra il compito aperto a tutti e la salvezza
offerta.

Terzo Canto

Il terzo canto è al capitolo 50.


“Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,
perché, io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
Perché, io ascolti come gli iniziati.
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il dorso ai flagellatori,
la guancia a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto confuso,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare deluso.
È vicino chi mi rende giustizia;
chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci.
Chi mi accusa?
Si avvicini a me.
Ecco, il Signore Dio mi assiste:
chi mi dichiarerà colpevole?
Ecco, come una veste si logorano tutti,
la tignola li divora.
Chi tra di voi teme il Signore,
ascolti la voce del suo servo!
Colui che cammina nelle tenebre,
senza avere luce,
speri nel nome del Signore,
si appoggi al suo Dio”.

Vedete come il tema della sofferenza incomincia a venire in primo piano.


Questo terzo canto è un salmo di fiducia, di quelli che si trovano a volte nella
profezia di Geremia.
Geremia è un profeta che parla al popolo, ma che delle volte esprime semplicemente
le sue sofferenze, i suoi lamenti perché la sua missione è una missione che gli costa, gli
pesa. Geremia avrebbe voluto potere fare cose diverse da quelle che è stato costretto a
fare. Geremia avrebbe amato la vita di comunione con gli altri, di società, di dialogo e
invece è costretto ad annunciare la desolazione, il giudizio, la sofferenza; anzi, non
riesce ad annunciare altro che questo e proprio questo fa di lui un emarginato, perché
nessuno ascolta volentieri profezie di sventura, e Geremia è il profeta di sventure per
eccellenza.
Per questo motivo Geremia ha dovuto rinunciare alle amicizie, ha dovuto rinunciare
a formare una famiglia, è diventato nella sua logica morto prima ancora di morire e per
questo si lamenta, racconta il peso di questa condizione che lui non ha scelto e che non
gli piace, che è costretto a sopportare per una specie di violenza del Signore: “mi hai
fatto forza e hai prevalso”.
Il servo di Jahvè va collocato in questo contesto dei profeti che soffrono.
I profeti sono persone che annunciano la parola di Dio, e quindi sono dei messaggeri
del Signore, ma sono messaggeri come coinvolti da quello che annunciano, sono trafitti
dalla parola che dicono agli altri.
È una parola di giudizio? Questa parola di giudizio cade prima su di loro.
Annunciano la sofferenza? Ricade su di loro per primi.
Questo vale anche per il servo di Jahvè che viene trascinato dalla parola di Dio a
essere una parola personale, una persona che è diventata parola, che è diventata
manifestazione della volontà di Dio. Dio l’ha plasmata come persona tanto da essere la
realizzazione di messaggio di giudizio, nel caso di Geremia, o di salvezza come
vedremo nel quarto canto del servo di Jahvè.
“Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché, io sappia indirizzare allo
sfiduciato una parola”. Abbiamo detto che il secondo Isaia è un profeta di consolazione,
che vuole riportare speranza agli esuli che si sentono abbandonati e avviliti, bene il
servo di Jahvè ha una parola di speranza da rivolgere al popolo del Signore e questa
parola il servo la può trasmettere perché prima di tutto l’ha ascoltata con perseveranza:
“Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché, io ascolti come gli iniziati”.
Parla perché prima ha ascoltato. Trasmette consolazione perché prima ha ricevuto
consolazione dal Signore.
Vale per questo servo quello che dice san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: “Sia
benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni
consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché, possiamo anche noi
consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con
cui siamo consolati noi stessi da Dio”, quindi consolati, consoliamo; abbiamo ricevuto
dal Signore conforto per non tenerlo come una gioia privata ma per comunicarlo agli
altri.
“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono
tirato indietro”. Però, questo compito positivo di consolazione il servo di Jahvè lo paga;
è un consolatore, ma è un consolatore che proprio per potere consolare deve essere
passato attraverso la sofferenza.
Se uno è consolato vuole dire che da una condizione di tribolazione viene portato a
una condizione di speranza, ma deve partire dalla tribolazione altrimenti non c’è
consolazione.
Il servo di Jahvè ha conosciuto la persecuzione, l’oppressione, la sofferenza: “Ho
presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non
ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Quindi ha conosciuto la sofferenza e
l’umiliazione.
Eppure in mezzo alla sofferenza e all’umiliazione ha mantenuto la sua sicurezza e la
sua speranza: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo
la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso. E’ vicino chi mi rende
giustizia; chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a
me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?”.
Tradotto vuole dire: in tutte le situazioni di tribolazione in cui mi trovo ho un
difensore e un protettore: Dio. Mi basta. Non ho bisogno di altro che di questo. Se il
Signore Dio mi assiste non resto confuso. L’opposizione degli uomini può fare male,
anzi fisicamente fa molto male Ho presentato il dorso ai flagellatori, ma non riesce a
spezzare la resistenza interiore di questo servo, anzi la protezione del Signore lo colloca
di fronte agli altri come invincibile: “rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di
non restare deluso”.
Dura come pietra vuole dire che gli insulti o gli sputi non gli fanno cambiare scelta,
non lo ripiegano dentro alla difesa di sé, non lo rendono impaurito e timido. Ha vicino il
Signore che gli rende giustizia, ogni oppositore gli appare quindi insignificante: chi
oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il
Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?
Queste parole le potete rivedere nell’esperienza del Signore, in quel cammino di
passione di fronte al quale Gesù non si è tirato indietro, ma è rimasto perseverante,
fedele nel compimento della volontà del Padre.
Ma quelle medesime parole sono usate da san Paolo nella lettera ai Romani, in
riferimento al credente: “Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà
contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi,
come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio
giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla
destra di Dio e intercede per noi?”. Sono proprio le parole del terzo canto del servo di
Jahve: chi condannerà? Chi potrà condannare chi è stato redento e salvato e protetto
dall’amore di Dio in Gesù Cristo. Allora ne deve scaturire una sicurezza grande che
permette al servo di rimanere fedele alla sua missione e che permette al credente di
rimanere fermo nell’obbedienza a Dio, nella fiducia in Dio.
Riassunto.
I capitoli 42 – 49 – 50 sono una specie di piccolo itinerario spirituale del servo di
Jahvè che nasce dalla sua istituzione divina:
•Dio lo stabilisce come suo servo di fronte al mondo intero, assegnandogli una
missione e donandogli lo Spirito perché sia in grado di compiere questa
missione.
•Il servo opera la volontà di Dio con mitezza e decisione nello stesso tempo.
•Il risultato sembra deludente, sembra che debba dire «ho faticano invano»,
ma in realtà siccome ha compiuto la volontà di Dio questo insuccesso è solo
apparente; in realtà la missione di salvezza il servo l’ha ricevuta, anzi il
Signore gliela dilata all’infinito in modo che il servo diventi strumento di
salvezza per tutti gli uomini.
•Che cosa vuole dire? Che deve portare una parola di consolazione al mondo
intero.
•Questo però costerà al servo una sofferenza grande: la flagellazione, gli sputi,
le umiliazioni… e in tutte queste esperienze il servo dovrà mantenere la sua
fermezza che viene dalla protezione del Signore. Gli deve bastare la
protezione del Signore contro ogni sofferenza.
In questo si incomincia a intravedere che il servo compie la missione non solo
predicando, ma anche soffrendo.
Nell’ultimo canto il servo avrà solo sofferenza. Tutto l’aspetto della predicazione,
che era così importante all’inizio, scompare e rimane solo la sofferenza dell’obbedienza
e dell’amore.

Quarto Canto

Ecco, il mio servo avrà successo,


sarà onorato, esaltato e molto innalzato.
Come molti si stupirono di lui
tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo
così si meraviglieranno di lui molte genti;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
E’ cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in espiazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà la loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha consegnato se stesso alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i peccatori”.

Questo è il quarto e ultimo canto del servo del Signore. E’ il canto culminante perché
presenta la sofferenza del servo che viene portata fino al limite: la persecuzione, il
processo, l’esecuzione, la morte.
Insieme con questo annuncia la glorificazione del servo.
Quindi poema del servo sofferente e glorificato. Il tema è quello della salvezza
attraverso la sofferenza, è quello della gloria attraverso la croce.
Notate che quelli che parlano in questo poema considerano questo messaggio della
gloria attraverso la croce, come un messaggio inaudito, incredibile. Siamo davanti a
qualcosa di paradossale che l’uomo non si sarebbe mai aspettato.
Notate anche che l’inizio e la conclusione del canto sono parola di Dio. E’ Dio che
prende la parola e parla del suo servo.
Al centro invece c’è una narrazione messa sulla bocca di un gruppo di persone, non
identificato, che racconta la storia del servo, racconta la sua vita come ha patito, come è
morte e come alla fine lo hanno visto trionfante.
Quindi al centro c’è la narrazione; all’inizio e alla fine la proclamazione di Dio che
annuncia quello che è avvenuto con il suo significato di salvezza.
Il canto incomincia con una proclamazione divina: “Ecco, il mio servo avrà
successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato”.
Ricordate il primo canto del servo, quell’istituzione in cui Dio, come re, costituiva il
servo come suo rappresentante e lo presentava davanti a tutti gli uomini, a tutti i re della
terrà; all’inizio del quarto canto c’è qualcosa di simile: Dio presenta il suo servo e lo
presenta glorioso. Fin dall’inizio Dio proclama l’esito finale dell’avventura, ed è un esito
di gloria e di esaltazione.
Tutto il resto è indirizzato a questo, va verso questo traguardo. C’è una parola di Dio
che annuncia la gloria, il resto è necessario come cammino. La Parola di Dio è
infallibile, quindi se annuncia la gloria in un modo o nell’altro la storia dovrà andare a
finire lì. Per quanto si veda una storia di sofferenza e di umiliazioni il traguardo è
fissato: la gloria.
Notate che questa immagine del servo glorioso è quella che domina il quarto
Vangelo: il Vangelo di Giovanni quando presenta la passione del Signore insiste sul fatto
che è una realtà di innalzamento e di esaltazione. Giovanni vuole che uno abbia sempre
davanti l’immagine della croce dove uno muore per innalzamento. Quella piccola realtà
che è l’innalzamento in croce per san Giovanni diventa il simbolo della glorificazione di
Cristo, per cui il Cristo del quarto vangelo è certamente il Cristo che muore in croce, ma
in realtà è più ancora il Re che sale sulla croce e si insedia nel suo potere sovrano.
Quindi il Cristo di Giovanni è il Cristo in croce come la croce di san Francesco o
delle croci bizantine dove di dolore non c’è quasi nulla; c’è piuttosto l’espressione della
gloria e della vittoria.
Da qui san Giovanni ha preso l’immagine dell’innalzamento: “Ecco, il mio servo
avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato”.
Poi il dolore del servo e la sua gloria vengono presentati indirettamente, guardando
l’effetto che fanno sulle persone che stanno intorno, sulle persone che guardano: “Come
molti si stupirono di lui tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la
sua forma da quella dei figli dell’uomo così si meraviglieranno di lui molte genti; i re
davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e
comprenderanno ciò che mai avevano udito”.
La sofferenza, prima di tutto, sfigura l’uomo: l’uomo è fatto a immagine di Dio,
vuole dire che dovrebbe portare qualcosa della bellezza di Dio sul suo volto. Ora la
sofferenza sfigura il volto dell’uomo, lo rende non guardabile, non oggetto di
ammirazione, anzi un volto sfigurato può produrre quasi un terrore sacro.
Ripensato a Giobbe quando viene incontrato per la prima volta dagli amici che lo
vedono in mezzo all’immondizia, in una condizione di desolazione e di avvilimento. Di
fronte a questa condizione gli amici tacciono terrorizzati, in silenzio per una settimana.
Quindi la condizione della sofferenza dell’uomo diventa motivo di paura, di terrore.
Ma non solo. Come crea stupore la sofferenza di quest’uomo, crea stupore anche
l’esaltazione, anche la sua gloria. Perché dopo averlo visto in quella condizione di
sfiguramento, i re della terra lo vedono nella condizione di gloria.
Se ricordate anche nei salmi succedeva che quando Dio libera un uomo giusto dalle
sue angosce, la gente rimaneva a bocca aperta, stupita per quello che era avvenuto.
Anche per il servo questa liberazione sarà qualcosa di inaudito, qualcosa di mai visto
nella storia della salvezza: “vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno
ciò che mai avevano udito”
Fino qui la proclamazione di Dio.
Dopo, invece, è un gruppo anonimo che inizia a parlare, un coro, un coro della
tragedia greca o un gruppo di re, comunque un coro che comincia a raccontare la storia
del servo sottolineando la novità di questa esperienza: “Chi avrebbe creduto alla nostra
rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
Il braccio del Signore si è manifestato molte volte nella storia di Israele: quando il
Signore ha liberato il suo popolo dall’Egitto “con braccio potente il Signore ci ha fatti
uscire dall’Egitto“.
Il braccio teso, potente è naturalmente il simbolo di una forza messa in attività: Dio
attua, esercita tutto il suo potere. Quindi avevamo già visto il braccio del Signore.
Come pure lo abbiamo visto quando ha fatto entrare il suo popolo nella terra
promessa; quando lo ha liberato dai nemici. La storia di Israele è una serie di
avvenimenti in cui il braccio di Dio si è manifestato.
Ma adesso siamo davanti ad un’azione nuova e inconcepibile. “Chi avrebbe creduto
alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore”? Siamo
davanti a qualcosa di nuovo e inaccettabile. Questo nuovo mistero sembra superare tutte
le esperienze che abbiamo avuto in precedenza.
Nonostante questo, nonostante sia incredibile, il coro racconta ugualmente. Per chi?
Forse per il futuro perché ci possa essere qualcuno che arrivi a comprendere quello che
per i nostri occhi e i nostri orecchi è rimasto troppo misterioso, troppo al di là delle
nostre capacità di comprensione.
Il tema del messaggio non è una teoria, non è un contenuto di idee, ma una serie di
fatti, una vita, la vita di un personaggio. Di questo personaggio viene raccontata la
nascita, la passione, la morte, la sepoltura, la glorificazione. Non solo viene raccontata la
vita, ma quelli che raccontano sono coinvolti personalmente, profondamente, sanno che
quegli avvenimenti non riguardano altre persone, ma coinvolgono loro stessi.
E’ vero che io racconto la storia di un altro, ma quello che è capitato a questo
personaggio ha delle ripercussioni sulla mia vita, mi riguarda da vicino.
Sarà bene che anche voi ascoltiate nello stesso modo.
Vi racconto la storia del servo di Jahvè, ma si parla della vostra vita, della vostra
esperienza, del vostro peccato e della vostra salvezza. Quindi non potete ascoltare come
se vi raccontassi di Alessandro Magno, con interesse ma con la distanza che c’è tra noi e
lui. Questa è storia vostra, è la vostra vita che si rispecchia nell’esperienza di
quest’uomo.
“È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha
apparenza né, bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno
davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.”

Così incomincia la storia del servo di Jahvè.


Ma chi è questo servo di Jahvè? Mistero! Anonimo.
E’ un re? E’ un profeta? E’ un sacerdote? Vive nella terra di Israele? Ha un nome
nobile?
Non è detto niente. E’ cancellato tutto. Rimane solo la sua pura presenza segnata dal
dolore, dall’umiliazione. L’unica immagine che ci viene messa davanti è quella del
dolore e dell’umiliazione. Le altre caratteristiche, quelle umane, sono irrilevanti. Gli
autori, i raccontatori non le tengono presente.
Quello che ci dicono: è un virgulto, quindi una vita che nasce, che vorrebbe fiorire;
ma è un virgulto in una terra arida, quindi che non lo nutre, non gli da alimento; la sua
vita è una vita di stenti e di povertà; l’ambiente nel quale vive non lo sostiene.
E’ naturalmente un uomo, ma è un uomo sfigurato: “Non ha apparenza né, bellezza
per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. (…) come uno
davanti al quale ci si copre la faccia” Sembra fare riferimento, con quest’ultima
affermazione, ad un lebbroso.
Il lebbroso è un uomo sfigurato, in cui l’immagine umana è cancellata dalla malattia,
e che proprio per questo suscita ribrezzo, rifiuto. Il lebbroso non ha rapporto con la
convivenza sociale degli uomini, deve vivere emarginato e rifiutato: è uno davanti al
quale ci si copre la faccia.
Quindi quest’uomo vive in una società ma è rifiutato ed emarginato. Ai dolori e alle
sofferenze fisiche si unisce quindi l’abbandono degli altri, l’emarginazione sociale. La
gente lo abbandona perché interpreta la sua sofferenza come un castigo di Dio, quindi ha
paura di avvicinarsi. Guai avvicinarsi a chi è castigato da Dio perché potrebbe
contagiarti. Se è sotto una potenza negativa, quella potenza potrebbe attaccarsi alla tua
carne. Allora meglio rimanere lontani, meglio interrompere qualunque rapporto, fosse
anche il solo rapporto del guardare.
Questo tema, quest’immagine dell’uomo sofferente e rifiutato la trovate in numerosi
salmi: il quarto canto del servo di Jahvè è vicino, per molti aspetti, ai salmi di supplica
individuale.
Per esempio il salmo 31:
“Sono l’obbrobrio dei miei nemici,
il disgusto dei miei vicini,
l’orrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.
Sono caduto in oblio come un morto,
sono divenuto un rifiuto.
Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;
quando insieme contro di me congiurano,
tramano di togliermi la vita.”

Oppure il salmo 69:


Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
sono un estraneo per i miei fratelli,
un forestiero per i figli di mia madre”.

Quindi l’esperienza non è nuova, anzi è presente in molti sofferenti dell’antico


testamento. Ma c’è una differenza. Nei salmi di supplica è il sofferente che parla e
descrive la sua condizione di sofferenza ed umiliazione. In questo testo, quello che viene
chiamato da Isaia l’uomo dei dolori non parla, sono gli altri che descrivono la sua
condizione, la sua miseria. Lui tace, è l’uomo del silenzio.
“Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo
giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le
sue piaghe noi siamo stati guariti”.

In alcuni salmi di lamento, come quelli appena citati, il salmista confessa il suo
peccato, e chiede a Dio perdono e grazia:
“Signore, non castigarmi nel tuo sdegno,
non punirmi nella tua ira.
Le tue frecce mi hanno trafitto,
su di me è scesa la tua mano.
Per il tuo sdegno non c’è in me nulla di sano,
nulla è intatto nelle mie ossa per i miei peccati.
Le mie iniquità hanno superato il mio capo,
come carico pesante mi hanno oppresso.
Putride e fetide sono le mie piaghe
a causa della mia stoltezza”.
Il Salmista confessa il suo peccato e chiede la grazia di Dio. Uguale atteggiamento lo
troviamo nel salmo successivo.
Anche nel quarto canto del servo di Jahvè c’è la confessione del peccato, ma non è il
servo che confessa il suo peccato, ma sono gli spettatori, il coro degli uomini: egli si è
caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori.
Ci sono dolori e sofferenze, e questi sono il segno che siamo di fronte ad una realtà
di peccato, ma non al peccato di colui che soffre, ma siamo di fronte al peccato di coloro
che lo vedono soffrire, al peccato degli altri.
Il peccato c’è, ma viene portato da un’innocente.
All’inizio della storia, quando la gente ha visto quest’uomo sfigurato, disprezzato ed
emarginato ha pensato che fosse colpito da Dio, come avevano pensato gli amici di
Giobbe quando lo vedono in mezzo alla sofferenza e gli dicono: «Dio ti ha castigato,
devi avere compiuto dei peccati, chiedi perdono a Dio».
La sofferenza, tradizionalmente, è vista come la conseguenza di peccato e di crimini.
In realtà il servo accetta sì, nella sofferenza, la conseguenza del peccato, ma del
peccato degli altri. Questo è l’unico caso, dell’antico testamento, in cui ci sia l’idea di
una sofferenza di carne, di qualcuno che soffre al posto di un altro, soffre per quello che
toccherebbe all’altro come conseguenza del peccato commesso. In questo modo,
soffrendo innocentemente, il servo apre gli occhi ai peccatori, perché gli uomini
vedendo la sua sofferenza si rendano conto del loro peccato; vedendo l’angoscia del
servo riconoscano la propria colpa.
Dolore e castigo sono normalmente legati tra loro nell’ottica dell’antico testamento.
Adesso, nell’esperienza del servo, sono separati: il castigo è nostro, il dolore è suo; il
castigo toccava a noi, ce lo siamo meritati noi, il dolore invece lo sopporta lui. Il dolore
che il Servo sopporta è il dolore che porta alla salvezza, perché procura pentimento e
perdono. Quindi il testo gioca sul contrasto: “noi lo giudicavamo castigato, percosso da
Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità”.
C’è il paradosso di un castigo che dovrebbe creare angoscia e che invece procura pace: il
castigo che il servo sopporta produce la pace degli uomini, dei peccatori. C’è il
paradosso delle cicatrici che curano: le cicatrici delle sofferenze del servo diventano
cura, guarigione per noi, “per le sue piaghe noi siamo stati guariti”.
A questo punto il coro confessa ancora più esplicitamente il proprio peccato: “Noi
tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore
fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.” Nuova confessione di peccato, quindi, con
l’immagine tradizionale del gregge che fa riferimento al popolo di Dio traviato e
disperso. E’ l’immagine di una divisione, di un venir meno di quel legame di fraternità e
comunione che dovrebbe tenere compatto il popolo del Signore.
Quell’immagine che riprenderà san Pietro nella sua prima lettera:
“Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime”.

San Pietro ha praticamente descritto la passione del Signore con le parole del quarto
canto del Servo: ha portato i nostri peccati, siamo stati guariti dalle sue piaghe, eravamo
erranti come pecore.
Notate ancora quell’espressione significativa con cui termina il versetto: “il Signore
fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”. Vuole dire che la sofferenza del servo è
opera del Signore, è opera di Dio. Non soffre per caso, per un maleficio di potenze
negative; soffre per un disegno di Dio. Misteriosamente il Signore ha fatto ricadere su di
lui l’iniquità di noi tutti, ed è fondamentale per riuscire a dare, a questa sofferenza, un
valore positivo. Fosse per caso, sarebbe senza significato; fosse il segno delle potenze
del male, sarebbe negativo: vorrebbe dire che il bene è radicalmente sconfitto. Invece è
opera del Signore e questo apre la possibilità di una speranza, di un esito positivo per
questo dramma.
“Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al
macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”. Viene
ricordato esplicitamente il silenzio del servo che non è per caso. E’ a sua volta, a modo
suo, un discorso eloquente. E’ un’azione simbolica: ha scelto il silenzio, e lo ha scelto
non perché non abbia niente da dire a sua discolpa, ma proprio perché questo silenzio
esprime l’atteggiamento di perdono che il servo ha scelto nei confronti degli uomini.
“(…) Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché, ne seguiate le orme:
egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca,
oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta”.

Cristo non ha risposto al male con il male, ha piuttosto coperto il male con una
capacità più grande di perdono.
Quando san Paolo, nell’inno alla carità, dice tra le altre cose che la carità copre tutto,
dice esattamente questo, dice del servo che tace di fronte alla sofferenza che sta portando
per i peccati degli altri.
In questo siamo davanti a qualcosa di sorprendente.
Potete fare il confronto con Giobbe; Giobbe soffre anche lui e soffre da innocente,
ma non tace. E’ diventato eloquente, ha tutta una serie di parole con le quali esprime la
sua ribellione alla sofferenza e difende la sua innocenza.
Il servo, invece, tace; la pecora muta si contrappone al gregge traviato. Siamo di
fronte a qualcosa che misteriosamente sposta il giudizio di Dio: l’agnello condotto al
macello, la pecora muta portano sopra di sé il giudizio e la condanna.
“Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua
sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a
morte.”
Siamo davanti ad un tema nuovo; fino ad ora si era parlato di sofferenze fisiche, di
disprezzo, ora si parla di giudizio e di una condanna ingiusta.
La condanna ingiusta è uno dei grandi temi dei salmi di lamentazione. I salmisti si
lamentano molto spesso della degradazione della giustizia, di giudici che si sono lasciati
comperare ed hanno emesso sentenze false schiacciando l’innocente. Questo è un tema
fondamentale nell’antico testamento.
Il servo ha subito proprio questo: una condanna ingiusta, con l’unica differenza che
il servo non si difende, non invoca il castigo di Dio contro i nemici; quello che invece
succede frequentemente nei salmi.
Nei Salmi chi è ingiustamente condannato rivendica l’intervento di Dio, ha diritto
che Dio intervenga perché Dio è l’ultima istanza della giustizia, nel popolo del Signore,
quindi deve intervenire per riportare le cose alla verità, alla giustizia.
Il servo NON chiede nessun intervento di Dio. La sua storia dunque termina con la
condanna e l’esecuzione: “Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si
affligge per la sua sorte?”. Nessuno lo ha difeso, nessuno si è preoccupato di proclamare
la giustizia del servo, anzi, “gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo
tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né‚ vi fosse inganno nella sua bocca”.
Quindi la sepoltura sigilla tutta la vita del servo come vita di dolore e di disprezzo, ed è
una vita che termina in una fossa comune, nella fossa dei giustiziati.
Ora, quelli che raccontano la storia, ne possono dire il significato vero, possono dire
che era innocente quell’uomo: “sebbene non avesse commesso violenza né‚ vi fosse
inganno nella sua bocca”. Questa è una dicitura che rimane come sigillo della sua
sepoltura, è scritta sulla sua lapide; sulla lapide c’è scritto che era innocente nelle parole
e nelle opere, non ha commesso violenza, non ha detto inganno o falsità.
Ma non è stato il servo a dire questo, non è stato il servo a proclamare la sua
innocenza, come di solito avviene nei salmi di un accusato ingiustamente. Nemmeno
questa proclamazione di innocenza è stata fatta durante la sua vita, non c’è nessuno che
durante il processo si sia alzato a difenderlo, o che di fronte alla esecuzione abbia
protestato. Sono altre persone che invece proclamano il servo innocente, ma dopo la sua
morte; quando orami è troppo tardi, quando orami non c’è più niente da fare; a quel
punto il servo è proclamato dal coro innocente e giusto.
Non è vero che non c’è più niente da fare, non è vero che è troppo tardi. E’ troppo
tardi per gli uomini, per la giustizia degli uomini, ma non è troppo tardi per l’intervento
di Dio.
Sembrava che anche Dio lo avesse abbandonato e che non si fosse preso cura della
sorte del servo. Quando dice: “chi si affligge per la sua sorte?” sembra che la risposta
sia proprio nessuno: né gli uomini, né Dio.
“Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in
espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà
del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua
conoscenza;” Viene proclamata la glorificazione del servo; la storia finisce adesso nella
glorificazione del servo.
Nei salmi di azione di grazie il protagonista racconta, di solito, la sua disgrazia e poi
la liberazione ottenuta meravigliosamente dal Signore. Quando proclama questa
liberazione invita tutti gli altri a fare festa con lui, a lodare Dio insieme con lui, ed invita
tutti ad avere fiducia nel Signore.
Ma in tutti questi salmi la narrazione riguarda un pezzo della vita: «ho sperimentato
una malattia grave, una lotta grave e mi sentivo ormai spacciato, ma il Signore è
intervenuto e mi ha liberato»; questa è l’esperienza che ho fatto un mese fà, quindi c’è
stato un periodo, nella mia vita, in cui ho conosciuto l’angoscia e al termine di questa ho
conosciuto la liberazione del Signore.
Ma per quanto riguarda il servo non è solo un pezzo della sua vita che è stato
segnato dalla sofferenza. Nel suo caso la disgrazia è stata integra, dalla nascita fino alla
sepoltura; fin dall’inizio è cresciuto come un virgulto in terra arida, fin dall’inizio non
ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, quindi tutta la sua vita è stata di
sofferenza, nella quale ha portato il peso dei peccati degli uomini.
Per questo la liberazione non può essere solo la guarigione da una malattia mortale,
o la protezione da un nemico ostile; la liberazione deve riscattare tutta l’esistenza, deve
superare la morte stessa, perché solo una liberazione totale può salvare da una disgrazia
che è stata totale, radicale e piena.
Tutta la vita di dolore di questo servo è stato un piano di Dio nascosto nel mistero,
ma già attivo come salvezza. Il Signore aveva voluto questo piano, lo accettava, e per
questo la vita del servo ha avuto un valore grande. Ma ci si accorge di questo solo
adesso, dopo la morte, nella glorificazione del Signore: “quando offrirà se stesso in
espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo”. Vuol dire che la sua vita e la sua
morte sono state feconde; sembrava un germoglio arido, senza vita, senza pienezza, la
sua vita era stata segnata da una morte violenta, ma il Signore lo ha salvato e “vivrà a
lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore”. Quindi c’era un progetto
positivo, un progetto di salvezza che il servo ha portato a compimento.
“Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il
giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità”. La sua passione
diventa sorgente di vita e di salvezza per gli uomini. Si è addossato l’iniquità degli
uomini e giustificherà molti. “Giustificherà” non vuole dire che scuserà, ma vuole dire
che renderà giusti, che trasforma gli uomini, e da egoisti li trasforma in autentici
nell’amore, in giusti, in veri, in sinceri. Opera questa trasformazione meravigliosa
dell’uomo. “Molti” vuol dire la moltitudine, molta gente, un popolo immenso, che
scaturisce, che riceve vita dalla sua passione e dalla sua morte.
“Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché‚ ha
consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il
peccato di molti e intercedeva per i peccatori”. Quindi Dio conferma il messaggio con il
suo oracolo ed annulla il giudizio umano.
Il giudizio umano ha condannato a morte quest’uomo come colpevole; Dio annulla il
giudizio degli uomini dichiarando il servo innocente, anzi l’innocenza del servo renderà
innocenti molti uomini. Questi uomini che vengono giustificati, liberati dalla condanna
che si sono meritati saranno la preda della sua vittoria, cioè li conquisterà come bottino
con il dono della sua vita. Vuole dire che la vita, la passione e la morte di questo servo
sono state un intercessione che Dio ha accettato: il suo silenzio è stato in realtà una
preghiera accolta da Dio.
Tra i vari compiti del profeta uno dei più significativi è quello di intercedere per il
popolo.
E’ il compito che ha esercitato molto bene Mosè: quando il libro dell’Esodo racconta
il peccato del vitello d’oro, dell’idolatria al vitello, dice che Dio aveva reagito al peccato
di Israele con la volontà di annientare il suo popolo, e rivela questo a Mosè:
“Allora il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché, il tuo popolo, che tu hai fatto uscire
dal paese d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo
loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno
offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dal paese di
Egitto». Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo e ho visto che è un
popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di
te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «perché, Signore, divamperà la tua ira
contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano
potente? Perché, dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le
montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito
di fare del male al tuo popolo. Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai
giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del
cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno
per sempre». Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo.”

L’espressione “Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio” è nel testo ebraico tradotta
diversamente: Mosè allora accarezzo il Signore suo Dio. E’ un modo un po’ umano di
parlare però contiene questa immagine di intimità di Mosè con il Signore, e che lo
conduce ad un atteggiamento diverso.
Questa è l’intercessione di Mosè. Proprio perché è amico del Signore si può
accostare a Lui, può “accarezzare” il Signore, e può ottenere che Dio cambi il suo
atteggiamento.
E’ sempre un modo umano di parlare, però è essenziale per capire come è fatto Dio.
Sempre nel libro dell’Esodo, qualche paragrafo più avanti, c’è una seconda preghiera
di Mosè:
“Mosè ritornò dal Signore e disse: «Questo popolo ha commesso un grande peccato:
si sono fatti un dio d’oro. Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… E se no, cancellami
dal tuo libro che hai scritto!». Il Signore disse a Mosè: «Io cancellerò dal mio libro colui
che ha peccato contro di me. Ora va’, conduci il popolo là dove io ti ho detto. Ecco il
mio angelo ti precederà; ma nel giorno della mia visita li punirò per il loro peccato»“.
Vuole dire che Mosè dice al Signore: «E’ vero il popolo ha peccato, ma tu perdonalo;
o se non te la senti di perdonarlo annulla, distruggi anche me con il popolo». Allora il
Signore si trova davanti a questa scelta: se vuole punire il popolo deve distruggere anche
Mosè; se vuole salvare Mosè deve perdonare al popolo. E il Signore scegli di perdonare
per amore di Mosè, perché è giusto, perché è un amico docile, obbediente. Questa è
l’intercessione.
Il servo di Jahvè intercede. Vuole dire che vive una piena solidarietà con gli uomini e
con il loro peccato, e siccome è innocente ottiene la giustificazione di molti, della
moltitudine.
Capite che questo quarto canto è importante per l’antico testamento, ma lo è anche
per noi perché è una delle chiavi per comprendere la passione del Signore.
Anche la passione del Signore è qualcosa di misterioso e di sorprendente, eppure in
questa sofferenza c’è un disegno di grazia, di salvezza.
Ricordate quelle espressioni del Vangelo:
“Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la
propria vita in riscatto per molti”, oppure le parole dell’ultima cena:
“«Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti»“
vengono proprio dal quarto canto del servo di Jahve e sono essenziali per capire la
passione del Signore dove Egli porta sopra di sé il peccato degli altri e lo annulla con il
suo silenzio, con la sua non-ribellione, con la capacità di coprire il peccato degli uomini
con un amore più grande, con una sopportazione più grande.
I discorsi dell’istituzione dell’Eucaristia vengono rapportati al quarto canto;
l’inno della prima lettera a Pietro al capitolo 2° cita varie volte il quarto canto;
i racconti della passione sono anch’essi intrecciati di espressioni che fanno
riferimento alla sofferenza del servo.
Vuol dire che quando la comunità cristiana si è interrogata sulla morte di Gesù e si è
chiesta il perché, si è chiesta come fosse possibile che Dio abbandonasse il Suo servo, ha
cercato la risposta nel quarto canto del servo di Jahvè.
Naturalmente vuole collegato agli altri tre, ma certamente il quarto canto è il
principale.
La sofferenza si era già manifestata nel secondo canto, era diventata ampia nel terzo,
ma diventa il tema unico del quarto canto.
Costruito in questo modo:
•si parte dalla gloria, quindi dalla conclusione;
•poi c’è una specie di flashback dove si racconta tutta la storia, dalla nascita
alla sepoltura, e anche dopo, alla glorificazione;
ma bisogna arrivare lì perché la Parola di Dio fin dall’inizio ha pronunciato la
glorificazione del servo: “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e
molto innalzato”, il resto deve condurre a questo punto.
È evidente che il quarto canto del servo di Jahvè sia un’ottima chiave per capire e
comprendere il mistero pasquale.

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