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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDINE

FACOLTÀ DI LINGUE E LETTERATURE STRANIERE


CORSO DI LAUREA IN
LINGUE E LETTERATURE STRANIERE
TESI DI LAUREA

How to Do Things with Words: la filosofia del linguaggio di


John Langshaw Austin

Relatore: Chiar .mo prof. Brunello Lotti

Laureanda: Ilaria Venuti

________________________________________

Anno Accademico 2007-2008

0
Indice

Introduzione ........................................................................................................................ …p. 4


Capitolo 1 La filosofia del linguaggio nella tradizione analitica.................................... p. 7
1.1 La filosofia analitica................................................................................................. p. 7
1.2 Austin e la filosofia del linguaggio ordinario ........................................................ p. 10
1.3 La pragmatica ......................................................................................................... p. 14
Capitolo 2 L’autore e l’opera .......................................................................................... p. 19
2.1 Note biografiche ..................................................................................................... p. 19
2.2 Scritti di Austin ...................................................................................................... p. 20
2.3 Come fare cose con le parole................................................................................. p. 21
Capitolo 3 L’incidenza di Aristotele, Frege e Wittgenstein nella riflessione sul
linguaggio di Austin ...................................................................................... p. 22
3.1 Austin e lo studio di Aristotele .............................................................................. p. 22
3.2 Frege: senso, significato, rappresentazione e forza................................................ p. 25
3.3 Wittgenstein e il mutamento di paradigma: dal linguaggio come rappresentazione al
linguaggio come azione ......................................................................................... p. 28
3.3.1 Il linguaggio come rappresentazione del mondo ............................................. p. 29
3.3.2 Il linguaggio come gioco.................................................................................. p. 31
Capitolo 4 How to Do Things with Words ....................................................................... p. 34
4.1 Performativi e constativi.. ...................................................................................... p. 34
4.1.1 La fallacia descrittiva ....................................................................................... p. 34
4.1.2 Il “performativo” .............................................................................................. p. 35
4.1.3 Le condizioni per la felicità dei performativi................................................... p. 37
4.1.4 Ipotesi di assimilazione constativi-performativi .............................................. p. 41
4.1.5 Possibili criteri per i performativi .................................................................... p. 46
4.1.6 I performativi espliciti ...................................................................................... p. 50
4.1.7 Crollo della dicotomia performativo-constativo .............................................. p. 53
4.2 L’atto linguistico totale .......................................................................................... p. 55
4.2.1 Atti locutori, illocutori, perlocutori .................................................................. p. 55
4.2.2 Ulteriori osservazioni su atti locutori, illocutori e perlocutori ......................... p. 59
4.2.3 Dire è fare.................................................................................................... … p. 63
4.2.4 Classi di forza illocutoria ................................................................................. p. 67
1
Capitolo 5 Conclusione. Considerazioni critiche e problemi aperti. Le risposte di
Grice, Searle e Olivecrona ............................................................................ p. 73
Capitolo 6 Summary. How to Do Things with Words: the philosophy of language of
John Langshaw Austin .................................................................................. p. 78
Bibliografia ............................................................................................................................ p. 84

2
Introduzione

In ogni cultura e in ogni epoca l’uomo è stato consapevole del fatto che con le parole si fanno
cose, tant’è che il motivo parola-azione sembra essere una costante in letteratura. Il Poema della
creazione babilonese, la Bibbia, l’Edda della mitologia germanica, l’Iliade e l’Odissea, l’Edipo di
Sofocle e il Macbeth di Shakespeare sono solo alcuni esempi di testi in cui possono essere ravvisati
il tema della parola come atto di creazione e quello della parola come conferimento di destino (sotto
forma di benedizione, maledizione, formula magica, profezia). Anche prescindendo dalle
concezioni magico – esoteriche o religiose del linguaggio cui queste opere fanno riferimento, è
evidente il ruolo attivo che giocano le parole in ogni aspetto della vita nella società attuale.
Da queste considerazioni e dal desiderio di approfondire gli aspetti pragmatici del linguaggio dal
punto di vista filosofico ha origine il presente studio.
In filosofia, la consapevolezza che il linguaggio può (e forse deve) essere visto non solo come
mezzo per descrivere il mondo, ma soprattutto come un modo per agire nel mondo è dovuta, in
prima istanza, alla riflessione di J.L. Austin (1911-1960), che egli conduce in particolare in How to
Do Things with Words (Come fare cose con le parole)1. Nel corso delle 12 Lezioni di cui è
composta l’opera2, Austin presenta quella che diventerà un’idea fondamentale in filosofia, l’idea
secondo la quale dire equivale sempre e comunque a fare qualcosa. Con le parole si fanno cose: si
compiono dei “riti sociali”, quali, ad esempio, sposarsi, battezzare, promettere, scusarsi; ma anche,
in un senso più ampio, si compiono delle “azioni linguistiche” regolate da convenzioni, si
provocano degli effetti su chi ci ascolta.
Questa tesi viene articolata da Austin a partire dalla dicotomia constativo-performativo, ipotesi
volta ad una dimostrazione per assurdo della onnipresenza degli aspetti performativi nel linguaggio.
Essa infatti si rivela presto insostenibile; ed è quindi sostituita da una cornice teorica complessiva
che enuclea i diversi tipi o livelli d’uso del linguaggio: la teoria degli atti linguistici. Il concetto di
atto linguistico e la critica, su cui esso si fonda, della posizione neopositivistica, secondo la quale
l’unica funzione del linguaggio è quella di riferirsi agli oggetti, è, secondo Kuhn, alla base di un

1
JOHN LANGSHAW AUSTIN, How to do things with words. The William James Lectures delivered at Harvard
University in 1955, Oxford University Press, 1962; II ed. riveduta a cura di J. O. Urmson e M. Sbisà, 1975; tr. it. J.L.
AUSTIN, Come fare cose con le parole, a cura di C. Penco e M. Sbisà, Marietti, Genova, 1987. D’ora in poi indicherò
l’edizione inglese con la sigla HDTW e quella italiana con FCP.
2
Originariamente tenute all’Università di Harvard nel 1955; per maggiori informazioni si veda infra, cap. 2.3,
p. 21.
3
cambiamento di paradigma in filosofia. La svolta consiste nell’iniziare a concepire il linguaggio
“come azione piuttosto che come struttura o risultato di un processo cognitivo”3.

L’indagine dei motivi per i quali i concetti introdotti da Austin sono stati centrali in questo
mutamento di paradigma è l’obiettivo di questo lavoro. Nel perseguirlo ho cercato in primo luogo di
dare conto criticamente delle linee principali dell’argomentazione in Come fare cose con le parole,
e in secondo luogo di illustrare come quest’opera si inserisce nell’ambiente filosofico oxoniense,
nel contesto delle ricerche a essa contemporanee e nel dibattito successivo sul linguaggio.
Accogliendo il principio metodologico del nostro Autore, secondo il quale l'analisi dei termini
impiegati deve precedere la discussione di una qualsiasi questione, ho ritenuto opportuno, nel primo
capitolo, chiarire il significato di alcune voci che spesso si trovano associate al nome di Austin. In
particolare si è illustrato che cosa si intende per “filosofia analitica”, “filosofia del linguaggio
ordinario”, e “pragmatica”, correnti filosofiche o campi di ricerca cui il lavoro di Austin ha dato un
notevole contributo. Nel secondo capitolo si danno alcuni cenni biografici sul filosofo oxoniense, se
ne indicano le opere principali e si ricostruisce la genesi e la “storia” di Come fare cose con le
parole.
La riflessione sul linguaggio di Austin appare tributaria in misura preponderante di tre autori:
Aristotele, Frege e Wittgenstein. Nel corso del terzo capitolo vengono dunque esposte e
commentate le posizioni dei tre filosofi sul linguaggio, dando particolare risalto agli aspetti ripresi
da Austin, ma sottolineandone anche i punti di divergenza. Il paragrafo concernente la riflessione di
Wittgenstein si rivela anche utile nel comprendere lo slittamento di senso dal “linguaggio come
rappresentazione” al “linguaggio come azione”.
Il quinto capitolo, costituito dall’esposizione critica e opportunamente dettagliata dei contenuti
delle William James Lectures, rappresenta il nucleo della mia trattazione. L’ultimo e sesto capitolo
è infine dedicato ai quesiti e alle perplessità che la lettura di Come fare cose con le parole può
suscitare; a questi si cerca di dare le possibili risposte sulla base degli sviluppi che del pensiero
austiniano hanno dato J.R. Searle, H.P. Grice e K. Olivecrona. Contestualmente si evidenziano i
numerosi campi di studio cui l’opera di Austin ha fornito preziosi spunti, e si rimarca la
componente alla base della teoria degli atti linguistici: la convenzionalità.
Un ultimo punto che vorrei precisare riguarda il criterio seguito nel ripercorrere
l’argomentazione di Austin nel corso delle Lezioni. Austin si avvicina alla sua teoria per gradi e
didatticamente, ossia alternando ipotesi e confutazioni di tali ipotesi, tesi e antitesi. Non è facile

3
T. KUHN, The structures of scientific revolutions, The University of Chicago, 1962; tr. it. ID., La struttura
delle rivoluzioni scientifiche. Come mutano le idee della scienza, a cura di A. Carugo, Einaudi, Torino, 1969, cit. in
FCP, cit., p. VIII.
4
capire perfettamente dove affermi qualcosa in via strumentale e dove invece stabilisca dei punti
fermi, dove dubiti per indurre il lettore a porsi delle domande e dove lui stesso non sia sicuro.
L’imbarazzo in cui ci si trova nel riepilogare le linee essenziali di un testo così formulato consiste
nello scegliere se presentare i vari concetti in un discorso logico che da solide premesse giunge ad
una conclusione, o mantenere la struttura originale del testo di Austin, in cui i vari problemi
vengono proposti interrogandosi di volta in volta sulle varie soluzioni possibili, valutando di nuovo
le premesse da cui si parte e le conclusioni a cui si è giunti.
Ho scelto questa seconda strada perché, a mio avviso, permette di apprezzare pienamente lo stile di
Austin. Egli conduce il lettore/uditore passo per passo nel ragionamento, lo induce ad interrogarsi
personalmente sulla validità delle tesi proposte senza dare nulla per scontato, e ad osservare la
“verità” (la sostanziale identità tra parola e azione) “fare capolino” qua e là prima di dispiegarsi in
tutta la sua chiarezza e (a quel punto, sembrerà) ovvietà nelle ultime Lezioni.
È proprio questo stile, a mio parere, che rende How to Do Things with Words, oltre che un’opera
dalle ripercussioni importanti in filosofia del linguaggio, prima di tutto una lettura stimolante,
testimone della grande passione di Austin per l’insegnamento.

5
1. La filosofia del linguaggio nella tradizione analitica

Se, come insegna Austin, «words are our tools, and, as a minimum, we should use clean tools»4 ci
sembra opportuno innanzitutto soffermarci ad esaminare il significato di alcuni termini che
ritroveremo nel corso di questa esposizione, termini che spesso indicano realtà molto varie ed
eterogenee, la cui comprensione ci permetterà di inquadrare il nostro Autore in quello sfondo
culturale ricco di programmi di ricerca e di spunti di indagine che è la filosofia del linguaggio nella
tradizione analitica.
In questo capitolo cercheremo quindi di chiarire cosa si intende per “filosofia analitica”, “filosofia
del linguaggio ordinario”, e “pragmatica”, naturalmente non pretendendo di darne una trattazione
completa ed esaustiva ma limitandoci a richiamarne quegli aspetti che possono essere di maggiore
interesse per la loro attinenza con la filosofia del linguaggio di Austin.

1.1 La filosofia analitica

La filosofia analitica è una delle correnti filosofiche più caratteristiche del ‘900. A causa del suo
carattere composito ed eterogeneo, è difficile trovare un minimo comune denominatore teorico che
contraddistingua tutte le sue fasi o “scuole”. È altresì difficile, e il disaccordo degli studiosi lo
dimostra, individuare una “data d’inizio”. Per tracciare comunque un confine la maggioranza degli
studiosi considera Gottlob Frege (1848-1925) l’iniziatore della filosofia analitica, poiché per primo
ha ravvisato nell’analisi del linguaggio e nella sua purificazione dalle imperfezioni e dai tranelli in
esso contenuti la premessa indispensabile per una corretta indagine sul pensiero. Altri momenti
importanti nel processo d’avvio sono il 1898, anno in cui, a Cambridge, George Edward Moore
(1873-1958) pubblica l’articolo The Nature of Judgement5, che presenta l’idea di filosofia come
analisi dei concetti. A Moore si associa Bertrand Russell (1872-1970), che otterrà grande fama con

4
«Le parole sono i nostri strumenti, e, come minimo, dovremmo usare strumenti puliti», J.L. AUSTIN, A Plea
for Excuses, in «Proceedings of the Aristotelian Society», n. 57, p. .1-30, 1956-57, reprinted in Philosophical Papers,
O.U.P, Oxford, 1990 (1° ed. 1961), p.181 sg.; (transcribed into hypertext by Andrew Chrucky, p. 4), trad. it. J.L.
AUSTIN , Saggi filosofici, a cura di P. Leopardi, Milano, Guerini, 1990, p. 175.
5
G.E. MOORE, The Nature of Judgement, in «Mind», New Series 8, pp.176-193.
6
l’opera logica Principia Mathematica6. La pratica dell’analisi logica degli enunciati al fine di
chiarire i concetti riceve un contributo notevole anche dal Tractatus Logico-Philosophicus (1921) di
Ludwig Wittgenstein (1889-1951), considerato punto di partenza imprescindibile per le ricerche dei
filosofi analitici. La prima fase di sviluppo di questa corrente sembra dunque essere contraddistinta
dall’analisi del linguaggio, intesa come presupposto metodologico a qualsiasi altro discorso, con
particolare attenzione al linguaggio formale della logica e della matematica.
La seconda “ondata” di filosofia analitica si sviluppa negli anni Venti. Sulla scia dell’entusiasmo
suscitato dal Tractatus nel Circolo di Vienna, un gruppo di giovani studiosi, la cui figura
preminente è Rudolf Carnap (1891-1970), si riuniscono attorno a Moritz Schlick (1882-1936).
L’intento dei neopositivisti o positivisti logici è di trovare una legittimazione logica alla conoscenza
scientifica, in altre parole, di mostrare la connessione tra l’esperienza sensibile e le costruzioni
concettuali realizzate con i mezzi della logica formale. La metafisica è considerata una pseudo-
scienza fondata su errori e fraintendimenti del linguaggio, nonché sulla costruzione di concetti privi
di un collegamento con l’esperienza (ad es. “Dio”, “assoluto”, “incondizionato”) e quindi privi di
un senso conoscitivo. La convinzione di Russell, del primo Wittgenstein e dei neopositivisti è
dunque che il linguaggio debba essere regolamentato dalla logica, con la creazione di un linguaggio
ideale. I due assunti principali dei neopositivisti e dei primi filosofi analitici sono dunque: a) la
concezione “denotativa” del linguaggio (secondo la quale la funzione del linguaggio è di riferirsi,
con verità, al mondo), che sarà poi criticata dal secondo Wittgenstein e da Austin e b) la necessità di
una regolamentazione logica del linguaggio. Altri autori, come Hans Reichenbach (1891-1953),
attorno al quale si forma il Circolo di Berlino, e Karl Popper (1902-1994), si inseriscono in un
secondo momento in questo filone di riflessione, e un giovane inglese di Oxford, Alfred Ayer,
pubblica Language, Truth and Logic (Linguaggio, verità e logica7), che diventerà ben presto il testo
di riferimento per la conoscenza del neopositivismo in Inghilterra. Il testo di Ayer collega la
riflessione neopositivista continentale alla filosofia analitica e alla tradizione empiristica
britanniche.
Negli anni Trenta, con l’ascesa del Nazismo, alcuni tra i più importanti logici e filosofi
continentali sono costretti ad emigrare negli Stati Uniti, dove avranno modo di confrontarsi con il
pragmatismo8 e portare avanti il programma di “purificazione” logica del linguaggio. Si crea così
una filosofia anglo-americana che è prevalentemente analitica, cui si contrappone nel dopoguerra

6
B. RUSSELL e A.N. WHITEHEAD, Principia Mathematica, 3 vol., Cambridge, Cambridge University Press,
1910, 19122, 19133 [trad. it. parziale: Introduzione ai Principia Mathematica, Firenze, La Nuova Italia, 1977].
7
A.J. AYER, Language, Truth and Logic (1936); trad. it. Linguaggio verità e logica, a cura di G. De Toni,
Milano, Feltrinelli, 1961.
8
Cfr. infra, nota p. 15.
7
una filosofia continentale, legata principalmente all’eredità di Edmund Husserl (1859-1938) e alla
riflessione di Martin Heidegger (1889-1976).
Per questo probabilmente alcuni studiosi adoperano la distinzione tra filosofia “analitica” e
filosofia “continentale”, sulla base dell’idea che la tradizione analitica sia esclusiva o tipica dei
paesi di lingua inglese. Tuttavia, per quanto sia vero che la quasi totalità della filosofia analitica è in
lingua inglese e che la maggioranza dei suoi esponenti sono anglosassoni, tra i padri fondatori della
filosofia analitica troviamo Frege, tedesco, e Wittgenstein, austriaco; inoltre al giorno d’oggi si fa
filosofia analitica, oltre che nel Regno Unito e nei paesi di lingua inglese (Stati Uniti, Canada e
Australia), anche in America Latina, Italia, Francia e nei paesi scandinavi.
I primi anni del dopoguerra sono segnati dallo spostarsi del centro d’influenza filosofica da
Cambridge ad Oxford, dove insegnano alcune delle menti più brillanti della filosofia analitica:
Gilbert Ryle, Peter Strawson e soprattutto John Langshaw Austin. Qui, negli anni Quaranta, si
sviluppa la terza “ondata” di filosofia analitica, in contrasto con le idee di Ayer e dei neopositivisti e
in sintonia con la posizione espressa nelle Ricerche Filosofiche del secondo Wittgenstein (vedi par.
3.3). Gli analisti della filosofia del linguaggio ordinario, o filosofi di Oxford, ritengono che
l’oggetto dell’analisi debba essere il linguaggio quotidiano, che risulterebbe sacrificato nella sua
inesauribile ricchezza dall’applicazione di strumenti logico-matematici. La filosofia degli anni
Quaranta in Inghilterra viene così definita “Cambridge-Oxford Philosophy”, le due correnti di
pensiero non avendo in realtà molti elementi di divergenza: entrambe sono contrarie alla
formalizzazione del linguaggio e sono propense a concepirlo in termini di azioni (“giochi” o “atti
linguistici”), piuttosto che di funzioni di verità. Negli anni Sessanta la Scuola di Oxford assume
sempre maggiore importanza, sia per il largo seguito che ha l’opera di Austin, sia perché H.P. Grice
e J.R. Searle sanno svilupparne le brillanti intuizioni in modo organico.
La contrapposizione tra “filosofi del linguaggio formale” e “filosofi del linguaggio comune (o
ordinario)” resta un motivo di contrasto per diversi anni. Entrambe le correnti si inseriscono in
quella che Richard Rorty definisce “filosofia linguistica”, ovvero «la concezione per cui i problemi
filosofici sono problemi che possono venire risolti (o dissolti) o riformando il linguaggio, o
comprendendo meglio il linguaggio che usiamo»9.
A fine secolo la filosofia analitica è ormai un campo variegato e complesso, e ciò principalmente
per due ragioni: la prima è che la contrapposizione tra creazione di un linguaggio ideale e formale e
analisi del linguaggio ordinario ha perso in parte la sua forza polemica, diversi autori svolgono
ricerche in entrambi i campi, e un certo uso della logica formale si diffonde anche tra i filosofi del

9
Cfr. R. RORTY, The Linguistic Turn (1967); trad. it. parziale, ID., La svolta linguistica, a cura di D. Marconi,
Milano, Garzanti, 1994; cit. in La Filosofia analitica, a cura di C. Penco, Firenze, La nuova Italia, 2001, p. 141.

8
linguaggio comune. La seconda ragione è che il campo d’azione della filosofia analitica si presenta
sempre più vasto, e non più incentrato solo sul linguaggio. I filosofi analitici, soprattutto dopo gli
anni Settanta, si occupano infatti anche di problemi inerenti la filosofia della mente, l’etica,
l’estetica, la religione, la metafisica, la filosofia del diritto e la filosofia politica, la filosofia della
scienza e della logica. È per questa ragione che dagli anni Ottanta è prevalsa la definizione che
caratterizza la filosofia analitica sulla base dello stile argomentativo piuttosto che dell’oggetto di
ricerca.
Se, come abbiamo visto, è pressoché impossibile individuare un filo conduttore tematico della
filosofia analitica, potremmo assumere proprio lo stile come tratto peculiare delle opere dei filosofi
che si definiscono o sono definiti analitici. Questo atteggiamento metodologico è contraddistinto da:
a) rigore dell’argomentazione e chiarezza nell’esposizione; b) l’idea che la filosofia costituisca una
ricerca di tipo scientifico e l’intenzione di superare il vecchio dualismo delle culture umanistica e
scientifica; c) un’analisi dei significati delle espressioni usate, non solo come definizione di
dizionario, ma come preventiva chiarificazione concettuale; d) l’attenzione ad ambiti tematici
specifici quali la scienza o la logica formale; e) il gusto per indagini minuziose e tematicamente
ristrette, piuttosto che l’elaborazione di sintesi vaste o onnicomprensive; f) uno studio, fatto con
strumenti nuovi, di aspetti tradizionali della filosofia, come metafisica, ontologia, teoria della
conoscenza.
Se alcune fra queste oggi sono ritenute caratteristiche proprie di ogni lavoro filosofico, lo si deve
allo sforzo, fatto dai filosofi analitici, per difendere il rigore dell’argomentazione contro il rischio di
limitare la filosofia a una mera esposizione di impressioni personali. La filosofia analitica ha svolto
il compito di richiamare al rigore dell’argomentazione della filosofia antica, alla distinzione che
aveva tracciato Platone tra il filosofo e il poeta: entrambi cercano la saggezza, ma da un filosofo ci
si aspetta quella saggezza che viene dal buon argomentare.

1.2 Austin e la filosofia del linguaggio ordinario

Come abbiamo avuto modo di constatare, il linguaggio nel pensiero contemporaneo assume una
centralità ignota alle precedenti epoche della riflessione occidentale. In particolare, la convinzione
che proprio il linguaggio quotidiano debba diventare l’oggetto dell’indagine filosofica caratterizza
la cosiddetta “filosofia del linguaggio ordinario”. Questa corrente della filosofia analitica britannica
del Novecento fiorisce ad Oxford tra il 1940 e il 1965 circa, periodo in cui ad Oxford e Cambridge

9
si respira un clima di rinascimento filosofico-umanistico e si diffonde una grande fiducia nei metodi
analitici, che peraltro si integrano bene con la tradizione empiristica britannica. Qui lavora un
gruppo di filosofi, tra i quali John Wisdom, Gilbert Ryle, Norman Malcolm e John Langshaw
Austin, che vengono collettivamente riconosciuti come i “filosofi del linguaggio ordinario”. J.L.
Austin, che divenne il più famoso, organizzava degli incontri il sabato mattina, ai quali
partecipavano, abbastanza stabilmente, H. Paul Grice, Stuart Hampshire, David Pears, Peter F.
Strawson, James O. Urmson e Geoffrey Warnock. Nonostante l’etichetta comune, è difficile trovare
una tesi che riscuotesse l’universale consenso, anche limitandosi al gruppo più vicino ad Austin.
Fonte di ispirazione del movimento sono le Ricerche filosofiche (1953), opera frutto della
maturata riflessione di Wittgenstein, secondo la quale il linguaggio è una forma di vita, espressione
dell’agire quotidiano degli uomini, e il significato dei singoli termini nient’altro che l’uso che di
essi si fa nei diversi contesti o “giochi”. Sulla scia di questo insegnamento i filosofi del linguaggio
ordinario cercano di considerare il linguaggio nella molteplicità infinita dei suoi usi (che non
coincidono con quello quotidiano, ma comprendono anche i gerghi tecnici), dei suoi contenuti e del
concreto accadere dell’interazione sociale, di cui esso è lo strumento principe.
Potremmo affermare che la filosofia del linguaggio ordinario si sia sviluppata, seppur maturando
opinioni antitetiche, dal positivismo logico, in quanto con esso condivide un’idea fondamentale: i
problemi filosofici nascono da confusioni concettuali, a loro volta provocate da inesattezze
linguistiche. Noi, persone comuni, utilizziamo il linguaggio, ma non abbiamo una visione perspicua
delle regole d’uso: lo impieghiamo e basta; i filosofi al contrario, indagando su concetti quali
“mente”, “verità” o “conoscenza”, incappano facilmente in errore a causa di somiglianze
linguistiche superficiali. Ad esempio, possono essere indotti a credere che la mente sia una forma di
entità, in parte a causa del parallelismo grammaticale tra le parole “mente” e “corpo”. Solo nel
momento in cui si accorgono della difficoltà a trovare un esatto referente della parola “mente”,
concludono che essa denoti un’entità non fisica10.
I “filosofi del linguaggio formale”, primi fra tutti Frege e Russell, tentano di risolvere questo
problema staccandosi dal linguaggio ordinario, giudicato ambiguo e confuso, e plasmandosi un
linguaggio su misura, appunto il linguaggio formale, che è all’altezza del rigore scientifico. Questo
è un linguaggio di segni, rigidamente connessi tra loro, in cui non è contemplato alcun aspetto
extra-linguistico.
La risposta data dai filosofi del linguaggio ordinario è radicalmente diversa: Wittgenstein
sottolinea come la confusione non sorge perché il linguaggio comune non svolge bene il proprio

10
Cfr. JOHN HEIL, s.v. “Ordinary language philosophy”, in The Cambridge Dictionary of Philosophy, gen. ed. R.
Audi, C.U.P., Cambridge, 2nd. ed., 2001, p. 635.
10
lavoro, ma solo quando “fa vacanza”11 o “gira a vuoto”. E il linguaggio gira a vuoto solo quando si
pretende di scoprirne l’essenza, arrovellandosi su concetti avulsi dal contesto linguistico in cui
normalmente sono usati. La filosofia del linguaggio ordinario dunque afferma che «il significato dei
concetti, compresi quei concetti che sono al centro della tradizione filosofica – come ad esempio i
concetti di verità e di conoscenza – è fissato dalla pratica del linguaggio. Pertanto, i filosofi devono
essere in sintonia con gli usi effettivi delle parole associate a quei concetti»12. La filosofia del
linguaggio ordinario «non intende suggerire che, per scoprire cosa sia la verità, dobbiamo
interrogare i parlanti nella vita sociale13 o consultare i dizionari. Dobbiamo però chiederci come la
parola ‘verità’ funziona in contesti quotidiani e non filosofici. Un filosofo la cui teoria della verità
sia difforme dall’uso ordinario ha semplicemente frainteso il concetto»14. I filosofi devono quindi
conoscere perfettamente i modi in cui i termini sono usati nella vita quotidiana, per poi conformarsi
ad essi. Allo stesso tempo, Wittgenstein era convinto dell’assoluta impossibilità, per la filosofia, di
interferire con il reale uso del linguaggio, prescrivendolo: «Dobbiamo abbandonare ogni tipo di
spiegazione, e la descrizione esclusivamente deve prendere il suo posto»15.
Circa la posizione di Austin, espressa nei due saggi A Plea for Excuses (Una giustificazione per
le scuse, 1956) e Three Ways of Spilling Ink (Tre modi di rovesciare inchiostro, 1961)16, egli
diversamente da altri non riteneva che i problemi filosofici nascessero necessariamente da
aberrazioni rispetto al linguaggio ordinario, tuttavia sosteneva la necessità di attenersi alla lingua
vernacolare nel tracciare distinzioni limpide e pregnanti tra i concetti. È inutile, pensava Austin,
pontificare in lungo e in largo su conoscenza, realtà o esistenza, senza prima conoscere come e
quando le parole “conoscere”, “reale” ed “esiste” vengono usate nella vita quotidiana17. Il
linguaggio ordinario è una fonte attendibile a cui ispirarsi di distinzioni fra i concetti, in quanto
forgiato dall’esperienza millenaria degli uomini, che hanno trattenuto ciò che ritenevano degno di
essere espresso (e pertanto se include distinzioni e specificazioni, già questo vuol dire che sono
opportune, utili), e presenta una molteplicità di sfumature che possono sfuggire ad un’astratta
analisi filosofica.

11
L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, a cura di M. Trinchero e R. Piovesan, Torino, Einaudi, 1967 (1° ed.
1953) § 38, p. 31.
12
JOHN HEIL, s.v. “Ordinary language philosophy”, cit., p. 635.
13
Si può presumere che Heil si riferisca alla pratica filosofica di Socrate, che alcuni studiosi considerano
precursore della filosofia del linguaggio ordinario.
14
JOHN HEIL, s.v. “Ordinary language philosophy”, cit., p. 635 .
15
L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, cit., § 109, p. 66; cfr. G. WARNOCK, s.v. “Ordinary Language
Philosophy, School of”, in Routledge Enciclopedia of Philosophy, gen. ed. E. Craig, Routledge, London, 1998, VI, p.
150.
16
Entrambi sono contenuti in J.L. AUSTIN, Philosophical Papers, O.U.P, Oxford, 1990 (1° ed. 1961), tr. it. J.L.
AUSTIN, Saggi filosofici, a cura di P. Leopardi, Milano, Guerini, 1990.
17
Cfr. PETER HEATH, s.v. “Austin, J(ohn) L(angshaw)”, in The Cambridge Dictionary of Philosophy, cit., p.61.
11
[…] Thirdly, and more hopefully, our common stock of words embodies all the distinctions men have found
worth drawing, and the connexions they have found worth marking, in the lifetimes of many generations:
these surely are likely to be more numerous, more sound, since they have stood up to the long test of the
survival of the fittest, and more subtle, at least in all ordinary and reasonable practical matters, than any that
you or I are likely to think up in our arm-chair of an afternoon – the most favoured alternative method 18.

[…] In terzo luogo, e questo è il punto più promettente, il nostro comune bagaglio di parole incorpora tutte le
distinzioni che gli uomini hanno considerato meritasse tracciare, e le connessioni che hanno ritenuto degne di
essere mostrate nel corso della vita di molte generazioni. Dato che hanno superato il lungo test di
sopravvivenza del più adatto, queste sicuramente saranno più numerose, più sagge, e più sottili, almeno in
tutte le questioni pratiche quotidiane e ragionevoli, di qualsiasi altra che voi o io potremmo mai escogitare
trascorrendo il pomeriggio a riflettere in poltrona – che è il metodo alternativo di gran lunga preferito.”
(trad. mia)

L’indagine del linguaggio comune non è vista da Austin come la chiave di soluzione o di
dissoluzione dei problemi filosofici, ma come un buon punto di partenza per occuparsene. Come
afferma nel saggio A Plea for Excuses, il linguaggio ordinario non può costituire l’ultima parola,
perché contiene anche errori, superstizioni e fantasie di ogni genere, ma sicuramente esso
rappresenta la prima19. Il linguaggio ordinario può essere sempre arricchito, migliorato, soprattutto
da parte di un’attività critica che non si limiti soltanto ad analizzare le parole o i significati, ma che
prenda anche in considerazione le situazioni concrete in cui esse vengono usate:

Quando prendiamo in esame cosa diremmo quando, quali parole useremo in quali situazioni, badiamo non
semplicemente alle parole (o ai «significati», qualunque cosa possano essere), ma anche alle realtà per
parlare delle quali usiamo le parole: usiamo una consapevolezza affinata delle parole non come arbitro finale
per decidere dei fenomeni, ma per migliorare la percezione che ne abbiamo. Per questa ragione penso
sarebbe meglio usare, per questo modo di fare filosofia, qualche nome meno fuorviante di quelli citati sopra
– per esempio, «fenomenologia linguistica», se solo non riempisse un po’ troppo la bocca20.

I filosofi del linguaggio ordinario hanno affrontato innumerevoli ambiti di studio: quello morale,
politico, religioso, quello della logica del sapere storico. Inoltre hanno dato significativi contributi
alla soluzione di problemi tradizionali come la percezione (H. Paul Grice), l’azione (J.L. Austin e S.
Hampshire), la logica e la metafisica (P.F. Strawson), il diritto (H. Hart), l’etica (R.M. Hare), la
filosofia della mente (G. Ryle).
L’influenza dei filosofi del linguaggio ordinario è stata vasta e importante, sia all’interno
dell’area anglosassone, sia nell’area europeo-continentale , ad esempio su filosofi come Karl O.
Apel, Jürgen Habermas e Paul Ricoeur. Inoltre essi hanno avuto un largo seguito, oltre che

18
J. L. AUSTIN, A Plea for Excuses, in “Proceedings of the Aristotelian Society” 57, 1-30, 1956; , reprinted in
Philosophical Papers, Oxford, O.U.P., 1990, p. 181 sg. (transcribed into hypertext by Andrew Chrucky, p. 4); trad.it.
ID., Saggi Filosofici, cit, p. 175.
19
J.L. AUSTIN, A Plea for Excuses, cit., hypertext by Andrew Chrucky p . 6, tr. it. J.L. AUSTIN, Una
giustificazione per le scuse, in Saggi filosofici, cit., p. 178.
20
Ibid., pp. 175-176; traduzione lievemente modificata.
12
nell’ambito filosofico, anche in quello della linguistica, della sociologia dell’azione, della
psicologia sociale e dell’antropologia. Sebbene oggi nessuno faccia più filosofia del linguaggio
ordinario, i metodi elaborati da quei filosofi, forse perché costituiscono un raffinamento dei metodi
usati da sempre, costituiscono ormai strumenti indispensabili in qualsiasi ambito di ricerca.

1.3 La pragmatica

Uno dei risultati di maggiore rilievo della ricerca sul linguaggio ordinario è la concezione del
linguaggio come azione, che, come vedremo, emerge dall’esposizione di Austin in Come fare cose
con le parole, e che diventerà punto fermo di quel campo di indagine denominato “pragmatica”. Il
termine “pragmatica” (dal greco πράγμα: fatto, azione) indica un indirizzo di studio che considera il
linguaggio eminentemente come strumento per agire, e quindi dal punto di vista dei parlanti (coloro
che lo usano) e dell’uso che essi ne fanno. Questo implica chiaramente che si prendono in
considerazione le loro intenzioni e credenze, il rapporto tra gli interlocutori, i contesti di
proferimento degli enunciati e le attività per svolgere le quali essi vengono proferiti, insomma
l’utilizzo del linguaggio nell’interagire sociale.
Il termine “pragmatica” fu introdotto da Charles Morris (1901–1979) negli anni Trenta, il quale,
per articolare la sua teoria generale del linguaggio, o meglio dei segni (semiotica21), distinse tre
livelli di possibile approccio ai problemi filosofici inerenti al linguaggio: il livello sintattico (in cui
si opera all’interno del linguaggio, analizzando l'organizzazione delle parole in unità superiori e i
loro rapporti reciproci), quello semantico (nel quale si studia il rapporto tra il linguaggio e ciò a cui
esso si riferisce, ossia i significati) ed infine quello pragmatico (che esamina il rapporto tra il
linguaggio e chi lo parla). La pragmatica secondo Morris è dunque quella parte della semiotica che
tratta delle relazioni dei segni con i loro interpreti, e studia i segni nelle situazioni concrete in cui gli
interpreti li usano per comunicare22.

21
Teoria e studio di ogni tipo di segno linguistico, visivo, gestuale, ecc., prodotto in base a un codice
comunemente accettato. Attualmente il termine (dal greco semeion, “segno”) è usato come sinonimo di semiologia, ma
mentre “semiotica” rimanda alla tradizione americana di questo campo di studi, “semiologia” si riferisce alla tradizione
francese, e in particolare allo strutturalismo linguistico di Ferdinand de Saussure.
22
Cfr. Foundations of the Theory of Signs, 1938, cap. V.
13
Questa distinzione può essere ulteriormente resa esplicita da una metafora, che Carla Bazzanella
riporta in Linguistica e pragmatica del linguaggio. Un’introduzione23, usata da Umberto Eco per
delimitare i tre campi di analisi. Paragonando il linguaggio ad un vagone letto, lo studioso afferma
che dal punto di vista della sintassi esso è quel vagone che di solito si trova tra due carrozze
passeggeri; per la semantica si tratterebbe del compartimento ferroviario nel quale si può dormire;
infine la pragmatica si occuperebbe del fatto che i posti in quel vagone sono da prenotare, pagare e
sono tra l’altro cari. Appare subito chiaro da questa metafora che la pragmatica si occupa del
rapporto tra la lingua e il mondo, o tra la lingua e i suoi “utenti”.
Franco Restaino in Filosofia analitica e post-analitica: Quine, Davidson, Dummett, Rorty24
afferma che questa tripartizione si può facilmente applicare alle fasi di sviluppo della filosofia
analitica25: l’approccio sintattico caratterizzerebbe la prima fase del neopositivismo logico (negli
anni Trenta), l’approccio semantico avrebbe costituito il metodo di ricerca della seconda fase
(primo dopoguerra); infine l’approccio pragmatico distinguerebbe la terza fase, quella degli anni
Quaranta-Cinquanta, caratterizzata dalla preminenza, in ambito accademico, della “Scuola di
Oxford”, o filosofia del linguaggio ordinario.
Come lo stesso Morris evidenzia, il riferimento all’uso dei segni, alle intenzioni dei parlanti, agli
effetti delle parole nell’uditore, ossia considerazioni di tipo pragmatico del linguaggio, erano
presenti nella riflessione di molti filosofi, già da molto tempo prima della definizione esplicita di
“pragmatica”. L’idea, ad esempio, secondo la quale anche il denominare è un’azione, e che il
linguaggio è in effetti uno strumento per la comunicazione dell’uomo risale al Cratilo platonico;
nello stesso Platone, in Aristotele26, nei Sofisti e negli Stoici si era già fatta strada la concezione
della diversità tra enunciati come l’asserire, il domandare, l’ordinare, ovvero, come diremmo noi,
tra alcune forme fondamentali di atti linguistici. La stessa retorica antica, che studiava gli effetti e le
passioni che le parole sapevano suscitare nell’uditorio, può essere vista come una forma di
pragmatica. Altri esempi illustri di filosofi che hanno considerato il linguaggio alla luce del ruolo
dei parlanti, e quindi del suo essere mezzo di comunicazione sociale, sono Agostino, Ruggero
Bacone, gli empiristi del ‘600 inglese Thomas Hobbes (De Corpore I, Leviathan I) e John Locke
(III Libro dell’Essay upon Human Understanding), fino ad arrivare ad uno dei fondatori del

23
C. BAZZANELLA, Linguistica e pragmatica del linguaggio. Un’introduzione, Bari, Laterza, 2005, p. 101.
24
F. RESTAINO, Filosofia analitica e post – analitica: Quine, Davidson, Dummett, Rorty, in NICOLA
ABBAGNANO, Storia della filosofia. Il pensiero contemporaneo dall’Ermeneutica alla Filosofia analitica, a cura di
Giovanni Fornero, Gruppo editoriale l’Espresso, Novara, De Agostini, 2006, p. 618.
25
Cfr. supra, p. 6 sgg.
26
Cfr. infra, p. 22 sgg.
14
pragmatismo27, Charles Sanders Peirce. Morris, pur sottolineando la separazione tra la pragmatica e
il pragmatismo, riconosce un grosso debito della prima col pragmatismo americano di Charles S.
Peirce, William James, George Herbert Mead e John Dewey.
La definizione di pragmatica data da Morris fu rielaborata qualche anno dopo da Rudolf Carnap,
il quale, in Introduction to Semantics (Introduzione alla semantica) scrive: «Quando in uno studio
si fa esplicito riferimento al parlante o, in termini più generali, a coloro che usano la lingua,
possiamo definire questo come campo della pragmatica»28. Se per Carnap la pragmatica era un
campo di ricerca inerente soprattutto la linguistica, Morris la concepiva come una disciplina di
carattere più ampio, che prendeva in considerazione anche l’uso dei segni non-verbali, e quindi
comprensiva anche della semiotica. Le posizioni diverse di Morris e di Carnap caratterizzano
ancora oggi quelli che sono i due modi principali di intendere la disciplina: da una parte, sulla linea
di Morris, la si considera come un ampio campo di indagine che comprende, oltre la linguistica,
anche la sociolinguistica, la semiotica, l’etnolinguistica, la psicolinguistica, la psicopatologia della
comunicazione. Dall’altra parte, ci si riferisce, d’accordo con Carnap, alla “pragmatica linguistica”
(o pragmalinguistica) come ad un ambito di studio prettamente linguistico.
A questo punto ci si chiederà come e perché le riflessioni di Austin, o di coloro che hanno
esercitato un’influenza su di lui (tra gli altri, Aristotele, Wittgenstein e Frege), o di coloro che ne
svilupparono e ampliarono le tesi (Grice, Searle, Strawson) si inseriscono in questo ambito di
studio, e anzi, ne rappresentano i risultati principali. La risposta è semplice: ad essi si deve la prima
formulazione teorica di alcuni fra i temi di ricerca della pragmatica contemporanea: 1) la teoria
degli atti linguistici, 2) la nozione di implicature conversazionali, 3) la presupposizione, 4) la deissi.
1) Alla base della teoria degli atti linguistici, formulata inizialmente da Austin e perfezionata da
Searle, sta innanzitutto una nuova concezione dell’enunciato, inteso come “atto”, atto del parlare in
quanto modo per esercitare un’attività, aspetto che suscitò l’interesse, oltre che dei filosofi Austin e
Wittgenstein, anche di linguisti come Emile Benveniste e di psicologi come Karl Bühler (con la sua
nozione di Sprechakt).
Il primo, importante passo verso questa nuova considerazione dell’enunciato e della lingua in
generale è dovuto alle riflessioni di Wittgenstein espresse nelle Ricerche filosofiche (1953), opera
che testimonia il cambiamento radicale nel modo di guardare ai fenomeni del linguaggio, da

27
Indirizzo filosofico contemporaneo secondo il quale la funzione fondamentale dell'intelletto non è quella di
procurare la conoscenza della realtà, ma quella di consentire un'azione efficace su di essa. Per quanto riguarda il
linguaggio il pragmatismo afferma che il valore di verità di una proposizione si identifica con le sue conseguenze
pratiche, dal momento che il fine del pensiero è di guidare l'azione.
28
R. CARNAP, Introduction to Semantics, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1942, p. 9, cit. in voce
“Pragmatica”, NICOLA ABBAGNANO, Storia della filosofia. Dizionario di Filosofia, aggiornato e ampliato da
Giovanni Fornero, Gruppo editoriale l’Espresso, Novara, De Agostini, 2006, p. 127.
15
tentativi di rappresentare o descrivere il mondo (come voleva la concezione tradizionale, cui lui
stesso aveva aderito nel Tractatus logico-philosophicus) a strumenti con cui i parlanti agiscono in
contesti sociali regolati29. Nello stesso periodo ad Oxford maturava la nozione austiniana di atto
linguistico, che presenta forti affinità con l’insegnamento di Wittgenstein e che sarà pienamente
espresso nell’opera postuma How to do things with words (Come fare cose con le parole, 1962) 30.
Le distinzioni e le riflessioni che Austin aveva proposto come spunti presero con il filosofo
americano J. Searle in Speech Acts (1969) la forma sistematica di una tassonomia definitiva degli
atti linguistici31.
2) Un secondo punto di riferimento per la pragmatica odierna è la teoria del significato e
dell’implicatura conversazionale di H. Paul Grice32, esposta nelle William James Lectures del 1967.
Il concetto di implicatura conversazionale è particolarmente significativo per il campo d’indagine
della pragmatica in quanto esso considera tutte quelle variabili (ironie, metafore, significati
idiolettali) con le quali i parlanti attribuiscono un significato ulteriore agli enunciati, che eccede,
contraddice o diverge da quello letterale, costituito dalle sue condizioni di verità. L’implicatura
conversazionale è quindi ciò che i parlanti trasmettono al di là del significato letterale di ciò che
dicono, è un significato inteso come particolare e variabile di contesto in contesto.
3) Di particolare interesse per gli studi pragmatici sulla presupposizione, che ebbero maggior
sviluppo nella linguistica teorica tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, è stato
l’articolo del 1950 di P. Frederick Strawson, On Referring (Sul Riferimento). Frege aveva già
teorizzato il principio della presupposizione in Über Sinn und Bedeutung (Senso e Significato,
1892), sostenendo che quando in un’asserzione si predica un attributo di un soggetto, si presuppone
sempre che questo soggetto esista, o sia esistito33. Se la “presupposizione esistenziale” non sussiste,
l’enunciato non è né vero né falso34. Strawson diede un’impostazione eminentemente pragmatica
alla questione della presupposizione: egli affermò infatti che siamo noi, e non l’enunciato, a riferirci
a qualcosa, e quindi a presupporne l’esistenza. Occorre distinguere infatti tra l’enunciato in sé, e
l’uso che noi ne facciamo in un determinato contesto, che egli chiama asserzione. La verità o falsità
è propria delle asserzioni, non degli enunciati stessi35.

29
Per una trattazione più approfondita delle posizioni di Wittgenstein cfr. infra, p. 28 sgg.
30
Per l’approfondimento dei concetti di atto linguistico si rimanda al capitolo 4.2, p. 57 sgg.
31
Cfr. infra, p. 75 sgg.
32
Ibid.
33
Per considerazioni più approfondite sulla filosofia del linguaggio di Frege cfr. infra, p. 25 sgg.
34
Austin si occuperà del medesimo problema, ossia del caso di riferimento nullo, e lo farà rientrare tra le
condizioni di infelicità dell’enunciato; cfr. infra, p. 44-46 e p. 68.
35
Austin farà un’affermazione analoga, quando dirà che le dimensioni di verità e falsità sono delle dimensioni di
critica, e dipendono fortemente dal contesto di proferimento, dai destinatari e dagli scopi dell’enunciato; vedi infra, p.
68-69.
16
4) Altro grande tema di indagine della pragmalinguistica contemporanea è la deissi. Il termine
deissi (dal greco δείκνυμι: “mostro”, “indico”) indica ogni riferimento interno a un enunciato, ad
esempio alla persona che lo ha prodotto (locutore), alla persona cui è diretto (interlocutore), al
momento (tempo) e al luogo (spazio) in cui l'enunciato viene prodotto. In tutte le lingue sono
presenti delle espressioni, cosiddette deittiche, che permettono il riferimento al contesto
dell’enunciato: alcuni di essi sono i dimostrativi, i tempi verbali, i pronomi di prima e seconda
persona, gli avverbi di tempo e di luogo. Il valore di verità di enunciati che contengono espressioni
deittiche può essere determinato solamente dopo aver individuato il riferimento di tali espressioni.
La deissi poi può essere considerata una vera e propria azione, poiché è un atto linguistico
dimostrativo e ostensivo, cioè richiama un oggetto “mostrandolo”. I primi a dare rilievo alle
espressioni indicative furono il filosofo Ch. S. Peirce, che le considerava un tipo della categoria più
generale degli indici (segni connessi da una relazione attuale con oggetti esistenti) e lo psicologo e
linguista K. Bühler, che nella Sprachteorie del 1934 aveva sottolineato l’importanza della funzione
deittica (Ziegenfunktion) del linguaggio; proseguirono il lavoro di ricerca su questo tema P.
Strawson, W. V. Quine, K. Donnelan, J. Searle e R. Montague.
Se negli anni tra il 1940 e il 1970 la pragmatica era stata utilizzata un po’ come “cestino della
carta straccia”36, ossia come prospettiva dalla quale analizzare tutti quei fenomeni linguistici che
non trovavano altra spiegazione, dagli anni Settanta fino ad oggi si è assistito ad una crescita
impressionante di studi che si definiscono pragmatici e ad una conseguente fioritura, nel tentativo di
trovare un quadro teorico di riferimento, di pubblicazioni e occasioni di incontro in questo campo,
tra i quali le riviste “Journal of Pragmatics”, “Pragmatics”, “Pragmatics and Cognition”, “Journal of
Historical Pragmatics”, e i convegni promossi dal IPrA (International Pragmatics Association).
Attualmente sono realizzate ricerche in campo pragmatico soprattutto in linguistica, ma esse sono
inerenti anche alla filosofia del linguaggio, alle scienze cognitive e alle neuroscienze, alla
psicologia, alla sociologia, all’epistemologia, all’etologia, alla biologia, alla didattica, alle scienze
dell’educazione.

36
Cfr. Y. BAR-HILLEL, Out of the Pragmatic Waste-basket, in «Linguistic Inquiry», 2, pp. 401-407, 1971; cit. in
C. BAZZANELLA, Linguistica e pragmatica del linguaggio. Un’introduzione, cit., p. 118.
17
2. L’autore e l’opera

2.1 Note biografiche

John Langshaw Austin nasce il 28 marzo del 1911 a Lancaster, Lancashire, in Inghilterra,
secondogenito di Geoffrey Langshaw Austin (1884–1971), architetto, e di Mary Bowes-Wilson
(1883–1948). Nel 1924, a 13 anni, vince una borsa di studio per le materie classiche per la scuola di
Shrewsbury, presso la quale si distingue presto per le sue capacità e la conoscenza della lingua
greca, che gli valgono, nel 1929, una borsa di studio per le materie classiche per il Balliol College
di Oxford. Nel 1931 vince il premio Ginsford per la prosa greca, e comincia ad interessarsi di
filosofia attraverso lo studio di Aristotele. Dopo essersi laureato, diventa ricercatore borsista di All
Souls College (1933) e successivamente di Magdalen College (1935) a Oxford. Il suo primo lavoro,
Agathon and Eudaimonia in the Ethics of Aristotle, è dedicato al problema morale in Aristotele, in
risposta al lavoro di H.A. Prichard sullo stesso tema, pubblicato in «Philosophy» nel 1935. Lo
studio di Aristotele è molto in voga ad Oxford in quel periodo, e i più noti lavori vengono pubblicati
nella rivista «Proceedings of the Aristotelian Society», dove infatti appaiono per la prima volta la
maggior parte degli scritti di Austin. Il grande interesse per Aristotele è testimoniato inoltre dagli
incontri che il filosofo tiene prima della guerra sull’Etica Nichomachea, e nel saggio A Plea for
Excuses, che potremmo considerare il “manifesto” dell’analisi austiniana del linguaggio ordinario e
che dall’indagine aristotelica sulle scuse prende avvio.
Durante la Seconda Guerra Mondiale Austin ricopre funzioni di elevata responsabilità presso i
servizi di Intelligence, e quando si ritira, da tenente colonnello, ha già ricevuto gli onori dell’Ordine

18
dell’Impero britannico (OBE, Order of the British Empire), la francese Croix de Guerre, e
l’americana Legion of Merit.
Nel 1945 Austin riprende l’insegnamento ad Oxford, università presso la quale, a partire dal 1952, è
titolare della cattedra di filosofia morale al Corpus Christi College. Nel 1955 tiene le famose
William James Lectures ad Harvard, dalle quali è nata la sua opera principale. La morte lo coglie
prematuramente l’8 febbraio del 1960.
La vita di Austin appare essenzialmente dedita all’insegnamento, egli stesso dirà ad un amico:
“Ho dovuto decidere presto se scrivere libri o se insegnare alle persone a fare filosofia in modo
utile”. La grandissima influenza che esercita presso le nuove generazioni ad Oxford è dovuta infatti,
forse più che ai pochi ma fondamentali scritti, all’impegno che metteva nell’insegnamento e
soprattutto alle discussioni ristrette del sabato mattina (i “Saturday Mornings”) ai quali erano
ammessi soltanto pochissimi tra i suoi allievi e colleghi.
In circa vent’anni di attività filosofica pubblica pochissimo, solo alcune recensioni e sette contributi
a diversi symposia filosofici (che furono quindi prima letti e poi pubblicati). Ad eccezione delle
recensioni, questi contributi sono stati raccolti nel volume Philosophical Papers, subito dopo la sua
morte, per iniziativa di J.O. Urmson e G.J. Warnock. Il primo ha curato anche la pubblicazione di
How to Do Things with Words nel 1962, il secondo ha rielaborato e pubblicato, nel 1962, gli
appunti di un corso tenuto da Austin dal 1947 in poi, col titolo Sense and Sensibilia. Su queste tre
opere, e sulla biografia e l’influenza di Austin, è stato pubblicato, nel 1969, il Symposium on J.L.
Austin37, che raccoglie gli scritti più significativi pubblicati su Austin dopo la sua morte.

2.2 Scritti di J.L. Austin

Ricordiamo le opere principali38:

Philosophical Papers, a cura di J.O. Urmson e G.J. Warnock, London, Oxford University Press,
1961, 19702, 19793. L’ultima edizione contiene Are there A Priori Concepts? (1939), Other Minds
(1946), Truth (1950), A Plea for Excuses (1956), Ifs and Cans (1956), Performative Utterances
(discorso trasmesso al terzo programma della BBC nel 1956), Agathon and Eudaimonia in the

37
K.T. FANN (a cura di), Symposium on J.L. Austin, London, Routledge and Kegan Paul, 1969.
38
Per una bibliografia completa degli scritti di Austin si veda J.L. AUSTIN, Come fare cose con le parole, a cura
di C. Penco e M. Sbisà, Marietti, Genova, 1987.
19
Ethics of Aristotle (databile al 1937-38), Three Ways of Spilling Ink (conferenza tenuta nel 1958), e
altri scritti inediti.

Sense and Sensibilia, (ricostruito dalle note manoscritte di G.J. Warnock), London, Oxford
University Press, 1962.

How to Do Things with Words, a cura di J.O. Urmson, London, Oxford University Press, 1962; II
ed. a cura di J.O. Urmson e M. Sbisà, 1975.

2.3 Come fare cose con le parole

Le lezioni pubblicate in Come fare cose con le parole furono tenute da J.L. Austin all’Università
di Harvard nel 1955, come Lezioni alla cattedra onoraria William James. Austin disse, in una breve
nota, che le idee alla base di queste lezioni “si erano formate nel 1939. Ne ho fatto uso in un articolo
sulle Other Minds (Altre Menti), pubblicato nei ‘Proceedings of the Aristotelian Society’, vol.
suppl. XX (1946), pp. 173 ss., e ho fatto emergere un’altra parte, piuttosto grande, di questo iceberg
poco dopo, parlando a diverse società…”.
Negli anni 1952-54 Austin aveva tenuto una serie di corsi annuali ad Oxford intitolata Words
and Deeds (Parole e fatti) sulla base di alcuni appunti scritti precedentemente. Sugli stessi temi
trattati in tali corsi si concentrarono approssimativamente le William James Lectures, che furono
preparate da Austin con una nuova serie di annotazioni, integrata qui e là dagli appunti più vecchi.
Questi restano gli appunti più recenti di Austin sugli argomenti trattati, anche se egli continuò a
tenere ad Oxford lezioni su Words and Deeds, apportando delle correzioni di secondaria importanza
e aggiungendo delle note a margine.
L’edizione originale del 1962, curata da J.O. Urmson, è una riproduzione la più esatta possibile
di tali annotazioni, ottenuta attraverso l’integrazione, dove necessario, di alcuni fra gli scritti del
1952-54 e il controllo con le note manoscritte di coloro che frequentarono le lezioni, sia in America
sia in Inghilterra. Anche il confronto con la conferenza alla BBC su Performative Utterances e la
registrazione su nastro magnetico della conferenza Performatives, tenuta a Gothemberg nel 1959,
hanno contribuito a vagliare la coerenza interna e fedeltà del testo. L’edizione del 1975, curata da
M. Sbisà e J.O. Urmson, è il risultato di un attento lavoro di ricontrollo di tutti gli appunti di Austin,
e di una successiva integrazione o correzione in tutti i passaggi giudicati poco chiari o incompleti

20
dell’edizione precedente. Con la ristampa del 1980 si sono apportate ulteriori piccole correzioni, si è
compilato un nuovo indice e si sono aggiunti i titoli delle Lezioni. Una prima traduzione italiana, a
cura di M. Sbisà e M. Gentile è stata pubblicata nel 1974, con il titolo Quando dire è fare39. La
traduzione italiana attualmente disponibile, uscita nel 1987, è stata redatta da Carla Villata sulla
seconda edizione di How to Do Things with Words del 197540.

3. L’incidenza di Aristotele, Frege e Wittgenstein nella riflessione sul


linguaggio di Austin

3.1 Austin e lo studio di Aristotele

Il primo interesse di Austin per la filosofia passa attraverso Aristotele, ed è un interesse sia
filosofico sia filologico: egli stesso promuove una serie di traduzioni con commento delle opere di
Aristotele per la Oxford University Press, di cui ricoprì la carica di delegato dal 1952, nota come
“Clarendon Aristotle Series”. Prima della guerra tiene corsi sull’Etica Nicomachea, testo su cui
discute ancora negli anni ’50 in incontri settimanali, i “Saturday Mornings”, durante i quali
dimostra una totale familiarità con i testi del filosofo stagirita. Notevole influenza ebbe su di lui lo
scambio di idee (anche epistolare) con Prichard sul significato di agathon in Aristotele. Alla critica
degli argomenti di Prichard dedica uno dei suoi primi saggi41, databile al 1937-38, e vi ritorna in un
articolo del 1940, The meaning of a word. A giudizio di Warnock «non si può mettere in dubbio il
fatto che lo studio di Aristotele… ebbe un’influenza particolare sul suo lavoro successivo, e
neppure che, più in generale, egli dovesse in gran parte alla sua istruzione classica sia la sua

39
J.L. AUSTIN, Quando dire è fare, a cura di A. Pieretti, Torino, Marietti, 1974.
40
A questa traduzione ho fatto riferimento per la scelta dei termini fondamentali riguardanti le forme
linguistiche da associare ai termini inglesi usati da Austin.
41
Cfr. H. A. PRICHARD, The meaning of «agathòn» in the Ethics of Aristotle (1935), tratto da ID., Moral
Obligation, Oxford 1949, pp. 40-53, e ripubblicato da J.M.E. MORAVCSIK, Aristotle. A Collection of Critical Essays,
London, 1968, pp. 241-60; e J.L. AUSTIN, «Agathòn» and «eudaimonìa» in the Ethics of Aristotle, ivi, pp. 260-296. Il
saggio è stato incluso in J.L. AUSTIN, Philosophical Papers, Oxford, 1970, tr. it. ID., Saggi filosofici, cit., pp 9-36.
21
profonda preoccupazione riguardo all’accuratezza linguistica che il suo perenne e perfino
appassionato interesse per il fenomeno del linguaggio»42.
Era stato proprio Aristotele, in un passo del De Interpretatione (16b35-17a7), a distinguere tra
uso apofantico del linguaggio, cioè quello in cui si predica un attributo di un soggetto, e uso retorico
o poetico:

Ogni discorso è capace di significare, non però come uno strumento, ma come si è detto: per convenzione;
ma non ogni discorso è enunciativo (apophantikòs), bensì quello nel quale sussiste il dire il vero o il dire il
falso. E non in tutti quanti i discorsi sussiste: per esempio, la preghiera è sì un discorso, ma non è né vera né
falsa. Gli altri discorsi siano dunque tralasciati – infatti è della retorica e della poetica che la relativa ricerca è
più propria –; invece il discorso enunciativo è oggetto del presente studio 43.

Definendo l’oggetto della propria analisi, Aristotele mette in evidenza il fatto che esistono altri
usi del linguaggio diversi dall’enunciazione, e quindi non passibili di essere veri o falsi (un ordine,
una preghiera, un’esclamazione). Aristotele indaga su questi aspetti del linguaggio nella Poetica e
nella Retorica. Nella Retorica Aristotele tratta di quali sono, nei discorsi, i dispositivi volti a
produrre degli effetti sull’ascoltatore44, mentre nella Poetica si occupa di discorsi come la tragedia, i
quali purificano lo spettatore suscitando pietà e terrore45. Da queste opere dunque emerge una
considerazione del linguaggio nel suo valore pragmatico e non enunciativo: la parola usata per
pregare, ordinare, destare emozioni, accrescere o diminuire il valore delle cose, la parola dunque
come azione.
Questo è esattamente il punto di partenza, la consapevolezza da cui prende avvio lo studio di
Austin. Si noti che Austin chiama enunciato o frase ciò che per Aristotele è il discorso (voce capace
di significare, semplice proferimento verbale costituito da un soggetto e un predicato), e asserzione
quella che per Aristotele è l’enunciazione (predicare un attributo di un soggetto, manifestando un
giudizio).

Per troppo tempo i filosofi hanno assunto che il compito di un’«asserzione» possa essere solo quello di
«descrivere» un certo stato di cose, o di «esporre un qualche fatto», cosa che deve fare in modo vero o falso.
Gli studiosi di grammatica, in realtà, hanno regolarmente fatto notare che non tutte le «frasi» sono (usate per
fare) asserzioni: ci sono, tradizionalmente, oltre alle asserzioni (degli studiosi di grammatica), anche
domande ed esclamazioni, e frasi che esprimono ordini o desideri o concessioni 46.

42
G. J. WARNOCK., J.L. Austin, a Biographical Sketch, in «Proceedings of the British Academy», 1963, cit. in
FCP, cit., p. XII.
43
ARISTOTELE, Della interpretazione, Introduz., traduz. e commento a cura di M. Zanatta, testo greco a
fronte, Milano, BUR, 1992, p. 83 ss.
44
ARISTOT., Rhet., I 1, 1355b 8-11.
45
ARISTOT., Poet., 6, 1449b 24-28.
46
FCP, cit., p. 7, HDTW, cit., p. 1.
22
Questa considerazione sicuramente costituisce uno dei motivi che spinge Austin ad occuparsi
della trattazione aristotelica delle scuse, spesso giudicata meno importante rispetto alle grandi
discussioni sulla libertà o sulla responsabilità morale. Nel saggio A Plea for Excuses del 1956-57,
Austin afferma: «Aristotle has often been chidden for talking about excuses or pleas and
overlooking the “real problem”: in my own case, it was when I began to see the injustice of this
charge that I first became interested in excuses»47.
Discutere delle scuse vuol dire ammettere che nel linguaggio naturale viene riconosciuta una
responsabilità morale, e questo perché con le parole si possono fare cose. È facile a questo punto
individuare nelle scuse uno degli esempi più azzeccati dei performativi di Austin: dire “Mi scuso”
significa compiere un’azione (to perform an action), nel caso specifico, significa accettare la
responsabilità morale per qualcosa di sbagliato che si è commesso48.
È altresì di origine aristotelica l’idea che la risoluzione dei problemi filosofici deve passare,
prima di tutto, attraverso l’analisi del linguaggio. I testi di Aristotele diventano per Austin
soprattutto fonte d’ispirazione per un metodo di analisi linguistica, che deve precedere tutte le altre
scienze e che non a caso già Aristotele definiva “analitica”. Il definire chiaramente i diversi
significati di un vocabolo, le diverse accezioni e contesti in cui esso può essere usato è per
Aristotele il presupposto indispensabile affinché una questione possa essere oggettivamente
discussa e dialetticamente indagata. Ecco perché il libro Δ (V) della Metafisica è interamente
dedicato all’analisi dei termini metafisici fondamentali: principio (archè), causa (aitìa), sostanza
(ousìa), ecc. La più nota di questa indagine sui diversi significati dei termini filosofici riguarda
l’essere in generale, il quale “si dice in molti modi”49. L’analisi del linguaggio permette inoltre di
ovviare all’ambiguità semantica, che consente l’argomentazione sofistica50. Alla confutazione degli
argomenti sofistici tramite la distinzione tra sillogismi reali e apparenti è dedicato l’ultimo libro
dell’Organon, gli Elenchi sofistici.
La convinzione che l’analisi delle pratiche linguistiche, ovvero degli usi effettivi dei termini nel
linguaggio quotidiano, è la via d’accesso alla cognizione dei concetti filosofici – convinzione
parzialmente riscontrabile anche nella filosofia antica – è uno dei tratti salienti proprio della
riflessione filosofica del ‘900. In particolare essa costituisce il fondamento della cosiddetta

47
«Aristotele è stato spesso rimproverato perché parla delle scuse o delle giustificazioni e trascura il “vero
problema”: io ho invece cominciato a interessarmi delle scuse, da principio, quando ho cominciato a capire che questa
accusa era ingiusta»; J.L. AUSTIN, A Plea for Excuses, cit., p. 3, tr. it. ID., Saggi filosofici, cit., pp. 9-36, cit. in E. BERTI,
Aristotele nel Novecento, Laterza, Bari, 1992, p. 124.
48
Cfr, E. BERTI, Aristotele nel Novecento, cit., p. 124-125.
49
ARISTOTELE, Metafisica, a cura di C.A. Viano, Utet, Torino, 1974, Libro VI, cap. 2, p. 346.
50
Chi è il sofista e che cos’è la sofistica? Aristotele risponde così: «la sofistica è una scienza apparente ma non
reale, ed il sofista è un individuo che cerca di trarre guadagno da una sapienza apparente ma non reale» (El. Soph., 165a
21-23).
23
“filosofia del linguaggio ordinario”, corrente filosofica di lingua inglese affermatasi tra la metà
degli anni ’40 e i primi anni ’60, inizialmente ispirata alle ricerche del secondo Wittgenstein, di cui
J.L. Austin fu un esponente di spicco51.
Allo stesso tempo Aristotele è il primo ad attribuire, nei suoi scritti, una grande importanza ad
una analisi del “significato”, intesa non come semplice definizione del termine, ma come indagine
sull’uso in un contesto, ossia sul tipo di attività per svolgere la quale il termine è impiegato.
Aristotele realizza quella fine analisi del contesto d’uso di termini che sta tentando di definire, ad
esempio il “bene” o la “felicità”, e che Austin additerà come modelli di analisi linguistica52. Questa
idea sarà ripresa e sviluppata da Frege (1848-1925) nei Fondamenti dell’aritmetica, con il principio
di contestualità, e da Wittgenstein (1889-1951) nelle Ricerche filosofiche con i concetti di gioco
linguistico e somiglianze di famiglia, e costituirà l’assunto comunemente accettato da cui si dipana
gran parte della riflessione filosofica sul linguaggio del ‘900.
È proprio su questi due autori che dobbiamo soffermarci a questo punto per capire su quali
ricerche Come fare cose con le parole getta le sue basi, ma soprattutto per osservare come le
riflessioni dei tre filosofi facciano emergere, compenetrandosi, due nuclei teorici innovativi per la
filosofia del linguaggio: il concetto di uso e quello di forza.

3.2 Frege: senso, significato, rappresentazione e forza

Austin lesse e discusse in vari seminari e riunioni filosofiche Die Grundlagen der Arithmetik53 (I
fondamenti dell’aritmetica) di Frege, opera che tradusse nel 1950 e nella quale incontrò il principio
di contestualità, destinato a diventare centrale nella riflessione linguistica del ‘900:

[…] Quando si indaga il significato delle parole, bisogna considerare queste parole non in sé, ma inserite
nella proposizione. […] In realtà noi dobbiamo, invece, prendere in esame le proposizioni complete. Soltanto
in esse, a rigore, le parole hanno un significato.54

51
Per una trattazione più approfondita vedi supra, p. 10 sgg.

52
Cfr. J.L. AUSTIN, «Agathòn» and «eudaimonìa» in the Ethics of Aristotle, cit., tr. it. ID., Saggi filosofici, cit,
pp. 9-35, cit. in La Filosofia analitica, a cura di C. Penco, Firenze, La Nuova Italia, 2001, p. 128.
53
F.G. FREGE, Die Grundlagen der Arithmetik – Eine logisch-mathematische Untersuchung über den Begriff der
Zahl, Breslavia, Köbner, 1884; trad. it. in F.G. FREGE, Fondamenti dell’aritmetica, in Logica e aritmetica, a cura di L.
Geymonat e C. Mangione, Torino, Paolo Boringhieri, 1965 (1° ed. 1947).
54
Ibid., § 60, pp. 296-297. Cfr. L. WITTGENSTEIN, Tractatus Logico–philosophicus, trad. it. di A.G. Conte,
Torino, Einaudi, 1964, prop. 3.3, p. 15: «Solo la proposizione ha un senso; solo nella connessione della proposizione un
nome ha significato».
24
Tra i vari richiami impliciti di Austin al principio di contestualità ricordiamo quello dato nel
saggio The Meaning of a Word del 1940: «Ciò che solo ha significato è una frase…e conoscere il
significato di una parola è conoscere il significato delle frasi in cui compare»55. Possiamo dare per
scontata la familiarità anche con i testi successivi di Frege, come Über Sinn und Bedeutung (Sul
senso e sul significato) del 1892, per il frequente uso dell’idea che il significato è insieme senso e
riferimento. Ma è soprattutto in Begriffschrift (Ideografia56) del 1879 e in Der Gedanke. Eine
logische Untersuchung (Il pensiero. Un’indagine logica) del 1918, che Frege enuncia, consapevole
di farlo, uno degli aspetti più importanti del suo lavoro: la distinzione tra senso e forza assertoria,
distinzione che come vedremo sarà ripresa da Austin quando parlerà di enunciato locutorio e
illocutorio.
Al fine di capire pienamente questi due concetti sarà meglio fare un passo indietro e definire ciò
che Frege intendeva per senso (Sinn), significato (Bedeutung) e rappresentazione (Vorstellung),
rispettivamente dei termini singolari (nomi propri e descrizioni definite) e degli enunciati. Il senso
dei nomi propri o delle descrizioni definite è il “modo di darsi dell’oggetto”, il modo in cui quella
entità ci viene rivelata. Il significato invece è il riferimento, l’oggetto, l’entità stessa. Ecco quindi
che “stella del mattino” e “stella della sera”, sono due prospettive, due sensi diversi che rimandano
ad uno stesso oggetto, Venere. Allo stesso modo, se dovessimo definire Galileo, potremo dire: “lo
scopritore dei satelliti di Giove” o “l’autore del Dialogo sopra i massimi sistemi”: entrambi sono
sensi, vie di accesso allo stesso significato, che è, appunto, Galileo. La molteplicità dei sensi è
legata allo sviluppo delle conoscenze e all’approfondimento del sapere. Il senso ha una priorità
logica sul significato, in quanto una espressione, o un enunciato, possono avere un senso senza
avere un significato ossia un riferimento oggettuale, ma non viceversa (es. “la cabina telefonica in
cima alla cupola della basilica di S. Pietro”).
Per quanto riguarda il senso e il significato degli enunciati, il senso, afferma Frege, è il pensiero
espresso dall’enunciato stesso, ciò che può essere pensato. Per questo va ben distinto dalla
rappresentazione. Il pensiero è un contenuto oggettivo, e per tanto inalterabile e indipendente dal
portatore: si può solo coglierlo. La rappresentazione invece è passeggera, personale e ha
necessariamente bisogno di un portatore. La rappresentazione è eminentemente privata,
incomunicabile, ed ha la coloritura della nostra psiche. Come esempio Frege adduce il pensiero
espresso nel Teorema di Pitagora: esso esisteva ed era vero anche prima che qualcuno lo scoprisse e

55
J.L. AUSTIN, The Meaning of a Word, 1940, in Philosophical Papers, a cura di J.O. Urmson e G.J. Warnock,
London, Oxford University Press, 1961; cit. in FCP, cit., p. XIII.
56
Letteralmente “scrittura per concetti”, cioè un linguaggio artificiale costruito appositamente per esprimere in
modo univoco le teorie deduttive, sfuggendo ai limiti di ambiguità del linguaggio naturale.
25
lo pensasse. I pensieri dunque esistono, e chiunque può avere accesso ad essi. Assistiamo dunque
alla creazione di un “terzo regno”, quello del pensiero/senso, che condivide con quello degli oggetti
esterni l’autonomia e l’oggettività, e con quello delle rappresentazioni il fatto di essere percepibile
solo con la mente. Se i pensieri non fossero patrimonio comune dell’umanità, una scienza comune
non sarebbe possibile.
Frege illustra la relazione tra senso, significato e rappresentazione con la seguente immagine: si
supponga di osservare la luna attraverso un telescopio. Vi è la luna in quanto oggetto reale,
l’immagine della luna sull’obiettivo e la sua immagine sulla retina dell’occhio dell’osservatore:

Io paragono la luna al significato; essa è l’oggetto d’osservazione reso possibile dall’immagine reale
proiettata dalla lente dell’obiettivo dentro il cannocchiale e dall’immagine retinica dell’osservatore. In questo
paragone l’immagine dell’obiettivo è il senso, e l’immagine retinica è la rappresentazione o intuizione.
L’immagine del cannocchiale è cioè solo parziale poiché dipende dal punto d’osservazione, eppure è
oggettiva, poiché può servire a più osservatori. Si può predisporla in modo tale che più persone
contemporaneamente possano utilizzarla; l’immagine retinica è invece tale che ognuno deve avere
necessariamente la sua57.

Possiamo accontentarci del pensiero degli enunciati, senza porci altre domande? La risposta
ovviamente è negativa: non ci basta comprendere il pensiero, perché siamo interessati ad estendere
le nostre conoscenze, e per far ciò abbiamo bisogno di conoscerne il valore di verità. È la ricerca
della verità che ci spinge ad andare dal senso al significato.

Eccoci dunque indotti a vedere il significato di una proposizione nel suo valore di verità. Per valore di verità
di una proposizione, io intendo la circostanza che essa sia vera o falsa. Altri valori di verità, oltre questi due,
non ve ne sono; per semplicità essi verranno chiamati senz’altro il Vero e il Falso.
Ogni proposizione assertoria (in cui, come si è visto, ciò che interessa è il significato delle sue parole) va
dunque riguardata come un nome proprio; e il suo significato – posto che ve ne sia uno – dovrà essere o il
Vero o il Falso58.

Ogni enunciato dunque, se determinate condizioni sono soddisfatte (i performativi di Austin


rappresentano esattamente i casi in cui tali condizioni non sono soddisfatte) ha come significato i
due macro-oggetti che sono il Vero o il Falso. In altre parole Frege afferma che tutti gli enunciati
veri hanno come unico riferimento il Vero, mentre tutti gli enunciati falsi hanno un altro riferimento
comune che è il Falso. Appare chiaro a questo punto che Frege pone al centro della sua riflessione
sul linguaggio la nozione di verità. Il vedere il linguaggio soprattutto nella funzione veritativa
(usiamo il linguaggio per riferirci, con verità, agli oggetti) è esattamente la pratica filosofica

57
G. FREGE, Über Sinn und Bedeutung, in «Zeitschrift für Philosophie un Philosophische Kritik», 100 (1892),
ristampato in G. FREGE, Kleine Schriften, a cura di I. Angelelli, Olms, Hildesheim, 1967; tr. it. F.G. FREGE, Senso e
significato, in ID., Logica e aritmetica, cit., p. 380-381, cit. con trad. diversa in AA. VV., Dal Senso comune alla
filosofia. Profili 3, Firenze, Sansoni, 2001, p. 148.
58
G. FREGE, Über Sinn und Bedeutung, cit., ristampato in G. FREGE, Kleine Schriften, cit.; tr. it. G. FREGE,
Senso e significato, in ID., Logica e aritmetica, cit., pp. 384-385.
26
dominante che Austin critica e confuta nella sua indagine sui performativi, e più in generale in
Come fare cose con le parole.
Ma se da un lato Austin prende le distanze da Frege, dall’altro, come abbiamo detto, egli coglie
il concetto di forza assertoria, che siamo ora perfettamente in grado di capire. Nel suo articolo Il
pensiero, letto attentamente da Wittgenstein a cui lo aveva spedito, Frege distingue tra il pensare
(“fassen”, letteralmente “afferrare mentalmente”), il giudicare (“urteilen”), ovvero riconoscere la
verità di un pensiero, e l’asserire, ossia manifestare tale giudizio. Asserire è un’azione linguistica
che prevede l’atto del giudicare vero, e che a sua volta presuppone la comprensione del senso.
L’enunciato che esprime linguisticamente il riconoscimento della verità di un pensiero è quindi
usato con forza assertoria. Non sempre però gli enunciati sono usati con tale forza: uno stesso
enunciato può essere usato con forza interrogativa, oppure essere preso in considerazione senza
essere giudicato. Possiamo definire la forza di Frege nel seguente modo: la forza indica il modo o lo
scopo con il quale l’enunciato viene proferito.
Possiamo ora capire in che senso l’introduzione di questo concetto da parte di Frege abbia
suggerito ad Austin la distinzione tra significato e forza (Lezione VIII e X di Come fare cose con le
parole): parlare di atto locutorio è parlare di significato, cioè di senso e riferimento delle
proposizioni; parlare di atto illocutorio significa parlare della forza con cui vengono proferiti gli
enunciati. Con Austin la forza assertoria (contrapposta da Frege alla forza interrogativa e ipotetica),
si generalizza però in un sistematico progetto di classificazione di tutti i diversi tipi di forza con cui
si può usare un enunciato, dei tanti modi con cui, appunto, si possono fare cose con le parole.
Come vedremo nel prossimo paragrafo l’intreccio di idee proposte da Frege avrà un’influenza
diretta anche sul secondo Wittgenstein, che, se da un lato radicalizza alcuni aspetti delle sue tesi
(come quello della dipendenza del senso dal contesto), ne denuncia e si contrappone ad altri (ad
esempio la visione dell’atto della comprensione del senso come un misterioso processo mentale).

3.3 Wittgenstein e il mutamento di paradigma: dal linguaggio come rappresentazione al


linguaggio come azione

Come abbiamo visto nell’Introduzione, uno degli effetti di maggiore rilievo della teoria degli atti
linguistici elaborata da Austin è il mutamento di paradigma nelle scienze del linguaggio: «il vedere

27
il linguaggio come azione piuttosto che come struttura o risultato di un processo cognitivo»59. In
altre parole e semplificando, si passa dal linguaggio come rappresentazione del mondo al linguaggio
come azione, cioè come strumento per agire nel mondo. Questa svolta radicale è rappresentata
esemplarmente dalla transizione, nella filosofia del linguaggio di Ludwig Wittgenstein (1889-1951),
dalle posizioni espresse nel Tractatus Logico-philosophicus (1921) a quelle (per molti versi
antitetiche, tanto da far parlare di un “Secondo Wittgenstein”) contenute nelle Philosophische
Untersuchungen (Ricerche Filosofiche, pubblicate postume nel 1953). In questa sede cercheremo,
senza entrare nel dettaglio di tutte le argomentazioni ivi contenute, di far emergere i punti di
contrasto principali fra le due concezioni del linguaggio, e allo stesso tempo di mostrare
l’importanza e l’influenza che il concetto di gioco linguistico ha avuto nel pensiero di Austin.

3.3.1 Il linguaggio come rappresentazione del mondo

Wittgenstein è uno dei filosofi più famosi del ‘900. Le sue due principali pubblicazioni, il Tractatus
Logico-philosophicus e le Ricerche Filosofiche sono all’origine di due scuole filosofiche tra loro
opposte: il neopositivismo del Circolo di Vienna nato negli anni ’20 e la filosofia del linguaggio
ordinario sviluppatasi a Oxford negli anni ‘4060.
Nel Tractatus Wittgenstein si muove a partire dalla convinzione che i problemi filosofici
derivano dal fraintendimento della logica del linguaggio, e che tutti i tentativi di risolverli
pretendono di dire qualcosa che non può essere detto sensatamente. Occorre dunque una teoria che
riveli la vera essenza del linguaggio, distinguendo ciò che può essere detto (e quindi pensato)61 da
ciò che può essere solo mostrato, e non detto da alcuna proposizione. La contrapposizione tra il dire
e il mostrare è una delle chiavi per comprendere il Tractatus, e, secondo Wittgenstein, una delle
cause dei problemi filosofici: la filosofia pretenderebbe di dire ciò che non è un fatto e può essere
solo mostrato. Il linguaggio infatti, secondo questa concezione, mostra la struttura del mondo, ma
non la “dice”.
Dalle 7 proposizioni principali di cui è composto il Tractatus e dagli enunciati che ne
discendono si possono trarre, sinteticamente, le seguenti tesi:

o Il mondo è la totalità dei fatti, ossia tutto ciò che accade. I fatti sono concatenazioni di cose
esistenti, le relazioni tra le cose formano la struttura del mondo. Non possiamo pensare alle

59
T. WINOGRAD, What does it mean to understand language?, in Perspectives in Cognitive Science, a cura di D.
Norman, Ablex, Norwood N.J., 1981, cit. in FCP, cit., p. VIII.
60
Cfr. supra, p. 6 sgg.
61
Nel Tractatus Wittgenstein ravvisa un rapporto di rappresentazione e corrispondenza tra il linguaggio e il
pensiero: le proposizioni danno corpo e rendono distinguibili i pensieri.
28
cose indipendentemente dalle possibili combinazioni in cui essi possono occorrere, in altre
parole, ogni oggetto porta con sé il suo “spazio logico”.

o Noi ci facciamo immagini dei fatti, le quali sono esse stesse fatti. Non è la relazione di
somiglianza che rende due fatti l’uno un’immagine dell’altro, bensì il loro isomorfismo: essi
condividono la forma. Un’immagine è un fatto che raffigura uno stato di cose in quanto ne
preserva la struttura. Questa struttura però non può essere rappresentata, ma viene dispiegata
sia dall’immagine che da ciò di cui l’immagine è immagine. Lo stato di cose rappresentato
dall’immagine è detto da Wittgenstein il senso dell’immagine. Se l’immagine corrisponde
alla realtà e lo stato di cose rappresentato sussiste, allora essa è corretta, altrimenti è
scorretta (ma ha comunque un senso).

o I pensieri sono immagini logiche la cui unica caratteristica è di condividere la forma logica
con ciò di cui sono immagine. I pensieri però non possono essere individuati se non
prendono la forma linguistica di un enunciato proferito o scritto (che è chiamato da
Wittgenstein “segno proposizionale”). Presa questa forma, essi sono espressi e diventano
proposizioni. Il modo in cui gli elementi dell’enunciato stanno in rapporto tra di loro
raffigura in maniera essenziale il modo in cui gli oggetti stanno in relazione tra di loro.
La relazione di proiezione fa sì che alla combinazione di nomi che forma il segno
proposizionale corrisponda la relazione tra oggetti di cui la proposizione è immagine:

A prima vista la proposizione – quale, ad esempio, è stampata sulla carta – non sembra sia un’immagine
della realtà della quale tratta. Ma neppure la notazione musicale, a prima vista, sembra essere un’immagine
della musica, né la nostra grafia fonetica (l’alfabeto) sembra un’immagine dei fonemi del nostro linguaggio.
Eppure questi linguaggi segnici si dimostrano immagini, anche nel senso consueto di questo termine, di ciò
che rappresentano.62

o Wittgenstein rifiuta l’idea di Frege che i segni abbiano sia un senso che un riferimento; egli
sostiene infatti che i nomi si riferiscono direttamente agli oggetti, senza alcuna mediazione
cognitiva o concettuale. D’altra parte gli enunciati hanno un senso: “La proposizione mostra
il suo senso. La proposizione mostra come stanno le cose se essa è vera. E dice che le cose
stanno così”63. Gli enunciati dunque sono immagini di situazioni possibili; se tali stati di
cose sussistono l’enunciato è vero, altrimenti è falso. Il significato di un enunciato è

62
L. WITTGENSTEIN, Tractatus Logico-philosophicus; cit., § 4.011, pp. 21-22.
63
Ibid., § 4.022, p. 23.
29
identificato con le sue condizioni di verità: comprendere una proposizione significa quindi
sapere cosa accade se essa è vera (Principio di verificazione).

o Wittgenstein riprende e accetta il Principio di contestualità di Frege: “Solo la proposizione


ha senso; solo nella connessione della proposizione un nome ha significato”64. Anzi, dando
rilievo al fatto che il linguaggio è inestricabilmente connesso ad un contesto di usi, azioni,
istituzioni e identificando il significato con l’uso in un contesto, nelle Ricerche Filosofiche
egli lo porterà alle estreme conseguenze.

o La corrispondenza fra pensiero e linguaggio, e quindi tra linguaggio e realtà, nel caso del
linguaggio comune non funziona molto bene. La struttura di una proposizione del
linguaggio comune non rappresenta infatti il più delle volte la struttura del reale, pertanto è
necessaria l’analisi logica e la scomposizione degli enunciati complessi in proposizioni
elementari.

3.3.2 Il linguaggio come gioco

Come abbiamo visto, nel Tractatus Wittgenstein sostiene una concezione del linguaggio come
composto da enunciati che rappresentano simbolicamente stati di cose nel mondo. Secondo quest’
ottica dunque, attraverso un’adeguata analisi logica del linguaggio comune sarebbe possibile
catturare l’essenza del mondo.
Non ripercorreremo qui il percorso di allontanamento di Wittgenstein dalla concezione
referenzialista e dall’idea (su cui essa si regge) che vi sia un linguaggio ideale che soddisfa
determinati criteri di significato. Ci limiteremo a sottolineare che tale distanziamento si fonda sulla
presa di coscienza di due assunti: a) è impossibile catturare l’essenza del linguaggio, e quindi del
mondo, analizzando completamente le proposizioni, perché non esiste un linguaggio ideale; b) ciò
che nel Tractatus appare come il modello del linguaggio logicamente perfetto non è che uno dei
tanti modi di intendere il linguaggio. Non esiste qualcosa come Il Linguaggio, esistono piuttosto
differenti pratiche linguistiche, connesse con le varie attività che noi svolgiamo. Su questa
consapevolezza si fonda la nuova concezione del linguaggio, basata sull’uso: il linguaggio altro non
è che uno strumento usato per vivere nel mondo, e il significato delle parole è determinato dalla
prassi sociale all’interno della quale il linguaggio è parlato.

64
Ibid., § 3.3, p. 15.
30
Secondo quanto riporta lo stesso Wittgenstein, fu durante una conversazione con l’economista
italiano Pietro Sraffa che egli prese coscienza dei limiti della concezione del linguaggio presente nel
Tractatus. Durante tale conversazione Wittgenstein sosteneva che una proposizione possiede la
stessa forma logica di ciò che descrive, una delle tesi fondamentali della sua opera. Al che Sraffa,
con un tipico gesto napoletano, si passò la punta delle dita sotto il mento e chiese: “Qual è la forma
logica di questo?”65.
L’esempio concreto indicato da Sraffa mostra chiaramente come sia impossibile vedere il
linguaggio esclusivamente come rappresentazione della realtà. Piuttosto, nei 188 capitoli delle
Ricerche Filosofiche il linguaggio è considerato come una serie di strumenti che possono essere
usati per fare molte cose diverse. La descrizione di stati di cose, come farà notare anche Austin, è
solo uno dei possibili usi del linguaggio.
In primo luogo Wittgenstein esclude l’idea, che egli attribuisce ad Agostino, che il significato di
una parola sia semplicemente “l’oggetto per il quale la parola sta”, ma mostra come il linguaggio è
intimamente connesso ad attività non linguistiche, introducendo il concetto di “gioco linguistico”.
In che senso il linguaggio può essere assimilato ad un gioco? Uno degli esempi con cui
Wittgenstein spiega questa metafora è il gioco degli scacchi: il significato di un pezzo degli scacchi
è dato non dalla sua forma fisica, ma dalle mosse che con esso si possono fare nel contesto del
gioco, dall’uso che se ne fa. Allo stesso modo, comprendere il significato delle parole vuol dire
saperle usare nel contesto di un’interazione, di un’attività con gli altri parlanti. Si tratta quindi più
del “sapere come” che del “sapere che”.
Un altro esempio di “gioco linguistico” che l’autore delle Ricerche presenta all’inizio del libro e
che arricchirà nel prosieguo del libro è il seguente:

Immaginiamo un linguaggio per il quale valga la teoria di Agostino. Questo linguaggio deve servire alla
comunicazione tra un muratore, A, e un suo aiutante, B. A esegue una costruzione in muratura; ci sono
mattoni, pilastri, lastre e travi. B deve porgere ad A le pietre da costruzione, e precisamente nell’ordine in cui
A ne ha bisogno. A questo scopo i due si servono di un linguaggio consistente delle parole: «mattone»,
«pilastro», «lastra», «trave». A grida queste parole; - B gli porge il pezzo che ha imparato a portargli quando
sente questo grido. – Considera questo come un linguaggio primitivo completo66.

Ci troviamo qui di fronte ad un perfetto esempio di interazione sociale, nella quale le parole
proferite sono mosse elementari di un gioco linguistico. I proferimenti verbali dei muratori non
sono infatti semplicemente nomi di oggetti o immagini corrispondenti, ma hanno la funzione di un
ordine completo: ad es. “Passami il pilastro”. Possiamo comprendere il significato delle parole solo

65
Il gesto citato è usato per manifestare disinteresse e menefreghismo verso qualcosa o qualcuno.
66
L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, cit., § 2, p. 10.
31
se prendiamo in considerazione il contributo che esse danno allo svolgimento dell’attività dei due
parlanti, vale a dire, il loro contesto d’uso.
Dunque per Wittgenstein il significato di una parola non è né un oggetto, né un’immagine
mentale, né un’entità del terzo regno, ma è l’uso della parola in un contesto. Se da un lato quindi
egli accetta e porta alle estreme conseguenze il principio fregeano di contestualità, la grossa
differenza rispetto a Frege è il rifiuto di sistematizzare l’analisi del linguaggio, in particolare il
rifiuto di utilizzare la distinzione senso-forza. Secondo Wittgenstein questa distinzione non è
praticabile a causa della varietà dei giochi linguistici.

Ma quanti tipi di proposizioni ci sono? Per esempio: asserzione, domanda e ordine? – Di tali tipi ne esistono
innumerevoli […]. E questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di
linguaggio, nuovi giochi linguistici, come potremmo dire, sorgono e altri invecchiano e vengono
dimenticati67.

L’uso di un’espressione in un determinato gioco linguistico include già ciò che Frege
chiamerebbe “forza”, e il senso o significato si può dare solo considerando il gioco linguistico nella
sua totalità. Il sintagma “gioco linguistico” sottolinea anche come parlare un linguaggio fa prima di
tutto parte di una “forma di vita”. Infatti, continua Wittgenstein, comandare, descrivere, riferire un
avvenimento, far congetture intorno all’avvenimento, elaborare un’ipotesi, recitare in teatro, cantare
in girotondo, sciogliere indovinelli, tradurre da una lingua in un’altra, chiedere, ringraziare,
imprecare, salutare, pregare, sono tutti usi diversi del linguaggio, e sono tutti attività umane di tipo
sociale.
Pare che nella Oxford degli anni ’30 fosse difficile avere notizie precise dell’insegnamento di
Wittgenstein a Cambridge. Il testo di appunti noto come Blue Book, del 1933-34, vi giunse solo nel
1937, e non si sa neanche se Austin abbia avuto modo di leggerlo prima della guerra. Ma è
innegabile un’influenza indiretta, mediata dal generale clima di critica all’idea del linguaggio
logicamente perfetto, e ai caratteri troppo astratti e dogmatici del neopositivismo logico, che nella
seconda metà degli anni ’30 si stava diffondendo sotto lo stimolo del pensiero wittgensteiniano.
Austin era ben conscio della portata rivoluzionaria del concetto di “uso nel contesto”, ma era allo
stesso tempo piuttosto ostile alla consuetudine, per lui evasiva, di parlare in termini vaghi di infiniti
usi del linguaggio, senza alcun tentativo serio di spiegare o definire che cos’è un “uso” del
linguaggio o del discorso, o quanti ce ne sono, o quali68. La sua insofferenza per questa moda è
sintetizzata in una nota lapidaria ad un manoscritto: “Meaning and use both useless” (“significato ed
uso, ambedue inutili): inutili perché troppo vaghi per una teoria sistematica del linguaggio. Il

67
Ibid., § 23, p. 21.
68
Sui motivi per i quali Austin considerava insufficiente considerare solamente gli usi di un enunciato si veda
infra, p. 60-61.
32
nostro Autore vuole invece delineare una cornice teorica in cui si possano distinguere con rigore i
diversi livelli d’uso del linguaggio: obiettivo che egli si prefiggerà in Come fare cose con le parole.
La distinzione austiniana degli usi del linguaggio nei livelli locutorio, illocutorio e perlocutorio
(Lezioni VII – X) si può così legittimamente considerare erede delle discussioni di Wittgenstein del
significato come uso.

33
4. How to Do Things with Words

4.1 Performativi e constativi69

4.1.1 La fallacia descrittiva

L’indagine di Austin prende avvio con una constatazione: la filosofia del linguaggio ha
sempre dato per scontato che il compito fondamentale di una frase fosse quello di “descrivere” uno
stato di cose o di esporre un qualche fatto, cosa che si può fare in maniera vera o falsa. A poco
erano serviti i richiami degli studiosi di grammatica a tenere conto, oltre che delle asserzioni, anche
delle esclamazioni, domande, frasi che esprimono ordini, desideri, o concessioni, nonostante fosse
comunque difficile distinguere queste ultime dalle prime solo sulla base della forma grammaticale.
Solamente in tempi recenti i filosofi hanno cominciato a considerare sotto una nuova luce molti tipi
di enunciati che prima sarebbero stati definiti senza esitazione “asserzioni” o sarebbero stati
liquidati come “non sensi”. Grazie anche al neopositivismo, che ha diffuso l’idea secondo la quale
ogni asserzione dovrebbe essere “verificabile” (avere cioè come significato il Vero o il Falso), ci si
è accorti che molte espressioni, come ad esempio le proposizioni etiche, sebbene assomiglino ad
asserzioni, non hanno lo scopo, o l’hanno solo in parte, di fornire informazioni fattuali, ma servono
piuttosto a manifestare un’emozione o a prescrivere determinate linee di condotta. Il progressivo
accumularsi delle ricerche sull’uso non assertorio degli enunciati ha finito per provocare ciò che
Austin chiama “una grande rivoluzione” in filosofia, alla quale egli intende dare il suo contributo. Il
punto di partenza della sua analisi è questo: non tutte le frasi (sentences) sono asserzioni
(statements) che si possono ricondurre all’essere vere o false. Il trascurare questa eventualità è
definito dal nostro autore “fallacia descrittiva”70, o meglio “constativa”, perché, come egli stesso fa
notare, non tutte le asserzioni sono in senso stretto descrizioni. Per questo Austin conia il termine

69
Per la parola inglese “constative” mantengo la traduzione di C. Villata in J.L. AUSTIN, Come fare cose con le
parole, a cura di C. Penco e M. Sbisà, Genova, Marietti, 1987, per la maggiore leggibilità, anche se la traduzione
alternativa “constatativo” rende meglio il significato di “enunciato avente carattere accertativo”.
70
Ad un caso particolare di “fallacia descrittiva” egli aveva dedicato, nel 1946, il saggio Other minds, contributo
alla discussione di un articolo di J. Wisdom con lo stesso titolo. Analizzando l’espressione «io so» Austin sostiene che
«può essere elaborato un parallelo tra il dire “io so” e il dire “io prometto”». In entrambi i casi, infatti, non si sta
descrivendo un fatto o riferendo una azione, ma si sta compiendo un’azione: «quando io dico “io so”, do ad altri la mia
parola; do agli altri la mia autorità per dire che “S è P”» (J.L. AUSTIN, «Other minds », in Philosophical Papers, cit., p.
67, tr. it. Altre Menti, in Saggi filosofici, cit., p. 98). Pensare che queste frasi descrivono solamente ciò che si fa è
commettere la fallacia descrittiva.
34
“constativo”, “constative”, che è più comprensivo rispetto a “descrittivo” e che si riferisce a tutte le
asserzioni, ossia a tutti gli enunciati suscettibili di essere veri o falsi, anche se non formulati in
maniera descrittiva. Alla fallacia constativa, all’errore cioè di considerare gli enunciati non assertori
o come asserzioni o come enunciati privi di senso, avverte Austin, sono dovute molte confusioni
filosofiche tradizionali.

4.1.2 Il “performativo”

Austin esorta dunque a tenere conto degli enunciati che “si mascherano”, nel senso che possono
sembrare delle asserzioni, soprattutto quando si presentano sotto forma esplicita, mentre non lo
sono, se vengono correttamente analizzati. Consideriamo innanzitutto questi esempi:
• «Prendo questa donna come mia legittima sposa» (detto nel corso di una cerimonia nuziale);
• «Battezzo questa nave Queen Elizabeth» (pronunciato mentre si rompe la bottiglia contro la
prua);
• «Lascio questo orologio in eredità a mio fratello»;
• «Scommetto mezzo scellino che domani pioverà».
Questi enunciati:
a) non descrivono, riportano o constatano assolutamente nulla, per questo non possono essere
né veri né falsi;
b) l’atto di pronunciarli non verrebbe comunemente descritto come semplicemente “dire”
qualcosa, ma come compiere l’azione che il predicato descrive (dire «Scommetto mezzo
scellino», equivale a scommettere);
c) si presentano sempre alla prima persona singolare del presente indicativo attivo.
Austin fa notare che formulare queste frasi non equivale a descrivere ciò che si direbbe io stia
facendo o descrivere ciò che sto facendo, bensì equivale a farlo. La enunciazione della frase
costituisce il realizzarsi dell’azione cui la frase si riferisce. In tutti questi casi, scrive Austin,

«sarebbe assurdo considerare ciò che ho detto un resoconto dell’azione che indubbiamente è stata fatta –
l’azione di scommettere, battezzare, scusarsi. Diremmo piuttosto che, nel dire cosa faccio, compio
effettivamente l’azione. Quando dico “Chiamo questa nave Queen Elizabeth” non descrivo la cerimonia
battesimale, compio effettivamente il battesimo; e quando dico “Sì, lo voglio” (cioè, prendere questa donna
come mia legittima sposa), non faccio il resoconto di un matrimonio, bensì mi impegno a contrarre
matrimonio»71.

71
J.L. AUSTIN, Performative Utterances, in ID., Philosophical Papers, cit., pp. 233-252, trad. it. J.L. AUSTIN,
Enunciati Performativi, in Saggi filosofici, cit., p. 223, traduzione lievemente modificata.
35
Si comprende il carattere di questi enunciati se si considera l’evidente asimmetria tra la prima e le
altre persone del presente indicativo. Si consideri infatti «Io ti battezzo» e «Egli la battezza»: nel
primo caso proferire l’enunciato corrisponde a battezzare effettivamente, nel secondo invece si
descrive solamente un’ azione in corso. A sua volta

“Prometto” è molto diverso da “Promette”. Se dico “Prometto”, non dico che dico che prometto: prometto;
così se dice che promette, non dice che dice che promette: promette. Se invece dico “promette”, dico
(soltanto) che dice che promette; nell’altro “senso” di “promettere” in cui io dico che io prometto, solo lui
può dire che promette. Io descrivo la sua promessa, ma faccio la mia promessa e lui deve fare la sua72.

Si noti come tra la prima e le altre persone di un verbo constativo quale, ad esempio, «Io corro» e
«Egli corre» o «Io scrivo» e «Egli scrive» non vi sia alcuna asimmetria: in entrambi i casi si riporta
solamente un’azione che si sta svolgendo.
Austin propone di definire questo genere di enunciati “performativo”, performative (preferito al
termine “operativo”73 dal lessico dei giuristi, perché privo di significati preconcetti), dal verbo
inglese “to perform” (eseguire), per indicare che il proferimento dell’enunciato costituisce
l’esecuzione di una azione. I performativi rappresentano dunque un dire che è anche un fare, parole
che fanno cose.
A questo punto però sorge un’obiezione: si potrebbe compiere la stessa azione indicata dal
performativo anche non emettendo delle parole, sia in forma scritta che orale, ma in qualche altro
modo. Non importa, risponde Austin: è sufficiente il fatto che, in alcuni casi, compiere quella
determinata azione corrisponde a proferire quelle parole: sposarsi è, in alcuni casi, semplicemente
dire alcune parole. Certo, queste parole vanno dette in circostanze appropriate, e devono seguire ad
altre azioni fisiche o disposizioni mentali del parlante stesso74. Per battezzare una nave, quindi, è
indispensabile che io sia la persona designata per battezzarla, per sposarsi (nel matrimonio
cristiano) è necessario che io non sia già sposato, perché una scommessa abbia luogo, è basilare che
la proposta della scommessa sia accettata da chi la riceve, e così via. Quando uno di questi “fattori
concomitanti” è assente (nel caso della promessa, se non ho alcuna intenzione di adempierla), non

72
J.L. AUSTIN, Other minds, in Philosophical Papers, cit., p. 99, nota; tr. it. Altre menti, in Saggi filosofici, cit.,
p. 97, nota.
73
Nell’ordinamento giuridico inglese del tempo si definisce così la clausola, in un atto che serve ad effettuare la
transazione o altro, che costituisce il suo elemento principale.
74
Austin mette in guardia dal non cadere nell’errore di pensare, però, che l’enunciazione esteriore sia una
descrizione, vera o falsa, dell’avvenuta esecuzione interiore. Nel caso del promettere, si potrebbe pensare che il
proferimento sia semplicemente il segno verbale esteriore dell’avvenuta promessa interiore. Austin dice che se la
pensiamo così, apriamo una scappatoia agli spergiuri, a chi non paga le scommesse, ai bigami, ecc. Fare una promessa
infatti non è solo un’azione interiore, ma un’azione pubblica e sociale che ti impegna con l’interlocutore e non solo con
la tua coscienza.
36
saremmo portati a dire che l’enunciato è falso, ma piuttosto che l’enunciato, o meglio, l’atto, è
nullo, o eseguito in malafede, o incompleto. Austin propone di definire questi fattori concomitanti,
queste circostanze che fanno sì che l’atto funzioni, che sia un successo, condizioni di felicità
(conditions for happy performatives).

4.1.3 Le condizioni per la felicità dei performativi

Con la prima lezione Austin ci ha condotto a riflettere sul fatto che esistono delle proposizioni
(performative utterances) che, pur avendo in generale la forma grammaticale degli enunciati
assertivi, non descrivono alcunché e pertanto non sono né vere né false, bensì costituiscono, se
pronunciate nelle circostanze appropriate, l’esecuzione (performance) di un’azione, per lo più
moralmente o socialmente rilevante. Tali proposizioni saranno dunque valutabili in termini di
“felicità” o “infelicità”, ovvero di “riuscita” o “non riuscita” del loro intento pragmatico. Tali
condizioni dipendono dalle circostanze della esecuzione e dai soggetti della esecuzione stessa,
infine, e soprattutto, dalle convenzioni che regolano gli atti stessi, in quanto essi possono essere
considerati dei rituali.

Se, ad esempio, l’autore non è in condizione di poter compiere l’atto in causa, o se l’oggetto riguardo al
quale egli pretende di compierlo non è adatto ad esservi sottoposto, allora egli non perviene, con la sola
formulazione del suo enunciato, a eseguire l’atto che aveva preteso di compiere. Il bigamo non presenta
quindi che la forma del secondo matrimonio, senza essere affatto sposato una seconda volta. E io non posso
battezzare la nave, se non sono la persona autorizzata a battezzarla; sarà poi molto difficile che mi riesca di
battezzare dei pinguini, creature poco suscettibili di essere sottoposte a tale rito 75.

Austin dà una precisa e completa illustrazione delle condizioni per il felice funzionamento di un
performativo. Tenendo conto anche dei rispettivi casi di infelicità, ovvero di come Austin definisce
i casi in cui tali condizioni vengono a mancare, esse possono venire schematicamente rappresentate
come segue:

75
J.L. AUSTIN, Performatif-Constatif, in La Philosophie analytique, a cura di H. Bera, , Paris, Editions de
Minuit, 1962, pp. 271-281; trad. italiana ID., Performativo–Constativo, in Gli atti linguistici. Aspetti e problemi di
filosofia del linguaggio, a cura di M. Sbisà, Milano, Feltrinelli, 1991, p. 50.
37
Caso corrispondente di infelicità
Condizione di felicità
Se queste condizioni non sono presenti si parla di..

Deve esistere una PROCEDURA


CONVENZIONALE ACCETTATA, che prevede il
A1 pronunciare quella formula con un certo NON – AZIONE 76
INVOCAZIONI
effetto convenzionale
INDEBITE
in determinate circostanze.
(atto non
COLPI A
Le PERSONE e le CIRCOSTANZE devono riconosciuto)
VUOTO
A2 APPLICAZIONI
essere APPROPRIATE per il richiamarsi alla (atto
INDEBITE
procedura. PRETESO ma
NULLO)
B1 La procedura deve essere eseguita da tutti i DIFETTI
partecipanti sia CORRETTAMENTE… ESECUZIONI
IMPROPRIE
B2 …sia COMPLETAMENTE. LACUNE
(atto viziato)

La persona che si richiama alla procedura


Γ1 deve avere PENSIERI E SENTIMENTI INSINCERITÀ
CORRISPONDENTI (deve avere intenzione di
comportarsi in quel modo…). ABUSI (atto OSTENTATO ma
VACUO)

Γ2 La persona deve in seguito comportarsi NON


effettivamente in tal modo. ADEMPIMENTI 77

Tab. 1. Condizioni di felicità e infelicità dei performativi.

Esaminiamo innanzitutto le prime quattro condizioni, contrassegnate con le lettere romane A e B, in


assenza delle quali, afferma Austin, l’atto in questione non è compiuto, non è riuscito. Austin
afferma che questo è un colpo a vuoto (misfire), preteso ma nullo (purported but void).

A 1. Affinché un enunciato performativo sia felice, ossia riuscito, è necessario anzitutto che la
procedura cui facciamo riferimento nel proferire l’enunciato debba esistere ed essere accettata. Un
esempio di procedura non accettata potrebbe essere tentare di ottenere il divorzio piantandosi di
fronte alla propria moglie e dicendo a voce abbastanza alta perché tutti sentano «Divorzio da te»:
questo tipo di procedura nella nostra nazione o in altre simili non esiste o non è accettata, per cui il
divorzio non sarà valido. Abbiamo anche il caso, specifica Austin, di procedure che un tempo erano
generalmente accettate ma ora non lo sono più, come il caso della sfida a duello. Ci sono poi
procedure che talvolta ammettiamo e talaltra no; ad esempio, possiamo accettare ordini da una
persona in certe circostanze che gli danno l’autorità, mentre in altre no; infine c’è il caso di

76
In questo caso Austin non dà una definizione precisa; si è scelta una tra quelle che fornisce M. Sbisà in FCP,
cit., p. 19, e in HDTW, cit., p. 18, traendole da altri scritti dell’autore.
77
Ibid.
38
procedure non esistenti che qualcuno istituisce. Nonostante, ad esempio, non esista o non sia
accettata la procedura convenzionale di dire “io ti insulto”, mentre esiste “io ti rimprovero”, Austin
presenta il caso dell’usanza, diffusa presso i membri di clubs rivali nell’epoca di maggiore
diffusione del duello fra gli studenti in Germania, di dire, ognuno al suo avversario designato,
«Beleidigung» (“offesa”, “insulto”), inteso come «Io ti insulto».
A 2. «Le particolari persone e circostanze in un dato caso devono essere appropriate al
richiamarsi della particolare procedura cui ci si richiama»78. L’infrazione di tale regola è definita
“Applicazione indebita”. Esempi di tale infelicità sono: il nominare console qualcuno quando non
si è la persona appropriata per farlo, quando è stato già nominato qualcun altro o quando il
designato è un cavallo; nel formare le squadre ad una festa di bambini, scegliere qualcuno che non
gioca; il “sì” della cerimonia nuziale detto quando il grado di parentela lo impedisce, o davanti al
capitano di una nave non in mare; ecc.. Il limite tra “circostanze inadeguate” e “persone inadeguate”
non è necessariamente rigoroso, anzi, molto spesso le circostanze possono essere estese fino a
comprendere le “nature” di tutte le persone coinvolte.
Le condizioni di infelicità corrispondenti alle regole A1 e A2 sono definite da Austin
“Invocazioni indebite”.

B 1. «La procedura deve essere eseguita da tutti i partecipanti in modo corretto»79. Se questo non
accade si parla di “difetti”. Essi consistono nell’uso di formule errate: si ha una procedura che è
appropriata alle persone e alle circostanze, ma che non viene eseguita correttamente. L’uso di
formule non esplicite o vaghe, con riferimenti incerti, potrebbe ricadere in questa categoria; per
esempio se dico «Lascio in eredità la mia casa» quando ne possiedo due.
B 2. «La procedura deve essere eseguita completamente da tutti i partecipanti»80. In caso contrario
siamo in presenza di “lacune” e l’atto è vano. Esempi di lacune sono: durante la cerimonia nuziale
uno degli sposi dice «Sì» e l’altro «No»; io dico «Scommetto un euro» ma nessuno dice «Ci sto»,
accettando la scommessa. In tutti questi casi l’atto che pretendiamo o ci accingiamo a compiere non
viene portato a compimento.

Riassumendo, se qualcuna di queste quattro regole non è rispettata, quando cioè l’enunciato è un
colpo a vuoto, diciamo che l’atto che pretendevamo di compiere (sposarsi, ecc.) non è riuscito, è
nullo. Parleremo di esso come di un atto preteso, o di un tentativo senza effetto – diremo «Ho
provato a sposarmi», in contrasto col dire «Mi sono sposato». Tuttavia, il nostro Autore fa notare

78
FCP, cit., p. 29; HDTW, cit., p. 34.
79
FCP, cit., p. 31; HDTW, cit., p. 36.
80
Ibid.
39
con la consueta ironia: «Questo non significa, naturalmente, dire che non avremo fatto niente: molte
cose saranno state fatte – avremo commesso, in modo estremamente interessante, l’atto di bigamia –
ma non avremo compiuto l’atto preteso, vale a dire sposarsi»81.

Prendiamo ora in considerazione più approfonditamente le ultime due prescrizioni, indicate con la
lettera greca Γ:
Γ 1. «Laddove, come spesso avviene, la procedura sia destinata all’impiego da parte di persone
aventi certi pensieri, sentimenti, o intenzioni, all’inaugurazione di un certo comportamento
consequenziale da parte di qualcuno dei partecipanti, allora una persona che partecipa e quindi si
richiama alla procedura deve di fatto avere quei pensieri, sentimenti o intenzioni, e i partecipanti
devono avere intenzione di comportarsi in tal modo»82.
Esempi di casi in cui non si hanno i sentimenti, i pensieri o le intenzioni richieste (denominati da
Austin “Insincerità”) sono, rispettivamente: «Mi congratulo», detto quando non mi fa piacere o
quando non credo che il merito sia vostro; «Lo giudico innocente – lo assolvo», detto quando credo
che egli sia il colpevole; «Lo prometto», detto quando non ho nessuna intenzione di fare ciò che
prometto. Queste distinzioni sono così vaghe che non è sempre facile distinguere tra i vari casi;
questi infatti possono, e di solito sono, combinati fra loro.
Γ 2 I partecipanti devono in seguito comportarsi effettivamente in tal modo. Esempi di infrazioni di
questa condizione sono dare il benvenuto e poi trattare la persona in causa come un nemico o un
intruso, scommettere e poi non pagare la somma pattuita se si perde, promettere e poi mancare alla
parola data. Questo sesto tipo di infelicità è chiamato in varie occasioni in modi diversi da Austin: i
più appropriati ci sembrano “Non adempimento” o “Rottura d’impegno”.

Ciò che è importante precisare a proposito di queste ultime due condizioni, non a caso marcate in
tabella con un colore diverso, è che esse sono radicalmente diverse dalle prime in quanto, se
infrante, l’atto è comunque compiuto, nonostante il compierlo in simili circostanze costituisca un
abuso (abuse) della procedura. In tutti questi casi infatti non diremmo che non mi sono
congratulata, che non ho promesso, o non ho dato il benvenuto, diremmo piuttosto che l’ho fatto
con insincerità o che non sono stata coerente. Questi sono dunque atti ostentati ma vacui (professed
but hollow).
Austin è perfettamente conscio della difficoltà e, in ultima analisi, della arbitrarietà di far rientrare
ogni caso di infelicità in questa o quella categoria; le varie specie infatti possono intrecciarsi o

81
FCP, cit., p. 18; HDTW, cit., p. 17.
82
FCP, cit., p. 33; HDTW, cit., p. 39.
40
confondersi l’una con l’altra. «I giuristi, però, avendo spesso a che fare con cose di questo genere,
hanno inventato ogni sorta di termini tecnici e hanno introdotto numerose regole per i diversi generi
di casi, che li mettono in grado di classificare molto rapidamente ciò che in ciascun singolo caso in
particolare non va»83.
Austin puntualizza inoltre che:
1. l’infelicità riguarda tutti gli enunciati soggetti a convenzioni, tutti gli atti che hanno cioè il
carattere del rituale o del cerimoniale, ma anche, e qui anticipa la sua argomentazione, le
asserzioni, ad esempio nel momento in cui esse si riferiscono a qualcosa che non esiste;
2. il performativo, essendo insieme azione ed enunciato, è soggetto a quelle circostanze o
dimensioni di manchevolezza cui possono essere soggette tutte le altre azioni, come ad
esempio l’essere eseguite sotto costrizione, o per caso, o inconsapevolmente. Vanno poi
distinti gli usi del linguaggio “non seri” nel teatro, in poesia o in generale in una dimensione
fittizia, che egli chiama eziolamenti84;
3. bisogna poi tenere presente i problemi che possono affliggere tutti gli enunciati, come
l’assenza di sintassi, o la possibilità di essere fraintesi dal ricevente, e anche questi non
rientrano nella sua classificazione.
Dopo tutte queste precisazioni sulla limitatezza del quadro generale delle infelicità appena tracciate,
conclude Austin, si sarebbe tentati di credere che egli stia sminuendo la validità delle regole la cui
osservanza caratterizza i performativi, ma non è così. In ogni caso «dobbiamo evitare a tutti i costi
l’ipersemplificazione, che si potrebbe essere tentati di chiamare la malattia professionale dei filosofi
se non fosse la loro professione»85.

4.1.4 Ipotesi di assimilazione constativi-performativi

Alla fine della IV Lezione siamo giunti alla conclusione che affinché un enunciato
performativo sia felice certe condizioni devono essere soddisfatte, vale a dire, certe cose devono
essere in un certo modo. Ma questo, ci fa notare Austin, equivale a dire che affinché un enunciato
performativo sia felice, certe asserzioni devono essere vere. Inizia così una riflessione sul rapporto
tra le condizioni di verità e le condizioni di felicità che porterà alla graduale assimilazione tra
asserzioni e enunciati performativi, o tra i constativi e i performativi.

83
J.L. AUSTIN, Enunciati performativi, in ID., Saggi filosofici, cit., p. 227.
84
L’eziolamento consiste nel progressivo ingiallirsi e imbianchirsi degli organi verdi di piante cresciute in
condizioni di luce troppo scarse; Austin utilizza questa metafora perché intende recitazione, teatro, poesia ecc. come usi
del linguaggio sottratte alla “luce del sole” delle normali condizioni di comunicazione.
85
FCP, cit., p. 32; HDTW, cit., 38.
41
In primo luogo, fa notare Austin, se dicendo «Mi scuso», compio effettivamente l’azione di
scusarmi (in altre parole, se il performativo è felice) allora si deduce che:
• l’asserzione che mi sto scusando è vera;
• l’asserzione che sussistono le condizioni di procedura convenzionale accettata e di
circostanze e persone appropriate è vera;
• l’asserzione che si realizzano le condizioni sulle intenzioni dei partecipanti è vera;
• l’asserzione che mi comporterò di conseguenza a ciò che ho detto è vera.
Dunque la verità dell’affermazione «Mi sto scusando» dipende dalla felicità del performativo «Mi
scuso». Questa relazione è radicalmente diversa per i constativi quali, ad esempio, «Egli sta
correndo»: in questo caso è la verità del fatto che egli stia correndo che rende l’asserzione «Egli sta
correndo» vera86.
Il filosofo oxoniense passa poi in rassegna tre modi in cui una asserzione comporta la verità di altre
asserzioni: l’implicare logicamente (to entail), il dare per implicito (to imply), e il presupporre (to
presuppose).
1. Implicare logicamente (to entail): la verità di una proposizione implica logicamente la verità
di un’altra proposizione, oppure la verità di una è in contrasto con la verità di un’altra.
Es. «Tutti gli uomini arrossiscono» implica logicamente «Alcuni uomini arrossiscono»; «Il
gatto è sopra il cuscino» implica logicamente «Il cuscino è sotto il gatto».
1. Dare per implicito87 (to imply): l’asserzione dà per implicita una credenza.
Es. Il fatto che io affermi «Il gatto è sul cuscino» dà per implicito che io creda che sia così; non
potremmo dire «Il gatto è sul cuscino ma io non credo che ci sia».
2. Presupporre (to presuppose): l’asserzione presuppone l’esistenza di ciò di cui si asserisce
qualcosa.
Es. Sia «I figli di Giovanni sono calvi» che «I figli di Giovanni non sono calvi» presuppongono
allo stesso modo che Giovanni abbia dei figli. Se dicessimo «I figli di Giovanni sono calvi e
Giovanni non ha figli» sentiremmo di stare, in qualche modo, “violando” il linguaggio.
Con questa argomentazione Austin ci ha fornito quindi gli strumenti che permettono di giudicare
anche le asserzioni in termini di “felicità”. Come dovremmo giudicare infatti l’asserzione “I figli di
Giovanni sono calvi” fatta quando Giovanni non ha figli? Non si potrebbe dire che è falsa perché
manca il riferimento; non è nemmeno priva di significato o agrammaticale: Austin sostiene che essa
è nulla. Soffermiamoci per un attimo su questi esempi, volti ad illustrare schematicamente il

86
Cfr. infra, p. 47.
87
È stato anche tradotto “dare a intendere" in J.L. AUSTIN, Performatif-Constatif, cit., pp. 271-281; trad. italiana
ID., Performativo – Constativo, cit., pp. 54-55.
42
parallelismo esistente tra le condizioni di felicità di quegli enunciati che Austin chiama “constativi”
e gli ormai ben noti “performativi” (l’asterisco marca gli enunciati non validi, infelici):

1. Caso dell’implicazione logica (to entail): [ = implica logicamente ]

ENUNCIATO CONSTATIVO ENUNCIATO PERFORMATIVO

a. «Tutti gli uomini arrossiscono» b. «Alcuni e. «Prometto» f. «Sono in obbligo»


uomini arrossiscono»

c. «Il gatto è sul cuscino» d. «Il cuscino è g. «Ti dono il mio orologio» h. «Ti devo il
sotto il gatto» mio orologio»

i.* «Tutti gli invitati sono francesi, e alcuni di loro l.* «Prometto ma non sono in obbligo»
non lo sono88»

Proprio come l’enunciato performativo «Prometto» ci impegna a fare qualcosa, così anche
un’asserzione ci impegna, in qualche modo, ad una asserzione successiva. Così, il modo in cui
l’asserzione (a.) implica logicamente (b.) non è diverso dal modo in cui (e.) implica (f.) [I ought]. In
entrambi i casi si tratta di affermare cose compatibili con ciò che si è detto. Sia in (i.*) che in (l.*)
percepiamo una contraddizione interna, che procura una sorta di “rottura d’impegno”, quel tipo di
infelicità previsto dalla regola Γ 2.

2. Caso del dare per implicito (to imply): [(….) = è dato per implicito]

ENUNCIATO CONSTATIVO ENUNCIATO PERFORMATIVO

a. «Il gatto è sul cuscino» (Io credo che vi sia) b. «Prometto di esserci» (Ho intenzione di
esserci)

c.*«È vero» detto quando non credo che lo sia e.* «Prometto» detto quando non intendo
d.* «Il gatto è sul cuscino ma io non credo che f.* «Prometto di esserci ma non ho alcuna
ci sia» intenzione di esserci»

Allo stesso modo per cui dire che il gatto è sul cuscino dà ad intendere che io credo che esso vi sia,
così dire che prometto di esserci dà per implicito che ho intenzione di esserci. Sia il promettere che

88
Esempio utilizzato da Austin in J. L AUSTIN, Performativo – Constativo, cit., p. 54.

43
l’asserire sono procedure destinate all’impiego da parte di persone aventi certi pensieri e intenzioni.
Se non abbiamo quei pensieri, se non crediamo in quelle cose, allora in entrambi i casi avremo
abusato della procedura per INSINCERITÀ. L’insincerità che colpisce l’asserzione «É vero» fatta
quando non credo che lo sia è la stessa che colpisce la promessa fatta quando non si ha intenzione di
mantenerla. Ad Austin preme far notare inoltre che i problemi che affliggono le asserzioni non sono
soltanto la contraddizione e la mancata corrispondenza alla realtà. Non si può dire infatti che
enunciati come (d.*) o (f.*) siano contraddittori: il gatto può benissimo essere sul cuscino e io posso
credere che non ci sia, così come posso promettere senza avere alcuna intenzione di mantenere la
parola data. Tuttavia, pur in assenza di contraddizione, tali affermazioni non vengono solitamente
espresse in quanto insincere. Non si dichiara apertamente l’insincerità: il dichiararla produce questo
caso peculiare di non-senso.

3. Caso del presupporre (to presuppose): [ ― = presuppone ]

ENUNCIATO CONSTATIVO ENUNCIATO PERFORMATIVO

a. «I figli di Giovanni sono calvi» b. «Ti consiglio x»


−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−− −−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−
a.1 Giovanni ha figli b.1 Sono in condizione di consigliarti

d.* «Ti battezzo»


−−−−−−−−−−−−−−
c.* «I figli di Giovanni sono calvi» d.*1 Sei un pinguino
−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−
c.*1 Giovanni non ha figli e.* «Ti lascio in eredità il mio orologio»
−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−−
e.*1 Non ho nessun orologio89

Anche in questo caso notiamo che un disagio che affligge le asserzioni è uguale a una delle
infelicità che caratterizza i performativi: come infatti un’asserzione quale (a.) presuppone
l’esistenza di un riferimento (a.1), in egual modo un enunciato performativo quale (b.) presuppone
che tu sia in condizione di consigliarmi su quella faccenda. Le formule (d.*) ed (e.*) pronunciate
quando (d.*1) e (e*1) non riescono ad essere degli atti validi più di quanto (c.*) proferita se (c.*1)
riesca ad essere una asserzione valida.

89
Id., p. 56.
44
A questo punto, afferma Austin, c’è il pericolo che l’iniziale netta separazione tra constativi e
performativi crolli. Tuttavia, suggerisce, potremmo rafforzare l’iniziale distinzione tra i due tipi di
enunciati affermando che essi si caratterizzano per il loro diverso valore: gli uni sono veri o falsi, gli
altri felici o infelici. Ma queste due dimensioni sono veramente così separate?
Prendiamo il caso dell’asserzione «Giovanni sta correndo», che si potrebbe esplicitare in «Io
asserisco che Giovanni sta correndo». La verità di quest’ultimo enunciato90, cioè il fatto che io
asserisca che Giovanni sta correndo, non dipende forse dalla felicità dell’atto di enunciare
«Giovanni sta correndo», proprio come la verità di «Mi sto scusando» dipende dalla felicità di «Mi
scuso»? Cioè, solo se nell’atto di enunciare «Giovanni sta correndo» o «Mi scuso» sono soddisfatte
tutte le condizioni di felicità viste nel par. 4.1.3 l’atto è effettivamente avvenuto, e quindi sarà vero
dire che io asserisco che Giovanni sta correndo o che mi sto scusando. Questa affermazione può
generare confusione rispetto a quanto riportato supra, p. 43. L’apparente contraddizione è generata
dal fatto che Austin ad un certo punto assimila i performativi primari o inespliciti a quelli espliciti,
come vedremo nel par. 4.1.6. Così se prima, mantenendo salda la distinzione performativi-
constativi, aveva detto che nei constativi è la verità di ciò che è asserito a rendere l’enunciato vero
(il fatto che egli stia effettivamente correndo rende l’enunciato «Egli sta correndo» vero), ora,
assimilando l’enunciato constativo «Giovanni sta correndo» al quasi-performativo «Io asserisco che
Giovanni sta correndo», dice che è la felicità del primo a rendere vero il secondo. Le due
affermazioni non sono tuttavia contraddittorie: semplicemente, introducono il fatto che un
constativo quale «Giovanni sta correndo» ha sia una “verità” sia una “felicità”; pertanto esso dovrà
la sua verità o falsità al fatto che Giovanni stia correndo o meno, e la sua felicità o infelicità al fatto
che le condizioni di felicità nel proferirlo siano soddisfatte o meno.
Consideriamo inoltre un performativo quale «Ti avverto che il toro sta per caricare». Se eseguito in
tutte le condizioni di felicità viste nel paragrafo precedente, sarà comunque un avvertimento
riuscito, sia che il toro stia, sia che non stia effettivamente caricando (ossia la verità di ciò che è
asserito non influenza la felicità dell’enunciato, a patto che sia asserito in buona fede, altrimenti
trasgredirebbe la regola Γ 1). Ma se non sta caricando, l’enunciato può essere comunque criticato –
diremmo infatti che l’avvertimento era falso o erroneo.
Alla luce di queste riflessioni ci rendiamo ormai conto di come la dimensione dell’infelicità
possa riguardare, oltre che i performativi, anche le asserzioni; e di come i valori di verità–falsità si
possano applicare anche ai performativi. Austin afferma la necessità, per la comprensione totale di

90
Un’obiezione che potrebbe qui sorgere è questa: se Austin ha sempre affermato che i performativi non
asseriscono ciò che si sta facendo, bensì lo rendono chiaro, lo mostrano (cfr. infra, citazione a p. 52), allora anche un
enunciato quale «Io asserisco che…», che successivamente verrà assimilato ai performativi nella teoria degli atti
illocutori, non potrebbe in teoria essere né vero né falso. Per ammetterlo, dovremmo accettare che esso sia, per lo meno
in minima parte, anche un’asserzione o una descrizione di ciò che si sta facendo.
45
un enunciato e dei diversi modi in cui esso può funzionare o non funzionare, di considerare la
situazione linguistica totale (total speech–situation) in cui esso viene proferito. «Così l’atto
linguistico totale nella situazione linguistica totale sta emergendo dalla logica a poco a poco come
importante in casi speciali: e perciò stiamo assimilando il supposto enunciato constativo al
performativo»91.

4.1.5 Possibili criteri per i performativi

Alla fine della IV Lezione Austin è arrivato a dimostrare come alcune considerazioni sulla
felicità e infelicità possano contagiare le asserzioni, e considerazioni sulla verità o falsità possano
essere fatte anche sui performativi. A questo punto Austin avrebbe potuto immediatamente “svelare
il suo gioco”, facendo crollare la preliminare distinzione performativo-constativo e dimostrando
come anche l’asserire sia un atto linguistico che sottostà a tutte le condizioni viste finora. Il suo
rigore nell’argomentazione però non lo permette: prima di giungere coscienziosamente ad
accomunare i performativi ai constativi dobbiamo esaminare tutti i possibili criteri per distinguerli,
compito che egli si appresta a svolgere nella VI Lezione.
Austin si chiede: «Come possiamo essere sicuri, come possiamo dire, se un qualsiasi enunciato va
classificato o meno come performativo? Di sicuro dovremmo, crediamo, essere in grado di farlo. E
ci piacerebbe molto ovviamente essere in grado di dire che c’è un criterio grammaticale, qualche
mezzo grammaticale per decidere se un enunciato è performativo»92. A questo punto l’esposizione
di Austin procede con una serie di ipotesi di risposta a questa domanda, ossia di possibili criteri
distintivi dei performativi, subito però resi invalidi dalla presentazione di eccezioni e casi
contrastanti. Per rendere più chiara l’argomentazione marcherò le ipotesi di possibili criteri con ∆ e
le dimostrazioni di invalidità con →.

∆ Tutti gli esempi di performativi visti finora presentano la prima persona singolare del presente
indicativo attivo (io battezzo, io scommetto, io prometto); quindi si potrebbe pensare che solo gli
enunciati in questa forma sono performativi. Inoltre, come abbiamo visto nel par. 4.1.2, questi verbi
mostrano una asimmetria tipica nell’uso di quella persona e di quel tempo del verbo e l’uso dello
stesso verbo in altri tempi e nelle altre persone. Così, «Prometto» è la formula di cui ci si serve per
eseguire l’atto del promettere; «Ho promesso» oppure «Promette» sono invece frasi di cui ci si

91
FCP, cit., p. 42; HDTW, cit., p. 52.
92
J.L. AUSTIN, Enunciati performativi, in J.L. AUSTIN, Saggi filosofici, cit., p. 228.
46
serve solo per descrivere un atto di tale tipo, non per eseguirlo. Questo è un buon criterio per
stabilire se un enunciato è o non è un performativo.
→ Austin fa notare però che un caso di performativo molto frequente presenta il verbo alla seconda
o terza persona (singolare o plurale) e il verbo alla forma passiva, ad esempio nelle frasi «Siete con
ciò autorizzati a pagare…» oppure «I passeggeri sono pregati di servirsi del sottopassaggio». Il
verbo può anche essere impersonale come in «Viene reso noto con ciò che i trasgressori saranno
perseguiti a norma di legge». L’espressione “con ciò” (hereby), ossia “con queste parole”,
accompagna spesso questi performativi in situazioni formali o legali, in forma scritta. Se ci si
chiede dunque se un qualsiasi enunciato di questo tipo sia un performativo, o non piuttosto un
constativo, si risolverà la questione chiedendosi se è possibile inserirvi questa espressione o una
equivalente. Tuttavia, potremmo anche dire «Con ciò asserisco…» oppure «Con ciò intendo…», ma
queste sono asserzioni, che non volevamo includere93.
→ La prima persona singolare del tempo presente può essere usata, in funzione chiaramente
descrittiva, anche per descrivere un modo in cui mi comporto abitualmente: «Prometto solo quando
intendo mantenere la parola»; oppure come presente storico: «A pag. 49 protesto contro il
verdetto».
→ Il modo indicativo non può essere assunto a tratto peculiare, in quanto si può ordinare di girare a
destra non solo dicendo «Ti ordino di girare a destra» ma anche semplicemente «Gira a destra»
(modo imperativo) o «Girerei a destra se fossi in te» (modo condizionale). Uno dei criteri che
potremmo trattenere comunque è che tutti i verbi al modo imperativo sono usati come performativi.
→ Nemmeno il tempo presente è un criterio sufficiente di demarcazione, in quanto, ad esempio, nel
dichiararti fuori gioco posso dire, invece che «Ti dichiaro in fuori gioco», semplicemente «Eri in
fuori gioco», e invece di dire «Ti giudico colpevole» solo «Sei stato tu».
→ Per non parlare poi dei casi in cui si dice solo «Colpevole» per giudicare qualcuno colpevole,
«Eliminato», nel considerarlo eliminato, o «Accettato», per accettare una scommessa.

∆ Potremmo allora pensare che queste parole (“colpevole”, “fuori gioco”, “pericoloso”,
“promettere”) che Austin chiama “operative” potrebbero andar bene come test per l’enunciato
performativo.
→ Ma ci sono molti performativi sprovvisti di parole operative. Al posto di «Incrocio pericoloso»,
ad esempio, potremmo trovare solo «Incrocio»; al posto di «Ti prometto di» solo «Io farò». Inoltre
possiamo incontrare le parole operative in enunciati che non sono performativi: si può dire, ad

93
Qui si nota come la distinzione performativo-constativo sta cominciando a crollare, a motivo del fatto che
anche l’asserire è, a tutti gli effetti, un fare.
47
esempio, «Tu eri colpevole» quando non si ha nessun diritto a dichiararti colpevole; oppure «Tu hai
promesso», «Tu hai autorizzato» con un uso constativo delle parole operative.

Ci troviamo a questo punto di fronte a un vicolo cieco: non siamo riusciti ad individuare un
criterio grammaticale o lessicale che ci permettesse di caratterizzare in maniera univoca ed
esclusiva i performativi. Molto probabilmente non otterremmo lo scopo neanche con una lista di
tutti i criteri possibili, in quanto, come abbiamo potuto constatare, la stessa formula può venire
utilizzata in contesti diversi sia in modo constativo che performativo. La questione sembra dunque
senza speranza, se dobbiamo confrontarci con gli enunciati così come sono e vengono prodotti. La
soluzione ci può essere suggerita da una domanda: perché la prima persona singolare del presente
indicativo attivo sembra essere la forma privilegiata del performativo?
La risposta risiede nella natura stessa di ciò che abbiamo definito “performativo”: l’esecuzione di
una azione. «Vi è qualcosa che al momento dell’enunciazione viene eseguito dalla persona che
enuncia»94, pertanto è naturale che la persona che enuncia, e agisce, deve in qualche modo essere
presente o menzionata. Se non è presente nella forma verbale dell’enunciato (per mezzo del
pronome “io”) vi si fa riferimento negli enunciati verbali, con il fatto che essa è colei che proferisce
l’enunciato (l’origine dell’enunciato); nelle enunciazioni scritte, mediante il fatto che essa appone la
sua firma.
«Quindi ciò che dovremmo essere tentati di dire è che qualunque enunciato che sia di fatto un
performativo dovrebbe poter essere ridotto, o sviluppato, o analizzato, o riprodotto in una forma,
che ha un verbo alla prima persona singolare del presente indicativo attivo»95. Questa forma, che
Austin definisce esplicita (in contrasto con la forma implicita o primaria) presenta il vantaggio di
rendere chiaro allo stesso tempo che l’enunciato è un performativo, quale azione si sta eseguendo
con il proferimento dell’enunciato e chi la esegue. La forma implicita quale, ad esempio, «È tuo»
potrebbe infatti essere intesa sia come una descrizione («Ti appartiene già») sia come un
performativo («Te lo dono»). Così:
o La forma implicita «Eliminato» potrebbe essere resa esplicita con «Ti dichiaro eliminato»;
o «Via!» sarebbe meglio inteso con «Ti ordino di andartene»;
o «Toro pericoloso» o «Toro» è equivalente a «Io, Mario Rossi, ti avverto che il toro è
pericoloso»96.

94
FCP, cit., p. 48; HDTW, cit., p. 60.
95
FCP, cit., p. 49; HDTW, cit., pp. 61-62.
96
Faccio notare che qui Austin sta preparando l’uditore (nel nostro caso, il lettore) al concetto di forza
illocutoria che introdurrà a partire dalla Lezione VIII: il performativo esplicito infatti altro non fa che esprimere la forza
con cui deve essere inteso il performativo implicito. Così «Via!» potrà avere la forza di un ordine; «Toro» di un
48
Siamo dunque tornati alla proposta di partenza: il criterio migliore per riconoscere i performativi
sembra essere quello di ridurli alla forma esplicita («Io x che», «Io x di», oppure «Io x»), per poi
controllare che essi presentino effettivamente quella asimmetria tra la prima e le altre persone del
verbo che i constativi non presentano e che, forse, è la caratteristica che più si avvicina ad essere un
criterio grammaticale valido distintivo. La proposta del filosofo oxoniense a questo punto è 1) di
stilare una lista, dizionario alla mano, di tutti i verbi che hanno questa peculiarità e 2) ipotizzare che
tutti gli enunciati che non hanno questa forma possano essere convertiti in espliciti. Tuttavia
permangono ancora tre problemi fondamentali:
1. In enunciati come «Io classifico», «Io ritengo» sembrano essere presenti sia l’aspetto
constativo sia quello performativo;
2. «Io asserisco che» a questo punto rientrerebbe nella nostra classificazione, ma lo
vogliamo includere?
3. La “riduzione” a un performativo esplicito non è sempre possibile, poiché vi sono
casi in cui dire qualcosa è sicuramente fare qualcosa, ciononostante non esiste una forma
performativa esplicita. Austin fa a questo proposito una interessante considerazione di
carattere, potremmo dire, sociologico, o, addirittura, etnologico, affermando che questo è un
esempio del modo in cui il linguaggio si sviluppa in armonia con la società. Dal
momento che la società sembra approvare il rimprovero o il biasimo, ad esempio, si è
sviluppato il performativo esplicito «Ti rimprovero», ma, siccome apparentemente non
approva l’insultare, non si può dire «Ti insulto»97. Secondo Austin sono quindi le
usanze, l’ethos di un popolo o di una società a condizionare lo sviluppo di certe pratiche
linguistiche a scapito di altre.
A questo punto dell’argomentazione Austin sembra non approdare ad alcun risultato, perché se
da un lato fa delle proposte per distinguere i performativi dai constativi, subito queste vengono
messe in crisi da eccezioni e rese quindi parzialmente invalide. La ragione di ciò risiede
chiaramente nell’impossibilità di conservare l’isolamento del performativo. Egli stesso ammette che
sta avendo qualche difficoltà a tenere in piedi l’ipotetica separazione iniziale tra i due tipi di
proposizioni: «Devo spiegare di nuovo che qui ci stiamo muovendo a fatica. Sentire il solido terreno
del pregiudizio scivolare via è divertente, ma ha le sue contropartite»98. Ed è proprio nelle Lezioni
VI e VII, cui sarà dedicato il prossimo paragrafo, che il «solido terreno del pregiudizio» scivolerà
via definitivamente, alla luce dell’indagine più approfondita sui verbi performativi espliciti.

avvertimento e così via. Più avanti non si considererà più ogni enunciato in termini di constativo–performativo ma in
termini di diverse forze con cui esso può venir proferito.
97
Se nel primo caso la procedura è generalmente accolta da entrambi gli attori, nel secondo caso la procedura,
nonostante sia comunque identificabile, non è ammessa e riconosciuta come una convenzione socialmente valida.
98
FCP, cit., p. 48; HDTW, cit., p. 61.
49
4.1.6 I performativi espliciti

Nel paragrafo precedente abbiamo detto che i performativi espliciti rendono chiaro cosa si
sta facendo con il proferimento dell’enunciato. Se qualcuno infatti ci dice «Ci sarò» non sappiamo
di preciso come dobbiamo considerare quella affermazione: è una predizione, una ammissione, una
minaccia, una promessa o l’annuncio di una intenzione? Se formuliamo un performativo primario
come «Chiudi la porta», allo stesso modo, non è affatto chiaro, per l’interlocutore, se lo stiamo
ordinando, supplicando, scongiurando, incitando oppure tentando. Certamente nella vita quotidiana
siamo quasi sempre in grado di decidere come prendere l’enunciato, grazie a una serie di criteri
intra- ed extra-linguistici. Austin ce ne ricorda i più importanti: il modo del verbo, in particolare il
modo imperativo (es. «Chiudila – io lo farei» somiglia a «Ti suggerisco di chiuderla»); gli ausiliari,
(ad esempio «Devi chiuderla» suggerisce l’idea di un ordine; «Puoi chiuderla» di un permesso); il
tono di voce, il ritmo, l’enfasi (es. «Sta per caricare!!» detto con tono di voce alto e concitato
oppure atterrito è sicuramente un avvertimento); gli avverbi e i sintagmi avverbiali (ad es.
«Probabilmente ci sarò» esprime una predizione); congiunzioni (“sebbene” ha la forza di «Io
ammetto che», “tuttavia” di «Io insisto che»). Vi sono poi importanti dispositivi non linguistici
altrettanto determinanti per la comprensione della forza dell’enunciato: le azioni che accompagnano
l’enunciazione (gesti o azioni cerimoniali non verbali) e, non ultime, le circostanze in cui viene
proferito l’enunciato (per cui possiamo pensare «Provenendo da lui, non potevo che considerarlo un
ordine»). Tuttavia questi espedienti da soli spesso non garantiscono di ovviare alla grande
ambiguità del linguaggio; per questo a volte è necessario rendere espliciti gli enunciati performativi.
In primo luogo, si chiede Austin, rendere esplicito equivale ad “asserire”? In altre parole, i
performativi espliciti asseriscono quale atto si sta svolgendo? La risposta è assolutamente “no”. Nel
proferire un enunciato performativo non asseriamo, bensì mostriamo, riveliamo quale atto
compiamo. La differenza ci viene spiegata da Austin con un esempio:

Supponete che io mi inchini profondamente davanti a voi; potrebbe non essere chiaro se vi sto rendendo
omaggio oppure, per dire, mi sto chinando per osservare la flora oppure per alleviare la mia indigestione. In
generale, allora, per rendere chiaro sia che è un atto cerimoniale convenzionale, sia quale atto è, l’atto (per
esempio di rendere omaggio) includerà di regola qualche ulteriore caratteristica speciale, ad esempio
togliersi il cappello, toccare il pavimento con la fronte, portarsi l’altra mano al cuore, o anche molto
probabilmente emettere qualche suono o parola, per esempio «Salaam». Ora pronunciare «Salaam» non è
descrivere la mia azione, asserire che sto eseguendo un atto di deferenza, più di quanto lo sia togliermi il
cappello: e allo stesso modo (anche se torneremo su questo) dire «ti saluto» non è descrivere la mia azione
più di quanto lo sia dire «Salaam»99.

99
FCP, cit, p. 54; HDTW, cit., pp. 69-70.
50
Analogamente, continua Austin, la formula «Ti prometto che» non asserisce che si sta facendo
qualcosa né descrive ciò che si sta facendo, perché 1) non può essere né vera né falsa; 2)
pronunciarla (naturalmente solo se essa è felice) la rende a tutti gli effetti una promessa. Possiamo
dunque concludere che la funzione dei performativi espliciti come «Io prometto» è quella di rendere
chiaro come si deve intendere ciò che viene detto.
La possibilità di indicare quale atto si sta compiendo nel pronunciare l’enunciato è secondo
Austin il naturale frutto dell’evoluzione delle lingue naturali. Un performativo esplicito quale, ad
esempio, «Prometto che ci sarò» rappresenterebbe uno sviluppo successivo rispetto ad enunciati più
primitivi ed ambigui quali «Ci sarò». Enunciati costituiti da singole parole, come «Tuono» o
«Toro», potevano essere nei linguaggi primitivi degli avvertimenti, delle predizioni, delle
informazioni. Il raffinamento e il potenziamento delle pratiche sociali però ha reso necessaria
l’esplicitezza, il chiarire la forza100 dell’enunciato, o il modo in cui esso deve essere inteso.
Tuttavia vi sono ancora numerosissime espressioni che risentono o approfittano di una certa
voluta ambiguità, e che, se sotto un certo punto di vista possono essere viste come dei performativi,
dall’altro sembrano a tutti gli effetti dei resoconti o descrizioni di stati d’animo. Austin cita a tal
proposito degli esempi tratti dalla sfera dei performativi che egli chiama comportativi (vedi
definizione più avanti) che illustrano come si possa oscillare dall’uso constativo a quello
performativo dell’enunciato, e di come nei rapporti sociali questi hanno diversa valenza.
Vediamone alcuni:

Performativo esplicito Non puro (semidescrittivo) Descrittivo

Mi scuso Sono spiacente / mi dispiace Mi pento / sono mortificato

Ringrazio Sono grato Provo riconoscenza

Approvo Riconosco per buono Sono d’accordo

Ti do il benvenuto Ti accolgo con piacere Provo contentezza per il fatto


che tu sia venuto101
Mi congratulo Sono contento per

In questa tabella, la prima colonna contiene enunciati performativi espliciti, la terza degli enunciati
sicuramente connessi ai primi, ma puramente descrittivi, la colonna centrale enunciati sulla cui
interpretazione potremmo avere qualche riserva.

100
Si noti che qui Austin introduce per la prima volta il concetto di forza, che poi diventerà centrale nella visione
dell’atto linguistico come atto illocutorio.
101
Questo esempio non è riportato da Austin, è una mia proposta.
51
Così talvolta, se qualcuno dice: «Mi dispiace», ci chiediamo se questo è lo stesso che dire «Mi scuso» – nel
qual caso abbiamo detto che è un enunciato performativo – o se non va forse inteso come una descrizione,
vera o falsa, dei suoi sentimenti. Se avesse detto «Mi sento terribilmente mortificato», allora avremmo
pensato che era una descrizione dei suoi sentimenti. Se avesse detto «Mi scuso», avremmo pensato che era
chiaramente un enunciato performativo, proferendo il quale si compiva il rituale dello scusarsi. Ma se dice
«Mi spiace», ecco, oscilliamo sfortunatamente tra le due possibilità102.

Viene dunque spontaneo chiedersi: esiste un test per stabilire con certezza se si sta usando un
enunciato in un senso o nell’altro? Austin indica alcuni parametri.
a. È possibile chiedersi: «Egli lo è realmente»? Se la risposta è sì, siamo di fronte ad un
enunciato descrittivo. Infatti ha senso chiedersi se qualcuno è realmente grato o se prova
riconoscenza, mentre non ne ha domandarsi se ha veramente ringraziato; allo stesso modo,
si possono aver dubbi sul fatto che qualcuno accolga con piacere, ma non sul fatto che dia il
benvenuto o no.
b. È utile inoltre domandarsi se si può compiere l’atto senza dire niente: se sì, allora non sarà
un performativo. Si nota allora la differenza tra l’essere spiacenti e lo scusarsi, tra l’essere
contenti e il congratularsi.
c. Se l’enunciato è un performativo, si potrà sensatamente anteporre al verbo avverbi come
“deliberatamente” o locuzioni come “sono disposto a”, in quanto espressioni che si usano
solo con azioni. Si potrà quindi dire «Sono disposto a scusarmi» e non «Sono disposto ad
essere spiacente»*, «Gli ho deliberatamente dato il benvenuto» ma non «L’ho
deliberatamente accolto con piacere»*.
d. Infine, naturalmente, sarà opportuno domandarsi se l’enunciato può essere falso (come nel
caso di «Sono d’accordo», «Sono grato», «Sono contento») oppure solo infelice, come può
accadere se si dice «Mi scuso».

Dopo aver messo in luce questa serie di requisiti che, uniti ai criteri già visti, ci permettono di
decidere con una certa sicurezza quali verbi includere tra i performativi e quali no, Austin è in
condizione di stilare una prima lista degli enunciati performativi espliciti:
1. COMPORTATIVI: sono quei performativi che riguardano comportamenti verso gli altri e
reazioni al comportamento altrui e che sono volti a manifestare atteggiamenti e sentimenti
(cfr. con esempi della tabella). Austin li distingue dalle locuzioni di cortesia come «Ho
l’onore di…», «Ho il piacere di…», formule convenzionali che non hanno nulla a che fare
con i performativi;

102
J.L. AUSTIN, Enunciati performativi, in ID., Saggi filosofici, cit., p. 232.
52
2. ESPOSITIVI o ESPOSIZIONALI: nei quali la parte principale dell’enunciato è una asserzione,
preceduta però da un performativo esplicito che indica come tale asserzione deve essere
inquadrata. Ne è un esempio:

«Io attesto che non esiste alcuna faccia posteriore della Luna.»
↓ ↓
Performativo esplicito Asserzione

Il verbo attestare può essere sostituito con ammettere, concludere, sostenere, profetizzare,
postulare: si vedrà che, nonostante essi siano legati ad asserzioni, essi superano
brillantemente il test che abbiamo visto, e sono quindi da considerare a tutti gli effetti dei
performativi.
Anche in questa classe riscontriamo molti verbi, come ad esempio “assumere”, “prevedere”,
“domandarsi” che talvolta funzionano in maniera analoga ai performativi puri “postulare”,
“predire”, “mettere in dubbio”, talvolta invece funzionano da descrittivi, o descrittivi almeno
in parte, del mio atteggiamento, della mia disposizione
d’animo, delle mie convinzioni.

3. VERDETTIVI: sono quegli enunciati destinati ad esprimere verdetti, giudizi, pensieri,


descrizioni di uno stato mentale. Ne sono esempi «Io dichiaro che», «Io stabilisco che», «Mi
pronuncio in favore di», «Giudico x colpevole». Anche in questo caso vi sono casi ambigui,
ad esempio «Io classifico x come y» può essere considerato sia la descrizione di una attività
mentale, sia un performativo esplicito puro.

4.1.7 Crollo della dicotomia performativo-constativo

Se consideriamo alcuni enunciati tratti da questa parziale classificazione noteremo che anche per
molti enunciati performativi c’è il problema di sapere come essi si correlano ai fatti, problema che
forse non è tanto diverso da quello che c’è nel verificare la corrispondenza ai fatti delle asserzioni.
Per un consiglio, ad esempio, è comune quanto importante chiedersi, più che se esso è stato
compiuto felicemente, se esso è stato buono o cattivo; per un verdetto, se è stato giusto o ingiusto,

53
nel caso di una critica, se era meritata o immeritata. Si è dimostrato allo stesso tempo nel paragrafo
4.1.3 che l’enunciato constativo è soggetto alle stesse condizioni di felicità del performativo.
Tutte queste considerazioni e altre fin qui svolte ci permettono di desumere a questo punto che
anche formulare un enunciato constativo è compiere un atto, precisamente l’atto dell’affermare. «Io
affermo che…» supera del tutto il test che abbiamo stabilito per riconoscere i performativi: non ha
senso chiedersi se lo faccio realmente, non potrei compiere l’atto senza dire niente, è possibile
anteporre un avverbio come “deliberatamente”. Si noti che ciò che ha permesso ad Austin di
arrivare a questa conclusione è il ragionamento sui performativi espliciti: un enunciato come «Non
è stato lui» può essere infatti “esplicitato” in «Io scommetto che non è stato lui», «Io suggerisco che
non è stato lui», oppure «Io affermo che non è stato lui». Per quanto riguarda il chiedersi se
l’asserzione sia vera o falsa, possiamo affermare tranquillamente che esso può essere valutato sia in
termini di verità/falsità (più visibili nella forma implicita), sia in termini di felicità/infelicità (che
saremmo tentati di considerare solo nella forma esplicita).
È necessario dunque «reimpostare il problema in modo nuovo»103 sulla base della raggiunta
consapevolezza che il problema non è più quello di distinguere i due momenti, ma di dimostrare che
entrambi sono presenti in ogni enunciato in quanto atto linguistico. Questo, in quanto tale, comporta
sia un significato, sia una forza: solo questa compresenza, come vedremo, costituisce l’atto
linguistico come atto linguistico totale. Sotto questa luce la distinzione performativo-constativo è
solo un’astrazione che tende ad accentuare l’uno o l’altro aspetto. Abbiamo dunque bisogno «di una
nuova teoria, che sia insieme completa e generale, di quel che si fa nel dire qualcosa in tutti i sensi
di questa espressione ambigua, e di quello che io chiamo l’atto linguistico, non soltanto sotto l’uno
o l’altro aspetto, facendo astrazione da tutto il resto, ma considerato nella sua totalità»104.
All’elaborazione di questa teoria sono dedicate le Lezioni VII–XII, che tratteremo nella seconda
parte di questo capitolo.

103
FCP, cit., p. 69; HDTW, cit., p. 91.
104
J.L. AUSTIN, Performativo – Constativo, cit., p. 60.
54
4.2. L’atto linguistico totale

4.2.1 Atti locutori, illocutori, perlocutori

Alla fine della VII Lezione Austin si ripropone di considerare tutti i sensi in cui dire qualcosa è
fare qualcosa, nel dire qualcosa si fa qualcosa e col dire qualcosa si fa qualcosa.
In primo luogo, ragiona Austin, dire qualcosa è sempre fare qualcosa, nel senso che dire una cosa
qualsiasi è sempre e comunque:
• emettere certi suoni (eseguire un atto fonetico), quindi produrre una “fonè” (phone);
• pronunciare certe parole appartenenti al lessico e alla grammatica di una lingua (atto
fatico); per cui l’enunciato è un “fema” (pheme);
• usare quel fema con un senso e un riferimento più o meno definiti (che insieme sono
equivalenti al significato). Quest’atto è chiamato retico e l’enunciato prodotto un “rema”
(rheme).
Va da sé che il terzo momento implica i due precedenti, il secondo il primo, ma non viceversa.
Austin sottolinea però che anche se un rema implica un fema ed una fonè, e un fema una fonè, essi
non sono uno la conseguenza dell’altro. Ossia, la produzione di una parola non è la conseguenza
della produzione, fisica o no, di un suono; e nemmeno la formulazione di parole con un certo
significato è la conseguenza della emissione, fisica o no, delle parole105.
“Dire” quindi significa, prima di tutto, emettere certi suoni, appartenenti ad un certo lessico e ad una
grammatica, che hanno un senso e un riferimento. Austin chiama l’atto linguistico visto come unione
di questi tre momenti atto locutorio (locutionary act), e «lo studio degli enunciati entro questo
limite e sotto questi punti di vista lo studio delle locuzioni, o delle piene unità del parlare»106. Il
fema costituisce l’enunciato come un’unità di linguaggio e il suo difetto più tipico è di essere un
non-senso, ovvero privo di significato; il rema lo costituisce come unità di discorso, e il suo difetto
più comune è di essere nullo o vago.
È sufficiente considerare l’atto linguistico solo come atto locutorio? No, non lo è: potremmo
infatti comprendere benissimo il significato di un enunciato come «Chiudi la porta» o «Sta per
caricare», ma per sapere come comportarci di conseguenza dovremmo conoscerne la forza107,

105
Analoghe considerazioni sull’assenza di un rapporto di consequenzialità possono essere fatte a proposito degli
atti locutori, illocutori e perlocutori; si veda infra, par. 4.2.2, p. 62-63.
106
HDTW, cit., p. 94; FCP, cit., p.71.
107
Ciò che si fa nel pronunciare un enunciato, o meglio, il modo in cui l’enunciato deve essere inteso costituisce
la forza dell’enunciato. Sul concetto di forza assertoria in Frege cfr. supra, p. 25 sgg.
55
sapere cioè se si tratta di un avvertimento, di una domanda, di una constatazione. Il problema che si
pone quando eseguiamo un atto locutorio è dunque: in che modo stiamo usando il linguaggio in
quella occasione (ossia, quale azione stiamo svolgendo)? L’atto locutorio necessita quindi di essere
ulteriormente determinato specificando ciò che si fa in quell’atto stesso, cioè la sua natura di atto
illocutorio (inlocutorio). Eseguire un atto locutorio è sempre, eo ipso, anche eseguire un atto
illocutorio, che rappresenta ciò che si fa nel dire qualcosa.
Proprio come secondo Austin la fallacia descrittiva ha portato erroneamente molti filosofi a
vedere gli enunciati solo come constativi, ovvero solo come asserzioni, in modo analogo essi hanno
commesso l’errore di considerare gli enunciati solo dal punto di vista del loro “uso” locutorio, e
quindi solo di ciò che viene detto. Fortunatamente, continua Austin, in tempi recenti gli studiosi
hanno preso coscienza dell’importanza fondamentale dell’occasione, o del contesto, in cui le parole
e gli enunciati sono proferiti. Secondo il filosofo oxoniense, però, questi fattori non vanno assimilati
al “significato” delle parole, come comunemente si tende a fare, bensì influiscono e determinano la
forza illocutoria, che egli vuole discernere dal significato «nel senso in cui il significato è
equivalente al senso e riferimento, proprio come è diventato fondamentale distinguere tra il senso e
il riferimento»108. Qual è il motivo di tale proposito? La risposta, se ben guardiamo, appare
abbastanza chiara: solo dal punto di vista della forza l’atto linguistico appare essere ciò che
realmente è, cioè un agire, un mezzo nei rapporti di interazione, più che un semplice veicolo di
significati.
Austin precisa poi che la forza va distinta non solo dal significato, ma anche dal concetto di uso
di Wittgenstein, perché «possiamo chiarire del tutto l’“uso di una frase” in una particolare
occasione, nel senso dell’atto locutorio, senza tuttavia accennare al suo uso nel senso dell’atto
illocutorio»109. La pretesa di Wittgenstein di distinguere i vari usi del linguaggio non appare solo
unilaterale, ma anche obsoleta: essa cerca infatti di desumere esclusivamente dal contesto in cui un
enunciato è utilizzato qualcosa che invece appartiene all’enunciato stesso, ai significati e sensi di
cui esso si carica, qualcosa che può essere inteso, appunto, solo come forza110.
Austin specifica un ulteriore aspetto dell’atto linguistico, un altro atto che si può dire compiamo
nel momento in cui pronunciamo un atto locutorio, e in esso un atto illocutorio: l’atto perlocutorio
(perlocutionary act). L’atto perlocutorio (per: mezzo al fine) consiste nel produrre certi effetti
consecutivi sui pensieri, sentimenti, azioni di chi parla, di chi sente, o di altre persone. Talvolta
questo aspetto dell’enunciato può essere talmente preponderante che, nel definire o descrivere l’atto
linguistico eseguito, facciamo riferimento solo ad esso, come quando annunciamo «Mi ha indotto a

108
FCP, cit., p. 75; HDTW, cit., p. 100.
109
FCP, cit., p. 75; HDTW, cit., pp. 100-101.
110
Per altri motivi che impongono di distinguere il concetto di uso da quello di forza, si veda infra, p. 60-61.
56
spararle» (riferendo solo gli effetti che l’enunciazione ha avuto su di noi; così possiamo solo
supporre quale frase è stata pronunciata). Appare dunque un mutato quadro degli enunciati, che può
essere così schematizzato:

Atto fonetico
Atto fatico
Atto retico Forza Effetti
ATTO LOCUTORIO ATTO ILLOCUTORIO ATTO

PERLOCUTORIO

atto di dire qualcosa atto nel dire qualcosa atto col dire qualcosa

ATTO LINGUISTICO TOTALE

La teoria di Austin può essere facilmente illustrata con un esempio. Consideriamo un atto
linguistico compiuto in un certo contesto: «Sparale!» 111.
1. Atto A o Locuzione:
Egli mi ha detto «Sparale!», intendendo con «spara» spara e riferendosi con «le» a lei.
2. Atto B o Illocuzione:
Egli mi ha incitato a spararle (o consigliato, ordinato, etc. di spararle).
3. Atto C o Perlocuzione:
Egli mi ha persuaso a spararle.
Dunque il proferimento dell’enunciato «Sparale!» consiste:
- nell’atto locutorio di emettere i suoni / ’sparale /, di coniugare il verbo “sparare” alla
seconda persona dell’imperativo con apposto un pronome femminile in forma contratta che
sta per “a lei”, e intendendo per “spara” “premi il grilletto dell’arma” e per “le” “a lei”;
- nell’atto illocutorio di incitare, consigliare, ordinare di sparare112;

111
Quelli che seguono sono esempi di modi diversi di guardare all’enunciato «Sparale!» che è stato proferito e di
riportare l’atto linguistico avvenuto secondo prospettive diverse, e non, come qualche interprete ha sostenuto, esempi
per se stessi di atti locutori, illocutori e perlocutori.
57
- nell’atto perlocutorio di convincere o persuadere a sparare.
Prima di passare ad una trattazione più approfondita di questi tre aspetti che compongono l’atto
linguistico, Austin puntualizza alcune cose:
a. Il ricondurre il significato all’uso può essere particolarmente fuorviante nella distinzione tra atto
illocutorio e atto perlocutorio, in quanto, ad esempio, parlare di “uso del linguaggio” per
sostenere, avvertire, informare può sembrare equivalente al parlare di uso del linguaggio per
allarmare, persuadere, provocare. Tuttavia c’è un elemento che li distingue in maniera
incontrovertibile: la convenzionalità, che sta alla base solamente degli atti illocutori. Quella che
era la premessa fondamentale dei performativi dunque diventa la parte costitutiva degli atti
illocutori, e qui, in quanto si tratta appunto di atti, acquista il suo pieno ruolo costitutivo della
dimensione sociale della comunicazione. Possiamo quindi connotare gli atti illocutori con
formule performative convenzionali quali «Io sostengo che» o «Io ti avverto che», ma non
esistono formule performative convenzionali che ci permettano di dire «Io ti convinco che» o
«Io ti allarmo che» (atti perlocutori)113. Il motivo risiede nel fatto che i primi caratterizzano
l’azione dal punto di vista dell’agente114, i secondi invece dal punto di vista dell’uditore e
dunque le conseguenze su di esso, essendo imprevedibili, non possono essere prescritte da
convenzioni.
b. Parlare di “uso del linguaggio” può altresì generare confusione nel distinguere gli atti illocutori,
che, come abbiamo visto, sono costituiti da convenzioni, da altri modi in cui si può dire
“usiamo” il linguaggio, che Austin non prende in esame. Tra questi rientrano quelli che Austin
definisce “eziolamenti” (poesia, prosa, teatro), usi non seri (come lo scherzare o l’ingannare),
usi non letterali (come l’insinuare), e gli usi espressivi (come l’imprecare, il manifestare
emozione, lo sfogarsi). Possiamo infatti dire «nel dire p stavo scherzando» o «recitando una
parte» o «scrivendo poesia». La differenza è facilmente visibile con questo esempio: nel famoso
verso di John Donne «Go and catch a falling star»115 la forza dell’enunciato è una cosa (ordine,
esortazione), l’uso dello stesso (per fare poesia) è tutt’altro. In questo senso prima si è detto che

112
Se la relazione gerarchica tra i parlanti è di tipo tale che x ha il diritto di comandare ad y (se x è un superiore
nell’esercizio delle sue funzioni) allora l’atto è un ordine. Altrimenti, presumibilmente, è un suggerimento o un
consiglio. Per ulteriori riflessioni su questo problema vedi infra, p. 75 sgg.
113
Il fatto che l’atto illocutorio possa essere reso esplicito con una formula performativa è secondo Austin la
prova della sua convenzionalità; cfr. supra, p. 40.
114
Per questo motivo si sarebbe tentati di sovrapporre il concetto di forza a quello di intenzione del parlante;
Grice sosterrà questa tesi e svilupperà il pensiero e la teoria di Austin in questa direzione, cfr. infra, p. 76 sg.
115
«Va’ e afferra una stella cadente».
58
l’uso di un enunciato dipende dal contesto, mentre la forza è qualcosa che appartiene
all’enunciato stesso116.
c. Anche per gli atti linguistici, trattandosi di atti, dunque di azioni, dobbiamo distinguere il
tentativo dal successo, effetti o conseguenze causati intenzionalmente o involontariamente e
scopi e intenzioni non realizzati.
Questa riflessione di Austin può suggerire a mio parere che la non intenzionalità è un aspetto
che permette di distinguere gli atti perlocutori da quelli illocutori. Dal momento che gli effetti
sull’interlocutore non sono prevedibili, gli atti perlocutori possono essere sia intenzionali sia
non intenzionali: io posso infatti spaventare, allarmare, persuadere qualcuno anche senza
volerlo, magari con un atto illocutorio che voleva essere solo una constatazione. Invece gli atti
illocutori devono essere per forza intenzionali: non si può avvertire, giudicare, consigliare senza
volere (resta escluso il caso in cui si pronunciano gli enunciati sotto costrizione).

4.2.2 Ulteriori osservazioni su atti locutori, illocutori e perlocutori

Parlare di significato come di elemento costitutivo dell’atto locutorio, di forza come componente
dell’atto illocutorio, e di effetti come inerenti all’atto perlocutorio può suscitare qualche perplessità,
soprattutto se si è ceduto alla tentazione di equiparare l’atto locutorio al nostro “vecchio” constativo
e l’atto illocutorio al performativo. L’enunciato constativo infatti sembra, ad una prima analisi,
consistere solamente nell’atto di dire qualcosa con un certo senso e un significato (e quindi nell’atto
locutorio), mentre l’enunciato performativo, che rappresenta ciò che si fa nel dire qualcosa, sembra
essere un aspetto ora contemplato dall’atto illocutorio. Questa semplicistica equivalenza si rivela
però del tutto erronea, se si considera, ad esempio, che anche un semplice enunciato constativo
quale «Il toro sta per caricare», può avere la forza di un avvertimento e produrre l’effetto di
allarmare o spaventare117.
Il lettore attento quindi saprà bene a questo punto che i due aspetti presi separatamente non sono
che astrazioni: in realtà tutti gli enunciati che pronunciamo hanno un significato, una forza, e quasi
sicuramente comportano delle conseguenze118. Questo significa evidentemente che l’atto illocutorio

116
Questa precisazione potrebbe essere utile per rispondere di tutti quei casi in cui un enunciato che ha una forza
ne sembra avere un’altra, cfr. infra, p. 76 sgg.
117
Cfr. infra, p. 65 sgg.
118
Questo punto è stato fonte di confusione e fraintendimento per gli studiosi di Austin. Atti locutori, illocutori e
perlocutori sono stati talvolta interpretati come atti linguistici distinti. La distinzione che fa Austin è puramente
preliminare e strumentale ad una migliore analisi. Egli fa capire che essi vanno considerati nella loro totalità. Cfr. FCP,
p.76: «C’è ancora un ulteriore senso in cui eseguire un atto locutorio, e in esso un atto illocutorio, può anche essere
59
comprende anche tutto ciò che veniva descritto nelle prime lezioni come enunciato constativo e
performativo, presi ormai nell’unità dei loro aspetti: l’atto locutorio non è che un aspetto dell’atto
illocutorio, o di ogni atto linguistico totale. Quel che rende ormai possibile porre sullo stesso piano,
come atti linguistici, gli enunciati prima distinti è il fatto di concepirli appunto come atti, che si
caratterizzano e si distinguono in base alla loro forza illocutoria.
Austin si rende conto che ciò che crea maggiori difficoltà è tracciare una distinzione tra atti
illocutori e perlocutori; per questo dedica la IX e la X Lezione alla loro soluzione.
Egli innanzitutto ritiene indispensabile precisare che il rapporto tra “atto illocutorio compiuto” e
“atto perlocutorio ottenuto” (vale a dire gli effetti ottenuti) non è predeterminato. A titolo di
esempio, non si persuade qualcuno per forza incitandolo, o lo si spaventa solo minacciandolo. Si
può, fa notare Austin, convincere qualcuno che la moglie è adultera semplicemente chiedendogli se
non era suo il fazzoletto trovato in camera da letto. Un qualsiasi atto locutorio o illocutorio può
produrre quindi degli effetti perlocutori; e questo è dovuto precisamente al fatto, già evidenziato nel
par. 4.2.1, che gli effetti di qualsiasi enunciato sull’interlocutore sono, per loro stessa natura,
imprevedibili.
Un errore in cui dobbiamo poi evitare di cadere, avverte Austin, è quello di credere che l’atto
illocutorio sia una conseguenza dell’atto locutorio: la forza dell’atto illocutorio non scaturisce come
risultato della dimensione locutoria dell’enunciato. In altre parole, il fatto che l’enunciato “Io
scommetto” dia effettivamente origine ad una scommessa non è dovuto ad un qualche potere
magico dei suoni della formula “Io scommetto”, bensì alla convenzione che regola il proferimento
di quelle parole. Se così non fosse, non avrebbe neanche senso parlare di condizioni di felicità119:
basterebbe il compimento dell’atto locutorio per l’esecuzione dell’atto illocutorio. Invece le
condizioni di felicità determinano la validità di un enunciato proprio perché stabiliscono i requisiti
per richiamarsi alla convenzione stessa. Ecco il motivo per il quale le classi di forza illocutoria non
indicano delle conseguenze degli atti locutori, ma fanno riferimento alle convenzioni che stanno a
loro fondamento. «L’atto illocutorio, dunque, si erge in tutta la sua purezza e indipendenza di fronte
agli altri atti del dire, fino a farsi modello del fare nel dire, e simbolo dell’azione in quanto tale o
della stessa spiritualità»120.

eseguire un atto di un altro genere. […] Chiameremo l’esecuzione di un atto di questo genere l’esecuzione di un atto
“perlocutorio” e l’atto eseguito […] una perlocuzione» (corsivo mio); FCP, p. 107.
119
Le condizioni di felicità viste per i performativi valgono per il proferimento di qualsiasi enunciato, in
particolare nel loro aspetto illocutorio.
120
A. CANILLI, Linguistica e filosofia: a proposito di J.L. Austin, «Quando dire è fare», in «Studi italiani di
linguistica teorica e applicata», 1976, p. 226. Canilli afferma che l’atto illocutorio può diventare simbolo della stessa
spiritualità perché esso, in quanto simbolo dell’azione, potremmo dire, “non fisica” e quindi non soggetta alle leggi di
consequenzialità, testimonia la vita dello spirito nell’uomo.
60
Austin fa notare poi che anche gli atti illocutori sono legati alla produzione di effetti. Questi
sono: l’assicurarsi la ricezione da parte dell’uditorio (esso deve comprenderne il significato e la
forza); la sua “entrata in vigore” (ad esempio se battezzo una nave, sarà poi regolare riferirsi a lei
con quel nome e non con un altro), l’ottenere una risposta o un seguito (un ordine richiede
l’obbedienza, una promessa il mantenimento).
Le conseguenze dell’atto perlocutorio possono consistere nel raggiungimento di un obiettivo
perlocutorio o nella produzione di un seguito perlocutorio. L’obiettivo perlocutorio è lo scopo con
cui viene enunciata la frase; il seguito consiste nelle conseguenze, anche non previste o desiderate,
che esso comporta. Naturalmente un atto può essere svolto con un obiettivo perlocutorio, il quale
magari non viene raggiunto, e avere comunque un seguito perlocutorio; oppure quello che è
l’obiettivo perlocutorio di un’illocuzione può diventare il seguito di un’altra121. Così si può, ad
esempio, dissuadere eventuali ladri dal fare irruzione in una casa con l’insegna «Attenti al cane»,
quando l’obiettivo perlocutorio era di avvertire; oppure informare qualcuno sui danni provocati dal
fumo con la dicitura «Non fumare», il cui obiettivo perlocutorio è trattenere dal fumare in un luogo,
e trattenere dal fumare con la semplice constatazione122 «Il fumo uccide»123.
Come nel par. 4.1.2 avevamo detto che si potevano compiere gli stessi atti dei performativi non
necessariamente articolando parole, anche ora dobbiamo precisare che gli atti perlocutori e
illocutori (o meglio, atti chiamati con lo stesso nome) possono essere portati a termine anche non
verbalmente: si può intimidire qualcuno anche solo brandendo un fucile, avvertire una persona
anche solo indicando un punto alle sue spalle. Resta il fatto comunque che anche questi mezzi non
verbali debbano richiamarsi a una convenzione, sebbene non sia sempre facile capire dove queste
iniziano e finiscono. Così, sarà convenzionale avvertire o minacciare qualcuno agitando un bastone,
ma non lo sarà agitando una racchetta da tennis124; lo sarà donare qualcosa a qualcuno mettendogli
l’oggetto in mano, ma non lo sarà tirandoglielo125.
L’analisi dell’atto illocutorio e perlocutorio continua nella X Lezione, con il tentativo, da parte
di Austin, di stabilire un qualche criterio per distinguere l’uno dall’altro, in particolare per mezzo
delle formule linguistiche «Nel dire x stavo facendo y» o «ho fatto y» (che indicherebbe un atto
illocutorio) e «Col dire x ho fatto y» o «stavo facendo y» (adatta all’atto perlocutorio). Si noti che
sono state queste formule a dare il nome ai due tipi di atti: illocutorio: inlocutionary, dall’inglese

121
Sarebbe interessante indagare su quanto il concetto di “obiettivo perlocutorio” possa coincidere con il concetto
di intenzione del parlante, e di come questo si rapporti al concetto di forza illocutoria. Si veda infra, p. 75 sgg.
122
È chiaro che ormai quando parliamo di “constativo”, “constatazione”, “performativo” ci riferiamo ad
un’astrazione di un aspetto dell’enunciato, nell’ottica della preliminare distinzione che aveva fatto Austin nelle Lezioni
I – VII.
123
Esempi miei.
124
Id.
125
Id.
61
«In saying x»; perlocutorio: perlocutionary, con il per che sostituisce by nel dare l’idea di “mezzo al
fine” in «By saying x». Si può constatare che la dicitura «nel dire» suggerisce una simultaneità tra
l’atto locutorio («dire x») e l’azione che si svolge, ovvero l’atto illocutorio (stavo facendo o ho fatto
y); mentre la formula «col dire» indica una consequenzialità dell’azione effettuata (ho fatto y o
stavo facendo y) rispetto a ciò che si è detto, che è dunque un mezzo con il quale si è ottenuto y.
Esempi standard di atti illocutori e perlocutori descritti da tali formule sono:
a. «Nel dire “Attento!” lo stavo avvertendo» o «l’ho avvertito» (atto illocutorio);
b. «Col dire “Attento!” l’ho spaventato» o «lo stavo spaventando» (atto perlocutorio).
Austin dimostra che le due formule non ci forniscono alcun test sicuro per distinguere gli atti
illocutori dai perlocutori, in quanto entrambe sono comunemente applicate, opportunamente o
impropriamente, anche all’altro dei due atti, oltre che all’atto locutorio e ad altri usi eterogenei del
linguaggio (altre cose che si fanno dicendo qualcosa) che non rientrano nella sua analisi. La formula
«Nel dire x stavo facendo y», ad esempio, potrebbe essere impiegata:
• per rendere conto di un atto locutorio, in particolare dell’atto retico, ad es. «Nel dire che
detestavo i cattolici, mi riferivo soltanto ai cattolici romani»; oppure dell’atto fonetico, es.
«Nel dire “Iced ink” stavo emettendo i suoni “I stink”»;
• in un uso scorretto ma comune del linguaggio, anche con verbi perlocutori. Ad esempio la
gente dice erroneamente «Mi stai intimidendo?» oppure «Mi stai allarmando?»126, e
potrebbe quindi dire anche «Nel dire x, mi stava intimidendo / allarmando» invece di
«minacciando». Vi sono poi verbi che possono essere intesi in entrambi i modi, quindi vi si
potranno applicare entrambe le formule: “tentare” è uno di questi;
• per fare riferimento ad altre cose che si possono fare pronunciando un enunciato; si può dire
dunque «Nel dire x stavo commettendo un errore» o «Nel dire x stavo infrangendo la legge»
o «correndo un rischio», oppure «dimenticando y»: questi sicuramente non sono atti
illocutori.
Anche la formula «Col dire x stavo facendo y» può essere incontrata allo stesso modo:
• con atti locutori, es. «Col dire x intendevo y»;
• con atti illocutori, es. «Col dire x lo stavo avvertendo»;
• quando si usano parole o espressioni come mezzi, es. «Col dire “sì” la sposavo»; oppure
«Col dire “Dichiaro tre fiori” lo informavo che non avevo denari»;
• con una varietà di usi eterogenei, es. «Col dire x mi sono messo dalla parte del torto».

126
Il porre la domanda in questi termini potrebbe essere un test per verificare se il verbo è di tipo illocutorio o
perlocutorio: con un verbo perlocutorio risulta assurda perché è una domanda a cui può rispondere soltanto chi la pone,
è un interrogare l’altro sui propri sentimenti o reazioni.
62
Riassumendo, queste due formule non ci permettono di stabilire con certezza un criterio per
distinguere gli atti illocutori dai perlocutori. Tuttavia, dei test per riconoscere i verbi illocutori con
una certa sicurezza potrebbero essere:
1. chiedersi se essi hanno senso nella formula «dire x era fare y» (in cui, se notiamo,
viene rispecchiata l’idea di simultaneità). Possiamo quindi dire «Dire quella cosa era
minacciarlo», ma non «Dire quella cosa era spaventarlo» (se non in un uso prolettico);
2. verificare se il verbo illocutorio può essere opportunamente fatto rientrare in un
performativo esplicito. Il fatto che l’atto illocutorio possa essere reso esplicito con una
formula performativa è secondo Austin la prova della sua convenzionalità. Infatti possiamo
dire «Ti avverto che», «Ti ordino di», «Dichiaro che», ma non «Ti umilio con», «Ti
sorprendo con» (verbi perlocutori) o «Insinuo che» (usi eterogenei del linguaggio, non del
tutto convenzionali).
Ci si chiederà a questo punto, e a ragione, qual è la relazione tra enunciati constativi,
performativi, e atti locutori e illocutori. È tempo dunque di riconsiderare le osservazioni fin qui
fatte alla luce di questa «nuova intelaiatura»127, per presentare infine il quadro generale di tutte
le famiglie di atti linguistici che fornisce Austin nell’ultima Lezione di Come fare cose con le
parole.

4.2.3 Dire è fare128

Prima di esporre in maniera sintetica le conclusioni cui giunge l’analisi di Austin in Come fare cose
con le parole, sarà opportuno ricapitolare il discorso svolto finora. Nel paragrafo 4.1.1 e 4.1.2
abbiamo visto come Austin denuncia la tendenza, da parte dei filosofi, a credere che la funzione di
un enunciato possa essere solo quella di descrivere, constatare, dichiarare uno stato di cose, e attira
invece l’attenzione su un tipo di enunciato, che egli chiama performativo, che serve invece a
compiere delle azioni, e non è un resoconto vero o falso di qualcosa. Affinché l’enunciato
performativo sia felice, ovvero riesca nel suo intento di compiere quelle azioni, è necessario che una
serie di condizioni siano soddisfatte: queste sono state riassunte nel paragrafo 4.1.3. Il ragionamento
del nostro Autore, e il nostro con lui, è poi proseguito nel farci notare come anche gli enunciati
definiti “constativi” possano essere giudicati in termini di felicità-infelicità e di come i valori di
verità-falsità possano essere applicate anche ai performativi (4.1.4). A questo punto la separazione
constativi-performativi sta per crollare, ma Austin cerca di mantenerla proponendo dei criteri per

127
FCP, cit., p. 92; HDTW, cit., p. 123.
128
Questo paragrafo riprende e sviluppa le considerazioni del par. 4.1.7, e va letto come una sua prosecuzione e
integrazione.
63
distinguerli, che però si rivelano non completamente soddisfacenti (4.1.5). L’impossibilità di
mantenere la dicotomia è rivelata infine nel paragrafo 4.1.6 e 4.1.7, alla luce della riflessione sui
performativi impliciti ed espliciti. Austin elabora quindi una teoria generale di tutti i casi in cui dire
qualcosa è fare qualcosa, nel dire qualcosa si fa qualcosa e col dire qualcosa si fa qualcosa: teoria
che ha portato alla distinzione degli atti linguistici in locutori, illocutori e perlocutori, esposta nel
paragrafo 4.2.1 e 4.2.2. Resta dunque da esaminare in che modo Austin coniuga l’iniziale dicotomia
constativo-performativo con la più generale teoria degli atti linguistici, o meglio, di come integri la
prima nella seconda.
La conclusione cui arriva il nostro Autore nella XI Lezione è che l’iniziale contrapposizione tra
il performativo e il constativo, tra l’asserire qualcosa e il compiere qualcosa, tra il dire e il fare, non
è più valida. Se infatti, come abbiamo visto, ogni qual volta compiamo un atto locutorio (ossia
diciamo qualcosa) compiamo anche un atto illocutorio (ossia diciamo quella cosa con una
determinata forza, dunque facciamo qualcosa), ciò vuol dire che anche una semplice asserzione o
constatazione equivale effettivamente a fare qualcosa.
Passo fondamentale nell’approdare a questa consapevolezza è stato il comprendere come i
performativi spesso si trovano in forma implicita. Così si è compreso che come un enunciato
performativo quale, ad es. «Chiudi la porta» può essere esplicitato in «Ti ordino di chiudere la
porta», allo stesso modo un constativo quale «Il toro sta per caricare» può essere reso esplicito in
«Sostengo (o scommetto, o affermo) che il toro sta per caricare». Entrambi gli enunciati sono
proferiti con una forza, entrambi quindi sono atti illocutori. Se dire «Il toro sta per caricare» è la
stessa cosa che dire «Sostengo che il toro sta per caricare», allora possiamo affermare che quando
asseriamo qualcosa:
- stiamo “facendo” qualcosa;
- il nostro enunciato potrà essere anche felice o infelice, oltre che vero o falso.
Il seguente schema illustra il ragionamento appena esposto, e, se vogliamo, anche l’argomentazione
con la quale Austin dimostra l’invalidità dell’iniziale dicotomia performativo-constativo per
approdare alla considerazione dell’atto linguistico totale:

PERFORMATIVO: CONSTATIVO:
– Ti ordino di chiudere la porta. – Il toro sta per caricare.

«Io asserisco che il toro sta per caricare» (forma esplicita)

64
Felice o Infelice Vero o Falso
Originale performativo Originale constativo
Illocuzione (forza) Locuzione (significato)
Fare Dire

ATTO LINGUISTICO TOTALE:


«Il toro sta per caricare» (forma implicita o primaria)
Felice o infelice, vero o falso
Locuzione e illocuzione (e perlocuzione)
Dire e fare

Quali condizioni di felicità può infrangere un’asserzione? Come già parzialmente illustrato nel par.
4.1.4, asserire trasgredisce alle regole di felicità129:
A 1. se si riferisce a qualcosa o qualcuno che non esiste, es. «L’attuale Re di Francia è
calvo»;
A 2. se non si è nelle condizioni o circostanze per poterlo fare, es. «Nella stanza accanto ci sono
cinquanta persone» (detto quando non ci sono stata), «Tu ti annoi» (detto quando la persona in
questione non mi ha rivelato i suoi sentimenti);
B 1. nel momento in cui si dice qualcosa che non si intendeva dire, es. «Il ratto è sul cuscino»
(invece che «gatto»);
B 2. quando si dimentica o tralascia qualcosa, es. «Non esiste alcuna faccia posteriore»
(omettendo «della Luna»);
Γ 1. se si afferma qualcosa in cui non si crede, es. «Il gatto è sul cuscino» (detto quando non si
crede che sia lì);
Γ 2. se in seguito all’asserzione si afferma qualcosa di incompatibile o contraddittorio con
quanto detto prima, es. «Il cuscino è sotto il gatto, ma il gatto è accanto al cuscino».
Austin afferma: «una volta che ci rendiamo conto che ciò che dobbiamo studiare non è la frase ma il
proferimento di un enunciato in una situazione linguistica, non è quasi più possibile non rendersi
conto che l’asserire è eseguire un atto»130. Anche l’asserzione infatti, come tutti gli altri atti

129
Cfr. par. 4.1.3 per la definizione della corrispondente condizione di felicità e quindi del caso di infelicità.
130
FCP, cit., p. 102, HDTW, cit., p. 139.
65
illocutori, richiede l’assicurarsi la ricezione (l’accertarsi cioè che l’uditorio abbia compreso il
significato e la forza dell’enunciato); entra in vigore (dopo che ho affermato qualcosa, altre
asserzioni saranno al loro posto oppure fuori luogo); e in genere sollecita una risposta (non tutti gli
atti illocutori comunque la sollecitano); infine può comportare effetti perlocutori.
È stato inoltre già segnalato che anche per i performativi si può, e spesso si deve, valutarne
oggettivamente l’aderenza ai fatti, giudicandoli in termini di verità o falsità, in particolare per il
caso di quei performativi che Austin ha definito “verdettivi”. Si può stimare, ad esempio,
esattamente o erroneamente, che sono le due e mezzo; giudicare, a ragione o a torto, la colpevolezza
di qualcuno; dichiarare, correttamente o meno, che il battitore è eliminato. Analoghe considerazioni
possono essere fatte nel caso dei consigli, congratulazioni, biasimi o lodi. In tutti questi casi non si
tratta di decidere se essi sono stati fatti opportunamente (se cioè si sono scelte bene le circostanze) o
no, si tratta di giudicare la loro aderenza ai fatti.
Un’obiezione che si sarebbe tentati di fare a questo punto è che la questione del giusto, del
buono, dell’equo, del merito sono comunque distinte dalla questione del vero e del falso, essendo
questi ultimi due valori distinti e oggettivi, del tipo bianco o nero. Austin dissente totalmente da
questa idea, e dimostra invece che anche per moltissime asserzioni è difficile stabilire in maniera
incontrovertibile sulla loro verità o falsità, essendo magari valide per certi propositi e certi scopi,
ma non per altri. Si prenda ad esempio l’affermazione «La Francia è esagonale»: si tratta di
un’asserzione approssimativa, e può essere presa per buona da un generale, ma certamente non da
un geografo. Altro esempio che Austin cita è «Lord Raglan vinse la battaglia di Alma» (ricordando
che la battaglia di Alma fu vinta dai soldati semplici, e che gli ordini di Lord Raglan non furono mai
trasmessi ad alcuni dei suoi subalterni): anche questa affermazione è piuttosto esagerata, potrebbe
andare bene per un libro di scuola, ma non sarebbe accettabile in un’opera di ricerca storica.
Dunque anche per l’asserire, tanto quanto per giudicare e il consigliare, sono importanti le
circostanze, l’intento di colui che ha parlato, il suo uditorio, ecc. La verità dunque non è una qualità,
ma piuttosto tutta una dimensione di critica, «una dimensione generale dell’essere una cosa giusta o
corretta da dire, in opposizione ad una cosa sbagliata, in queste circostanze, a questo uditorio, per
questi scopi e con queste intenzioni»131.
Austin pertanto si chiede: cosa rimane allora dell’enunciato performativo e di quello constativo?
Entrambi sono delle astrazioni dal concreto atto linguistico: con l’enunciato constativo si
considerava solo l’aspetto locutorio, e la sua ideale corrispondenza ai fatti; l’enunciato performativo
invece si concentrava solo sull’aspetto illocutorio, il suo “fare qualcosa”. La vera conclusione,
dichiara Austin, «deve certamente essere che per noi è necessario a) distinguere tra atti locutori e

131
FCP; cit., p. 106; HDTW, cit., p.145 (corsivo mio).
66
illocutori, e b) specialmente, e in modo critico, stabilire in relazione ad ogni genere di atto
illocutorio – avvertimenti, valutazioni, verdetti, asserzioni, e descrizioni – in quale modo specifico
(se ve n’è uno) si intende che essi siano, in primo luogo a proposito o fuori luogo, e
secondariamente, «giusti» o «sbagliati»; quali termini di valutazione vengono usati per ogni atto e
cosa significano»132. All’elaborazione di questa teoria generale di tutti i tipi di atti illocutori è
dedicata la XII e ultima Lezione.

4.2.4 Classi di forza illocutoria

All’inizio della XII Lezione Austin ribadisce, chiarendo una volta per tutte, le conclusioni cui ci
ha portato circa la natura delle asserzioni, altrimenti note come «enunciati constativi»:

A) L’atto linguistico totale nella situazione linguistica totale è il solo fenomeno reale che, in ultima analisi,
siamo impegnati a spiegare.
B) Asserire, descrivere, etc., sono soltanto due nomi tra i moltissimi altri nomi di atti illocutori; essi non
occupano alcuna posizione eccezionale.
C) In particolare, essi non occupano alcuna posizione eccezionale per quel che riguarda la questione
dell’essere collegati ai fatti in un modo eccezionale chiamato l’essere vero o falso, perché la verità e la falsità
non sono (tranne che mediante un’astrazione artificiale che è sempre possibile e legittima per certi scopi)
nomi che indicano relazioni, qualità o altro, bensì una dimensione di valutazione – in che condizioni stanno
le parole riguardo ai fatti, agli eventi, le situazioni, etc., a cui si riferiscono133.

Destituendo i valori di verità-falsità dalla loro apparenza di “relazioni e qualità intrinseche” e


dimostrando invece che essi indicano semplicemente un modo di essere appropriato o meno,
consono o meno in determinate circostanze, per certi scopi e con certe intenzioni, Austin ha
eliminato definitivamente la principale caratteristica che differenziava i constativi dai performativi.
Al posto di tale dicotomia, come abbiamo visto, è stata presentata una teoria dell’atto linguistico
totale, una teoria cioè che considera tutti gli aspetti di un enunciato (a partire dai suoni che si
emettono nel pronunciarlo, come esso fa riferimento ad una grammatica e ad un lessico di una
lingua, quale significato, forza ed effetti comporta), ma che soprattutto guarda ad ogni proferimento
di frase come ad un atto, un modo di fare cose con le parole, uno strumento nell’interazione sociale
umana.
In quest’ottica ha acquistato un ruolo di fondamentale importanza la forza illocutoria, che
distingue varie famiglie di atti linguistici connessi tra di loro e che si sovrappongono gli uni agli

132
FCP, cit., p. 107; HTDW, cit., pp. 146-147.
133
FCP, cit., pp. 108-109; HDTW, cit., pp. 148-149.
67
altri, famiglie che Austin ora si accinge a classificare. Innanzitutto, precisa Austin, la distinzione
che avevamo fatto tra performativi espliciti e primari, e i test, che su di essa si basano, per
riconoscere i primi, torneranno utili per riconoscere quei verbi che rendono esplicita la forza
illocutoria di un enunciato, ovvero specificano quale atto illocutorio si esegue nel proferire
quell’enunciato. Dizionario alla mano, e usando il semplice test della prima persona singolare del
presente indicativo attivo, Austin giunge ad individuare le seguenti classi generali di enunciato,
distinte in base alla loro forza illocutoria:
1) Verdettivi;
2) Esercitivi;
3) Commissivi;
4) Comportativi;
5) Espositivi134.
Egli dà una esposizione approfondita di quali sono i tratti caratteristici, ossia il contesto di
emissione e le varie forze, che distinguono queste famiglie di enunciati. Vediamone i punti
fondamentali.

1) VERDETTIVI135: consistono nell’emissione di un verdetto, di una sentenza ufficiale o non


ufficiale, di un giudizio. Essi vengono solitamente pronunciati da parte di una giuria, un arbitro, un
giudice di gara, ed hanno dunque carattere giuridico e ufficiale, ma possono anche consistere
semplicemente nel fare una stima, esprimere un’opinione o un’interpretazione nelle quotidiane
situazioni linguistiche informali. Alcuni degli esempi di verdettivi che Austin fornisce sono:
«assolvo», «riconosco colpevole», «giudico», «interpreto come», «intendo», «regolo»,
«preventivo», «situo», «misuro», «lo prendo come», «classifico», «colloco», «stimo», «valuto»,
«descrivo», «caratterizzo», «diagnostico», «analizzo». Come abbiamo visto nel paragrafo 4.1.6, nei
verdettivi entra in gioco in maniera preponderante la dimensione della verità / falsità, o meglio della
correttezza / scorrettezza, equità / iniquità. Un verdettivo è un atto giudiziario, che va distinto
dall’atto legislativo o esecutivo, i quali sono entrambi inclusi negli enunciati esercitivi. Si può
notare che i verdettivi, se pronunciati da persone in veste ufficiale, sono anche degli esercitivi136,
dal momento che “fanno legge”. Così se un giudice dichiara colpevole un imputato, questi sarà

134
Su questa classificazione, che lo stesso Austin non riteneva affatto soddisfacente, si è aperto un dibattito che
ha visto impegnati soprattutto Grice e Searle, i quali, oltre a proporre altre classificazioni, hanno sviluppato una teoria
degli atti linguistici in direzione di un’accentuazione del ruolo delle intenzioni dei parlanti e delle situazioni
«conversazionali» in cui gli atti si inseriscono, contribuendo ad indirizzare la filosofia analitica verso la filosofia della
mente. Cfr. infra, p. 75 sgg.
135
Cfr. supra, p. 52 sgg.
136
Per i riferimenti alle classi di enunciati non ancora illustrate, si veda più avanti.
68
condannato; se un arbitro dichiara eliminato un battitore, questi sarà in effetti squalificato.
Potremmo affermare quindi che, se hanno le vesti di atti ufficiali, alcuni verdettivi comportano certi
esercitivi. I verdettivi sono assimilabili anche:
- ai commissivi, in quanto dare un giudizio o una valutazione ci impegna ugualmente ad una
condotta successiva, ossia alla coerenza;
- ai comportativi, perché se ci congratuliamo (comportativo) con una persona vorrà dire che
avremo dato un giudizio di valore positivo su di lei (verdettivo); se la biasimiamo, che l’avremo
giudicata responsabile, e così via;
- agli espositivi quali, ad esempio, «considerare come», «interpretare», «classificare» che
presuppongono comunque un giudizio, una valutazione precedente.

2) ESERCITIVI: sono quegli enunciati tramite i quali si comunicano decisioni pro o contro qualcosa e
che hanno carattere prescrittivo ed esecutivo, nel senso che poi le cose dovranno andare di
conseguenza, conformarsi a quella decisione, a quell’annuncio. La differenza sostanziale degli
esercitivi dai verdettivi è presto illustrata da Austin: «È una decisione che qualcosa deve essere così,
distinta da un giudizio secondo cui è così: è sostenere che dovrebbe essere così, contrapposto alla
stima secondo la quale è così; è aggiudicare, contrapposto ad una valutazione; è una condanna
contrapposta ad un verdetto»137. Arbitri e giudici si servono sia dei verdettivi sia degli esercitivi.
Una conseguenza molto comune degli esercitivi è che, in seguito al loro proferimento, altre persone
saranno “autorizzate” o “non autorizzate” a fare alcune cose.
Esempi di esercitivi sono: «nomino», «destituisco», «licenzio», «scomunico», «condanno»,
«multo», «concedo», «scelgo», «dono», «lascio in eredità», «perdono», «rassegno le dimissioni»,
«chiedo», «proclamo», «abolisco», «decreto», «abrogo», «dichiaro chiuso», «dichiaro aperto». Gli
esercitivi sono in stretta relazione, oltre che con i verdettivi:
- con i commissivi, dal momento che molti esercitivi quali, ad esempio, «nomino», «permetto»,
«autorizzo», «offro», «concedo», «dono» hanno chiaramente anche l’effetto di impegnarmi ad
una certa condotta;
- con i comportativi: esercitivi quali «io sfido», «io protesto», «io approvo» possono essere
considerati la manifestazione di un atteggiamento;
- con gli espositivi, perché ad esempio «io ritiro», o «io sollevo un’eccezione» (esercitivi)
possono essere usati nel corso di un’esposizione o discussione.

137
FCP, cit., p. 113; HDTW, cit., 155.
69
3) COMMISSIVI: si contraddistinguono perché con essi il parlante si assume un impegno, promette
qualcosa, oppure semplicemente dichiara o annuncia una propria intenzione, una propria posizione
o opinione. Austin avverte che esiste una fondamentale differenza il caso in cui il parlante si
impegna davvero, come nella promessa, e il caso invece in cui egli comunica solamente una
decisione o intenzione. In entrambe le circostanze comunque, dall’enunciato dipenderà una
condotta successiva, nel senso che, dopo che è stato pronunciato, certi atteggiamenti saranno
appropriati oppure fuori luogo138. Esempi più comuni di commissivi sono: «prometto», «contratto»,
«do la mia parola», «intendo», «mi propongo di», «prevedo di», «medito di», «mi impegno a»,
«giuro di», «garantisco», «scommetto», «acconsento», «mi dichiaro in favore di», «sposo (una
causa)», «mi oppongo». Anche i commissivi possono essere considerati, a seconda dei casi:
- dei verdettivi, per le ragioni già viste (vedi supra);
- degli esercitivi, vedi supra;
- dei comportativi, in quanto, ad esempio, anche il risentirsi, dare il benvenuto, approvare o
disapprovare (comportativi) implicano l’impegnarsi ad un determinato atteggiamento;
- degli espositivi: «giurare», «promettere», «garantire» (commissivi) funzionano come
espositivi; «chiamare», «definire», «assumere» e «essere d’accordo», «dissentire», «difendere»
sembrano poter rientrare in entrambe le classi.

4) COMPORTATIVI139: hanno a che fare con il comportamento sociale e con le reazioni ai


comportamenti e atteggiamenti degli altri. Questo tipo di enunciati è ovviamente connesso, e può
essere confuso, sia con la descrizione dei propri sentimenti sia con la loro espressione, nel senso di
darvi libero sfogo, nonostante vada tenuto distinto da entrambi. Secondo Austin sono esempi di
comportativi: «mi scuso», «ringrazio», «mi complimento», «mi condolgo», «mi congratulo», «non
m’importa», «critico», «applaudo», «approvo», «do il benvenuto», «ti dico addio», «benedico»,
«maledico», «auguro», «sfido» (tra questi ritroviamo molti degli iniziali performativi). Anche in
questo caso registriamo delle corrispondenze con le altre famiglie di atti (si vedano i punti 1., 2., 3.,
5.).

5) ESPOSITIVI140: chiariscono come i nostri enunciati si inseriscono nel corso di una discussione o
conversazione, o il modo in cui in quel momento stiamo usando le parole. Essi sono usati in atti di
esposizione che comportano l’illustrare opinioni, il chiarificare operazioni mentali o modi di
procedere, e riferimenti. Austin fornisce una lista di espositivi disposti in raggruppamenti, dei quali

138
Cfr. supra, par. 4.1.4, p. 43 sgg.
139
Cfr. supra, par. 4.1.6.
140
Ibidem.
70
i più usati ci sembrano: 1. «affermo», «nego», «classifico», «identifico»; 2. «osservo», «faccio
menzione di»; 3. «informo», «replico», «domando»; 4. «riferisco», «giuro»; 5. «accetto»,
«ammetto», «sono d’accordo», «obietto a », «rinnego»; 5. «correggo»; 6. «postulo», «deduco»; 7.
«comincio con», «mi rivolgo a», «analizzo», «interpreto», «spiego», «intendo», «mi riferisco»,
«chiamo», considero come». Non mancano esempi di espositivi che possano essere assimilati ai
verdettivi («analizzo», «classifico», «interpreto»); agli esercitivi («concedo», «incito», «dimostro»,
quando comportano l’esercizio di poteri); ai commissivi («definisco», «convengo», «accetto»,
«testimonio», «giuro», in quanto comportano l’assunzione di un impegno); ai comportativi
(«obietto», «esito», possono implicare l’assunzione di un comportamento).

Riassumendo, spiega Austin, «possiamo dire che il verdettivo è un esercizio del giudizio,
l’esercitivo è un’affermazione di influenza o un esercizio di potere, il commissivo è un’assunzione
di un obbligo o dichiarazione di un’intenzione, il comportativo è l’adozione di un atteggiamento, e
l’espositivo è la chiarificazione di ragioni, argomenti, e comunicazioni»141. Ad ogni modo egli è
ben lungi dal considerare questa classificazione esaustiva o definitiva: molti verbi, come abbiamo
potuto constatare, sembrano infatti poter rientrare in varie classi, a seconda dell’uso che se ne fa e
della prospettiva dalla quale li si osserva. In particolare le ultime due classi sono, a detta di Austin,
le più difficili da definire, quella dei comportativi in quanto troppo eterogenea, e quella degli
espositivi perché i numerosi verbi che ne fanno parte sembrano, allo stesso tempo, essere compresi
nelle altre famiglie e possedere qualche caratteristica peculiare che però è arduo focalizzare. «Si
potrebbe benissimo dire – conclude Austin – che tutti gli aspetti sono presenti in tutte le classi»142.
Il nostro Autore è ora giunto alla fine della sua esposizione, e ha cura di offrire
all’uditore/lettore, seppur brevemente, ulteriori precisazioni sulla utilità e importanza dell’indagine
appena svolta, sulle sue possibili applicazioni e su come essa si collochi nella riflessione filosofica a
lui contemporanea. In primo luogo egli fa menzione delle recenti teorie dell’uso (cfr. supra, par.
3.3) che tengono in debita considerazione del contesto di proferimento della parola o dell’enunciato,
ma che soprattutto guardano all’uso che se ne fa. Ad esempio, per quanto riguarda la parola
“buono”, il cui significato è da sempre oggetto d’indagine dei filosofi, è stato suggerito che la si usi
per lodare, esprimere approvazione, o dare una valutazione. Tuttavia, segnala Austin, non
riusciremo mai a farci un’idea chiara della parola “buono” e di tutti i modi in cui la si usi finché non
avremo una lista completa di tutti i tipi di atti illocutori, ovvero di tutte le cose per fare le quali
usiamo le parole, della quale lodare, dare una valutazione o approvare sono semplici esemplari.

141
FCP, cit., p. 119; HDTW, cit., p. 163.
142
FCP, cit., p. 111; HDTW, cit., p. 152.
71
Austin dunque propone Come fare cose con le parole non come un manifesto individuale, bensì
come un’indagine, forse non completa e definitiva ma sicuramente innovativa e ricca di spunti, di
tutte le possibili cose che si possono fare parlando, che costituisce un contributo fondamentale a
qualsiasi scienza che si occupi di linguaggio, di azione e dell’interagire sociale.

5. Conclusione. Considerazioni critiche e problemi aperti: le risposte di


Grice, Searle e Olivecrona

L’influenza della filosofia del linguaggio di Austin cominciò a manifestarsi subito dopo la
pubblicazione postuma di How to Do Things with Words, nel 1962. Negli anni successivi molti
filosofi, non solo dell’ambiente oxoniense, come Peter F. Strawson, H. Paul Grice e John R. Searle,
ma anche di diverso ambito culturale, come Jürgen Habermas (nella sua Teoria dell’agire
comunicativo) e Paul Ricoeur, hanno adottato e rielaborato idee austiniane. Anche in linguistica si è
fatto ampio uso dei concetti del filosofo oxoniense, dall’enunciato performativo, allo studio dei
diversi modi di indicare la forza illocutoria, alla considerazione degli enunciati come “mosse” di un
gioco interazionale. L’idea che il proferimento di un enunciato corrisponde all’esecuzione di
un’azione ha avuto così tanto seguito e risonanza che il termine atto linguistico (speech act) è
passato in pochi anni da termine specialistico a espressione d’uso generale. Anche nel campo della
giurisprudenza, a partire dai lavori di Hart e Ross, per arrivare alle ricerche di autori italiani come
Scarpelli, Gustini e Tarello, e nel campo dell’Intelligenza Artificiale (mediato spesso dal lavoro di
Searle), il nome di Austin compare spesso come punto di riferimento. Non sono mancate le critiche,
anzi, chi ha ripreso l’analisi di Austin l’ha fatto spesso con l’intenzione di criticarne i presunti
“errori”.

72
Mi è impossibile in questa sede ricostruire i molti sviluppi, critiche, rivalutazioni che dei concetti
austiniani hanno proposto gli epigoni143: mi limiterò pertanto ad esporre brevemente le risposte che
alcuni filosofi hanno dato alle obiezioni o perplessità che, a mio parere, possono sorgere ad una
lettura attenta di quest’opera anche da parte del lettore medio di oggi. Le prime due considerazioni
riguardano Grice (1913-1988) e Searle (1932), due filosofi spesso e a ragione collegati direttamente
ad Austin perché da lui hanno ripreso le idee fondamentali; la terza invece concerne alcune
osservazioni di Karl Olivecrona (1897-1980) sul carattere peculiare del performativo, nozione che,
come abbiamo visto, Austin abbandona a favore di una più ampia categoria degli atti illocutori.
Uno dei quesiti più importanti che mi sono posta nel corso della lettura di Come fare cose con le
parole riguarda la difficoltà, in certe circostanze, di individuare con sicurezza la forza degli
enunciati. Vi sono infatti tutta una serie di casi in cui un enunciato che sembra avere una forza in
realtà ne ha un’altra, oppure un enunciato che ha una forza è come se ne avesse un’altra. Si
considerino questi esempi:
a) «Puoi chiudere la porta per favore?», detto quando l’interlocutore sa che deve obbedire perché
costretto dalla relazione gerarchica;
b) «Grazie per avermi avvertito!», detto ironicamente quando il parlante non è stato avvertito;
c) «Fa freddo qui», enunciato che potrebbe essere una semplice constatazione così come una
richiesta, un’esortazione, un ordine impliciti di chiudere la porta.
In tutti questi casi è palese il fatto che l’enunciato abbia una forza apparente e letterale, ma sia
pronunciato con l’intenzione di conferirgli un significato ulteriore rispetto a quello esplicito e
immediato.
A che cosa è dovuta quest’altra “forza” di cui si caricano enunciati di questo tipo? Dalla vera
intenzione di colui che pronuncia l’enunciato, o dall’interpretazione del destinatario? Dalla
relazione gerarchica tra i parlanti o da una convenzione, che prevede quell’uso per quel tal fine? O
ancora, in generale, dal contesto di proferimento? Nel caso b), cioè di frasi pronunciate con ironia o
sarcasmo, possiamo ipotizzare che Austin parlerebbe di un uso “non serio” del linguaggio; difficile
invece è capire come Austin spiegherebbe i casi a) e c). Ricordiamo infatti che, secondo Austin,
“Un giudice dovrebbe essere in grado di decidere, sentendo ciò che è stato detto, quali atti locutori e
illocutori siano stati eseguiti”144. Potremmo affermare che il giudice conoscerebbe il contesto

143
Per una visione complessiva dei quali cfr. Introduzione a J.L. AUSTIN, Come fare cose con le parole, a cura di
C. Penco e M. Sbisà, Marietti, Genova, 1987, pp. VII-VIII-IX; J.L. AUSTIN et al., Gli atti linguistici. Aspetti e problemi
di filosofia del linguaggio, a cura di M. Sbisà, Milano, Feltrinelli, 1991; S. CASTIGNONE, “Le parole del fare”: Austin,
Olivecrona, Ross e la “Fallacia Performativa”, in «Materiali per una storia della cultura giuridica», 11/2, 1981, pp.
439-458; G. MORPURGO-TAGLIABUE, Un’eredità di Austin: i performativi, in «Lingua e stile», 15, 1980, I, pp. 65-93.
144
FCP, cit., p. 90; HDTW, cit., p. 122.
73
d’emissione, e quindi saprebbe che la richiesta cortese a) in realtà è un ordine. Tuttavia, Austin
insiste anche sul fatto che la forza è inerente all’enunciato stesso e non al contesto.
Quel che è certo, comunque, è che questi casi sembrano essere troppo presenti e numerosi nel
linguaggio ordinario per escluderli da una classificazione generale di tutti i modi in cui si può usare
un enunciato.
P. Grice in particolare ha colto questo problema, elaborando una complessa teoria del significato
che pone al centro della propria analisi l’intenzione del parlante. Secondo Grice il significato di una
espressione linguistica può essere ricondotto essenzialmente alle intenzioni del soggetto parlante (si
noti che la parola inglese per “significato”, meaning, deriva da to mean, “intendere”) e al loro
riconoscimento da parte di chi la ascolta. In altre parole, il parlante cerca di ottenere un effetto
sull’ascoltatore, tramite il riconoscimento, da parte di quest’ultimo, della sua intenzione.
Nell’interpretazione di Grice dunque è l’intenzione, e non la convenzione, nel senso quasi giuridico
di Austin, che sta alla base della forza degli enunciati. È opportuno osservare a questo punto che la
grande differenza di questa prospettiva rispetto a quella proposta da Austin è che se la prima
conduce ad una visione del linguaggio fondamentalmente mentalistica e basata sul singolo parlante
(e quindi, se vogliamo, individualistica), la seconda, in quanto pone in primo piano la convenzione
che soggiace all’atto, affida al linguaggio il ruolo di strumento di interazione sociale.
Anche la teoria dell’implicatura conversazionale, elaborata da Grice ed esposta nelle William
James Lectures, può fornire una possibile risposta al nostro quesito: l’implicatura conversazionale
comprende tutto ciò che il parlante intende al di là del significato letterale di ciò che dice, e che fa
capire utilizzando il contesto della conversazione. Questa teoria tiene dunque conto di tutti quei
significati ulteriori che può assumere un enunciato (ironie, usi sarcastici, o indiretti) che non
avevano trovato una considerazione adeguata nella tassonomia austiniana.
Anche la riflessione di Searle (considerato l’interprete per eccellenza del pensiero di Austin,
tanto che spesso, e indebitamente, si sono confuse le diverse teorie degli atti linguistici proposte dai
due filosofi) può fornire, a mio parere, una spiegazione soddisfacente ai casi di ambiguità
presentati, in particolar modo ai punti a) e c). Searle si occupa nello specifico di domande come
«Sai che ore sono?», o «Puoi passarmi il sale?» che non richiedono una risposta diretta («Sì»), bensì
sollecitano l’interlocutore a fare qualcosa. Searle definisce tali enunciati atti linguistici indiretti, che
possiedono dunque una “forza indiretta”. Le domande, in altre parole, chiedono se si è in
condizione di svolgere quella azione che si richiede (per dire che ora è occorre saperlo, per poter
passare il sale bisogna essere in condizione di farlo), e in questo modo, la suggeriscono
implicitamente. In Speech Act Searle ha proposto una nuova classificazione di tutti i possibili tipi di
atti illocutori, basata fondamentalmente sull’intenzionalità, ovvero sullo scopo con il quale

74
l’enunciato viene proferito; e che prevede una serie di regole o condizioni specifiche cui gli
enunciati devono obbedire.
Nel riprendere brevemente gli spunti che l’indagine di Austin ha dato a ricerche successive, non
si può non menzionare, a mio parere, il grande interesse che ha suscitato presso gli studiosi la classe
dei performativi, di quegli enunciati, cioè, nei quali “vi è qualcosa che al momento
dell’enunciazione viene eseguito dalla persona che enuncia”145. Come abbiamo visto nel cap. 4.
Austin abbandona, nel corso dell’esposizione, la nozione di performativo in quanto massima
espressione del fare nel dire, e approda invece alla certezza che ogni dire è anche un fare.
Non si possono avere dubbi sul fatto che l’iniziale netta separazione fra i due aspetti dell’enunciato,
ossia quello constativo e quello performativo, sia utilizzata da Austin solo in chiave strumentale,
con l’occhio già rivolto agli sviluppi successivi della sua argomentazione.
Tuttavia il tentativo, da parte di molti autori, di riscattare l’originalità dei performativi146 dimostra
come questa distinzione sia tutt’altro che superata e priva di interesse. Molti studiosi infatti hanno
fatto notare che pronunciando formule quali «Prometto», «Battezzo», «Mi scuso» (esempi di
performativi puri), si compia un’azione in un senso molto più stretto che proferendo enunciati come
«Affermo», «Consiglio», «Dimostro». A cosa è dovuto questo diverso valore?
Silvana Castignone, in “Le parole del fare”: Austin, Olivecrona, Ross e la “fallacia
performativa” presenta il punto di vista di Olivecrona, il quale, sulla strada tracciata da
Hägerström147, individua negli enunciati performativi un retaggio delle formule del linguaggio
giuridico romano dal carattere magico-rituale. Hägerström aveva sottolineato che dal momento che
nella Roma arcaica (come in tutte le civiltà arcaiche) tutto era vissuto in una dimensione magico-
religiosa, anche le parole erano ritenute in grado di far accadere i fenomeni che richiamavano,
creando vincoli, poteri e qualità che erano sentiti come realmente esistenti, seppur sovrasensibili148.
Olivecrona applica questi studi ai performativi, affermando che la loro particolare proprietà di poter
creare o modificare uno stato di cose si spiega solamente «se si ammette che essi fossero all’origine

145
FCP, cit., p. 48; HDTW, cit., p. 60.
146
Si veda ad esempio M. FURBERG, Locutionary and Illocutionary Acts. A main theme in J.L. Austin’s
Philosophy, Stockholm, Almqvist-Wicksell, 1963, pp. 187 ss. e M. SBISÀ, Il problema della classificazione degli atti
illocutori, in Ricerche di filosofia linguistica, a cura di R. Piovesan, Firenze, Sansoni, 1972, pp. 5-43, cit. in S.
CASTIGNONE, “Le parole del fare” (…)”, cit., p. 439.
147
Cfr. A. HAGERSTRÖM, Der Römische Obligationsbegriff im Lichte der allgemeinen römischen
Rechtsanschauung, Uppsala-Leipzig, 19412.
148
Così, ad esempio, quando l’acquirente, nell’atto di mancipatio, pronunciava le parole «Io affermo che
quest’uomo mi appartiene secondo il diritto dei Queriti» (formula che non descrive una situazione giuridica ma la pone
in essere, cioè faceva sì che lo schiavo diventasse di proprietà del compratore) egli riteneva di creare un vero e proprio
vincolo sovrasensibile che legava lo schiavo a lui e gli permetteva di esercitare il suo potere su di esso.
75
impiegati in formule magiche»149. Ciò che secondo Olivecrona è sfuggito ad Austin dunque è la
percezione di ciò che differenzia i performativi in senso stretto (battezzare, prendere in moglie,
lasciare in eredità) dai più generali atti illocutori: con i primi si ha la sensazione di fare cose in un
senso più profondo e importante rispetto ai secondi perché i performativi erano ritenuti, in origine,
capaci non solo di provocare effetti psicologici o giuridici, ma anche di creare, ad un livello
sovrasensibile ma non per questo meno reale, vincoli e poteri.
Austin probabilmente era perfettamente conscio di questa differenza, ma ascriveva la peculiarità
dei performativi puri semplicemente al tipo diverso di convenzione che ne sta a fondamento, e in
particolare, al fatto che per molti di essi il proferimento dell’enunciato ha, nelle circostanze
appropriate, effetti giuridici, sociali, e appunto, convenzionali150.
È la convenzione quindi, intesa sia come accordo tacito e implicito tra i parlanti, sia come uso
linguistico previsto da una procedura, il vero cardine della concezione del linguaggio di Austin. Su
di essa si fonda e ad essa si appella la forza con cui si proferisce un enunciato. Se lo teniamo
presente riusciamo a comprendere ed apprezzare lo sviluppo delle idee austiniane da parte di autori
successivi, ma anche a valutarne opportunamente la distanza. In tal modo coglieremo pienamente la
vera “scoperta” o il merito di Austin: l’aver portato alla luce quell’aspetto del linguaggio che era
rimasto fino a quel momento latente nella filosofia classica europea, quell’aspetto per il quale il
linguaggio è alla base del nostro essere sociale, per cui esso è forza, e quindi, per riprendere un
concetto della fisica moderna, alla base di un “gioco di forze”. Nel gioco di forze da cui è costituita
la società (forze economiche, politiche, associative, ecc.) il linguaggio è lo strumento essenziale
della comunicazione, in cui rientra non solo il manifestare ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, ma
anche il farlo, farlo con il nostro dire.

149
K. Olivecrona, Law as fact, London, Stevens and Sons, 19712; tr. it. ID., La struttura dell’ordinamento
giuridico, Milano, Etas Kompass, 1972; cit. in S. CASTIGNONE, “Le parole del fare”: Austin, Olivecrona, Ross e la
“Fallacia Performativa”, cit., p. 447.
150
La critica di Olivecrona ad Austin di considerare solamente gli effetti psicologici degli enunciati performativi
appare quindi infondata, in quanto Austin è primariamente interessato agli effetti convenzionali e sociali degli enunciati.
Per ulteriori precisazioni sul rapporto che Austin traccia tra atti linguistici e convenzionalità si veda supra, pp. 51, 53,
62. Sugli “effetti sociali” degli enunciati cfr. supra, nota p. 37-38.
76
6. Summary: How to Do Things with Words151. The philosophy of language of
John Langshaw Austin

If there’s something all of us, sooner or later, have noticed about words, it is the enormous
power they can have. In fact most of the time we use words not just to describe or to refer to reality,
but rather in order to achieve a goal or to obtain a certain effect on the hearer/hearers. With words
we can pray, order, persuade someone to do something, raise emotions, create new “worlds”,
increase or diminish the value of things: to put it briefly, we can perform actions. This is exactly the
starting point, the consciousness from which J. L. Austin’s reflection on language in How to Do
Things with Words moves, and, at the same time, one of the most widely accepted assumptions
from which the philosophy of language of the XX century develops.
J. L. Austin was born on March 26, 1911, in Lancaster, England. Educated primarily as a
classicist at Shrewsbury and Balliol College, Oxford, he was successively a Fellow of All Souls’
(from 1933) and later of Magdalen Colleges (from 1935). During the II World War he served at a
high level in military intelligence; in 1952 he became White’s Professor of Moral Philosophy at

151
J.L. AUSTIN, How to do things with words. The William James Lectures delivered at Harvard University in
1955, Oxford University Press, 1962; II ed. revised by J.O. Urmson and M. Sbisà, 1975.
77
Corpus Christi College, Oxford, where he remained until his premature death on February 8, 1960.
In 1955 at Harvard he gave the famous William James Lectures, upon which his major posthumous
work, How to Do Things with Words, is based.
In his relatively brief career, Austin published only a few papers, never spontaneously, almost
always at the request of the Aristotelian Society and for symposia: his great influence was exerted
mainly through discussion with his colleagues and in lectures. His major works are: the articles later
collected in Philosophical Papers152 (among others: “Are There A Priori Concepts?”, “Other
Minds”, “Truth”, “A Plea For Excuses”, “Ifs and Cans”), Sense and Sensibilia153 (originally
delivered as lectures at Oxford) and How to Do Things with Words. However, Austin was
particularly averse to theory–building; he deliberately abstained from the pursuit of generality and
of wide–ranging explanations or justifications, in favour of a so called “piecemeal working”, which
allowed him both to pursue a careful analysis of the concepts and of the words used, which he
judged the essential premise of any good work, and to avoid oversimplification and neglect, which,
according to him, had been the causes of the failure of many traditional theories.
A close examination of concepts, a preference for very detailed and limited enquiries, a pursuit
of clarity and rigour in arguing were also the main features of analytic philosophy, one of the most
important philosophical movements of the XX century (of which Austin was an exponent).
Although it is very difficult to identify clearly analytic philosophers from the point of view of the
themes they dealt with or with a set of accepted propositions and methods, we could state that a
specific attention for language, often seen as responsible for philosophical problems, is one of their
peculiar traits. Indeed, the two main “phases” of analytic philosophy, the so-called “Ideal language
philosophy”154 (which evolved out of logical positivism) and “Ordinary language philosophy” are
characterized exactly by a radically different way of looking at language and of using it in
philosophical analysis.
In particular, ordinary language philosophy, which developed mainly in Britain and particularly
in Oxford between the mid-1940s and the early 1960s, deals with philosophical problems by
looking carefully at the actual use of terms in everyday life by common people. Ordinary language
philosophers, among which the most influential were John Wisdom, Gilbert Ryle, Norman Malcolm

152
ID., Philosophical Papers, Oxford, Clarendon Press, 1961.
153
ID., Sense and Sensibilia, Oxford, Clarendon Press, 1962.
154
The “Ideal language philosophy”, which was influenced especially by the work of Wittgenstein, the Tractatus
Logico–philosophicus (1921), G. Frege’s Concept Notation' (Begriffschrift, 1879), and Russels' On denoting (1905)
maintained that the only task of language was to describe, truly or falsely, reality (Austin strongly criticised this
attitude, which he called “descriptive fallacy”). The fact of the matter is that in practice this does not happen because of
the vagueness, ambiguity and confusion of ordinary language, therefore philosophers have to create a special, symbolic
language (the “ideal” or “formal language”) in which the grammatical form coincides with the logical form, and every
sign is strictly connected with a referent.
78
and John Langshaw Austin, were inclined to believe that «a clear view, a plain description, an
uncorrupted grasp of ordinary language will exorcize, so to speak, philosophical perplexity, which
arises when familiar concepts are, at the supposed behest of theory, crudely mishandled»155. To put
it in another way, ordinary language philosophy suggests that if we want to grasp the significance of
concepts, including those central to traditional philosophy – e.g., the concepts of truth and
knowledge – we have to ask ourselves how the words “truth” or “knowledge” function and are used
in non-philosophical settings. Austin, in particular, pointed out that ordinary language contained all
the distinctions and connexions that people have found necessary to trace, and is therefore a
powerful and subtle tool of thought. Nevertheless, contrary to what many critics argue, he did not
believe that an exhaustive examination of ordinary language would be the solution of every
philosophical trouble or the be-all and end-all of philosophy: he simply maintained that it would be
a good way to begin.
In trying to trace Austin’s connexions with and contribution to philosophical movements or
disciplines, we must not forget to mention “Pragmatics”, an area of linguistic research which has
developed in the past thirty years. “Pragmatics” considers language chiefly as a way to do
something156, and looks at words from the point of view of its speakers. As a consequence, the place
of the utterance within the discourse, the attitude of the speakers, their relationship, their beliefs and
intentions are regarded as aspects of the utmost importance.
The need to focus on the context in which the sentence or the word is uttered was urged,
although in different ways, by Aristotle, L. Wittgenstein (1889–1951) and G. Frege (1848–1925),
three authors who exerted a remarkable influence on J. L. Austin’s thought and work.
In the first place, Aristotle, whose texts Austin had studied and translated, had been one of the
first to point out, in a passage of the De Interpretazione, that there are other uses of language apart
from the assertive one, which consists in the predication of an attribute to a subject. In fact not all
sentences are true or false: prayers, orders, questions are undoubtedly sentences, but not assertions.
He dealt with this type of sentence in the Retorica (Rhetoric) and Poetica (Poetics). What is more,
Aristotle was convinced of the fact that a precise definition of a word, and a detailed examination of
the different contexts and meaning in which it can be used, is an indispensable condition for the
debate of a question157 (a method Austin fully adopted).

155
D. PEARS, Wittgenstein, London, Collins, Modern Masters series, p. 30; cit in Routledge Encyclopedia of
Philosophy, gen. ed. Edward Craig, London, Routledge, 1998; under “Ordinary language philosophy, school of”, vol.
VII, p.150.
156
One of the topics at the core of pragmatics is in fact “speech act theory”, the classification Austin proposes in
How to do things with words, of all the possible actions one can perform by saying something.
157
That’s the reason why the Δ (V) book of the Metafisica (Metaphysics) is devoted to the analysis of the
fundamental metaphysical terms.
79
Secondly, also G. Frege, whose main publication, Die Grundlagen der Arithmetik (The
Foundations of Arithmetic, 1884) was discussed and translated by Austin, played an important role
in the development of Austin’s thought, especially as far as the concept of “force” is concerned.
According to Frege, once we have understood the sense of a sentence, in order to gain knowledge
we have to grasp its denotation, that is to say, its conditions of truth. When we issue a statement we
imply that what we say is true, in other words, says Frege, we use that sentence with an assertoric
force158. As we will see, Austin took the notion of force and tried, in his “speech act theory” to
classify all the possible “forces” a sentence can have, that is to say, all the things one can do with
words.
Thirdly, in his later work, Philosophical Investigations159, Wittgenstein reacted against the
traditional truth-conditional approach to language (cf. supra, note 4), highlighting that describing or
asserting are only some of the possible uses of language. To give orders, to ask, to pray, to warn, to
make estimates, to translate: these are all different uses of language, and all social activities. At the
same time Wittgenstein contradicted the commonly accepted assumption according to which the
meaning of a word coincides with its referent: he rather identified the meaning of a word with its
use in a social context. Austin did not agree with the tendency (which was spreading in philosophy
following Wittgenstein’s thesis) to talk vaguely about the “infinite uses of language”; nevertheless,
we can distinctly affirm that he fully embraced Wittgenstein’s view of words as “tools” to perform
social activities.
But it’s now time to see the essential points made by Austin in How to do things with words. The
starting point of his analysis is this: philosophers have for too long taken for granted the fact that the
only business of a statement is to “describe” some state of affairs, or to “state some facts”, which it
must do either truly or falsely. This widespread prejudice is called by the philosopher “descriptive
fallacy”. Therefore he draws attention to some sentences which do not report or describe anything
(in fact they cannot be either true or false). In addition to this, the act of uttering them would not
commonly be described as just “saying something” but rather as “doing something”. For instance, if
I say “I promise” I do not report that I’m promising or state that I’m promising: I actually promise.
If I say «I name this ship the Queen Elizabeth» (smashing the bottle against the stern), I actually
name it. In the same way, to say “I do (sc. take this woman to be my lawful wedded wife)” – in the
course of a marriage ceremony – is not reporting a marriage, but rather is indulging in it. Austin
names this type of sentence “performative utterance”, or simply “performative”, to mark the fact

158
Frege defines the concept of force as the way or the goal with which the sentence is uttered.
159
The beliefs Wittgenstein expressed in the Philosophical Investigations are so different from the conclusions he
had drawn in the Tractatus Logico-philosophicus that scholars commonly talk about a “first” Wittgenstein and a
“second” Wittgenstein.
80
that to utter them is to perform an action; and counters it with the so-called “constative”, which
describes, refers to or states something.
In order to succeed in carrying out an action, the performative must be uttered in the appropriate
circumstances. For example, “I do” will be the performance of a marriage only if the speaker is not
already married, if it is said in front of a priest or the captain of a ship; a bet will take place only if it
is accepted, and so on. If all these conditions are not satisfied we will not say that the utterance is
false, but rather, as Austin puts it, that it is “unhappy”. The Oxford philosopher gives a detailed and
complete list of the necessary conditions for the functioning of a performative, which he calls
“conditions for happy performatives”. These are: the existence of an accepted conventional
procedure that include the uttering of certain words; the fact that the persons and circumstances
must be appropriate for the invocation of the procedure; the complete and correct execution of the
procedure by all the participants; finally, the presence of coherent feelings, thoughts and intentions
in the speaker with what he says, and an actual consequential behaviour from him.
Austin’s exposition proceeds in trying to find out some grammatical or lexicographical criteria
for distinguishing performative utterances from constative ones, but this proves to be almost
impossible. Moreover, the author makes us aware of the fact that many performatives can be judged
also in terms of truth/falsity, as, for instance, «I warn you that the bull is charging» (that performs
the action of warning), said when the bull is not charging. Similarly, constatives can be judged in
terms of felicity/infelicity, as in the case of the statement «John’s children are all bald», made when
John has no children160. These and other observations make Austin gradually assimilate constatives
to performatives, on the basis of a new awareness, namely that every time we say something we
actually do something.
Austin wants now to take into consideration all the aspects connected with the issuing of a
sentence: the performance of a total speech-act in a total speech-situation. In this new perspective,
Austin maintains that every time we say something we perform:
• a locutionary act, which includes the act of uttering some words that belong to a certain
vocabulary and conforms to a certain grammar, with a more-or-less definite sense and
reference;
• (nearly always, also and eo ipso) an illocutionary act, that is to say, to perform actions such
as asking or answering a question, giving information, advising, ordering, promising,
threatening, suggesting, etc. What defines and distinguishes an illocutionary act is its force,

160
Austin highlights the fact that we could not say that this sentence is false; we should rather say that it is
“unhappy”, void because of absence of a referent.
81
which is the function with which we use speech on that occasion. Austin defines it as the
way in which the utterance is to be taken;
• a perlocutionary act, which consists in producing certain effects upon the feelings,
thoughts, or actions of the audience, of the speaker, or of other persons. Since the effects and
reactions on the hearer are not foreseeable, the perlocutionary act can also be non-
intentional.
For example, the issuing of the sentence «Shoot her!» involves the locutionary act of pronouncing
the words «Shoot her», meaning by «shoot» ‘pull the trigger’, and referring by “her” to a woman;
the illocutionary act of urging / advising / ordering someone to shoot her; and the perlocutionary act
of making the hearer shoot her. The point Austin wants us to focus on and, at the same time, what
he considers to be his “discovery” is definitely the notion of “force” of an utterance, which,
according to him, is grounded on a socially accepted convention. Only if we know about a
convention, which includes the act of uttering certain words in a situation, maybe accompanied by a
certain tone of voice or some gestures, are we able to recognize which type of illocutionary act has
been performed.
It is precisely on the basis of force that, at the end of his Lectures, Austin undertakes the project
of a classification of all the verbs according to the force they express, a classification he himself
does not judge final or complete.
These innovative ideas were later developed particularly by Paul Grice (1913-1988) who
stressed the role of the intention of the speaker and of the “conversational situation” in which the
speech-act takes place, and J. Searle (1932-), who turned Austin’s distinctions into a comprehensive
speech act theory.
The publication, in 1962, of the William James Lectures delivered by Austin was followed by
widespread criticism and objections. In particular, a motive of puzzlement for some critics was the
abandonment of the performative as a special type of utterance and its subsumption under the
doctrine of illocutionary acts, many of which seem to lack the ritual, or formulaic character early
ascribed to performatives. What is undeniable is that his work had a profound and long-lasting
influence on philosophy of language, linguistics, philosophy of mind, philosophy of action.
Taking everything into consideration, we can state that Austin had the unquestionable merit of
bringing to light an aspect of language which had been ignored for too long: the force, thanks to
which speech is at the basis of our social interaction. From this point of view, language is the
fundamental force of communication, not only in the narrow sense of saying what is right and what
is wrong, but also in a broader sense which involves the fact of doing it, doing it by saying it.

82
Bibliografia

Bibliografia primaria:

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presa visione dei seguenti saggi: Performative Utterances (Enunciati Performativi); A Plea for
Excuses (Una giustificazione per le scuse).
83
J.L. AUSTIN, A Plea for Excuses, in ID., Philosophical Papers, op. cit.; transcribed into hypertext by
Andrew Chrucky, August 23, 2004, < http://www.ditext.com/austin/plea.html> (9/10/2008).

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Tr. it. J.L. AUSTIN, Performativo-Constativo, in J.L. AUSTIN et. al., Gli atti linguistici. Aspetti e
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Bibliografia secondaria

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Filosofia analitica, a cura di Giovanni Fornero, Gruppo editoriale l’Espresso, Novara, De Agostini,
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Appunti dal corso di Filosofia delle rappresentazioni mentali, tenuto dal prof. Brunello Lotti,
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ARISTOTELE, Metafisica, a cura di C.A. Viano, Utet, Torino, 1974.

ARISTOTELE, Della interpretazione, Introduz., traduz. e commento a cura di M. Zanatta, testo greco
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