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Memoria e identità

di
Alice Gargiulo

Parlare di memoria e identità ci rimanda a una domanda fondamentale:


chi siamo? Ognuno di noi, nella difficile operazione di descrivere se
stesso, sottolinea aspetti fondamentali per far conoscere chi è nel
presente, e che ci distinguono da chi eravamo in passato. Allo stesso
tempo, possiamo individuare un nucleo immutato che permette di
riconoscerci come uguali nel tempo. In buona sostanza, parlare di identità
significa descrivere un processo complesso e stratificato che accompagna
lo sviluppo dell’individuo in tutte le fasi del ciclo di vita. Le teorie
psicologiche più accreditate sono quelle che tengono conto di questa
complessità e guardano all’identità non come qualcosa di costruito una
volta per tutte ma sempre in evoluzione.

Molti di noi pensano che il processo di costruzione dell’identità riguardi


esclusivamente le prime fasi della vita. Tuttavia, nel dibattito scientifico
attuale, pur condividendo l’idea che in ciascun soggetto la formazione
dell’identità possa assumere una dimensione dominante, si è diffusa la
prospettiva della Psicologia del ciclo di vita che estende la dimensione
evolutiva a tutto l’arco della vita. In ragione della plasticità dello sviluppo
umano, tutte le fasi - dall’infanzia alla maturità fino alla vecchiaia -
hanno una loro valenza evolutiva e possono comportare cambiamenti.
Il processo di costruzione dell’identità non riguarda solo il bambino o
l’adolescente, anche se non si può non riconoscere le peculiarità di queste
fasi nella definizione dell’identità.
Nei primi tre anni di vita è possibile osservare un graduale
riconoscimento del bambino come individuo separato dalla madre, un
processo psicologico accompagnato sia dalla capacità materna di
accogliere e sostenere l’autonomia del figlio, sia da nuove acquisizioni
quali il linguaggio, la deambulazione, lo svezzamento. L’adolescenza è la
fase in cui la costruzione dell’identità diventa centrale, si affronta un
periodo di temporanea incertezza e confusione relative alla propria
identità. Ecco alcune delle domande che l’adolescente inconsapevolmente
si pone:
• Chi sono?
• Sono bambino o adulto?
• Chi voglio diventare?
• Sono omosessuale o eterosessuale?
Questa fase critica viene superata proprio attraverso la definizione
dell’identità (Erickson). Nelle fasi successive della vita, i nuovi ruoli e i
cambiamenti a cui il soggetto deve far fronte (diventare genitori, andare
in pensione, diventare nonni etc.) comportano l’integrazione di nuovi
assetti identitari che non si sommano o sostituiscono a quelli precedenti,
ma vengono integrati. Ad esempio, una donna che diventa madre fa un
lavoro di integrazione del proprio ruolo materno con quello di donna,
lavoratrice o sposa.

Alla luce di ciò, il processo di formazione dell’identità si configura come


percorso lungo e complesso, durante il quale il soggetto deve effettuare
un lavoro di sintesi tra le esperienze pregresse e quelle future. Ma anche
di rielaborazione ed integrazione delle stesse alla luce di quelle attuali, di
ricerca di equilibrio tra continuità e cambiamento, tra risorse personali ed
opportunità offerte dal contesto di vita ( Sestito A.L.). L’identità è
strettamente legata alla memoria perché nel definire noi stessi non
possiamo fare a meno dei ricordi per il contatto che essi hanno con il
passato (Starace G.). La memoria, dunque, è la base per il racconto della
propria vita e per il riconoscimento di sé come individuo dotato di una
storia.

Ma che cos’è la memoria?


Funzione essenziale per l’essere umano, la memoria è stata oggetto
d’attenzione sin da tempi molto lontani, interessando la filosofia, la
letteratura e l’arte. Anche nella vita quotidiana c’è un continuo interesse
verso la memoria: ognuno di noi ha un’idea su cosa è la memoria e cosa
vuol dire avere una buona memoria. L’idea comune della memoria è
descritta dalle metafore utilizzate come quella del contenitore o della
scatola in cui vengono conservati ricordi estraibili al momento più
opportuno. Si tende, in altre parole, ad attribuire alla memoria un
carattere passivo.

La psicologia si è sempre interessata alla memoria. Nei primi studi si nota


una forte influenza di queste espressioni del senso comune, ma numerosi
approfondimenti hanno mostrato che la memoria è una funzione mentale
attiva, capace di produrre immagini, associare ricordi, organizzare e
creare nuove rappresentazioni. Inoltre, la memoria non può essere
appiattita ad un unico processo ma è necessario distinguere diversi
percorsi mnestici: rispetto al tempo di conservazione dell’informazione,
viene distinta la memoria a breve termine da quella a lungo termine;
rispetto ai contenuti si distinguono memoria procedurale, dichiarativa,
implicita, esplicita, etc.

Un elemento fondamentale della memoria che a noi interessa trattare è la


memoria autobiografica, la memoria che riguarda il sé, un’attività
mentale che tenta di riattualizzare momenti del passato attraverso il
ricordo di frammenti di vita, oggetti, situazioni ed emozioni. I ricordi
autobiografici sono caratterizzati da un’autonomia più bassa rispetto a
quelli riguardanti eventi materiali: sono i più soggetti a riformulazioni,
cambiamenti, negazioni.

Nella vita quotidiana ci troviamo spesso a produrre frammenti


significativi del nostro presente, passato o futuro che ricadono tutti in un
ambito autobiografico. Un’attività fondamentale che va distinta dal
lavoro autobiografico propriamente detto, in quanto non necessita della
stessa predisposizione interna e del notevole investimento necessario alla
scrittura del racconto di sé. Scrivere la propria storia implica, infatti, un
processo di ricostruzione e significazione di fasi, di momenti ed
esperienze passati: un vero e proprio lavoro di riscoperta di sé che può
essere molto doloroso. La funzione dell’autobiografia, inoltre, cambia
nelle varie fasi della vita e non è un caso che la maggior parte della
produzione di storie personali riguardi la prima adolescenza e l’età
matura.

In adolescenza lo strumento ancora oggi più diffuso è il diario,


essenzialmente ingombrato dal presente. La scrittura quotidiana di un
diario contiene pensieri, paure, emozioni che non riescono a trovare un
senso e che sono difficilmente sopportabili. Si tratta dunque di
un’operazione riparativa, di supporto al ragazzo o alla ragazza che scrive.
Invece, nel racconto di vita dell’adulto domina il passato che viene
ripensato e dotato di senso (Starace G.).
Raccontare di sé prescindendo dalle differenti forme è un’attività che
sostanzia l’Io e ci sostiene. Senza il racconto molte esperienze
perderebbero di vigore ed è questo quello che può accadere in caso di
sofferenza psicologica. La persona che soffre non riesce che a parlare del
suo dolore presente e ha difficoltà a inserirlo in una storia: i legami con
altri momenti della vita sono interrotti. Ed è proprio il racconto che
diventerà il terreno sul quale nasce la relazione con lo psicologo e si
aprono nuove strade. La relazione psicologo - paziente può essere anche
pensata nei termini di restituzione della capacità di raccontare la propria
storia, nel rispristino della continuità passato- presente- futuro (Starace
G).

In questo momento storico l’utilità del lavoro autobiografico si fa ancora


più evidente, soprattutto se si considerano il dominio dell’incertezza,
della depersonalizzazione, della precarietà lavorativa e della mancanza di
continuità e condivisione.

Per concludere, mi ricongiungo alla domanda iniziale riportando le parole


di Cavarero: “la risposta (…) a chi è qualcuno consiste sempre nella
narrazione della sua storia (…) dove questo qualcuno ha già consumato
nel tempo l’esistenza irripetibile di un insostituibile” .

Bibliografia

• Leone G. (2001), La memoria autobiografica. Conoscenza di sé e


appartenenze sociali, Carocci, Roma
• Sestito A. L. (2004), Processi di formazione dell’identità in
adolescenza, Liguori Editore, Napoli
• Starace G. (2004), Il racconto della vita. Psicoanalisi e
autobiografia, Bollati Boringhieri, Torino

Sitografia:
• Sacks O. (2002), Memoria e identità
http://www.cmc.milano.it/Archivio/2002/020410Sacks/Testi/0204
10SacksTesto.pdf