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Geografia Storica e

Fondamenti del Pensiero


Geografico
Geografia Storica
Università degli Studi di Roma Tor Vergata
15 pag.

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GEOGRAFIA STORICA

Geografia: Disciplina che studia le società umane alla natura, ovvero si interessa di tutti quei
fenomeni spaziali alle differenti scale. Le FONTI DOCUMENTARIE/STATISTICHE E ANALISI
DEL TERRENO sono gli strumenti di cui dispone il geografo. Si ricorre anche a piattaforme digitali;
ad esempio GIS sistema informativo geografico.
Studia quindi i fenomeni spaziali, affronta diverse tematiche ed è considerata finalizzata alla
ricostruzione territoriale del passato. La necessità di conoscere che ciò che ci circonda esiste da
sempre.
Due assunti di partenza di ambito accademico: P.U.G. di Becker, Paola Sereno afferma che la
Geografia Storica fosse una materia di svago, senza metodo; Massimo Quaini afferma che si tratti di
una disciplina orientata verso il futuro quindi attualistica.
Il primo è legato alla tradizione mentre il secondo tiene conto del passato, ma è anche una scienza
prospettica (applicativa) la quale guarda al futuro.
Fu fondamentale l’applicazione del dato temporale. Fino agli anni ’70 la Geografia Storica era
caratterizzata dalla primazia della sincronia, ovvero studiare il territorio per spaccati/sezioni
orizzontali.
Inoltre si è avvalsa di categorie concettuali della Geografia, reinterpretate alla luce di più strumenti
innovativi di policy: territorio, luogo, paesaggi.

TERRITORIO. Si comincia a considerarlo come un soggetto attivo e non più passivo, attraverso
l’esigenza di una sua valorizzazione. Entra in campo la centralità dell’azione umana sul territorio. Vi
è la necessità di un nuovo approccio “funzionale”: il territorio considerato come un foglio bianco, la
cui base è uno spazio euclideo necessario solo alla localizzazione e alla distribuzione delle attività
(commerciali, produttive, ..) senza l’emergere di relazioni fra uomo e ambiente.
D’altra parte abbiamo l’approccio “territoriale”: propone un’interpretazione distica del territorio,
generato dall’incontro tra comunità e ambiente naturale e viene colto nell’interdipendenza delle sue
variabili, le quali contribuiscono a una sua qualifica come prodotto corale di molte
civilizzazioni/comunità. Quindi si tratta dell’esito dinamico di successivi strati di territorializzazione.
Territorio: sistema aperto a relazioni in movimento e si articola in cicli storici successivi, i quali
integrano caratteri culturali e naturali, perché così facendo danno vita sempre a una nuova identità.
Ogni ciclo riabilita la relazione Uomo-Ambiente e nel frattempo deposita nuove configurazioni
(materiali o immateriali) che si imprimono nella struttura temporale del territorio.
Processo TDR:
T - relazione complessa di atti creativi di lunga durata;
D - abbandono di questi atti creativi, si innesca una rottura degli atti creativi per giungere alla R;
R - nuove strutturalizzazioni

Il territorio è passato da essere un foglio bianco, un contenitore vuoto. Le radici affondano in Paul
Vidale de la Blanche e ne Les Annales.
Il territorio in quanto soggetto dinamico si articola in vari cicli storici, ogni ciclo conferisce una
nuova individualità, recuperando gli atti territorializzanti precedenti, ma rinnovandoli - densità del
processo storico [TDR].
Pianificazione sulla base delle specificità.
Quaini afferma che bisogna contestualizzare le politiche di intervento, ovvero è necessario
territorializzare gli interventi devo tenere conto delle differenze che ciascuna dimensione territoriale
esprime. Quindi si è cominciata a diffondere una nuova sensibilità che ci ha portato a constatare che
sia necessario pianificare non sul territorio, quanto PER IL territorio: ritorna la memoria storica.
L’uomo sedimenta dando valore alle risorse territoriali.
Quaini afferma: Il locale si mostra come il livello territoriale ottimale “per riconoscere i paesaggi e
le loro potenzialità”. Viene considerato quell’unità di analisi a partire dalla quale si riescono a far

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emergere quali sono le risorse specifiche; nel locale si esprimono le condizioni migliori affinché si
possa attuare una pianificazione sostenibile.
La sostenibilità deve integrare diversi fattori (culturale, economico e sociale), non più ridotta solo alla
preservazione della natura, ma deve esserci una dimensione olistica della sostenibilità. Non si può più
ragionare attraverso una politica settoriale, ma multilivello o intersettoriale.
Quindi abbiamo la riscoperta della dimensione locale. Le risorse/dotazioni territoriali1, fattori
immobili che appartengono stabilmente al territorio ed esprimono le seguenti caratteristiche:
 Immobilità: le risorse stabilmente incorporate nel territorio e che ci permettono di
contraddistinguere un territorio rispetto a un altro;
 Specificità: risorse difficilmente reperibili altrove con le stesse qualità (es. risaie vercellesi)
La comunità locale deve essere partecipe, deve riconoscere queste risorse, se ne riappropri e così ha
la capacità di reinserirle nel processo di sviluppo locale e utilizzarle nella panificazione di tutela e di
valorizzazione del territorio.
Magnaghi parla di autorganizzazione dei soggetti (cittadini, operatori del turismo o economici, attori
territoriali, istituzioni, enti locali, [..]) coinvolti nel progetto territoriale perché se non ci sono valori
condivisi il progetto, volto alla valorizzazione del territorio, è destinato a fallire.

LUOGO.
I luoghi sono punti che strutturano lo spazio geografico e in più conferiscono senso, quindi identità e
non possono essere ridotti a una mera localizzazione. Anche perché ridurremo lo spazio a uno spazio
geometrico.
Ogni luogo ha le sue specifiche e caratteristiche che differiscono dagli elementi, materiali o
immateriali. Questo spiega il nostro particolare SENSO DEL LUOGO (anni ’70): si insiste
sull’importanza che siano gli uomini a creare i luoghi, perché li vivono, li riempiono di valore e gli
danno senso. Questo nuovo atteggiamento insiste sul valore esistenziale dello spazio, un sentimento
forte di legame tra uomini e comunità ai luoghi della propria quotidianità.
Zerbi - Ogni azione di pianificazione di tutela non può essere in antagonismo con i valori e la
sensibilità di chi di un determinato paesaggio è fruitore quotidiano o occasionale, anzi deve partire
proprio dal riconoscimento dei significati e dei valori localmente attribuiti ai caratteri del territorio
Se riesco a individuare i valori o significati simbolici che sono stati attribuiti a quel territorio avrò
una visione più completa. Inoltre riesco a rintracciare se in quel luogo c’è stata o meno la perdita di
appartenenza, ovvero de-territorializzazione, la quale conduce a un conflitto interno e soprattutto a
conflitti sociali.
Come si produce questa perdita?
Da un cambiamento radicale del territorio, senza che la comunità locale abbia contribuito a questa
trasformazione. Quindi i luoghi di appartenenza di quella comunità, diventano irriconoscibili ai
cittadini che la abitano. Questo genera indubbiamente ripercussioni sociali. Esempio: il Veneto subì
un processo di urbanizzazione diffusa, quindi si è generato un nuovo paesaggio
de-spazializzato/destrutturato. Gli abitanti non l’hanno più riconosciuti, hanno spezzato ogni legame
con il territorio, generando conflitti collettivi o sociali:
- Associazionismo. Sono sorte a partire da questa situazione territoriale, tante associazioni a difesa
del territorio, il cui obiettivo è la salvaguardia, preservazione del paesaggio, ma soprattutto dalle
aggressioni del processo di industrializzazione dall’espansione urbana, dalla crescita 2 delle
infrastrutture.
- Assenza di Limiti/Confini tra differenti entità territoriali. Le dinamiche contemporanee territoriali
stanno determinando il diffondersi di limiti più diffusi, quasi appannati, meno nitidi. Esempio: limite
tra urbano e rurale - il legame tra città e campagna si è disperso nel territorio, è come si ci fosse stata
una rottura che ha portato alla mescolanza dell’una con l’altra. Si creano spazi ibridi.
- Rappresentazione Paesaggistica. I paesaggi di riferimento si allontanano sempre di più dai paesaggi
reali, generando una scollatura profonda.
1 Sono tutte quelle risorse che creano produttività.
2 Crescita: aumento della quantità, con accezione negativa. Sviluppo: aumento qualitativo.

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PAESAGGIO.
Categoria complessa di cui è impossibile ridurlo a una spiegazione. Si evidenzia che è come un
indicatore ci da la misura dello stato di benessere o meno del territorio, quindi della sua qualità. È il
volto del territorio, l’aspetto, ed è il risultato di una trasformazione collettiva della natura per cui può
essere considerato come la proiezione culturale della società in un determinato spazio. Si può
interpretare come un codice di simboli che ci parla della cultura.
La Convenzione Europea3 del Paesaggio (CEP) ha dichiarato che “il paesaggio è una determinata
parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di
fattori naturali e/o umani dalle loro interrelazioni”. Questo è un condensato di tutte le definizioni che
gli sono state affibbiate sino a quel momento. Del paesaggio devo dire che è:
-indicatore della qualità del territorio;
-volto materiale;
-fatto di elementi fisici e naturali (insediamenti, morfologia del terreno piuttosto che dei laghi);
-aspetto percettivo, la dimensione culturale (come le popolazioni percepiscono questo oggetto di
studio).

La Geografia Storica ha la capacità di individuare le tracce che le comunità hanno impresso nel
paesaggio sul paesaggio (tipologie insediative, trame urbane). Queste tracce esistono nei nostri
paesaggi e contribuiscono alla formazione dell’identità paesaggistica, rappresentando anche quegli
elementi fondamentali per i progetti di sviluppo.
RIASSUMENDO: SPAZIO E TEMPO & TEMPO E“potenza TERRITORIO
storica, continuamente
centralità del tempo e dell’azione umana nei processi di diversa perché l’uomo ci vive ci
produzione/riproduzione sociale di territorio. opera, e quindi lo fa suo e gli dà
(Gambi, Quaini, Raffestin, Turco) valori continuamente nuovi”.
(Gambi)

LA SCUOLA ANGLOSASSONE/INGLESE.
Anni ’50 in Inghilterra si privilegia una Geografia Storica tradizionale, quindi gli studi sono rivolti a
ricostruire situazioni singole territoriali del passato: past geography. Darby e altri studiosi
cominciano ad avvicinarsi a una fonte che fino a quel momento era stata considerata di esclusivo
appannaggio degli storici e si tratta del Doomsday Book, ovvero il più antico catasto del regno inglese
risalente all’XII sec. redatto nel 1086-87, voluto da Guglielmo il Conquistatore: analizza le terre in
beneficio e delle prestazioni rurali dovute al sovrano.
Si compone di due parti: Big Doomsday, grande formato; Little Doomsday, piccolo formato, più
dettagliato.
Questo registro catastale fotografa la situazione in tre periodi differenti:
-1086/87;
-1066 precedente la conquista;
-Momento successivo.
Questo consentiva di parlare di feudalesimo inglese e anche l’aspetto della fiscalità, poco rilevante
l’aspetto demografico e insediativi del popolamento.
Darby, interessandosi di fonti altre rispetto a quelle utilizzate dai geografi in quel momento, apre la
via alla seconda fase che interessa la Geografia Inglese: ci si pone il problema del mutamento
geografico, cerca di mettere in evidenza la continua evoluzione, individuando le sezioni verticali
diacroniche del processo storico4.

Alan Baker si aggancia a questa innovazione e la diffonde in tutta Europa. Rielabora la concezione
epistemologica della geografia storica, facendo emergere il quadro delle possibili relazioni fra Tempo
3 Del 2000, in Italia la firma è avvenuta nel 2006.
4 “Questo richiama in causa la longue durèe de Les Annales” Cit. Spagnoli.

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e Spazio, fra Geografia e Storia. Cerca di individuare delle zone di contatto fra Geografia e Storia,
portando all’elaborazione di un metodo di indagine rivolto allo studio del mutamento territoriale per
sezioni verticali diacroniche.
La vera svolta si avverte nel momento in cui la questione comincia ad essere affrontata “come
tensione verso la ricomposizione di tempi, tra storia e natura, fra diacronia e sincronia” Cit. Sereno
Bisogna arricchire i livelli della conoscenza geografica, superando la dicotomia spazio-tempo, Baker
aggiunge: “La Geografia non può essere compresa senza la Storia, inoltre non esistono temi e domini
di ricerca che appartengono esclusivamente alla Geografia Storica. Infatti condividono: fonti, metodi
e soggetti di analisi, problematiche e prospettiva di ricerca.
Quindi la GS fornisce la spiegazione della complessità dei fenomeni attuali attraverso le analisi delle
evoluzioni spazio-temporali. “In questo modo si fonde in un’unica prospettiva, la ricerca del passato
e la ricerca del presente” Cit. Sereno

La Documentary Evidence corrisponde all’approccio di consultazione dell’archivio (Darby con il


Doomsday Book): l’dea che le fonti scritte, cartografiche, geografiche racchiuse negli archivi, ci
restituiscano la complessità delle strutture territoriali.
Nel 1975 si svolse a Varsavia una sessione della Conferenza Permanente Europea per lo studio del
paesaggio rurale. Primo segnale di approccio da diversi fronti, in particolare dall’accademia delle
scienze polacche; non solo la cooperazione fra i differenti ambiti, ma tirare fuori modelli di ricerca di
Morfogenetica, approccio quantitativo agli studi geo-storici.
Nel 1976 Congresso Internazionale di Geografia a Mosca: si fa circolare un questionario fra i presenti
geografi storici, per capire quali fossero le tendenze più significative per gli studi geo-storici; il 71%
prende le distanze da una geografia storica di tipo tradizionale, evidenziando l’importanza di una
tensione verso l’analisi delle strutture spazio-temporali.
La Commissione per la Geografia Storica dell’Unione Geografica Internazionale (UGI) decise di
ricostituirsi come un gruppo di lavoro che opera esclusivamente sullo studio dei processi di
mutamento delle strutture spazio-temporali nel corso della storia. Il nuovo orientamento ufficiale è la
volontà di lavorare alla formulazione di una Dynamic Historical Geography. “Deve essere valutata
questa continua dialettica tra statica e dinamica” cit. Sereno.
Lo scopo è non legarci alle geografie del passato, ma “riformulare una teoria geografica della
conoscenza del mutamento spazio-temporale e a partire da quella teoria porsi in termini operativi
per proporre delle soluzioni innovative di valorizzazione, salvaguardia, preservazione dei beni
culturali” cit. Quaini
A questo approccio della Geografia storica si affianca la Geo-historie Francese5. Nasce ai primi
decenni del 1900, legata da una parte alla Geografia Umana Francese, intrisa di storicismo; dall’altra
parte si aggancia Rivoluzione Storiografica de Les Annales.
La Geografia Storica Italiana si forma sulla Geografia Storica Umana Francese.

GEOGRAFIA UMANA: è quella disciplina scientifica che non studia l’uomo in sé per sé, ma studia
l’uomo in rapporto all’ambiente fisico. L‘uomo diventa il punto di partenza della ricerca. La
Geografia Umana si istituzionalizza si sviluppa in un momento in cui in Europa dominavano le idee
positiviste e evoluzioniste: valorizzazione della ragione, del metodo empirico induttivo, del modello
delle scienze della natura; “sapere per prevedere” previsioni e spiegazioni. Ci riconduce alla ricerca
di leggi generali attraverso le quali posso spiegare i fenomeni, rapporto uomo ambiente, ovvero la
Geografia Umana. Successivamente prenderà il nome di Geografia Determinista, sistematizzata alla
fine dell’800 dal padre fondatore Ratzel, il quale era legato fortemente a un’impostazione darwinista.
Dall’osservazione della realtà si deve passare alla determinazione di leggi, poiché queste regolano i
fenomeni.
Ratzel studia la Terra in termini di organismo planetario creato per l’uomo in cui ogni elemento è
concatenato all’altro, letti sulla base di un filo conduttore, ovvero il principio di casualità: la natura è

5 Geografia Umana che mira a produrre studi retrospettivi con. Il metodo regressivo: dal presente al passato, si ripercorre il divenire della storia, ovvero la longue durèe.

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la causa e l’uomo è l‘effetto. La natura incide sull’uomo in tre modi: indirizza, accelera e ostacola
l’espansione delle masse etniche. L’uomo non può fare altro che subire alla natura.

LA GEOGRAFIA UMANA FRANCESE


Paul Vidal de la Blache. Storico dell’antichità, il quale fa riferimento ai padri fondatori, anche se
tedeschi, della Geografia. Egli approccia alla teoria di Ratzel, analizzando il pensiero scientista e
dedicandosi allo studio in Francia. Ciò che a lui interessa è capire come le differenze umane si
riflettano nella diversità paesaggistica e come queste diversità (delle comunità umane) mutino
“continuamente, senza interruzione”. Esercita il suo mestiere attraverso l’attività diretta sul campo e
cercare di capire come si siano strutturati i rapporti che legano le comunità al loro territorio. Diventa
geografo attraverso la stupefacente scoperta del paesaggio. La sua idea è quella di analizzarlo,
compiere studi regionali, dove però la regione non è fisica, ma umana e quindi storica.
Secondo lui, bisogna partire dal reale, evitando qualsiasi cosa che abbia un’accezione teorica e quindi
che possa sembrare precostituita, costruita a priori (opposto di Raztel).
Descrivere, definire, spiegare sono le parole chiave per Vidal de la Blanche. Non si definisce
possibilista o determinista, lui scrive idee, concezioni per ragionare sui problemi di carattere
geografico, non intende teorizzare. Ci penseranno i suoi successori a definirlo possibilista rispetto al
determinismo. Il suo oggetto di studio è la regione, la diversificazione paesaggistica e tutto questo lo
fa in chiave storica.
“Nell’attuale aspetto delle nostre regioni storiche, cause di ogni genere si incrociano e
interferiscono fra di loro. Per questo studiarle non è così semplice. Si colgono gruppi di cause e di
effetti, ma nulla che assomigli a una impressione globale di necessità. È chiaro che a un determinato
momento le cose avrebbero potuto prendere un corso diverso - e ciò che è avvenuto è dipeso da un
accidente storico. Non può essere certo questione di un qualche determinismo geografico: la
geografia tuttavia è la chiave di cui non si può fare a meno”.
La convinzione per la quale le regioni sono regioni storiche, non esiste più un rapporto di causa-
effetto, quindi l’uomo interferisce con la natura, piuttosto che il contrario. Si riporta al Possibilismo,
perché l’uomo ha numerose possibilità che gli permettono di interagire/interferire con la natura. Il
rapporto tra comunità umane e natura è visto come una rete di influenze reciproche, che si sviluppa
nel tempo tra la cultura, con il suo corredo tecnologico e l’ambiente fisico con i suoi condizionamenti
ma anche le possibilità di uso delle risorse che offre all’uomo.
Quindi la natura non è vista più in sé e per sé ma in rapporto alle influenze che si manifestano sul
territorio nei confronti delle comunità umane. Queste influenze possono essere: positive, perché
offrono possibilità alle comunità; negative, perché pongono vincoli. Deve considerarsi il ricorso al
corredo tecnologico. Ragiona in termini storicisti.

Due approcci che la geografia umana riesce a definire, al fine di affermarsi come disciplina: dichiara
i suoi obiettivi e i suoi principi. Abbiamo bisogno di definire ciò che avvenne prima.
Il Possibilismo non vuole essere una vera e propria teorizzazione, insiste sul binomio uomo-natura e
sul rapporto e interazioni reciproche che necessariamente si dipanano e vanno analizzate. Lo stesso
Vidal de la Blanche sottolinea l’importanza della storia, della comunità umana, per sfruttare da una
parte la natura e dall’altra mitigare i vincoli che questa può imporre. Tutto questo dipende dal corredo
culturale di appartenenza. La Blanche si concentra su come le comunità umane intervengono sul
territorio e danno forma al paesaggio; infatti prende come riferimento le stesure di monografie
regionali dedicate alla rappresentazione e descrizione dei paesaggi.
Gli si muovono critiche, poiché si temeva che il suo approccio rimanesse statico e fossilizzato e che
quindi fosse necessario un aggiornamento costante, delle trasformazioni territoriali.
Questa è la base affinché si determini la Geografia Storica in Francia: è evidente in Gambi, legato
alla scuola francese; in Quaini con il suo metodo innovativo che recupera dall’ambiente inglese e
anglosassone, molto legato anche alla scuola francese.

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La Geo-histoire nasce nelle pieghe della rivoluzione storiografica de Les Annales, perché riguarda
una rottura con il passato. Nasce una rivista nel ’29, fondata da Febvre e Bloch, due storici francesi, i
quali sostengono che sia necessario sostituire:
- alla tradizionale storia narrativa, concentrata sugli avvenimenti, una storia critica orientata ai
problemi, quasi analitica;
- alla storia politica, la storia dell’intera estensione delle attività umane: la storia che guarda tutti gli
aspetti della società umana e le attività legate (Braudel);
- inoltre c’è l’idea che la storia debba avere a che fare con diverse discipline, auspicano una
multidisciplinarietà coinvolga tutte quelle scienze sociali che si occupano di società e quindi di
comunità.
Les Annales fu la scuola nata dalla rivista fondata nel 1929 dai due storici.

1°GENERAZIONE
Bloch comincia a interessarsi alla geografia già nel 1913, dedicando diverse pagine a raccontare Ile
de France, sotto questo ambito. Si cimenta in un’analisi critica su come la regione può essere
collegata al problema preso in esame.
Il re taumaturgo e il tocco regale. C’era questa credenza che il re avesse il potere di curare persone
affette da malattie della pelle, semplicemente con il suo tocco. Bloch afferma che questo “viottolo”
diventi la possibilità di realizzare un contributo monografico che avrebbe illuminato problemi di
grande rilievo. Il suo oggetto di studio erano proprio le concezioni della regalità: il miracolo regale si
presenta innanzitutto come l’espressione di una certa concezione del potere politico supremo - ci fa
riflettere sul concetto di potere politico. È innovativo per il tema che sceglie, evidenziando due
elementi:
-la longue durée;
-la “storia comparata”, ovvero capace di dialogare con le altre discipline, quindi non si limita (solo
alla Francia, ma guarda anche all’Inghilterra).
Il periodo storico va individuato sulla base del tema, del problema sollevato da questo fenomeno.
Un altro elemento da lui analizzato è la Psicologia Religiosa, ovvero l’importanza di tracciare la
storia dei miracoli, la rappresentazione dei destini collettivi che influenzano la comunità.
Les caractères originaux de l’histoire rurale française, M. Bloch. Si tratta di uno studio sugli
elementi della storia rurale francese [Attinenza con i temi geografici]. Non si limita, anzi cerca spunti
che lo facciano guardare ad altri contesti e allungare il tempo di svolgimento della sua narrazione. È
rilevante perché a differenza degli storici a lui contemporanei, parla di una storia rurale che deve
essere lo studio delle tecniche, consuetudini agrarie; era molto importante raccontare le tradizioni e la
storia. Tutto ciò deve concorrere all’analisi del concetto della Civilisation Agraire: è un termine da
lui utilizzato per mettere in evidenza la differenza dei sistemi agrari. Di qui esce fuori il metodo
regressivo: necessità di leggere il libro oscuro del passato a ritroso, partendo da quello che più ci è
noto. L’innovazione non è solo sui documenti, ma anche in base allo sguardo al presente; infatti
scrive:
“[..] queste immagini così diverse, che ognuno di noi chiudendo gli occhi, vede formarsi davanti allo
sguardo della mente, sono semplicemente l’espressione di contrasti umani profondi”.

Febvre parte con uno sguardo regionale, scrive Philippe II et la Franche-Comté (franca contea);
analizza questa regione francese. Il titolo maschera il fatto che il libro voglia essere d’aiuto alla storia
sociale e culturale, non solo politica; mette in luce la rivalità tra due classi: la nobiltà in declino e la
borghesia mercantile in ascesa. Nei suoi volumi antepone una sorta di introduzione geografica, di
carattere storica, per introdurre la fisionomia della regione che si va a studiare.
È allievo dei geografi umani. Scrive La Terre et l’Évolution Humaine (1922), dove appoggia Vidal
de la Blanche critica fortemente Ratzel, mettendo in evidenza la varietà delle risposte possibili a un
ambiente dato: è necessario ragionare in termini di possibilità. Concepì l’opera dal ‘12, il suo
obiettivo era analizzare i complessi rapporti fra storia e geografia. Nel ’22 il problema del
determinismo con il possibilismo aveva perso di rilevanza, aggravato dallo scoppio della guerra.

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Febvre definisce le idee Vidal possibilismo e coloro i quali avevano questo approccio erano
possibilisti. Con quest’opera non intende stravolgere o innovare la geografia umana, ma al contrario
voleva far comprendere fra questi due intendimenti, ovvero la Geografia secondo Ratzel e la
Geografia Umana di Vidal de la Blanche.

2°GENERAZIONE
Fernand Braudel fu un altro annalista, farà molta esperienza sul campo, insegnerà in Algeria.
In un suo saggio che tratta della presenza degli Spagnoli in Nord-Africa nel ‘500. Offre una critica a
tre questioni: rimprovera ai suoi predecessori di aver trattato il tema insistendo esageratamente sulle
battaglie e grandi uomini, mentre la storia critica deve essere fatta anche per le guarnigioni spagnole;
dimostra il rapporto stretto tra storia africana e europea. Si muove sulla stessa linea di Bloch e Febvre
e degli annalisti, tanto che scriverà insieme a Febvre la sua tesi di dottorato, dove intendeva trattare il
Mediterraneo all’epoca di Filippo II, partendo dal problema del Mediterraneo e poi di Filippo II:
Civilità e imperi all'epoca di Filippo II.
Afferma Quaini in Quaderni storici del ’70 che gli sembra paradossale che nessuno dei suoi
contemporanei abbia considerato l’opera di Braudel, poiché sin dal titolo si capisce l’intenzione:
studiare un soggetto prettamente geografico. Sempre Braudel ribadisce nella seconda edizione del ’49
che si tratta della presentazione dello spazio Mediterraneo preso nei suoi più vasti limiti e in tutto lo
spessore della sua vita molteplice. Secondo lui, di fronte a questo panorama storiografico, a cui non
interessa il sociale, c’è bisogno d’une histoire totale o globale: intreccio di relazioni che si
costruiscono continuamente, un sistema di trasformazioni in cui le strutture si muovono ciascuna con
una sua temporalità e quello che va considerato è l’intreccio tra tutti quegli elementi che concorrono a
definire la storia di una società.
L’ambizione6 di Braudel è connessa dalla consapevolezza maturata durante i lunghi soggiorni sul
Mediterraneo Europeo e Africano che i problemi sono connessi a una straordinaria ricchezza umana,
per questo è impossibile ridurli a qualche elemento o osservazione. L’articolazione maggiore sul
piano metodologico è costituita dalla dialettica spazio-tempo e storia-geografia, l’autore non poteva
accontentarsi delle tradizionali introduzioni geografiche (come i suoi predecessori) alla storia
collocate all’inizio di tanti libri, ma è necessario dividere il libro in tre parti (o tempi della storia), alle
quali attribuisce uguale importanza:
 1° Parte, l’Ambiente. Tempo geografico, come la definisce lui: la storia quasi immobile. Quella
dell’uomo nel suo rapporto con l’ambiente; è una storia di lente trasformazioni; fatta spesso di
cicli incessantemente ricominciati. Ma impossibile da trattare perché in continua trasformazione,
per questo si è soffermato nel rapporto tra ambiente e comunità umane, per comprendere il
motivo per cui questi cicli tornassero incessantemente.
 2° Parte, Destini Collettivi e Movimenti d’Insieme. Tempo sociale: la storia più ritmata della
prima. Storia dei gruppi e degli aggruppamenti. Studia le economie e gli stati, le società e le
civiltà.
 3° Parte, gli Avvenimenti, la Politica, i Movimenti Sociali. Tempo Individuale. La storia
dell’individuo, dalle oscillazioni brevi rapide e nervose.
L’autore si sforza di collegare le tre parti insieme. Per comprendere il suo reale obiettivo questi tempi
dialogano tra di loro, ma nessuno è esaustivo, bisogna quindi avere una visione dell’insieme per
arrivare al suo scopo.
A conclusione della sua analisi, introduce il concetto di geo-storia, ma nel tentativo di darne una
spiegazione sembra scostarsi dal possibilismo di Vidal de la Blanche.
Fa riferimento ai possibilisti, ma nella prima parte delle tre nella formulazione della geo-histoire:
geografia umana retrospettiva che consiste nel ripensare con i metodi e lo spirito della moderna
geografia umana (ovvero la possibilista), le geografie passate. Di questa geo-histoire nella quale fa
consistere la vera ragion d’essere della sua tesi, sottolinea il peso degli elementi naturali, definiti: da
un lato l’ostacolo naturale, dall’altra lo sforzo degli uomini che lo controbilancia, ma si modella su

6 Termine utilizzato da Quaini.

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di esso. Ora che cos’è il determinismo, l’azione dell’ambiente, se non spesso queste sequenze di
sforzi successivi che l’ambiente provoca con le sue resistenze?
Bisogna evidenziare che tutta l’opera è intrisa di una concezione che sottolinea quanto “il
Mediterraneo sia un’opera incessantemente ripresa dagli uomini, ma a partire da un piano
vincolante di una natura poco generosa, spesso selvaggia che impone le sue ostilità e vincoli di
lunga durata”
Il Mediterraneo è visto nei suoi due volti fondamentali:
-tradizionale mediterraneo circoscritto ai margini continentali, alle isole, isole montuose;
-più grande Mediterraneo, perché si espande molto. Infatti ne descrive i molteplici aspetti. Traccia
esclusivamente i confini umani: quali frontiere tracciare quando non si tratta né di piante né di
animali, di rilievo o di clima, ma di uomini che non si fermano ad alcuni confine che attraversano le
barriere fisiche?
Quaini individua qui la genialità e la geo-histoire di Braudel, il quale restituisce al mediterraneo il
suo vero volto del mare degli uomini: cuore di un mondo umano assai più vasto dei suoi immediati
contorni.
La città mediterranea è creatrice di strade - l’unità umana la rintraccia in questi due elementi o
strutture geografiche che continuamente la restituiscono, ovvero: le strade di terra e mare e le città.
Le dimensioni che assumeva questo spazio geografico per gli uomini del 16° sec era uno spazio
smisurato.
La tesi di Braudel è la decadenza del Mediterraneo.

Gli storici francesi sollecitano geografi e storici ad utilizzare la geo- histoire.


L’idea di integrazione tra la storia e la geografia (tempo &spazio per Braudel) non viene considerata
in Italia perché possiede un proprio pensiero geografico.
L’Illuminismo in Italia si rivolse allo studio e ricerca “i tenori di vita della popolazione” cit. Gambi,
si diffusero opere e lavori di ricerca che presero in esame relazioni fra la situazione economica e
ambientale di un determinato contesto. Significativi sin dal 18° sec questi scritti rappresentano la
base degli studi di botanica, demografi e altre in epoca successiva. Dopo la conquista napoleonica, in
Italia vengono portate avanti le inchieste statistiche, perché anch’esse importanti. Statistica ha come
obiettivo quello di effettuare una descrizione comparata di quelle che sono le condizioni economiche
e sociali e dei modi di organizzazione/costruzione degli Stati. Questo tipo di analisi che si affiancano
agli studi di stampo illuministico sono “tabulazioni” (Gambi) che hanno un valore superficiale, anche
se in alcuni dipartimenti dell’Italia animavano la vitalità amministrativa ed economica.
Il ritardo che denunciano i geografi umani storici italiani di non aver considerato la geografia
Vidaliana.

CATTANEO.
Grazie a lui la Geografia entra come scienza autonoma nell’ambito di un congresso di Milano nel
’44. Sottolinea che la Geografia debba comprendere come effettivamente la realtà geografica
trascorra in continuità in forme sempre nuove e si modifica, le modalità con cui le comunità umane
sanno rispondere alle condizioni che l’ambiente gli pone. Atteggiamento molto moderno. La
geografia deve comprendere la processualità e le relazioni uscenti dalle comunità umane.
Aveva maturato l’idea che fosse importante la geografia con la storia.
La Lombardia è la creazione delle nostre mani, per sottolineare che l’aspetto sociale (storico) è
prevaricante. Individua le città come il vero motore che struttura la regione, il nodo da cui
fuoriescono delle forze che plasmano l’intorno territoriale.

Con l’Unità d’Italia, la geografia trova il suo posto tra le scienze umanistiche, ma legata a problemi
di carattere statistico. Quindi si trattava ancora una volta di una descrizione di regioni con
elaborazioni che andavano tra lo statistico-quantitativo e lo storico-topografico. Alcuni nomi della
Geografia recepiscono un indirizzo differente, ovvero l’approccio positivismo: la schematizzazione,

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la tipizzazione, la classificazione, le leggi che regolamentano il rapporto tra natura e umanità. Si
continua a ignorare Vidal de la Blache.

Insediamenti e le configurazioni urbane, evoluzioni di queste configurazioni, i cui primi studi


risalgono al 1909 e riguardano in particolare la Toscana [Sembra limitato all’area settentrionale
dell’Italia].
Tra il 15 e il 18 i nazionalismi si accendono e invadono anche la geografia, portati avanti dal secondo
conflitto mondiale. La società geografica si è legata al potere e alla politica di all’ora.
Intorno agli anni ’20 BIASUTTI aveva cominciato una rete di inchieste su insediamenti rurali
legandosi al piano fisico ma anche culturale. Da qui ci fu una vera e propria edizione sistematica per
le varie regioni italiane di un’opera relativa alla casa rurale, a partire dagli anni ’58.
Continua il filone della cartografia ed esplorazioni grazie a vari geografi e questi sollevano le sorti
della geografia italiana.

Durante il secondo conflitto mondiale, GAMBI definisce cos’è per lui la Geografia. L’errore di molti
geografi fu quello di analizzare gli aspetti fisici della geografia, ma prescindendo l’uomo e le
relazioni che instaura con il territorio. Infatti per Gambi è un fatto sconvolgente poiché egli sostiene
che se spazio e tempo assumono dignità di potenza storica, ovvero significato, è perché esiste
l’uomo. Al di fuori dell’uomo devono essere considerate delle astrazioni matematiche.
Per tutto questo tempo la geografia umana italiana persegue la mentalità e gli schemi derivati dal
Positivismo, egli per questo afferma la necessità di un diverso piano mentale rappresentato dallo
storicismo: qualsiasi aspetto di vita che riguarda le comunità umane, c’è bisogno di ricondurlo allo
storicismo. Per descrivere queste voci che si levano fuori dal coro, utilizza vari esempi. Bisogna
abbracciare il Moderno Umanesimo.

Approccio geografico umano che comincia a farsi strada a partire dalle riflessioni poste in essere da
Gambi:

 POPOLAMENTO UMANO:
1. Le carte del popolamento - geografi positivi;
2. La qualità della comunità - Geografi umanisti.
Il geografo tradizionale approccia a questo fenomeno elaborando cartografie tematiche, fissando
quella popolazione in quel determinato luogo. Approccio scientifico che ignora il fatto che
qualunque comunità viva di relazioni interne, ma vive anche attraverso l’elaborazione di relazioni
uscenti spazialmente dalla regione che questa stessa comunità abita. Queste carte di popolamento
che indicano dove si trova/la distribuzione/la quantità della popolazione, ma per un geografo
umano ha senso anche i valori le relazioni interne ed esterne a quel contesto territoriale, aspetto
che in queste carte non emerge. Esprimono un metodo scientifico importante, ma è un metodo
adatto a un geografo naturalista; al geografo umanista, il quale pone al centro l’uomo e le sue
comunità, può interessare la quantità e il modo di distribuzione della popolazione, con l’unica
condizione che di queste comunità si metta in evidenza la qualità: interpretare la struttura
culturale è sicuramente, perché la densità di una popolazione è soprattutto in relazione con il
valore della sua cultura. La cultura in ogni paese e in ogni tempo (mutuato Vidal) crea un genere
di vita particolare.

 SOVRAPPOPOLAMENTO:
1. Optium di popolazione “una specie di equilibrio precisabile in termini matematici;
2. Strutture culturali delle comunità il sovrappopolamento legato a quel complesso dinamico e
apprezzabile sono in termini che è il genere di vita.
Per comprendere le ragioni del fenomeno della saturazione demografica, secondo alcuni geografi,
bisognava capire in cosa consiste il sovrappopolamento.

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I naturalisti fanno riferimento al 1° punto fra il maggior numero di uomini che una regione può
sostenere, quando lo sfruttamento delle sue risorse sia eseguito nel modo più razionale possibile,
però una volta raggiunto l’equilibrio, qualunque visibile aumento della popolazione fa scendere la
quantità delle risorse disponibili.

 INSEDIAMENTO UMANO, può essere di diverso tipo. Due tipologie attraverso cui indagare il
fenomeno:
1. Classificazione in tipi e forme, hanno un valore superficiale, perché non si penetra nella reale
natura del soggetto geografico. Anche i modi di abitare sono stati foggiati da una trama storica e
a questa bisogna ricondurla;
2. Classificazione in base alle funzioni, ricondurre questo fenomeno umano a una categoria astratta
che non rappresenta la vita economico-sociale di quel contesto. Sostiene che se si dovessero
raggruppare tutte le città con funzione religiose, ma singolarmente non possono essere
ricondotte solo a quello scopo.
Quando si classifica, si finisce per irrigidire e obliterare la non ripetibilità delle trasformazioni
umane: la classificazione sarebbe meglio attuarla su fenomeni naturali, poiché l’approccio umano alle
situazioni è differente.

Questa disciplina lascia poco spazio alla riflessione umano-storica, è molto incentrata sulle
caratteristiche del determinismo geografico, saltando completamente la lezione dei maestri francesi.
L’unica voce che si eleva fuori dal coro, quella di Lucio Gambi (capacità di coniugare discorso
geografico e storico), a lungo emarginato, divenuto poi autorità per storici e geografici che cercavano
di migliorarsi. Secondo l’idea della geografia umana storica, si la geografia è una scienza descrittiva,
ma bisogna anche cercare di abbracciare un livello interpretativo. La funzione in sé stessa, di
qualunque tipo sia, finisce per obliterare il fatto che gli insediamenti, il popolamento, sono tutti
elementi, secondo Gambi, che vanno inseriti, riportati in una trama storica, perché sono venuti
foggiandosi su questa stessa trama.
Avviene una frattura tra chi come Gambi vuole proporre una nuova strada e che rimane sul
tradizionale. Gambi vuole individuare una doppia problematica, ci sono temi della geografia
dell’uomo, che sono tipicamente ecologici (es. clima rapportato alle condizioni di vita comunità
umane) ci sono temi tipicamente storici (es demografia, effetti su un territorio), per questo motivo
non avrebbe senso dire che questa disciplina pur nell’unità del suo oggetto, ossia l’uomo, mostra due
campi distinti, naturalistico e umanistico, forse è più giusto dire che la geografia umana si esprime
attraverso una doppia problematica, una ecologica ed una storica. Sono contemporanee, ma
autonome. Quella ecologica sarà svolta secondo la mentalità delle scienze naturali e si rivolgerà ai
fatti relazionali con l’ambiente, quella storica sarà svolta secondo la mentalità delle scienze umane,
sostanzialmente questo ci riporta a dire che si ha una distinzione netta tra geografia fisica ed umana.
Fra geografia fisica e la problematica ecologica della geografia dell’uomo, vi è diversità dell’oggetto
di studio, in un caso è la natura (fisica) nell’altro caso è l’uomo. Ma vi è unità sul piano del
conoscibile (forma mentale dello scienziato naturalista). Per quanto riguarda le due problematiche
della geografia umana, vi è unità nell’oggetto di analisi, ma vi è diversità nella forma mentale del
ricercatore. I valori per la storia dell’uomo sono fondamentali per le scienze naturali. Principi
durevoli, indiscutibili, i valori invece sono mutevoli, questo mondo non può avere un medesimo
valore continuamente. Lo spazio è quel contesto che esprime dignità di potenza storica, perché
all’interno di esso l’uomo si esprime.
“i valori storici dei quadri ambientali” Gambi si domanda se è vero che possano esistere dei quadri
ambientali perfettamente immobili, che possano essere simili o del tutto identici, a come erano
tantissimi anni fa, per quanto riguarda la Penisola Italiana, chiaramente estendibile.
Questa diversità di questi quadri ambientali, è il risultato di che cosa?
Per arrivare a dirci di cosa sia il risultato si parte da una prospettiva di stampo ecologico. Non è
possibile che ci siano quadri cristallizzati, immobili, ma partendo da un approccio ecologico, si inizia

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classificando, bisogna creare dei tipi di inquadramenti ambientali, individuare delle unità di
contenuto paesistico che emergono dal congiungersi, in una medesima area, di fenomeni dovuti a
elementi indifferenti che afferiscono all’ambiente naturale. Si può in Italia, per esempio, individuare
diverse tipologie. Questi quadri ci potrebbero apparire alterati di molto poco, quasi per nulla,
cerchiamo alterazioni in ambito naturalistico, le prime alterazioni significative sono quelle relative al
clima. Elemento importante è la vegetazione, trasformazioni nell’ambito delle foreste non sono
riconducibili a soli eventi di tipo naturale. Modificazioni profonde sono riconducibili all’operosità
dell’uomo. Naturalmente si abbraccia la problematica storica, non se ne può fare a meno. L’azione
dell’uomo non incide solo sulla deforestazione, agisce anche sul ritmo dei fenomeni connessi con il
clima e l’idrografia. La diversità è la diversità della storia umana. Bisogna sempre prendere in
considerazione i valori che l’uomo assegna.
Non possiamo limitarci e classificare, tipizzare (scienziato naturalista) anche i quadri ambientali
mutano, c’è un rapporto coevolutivo.
Se non ci si rende conto della mutevolezza, non ci si rende conto del valore. Anche i quadri
ambientali verranno a chiarire il loro significato solo quando li si proietti su un piano esclusivamente
umano, cioè su un piano di una funzione economica, sul piano di un’esperienza, affinché si
producano delle sinergie. I valori dell’uomo influiscono su queste modificazioni. Il grado in cui
l’ambiente è stato incorporato nella storia non può che essere il portato di una realtà umana, devo
sempre ricondurre sul piano umano e incorporare nella storia.
Quando una società umana fa suo un ambiente, lo fa suo perché riconosce in esso delle utili
Vocazioni o disposizioni, o più precisamente Potenzialità a fornirgli certe produzioni o agevolazioni.
L’uomo fa suo un quadro ambientale perché riesce a riconoscere quelle che posso essere le
potenzialità da utilizzare. È qui torniamo a Vidal de la Blache, alla geografia storica di Braudel (su
cui tanto insistono Gambi la Sereno).
Ogni gruppo umano sceglierà ciascuna potenzialità a seconda dei fini che si è prefissato, tale scelta
sarà diversa in base alle condizioni in cui quel gruppo umano vive.
La vocazione è l’individuazione di un territorio delle specialità territoriali, che devono essere
riconosciute.

VOCAZIONE. Importanti in Gambi e ritornano in un approccio territorialista della geografia: è


importante capire quali sono le vocazioni del territorio verso cui si orientano determinate società
piuttosto che altre.
Cattaneo nel definire la Lombardia come un’opera delle nostre mani sottolinea non solo il derivato di
un processo di artificializzazione più che di un’opera della natura, ma ci mostra che qualunque
società sia venuta organizzandosi in chiave industriale ha maturato, nei confronti delle disposizioni
ambientali, quelle potenzialità di natura più complessa, a tal punto da edificare un proprio ambiente
di vita, il quale di plasmerà sulla base delle strutture che ogni comunità si è potuta dare non appena è
uscita dal chiuso impianto di sussistenza. L’idea che ha Cattaneo è legata al processo di
industrializzazione, che non a caso si sposa con l’espansione della città, il motore dello sviluppo.
Gambi concorda con Cattaneo e aggiunge che la città su questi presupposti riesce a determinare
l’assetto di territorio di pertinenza.

Ogni QUADRO AMBIENTALE è il risultato del modo in cui l’ambiente è stato incorporato nella
storia. Ogni comunità uscita dall’economia di sussistenza ha plasmato il proprio spazio sulla base
delle proprie strutture di ordine economico, sociale, politico e giuridico. Si arriva alla definizione che
fornisce Gambi: lo spazio non è più un’entità astratta, non è un pezzo di mare o di terra qualsiasi che
accoglie su di sé l’uomo, ma assume dignità di potenza storica, continuamente diversa perché è
l’uomo che ci vive, ci opera, gli attribuisce valori sempre mutevoli.
L’uomo è l’origine del valore, portando inevitabilmente dei cambiamenti.

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PAESAGGIO. Gambi lo legge come struttura continuamente prodotta dall’uomo nel corso della
storia; quindi complesso costitutivo della civiltà composto da diversi elementi, ognuno dei quali ha
una propria temporalità.
É uno dei concetti chiave della geografia, in quanto indicatore di qualità del territorio.
Biasutti scrive il paesaggio sensibile o visivo è tutto ciò che l’occhio può abbracciare in un giro di
orizzonte o percettibile con tutti i sensi. Inoltre fornisce la definizione di paesaggio geografico:
sintesi astratta di quelli visibili.
Questo in realtà non fornisce informazioni sull’uomo, anzi fa intendere che fa parte della natura,
l’uomo ecologico.
Il paesaggio geografico tende a individuare gli elementi che presentano le più frequenti ripetizioni
sopra uno spazio più o meno vasto. C’è esigenza di individuare pochi elementi per comprendere il
paesaggio, si tratta di una limitazione voluta poiché i fattori selezionati in base al criterio della
ripetitività devono rendere assolutamente possibile la descrizione sintetica, identificazione e
comparazione delle forme principali del paesaggio terrestre. Ci si concentra su 4 categorie di
fenomeni che contribuiscono a determinare la superficie terrestre e sono secondo i geografi positivisti
i fatti determinati da: CLIMA, MORFOLOGIA, IDROGRAFIA e VEGETAZIONE. Tra di loro
interconnesse da influenza reciproche, ma viene escluso l’uomo.
Gambi si concentra sui paesaggi rurali e fa una distinzione, fornendo un primo inquadramento sul
paesaggio. Guarda all’approccio storico, distingue le diverse tipologie dei paesaggi, ma va oltre
perché potrebbe aggiungersi un’analisi più approfondita. Questi possono essere frutto di elementi
paesistici, fattezze esterne, ma a un esame più attento bisogna capire se questi elementi risultino
essere parti di complessi più rilevanti e sono conseguenza di strutture umane, manifestazioni
accadimenti che incidono nel paesaggio in maniera più determinante degli aspetti fisici. Questi
elementi complessi sono aspetti valoriali, fatti costitutivi, per mettere a fuoco il paesaggio:
-Riflessi della vita religiosa, il territorio si forma attraverso indicazioni religiose in base a prescrizioni
dei culti solari;
-Fatti psicologici, la forza della tradizione, individuare elementi di conservazione che rimandano a
forma arcaiche di forme paesistiche;
-Rapporti fra individuo e gruppo, è il caso di una società ove gli individui sono più liberi dei loro atti
e diverso è il caso di una società in cui gli individui sono subordinati a un’autorità istituzionale che li
supera (openifeld o bocage);
-Costumi giuridici intorno alla proprietà familiare, esempio dell’eredità che va in parti più o meno
uguali a ciascuno dei figli;
-Configurazione aziendale così come le forme di conduzione e rapporti di lavoro, perché da vita a un
determinato tipo di paesaggio;
-Tecnica di coltivazione;
-Scelta di colture e di mercato;
-Città, viabilità.
Non ha senso giudicare il paesaggio esclusivamente attraverso quelle fattezze esterne, attraverso ciò
che è cartografabile, in realtà il paesaggio è sintesi di elementi complessi e di impulsi storici. Quindi
non possiamo limitarci, perché si avrà una visione parziale, la quale scarta ciò che non è visibile, non
configurabile. Quello che non ha forma visibile fa parte di quella stessa realtà che ci riconduce al
paesaggio, interpretato da Gambi come un telaio, spostando lo studio dal campo visibile a quello
storico.

Quaini, storico contemporaneista, legato a Braudel, per certi versi, per arrivare a definire la sua
connessione tra geografia e storia; ebbe scambi continui Gambi. Attraverso i suoi lavori si mettono in
evidenza la dinamica del popolamento umano, insediamento: in questo caso popolamento rurale,
deve essere colto in senso dinamico, ovvero storico, bisogna analizzare i processi del popolamento in
una prospettiva diacronica.

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Riconosce a Bloch l’importanza della Cilivisation Agraire, sottolineando che il fatto insediativo che
si manifesta in maniera differente sottende soprattutto un complesso di fattori socio-economici e
tecnici.

Bisogna ripensare a tempo e spazio cercando di distinguere 4 tipi di rapporti, come disse Darby:
a. la geografia al servizio della storia: introdurre l’elemento geografico come elemento esplicativo
dell’evoluzione storica;
b. la geografia del passato: lo studio di sezioni orizzontali del processo storico;
c. la storia al servizio della geografia: lo studio di sezioni verticali del paesaggio geografico (es.
analizzare la storia degli insediamenti);
d. la geografia del passato al servizio di quella del presente.
Darby tende a condividere il punto B e D. al tempo stesso avviene una rilettura di Juillard il quale
affermava che la storia e la geografia non possono essere risolte l’una nell’altra perché è vero che
hanno uno scopo comune e che è lo studio della realtà umana, ma questo scopo lo raggiungono da
punti differenti. In pratica somma i 4 punti a 2 a due:
- il punto di vista della storia racchiude il punto A e C, processualità e diacronia;
- il punto di vista della geografia racchiude il punto B, studio dell’ambiente geografico in una
determinata epoca del passato (sincronia) e il punto D, le sopravvivenze del passato che si ritrovano
nel presente.
Quaini afferma che così facendo l’una continua ad aver bisogno dell’altra, per questo vi è la necessità
di una posizione più autonoma: sottolineare il fatto che il tempo della natura e della storia (Braudel)
non esistono separatamente, ma è necessario cercare di mettere insieme di raccordare il ritmo della
casualità dei primi con il ritmo della casualità dei secondi. Quindi mentre lo storico si pone il
problema di cercare le reciproche interferenze fra il tempo individuale e sociale (Braudel), al
geografo spetta di più la possibilità di indagare le connessioni fa il tempo sociale (comunità umane)
con quello geografico. Si eviterebbe di porsi il problema di separazione tra storia e geografia. Becker
infatti sosteneva che la geografia storica riprende dalla geografia la capacità di riflettere criticamente
e problematizzare, con la storia condivide le fonti, gli strumenti per arrivare a un’analisi territoriale
che guardi a passato, presente e futuro.
Quaini, in rappresentanza della G. S. Italiana, sottolinea un’area adisciplinare, dove si possa
realizzare una convergenza sui problemi piuttosto che sui contenuti sclerotizzati delle discipline
tradizionali.
GAETANO FERRO ribadisce che bisogna tener conto del quadro ambientale, nel quale però si
svolgono inevitabilmente le relazioni umane. Studiando solo da un punto di vista geografico le
sezioni orizzontali del processo storico si incontrano necessariamente difficoltà dovute dal fatto che
le differenti componenti di un paesaggio si modificano secondo un ritmo diverso, non
contemporaneamente. Quindi per forza di cosa bisogna studiare le componenti nello svolgimento
storico, arrivando a combinare diacronia e sincronia.
In questo atteggiamento si negava l’importanza alla geografia.
Non si può prescindere dalla dimensione temporale che avrà velocità cronologiche differenti.

Il METODO DELLA GEOGRAFIA STORICA: indaga quel complesso spazio temporale a scale e
fonti integrate e bisogna considerare i diversi livelli temporali e le diverse scale; il locale è la
dimensione che più permette l’individuazione di determinati elementi, procedendo all’intreccio di
macro e micro analisi.
Gambi diceva che il metodo è sì importante, ma si deve adattare a seconda della nostra prospettiva di
ricerca. La base ci deve essere, ma può cambiare nel corso della ricerca.

FONTI DELLA GEOGRAFIA STORICA, sono diverse a seconda del metodo che prediligo. Le
principali fonti sono:
1. I corpi legislativi e normativi prodotti dagli stati preunitari, i primi raccolti in volumi manoscritti
o vecchie edizioni (archivi centrali, biblioteche nazionali). I secondi raccolti in volumi annuali

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insieme agli atti parlamentari. Questo corpus documentario rappresenta una fonte molto
importante, perché esprime le politiche messe in atto le ragioni della promulgazione delle leggi
emanate. Conservate nelle conservatorie comunali;
2. Le fonti demografiche, presenti nel tardo medioevo, documenti censuari redatti per finalità
alimentari, semplici enumerazioni della popolazione;
3. Le relazioni e memorie corografiche, con la nascita degli stati moderni inizia a fiorire una
documentazione di tipo geografico, si trattava di descrizioni di tipo sincronico prive o quasi di
riferimenti storico eruditi che venivano applicate a realtà regionali oppure interi stati.
Rispondevano a delle istruzioni prefissate dal potere politico;
4. Le relazioni e memorie di viaggio, si tratta della letteratura di viaggio, si lega al Grand Tour
‘500 e ‘600 dei ceti aristocratici. Componente percettiva accentuata;
5. La toponomastica, l’attenzione ai nomi dei luoghi, chiarisce le dinamiche di appropriazione
spaziale, da parte delle società che vi si sono succedute. È importante che sia contestualizzata
storicamente nello spazio sociale che l’ha prodotta, evitando gli schematismi;
6. La carta;
7. Il catasto.

Le fonti ci portano a ragionare sul territorio come spazio di valori condivisi, di cui è indispensabile,
deve essere preservato in termini dinamici, passando attraverso la valorizzazione delle sue dotazioni
culturali, come occasioni di sviluppo locale sostenibile. Quindi servono a capire quali dotazioni
culturali sono sedimentate sul territorio.
Le fonti rappresentano un valore aggiunto nei due momenti processuali della pianificazione
paesaggistica: nel momento conoscitivo e momento operativo. Con il loro contributo è possibile
pervenire alla conoscenza dei valori socio-culturali del contesto analizzato è possibile capire ciò che
interessa.
Si conferisce risalto ai sedimenti (invarianti strutturali, per Magnaghi), elementi strutturanti che
determinano quella forte relazione tra insediamento e ambiente naturale e restano permanenti nel
tempo: strutture che nel loro riprodursi garantiscono la sopravvivenza, il mantenimento e lo sviluppo
del sistema territoriale [ci riporta all’argomento iniziale]. La loro individuazione è finalizzata alla
possibilità di penetrare nella fisionomia dei luoghi.

Tra tutte queste fonti, la cartografia storica è particolarmente rappresentativa, perché contribuisce
particolarmente a far emergere il racconto delle stratificazioni, dei valori ereditati dai precedenti cicli
di territorializzazione.
Si tratta di carte frutto di committenze, soprattutto locali e di periti cartografi che provengono da
contesti differenziati chiamati a redigere simulazioni e verifiche ex-post (in seguito a qualcosa) o ex-
ante (valutazioni a monte) per la risoluzione di problematiche territoriale (controversie confinarie,
questioni idrauliche, etc..). Sono carte a grandissima scala, come le mappe catastali. La Carta è un
documento storico complesso, fatto di diversi livelli comunicativi.
La contemporaneità ha prodotto una varietà di approcci alla cartografia riconducili a tre prospettive:
 OGGETTUALE. Pone attenzione al ruolo della carta che risulta una vera e propria fonte
documentale. Si apre la via al recupero del valore e del significato della carta quale documento
attestante il rapporto uomo-ambiente. La carta come documento, ovvero si libera dell’idea
positivista che l’aveva ancorata ad una rappresentazione fedele e oggettiva della realtà. Colui
che interpreta una carta intende definire il ruolo svolto dalla carta nell’ambito culturale in cui
essa si è formata (recupero del valore; prendere in considerazione il processo produttivo). Conta
il contenuto che la carta rimanda;
 DECOSTRUZIONISTA. Fine 1980 si apre questa prospettiva, guidato da Harley, secondo cui la
carta è un prodotto sociale con forti implicazioni ideologiche. H. sostiene infatti di uscire dalla
settoralizzazione abbracciando approcci critici multipli a riguardo. Continua affermando di

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soffermarci sugli esiti comunicativi delle carte, attuando un processo decostruttivo, mettendo in
luce anche i minimi dettagli per far emergere anche argomentazioni in contrasto.
 SEMIOTICA. In Italia messo in campo da Emanuela Casti. Si tratta d’indagare i meccanismi
comunicativi della carta, poiché intesa come dispositivo di comunicazione, la quale trasmette un
messaggio, più o meno articolato sulla base di un codice condiviso. Quindi rimanda a un codice
conosciuto dalla società che l’ha prodotta. Si può affermare che la carta è un sistema segnico, la
quale è in grado di far riferimento a sé stessa in modo circolare, proponendosi nella
comunicazione come sostituto della realtà: la carta si fa mediatore simbolico tra la carta e
l’utente.
Queste tre prospettive mettono in campo il ruolo della mediazione assunto dalla carta, ma che si va
anche oltre, perché esprime “un sapere circolare, comunica di sé stessa agli altri” cit. Casti.
 Si arriva alla maturazione di una metodologia interpretativa.

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