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CAPITOLO 5

IL TEMPO DI “ECOPOLIS”
DOPO IL CROLLO DI “COSMOPOLIS”
di Sandro Fabbro

ABSTRACT
L’imperativo dei prossimi mesi e anni sarà duplice: da una parte difen-
dersi dalle pandemie (e, più in generale, dal susseguirsi di crisi sempre
più devastanti e di tipo diverso, comprese quelle climatiche) e, dall’altra,
creare sistemi economici regionali più autosufficienti basati sulla creazio-
ne di nuove occasioni di lavoro! Resilienza alle crisi, da una parte, nuovo
modello di sviluppo regionale, dall’altra! Bisognerà riorganizzare catene
del valore e cicli economici in modo diverso se non altro per proteggersi
meglio dalle crisi continue e devastanti e dare più sicurezze ai territori
locali. Ma come? E in che aree e settori? É chiaro che, tornare sic et sim-
pliciter, al modello precedente non sarà né possibile né desiderabile. La
politica si salverà se saprà regolare le catene del valore assicurando auto-
sufficienza economica, lavoro e una governance autonoma ai territori. Fin
che la cosiddetta “buona politica” non capirà questo principio, trionferà
inevitabilmente quella “cattiva” e “arrabbiata”. Se le città devono tornare
ad essere i luoghi della polis, le campagne, devono tornare a prendersi cura
della terra e, tra polis e oikos si dovrà, inevitabilmente, ricercare una nuova
alleanza: definiamo, questa nuova alleanza, con il termine di “Ecopoli”.
Cosa può fare, allora, in questo nuovo scenario globale, una regione come
il Friuli Venezia Giulia? Come fece quarant’anni fa al tempo della rico-
struzione post-terremoto, dovrà acquisire risorse dall’Europa e dallo Stato
(o, se necessario, a debito), dovrà darsi grandi piani di investimento in un
nuovo modello economico regionale, più sostenibile, più autosufficiente e
più resiliente e dovrà investirli nel suo territorio. Ma dove investire? Dove

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IL TEMPO DI “ECOPOLIS” DOPO IL CROLLO DI “COSMOPOLIS”

non vanno gli investimenti di Stato ed Europa, naturalmente. La Regio-


ne deve intervenire nel rilancio e qualificazione del suo mercato interno,
nelle filiere territoriali corte che garantiscono autosufficienza energetica
e alimentare, nella valorizzazione delle sue risorse e delle sue qualità am-
bientali, nel suo “capitale territoriale”. Se non lo fa la Regione chi mai lo
farà? Ci sono dei grandi alleati in questo sforzo immane di ricostruzione
“ecopolitana”: il mondo delle energie rinnovabili, che è già orientato verso
sistemi locali autosufficienti di produzione e consumo; le filiere del cibo,
dell’alimentare, del turismo locale; della gestione dei cicli dell’acqua e dei
rifiuti. Altri settori possono trovare ampie ragioni per riconvertirsi in tale
direzione come l’edilizia della sicurezza, del recupero e della rigenerazione
urbana, i trasporti pubblici e privati orientati all’elettrico, il credito locale
alle imprese ed alle famiglie, i comuni, grandi e piccoli ecc. Serviranno
leggi regionali ad hoc per definire obiettivi e progetti integrati atti a calare
sul territorio le risorse in modo snello e veloce ma anche per realizzare il
massimo di sinergia tra enti di diverso livello, tra pubblico e privato, tra
obiettivi di rigenerazione, di resilienza e nuova occupazione. La metodo-
logia di fondo è quella di identificare un modello integrato e generale di
resilienza -ma concreto e fattibile-, e poi partire da progetti locali integrati
e ben strutturati e ricomporre, a mano a mano, il disegno più generale e
completo.
Nei prossimi capitoli ci dedicheremo a tali questioni.

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