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Recensione del volume:


Storia dell’IRI 1949-1972
2. Il «miracolo» economico
e il ruolo dell’IRI◊
AMATORI F. (ED.)

a cura di
Fernando Salsano*
Università “Tor Vergata”, Roma

1. - Introduzione
Il libro curato da Franco Amatori è il secondo capitolo della Storia dell’IRI,
pubblicata dagli Editori Laterza. Nel primo volume (Castronovo, 2012) era stato
esaminato il processo di nascita e affermazione dello Stato imprenditore negli
anni della grande crisi, del fascismo e della ricostruzione post-bellica. In questo
secondo volume, la vicenda dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) è
considerata nell’ambito della maggiore discontinuità socio-economica della storia
italiana: il cosiddetto miracolo economico (o boom nel linguaggio cinematografico
e giornalistico).
Sono gli anni in cui l’Italia diventa una potenza industriale e si afferma la “so-
cietà dei consumi”, in cui la crescita annua del Pil sfiora il 6%, il peso delle espor-
tazioni sul reddito nazionale sale dal 12,2% al 16,4%, la produttività aumenta
dell’84% e 17 milioni di italiani cambiano residenza. L’IRI è un protagonista as-
soluto di questa stagione, come recita negli anni Sessanta un famoso apologo del
Servizio pubbliche relazioni dell’Istituto: «Un turista straniero arriva in Italia con
un aereo dell’Alitalia? L’Alitalia è la compagnia aerea dell’IRI. Quel turista sbarca
a Genova da uno dei più bei transatlantici del mondo, come la Michelangelo o
la Raffaello, la Cristoforo Colombo o la Leonardo da Vinci? Sono dell’IRI. No-
leggia una macchina veloce ed elegante, come un’Alfa Romeo? È dell’IRI. Per


Editori Laterza, Roma-Bari, 2013, ISBN 978-88-581-0570-2.
* <fernando.salsano@gmail.com>.

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uscire da Genova percorre la prima strada sopraelevata costruita in Italia? È del-


l’IRI ed è stata realizzata con l’acciaio della Finsider dell’IRI e il cemento della
Cementir dell’IRI. Uscito dalla città, quel turista straniero prende un’autostrada
della più estesa rete esistente in Europa? È dell’IRI. Si ferma per pranzare in un
Autogrill? È dell’IRI. Dopo pranzo telefona alla fidanzata nella sua città straniera
usando la prima teleselezione integrale da utente del continente? È una linea della
Sip, cioè dell’IRI. Deve cambiare valuta? Va in una delle principali banche ita-
liane, la Commerciale, il Banco di Roma o il Credito Italiano. Anch’essa è del-
l’IRI» (Troilo, 2008).
Secondo un documento interno del 1952, il gruppo incide per l’80% della
produzione cantieristica, il 57% della telefonia, il 45% nella siderurgia, dal 20 al
45% in diversi comparti della meccanica, il 25% nelle intermediazioni bancarie
e nell’industria elettrica, il 20% nei trasporti marittimi. Nel 1950 ha 220.000 di-
pendenti, che salgono a 350.000 nel 1970. Il peso determinante dell’IRI nella
“grande trasformazione” della società e dell’economia italiane è stato sottolineato
da tutti gli studiosi, anche nell’ambito di interpretazioni opposte. Mancava tut-
tavia nella letteratura sul miracolo economico un lavoro di grande respiro che
esaminasse nel dettaglio il ruolo dell’IRI a partire dall’analisi delle specificità del
gruppo, delle sue complesse e articolate ramificazioni, delle strategie adottate,
della cultura e degli obiettivi alla base delle scelte effettuate, del travagliato e mu-
tevole rapporto con la politica.
Il volume curato da Franco Amatori colma finalmente questa lacuna avvalen-
dosi di una fonte eccezionalmente ricca e di prima mano, come la documenta-
zione prodotta direttamente dal quartier generale dell’Istituto di via Versilia, dalle
finanziarie di settore e dalle singole aziende, oggi conservata nell’Archivio storico
dell’IRI presso l’Archivio Centrale dello Stato.
La storia dell’IRI è esaminata da varie angolazioni in otto saggi scritti da storici
specialisti. Ciascun contributo è autosufficiente e ogni autore fornisce la propria
interpretazione del tema trattato. È ugualmente possibile individuare un filo con-
duttore dell’opera nel tentativo di offrire una valutazione del più ambizioso obiet-
tivo perseguito dai vertici dell’Istituto: la difficile ricerca di un punto di equilibrio
tra le prerogative di un gruppo industriale gestito con criteri privatistici e le finalità
politico-economiche e sociali assegnate all’IRI a partire dagli anni Cinquanta.

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2. - Analisi dei capitoli


Nel saggio di apertura Franco Amatori ripercorre l’intera vicenda dell’IRI negli
anni della grande trasformazione, fissandone le tappe cruciali ed evidenziando i
principali nodi problematici. Inaugurando la chiave interpretativa con cui si mi-
surano anche gli altri autori del volume, Amatori esamina continuità e cambia-
menti nel “modello IRI” alla luce del controverso rapporto con la politica e della
graduale evoluzione dei compiti assegnati all’Istituto.
Come sottolineato dal curatore, l’IRI è uno dei motori della straordinaria cre-
scita dell’economia italiana, ma il suo destino non è affatto scritto all’indomani
del secondo conflitto mondiale. Nel contesto del dopoguerra l’Istituto è visto da
molti, soprattutto imprenditori e osservatori internazionali, come un’anomalia
da sanare al più presto. Anche la Commissione economica dell’Assemblea Costi-
tuente ne sottolinea la natura ibrida, che non si concilia né con un modello puro
di economia di mercato, né con un’economia pianificata di tipo sovietico. È l’as-
senza di privati in grado di rilevare le aziende a determinare la sopravvivenza del
gruppo, che fino alla metà degli anni Cinquanta gode di un’eccezionale autono-
mia, grazie al benign neglect da parte della politica.
A partire dal 1954, con i lavori della Commissione presieduta dal segretario
della Dc milanese Orio Giacchi, tra le forze politiche di governo emerge la con-
vinzione che le imprese controllate dallo Stato possano diventare un vero e proprio
strumento di politica economica. Progressivamente, da ente con lo scopo di gestire
le partecipazioni e le attività patrimoniali, l’IRI diventa un mezzo per accelerare
lo sviluppo economico del paese, attraverso l’industrializzazione del Mezzogiorno
e la promozione di nuove tecniche produttive, nuove forme nelle relazioni di la-
voro, nuovi mezzi per l’espansione del commercio estero. Successivamente, al ma-
nagement del gruppo si chiede di perseguire anche l’obiettivo dell’“economicità”
fra massimizzazione del profitto e raggiungimento di obiettivi socio-economici
di primaria importanza. Tappe cruciali di questa mutazione sono il 1956, con
l’istituzione del ministero delle Partecipazioni Statali, e il 1962, con l’avvio della
“programmazione economica” da parte dei primi governi di centro-sinistra.
La “formula IRI” raggiunge il suo apogeo negli anni Sessanta, durante la lunga
presidenza di Giuseppe Petrilli. L’Istituto non è più solo un insieme di aziende o
di settori industriali, ma un grande gruppo integrato che valorizza la sua funzione
di centrale finanziaria e tecnica, possiede le esperienze aziendali più diverse e può
risolvere problemi che esulano dallo stretto campo della singola impresa. Nella
lettura di Amatori, il bilancio dell’esperienza IRI negli anni del miracolo econo-
mico è senz’altro positivo, anche se la duplice natura del sistema delle imprese a
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partecipazione statale, rende di difficile definizione gli obiettivi e le responsabilità


della loro attuazione. Negli anni Settanta, l’eccessivo ampliamento degli oneri so-
ciali attribuiti alle imprese e la degenerazione clientelare a fini elettorali nella scelta
degli investimenti concorreranno a determinare la crisi della formula IRI.
Decifrare le ragioni del declino sarà dunque compito del prossimo volume. Il
secondo volume della Storia dell’IRI si concentra invece sul ruolo propulsivo svolto
nell’industrializzazione italiana. La periodizzazione di Amatori è ripresa da Andrea
Colli, che descrive le strategie perseguite negli anni del miracolo economico (in-
teso nel senso più ampio, dall’immediato dopoguerra agli anni Settanta), indivi-
duando tre fasi distinte. Nella prima fase, che va dal 1949 al 1955, l’IRI ha il
preciso scopo di consolidare la presenza dello Stato nei settori trainanti e propul-
sivi, per consentire all’economia italiana una duratura affermazione anche sui
mercati esteri. Il programma di sviluppo dell’industria di base rappresenta un
esempio concreto di impiego del capitale pubblico non più in funzione di salva-
taggio, risanamento, ricapitalizzazione, ma di stimolo alla crescita economica.
La seconda fase vede l’inizio della trasformazione. La data di partenza è fissata
nel 1956, anno denso di eventi cruciali: la pubblicazione del Libro Bianco di Pa-
squale Saraceno che rappresenta la prima riflessione dell’Istituto sulla propria
azione; l’istituzione del ministero delle Partecipazioni statali che modifica il rap-
porto tra l’Istituto e il sistema politico; l’accelerazione del processo di integrazione
europea che incide sui ritmi e sulla sostenibilità del processo di sviluppo italiano;
l’introduzione per legge dell’ambiguo concetto di «economicità», che assegna alle
imprese pubbliche il compito di perseguire scopi sociali oltre alla semplice mas-
simizzazione del profitto.
È soprattutto nella terza fase (1964-1972) che la mutazione genetica dell’IRI
prende corpo, con l’aggiunta di nuove funzioni alla mission originaria: una fun-
zione di sviluppo e riequilibrio territoriale, una funzione anticiclica, una funzione
di adeguamento del Paese alle nuove frontiere tecnologiche. In generale, l’IRI
non serve più solo a rimediare alle inefficienze del mercato, ma anche a surrogare
l’intervento da parte delle istituzioni, soprattutto nelle aree più arretrate.
Alla scansione diacronica si aggiunge l’analisi degli indicatori quantitativi
emersi dalla documentazione d’archivio. Colli fornisce una serie di informazioni
inedite sulla composizione del capitale delle aziende IRI, sul volume e sulla de-
stinazione degli investimenti, sugli utili e le perdite delle aziende, tracciando una
vera e propria radiografia dinamica del gruppo, indispensabile per una valutazione
del ruolo svolto nel miracolo economico.
Particolarmente innovativo è il contributo di Daniela Felisini, che delinea un

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quadro d’insieme del gruppo dirigente dell’IRI attraverso le biografie dei manager
pubblici. Non si tratta di una semplice operazione descrittiva, né tantomeno agio-
grafica, ma della premessa per indagare assunti culturali, scelte strategiche, rap-
porti interni ed esterni all’Istituto, reti di relazioni, legami tra dirigenti dell’IRI e
mondo politico. La ricerca si basa su un ricco repertorio costruito attraverso la
consultazione di più fonti, con informazioni relative a origini familiari, forma-
zione, esperienze professionali, posizioni politiche di un significativo insieme di
dirigenti. A partire da questo materiale Felisini mette a fuoco alcune figure chiave,
scelte in base alla cariche ricoperte, alle funzioni svolte in determinati uffici, al-
l’appartenenza a specifiche categorie professionali. Il gruppo dei profili esaminati
comprende presidenti, direttori generali e direttori centrali dell’Istituto, delle fi-
nanziarie di settore e di alcune aziende.
Attraverso le biografie, Felisini fa emergere per la prima volta il complesso in-
treccio di culture politiche e competenze professionali che caratterizza il manage-
ment dell’IRI, condizionandone le scelte in misura determinante. Nella
“tecnocrazia” alla guida del gruppo convivono differenti radici culturali che con-
notano il succedersi delle generazioni. Nella prima generazione di dirigenti, molti
dei quali hanno partecipato come volontari alla Grande Guerra, prevale ad esem-
pio una matrice nazionalista, maturata nel primo dopoguerra in opposizione al
liberalismo incapace di misurarsi con la modernità. La generazione successiva è
composta soprattutto da uomini di formazione cattolica, cresciuti negli anni del
corporativismo fascista e sensibili ai richiami di una “terza via” capace di coniugare
le esigenze dell’economia di mercato con le istanze di progresso sociale. Le diffe-
renti culture politiche si incontrano e si contaminano, sovrapponendosi e inte-
grandosi con le diverse dottrine economiche. Nella definizione di un profilo del
management, Felisini prende in considerazione anche la varietà delle formazioni
professionali, sottolineando ad esempio la prevalenza di laureati in ingegneria sui
laureati in economia o giurisprudenza.
Felisini mostra l’evolversi della struttura istituzionale e organizzativa del
gruppo, evidenziando come al succedersi delle generazioni corrispondano nuove
scelte strategiche, nuovi assetti gestionali e nuovi rapporti con la politica. Oltre
alla conoscenza di un campo finora inesplorato dagli studi sullo Stato imprendi-
tore, il saggio offre dunque un innovativo metodo d’indagine, la cui applicazione
è auspicabile anche per lo studio di altre esperienze di governance d’impresa sia
pubblica che privata.
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Nel successivo contributo Ferruccio Ricciardi esamina il rinnovamento delle


relazioni industriali innescato dalla nascita dell’Intersind, l’organizzazione di rap-
presentanza delle imprese a partecipazione statale, fuoriuscite dalla Confindustria
nel 1956. Ricciardi ricostruisce le premesse politiche dell’operazione, prendendo
in considerazione diversi fattori: il ruolo del cosiddetto «laburismo cristiano», l’in-
fluenza delle dottrine keynesiane, il peso degli equilibri interni alla Democrazia
cristiana, i rapporti tra imprenditoria pubblica e privata. Descrive inoltre l’orga-
nizzazione e le funzioni dell’Intersind, mettendo in relazione il modello di rela-
zioni sindacali applicato nelle aziende a partecipazione statale con le sfide poste
dalle varie stagioni della politica economica, in particolare negli anni della pro-
grammazione. Ricciardi ricostruisce anche le innovazioni introdotte dall’Istituto
nell’applicazione delle moderne metodologie di job evaluation, che prevedono de-
finizioni precise dei compiti dei lavoratori per incentivare allo stesso tempo il le-
game con l’azienda e l’aumento della produttività.
La funzione modernizzatrice dell’IRI nella cultura industriale italiana del do-
poguerra è evidenziata dallo stesso Ricciardi e da Fabio Lavista anche nel saggio
successivo, dedicato alle “nuove funzioni d’impresa” che si affermano nell’ambito
del processo di riconfigurazione strategica degli anni Cinquanta e Sessanta. Pro-
seguendo una linea inaugurata già negli anni Trenta, quando l’Istituto si era im-
pegnato in una vasta attività di formazione, i vertici dell’IRI investono a lungo
termine nelle funzioni di formazione professionale, comunicazione aziendale, ri-
cerca e sviluppo. L’impegno nel campo della formazione, ad esempio, nel 1960
culmina nella nascita di una società IRI “formazione addestramento professionale”
(Ifap), attraverso la quale si importa in Italia il più avanzato know-how gestionale
europeo e americano, per formare dirigenti, quadri e operai.
Ricciardi e Lavista ricostruiscono l’intero quadro delle funzioni “orizzontali”
promosse in questi anni, che a diverso titolo contribuiscono a ridefinire l’identità
dell’IRI come gruppo polifunzionale e polisettoriale impegnato in un ambizioso
progetto di sviluppo dell’economia e della società italiana. L’analisi delle iniziative
di formazione interna, comunicazione, innovazione e ricerca porta gli autori a sot-
tolineare ancora una volta l’intreccio tra le esigenze di modernizzazione dell’appa-
rato industriale nazionale e l’esercizio della funzione manageriale da parte dell’IRI.
Una scelta evidente nell’organizzazione del volume curato da Franco Amatori
è quella di affrontare la storia dell’IRI in quanto gruppo, piuttosto che attraverso
studi specifici sui singoli settori industriali. Non sono dunque presenti saggi de-
dicati esclusivamente alla siderurgia, alla meccanica o alla cantieristica. L’unico
contributo riservato ad un preciso settore è quello di Marina Comei che ricostrui-
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Rassegna bibliografica

sce l’impegno dell’IRI nel campo dell’energia elettrica. Il tema, tuttavia, è trattato
non tanto in riferimento alla politica industriale, quanto in relazione agli investi-
menti finanziari. Comei ricostruisce infatti le vicende relative alla nascita della
Finelettrica, la finanziaria di settore costituita dall’IRI nel 1952, mettendone in
evidenza il ruolo nella definizione della politica energetica del paese. Un’atten-
zione particolare è dedicata al tema della nazionalizzazione dell’energia elettrica
nel 1962. Comei descrive la vittoriosa resistenza dei vertici dell’IRI ai tentativi di
assorbimento da parte dell’ENI di Mattei e l’inutile resistenza alla nazionalizza-
zione nell’ambito dell’Enel, ormai decisa ai massimi livelli governativi e preferita
ad una completa “irizzazione” del settore. Preziosa è la ricostruzione degli esiti
degli indennizzi ottenuti dalle aziende IRI in seguito alla nazionalizzazione. In
un dettagliato studio sull’argomento, Comei analizza la riorganizzazione della
Stet e il potenziamento della telefonia, gli investimenti nella siderurgia e nell’in-
dustria cementiera e la conversione della Società meridionale elettricità (Sme) in
Società meridionale finanziaria, con il prevalente interesse di «promuovere lo svi-
luppo economico specie nell’Italia meridionale e insulare».
Leandro Conte e Giandomenico Piluso affrontano un aspetto delicato e cru-
ciale nella storia dell’Istituto, ossia il rapporto con il sistema bancario e in parti-
colare con le “banche di interesse nazionale” (Bin) controllate dall’IRI: la Banca
Commerciale Italiana, il Credito Italiano e il Banco di Roma. Riprendendo lo
schema interpretativo che caratterizza l’intero volume, i due autori mostrano
un’evoluzione del settore bancario dell’IRI che corrisponde ai mutamenti nella
mission e nella struttura dell’Istituto. Nonostante l’effettiva indipendenza delle
tre banche – testimoniata dalla mancata costituzione di un’apposita holding di
controllo come per i settori industriali – Piluso e Conte mostrano come la gestione
finanziaria dell’IRI sia attuata in base alle scelte che la direzione assume in colla-
borazione con gli organi di governo. Le banche dell’IRI non operano esclusiva-
mente in ossequio alla naturale ottimizzazione degli utili, né in funzione di
organismi di servizio alle imprese, ma occupano uno spazio “mediano”, costan-
temente ridisegnato in rapporto alla congiuntura economica e politica. Le scelte
si spostano gradualmente dall’idea che finanziare l’impresa significhi finanziare
una strategia di modernizzazione dell’industria, ponendola in condizioni di ade-
guatezza tecnologica e produttiva, all’idea di finanziare il sistema sociale e indu-
striale in sé. Secondo i due autori, il risultato è la progressiva riduzione della
redditività delle imprese la quale, unita alla scarsa capacità di reperire fondi sul
mercato, porta al conseguente indebitamento che finirà per minarne la solidità
patrimoniale e finanziaria.
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Il tema del rapporto con la politica economica è al centro degli ultimi due
saggi del volume. Fabio Lavista ripercorre i mutamenti negli assetti istituzionali
del gruppo, dallo statuto del 1948 alla stagione della programmazione economica,
evidenziando la continua contrattazione tra i manager delle aziende IRI e il potere
politico. Secondo l’autore, la progressiva lievitazione degli oneri impropri è al-
l’origine delle crescenti distorsioni nei processi decisionali, che determinano la
crescita dei costi sostenuti per obiettivi extra-aziendali o, più spesso, meramente
politici.
Augusto Debenedetti chiude il volume con un saggio su una delle missioni
più delicate tra quelle affidate all’IRI: il superamento o almeno l’attenuazione del
divario fra Nord e Sud. Debenedetti esamina l’azione dell’IRI in continuità con
le iniziative della Svimez e della Cassa per il Mezzogiorno, concentrandosi sulla
gestazione della legge n. 634 del 1957, (che introduce il vincolo del 40% dei
nuovi investimenti e del 60% del totale per le aree depresse), sull’esperienza del
quarto centro siderurgico di Taranto e sull’Alfasud di Pomigliano d’Arco. L’autore
ripercorre lo sviluppo delle politiche meridionalistiche, a partire dal piano Sara-
ceno del 1946 fino al processo di “autocoscienza” che si apre all’interno dell’Isti-
tuto nel 1975 e porta alla fine dell’industrialismo meridionalista. La questione di
fondo, ancora una volta, è quella dei rapporti particolari che nell’Italia repubbli-
cana si stabiliscono tra economia e politica.

3. - Conclusioni
Il principale merito del volume curato da Franco Amatori è quello di non ca-
dere nell’errore metodologico di valutare scelte e strategie dell’IRI alla luce della
crisi che avrebbe colpito l’Istituto solo a partire dagli anni Settanta. I nodi pro-
blematici della formula IRI sono analizzati con attenzione, ma le interpretazioni
degli autori non scendono mai al livello di una controstoria polemica dell’inter-
vento pubblico, spesso considerato come l’origine di ogni degenerazione dell’eco-
nomia italiana.
Per altro verso, è assente ogni tentazione celebrativa degli anni in cui «l’Italia
cresceva» all’ombra dello Stato imprenditore. Successi e fallimenti dell’IRI sono
analizzati in base ai risultati ottenuti e agli obiettivi prefissati, mentre le contrad-
dizioni del modello sono esaminate in relazione a scelte e comportamenti dei pro-
tagonisti e non in base a un presunto ineluttabile destino delle aziende controllate
dallo Stato.

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Rassegna bibliografica

Il tema del rapporto con la politica e della progressiva assegnazione all’IRI di


obiettivi socio-economici più che imprenditoriali, pur costituendo il filo condut-
tore dell’intero volume, non ne rappresenta l’unica chiave di lettura. Il contributo
del libro al dibattito sul rapporto tra Stato e mercato è fatto soprattutto di una
mole consistente di informazioni inedite sulla struttura del gruppo, sui processi
decisionali, sulle scelte strategiche e, come recita il titolo stesso, sul ruolo decisivo
dell’IRI nel miracolo economico italiano.

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