Sei sulla pagina 1di 6

Studenta: Niță ( Hrecinic) Ramona

Anul III, grupa Română-Italiană

Il nome della rosa

di Umberto Eco

Il nome della rosa di Umberto Eco resta uno dei capisaldi della letteratura italiana,
inserito tra i “100 libri del secolo” dal francese Le Monde. Un successo senza eguali, per la
critica e il pubblico; adattato per la radio, il teatro, il cinema e la TV.

Il nome della rosa, dietro è un libro dagli infiniti sensi e dagli infiniti livelli di lettura:
ovvero, pare quasi l'esito narrativo, l'esemplificazione e l'esplorazione di quella "illimitatezza"
della semiosi, teoricamente illustrata dall’autore. Ragion per cui, in questo labirintico
romanzo poliziesco dal taglio semiologico, ogni segno ne cela un altro. Così è stato
interrogato e interpretato secondo le più diverse e molteplici piste di lettura: medievista,
critico-letteraria, semiotico-testuale, etico-religiosa, sociologica, storico-letteraria, fisica.

L opera si lascia leggere secondo i quattro sensi dell'allegorismo medioevale, enunciati


da Dante nella lettera a Cangrande della Scala: romanzo storico e romanzo poliziesco —
secondo l'interpretazione letterale — romanzo a chiave sulla realtà contemporanea — secondo
l'interpretazione allegorica — e romanzo di idee logico-filosofiche, in cui l'etica e la semiotica
si fondono — secondo il livello morale.

La storia si svolge sul finire del 1327. Guglielmo da Baskerville, frate francescano
inglese, discepolo di Bacone e amico di Ockham, viene inviato in missione diplomatica in un
monastero benedettino dell'Italia settentrionale, con l'obiettivo di tentare di dirimere la
controversia religiosa tra francescani spirituali e la Chiesa d'Avignone. Lì si imbatte in una
serie di misteriosi omicidi, di cui, nonostante gli impedimenti delle autorità del monastero,
cercherà di scoprire il colpevole. Non cederà alla spiegazione soprannaturale del castigo
divino, ricercando attraverso degli indizi empirici un assassino in carne e ossa.

Guglielmo è l'investigatore di questa detective story ambientata nel Medioevo, il


narratore, invece, è il suo aiutante Adso da Melk, un novizio benedettino, che dopo alcune
decadi, ormai vecchio, torna sui luoghi del delitto e delle imprese intellettuali del Maestro,
raccoglie alcuni lacerti della biblioteca incenerita e li ricompone, tentando con quel gesto e

1
con l'atto della scrittura di recuperare, da una parte, un brano di civiltà perduto per sempre e,
dall'altro, il vissuto di quei giorni così importanti per la sua formazione di uomo.

L’intera vicenda si sviluppa in sette giorni, che Adso nelle sue memorie suddivide
secondo la scansione del giorno della regola benedettina (mattutino e laudi, ora terza, ora
sesta, ora nona, vespri, compieta). Guglielmo da Baskerville, monaco inglese ed ex inquisitore
seguace del filosofo Ruggero Bacone, ha l’incarico di mediare un incontro tra francescani,
protetti dall’imperatore Ludovico il Bavaro, e gli emissari del papa di Avignone, Giovanni
XXII. Il monaco inglese e il suo allievo giungono all’abbazia, dove, durante la loro
permanenza di una settimana, vengono uccisi sette monaci: tutti i delitti sembrano ruotare
attorno alla biblioteca del monastero, che nasconderebbe un misterioso segreto.

L’abbazia vive ore tormentate. Subito dopo il suo arrivo, l’Abate Abbone chiede a
Guglielmo di Baskerville di indagare sulle cause della morte violenta di uno dei suoi
conventuali. In effetti durante la notte, Adelmo da Otranto, un giovane monaco è caduto
dall’Edificio, un’imponente costruzione nella quale si trovano sia il refettorio che l’immensa
biblioteca dell’abbazia.

Per le necessità della propria indagine Guglielmo di Baskerville va alla riunione dei
monaci dell’abbazia. Fa la conoscenza di Salvatore, un monaco deforme che parla una lingua
sconosciuta, mescolanza di molte altre, di Ubertino da Casale, un “uomo strano”, un uomo
intransigente che sicuramente sarebbe potuto diventare uno di quegli eretici che Guglielmo
avrebbe mandato al rogo, Venanzio, un ellenista erudito, Jorge, un vegliardo cieco divorato
da un orgoglio smisurato e che disprezza il riso umano, Severino, un curioso erborista, ed
infine Berengario, l’aiuto bibliotecario che sembra avere avuto una relazione particolare con
la vittima. Questi incontri individuali consentono a Guglielmo di Baskerville di scoprire
alcune norme e segreti dell’abbazia. Acquisisce abbastanza rapidamente la convinzione che
Adelmo da Otranto non è stato assassinato, ma che si è suicidato.

Il secondo giorno, Venanzio, l’ ellenista è trovato morto in un barile di sangue di


maiale. Guglielmo si persuade che queste due morti siano legate alla biblioteca dell’abbazia.

Questa biblioteca, tra le più grandi della cristianità, è costruita come un luogo segreto
a forma di labirinto, allo scopo di proteggerla dagli intrusi. Guglielmo ed Adso manifestano il
desiderio di visitarla. Ma il permesso viene loro rifiutato. È un luogo vietato, conosciuto dal
solo Malachia, il bibliotecario e da Berengario, il suo aiuto. Rappresenta il centro misterioso
dell’abbazia. I monaci e gli ospiti hanno accesso soltanto allo scriptorium, luogo di studio nel
quale possono dedicarsi alla lettura ed alla copia.

Guglielmo ed Adso scoprono che alcuni libri “vietati” della biblioteca portano, nel
catalogo, la menzione “finis africae”.

Solo Malachia, il bibliotecario e Berengario, il suo aiuto, sembrano conoscere il


segreto di questa dicitura che corrisponde ad una sezione della biblioteca.

2
Guglielmo prosegue la sua indagine ed inizia a sospettare di Berengario. Questi è
l’ultimo a avere visto Adelmo in vita e temeva che Venanzio rivelasse la relazione particolare
che inttratteneva con il giovane monaco.

Guglielmo ed Adso decidono, nonostante i divieti, di recarsi nella biblioteca; provano


a trovare il libro che Venanzio studiava nello scriptorium, ma quest’ultimo è scomparso.
Resta soltanto una vecchia pergamena scritta in greco recante le annotazioni di Venanzio.
Mentre studiano questa pergamena, si accorgono che non sono soli in questo luogo segreto.
Un ospite misterioso riesce a sottrarre gli occhiali a Guglielmo che così è impedito nella
prosecuzione della lettura. Guglielmo ed Adso nell’inseguire la misteriosa spia imboccano il
labirinto, e solo con grande fortuna trovano l’uscita dalla biblioteca.

Il terzo giorno, Guglielmo ed Adso riescono a decifrare le annotazioni di Venanzio.


Ma il testo resta enigmatico. Guglielmo desidera interrogare Berengario, ma quest’ultimo è
scomparso. Mette a profitto quest’inconveniente per cercare di risolvere l’enigma del
labirinto. Ci riesce e decide di tornarvi la notte seguente. La sera Adso scopre nelle cucine
una giovane donna. Questa seducente creatura non cerca che degli alimenti e in cambio di essi
offre le sue grazie al giovane Adso in estasi.

Durante la notte, si trova nelle latrine il corpo di Berengario. Guglielmo è incuriosito


dalle macchie marroni che il cadavere reca sulle dita e sulla punta della lingua. Sospetta
l’avvelenamento. Guglielmo scopre che era Berengario la misteriosa ombra della biblioteca,
la sera prima. Ritorna in possesso dei suoi occhiali.

Queste morti brutali creano un disagio profondo nell’abbazia. Il giorno dopo arrivano
prima il gruppo dei francescani, alla cui guida è Michele da Cesena, successivamente gli
emissari del papa alla testa dei quali si trova l’inquisitore Bernardo Gui, uomo dalla
reputazione di grande crudeltà . L’Abate preoccupato della buona reputazione del proprio
monastero teme per il futuro della sua abbazia. Guglielmo ed Adso proseguono con
discrezione la loro indagine. Si introducono nuovamente nel labirinto e ne intuiscono il
disegno. Non riescono tuttavia a penetrare il mistero del luogo designato dal cartiglio “finis
africae”. Infatti, non riescono a decifrare il codice che permetterebbe loro di superarne la
soglia.

Quando escono dalla biblioteca, incrociano l’inquisitore Bernardo Gui che ha già
iniziato ad imporre la sua legge. Ha sorpreso la giovane sconosciuta, che aveva amato Adso
la vigilia, con Salvatore. Questo quarto giorno è anche l’occasione del primo scambio di
ostilità tra Guglielmo e Bernardo Gui. I due uomini non si apprezzano affatto.

Il quinto giorno, le discussioni politiche e religiose riprendono. Ma sono rapidamente


interrotte dalla scoperta di un altro cadavere. Severino l’erborista, è rinvenuto con la testa
schiacciata.

Bernardo Gui procede all’arresto del cellario Remigio, che sospetta essere l’autore di
questi assassini. Organizza un processo durante il quale sono processati Remigio ed i due
prigionieri della vigilia: Salvatore e la giovane sconosciuta. Sotto tortura, Salvatore confessa e

3
riconosce tutti i crimini di cui Bernard Gui lo accusa. Inoltre Remigio che desidera sfuggire
alla tortura, riconosce anch’egli d’ essere un eretico ed un criminale. La giovane sconosciuta
è accusata di stregoneria. Con questo processo Bernardo Gui ed i suoi uomini segnano punti e
sembrano essere giunti a penetrare il mistero degli omicidi, addebitandoli al vecchio cellario.

Ma il giorno dopo, un nuovo omicidio è scoperto. Questa volta è Malachia, il


bibliotecario, la vittima. Anch’gli ha la punta delle dita coperte di macchie marroni.
Guglielmo decide di proseguire la sua indagine. È persuaso che esiste un legame tra il libro
scomparso e questi omicidi.

L’Abate ordina a Guglielmo di arrestare la sua indagine. Ma quest’ultimo disattende


l’ordine.

Durante la notte, torna con Adso nella biblioteca. Avendo trovato il codice segreto,
riescono a entrare finalmente nella sezione misteriosa “ finis africae”. Vi scoprono, che li
attende lascia loro leggere il libro tanto ambito, e che è stato la causa di tante morti. Si tratta
di una copia unica di un testo di Aristotele sull’umorismo ed il riso, il II° libro della Poetica.
Tenta allora di fuggire. La biblioteca prende fuoco, e distrugge così quest’unico esemplare
dell’opera che giudicava blasfemo, che non era riuscito tuttavia a distruggere, e che aveva
provocato tante morti.

Il film Il nome della rosa è un film uscito nel 1986 del regista francese Jean-Jacques
Annaud, e nel cast ci sono Sean Connery, F. Murray Abrham e Christian Slater. All’inizio del
film, nei titoli di testa, compare una scritta che avverte che il film è “tratto dal palinsesto del
Nome della Rosa di Umberto Eco”. Lo stesso Eco ha spiegato cosa intendeva dire Annaud
con quella scritta: «Un palinsesto è un manoscritto che conteneva un testo originale e che è
stato grattato per scrivervi sopra un altro testo. Si tratta dunque di due testi diversi». Il film Il
nome della rosa è molto diverso dal libro e si prende molte libertà sulla trama originale. Ecco
le principali:

La prima e più ovvia differenza è che il film è molto più asciutto del libro. Il romanzo
di Eco si apre con una descrizione dei bassorilievi sul portale della chiesa che, come
moltissime altre descrizioni nel libro, non è altro che un lunghissimo elenco (Eco amava
molto la poetica delle liste), in questo caso delle creature mitiche descritte dai bestiari
medioevali. Queste lunghe digressioni, che non possono essere trasferite in un film, sono una
significativa porzione del libro. Un’altra grossa fetta è formata dalle discussioni teologiche tra
i personaggi principali. Gli eventi del libro avvengono in un periodo tumultuoso per la Chiesa,
in cui diverse fazioni erano in lotta per alcune questioni teologiche. Nel libro il dibattito
religioso si intreccia con il giallo che il protagonista cerca di risolvere: e la soluzione rivelerà
che in realtà si tratta di due aspetti dello stesso problema. Nel film, invece, la politica interna
della Chiesa e i dibattiti religiosi sono soltanto uno sfondo della vicenda.

l film è costellato da sacrifici di personaggi positivi, morti di cattivi e miracolose


salvezze dei buoni, mentre il libro è più sfumato e meno “hollywoodiano” nel distribuire
premi e punizioni ai vari personaggi. Nel film il cattivissimo inquisitore domenicano
Bernardo Gui muore in maniera un po’ gratuita. Nel libro Gui non solo non muore, ma è un

4
personaggio in parte positivo, ammirato da Guglielmo per alcune sue qualità (tra l’altro, Gui è
un personaggio storico realmente esistito). Nel libro manca la scena in cui vengono bruciati al
rogo gli eretici, e che nel film serve a generare un climax narrativo. Solo nel film poi c’è il
lieto fine in cui il giovane Adso ritrova la sua amante che credeva bruciata sul rogo.

Nel film mancano molti comprimari che appaiono invece nel libro, come Bencio da
Uppsala, un monaco che aiuta il protagonista e il suo aiutante, così come il fabbro Nicola e
Alinardo, il monaco più anziano del monastero, che ha una parte piuttosto importante
nell’intreccio originale.

Nel film l’abbazia e la sua biblioteca vengono rappresentate con un’architettura


complessa, fatta di scale che si incrociano, corridoi e antri cavernosi. Nel libro la biblioteca
occupa un unico piano dell’abbazia. È effettivamente un labirinto, ma di un tipo perfettamente
logico e ordinato, molto diverso da quello che compare nel film, che sembra uscito da un
disegno dell’illustratore M.C. Escher (qui potete vedere gli schizzi originali in cui Eco
disegnò la pianta della biblioteca).

Il Nome della Rosa non è stato il primo titolo pensato da Eco per il suo libro.
L’Abbazia del delitto: questo il titolo a cui lo scrittore aveva inizialmente pensato. Poi fu la
volta di Adso da Melk, dal nome di uno dei frati protagonisti. Infine la scelta ricadde su Il
Nome della Rosa. Si tratta di una citazione, modificata, dal ” De contemptu mundi” di
Benardo Cluniacense. Questa la versione originale: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda
tenemus” (“La rosa primigenia esiste in quanto nome: noi possediamo nudi nomi”). Il
significato della scelta, come spiegherà lo stesso Eco, risiede nel fatto che di tutte le cose alla
fine non resta che un puro nome, un segno, un ricordo.

Il linguaggio, il tono predominante è drammatico e referenziale; solo a volte esso


diviene ironico, per opera di Guglielmo (la famosa comicità inglese). La sintassi è
prevalentemente semplice, mentre il lessico è più complesso: nel testo sono presenti arcaismi,
termini insoliti, astrusi termini religiosi o propri di altre discipline specifiche; inoltre si
trovano frasi in latino, tedesco e spagnolo, e tutte queste lingue si trovano mescolate insieme
nelle parole di Salvatore.

Nel romanzo coesistono parti narrative che si alternano a lunghe digressioni di


carattere filosofico, teologico e storico. Sono frequenti le descrizioni di scene ma anche di
personaggi, molto lunghe, come quella del sogno fatto da Adso. Sono presenti in egual misura
il discorso diretto e quello indiretto, ma, mentre alcuni capitoli sono quasi esclusivamente
raccontati (per esempio quello in cui Adso fa delle riflessioni sulla storia del suo ordine e sul
destino dei libri o dove si riassumono i principali eventi del secolo), in altri ci sono solo
dialoghi.

Eco ha usato la tecnica dell’intertestualità, che consiste nella ripresa, spinta fino alla
citazione più o meno letterale, di espressioni o brani ricavati da altri testi, di varia origine e
provenienza, come l’Apocalisse, i Vangeli, il Cantico dei Cantici e diversi altri filosofi antichi
e medievali.

5
6

Potrebbero piacerti anche