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Cognome: Barison

Nome: Martina

gnosa posizione di esule. Sullo sfondo del disordine presente si profila il sogno di una
società pacificata, governata dalle leggi di giustizia volute da Dio:
Ma tu, foco d’amor, lume del cielo,
questa vertù che nuda e fredda giace
levala su vestita del tuo velo,
ché sanza lei non è in terra pace. [Se vedi li occhi miei di pianger vaghi]

Studiosi autorevoli hanno affermato che il campionario di temi e di stili offerto dalle
poesie di Dante a questo punto della sua carriera poetica è talmente ricco che, anche se
non avesse scritto la Commedia, sarebbe ugualmente il più grande poeta dell’epoca.

Le opere dottrinali
IL CONVIVIO
L’esilio strappa bruscamente a Dante i principali punti di riferimento affettivi, politici,
economici, e lo costringe a ridefinire la propria visione del mondo, a dare un significato
nuovo al suo impegno di uomo pubblico e di intellettuale. Ne scaturisce un’ampia e ap-
profondita riflessione filosofica, teologica, letteraria, che trova il suo sbocco in due trat-
tati scritti tra il 304 e il 307: il Convivio e il De vulgari eloquentia. Entrambi resteranno
incompiuti per lasciare spazio alla stesura della Commedia.
La struttura, Il Convivio doveva essere composto di 5 parti: una di introduzione
i destinatari, la lingua generale e 4 di commento ad altrettante canzoni. Dante ne porta a
termine quattro: quella introduttiva più tre, dedicate a tre delle sue rime di contenuto
filosofico. Il titolo (Convivio significa “banchetto”) si riferisce all’intenzione di offrire il
cibo della sapienza a quanti ne sono privi: l’opera vuole inquadrare in un organismo
unitario tutti i temi della cultura del tempo, dalla teologia alla filosofia alla politica, se-
condo la mentalità enciclopedica tipica della letteratura didattica medievale. La novità sta
nel fatto che argomenti tradizionalmente affrontati in latino e riservati a una ristretta
cerchia di dotti, principalmente chierici, sono trattati in lingua volgare, per un più vasto
pubblico di «principi, baroni, cavalieri, e molt’altra nobile gente, non solamente maschi
ma femine, che sono molti e molte [...] volgari, e non litterati». Il volgare – scrive Dan-
te – può esprimere «altissimi e novissimi concetti», trattare tutti gli argomenti e cimen-
tarsi con tutti gli stili; è, rispetto al latino, come un «sole nuovo, lo quale surgerà là dove
l’usato tramonterà».
La missione Nell’introduzione Dante dichiara di accingersi a scrivere un’opera
dell’intellettuale erudita per risollevare la propria reputazione di intellettuale, avvilita
dall’esilio; ma la motivazione più profonda è di ordine morale. «La scienza – scrive ci-
T50 tando Aristotele – è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ulti-
ma felicitade»: diffondere il sapere significa combattere contro il disordine che opprime
l’umanità e richiamarla al vero scopo della sua esistenza. Un simile compito può essere
svolto solo da uno studioso incorruttibile e disinteressato, che non sia «amico di sapien-
za per utilitade» come «li legisti, li medici e quasi tutti li religiosi», ma miri unicamente
a «inducere li uomini a scienza e vertù». Attribuendo a se stesso questo compito, Dante
prosegue la costruzione di quella figura di solitario e profetico “cantore della rettitudi-
ne” che troverà il suo pieno compimento nella Commedia.

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I temi È altamente improbabile che il Convivio sia una lettura piacevole per
un lettore di oggi. Per gli studiosi è importante, oltre che per l’appas-
sionato elogio del volgare che apre prospettive nuove alla letteratura italiana, per il
definirsi di alcuni temi fondamentali nell’evoluzione del pensiero di Dante. Nella quar-
ta parte del trattato, per esempio, Dante ripropone il concetto stilnovista che la vera no-
biltà non è legata alla nascita ma alla «bontà de l’animo». E afferma la necessità dell’Im-
pero come unico governo per tutta l’umanità: poiché tutte le discordie e le violenze na-
scono dalla cupidigia dei singoli, «conviene di necessitade tutta la terra [...] essere Mo-
narchia, cioè uno solo principato, e uno prencipe avere; lo quale, tutto possedendo e più
desiderare non possendo, li regi tegna contenti ne li termini de li regni, sì che pace intra
loro sia».
Lo stile Un altro motivo di interesse riguarda lo stile. In contrasto con la natu-
ra «fervida e passionata» della Vita nuova, il Convivio vuole essere un’o-
pera «temperata e virile»: la prosa che Dante vi sperimenta non procede più in modo
evocativo, per illuminazioni improvvise, ma secondo un rigoroso ordine logico, basato
sulla chiarezza, il vigore, la lucidità delle argomentazioni.

IL DE VULGARI ELOQUENTIA
Le risorse del volgare come lingua letteraria, già messe in evidenza nel Convivio, sono
l’argomento centrale del trattato in prosa latina De vulgari eloquentia, progettato in quat-
tro libri, di cui solo il primo e parte del secondo furono portati a termine. La scelta del
latino e l’andamento accademico lo destinano, a differenza del Convivio, a un pubblico
di specialisti, italiani e non.
Lo svolgimento Dante inizia proclamando la suprema-
zia del volgare, lingua «naturale» che
si impara fin dall’infanzia, sul latino, che egli ritiene una
lingua «artificiale» inventata dai dotti, che si apprende
solo con lo studio. Disegna poi un percorso storico che
parte dalla lingua ebraica, donata da Dio a Adamo, per
giungere all’episodio biblico della torre di Babele, cau-
sa della differenziazione linguistica. Tra le lingue parla-
te al suo tempo, si sofferma sul «volgare del sì», usato in
Italia, e ne passa in rassegna quattordici varietà regionali:
T51 nessuna di esse offre un linguaggio letterario degno di
trattare argomenti elevati e utilizzabile in ogni parte del-
la penisola; esso infatti dovrebbe essere «aulico» e «cu-
riale», adatto cioè a essere parlato in un’ipotetica corte
d’Italia governata unitariamente da un principe. Poiché
questa corte non esiste, occorre che a creare un volgare
«illustre» cooperino i più validi letterati delle varie par-
ti d’Italia, superando i particolarismi delle parlate locali,
sull’esempio di quanto hanno iniziato a realizzare i po-
eti siciliani e stilnovisti. Il trattato si interrompe nel mo- La costruzione della torre di Babele
in una miniatura tratta dal Libro
mento in cui Dante sta illustrando i caratteri dello stile delle Ore del Duca di Bedford del
«tragico», il più elevato secondo la retorica medievale. 1423. (Londra, British Library)

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I temi dell’opera Il trattato è evidentemente datato e molte sue teorie appaiono og-
gi fantasiose e bizzarre a chi non le collochi nel quadro della cultu-
ra dell’epoca. Ci sono però alcuni concetti nuovi, tipici di Dante, di grande importanza
storica:
- i giudizi, anche molto duri, che Dante pronuncia sui poeti del suo tempo e della ge-
nerazione precedente documentano i gusti e la poetica di uno scrittore che si è lascia-
to alle spalle i limiti dell’ambiente fiorentino per allargare i suoi orizzonti di scrittore
all’Italia intera;
- la sottolineatura del rapporto tra unità linguistica e unità politica d’Italia e la tesi che
una lingua italiana debba nascere dal contributo di diversi dialetti saranno al centro del-
la discussione di scrittori e intellettuali per tutto il corso della nostra storia letteraria;
- la catalogazione dei volgari regionali offre una prima carta dialettale d’Italia, preziosa
per gli storici della lingua;
- l’affermazione della maggiore nobiltà di una lingua parlata rispetto a una lingua codi-
ficata dalla tradizione letteraria mette in discussione una gerarchia che durerà ben ol-
tre l’epoca di Dante.

IL MONARCHIA
Ancora in latino, e ancora rivolto a un pubblico europeo di dotti, è il trattato in tre libri
Monarchia, di data incerta ma probabilmente scritto dopo la discesa in Italia dell’impera-
tore Arrigo . In questa opera Dante affronta nuovamente il tema, già toccato nel Con-
vivio, della monarchia universale, e sferra un appassionato attacco alle tesi teocratiche
formulate dal suo acerrimo nemico Bonifacio , che volevano l’imperatore subordi-
nato al papa.
Lo svolgimento Nel primo libro Dante sostiene – con argomenti analoghi a quelli
esposti nel Convivio – la necessità di una monarchia universale per la
salvaguardia della giustizia e della pace. Nel secondo dimostra che Dio ha scelto per que-
sta funzione l’impero di Roma, destinandolo a governare legittimamente l’umanità. Nel
terzo afferma che l’imperatore, come il papa, trae il suo potere direttamente da Dio;
T52 le due autorità, distinte e indipendenti l’una dall’altra, devono collaborare per la realiz-
zazione dei due fini dell’umanità: la felicità terrena, a cui è preposto l’imperatore, e la
beatitudine celeste, di cui deve preoccuparsi il papa.
I temi dell’opera Un imperatore che governi saggiamente l’umanità tenendo a freno
le cupidigie dei singoli, e un papa tutto intento alle cose dello spirito,
che non si immischi nelle faccende politiche: sullo sfondo dell’irreversibile crisi politica
e morale delle due istituzioni universali, questa proposta ci appare un’utopia, modellata
su un passato abbellito dalla fantasia, più che un’ipotesi concretamente praticabile.Tut-
tavia ha un impatto molto forte sul dibattito teologico e politico del tempo: da un lato
sembra incrinare le salde gerarchie del pensiero religioso ufficiale attribuendo un valo-
re autonomo alle finalità terrene dell’uomo; dall’altro ridimensiona fortemente l’auto-
rità del papa a favore di quella dell’imperatore. Poco dopo la morte di Dante, nel 329,
il Monarchia sarà bruciato pubblicamente come libro eretico, concepito «per distruggere
con la frode la verità salvifica». Nel Cinquecento sarà letto con interesse nell’ambiente
della Riforma protestante: la Chiesa cattolica lo includerà nell’Indice dei libri proibiti, do-
ve resterà fino al 88 .

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