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TEST D'ACCOGLIENZA

di Susanna Conti
Dimensioni Nuove 2011
Quel che l

Poco tempo fa abbiamo formulato una proposta grammaticale polemica: inventare


il complemento di dignitàe il complemento di perdòno in antagonismo al
complemento di colpa, usato anche per chi è innocente. Un altro complemento
discutibile è quello di esclusione (esempio: Hanno raggiunto l’obiettivo tutti tranne
Said oppure Ad eccezione di Marco, gli allievi partecipano alla corsa campestre).
Noi vorremmo contro-inventare il complemento diaccoglienza, quello che si
verifica quando si trovano parole e cose da fare perché anche Said e Marco stiano
nel gruppo alla pari con gli altri, nonostante il primo sappia che fra due mesi
tornerà in Marocco e il secondo cammini con qualche difficoltà.

Due posti accoglienti (?)


Nel linguaggio solito si parla di accoglienza per dire quanto si è bravi ad accettare
la presenza di qualcun altro, cioè di uno che viene guardato un po’ dall’alto in
basso perché è in qualche modo “differente”. È un’accoglienza non proprio alla
pari: ci si mette un certo orgoglio per la propria apertura e per la propria bontà.
Infatti, nel linguaggio più formale (ad esempio nei documenti scolastici) si parla
spesso di accoglienza e integrazione. Il rischio è che questo abbinamento voglia
dire: “Ti accolgo se tu diventi come me”, non: “Ti accolgo come sei (e magari
imparo qualcosa da te)”.

Nella scuola superiore si parla moltissimo di accoglienza nella


prima settimana del primo anno di corso. È un termine
tecnico e indica una serie di attività: gli studenti più grandi
portano i primini a visitare laboratori, biblioteca e palestra, i
prof danno indicazioni intensive sul metodo di studio (e
intanto somministrano test sulle competenze acquisite nella
scuola precedente), il dirigente stesso si dimostra amichevole
e disponibile al dialogo. Speriamo solo che poi i test di acco -
glienza non diventino il primo voto negativo (non si dovrebbe, ma c’è sempre poco
tempo per le verifiche…), che gli studenti grandi non facciano i bulli della caccia al
primino e che il dirigente non abbia sempre il piccolo semaforo rosso acceso sulla
porta chiusa dell’ufficio.

La verità è che ci sono due posti dove l’accoglienza dovrebbe risultare costante
modo di essere: la scuola e la chiesa. Non stiamo parlando degli edifici, ma delle
comunità. Scusatemi, ma vorrei raccontare alcune esperienze personali. Infatti
penso che ci si possa rifare ad esperti quando si parla di didattica, ma quando si
tratta di valori bisogna di necessità mettersi in mezzo con la propria vita. Perciò
presento un elenco di “fatti miei”.

Accogliere non è fare un test


Parrocchia di un paese in una vallata alpina, domenica delle Palme. Da qualche
mese, io vado spesso a messa lì perché abito in paese per alcune settimane
all’anno. Uno dei miei zii vive nel paese da 34 anni e un altro abita lì vicino da 20.
Non è difficile, per i locali, identificarmi. La nostra casa, appena finita, è stata
benedetta dal parroco. Quando è venuto da noi, il parroco ha conosciuto il nostro
amico Raffaele. Raffaele ha saputo che in una casa-famiglia dei dintorni c’era
necessità di una lavatrice, l’ha procurata e portata in canonica. Questo per dire
che anche Raffaele non è sconosciuto, tanto più che spesso è venuto a messa con
me, perfino la notte di Natale. Dopo la messa della domenica delle Palme, io e
Raffaele abbiamo detto al viceparroco che avremmo voluto lasciare in sacrestia
alcune litografie raffiguranti don Bosco. Un pittore stimato (Francesco De Leonar-
dis) le aveva realizzate per donarle in beneficenza. Si
sarebbero potute dare ai fedeli e le loro offerte spontanee
sarebbero servite per le iniziative della comunità. Il
viceparroco ha detto sì ed è corso via a celebrare un’altra
messa. È subito arrivato un responsabile della comunità
a… cacciarci via. È stata una brutta esperienza essere
cacciati dalla chiesa. Davanti alla comunità. Il parroco mi
ha detto (quando gli ho telefonato) che c’è tanta paura dei
ladri e che io e Raffaele eravamo stati scambiati per
possibili ladri. Sicurezza preventiva. Un equivoco, si
capisce. Però la dice lunga su come sia difficile far sì che le
comunità non siano a numero chiuso. Su quanto sia facile
dire che in chiesa nessuno è straniero e su quanto sia
complicato accogliere chi non vedi tutti i giorni. Su quanta
paura ci sia nella nostra vita. Paura dell’altro: davanti all’altro è sempre
meglio pensare al peggio. Non ti conosco? Prima di ascoltarti, penso che sei
un ladro (l’indicativo è voluto). Intanto mi cautelo: a cambiare idea c’è sempre
tempo…

Comunità di sant’Andrea, città, una domenica in cui fa freddo. Fuori della chiesa,
come càpita spesso, c’è la zingara del quartiere a chiedere carità. La conosciamo
tutti e la salutiamo (quasi) tutti, alcuni con un’aria di sufficienza. Che chieda
carità dà un certo fastidio, tanto più che qualche volta la si vede fumare…
Durante la messa, la zingara entra per scaldarsi. Ci sono due cassette per le
offerte, una a ciascun lato della porta. La zingara mette un’offerta in entrambe le
cassette e ascolta le preghiere. Al momento del Padre Nostro, c’è l’uso di prendersi
per mano. Una donna riflette un po’ e poi offre la mano alla zingara. Lei è
contenta. All’uscita una brava signora commenta che c’è da aver paura con gli
zingari in chiesa… Un uomo dice invece con emozione dell’offerta doppia da parte
della zingara… Non c’è nulla da aggiungere, se non quello che hanno scritto su un
cartello i bambini del catechismo: andare a messa significa accogliere ed essere
accolti, ascoltare la parola di Dio, sapere che Dio ci ama.

Grotta di Lourdes, 14 anni fa. Maria è davanti alla grotta a pregare. È una dei
pellegrini dei quali, insieme a infermiere e barellieri esperti, mi occupo anche io.
Maria vive al Cottolengo, dov’è andata dopo l’orfanotrofio. Ha i problemi che può
avere chi è stato abbandonato appena nato. Maria, in quel tempo, ha 61 anni ed è
simpaticissima. Davanti alla grotta fa un caldo tremendo e Maria mi dice ridendo
che vorrebbe un cappello di paglia. Glielo compro e poi lei mi chiede di andarla a
trovare anche dopo Lourdes. Io glielo prometto. Altro che storie! È una promessa
davanti alla Madonna… Negli anni successivi mantengo la promessa e mio fratello
viene sempre con me. Io voglio un bene dell’anima a Maria, ma mi rendo conto
che la tratto con un po’ di superiorità. Non si sa mai che cosa può capitarti con
Maria: può fare i capricci per strada, può chiedere di mangiare due gelati e tre
panini. Mio fratello mi insegna che voler bene a Maria è volerle bene alla pari,
non perché è un’ospite del Cottolengo, ma perché Maria è Maria. Maria (con
indiscutibile autoironia) promette una preghiera al santo Cottolengo per ogni
regalino che riesce ad ottenere. Non ha niente altro da offrire. Maria mi vuole bene
alla pari anche adesso che (a 75 anni) non sta più al Cottolengo ed è stata
mandata in una struttura per lungodegenti da cui non esce più… Prima mi
accoglieva con gioia, adesso che non è più a casa sua al Cottolengo mi
accoglie con tristezza infinita. Ma sempre alla pari.

Casa mia, due anni fa. Porto a casa in città un gatto cucciolo. Lo ha abbandonato
qualcuno nel nostro cortile in campagna. È un micio rosso con i dentini da latte,
cieco (temporaneamente) per la fame. Lo porto a casa con ansia, perché c’è già
una gatta di sei anni: un vero moltiplicatore d’affetto, ma di carattere forte e
autorevole. Gli esperti dicono che una gatta ha i suoi territori, che non è bene
squilibrare gli equilibri… Tant’è: Remigio (il piccolino) è affamato e senza casa, in
qualche modo ce la caveremo… Sira (la grande) vede Remigio piccolo, povero e
affamato e accetta subito di squilibrare i suoi equilibri, di cambiare le sue
abitudini, di accogliere Remigio. Alla pari, ma con senso di responsabilità: tuttora
Sira si preoccupa che ci sia la pappa per Remigio, prima di mangiare la propria.
Accogliere con senso di responsabilità, non integrare: è lei che si è adattata
all’altro. Spartendo i territori e insegnandogli a non fare troppo caos con la
sabbia della lettiera.

Scuola elementare di barriera, un anno fa. Arrivano degli adulti a svolgere


un’inchiesta. Entrano in una terza in cui, su 24 bambini, gli italiani sono 8 o 9.
Senza troppa attenzione a non creare disagio, un adulto ordina: “Si alzino i
bambini stranieri”. Tutti capiscono il comando, ma nessuno si alza. In quella
classe (in quella e non in tutte, purtroppo) tutti sanno di essere persone di 8
o 9 anni. Nessuno è straniero.

Scusate se ho parlato per esempi senza rendere esplicito il filo conduttore: da soli
lo potete trovare benissimo. Anzi, inventate voi un test d’accoglienza. Date un
punteggio agli esempi, da 1 a 5. In base a quale valore? Trovate anche questo. Poi
ciascuno scelga l’esempio in cui si riconosce e interpreti la scelta. Un aiuto: fatevi
regalare un libro di Enzo Bianchi: L’altro siamo noi (Torino, Einaudi, 2010).
Oppure leggetene almeno un brano (tosto, ma bellissimo) a quest’indirizzo:
http://lettovisto.myblog.it/archive/2010/05/04/ascoltando-l-altro-conosci-te-
stesso-e-bianchi.html
Lì si dimostra che il nostro complemento di accoglienza esige che inventiamo
anche il complemento di responsabilità (nostra nei confronti dell’altro). Proprio
quello che ha fatto Sira con Remigio cucciolo.

Fratello, ho bussato alla tua porta


ho bussato al tuo cuore,
non sono nero,
non sono rosso,
non sono blu.
Ma sono un uomo
soltanto un uomo;
ho due piedi
due mani... Aprimi fratello!

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