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NELLA DIVINA COMMEDIA

In questo contesto, con il termine “Commedia” non si intende una rappresentazione teatrale legata al genere
comico, ma un poema narrativo. Secondo la retorica, la traduzione letteraria del termine indica l’inizio e la fine
della storia di un uomo. In questo caso si tratta di un inizio terribile, caratterizzato dallo smarrimento di un uomo
nel peccato, seguito poi da un’ascesa e dal raggiungimento della salvezza e della felicità. Lo scopo della
commedia qui è quello di condurre i lettori dallo stato si miseria, dalla condizione di errore dell’esistenza
terrena, fino al raggiungimento della felicità nell’aldilà. Secondo la visione di Dante, infatti, sulla terra siamo tutti
dei pellegrini in un cammino che porta da qualche parte, poi a ognuno spetta il compito e la libertà di decidere
per il proprio destino, se la dannazione o il paradiso, secondo la visione religiosa.
Il termine “Divina”, invece, è un termine aggiunto dai lettori, per designare una commedia che tratta qualcosa
che va al di là dell’umano.
Per quanto riguarda la struttura del poema, questa è da molti punti di vista, basata sul numero 3, dalla terzina,
all’aspetto macro strutturale. Inferno, infatti, contiene 34 canti, di cui però il primo funge da introduzione
generale. Si contano allora 33 canti per il regno infernale dell’aldilà, 33 per il purgatorio e 33 per il paradiso.
Sommando tutti i canti, incluso quello introduttivo arriviamo a 100, che visto nell’ottica di 1+0+0, rappresenta
l’unità, ovvero Dio, che secondo la religione è uno e trino. Questa simbologia, che dalla molteplicità arriva
all’individualità, è quindi legata alla dimensione religiosa. Come Dio ha creato l’universo, anche Dante ha creato
un microcosmo che si regge su queste armonie.
Riferendosi alla forma metrica, l’intero poema è costruito su terzine di versi endecasillabi con rima (ripetizione
dell’identità degli ultimi suoni a partire dall’ultimo accento tonico) incatenata. Il sistema di rime ha un peso
particolare in quanto crea connessioni particolari tra le parole attraverso il suono, andando poi a toccare anche il
senso. Le rime formano quindi degli interessanti rapporti che formano un sistema di riferimenti e di rimandi
(vitasmarrita = condizione di perdizione della vita, oscurapaura = condizione di paura dovuta dall’oscurità
della vita). Un sistema metrico così preciso, però, rappresenta anche un sistema i vincoli per l’autore, che deve
cercare determinati termini per rispettare versi endecasillabi, rime, terzine e lo stile. Regole metriche specifiche
vanno infatti tenute in conto al fine di ottenere costantemente versi endecasillabi. Va considerato che il conto
sillabico dei versi è diverso dal conto sillabico della singola parola, facendo sì che una posizione possa contenere
anche due sillabe. Si tratta di questo caso della figura retorica chiamata “sinalefe”, che mette insieme sillabe che
altrimenti sarebbero separate. Per quanto riguarda invece l’aspetto ritmico dei versi, questo viene determinato
dalle sillabe toniche e dalle sillabe atone. L’accento, altresì chiamato “ictus” rappresenta il colpo più forte, e gli
accenti più forti sono determinati dalla posizione che assumono nel verso. Una posizione in cui nel poema c’è
sempre un ictus è la 10° sillaba, la penultima. Ci sono però due schemi fondamentali dell’endecasillabo:
schema a maiore 6-10 (endecasillabo formato, calcolando la sillabazione delle parole da un settenario e da un
quinario)
schema a minore 4-7/8-10 (verso endecasillabo costituito da quinario e settenario).
Connesso allo schema dei versi troviamo inoltre la cesura, che è il punto in cui vi è una pausa)
Nell’ambito della dura ricerca delle giuste parole, possiamo citare Paul Valéry, poeta simbolista, il quale affermò
che: “La poesia è un suono che va alla ricerca di un simbolo”. Non è quindi il contenuto che cerca forma per
esprimersi, si capovolge questo principio: è il suono che introduce il significato.

Concentrandosi sul tema della foresta nella Divina Commedia, si possono distinguere 3 tipi di selve: la selva
oscura iniziale, la selva dei suicidi nel canto XIII dell’Inferno e la foresta dell’Eden, che Dante rappresenta
collocata sulla cima del purgatorio, “confine” con il paradiso.
Un’altra caratteristica del testo di Dante è l’intertestualità, ovvero lo studio di come delle parole stabiliscono
delle relazioni con testi anche meno recenti, e anche l’intratestualità, ovvero citazioni tra testi dello stesso
autore. Si è dentro al sistema testuale dello stesso autore.
Nel Convivio, infatti, compare giù l’espressione Selva erronea di questa vita, frase che simboleggia un cammino
di ritorno minacciato dall’errore. Con il verbo “errare” in senso morale si intende il traviamento, ciò che segue il
vizio piuttosto che la virtù, indica la presa di una deviazione piuttosto che la retta via, l’andare, il vagare senza
una meta precisa. Nella selva, per definizione, si erra perché mancano dei punti di riferimento. Nasce allora da
qui la specificazione di errore come sbaglio. Dante usa l’espressione sopra riportata quando parla del giovane,
che deve fare il proprio ingresso nel mondo degli adulti. Il passaggio dal dover svolgere dei compiti, alla
completa responsabilità, non più demandata a qualcun altro per lui. Il giovane che entra allora in questa selva
non saprebbe trovare lo buono cammino se non fosse guidato dall’esempio dei suoi genitori, dei suoi maggiori.
La selva mette di fronte al giovane questi pericoli, attraverso cui deve poi modellare la sua persona, anche con
l’aiuto dei genitori, per il raggiungimento della sua identità. Questo viene chiamato in senso lato il periodo
dell’iniziazione, di cui la conversione ne è una modalità. La conversione è infatti un percorso che chiede di
mettersi alla prova, è un percorso rituale, come per molti aspetti è il percorso di Dante nella selva, che non è
altro che la rappresentazione della vita, di un cammino in cui si viene messi alla prova e ognuno deve scegliere il
proprio destino. Alla fine del viaggio c’è il ritorno in patria, che per chi ha seguito la retta via è la salvezza.
Attraverso la selva si determina allora il destino dell’uomo in seguito alle sue scelte, minacciate dal pericolo della
caduta.

Nel purgatorio Dante usa il termine selva riferito anche alla città di Firenze, per 3 ragioni questo indica come la
selva invada anche il mondo della civiltà:

 Nella lotta tra guelfi neri e guelfi bianchi, dei quali fa parte anche Dante, il papa Bonifacio VIII favorisce
neri e Dante viene condannato in contumacia e subisce la confisca dei propri beni
 Il re non è attivo nella vita della città
 Il 1300 dovrebbe essere l’anno dei festeggiamenti per il giubileo invece segna l’apice della decadenza

Altri riferimenti letterari a cui Dante fa riferimento nel corso della suo opera sono i testi della letteratura classica,
come l’Eneide di Virgilio, e i testi religiosi, come la Bibbia e i patristi, tra cui Sant’Agostino).
INFERNO
CANTO I

[Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de' vizi e de'
meriti e premi de le virtù. Comincia il canto primo de la prima parte la quale si chiama Inferno, nel qual l'auttore
fa proemio a tutta l'opera.]

Si tratta di un incipit, non scritto da Dante, che è diventata parte integrante del testo descrivendo in sintesi il
contenuto dell’opera.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

Fin dall’inizio del poema Dante da indicazioni spazio temporali ben precise, riferendosi, per quanto riguarda il
tempo, alla tradizione, che, come viene riportato nel Convivio, voleva che gli anni della vita di un uomo fossero
70. Dante, nato nel 1265, scrive di aver compiuto questo viaggio nel mezzo del cammin di nostra vita, quindi a
35 anni. È quindi l’anno 1300, precisamente il 7 aprile ed il viaggio dura una settimana. Il 1300 non è un anno
casuale, e la ragione più concreta è che questo anno era stato proclamato l’anno del giubileo da papa Bonifacio
VIII. Il 7 aprile del 1300 era inoltre il giovedì che precede il venerdì santo, il giorno dell’inizio della passione di
Cristo, alla fine della quale vi è il sacrificio, la morte. Facendo riferimento alla passione di Cristo, fa anche
riferimento ad una morte necessaria per la liberazione del peccato, sottolineando che anche lui in qualche modo
subisce la propria passione. Dicendo di nostra vita, inoltre, vuole coinvolgere i lettori nel racconto, chiamandoli a
far parte di un viaggio che non è solo personale, ma riguarda tutti gli uomini. Si fa quindi rappresentante
dell’intera umanità raccontando una stria di conversione da uno stato di miseria del peccato alla riconquista
della libertà.
Dopo i riferimenti cronologici ci sono quelli che riguardano il luogo: mi ritrovai rappresenta la percezione della
condizione improvvisa di una situazione già in atto, un attimo di lucidità in una condizione di smarrimento, di
perdita della retta via.

mi ritrovai per una selva oscura,

Il carattere autobiografico rappresenta da un certo punto di vista la rivendicazione dell’autore per la propria
individualità e dall’altro la garanzia della veridicità di questa avventura, di cui appunto Dante si fa il garante,
prendendo un impegno, appunto, in prima persona.
Dovremo aspettarci, però, in una frase di questo tipo, la preposizione “in” e non “per”, uno stato in luogo, non
un moto per luogo. Invece la preposizione “per” si lega, da un punto di vista semantico, a ciò che succede nella
selva, che è un luogo di smarrimento, con un movimento non finalistico. Si tratta quindi di un ritrovarsi che è già
in movimento.

ché la diritta via era smarrita.

La selva, simbolicamente, rappresenta la minaccia che incombe nella nostra vita, come simbolo, appunto, di
traviamento, della perdita di un cammino, in un luogo in cui non vi sono punti di riferimento chiari da seguire.
L’uomo che esce dalla selva non è più l’uomo che è entrato: ci sono difficoltà, prove da superare e premi da
raggiungere. L’aggettivo oscura sottolinea l’assenza della luce, la vista è impedita o comunque confusa in una
situazione di oscurità. Quest’aggettivo rappresenta quindi un commento del Dante autore, che ricorda questa
condizione che la selva rappresenta. Ché = poiché, ma sta anche per “nella condizione di aver perso la retta via.
L’idea del viaggio viene resa dai termini cammino e via e dal significato che porta viator, ossia viaggiatore. Si
tratta però di un viaggio che ha un ritorno, un ritorno in patria, che per chi ha seguito la diritta via è la salvezza.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura


esta selva selvaggia e aspra e forte
6 che nel pensier rinova la paura!

Vengono riportati altri aggettivi che descrivono la selva: selvaggia, aspra, forte, che di fatto non hanno una
funzione descrittiva, ma una connotazione morale e psicologica, la sensazione dell’autore. Attraverso il
polisindeto infatti, vengono aggiunte descrizioni della selva, ma non la qualificano, in quanto l’aspetto più
importante è quello simbolico. Vi è un legame etimologico tra selva e selvaggia: la selva è qualcosa di disumano,
che è al di fuori della civiltà. Questi aggettivi sono inoltre scanditi dalla congiunzione e (figura retorica detta
“polisindeto”) che evidenzia, mette in risalto questi elementi. Il termine aspra si riferisce all’intrico della
vegetazione, che diventa un ostacolo e forte rafforza l’idea dell’impenetrabilità e della difficoltà. La difficoltà di
movimento del personaggio e anche della facoltà espressiva del poeta, come è stato detto prima, è un tema che
Dante affronta e che non era mai stato affrontato prima come ha fatto lui; riflette sulla propria arte ed è
convinto di poter vincere la sfida.

Tant' è amara che poco è più morte;


ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
9 dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

Il primo verso della terzina ricorda un’espressione di Sant’Agostino: “Questo mondo è un selva amara” e
l’impresa di raccontare della selva è poco meno della morte, è quasi peggio la morte. Se invece attribuiamo
l’aggettivo amara alla selva, questo contribuisce a dare una dimensione di quest’ultima ancora più astratta.
Anche quest’ultimo caso dimostra che vi è un sistema di analogie tra gli elementi del testo e il loro significato
simbolico. Uno di questi simboli è proprio il viaggio che rappresenta allegoricamente la condizione di uscita dal
peccato.

Io non so ben ridir com' i' v'intrai,


tant' era pien di sonno a quel punto
12 che la verace via abbandonai.

Dal verso 10 torna il livello del Dante autore che racconta le vicende del protagonista, lo stesso Dante, che però
non sa raccontare ciò che era successo perché si trovava in una condizione di torpore dell’animo, che era nel
peccato. Non sa ridire come era entrato perché si era ritrovato lì da una condizione di sonno, di sonno del
peccato.

Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,


là dove terminava quella valle
15 che m'avea di paura il cor compunto,

Dante spera di uscire dalla selva, ma questo presuppone un percorso di conversione. Sta cercando di uscirne e
arriva ai piedi di un colle, che rappresenta la dimensione verticale, la dimensione ascensionale del cammino di
cambiamento. Terminava lì quella valle che gli aveva afflitto il cuore di paura.
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de' raggi del pianeta
18 che mena dritto altrui per ogne calle.

Cambia in questi versi la prospettiva: ora guarda in alto. La dimensione verticale di prima si instaura. Il colle
rappresenta la possibilità di uscita dalla condizione della selva. Il colle è illuminato dal Sole dalla parte opposta e
il pianeta è l’antitesi dell’oscurità, rappresenta la luce. Ci sono allora due antipodi che determinano due poli:
quello del peccato e quello della luce divina. Si prospetta una possibilità di salvezza.

Allor fu la paura un poco queta,


che nel lago del cor m'era durata
21 la notte ch'i' passai con tanta pieta.

Si prospetta una possibilità di salvezza e la paura, che era durata a lungo, si acquieta. L’espressione lago del cor
rappresenta il sangue che si stringe nel cuore in quanto la paura si era prolungata per tutta la notte, trascorsa
con l’affanno.

E come quei che con lena affannata,


uscito fuor del pelago a la riva,
24 si volge a l'acqua perigliosa e guata,

così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,


si volse a retro a rimirar lo passo
27 che non lasciò già mai persona viva.

Si affaccia qui un’altra immagine vicina a quella della foresta: il mare, un’immensa distesa di acqua. Dante si
sente come colui che con il respiro affannoso è uscito dal mare, dal mare della paura e arriva a riva guardandosi
indietro con il senso dello scampato pericolo. Questa similitudine varia questo topos della selva. Per Dante ora la
selva diventa passaggio.

Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,


ripresi via per la piaggia diserta,
30 sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,


una lonza leggiera e presta molto,
33 che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,


anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
36 ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.

Temp' era dal principio del mattino,


e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
39 ch'eran con lui quando l'amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch'a bene sperar m'era cagione
42 di quella fiera a la gaetta pelle

l'ora del tempo e la dolce stagione;


ma non sì che paura non mi desse
45 la vista che m'apparve d'un leone. (la vista  confine tra reale e onirico, allucinato)

Questi parea che contra me venisse


con la test' alta e con rabbiosa fame,
48 sì che parea che l'aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame


sembiava carca ne la sua magrezza,
51 e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza


con la paura ch'uscia di sua vista,
54 ch'io perdei la speranza de l'altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,


e giugne 'l tempo che perder lo face,
57 che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista;

Dante incontra a questo punto degli animali, le fiere, portatrici di significato simbolico: sono vizi che ostacolano
l’uomo e la sua elevazione. Vi è qui un riferimento Virgiliano, che già nelle sue opere aveva fatto riferimento ad
un leone, ad una lupa e ad un leopardo. Anche le fiere di Dante sono 3 (altri riferimento numerico):
 La lonza, simbolo della lussuria
 Il leone, più pauroso della prima e simbolo della superbia
 La lupa, la fiera più temibile, che simboleggia la bramosia, l’avarizia. Torna la paura di Dante alla visione
di questa fiera.

tal mi fece la bestia sanza pace,


che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
60 mi ripigneva là dove 'l sol tace. (sinestesia= combinazione elementi sfere sensoriali diverse)

L’ascesa, la vista del Sole, è a questo punto impedita definitivamente, la bestia che gli va incontro lo costringe a
scendere. Arriva a questo punto un aiutante senza il quale Dante non ce la potrebbe fare. Questo aiutante è
incarnato da Virgilio, mandato dalle 3 donne che si sono mosse per Dante. Virgilio gli spiega allora che non sarà
quella la via da prendere, ma bisognerà percorrere l’inferno, il purgatorio e successivamente il paradiso. Dante si
chiede per quale motivo è stato scelto lui per compiere questa missione, che prima era stata portata avanti da
Enea e San Paolo. Teme di peccare di tracotanza, in quanto Paolo e Enea avevano formato i due poli per
garantire la felicità umana, ovvero rispettivamente la Chiesa e l’Impero.
INFERNO
CANTO XIII

[Canto XIII, ove tratta de l'esenzia del secondo girone ch'è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch'ebbero
contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni.]

Siamo in questo canto nel secondo girone, dove troviamo i violenti contro sé stessi e coloro che hanno guastato
i loro beni, del settimo cerchio, quello dei violenti.
Si trova qui un’altra selva, diversa dalla prima, anche se dal punto di vista dei procedimenti espressivi ricorda un
po’ quella del canto I.

Non era ancor di là Nesso arrivato,


quando noi ci mettemmo per un bosco
3 che da neun sentiero era segnato.

Anche questo bosco, raggiunto da Dante e Virgilio grazie al centauro Nesso, viene introdotto dalla preposizione
“per”, che sta a indicare la consapevolezza dei personaggi del continuo di questo cammino. Anche qui il bosco
non è segnato da nessun sentiero e quindi sono già in qualche modo perduti nella selva.

Non fronda verde, ma di color fosco;


non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
6 non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco.

Nella seconda terzina la descrizione del bosco procede al negativo, attuando una sorta di doppia descrizione in
versi che sono infatti costruiti secondo lo schema dell’antitesi e dell’anafora. Nella descrizione della selva, infatti,
Dante nega l’affermativo e afferma il negativo, creando così un continuo di negatività. La descrizione della selva
è costruita sul simbolismo dei suoni, che devono rappresentare questo luogo così aspro con suoni altrettanto
aspri. Si passa quindi dal livello sonoro, al livello del significato, a quello simbolico. La descrizione di questo luogo
ci rimanda inoltre anche un po’ ala selva precedente del canto I. Si può dire a questo proposito che la descrizione
dei luoghi secondo la tradizione letteraria ha due grandi archetipi, due grandi modelli.
LOCUS AMOENUS, secondo cui la natura ha un aspetto prevalentemente vegetale, con la presenza di animali
come uccellini che cantano. Tutto, secondo questo modello è reso gradevole alla vista e anche all’udito. Si fa
riferimento a qualità piacevoli. Si tratta di uno stereotipo che si ripete da un autore all’altro, ma non è reale in
quanto compone sempre lo stesso luogo. Possiamo trovare quindi foglie verdi, rami lisci, fiori colorati, un
ruscello che scorre.
LOCUS HORRIDUS, che fa riferimento ad un luogo idealizzato, terrificante e ostile, caratterizzato dalla presenza
di foreste oscure, laghi, fiumi e ruscelli dalle acque torride e stagnanti, mostri.
Dante recupera allora elementi della tradizione classica e la innova e la fonde con la sua visione religiosa.
Anche per quanto riguarda l’immagine dei rami nodosi e contorti che rappresentano la concretezza dei suicidi, i
quali hanno rivolto la violenza contro se stessi proprio come i rami si avvinghiano su loro stessi, vi è un modello
Virgiliano da cui Dante parte. L’invenzione delle piante animate è stato ricavato dal canto III dell’Eneide, il cui
protagonista era Polidoro. Quest’ultimo era il figlio di Priamo, che aveva mandato via Polidoro da Troia per
proteggerlo, mandandolo presso il re Polimestore. Quando Troia cade, però, il re uccide Polidoro per rubarne gli
avevi che portava con sé. Quando Enea approda sulla spiaggia della Tracia, dove c’era il corpo di Polidoro, si
accinge a strappare dei rametti da un albero che giaceva in quel punto e in quel momento sente una voce che gli
chiede di non infierire sull’arbusto, che era cresciuto come una tomba sul corpo di Polidoro.
Anche in Dante, quindi, c’è un’identificazione tra le anime e le piante, le une insite nelle altre. Coloro che si sono
volontariamente privati del corpo non possono più riaverlo e sono costretti in un corpo inferiore, allo stato
vegetale.

Non han sì aspri sterpi né sì folti


quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
9 tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

La terzina fornisce indicazioni sul luogo preciso, la Maremma toscana, affermando che nemmeno le selvatiche
fiere di quei luoghi, che rifuggono i luoghi coltivati dall’uomo, abitano una sterpaglia aspra e fitta come questa.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,


che cacciar de le Strofade i Troiani
12 con tristo annunzio di futuro danno.

Le Arpie sono uccelli orribili, con le sembianze in parte di donna e in parte di uccello. Queste fanno i nidi su
questi alberi contorti, dentro cui Dante non sa ancora che vi si trovano le anime dei dannati. L’immagine delle
Arpie è stata presa dall’Eneide di Virgilio, la cui immagine però, era legata ad un altro tipo di fascino, e davano ad
Enea profezie della sciagura a cui andranno incontro lungo il viaggio da Troia a Roma.

Ali hanno late, e colli e visi umani,


piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
15 fanno lamenti in su li alberi strani.

Vengono descritte fisicamente, in questa terzina, le Arpie, che hanno ali , ma collo e viso umani e un gran ventre,
un elemento grossesco. Appare anche qui la percezione uditiva, ovvero i lamenti.

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:


ben dovrebb' esser la tua man più pia,
39 se state fossimo anime di serpi».

Il centro del canto è il dialogo con Pier delle Vigne, funzionario di Federico II, il quale lo accusò di tradimento
facendolo carcerare, e Pier delle Vigne per vergogna si uccise. Uomini fummo indica la trasformazione. Il verso
37 è costruito in modo chiasmico: all’esterno si trovano due sostantivi e all’interno due verbi. Questo crea
polarità e una relazione figurata (X). Per “uomo” si intende la possibilità di andare verso Dio, possibilità per loro
persa e ora sono fatti serpi per l’eternità; è una condizione che dura per l’eternità.

Perciò ricominciò: «Se l'om ti faccia


liberamente ciò che 'l tuo dir priega,
87 spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l'anima si lega


in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
90 s'alcuna mai di tai membra si spiega».
Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
93 «Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l'anima feroce


dal corpo ond' ella stessa s'è disvelta,
96 Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l'è parte scelta;


ma là dove fortuna la balestra,
99 quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:


l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
102 fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l'altre verrem per nostre spoglie,


ma non però ch'alcuna sen rivesta,
105 ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta


selva saranno i nostri corpi appesi,
108 ciascuno al prun de l'ombra sua molesta».

Dante chiede allora a Pier delle Vigne come le anime si legano ai tronchi e come e se se ne libereranno. Pier delle
Vigne spiega allora qual è la natura di questa selva e come diventerà dopo il giudizio universale: dopo che
l’anima si separa dal corpo, Minosse manda questo tipo di peccatori al settimo cerchio e le anime cadono dove
capita, dove il caso le scaglia e nel punto dove cadono, le anime iniziano a germogliare come un grano di cereali.
Crescendo poi diventano piante selvatiche e le Arpie si nutrono delle loro foglie, creando fori e ferite sui tronchi,
attraverso cui il dolore si esprime e da cui si sentono i lamenti. Nel momento del giudizio universale tutte le
anime verranno convocate per riunirsi con i loro corpi, ma nessuno dei suicidi se ne veste e i corpi verranno
trascinati e appesi ognuno sull’albero della propria anima, che, scissa dal proprio corpo, è destinata a rimanerne
separata. L’espressione mesta selva sta per funbre. Si tratta di un regno dei morti nel regno dei morti. La selva è
infatti legata, per tradizione, al mondo della morte, vera o simbolica e questo viene rafforzato qui da nessi
retorici, quali l’enjambement, che mette in evidenza l’aggettivo mesta spezzando l’unità tra sostantivo e
aggettivo e l’assonanza tra mesta e selva.
Pier delle Vigne termina qui di raccontare cosa succede ai suicidi e Dante in un certo senso lo difende dalle
accuse e fa si che il peccatore si possa giustificare raccontando la sua storia, ma ciò non toglie che sia
condannato comunque dal giudizio divino.

Noi eravamo ancora al tronco attesi,


credendo ch'altro ne volesse dire,
111 quando noi fummo d'un romor sorpresi,

similemente a colui che venire


sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
114 ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
117 che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».


E l'altro, cui pareva tardar troppo,
120 gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».


E poi che forse li fallia la lena,
123 di sé e d'un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena


di nere cagne, bramose e correnti
126 come veltri ch'uscisser di catena.

In quel che s'appiattò miser li denti,


e quel dilaceraro a brano a brano;
129 poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,


e menommi al cespuglio che piangea
132 per le rotture sanguinenti in vano.

La violenza contro sé stessi secondo Dante, si può esercitare in due direzioni: vi sono coloro che infieriscono sul
proprio corpo e coloro che infieriscono sui propri averi, nelle sostanze e si tratta in questo caso degli
scialacquatori. La pena di questi due tipi di peccatori violenti è intrecciata: gli scialacquatori corrono nudi nel
bosco inseguiti da cani feroci, chiamati feltri, che li sbranano, ripetendo all’infinito la pena. Gli scialacquatori,
sbranati si nascondono tra gli alberi e spezzandone i rami aumentano la pena dei suicidi.
Questo passo rappresenta un altro topos della letteratura: la caccia infernale, secondo cui, per la credenza, il
diavolo conduce i dannati ad un corteo per farli inseguire da bestie feroci. Questo tipo di credenza trova tutta
una serie di rappresentazioni a livello letterario, come per esempio nel Decameron, nella novella degli onesti.
Vi è anche in questi versi, un simbolismo fonico. Nel verso 113 la ripetizione del suono /f/ provoca un suono
graffiante e il verso 114 è basato sul suono /r/.
Vengono descritti in questo passaggio, due personaggi che corrono e dietro di loro la selva si riempie di nere
cagne che sembrano comparire dal nulla e sbranano i peccatori. I peccatori sono quindi condannati a essere fatti
a pezzi, così come loro hanno fatto con i loro beni, invece di tenerli uniti.
Nonostante la descrizione della selva come incipit del racconto sia un elemento fondamentale della letteratura,
il bosco, la foresta, non rappresenta solo uno sfondo o semplicemente un luogo dove si compie l’azione. Il bosco
è necessario per un discorso più completo che Dante fa, partendo dal modello virgiliano, come quello delle pene.
La selva diventa l’immagine della nostra vita, piena di traviamenti, è la condizione della vita, il cammino verso
una meta in cui l’uomo decide il proprio destino e la Divina Commedia è l’insegnamento per tutti coloro che
devono compiere questo viaggio della vita. La selva rappresenta un luogo da attraversare, dove ci si confronta
con qualcosa che una volta superato ci rende più adulti e consapevoli, è attraverso il confronto e non la fuga che
tutto ciò è possibile e questo avviene anche durante e dopo un rito iniziatico. La selva porta infatti con sé questo
legame con il rito di iniziazione. Dante recupera tutta una serie di tradizioni popolari, di folclore, secondo cui la
foresta rappresenta tutto questo e la fiaba è la prima forma narrativa in cui vengono rappresentate queste
credenze.

V. Propp, Le radici storiche dei racconti di magia, Rma, Newton Compton, 2003 (anno di stampa, il testo è del
1946)
Il testo di Propp si sposta dall’aspetto formale della fiaba, fino ad analizzarne i contenuti.
Nel capitolo 3 “La foresta misteriosa”, Propp parla della foresta come un luogo fondamentale dell’azione della
fiaba. La sua affermazione parte dall’immagine della strega, (Virgilio paragonabile alla strega in quanto ha poteri
magici autorizzati da Dio: la possibilità di salvare Dante) molto spesso collegata alla morte, che altrettanto
spesso si trova nelle fiabe, nella foresta, spesso in una radura segreta.
Un altro importante personaggio che fa parte, e ne è il fulcro, della fiaba, è l’eroe, colui che deve superera le
prove, che si ritrova nella foresta e per superarla deve affrontare delle sfide. L’eroe si trova quindi in un bosco
cupo e selvaggio (si presentano qui gli aggettivi che tradizionalmente caratterizzano questo luogo, come in
Dante). Anche nelle fiabe dove non c’è la strega, l’eroe arriva molto spesso a trovarsi in una foresta, che sia il
nobile, il soldato, la figlia fuggiasca (protagonisti di livelli sociali diversi). Il bosco, tuttavia, non viene mai
descritto nei particolari; è buio, tenebroso, misterioso, convenzionale ma assai verosimile e questa convenzione
è data dal fatto che è più importante la funzione che la selva deve esercitare (nonostante Dante si rifaccia a
questi modelli, la descrizione diventa verosimile perché fa appello a qualcosa di profondo e comune a tutti).
Un legame stretto vi è tra luogo e racconto, il luogo influisce molto sul racconto e un legame altrettanto stretto è
quello che c’è tra l’uomo nella foresta e il rito di iniziazione. Questa è una caratteristica costante dei riti in tutto il
mondo, il legame tra cerimonia dell’iniziazione e la foresta è tanto stabile che è vero anche l’inverso. Ma perché
il rito si svolge proprio nella foresta? Durante i riti iniziatici, la foresta dava la possibilità di celebrare il rito in
segreto, era il luogo dell’occulto, occultava il mistero. Nella fiaba, inoltre, il bosco circonda l’altro reame, è il
luogo di passaggio per arrivare al mondo dei morti. La foresta quindi si collega strettamente alla morte, anche
simbolica, come la morte del giovane che deve passare al mondo degli adulti.
La fiaba in particolare ha conservato le tracce della concezione della morte e del rito d’iniziazione del passaggio
dalla gioventù alla maturità sessuale. Il rito è strettamente legato con la concezione della morte. Quando si
prende in considerazione il rito occorre prendere in considerazione, quindi, anche la morte. Il rito iniziatico è
costituito da una sequenza di gesti che rappresentano qualcos’altro, hanno due livelli di significato, quello
letterale e quello simbolico, in quanto simbolizzano qualcos’altro e hanno a che vedere con l’istituzione della
società. Propp recupera allora tutti gli studi antropologici e etnografici compiuti in diverse tribù che però
nell’esecuzione dei riti mantenevano caratteristiche comuni, per descrive cos’è l’iniziazione. Uno degli istituti
propri dell’organizzazione tribale (il clan è un gruppo di persone legate strettamente da relazioni di parentela e
che, per esogamia, arriva a coincidere anche con l’intera popolazione della tribù). L’iniziazione corrisponde al
momento di passaggio dal mondo dei giovani alla maturità sessuale e diviene ufficialmente parte della tribù
acquisendo tra gli altri diritti, quello di unirsi in matrimonio. Questa transizione dal giovane al maturo viene
sancita da momento ufficiale, quello della cerimonizzazione , momento importante in quanto si tratta di un fatto
sociale che va al di là del singolo individuo, non è privato ma pubblico.
Queste forme del rito sono determinate dal valore concettuale del rito: si suppone che durante il rito il ragazzo
muoia per poi rinascere uomo. Vi è un passaggio da una condizione all’altra che passa da una morte
momentanea per arrivare alla rinascita di un uomo nuovo, in una vita nuova. Avviene in questi momenti la
scomparsa del neofita, di colui che compie i primi passi in un percorso rituale, inghiottito o divorato da un
animale mostruoso (ciò ci riconduce alle fiere) e poi è come se venisse sputato fuori. Si tratta di forme
simboliche che rappresentano questo passaggio di morte e rinascita e c’è anche una condizione di
abbassamento: tanto più uno ha affrontato queste cose, tanto più ne esce purificato. Gli atti rituali inoltre
influiscono in modo più o meno crudele sul corpo dell’iniziatico, appunto per metterlo alla prova e questo rito
veniva compiuto nella foresta, luogo di segretezza e di confine tra vita e morte. Al ragazzo risorto veniva poi dato
un altro nome e doveva partecipare poi a un periodo di tirocinio, in cui gli veniva insegnato ad essere adulto.
Durante il rito quindi, molto forte è il tema della morte; l’iniziando si comporta infatti, come se andasse a morire,
convinto poi di rinascere.
Si può notare da questa spiegazione, quante analogie vi siano con il racconto di Dante nella selva, punto di
partenza per il racconto. Dal punto di vista simbolico poi, la foresta può essere tanto un LOCUS HORRIDUS,
quanto un LOCUS AMOENUS e talvolta questi due aspetti sono compresenti. Si può notare allora la natura
ingannevole di questo luogo.
PURGATORIO
CANTO XXVIII

[Canto XXVIII, ove si tratta come la vita attiva distingue a l'auttore la natura del fiume di Letè, il quale trovò nel
detto Paradiso, ove molto dimostra de la felicitade e del peccato di Adamo, e del modo e ordine del detto luogo.]

Viene rappresentato in questo canto l’ingresso nella foresta del paradiso terrestre, una foresta che conduce
definitivamente Dante verso la salvezza. Tutte le anime devono percorrere il purgatorio e anche Dante compie
questo pellegrinaggio, questo percorso iniziatico con loro. Ci sono vari riti da eseguire, tra i quali per esempio
quello di lavarsi dalla caligine che gli è rimasta addosso dal percorso dell’inferno . Dante si ritrova quindi
all’accesso che all’inizio gli era stato impedito dalle fiere, non si tratta dello stesso colle, tuttavia è lo stesso
percorso di ascesa per raggiungere l’Eden, luogo della perfezione terrestre, che è stato perduto a causa del
peccato originale e quindi luogo da riconquistare. Il paradiso terrestre rappresenta la felicità perduta dell’uomo
che viveva qui senza paura, senza vergogna, tra la natura. Il paradiso è una desiderio, una meta che va
riconquistata dopo che il sacrificio di cristo ha reso possibile di recuperarla.

Vago già di cercar dentro e dintorno


la divina foresta spessa e viva,
3 ch'a li occhi temperava il novo giorno,

La selva si presenta qui con caratteri apposti rispetto alla prima selva, quella selvaggia. Gli aggettivi e i sostantivi
sono diversi, ma la descrizione è connotata comunque da tre aggettivi. Questo costituisce relazioni, quindi, per
antitesi, con la prima selva. Questa selva rappresenta il doppio rovesciato di quella dell’inferno. Fin dalla prima
aggettivazione, infatti, questa foresta si pone come specchio alla selva selvaggia dell’inferno. Il termine divina ci
porta ad un altro livello rispetto all’altra, c’è vita, ed è vita data da Dio, il termine spessa sostituisce aspra per
indicare l’intrico vegetale, e nonostante indichino lo stesso concetto, il livello fonico è diverso: si tratta in questo
caso di un intrico che si può districare, si può attraversare, non è pericoloso. La selva infernale era un simbolo di
morte, qui invece predomina la vita.

Il personaggio si ritrova in questo caso nella selva non per caso, ma per un desiderio suo. Il verbo vago, infatti,
significa desideroso e indica che si tratta di una volontà che è desiderio in quanto è piacere. Vuole entrare
consapevolmente perché lo desidera, non si è trovato perduto per le proprie colpe. Entra autonomamente nella
selva, spinto da un desiderio interiore, a differenza di ciò che era successo nella selva selvaggia dell’inferno, nella
quale si era trovato proiettato, in una sorta di torpore.
Dall’intrico dei rami filtra inoltre la luce del nuovo giorno, la luce divina. È in atto la fase di passaggio dalla notte
al giorno, la presa di contatto con la vita, si esce dalla notte dell’inferno, momento di tentazione, del sonno (si
pensi al sonno in cui era caduto Dante). Non si tratta più di una selva oscura, ma di penombra, non luce piena in
quanto il protagonista ancora non può sostenere la luce accecante del paradiso, si tratta ancora di luce terrestre.
Si possono notare in questa terzina, tutti termini positivi, a differenza delle prime due selve, si riproducono con
segno opposto tutti gli elementi della selva del canto I.
Anche la condizione emotiva di Dante è completamente trasformata: il momento più toccante per Dante è la
scomparsa di Virgilio, che in un certo modo non viene neanche annunciata e che sancisce la trasformazione
interiore del protagonista. Questa scomparsa aveva provocato sgomento per Dante, che era tornato a provare
una sensazione di paura, che però, una volta entrato nella selva del purgatorio, svanisce.
sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
6 su per lo suol che d'ogne parte auliva.

L’ingresso nella foresta avviene in modo graduale, la foresta non inizia subito con i suoi tratti tipici, ma con una
campagna che assume via via i tratti del bosco, con elementi che connotano comunque serenità e il terreno che
Dante calpestava emanava profumo, vengono messi in campo tutti i sensi.

Un'aura dolce, sanza mutamento


avere in sé, mi feria per la fronte
9 non di più colpo che soave vento;

Entra in gioco qui un’altra dimensione, quella del vento, del venticello, dell’aria piacevole, che rappresenta
anch’esso un LOCUS AMOENUS, poiché il vento accarezza piacevolmente il volto e fa stornire le fronte
(simbolismo fonico) che stimolando l’udito. Olfatto, tatto, udito, vista: Dante è pieno di tutte le sue facoltà
mentali, che sono al massimo.

per cui le fronde, tremolando, pronte


tutte quante piegavano a la parte
12 u' la prim' ombra gitta il santo monte;

Nel primo verso della terzina troviamo un effetto allitterante dato dalla ripetizione della r, della n, e delle vocali o
e e. Il vento fa piegare le fronde verso l’ombra del monte illuminato dal sole. Nella sua fantasia, la descrizione di
Dante si attiene a elementi reali verificabili dal lettore e questo crea un senso di realtà.

non però dal loro esser dritto sparte


tanto, che li augelletti per le cime
15 lasciasser d'operare ogne lor arte;

Un'altra caratteristica del LOCUS AMOENUS sono gli uccellini che cantano e che si uniscono all’armonia delle
fronde che vengono sì mosse, ma no troppo dalla loro natura.

ma con piena letizia l'ore prime,


cantando, ricevieno intra le foglie,
18 che tenevan bordone a le sue rime,

Con piena gioia, cantando, gli uccellini accoglievano le prime ore del giorno tra le foglie che facevano da
accompagnamento (bordone: basso di accompagnamento) a questi uccellini. La musica di questa natura è
evidentemente diversa dalla musica dissonante delle arpie, dei lamenti degli arbusti e della corsa degli
scialacquatori che correndo spezzano i rami.
Si può notare in questi versi la grande attenzione con cui Dante scende nei dettagli, non parla in modo generico,
ma preciso; ci sono le sue sensazioni di personaggio, ma anche l’elaborazione del Dante poeta. Ogni elemento
diventa necessario nella poesia.

tal qual di ramo in ramo si raccoglie


per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
21 quand' Ëolo scilocco fuor discioglie.
In questi versi Dante fa una similitudine mettendo in rilievo che nella realtà ci sono foreste reali e che il suono
che sente nella foresta del purgatorio è lo stesso che si sente nella pineta di Classe, per la pineta di Classe,
quando Eolo (riferimento mitologico) scioglie il vento dello scirocco.
In questo punto finisce la descrizione e inizia poi l’azione, fino ad ora ferma.

Già m'avean trasportato i lenti passi


dentro a la selva antica tanto, ch'io
24 non potea rivedere ond' io mi 'ntrassi;

Il personaggio è avanzato nella foresta, il tempo della narrazione prima si era fermato per soffermarsi della
descrizione del luogo, ma il tempo della storia è andato avanti. Dante percorre il cammino lentamente e ciò
rappresenta la calma interiore del personaggio che si è riappacificato con sé stesso, consapevole di stare per
arrivare alla meta. non potea rivedere ond' io mi 'ntrassi richiama la condizione del primo canto in termini del
personaggio: è il Dante personaggio che pur guardandosi indietro non vede il luogo d’ingresso. È una situazione
tipica del personaggio nel bosco, ma Dante non ha comunque paura.
Il termine antica richiama la tradizione delle sacre scritture poiché è un luogo creato da Dio al momento della
creazione dell’uomo. La selva porta quindi con sé un legame con Dio.

ed ecco più andar mi tolse un rio,


che 'nver' sinistra con sue picciole onde
27 piegava l'erba che 'n sua ripa uscìo.

La selva va attraversata, ma c’è un ruscello che ostacola il cammino (altro elemento del LOCUS AMOENUS). Chi si
bagna in questo ruscello può accedere alla nuova condizione, purificandosi e cancellando la memoria del
peccato (immagine recuperata dalla tradizione classica). Anche qui viene aggiunta una percezione sonora,
questa volta dal movimento dell’acqua.

Tutte l'acque che son di qua più monde,


parrieno avere in sé mistura alcuna
30 verso di quella, che nulla nasconde,

Tutte le acque più pure della terra sembrano avere qualcosa di torrido rispetto a queste acque che lasciano
intravedere tutto.

avvegna che si mova bruna bruna


sotto l'ombra perpetüa, che mai
33 raggiar non lascia sole ivi né luna.

La selva è oscura, ma non nello stesso senso della prima selva. L’acqua limpida anche se scorre scura scura
(fonosimbolismo) sotto l’ombra perpetua della selva. È comunque una selva, infatti, ed è scura, ma la cupola
degli alberi filtrano la luce creando un ambiente in penombra. La selva è oscura ma comunque qualche luce filtra
e ciò rende il luogo propizio a visioni e allucinazioni.
PURGATORIO
CANTO XXXII

«Qui sarai tu poco tempo silvano;


e sarai meco sanza fine cive
102 di quella Roma onde Cristo è romano.

Però, in pro del mondo che mal vive,


al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
105 ritornato di là, fa che tu scrive».

Ci avviciniamo alla conclusione del purgatorio. Beatrice rivolge a Dante questa frase e gli dice quale sarà il suo
successivo destino, la successiva missione. Gli dice di tenere d’occhio il carro della processione allegorica, che
rappresenta la storia della chiesa e la sua corruzione e una volta tornato nel mondo dei ivi, di riscriverla a
vantaggio del mondo e della sua condizione attuale. Beatrice gli dice che starà in questa selva per poco tempo,
che deve compiere ancora alcuni passi ma è l’ultima selva e poi sarà con lei cittadino della Roma celeste, del
paradiso per cui Cristo stesso è romano, abitante della Roma celeste, sarà con lei nella gloria di Cristo. Dante si
trova nella selva perché ha smarrito l’identità di cittadino della città di Dio (La città di Dio opera di
Sant’Agostino). Il luogo di arrivo sarà dunque la città, una civiltà divina. Le città sono sempre minacciate da selve
e solo Dio può assicurare che questo non accada. Polarità città/selva.

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