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Aurelio Roncaglia (1988), "Romanzo".

Scheda anamnestica d’un termine chiave, in Strumenti


di filologia romanza: Il romanzo, a cura di M. L. Meneghetti, Bologna, Il Mulino, pp. 89-106.

Romanz è un termine generico, che serve a distinguere dal latino il volgare preso in blocco
ma che di per sé non comporta riferimento specifico ad una piuttosto che a un'altra lingua romanza.
Una tale specificazione, quando non sia altrimenti, fornita, deve desumersi, caso per caso, dai dati
extratestuali e testuali in nostro possesso: cioè da quanto per vie esterne sappiamo circa l'area
d'appartenenza del testo cui s'applica la qualifica di romanz, e da quanto possiamo direttamente
constatare esaminando i caratteri linguistici interni al testo stesso.
Qualche volta e tanto più spesso quanto più ci s'allontana dai primordi, è il testo stesso a
fornire esplicitamente una precisazione supplementare. E si capisce. A mano a mano che le parlate
romanze, con l'ascendere al rango di lingue scritte ufficiali letterarie, s'autodefiniscono fissando
ciascuna una propria 'norma', anche sul piano terminologico si fa sentire la necessità di definizioni
più precise. Romanz non basta più, bisogna specificare. di quale lingua romanza caso per caso si
tratti.
Al processo interno d'individuazione delle diverse lingue romanze corrisponde, com'è
naturale, un'opportunità d'individuazione anche dall'esterno. Così, per esempio nel Floovant (v.
1424), un personaggio si sforza d'identificare linguisticamente il proprio interlocutore:

Vos me sanblez françois au parler lo romanz.

[Da come parlate il volgare mi sembrate francese.]

Ovviamente un lettore contemporaneo non avrà avuto difficoltà più di questo fittizio
ascoltatore a identificare sulla sola base dei caratteri interni e senza bisogno di particolari
avvertenze la lingua d'un testo dato. Ma un autore può, per particolari motivi, sentire il bisogno di
sottolineare la peculiarità linguistica del proprio testo. Così, ad esempio, Brunetto Latini, ch'era
italiano, fiorentino, ma che compone in francese il suo Tresor (tra il 1260 e il 1266), sente il
bisogno di giustificare la propria scelta: «Et se aucuns demandoit pour quoi cis livres est escris en
roumanç, selonc le raison de France, puis ke nous somes italien, je diroie que c'est pour .ii. raisons,
l'une ke nous somes en France, l'autre por çou que la parleure est plus delitable et plus commune a
tous langages». [E se qualcuno domandasse perché questo libro è scritto in volgare alla maniera dei
francesi, mentre noi siamo italiani, dirò che è per due ragioni: primo perché mi trovo in Francia,
secondo perché questa lingua è più gradevole e più accessibile a tutti]1. Qui dunque la
specificazione di romanz nasce dall'opposizione tra due varietà dello stesso romanz, identificate
come la lingua dei Francesi e, rispettivamente, degl'Italiani; ed è esplicito inoltre il riconoscimento
del maggior prestigio letterario goduto allora dalla prima rispetto alla seconda lingua.
In altri casi l'opposizione sottesa alla specificazione è tra la norma ormai definitasi quale
'lingua letteraria' d'un'area determinata e le abitudini linguistiche dell'autore, sentite come 'dialettali',
giacché l'autore stesso è nativo d'una zona periferica rispetto alle basi linguistiche da cui la
tradizione letteraria s'è svolta. È il caso di Raimon Feraud, ch'era della contea di Nizza (e scriveva
all’inizio del secolo XIV). Egli è consapevole di non scrivere una lingua 'pura' secondo i dettami
della tradizione, e così se ne giustifica:

1
Brunetto Latini, Li Livres dou Tresor, I,1,7, ed. F.J. Carmody, Berkeley-Los Angeles, 1948.

1
E si deguns m'asauta
mon romanz ni mos digz
car non los ay escritz
en lo dreg proensal,
no m'o tenguan a mal
car ma lengua non es
del dreg proensales; (Vida de Saint Honorat)

[E se qualcuno attacca la mia lingua e i miei componimenti, dicendo che non li ho scritti in provenzale
corretto, non mi si apponga a colpa, perché la mia parlata naturale non è il provenzale puro;]

(dove sarà da avvertire che lengua aveva, nel medioevo, un significato più genericamente esteso
dell'odierno, valendo anche 'regione nativa' e quindi 'parlata naturale', indipendentemente dalla
nostra distinzione funzionale e socio-linguistica tra lingua e dialetto).

Certo, se ad una lingua s'applicò più specificamente il termine romanz, questa fu proprio il
francese: cioè quella lingua che ha lasciato la sua impronta nella stessa forma fonetica della parola
romanz; quella lingua che tra le altre romanze godeva d'un primato cronologico e di prestigio
nell'uso letterario.
In Italia, gli antichi scrittori non adoperano mai il termine romanzo nel senso linguistico che
abbiamo illustrato. Per opporre al latino la loro lingua neolatina, Dante e Boccaccio usano il termine
di volgare. A maggior ragione non si usa in Italia romano nel senso di 'volgare', ché in Italia la
lingua romana era ancora il latino. Il distacco dell'aggettivo romano dal ricordo dell'antica Roma
era più difficile in Italia che altrove. Non per nulla la nostra lingua può definirsi come «la più
romana e la meno romanza» tra le neolatine2.
Romanzo fu usato fra noi dal Ramusio nel 1555 con il senso specifico di 'spagnolo'; ma si
tratta d'un ispanismo isolato. Anche in Ispagna, infatti, s'ebbe romance = 'volgare', come in Francia,
e questa denominazione s'usò fino a tardi. Così pure in Portogallo.
La Francia, che fu la prima ad usare il termine, fu anche la prima ad estenderne, come
vedremo, il senso e a lasciar cadere l'accezione linguistica. Dalla fine del medioevo in poi, le due
lingue galloromanze si chiamano français e proensal > prouvençau. In Francia, français prende il
sopravvento su romanz nel secolo XIV, e diventa d'uso generale nel XV. L'ultimo isolato esempio
di romanz nel senso specifico di 'francese' è del 1445.
Nel XVI secolo troviamo bensì in Francia l'espressione roman antique usata a designare il
francese antico da cui la lingua viva s’era ormai con rapida evoluzione venuta allontanando. Peire
Durand, che in quel secolo ebbe a redigere una prosificazione del vecchio romanzo d'avventura
Guillaume de Palerme, così giustifica la propria opera: «Et considerant le langage qui est'oit romant
antique rimoyé en sorte non intelligible ne lisible a plusieurs, favorisans a leur requeste, come de
chose tres convenable, ay traduict et transferé le langage de cette histoire en langage moderne
françois, pour a chacun qui lire la voudra estre plus intelligible». [E ritenendo la lingua romanza
antica, così messa in rima, per molti non comprensibile né leggibile, venendo incontro alle loro
richieste, assai opportune, ho tradotto e trasposto il linguaggio di questa storia in francese moderno,
per rendermi più comprensibile a chi lo vorrà leggere]. Così, nello stesso secolo, il Pasquier poteva
scrivere: «on appelle roman nostre nouveau langage» (s'intenda il francese antico, nuovo rispetto al
latino, ma ormai invecchiato quando il Pasquier scriveva, sì da essere sentito come una fase
linguistica diversa da quella designata dal Durand come «moderne» e che noi oggi, dopo l'ulteriore
evoluzione linguistica avutasi dal secolo XVI ad oggi, chiamiamo 'medio francese').

2
M. Bartoli, Caratteri fondamentali della lingua nazionale italiana e delle lingue sorelle, in «Miscellanea della Facoltà
di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino», s. 1, 1936, pp. 93 ss.; e cfr. i suoi Saggi di linguistica spaziale, Torino,
1945.

2
Di qui infine l'uso di romanzo nella moderna terminologia filologica che usa correntemente
le espressioni volgare romanzo, lingue romanze nel senso di lingue neolatine.
Romanz, passato dall'originaria condizione avverbiale (<ROMANICE) a condizione
nominale (d'aggettivo e di sostantivo), ha successivamente subito altri cambiamenti di forma e di
significato.
Per la forma, la -z finale, che in realtà era di ragione etimologica (continuatrice della C di
ROMANICE), è stata analogicamente reinterpretata come morfema segnacaso, onde da romanz,
sentito come nominativo, s'è estratto un romant accusativale. La crisi della declinazione portò al
prevalere di questa forma, ma nello stesso tempo, perduto il valore fonetico della -t finale, romant si
riduceva a roman, ch'è, dal XVI secolo, la forma corrente.
Per il significato, le tappe dell'evoluzione semantica si possono riassumere come segue:
1) originariamente, romanz = 'lingua volgare (neo-latina)', senza particolare specificazione, e
dunque 'una qualsiasi delle varietà linguistiche neolatine', contrapposte in blocco al latino (o ad altra
lingua non neolatina); a questo significato si richiama l'uso moderno delle espressioni lingue
romanz, filologia romanza (mentre possiamo qui lasciare da parte, come non pertinente e privo di
successivi sviluppi, l'uso francese antico, cui abbiamo accennato, di designare per estensione come
romanz 'qualsiasi lingua' anche non neolatina);
2) già a partire dal sec. XII, per ovvio slittamento metonimico, romanz = 'discorso orale o
(più spesso) testo scritto in lingua volgare (neolatina)', specialmente se considerato in rapporto con
una fonte latina. (onde romanz = 'volgarizzamento'), ma anche se di composizione originale;
3) dalla seconda metà del sec. XII, per specificazione, roman(z) = 'opera narrativa versificata
in volgare, destinata non al canto bensì alla semplice lettura', con prevalente riferimento a
narrazioni di materia avventurosa, ripresa da leggende pertinenti al mondo antico ('materia di
Grecia e di Roma'), o proiettata su un favoloso mondo celtico ('materia di Bretagna'), o, ricollegata
a spunti bizantini ed orientali; infine anche d'ambientazione cortese contemporanea, e sempre
d'estensione non esigua;
4) dal sec. XIII, seguendo l'evoluzione della moda letteraria, roman è anche 'opera narrativa
redatta in prosa volgare', entro cui si traspone e si sviluppa la tematica dei precedenti 'romanzi' in
versi;
5) nei secoli XV-XVI, con riferimento storicamente determinato ad una poetica di tipo
retrospettivo e fantastico, roman = 'opera narrativa, in versi o in prosa, evocante un mondo
avventuroso-cavalleresco, eroico-galante o erotico-pastorale';
6) dal XVII secolo, roman = 'il genere del romanzo inteso in senso moderno', aperto quindi a
tutte le successive determinazioni sociologico-letterarie (romanzo borghese, romanzo realistico,
ecc.).
Passeremo ora partitamente in rassegna le prime quattro fasi, adducendo un minimo di
documentazione e illustrando, sia pure in modo sommario, qualche questione connessa.

La metasemia evolutiva da romanz 'lingua volgare' a romanz 'composizione in lingua


volgare' si comprende agevolmente. A meglio illustrarla sarà comunque opportuno ricordare
l'espressione mettre en roman(z).
Quest'espressione è originariamente equivalente all'altra traire de latin en roman,
'trasportare dal latino nel volgare', cioè 'tradurre', sia in senso stretto, sia — e ancor più spesso —
nel senso più lato e generico di 'dar forma volgare a una materia preesistente in veste latina'.
Quando Chrétien de Troyes, nel prologo del suo Cligès, vv. 1-8, annuncia

Cil qui fist d'Erec et d'Enide


et les comandemenz Ovide
et l'Art d'amor en roman mist
…………………………….
un novel conte recomance;

3
[Colui che compose la storia di Erec e d'Enide, e tradusse in romanzo i Comandamenti e l'Arte d'amare di
Ovidio ... incomincia un nuovo racconto;]

il riferimento esplicito all'Ars amandi ovidiana è più che sufficiente a testimoniarci che mettre en
roman significa appunto 'tradurre dal latino in volgare' (= 'volgarizzare'), anche se la perdita di
quest'opera di Chrétien non ci consente di precisare il suo grado di fedeltà o di libertà nei confronti
del modello latino. Ma la stessa. espressione va certo intesa nel senso più lato già in Wace, Rou, v.
10442,

qui ceste estoire en romanz mist:

[che traspose in volgare questa storia:]

sappiamo infatti che l'opera di Wace, benché composta sulla base di cronache leggendarie latine,
non è una traduzione vera e propria.
Allo stesso modo non si tratta di traduzione in senso stretto quando Benoit de Sainte-Maure
versifica in volgare la materia leggendaria tramandata dallo Pseudo-Ditti e dallo Pseudo-Darete
(Roman de Troie, vv. 33-39):

Et por co me vueil travaillier


en une estoire comencier,
que de latin, on je la truis,
se j'ai le sen et se jo puis,
la voudrai si en romanz metre
que cil qui n'entendent la letre
se puissent deduire el romanz.

[E perciò voglio impegnarmi a cominciare una storia: dal latino, come l'ho trovata, se ne ho la capacità e la
possibilità, vorrei trasporla in volgare, cosicché quelli che non sono colti possano divertirsi con quest'opera.]

Negli esempi citati constatiamo inoltre che il termine roman dell'espressione mettre en
roman vale ancora 'lingua volgare', mentre l'opera in lingua volgare è designata come estoire
(Wace, Benoit) o conte (Chrétien). Ma nell'ultimo verso di Benoit romanz sembra già, designare
l'opera stessa; e così certamente nel Dolopathos, che un tal Erberto, attivo fra il 1210 e il 1223 alla
corte di Filippo Augusto, tradusse dal latino di Giovanni d'Altaselva (fine del sec. XII), vv. 1844
ss.:

Si comme Dans Jehans nous devise


qui en latin l'histoire mist,
et Herbers qui le romanz fist
de latin en romanz le traist.

[Così come ci spiegano Messer Giovanni che redasse in latino questa storia, e Erberto, che compose l'opera,
volgendo il testo dal latino al volgare.]

Qui, e proprio in due versi contigui, all'interno d'una stessa frase, romanz compare in due
diverse accezioni: la nuova di 'testo redatto in lingua volgare' (le romanz fist) e la primitiva di
'lingua volgare' (de latin en romanz le traist). Questa duplicità di significato non deve stupire: le
metasemie evolutive si svolgono sempre attraverso una fase equivoca, situazione che può ben
essere, come qui, sfruttata per una figura retorica (equivocatio). Noteremo piuttosto che mettre en
latin, riferito a Giovanni d'Altaselva (Dans Jehans ... qui en latin l’histoire mist) non significa

4
necessariamente 'tradurre' (si tratterebbe, caso mai, d'un tradurre dal volgare in latino, giacché
dell'histoire in questione, d'origine orientale, esistevano già diverse versioni in volgare), ma
piuttosto, genericamente 'redigere'. Mettre (une histoire) en latin, o en roman, può insomma
significare non solo 'tradurre', ma, anche 'comporre', 'dar forma letteraria a una narrazione'. E così
roman(z) può significare sia 'opera tradotta', con riferimento a un preesistente modello, sia
semplicemente 'opera scritta', senza riferimento a fonti, ed applicarsi dunque anche a composizioni
originali. La nozione d'originalità è del resto, in quest'epoca, assai relativa, riferibile per solito alla
forma assai più che al contenuto: numerose sono le histoires, le 'trame narrative' pervenute a noi in
redazioni molteplici, più o meno differenti l'una dall'altra.
Aggiungiamo ancora che, accanto all'espressione mettre en roman, e con lo stesso
significato, s'usò anche il verbo enromancier. Così in una cronaca rimata:

vuel un roman encomancier


et del latin enromancier.

[voglio iniziare un'opera e tradurla dal latino in volgare.]

Il primo esempio in cui romanz significa inequivocabilmente non la 'lingua volgare' ma


l’'opera in lingua volgare', è una traduzione francese dei proverbi di Salomone, databile intorno al
1140:

Ki ben en volt estre enquerant


entendet donc a cest romanz.

[Chi ben vuol apprendere segua con attenzione quest'opera.]

Una quindicina d'anni dopo, Maestro Wace chiama esplicitamente romans il suo Brut, liberamente
derivato dall'Histria regum Britanniae di Goffredo di Monmouth:

Mil et cent cinquante e cinc ans


fit mestre Wace cest romans.

[Nel 1155 compose maestro Wace quest'opera.]

Come da questi esempi si ricava, romanz non designa ancora uno specifico 'genere
letterario', ma qualsiasi 'opera in volgare'. L'opposizione pertinente non è ancora tra 'romanzo' e,
poniamo, 'canzone di gesta', ma semplicemente fra 'testo volgare' e 'testo latino', sia o no il 'testo
volgare' derivato (per traduzione o per libero rimaneggiamento) da un 'testo latino'.
Questo significato generico si conserva a lungo. La traduzione di Livio compiuta da Pierre
Bersuire «c'est le romans de Titus Livius», e siamo già ai tempi del Boccaccio e del Petrarca.
Ancora nel XV secolo romanz è detta la traduzione francese dei Disticha Catonis.
Va anzi aggiunto che romanz può riferirsi non solo a opere scritte, ma anche a discorsi orali
in lingua volgare. Nell'Epistle des femmes (elogio ironico delle donne, composto nella seconda metà
del sec. XIII) troviamo:

De feme vos di en apiert


tout son tans et son romans piert
qui les requiert de vilonnie.

[Vi dico chiaramente che spreca tempo e fiato chi propone a una donna qual cosa di indegno.]

5
Dunque qui romanz = genericamente 'discorso in volgare'; e da quest'uso deriva il nostro
ramanzina, per assimilazione vocalica regressiva da romanzina, 'discorso di rimprovero', in cui una
saggezza antica (di chi ha studiato, conosce le opere dei latini, e può rivestirsi dell'autorità che da
tale conoscenza promana) s'applica a correggere ed ammaestrare (in volgare) chi è sprovveduto
d'esperienza e di cultura.

Pur nel durare del significato più generico, presto si fa sentire la tendenza a circoscrivere il
significato di romanz: non più qualsiasi componimento scritto o discorso orale in lingua volgare,
tradotto dal latino o di composizione originale, bensì solo un certo tipo di componimento scritto,
che si distingue da altri di diversa natura e carattere.
In un autore che abbiamo già più volte citato, Maestro Wace, troviamo questi versi:

Mais or puis ieo lunges penser,


livres escrire e translater,
faire rumanz e serventeis ... (Rou, III, vv. 151-153)

[Ma ora ho tutto il tempo per meditare, per scrivere e tradurre libri, per comporre storie e sirventesi...]

Ora, il fatto stesso della giustapposizione dei due termini rumanz e serventeis implica un principio
di differenziazione terminologica (così come, nel verso che precede, escrire non è sinonimo di
translater). Serventeis (prov. sirventes) è il nome che i trovatori adoperano a designare un tipo di
componimento che si distingue dalla canzone solo per la sua obbedienza a una 'servitù', di carattere
formale (componimento costruito sullo schema ritmico-melodico d'un altro preesistente) o
sostanziale (componimento in servizio d'un signore o d'una causa politica, morale, religiosa). La
definizione che possiamo darne resta, come si vede, tutt'altro che univoca; e non è proprio detto che
Wace avesse idee molto più chiare delle nostre, né che ai suoi tempi, intorno alla metà del sec. XII,
il termine avesse già assunto quelle determinazioni con cui si presenta fra i trovatori verso la fine
dello stesso secolo. Altrettanto si dica per rumanz, che la giustapposizione a serventeis non basta
certo a specificare in maniera univoca. Non sembra si tratti d'una terminologia letteraria
precisamente definita, d'un 'sistema di generi' rigorosamente distinti; ma di una nomenclatura
ancora vaga, discendente da motivazioni originarie troppo eterogenee perché sia possibile fondarvi
sopra definizioni chiaramente distintive. E tuttavia un principio di distinzione vi si può forse
cogliere se si guarda all'uso successivo, in cui serventeis designa un genere lirico, legato al canto, e
romanz un genere narrativo, destinato alla lettura.
Sul piano della narrativa, frequente è poi la giustapposizione di romanz ad altri termini,
quali estoire, conte, fable, chanson de geste, ai quali si deve credere che romanz venga avvicinato
per una qualche affinità; ma dai quali è pure tenuto distinto, nell'atto stesso dell'accostamento. Ecco,
per esempio, l'esordio della IV branca del Roman de Renard, vv. 1 ss.:

Seignor, oï avez maint conte


que maint conteor vos raconte,
coment Paris ravi Elainne,
les max qu'el en ot et la paine,
de Tristant, dont La Chievre fist
qui assez belement en dist,
et fables et chançons de geste,
romanz dou lin et de la beste.
Maint autre en content par la terre.

[Signori, avete udito nei molti racconti che i narratori vi raccontano come Paride rapì Elena — e i gran guai
che ne ricavò; avete ascoltato il Tristan composto acconciamente da La Chievre, e ancora favole, canzoni di
gesta, romanzi sul lino e la pecora; qui in giro molti altri ne raccontano.]

6
Da un passo come questo sembra potersi ricavare che romanz è una specie di conte, distinto però in
qualche modo dal più generico conte e da altri tipi di contes quali fables e chanson de geste.
Per quanto concerne il rapporto tra il generico conte e il più specifico romanz è da tener
presente anche quel che dice Chrétien de Troyes nel prologo del Cligès (poco oltre il passo che già
abbiamo commentato):

Ceste estoire trovons escrite


que conter vos vuel et retreire
an un des livres de l'aumeire
mon seignor saint Pere a Biauveis:
de la fu li contes estrèiz
don cest romans fist Chrestiiens;

[Questa storia che voglio narrarvi e riferirvi, la troviamo scritta in uno dei libri della biblioteca di monsignor
San Pietro a Beauvais; di lì fu ricavato il racconto dal quale Chrétien compose il presente romanzo;]

dove estoire escrite designa una fonte latina, che si può conter e retreire in lingua volgare,
estraendone il conte, cioè, diremmo, 'la trama narrativa', e facendone un romans, dunque 'un
componimento narrativo derivato da una fonte latina e letterariamente organizzato in versi volgari'.
Sembra evidente che non qualsiasi conte può essere detto romans, ma solo un conte
strutturato letterariamente e che possieda determinati caratteri (diversi, per esempio, da quelli della
fable, o da quelli della chanson de geste).
La precisazione del senso avviene attraverso fasi ambigue e non senza oscillazioni. Nei
secoli XII e XIII il nome romanz fu usato a designare testi che solo in qualche caso potremmo oggi
ascrivere al genere romanzesco. La stessa distinzione tra roman e chanson de geste non sempre fu
posta e mantenuta chiaramente. Non infrequente è infatti il caso di canzoni di gesta designate nei
manoscritti antichi, con il nome di romanz. La stessa Chanson de Roland era chiamata «Roumans
de Ronsevaut» nell'explicit del ms. francese P; «romanus Roncivalis» nell'explicit del ms.
francoveneto V4, sulla fine del XIII o agl'inizi del XIV secolo, e da ciò qualche critico si è sentito
autorizzato a ritenere, non senza verosimiglianza, che tale fosse il suo titolo originario3. La
denominazione Roman d'Aiol si trova nel testo stesso di questa canzone di gesta (ed. W. Foerster, v.
10981):

et del romans Aiol est la rime finie.

[e del romanzo d'Aiol qui finiscono i versi.]

Ancora in una cronaca del XIII secolo (il cosiddetto Thomas Tuscus) leggiamo: «ex hoc factum est
ut gesta in vulgari gallico scripta romantia nominentur» [da ciò deriva che i racconti epici scritti in
volgare francese sono chiamati romanzi].

Ma se accade che una canzone di gesta sia chiamata anticamente con il nome di romanzo,
non accade però mai il contrario: che una di quelle opere, cui noi riserbiamo specificamente il nome
di romanzo sia chiamata canzone di gesta. E si capisce. Del termine romanz era ancor viva la
significazione generica 'componimento in lingua volgare'. Il termine chanson de geste indicava
invece qualcosa di più specifico: un 'genere' epico cantato. E proprio il fatto che chanson de geste
non potesse applicarsi a romanzi destinati alla lettura spiega la tendenza di romanz a specificarsi
come definizione differenziale dei testi destinati appunto alla lettura e non al canto. La canzone di
gesta si cantava in pubblico, sulle piazze o nelle corti, ad opera d'una classe professionale di
3
Si veda P. Aebischer, Le titre originaire de la Chanson de Roland, nel suo volume Prehistoire et protohistoire du
Roland d'Oxford, Bern, 1972, pp. 187-203.

7
giullari. Il romanzo invece si leggeva privatamente o a una cerchia ristretta d'uditori. Esso è un
conte, un racconto, un'estoire, una trama narrativa, letterariamente organizzata per la lettura o per la
recitazione ad alta voce, ma non per il canto: ad esso non possono dunque applicarsi denominazioni
come sirventeis o chanson. Il verbo legato alle canzoni di gesta è chanter, mai conter; il verbo
legato ai romanzi è conter, o lire, mai chanter. Questa è la distinzione essenziale.

La nascita del 'romanzo' come genere letterario distinto da altri generi letterari è dunque
legata a una fase particolare e decisiva della letteratura francese antica: quando la creazione poetica
si svincola dalla connessione obbligatoria con la matrice musicale, con il supporto del canto. Dico
'matrice' sotto il rispetto della genesi e delle strutture formali; 'supporto' sotto il rispetto della
diffusione e fruizione viva nella società contemporanea. La lirica dei trovatori risulta, fin dai suoi
inizi, strettamente legata alla musica: di norma gli autori componevano ad un tempo parole e
melodia («fetz Marcabrus lo vers e l so»), o altrimenti adottavano una preesistente melodia, con il
relativo schema ritmico e strofico, e vi adattavano parole nuove (contrafacta). Le canzoni di gesta
erano declamate dai giullari su una frase melodica ripetuta di verso in verso e solo variata, alla fine
della lassa, da una cadenza conclusiva. Il romanzo è il primo genere poetico in cui la parola, pur
piegandosi alla misura ritmica del verso, vive autonoma, indipendentemente e separatamente dal
canto. Il romanzo nasce dal distacco della forma poetica dalla forma musicale, favorito dalla
diffusione della lettura.
La vida, di Arnaut de Marueil ci dice che questo trovatore «cantava be e legia be romans»:
cantava le poesie liriche e leggeva i romanzi, apprezzato dal suo pubblico come cantore e come
lettore. Si tratta dunque d'una lettura fatta in pubblico ad alta voce, così come davanti al pubblico si
cantavano le liriche o le canzoni di gesta. Di giullari che cantano sono innumerevoli le attestazioni4.
Come si leggessero invece i romanzi possiamo vedere in una scena appunto di romanzo, nell'Yvain
di Chrétien de Troyes, dove una giovinetta legge ad alta voce in un giardino, ascoltata dai genitori.
Più spesso, il lettore era uno di quei 'chierici' che prestavano una sorta di servizio di segreteria nelle
corti signorili; così, nel Gui de Nanteuil (ed. P. Meyer, vv. 513 .ss.):

Sous chiel n'a escrivain tant sache bien escrire,


ne clerc ne chapelain tans sache romans lire.

[Sotto il cielo non c'è scrittore che sappia scrivere così bene, né chierico o cappellano che così bene sappia
leggere romanzi.]

Sarà da ricordare, a questo proposito, la definizione famosa del Thibaudet: «Il romanzo
medievale è un chierico che legge e una dama che lo ascolta». In effetti, la presenza della donna,
ascoltatrice del chierico lettore, o lettrice essa stessa, appare fondamentale. La genesi del romanzo è
legata all'esistenza d'una società in cui le donne hanno una parte cospicua: i caratteri del romanzo
sono condizionati dal gusto e dalla sensibilità d'un pubblico in larga parte femminile. Ma soprattutto
la nozione di romanzo non è in alcun caso scompagnabile dalla lettura, e dunque dal manoscritto.
Le canzoni si cantano, la 'favole' si possono raccontare senza supporto scritto, ma il romanzo si
legge; onde la formula distintiva: «Lire romans et conter fables»5.
Così, per presentare un altro esempio vivacemente descrittivo, nel Chevalier à l'épée, vv.
794 ss.:

4
Si può vedere, in proposito, il libro di J. Rychner, La chanson de geste: essai sur l'art épique des jongleurs, Genève-
Lille, 1955, libro discutibile per la parte teorica, relativa alla genesi 'popolare' delle canzoni di gesta; ma utilissimo per
la parte descrittiva, concernente la struttura dei testi e i modi della loro diffusione.
5
In Robert de Blois, Floris et Liriopé, v. 548, cfr.«Romania», XVI (1887), p. 33.

8
Quant mangié orent a plenté
et li dobler furent osté,
cil lecheor, dont moult i ot,
monstra chascuns ce que il sot:
li uns atempre sa viele,
cil flaüste, cil chalemele
e cil autre rechante et note
ou a la harpe ou a la rote
cil list romans et cil dist fables;
cil chevaler jouent as tables
et aus eschés…

[Quando ebbero mangiato a sazietà, e le tavole furono sparecchiate, quei ghiottoni dei giullari — ce n'erano
tanti — mostrarono quel che sapevano fare: l'uno accorda la sua viola, l'altro suona il flauto e l'altro ancora
lo zufolo; questo canta accompagnandosi con l'arpa o la rotta, quello legge romanzi e quell'altro racconta
favole; i cavalieri giocano a tric-trac o a scacchi...]

La specificazione di significato per cui roman viene a designare un particolare genere


letterario — narrazione d'una storia d'amore e d'avventure versificata in volgare (formalmente in
serie d'ottosillabi rimati a coppie) — avviene in Francia e dalla Francia del Nord s'estende a quella
del Sud6.
Ugualmente in Francia si produce l'estensione del termine a designare narrazioni in prosa,
quando, nel sec. XIII, comincia un vasto movimento di prosificazione della materia romanzesca,
sotto un impulso del gusto che cerca giustificazione in motivi di realismo: «Nus contes rimés n'est
verais» [Nessun racconto in rima è veritiero]7, «por ce que rime se volt afeitier de moz conqueilliz
hors de l'estoire» [perché ogni testo metrico è arrangiato con parole estranee alla storia]8.
La Francia è insomma la culla del romanzo moderno. Già gli antichi contrapponevano il
provenzale come lingua della lirica al francese come lingua dei romanzi. Così Raimon Vidal de
Besalù, trovatore catalano del principio del XIII secolo, autore d'un trattato di grammatica e d'arte
poetica (le Razos de trobar), scrive: «la parladura francesca val mais et es plus avinenz a far romanz
e pasturellas, mas cella de Lemosin val mais per far vers, cansons et serventes» [La lingua francese
vale di più ed è più gradevole per romanzi e pastorelle, ma quella limosina vale di più per poesie
morali, canzoni d'amore e sirventesi]. E così Dante, De vulgari eloquentia, I, x: «Allegat ergo pro se
lingua oïl, quod propter sui faciliorem ac delectabiliorem vulgaritatem quicquid redactum sive
inventum est ad vulgare prosaicum suum est: videlicet Biblia cum Troianorum Romanorumque
gestibus compilata et Arturi regis ambages pulcerrime et quamplures alie ystorie ac doctrine. Pro se
vero argumentatur alia, scilicet oc, quod vulgares eloquentes in ea primitus poetati sunt, tamquam in
perfectiori dulciorique loquela, ut puta Petrus de Alvernia et alii antiquiores doctores». [Infatti la
lingua d'oïl, adduce a suo favore che, per essere di più facile e gradevole divulgazione, tutto ciò che
è stato ridotto o immaginato per prosa volgare ad essa appartiene: cioè la compilazione biblica colle
imprese dei Troiani e dei Romani, le bellissime avventure errabonde di Re Arturo e parecchie altre
storie ed opere di ammaestramento. In favor suo adduce l'altra, cioè quella d'oc, che i dicitori in
volgare primieramente in essa poetarono come nella lingua più perfetta e più dolce, per esempio
Pietro d'Alvernia e gli altri più antichi, maestri].
Con la cosa, si diffonde anche in ltalia la parola, e vi si diffonde precisamente con l'ultimo
significato assunto in Francia, di 'narrazione prosastica'. Così Dante, Purg., XXVI, 118: «versi

6
Cfr. in provenzale Flamenca, v. 4477: «pren lo romanz de Blancaflor»; Jaufre, v. 10949.
7
Prima traduzione dello Pseudo-Turpino, cfr. B. Woledge e H. P. Clive, Repertoire des plus anciens textes en prose
française, Genève, 1964, p. 27.
8
Seconda traduzione, ibidem, p. 29.

9
d'amore e prose di romanzi»9 così Passavanti e Giovanni Villani; così Boccaccio (Decameron,
giornata. III, introd.); così Petrarca, Trionfi, IV, 66: «sogno d'infermi e fola di romanzi».
L'Italia, al cui uso era rimasto estraneo il senso primitivo di romanzo = 'lingua volgare',
adottò senta difficoltà, in seguito al successo che la narrativa romanzesca francese conobbe anche al
di qua delle Alpi, il senso derivato di romanzo = 'genere letterario di carattere narrativo, destinato
esclusivamente alla lettura e come tale suscettibile del più ampio svolgimento'. La Spagna invece
usò presto romanz, romance nel senso primitivo, per designare la propria lingua volgare, e tale
senso mantenne anzi più a lungo che la stessa Francia, ma diede poi al vocabolo uno sviluppo
semantico parzialmente diverso, designando un genere breve, di carattere lirico-narrativo (il
romance).
A documentare la prima fase (romanz = 'lingua volgare') basterà l'esempio notissimo di
Gonzalo de Berceo nella Vida de santo Domingo de Silos (prima metà del sec. XIII):

Quiero far una prosa en romanz paladino


en qual suele el pueblo fablar a su vecino,
car non so tan letrado por far otro ladino.

Non sarà inopportuno qualche chiarimento. In primo luogo non ci sarà da sorprendersi che Gonzalo
de Berceo chiami prosa un componimento versificato. È vero che etimologicamente prosa è il
femminile dell'aggettivo pro(ver)sus, pro(r)sus, 'che procede diritto', e che prorsa et vorsa oratio
sono già contrapposte in Apuleio nello stesso senso della contrapposizione moderna tra 'prosa' e
'versi'. Ma nel medioevo il termine si applicò alle sequenze cantate in certe Messe dopo il Graduale
e prima del Vangelo, sequenze la cui struttura era dominata dal principio della duplicazione d'ogni
frase melodica ammettendo però una diversità di misura sillabica tra una frase e l'altra, sicché il
discorso, prosastico dal punto di vista della versificazione classica, veniva a configurarsi come una
serie di membrature a due a due isosillabiche, e quindi come un modo particolare di versificazione.
Di qui l'estensione di prosa a designare componimenti di carattere religioso destinati al canto e
anche versificati: uso particolarmente attestato in Ispagna e che si riflette nell'esempio di Gonzalo
de Berceo. Quanto poi a paladino (< lat. PALATINUS), si può pensare sia al significato giuridico
di 'usato ufficialmente nei rapporti pubblici', sia al significato, più stretto all'etimologia, di
'cortigiano'. Sicché, come spiega A. Monteverdi10,

il passo può voler dire che il poeta intende fare una composizione (prosa) in volgare (rornanz) chiaro
(paladino...), come suol parlare la gente del popolo (el pueblo) coi suoi concittadini (con su vezino), Ma può
anche voler dire, e nulla sembra opporsi a quest'altra interpretazione, che il poeta intende fare una
composizione in volgare cortigiano (paladino < PALATINUS), come suol parlare il popolo di un luogo
(pueblo significa anche popolazione di un villaggio, di un borgo, di un comune, e il comune stesso o il borgo
o il villaggio) col popolo d'un luogo vicino. Piacerebbe anzi poter adottare questa seconda interpretazione, e
constatare nel poeta la consapevolezza di quella che è in realtà la sua pratica, il ripudio cioè del dialetto
locale, e la scelta d'un linguaggio simile a quello usato alla corte, simile a quello usato nelle relazioni tra
paese e paese: un castigliano spoglio di tratti municipali, atto a essere compreso da tutti i sudditi del regno.

Si adotti l'una o l'altra interpretazione di paladino, inequivoco resta comunque il significato


di romanz, ch'è quel che ora c'importa.

Lo spagnolo antico conobbe anche romance nel senso derivato, più generico, di
'composizione in lingua volgare'. Lo stesso Gonzalo de Berceo chiama romances i propri
componimenti religiosi: designa come «este romance» i Loores de Nuestra Señora [Lodi della Ma
donna], e conclude il Sacrificio de la Misa dicendo «el romance es cumplido». Così, intorno alla
metà del secolo XIII, le Partidas (compilazione legislativa promossa da Alfonso il Savio) parlano
9
Cfr. «Bullettino della Società Dantesca ltaliana», XII (1905), pp. 336 ss.
10
A. Monteverdi, Manuale di avviamento agli studi romanzi, Milano, 1952, p. 103.

10
de «las estorias e los romances e los otros libros que fablan de aquellas cosas de que los homes
reciben alegría e placer» [le storie, le narrazioni e gli altri libri che parlano di quelle cose da cui gli
uomini ricevono allegria e piacere]. Così ancora, intorno al 1300, San Pedro Pascual biasima chi
troppo si diletta a «oir fablillas e romances de amor e de otras vanidades» [ascoltare favolette e
racconti d'amore e di altri argomenti futili].
Ma questo senso, sviluppatosi più tardi che in Francia, non si specificò mai come in Francia
nella contrapposizione di 'componimenti per la lettura' a 'componimenti per il canto'. Per lo più,
anzi, esso rimase connesso al genere dei cantares, equivalente spagnolo delle chansons de geste
francesi.
Nel testo del Cantar de mio Cid il poema stesso non viene mai designato altrimenti che con i
nomi di cantar o di gesta. Ma un explicit giullaresco, aggiunto al ms. del 1307, poco dopo
quell'anno, dice:

El romanz es leído:
dad nos del vino;
si non tenedes dineros,
echad alla unos peños,
que bien vos lo darán sobr'ellos.

[Il cantare è letto e finito, dateci un po' di vino; se non avete un quattrino la sciate qualche pegno e su quelli
ve lo forniranno.]

Così la Primera crónica general (redatta alla fine del sec. XIII) usa romances in
connessione a cantares: «algunos dicen en sus romances et en sus cantares»; e se ne serve per
designare ad esempio, i cantares che hanno a protagonista Bernardo del Carpio.
Non è propriamente un cantar il Libro de Apolonio, composto (probabilmente intorno al
1240) in quartine monorime e presentato dall'autore come un «romance de nueva maestria». Ma si
tratta pur sempre d'opera versificata e destinata alla declamazione giullaresca, secondo i modi che lo
stesso Libro illustra presentando una giullaressa che suona la viola e canta e recita romances in
piazza, davanti al popolo:

Quando con su viola hovo bien solazado,


a sabor de los pueblos hovo assaz cantado,
tornóles a rezar un romance bien rimado.

[Quando con la sua viola ebbe ben intrattenuto tutti, e cantato assai per il piacere della gente, riprese a
recitare un componimento ben rimato.]

In Ispagna dunque romance, come designazione non più di 'lingua volgare', ma di


'componimento volgare', appare abbastanza tardi e rimane ancorato a testi poetici. All'ulteriore
evoluzione irradiata dalla Francia, che svincola romanz prima dalla connessione con il canto, poi
dalla connessione con i versi, la Spagna è rimasta estranea. Romance non ha mai acquistato in
Ispagna quel significato moderno di 'composizione narrativa prosastica, destinata alla lettura e
ampliamente sviluppata' con cui vive in tutte le altre lingue. Tale significato esiste bensì in ispano-
americano, dove è penetrato come anglicismo dall'America settentrionale; ma la lingua spagnola di
Spagna per designare quel genere letterario che noi chiamiamo romanzo usa per lo più il termine
novela (che noi invece riserviamo a una forma narrativa più breve e di carattere episodico).

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