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INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA

BIBLIOGRAFIA
Capaccioni – Settembre 2020
Tenere conto del binomio bibliografia e informazione

Compito della bibliografia → “coordinare e mettere a frutto in una particolare


maniera il sapere, facendo conoscere libri e promuovendone la diffusione”

La bibliografia continua a soffrire per il suo nome → già Walter Wilson Greg
(nel 1912) si era soffermato sull’ambiguità del termine, ritenendo che non si potesse
limitarne il significato alla sola compilazione di repertori. La bibliografia necessità di
più approcci.

Lo stato di incertezza iniziato nel ‘900 si è protratto fino ai nostri giorni, per capirlo è
sufficiente sfogliare diversi dizionari

- Treccani → 1) Disciplina che studia i vari sistemi di descrizione e


classificazione di testi (a stampa o su altro supporto), allo scopo di
fornire repertorI (...) di opere di scrittori, scienziati, ecc. → riserva la
prima accezione alla dimensione disciplinare della bibliografia, il
cui scopo principale è l’elaborazione di repertori; 2) Opera che
contiene un elenco sistematico, variamente ordinato, critico o
ragionato, di pubblicazioni di genere vario (b. generali) o relative a
specifici argomenti, settori, o a singoli autori (b. specializzate) ; 3)
Elenco, che si fa precedere o seguire a una monografia, a un articolo
e simili., di opere relative all’argomento trattato; 4) Il complesso
delle opere, saggi, articoli, ecc. che sono stati scritti su un
determinato argomento: b. dantesca; raccogliere una b. di studî
sull’allevamento delle api; b. ragionata, nella quale i testi citati sono
accompagnati da una breve scheda critico-esplicativa

- Oxford English Dictionary OED inizialmente cita un termine obsoleto


(The writing of book), a cui seguono la definizione che corrisponde alla
bibliografia analitica\critica (bibliologia), poi segue la definizione di
repertorio e per ultimo c’è il riferimento alle liste di libri.

Perché lo stato è ancora così confusionale? La bibliografia si potrebbe vedere


come una zona grigia in cui le differenze non sono immediatamente percepibili.
La disciplina nasce come strumento privilegiato degli studiosi, anche se dopo la
Seconda Guerra Mondiale alcune organizzazioni come l’UNESCO hanno
cominciato a promuoverne l’uso a fasce maggiori. In questo modo la bibliografia
ha conosciuto una nuova dimensione sociale favorendo una più ampia
circolazione di informazioni e il Long Life Learning.
Primo capitolo → paragrafo iniziale “La ricerca dei confini”
Affronta la questione della definizione della bibliografia, o meglio i
tentativi fatti per descrivere il suo ambito di indagine e fissare i confini
disciplinari. Prende in esame alcuni momenti della storia della bibliografia
per mostrare quali sono stati i rapporti con alcuni ambiti di studio più
vicini (biblioteconomia, bibliologia, archivistica). C’è un riferimento iniziale
ad importanti opere → “La biliotheca universalis” di Conrad Gesner e “La
bibliographia politica” di Gabriel Naudé.

‘700-‘800 → diffusione esigenza di definire in modo chiaro le competenze e


gli obiettivi della disciplina → Walter Wilson Greg che agli inizi del ‘900
poneva la questione → le competenze del bibliografo si sarebbero dovute
indirizzare in un ambito prevalentemente filosofico-letterario, mentre ai
repertori bibliografici e alle attività di descrizione e classificazione si
sarebbe dovuto assegnare un ruolo più strumentale. Da quel momento la
bibliografia perde la sua unità e si trasforma in un insieme di approcci la
cui identificazione risultava possibile solo attraverso il ricorso ad alcuni
aggettivi → enumerativo, sistematico, critico, analitico, ecc.

Secondo capitolo → si sofferma sui temi e sugli aspetti della storia


della bibliografia.

Il primo paragrafo → “Raccontare la bibliografia” → mostra il modo di


operare di alcuni studiosi che si sono occupati delle vicende storiche della
disciplina → Theodore Besterman con il saggio “The beginnings of systematic
bibliography”, ha contribuito a gettare le basi per una moderna narrazione. La
bibliografia si può raccontare in modi diversi: uno dei più diffusi è quello di prendere
in esame le caratteristiche dei repertori più prestigiosi. Questa impostazione non
reputa indispensabile approfondire la bibliografia e le altre discipline.

Il secondo paragrafo → “In senso ampio e in senso stretto. Un


nuovo approccio alla storia della bibliografia” → presenta l’ipotesi di
leggere l’evoluzione della bibliografia in modo diverso. La proposta prende
spunto dalla rivisitazione di Rudolf Blum in “Bibliographia. Eine wort und
begriffsgeschichtliche Untersuchung” (“Bibliographia. Un esame della storia
delle parole e dei concetti”). Lo studioso tedesco esamina le forme e gli usi differenti
del termine bibliografia usate nell’arco di alcuni secoli in diverse aree geografiche,
rintracciando la presenza di due modi di concepire la bibliografia che si possono
esprimere con le espressioni “in senso ampio e in senso stretto”. - La bibliografia
intesa in senso ampio → si presenta come una metadisciplina (una sorta di
scienza del libro), che racchiude l’insieme delle conoscenze e delle
competenze di questo campo di studi. - La bibliografia in senso stretto → le
sono assegnate competenze specifiche e in particolare lo studio e
l’elaborazione dei repertori. Seguendo l’impostazione di Blum, la storia
della bibliografia è un’alternanza\compresenza nelle diverse epoche dei
due “stati”

Il terzo paragrafo → “Le origini” → affronta la nascita della bibliografia.


Le tesi prese in esame sono due:

1) La prima tesi sostiene che la bibliografia si sia originata dopo l’avvento


della stampa a caratteri mobili

2) La seconda tesi ritiene che le informazioni sulla produzione editoriale


debbano essere considerate un’esigenza già a partire dall’età dei
manoscritti

C’è il confronto delle due tesi e c’è la proposta di alcune considerazioni sulla
diffusione delle bibliografie nell’età pre-gutenberghiana, prendendo in esame dai
“Pinakes” di Callimaco alle bibliografie degli scrittori cristiani come le
“Retractationes” di Agostino fino alle “Istitutiones divinarum et humanarum
lectionum” di Flavio Magno Aurelio Cassiodro.

Il quarto paragrafo → “Dalla bibliografia alla documentazione”


(1895-1910) → nuovo modo di intendere il libro e le discipline che si
occupano di esso (Europa e Stati Uniti). Le date fanno riferimento in
particolare alle iniziative di Paul Otlet e Henry La Fontaine, che sono note
come gli atti fondativi della nuova disciplina: la documentazione. I due
belgi erano interessati ad approfondire gli aspetti legati all’attività
bibliografica come l’organizzazione di un Repertoire Bibliographique
Universel. Il termine documentazione, usato con un’accezione prossima
all’odierna, si è diffuso in stretto collegamento con la bibliografia. Il
paragrafo offre informazioni sul contributo di altri protagonisti → lo
scienziato statunitense Herbert Haviland Field e il bibliografo francese e
medico di formazione Marcel Baudouin e un ragguaglio sulle discussioni
inerenti alla scelta delle classificazioni (Melvil Dewey) e le descrizioni
bibliografiche più adatte ai repertori.

Il quinto paragrafo → “La scienza del libraio” → è dedicato al ruolo che i


librai hanno avuto nello sviluppo della bibliografia. C’è una prima fase in
cui prevale la realizzazione di cataloghi di librerie → i “Messkataloghe” del
XVI secolo, i repertori specializzati di Cornelius van Beughem e di Jacques-
Charles Brunet

Il sesto paragrafo → “La bibliografia del ‘900: verso un’impresa collettiva” →


la trasformazione della bibliografia da impresa individuale a collettiva, con
il conseguente coinvolgimento di una pluralità di soggetti. La
trasformazione viene esaminata attraverso Theodore Besterman → in
veste di curatore di repertori e di responsabile di alcuni progetti di
organizzazione bibliografica internazionale.

Terzo capitolo → riguarda il presente e il futuro della bibliografia

Il primo paragrafo → “A chi serve la bibliografia?” → chi sono i


destinatari principali della disciplina, a cosa serve la bibliografia e quali
sono le sue funzioni. Gli studiosi si sono divisi in due schieramenti: 1)
coloro che considerano la bibliografia come strumento per eccellenza di
un pubblico di specialisti 2) chi sostiene che essa può interessare un
pubblico più ampio, poiché è chiamata a garantire l’accesso alla
conoscenza a tutti

Il secondo paragrafo → “La società dell’informazione e la


bibliografia” → si interroga su cosa può offrire la bibliografia alla società
dell’informazione (decisiva in alcuni settori della società). Vengono
mostrati quali sono gli apporti che la bibliografia può dare alla diffusione
dell’informazione nell’ambito della comunicazione registrata

Il terzo paragrafo → “La bibliografia in biblioteca” → esamina il


rapporto tra la bibliografia e servizi offerti dalle biblioteche. Legame che si
manifesta nell’attività di REFERENCE. Un contributo all’informazione
bibliografica avviene anche attraverso progetti internazionali come Universal
Bibliographic Control e Universal Availability Of Publications

Il quarto paragrafo → “La bibliografia del futuro” → esamina le sfide


che il nuovo ambiente digitale e la rete pongono alla bibliografia.
Preoccupa il fenomeno della DISINTERMEDIAZIONE; approfondisce
l’evoluzione della comunicazione registrata e presenta alcuni scenari in
cui la bibliografia può soddisfare il bisogno informatico della società
digitale
CAPITOLO 1

1.1. → La ricerca dei confini

Sul significato del termine bibliografia sono state scritte diverse definizioni. Essa si
definisce scienza del libro, poiché scrive i volumi per facilitarne l’identificazione con
metodo e rigore. È proprio l’oggetto di studio della bibliografia, il libro, a rendere la
definizione difficile. Una delle principali difficoltà della bibliografia consiste nella
capacità di determinare i propri confini.

Originariamente la bibliografia è stata legata all’idea di elenchi di libri e il bibliografo


a colui che raccoglie le informazioni sulle opere pubblicate (notitia librorum),
sistemandole in elenchi alfabetici organizzati in modo più o meno complessi.

Tra i padri della moderna bibliografia ricordiamo Conrad Gesner, che aveva
mostrato un particolare interesse per gli inventari. Pubblicò un ampio catalogo delle
piante, aveva poi raccolto informazioni su tutto ciò, nell’ambito scientifico, era stato
edito in latino, greco ed ebraico. Egli concepì una bibliografia che negli anni
successivi sarebbe poi diventata una guida al sapere mondiale. Il primo volume
dell’opera, “Bibliotheca universalis” (1545) metteva a disposizione agli studiosi un
repertorio in grado di fornire il maggior numero di informazioni bibliografiche, per
questo è stata considerata come uno dei primi tentativi di bibliografia generale e
internazionale. Poi pubblicò le “Pandette”, opera in cui le informazioni
bibliografiche venivano riproposte e suddivise per argomento. Con Conrad la
bibliografia sembrava aver trovato il suo scopo, ovvero raccogliere e
organizzare informazioni bibliografiche su ciò che si pubblicava nel mondo in
ambito scientifico. Fino al XVIII secolo la bibliografia è stata prevalentemente
identificata con l’attività di elaborare liste di libri, successivamente le sono state
attribuite anche competenze sulla dimensione materiale del libro, che
spostarono l’attenzione verso aspetti storici e artistici, nel corso del XVII secolo
rintracciamo un primo confronto con la tradizione erudita e con quella ampia area
disciplinare, l’historia literaria, che comprendeva la letteratura e la storia. Ricordiamo
in questo ambito Gabriel Naudé che nella sua opera approfondì la sua
convinzione che il progresso della scienza si basava sullo studio sia dell’histoire des
lettres e quello dell’histoire des livres. A lui viene attribuito anche il merito di aver
utilizzato per primo il termine bibliografia con un’accezione vicina a quella
moderna. Va ricordato però che in quegli anni si usava il termine bibliotheca per
indicare sia i repertori bibliografici che la raccolta di libri.

Il dibattito su questi temi riprende vigore nell’Europa Francofona, in Germania, nel


Regno Unito e negli USA nel XIX secolo. Verso la fine del secolo si era assistito alla
coesistenza di diversi modi di concepire la bibliografia:

- in Francia si tendeva a identificare la disciplina prevalentemente con lo studio del


libro e delle biblioteche ma anche con un interesse verso i sistemi di classificazione;
- in Germania si preferiva approfondire invece la funzione e l’utilizzo dei repertori; -
l’area di lingua inglese oscillava tra le due diverse posizioni.

Jean Pier Namur → aveva iniziato ad occuparsi di sistemi di


classificazione del sapere da impiegare nell’organizzazione delle
biblioteche. Avanzò la proposta di collocare la bibliografia in una classe
posta subito dopo l’histiore litteraire. Aveva elencato nel 1839 nel suo
“Sistema bibliografico delle conoscenze umane” le caratteristiche principali che
doveva possedere un bibliografo, un profilo ideale dell’utente della bibliografia:
istruita, dedita a molte letture, conoscenza storia letteraria, principali lingue correnti e
classiche, spirito critico, continuità, ordine e buona memoria.

Si può affermare quindi che ai bibliotecari, librai e bibliofili dell’800 non erano
mancate le occasioni per scambiarsi opinioni. Con sempre più frequenza
le università europee hanno creato cattedre legate alle discipline del libro:
in Italia per esempio il primo corso di bibliologia venne avviato nel 1865
dall’Università di Napoli. Qualcosa stava cambiando → si era diffusa
l’esigenza di definire con chiarezza, competenze ed obiettivi della
disciplina → ciò comportò un ripensamento dei rapporti con le discipline
affini (ovvero biblioteconomia, paleografia, archivistica, ecc.) ma anche
con quelle con cui da tempo venivano coltivate relazioni, come letteratura
e storia → la bibliografia stava entrando nell’età dell’incertezza.

Da ricordare le posizioni di 2 studiosi in particolare:


- Henri Stein → fu un archivista che aveva ricoperto ruoli
dirigenziali e si era distinto come autore di repertori bibliografici
e contributi alla bibliografia, secondo lui la bibliografia doveva
impegnarsi di più per stabilire delle regole fisse\invariabili\
universali, ma purtroppo questa posizione non era mai stata
intrapresa sul serio e questo quindi aveva favorito il moltiplicarsi
di approcci e interpretazioni. Per questo lo studioso aveva
proposto, per contrastare la frammentazione, che la bibliografia si
dovesse concentrare su tre aspetti: studio del libro come oggetto
fisico; attività di catalogazione; classificazione.

- Walter Wilson Greg, studioso inglese che aveva posto la


semplice ma efficace domanda, all’inizio del ‘900, come titolo di un suo
intervento: “What is bibliography?”. Questa semplice domanda
divenne il simbolo della confusione di quel periodo riguardo la disciplina.
In realtà la domanda iniziale era già stata formulata da alcuni studiosi
come Frank Campbell (bibliotecario del British Museum), fu tra i
primi ad occuparsi del controllo bibliografico universale. Che aveva
posto la medesima domanda in un intervento tenuto alla Library
Association a Nottingham;

quest’ultimo aveva sollevato anche un’altra questione: “siamo davvero tutti


d’accordo su ciò che intendiamo quando usiamo il termine bibliografia?”. Per
Campbell la risposta era negativa. Secondo lui l’obiettivo principale della disciplina
era quello di informare i lettori di tutto il mondo riguardo a ciò che era stato
pubblicato su ogni argomento. La differenza tra Greg e Campbell era che il primo
tendeva a sottolineare una discontinuità rispetto agli approcci precedenti. Tra i fattori
che avevano favorito questa presa di posizione dobbiamo ricordare la nascita nel
1892 della Bibliographical Society di Londra, a cui Greg aveva aderito tra i
primi e della quale il seguito divenne presidente → nuovo tipo di approccio
definito New bibliography. Nel suo intervento Greg voleva soffermarsi su
l’ambiguità del termine bibliografia: è appunto noto il passo secondo cui la
bibliografia soffre per il suo nome. Lo studioso riteneva inopportuno limitare il
significato del termine alla sola descrizione dei libri. Secondo lui la bibliografia aveva
invece il compito di trasmettere materiale dei testi letterari, trasformandosi quindi in
una Bibliografia critica, lasciando lo studio dei repertori a quella che lui chiamerà
bibliografia sistematica; l’intento di Greg era chiaro: indirizzare le competenze del
bibliografo in ambito prevalentemente filologico letterario mentre ai repertori
bibliografici e alle attività di descrizione e classificazione si sarebbe
dovuto assegnare un ruolo più strumentale. Da quel momento la
bibliografia perde la sua unità e si trasforma in un insieme di approcci la
cui identificazione risultava possibile solo attraverso il ricorso ad alcuni
aggettivi → enumerativo, sistematico, critico, analitico, ecc..
Nei primi anni del 900 le discussioni si complicarono ancora di più a causa di diversi
fattori. Uno dei principali è dato dal consolidarsi del movimento inglese di cui Greg
faceva parte. I nuovi bibliografi volevano indirizzare la disciplina verso una radicale
scelta di campo: occuparsi del libro come oggetto fisico, studiare a fondo le sue
componenti, approfondendo la sua storia. Lo studio del libro come oggetto materiale
in Italia e in altri paesi era per ho già praticato da tempo e prendeva il nome di
bibliologia. In Belgio ricordiamo due avvocati, La Fontaine e Otlet, impegnati
nella progettazione di un sistema di raccolta e di catalogazione delle informazioni
bibliografiche provenienti da tutto il mondo. In uno dei loro più noti contributi
mettevano in rilievo il crescente interesse che stava suscitando la bibliografia.
Sottolineavano l’utilità e la necessità di un repertorio bibliografico universale. I due
rileggevano la storia della bibliografia come un avvicendarsi di modalità diverse
nella gestione dell’informazione relativa a libri, periodici e altro materiale. Secondo
loro la bibliografia avrebbe dovuto puntare, per il futuro, a una cooperazione
internazionale tra enti pubblici e soggetti privati, privilegiando l’adozione di
validi standard di catalogazione e classificazione. Il “Repertoire” di La
Fontaine e Otlet aveva costretto il mondo della bibliografia a fare i conti con delle
novità: un’editoria in forte crescita e internazionale; la comparsa di nuovi
supporti; la diffusione di nuovi documenti.

I due fondano l’Istituto Internazionale della Bibliografia che cambierà il


nome in Istituto Internazionale della Documentazione.

La seconda parte del ‘900 sembra segnata da una crisi di visibilità della
bibliografia, come aveva fatto notare Walter Benjamin → la crescita di
importanza della bibliografia aveva portato a una diminuzione
dell’attenzione a essa dedicata. Ciò può essere condotto a diverse cause
→ tra le quali spiccavano le incertezze sulla sua natura che causavano, tra
le altre, l’instabilità dei sui suoi confini. Una delle questioni che più ha
coinvolto gli studiosi è stata quella relativa alla natura scientifica della
bibliografia. Secondo Schneider la bibliografia era un insieme di scienza e
attività pratiche.

Su questi argomenti era intervenuto anche Tanselle che riteneva di poter


descrivere due fasi:

1) nella prima fase i bibliografi avevano trovato nel paragone con la scienza
un’analogia che dimostrava che il loro campo di studi era serio e
sistematico

2) la seconda fase, detta critica, era iniziata quando i bibliografi avevano


avvertito l’esigenza di un approfondimento del rapporto tra bibliografia e
scienza. Questa riflessione si era protratta nel tempo fino a quando non si
arrivò alla definizione, da parte dei nuovi bibliografi, di bibliografia
analitica
→ caratteristiche che permettevano di paragonarla ad una forma
di indagine storica.

Per quanto riguarda l’Italia si affermò dopo l’Unità una visione tripartita del
mondo del libro: bibliografia, bibliofilia e biblioteconomia. Esse avevano
competenze che per alcuni studiosi si sovrapponevano, per altri non venivano
riconosciute.

Battista Montarolo pubblica “Biblioteca bibliografica italiana” nel 1885, e qui


afferma che il suo lavoro era suddiviso in tre parti nettamente distinte →
bibliografia, tipografia e biblioteche. È importante perché ha contribuito a fissare i
confini della disciplina e a mettere a fuoco in modo chiaro i tre ambiti di competenza.

Ricordiamo poi Giuseppe Ottino e Giuseppe Fumagalli, entrambi


bibliotecari, che pubblicarono “Bibliotheca bibliographica italica”, dove facevano
capire la loro accezione di bibliografia come l’insieme di tutte quelle scienze che
studiano il libro dalle origini nei torchi della stamperia fino agli scaffali. Questo
tipo di impostazione si impose anche tra gli studiosi degli anni successivi, ma il
mondo bibliografico italiano continuò a preferire la tripartizione precedente, perché la
loro vedeva la bibliologia come storia della stampa, del libro e della sua
ornamentazione; bibliografia o elenco di tutte le fonti bibliografiche; biblioteconomia
abbraccia tutti i lavori che si compaiono nelle biblioteche.

Tutto ciò comunque presupponeva la determinazione di confini netti e definiti tra le


discipline, individuando quindi gli oggetti di studio precisi. In questo modo la
bibliografia si avvicinava sempre di più a un’attività repertoriale, ovvero
l’insieme di principi e tecniche utilizzati per l’elaborazione di liste di libri.

Giorgio Emanuele Ferrari sosteneva una bibliografia il cui scopo principale


era compilare strumenti repertoriali, e proprio per questo si differenziava da
bibliologia e biblioteconomia. Negli anni successivi in Italia si afferma sempre di
più questa tendenza repertoriale. Anche in epoche più recenti in Italia è stato
affrontato il tema del rapporto tra le discipline.

Fumagalli → propone una disciplina che abbraccia due parti: 1) una


generale erudita che consiste nella storia del libro e delle forme che ha assunto
nelle diverse epoche; 2) l’altra speciale e pratica consiste nella conoscenza
particolareggiata dei libri, soprattutto dei libri più rari, più belli e più utili

Ricordiamo il lavoro di Giovanni Solimine, al termine del quale avanza una


proposta: considerare le due discipline di biblioteconomia e bibliografia dal
punto di vista del loro scopo comune, ovvero la mediazione tra utente e
documento. In questo modo le due discipline appaiono meno distanti, anche se la
bibliografia si propone principalmente di elaborare raccolte ideali di libri e persegue
l’intento di descrivere la “copia ideale” per garantire una corretta individuazione della
risorsa documentaria. La biblioteconomia si occupa di una raccolta concreta di
oggetti e predispone gli strumenti necessari per un’analisi dell’esemplare posseduto
dalla singola biblioteca. I due ambiti possono però essere ricondotti a un’unica
attività: la ricerca di documenti: la bibliografia approfondisce tutte le fasi
dell’individuazione dei documenti, la biblioteconomia si occupa della loro
localizzazione e gestione.

CAPITOLO 2
2.1 → “Raccontare la bibliografia”

La storia della bibliografia è stata studiata da un numero ristretto di autori che si


sono concentrati sull’evoluzione dei reperti bibliografici. È il parere di Louise-
Noelle Maclès che ha sostenuto che la storia della bibliografia non è mai
stata scritta o lo è stata solo parzialmente. Se il frutto delle loro attività non è
stato ritenuto degno di nota è quindi in primo luogo colpa degli stessi
bibliografi. Tra la fine dell’’800 e i primi del ‘900 è possibile individuare dei
lavori in cui si possono trovare parti dedicate agli aspetti storici →
possiamo in primo luogo ricordare un’opera di Georg Schneider → il suo
lavoro presenta un’ampia sezione enumerativa, comprendente un dettagliato elenco
di repertori bibliografici, preceduta da una trattazione teorica e una sezione dedicata
all’approccio. Lo stesso autore aveva fatto notare che non esisteva ancora
un’esaustiva esposizione delle vicende storiche della bibliografia. L’opera ha
presentato la bibliografia come una componente della dimensione culturale della
società. Secondo la Mècles il primo bibliografo ad essersi seriamente occupato nel
‘900 degli aspetti storici della bibliografia è stato Theodore Besterman →
con il saggio “Sulle origini della bibliografia”, che ha contribuito a gettare le basi
per la moderna narrazione dell’evoluzione della disciplina. Lo studioso fu
autodidatta e con una forte passione per i libri e aveva svolto diversi lavori:
bibliografo, curatore di edizioni, funzionario pubblico ed editore. Aveva cominciato a
progettare il suo lavoro sulle origini della bibliografia nel 1932 dopo un invito a tenere
una conferenza all’argomento; dopo aver raccolto il materiale necessario tenne la
sua conferenza, e constatando la mancanza di un moderno profilo delle origini della
bibliografia decise di avviare un lavoro più articolato. In questo periodo il dibattito era
favorito soprattutto in Inghilterra. Besterman aveva riassunto le posizioni
affermando che “la bibliografia si divideva in due parti distinte e ben
individuabili: enumerazione e classificazione dei libri e lo studio comparativo
e storico della loro produzione.” La prima è stata chiamata bibliografia
sistematica, la seconda bibliografia critica. Greg giunse poi a negare
l’esistenza di una bibliografia con funzioni unicamente enumerative. Greg
aveva proposto un’ampia riflessione sulla bibliografia, definendo la
bibliografia descrittiva o sistematica, a cui aveva assegnato il compito di
descrivere e ordinare i libri secondo un principio direttivo, e una bibliografia
critica che si sarebbe invece dovuta occupare della trasmissione materiale dei
testi letterari. Alcuni anni dopo si diceva sempre più convinto che la disciplina
avrebbe dovuto occuparsi in modo esclusivo dello studio della trasmissione
dei documenti, mettendo in secondo piano quella enumerativa → Besterman
rispose indirettamente difendendo la bibliografia enumerativa, affermando che
essa poteva contare su una maggiore anzianità rispetto a quello della
bibliografia critica. In questo clima di contrapposizione nacque l’idea di scrivere
“The beginning of systematic bibliography”. In questo contesto Pollard invita
Greg e Gaselee (molto critico verso Greg) a continuare le rispettive attività di
ricerca all’interno di un unico campo disciplinare, la bibliografia, vista come un
grande ombrello. Vent’anni dopo le asprezze della polemica sembravano dissolte e
forse per questo non fu ritenuto opportuno ripubblicare le osservazioni. Il clima era
cambiato e le bibliografie critica e descrittiva avevano rafforzato le loro posizioni.
Besterman poi acquistò il magazzino della casa editrice La Palme e va
annoverato tra quegli studiosi che per primi si sono cimentati in una più
ampia ricostruzione delle vicende storiche della bibliografia. Nel corso del ‘900
si registreranno poi altri tentativi. Nonostante ciò rimarrà per molto tempo oggetto di
interesse di pochi studiosi, forse perché, come Besterman aveva ben presente, il
bibliografo incontra difficoltà in ogni epoca nel rintracciare i repertori
bibliografici

2.2 → “In senso ampio e in senso stretto. Un


nuovo approccio alla storia della bibliografia”

La storia della bibliografia può essere raccontata in diversi modi; uno dei più
diffusi consiste nella presentazione di un elenco dei repertori più significativi
pubblicati nel tempo, esaminando le sue caratteristiche e sulla base di
queste
produrre un profilo della disciplina. La storia della bibliografia però non si può
limitare a questo, in quanto dovrebbe fare riferimento alle finalità e alle prassi messe
in atto dalla bibliografia per rispondere alle esigenze informative. L’idea di un
diverso approccio alla storia della bibliografia nasce con un’opera di Rudolf
Blum → nuovo tipo di approccio che prevede l’approfondimento delle
relazioni tra la bibliografia e la biblioteconomia e le altre discipline del libro →
in essa viene fornita per la prima volta il panorama dei termini con cui si definisce la
bibliografia nelle lingue europee, offrendo agli studiosi un'esauriente analisi lessicale
e concettuale. Blum prese spunto da Pierre Carron che sottolineava
l’esistenza di una certa confusione nell’uso del termine bibliografia; lo studioso
tedesco si era reso conto della mancanza di uno studio introduttivo alla
disciplina in grado di analizzare cronologicamente e per aree linguistiche i
diversi significati e definizioni. Attraverso l’esame di liste di libri, contributi teorici,
cataloghi di bibliografici e manuali, decise di ricostruire l’evoluzione della parola
bibliographia in Occidente.

- In antichità il termine era stato usato raramente e per rappresentare


l’attività scrittoria.

- Si approfondiva poi il XVII secolo, periodo in cui si è cominciato a


diffondere il significato che oggi conosciamo di descrizione dei libri.

- I secoli cruciali furono ‘700 e ‘800, durante i quali fu consolidato l’uso


della parola in questione

- Fino ad arrivare al concetto di new bibliography

- Arrivando poi ai primi decenni del XX secolo.

L’interesse di Blum era nato in Italia → giovane studioso, dopo la laurea


all’università di Berlino nel 1933 e aver avuto l’anno seguente l’abilitazione
all’insegnamento, fu però costretto a sottostare alle leggi razziali che lo escludevano
dal pubblico insegnamento. Nel 1934 era venuto a sapere che in Italia il filologo
Giorgio Pasquali stava cercando degli studiosi tedeschi per dei tirocini a
Firenze, quindi decise di trasferirsi. All’atto di iscrizione all’università di Firenze gli
vennero convalidati molti esami e quindi si laureò in breve tempo, per poi iscriversi
alla scuola speciale per bibliotecari e archivisti, fondata dal paleografo Luigi
Schiapparelli. Diventò l’allievo preferito del filologo, linguista e direttore della
scuola Carlo Battisti e con lui si diplomò con una tesi bibliografica sui dialetti
italiani. In questa occasione Blum si avvicinò per la prima volta alla bibliografia con
un approccio specialistico, che lo portò poi alla stesura e pubblicazione della sua
“Bibliographia”. Qui possiamo trovare alcune osservazioni relative alla natura
della bibliografia e ai rapporti con le altre discipline. Qui analizza anche l’opera
di Charles-Victor Langlois e faceva notare che il bibliografo e studioso
francese aveva distinto nettamente tra bibliografia in senso ampio e
bibliografia in senso stretto: secondo Langlois la prima si occupava
della science des livres, la seconda dei repertori.

Langlois → la bibliografia in senso ampio era intesa come una


metadisciplina, ovvero concentrava su di sé altre discipline; la bibliografia in
senso stretto si intendeva quando essa concentrava le sue attenzioni su di
un ambito specifico (specialistica).

Da ciò si può notare che ci sono due visioni contrapposte → da un lato la


bibliografia era intesa come una metadisciplina e dall’altro è concepita con
una sua autonomia che però si definiva tramite un confronto con discipline
affini. La contraddizione era che la bibliografia si configurava al tempo
stesso come scienza dei libri e come parte di essa → contraddizione

Secondo Blum la bibliografia andava intesa in senso stretto quando


circoscriveva il suo settore disciplinare e si privilegiavano i repertori; la
bibliografia in senso ampio era paragonabile a una metadisciplina, in grado
di includere conoscenze e competenze riguardo a quell’ambito di studi.

2.3 → “Le origini”

Le discussioni sulle origini vennero riprese nell’opera di Georg Schneider, che


nel suo manuale aveva sostenuto un esplicito collegamento tra le origini della
bibliografia e l’avvento della stampa. Sulla base di questa interpretazione si riteneva
che durante l’era dei manoscritti non fosse emerso un particolare interesse verso i
repertori, essenzialmente per due ragioni: il numero di opere in circolazione era
ancora limitato e gli studiosi interessati a questo tipo di strumenti erano pochi. La
nuova arte tipografica, grazie alla rapida crescita del numero dei libri e all’aumento
della domanda, aveva creato le condizioni necessarie allo sviluppo della bibliografia
come la si conosce oggi.

Queste sue posizioni vennero poi riprese da Blum, secondo cui la storia della
bibliografia ha inizio solo dopo mezzo secolo dall’invenzione di Gutemberg. La tesi
si basava sul fatto che durante l’età dei manoscritti i pochi elenchi di libri a
disposizione non potevano essere considerati come dei veri repertori, in quanto le
citazioni bibliografiche erano incomplete. Si deve ricordare che durante l’età dei
manoscritti la percezione della dimensione dell’intellettuale e materiale del libro era
diversa rispetto a quella che si è manifestata dopo Gutemberg.
Besterman aveva sostenuto però tesi diverse → affermava che
l’esistenza delle bibliografie, anche se limitate, era nota già prima della
fine dell’età dei manoscritti (es. vite dei Santi a forma di calendario);
bibliografia nasceva da un’esigenza di informazione dell’uomo e che
questo tipo di necessità prescindesse dal ricorso a specifiche tecnologie o
da particolari tecniche di descrive; durante l’epoca dei manoscritti si
pensava di più al contenuto intellettuale che agli autori; l’incompletezza
della citazione bibliografica → definita da Blum mancanza di dettagli
bibliografici → per Besterman non pregiudicava la funzione comunicativa di un
repertorio. Anche Luigi Balsamo ribadiva queste posizioni. Si può
osservare che la maggiore circolazione dei libri stampati aveva prodotto una
consistente crescita della domanda di informazione bibliografica che poi aveva
stimolato l’elaborazione di nuovi repertori. Altri studiosi sono rimasti in una posizione
intermedia, come fece Louise-Noelle Maclès, che in una delle sue opere
riconosceva che l’origine dei repertori dovesse essere collocata in epoche più
remote.

In tempi più recenti ricordiamo Alfredo Serrai, che sottolinea che la


bibliografia svolge un’attività di intermediazione e di organizzazione dei
significati a prescindere dal tipo di tecnologia, e per questo riserva un
capitolo della bibliografia anche all’età dei manoscritti. È utile ricordare che da
quando l’oralità è stata sostituita dalla scrittura, i supporti sono diventati una
componente importante del processo di diffusione della cultura.

Gli effetti di questi cambiamenti sono stati poi accresciuti dall’invenzione della
stampa e dalla rivoluzione elettronica. La bibliografia è pienamente coinvolta in
questa evoluzione. È quindi legittimo risalire fino alla prassi bibliografica del mondo
classico e pagano. Una delle espressioni più alte è rappresentata dai “Pinakes”
(quadrettino dipinto, Pinax, che affiancava una sorta di targhetta allegata
ad ogni papiro → la targhetta conteneva le informazioni essenziali che
servivano a identificare l’autore dell’opera contenuta nel rotolo), catalogo
di Callimaco che elencava le opere di autori conservati nella Biblioteca di
Alessandria d’Egitto. Callimaco può essere considerato come l’iniziatore
della bibliografia, ovvero di un repertorio in cui per ogni opera elencata
troviamo descrizione, nome dell’autore e annotazioni bibliografiche.

Per quanto riguarda la letteratura cristiana antica ricordiamo la “Vita Cypriani”


scritta dal diacono Ponzio nel III secolo, che conteneva un elenco delle opere
composte dal vescovo Cipriano. Anche Eusebio di Cesarea ha fornito un
contributo bibliografico nella sua “Historia ecclesiastica” → padre della
storiografia cristiana; cita gli autori cristiani ed inserisce anche le opere da
loro composte.
Girolamo → “De viris illustribus” → bibliografo; fornisce il ritratto degli
autori che si erano dedicati allo studio delle Sacre Scritture.

Ricordiamo poi Agostino d'Ippona che nelle sue “Retractiones” → elenca


gran parte delle sue opere, accompagnando ogni citazione bibliografica da
annotazioni sulla finalità e sulle circostanze della composizione e da
valutazioni di varia natura.

Anche Cassiodoro → “Insitutiones divinaum et humanarum lectionum” →


nella prima parte si era venuta a creare una bibliografia ragionata in cui
era preso in esame l’Ottateuco, il libro dei Re, i Vangeli, gli Atti degli
Apostoli e l’Apocalisse. Cassiodoro non aveva elencato solo un elenco di
volumi da leggere, ma aveva fatto trascrivere anche i testi più importanti; le
informazioni di natura bibliografica nell’opera di Cassiodoro avevano un
preciso intento educativo, in quanto lo stesso autore temeva la mancanza
di buoni maestri e di scuole autorevoli → il testo nasceva come una guida
alla lettura dei libri raccolti nella biblioteca del convento, una sorta di
catalogo ragionato.

Possiamo ricordare infine Isidoro di Siviglia, di cui possiamo ricordare


“Versus in bibliotheca” ed “Etymologiae” → compendio di cultura antica e
paleocristiana ripartito in categorie grammaticali.

2.4 → “Dalla bibliografia alla documentazione (1895-1910)

Il periodo che va dagli ultimi anni del XIX secolo ai primi decenni del secolo
successivo è decisivo per comprendere gli sviluppi della bibliografia in età
contemporanea. In alcuni Stati si erano venute a creare le condizioni in grado di
favorire un innalzamento dei livelli della qualità della vita in vari ambiti: questo
periodo era definito come Belle Epoque. Sono anni in cui si assiste alla
crescita dell’attenzione da parte di autorità pubbliche nei confronti dei
sistemi scolastici e della creazione di sistemi bibliotecari locali o nazionali.

Era cresciuto l’interesse anche verso la public library, istituto


bibliotecario pubblico (servizi gratuiti per tutti).

Regno unito → 1850 → Public Libraries Act + varie iniziative per favorire
l’istituzione di biblioteche pubbliche negli USA → influiscono sul destino delle
social library (private)
Crebbe anche il numero delle Università. La comunità scientifica fece fronte a
queste esigenze con la fondazione di nuove riviste e la creazione di collane
specializzate.

Tra 1895 e 1910 veniva messo a punto un nuovo modo di concepire libro,
documento e informazione → Paul Otlet venne da tutti riconosciuto come
fondatore della documentazione. Il 1895 è noto come l’anno della fondazione
dell’Institut International de Bibliographie di Bruxelles, promosso da Henri
La Fontaine e Paul Otlet → progetto di gestione dei dati bibliografici a
carattere internazionale. Proprio nel settembre dello stesso anno i due
organizzarono la prima Conference de Bibliographie da questa conferenza
emerse un’attenzione verso la classificazione decimale Dewey; inoltre la
conferenza propone ai governi di unire le forze e costituire una unione
bibliografica universale. Fu inoltre approvata una risoluzione che invitava gli
Stati a occuparsi delle rispettive bibliografie nazionali, adottando una
legislazione uniforme sul deposito legale.

Nella stessa conferenza si davano la definizione di documento e


documentazione. Documentazione viene affiancato alla parola bibliografia.
Serviva un termine che unisse sotto un’unica etichetta le attività svolte in
ambito bibliotecario e archivistico → documentazione.

Il documento comprende un oggetto, un fatto, un’idea o un’espressione


rappresentato o espresso con l’aiuto di segni grafici; i testi scritti rappresentano la
categoria più numerosa.

La documentazione è l’unione e la coordinazione di documenti isolati, in modo da


costituire gruppi organizzati; ha lo scopo di fornire rapidamente e facilmente il grado
di conoscenza e cultura dei materiali di studio. I due avvocati belgi, soprattutto
Otlet, si stavano rendendo conto che l’oggetto della documentazione non
poteva essere più solamente il libro, ma una più ampia tipologia di
pubblicazioni realizzate in vari ambiti.

La bibliografia diventava quindi una branca della documentazione, il cui


scopo era quello di proporre una nuova organizzazione dell’informazione
bibliografica.

Nel corso della conferenza fu deciso di tenere Bruxelles dal 1910 un periodico,
ogni anno, un Congresso Internazionale della Bibliografia e della
Documentazione. Otlet e La Fontaine non furono però i primi ad occuparsi
dell’organizzazione bibliografica internazionale, infatti già altre associazioni ed enti
avevano avanzato dei progetti al riguardo, come la Royal Society di Londra che
aveva intenzione di realizzare una bibliografia scientifica internazionale e proprio
per questo motivo aveva già avviato degli incontri, o il Concilium Bibliographicum
di Zurigo (Herbert Haviland Field, schede mobili a pagamento sempre
aggiornate e classificazione di Dewey) che voleva garantire una copertura
bibliografica completa e aggiornata in ambito zoologico. Importante ricordare
anche l’attività dell’Institut de Bibliographie fondato da Baudouin a Parigi da
Marcel Baudouin → il suo repertorio si era specializzato in un particolare
settore scientifico ed era accessibile attraverso la sottoscrizione a un
abbonamento → Baudouin pubblica “Repertoire bibliographique universel”,
catalogo aggiornato che raccoglie informazioni di ambito medico registrate su
schede mobili.

Il catalogo di Otlet e La Fontaine invece voleva essere universale e puntava


prevalentemente ai finanziamenti pubblici.

Per quanto riguarda l’Italia i bibliografi concentrato la loro attenzione sull’Institut di


Otlet e La Fontaine, ma con modesti risultati → Fumagalli.

Possiamo essenzialmente affermare che il periodo tra ‘800 e ‘900 fu molto


importante per lo sviluppo della bibliografia contemporanea. Soprattutto
negli ultimi decenni del XIX secolo si ha un momento di svolta → per la
divisione tra enumerativa ed analitica, ma anche per la nascita della
documentazione.

Questi progetti mettono in discussione la centralità del libro, i repertori non potevano
più ignorare prodotti editoriali che erano stati marginalizzati o esclusi

In questo periodo di cambiamenti l’universo bibliografico non poteva più ignorare


prodotti editoriali rimasti fino ad allora ai margini, quali ad esempio articoli, periodici,
brevetti, fotografie, registrazioni audio e video. Tutte queste novità dovevano essere
chiamate in modo diverso e visto che il termine bibliografia sembrava troppo legato
all’impostazione tradizionale, si optò per il termine documentazione.

Tra ‘800 e ‘900 si intensificarono le discussioni anche riguardo la citazione


bibliografica, che poteva essere sintetica o dettagliata, descrittiva o
comprensiva di annotazioni. Per quanto riguarda la classificazione il dibattito era
stato ravvivato dalla diffusione del Dewey Decimal Classification (CDD), che
inizialmente aveva subito diverse critiche da parte di alcuni bibliografi. Alcuni
di essi in Europa avevano infatti sottolineato i difetti della classificazione; in Italia
ricordiamo ad esempio Giuseppe Fumagalli, che più che la classificazione
Dewey criticava le iniziative di Otlet e La Fontaine. Stesse posizioni si
trovavano anche in Angelo Fortunato Formiggini che, pur apprezzando
la struttura generale dello schema classificatorio, aveva posto in evidenza
dei limiti interni. In Italia comunque c’erano anche diversi sostenitori della
classificazione Dewey, molti dei quali però non provenivano dalle biblioteche e
non si erano mai interessati a libri antichi o repertori in senso tradizionale. I
sostenitori inoltre non vantavano una carriera accademica, anche se molti avevano
una formazione universitaria.

2.5 → La scienza del libraio

I librai hanno avuto un ruolo significativo nello sviluppo della bibliografia, ma non
sempre questo è stato loro riconosciuto. Ricordiamo ad esempio Brunet con
“Manuel du libraire et de l’amateur de livres”, uno dei librai che più ha influito
sulle successive generazioni di bibliografi. Giuseppe Fumagalli, dopo più di un
secolo, annoverava il sistema Brunet tra gli schemi di classificazione degni di
rilievo e il suo “Manuel” ancora oggi è considerato un valido strumento per
l’identificazione delle edizioni rare → definisce la bibliografia come “la
scienza del libraio colto”.

Si deve innanzitutto tracciare una breve storia della professione libraia: in molte parti
d’Europa i librai, rifacendosi a un’organizzazione del lavoro di origine medievale, si
erano organizzati in corporazioni (specifiche o miste). Si diventava librai prestando
lavoro come apprendisti. Per lungo tempo libraio e stampatore sono stati la
stessa persona, tanto che produzione e vendita si trovavano riuniti nella
stessa persona → per contenere i costi, per tenere sotto controllo la filiera
e c’erano delle leggi da osservare.

Solo dal XIX secolo si sentì l’esigenza di differenziare i due mestieri. I librai
inoltre intrattenevano rapporti commerciali e gestivano le relazioni con i
clienti, che anche se non erano numerosi avevano esigenze diverse.
Alcuni librai colti avevano cominciato a perfezionare la loro attività
attraverso formule di lettura in libreria o di prestito a pagamento.
Cominciarono ad apparire i primi schemi di classificazione quanto si sentì
l’esigenza di migliorare l’organizzazione dei volumi. Le classificazioni
rendevano più efficace la gestione della libreria → elenchi di libri pubblicati
da più tipografi, stirare delle liste di tutti i volumi e delle edizioni che
potevano essere reperibili in biblioteca o in libreria → chiamate book list.

Nella prima fase dopo Gutenberg tra i librai comunque non si era manifestata la
volontà di segnalare le novità editoriali o le edizioni disponibili. Con l’incremento
delle edizioni le librerie hanno poi cominciato a sentire l’esigenza di
possedere strumenti più precisi. Alla fine del XV secolo le liste si erano
trasformate in una sorta di catalogo, in alcuni casi anche in un lavoro di descrizione
più accurato. Possiamo menzionare ad esempio i cataloghi editoriali di Aldo
Manuzio (opere tascabili e invenzione font). In Germania si diffusero poi anche i
Messkatalogue, cataloghi a stampa in cui erano elencati i volumi disponibili
durante le fiere dei libri di Francoforte → i Messkatalogue erano
periodicamente aggiornati, suddivisi per argomento e presentavano
descrizioni dell’edizione sufficientemente dettagliate.

Da segnalare che anche una delle prime bibliografie nazionali è opera di un libraio: è
il Catalogue of English printed books, curato e pubblicato da Andrew
Maunsell. A lui è riconosciuto da molti come innovatore in campo bibliografico, ma
gli veniva riconosciuto anche il merito di aver contribuito a perfezionare la
descrizione dei volumi nei repertori: aveva introdotto un livello di accuratezza fino ad
allora sconosciuto. Il cognome era preferito al nome, sia per autore che
tipografo; veniva poi riportata data di stampa, formato e volume. Sono state
introdotte una serie di scelte che diventarono poi modello per tutta la
tradizione catalografica inglese. Come detto inizialmente, però, il lavoro dei librai
non è stato sempre riconosciuto. I librai nel XX secolo si sono trasformati in utenti di
repertori scritti da altri e il loro apporto alla bibliografia si è ridotto alla realizzazione
di cataloghi di singole case editrici o alla realizzazione di repertori di libri in
commercio (book in print). Dovremmo quindi saper riconoscere il lavoro che le
singole professioni del libro hanno fornito nel tempo alla bibliografia.

2.6 → La bibliografia nel Novecento: verso


un’impresa collettiva

Uno dei tratti che ha caratterizzato la bibliografia nel XX secolo è stata la


trasformazione da impresa individuale a impresa collettiva. Luoise-Noelle
Maclès ha richiamato l’idea di un metodo cooperativo che si sviluppò in
Germania già alla fine del XIX secolo. Lo stesso Fumagalli affermava che lo studio
della ricerca bibliografica si adattava alla “cooperazione di più lavoratori”, che lui
approvava incondizionatamente.

La situazione economica sviluppatasi nel primo dopoguerra aveva cambiato il modo


di percepire i repertori, in particolare quelli interessati alla copertura di un più ampio
spettro della produzione editoriale. L’approccio ottocentesco che prevedeva un
singolo studioso impegnato nella raccolta delle notizie bibliografiche veniva sostituito
da un modello che prevedeva la divisione del lavoro, la sua distribuzione tra
specialisti che operavano una profonda opera di selezione.

Theodore Besterman aveva avviato il lavoro del suo repertorio, “A world


bibliography or bibliographies” nel 1935. La prima edizione venne pubblicata a
sue spese nel 1939, in quanto considerata un progetto troppo ambizioso dalla
Oxford University Press. Già da qui possiamo capire che ormai si riteneva
impossibile che un repertorio dedicato alla bibliografia internazionale venisse affiato
a un singolo studioso. La seconda edizione venne pubblicata nel 1940 sempre a
spese dell’autore. La Terza edizione in 4 volumi uscì Ginevra grazie alla Societas
Bibliographica. La quarta edizione uscì in Svizzera tra 1965-66. La realizzazione del
repertorio aveva comportato per lo studioso un intenso lavoro di consultazione e
la predisposizione di una nuova organizzazione interna delle edizioni citate. Con
esso Besterman voleva dimostrare che era ancora possibile lavorare come i
grandi bibliografi del passato. Negli stessi anni però si era reso conto che la
bibliografa poteva migliorare il proprio contributo aprendosi a un approccio
internazionale, per questo fu molto importante il suo impegno nell’ASLIB
(Association of Special Libraries and Information Bureaux), che gli aveva permesso
di sviluppare un approccio sempre più internazionale verso i temi della
bibliografia, approccio che ebbe modo di approfondire grazie al suo incarico
nell’UNESCO.

Testimonianza importante del suo ruolo in questa associazione fu quella di Carter,


che conobbe Besterman dopo che gli fu affidato l’incarico di organizzare la
Libraries Division. L’importanza di Besterman riguardò prevalentemente i progetti
per l’organizzazione di un sistema internazionale di cooperazione
bibliografica. Le vicende personali di Besterman offrono un’efficace
testimonianza per comprendere come la bibliografia si sia trasformata nel corso del
XX secolo da impresa individuale a collettiva. Possiamo esaminare questi mutamenti
prendendo in esame due aspetti in particolare: la crescente diffusione delle
bibliografie internazionali e l’affermarsi del controllo bibliografico universale.

Strumenti simili alle bibliografie internazionali erano stati realizzati già nel
XIX secolo, ma erano il frutto di singoli studiosi (tra questi prevalevano i librai).
Per quanto riguarda il controllo bibliografico universale fu un sistema che si andò
consolidando a partire dalla Seconda Guerra Mondiale ma che ha radici lontane,
in quanto corrisponde all’antica aspirazione del mondo scientifico e
bibliotecario di dominare l’universo delle conoscenze registrate nella
produzione libraia → Solimine e Gesner, Field, La Fontaine, Otlet.

L’intenzione di mettere a punto uno strumento in grado di fornire info sulla


produzione mondiale riemerse alla fine del XIX secolo, fase in cui si può
assistere alla nascita di iniziative che, anche se frutto di singoli, erano state
concepite come delle attività la cui realizzazione contava sulla
partecipazione di più persone. Gran parte di queste iniziative prevedevano che
l’intero sistema bibliografico ruotasse intorno a un repertorio generale il cui compito
era quello di raccogliere tutte le info bibliografiche e di favorirne la consultazione.

Si può fare poi un’ultima considerazione riguardo il coinvolgimento dello stato nelle
iniziative bibliografiche: in linea di massima si può affermare che nel corso del
secondo ‘900 la presenza degli enti nazionali crebbe sensibilmente, tuttavia non si
può parlare di una competa nazionalizzazione dei servizi bibliografici.

CAPITOLO 3

3.1 → A chi serve la bibliografia

A partire dal XIX secolo sono emersi diversi modi per intendere le finalità della
bibliografia. Tra gli aspetti più rilevanti un dubbio a cui non si è data una risposta
soddisfacente riguarda chi sono i fruitori della disciplina: a chi serve la
bibliografia? Ricordiamo brevemente che la bibliografia enumerativa riguarda
l’elaborazione e la gestione dell’informazione relativa alla produzione
editoriale passata e presente; la bibliografia analitica si concentra sugli
aspetti fisici del libro.

I fruitori sono molti → i bibliografi si sono divisi in due gruppi: alcuni pensano
che la bibliografia sia uno strumento per studiosi, altri pensano sia di interesse
anche per un pubblico più ampio. Tra ‘700 e ‘800 il primo gruppo aveva
immaginato come loro lettore ideale appunto quelle persone che possono
essere ricollegate alla comunità dei sapienti → Jean Pie Namur → indicava
le caratteristiche principali che doveva possedere un bibliografo (istruita,
conoscenza della storia, letteratura e lingue, spirito critico, ecc.).
Per quanto riguarda invece il secondo gruppo ricordiamo gli studiosi che nel corso
del XIX secolo avevano sviluppato l’idea che la bibliografia dovesse essere più
vicina agli interessi dei cittadini; tra questi ricordiamo Frank Campbell.
Quest’ultimo aveva intuito che il compito della disciplina era quello di
consentire ad ogni persona di trarre il massimo uso e godimento dalla
produzione editoriale mondiale del passato e del presente.

Anche Otlet aveva una posizione affine ma con delle differenze →


bibliografia era pensata per i “lavoratori intellettuali” ma riteneva anche utile
la costruzione di una bibliografia globale e generalista.

Una delle prime tappe di questo cammino è il I Congresso mondiale delle


biblioteche e di bibliografia tenutosi tra Roma e Venezia nel giugno 1929. Durante
l’incontro si arrivò alla raccomandazione che ogni paese si sarebbe dovuto
dotare di una bibliografia nazionale completa e aggiornata. Nel corso del
congresso era inoltre emerso un nuovo modo di intendere la bibliografia che
allargava i suoi orizzonti di interesse, arrivando a comprendere, oltre ai
tradizionali referenti, anche i cittadini comuni.

Questa idea venne ripresa e rilanciata nel secondo dopoguerra. Importante fu anche
l’interesse dell’UNESCO, che aveva iniziato ad occuparsi di bibliografia in
quanto riteneva che essa fosse in grado di offrire un rilevante contributo al
bene comune dell’umanità, creando quindi una tecnica il cui compito fosse
quello di elaborare in modo sistematico elenchi di scritti o pubblicazioni con
lo scopo di fornire a tutti gli interessati i mezzi per identificare uno specifico
documento.

È difficile dare torto a chi sostiene che la bibliografia abbia una natura elitaria,
in quanto effettivamente fornisce elementi concettuali e strumenti per il recupero
dell’informazione bibliografica soprattutto a chi utilizza i libri. Oggi l’informazione
specialistica è concentrata in alcune banche dati che da diversi anni sono una
componente rilevante in quanto garantiscono l’accesso ai prodotti della ricerca
suscitando prevalentemente l’interesse di docenti universitari.

Le bibliografie nazionali possono essere consultate da tutti, ma in realtà


presuppongono che l’utente abbia un’inclinazione verso il mondo editoriale.

È altrettanto condivisibile però l’idea che la bibliografia è per tutti, in quanto


prosegue uno scopo sociale favorendo una più ampia circolazione
dell’informazione, formando cittadini più consapevoli → UNESCO e IFLA. Un
contributo alla diffusione di questa nuova sensibilità può essere rintracciato nel
saggio scritto da due bibliotecari americani: Margaret Elizabeth Egan e
Jesse Hauk Shera → il loro intento era quello di delineare un quadro teorico
all’interno del quale collocare l’attività della biblioteca e i servizi bibliografici.
Da un lato veniva presentato un approccio macrocosmico, che assegna alla
bibliografia un rilevante ruolo sociale all’interno del processo comunicativo;
dall’altro si aveva un approccio microcosmico, che presupponeva l’esistenza
di singole bibliografie concepite invece per soddisfare le esigenze di un
numero limitato di persone. I due studiosi si mostrano più favorevoli al primo
approccio.

Nel corso del tempo la bibliografia è stata sottoposta a un attento riesame


delle proprie finalità e compiti, tenendo presente l’orizzonte del bene
comune.
Sappiamo che nasce e si sviluppa in primo luogo al servizio di una comunità
scientifica di studiosi, e risulta evidente che sia necessaria una preparazione
adeguata dell’utente per utilizzare banche dati bibliografiche o bibliografie
nazionali. Anche il metodo scientifico ha sentito ultimamente a necessità di
rafforzare l’impegno per una sempre più ampia disseminazione di conoscenza,
riassumibile nel concetto della terza missione → diffondere in misura più estesa
le conoscenze prodotte, tanto da rendere partecipe la società dei progressi
della cultura scientifica e degli sviluppi del lavoro di ricerca.

3.2 → La società dell’informazione e la bibliografia

Quando si parla di società dell’informazione si dà per scontato che si tratti


di un fenomeno contemporaneo → tutti i cambiamenti epocali (es. paggio
dall’oralità alla scrittura o dai manoscritti alla stampa) sono stati visti non
come un momento di transizione ma di rottura.

Come dice Ann Blair → “ci immaginiamo di vivere l’era dell’informazione come
se fossimo in una fase completamente nuova”. Dobbiamo partire dal concetto
che esistono fasi di transizione, quali → es. il passaggio da oralità a
scrittura o dal manoscritto al libro a stampa.

Elizabeth Eisenstein → afferma che l’avvento della tipografia a caratteri


mobili sia stato un avvenimento di rottura rispetto all’era dei manoscritti,
contribuendo a modificare sin da subito il modo di produrre e diffondere i
libri → ampio dibattito → critiche sulla rapidità dei cambiamenti in ambito
culturale
John Feather → propone di individuare due fasi di radicali cambiamenti: il
primo è l’avvento della stampa a caratteri mobili; il secondo è il revolutionary
change del mondo dell’informazione, più recente e favorito dal computer e
dal suo uso a partire dalla seconda metà del secolo scorso.

Tornando ad Ann Blair → la studiosa ha esaminato le modalità con cui


sono stati concepiti, prodotti e utilizzati in età moderna i reference book →
fa notare che molti dei modi con cui oggi pensiamo e gestiamo le
informazioni discendono da idee e pratiche del passato: si può affermare
che l’esigenza di organizzare l’info nell’ambito dell’acquisizione delle
conoscenze ha radici antiche. Alcuni studiosi sostenevano che nell’età dei
manoscritti non fosse emerso un particolare interesse per i repertori a
causa del numero limitato di pubblicazioni in circolazione; dall’altro lato
altri studiosi erano invece convinti che la necessità di creare strumenti di
informazione bibliografica preceda l’avvento della stampa a caratteri
mobili in quanto espressione di una basilare esigenza umana.

La società dell’informazione non è una realtà nuova, si può affermare che


esiste una società dell’informazione che precede l’attuale società
dell’informazione.

L’espressione è però recente: il suo uso si è diffuso verso gli anni ‘70 del secolo
scorso e ha avuto un intento primario, ovvero evidenziare l’importanza
dell’informazione per l’uomo da un punto di vista sociale, culturale ed
economico. La parola informazione ha assunto un ruolo sempre maggiore a
partire dal XX secolo; nelle epoche passate si utilizzavano espressioni come notitia
librorum, in ambito bibliografico. Nel corso degli ultimi anni si è tentato di definire la
parola informazione in modo più preciso, esaminandola come un processo
costituito da un messaggio\segnale con un codice\caratteristiche che è in
grado di veicolare un contenuto di novità ed è emesso da due dispositivi,
uno con la funzione di trasmettitore e uno di ricevitore.

Già a metà del ‘900 la parola risulta accettata come un termine impiegato anche in
ambito specialistico. Nel corso del ‘900 l’informazione si è trasformata in un fattore
centrale per la società. L’informazione continua ad essere considerata un
“dato”, eccezione classica. Oggi appare chiamata a ricoprire un ruolo più
ambizioso, diventando fattore di sviluppo sociale ed economico, di crescita e
ricchezza culturale. La principale differenza tra società odierne più sviluppate e
meno sviluppate non consiste nel fatto che le prime danno maggiore
importanza all’informazione, ma che ne fanno un uso più ampio.

L’apporto fornito dalle nuove tecnologie (internet) ha una natura


strumentale, poiché rappresenta il supporto per una sempre più ampia
diffusione di dati e notizie → la risorsa principale e fondamentale è
l’informazione.
In questo scenario la bibliografia fornisce un contributo di primaria
importanza nell’ambito della comunicazione registrata. La bibliografia si
deve concentrare su determinati obiettivi, e diventa sempre più
importante approfondire la sua storica prerogativa, ovvero la selezione
delle opere. La selezione è un compito delicato poiché, se attuata con
criteri non equilibrati, può produrre effetti negativi → la selezione deve
essere obiettiva e deve garantire la completezza dell’informazione

La bibliografia inoltre ha l’obbligo di seguire con attenzione l’evolversi


dell’infosfera. È importante quindi tenere sotto osservazione i cambiamenti che
interessano le risorse digitali in modo da essere sempre in grado di intercettare le
principali novità. In questo ambito diventano più importanti quindi i digital object
identifier, codici alfanumerici univoci assegnati a diversi tipi di soggetti
(biblioteche nazionali, fondazioni, ecc.) con l’intento di identificare le risorse
digitali e di garantire un collegamento alla loro posizione in internet. Stessa
attenzione va data anche ai metadati, informazioni sulle informazioni,
utilizzate da tempo ormai per identificare al meglio le risorse bibliografiche.

Non va trascurata nemmeno la ricerca di nuovi utenti. Un tema molto sentito è la


possibilità di rendere open i dati bibliografici in particolare quelli prodotti
dalle bibliografie nazionali → con open data si intendono quei dati che
possono essere liberamente utilizzati, condivisi e integrati da chiunque,
ovunque e per qualsiasi scopo. La bibliografia tende quindi a creare un open
society. Tra gli obiettivi da perseguire c’è poi la formazione dei bibliografi
→ è importante fornire strumenti necessari per approfondire le nuove
tematiche.

3.3 → La bibliografia in biblioteca

Il rapporto bibliografia/biblioteca è molto stretto, basti pensare che per secoli


con bibliotheca si intendeva sia l’edificio che ospitava la collezione di
volumi, sia le opere stampa che contenevano elenchi di libri.

Nel “Dictionnaire universel” di Antoine Furetière il lemma bibliothèque ha


due accezioni:

1) la biblioteca è indicata come un luogo destinato a collocarvi dei volumi e


come un edificio pieno di libri;

2) libro che si occupa di libri.


Bibliothecae → sono un genere editoriale

La bibliografia, attraverso l’elaborazione dei repertori, entra in biblioteca e


si mette a disposizione di una delle sue attività principali → il reference →
servizio di reference è un servizio personalizzato di assistenza, consulenza,
orientamento svolto da bibliotecari specializzati per rispondere a richieste di
informazione degli utenti.

Giovanni Solimine → ha parlato dell’importanza del servizio di reference


→ lo definisce come principale elemento caratterizzante del
servizio bibliotecario.

Sono ormai alcuni anni che si parla di reference library, ovvero di una biblioteca
incentrata sull’informazione, in particolare quella bibliografica.

Marcelle Beaudiquez proponeva di suddividere la bibliografia generale in


più parti corrispondenti alle preoccupazioni fondamentali della biblioteca. Tra
queste annoverava le seguenti attività:

- fornire indicazioni al lettore con info bibliografiche puntuali e immediate

- elaborare una documentazione su uno specifico oggetto

- localizzare le risorse rendendole accessibili all’utente

- promuovere la conoscenza dei sistemi bibliografici nazionali e dei due


grandi programmi internazionali riguardanti il controllo bibliografico
universale e l’accesso universale alle pubblicazioni

Ranganathan ha indicato nell’attività di reference il nucleo fondamentale del


lavoro del bibliotecario → servizio indispensabile.

Sul rapporto tra biblioteche e bibliografie possiamo ricordare la posizione di


Alfredo Serrai → “Bibliografia come scienza: introduzione al quadro
scientifico e storico della bibliografia” → secondo la sua prospettiva la
bibliografia è intesa come una metadisciplina orientata alla organizzazione
della conoscenza. Da un lato ha il compito di documentare, dall’altra di mappare
tutto ciò che è stato scritto ed eventualmente pubblicato e riprodotto,
chiamato anche documento. Il compito che Serrai attribuisce alla bibliografia
prevede un coinvolgimento delle biblioteche, che diventano una dimora fisica
concettuale dei documenti.

Alcune biblioteche europee sono state in grado di recepire questo


ordinamento trasformandolo nella “architettura bibliografica” delle loro
collezioni → si dà visibilità alla bibliografia. Gli istituti bibliotecari
costruiscono sempre più la loro fisionomia intorno all’informazione
bibliografica anche facendo riferimento a progetti internazionali di
organizzazione bibliografica, come:

- UBC (Universal Bibliographic Control), un programma di controllo


bibliografico che prevede alcune regole pensate per gestire al meglio le
info su tutto ciò che viene pubblicato a stampa e su internet nel mondo. In
altre parole, la realizzazione di quell’idea di bibliografia universale è
sempre stata un’esigenza degli studiosi di tutte le epoche. Le informazioni
della produzione editoriale non sono sufficienti, bisogna permettere ai
cittadini di accedere alle risorse bibliografiche di cui hanno bisogno
attraverso strumenti che favoriscono la localizzazione e il reperimento del
materiale segnalato, per questo all’interno del programma UBC si sono
create una serie di azioni raggruppate sotto la sigla UAP (Universal
Availabily of Publications) il cui scopo principale è di favorire la
disponibilità universale, garantendola nel tempo, di tutte quelle
pubblicazioni che vengono segnalate nell’ambito dell’attività UBC. Un
simile obiettivo si raggiunge attraverso la stretta collaborazione e in
particolare tra le biblioteche nazionali.

- L’IFLA ha individuato nelle biblioteche nazionali la struttura portante di un


sistema bibliografico internazionale. Dal 1997 si è cominciato a concepire
le bibliografie nazionali come strumenti deputati a contenere una
registrazione completa di tutte le pubblicazioni di un paese,
indipendentemente dal formato. I profondi cambiamenti dell’ultimo secolo
hanno portato l’IFLA a intensificare gli sforzi per comprendere come si
stessero trasformando i prodotti editoriali nell’era di internet e come questa
evoluzione potesse interessare le biblioteche nazionali. Per questo nel
2017 è stato proposto il modello dell’IFLA LRM (Library Reference Model)
sviluppato per sfruttare al massimo le potenzialità del web semantico
(insieme dei servizi e delle strutture in grado di interpretare il
significato del contenuto del web) e dei linked open data (dati
liberamente accessibili online). Prevede un’organizzazione delle
informazioni in cui i dati, identificati da specifici attribuiti, sono
connessi gli uni con gli altri.

3.4 → La bibliografia del futuro

Per quanto riguarda il futuro, l’evoluzione di una disciplina è legata all’idea che
abbiamo di essa. Un bibliografo analitico deve immaginare un approccio in grado
di prendere in considerazione i cambiamenti radicali. La bibliografia analitica o
almeno una parte autorevole di essa affronta dunque il suo futuro guardando al
passato promuovendo un’azione di salvaguardia verso quelle forme di trasmissione
dei testi, in particolare il libro a stampa, che sono poi il loro principale oggetto.
La bibliografia enumerativa, che concentra la sua attenzione sui repertori,
considerandoli gli strumenti privilegiati se ni esclusivi per l’espletamento di
un’adeguata attività informativa, si troverà a dover constatare che le trasformazioni
dell’universo bibliografico stanno mettendo in discussione la stessa funzione di
mediazione della bibliografia.

Il mondo della registrazione registrata sta infatti cambiando rapidamente. Oggi una
parte rilevante delle risorse bibliografiche si trova in internet e può
teoricamente essere consultata direttamente, senza l’ausilio dei repertori. Il
nuovo ambiente digitale facilita il contatto tra il creatore e l’utente finale e ciò rilega in
luoghi secondari bibliotecari, librai e operatori della distribuzione. Oggi comunque
la disintermediazione nel vero senso della parola non si può dire che esista, in
quanto gli editori tradizionali sono stati sostituiti da nuovi editori. In una
comunicazione mediata è l’editore che seleziona le opere da pubblicare e
contribuisce a migliorarle e a diffonderle in modo adeguato; il bibliografo è incaricato
di elaborare un elenco di risorse da inserire nei repertori basandosi su alcuni criteri
fondamentali che non intendono entrare nel merito del contenuto di un’opera, ma
verificarne alcuni requisiti minimi, tuttavia, come nel caso di un editore che non sia in
grado di comprendere l’opera per incuria\mancanza di preparazione, anche lui può
essere vittima di tali atteggiamenti.

In un processo di comunicazione disintermediato questo controllo avverrebbe a


valle del processo di creazione e produzione dell’informazione, con una gestione
direttamente affidata al lettore e all’utente. Tutto ciò può trasformarsi in un
sovraccarico di informazioni, o infoglut, che ci costringe a una difficoltosa
selezione dei dati.

Da segnalare è anche il nuovo rapporto tra scienza/internet → mondo


scientifico si sta evolvendo e nuovi scenari si delineano. Oggi per la
scienza si configura un quarto paradigma:

1) Osservazione empirica

2) Riflessione teorica

3) Uso del computer

4) e-science → caratterizzato dal rilevante coinvolgimento delle


tecnologie → in questo ambito la grande quantità di dati a
disposizione si presenta come una risorsa in quanto permetterebbe
di migliorare i risultati della ricerca. Questo nuovo modo di
intendere la scienza influisce anche sulle modalità attraverso cui
essa viene diffusa, in quanto nella comunicazione scientifica il
cambiamento è la regola. Da tempo la rete è diventata parte
integrante dell’attività scientifica. Ricordiamo in questo ambito anche
il movimento Open
Access, che contribuisce a tenere viva la fiamma della rivoluzione su
vasta scala delle modalità attraverso le quali si favorisce la diffusione della
conoscenza. L’open access insieme ad altre proposte che vengono dal
mondo scientifico presuppongono la definitiva archiviazione dei tradizionali
metodi di peer review.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato di sostituire l’articolo con nano-pubblicazioni →


piccole unità di informazioni; oppure semplicemente pubblicare i dati\grafici di una
ricerca per esporla; oppure utilizzare strumenti wiki con cui si identifica un tipo di sito
internet che permette la creazione e la modifica di pagine multimediali

La scienza si sta avviando quindi verso un ripensamento delle proprie


strategie comunicate, infatti ci stiamo avviando verso uno scenario in cui
il ruolo tradizionale degli editori è fortemente ridimensionato.

Alcuni studiosi hanno cominciato a riflettere su come il web concepito in


modo decentralizzato possa diventare un ambiente ideale per la
comunicazione scientifica → nel decentralized web i dati non sono più
custoditi in pochi server potenti, ma vengono gestiti da una rete paritaria di
computer che fa capo a diverse comunità di internet → peer-to-peer network.

La bibliografia del futuro deve tenere conto di questi cambiamenti. La scienza non è
però un blocco unico, esistono infatti delle differenze tra discipline
umanistiche e quelle STM (Science, Technology and Medicine).

Quelle umanistiche continuano ad aver maggior bisogno di articoli e monografie.

Quelle scientifiche hanno a che fare con il “potere dei dati” ma anche con la loro
fragilità e di conseguenza hanno bisogno di forme e strumenti della comunicazione
più adatti.

Non dobbiamo dimenticare che le bibliografie sono per tutti, quindi il loro
compito è quello di contribuire a un più ampio fabbisogno informativo,
avendo di conseguenza un forte impatto su tutta la società → si occupa
quindi di una editoria generalista. Questo nuovo ambiente ha diverse novità,
tra cui possiamo citare l’e-book. I dati di vendita del libro elettronico mostrano un
andamento irregolare, ma la sua diffusione è destinata a consolidarsi con il costante
aumento dei digital born; anche in questo settore il ruolo dei mediatori è
fortemente messo in discussione, come testimoniano anche le pratiche di self
publishing.

La bibliografia del futuro quindi dovrà occuparsi di alcune questioni di fondo:

- La trasformazione dei supporti

- La nascita di nuove forme di pubblicazione


- I rapporti con l’ambiente digitale e con i produttori dell’informazione.

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