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UNISU - Facoltà di Giurisprudenza

DIRITTO PRIVATO
Docente: Alessandro Martini

28° MODULO DIDATTICO


La rescissione e la risoluzione del contratto

Sommario: a) Generalità. – b) La rescissione del contratto. – c) La risoluzione


del contratto per inadempimento. – d) Gli altri rimedi contro l’inadempimento. - e)
La risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta della prestazione. – f) La
risoluzione del contratto per eccessiva onerosità della prestazione.

a) Generalità

I contratti con prestazioni corrispettive sono quelli in cui una parte si obbliga ad una
prestazione per avere in cambio un prestazione cui si è obbligata l’altra parte
(controprestazione).
Il rapporto di corrispettività delle prestazioni è detto sinallagma: è il legame reciproco tra
le prestazioni del contratto che perciò viene detto contratto sinallagmatico.

Può aversi un:


- sinallagma genetico: quando sussiste al momento della conclusione del contratto e
costituisce la causa del contratto;
- sinallagma funzionale: quando sussiste nella fase di esecuzione del contratto e
costituisce l’attuazione della causa del contratto, ossia l’esecuzione delle prestazioni delle
parti.

Nei contratti con prestazioni corrispettive può aversi:


- un difetto genetico parziale della causa: quando la causa manca sin dalla
conclusione del contratto solo in parte; ciò avviene quando sin dall’origine vi è uno squilibrio
tra le prestazioni:
- di proporzioni inique, perché il contraente si trova in stato di pericolo;
- di proporzioni notevoli, perché il contraente si trova in stato di bisogno.

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In questi casi il rimedio concesso al contraente è la rescissione del contratto.

- Un difetto funzionale della causa quando la causa non può realizzarsi per circostanze
sopravvenute dopo la conclusione del contratto; ciò avviene quando una delle parti non
adempie la propria prestazione; o quando la prestazione diventa impossibile per causa
sopravvenuta ad essa non imputabile, o, infine, quando la prestazione di una delle parti
diventa eccessivamente onerosa rispetto alla prestazione dell’altra.
In questi casi il rimedio concesso al contraente è la risoluzione del contratto.

b) La rescissione del contratto

La rescissione del contratto è la rimozione giudiziale del contratto prevista a tutela della
parte che contrae a condizioni inique per il suo stato di bisogno o di pericolo.

Il Codice civile ha disciplinato due figure di rescissione:

- la rescissione del contratto concluso in stato di pericolo (art. 1447 c.c.);

- l’azione generale di rescissione per lesione (art. 1448 c.c.), per il contratto concluso
in stato di bisogno.

La rescissione, secondo alcuni, è una forma di invalidità (accanto alla nullità e


all’annullabilità) ed è simile all’annullabilità per la presenza di un vizio del consenso analogo
alla violenza morale.

La rescissione del contratto concluso in stato di pericolo può essere domanda dalla
parte che ha assunto obbligazioni a condizioni inique, per la necessità, nota alla controparte, di
salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona (art. 1447, 1° comma,
c.c.).

Es.: colui che sta annegando e non sa nuotare, promette tutto il suo patrimonio ad un
passante affinché lo salvi; colui che, sapendo che un proprio familiare è bloccato in un rifugio
alpino, si obbliga a condizioni inique con un soccorritore affinché questo lo porti in salvo.

I presupposti delle rescissione sono:

- lo stato di pericolo in cui si trova uno dei contraenti al momento della conclusione del
contratto. Tale stato coincide con quello di necessità (art. 2045 c.c. e 54 c.p.) e può derivare

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da un fatto umano (sempre che non si configuri violenza morale al fine di indurre a contrarre)
o un fatto naturale. Il contratto è rescindibile solo se il pericolo di un danno attuale e grave
riguardi le persone, e non le cose, e può consistere anche in un pregiudizio a diritti
fondamentali diversi dall’integrità fisica, come il pudore e l’onore. La gravità va valutata in
relazione la persona che la subisce;

- l’iniquità delle condizioni a cui il contraente in pericolo ha dovuto soggiacere per


salvare sé od altri dallo stato di pericolo; non è richiesta una particolare misura dell’iniquità tra
le prestazioni;

- la conoscenza dello stato di pericolo della controparte.

Il giudice nel pronunciare la rescissione, può, secondo le circostanze, assegnare un equo


compenso all'altra parte per l'opera prestata (art. 1447, 2° comma, c.c.), tenendo conto del
valore economico della prestazione.

La rescissione per lesione è un rimedio generale (azione generale) contro i contratti con
prestazioni corrispettive nei quali vi è una sproporzione abnorme tra due prestazioni tale che il
valore della prestazione eseguita o promessa dalla parte danneggiata, valutato al tempo della
conclusione del contratto, risulta superiore al doppio del valore della controprestazione.

In tal caso la rescissione del contratto può essere domandata dalla parte danneggiata se la
sproporzione è dipesa dal suo stato di bisogno, del quale l'altra ha approfittato per trarne
vantaggio (art. 1448 c.c.).

Es.: colui che ha molti debiti e non dispone di denaro liquidi svende i suoi beni per ottenere
le somme necessarie.

I presupposti della rescissione sono:

- la lesione enorme (ultra dimidium): ossia la sproporzione tra le due prestazioni


superiore alla metà; la lesione deve essere accertata obiettivamente con riferimento al
momento della conclusione del contratto e deve perdurare sino al tempo della domanda di
rescissione (art. 1448, 3° comma, c.c.): il contratto non è quindi più rescindibile se, a causa di
circostanze sopravvenute, la sproporzione è venuta a mancare al momento della presentazione
della domanda di rescissione; l'azione di rescissione non è esperibile nei confronti dei
contratti aleatori, nei quali il rischio della sproporzione tra le prestazioni è voluto ed
accettato dalle parti (art. 1448, 4° comma, c.c.);

- lo stato di bisogno della parte danneggiata: indica la situazione di difficoltà economica


anche transitoria che incida sulla libera determinazione del contraente che induce il contraente

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ad accettare prestazioni sproporzionate. Riguarda interessi strettamente patrimoniali, se sono
personali si rientra nella rescissione per stato di pericolo;

- l’approfittamento dello stato di bisogno: indica il consapevole sfruttamento dello stato


di bisogno della controparte al fine di stipulare un contratto vantaggioso a spese della parte
bisognosa; non si richiede un comportamento attivo, diretto a promuovere o a sollecitare un
contratto, ma è sufficiente un comportamento passivo.

Con riguardo alla disciplina della rescissione del contratto concluso in stato di pericolo o in
stato di bisogno:

- legittimata all'esercizio dell'azione di rescissione è la parte danneggiata che ha stipulato


il contratto in stato di pericolo o di bisogno;

- la sentenza che pronunzia la rescissione del contratto ha natura costitutiva perché


priva il contratto della sua efficacia originaria retroattivamente (ex tunc); pertanto:

- le parti devono restituire quanto hanno prestato in esecuzione del contratto,


secondo le regole dell’indebito oggettivo (art. 2033 c.c.);

- i diritti acquistati dai terzi non sono pregiudicati dalla rescissione del contratto,
salvi gli effetti della trascrizione della domanda di rescissione (art. 1452 c.c.); quindi la
sentenza che accoglie la domanda di rescissione non pregiudica i diritti acquistati dai terzi
su beni immobili o su mobili registrati, in base ad un atto trascritto o iscritto anteriormente
ala trascrizione della domanda di rescissione (artt. 2652, n. 1, e 2690, n. 1, c.c.);

- l'azione di rescissione si prescrive nel termine di un anno che decorre dalla


conclusione del contratto; la rescindibilità non può essere opposta in via di eccezione
quando l'azione si è prescritta (art. 1449 c.c.); quindi trascorso il termine di un anno, il
contratto rescindibile non può più essere impugnato.

Il contratto rescindibile:

- ha effetti provvisori che vengono meno con la sentenza di rescissione o si consolidano a


seguito della prescrizione dell’azione di rescissione;

- non ammette convalida (art. 1451 c.c.): l’iniquità dipende da fattori oggettivi e non
da un vizio della volontà superabile con una successiva manifestazione di volontà dello stesso
soggetto, come avviene in caso di annullabilità del contratto;

- il contraente contro il quale è domandata la rescissione può evitarla offrendo una


modificazione del contratto sufficiente per ricondurlo ad equità (offerta di modifica del
contratto: art. 1450 c.c.): in applicazione del principio di conservazione del contatto, la parte
non danneggiata può, con un negozio unilaterale, riportare il contratto rescindibile ad un giusto
rapporto di corrispettività ed evitare la rescissione del contratto medesimo.

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c) La risoluzione del contratto per inadempimento

In generale la risoluzione del contratto è lo scioglimento del rapporto contrattuale


previsto dalla legge come rimedio nell’ipotesi in cui si riscontrino anomalie nel funzionamento
del sinallagma dopo la conclusione del contratto (difetto funzionale della causa).

La risoluzione del contratto può avvenire:

- per inadempimento (artt. 1453 ss. c.c.);

- per impossibilità sopravvenuta della prestazione (artt. 1463 ss. c.c.);

- per eccessiva onerosità della prestazione (art. 1467 ss. c.c.).

La risoluzione per inadempimento è il rimedio che consente alla parte non


inadempiente di sciogliersi dal rapporto contrattuale che è inadempiuto.

Se in un contratto a prestazioni corrispettive un contraente non adempie la prestazione cui


era tenuta, l’altro contraente può (art. 1453 c.c.):

- domandare l’adempimento del contratto (manutenzione del contratto): ossia


chiedere la condanna della controparte ad eseguire la prestazione non ancora adempiuta;

- domandare la risoluzione del contratto.

In entrambi i casi il contraente non inadempiente ha il diritto di pretendere il risarcimento


dei danni subiti nei limiti dell’interesse positivo, ossia dell’esecuzione del contratto.

I presupposti della risoluzione sono:

- l’ inadempimento di una parte che deve essere:

- secondo alcuni (parte della giurisprudenza) colpevole ossia imputabile a titolo di


colpa o dolo al contraente: la risoluzione ed il risarcimento dei danni presuppone quindi la
colpevolezza dell’inadempiente;

- secondo altri (parte della dottrina) anche incolpevole in quanto la risoluzione è


un rimedio obiettivo che consente al creditore lo scioglimento del rapporto contrattuale per
il fatto obiettivo del mancato adempimento; se vi è anche colpevolezza si può chiedere,
oltre alla risoluzione, il risarcimento dei danni;

- un inadempimento non di scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse dell’altra


(art. 1455 c.c.); la valutazione dell’importanza va effettuata:

- secondo alcuni con riguardo alle prestazioni così come dedotte in contratto
(valutazione oggettiva);

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- secondo altri con riguardo alla volontà delle parti per valutare fino a che punto
un inadempimento possa considerarsi importante (valutazione soggettiva);

- secondo altri ancora (la giurisprudenza) con riguardo da un lato al programma


contrattuale (valutazione oggettiva) dall’altro con riguardo all’effettivo interesse del
creditore ad un tempestivo e esatto adempimento (valutazione soggettiva).

La risoluzione per inadempimento può essere

- giudiziale quando è pronunciata con sentenza;

- di diritto (o stragiudiziale) quando avviene automaticamente senza il tramite di una


sentenza.

La risoluzione giudiziale per inadempimento è la risoluzione del contratto pronunziata


con sentenza su domanda della parte non inadempiente.

La sentenza che pronunzia la risoluzione del contratto ha natura costitutiva in quanto


modifica la situazione giuridica preesistente sciogliendo il contratto.

L’art. 1453, 1° comma, c.c. stabilisce che quando uno dei contraenti non adempie le sue
obbligazioni l’altro possa scegliere se agire in giudizio per ottenere l’adempimento o la
risoluzione del contratto.

Per quanto attiene al rapporto tra l’azione di adempimento e l’azione di risoluzione:

- la domanda di risoluzione può esser proposta anche quando il giudizio è stato


promosso per ottenere l’adempimento (1453, 2° comma, c.c.): ed infatti l’interesse del
creditore all’adempimento può venir meno con il tempo;

- la richiesta di adempimento non è ammessa quando è stata domandata al


risoluzione (1453, 2° comma, c.c.) perché la parte, con la domanda di risoluzione, ha
dimostrato di non avere più interesse alla prestazione e deve pertanto assumersi la
responsabilità della sua scelta senza pentimenti;

- dalla data della domanda di risoluzione l'inadempiente non può più adempiere la
propria obbligazione (art. 1453, 3° comma, c.c.).

La risoluzione di diritto (o ope legis) per inadempimento è la risoluzione del contratto


che si verifica senza la necessità di ricorrere ad una pronuncia costitutiva del giudice.

Essa avviene nei casi di:

- diffida ad adempiere (art. 1454 c.c.);

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- clausola risolutiva espressa (art. 1456 c.c.);

- termine essenziale (art. 1457 c.c.).

Questi tre mezzi di risoluzione estinguono il rapporto contrattuale senza la necessità di una
sentenza; ma ciò non significa che le parti, in caso di contestazione, non possano ricorrere
all’autorità giudiziaria per accertare se la risoluzione si è verificata o meno: in tal caso la
pronuncia del giudice è una sentenza dichiarativa in quanto è volta a prendere atto di certi
effetti che si sono già prodotti nella realtà giuridica.

La diffida ad adempiere è una dichiarazione scritta attraverso la quale la parte


adempiente intima (non è sufficiente un generico invito) alla parte inadempiente di eseguire la
prestazione entro un termine non a quindici giorni, salvo diversa pattuizione delle parti o salvo
che, per la natura del contratto o secondo gli usi, risulti congruo un termine minore, e avverte
la controparte che decorso inutilmente detto termine il contratto è risoluto di diritto (art. 1454
c.c.).

La diffida ad adempiere è:

- un mezzo di autotutela del creditore contro l’inadempimento;

- un negozio giuridico:

- unilaterale: si perfeziona solo con la volontà della parte non inadempiente;

- recettizio: è destinato alla parte non adempiente;

- formale: deve essere fatta per iscritto;

- esercizio di un diritto potestativo del creditore di provocare unilateralmente una


modificazione del rapporto: lo scioglimento del contratto, senza il tramite di una sentenza;

In pendenza del termine di adempimento fissato con la diffida, il creditore non può
chiedere nè l’adempimento, nè la risoluzione nè procedere ad esecuzione forzata salvo che il
debitore dichiari per iscritto di non voler adempiere.

Scaduto il termine senza che avvenga l’adempimento, il contratto è automaticamente


risolto.

La risoluzione su diffida non si verifica se l’inadempimento di una delle parte ha scarsa


importanza avuto riguardo all'interesse dell'altra parte (art. 1455 c.c).

La clausola risolutiva espressa è il patto mediante il quale le parti prevedono che il


contratto dovrà considerarsi automaticamente risolto se una o più obbligazioni determinate
non siano adempiute o siano adempiute con modalità diverse da quelle pattuite (art. 1456, 1°
comma, c.c.).

La risoluzione non consegue automaticamente all’inadempimento, ma si verifica di

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diritto solo a seguito di un atto della parte interessata (il creditore) che comunica all’altra
(il debitore) la volontà di avvalersi della clausola e perciò di risolvere il contratto (art. 1456, 2°
comma, c.c.).

L’atto col quale la parte si avvale della clausola è:

- un negozio giuridico unilaterale: si perfeziona solo con la volontà della parte


interessata;

- esercizio di un diritto potestativo della parte non inadempiente di provocare


unilateralmente una modificazione del rapporto, lo scioglimento del contratto, senza il tramite
di una sentenza.

Il termine essenziale è il termine perentorio la cui inosservanza comporta l’automatica


risoluzione del contratto (art. 1457 c.c.).

Il termine per l’inadempimento di una prestazione è essenziale quando la prestazione


diventa inutile per il creditore qualora non venga eseguita entro il termine stabilito.

Es.: l’attore che deve presentarsi in teatro all’ora stabilita per la rappresentazione; il sarto
che deve consegnare il vestito prima del matrimonio.

Il termine può essere:

- soggettivamente essenziale: quando risulta dalla volontà dei contraenti con una
dichiarazione espressa o tacita dei contraenti; il termine deve essere indicato in modo preciso
e rigoroso e le dichiarazioni devono essere inequivoche; non è tale la formula secondo cui la
prestazione deve essere adempiuta entro e non oltre un dato giorno;

- oggettivamente essenziale: quando risulta dalla natura del termine o dalle modalità
della prestazione, in quanto solo la prestazione puntuale può soddisfare l’interesse del
creditore.

Decorso inutilmente il termine, il contratto si risolve di diritto (ipso iure) senza che sia
necessaria alcuna dichiarazione della parte adempiente.

Se il creditore, nonostante la scadenza del termine, salvo patto o uso contrario, ha ancora
interesse all’esecuzione della prestazione, deve comunicare all’altra parte entro tre giorni la
volontà di esigere l’esecuzione della prestazione (art. 1457, 1° comma, c.c.).

Per quanto riguarda gli effetti, la risoluzione del contratto per inadempimento:

- ha effetto risolutorio comporta lo scioglimento del rapporto contrattuale con


effetto retroattivo tra le parti (art. 1458, 1° comma, c.c.): ristabilisce la situazione giuridica

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preesistente al contratto;

- ha effetti liberatori: estingue le prestazioni non adempiute delle parti;

- ha effetti restitutori: estingue le prestazioni già eseguite dalle parti che devono
essere restituite secondo le regole dell’indebito (art. 2033 c.c.) in quanto sono prive di causa,
salvo che si tratti di prestazioni già eseguite di contratti ad esecuzione continuata o periodica
(art. 1458, 1° comma, c.c.), che quindi non vanno restituite;

- comporta l’obbligo della parte inadempiente di risarcire il danno sofferto


dall’altra, su sua specifica domanda; il danno consiste nella lesione dell’interesse positivo,
ossia dell’interesse all’esecuzione del contratto e comprende le spese inutilmente fatte ed i
vantaggi che sarebbero derivati dalla esecuzione del contratto;

- non ha effetto nei confronti dei terzi di buona e di mala fede: non pregiudica i diritti
acquistati dai terzi anche se la risoluzione è stata espressamente pattuita, salvi gli effetti della
trascrizione della domanda di risoluzione (art. 1458, 2° comma, c.c.); quindi se l’atto di
acquisto del terzo riguarda diritti su beni immobili o mobili registrati ed è soggetto a
trascrizione (o iscrizione), la risoluzione pregiudica i terzi se la trascrizione (o l’iscrizione) del
loro acquisto è successivo alla trascrizione della domanda di risoluzione (art. 2652, n. 1 c.c.) e
pertanto i terzi perdono il diritto acquistato sulla base di un contratto che si è sciolto per
risoluzione e per il quale era stata trascritta la domanda giudiziale di risoluzione.

d) Gli altri rimedi contro l’inadempimento

Altri rimedi contro l’inadempimento nei contratti con prestazioni corrispettive sono:

- l’eccezione di inadempimento (art. 1460 c.c.);

- l’eccezione di insolvenza (o sospensione dell’esecuzione) (art. 1461 c.c.);

- l’eccezione di previo pagamento (clausola solve et repete) (art. 1462 c.c.).

Sono tutti mezzi di autotutela privata che legittimano alla inesecuzione della
prestazione e che non comportano né la responsabilità per inadempimento né la risoluzione del
contratto.

L’eccezione di inadempimento (exceptio inadimpleti contractus) è la facoltà della parte


contrattuale di rifiutare (e quindi sospendere) l’adempimento se l’altra parte non esegue o non
offre di eseguire la controprestazione, salvo che termini diversi per l’adempimento siano stati
stabiliti dalle parti o risultino dalla natura del contratto (art. 1460, 1° comma, c.c.).

Il fondamento dell’eccezione è quello di prevenire futuri inadempimenti della parte che ha


ricevuto la controprestazione: chi pretende l’adempimento altrui deve essere a sua volta

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pronto ad adempiere la sua prestazione, altrimenti l’altra parte può rifiutarsi di adempiere,
senza con ciò incorrere in alcuna responsabilità al riguardo (inadimplenti non est
adimplendum).

Presupposti dell’eccezione sono:

- la corrispettività delle prestazioni: l’eccezione riguarda i contratti sinallagmatici in


cui le prestazioni devono esser eseguite “mano contro mano” e nei quali le parti non abbiano
stabilito termini diversi o questi siano imposti dalla natura del contratto;

- l’inadempimento della controprestazione della controparte che non adempie o


non offre di eseguire la prestazione; può riguardare anche un parziale inadempimento o un
inesatto adempimento (exceptio non rite adimpleti contractus); non è richiesto che
l’inadempimento sia grave; tuttavia non può rifiutarsi l'esecuzione se, avuto riguardo alle
circostanze, il rifiuto è contrario alla buona fede (art. 1460, 2° comma, c.c.); es.:
l’inadempimento della controparte è di minima importanza.

L’eccezione di inadempimento può essere

- sollevata in giudizio dalla parte convenuta con domanda di risoluzione della


controparte;

- oppure esercitata al di fuori del processo in via stragiudiziale.

L’eccezione di insolvenza (o sospensione dell’esecuzione) è la facoltà della parte


contrattuale di sospendere l’adempimento se le condizioni patrimoniali della controparte sono
divenute tali da mettere in evidente pericolo il conseguimento della controprestazione (art.
1461 c.c.).

Il fondamento dell’eccezione è quello di tutelare il contraente contro l’insolvenza attuale o


temuta della controparte.

La controparte può evitare l’eccezione del pericolo d’insolvenza offrendo a chi ha sollevato
l’eccezione idonea garanzia (art. 1461 c.c.).

L’eccezione di previo pagamento, comunemente detta clausola solve et repete, (prima


adempi e poi chiedi la restituzione) è la clausola con cui le parti stabiliscono che una di esse
non può opporre eccezioni per evitare o ritardare la prestazione dovuta (art. 1462, 1° comma,
c.c.).

La clausola (art. 1462 c.c.):

- non ha effetto per le eccezioni di nullità, di annullabilità e di rescissione del

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contratto;

- se il giudice accerta l’esistenza di gravi motivi può sospendere la condanna


all’adempimento della prestazione, imponendo, se lo ritiene opportuno, una cauzione.

e) La risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta della prestazione

La risoluzione per impossibilità sopravvenuta della prestazione è la risoluzione del


contratto con prestazione corrispettive che opera di diritto quando la prestazione diviene
impossibile per causa non imputabile al debitore successivamente alla conclusione del
contratto (art. 1463 c.c.).

Quando la prestazione diviene impossibile per causa non imputabile al debitore.


l’obbligazione si estingue e il debitore viene liberato (art. 1256 c.c.).

Pertanto nei contratti con prestazioni corrispettive viene meno la giustificazione del diritto
alla controprestazione (difetto funzionale della causa) e si ha la risoluzione del contratto
mentre non ha luogo il risarcimento di danni.

La sentenza che pronunzia la risoluzione ha natura di mero accertamento: non


modifica la realtà giuridica ma solo accerta che essa si è già modificata e che quindi il contratto
si è già risolto nel momento in cui si è verificata l’impossibilità della prestazione.

Si distingue:

- l’impossibilità sopravvenuta totale della prestazione: la parte liberata per la


sopravvenuta impossibilità della prestazione non può chiedere la controprestazione e deve
restituire quello che abbia già ricevuto secondo le norme della ripetizione dell’indebito (art.
1463 c.c.);

- l’impossibilità sopravvenuta parziale della prestazione: se la prestazione di una


parte è divenuta solo parzialmente impossibile l’altra parte può scegliere (art. 1464 c.c.):

- il diritto ad una corrispondente riduzione della prestazione da essa


dovuta;

- il diritto di recedere dal contratto nel caso in cui non ha un interesse


apprezzabile all’adempimento parziale

L’impossibilità sopravvenuta nei contratti ad effetti reali, ossia nei contratti che
trasferiscono la proprietà di una cosa determinata ovvero costituiscono o trasferiscono diritti
reali ha come conseguenza che:

- il perimento della cosa per una causa imputabile all'alienante non libera

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l'acquirente dall'obbligo di eseguire la controprestazione, ancorché la cosa non gli sia
stata consegnata: i rischi della cosa gravano sul proprietario (res perit domino): poiché
infatti il trasferimento del diritto avviene col semplice consenso (art. 1376 c.c.), se il perimento
avviene dopo che la proprietà è passata all’acquirente (dopo il consenso contrattuale) anche se
non sia avvenuta la consegna della cosa trasferita, è l’acquirente che deve sopportare il
rischio: così come dal momento in cui diventa proprietario egli trae dalla cosa tutti i vantaggi,
così subisce le conseguenze sfavorevoli che ad essa si riferiscono e quindi è tenuto ugualmente
a corrispondere la controprestazione stabilita;

- lo stesso principio si applica nel caso in cui l’effetto traslativo o costitutivo del
negozio sia differito fino alla scadenza di un termine (art. 1465, 2° comma, c.c.): in tal
caso l’alienante, con la manifestazione del suo consenso ha prestato tutta la cooperazione che
da parte sua era necessaria perché potesse verificarsi l’effetto traslativo che si sarebbe
verificato automaticamente con il sopraggiungere del termine;

- se il trasferimento ha ad oggetto una cosa generica l’acquirente non è liberato


dall’obbligo di eseguire la controprestazione se l’alienante ha operato la consegna o la cosa è
stata individuata (art. 1465, 3° comma, c.c.);

- in deroga al principio della retroattività della condizione (art 1360 c.c.), l'acquirente è
in ogni caso liberato dalla sua obbligazione, se il trasferimento era sottoposto a
condizione sospensiva e l'impossibilità è sopravvenuta prima che si verifichi la condizione
(art. 1465, 4° comma, c.c.).: il rischio relativo al perimento della cosa, che avvenga in
pendenza della condizione sospensiva grava sull’alienante.

Nei contratti plurilaterali, l’impossibilità della prestazione di una delle parti non importa
scioglimento del contratto rispetto alle altre, salvo che la prestazione mancata debba, secondo
le circostanze, considerarsi essenziale (art. 1466 c.c.).

Per quanto riguarda gli effetti della risoluzione per impossibilità sopravvenuta della
prestazione, essi sono di massima quelli previsti per la risoluzione per inadempimento (art.
1458 c.c.). In particolare:

- il contratto si scioglie e le prestazioni delle parti devono essere restituite secondo la


disciplina dell’indebito;

- la sorte dei diritti dei terzi aventi causa è invece discussa:

- secondo alcuni non sono pregiudicati ai sensi dell’art. 1458, 2° comma, c.c.;

- secondo altri se hanno acquistato a titolo gratuito sono tenuti a restituire nei
limiti del loro arricchimento (art. 2038, 1° comma, c.c.).

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f) La risoluzione del contratto per eccessiva onerosità della prestazione

La risoluzione per eccessiva onerosità è la risoluzione che la parte contraente può


domandare nei contratti ad esecuzione continuata, periodica o differita se la sua prestazione
sia divenuta eccessivamente onerosa per eventi straordinari ed imprevedibili (art. 1467, 1°
comma, c.c.).

Il fondamento della risoluzione è quello del sopravvenuto squilibrio patrimoniale che


consegue ad una alterazione del rapporto di valore tra due prestazioni in occasione di eventi
straordinari o imprevedibili e che altera il sinallagma funzionale.

Requisiti per l’eccessiva onerosità sono che:

- i contratti siano ad esecuzione continuata o periodica, o differita la cui


esecuzione della prestazione, quindi, si può verificare a notevole distanza di tempo dalla
conclusione del contratto; es. la somministrazione mensile di un prodotto d’importazione per
un prezzo prefissato;

- la prestazioni sia divenuta eccessivamente onerosa in quanto si ha una


sproporzione di valori che rende una prestazione non più sufficientemente remunerata
dall’altra; es.: il prodotto importato aumenta di prezzo per il cui il prezzo fissato nel contratto
di somministrazione non è più remunerativo;

- la sopravvenuta onerosità dipenda da avvenimenti straordinari e imprevedibili:


tali avvenimenti devono essere valutati oggettivamente, in rapporto all’uomo medio, in
relazione alla natura del negozio e alle condizioni del mercato; es. un prolungato sciopero, una
guerra, o una svalutazione monetaria imprevedibile.

La parte gravata dall’eccessiva onerosità sopravvenuta della prestazione può domandare la


risoluzione del contatto, tuttavia:

- non sono risolubili i contratti aleatori (art. 1469 c.c.) in cui la sopravvenuta
onerosità non è eccessiva, ma normale perché rientra nel rischio accettato dai contraenti;

- la parte contro cui è domandata la risoluzione può evitarla offrendo di modificare


equamente le condizioni del contratto (art. 1467, 3° comma, c.c.);

- se si tratta di un contratto nel quale una sola delle parti ha assunto obbligazioni
(contratti con obbligazioni di una solo parte), la parte obbligata può chiedere una
riduzione della sua prestazione ovvero una modificazione nelle modalità di esecuzione,
sufficienti per ricondurla ad equità: è quindi esclusa la risoluzione e la parte obbligata può
chiedere con domanda giudiziale una sentenza costitutiva che riduca la prestazione o modifichi
le modalità di adempimento secondo un criterio equitativo.

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La risoluzione del contratto è pronunciata dal giudice che riscontra l’esistenza dei requisiti
di eccessiva onerosità, mediante una sentenza costitutiva.

Gli effetti della risoluzione per eccessiva onerosità sono gli stessi previsti per la risoluzione
per inadempimento (art. 1467, 1° comma, che richiama l’art. 1458 c.c.).

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