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UNISU - Facoltà di Giurisprudenza

DIRITTO PRIVATO
Docente: Alessandro Martini

27° MODULO DIDATTICO


L’invalidità del contratto

Sommario: a) Invalidità, inesistenza ed inefficacia. – b)


La nullità. - c) L’annullabilità.

a) Invalidità, inesistenza ed inefficacia

L’invalidità indica la difformità tra fattispecie concreta, posta in essere dai privati, e
fattispecie astratta, prevista come modello legale dall’ordinamento.

I privati hanno il potere, nella loro autonomia, di porre in essere dichiarazioni negoziali, ma
solo nei limiti stabiliti dell’ordinamento giuridico (cfr. art. 1322 c.c.).
Se tali limiti non sono osservati, perché il negozio posto in essere in concreto è difforme dal
modello astratto (lo schema legale), il negozio è invalido.

L’invalidità è:
- una sanzione che colpisce l’attività negoziale del privato che eccede i limiti posti
all’autonomia privata;
- un rimedio per proteggere interessi prevalenti su quello del privato che pone in essere
un negozio.

Es.: le parti possono liberamente concludere contratti di vendita, ma l’ordinamento richiede


che essi debbano essere conclusi in piena consapevolezza e se quindi la volontà non si è
formata correttamente perché una parte è stata minacciata (violenza morale) o è incapace di
agire, il contratto è invalido (annullabile).

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La categoria dell’invalidità comprende la nullità e la annullabilità.

Il giudizio di invalidità deve essere formulato, di regola, al momento del


perfezionamento del negozio (invalidità originaria).
Si discute se l’invalidità possa essere successiva (o sopravvenuta), ossia intervenire in
un momento successivo al perfezionamento del negozio.

L’invalidità è una qualifica giuridica negativa del negozio.


Se invece un negozio è inqualificabile giuridicamente, esso è inesistente.

L’inesistenza indica che un negozio, pur esistendo in fatto, è affetto da un vizio così grave
e radicale che ne impedisce la possibilità di identificarlo come negozio giuridico.

Es.: sono negozi inesistenti il matrimonio tra persone dello stesso sesso; il testamento
orale.

L’inefficacia del negozio indica la non produttività degli effetti giuridici del negozio
stesso.
Si distingue:

- l’inefficacia in senso ampio: indica la generica e generale mancanza di effetti di un


negozio e ricomprende anche l’invalidità posto che:

- il negozio nullo è inefficace;

- il negozio annullabile produce effetti che possono essere eliminati;

- l’inefficacia in senso stretto indica che un negozio valido è inefficace perché:

- non produce ancora effetti (inefficacia originaria): es. il negozio, pur


essendo valido non produce i suoi effetti perché sottoposto ad una condizione
sospensiva o a termine iniziale;

- non produce più effetti (inefficacia sopravvenuta o successiva) perché


gli effetti già prodotti vengono a cadere; es.: il negozio sottoposto a condizione
risolutiva o a termine finale.

Si distingue ancora in:

- inefficacia assoluta: quando gli effetti non si producono né tra le parti ne rispetto ai
terzi; si dice che opera erga omnes;

- inefficacia relativa (anche detta inopponibilità): quando gli effetti non si producono
nei confronti dei terzi o di determinati terzi, ai quali il contratto non può essere opposto, ma si

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producono tra le parti; es.: l’alienazione dei beni in frode ai creditori non ha effetto rispetto ai
creditori che esercitano azione revocatoria (art. 2901, 1° comma, c.c.).

b) La nullità

La nullità è la più grave forma di invalidità negoziale che l’ordinamento prevede come
sanzione a tutela di interessi generali, a differenza della annullabilità nella quale viene in
considerazione l’interesse particolare del contraente che viene tutelato, attribuendo alla stessa
parte un potere di scelta in ordine alle sorti del negozio.

In base all’art. 1418 c.c., il contratto è nullo:

- quando è contrario a norme imperative, salvo che la legge disponga


diversamente (art. 1418, 1° comma, c.c.): è una norma di chiusura secondo cui la nullità
deriva dalla violazione di una norma imperativa, e non occorre che la nullità sia comminata
espressamente dalla norma di legge violata (nullità virtuale); se però la norma prevede una
diversa sanzione, come l’annullabilità o una sanzione amministrativa o fiscale, dovrà applicarsi
questa espressamente prevista;

- quando manca uno dei requisiti indicati all’art. 1325 c.c. e cioè:

- l’accordo: è la mancanza della riferibilità della volontà al soggetto che la


emette perché ad es, costretto per violenza fisica;

- la causa: quando manca una ragione pratica giustificativa del contratto o


quando essa persegue un interesse non meritevole di tutela;

- l’oggetto: perché inesistente;

- la forma: quando è prevista dalla legge come requisito necessario del contratto
(forma ad substantiam) (art. 1350 c.c.);

- quando la causa è illecita, ossia contraria norme imperative, all’ordine pubblico o la


buon costume (art. 1343 c.c.);

- quando le parti si sono determinate a concluderlo esclusivamente per un motivo


illecito comune ad entrambe (art. 1345 c.c.)

- quando l'oggetto del contratto non ha i requisiti previsti dall’art. 1346 c.c., e cioè è
impossibile, illecito, indeterminato o indeterminabile; es. la vendita di un bene demaniale;

- negli altri casi stabiliti dalla legge (art. 1418, 3° comma, c.c.), ossia quando è violata
un norma che espressamente commina la sanzione della nullità del contratto (nullità
testuale); es.: è nullo il contratto al quale è apposta un una condizione, sospensiva o
risolutiva, contraria a norme imperative, all'ordine pubblico o al buon costume (condizione

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illecita); o al quale è apposta una condizione sospensiva impossibile (art. 1354,1° e 2° comma,
c.c.).

Occorre distinguere:

- il contratto illegale: è il contratto contrario a norme imperative e che è nullo, salvo


che la legge disponga diversamente (art. 1418, 1° comma, c.c.: nullità virtuale);

- il contratto illecito: è il contratto

- contrario a norme imperative, buon costume e ordine pubblico, secondo quanto


stabilisce l’art. 1343 c.c. in tema di causa con una norma generale in materia;

- la cui causa (art. 1343-1344 c.c.), oggetto (art. 1346 c.c.), e motivi (art. 1345
c.c.) sono contrari a norme imperative, all’ordine pubblico o al buon costume e quindi
illeciti (art. 1418, 2° comma, c.c.);

- la cui condizione è contraria a norme imperative, all’ordine pubblico o al buon


costume e quindi illecita (art. 1354, 1° comma, c.c.);

in tutti questi casi il contratto è nullo, senza eccezioni.

Esistono dunque:

- norme imperative la cui violazione comporta la nullità del contratto (illegale), salvo
eccezioni (art. 1418, 1° comma, c.c.): sono poste a tutela di interessi generali; l’illegalità è
una difformità dell’atto di autonomia contrattuale all’ordinamento;

- norme imperative la cui violazione comporta la nullità del contratto (illecito), senza
eccezioni: sono norme proibitive che esprimono principi giuridici ed etici fondamentali
dell’ordinamento giuridico e la cui violazione impedisce l’applicazione della conservazione del
contratto (art. 1367 c.c.) e della conversione del contratto nullo (art. 1424 c.c.); l’illiceità è
una trasgressione dell’atto di autonomia contrattuale ad un divieto.

L’illiceità del contratto può anche derivare dalla contrarietà:

- all’ordine pubblico: indica i principi basilari del nostro ordinamento sociale che ne
salvaguardano i valori fondamentali e che non sono esplicitamente formulate dalla legge, ma si
ricavano implicitamente dal sistema legislativo, ossia dai codici, dalle leggi, e, soprattutto,
dalla Costituzione. L’ordine pubblico, in particolare impone il rispetto delle libertà personali e
collettive, e quello di iniziativa economica.

Es.: è illecito, anche se nessuna norma lo vieta, il contratto con il quale ci si impegna ad
esercitare o non esercitare determinate attività professionali o ad aderire o meno ad una
confessione religiosa; a sposarsi o meno, a riconoscere o meno un figlio naturale; a non
proseguire gli studi.

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La nullità del contratto illecito in tali ipotesi intende proteggere la libertà del contraente
contro l’altrui prepotenza economica o politica o sociale;

- al buon costume: indica i principi, ricavabili implicitamente dal sistema legislativo, di


onestà pubblica e privata alla stregua della coscienza sociale. Il contratto contrario al buon
costume si dice contratto immorale e, come tale, nullo, ma esso produce lo speciale effetto
di cui l’art. 2035 c.c.: non si è tenuti a dare esecuzione al contratto nullo, ma non si può
ottenere la restituzione di ciò che si è pagato in esecuzione del contratto immorale come
invece è previsto per i casi di nullità.

Es.: il contratto con cui un cantante, verso un corrispettivo, obbliga parte del pubblico a
fischiare altro cantante concorrente, è immorale e pertanto nullo. Tuttavia chi ha pagato non
può richiedere la restituzione del denaro versato seppure il contratto è nullo.

La nullità può essere:

- totale: quando colpisce l’intero negozio; es. manca la forma ad substantiam.

- parziale: quando non colpisce l’intero contratto e lascia valido, in applicazione del
generale principio di conservazione, il contratto per il resto. Essa può essere oggettiva o
soggettiva.

La nullità parziale oggettiva è quella che colpisce una parte del contenuto del contratto
o singole clausole di questo (art. 1419 c.c.); è invalida solo la clausola, mentre l’altra parte del
contratto resta in vita (utile per inutile non vitiatur).

La nullità è parziale quando:

- risulta che le parti avrebbero ugualmente concluso il contratto senza quella parte del suo
contenuto che è colpita dalla nullità. Quindi, se risulta che le parti non avrebbero posto in
essere il negozio senza quella clausola o quella parte che è colpita da nullità, la nullità si
estende all’intero negozio (art. 1419 c.c.). La valutazione del carattere essenziale del
contenuto colpito da nullità:

- deve essere effettuata:

- secondo alcuni in senso oggettivo: avendo riguardo al rapporto funzionale tra


la clausola e il contenuto principale del negozio, quale risulta attraverso l’interpretazione
del negozio;

- secondo altri in senso soggettivo: avendo riguardo alla volontà ipotetica delle
parti quale si sarebbe determinata se le parti avessero avuto conoscenza dell’invalidità;

- è esclusa (e dunque non si ha nullità totale del contratto):

- quando la clausola nulla è sostituita di diritto da norme imperative (art. 1419,


2° comma, c.c.); es. le clausole, i prezzi di beni o di servizi, imposti dalla legge che sono di

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diritto inseriti nel contratto, anche in sostituzione delle clausole difformi apposte dalle parti
(art 1339 c.c.); la sostituzione di tali clausole non importa la nullità dell’intero contratto;

- nei casi in cui la legge dichiara la clausola come non apposta; es. la condizione
impossibile risolutiva, che si ha come non apposta (art. 1354, 2° comma, c.c.), non può
pregiudicare la validità del contratto al quale la condizione è apposta.

La nullità parziale soggettiva è quella che, nei contratti plurilaterali, colpisce il vincolo
di una delle parti e quindi singoli rapporti di partecipazione al contratto; in tal caso non si ha
nullità dell’intero negozio, salvo che la partecipazione di essa debba, secondo le circostanze,
considerarsi essenziale (art. 1420 c.c.).

La nullità:

- è accertata con una sentenza di mero accertamento che non muta la situazione
giuridica preesistente, ma si limita ad accertarla in quanto la nullità opera di diritto: il
contratto era nullo ed inefficace prima della sentenza e tale rimane anche dopo la sentenza che
lo dichiara nullo;

- - può essere domandata da chiunque vi abbia interesse (art. 1421 c.c.): si ha una
legittimazione assoluta all’azione di nullità; solo nei casi previsti dalla legge, può essere
domandata solo da determinati soggetti: legittimazione relativa.

Es.: un contratto di compravendita di un bene immobile fatto verbalmente è nullo perché


manca la forma scritta (art. 1350, n. 1 c.c.); il creditore dell’alienante ha interesse a far
accertare la nullità del contratto, in modo che dal patrimonio del debitore-alienante non esca
un bene che rappresenta la garanzia generica del credito (art. 2740 c.c.: responsabilità
patrimoniale);

- può essere rilevata d’ufficio dal giudice senza domanda di parte, in qualsiasi stato e
grado del giudizio, ma deve risultare dagli atti e solo nella controversia promossa per far
valere i diritti che presuppongono la validità del contratto;

- l’azione di nullità è imprescrittibile ma sono salvi gli effetti dell’ usucapione e della
prescrizione delle azioni di ripetizione (art. 1423 c.c.).

Il contratto nullo non produce effetti sin dall’origine, né tra le parti né rispetto i terzi, ai
quali il contratto è opponibile.

Dunque il contratto nullo non trasferisce diritti né costituisce obbligazioni, se, però, è stato
eseguito, le prestazioni già effettuate costituiscono un indebito oggettivo (art. 2033 c.c.) in
quanto prive di titolo e pertanto devono essere restituite.

Il diritto alla restituzione (ripetizione) è soggetto a termine di prescrizione decennale (art.


2946 c.c.).

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Se, tuttavia, il contratto è nullo per contrarietà al buon costume (contratto immorale)
non si ha ripetizione di quanto eseguito (art. 2035 c.c.).

L’azione di nullità può accompagnarsi alla domanda di risarcimento del danno, se ricorrono
gli estremi della responsabilità precontrattuale (art. 1338 c.c.), nei limiti dell’interesse
negativo.

Il negozio nullo è, di regola insanabile: non può essere convalidato, anche mediante
esecuzione, confermato o ratificato, salvo che la legge disponga diversamente (art. 1423 c.c.).

E’ possibile la rinnovazione del contratto nullo, ossia la conclusione di un nuovo contratto


con il medesimo contenuto del contratto precedente, senza la causa di nullità che era presente
nel contratto rinnovato.

E’ ammessa la conversione del negozio nullo, ossia una modifica legale del contratto
che impedisce la nullità di questo.

Il contratto nullo può produrre gli effetti di un diverso contratto del quale abbia i requisiti di
sostanza e di forma, se, avuto riguardo allo scopo perseguito dalla parti, deve ritenersi che
esse lo avrebbero voluto se avessero conosciuto la nullità (art. 1424 c.c.).

Es.: la costituzione di un usufrutto immobiliare, verso un corrispettivo periodico, che si


converte in contratto di locazione; una subenfiteusi ventennale nulla (art. 968 c.c.), si converte
in una locazione trentennale.

Il fondamento della conversione risiede nel principio di conservazione del negozio: la


legge tende fin che possibile, ad attribuire effetti ad una dichiarazione di volontà.

La modifica opera per effetto di legge non in contrasto con l’atto di autonomia privata, ma
nel sostanziale rispetto del programma voluto dalle parti.

Per la conversione occorre, quindi:

- l’elemento oggettivo: il negozio nullo deve presentare tutti i requisiti di sostanza e di


forma di un negozio diverso, che le parti avrebbero potuto concludere in luogo di quello nullo;

- l’elemento soggettivo: la volontà ipotetica delle parti di concludere quel negozio


diverso se avessero saputo della nullità di quello effettivamente stipulato.

La conversione:

- opera di diritto: ossia automaticamente senza che le parti debbano manifestare alcuna
volontà al riguardo;

- in caso di contrasto tra le parti sui presupposti di legge per la conversione, il giudice
anche d’ufficio, può pronunziare una sentenza di mero accertamento che dichiara la
conversione;

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- non è applicabile al contratto inesistente, né al contratto illecito, il cui scopo
perseguito dalle parti sarebbe comunque irrealizzabile.

Dalla conversione del negozio nullo, detta sostanziale perché riguarda il regolamento
contrattuale, si distingue la conversione formale e a conversione legale.

La conversione formale (o impropria) si ha quando un negozio può compiersi in due


forme diverse: se è invalido in quella in cui è stato compiuto e contiene i requisiti dell’altra,
vale come fosse effettuato in quest’ultima forma.

Essa:

- non è una conversione perché si prescinde da una indagine sulla volontà delle parti;

- non è una modifica del negozio, ma solo una diversa qualifica formale del negozio.

Es. l’atto pubblico nullo per difetto di forma o per incompetenza o incapacità del pubblico
ufficiale vale come scrittura privata, se è stato sottoscritto dalle parti (art. 2701 c.c.); un
testamento segreto che manchi di qualche requisito vale come testamento olografo se ha i
requisiti richiesti da tale forma testamentaria (art. 607 c.c.), e cioè se è stato scritto dal
testatore di propria mano.

La conversione legale è la conversione specificamente prevista dalla legge e che opera a


prescindere dalla volontà dei contraenti.

Es.: concessione di servitù da parte dl singolo comproprietario: in mancanza del consenso


degli altri comproprietari la concessione non è costitutiva del diritto reale di servitù, ma nei
confronti del concedente vale a creare un diritto personale di godimento corrispondente
all’esercizio della servitù (art. 1059, 2° comma, c.c.).

c) L’annullabilità

L’annullabilità è una forma di invalidità.

Essa è prevista per casi di minore gravità rispetto alla nullità e che rende opportuno
lasciare dipendere la sorte del contratto da un apprezzamento discrezionale del portatore
dell’interesse leso.

Il contratto annullabile è dotato di efficacia interinale (o precaria): è provvisoriamente


produttivo dei suoi effetti, ma è suscettibile di essere reso inefficace mediante sentenza di
annullamento.

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Se la parte interessata non domanda l’annullamento o se convalida il contratto annullabile,
questo produce definitivamente i suoi effetti interinali.

Sono cause di annullabilità solo quelle previste dalla legge (annullabilità testuale):

- l’incapacità legale della parte (art. 1425, 1° comma, c.c.), ossia la sua minore età
(art. 2 c.c.), interdizione legale (art. 32 c.p.) e giudiziale (art. 414 c.c.), inabilitazione (art. 414
c.c.) e emancipazione (art. 390 c.c.); tuttavia non è annullabile il contratto per incapacità di
agire nel caso in cui il minore abbia con raggiri occultato la sua età (art. 1426 c.c.);

- l’incapacità naturale della parte (art. 1425, 2° comma, c.c.); ossia la sua incapacità di
intendere o di volere (art. 428 c.c.);

- i vizi del consenso: errore, violenza e dolo (art. 1427 c.c.);

- particolari situazioni di abuso a danno di una delle parti; es.: il contratto concluso
dal rappresentante in conflitto di interessi col rappresentato (art. 1394 c.c.); il contratto
concluso dal coniuge senza il necessario consenso dell’altro in regime di comunione legale
relativo a beni immobili o mobili registrati (art. 184, 1° comma, c.c.).

L’annullamento del contratto:

- è pronunciato con una sentenza costitutiva che non si limita ad accertare una
situazione preesistente, ma modifica la realtà giuridica rimuovendo gli effetti che il
contratto annullato aveva realizzato;

- ha effetto retroattivo tra le parti (ex tunc) in quanto la situazione giuridica viene
ristabilita nei termini in cui era prima della conclusione del contratto;

- può essere domandato solo dalla parte nel cui interesse è prevista l’annullabilità del
contratto: legittimazione relativa all’azione di annullamento (art. 1441, 1° comma, c.c.);

- solo in via eccezionale può essere domandata da chiunque vi abbia interesse (art. 1441,
2° comma, c.c.): legittimazione assoluta all’azione di annullamento; si parla al riguardo di
annullabilità assoluta; es.: atti posti in essere da condannato in stato di interdizione legale;

- non può essere rilevata d’ufficio dal giudice;

- l’azione di annullamento è soggetta al temine di prescrizione di cinque anni (art.


1442, 2° comma, c.c.), mentre l’eccezione di annullamento può essere proposta in ogni
tempo dalla parte convenuta per l’esecuzione del contratto annullabile (art. 1442, 4° comma,
c.c.). Il termine di prescrizione decorre:

- dal giorno in cui è cessata la causa che ha dato luogo all’annullabilità e cioè: dal
compimento della maggiore età, dalla revoca dell’interdizione e inabilitazione, dalla
scoperta l’errore, dalla scoperta del dolo, dalla cessazione della violenza (art. 1442, 2°
comma, c.c.);

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- negli altri casi dal giorno in cui il negozio è stato compiuto (art. 1442, 3°
comma, c.c.).

L’annullamento del contratto ha efficacia retroattiva (ex tunc) tra le parti e le


prestazioni già effettuate costituiscono un indebito oggettivo in quanto prive di titolo e
pertanto devono essere restituite (art. 2033 c.c.).

Se, tuttavia il contratto è annullato per incapacità di uno dei contraenti, questi è
tenuto a restituire all’altro la prestazione ricevuta solo nei limiti in cui è stata rivolta a suo
vantaggio (art. 1443 c.c.).

L’azione di annullamento può accompagnarsi alla domanda di risarcimento del danno, se


ricorrono gli estremi della responsabilità precontrattuale (art. 1338 c.c.), nei limiti
dell’interesse negativo.

Il principio della retroattività dell’annullamento (art. 1445 c.c.):

- opera anche rispetto ai terzi se l’annullamento dipende da incapacità legale e cioè


da minore età, interdizione, inabilitazione e emancipazione;

- non travolge gli acquisti derivativi a titolo oneroso dei terzi di buona fede: il
contratto conserva la sua rilevanza per coloro che hanno acquistato verso un corrispettivo
un diritto dipendente dal contratto ignorando che questo è annullabile, salvi gli effetti della
trascrizione della domanda di annullamento.

Si può avere:

- un annullamento parziale soggettivo: quando, nei contratti plurilaterali l’annullabilità


colpisce il vincolo di una delle parti e quindi singoli rapporti di partecipazione al contratto; in tal
caso non si ha l’annullamento dell’intero negozio, salvo che la partecipazione di essa debba,
secondo le circostanze, considerarsi essenziale (art. 1446 c.c.);

- secondo alcuni, anche un annullamento parziale oggettivo: quando l’annullabilità


colpisce una parte del contenuto del contratto o singole clausole di questo; in tal caso è
invalida solo la clausola, mentre l’altra parte del contratto resta in vita, se risulta che le parti
non avrebbero posto in essere il negozio senza quella clausola o quella parte che è annullata
(cfr. art. 1419 c.c.).

Il contratto annullabile può essere sanato mediante convalida dalla parte legittimata
a proporre l’azione di annullamento e che può validamente concludere il contratto (art. 1444
c.c.); es. il minore d’età, che ha stipulato un atto annullabile per la sua incapacità legale, non
può convalidare l’atto medesimo, sin quando permane la condizione di minore età.

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La convalida può essere espressa o tacita.

La convalida espressa:

- è un negozio unilaterale, non recettizio (per altri è recettizio) accessorio (o di secondo


grado) in quanto presuppone un altro negozio principale dal quale dipende;

- ha un contenuto tipico, in quanto deve contenere (art. 1444, 1° comma c.c.);:

- la specifica menzione del contratto;

- la specifica menzione del motivo di annullabilità;

- la dichiarazione che si intende convalidare il contratto

- rimuove la precarietà legale del contratto annullabile e non sostituisce il contratto


convalidato né integra un elemento di questo;

- ha forma libera (per altri occorre la forma scritta);

- ha effetto solo per il convalidante: non preclude l’azione di altri legittimati, salvo che
questi siano portatori dell’interesse del convalidante.

La convalida tacita si ha quando il contraente al quale spettava l'azione di annullamento


ha dato volontariamente esecuzione al contratto, conoscendo il motivo di annullabilità (art.
1444, 2° comma, c.c.).

L’esecuzione del contratto è l’adempimento delle obbligazioni che da questo derivano.

Es.: Tizia, credendo per errore di acquistare un anello d’oro, ha invece acquistato un anello
d’acciaio e pertanto potrebbe domandare l’annullamento del contratto per errore essenziale e
riconoscibile, ma preferisce tenere con sé l’anello d’acciaio, che è di suo gradimento, e
pertanto paga il relativo prezzo del bene convalidando il contratto di compravendita mediante
l’esecuzione delle prestazione.

Quanto alla natura giuridica della convalida tacita:

- secondo alcuni è un negozio giuridico di attuazione fatto con la precisa intenzione di


convalidare e con la consapevolezza dell’effetto;

- secondo altri è un atto giuridico in senso stretto.

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