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UNISU - Facoltà di Giurisprudenza

DIRITTO PRIVATO
Docente: Alessandro Martini

26° MODULO DIDATTICO


I vizi della volontà. La simulazione

Sommario: a) Generalità.- b) L’errore. – c) Il dolo. – d) La


violenza. - e) La simulazione.

a) Generalità

Vizi della volontà (o vizi del consenso) sono quegli elementi che si inseriscono ed
alterano il processo formativo della volontà.

In tal caso la volontà non manca, ma è viziata in quanto si è formata non correttamente
per l’intervento di fatti o azioni che hanno influito sulla determinazione del soggetto e che
hanno impedito che volontà dichiarata e volontà ipotetica coincidessero: il soggetto ha
posto in essere un atto che altrimenti non avrebbe compiuto o avrebbe compiuto a diverse
condizioni.

I vizi della volontà cui il Codice civile (artt. 1427-1440 c.c) attribuisce rilevanza sono:

- l’errore;

- la violenza;

- il dolo.

Tali vizi rendono annullabile il contatto e legittimano a chiedere l’annullamento del


contratto il contraente il cui consenso (art. 1427 c.c.) fu:

- dato per errore;

- estorto con violenza;

- carpito con dolo.

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Distinto dal vizio di volontà è il caso di:

- mancanza di volontà, che si ha quando è emessa una dichiarazione senza volontà; in


questa ipotesi l’atto è nullo per difetto di accordo o di causa; manca la volontà nei casi di:

- violenza fisica (vis absoluta): si ha quando un soggetto emette una


manifestazione di volontà perché costretto con forza da altro soggetto;

- dichiarazione emessa per scherzo (ioci causa) o per necessità di


rappresentazione teatrale o didattica (docenti causa);

- divergenza tra volontà e dichiarazione nei casi di:

- riserva mentale: quando il soggetto intenzionalmente dichiara cosa diversa


da ciò che vuole senza intesa col destinatario che non è in grado di conoscere tale
divergenza; la riserva mentale rimane interna al dichiarante e quindi è irrilevante e non
rende invalido l’atto;

- errore ostativo: quando si ha una divergenza inconsapevole tra volontà e


dichiarazione per un errore che cade sulla dichiarazione o sulla trasmissione della
volontà; l’errore ostativo è disciplinato come l’errore-vizio e quindi è causa di
annullamento del contratto.

Distinto ancora dal vizio della volontà è la simulazione fenomeno che dà luogo ad una
situazione di apparenza contrattuale voluta.

b) L’errore

L’errore-vizio è una falsa rappresentazione della realtà che induce il soggetto a


dichiarare una volontà che, altrimenti, non avrebbe dichiarato.

All’errore è equiparata l’ignoranza.

L’errore, in presenza dei requisiti previsti dalla legge, rende il negozio annullabile su
istanza della parte caduta in errore (art. 1427 c.c.).

Tuttavia, chi è caduto in errore non può domandare l’annullamento del contratto se, prima
che possa derivargli pregiudizio, l’altra offre di eseguirlo in modo conforme al contenuto e alle
modalità del contratto che essa intendeva concludere (mantenimento del contratto
rettificato: art. 1432 c.c.).

L’errore si distingue in:

- errore-vizio (o errore motivo): è, come detto, una falsa rappresentazione della realtà

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che ha sviato il soggetto e lo ha indotto a contrarre sulla base di una volontà non
corrispondente alle effettive intenzioni; la dichiarazione è voluta, ma in base ad una volontà
difforme da quella ipotetica, es. si acquista un oggetto in bronzo credendolo d’oro;

- errore-ostativo: è quello che cade sulla dichiarazione o sulla trasmissione del


volontà (art. 1433 c.c.) e che dà luogo ad una totale divergenza tra volontà e dichiarazione; il
contraente ha correttamente formato la propria volontà, ma questa è inesattamente dichiarata
o trasmessa; la dichiarazione è del tutto divergente dalla volontà della parte, ma il Codice
civile equipara l’errore-ostativo all’errore-vizio con la conseguenza che esso può legittimare
l’annullamento del contratto solo se è riconoscibile all’altro contraente; es.: compro un bene
per 10 euro, ma per errore scrivo 100 euro.

Distinto dall’errore ostativo è la falsa demonstratio: l’indicazione erronea di una persona


(un nome al posto di un altro) o di un bene (un colore anziché un altro) che non dà vita
incertezza alcuna in ordine alla sua identificazione e pertanto è irrilevante.

L’errore sia esso errore-vizio o errore-ostativo per essere causa di annullamento del
contratto deve essere:

- essenziale;

- e riconoscibile.

L’errore è essenziale quando assume un apprezzabile rilievo rispetto all’obiettivo assetto


degli interessi realizzato dal contratto.

Il Codice civile prevede che è essenziale l’errore che cade (art. 1429 c.c.):

- sulla natura del contratto (error in negozio): è quello che impedisce alla parte di avere
la consapevolezza degli effetti giuridici essenziali che concorrono ad individuare il negozio
compiuto; es. credo di dare in locazione ed invece concedo in enfiteusi;

- sull’oggetto del contratto (error in corpore): è quello che cade sul bene o sulla
prestazione oggetto del contratto; es. credo di comprare vino ed invece compro aceto e quindi
per errore scambio una cosa per un’altra (aliud pro alio);

- sull’identità dell’oggetto del contratto;

- su una qualità dell’ oggetto del contratto che, secondo il comune apprezzamento o in
relazione alle circostanze, debba ritenersi determinate del consenso, es.: si crede lana di
animale e invece è lana sintetica;

- sulla identità della persona: es.: Tizio stipula un contratto di società con Caio
scambiandolo per Sempronio;

- o sulle qualità della persona: es.: credo che Tizio sia un facoltoso finanziere; i negozi
in cui rileva l’identità o qualità della persona la persona del contraente sono detti negozi intuitu
personae;

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- se è errore di diritto, quando abbia costituito la ragione unica o principale del consenso.

L’errore di diritto consiste nell’ignoranza o nella falsa conoscenza della situazione


giuridica e che cade sull’esistenza di una norma o sulla portata, estensione o limiti di
applicabilità della norma stessa; es.: Tizio acquista un fondo ritenendo di poter costruire una
villa, ma ignora il divieto di costruzione su quel fondo.

Da esso deve distinguersi l’errore sulle conseguenze giuridiche del negozio per cui
vale il principio ignorantia legis non excusat in forza del quale nessuno può invocare
l’ignoranza della legge al fine di sottrarsi all’applicazione della norma; es. chi ha venduto una
cosa non può sottrarsi alla responsabilità per i difetti o vizi di essa affermando di ignorare la
disciplina prevista dalla legge all’art. 1490 c.c..

Non è essenziale l’errore sui motivi ossia quello che ha indotto il soggetto a porre in
essere il negozio; es.: chi acquista un appartamento perché crede erroneamente che ha
ottenuto il posto di lavoro nella località in cui si trova l’immobile, non può pretendere di far
valere il suo errore a carico della controparte.

Tuttavia l’errore sui motivi è causa di annullamento :

- nel contratto di donazione (art. 787 c.c.);

- nell’atto di testamento (art. 624, 2° comma, c.c.);

se l’errore risulta dall’atto ed è il solo che ha determinato il soggetto fare testamento o a


compiere la donazione.

Oltre che essenziale l’errore deve essere riconoscibile da parte dell’altro contraente.

L’errore è riconoscibile quando, in relazione al contenuto, alle circostanze del contratto


ovvero alla qualità dei contraenti una persona di normale diligenza, avrebbe potuto
rilevarlo (art. 1431 c.c.), ossia avrebbe dovuto riconoscere la falsa rappresentazione della
controparte.

La ratio della riconoscibilità va ravvisata nella tutela dell’affidamento della controparte.

L’errore riconoscibile è l’errore palese.

Nel caso di errore comune (o bilaterale), ossia di errore comune ad entrambe le parti, il
contratto è annullabile a prescindere dall’esistenza del requisito della riconoscibilità non
essendo in tal caso applicabile il principio dell’affidamento, avendo ciascuno dei contraenti dato
causa all’invalidità del negozio.

L’errore di calcolo non dà luogo ad annullamento del contratto ma solo a rettifica salvo
che, concretandosi in errore sulla quantità (error in quantitate), sia stato determinante il
consenso (art. 1430 c.c.).

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c) Il dolo

Il dolo contrattuale (o negoziale) consiste in ogni artificio o raggiro con cui un soggetto
(deceptor) induce un altro soggetto (deceptus) a porre in essere un negozio che altrimenti non
avrebbe concluso o lo avrebbe concluso a diverse condizioni.

Il dolo vizia la volontà mediante l’inganno e costituisce illecito in quanto lesivo della libertà
negoziale e, di regola, induce in errore la vittima.

Si ha:

- dolo commissivo: è l’induzione in errore conseguente ad un comportamento attivo:


artificio o raggiro;

- dolo omissivo: è

- la menzogna: l’affermazione di cosa non vera;

- la reticenza: l’omessa comunicazione, accompagnata da raggiri, di circostanze


che avrebbero indotto la controparte a non contrarre e che devono essere chiarite in
base al dovere di agire secondo buona fede.

L’azione dolosa può riguardare:

- i motivi della vittima; es. si fa credere di poter trarre dalla prestazione un utile non
corrispondente alla realtà o si fa credere di avere bisogno di quella prestazione;

- i presupposti, gli elementi o gli effetti del contratto; es. il soggetto fa credere all’altro
che in base al contratto gli spettino diritti diversi da quelli che realmente gli spettano.

Con riguardo alle conseguenze, si ha:

- dolo determinante (causam dans o dolo vizio): è quello senza il quale il negozio non
sarebbe stato concluso; rende annullabile il negozio (art. 1439 c.c.), cui si aggiunge la
responsabilità per l’autore del dolo che è tenuto a risarcire i danni;

- dolo incidente: è quello senza il quale il negozio sarebbe stato ugualmente concluso ma
a condizioni meno gravose. Il negozio resta valido, ma il contraente in mala fede è tenuto a
risarcire i danni alla parte (art. 1440 c.c. );

- il dolus bonus: è la normale esaltazione pubblicitaria che, in genere nel campo


commerciale, si fa della propria merce o delle proprie prestazioni; poiché tutti possono valutare
opportunamente tale pubblicità tale dolo non è vero e proprio dolo (dolus malus) e pertanto
non determina l’annullabilità del negozio.

Autore del dolo può essere anche un terzo.

Il dolo del terzo è causa di annullamento del contratto quando era noto al contraente che

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ne ha tratto vantaggio (art. 1439, 2° comma, c.c.).

d) La violenza

La violenza è la più grave forma di lesione della libertà negoziale.

Si distingue:

- la violenza fisica: è una coazione materiale che esclude del tutto la volontà del
soggetto in ordine al contratto: il soggetto è costretto a compiere l’atto senza averne la
minima volontà e pertanto il contratto è nullo; es. si costringe un soggetto, guidandogli la
mano, a sottoscrivere un documento;

- la violenza morale (o violenza psichica, vis compulsiva): agisce sulla volontà della
vittima inducendola a stipulare il contratto per sottrarsi al male minacciato; è questo il vizio
della volontà che si sostanzia nella coazione psicologica che induce il soggetto, per timore, a
stipulare un contratto.

La violenza morale è causa di annullamento del contratto quando consiste:

- nella minaccia di un male ingiusto e notevole alla persona o ai beni del contraente o di
un terzo (artt. 1435-1436 c.c.);

- ovvero nella minaccia di esercitare un diritto per conseguire un vantaggio


ingiusto (art. 1438 c.c.).

La minaccia è causa di annullamento del contratto anche se esercitata dal terzo (art.
1434 c.c.) indipendentemente dal fatto che il contraente ne sia stato a conoscenza.

Requisiti della violenza sono:

- la minaccia di un male notevole: indica la serietà della minaccia; è l’idoneità della


minaccia ad incidere sulla volontà del soggetto, così evitando che una persona possa invocare
il vizio del consenso anche in presenza di una minaccia irrisoria o scarsamente attendibile. La
gravità del male minacciato deve esser valutata in astratto con riferimento ad una
persona sensata. Nel valutare l’idoneità della minaccia si dovrà tener conto dell'età, al sesso
e alla condizione delle persone (art. 1435 c.c.);

- la minaccia di un male ingiusto: consiste in male contrario al diritto ossia in una


lesione antigiuridica della persona o del patrimonio del contraente ovvero della persona o dei
beni del coniuge o di un discendente o di un ascendente del contraente. Se il male minacciato
riguarda altre persone, l'annullamento del contratto è rimesso alla prudente valutazione delle

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circostanze da parte del giudice (art. 1436 c.c.).

La minaccia di esercitare un diritto non è quindi di regola, violenza morale; es. la banca
minaccia di chiedere la restituzione del finanziamento erogato (esercizio dl diritto) se il
finanziato non consente a stipulare un contratti di pegno a garanzia del finanziamento.

La minaccia di esercitare un diritto può essere violenza morale quando è diretta a


conseguire vantaggi ingiusti (art. 1438 c.c.), ossia quando è un mezzo per estorcere
vantaggi che non hanno alcuna relazione con il diritto esercitato.

Il vantaggio è, quindi, ingiusto:

- quando rappresenta un risultato abnorme o diverso da quello conseguibile con


l’esercizio del diritto;

- quando rende obiettivamente iniquo il contratto per la sproporzione delle prestazioni.

Es.: il creditore minaccia il debitore di procedere all’espropriazione dei suoi beni


(esercizio del diritto) per ottenere che il debitore gli venda un terreno o non partecipi ad una
gara per un appalto; questo è un vantaggio ingiusto perché la minaccia di espropriare può
solo servire come mezzo per indurre il debitore ad adempiere e non per costringerlo a
compiere altre attività che non rientrano nell’esercizio del diritto minacciato (vendita o
astensione dalla partecipazione di una gara).

Il timore è una perturbazione psicologica del soggetto.

Il timore riverenziale è la soggezione psicologica che il soggetto ha verso gli altri per
l’importanza della loro posizione nell’ambiente della famiglia, del lavoro o dell’ambiente
sociale; tale timore da solo non è causa di annullamento del contratto (art. 1437 c.c.).

d) La simulazione

La simulazione è il fenomeno che consiste nel creare intenzionalmente l’apparenza


contrattuale: le parti, dichiarano, d’accordo di porre in essere un’attività negoziale, ma in
realtà non vogliono che se ne producano gli effetti.
L’accordo delle parti è diretto a porre in essere un negozio, un regolamento, che è
meramente apparente, perché a questo:
- non corrisponde un effettivo regolamento di interessi delle parti;
- o a questo corrisponde un regolamento diverso.

La simulazione può riguardare anche agli atti unilaterali destinati a una persona

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determinata, che sono simulati per accordo tra il dichiarante e il destinatario (art. 1414, 2°
comma, c.c.), ossia i negozi recettizi.

Quanto alla natura giuridica:

- secondo la dottrina tradizionale la simulazione è uno dei casi di divergenza tra volontà
reale e dichiarazione della volontà;

- secondo altri la simulazione incide sulla causa del contratto ed è la divergenza tra la
causa tipica dell’atto e l’intento pratico che le parti vogliono conseguire;

- secondo altri ancora la simulazione è un caso di contrasto tra una dichiarazione esterna
(negozio simulato) che le parti vogliono sia operativa rispetto ai terzi e una dichiarazione
interna (accordo simulatorio) che le parti vogliono sia operativa tra loro.

Si distingue:

- la simulazione assoluta: le parti fingono di porre in essere un negozio mentre in realtà


non ne vogliono nessuno e non intendono quindi costituire alcun rapporto contrattuale; le parti
allora pongono in essere un negozio simulato (o negozio fittizio o apparente) al solo scopo di
farlo apparire nei confronti dei terzi.

Es.: Tizio (apparente alienante) vende a Caio (apparente acquirente) un bene in modo che
questo bene appaia uscito dal patrimonio dell’apparente alienante (Tizio) e appaia entrato nel
patrimonio dell’apparente acquirente (Caio) per sottrarlo alla garanzia dei creditori e alle azioni
esecutive dei creditori di Tizio. Le parti realizzano un trasferimento fittizio, perché in realtà non
vogliono che il trasferimento si verifichi, il contratto di vendita appare all’esterno, ma i
contraenti non vogliono alcun effetto.

- La simulazione relativa oggettiva (art. 1414, 2° comma c.c.): le parti fanno apparire
un negozio che è diverso da quello voluto: pongono in essere un negozio simulato, ma ne
vogliono uno diverso: il negozio dissimulato (o occulto).

La simulazione relativa oggettiva può riguardare:

- la natura del negozio: es.: Tizio finge di vendere a Caio un bene (vendita
simulata) ma in realtà gli dona il bene (donazione dissimulata): la donazione si simula
come vendita;

- o un suo elemento come l’oggetto, il prezzo o un elemento accidentale; es.: si fa


apparire condizionato un negozio che in realtà è puro; oppure si indica un prezzo inferiore
rispetto a quello reale.

Tra i due negozi si ha un rapporto di dipendenza perché gli elementi e i presupposti del
negozio dissimulato sono, sia pure in parte, elementi e presupposti del negozio dissimulato;
pertanto il Codice civile (art. 1414, 2° comma, c.c.) prevede che se le parti hanno voluto
concludere un contratto diverso da quello apparente, ha effetto tra esse il contratto
dissimulato, purché ne sussistano i requisiti di sostanza e di forma; es.: una donazione
dissimulata sotto vendita è valida se la vendita simulata è conclusa per atto pubblico (art. 782,

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c.c.) alla presenza di testimoni (art. 48, legge n. 89/1913, come sostituto dall’art. 12 legge n.
246/2005, legge notarile).

- La simulazione relativa soggettiva (o interposizione fittizia di persona): quando


la parte sostanziale del contratto è diversa da quella che appare. È una parziale
dissimulazione non del contratto, ma delle parti contraenti e presuppone l’accordo
simulatorio tra i tre soggetti che vi partecipano: contraente apparente, contraente effettivo e
controparte; es.: Tizio vende l’appartamento a Caio e le parti vogliono che l’appartamento sia
intestato a Sempronio, l’accordo deve intercorrere fra tre soggetti: Caio (contraente effettivo o
interponente); Sempronio (contraente fittizio o interposto) e Tizio (venditore).

Distinta dall’interposizione fittizia è l’interposizione reale: l’interposto è la vera e propria


parte del negozio e acquista i diritti che derivano dal contratto e si obbliga a ritrasferire il bene
ad un terzo, in forza di un altro negozio: la figura si inquadra nella rappresentanza indiretta
(cfr. art. 1706 c.c.: mandato senza rappresentanza): il soggetto agisce in nome proprio per
incarico di altri e nell’interesse di questi, il mandatario-interposto è obbligato al ritrasferimento
dei diritti al mandante.
- La simulazione presunta: quando il legislatore presume, senza possibilità di prova
contraria (presunzione assoluta) esistente al simulazione, in quanto sospetta che in alcune
ipotesi si cèli un negozio illecito. Può essere:

- soggettiva: è il caso delle disposizioni testamentarie in favore di genitori,


discendenti e coniuge di persona incapace a ricevere (artt. 599, 2° comma, 627 2° comma,
c.c.) ovvero di donazione in favore delle stesse categorie di parenti, ovvero del tutore o
protutore, prima che sia approvato il contratto o si sia estinta l’azione per il rendimento del
conto stesso (art. 779, 2° comma, c.c.)

- oggettiva: è il caso della locazione alla quale si accompagna un trasferimento


differito della cosa che la legge considera vendita con riserva di proprietà (art. 1526, 3°
comma, c.c.).

Gli elementi della simulazione sono:

- i soggetti: sono almeno due: i contraenti del contratto; il dichiarante e chi deve
ricevere la dichiarazione nei negozi giuridici unilaterali; nell’interposizione fittizia di persona
oltre ai contraenti è necessaria la partecipazione all’accordo simulatorio di un terzo soggetto:
la persona interposta;

- l’accordo simulatorio: è la convenzione nella quale le parti del procedimento


simulatorio manifestano la loro volontà di dar vita alla simulazione; è l’intesa di porre in essere
un negozio simulato in modo assoluto o relativo. L’accordo deve essere anteriore o
contemporaneo al contratto simulato al quale rimane estraneo; non è un accordo formale.
Quanto alla natura giuridica dell’accordo simulatorio:
- secondo alcuni è una dichiarazione di scienza, in quanto non si modifica alcuna

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situazione giuridica, ma si esprime la consapevolezza che ciò che è stato dichiarato non
corrisponde a quanto voluto;
- secondo altri è un negozio giuridico, un contratto con il quale si producono effetti
giuridici che consistono nel negare completamente il contratto simulato (nella simulazione
assoluta) ovvero nel determinare un diverso contenuto che il contratto deve avere per le parti
(nella simulazione relativa).
Distinto dall’accordo simulatorio è la controdichiarazione (o controscrittura): è l’atto con
cui i soggetti del negozio dichiarano l’esistenza della simulazione, e se pur riproduce il
contenuto dell’accordo simulatorio, ha la sola funzione di prova di questo e non è elemento
necessario al fenomeno simulatorio.
E’ una dichiarazione di scienza che può avere natura di confessione (art. 2730 c.c.) e
dunque unilaterale, che fa prova contro chi la rilascia e sottoscrive e che può essere anche
posteriore al contratto simulato.

Per quanto riguarda gli effetti della simulazione rispetto alle parti:
- il contratto simulato non produce effetto tra le parti (art. 1414, 1° comma, c.c.) per
le quali ha effetto la realtà della situazione occultata sotto l’apparenza della simulazione sia
essa assoluta o relativa; pertanto in caso di:
- simulazione assoluta rimangono immutate le posizioni giuridiche che appaiono
modificate dal contratto simulato;
- simulazione relativa oggettiva: tra le parti ha effetto il contratto che esse
hanno realmente voluto stipulare (contratto dissimulato) se ha i requisiti di sostanza e di
forma richiesti dalla legge;
- simulazione relativa soggettiva: il negozio avrà effetto tra le parti reali
(controparte e interponente) e non nei confronti dell’interposto.

Per quanto riguarda gli effetti della simulazione rispetto ai terzi, ossia di coloro che non
sono stati parti del negozio simulato: aventi causa a titolo particolare sia mortis causa (legatari
non gli eredi) sia inter vivos e i creditori, occorre distinguere:

- i terzi non danneggiati dalla simulazione (art. 1415, 1° comma, c.c.): sono gli
aventi causa a titolo particolare in buona fede dal titolare apparente (ossia dal
simulato acquirente): essi prevalgono, sulle parti, sugli aventi causa e sui creditori del simulato
alienante, sempre che, in caso di diritti immobiliari di cui all’art. 2643 c.c., la trascrizione
dell’acquisto preceda la trascrizione della domanda di simulazione (art. 2652, n. 4, c.c.). In
sostanza il contratto simulato è efficace nei loro confronti.

Esempio: Tizio (simulato alienante) vende a Caio (simulato acquirente) un bene


immobile; Caio, approfittando dell’apparente titolarità, aliena il bene immobile (a titolo gratuito

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o oneroso) a Sempronio, che fidandosi della apparenza risultante dal falso titolo di acquisto, è
in buona fede in quanto ignora che l’alienazione tra Tizio e Caio era simulata, e trascrive l’atto
di acquisto prima della trascrizione della domanda di simulazione.
Sempronio non potrebbe diventare proprietario del bene perché ha acquistato da chi non
è proprietario (a non domino), ma la legge tutela il suo affidamento incolpevole disponendo
che la simulazione non vale nei suoi confronti e dunque il suo acquisto prevale:
- nei confronti delle parti Tizio e Caio;
- nei confronti di un eventuale avente causa (acquirente) da Tizio (simulato alienante);
- nei confronti di un creditore di Tizio (simulato alienante) che agisce in simulazione per
far dichiarare il bene mai uscito dal patrimonio del proprio debitore Tizio.
Tizio, titolare effettivo del bene, perde il suo diritto sul bene e potrà rivolgersi a Caio per
ottenere il risarcimento del danno.

- I terzi danneggiati dalla simulazione possono far valere la simulazione in confronto


delle parti (art. 1415, 2° comma, c.c.) se questa impedisce o rende più difficile il
conseguimento o la realizzazione del diritto. Essi possono dimostrare che il contratto è
simulato e far valere la situazione reale: nei loro confronti il contratto simulato è
inefficace.
Tali terzi non sono indicati dalla legge, ma essi sono in particolare
- gli aventi causa dal simulato alienante: essi possono far valere la simulazione nei
confronti del titolare apparente a prescindere dalla priorità di trascrizione dell’acquisto (non si
applica l’art. 2644 c.c.);
Esempio: Tizio (alienante effettivo) vende realmente a Caio (acquirente effettivo) il bene e
non trascrive. Subito dopo Tizio (alienante simulato) in mala fede, vende simulatamente lo
stesso bene a Sempronio (acquirente simulato) in mala fede, il quale trascrive l’acquisto. Caio
può far dichiarare la simulazione. per evitare che Sempronio possa profittare della situazione di
apparenza;
- i legittimari dal simulato alienante che possono far valere la simulazione nei
confronti del titolare apparente, dopo la morte del simulato alienante per agire in riduzione
delle donazioni dissimulate lesive della quota di riserva.
Esempio: Tizio ha due figli ma preferisce il primogenito Caio e gli vende simulatamente
(dissimula una donazione) il suo unico appartamento. Dopo la morte di Tizio, il secondogenito
Sempronio, per difendere i suoi diritti di legittimario, agisce in giudizio per far dichiarare la
simulazione della vendita e per ridurre la donazione dissimulata.

Per quanto riguarda gli effetti della simulazione rispetto ai creditori si distinguono:
- i creditori del simulato alienante conservano nei confronti del debitore la loro garanzia
patrimoniale sul bene apparentemente alienato e possono agire per far dichiarare la
simulazione ossia che l’alienazione stipulata dal debitore era simulata (art 1416, 2° comma,

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c.c.). Essi possono far valere il loro diritto nei confronti degli aventi causa del simulato
acquirente in mala fede o se questi, in caso di diritti su beni immobili, hanno trascritto il
proprio titolo di acquisto dopo la trascrizione della domanda di simulazione (art. 1415, 1°
comma, c.c.).

- i creditori del simulato acquirente (art. 1416, 1° comma, c.c.) possono far valere la
loro garanzia patrimoniale sul bene che risulta acquisito al patrimonio del debitore in base al
contratto simulato; si dividono in:

- creditori garantiti da pegno o da ipoteca sui beni che hanno formato oggetto
della simulata alienazione: possono far valere a simulazione perché vantano un diritto reale
sui beni stessi;

- creditori chirografi (non garantiti): poiché essi non vantano un diritto specifico
sui beni, la simulazione è loro opponibile, a meno che non abbiano già compiuto in buona
fede, atti di esecuzione sui beni stessi (art. 1416, 1° comma, c.c.).

- In caso di conflitto tra creditori del simulato alienante e del simulato


acquirente occorre contemperare diversi interessi:
- i creditori del simulato alienante hanno interesse ha far dichiarare la
simulazione perché altrimenti vedrebbero diminuita la loro garanzia patrimoniale
(certant de damno vitando);
- i creditori del simulato acquirente hanno invece interesse a che il negozio
simulato non sia toccato perché questo accresce la consistenza patrimoniale del
debitore (certant de lucro captando).

La legge prevede che i creditori del simulato alienante sono preferiti ai creditori del
simulato acquirente (art. 1416, 2° comma, c.c.):
- se entrambi sono chirografari: ossia non assistiti da diritti reali di garanzia o
privilegio;
- e se il credito è precedente all’atto simulato, perché al momento della nascita del
rapporto giuridico il creditore poteva far affidamento sull’esistenza del bene nel patrimonio del
debitore.

Tuttavia in caso di atti relativi a diritti immobiliari soggetti a trascrizione, il creditore del
simulato alienante prevale in ogni caso anche se in mala fede rispetto al creditore del simulato
acquirente se la trascrizione della domanda di simulazione del creditore del simulato
alienante è anteriore alla trascrizione del pignoramento immobiliare del creditore del
simulato acquirente (art. 2652, n. 4, c.c.).

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L’azione di simulazione è un’azione di accertamento diretta a fare accertare
giudizialmente l’inefficacia totale o parziale del contratto e il reale rapporto intercorrente tra le
parti; tende a far valere la realtà contro l’apparenza.

Legittimati attivi sono:

- le parti;

- i terzi interessati che sono attualmente o potenzialmente pregiudicati dalla situazione


apparente.

Legittimati passivi sono:

- i partecipi dell’accordo simulatorio.

Quanto alla prescrizione dell’azione di simulazione:

- secondo alcuni (la giurisprudenza):

- l ’azione tendente a far accertare la simulazione assoluta è imprescrittibile;

- l’azione tendente a far accertare la simulazione relativa è soggetta a prescrizione


decennale;

- secondo altri (la dottrina) l’azione di simulazione è sempre imprescrittibile avendo


natura di accertamento.

La prova della simulazione può essere data (art. 1417 c.c.):

- dalle parti secondo i limiti posti dalla disciplina comune in tema di prove, e pertanto con
una controscrittura, essendo loro preclusa di regola la possibilità di dare la prova per testi e
per presunzioni in quanto si tratta di provare un fatto contestuale o anteriore (l’accordo
simulatorio) contrario al contenuto del documento dal quale risulta il contratto simulato (art.
2722 c.c.); tuttavia quando l’azione è diretta ad accertare l’illiceità del contratto
dissimulato, la prova può essere data dalle parti liberamente;

- dai terzi pregiudicati dalla simulazione con qualsiasi mezzo, anche mediante testimoni e
presunzioni.

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