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Marxismo Pedagogico

Quando si parla di marxismo pedagogico si intende indicare tutta quella serie di innovazioni e
tematiche originali, derivate dallo studio dei “classici” marxisti ottocenteschi, applicati alla
pedagogia. A cavallo tra il XIX e il XX secolo, la pedagogia era impostata su un modello ovviamente
borghese classista, in una società dove le classi più povere potevano, seppur difficilmente, ambire
al massimo ad un’educazione elementare mentre le classi via via più ricche potevano accedere a
livelli sempre più avanzati di educazione. Il sistema educativo inoltre si presentava quasi
completamente separato dalla preparazione lavorativa futura, fondamentale nella prassi marxista.
La pedagogia marxista si sviluppa maggiormente nel corso del Novecento, differenziandosi a
seconda delle diverse tradizioni educative nazionali certo, ma pur giungendo alla produzione di un
patrimonio regolamentare comune, che si articola in 5 punti fondamentali:
1. Collegamento dialettico tra educazione e società. Secondo la visione marxista, l’educazione
è il prodotto della convergenza tra le impostazioni ideologiche (inevitabili) politico-
economiche della società presente e degli obbiettivi pratici della classe dominante. In una
società capitalista saranno le classi più ricche a dominare, e ad imporre quindi un sistema
educativo votato alla costruzione di future generazioni di individui, educati in senso
capitalistico. Al contrario una società marxista deve impostare l’educazione per costruire gli
“uomini nuovi” (Max Adler) educati in senso socialista.
2. Legame tra politica ed educazione. Dal primo punto ne dervia dunque la necessità di un
contatto stretto tra la politica e l’educazione, in quanto il potere politico e quindi il potere
dello stato può perpetrare nel futuro il sistema, di cui esso è garante, solo formando le
generazioni future nel mantenerlo in piedi.
3. Centralità del lavoro: La pedagogia marxista rifugge dalle concezioni idealistiche
dell’educazione, ponendo come obbiettivo principale dell’educazione, non solo l’aspetto
“umano” e culturale, ma l’aspetto lavorativo, cosa di per sé originale per l’epoca.
4. Educazione non classista: La scuola marxista non deve formare solamente persone con
livelli di conoscenza culturale adeguata alla divisione classista del lavoro, ma deve garantire
a tutti, senza distinzione di classe dunque, adeguati livelli di preparazione culturale e
teorica e, al tempo stesso, di una buona preparazione a livello lavorativo. Ci si propone in
tal senso di costruire degli “uomini onnilaterali” (K. Marx) liberi da preconcetti, tanto pratici
quanto teorici, classisti e alienanti.
5. Opposizione allo spontaneismo: La scuola marxista rifiuta categoricamente modelli
educativi non sottoposti a disciplina e organizzazione, quindi scollegati da qualsiasi finalità
preparatoria al futuro.
Nelle prime fasi del Novecento, precedentemente alla Prima Guerra Mondiale, la pedagogia
marxista viene portata avanti moderatamente, dagli ambienti riformisti della II Internazionale. I
socialisti dell’epoca trovavano ancora possibile una eventuale collaborazione con gli ambienti
educativi borghesi, ponendo l’accento soprattutto sull’insegnamento laico e sulla non
obbligatorietà della formazione religiosa. Tuttavia altri aspetti, tipicamente borghesi non venivano
toccati, quali la militarizzazione delle scuole, cosa che causava dissidi interni fra i socialisti.
Esemplare era il radicalismo di Clara Zetkin e Max Adler. La Zetkin puntava in maniera più
accentuata l’attenzione sulla necessità di una scuola popolare, che garantisse mezzi e possibilità
anche ai bambini delle classi proletarie, sulla riorganizzazione giuridica ed economica del mestiere
del docente e sulla totale separazione dell’ambiente educativo da quello ecclesiastico. Adler
invece considerava l’educazione inscindibile dalla lotta di classe, e quindi dalla politica.
L’educazione chiaramente socialista serviva a formare mentalmente le nuove generazioni al
marxismo, staccandole dalla visione capitalista della vita e del mondo. A rappresentare invece il
riformismo della II Internazionale, troviamo Rodolfo Mondolfo. Di ispirazione turatiana, Mondolfo
puntava più su un’educazione di impronta popolare ma anche piccolo borghese, certo sostenendo
il laicismo educativo, il supporto agli studenti indigenti e i corsi di studio adattati alle esigenze
popolari, me senza impegnarsi ad un approfondimento teorico in senso socialista della pedagogia.
La sua impostazione scolastica difendeva chiaramente il classicismo, specialmente lo studio del
latino, ma al tempo stesso, Mondolfo riteneva utile l’istituzione della scuola media unica,
facoltativa, che formasse alla stessa maniera tutti gli studenti, a prescindere dalla loro classe di
provenienza, nell’ottica marxista di costruire una convergenza tra formazione culturale e
lavorativa, e sosteneva il controllo statale sulle scuole private.
La pedagogia marxista-leninista va oltre il riformismo della II Internazionale, fallita con lo scoppio
della Prima Guerra Mondiale, e rifiuta ogni collaborazione con il sistema educativo borghese. Lenin
riteneva che la società socialista avrebbe dovuto essere l’erede di quella capitalista, costruendosi
sopra le macerie del capitalismo, dopo la Rivoluzione. Le linee generali erano appunto la scuola
politicizzata e politecnica, volta a costruire sia mentalmente che in senso pratico le nuove
generazioni della società socialista, tramite l’incontro tra cultura e lavoro. Nelle fasi
immediatamente post-rivoluzionarie della Russia sovietica, ci si trova in un momento di forte
entusiasmo per il futuro, di determinazione a costruire qualcosa di nuovo, come si proponeva di
fare appunto il marxismo. Gli iniziatori della pedagogia sovietica furono Lunaciarskij e Anna
Kruspkaia (moglie di Lenin). Tuttavia, il sistema ideato dai leninisti, incentrato sul concetto di
“Comune-Scuola” a metà tra una fabbrica e una scuola, dove si metteva al centro la formazione
lavorativa e l’attivismo politico, non riuscì ad ottenere quella sperata convergenza tra lavoro e
istruzione. Perciò, con l’avvento al potere di Stalin e lo sviluppo del primo Piano Quinquennale, la
scuola sovietica tornò a conformarsi su un sistema più tradizionale. La formazione lavorativa perse
la sua centralità, vennero riabilitate classi, lezioni, orari, voti e manuali didattici. Vennero posti al
bando l’attivismo e l’estremismo, favorendo un’istruzione più sistematica, specialmente in ambito
scientifico. La scuola si riorganizzò anche in periodi, uno elementare di 4 anni, uno medio parziale
di 7 anni e uno medio completo di 10. Le scuole professionali vennero tenute in vita. Una figura
chiave della pedagogia sovietica, la cui influenza toccò tanto l’esperienza leninista quanto quella
post-rivoluzionaria stalinista, fu Anton Makarenko. Considerato come il pedagogista “ufficiale”
dell’URSS, Makarenko sviluppa la propria teoria in un ambienta caratterizzato da forte entusiasmo
e dalla determinazione di costruire, appunto, l’uomo nuovo socialista, incentrato su una nuova
morale sociale e su una nuova centralità collettivistica e anti-individualista. Makarenko riesce
anche a superare lo scontro tra la “pedologia” di epoca leninista, con il ritorno alla pedagogia
ufficiale di epoca stalinista. L’esperienza di Makarenko ha inizio specialmente tra i numerosissimi
bambini e ragazzi rimasti orfani, abbandonati a loro stessi, della Russia post-rivoluzionaria, con
l’intento di farne il primo nucleo della nuova società comunista. Questi ragazzi vennero inviati in
colonie educative, la cui più famosa era la Colonia Gorkij. La pedagogia makarenkiana partiva da
una concezione dialettica e scevra di ogni dogmatismo. La struttura della colonia si basava sul
“collettivo” inteso come un organismo sociale vivente, guidato da un direttore. Il collettivo era a
sua volta ripartito in collettivo studentesco e collettivo degli insegnanti. Gli individui che
compongono il collettivo venivano ulteriormente suddivisi in collettivi di base, necessari allo
sviluppo delle attitudini e delle caratteristiche individuali, con la partecipazione ad obbiettivi
concreti e comuni a tutta la comunità. La disciplina è centrale e molto forte, per quanto gestita in
maniera non autoritaria e verticistica. Queste colonie avevano il compito di formare una società
che doveva, nella sua interezza partecipare, con conseguente merito, ad ogni aspetto della vita
sociale ed economica dello stato, secondo un sistema di giornate lavorative, scandite da orari e
obbiettivi ben definiti. Alla base, come primo scalino, di questo sistema educativo, Makarenko
individua la famiglia. Questa mantiene il suo ruolo di istituzione sociale fondamentale al benessere
e alla formazione primaria del fanciullo. Secondo Makarenko, la famiglia doveva essere fornita di
tutti gli strumenti necessari a trattare il bambino, educandolo ad una primaria visione “ridotta” di
quella che poi doveva essere la più vasta società socialista.
La concezione del marxismo verrà in un certo senso “rivoluzionata” da Antonio Gramsci, anche per
quanto riguarda l’ambito pedagogico. Gramsci ridefinisce il marxismo come una filosofia della
prassi, mettendo l’esperienza culturale e di mentalità sociale, al centro della prassi stessa, ossia del
movimento umano, pratico e intellettuale, verso il comunismo, mettendo quindi l’aspetto
economico-politico in secondo piano. In una società individualista e classista, come quella
capitalista, non si può sperare di cambiare la struttura (l’economia) senza prima cambiare la
sovrastruttura (l’ideologia e la mentalità). Perciò è necessario giungere prima all’egemonia
culturale e solo poi a quella politica. La scuola viene individuata da Gramsci come il primo passo
verso questa rivoluzione. La scuola gramsciana rifiuta totalmente il classicismo e predilige una
adeguata formazione storica e scientifica, basata sul pensiero critico ma anche su un inevitabile
nozionismo, volto ad abbattere il folklore e la mentalità religiosa. Salendo di livello Gramsci passa
ai gradi successivi della rivoluzione culturale, attraverso teatro, editoria e stampa, necessari alla
formazione di intellettuali organici, funzionali ossia alla costruzione della rivoluzione culturale.
L’organizzazione della cultura deve essere capillare e conformista, contraria ad ogni spontaneismo.
Il modello gramsciano si rivela di gran lunga più aperto e democratico rispetto a quello sovietico,
sia pure rimanendo ancora da schiarire i due coni d’ombra del conformismo e del dirigismo,
concepiti dallo stesso Gramsci nel suo modello scolastico. Tuttavia è innegabile l’attualità
intrinseca di tale modello, volto a rendere la cultura più aperta a livello sociale, meno legata ad un
sistema profondamente classista, e quindi con una partecipazione molto più ampia. Tale pensiero
sarà fondamentale e di grande influenza per la pianificazione scolastico-educativa portata avanti
dal PCI.

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