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UNISU - Facoltà di Giurisprudenza

DIRITTO PRIVATO
Docente: Alessandro Martini

10° MODULO DIDATTICO


La famiglia e il matrimonio.

Sommario: a) Il diritto di famiglia e la nozione di famiglia. La famiglia legittima e


la famiglia di fatto. - b) La parentela e l’affinità. Gli alimenti. C) Il matrimonio.

a) Il diritto di famiglia e la nozione di famiglia. La famiglia legittima e la famiglia


di fatto.

Il diritto di famiglia è quella parte del diritto privato che disciplina i rapporti giuridici che
si riferiscono alle persone che costituiscono la famiglia, e cioè i rapporti di coniugio, di filiazione
di adozione di parentela e di affinità.

Il diritto di famiglia attiene dunque alla famiglia, i cui principi sono contenuti nella Carta
costituzionale e nel libro I del Codice civile come riformato dalla legge 19 maggio 1975 n. 151.

Nell’ordinamento giuridico non si riscontra un concetto uniforme e costante di famiglia, ma


possono individuarsi distinte nozioni di famiglia e precisamente:

- la famiglia nucleare (o ristretta): intesa come la comunità di coloro che si uniscono


stabilmente e della loro prole; essa in sostanza, comprende le relazione tra i coniugi e la
relazione tra genitori e loro figli;

- la famiglia parentale (o estesa), intesa come il gruppo di persone appartenenti ad una


comune discendenza; essa, in sostanza, è composta dai coniugi, dai loro discendenti ma anche
dai parenti più lontani e affini.

Oltre a tali nozioni, che sono le più importanti, può delinearsi:

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- la famiglia convivente, intesa come comunità di familiari che coabitano nella medesima
residenza;

- la famiglia lavorativa, intesa come la comunità dei familiari che collaborano


unitariamente per un’attività economica produttiva; tale famiglia ha rilevanza per l’impresa
familiare (art. 230 bis, c.c.) e per la nozione di «piccolo imprenditore» (art. 2083 c.c.).

Una importante distinzione è quella tra famiglia legittima e famiglia di fatto.


Nella Carta Costituzionale si legge che la «Repubblica riconosce i diritti della famiglia come
società naturale fondata sul matrimonio» (art. 29, 1° comma Cost.).
Tale è la famiglia legittima, ossia quella famiglia nucleare formalizzata nell’atto solenne
del matrimonio con il quale i coniugi si vincolano reciprocamente.

Per la norma costituzione, dunque, la famiglia è


- una società naturale;
essa è una formazione sociale intermedia tra l’uomo e lo Stato, dove l’uomo svolge la sua
personalità (art. 2 Cost.).
La famiglia è una società naturale perché esiste prima e indipendentemente dalla
organizzazione sociale e dal diritto.
Pertanto lo Stato si limita a riconoscere la famiglia come società già esistente in natura
prima del diritto e non può intervenire dall’esterno per modificare l’ordine naturale esistente
all’interno della comunità familiare;

- fondata sul matrimonio;


il riconoscimento della famiglia come società naturale spetta alla sola famiglia fondata sul
matrimonio, in conformità con la tradizione storica e culturale del nostro ordinamento che vede
nel matrimonio l’elemento di serietà e stabilità della famiglia.

La Costituzione assegna dunque, una posizione di preminenza/preferenza alla famiglia


legittima rispetto alle altre formazioni sociali di tipo familiare; ciò emerge non solo dall’art. 29
che riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio;ma anche
dall’art. 30, 3° comma, Cost. che tutela i figli nati fuori dal matrimonio nei limiti di
compatibilità con i diritti dei membri della famiglia legittima.

Non ha rilevanza costituzionale, quindi, una famiglia non fondata sul matrimonio, cioè la
famiglia di fatto, o convivenza more uxorio, o libera unione; essa è l’unione di un uomo e di
una donna di stato libero, che pur concretizzandosi in comportamenti corrispondenti
all’attuazione di quelli che nell’ambito della famiglia tout court costituiscono i diritti ed i doveri

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dei coniugi, risulta contraddistinta dalla non totale conformità allo schema legale del nucleo
familiare legittimo perché o del tutto carente dell’elemento formale della celebrazione del ma-
trimonio (art. 106 c.c.) oppure perché fondata su un atto formale non rilevante per
l’orientamento giuridico, come un matrimonio celebrato davanti al ministro del culto cattolico,
a cui non sia seguita la relativa trascrizione nei registri dello stato civile (come prescritto
dall’art. 5 della legge 27 maggio 1929, n. 847, modificato dalla legge 25 marzo 1985, n. 121).

Attualmente non è prevista una regolamentazione della famiglia di fatto e si discute


quali diritti possa avere il convivente rispetto all’altro soprattutto in caso di interruzione della
convivenza che si verifica o per scelta o per morte di uno dei due conviventi.
Recentemente il consiglio dei ministri in data 8 febbraio 2007 ha approvato un
provvedimento che disciplina i Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi (DICO).

b) La parentela e l’affinità. Gli alimenti

I rapporti che legano tra loro i componenti della famiglia sono:

- rapporto di coniugio che intercorre tra marito e moglie legati tra loro da matrimonio;
- rapporto di parentela che intercorre tra persone legate da una comune discendenza;
presuppone una discendenza e dunque una filiazione, che è il rapporto che intercorre tra la
persona fisica e coloro che l’hanno concepita;
- rapporto di affinità che intercorre tra un coniuge e i parenti dell’altro coniuge; nella linea
e nel grado in cui uno è parente di uno dei coniugi, egli è affine all’altro coniuge (art. 78, c.c.);

La parentela è
- in linea retta quando intercorre tra un ascendente (stipite) ed i suoi discendenti; una
persona discenda dall’altra;
- in linea collaterale quando intercorre tra persone che discendono per rami diversi da
uno stesso ascendente; una persona non discenda dall’altra.

La parentela si misura per gradi:


- in linea retta si computa un grado per ogni generazione escludendo l’ascendente (lo
stipite);
- in linea collaterale si computano i gradi delle generazioni, salendo da uno dei parenti fino
allo stipite comune e da questo discendendo all’altro parente, sempre escludendo lo stipite; si
sommano i gradi che uniscono ciascun ascendente comune sempre escludendo l’ascendente
(art. 76 c.c.).

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I fratelli, in particolare, sono
- germani se discendono dagli stessi genitori madre e padre;
- unilaterali se discendono
- solo dal padre (consanguinei)
- solo dalla madre (uterini).

Esempio di parentele:
- in linea retta:
genitori parenti in linea retta ascendente di 1° grado
nonni parenti in linea retta ascendente di 2° grado

- in linea collaterale:
fratelli e sorelle parenti in linea collaterale di 2° grado
nipoti (figli di fratelli) parenti in linea collaterale di 3° grado
pronipoti (figli di figli di fratelli) parenti in linea collaterale di 4° grado

- gli affini sono:


il genero (il marito della figlia)
la nuora (la moglie del figlio)
il suocero (il padre del marito o della moglie)
la suocera (la madre del marito o della moglie)
il cognato (il marito della sorella)
la cognata (la moglie del fratello).

Nell’ambito della famiglia può sorgere un obbligo gravante su determinati soggetti:


l’obbligo degli alimenti.
Gli alimenti legali sono le prestazioni di assistenza materiale dovute per legge alla
persona che si trova in stato di bisogno economico (art. 433 c.c.).
L’obbligazione si fonda sul principio della solidarietà familiare per il quale sorge un
diritto all'assistenza materiale della persona che sia priva di mezzi di sostentamento e che
prima veniva mantenuta dalla famiglia.

II diritto agli alimenti è personalissimo e non può essere oggetto di cessione, né di


compensazione (art. 447 c.c.); non può essere sottoposto ad esecuzione forzata, è
intrasmissibile, irrinunciabile ed imprescrittibile (art. 2934, 2° comma, c.c.).

Sono presupposti dell'obbligazione degli alimenti:


- l’esistenza di un rapporto di parentela, affinità, adozione; al di là di queste ipotesi
legate ai rapporti parentali, altro presupposto autonomo è il fatto che tra i soggetti sia

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intervenuta donazione che non sia obnuziale o rimuneratoria;
- lo stato di bisogno dell'avente diritto (alimentando) e l’impossibilita dello stesso
di provvedere al proprio mantenimento:
- lo stato di bisogno è la mancanza o la insufficienza delle risorse necessarie
al soddisfacimento delle proprie fondamentali esigenze di vita;
- l'impossibilita di provvedere al proprio mantenimento va valutata con
riferimento alle capacita fisiche ed intellettuali del soggetto, alla sua posizione sociale
ed alle concrete possibilità;

- la capacita economica dell'obbligato (alimentante) a prestare gli alimenti, ossia la


possibilità di prestare gli alimenti dopo aver soddisfatto le sue necessita primarie e quelle
della sua famiglia.

La misura, gli alimenti è proporzionale al bisogno di chi li domanda e delle condizioni


economiche di chi deve somministrarli; non devono tuttavia superare quanto sia necessario
per la vita dell' alimentando, avuto pero riguardo alla sua posizione sociale (art. 438 c.c.).
Il modo di somministrazione degli alimenti e rimessa alla scelta dell'obbligato, il quale
può o pagare un assegno periodico anticipato ovvero accogliere e mantenere nella propria
casa l'alimentando così provvedendo al suo sostentamento (art. 443 c.c.).

I soggetti obbligati a somministrare gli alimenti sono le persone legate da vincolo


di parentela, o adozione, o affinità con l'alimentando.
La legge stabilisce un ordine gerarchico dei soggetti tenuti a prestare gli alimenti
a seconda della vicinanza del vincolo familiare (art. 433 c.c.):
- il coniuge;
- i figli legittimi o legittimati o naturali o adottivi, e, in loro mancanza, i
discendenti prossimi, anche naturali;
- i genitori e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi, anche naturali;
- gli adottanti;
- i generi e le nuore;
- il suocero e la suocera;
- i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza dei germani
sugli unilaterali.
- se vi sono più aventi diritto alla prestazione alimentare, l'obbligato più vicino
provvede all'intero.; qualora questi non sia in grado di adempiere, si fa ricorso agli
obbligati ulteriori; se vi sono più obbligati di pari grado, ciascuno e tenuto in base
alle proprie condizioni economiche (art. 441 c.c.);
- la violazione dell'obbligazione alimentare nei confronti dei parenti più stretti

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(discendenti e ascendenti) e del coniuge è penalmente sanzionata dall'art. 570 del
Codice penale che punisce la violazione degli obblighi di assistenza familiare

Un’ipotesi particolare di obbligazione alimentare è quella che si fonda su una precedente


donazione: il donatario è tenuto agli alimenti verso il donante con precedenza su ogni altro
obbligato (art. 437 c.c.).

Non è obbligato a prestare gli alimenti il donatario che ha ricevuto una donazione a
causa di matrimonio o che ha ricevuto una donazione rimuneratoria.

c) Il matrimonio

Il matrimonio non è definito dal legislatore.


Tradizionalmente con tale termine si indica:
- il matrimonio-atto: il negozio giuridico solenne mediante il quale un uomo e
una donna assumono l’impegno di stabile convivenza e di reciproco aiuto; per questa
nozione rilevano le condizioni per contrarre matrimonio e la forma della celebrazione;
- il matrimonio-rapporto: l’insieme dei reciproci doveri e diritti intercorrenti tra i
coniugi; per questa nozione rilevano gli effetti che derivano dall’atto, sia di natura
personale che patrimoniale.

Il matrimonio-atto può avere due forme:


- matrimonio civile: celebrato davanti all’ufficiale di stato civile; tale matrimonio è
disciplinato interamente dalla legge italiana (artt. 84 ss. c.c.);

- matrimonio concordatario: celebrato davanti ad un ministro di culto cattolico e


trascritto nei registri dello stato civile; è un matrimonio religioso con effetti civili una volta che
è trascritto nei registri.
Il matrimonio concordatario è disciplinato:
- dall'art. 8 della legge 25 marzo 1985, n. 121 (Ratifica ed esecuzione dell'Accordo, con
protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al
Concordato lateranense dell'11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede);
- dall'art. 4 del Protocollo addizionale che costituisce parte integrante dell'accordo.
Non occorre dunque celebrare due diversi riti uno civile ed uno cattolico, perché il rito
religioso ha effetto anche per l’ordinamento italiano quando:
- il ministro di culto cattolico dà lettura agli sposi degli articoli del Codice civile
relativi ai diritti ed obblighi dei coniugi: artt. 143, 144 e 147 c.c.;

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- sono redatti due originali dell'atto di matrimonio;
- l'atto di matrimonio è trascritto nei registri dello stato civile.
Il matrimonio concordatario è disciplinato dal codice canonico (Codex iuris canonici) per
quanto riguarda i requisiti, gli impedimenti e la celebrazione; e dalla legge italiana per quanto
riguarda gli effetti (matrimonio-rapporto) che nascono dalla celebrazione: rapporti personali e
patrimoniali tra coniugi, filiazione, separazione e divorzio.

- Il matrimonio celebrato davanti ad un ministro di un culto acattolico ammesso nello


Stato non è un’ulteriore forma matrimoniale, ma una difforme modalità di celebrazione del
matrimonio civile.
E’ interamente disciplinato dalla legge civile salvo quanto è stabilito nella legge speciale
concernente tale matrimonio (art. 83 c.c.), legge che è quella di approvazione di precedenti
intese raggiunte ai sensi dell’art. 8 Cost.
In tal caso gli effetti civili conseguono alla trascrizione dell’atto di matrimonio nei registri
dello stato civile, come avviene per il matrimonio concordatario.

Prima del matrimonio, di solito, i nubendi promettono reciprocamente di prendersi come


marito e moglie (c.d. sponsali).
Al fine di assicurare la libertà dei soggetti di contrarre o meno il matrimonio, una tale
promessa di sposarsi non obbliga a contrarre matrimonio, né ad eseguire ciò che si sia
eventualmente convenuto per il caso di non adempimento (art. 79 c.c.).
In determinate situazioni, tuttavia, la legge prevede a carico del promittente delle
conseguenze di carattere patrimoniale:
- il promittente può chiedere la restituzione dei doni fatti a causa della promessa di
matrimonio, se il matrimonio non è stato contratto (art. 80 c.c.); la restituzione è fatta da
entrambi i promettenti indipendentemente dai motivi della rottura del fidanzamento:
- se la promessa è fatta vicendevolmente per atto pubblico o per scrittura
privata da una persona maggiore di età o dal minore ammesso a contrarre matrimonio, o
risulta dalla richiesta delle pubblicazioni, il promittente che si rifiuti di eseguire la promessa
senza giusto motivo, o che con la propria colpa ha dato giusto motivo al rifiuto dell' altro, è
obbligato a risarcire il danno cagionato all'altra parte per le spese fatte e le obbligazioni
contratte a causa della promessa. II danno in tal caso deve essere risarcito entro il limite in
cui le spese e le obbligazioni corrispondano alla condizione delle parti (art. 81 c.c.);

Per quanto concerne le condizioni per poter contrarre matrimonio civile, la legge richiede
che gli sposi abbiano alcuni requisiti positivi e che non sussistano situazioni di impedimento
(requisiti negativi).

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I requisiti positivi sono:
- la maggiore età.
Non può contrarre matrimonio chi non abbia compiuto 18 anni (art. 84 c.c.).
Tuttavia, il minore che abbia compiuto 16 anni, può essere ammesso a contrarre
matrimonio qualora il Tribunale per i minorenni conceda l'autorizzazione al minore su istanza
personale, previa verifica dei gravi motivi e l'accertamento della maturità psico-fisica del
minorenne; col matrimonio il minore è emancipato di diritto (art. 390 c.c.).

- la piena sanità mentale.


Non può validamente contrarre matrimonio l'interdetto per infermità di mente (art. 85
c.c.).
Se è stata promossa istanza di interdizione, il pubblico ministero può chiedere che si
sospenda la celebrazione del matrimonio.
Non impediscono il matrimonio l'interdizione legale del condannato e l'inabilitazione.
Può contrarre matrimonio anche la persona per la quale è stato nominato un
amministratore di sostegno.
Quanto al matrimonio contratto dall'incapace naturale, cioè il soggetto che sia al
momento di contrarre matrimonio incapace di intendere e di volere, esso può essere
impugnato a meno che vi sia stata coabitazione tra i coniugi per un anno dopo che l’incapace
ha recuperato la pienezza delle sue facoltà mentali (art. 120 c.c.)

- la libertà di stato.
Non può contrarre matrimonio chi sia già legato ad altra persona da un precedente
matrimonio civile o con effetti civili (art. 86 c.c.).
Non costituisce, invece, impedimento il matrimonio canonico non trascritto e l'esistenza di
una convivenza more uxorio.
Colui che contrae un secondo matrimonio, in costanza di precedente matrimonio, commette
reato di bigamia (art. 556 codice penale).

Gli impedimenti sono situazioni di fatto che impediscono il matrimonio e sono:


- dirimenti quando se non osservati comportano la nullità del matrimonio;
- impedienti quando se non osservati obbligano a pagare un’ammenda;
- dispensabili se possono essere rimossi con autorizzazione del tribunale;
- non dispensabili se non possono essere rimossi.

Sono impedimenti dirimenti:


- La parentela, l’affinità, l’adozione e affiliazione.

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In particolare non possono sposarsi tra di loro (art. 87 c.c.):
- gli ascendenti e i discendenti in linea retta, legittimi o naturali;
- i fratelli e le sorelle germani, consanguinei o uterini;
- lo zio e la nipote, la zia e il nipote, in questo caso l'impedimento può essere
dispensato con provvedimento del tribunale;
- gli affini in linea retta, l'impedimento sussiste anche quando il matrimonio dal
quale dipende l'affinità è stato dichiarato nullo o sciolto con divorzio. Tuttavia, è
ammessa la dispensa quando l'affinità derivi da matrimonio dichiarato nullo;
- gli affini in linea collaterale in secondo grado, in questo caso è ammessa
dispensa;
- l'adottante, l'adottato e i suoi discendenti;
- i figli adottivi della stessa persona;
- l'adottato e i figli dell'adottante;
- l'adottato e il coniuge dell'adottante, l'adottante e il coniuge dell'adottato.

- Il delitto.
Colui che è stato condannato con sentenza passata in giudicato per omicidio volontario,
tentato o consumato non può contrarre matrimonio con il coniuge della sua vittima (art. 88
c.c.).
Il divieto intende impedire che una persona commetta un omicidio allo scopo di sposarne il
coniuge, pertanto esso sorge solo in caso di omicidio volontario e non in caso di omicidio
preterintenzionale o colposo.

Sono impedimenti impedienti:


- il lutto vedovile (divieto temporaneo di nuove nozze).
La donna non può contrarre matrimonio se non dopo 300 giorni dallo scioglimento (per
morte o divorzio) del suo matrimonio o dalla dichiarazione di nullità o di annullamento (art. 89,
1° comma, c.c.).
Il divieto è stabilito per evitare incertezze sulla paternità del figlio (commixtio o turbatio
sanguinis) posto che il figlio nato entro i 300 giorni dallo scioglimento o dall’invalidazione del
matrimonio si presume figlio del marito della madre (presunzione di concepimento in costanza
di matrimonio art. 232, 1° comma c.c.).
I divieto non sussiste se lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili
consegua a separazione personale per tre anni o a matrimonio non consumato ovvero il
matrimonio sia stato annullato per l’impotenza, anche se soltanto di generare, di uno dei
coniugi (art. 89 c.c.)
Inoltre, l'impedimento è dispensabile quando è inequivocabilmente escluso lo stato di
gravidanza o se risulta da sentenza passata in giudicato che il marito non ha convissuto con la

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moglie nei trecento giorni precedenti lo scioglimento, l'annullamento o la cessazione degli
effetti civili del matrimonio (art. 89, 2° comma, c.c.).
Se, nonostante il divieto, la donna contrae ugualmente matrimonio, questo è valido, però la
donna, l’altro coniuge e ufficiale di stato civile sono tenuti a pagare un’ammenda da 20 a 82
euro (art. 140 c.c.).

- l’omissione di pubblicazioni.
Salvo che sia consentito l’esonero dal tribunale per motivi gravissimi (art. 100, 2° comma,
c.c.) e salvo il caso di matrimonio celebrato in imminente pericolo di vita (art. 101 c.c.), gli
sposi e l’ufficiale dello stato civile che celebrano il matrimonio senza pubblicazioni sono puniti
con una ammenda da 41 a 206 euro (art. 134 c.c.).

Il matrimonio è una fattispecie a formazione progressiva perché si compone di più


attività tutte preordinate al perseguimento del medesimo fine della celebrazione del
matrimonio.
Tali attività sono:
- le pubblicazioni;
- le opposizioni;
- la celebrazione.

- Le pubblicazioni.
La pubblicazione è una forma di pubblicità-notizia ed è un onere che non incide sulla
validità dell’atto matrimoniale, in quanto la sua omissione comporta un ammenda a carico
degli sposi e dell’ufficiale dello stato civile (art. 134 c.c.).
La pubblicazione ha la funzione di:
- manifestare con serietà e pubblicamente il consenso matrimoniale, in modo da impedire
matrimoni clandestini;
- poter consentire l’accertamento dei requisiti e l’assenza degli impedimenti riguardanti gli
sposi e che possono farsi valere con le opposizioni.
Le pubblicazioni (artt. 93 ss, c.c.; e 50 ss. D.P.R. n. 396/2000) si compiono mediante
affissione sulla porta della casa comunale di un atto che contiene le indicazioni degli sposi
(nome cognome dato e luogo di nascita ecc.) nonché l’indicazione del luogo e della data in cui
intendono celebrare il matrimonio; l’atto deve rimanere affisso almeno per otto giorni.
Alle pubblicazioni provvede l’ufficiale di stato civile del comune in cui il matrimonio deve
essere celebrato, su richiesta dagli sposi o da un loro speciale incaricato (art. 96 c.c.) e sono
effettuate nei comuni dove gli sposi hanno la residenza.

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- L’opposizione.
Avvenute le pubblicazioni, è possibile fare opposizione al matrimonio per far valere una
causa impeditiva del matrimonio.

I soggetti legittimati a proporre opposizione sono il pubblico ministero e i genitori degli


sposi.
L'opposizione si propone con ricorso al presidente del tribunale del luogo in cui è stata
eseguita la pubblicazione di matrimonio.
Il tribunale può sospendere la celebrazione sino a che, con decreto, l'opposizione non
venga rimossa.
L'ufficiale di stato civile, se conosce che osta al matrimonio un impedimento che non è
stato dichiarato, deve immediatamente informare il procuratore della Repubblica, affinché
questi possa proporre opposizione.
Se l'opposizione viene respinta, l'opponente, che non sia un ascendente o il pubblico
ministero, può essere condannato al risarcimento dei danni derivanti dall'ingiusta sospensione
della celebrazione del matrimonio (art. 104, 2° comma, c.c.).

-La celebrazione.
La celebrazione del matrimonio avviene pubblicamente nella casa comunale di fronte
all'ufficiale di stato civile al quale fu fatta la richiesta di pubblicazione (art 106 c.c.) e alla
presenza di due testimoni (art. 107 c.c.).

L'ufficiale di stato civile può rifiutare la celebrazione del matrimonio in presenza di una
causa ammessa dalla legge (art. 112 c.c.).
Contro il rifiuto, che deve essere motivato, è possibile ricorrere al tribunale che provvede in
camera di consiglio, sentito il pubblico ministero (art. 112 c.c.).

Durante la celebrazione, l'ufficiale di stato civile dà lettura agli sposi degli artt. 143,
144 e 147 c.c., relativi ai diritti e doveri tra coniugi e nei confronti della prole; riceve da
ciascuna delle parti personalmente, l'una dopo l'altra, la dichiarazione che esse si vogliono
prendere rispettivamente in marito e moglie; e dichiara che esse sono unite in matrimonio (art
107 c.c.).
Quindi la celebrazione consiste nella dichiarazione degli sposi di volersi prendere
rispettivamente in marito e moglie e nella susseguente dichiarazione dell’ufficiale dello stato
civile che essi sono uniti in matrimonio.

La dichiarazione degli sposi non può essere sottoposta né a termine, né a condizione.

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Se le parti aggiungono un termine o una condizione, l'ufficiale di stato civile non può
procedere alla celebrazione del matrimonio. Se il matrimonio viene celebrato ugualmente, il
termine e la condizione si considerano non apposti (art. 108 c.c.).

La dichiarazione dell'ufficiale di stato civile ha funzione di certificazione pubblica consistente


nel ricevere le dichiarazioni degli sposi e quindi accerta lo status dei coniugi.

La mancanza della dichiarazione dell’ufficiale dello stato civile o la sua incompetenza (se gli
sposi sono in buona fede art. 113 c.c.), non rende invalido l’atto.

Dopo la celebrazione è redatto l’atto di matrimonio: atto pubblico che costituisce la prova
documentale sottoscritto dagli sposi dai testimoni e dall’ufficiale di stato civile.
L’atto è iscritto nel registro dello stato civile del Comune in cui è avvenuta la celebrazione e
trascritto nel registro del Comune in cui i coniugi risiedono, si tratta di pubblicità notizia che
non incide sulla validità del matrimonio.

Il matrimonio-atto può essere viziato e quindi invalido.


Il sistema delle invalidità matrimoniali delineato nel codice civile e molto problematica e
va ricostruito con attenzione perché il codice civile utilizza sempre i termini «impugnazione»
dell’atto e matrimonio «dichiarato nullo».

In generale, l’invalidità del matrimonio colpisce l’atto di matrimonio per una causa che
incide sul negozio matrimoniale e quindi attiene al momento genetico.
Diversamente, il divorzio scioglie il vincolo coniugale per una causa che rende intollerabile
la continuazione.

Ferma questa distinzione, tuttavia, la distinzione tra le diverse forme di invalidità in materia
matrimoniale non è lineare come in materia contrattuale, ove il contratto nullo non produce
effetti ed il contratto annullabile produce effetti interinali che vengono meno retroattivamente
per effetto della sentenza costitutiva di annullamento.
Al contrario, la sentenza che pronunzia l’annullamento o che accerta la nullità del
matrimonio, fa venire meno il vincolo e gli effetti del medesimo
- in alcuni casi retroattivamente, ossia dal momento della celebrazione;
- in altri casi da quando la sentenza è divenuta definitiva.

Precisamente la sentenza che annulla o dichiarare la nullità del matrimonio restituisce ai


coniugi il loro stato libero con efficacia retroattiva, ma non può cancellare l’esistenza di una
comunità familiare che il matrimonio aveva costituito; i figli conservano il loro stato di figli

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legittimi salvo che l’invalidità dipenda da bigamia e incesto, e dunque l’invalidità non tocca gli
effetti del matrimonio sulla legittimità dei figli

A prescindere dalla terminologia adottata dal legislatore in tema di invalidità matrimoniali


che non è precisa possiamo distinguere la
- la semplice irregolarità,
- l’inesistenza,
- la nullità
- l’ annullabilità.

- L’irregolarità del matrimonio consiste nella inosservanza di un requisito richiesto dalla


legge che non incide sulla validità dell’atto, ma determina solo l’irrogazione di una sanzione
amministrativa; irregolare è il matrimonio contratto nei casi di impedimenti impedienti, nelle
ipotesi di cui agli artt. 134 e ss. c.c., come
- l’inosservanza del lutto vedovile;
- l’omissione delle pubblicazioni.

- L’inesistenza del matrimonio si ha quando manca la stessa parvenza di un atto


matrimoniale e cioè quando nella fattispecie manca anche quel minimo di elementi necessari
perché si possa identificare in essa un matrimonio; come
- celebrazione avvenuta senza la presenza dell’ufficiale di stato civile;
- si attesta un consenso degli sposi che non è mai stato dato.

- La nullità si ha nei seguenti casi:


- il matrimonio contratto in assenza della libertà di stato (art. 86 c.c.);
- il matrimonio contratto in presenza di un vincolo di parentela, affinità o
adozione non dispensabile; (art. 87 1° comma, c.c.);
- il matrimonio contratto in presenza dell’impedimentum criminis (art. 88 c.c.);

In questi casi sono legittimati all’impugnazione:


-i coniugi;
- gli ascendenti prossimi,
- il pubblico ministero
- chiunque abbia un interesse legittimo e attuale all’impugnazione.
L’azione è imprescrittibile e non è possibile la sanatoria.

- L’annullabilità si distingue in annullabilità assoluta e relativa.


- L’annullabilità assoluta si ha quando la legittimazione a far valere il vizio dell’atto
compete a chiunque vi abbia interesse; l’azione si prescrive nel termine ordinario di dieci anni;

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si ha la possibilità di una sanatoria come il decorso del tempo, cui, talvolta, devono
accompagnarsi ulteriori condizioni ad esempio la coabitazione tra i coniugi.
Sono casi di annullabilità assoluta il:
- matrimonio contratto in presenza di un vincolo di parentela, affinità o
adozione dispensabile, se non è intervenuta l’autorizzazione del tribunale;
l’annullabilità può essere fatta valere solo entro un anno dal matrimonio
(decadenza);
- matrimonio contratto dall’interdetto per infermità di mente; l’azione non
può essere proposta se vi è stata coabitazione per un anno dopo la revoca della
interdizione;

- L’annullabilità relativa si ha quando la legittimazione a far valere il vizio dell’atto spetta


solo ad alcuni soggetti indicati specificamente dalla legge; l’azione si prescrive nel termine
ordinario di dieci anni; si ha la possibilità di una sanatoria come il decorso del tempo, cui,
talvolta, devono accompagnarsi ulteriori condizioni ad esempio la coabitazione tra i coniugi
Sono casi di annullabilità relativa:
- matrimonio contratto dal minore di età;
- matrimonio contratto da un soggetto incapace di intendere o di volere;

I vizi del consenso dell’atto matrimoniale incidono sulla sua validità.

In particolare il matrimonio può essere impugnato da quello dei coniugi il cui consenso è:
- è stato estorto con violenza morale (aventi i requisiti di cui all’art. 1434 ss. c.c.);
- è determinato da timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne allo
sposo (art. 122, 1° comma, c.c.); es. timore di persecuzioni razziali e politiche;
- è stato dato per effetto di errore sull’identità della persona dell’altro coniuge (scambio
di persona) (art. 122, 2° comma, c.c.);;
- è stato dato per effetto di errore essenziale su qualità personali dell’altro coniuge;
l’errore sulle qualità personali è essenziale qualora, tenute presenti le condizioni dell’altro
coniuge, si accerta che lo stesso non avrebbe prestato il suo consenso se le avesse
esattamente conosciuto e purché l’errore tassativamente riguardi (art. 122, 3° comma, c.c.);:
- l’esistenza di una malattia fisica o psichica (pazzia, malattia contagiosa) o di
un’anomalia (impotenza coeundi e generandi) o deviazione sessuale
(transessualismo, necrofilia, masochismo) tali da impedire lo svolgimento della
vita coniugale;
- l’esistenza di una sentenza di condanna per delitto non colposo alla
reclusione non inferiore a cinque anni;

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- la dichiarazione di delinquenza abituale o professionale (artt. 102 e 103
c.p.);
- la circostanza che l’altro coniuge sia stato condannato per delitti
concernenti la prostituzione a pena non inferiore a due anni;
- lo stato di gravidanza causato da persona diversa dal soggetto caduto in
errore, purché vi sia stato disconoscimento ai sensi dell’art. 233 c.c., se la
gravidanza è stata portata a termine.
L’azione per far valere i vizi del consenso non può essere proposta se vi è stata
coabitazione per un anno dopo che siano cessate la violenza o le cause che hanno determinato
il timore ovvero sia stato scoperto l’errore (art. 122, 4° comma, c.c.);.

Il matrimonio putativo.

Si definisce matrimonio putativo il matrimonio dichiarato nullo o annullato, qualora lo


stesso sia stato contratto in buona fede da almeno uno dei coniugi oppure qualora il loro
consenso sia stato estorto con violenza o determinato da timore di eccezionale gravità
derivante da cause esterne agli sposi.
Il matrimonio si dice «putativo» perché i coniugi lo credono valido.

In questo caso:
- per i coniugi
- se entrambi sono in buona fede o questa è irrilevante o va considerata
esistente, perché il consenso è stato estorto con violenza o determinato da timore di
eccezionale gravità derivante da cause esterne agli sposi, gli effetti del matrimonio
valido si producono, in loro favore, fino al passaggio in giudicato della sentenza che
dichiara la nullità o accerta l’annullamento dello stesso;
Ciò significa che la nullità o l’annullamento operano ex nunc (non
retroattivamente) e quindi restano salvi gli effetti prodottisi nel frattempo;
Quando le condizioni del matrimonio putativo si verificano rispetto ad ambedue i
coniugi, il giudice può disporre a carico di uno di essi e per un periodo non superiore
a tre anni l'obbligo di corrispondere somme periodiche di denaro, in proporzione alle
sue sostanze, a favore dell'altro, ove questi non abbia adeguati redditi propri e non
sia passato a nuove nozze (art. 129 c.c.).
Si tratta di un assegno periodico di mantenimento che dura per tre anni, che
può essere revisionato e assistito da garanzie reali e personali;

- se in buona fede o vittima è solo uno dei due coniugi, gli effetti del
matrimonio putativo valgono solo in favore di lui e dei suoi figli.

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Il coniuge al quale sia imputabile la nullità del matrimonio, è tenuto a
corrispondere all'altro coniuge in buona fede, qualora il matrimonio sia annullato,
una congrua indennità, anche in mancanza di prova del danno sofferto.
L'indennità deve comunque comprendere una somma corrispondente al
mantenimento per tre anni. Il coniuge in male fede è tenuto altresì a prestare gli
alimenti al coniuge in buona fede, sempre che non vi siano altri obbligati (art. 129
bis c.c.);l’indennità ha natura sanzionatoria e gli alimenti non hanno limiti temporali.

- se i coniugi sono entrambi in mala fede, non si producono gli effetti del matrimonio
putativo.

- Per i figli
- se si ha buona fede anche di un solo coniuge, gli effetti del matrimonio
valido si producono rispetto ai figli nati o concepiti durante il matrimonio dichiarato
nullo, nonché rispetto ai figli nati prima del matrimonio e riconosciuti anteriormente
alla sentenza che dichiara la nullità o pronuncia l’annullamento (art. 128, 2° e 3°
comma, c.c.);
- se i coniugi sono in mala fede, gli effetti del matrimonio valido si producono
solo rispetto ai figli nati o concepiti durante lo stesso, salvo che la nullità dipenda da
bigamia o incesto.
I figli nei cui confronti non si verifichino gli effetti del matrimonio valido hanno lo
stato di figli naturali riconosciuti, nei casi in cui il riconoscimento è consentito,
dunque:
- lo stato di figlio legittimo del nato per bigamia si converte in quello di figlio
naturale pur in mancanza di un atto di riconoscimento;
- i figli nati da incesto non sono più figli dinanzi alla legge che
incolpevolmente li discrimina.

La pronunzia di invalidità del matrimonio comporta l’applicazione della disciplina della


separazione in ordine all’affidamento dei figli e all’assegnazione della casa coniugale
(art. 155 ss. c.c.) come espressamente prevede ora l’art. 4 della legge n. 54/2006 (legge
sull’affido condiviso).

Il matrimonio simulato

Del tutto diverso dalle ipotesi di vizi del consenso è il caso della simulazione del
matrimonio

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Il matrimonio può essere impugnato da ciascuno dei coniugi quando gli sposi abbiano
convenuto di non adempiere agli obblighi e di non esercitare i diritti da esso discendenti (art.
123 c.c.).
Es.: matrimonio celebrato solo per conseguire la cittadinanza o il nome; o per legittimare
un figlio naturale.

L’azione non può essere proposta decorso un anno (decadenza) dalla celebrazione del
matrimonio, ovvero nel caso in cui i contraenti abbiano convissuto come coniugi
successivamente alla celebrazione medesima.
Si richiede non la semplice coabitazione, ma la convivenza more uxorio, per la quale si
presume l’inesistenza di un accordo derogatorio intercorso tra gli sposi.

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