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Secondo l’art. 122 Cost.

, il Consiglio regionale “elegge in suo seno un presidente e un ufficio di


presidenza per i propri lavori”. Il presidente viene eletto a scrutinio segreto, talora con particolari
maggioranze.
L’ufficio di presidenza, eletto dal Consiglio, si compone del presidente, dei vice presidenti, dei
segretari. Altri organi spesso specificati dagli statuti sono i gruppi consiliari, la conferenza dei
capigruppo, le commissioni consiliari (con il compito di esaminare preliminarmente i progetti di legge e le
altre deliberazioni consiliari, non dotate di competenza deliberante).
Attribuzioni del Consiglio regionale: secondo Costituzione, il Consiglio regionale “esercita le potestà
legislative e regolamentari attribuite alla Regione e le altre funzioni conferitegli dalla Costituzione e
dalle leggi”. Inoltre “può fare proposte di legge alle Camere”.
Appare dunque evidente che il Consiglio è il massimo organo deliberativo della Regione.
Le norme sul funzionamento dei Consigli regionali sono contenute negli statuti che rinviano a loro volta
ai regolamenti consiliari. Spesso i lavori consiliari vengono divisi in sessioni e programmati.

2. LA GIUNTA REGIONALE E IL SUO PRESIDENTE


Composizione: La Giunta regionale, organo esecutivo della Regione, viene eletta dal consiglio regionale
tra i suoi componenti, solitamente a scrutinio palese per appello nominale. Tra Consiglio regionale e
Giunta si instaura un rapporto fiduciario simile a quello Parlamento - Governo. La Giunta
compone del presidente, che “rappresenta la Regione”, e dei membri della Giunta, spesso definiti
“assessori”. Il numero di assessori è fissato dagli statuti; quando essi agiscono come componenti della
Giunta, non godono dell’immunità di cui godono i consiglieri regionali.
Compiti: compiti principali attribuiti alla Giunta sono quelli di attuare i programmi approvati dal
Consiglio regionale, conformarsi agli indirizzi politici e amministrativi deliberati dal Consiglio, proporre
al Consiglio regionale i provvedimenti da valutare ed eventualmente deliberare.
La Giunta regionale ha l’iniziativa delle leggi regionali e degli altri atti normativi la cui adozione spetta
al Consiglio. Spetta anche alla Giunta deliberare di ricorrere alla Corte Costituzionale.
Bisogna escludere invece che la Giunta regionale possa adottare in via d’urgenza, in mancanza di
disposizioni statutarie che lo consentano, deliberazioni o atti di competenza del Consiglio.
Posizione del presidente: per espressa disposizione costituzionale spetta al presidente rappresentare
la Regione; promulgare le leggi e i regolamenti; dirigere le funzioni amministrative delegate dallo Stato
alla regione, conformandosi alle istruzioni del Governo centrale. La sua posizione è simile a quella del
presidente del Consiglio dei ministri per il compito di dirigere e coordinare l’attività della Giunta e di
mantenere l’unità di indirizzo della Giunta medesima. Il presidente può essere coadiuvato da un vice
presidente che lo sostituisce in caso di assenza o di impedimento.
Principio della collegialità: si ritiene che sia necessario privilegiare ed evidenziare l’attività della
Giunta con limitazione dell’attività individuale dei suoi componenti. In pratica, il principio risulta spesso
disatteso con notevole incremento delle attività individuali degli assessori.

SEZIONE IV : LE FUNZIONI DELLE REGIONI

1. LA FUNZIONE LEGISLATIVA
La funzione legislativa è la competenza di porre norme costitutive di diritto obiettivo e poste in
posizione equiordinata con la legge statale ordinaria (non così per gli altri enti locali).
Esistono diversi tipi di legislazione regionale: a)legislazione esclusiva, compete alle sole Regioni ad
autonomia speciale ed “esclude” la competenza statale; b) legislazione concorrente, compete a tutte le
Regioni e comporta concorso di norme statali e regionali, su una data materia; c) legislazione
integrativa o di attuazione, compete a tutte le Regioni.
I tipi di potestà legislativa che contribuiscono a delineare l’autonomia regionale sono i primi due, mentre
il terzo ha valore limitato e parziale.
Le leggi regionali possono sottostare a limiti di legittimità o di merito.
Limiti di legittimità:
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- limite costituzionale: le Regioni non possono porre disposizioni contrastanti con la Costituzione;
- limite territoriale: le Regioni non possono adottare disposizioni legislative destinate a valere oltre il
proprio territorio;
- limite dei principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato: sono da considerarsi come
“principi dell’ordinamento giuridico quegli orientamenti e quelle direttive di carattere generale e
fondamentale che si possono desumere dalla connessione sistematica, dal coordinamento e dalla
intima razionalità delle norme che concorrono a formare, in un dato momento storico, il tessuto
dell’ordinamento giuridico vigente”.
- limite del rispetto delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica: per la
necessità di omogeneità dell’indirizzo generale economico-sociale dello Stato;
- limite degli obblighi internazionali dello Stato: è un’esigenza derivante direttamente dal carattere
unitario del nostro Stato. Le Regioni non hanno competenza in politica estera;
- limite delle materie: le regioni possono legiferare attenendosi alle enumerazioni (tassative) delle
materie di competenza legislativa regionale;
- limite dei principi fondamentali della legislazione statale: tale limite vale solo per la legislazione
regionale concorrente. La soluzione migliore sarebbe stata richiedere leggi-cornice.

Limiti di merito: le norme legislative regionali non devono essere in contrasto con l’interesse nazionale
e con quello di altre regioni. In caso di controversie, se il limite è di legittimità, la competenza è
attribuita alla Corte Costituzionale, se il limite è di merito la competenza è invece attribuita alle
Camere.
Procedimento di formazione delle leggi regionali: le leggi regionali sono deliberate dal Consiglio
regionale. Le procedure sono disciplinate da statuti e regolamenti interni, e sono ispirate alle procedure
di approvazione delle leggi del Parlamento. E’ previsto l’esame da parte di commissioni permanenti del
Consiglio con competenza referente e al controllo, di legittimità e di merito, del Governo nazionale,
attraverso il visto del Commissario del Governo. Se il Governo ritiene che la legge ecceda la competenza
o incontri dei limiti, può “rinviare” la legge al Consiglio regionale.
Il Consiglio regionale può modificare la legge o riapprovarla nello stesso testo: il Governo potrà in
questo caso promuovere la questione di legittimità di fronte alla Corte Costituzionale o alle Camere.
Posizione della legge regionale: la legge regionale è dunque equiparata alla legge statale, nel senso che
anche la legge statale deve cedere alla legge regionale, quando quest’ultima disciplini una materia
attribuita alla legislazione regionale. Nell’incontro sulla stessa materia, la prevalenza dovrà essere
riconosciuta alla fonte competente, statale o regionale che sia.

2. LA FUNZIONE AMMINISTRATIVA
Criterio del parallelismo delle funzioni: la Regione ha competenza amministrativa negli stessi settori
nei quali le è attribuita competenza legislativa, ma non viceversa (art.118 Cost.).
Le leggi della Repubblica possono anche attribuire, in tali settori, le competenze amministrative di
interesse esclusivamente locale alle province, ai comuni o ad altri enti locali.
Lo Stato può anche, con legge, delegare alla Regione l’esercizio di altre funzioni amministrative.
Trasferimento delle funzioni: l’art.17 della l.1970,n.271, ha delegato il Governo ad emanare 11 decreti
legislativi per regolare il passaggio delle funzioni amministrative attribuite alla Regione dall’art.117
Cost. e del relativo personale dipendente dallo Stato. Con la l.22 luglio 1975, n.382 è stata conferita al
Governo una nuova delega e con il d.p.r. 24 luglio 1977 si è completato il trasferimento delle funzioni
amministrative alle Regioni.
Dopo la l.15/3/97, n.59 e il decreto lgs.31/3/98,n.112, il conferimento delle funzioni, comprendente le
funzioni di organizzazione e le attività connesse, è operato in blocco alle Regioni le quali poi debbono
provvedere entro sei mesi a conferire agli enti locali subregionali le funzioni amministrative che non
richiedono il loro unitario esercizio a livello regionale.
Ai sensi dell’art.118 Cost., le Regioni dovrebbero delegare agli enti subregionali l’amministrazione,
mantenendo prevalenti compiti legislativi, di programmazione e di indirizzo dell’attività amministrativa.
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In realtà il quadro dell’amministrazione è molto accentrato e nelle stesse materie resta riservata allo
Stato la funzione di indirizzo e di coordinamento per esigenze di unitarietà, così come le leggi cornice
statali delimitano la legislazione regionale.
Controllo sugli atti amministrativi regionali: il controllo di legittimità e talora anche di merito dei
regolamenti di competenza del Consiglio regionale viene esercitato da una Commissione statale sedente
nel capoluogo regionale, che può annullare l’atto, prevista dall’art.125 Cost.

3. I RAPPORTI DELLA REGIONE CON GLI ENTI LOCALI INFRAREGIONALI


Principio di sussidiarietà: il trasferimento di funzioni sia da Stato a Regioni sia da Regioni a altri enti
locali si è ispirato al principio di sussidiarietà, attribuendo cioè le funzioni in discorso all’autorità
territorialmente e funzionalmente più vicina ai cittadini, con esclusione delle sole funzioni che
richiedono l’unitario esercizio a livello regionale. Il conferimento di compiti e funzioni agli enti locali è
stato effettuato con legge regionale, antecedente il 30 settembre 1998, con la quale la Regione ha
attribuito agli enti locali le risorse umane, finanziarie, organizzative e strumentali in misura tale da
garantire la congrua copertura degli oneri derivanti dall’esercizio delle funzioni e dei compiti trasferiti.
Controllo sugli atti degli enti locali. Ai sensi dell’art.130 Cost., spetta alla regione esercitare il
controllo di legittimità e di merito sugli atti delle province, dei comuni e degli altri enti locali,
attraverso un Comitato regionale di controllo.

SEZIONE V : L’AUTONOMIA FINANZIARIA REGIONALE


La limitatezza di adeguati mezzi finanziari a disposizione delle Regioni è stata una delle cause del
ritardato decollo dell’ordinamento regionale.
Autonomia finanziaria delle regioni: secondo l’art.119 Cost., alla Regione sono assegnati:
a) tributi propri e quote di tributi erariali in relazione ai bisogni regionali per le spese necessarie ad
adempiere le loro funzioni normali, comunque troppo bassi per le esigenze regionali. Alle Regioni
viene in pratica impedita la potestà impositiva regionale, potendo soltanto determinare aliquote di
tributi già disciplinati dal legislatore italiano.
b) contributi speciali per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Sud.
c) un demanio (che comprende i beni indicati dall’art.822 c.c., e che godono di inalienabilità,
incommerciabilità, imprescrittibilità) e un patrimonio regionale (che comprende gli altri beni
appartenenti alla regione).
Secondo la l.158/1990 i tributi erariali del punto a) vengono accorpati in un fondo comune distribuito
proporzionalmente alle regioni, e in un altro fondo sono raggruppati trasferimenti dallo Stato per gli
investimenti. L’autonomia finanziaria è garantita anche dalla possibilità di ricorrere all’indebitamento.
La l..281/1970 prevede inoltre l’istituzione di un fondo diretto al finanziamento dei programmi regionali
di sviluppo, composto di una quota variabile e di una fissa, e di un fondo sanitario nazionale, con la
finalità di garantire i livelli sanitari in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Ogni Regione
adotta con legge, ogni anno, un bilancio annuale e un bilancio pluriennale, seguendo i principi
fondamentali e le norme in materia di bilancio e di contabilità delle Regioni fissati dalla l.19 maggio
1976, n.335.

SEZIONE VI : I CONTROLLI SULLE REGIONI


Organi di controllo: il controllo dello Stato sugli organi e sulle attività regionali costituisce lo
strumento per garantire il rispetto delle esigenze unitarie e del quadro costituzionale complessivo.
Gli organi statali cui compete esercitare il controllo sull’attività e sugli organi delle regioni sono:
- il Governo della repubblica: ad esso compete il controllo di legittimità e di merito sulle leggi
regionali, nonché il controllo sugli organi regionali.
- il Commissario del Governo nella Regione: soprintende alle funzioni amministrative esercitate dallo
stato e le coordina con quelle esercitate dalla Regione. Raccorda lo Stato e le Regioni, vistando le
leggi regionali o rifiutando il visto, rinviando le leggi al Consiglio.
- la Commissione statale di controllo: vedi pag.51
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- la Commissione interparlamentare per le questioni regionali : interviene nel procedimento di
controllo per l’eventuale scioglimento del Consiglio, formula proposte al Governo per la concessione
di contributi speciali alle Regioni e fornisce pareri di merito.
Controllo sugli organi regionali: il controllo su presidente della Giunta, Giunta e Consiglio è esercitato
dal Governo nei seguenti casi: A) sulla Giunta e/o sul suo presidente quando compiano atti contrari alla
Costituzione o gravi violazioni di legge, invitando il Consiglio a sostituire la Giunta o il presidente; B) sul
Consiglio regionale qualora questo organo: a) compia atti contrari alla Costituzione o gravi violazioni di
legge; b) non corrisponda all’invito del Governo di sostituire la Giunta o il presidente; c) non sia in grado
di funzionare, per dimissioni o per impossibilità di formare una maggioranza; d) per ragioni di sicurezza
nazionale. La sanzione è lo scioglimento del Consiglio stesso.
Scioglimento automatico: la durata del Consiglio regionale è ridotta a un biennio se nel corso di
ventiquattro mesi il rapporto fiduciario tra Consiglio e Giunta è comunque posto in crisi. Non sarà
comunque difficile al Consiglio dissenziente porre in difficoltà la Giunta senza porre formalmente in
crisi il rapporto fiduciario, evitando così la sanzione dello scioglimento anticipato.

CAPITOLO 3
GLI ENTI LOCALI INFRAREGIONALI

l’Art.5 Cost. afferma che la Repubblica “riconosce e promuove le autonomie locali”, riferendosi a
Province e Comuni. La legge fissa poi i principi all’interno dei quali si esplica l’autonomia comunale e
provinciale, impedendo così anche interferenze delle Regioni.
Organi del Comune: gli organi di governo del Comune sono il sindaco, la giunta municipale e il Consiglio
comunale. Il Consiglio dura in carica quattro anni ed è composto dal sindaco e dai consiglieri; la Giunta
comunale è composto dagli assessori nominati dal sindaco. Le cariche di consigliere e assessore sono
incompatibili. Tra il sindaco e il Consiglio si instaura una sorte di rapporto fiduciario
Competenze degli organi del Comune: il sindaco, “ufficiale del Governo”, ha importanti compiti di
responsabilità e di supervisione, di sicurezza e ordina pubblico, di polizia e di sanità. La giunta collabora
con il sindaco nell’amministrazione del Comune. Il Consiglio, organo di indirizzo e di controllo politico-
amministrativo, decide riguardo gli “atti fondamentali del comune”.
Funzioni del Comune: spettano al Comune tutte le funzioni amministrative ce riguardino la popolazione e
il territorio comunale precipuamente nei settori organici dei servizi sociali, dell’assetto ed utilizzazione
del territorio e dello sviluppo economico. Gestisce inoltre i servizi elettorali, di anagrafe, di stato
civile, di statistica e di leva militare. Sono previste diverse forme di gestione da parte del Comune.
La Provincia: la Provincia è l’ente locale intermedio tra Comuni e Regione. Essa comprende il territorio
di più comuni, ma la sua rilevanza operativa è assai inferiore a quella dei Comuni.
Gli organi istituzionali della provincia sono il presidente, la Giunta, il Consiglio provinciale.
Competono alla provincia le funzioni amministrative di interesse provinciale che riguardino vaste zone
intercomunali o l’intero territorio provinciale in settori determinati e rilevanti. Le spettano inoltre
importanti compiti di programmazione e la predisposizione e l’adozione del piano territoriale di
coordinamento.
Nelle nove “aree metropolitane” la Provincia si configura come autorità metropolitana ed assume la
denominazione di “città metropolitana”. Le funzioni di questa città metropolitana sono anche più ampie
di quelle attribuite alla Provincia.
Controlli sui comuni e sulle Province: il controllo di legittimità e di merito sugli atti degli enti locali è
esercitato, come detto a pag.51, dal Comitato di controllo. Riguardo il controllo sugli organi degli enti
locali, i Consigli comunali e provinciali possono essere sciolti con decreto del presidente della
repubblica, su proposta del ministro dell’interno; i controlli “atipici” (autorizzazioni, approvazioni, visti e
simili) sono invece a competenza prevalentemente regionale, senza escludere quella statale.
Altri enti locali infraregionali: tra i numerosi enti locali infraregionali possono essere ricordati i
consorzi e le comunità montane, che hanno personalità giuridica, e le esperienze comprensoriali.

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PARTE SESTA: DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI

CAPITOLO 1:
LE POSIZIONI GIURIDICHE SOGGETTIVE E DICHIARAZIONI DEI DIRITTI:

Il tema delle libertà si collega a una lunga lotta per la loro conquista e per l’affermazione di
un’importante posizione del singolo e delle formazioni sociali nell’ambito dell’ordinamento
giuridico generale, durata centinaia di anni. Bisogna considerare le libertà come diritti, con tutto ciò
di positivo che questo implica, ma anche e soprattutto come elementi di partecipazione e non di
contrapposizione, proprio per superare una concezione dello Stato costituzionale valida agli inizi
dell’Ottocento, ma ormai logorata.
Classificazione dei diritti pubblici soggettivi: secondo lo Jellinek, i diritti pubblici soggettivi sono le
pretese giuridiche che derivano dai rapporti tra cittadini e Stato.
 Status subiectionis: indica la mancanza di diritti pubblici soggettivi, e la soggezione totale degli
individui (qualificati appunto “sudditi”) al potere sovrano.
 Status libertatis (status negativo): al sorgere del regime costituzionale, si afferma la garanzia di
sfere di libertà, sottratte all’influenza del potere pubblico. Si afferma la pretesa giuridica, ma
non i diritti di libertà.
 Status civitatis (status positivo): vengono a coincidere interesse pubblico e individuale. Lo Stato
riconosce all’individuo pretese giuridiche verso l’attività statale, attribuendogli strumenti
giuridici per realizzarle.
 Status activae civitatis (status attivo): viene attribuita non una pretesa giuridica, ma la
possibilità di agire come titolare di un organo dello Stato, cioè come membro dell’ordinamento.
Dichiarazioni dei diritti: le prime dichiarazioni di diritti, rilevanti e significative, si hanno in
Inghilterra (Magna Charta 1215, Petition of Rights 1628, Bill of Rights 1689).Larga risonanza ebbe
la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, deliberata dall’Assemblea francese il 26
agosto 1789, con la quale si affermarono i diritti dell’uomo in quanto tale, come preesistenti allo
Stato e quindi da garantirsi e non da concedersi da parte dello Stato medesimo. Da quel momento
seguirono numerose dichiarazioni dei diritti, anche molto diverse tra loro, tra le quali si ricorda la
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Assemblea generale delle nazioni Unite, 1948).
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Esclusione di una dichiarazione programmatica dei diritti nella Cost.italiana: il Costituente
italiano ha preferito escludere un preambolo contenente una dichiarazione astratta di diritti,
disciplinandoli ampiamente nella parte prima della Costituzione (Diritti e doveri dei cittadini).
Non si volle infatti creare una graduatoria tra le norme del preambolo e quelle del testo
costituzionale, e soprattutto si volle sottrarre le disposizioni più rilevanti per la vita del Paese ad
improvvise modificazioni, collocandole nella “rocca” della Costituzione e sottoponendo la loro
eventuale revisione a più caute procedure.
Art.2 Cost.: la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia coma singolo, sia
nella formazione sociale, ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri
inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
➪ viene così introdotto il principio personalistico, ovvero l’affermazione della supremazia della
persona umana sullo Stato medesimo. La Repubblica “riconosce” i diritti inviolabili: riconoscere
non vuol dire attribuire, quindi tali diritti appartengono all’uomo in quanto tale, prima e
indipendentemente da ogni intervento statale, che ha solo significato ricognitivo e di garanzia.
➪ si introduce il pluralismo sociale: contrapponendosi all’esperienza fascista, il pluralismo sociale,
sostanzialmente ineliminabile, viene ad assumere il ruolo di pluralismo istituzionale, strumento
essenziale dell’organizzazione democratica della Repubblica e condizione essenziale per il pieno
esplicarsi della persona umana.
➪ viene posta l’attenzione sui doveri e sul principio di solidarietà: non la contrapposizione ma la
composizione degli interessi deve divenire la regola e le posizioni soggettive vanno coordinate in un
quadro di solidarietà non solo politica, ma economica e sociale, che conferisca alla Repubblica la
capacità di essere realmente il punto di incontro di tutti i componenti della comunità nazionale.
Condizione giuridica dello straniero e dell’apolide: in teoria, la parte della Costituzione dedicata ai
diritti e doveri, è riservata ai cittadini. Per quanto riguarda gli stranieri, l’art.10 Cost. afferma che:
a) la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei
trattati internazionali; b) lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle
libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della
Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge (non occorre dunque essere perseguitato
politico). Secondo la l.40/1998 sono riconosciuti allo straniero i diritti fondamentali della persona
umana e i diritti in materia civile se regolarmente soggiornante, compresa la parità di trattamento
con il cittadino. L’estradizione dello straniero per reati politici non è ammessa.
Per quanto riguarda l’apolide, il principio ispiratore è che, per quanto riguarda i diritti civili,
l’apolide è assimilato al cittadino mentre, per quanto riguarda i diritti politici, è assimilato allo
straniero.

CAPITOLO 2: IL PRINCIPIO DI EGUAGLIANZA:


La nostra Costituzione afferma il principio dell’eguaglianza, che si affermò con lo Stato
costituzionale, non solo in termini di eguaglianza formale, ma anche di eguaglianza sostanziale.
Art.3 Cost.: (1° comma) Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge
senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni
personali e sociali. (2° comma). E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il
pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla
organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
➪ l’eguaglianza formale si esprime, per lunga tradizione, nell’uguaglianza dinanzi alla legge.
La parità di trattamento va naturalmente garantita per situazioni eguali, mentre situazioni
differenziate devono essere trattate in modo differenziato. L’eguaglianza dinanzi alla legge richiede
l’eguaglianza di forza giuridica della legge per tutti i cittadini.
Le specificazioni rispetto a situazioni differenziate (sesso, razza,..) sono dovute agli ingiustificati
trattamenti differenziati del passato. Alcune deroghe sono previste e giustificate da ostacoli
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biologici o naturali, o di ordine morale, per le quali in non pochi casi la diversità di sesso può
determinare una disparità di trattamento senza violare il principio di eguaglianza (agente di custodia
in un carcere maschile, vigilatrice di scuola materna,..)
➪ l’eguaglianza sostanziale implica la possibilità di conseguire il pieno sviluppo della propria
personalità e di partecipare, con pari opportunità, alla vita politica, civile ed economica del Paese.
E’ una linea di sviluppo che dovrà essere ancora in gran parte essere realizzata concretamente dal
legislatore ordinario.
Molto deve essere fatto dallo Stato e dagli altri enti pubblici per attuare il precetto costituzionale.
Attraverso una decisa programmazione economica; attraverso la rivendicazione prioritaria della
funzione sociale della proprietà che va resa accessibile a tutti; attraverso interventi che, restituita
serietà alla scuola, garantiscano concretamente ai capaci e meritevoli la possibilità di raggiungere i
più alti gradi degli studi; e così via.

CAPITOLO 3: I DIRITTI DI LIBERTA’ CIVILE:


La Costituzione tratta dei diritti e doveri nella parte prima (artt. 13-54), distinguendo in rapporti
civili, etico-sociali, economici e politici.
La libertà personale: l’art.13 Cost. garantisce e disciplina la libertà personale, dichiarata
“inviolabile”. Senza la garanzia della libertà personale tutte le altre libertà potrebbero vanificarsi e
divenire semplici espressioni verbali. La libertà personale indica la libera disponibilità della propria
persona fisica (garantita dagli habeas corpus), ma sono ricompresi nella libertà personale anche gli
aspetti psichici e morali. In senso attivo, la libertà personale è la disponibilità nel poter fare, e in
senso passivo nello escludere interferenze nella sfera della personalità, verso il pubblico e verso il
privato. Sempre secondo l’art.13, non è ammessa “forma alcuna di detenzione, di ispezione o
perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale”.
Tutela delle persone e trattamento dei dati personali: la protezione della privacy da intrusioni e
utilizzazioni è volta a impedire quella violazione che potrebbe recar danno o limitare comunque il
libero dispiegamento della libertà personale, nei limiti consentiti dalla legge. Non tutti,
naturalmente, possono richiedere la stessa protezione.
L’aumento vertiginoso di questo problema ha portato a nuove leggi: la legge 31 dicembre 196, n.
675 definisce i dati personali protetti come ogni informazione relativa a persona fisica, giuridico,
ente od associazione, identificati o identificabili anche indirettamente. Particolare tutela è riservata
ai “dati sensibili”. Il trattamento dei dati personali deve svolgersi nel rispetto dei diritti, delle libertà
fondamentali, della dignità delle persone fisiche, con particolare riferimento alla riservatezza e
all’identità personale. Per garantire la corretta applicazione della legge e per rilasciare le prescritte
autorizzazioni è istituito un “Garante” avente carattere collegiale, composto da quattro membri
eletti dalle Camere, tra i quali viene eletto un presidente, il cui voto prevale in caso di parità.
Limitazioni della libertà personale: la Costituzione, all’art.13, prevede ed ammette la possibilità di
limitazioni o restrizioni della libertà personale, subordinatamente al verificarsi si due condizioni:
a) che la limitazione o restrizione sia disposta con “atto motivato dell’autorità giudiziaria”
(➪ riserva di giurisdizione) e b) che ciò avvenga “nei soli modi e casi previsti dalla legge”
(➪ riserva assoluta di legge). In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente
dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti, se pur provvisori, limitativi
della libertà personale.
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L’attuazione della libertà personale non è così facili: la legge stabilisce casi in cui possono essere
adottate misure di prevenzione, adottate per prevenire la commissione di reati anche contro
incensurati, e misure di sicurezza, disposte a carico di abbia commesso un delitto.
Posizione dell’imputato: lo stesso art.13 punisce ogni violenza fisica sulle persone comunque
sottoposte a restrizioni di libertà, e demanda alla legge la fissazione dei limiti massimi della
carcerazione preventiva (secondo il C.p.p. varia da tre mesi a un anno).
Altre disposizioni in materia penale sono stabilite dagli artt. 25 e 26 Cost.: nessuno può essere
punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso. Sul punto il
C.p. stabilisce che nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non
costituisce reato e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali. Se la legge del
tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella più favorevole al
reo. L’art. 27 Cost. statuisce che la responsabilità penale è personale, e che l’imputato non è da
considerarsi colpevole fino alla sentenza definitiva (“presunzione di non colpevolezza”).
Regime delle pene:l’art.27 Cost., che riguarda le pene limitative della libertà personale, afferma che
esse non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbono tendere alla
rieducazione del condannato. Non è inoltre ammessa la pena di morte. E’ stata invece dichiarata
costituzionale dalla Corte, la pena dell’ergastolo: gli ergastolani possono essere posti in libertà
condizionale dopo aver scontato 25 anni di reclusione e purché abbiano tenuto buona condotta.
Secondo la legge 354/1975 “il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve
assicurare il rispetto della dignità della persona”, ma nella pratica il problema è consistente.
Amnistia e indulto (l.cost. 6 marzo 1992, n.1): il potere di esercitare clemenza nei confronti dei
responsabili di reati o dei condannati a pene detentive, spetta alle Camere che vi provvedono con
legge, che deve essere approvata a maggioranza di due terzi dei componenti di ciascuna Camera.
La clemenza non può applicarsi ai reati commessi successivamente alla presentazione del disegno
di legge. Le modalità di concessione e di applicazione di tale potere sono stabilite dalla legge.
Estradizione: l’estradizione è l’istituto di collaborazione penale internazionale per il quale uno Stato
consegna ad un altro Stato un individuo accusato o condannato, al fine della sottoposizione del
processo o all’espiazione della pena. L’estradizione dello straniero non è ammessa per reati politici
(art.10 Cost.); e non può essere concessa quando vi è ragione di ritenere che l’imputata verrà
sottoposto ad atti persecutori o discriminatori oppure a pene e trattamenti crudeli (art.698 C.p.p.).
L’estradizione del cittadino invece non solo non può essere in alcun caso ammessa per reati politici
ma anche per i reati comuni può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle
convenzioni internazionali.
Prestazioni personali: nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in
base alla legge (art.23 Cost., riserva di legge relativa). In base all’art.32 Cost., premesso il dovere
della Repubblica di tutelare la salute,si aggiunge che nessuno può essere obbligato a un determinato
trattamento sanitario se non per disposizione di legge, la quale non può comunque in nessun caso
violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. L’art.22 Cost. afferma che nessuno può
essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.
Libertà di domicilio: l’art.14 Cost. disciplina la libertà di domicilio. Nel domicilio è ricompreso
l’abitazione altrui o altro luogo di privata dimora. Anche il domicilio è dichiarato “inviolabile” e le
eventuali limitazioni o restrizioni di tale libertà (quali ispezioni, perquisizioni o sequestri) sono
consentite soltanto con le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale, e cioè nei casi e
modi stabiliti dalla legge e mediante atto motivato dell’autorità giudiziaria. In casi eccezionali di
necessità e urgenza (ad esempio flagranza di reato), l’autorità di pubblica sicurezza può procedere a
ispezioni, perquisizioni o sequestri, ma deve comunicarlo entro 48 ore all’autorità giudiziaria.
Libertà di corrispondenza: fra le libertà “inviolabili”, la Costituzione comprende anche la libertà di
corrispondenza e di comunicazione. L’art.15 afferma che la limitazione dell’inviolabilità e della
segretezza della corrispondenza può avvenire solo con atto motivato dell’autorità giudiziaria, con le
garanzie stabilite dalla legge (tale divieto viene esteso anche alla pubblica autorità con l’art.15).
Non sono previste limitazioni da parte dell’autorità di pubblica sicurezza. Eccezioni all’inviolabilità
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e alla segretezza sono ammesse a favore degli ufficiali di polizia giudiziaria e nei confronti di
soggetti che si trovino in particolari situazioni previste dalla legge.
Libertà di circolazione e di soggiorno: ogni cittadino, come dispone l’art.16 Cost., può soggiornare
e circolare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge
stabilisce in via generale per motivi di sanità e di sicurezza (e quindi senza intervento dell’autorità
giudiziaria). Nessuna restrizione può essere determinata per ragioni politiche.
➪ stranieri e apolidi potranno dunque essere assoggettati a limitazioni senza poter invocare le
garanzie dell’art.16. Unica eccezione alla libertà di soggiorno è prevista per Casa Savoia.
Libertà di espatrio: allo stesso art.16, la Costituzione garantisce anche la libertà di espatrio, intesa
come libertà dei cittadini di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi. Sono fatti salvi gli
“obblighi di legge” ➪ oneri o condizioni cui è subordinato il documento autorizzativo.
Diritto di emigrazione: secondo l’art.35 la libertà di emigrazione è subordinata al rispetto degli
obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale.
Libertà di riunione: accanto ai diritti di libertà che sono riconosciuti all’uomo, o al cittadino in
quanto tale, la Costituzione disciplina i diritti di libertà che spettano all’uomo in quanto
appartenente a formazioni sociali, secondo il principio affermato dall’art.2.
La distinzione tra riunioni ed associazioni si fonda sul carattere temporaneo delle prime e sul
vincolo più saldo delle seconde; mentre la distinzione tra riunioni e assembramenti sta nella
casualità degli assembramenti, mentre la riunione è il preordinato convenire di più persone in un
medesimo luogo per uno scopo prefissato.
La libertà di riunione è disciplinata dall’art.12 che la riconosce ai soli cittadini (degli assembramenti
la Costituzione non parla, e per essi non può invocarsi garanzia costituzionale). Le riunioni possono
svolgersi in luogo privato, in luogo aperto al pubblico o in luogo pubblico. Tutte le riunioni
debbono svolgersi pacificamente e senza armi (vietate “armi improprie” e mascheramenti).
Solo per le riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle
solo per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica, oppure per ragioni di ordina
pubblico, di moralità o di sanità pubblica. I cortei sono stati definiti “riunioni in movimento” , e
serve quindi preavviso alle pubbliche autorità. L’art.19 garantisce invece a tutti il diritto di
esercitare il culto religioso “in pubblico”, senza prescrivere obblighi di preavviso.
Libertà di associazione: la disposizione dell’art.18 Cost. garantisce il diritto di associazione in
termini assai ampi, escludendo ogni forma di autorizzazione, e ponendo come unico limite il
perseguimento di fini che non siano vietati ai singoli dalla legge penale. Sono inoltre proibite, per
esigenza di lealtà da parte dei cittadini, le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche
indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. Le associazioni segrete
sono state disciplinate con la legge 25 gennaio 1982, n.17.
La libertà di associazione implica, in certi casi,anche la libertà di non associarsi (libertà “negativa”).
Libertà religiosa: la libertà religiosa, conquista fondamentale dello Stato moderno, è la libertà per
ognuno di poter pensare e dire ciò che vuole anche in materia religiosa. Art.19 Cost.: “tutti hanno
diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata,
di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti
contrari al buon costume”. Viene così garantita la libertà di coscienza, intesa come libertà di avere
una fede o di non averne, e appunto la libertà religiosa, che si concreta non solo nell’adesione a una
religione ma anche nella possibilità di esercitare liberamente la propria fede.
Per quanto riguarda la religione cattolica, essa non è in oggi la sola religione di Stato, ma dato che
la stragrande maggioranza degli italiani sono cattolici, non è possibile escludere, in taluni casi,
disposizioni differenziate in suo favore (ad esempio in materia di vilipendio della religione). Più
problematica è la questione della compatibilità tra le formule del giuramento con la libertà religiosa.
Per l’art.20 Cost., il carattere ecclesiastico o il fine di religione o di culto di una associazione od
istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative né di speciali gravami fiscali
per la sua costituzione, capacità giuridica ed ogni forma di attività.

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Libertà di manifestazione del pensiero: la libertà di manifestazione del pensiero acquista crescente
importanza con lo sviluppo dei mass media, per la necessità di impedire degenerazioni attraverso la
creazione di situazioni monopolistiche che potrebbero impedire di fatto la circolazione delle idee.
L’art.21 Cost. garantisce a tutti (e quindi non ai soli cittadini) il diritto di manifestare liberamente il
proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Lo strumento di diffusione che il legislatore ha più ampiamente disciplinato è la stampa.
→ Libertà di stampa: l’art.21 Cost. è integrato dalla legge sulla stampa (l. 2 febbraio 1948, n.47).
La regola fondamentale è che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si
esclude, cioè, ogni possibilità del potere pubblico di intervenire sull’esercizio della libertà o di
limitare libertà mediante controlli sul contenuto l’esercizio di tale degli stampati. Seguono poi
disposizioni che prevedono il “sequestro preventivo” degli stampati nel caso di delitti per i quali la
legge espressamente lo autorizzi o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescrive
per l’indicazione dei responsabili (nome e domicilio stampatore, luogo e anno di pubblicazione,
ecc..). La stampa periodica deve avere un direttore responsabile il quale può essere perseguito,
qualora non eserciti il controllo necessario per evitare la commissione di reati con la pubblicazione.
Secondo l’art.21 sono inoltre vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre
manifestazioni contrarie al buon costume. La legge può anche stabilire che siano resi noti i mezzi di
finanziamento della stampa periodica ➪ la l.5 agosto 1988, n.338, detta disposizioni dirette ad
impedire la concentrazione della stampa quotidiana in poche mani, prevede l’istituzione di un
registro nazionale della stampa, una miglior trasparenza della pubblicità sui giornali e sui periodici,
nonché la pubblicità dei bilanci delle imprese editoriali.
Teatro e cinematografo: per gli spettacoli teatrali,, la vigente legislazione si limita a prescrivere la
licenza del questore. Quanto alle rappresentazioni cinematografiche, la legge 161 dispone che la
proiezione in pubblico dei film è soggetta a nulla osta che va rilasciato dal ministro del turismo e
spettacolo su parere conforma di speciali commissioni di primo grado e di appello.
Disciplina della radio e della televisione: il d.lgs. 3 aprile 1947, n.428, concedeva in via esclusiva
alla RAI il servizio delle radio audizioni circolari e il servizio di televisione circolare; affermando
che la maggioranza assoluta delle azioni RAI doveva passare in titolarità all’IRI.
Successivamente, di fronte alle continue critiche del monopolio statale, fu approvata la l.14 aprile
1975, n.103, contenente “nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva”, e infine la
l.6 agosto 1990, n.223, più volte integrata. Secondo tale legge l’esercizio della radiodiffusione di
programmi radiofonici e televisivi è subordinato a una concessione a una società per azioni a totale
partecipazione pubblica o a soggetti privati. La RAI è una società per azioni “di interesse nazionale”
e il suo C.d.A. è nominato d’intesa fra i presidenti di Camera e Senato.
E’ istituita una Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che assorbe le funzioni già attribuite
al Garante per la radio diffusione e l’editoria, le cui competenze sono elencate dalla legge 249/97.
Tale legge vieta sostanzialmente posizioni dominanti nei settori delle comunicazioni sonore e
televisive, anche nelle forme evolutive.
Disciplina delle pubblicità: la l.223/90, dopo aver premesso che la pubblicità radiofonica e
televisiva non deve offendere la dignità della persona, non deve evocare discriminazioni di razza,
sesso e nazionalità, non deve offendere condizioni religiose e ideali, non deve indurre a
comportamenti pregiudizievoli per la salute, la sicurezza e l’ambiente, non deve arrecare
pregiudizio morale e fisico ai minorenni, stabilisce i limiti temporali massimi della durata dei
messaggi pubblicitari. E’ inoltre disciplinata la sponsorizzazione e l’inserimento di spots all’interno
de programmi radiofonici o televisivi.
Disciplina dell’informazione e disposizioni rilevanti: i concessionari privati hanno l’obbligo di
trasmettere programmi per un numero di ore giornaliere e settimanali fissate dalla legge, e
programmi di informazione, statale o locale. Il Governo, le Amministrazioni dello Stato, le Regioni
e gli altri enti pubblici territoriali possono chiedere ai concessionari privati o alla concessionaria
pubblica la trasmissione di brevi comunicati, da trasmettere immediatamente.

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E’ vietata la trasmissione di messaggi cifrati o di carattere subliminale; è vietata la trasmissione di
programmi che possano nuocere allo sviluppo psichico o morale dei minori, che contengano scene
di violenza gratuita o pornografiche, che inducano ad atteggiamenti di intolleranza basati su
differenze di razza, sesso, religione o nazionalità.
I film vietati ai minori di anni 18 non possono essere trasmessi, i film vietati ai minori di anni 14
possono invece essere trasmessi tra le 22.30 e le 7.
La pianificazione delle radiofrequenze deve constare di un piano nazionale di ripartizione,
aggiornato di regola ogni cinque anni, e di un piano nazionale di assegnazione.

CAPITOLO 4: I DIRITTI CIVICI. RAPPORTI ETICO- SOCIALI:


Concetto di diritti civici: i “diritti civici” o “di prestazione”, che sorgono superata la prima fase
dello Stato costituzionale, sono quei diritti per i quali il soggetto ha diritto non già ad un’astensione
della pubblica autorità (come nei diritti di libertà), ma ad un suo intervento attivo per assicurare il
conseguimento di quei fini di interesse generale che corrispondono alla progressiva evoluzione
dello Stato moderno.
La famiglia nella Costituzione: l’art.29, riferendosi alla famiglia come all’insieme di coniugi e figli,
afferma che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul
matrimonio”. E’ la positiva affermazione che la famiglia ha diritti che preesistono allo Stato e che
da esso non possono essere menomati né mutati. Unioni di fatto non hanno dunque riconoscimento
costituzionale, ma questo non significa che esse non siano situazioni giuridicamente rilevanti.
Il matrimonio: secondo il 2° comma dell’art.29 “il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e
giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità famigliare”. La famiglia
legittima dunque si fonda sul matrimonio, ed anzi sorge con esso. Nel nostro vigente ordinamento
sono possibili tre tipi di matrimonio: a) matrimonio civile, celebrato di fronte ad un ufficiale di
Stato; b) matrimonio concordatario, che si concreta nel riconoscere effetti civili al matrimonio
canonico; c) matrimonio celebrato dinanzi ad un ministro di culto ammesso nello Stato, che
acquista effetti civili qualora siano osservate le formalità e le prescrizioni dettate dalla l.24/6/1929.
Il principio dell’incostituzionalità del matrimonio non è costituzionalizzato, e anzi la legge
1°dicembre 1970, n.898, ha introdotto il divorzio, pur con molte tesi contrarie.
I rapporti tra i coniugi e nei confronti dei figli: le disposizioni degli art.29 e 30 Cost. riguardo
all’ordinamento interno della famiglia hanno avuto ampia e importante attuazione grazie alla l.19
maggio 1975,n. 151, intitolata alla “Riforma del diritto di famiglia”: tale legge ad esempio detta
norme riguardo all’eguaglianza dei coniugi (proclamata dalla Costituzione), che raccoglie le
legittime aspirazioni della donna e ne garantiscono la posizione nella famiglia.
Anche nei confronti dei figli la legge del 1975 stabilisce una posizione di eguaglianza da parte dei
coniugi, non più di patria potestà, ma di potestà dei genitori. Alla parità di diritti nei confronti dei
figli corrisponde parità di doveri: ad entrambi i genitori spetta infatti l’obbligo di mantenere, istruire
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ed educare la prole, anche se nata fuori del matrimonio, come secondo Costituzione, tenendo conto
delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.
Nuovo orientamento della legge del 1975 anche verso il regime patrimoniale del matrimonio:
mentre prima la regola era la separazione dei beni, ora la regola è la comunione dei beni, dando
quindi maggior considerazione all’apporto del lavoro casalingo. E’ stata inoltre abolita la dote.
L’art.30 Cost., aggiunge che, nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano
assolti i loro compiti (si richiede dunque riserva di legge e accertamento oggettivo e certo).
Tutela dei figli illegittimi: come detto, la Costituzione afferma il diritto- dovere, per i genitori, di
uguale trattamento sia verso i figli legittimi sia verso i figli nati fuori del matrimonio. Essi godono
infatti di ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.
La Costituzione prevede inoltre che disposizioni di legge fissino i criteri e i limiti per la ricerca
della paternità.
Doveri della Repubblica nei confronti della famiglia: l’art.31 Cost. indica i compiti attivi, di
prestazione, dello Stato nei confronti della famiglia, affermando che la Repubblica agevola con
misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti
relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Inoltre, protegge la maternità, l’infanzia e
la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
E’ dunque un “favor familiae, intesa come più importante formazione sociale in cui si svolge la
personalità dell’uomo. Rilevanti in questo contesto sono i provvedimenti nei confronti delle
lavoratrici e specialmente verso le lavoratici madri o per l’attribuzione di assegni famigliari.
Disciplina dell’aborto: fino al 1978 l’aborto (o “interruzione volontaria della gravidanza”) era
considerato un delitto, e dunque perseguibile in sede penale.
Con la legge 22 maggio 1978, n.194 viene invece consentito alla donna, anche se minorenne, nei
primi novanta giorni della gestazione, piena e assoluta libertà di decisione sull’interruzione della
gravidanza, subito o al più tardi dopo sette giorni dalla richiesta. Tale legge riconosce inoltre al
personale sanitario ed esercente attività ausiliarie, di poter compiere “obiezione di coscienza”,
potendo quindi decidere di non prendere parte agli interventi abortivi e alle relative procedure.
Tutela della salute: l’art.32 Cost. afferma la tutela della salute da parte della Repubblica “come
fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, garantendo cure gratuite agli
indigenti. Questo articolo e l’art.38, relativo a lavoratori inabili, infortunati, minorati, ecc..,
postulano l’introduzione delle necessarie riforme con la relativa provvista di mezzi finanziari, senza
precisarne le modalità. Va segnalato che la maggior parte delle funzioni relative alla “assistenza
sanitaria e ospedaliera” sono state trasferite alle Regioni e che con la l.23 dicembre 1978, n.833, è
stato istituito il“Servizio sanitario nazionale”,la cui attuazione ha comunque registrato molte lacune.
Trattamenti sanitari obbligatori: ai sensi dell’art.32 Cost. “nessuno può essere obbligato a un
determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso
violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. In forza di tale norma, viene quindi
istituita riserva di legge assoluta ed è stato possibile dichiarare incostituzionale il test del DNA, se
non effettuato con il consenso dell’interessato. Unica ipotesi nella quale può ammettersi un
intervento medico senza il previo consenso del malato, si ha qualora si versi in una condizione di
pericolo o di urgenza. Non sembrano ammissibili trattamenti obbligatori a fini eugenetici, quali la
visita prematrimoniale e l’eventuale sterilizzazione, con il fine di prevenire o evitare la nascita di
soggetti malati.
Diritto all’ambiente: è un diritto dei singoli determinato da una progressiva presa di coscienza dei
problemi ambientali, caratterizzato dall’istituzione nel 1986 del Ministero dell’ambiente.
Libertà dell’arte e della scienza: tale libertà, affermata dall’art.33 Cost., è determinata e resa
indispensabile dalle finalità di progresso che l’arte, ma soprattutto la scienza, perseguono, e si
afferma quindi nell’interesse non solo del singolo artista o ricercatore, ma dell’intera società, come
condizione vitale per il suo sviluppo e per il suo avanzamento.
Libertà di insegnamento: la libertà di insegnamento discende dalla libertà dell’arte e della scienza.

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In quanto libertà nell’insegnamento, pur non significando anarchia, garantisce ad ogni docente la
possibilità di esercitare le sue funzioni di insegnante in conformità alle proprie convinzioni in
ordine alla disciplina che insegna, senza essere condizionato o costretto da una verità ufficiale alla
quale adeguarsi. Ma la libertà di insegnamento si concreta anche nella possibilità di istituire scuole.
Il primo punto fermo che risulta dalla Costituzione (art.33) è la preminenza della posizione statale
nell’organizzazione scolastica: spetta infatti alla Repubblica non solo istituire proprie scuole per
tutti gli ordini e gradi, ma anche dettare le norme generali sull’istruzione, secondo un diritto civico
(di prestazione) dei cittadini nei confronti dello Stato.
Gli enti e i privati hanno comunque il diritto di istituire scuole e istituti di istruzione, senza oneri per
lo Stato. Le scuole paritarie si distinguono per l’intervento pubblico che ha legittimato la loro
apertura. Tale intervento, trattasi di concessione o autorizzazione, è diretto a garantire la serietà
dell’iniziativa e ad evitare che si carpisca la buona fede di coloro che si propongono di seguire
l’insegnamento impartito in una scuola privata. Gli esami di maturità e di abilitazione, come
prescritto dalla Costituzione, sono comunque riservati allo Stato.
Sempre l’art.33 dispone che “le istituzioni di alta cultura, università e accademie, hanno il diritto di
darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello stato”. Il principio di libertà di
insegnamento è naturalmente valido anche per l’insegnamento universitario, e non si esclude
comunque la possibilità di università non statali.
Libertà di istruzione: ai sensi dell’art.34 Cost. “la scuola è aperta a tutti” e non sono quindi
ammissibili selezioni fondate su valutazioni non rispondenti al principio generale di uguaglianza.
“L’istruzione inferiore, della durata di otto anni è obbligatoria e gratuita”: la gratuità rende concreto
il diritto allo studio.. Per quanto riguarda la scuola non obbligatoria, la Costituzione limita il diritto
(che non comporta gratuità) a raggiungere i più alti gradi degli studi ai “capaci e meritevoli”.
CAPITOLO 5. I RAPPORTI ECONOMICI:
La nostra Costituzione sottolinea in misura rilevante il carattere sociale di un nuovo tipo di Stato
che ha tra i suoi fini fondamentali quello di intervenire nei rapporti sociali per modificarne gli effetti
a favore di determinati gruppi e categorie, e segnatamente a favore dei gruppi e delle categorie
economicamente più deboli.
Il lavoro nella Costituzione: la posizione del lavoro, non solo manuale ma in
ogni sua forma di espressione umana, è fondamentale nel nostro
ordinamento, e la stessa Costituzione si apre con il riconoscimento di tale
posizione centrale, affermando che la Repubblica democratica è “fondata”
sul lavoro. Quale che sia la forma della sua manifestazione e purché miri a
contribuire al progresso materiale o spirituale della società, il lavoro è
dunque fondamento della Repubblica e conferma la pari dignità sociale di
tutti i cittadini, senza possibilità di introdurre differenziazioni
discendenti dalla diversa attività lavorativa esercitata. Questo non
esclude tuttavia che il lavoro subordinato sia destinatario delle
disposizioni costituzionali che mirano a tutelare il prestatore d’opera.
Il diritto al lavoro: la Costituzione, all’art.4 introduce il diritto (considerato anche un dovere) al
lavoro, ponendolo tra i principi fondamentali dell’ordinamento.
Esso si pone come diritto di libertà, nel senso che ogni cittadino deve essere libero di scegliere
l’attività più congeniale alle proprie possibilità e alle proprie preferenze, e come diritto civico, in
quanto attribuisce al cittadino la pretesa a un “facere” da parte della Repubblica per promuovere,
come precisa l’art.4, le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Nella realtà, preoccupanti

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problemi di disoccupazione e sottoccupazione frustrano non solo il diritto al lavoro come diritto
civico, ma anche come diritto di libertà posto che le possibilità di scelta dei singoli lavoratori ne
sono gravemente limitate o addirittura escluse.
La tutela del lavoro nella Costituzione: il principio fondamentale in materia di tutela del lavoro è
proclamato dal 1° comma dell’art.35, per il quale la Repubblica assume a suo compito la tutela del
lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Si prevedono inoltre accordi internazionali per
affermare e regolare i diritti del lavoratore e si riconosce la libertà di emigrazione con conseguente
tutela del lavoro italiano all’estero.
L’art.36 stabilisce il diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del
suo lavoro (principio della giusta retribuzione) e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla
sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa (principio della retribuzione familiare). La retribuzione
non è la sola corrisposta durante il rapporto di lavoro, ma anche quella differita. Quanto all’orario di
lavoro, l’articolo riserva alla legge la competenza a stabilire la durata massima della giornata
lavorativa, e infine, stabilisce il diritto al riposo settimanale e alle ferie annuali retribuite, cui il
lavoratore non può rinunciare.
L’art.37 tutela in particolare la posizione della donna, il cui trattamento nel rapporto di lavoro deve
essere equiparato a quello dell’uomo, e privilegia, giustamente, la lavoratrice in relazione alla sua
essenziale funzione familiare, più rilevante in presenza di figli piccoli. Per quanto riguarda il lavoro
minorile, la Costituzione rimanda alla legge per stabilire il limite minimo d’età per il lavoro
salariato (fissato in 15 anni), e tutela la posizione del minore nell’attività lavorativa.
Lo Statuto dei lavoratori: ampia tutela, tanto sul piano sostanziale tanto su quello processuale, alla
libertà e dignità del lavoratore e della libertà sindacale, viene attuata dalla l.20 maggio 1970, n.300,
il cosiddetto Statuto dei lavoratori. Tralasciando il piano sostanziale, per il quale vengono enunciati
numerosi diritti dei lavoratori, sotto il profilo processuale viene prevista una speciale procedura
dinanzi al pretore per la repressione della condotta antisindacale nonché la legittimazione delle
organizzazioni sindacali a promuovere il procedimento giudiziario di che trattasi. Giudice del
lavoro di primo grado è in ogni caso il pretore e contro le sue sentenze è ammesso ricorso al
tribunale competente, in funzione di giudice del lavoro. La sentenza del tribunale è ricorribile alla
Corte di Cassazione, secondo il rito ordinario.
Collaborazione dei lavoratori alla gestione delle aziende: in forza dell’art.46 Cost., la Repubblica
riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende, nei modi e nei limiti
stabiliti dalla legge. La disposizione mira a elevare il lavoratore da strumento a collaboratore della
produzione, ma in quanto norma programmatica e diretta quindi al legislatore non ha potuto essere
applicata non essendo intervenute le necessarie disposizioni legislative (tranne Olivetti e Ilva).
Il sindacato: lo strumento più efficace per la tutela del lavoratore, e particolarmente del lavoratore
subordinato, è il sindacato. L’art.39 Cost. sancisce anzitutto il principio fondamentale della libertà
dell’organizzazione sindacale. Questo significa libertà di costituzione di uno o più sindacati e libertà
per ogni lavoratore di aderire o meno al sindacato. L’unico obbligo che può essere imposto ai
sindacati, a norma dell’art.39, è la loro registrazione presso uffici centrali e locali, alla sola
condizione che gli statuti dei sindacati che chiedono la registrazione sanciscano un ordinamento
interno a base democratica. Con la registrazione, i sindacati acquistano personalità giuridica.
Tale registrazione, ai sensi di Costituzione, deve avvenire però in base a norme da stabilirsi con
legge ordinaria (legge sindacale) e poiché tale legge non è intervenuta, fino ad oggi, anche a causa
della netta opposizione dei sindacati all’adozione delle necessarie disposizioni legislative, le norme
costituzionali non possono trovare attuazione. La mancanza di registrazione rende dunque
impossibile la stipulazione di contratti collettivi di lavoro di diritto pubblico (previsti dall’art.39),
sicché accanto ai contratti individuali di lavoro sono possibili solo i contratti collettivi di lavoro di
diritto privato o di diritto comune.
Il diritto di sciopero e i suoi limiti: lo sciopero è un’astensione dalla prestazione del lavoro
effettuata da una pluralità di lavoratori e che non dà luogo a una violazione del contratto di lavoro,
sicché il datore di lavoro può solo non corrispondere la retribuzione.
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Lo sciopero, fondamentale strumento di autotutela dei lavoratori, vietato dal codice penale fascista,
è stato dichiarato dall’art.40 Cost. un diritto, anche se viene operato un rinvio alla legge ordinaria
per la determinazione delle modalità (e quindi anche dei limiti) per l’esercizio di tale diritto.
Più di recente, la Corte Costituzionale ha affermato la legittimità non solo dello sciopero rivolto a
conseguire fini di carattere economico, ma anche di scioperi politici, di solidarietà, di pressione.
Lo sciopero nei servizi pubblici essenziali: la l.12 giugno 1990, n.146, contiene norme importanti
riguardo allo sciopero nei servizi pubblici essenziali, quelli cioè volti a garantire il godimento dei
diritti della persona, costituzionalmente tutelati. Nei servizi pubblici essenziali stabiliti dalla legge,
il diritto di sciopero non può esercitarsi se non : a) con un preavviso di almeno 10 giorni; b) con la
predisposizione di prestazioni indispensabili; c)con l’indicazione della durata della astensione dal
lavoro; d) con comunicazioni adeguate agli utenti. Il Presidente del Consiglio dei ministri o il
prefetto,in caso di pregiudizio grave e imminente ai diritti della persona costituzionalmente
garantiti, possono adottare un’ordinanza diretta a garantire le prestazioni indispensabili.
E’ stata inoltre istituita una Commissione di garanzia per l’attuazione della legge 146.
La serrata: la Costituzione non disciplina la serrata, ovvero la sospensione totale o parziale della
attività da parte del datore di lavoro per finalità collegate o meno al contratto di lavoro. Si ritiene
che essa non possa più essere considerata un delitto, mentre può concretare un illecito civile.
Libertà di iniziativa economica privata: l’art.41 Cost.: a) afferma il
principio della libertà dell’iniziativa economica privata; b) indica i limiti cui
deve attenersi tale iniziativa (non può svolgersi in contrasto con l’utilità
sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità
umana); c) rinvia alla legge per la determinazione di programmi ed i
controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa
essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
La programmazione economica: essa è dunque prevista dall’art.41, e
avrebbe dovuto concretarsi in interventi dello Stato in settori
determinati dalla legge, non solo mediante disposizioni di stimolo o di
incentivo, ma anche mediante disposizioni imperative, giustificate da quei
fini di utilità sociale che vanno perseguiti, tenendo comunque conto del
principio della libertà di iniziativa economica privata. Tale
programmazione non ha comunque ottenuto risultati positivi, se non con
interventi programmatori di estensione settoriale.
Nazionalizzazione delle imprese: strumento rilevante di intervento pubblico nell’economia è la
nazionalizzazione delle imprese, che oggi ha perduto buona parte della sua efficacia. L’art.43 ha
introdotto il principio della possibile nazionalizzazione delle imprese, circondandolo di cautele.
Innanzitutto l’atto a disporre la nazionalizzazione è la legge. Poi deve esistere un fine di utilità
generale, deve trattarsi di imprese, aventi carattere di preminente interesse generale, che si
riferiscono a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio. Qualora
ricorrano queste condizioni, tali imprese possono essere riservate originariamente o trasferite,
mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o
i utenti. Il caso più rilevante di nazionalizzazione si è avuto con l’ENEL (1962).
Il diritto di proprietà e i suoi limiti: nel Codice del 1942 e nella Costituzione il diritto di proprietà
viene riconosciuto, ma rispetto al passato viene circondato da limiti. L’art.42 Cost., riconoscendo il
diritto di proprietà, ne sottolinea la funzione sociale, affidando alla legge il compito di renderla

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accessibile a tutti. Come afferma l’art.42, la proprietà è pubblica e privata e i beni economici
appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
Espropriazione per pubblico interesse: ai sensi dello stesso art.42, la proprietà privata può essere
espropriata per motivi di interesse generale, nei casi previsti dalla legge (➪ riserva di legge
assoluta) e salvo indennizzo che, secondo il parere della Corte Costituzionale, deve consistere in un
“serio ristoro del pregiudizio economico risultante dall’espropriazione”.
Disciplina della proprietà terriera privata: disposizioni particolari, legate ad un antica battaglia
contro il latifondo, sono dettate dall’art.44 Cost. in materia di proprietà terriera privata, al fine di
conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali.
La Costituzione rinvia alla legge per stabilire le norme e i limiti della successione legittima e
testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.
Altre disposizioni costituzionali in materia economica: altre disposizioni costituzionali sono dettate
in materia di cooperazione, a favore dell’artigianato, di incoraggiamento al risparmio, e in materia
di credito.
Assistenza e sicurezza sociale: l’art.38 Cost. introduce il principio della sicurezza sociale,
affermando che ogni cittadino inabile e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al
mantenimento e all’assistenza sociale. Viene inoltre affermato il diritto di lavoratori infortunati,
malati, invalidi, anziani, ecc.…di godere un sistema di assistenza e di previdenza, che si concreta
attraverso le assicurazioni sociali. Il relativo finanziamento è oggi in larga misura a carico dei datori
di lavoro e dei lavoratori con la necessità, però, di massicci interventi pubblici.
Un serio sistema di sicurezza sociale non potrà non accompagnarsi a profonde revisioni dell’attuale
struttura previdenziale e assistenziale pubblica per evitare che finalità giuste e doverose siano
compromesse da oneri economici ingiustificati ed eccessivi, capaci di determinare il dissesto della
finanza pubblica e dell’economia del Paese.

PARTE SETTIMA
LE GARANZIE COSTITUZIONALI

CAPITOLO 2
LA CORTE COSTITUZIONALE

SEZIONE I: LA GIUSTIZIA COSTITUZIONALE IN GENERALE


Il problema della giustizia costituzionale, intesa come possibilità di sindacare le leggi ordinarie per
preteso contrasto con la Costituzione, sorge, prevalentemente, in presenza di Costituzioni rigide e si
pone come garanzia di tale rigidità.
“Sindacato diffuso” di costituzionalità: si parla di sindacato diffuso quando ogni giudice, all’atto di
applicare una legge, può, e deve, accettarne la conformità a Costituzione, disapplicandola in caso di
difformità. Il giudice non annulla, non potendo, la norma ritenuta incostituzionale, ma si limita a non
applicarla: è il caso degli U.S.A. La norma disapplicata però resta in vigore potendo essere annullata solo
dall’organo legislativo. I vantaggi sono legati a una più diretta e immediata possibilità di controllo di
costituzionalità delle leggi ordinarie, tuttavia questo sistema può consentire ai giudici ordinari
un’ingerenza nel merito delle scelte legislative delle Assemblee (“governo dei giudici”).
Sindacato accentrato di costituzionalità: sistema opposto al precedente, si realizza quando la
competenza a valutare la conformità a Costituzione delle leggi è attribuita a un solo organo. Può
distinguersi a seconda che l’organo sia di natura prevalentemente politica (Francia), o di natura
prevalentemente giurisdizionale (Stati tedeschi, Austria). La soluzione adottata dalla Costituzione
italiana per una magistratura speciale denominata Corte Costituzionale si avvicina maggiormente a
quest’ultimo modello.

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SEZIONE II: POSIZIONE E STRUTTURA DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Nel nostro ordinamento non fu mai contestata la scelta di istituire una magistratura costituzionale, al
fine di assicurare il rispetto dell’ordine costituzionale delle competenze, mentre si discusse se
assegnare o meno alla Corte una composizione influenzata dal dato politico, propendendo per il no.
L’art.137 Cost. riserva alla legge costituzionale (legge cost.1953,n.1) di stabilire le condizioni, le forme,
i termini di proponibilità dei giudizi di legittimità costituzionale, nonché le garanzie di indipendenza dei
giudici della Corte, mentre le altre norme necessarie per la costituzione e il funzionamento della Corte
sono stabilite con legge ordinaria (legge 1953,n.87).
La composizione della Corte Costituzionale: la composizione della Corte Costituzionale è disciplinata
anzitutto dall’art.135 Cost., modificato dalla l.cost. 1967,n.2.
I giudici della Corte sono quindici e sono nominati, in ordina successivo: dalle supreme magistrature
ordinaria e amministrativa (1/5), dal Parlamento in seduta comune (1/5), dal presidente della Repubblica
(1/5). Tali giudici sono scelti tra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria e
amministrative, tra i professori ordinari di università in materie giuridiche e tra gli avvocati dopo 20
anni di esercizio, e durano in carica 9 anni. Viene esclusa l’ipotesi della proroga dei poteri con
l’eccezione del caso di scadenza di un giudice durante un processo penale costituzionale: il giudice resta
in carica limitatamente allo svolgimento di quel processo e fino alla sua conclusione. I giudici non
possono essere nuovamente nominati, scaduti i 9 anni.
Per i soli giudizi di accusa contro il presidente della Repubblica è prevista una composizione allargata
della Corte Costituzionale: accanto ai quindici giudici ordinari intervengono altri sedici giudici
“aggregati”, di origine più accentuatamente politica, tratti a sorte da un elenco, compilato dal
Parlamento, di 45 cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a senatore (aventi 40 anni).
“Status” dei giudici costituzionali: ogni giudice, prima di assumere le funzioni, presta giuramento nelle
mani del presidente della repubblica di osservare la Costituzione e le leggi, e da tale momento
decorrono i 9 anni di durata della carica. La l.cost. 1953,n.1 e la l. 1953,n.87 disciplinano lo status di
giudice costituzionale: sostanzialmente i giudici non possono assumere o conservare altri impieghi
lavorativi, possono iscriversi a partiti politici ma non esercitare l’attività di partito e godono
dell’immunità accordata ai membri della Camera (senza autorizzazione della C.Cost., non possono essere
arrestati, perquisiti, ecc.. e godono di una cospicua retribuzione). I giudici costituzionali inoltre non
sono sindacabili né possono essere perseguiti per le opinioni espresse e per i voti dati nell’esercizio
delle loro funzioni; non possono essere rimossi né sospesi dal loro ufficio se non con decisione della
Corte, per sopravvenuta incapacità fisica o civile o per gravi mancanze nell’esercizio delle loro funzioni.
Infine va ricordato che un giudice che per 6 mesi non eserciti le sue funzioni decade dalla carica.
Organizzazione interna della Corte Costituzionale: il presidente della Corte Costituzionale, che dura in
carica 3 anni, è eletto dai giudici ordinari a maggioranza dei componenti; nel caso nessuno riporti la
maggioranza si procede a una seconda votazione, ed eventualmente a ballottaggio.
Subito dopo l’elezione, il presidente designa un giudice che assume il ruolo di vice presidente, destinato
a sostituirlo per il tempo necessario in caso di impedimento. E’ prevista inoltre la costituzione di un
ufficio di presidenza composto del presidente, del vice presidente e di 4 giudici, eletti per 2 anni dalla
Corte a scrutinio segreto. Ancora, la Corte procede all’elezione di due commissioni di tra giudici
ciascuna, una per gli studi e i regolamenti, l’altra per la biblioteca.
La Corte Costituzionale ha sede a Roma nel Palazzo della consulta. La destinazione di tale Palazzo,
compresi gli accessori, le pertinenze e gli arredi, a sede permanente della Corte, costituisce
un’ulteriore garanzia in favore dell’indipendenza e dell’autonomia della Corte.

SEZIONE III: LE FUNZIONI DELLA CORTE COSTITUZIONALE


Nel nostro ordinamento la Corte Costituzionale è organo di garanzia e, in quanto tale, esercita
un’importante funzione di controllo. Secondo l’art.134 Cost. modificato dalla l.cost. 16 gennaio 1989, la
Corte ha la competenza a giudicare:

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1) sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di
legge, dello Stato e delle Regioni;
2) sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato, e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le
Regioni;
3) sulle accuse promosse contro il presidente della Repubblica a norma della Costituzione;
4) sull’ammissibilità rispetto all’art.75 Cost. delle richieste di referendum abrogativi (secondo la
l.cost. 11 marzo 1953).

1. IL GIUDIZIO SULLA LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE DELLE LEGGI E DEGLI ATTI AVENTI


FORZA DI LEGGE DELLO STATO E DELLE REGIONI
Atti assoggettabili al giudizio della Corte: la competenza di maggior rilievo della Corte Costituzionale è
quella di giudicare la costituzionalità delle leggi e degli atti aventi forza di legge.
Gli atti che possono essere sottoposti al giudizio della Corte sono, anzitutto, le leggi dello Stato e
quelle delle Regioni; in secondo luogo gli atti aventi forza di legge dello Stato (ma non delle Regioni); in
terzo luogo le leggi delle Province autonome di Trento e Bolzano.
In quanto “atti”, può escludersi l’impugnabilità di norme consuetudinarie, in quanto “aventi forza di
legge”, può escludersi la competenza della Corte su atti normativi di grado secondario, che spetta
invece al giudice ordinario o al giudice amministrativo.
Tra gli atti dello Stato aventi forza di legge, possono essere compresi i decreti presidenziali di
attuazione degli statuti regionali speciali, che rientrano nei decreti legislativi, gli atti adottati dal
Governo dotato dal Parlamento di potestà legislativa, gli atti normativi e il risultato del referendum
abrogativo.
Per quanto riguarda gli atti legislativi regionali, possono sicuramente essere impugnate le leggi regionali,
mentre qualche dubbio rimane per gli statuti regionali. Sono da escludere invece gli atti regionali con
forza di legge analoghi ai decreti legge o ai decreti legislativi statali, per il fatto che al Consiglio
regionale spetta la potestà legislativa, senza possibilità di deleghe o di eccezioni.
Forza legge: secondo una diffusa dottrina la forza legge comporta per l’atto che la possiede due
qualità:
− capacità innovativa: capacità di abrogare o modificare qualsiasi atto legislativo (aspetto attivo);
− capacità di resistenza: capacità di non essere abrogato o derogato da parte di qualsiasi atto di
grado non legislativo (aspetto passivo).
Possibili vizi delle leggi: i possibili vizi degli atti impugnati possono inquadrarsi nella tripartizione:
• violazione di legge: può essere stata violata la Costituzione negli aspetti formali (procedimento
di formazione) o negli aspetti materiali (contrasto del contenuto);
• incompetenza: in ipotesi di concorso vincolato di fonti a competenza reciprocamente definita (ad
es. decreti legislativi che superino il contenuto della legge di delegazione, o legge statale che
disciplina una materia riservata ad altra fonte;
• eccesso di potere legislativo: anche il legislatore deve infatti perseguire le finalità stabilite dalla
Costituzione, sicché la sua attività non può più dirsi del tutto libera nel fine, può essere
impugnata per eventuali deviazioni dalla finalità prescritta. Deve invece escludersi
l’ammissibilità che il controllo di legittimità della Corte comporti una valutazione di natura
politica o un sindacato sull’uso del potere discrezionale del Parlamento.
Il processo costituzionale può iniziarsi o mediante ricorso proposto da chi vi sia legittimato
(procedimento in via d’azione o principale), oppure mediante eccezione di incostituzionalità sollevata nel
corso di un giudizio (procedimento in via di eccezione o incidentale).
a) Procedimento in via d’azione: può essere iniziato solo dallo Stato nei confronti di leggi regionali e
dalle Regioni nei confronti di leggi o atti con forza di legge dello Stato o di altre Regioni.
L’impugnazione dello Stato può essere esercitata quando la Regione abbia riapprovato la legge che il
Governo aveva già rinviato per motivi di illegittimità, e ha natura preventiva, nel senso che interviene
dopo l’approvazione della legge (che dunque è perfetta) ma prima della sua promulgazione. Per quanto

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riguarda l’impugnazione da parte delle Regioni di leggi o atti con forza di legge statali e di leggi di altre
Regioni, questa è sempre successiva alla pubblicazione.
I motivi di ricorso: le leggi statali possono essere impugnate dalle Regioni solo per “invasione di
competenza”, la legge regionale, invece, può essere impugnata dal Governo quando esso ritenga che la
legge “ecceda la competenza della Regione”, ma comprendendo anche qualsiasi vizio di incostituzionalità.
Se però l’impugnazione della legge regionale è proposta da un’altra regione, il vizio deve riguardare la
violazione della Regione corrente (di nuovo incompetenza in senso stretto).
b) Procedimenti in via di eccezione: i soggetti diversi dallo Stato e dalle Regioni possono chiamare in
causa la C. Costituzionale per far valere l’illegittimità di una legge soltanto in via di eccezione.
Tale procedura presuppone:
- l’esistenza di un giudizio principale dinanzi ad un’autorità giurisdizionale;
- la necessità di applicare, nel corso di tale giudizio, una disposizione legislativa che una parte, o il
pubblico ministero, o lo stesso giudice sospetta di incostituzionalità;
- la questione di costituzionalità sollevata mediante istanza da una delle parti o d’ufficio, che si
configura come incidente processuale;
- un preliminare esame del giudice per accertare che la disposizione enunciata sia rilevante (nel senso
che il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della proposta
questione) e che la questione non sia manifestamente infondata;
- l’emissione di un’ordinanza con la quale il giudice del procedimento principale dispone l’immediata
trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale e sospende il giudizio in corso.
La rilevanza della questione e la non manifesta infondatezza trovano giustificazione nell’esigenza non
solo che esista un filtro selettore delle questioni di costituzionalità ma anche che esso funzioni
correttamente per evitare che la legge venga aggirata e siano portate al giudizio della Corte questioni
la cui decisione non ha influenza sulla definizione del processo principale.
Con l’ordinanza di rimessione, che deve indicare le disposizioni dell’atto che si ritengono viziate da
illegittimità costituzionale e quelle della Costituzione o delle leggi costituzionali che si assumono
violate, la questione di costituzionalità è sottoposta al suo giudice naturale, cioè la Corte Costituzionale.
Si instaura così il processo di costituzionalità.
La decisione della Corte: l’art. 18 della legge 1953,n.87, pur subendo eccezioni, stabilisce che la Corte
giudica in via definitiva con sentenza, mentre gli altri provvedimenti di sua competenza sono adottati
con ordinanza. Le sentenze della Corte, secondo lo schema più semplice, possono essere di accoglimento
(e quindi incostituzionalità) o di rigetto. Principio generale nella decisione della controversia da parte
della Corte è la corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, ma possono esserci due eccezioni: a) la
Corte stessa, nel corso di un processo in svolgimento dinanzi ad essa sollevi eccezione di
incostituzionalità nei confronti di una disposizione da applicarsi nel processo di che trattasi; b) la Corte
dichiari l’illegittimità di altre disposizioni legislative, in conseguenza dell’illegittimità delle disposizioni
impugnate.
Le sentenze di accoglimento: le sentenze di accoglimento sono pubblicate due volte: mediante deposito
in cancelleria, come le sentenze delle altre magistrature, ed entro dieci giorni “nella medesima forma
stabilita per la pubblicazione dell’atto dichiarato costituzionalmente illegittimo” , e cioè sulla Gazzetta
Ufficiale e, in caso di legge regionale, sul Bollettino Ufficiale della Regione. E’ stata inoltre disposta la
pubblicazione del testo integrale di tutte le sentenze della Corte nella prima parte della Gazzetta
Ufficiale.
Secondo l’art. 136 Cost. “la norma dichiarata incostituzionale dalla Corte cessa di avere efficacia dal
giorno successivo alla pubblicazione della decisione”. Con la legge 57/1983 viene però dichiarata la
retroattività della pronuncia della Corte: dal giorno successivo alla pronuncia della Corte la legge
dichiarata incostituzionale non può più avere applicazione, con l’eccezione dei rapporti già esauriti
(sentenza passata in giudicato, prescrizione maturata, decadenza). Tale eccezione non vale comunque in
materia penale, dove la sentenza ha efficacia totalmente retroattiva.
Le sentenze di rigetto: come tutte le sentenze della Corte Costituzionale, sono pubblicate per esteso
nella Gazzetta Ufficiale; a differenza delle sentenze di accoglimento, le decisioni di rigetto non hanno
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efficacia generale, e i loro effetti sono limitati al processo nel corso del quale è stata sollevata
l’eccezione. Nulla esclude che sotto altri profili, o in riferimento a disposizioni costituzionali diverse da
quelle enunciate nell’eccezione che ha dato luogo al giudizio,la legge sia incostituzionale e tale possa
venir giudicata dalla Corte in un successivo processo.
Altre sentenze: accanto alle sentenze di accoglimento e di rigetto, espressamente previste dalla legge,
la pratica ha evidenziato un altro tipo di sentenze, definite volta a volta interpretative, condizionali,
parziali, correttive, addittive, manipolative e talora “monitorie” (verso il legislatore), che hanno
accentuato il ruolo politico della Corte e hanno solo forza di legge ordinaria.

2. IL GIUDIZIO SUI CONFLITTI DI ATTRIBUZIONI


Compete dunque alla Corte decidere sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra
lo Stato e le Regioni e tra le Regioni. Sorge un conflitto quando due autorità si dichiarino entrambe
competenti(conflitto positivo)o entrambe incompetenti rispetto allo stesso affare(conflitto negativo).
Conflitti reali: se vi è stata emanazione di provvedimenti che importino assunzione di competenza o
implicita affermazione di competenza ≠ Conflitti virtuali: presuppongono un’affermazione potenziale di
competenza, non però tradottasi nell’emanazione di un atto.
Conflitti diretti: è il titolare della attribuzione a sollevare la questione ≠ Conflitti indiretti: tale potere
spetta a soggetti esterni, a ciò espressamente preposti.
I poteri nel vigente ordinamento non possono ridursi ai tre tradizionali, dovendosi riconoscere posizione
distinta ad altri organi e così, almeno, al presidente della Repubblica e alla Corte Costituzionale la cui
posizione al di fuori dei tre poteri tradizionali è da tutti ormai riconosciuta.
Il problema di chi sia abilitato a sollevare il conflitto nell’ambito del potere è meno rilevante per i
poteri organizzati gerarchicamente, ma non così per organi come la magistratura (i giudici sono sullo
stesso piano) o il Parlamento (le Camere hanno gli stessi poteri). Per il Governo è competente il Consiglio
dei ministri.
Procedimento: la Corte decide con ordinanza in camera di consiglio sulla ammissibilità del ricorso, se la
decisione è nel senso dell’ammissibilità, la Corte dispone la notifica del ricorso a tutti gli organi
interessati. Successivamente la Corte risolve il conflitto sottoposto al suo esame dichiarando con
sentenza il potere al quale spettano le attribuzioni in contestazione. Ove sia stato emanato un atto
viziato da incompetenza, lo annulla.
Per i conflitti di attribuzioni tra Stato e regioni e tra Regioni, i conflitti si caratterizzano per essere
reali e positivi; si richiede un’invasione di competenza (che è soprattutto con atti amministrativi, ma
anche con atti giurisdizionali) già realizzata e non meramente eventuale. Successivamente al ricorso,
presentato per lo Stato dal presidente del Consiglio dei ministri o da un ministro da lui delegato e per la
Regione dal presidente della Giunta regionale dopo deliberazione della Giunta stessa, la decisione della
Corte è pronunciata dalla Corte con sentenza ed eventuale annullamento dell’atto, anche in questa
ipotesi.

3. IL GIUDIZIO SULLA AMMISSIBILITA’ DELLE RICHIESTE DI REFERENDUM ABROGATIVO


La Corte dovrà accertare, anzitutto, che le leggi delle quali si chiede l’abrogazione mediante
referendum non siano leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a
ratificare i trattati internazionali. Il giudizio di ammissibilità richiede inoltre che si stabilisca in via
preliminare se non si impongano altre ragioni, costituzionalmente rilevanti, in nome delle quali si renda
indispensabile impedire il referendum abrogativo, ad integrazione delle ipotesi previste dalla
Costituzione. Nella sentenza 16/1978 sono state dichiarate inammissibili le richieste di referendum: a)
per l’abrogazione del Concordato tra Stato e Chiesa Cattolica, e di parte del Trattato lateranense; b)
per l’abrogazione di 97 articoli del Codice penale; c) per l’abrogazione del Codice penale militare di
pace; d)per l’abrogazione dell’ordinamento giudiziario militare.
La C.Costituzionale si pronuncia sull’ammissibilità delle richieste di referendum mediante sentenza che
va pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale entro il 10 febbraio.

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4. IL GIUDIZIO SULLE ACCUSE CONTRO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Procedimento per la messa in stato d’accusa: l’art.90 Cost. dispone che il presidente della Repubblica
responsabile di alto tradimento o di attentato alla Costituzione è messo in stato d’accusa dal
Parlamento in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri.
I successivi atti e rapporti vengono trasmessi ad un apposito Comitato parlamentare per i procedimenti
d’accusa, che compie le indagini del caso e, se non si dichiara incompetente e non dispone l’archiviazione,
dopo richiesta di un quarto dei componenti del Parlamento in seduta comune presenta la propria
relazione al Parlamento, che nel caso di messa in stato di accusa deve riportare le indicazioni degli
addebiti con le relative ipotesi di reato e degli elementi su cui la proposta è basata,.
Entro 30 giorni dalla presentazione della relazione del Comitato viene convocato il Parlamento in seduta
comune: in caso di proposta di messa in stato d’accusa, si vota a scrutinio segreto e la deliberazione
deve essere adottata a maggioranza assoluta. Qualora il Parlamento abbia deliberato la messa in stato
d’accusa, il presidente della Camera trasmette entro due giorni l’atto di accusa della Corte
Costituzionale unitamente alla relazione del Comitato per i giudizi di accusa, alle eventuali relazioni di
minoranza e agli atti e ai documenti del procedimento.
Procedimento di fronte alla Corte Costituzionale: la composizione della Corte sale in questo caso a
trentun membri per la ”aggregazione” di altri sedici giudici. Alle udienze devono partecipare tutti i
giudici che non siano legittimamente impediti e il giudice assente ad un’udienza non può partecipare alle
udienze successive. Dopo aver nominato un giudice per l’interrogatorio, gli atti istruttori necessari e la
relazione, si passa al dibattimento e poi alla riunione in Camera di consiglio. Ogni giudice esprime
oralmente la propria votazione, senza possibilità di astensione, e distintamente per ogni capo
d’imputazione. Il dispositivo della sentenza è letto dal Presidente in pubblica udienza. La sentenza è
depositata in cancelleria e trasmessa al Ministro di Grazia e Giustizia per la pubblicazione sulla
Gazzetta Ufficiale; essa è inappellabile e può solo essere sottoposta a revisione ove, dopo la condanna,
sopravvengano o si scoprano fatti nuovi importanti.
La pena irrogabile al presidente della Repubblica può raggiungere l’ergastolo, mentre per le altre
sanzioni è da ritenersi certa la pronuncia della decadenza della carica, nonché l’interdizione dai pubblici
uffici e gli eventuali risarcimenti di danni, in conformità alle norme generalmente vigenti.

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