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COLOPHON

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Copyright ©2017 Oltre edizioni
http://www.oltre.it
ISBN 9788897264682
Titolo originale dell’opera:
C
C L P
di Roberto Vecchiarelli
Collana
Edeia / Letture del mondo

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PARTE 1
PARTE 2
INDICE

Introduzione

1. Dei precòrdî più lontani


2. Storia della finestra
3. Il luogo scomparso

Da parco ducale a giardino del manicomio:


la vocazione letteraria del luogo presso il quale fu eretto l’ospizio de’
dementi in Pesaro

1. Un aulico lacerto / dalle auguste memorie letterarie, / nel bel mezzo di un


orto
2. Il soggiorno di Torquato Tasso nella casa ruinante
3. La scrittura di Torquato Tasso come vero e proprio atto di vita
4. Di rovina in rovina, di lettere in lettere
5. Gli Orti Giulii
6. Ancora letteratura

Di porta in porta

1. Porta Fano
2. Porta del ponte
3. Porta dei Cappuccini, il primo ricovero per i mentecatti
Di pentagono in pentagono

1. Visione, documento e riflessione romanzesca


2. Osteria, convento e manicomio

Cesare Lombroso, un grande poema personale e il giornale dei pazzi

1. Cesare Lombroso
2. Cesare Lombroso, medico-direttore dell’ospedale psichiatrico San
Benedetto di Pesaro
3. La psichiatria sperimentale e le ricerche nel bagno penale di Pesaro
4. Spettacolare e letterario
5. Il trattamento morale e la creazione del giornale dei pazzi
6. La moda culturale: scapigliatura, positivismo, romanzo d’appendice,
giornalismo pedagogico
7. Il gusto letterario di Cesare Lombroso e le sue capacità di narratore
8. Caso e intuizione
9. Il muro e il foglio di carta
10. Il Diario del San Benedetto
11. Lombroso torna a Pavia

L’ambito memorialistico e l’uomo:


racconto/narrazione come centro propulsivo per un museo sul San
Benedetto

1. Il focolare/redazione
2. Redenzione di corpi/mente dalla geometria fisica degli spazi di
contenzione

Il luogo
1. La presentazione del grandioso progetto per il Manicomio provinciale di
Pesaro dell’architetto fiorentino Giuseppe Cappellini
2. Funzionalità e razionalità
3. L’Esposizione di Parigi del 1867
4. Il San Benedetto documentato in alcune vedute fotografiche
5. Ambienti più idonei e mezzi terapeutici più in uso: gli interni
6. Le ortografie e la planimetria
7. Il casino del Tasso
8. Il San Benedetto dal punto di vista del Diario

Luigi Frigerio medico-artista e secondo curatore del diario

1. Il passaggio di consegne
2. Cenni biografici
3. Notiziario autoptico: appunti per poveri illetterati
4. Biografie e ritratti
5. La svolta e il silenzio
6. Deculturizzazione o la disabitudine al padroneggiamento delle azioni
ordinarie
7. Le attività artistiche nel San Benedetto

Punti di vista

La struttura del diario

1. Il Diario del San Benedetto


2. Note e Riviste di Psichiatria

Il diario del San Benedetto in Pesaro


1. Specie di spazi
2. Genio e Follia di Cesare Lombroso (1876)
3. La prima pagina
4. La redazione
5. Voci di corridoio o ‘i racconti delle stufe’
6. Riflessioni e autobiografie
7. Autobiografie e cronache di vita nel manicomio
8. Sonetti
9. Sezione femminile
10. Corrispondenze
11. Intrattenimenti
12. Gite
13. Dediche
14. Cronaca
15. Musica
16. Cibo
17. Natura
18. La religione
19. Riforme teorie riflessioni dissertazioni
20. Capricci e bagatelle
21. Esempi di poesia dialettale
22. Teatro: i filodrammatici del San Benedetto sotto la guida del Dottor
Frigerio
23. Regressione
24. Un giornale nel giornale
26. L’uomo delinquente
27. L’ultima pagina

Cenni su alcuni internati

1 . A.B.
2. Mors
3. AVV. GALTIERO B. n.18

Stanislao Mercantini

1. Cenni sulla vita


2. I fratelli Mercantini
3. Il ricovero e gli ultimi anni di vita
4. Il riconoscimento della città natale
5. Osservazioni di Luigi Frigerio attorno alcune stramberie del nostro
6. Altri testi di S.M. scritti nel periodo di internamento

Scrittori dentro e intorno ai muri del manicomio

1. Corrado Tumiati
2. Paolo Teobaldi
3. Antonio Ferrara
4. Madri e sorelle
5. Muri da manicomio
6. Un vecchio graffito che ha per soggetto una casetta

Una biblioteca nella biblioteca

1. La Creazione del F.O.P.P. (Fondo Ospedale Psichiatrico Pesarese)


2. La biblioteca ritrovata
3. La biblioteca fantasma

Presupposti e contenuti per la progettazione del Museo Allestufe Centro di


documentazione, memoria, promozione salute – ex ospedale psichiatrico
San Benedetto

1. L’idea del museo


2. Punti focali e temi
3. Criterio espositivo
4. Il Parco

Conclusione

Archivio fotografico Prima Parte

Archivio fotografico Seconda Parte

Bibliografia
INTRODUZIONE

Il manicomio di Pesaro, nell’arco della sua storia, sviluppa una spiccata


vocazione letteraria che trova il suo vertice nel Diario dell’ospizio di San
Benedetto, fondato da Cesare Lombroso, e la sua radice nel poeta Torquato
Tasso. Anche nelle pagine dei documenti, così come nelle note
storiografiche e soprattutto in quelle scientifiche, che costituiscono la
memoria cartacea dell’istituto, si nota una chiara predisposizione alle ‘belle
lettere’. E, tutt’ora, le rovine del San Benedetto continuano ad alimentare
romanzi e altre forme di narrazione.
Questo libro vuole raccontare la vocazione letteraria del manicomio
pesarese e del luogo presso il quale fu eretto, soffermandosi soprattutto
sulla voce di coloro che quell’istituzione oltre ad averla vissuta l’hanno
soprattutto subita.
Per farlo è stato necessario entrare dentro il corpo muto dell’edificio ormai
in rovina, comprenderne la spazialità e farne esperienza. Soprattutto, entrare
voleva dire cercare le tracce di coloro che lo avevano vissuto e i segni di ciò
che ha reso necessari i diversi gradi di narrazione prodotti in quel luogo.
Camminando dentro al San Benedetto lo sguardo è invitato a scorrere come
su una superficie scritta, uniformata da una polvere grigio scura, dove le
cose, suggerendo l’abbandono quasi improvviso dei suoi abitanti, lasciano
riemergere figure, gruppi, gesti, caratteri, proprio come sulla carta
fotografica nel bagno dello sviluppo.
Ma il tema ricorrente, attraversando l’edificio, è la presenza delle stufe,
delle sedie ancora riunite in vive discussioni e di un grosso tavolo, grande
animale a sei zampe, specie di Cerbero a guardia dell’atrio manicomiale.
Stufe, sedie e tavolo formano un focolare e suggeriscono che proprio lì, o
nel luogo dove costruiranno il San Benedetto, si formò la consuetudine,
reiterata nel tempo, di riunirsi in gruppo, per condividere e mettere in atto
un progetto letterario.
Ecco allora che attorno a Bernardo Tasso e alla revisione del suo poema
Amadigi (pubblicato nel 1560), si raccolse un attento laboratorio letterario
composto da importanti letterati come Bernardo Cappello, Antonio Gallo,
Girolamo Muzio, Dionigi Atanagi e dal giovane Torquato; ai tempi di
Giulio Perticari (1779-1822) e dell’Atene isaurica (Pesaro), si rievocò Tasso
alla corte del Duca, attraverso il lavoro dei circoli letterati e degli atenei
formati da Paolo Balducci, Giovanni Torelli, Enrico Centofanti, Loredano
Luciani, Giovanni Venturini, Luigi Palmaroli, Ciro Antaldi, Luigi Sturani,
Luigi Mochi, tutti membri dell’Accademia dei Nascenti insieme agli Scolari
di Retorica del Collegio dei Nobili d’Urbino; soprattutto, nel San
Benedetto, riuniti attorno ad un focolare-redazione, i pazzi di Pesaro
costituirono un interessante e longevo esperimento, grazie a Cesare
Lombroso e al Diario dell’ospizio di San Benedetto in Pesaro; e ancora, i
dottori del manicomio grazie alle loro pubblicazioni e soprattutto a Note e
riviste di Psichiatria produssero ricerca e trattarono un ampio fronte di temi
anche a carattere umanistico; fino alla sperimentazione odierna prodotta
attorno al progetto di recupero della memoria del Manicomio pesarese.
Insomma, il San Benedetto, nella forma costante del gruppo, del circolo, del
cenacolo o della redazione, ha alimentato e perpetuato la sua vocazione
letteraria.

1. Dei precòrdî più lontani

Una volta giunti alla meta, raramente ci imbattiamo in ciò che ci


aspettavamo di cogliere, poiché il caso ha un modo tutto suo di agire e di
prendere il sopravvento. Perché il Manicomio? La meta della mia ricerca
era Torquato Tasso e la possibilità di vedere, attraverso un obiettivo (quello
di una videocamera e di una fotocamera) ciò che lui poteva aver visto. Ma
non fu così, o almeno non lo fu in parte. Perché all’improvviso è come se la
memoria, dotata di proprie strategie, indipendentemente dai progetti,
rimandasse alla superficie un’immagine preservata dei precòrdî più lontani,
producendo altre mete. Ecco allora che presente e ricordo, immaginazione e
studio, si mescolarono per focalizzare la particolare vocazione di un luogo.
E al volto coronato di alloro del grande poeta si sostituì l’immagine
letteraria e scapigliata di un teschio, da cui prese forma il volto di un
giovane scienziato alla direzione dell’Ospedale pesarese: Cesare Lombroso.

2. Storia della finestra

Quale città attraversata in fretta, presi dalle quotidianità, riesce a mantenere


l’incanto e le qualità magiche che la rendono attraente e sospesa come un
ponte che attraversa il tempo? Nessuna, neppure le città più belle, perché in
ogni caso siamo sempre distratti da turisti, da merci sempre uguali ovunque,
da arredi urbani di dubbio gusto e dal traffico. E così anche Pesaro che, un
tempo, si adagiava «in un’ampia amenissima valle coronata di floridi colli e
lambita dal mare azzurro, il mirabile Adriatico, lieto di saline fragranze e di
roride freschezze ristoratrici». (Pesaro e dintorni di G. Gravina, 1935) Ma
dov’è andata a finire la città descritta in questo modo su una vecchia guida?
Anche se si tratta di un centro urbano del Bel Paese, i picconi, le bombe, gli
interessi e la disattenzione per la superstite superficie urbana, hanno
trasformato il suo reticolo compatto in un tessuto lacerato. E tra queste
lacerazioni, saremo costretti a trovare un varco, un interstizio, che ci
permetta di raggiungere luoghi ancora carichi, dove le storie si intersecano.
Quello che intraprenderemo sarà un viaggio che, parafrasando Stevenson, si
rivolge a certe tendenze illogiche e sensuali che si aprono all’incanto e al
piacere della scoperta.
Pesaro aveva la pianta pentagonale. Le mura sono state distrutte nel 1911
ma il pentagono è ancora visibile, e questo, avendo un’apice e una base,
possiede un angolo più remoto. Qui, come interstizio, ci serviremo di una
‘finestra’ con grate e vetro rotto, dietro la quale si apre la stanza di un
piccolo edificio.
Attraverso questo passaggio, che funziona come una macchina del tempo,
riaffiora un ricordo: una corsa per le strette vie del centro, poco frequentate
e aperte a qualsiasi scoperta misteriosa, ed ecco una finestra e qualcuno che
dice: «lì ci sono le teste!». È Ottobre, le foglie di vite americana sono rosse
e scendono a grappolo lungo il muro. D’un tratto quel luogo si ammanta di
un fascino indescrivibile e per incanto ci troviamo al di là del muro, dove
c’è una tavola per le necroscopie (che brivido!). Nel frattempo il sole si è
oscurato e lontano borbotta un tuono. Scese le scale del seminterrato, la
penombra lascia intravedere una bara con il coperchio scansato. Che paura!
Era lì che c’erano le teste (di lombrosiana memoria). Fuori piove. La porta è
aperta su di un giardino e un viale alberato che conduce verso l’entrata
secondaria del grande e cadente stabilimento manicomiale San Benedetto.

3. Il luogo scomparso

Oggi, l’incanto e la frenesia della scoperta cedono il posto alla lucida


consapevolezza di un insieme architettonico che porta i segni di un
prolungato e sordido stato di abbandono.
Attraversando l’attuale accesso dell’edificio, percorreremo un corridoio
molto profondo, poi un piccolo cortile e uno più ampio con numerose
finestre e tante inferriate. Nella penombra polverosa saliremo sù per una
delle tante scale. Al primo piano e poi su quelli superiori incontreremo
corridoi, celle, stanze, camerate, ancora sbarre, file di porte, ancora porte,
spioncini, scale, inferriate, cancelli.
Quel che più ci colpirà è che l’edificio, costituito da un modulo che si ripete
incessantemente, fatto di celle, porte con gli spioncini e corridoi, si propone
ancora adesso come un vero e proprio strumento che produce l’estensione
di uno sguardo. Lo sguardo asimmetrico della sorveglianza e del medico:
dove si è visti senza vedere e dove si vede senza essere visti.
Tutto l’impianto architettonico manicomiale era come una camera oscura
puntata sul cranio del malato, dove una visibilità obbligatoria, manifestata
dagli spioncini e dagli strumenti medici, veniva amplificata attraverso i
referti, le fotografie, i filmati e i disegni realizzati con lo sguardo clinico.
Era il trionfo dello sguardo e della visibilità, un vero e proprio saper vedere,
che portava i corpi verso un’estrema evidenza materiale.
Ma ora i corpi non ci sono più, anche se di questi rimangono innumerevoli
tracce, segni, odori, memorie.
Camminando all’interno di questo grande e impermeabile edificio, dove i
suoni della realtà esterna sono ovattati e lontani, infilando i lunghi corridoi,
scanditi ritmicamente dalle porte delle tante celle, si ha la netta sensazione
(la prova) della forte solitudine che poteva gravare sul malato. Solitudine
che la malattia stessa comportava e che la reclusione ingigantiva. La porta
si chiudeva alle spalle! E chiusa la porta, il tempo del malato si fermava.
Ma soltanto nella percezione di chi stava fuori, perché nella realtà
quotidiana del malato il tempo era vivo, il ricordo della vita all’esterno era
vivo. Per chi stava fuori, con il tempo che continuava a scorrere e la
distanza fisica, il malato entrava come in dissolvenza, trasformandosi in una
figura tenue, esangue, distante, sfocata. Ora, di questo grosso edificio vuoto
non ci si accorge quasi più. Il San Benedetto è il luogo scomparso.
Scomparso perché non ha più avuto relazioni con nessuna crescita culturale
ed economica della città. Non ha interazioni quotidiane con la città. È così
che ha perso anche la sua leggibilità come luogo architettonico e storico:
come segno traccia e memoria che appartiene con forza alla città.
Ma il San Benedetto, luogo della memoria che si apre alla pluralità del
tempo e al suo succedersi non lineare, non basta attraversarlo
orizzontalmente, il viaggio al suo interno deve essere verticale, nel tempo,
nella storia e nelle microstorie individuali.
Claudio Magris direbbe che ogni autentico viaggiatore contemporaneo più
che indossare la casacca da marinaio, deve avventurarsi in una biblioteca. Il
viaggiatore moderno deve essere esperto di lontananze del mito e della
natura, deve essere un esploratore dell’assenza. Solo dopo essersi
avventurato tra le carte sarà pronto a leggere i segni lasciati dall’uomo nella
natura, le architetture, le strade, le terre coltivate, i confini, i gesti, le voci, i
suoni. E sfogliando gli schedari della Biblioteca e dei Musei Oliveriani,
sotto l’indicazione di F.O.P.P. (Fondo Ospedale Psichiatrico Pesarese), ci
sono documenti che aprono una rete di relazioni molto suggestive.
PRIMA PARTE
DA PARCO DUCALE A GIARDINO DEL MANICOMIO: LA
VOCAZIONE LETTERARIA DEL LUOGO PRESSO IL QUALE FU
ERETTO L’OSPIZIO DE’ DEMENTI IN PESARO

1. Un aulico lacerto / dalle auguste memorie letterarie, / nel bel mezzo di


un orto

Negli Statuti della città di Pesaro, redatti nel 1530, viene fornita la
descrizione di un piccolo parco urbano, simile ad una giungla domestica e
popolata di selvaggina per la caccia, animali esotici e vivai di pesci. Si tratta
del Barchetto, un luogo di delizie destinato al ristoro dei Duchi e progettato
da Girolamo Genga, architetto del Duca. Fra le opere perdute dell’architetto
pare che questo parco sia l’opera più interessante (certamente la più
originale), soprattutto per quella costruzione «che di fuor, per mezzo della
pittura et altro artifizio, rappresenta una casa ruinante». La realizzazione
deve aver avuto luogo fra il 1523, data della piena ripresa della sede ducale
pesarese dopo le vicissitudini dell’allontanamento di Francesco Maria I
Della Rovere, e il 1530.

2. Il soggiorno di Torquato Tasso nella casa ruinante

Tra questa delizia del parchetto


Che fu de’ principi della rovere
Ebbero stanza e scrissero
Bernardo e Torquato Tasso
Questa iscrizione era posta sul casino in forma di ruina e testimonia la
tradizione del soggiorno dei due poeti in questo “picciolo albergo’’.
È lo stesso Bernardo Tasso a testimoniare che «il Signor Duca d’Urbino con
una sua cortesissima lettera m’invitò a tornare a Pesaro, offrendomi per mia
abitazione la stanza del suo Barchetto, loco fabbricato dal padre per sue
delizie e atto al poetare: ond’io per non ricusare la cortesia del Signore me
ne son tornato qui». Ma dolente per i suoi affanni privati, Bernardo, come
parlando a quei muri, scrive ancora: «qui [...] picciolo albergo/ [...] già
sacro loco,/ ahi maligno destino, hor ti conduce / ad esser casa a la miseria
mia».
Poi nella primavera del 1557, Bernardo riuscì a chiamare con sé il figlio
quattordicenne che lo aiutò nella trascrizione del suo poema cavalleresco
Amadigi. Per un breve giro di anni, tra il 1557 e il 1559, Pesaro fu sede di
un laboratorio letterario di grande levatura, composto da Bernardo
Cappello, Antonio Gallo, Girolamo Muzio, Dionigi Atanagi e ruotante
attorno alla revisione del poema di Bernardo; e fra le mura del Barchetto,
Torquato imparò a muoversi nell’ambiente di corte e apprese la capacità di
stringere insieme la narrazione epico-storica, l’oscuro sapere delle magie e
della nuova scienza, legandole insieme con la melodia delle ottave
cavalleresche.
A Pesaro, il giovane poeta passò molto tempo nella casa ruinante; e
all’ombra di quel parco, tessuto dall’ingegno di un architetto sensibile e
capace di interpretare i nuovi tempi, le suggestioni dovevano averlo
davvero influenzato, perché tutta la sua opera letteraria sembra quasi
riecheggiare del clima silvano vissuto lì dentro.
La selva è comunque un tema ossessivo già in Bernardo Tasso. Anzi pare
che il suo Amadigi, insieme ad altri poemi cavallereschi, ispirò con tutta
probabilità la creazione del Sacro Bosco voluto da Vicino Orsini a
Bomarzo, nella cui cerchia ebbe fra gli altri Bernardo Cappello.
Le sembianze della casa parevano ribadire l’aspetto teatrale che
caratterizzava l’insieme del parco. Dal giardino, salendo una scala posta sul
lato ovest, si entrava all’interno dell’edificio, dove di stanza in stanza, gli
ambienti dipinti a verzura moltiplicavano le selve ombrose dell’esterno.
Sempre all’interno c’era una cappellina, dove sostare in meditazione, e due
loggette permettevano di affacciarsi sulle boscaglie esterne. Si trattava di un
vero e proprio itinerario, dove dal giardino di delizie, passando per le
verzure artificiate, si giungeva ad un affaccio che dominava la macchia
dall’alto. Ma il percorso con il maggiore effetto, lo si aveva transitando dal
lato ovest a quello est, attraversando il tratto di spazio che affiancava la
conigliera o la peschiera; dove ad un tratto, voltandosi, ci si trovava
dinnanzi a un’improvvisa e impressionante mutazione a vista: il lato est
della casa, più alta per il digradare del terreno, grazie a un sapiente effetto
pittorico pareva cadere precipitosamente addosso all’osservatore, con un
tale effetto di rovina in atto da provocare un senso di vertigine e instabilità.
Questa costruzione era giustificata dall’influenza della poesia pastorale
arcadica, dai poemi cavallereschi e dal diffuso sentimento della presenza di
un mondo magico, di cui proprio il parco, nel rinascimento, costituiva uno
dei luoghi per eccellenza.
Quella casa ruinante, concepita come polo di attrazione del giardino ducale
e come felice incontro di natura e civiltà, era una vera e propria primizia
tipologica e faceva da sfondo alle manifestazioni della vita cortigiana
locale. E Girolamo Genga era in assoluto uno dei pionieri della scenografia
e degli artifici teatrali: capace di impostare l’organizzazione di uno spazio,
grazie ad una regia assai efficace.
Ma non tutto proveniva dal teatro. Il duello tra arte e natura era la spia di un
turbamento che l’evasione, attraverso la festa in villa e la scena effimera –
con il succedersi di incanti e meraviglie – sembrava voler esorcizzare.
Questa sperimentazione era il sintomo dell’incertezza, della precarietà, dei
tempi che stavano cambiando velocemente. Al concetto umanistico di
forma, come certezza, l’anticlassicismo opponeva la metamorfosi che
inoculava i germi del dubbio. Gli attributi universali si svalutavano e alla
non conoscibilità delle cose si opponevano le manifestazioni eccezionali, i
fenomeni devianti, le stranezze e le mostruosità.
La parete ruinante della casa, svoltato l’angolo o lasciata alle spalle una
quinta arborea, appariva all’improvviso, provvista di un sapiente gioco
illusorio, come un edificio instabile e minaccioso che al tempo stesso
offriva l’occasione per meditare sulla prudenza, inneggiando alla stabilità e
alla saldezza.
Lì, nel gioco delle contraddizioni, dove verità e apparenza oscillavano, dove
il piacere voluttuoso delle sembianze concrete lasciava trapelare la labilità e
l’effimero, forse la sensibilità di Torquato ne usciva segnata.
E oggi, quella casa «che [...] immanente rovini» appare ai nostri occhi come
l’oggettivazione della psiche di chi l’abitò.

3. La scrittura di Torquato Tasso come vero e proprio atto di vita

Nella dolcezza apparente dei giochi di corte, Torquato sentiva la falsità e


provava un senso di paura. Temeva i complotti, vedeva un’umanità fatta di
spie. Così divenne un fuggiasco, e il mito della cavalleria che lo
accompagnava sin dall’infanzia, finirà per trasformarsi nella proiezione di
se stesso come peregrino errante che chiedeva riparo ed era costretto a fare
il cortigiano.
Ma dove trovava ospitalità, preso dal terrore dei luoghi chiusi – in cui
poteva essere abbandonato e lasciato lì, o inseguito da fantasmi che lo
avrebbero reso colpevole agli occhi degli altri – sentiva che anche le mura
lo osservavano.
Torquato Tasso, colpito da instabilità mentale, finì dietro l’orrida inferriata
dell’Ospedale di Sant’Anna a Ferrara. Per sette anni, isolato dal mondo,
diviso dagli uomini e ridotto alla solitudine, ebbe paura che su di lui
cadesse il silenzio, e senza celare la sua malattia ne descrisse sintomi,
incubi, allucinazioni, apparizioni, suoni. Egli aveva orrore della solitudine,
ma desiderò vincerla perché non voleva finire nel gorgo. Per lui l’universo
continuava ad essere immenso. Il carcere non lo cancellava dalla società e,
senza perdere la grande illusione del letterato, finì per urlare il proprio
silenzio e chiese aiuto! La malattia separa dal mondo e Torquato fece di
tutto per non dimenticare il mondo e per far sì che il mondo non si
dimenticasse di lui. La cella non doveva essere il luogo del riscatto dai
peccati, e lui non chiese consolazione ma chiese aiuto! La scrittura di
Torquato Tasso, piena di squarci biografici, diventò così un vero e proprio
atto di vita.
Come vedremo in seguito, questo prendere voce per uscire dal silenzio sarà
alla base del lavoro di scrittura intrapreso dagli internati del San Benedetto,
grazie al giornale fondato da Cesare Lombroso.

4. Di rovina in rovina, di lettere in lettere

Nella seconda metà del ‘500 il primo Barchetto subì delle trasformazioni e,
in seguito all’avvenuta realizzazione delle nuove mura cittadine, furono
avviati i lavori per annettere al giardino la pendice interna delle mura ed
inglobare l’intero terrapieno del bastione, per il tratto compreso tra il
cavaliere di Miralfiore e il nuovo casino ducale del Barchetto – detto anche
casa del Portanile – ottenuto attraverso la sovraelevazione della Porta del
Ponte (ora Porta Rimini).
Il parco, con questi sviluppi, seguì e ampliò l’impronta teatrale che lo
caratterizzava: quinte architettoniche e arboree, schermi che dilatavano
illusoriamente lo spazio, labirinti, trabocchetti, apparizioni a sorpresa, colpi
di scena. Un’organizzazione scaltra e precisa, senza darlo a vedere,
determinava i percorsi e le visuali. Nulla era lasciato al caso: gli spazi si
rivelavano poco a poco, come in una lenta e imprevedibile mutazione a
vista. Percorsi labirintici e passaggi oscuri guidavano il visitatore di
sorpresa in sorpresa, offrendogli punti di vista insoliti: tra terrazzamenti,
ripari segreti e peschiere; squarci panoramici, svincoli, strettoie inattese,
feritoie da cui sbirciare, raccordi, vertiginosi dislivelli; per concludersi volta
a volta con trionfi finali di panorami, zampilli d’acqua e animali.
Il Barchetto, con Vittoria Della Rovere, sposa di Ferdinando II Medici e
ultima discendente della dinastia, divenne proprietà del Granducato toscano
e, persa la funzione ricreativa e celebrativa, venne trasformato in terreno da
coltura. Nel 1631 il Barchetto, passando alla Chiesa, cominciò il suo
progressivo processo di smembramento. Il perimetro originario venne
ridotto consistentemente, così che la nuova Strada del Barchetto, correndo
alla base del terrapieno delle mura, potesse connettere direttamente la strada
di San Giovanni (la bella chiesa costruita come mausoleo dei duchi) con la
Porta del Ponte. Quest’operazione disarticolò definitivamente la
composizione originaria.
Nella seconda metà del ‘700, il Barchetto venne comprato dagli Albani e
proprio a quegli anni dovrebbe risalire il progetto di un portale di accesso
al parco, concepito dall’architetto e pittore Giovanni Andrea Lazzarini.
Il casino del Barchetto, come luogo tassesco già intriso di sensibilità
romantica, offrì a Lazzarini l’occasione per escogitare un capriccio
architettonico di natura insolita, perché anch’esso nello stato di fantasiosa
rovina. Alla primizia architettonica in forma di casa ruinante si sarebbe
dunque affiancato un gioiello che purtroppo rimase sulla carta.
Questo portale, così come lo leggiamo sul bel disegno, è costituito
complessivamente da un basamento con arco a motivi classici. A sinistra gli
elementi architettonici – specchiature, oculo, mascherone, fastigio con
erme, volute e vaso – sono arricchiti dalla presenza plastica di una statua
raffigurante un giovane poeta incoronato di alloro e da una colonna
spezzata come se fosse un frammento dell’antichità. A destra tutto è
assemblato come un capriccio pittorico: colonna spezzata, spezzone
obliquo, cunei sull’arco, mattoni in rovina, contorno sbrecciato, erba
murella sulla voluta e sulla parte inferiore del muro laterale. Esso è al
tempo stesso un omaggio all’opera poetica di Torquato Tasso e a quella
architettonica di Girolamo Genga.
La sopravvissuta porzione del Barchetto, isolata e recintata entro nuove
mura, favorì la successiva conversione. Nel 1834, il Cardinale Giuseppe
Albani lasciò la proprietà del parco al limitrofo Ospedale di San Benedetto.
Intanto «quell’aulico lacerto dalle auguste memorie letterarie, nel bel mezzo
di un orto», diventò una leggenda trasmessa nelle innumerevoli guide dei
viaggiatori francesi, inglesi e tedeschi del grand tour:
«Ho visto in mezzo all’orto [...] la celebre casina, divenuta casa del
giardiniere, che avevano abitato Bernardo Tasso e suo figlio. Qui il primo
compose il suo Amadigi, che trascriveva in bella copia Torquato bambino,
poema bello e lungo che sarebbe più conosciuto se non ci fosse stata la
Gerusalemme». (M. Valery, 1835)
Nell’ampliamento del manicomio il progetto di Giuseppe Cappellini (1858)
prevedeva la destinazione dei resti del parco a viale di passeggiata per i
malati; e la legenda relativa alla pianta del Casino indicava che la
costruzione era da conservarsi. Però nel 1866 la Deputazione Provinciale
decise l’abbattimento del prezioso edificio in finta rovina, in quanto la
falegnameria che ospitava, al di sotto delle volte affrescate ‘a verzura’, era
ormai del tutto inutile. Furono inutili le proposte di chi chiedeva libero
accesso al parco e alla casa, per gli eruditi, i viaggiatori e per il pubblico.
Del casino sopravvisse soltanto la lapide che fu posta sulla loggetta, detta
‘del Tasso’, costruita dinanzi alla Porta del Ponte.
La Memoria della scomparsa delizia e della casa ruinante avrà seguito
grazie alla presenza rigogliosa degli Orti Giulii, la cui collocazione proprio
sull’adiacente bastione del Carmine venne favorita, oltre che per onorare il
poeta e scrittore Giulio Perticari, dalla storica presenza dell’attiguo giardino
tassesco.

5. Gli Orti Giulii

Sembra che Giulio Perticari, nei suoi soggiorni pesaresi, amasse


passeggiare tra le rovine dell’antico ‘baluardo del Carmine’; e camminare,
poetando o declamando, pare fosse un’attività comune in quell’epoca. Alla
sua scomparsa Francesco Cassi, cugino di Perticari e Gonfaloniere, pensò di
ricavarne un giardino pubblico: gli Orti Giulii, il cui insieme generale, non
esente dall’influenza dei Sepolcri di Foscolo, è quello di un monumento
come itinerario (dove su tutto culmina il busto di Perticari).
Una serie di percorsi, partendo dal basso dove c’è l’entrata, fanno
incontrare per successive addizioni – ora ad una svolta di sentiero, ora in un
anfratto, o all’ombra di un elemento architettonico – i segni evocatori di
menzioni e sensazioni finalizzate alla diffusione dei nuovi ideali di unità e
varietà. Ovunque c’erano epigrafi (conservate attualmente presso i Musei
Oliveriani) che imponevano un senso morale. Nel tempo si aprirono spazi
dedicati alla scienza (con l’Osservatorio L. Valerio) e alla pedagogia (il
giardino diventerà campagna produttiva, legata all’Accademia Agraria
Pesarese). In questo luogo così intriso di idee progressiste, cento anni dopo
venne costruita una scuola Montessori: un edificio in vetro e ferro che ora
non c’è più.
Nel 1828, un anno prima dell’apertura del San Benedetto, il Prof. Maurizio
Brighenti scrisse a Cassi questa relazione su una sua visita al nuovo
giardino: «L’anno scorso chi entrava nella città da questa porta, incontrava
di faccia una vecchia, e scanicata muraglia che chiudeva il Barchetto antica
delizia dei duchi; e subito a man manca scorgeva il disuguale e deserto
suolo, pel quale si saliva allo spazio superiore del bastione pieno di rovine.
Che squallido ingresso a questa gentilissima Pesaro! Ora quella muraglia
rinnovata, ed aperta in tre luoghi, mostra nello interno il giardino
nobilissimo, e la celebre casa che fu stanza a Bernardo Tasso, ivi ispirato
delle poetiche fantasie dell’Amadigi; ricovrò [...] Torquato, e fu rallegrata
da tanti dotti che fecero cospicua la corte ai Rovereschi. Le quali gloriose
memorie scritte in pietra e figurate in un medaglione sopra il fastigio
dell’apertura principale, accresceranno decoro al nostro bastione. [...]
L’incomposto terreno, dianzi folto di cardi e d’ortiche, è convertito da una
parte in un culto poggetto, ombrato di bellissima selva, [...] divisa da molti
sentieri tortuosi, [...] una piazza circolare [...] E già di monumenti è tutto
sparsamente adorno il boschetto. Che quanti marmi preziosi scritti o
effigiati, lapidi, cippi, basamenti, colonne, giacevano qua e là negletti per la
città, quivi ha raccolti la vostra diligenza [...] Bensì non tacerò che fra tante
ricordanze di romani e meno antichi tempi, avranno qui particolare onore
Guidubaldo Del Monte, il Passeri, l’Olivieri, il Lazzarini e gli altri molti
che diedono gloria alla città: e mi si allarga il cuore a pensare che la fama
delle virtù, e del sapere di Giulio Perticari, consegnata dalla pietà di tutta la
nazione al monumento del trivio, trapasserà agli avvenire con esimie opere
d’ingegno e d’arti Italiane. [...] Ed ora [...] costituita in Pesaro l’accademia
agraria [...] Nelle gallerie sederanno gli accademici presieduti dall’E. Rev.
di Mons. Delegato Capelletti, che con sincero amore del pubblico bene
prese le prime azioni nella spesa del bastione, si fece mecenate
dell’accademia, ed è salutato benefattore della provincia per tanti edifici di
pubblico decoro, e d’utilità che promosse con paterne sollecitudini. Così
questo boschetto, come le selve ateniesi di Accademo, e l’orto fiorentino di
Bernardo Rucellai, accoglierà ogni maniera di onesti piaceri, e di
profittevoli occupazioni».
Nelle terre pesaresi fioriscono le accademie e gli adepti dell’Accademia dei
Nascenti, insieme agli Scolari di Retorica del Collegio dei Nobili d’Urbino,
composero coralmente questo intrattenimento: Bernardo e Torquato Tasso
alla Corte di Guidubaldo II e di Francesco Maria II Duchi di Urbino.
«Correvano gli anni 1557 quando Bernardo Tasso alla Corte di Guidubaldo
in un dolce e pacifico ozio si riconfortava alquanto delle pene, onde la sua
nemica fortuna aveva sì lungamente perseguitato [...] passava in Pesaro lieta
e tranquilla la vita in mezzo ai favori di quella corte splendidissima, e alle
dotte adunanze di celebri uomini, che da ogni parte vi convennero, tutto
inteso a dare l’ultima mano al suo poema romanzesco l’Amadigi [...].
Bernardo dopo tante sciagure pareva che cominciasse a signoreggiar la
fortuna [...].
Ma il meglio delle sue gioie si fu il vedere nel suo Torquato; che amava
teneramente, tanto vigore d’intendimento; tanto senno e dottrina, e la
scintilla prodigiosa di uno di quei genii; che elevandosi ad una insuperabile
altezza, segnano colla loro suprema eccellenza di una impronta indelebile il
passaggio de’ secoli. E buon per lui che tutto vide in quel suo diletto
figliuolo, tranne le terribili e spaventose vicissitudini di fortuna, che ebbe a
sopportare per tutta la vita!! [...] Bernardo [...] che [...] mandò [...] presso i
suoi parenti il figliolo Torquato per porre in sicuro questo sì caro e prezioso
pegno dell’amor suo [...] ora che le cose eran mutate, non potendo più
starne senza, lo chiamò a Pesaro, dove il suo arrivo fu a tutti gradito e con
molte dimostrazioni di gioia festeggiato. E quivi [...] Torquato attendendo
[...] ai diletti studii ebbe in Pesaro stesso compagno dei medesimi [...] il
figliolo del Duca [...].
Torquato Tasso offre al Duca i primi abbozzi della sua Gerusalemme: [...]
intanto quell’alto intelletto divinamente ispirato ravvolgea da molto tempo
nell’animo il piano di quel poema, che gli fu finché visse sorgente di tante e
funeste sciagure, e dopo morto cagione d’ immensa e perpetua gloria. Avea
già nella sua Gerusalemme determinato i luoghi ed i personaggi, scelti gli
episodii, fissate le scene. [...] compose alcune parti che intitolò all’egregio
suo mecenate Guidobaldo [...] Il Principe gradì sommamente sì splendida
testimonianza d’affetto [...] e lo ripose e custodì gelosamente fra gli oggetti
i più preziosi e più rari della sua biblioteca. [...] Ma però rimirando alle
sciagure nelle quali il Tasso fu involto, convien pur dire che le mostre, che
ebbe in Pesaro di riverente singolarissimo affetto furono per lui un’alba
foriera di giorni tristi e nebulosi [...]. Chi [...] si sarebbe mai argomentato
con que’lieti auspicii che [...] quel suo Poema avrebbe tolto all’autore la
libertà e perfino la ragione, lo avrebbe condotto a languire in dura prigionia,
ad essere infelicissimo per tutta la vita?».
Il 29 agosto 1908 si tenne una riuscitissima Grande Festa notturna di
Beneficenza agli Orti Giuli, a Beneficio del Pro-Infantia e della Società
Operaia Femminile di Muto Soccorso.
È tempo di feste all’insegna della modernità, come ne vedremo al
manicomio stesso.
«I giardini saranno illuminati a luce elettrica, a lampioncini, a bengala.
Si annunciano curiose attrattive: Proiezioni viventi, Sibilla cumana, Fontana
di Bacco, Grotta azzurra, Pesca, Bersaglio, Ballo del soldo, Passeggiata
archeologica, recitazione di poesie dialettali, e, a mezzanotte, Pasqualòn al
Parnaso.
Poi servizio di bar, buffè, buvette, vendita di frutta, dolci, cartoline, fiori,
giocattoli. Tra il folto degli alberi, musiche, fanfare, serenate
mandolinistiche».
Il poeta dialettale Odoardo Giansanti, detto Pasqualòn (uno dei poeti più
illustri usciti dalle fila del Diario del San Benedetto), immagina di avere un
dialogo con l’effige in busto del Conte Giulio, letterato di fama nazionale,
impegnato nella grande discussione sulla lingua italiana su modello
dantesco che rifiutava i dialetti locali: «Oh, sor Giuli, buonasera, Guardè un
po’ che bela schiera D’personagg ch’ve stà dintorne» [Oh, signor Giulio,
buonasera, Guardi un po’ che bel gruppo di personaggi che vi sta intorno].
Con ironia e sarcasmo Pasqualòn sottolinea come solo per le grandi
occasioni di festa ci si ricorda del gran talento del poeta «impietrid e
discorded» [impietrito e dimenticato]. Ora Pasqualòn si immagina di sentire
la risposta di Perticari: «Oh, oooh! Cos’è qui questo fracasso? Presto,
uscite, andate a spasso! Chi vi insegna a disturbare La mia quiete e poi
scocciare Gli stivali a me a quest’ora? E tu vanne alla bonora Pasqualòn di
magra razza, Non far qui il buffon, va in piazza!». Pasqualòn risponde: «Mo
scusem, a v’ mand pardon, Mè en so’ vnud par fè el buffon» [Ma scusatemi,
vi chiedo scusa, io non sono venuto per fare il buffone]. Dice di non essere
in così pessima compagnia [«Questi i è tutti tant e quant»], di essere lì per
fargli onore e soprattutto per il beneficio del Pro-Infantia e della Società
Operaia Femminile di Mutuo Soccorso. Descrive la situazione del lavoro
minorile e l’ignoranza causata da padri rozzi e madri spensierate. «E i por
fioi cum i à da vnì? S’en cerchem nò d’aiudei Chi è ch’i penserà educhei?»
[E i poveri figli come devono crescere? Se non cerchiamo noi di aiutarli Chi
penserà ad educarli?]. Spera che la vendita delle poesie stampate su fogli
volanti possa contribuire alla raccolta dei fondi di beneficenza. «E par quest
mè a v‘ dagh intant La mi rùstiga poesia» [E per questo io vi do intanto La
mia rustica – poco socievole poesia], perché noi, che non vogliamo aver
ragione per forza, rivoltandocela come ci pare, vogliamo chiarezza «Benché
a sim tutt dò in tel scur» [Benché siamo tutti e due nello scuro].

6. Ancora letteratura

Secondo le testimonianze, nel 1538 Francesco Maria I Della Rovere fu


avvelenato dal suo barbiere mediante ripetute umettazioni dei suoi orecchi.
Fu suggerito un collegamento fra la morte del Duca e quello del padre di
Amleto, nell’omonima tragedia shakespeariana. Infatti nella scena di teatro-
nel-teatro dell’Amleto troviamo nomi e circostanze analoghi a questo
omicidio. All’epoca, il Duca era un personaggio molto in vista, in quanto
era generalissimo dell’esercito, costituito ad opera di Papa Paolo III, della
Repubblica di Venezia e dell’Imperatore Carlo V contro i Turchi. Forse, la
cronaca di questo fatto così risonante, proveniente dall’Italia dei veleni e di
Machiavelli, pervenne fino a Shakespeare alimentandone la scrittura.
DI PORTA IN PORTA

1. Porta Fano

Alcune vedute ad acquerello documentano il San Benedetto nella sua prima


fase storica. Autore di questi acquerelli è Romolo Liverani (1809-1872),
paesista e scenografo faentino che a Pesaro aveva parenti e amici.
Soggiornò più volte nella città, anche per lunghi periodi e, girovagando per
le vie e per le campagne, riempì i suoi taccuini di vedute che, al di là del
valore poetico, sono ricche di informazioni.
Della Veduta del ospizio di S. Benedetto dalla parte appena dentro da Porta
Rimini con vista del ingresso del Barchetto nel cui interno di detto luogo
esistono alcune stanze ove il Torquato Tasso abitava quando era in Pesaro.
Come nel 1840, ci sono tre versioni: a seppia, ad acquerello colorato, a
seppia in forma di capriccio.
La terza differisce per una variante su un particolare e cioè la presenza,
invece che della marina sullo sfondo, di un portale (Porta Fano) esistente in
un’altra parte della città. La presenza della Porta è attribuibile, senz’altro,
come omaggio all’amico Gordiano Perticari. Infatti l’idea di ristrutturare
Porta Fano era venuta a Gordiano nella veste di Gonfaloniere di Pesaro. Nel
discorso pronunciato nella seduta consiliare del 27 agosto 1846, egli
proponeva la trasformazione della Porta, progettata da Pier Francesco
Florenzuoli e costruita tra il 1528-1330, in arco trionfale a Pio IX. Di tre
progetti venne scelto quello dell’architetto Togni, con la collaborazione di
Pietro Fradelloni, su modello romano (Arco di Tito a Roma), perché
«conservando come il primo l’attuale cassero contiene in sé e Porta e
Barriera, cioè eleganza e sicurezza a un tempo». In un altro disegno di
Liverani (Veduta esterna di Porta Fano col suo addiacente lavatojo), più o
meno attribuibile al 1840, vediamo la porta prima della ristrutturazione.
Questa era l’ingresso alla città per chi, percorrendo la Flaminia, veniva da
Roma. La porta, fu demolita nel 1914.

2. Porta del ponte

Il San Benedetto fu testimone e protagonista al tempo stesso degli eventi


risorgimentali, che portarono alla liberazione di Pesaro dal giogo pontificio.
Nel Settembre 1860 sarà uno dei medici dell’ospedale ad aprire il portone
di Porta del ponte (oggi Porta Rimini) alle truppe piemontesi; e sarà sempre
lui a sventolare la bandiera italiana sul tetto del manicomio stesso.
Paolo Teobaldi, nel racconto Il soldato Chamonal, immagina così l’entrata
delle truppe piemontesi in quelle fatidiche giornate di liberazione dal giogo
pontificio:
«ed il drappello dei savoiardi entrò. Il trisavolo di chi scrive, acquattato tra i
pignocchi degli orti, vide entrare tra i primi il soldato Chamonal [...] il
quale, superata quella grande muraglia, sostò un attimo ammirato alla vista
della seconda mura che gli si parava dinanzi agli occhi: muro per certo
minore al primo, ma sempre muro, chiudente cioè un’altro spazio, da
conoscere sennò da conquistare. Ed una lapide incastonata nella parte
superiore di quello, ne catturò l’attenzione. Recitava la pietra: “[...] ebbero
stanza Bernardo e Torquato Tasso’’. [...] nel silenzio che regnava nello
slargo, rotto a tratti dall’eco delle cannonate, da una di quelle inferriate che
chiudevano gli spropositati finestrini di quella grande fabbrica, udì
provenire un verso strano, un richiamo, un mostoso bramito, da non poter
sceverare se provenisse da uomo o animale [...] Individuata tosto la figura
che l’aveva emessa, per certo umana, il soldato Chamonal rimase confuso
[...] E subito dopo notò altre due ombre gettarsi sulla prima e con quella
ingaggiare una lotta soffocata, che terminò con la sua sconfitta: abbattutala,
i due la trascinarono via, verso i camerino che Chamonal non seppe
immaginare ed il letto con corregge di cuoio [...] Ma nulla sapendo
dell’Ospizio San Benedetto e della sua destinazione ad Istituto Freniatrico,
[...] il soldato Chamonal fu da quella vista ulteriormente e quasi
inspiegabilmente addolorato [...] In quella parte di città totalmente deserta
[...] cercava di collegare la “delizia del Parchetto’’ al nome di Tasso, noto a
lui come poeta [...] e ciò con l’apparizione di poc’anzi, finché pervenne alla
conclusione che quel grande fosse stato rinchiuso in un carcere o un luogo
di torture: e che solo l’ipocrisia papalina riuscisse a denominare quel luogo
una ‘delizia’. Mentre egli stava deducendo [...] uno dei soldati della
guarnigione [...] puntò il fucile sulla giàcca turchina del raziocinante
piemontese e lasciò partire un colpo, uno solo. Così, l’11 settembre 1860,
davanti alla lapide del Tasso, morì il soldato Chamonal Pietro; e una
seconda lapide conserva il nome in prefettura, primo di un elenco di sei».

3. Porta dei Cappuccini, il primo ricovero per i mentecatti

Gordiano Perticari, Gonfaloniere di Pesaro, istituì un primo manicomio


dentro la Porta dei Cappuccini (costruita nel XVI secolo). La Piazza
acciottolata, detta il Trebbio e antistante la Porta, era uno dei poli di transito
più affollati per passeggeri e merci. Tuttavia la posizione di una Porta è
posta nel limite estremo della città, nella linea di confine, in una posizione
intermedia tra l’esterno e l’interno; e a seconda del contesto storico,
ricopriva funzioni di sicurezza, commercio e salute.
Ferdinando Ugolotti, direttore del Manicomio dal 1926, appassionato
storiografo e compilatore scrive: «Come venne fatto in qualche altra
provincia così anche in quella di Pesaro vennero, per opera del Comune,
adibite a ricovero di infermi di mente alcune stanze poste sull’antica Porta
Corina (così chiamata, pare, dal vento di mezzogiorno, volgarmente allora
detto corina, che da quella porta spira), chiamata di poi Porta dei
Cappuccini per la sua vicinanza al convento dei cappuccini che esisteva
sull’area attualmente occupata dall’Ospedale civile, sul Trebbio. Queste
poche camerette adunque situate sull’arco della Porta dei Cappuccini
rappresentano per Pesaro il primo ricovero per infermi di mente
appartenenti al Comune. In quale anno preciso esse siano state istituite non
mi fu possibile stabilire; probabilmente nei primi anni dell’800, in
conseguenza ed in forza della Disposizione papale del 1749. Come in
Pesaro così pure in altri grossi centri della stessa provincia vennero adibiti
alcuni vecchi locali per accogliervi qualcuno dei più pericolosi ammalati di
mente appartenenti ai rispettivi Comuni. Tutto ciò io ho potuto ricavare da
molti manoscritti originali conservati nell’Archivio del Manicomio
provinciale di S. Benedetto, dei quali mi piace riportare qualche esempio,
anche per chiarire in che cosa realmente consistessero tali locali allora
particolarmente assegnati ai malati di mente, ed in che cosa consistesse
l’assistenza a quegli infelici».
Il Gonfaloniere Gordiano Perticari, provando commozione per lo stato in
cui si trovano uomini e donne rinchiusi in questo edificio, scrive al
Delegato Apostolico. Ecco cosa riporta Ugolotti: «Di presente sono sedici i
pazzi di questo Comune; undici stanno sovra la Porta detta dei Cappuccini e
gli altri cinque vengono dal Comune mantenuti presso i loro parenti per
assoluta mancanza di ogni altro Locale. Anzi Le dirò che per contenere tutti
gli undici sulla Porta suddetta si tengono due o tre per ogni cameretta,
cosicché arrivano a prendersi l’uno coll’altro; per cui il Custode è d’uopo
che di continuo li sorvegli, e vi sia presente a schivare qualunque funesta
conseguenza che potesse nascere. E per lo passato è avvenuto qualche
dispiacevole caso di astrozzamento, o di ferite fra di loro. A ciò si aggiunga
che per l’angustia del Locale sono tenuti in un modo poco confacente ai
doveri dell’umanità. E se l’Eccellenza Vostra R.ma si degnasse di recarsi
sulla faccia del Luogo, oltre il riconoscere verissimo ciò che Le espongo,
sarebbe anche costretta a retrocedere mediante il fetore che si sente in
quelle angustissime camerette». Il Delegato Apostolico Benedetto
Cappelletti, accettando l’invito del Gonfaloniere di recarsi alla Porta e
colpito da ciò cui ha assistito, decise di scrivere al Papa: «Prescelto dalla
Sovrana Munificenza a reggere questa Delegazione, non tardò a farmisi
conoscere lo stato infelice de’ poveri Dementi, il loro pessimo, e quasi
inumano tratamento, e quindi i clamori di una Popolazione mossa da
sensibilità, la quale insiste pur ora, perché vi si appresti riparo. [...] Scosso
dalla verità dei fatti, e toccato con mano, che oltre d’essere male custoditi,
pessimamente pascinti e vestiti, alla mancanza di comodo locale si è perfino
dovuto, con mio sommo cordoglio e rammarico, aggravare per necessità
estrema l’infelicità, e l’onore ad alcuni di questi miserabili col collocarli
nelle Prigioni segrete. Tutto ciò richiamò in me ogni attenzione, e premura,
per far sì, che fra gli altri pregi questa bella Provincia contar potesse quello
di avere modo di alleggerire a tanti infelici suoi Coabitatori, per quanto si
può, i mali, che indivisibili sono alla massima delle disgrazie, che colpir
può un uomo allorché perde per sua fatalità l’uso della ragione».
Fra i documenti, datati intorno al 1811, ci sono testimonianze dei materiali
‘sanitari’ adottati (catene) e soprattutto quelle di mariti, mogli e parenti che,
mossi a pietà, rivogliono i loro cari, per toglierli da quella pena e miseria
indescrivibile.
DI PENTAGONO IN PENTAGONO

1. Visione, documento e riflessione romanzesca

Il consorzio umano, la collettività e le istituzioni, ad un certo momento


hanno bisogno di rigenerarsi scrollandosi di dosso i vizi, i peccati e la follia.
E cioè, tutti quei segni che rappresentano, secondo le nuove norme, la
decadenza. Ecco allora la necessità di costruire un’arca per il trasferimento
di questi segni di decadenza in un altrove più lontano possibile. A Pesaro,
l’Ararat si trova dentro le mura cittadine, nella zona più estrema e meno
abitata del centro. E sull’Ararat si deposita, dopo un lungo viaggio, l’arca o
la città palazzo che contiene i folli.
Le mura cittadine, grande monumento della tradizione militare
cinquecentesca, formano un pentagono, e pentagonale è anche il perimetro
della nave dei folli. Un pentagono deforme ed allungato – il San Benedetto
– che assomiglia proprio ad un grosso vascello con tanto di prua, bompresso
(la ciminiera della lavanderia) e grosso castello di poppa con gli
appartamenti del comando. Un pentagono quasi ‘regolare’ con un
pentagono decisamente ‘irregolare’ all’interno, diventato così per le
addizioni che ne hanno permesso la costruzione definitiva. Regolare per i
cittadini sani e irregolare per i cittadini insani.

2. Osteria, convento e manicomio

L’edificio che accoglierà i pazzi fu prima un’osteria, poi un convento dei


carmelitani e infine il manicomio. Scrive Giulio Vaccaj (in Pesaro: pagine
di storia e topografia, ed. A. Vapore, 1909) che nel 1631 «con la
devoluzione del Ducato alla Santa Sede [...] la città fu anche più aperta di
prima a quelle case religiose che avevano sede nelle vicinanze, ed in pochi
anni si videro sorgere altre chiese e conventi. Ai Carmelitani, che dal 1588
vivevano fuori porta Fano, fu lasciata da un tale Silvio la propria casa, ove
teneva un’osteria, alla estremità del Borgo del Ponte. Ivi essi edificarono
chiesa e convento». Il complesso carmelitano verrà espropriato dai
napoleonici nel 1811 e «insieme con altre case prossime, era poi destinato a
divenire [..] l’attuale manicomio, inaugurato il 1° gennaio 1829, essendo
Gonfaloniere della città il conte Francesco Cassi». L’impresa di costruzione
del manicomio, sollecitata dal Gonfaloniere e realizzata dal Delegato
Apostolico, non fu facile perché i primi fondi terminarono. Monsignor
Cappelletti si rivolse direttamente al papa Leone XV: «Sessantatré e più
esseri incapaci di distinguere il bene da male, sono a guisa di feroci belve
qua, e là rinchiusi in orridi e fetentissimi Ricettacoli, affidati alla custodia di
Persone, che cercano l’utile proprio a carico dell’esistenza di infelici, a
quali poco cibo, e cattiva bevanda si presta, aggravati da catene, coricati in
poca fradicia paglia, altro rimedio ad essi non si presta se non il Bastone per
superarle e vincere la Pazzia da cui fatalmente sono tormentati. Il quadro è
purtroppo vero». Dopo questo accorato appello, il papa concesse i fondi e,
finalmente, nel 1828 fu possibile il compimento della struttura per ospitare
almeno sessantatré posti, unendo tutti i malati presenti nelle case di cura già
istituite, e mal funzionanti, in ogni Comune della Delegazione. Comincia
così l’impresa edificatoria che troverà la soluzione definitiva con il progetto
del 1858, terminato nel 1871 appena prima dell’arrivo a Pesaro di Cesare
Lombroso.
In una delle sue tante fasi di ristrutturazione e ampliamento, per i lavori
muratòri furono utilizzati anche i folli tranquilli. Inoltre si ottenne la
possibilità di annettere il Barchetto, la cui porzione superstite si trovava
appena al di là di una piccola strada. Scrive Ugolotti: «Quanto apparteneva
ai Della Rovere era passato [...] nelle mani dei Medici che ne ebbero una
certa cura fino a quando nel 1737, quella storica famiglia si estinse [...]. La
Camera Apostolica acquistò poi quei beni dalla famiglia di Lorena,
succedutasi nel Granducato, e nel 1777 li concesse [in particolare il
Barchetto] in enfiteusi al Principe Don Orazio Albani. [...] La lunghezza del
Barchetto è di metri 300 e la sua larghezza di metri 100; d’attorno è circuito
da muri dell’altezza di metri 4; in complesso più o meno lunghi vi sono tre
viali; due larghissimi, alcuni forniti di sedili di marmo per comodo di tutti.
A sinistra vi è un vasto prato nel quale si scorgono prima di tutto: una
piccola galleria alla Chinese, ove sono rinchiusi una quantità di vari
uccelletti. [...] ivi scorgesi attualmente [...] una casetta, [...] [che] servì di
dimora al celebre Torquato Tasso ed al di lui Padre Bernardo, e in prova di
questo fatto esiste nel muro un’iscrizione».
Una vertenza legale (che andò avanti fino al 1850) impedì di annettere il
giardino del Barchetto.
Nel 1853 fu nominato direttore-medico Giuseppe Girolami, tra i più
eminenti rappresentanti della psichiatria del pre-positivismo italiano di metà
Ottocento. Questi compì un viaggio nei manicomi di altre città italiane:
Perugia, Firenze, Pisa, Genova; e di altre città straniere: Marsiglia, Lione,
Parigi (Bicêtre e Salpetriére), Auxerre, Londra, Lincoln, York, Edimburgo,
Glasgow, Rainhill (Liverpool), Gand, Bruxelles, Liegi e numerose città
tedesche, Praga, Vienna e poi Trieste, Venezia e Ancona. Al ritorno di
questo ‘grand tour’ manicomiale, redige un dettagliato resoconto: Intorno
ad un viaggio scientifico ai manicomj delle principali nazioni di Europa –
rapporto di Giuseppe Girolami medico direttore all’eccellentissima
commissione dell’ospizio di S. Benedetto e all’egregio consiglio della
provincia di Urbino e Pesaro, 1854. Qui risultano alcune priorità: igiene,
giardini, aerazione, riscaldamento, acqua corrente, vitto e abbigliamento
adeguato; la separazione di tranquilli, agitati, furiosi, cronici e sudici; la
cura fisico morale impiegando gli internati nei lavori e negli svaghi; la
restituzione degli individui alla società nel miglior modo possibile;
l’assunzione di un ruolo sociale di correttore delle deviazioni morali. Su
queste basi, la conclusione fu che un edificio come il San Benedetto era
inadeguato.
In attesa di una soluzione architettonica adeguata, Girolami cominciò le sue
attività terapeutiche. Fra queste erano comprese le attività ricreative. Si
allestivano feste da ballo, cori e rappresentazioni con le marionette. Agli
uomini era consentito andare a teatro, in un palco riservato per i pazienti del
manicomio. I ricoverati benestanti occupavano un quartiere dotato di
biblioteca, scuola di musica e altre occupazioni ‘adatte alla loro
condizione’. Alcuni di questi benestanti venivano utilizzati per fare scuola
ai ricoverati poveri. La biblioteca era fornita di romanzi (di autori italiani e
internazionali) e di collane scientifiche, storiche e geografiche. Inoltre
tentò, senza riuscirci, di istituire i Patronati per la protezione degli alienati
guariti e dimessi. Infatti un grosso problema era l’abbandono o il
trattamento senza riguardo da parte dei familiari dei pazienti. Girolami
istituì i libretti nosografici in cui annotare l’andamento della patologia,
riportando i dati e le statistiche. Intanto si continuava a pensare una
soluzione architettonica e nel 1858, non riuscendo a costruire un nuovo
manicomio, fu avviato il suo ampliamento su progetto di Giuseppe
Cappellini. L’architetto non era nuovo a queste imprese, infatti nel 1850
ebbe l’incarico di trasformare in manicomio la Villa Medicea
dell’Ambrosiana a Montelupo Fiorentino, e tra giugno e settembre
dell’anno successivo fece un viaggio attraverso l’Europa per visitare i
maggiori e più avanzati ospizi per alienati.
Con il Progetto di Cappellini venne intrapresa quella che di fatto resterà
l’ultima fondamentale ristrutturazione del San Benedetto, quella che lo
trasformò in nave. Il corpo principale a quattro piani fu prolungato e
raddoppiato verso est fino a raggiungere via Mammolabella; questo permise
di ottenere una grande facciata con l’entrata principale sulla strada che
presto (diventando il Corso) vedrà marciare le truppe piemontesi che
libereranno Pesaro. L’edificio venne prolungato lungo la stessa via verso
sud, fino ad unirsi con un fabbricato realizzato in un precedente intervento;
fu innalzata l’ala verso Porta del Ponte e all’interno dell’istituto furono
creati due nuovi cortili divisi da un braccio di fabbrica trasversale e una
costruzione all’estremo orientale del Barchetto. Venne ricostruita una nuova
cappella dopo la definitiva demolizione della chiesetta sulla Strada del
Belvedere e un nuovo edificio, adibito a lavanderia, venne edificato nel
triangolo terminale a sud dell’area del Barchetto.
Nel 1866 la Deputazione Provinciale decise l’abbattimento del casino del
Barchetto, l’antico edificio costruito da Girolamo Genga e abitato da
Torquato Tasso.
Ecco qual era la destinazione del Barchetto, secondo Girolami, nel
resoconto del suo “viaggio scientifico’’: «intorno alla casa del Tasso [...]
ben converrebbe che fosse anch’esso prato con verdura scelta e ben rasata
[...] Pochi salici piangenti si accorderebbero col carattere sentimentale di
quell’abitazione memorabile. Per rispetto alla quale io limitandomi ad
accennare che dovrebbe essere riportata mercé opportuni adattamenti al suo
stile primitivo tanto esternamente che internamente, ben s’intende che un tal
delicato lavoro è da affidarsi interamente alla persona tecnica, e della
assoluta specialità. Questa piccola casa così adatta a provvedere vagamente
all’ornato di quel luogo di delizia, servirebbe a special trattenimento per gli
alienati pensionati, ed in determinate circostanze in cui volesse farvisi
qualche trattenimento musicale od altro divertimento, potrebbero alcune
delle pensionarie convenirvi come suol ciò praticarsi in tutti i migliori
Asili».
Intanto l’attività pratica e teorica di Girolami continuava. Ordine, disciplina
e infallibilità del direttore erano per lui la condizione essenziale. Poi
all’improvviso, chiese di essere rimosso dall’incarico per lo shock subito
dopo l’aggressione di un internato. Divenne vicedirettore dell’Ospedale di
Santa Maria della Pietà di Roma, poi medico-direttore e incaricato del corso
clinico di malattie mentali presso l’Università di Roma.
Nel periodo di transizione prima dell’arrivo di Lombroso, fra i reggenti del
manicomio pesarese, ci fu un suo allievo: Gaetano Riva. Egli affermava che
il medico direttore fosse soprattutto una figura paterna, autoritaria e
persuasiva. Introdusse le passeggiate nelle colline pesaresi; fece organizzare
ai ricoverati una festa per il carnevale, invitando la cittadinanza; favorì la
musica, il teatro e l’intrattenimento con giochi. Istituì una scuola di
ginnastica, portò i ricoverati in spiaggia per ‘i bagni di mare’, adatti per
agevolare il recupero fisico e psichico.
Alla scomparsa memoria di grandi poeti e cenacoli letterari, con l’arrivo di
Cesare Lombroso si apre un capitolo nuovo e di particolare interesse.
CESARE LOMBROSO, UN GRANDE POEMA PERSONALE E IL
GIORNALE DEI PAZZI

L’Ospedale Psichiatrico San Benedetto di Pesaro, dopo l’attività di


prestigiosi direttori, ha l’opportunità di ospitare il contributo di un medico-
direttore implicato non soltanto nel dibattito scientifico ma anche in quello
letterario dell’epoca.

1. Cesare Lombroso

Cesare Lombroso è uno di quei tecnici e intellettuali borghesi che


contribuisce alla costruzione dell’Italia. L’unificazione del territorio italiano
segna l’inizio di un lavoro tutto da compiere. Perché ad essa corrisponda
una sostanziale unità che superi arretratezza e anacronismi, è necessario
impegnarsi a leggere e interpretare la realtà.
L’esperienza di Lombroso è segnata dalla presa di contatto con l’attualità
concreta, fatta di realtà sociali e condizioni igienico-sanitarie: è questo, per
lui, l’autentico terreno che definisce e giustifica l’azione scientifica. Con
l’attività di medico volontario dell’esercito (1859), ha a disposizione una
grande quantità di ‘materiale’ di osservazione, per le sue prime indagini
antropologiche:
«forzatamente distaccato dai libri e dai malati, mi trovai faccia a faccia
ad un mondo nuovo, vivente; e tanto più costretto a scrutarlo e a
strapparne quasi il segreto, perché mi era venuta meno ogni altra delle
preoccupazioni intellettuali di cui mi era, fin d’allora, fatta una seconda
esistenza».
Da qui l’individuazione dei possibili rimedi per prevenire il disagio, che
devono essere affrontati non solo attraverso la ricerca scientifica ma anche
attraverso i valori e le riforme. Nel 1862 la partecipazione alla campagna
contro il brigantaggio in Calabria, gli permette di ampliare il suo campione
di osservazione e sviluppare l’interesse etnografico. È la scoperta di
un’antropologia della sofferenza.
Intanto (1870-71), come scriveva la figlia Gina nella biografia dedicata al
padre (Cesare Lombroso. Storia della vita e delle opere narrata dalla figlia,
di Gina Lombroso, ed. Bocca, Torino, 1915),
«il nembo terribile si addensava [...] in un paese che egli amava assai,
che gli aveva dato fino ad allora conforto scientifico grandissimo, la
Francia.
Reduce del 59, egli che aveva combattuto a fianco dei francesi per dar
unità all’Italia, fremeva all’idea che l’Italia avesse rifiutato di aiutar la
sorella nel momento del pericolo. Da soli quattro anni aveva lasciata la
divisa e fu ben tentato di riprenderla e partire coi volontari, che si
erano arruolati sotto le bandiere di Garibaldi.
Ma la povera sposa protestò, una bambina stava per nascere, la
posizione del marito (professore straordinario) era ancora precaria,
come poteva abbandonare la famiglia? Egli finì per arrendersi per
restare a combattere battaglie per lui ben più dure di quelle che si
svolgono in campo aperto colle armi alla mano».

2. Cesare Lombroso, medico-direttore dell’ospedale psichiatrico San


Benedetto di Pesaro

Nel 1871 venne indetto un concorso al quale parteciparono ventidue


aspiranti al posto di medico-direttore. L’incarico di valutare i titoli dei
partecipanti, non essendoci a Pesaro alcun titolato che potesse farlo, fu
affidato democraticamente alla facoltà degli studi Medico Chirurgici di
Padova. Ma i consiglieri della Provincia di Pesaro, tenendo conto solo
parzialmente della valutazione, dopo una lunga discussione espressero il
loro voto. Il risultato fu che per venti voti venne eletto Cesare Lombroso.
Inoltre nel 1871 si cominciò a modificare la pianta organica e il
regolamento del manicomio, affidando l’amministrazione ad un economo
che avrebbe collaborato con la gestione medico sanitaria e disciplinare della
direzione. Si prevedevano nuove classi per ‘dementi con trattamento
speciale’: nel gruppo dei paganti – il cui vitto comprendeva la consolazione
del latte con il caffè o il cioccolato; e nel gruppo dei mentecatti poveri
pesaresi, bisognosi di custodia – il cui vitto non comprendeva la
consolazione del latte con il caffè o il cioccolato. Il lavoro degli internati
sarebbe stato compensato con il 25% del prodotto medesimo. Per il ricovero
dei comuni era necessaria una dichiarazione di pazzia firmata da un medico
e da un rappresentante del Municipio di provenienza, insieme a un
certificato di povertà. I paganti venivano accettati solo dopo il versamento
di una cauzione, a meno che l’internamento non fosse stato richiesto dalle
autorità, le quali avrebbero garantito il pagamento.
Quando il ricoverato, ricomposto nelle facoltà mentali, veniva dimesso, se
non era reclamato, si avvertiva l’autorità di Pubblica Sicurezza. Due medici
primari avrebbero coadiuvato il nuovo direttore. Erano previste
penalizzazioni per i dipendenti: inflitte dal direttore stesso, se di tipo
sanitario o disciplinare; inflitte dalla Deputazione provinciale, se di tipo
amministrativo o economico.
Nel luglio dello stesso anno, il Consiglio provinciale di Pesaro propose a
Cesare Lombroso di assumere la direzione di quel manicomio.
Ma prima di accettare la proposta, il noto alienista formulò alcune richieste
per il miglioramento igienico-sanitario dello stabile: rivestimento di
sughero per le camere dei sudici e per le celle d’isolamento; aerazione degli
ambienti aprendo le finestre fino al pavimento; sostituzione dei pagliericci
con veri e propri letti; istituzione di un laboratorio per la lavorazione delle
stuoie, calzoleria, sartoria, falegnameria e laboratorio del fabbro;
acquisizione di campi per il lavoro agricolo; realizzazione di padiglioni per
ricchi tranquilli, convalescenti e melanconici. Inoltre chiese una sala per gli
studi psichici, un gabinetto anatomopatologico, stanze per giovani medici
appena laureati, cui affidare circa cinquanta ricoverati ciascuno (sui trecento
presenti nell’ospedale). A ciascuno di questi medici avrebbe tenuto un corso
di Clinica Psichiatrica, concedendo, se autorizzato dal Ministero, un
diploma. In aggiunta a tutto questo, chiese la totale autonomia (rispetto alla
figura dell’economo) e un assistente che lo avrebbe raggiunto da Pavia: il
giovane dottor Luigi Frigerio.
Giuseppe Vaccaj, come membro del Consiglio provinciale, incontra
Lombroso a Pavia, con il quale pranza e intratterrà poi una corrispondenza:
«Ella non può credere con quale animo l’attendiamo, lieti di aver potuto
affidare la direzione del nostro Manicomio a persona in cui abbiamo
messo tutta la nostra fiducia e le nostre speranze e che intendiamo con
ogni sforzo appoggiare».
Gina Lombroso, in Cesare Lombroso, storia della vita e delle opere, ed.
Zanichelli, 1921, seconda edizione, scrive che il padre
«decide di andare a Pesaro transitoriamente, per riordinare il
manicomio, tornando l’anno dopo a Pavia».
Ma tutto questo non prima di aver realizzato un progetto visionario che lo
impegnava tantissimo.
Il 26 febbraio1872 si aprì la prima Esposizione di Antropologia Criminale.
Con i loro preziosi reperti, all’esposizione, parteciparono i più prestigiosi
luminari. Poi finalmente, il 19 marzo del 1872, Cesare Lombroso arriva a
Pesaro dove avrebbe voluto abitare fuori del manicomio, ma la residenza fu,
come previsto, all’interno dello stabilimento.
«A Pesaro, Lombroso trovò, caso unico nella sua vita scientifica, pronti
e alla sua portata i materiali e gli uomini che lo potevano aiutare;
subito gli fu concesso di visitare a suo agio i carcerati rinchiusi nel
bagno penale locale, di misurarli, interrogarli, fotografarli, il
Manicomio di Pesaro fu in un attimo trasformato in un meraviglioso
laboratorio di psichiatria e di antropologia criminale».
Cesare Lombroso nel riordinare il manicomio cerca, con grande zelo
innovativo, di «creare ai ricoverati un ambiente che possa consolarne e
renderne dolce la vita».
E sono due gli approcci che adotta nell’ospedale di Pesaro: quello della
psichiatria sperimentale e quello del trattamento morale.
3. La psichiatria sperimentale e le ricerche nel bagno penale di Pesaro

«Quanto alle riforme introdotte nello stabilimento, appena entrato qui


nel Marzo 1872 dopo essere stato provveduto, colla promessami
larghezza, degli istrumenti più essenziali per la psichiatria
sperimentale, goniometro, craniometro, dinamometro, e ajutato dal
nuovo venuto D.r Frigerio assai versato nella specialità diedi principio
ad una piccola collezione anatomopatologica di crani in ispecie».
(Ecco i cranii!)
Qui, come riportato in una relazione medica del 1872, riconosciamo il
Lombroso più legato alle discipline che lo hanno reso famoso. Dentro
l’ospedale psichiatrico allestisce una sala per gli studi psichici, un gabinetto
anatomo-patologico e alcune stanze per una decina di giovani medici
appena laureati. A questi, cui vengono tenute lezioni di Clinica Psichiatrica,
sono affidati una cinquantina di ricoverati ciascuno (erano trecento in tutto).
Seppure di breve durata, all’esperienza pesarese, sono riferiti gli inizi delle
teorie lombrosiane sull’uomo delinquente.
Con il Dott. Frigerio e il Dott. Riva, suoi assistenti, ha la possibilità di
entrare nel penitenziario di Pesaro e di studiare, misurare e documentare
400 carcerati che costituiranno la base per la compilazione dell’Uomo
delinquente.
Oltre a sottoporre i detenuti ad esami antropologici, furono sperimentate
alcune terapie
«di recupero attraverso il lavoro congeniale al loro temperamento».
Il trattamento umano è necessario e questo, Lombroso, lo sostenne sempre
con forza. La riabilitazione doveva essere il principale risultato della
scienza penitenziaria.
Il Dott. Riva misura, mentre il Dott. Frigerio (medico e artista) schizza, al
tratto o in acquerello, i volti dei reclusi: volto ripreso al naturale alternato
alle grafie dei rilevamenti; poi si misurano il cranio, i capelli, l’impianto
delle orecchie, lo sguardo, le pupille, il fondo dell’occhio, il campo visivo,
la sensibilità tattile, olfattiva, acustica, dolorifica, termica, la sensibilità ai
metalli, il peso, la forza, la pressione; si esaminano la saliva, l’urina e infine
si trascrivono i numeri. Gli schizzi negli album sono una sorta di
promemoria ma anche un documento indicativo della metodologia
lombrosiana, che sarà propria anche dei suoi collaboratori rimasti a Pesaro
dopo la sua partenza, come è possibile osservare sfogliando i protocolli
delle autopsie o i disegni stampati.
Lombroso raccoglie pagine di album incollando e appuntando fotografie,
figure ritagliate, frammenti di giornale, disegni. Il piacere dell’immagine lo
accompagnerà sempre. Si sottolineano le particolarità di un volto, si
sottopongono a studio le fisionomie di celebri briganti, alternandoli a
delinquenti comuni: come documenta un’immagine che ritrae
«P.C., brigante della Basilicata, detenuto a Pesaro, tipo atavico».
Da questi album Lombroso prenderà i tipi da stampare sull’Atlante. Il
passaggio dal dato naturale (o dalla foto) al disegno e dal disegno alla
riproduzione, attraverso la tecnica dell’incisione o della stampa, è un
processo di deformazione che spinge l’immagine a combaciare con il
modello dell’uomo deviato.
Ecco le descrizioni, accompagnate dall’immagine, di due detenuti del bagno
penale pesarese:
«La morbidezza della cute, l’aspetto infantile, l’abbondanza de’ capelli
lisci e discriminati a guisa di donna, mi è occorso di osservare anche
negli incendiari, uno dei quali, curiosissimo, di Pesaro, incendiario e
cinedo ad un tempo, era chiamato la femmina, e aveva abitudini ed
aspetto di donna».
«Io non posso ricordare senza terrore, come, riuscito a infingere
dimestichezza con un tal S. dimorante nel bagno di P., chiestogli se egli
od i suoi compagni avessero mangiato orecchie umane: Oh io, rispose,
non ci trovava gusto, perché eran troppo salate».
Lombroso, tra i carcerati (e tra i folli), cercava, trovava, verificava e
confrontava, quelle anomalie che abitualmente muovono repulsione e
inquietudine.
In questo programma di ricerca e studio clinico, dove la fisionomia era
soltanto uno degli elementi per l’analisi diagnostica del corpo, il disegno
sembra aver un peso maggiore della fotografia. Infatti nel quarto volume de
L’Uomo delinquente, l’Atlante, possiamo subito valutare che la fotografia è
un certificato parziale. L’identificazione di una tipologia è meglio se
sintetizzato o esemplificato attraverso la mano. La capacità di riproduzione
grafica, la mano dell’artista-medico, sintetizza lì dove la natura (che è
livellatrice) oggettivata dalla fotografia non riesce. La mano che disegna
sotto la guida dell’occhio clinico del medico riproduce, modellandola,
l’immagine dell’uomo che sta di fronte, mentre lo scatto fotografico
risulterà meno inconfutabile rispetto all’immagine plasmata graficamente.
Nei disegni degli album, rispetto alla riproduzione fotografica, i tratti
spingono la fisionomia lì dove emergono rilievi interessanti e questi
emergeranno ancora di più nella riproduzione per la stampa. Così il dott.
Luigi Frigerio, validissimo collaboratore, schizza e prende nota e il Medico
Direttore crea le sue trame per gli album e per l’Atlante.

4. Spettacolare e letterario

Lombroso si avvale di una compagnia di allievi, di aiutanti, di figuranti e di


tanta attrezzatura fatta di oggetti che come può sottopone agli occhi del suo
pubblico: come nell’Esposizione di Antropologia Criminale.
L’approccio è decisamente spettacolare e anche il tono dei suoi scritti, più
che scientifico, è letterario, drammatico, oppure giornalistico.
Lombroso procede per verifiche dirette, esamina un gran numero di
delinquenti e analizza crani. Le patologie sociali (dei pazzi e dei
delinquenti) vengono individuate attraverso le statistiche, il metro, la
bilancia, gli strumenti antropometrici. È interessato alla possibilità di
ottenere riscontri obiettivi. Si tratta di colmare la distanza tra psichiatria e
medicina generale. Il dato obiettivo, la misura, avrà poi la necessità di
essere confrontato, così da poter individuare l’uscita dalla norma.
Misuratore infaticabile, Lombroso amplia continuamente la casistica con
tabelle che costruisce grazie al materiale che ha di fronte: prima nelle visite
di leva, poi nei carceri, nei manicomi e in ambiti più disparati, attraverso la
prestazione di soggetti volontari: colleghi, studenti, amici.
Il metodo sperimentale verrà poi trasferito sul piano clinico.
«Il vero carattere che distingue l’epoca moderna da quelle antiche –
scrive in una lettera aperta ai pesaresi – risiede nel trionfo della cifra
sulle opinioni astruse, sui pregiudizi, sulle vane teorie che impediscono
ogni grande applicazione della scienza».
Così, riferisce Gina Lombroso:
[a Pesaro] «gli inservienti portavano e esportavano i crani, i documenti
dei criminali dal carcere al manicomio; i pazzi scrivevano sotto dettato,
facevano grafiche, conti, percentuali, statistiche [e già qui troviamo i
segni di quella che non è la consueta ergoterapia]; i dottori Riva e
Frigerio suoi assistenti, misuravano, esaminavano, riprovavano,
controllavano tutti i pazzi, i criminali e i normali che la piccola città
poteva loro offrire, mentre il Dr. Augusto Tamburini, Direttore del
Manicomio di Ancona, pregato da Lombroso, ripeteva la bisogna nei
soggetti del suo decastero. Così sotto l’ansia febbrile del Lombroso e
dei suoi assistenti, l’“Uomo delinquente” esciva sempre più distinto
dalla creta, ed erano studiati sperimentalmente 400 delinquenti, il
primo nucleo, dell’antropologia criminale».
Quelle teste che Lombroso raccoglie, creano curiosità o disagio, tanto che
nei Palinsesti del carcere di Torino troviamo questi versi:
«‘Ombroso, ‘Ombroso, io ti pavento/ Pensando alla tua collezione di
teschi,/ Che dalle buiose tu accresci/ l numero grande sur lo tuo talento/
Nel tuo studio tracce di morte/ Altro non scorge chi colà viene/
Inorridisce pensando bene/ Che il teschio lascia/ in carcere morto/
Veder nel novero dei criminali/ Mia testa che non fece tanti mali,/ Fa
ringricciare le carni addosso./ Caro ‘Ombroso, non avrai il mio osso».

5. Il trattamento morale e la creazione del giornale dei pazzi

«Ma [...] Lombroso era stato chiamato per riordinare quel manicomio,
non per fondarne altri ad altri scopi. Scrupoloso com’è non trascura
infatti per i delinquenti i pazzi, tanto più quei pazzi i più geniali e
interessanti che il Lombroso vedrà nella vita!».
Nella Relazione Statistica Sanitaria dell’Ospizio di S. Benedetto, a firma
del Direttore Medico Cesare Lombroso, troviamo le proposte di
miglioramento della struttura. In pochi mesi a Pesaro, con un attivismo
fuori del comune, riesce a portare a termine una serie di iniziative per
migliorare lo stabilimento sotto il profilo igienico-sanitario.
Poi con lo stile del ‘trattamento morale’ o della ‘terapia d’ambiente’ tenta di
creare uno spazio di vita migliore per i ricoverati: crea una scuola di
alfabetizzazione per le donne (tenuta da una delle pazienti), una scuola di
disegno per gli uomini (sempre tenuta da uno dei pazienti, poi dal Dott.
Luigi Frigerio), organizza conferenze, conduce gli alienati a villeggiare la
domenica, introduce ‘giochi ginnastici’, affida agli alienati la cura di
animali esotici.
«Riordina dunque quell’asilo sul sistema inglese delle porte aperte
cercando di creare ai ricoverati un ambiente allegro, fornito di tutte le
attrattive che possano consolarne e renderne dolce la vita, concedendo
loro teatri, libri, musica, pitture; eccitandone l’attività, dando libero
sfogo alle loro tendenze artistiche e poetiche, con recite, con esposizioni
in cui raccogliere i loro saggi, e soprattutto con un Giornale
manicomiale [il Diario del San Benedetto], che inaugura primo in Italia
per dare ai parenti notizie dei malati e a questi una tribuna ove far
conoscere i migliori solo squarci letterari».
Lombroso credeva che fosse assolutamente necessario un rapporto diretto
tra il manicomio e le famiglie dei folli. Infatti troppe volte era accaduto che
queste non avendo più notizie di un loro congiunto internato non se ne
preoccupassero più.
Ecco cosa scrive un internato:
«Sono 8 anni che non vedo la mia famiglia né la mia città natale e
parmi che sarei rapito in estasi se vedessi ora qualcuno. Conservo
appena un ricordo indeciso di tutto e della città e delle persone, locché
non torna a grande onore della mia famiglia; mi pare di vedere ancora
con l’immaginazione, la casa dove ho abitato per tanti anni, la villa che
avevamo nei dintorni di V. la piazza principale della città, le contrade,
mi rammento i congiunti perfettamente, i tempi bellissimi della gioventù
in cui viveva tranquillamente in casa mia; le lagrime mi cadono dagli
occhi al ricordo di tutto ciò. Adesso se ritornassi in famiglia mi
condurrei bene e lascerei andare il vizio che tanto mi rimproverano
come causa unica del mio male». R.D. n.14 (1872) dal Diario del San
Benedetto.
Per ovviare a questa situazione comincia la pubblicazione periodica del
Diario dell’Ospizio di San Benedetto in Pesaro.
Su una circolare del Manicomio di S. Benedetto in Pesaro, datata 22 Aprile
1872, firmata dal Direttore Dr. Lombroso, leggiamo:
«In conformità a quanto si usa nei migliori Manicomi di Germania e
Inghilterra, il sottoscritto ha pensato d’istituire una specie di Diario o
bollettino, stampato, e, nella parte letteraria, anche, composto dai
ricoverati; da questo le famiglie (o i Comuni per le persone illetterate)
potranno, ogni quindici giorni, od anche più frequente se occorra, esser
informate di quanto di più notevole accada nei loro affini, qui ospitati;
in tale diario si terrà conto minuzioso del loro progresso negli studi o
nelle arti, delle variazioni in bene o in male nella loro salute, come pure
delle riforme, che, seguendo, con moto, quanto più si possa veloci, la
via già battuta dagli Egregi Meli, Girolami, Cardona, e Riva, si
andranno attuando nello Stabilimento stesso, cui si vorrebbe ridurre
all’Illenau dell’Italia; sono notizie codeste, che certo torneranno
gradite alle famiglie stesse quasi che si trattasse di proprio diretto,
vantaggio.
Il nuovo bollettino dovrà servire di risposta ufficiale alle richieste che
facessero i parenti, o per loro i Comuni sulle condizioni dei loro
ricoverati e di servire di primo avviso per le dimissioni.
Per conciliare, poi con tale misura, il segreto di famiglia che ci deve
essere sacro e che a tutta prima con una simile diffusione parrebbe
doversi infrangere, si pensò di designare ogni singolo infermo, di cui si
accenneranno le notizie, non col proprio nome, ma colla cifra del suo
letto, sicché la persona che alla S.V. interessa sarà segnalata così: B. G.
n. 18.
Le famiglie e i Comuni che non desiderassero ricevere questo bollettino
o non volessero, che, nemmeno in questo modo così geloso, venissero
comunicate le notizie del loro congiunto o compaesano, lo indicheranno
col respingere la presente lettera».
Purtroppo, come rileviamo dalla lettera che segue, relativa alla famiglia di
Lorenzo Soldati – Longiano 4 maggio 1872, non tutte le famiglie gradivano
la pubblicazione del Diario:
«Si prega Ill.mo Signor Sindaco della Città di Pesaro di fare restituire la
circolare al D.r Lombroso, avendo la famiglia Soldati dichiarato di non
aderire al progetto».
Una volta avviato il progetto, così si scrive sul Diario stesso, nella rubrica
delle Notizie sanitarie:
«D.M. n. 365 è inquieta sempre verso la sera. Avvisiamo la famiglia che
riceverà le notizie dal Sindaco, al quale appunto per questo scopo
spediamo il Diario».
Il problema del contatto con le famiglie era molto sentito dagli internati e
questo è quanto mai chiaro negli articoli scritti nel Diario. Ma l’interesse di
Lombroso per questo Diario, o bollettino, è sottolineato anche da altre
motivazioni, che leggiamo nella Relazione Statistica Sanitaria dell’Ospizio
di S. Benedetto:
«Onde tenere occupati alcuni alienati di singolare ingegno, letterati
tipografi e per informare le famiglie senza ricorrere alle lunghe
corrispondenze dello stato dei loro ricoverati si pensò a modo di quanto
si pratica in Germania ed in Inghilterra di fare uscire un Diario
stampato dagli stessi ricoverati in cui essi potevano publicare i loro
pensieri e così si otteneva il vantaggio di diffondere idee più esatte e
nobili sulle condizioni morali degli alienati e rialzarli agli occhi del
volgo che considera spesso i dementi come bestie feroci».

6. La moda culturale: scapigliatura, positivismo, romanzo d’appendice,


giornalismo pedagogico

L’Uomo delinquente, pubblicato nel 1876, grazie al suo carattere


divulgativo, che trascende l’ambito strettamente specialistico e i modi della
letteratura scientifica, è un grande successo. La capacità comunicativa di
Lombroso, la sua vicinanza all’uomo della strada, il linguaggio da
romanziere e da giornalista permettono l’incontro tra la sua scienza e un
vasto pubblico. All’approccio scientifico e pedagogico si alterna una vera e
propria sensibilità verso il misterioso, il terrificante e l’orrido, cui fa
riscontro l’interesse del lettore per il crimine, la follia e il mistero. Tutto
questo è inserito in un contesto culturale e sociale ben definito. Una moda
culturale di cui lo stesso Lombroso sembra promotore. La sua fama, le sue
ricerche esercitano non poca influenza sulla produzione narrativa dell’Italia
postunitaria. L’opera di Cesare Lombroso pare amalgamarsi ad essa
attraverso formule, atteggiamento, gusto, stile e risonanze comuni. La stessa
narrativa europea non può fare a meno di prendere in considerazione
atteggiamenti che comunque, anche se lontanamente, derivano dalla
popolare figura di Lombroso: Doyle, Huymans, Zolà, Wells, Stoker,
Stevenson.
Nel periodo che succede alle guerre per l’indipendenza, la Scapigliatura è
l’espressione più autentica dello stato di crisi e di sfiducia che colse gli
intellettuali all’indomani dell’Unità d’Italia, così lontana dall’immagine
ideale coltivata durante gli anni eroici del Risorgimento. È giunto il
momento di fissare lo sguardo sul presente, ma mentre arrivano in Italia le
teorie materialistiche – nel 1864, Giovanni Canestrini traduce in Italiano L’
origine della specie di Darwin – la narrativa scapigliata, davanti al successo
dei libri di fisiologia e medicina, opera in senso opposto, opponendo
l’immaginifico al linguaggio crudo dell’anatomista e del clinico.
La nascente società borghese italiana valorizza le competenze utili dei
tecnici, degli scienziati e dei medici; gli editori stessi si adeguano al nuovo
orizzonte culturale, puntando alla produzione di libri scientifici che
diventeranno il centro di gravità del nuovo repertorio. A questa vittoria
della «squallida aritmetica del fatto» gli scapigliati oppongono il loro spirito
contestatore, e alla «necessità nell’arte del vero contemporaneo»
rispondono con il desiderio di un’attualità intesa in senso soggettivo:
«realismo sì, ma realismo che ci fa battere il cuore, che ci fa pensare,
ricordare, sognare». (Emilio Praga)
Pur nella rivendicazione dell’autonomia artistica e nell’esaltazione
dell’ispirazione, gli scapigliati sono fortemente influenzati dall’impatto
della mentalità empirico-materialiista proveniente dal positivismo.
Percepirono le conturbanti sollecitazioni di una cultura che stava
modificando le gerarchie del sapere e i parametri del senso comune. Era
importante quella possibilità di occupare insieme lo spazio di una
riflessione sul contemporaneo. Così la narrativa scapigliata, nello stabilire
un punto di incontro-scontro con le certezze positive, nei metodi della
fredda ragione rinverrà i motivi della sua originalità: un materialismo
capace di sedurre
«coll’apparenza di una generosa, eroica ribellione contro l’autorità
dell’universo». (Praga)
Materiali tratti dalle discipline positive vengono declinati entro la
dimensione irrazionale, avvolgendo la narrazione entro un alone arcano.
Alla scienza esatta, affidata e ribadita dall’organo della vista, si ribatte con
la contemplazione che si perde in remote visioni. Alle gelide stanze
dell’anatomista si contrappongono le soffitte degli artisti. Tuttavia la
produzione degli scapigliati si affolla di dottori e clinici, e la scrittura a
volte pare che nasca dal “calamajo di un medico”.
L’affinità che lega il ritratto dell’artista in delirio alla fisionomia dell’uomo
eccezionale tracciata da Cesare Lombroso in Genio e follia (Chiusi, Milano
1864) è forte e manifesta. E non stupisce che proprio al noto scienziato, il
“nevrotico’’ Dossi abbia inviato la propria Autodiagnosi quotidiana.
Dotato del “prestigio e della funzione sociale”, nell’Italia unita, la figura del
medico possiede competenze tecnico-scientifiche decisive per assolvere un
ruolo professionale di primo piano. A lui spetta il compito di risolvere “in
laboratorio” le gravi questioni aperte dallo sviluppo economico-sociale.
Inoltre il suo ruolo abbraccia i poli ultimi dell’esistenza umana, salute e
malattia, corpo e psiche, eros e thanatos.
Emilio Praga, Igino Ugo Tarchetti, i fratelli Camillo e Arrigo Boito, Luigi
Gualdo, Carlo Dossi, Giovanni Faldella, Roberto Sacchetti, Cletto Arrighi,
Giuseppe Rovani costituiscono il nucleo del movimento che si sviluppa e si
consuma nel primo quindicennio unitario conclusosi nel 1876. Nel
passaggio “dalla poesia alla prosa”, tentarono di rinnovare i contenuti e le
forme attraverso l’esaltazione di un’esistenza bruciata dal vizio e il rifiuto
anarcoide della norma borghese. Calati nella modernità e coinvolti nella
“repubblica della carta sporca”, partecipano alla sprovincializzazione e,
nella polemica contro il successo della letteratura di consumo, danno vita a
un appendicismo anticonvenzionale. Accantonato ogni strumento
d’indagine psicologica, così come faranno i veristi, volgono verso lo
svuotamento degli schemi compositivi, eliminando la tramatura analitica
degli stati emotivo-sentimentali presenti nei memoriali e nel romanzo di
formazione. Ai protagonisti tormentati delle loro opere, gli scapigliati
affidano il compito di ricordare al pubblico che nessun primato è possibile
se vengono sviliti i valori della libera fantasia creativa. Forte è la risonanza
dei nuovi linguaggi scientifici ma anche quelli pseudo-tali che le opere
scapigliate esibiscono: dallo spiritismo al magnetismo, dal messmerismo e
l’ipnotismo alla patologia diagnostica (che interesseranno anche
Lombroso). I personaggi immessi entro le strutture unilineari del racconto e
del romanzo breve – fissati, monomaniaci, eternamente ragazzi – non
evolvono la loro psicologia ma tutt’al più si riconvertono nei loro doppi, in
attesa dell’incontro fatale.
Il tema della malattia esercitò sulla loro poetica un fascino che spesso si
rifletté tragicamente sulla loro vita. Solo con “la forza della ispirazione’’ o
l’”ebbrezza dell’immaginazione’’, di cui gli artisti sono i primi e privilegiati
detentori, si potrà dar conto delle particolari patologie indotte
dall’urbanesimo industriale: la sessualità resa minacciosa
dall’emancipazione femminile; certe forme di isteria, che nessun clinico
potrà mai comprendere e tanto meno curare; alcune forme di mutismo,
cecità, paranoia, delirio.
Il periodo oscuro delle penombre costituisce per la scapigliatura, il mezzo e
non il fine, per una polemica partecipazione alla crisi post-risorgimentale.
Uno strumento eversivo contro l’apatia borghese e le abusate
schematizzazioni culturali e poetiche. Atmosfere impalpabili, ricordi
lontani, scarto fra passato e presente, sdoppiamento, permettono di
vanificare ogni processo di introspezione psicologica. Le novelle si
colmano di una esplicita propensione per l’abnorme e il patologico, il
funereo e il macabro, per l’onirico e il favoloso, l’ironico e il sarcastico.
Viene esaltata l’esistenza bruciata, anticonformista, incline alla melanconia
e alle fantasie macabre. L’attrazione per l’orrido si accompagna
all’ossessione della morte e dell’incubo. La violenza, la follia si mescolano
con l’erotismo, la droga, l’alcool. L’eresia, lo scandalo si alternano alle
buone maniere portate snobisticamente oltre il limite.
L’ironia, il grottesco fanno da contraltare all’eleganza, alla musicalità
struggente e incantata. Di qui lo sperimentalismo linguistico e l’ibridismo al
quale gli scapigliati arrivano attraverso lo sforzo parossistico di infrangere
le regole, rifiutando le soluzioni più ortodosse: bruschi scarti dall’aulico al
popolaresco; miscela ribollente di crudezze plebee; tecnicismi e latinismi;
forme del romanzo storico, volte a un vivace cronachismo e alternate alla
sensibilità decadentista; sperimentazione linguistica con un gusto per
l’orrido che si alterna a esiti di tipo naturalista; gusto del capriccio, del
grottesco, del deformante e dissacrante, del ‘pastiche’ stilistico.
È così che la Scapigliatura esprime la vita cittadina dello squallore, dei vizi
e delle miserie. Così perpetrò la rivolta ideale e individualistica contro tutte
le servitù e le coercizioni che la società impone. Una rivolta selvaggia
contro l’ordine costituito e contro la cultura ufficiale e la morale vigente.
Una vita spericolata che, rifugiandosi in un mondo di sogno e delirio, vuole
stare fuori dal mondo borghese e dalla sua banalità, dai suoi traffici, dalla
sua democrazia, dalla sua burocrazia, dalla sua mancanza di intelligenza e
di poesia. Un mondo di intellettuali visionari, drogati, alcoolisti, erotomani,
omosessuali, ‘gente strana’, quasi sempre senza soldi, anarchici, socialisti,
cattolici, aristocratici, non importa di che colore ma sempre estremisti,
oppure senza connotazione, cani sciolti, emarginati.
All’avvento al trono di Umberto I (gennaio 1878), il clima intellettuale
della penisola è già profondamente mutato. Il Positivismo colmerà
l’orizzonte culturale e la letteratura appronterà le proprie poetiche in stretta
connessione con la nuova filosofia. Grazie al Verismo, il dialogo fra arte e
scienza si fa fecondo e una tensione emulativa sorregge gli scrittori nel
tentativo d’appropriarsi di strumenti d’indagine rigorosamente obiettivi.
Il Verismo nasce sotto la diretta influenza di quell’assoluta fiducia nella
scienza, nel metodo sperimentale e negli strumenti infallibili della ricerca.
Politicamente il Verismo italiano fu un movimento più moderato rispetto al
Naturalismo francese, ma per l’arretratezza dell’Italia, quello che moderato
era in Francia diventava eversivo per la società italiana del tempo.
Attraverso il postulato dell’impersonalità, il Verismo rifletteva l’esigenza di
una maggiore concretezza, il desiderio di dare piena rappresentazione alla
realtà, a tutta la realtà sociale anche nei suoi aspetti più umili. Raramente
orientata verso lo psicologismo, la produzione si occupò della denuncia
sociale attraverso la rappresentazione delle condizioni del proletariato
soprattutto contadino, che in Italia rappresentava la maggior parte della
popolazione. Lo schema antropologico e sociologico, di impronta
darwinista (il progresso come risultato di una lotta per la sopravvivenza),
porta verso un criterio di scrittura capace di elaborare i distinti registri dello
stile in relazione ai distinti livelli sociali da rappresentare. Nella
fenomenologia del primitivo e dell’elementare, come documento di verità
non alterato dalla falsità dei rapporti sociali superiori, i Naturalisti italici
accentuano gli elementi regionalistici, ancorandoli al particolarismo delle
tradizioni e dei dialetti. Folklore e sociologia alimentano una grossa
produzione di romanzi e racconti. Luigi Capuana nei propri romanzi esplora
anche le frontiere dell’inconoscibile secondo quella corrente spiritistica che
si afferma in Europa alla fine del secolo a fianco delle razionalizzazioni
positivistiche. Così sembreranno convivere interessi realistici e tendenza
alla ricerca psicologica sottile e un po’ morbosa, insieme al gusto per il
soprannaturale. Altra forma interessante presente nella letteratura italiana è
quella ben rappresentata da Edmondo De Amicis per la sua impronta
giornalistico-pedagogica, che descrive le condizioni dei diseredati, obiettivo
primario del movimento socialista.

7. Il gusto letterario di Cesare Lombroso e le sue capacità di narratore

Se ripercorriamo la biografia di Lombroso vediamo come


«La scelta della medicina [...] non fu determinata da una sua speciale
propensione verso quella scienza! Egli amava assai più la storia e le
lettere [...]. Nel 1855 [...] Lombroso non aveva ancora abbandonato
[...] il proposito di professare la letteratura, [...] Il sogno del Lombroso
[...] non era quello di entrare in una clinica ma di avere un giornale».
«Del giornale [scrive lo stesso Lombroso] con tutta probabilità non se
ne farà nulla. I membri che attualmente lo comporrebbero, sono le
menti più leggere e più vane dell’universo. Ben io d’accordo coi giovani
colti dell’Alta Lombardia, proporrei un giornale dei giovani scienziati
diviso in fascicoli mensili; uno letterario e l’altro scientifico».
«Non avendo potuto avere un giornale, [scrive la figlia] seguitava ad
interessarsi allora alla storia, alla glottologia, alla etnografia, alla
sociologia, alla psicologia soprattutto, in cui collo studio dei sogni
sperava fare grande innovazioni.
Tutto dimostra che prima di arrivare a Vienna Lombroso non aveva dei
piani prestabiliti sul suo avvenire. Ivi però le cose cambiarono
rapidamente. [...] L’ Austria [...] aveva [...] un’Università di
prim’ordine, [...] che doveva avere una influenza capitale sulla vita di
Lombroso. [...] qui i professori facevano vere lezioni, portavano i
discepoli nelle cliniche e negli ospedali, lasciavano loro vedere, toccare
i malati, sui quali facevano seriamente delle diagnosi, delle prognosi,
delle cure. Per la prima volta Lombroso ha ivi la visione che la
medicina sia una scienza, che abbia un valore intrinseco in sé per sé.
Ciò fu per lui una vera rivelazione. [...] È Vienna che ha rivelato al
Lombroso la sua vocazione, giovare all’umanità colle sue scoperte, coi
suoi scritti, colle sue esperienze, questo sarà lo scopo preciso della sua
vita che diventerà ben presto la sua religione. [...] Le gioie tutte del
mondo stanno ora racchiuse per lui nelle malattie da guarire; i suoi
quadernetti, il suo diario, si popolano di ricette, di osservazioni sui
malati, di schizzi di malati.
Egli studia le alienazioni mentali, non più per indagare i segreti
congegni del pensiero, ma per curarle; egli ha trovato la sua fede, la
ragione della sua esistenza; [...] Qualche volta [...] qualche rammarico
l’assale d’essersi cacciato dal Paradiso terrestre della letteratura “per
vivere in un mondo lugubre di vivi e di morti!’’ [...] e ancora: “Sono
tremende le emozioni che procura la lettura della vera confidenza
intima dei grandi – le lettere – . Era molto tempo che le mie labbra non
si scotevan tanto quanto a quelle del Foscolo’’. Ma la foga, l’ardore dei
nuovi studi – sono così assorbenti che [...] dal 56 in poi non troviamo
più nel diario i ripetuti lamenti sull’ “ingegno perduto, sugli studi
inutili, sul vuoto del tutto e del nulla’’. Che cosa infatti dovrebbe
rimpiangere? Ha egli abbandonato veramente il mondo delle lettere
[...]? Ha egli rinunciato a mantenersi in comunicazione col pubblico [...
]? No egli ha messo le lettere al servizio della propaganda scientifica».
Lombroso, narratore di una inesauribile moltitudine di trame che si
moltiplicano confusamente, costruisce i suoi apparati con l’aiuto dei suoi
assistenti. Egli organizza la regia degli insiemi e ha una forte capacità di
avvincere e comunicare. Queste sono doti che si confanno ad una
personalità che non può rimanere circoscritta nell’ambito della scienza.
Esse appartengono al mondo letterario e teatrale, al mondo della
comunicazione, al gusto di un’epoca, alla necessità di una società ristretta e
provinciale (quella italiana) che ha bisogno di scienza, melodramma e
brivido.
La scrittura di Lombroso è scientifica e letteraria al tempo stesso:
«Occupandomi da tempo nello studio dell’uomo criminale, nel visitare il
penitenziario di Vigevano fui colpito dalla vista di un tristissimo uomo
che si trovava da pochi giorni. Villella, d’anni 69, contadino, sospetto di
brigantaggio, condannato tre volte per furti e incendio. Morì poco
tempo dopo per tisi scorbuto e tifo».
E ora, quasi fosse l’incipit di un romanzo di Mary Shelley o una narrazione
di Herbert G. Wells, scrive:
«in una fredda e grigia mattina di dicembre [...] avendo potuto averne il
cranio fra le mani trovo: [...] alcune anomalie che lo fanno
assomigliare al cranio delle scimmie [...] mi apparve d’un tratto come
una larga pianura sotto l’orizzonte, illuminato il problema della natura
del delinquente, che doveva riprodurre ai nostri tempi i caratteri
dell’uomo primitivo giù giù sino ai carnivori».
Positivista, fondatore dell’Antropologia Criminale e studioso di
fisiognomica, Lombroso esercita una forte influenza ‘scientista’ sulla
narrativa, italiana e straniera. Educando a questo anche il pubblico. Al
tempo stesso, la sua opera trasuda di erudizione storica e letteraria.
L’approccio di base è storicistico. Lombroso è continuamente alla ricerca di
precedenti: cerca tracce, analogie, fa collegamenti trasversali. È interessato
ai segni, ai fenomeni linguistici. E traduce tutto questo in scrittura
espressiva, sempre volta al lettore, ricca quindi di strategie comunicative.
L’alienato, come soggetto da studiare, lasciando da parte gli aspetti
psicologici che sono tradotti in analisi sommarie, offre la possibilità di uno
studio esteso attraverso la somatologia.
«Io descrivo quello che vedo».
A questo Lombroso accompagna una quantità e un’eterogeneità di approcci
che lo inseriscono pienamente in un’epoca. Egli è curioso e attento verso
tutto e verso tutti. Nello stesso tempo, nelle comunicazioni cliniche o
istituzionali, si fa testimone della sofferenza. Infatti il modello che gli
appartiene, quello medico-sociale, gli fornisce l’occasione di battersi non
solo attraverso le terapie ma anche attraverso gli interventi economici, i
provvedimenti amministrativi; inoltre era importante la prevenzione,
possibile anche attraverso l’educazione.
È possibile cogliere questi aspetti, così importanti in uno studioso inserito
nel dibattito politico-culturale, anche nella documentazione lasciata a
Pesaro.

8. Caso e intuizione

Lombroso, attraverso le sue capacità narrative, rintraccia storie che poi


monta con gusto dell’intreccio, organizzandole e ritmandole attraverso la
forma più consona per avvincere il pubblico cui destina i suoi scritti.
Confusionario e approssimativo, immagazzina e accumula tutto quello che
può servigli come prova o dimostrazione, secondo un ordine e un carattere
intuitivo che ha ben delineati dentro di sé. Cartelle, album con scritture,
volti, fotografie, volti disegnati, grafie, ancora fotografie.
Le raccolte fotografiche sono organizzate per gruppi eterogenei. Raccoglie
volti di latitanti sardi, di anarchici russi, di folli, di prostitute, di carcerati, di
personaggi noti. Album di fotografie, cartelle, pannelli con coppie faccia –
profilo, pagine illustrate e assemblaggi, mettono insieme materiali differenti
creando rapporti voluti o involontari.
È interessato a luoghi comuni, agli aneddoti, agli stereotipi popolari, ai
proverbi. Le deformità fisiche sono messe a raffronto con quelle lessicali.
Studia i gerghi, i dialetti, le etimologie, i motti di spirito, i proverbi. Scritti,
calligrafie, segni, tatuaggi. Immagini e materiali che acquistano senso se
collocati all’interno di una sequenza, facendo traboccare irrazionalità,
passioni, bestialità. Un archivio che mostra le tante sfaccettature dell’uomo
e che insieme allo stile letterario che gli è proprio, a tinte forti, danno vita o
fanno immaginare tutto un mondo di misteri, di delitti, di “catastrofi
umane’’. Raccoglitore inarrestabile, tutto è senza catalogazione. Tante
tessere di un puzzle, separate dal numero di anni che hanno permesso di
accumularle; e separate dai tanti luoghi di provenienza.
Niente era fatto con continuità. Il numero e la cifra vengono sopraffatti dal
caso. Ma il caso è retto dall’intuizione, che regola e dà ordine ai dettagli,
alle sequenze e permette di tenere la forma o dare un senso complessivo.
L’unico luogo in cui erano riunite le cose era la sua testa. Come un regista
suo era il senso e sua la direzione. Repertori di casi e misteri ricondotti a
una logica spiegazione finale grazie al metodo scientifico.
A un certo punto Lombroso sembra esaltare in positivo la diversità,
distinguendola dal conformismo borghese,
«dagli ‘onesti galantuomini’ che hanno timore del diverso».
Lombroso si prefigge di ‘leggere’ l’uomo delinquente o il folle («delitto
genio e follia si apparentano») e di individuarne in ogni anomalia il
primitivo,
«quel primitivo [riporta Gina Lombroso] da cui il moderno vuole fuggire
e che le classi dirigenti vogliono disciplinare e occultare [...] prostitute,
folli, banditi, delinquenti, anomali, marginali [...].
Si chiede Lombroso: – agli uomini chiusi nei ranghi e sottoposti alle
leggi dell’inerzia, chi farebbe accettare le novità e il cambiamento? –
che ne sarebbe del progresso umano se mancassero i grandi irregolari,
geni pazzi criminali, capaci di innovazioni sostanziali: il tipo anomalo,
coi segni della regressione, è il sole del progresso».
9. Il muro e il foglio di carta

Nel 1887, Lombroso osserva che un luogo di internamento, al di là di quello


che si pensa comunemente, sia a livello popolare che scientifico, non è
«un organismo muto e paralitico o privo di lingua e di mani, perché la
legge gli ha imposto di tacere e di restare immobile. Ma siccome nessun
decreto [...] può contro la natura delle cose, così quest’organismo
parla, si muove e qualche volta ferisce ed uccide».
In questo caso, parlando dell’istituzione penitenziaria, su cui Lombroso
ripone molta della sua attenzione, dice che
«sulle mura [...], sugli orci da bere, sui legni del letto, sui margini dei
libri che loro si concedono nell’idea di moralizzarli, sulla carta che
ravvolge i medicamenti, perfino sulle mobili sabbie delle gallerie aperte
al passeggio, perfino sui vestiti, in cui esprimono i loro pensieri col
ricamo»,
ci sono segni, scritture, messaggi, motti e pensieri e
«da ciò nasce un vero giornale, anonimo, ma continuato, [...] che
ragguaglia il detenuto di quanto avviene intorno a lui, quanto gli sta
per accadere – ed è una vera collezione di autobiografie senza pretese,
ma perciò appunto più importante».
Nei luoghi di isolamento, per il bisogno di riappropriarsi dell’esistenza e
per non sentirsi sconfitti, si ha una grande necessità di comunicare, di
raccontare la propria storia, di rendersi riconoscibili grazie a un segno. E
Lombroso, attraverso l’attitudine che gli è propria (istintiva e priva di
metodo), raccoglie frammenti di documenti, informazioni e pensieri di tutto
un popolo di reclusi spesso dimenticati.
Secondo lui, nel caso dei manicomi, l’internato, posto di fronte allo
«scienziato sordastro», registrato soltanto attraverso fredde documentazioni
cliniche che non rinviano altro che a brandelli di storia, diventa un corpo
muto.
Per l’istituzione, il soggetto, rinchiuso, posto sotto osservazione e lasciato
nel silenzio, è uno dei tanti e appartiene ad una categoria ben documentata
nella cartella clinica. Malato, disagiato, sta lì e non può sfuggire in alcun
modo alla sottomissione che la reclusione impone. I segni e la scrittura, il
muro o il foglio di carta permettono invece di rompere il silenzio.

10. Il Diario del San Benedetto

L’interesse di Lombroso per l’uomo, non disgiunto da quella sua


indiscutibile onestà intellettuale e politica (non ultima la sua totale adesione
al ‘48 di cui è figlio) e dalla sua passione storico-letteraria, lo porta a
intuire, a Pesaro, l’importanza di un giornale manicomiale inteso non
soltanto a mettere sulla carta il desiderio di comunicazione di soggetti
ridotti a numero e senza voce. Questo strumento, il Diario del San
Benedetto, diventa una vera e propria arma di difesa contro la
disumanizzazione e il superamento della sola fredda tecnica manicomiale
fatta di burocrazia, statistica e controllo.
È pur vero che la scrittura del Diario prende corpo dentro i confini di un
organo di controllo, quindi dentro i limiti di una struttura istituzionale e
convenzionale; ma siamo nel 1872 e quel 1978 da cui prenderà le mosse la
rivoluzione di Basaglia è ancora lontano per tutta la società, non solo per il
manicomio.
Così il giornale diventa il prodotto di una vera e propria strategia di
liberazione dell’individuo: dove, in una doppia relazione tra interno ed
esterno, l’internato ha la possibilità di fare uscire i propri pensieri, mentre
l’opinione pubblica (‘il volgo’) ha la possibilità di farsi un’opinione
differente del malato di mente.
Questa attenzione di Lombroso, volta al tentativo di restituire dignità
all’alienato attraverso la scrittura, sottrae il malato da quella condizione di
isolamento e degradazione che la reclusione gli impone. Gli permette,
infatti, di recuperare un’identità; e così il soggetto riemerge dal silenzio, ed
è attivo, prende iniziativa e si impone. Diventato una figura flebile, lontana,
scolorita, ora il recluso riprende corpo in quanto è reso socialmente presente
dal suo ruolo di recensore o redattore.
Il Diario è un vero e proprio giornale, con una redazione più o meno fissa
dove si riconoscono firme, stile e argomenti; e dove comunque trionfa
l’individuo e il punto di vista unico.
Le firme del Diario non sono soltanto iniziali e numeri di letti: B.G. n.18,
che scrive di cronaca e si lamenta quando non viene riconosciuto il suo
impegno al giornale – è riconoscibilissimo e irrinunciabile per lo stile di
osservatore attento, acuto, ironico: il suo nome è Gualtiero, avvocato di
Bologna; L.M. n. 110, un introverso che riflette su stesso, scrive e riscrive
con stile attento e poeticissimo degno di un poeta della scapigliatura, inoltre
si intende di storia e di geografia e si entusiasma trasmettendo il suo sapere:
si chiama Luciano ed è di Trieste; S.M. di Fossombrone, la cui reale
vocazione letteraria (è un vero scrittore) viene più volte ribadita dai colleghi
redattori e dal Dott. Frigerio (che su richiesta di Lombroso prende le redini
della pubblicazione): il suo nome è Stanislao, poeta, onirico e visionario,
che a volte si fa prendere un po’ troppo la mano; i suoi deliri linguistici
destano interesse, vengono sottoposti al raffronto di quegli scritti e
composti in momenti di maggiore lucidità; e così via: A.B., Mors., M, L.P.,
X, etc..
Accorati o divertiti, questi ‘giornalisti’ interloquiscono tra di loro, oppure
con i loro medici, e forse sperano che la loro ‘voce’ possa essere ascoltata,
all’esterno, magari proprio dai loro familiari.
Si fa cronaca, si pubblicano lettere, si fa teatro, si fa storia, geografia,
astronomia, ma soprattutto si producono riflessioni e si raccontano
esperienze aubiografiche. Si cerca di penetrare dentro le motivazioni della
propria malattia (un punto di vista privilegiato), la si descrive nelle sue fasi,
ma senza patimento, bensì con una scrittura chiara da cronista che vuol
rendere edotto il proprio pubblico (e certamente dimostrare una qualche
lucidità).
I pazzi di Pesaro sono cronisti che scrivono con quel tanto di distanza che fa
della loro esperienza non soltanto un interessante reperto manicomiale, ma
un documento vivo. B.G. ci diverte, L.M. ci scuote, S.M. ci meraviglia
come i suoi ‘colleghi’ inglesi Lear o Carroll; inoltre, dice Lombroso,
bisogna rialzare agli occhi del volgo i pazzi, e così è stato, perché nel
manicomio di Pesaro si è formato (e proprio attraverso il Diario ha
pubblicato) quello che per il popolo pesarese è il proprio cantore o per
meglio dire la propria voce: O.G., ovvero Odoardo Giansanti detto
Pasqualòn, poeta, ricoverato sei volte per malinconia semplice.
Scrive ancora Gina Lombroso:
«le meravigliose qualità di quei pazzi lo riconducono quasi
forzatamente a riprendere quegli studi sul “genio e follia” da cui i
delinquenti, la pellagra ne lo avevano per otto anni completamente
distolto. I pazzi di Pesaro gli presentano la documentazione più
meravigliosa che dar si possa della stretta relazione che passa fra la
malattia ed il genio, ed egli raggruppa tutti questi materiali in un
volumetto “Genio e Follia” che pubblicherà nel 73 a Milano».

11. Lombroso torna a Pavia

Lombroso giudicava i miglioramenti realizzati nel San Benedetto


insufficienti. Infatti l’intero stabilimento lasciava largamente a desiderare
nelle sue condizioni materiali (igieniche) e nell’organizzazione interna
(dell’assistenza e dell’organico). Le difficoltà economiche che la
Deputazione Provinciale opponeva alle sue richieste, certamente non sono
secondarie tra le motivazioni che lo portarono a decidere di lasciare la
direzione del San Benedetto. Lombroso, su alcuni documenti trovati presso
l’Archivio di Stato pesarese, rammenta che occorreva
«allargare alquanto la mano, non potendosi acquistare luoghi adatti
senza una somma adeguata» e non sarebbero bastati «il prestigio del
nome e della tradizione».
Tuttavia da quanto scrive Gina Lombroso, il soggiorno pesarese fu
ricordato con toni che lasciano da parte ogni polemica:
«Spirato intanto l’anno di prova il Lombroso si dispose a tornare a
Pavia. La carica di direttore del manicomio era splendida, il materiale
abbondante, la gente amica, l’aria e il clima gli convenivano a
meraviglia, l’amministrazione della città non aveva risparmiato nulla
per rattenerlo, non aveva mancato ad alcuna delle promesse; gli aveva
data una casa principesca, servitori a sua disposizione, medici aiutanti,
popolazione pronta ai suoi cenni [...]. Ma mancavano a Pesaro gli
studenti. Lombroso avrebbe perso, restando, quel continuo contatto
colle generazioni che si rinnovano, di cui aveva bisogno per
moltiplicare, per fermentare il suo pensiero. “Il più grande piacere a cui
possa un uomo onesto aspirare è quello di poter pubblicamente dettare,
innanzi ad una folta schiera di uditori, su quegli studi che più gli furono
famigliari e diletti, leggerne sui loro sguardi la critica e il plauso,
condividerne e gustarne la compiacenza”. Per questa ragione,
malgrado le istanze dei maggiorenti del luogo, ai primi di novembre del
1872 Lombroso lascia Pesaro, questa unica oasi della sua vita, questo
paradiso terrestre in cui tutti lo vogliono rattenere e va a Pavia, dove la
sposa l’ha preceduto di alcune settimane, in vista di un’altra creatura
che doveva aumentare la piccola famigliola. Infatti il 5 ottobre, in
assenza del padre, nasceva a Pavia una seconda bambina: Gina. Il
ritorno a Pavia fu triste, l’ex direttore del Manicomio di Pesaro così
festeggiato, attorniato nella bella città delle Marche, trovò un
accoglienza glaciale nella sua seconda patria. Speravano forse i
colleghi che il giovane direttore, a cui erano state fatte a Pesaro così
munifiche proposte, non sarebbe più tornato alla magra minestra di
Pavia».
Così si scrive nel Diario, alla partenza del Dr. Lombroso:
Cenni intorno all’improvvisa partenza del Med. Dir. del manicomio
«Dispiacevole è stata in questi giorni la partenza dell’Egregio Prof.
Lombroso, la quale si effettuata così inaspettatamente da non potersi
raffigurare. Ma vi è ben si chi scorge l’assenza sua aver destato una
non lieve ammirazione alle opere benefiche, che da lui si erano
costituite, sicché dovremo in pari tempo meditarne e seguirne le tracce,
dappoiché è da lui sembra aver quasi ogni cosa mutato d’aspetto in
questo luogo: avendovi istituito molte arti e scienze in volger di poco
tempo, ancorché introducendo non poche meraviglie nel parco lo si rese
perciò più elegante.
Quanto poi ci sia dispiaciuta la sua scomparsa non è da far menzione;
poiché egli è stato uno dei più zelanti ed affezionevoli Dir. che avesse
potuto conoscere le idee degli uomini più curiosi che qui esistono, e
suggerirli all’uopo di tutti i più buoni consigli.
Speriamo che una Onorevole Deputazione provvederà alla surrogazione
di questo posto vacante mercé un altro filantropo insigne al pari, che
possa prestare grande efficacia alla cura di quest’individui, che
bramano pure di essere retti da un uomo di animo pietoso e sofferente,
colla massima di contenerli in buon organismo di educazione, e sia di
estrazione di mente, sconvolgendo i dissidii che sussistono fra tante
diversità d’individui ed educarli adatti benigni e di mutua fratellanza.
Rimangono ora nell’ingerenza di esercitare l’andamento dell’ospizio
quelli, che con lui stesso coadiuvarono al bene di quest’Ospizio e si
esercitarono a questa sublime professione; i medesimi potranno
adunque essere meritevoli proseguendo nello stato percorso, nel periodo
di non lungo tempo, di un tale posto».
Mors. (1872)
Dichiarazione
«Prima di partire da P. [Pesaro] l’Onorevole C. L. [Cesare Lombroso]
mi onorava di una sua visita e nel mentre che io lo ringraziava per
avermi somministrato alcune medicine, mercé le quali io mi trovai
liberato da moltissimi incomodi, mi venne il ticchio d’interrogarlo sul
genere della mia malattia; ecco quanto mi rispondeva il sullodato
Professore. “Come medico, come amico, vi assicuro che la vostra
malattia non si può dire proprio una pazzia, e tutti i fenomeni che
provate sono nervosi, poiché è impossibile che un uomo dotato di tanta
lucidità di mente possa avere il cervello guasto; mettetevi tranquillo,
fate uso di bagni e vedrete che troverete un grandissimo giovamento. Un
caso come il vostro mi capitò pure a P..., rinunziate a tutte le idee di
spiritismo e guarirete.”
Io rispettando l’opinione del Distinto medico e letterato, mi assoggettai
ai suoi consigli e dichiaro fin da questo momento di essere convinto di
tutte le stravaganze che ho provato da tanto tempo a questa parte;
quindi dichiaro false le mie espresse nella autobiografia pubblicata nel
primo numero di questo diario. Infine sarò sempre grato all’Egregio
Professore che cercò sollevarmi con parole si piene di conforto».
B. G. n.18. (1872)
Ecco infine cosa scrive suo genero Guglielmo Ferrero in In memoria di
Cesare Lombroso, per i tipi dei Fratelli Treves, 1910:
«Cesare Lombroso fu dunque scienziato. Ma fu egli un puro scienziato?
[...] dell’opera sua si potrà dire ciò che si vuole: nessuno oserà, credo
affermare che sia stata compiuta in mezzo all’indifferenza dei suoi
contemporanei. In che cosa era egli dunque diverso [...]? Nell’aver
capito che l’uomo è un essere vivo, [...] Arte difficilissima; [...] a cui
pochissimi sono atti, e nella quale egli riuscì, perché egli era una
persona sola in tre persone: scienziato, filosofo e artista.
Non capisce Lombroso [...] chi non capisce come s’intrecciano in lui
queste tre facoltà, di solito dissociate. Se egli fosse stato solo scienziato
[...] avrebbe potuto studiare a fondo solo il corpo dell’uomo [...].
L’anima umana, le sue passioni, i suoi pensieri, non si sottopongono a
esperimento o a computo che in piccola parte; [...] entro il pensiero e il
sentimento di un uomo, un altro uomo non [...] apre altra via che per
forza di quella intuizione diretta, che è una facoltà posseduta
rudimentalmente da tutti [...]. Ma rapida, profonda, potente oltre la
misura comune, questa facoltà è essenziale nel genio artistico; e Cesare
Lombroso che lo possedé, se ne servì largamente, quando dopo averne
studiato il corpo, i sensi, la storia, volle entrare nell’animo dei Pazzi,
dei Criminali, dei geni.
Lasciate allora da parte le statistiche, sospesi gli esperimenti ed i
computi, egli intuì, analizzò, descrisse, come farebbe un grande
romanziere, un grande poeta, un grande drammaturgo.
[...] in questa moderna società, divisa e suddivisa in tanti ordini,
professioni e offici, è così difficile collocare nel posto suo Cesare
Lombroso.
[...] Cesare Lombroso [...] fece [...] sintesi [...] di tutte le singole
scienze particolari dell’uomo [...] in una cosa che era più di una scienza
nuova: che era UN GRANDE POEMA PERSONALE [...]; una immensa
creazione sua; inscindibile e inimitabile, come un’opera d’arte, di cui
tutte le parti sono l’una all’altra necessarie; e nessuna può essere
avulsa, e ciascuna ha nell’insieme la riprova definitiva della verità sua
e quasi direi il suo sostegno razionale. Facendo opera di scienziato, di
filosofo, di artista, egli insomma ricompose in una unità vivente l’essere
umano».
Questo discorso fu pronunciato il 6 gennaio 1910, nella Commemorazione
di Cesare Lombroso promossa dalla Società Reale Cesare Lombroso per
l’educazione correttiva dei minorenni dell’Antico Regno Sardo. Fu ripetuta
a Vienna il 2 marzo, per iniziativa del Circolo Accademico Italiano.
L’AMBITO MEMORIALISTICO E L’UOMO:
RACCONTO/NARRAZIONE COME CENTRO PROPULSIVO PER UN
MUSEO
SUL SAN BENEDETTO

Questo studio sui testi prodotti per il Diario del San Benedetto va di pari
passo con l’ideazione di un Museo sul manicomio pesarese.
L’organizzazione del Museo, secondo una struttura narrativa, è il frutto
dell’eredità letteraria che caratterizza il San Benedetto, con tutta la sua
capacità di acquisire ed elaborare esperienze e al tempo stesso di produrre
testimonianze.
Nell’avvicinarsi alla memoria di chi ha vissuto un disturbo mentale, deve
poter emergere la complessità di ogni singola storia personale, la
comprensione e il rispetto per l’unicità di ogni situazione e la riflessione sul
diritto di chiunque a essere cittadini a tutti gli effetti.
Con questi intendimenti e attraverso le proprie caratteristiche educative, il
Museo deve richiamare il visitatore ai più autentici principi della
responsabilità civile, traendo beneficio dalla memoria e al tempo stesso
dall’attualità, per connettersi al dibattito contemporaneo, offrendo
informazione con linguaggi efficaci sui fenomeni di esclusione, solitudine,
discriminazione.
Escludendo a priori qualsiasi tentativo di riprodurre il simulacro di una
realtà, irrappresentabile, di sofferenze e disagio, il Museo più che di
memoria vuole parlare di sguardi e di personali punti di vista, da ricomporre
nella pluralità di una narrazione che, attraverso l’altrui passato, possa
permetterci di conoscere e capire.
L’approccio memorialistico, teatrale, poetico, storiografico – al quale
hanno preso parte indifferentemente gli internati, i medici e alcune figure
(anche importanti) che nel tempo hanno abitato quel luogo dalle memorie
tassesche – fa emergere un ‘manicomio di carte’, con tanti fogli che lo
raccontano o che ci permettono di rivivere il punto di vista, il dolore, la
solitudine di chi lo ha subito e la dedizione, lo studio (talvolta
l’indifferenza) di chi lo ha condotto.
Un’infinità di storie, sulle quali ho polarizzato la mia attenzione e il mio
studio. Testi poco noti, che indirettamente permettono di conoscere uomini
resi muti dalla reclusione, e un mondo raccontato direttamente in prima
persona da chi l’ha vissuto.

1. Il focolare/redazione

Lo spaesamento, sperimentato dagli internati a causa della contenzione


nella cella manicomiale, o comunque tra le mura dell’istituto, ritrova un
punto di ancoraggio e un senso nell’esperienza del racconto. Infatti la
capacità di intraprendere una narrazione equivale a scoprire una dimensione
propria, analoga all’abitare. E proprio quella dimora protettiva della
narrazione permette, a chi la intraprende, di alleviare lo spaesamento.
Per il narratore l’esperienza del racconto ha il potere di addomesticare il
mondo e riconoscere che ha vissuto. Raccontare è opporsi
all’impermanenza della vita. La vita trascorre e la narrazione, anche se
orale, ha la capacità di tornare su ciò che è stato, farlo rivivere e conservarlo
(racconto quindi sono).
Nel recluso, la particolare sensibilità per la dimensione temporale e la
capacità di percepirla dolorosamente, permette al racconto di essere più
incisivo. Se l’internato decide di raccontare è per contrastare la fugacità
dell’esistenza e, nello stesso tempo, uscire dall’oblio salvando quel poco di
vissuto che gli è consentito. L’esperienza della scrittura, dal racconto alla
cronaca all’atto poetico, è un mondo fisico e fortemente relazionale.
Raccontare – che necessita di un destinatario in quanto per sua natura è
un’interazione – richiede e nello stesso tempo forma una comunità. A
questo contesto (comunitario) corrisponde una dimensione spaziale da cui
scaturisce la parola/scrittura e entro il quale la parola/scrittura ha la
possibilità di esistere. Questo spazio, nel manicomio, è definito (a scalare)
dai muri che racchiudono, dall’area di azione delle stufe (come luogo
simbolico di aggregazione e come metafora della redazione) e dai fogli del
giornale.
Per il recluso raccontare può equivalere a un ritorno del soggetto a se stesso
e alla casa da cui si è allontanato. È superare lo spaesamento. E se nella
scrittura è possibile abitare, la metafora protettiva dell’abitazione allude alla
stabilità e al ritrovato calore.
Porgere e accettare l’esperienza del racconto è come formare una comunità,
entro la quale è possibile trovare sé stessi, creando un’abitazione leggera
che si appronta al momento e che si anima grazie ad una comunità riunita
intorno al focolare/redazione.
Raccontare è l’opportunità e la capacità di trarre vantaggio da ciò che si è
vissuto. Raccontare aiuta a rielaborare e a continuare la strada (o a
sopravvivere).
Anche la lettura, o l’ascolto, permette di trovare stabilità in un mondo più
accogliente, per distogliersi dal disagio della quotidianità. Leggere è
mettere dimora insieme agli spiriti eletti, oppure condividere, formando una
comunità virtuale e appagante. Tanto è vero che nel San Benedetto, oltre
alla distribuzione del giornale manicomiale, sono istituiti una scuola, un
corso per imparare a leggere e scrivere e una ricca Biblioteca, fornita di
romanzi e di una bibliografia che comprende tutti i campi disciplinari.

2. Redenzione di corpi/mente dalla geometria fisica degli spazi di


contenzione

Lombroso cerca di eliminare o smorzare tutto ciò che di bestiale appartiene


all’immagine stereotipata che la società ha dell’internato, attraverso la sua
‘esposizione’ pubblica, innescando in questo modo un dialogo tra due
mondi lontani: quello dell’esterno, dello scorrere del tempo e dell’esistenza;
quello della carcerazione, dove il tempo è fermo e ti cancella.
L’effetto è sorprendente per la sua incisività e risolutezza espressiva. Infatti,
tante individualità prosciugate tornano in vita attraverso la virtualità della
scrittura a stampa.
Con la malattia ci si trova di fronte al più individuale e asociale degli
eventi. La malattia invade il corpo e ciò che matura nel malato è il proprio
distacco dagli altri, dalla precedente vita sociale (come sostiene Augé). La
malattia, come la carcerazione, è un momento di confronto forzato con la
propria esistenza e con il ruolo sociale che questa avrebbe potuto avere.
L’operazione del Diario restituisce il carattere pubblico della sofferenza
(sottolineando quanto questa sofferenza è demandata ai luoghi, alle
organizzazioni spaziali e alla loro funzione di isolamento dal contesto
sociale); espone la sofferenza in tutta l’accecante chiarezza della pagina
bianca dove, grazie a questa, l’internato risplende di luce propria.
Se il manicomio è un dispositivo in cui lo sguardo si proietta a più livelli,
sempre più all’interno, occhio del medico-cella-testa dell’internato, se il
manicomio è il luogo dove il tempo si ferma per diventare insopportabile, il
Diario, con il proprio ‘occhio’, accompagna lo sguardo verso l’esterno.
IL LUOGO

Cesare Lombroso arriva al San Benedetto proprio quando si concludono i


lunghi lavori di ristrutturazione che ne definiscono la forma definitiva. Si
tratta di un’opera architettonica di un certo rilievo, che farà da contenitore
alle storie che leggeremo dalle pagine del Diario.

1. La presentazione del grandioso progetto per il Manicomio provinciale di


Pesaro dell’architetto fiorentino Giuseppe Cappellini

Nel 1853, per invito della Commissione provinciale, Giuseppe Girolami si


recò a visitare i più importanti manicomi d’Italia e d’Europa.
Ferdinando Ugolotti scrive che Girolami «ritornato in patria, trovatosi di
fronte ad un numero sempre crescente di ricoverati e alla incapacità
dell’istituto di contenerli, fatto tesoro delle cognizioni acquistate all’estero,
prepara coll’ing. Scalcucci un progetto di altro generale ampliamento
dell’ospizio e lo presenta all’Amministrazione il 15 marzo 1855. Senonché,
vista la entità della spesa, sorge l’idea di abbandonare qualsiasi
ampliamento del S. Benedetto, e di creare invece un nuovo Ospedale sul
pendio del vicino Colle Accio (ora S. Bartolo). Il prof. Girolami coll’ing.
Scalcucci, che erano partigiani di tale idea, si mettono subito all’opera per
realizzarla, e presentano il relativo progetto il 5 ottobre 1855. Ma la
grandiosa idea incontra numerosi oppositori e gravi difficoltà per l’ingente
spesa occorrente. Si studia, si nominano commissioni, si suggeriscono
anche scambi di fabbricati col Comune, e si finisce per accettare il concetto
di ampliamento e sistemazione del S. Benedetto. Ciò stabilito, si dà incarico
del relativo progetto all’allora celebre architetto di Firenze Giuseppe
Cappellini. Il Cappellini presenta il suo grandioso progetto nel 1858 –
quando i ricoverati erano 179, di cui ben 46 pensionati appartenenti a varie
provincie – il quale, confortato dal parere favorevole di vari tecnici, passa
senz’altro in esecuzione. Circa dieci anni dopo, completata la esecuzione
del progetto Cappellini, l’Ospedale di S. Benedetto assume la sua forma e
sistemazione definitiva, e la capacità di circa 400 persone; e colla direzione
del Girolami raggiunge l’apice del suo maggiore splendore e della sua
fama. Da ogni parte infatti accorrevano ammalati per essere accolti nel S.
Benedetto, dove tutto era improntato alle più larghe vedute ed organizzato
secondo i criteri prettamente tecnici.
Autorità, ordine, disciplina, amorevolezza erano i cardini fondamentali
dell’organizzazione dell’istituto; idroterapia, divertimenti, passeggiate,
lavoro sotto tutte le forme opportune, erano i mezzi terapeutici più in uso. I
mezzi contentivi meccanici erano adoperati con parsimonia; abolite tutte le
forme di antiquata terapia manicomiale, che pure in certi istituti ancora
sussistevano, come il bagno a sorpresa, la macchina rotatoria, ecc.».

2. Funzionalità e razionalità

L’architettura del San Benedetto ripropone larghe riminiscenze


neoclassiche, evidenti nella struttura distributiva, nella composizione della
pianta, nel disegno dei prospetti e nell’articolazione volumetrica. In forma
rinnovata, riecheggiano formule architettoniche di matrice francese: unità e
ripetizione, semplificazione degli elementi lessicali, coniugati dalla ricerca
di una spiccata funzionalità e razionalità. Cappelletti elimina ogni retorica
decorativa, per procedere con più decisione verso una modernizzazione
delle linee. La geometria purista porta a minimizzare il modellato a favore
di definizioni sobrie e precise, esaltate da contorni netti e ombre profonde.
Sono i riflessi tardivi di quel neoclassicismo internazionale di primo
Ottocento, i cui tratti più evidenti sono la razionalità del procedimento
conformativo e un’architettura ridotta a pura costruzione. Del resto, lo
scopo di un manicomio non è la bellezza, ma l’utilità. Concepito in origine
come istituto riunito in un corpo solo, in modo da essere sotto il più facile
dominio di una ‘direzione medica’ (posta al centro dello stabile, e munita di
un cortile sopraelevato e segreto), il San Benedetto, alla data
dell’unificazione italiana, può considerarsi, per certi versi, un modello di
ospizio di custodia degli alienati. Al passaggio tra Otto e Novecento il
Manicomio Provinciale di Pesaro non avrebbe più ragione di esistere. Il
riconoscimento della malattia mentale come patologia fisica e la necessità
dell’ergoterapia decretano la nascita del manicomio moderno, esemplato nel
sistema a padiglioni indipendenti, connessi o meno da gallerie, con annessa
colonia agricola industriale. Il San Benedetto entra in una fase di difficoltà
sempre maggiori o soltanto tamponate. La sua collocazione intra moenia e
a ridosso delle antiche mura impedisce ulteriori ampliamenti e sostanziali
miglioramenti. Il San Benedetto diverrà così sempre di più un edificio di
difficile gestione.

3. L’Esposizione di Parigi del 1867

Nel 1867, Gualtiero Federici (1847-1915), erede dell’ormai consolidata


tradizione tipografica pesarese, dimostrò l’alto livello tecnico raggiunto nel
campo della legatura e rilegatura dei libri, realizzando, in marocchino rosso
a lettere dorate, il contenitore di una documentazione in venti Tavole
riguardanti la stesura del nuovo progetto, corredato di fotografie del
Manicomio Provinciale di San Benedetto in Pesaro. Quello di Cappellini fu
un importante esempio di architettura civile dell’Ottocento, tale da essere
presentato con successo all’Esposizione Universale di Parigi del 1867. E fu
per questo scopo che Federici ebbe il compito di raccogliere adeguatamente
tutta la documentazione disponibile, preceduta da un ‘cenno descrittivo’ su
tre colonne a stampa, su caratteri bodoniani con la sigla “Pesaro. Tip.
Nobili 1887”. A precedere le Tavole ortografiche venne realizzato un
frontespizio a colori che introducesse il contenuto con una dicitura in ovale
di grandi dimensioni: Regno d’Italia – Provincia di Pesaro e Urbino, Asilo
per gli alienati, Sotto il titolo di S. Benedetto in Pesaro. Agli angoli,
ritagliate anch’esse in ovale, furono inserite quattro piccole fotografie
panoramiche della nuova costruzione.
Chi sia il fotografo delle vedute non si sa. Nel 1864 nell’Elenco delle
condizioni e professioni degli abitanti la città e il territorio di Pesaro,
pubblicato da Giuliano Vanzolini nella sua Guida di Pesaro, figurava ‘un
fotografo’, di cui però non si conosce il nome. Tuttavia, un documento di
qualche tempo dopo (una fattura del 3 maggio 1872, indirizzata a Cesare
Lombroso) attesta la presenza di un laboratorio in via del Corso numero 72,
a nome di Antonio Bertulli, fotografo professionista, affermato soprattutto
nell’esecuzione di ritratti (sono noti, fra gli altri, un ritratto di Terenzio
Mamiani della Rovere e del musicista Carlo Pedrotti).
Le minuscole vedute dello stabilimento ci consentono di conoscere il San
Benedetto su tutti i suoi lati. Si tratta di un importante documento che, oltre
a renderci noto il reale stato di quell’edificio, getta uno sguardo sul contesto
urbano. In queste foto, ariose e senza contrasti tonali, prevale un’aura
documentaria. Ogni singola foto, al di là del soggetto, contiene alcuni
dettagli che possono dar conto dell’ambiente. Il carattere è informale, simile
a quello di un’istantanea, e la qualità della ripresa, tra una fotografia e
l’altra, è varia. Dal punto di vista panoramico si passa a quello sul piano
stradale. La presenza umana è casuale e spesso è limitata ad alcuni fantasmi
prodotti dal tempo di posa troppo lungo.
Nel 1867, in Italia, il potenziale divulgativo delle esposizioni fu sottolineato
dall’industriale Alessandro Rossi di Vicenza, che di ritorno dalla
Esposizione Universale di Parigi pubblicò una Lettera, inviata agli
industriali italiani, sulla necessità dello sviluppo economico e civile della
società nazionale.

4. Il San Benedetto documentato in alcune vedute fotografiche

Le quattro foto in ovale, con vedute del san Benedetto sui quattro lati, sono
una testimonianza importante che va osservata con attenzione.
La facciata porticata, l’Ala Nord, è il risultato dell’ampliamento che occupa
completamente il lotto che si estende tra Via Belvedere a Via
Mammolabella. Questa dilatazione, che è sintomo di una visione dello
spazio affidato a norme di ordine, grandezza e simmetria, adatta l’edificio
alla morfologia della via. Infatti la facciata del palazzo, scandita da cinque
unità volumetriche che seguono l’andamento della via, è lievemente
convessa conferendo enfasi alla parte centrale che sporge in avanti. Il
pacato e misurato classicismo delle superfici, mosse appena dall’alto
basamento a bugnato liscio, dalle finestre a lunetta e dal bugnato d’angolo,
è un vero e proprio esercizio di sobrietà. La parte centrale accoglie un
motivo ad arcate porticate, in asse con le finestre dei piani superiori che
sono sormontate da un timpano. Il coronamento del prospetto è costituito da
un frontone, alleggerito da quattro archetti, che si estende alle due unità
volumetriche laterali, sormontate a loro volta da timpani. Nelle successive
ristrutturazioni i timpani e il frontone scompariranno. La fotografia è stata
scattata dal palazzo del Belvedere, e giù in basso, sulla strada, c’è una scena
di vita cittadina: macchie di fantasmi che camminano, un carro, gente ferma
davanti a qualche botteguccia e un carretto parcheggiato proprio dinnanzi
all’uscio dell’istituto. L’edificio manicomiale – nuovo, bello e grandioso –
contrasta con la povertà delle case che lo circondano. La sua forma,
richiamata all’idea di ordine, finisce per raccontare la funzione cui è
destinato. Questa capacità di narrazione rende percepibile la sua natura, non
solo su un piano visivo ma anche su quello delle emozioni. I muri si
trasformano in pagine che riescono a far trasparire la complessità delle sue
funzioni interne. Rispetto alle architetture cittadine, il fuoriscala
volumetrico, lontano da una pianificazione urbanistica vera e propria,
trasforma l’assetto urbano in organismo ‘naturale’. Da quell’organismo
‘naturale’, attraverso lo sguardo, e poi attraverso i significati, si costruisce
una trama di relazioni che rende l’edificio insostituibile all’interno della
griglia urbana e insostituibile come memoria. Peccato che con il tempo
anche il San Benedetto è diventato un’immagine flou, come quelle figurine
di uomini e donne che si perdono nel tempo della posa fotografica.
Comunque sia, il muro/pagina di questo Ospizio – superficie convessa che
si allarga sulla via come combinazione di architettura, storia, funzioni,
simboli – è a tutti gli effetti, superando la somma degli elementi
compositivo-architettonici, un’ampia narrazione che rompe il silenzio e
dichiara il suo contenuto.
L’Ala Ovest, ripresa dalla filanda, mostra il recinto degli Orti Giulii
progettati da Pompeo Mancini e il nuovo ingresso del Barchetto (o Loggetta
del Tasso). Su quest’ultimo si eleva un decoro in pietra che oggi è
scomparso. Più avanti, la facciata laterale del San Benedetto, rialzata di un
piano, è ancora in fase di ristrutturazione e sulla strada sono depositati i
materiali di costruzione. Alcune figure evanescenti si muovono lungo la
strada. Nel 1866, proprio quando Girolami abbandona Pesaro, l’antico
casino del Barchetto verrà abbattuto; e solo da allora, sul fastigio
dell’ingresso, verrà spostata la lapide che ricorda il soggiorno di Bernardo e
Torquato Tasso.
L’Ala Est si allunga su via Mammolabella: la via delle prostitute (infatti il
nome deriva da Mammola, che in dialetto veneziano indica una donna di
facili costumi). La manica che corre lungo la via, in fondo alla prospettiva,
incontra il blocco principale dell’edificio che si apre sull’ala nord (la
facciata), elevandosi imponente e massiccio. Il muro a mattoni è forse
quello dell’antico recinto che racchiude da sempre il giardino ducale. Dalla
parte opposta (sulla destra) ci sono le povere case e un basso edificio. La
via è particolarmente movimentata: le persiane sono aperte, è una giornata
già calda e il sole è dichiarato dalle ombre profonde. Da un gruppo di figure
flou che si muovono sulla via, prende forma una donna che indossa una
gonna lunga, ha le maniche tirate sù, tiene in mano qualcosa e guarda fissa
il fotografo. Un uomo sembra avere un grembiule e un bambino siede su
uno scalino. Il laboratorio tessile dell’istituto, che riprende le finestre a
lunetta del progetto di Cappellini, sorgerà più tardi e correrà lungo tutta la
via. Nel punto di congiunzione fra l’edificio e il muro che recinge il
Barchetto, sembra sottolineata (forse da una porta) l’antica presenza della
Strada del Barchetto.
La panoramica sull’Ala Sud ci mostra un intero fronte, affacciato sul
Barchetto, che corre uniforme e tutto su uno stesso livello. Qui l’edificio ha
forme e sembianze meno monumentali. La facciata (precedente
all’intervento di Cappellini) è ariosa, ha finestre tutte uguali e due porte ad
arco, di cui una con cancello in ferro battuto. L’immagine fotografica è
molto evanescente, si intravede appena la sagoma della collina, mentre in
primo piano le case di Via Mammolabella mostrano i loro poveri tetti.
Dietro a quest’ampia facciata si estende l’intero stabile: l’ala ovest, che si
sviluppa su più livelli ed è sovrastata da un elemento architettonico più
elevato (oggi più basso); e l’ala est, che dalla mezzeria verso via
Mammolabella si è sviluppata articolandosi su due cortili. Sul cortile di
nord-est, dopo la definitiva demolizione della chiesetta del Carmine sulla
Strada del Belvedere, venne costruita una nuova cappella. Il punto di vista
della foto è senz’altro dalla chiesa roveresca di San Giovanni. A destra, si
vedono gli ampi finestroni di uno dei cortili: lunghe file regolari di aperture
tutte uguali che si coniugano con la necessità di un’illuminazione e di
un’areazione abbondante e diffusa degli interni. Confrontando questa foto
con l’ortografia di tergo, è chiaro che il progetto di Cappellini venne
semplificato durante l’esecuzione. Il progetto d’insieme prevedeva un
numero di interventi tali che, modificando l’edificio preesistente,
permettesse una maggiore unità e simmetria. Certamente i costi avranno
inciso sulla quantità di interventi e l’ala ovest dell’edificio, la più antica, è
rimasta più o meno simile a prima. L’ampio spazio verde dell’antico
Barchetto, così ricco di memorie illustri, è stato appena annesso allo
stabilimento, eliminando la Strada (che separava il manicomio dal giardino)
e il muro di cinta. Per un manicomio formato da un’unica unità
architettonica, costruita per di più all’interno delle mura cittadine, questo
giardino – che vediamo con i filari appena piantati – è uno sfogo molto
importante, per lo svago e per le finalità terapeutiche organizzate dentro
l’istituto. Un gruppo architettonico all’estremo orientale del Barchetto,
appartato dal resto dell’asilo (che non vediamo nella foto, ma è
documentato da una serie di disegni progettuali e foto di interni), venne
adibito a lavanderia, stenditoio, stalla e camera anatomica.

5. Ambienti più idonei e mezzi terapeutici più in uso: gli interni

Nel progetto, Cappellini riservò alcuni spazi a speciali esercizi ginnastici,


intesi come cure fisico-morali. In particolare, le foto degli interni
riprendono e documentano i locali adibiti per la pratica terapeutica dei
bagni a varie temperature, oltre alla nuova e moderna lavanderia. L’idea è
quella di trasmettere, attraverso le foto, un’immagine aggiornata e
all’avanguardia dell’ospedale rinnovato. L’aura documentaria trasmessa
dalle composizioni e la chiarezza della presentazione sottolineano
l’entusiasmo delle istituzioni per il progetto di questo ‘manicomio
modello’. L’illuminazione e le inquadrature, scelte secondo un preciso
criterio, trasformano l’ambiente manicomiale in spazio chiaro, terso,
rassicurante e simile a un luogo termale. Nell’equilibrio della posa
(differente da quella degli esterni, che hanno qualcosa di più estemporaneo
e che lasciano trasparire gli aspetti un po’ fatiscenti e poveri del contesto) si
avverte chiaramente la costruzione di una messa in scena, che risente del
modo di costruire il ‘set’ di posa, dello studio del pittore o del fotografo.
Questo bozzettismo, gli effetti artistico compositivi o le piccole citazioni
poetiche creano un’idea di falso, così come allo stesso tempo
contribuiscono a far chiarezza. Si fa attenzione ai particolari, ma
l’immagine che riproduce questi ambienti è contemporaneamente
disadorna, quasi vuota, chiara e di sapore metafisico. L’evidenza
bozzettistica è sottolineata dalla cura con cui sono stati ripresi i particolari e
da quei piccoli tocchi che arricchiscono di eleganza tutta italiana gli spazi
vuoti: vasche da bagno in pietra, pareti marmorizzate, eleganti apparecchi
muniti di piantane in ghisa ornata per sorreggere il tubo flessibile e l’ugello
della doccia, la tinozza in metallo smaltato, il pavimento bagnato sul quale
si riflette la stanza; il vano doccia con paratie laterali, pareti marmorizzate,
una maniglia che corre lungo l’intero vano, due ugelli di differente formato,
una griglia per il deflusso dell’acqua e le finestre rigorosamente munite di
sbarre; un ambiente con il cancello sormontato da un buio finestrone ad
arco, una fontana circolare: cilindro regolare il cui sfondo è una parete
incorniciata dal sesto regolare del soffitto a volta incrociata; ampie arcate,
un sedile in muratura, il rubinetto, una scaletta che conduce ad un piano
rialzato con finestrone, un pozzetto e il vuoto di un sottoscala
elegantemente protetto da una inferriata; e la lavanderia, dove da una
finestra a lunetta entra la luce e sul bordo dell’ampia vasca sono appoggiati
i panni appena strizzati, e da un cavalletto pende un panno a righe che
contribuisce a caratterizzare ed equilibrare la scena.
6. Le ortografie e la planimetria

L’imponente alzato della facciata e del retro, la sezione trasversale e la


planimetria sono finemente acquerellate. In particolare, lo sviluppo
verticale di due cortili, sottolineati nella sezione trasversale, mostrano le
maggiori innovazioni architettoniche: ampi loggiati squadrati, giocati su
due registri sovrapposti ed evidenziati plasticamente da vistose cornici
marcapiano. Queste logge, poi realizzate soltanto nell’ala est, serviranno
per dare sfogo e ariosità agli interni dell’edificio. Successivamente furono
chiuse da grate e finestre, trasformandosi in squallidi e grigi corridoi.
Queste rappresentazioni grafiche dell’edificio, entro cui possiamo
immaginare lo svolgimento di una giornata manicomiale, somigliano tanto
alle sezioni delle case haussmaniane disegnate da Edmund Texier e ai
giochi letterari di Peréc.
Disegni di un’architettura funzionale al mantenimento dell’ordine, con
accorgimenti che stabiliscono un preciso rapporto con l’internato, il quale,
messo a nudo sotto l’azione di potenze invisibili, è vivo nella sua sola realtà
di corpo posto sotto osservazione. Stanze, corridoi, finestre: una fantasia
architettonica – fatta di moduli ripetuti di sezione in sezione, di corridoio in
corridoio, di stanza in stanza, quasi a costringere alla coazione a ripetere –
che non troverà la sua totale realizzazione, lasciando emergere tratti di muro
antico: le forti mura della chiesa dei Carmelitani, le soffitte, gli abbaini, le
torrette, le cantine. Un’oscura architettura organica contrapposta al chiaro
progetto di Cappellini. Una riconfigurazione dell’edificio, all’insegna
dell’ordine, del rigore e dell’igiene, che lascia trasparire o affiorare il
vecchio edificio, con tutta la sua memoria di orrori, con tutte le sue
impronte visive e olfattive. Il lato fasullo di una bella facciata, sotto la cui
maschera si cela un tetro edificio destinato a contenere tante vite alla deriva.
Scrive il Dr. Luigi Frigerio: «G.L. Qui ricoverato da lungo tempo, sceglie
ogni giorno per sua dimora un cantuccio del cortile, laddove precisamente
corrisponde l’antica porta d’ingresso alla Stabilimento. “Voglio uscire per
dove sono entrato’’ risponde sempre a chi cerca di farlo camminare, o di
rimuoverlo altrimenti».
7. Il casino del Tasso

Giuseppe Cappellini, rispettoso e sensibile al valore delle antiche vestigia,


nel suo progetto indica che il casino del Tasso “rimanga’’, ma nulla valse al
suo mantenimento. Grazie però all’esperienza del Diario del San Benedetto,
fondato da Cesare Lombroso, tra queste mura e all’ombra della folta
vegetazione dei giardini, la vocazione letteraria impressa da Tasso
riprenderà corpo.

8. Il San Benedetto dal punto di vista del Diario:

Un’ora nel manicomio


«Sarebbe pur bella cosa il portarsi a visitare uno dei più bei edifici di
Pesaro; il Manicomio di S. B. luogo superbo e magnifico che sembra
rappresentare un palazzo Ducale; luogo che ha saputo a poco a poco
ridursi in tal modo mercè la gran spesa, che la provincia ha sostenuto
per molti anni a suo carico. Quando si è entrati, all’ingresso si osserva
in primo luogo, dopo l’atrio, una gran sala d’aspetto che ha tutt’altra
forma che di sala, ma ben si d’un anfiteatro, luogo in cui bene spesso si
danno lezioni pubbliche a vantaggio di tutti gli alienati; è questa sala
ornata di molte figure, e decorata di molti stemmi dei comuni
circonvicini, e di ritratti dei più celebri alienisti Italiani; una cupola che
conduce sopra un terrazzo dell’appartamento del Direttore serve di
luce, e con architettura di ottimo gusto; quindi si passa da due porte
laterali, una al comparto degli uomini, e l’altro a quello delle donne;
questi comparti sono graziosi per i giardini, e dei loggiati che coronano
questi bei giardinetti, senza calcolare inoltre il vasto parco, che oltre ad
essere di smisurata bellezza non manca di presentare una figura
bizzarra, e non vi è vacuo che non sia ben coltivato e produttivo. Ivi,
lunghi viali servono di passeggio e di passatempo, e magnifici pini ed
altri alberi forestieri danno fresca ombra; le verdi zolle formano gran
tapeti gai, sovrastando in mezzo un bellissimo giardino in forma di
circolo con fiori olezzanti che spirano soavi odori, rende tuttociò una
gran sensibilità. Non mancando di osservare poi tutti gli altri oggetti
che qui vi si trovano, i quali formano un quadro di storia personale.
Tutto vi è comodo in questo stabilimento e molto diversivo, come
corridoi sale di trattenimento, scuole, musica biblioteca, e passando
alle arti che vi si esercitano con piacere, le maggiori, e molto utili, sono
il sarto, il calzolaio, fabbro, falegname, giardiniere, tessirandulo, ecc.
Ognuno che sia alquanto stabilito in salute può bene addestrarsi in
qualche arte e così vieppiù conferire allo stato della sua perfetta salute,
e per non rendersi cattivo dell’ozio; di quando in quando poi per
maggior disvagamento resta l’accesso libero per recarsi codesti alienati
in buon numero fuori a fare delle passeggiate, fatte ordinatamante sotto
la veglia degl’infermieri. Un grande edificio a parte serve per gli studi
anatomici e per le arti e quanto prima vi sarà impiantata ancora una
lavanderia, che si stà costruendo. Le camere dei Signori vi sono in gran
numero, ed i locali ed i dormitori sono assai abbondanti e ventilati
godendo dell’aria fresca di mare e vi si conserva inoltre una nitida
pulitezza. La cucina poi per questo locale è tutta costruita di ferro fuso
di recente venuta da Parigi con molti comodi e conserve di acqua calda.
Ancora si stà per fornirsi di un gran Palazzo in Campagna che servirà
di ricovero agli individui quando si portano a diporto; è questo in una
bellissima ed amena villa nei contorni di Pesaro».
Mors. (1872)
Nel Diario del San Benedetto, sono tanti gli scritti degli internati che
descrivono l’ambiente manicomiale.
Se ne parla con enfasi – come di un «luogo superbo e magnifico che sembra
rappresentare un palazzo Ducale»; di «stabilimento gigantesco» o di «un
piccolo paese per non dire una città» – forse per ‘l’onore’ di esservi ospitati
o per rispondere al desiderio della committenza.
Però come vedremo in seguito (nella raccolta antologica), a questi saggi di
celebrazione architettonica, si sostituiranno voci più ‘critiche’. Si parlerà
allora di «squallide pareti,/ Fra severe colonne, aspri cancelli», di luogo
angusto «ove tra fitte sbarre/ Manda sua luce il Sol».
Il nostro soggiorno
«Se ai pittori ed ai poeti sono concesse licenze secondo le norme
dell’italiana letteratura, ci sia permesso l’affermare che lo stabilimento
gigantesco di S. Benedetto è un piccolo paese per non dire una città.
Tutti coloro che lo hanno visitato, ed il numero al certo non è scarso,
non potranno negare trovarsi ivi molto usato il lavoro: le botteghe del
sarto, del falegname, del calzolaio, ove si occupano molti ammalati, la
cucina ad uso moderno detta a vapore che contiene cinque caldaje e due
forni ove si appresta il cibo per più di 400 persone. Evvi il giardino o
parco in cui gli ammalati possono prender aria e divertirsi, contenente
capanne, uccelli, pavoni, anitre, oche e via discorrendo. La Chiesa
molto spaziosa dove si celebra la messa ogni giorno. Evvi la stalla o
scuderia per gli animali cioè cavalli e somari che si adoperano per
servizio dello stabilimento, come prender l’acqua al mare nel tempo dei
bagni, trasportare il pranzo a quelli fra i ricoverati che lavorano alla
colonia ecc. Evvi il concerto composto di dodici fra inservienti e
ricoverati diretto a meraviglia dall’onorevole e abbastanza noto
Filippa. La camera del bigliardo e piano-forte destinata a trattenimento
speciale dei Pensionati. Il teatrino infine in cui bene spesso si
rappresentano commedie per sollievo degl’ammalati. Questo può
dunque a ragione dirsi, nel suo genere, uno dei primi Stabilimenti,
prova ne sia l’innumerevole concorso di ammalati che arrivano da tutte
le parti».
B. G. n. 18.
Nelle descrizioni del Parco, troveremo uccelli di vario genere, anche esotici,
come al tempo dei duchi, ma al ricordo delle antiche delizie, si contrappone
immediata l’immagine malinconica e triste degli internati riconoscibili per
le loro gestualità.
B.G., da buon cronista e da persona ben più lucida delle menti che
governano la città, non può fare a meno di sottolineare che la «casetta» del
Tasso è stata «distrutta barbaramente».
Decrizione del parco annesso allo stabilimento
«Ricevuto l’incarico di descrivere il Parco che trovasi di proprietà di
questo Stabilimento ci proveremo di farlo meglio che per noi si possa, e
come ce lo consentono alle nostre deboli forze. Nel secondo cortile
destinato al passaggio dei cosiddetti Comuni, circuito da un portico e
seminato di alberi, che anticamente serviva di passeggio anche ai frati
[...], i quali in assai scarso numero occupavano questo convento e
dedicati alla contemplazione ed alla preghiera traevano la vita in questi
beati ozii, trovasi un cancello di ferro che mette al Parco del quale
abbiamo impresa la descrizione. La lunghezza del Parco è di metri 300,
e la sua larghezza metri 100, da attorno è circuito da mura dell’altezza
di metri 4; in complesso più o meno lunghi vi sono tre viali, due
larghissimi, alcuni forniti di sedili di marmo per comodo di tutti. A
sinistra vi è un vasto prato nel quale si scorgono prima di tutto: una
piccola galleria alla Chinese, ove son rinchiusi una quantità di variati
uccelletti: più avanti si trova un giardino in forma di circolo cinto da
una siepe ove si trovano piante, alberi, e vasi di fiori coltivati con molta
proprietà; ivi scorgesi attualmente il giardino nel quale trovavasi
anticamente una casetta, distrutta barbaramente, che à tempi dei conti
della Rovere, già feudatari in Pesaro, servì di dimora al celebre Poeta
Torquato Tasso ed alle di Lui Padre Bernardo, e in prova di questo fatto,
esiste nel muro una iscrizione analoga. Attiguo al giardino trovasi un
vasto spazio di terreno ad uso di orticoltura che serve ai bisogni dello
stabilimento. In fondo, dalla parte opposta dove si entra, esiste un
locale fabbricato di nuovo ad uso di scuderia, lavanderia, camera
mortuaria, deposito di piante e dormitorio di alcuni ammalati in tempo
d’estate. Per attinger acqua abbiamo una fontana nel muro a destra, ed
una pompa nel mezzo dell’orto, e contengono un atto eccellente di
qualità proveniente dai monti di S. Bartolo; dalla parte sinistra
entrando è stata costruita una capanna, che serve ad uso di piccionaja.
Al fondo, dalla parte sinistra, trovasi il Portone per l’entrata dei carri».
Avv. B. G. n. 18 (1878)
Varieta’ (i ricoverati del Barchetto o Parchetto)
«Assai spazioso è il Parchetto, ossia l’orto-giardino annesso al
Manicomio. Nelle ore pomeridiane vi si trattengono quei ricoverati che
per le loro condizioni fisico-mentali non possono ricrearsi fuori
dall’Ospizio. Tre volte nella settimana vi sono condotti gli uomini, e
altrettante volte le donne, alternativamente, sotto la vigilanza
degl’inservienti, e degl’ispettori. Chi vede il Parchetto nel tempo che vi
sono gli uomini, non tarda a conoscere dalle pose, dalle parole, dagli
atti, le varie forme di pazzia, come facilmente può distinguere gli apatici
da quelli che in vario modo si divertono. Alcuni di costoro (lasciando da
parte gli altri che soli o accompagnati, più o meno quieti, taciturni o
piagnucolosi percorrono i viali del Parchetto senza badare a nulla,
senz’altro curare che la propria persona) seduti accanto al Laghetto,
entro cui guizzano pesci di vario colore, si raccontano storielle o si
motteggiano. Altri poi, facendo servire da tavolino un sedile o il terreno,
giuocano a briscola, a scopa, a tressette, senza molti errori o inesattezze
di calcolo. E quando alcuni dei giuocatori si fa melanconico e poi
s’allontana dai compagni, mostra ben chiaro che ha giuocato
forzatamente per deviare il pensiero da oggetti, la cui memoria di
troppo l’addolora. Havvi pure taluno che, ansioso di sapere le cose di
questo mondo, legge gravemente un periodico, e parecchi suoi
compagni gli fanno cerchio, mentre con voce alta vuol dare talora il
proprio giudizio su questo o su quel fatto; né di rado avviene che il
giudizio dato sia retto, come altre volte promuova le risa dei circostanti.
Vedesi qua un cercatore di sassolini colorati, che intasca per monete o
gemme; là un cercatore di pezzuole o fettucce, di cui adorna il proprio
vestito. Questi guarda e riguarda un pugno di foglie poco prima
raccolte, e poi con un sospiro le getta lungi da sé. Forse quelle foglie gli
rammentano un lavoro, un passatempo, un sollievo! Quegli sta seduto
tranquillamente sull’erba intrecciando della paglia per fare cappelli, o
vimini per farne canestri. E mentre lavora si mostra di lieto aspetto.
Quel lavoro senza dubbio gli piace; e può darsi che dica tra sé: Non
vivo di elemosina perché lavoro! Chi mostra ai compagni una lettera
nella quale il padre o la consorte gli ha detto che presto verrà per
ricondurlo in famiglia, e poi tutt’allegro s’allontana e passeggia a capo
basso colle mani conserte. Forse pensa a quel che dovrà fare quando
sarà tornato in famiglia. Chi presta qualche servizio trasportando legna
o macerie, acqua o immondezze, senza mostrare piacere o dolore, senza
curarsi dell’avvenire. Di certo è rassegnato alla vita che conduce,
pensando che la miseria lo trasse nel Manicomio […] Il medesimo però
non avviene quando nel Parchetto si trattengono le donne. Gironzano
queste per la maggior parte, alcune apatiche e taciturne, altre agitate e
clamorose. Poche hanno la forza di pigliarsi uno spasso per combattere
i mali e la tristezza, da cui sono travagliate; poche quelle che attendono
a lavori di maglia, a piegare le biancherie e via discorrendo. In
generale sono sudice, vandale e dispettose: sgualciscono fiori, mozzano
pianticelle, infastidiscono le compagne, senza lasciare in pace neanche i
quieti abitatori del Laghetto. Alcune si abbandonano ad atti incomposti,
a risa convulse; altre a parole indecenti, a bestemmie di nuovo conio.
Donde ciò? […] Forse la delicatezza della fibra, la povertà di spirito, la
impressionabilità e la sensibilità grandissima traggono le poverette al
generale disordine sopraccennato. Né parmi di errare dicendo che la
donna (senza negarle quelle doti che la rendono degna del nostro
affetto, dell’assistenza nostra) anche nella pazzia conferma
generalmente la debolezza della sua costituzione. Ma uomini o donne,
(forti o deboli che siano) infelici tutti, a cui non può dirsi quando la
salute, la mente, la libertà saranno restituite! Forse presto per alcuni,
tardi o mai per moltissimi!».
X. (1888)
LUIGI FRIGERIO MEDICO-ARTISTA
E SECONDO CURATORE DEL DIARIO

1. Il passaggio di consegne

La cura del giornale, per volontà dello stesso Lombroso, fu affidata al suo
allievo ed assistente Dr. Luigi Frigerio. Ecco cosa leggiamo su una nota del
Bollettino della Deputazione Provinciale:
«Partenza del Dott. Cesare Lombroso Direttore del Manicomio Provinciale
e provvedimenti relativi. N.1899 P. G. 1872: Vista la nota del Deputato
dirigente il Manicomio provinciale [...] in seguito al deliberato della
Deputazione [...] partecipa la partenza del Direttore del detto Manicomio
Prof. Cesare Lombroso avvenuta il giorno 5, [...] partecipa altresì aver
disposto che il Medico assistente Signor Gaetano Riva ne assuma le
funzioni come in passato e l’altro Dottore assistente Signor Luigi Frigerio
abbia la redazione del Diario che si pubblica nello Stabilimento, la
Deputazione ne prende atto, tenuta a calcolo bensì la dichiarazione dello
stesso Deputato Signor Cav. Giuseppe Vaccaj».
La continuazione del Diario, come intuiamo dal tono di Frigerio in una sua
Relazione, non fu così facile:
«Toccherò infine della Direzione del Diario che alla partenza del Dottor
Lombroso mi si affidò. So che non tutti s’accetta tale pubblicazione, so
pure che da taluni venne comprata. Per parte mia dirò che molto mi
sentii gravato da simile lavoro».
Tuttavia Frigerio, fermamente motivato
«per non venir meno all’incarico [...] offertomi e perché lo credetti un
mezzo atto a non lasciar intorpidire la mente, almeno di quei pochi che
o pregati o per passatempo scrissero qualche cosa»
procedette con convinzione, tanto che sarà molto apprezzato dagli stessi
pazienti.

2. Cenni biografici

Luigi Frigerio, nato a Pavia il 17 gennaio del 1847 e morto ad Alessandria


nel 1918, studente universitario in medicina già a diciannove anni, si
arruolò volontario garibaldino. Conseguì la laurea nel 1871 e, qualche mese
dopo, venne nominato assistente da Cesare Lombroso, il quale
riconoscendone il valore lo nominò vicedirettore del nosocomio di Pesaro,
con la carica di primario della sezione femminile (dal Diario del 1 giugno
1872: «Il dottor Luigi Frigerio già secondo assistente nella clinica delle
malattie mentali presso l’Università di Pavia, veniva, in questi giorni, a
coprire la carica di assistente in quest’ospizio chiamatovi da questa
Deputazione Provinciale»). Egli fu circondato dalla stima di tutti coloro che
lo conobbero e tenne la carica di membro del locale Consiglio Sanitario
fino al 1877. Qui incontrò Clelia Cecchi, la gentildonna che si unì a lui,
contrasse diverse amicizie, tanto che si sentì fin da allora cittadino pesarese,
anche dopo la sua partenza da Pesaro, tornando di frequente nella villa sulle
colline intorno alla città. Dopo un primo incarico a Bergamo, nell’84,
accetta la direzione del manicomio di Alessandria. Nel 1899 consegue la
libera docenza in clinica psichiatrica nella Regia Università di Siena. Poi
saranno tanti i titoli, gli incarichi e le onorificenze. Ebbe anche un
pregevole temperamento di artista, di cui è testimonianza la scuola di
disegno intrapresa nel San Benedetto e l’amicizia con il pittore Giuseppe
Vaccaj, con il quale espone nel 1875 all’Esposizione Cittadina. Sempre
insieme a Vaccaj, illustra il volume Da Zeila alle frontiere del Caffa di
Antonio Cecchi (esploratore pesarese).
Inoltre, come ben attestano le pagine di un giornale omologo al Diario,
Cronaca del Regio Manicomio di Alessandria, fu cultore di musica. Del
giornale di Alessandria fa menzione in una lettera indirizzata a Giuseppe
Vaccaj, dove dice:
«Non so se le tue gravi e molteplici occupazioni ti hanno permesso di
dare un’occhiata al giornaletto che vengo pubblicando nel Manicomio:
molti egregi colleghi lo hanno trovato degno di elogi e spero che tu pure
ne approverai l’indirizzo; sai quanto [...] sempre al tuo consiglio saggio
e franco ed avrò caro di conoscerlo quando potrai scrivermi di nuovo».
Del lavoro di Frigerio a Pesaro ci rimangono alcune pubblicazioni (Se
l’afasia possa considerarsi quale sintomo delle lesioni dei lobi anteriori:
cenno clinico, tip.Nobili, 1877; Saggio di pratica istruzione per
gl’infermieri dei manicomi, tip.Federici, 1883; etc.), le testimonianze in
qualità di redattore del Diario e non ultimi i notevoli disegni realizzati sui
quaderni delle necroscopie e nel Diario stesso. Dei disegni fatti durante le
visite al penitenziario, insieme a Lombroso e Riva, a Pesaro non rimane
nulla.
I disegni per le autopsie, secondo la necessità, sono realizzati con differenti
tecniche: a matita con un eccellente chiaroscuro, oppure al tratto con grande
capacità di sintesi. I più belli sono all’acquerello e questi con grande finezza
ritraggono i tessuti osservati al microscopio o qualche massa estratta dai
corpi o dai crani. Alcuni fogli, incollati sul quaderno, si aprono come un
inquietante pop up. Qualche volta, sfogliando i quaderni o soffermandosi
sulla seconda o terza di copertina, si vedono qua e là alcuni ritratti fatti dal
vero durante i giri di visita.
Ma soprattutto, su alcuni numeri del Diario e in prima pagina, risalta
‘prezioso’ il volto di un internato, disegnato al tratto e firmato Luigi
Frigerio, per esteso, oppure con le iniziali.

3. Notiziario autoptico: appunti per poveri illetterati

Naturalmente al Diario ebbero modo di collaborare soltanto i “folli agiati’’,


visto che quelli “poveri’’ erano quasi tutti analfabeti. Così dei poveri e degli
illetterati non c’è pervenuta alcuna voce. Le uniche tracce, della loro povera
vita, le troviamo nelle cronache di G.B., nei referti necroscopici (dove
talvolta c’è una breve biografia, oltre all’immagine dei loro visceri), nelle
biografie con ritratto di Frigerio, nelle poche osservazioni che descrivono i
loro casi e nelle cartelle cliniche. Inoltre sulle pagine dei referti
necroscopici, compilati con cura, c’è la traccia delle impronte insanguinate
delle mani che hanno operato sui loro corpi. Queste impronte atroci
lasciano dietro di sé un segno macabro e la traccia di un’esistenza.
Gente umile o destinata ad esser dimenticata, piccole esistenze, gente
chiusa dietro un muro, catalogata dopo una scrupolosa registrazione
mortuaria, indicata per forma fisica, segni, causa di morte. Anche le mura
del San Benedetto conservano le tracce di vite passate, l’odore, i graffiti, le
sedie ora vuote. Una delle tracce più eloquenti e commoventi, durante le
esplorazioni dell’edificio abbandonato, è stata quella di un cappotto disteso
sul pavimento, dove all’altezza del ‘cuore’ si ergeva la linea sottile e
delicata di un piccolo fungo.

4. Biografie e ritratti

Le biografie con ritratto che troviamo sulle prime pagine di alcuni numeri
del Diario sono derivate dalle cartelle cliniche, dal contatto diretto con il
paziente e, qualche volta, dall’autopsia una volta deceduto. Il ritratto che le
accompagna, e che dà un volto alle tante anonime vite che hanno abitato il
San Benedetto, è realizzato con grande efficacia ma con una tecnica
semplice ed essenziale, adeguata al tipo di stampa del giornale.
Di pagina in pagina, sul Diario, attraverso il disegno si crea un vero e
proprio Zibaldone di personalità sconvolte, dove la mano dell’artista-
medico sintetizza, riplasmandola graficamente, l’immagine dell’uomo,
attraverso un graduale processo di individuazione-interpretazione del dato
oggettivo.
Frigerio, insieme alla sua equipe analizza la storia clinica del paziente
tentando di giungere alla diagnosi e alla sintomatologia di una malattia e,
quando è possibile, dalla storia della vita del soggetto, perché ogni
esperienza psicopatologica nasce da una vita scompensata e da avvenimenti
che non possono essere tralasciati.
Diario OSB, n.10, 1874
«M.D. di F. d’anni 59 coniugato, con due figli, di professione
giardiniere, veniva ammesso nel Manicomio il 30 luglio 1872 [...].
Basso di statura, le braccia presenta sproporzionatamente lunghe, lo
sguardo torvo, diffidente, incerto l’incesso. Interrogato, risponde con
labbro tremante, in modo stentato e le sue parole si aggirano sempre
intorno ai milioni di franchi e ad altri immensi tesori che dice di aver
nascosto nel suo orto. Da quanto pare avrebbe abusato di Venere;
epperò la tabella informativa è perfettamente muta intorno all’anamnesi
dell’ammalato in discorso. Nel Manicomio il D. per circa 8 mesi
perdurò nel delirio ambizioso, il fisico deperì, aumentò il tremolio
vermicolare alle labbra, e l’incesso erasi fatto così incerto da obbligarci
a tenerlo continuamente sopra una sedia o sul letto. Improvvisamente
cambiossi forma nel delirio, il D. dimenticate le sue ricchezze si fece il
più clamoroso dei bestemmiatori; interrogato perché bestemmiasse
continuamente il nome di Dio etc. rispose che non ne poteva fare a
meno e che se vi fosse stato qualche cosa di più grande non l’avrebbe
risparmiato. Frattanto la paresi progredì e si estese anche ai muscoli
faringei ed allo sfintere del retto e con rapidissimo decorso traeva a
morte il nostro ammalato nel dicembre del 1873.
Il capo presentava molto depressa la fronte e sfuggente all’indietro,
l’occipite schiacciato verticalmente. Segata la calotta, le ossa craniche
si presentano di spessore normale. Aderente la pia madre alle
circonvoluzioni cerebrali. La sostanza grigia è atrofica in alto grado e
presenta una consistenza assai superiore alla normale. Ventricoli
cerebrali dilatati e ripieni di siero assai diluito. Vasi meningo-spinali
molto turgidi. - Cordoni posteriori di color giallognolo, assai
rammolliti. Ipertrofia concentrica del ventricolo sinistro del cuore.
Ateromazia dell’ aorta. - Ventricolo destro pieno di coaguli.
dal Protocollo delle autopsie:
Monaldi Domenico di anni 59, di Fano morto il 16 dicembre 1873 (V.
ab. est) morto denutrito. Molto siero nelle cavità craniche e nei
ventricoli. Atrofia della sostanza corticale, sostanza bianca in preda a
degenerazione grassosa. Pia
madre aderente alle circonvoluzioni. Anemia dell’encefalo. Ipertrofia
concentrica del ventricolo sinistro. Ateromazia dell’ aorta. Pes.
53,700».
Firmato Luigi Frigerio
Diario OSB, n.5, 1875
«Il C. che ha 40 anni ed è nativo di Talamello, veniva accolto
nell’Ospizio, or sono 10 anni per mania epilettica. Nulla si seppe
relativamente alle malattie dei suoi parenti: il suo fisico ha forme
atletiche ed il suo carattere dinotò sempre molta volubilità ed
irrequietezza. Le prime manifestazioni del suo disordine intellettuale si
appalesarono dopo lo sviluppo dell’epilessia, che egli attribuì
all’improvvisa scomparsa della scabbia di cui era affetto. A quei primi
segni di pazzia tenne dietro una serie d’allucinazioni, specialmente
della vista e dell’udito, tantoché una volta inseguì un malcapitato
paesano e lo fece bersaglio ai colpi del proprio fucile credendolo
Satana in persona. Dotato di fantasia veramente grande, egli ci
racconta ogni giorno i viaggi aerei percorsi la mercè delle ali di cui va
fornito. Di ritorno dall’inferno e dal paradiso, ne descrive gli orrori e le
delizie colla convinzione di chi ha veduto una cosa e l’ha toccata con
mano; condisce poi i suoi racconti con una tale varietà di episodii, uno
più dall’altro fantastico, da far deplorare in lui l’assoluta incapacità a
deporre sulle carta il prodotto della sua fervida immaginazione.
Caprajo di professione lasciò i monti per recarsi 2 volte a Roma, e
ciecamente fiducioso nei miracoli, pagò a caro prezzo le molteplici
medaglie che dovevano ridonargli quella salute alla quale invano
tentarono ricondurlo i medici di quella città. Finalmente stanco di
soffrire si praticava in più riprese un largo taglio alle pareti
dell’addome, onde sradicare dall’origine il recondito suo male.
L’insensibilità dolorifica negli idioti fu notata da Esquirol, come pure
da Dagonet negli epilettici, nei quali, secondo questo autore, sarebbe
sintomo di arrestato sviluppo intellettuale. Nel caso presente però tale
lesione dell’intelligenza del tutto non si verificò; il C. ebbe sempre
molta attitudine ad occuparsi di lavori di una certa difficoltà, costruì,
fra le altre cose, alcuni violini bastevolmente armonici ed atti ad essere
da lui suonati, nel ricordare la tarantella dei monti natiivi». (fig. n. 69)
Firmato Luigi Frigerio
Diario OSB, n.2, 1878
«M. Vincenzo di G. appartiene al numeroso stuolo dei poveri infelici che
popolano il nostro Stabilimento, affetti da epilessia. Il M. fu colto dal
terribile male fino dal 13° anno di sua vita e pare che l’azione violenta
di un trauma sul capo sia stata una delle cause per le quali divenisse ei
convulsionario. Come molti altri epilettici, il M. ha tendenze che lo
rendono assai pericoloso a sé ed agli altri: buon per noi che possiamo
prevedere il sopraggiungere di un accesso, facendosi egli in questo caso
più del solito scontento di tutto, assai felice ad attaccar briga coi
compagni ed a minacciare gli infermieri. La di lui fisionomia è però
sempre sconvolta; e in lui si nota, assai di frequente, il fatto che alle
convulsioni si sostituiscono veri e proprii accessi di furore maniaco a
periodici intervalli. Pure degno di nota è nel M. l’incepparsi della
favella, concomitando manifesti sintomi di congestione sanguigna al
capo, allorché sta per essere assalito da convulsioni o da accessi di
furore maniaco. In tali contingenze diviene il M. anche allucinato: e non
di rado in preda ad illusioni sensoriali; scaglia lungi da sé la pipa
perché il tabacco ha un cattivo sapore e contiene veleno; altra volta
gesticola e guarda fisso fisso col naso all’aria parlando in modo non
intelligibile: il che non fa meraviglia quando si pensa che il nostro M.,
come quasi tutti gli epilettici, poche eccezioni fatte, soffre di uno
speciale pervertimento nel senso del gusto, forse in conseguenza
dell’abuso che esso fa di cibi ecc.
Ben differenti caratteri presenta T. Luigi idiota, epilettico dalla nascita.
Questi sempre pacifico, non si cura che di sé e non vive che per sé; non
litiga e non si lascia trasportare ad atti violenti se non dopo essere stato
ripetutamente offeso. Ed è per lui gravissima provocazione il tentare di
defraudarlo anche d’un pezzettino di pane: prevalente essendo in T.
l’istinto della propria conservazione e quello di accumulare. Infatti per
guadagnare qualche presa di tabacco, un soldo ecc. faticherebbe da
mattina a sera. Corpulento nella persona il T., dorme lunghi e profondi
sonni e niuna traccia resta in lui venne subito accesso convulsivo, nello
stesso modo che essendone senza prodomi ed all’improvviso assalito
non è possibile prevedere il sopravvivere dell’accesso medesimo». (fig.
n. 70)
Firmato Luigi Frigerio
Diario OSB, n.3, 1878
«T. Lorenzo di cui oggi diamo il profilo fu qui ammesso all’età di 23
anni nell’anno 1866 per idiozia di 2° grado (secondo la divisione
basata da Esquirol su l sintomo della parola). Il di lui padre morì per
apoplessia da emorragia cerebrale, la madre soffre da gran tempo di
vizio cardiaco, con simili precedenti “ ebbe i natali ” (così era
concepita la relazione medica ) il T. dagli occhi cilestri e dal capello
castagno che nell’aurora della vita stentò di molto ad articolare gli
accenti, e quando gli fu dato parlare si fece chiarire balbuziente e tale è
pure tuttora. Col crescere dell’età divenne robusto della persona, ma e
fanciullo e adulto fu sempre incapace di redigere l’attenzione, i di cui
sforzi fanno attivo l’organo del pensiero, e per sì fatta incapacità corse
spesso a fatti da pregiudicare la sicurezza dei suoi parenti e dei cittadini
medesimi [...] E siccome le facoltà intellettuali ed affettive giammai in
lui si svilupparono a mò trovarsi nel caso di fare acquisizione delle
cognizioni che costituiscono l’uomo pensante ed agente con saviezza,
così da un momento all’altro dalla somma gioja alla cupa tristezza
passava; e siffatte idealità lo trasmodavano da tranquillo e trattabile in
irrequieto e manesco, e quanto secondo stato era spesso preceduto da
dolori di capo per attutire il quale volontariamente fece negli anni
andati fino a sette bagni in un giorno nell’acqua fredda, né ebbe
temenza di tuffarsi nell’acqua gelida nel cuore dell’inverno senza che le
di lui facoltà intellettuali ed affettive sentissero giovamento, e la salute
di lui ne patisse il più lieve sconcio. Sdegnandosi il T. delle altrui
contraddizioni peggio poi delle beffe dei tristi e male avveduti, due anni
or sono, s’accapigliò con costoro e ne avrebbe fatta beccheria se le
genti accorse non si fossero adoperate ad ammansarlo per mettere in
sesto la sconvolta sua mente e impedire nel tempo stesso tristi evenienze
fu posto nel manicomio e dopo un anno di cura parea guarito e fu
quindi rimandato ai domestici lari. Siccome però da alcun tempo lo
stato di nervosa eccitazione è tornato in costui ad accrescersi, lo
esaltamento della di lui sensibilità si era fatto maggiore, aumentato il
disordine dell’intelligenza e della volontà ecc. così fo pensamento che il
giovane suddetto debba essere nuovo custodito ecc. ecc. Il T. è
dolicocefalo ed in complesso ben conformato nella persona. I capelli
sono abbondanti e grossi. Il viso è privo affatto di peli (a 35 anni);
l’occhio è piuttosto infossato nell’orbita, lo sguardo è molto incerto.
Contrariamente a quanto si osserva in altri idioti il T. è ognora
dominato dalla smania di lavarsi, alla quale cosa si abbandona
ripetutamente lungo la giornata: e nella stagione estiva non passa
giorno senza che egli non voglia bagnarsi la persona. Quando poi lo
portiamo cogli altri ricoverati al bagno di mare è sempre il primo a
tuffarsi e l’ultimo, colla usata ostinazione, a riuscire dall’acqua. I sensi
nel T. sono normalmente sviluppati. Le facoltà intellettuali sono quelle
di un bambino: quindi i desiderii ed i bisogni sono alle medesime
proporzionali; ghiottone all’eccesso per certi intingoli, si affeziona a
coloro che lo regalano dolciumi ecc. Interessante a studiarsi nel T. ci
sembra la speciale forma di lesione che egli presenta nella funzione
della favella e che non ha nulla di comune con quella che si riscontra
negli altri idioti di questo manicomio: la tendenza spiccata cioè ad
invertire l’ordine delle lettere alfabetiche in talune parole. Così per
esempio dice: saca mia invece di casa mia, fartino o farte anziché
fratino o frate, murro per Rhum, calona per canajola (specie di vino)
ecc. Se trova di molto eccitato, nel proferire parole che contengono l’r
pare che le labbra cessino di obbedire alla volontà, così che i suoni
escono dalla bocca a modo di sproloquio. Allorché per lo contrario il T.
è del tutto tranquillo meno facilmente può articolare le parole; il che, se
tuttavia si osserva nei comuni balbuzienti, offre maggior importanza al
fatto in ordine alle peculiari condizioni dell’organo cerebrale.
Esortandolo a ripetere le frasi che noi pronunciamo non sa farlo e solo
emette suoni inintelliggibili; egli, in somma, si è formato un suo proprio
dizionario (molto ristretto invero) al quale non sa aggiungere altri
vocaboli. Le abitudini del T. sono, del resto quelle relative al grado di
sviluppo e del suo cervello: limitazione quindi ha la massima parte nel
compimento de’ suoi atti. Tuttora insensibile di molto all’impressione
del freddo è per lui abituale l’alzarsi dal letto assai per tempo e il
camminare lungo le gallerie del suo comparto vestito della sola
camicia: nè valgono a fargli mutare di proposito sì le buone maniere
con le minacce di castighi ecc.; fino ad ora però (e sono oramai 6 anni
da che lo conosciamo) non ci occorse di vedere il T. pure per un giorno
sofferente del benché lieve disturbo nelle funzioni della vita vegetativa».
(fig. n. 71)
Firmato Luigi Frigerio
Diario OSB, n.4,
«B. Elisabetta fu ammessa nell’anno 1844 in età di anni 48 in causa di
mania (?) essendo stata per altre due volte affetta dalla stessa infermità.
Una sorella ed un fratello suoi pure soffrirono di alienazione mentale.
La B. è ora in completa demenza e del primitivo delirio non
permangono che vivissime tracce: ad esempio manifesta quando a
quando un certo estro d’amoroso trasporto (a 82 anni) verso il sesso
maschile, la quale cosa dimostra col presentarci mazzolini di fiori ecc.
non che con la tendenza a seguirci molto da vicino per lungo tratto e ad
aspettarci nei corridori che siamo soliti percorrere durante la visita. E
guai se ci atteniamo di rifiutare i suoi doni! Come la maggior parte dei
dementi la nostra B. ha il vezzo di ornarsi il capo di nastri, fiori di carta
ecc. e le dita di fettuccie, di fili e così via; delle quali cose si tiene tanto
paga da non cederle per niun costo. Il suo ticchio più caratteristico però
è quello per il quale ogni mattina, appena lasciato il dormitorio di
prima di scendere nel laboratorio delle filatrici, ove aggomitola un
nodoso filo bacia le serrature di tutte le porte che si trovano sul suo
passaggio; del resto è laboriosa e vegeta: così che non avremmo da
gran tempo occasione di vederla sofferente per malattie accidentali: e
nello scorso anno colta da un pleuro-pneumonite in breve se ne guariva
perfettamente». (fig. n. 72)
Firmato Luigi Frigerio
Diario OSB, n.5, 1878
«B. Antonino d’anni 32 contadino di M. fu qui ricoverato per la settima
volta nel Maggio dello scorso anno. L’ereditarietà del lato paterno e la
consanguineità fra i genitori contribuirono grandemente a che egli
sortisse dalla natura una forte predisposizione alla pazzia. E se tali
cause a ciò non fossero state per loro stesse sufficienti, aggiungevasi
l’insorgenza di una grave malattia dell’orecchio, (otite catarrale-
bilaterale-reumatica) in seguito alla quale appunto, per la prima volta,
il B. diveniva alienato di mente a forma di mania con furore; e come
tale veniva inviato a questo Manicomio anche nelle susseguenti
recidive.
Di costituzione robustissimo non ci fu dato mai di vederlo ammalato per
disturbi fisici, benché durante il periodo di agitazione nudo si esponesse
ripetutamente all’azione del freddo più rigido ed a quella del sole più
cocente. Lavoratore instancabile si presta volentieri in quelle faciende
più grossolane che sono comportate dalla sua limitata intelligenza.
Molto spesso poi diviene necessario isolare il B. dai compagni perché
ha la tendenza al furto; infatti si arriva a sorprendere, senza esser
veduto dagli infermieri, un idiota od un imbecille, che per solito non
reagiscono in verun modo, toglie all’uno il panciotto all’altro la
camicia e se ne riveste colla massima compiacenza. B. manifesta infine
un matto desiderio di acconciarsi il capo ed il viso in modo strano e,
giorni sono, dando prova di una ben rimarchevole insensibilità
dolorifica, si estirpava e peli dal mento onde accomodare la barba
secondo l’usanza inglese». (fig. n. 73)
Firmato Luigi Frigerio
Diario OSB, n.7, 1878
«Il profilo del quale (come modesta illustrazione della presente storia
clinica) oggi corrediamo il Diario, si riferisce ad uno dei pochissimi
casi di follia circolare o a doppia forma, accolti in questo Stabilimento.
B. Luigi di P. più volte rimesso in seguito a ricorrente mania furiosa che
lo rendeva assai pericoloso, ebbe un fratello pazzo: fra le cause
occasionali prevalsero le febbri intermittenti alle quali il B. sofferse
diuturnamente. Però anche il giuoco smodato del lotto e alla miseria
che mi conseguiva si volle attribuire una morbigena influenza. Del resto
la di lui malattia, oltreché essere legata al vizio e ereditario, è sostenuta
dal irregolare conformazione fisica: lo scheletro infatti è
incompletamente sviluppato per sofferto rachitismo e nella forma del
capo prevale, in modo anomalo, il diametro trasversale. Il B. andava
soggetto a periodi di furore maniaco (che lo rendevano minaccioso
perfino verso i proprii figli) alternatisi con intervalli di taciturnità
ostinata. Qui nel Manicomio la malattia mentale di lui tenne, fino ad
ora, decorso identico a quello già descritto; notiamo tuttavia che nello
stato di furore maniaco il B. si fa oltre modo clamoroso, or cantando
preci ed ora vociferando oscene canzoni; fra l’uno eccesso e l’altro
lavora egli da calzolaio con discreta precisione: però serbandosi
ognora taciturno e niente socievole coi compagni». (fig. n. 74)
Firmato Luigi Frigerio

5. La svolta e il silenzio

Nel 1890 dentro al San Benedetto i ricoverati raggiunsero il numero di


trecentocinquanta. Poi, grazie all’attività del manicomio di Imola, i ricoveri
diminuirono. Nello stesso tempo, sorgendo numerosi istituti privati per quei
benestanti che potevano permetterselo, dentro i manicomi cessarono le
distinzioni di classe.
Le sovvenzioni vennero ridotte ancora di più e le funzioni di economato
passarono alla ‘distrazione’ degli uffici della Provincia. Da allora dentro il
manicomio i poveri illetterati prevalsero.
Al manicomio di carte si sostituì quello dove, come sottofondo costante, per
tutto l’edificio, si avvertiva un’aria maleodorante che si attaccava e
penetrava ovunque: sugli oggetti, sui mobili, sui vestiti. Anni e anni di
escrezioni organiche prodotte da degenti incontinenti, impregnavano
pavimenti e pareti. E questo lezzo ne fuoriusciva anche all’esterno, e ne
fuoriesce ancora oggi, testimoniando la sofferenza e l’immane tragedia di
singoli individui reclusi in condizioni (a detta di alcuni medici) disumane.
L’interruzione del Diario e la graduale perdita di voce degli internati,
corrisponde, intorno al 1904, con una svolta in campo psichiatrico. Come si
desume dalla legge del 1904, la finalità di un manicomio non era la cura
bensì la gestione di uno spazio concentrazionario.
Con la formula “pericolosi per sé e per gli altri e di pubblico scandalo’’ la
legge Giolitti disciplinava il manicomio con modalità analoghe a quelle
degli istituti di pena (Legge 14 febbraio 1904, n. 36, Disposizioni sui
manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati. Pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n.43 del 2 febbraio 1904).
Per il ricovero era sufficiente il certificato di un medico generico, ma anche
di sindaci, educatori o agenti di polizia. Con una semplice denuncia,
chiunque ricoprisse un ruolo istituzionale poteva dare il via a una carriera di
malato mentale. L’internamento giudiziario scattava in automatico dopo un
mese di permanenza nella struttura. Se ne poteva uscire in due modi: per
guarigione, praticamente mai - perché questa evenienza era soggetta alla
responsabilità penale del medico; per ‘dimissioni in esperimento’, in quanto
l’internato veniva affidato a un membro della famiglia.
Per la gente sola e per gli orfani, non poteva firmare nessuno. Se qualcuno
guariva poco dopo il pronunciamento giudiziario, poteva anche non uscire
più. Fra i candidati allo stigma manicomiale c’erano alcolisti, omosessuali,
gente con contrasti famigliari, epilettici e poveri affetti da semplici malattie
neurologiche. In pratica, il manicomio era un luogo di contenimento della
marginalità sociale.

6. Deculturizzazione o la disabitudine al padroneggiamento delle azioni


ordinarie

Con il ricovero in Manicomio, dopo il ‘benvenuto’, si procedeva verso la


morte civile attraverso la spoliazione degli abiti e di ogni proprietà
personale. Ai malati non era concesso avere niente. Nemmeno il pettine
personale era consentito. Tutto doveva convergere verso l’anonimia.
Nei manicomi, più ancora che nelle altre istituzioni (caserme e carceri), si
mirava alla spersonalizzazione attraverso la sottrazione dei più comuni
conforti. Il rapporto sociale forzato e l’irrigimentazione, insieme alla perdita
degli agi, servivano a mortificare la volontà.
La cancellazione dell’identità avveniva attraverso vari accorgimenti. In uno
stanzone potevano starci un gran numero di internati, chiusi a chiave senza
far niente, né leggere, né scrivere. A tavola per ragioni di sicurezza non si
usavano forchette ma solo cucchiai e non c’erano né tovaglie né tovaglioli.
Quando ‘la cura’, a base di Seranase, Fargan, Largactil, non bastava, allora
bisognava ‘contenere’.
Per il paramedico la sicurezza era un problema giuridico, più ancora che per
il medico. Era lui il responsabile dell’incolumità dei pazienti e del
personale.
Oggi la psichiatria è molto cambiata e la legge 180 ha contribuito non solo
ad un fatto di civiltà ma a demolire l’illusione di poter fornire una
classificazione credibile delle malattie mentali, a partire dalle forme in cui
si manifestavano nei manicomi. Basaglia era convinto che la psichiatria
istituzionale studiasse ciò che essa contribuiva a produrre.
Quasi si stenta a crederlo, ma spesso nei pazienti era difficile differenziare il
danno patologico da quello istituzionale.

7. Le attività artistiche nel San Benedetto

Tornando agli anni ‘70 e ‘80 dell’Ottocento, vediamo che le attività


sperimentali e soprattutto l’indole artistica del D.r Frigerio non poté non
condizionare alcune delle sue attività e osservazioni. Eccolo allora
adoperarsi nella creazione di una scuola di disegno con un corso tenuto dal
‘chiarissimo’ Conte P. (era un ricoverato con quella preparazione) e poi,
quando fu dimesso, le lezioni furono proseguite con metodo e buoni
risultati da lui stesso.
L’arte e gli artisti nel manicomio di S. Benedetto (osservazioni del Dr.
L. Frigerio)
«Non v’ha Manicomio il quale non conti fra i suoi ospiti qualche artista
di pittura di scultura e d’altro genere; il loro numero però è
generalmente scarso negli Stabilimenti pubblici essendovi il massimo
contingente dei ricoverati fornito dalla classe povera.
Anche in questo Ospizio ciò nulla dimeno si annoverano taluni alienati
artisti e su di essi appunto [...] abbiamo rivolto l’attenzione
sembrandoci interessante lo studiare, senza alcuna pretesa beninteso, i
rapporti che intercedono sui prodotti artistici e lo stato mentale, nonché
utile il rilevare l’importanza che dal lato clinico e medico-legale
possono qualche volta i rapporti medesimi assumere. Diremo anzitutto,
per quanto ce lo consentono i materiali raccolti, che il maggior numero
di lavori ne venne fornito dei pazzi monomaniaci; diremo inoltre che in
taluni dei nostri alienati artisti la potenza creatrice dell’immaginazione
pareva preannunziasse lo Stato d’esaltamento mentale, mentre pareva
che acquistasse in altri maggiore intensità durante le accennate
condizioni.
Ci risultò eziandio che in taluno degli alienati per demenza consecutiva
a diversa forma di malattia mentale, perdurava l’attitudine artistica;
ma, come vedremo più innanzi, in questa specie di pazzi è in generale
nulla la facoltà dell’immaginazione ed i prodotti della mente altro non
sono se non che monotone ed automatiche espressioni di concetti
anteriori alla malattia mentale.
Nelle pazze sia per la cultura intellettuale molto limitata, sia per le
abitudini speciali del loro sesso, più di rado riscontrasi attitudini
artistiche: due sole Signore e infatti conosciamo che sappiano
disegnare, una delle quali benché la tarda età le renda tremula la mano
ed incerta la vista, si diletta a ritrarre immagini sacre ecc.: l’altra
affetta da demenza con agitazione quando a quando chiede matita e
carta ed a ciò si accinge: tenta e ritenta ma poscia getta lungi da sé
indispettita quelle cose e se ne fugge altrove in preda all’irrequietezza
che ognora la rende agitata. Svariato è lo scopo (quando non è la noja)
che spinge i pazzi ad occuparsi in questo modo: ben spesso i lavori che
eseguiscono riflettano interamente il delirio di cui vanno affetti, molte
volte invece è loro intento di mostrare l’abilità artistica di cui si
vantano; più frequentemente però essi si servono di un tal mezzo per
manifestare pubblicamente il loro odio e la loro vendetta all’indirizzo di
chi non accondiscendendo ai loro desideri o per altra futile ragione è
fatto bersaglio della pazza indignazione di cui sono compresi.
Lo provano i seguenti esempi:
M. già professore di belle lettere e poeta di qualche vaglia, passò per
tutte le fasi del delirio ambizioso: infatti si credeva dapprima un gran
pittore ed illustrava le sue eterne cantiche con mille e mille sgorbi
inesplicabili rappresentanti animali di forme stranissime alle prese con
uomini e donne, gli uni e le altre nudi, nelle pose più originali, formanti
un insieme da cui evidente riusciva una potente forza imaginativa
espressa dalla più grande stravaganza di linee. Anche le pareti della
camera furono dal M. ornate (a suo dire) di sconce e laide figure: colla
pretesa di illustrare una nuova Divina Comedia di sua ideazione,
accomunò frati e preti, mitrati più o meno, con donne nude ecc. ecc. Poi
(nuovo Tintoretto) per vendicarsi dell’Economo che gli aveva rifiutato il
tabacco, ne dipingeva l’effigie collocandola fra quelle suddescritte, tutte
quante immerse nel più sozzo pantano. Dalla scurrilità di tali quadri
traspariva poi accentuato il delirio erotico il quale, già appalesatosi fra
i primi sintomi della malattia che trasse M. al Manicomio, novellamente
manifestavasi durante il suo soggiorno fra alienati. Molte sculture del
M. poi (giacché Egli volle essere anche scultore) oltrecché essere fornite
dei caratteri già accennati per i lavori pittorici, distinguevansi in modo
particolare per la loro rassomiglianza coi bassi rilievi di stile primitivo:
altre ricordavano molto da vicino gli idoletti pagani ecc., tutte cose di
cui l’autore non erasi mai occupato in antecedenza.
B., muratore, che al pari di M. si fece pittore nel Manicomio, e che
quando a quando deve essere isolato dai compagni per la sua
irrequietezza, appunto annuncia un tale stato col bisogno che ha di
mettere alla berlina or questo or quello degli inservienti ed impiegati
dello Stabilimento condannandoli in effigie alle più svariate pene:
dipinse B. tempo fa, il ritratto del Cuoco (che in effetto era rubicondo e
paffuto) colle sembianze dell’Ecce Homo dinanzi ad una ferriata che
impedivagli di toccare i più seducenti cib; ed a questo supplizio avevalo,
novello Tantalo, condannato per avergli negato, non ricordiamo bene,
quale piccola cosa.
Bord. ha la vanità di credersi valente scultore e disegnatore: nei suoi
lavori poi predominano sempre gli emblemi dei grandi principii sociali
ed i soggetti mitologici e storici confusamente associati come si rivela
dalle scritte che illustravano corali suoi lavori di disegno e di scultura:
«Un personaggio rappresentante il presiedere allo Statuto, tanto più
sacro nel suo valore avente per antagonismo la pressa libera ossia la
stampa in saggezza libera; valutando il valore del giuramento il sacro
fuoco; rimembranza di quel fuoco che le Vestali custodivano al tempo
dell’Impero e Repubblica Romana.»
«In lapis nero; Josafate rappresentato da un vecchio Sacerdote tenente
sospeso per un fissello un globo, figura dell’atmosfera, di prospetto
Desio con la spada sospesa a salvezza del trionfo profetico».
«Saturno che sorge da un gran calice tenendo le redini in mano che
tengono in freno un leone, una Vestale alla custodia del sacro fuoco. Un
albero della libertà rappresentato da una quercia qual trono
anticamente al giudizio degli imputati, e garanzia al patto o
giuramento, a sostentamento e difesa della libertà.»
«Un quadro figurante l’ultimatum in lapis, ai quattro lati rappresentasi
lo Statuto, il fassio Consolare, la croce di Savoja, e l’albero della
libertà.»
Notisi che nel Bord. il delirio si aggira ognora su tali argomenti: il
quale fatto al pari di altri che verremo descrivendo, prova che molte
volte per l’appunto i lavori dei pazzi non sono altro che una modalità
del delirio medesimo; fatto questo che dal lato medico legale non è
privo d’importanza.
Anche il genere della professione imprime ai lavori artistici dei pazzi
speciali caratteri.
C. di professione scalco, decantando clamorosamente ad ogni ora del
giorno e proprii amori con principesse, marchese ecc., delinea col
carbone sul pavimento molteplici e complicati piani di mense imbandite
su cui è rappresentata la distribuzione dei fiori, dei frutti, delle vivande
e con scrupolosa esattezza.
V. giovane marinajo, ad intervalli e malinconico, disegna e costruisce
elegantissime barchette e i piccoli bastimenti nei quali ogni ordigno:
carrucole, alberature ecc. sono perfettamente proporzionati e lavorati
con squisito gusto. La quale occupazione, egli assicura, lo fa rivivere
della vita di bordo e gli è di grande conforto.
Marc., ebanista abilissimo e altra volta lavorante in un arsenale di
ferrovia, disegna macchine locomobili, imposte di finestre ecc. Egli offre
una notevole tendenza: quella per cui imprime forme stravaganti
(inerenti bene spesso al delirio erotico da cui è invaso) agli oggetti che
costruisce: così per esempio avendo composto un porta-mantello, al
pijuolo aveva dato la forma assai verosimile dell’asta virile in piena
erezione.
Molto scarsi sono gli esempi di artisti fra i pazzi maniaci: ricorderemo
quello interessante offertaci dal Sig. P. il quale ad ogni accesso di
esaltamento, che ricorreva alla distanza di 6 mesi ad un anno circa,
diventava disegnatore di molto garbo: i suoi scritti infatti spiccavano
per l’eleganza delle lettere a tipo gotico: la sua mano scorreva
rapidissima sulle pareti tracciando volute e arabeschi di forme
elegantissimi, che per la forma loro caratteristica facevano indovinare
la variazione che l’esaltazione mentale induceva nel di lui carattere
morale. Ci parve meritevole d’essere riferito questo caso come prova
dell’attività di cui sono suscettibili le funzioni cerebrali durante il
periodo d’eccitazione.
Abbondarono i pseudo artisti fra gli individui affetti da demenza:
epperò come dissimo più sopra, nella massima parte di tali malati è
deficiente l’attività produttiva mentale e difficilmente si riesce a rilevare
lo scopo che li spinge a disegnare ecc. Solo di rado il concetto dei loro
disegni è connesso col primitivo stato di delirio: in qualche caso di
demenza infine fanno interamente difetto la coerenza ed il senso comune
nei disegni e nei lavori d’altro genere, come negli scritti.
R. alienato demente con accessi di esaltamento maniaco (i quali quasi
sempre sono forieri dei bruschi cangiamenti atmosferici) disegna senza
posa non lasciando intatto neppure il suolo dei corridoj; stravaganti
oltre ogni dire sono le cose che R. si propone di rappresentare, valga il
seguente esempio: un’ape che rode il cranio di una formica fu il
soggetto che R. infinite volte delineava.
Paolo P. da moltissimi anni demente non cessa di offrire
all’osservazione una forma di delirio singolarissima e degna d’interesse
perché si connette colla tendenza a rappresentare con disegni il ricordo
delle armi che egli crede siengli state fatali. Egli infatti convinto di
essere stato ucciso in seguito a replicati colpi d’arma da fuoco, disegna
ovunque archibugi e pistole.
Il Sig. Mac. il quale è affetto da demenza consecutiva a mania con
furore, ebbe educazione assai finita, della quale erano compimento le
arti belle:
fingeva per vero dire all’acquarello con sufficiente abilità, però nei suoi
lavori notavansi speciali caratteri, predominavano ad esempio certi
colori: il giallo più degli altri. Di religione israelitica il Mac. popolava i
suoi paesaggi di frati ecc. Notevoli poi sono certi errori che rilevammo
in alcuni suoi disegni; fra gli altri il seguente che fa fede
dell’indebolimento di alcune facoltà quali sono all’attenzione e la
riflessione e che potrebbe aversi per un criterio diagnostico della
malattia di cui va affetto. Mac. infatti dipinse molto tempo fa un
generale d’armata colla posa di chi siede: avendo però dimenticato di
disegnare il sedile, viene mosso al riso chi guarda il lavoro, benché sia
nel insieme ben fatto e dalle linee del viso trasparisca la fisionomia
severa e franca del fiero soldato. Altra volta dipingendo una marina
collocava nel piano anteriore, sulla spiaggia, un basamento di colonna
d’ordine attico il quale contrastava in modo strano con le barche
pescareccie ecc.
G. da molto tempo demente conserva una esatta rimembranza del gusto
estetico nell’abbozzare composizioni di stile sacro: chi gira nel
Manicomio infatti ne cerca gli angoli più nascosti, trova sulle pareti di
tali abbozzi che, tuttavia risultando da molte linee e non da un solo
contorno, a una debita distanza fanno piacevole effetto. Questi disegni
sono però fotografati gli uni sugli altri invariabilmente: e quando
cercammo di indurre il G. ad occuparsene di proposito, rinnovò sulla
carta le stesse linee ed i medesimi soggetti con l’identica uniformità.
Ricorderemo infine, a proposito di neopittori alienati, il fenomeno non
comune, offerto da un epilettico che con molti altri frequentava la
scuola di disegno che riattivammo nel 1872 in questo Manicomio.
Egli era certo T., assai ottuso di mente il quale benché mettesse a
contribuzione tutta la sua volontà nel voler approfittare di quel
passatempo, disegnava sempre le figure a rovescio. Era ciò dipendente
da anomala struttura dell’occhio oppure da ricorrente illusione
sensoriale?
Oltre agli artisti ai quali abbiamo accennato trova si nel Manicomio
una classe di alienati d’ambo i sessi cui la pazzia induce a costruire
oggetti e lavori stravaganti e che pure stanno più o in meno in relazione
col loro delirio:
L. che presentava lo strano e non frequente connubio della monomania
ambiziosa coll’epilessia, compose con vinchi un cappello a forma di
cono ornato sulla parte anteriore degli emblemi che rammentano la
passione di Cristo, più in alto (vedi contraddizione) un sole raggiante e
sul culmine una piccola scopa.
C. rozzo pecorajo, e epilettico, costruì parecchi violini nei molti anni di
sua dimora fra noi, interessanti a vedersi perché ricordano la forma di
quelli che trovansi dipinti negli antichissimi affreschi di stile sacro. La
quale forma, nella mente del C. era forse rimasta impressa allorché nel
tempio passava molte ore in estasi con lo sguardo rivolto al cielo.
Singolare è poi la tendenza che un povero demente certo V.G. (già
incendiario) tuttora dimostra: quella cioè di costruire colle foglie di
grano turco pipe ecc. che tiene tutto il giorno in bocca pascendo
l’illusione del fumare, mentre rifiuta il tabacco ed i sigari.
Fra i lavori delle donne alienate ci parvero degni d’osservazione quelli
di una certa T. affetta da demenza consecutiva ad isteromania: la T. già
molto abile lavoratrice di maglie ecc. va ora ogni giorno lambiccandosi
il cervello intessendo oggetti dalle più strane forme.
Le signore L. ed A. infine, entrambi le quali erano, nello stato di salute,
distinte ricamatrici, si conservano tali tuttora e lavorano merletti di
grande pregio, solamente quando lo stato di demenza in cui trovansi
non è complicato da eccessi di furore maniaco.
Ciò premesso, ben lungi dal voler assegnare alle pitture, alle sculture ed
agli altri lavori degli alienati l’importanza che giustamente si
attribuisce agli scritti dei medesimi, diremo che in certi casi dubbi
anche per mezzo di simili materiali si può completare il quadro
sintomatologico della diagnosi e nella prognosi delle malattie mentali,
accrescendo valore ai criterii secondo i quali il medico alienista
pronunciava il proprio giudizio intorno all’entità morbosa. Pesaro 2
Luglio 1880».
Nelle varie pagine del Diario è possibile ricavare altre osservazioni, fatte
sempre da Frigerio, attorno alle attività artistiche o creative degli internati.
Alcune di queste, come vedremo, sono fantasiosissime.
«M. L. che lavorava nell’officina dei falegnami e che da poco tempo è
uscito dall’Ospizio, era dotato di un certo genio meccanico. Avendo
grande desiderio di ritornare in famiglia, e siccome gli si diceva che
non si trovavano mezzi di trasporto si studiò di costruirne uno affatto
nuovo; a tale scopo ne fece un piccolo modello proponendosi di farlo
poi riprodurre nelle dovute proporzioni a spesa dell’amministrazione
dell’Ospizio. Esso consisteva in un carro a quattro ruote che portava un
palo, sulla cui estremità libera fornita d’una carrucola, passava una
cordicella fissata all’asse delle ruote posteriori per un capo, e per
l’altro a quello delle ruote anteriori. Alla fune poi per un tratto di 4 o 5
centimetri stava unito un cordoncino elastico, per mezzo del quale chi
stava sul carro, traendo or sull’uno or sull’altro capo facevalo
camminare. (1872) P.P. scrive ogni giorno cinque o sei lettere, colle
quali chiede per sposa or questa or quella principessa o nobil donna
che sia, ed in anticipazione per lo meno parecchie centinaja di migliaja
di scudi. Disegna poi un quadrello al posto del francobollo, e più sotto
un ordine col quale obbliga gl’impiegati postali a ritenerlo valevole.
Così è di tutti i suoi desiderii, che appena concepiti gli si traducono
nella mente in altrettanti fatti. (1872)
P.L. n. 94 si attortiglia le braccia con dei vimini; interrogato da noi
perché ciò facesse “È il costume’’, rispose “del mio paese’’ Ohibò! che
a Rimini si portano i manicotti di lana “Ed io non avendone di lana li
porto di legno”. (1872)
Pochi anni fa entrava il Sig. X il quale sotto l’accesso di manìa di
persecuzione per difendersi da immaginari nemici s’era provveduto di
un panciotto di singolare peso e struttura. È un gilet in apparenza
ordinario ma che pesa Chilogrammi 5.500 perché nel suo interno
contiene una maglia di ferro a corazza, composta di tante squame
metalliche assieme articolate. Questa poco leggiera acconciatura
avergli costato più che 500 lire. Ora Egli si è tranquillato affatto su
quell’argomento, e l’unica sua occupazione è di ottenere delle paste o
chicche di buona qualità. (1872)
Mentre il falegname dello Stabilimento metteva i chiodi ad una cassa
mortuaria il signor P. rivolgevasi all’artista con queste parole: “Vi
raccomando A., di metterli in piccolo numero i chiodi onde nel giardino
del giudizio universale il povero M. possa uscirne più facilmente”.
(1878)
M.V. n.262 è una contadina impiegata a cardare la bavella,
robustissima con muscoli e faccia da uomo, con piena barba sul viso e
voce virile. Ricoverata fin dal 1866 per ninfomania, si mostra abilissima
nei lavori femminili, di quando in quando presa da eccessi maniaci,
durante i quali dopochè si è gettata a terra e a gridato, è presa anche
col ticchio di fare dei ricami di nuovo genere: sono disegni fatti sulla
carta appiccicando colla saliva dei fili di cotone che strappa dai propri
indumenti. Con questo metodo speciale fece il ritratto, e abbastanza
simile al vero, dei medici mentre fanno la visita e delle monache che li
accompagnano, più tardi di un Medico mentre faceva delle osservazioni
oftalmoscopiche. Invitata a eseguire questi disegni col lapis dice che
non vi riuscirebbe (1872)».
Veronica n.262, nel corso dell’anno cessa la sua attività creativa e risponde
così alla domanda fatta dal suo medico:
«Perché Veronica non fai più quadri coi fili delle tue vesti? “Perché son
io stessa abbastanza quadra”». (1872)
Alcuni esempi di pazzi di genio, vengono citati dallo stesso Lombroso in
Genio e Follia, Hoepli, 1877:
«Nel manicomio di Pesaro un’epilettico con dei frustoli d’asse rubati al
falegname, riuscì a congegnarsi due armoniosi violini. Ivi pure si
conserva un quadrettino, in cui sono disegnati sì bene che paion vivi,
una monaca e un medico, mentre esaminano, all’ottalmoscopio,
un’ammalata; - è opera di una contadina melancolica che si giovava,
per il ricamo, dei fili strappati alla sua veste, ingommandoli sulla carta
colla saliva».
PUNTI DI VISTA

Questa nota scritta da Luigi Frigerio sul Diario, che documenta con
entusiasmo un successo, contrasta con un articolo scritto cento anni dopo.
«Giorni sono il Sig. Comm. Minghelli Vaiani visitò il nostro
Stabilimento e se ne mostrò assai soddisfatto, specialmente per l’ordine
che vi regna in onta alla grande libertà di cui i ricoverati fruiscono».
Nel 1967 Ezio Zerbini direttore del San Benedetto, scrive su Note e Riviste
di Psichiatria un articolo sugli albori della socioterapia. Questi considera
alcune attività raccontate sul Diario, di ispirazione solo caritativa ed
umanitaria. Il pro di queste iniziative, esprime Zerbini, «stava nell’elevare il
malato dalla tipica atmosfera regressiva dell’inerzia asiliare», mentre il
contro è «l’atteggiamento di distacco talvolta impietoso nei confronti del
malato» sia da parte dei medici che dei soggetti esterni. Poi trattando del
giornale in sé riconosce che la mano del Direttore e del redattore, su quanto
viene proposto dai malati, era tuttavia discreta.
In seguito, Zerbini parla dei temi socioterapici «dei nostri giornali
d’ospedale psichiatrico» ma qui, su Note e Riviste (pregevolissimo
strumento di ricerca e studio), la mano del Direttore e del redattore non
lascia alcuno spazio redazionale ai ‘malati’.
Zerbini sottolinea alcuni atteggiamenti che nell’Italia post unitaria - quella
espressa da Collodi, De Amicis, Tarchetti, Praga, Boito, Fogazzaro, De
Roberto, Serao, Capuana, Abba, Verga, Carducci, Pascoli - sono consueti.
In una nazione tutta irrigidita, conservatrice, tutt’altro che libera e moderna,
non deve stupire che il ‘malato’, sia sottoposto alla “mensa dei più
diligenti’’, allo “schieramento in parata’’ in ritorno dal mare e al
paternalistico “Bravi!’’ del Direttore, alla presenza di Signori e Signore
invitati ad assistere alle feste. Questa irrigimentazione corrisponde a quella
di qualsiasi altra istitituzione: carcere, caserma, collegio, scuola,
orfanotrofio. Corrisponde anche alla forma degli edifici pubblici e alla
nuova forma che viene data alla città su modello francese haussmaniano.
Senza dimenticare che i risultati raggiunti da quei medici (soprattutto quello
di affermare il “carattere pubblico della sofferenza’’) sono faticosi
esperimenti sottoposti al giudizio dell’amministrazione. Dalle testimonianze
che abbiano, soprattutto di Frigerio, anche il medico è sottoposto a un
controllo, soprattutto quando è mutata la struttura amministrativa del
Manicomio.
Diciamo che feste, spettacoli, gite, bagni di mare, descritti in particolare da
B.G., saranno senz’altro malinconici o imbarazzanti, secondo un’ottica
moderna; ma mai come gli agghiaccianti documenti filmati che, proprio
intorno al 1967, ritraggono un ospedale psichiatrico squallido, triste,
desolante, angosciante e soprattutto imbarazzante per i commenti fuori
campo sull’effetto che l’atmosfera regressiva dell’inoperosità asilare
produce sui poveri volti degli internati. Ciò che sconvolge è proprio il
distacco del medico e il fatto che non colleghi questo dato alla possibilità di
sottrarre il malato da quello stato.
SECONDA PARTE
LA STRUTTURA DEL DIARIO

Abbiamo scelto di trascrivere fedelmente le parole di questi scritti, con tutti


gli errori che, come nota e protesta (molto seccato) Stanislao M., sono
spesso dovuti alla mano distratta del tipografo.

1. Il Diario del San Benedetto

Nel corso degli anni, le intestazioni del giornale subiscono alcune variazioni
e così avremo Diario dell’Ospizio di San Benedetto in Pesaro, Diario del
San Benedetto in Pesaro e infine Diario del San Benedetto (Manicomio
Provinciale).
Inizialmente, grazie alla presenza di alcuni internati che di professione
erano tipografi, si pensò di stampare il giornale all’interno del manicomio; e
così fu probabilmente all’inizio, tanto che un documento sotto la direzione
di Lombroso attesta la proposta di acquisto di una macchina tipografica.
Poi, si pensò di farlo stampare presso la storica tipografia di Annesio
Nobili.
La periodicità delle uscite era quindicinale dall’anno I, n.1 (maggio 1872)
all’anno I, n.16 (dicembre 1872); mensile dall’anno II, n.1 (gennaio 1873)
all’anno XXXIV, n.8 (agosto-ottobre 1905); bimensile dall’anno XXXV, n.1
(gennaio-febbraio 1906) all’anno XXXV n.6 (novembre-dicembre 1906);
semestrale dall’anno XXXVI, n.1 (gennaio-giugno 1907) all’anno XXXVI,
n.2 (luglio-dicembre 1907). La durata complessiva fu dall’anno I, n.1
(maggio 1872) all’anno XXXVI, n.2 (luglio-dicembre 1907).
Pubblicato sotto forma di bollettino, insieme alla notizie sanitarie (nella
prima pagina) e agli scritti degli internati (poesie, commedie, dispute
filosofiche, politiche e storiche), si pubblicavano i resoconti delle
passeggiate, delle feste, del Carnevale e di altri avvenimenti. Si dava poi
spazio alle autobiografie degli internati, raccolte dai medici, e ad
annotazioni su malati più stravaganti. Il linguaggio usato era divulgativo,
piano e semplice, così da risultare comprensibile anche per chi era poco
istruito. Con il primo numero del 1881 il Diario cessò di essere redatto
quasi esclusivamente dai ricoverati, che tuttavia continuarono a collaborare.
Oltre a pubblicare un sempre più consistente numero di notizie sanitarie,
riforme, miglioramenti attuati, dati sul movimento dei degenti e loro lavori,
esso cominciò a inserire articoli «sui Manicomi, tendenti a dimostrare la
opportunità e la validità di siffatte istituzioni». Un radicale mutamento del
periodico si ebbe con il n.1 del gennaio-febbraio 1906, non solo dal punto
di vista della struttura e della veste tipografica, ma anche soprattutto per il
contenuto. Infatti si pubblicavano articoli di natura professionale e
scientifica, redatti dagli stessi sanitari e avviando così la trasformazione del
Diario in Note e Riviste di Psichiatria.

2. Note e Riviste di Psichiatria

Nel 1907, il medico direttore Antonio D’Ormea, fondò la rivista Note e


riviste di psichiatria, continuazione del Diario del San Benedetto in Pesaro
fondata da Lombroso. Fra i redattori si contò la presenza di Corrado
Tumiati, un giovane e sensibile psichiatra che non esitò a criticare una legge
(quella del 1904) che si ostinava «a vedere nel pazzo un pericolo più che un
malato». Soprattutto, come vedremo in seguito, egli intraprese una carriera
di scrittore.
Questo periodico – senza rinunciare al prestigio del titolo di Diario del San
Benedetto – per oltre settanta anni è stato una delle espressioni più
importanti nel campo della psichiatria e seppe imporsi all’attenzione del
pubblico specializzato, raggiungendo risultati tali da diventare un vero e
proprio punto di riferimento per lo studio delle patologie mentali. Nel corso
del tempo, modificando più volte l’aspetto tipografico, seppe restare fedele
alla sua natura di rivista scientifica, la cui necessità era di fornire notizie
sulla sperimentazione, soprattutto nel campo della psicofisiologia e della
biochimica, oltre a pagine su argomenti più particolari (le manìe dell’età
senile, la prostituzione femminile, il tentativo di suicidio nei vecchi e la
psicopatologia dell’adolescenza). Una importante rubrica era quella
dedicata alla casistica clinica. Fondamentali, per lo studioso, le pagine
dedicate alla “bibliografia sistematica italiana’’. Ogni numero conteneva
numerose notizie sulla legislazione e tecnica manicomiale italiana e
straniera, sulla comunicazione di neuropatologia, psichiatria e scienze affini
fatte nell’ambito dei più qualificati ambiti accademici o congressuali.
Queste rubriche non avevano uno spazio editoriale fisso, ma venivano
inserite secondo la natura e l’entità del materiale disponibile. La rivista,
nell’arco di molti anni, ha saputo mantenere il proprio prestigio nazionale e
internazionale proprio perché ha seguito passo passo il progredire delle
conquiste scientifiche.
Come possiamo vedere, le uscite della rivista seguono gli eventi storici: la
rivista fu inizialmente trimestrale (dal gennaio-marzo 1908, all’ottobre-
dicembre 1914) e poi quadrimestrale. Fino al vol.I dell’anno XXXVII la
rivista fu stampata da Nobili. Il successivo volume (vol.II) dell’anno
XXXVIII, Gennaio-Marzo 1909, inizia il lavoro editoriale della Tipografia
Federici, proseguita, pur con alcune interruzioni, fino al 1965. La prima
interruzione corrisponde al 1914-1920, la seconda al 1942-1946. Nel 1965
la Steu di Urbino porta avanti la pubblicazione della rivista fino al 1980
(anno LXXIII), con la pubblicazione del saggio Il manicomio di San
Benedetto di Pesaro. Follia, Psichiatria e Società (1829-1914) di Paolo
Giovannini.
IL DIARIO DEL SAN BENEDETTO IN PESARO

1. Specie di spazi

Nei disegni dell’architetto Cappellini, in particolare nelle sezioni, «tutte le


stanze che si trovano dietro la facciata» (come si dice in La vita istruzioni
per l’uso di George Peréc), sono «immediatamente e simultaneamente
visibili». Le stanze, così scoperte, permettono di rivelare chi le abita e le
attività che vi si svolgono.
Lo stesso Diario mette a nudo il soggetto (l’internato), i suoi gesti,
l’interazione con lo spazio, l’interazione con gli altri o con il personale
ospedaliero; oppure una stanza, una cella, il letto stesso, un corridoio, le sale
ricreative, la redazione, la finestra, un cortile, il giardino.
Girato il punto di vista, attraverso il Diario e gli occhi dell’internato, si può
osservare dalle finestre e intravedere il paese natio, la città e le colline
intorno. Oppure, varcata la soglia, si possono percorrere le vie della città,
sedersi a teatro. E ancora, si possono attraversare le campagne agricole e
quelle per il diporto, oppure andare in spiaggia per i “bagni di mare’’. E se
va bene, potremo assistere all’incontro degli sguardi fra un internato e i
parenti.

2. Genio e Follia di Cesare Lombroso (1876)

Non sono molti i testi che trattano di questo Diario e per lo più l’interesse
non è rivolto agli scritti prodotti dagli internati. In qualche altro caso
l’interesse è rivolto a Odoardo Giansanti detto Pasqualòn, il cantore
pesarese, più volte ricoverato al San Benedetto. Del Diario chi ne ha trattato
più nello specifico è Cesare Lombroso.
Lo scienziato veronese, per la redazione di Genio e Follia, uno dei suoi libri
più noti, e per i suoi studi in generale, tiene in gran conto quanto è raccolto
nel Diario del San Benedetto: «il Diario da me iniziato nel Manicomio di
Pesaro» e i giornali omologhi che «escivano, poco dopo, a Reggio, a
Palermo, Perugia, Ancona, Colorno, Napoli, Siena, Ferrara e per qualche
tempo a Pavia’ […] hanno accumulato tanta copia di prove in favore della
nostra prediletta teoria, da non lasciarmene troppo facile la scelta […] La
opinione, che stretti e numerosi rapporti avvincano il genio alla pazzia, ha
preso ormai salde radici nel mondo scientifico; […] un poco, forse anche,
alle varie edizioni di questo lavoro, ma più di tutto, certo, alla diffusione dei
molti giornali che sorsero, da alcuni anni, in pressoché tutti i migliori
manicomi d’Italia. Ogni numero, quasi, di questi curiosi diari, portava in sé,
e risuggellava la dimostrazione di quella tesi, creduta, per tanto tempo, un
bislacco paradosso, e riesciva a convincere i più, quanto poco nell’alienato,
s’avveri di quel caotico e assurdo, che le menti volgari vi appiccicano, e
come anzi spesso l’alienazione dia luogo ad una, non ordinaria, lucidezza di
mente. […] Che questi studi poi non conducano a pratiche e gravi
conclusioni, può affermarlo, soltanto, chi ignora, come essi abbiano risolto,
in gran parte, il problema sulla origine e natura del genio, ed abbattuto, per
sempre, quel pregiudizio, secondo cui si reputavano pazzi e quindi
irresponsabili, quelli soltanto che sragionavano del tutto, pregiudizio che
abbandonava al carnefice migliaja d’incolpevoli infermi».
È Lombroso stesso, a più riprese, citando il Diario pesarese, a sottolinearne
il valore e la particolarità: «All’Ospizio di Pesaro si stampa un diario redatto
tutto per mano di alienati, e vi sono delle pagine autobiografiche di una
strana eloquenza, per esempio nel N.1», di cui ci rimane questa unica
preziosa testimonianza in quanto il primo numero è andato perso:
«Anche colà provai strani fenomeni, un impulso di coricarmi sulla nuda
terra, una smania di urlare ad alta voce, una trascuranza generale nella
pulizia del corpo, da ripugnare anche a me stesso; [...] le grandi
sventure induriscono il cuore, ed io che avrei pianto nel vedere una
goccia di sangue, ora resterei impassibile al più atroce spettacolo».
Lombroso, colpito dall’arguzia di P.G. – «nipote di un celebre letterato,
ammattito, un giorno che gli prescrissi un decotto di camomilla, la medicina
notoria delle comari» – riporta i versi che questi recitò:
«Vedi Tiresia che mutò il sembiante/ Poiché di maschio femmina divenne/
Cangiandosi le membra tutte quante».
Un altro giorno G.B., «mostrandomigli ritroso a lasciargli montare un
cavallo alquanto bizzarro», afferma:
«Niente paura, dottore, similia similibus».
In seguito sceglie i «versi di un altro redattore dello strano Diario di Pesaro,
il signor M, erede anch’esso, di un gran nome letterario»:
A sé stesso
«E con chi l’hai? – / Con tutti e con nessuno/ L’ho con il cielo, che si
tinge a bruno,/ L’ho con il metro, che non rende i lai,/ Che mi rodono il
petto./ Nell’odio altrui, nel mal comun mi godo».
S.M. n. 365.
In questo caso, Lombroso sa di trovarsi di fronte a un intellettuale e patriota
che prima del ricovero, avvenuto nel 1871, era una qualche promessa della
poesia nazionale. Si tratta di Stanislao Mercantini, fratello del più noto
Luigi, il poeta di ispirazione garibaldina.
E ancora, quando afferma «veniamo ora a quella miniera che è il citato
Diario di Pesaro», Lombroso riporta alcuni fra gli scritti più belli ed
emblematici comparsi nei primi numeri del Diario. In particolare La
controvolontà, racconto autobiografico scritto dall’internato Luciano M.
n.110 (di Trieste).
Il testo che riporta Lombroso compare nel Diario n.3. Ma è interessante
rilevare che L.M. lo aveva già proposto sul n.2 in una versione differente,
dove si rivolge direttamente al celebre Dottore. È bene riportare ambedue le
versioni soprattutto perché possiamo osservare un dialogo interno al giornale
(fra redattore e scrittore) e in secondo luogo perché L.M. affina il testo
rendendolo pressoché perfetto dal punto di vista letterario:
Versione del Maggio 1872, sul n. 2 del Diario, intitolata
“Autobiografia”:
Le scrivo in forma di lettera, e desidero sottoporre alla sua attenta
riflessione questo mio scritto, per la ragione di cui Ella stesso vedrà
l’importanza. Io ho molta più eloquenza nello scrivere che nel parlare,
ed è perciò che ho preso la risoluzione di scrivere ciò che dovea dirle a
voce.
Sono otto anni, che io sono nello stato più curioso, più stravagante, più
anormale, che si possa immaginare. Non solamente è vero che la causa
del mio malanno è stato, il dolore violento che ho provato ad Asti, ma
quello che è positivamente vero e che costituisce una grande fatalità, è la
maniera con cui è rimasto colpito il mio cervello. Parrebbe che avessi
dovuto cominciare a sragionare, che fossi rimasto avvolto in un sogno
delirante, come succede in questi altri; nulla di tutto ciò; invece io non
so quale fenomeno incredibile stravagante è succeduto in me, la
controvolontà, una forza violenta in opposizione continua con la mia
volontà naturale ha cominciato a torturarmi. Non ero più affatto quello
di prima, invece che poter badare alle operazioni della vita con
spigliatezza, con piacere, o dovuto cominciare, a contare, con affanno,
come fosse un peso fastidioso, le ore della giornata.
Io non so come spiegare questa faccenda eppure io Le giuro, Sig.
Direttore, che la cosa sta proprio così, che io ho un organismo strano
stravagante oltre ogni credere, che i violenti dolori, quando colpiscono il
mio cervello, invece che farmi sragionare, mi schiacciano mi rovinano,
come potrebbe fare in un campo di seminato, il passare d’una terribile
tempesta. Questo fenomeno della controvolontà di cui Le parlo, e che
pare un flagello destinato a me solo fra i malati di cervello, ben lungi
dall’esser una cosa leggera è una cosa leggera è una cosa letteralmente
orribile. Non v’è più riposo, non v’è più stabilità, non v’è più nulla di
possibile al mondo; Ella che professore di Medicina, potrebbe studiare
questo fenomeno sul mio cadavere mediante la sezione, se un immensa
fortuna facesse che io morissi. Certo sul mio cervello Ella troverebbe
una perturbazione d’un genere affatto nuovo, che fermerebbe tutta la sua
attenzione, Ella troverebbe tracce tutte differenti dagli altri di malattia,
un caso nuovo in anatomia. Quando era fuori in casa di V…, mi sentiva
oppresso crudelmente poiché appunto son molti anni che soffro sempre, e
domandai di ritornar a stare a V… in cui mi trovavo tanto felice una
volta; sperava di vedere gli amici cresciuti, fatti adulti, mentre li aveva
lasciati ragazzi, sperava di vedere i miei antichi maestri, la città
insomma, sentendomi stringere il cuore amaramente all’idea di essere
lontano da tutti quelli che amava. Io avea trascorso gran parte della mia
vita colà, ed io sperava che rivedendo quelle persone, quei luoghi dove
ero stato felice, avessi a riviver per così dire nel passato, migliorando
sensibilmente e ritornando quello di prima. Idea tutt’altro che bizzarra
anzi giustissima, per chi conosce la stravaganza a cui vado soggetto io,
m’avrebbe proprio allargato il cuore, e cangiato completamente il mio
stato, ma non mi vollero dare ascolto; cercarono, per qualche settimana,
un sito ove collocarmi; poi sotto pretesto, che non lo trovavano,
lasciarono andare la cosa in dimenticanza. Allora fu che sentendomi
sempre più lacerare il cuore dalla noja, dall’amarezza, sentendo il
bisogno prepotente di rivedere le persone che amava una volta, mi decisi
di partire a piedi verso V… seguendo la costa Adriatica. Io torno alla
mia antica asserzione, Sig. Direttore, ed è che il io cervello è stato
colpito nella maniera più crudele e strana, e la prego di studiare
seriamente la questione come gliela presento io. Ed è perciò che la
prego, con tutto il cuore, di esaminare la questione, e lasciarmi spiegare
chiaramente onde prendere il concerto le misure opportune alla
situazione.
Bisogna produrre una violenta reazione nel mio cervello; Ella deve
consigliare a papà di riprendermi in famiglia, di rallegrarmi il cuore; io
stesso dirò quando mi sentirò sollevato, desidero tanto di rivedere la mia
famiglia, io non so che farne di tutti i miei regali, io non desidero altro
che di poter passar meno affannosamente che sia possibile l’esistenza.
Creda Sig. Direttore, che il miglior consiglio ch’Ella può dare, è quello
di farmi ritornar in famiglia; forse una mutazione violenta succederà in
me; ritornando a T… dopo tanti anni, una mutazione benefica scuoterà il
mio cervello, e tutto il mio organismo. Io prometto che lì avrò buona
condotta, che impiegherò assiduamente il tempo, e così il destino facesse
che mi sentissi di nuovo bene. Io le ho esposto tutto con verità; in ciò che
le ho scritto non v’ha una parola che sia lontana dal vero, glielo giuro
sul mio onore; tocca ora a lei poi Signor Direttore il fare quello che
crede più opportuno in tale circostanza. Mi creda. L. M. n. 110
Tra le rappresentazioni maggiormente ricorrenti della malattia mentale c’è
quella che lega la follia al non-essere, alla frantumazione del proprio io,
all’allontanamento da sé stessi. A questa cognizione del vuoto di sé (un
vuoto assai pesante), alla sensazione di essere agito da, corrisponde una
totale fiducia nei confronti del medico. Probabilmente l’arrivo di Lombroso,
del celebre ed acclamato scienziato, su cui l’amministrazione ripone tante
aspettative, si riflette sulle speranze di L.M., il quale è stato addirittura
coinvolto nella redazione del giornale.
Versione del Giugno 1872, sul n. 3 del Diario, intitolata “La
controvolontà”
La controvolontà è una cosa terribile, ed io posso parlarne, pur troppo,
con esperienza, perché mi ha rapito al mondo ogni compiacenza, e m’ha
cangiato la vita dolce e soddisfacente di prima in un peso amaro e
tormentoso. Ecco di che si tratta in sostanza. L’uomo a questo mondo,
per vivere davvero, non basta che mangi o dorma, bisogna che dia una
potente direzione alle proprie facoltà, bisogna che abbia uno scopo
all’esistenza, che le proprie occupazioni lo soddisfino davvero; per
strascinarsi malamente, penosamente, intorno, insensibile ad ogni
dolezza della vita, è da preferirsi mille volte la morte od il non avere la
cognizione di se stesso. E così appunto accade di me, che abituato alla
vita dolce e tranquilla, mi vidi d’improvviso strascinato in un turbine di
violenti dolori; il mio cervello scosso da tali stravaganze si rifiutò di
procedere come per il passato, più non potei pensare liberamente al fatto
mio, e ne nacque appunto la controvolontà, ossia l’inceppamento alla
volontà naturale dell’uomo, l’impossibilità di operare, e di agire, come
se una forza materiale legasse l’individuo. Io non ho impero sufficiente
su me stesso, per dare la direzione che vorrei alle mie azioni; da ciò ne
nasce lo sgomento, il crepacuore, il tedio della vita. Daprincipio ho
cominciato a provare un inquietudine, vaga, un peso tormentoso; in
seguito questa forza crebbe, si fece più violenta, più prepotente, in modo
da paralizzarmi ogni compiacenza e ad essere costretto a passare le ore
nel tedio più angoscioso. Di notte non posso dormire; il più delle volte
m’addormento, verso un’ora o alle 2; e la giornata per me non è altro
che una tormentosa apprensione, perché io non so assolutamente che
fare di me, dove cacciare la testa, quale direzione dare alle mie idee,
sempre in causa della controvolontà. Sento a parlare di felicità
domestica, di compiacenze dell’animo, di soddisfazioni di amor proprio,
di affetto reciproco fra le persone; ma io non posso provar nulla di tutto
ciò, misuro, angosciamente, le ore della giornata, e tutto il mio studio
consiste nell’annojarmi meno che sia possibile. Perciò io pregherei, che
si producesse una reazione violenta nel mio cervello, e che mi facessero
vedere la famiglia. Una scossa benefica potrebbe giovarmi moltissimo,
un’emozione violenta dell’animo m’ha rovinato ad un’altra emozione, di
genere differente, potrebbe giovarmi. Sono tanti anni che non vedo la
famiglia, ed il Sig. Direttore comprende che cosa stravagante e
vergognosa sia questa; io assicuro che se ho fatto qualche stranezza ciò
dipende dalla fatalità a cui sono andato soggetto, non già dal mio
carattere, che è sempre stato ottimo; e devono tenere in considerazione
anche ciò. L. M. n.110.
Nella nuova versione dell’autobiografia, dove la scrittura è libera da ogni
compiacimento e ostentazione, colpisce la pacatezza, l’oggettività e la
perfezione formale. Questa doppia coscienza, che porta alla disperazione e
agli atti insensati, trova nel meccanismo della scrittura, in funzione del
giornale, una possibilità di sblocco.
L’obiettivo di comunicare all’esterno e quindi la necessità di essere lucidi e
per quanto possibile oggettivi, il lavoro di gruppo, dove i partecipanti
esteriorizzavano sulla carta stampata il proprio vissuto e l’altrui, permettono
la realizzazione di testi di una particolare efficacia e una presa di coscienza
autoconoscitiva.
Certamente questi scritti sono un prodotto dell’istituzione psichiatrica, in un
tempo in cui il medico, solitamente, con il proprio apparato di conoscenze
mette uno scudo fra sé e il paziente. Dove le condizioni di ascolto, assai
limitate, richiederebbero invece una grande disponibilità umana. Inoltre a
quel tempo, l’uso di ‘spazi’ ricreativi per gli internati era assai in voga, ma il
manicomio aveva bisogno di spazi che non fossero meramente ricreativi.
Infatti il Diario non serve soltanto a distrarre gli internati dalla
cristallizzazione delle emozioni e delle idee. La scrittura solleva e muove,
produce un dialogo, non solo tra malato e medico ma fra i redattori. Il
giornale sembra sortire un grande effetto sul proporre la propria produzione
non soltanto al consumo dell’istituto, ma a quello di un pubblico. E in questo
senso il giornale assolveva (o almeno tentava) un compito ancora più arduo,
quello di guarire i normali, i lettori, eliminando (per quanto possibile) i
pregiudizi.
Lo stesso Lombroso, insieme al suo assistente Frigerio, poteva
inconsapevolmente scoprire di avere qualcosa in comune con i folli, con la
loro inclinazione a esprimere ed esprimersi.
In queste carte, che non sono utili soltanto alla storia disciplinare, quello che
colpisce è la loro leggibilità. Alcuni scritti sono sollecitati dal medico ma
quello che è interessante è che non si risolvono quasi mai in semplice atto
imposto. Il foglio di carta è ed è rimasto comunque uno spazio autonomo,
una possibilità (per l’internato) di affermazione di sé ed evasione; uno spazio
vuoto attraverso cui riemergere grazie alla scrittura.

3. La prima pagina

In questa sezione riportiamo un saggio e una selezione delle prime pagine


del Diario, dove le Notizie sanitarie ci permettono di conoscere alcuni tratti
dei redattori più prolifici. Inoltre è possibile conoscere alcune delle attività di
miglioramento dell’istituto e alcune pratiche di educazione e intrattenimento
degli internati.
Ai signori sindaci
Questo Diario vien distribuito gratuitamente a tutti gl’interessati, e si
spedisce anche ad alcuni giornali dai quali si spera il cambio non
foss’altro che per officio pietoso comeché riescirebbero un nuovo
amminicolo di conforto e di studio pei ricoverati che formano la parte
precipua della redazione
(Pesaro 15 maggio 1872)
Il Diario non si spedisce più ai Giornali ed alle Riviste che non
accettarono il cambio; né si spedisce alle famiglie dei rettanti che siano
illetterate pei quali resterebbe un inutile cencio; i Sindaci dei singoli
Comuni, a cui per questo solo scopo, si spedisce il Diario sono pregati di
comunicare mano mano agli interessati le notizie che riguardano i loro
congiunti.
(1 giugno 1872)
Più volte ci occorse di sentire reclami da parte dei parenti degli individui
qui ricoverati, perché non erano state loro mai comunicate le notizie
sanitarie che si inviarono per mezzo del Diario; per tale motivo chi
dirige la pubblicazione prega i Signori Sindaci a voler prendersi la cura
di farsene interpreti presso i suaccennati parenti.
(15 ottobre 1872)
Nell’interesse dell’igiene di questo Stabilimento, il sottoscritto previene i
Signori Sindaci, che i ricoverati dimissibili verranno rinviati d’ ufficio al
Comune al quale appartengono, quindici giorni dopo la partecipazione
data da questa direzione al Sig. Sindaco rispettivo. La causa che
determina questa misura, da speranza che la diligenza dei preposti alle
Comunali Amministrazioni, ne risparmierà il dispiacere
dell’applicazione.
(5 agosto 1873)
Corrispondenza
Egregio Sig. Avv. G.V. Ministero degli Esteri a Roma – I ricoverati del S.
Benedetto vanno lieti dell’accoglienza fatta al loro Diario. Vi inviano un
saluto e vi assicurano che non s’aspettavano un tanto onore.
Comparto uomini
(1 novembre ‘72) B.G. di n.18 Bologna. Si cerca di occuparlo più che
che è possibile ed è il collaboratore più attivo del Diario. (15 novembre
‘72) B. G. n.18 Bologna, attende risposta alla lettera inviatagli e le cose
richieste. (dicembre ‘72) B.G. n.18. Bologna, sta componendo una
commediola, invia i più cordiali saluti. (15 gennaio 1873) B. G. n. 18
Bologna, scrive commedie, in compagnia di un amico, pel nostro
teatrino. (aprile ‘73) B. G. n. 18 di Bologna; va sempre più peggiorando
per la poca cura di sé stesso, si occupa talora di scrivere ma con poca
lena. (1 luglio 1873) B.G. n.18 di Bologna; saluta la famiglia. (5 agosto
1873) B. G. n. 18 di Bologna; si mantiene assai più proprio; ora si
occupa preparandosi a studiare per le rappresentazioni del teatrino. (12
settembre 1873) B. G. n. 18 di Bologna; le prove per le rappresentazioni
che si fanno nel teatrino dell’ospizio lo tengono molto distratto. (7
agosto 1874) B. G.n. 18 di Bologna: come già si disse nell’ultimo
numero si occupa a studiare per le rappresentazioni comiche. (15
settembre ‘74) B. G. n.18 di Bologna: sta bene ed è di buon umore. (31
dicembre ‘74) B. G. n. 18 di Bologna: fu molto inquieto in questi giorni,
e passa le notti insonni.
(15 novembre ‘72) M.L. n.110 continua nelle sue abitudini, è stato per
qualche giorno irrequieto, s’è poi calmato dietro promessa di dimetterlo
nella prossima primavera.(dicembre ‘72) M.L. n.110 Trieste, è turbolento
e prepotente più del solito. (15 gennaio 1873) M.L. n.110 Trieste. Più
inquieto del solito, inveisce contro tutti. (5 agosto 1873) M. L. n.110 di
Trieste; il suo stato fa temere una prossima ricaduta. (15 settembre ‘74)
M.L. n.110 di Trieste: è calmo. (31 dicembre ‘74)
(dicembre ‘72) M.S. n.365 Fossombrone, si nota sempre molta
incoerenza di idee e quindi discorsi illogici, disordinati. (15 settembre
‘74) M.S. n.365 di Fossombrone: nulla di nuovo. (31 dicembre ‘74) M. S.
n. 365 di Fossombrone: si diverte a scrivere commedie musicandole.
Comparto donne
S.T. n.291 di Fano ch’era la decana delle ricoverate morì dopo 43 anni
di degenza, a 72 anni, per cancro gelatinoso nella fossa nasale sinistra
che distrusse i turbinati, spostò a destra il vomere; più presentava
degenerazione vitrea del miocardio, grosso fibroma delle ovaia; atrofia
bruna del fegato (pesa 700 grammi) atrofia di reni (70 grammi).
Z.M.L. n.316 di Trento. Dopo che furono introdotti due piccoli cagnetti
che furono affidati alle sue cure essa ch’era inquieta turbolenta e poco
riserbata si fece tranquilla e serena attivissima nei lavori.
D.M. n.349 di Pergola fu messa nel comparto delle ricche compensando
l’ospizio coll’istruzione elementare che comparte alle compagne con
molto zelo.
Luigia Pig. n. 273. moglie a Simone, di Braganze, mandamento di
Morostica, sta benissimo fisicamente, ma non migliora ancora quanto
all’intelligenza.
Si avvisa la famiglia della Sig. M.G. F. n.259 di Rimini che essa va
peggiorando nel delirio.
Si avvisa il marito di M. C. E. n. 263 di Talamello che essa è guarita
della malattia dell’occhio e in parte anche della pazzia; resta però
taciturna, anemica; se egli, la desidera a casa può venire a prenderla.
Il movimento dei ricoverati nella prima metà di maggio 1872: Uomini:
ammessi 7, dimessi 5, morti 1; Donne: ammesse 0, dimesse 4, morte 1.
dal Protocollo delle autopsie:
Monaldi Domenico di anni 59, di Fano morto il 16 dicembre 1873 (V. ab.
est) morto denutrito. Molto siero nelle cavità craniche e nei ventricoli.
Atrofia della sostanza corticale, sostanza bianca in preda a
degenerazione grassosa. Pia madre aderente alle circonvoluzioni.
Anemia dell’encefalo. Ipertrofia concentrica del ventricolo sinistro.
Ateromazia dell’aorta. Pes. 53,700.
Corrispondenze
I Signori Sindaci, che ricevettero un secondo avviso circa alla dimissione
di alienati appartenenti al loro comune, restano prevenuti che trascorsi
ancora tre giorni si procederà a dimetterli e questi d’officio.
A.T.A. n.193 di Fano non ha più avuto accessi di suicidio ne di
malinconia, tuttavia esitiamo a dimetterla. S. M. n. 303 di Fano da 5 a 6
giorni si tiene pulita. D. M. n. 349 di Pergola è sempre inquieta, fu
accolta di giorno nel quartiere delle ricche. Randazzo Sante n.147 di
Gangi Cefalù circondario di Palermo recente in questo ospizio dimandò
notizie della famiglia. G.R. n.85 aspetta la venuta de’ suoi parenti per la
dimissione. R.C. n.149 idem. B.N.D. n.201 di Montescudo fisicamente sta
bene quanto all’intelligenza è sempre allo stato di prima. Si prega il
figlio di D.A. n.521 di Coriano a volersi portare a visitare il padre che
deve communicargli un segreto importante di famiglia. M.F. n.260 di San
Giovanni in Marignano sta bene, e si avverte la famiglia di venirla a
prendere. D. M. n. 365 è inquieta sempre verso la sera. Avvisiamo la
famiglia che riceverà le notizie dal Sindaco, al quale appunto per questo
scopo spediamo il Diario. Luigia Pig. n. 273. moglie a Simone, di
Braganze, mandamento di Morostica, sta benissimo fisicamente, ma non
migliora ancora quanto all’intelligenza. Seraf. Monteb. n.113 di S.
Marino migliora notevolmente e si spera che presto guarisca; consoli la
povera madre, e gli infelici fratelli. Si avvisa la famiglia della Sig.
M.G.F. n.259 di Rimini che essa va peggiorando nel delirio. Si avvisa il
marito di M.C.E. n. 263 di Talamello che essa è guarita della malattia
dell’occhio e in parte anche della pazzia; resta però taciturna, anemica;
se egli, la desidera a casa può venire a prenderla. Si avvisa la moglie di
S.D. n.166 di Auditore che può venire a prendere il marito.
Lavori e migliorie
Si introdussero materassi a tre pezzi nei letti delle infermerie. Si fecero
venire dai fratelli Lodini in S. Gio. in Persiceto i letti appositi per furiosi,
ed epilettici. Si condussero coperchi di forza pelle vasche dei bagni,
gabbie per ratti, uccelli, scimmie più si introdussero vari animali
domestici, come cani, galli e pecore per divertimento degli alienati. Si
acquistò una macchina da cucire. Si praticarono sfogatoi in tutte le celle.
In questo ambito, per rendere più salubri gli ambienti affollati, arieggiandoli
con più efficacia, sono di particolare interesse alcune testimonianze tangibili
e ancora visibili degli interventi ordinati da Lombroso:
– Nelle finestre dei luoghi più abitati si è cominciato a sostituire al
parapetto di muratura una elegante ringhiere di ferro, cosicché il vano
delle finestre scende al piano acquistando la finestra metri 1,50 di luce.
– Si sta introducendo l’illuminazione ai dormitori mercé un sistema di
lumi, che costruiti nello spessore delle pareti e comunicanti anche
coll’esterno, nel mentre sono inaccessibili ai ricoverati servono ad
agevolare il ricambio dell’aria.
Scuole e conferenze
Nelle arti e mestieri viene nominato chi si «è distinto», chi si «seguita
sempre a diportarsi bene», chi «impara bene a memoria». E cosa si
insegnò nella classe inferiore: lettura, scrittura, aritmetica; e nella
sezione superiore: lettura, composizione italiana, grammatica,
aritmetica.
Nel comparto uomini si diedero dal Sigr. P.G. n.132 letture istruttive sul
buon fanciullo di Cesare Cantù, e dall’ispettore F.G. sopra le biografie
di Cristoforo Colombo, Marco Polo, Raffaello, Buonarotti, sulla
fondazione di Roma e sua Origine, della schiavitù d’America,
dell’applicazione e utilità del vapore acqueo applicato alla meccanica.
Nel comparto Donne vengono nominate le inservienti che si distinguono
nella lettura, nella scrittura e nella aritmetica.
Nel comparto donne la Sig. L. B. M. n. 255 e la Sig. A. B. L. n. 254
diedero letture sulle arti tessili, sul modo di usare della Macchina da
cucire sulla coltivazione e allevamento dei bachi da seta, sopra fatti
interessanti del nuovo testamento. La Sig. M.B. trattenne a lungo le
compagne colla lettura d’ alcuni ameni racconti, adatti alla loro
intelligenza. La Sig.a lesse alcune favole d’ Esopo d’ innanzi a molte
ricoverate.
Le conferenze si sospesero i primi giorni per non dar luogo ad
agglomero severchio dei ricoverati – più tardi si ripresero, e si trattò
sugli animali, e le loro abitudini ai maschi dall’ Ispettore F. G. e dal
Conte P. G. n. 132, e dalle Donne le Sig. L. A. n. 234 e L. B. M. n. 233
Trattenimenti ecc.
Due volte per settimana i ricoverati assistono a Concerti Musicali, ed
alle Rappresentazioni che si danno col teatrino dell’ Ospizio.
Si conducono gli alienati in ville prossime alla città che vennero
concesse da gentili proprietari.
Elenco dei ricoverati che vengono in vario modo occupati. Arti e
mestieri: Uomini – Addetti alla sartoria, alla calzoleria, all’officina del
falegname, all’officina del fabbro, all’arte del muratore, alla cucina, al
giardinaggio, ai lavori di paglia, all’infermeria e pulizia, sagrestani,
compongono il concerto musicale. Donne – Addette ai telai, al cucire, ai
lavori di maglie, alla pulizia, al filare.
Nei resoconti delle ‘scuole’, delle conferenze e degli intrattenimenti,
possiamo notare che i relatori (qualunque sia il tema) sono sia i pazienti che
alcuni soggetti esterni – come ad esempio l’ispettore – e tutti trattano alla
pari, di argomenti loro affini.

4. La redazione

Alcuni scritti ci permettono di capire come il giornale è molto sentito sia


dagli internati che dai dottori. Fra i redattori c’è scambio, collaborazione,
qualche protesta e una grande e generale produttività. Inoltre, al giornale,
vengono dedicati due sonetti e una tiritera.
Uno dei giovani forniti di maggior ingegno si è il Sig. X. X. qui
ricoverato per la seconda volta. Egli aveva fissazione che il cervello suo
fosse alterato, e che nulla potesse guarirlo; ora sta meglio, e speriamo
che presto la famiglia vorrà riprenderlo; conta egli l’età di anni 28, è
molto abile nel disegno, ed è molto istruito; […] Ora è annojato della
vita, e passa il suo tempo leggendo giornali sdrajato nel sofà; con gran
fatica scrive un articolo da mettere nel Diario, partecipando, perciò allo
sciopero fattosi generale in Italia, e che appunto ha messo radice anche
qui dentro: infatti molti dei ricoverati che qui si occupavano, hanno
voluto ribellarsi, ed alcuni che scrivevano articoli, come già dissi, non
ne voglion più sapere; […] insomma è stata una rivolta generale.
B.G. n.18. (1872)
Signor B.G. che giuoco giochiamo! Siete realmente andato nel numero
dei più, o siete assopito in dolce letargo, mentre non vi fate più vivo, e
non si vede alcuno articolo sul Giornale, scritto da voi! Quelli che
gentilmente leggono il Diario, non sono obbligati a sapere se siete
tormentato da dolori fisici e morali, oppure se l’inerzia e la poltroneria
vi hanno messo le mani addosso. So che avete trascurato anche di
scrivere a chi vi è caro, che vi ha mandato il ritratto, e che si ricorda
sempre di voi. Dunque mano alla penna, e diteci qualche cosa della
vostra vita, e di chi vi circonda? […] Per oggi vi ho scritto a sufficienza;
fatevi vivo e ricordatevi di me che sono il vostro.
Z.X. (1873)
Protesta: Mi accusano di inerzia, pigrizia, e poltroneria, dopo che sono
qui dentro ho sempre lavorato e lavoro costantemente, e invitato mi sono
prestato a tutto. Ai tempi dei Dott. M. e R. ho scritto più di Giustiniano e
Cicerone, ai tempi presenti scrivo nel Giornale, e ogni volta che il sig.
Dott. F. [Frigerio] ha bisogno di un articolo, di un sonetto ecc. per il
Diario non mi rifiuto male, sebbene la mia mente non sia delle migliori.
Si è recitato e si recita ed io per compiacenza ho acconsentito. Se
qualcuno ha bisogno di lettere, istanze, od altro, ricorre a me; mi presto
di buon grado e senza alcun interesse. Non è molto ho scritto 80
biografie di ammalati, un Dramma e una Commedia in cinque atti. Dopo
tutto ciò vi mando io se l’accusa che mi si dà sia giusta o falsa. Non mi
meraviglio però, conosco abbastanza l’invidia e cattiveria degli uomini
che non hanno la ragione! Prego l’onorevole redattore del Giornale a
inserire nel presente articolo.
B. G. n. 18, L. P. n. 22 conferma q. s. (1880)
Ad un Giornale redatto in un Manicomio è danno non leggero la tutela di
soprintendenza esercitata da uomini, i quali senza dubbio sono savi. Un
Diario che comincia con contraddire a se stesso, uscendo in pubblicità
quando più se ne solletica la voglia, dovrebbe tutto intiero essere
raziocinato dagli incriminabili pazzi che hanno il loro giorno di vita in
questo ben simpatico presepio: ed allora il Sig. Direttore dello
Stabilimento potrebbe aver buon in mano, da decidersi sulla questione
che spesso muove; vale a dire che sia più matto Egli o Io, che sono
trattenuto qui dentro, come privo d’intelligenza. […]
(1880)
Qui, com’è tradizione del Diario, viene addirittura annunciato il report del
cronista:
Come accennammo nell’ultimo numero di questo Diario, la Colonia
comincia ad avviarsi; infatti, di questi giorni alcuni alienati vi si recarono e
vi passarono l’intera giornata, lavorando di buona lena intorno ai restauri
che sono richiesti dallo stato in cui trovasi la casa colonica, nonché dallo
scopo al quale la medesima è d’ora innanzi destinata. Il nostro
collaboratore Sig. B.G. n.18 ne darà dettagliata descrizione. (1875)
Ai lettori del diario (sonetto)
Dicesi che il quart’anno del Giornale
Andato se ne sia a quell’altro mondo
Ma prima di morire del tutto, un vale
Vuol dare ai geni d’esto basso fondo.
Se fu troppo il suo dir da dozzinale
Causatene soltanto il brio giocondo
Che s’è messo per scopo principale,
Qual chi che dice: – io niente altrui nascondo.
Un requiesct in pace, non gli dite
Perché hanno i Periodici tal spirito
Che risorgon, morto uno, a mille vite.
Così fra il cataletto e l’incenso irrito
Vi fa le nuvolette più gradite
E annunziavi: – il sistema greco è un irrito!
S. M. n.110 fece, L. P. per copia conforme (1876)
Ai lettori del diario (tiritera)
Si seguita a stampare/ Il savio giornaletto/ Sulla riva del mare/ Di questo
Ergastoletto,/ E spiaggia assai preclara/ Mercè San Benedetto!/ L’autor
che questo scrive/ Intratterrà l’udienza/ Per la retribuzione/ Di pochi
spicci andati/ Da comprare fulminanti,/ Circa la pertinenza/ Dè casi
suoi, se il mondo/ Lo ascolta con giocondo/ D’illarità sapore/ Siccome
ne certifica/ Fede il sig. Dottore/ Ch’è anche Redattore/ Del Periodico/
Sonetti ed altri versi/ Di tanno al Madrigale,/ Epigrammi ed astersi/
Cantici ex Baccanale,/ S’imprimeranno ai Tipi,/ Coi soliti spropositi/
D’Apostasia formale,/ In Rito al genio perfido/ Dei revisor mancipi,/
Pagati dall’Economo/ Di tutti i Municipi./ Senza gli occhiali mettere/ Del
sommo Manferucco/ Staremo qui a riflettere/ Il carro od il Mambrucco,/
Sul qual sta per viaggiare/ l nuovo anno annullare;/ Ed ecco qui il
discorso/ Adatto all’occorso:/ L’anno venturo è a casa/ Di Cerere ed
Urano/ Ogni altra modifica/ Sarebbe fatta invano!/ La luna ognor è
rimasa/ La si vedrà al suo piano/ L’eclettiche rotonde/ Si volteran
profonde/ Di pitturate fasce,/ Meteore a tuoni e fulmini/ Sul secolo
Faceto/ Che sciocco incorreggibile/ Ma impassibile nasce/ Fra l’olio e
tra l’aceto/ L’epatta qui si oscura/ E col bujo assai profeto/ S’ammanta
di scrittura:/ S’incancrenisce al fetido/ Chiaror d’un ciel ben lepido,/ Di
sbornie bianche e rosse/ Il Prete che d’amor/ Si tira addietro e tosse/ Di
scandol dalle fiasche/ Buttati come vasche/ Ai ventitrè d’Agosto/ Proprio
in sul mezzo giorno/ Il sole andando intorno/ Si troverà nel polo/ Di
capoverso al suolo/ senza le stelle solo/ Da emetterne gran duolo/ Chi è
saggio e si non è:/ I ladri ruberanno/ D’imprevisto ai processi/ I giudici
saranno/ Sempre gli stessi!/ Eclissi universale,/ Il mondo finirà;/ E il
giudizio finale/ Di decima si avrà.
S. M. n. 265 (1876)
Questo sonetto, dedicato al Dottor Luigi Frigerio, come altri che leggeremo
in seguito, attestano una particolare stima nei suoi confronti, soprattutto da
parte di Stanislao M., l’autorevole firma del Diario.
Al redattore del diario nel suo compleanno (sonetto)
Ventinov’anni, e dimostrarne appena
Il numero proprio detto, e di men forse,
Indizio è, che di leggiadra vena
Sangue paterno le tue fibbre corse.
Che per le reni, la gagliarda arena
Dell’immortalità si nutre a opporse
Contro del tempo che a periglio mena
L’esistenza, se causa al morbo porse.
La vita quando non trasanda lassa,
Quando è data a godere, come un profumo
Di rosea guancia, pei lieti aeri passa.
S’è ver che punge senza foglia il dumo,
Che, sovraposto, lo spin non se ne cessa, …
Lieve di sia la foglia e il spino in fumo.
S. M. n.110 fece, L. P.
per copia conforme
“Come è verboso quel Signore” diceva S. a L. , “Sfido io è tipografo!”
rispondeva L. colla solita ingenuità.

5. Voci di corridoio o ‘i racconti delle stufe’

Per farsi un’idea della vita che si svolge dentro al grande ‘serraglio’
manicomiale, alcuni ‘cronisti’ hanno redatto biografie o relazioni
sull’umanità che lo popola e sulla quantità di caratteri, gesti e curiosità. Il
più prolifico, arguto e ironico di questi cronisti è l’avvocato Gualtiero B.
n.18, di Bologna, di cui abbiamo già riportato diversi scritti. Dice il Dr.
Frigerio che «il Sig. B. descrive alcuni suoi compagni di sventura
atteggiandosi colla prosopopea del grande osservatore». Certo è che, grazie a
lui, troveremo la testimonianza di coloro che una voce non hanno a causa del
ceto e soprattutto perché analfabeti.
Perché i racconti delle stufe? Perché il manicomio è pieno di stufe. Quelle
vecchie stufe in terracotta da cui si innalzavano tubi dalle articolazioni più
svariate. E poi attorno alla stufa ci si raccoglieva, si cercava calore. Anche
questa ricerca di calore è un po’ come se fosse negata, perché la stufa era
ingabbiata per evitare che qualcuno si scottasse. Comunque sia, attorno alla
stufa ci si raccoglieva per raccontare. Ma soprattutto, di stufe ne parla B.G..
Osservazioni sui comuni
«Ho passato quasi tutto l’inverno nelle così dette stufe ove ho avuto
campo di fare alcune osservazioni, sulle tendenze ed abitudini di alcuni
di loro. Siccome credo far cosa grata a chi ci regge, così ho pensato di
farne un’esatta descrizione secondoché consentono le mie deboli forze, e
ad onta che L. [Lombroso] dica che se io la leggessi ad alta voce
crederebbe di assistere alla spiegazione che si fa dai ciceroni del
serraglio».
Quando l’internato B.G. parla di stufe, citando le terme flegree,
conosciute fin dai tempi antichi per la cura e per il relax – frequentate da
Orazio, Giulio Cesare, Marco Antonio, Lucullo, Cicerone, Marziale,
Ottaviano, Nerone, Agrippina, Caligola e successivamente da Federico
II – si riferisce ironicamente alle ampie sale per il relax del manicomio
pesarese. Ovvero gli ambienti con le stufe, la grande sala con il tavolone
da gioco, la galleria pompeiana dipinta dal Tassi – pittore perugino – e i
magnifici bagni terapici (con tanto di vasche, docce, marmi, acqua
fredda, tiepida o calda) progettati da Giuseppe Cappellini, architetto
fiorentino, e finiti non molto tempo prima. La spontaneità e la verità
della scrittura non è esente da quella filosofica ironia che l’internato
esprime in un mondo che ritiene assurdo: quello prodotto dall’istituzione
manicomiale.
Uno di quelli che meritano speciale attenzione si è un tale che,
appoggiato al muro, non si muove mai; chiamasi S. Un altro si tien
coperto sino al naso colla giacca e si gode e si trastulla nelle
immondezze tutto il giorno. Un terzo certo L. obeso all’eccesso, con una
mano si frega la testa di continuo,
C. stropiccia sempre le mani, passeggia continuamente nell’istesso
posto, dieci passi avanti dieci passi indietro, e grida, invocando tutti i
Santi. Un altro, immobile al posto dove siede, dimena il capo e sorride di
frequente. Un certo C. P. di F. parla ognora de’ suoi milioni e delle
fabbriche e delle macchine che vuole attivare quando sarà sortito nel
gennaio del 1875, come dice, ma invece se ne andrà agli eterni contenti
ben presto, perchè è affetto da paralisi. Un monocolo B. si diverte a
fregare tutto il giorno due sassi, uno contro l’altro e parlando sempre fra
sé. Certo M. ex marinajo parla, ad alta voce, sognando d’essere sul
bastimento e nell’atto di intraprendere lunghi viaggi. Un certo S. crede
di essere capitano di esercito, e diventa una bestia, se alcuno lo
contraddice, specialmente quando gli si dice, per ischerzo, di porgli la
museruola. Un altro chiamato Italia, sempre tinto di nero di carbone,
grida tutto il giorno, passeggia velocemente fregandosi la testa a due
mani, dimenandosi, e dicendo: Fermati! fermati! Cotale P. si crede uomo
d’importanza, possiede secondo il suo detto molti ed estesi tenimenti,
sorte tutte le notti di nascosto, e torna alla mattina dopo lunghi viaggi.
Un certo X. detto il Gobbo, famoso per imbrogli e bugie, e il vero tipo del
Viscardello o Rigoletto, cerca sempre d’ingannare tutti, e vive di pasticci.
La Luna è un vecchio ingordo non mai sazio, ha tendenza al furto, e ruba
tutto quello che può, specialmente i fazzoletti; egli credesi il Beato
Girolamo [...] Il Romano ex militare, sudicio da capo a piedi, anch’esso
tende al furto. M. solitario camminatore racconta di essere fasciato, e
quando sarà sciolto potrà intraprendere il volo dei campi Elisi, verso il
purgatorio, o per l’inferno, pel mondo intero, dove più gli piacerà. Don
V. si dà tutta l’importanza e l’autorità del Santo Pontefice, dice
chiamarsi Sileno primo, e guai a chi gli nega tanta autorità. Racconta
che è trattenuto qui dai suoi nemici, che ben presto andrà a Roma ove
sarà accolto con tutta la pompa dei Sommi Pontefici Romani. Antonio,
seccatore importuno, insaziabile mangiatore, pronto anch’esso al furto,
si arrabbatta per mangiare, fumare, e giocare. Celeste F. sui
cinquant’anni sta quieto molto tempo, poscia cade in delirio e passeggia
furiosamente pei corridoj dicendo che non vuol andar a riparar le
tempeste e finisce col giocare pazientemente una briscola. V. R. di V.
passato allo stato di imbecillità perfetta, minaccia sempre di voler
ammazzar tutti, e non ammazza nemmeno le pulci. Un Toscano molto
dedito all’onanismo grida a gola aperta, che la sua fame è insaziabile,
vuol sfidar tutti, e non sfida alcuno, chiamando tutti beccamorti; credo
però che mangi il doppio degli altri. L. ex pittore parla poco, ma quando
discorre grazia al cielo non si capisce niente.
B. L. s’impianta contro il muro, e vi sta dei giorni interi senza dire una
parola. L. si dà l’aria di un ministro, di un deputato, discorre tutto il
giorno con persone che non si vedono e finisce coll’allacciarsi una
calza, settanta o ottanta volte in un giorno. Infine M. credesi Napoleone
I, crede di essere un gran talento, di essere un eroe, e vuol sempre aver
ragione, ha il brutto vizio di menar le mani. R. muratore avaro per
eccellenza, contratta con tutti, strozzando chi può, purché possa intascar
danaro. M. detto il Bischero, curioso all’eccesso, petulante e nojoso,
seccatore, già colpevole di delitto di sangue e di un reato contro natura,
ora dedito al bigottismo, lavora nella cucina, ma non dimentica il
rosario, ed ha il vizio di ammazzar la gente a furia di domande.
Don L. appassionato per il tabacco, uomo sprezzante e avaro, passeggia
tutto il giorno sotto il portico, e dice che è un disonore il tener chiuso un
talento par suo qui dentro, e che i superiori ne renderanno stretto conto,
quando sortirà. Pinacchia, detto il Barbacane, già soldato papalino, tipo
buffone, ogn’ora contento quando mangia e fuma, tronca sempre i
discorsi, e passa da un argomento all’altro continuamente. M. A.
bravissimo lavorante, servizievole in tutte le faccende, sta quieto qualche
tempo, poscia sviluppa la sua malattia gridando ad alta voce sotto i
portici e guai a chi gli parla.
N. D. M. soprannominato l’avvocato si dà l’importanza adatta al titolo
che gli vien attribuito, non tace mai e non si acquieta mai, volendo aver
sempre ragione. F. già condannato per una rissa e per aver rubato un
sacco di grano, è ora pazzo, parla fra sé e non pensa che a mangiare,
bere e fumare. V. detto il Gatto, uomo fiero e sanguinario, ex militare,
spesso passeggia pei cortili, con molto sussiego, è pronto a rissare con
chi lo contraddice, e a menar le mani. C. G. di F... già falegname, uomo
di bellissimo aspetto con una lunga barba, fu dragone del Papa, ora ha
perduto il ben dell’intelletto, per cui i suoi discorsi sono degni di un vero
imbecille. R. detto il Lombardone, losco, vero tipo della bestia; se si
adira morde come una jena e i suoi morsi sono tanto terribili da
ricordarli per un pezzo. Domenico B... detto Rataplan, ha l’abitudine di
far le corna a tutti e di dar la benedizione da mane a sera. Vi è poi una
lega detta dei giuocatori, che giuocano dalla mattina alla sera fra i quali
primeggiano certi Pocupolino, Pacino, Marchino e Gradara.
Molte altre biografie, come pure altre osservazioni sono da farsi, se
piacerà a chi legge. In quanto al servizio non tengo parola lasciando la
cura di riferire, in caso, a chi spetta.
B. G. n. 18.
I miei compagni
Le malattie che affliggono l’umanità sono di moltissime specie; una delle
principali si è la pazzia, o alienazione mentale, la quale nella, maggior
parte degli individui si manifesta con caratteri affatto diversi. In fatti nel
tempo che ebbi a soggiornare nell’ospizio di San Benedetto ho potuto
persuadermi che ben pochi degli alienati che colà si trovano racchiusi
presentano la stessa malattia.
B.G., come suo solito, comincia le sue cronache con un preambolo.
Così E.R. parla continuamente da se facendo discorsi privi affatto di
sentimento, oltre a ciò muove continuamente le gambe, come se fosse un
ballerino, dando fortissimi calci per terra, e manifestando una interna
ira e furore. Un altro tal P.P. gira continuamente e ben di rado si ferma
parlando fra se pronunciando discorsi inesatti, e tal volta si affaccia alle
persone sorridendo, e raccontando sempre che ha ricevuto molte
scopiettate, e che l’hanno ammazzato, e che si ricorda di essere stato
ferito da cento e più colpi. Un certo tal Marchese Y.Z. parla
continuamente solo, pronunciando le seguenti parole “Son morto, vi
sono tre morti che mi girano continuamente d’intorno e non mi lasciano
giammai in pace; un vecchio una donna ed un ragazzo; pretendono che
mi uccida, ed io mi difendo col dire non posso: Dio è pazzo” e giorno e
notte va dietro con questi discorsi da 22 anni a questa parte. Un altro un
tal O.O. impazzito, dicesi, per causa di una sua donna, parla spessissimo
fra se a bassa voce, e se qualcuno gli si accosta, interrompe tosto il suo
discorso; mangia sempre in piedi, e molte volte si rifiuta di mangiare, e i
camerieri sono obbligati a costringere, si ben rare volte si vede
comparire un sorriso sulle sue labbra; qualche rara volta si è sentito
parlare, come se fosse sano, rivolgendosi a qualcheduno. Un altro certo
T. L. sempre concentrato in se stesso, ad intervalli comincia furiosamente
ad alzarsi in piedi, si da dei pugni nella testa e nelle spalle, si frega le
mani, e cammina a gran passi velocemente, ed anche seduto lancia
fortissimi pugni al sofà, digrignando i denti, esclamando: “Non ti voglio,
razza di un cane, crepi di rabbia e di vergogna” e così via discorrendo;
la sua pazzia è sempre eguale e non presenta mai caratteri diversi; egli
risponde con sufficiente criterio. Un’altro un tal B.C. conserva sempre
una dignità imponente, parla pochissimo, anzi non parla mai; si pianta a
sedere e stavvi tutto il giorno e notte senza proferir parola, come una
statua; risponde abbastantemente alle domande a lui fatte dà suoi
compagni, e dicesiché sia impazzito per gelosia. Un tal L.B. di X.X.,
continuamente si frega la testa, scorticandosi la pelle del volto, sfugge il
consorzio degli altri, sta sempre solo e ripete “Che è perduto, rovinato
perché sua madre lo ha maledetto; e che per lui non v’è più alcun
rimedio”; e intanto col pollice, e col medio d’ambo le mani produce un
suono come di gnaccare; dicesi che la causa del suo male sia stata la
morte della madre; per lo più, come si è detto, è serio e concentrato, ma
però da qualche tempo lo si vede più disinvolto e sorride, è una persona
rispettabilissima ben spesso parla della sua famiglia e deplora la
situazione di trovarsi lontano da essa. M.E. di R. più volte ha asserito di
essere condannato a morte, e che per lui non vi è altro rimedio, sfugge il
consorzio degli altri, cammina solo, concentrato, a capo chino; è d’uopo
il più delle volte dargli da mangiare per forza, e se s’interroga non
risponde adeguatamente. S.C. è un patriotto famoso; ora sembra
perfettamente guarito, e sembra che a giorni sia rimandato a casa; parla
molto specialmente di politica. G.V. dicesi, qui, tradotto per affari
politici; a parlargli si mostra educato, intelligente; possiede ancora una
bellissima calligrafia; l’unico segno che dia da potersi giudicare indizio
di fantasia riscaldata, è lo sguardo altero e gli occhi scintillanti, del
resto non dà alcun segno di alterazione. R.F. parla perfettamente e si
presta a tutti i servigi con molto zelo e diligenza; soltanto quando ha
abusato del vino diventa alteratissimo, è facile all’ira; l’abuso dei
liquori e delle bevande spiritose produssero in lui quella alterazione per
cui venne tradotto all’Ospizio. T.N. di Città di Castello non è mai stato
veramente pazzo, è balbuziente, è il tipo dell’idiota, da poiché è
analfabeta; ignaro di lettere e di scienze, furbo immensamente ed astuto
quando si tratti di mangiare e fumare, sospettosissimo, insolente,
impertinente, accattabrighe, con tutti, per lo più non pensa che a
mangiare; può dirsi il più irrequieto e cattivo di tutti i pensionati. P.L. di
M. è affetto da ipocondria stà per lo più quindici o venti giorni senza
proferir parola; poi tutto ad un tratto diviene loquace, nel qual stato
dura due o tre giorni facendo discorsi ora insulsi ed ora insensati
pretende di andare a casa, presto, dicendosi di essere guarito
perfettamente; a un trasporto particolare pel giuoco, per fumare tabacco
e pel mangiare; non va quasi mai in collera; è un uomo impassibile; rare
volte si vede spuntare il riso sul suo labbro a nessuno reca molestia. M.L.
pieno d’ingegno e d’istruzione, parla assennatamente, qualche volta
cade in qualche eccesso come p. e. a non voler mangiare, e lo si deve
attribuire al grande abuso… a cui si abbandona giorno e notte delle
quali non vuol conoscere il danno, asserisce che l’onanismo, non reca
alcun pregiudizio alla salute e che la causa dei suoi mali non furon
codesti abusi ma bensì i dispiaceri; a contraddirlo diventa una bestia e
percuote; ha un naturale impetuosissimo, usa mandare dei piccoli gemiti,
passeggiando lungo pei corridoj, nel mentre si lamenta del suo destino e
rammenta i tempi in cui era felice. Talvolta giuoca al biliardo e alle
carte, e fa una buona compagnia quando è allegro, ma quando è di mal
umore strapazza orribilmente, però nel suo stato ha qualche momento di
tregua e riposo. F.F. qui condotto per sospetta uccisione del figlio, crede
di essere stato avvelenato, diffida di tutti e teme sempre che lo vogliano
uccidere, per cui fa vita da se, sta sempre solo, mangia e beve in camere
sua, vuol vedere a versare anche il caffè; non si fida di nessuno ma non
fa male a chicchessia; per scontare le colpe della volta passata si è dato
a pregare; prima di giorno si alza e recita il rosario e l’uffizio della
Madonna; si confessa spesso; si adira se qualcuno bestemmia. Si occupa
di oggetti meccanici, ben di rado sorte dalla sua camera e solo nella
circostanza di procurarsi ciò che gli necessita e di portarsi in chiesa;
assicura spesso che essendo circondato dai nemici deve soltanto alla
furberia e presenza di spirito quell’avanzo di vita che gli rimane; più
volte a detto che tutti quelli che lo circondano sono capaci di togliergli la
vita. Il solo individuo che accoglie presso di sé, è G.B. pensionato, al
quale è prodigo di tabacco da qualche tempo mostra di essersi
invecchiato avendo perduto tutti i denti.
G.B. n.18 (1872)
Come abbiamo visto, B.G. da vero e proprio cronista percorre i corridoi
delle diverse sezioni del manicomio e con sguardo attento osserva lo strano
mondo che gli sta attorno. Con brevi accenni e senza scadere nella
macchietta, coglie l’ironia e i grottesco delle situazioni che ha davanti agli
occhi.
Talvolta lo sguardo di Gualtiero comprende se stesso e allora, che si tratti di
bonario di distacco o di protesta rancorosa, troviamo la prova di un recupero
della propria soggettività e del proprio vissuto reale.
In B.G., e poi come vedremo in Odoardo Giansanti, l’evasione dal tragico a
favore del comico sembra quasi una sfida o un punto di vista (come
affermazione della verità) che smaschera alcuni toni dell’istituzione.
È curioso, come vedremo adesso, che all’attenta analisi e ai ritratti così
efficaci, si alterni ad un tratto un tema di fondo: il cibo. G.B. n.18 sembra
quasi provenire dal mondo descritto da Eduardo Scarpetta in Miseria e
nobiltà; e Totò, che interpreta lo scrivano nel film omonimo di Mario
Mattoli (1954), ha una fame insaziabile non lontana da quella più volte
espressa, in prosa o in versi, dagli internati del San Benedetto.
Osservazioni e studii biografici
Per un attento scrutatore questa massa di gente presenta un curioso
spettacolo e un largo campo a profonde meditazioni. Abbiamo trattato
quest’argomento altre volte, ora lo faremo più diffusamente. Tacendo di
coloro che si occupano nelle diverse officine, dirò che la maggior parte
dei ricoverati passano la lor vita camminando, o sdrajati per terra
specialmente al sole, beninteso nell’inverno, un’altra parte è dedita al
giuoco delle carte; molti infine si perdono in giuochi futili, per esempio a
pulir sassi, a rotolar bottoni sul suolo, a raccogliere cenci carte ed altro;
un gran numero non pensa che a mangiare, e a dire il vero anche fra di
loro vi sono i buoni e i cattivi, i furbi e gli stupidi.
Ne ho notato vari che meritano speciale attenzione tra gli altri un certo
D. che passa il giorno discorrendo come se fosse alla presenza di cento
mila persone legandosi continuamente una calza, esso si crede
Napoleone il Grande! Un gobbo, vero Viscardello che è bugiardo, ladro,
intrigante maldicente impostore, insomma ha tutte le migliori qualità, stà
ora studiando la parte che dovrà rappresentare quando incominceranno
le Rappresentazioni del Teatrino in via di formazione. Temo però che
adoperi quei fogli per tutt’altro uso, è tanto birbo! Un terzo nativo di F.
miglionario, vuole andare in America, costruir macchine, impiantar
fabbriche, e stà sempre qui. Un altro fatica immensamente a disfare
pezze di lana o di tela, per fare dei gomitoli, che poi raduna nel vuoto di
una canna. L’abitudine di raccogliere tutto quello che trovano è
generale, e tutti appassionatissimi sono per il tabacco. Un tale sta
sempre coperto colla giacca, ed il berretto tiene sulla punta del naso, se
lo scoprono si mette ad urlare come un ossesso. È partito il famoso
tragico Luca B. il quale declamava l’Aristodemo con una maestria quasi
degna di Ernesto Rossi, però ad ogni verso faceva tali urli che tutti si
smascellavano dalle risa; di lui abbiamo già accennato più
particolarmente altra volta e per ora basti. Giorni sono un ricoverato di
S. certo C.L. uomo che per la sua malattia è estraneo ad ogni principio
di onestà e di umanità, che non prova amore né per la patria né per se
stesso, improvvisamente lanciava alla faccia di un suo compagno uno
stivale, unicamente perché quegli discorrendo con un cameriere in un
corridojo attiguo alla sua camera gl’impediva il suo placido sonno. Il
disgraziato che per fortuna andò illeso, si raccomandava, e quel che è
peggio il cameriere che sopraggiunse il Sig. X.U., invece di prestargli
immediato soccorso irrideva alla sua sventura, e solamente dopo molto
tempo gli apprestava un poco d’aceto dei 7 ladri.
Ritornando, a bomba, preghiamo il cuoco a non dar retta a coloro che
dicono essere i Maccheroni troppo conditi.
B. G. n. 18 (1873)
Biografie
Proseguendo il discorso sugli ammalati comuni dirò di altri individui che
meritano speciale menzione.
Z. mutilato di una gamba, parla sempre fra se, e crede di essere il
presidente del tribunale supremo. B.P. falegname va soggetto
all’ipocondria e bene stesso ha paura della morte. C. possessore di molte
immagini di santi e di madonne, dice di aver veduto il diavolo e di averlo
ferito con un’arma da fuoco, dice inoltre di essere il flagello delle
streghe e degli stregoni. G. sta sempre in piedi contro una porta, con un
pezzo di carta in mano, che non sa leggere. S.F. gran predicatore dalla
mattina fino alla sera tenendo le carte in mano a rovescio. Certo Michele
di cui ignoro il cognome, ride sempre e non parla mai, si fa rosso rosso
come una bragia senza causa apparente. C. Antonio addetto al servizio
della cucina, sta sano qualche tempo poscia cade in furore, ed allora
urla come una bestia. G. pieno di scrupoli religiosi non parla che di
mangiare che di chiesa. Giovanni C. che non sta mai fermo, ha la mania
di legarsi sempre, ora si lega le mani ora il naso. M. gioca ogn’ora con
dei bottoni o dei fili, come i ragazzi. Il Generale Napoletano è capo di un
esercito fantastico. L. Francesco detto Fagiolo maniaco per il giuoco,
impaziente in tutte le cose. Boccaccia detto Boccalini già frate, non
lascia in pace nessuno, e spezza tutti gli oggetti che gli capitano, cerca di
bastonare tirando calci, pugni e schiaffi. C. di Fano uomo di bell’aspetto
fa sempre dei discorso molto vaghi, passa il suo tempo nel servizio di
scuderia essendo già stato soldato di cavalleria. D.A. di Rimini ha la
tendenza al furto, ruba tutto quello che gli capita. Matteo M. addetto ai
lavori dei pensionati sta sano qualche tempo poi si mette a urlare come
un demonio. C. preso da fissazione melanconica è concentrato e non
parla quasi mai. S.G. discorre sempre solo, sta da sè, improvvisa versi
fingendo voce da donna. Giuseppe di Rimini, ammalato nei piedi è
ostinato, vuol sempre tenere le scarpe in mano. Tombari detto la
Giannetta, epilettico conserva i suoi oggetti con preziosa cura,
permaloso, di naturale impietosissimo. Gasperino famoso dilettante
d’immondezze. Il Moro, secco che pare una mummia, curvo nelle spalle,
sempre sporco fino ai capelli per quanto sia lavato. Un giovinotto di
bellissimo aspetto di cui ignoro il nome quasi muto, prosegue delle ore
intere a discorrere e le sue parole non significano nulla. Basilio da non
confondere con un altro Basilio, che descriveremo in appresso, sempre
taciturno e cerca di menare terribilmente se qualcuno lo disturba. L’altro
Basilio poi non parla mai, di rado si sente la sua voce. Pacifico P. zoppo,
si da l’importanza d’un re, perché ha le chiavi dell’orto, e s’ingerisce
nella custodia dei panni sporchi, è superbo, avaro, bugiardo e ladro nel
giuoco. G. (con un’ernia terribile) raccoglie i cenci che conserva nelle
saccocce. R. di Rimini epilettico, sempre avido di mangiare si digerisce
sei pagnotte al giorno quando se le può procurare.
B.G. N.18 (1874)
Biografie
Fra gli ammalati venuti a San Benedetto di recente, in copiosissimo
numero meritano speciale menzione i seguenti: B. L. di P. … di circa
sessant’anni, di modi cortesi; invita tutti a casa sua, possiede tesori e
opificii, e tutto nella sua testa. Vuol andare a casa presto e
probabilmente morirà qui dentro. Un ragazzo di dodici anni circa tipo
della scimmia colla qualesi confonderebbe se avesse il pelo; parla poco e
solo per domandare il pane, è singolare per la curvatura delle spalle e
per i moti scimmieschi. C. N. di F. giovine di venticinque anni, bello di
forma; già militare, impazzito per amore: parla continuamente fra se,
possiede anch’esso milioni, medita progetti di vendetta e di sangue
contro l’Amante, la madre, e gli amici di casa. Altro di Fermo certo L. …
stampatore, famoso cacciatore, accorda protezione a tutti, presto anderà
a Roma dice egli, dove è aspettato a corte con grande onore. Un altro,
muto, manustupratore per eccellenza a fargli segno che cessi dal suo
vizio diventa una bestia. Un vecchio impazzito per la morte del figlio che
trovò cadavere in un fiume, accorda la sua protezione ad ogniuno e
quanto prima anderà a Napoli dove dice di possedere immense tenute.
Un ragazzetto contadino, detto l’avvocatino impazzito per amore, dice
che presto vuol sortire di qui per ammazzare la sua morosa e per andare
in America. Si distinguono poi sempre fra i vecchi venuti, il M. che vuol
mandare tutti a Roma dentro un vagone e impiegati, e ammalati facendo
venire qui duecento carabinieri, intanto esso è diventato il ridicolo di
tutti i compagni. D’A. che vocifera tutto il giorno, suona il violino con
due bastoni. canta, disegna per terra con un carbone e ballando assume
le pose più grottesche. G. L. sempre allegro, sbatte le finestre, e canta in
eterno la canzone Santa Lucia, ogni giorno scrive la nota delle vivande
che desidera. Il P. B. presto anderà a casa dice; è paralitico, un colpo di
apoplessia gli ha rapito le gambe e un poco la lingua; domanda a tutti se
il padre può levare il figlio, e dice continuamente toccandosi la fronte e il
petto, “qui, e qui non c’è più dubbio! le gambe fanno pietà, che ci vuoi
fare?”; strapazza tutti dando ad ognuno del matto e dell’imbecille. Il N.
T. parla canta, e cammina continuamente. Il Sig. P. P. continua a
discorrere fra se e a fregarsi le mani. Don C. sta sempre nella sua stanza
chiusa sporca le colonne del giornale e sorte solo per prendere e
spandere acqua. M. scrive, canta da furioso, e mangia da commediante.
R. prosegue a disegnare sui muri a parlare sempre fra se, e a gridare
sanguaccio, mortaccio, corpaccio, donaccia, pretaccio ecc. B. fa sempre
la statua contro il muro. T. si da pugni nella testa e nel corpo, prosegue a
camminar sempre sfrega continuamente le mani.
B. G. n.18 (1875)
Biografie
Fra i nuovi arrivati a San Benedetto meritano speciale menzione:
un giovanetto di venti anni che si chiama V., il quale dalla mattina alla
sera non fa altro che camminare su e giù pei corridoi e pei cortili
gridando: “Oh Dio! cosa ho mai fatto! per causa mia andar raminga la
mia famiglia! Che cose! Che cose! Non le doveva mai fare; e seguita così
dalla mattina alla sera, e per quante correzioni gli si facciano non
desiste. Dicesi che la causa della sua pazzia siano debolezze di gioventù,
e scrupoli di coscienza. Un calzolajo per nome X. il quale è furente e
grida continuamente: la Madonnina Santissima ci ajuterà, Dio mi
ajuterà, e così di seguito. Pare che la causa della sua malattia siano stati
dispiaceri di famiglia. Un terzo di nome Giovanni F. il quale grida
sempre dalla mattina alla sera: io sono un uomo libero, nemmeno il
governo può comandare sulla mia persona; dice di avere dappertutto
nemici, e non sa dove. Dice di voler versar sangue, ed è conosciuto per
l’uomo più pacifico del mondo, alla fine si dà pace, o si pone a cantare
da disperato. Certo Giuseppe V. di N. già impiegato nelle miniere, il
quale possessore di milioni nella mente, vuole distruggere l’Ospedale a
forza di cannonate; dice di essere padrone di tutta Pesaro, invece non ha
un soldo. Uno di T. il quale si alza, si pianta fermo allo stesso posto e
non c’è caso di smoverlo ad onta delle preghiere che gli si fanno. Sesto –
Stagnino di R. il quale canta dalla mattina alla sera, fuma ed è anche
egli possessore di ricchezze e di tesori. Settimo ed ultimo un vecchio, non
so se di M. si pianta al Cancello del corridojo più grande e vi stà dalla
mattina alla sera e con esso non contano le preghiere per allontanarlo.
Appena vede il Cancello aperto va giù credendo di esser libero, e così
seguita dalla mattina alla sera.
B. G. n. 18. (1877)
In queste prossime biografie c’è l’apporto del Dr. Luigi Frigerio (una
collaborazione a due: paziente e medico), grazie al quale c’è un ritratto di
M.E. al centro della pagina.
Biografie
B. P. contadino già militare di Rimini, conta l’età di trentacinque anni,
alto della persona, robusto, fierissimo per natura; epilettico, negli
accessi di epilessia batte le mani con forza straordinaria, e mena come
un disperato. Un giorno che si sentiva mal disposto cosa orribile a dirsi,
e ebbe il coraggio di colpire un suo compagno per una questione da
nulla, nella testa con un recipiente di terra chiamato Orcio, e se lo
colpiva bene lo rendeva cadavere: la fortuna volle che gli inservienti
fossero pronti ed il colpo non fosse mortale: l’Orcio cadde per terra e si
ruppe in mille pezzi. Il ferito è guarito dopo pochi giorni; basta questo
fatto per dare un’idea della fierezza di costui che è instancabile nel
lavoro, nel prestare servizi alla sezione dei furiosi. Questo pure siccome
da segni di alterazione di mente non sortirà mai più dall’Ospedale. V.A.
di Misano sui cinquanta anni, contadino, uomo fiero, sanguinario, prese
parte alla campagna di Roma ove dicesi che commettesse molti delitti; fu
già detenuto e condannato nel forte di San Leo ove scontò la pena e
impazzì. Da sei anni trovasi quì dentro: sempre superbo, provocante e
fiero; per la più piccola parola che non gli vada a genio, minaccia di
percuotere e di ferire; non è molto con un chiodo cercò di colpire un
Custode. La sua pazzia consiste principalmente nel voler soverchiare gli
altri, e quando parla lui tutti gli altri han torto, vuole essere filosofo,
professore, avvocato, insomma è un letterato, è uno scienziato che non sa
né leggere né scrivere; lavora prestandosi nei bassi servizi dei cosiddetti
Pensionati. Uomo pericoloso alla società difficilmente tornerà in seno
alla propria famiglia. R.S. di M. contadino dell’età di ventisette ai
ventotto anni, epilettico, fiero per natura, negli eccessi di epilessia perde
l’intelletto e commette fatti atroci. Quando è in istato di quiete mostra
pure il suo carattere prepotente, e nel parlare anch’egli vuol sempre aver
ragione; non ha vizi, e appassionato soltanto pel mangiare, ed è poi
nemico del lavoro; la sua malattia è forte, e noi la crediamo incurabile.
Se prosegue così anch’egli resterà vittima di questo luogo, e non sortirà
mai più dall’Ospedale. Uno lo minaccia parla subito di bastonarlo.
M.E. di Sant’Arcangelo, aggiunto allo stato di imbecillità, Ebete perfetto,
cammina storto, guarda losco, porta la testa bassa, grossa, della forma
dei selvaggi; si trova qui da otto o dieci anni; è docile, non dà fastidio a
chicchessia, presta dei servigi, specialmente nel trasporto dell’acqua,
affatto privo di buon senso a qualunque domanda risponde sempre non
lo so. Conta l’età di trentacinque anni, alto di statura pochi capegli ed
irti; mangiatore famoso, specialmente di pane, non conserva d’uomo
altroché l’apparenza, e anche questa molto deforme; il suo destino è
fissato: è un infisso dell’Ospedale, non si ricorda nemmeno di avere il
padre la madre e i fratelli vivi.
C. G. di Fano, carrozzaro, già Dragone papalino vivo per miracolo di
Dio imperocchè e del cinque o sei ferite che sembravano mortali, ma è
guarito del tutto meno di denti che sono rimasti offesi; e so pure tocca lo
stato di imbecillità; uomo di bell’aspetto, con barba nera e sotto dell’età
quarantotto anni, d’indole docile e non dà fastidio al alcuno; se è
provocato fugge, i suoi discorsi sono affatto privi di buon senso, parla
come un ragazzo di cinque anni, qualche volta presta servizio
nell’infermeria, o dalla parte Pensionati; giuoca e fuma assai. Anche
questo è un ammalato a nostro avviso incurabile che o presto o tardi,
disgraziatamente per lui, finirà i suoi giorni in questo o in un altro
Ospedale ove stanno chiusi coloro che hanno smarrito il ben
dell’intelletto.
B. G. n. 18 (1878)
L’avvocato Gualtiero B. con il passare del tempo si avvale di una qualche
collaborazione. È il caso di L.P., che scrive sotto dettatura o ricopia in bella
forma, e poi di A.B., un nuovo arrivato che diverrà molto produttivo
soprattutto nell’ambito della poesia.
Biografie
Da molto tempo non abbiamo scritto articoli nel giornale perché che lo
ha impedito l’occupazione di lavori più interessanti, che abbiamo già
condotti a termine, e che speriamo di pubblicare per mezzo della stampa.
C. C. Capitano napoletano uomo sui cinquant’anni, ricco di patrimonio,
gracile, magro, impazzito per amore, non sorte mai dalla sua camera,
non parla con alcuno, se non che col suo cameriere, il quale solo può
entrare da lui. Sta quasi sempre nel letto, e ama moltissimo la pulitezza;
se va di questo passo finirà i suoi giorni la dentro. L. L. di T., piccolo di
statura possidente suo i 29 anni, gravemente ammalato di fissazione per
causa di donne; anche questo non sorte mai dalla camera, parla poco, e
da se, non si lascia mai accostare da alcuno perché sta sotto una
rigorosa cura. Poco ha migliorato, vogliamo sperare che andrà meglio
in avvenire. Dapprima era disobbediente, ora è docile e mansueto. L. L.
di T. che conta l’età di 30 anni, ammalato esso pure di fissazione
prodotta da dispiaceri e disordini specialmente di donne. E aggravato
parla da sé forte alla notte, cammina da se (?) e non sa dove vadi; ora
piange, ora ride, fa discorsi inconcludenti. La natura gli è stata
contraria perché è di fisico assai gracile e debole, ha una gran tendenza
alla tisi; sotto assidua cura, finora non ha punto migliorato. Dei giorni
non vuol mangiare, dei giorni accetta il cibo, ha voluto cangiar camera,
è tornato dov’era. Essendo egli di buona famiglia e gravemente malato
gli si usano tutti i possibili riguardi, cambia vestiario di frequente, ora si
veste per sortire, ora in veste da camera, e via discorrendo. T. L. di R.
uomo sui sessant’anni, parla sempre da sé, s’inquieta terribilmente, ha
degli accessi nervosi terribili sotto i quali grida e strofina le mani e si da
pugni nella schiena; è qui da molti anni, è incurabile; ha l’istinto
dell’imitazione come la scimmia, gran mangiatore è preciso nelle sue
abitudini, e non è possibile che mangi più di quello che ha da avere. T. A.
di S., sartore, conta l’età di cinquant’anni, è qui da molto tempo, parla
sempre da se, si dà l’importanza e gravità di un Ministro; ha eserciti e
milioni il suo comando, ha gl’interpreti che per aria gli portano
ambasciate per tutto il mondo come angeli che volano. Non cura la
famiglia, e i figli ne ha tre nella più desolante miseria. Alcune volte ha
voglia di lavorare, altre volte no. Prende tabacco e fuma più che può; è
docile, colle mani non molesta alcuno. Forse per sua disgrazia resterà
sempre poiché tutte le cure usate sono state inutili.
B. G. dettò, L. P. scrisse per copia conforme (1880)
Cenni sopra alcuni ricoverati
Poiché da molto tempo non abbiamo dato biografie di alcuni individui
ricoverati in questo Manicomio, vogliamo tracciarne alcune coll’animo
di far cosa grata ai nostri lettori; non già per porre in ridicolo quegli
sventurati che hanno perduto il bene dell’intelletto e che di tutto cuore
compiangiamo, ma per mostrare tanti altri fenomeni della pazzia,
lasciando alla scienza medica il grave compito di studiarne le cause e
d’applicarvi la relativa cura.
N.C. di anni 26, trovasi in questo Manicomio da circa tre anni.
L’eccessivo convulso, da cui è affetto, lo spinge a continuo ed accelerato
passeggio, nel quale dimena il corpo a destra e a sinistra, or fregandosi
ed or battendo le mani, parlando sempre a voce alta senza che altri
possa capirne i discorsi. Nel tempo della maggiore agitazione tutto
affannato si volge a questo e a quello per aver pane o tabacco, che poi
consuma con avidità indicibile. Talvolta, correndo a sghimbescio tutto
fuor di se stesso, non vede chi si trova sul suo passaggio; sicchè
fortemente lo urta e lo fa traballare. Pare che il tabacco e gravi
dispiaceri siano state le principali cause della sua malattia. G.A. uomo
sulla cinquantina, si crede padrone di tesori, di palazzi e di ville.
Raccoglie tutte le cartacce che vede; talvolta ne chiede ai compagni;
quelle che trova nel mondezzaio o nella latrina sono da lui stimatissime;
a tutte queste cartacce poi, custodite gelosamente, attribuisce il valore di
migliaia e milioni di lire. Se qualche altro ricoverato cerca di fargli
conoscere l’erroneità delle sue idee, riceve da lui il titolo di imbecille e
di pazzo, e finisce coll’allontanarsene stordito dalle grida e dalle
bestemmie. Sembra che pur costui sia vittima del vino. V.M. vedovo
sessantenne, fu altre volte recluso fra i pazzi di questo Stabilimento per
mania erotica e letteraria. Costui crede di essere un bell’uomo, degno di
essere amato dal sesso femminile; e per tanto pensa di passare a seconde
nozze. Stimasi egregio scrittore, ma quantunque mostri di aver letto
assai, non ha imparato che poco; laonde gli scritti suoi, sì prosaici che
poetici, sono largamente seminati di ogni sorta di errori. Vuol essere
pure calzolaio, sarto, medico, suonatore, cantante ecc., ma il suo sapere
è tale che confina coll’ignoranza. Ama la declamazione e il
ragionamento; però se declama, stordisco; se ragiona, sembra che
litighi; senza dire che se gli spropositi suoi fossero tante zucche, in pochi
minuti se ne potrebbe riempire una cesta. L’intemperanza, se non
erriamo, fu quella che lo condusse al Manicomio. G.L. sessantenne ma
robusto, non va passato sotto silenzio per quanto di strano egli
commette. Sul suo cappello non vedonsi che fiori e fettuccie. Di quando
in quando si pone a cantare con voce sì grata che fa d’uopo turarsi le
orecchie. Se, affacciandosi alle finestre che guardano sull’orto, vede per
caso una femmina, ride pazzamente, canticchia, e si ritira per fare un
balletto con quella grazia e disinvoltura di cui fa mostra un orso
addomesticato. Ora s’inginocchia e pregando batte il petto con tal forza
da essere udito anche da lontano; ora per la più piccola cosa che gli
dispiaccia, apre la bocca alle più ereticali bestemmie. Simulatore, ladro
e proclive al mercimonio, risponde con imprecazioni a chi cerca di
ridurlo a dovere. Si arma poi di un cucchiaio per difendersi da qualche
ricoverato che tenta infastidirlo; ma, se questi gli si fa dappresso, fugge
tosto piagnucolando, correndo in modo ridicolissimo. Non può dirsi
quanto per altre cose ancora sia molesto costui alla popolazione del
Manicomio.
G. B. ed A. B.
È il 1888 e le biografie saranno prodotte dall’occhio scrutatore di A.B.
L’eredità di G.B. è molto forte.
Cenni biografici sui ricoverati
R.D. ricoverato da moltissimi anni in questo Asilo, è caduto in completa
demenza. Ordinariamente è quieto: innocuo sempre. Ora preferisce
starsene in letto, ora passeggiare pel corridoio del suo Comparto. Saluta
quasi militarmente chi gli passa dinanzi, e poi gira più volte intorno a se
stesso borbottando parole poco intelligibili. Talora con un pezzo di
zigaro bagnato o col resto di un fiammifero stato acceso, lorda i muri o il
pavimento della sua camera facendo segni che diresti geroglifici
egiziani, o figure diverse che rappresentano la faccia umana attraversata
spesso da linee. La posizione incomoda, in cui attende a questa specie di
passatempo, non toglie ai suoi disegni una certa simmetria e regolarità.
Non è bevitore né fumatore; pur tuttavia accetta un po’ di vino e di
trinciato durante il giorno. All’avvicinarsi del cattivo tempo si agita,
maledice tutto e tutti, dal più piccolo verme della terra al più potente
sovrano, e ciò fa con voce si alta da poter essere sentito a gran distanza.
Di rado esce a passeggio fuori dall’Asilo, ma non dà segni di
soddisfazione alcuna come altri della sua specie. Pur troppo anche
questi resterà nel Manicomio fino al giorno in cui l’inesorabile Parca
troncherà lo stame della sua vita. S.F. contadino sui 50 anni, è pure
affetto da completa demenza. Non ostante ciò si presta a parecchi
servigi, e per la sua forza muscolare viene talvolta chiamato a
trasportare derrate, a spaccare legna ecc. E questo fa quand’è calmo,
senza punto scomporsi. Ma quando per il patema cui soggiace il nostro
S. ricade nell’agitazione, con un pezzo di carbone o gesso comincia a
lordare i muri e le colonne dell’Asilo con dei segni somigliantissimi al 6,
all’8, al 9, ora collegati ora disgiunti. Senza tema di errare può dirsi che
quei segni rappresentano per lui altrettanti numeri o cifre, poiché nei
suoi continui sconclusionati soliloqui, fatti spesso a voce altissima, parla
di milli fascini, di cento napoleono, di carti scritti al tribunalo, di firmari
per centi liri, ecc. chi lo disturba durante quei soliloqui potrebbe passare
un brutto momento ricevendo un pugno sul capo, o un calcio nella parte
più carnosa. Una volta sola cessò dallo schiamazzo e poi rise, quando il
decano dei ricoverati, quel gobbetto dal naso bernoccoluto, che tempo fa
vi descrissi, gli si accostò e lo toccò dicendogli: non ci stordire più,
somaraccio. Difatti il suo vociferare stordisce, specialmente
all’approssimarsi di una giornata piovosa o fredda, nel qual periodo
rifiuta il cibo o tarda a prenderlo. Del resto si conserva abbastanza
pulito, e non reca molestia a nessuno. Anche di questo può dirsi con tutta
franchezza che non uscirà più dal Manicomio se non quando verrà
trasportato al Cimitero.
A.B. (1888)
La pietà fra i pazzi
Quella virtù, per cui l’uomo è portato a sovvenire i suoi simili nei loro
bisogni, a difenderli nel momento del pericolo, non alligna soltanto fra
gli uomini liberi e savi di mente. Questa virtù, che pietà si dice, vien
posseduta pure da molti fra quelli che dall’avversa fortuna son
condannati a menare angosciosa vita nel Manicomio. Molti sono gli
esempi che potrei addurre a dimostrazione del mio asserto. Mi contento
di citarvene alcuni, certo che basteranno.
L.G. che non difetta mai gli aghi, fili e bottoni dopo aver fatto un giro
per l’Orto, rimette in ordine o la giacca o i calzoni di qualche suo
compagno che non possa abbottonarli o stringerseli. S.E. vecchio di 60
anni, veste, governa, conduce a spasso quell’idiota fanciullo di cui parlai
altra volta, sicché del medesimo più che amico può dirsi padre
affettuoso. La buona maniera, la continua diligenza con la quale vuole
attendere alla custodia del piccolo infelice si aggiungono a prova di
quanto ho detto più sopra. M.G. non permette che un tal C.S., ormai
imbecillito, si allontani da lui. A pranzo, a passeggio, in qualsivoglia
luogo vuol sempre averlo da vicino. Se taluno, anche per ischerzo, tenta
separarlo, s’adira grida, minaccia. Di quando in quando si provvede di
acqua tiepida, e attende alla pulizia della sua persona, servendosi al
bisogno anche di forbici e di pettine. A mensa poi guarda che nulla
manchi a lui, che non si lordi, che non compia atti sconvenienti. M.S.,
quasi sempre clamoroso e sconclusionato, sta spesso al fianco di un tal
C.L., il quale, per essere pericoloso, va tuttodì assicurato col manicotto e
con pastoie speciali che gli permettono di fare passi assai brevi. Sì a
pranzo che a cena gli spezza il pane, la carne o altro cibo, e glie li porta
alla bocca. Né di rado avviene che gli dia pure quanto gli avanza della
sua colazione. E di quando in quando, sfuggendo alla sorveglianza
degl’infermieri, toglie a lui le pastoie acciò possa, almeno per poco
tempo, più liberamente camminare. Nel comparto Femminile, due
attempate dementi, M.M. e V.A.,sembrano le madri di due povere idiote,
delle quali una è appena quindicenne: tante sono le cure di cui le
circondano, tanta la vigilanza che soltanto esse vogliono su loro
esercitare. Ne curano la pulizia personale, ne comprendono il più
piccolo bisogno, le difendono da qualche pazza dispettosa, le assistono
con amore materno quando le vedono indisposte o malate. E mentre
attendono a questi atti di pietà, si mostrano assai tranquille, dimenticano
la propria sventura, e danno segni non dubbi di compiacenza. Oh!
mistero dell’umana natura! Potrebbe dirsi che tali e tanti atti di pietà
vengano compiuti per allucinazione: ma nessuno crederebbe ciò, quando
sapesse che nessuno dei pazzi pietosi da me surricordati va dicendo o fa
in qualche modo capire che il protetto gli sia figlio o fratello o per altre
cause congiunto. Ammesso pure che per allucinazione questi anni
venissero compiuti, viene altresì dimostrato che nel cuore di questo o di
quel pazzo non è spento o illanguidito il sentimento della pietà, come non
sono in lui illanguidite o spente altre virtù che onorano l’uomo libero e
saggio.
A.B. (1889)
Cenni su alcuni ricoverati
T.A. che ormai tocca la sessantina, venne ammesso per monomania di
persecuzione unita a delirio ambizioso. È quasi sempre taciturno e
cammina con una certa gravità. Se l’interrogate sull’essere suo, vi dice
ch’è un potente barone; che migliaia di soldati ubbidiscono al suo
comando; che possiede oro ed argento in gran copia; che ambasciatori
ed interpreti lo seguono dappertutto. È ghiottissimo del tabacco,
amatissimo del vino e del giuoco. Ha perduto ogni affetto per la
famiglia; dice anzi di non avere né moglie né figli; o che questi vennero
ceduti ad altri e sostituiti. Cura discretamente la pulizia della propria
persona, non molesta nessuno, e quando si trova di buon umore, attende
a cucire o a rappezzare i vestiti degli altri ricoverati; nella quale
faccenda si mostra abilissimo. Le cure usategli non servirono a
riordinarne la mente, sicchè non credo di errare dicendo che purtroppo
dovrà terminare la vita nel Manicomio.
M.V. di oltre sessant’anni, ammesso più volte in quest’Asilo per
esaltamento da alcoolismo, vuol passare per ognisciente: sarto, fornaio,
calzolaio, suonatore, medico, letterato, poeta. Porta sempre la tasche
piene di carte, di giornali, di libri. Ora declama versi di cui sisi dice
autore; ora corregge e commenta le opere d’illustri letterati. È facile
immaginare quanti errori vada commettendo, e quanto faccia ridere gli
ascoltatori. Né fa ridere meno quando col naso armato di occhiali e colle
braccia denudate piglia parte nel giuoco della palla, in cui si crede
valentissimo. Talora è assai molesto, poiché, se declama, stordisce; se
conversa, pare che litighi; se gli dite che in questa cosa o in quella non
ha ragione, vi ricopre di maledizioni e d’insulti. Il nostro M. sarà
fortunato se anche questa volta potrà tornare in patria e morire in seno
della propria famiglia.
A. B. (1889)
Di cronaca in cronaca, da un numero del Diario all’altro, queste “istantanee”
diventano un’importante documento perché ci permettono di scoprire,
attraverso un’infinità di caratteri, di comportamenti e di gestualità, il tipo di
popolazione manicomiale di quegli anni. Il carattere quasi di lista, come la
chiamerebbe Umberto Eco, rimanda alla vastità dello stabilimento ma
soprattutto alla quantità degli internati.
In questo caso lo sguardo del cronista invece che sulla folla si sofferma sul
singolo.
Il pseudo-entuisiasmo
Strano pensiero è il credersi grande e darsi il vanto di un essere
qualificativo, formandosi un entusiasmo del tutto ironico, in modo che si
possa intimare la propria autorità in un batter d’occhi. Tale è il caso, che
s’incontra in questo luogo, di un certo originale, assai alterato di mente
il quale possiede un’infinità di frenesie e cospicuo numero di
stratagemmi che fanno inorridire. Egli poi si mostra sempre con carta e
penna fra le mani: manda espressi a tutti i momenti, e quasi avrebbe
fatto un caos di quest’Ospizio se accordata gli si avesse ogni sua
domanda. Egli ha un tono di voce molto energico, ed impone a ciascuno
che gli sia suo servo, manda forti ruggiti e fa strepito se non si ubbidisce
ad ogni sua richiesta; avventa assai spesso quel che può in caso lo si
derida, ed inoltre vorrebbe tutto quello che un altro può possedere e si
scusa con dire: domani te lo pago; per lo contrario sarebbe molto misero
colui, che osasse proferirne parola. Domani vorrebbe sposare la
Marchesa X.; dopodimani sarà il Dir. dello Ospizio con uno stipendio
suntuoso, e sarà prof. oculista, ed erigerà anche uno studio di lingua
Francese, a dui concorreranno ancora i già esperti, tanta è la sua
maestria, ed aumenterà allora la paga a tutti i servi, impiegati ecc.
Eppure va trovando qualche babbeo che gli crede, e così colla sua ciarla
s’è fatto un buon partito qua dentro. Se qualcuno lo beffeggia alle spalle
gli risponde “stà zitto, che altro asino non sei” e spesso si mette anche in
mischia, e tutti lo devono guardare con timore, perché egli condanna
anche per il più piccolo sospetto; e camminando in fretta ed a minuti
passi, acconciato però elegantemente, perché si farà delle bene spesso,
mostrando una grande albagia, si spassiona per i posti che crede di
dover occupare. Cosa farebbe se crescesse d’un sol grado, troppo ancora
essendone imbarazzato per la sua benedetta testa che non stà a segno. Io
credo che questa poi sia una pseudomania ben di rado conosciuta fra
tanti individui esistenti in questo luogo, nonostante egli occupasse un
posto elevato esiste qui ora per aberrazione mentale, e non gli vorrà
poco per ristabilirsi nella primiera salute, poiché il suo stato si fa triste,
e progressivamente si va deteriorando; e l’unico tesoro, cioè la ragione
poco gli è aderente, e se persisterà, in questo misero stato, egli sarà
certamente privo d’ogni bene di cui è prodiga la società.
Mors. (1872)
Il mal caduco
Ai giorni nostri, di rado si ha cagione di vedere un sì terribile malanno,
solo qua entro hassi ad incontrare in taluni, che ne sono affetti, e certo fa
rimanere sensibilmente perplesso, tanto è lo spavento, che incute a chi lo
osserva. Si sono descritti altravolta di questi mali, che li chiamano
caduchi; però è ben diverso il caso dal dire, e dal trovarsi presente,
poiché questo non consiste solo in tenue convulsioni, ma bensì in uno
strepitoso e ferale languore, ed in un muggito simile a quello dei tori, e
questo avviene in un istante così accidentale, che se ne è veduto uno
nell’atto dello scoppio rinversare tre o quattro persone, più una panca
indi colle mani elevate battere sopra un muro, e poi retrocedere e cadere
a terra. Quello che più incalza a farcelo descrivere, è il modo col quale
sono colpiti la notte; e questo ebbi caso di sentire de un nuovo ospite,
che tutto presentava fuorchè di esso male in un attiguo dormitoio che
conduce al nostro ambiente. A poche ore di notte mentre ognuno stava
assopito nel sonno ci destò uno spaventevole grido, che si sarebbe sentito
alla distanza di un’ ettometro; nell’atto del caso che era successo,
nessuno seppe rispondere a causa che a tutti era ignoto che costui fosse
possessore di un tal malanno; congetturando a primo slancio, che fosse
il mal caduco, si sentiva come una persona sgozzata che mandasse
parole brontolanti e rigurgitanti dalla trachea, quindi una bava come di
frenetico cavallo gli cadesse ad onda dalla bocca, quindi un russare
come di chi è immerso nel più profondo sonno, poscia un urtante
capitombolo, che parve cadesse una macina; cacciò la faccia sul sinistro
muro, che dai segnali si conobbe la malattia susseguente esser stato
l’ostacolo in quella caduta. Al racconto di persone, che accorsero per
qualche prodigio si verificò esser stato un accesso di epilessia, come
dicono i dotti. La mattina cercando il lume della finestra quasi
stupefatto, si vede il disgraziato tutto pallido, cogli occhi bendati di
nebbia con una sembianza, come una luna di Marzo, e dimandato come
avesse passata la notte, rispose singhiozzando, essergli stato comunicato
disprezzo la sera antecedente, il che vi aveva provocato l’urto del male;
che da otto mesi in prima non ne era stato colto, e cercava di ripatriare
in breve tempo, onde essere lontano dagl’individui che l’avevano
cimentato col dire male contro di lui. Si può credere che l’Epilessia sia
l’opposto dell’Idropisia; mentre quelli sono estenuati di forze, ed avviliti
ad ogni momento per la più piccola sofisticheria, questi altri invece non
si perdono di coraggio, sono energici, e fanno ancora troppa bella
mostra di loro, mentre gli altri sono avviliti, taciturni, confidando solo in
loro stessi, e mostrandosi in tutto vendicativi, coll’ingiurare ad ogni
istante, da ciò ne previene poi, che vengono fatti segno alle beffe. Io poi
vidi un giovine dotato di molte virtù, il quale era tormentato da questi
accessi durante la notte ed il giorno poi se ne stava sempre solo
sospettando di tutti. Spesso leggeva un libro di Chiesa, e faceva più che
il devoto; fu colpito una sera fortemente d’Epilessia tantochè cadde al
suolo quasi morto, tutto ad un tratto dopo qualche tempo che stava in
quel modo, riprese a dire con altitonanti parole “l’inferno è aperto per
me” e rivoltosi a uno che conosceva gli disse: “salutami mia sorella, e
dille che non la vedrò mai più, che presto mi muojo”.
Fu portato nel suo letto, ed oppresso da continue convulsioni, in termine
di tre giorni passò a miglior vita. Casi rari ma che pur troppo fanno
piangere, e bisognerebbe o non sentire, od essere di pietra!
Mors. (1872)
Abbozzo di biografia che colla massima serietà un ricoverato fa di un suo
compagno di sventura. (D.r F.)
Cenni biografici
Come altre volte ho fatto, presento ai lettori un breve compendio di
notizie su di alienato che da non molto tempo fu accolto in questo
Manicomio, offrendosi tale da meritare qualche parola. Questo alienato,
che per censo era al di sopra di molti altri, e per coltura occupava un
posto distinto in società, vuole occuparsi di tutto e di tutti, adirandosi
oltremodo se non può ottenere ciò che crede possibile, passando dalla
simpatia all’avversione colla massima facilità. Ne segue che cento volte
al giorno si mette a scrivere telegrammi e lettere con ortografia tutta
propria e stile del trecento male imitato, indirizzandoli ai più eminenti
uomini del governo, chiedendo che venga riformato il Regolamento del
Manicomio, sospeso questi, destituito quegli, carcerati gli altri. Per lui il
sale è arena di mare, carne di cavallo quella di vitello, pane di segaticcio
quello di fiore ecc. a siffatte stranezze trovasi associato il delirio di
grandezza con leggera traccia di paralisi. Un sassolino è per lui una
gemma, della quale fa dono a colui che stima suo fido e portatore de’
suoi scritti alla posta. Non vede e non sogna che mattoni, pregando che
se ne faccia la spedizione a Roma, in cui vuole erigere un sontuoso
palazzo. Entrato appena nell’Orto dell’Ospizio, si pone a smuovere la
terra, traendone fuori dei sassi, che poi ammucchia ed intasca,
certissimo di avere in essi altrettanti diamanti e rubini, di cui intende
fare la spedizione ai Ministri del Regno ed allo stesso Sovrano.
Tralasciando altre cose di minore importanza, chiudo questo breve
racconto augurandomi che fra i pochissimi alienati, i quali poterono
guarire di consimile pazzia, possa anche questi essere annoverato.
A. (1885)
A.B. e un tale che si firma X. invece che la prosa usano anche la forma
poetica, quella dei versi sciolti o del sonetto. Al carattere cronachistico, si
sostituisce un tono di partecipazione emotiva che si trasforma da espressione
di una visione ferina e grottesca a quella commossa di chi condivide la
perdita degli affetti.
Il pazzo (versi sciolti)
Sorge l’Aurora. Bestemmiando e fiero
Ne saluta l’arrivo, e da la stanza
Esce rabbioso e concitato, quale
Dal covo irrompe minacciosa tigre.
Con occhi aperti e più che brace rossi
Va discorrendo, e mentre i denti arrota,
Urla ed impreca; e sul tumido labbro
Mai un sorriso appar che de ‘l suo core
Il gioir ne palesi! Ecco s’acqueta,
E qual macigno sta. Segno foriero
Non è di calma il tacer suo, ché presto
Scuotesi e torna alle bestemmie e all’ira.
Piange talora e a’suoi dimanda aita;
Ma invan l’amplesso de la sposa, e il bacio
Dè pargoletti suoi invan richiede!
E come ne l’andar la via divora,
Suo pan divora, cui ben di sovente
Getta lungi da sé, chè man nemica,
Man di servo o parente ei teme v’abbia
Rio veleno cosparso, e più s’adira.
E più s’adira, e il suol ora calpesta,
Or le labbra si morde furioso,
Chè l’animico a sua vendetta sfugge,
Triste dono è la vita allor che tante
Pene il Ciel ne riserba in questa cupa
Misteriosa Valle! Alfin si queta,
E a capo basso per il triste loco
Lento s’aggira; ed or lo sguardo volge
A destra e a manca, sì che dolorosa
Vicenda par che gli sovrasti, o un ferro
Inimico lo spegna, e si nasconde.
Più non l’insegue l’orrido fantasma
E per brev’ora fra i compagni suoi
Vaga e favella. Poi, fattosi muto,
Erge le mani al Ciel, siccome quei
Che grazie renda o d’una grazia il preghi.
Piove la luna il mesto raggio, e allora,
Il dì trascorso fra cotante pene
Maledicendo, posa, e raro il sonno
Sugli occhi suoi confortator discende.
A.B. (1889)
I pazzi (sonetto)
Qual sen va taciturno e a capo basso,
Qual si contorce e quale il suol calpesta;
Questi fiero divien e lancia un sasso,
Corre quegli gridando e poi s’arresta.
L’uno sta saldo in piè, simile a masso.
L’altro si adira e scuote ognor la testa;
Chi pauroso va con lento passo,
Chi giace muto e urlando poi si desta.
Quale bestemmia; quale al ciel tien fiso
L’umile sguardo tra confusi accenti;
Qual mesce il pianto suo di molti al riso.
Freme l’uno di rabbia e arrota i denti;
Si graffa l’altro disperato il viso;…..
Oh! sei ben crudo se pietà non senti.
A.B. (1903)
Un tale di questo mondo dal vero o no – a piacere del lettore (sonetto)
Su, guardatelo ben. Pare un merluzzo;
Naso d’aquila ed occhi ha di civetta;
Sottilissima voce, e a dirla schietta,
Paion le gambe sue gambe di struzzo.
Da pochissimi dì sul mento aguzzo
Fuor gli è spuntata misera barbetta,
E fumando sen va la sigaretta,
Chè del suo fiato vuol coprire il puzzo.
Dentro vecchia camicia inamidata
Ei si dimena, e va spendendo l’ore
Nel volgere ai balcon più d’un’occhiata.
Sospirando saluta le signore,
Ma poveretto lui, chè sua giornata
Senza un quattrin la chiude e senz’amore. A.B. (1889)
Il delirio di un pazzo, dal vero (sonetto)
Pallido, magro e con la pipa in bocca
Brontolando sen va per il cortile;
E parla sol di preti e baciapile
Per seppellirli tutti entro una rocca.
Chiama la Legge fastidiosa e sciocca,
E la Chiesa confonde col porcile;
E nuove leggi nel più strano stile
Sudia, prepara, e guai a chi lo tocca.
Per lui Bruto e Mosè fattori sono
Della terra e del cielo, e non sa quando
Noi li vedremo sul medesmo trono;
Vita e Morte son mistiche sorelle;
Vive ancor chi muor, e va giurando
Che sol si muore per cambiar la pelle.
X. (1888)
Scritti dei ricoverati (sonetto)
Or qual fanciullo grida, or non ha voce;
Ora bestemmia la Madonna e i Santi;
Or preci e preci al Crocifisso innanti
Va recitando colle braccia in croce:
Or la iena di lui è men feroce;
Or sì dolce non è coppia d’amanti;
Or donne vede, or cavalieri e fanti,
Cause di gioia o di supplizio atroce:
Or piange, or ride, ed or qual brace rosso
Lacera, spezza, e con lo sguardo fiero
Tenta piombare a’ suoi nemici addosso:
Poi ride ancor….ma il tuo sorriso, un lazzo,
Pietoso frena, o mio lettor, chè al vero
Un infelice io ti presento – un pazzo!
X. (1887)
Ritratto dal vero
Sonetto
Non è testa la testa, è un melonaccio,
Proprio di quelli scorticati e brutti:
Non è bocca la bocca, è un sepolcraccio
Di lercissimi denti e mal costrutti:
Orecchie ad ansa: e il naso, lungo un braccio,
Sembra un tubo rubato agli acquedotti:
Pochi e ruvidi peli ha sul mostaccio,
Ed occhio tal da spaventarci tutti.
Mangia pappando e gorgogliando beve:
Non parla, no, ma raglia come un ciuco;
Sì che mostro maggior non ha la Pieve.
A vederlo davver non ti conduco,
Ed io stesso talor, per farla breve,
Chiudo gli occhi o m’ascondo in qualche buco.
X. (1886)
Queste testimonianze, queste voci che ci raccontano il San Benedetto nei
suoi aspetti più ‘vitali’, documentandoci caratteri e comportamenti di una
molteplice popolazione manicomiale, si producono soprattutto nei vari
corridoi dell’ospizio.
Il corridoio, nell’Ottocento, divenne un elemento fondamentale per
l’organizzazione degli spazi e raggiunse la sua apoteosi nell’architettura
della modernità. Luogo concreto, dispositivo, spazio metaforico da
percorrere, idea di sequenza, scansione temporale e spaziale – fatta di prima
e dopo, avanti e indietro, destra e sinistra. Il corridoio riduce e semplifica lo
spazio, organizza, è permeabile, poroso, crea connessioni, è contrapposto
alla gerarchia e alla verticalità anche se il gioco è ambiguo, in quanto la
gerarchizzazione proviene dal suo utilizzo, ad esempio grazie alle porte
chiuse dall’esterno e agli spioncini.
Il corridoio è un dispositivo lineare che attraversa, un supporto (la linea) su
cui poggia un testo. Come la prosa, dove vige una burocratizzazione del
linguaggio, le porte, le stanze e le finestre sono come i punti, le virgole e i
segni di interpunzione della frase.
Nello spazio fisico si incarnano regole, dando luogo a una scienza dei
dispositivi spaziali, intesi come vere e proprie agenzie di riproduzione del
potere e del controllo sociale. Infatti nel manicomio gli internati, tutti e
ciascuno, classe omogenea di individui, per definizione vivono irregimentati,
posti sotto sorveglianza e indotti a comportarsi in maniera stereotipata.
6. Riflessioni e autobiografie

Quello che sappiamo dei manicomi lo sappiamo solo dai medici. Il Diario ci
permette di ascoltare la voce diretta di chi il manicomio l’ha subito.
Le autobiografie e le riflessioni attorno al proprio stato e la propria malattia
sono fra i testi di maggiore interesse perché testimoniano in prima persona e
dettagliatamente le sensazioni provate. La scrittura, prevalentemente piana e
priva di eccessi, permette di farsi un’idea di chi all’improvviso è costretto
entro le mura di una “carcerazione’’, attorniato da una folla di “infelici’’.
Inoltre, qualche volta, si tenta di spiegare i meccanismi che hanno prodotto
la malattia.
Autobiografia di un convalescente
Nacqui nel 1850 nella città di U. da agiati genitori che per mia
disgrazia, perdetti in tenera età. Un’unico fratello, maggiore d’età,
rimase a capo della famiglia, sciupando la maggior parte de’ nostri
averi. Quando giunsi all’età della riflessione dividemmo i pochi avanzi
ed io me n’andetti a star solo; frequentato per qualche anno il corso
delle scuole elementari, quindi l’Istituto di belle Arti, ove mi applicai al
disegno di Ornato e Figura, mi detti ad attendere ai pochi beni che mi
rimanevano, consistenti in un terreno abbastanza esteso ed una casa in
città. Per tal guisa mi scorreva la vita se non felice, almeno abbastanza
tranquilla; le mie occupazioni predilette poi erano la caccia e l’attendere
alla coltivazione del mio podere, provandone molto diletto.
Quanto alla causa delle mia malattia, che oggi mi tiene schiavo, essa
risale ai tempi della mia giovinezza, ed ecco come fu il fatto. Aveva circa
otto anni ed un giorno di autunno, escito dalla scuola, me ne andetti a
diporto fuori di porta della città; passando vicino ad una vigna ricca di
bellissima uva mi venne volontà di prenderne un grappolo ed a tal uopo
mi approssimai ad una vite. Quand’ecco, ad un tratto esce da un
nascondiglio il colono di quel campo, mi afferra e mi dà parecchi colpi
sul capo; fu tanta la paura che provai in tale istante, che credetti di
morirne. Dopo quel fatal giorno si sviluppò in me quella terribile
malattia che chiamano mal caduco: questo malanno, nei primi anni mi
prendeva di rado, ma in seguito mi prendeva spessissimo e finalmente mi
ridussi in uno stato tale di cui io stesso non sapeva darmi spiegazione.
Mi sembrava di vedere e parlare colla Madonna e coi santi, pareami
talora di volare in Paradiso ecc. Raccontate agli altri queste visioni fui
fatto segno alle beffe di tutta la ciurmaglia della città, di modo che la
vita erami venuta insopportabile.
Questa, io credo fu la causa della mia venuta qui entro; poiché io
certamente non detti il più piccolo fastidio a chicchesia. Qual fu la mia
meraviglia quando mi trovai in mezzo a questa folla d’infelici!
Descrivere le sensazioni che provai è impossibile! Dapprima mi trovai
confuso e sconcertato quindi avvilito, e restava là delle ore inconscio di
me medesimo. Appena arrivato in mezzo a loro, parecchi mi si fecero
vicino, e più tardi vidi, che facevano altrettanto ad ogni nuovo venuto;
formarono un circolo a me d’intorno e: uno mi domandava il mio casato,
un altro la patria mia, un terzo la professione, altri infine si
congratulavano del mio arrivo e vi fu anche uno, detto il Barbacane, che
mi dimandò se era più matto lui od io. Passata la prima sensazione
pensai ai casi miei e a ciò mi fece risolvere la stessa compagnia in cui mi
trovava; imperocchè uno si provava a voler darmi un pizzicotto un altro
fingeva di misurarmi un pugno, alcuni infine erano così elastici di gambe
che da un momento all’altro temeva di sentire il loro piede applicato al
mio sedere. Alcuni gridavano altri ridevano, altri piangevano, molti
stavano così duri che sembravano statue, vi erano poi dei visi
curiosissimi. Alcuni invece (meno malati) giuocavano alle carte ed alle
palle, ma spesso insorgevano questioni fra di loro e certamente
sarebbero venuti a bastonate se i custodi non si fossero sempre trovati
presenti per sedare ogni tumulto.
Ora sto assai meglio ed attendo con ansia il momento felice in cui il Sig.
Dottore, mi dia la lieta notizia del mio ritorno a casa.
A. F. n. 415 (1872)
Scrivendo, gli internati sfuggono, almeno per qualche ora, alla monotonia
dei giorni sempre uguali della vita manicomiale. Le loro sono scritture
puntuali, suggestive e capaci di indicarci le emozioni, le frustrazioni e le
condizioni di fallimento personale, come aver lasciato la famiglia in precarie
condizioni economiche. Scritture mai lamentose che traducono un incessante
bisogno di attenzione, spesso accordato da alcuni medici, infermieri e
disatteso dalle famiglie. L’autobiografia può diventare autoterapia, è un
tentativo per comunicare un vissuto, per ritrovarlo e riappropriarsene,
soprattutto quando si sente di essere stati del tutto espropriati della propria
vita. In molti scritti vediamo la capacità di ritrarsi nel proprio rapporto con
gli altri (che siano i compagni, la famiglia o il medico), oltre alla capacità di
unire la visione oggettiva con la partecipazione affettiva. Il foglio di carta è
rimasto comunque uno spazio autonomo, una possibilità di affermazione di
sé ed evasione.
Talvolta gli articoli sono preceduti da un commento del redattore medico
Luigi Frigerio, e più avanti da quelli del Dottor Giovanni Piazzi.
Il Sig. G.B. che altra volta fu la colonna massima del Diario, descrive molto
dettagliatamente le sensazioni provate in un certo stadio della malattia che
lo trasse al Manicomio. (D.r F.)1
Sullo spiritismo
In un periodo della mia vita, verso il settimo lustro, nella mia città natale
fosse effetto dei continui discorsi sul nuovo sistema detto lo Spiritismo,
fosse effetto di fantasia riscaldata, fosse effetto di convulso che mi
agitava è certo che io entrai nella credenza che vi fossero spiriti aerei
incorporei i quali potevano tormentare ed aiutare l’umanità posti in
comunicazione con noi col magnetismo e con una creatura umana
incarnata denominata medium; quest’opinione si era vieppiù impressa
nella mia mente dietro vari esperimenti di spiritismo veduti da molti e
specialmente da certo Prof. R. che allora trovavasi in B. [Bologna].
Col volger del tempo forse per l’abuso dei liquori io caddi ammalato (lo
era già senza saperlo) io provava fenomeni che non poteva spiegare,
giramenti di capo, dolori dello stomaco, insonnia, debolezze dei visceri
massimamente addominali, dolori al capo ed ecco che non sapendo
spiegare tutti questi sintomi di malattia dissi fra me e io sono vittima di
uno spirito maligno che mi tormenta giorno e notte e non mi lascia mai
pace; ne parlai a quei di casa e quali mi dissuasero da questa credenza e
mi vollero convincere essere un sogno della mia mente: intanto io
correva avanti e indietro senza pace né tregua: mi pareva di perdere i
capelli, di avere un vuoto nello stomaco, di non poter digerire, di essere
bastonato semplicemente nella notte, e di dover morire ad ogni istante;
per aver pace mi pareva di star meglio in terra ove mi coricavo di
sovente anche fra il giorno.
Durai qualche mese così poscia continuando l’esaltazione delle mie idee
fui giudicato dal medico di casa affetto da convulso e dietro un suo
consiglio ed anche un po’ spaventato entrai di buon grado e
spontaneamente nel Manicomio di L. per fare una cura, ma nel mio
interno persuaso che nulla avrebbe giovato. Vi stetti sei mesi sotto la
cura del Professor X. il quale usò verso di me rimedi troppo forti. Dopo
sei mesi parve al suddetto medico che aveva migliorato e d’accordo colla
famiglia mi rimandò a casa; trascorso qualche tempo peggiorai, stavo
sempre in letto, in terra senza far nulla in preda alle mie idee esaltate e
tormentose.
Fui consigliato a recarmi al Manicomio di P. [Pesaro] come uno dei
primi d’Italia, e mi decisi ad andarvi; giunto la i primi anni fui curato
ma inutilmente, sempre le stesse idee, qualche dolore e una paura
incredibile. Ma col volger del tempo ossia da qualche anno a questa
parte ho riacquistato la salute fisica ho le mie idee nell’ordine il più
perfetto e in quanto allo Spiritismo mi sono persuaso essere questo un
sistema assolutamente falso, effetto soltanto di impostura e di cabala,
che i fenomeni che provavo erano effetto di convulso e non altro; che gli
spiriti morto il corpo vanno alla loro destinazione e solo e in casi ben
rari per permissione di Dio possono i demonj o spiriti maligni
tormentare l’umanità come dice anche la sacra scrittura.
Mi sono persuaso che era tutta fantasia riscaldata perché se fosse stato
vero quel che io credeva che cioè avessi avuto uno spirito addosso sarei
già sceso nel sepolcro da molti anni e non avrei una salute così florida
come al presente.
È dunque falso lo Spiritismo perché è contrario alla religione ed alla
ragione; alla religione perché Iddio non lo permette che in casi ben rari;
alla ragione perché non è dato all’uomo penetrare nemmeno col
magnetismo nei segreti della natura; è dunque lo Spiritismo tutta
impostura, ed i credenti negli spiriti sono la maggior parte ammalati di
mente ed esaltati come ero io che credevo in realtà fosse vero quello che
era soltanto l’effetto di fantasia e di immaginazione esaltata. Gli spiriti
lasciano il corpo e vanno al loro destino, al premio od alla pena che si
sono meritati in questa vita, ne possono più né rammentarci né
infastidirci. Tale è la mia credenza.
Io sono ristabilito in salute, compio egregiamente tutte le funzioni della
vita e spero di tornar ben presto in seno alla mia famiglia.
B.G. n.18 (1880)
Le autobiografie, raccontando ciò che è stato, sono rivolte al passato e sono
fogli su cui è stato messo un punto.
Invece questi scritti hanno qualcosa in più, cominciando sì dal passato, sono
rivolti al futuro, verso un tempo pieno di incognite. Il passato ha interesse
soltanto perché lì si possono rintracciare gli esordi e le cause della malattia,
ma quello che più interessa è cosa sarà dopo, nella speranza di ritrovare una
posizione nella società e ancor più l’affetto della famiglia. E questo è tanto
più forte quando l’internato sente il fallimento nel non poter contribuire al
benessere di una moglie e dei figli.
Non prive di interesse sembrarono le seguenti rivelazioni intorno alla
propria malattia che un folle epilettico, il quale soffre eziandio di ticchio
erotico ambizioso, descriveva in un periodo di lucidità. (D.r F.)
Era io in letto gravemente ammalato: allorché quei dì passando dolci e
soavi parevami essere in estasi ed in giubilo fra suoni e canti.
Sembravami udire una voce, che tanto ormai soave, feriva il mio cuore.
Non ho espressioni per qualificare la dolcezza di quella voce la quale
m’incantava. Diceva: mio bene candido, tu solo sarai quegli, che
compirà la mia felicità; più caro mi sei. Parevami nell’estasi ancora
vedere tante incantevoli vergini. Come mai dipingere potrò le loro celesti
bellezze. Il più da considerarsi di quel che narro, si è che durante
l’estasi, vedevo S. Filomena, la quale tant’oro facevami trovare sotto il
mio letto, con tre grosse palle anche di oro. Mi dava promessa Costei di
farmi diventar Re. E ciò me lo assicurava in modo ch’io non lo posso
descrivere. Mi offriva essa la figlia sua. Tutto questo durava ogni giorno
per il tempo in ben quattro mesi, in cui tanto era felice. Altri giorni
parevami trovare in casa del Petrarca, il quale, allorché io ero malato,
egli anche veniva a trovarmi, e mi domandava del pane. Mi dava una
massima, che conservo sempre ossia conserverò. Essa è la seguente:
“Qualunque parola tu ascoltassi, o buona od offensiva, rispondi con un
riso. Ciò farai ancora in qualche tribolazione, se mai venisse a
disturbarti’’.
Francesco Petrarca m’invitava ad unirmi in matrimonio con la sorella
sua Eleonora, che spesso mi pareva vederla travestita da uomo.
Mi scuso però col dirvi che la mia malattia era tale, che, anzi rendermi
infelice mi dava molto diletto e contentezza. Se dipingessi al naturale poi
quelle visioni, ben mi diceste, che io sarei, o sarei stato il più felice del
mondo. Ardisco ancora a dire, che in quel tempo medesimo, che tuttociò
succedeva sembravami, io creassi tante belle cose. Essere insomma del
mondo il solo felice ed il più fortunato uomo.
Una sera poi, che molto fu felice per me sembravami essere in
compagnia del Petrarca, il quale, avendo condotto seco, siccome estinto,
degli Angeli e de’ Cherubini. Costui toccando soavemente una corda del
suo celeste istrumento rispondeva il divin coro col suono angelico e
dolce delle celesti Arpe, il quale suono dovè cessare presto, essendo io
inebbriato d’estasi, la quale mi trasportava al Cielo. Durò, dico di bel
nuovo, tuttociò per più di 4 mesi. Che erano per me, mesi, giorni, ore di
paradiso. È da sapere, che prima di succedere questo, trovandomi nella
… a me sembrava essere col Petrarca, il quale (non lo credevo estinto)
aveva stampato un’opera sua ed avuti molti onori. Francesco Petrarca
mentre io era in letto ammalato, gettavami una borsa, in segno d’affetto.
Sarà stato argomento questo il segno del nuovo incontro. Non cito il
luogo. Ciò che faceva nol dico. Io credevomi vero Creatore del mondo;
popoli, ed altro creavo. Era insieme a S. Ferd. marito e io credevo di S.
Elena di Roma Imperatrice. Aveva S. Ferd. una bacchetta che per mia
virtù faceagli conquistare tutte le potenze del Mondo. Molti fogli
vorrebbermi per descrivere la mia vita.
D.V. (1880)
Nel prossimo caso il Diario diventa un vero e proprio strumento per sfogare
quanto alberga dentro di sé, tanto da sostituirsi alle reazioni violente e alla
pulsione di imbrattare il muro con invettive.
Le fasi della mia menomania intellettuale impulsiva guarita
Nel 1881 venni accolto in questo Manicomio in deplorevoli condizioni
fisiche per anemia, con tendenza ad offendere me stesso e gli altri. Prima
del mio ingresso nell’Ospizio ero stato sottoposto a ripetute applicazioni
di mignatte perché creduto affetto da iperemia cerebrale; e persistendo
nell’idea di essere stato e di essere iperemico, continuamente chiedevo
salassi. Non intendevo ragioni, rifiutavo ogni ricostituente del sangue ed
aggiungevo che tutti i ricoverati erano iperemici e quindi tutti bisognosi
di salassi. Mi ero infine fatto sì minaccioso, che un giorno avrei scagliato
sul Direttore una pietra, se da un altro ricoverato non fossi stato
trattenuto. Lordavo i muri e le colonne dello Stabilimento con
espressioni insolenti all’indirizzo di tutti. Mi rammento pure di avere
scagliato un pitale su di un infermiere, che gentilmente mi trattava, ed
una sedia contro un mio compagno di sventura. Tentai per qualche tempo
d’introdurmi nel fienile dell’Ospizio per incendiare della paglia
trasportatavi alcuni dì avanti; ma non vi riuscii. Non potendo sfogarmi
in altro modo, scrissi contro il Direttore questo:
Sonetto (che la gentilezza del Direttore [D.r Antonio Michetti] mi
permette di pubblicare)
Crociata bestia, chi ti scelse mai
Per medico e rettor di quest’Ospizio?
A pro di tanti miseri che fai?
Quale presti per loro vero servizio?
Va, ché nel fare e nel disfar mi dai
De l’ignoranza tua ben chiaro indizio:
Quasi quasi direi che appena sai
Del più meschin flebotomo l’uffizio.
Tronca, o vile dottor, la sciocca usanza (*)
Pria che si versi la fatal misura
De l’ira nostra su la tua baldanza.
Nuovo cervel se non ti dà Natura,
Per quel tempo di vita che t’avanza
Va con altri somari alla pastura.
(*) Di non salassare i malati come in tempi anteriori.
Trascorsi parecchi mesi, le mie condizioni fisiche si fecero migliori,
tornai a mediocre calma e docilità; tanto che a poco a poco giunsi al
punto di confessare i miei errori passati, e di sottopormi alla necessaria
cura. Riacquistata del tutto la calma e la ragione, riconobbi il dovere di
essere grato e servizievole a quanti ebbero cura di me e scrissi
sinceramente al Sig. Direttore questo
Sonetto
Per te non manda invan dal suo giaciglio
L’egro i lamenti, e non invano ei chiede
Paterna cura o salutar consiglio
Pel crudo mal che l’anima gli fiede.
Per te, se a destra o a manca ei volga il ciglio,
Di limpid’acqua scaturir si vede
Raggio copioso, e senz’alcun periglio
Su l’asfalto e sul marmo ei move il piede.
E poi che il rio malore hai debellato,
Fra lsvoro e piacer fai ch’esso viva
E qui men duro abbia a trovar suo fato.
Oh! de l’Isauro su l’augusta riva,
Al chiaro nome d’altri dotti a lato
A caratteri d’oro il tuo si scriva.
Dopo ciò non ricaddi più nei miei deliri e sto aspettando pazientemente
che la natura e l’Arte mi ridonino, se sarà possibile, la primiera salute.
Marchigiano (1885)
Veramente toccante e puntuale è la riflessione su uno stato della malattia
mentale che lascia spazio al patema di una vita perduta. Il sostantivo
martirio, nell’accezione di sofferenza e tormento, lo ritroveremo ancora.
Pazzia e martirio
Si dice, e con ragione si ripete che la più grande sventura è la pazzia;
ma forse nessuno ha detto esser questa un martirio per alcuni che ne
sono affetti. Messo da parte lo scarso numero dei pazzi stupidi e
imbecilli, moltissimi ne restano in cui l’intelligenza e la memoria, la
volontà e l’affettività non sono per nulla distrutte. E sono appunto
parecchi di questi ultimi che fra i martiri possono essere annoverati.
Dirà taluno che l’andare a mensa apparecchiata, l’aver medicine e
divertimenti senza spesa, recano gran sollievo allo spirito; dirà che
oggetto di conforto sono altresì i libri e i giornali per cui i reclusi di un
Manicomio vengono in certo modo tenuti vicini al consorzio dei sani e
liberi; e concluderà dicendo: La sventura, quantunque circondata di
conforti, non cessa di essere sventura; ma il martirio dov’è? La
privazione della libertà innanzi tutto, e dei benefizi ad essa inerenti,
basta da se sola a determinare l’infelicità di un uomo che intende e
ricorda, che nella comoda vita non fa consistere la propria beatitudine.
Ma quando al forte patema, che da questa privazione deriva, se ne
aggiungono altri, accompagnati talora da male fisico, oh! allora la vita
del Manicomio, quantunque largamente confortata, e a combattere i mali
fisici si mettano in opera tutti i mezzi migliori dettati dalla nuova terapia,
la vita del Manicomio può dirsi più che penosa, e martire quindi colui
che a quella vita è costretto. Non è martire forse quel pazzo che,
immensamente soffrendo per credersi ammalato di male incurabile,
rammenta di avere una famiglia, e si addolora perché non può dare quei
conforti, quell’assistenza, quel pane che le bisogna? Sono troppo
eloquenti le lacrime che versa, le grida che innalza, le preghiere che
porge a Dio, raccomandandogli i suoi cari! E non è martire pur quegli
che cerca di sottrarsi allo sguardo altrui, perché si crede perseguitato a
morte, e conservando memoria di un dolce passato, scaglia maledizioni
contro i suoi immaginari nemici, per intrigo dei quali si dice costretto a
vivere fra le risa degli uni, le bestemmie degli altri, le querele di tutti
quelli che dalla natura o dalle vicende furono tratti al Manicomio? I
sospiri continui e l’avvilimento a cui si abbandona quando altri parla del
suo paese, de’ suoi parenti, delle sue campagne, dicono apertamente
quello che sente nel cuore! E non è forse martire ancor l’altro che non
trova pace in nessun luogo perché crede di essere eternamente dannato,
e che avvezzo alla fatica, memore di quei giorni in cui soleva riscuotere
la mercede fissata ai suoi lavori, vede interrotta o chiusa per sempre la
via degli onori e del guadagno, e ripete che per lui non v’è scampo, che
tutto è finito per lui? Quel mettersi rabbiosamente le mani fra i capelli,
quel percuotersi la fronte, quel colore giallastro, sono indizi non dubbi
dell’anima sofferente. E quando altri più sensibile, più pauroso, più
allucinato, rifiuta il cibo, brama una corda, un ferro, un veleno, per
togliersi dal mondo, non dice il martirio da cui è travagliato, l’impotenza
per sostenerlo? ... Quando in tempi più o meno remoti, combattendo per
la patria o per la fede, alcuni vennero lapidati, o fatti bersagli alle
frecce, o nell’olio bollente gettati, o mutilati barbaramente,
sopportarono senza dubbio un crudele martirio; ma se questo fu cruento,
fu per anco di breve durata. Quello dei pazzi, dei quali ho fatto parola
qui sopra, benché martirio incruento, non ha termine fisso, ed è più
crudele nella maggior parte dei casi, perché la loro vita il più delle volte
si spegne assai tardi, non ostante il dolore che li travaglia, in una cella
del Manicomio, senza la vista degli amici, senza il bacio della consorte,
senza l’abbraccio dei genitori o dei figli.
X. (1887)
Lo slancio poetico di Luciano M. di Trieste e la sua ammirazione per la
natura attorno a Pesaro cambiano registro e con tono ‘petrarchesco’ cedono
il passo alla riflessione autobiografica.
La bellezza dell’universo
Bello e il rimarcare la bellezza e la grandezza del Creatore nelle
campagne sui monti e sulle colline e nelle pianure quando risplende il
sole e quando la vegetazione è nel suo pieno sviluppo. Bella è altresì la
vista del mare immenso e vastissimo piano lucente come uno specchio;
azzurro, splendido in calma, imponente nel furore della burrasca quando
biancheggia di spuma; bello in tutte le condizioni. Magnifico è l’errare
specialmente per le colline quando la vegetazione è nel suo pieno: di lì si
domina tutto l’orizzonte la pianura circostante, splendide sono quelle
vedute dall’alto, quando di immenso piano si sveia all’occhio dello
spettatore, bello assai e pittoresco è quando la veduta è mista di mare, di
città e di campagna, come si vede qui in Pesaro dall’alto del monte S.
Bartolo. La magnificenza del Creatore si scorge anche dai fiori belli
graziosi ed eleganti che germogliano nella primavera e nell’estate.
Bella cosa è la libertà, a me è toccate di perderla da 6 anni e mezzo in
questo ospedale di pazzi, che non comprendo cosa sia, e come diavolo
possa stare una carcerazione in un ospedale di pazzi. L. M. n. 110 (1877)
Un nostro ricoverato, invitato ad esporre per iscritto i disturbi che prova da
lungo tempo, ci ha risposto nel modo che segue: e come abbiamo giuste
ragioni di credere alle sue illusioni ed allucinazioni, dobbiamo dichiarare
altresì che egli sa comportarsi in guisa da non mostrare sofferenza alcuna.
(D.r F.)
La mia nevrosi (sonetto)
Ora nano mi sembro ed or gigante,
Nudo, peloso, e di feroce aspetto:
Or di paffuto e biondo pargoletto,
Or di robusto veglio è il mio sembiante:
L’eremita, il guerriero, il negromante
Di sue vesti mi copre i fianchi e il petto:
Or avvolgon le fiamme il patrio tetto,
Or tigri, or donne stanno a me dinante:
Ora canto celeste il cor m’allieta,
E quando Notte il velo suo distende,
Diabolico vociar m’ange ed inquieta.
E fantasmi sì rei tacer non ponno,
Se non allor che placido ne scende
Sugli occhi miei ristoratore il sonno.
X (1885)
In questi ‘squarci di vita’ che troviamo in frammento, perché la collezione
del giornale è incompleta, possiamo osservare come il soggetto tenta di
ripercorrere la propria vita e la causa del disagio che può aver scatenato la
malattia.
Narrazione della mia vita a volo di lingua e penna (squarci di vita)
Chi sono e chi non sono si vede in brutta poesia, le mie gesta principali
le dirò in brutta prosa; intendo dire come so e posso, imperocché appena
compiuti dodici anni abbandonai gli studi essendo che i miei dicenti
colle stomachevoli loro dottrine mi scandalizzarono straordinariamente;
e forse ne ricavai vantaggio stanteché divenni uomo ancora in fasce –
D’allora in poi mio padre cercò d’esercitare su di me qualche po’
d’influenza coll’autorità paterna, ma Dio mio! è egli possibile far questo
e sperar buon esito, quando la propria prole non conosce l’autore dè
suoi giorni? – Così è stato di me; in quell’epoca non conoscevo mio
padre che di vista, perché la madre mia mi diceva sovente volte: sta
buonino che viene tuo padre, ed è sdegnato teco perché non vuoi
proseguire gli studi! – Un bel giorno mi prese a tu per tu, e dissemi in
cagnesco: dimmi un po’ Enrico, cos’è che intendi fare? il tuo buon
maestro R. della prima Elementare latina, pianse allorché gli dissi che ti
sei intestardito come un mulo, e che non vuoi più saperne di Latino né in
altri studi di lingua Nazionale? volle sapere il perché, e glielo dissi …
risposemi che i maestri sarebbero stati tramutati da altri più degni;
m’assicurò che fui una degli allievi che meglio appresero nel corso
dell’anno, e che il mio esame fu uno dei migliori, che perfino il Direttore
fregossi le mani e sorrise per compiacenza col mio maestro, che infondo
come ben so si amano come cani e gatti. Quest’esortazione non mi fece
né caldo né freddo, giacché era verissimo che per testardaggine davo dei
punti ai muli – non fiatai – ma quando mi vidi solo dimenai le spalle,
scrollai la testa e presi una risoluzione che doveva essere irremovibile,
perché fin da ragazzo piacciami la tenacità. – Dissi tra me, non voglio
più studiare non perché ne so troppo ma quanto basta per un artista …
ecco chiaramente che cosa volevo diventare: un bravo e onesto
Cappellajo! – E non vorrei che succedesse la disgrazia di venir orbato
dal mio genitore; – ma se questa dovesse accadermi certo prenderei le
redini di capo-famiglia e sopra allo stesso negozio ove imparai a
conoscere l’arte e gli utensili del mestiere vedrassi a larghi caratteri – X.
Y. Cappellajo successore del padre – Oh sì, e n’andrei superbo perché la
mia famiglia non venne mai meno ai doveri di cittadini, e posso con
orgoglio portare il casato di famiglia laboriosa, virtuosa ed onesta. Nei
primi anni di mia infanzia passavo pel figlio d’un signore; il so,
presentemente sono molto povero: ebbene debbo avvilirmi? no, alzerò
sempre imperterrito la mia fronte, e se la sventura visitò la mia casa per
la porte e le finestre, pazienza, io dotato di un acume superiore di gran
lunga ai pochi studi percorsi, modestia da parte, moralista,
chiaroveggente ed un po’ anche filosofo naturale, non artefatto né
forzato per essermi lambiccato il cervello nei laberinti, non solo per aver
sempre letto buoni libri che mi davano e daranno, il spero, quei lumi
sufficienti e le chiavi per stendere nella loro semplicità quegli enimma
tutti, che s’avviluppano ancora in pieno secolo decimonono. Non ricordo
quanti mesi restai cappellajo, so che fu nel 1858-59. Poi mio padre
vedendo che non andava d’accordo con uno dei suoi fratelli che aveva
seco come lavorante, pregommi di tralasciare per riprendere gli studi
alle scuole Tecniche; al che di mala voglia accondiscesi. […] X. Y.
(1874)
Autobiografia (frammento)
[…] Ognuno di quei padroni di locanda, antichi miei conoscenti ed
amici; amò sentire da me la storia dolentissima della mia scappata; e dai
medesimi venni fatto consapevole come quei di mia famiglia per tanti
giorni (finché cioè non aveva scritto lo zio da Roma al genitore,
rimproverandolo ecc.) erano stati in questa estrema desolazione; e
l’istesso mio fratello maggiore a cagione del quale era tutto succeduto;
dopo aver girato in mille parti dimandando di me, e nulla risapendo,
voleva disperatamente affogarsi: a questa relazione cominciò a palpitare
il mio cuore; e poteva fin d’allora persuadermi che nel mondo mai si può
esser contenti, è provan’era stato il fatto mio. Penai per andare Roma.
Lassù dopo avere un tantino goduto, tribolai di nuovo nel ritornare. Ora
sento, che si prepara da dover essere strapazzato e non poco. Pur troppo
è vero – sunt mala mixta bonis – sunt bona mixta malis – Infatti arrivo
alla mia casa. Il genitore era forastiere, vengo però assicurato dal resto
della famiglia, che egli aveva giurato di percuotermi senza misericordia;
ed io, che conosceva per prova la sua indole bestialissima fui quasi in
procinto fuggirmene di nuovo pria che lui tornasse. Tremante si, ma pure
me ne stetti ad attendere il suo ritorno e feci bene, poiché allo scagliarsi,
ch’egli fece per bastonarmi, si mise frammezzo la buona madre, e tutto
impedì. Infine pacificamente, io ragguaglio le vicende ora propizie ed
ora avverse in quel mio precoce scapriccio e dei parenti il dolore
inesprimibile per causa mia provato.
Rimesso fui in piena pace con tutti in casa, mi era dolce raccontare ai
compagni di scuola ed amici ora un incidente del mio viaggio ora una
bellezza speciale di qualche monumento di Roma o chiesa, cioè o
colonna od obelisco; talché a folla per tanti giorni fui attorniato perché
dassi soddisfazione all’itanto desiderio dei curiosi. L’istesso mio maestro
Signor C. parea mosso ad amarmi più del solito. […] (1874)
Autobiografia di un monomaniaco omicida (frammento)
[…] Quando! Oh! Provvidenza divina che poi ludit in orbe terrarum, e
dal male sa ricavare il bene! Era sui primi del Decembre 1824, giorno di
Domenica in cui mio fratello maggiore tornato nella sera, circa all’Ava
Maria del paese del quale la mia casa dista di circa 1/3 di miglio, la
nostra madre lo riprese di avere tutta una giornata spesa ove si
imparano vizi, ed egli ardito, parve rispondesse con arroganza; io che
amava molto la mia buona genitrice, tanto più perché ero il suo
beniamino non potei a mano di rinfacciare al fratello la sua mancanza di
rispetto. Uno schiaffo mi ebbi con questa risposta: “Tu sei più piccolo
non tocca a te correggermi’’. Io, sanguigno per natura, prendo il
temperino, che aveva in tasca, l’apro e mi scaglio verso la gola dicendo:
io ti potrei scannare, ma voglio usare la prudenza che non hai tu! La
sera veniente, pel convulso non potei cenare, la notte pel fuoco di cui
ardevo non potei dormire, e pensando e ripensando al come dar tregua
al mio ardore (e convulso) e poiché aveva sentito dire in famiglia di
avere in Roma un parente religioso (fratello carnale del nostro padre )
che io non conosceva, risolvetti d’andarlo a trovare.
Senza frapporre dimora, la mattina dissi che andavo a scuola ed invece
presi la via di Roma senza denari affatto, ideando che in qualche luogo li
avrei a prestito, dove era conosciuto (e lo ero anche per la via che
dovevo tenere) mentre ero stato mandato da genitore or qua or la per
affari. Lo stradale da me percorso fu: da casa partendo a mezza mattina,
giunsi prima del mezzo di alle cosiddette T. ove mangiai a credenza ossia
a credito. La sera arrivai al A. e li fu che bussai a denari tanto più che
l’oste era mio compaesano; ed uno dei figli mi era stato compagno di
scuola, per nome Fortunato col quale appunto dormii la notte e
discorrendo gli dissi che andavo a riscuoter denaro verso Foligno e che
temendo non mi bastasse la somma che possedevo (nient’affatto) avesse
detto al pastore mi prestasse qualche cosa: lo esternò al fratello
maggiore ma maneggiava in ajuto al padre gli interessi di casa; Questi
aprì un cassetto pieno d’argento dicendomi: prendete quanto avanzi
piuttosto che non vi basti, ed io per non far penetrare o sospettare la mia
direzione non presi che un Testone e me ne partii subito di mattina. Alla
sera del terzo dì della partenza giungevo a Foligno, sulle 2 ore di notte.
In quella città, e l’aveva appreso per pubblica voce, si trovava un certo
Luigi F. scozzonator di cavalli, oriundo di M. paese vicino a P. ed in P.
stesso stavo domiciliato il fratello T., industrioso anch’egli di cavalli e
fortissimo in tale mercatura, talchè morendo lasciò erede il figlio di
20000 scudi romani. In Foligno adunque, di notte tempo, un povero
ragazzo, qual io mi era, senza sapere dove battere la testa non faceva
che chiedere, ove scorgevo lume acceso, ossia in qualche bottega, mi si
indicasse la via per ritrovare Luigi del M. giacchè è nelle nostre parti
aveva questo soprannome, come pure il suddetto fratello T. del M. … era
generalmente detto, ne io fino allora avea mai saputo il loro vero
cognome; E fu appunto in quel negozio (e già era l’ora intra il fosco ed il
chiaro) quando un signore gentilmente si offerse di accompagnarmi a
rintracciarlo. E fu appunto quello Luigi P., lassù decantato Luigiaccio, il
quale appena mi riconobbe cominciò ad interrogarmi, al che risposi
confidando il segreto che fino ad allora non aveva rivelato ad anima
vivente in tutta la strada fatta di cento miglia. Egli mi disse ove trovavasi
lo Zio e più mi fece dimostrazione di cena, letto ecc. La mattina ante
lucem mi face alzare e partire con lui, mentre andava per l’istessa strada
fino a Trevi in occasione di fiera. […]
Anche se queste narrazioni non sono veritiere, perché influenzate da fattori
culturali o dalla costruzione particolare di una personalità, sono comunque
efficaci per la loro capacità di interpretare, evocare, suggestionare e
soprattutto coinvolgere. Grazie alla scrittura, dare un certo valore alla
propria esperienza può “ri-orientare’’ il rapporto con la malattia, anche
quando questa non può essere vinta oppure quando averla vissuta è
incancellabile.
Il ricorso alla scrittura, condotto nell’ambito del giornale e quindi all’interno
di un modello di comunicazione rivolto anche a soggetti esterni e quindi
estranei al mondo manicomiale, può intervenire sul modo in cui il soggetto
vive la propria malattia. La percezione che si possa essere attivato un
processo di comunicazione, innesca in chi scrive un meccanismo dove chi
legge, dall’altra parte, senz’altro si proietta e si identifica. Per Lombroso,
questo ‘scambio di posto’ è quanto di più necessario per far cadere lo stigma
cui gli internati sono soggetti.
B.G. fuor dalla cronaca abituale, con riflessioni filosofiche e morali, prova a
spiegarsi quanto osserva durante il lungo periodo di internamento cui è
sottoposto.
Osservazioni fatte durante il soggiorno nel manicomio di Pesaro
L’uomo che si trova in uno stabilimento racchiuso, ancorché abbia
qualche ora di libertà durante la settimana, è assai più concentrato di
quello che passa la sua vita in mezzo ai piaceri e ai divertimenti lungi
dalle occupazioni e dal lavoro. Noi che passiamo la nostra vita qui
dentro la maggior parte dell’anno, oltreché abbiamo potuto fare
osservazioni profonde sulle diverse specie di malattia degl’individui che
sventuratamente vengono portati in questo luogo, abbiamo potuto
ancora fare molte riflessioni filosofiche e morali sulla natura dell’uomo
che ora ci troveremo di esporre. Prima di tutto vogliamo notare essere
incontrastabile che l’uomo è figlio di abitudini; che se questa verità si
riscontra in moltissimi (in mezzo al mondo) i quali avendo adottato un
sistema, difficilmente e con fatica se ne scostano; questo tanto più
abbiamo verificato qui dentro, e non dubitiamo ad affermare, che molti
di essi soffrono e si adirano, se vengono contrariati nelle abitudini che
da molti anni ebbero a seguire. È un fatto pure incontrastabile che
nell’uomo prevale assai l’istinto d’imitazione, e molti e molti qui
racchiusi parlano, agiscono, s’inquietano, fumano, giocano e via
discorrendo, e tutto questo perché? Perché veggono gli altri e fanno lo
stesso. Che l’uomo abituato fino dalla nascita a tutti i comodi della vita e
ai conforti della propria famiglia, lungi dalla patria e da quanto ha di
più caro, pur tuttavia con grande sforzo di volontà sebbene dopo lunga
lotta, si avvezza a sopportare tutte le privazioni e tutti i sacrifici. Perché
è ben naturale che in un Ospedale, sia pur tenuto col miglior ordine e
colla massima disciplina non possono trovarsi i comodi della propria
casa. Che l’uomo, s’intende sempre che non sia nello stato di demenza
assoluta, trovandosi racchiuso alla mente più concentrata [...] per
quanto è in loro potere cercano di non tornarvi mai più. Che sempre più
è d’uopo persuadersi di questa verità che l’uomo è nato per la libertà:
siano pur dolci le catene, egli cerca sempre di spezzarle seguendo
gl’istinti di natura. Che i vizi o cattive abitudini, se così si vogliono
chiamare possono se non lasciarsi del tutto, almeno diminuirsi tanto più
qui dentro, ove può dirsi che gli ammalati sono tenuti lungi
dall’occasione di darsi in preda a disordini. Che anche qui si verifica col
volgere del tempo, quella famosa sentenza che Bacco, Tabacco, e Venere
riducon l’uomo in cenere; questi vizi disordinati mietono a centinaja le
vittime su questa terra.
B.G.n.18 (1878)

7. Autobiografie e cronache di vita nel manicomio

Scema l’acerbo dolor del male.


Quando si sfoga in cuor del suo eguale.
Alcune testimonianze autobiografiche di vita manicomiale ci permettono di
ricostruire lo svolgimento delle giornate dentro al San Benedetto.
Naturalmente la voce è quella degli internati cosiddetti ‘paganti’
(provenienti da situazioni più o meno agiate), i quali hanno la possibilità di
tenere in camera le loro cose e soprattutto possono uscire a passeggio anche
da soli. L’immagine del manicomio successiva alla legge giolittiana è ancora
lontana.
Del prossimo testo non abbiamo la firma perché sono andati persi i fogli che
contengono la conclusione. Certamente si tratta di Stanislao M., di cui in
seguito si tratterà a parte.
In questo caso – in particolare quando si descrive il vasto repertorio di
‘strumenti musicali’ fatti con ossa, gusci di lumaca e nocciolo, conchiglie e
le pitture murali e poi in carta – la scrittura è il luogo dove cade la maschera,
i contenuti diventano puerili o pazzeschi, rivelando gli aspetti patologici
della personalità. Tuttavia, questo scritto, per quanto stravagante, è
un’interessante testimonianza di vita manicomiale, fatta con spirito,
specialmente quando si allude ironicamente a qualche ‘collega’.
Sulla mia maniera di vivere nell’ospizio di S. Benedetto
1.° Alla mattina a qualunque ora mi alzi su dal letto, per savio pari mio,
o sono le unidici, od è ora pressochè di mangiare. 2.° Uno illustre
sguattero dietro convenzione fra me e lui pattuita, mi porta il caffè a
letto, e dopo avere vuotati altri orinali piglia con molta diplomazia
quello della camera ove io dormo solo e il riporta, a seconda dell’acqua
o per gli orci, o pel tinaccio della latrina, pulito. 3.° Cosìché saranno sul
serio le oncie dei minuti, verso le 10 antimeridiane o poco oltre alle nove
d’un terzo per l’antimeriggio, quando io mi levo, e mi peso dal letto (ove
mi rivesto) dentro un bel pajo di scarpe da inverno che spero mi
lasceranno per questo estate ancora. 4.° Nel vestirmi, e mentre mi lavo,
caccia urli maledetti dal Basso-profondo al Soprano, al Tenore, al
Baritono (Baritono vuol dire in greco Misuratore delle distanze pei
campi dell’aria che corrono da un pianeta all’altro) alle voci dei cori
d’ambo i sessi sino al contralto di gola maschile e femminile, per far le
prove delle mie spietate musiche, la cui ispirazione resta o consiste nel
non saper cantar le musiche già attorno pei teatri, più che nella buona
voglia o d’innovazione, o di farne altre d’egual merito. 5.° Il che dura
anche quando mi farò la toeletta ad un pettine un po’ difficile da usarsi,
servendomi da specchio la cristallata per la finestra dello stanzino ove
dormo, e mi riveggo quasi a rubare le foglie per l’albero che mi dà
davanti, con le braccia avvoltolantesi col pettine in mano a far rovesci
dei crini e capelli, o i compassi delle setole per la mia tonsura a mezza
chioma. 6.° Poi per assecondare il desiderio, che per me vale un
comando, dell’Illmo Sig. G. di trovarmi presente alla visita, vò pei
corridoi ad attaccar briga coll’altro suddetto savio par mio, compositore
di Romanzi, di Vaudeville; versi d’ogni genere, commedie in prosa e in
rima di classica spontaneità, semplicità ottima, e di gusto più scelto
volgare, col quale Sig.B.G. noto di tal cifra nelle pubblicazioni del
Diario dell’Ospedale, col quale scambio sillogismi, teoremi, problemi su
tutto lo scibile umano; egli eretico cristiano, io ateo assoluto, e coi bei
titoli di somaro e matto, di birbaccione o asino, o per contro corrisposta
di Salomone e Baruè, di Balaam e di Gionata, con crome da spaccare la
volta dei cieli, Diogene, Platone si dividono. Qualche volta però in
iscambio ambedue facciamo esperienza di voci; e spesso accade,
essendo ambedue i nostri petti ben saldi, che egli superi me, guai però se
io non mi creda inferiore di lui … guai, voglio dire che le minacce
pigliano tali proporzioni, da far correre, indifferenti come se essi non
fossero, tutti gl’infermieri pei loro corridoi nobili, o giù per quello del
primo piano egualmente nobile. 7.° Fatta la visita, avuta la foglia da
fumare, o subito dopo alzato, o mentre la visita è in azione, o dopo la
visita; (ora non più in Spezieria da dove sono stato messo in bando per
avervi rotto o scocciolato al suolo un coperchio di barattolo da
magnesia) mi ritiro in cella, e mi racchiudo a stanghetta col mezzo d’un
uncino; prezioso dono dell’altro savio testé ripetuto, e quivi, oppongo
mano a miei istrumenti di orribile suono, o alle mie composizioni
musicali; od a scrivere il seguito d’un mio poema moralissimo (mos,
moris in latino significa costume; costume in italiano vuol dire
assuefazione, abitudini di vita, dalle libertinità patentate da casino o da
lupanare, di vivere onestamente e lasciar vivere così gl’altri senza
calunniare o soffrire d’essere calunniati, intorno alle quali scene
liberamente si versa e si detta il mio poema, o poemaccio che si voglia,
con i nomi o vocaboli e verbi più in uso per le piazze, pei trivi in bocca
degli ubbriachi e di tutti che veramente amino di farsi capire parlando e
scrivendo di non cadere nel gonfio, nel tumido; ma proseguire la
purissima scuola, non già del cavalier Marino o del Baffo, ma di Virgilio,
di Ovidio, ove ègià proibito ancora, e di scandalo maggiore, di Dante,
Petrarca, Poliziano, Ariosto, Tasso, Costa, Batacchi, Demostene,
Cicerone, e Padri e nel Corano, massime per la semplice via
degl’ardimenti piacevoli, tollerabili anzi lodevoli non che ammirabili dei
salmisti e profeti ebraici da David a Eleazar, come sarebbe a dire oggi
dallo stile di Leopardi a quello di B.G. come qui sopra accennai,
compositore di romanzi di Vaudeville, commedie, urlone con me insieme
ecc. ecc.) e sonetti o articoli in prosa profertimi e attematimi dal Dottore
del Luogo semplice ed elegante scrittore pur esso e della buona scuola
sopraddetta ma purgata nel senso più ovvio, Medico e Chirurgo Sig. F.L.
[Frigerio Luigi] per aumento della mia carta di foglia da fumo, e che mi
paga oggi per questa relazione inconcludente, a giudizio
dell’amanuense, come difatti la è, pel pubblico, che la leggerà, due soldi
di tabacco da pipa, onde è proficuissima a me, e forse anche a chi copia
pei debiti indennizzi che a lui se ne competono. 8.° Poi suona finalmente
mezzogiorno; ma se anche tutte le campane di Pesaro, della Provincia,
del Regno anzi del Mondo intero colle loro lingue di ferro come
Scaskepear dice, parlassero proprio di voce umana, e mi dicessero : –
Villan scellerato va su che è ora di pranzo! – Io, no, Signori, me ne resto
al tavolino, o al più posso spifferare peggio di fringuel cieco a
richiamare l’infermiera della corsia B. ad avvertirmi. E difatti finché o
l’infermiere Sig. B. o il sottoripulitore di lumi e spianatore di letti il Sig.
G. o un terzo savio, scrittore egli pure di versi martelliani e aggiungiamo
di stima non triviale ove piacesse a lui che siam certi il può farli più tersi
alla giusta misura, della quale stando alla prosodia difetta pure il B.G.,
io non salgo alla tavola ove non so a qual misura di scherno mi si
obbliga a tenere il così detto primo posto, degl’allocativi o per
incombervi silenziosi e gentilissimi comensali di pranzo, o di cena, in
maturazione non si sa di qual concetto, impossibile essendo che le anime
umane si spengon per sempre. Ripreso l’uso a rinascere, che non si può
far a meno dopo morti la prima volta, che non si sa a qual’epoca fu,
convien di giocoforza continuare a rinascere fino a che durerà il mondo,
che durerà sempre. L’essenza della eternità nelle anime degli uomini è
più congiurata a tornar fuori in vita, e più corrispondente al suo fine,
che le supposizioni che alcuni hanno o di se stessi o d’altrui di perfidia,
di sopramani e consimili altri merletti ecc. 9.° Mangiato che ho a
pranzo, ripreso il lume che mi serve per leggere di notte, e sul qual lume
a fare per rifornire o che non lo debbo, mi rinchiudo in camera; e dopo
pranzo, adesse d’ordinario, avendo voglia immensa di suonare a modo
mio, e non già come la contrada s’intende, per dar lezioni agl’altri, o
seccarla, riprendo in mano a miei strumenti.
1.° In ossi delle coscie di gallina o pollo, ma resimi inservibili. 2.° In ossi
delle gambe di cappone parimenti resimisi inservibili – salvo a
giudicarne a meglio fattane esperienza. 3.° In ossi di gambe di tacchina
o gallinaccio; e questi ora mi servono; ma secondo i giorni, secondo
l’aria più o meno peggio; ma delle voci belle ne escono se pure a me non
sembri: e spesso fanno i violino, contrafanno buffamente il bombardon; e
se io sapessi ben suonare ancora; eccellentemente farebbero la tromba di
qualunque squillo di voce e di flauto, e l’ottavino, e la campana e i
campanelli. 4.° In lumache forate delle quali ancora posseggo una, e che
una volta mi rendeva meravigliosamente. 5.° In cinque bovoli o amoniti,
e che io chiamo conchilie di mare, le quali hanno massime d’estate però
finora sembrami una voce distinta di bronzo funeraria tremenda, e Do e
So foschi e tetri ed illari scampanellinate eziandio. 6.° In un mandorlino
concorde delle quali non conosco la qualità ma che si battezzano le
corde inglesi, e difatti suonate senza discrezione e paura, in tutti i vari
modi con cui possono farsi echeggiare le chitarre farebbero bene se io
fin da piccolo fossi stato avvezzato a suonare. 7.° Settimo istrumento,
una bella bugia avanzatami col più bel garbo del mondo, e la maggiore
probabilità ad ottenere la cosa promessa da Sig. infermiere B. ne sia
provveduto per poi passarlo a me, giacché mi accorgo che l’impedimento
deriva dal Sig. F. o in generale dalla Direzione la quale però sa bene
quel che fa. 8.° Finito il pranzo, se non vi sono avvisi in contrario, i canti
ricominciano alti, le suonate il son temperate e non me se ne dice nulla.
Da qualunque siasi dei varii buchi di esso osso, o subiolo o Fasso come
io lo del nonnino slimiti note musicali e mi conponghino arie che
beffardemente per coglionarmi mi si rinfacciano o del maestro di Busseto
o del maestro di Caltagironi o del maestro di o del Maestro di Maddaloni
o del maestro di Villa del Monte matto a Massa e Carrara. O favorisce in
camera il legatore dei libri il Sig. M. pittore, anch’esso filosofo, maestro
di musica, suonatore di Oboe e Canuccie, a cui leggo brani del mio
poema dei cui consigli mi giovo a far nasi ai miei scorpioni, perché ora
pitturo in carta, avendo il Dio dell’Ospedale Sig. M. [Dr. Antonio
Michetti] proibitomi di finire a pitturare la camera ed essendo apparso
un peccato a un consigliere provinciale che l’abbia incominciata a
sporcare. […] (1876)
L’autore di questa autobiografia costruisce una progressione che dalla
condizione di pena personale, a quella dei martiri suoi compagni, fino alle
condizioni di lavoro degli infermieri, si allarga mano a mano fino ai
problemi dei connazionali. Egli contribuisce al lavoro degli uffici del
manicomio, descrive i momenti di riposo nell’antico giardino e racconta
delle passeggiate in città fino a quelle in campagna. In città, alla gentilezza
di alcuni passanti, si alterna il disprezzo degli altri. Ed è in campagna, nel
momento più desiderato, al vespro, che sulla guancia gli si stampa il bacio
vivificante di una virtuosa donzella.
La giornata nel manicomio
Mi sveglio – Il garrire degli uccelli e il sole che attraversando le sbarre
della finestra illumina la mia stanza, m’annunziano che il giorno è
spuntato e che il tempo di lasciare il letto si avvicina. Pensando che
nell’uscir dalla stanza io non vedrò l’amato aspetto dei genitori, che le
parole di tanti amici non mi rallegreranno, che non potrò bearmi nel
sorriso di virtuosa donzella, che la malferma salute mi tien lungi dal
paese senza poter offrire per esso i miei servigi, traggo un lungo sospiro,
e qualche lacrima verserei ancora, se la speranza di ritornare alla
primiera vita non mi desse conforto. Perché minori fossero le mie
sofferenze, vorrei che il letto mi avesse dormiente per più lungo tempo
ancora, ma il suono della campana già comanda che ognuno si levi, ed
io mi vesto raccomandandomi a Colui che molti negano, mentre tante ed
ammirabili opere stanno ad affermarne l’esistenza. – Pongo il piede
fuori dalla stanza, e uno stuolo d’infelici, anzi di martiri più grandi
ancora di quelli che morirono al tempo de’ romani imperatori mi si
presenta allo sguardo e in ogni sito mi circonda. – Il loro aspetto mi
rattrista, il loro soffrire mi commuove, sicché se le lacrime giovassero a
render la salute a quei miseri, oh! quanto volentieri piangerei. Ma
grande sollievo io provo nel vedere che diligenti cure vengono loro
compartite e che gl’infermieri sanno pur custodirli con amorevole
pazienza. E qui mi si permetta di dire che il sacrificio e le fatiche
degl’infermieri, esposti sempre a provare la mano del furioso demente,
non sono giustamente ricompensati. Voglio sperare però che a migliorare
la condizione anche di questa classe di operaj provvederà la saggezza
dei pubblici amministratori.
Nemico sempre dell’ozio, quando lo stato fisico non si oppone alla mia
volontà, mi occupo in lavori di scritturazione per gli Uffici dello
Stabilimento, né credo di errare dicendo che in certe malattie è farmaco
salutare anche il lavoro. Lieto per aver potuto compiere uno de’
principali doveri, mi reco a desinare; ma la quantità e la bontà del cibo
che mi si appresta, lungi dal confortarmi lo spirito nella dura
condizione, trasfondono in me la tristezza, volando io col pensiero alla
famiglia che forse non ha in quell’ora quanto un giorno io divideva con
essa, lieto perché dividevo il frutto di onorato lavoro. Ma tralasciando
quest’argomento che m’è purtroppo doloroso, voglio dire che dopo il
pranzo mi pongo a far conversazione cogl’inservienti o con altri
ricoverati cui dalla natura e dall’Arte venne ridonata la sanità della
mente. La parola non è sufficiente ad esprimere di quanta forza morale
io faccia uso, tanto per sostenere la conversazione in causa della penosa
anomalia dei sensi, quanto per nascondere il mio dolore allorché molti o
per loro speciale ignoranza o per male natura attribuiscono a fantasia le
mie sofferenze. Quindi mi reco nell’orto-giardino annesso allo
Stabilimento, mantenuto dal giardiniere in lodevole stato. Larghi viali lo
attraversano e le piante che lo fiancheggiano gettano su d’essi
graditissima ombra. Una piccola fonte, che sorge nel bel mezzo di un
prato, empie dell’acqua sua una vaschetta che la circonda, e in cui
guizzano pesci di vari e piacevoli colori. È dappresso a quella fonte che
io mi riposo dopo breve passeggio, e nel guardare quella schiera di pesci
mi tornano alla mente quei giorni in cui, non secondo ad altri per salute
e per brio, guizzavo allegramente tra i miei compagni di scuola. È
all’ombra di quelle piante che talvolta mi siedo per saper dai giornali
come vanno le cose e quali cose facciansi in ispecie a vantaggio de’ miei
connazionali; ma oh! quante volte la lettura di quei giornali mi lascia
sconfortato e dolente! E qui mi sia permesso di biasimare quei
giornalisti che, senza riflettere al danno che recano al popolo,
pubblicano storie immorali e sanguinosi delitti, invece di raddoppiare i
loro sforzi perché la salute morale del popolo si rialzi, parendomi bene
che il còmpito loro sia pur quello di educare la gente.
Fra il pomeriggio e la sera, prima che la cena mi venga apprestata, esco
a passeggio fuori dall’Ospizio, recandomi spesso alla riva del mare,
dove l’azzurro delle onde, e la canzone del marinaio rallegrano il mio
spirito abbattuto, non quanto però lo rallegrerebbe il verde de’ miei
colli, non quanto lo stornello di quei bruni pastori. Portando poi i miei
passi nell’interno della città, godo assai che nelle officine si lavori,
perché dal lavoro emana il benessere morale e materiale dell’uomo; ma
nello stesso tempo faccio voli ardentissimi acciò non solo la condizione
degli operai venga migliorata sensibilmente, ma essi stessi ancora, oggi
e sempre, s’impongano una rigorosa legge di risparmio per vantaggio
proprio e delle famiglie. E questo lo dico, poiché il misero stato di taluni,
sì ne’ pensi che nelle città, a mancanza di previdenza e non ad altre
cause deve assolutamente attribuirsi. E cammin facendo per questa o
quella via, mi gode l’animo nel vedere che parecchi giovani di questa
città mi onorano del loro saluto, e superiori ad ogni scrupolo, mi fanna
grata compagnia nel passeggio, e volentieri si trattengono meco nel
conversare. Duolmi però che non tutti sappiano compiere nel mondo
questo atto di gentile conforto, perocché certuni trattano lo sventurato
con ispeciale disprezzo, mentre accordano il loro saluto e la loro
amicizia all’usuraio o ad altri simili malfattori, cui un solo sguardo
onorerebbe di troppo. Sul tramontare del sole io fo ritorno all’ospizio;
ma oh! quanta tristezza m’investe in quell’ora! Era quella per me l’ora
più deliziosa della giornata, l’ora che fin del mattino attendevo con
impazienza. Lassù, per le vie silenziose della campagna, allo spirare
delle brezze vespertine, una virtuosa donzella mi confortava su questa
valle di menzogne e d’intrighi. Era in quell’ora che due labbra
porporine si posavano sulla mia guancia a stamparvi il bacio dell’amore
[…] non di quell’amore che fiacca, ma di quello che potentemente
vivifica. Ed ora?! […] Possa tu, o virtuosa donzella, godere di quella
felicità che mi venne rapita, ma tra le gioie della tua famiglia non
iscordare colui che ti amava più di se stesso.
Parole di un ricoverato affetto da frenosi sensoria (1884)
Una veglia fra i comuni
Sono le sette pomeridiane, in preda ad una forte melanconia e ad una
desolante svogliataggine mi trovo seduto sopra un sofà dal tempo reso
tutt’altro che morbido. Tutto ad un tratto mi balena un’idea per la mente,
so che dalla parte detta dei comuni si veglia, detto fatto mi alzo in piedi
mi aggiusto il mio berretto sul capo e mi porto ad osservare quanto di
rimarchevole, e di grazioso che colà trovar si possa. Attraverso i cortili
salgo le scale, e mi trovo al luogo da me cercato; Circa 80 individui colà
si trovano al fioco raggio di una lumiera che il più delle volte si spegne;
la maggior parte di essi sono intenti a varii giuochi, accrescendo col
fumo delle loro pipe la profonda tenebria. (1872)
Spaccati di vita all’interno del Manicomio, sul cibo, sull’igiene, sulla noia,
sulla solitudine, sul trattamento. Il vantaggio del Diario è che con la
pubblicazione periodica degli scritti, la reclusione non viene prolungata nel
muto scaffale del medico. Queste voci, invece di rimanere soffocate, ancora
oggi possono esprimere il loro grido o la loro testimonianza.
In molti scritti troviamo la capacità di trasmettere il dato personale che si
intreccia con l’aria del tempo e con la storia, colte con istantaneità e brevi
accenni. In sé la scrittura ha un valore di rottura rispetto ai limiti imposti
dall’internamento, è atto di resistenza ed emancipazione, dove il
condizionamento del meccanismo editoriale, con tanto di scadenze di
pubblicazione, è un fatto certamente positivo.
Alcune volte, quanto viene scritto da un internato, viene sottoposto ad una
lettura e S.M. se ne rammarica apertamente, però nel complesso la scrittura
circola liberamente, tra chi abita il manicomio, sia esso un internato oppure
un medico, è fatta di reciprocità.
Inoltre bisogna tener conto che lo stesso Dr. L.F. si trovava sottoposto a
pressione, visto che non tutti accordavano fiducia alla rivista e alla
conduzione delle attività ricreative. Più di una volta lo stesso F. ha bisogno
di giustificarsi di fronte alla politica ‘sordastra’ (per usare un espressione di
Lombroso).

8. Sonetti

Se le voci di corridoio dell’internato B.G. sono cronaca anche ironica e


straniata di una massa, le voci di stanza di A.B. (che scriverà
prevalentemente sonetti) sono soggettività pura, stato d’animo e mondo a sé.
Le esperienze raccontate sono spesso dolorose, ma la chiarezza o
l’impostazione rigidamente formale della poesia (in particolare il sonetto),
costringe la scrittura all’interno di una struttura formale che forse è di
qualche beneficio all’autore.
Al di là di ogni discorso sulla condizione psicopatologica di questi internati,
le poesie, così come altri scritti in prosa poetica, lasciano trasparire una
condizione e uno stato d’animo pervaso di diffusa e forte malinconia. Il
dolore dell’anima si esprime attraverso diverse forme, dove si alternano
tracce luminose che si affacciano durante alcuni barlumi di ripresa, alternati
a vibrante nostalgia, tristezza esistenziale e una graffiante e indelebile
malinconia.
In questa poesia, dalla scansione ritmica molto accentuata e dura, è espressa
la nostalgia, il rimpianto, la disperazione e un’infinita angoscia senza
soluzione.
Che cos’è il manicomio? (Sonetto)
“Vieni e vedrai. Fra squallide pareti,/ Fra severe colonne, aspri
cancelli,/ Di cento e cento miseri fratelli/ Scorre la vita … e non cercar
segreti./ E padri e figli, in altro dì già lieti,/ La pace desiar de’ cupi
avelli/ Udrai nell’ira, ed orfani con elli;/ Né presto avvien che il pianto
lor s’acqueti:/ E lagrime vedrai di caste spose,/ Ed ugne lacerar vergini
petti,/ E fieri sguardi, e impallidite rose … / Oh pazzia, delle genti aspra
tortura!/ Oh della vita giorni maledetti!/ Oh Fato iniquo! Oh perfida
Natura!’’
X. (composto nel 1883 e pubblicato nel 1886)
Lo spazio, che non è neutrale né inerme, partecipa delle emozioni di chi lo
abita e la ‘stanza’ (la cella) equivale a un soggetto e una voce ben definita.
La ‘stanza’ è il luogo della soggettività.
Cella manicomiale (versi sciolti)
Angusto è il loco, ove tra fitte sbarre
Manda sua luce il Sol. Di spessi muri
E di ferrate imposte esso è recinto,
Come vuole ragion. Commise all’Arte
Opra sì dura la Scienza, e, quando
Ebbe questo lavor l’Arte compiuto,
Sospirando partì! ... Non v’è una croce
Che le torture a noi del Nazareno
Dica, ricordi, e forza pur ne dia
Novo martirio a sopportare in questa
Valle di pianto! ... Né la dolce imago
V’è d’una madre, o di gentil fanciulla,
In cui la vista fra soavi olezzi
Bear si possa; … e mai dalle pareti
Pender vedrai le tele preziose
Che tante e tante gloriose gesta
Narrano al cor! ... Ohime! tutto è squallore
Nella rigida stanza! ...Un letto solo,
Un letto scorgerai, ove dimani,
Fors’oggi ancora, il più diletto amico
Dè tuoi verd’anni giacerà, mordendo
Fra bestemmie le coltri, e donde al core
Ti giungeranno sue dogliose grida …
Ma frena il pianto, ché dintorno al suo
Misero letto aleggeranno insieme
Arte, Natura e Carità che il Cielo
Volle di grazie a noi dispensatrici
Né dì funesti, e fuori della muta
Stanza il trarranno a respirar migliore
Aura e fra i cari suoi novellamente
Dell’aurea libertà gustar le gioie.
A.B. (1889)
Ancora dolore, nostalgia, solitudine e privazioni. Il poeta è come se si
guardasse dall’esterno e desse voce non solo alla propria disperazione ma a
quella di tutti i suoi compagni. Il linguaggio, nella sua scansione musicale, si
irrigidisce in immagini dilaniate dalla disperazione, per poi allentarsi nella
speranza e nel desiderio della ripresa.
Composta da un nostro ricoverato defunto da più anni. (D.r F.)
Al cielo
Dalla mia cameretta i lumi affiso
Talora al ciel ch’è sì ridente, e sento
Nell’alma mia destarsi all’improvviso
Impossibile a dire un sentimento.
Caro italico cielo, io ti ravviso!
Ma il tuo sereno addoppia il mio tormento;
Ahi! dè giorni passati il breve riso
In mirarti sì bello io mi rammento.
Tu, se di opache nuvole talvolta
Avanzarsi vedrai copia infinita
L’azzurro ad oscurar de la tua vòlta,
In brev’ora seren ritornerai;
Ma i miei bei dì di gioventù, di vita
I miei bei dì ritorneran più mai? …
Lo sguardo verso l’esterno, il bel cielo azzurro e il ricordo del passato
raddoppiano il tormento. L’estasi azzurra del cielo, guastata dalla nuvola, è
pronta alla ripresa, ma è così anche per il poeta?
Un’occhiata verso l’esterno, attraverso le sbarre della finestra, può essere
fonte di grande melanconia. Infatti, le colline pesaresi ricche di paeselli, che
si vedono dalle camerate dei piani alti, sono il luogo di provenienza di alcuni
internati. Dalla finestra aperta, lo stesso canto o la risata di una giovane
possono diventare fonte di grande angoscia.
Pensiero melanconico (sonetto)
Veggo le torri del paese mio,
Di gentili e di forti antica sede;
Balze fiorite l’occhio mio pur vede,
Vedo la casa e il campicel natìo.
Què prati ancora e quei ruscel vegg’io,
A cui sovente con celere piede
Correvo allora quando men si crede
Che affanni e duolo ne riserbi Iddio.
Ma per tal vista il cor più non s’allieta,
E un fitto vel va spesso desiando
Che tutto copra a minorar sua pieta
Chè lungi se ne andò la Gloria in bando.
E la Miseria, tristemente cheta,
Pei tuguri discorre lacrimando.
A.B. (1889)
Perchè?
Perché lo sguardo – alla collina
Muto rivolgi – ogni mattina,
E verso quella – di quando in quando,
Umido il ciglio – vai sospirando?
– Là, su quel poggio, – cara fanciulla,
Apersi gli occhi, – ebbi la culla!
Perché la mite – soave brezza,
Che i tuoi capelli – bacia e carezza,
Che mille fiori – han profumata,
Oggi al tuo core – più non è grata?
– Dolci parole, almo desio,
Più non mi reca – quell’idol mio?
– Perché tue labbra – schiudi a querele,
Se vedi un mozzo – trattar le vele,
O giovin fabbro – le braccia ignude,
Curvare il dorso – sovra l’incude?
– Gustar la gioia – della fatica
Più non concede – sorte nemica!
– Perché lorquando – specchiarsi in mare
L’astro d’argento – che in ciel n’appare,
Lo sguardo al patrio – tuo Camposanto
Volgi, e le gote – bagni di pianto?
Là, fra i cipressi, – entro una fossa,
Del padre mio – giacciono l’ossa!
Se fuor s’inalza – dolce canzone?
Il riso, il canto, – non ti ristora
L’alma che tanto – s’affligge e plora?
– A troppe angosce – l’alma soggiace!
Vanne, o fanciulla; – lasciami in pace!
(1888)
Nostalgia
Oh! quante volte e quante,
Mie colline, vi sogno, a cui Natura
Di benefiche piante
Porge dovizia e di gentil verdura!
Di verdura gentile,
Su che a bearmi d’amoroso foco
In suo corretto stile,
Donna venia che tra le Grazie ha loco.
E di tue sponde, ov’io
Mammolette cogliea fanciullo ancora,
Fresco e limpido rio,
L’imagine s’affaccia e m’innamora.
Né da voi, o boschetti,
L’affannoso pensier mai si diparte,
Ove di sensi eletti
Ristoro mi porgean le dotte carte;
Ed ove ancor, posando
Le stanche membra, e la mondana frode
Nell’imo cor librando,
Quella pace chiedea che in voi si gode.
O patrie torri, o voi
Che da lunge guardò nemica gente,
Stanza d’antichi eroi,
Oh! quante volte mi tornate a mente!
(1885)
Questo lieve e musicale canto, questa dolcezza ferita e smarrita, questa
malinconia, sono frutto di una inconsolabile nostalgia.
Versi
Veggio sempre a me dinanzi
Una luce che scintilla,
Che m’abbaglia la pupilla
E lo sguardo fa bassar:
Beatrice – lo si dice
Il bell’astro che m’appar.
Veggio pure un fior leggiadro
Più del giglio e della rosa,
Che di cogliere non osa
Una man scortese e vil:
Beatrice – pur si dice
Questo fiore sì gentil.
Una gemma io veggo alfine
Delle gemme la più vaga;
Di mirarla non è paga
Questa mia pupilla ancor:
Beatrice – pur si dice
Questo picciolo tesor.
Un ricoverato marchigiano (1884)
In queste poesie il linguaggio si dissolve nella musicalità della scansione
ritmica e la malinconia non ha ombre oscure o lacerate. Una luce interiore
sembra rinascere dalle cose, dissolvendo il senso di naufragio.
La mia primavera (sonetto)
Torna fra noi la gaia rondinella
Che per l’aspero gel ne disse addio;
E di leggiadri fiori, almo desìo,
S’adorna il monte e il verde pian s’abbella.
Riede sui colli a pascere l’agnella,
Cui rese il novo sol prontezza e brio;
E nuda il piè, sul margine del rio
Torna a comporsi il crin la villanella.
Del profumato zefiro su l’ali
Sen va d’augei amabil canto, ed ore
Di sereno gioir porge ai mortali.
Sol io mi dolgo, e la tristezza in core
Grave mi scende, ché sollievo ai mali
Non torna il foco di gentile amore.
U. (1885)
Nelle poesie di X, l’espressione non è umbratile e dilaniata, bensì è fatta di
immagini delicate e ricche di una musicalità tenera e sommessa.
Alla donna (sonetto)
O corona real ti cinge il crine
Di gran popolo signora e di castella;
O la tua corta ruvida gonnella
Mai non isplende per copiose trine;
Lascia ch’io parli fuor d’ogni confine,
Tu sempre, o donna, al guardo mio sei bella;
Sì che, se credi a quei che ti favella,
Tutte vinci in fulgor l’opre divine…..
Ma se perdi quel fior, che su la via
Del Ciel ti pone, allor che in aspre lotte
Puro il campi da man codarda e ria,
Dimmi, che speri?.... A lacrime dirotte
Deh! piangi allora, ed in eterno sia
Tutta chiusa nel vel di cupa notte.
X. (1885)
In questo lieve canto è la malinconia stessa ad esser la compagna della vita.
La mia compagna (sonetto)
Donna mi segue, ne l’andar gentile,
Dolce ne gli occhi e di soave accento:
Chioma più bella non carezza il vento
Al volgere del Sol primaverile.
Gemme non ha, chè la violetta umile
Solo piace a costei per ornamento:
Fugge la danza, e pare in lei già spento
Sul fior de gli anni il foco giovanile.
In negro vel modestamente ascosa,
Lenta sen va per taciti sentieri,
E sul margo d’un rio si ferma e posa.
Di canti e feste la compagna mia
Non parla già, ma d’ombre e cimiteri…
Oh! pur cara mi sei, Malinconia!
X. 1885
A te!
Rammento ancor l’inanellato crine
Che sul collo d’avorio ti scendea:
Pur quel suono rammento che togliea
Dal mio povero core acute spine!
Obliate non ho le peregrine
Rose che Amor sul viso ti pingea:
Di tue luci l’incanto ancor mi bea,
Cui viltade non è che uom s’inchine!
Oh! se teneri amplessi ancor desio,
L’ore traendo in periglioso affanno,
Tua pietade risponda al pianto mio:
Qui mi condusse l’infrenato amore,
Ma fin che gli ochhi miei il dì vedranno,
La fiamma antica m’arderà nel core.
X. 1885
Dopo lungo silenzio riceviamo dal nostro sig. L. De-A. i seguenti versi. (D.r
F.)
A te
Mi parla ognor nell’anima
La tua gentil sembianza,
Perché con ferreo calamo
Ve la confisse Amor.
Spesso solingo e tacito,
Dove divalla il ponte,
Appoggio la mia fronte,
Tutto pensoso è il cor.
Intanto il malinconico
Raggio del sol che muore
Pinge di fiore in fiore
L’imagine di te.
E l’amoroso zefiro
Che tra le fronde spira,
Va ripetendo: Elvira,
Elvira tua dov’è?
(1895)
Dopo anni di continuo silenzio e di quasi costante agitazione nervosa, un bel
giorno il nostro L.D.A., già poeta di merito, improvvisamente scrisse e
consegnò il sonetto che abbiamo pubblicato. (D.r F.)
Sonetto
Questa creata insopportabil salma
Che per tante s’aggira orride vie,
Fra brutti mostri e dispietate Arpìe,
Unqua spirar non puote aura di calma:
Ond’è che in gemebonda voce l’alma,
Attorta ognor fra le ritorte rie
Di sua basterna, esclama: Oh! vegna il die
Che mi rinserri l’una e l’altra palma!
Che se morte ritrosa e ferrugigna,
A me volgendo dispettoso il tergo,
D’esaudire mie preci non si digna,
Amor, tu lieva dal padul lo smergo,
E sull’ali di molle aura benigna
Portami teco al tuo sereno albergo.
Nella poesia che segue B.G., dopo una breve e cupa introduzione e un senso
di irrimediabile melanconia, esprime un grande sentimento di tenerezza
condivisa. Questa vicinanza con gli altri, questo senso comune, è una delle
manifestazioni più toccanti nella scrittura dei cronisti del Diario.
In occasione che l’amico conte X.X. rivedeva il suo figlio (sonetto)
In mezzo al lutto, e la melanconia
Fui rallegrato dal vivace aspetto
D’un tenero e soave fanciulletto
D’innocenza ripieno e leggiadria.
Immagin viva di sua madre pia
A lei, e al genitor caro e diletto
La terrena abbellisce umana via,
E ben dolce si rende a lor cospetto.
O voi felici genitori eletti
Di tal prezioso e fortunato pegno
C’h infiamma grandemente i vostri petti.
Ma questo è ben d’onestà meta il segno
A’ vostri casti e intemerati affetti
Ei schiuderavvi della gloria il regno!
B. G. n. 18 (1872)
Nei sonetti a due che seguono, abbiamo l’esempio di una collaborazione
letteraria molto frequente nel Diario.
La partenza di x. Per f. (Sonetto a due)
Alla novella della tua partenza
L’animo mio si scosse e si commosse
B. Pensando che sarai alla presenza.
Di Lei che plauso ovunque si riscosse.
In verità fu la gran decenza
Di staccarti quell’angelo dal dosse
M. Mandandolo chi sa a far penitenza.
Perché ebbe di sposarti tanta tosse.
Ben presto o amico riderai fra noi,
B. Teco adducendo un Angel di beltà,
Che onor fu sempre dè parenti (suoi)
Nulla si dica poi della Bontà,
M. Di che la fede tu narrar ci puoi,
Data a te avendo la sua castità.
I due Poeti M. G. e B. G. (1875)
Sonetto (a due)
In mezzo della vita aspro sentiero
Trovai pur troppo in mia natal cittade
Un mostro di superba iniquitade,
Di cui inorridisco al sol pensiero.
Con un cipiglio insolente e fiero
Senz’ombra di virtude e caritade
Sempre invidioso iracondo e altero
Del vizio e del misfar calca le strade.
Avaro, disonesto ed inumano.
Egli giojsce delle pene altrui
I suoi simili tratta qual sovrano.
In terra giunto dagli regni bui
Del Demone ministro e non invano
E presto presto tornerà con lui.
B. G. n. 18 compose, M. S. n. 365 corresse (1874)
In Manicomio, secondo lo stereotipo più classico, una poesia su Napoleone è
quanto mai opportuna, tanto più se si tiene conto che l’internato Z.R. (pazzo
criminale) si firma come Napoleone il grande, mentre M. (uomo talentuoso
ed eroe) dice di essere Napoleone stesso.
Napoleone I (sonetto)
In piccola città ebbe la luce
Lui che fu grande assai, potente e astuto,
Di elette schiere fu sovrano e duce
In battaglia qual folgore temuto.
Sebben spento, sua gloria ancor riluce
Ed ancor chiuso in freddo marmo e muto,
Meraviglia nei pensieri produce
A morte stessa egli ha sopravvissuto
I suoi nemici combattendo vinse
E col brando terror del mondo intero,
Alle fuga e all’esiglio li sospinse.
Anco in esiglio fu temuto e altero,
E tutto l’universo egli convinse,
Ch’ei fu ad un tempo generoso e fiero
B. G. n. 18 compose, Prof. M. S. n. 365 corresse (1875)
I Poeti che lavorano in solido, premettono per compenso una bottiglia e
due zigari per ciascuno.
Molte di queste poesie al di là della forma e del valore poetico sono
interessanti perché testimoniano il San Benedetto nelle sue funzioni spaziali
e nello stato d’animo che produce in chi lo vive.
Ancora oggi, percorrendo il vecchio e cadente San Benedetto, quell’idea di
stanza e di solitudine può essere focalizzata su alcuni oggetti come le sedie,
che campeggiano solitarie all’interno di una cella o in qualche altro ambiente
isolato e vuoto. Sedie voltate verso un muro, isolate al centro di un
pavimento a scacchi, messe di fronte ad oggetti ormai privi di senso – come
un catino vuoto, inaridito dalla polvere – o raggruppate in un dialogo senza
parole.
Nel complesso, camminando dentro il san Benedetto, quelle che ci troviamo
di fronte sono immagini straziate, fragili per la qualità della luce, laceranti
per il silenzio che incombe, crudeli per le memorie assorbite. Il San
Benedetto, nello stato attuale, è il coagulo e la testimonianza, insieme al
Diario, di una umanità malinconica e dolente.
9. Sezione femminile

Dal reparto femminile non sono pervenuti molti scritti. Senz’altro, molte
delle internate saranno state analfabete, altre ancora saranno state occupate
in qualche lavoretto che le ha distolte dalla carta e dalla penna.
Tuttavia abbiamo una ricoverata che per qualche tempo si è occupata di
insegnare a scrivere e leggere alla sue compagne e alle infermiere. Ecco cosa
scrive.
Pensieri di una ricoverata
Nella infelice situazione in cui mi trovo sento vieppiù il dolore di essere
quasi dimenticata dalle persone a me più care ed alle quali sono legata
con vincoli di sangue. – Se fossi sollevata e compatita da esse col
favorirmi di frequenti visite sarei compensata della privazione di libertà
e d’altre cose; la rassegnazione verrebbe in mio soccorso e la vita
trascorrerebbe abbastanza bene nel luogo di ritiro ove io vivo. Qui, se
non godo della libertà e delle altre soddisfazioni, che senza dubbio non
mancherebbero nella mia casa, sono abbastanza compensata però da
una dolce tranquillità. Forse mi si presterà poca fede, stanteché sto fra
persone continuamente agitate oppure malinconiche, per tutte vi è però
una propria divisione. Un gran sollievo poi trovo nella lettura, e non
meno caro mi riesce l’occuparmi in lavori di merletti, di fiori ecc. senza
dire poi che i Superiori m’hanno altamente onorata reputandomi capace
di potere istruire le ricoverate e le infermiere; lavoro assai gradito e che
a rendermelo meno pesante si presta di buon animo l’ottima signora
A.B., colla quale pure occupo qualche ora del giorno in lavori dilettevoli,
non trascurando in pari tempo i doveri di religione tanto necessari per
tutti, in particolare per noi povere infelici. La situazione del nostro locale
è magnifico, ricreandoci lo sguardo una bellissima veduta di mare sulla
cui superficie ondeggiante galleggiano graziosamente innumerevoli
barchette da pesca; da un altro lato si offrono alla vista collinette di
vario aspetto, adorne di amene ville; in una parola godiamo di un’aria
eccellente e salutare. Per nostro divertimento inoltre i Superiori
introdussero varie specie d’animali, uccelletti variopinti, piccioni;
pavoni ecc., a noi poi fu fatto dono di tre graziosissime cagnoline che ci
tengono compagnia. Facciamo infine frequenti e lunghe passeggiate a
piedi ed in carrozza, che ci sarebbero anche più gradite se ci recassimo
in qualche villa per passarvi l’intera giornata come in passato, […]
B.L.M. n.255 (1872)
In questo caso avremo un contatto diretto con il Dr. Frigerio (che è il
primario della sezione femminile).
Pesaro 7 luglio 1874. Illmo Signor Dottore. Nel consegnarle questo
piccolo manoscritto dove troverà alla rinfusa buttati giù alcuni pensieri
intorno ai principi di pazzia, non creda che io voglia farmi o voglia
credermi, come da taluni si è creduto “Dottoressa” d’insegnar leggi a
chi ne sa più di me. Io pur troppo conosco l’ignoranza mia in ogni cosa,
ignoranza cresciuta in me dall’aver avuto poca e scarsa istruzione
compartitami da persone che alla loro volta avevano bisogno di ricevere
istruzione. Se qualche cosa appresi, fu dalla sola lettura comunicato al
mio intelletto avido sempre di apprendere;e non pochi ostacoli dovetti
superare per applicarmi alla lettura,voglio dire dei pregiudizi,e
mancandomi i mezzi di spendere mi dovetti contentare di libri puramente
elementari. Mi fu di grande utilità la lettura di Ferrari, che io lessi non
assiduamente ma a grandi intervalli affine di non recare danno alla mia
famiglia. Faccia ella Sig. Professore l’uso che crede meglio di queste
poche mie osservazioni fatte sulle mie consorelle che mi attorniano,e
possa Dio ispirare a Lei i lumi necessari per guarirle. Di lei Umil.ma
L.C.
Questa donna, provando un senso di raccapriccio e dispiacere per il mondo
guasto che la circonda, fatto di finzioni e ipocrisia, trova rifugio
nell’esaltazione del culto di Cristo visto come energia e spirito
magnetizzatore. Qui è possibile scorgere come nella malattia, insieme a
meccanismi di natura personale, si manifestino significati religiosi radicati
nel patrimonio culturale.
Egregio Sig. D.r Questa mattina l’ho disgustata, non volendo prestare
l’opera mia col fare la scuola. Sappia che io feci scuola dal ’55 al ’66 e
che provai tali e tanti dispiaceri, che non posso più sentirmi parlar di
scuole senza raccapricciare. Dopo maritata rifiutai più volte la nomina
d’Ispettrice per non aver ragione a mischiarmi nelle scuole. La
ripugnanza ch’io sentiva per le scuole, non derivava dal buon fine di
compartire l’istruzione, ma dall’essere l’istruzione così guasta,
malintesa e corrotta, che le scuole mi parvero luoghi di supplizio
piuttostochè trattenimenti utili e dilettevoli come spiega la parola stessa
di scuola. Io non desiderai in vita mia che la pace, e la pace non trovai
che nella sola mia famiglia. Una forza superiore mi privò anche di
questa pace e mi condannò ai più fieri assalti di corpo e di spirito. Io,
nata con amino il più sincero e liberale non trovai intorno a me che
finzioni, ipocrisia, mala fede. Sentii dentro di me i mali che affiggevano
la mia patria, il mondo intero: e tutto ciò deriva dal manto più o meno
ipocrita di ogni religione. Passai in rivista le religioni e le studiai. In
tutte trovai principi buoni, morale guasta. Vidi la nostra cristiana
religione talmente mascherata, falsificata e guasta, che finii col
persuadermi che tutto fosse impostura; la rinegai, ma mentre io la
rinnegava la studiava e ne riservava le massime in tutte le regioni del
globo. Cristo si manifestò a me, ossia io fui attratta dal suo spirito
magnetizzatore e fui creduta pazza. Ma, non è forse stato anch’Egli
creduto fanatico,e peggio? – Egli, il più filantropo uomo del mondo! …
Quegli, che non voleva e non cercava che il bene dè suoi fratelli? Egli,
che la storditaggine umana fece morire sul fior degli anni, dopo di aver
tanto sofferto!! ... Morì Gesù ma la sua morte non fu che un momentaneo
abbandono del suo spirito dalla materia; egli vive e vive pel bene de suoi
fratelli e di tutti coloro che credono in Lui. Dunque fede ed energia. – Gli
spiriti liberali sono uniti da una lunga catena. Abbiamo abbastanza
sofferto per la libertà, non ci rimane ora che raccoglierne il frutto, che
pur troppo si trova ancora coronato di spine. Cristo non vuole la morte
del peccatore, ma vuole che egli si converta e viva. Vi sono uomini
abbastanza illuminati nella setta Cristiana universale. – Cristo dirigerà
le loro azioni, ed essi dirigeranno noi. Perdona, o fratello, questo sfogo
del mio cuore e provami coll’opera che io non mi sono ingannata,
ponendo in te la mia fiducia senza conoscerti. – Io non seguii che
l’impulso del cuore ed il cuore sbaglia difficilmente.
Tua Sorella X.Y. n. 21 (1874)
Pubblichiamo il seguente brano di una lettera degna di nota, in ispecial
modo, per la punteggiatura stranamente erronea; la scrisse una ricoverata
costretta ad intervalli da profondo stupore. (D.r F.)
Da Pesaro, 31 Luglio. 18.80, Pregmo Sig. E. Essendo; diversi mesi;
Anni; che non ricevei più i suoi; manoscritto; per avere; dato; termine; il
suo dirò; così Amore; e come lei ne fu priva dei miei: Carateri; avenuto
questo, per; non volere; più proseguire a tratare; inscrive. Vedendo che,
il mio desiderio era tante di; rivederlo; in Persona. Sono ormai scorso; 3
anni – e 6 Mesi daché; dimorro; in codesta Città che giunsi; costà; solo;
doppo; la Morte di; mei Fratelli P. e D. non potete immaginare qual
piacere; abbiano; recato; a me come anche; alla Famiglia; la mia buona
madre; piangeva; doppo che avesimo la trista nuova; della Malatia che
fu un rafredore mal curato; che terminò in Male il sotile; e stete amalato
3 Mesi; soportò quanto poté il; suo male e poi; si mise in letto con la
cura del Dottore; appertamente con suo Cugino disse che era una
Malatia incurabile; e non vi era più speranza; della sua guarigione; e
quindi doppo avendo scorsi questi tre mesi consecotivi di Malatia; pasò;
nel bacio del Signore per l’altra vita.
Notevole è il seguente scritto d’una ricoverata la quale va ad intervalli
soggetta ad accessi di furore: nei quali casi parla e scrive ripetendo le
parole. (D.r F.)
A Pio nono sulla sua S. Catedra nella nu Nuova Roma di San. A. 18
Ottobre. Vittorio e Manuele Secondo imp imp imp impera impe imperator
imperato impeimp impe imperator unniv univ uni versal di di di di di di
di did dei due Mondi cioe del Modo di sopre e di sotto.
Anno 1880. 18 Ottobre.
mi fermo s Vostro Su Mi Vostro siudita io S. M.
prima Genito di Luigi C. e M.
Le seguenti osservazioni sono state scritte dal personale medico e ci
restituiscono alcuni tratti della presenza femminile dentro il San Benedetto.
Una realtà grottesca dove l’internamento di una «giovinetta diciassettenne,
di belle forme e normalmente costituita» (guarita in tre settimane) è messo a
confronto con la ninfomane dall’aspetto maschile, la bizzocca magra e
sdentata, l’idiota brachicefala, la monomaniaca e una donna con la mano
pencola.
M.V. n.262 è una contadina impiegata a cardare la bavella, robustissima
con muscoli e faccia da uomo, con piena barba sul viso e voce virile.
Ricoverata fin dal 1866 per ninfomania, si mostra abilissima nei lavori
femminili, di quando in quando presa da eccessi maniaci, durante i quali
dopochè si è gettata a terra e a gridato, è presa anche col ticchio di fare
dei ricami di nuovo genere: sono disegni fatti sulla carta appiccicando
colla saliva dei fili di cotone che strappa dai propri indumenti. Con
questo metodo speciale fece il ritratto, e abbastanza simile al vero, dei
medici mentre fanno la visita e delle monache che li accompagnano, più
tardi di un Medico mentre faceva delle osservazioni oftalmoscopiche.
Invitata a eseguire questi disegni col lapis dice che non vi riuscirebbe.
(1872)
La ricoverata G. A. n. 238, è un vero Don Marzio femminile; secca,
mobilissima, con due occhi infossati, piccoli e lucidissimi, con una
bazzola enorme resa più evidente per la mancanza dei denti, insomma un
viso da Voltaire al femminile. Entrava per mania religiosa e per parecchi
anni si dimostrava eccessivamente pietosa; assisteva i moribondi, vestiva
i morti; era sempre in orazioni; sicchè era chiamata la bizocca; quando
nel 1870 all’improvviso cambiava il carattere; fa delle male parole e
delle male opere l’unica sua occupazione, inventa accuse contro le
compagne e le infermiere, si percuote per poter mostrare le lividure,
gode quando le altre stanno male e più ancora quando vengano
rimproverate ed esprime il contento con gesti animati e quasi convulsi.
Una sua compagna accusata di furto, tentava di negarlo. Essa
interrogata sul fatto: “È vero’’, rispose “del suo non ha mai rubato’’.
(1872)
Osservando X.Y. Che scrive in piedi e quindi ha la mano che pencola:
“Ecco’’, disse, “un figlio di paura’’, e vedendo F. soggiunse: “Questo è
uno che dev’essere stato matto’’. Perché? “Si vede dagli occhi e dalla
camminata.’’ ‘Allora sei matta anche tu? “Nemmeno per sogno, che io
non cammino a quel modo’’ Perché sparli di tutti e di tutto? “Veda’’,
risponde, “val meglio buttar fuori una parola quando va detta, che
mangiar una pagnotta quando si ha fame’’. Ma noi finiremo per metterti
in cella. – “E si che io ho paura, io di celle, io ho patti col diavolo, e col
suo mezzo, spezzo qualunque catena ed esco di cella e volo libera per
l’aria’’ (ecco qui come nacquero le ubbie sulle streghe?) Quest’
infermiera ti piace? – “Gesù Maria mi taglierei una gamba per non
averla vicina!’’ – chiestole quale di due infermiere era la più bella? –
“Tutte due, L. però è più bella perché mi da il tabacco’’. Rivoltasi al X.
Le dimandò di concederle un favore! “Come potrei concederti un favore
dopo tante insolenze che mi hai dette?’’ Ed essa: “se domeneddio volesse
far vendetta quanti non colpirebbe?’’. (1872)
La Fanciulla A. F. n. 392, è una curiosissima Idiota entrata da poco. La
forma del suo cranio è brachicefalico ma non irregolare, le mani e i
piedi in un continuo movimento coreico, la favella affatto primitiva. Le
poche parole che pronunzia vengono articolate a guisa d’un pappagallo.
Ogni tanto cambia il timbro di voceche da infantile si fa maschio e da
basso profondo; malgrado la grande mobilità le riesce impossibile il
salire e il discendere pei gradini di una scala e siccome il polpaccio ha
un ingrossamento irregolare nella porzione superiore, si sospetta che
abbia una malattia illustrata di recente dall’Orsi, l’ipermegalia
muscolare. Quello che più di tutto è singolare in lei, è la grande
sensibilità alla musica, in ispicial modo al violino, per cui appena ne
sente i primi tocchi si mette a ballare vertiginosa e nell’eccesso della
gioja emette feci ed orine. (1872)
La Bizocca citata l’altra volta, interrogata perché non lavorasse mai –
“Eh! perché mi chiamo la scansa fatica’’. Sei così cattiva che niuno ti
può vedere – “E chi non mi può vedere si cavi gli occhi’’ – Sei la più
matta di tutte queste qui “ – Beato il mercante che conosce la sua
mercanzia.’’ (1872)
“Dia retta a me, sig. D.r’’ diceva la Bizzoca. “Tristo è il sordo che non
vuol udire. – Tristo è il guercio che non vuol vedere’’.
“Se la mia testa è curiosa, la vostra è focosa’’ soggiungeva più tardi.
(1872)
Un vecchio proverbio italiano dice che l’ozio è il padre di tutti i vizii;
“Non è vero’’ disse una delle ricoverate, interrogata più e più volte in
proposito “L’ozio è la madre di tutti i vizi’’. (1872)
La Signora Y. Z. che trovasi nell’Ospizio da circa 15 anni, come in
passato, ha pure presentemente il ticchio di prendersi ogni giorno una
cucchiajata di cremore di tartaro; interrogata in proposito rispose: che
con tale precauzione tien puro l’animo e il corpo. (1872)
A. giovinetta diciassettenne, di belle forme e normalmente costituita,
venne ammessa in preda a mania con furore che si manifestò
rapidamente in seguito all’emozione penosissima cui soggiacque
allorché si trovò nell’occasione di salvare una donna che si annegava.
Questa la causa nota: giacchè l’A. non era per nulla compromessa dal
vizio ereditario e neppure aveva precedentemente sofferto di malattie
discrasiche ecc. che potessero perturbare direttamente od indirettamente
le funzioni cerebrali. Perdurò chiassosa e violenta per alcuni giorni,
poscia si calmò grado grado finché in circa tre settimane entrava in
piena convalescenza.
Risultati identici ai precedenti ebbe la pronta clausura nel Manicomio
per la T.C. benché per essa abbiano militato le predisposizioni gentilizie
con non leggera intensità: la di lei madre infatti morì per suicidio, un di
lei fratello è idiota.
Non altrettanto possiamo dire di A.A. che derivata da padre pellagroso è
costretta ad alimentarsi di solo grano turco fù qui condotta per cachessia
pellagrosa, in condizioni assai allarmanti, nelle quali perdura
rifiutandosi per giunta alla presa dei farmaci che le si apprestano. Non
altrettanto possiamo dire della S. che accolta per frenosi isterica con
tendenza suicida, manifestatasi in seguito ad esagerate pratiche religiose
non offre alcun segno di miglioramento, seppur da certi sintomi apparsi
in questi giorni non si sarebbe tratti a ritenerla in via di peggioramento.
(1883)

10. Corrispondenze

Le corrispondenze, scelte per essere pubblicate nel Diario, hanno il carattere


dell’autobiografia oppure riflettono le stravaganze della follia, essendo il
frutto di uno stato di esaltazione, di mania di grandezza o grafomania.
Alcuni soggetti si raccomandano ai loro cari, si difendono e chiedono aiuto.
C’è anche chi scrive al Padreterno (che potrebbe essere raggiunto con il
treno volante) o al Direttore. Inoltre emergono tratti di storia contemporanea,
come la guerra franco-prussiana, e personaggi come Rossini, il cigno
pesarese. C’è chi dice di non essere pazzo o di poterci diventare, rimanendo
nel manicomio, o di San Piero che passeggia lassù sul tetto.
Comunque sia, chino sul foglio, l’internato cerca attenzione.
Caro amico!
Sei o nò libero, non frapporre indugi adunque e rispondimi tosto, dammi
nuove di mia famiglia, delle amiche del cuore, più o meno anche della B.
intorno alla quale sentii molte campane stonate; via ti basti! Allorché mi
vedrai, a colpo d’occhio ti sarà facile dedurre che soffersi
immensamente, ora però sono tranquillo Leggo, Scrivo, Mangio, Bevo,
Dormo, fumo e nel tempo stesso penso a te che mi fosti e sarai per
l’avvenire consigliere, l’angelo mio consolatore che dovrà prescrivermi
per lo innanzi il da farsi; forte del tuo appoggio andrò impavido ove il
destino avrà decretato. Appena sciolto, da codesti Signori che mi
vogliono tanto bene e procurano di fare tutto a mio vantaggio per
ingrassarmi e rendermi il primitivo stato di salute, che dai sintomi
dell’appetito mi è lusinghiero, volerò tra le tue braccia. D’altro,
dell’amore per es. non parlo perché quando sarò a Y. mi toccherà
sposarle tutte. Capirai! ... Dopo tanta pena, che non ha riscontro
nemmeno con quella provata dai Francesi nell’ultima guerra colla
Germania, è ben meritato un po’ di ristoro. Sfido io, allora aveva tutti gli
sfoghi di natura, non soffriva più la emicrania come tal fiata quando si
abusava in purghe perché sempre erano pronti speziale e medicine,
chitarre e mandoline, ma tal volta si presagiva ed avverava il rimbombo
dei timpani e tamburi – Piatti e Catuba. – Ma che ho scritto o Nume?
Scusa, Credevo … sognavo … vedevo … mi pareva – d’essere Pazzo?
Oh!. Nò. Sono nel Manicomio di P. sol per finire gli studi che
incominciai nella Università d’Urbino dov’ebbi la patente di Studente
Vulgo Birricchino. Nella patria di Rossini il cigno Pesarese avrò… a
palma? due cose certo: Salute ed onore – Speranze e libertà!
Addio Tuissimo. Enrico A. (1873)
Lettera d’uno dei tanti perseguitati di cui va popolato il Manicomio; ne fu
autore un maestro di lingua latina, come bene si scorge dal modo col quale
l’autore medesimo si esprime (D.r F.):
Adì 27 Febbraro, Cara S. Ho l’onore di ridurmi al Manicomio
assolutamente!!! Gran Dio! Io ho merito di essere qui ritenuto per quello
che non sono. L’imbroglio dipende da B. Perciò mi rimetto ai tuoi
maneggi con nostro Signor P.D., ed altri che credette allo scopo di essere
almeno liberato dallo stare fra il patto per calumnie smentite
dall’evidenza. Io non sono pazzo: ma stando in mezzo ai pazzi, potrei
ritornarne pazzo per accidente. Dunque, se è vero, che v’ha Dio, a cui la
morte tutti noi ridurrà in Giudizio, vi prego, cara S., di mettere tutti
l’impegni affinché la giustizia, la verità, la legge mi liberasse dall’offesa,
che B. fa in me all’evidenza. Dunque ho pregato e Signori, che qui ben
mi trattano a ridurmi al Tribunale, se ho neo in faccia alla legge civile e
criminale. Se no, dico, che giudicato, che io sarò da questi Signori e dal
Mondo ut mentis compos, cioè sano di mente; dico, che dovrò essere
homo sui juris, non reo in faccia ad alcun Tribunale Civile o Criminale.
Tanto vi scrivo. Rispondimi: e se mi puoi rimettere qualche soccorso in
danaro, e ne prego assai assai. Scrivine anche in B. a M. e il rimetto solo
il mare ai tristi di B. Non altro, e chi saluto ed abbilita me, se puoi, come
che ho pregato. SonoTuo F. (1880)
Fra gli scritti che i ricoverati ci consegnano, abbiamo trovato la seguente
lettera, da cui i lettori facilmente riveleranno di quali e quante stranezze sia
causa la pazzia (D.r F.):
Signor padreterno
Sarebbe tempo di finirla se il vostro patriota San Pietro che passeggia
per i tetti del Manicomio non mi riderà in faccia. Questo vecchio
potrebbe calar giù e legandomi per una corda e poi tirandomi su fini da
Voi. La Luna non mi dà luce e il calore, facendomi bere e dormire dove
tanti vostri compatrioti, perché vogliono tutta la Repubblica e non sanno
far niente. Mi diverto a cantare, vedendo se vi svegliate per sciogliermi
dalle catene che i vostri compatrioti falsi mi hanno legato. Finalmente ci
è la giustizia anche per Voi, perché i vostri generali comandanti più di
voi e non mi ridono. Ancora colla ferrovia volante potrei venir su, perché
regalando senza tante promesse che i vostri compatrioti mi hanno
rubato. Finalmente Voi mi perdonerete, perché restando nel Manicomio
siete diventato matto anche Voi, e se vado di questo passo, la Luna col
Sole si sposano e non dico altro. Sia benedetto il vostro nome e accidenti
a chi vi parla più. Voi avete capito e basta.
Il vostro chi sapete voi. (1885)
L’indirizzo poi è il seguente: Al Signor Padre Terno raccomandata al
Papa del Vaticano per la consegna. Roma
Brani di una lettera consegnataci dal ricoverato P.F.
… Dietro tante traversie, lungi dal Cupolone di Brunelleschi, dovetti
sospendere l’opera giornaliera, atteso il mio poco sudore umoristico
rimasto per continuarla e ricostituirmi volontariamente al Manicomio di
F. … Vi radicai anni 9, mesi 11 e giorni 5 fra malati mentali, pazzi e savi,
per onanistica religione, per politiche vicende cittadine e campagnole,
rispetto alle tre cause, dinamica, chimica e meccanica, o caduta o
battuta, ed anche contagiosa per quarto ...
… Gioacchino Rossini che corre nei vapori di Firenze a Roma, come
Verdi, Petrarca, Boccaccio ed altri Cartelli di varie opere e genio
artistico-scientifico-meccanico-agricolo, e passai anch’io nel loro
numero a pieni voti …
Ritratto dal vero (1886)
La lettera che segue è una delle moltissime che un malato di demenza
consecutiva (grafomania) scrive continuamente a personaggi alto-locati coi
quali assicura di essere nei migliori rapporti. Questi, avendo avuto una
leggera tinta d’istruzione, ne fa sfoggio, adoperando, e magari inventando
nei suoi scritti le parole più strane. E così, quando parla, (ed è sempre
felicissimo di poter trovare chi s’intrattenga seco) il suo discorso non ha
l’impronta del chiacchierìo futile di chi non ha nulla da dire, ma invece egli
si sforza di assumere l’importanza di chi fa un ragionamento con relative
premesse, argomentazioni, deduzioni ecc. racconta anche molto volentieri la
sua storia e giunto a ricordare il periodo in cui più sfrenatamente davasi
alla mansturbazione, non cessa di deplorare questa perniciosissima
abitudine che egli stesso ascrive fra le cause precipue che determinarono la
sua disgrazia. Anzi si preoccupa continuatamente alla salute, accusando,
senza poi darvi soverchia importanza, i più svariati malanni. È svogliato e si
stanca del tutto, tranne dell’ozio, del ragionare e dello scrivere a coloro che
chiama suoi amici (D.r F.):
Illmo. Sig. A.
Se io avessi seguito il capriccio di tanti altri giovani col giorno d’oggi
nel dolce capriccio di far nulla, io forse sarei guarito tanto prima della
grave mania che tengo. Come Ella saprà, sono interdetto a segno tale,
che non faccio più le mie funzioni gastriche della digestione e
chilificazione a segno tale, che il mio mangiare si converte tutto in orina,
veleni del capo e gas. Ho sempre un capo peso, causa forse di qualche
distrazione accidentale od apoplessia, che m’impedisce di fissare uno od
una col guardo anche di qualche bellezza, per una gravezza del capo che
ho: gonfiagione di gas: ma sempre un poco meno che a F. Un calore
interno, causa evidente, che il mio stomaco non essendo più, come il
seguito degli intestini; non funziona neanche più le gastriche
scomposizioni della digestione e chilificazione, come quando avevo anni
16. anche lo specifico di Amico di Bologna è incompleto ai miei e suoi
desideri, restando un deficit nell’appetito per le ragioni anzidette. Sento
poi nel corso della notte e del giorno sempre un consumarmi entro lo
stomaco ed il suo seguito, ed altro che come di bruciori continui; segno
che quella materia molle che mi è rimasta, è in putrefazione, recandomi
di più sulla lingua ed al palato da quello sconcerto gastrico una
salivazione ingrata e sopracciò da invitarmi a sputarlo fuori per la
bocca, da quanto è ingrato. Ciò dopo i veleni e le troppe dosi antiche di
Mercurio avuto nel Manicomio di … per cui mi continuano i saporacci
mercuriali nella salivazione, per cui sento con universale contento far
molto bene il rinomato Sciroppo dell’Ill.mo Cav. Dottor Mazzolini di
Roma onde scacciare questi saporacci tanto ingrati, e seguire più
regolarmente e più speditamente la purga a quel poco di sangue che mi è
rimasto. Da questo squilibrio generale dell’apparato gastrico, ripetendo
i veleni, il mercurio, gli accidenti apoplettici ed altre distrazioni della
neuralgia, ne nasce per conseguenza legittima i dolori attriti ed
articolari, per cui non siamo più buoni a nulla, né per mangiare, né per
lavorare; bisogna sospendere l’uno e l’altro, e momentaneamente
riformare lo stomaco, il quale in riga ad Amico vive più dello specifico
della Sonnambula d’Amico e del suo Consorte. Dunque riposo,
sospensioni a scrivere, lavorare, servire, ed anche privarsi coi saporacci
tanto ingrati di qualche boccone nella refezione ordinaria di qualunque
Manicomio del Regno … qui, ripete l’avvocato B. di Bologna e Pietro
d’Amico ancora, una forza superiore alla mia e ancor più salutevole mi
trascina a prender posto tra i suoi inviati e mantenuti, che con i suoi
milioni riconosce e sempre mantiene in buon numero. Tale forza sta
anche nel vigore della passeggiata che io le descrissi in altra mia. In
attesa di un suo riscontro le ripeto i miei più riconoscenti ossequi e più
sentiti ringraziamenti, mentre mi soscrivo nuovamente di V. S. Illma,
Umilmo servitore F.P. (1885)
Pubblichiamo anche questa volta, per intero, una lettera del nostro F.P. (D.r
F.)
Carissimo padre
Manicomio di Pesaro 8, Marzo. Mi servo del foglio e dell’indirizzo
dell’Ing. Perito Raffaele L. per iscrivere a te Caro Babbino persuaso che
mi accoglieraj benignamente con questa mia Letterina. Sono
quarantadue anni consecutivi da te diviso che non ti ho mai conosciuto e
sempre ramingo pedestre per la Toscana e per l’Italia, e mi era proposto
da gran tempo di volere imparare a conoscerti personalmente in questo
secolo pieno di persecuzioni per me, e appena visto ti abbraccerò tre
volte volentieri al seno e ti bacerò nel tuo bel musico sembiante. Mi
verrà concessa questa grazia dalle buone, beate e sante persone che mi
attorniano?! Voglia il Cielo che mi secondi questo mio volere, e che tu
voglia riconoscere un figlio creduto smarrito come la pecorella del
vangelo, dopo tant’anni, e tu come quel pastore tu mi richiami al gregge.
Sospiro il momento di vederti. Uno dei P. quel Padre che m’è o di
differente cognome. Deh dunque Padre ti scongiuro a volermi riprendere
e ad essermi Caro Carissimo, altrimenti io ne morrei di questa
giustissima pretesa e speranza senza vederti mai più. Intanto abbiti i miei
più sentiti ossequi e saluti e credimi qual tuo figlio F. P. Gesù dopo
tant’anni (1889)
Lettera di un paranoico al direttore
llmo Signore, Pesaro dall’Manicomio li 12 Agosto. Coi studi che feci per
profetizzare divenni filosofo infallibile, sfido cinquanta professori
d’università di clinica che non sono capaci a superare i miei consulti
infallibili, per malattie e per qualunque altra siasi cosa. (dimando a Dio,
lui ispira al filosofo delle tenebre questo filosofo parla all’anima mia, e
questa suggerisce al mio corpo) questo arcano della natura me l’anno
insegnato i primi filosofi d’Europa, (quelli che composero i studi per
farmi profetizzare, con l’autorizzazione del governo).
La mia malattia è la seguente, mi occorre una botte di vini buono, buone
bistecche e buoni brodi per rinforzare i muscoli alla testa. È una
assurdità chi qualifica l’infallibile filosofo imbecille, perché non sono, e
non cadrò più alienato me lo fecero profetizzare per farmi provare una
malattia nell’età decorsa d’anni 33 per l’adempimento delle profezie. Lo
giuro sulla esistenza di Dio che è tutta verità ciò che espongo alla S.V. E
l’onestà della S.V. Illma e la sua intelligenza non ardirà di censurare le
mie parole. Se la S.V. Illma si trovasse nei miei piedi e fosse filosofo
infallibile e li facessero provare infiniti disturbi, trascenderebbe peggio
di me, io non ho mai fatto il vassallo fuori, se mi perseguitarono, anche
con vie di fatto, stiedi quieto e poi li consegnai ai sepolcri, fui il
campione della morale e della prudenza. La mia testa sarà sempre
serena in vita. Voglio andare a casa assolutamente ecco tutto. (soltanto)
Casa Savoia (Reali d’Italia) farà salvo la S.V. Illma quindi processerà e
condannerà Prefetti, Sindaci, e miei famigliari, si appellerà fino al
tribunale supremo che feci inalzare in Roma, se non l’anno inalzato il
detto tribunale li farò mettere sotto terra. Per gli abusi di pottere che
hanno fatto con me di tenermi 7 anni nel Manicomio. Stiedi male mesi
due, tutti abbiamo qualche parola da imbecille, questo non conta
gniente. Perché si tratta che se io morrò nel manicomio, oppure in
qualsiasi altro Istituto, dopo della mia morte andrà distrutta la stirpe di
Savoia, e l’Italia divisa in cinquanta ducati, lo profetizzai. Il mio scopo
voglio andare a casa mia, voglio la mia libertà da onesto cittadino, lo
stemma della mia famiglia è l’onestà, lo comprendo tutto, e conosco.
Perdoni il disturbo e mi creda, suo umile servo.
C.P. (1892)
Sig. Dottore rispettabilissimo
Posseggo questo foglio di carta favoritami da Lei. Voleva scrivere a S. E.
Rma. Monsig. Vescovo, come un di accennai in presenza del Sig.
Direttore, e l’avrei fatto. Ma perché poco dopo ebbi un sogno, che
l’orazione, che mi dava qualche scrupolo, mi era di vittoria ( così
un’anima trapassata che al mondo si chiamò Vittoria, tanto che me ne
chiese una copia ) onde sospendo ecc.
Invece: non temendo d’incorrere nelle censure, perché ignaro del tutto le
vigenti leggi di tratto, di cerimonie, usanze, costumanze ecc., epperò
sono certo non aggravare mia coscenza scrivendo a Lei stesso, giacchè
Dio stesso disse a S. Teresa – Niuno si perde senza conoscerlo e niuno
resta ingannato senza voler essere ingannato. – Pertanto benedico
l’opportunità di potere ringraziare la di Lei bontà a mio riguardo e
prego il Signore a liberarmi (checché di me abbia a succedere) dal
mostrarmi ingrato ad un benefattore che io venero tutto celeste nella di
Lei persona. Dissi: checché di me abbia a succedere, mentre m’avveggo
pur troppo, correre oggi sopra la terra la mano di Dio visibile nel suo
giudizio detto senza misericordia, venuto in somma col Regno che si
cominciò dal Cristiano a chiedersi fin dalla venuta di G. C. nell’orazione
da Lui composta – Pater noster – adveniat Regnum tuum – per gloria e
trionfo, e premio delle virtù dell’uomo giusto, e perché vegga l’empio,
che vegliava un Dio e vedeva, e notava le sue empietà. Se a me si
addimanda, a chi appartenga, se agli eletti o prescelti, rispondo: Ho
motivo di sperare e di temere, per essere segnato giusta l’oracolo d’un
angelo Vescovo a destra ed a sinistra, ossia come disse Lui – Di qua e di
la. Se a destra ed a sinistra, vince l’onnipotente, ed io regno coi Beati.
Ma se di qua e di la s’intende essere atto o al Sinò o al Nosì, ed io dalla
carità di questo Sig. Dottore provato e riprovato senza esito felice, ho
motivo di temere, tanto più che oggi tornandomi in mente quello dello
Spirito Santo – Mittens manum ad aratrum, et respiciens retro, non est
aptus Regno Coelorum – E quell’altro dello stesso Spirito Santo – Non
resurgent impii in Judicio, neque peccatores in Concilio justorum – . Dio
voglia, a Dio piaccia, che io non conoscendo l’odierna Grammatica di
giudizio già fatto, cioè: quello del Sinò, e Nosì già salvi; e chi non è
buono da volare piomberà giù, mentre incapace di ascendere – si riservi
Iddio giudicarmi in punto di morte, siccome avrei dovuto morire da gran
tempo fa, ma il rifugio dei derelitti, la gran Madre di Misericordia Maria
Santissima m’abbia impetrata da Dio la grazia sopravivere, come
leggesi aver praticato con tanti e tanti suoi divoti, finché colle mie
continue orazioni, coll’esercizio della pazienza mi renda degno di Dio. e
questo me lo fa sperare l’essere stato messo sotto esperimento di quale o
quanta capacità io sia, per salire al Cielo, e guidato da Angeli, più
dall’Arcangelo nella di Lei persona in questo piissimo luogo. Quello che
Iddio potrà fare senza lesione de’ suoi immutabili Decreti, lo fa
pendendo sempre verso la misericordia, e l’infelice che si troverà al di
sotto deve dire: – colpa mia, colpa mia. – In ogni modo io riconosco i
tratti segnalatissimi da lei usatimi per rendermi abile del Regno Celeste.
Non vorrei comparire quale altro Giuda ingrato al suo divin Maestro.
Fin qui Dio mi dà lume da conoscere e cuore da sentire, e ringraziare i
beneficii a tanti altri di qui, ma senza paragone a Lei più di tutti. E
giacché ha fatto tanto, se credesse coronar l’opera, Lo prego farmi dare
un po’ di foglia da fumo; almeno né miei profondi pensieri (e La può
credere, trattandosi d’Eternità) potere avere distrazione per non
disperarmi. Iddio la retribuirà di tutto, dandogli un posto assai distinto
nel paradiso. Non so quel che abbia detto.
Se ho sbagliato mi perdoni, compatendo lo stato mio. La Madonna
Santissima sia sempre con Lei, ed Ella in persona l’assista sempre nel
mondo e lo beii per tutta l’Eternità.
Permetta che mi protesti
Suo Um.o obb.mo Servitore
F. C. (1875)

11. Intrattenimenti

A.B. afferma che gli svaghi offerti in manicomio rendono l’esistenza meno
penosa (al contrario di quella in carcere) e che il gioco è una prova delle
possibilità di ‘discernimento’ o abilità del malato.
Secondo una consuetudine consolidata, al San Benedetto si distribuiscono
premi ai meritevoli nel lavoro e nello studio. E Mors. sottolinea come i
parenti devono sapere che gli internati «non stanno sempre colle mani in
mano come potrebbero credere».
Che «curiosissimo spettacolo! Quante svariate espressioni in quelle
fisonomie!» dice B.G.. Poi con la sua capacità di raccontare, dove scherno e
affetto si confondono, descrive «la parte comica» di quella che definisce una
«bellissima giornata». Facce su cui brilla un’insolita gioia, corpi che si
accalcano, si spingono e si urtano, tutti lesti a prendere il premio, tutti pronti
a cantare. Voci da Orlando Furioso o cavate con sforzi sovrannaturali, dove
emergono le melodie di Verdi e Bellini o quella da ossesso che declama
Vincenzo Monti.
Su questo sfondo, brillando, emerge la presenza della giovane e novella
sposa di un medico «cui» dice B.G. «tributiamo sincere grazie della visita».
Tutto questo viene fatto davanti alle autorità locali e sembra esserci uno
sforzo, da parte di tutti, di far apparire il ‘pazzo’, l’istituzione e il medico,
come un insieme organico e funzionante su cui si potrebbero riversare
maggiori sforzi economici.
Come si divertono i pazzi
Se triste, tristissima è la sorte di un uomo condannato dalla natura a
trascinare la propria vita in un manicomio, ben può dirsi però che l’Arte,
la Scienza e la Carità – unite in fraterno amplesso – cercano di rendere
tale esistenza meno dura e penosa, non solo curando il terribile morbo,
la pazzia, ma occupando i poveri dementi in lavori ai quali si mostrano
disposti, e procurando loro divertimenti compatibili con la natura del
luogo in cui si trovano reclusi. E qui vogliamo dire in breve degli svaghi
che si accordano ai ricoverati e di quelli che essi stessi si procurano. Nei
giorni di buon tempo i dementi tranquilli uomini e donne vengono in
buon numero condotti a passeggio fuori di città fino ad una delle
prossime ville, dove viene dato a ciascuno un bicchiere di vino e si
permette di fare una piccola merenda. In una sala dell’Ospizio c’è un
bigliardo, al quale, di quando in quando, giocano parecchi ricoverati
dando prova di discernimento e di discreta abilità, dimenticando, diremo
così, la loro triste condizione. Esiste pure una biblioteca, e non di rado
qualcuno dei ricoverati più colti chiede un romanzo, una raccolta di fatti
storici, di poesie, di commedie. Quanta attenzione poi e quanto studio
pongono nel giocare alle carte o alle bocce! Quanti calcoli e quante
misure per vincere o un soldo, o un pizzico di tabacco. O tre baccelli di
fava, od un pugno di ciliegie! Avviene talora che nascono contestazioni o
per furberia degli uni o per deficiente memoria degli altri; ma presto
tutto si accomoda, ed il giuoco seguita pacificamente in mezzo ad un
gruppo di curiosi, e sempre sotto la vigilanza degli infermieri.
Parecchi ricoverati sanno poi trovare cenci e pezzi di stoffa per farne
palle, aghi di filo per cucirle, recandosi quindi a giocare nel cortile
maggiore dello Stabilimento o nei viali dell’Orto.
Per alcuni esce più gradito il fumare, per altri il fiutare tabacco fornito
giornalmente dall’Amministrazione, o regalato di quando in quando dai
parenti o dagli amici.
Anche la lettura dei giornali, quali illustrati e quali no, arreca sollievo a
un discreto numero di questi infelici che talora se li scambiano
amichevolmente o furbescamente se li rubano.
Ecco in poche parole quali sono gli svaghi dei ricoverati, e ne
resterebbero meravigliati quanti, ignorando l’andamento di un
manicomio, credono che nessuna o poca differenza corra fra un
manicomio ed una casa di pena.
A.B. (1903)
Pesaro 1 novembre 1872
Secondo un’antica consuetudine si distribuiranno Domenica pros. ai
ricoverati che lavorano durante l anno, alcuni premii, e tale
distribuzione sarà accompagnata da un po’ di festa a cui prenderanno
parte oltre a tutti gl’industriosi anche i ricoverati che non hanno
lavorato.
I ricoverati poi che saranno premiati sono qui sotto distinti onde i
parenti sappiano che non stanno sempre colle mani in mano come
potrebbero credere.
Per diligenza allo studio, per servizio alla cucina, per servizio di pulizia,
addetti alla sartoria, addetti alla calzoleria, addetti all’officina del
falegname e fabbro, giardinaggio, lavori di muratore, addetti ai lavori di
paglia.
Mors.
La distribuzione dei premi, festeggiata il giorno 10 novembre 1972 al S.
Benedetto:
Domenica per questo istituto fu giorno di vera festa: cioè ebbe luogo la
tanto sospirata distribuzione dei premj ai ricoverati che lavorano
durante l’anno, come già si disse in altro numero di questo Diario. Nel
pomeriggio adunque aprivasi la gran sala di ricevimento appositamente
allestita; ivi si vedevano in bell’ordine disposti i premii da distribuirsi.
[...] sopraggiunte le autorità locali si fecero schierare nel corridojo
attiguo i candidati che ad uno ad uno chiamati per nome con confortanti
parole ricevettero il meritato premio. Consistevano questi in eleganti
sciarpette di vivaci colori, fazzoletti, scattole da tabacco ecc. Ad
intervalli lo scrivente rallegrava l’adunanza con pezzi di musica eseguiti
sul pianoforte; curiosissimo spettacolo! Quante svariate espressioni in
quelle fisonomie! A rendere più brillante e lieta la cerimonia, valse la
presenza di gentile Signora, sposa novella ad un medico di nostra
conoscenza cui tributiamo sincere grazie della visita.
Veniamo ora alla parte comica: In primis et ante omnia dirò dello
spettacolo che offeriva la porta d’ingresso: ivi i premianti sulle cui facce
brillava un insolita gioja, s’accalcavano, si spingevano, s’urtavano onde
essere pronti ad accorrere all’appello, nello stesso tempo buon numero
di ricoverati facevano ai pugni per cantare pezzi di musica, che caos!
Cominciò il noto X. il quale con voce semi-baritonale da Orlando
furioso, volle esordire con: Tutte le feste al tempio, nel Rigoletto; se
dicessi che la sua voce era bella mentirei, ché era peggiore di quella
d’una campana fessa; ma al contrario gestiva con tanta passione che
certo sarebbe stato disgraziato il suo vicino se non si fosse in tempo
scansato. Sopraggiunse un secondo ad intonare il miserere del Trovatore,
un terzo la Sonnambula, un quarto la romanza della Marta, ma dopo le
prime note, cavate con sforzi soprannaturali, si fermò; altri accorsero in
fine ad assediare il povero suonatore il quale vedendosi per tal modo
oppresso balzò in piedi, un po’ indignato anziché nò, protestando che era
impossibile ad una volta tanti canti fra loro diversi: calmatisi gli animi
poterono allora cantare due o tre separatamente, o per meglio dire
rompere i timpani all’uditorio; fra gli altri il nostro L. che ad ogni costo
volle intonare una romanza in Francese così concepita: Com la farfal
che vol tra fio ... ma, sopraffatto da un coro di risate, di applausi e di
voci che volevano si cantasse in italiano si fermò e non poté più
proseguire. Un altro che come ossesso volle declamare un brano
dell’Aristodemo ad’ogni momento fermavasi a riprendere fiato oppure a
ripigliare il filo dell’argomento perché la memoria lo tradiva, oppure
s’impazientiva perché Gonippo invece di rispondergli guardava la
soffitta; s’esprimeva egli con tale enfasi e con tanto impeto che tutti gli
astanti scoppiarono dalle risa.
Prima di sciogliere quell’adunanza lo scrivente ed un dilettante di
violino suonavano alcuni pezzi della cui esecuzione parve soddisfatto
quel numeroso pubblico che con alte grida ed echeggianti applausi
lasciò la sala. In una parola, si passò una bellissima giornata la cui
memoria resterà a lungo impressa nell’animo vostro, grazie adunque a
chi primo ideò una simile festa, grazie a chi ne sostenne le spese.
B. G. n.18 (1872)
Le cronache che seguono trattano del Carnevale 1883, 1888, 1889. Ma prima
ancora c’è questa dissertazione, non priva di toccanti elementi
autobiografici, tesi fra la solitudine e l’oblio.
Il carnevale
Siamo nella stagione tanto gradita a tutti, che appellasi Carnevale.
L’epoca dei teatri, dei balli, e dei divertimenti; bisognerà pur dirne due
parole. Felici quelli che possono gustare l’ebbrezza di tanti piaceri!
Parliamone un poco, se non altro per cacciare la noja. Qual pensiero per
le Signore è la toilette! guai se una di esse va ad un ballo con un abito
portato un’altra volta, tutte le si scagliano contro, ponendola in ridicolo!
Che pensiero è quello della pettinatura! se vai a trovarle nel mattino
antecedente ad un ballo, le vedi comparirti dinanzi coi capelli
incartocciati per poi arricciarli alla sera; altro pensiero: le guarnizioni,
le accomodature, i nastri i fiori, i guanti, gli stivalini, le scarpe, e così
via discorrendo, che non finisce mai. Guai se i poveri Padri non
aderiscono alle loro brame, diventano jene, scusate se parlo così, ma è la
pura verità. Guai se le donne vedono un amica, o una compagna vestita
meglio di loro, in casa non ci si dura più. Un altro pensiero importante, è
quello di procurarsi l’invito della Signora A. della Signora B. Anche i
teatri occupano gran parte dei loro pensieri perché pur là vogliono
brillare, e figurare, far conquiste e ferire tutti i cuori, per cui se non
hanno il palco cercano di procurarsi l’invito da qualche conoscente, ed
amica. Anche i Lions si occupano della loro toilette, ma in loro prevale il
genio e gusto del gioco, e quello del sesso. E le innocenti fanciulle quanti
palpiti non provano pensando di dover comparire a un ballo o ad un
teatro, cui non sono andate mai? I Veglioni non sono l’idolo delle
Signore? Allora si che pongono ogni cura per conquistare le povere
vittime! La maschera è un arma tremenda, e sotto di essa sono concesse
molte libertà che altrimenti non sarebbero permesse, e più facile si rende
l’accostare qualunque persona. È per questo che tanti mariti e fidanzati,
odiano le maschere; le cene sono il divertimento più grande per chi ama
di godere, fra il calore della festa l’odore delle vivande, e i fiumi dello
Sciampagne, al fianco di eleganti Signore, l’uomo conosce di vivere e
prova la gioja del piacere. Diceva un certo tale, e con ragione, che senza
cena il Veglione è cosa morta. Nella principali città d’Italia si sono
formate delle società per ravvivare i divertimenti carnevaleschi, e uno
dei primi si è quello delle cene a premio, bella cosa! E bensì vero che se
il Carnevale arreca divertimento, per molti è causa di rovina per la
borsa, e per la salute. Le famiglie si sbilanciano, i giovinotti si
circondano di debiti, che non sanno come pagare. Sopraggiunge la
Quaresima in cui molte volte è vero si riportano trionfi preparati nel
Carnevale ma più spesso è quella l’epoca in cui bisogna risanare le
piaghe del Carnevale. La moda, Regina dispotica, ed assoluta vuol tutti
a se soggetti, guai se qualcuno si ribella ai suoi dominj, diventa il
ridicolo della società. Dobbiamo intrattenerci altresì intorno ad altri
divertimenti carnevaleschi, ma ci riserbiamo di farlo in un articolo
venturo.
Anche chi soffre ed ha il cuore esulcerato, per distrazione può parlare di
divertimenti. In quanto a me certo, non comparisco in luogo alcuno,
scrivo nel Giornale, o meglio detto gli articoli per il medesimo e forse
mio malgrado trascuro di scrivere cose più importanti che sarebber lette
da persone che mi saranno eternamente care.
Lo scrittore poverino
Sta attendendo un po’ di vino
È il suo gusto prelibato
Poiché il resto ha obbliato.
B.G. n.18 (1873)
Da queste cronache emerge come tutta la popolazione manicomiale prenda
parte ai festeggiamenti del carnevale che si prolungano per più giornate: dai
ricoverati all’economo, dai dottori agli ispettori, dagli infermieri agli
inservienti. Per questa occasione si interrompe la divisione fra la sezione
femminile e quella maschile, mentre i medici che impersonando un coro
(stonato) di cantastorie si sottopongono al pubblico ludibrio dei ricoverati e a
tutti si uniscono i familiari e gli amici degli impiegati.
Partecipe e compiaciuta è la presenza di molti cittadini: onorevoli e
commendatori, alti prelati e prefetti, ufficiali e ingegneri, giudici e onorevoli,
signore e signorine, giovani musicisti e coristi del teatro. Tutto questo
‘risuona’ nel teatrino e poi nell’orto-giardino del Barchetto che, rivivendo di
antichi sfarzi, vede sfilare carri e mascherate. Ma su tutto veglia la speranza
di poter tornare a festeggiare con la propria famiglia.
Il carnevale nel manicomio
Quest’anno ancora, per la bontà dell’egregio nostro Direttore, a
parecchi di noi sventurati tranquilli fu concesso di prender parte ai
pubblici divertimenti carnevaleschi, ascoltando il Faust e la Traviata,
assistendo alla Corsa dei Fantini, e via discorrendo. Quanto piacere si
sia da noi provato, ognuno può… immaginarselo, pensando che viviamo
disuniti dalla Società, privi del caro aspetto de’ parenti e degli amici. –
Nel pomeriggio poi del Giovedì Grasso una piccola festa da ballo ebbe
luogo nel Comparto Femminile, rallegrata dalla presenza di alcune
spiritose mascherine, e dal suono di un clarino, di una chitarra e di un
organetto; orchestra microscopica sì, ma piaciuta. Negli ultimi due
giorni della stagione carnevalesca il nostro contento fu maggiore,
quando, due ore dopo il mezzogiorno, alcuni simpatici suonatori,
appartenenti al Concertino degli Orfani, vennero ad eseguire graditi
ballabili nel Comparto Maschile, per entrare, seguiti da noi, in quello
Femminile, fra le più sincere accoglienze. Qui si diè principio ad una
seconda e terza Festicciola da ballo, durata fino al tramonto, cui non
disdegnarono di prender parte alcune persone appartenenti alle famiglie
degli impiegati dello Stabilimento, ed altre ancora che per amicizia sono
a quelle congiunte. Nel giardino si eseguì l’ultimo ballo, il ballo
dell’Addio, dopo il quale ognuno di noi, ristorato da un bicchiere di
buon vino, soddisfatto e contento, fece ritorno al Comparto,
accompagnato dal desiderio e dalla speranza di festeggiare per
l’avvenire questi bei giorni in seno della propria famiglia. E qui si
abbiano i più sentiti ringraziamenti tutti coloro che ci procurarono questi
divertimenti a sollievo della nostra sventura.
A.B. (1883)
Il carnevale nel manicomio di pesaro
[...] Fin dai primi giorni del Carnevale i più tranquilli furono condotti al
pubblico Teatro, e tutte le scene, dalla più buffa del Fra Diavolo alla più
seria della Mignon seppero attrarre la loro attenzione e in modo speciale
divertirli. Nelle sere dei giorni 6 e 9 Febbraio un tal Valenti rallegrò con
giuochi di prestigio tutti quei malati che poterono essere condotti al
trattenimento, direi quasi nuovo per loro, che ebbe luogo nel piccolo
Teatro dell’Asilo. Al quale spettacolo, assai divertente, reso più grato dal
Concertino di giovani pesaresi, non isdegnò di prender parte un’eletta
schiera di gentiluomini e di signorine. Notiamo l’On. Comm. Giuseppe
Vaccai, nostro Deputato al Parlamento, nonché S.E. Revma
l’Arcivescovo di Urbino, e i Deputati dell’Amministrazione, i quali si
rallegrarono di vedere i reclusi dimenticare la loro disgrazia innanzi allo
scomparire di carte, alla trasformazione di oggetti, e di altri giuochi dal
prestigiatore eseguiti con pulizia e destrezza. A questo trattenimento
successe una festicciola da ballo, che si protrasse fino alla mezzanotte,
nella quale regnarono la cortesia e il buonumore; tanto che la direzione
dell’Asilo stabilì che simili divertimenti si rinnovassero anche negli
ultimi due giorni di Carnevale. Difatti tre mascherate, favorite dal buon
tempo, ebbero luogo nel pomeriggio del lunedi, penultimo della Stagione
Carnevalesca, nell’Orto – giardino del Manicomio. La 1° rappresentò
l’antico e proverbiale Dott. Dulcamara, operante in mezzo al pubblico, e
distributore del suo specifico. La 2.° un assalto dato da parecchi briganti
al Dulcamara reduce dal suo viaggio; nel quale assalto il Dottore perde
tutto quanto ha potuto guadagnare col suo specifico, e si salva a stento
coi suoi servi che son giunti a disarmare due briganti. La 3.° una
Compagnia ambulante di cantastorie che al suono di un violino, d’un
violoncello e d’un tamburo cantarono una storiella in versi,
improvvisata, rappresentata in quadri dipinti, come ordinariamente si
usa. Presero parte alle due prime mascherate una quindicina di
ricoverati tranquilli, vestiti da servi, da briganti, da mori ecc, ed alcune
infermiere e ricoverate compratrici dello specifico dulcamariano: alla 3°
alcuni giovani del paese, amici del personale mpiegato, vestiti al
costume dei cantastorie. Non so dire le risa che le operazioni del finto
Dulcamara, la confusione dell’assalto, e le combinate stonature dei
cantastorie seppero destare fra i reclusi, e nello stuolo degli invitati, fra i
quali erano alcuni Ufficiali dell’Esercito e parecchie distinte Signore del
paese. Dopo questo trattenimento, che durò fino alle 4 pomeridiane,
principiarono le danze, che si protrassero fino alle 11 di sera. Non
potevano passare più lietamente il penultimo giorno di Carnevale, e ne
dobbiamo il merito non solo all’Egregio Direttore ed ai Signori che
presiedono all’Asilo, ma anche agli ottimi giovani Sig. Avv. Palazzi, Ing.
Bonini, Dott. Ferri, Sig. Crescentini e Prof. Pascoli ecc, che con
sentimento di vera patriottica carità, improvvisando la riuscitissima
mascherata dei cantastorie, vollero concorrere a sollevare il nostro
spirito. Rallegrata dallo stesso Concertino ebbe luogo l’ultima festa da
ballo nel pomeriggio del successivo martedi, ultimo di Carnevale. I
ricoverati e gl’inservienti di ambo i sessi presero parte con insolita
allegria, con generale soddisfazione. Il Manicomio sembrava
trasformato in una Casa di perfetti gentiluomini; tanto fu l’ordine e la
compostezza che in queste feste si riscontrarono. Anche l’Illmo Sig.
Prefetto della Provincia ci onorò di una sua visita, e fu tanto più pietosa
in quanto che volle portare il conforto della sua parola anche agli
infelici che non potevano, per la condizione della loro salute, prender
parte alle feste. Siano grazie all’On. Direzione e a quel centinaio
d’invitati che colla loro presenza concorsero a sollevare per molte ore la
sventura di tanti infelici.
Un Ricoverato (1888)
Il carnevale nel S. Benedetto
Non sarà discaro ai lettori di questo Diario se, come al solito, vengo a
parlare
dei divertimenti che, ebbero luogo nello Stabilimento, e che per quantià e
varietà superarono quelli degli anni decorsi. Dirò tutto, ma in breve,
perché lo spazio concessomi non permette di esporre i più minimi
particolari delle feste che furon date a sollievo dei ricoverati. Nella sera
del 15 febbraio p. s. un prestigiatore eseguì sul palco scenico del nostro
piccolo Teatro svariati giuochi, alcuni dei quali furono abbastanza
applauditi. Assistevano, come ben s’intende, i ricoverati tranquilli di
ambo i sessi, e non poche signore e signori invitati al trattenimento.
S’improvvisò quindi una piccola festa da ballo fra gl’invitati, la quale si
protrasse fino alle 11. più brillante riuscì la seconda festa che ebbe luogo
la sera del 20 febbraio suddetto. Dinanzi ad uno stuolo di signore e
signori distintissimi e di buon numero di ricoverati, furono suonati scelti
pezzi di musica dagli artisti signori Rizzoli, Guerrieri, Lodi e Tamburini
e cantati una romanza, un duetto e l’Ave Maria del Gounod dal primo
baritono assoluto Sig. Pagnoni e dalla prima donna assoluta, Sig.a
Nicelli, egregiamente diretti dal Sig. Maestro Achille Abbati. È superfluo
dire che tutti furono applauditi ripetutamente. Alla fine di un grazioso
monologo recitato con maestria dell’egregio Sig. Raffaelli Andrea,
membro della Commissione Amministrativa del Manicomio, ed ascoltato
col massimo silenzio, scoppiarono applausi fragorosissimi. Anche
quest’Accademia, per la quale fu stampato e distribuito il programma, e
che i prelodati signori vollero dare con gentile filantropia a sollievo dei
reclusi, fu seguita da una piccola festa da ballo. Giunse finalmente il
lunedi, penultimo del Carnevale. Il Parchetto, ossia l’orto-giardino altra
volta da me descritto, era gremito di gente. Uomini e donne, di varia età
e condizione, in numero di circa 500 erano accorsi, dietro invito
stampato per assistere ad uno spettacolo non primo del genere in questo
Manicomio. Per cura dei Superiori tutti, e specialmente (in omaggio al
vero) dell’Economo Sig. Massarini e dei nuovi Ispettori Sigg. Bilancioni
e Cavalieri, fu organizzata ed eseguita la Mascherata dei Pulcinelli.
Molti, circa 30, furono i ricoverati che si mascherarono, e sopra un
carro tirato da buoi, percorsero più volte, sempre allegramente, i viali
del Parchetto, gettando coriandoli a josa sul popolo accorso. Il carro era
preceduto da ricoverati ed inservienti, mascherati in varie guise, a
cavallo di asini pazientissimi. Il carro stesso era seguito da quattro
carrozze, sulle quali stavano infermiere mascherate, gentili signorine e
signori: e da tutte quattro piovevano sul pubblico coriandoli, fiori e
confetti. La popolazione reclusa, parte dalle finestre e parte da due
grandi palchi appositamente costruiti, assisteva alla festa mostrando con
risa ed applausi la sua contentezza. Verso le 3 venne estratta una
Lotteria Umoristica a favore dei soli ricoverati. Furono 50 i premi
distribuiti (ciambelle, vino, sigari, ventagli, aranci, fazzoletti ecc.). Un
concerto cittadino con scelte melodie, e i coristi del Teatro Rossini, in
costume di Crociati, coi loro canti, rendevano più allegri tutti, e
ricoverati e invitati, fra cui onorarono l’Asilo di loro presenza alcuni
ufficiali del presidio, giudici, dottori, ingegneri ecc. a suon di trombe e
clarini furono inalzati cinque palloni, pei quali un ricoverato impiegò
tutta la sua pazienza. Fece seguito un’altra festa da ballo, che durò fin
verso la mezzanotte; festa in cui regnò la massima concordia e la più
schietta allegria. Chiudo la presente narrazione lieto di poter dire che
ricoverati e invitati furono soddisfattissimi di questi divertimenti, che
oggi ancora rammentano con animo grato, desiderandone la ripetizione
nell’anno avvenire.
A.B. (1889)
Questo scritto di B.G., nella prima annata del Diario, 1872, è molto toccante
e così differente dai suoi ritratti ‘faceti’ e dalle cronache ‘ufficiali’. A
mettere a fuoco queste riflessioni non può che essere la giornata di Natale.
B.G. ci descrive il manicomio come un luogo assai triste per la lontananza
dai propri cari, per le giornate sempre uguali, per il cibo. Forse, come si
legge in qualche altro scritto, le cose (dopo il 1872) miglioreranno, ma mai
se paragonate alla vita vissuta in seno alla famiglia.
Il natale
Qual differenza fra il Natale che si passa in seno alla propria famiglia da
quello che si passa in questi luoghi! Là, la gioja, il sorriso e la calma,
qui il lutto, la noja ed il pianto! Là la compagnia diletta, qui dentro
quella di colui che vi molesta. Qui cibi grossolani, là delicati e squisiti.
Là conservato l’antico uso di mangiare la sera, che reca maggiore
diletto, qui introdotta l’abitudine di siedere alla mensa a mezzogiorno,
come nelle campagne. Qui una monotonia spaventevole e la
un’affaccendarsi, un aggirarsi di persone pressate, chi dal bisogno di
sbrigare le proprie faccende, chi dalla brama di procurarsi dei
passatempi. Qui le giornate sempre eguali, là una distrazione continua.
In una parola, qui la morte, là la vita. E quanto sia cara a tutti l’epoca
solenne del Natale non è d’uopo dirlo; chiunque lo conosce di per sé:
basti il dire che in questa circostanza tutti ponno viemeglio appagare le
proprie tendenze sociali ed unirsi alle persone le più care. Io mi
rammento della mia passata vita: dolce mi si presentava al pensiero
l’idea di questa solennità, che oltre l’arrecarmi diletto all’animo, mi
faceva trascorrere molte e molte ore in compagnia de’ miei cari. Se
riandiamo puramente tutte le storie e l’esperienza dei tempi passati e
presenti noi troveremo celebrato da tutti quest’epoca solenne, cara e
bramata da ogni ceto e classe di persone. Sarebbe opportuno che anche
qui entro s’introducesse il costume di solennizzare un po’ meglio questa
festa celebrata con tanta pompa dalla chiesa Romana e che in quel
giorno si dessero premi ai più diligenti e si radunassero insieme alla
mensa facendo loro gustare qualche cibo più squisito del consueto. Noi
vogliam sperare che queste nostre idee saranno accolte da chi dirige.
V. B.G. N.18 (1872)
Dopo aver percorso i corridoi vuoti del San Benedetto e dopo aver
ispezionato le tante stanze, i camerini e i bugigattoli, fra gli oggetti che più
colpiscono e rattristano c’è una grossa renna in cartapesta che, munita di
slitta, serviva per trasportare i regali di Natale. Immaginiamoci la scena: i
poveri regali – frutta, sigarette, caramelle – i gesti infantili, le smorfie di
sorriso, i vestiti tutti uguali, il freddo, il lezzo e il colore squallido delle
stanze.

12. Gite

Queste cronache permettono di farci un’idea sulle attività che i medici, già
dai tempi di Gaetano Riva (che ha retto il manicomio prima dell’arrivo di
Lombroso), intrattenevano al di fuori delle mura del San Benedetto.
Come vedremo, da una parte abbiamo la descrizione di quanto beneficio
portino le gite in campagna e al mare, dall’altra abbiamo il medico che sente
la necessità di rassicurare i lettori, informando come queste uscite siano
sorvegliate e piene di precauzioni.
Certo è che queste gite portano sollievo, creano diletto, generale allegria e
immenso piacere. Tutti voglio parteciparvi perché questo svago tiene la testa
impegnata altrove, togliendo la malinconia che infesta l’animo e lo rende
disturbato e privo di tranquillità. La bellezza stessa della campagna, oltre
all’aria aperta, diletta e rinvigorisce.
Pensieri vari
Un bel cielo, una buona accoglienza possono rendere dolce anche un
essere feroce. Noi vediamo, leoni, tigri, ed altri mostri ferocissimi
cambiando il clima malvagio delle loro terre, e trasportandosi in aria più
mite infierire di meno. Se noi ci trasportiamo in luoghi molto selvaggi e
vi soggiornassimo molto tempo noi diverressimo quali sono i leoni e le
tigri; anderessimo poco a poco prendere simili abitudini che
s’impossesserebbero dei nostri spiriti. Divenuti uomini malvagi
avressimo del consimile ai bruti; dunque chi è feroce viva col mite
imparerà ad essere mite, ma giammai questi viva col feroce, perché
rimarrebbe quale si è detto. […] Vi sono certi che tirano a se tutte le
sventure tutti i danni; si assoggettano a questi pericoli, per poter dire:
Oh! quanto io sono disgraziato! e così col dire, se ne sbrigano; ma solo
il povero imbecille rimane vittima delle sue sciagure.
Il passatempo è l’unico rimedio per tener lontano la ipocondria che
facilmente invade l’uomo oppresso da mania; quindi è che ci aveano
fatto sperare di un’altra festa campestre per distrazione degli individui
collocati in quest’ospizio nella villa nominata Pantano a cui si era più
volte in procinto di andare se il tempo lo avesse permesso. Ma l’uomo
medita troppo a lungo le cose e così facendo gli riescano a mal partito.
Io mi sognava una notte di essere in campagna vedendo delle belle cose
che sorprendevano a meraviglia; vidi tra le altre cose che si versava del
vino a bizzeffe, tanto che si sarebbe allagato un fiume; quindi si
gettavano via tutti spezzati i vasi uno contro l’altro. Quando io fui desto
alla dimane viddi che ancora si era troppo lontano ad andar in
campagna. Che cosa si potrà mai interpretare da simil sogno dissi, (io,
che di queste cose poco me ne intendo) pensai che il vino significava
grande allegria, e che i vasi rotti significavan che da questa allegria
dovessimo star lontani a motivo che l’acqua avrebbe sconvolto il
progetto nostro d’andar ivi. Mors. (1872)
La ventura passeggiata in campagna
Oh! Quanto sarebbe pur bello il diventare per qualche tempo indifferente
alle sensazioni dell’atmosfera in questa variazione della stagione per
poter fare una novella passeggiata a Pantano, dove da non lieve tempo
non si ha avuto il piacere di recarsi a causa dei cocenti e perpendicolari
raggi solari, e della focosa canicola, che impediscono questo bel
trattenimento. Oh! A questo autunno, allorché le belle piante cedono
sotto il peso dei frutti, e che i lieti augelli scovano dal suo nido s’anderà
certamente con gioia a passarvi un’allegra giornata! Ora essendone
ancora lontani, bisognerà procurarsi altri disvagamenti che tolgano ogni
melanconia, che infesta l’animo e lo rende disturbato, e non tranquillo.
Dunque si cerchi di stare all’erta più che mai, e cogliere tutti i
passatempi, tutti i divertimenti che s’intromettono, e d’addestrarsi in
qualche giuoco esercitandoci con assiduità all’arte, non perdendo
quell’energia e quella destrezza che serve a mantenerci gai ed ilari.
Mors. (1872)
Questo prossimo scritto colpisce per la struttura che passa da una descrizione
panoramica ed aerea del paesaggio marino a quella sul piano di spiaggia
dove si scorgono i corpi degli alienati.
La descrizione di «tanti piccoli bastimenti», «spessi spessi affollati» come
«tante mosche» e lo «scivolare sulle onde a tutta lena», acquista una
dimensione acustica percorsa di lieve e ‘azzurra’ frenesia, che contrasta
piacevolmente con la pace del «sito comodo al nuoto» e la merenda «coricati
a terra» dinnanzi al tramonto. Questa sensazione cromatica sembra
allontanare ogni possibile percezione sensoriale, trasfigurandosi
nuovamente, dopo il tuffo nell’acqua, nell’immagine statica del crepuscolo.
Una gita al mare
Chi potesse avere ore di sciopero, e provveduto di un telescopio portarsi
di frequente sulla sommità di un monte, specialmente in quello di S. Bar.
Che è assai perspicente al mare, vi vedrebbe tante delle volte comparire
avanti agli occhi tanti piccoli bastimenti all’alto mare spessi spessi
affollati, che da lontano paiono tante mosche, diretti quali alla pesca,
quali ad oggetti di trasporto, e mentre paiono immobili si vedono
scivolare sulle onde a tutta lena per entrare nel porto.
Sotto al suddetto monte non vi è pianura, ma tutta spiaggia di mare; a
lato vi si scorge una grande raffineria di zolfo, dove si vedono solamente
trasportare oggetti e materie per quella officina; poco da lungi è un sito
ben comodo al nuoto per una quantità di alienati, i quali vi si portano di
giorno in giorno, quando la stagione lo permette, a tuffarsi in quelle
onde, per beneficio della salute. Prendono seco la loro merenda, e dopo
il bagno si pongono in un prato di grande verdura, coricati sulla terra, e
vi si adagiano a cibarsi, nel mentre stanno godendo dello spettacolo del
tramonto, ed appena compiuta la lieta funzione ritornano alla loro
dimora: metodo utile per rendere attivi e solerti, specialmente quelli a
cui si può sperare che tali bagni possano giovare nella mente e nella
corporatura.
Mors. (1872)
Non si va piu’ a pantano!
Da alquanto tempo non si è andati a Pantano! un simil fatto desta
somma meraviglia, poiché offriva delle magnifiche promenade, o
passeggiate. Tra le amene ville emerge questa di Pesaro, sopra ogni
altra superflua, quasi la più diletta e splendida dei contorni della città;
adornata dei più leggiadri fiori, un luogo presenta inoltre vasto per
erigervi la nostra adunanza; Così che ad uno che stesse sufficientemente
bene, tornerebbe più grande il piacere potendovi godere un così grazioso
divertimento; ed in tal modo si può ben dimostrare l’infinita meraviglia,
ed il contento che può attribuire un’idea ben vera, quella di passare una
felice giornata fra tante delizie. Oh! quanto zotico sarebbe colui, che
dicesse tutto il contrario; ma come mai rinvigorire le spossate membra,
dopo tanto lasso di tempo da che non si gode dell’aria pura dei monti!
Eppure alcuni dicevano che si doveva aspettare di divenire possessori
effettivi: in allora non mancherebbero queste passeggiate, ora non
rimane che di aspettare altro tempo, cioè al giungere della primavera,
allora non si mancherà o in un modo o nell’altro di essere aderiti al
nostro desiderio tanto bramato. S.C. n.158. (1872)
Qui il Cronista fa istanza sul perché non si rinnovino di frequente le
passeggiate nel fondo chiamato Pantano (oggi è un quartiere pesarese), non
potendo che lodare chi ha avuto il pensiero di approvare quello che torna
utile e dilettevole ad un tempo.
Togliamo i seguenti versi da un Madrigale che il Sig. M. componeva di
ritorno da una gita mattutina al vicino Monte S. Bartolo (D.r F.):
Al Sol nascente, alla marina quieta
Entrambo assisi e contemplando i poggi
Sino ai Monti del Furlo, un’aura lieta
Lì estro ne suscitò: leggiadre tinte
Disponevi al cartone, e furon dipinte.
Questi scritti, raccontandoci le gite, permettono di farci un’idea del
paesaggio pesarese di quegli anni: come la campagna di Pantano, la
raffineria di zolfo, il colle San Bartolo, le sue pendici e villa Caprile.
Descrizione di una gita a caprile
In compagnia di cinque o sei ricoverati, essendo sereno il cielo, l’aer
mite ed il sole abbastanza riscaldante coi suoi luminosi raggi, uscimmo
dalla porta della città, e ci avviammo a passo lento ragionando su varie
materie: come di politica di letteratura, di musica e di altre belle cose,
alla volta della tanto decantata villa Mosca. Dopo non lungo tratto di
cammino vi ci trovammo dirimpetto e veramente ci si mostrò all’aspetto
bella e grandiosa quale altra mai, e veramente corrispondente nella sua
fama. Giace essa a metà di una piccola collinetta godente di un vasto
orizzonte e posta vicino alla strada corriera da cui puol salirsi alla
suddetta villa per mezzo di un ripido salone fiancheggiato da due viali di
antichi cipressi, e da due lunghe file di statue in marmo; al finire di
queste e in prossimità al castello vi son dei gruppi di statue
rappresentanti divinità pagane e vari mostri marini che lavorati da abile
scalpello fanno bella mostra. Due scalinate di bianco marmo poste ai
lati, conducono alla spianata dove è posta la villa coi suoi ammirabili
giuochi d’acqua, ed il giardino; questa è protetta e circondata dalla
parte del sottoposto verso, da una balaustrata in marmo con statue e con
comodi sedili onde assidersi, e contemplare da quell’altura il vario e
vago orizzonte che si presenta alla vista. Bello è il giardino, che ha un
piccolo anfiteatro formato con cipressi e con sedili di molle erbetta vago
e grazioso oltre ogni credere, e due spalliere di odorosi e bei limoni, e
ricco di piante quanto mai nessun altro ne possa mancare. I giuochi
d’acqua sono oltremodo maravigliosi e ci fece convenire, come a tanti
altri forestieri che visitarono quella villa, che simili cose non possano
ritrovare altro che in qualche villa nei dintorni di Parigi e di Londra.
Essendosi di già coricato il sole sotto l’orizzonte, ed incominciando ad
infreddare l’aria, data una buona regalia al giardiniere, ci partimmo
dalla villa e ad affrettati passi muovemmo verso la città, dove in poco più
di mezz’ora arrivammo. P.L. n.122 (1872)
Occupazioni e divertimenti dei ricoverati
Da qualche giorno si portano al mare gli ammalati più tranquilli; essi dopo
il bagno, secondo l’uso degli anni scorsi, si trattengono a cenare in
prossimità della spiaggia, ove il terreno disposto a dolce pendìo si presta
assai bene allo scopo. Simile divertimento è da tutti aggradito anzi cercato,
inoltre è utilissimo mezzo d’igiene e di cura; infatti potemmo osservare che
individui melanconici, indifferenti a qualsiasi distrazione partecipano con
insolita espansività della generale allegria.
È sottinteso che gli ammalati, oltreché da sei infermieri e dal loro capo sono
continuamente sorvegliati da un Ispettore e dal medico assistente, la
qualcosa non crediamo superfluo far conoscere per tranquillizzare l’animo
dei lettori. (D.r F.)
Gita al mare
Benché poco propizia è la stagione ai bagni di mare, la Direzione di
questo Stabilimento come negli anni passati, stabiliva ben a ragione di
procurare agli ammalati un gradevole passatempo, mandandoli varie
volte alla settimana ai bagni, locché torna utile anche alla salute. Bello è
il vedere quanto sollievo provino i disgraziati miei compagni in queste
gite che sono dilettevoli immensamente anche per la bellezza dei
contorni di Pesaro; specialmente dalla parte di S. Bartolo la bellezza
della vista è indescrivibile: si domina il porto il mare la città. Nei giorni
destinati, alle cinque del dopo pranzo ci fanno schierare nel cortile di
sortita, poscia esciamo per 2 file militarmente e camminando in
bell’ordine si giunge alla spiaggia. Prima però scendono nell’acqua 6 o
7 infermieri insieme al Medico e ad un Ispettore formando un circolo,
entro il quale dipoi liberamente ci bagniamo con generale allegria. –
Fatto il bagno ci rechiamo presso una attigua casetta da contadino ove
ci si distribuisce il vino e la cena, poscia per diverse vie e spesso pei
monti rientriamo in città. Tutti prendono immenso piacere a queste
passeggiate, e fanno a gara per esservi condotti. Un giorno fra gli altri
fummo colpiti alla vista di un Delfino che saltellava in prossimità delle
riva; era spettacolo quello non mai veduto. Noi facciamo istanza perché
questa passeggiate si rinnovino di frequente non potendo che lodare chi
ha avuto il pensiero di approvare quello che torna utile e dilettevole ad
un tempo.
B. G. n. 18 dettò, L.P. per copia conforme (1875)
Nonostante tutto la colorita cronaca di una giornata in campagna permette di
farci un’idea di come questo manipolo di pazzi (illustrissimi infermi),
capitanati dal Dottor Frigerio, viva un momento di sospensione rispetto
all’opprimente giornata passata fra le mura del San Benedetto. Agli aneddoti
si mescolano le notizie storiche del bel paesello e l’ironia non si spreca per
tutti i disguidi, gli incontri e il felice ritorno.
Una giornata in campagna
Pochi giorni or sono, l’alba già fatta, fuori il sole pochi palmi sulla cima
dei monti, e un’aria piuttosto buona per passeggiare, con un’ombra un
po’ lenta di riflessione per respirare, la prima comitiva in numero di
trenta circa a piedi; la seconda di due in carrozzino che arrivò la prima
compagnia che aveva il concerto e la possò; la terza brigata parimenti in
carrozza delle varie qualifiche degli alberganti di quest’Ospedale di S.
Benedetto quali prima quali dopo in sanità e salvezza si pervenne alla
possessione che il Consiglio provinciale comprò il suddetto Ospizio. Vi
erano, già s’intende, guardiani superiori e i curatori di grado soggetto.
Il distaccamento degli astanzianti al Manicomio spedito in quel
poggiofondo colonico di già lavorava, zappava, vangava attenendovi i
loro sopra mastri. Quasi in un’ora di cammino le varie divisioni si
radunarono al Fico secco, vocabolo della colonia. La colazione
promessa non fu subito mantenuta di fatto, e dopo una mezz’ora, salvo
differenza di minuti di bivacco asciutto, rallegrato mercé di aria
d’artefazione a bocche d’ottonaria istrumentatura, si volle dei
privilegiati avanti al cospetto della Direzione o andò a salir montagne, o
restò in quella collina ov’è l’abitazione rustica. Quelli però venuti su a
piedi, ed altri pochi arrivatici colla carrozza, s’avviarono insieme al
concertino, diretti dall’Illmo Sig. F. e il resto sotto la tutela del Sig. F. e
del Sig. B. e degli altri illustrissimi signori infermi per vie ora cosi dette
comunali, ora refrattarie, suonate a varie sorte il sopraddetto stralcio di
banda, si pervenne, a dir il vero, un po’ stanchi a un paesuolo qualunque
chiamato, mi si disse Novilara, che storicamente parlando è il famoso
cucuzzolo da dove o Pompeo o Cesare o il fratello d’Asdrubale o
Scipione o altri strategici come codesti erano sopra guardando ai locali
circonvallati disotto. Ora è quel paesetto con una rispettabile cerchia di
muraglie con piuttosto entrata e uscita a gradevoli; ma un
ammucchiamento rospo di brutte case o di casone, senza contrade e
senza piazza, però con la chiesa e con le campane e con una catapulta
imbastita di travi in legno a muri senza soffitto che serve di Municipio. Il
Sindaco, uomo di barba e baffi biondi della statura alta e di fisionomia
educatissima, non che il subalterno di lui segretario si tennero in
colloquio, non si sa intorno a quale mistero, col Vice D. di questo
Manicomio, intanto che i suonatori ebbero ottenuto il debito permesso di
suonare. Dalla residenza sindacale il Vice D. usciva anotiziandoci come
si potrebbe fare à tarpani del Furlo, o a bimbi usciti di fascia e
d’archetto, che stava per arrivare da Fano l’esercito. Ammirai la civiltà
di quel castello che subito uscenti noi dal Municipio, e arrivati su di
manipoli prenunciati, le marchese e contesse del sito che per non farsi
conoscere erano vestite da straccione, si rifugiarono alle proprie dimore
come avessero inteso a dire che già da mezzo miglio buccinava la tromba
degli artiglieri e venissero su i cannoni come per intraprendere conflitto
con qualche masnada. Novilara può vantarsi che s’entra per una porta e
si esce per un’altra; e difatti si partì per quest’altra tali e quali si era
arrivati né più leggeri né più grevi e senza contrazione alcuna di
obbligo. Passati framezzo un elegante sobborgo deliziosa villeggiatura
un giorno dei baroni e proprietari Cartaginesi e Fenici durante i
trentaquattro anni di battaglia fra i due popoli e per avventura la Capua
al di quà del Garigliano, e smontati alcuni per gli esordi della discesa,
venimmo a venir su a rotta di collo dei valloni sottomessi (prima di tutto
che il rimanente non si vedeva ancora) un bel soldato e ben monturato
colla sciabola sfoderata in sella a un cavallo e a poca distanza da lui un
trombetta a cavallo, che forse a cagione e del cavallo che montava e esso
uno del cavallo che montava quell’altro che era avanti, non suonava
l’istrumento che aveva per le mani. Parevano a dire la verità, come la
sente chi scrive, i capi legionari del secolo: quando poi che fu fatto ogni
cosa l’Imperatore Tiberio proferì meriterebbe di essere collocato fra i
numi. Noi al cenno riverito del capo concertista facemmo ala; e dopo
una vuota laguna fra il generale in capo e il tubature dal grosso del
seguito a sellino da doppia pistola collo squadrone brandito alla destra
sopra uno spaventosissimo e furioso quadrupede da battaglia che non
poteva o non voleva star fermo a nessun patto, il sergente maggiore fu
capitano del genio arrivo. Molto ossequiosamente apostrofato da uno dei
nostri bandisti se il concertino potesse suonare, quegli rispose: dopo che
sarò passato, e proseguì innanzi. Cominciarono tacendo gl’istrumenti
adunque a passar le campane dei soldati che portate sui carri, come si fa
dei cannoni quando vi sono mule o cavalli che tramezzo il rumore della
pugna sogliono trasportare queste bocche di fuoco, non paurosi d’udir il
rimbombo dei concerti e delle artiglierie da campo. E a sperare che
quelli che sedevano ad artiglia dei sette od otto pezzi di bronzo fatto
sopradetto siano i medesimi errori di Palestro e San Martino, e che
fecero breccia alla porta di San Pancrazio di Roma; e per loro
avventura, e per gli ordini nascosti, templari, dei quali essi faranno parte
se lo sappiano o no i medesimi che bombardarono Algeri al tempo di
Carlo V. che difesero Torino contro i Francesi del Monferrato, che
ributtarono i Svizzeri dalle pianure lombarde al tempo di Filiberto, che
s’illustrarono tanto nella battaglia S. Quintino come al ricacciare gli
Austriaci da Treviso al di là delle Alpi Cozie o Illiriche che è lo stesso. Io
anzi tra me solo pensai che mi andassero a porre l’assedio a quel
pacifico paese di Novilara per la buona ragione di far qualche cosa, e
farne poi dopo cantare il Te Deum come su di una fazione, per rimettere
l’ordine in tutta l’Italia, e per riconquistare la venerazione dei popoli
verso il Gerarca che rappresenta Dio in terra, a Pietroburgo, a
Costantinopoli, e dove in generale si è ciecamente fiduciosi in un
creatore di tutte le cose. Le brigate di viaggio dall’Ospedale di S.
Benedetto poiché videro passare sopraccennati cannoni coi soldati
geniali e i cavalli sottoportanti, per gli è vicaria e suffraganee taglio
piantate e simili ragioni, e a concertino sfogantesi, si riebbero sotto i
piedi delle alture della colonia. In questo ritorno il sig. F. B. ruppe una
corda alla mia chitarra e ritrovammo colazionatisi i pochi che erano
rimasti al Fico secco per ragioni eccellenti. Allora ci fu mantenuta la
colazione che potevamo mancare pochi istanti al pranzo; a mezzogiorno
e in su quella versione si pranzò; maccheroni veramente ottimi, fritto
caldo e arrosto d’agnello buonissimo, il vino era anche puro (quello che
non aveva l’acqua). I custodi servirono a tavola come i loro agranfati, e
poi mangiarono anch’essi s’intende. Così mangiato e bevuto, e fatto
riposo ai superbi tappeti di primavera, ineunte per la via di Santa
Veneranda sotto quel buco curvo per entrarvi dentro, uscirono i pedoni, i
cavalli, le carrozze. Una biga o quella del Dott. F. e di S. coi quali
ritrovava chi scrive si fermò ad una villeggiatura a poca distanza da
Pesaro cioè alla villetta del Sig. B. il quale all’uscio della sua
castalderia quasi sembrava che fosse li aspettando il suo amico Dott. F.
Parmi lo invitasse a voler scendere dalla carrettella, e difatti Dott. F.
discese e fece discendere me pure, il Sig. S. capo scudiere nell’Ospedale
di S. Benedetto ebbe agio e favore a staccare la permalosa muletta da
dove era attaccata, o se no, ora che mi ricordo meglio, a riporre il
legnetto così inveito all’annessa rimessa di castalderia. Frattanto il Sig
B. gentilissimo, parlava di porgere al Medico Sig. F. ed a me che ero con
lui: e ci condusse alla palazzetta nobile della sua villeggiatura, con su
dalla scala d’entrata subito una limoniera custodita, benissimo tenuta, e
di aggradevole aspetto, da dove si salì al primo piano, dentro un
abbainetto pulito elegante, e ci sturò una bottiglia d’ottimo San Giovese;
delicato aliquorio che nulla perdeva della sostanza di vino egregio, d’un
mosto di foglia senza spine, ai visceri benfacenti e allo stomaco. Dopo ci
portò a vedere in un salone bujo, ove si vedevano alcune figure ad
affresco, una delle quali rappresenta, secondo me molto male (colpa del
pittore e non del possessore del luogo) un Cristoforo Colombo abbigliato
da dama, o da sguattero, non si capisce. Poi mi uscimmo con lui e col
suo figliuoletto, che dovè ritornare su a dar da bere alle Sig. S. D’infra
questa distrazione di tempo arrivò il concertino capitanato da Sig. F.
seguito dal numero maggiore degli albergati all’Ospedale, e suonò varie
arie, eseguite le quali, i bandisti furono condotti dal padrone del luogo a
bere nella palazzina. Rinfrescatisi così, suonato un altro pezzo,
cominciarono le partenze, eglino a piedi come prima, noi in cariolo
parimenti come prima ed anche il Sig. B. si congedò momentaneamente
da suoi campi villerecci. Ed il giorno ancora alto si ritornò all’Ospizio
di S. Benedetto.
S. M. e L. P. n. 22 per c. p.(1876)
Qui abbiamo ancora B.G. che, attraverso questi resoconti delle passeggiate,
permette di farci un’idea della campagna attorno alla città.
La colonia agricola
Speriamo di far cosa grata ai nostri lettori accennando all’acquisto fatto
per parte della Deputazione Provinciale di una casa e relativo podere a
sollievo ed uso dei malati dello Stabilimento: è dessa situata a poca
distanza dalla città, in un ameno colle poco lungi dalle ville Pantano e
Bonamini, e dominante il mare, San Bartolo ecc.La casa presente non è
di lusso, e dicesi che sarà ben presto sostituita da altra più adatta ai
bisogni dello Stabilimento, e immediatamente vi saranno condotti i
Pensionati e Comuni. La via che vi conduce è amena e pittoresca. Si
sorte da porta Cappuccina e dopo due Chilometri circa di largo stradale,
giunti a Santa Veneranda, si volge a sinistra per un viottolo che
costeggia il monte, esso pure ameno e delizioso. Si è formata colà, dirò
così, una colonia agricola, ed a quest’ora dieci e più malati vi stanno
lavorando parte nel terreno e parte nella casa, contentissimi del loro
lavoro, una sol cosa li disturba, ed è che non si fanno pernottare colà,
ma si fanno rientrare ogni sera. Domanderebbero di essere esauditi nel
loro desiderio; E siamo certi saranno accontentati non appena compiute
le debite riparazioni alla attuale abitazione. Ottima fu la scelta del luogo
perché in aria eccellente, posizione incantevole; via amena per salirvi.
Lode e sensi di gratitudine a chi ebbe per primo il pensiero di un tale
acquisto; meglio descriveremo questa rustica abitazione quando
l’avremo riveduta.
B. G. n. 18. (1876)
Il seguente articolo che è dettato da una mente un giorno fervida e
lucidissima, pubblichiamo per dimostrare quanta potenza immaginativa si
conservi anche nelle forme più ribelli di pazzia. La stranezza e la novità dei
nomi, la grande incoerenza delle idee, le frequenti circonlocuzioni fanno
prova del peggioramento mentale subito dall’autore. (D.r F.)
Una passeggiata, fra matti e curiosi
Ieri, suonato e pranzato il mezzogiorno, d’un ora e pochi minuti, si
andiede in buon numero di cosidetti alienati, reclusi nell’ospizio di San
Benedetto, a una passeggiata di campagna pei colli, da porta Fano
versanti su per alla via del monte. Come si denominino al catasto le vie
ruotabili al biroccio che noi di sottomano a quei poggi praticammo, non
so. Usciti da porta Rimini, si girò le illazioni maestre del vallo, già
formidabile, al Nord Est della città; (o al libeccio) si tagliò la strada
ferrata all’osteria, e al ponticello da un uragano quietato, e per mezzo
miglio circolare e voltantesi, ad ombra di radi alberi, e di villani accorsi
a vederci, qual privilegio zoologico d‘altre regioni, o di marra, dai lor
casolari, in guardia dei buoi e delle pecore sulle possibili rapine
spichiche dei banditi dalla consorzile famiglia che gode i diritti civili, ci
ingolammo per l’ispide tortuoso e biforcata; con qua e di la per gli
aggerì d’aratro eleganti casinette, e conducestini magaglie, o capanne
murate dei coloni non si dette fastidio a veruno!...nessuna incursione su
quello dell’artrui! Capitanava (coadiuvato da più o meno retti, e
costumati infermieri, di vigilanza sui malati, che camminavano le punte
di diamante, rimbastiteci a sentiero dalla urbinità d’un consiglio
provinciale, unico al mondo, di precedenza, e di tipi ricreativi) che me ne
rammenti bene! ... il maestro dell’ospizio conventuale dei Monomaniaci,
Flebotomo investigatore alle assessioni scrutate dal cerusico anatomico
D.F. e farmacopolista Assistente Ispettore G.G., signor G.F,, con ufficiali
a latere; il G.C., e F.V., B.G., il B. juniore; un tal S.; il figlio imminente di
F.B. (del cui genitore, come del Sig. F., e con membri di Direzione si
lamentavano le abnegazioni di astinenza da si dilicato sollazzo a
srotollarzene i corimbi sotto al ginocchio) nonché del celeberrimo e
famigerato A.T., ed un aggiunta in Cornetta con istrumenti insieme da
fiato a bocca che sofiati da consimili mandibole a lingua, facevano
riecheggiare Sofia dagl’abissi della terra […]
Come essa sia stata (la terra) sempre increata, come essa sia sempre
indistruggibile, e come nel centro abbia vuoto assoluto di suolo o di
fango, o per popolarmente esprimermi, vuoto di cassa (astuccio di
boccia rotonda per fetto da suolo solidale o di fango in vena di
corrispondenza col rimanente intorno di sopra) o vano di riassunzione al
complessivo staccato o in se ricongiunto ed inamovibile, ed inalterabile
di macigno grezzo in campana chiusa di Flambò notturno di
riassunzione d’un raggio immaginario ma esistente in linea diritta
concentrica dalla pianura visibile a nostri occhi, superficiale a livello
alcunchè soprastante a supposizioni erronee, di mare in funzione
ordinaria nonché dalle comuni superfettazioni; tanto profondo quel
raggio a mio parere testè indovinato, quanto da essa detta
approssimativa superficie, le più impercettibili sommità degli Immalaja
favolosi, ma sorprendenti montagne si elevano allontano, si alzano e si
perdono a culmine, dal clima più trattabile del globo. E così in questo, e
di questo, come in e di tutti e scissi tutti gli altri globi dell’universo, (o
stelle peregranti per l’infinito) sempre simile stato, stante e futuro in
eterno … semplice distinto ed uno. Arguisco la dichiarata evacuità
ecentrica del globo, e di tutti gl’altri insieme dai nostri usuali palloni
volanti; onde se i vulcani esistono nessuna meraviglia che l’imo
ricompulsivo centro possa essere eziandio riaplessivo serbatojo
immortale delle convaporazioni istintive al moto di rotazione; o il
naturale ingenito degl’esogoni dell’aria trovarsi come a dire
innecessitato che i corpi gravi si irovino vuoti nel mezzo onde ne
deriverebbe alla scienza che si potrebbero elettrizzare le materie solidali
con altri aggredienti diversi dal foco.
Demolizioni d’alberi e quercette, o mozziconi riconvalescenti pigliano
vaste proporzioni, di scimiottaggio allo sperpero, o de populo degl’Orti
Giulii: tanto che alla sinistra della suddetta forcia problematica
vedemmo astratte di zuppa a cespite di radice … due roveri! …
Non importa confermare che al scrivente sta fissa l’idea che i contesti
squarciamenti, fuori di Perticaro siano provigionati a incendiare,
scassare, annientare, annullare disfare o arenare vaporizzare,
polverizzare per le teche esponibili a Sanfedismo i manichei di
Sant’Agostino […] ripopolatisi in cotale ospizio di connivente! ... o a
farne improvvisata ai venerabili ufficiali degl’esercizi d’arme in
congedo. Sia legna pei roghi! per loro suffraganeità? o purché non sia
per lor!?!? Del resto messe quelle roveri a terra potrebbero adattarsi a
norme stabili dei criteri a elettricità di vapore, subarcatasi di
sopportabile voracità, consistenza gradevole, ed opulenza in rimborso di
realità, ai scapigliati pagliacevoli giudizi di Dio ... E poi potrebbero
servire…a molti altri uffizi….pareggi poco economici e sbrigativi, ma di
lezione esemplare! … Si assolvino da orchestra le febbricazioni, onde
agli altri pianeti, cominciando dal sole, che ne è il più vicino, e la una
che li sopravanza a limitrofa distanza; dopo una mezz’ora il custode
secondino delle stalle manicomiali, in possesso d’un brioso cavallo o
palafrena indomita, e d’una intendente Somara, o Asino. Era già noi
prospicientigli da melme e da malgame eroiche, e transiti di Beresine a
suola di noncupetti per elastico … era, dico … dopo una mez’ora, il
biondo Camerlingo dei due ben determinati quadropedi coll’Asina o col
Somaro, o giumento, o mosero, o ciuco, o camarro, arrivato da via
grande carrozzabile su diagona dalla muraglia con un barile o
barometro di vino o ulminare o rinciucco di talimetro a carrettella. I
bicchieri o ganni furono requisiti di buona maniera, e deducevole garbo
a violare le fratte, dietro jussione del G. F. da un nuovo lacchè applicato
testè ai seramenti di Canova, giovane in questo ospitale. A quanti
eravamo, (stinta la sete del concerto ben singulato; d’una cornetta a
Sinigagliese fenomeno; d’un Ottarde o bombardone infallibile, d’un
omeopatico Tombone, o Saterse da Postiglione; d’un ufficioso
bombardino, di due Genis, o fagotti a pleuta inglesi, e Fiscorni due,
d’una brillantissima trombetta in ricasco) a quanti eravamo, non so se
cento di sotto in sopra, fu eguagliata colma una tazza tonda di vino! –
brusco, nuovo d’una annata non vecchia….ma ottemperante, attonante,
irresoluto, robusto e detraente ai polipi, di rimborso alle asciatiche della
controllazione dei piedi. Alla muraglia una casuale caterva di lindi
ufficiali, a ferrajuolo d’azione dell’esercito; eglino eziandio curiosi di
conoscere le scavate venerabilità di tanti secoli accavalciatisi dalla
sparizione degli identici oggetti; vere mortificazioni ambulanti, e
immaginazioni riconcrete di idealità sunnitiche, … come se loro,
gl’uffiziali non fossero della sagoma stessa, morti sepolti, rinnati e morti
e risepolti, rimorti, risepolti e rinnati, e a così che a volerne discorrere
per un milione di secoli non si dovrebbero ripetere che i participi
medesimi. Le suonete furono ridatte ad osso, con scelta, precisione … e
fermatte per dell’uopo! il primo Alti fu di rastello alla romitiera, o
palazzina, che ha suoi prospetti ben melanconici tra riavvallamenti e
rimpoggi, una riapellazione iperbolica di fertili ubertosità di zolla a
sprimiccio di magesi in pomice! – L’asino avanti col vino e noi dietro …
successive preindizionidi elittico di minuto ad istanza … Luoghi diffilati
sempre a nostra mano sino alla gaida selvatica … – bimbi abbestiati a
carrelli, – bighe volanti su fisonomie petriarcali di rimpoccio alle piazze
e ai caffè … Multure a fiancheggi dei fossi non sogguardantisi intra di
loro amicissimi e tuttavia ostentanti sfiducia … avanti che va bene! – Fu
il secondo puntuale armonico, di rimpetto o di alle traverso, a circolo
plateale dal clandestino traverterio delle umane ambizioni| – Sinfonie
flebili non furono addette dal maestro accessorio del Filippa, cui mi
parve vederlo rinsuipsato di signoria, a manca dell’ampio stradone di
censura in limiti legali (non Filippa ma la strada) dallo sbocco di
Pesaro… – fin dove ai banemeriti delegati degli ex Papi fù avviso, a
quanti eravamo, (stinta la sete del concerto ben singulato; d’una
cornetta a Sinigagliese fenomeno; d’un Ottarde o bombardone
infallibile, d’un omeopatico Tombone, o Saterse da Postiglione; d’un
ufficioso bombardino, di due Genis, o fagotti a pleuta inglesi, e Fiscorni
due, d’una brillantissima trombetta in ricasco) a quanti eravamo, non so
se cento di sotto in sopra, fu eguagliata colma una tazza tonda di vino! –
brusco, nuovo d’una annata non vecchia… ma ottemperante , attonante,
irresoluto, robusto e detraente ai polipi, di rimborso alle asciatiche della
controllazione dei piedi. Alla muraglia una casuale caterva di lindi
ufficiali, a ferrajuolo d’azione dell’esercito; eglino eziandio curiosi di
conoscere le scavate venerabilità di tanti secoli accavalciatisi dalla
sparizione degli identici oggetti; vere mortificazioni ambulanti, e
immaginazioni riconcrete di idealità sunnitiche, … come se loro,
gl’uffiziali non fossero della sagoma stessa, morti sepolti, rinnati e morti
e risepolti, rimorti, risepolti e rinnati, e a così che a volerne discorrere
per un milione di secoli non si dovrebbero ripetere che i participi
medesimi. […]
(1875)
La felice posizione di Pesaro, rimarcata da chiunque è passato per questa
città – come ad esempio Stendhal – , offre buone occasioni di diporto. Il
mare, con le sue spiagge, è particolarmente apprezzato per la capacità di
allentare tutte quelle tensioni che la malattia accumula.
Divertimenti ecc. (Relazione medica)
Anche in passato dai collaboratori del nostro Diario, si accennò alla
dilettevolissima ricreazione dei bagni di mare; con tutto ciò crediamo
non del tutto fuori di proposito il ritornare su tale argomento. Nessun
altro Manicomio, può offrire ai proprii ospiti con eguale facilità un
simile vantaggioso mezzo di cura, divenuto oggi giorno, per le classi
sociali più elevate, una vera necessità della vita. La spiaggia arenosa,
dolcemente declive, e le salubre clima di questo luogo per dintorni
amenissimo, aggiungendosi al piacere di godere qualche ora di beata
libertà fuori dalle mura del Manicomio, rendono ai nostri ricoverati,
sopra ogni altro divertimento, preferito il bagno di mare. Disciplinati,
pressoché militarmente, procedono essi per la non breve strada che
conduce al lido di Soria ove, soffermatisi ad acconcio riposo,
allegramente si bagnano in numero non ha mai minore di 30, due volte
per settimana. E non a credersi che solo quelli abitualmente tranquilli di
ciò fruiscano giacché, bene spesso abbiamo veduto farsi calmi e docili,
per tale mezzo, poco prima irrequieti e clamorosi tenuti a freno dal
desiderio di far parte dell’allegra comitiva. Nessuno deplorevole
accidente accade mai: del resto facciamo il possibile di prevenirli con
una continua sorveglianza che, coadiuvati da un ispettore e da
apparecchi infermieri, esercitiamo percorrendo di continuo, durante il
bagno, il tratto di mare é nel quale i ricoverati si vanno tuffando. Non
interamente privi d’interesse sono gli atteggiamenti che ciascun alienato
assume a seconda della malattia mentale cui va affetto: il demente,
cronico per eccellenza, cammina, ad esempio, gesticolando e parlando
fra sé e sé; gli alienati abitualmente irrequieti anche nel mare, facendo
un gran baccano, gettano l’acqua sui vicini, saltando e nuotando. I
melanconici hanno d’uopo sulle prime di essere stimolati, sia per
l’inerzia che è propria del loro fisico e della loro volontà sia per
quell’apatia loro particolare e per la quale anche la stupenda vista del
mare per nulla li scuote. Tuttavia e l’esempio dei compagni e le ripetute
esortazioni valgono a ridestarli cosichè alla fine partecipano essi pure
della comune allegria. Non meno attraente è il quadro che ci si presenta
allorché, sul dolce declivio d’un vicino colle, si distribuisce la serotonina
refezione ai ricoverati, col seguito di canti, balli, ed altri giouchi finché
prima dell’imbrunire si fa ritorno allo stabilimento godendo lungo la via
della magnifica vista che dal tramontare del sole è resa incantevole.
Quanto felicemente influisca sul benessere dei nostri ricoverati l’insieme
delle circostanze che accompagnano le gite al mare, sotto il rispetto
della cura morale, è superfluo accennare. Diremo piuttosto degli
incontestabili vantaggi che il fisico ritrae da un tanto igienico
passatempo, quali sono: un effetto generale tonico eccitante,
ricostituente, atto ad imprimere a questi organismi, non mai del tutto
scevri da idiosincrasie (dermopatie ecc.) un insolita energia ed un effetto
particolare moderatore nei pazzi della circolazione del sangue e
dell’eretismo nervoso. Dal che proviene una certa quale rilascialtezza
dei tessuti, con tendenza al riposo ed al sonno e una conseguente calma
assai benefica. Non neghiamo che la responsabilità di condurre al mare
un buon numero di ricoverati, non sia grandissima; che è però di somma
compiacenza il vedere con quale e quanta contentezza i ricoverati
medesimi ne approfittano, come ci è carissimo il constatare gli ottimi
risultati che nelle condizioni generali dei nostri ricoverati si verificano
in seguito ai bagni marini.
(1878)
La passeggiata del giorno 25 ottobre
Volentieri intraprendo la descrizione di una gita fatta di buon mattino nel
mese corrente d’attorno alla città di Pesaro in campagnia dell’onorevole
F. e di alcuni ammalati convalescenti. Partiti di buon mattino dal
Manicomio abbiamo preso la via del Porto ove in brev’ora siam giunti,
con un cielo annuvolato e una temperatura assai calda. Il Porto abbiamo
osservate alcune Barche di grossa mole ferme, che si stavano riparando
da vari operai, più avanti i guasti sofferti dal vecchio Canale
specialmente in tre punti che ora si vanno a riparare coi lavori accordati
al Sig. C. Augusto e Pesaro. Giunti alla sponda del mare, che era
abbastanza tranquillo meno che presso alla riva ove ad intervalli si
scorgevano le spumeggianti onde che percuotevano la spiaggia, con un
sordo rumore, abbiamo osservate in distanza alcune Barche
Peschereccie sparse quà e là tutte intente a trovare nel vasto elemento un
tenue premio alle loro fatiche. Osservate Ancona e Fano che mercé il
cielo rasserenato si scorgevano ad occhio nudo, e raccolte sulla spiaggia
alcune conchiglie e pietre di qualche pregio, abbiamo proseguito sino a
Porta Fano, soffermandoci alquanto dinanzi ad un antico Obelisco ove
eravi un tempo la statua del Pontefice Urbano Ottavo situato davanti
alla fortezza ora carcere giudiziario. Oltrepassato l’Istituto Bonavia che
contiene più di cento giovinette delle prime famiglie di Pesaro e fuori,
cui viene data una educazione degna del loro rango, abbiamo raggiunta
la porta della stazione, o Barriera, che mette nella bella piazza del
Trebbio ove oltre il Teatro Rossini trovasi una magnifica Fontana di
marmo. Strada facendo ci siamo fermati ad osservare alcuni operaj i
quali stavano seduti segando macigni: opera che richiede grande
pazienza e assiduità, e uno fra di noi giustamente osservò come in un
Secolo di tanto progresso e di tante scoperte utili all’umanità, non si sia
ancora generalmente applicata, una qualche macchina a vapore alla
segatura dei legni e dei marmi. Proseguito il giro esterno delle mura
siamo giunti fuori di Porta Rimini, di qui dopo un breve riposo siamo
entrati in città e poscia nello Stabilimento, non senza meglio osservare la
nuova fabbrica di fettuccie e relativa tintoria innalzata a spese di un
ricchissimo negoziante il signor Ottone Hoz, in cui lavorano più di
centocinquanta operaj tra uomini e donne. Il Signor Hoz acquistò il
terreno e l’antica casa e nell’erigere una fabbrica ha procurato un
vantaggio al commercio ed all’industria e ha contribuito moltissimo al
decoro della città. Non posso chiudere quest’articolo senza ripetere ciò
che dissi altra volta: che i contorni di Pesaro sono deliziosi e dessa è da
annoverarsi fra le prime città di Provincia.
B.G. n.18 (1880)
Parole di un ricoverato dopo una gita al mare
Anche Pesaro, amatissima dell’ordine e del progresso, ha voluto che
quanti si recano ai bagni marittimi, non trovino una baracca in cui
riposarsi e prendersi ristoro, ma sì un palazzo di bella forma, di
conveniente ampiezza, fornito di quanto occorre alla vita di civili ed
agiate persone. Una nuova e comoda strada che sarà fiancheggiata da
ombrose piante conduce allo Stabilimento, che sorge a breve distanza
dalla città. La facciata vi si offre semplice ma non priva di eleganza.
Dall’ammobigliamento della sala da ballo, si può arguire che altre tutte
le altre stanze non lasceranno nulla a desiderare in quanto ai mobili che
vi saranno definitivamente collocati. Dall’atrio si passa ad uno spiazzo
semicircolare solidissimo, su cui un gran numero di persone può recarsi
ad ascoltare le varie suonate che il concerto cittadino e quello degli
orfani vi eseguiscono alternativamente, ciascuno due volte alla
settimana. Un bel costrutto ponte mena dallo spiazzo alla piattaforma,
fiancheggiata, come in ogni altro Stabilimento Balneario, da convenienti
camerini. In tutto regna ordine e pulizia, sicché giova sperare che ogni
anno lo Stabilimento Balneario di questa città sarà frequentatissimo.
Alla vista di questo luogo ameno, di tante persone che sane e libere
godevano la piacevol vista del mare, non mi pareva di essere una vittima
dell’avversa fortuna, e anch’io per un momento divenni sereno spettatore
della natura, gustando come sano e libero quelle gioie ch’essa infonde
nel cuor d’ognuno col suo vario ed incantevole aspetto. Impressione poi
gradita mi fece l’illuminazione dello Stabilimento, sì per la quantità dei
lumi che per la loro disposizione. Pure i fuochi d’artifizio, che si
accesero alcune sere fa, mi piaquero molto, perché variati ed in gran
parte nuovi. Gratissimo a chi volle procurarmi un piacere con tale
passeggiata, feci voto perché non di rado io fossi condotto fuori
dell’Ospizio, conoscendo quanto giovi al morale ed al fisico ogni specie
di lecito passatempo, massime all’aria aperta, fra persone colti e civili.
A.B. (1883)

13. Dediche

Come si evince dagli articoli del Diario, Stanislao M., nonostante le sue
stranezze, è piuttosto vicino al Dottor Luigi, infatti lo chiama amico e con
alcune poesie si congratula con la Signora Clelia, sua moglie, prima per il
parto di un secondo maschietto e poi per la terzogenita. A suon di madrigali
ringrazia la Signora madre, Luigia, per la «fetta solenne» di panettone
(panettone che, come si legge su una lettera, riceverà ‘intero’ anche
l’onorevole Vaccaj) e le fa gli auguri e un brindisi di buone feste.
Negli scritti ‘ufficiali’ del Diario, il Dr. Luigi, in merito a Stanislao, parla da
Dottore, facendo riferimento alle sue stranezze e ai suoi peggioramenti. Ma
Stanislao, nell’ottava dedicata alla partenza dell’amico dottore (che si
trasferirà di lì a poco a Bergamo e poi ad Alessandria), parla di bambine
«così affezionate», sottintendendo una certa vicinanza con la famiglia
Frigerio.
Senz’altro il lavoro del giovane dottore, che molti affermano di rimpiangere
(come è già stato per Lombroso), è apprezzato per la vicinanza con gli
internati e forse perché si è messo in campo non solo come medico ma come
uomo. E Frigerio, in una lettera indirizzata a Giuseppe Vaccaj, del dicembre
1898, facendo riferimento agli anni di Pesaro afferma, come per rimpianto,
«che bei tempi!».
Per un parto della signora m.
Al Sig. Direttore (sonetto)
Fontana m’ammoni che a Lei è nato
Un altro maschio della propria sposa,
Ed un sonetto avessigli cantato
Di buona rima in versi e non in prosa.
Un maschio dunque fu alla luce dato,
Su cui l’Italia e l’avvenire di posa,
Per il quale sarà dimenticato
Cotesto tempo come orribil cosa.
Dimenticata questa rea vicenda
Per cui al finimondo oggi si crede.
Ramo gentil di strana quercia scenda:
S’armi campione della santa fede
Debelli i troni, i regni abbatta: accenda
Repubbliche e Anarchia rimetta in sede.
S.M. n. 310 fece, L.P. n. 22 per copia conforme (1876)
Alla Sig. L. F.2
In ricevuta d’un soddisfatto desiderio (panettone)
Rese grazie (madrigale)
Fetta solenne
Con piena d’ uve secche abbrustolite,
Data mi venne
Da suo figliuol Luigi, e a più condite
Render sue gentilezze,
Ripetutami un’ altra,
Di vino ambo annaffiate; vin di cola
Onde ricca è fra noi Pavia sola.
In tre fummo a esser complici:
Gustai de’ doni suoi ed in unione
Convenimmo a far lodi al panettone.
[n.d.r. Luigia Frigerio, madre del Dott. Luigi Frigerio]
S.M. n. 365, L. P. n. 22 p. c. c. (1876)
Alla Sig. Luigia F., per le buone feste del Natale 1877 e pel buon capo
d’anno 1878
Eliodeo
Eccoci un’altra volta
Alla solenne nascita
Del bimbo che si ascolta
Già all’Animo per la lasciata
Nel purissimo ventre
Della Madonna! Mentre
Poi dopo alcuni giorni
Da capo torna l’anno;
Tutti nel bere più danno,
Tutti la crescia mangiano,.
Le ferite s’arrangiano.
A Lei sig. Gigia:
Cui nostra età si grigia,
Non limita i diletti
Del cor verso gli affetti
Debiti dell’amor
Che ha per suo figlio in cor,
Un Brindisi io mando
Possa campar di là
Oltre dei campi dell’eternità.
S.M. n. 265 (1877)
Alla bambina neonata dell’amico D. F. (Sonetto-augurale)
Mi si dice, chè ancor non l’ho veduta,
Lei infantil ben nata signorina,
Che sia fuori dal calice venuta
Con un mondo di grazia adamantina.
Lo credo al Genitor, dato che n’ho avuta
La breve descrizione l’altra mattina,
Perch’Ei dalle fattezze ha vista astuta
O Bettina, Maurilia o nobil Gina!
Le rose anche d’inverno hanno fiorito
Pallide sì ma belle; e questo è un segno
Che un angiol nuovo era per pigliar sito.
D’Italia alle contrade; e tenerlo regno
Della Flora mondial prezioso Mito
Di adorazione dell’Amor gran pegno.
S.M. n. 265 (1878)
Alle due soavissime sorelline Elisabetta e Luigina F. in partenza per
Bergamo al cui manicomio fu eletto direttore il padre loro dott. Luigi
(ottava)
Seducenti Creature, ecco che andate
Al grazioso Paesel d’Astino:
Dunque addio …Voi con Voi via vi portate
Tanta porzione del mio cuor tapino;
Che m’eravate così affezionate,
Ch’io ne custodirò memoria, insino
A tanto che vivrò; e più, se al Pensiero
Non tagliasse le gambe il Cimitero.
Prof. S. M. (1883)
Per l’onomastico del sig direttore, d.R antonio michetti
Ti chiami il più bel nome ed eremitico
Di affetti condensanti il buon pensiero,
Di far vivere tutti un monastero
Misurato nel vero pergamitico.
O Antonio, falso è che antipolitico
Fosse quel santo che voltò sentiero
Dai fracassi d’un globo troppo nero,
E dal ben far, soverchiante ellittico.
La favola del giglio, è ad arguirsi
Dal civil or be che begava allora
Dentro i delitti che più posson dirsi,
Come un uom della sua moglie innamora
Che vuol tal che mai abbia a pentirsi.
Il tuo omonimo, egual, dal mondo accuora.
S.M. (1875)
Questo paziente ringrazia il Direttore Michetti per il ritrovato benessere. E
non sarà il solo, infatti nel Diario troveremo pubblicati i ringraziamenti di
diversi familiari, per la ritrovata salute dei loro cari. Ringraziamento che a
volte si traduce in donazioni.
Madrigale acrostico
Al sig. Direttore del manicomio provinciale di Pesaro
D’Ippocrate e Galeno,
O distinto seguace,
Tu coi sani rimedi e salutari,
Tornasti a me la naturale mia pace,
Opra tua e merto, onde convien ch’io deggia
Ricordo e affetto, che non venga meno
Al repentino avvicendar dei giorni
Nome già accolto ‘nfra i degni preclari
Te ammira e cerca pè tuoi studj l’arte
Ottimo loco darte:
Né della schiera eletta
Illustre e grande scemerai al vanto
Or che salita n’hai la prima vetta.
Mia forza non incede a maggior verso
Il suo modesto e limitato ingegno,
Chi a te carme più degno
Ha di sacrare l’animo desio
E più per la tua fama agile e terso.
T’appresenta al Signor, o canto mio,
Ti spoglia d’umiltà, e a lui t’allegra
In memoria dolcissima e integra.
A.D.C. (1876)
Non possiamo lasciar trascorrere questo numero del Diario senza fare
menzione di una data memorabile per il nostro Manicomio e di una festa
assai riusciata. Il 31 Marzo p. p. il Comm. Dott. Antonio Michetti compiva il
30° anno come Direttore del Manicomio S. Benedetto. Prima di cominciare
la lotteria il ricoverato Giansanti Odoardo (Pàsqualon) recitò dei versi di
elogio e di augurio per il Direttore che sotto riportiamo. (D.r F.)
Qui la dedica è di prima mano perché offerta da un grande poeta dialettale, e
non possiamo fare a meno di sorridere per la schiettezza e il benevolo
sfottimento cui è soggetto il ‘grasso e tondo’ Direttor Michetti (trasformato
in macanoresco uomo folenghiano). Ma Pasqualòn, stimatissimo in tutta la
città, può dir ciò che vuole e non ci rimane che immaginare la faccia burbera
del Direttore: imbarazzata, compiaciuta e commossa al tempo stesso.
Ma ‘l nostre diretor
Ma sta barca d’San Bnedett
Carga a picch de tutt purett
ch’iè a la pesca del giudizi,
Og compisc trent’ann d’servizi
El bon nostre Director.
Donca bsogna fei onor
Par le su paterne cur
P’le continue su premur,
E par tutt chi bei farò
Sta tranquillo, sentirò,
Lascia far, e atre promess,
Che Lo el lancia bel’e spess
Par podè un po bonazzè
Sta burasca ch’è maché
Ch’messa un po la barca dritta
A girismi a prova fitta;
Donca deim batend le men
Viva el nostre Capiten.
Ch’el s’mantenga grass e tond
Senza mei mandec a fond,
E vogand continuament
Sa la penna e sa ‘l talent
L’à da vencia cla gran guerra
D’en sbarchec s’un’atra tera!
Nò en sim carna d’marcanzia!
C’fuss la secca pur quant sia
A subim piutost la mort
Mo a viem sté in tel nostre port.
Forza donca tutti assiem,
So, compagni, anticipem
Un salut d’ringraziament
Par avè otenud l’intent.
Già me per d’avel maché,
Dai occh sua s’ved a spunté
N’afetuosa lagrimena
Che in t’el cor piò en la po tena
Spinta dal paterne amor:
Viva el nostre diretor.
Odoardo Giansanti detto Pasqualòn (1903)
B.G. sembra dedicare il suo sonetto a Cesare Lombroso.
Ad un suo medico (sonetto)
Io vorrei posseder tanto talento,
Quanto ne aveva l’altissimo poeta;
Per appieno narrar, quanto io mi sento,
ma dispero di giungere alla metà.
Vorrei di te parlar, o gran portento
Alma sublime in la terrestra creta,
Dolce sollievo ad ogni rio tormento…
Ma il corto ingegno, mio malgrado, il vieta.
Sommo nell’arte e della scienza onore
Sù tuoi colleghi porterai il vanto,
Del bel’Italo suol gloria e splendore!
Di alta mente e delicato cuore
Ti veste ogni or, della virtude il manto
Su tua fronte si stan genio ed amore.
B. G. n. 18 (1872)

14. Cronaca

Nel Diario alcuni articoli, con lo stile della cronaca o della poesia,
descrivono fatti accaduti dentro l’istituto, oppure di interesse generale o
celebrativi. Questi contribuisco a farci un’idea della vita che si svolge
all’interno di quel piccolo mondo che è il San Benedetto.
Questo racconto la dice lunga sulla condizione di isolamento dalle famiglie
che gli internati vivevano per lungo tempo.
Un curioso aneddoto
Due contadini (marito e moglie) dopo lungo e faticoso viaggio
giungevano giorni sono all’Ospizio onde visitare il proprio figlio qui
ricoverato da molti anni; per un equivoco fu loro condotto d’innanzi un
povero ebete, il quale non appena fu loro vicino fu l’oggetto di continui
abbracci e di profuso dimostrazioni di gioia.
Essendo qual povero diavolo un po’ imbecillito, come già dissi, così il
sorriso insignificante, i monosillabi e gli scuotimenti di capo coi quali
egli rispondeva alle incessanti domande, venivano interpretati per
altrettanti segni di soddisfazione che avrebbe espresso il piacere
procuratogli da una visita tanto inaspettata.
Ma chi potrebbe mai descrivere la meraviglia e la sorpresa di quei
genitori quando entrarono nella camera il vero figlio ed un impiegato a
farli accorti dell’errore in cui erano caduti. È mai possibile che dei
genitori anche dopo trascorso qualche tempo, non riconoscono un loro
congiunto?
Eppure questo fattarello è più che vero. Il vero figlio per disavventura
venne privato, dal supposto, di tutti i dolci, delle ciambelle e d’altre cose
che gli sviscerati genitori avevano seco loro portato.
Ma al mondo si sa, che la sventura non guarda in faccia a nessuno: quel
giovinotto era destinato a non gustare i prelibati regali paterni, la natura
però lo ha compensato donandogli la perduta salute; così avvenisse ogni
giorno.
B.G. n.18 (1872)
B.G. fa la cronaca di un caso, di cui è protagonista egli stesso, dove russare
può essere piuttosto pericoloso.
Storia di un pugno
Uno de’ due medici che si trovano ammalati in questo stabilimento,
inbestialì in causa di uno che dormendo vicino alla sua camera, non
l’aveva lasciato quieto in tutta la notte; quando l’altro medico seppe il
caso, siccome si trattava di un suo amico, volle prendere le sue difese, ed
armatosi di una scopetta da stivali, in mancanza d’altro corse
immediatamente in cerca di quello e gli somministrò un forte colpo, e
peggio avrebbe fatto se non si fossero interposti gli infermieri. I tre
campioni furono castigati, e posti in camere separate, perché il castigo
servisse di esempio agli altri. I due medici militari si sfidarono, e poscia
gettarono il guanto ai medici del luogo, ma queste sfide e duelli come di
solito finiranno in colazione. La sorte peggiore è toccata al sottoscritto,
che per qualche tempo porterà sul volto i segni delle sofferte battiture. È
graziosissimo il caso per chi legge, e a ragione si potrebbe dire che
questa volta un pugno poteva produrre funeste conseguenze.
B.G. n.18 (1872)
Lo scritto che segue testimonia di come B.G. ed altri internati abbiano la
possibilità di andare al Teatro Comunale e di come dispongano di un palco
riservato.
Relazione teatrale
Abbiamo sentito con piacere, sebbene contro il nostro uso, a due
rappresentazioni della compagnia Coltellini che agiva nel Teatro
Comunale; si eseguivano alla prima sera, un Dramma: Amore senza
stima, e più tardi il Ridicolo; due lavori del Sig. Dott. Paolo Ferrari già
noto per altre insigni parti di questo genere.
L’Amore senza stima è un dramma tanto interessante che non lascia al
pubblico il tempo di respirare; lo stile e l’intreccio, i colpi di scena tanto
ben giocati, i tratti di spirito sono degni di un tale autore. Sol in un punto
ci sembra che e egli avrebbe potuto cavarne miglior effetto, se invece che
la moglie avesse fatto conoscere al marito di aver scoperto il suo
tentativo di avvelenamento, e dissimulando sino al punto di farsi
somministrare da lui la porzione venefica, avesse dimostrato alla donna
il massimo sdegno e la conoscenza del fatto. La Commedia – Il Ridicolo
– è tale da meritare ogni lode; solo ci sembra un po’ duro il carattere del
marito, il Conte di Braganza. È certo che il Ferrari è uno dei più grandi
Italiani e i signori artisti della compagnia comica Coltellini e Vernier
han tutti recitato a meraviglia; il Sig. Mancinelli poi, sebbene in una
parte non sua, ha superato se stesso, e pochi potrebbero sostenere dal
principio al fine di una Commedia, l’impassibilità tedesca com’egli là
conservata.
Il pubblico Pesarese ha dimostrato abbastanza quanto apprezzi il merito
di questa Compagnia.
G. B. n. 18 fece L. P. n. 22 per copia conforme (1876)
Questa descrizione offre lo spunto per ragionare sulle forme di scambio e di
commercio attiva nei corridoi del manicomio, ma quel che più ci interessa è
lo sguardo attento di A.B. che sa ben restituirci il clima che pare quello di
una corte dei miracoli.
Il commercio fra i pazzi
Anche i pazzi commerciano fra loro, e su per giù nel modo stesso che
usavano gli uomini prima che la moneta fosse inventata, vale a dire collo
scambio degli oggetti.
Non intendo però parlare di quelli che per lo stato fisico e mentale
saranno in breve dimessi, perocché nessuna o pochissima meraviglia
possono destare: parlo di quelli propriamente affetti da pazzia recente o
cronica, fra i quali alcuni sono idioti od epilettici. D.A. non ha tabacco
da fumo, ma sa che B. ne ha tanto. Va in cerca di lui, lo trova e cavato di
tasca quel frutto che gli è toccato, glielo porge e chiede in cambio un po’
di tabacco. B. prende il frutto, lo esamina e trovatolo buono, prima se lo
intasca, e poi gli dà un pizzico di tabacco, che non vale né più né meno
del frutto ricevuto. E.B. è poco amante delle frutta, e molto del denaro.
Quando trova di aver messo insieme 15 o 20 noci (nella stagione
invernale) guarda bene se gl’infermieri l’osservano e certo di non esser
visto, le presenta a D. che presto presto intasca le noci e dà un soldo al
compagno. F.C. sa bene che 20 noci per un soldo sono troppe, ma non se
ne dà pensiero alcuno. Quindi ne offre 5 o 6 ad E. per avere un po’ di
tabacco da fiuto, di cui è ghiottissimo, e lo aggiunge a quello che poco
prima ha ricevuto a sufficienza dall’Ispettore. E che dirò di F? Quando
va a pranzo, si pone accanto a G. che di minestra vuol poco o nulla
saperne. Sta attento al momento in cui questi depone il cucchiaio e col
permesso dell’infermiere presente mangia la minestra avanzata al
compagno invece della pagnotta propria, la quale viene da lui intascata
e serbata per avere altra cosa di suo genio. H.H. fuma pochissimo,
sicché il tabacco che ogni giorni riceve dall’Ispettore gli è più che
sufficiente, e porta l’avanzo ad F. per avere quella pagnotta da lui poco
prima intascata. I. Quando F. ha ricevuto quel pizzico di tabacco, lo
porta ad I. il quale ha qualche soldo, e si fa dare invece due centesimi o
più per giuocare alle carte.
Potrei citare altri fatti relativi all’argomento, ma per la ristrettezza dello
spazio e più per non annoiare i lettori, passo a concludere con altri che
fra i pazzi anche idioti od epilettici non mancano né i furbi né
gl’interessati.
A.B. (1887)
La breve cronaca che segue è assai inquietante perché l’internato di cui si
parla non era affatto ‘pazzo’, bensì un patriota (un cospiratore) che,
imprigionato dalla polizia del Papa, impazzisce in manicomio e ci rimane
fino alla morte.
Preceduto dal concerto musicale dello stabilimento e seguito da alcuni
ricoverati, del giorno 11 scorso si accompagnava all’ultima dimora la
salma del Sig. U. G. l’ospite più antico del Manicomio (dopo 33 anni di
soggiorno). Il Sig. U. fu imprigionato per delitti politici durante il
governo papale, e nella prigione stessa ammalò la sua mente. (il
redattore)
Attraverso la lettura di giornali e riviste gli internati seguono quanto accade
all’esterno. Sia che si tratti di una meraviglia della scienza e della tecnica o
della morte dell’Eroe dei due mondi.
Il traforo del cenisio
Mirabile opera dell’ingegno umano al fine è compiuta. Un monte che da
secoli e secoli innalzava la sua mole gigantesca, come baluardo quasi
inaccessibile fra la Francia e l’Italia, or ora venne traforato
completamente ed una grandiosa galleria ferroviaria mette in
comunicazione in tal modo francesi ed italiani. Molti illustri ingegni
faticarono molto pel compimento della grande opera, e fra questi vanno
citati; Grattoni Someiller, ecc. L’opera parea molti anni or sono
assolutamente ineseguibile tante difficoltà presentava essendo il monte di
macigno durissimo e di una tale estensione da far scoraggiare gl’ingegni
più arditi. Pure si volle tentare la prova, e l’illustre generale del Genio
Menabrea se ne assunse per primo l’incarico, essendo uno dei primi
ingegneri e matematici dell’Italia. La maggiore difficoltà consisteva
anche nel poter far salire la via ferrata sul monte, che tuttavia
presentava un ascesa un po’ erta, e di questo s’incaricò l’illustre
meccanico inglese Fell, che inventò una speciale locomotiva per questa
circostanza che si chiama appunto ferrovia Fell. Essa differisce dalle
solite locomotive ed è adottata solo per le ascese.
Sul principio dell’anno1871 ebbe termine il traforo, gli operai italiani e
francesi sentirono vicendevolmente i colpi di martello dei compagni e si
salutarono amichevolmente attraverso la parete del monte che non
raggiungeva altro che lo spessore di pochi pollici.
Alla fine dell’anno1871, la locomotiva funzionava mirabilmente e la
grande opera era totalmente compiuta.
M. L. n. 110
Il viandante del cenisio (sonetto)
È oscuro il ciel, è fosco l’ orizzonte;
Già folta neve cade ad ogni istante;
sale pian pian la vetta erta del monte,
Intirizzito un misero viandante.
Non più le membra al lor dover son pronte,
Vacilla il piè, ed è la man tremante;
Lasso ei s’asside ad un vicino ponte;
Ristorate così le forze stanche,
riprende il suo cammin con maggior lena,
Ogni tanto s’appicca alcune branche.
Al suo sguardo si mostra orrida scena,
vieppiù ei muove le spossate anche,
Tocca la meta e allor rasserena.
B. G. n.18 (1872)
Sulla morte di Garibaldi, quale soldato dell’indipendenza italiana
(sonetto)
Italia mia dov’è quel fiero sguardo
Che l’inimico trepidar facea?
Quella voce dov’è che non codardo
Stuol di garzoni all’armi un dì movea?
Dove quel piede che mai vile o tardo
Per i campi di guerra discorrea?
Dove quel braccio nel pugnar gagliardo
Si che braccio mortal non mi parea?
Morì quel grande che in suo cor ti scrisse
Con aure cifre! Non è più quel forte
Che nato sol per te, per te sol visse!
Ma sue labbra quel forte ora disserra
E si parla: che mi fu la morte?
Il tuo scudo sarò pur di sotterra.
A.B. (1882)
(*)Che poco, pochissimo mi piace.
Una madre al figlio coscritto, presso la tomba di garibaldi (sonetto)
Qui t’inchina e m’ascolta. In questo avello,
A cui di mille il pianto si confuse,
Qual di sensi amorosi alto suggello,
L’ossa d’un Grande in questo avel son chiuse:
Del gran Duce Nizzardo io ti favello,
Che già sue forze in mille cor trasfuse,
Trasse Italia dal fango e a lei novello
Glorioso cammin volle e dischiuse.
Né ti basti saper che di sua spada
Al balenar, in più lontana riva
Pur tremò d’oppressori empia masnada:
Ma fia tua scorta l’Immortal Figura,
E se degli avi tuoi l’opra t’avviva,
Guerra ai tiranni a questo avel mi giura.
X. (composto nel 1882, pubblicato nel 1886)
15. Musica

Per occupare dilettevolmente gli ammalati la direzione ha pensato di


ricorrere anche alla musica. Infatti buon numero di essi vi si dedicano con
vero trasporto, specialmente pel cantare, accompagnati dal pianoforte sotto
la guida del Signor Maestro Maccolini che si adopera con molta pazienza.
(D.r F.)
Già nelle cronache degli intrattenimenti abbiamo ‘sentito’ acclamare il
Maestro Maccolini e soprattutto ci siamo resi conto dello sbraitare di molti
di questi cantori.
Uno fra i tanti scolari ha voluto però comporre un nuovo apposito metodo
musicale di cui diamo le seguenti indicazioni. (D.r F.)
Principi della musica
Alfabeto della musica A. B. C. D. E. F. G. Li nomi che vengono formati
dall’Alfabeto sono: Alamirè “Bemì “Cesolfaut “Delasolrè “Elamì
“Fefaut “Gesoreut. Derivati o Bemolli si chiamano: Alafà “Beffà
“Cilafà “Delafà “Elafà “Falafà “Gilafà.
Le righe sono 3 (1. 2. 3. 4. 5.) Li spazii sono 4 (1. 2. 3. 4.). Queste righe e
questi spazii servono per scrivere le note o più alte o più basse che
danno la voce più acuta o più grave.
Le chiavi della musica
Le chiavi sono tre figure differenti che indicano la diversità delle vodi,
eccole: Chiave di Fefaut per il Basso in quarta riga; – di Cesolfaut per il
mezzo soprano in 2° riga; – di Gesoreut per il Violino in 3° riga. Questa
ultima chiave serve ancora per tutti li istrumenti sopra acuti Obue,
Flauto, etc.
Ad uso di me E.S. n.19. (1874)
S.M., in coppia con L.P. che ne segue la dettatura, è capace di sfiorare o
addentrarsi negli abissi dell’esperienza psicotica procedendo nei suoi
eccessivi e maniacali vaniloqui. L’enumerazione, l’elenco, le invenzioni
linguistiche sono alla base di questa scrittura, dove la conoscenza si
trasforma in caos roboante.
Cenni critici, sulla essenza di alcune composizioni musicali
L’Opera o lo spartito, di musica barbara, ma tragico drammatica, oserei
dire quale mai l’Italia ha avuto, quantunque di mio parere, non sia che
una lapidissima aurora serotina alla mezzanotte del Machbet, che deve
la nostra musica irreparabilmente assumere, stretta alle orme calzate da
Donizzetti, Pacini e Verdi, che Rossini tratta le musiche orientali, dove
gli affetti, dall’amore alla fraudolenza, e allo sperpero delle passioni
sono affogati dall’armonia; e Bellini li soffoca di melodia che pare di
sognarne;! ... l’opera o il libretto tragico drammatico intitolato l’Adello,
per ben giudicarsi qui ora, avrei bisogno urgentissimo della lettura
dell’azione poetizzata: per convincermi se la interpretazione Eufonica e
Segesiaca della numeratura applicativi, ae di livello angolare perfetto al
romanticismo plastico della novella contata in versi, o se questi
superiori, o quella; o inferiori ambo alla portata dell’Egira svolgentesi;
o di specchio illusivo alle intime odalità delle concussioni per le viscere
italiane di quest’epoca feroce; la più sublime io penso da trattenersene
nelle aberanti aspansioni coemerite! per nostro danno i maledetti periodi
di conclave in bestia di tutte le razze di alito e favella; selvagine, o
condomestiche ed mane; di contrabilancio le une sulle altre; non sono
che una verità, indarno voluti confettare dagli scolastici del sinonimio
derogativo petizione di circolo, o circolo vizioso del vico: in che per
vero, consiste il ritorno coidentico riproduttivo d’epoche non sovraposte
di fotografie alle ere gemelle coefigiali… ma esse medesime in persona.
Leviamoci dal filosofegiare estetico della storia sepolta; e dalle
estroazioni personificanti: perché, dopo che si fosse detto, che la
venerazione ha un Dio creatore d’Universo, non fu che la dolorosa
bisogna imposta, di barila alla borella del giumento, alle classi dotte e
civili dalle moltitudini imboscate di accetta e in masse bestiali; e che, si
aruffino queste, ciò che è è e non può essere contrariamente di quello
che è, malgrado gli aspirari anomaliaci delle università a Patrie fuori
del tempo processivo, e statario e distruggibile, non si sarebbe detto che
la pura e genuina verità: e tuttavia inutilmente che che ne sia la causa
che cipunisce, a temer sempre che un’ondata di terremoto, o
paralelosismo, ciò sfaldi, a rovina, e ci rivultichi chi sa poi dove! –
parmi molto meglio (come tale quistione di paradisi, purgatori e inferni,
ed eternità succedentine altrove che non nella terra, fosse compiuto nella
debita negazione degli infermi fantasmi) strisciarci pel limo, che geme e
palpita e incrudelisce le antiche leggende e parabole d’un evo
disprezzato, e nondimeno gremito di personaggi, che, perché pensavano
e sudavano alla maniera Messa in mezzo al eboante diavolo, il signor
Noto, ed al cherubino patetico dei cieli sig. B. ci pare la madre Ancilla
del Pretorio di Pilato, già amica di Cristo, e che poi rinnegò ecc. ecc.,
sempre in belo longanime nojosissimo, sfettucciato, affegatato, sfilzato, e
rarissimo svellucciato, e intolerabile, ed insoffribile ed insopportabile,
cupida che ci pirateggi tutte le parti da Ferdinando, o monarchi basilei
di seconda mano; quel tarpano del Cagnoli o Giovanni Ripari non si sa
questo san Pietro se contralto o basso cupo, o di accidenti che lo
rinforzino a voce di inesorabile Eufonico, quali può egli avere e la sua
complice signora C. M. soprana, che pista a pari piedi a Direzione
d’orchestra motivate in bombardone Genovieffa Traffichini o Stuzicchini
M.
Fra i suonatori, maestro, professori, si distinguono il fischio d’Oboe, il
cachetico fagotto, il contrabbasso e gli olimetri a violino s’incelestano
l’argenteo proserpineo squillo della tomba fiatata e dentata del Filippa,
il divinissimo bombardone; anche vista l’originalità del Mercuri a
difidarsene di codesto istrumento orribilissimo, e scusarsene quanto alla
esecuzione generale sulla prima donna baritonale contrattile qui disopra
testata, signora contessa Genovieffa M. Sopra ogni lode i corni.
Ottimamente i cori, maschi ragazzi e donne , quando a lor pare; e i
maschi possono dimenticare (che le donne s’immonacano
stupendamente) in un core che hanno bene mandato a memoria, e
possono sapere che al teatro non l’insusti e influenzi ed oberi e jatti il
tiranno mago sig. G.X.
S. M. fece, L. P. per copia conforrme (1875)
Il Nostro B.G. è anche un eccellente pianista.
Nella sera del giorno 29 u.s. molti pensionati convenivano nella sala da
musica ove il Sig. B. G n.18 suonava assai bene alcuni pezzi al pianoforte, in
compagnia d’un impiegato dilettante di violino, protraendosi il
trattenimento fin verso le 10.
Altri scritti del Sig. M. i quali provano la fertilità e l’attività strana e
disordinata della sua mente.
1. Appena l’alba Senza mia alcuna volontà prestabilita, in sul farsi
bianco il cielo d’oriente, o ivi in circa, mi sveglio. Pei corredori limitrofi
sento la voce del Bolognese Avvocato il quale, scientissimo nelle pagine
sacre, e nei Rituali Liturgici della chiesa Romana, recita con divozione e
composizione e salmi di Preparazione per dire la messa, qualunque il
celebre Comico non sia sacerdote. Poi viene il L. nella mia camera; e la
disinfetta delle eliminazioni diuretiche e antraciche che possono
accadere, notte durante, per le vie ordinarie e loro comodità competenti;
apre la Finestra, muta l’acqua alla Catinella, rifornisce il brocchetto; mi
dà i libri da ripassare le divozioni Greche, o Latrine, o Tedesche, o le
storie romantiche o leggendarie di scienza naturale, e d’arte favolosa dei
Regni; o mi getta in sul letto e la opaca trombaccia di B., il Bascià Turco
di Pesaro. Quindi, poco dopo, lo stesso addetto alla polizia della mia
camera mi porta il caffè nero, e spesso mi racconta le sue visioni
notturne coll’arcangelo del Signore. Ne nascono piccole quistioni fra lui
e me; Egli adoratore di Dio io Ateo. Il disaccordo è apparente: e mai non
eccede a trasporti di conseguenza. Spesso anzi vengono discussi i
Teoremi di maggiore entità, riguardo alle Teologie etniche, e cosmogenie
enciclopediche, dove si finisce restando ognuno dei due nella propria
opinione, seppure non sia un Esame in che converta ai miei catechismi il
solerte ottuagenario L. alle cui asserzioni stando, Egli non saprebbe nel
leggere, né scrivere: il che mi sia lecito il non prestare credito alcuno. 2.
I miei libri ed i miei strumenti Tra avanti il caffè e dopo d’averlo
sorsato, comincio, e ripigliò a leggere, o suonare, o a cantare di coloriti
miei propri, siano libretti d’Opera in notizia veterana ai Teatri del cosmo
civile, o pur sceneggiamenti poetici finti da me medesimo con l’ajuto o
della semplice Fantasia, o mediante una libera interpretazione delle
memorie raccomandatesi ai posteri mercè della stampa! L’anacronismo
in simili generi di Drammatica, presta il miglior stame da far correr la
scissetta a panorama e panorama della Tela. E aggiungasi che
l’anacronismo non la sbaglia quasi mai. Se si rintracciassero poi scaffali
dei Pretori di Giudea i Calmieri della vera Civiltà dei secoli d’Erode,
uno si paragonerebbe di livello con il successo asseverando che G. C. fu
accompagnato al Gabalo dei tre monti in mezzo ai fiscorni moderni, e
alle Batterie di Cannoni Armstrong etc. I Volumi che più vanno a latte
delle cellule del mio Intestino cefalico, sono i dizionarj di qualsiasi
Idioma scolastico, e Romantico, perchè così v’è campo di arricchirne la
nostra Lingua Italiana comune a tutte le razze umane del Globo
terracqueo. Può darsi che alcuni mi deridano: ma è certo che io non
m’inganno. Figuratevi che il Fondamento saggio e logico nella
costruzione e pluralità degli Idiomi sarebbe stato l’aver posto mano gli
uomini e le donne alla fabbricazione della Torre disegnata da Nembrod;
Prima adunque dappertutto si parlava un unica e comune di lingua,
soggetta (s’intende) ai Patoà, ebbene i Pedanti si convincano che oggi è
la stessa zonga che ogni dove si parla. Né la Fabbrica di Nembrotte si
arenò; Babele è esistita, e forse ancora esiste, monumento del massimo
Genio architettonico. Bossuè, criticando l’Epoche antiche e moderne,
non sa quel che si dica; un insigne scrittore è, ma un Filosofo di minor
criterio e sbrendolino di M. I memoriali di Nap. sono errori, perfino
incompatibili a Checchino fratello maggiore di Sbrendolino. La B., ch’è
la Fante della signora B., è certo una Bibbia da leggersi più volentieri
delle sguajataggini della signora la Flael. Unico di soffribile, secondo
me, fu scritto da Virgilio, Scespir, e Valter Scott. i tre Celebri più
colossali dell’Universo. Gl’istrumenti nei quali finora mi sono provato,
consistono: a. In vari ciufoli da un soldo; b. In vari altri ciufoli ricavati
dai stinchi di Pollo, o Tacchino; c. In un organetto della fiera d’agosto;
d. In un antidiluviano Violino tutto scocciolato; e. In una chitarraccia a
corde miste, da eseguirsi le Campane dei Transiti del 2 Novembre; f. E
finalmente in una trombaccia soldatesca, regalatami dal Generale
Rovini, di razza bianca, mescolatasi con un soggetto di razza nera. Un
seccatore di Stivali, di nome Fa., ha ricorso contro il suono di questa
Tuba; ma i matti e le matte non hanno obbligo alcuno verso chicchessia.
3. Mia specie di musica. Il libretto deve essere musicato intieramente. La
parola non deve essere sillabata come alle scuole elementari, ma
pronunciata d’un sol pezzo come nell’uso di chi sa discorrere a filetto
non legato dall’ugola, e con il periodo grammaticale, e meno che sia
possibile rettorico. La poesia deve rimanere innalterata: e quando non ci
sono ripetizioni artistiche eufoniche all’originale, non si debbono creare
dal musicante, che per lo più è un asino a due gambe. 4. Mia uscita
mattiniera dal manicomio. Verso le 10 (due ore avanti all’albtag) la mia
specchiera è compiuta. Oggi un po’ meglio: ieri assai peggio. Vò di
sotto: grido coi Portinai senza alcuna ragione: i Portinai gridano con
me senz’alcun motivo. Vò alla Segretaria, ed ivi attacco battaglie con B.
e C. Dalla Segreteria vò all’Economato e per esercizio di Rettorica, l’E.
ed io ci strapazziamo orribilmente. Così è nei corridoi e col D. e col P. o
col R. e col B., e sovente con tutti insieme, a gran Finale di Lucia di
Lemmermoor. Se vinco qualche centesimo a essi sotto Briscola esco, e ne
rinvesto il ricavato in quintini. Il vino, senza colazione, avanti a mezzodì
è ottimo: e l’Absenzio e l’Artemisia aumentano l’ingegno. Approfittino di
questa scoperta fatta da me, gli schiettissimi Senatori e Deputati del
miserabile Parlamento. Spesso non torno a pranzo se non che alle 4 o
alle 5 pomeridiane. Allora è segno che le mie passeggiate scuoprono
paesi. Il mio infermiere, o mio cameriere ch’è B. mi lascia il pranzo, o in
sua vece il L. Passeggiondo per la Diocesi di Pesaro ho visto le seguenti
Villette o Borgate o Muraglioni: 5.Verso nord o fuori porta cappuccina
1. S. Veneranda; 2. Tresole; 3. Candelara; 4. S. Pietro in Calibano; 5.
Ginestreto; 6. Monteciccardo; 7. S. Angelo in Lizzola; 8. Montelabbate.
S. Veneranda è una cappellania con aggregato di case ove i mestieri
possiedono un fabbro, un falegname, ma nessuna osteria, salvo
l’ampollina della Chiesa. All’ingresso v’è un voltone, ed un apparecchio
classico a stile bizantino che la società di Pesaro ha riconosciuto per un
cartone di Palladio con modificazioni praticatevi da Bramante. Nella
Chiesa vi è una S. Veneranda a olio, rappresentata al naturale da pie a
capo; opera che si crede con ogni buona induzione essere del pennello di
Fidia 6 secoli avanti Cristo; il Cappellano della Basilica finge di essere
zoppo ed è in odore di santità: fra i suoi miracoli si conta che muore
ogni notte e si sveglia ogni mattina. S. Veneranda per non sentir caldo si
trova imbugigattolata fra due montagne che le fanno da Persiane, tanto
che mentre a Pesaro è mezzogiorno lassù è l’ave-Maria. Insomma, per
prodigio, Pesaro è in Europa e S. Veneranda è in America. L’animato
complessivo d’aria e di terra e di nazione anfibia ammonta secondo i
calcoli del Cin. a un effettivo di 3 milioni e mezzo di persone: in tutto ben
specificato vi saranno 24 o 26 persone di genere umano. La balia del
piccolo F. è la più bella donna di quei contorni. Si dice anzi che la
signora F. si abbia le tenaglie al cuore: indi è che gli fa la poliziotta da
mane a sera per tutte le contrade della Capitale. M. (1880)
Da matto a matto ci si intende:
Circa vari istrumenti restituitimi
Avendomi Frigerio esortato
Di non suonare la mia tromba, e volendo
Al tempo stesso farmi segno a dito
Che io delle sue grazie era godendo,
I’n’ebbi il mio cervello impermalito,
E fui quei capezzali a lui rendendo,
Che in più suonagli mi abbia sfavorito
Sì come a tal che musica è facendo
Or ritornò la voglia di riaverli,
Ed ei me li ridiè, non so a qual patto
Legittimo eseguibile a tenerli.
Serviran se non altro a qualche gratto,
Onde si sappia che il ripossederli
Potei buon grado ad un Dottor sì matto
S.M. n. 265
Unica nota: “matto’’, ossia grazioso di qualche ingegno, di tiri
eccezionali nell’esercizio della propria scienza: come far morire invece
di guarire, dipingere invece di colorire, selografare e invece metter le
gambe ecc. ecc.
Stornello
Canarina dei boschi a me diletta
Della tua voce stessa innamorata
Riediti a vannozzar sulla bacchetta
Della gabbia ch’ ho in serbo a te dorata
Per le rose dell’ alba all’ aure prime;
Tu riedi a riugular sulle tue rime
M.S. n.365

16. Cibo

Il cibo è sempre una questione importante.


Nelle sue cronache, B.G. più di una volta ci ha messi di fronte agli assalti di
un pasticcio di maccheroni o del ritorno a bomba sulla questione di un
condimento.
Il ricoverato D.G., affetto da Monomania intellettuale, confezionò tutte le
parti, e compose un torchio litografico che serve magnificamente pei vari
bisogni dell’Asilo. Lo assiste nella esecuzione dei lavori di litografia l’altro
ricoverato monomaniaco A.B. ben noto ai lettori del Diario per varie poesie
già pubblicate. Ora avendo il Sig. Direttore ordinato che nella stessa
officina litografica fosse ammannita una piccola refezione, il B. per
ringraziare, improvvisò il seguente dialogo (D.r F.):
G. e B. a pranzo
Maccheroni! – Che buon formaggio!
A lavorare – danno coraggio.
Non ti par buono – anche l’agnello!
Il vino nero – e il moscatello?
Si certamente! Anche il prosciutto,
Anche la fava: – insomma tutto.
Ma pei lavori – che fatti abbiamo
Un pranzo tale – non meritiamo.
Confesso io pure – che questo è vero,
Perché mi piace – d’esser sincero:
Però ti dico – se creder vuoi,
Che tutto il male – non vien da noi,
Perché fur pochi – gli schiarimenti
Sui litografici – procedimenti.
Non è poi buona – la stessa pietra,
Brutta la carta – eccetra eccetra.
Ma via, finiamola – con questo dire:
Meglio faremo – per l’avvenire:
Le grazie intanto – rendere io vò
A chi gentile – ci si mostrò.
In questa cosa – compagno mio,
Esser teco – voglio pur io.
Buon Direttore – che in verità
Ver noi dimostri – grande bontà.
Con tutto il cuore – ti ringraziamo
E servi tuoi – ci confermiamo.
A.B. e D.G.
Nella poesia di S.M. risuona il languore di uno stomaco offeso dalla qualità
della cucina, dal cibo scarso e magro che poi a cena si risolve con una tazza
di latte.
Sonetto improvvisato a carico dei cuochi
E siam sempre da capo con i piatti
Di Magirica tal che fanno paura
Perfino quegl’ultimi Esser di natura
Quali essi sono le civette e i gatti
Così non ammontavano quei patti,
Onde la Direzion mi die’ sicura
La guarentigia che non fredda o dura
Fosse la mia porzion dei sera latti
Il perché io ne fò piatto e querela
Di pubblico libello contro i cuochi
Con quell’ardir che per nulla si cela.
Si dà un pò più mantice in su i fuochi,
Ed il proprio dover si mette a vela,
Da non mangiar di gravidanza i Lochi.
Prof. S. M. L. P. Seg. prov. (1878)
Nota speciale del Seg.: “magirica’’, arte elegante di culinaria (ossia di
cucina);
“sera latti’’, cibi serotini, ossia da cena.
L’antico terrore della morte per fame si ripresenta costante e muove la vena
poetica (e la fame) dei nostri redattori.
Sonetto gastronomico
Le anguille con l’alloro nello spiedo
Son d’uso alla Vigilia di Natale;
Ma i capponi però, siccome io credo,
Danno un cibo più grato e generale.
In questo Manicomio altro non vedo
Che gallinette magre andate a male,
Tanto che arrosti simili io cedo
A chi è senza denari il Carnevale.
Dunque arrivin le Feste e la Dispensa
Ci mandi su nei piatti le porzioni
Salate al gusto di fratesca mensa.
L’Economo non badi alle questioni
Di risparmio, Dio buono!; poiché pensa
Ben chi prepara altrui lauti bocconi.
S.M. (1883)
Con mezzo bicchiere in più di vino si può scrivere a lungo, questo è il
messaggio rivolto al Dr. Frigerio, collega del Direttore.
Senza titolo
Nessun si meravigli se accettai l’invito
Dell’ottimo Dottore; nessun mi creda ardito,
Poiché se all’appunto venni al Refettorio
Non fù pel bicchier solo, ma fu per l’accessorio.
Cioè di rimanere per tutti i dì contento
Nell’essermi accordato mezzo bicchier d’aumento.
Ciò può il Sig. Dottore collega al Direttore
Che quando è necessario comanda a tutte l’ore.
E già spero che dica, usando del potere;
Mezzo bicchier d’aumento Don Checco deve avere,
Allor mi verrà forza a scriver la mia vita,
E senza interruzione finché non l’ho finita,
Sebbene per finirla occorrono degli anni,
Per esser stata piena d’accidenti e di affanni,
E bere altro tantino offende forse o tocca?
Sol che lor chiudan gli occhi ed io apra la bocca:
Perdonino Signori, ammaestrati sanno
Che è permesso insanire una sol volta all’anno.
S.F.C. n.584 (1874)

17. Natura
Il piacere di dissertare, accompagnato dalle conferenze che spesso
intrattengono alcuni degli ospiti del San Benedetto, offre nelle pagine del
Diario un buon numero di articoli che hanno come oggetto la natura. Il
primo è la cronaca di un terremoto realmente avvenuto, dove Gualtiero
descrive la reazione dei suoi compagni e la paura che tutti, compreso lui,
hanno provato. Nel secondo, parlando della forza del mare in burrasca, si
affaccia un episodio autobiografico. Sempre Luciano M., descrivendo il
gusto di un paesaggio innevato, si perde nel ricordo e nella nostalgia. Poi,
Venezia imbiancata, e il desiderio di rivederla, si presenta come l’immagine
di un possibile giovamento per la sua guarigione.
Il terremoto
Accidit in puncto quod non acadit in anno! Erano le 9 di sera, la
maggior parte di noi si riposava tranquilla nel suo letto, i rimanenti
stavano conversando, e giuocando, allorchè: orribile dictu! In un baleno
s’odono suonare i campanelli, battere con forza le porte e le finestre,
tremare tutte le pareti. I dormienti si svegliano spaventati, gli altri
ancora impauriti, gridano ed urlano. Che avvenne? che fu? Il terremoto.
Così violento, che l’eguale non era mai in Pesaro venuto a turbare la
pace dei viventi. La scossa durò cinque secondi minuti, ed ha prodotto
guasti terribili specialmente in Urbino, ove ha buttato giù qualche
fumaiuolo di camino, e dico poco. Vogliamo sperare che simile visitatore
non verrà più ad importunarci. Gli esseri che abitano in questo luogo
sono abbastanza sventurati, e non han bisogno di tali emozioni. Lo
preghiamo quindi caldamente a rintanarsi nel più profondo delle viscere
della terra, da dove non dovrebbe mai uscire. Un tale si rifugiò nel letto
ove rimase fino alla mattina del giorno successivo, un’altro si pose a
girare pei corridoi, gridando a tutta voce “basta terremoto, basta”. Un
terzo arrischiò di battere il naso sopra il tavolo mentre stava giuocando
e ne riportò una così grande paura, che per tutto il giorno fu in continuo
moto verso un comodo luogo. Insomma, fu una paura generale, e ad
onore del vero nemmeno chi scrive può togliersi dal numero dei tementi
dell’ira ventura, con quel che segue.
B.G. n.18. (1873)
La burrasca
Sublime spettacolo presenta il mare quando è commosso, quando le sue
onde infuriate s’innalzano fino al cielo, quando il cielo sovraccarico di
nubi sprigiona l’elettricità, e tutta la natura pare agitarsi in una
convulsione terribile. Nell’America meridionale, questi fenomeni di
natura raggiungono il più alto grado d’intensità, intiere isole vengono
inghiottite dalle onde e scompajono in causa dei terribili uragani, ovvero
sia cicloni, chè tale è il nome che si dà appunto a quelle terribili bufere.
Ultimamente l’isola di S.Tommaso che possiede 5 o 6 mila abitanti venne
completamente annientata; alcune altre isole di minore importanza,
vennero così sommerse dalle onde.
Io mi trovai avvolto in una tempesta forte, non però di grandissima
entità, quando viaggiai da Genova a Livorno nell’anno 1850. Il battello
a vapore s’innalzava e s’abbassava con una terribile violenza, ed il vento
impetuoso e gelato entrava fra gli sportelli aperti della sala il terribile
male di mare che fa tanto soffrire tormentava tutti, fu una notte assai
crudele; pure verso il mattino si calmò il vento, le onde
s’abbonacciarono, e seguimmo il viaggio in condizioni più favorevoli.
M. L. n. 110 (1872)
La nevicata
Il rigido freddo che cominciò a farsi sentire, accompagnato dalla grigia
tinta del cielo, facevami in uno degli scorsi giorni, pregustare il piacere
di pascermi la vista d’innanzi al poetico paesaggio che offre una
nevicata. Sublime spettacolo presenta allora la natura rivestita di bianco
manto che a guisa di candido lenzuolo la trasforma completamente. La
neve è il prodotto dell’acqua congelata, che trovandosi nelle alte sfere si
gela, e poscia cade condensata. Nulla fa più pensare àlla magnificenza
del Creatore di questa vista mirabile, che riassume un complesso di cose
veramente portentoso, il vedere trasformata in tal modo la natura.
La neve, la grandine, ed il ghiaccio sono i fenomeni atmosferici più
ammirabili.
Nell’Artistica Venezia è specialmente ammirabile una nevicata: i palazzi
marmorei, i ponti le bellissime piazze che l’adornano ne son piene, la
città è di aspetto anche più artistico dell’usato, la naturale originalità di
quella città viene accresciuta dal niveo strato che le ricopre.
Quanto volentieri vi ritornerei! Sembrami che la mia stella nemica
cesserebbe di perseguitarmi. Bellissime sono anche le nevicate in
campagna, sui monti, specialmente sui più giganteschi come le Alpi, e gli
Apennini e molte volte avrei voluto ritrarre una simile veduta, e chi sa
che un giorno non vi riesca.
L.M. n.110. (1872)
Scena notturna (sonetto)
Tutta la notte un vento indiavolato
Usci e sportelli sbatacchiar facea,
E giù venia tant’acqua, che parea
L’Universal Diluvio ritornato
Sotto le coltri mezzo spaventato
La mia povera testa io nascondea,
E zitto zitto fuor la rimettea
Quando il fiero aquilon s’era placato.
Ecco improvviso tuon! Non di cannone
Che mi tuonasse accanto, e non fu tuono:
Un p….fu di Gaspare il mangione.
Dalla stanza fuggii a dirittura,
Chè un altro p…..sol di maggior suono
M’avria fatto crepar ... sì, di paura.
(1888)
In questo frammento scopriamo uno dei tanti testi visionari, scritti da fautori
di teorie a volte deliranti, che toccano un’ampia gamma di campi del sapere.
Questo, in particolare, è estratto da un resoconto di una passeggiata, dove lo
scrittore (probabilmente Stanislao M.) si apre su ardite speculazioni sul
globo terrestre.
[…] Come essa sia stata (la terra) sempre increata, come essa sia
sempre indistruggibile, e come nel centro abbia vuoto assoluto di suolo o
di fango, o per popolarmente esprimermi, vuoto di cassa (astuccio di
boccia rotonda per fetto da suolo solidale o di fango in vena di
corrispondenza col rimanente intorno di sopra) o vano di riassunzione al
complessivo staccato o in se ricongiunto ed inamovibile, ed inalterabile
di macigno grezzo in campana chiusa di Flambò notturno di
riassunzione d’un raggio immaginario ma esistente in linea diritta
concentrica dalla pianura visibile a nostri occhi, superficiale a livello
alcunchè soprastante a supposizioni erronee, di mare in funzione
ordinaria nonché dalle comuni superfettazioni; tanto profondo quel
raggio a mio parere testé indovinato, quanto da essa detta
approssimativa superficie, le più impercettibili sommità degli Immalaja
favolosi, ma sorprendenti montagne si elevano allontano, si alzano e si
perdono a culmine, dal clima più trattabile del globo. E così in questo, e
di questo, come in e di tutti e scissi tutti gli altri globi dell’universo, (o
stelle peregrinanti per l’infinito) sempre simile stato, stante e futuro in
eterno … semplice distinto ed uno. Arguisco la dichiarata evacuità
ecentrica del globo, e di tutti gl’altri insieme dai nostri usuali palloni
volanti; onde se i vulcani esistono nessuna meraviglia che l’imo
ricompulsivo centro possa essere eziandio riaplessivo serbatojo
immortale delle convaporazioni istintive al moto di rotazione; o il
naturale ingenito degl’esogoni dell’aria trovarsi come a dire
innecessitato che i corpi gravi si trovino vuoti nel mezzo onde ne
deriverebbe alla scienza che si potrebbero elettrizzare le materie solidali
con altri ingredienti diversi dal foco.
(1875)

18. La religione

Papi ed i profeti dell’ospizio s. Benedetto


Nell’Ospizio di una regione per tanto tempo retta da un governo
teocratico, è naturale debbano abbondare, invece dei pazzi sedicenti re,
imperatori, generali, i pazzi teologi, Pontefici etc.
Noi ne abbiamo, infatti, una dozzina; abbiamo anche una quasi papessa,
che rifugge, come il Diavolo dall’acqua santa, dal vedere gli uomini che
non siamo coperti di tonaca nera, o per lo meno bigia; è una donna che
si dice cugina del card. A., nipote del Card B. molto intima parente del
papa ecc.
Abbiamo una suora che si dice generalessa dell’ordine, ed un sedicente
segretario del V. cerimoniere del papa, che deve portare, fra poco, non so
qual mantellina.
Abbiamo, poi, un vero e reale papa, che s’intitolo Atanasio Tiranni,
papa-re di Catria, ed Arcivescovo di Cagli, arciduca di Malaga, qualche
volta anche imperatore, e persino Dio; egli con molta difficoltà concede i
posti del suo ministero, e si comporta con serietà, e tranquillità
veramente apostolica.
Per quanto abbiamo tentato di fargli scrivere decreti o proposte di leggi
non ci verso che questo legislatore assai parsimonioso si decidesse a
dettarne, dicendo sempre che ci penseranno i suoi segretari; però da
alcune lettere che con stento ci riusciva a fargli scrivere, e la cui
ortografia e calligrafia sono inappuntabili, si potrà formarsi un criterio
esatto delle sue allucinazioni, ed insieme della lucidezza della sua mente.
R.mo ed E.mo Procard. Prosegret.
Sono a richiederle del come vadano i miei affari e se le mie cause sieno
state decretate. Sappia che la cibaria, che qui mi è somministrata, non
forma pel mio individuo sufficiente alimento. Non ho modo né mezzo da
rimediarvi; ho parlato, ho richiesto inutilmente. Tanto per sua regola. Si
degnerà salutarmi i coniugi, e salutandola con istima mi professo.
Pesaro dal Convento dedicato al Dio V.P. 4 Gennaro […]
E.mo Procardinale ecc.
Siamo novellamente a manifestarle che da due mesi, e nove giorni
catturati e strappati dalla Nostra Residenza di S. Giov. Battista siamo
barbaramente trattati, e percossi, e disonestati dormendo, e soffriamo
molto altri difettucci, anche non dormendo. Veniamo pubblicamente e
privatamente decapitati, ed abbiamo altri simili orrendi affronti del
Nostro corpo. Dee sapersi che molte volte sopra la nostra natura d’uomo
ci formano la natura di … e ci si corrompono. Si pensi ai dolori che
soffriamo. Salute ed Apostolica Benedizione
A tutti i fedeli che, riuniti sono al sacro Collegio, e con Noi, richiediamo
d’essere vocalmente, e verbalmente esaminati’e sperando d’essere
liberai quanto prima, con rispetto ci rinoviamo di Sua Eminenza Illma, e
Revma. S. Benedetto di Pesaro, 7 Luglio, Affmo Figlio V. Papa,
Patriarca, Arcivescovo di Cagli, rettore di S. Giov. Battista in
Montevarco della medesima Arcidiocesi Mastai. P. (1873)
Ma più curioso era il P. N. Uomo da giovane affatto spregiudicato,
divenuto matto, si mise in mente di essere Papa e Profeta. Nativo di
Sinigalia, d’età circa anni 30, fu prima sensale, poi volontario nella
campagna del 1848-49; nel 1831 fu carcerato per sospetti politici e
tradotto in Ancona: di poi incominciò a dar segno di alienazione
mentale; e dopo poco tempo fu condotto in quest’ospizio ove sibbene
sempre in cella, pure era sempre in moto e discorreva continuamente da
se. Se uno si appressava alla camera e l’interrogava rispondeva ma con
molta alterigia, e senza guardarlo in faccia, se lo contraddiceva usciva
in un torrente di villanie ed era anche capace di avventarglisi contro e
percuoterlo. Molta parte del giorno era intento a scegliere dal suo
pagliariccio i granelli che si trovavano fra la paglia e ne aveva fatti tanti
sacchettini che teneva carissimi presso il letto. Era pure abile
meccanico: aveva plasmato uno stemma, a forma di Triregno, di midolla
di pane e lo teneva a capo al letto, costrutto con moltissima perfezione,
che simboleggiava tutti gli immaginari suoi titoli.
Egli dettava un suo codice teologico a capo del quale egli aveva miniato
questo suo stemma in cui alle sacre chiavi sono mescolate delle
baionette, della spade e delle pistole, più una fascia con queste lettere: P.
e unico C. S. e P. S. C. e S. S. e G. Iddio, sono in questo M. V. I. D’Italia
R. N. P. (1873)
Diamo alcuni brani di questo Codice:
“Questi sono i dieci Comandamenti di Legge e mio proprio comando;
tanto nel giorno, come nella notte. Dico a te, uomini e donne, ed ancora
al sesso masolino e femminino, non devo fare questi delitti. Non
nominare i nomi di me Iddio, in giuramenti falsi, e con bestemmie, e con
bugie, e con ingiurie; dico a te uomini e donne , ed anche a tutti i sessi
maschili e femminili. Ricordati di santificare le Feste, e quelle da me
conosciute e santificate, da me Spirito Santo Iddio, Ni. Pa…che sono
vero Iddio in questo mondo Devi onorare e rispettare i tuoi propri Padri
e le tue Madri, e tu Padri e tu Madri dovete rispettare i vostri propri figli
e le vostre proprie figlie , per quel merito che loro hanno, e come vi
corrispondono, e non dovete darci “i cattivi esempi”. “Da chi furono
dati questi dieci comandamenti?” Da quel Dio nella legge vecchia. Ed io
Primo ed unico Creatore, Signore, e Padrone, Sovrano, comandante ecc.
Si voi stessi, e voi stesse, siete proprio la pietra dello scandalo; rei e ree
del delitto, e trasgressori, e strasgreditrici della legge ecclesiastica, e
della legge di giustizia; questa è vera propria sacra verità, ed è proprio
fatto di prova, perché mi avete condotto, e portato in questo Ospizio di S.
Benedetto, e mi avete fatto passare per pazzo, e me lo fate passare per
ora; come lo potete negare e dire che non è vero? Qualora volete
resistere di tenermi qui forzatamente, poiché non ho nessuna malattia nel
mio fisico personale, come potete negare e nascondere questo
tradimento, mentre non mi volete lasciare in libertà? Non è egli tradire
in questo modo, veri rei e ree, e traditori,e traditrici delle legge
Ecclesiastica, e della legge di giustizia? Io non credo a nassuno, e
nemmeno a nassuna; voglio essere io primo nel Trono, e nel comando,
come mi si appartiene per diritto e per giustizia; invece tanto voi come le
truppe militari in tempo di bisogno, vi ho chiamati e vi ho domandato
che mi dovreste prestare manoforte; or tanto i Sovrani che le truppe si
rifiutarono alla mia presenza, e cogli occhi miei li ho veduti a farmi volta
faccia, dunque sono contrari a me proprio. Come dico ai Sovrani
Europei, così pure dico a tutti, non meno che a quelli dell’Africa,
dell’Asia ed America, che voglio essere io il primo nel comando e nel
potere, e che siano detronizzati tutti quelli “che sono contrari a me”.
Questa è la vare sagra verità, di credermi a me persona propria, Nicola
Pa.., che sono Io questo unico e primo Creatore e Spirito Santo e Grande
Iddio; che sono in questo Mondo Vivo, Imperatore d’Italia, Romano, e
vero nativo Senigalliese, ed ho fatto il vero e sagro voto di castità e sono
vero nativo Cristiano Cattolico ed Apostolico Romano, e nativo vero di
stirpe e sangue di mio Padre, Antonio Pa., sopranominato Bastoncino, e
marito di mia propria madre Vernacola, sopranominata Bastoncina, che
mi ha ingenerato nel ventre di mia propria madre Vernacola e sua
propria moglie, che mi portò nove mesi nel suo proprio ventre, e sono
stato nato, anzi partorito “nella notte del 23 Settembre dell’anno 1818”.
(1872)
Negli scritti che seguono il linguaggio della sofferenza si traduce in
immagini religiose dove le visioni di sapore profetico e delirante, come il
castigo e il ritorno dell’arcobaleno, ricorrono.
Senso di colpa e di svuotamento sembrano avere una vera e propria origine
religiosa, infatti l’educazione e il modello culturale di riferimento fa sì che il
soggetto tenda a giustificare la malattia e l’internamento con allucinazioni a
contenuto divino.
Visione del 24 giugno 1884
S. Pasquale Baylon mi si presentò vestito cogli abiti pontificali e mi
disse: Verrà il giorno in cui tu vedrai grandi cose sopra la terra. Un
cavallo bianco porterà un cavaliere con bandiera rossa nella sinistra e
una spada nella destra. E questo cavallo metterà le ali e volerà sopra la
terra all’altezza delle nubi, e il cavaliero spazzerà via dal mondo tutti i
nemici di Dio e della Repubblica. E poi mi disse: Altre cose vedrai,
perché si apriranno le porte del Cielo e una Coorte di Angeli con cetre
ed arpe scenderanno a sollevare fino al trono di Dio il cavaliero
vincitore. Quindi soggiunse: L’ora del castigo suonerà per i peccatori
ostinati. I forni non cuoceranno più il pane, ma le carni degli usurai e
degli assassini. E le anime loro passeranno in altrettante cavallette, che
consumeranno le biade degli ipocriti e dei mistificatori. E le viti non
produrranno più uva, ma le viti si convertiranno in quercie, e della
ghianda si pasceranno tutti quelli che abusarono del loro potere su
questa terra. E seguitò: Il sole si oscurerà e i peccatori fra le bestemmie
e gli urli precipiteranno in un abisso infuocato per non riveder mai più
la faccia del Sole e di Dio. E tu dal settimo Cielo contemplerai il castigo
universale dei malvagi, che ti condannarono al Manicomio, come i
Giudei condussero Gesù a morire sul Calvario.
E terminò dicendo: dopo cento anni ritornerà l’arco baleno, e i fiori si
trasmuteranno in giovinetti, e le erbe in donzelle. E questi giovinetti e
queste donzelle si accoppieranno come farfalle, e daranno un nuovo
seme alla terra. E tu allora ti allontanerai dal Trono di Dio, e colla tua
profetica parola guiderai il nuovo popolo, che resterà fedele a Dio per
omnia saecula saeculorum. Amen. A queste parole una luce mi abbagliò,
e caddi come apopletizzato. San Pasquale era sparito.
C. P. profeta. (stampato nel 1886)
Visione
Memorie della visione che ebbi la notte del 15 marzo 1884 in Ancona, da
due spiriti, uno divino e l’altro infernale.
Illmo Sig. Direttore, Iddio disse: Ho levato l’anima dal corpo della
M…..ed in quell’istante partì uno spirito infernale per introdursi nel
detto corpo: quindi soggiunse: E la Madonna le farà la grazia. Poi levò
l’anima allo scrivente e la consegnò ad un altro spirito divino, che era la
Madonna, acciocché la portasse al Limbo dei Santi Padri; poi m’investì
di uno spirito infernale, poi mi disse: Tu il giorno prima della festa dei
Protettori del tuo paese nativo maledirai la terra, come Profeta, per sette
generazioni, e dopo due mesi che sarai stato nel Manicomio di Pesaro, la
Madonna ti riporterà l’anima. Fu di parola. La notte del 20 Agosto
dell’anno testè decorso 1885 me la riportò. Poi Dio proseguì col dire:
Dopo qualche tempo ti leveranno dal Manicomio e ti collocheranno in
altro locale, dopo risorto vivrai fino ad età decrepita. La sera del 18
giugno 1885 ti prenderà un colpo alla testa, cadrai in terra, ti
crederanno morto; e tu, dopo cinque minuti, ti leverai in piedi; e così
accadde. I preti ti perseguiteranno, e tu ne farai una distruzione in
Ispagna. Gli spiriti dei santi semplicemente andranno in cielo; io verrò
in terra, disse Dio, alla fine dei secoli per condannare le anime perdute.
Accadrà in breve grande distruzione nel mondo. Ti faranno provare un
saggio delle pene infernali; ma pagheranno ben caro il sangue che ti
faranno spargere. Quindi soggiunse: Fa fronte a tutto, ché io veglierò
sopra di te. Si oscurerà il sole a cominciare dal giorno della tua
passione; e dopo quarantasei giorni che sarai stato al Manicomio finirà
l’eclisse, e si vedrà l’arco baleno alle ore 5 pomeridiane, come già si
vide la sera del 5 agosto 1885, mi disse che mi sarei impazzito.
(1886)
Ancora una volta abbiamo uno scritto che ci riconduce al contesto storico.
M. da fedele suddito papalino non riconosce lo stato italiano, le sue
istituzioni e le sue celebrazioni.
Un certo M. che appartiene ad una famiglia di vecchi impiegati pontifici,
è il più curioso uomo del mondo; per esempio: è capace di pulire le
latrine al mattino, e di far da segretario la sera, e nell’intervallo visita
sei o sette chiese; ha 65 anni ma non ammette di averne che 40 perché 25
li ha passati qui dentro: da buon pontificio, ch’egli è, non ha mai
riconosciuto il governo italiano, e quando vede un regio impiegato lo
rispetta come uomo, ma non ammette la sua qualità d’impiegato.
Un’ispettore dell’ospizio che ebbe la sfrontatezza, a suo dire, di
mostrarglisi vestito colla divisa entro la quale nel1870 entrava per la
breccia di Porta Pia, è da lui veduto come il fumo agli occhi; fra l’altre:
piuttosto che uscire da una porta statagli schiusa da questo ribelle, egli
rientra nella corte, la richiude e se la fa aprire da un altro. L’altro jeri
per la festa dello Statuto essendosi illuminato l’ospizio, e la città, egli
percorse le strade con un ombrello facendosene schermo agli occhi, per
non veder la illuminazione, e quindi compromettersi, a suo credere, col
suo governo. Entrato dentro l’ospizio siccome la finestra della sua
camera portava accesi gli odiati lumi, egli colle lenzuola si coperse gli
occhi, più cacciò la testa sotto i cuscini per evitarne la vista.
(1872)
Il monomaniaco religioso per rispondere alle domande dei medici preferisce
ricorrere a quel nuovo strumento che è il giornale.
Domandammo ad un ricoverato per Monomania religiosa, come pensasse
intorno all’assenza dell’anima – “mi dia l’occorrente per scrivere e
risponderò” disse – Infatti poco dopo ci presentava il seguente articolo che
riproduciamo in tutta la sua integrità:
L’anima
Non intendo io definire cos’è l’anima, per me è un mistero; ma solo
espongo qual’idea su tal soggetto sa formarsi la mia limitata
intelligenza. Secondo me, l’anima è un’essenza spirituale che circonda e
invade il nostro corpo esercitando la sua azione in tutte le nostre
membra. L’esistenza umana è un’amalgama di anima e corpo, e finché la
morte non divide questa unione, l’anima risente delle funzioni del corpo,
come questo va soggetto agl’influssi dell’anima. La volontà, è costituita
da un’accondiscendenza reciproca delle facoltà sensibili del corpo, e
delle facoltà dell’anima: è per così dire la riunione di due potenze che si
unificano per fare l’azione; queste potenze sono le tendenze, gl’istinti, le
necessità della materia, le percezioni, ed aspirazioni dell’anima. La
sapienza ha sede nell’anima, perciò quando facciamo un’azione buona
ne sentiamo compiacenza e quando ne facciamo una cattiva ne sentiamo
ripugnanza. Se in questa ultima ipotesi l’anima cede all’azione che essa
stessa ripugna e biasima ciò succede dalla niuna cura che si è presa per
sovrastare alla materia, e nel lasciar prendere il sopravvento alle
tendenze di questa: ci si sente come trascinata, e non ha forza di
svincolarsi. Le gioje e i dolori sono comuni all’anima ed al corpo, però
quando l’anima è pervenuta a domare la materia può godere nell’atto
stesso che il corpo soffre. L’anima sente la responsabilità di tutte le
azioni che ha fatto in convivenza col corpo; non sente le responsabilità
per quelle azioni le quali quantunque avvenute, non furono assecondate
dalla sua compiacenza assoluta. L’uomo che senza por mente alla
gravità dè suoi futuri destini si lascia trascinare dagli allettamenti dei
vizii trova poi coll’andar del tempo che la sua anima ne soffre per la
vergogna dè vizi a cui s’è data associandosi al corpo. Se l’anima non
potrà ammalarsi, può però soffrire per la ricordanza delle colpe, il che
equivale alla stessa cosa: soffrire, od essere malati, v’ha poca differenza.
Per me stà che l’anima può malarsi per mezzo delle compiacenze nei vizi
del corpo, e può guarirsi e vivere la beata vita dè Cieli. I rimorsi sono le
piaghe dell’anima, l’espiazione, il pentimento, la virtù ne sono la
medicina. I terrori dell’agonia succedono in conseguenza, dello stato
dell’anima. Quest’anima che vede giunto il momento di ritornare al fonte
d’ogni bene donde è partita, e sentendosi indegna di comparirvi perché
porta seco il terzo delle colpe commesse in convivenza al corpo che la
rende brutta, si riempie di duoloacerbo, disperato, il quale sù quegli
estremi si comunicano pure al corpo. Se però durante la vita si ha subito
una qualche espiazione delle colpe commesse e più o meno se ne è inteso
il pentimento e si ha quindi seguito la virtù per quanto le forze ( sempre
deboli però per chi ha avuta abitudine al vizio ) il permisero, allora
l’anima si diparte più fiduciosa come fa il figlio che fa ritono al Padre
inquieto, ma che gli face sapere che il perdona.
D.N. n. 231 (1872)
Diario osb, n.13, 31 Dicembre 1874
P. V. D. C … d’anni 42 di professione Sacerdote, per nulla ebbe
compromessi i parenti quanto a malattie mentali e nemmeno per melettie
affini. Di carattere melanconico, ebbe a soffrire di malattie nervose non
però chiaramente determinate nella storia che lo accompagnava.Col
progredire nell’esercizio del suo ministero, divenne sempre più tetro di
umore; ad accrescere poi questo stato dell’animo suo si aggiunse un
forte spavento prodottogli dallo scoppio di un fulmine in prossimità della
sua casa Parrocchiale per parte di alcuni malandrini. Diffidente di tutti
quanti avvicinavanlo, temeva la propinazione di veleni: timoroso di
perder l’anima, stabilì di incominciare un’era d’espiazione non
cibandosi mai e vegliando continuamente. A colmare la misura
sopraggiunsero gravi dissesti finanziari in seguito ai quali peggiorò il
suo stato in modo da richiedere le cure del Manicomio. Ammesso qui
nell’Agosto 1855 si conservò per molto tempo in preda a notevole
depressione morale: depravato nei gusti cibarsi di sterco, di radici ecc.
Curvo nella persona, sempre muto, senza presentar mai speranze di
guarigione venne dimesso dopo un anno dietro richiesta della famiglia.
Nel 1861 però fu riammesso avendo assunto una forma di malattia
affatto opposta alla prima. Il delirio ambizioso dominava in ogni suo
discorso; una loquacità insolita ed una agitazione che talora raggiunse
il furore, composero la sindrome della sua malattia per alcuni mesi,
trascorsi i quali divenne molto calmo e mentre prima non potevasi
frenare nei suoi discorsi e si mostrava indocile ad ogni esortazione, si
fece più tardi garbatissimo ed assunse un aspetto umile e computo nel
tutto degno della carica che credè occupare. Egli infatti dice di essere
Sileno l. Pontefice massimo e di trovarsi qui per infamia d’un suo
nemico; però i suoi ministri vegliano per lui a Roma e verrà giorno in
cui giustizia sarà fatta. Mentre prendevamo sul suo capo la misure sotto
esposte, inveiva contro la nostra temerità mercé la quale ci
permettevamo di porre le nostre mani profane sul divino suo capo. “Non
sono le mie sembianze codeste” ci diceva quando disegnavamo l’unito
schizzo del suo profilo, esse sono sparse in tela, in carta, in bronzo in oro
ecc. per tutto l’universo mondo e quando ritornerò al mio seggio
pontificale riappariranno sul mio volto. Di fisico sano, e di proporzioni
corporee regolari.
Passa il giorno solitario, e non parla altrimenti che dietro ripetute
interrogazioni aggirando sempre il discorso intorno al suo futuro
dominio pontificale.
Craniometria: circonferenza del capo cent. 55; Curva antero-posteriore
cent. 31, biaculare cent. 30; Diametro antero-posteriore cent.19,
biparietale cent. 14, bitemporale cent. 15 e mezzo, bifrontale cent. 8,
occipito bregmatico cent. 18, mento verticale cent. 21; Larghezza della
fronte cent. 11; Altezza cent. 5 e mezzo.
Firmato Luigi Frigerio
Diario OSB, N.6, 1878
M. C. di O. sacerdote, di anni 40, fu per la prima volta ammesso in
questo stabilimento nell’anno 1876 essendo da cinque anni alienato di
mente.
Risulta che fra gli antenati niuno è stato pazzo. I di lui genitori morirono
decrepiti, i fratelli vivono sani. Pare pertanto che la malattia mentale,
causa della sua reclusione, sia da attribuirsi ad un forte spavento del
quale fu vittima allorché veniva aggredito e derubato da alcuni
malandrini. All’abuso del vino e del tabacco, nonché all’eccessiva
tendenza verso il sesso femminile, si volle eziandio accagionare lo
sviluppo dell’affezione mentale in discorso: è però presumibile che a tali
eccessi il M. si abbandonasse quando già eransi rubate le di lui funzioni
cerebrali e che lo spavento sofferto sia semplicemente da ritenersi una
causa occasionale; giacché e la scarsa intelligenza sortita dalla natura e
l’irregolare conformazione del cranio apprestavano acconcio terreno
all’esordire della follia. Presenta il M. infatti una ben marcata piccolezza
della fronte la quale è anche molto sfuggente all’indietro; la capigliatura
è rada: manchevole affatto sul vertice, asimetriche sono le linee del viso,
l’orecchio impiantato assai più in alto di quello che normalmente si
osserva.
Proporzionate, per esagerata brachicefalia, sono le dimensioni del capo:
infatti trovammo l’indice cefalico eguale a 87. Degno di nota è inoltre il
completo pervertimento del senso morale nel M. benché questo fatto non
di rado si osservi negli alienati; nello stesso modo col quale la giovane
donzella, dapprima pudibonda e costumata pronuncia (divenuta folle)
scurrili discorsi e fa atti osceni, ed il nobile signore dal contegno
urbano, diviene manesco ed insolente, il nastro M. (sacerdote) si è fatto
per eccellenza bestemmiatore e giammai nel Manicomio udimmo altri
parlare con pari irruenza. Anche il delirio di grandezza si aggiunse,
molto accentuato, a caratterizzare la forma di sia della quale
accenniamo in questa succinta descrizione.
M. è Dio ed Imperatore ad un tempo: tutti gli eserciti, forniti di cannoni
innumerevoli e di bajonette, sono a sua disposizione e se i Turchi non
verranno seco Lui a patti saranno fucilati, niuno eccentuato.
M. non si tratta che da Sovrano a Sovrano; ed oggi stesso si rifiutava di
corrispondere all’invito dell’infermiere che doveva condurlo nel
gabinetto della Direzione, e solo vi annuiva quando gli si disse che S.
Maestà il Re lo attendeva. Tuttavia, contrariamente a ciò che si osserva
negli altri alienati affetti da delirio ambizioso e che in pari tempo non
presentano sintomi di paralisi, il M. serba un contegno alquanto dimesso
e non degna di confondere (forse per somma clemenza) la maestosa sua
persona col fango dei comuni mortali.
19. Riforme teorie riflessioni dissertazioni

Correzioni al moderno dizionario proposto dal Sig. M. (D.r F.)


“Alienista deriva da alienare, che vale dire vendere, smaltire, devolgere
ecc. cosiché il verbale sostantivo indicherebbe rapitore o sottrattore
della ragione; cioè tutto il contrario di ciò che si vorrebbe dire. Ed io
sostituirei la parola emancipista o lucidista’’.
“Psichiatro significa confessore ossia curatore dell’anima, perciò è da
preferirsi la parola freniatro ossia curatore della mente’’.
M. (1883)
Una visione del mondo:
Circa la fragilità delle cose umane
Se sia da ascrivere intorno a questo argomento dal Dott. F. attematomi
per la seconda volta, ed ora da me scritto per lui, però a modo mio in
parte, e in altra parte egualmente a mio genio, anche dal lato della
sugestione sua oggettiva […] Vi prego a leggerci con attenzione, […]
I predicatori di un altra vita che si assicurava al di fuori di questa terra,
paragonando il così detto creato a un Commò, a una tavola, ad una
sedia, e rare volte ad uno orologio, con le risultanze di sillogismo
identiche non si vergognavano di ridurre la vita della società ad una
primaverata d’un anno come se tutta l’esistenza della società umana
fosse una annata da passarsi a questa valle di lagrime per alle due vere
patrie il paradiso e l’inferno.
Eppur sarebbe stato sufficiente che fossero tolte alle mani, leggendosela,
una specie di bazàr emporico, o chincaglieria, o di vendite di oggetti
diversi per conoscere quali sono i veri oggetti fragili o se rifacibili al
tutto di materiale non quello, o in diminuzione di peso e formalità.
Gli oggetti fragili sono i piatti, gli orinali, i calamai e di coccio, i
cristalli, i vetri per le finestre e ad altri usi i tubi dei lumi, e da una certa
elevatezza d’aria, similmente e peggio per le conseguenze tutte i mobili
d’incastrazione o controllo sia di ferro, bronzo, metallo, pietre, marmo; e
i sentimentali in carne a seconda dell’abilità, cui sono ammaestrati
dall’artifizio, o cui sono destri di propria elezione, studio, volontà e
imitazione, (l’uomo e la donna) ed imitazione parimenti e
ammaestramento per convivere in civiltà (le bestie in generale). La carta
per l’esempio non è fragile, ed a qualunque sommità sia lanciata non
può per contusione semplice di attutazione comune lacerarsi. Riguardo
poi all’arte d’invenzione che l’uomo, (il vero Dio della natura trovatasi
eterna, innata, necessitata e pur non necessaria di esistenza filosofica,
anche quando ci piaccia di soddisfarci di lei molto meno poi se non ne
siamo contenti) ha immaginata, combinata e perfezionata sono
riproducibili le cose dal minimo canello da penna per scrivere, od
injezione all’uretra coi loro rimprocci di apprensione fra proto etereo
all’umano sforcello tutti i corpi fragili dal vetro al cristallo che per loro
indole di essenzialità e sottigliezza artigianativi, alla fragilità avrebbero
quanto mai dovuto servire del proprio bravo parallelo di paragone, ai
comodi più spropositati in legno sieno alle trabacole del saltimbanco,
nonché l’uomo medesimo, essendo la di lui riproduzione per l’atto del
concubito un’invenzione ex se ipsa, e per l’atto dei matrimoni una
perfezione umana.
Perocché non si va né in paradiso, né in purgatorio dopo morte, né alla
casa del diavolo, ma e uomini e donne rifabricansi mercé dalla cupola
ecclesiastica o no di contatto musicale tra il fornice maschile e l’igiene
feminea alla sua genesi; senz’altro concorso che la superstistanza dei
furbi sui minchioni, delle scaltre sulle spavalde femmine ed ignoranti,
che sudano soltanto per dire avremo giustizia di là, mentre di là non c’è
nemmeno un cavadenti che ti sottragga d’un dolore alle mandibole, e
così non c’è il boja che poi dovrebbe finire col tagliarti la testa e qui
basterebbe e l’orazione ciceroniana illimitatasi a Desmotiniana varrebbe
un tesoro, ma ho avuto due soldi e annanze. […] Il tempo consuma –
consuma un par di stivali, i quali se Adamo (qui concesso come alla
favola) avesse composti, e, di eredità tramandabile non usatisi mai,
fossero capitati fino, dono di nozze al F. dato che gli fossero iti bene a
Corimbo sarebbero ancora tali e quali li spagò o a parlare in sulla fine
censurò il primo uomo supposto. E pare che qui mi sia messo in
trappola!..... le mele e le consuma?!! le pere, e fichi, i sorbi, le castagne,
i luppini, le simpaticissime ciliege, le persiche, i birococcoli, le mele
agranare, i rapanelli, i limoni, le mele arancie, le uve, i dattili, gli
spondei o avellandole, i binomi o le zucche, le iperboli o angurie, le
sineddoche o i meloni! – Consuma e vero le individualità spiccie dalla
specie, le specie più tardi, il genere ancora: ma non si consuma la
maniera di riprodurre i frutti notati, facili alla sparizione o coagulati in
ammalgama ma anco spariti e ammelmati, esistenti dello spirito, se il
mondo non si deleti, o dida o aenai distruggasi, annunti od annulli
dall’essere, più giuste espressioni verbali ma meno belle, graziatone il
verbo delère dal varso ottimo di Petrarca.
Se l’universo pria non si disolvi – al che moralmente, chimicamente e in
certo qual modo fisicamente che fummo già avvenuti da tre corrono, e
tuttavia si è dovuto durare ad esistere, miracolo dell’umano potenza ad
ottenere il fenomeno della dissoluzione, miracolo delle forze inate o
necessitate. Il tempo, come fa delle maniere e così delle specie e dei
generi di breve o lunga durata in prima ancora della consumazione
ordinaria, cos’è?
Noi per tempo intendiamo il coegramma, o concistoro di tutte le facoltà
riunite macchinalmente di valore non acquisito ma per forza di eternale
inscipienza indelebile, a creare, mutare, conservare, rifare, disfare, fino
al possibile ordinatosi all’insaputa di se stesso, e donde non può
rimuoversi, non egli, come il Fato dei gentili o meglio il fatalismo dei
turchi, ed ecco la qual era la provvidenza, né accorte le chiese se ne
erano dei cristiani, cui se non hanno giudizio pende la sorte dei
medesimi ebrei, ed eccolo qual è il Fato doveroso di umana saviezza e
sopportarsi perché a fin d’azioni e capricci e inalienabile, irremovibile,
incalcolabile, inpreteribile, inevitabile, tirannico, dispotico di necessità
scolastica, assolutistica non suggettabile perché per fortuna di tutto
l’universo insusenttibili di capire articoli di umana costituzione essendoli
abbastanza la propria paterna o no poi a seconda che la si tratti o
ritratti.
[non conosciamo l’autore] (1875)
In questo caso S.M., nonostante l’amicizia, sembra avercela con il dottor
Frigerio per un certo atteggiamento di compassione che ha avvertito in
qualche commento su un suo scritto.
Qui la gerarchia medico malato si fa sentire, ma il giornale permette
comunque di esprimere un sentimento di protesta.
E come spesso capita il testo diventa un caotico edificio verbale che procede
come un catalogo, secondo le leggi della sovrabbondanza,
dell’enumerazione e dell’accumulazione.
Protesta, e dichiarazione filosofica del mio sistema razionale sulla
esistenza innegabile dell’oggettivo, od universale composto, così detti il
creato
Per gentilezza sua propria d’uno dei Capi infermieri (il Sig. C.M.) o
degl’addetti all’ordine privato di questo pubblico Ospizio addicato nel
nome di San Benedetto, jeri a notte, dopo cena, mi fu a mano in numero
penultimo del Diario dell’Ospedale, ove a preindicazione a un mio
articolo lessi con molta meraviglia del già illustre letterato M.S. o M.S.
con molta meraviglia, l’Ollenismo, già essendo io ancora per regola di
quel Sig. Dottor L. F. vivo e vivissimo, e forse illustre per le mie
presunzioni a musiche d’Ostracismo quali io le soglio aggiudicare, ed a
pitture da superare nientedimanco che i Greci e il mentovato Raffaello
nella perfezione della scuola e pronto prontissimo amò che mi vi adatto a
protestare, della guisa che protesto contro la mia morte, me inconscio
succeduta, e a dichiarare assolutamente mie, e se non fosse un certo
ritegno dall’imitare il linguaggio dei Papi, aggiungerei ove credute
altrui di verità infallibili, e seguenti idee circa alla esistenza di tutte le
cose compresavi la razza umana, uomo e donna, le bestie, e intendesi la
terra e gl’aeri…
– Aggiungendo qui, che mi parebbe necessario di metter giù la beffa e la
derisione e il sorriso che si compassiona ai mentecatti verso delle
medesime di un utile cosmo politico, certe, certissime la vera spiegazione
dello spaventoso enigma che ottenebra a ciascuno la serenità
dell’intelligenza, e ritarda quella felicità che si acconforma all’indole del
nostro carattere. 1. tutte le cose che noi vediamo cogli occhi, tocchiamo
colle mani, odoriamo col naso, calchiamo col piede, gustiamo per la
bocca, udiamo dagli orecchi; il cielo coi suoi eteri diversi, col sole, colla
luna, e l’altre stelle, i fiori che raccogliamo, il primo materiale
vegetativo degli utensili alle comodità della famiglia, le persone delle
bestie a noi addimesticatesi, le strette affettuose degli amici, e delle
amiche, il suolo grezzo del globo, gli sputi che cancelliamo, i cibi, i vini,
gli acieti i liquori in essenza, i saggi dei colori e delle spezierie, le urla i
baccani le ipsodie del vento, il riso e gli sgangheri, i suoni in breve o
d’accento o parola ecc. le acque che usiamo a lavarci e sentiamo con
tutti gl’enumerati sensi sono onninamente gli oggetti eterni. 2. I cieli, il
globo che abitiamo, più in uso a chiamarsi da noi la terra, che è certo e
nel loro linguaggio di parola tecnica spontanea chiameranno gl’abitanti
di ciascuna stella il proprio pianeta, non furono mai e poi mai creati ad
avere un principio, un processo denigrante, e di conseguenza come suol
dirsi una fine, ossia la evaporizzazione o distruzione di se. 3. Parimenti
ai cieli e stelle e globi terraquei, tutte, gl’uomini, le donne i vari sessi
delle bestie a quattro gambe, a due, e ad ali come i volatili alti e bassi, i
rettili delle asciutte e delle fangaje, i pesci del mare e dei fiumi senza
locuzione espressa di pensieri dichiarati, ma di sole verbazioni
gramaticali della passione, sono tutti, senza essere mai stati creati ad
avere un principio, quanto in generale alla razza, con processo però
defettivo dell’individuo e colla estinzione dello spirito ed anima che li
muove; il che avviene pure dell’uomo e della donna, nei quali avanti che
il corpo si incadaverizzi ed il cadavere si discarni ad ossa (il che quasi è
incomprensibile) l’anima già ne morì. – Colla sola differenza dalle bestie
che gli uomini e le donne dopo morti non s’imbandiscano delle loro
carni senonché nei deserti, è a temere che le belve feroci che ne
facinorarono strage se ne patrocinino pasto eziando. 4. Gli uomini e le
donne dopo la prima morte subita da immemorabile (perfino alle
fantasie più retrospettive dell’intuito) serie di miliardi e sopra miliardi,
di millioni di miliardi di secoli su secoli, e tuttavia un minuto
ponderabile appena da quel malpunto ad oggi a parità delle bestie che
essi ed esse uccidono per pasolarsene, rinascono ciascuno e ciascuna nel
proprio globo loro inecessitato, delle copie bisessuali della specie
propria, s’intende. 5. Follia e sogno di malattia e delle menti inferme
certo delle popolazioni universe del nostro globo, forse o certo
dell’universale convivio umano condivisato pei globi dell’infinito
Oggettivo, i Campi Elisi i Tartari gli Erebi i Valahlla, gli Arem a ridotto
del tempo e similmente pazzie, maggiori no ma eguali, e che si
vorrebbero dire non minori ma maggiori, e che io ripeto eguali
egualissime il paradiso il purgatorio l’inferno. 6. Non potendosi
contradire mancandone una forza competente alla retta mozione la
seguente verità: – se tutto ciò che vediamo e udiamo, tocchiamo,
calchiamo e odoriamo, e sopportiamo ancora, e più al distintivo, se il
cielo la terra l’uomo e le bestie non esclusene le mosche o minimo altro
insetto non fossero stati sempre alle loro stagioni particolari (trattandosi
di mosche ed insetti) tali quali sono non sarebbero stati mai, e se sì ad
aspettare la forza virtuale che li avesse creati sarebbero ancora da
creare; e non trovandosi nella fisica del nostro globo potenzialità
chimica a produrre composizioni extra nos d’arie e terre con abitanti
onde è impossibile che altri della prima essenza inati da altri pianeti,
abbiano inventato noi, non potendosi tutto il soprascritto contradire, e
tuttavia i cieli i globi gli uomini i fiori e le piante i mari e i fossi durando
ad esistere bisogna dire che non già puerilmente, e da sciapi insoffribili
che tutte le sopradette cose, o tutte le cose si sono da se create; ma
invece inscienti esse comprensivi l’uomo e la donna, sono sempre così
stati e state senza che Dio alcuno (o ti immagini falangi numerose del
gentilesimo o la trina riduzione cattolica o l’unico jeova degli Ebrei e dei
Musulmani ed Asiatici in generale) li potesse creare, o forza spontanea
di maturazione vagolante fra stelle e stelle, per gli aeri di distanza o
germinante dai profondi Concentrici solidi delle stelle medesime. 7. In
un altro articolo, che non mancandomi foglia da fumare pe’ miei buoni
gusti, e i generosi centesimi che la lesineria del Sig. D.r L. F. largisce
alla mia petulanza proseguendo a far dipendere il ravvedimento delle
popolazioni della terra dal valore di pochi soldi, scruterò e troverò le
forze divine di ciascun individuo o uomini o bestie; la loro potenza
complessiva nei fenomeni naturali della fisica spontanea dell’Oggettivo
corporeo dell’universo. 8. In un articolo prima o dopo , studierò e
troverò siano (perché ciò a ripararsi da terremoti per violenza motivata
da machine artifiziate) le maniere onde mai sempre si è morti sapendosi
già come si rinasce. 9. Ora vi dico, o Signori, che mi leggete che ciò che
io scrivo è da intendersi alla lettera e fuori d’ogni metafora ove il senso
più ovio non si degradi allo scherzo o si ridigniti alla noncuranza
assoluta intendersi ripeto il mio scrivere alla parola per quel che vale,
massime dove si ragiona e della non esistenza di un Dio creatore dal non
esserci tutte lo cose all’esserci tutte le cose, e vi dico che se per caso in
effetto della potenza che le persone umane e bestiali hanno sull’increato
oggettivo corporeo universo, furi da se medesime ma pure in relazione
con esse stesse io dovessi quasi direi per mia buona fortuna certo a
morire d’un fulmine d’una caduta per falso pavimento o non ben
sostenuto o d’una delle mille prove ridicole del medio evo dalle quali
non si vuole escludere la dignitosa manaja dall’arlichinesca forca, tutto
ciò che io dico ora ed accerto a chi lo vuol credere non avendo mezzi
adatti per farmi credere nella pratica delle azioni resterebbe e resterà
vero lo stesso non dovendosi di me sperare ove la chiesa costituita
addivenga a più miti consigli, e il governo italiano che la poggia non
pretenda che sotto missione alla sua religione con tenui penitenze
sopportabili all’uomo che all’ora fingere di credere non m’importerebbe
niente, e a misure penali di sangue non potrei oppormi che da me lo
ripeto è inutile disperare, che io colle gentili maniere anche le più
urbane e lusinghevoli di titoli i onorificienze e di denari che io mi riduca
da buon segno ma solo per interesse e pompa e fasto ed eloquenza e di
fama mi assoggetti a pubblicamente professare la ridicolissima e sciocca
religione dei vilissimi ed ignoranti Vescovi italiani, e degli sgherri del
nuovo santo Ufficio, ed avverto ritornando ora a miei propri e veri
principi, che ciò che è malgrado ogni avversità ed interesse che si abbia
perché sia o non sia in quel modo: come sarebbe sempre verissimo
malgrado mio e la stessa verità, che allora poi non sarebbe più verità,
che se un Dio avesse tutto creato, l’avrebbe!!! ma non è, non può essere
stato così, non è stato così.
Certe confessioni mi nuociono è vero, ma io non sono per ora impostore
riserbandomi a darne prove luminose in fatto d’ipocrisia, di apparenze
pagliate purché non si chieggia il coraggio dell’omicidio che a ciò mi
rifiuto per qualunque prezzo, non però a fingere di convertirmi con
qualche pubblica pompa di altari e di eserciti alché mi pajono
acconcissimi colle loro bandiere a croce a sotto ricamo. In hoc signo
vinces. A farmi dietro retribuzione di denari, vilmente così per quanto
più si acquistate e in mie mani versate, a farmi ritrattare dalle mie vere
opinioni filosofiche dagl’ignorantissimi predicatori d’italia e per
maggior prezzo di denaro ed è il più vilmente che per me si possa
predicare io pure in abito da penitente dai sacri pulpiti la mia
conversione la più falsa ma dandola a credere per vero e facendo
pubblicamente la spia delle logge frammasoniche i cui individui sanno
essere così circospetti da non farsi impiccare e così vilissimamente
ipocriti da farsi supporre credenti; ma ripigliando il discorso interrotto
voleva soggiungere e soggiungo per terminare che il popolo non sarà
mio amico fintanto che non crederà alle mie dottrine.
S. M. dettò, P. L. n. 122 p. copia conforme (1875)
Procedendo nella lettura di questi testi è come tuffarsi fra le bizzarrie
bibliomaniacali di una personalità sopraffatta da allucinazioni e deliri, cui si
unisce una vocazione disgregatrice e rinnovatrice che sembra nascere, in
segno di salutare rimedio, da una volontà dissacratoria e dal bisogno di
rigenerazione.
Progetto di chiusura per le scuole tecniche, e tecnici istituti.
... È opinione perfino invalsa nel comitato sulla pubblica istruzione in
universale, che la lingua italiana sia un rispetto agli studi classici, sia un
altro riguardo alle applicazioni tecniche o per i mestieri, e disimpegno
delle incombenze più utili nella nazione operante, e nello stato civile
criminale forense ecc. Onde partendo dal giudizio volgare che Cicerone
non si intendeva di leggi deriva che gli avvocati presenti, e imbottiti
quando vanno a perorare restino al disotto a qualunque scolaro di liceo
ben istruito; pari appena ai Zerbinotti intrattabili, male educati.
ignoranti di università, che si siano messi in testa di un alto la ai popoli
e plebi che scrivere bene è vergogna, e con quattro Grecismi intelligibili
vaghi, in filosofia, cinque incantisti frasi da conversazione con Grisette o
da banchetto allegro incoerente in Morale (essi la chiamano Etica, se
no….) un miglione di spropositi da cursore in legalità, si credono, o
allornientano, poi tanti Gioberti tanti Montaingn tanti Romagnosi e via
così discorrendo mentre fingono una moda dalla loro incapacità di
capire; prendiamo i più facili senza significati occulti di interpretazioni
Dante Alighieri, Gallileo, Giordani, e Alfieri dalla cui penna mai uscì
parola che non fosse del tutto puramente italiana. Dunque il consiglio
scolastico che dee risiedere io penso a Roma, si sottometta in questo al
Sig, D.M. il quale, o per ridersene poi o farne altro uso che creda
migliore, avendomi dato anzi incarico d’una serie d’articoli appropriati
in discorso, insegnerà ai componenti quel referendariato che la lingua
italiana è sempre la stessa; tanto con i sassi scrivono poemi, orazioni
accademiche o conventuali, lettere scientifiche, note di banca, biglietti,
paginette amorose articoli da Giornali o Diurni, periodici o Attemperì, e
satire da teatro, o da colla di cantoni da piazza, o stipiti bilaterali da
Portone. È incomprensibile, onestamente parlando, che un bottegaio
agiato, un agrimensore ricco un Ingegnere di talento, un artefice
qualunque di condizione comoda, professioni tutte con le altre qui
lasciate da indovinarsi, cui fanno pervenire gl’insegnamenti tecnici,
perché costoro di sopradetti non sono stati a classi di Ginnasio e Liceo
(taccio delle università che a ciò nulla valgono) non abbiano da sapere
per esempio scrivere una Farsa, una Commedia una Storia un Romanzo;
eppure è così; per lo cattivo uso di discorrere nel commercio loro
qualsiasi, di epistolografare, o corrispondere secondo i moduli imparati
a scuola; se si accingono a dettare un racconto, sceneggiare un fatto o di
dramma o di annali, non sanno dove si metter le mani, dove si batter il
capo! … tanto orridamente spilorciamente, barbaramente si insegna
nelle scuole tecniche e negl’Istituti la nostra favella.E non è da dire o
sperare che del sinistro e scemo imparamento di lingua nazionale, gli
istruitine così, possono rivendicarsene coll’apprendere le altre lingue
straniere; poiché se male nelle scuole tecniche e negli istituti tecnici
l’Italiano si insegna, peggio accade poi del Francese, dell’Inglese, del
Tedesco, del Russo, dello Spagnolo, del Turco, e del Greco medesimo.
Lingue principali le quali sembrami siano ora viventi in Europa. Ma
poiché gl’idiomi stranieri più in voga né detti Stabilimenti d’Oche e di
Pecore, sono la Francese gutturazione, e l’indiavolato metodo d’Inglese
pronuncia, a questi due. Pattua di gorgia selvatica e nomenclatura
sbocconcellata ci raccoglieremo adesso; a patto che chi legge altrettanto
supponga detto per quelle loro compagne nominate testè disopra.Innanzi
tratto dirò che il succedersi repentino fanatico di ognor nuove
grammatiche e Dizionari nuovissimi tra loro in pace come cani e gatti è
una vera vergogna.Io per esempio, grazie al Sig. F. tengo per erudirmi
della favella Inglese la grammatica del Genzardi, e il Dizionario del
Bracciforti, secondo me ambedue insufficienti interpreti di F. Ahn; e di
conseguenza non c’è caso che l’una possa stare d’accordo con l’altro pel
fatto della pronuncia in genere quasi e in ispecie delle vocali doppie o
anatonghi o anche semplici vocali innanzi alla r. tanto che – treasure fa
nella grammatica Genzardi in è relativa pronuncia tresgoe, e nel
Dizionario Bracciforti deve rileggersi tresg – iur e così sempre e più ove
sono gli anattonghi ou o simile al tradizione dittongale è il ballo. Peggio
poi il che è pure grave errore! nel Dizionario alla parte di vocabili
inglesi prima dei corrispondenti italiani non trovansi egualmente tutti i
valori notati nella seconda parte in equi corrispondenza coi termini
italiani. Il che produce orrida confusione, massime nella lingua inglese,
onde uno scolaro legittimamente o furbescamente senza che il Professore
lo posta rampognare, può lasciar l’incombenza a lui medesimo di
tradurre il compito o se no renderglielo svolto in maniera tutta contraria.
Questa seconda burla è ingenita al carattere dell’idioma inglese; quella
prima è coerente al senno d’un bravo e prudente scolaro.
S. M. n. 365 (1877)
L’uomo selvaggio e l’uomo civile
L’Uomo! selvaggio nella sua prima natura, è la persona più buona, più
docile, più versatile, o mutabile; e alla circostanza propenso altiero, e
nelle sue solo forze confidandosi, nobilmente disdegna l’ajuto altrui: ma
se gli è d’uopo, ne dimanda, o invece ne fosse egli pregato. A pochi
bisogni quindi, poche presunzioni, e per conseguenza nessuna supplica e
quasi zelo di ringraziamenti: chi ha girato palmo per palmo le regioni
scoperte dopo secoli e secoli ne ha le prove, e non si meraviglia delle
calunnie che a tale razza si diriggono, ma si stupisce, quantunque
verissimo che in alcuni paesi le donne, a collocarle nella loro pigrizia
che le soddisfa mai non si contentano. In varie pose o dimore curiose si
serbano al propri diletto e a quello degl’indigeni, e quindi di chi capita.
Preso nello stretto senso del vocabolo, i mestieri, le arti le scienze si
congeminano cogli operaggi tra loro, sono quelli soltanto che la
necessità prima ed estrema della vita frugalissima, sensitivissima,
pungigliosa e voluttuosa, tra essi porta; Quindi le alcove a ciel sereno, e
a raggio brillante di sole, o sotto albero dalle foglie espansive e
ombreggianti a riflesso, i dormienti li sdrajati sott’essi soli e in
compagnie, o dentro miste magaglie, su fioriture d’ogni voluttà, e
ruscelli scorrenti dattorno e canti d’Alligeri conterranei e balsamiche
auree che sembrano piglino la sana discesa nei paradisi che le favole
pitturano, le storie registrano, e la pratica di rado si, ma pure sulla terra
rinviene. Discorrono essi cogli astri, coi venti, impongono loro il
tranquillo stare, il moto perpetuo (che è il più regolare) la bellezza degli
azzurri smerigliati, e giungono fino, ad immaginarsi, colla
chiaroveggenza, creature gaudenti d’altri mondi, e a far tacere le
sovrabboccanti libidini, o figurazioni di soverchie lascive; fanno, firmare
decreti che per loro rispettabili, tra noi farebbero ridere. Si bastonano
quasi mai: e le coppie amorose si corrucciano, si mordono si baciano e
poi si coricano insieme, e danno ventura ai loro godimenti con
pareggiata. Guai però se le tribù vicine assaltano, queste genti così miti
così dolci, da una pasta di miele s’infuriano e l’uno, curioso a dirsi,
sospettoso dell’altro, come a finta che termina in vera battaglia, si
provano tra loro nel mentre stesso che dinanzi all’avversario non
retrocedono. Lasciano la vita a nessuno d’intra i nemici che prendono, le
donne o le rispettano rimandandole, o le fanno prigioniere non
contaminandole però se non in che le forzano ad essere amiche di cuore
con naturali attrattive. Tutte queste cose che non pajono da considerarle
malvagie avvengono anche tra di noi? La differenza stà che tutte le doti
buone dell’uomo selvaggio mancano a noi e noi ne abbiamo tutti i difetti
che in noi sono delittuosi, di più siamo traditori, vigliacchi, sfacciati,
ambiziosi, carogne quasi più degli antichi avi, la peste insomma, lo
sterco di quanto è in giro nel nostro pianeta.
M. S. N. 365 (1874)
Il medico redattore, come sottolinea lo stesso S.M., propone articoli e savie
riflessioni a chi si trova in un manicomio. Riguardo a ciò S.M. è perplesso e
sarcastico, altri prendono sul serio l’incarico e B.G. lo fa con solennità,
proprio parlando della pazzia.
Delle responsabilità che gli alienati di mente s’indebitano di fronte alle
leggi
È sempre il medesimo Dottore che per un bajocco o due soldi vuol far
parlar da savio, chi tuttavia si trova al Manicomio per titolo riguardante
la psichetria. Psichetria è parola d’emigrazione greca; Psichè dire
anima, mente, intelletto, criterio, e fantasia: etre etron significa polarità,
cielo, olimpo atmosfera ed alterazione. Al nostro caso chi ha gl’occhi
ben vede che qui Psichetria vale alterazione di fantasia, quando il
criterio predominato l’abbondanza dello spirito si leva di mano si
d’intelletto che ne resta offuscata la mente. Al fenomeno capita per varie
cagioni, si semplifica per varie guise si determina a differenti risultati. In
generale a discendere la singolarità di scienza veridica, la pazzia che ne
sarebbero stato derivativo, come e tale viene pubblicamente creduta, non
esiste. Esiste però ed è innegabile questo che vi sieno malattie da
collocarsi fra le comuni per colpa delle quali, (non volendo qui parlare
delle bestie, esse eziandio soggette) uomini donne agiscono in tal
maniera che sembrano realmente pazzi e pazze. Cotesta specie di
malattia, a mò di tutte le altre ora e in chi è accesso; ora e in chi è il
singolare parodismo, ora è in chi è di stagione, ossia diventa cronica. Se
poi per infermità cosiddette sedentarie intende lo starsene a letto e o
spilorceria o poltroneria, allora poi ritorno ai miei fermi principii e dico
che lo stato di colonicato di acerbi dolori al cervello non può durare né
più né meno di una colica alle visceri del ventre. Duopo è sapere e
persuadersi che di mercé immancabile di più collegami per tendini e
budelli, dalla vescica inferiore d’orina e retro sostanze, ai polmoni milza
fegato cuore, carcozzo, il cervello con tutti questi altri gruppi
denominati, è un viscere ed egual somiglianza; il più divoratore di tutti
gli altri in cui si sente quando è di necessaria l’assoluto bisogno di
mangiare e bere; e a tutti lo sa il naso, di che funzione ci resti sopra la
bocca a bilaterale attempio degli occhi. Tanto che ne deriverebbe da tal
giudizio sulla pazzia che essendo essa una malattia casuale come tutte le
altre debba come tutte le altre parimenti considerarsi e non perciò città
genti, e popoli allarmarsene quando si veda uno o più persone di tal
morbo intaccati. E se allora codeste sventurate persone dalla alterazione
che le denomina vinte e senza coscienza sotto messibile di tribunale, si
millantino d’esser vissuti un altra volta, e quel che è più da far ridere
uomini di corona, e ricevuta di tavole al monte Sinai il contorno di
famiglia, l’Anagrafe di città, pubblico d’Europa e del mondo, ne
debbono far quel caso che si meriti ad una farsa da combinarsene le
risate poi col medesimo oggetto, quando sia risanato, di ghiribizzo
consimile. In altro modo procedendosi dai curiosi spettatori si verrebbe
alla scoperta che il mondo è tutto pieno di matti stazionari, i quali tanto
più sarebbero pazzi quanto meno credessero di non essere pazzi, o
sapessero di pazzi non essere. Unico obbligo io credo che allora incorre
ai savi si è di accertarsi dopo l’eccesso terminato della pazzia così detta
fu di quel tal breve passaggio o non più o prosegue ancora, accenni ad
aumento e allora quando così fosse, a patto che ne siano rimossi tutti i
motivi di codardo e vigliacco incitamento, ed operosità di vendetta
rancide pupe e sciocche astio di fratelli e parenti orribili a qualificarsi
interessi di mogli, perché le ha, a restar di toletta in casa di stivale a
negozio per proseguire a far quelle donne tanto nel volgo desiderate e
vituperate e ragionevolmente ad un tempo; tutto ciò io diceva, dai
funzionari del governo ovviatosi di maniera che non avvenga, allora
soltanto soggiungo trovo necessario che il giudice o il P. del luogo,
ammesso che Egli non debba esser matto, riponga quei tali oggetti in siti
bene addettati, e per quelli alcuni che proseguono di mania stante un
Ospedale a parte e per gli altri su cui è timore possa venir la recidiva in
deposito a parte. E quegli altri in cui oramai rimane la possibilità
d’impazzire come di qualunque altro sia il modo in altro sito apposito.
Poiché se si fa diversamente e si collocano matti ancora di durata con
quelli che possono tornare ancora a ricadere né può succedere che ne
gl’uni si guariscono ma gli altri tornare ad ammalarsi col pericolo di
intaccare gl’infermieri, e il Direttore medesimo. Le leggi non so di quali
obblighi vogliano caricare gl’alienati di mente; non intendo già le leggi
scritte o stampate le quali non capiscono nulla, ma gli uomini che le
maneggiano e fanno eseguire. Questi uomini adunque dai matti proprii
non possono esigere nulla da quelli poi che facessero eglino tenere come
matti nel Manicomio mentre che non son matti nulla hanno parimente da
esigere, ma hanno da aspettarsi secondo la varietà dei caratteri delle
vittime detenute che sianvi intra esse (ammesso che da nessuno si finirà
mai di far il pazzo per dar gusto al governo e sfogarsi delle proprie
passioni) chi volentieri scambierà coll’Ospedale la galera; chi ne resterà
indifferente che sarà il meglio essendosi visto per prova che la
compassione e il perdono sono più ridicoli inefficaci ed ingiuriosi
dell’omicidio o d’altra vendetta consimile; a tal punto arrivati insieme a
P.M. e loro vittime, per dispetto ed ossequio ad un pubblico ignorante ed
asino, a diventare ingiusti tiranni o ippocriti o assassini. Concluderò col
dire che in realtà esisterà una pazzia di cui l’uomo non si può fare idea;
che è fra i matti sorà giusto che vi resti, chi ce li tiene ne avrà la ragione,
ma con tutte le conseguenze immutabili che il dato al genere di pazzia
possono derivare.
S. M. n. 365L. P. n. 22 p. c. c.Pesaro. (1877)
Nel testo che segue la logorrea maniacale insiste su invenzioni verbali,
accumulazione, linguaggio anestetico e ipnotico che si traduce in vaniloquio
e caos.
Dell’essenza dell’anima
Quando si pronuncia l’anominativo Anima, si ricorre tantosto col
pensiero, tutti che si è e si fu, e (chi lo sa) si risarà, all’uomo e alla sua
graziosa compagna, incatastata al sesso debole, chiaro è la donna! Non
istarò a questionare qui se giustamente si abbia la donna, o a meglio
esattamente esprimermi, tutte le donne si abbiano da iscusarsi sempre e
poi sempre coll’adiminutivo di colpa e di pena, il di lei o di loro epiteto
immancabilmente addizionale o congiuntivo d’indispensabilità o
aggettivo di piazza o attributo di scuola e di chiesa, debole: se non fosse
per giudicarla, così, a tribunale cosmico o appo a tutte le genti, per la
sua inerzia, pigrazia, sbadataggine insignificante in tutte le …, nubile o
maritata, monaca o secolare, mantenuta o …, e più (riuscendo in fatto di
lussuria il varo sesso forte) per la sua inabilità ed insufficienza,
suppostasi e supposta, per le invenzioni in iscienza d’utili pratiche,
mentre alle attuazioni di primo impianto o componimento e parimenti
non capace, e mentre a esecuzione compiuta siano pure il trar di filo
dalla rocca o il batter di telajo, imita molto bene, e degna di lode, a mò,
ne più ne meno che le scimie il loro comperatore, purché all’usanza della
stessa non si vogliono radere dal pelo al mento, più ridicolo ciò a
supporsi che esse sel vogliono fare, che l’abbiano mai fatta; che se la
scimia avesse autogra, o autografa, o mano, o cefa, o runa di
corrispondente trapezio o magistero agile di movimento che hanno le
donne, meglio di esse, e più geniali e vezzose ne fornirebbero le veci
ingloriose! Dal Sig. D.r medico-chirurgo, pittore e prosatore, poeta non
verseggiatore curioso, boja risanatore di piaghe ed afflizione di spirito, e
che diventerà, quanto meno se lo pensi di pittore qual già è inarrivabile,
comico di scrittura da burattinajo e recitare generico di altrui farse; e
quel che farà chiasso fra gli sciocchi inesperti dei poteri del coabitato
del genere umano, poeta cospicuo in eleganti forma di parola, Signor
F.L. che noi siamo vezzi, aberando o no, a riconoscere per il nipote d’un
argentiere di Fossombrone, o il Conte L.B.; essendomi io risoluto di
negazione verbale, (vista la insufficienza che alla verità delle cose a farsi
credere, e quindi l’inutilità di sprecarvi intorno parole) a scrivere sui
temi relativi, come dimissione da postolato, che riunendo, sarebbe
l’unico ritrovato utile a tutto il mondo, azziccato per tanto dal prelodato
a ragione Sig. F.L., piuttostoché a scrivergli un sonetto ad arcadismo
della sua antica sposa, fare un articolo sull’apparagrafato scrutinio,
dietro o colla retribuzione di alta regalia, di un sol soldo anticipato, e se
la menzogna non gli si impone alla gola all’aringe due posticipabili, mi
metto anche avessi avuto più vogliia o di scrivere nulla di filosofico
quanto vero altrettamto incredibile, o di poetizzare (meglio che
farneticcare di Dii creatori o creatore o simili altre fantasie impossibili e
irragionevoli) di adulteri simpatici e illamentabili o venerei o priapei
congiungimenti carnali di materia apoema interminabile cui sono
sufficienti abili le donne tutte, e qui sta il loro forte e principalissimo
nerbo che tanto a filosofar verità è lo stesso che di predicar castità alle
passere, mi metto a scrivere sull’indicato impiccioso o semplicissimo, a
seconda che si desidera, o si ha in vaghezza delizie, palpito ed interesse,
propostomi dal Dott. F. argomento. 1.
Innanzi tutto dichiaro che scrivendo io, d’una sola persona, e dicendo
date mente a noi!,…alcune volte lo fo per ischerzo ed istrazio delle armi
dei C. galleotti vestiti a gran lusso, i quali fecero me Re (di che poi) o un
ossesso secondo loro, o un matto secondo essi, o un savio secondo me,
ma non cale ed anzi è meglio che mi si tenga da pazzo …! ed altre volte,
e di buon senno, pensandomi, e forse di mal senno, che la direzione
frenolesologica eccellente del Manicomio, ritenga o finti o poltroni i
dementi del Manicomio di S. Benedetto, e i veri e incurabili maniaci o
forsennati di tutto il mondo estra dal Manicomio di Pesaro.
Io nella sera che i C, … s’intromisero illegalmente in casa mia, mandai a
sfidar a duello, sperando che il Sig. X. con R.A. che non so a qual
Principato o Baronia si appartengano, e Cesaro V. che parimenti non so
a qual ducato e maresciallato appertengasi, ambedue con lui egualmente
sfidati venissero a schierirmi alcuni dubbi dinascita, pronto se si
scendessea campo di duelli d’armi, anche se pratico di scherma fossi
stato, a cedere loro la mia spada a qualunque dei tre si fosse e non solo a
mio padre, chè gli uomini son tutti uomini egualmente da non doversi
brutalmente trattarsi a fil di spada negl’abborriti duelli, sperando io
diceva, essendo stata la scena di betulliero cortello fra me ed il signor R.
almeno per parte mia se non che una sbravazzata dimostra a non aver
paura, sperando, ripeto, fossi si o no stata nientedimeno che Napoleone
Primo Bonaparte, scamuffarmi o preservarmi della Compagnia dei C.
per le conseguenze di reclusione, e non per la loro società la quale anzi
mi fu gentilissima e omogenea di rara educazione come è a desiderarsi
usino con tutti essendo uomini egualmente di diritto e dei medesimi
doveri insigniti da Fossombrone sino a Pesaro, e questo fia suggel (che
intorno al duello quanto a me potendovi essere casi di puntiglio d’onori
d’interesse e di necessità da estendersi questa empia usanza in verità di
fatto, come per me non fu e non sarebbe mai che uno scherzo fra i più
cari amici infra loro parenti benemeriti e tra padre e figlio o figlio e
padre) che ogni uomo sganni. Dopo ciò da capo.
Vorrei, lo confesso, scrivere nel linguaggio dei filosofi o della chiesa, del
raggio più luminoso che mai si possa spandere pel mondo, di dottrina, di
prudenza e di mancanza non assoluta, ma subdola per necessità di
sapienza; o coi pedissequi del gloriosissimo 500, Galileo o Giordano
Bruno. […]
(1875)
Conoscenza
Da pochi si avverte che noi ragioniamo al più delle volte senza
considerazione. Forse per istinto, o per necessità ci sfuggono conclusioni
non vere.
Per es: l’uomo da certi segnali di rondini, di candele crede predire il
futuro, quasi a lui stesso appartenessero questi strani fenomeni. Il
concludere poi che egli possa essere sicuro della sua ragione, rare volte
accade, vediamo il sole apparire di giorno in giorno, e nascondersi tra le
nubi algenti, e poi risorgere tante volte, quasi che nascessero tra loro
contrasto; finché possente ed immobile finisce col ricomparire sicché il
più dell’anno abbiamo i giorni sereni. Il dubbio nasce in noi allo stesso
modo.
Noi abbiamo come il sole un moto di rotazione e di rivoluzione,
pensiamo con la mente ma diversamente agiamo col corpo.
Mille anni fa vi era chi adorava i sorci, chi la notte chi il giorno; ancora
vi sono alcuni che vanno contemplando gli astri; quasi che questi fossero
i motori di quelli; la mattina poi all’alba, pare loro di aver fatto un
sogno grazioso, e si credono di essere stati aderenti a quei corpi benefici
dai quali si credevano di essere protetti, ma invece erano accanto a
persone, che si dilettavano di motteggiarli, finché alla fina
s’accorgevano di essere stati privi di ragione.
Mors. (1872)
La supremazia degli italiani sulle altre nazioni
Uomini illustri ce ne furono in ogni tempo, ma nessuna nazione ne contò
in tanta copia come l’Italia. Nelle scienze, nelle arti, nelle lettere uomini
sommi che ecclissarono il nome degli stranieri, nella scienza un Galileo,
un Volta, Galvani, Copernico, nelle arti Tiziano Michelangelo Tintoretto,
Canova, Raffaello, nelle lettere Dante, Ariosto Tasso Petrarca, Manzoni
Massimo D’Azeglio, Monti Macchiavello. Basta il nome solo di Colombo
per immortalare una nazione questo genere d’ingegni così splendidi e
arditi i quali vagheggiarono nient’altro che la scoperta di un mondo
toccò all’Italia solo l’onore di possederli. In Italia gli uomini illustri si
contano a centinaia, nelle altre nazioni si contano a decina. Prodigio
questo inespicabile che fa credere la Provvidenza abbia voluto
prediligere la nostra nazione a preferenza delle altre. E quando si rifletta
che questa terra illustre fu per ben dieci secoli oppressa dallo straniero
prepotente che la deturpò, e la gettò nell’avvilimento c’è da ringraziare
la divina Provvidenza d’averla finalmente riunita.
M.L. n.110 (1872)
La gelosia
Fra le passioni le più terribili vi è al certo la gelosia, che non lascia mai
in pace a chi ha la disgrazia di esserle soggetto. Innumerevoli sono i casi
in cui i mariti sono arrivati al punto di uccidere e ferire la propria
moglie, e anche giorni sono a Genova un marito geloso, trovata la
moglie in flagrante adulterio, la ferì mortalmente a colpi di sciabola.
L’uomo egoista vuole regnare solo nel cuore della donna, questo
sentimento è lodevole soltanto nel matrimonio perché l’uomo
giustamente si risente, trattandosi del suo onore offeso. Preghiamo
ciascheduno a star lontano da questa passione che oltre essere un
tormento per chi la prova, produce sempre funeste conseguenze. La
donna si deve stimare specialmente quando porta il nostro nome, e non
tormentarla con ingiusti sospetti di gelosia, soltanto nel caso di
un’evidente certezza si deve ricorrere a forti misure. La donna vuol
essere amata e rispettata e se è ferita nell’amor proprio se ne risente e
spesso si vendica. L’uomo geloso è causa del suo male, imputi a se
dunque tutte le sue sventure.
B.G. n.18, L.P. per copia conforme (1875)
Uno sguardo alla pazzia
Noi non siamo laureati nella medica facoltà, né del tutto versati nelle
scienze d’Ipocrate e di Galeno; ciò premesso per la pratica che abbiamo,
avendo vissuto molti anni in un ospedale di alienati, più siccome filosofi
e osservatori della verità, vogliamo dire una parola sulla pazzia: una
delle più terribili malattie che affliggono l’umanità, contro la quale
hanno lottato e lottano i Medici più celebri e valenti antichi e moderni,
approfittando dei progressi e delle scoperte che le scienze mediche
hanno fatto nel secolo presente.
La pazzia è dunque un’alterazione, o perdita parziale o totale delle
facoltà intellettuali, e da alcuni si definisce smarrimento della ragione.
Molte sono le cause che la producono e diverse le specie di essa. Tra le
cause secondo noi, sono tre le principali:
1.° Malattia ereditaria o eredità di famiglia trasmessa perlopiù dal
Padre o dalla Madre ai figli, perché noi sappiamo con esperienza dalla
fisiologia e dalla storia che i figli e il più delle volte assomigliano e
portano l’impronta dei difetti dei genitori, ed è questa una delle ragioni
per cui nei manicomj impedisce specialmente qualunque comunicazione
con le donne. L’epilessia o mal caduco, secondo altri convulsioni
epilettiche, terribile malattia la quale fa orrore anche a chi la vede. I
disgraziati affetti da questo infame morbo, la maggior parte stramazzano
atterra privi di sensi. Il più di essi sono lenti nell’operare, e allorquando
debbono o dire o fare alcunché v’impiegano assai, e pare che non si
possano decidere, sembra che due forze di contrastino, una positiva,
l’altra negativa; nuotano per così dire nell’incertezza; divorati da questo
perfido serpe sono tutti proclivi in sommo grado all’ira. Facili ad
attaccar briga coi compagni non hanno mai pace; malattia per noi se
non incurabile, di assai difficile guarigione. L’arte medica sinora non ha
trovato alcun sicuro rimedio. Qualche sollievo e qualche guarigione si è
ottenuta mediante il magnetismo e le bolliture dei Cardus taedi, tanti
altri rimedi adoperati han portato poco giovamento. È questa una delle
malattie le più ostinate che per lo più conduce l’individuo o allo stato di
delirio o di ebetismo o alla morte. Per noi l’origine della epilessia la
troviamo quasi sempre nel tempo della gravidanza e la paura o i
disordini sono le cause secondarie. È tanto invalso qui dentro l’opinione
che egli epilettici sian dediti all’ira ed alla collera, che è venuto l’uso di
chiamarli i Cascapezzi, e di aggiungere che sono gli uomini e più di
racconti e fieri.
2.° I disordini, specialmente del vino liquori e donne, i quali come si sa
per prova e per pratica alterano quasi sempre i nervi del cervello; ed
ecco la pazzia susseguita per lo più dalle spiniti, e dalle paralisi
progressive, parziali o totali e delle apoplessia.
3.° I dispiaceri o disturbi di ogni genere specialmente d’interessi di
famiglia, onore, scrupoli religiosi, passioni d’amore e i rimorsi di
coscienza; queste due ultime cause per lo più hanno portato molti al
suicidio, di cui parleremo in appresso. Abbiamo detto che dessa e di
diverse specie, nei principali sono 1.° il delirio furioso, con tendenza o
no al suicidio, nel qual caso l’uomo deve essere allontanato dagli altri,
separato, e posto nella situazione di non nuocere. 2.° La fissazione ossia
la contemplazione fissa di una o più idee la maggior parte delle volte,
false. 3.° La Monomania per la quale l’uomo tende per lo più a fare o
dire una cosa contraria alla verità, con un trasporto indicibile.
4.° L’allucinazione: per cui confonde l’oggettivo, col soggettivo, sente
voci che non esistono, e vede persone presenti colle quali parla, che
esistono soltanto nella viziata la sua immaginazione.
5.° La stupidità o l’ebetismo, pel quale l’uomo diventa come un bruto, e
conserva soltanto gl’istinti animali di mangiare e bere e perde tutti gli
altri nobili istinti del vero, del bello, e via discorrendo, inutile a sé ed
agli altri, ha bisogno di chi lo assiste negli atti più materiali della
esistenza la sua vita per lo più è di corta durata, non conosce il più delle
volte nemmeno i proprii parenti, in lui decisamente sono spente le vite
intellettuali e sociali. (Alcuni sostengono che nella pazzia vi siano i
lucidi intervalli, nei quali il demente alienato come qualunque altro
uomo sano di mente; noi non siamo di questo avviso. Nei lunghi anni di
nostra esperienza abbiamo osservato che i dementi in alcuni giorni sono
più o meno tranquilli più o meno agitati, ma dopo ricadono nei loro
discorsi e ripetono le azioni ad essi famigliari; se questi sono i lucidi
intervalli come chiamar vogliono bene, altri non ne sappiamo scorgere,
ma noi sosteniamo che anche in questi momenti o giorni di tranquillità, il
pazzo dà sempre segni di agitazione mentale, per cui non possiamo
convenire esservi la pazzia chiamata saltuaria, locchè abbiamo letto in
alcune opere Medico-legali).
Vi è la pazzia così detta ragionante, sotto l’influsso della quale l’uomo
agisce o parla magnificamente su certi punti, e su certe idee. Chi legge i
trattati e degli alienisti, fra i quali Monti, Gualandi, Lombroso, troverà
molte altre distinzioni più sottili, di cui noi non siamo capaci per
mancanza di condizioni mediche. Dalla pratica però abbiamo potuto
rilevare, che non in tutti gli individui produce i medesimi effetti, infatti
qui dentro per tacere di tanti altri diremo che abbiamo molti allucinati
che parlano con Ministri, Principi, Sovrani che comandano eserciti, che
posseggono milioni, e tutti diversi l’uno dall’altro negli effetti. Molti
stupidi, tra i quali chi passeggia, chi ride, ci si diverte a raccontar
paglie, a raccoglier cenci, a fare filaccie ecc. ecc., e molti epilettici di cui
abbiamo già parlato i quali passano il loro tempo, che ha cucire, che a
far giuochi insulsi, che a insultare e provocare i compagni. I paralitici
trovandosi privi di ogni risorsa, o cantano, o s’aggiustano
apparentemente gli abiti, o parlano fra se, ma tutti però sono diversi in
qualche cosa, molti sono avidi per il tabacco da naso, specialmente gli
epilettici i quali ne sono ghiotti immensamente; molti altri sono
appassionati per tabacco da fumo, per il giuoco, altri hanno l’istinto del
furto, e rubano ai compagni pane, formaggio da fumo, soldi ecc., altri
hanno l’istinto di rompere e squartare tutta la roba, si nascondono per
non farsi vedere, e soddisfare questa passione affrontano i castighi di cui
spesso vengono rimunerati, molti parlano tutto il giorno fra se, altri
passeggiano continuamente e cantano senza darsi pace, altri indossano
tutto quello che trovano, molti raccolgono tutti gli oggetti che loro si
presentano, altri turano tutti i buchi delle chiavature e delle finestre;
altri feriscono o ammazzano la metà del genere umano, e non
ammazzano poi nessuno; altri hanno la tendenza dello scrivere, del
leggere, del dipingere, del lavorare in qualsivoglia modo, tutti tutti si
assomigliano ma sono diversi. Altri poi hanno la tendenza di fare i
buffoni e di rendersi graziosi; altri stanno muti e fermi come statue dalla
mattina alla sera, e non rispondono nemmeno a interrogarli.
Dei quattro istinti, conservazione, relazione, riproduzione e imitazione,
noi crediamo fermamente che, meno poche eccezioni, i veri alienati
conservino soltanto quello della conservazione, e gli altri tre rimangono
sopiti, se non spenti. In quanto alla cura degli ammalati poco possiamo
dire perché a noi non spetta parlarne, non possiamo però tacere che
guariscono assali più facilmente i furiosi che gli altri ammalati o fissati
o stupidi che si curano qui assiduamente.
In quanto alla cura, per la quale non possiamo altro dire perché non
siamo Medici passiamo oltre: abbiamo detto di tener parola del suicidio,
ed ecco le nostre idee in proposito: – Il suicidio è quel terribile caso in
cui l’uomo si toglie da se la propria vita, spinto perlopiù dal dolore o da
passioni d’onore, l’amore o d’altro. Alcuni hanno sostenuto che l’uomo
possa togliersi la vita in istato naturale spinto da forti cause: noi
sosteniamo per lo contrario che l’uomo non alienato di mente e che non
ha perduto l’istinto della propria conservazione, non può attendere ai
suoi giorni; siano pur forti, terribili i motivi di dolore, siano grandi le
sventure che lo affliggono, siano immense le torture che prova di ogni
genere. Se ha un sentimento religioso prevale la rassegnazione, se è un
ateo o materialista prevale l’istinto della propria conservazione. Questo
è il nostro modo di vedere e secondo noi non siamo nell’errore;
sostengano gli avversari il loro parere, ma è un fatto provato
dall’esperienza che la maggior parte dei suicidi, o prima o dopo il fatto
terribile, danno segno di alterazione mentale, infatti io ho sentito dire
dal nostro Medico che fatta l’autopsia del cadavere, nel cervello si
trovano sempre segni di alterazione, locchè dimostra che quando il
suicida operava era in stato convulsivo e di agitazione e inoltre gli
toglieva il libero esercizio delle sue facoltà. Dunque non era libero di se
stesso, per cui l’azione commessa non è imputabile.
Troppo lungo sarebbe il descrivere tutti i fenomeni che presenta la
pazzia,1 dei più terribili fratelli dell’umanità; basta entrare in un
Manicomio per avere un’idea di questa immensa fra le miserie umane:
chiasso di giorno, chiasso di notte: chi canta, chi ride, e piange e chi
schiamazza; chi passeggia, chi giuoca, che attacca brighe col
compagno; si può dire in una parola, la vera imagine di un pandemonio.
Dietro invito del nostro Medico Assistente abbiamo dettato queste
parole, e se mai, in appresso torneremo in argomento. Intanto poniamo
termine col consigliere ognuno ad astenersi da ogni specie di disordini
che noi riteniamo essere la causa principale di questa iniqua malattia, e
il Corpo Medico specialmente dedicato a questo genere di cura si
persuada che per riuscire a guarirne una gran parte vi vuole
un’assistenza particolare, lo studio dell’individuo indefesso o
l’applicazione dei rimedii più opportuni rimessi alle criterio del Medico
curante; in quanto a quelli soggetti a fissazioni, torniamo a dire che è
necessario la distrazione e la compagnia, perché l’isolamento e la
solitudine fanno crescere a dismisura la loro mala via, e in quanto agli
altri generalmente diciamo che d’uopo studiare quelli a cui nuoce la
compagnia. Della cura parleremo altra volta.
Che le nostre parole possono portare qualche vantaggio alla umanità nel
senso che servano di qualche lume al tanto rispettabile e benemerito
Corpo della facoltà medica, onore di tutta Italia, e che senza adulazione
e per amore di verità dobbiamo confessare che ha superato tutte le altre
scienze comprese la Matematica e la Legge.
Avv. G. B. (1878)
Per darsi più autorità riguardo la questione della pazzia, B. G. si firma con
l’appellativo di avvocato. (D.r F.)

20. Capricci e bagatelle

Lo Zibaldone di M., che sembra uscito dal mondo immaginifico delle


stampe popolari, mette insieme folli, personaggi della storia antica e recente,
offrendoci la descrizione di una fantasiosa e ‘campanilistica battaglia’.
All’origine di questa scrittura è sempre la sovrabbondanza e il caos.
Zibaldone
La flotta del comune di Fano si è tutta la colta sotto alla liscia … Nave
ammiraglia con vela spiegata in permanenza. Il Municipio di Fano si
trova in guerra aperta e dichiara con Pesaro, Fossombrone, Pergola,
Cagli, Urbino, Sinigaglia. Dirige gli stratagemmi di battaglia e
l’Imperatore L.O., Oste, Speziale, Caffettiere, Droghiere, e Foraggiatore
della real Casa dei denti dell’Ufficialità italiana di protezione alla piazza
salda di Tempio. C.F. è un Ferruccio, fedigrafo alla sua patria di M.; M.
è alleata con Sinigaglia, C.N. è un Temistocle che ha per confessore il
gran Prete politico F. smascheratore dei deboli mezzi intellettuali del fu
Conte Camillo Cavour; indi il N. non se la sente di bere il purgante, onde
il Cavour passò di questa vita a Torino; il N., sfidando l’infamia tra i
posteri, e, secondo gli torna, tutto quello che basta a parere ciò, i tempi o
l’epoche con temporanee si distillano a prò dell’individuo, e a danno
delle classi in genere. Primo Ingegnere delle mosse di guerra è il Prof
G.L., di patria bastarda, ma tutto assieme un vero Fossombronese. A
questa Pausania vi manca la madre … Costui è della cricca degli
odiatori postumi di Cavour, sottonome, corredatore del Giornalaccio
papalino, che si stampava (e stampa?) … in F.; A.B., mio cognato, in
simile catastrofe è il Tirteo delle Termopoli dei preti; A.B. patriota
intarsiato di Fossombrone, uscito dalle officine dei Pedanti dell’arte in
Firenze, è un Umanitario all’uso Collot. È brutto come Tirteo, crudele
come Egisto, ingegnoso da inventar le ruote per far salire a ritroso della
corrente e della discesa (il che è più!) la flotta per la Liscia. Le navi
pescareccie, ed ordinaria da guerra dell’antico comune di F. ammontano
a 200 … Tutte formidabilmente armate, come quelle di Pesaro e
Senigallia, senza cannoni e munizioni, Zavorre competenti per l’acre
duello. I marinai, e le ciurme, salvo le tratte degli schiavi Neri venduti
alla Chiesa di S. Patrignano, si sono dati allo sciopero, sedotti, lusingati,
tropinati dalla magra e eloquenza del Dott. Antonio C. terrazzano della
V. Nato ha avvicinato di 112 Contrada dei Nobili in Fossombrone … E
Marinai però sangue Fanese, alle fette dei Teoremi del Dottore Acuto,
spiegando le vele, e cazzando le scotte pei tumidi Eteri delle Provincie
dell’Egragliantismo, così la ragionano: Il Conte M. lo strozzino
villanesco F. il marchese F. … medico chirurgo, e possidente ladro d’una
Villa a N. e simili altri Cazzimatti, e Canagliari, se vogliono mangiare le
sfoglie, e i Rombi, si scalgino sopra al ginocchio, e vadano a pescare i
Ceti o le Balene a zampate, e a furia di Cappotti e artistà S. Patrignano.
I marinai, sangue legittimo ed autoriano del miracoloso suolo di Fano,
sdegnosi di dover dipendere dai Cenni di tre Biscuccioni, come G.P. e B.
hanno fatto Lega di protezione coi marinai della costa di Pesaro e
Senigallia; I marinai Fanesi, accortosi del tradimento fatto a loro dal R.
se ne guardano dai suoi disegni, e si dilettano a gionare e da lungi.
M. (1880)
Tra gli scritti lasciatici da un nostro ricoverato eruditissimo, troviamo e
pubblichiamo la seguente (D.r F.):
Apologia del secolo
Che giova, o Florimo, su carte dotte/ Il giorno spendere, vegliar la
notte?/ Oh! bimbi ingenui que’ padri nostri/ Che un di pregiavano gli
ameni inchiostri!/ L’età migliorano, e proprio adesso/ Raggiunto ha
l’apice l’uman progresso!/ Due piè feminei che in sulla scena/ L’orma
volubile segnino appena;/ Due lumi languidi di brame accensi/ Che a
turpi invitino orgie de’ sensi;/ Panciuto musico che in vari toni/ Novello
Cerbero le orecchie introni;/ Un prode aereo che in un pallone/ A
filantropica morte s’espone;/ Tal che con macchine muove la guerra/ Di
sangue imporpora l’acqua e la terra;/ Uom che sanissimo, sia sole o
luna/ A letto ostinasi e vi digiuna;/ Questi oggi ad sidera levàti sono;/
Evviva il Secolo Decimonono!
(1894)

21. Esempi di poesia dialettale

Cegh, zop, matt, a so tutt me


Odoardo Giansanti detto Pasqualòn, che fu tra gli ospiti periodici del San
Benedetto (ricoverato sei volte, tra il marzo del 1880 e l’agosto del 1913, per
malinconia semplice), ebbe la possibilità di pubblicare sul Diario. Grazie a
questa esperienza si appassionò alla poesia dialettale, componendo una
grande quantità di versi, e riscosse un notevole successo di pubblico, tanto
da diventare il cantore del popolo e dei diseredati. Fu accolto da tutti con
grande simpatia e rispetto, vivendo del poco che gli era donato. Quando
usciva dal manicomio, la sua vita si svolgeva per le strade, nelle taverne,
nelle fiere della propria città, ove declama i propri componimenti. Le sue
poesie raccontano la vita quotidiana e i rapidi mutamenti della società di
inizio secolo. E le ricordò tutte a memoria, fino alla fine dei suoi giorni.
Egli, nonostante alcuni importanti riconoscimenti (il primo premio al
Concorso di poesia dialettale all’Esposizione Regionale del 1905 a
Macerata; e l’apprezzamento di Gabriele D’Annunzio), rimase povero e solo
sino alla fine dei suoi giorni (la moglie Michelina lo abbandonò nel 1928),
dipendendo dall’elemosina che la gente gli elargì di buon grado per le strade
della città, e della ospitalità, in inverno, dell’Ospedale San Benedetto: il
Palaz D’Invern [il Palazzo d’Inverno] o Anticamera dell’inferne, come lo
definiva lui stesso.
Nato nel 1852 e morto nel 1932, a soli dieci anni, per la prematura morte
della madre, si trovò in grave difficoltà, rimanendo senza alcun sostegno.
Partì per la capitale, dove il padre si era rifatto una nuova famiglia, ma venne
rifiutato. A Roma visse di piccoli lavori ed espedienti, poi per un breve
periodo si fece frate per riconoscenza ai religiosi che lo avevano salvato
dalla fame e dalla morte. Finì in carcere per vagabondaggio e nel marzo del
1878 venne rispedito a Pesaro.
Nel 1880, ormai cieco, disperato e in preda alla depressione, ebbe un primo
ricovero in manicomio. Fra tutto, nel manicomio ci abitò per 18 anni e 9
mesi.
Egli divenne il cantore cieco del popolo. È del marzo 1887 la pubblicazione
a Pesaro del primo volume delle Pasqualoneidi.
Quando era dentro al manicomio, molti dei suoi componimenti vennero
spediti alla moglie per essere divulgati e magari venduti. Molti altri vennero
pubblicati nel Diario del San Benedetto.
Nel Diario sono diversi i motivi e le ricorrenze per la pubblicazione delle
sue poesie: una certa ufficialità, sempre ironica, a carattere encomiastico e
celebrativo; il sarcasmo sopra i traffici del farmacista; l’efficacia di una
dieta; alcune richieste modeste ma preziose, come un rimborso spese per
riparare la fisarmonica, una razione di tabacco, un bicchiere di vino in più,
una gita o un sussidio e ancor più la libertà.
L’esigenza di scrivere era forte, anche se l’ambiente manicomiale (la Torr
d’Babel) non era tra i più idonei per concentrasi sulla scrittura.
Palaz d’invern o anticamera dell’inferne
Anch’io poeta lirico
Siben ch’a so’ ti matt,
ma la mia musa trovasi
Ancora tra l’ciavatt
Già era scritt‘n tel libre eterne
D’arvnì a fè ‘l Quartir d’inverne,
e con gran rassegnazion
dopo logred tant’ambizion
am’so’mess t’un cantuncen
A ‘rlavrè da ciavaten
Bandonand el sversegè
Mo en el sa ch’c’è i matt furios?
Tan i fa un bachen curios!
C’è chi ciurla, tanti i canta:
I farà el chiass par quaranta …
Che sti matt i è in tel curtil?
Chi dscur gregh e chi inglies,
creda pur ch’i amanca el pnel
Par cumpì la Torr d’Babel …
Chi si contenta gode
Che bel viva a essa Re!
Magnè, beva, scarozzè,
Goda i mej divertiment,
Mo c’è el ches pro qual moment
In ste secol tant poch bell
Da troves fored la pell.
A essa Pepa? Sarìa maj
Fra cle beli maravej
Ch’s’troverà in tun che! San Pitre,
Mo la gent avanti e ditre
Tutt’el giorne ch’andarà
A trovè Su Santità
Par avé la Bindizion,
Bagè el pid malé a cuvion
O par fed o par capric
Quel daver l’è un bel impicc;
A fe el Pepa in chel moment
C’è da goda poch e gnent!
Sempre priv dla libertà
Anca quest ma me en me fa.
A essa ancora possident
D’qualch milion, e indipendent,
Libre senza alcun intringh
Oggi giorne l’è un castigh
Che ste capitel s’l’e in vista
Dop s’n’accorg i socialista,
S’vnissa l’ora da spartì
Cum ai’ andaria furn’? …
Par fe propri un bon contratt
Mei de tutt l’è a stè in ti matt.
Odoardo Giansanti – detto Pasqualone, Autore e proprietario (1903)
Dialogo fra il vino e l’acqua
Senti questa. Una matèna/ È success in t’na cantèna,/ Un d’chi dialogh
propi blèn,/ Contrasteva l’acqua e ‘l vèn;/ E ste fatt s’a l’vlè ascoltè,/ Me
a so pront a incominciè./ Dop ch’è sted purifiched/ Chel po’ d’vèn, e
travased,/ Tutt superb malè el s’ne steva/ In tla bott, el barbottleva,/
Replicand più volt fra sé,/Necesseri come me/ In t’el mond, chi mej
sarà?/ Nisciun! Senza di chisà./ En succed mei una festa/ Cum in mett
ma me a la testa;/ Og en s’fa ma un Deputed/ Cum en vengh me
tracaned/ In tle gol de chi por’om/ Ch’jè costrett a metti el nom;/ En s’fa
Preti e né Priori/ Cum en so me in mezz a lori;/ Senza d’me en s’fa le
funzion,/ Me in t’le Mess, ‘n t’le Bindizion,/ In città cum in campagna,/
Ma i teatre, ma i festèn,/ Ma i bruvett anca i più pcèn:/ Se un andass a
considrè,/ Co i faria, quei, senza d’mè?/ Me a so el perne d’la ligria/
Ch’a distrugg malinconia,/ Mel’umor, aviliment,/ Me a soccor la povra
gent/ Sa ‘l mi spirit, sa ‘l mi ardor,/ Ai dagh forza, ai dagh calor;/ Me a
so antich al pèr d’Noè/ E nisciun me po’ passè./ A sentì s’te bel pzulèn,/
C’era l’acqua in t’ ‘n orciolèn/ Ch’el s’troveva de faceda,/ La s’mettè in
t’na gran riseda/ Rispondend ma ‘l vèn achsè;/ Te t’si antich più che ne
me/ Ch’a so neda insiem sa ‘l mond?/ Por fiol mia! machè t’confond;/ E
po in quant a ess necesseri,/ Me en voi stè sa te del peri/ Mo a t’voj anca
trapassè,/ Chi è ch’ t’ha fatt nascia ma te?/ Tutt le volt che me a so steda/
In t’i nuvol trasporteda/ Da l’Sioner, e vnuda giò/ Par bagnè tutt
maquagiò,/ Ma tu Medra, in chel moment,/ Chi è ch’jà date l nutriment?/
S’en ce fussa steda me,/ Cum t’podev vnì fora te?/ E po’ en basta a stè
maquà,/ A vòj gì un cuncen più ‘n là;/ Senza l’esistenza mia/ Ma sta tera
chi starìa?/ Tutt’el mond, se ‘n c’fussa me,/ Co el farìa sol che sa te?/ Se
‘n avess ma me dintorne,/ L’avria d’vita pochi giorne;/ Pensa fiol! riflett
piuttost,/ Fa silenzi e sta al tu post.
Vino
Oh!....chera la mi sbiavida,/ Porta fiacca garantida,/ Baja pur te quant te
pèr,/ Boll pur sempre in t’el calder,/ In t’la pgnata, in t’el tighem,/ A ora
d’pranz, la tu presenza/ S’a t’mortifich av pacenza,/ En t’mett mei el bon
umor,/ Scepa, senza alcun sapor,/ I t’disprezza, i t’butta via,/ Fussa el
pranz pur bon quant sia/ Fiuintant ch’i ‘n ved ma me,/ I god poch insiem
sa te;/ Tutti i t’guarda d’mela voja,/ Nisciun stomigh te vria arcoja,/ L’è
un mortori, mo al mi ariv/ Tutt’i corp j’ardventa viv,/ Chiapa ognun la su
energia,/ Prest artorna la ligria,/ E fintant ch’ai so present,/ Tutti i
struzza in chel moment;/ Ora a t’port un paragon/ E po dim s’a jò
ragion;/ un porett ch’ l’ha moj e fioj/ Ch’ l’avess sol che un po’ d’fagioj/
E un pezz d’pen, magara muff,/ Dispered e pèn de buff,/ Quand ai so me
in t’el bichir/ Ai mand via tutt’i pensir,/ Ai dagh forza, a ‘l fagh cantè;/
Prova mo da gì otra te?/ T’el vedrà ch’bela ligria,/ S’en t’fa prest a
scapè via,/ Le bastemmi in chel moment/ Ne vèn fora i bastiment;/ Me
soltant ajò la gloria/ Riportand sempre vittoria/ Sa ‘l mi gust, sa ‘l mi
vigor/ Da fè arnascia el bon’umor/ ‘N tle famej, ‘n tle società,/ E godend
la libertà/ Da girè par tutte l mond/ Me a trionf da cima a fond./
Dapartutt o so stimed,/ Invidied, desidered;/ E te, sa chel bel color/ Va a
viagè in ti sciaquador,/ In tle chiavigh e in tle pozz/ Che nisciun te vò in
tel gozz/ For dle besti, mo el restant/ Tutti I cerca a ste distant/ Ch’te fuss
bona quant se sia/ Anca el prete l t’butta via,/ Ma me m’succhia fin’al
fond,/ Chi è più ben vossud al mond?/ Chi ha più libertà e più spass?/
Bozzla donca e fa poch chiass.
Acqua
Malament t’atrov maquà/ Sa la tu gran libertà/ Da la bott a gi in tla
boccia/ Senza andè a spass una goccia/ Da la boccia in tel bichir/ Dop i
t’bev, t’ha fui del gir;/ Povre fiol! Da po ch’ t’si ned,/ Quanta tera t’si
troved?/ Da la pampna, ma la vit/ Senza veda più altre sit;/ Dop arcolt i
t’ha pisted/ E chius dentra carcered/ In tla bott cum in t’un forne,/ Priv
del tutt dla luc del giorne;/ Ma me invec s’im butta via,/ Prest’a trov la
compagnia/ De tantle atre mi sorell,/ A vagh giò pien pien bell bell/
Specialment po s’l’è d’isted,/ Par chi fium, par chi valed,/ Traversand
tantle città,/ Libra in chi sentir apert/ Passegiand a cèl scopert/ Sotta el
cant de tanti uccei/ Che sospesi ai ramoscei/ I m’arcoi sa chi bectèn,/
Spruzzand sa cle testolèn,/ I me god in chel moment,/ Questi ai chiem
divertiment./ Quand po a sim ‘n ti gran calor,/ Dmanda ma sti viagiador/
Ch’i caminna par la streda/ Se in chel mentre a so brameda;/ Par le
piazz, par le contred,/ Ma cle font monumented,/ Guarda te ch’t’si senza
cor/ Ma quant popul a ristor/ Senza fei spenda un centesim/ Mo sa te en
po’ fe medesim;/ El purett, più dispered/ Sol da me el vèn ristored;/ Par
viagè ch’te fa tant chiass,/ Senza d’me en t’po mova un pass;/ St’va par
mer ‘n si bastiment,/ Chi te porta in chel moment?/ S’i te carga in
ferovia,/ Senza d’me chi t’porta via?/ ‘N si vapor o in si cariagg/ Ma chi
t’ved durante l viagg?/ D’libertà t’me vo parlè,/ T’podrà vnì te insiem sa
me/ Fin’al ciel ‘n tla gran altura/ Mirand tutta la natura,/ Sotta, sopra,
d’là e de qua,/ T’avrà te stà libertà?/ E cla gran sodisfazion/ Da caschè
giò a scivolon/ Sopra chi aridi terren/ Che spess volt i cuntadèn/ I me
chiema a men pighed,/ T’si te achsè desidered?/ Sent fiol mia, me a te
dirò/ Che in tel mond de maquagiò/ Ragionand propj ‘n sel seri,/ A sim
tutti necesseri,/ Mo nisciun s’podrà vantè/ Da dì:me a so più de te./ Fnid
apena l’argoment,/ Tutte l vèn in chel moment/ Dop avud tant’albagia,/ A
sentì sta sinfonia/ El s’è tant mortifiched/ Ch’en’à propj più parled./
Machè fnisc la mi canzona,/ E qualunque sia persona/ S’la n’avessa tant
da fè,/ Da ste dialogh po’ arcavè/ Dop avè lambicched tant,/ Che in tel
mond s’en c’fuss, né fant,/ Né caval, en c’saria Re,/ Donca s’po’ argui da
che/ Che in quant a essa necesseri,/ Pcen e gross sim del peri,/ Mo el
rispett fra le do class/ El ce vria, senza fe chiass./ Sa un po’ più
d’educazion,/ Spariria la disunion,/ L’amor propi el s’arvedria,/ La
concordia artornaria/ A regnè fra gross e pcen,/ Cum machè sa l’acqua e
‘l vèn.
Odoardo Giansanti – detto Pasqualone, Autore e proprietario (1903)
Esordio
Popul mia, ch’a m’aspettè/ Impazient par ascoltè/ De sta testa
straluneda/ Qualca nova bufoneda/ Cum è solit par fe rida,/ Fata spess
chi trop confida,/ Cioè, a spieghevla librament,/ Og me en fagh rida par
gnent!/ Parché el propi mi dover/ L’è, non sol da fev piacer/ Sa dle rob le
più ridicol,/ Mo da insgnev anca i pericol/ Ch’và incontrè l’umanità/
Che distrugg le civiltà,/ Abrutisc la bassa gent,/ Fa vontè i stabiliment/
De tant povri disgraziedi/ Chiusi dentra carceredi/ Par avè comess
delitti/ Senza vlèi, e i pena, e zitti!/ E in ti Ospizi? C’n’è i milion/ Ch’ia
smarid l’us dla ragion/ Lasciand moj, fioj e parent/ Fra i sospir e i piant
e i stent/ Mtend achsè in degradazion/ Lè futur generazion,/ e la causa
chi saria?/ L’è le sborgne, fradei mia! … / Questa og l’è la mi lezion/
Ch’a v’darò, s’a m’fe attenzion./ Mo me per d’senti un rumor/ Ch’digga:
te ch’t’vò fè el dotor,/ S’t’à intenzion d’entrè ma me,/ Prema, curte ben
par te. Medice, cura te ipsum
E difatti en c’è bugia/ Anca me ajò la part mia …/ Mo è par quest ch’ajò
pensed,/ Non sol me d’ess medighed/ Par guarim de stè brut mèl,/ mo par
tutti in genere!/ me a la voj sta guarigion,/ Parchè adess, s’à m’fè
attenzion,/ Me a v’dirò in do parolèn/ J’effet ch’fa l’abus del vèn.
Cause ed effetti
Par esempi, adess ariva/ Un’allegra comitiva/ D’quatre o cinqv de sti
burlon,/ J’entra in t’na conversazion;/ O ch’i sia sted invited,/ O par che
Je capited,/ Basta i s’mett a fè baldoria/ Riscaldand prest la memoria/ Sa
un po’ d’vèn, quel, già se sa,/ E abusand dla libertà,/ Un de questi, poch
prudent,/ El s’inscuffia in chel moment!/ Ech già el cmincia a fè ‘l
bachèn/ Piò de chiatre,alzand le mèn,/ Arbaltand bocc e tavlen,/ Sa
qualch atre buratèn,/ Che fa nascia una protesta/ P’el disturbator dla
festa/ Ch’el sia subit mess de fòra,/ Mo invie quest, credend alora/
D’emandè lò in t’un chel moment,/ Prest el dventa un prepotent/ Da tant
bon ch’el sarìa sted,/ Dop po’ in s’l’ultim, co’ suced?/ D’supportel,
chiatre i se stuffa,/ Va a scopiè una gran baruffa/ Ch’la conclud sal
condanel/ O in prigion o a l’ospidel./ E sti fat, carèni mia,/ In t’la civiltà,
in avrìa/ Da regnè, no certament!/ Mo pur trop i s’ved frequent/ Da par
tutte l mond intir/ Cagionand tanti suspir/ Par sta tropa ingorda gent;/ E
po’ ancora en v’ò dett gnent./ Quel ch’suced in ti festèn?/ Par un misre
bichir d’vèn,/ Tantle fioli vèn tradid/ he le medre ingolosid/ Par chel vèn,
ch’le va for d’sé,/ I le lascia libre andè/ O sa Pitre o pur sa Gvan,/ Non
curand alcun malan/ D’quel ch’po’ nascia o d’bel o d’brutt,/ ‘Na fojetta
pèga tutt./ Anca i pedre, cor contenti,/ In tel bettolèn iè intenti/ A fumè in
t’la pippa d’cocc/ E a scolè el vèn da la bocc/ Ch’vèn paghed dai
balarèn,/ Basta ch’venga el bichir pèn,/ Vaga pur cum la vo gì,/ Mo el
decor, in do’ el va fnì?/ C’n’è un bel po’ d’sti chèp d’fameja/ Ch’iè da
fesne maraveja!/ A la festa specialment,/ Senza avè nu pensir par gnent/
D’lasciè un sold p’el da magnè,/ Prest i cur par gì a gioghè/ In tle bettol
sa i compagn!/ E i pòr fioi, ch’ià fem, i piagn!/ Vèn mezz giorne, gnent
en c’è!/ Ecch le moj le va a trovè// Ma i marit ch’iè cot spolped! / Nasc
malè po’ cert scened/ Che a sentili, fa pietà!/ Questa l’è la civiltà?/ Mo
sa tutt stle nov dutrèn/ Ch’le s’impolvra in tle vetrèn,/ Publicandle par la
streda,/ En s’podria dè una domeda/ Ma stle razz achsè abbrutid/ Ch’le
fa orror a vedle in pid?/ Certi tip je ardott p’el vèn,/ Ch’i pèr tanti
buratèn!/ Sempre i s’trova in tle question!/ Dapartutt i vò ragion,/ Se un
dà tort, l’ha da stè zitt,/ Spess po i dscur d’i su diritt,/ D’i dover prò ch’ià
da fe/ S’ne sent pochi a ragionè./ Oh…savè co s’sent a dì! Quei, daver I
s’fa capì,/ Tutt scialedi i s’mett a urlè,/ gim a bè maquà! t’ven te?/ I
galeggia ma stle stred/ Sa ch’iochiacc tutti apaned,/ Un po’ mezz battudi
so,/ Navigand i monta po’/ ‘N s’un scalen d’qualch’ostaria,/ Non loden
dop arvnì via,/ I fa port in s’un tavlèn,/ Ecch j’effett ch’produc el vèn.
Conclusione
Donca adess, parland fra d’no’,/ A podrim dnrè un bel po’/ Specialment
chi a bsogn d’campè,/ Seguitand la vita achsè?/ Se s’va a fni in
disperazion,/ Chi podrà avèc compassion?/ Moderemce ormei ch’è
l’ora!/ Tralascem, s’a femm a d’ora,/ Sta vitacia scelereda!/ Vdem un po’
da gambiè strèda!/ Procuremce un po’ d’giudizi/ Senza più arempì sti
Ospizi/ Seminand miseria e lutt!/ Argambiem la pell, del tutt,/ Fnim ‘na
volta d’fe i selvagg!/ E ai avrim tanti vantagg,/ Prèma d’tutt in t’el
maghett,/ E a sarim, po’ a divle schiett/ Anca più consideredi,/ Più ben
visti e più ascoltedi/ Da la gent d’ogni color/ Che apprestandse a fee
onor/ La sarà ben prest riunita/ Sa quel ch’torna a nova vita!/ E
adempiend el bel dover/ D’procurè l’altrui piacer,/ Dop, sa un cor più
men afflitt,/ Se podrà acquistè i diritt/ Pel bramed migliorament;/ Mo
s’en s’gambia l’andament/ D’fe le sborgne p’la cità/ Le question le ‘n
mancharà,/ La concordia spaventeda/ Prest la smarirà la streda!/ La
miseria aumenterà/ Pianti e guei senza pietà;/ Se po’ en vlem sentì stle
gnorgne,/ Dcim ‘na volta, abass le sborgne. Odoardo Giansanti, Autore
proprietario (1904)
Oltre all’opera dialettale di Pasqualòn troviamo questo sonetto di A.B..
Sui guasti dell’orologio dello Stabilimento, avvenuti gran tempo fa, il
nostro A.B. scrisse il seguente
Sonetto
Va propri mal st’orologg, sor Ispetor!
Ora batt, ora en batt, en s’capisc gnènt:
Me dica un po’: I’ha pres un acident,
Opur è mort el su’ regolator? ...
Tant volt sti por braciant vann al lavor
Méz’ora dopp, un quart sicuramènt;
E quand suced acsé ma qualch studènt;
Fann cagnara studènt e profesor!
Tanti giorn st’ orlogg è buff daver!
Sona cent volt a l’ora, e quel ch’è bell,
Se Lei ce guarda, en s’mòven mai le sfer ...
Stam a vèda per gust quel ch’a dentr’ ogg!
Se fa lo stess, dirò ma mi fratell
Che a San Bnedétt é matt anca l’orlògg.
(1889)

22. Teatro: i filodrammatici del San Benedetto sotto la guida del Dottor
Frigerio

«Domando io che bisogno vi sia di recitare in teatro dal momento che


l’intera società extra manicomiale recita giorno e notte la commedia».
Sig. M. (1878)
Queste cronache, di S.M. e B.G., restituiscono alcune vicende legate alla
rappresentazione di lavori teatrali scritti dagli internati stessi. Fra ordine e
caos (sempre pronto ad affacciarsi) si manifesta un’operazione, non
sappiamo quanto sistematica e consapevole, di teatroterapia cui prendono
parte medico, direttore, infermiere e gli internati. S.M., nella sua divertente
cronaca, gioca sulla follia dei folli, dei sani e di se stesso: parla di «pazzi
indubitabili», di chi «senza saperlo è matto anche lui», sostiene che «nessuna
è maggior pazzia di quella che quando uno si crede savio ed è matto» e che
«un altro matto, il quale matto è il medesimo scrittore sapendo o non
sapendo di esserlo»; infine fa riferimento a coloro che non sono a teatro
come agli «assenti di tutto il mondo che sono essi pure tutti matti». Un vero
e proprio mondo descritto come una gabbia di matti.
Che un’attività teatrale possa esercitare effetti terapeutici su persone
sofferenti psichicamente è un’idea antica e possiamo ritrovarla anche nelle
esperienze di J. E. D. Esquirol a Charenton, di G. M. Linguiti e B. Miraglia
ad Aversa. Ciò che emerge, qui a Pesaro, è lo sforzo dei medici di mettere in
atto alcune intuizioni a carattere innovativo. Certamente Frigerio avrà scelto
con attenzione chi potesse o dovesse recitare una parte e, forse, quale
efficacia potesse ricavarne. Inoltre, la presenza di un pubblico esterno,
soprattutto di «trenta e più signore delle prime della città» (mogli dei
membri della Deputazione Provinciale), mischiate alle «malate donne» e le
«monache», dimostra, insieme ad altri documenti, come Frigerio si
preoccupi che gli spettacoli, insieme alla pubblicazione del giornale e la
presenza dei folli in città e a Teatro (nel palco a loro dedicato), possano
avere un effetto terapeutico non solo sul paziente ma sugli spettatori
(‘normali’), eliminando più pregiudizi possibili. Nella cronaca di S.M. si
evince che alcuni soggetti, durante lo spettacolo, non ricordando una parte,
avessero la capacità di trovare uno spiraglio ed essere veritieri grazie alla
capacità di inventare essi stessi la parte. In questo senso il teatro, le capacità
espressive e interpretative, l’improvvisazione, insieme al coinvolgimento
della musica e quindi degli esecutori, diventa uno spazio di espressione e di
ascolto. Per chi non è considerato ‘normale’, la recitazione, la propria parte
inserita in una trama, permette di avere un parametro entro cui ritrovare
‘cittadinanza’.
Un aspetto da non sottovalutare è come Frigerio stesso (‘regista’ e
interprete), il Direttore Antonio Michetti (suggeritore ‘sussurrone’) e
l’infermiere (suo ‘confidente’) prendano parte alla costruzione dello
spettacolo, insieme a ‘pensionati’ e ‘comuni’, e come si lascino coinvolgere
nel divertito resoconto di Stanislao M., la cui scrittura ricorda quella da
cantimbanco di Giulio Cesare Croce. Ma nello stesso tempo quella di S.M. è
capacità di descrivere un ambiente e i suoi retroscena, di raccontarci come
un pazzo che interpreta un maniaco può dimostrarci «che spesso le parole
sono in contrapposto dei veri sentimenti», oppure (come fa altre volte) di
apprezzare il lavoro musicale dell’amico musicista Prof. Filippa. Lo stesso
B.G., la cui fame è insaziabile come quella di un Arlecchino, dal suo
approccio cronachistico cambia tono e passa veloce e lesto da un contenuto
teatrale a quello culinario.
Altrettanto interessante è un curioso quadretto di vita cittadina, dove
l’impressione sul «tristo tenutario dell’albergo Zongo» coincide con quella
di un viaggiatore e scrittore inglese (di storie gotiche), il quale nel suo diario
annota che l’albergo è tenuto da un «locandiere volpino» che «si rivelò una
bestia molto affettuosa» e che l’ambiente, assai fosco, era «una enorme
stamberga», con una «scalea, degna del castello di un gigante» e una camera
il cui «unico moccolo» la illuminava proiettando le «ombre gigantesche
sull’altissima volta». (T. G. Jackson, 1881)
I testi teatrali, pubblicati sul Diario, sono forniti dagli stessi internati: il
Sacerdote Nardi, Gualtiero B., Stanislao Mercantini e tanti altri. Uno dei
pochi testi pervenutici integri è Satana di Stanislao Mercantini. Anche in
questo caso, come per la poesia, l’impostazione rigidamente formale della
suddivisione per parti costringe chi scrive all’interno di una struttura che la
fa diventare un ottimo esercizio ‘terapeutico’.
Relazione teatrale
Vari mesi di silenzio al teatrino ad udirsi la vecchia commedia di un
Sacerdote romano, che avvezzo a dir la messa, non si arretrava dal
lodare i guerrieri, pii o no, che cimentano la vita nell’agone. Errore
comune a tutti, indi non fa meraviglia, però si vede chiaro, vile o no,
essersi egli messo dentro a un carattere della commedia recitatasi per le
idi di Novembre; perciò noi lo crediamo avverso ai duelli, ed è già un
progresso.
L’intreccio è chiaro:
– un colonnello perde un suo bimbo: da quella omissione scorrono tanti
anni quanti ne sarebbero bastati al fanciullo per diventar capitano nelle
armi di non so quale esercito, probabilmente o contro, o di Napoleone I.
Il bimbo divenuto giovane aveva i suoi amici coi quali era stato a scuola,
ai quali rimaneva affezionato, e ne era prova Enrico; amava il vecchio
sargente che era stato solito ad amare e stimare qual padre: ma questi è
suo padre, come si dichiara dalla conclusione d’una sfida e duello tra il
Colonnello Maurizio, e Federico capitano, per motivi di elezioni
politiche; ed è anzi figliuolo del Colonnello il bimbo smarrito ecc. ecc.
ecc. Amico del Colonnello è un tale cui il medesimo insignitario lascia
erede del suo avanti il duello supponibile a compiersi; e questo amico è
ben diverso dal maniaco pei versi e per le convulsioni, o forse Giacomo
di Enrico più filosofo, diceva: – chi si vuol rompere il collo così faccia:
meglio a me che ad altri i colpi di fortuna. Altri personaggi
inconcludenti meno dei servitori od ordinanza vi pigliano parte; ma
danno idea dei capricci del secolo: quindi il Sacerdote romano, di
chierica o no, ci dipinse bene lo scorcio degl’ultimi anni del secolo
scorso e dei primi anni del secolo presente.
C. fa con applauso del pubblico la parte di un domestico, e pronuncia in
maniera tutte le ambasciate da non compromettere i costituendi; e
secondo noi il C. sarebbe capace, tra il fremito della platea, dei palchi, e
della piccionaja investirsi delle furie del Saul. Il B. compì la parte del
Colonnello Maurizio, e co’ suoi tuoni di variazione, colle sue alterazioni
di nervi e di fisonomia, da giovane qual è, parve, e quasi fu vecchio, et
satis di lui. Il bi. uno dei comuni fece la parte del vecchio sergente, di
origine popolare a quel che sembra, con molta maniera e tuono di voce,
e combinazioni e idiotismi classici della plebe, da meritarsi fuori e
lunghi applausi, massime insieme al B., i quali due sanno avvengaché
dementi, in che consiste l’arte; e ai saggi uditori non sarebbe soverchio
applaudirli ad ogni espressione, gesto e moto se una commedia non si
avesse da recitar intiera in una sera. Un altro dei pensionati del
Manicomio medesimo il Sig. Luigi P. fece la parte di maniaco per i versi,
ed i soggetti con tale carattere di freddezza da mostrare che spesso le
parole sono in contrapposto dei veri sentimenti, e ricusa di battersi con
tal tipo da mostrare che poi saprebbe alla fine anche avventurarsi suo
malgrado a non farsi ammazzare. Il Sig. T. infermiere … di confidenza
speciale del Sig. Direttore, azzardo dire, miniò con perfezione e
disinvoltura e affettazione, necessaria ai personaggi dell’alta sfera
sociale, ed agli indifferentissimi a tutto, il Giacomo o brillante di questa
commedia, essendoché la parte di Enrico resa dal P., è un caratterista
giovane, e che noi per l’avvenire chiameremo Rosci; simili
rappresentanze individuali di ciarloni e chiassoni e paurosi senza motivo
o ad artificio timidi. Il T. discorre bene ed ha questo di particolare,
anche in grazia del tipo incancellabile ai brillanti che non sembra abbia
imparata la parte, ma se la crei esso; e accadano di verità di fatto le
azioni, per suo merito, lui presente ed assente. Se questa lode per troppo
la si diminuisca, ma prima lo si venga a sentire. Chi dopo prima delle
parti inconcludenti alla catastrofe dell’azione o della pezza direbbesi in
francese, e bene in italiano ma benissimo, della stazione, ci dipinge i
sussurroni del secolo, a capo d’una manica di birbanti, che di Lion si
guarentigiano, è il demente M. addetto alla falegnameria che riproduce
in marchese Edoardo a gran pennello, e che coll’egregio squillo del suo
vocione fa ottima contrapposizione al soave e burbero gergo di arteria
del B. Il suggeritore che è anche Direttore con la più buona grazia del
mondo è appoggiato al principio che la verità nasce dalla diversità, e
che una commedia in generale riesce più bella quando alcuni usano la
voce propria come l’hanno, e non come la potrebbero avere. Voce
tediosa, opportunemente nojosa, sinceramente arzigogolata; gesto
convulso triviale ha il Sig. X. Anche un altro monomaniaco T. detto F. di
professione girandolone, sgaggia come una Gaggia, e come tale difatti
inosservato e odiato passa. Sappiamo però esser lui egregio suonatore di
arpa; ma per le scene uno di quei cavalieri senza nome e credito; di
quella specie che stipendiava la tavola quadrata della Regina Vittoria
d’Inghilterra che dell’isola si poneva in saccoccia, erede favolosa di
Elisabetta, i baffi e la statura di Napoleone I., e le basette dello zio
Girolamo. Lo X ed il T. recitando come recitano, porgendo come porgono
per chi ha buon senso, essendo la vasta società umana, d’individui
composta, dei quali uno non si rassomiglia ad un altro insuperabili sono.
Mi resterebbe a dire che la parte del titolo della commedia – Federico –
Dramma in 3 Atti, e che per conseguenza la parte più interessante la fa,
la fece e la farà (a monte le compromesse e bicchieri di absenzo) il Sig.
D. F. (che senza saperlo è matto anche lui) ed è questa la maggior pazzia
che si possa dare (anzi di quelle dissennatezze che non ammettono
rimedio) che nessuna è maggior pazzia di quella che quando uno si crede
savio ed è matto la fa, la fece e la farà, il Sig. F. collo squadrone e che
naturalmente cavatasi la montura, si accorge uno che prima l’aveva:
però e colla Assisa e senza è sempre quell’amoroso figliuolo del vecchio
sergente, quell’orgoglioso capitano che salva le ritirate e che è
soddisfatto tanto di ammazzare in duello il proprio padre (per errore),
come di riabbracciarlo (o riconoscerlo che è lo stesso). L’azione porta in
lui un carattere burbero, ringhioso, rissoso, opaco, ed opazio, sorto
come l’anima di Tucidide, che aveva il vezzo di fettarsi a tavola i propri
ospiti (ogni qualvolta in lingua Egiziana ospites non vogliono dire porci)
e il F. … a ciò era bene adatto (intendersi a riprodurre tutte le suddette
ombre di cornici). Costui c’est a dire il F. messosi in capo che io lo aduli
sappia di che è vero quanto dico; e se non ci crede pigli altre lezioni
come ha da fare per recitare dalla profetata sua sposa; forse l’eroica
Giuditta di tempo fa e la sopportabile Lanternari di un dì; e potrà non
far fuggire, i fabbri e accontentare più tutti; come un altro matto, il quale
matto è il medesimo scrittore di questo articolo e che si nomina da un
ladro della conca ossia M.S. farà da Otello, malgrado la schifiltosità del
matto anche lui (sapendo o non sapendo di esserlo) maestro F. suonatore
di tutti gl’istrumenti dal pianoforte al trombone, cui vogliam vedere a
fare il Macbet, essendo il F. caratterista sommo d’ogni tipo teatrale. E
qui come mi corre l’obbligo riepilogare la rassegna teatrale
sentenziando che ciascun degli attori superò ogni presunzione di
aspettazione e fu pari ad ogni desiderio, cui l’obbligo mi corre di far
osservare che le tragedie, le commedie, le farse, i drammi dell’inglese
Guglielmo Skeaspear superiore ad ogni scrittore tanto di paragone verso
il passato come nel presente, per l’avvenire, del quale è discreto scolare
il sacerdote Nardi, sono al naturalissimo d’una nazione di società
teatrabile a fotografia sì nelle idee che nei fatti narrati semplicemente da
Skaspear; sia che ai fatti in realtà accadessero, sia che la pubblica fama
ne lo ingannasse come realmente accaduti, verissimi poi sono sempre al
risultato d’una psicologia ben osservata. Il Fil. dirige ad orecchio
benone, e i suonatori ottimissimi quelli e questi eziandio pazzi
indubitabili. Agli assenti di tutto il mondo che sono essi pure tutti matti,
restia pensare a modo loro; altri pochi nel pretendere che pensino come
si va pensato, la critica è sulla direzione, è sulla esecuzione, è sulla
autonomia delle arie. Dagl’istrumenti di fiato si passò in altre sere a
concerti di corde inaudibili; ma a relazione di vari infermieri tiravano su
bene.
S. M. n. 310. (1875)
La sera del 28 marzo
La sera del 28 Marzo riescì assai brillante per questo Stabilimento.
Aperto l’annesso teatro al pubblico (decorato di nuove scene, etc.)
furono eseguite da vari Pensionati sotto la direzione del Sig. Dott. F.
[Frigerio] una Commediola in due atti, e una Farsa, nelle quali si
distinsero specialmente i Signori B.P.M. Il pubblico, fra cui si
scorgevano trenta e più signore delle prime della città, dimostrò la sua
approvazione con vivi e replicati applausi.
La sala era magnificamente illuminata, ed il Concerto di questo luogo
diretto dall’on. Sig. Prof. Filippa, ci rallegrò con scelti pezzi di musica
eseguiti con molta precisione, ma un po’ troppo forte.
Dopo la rappresentazione, a cui assistevano tutte le malate donne, le
Monache ed altri del luogo, gli attori, e alcuni suonatori furono invitati
dall’onorevole Direzione a una lauta cena, nella quale allegramente si
diede l’attacco ad un pasticcio di maccheroni e si vuotarono alcune
bottiglie.
Come è naturale si pronunciarono anche dei brindisi e tutti vorremmo
riportarli se si potesse, ne riferiremo dunque uno per saggio: un parto
dell’ingenuo P.: “ed io grido alzando il bicchiere pieno di vino Evviva il
Professore Maccolini’’. Abbiamo sentito con piacere che le recite si
ripeteranno in avvenire; intanto non possiamo che lodare la premura di
tutti e per primo dell’Onorevole sig. Direttore il quale procurò a noi e al
pubblico questo divertimento, non curando né spese, né fatiche, e si
degnò persino di sedere al posto di suggeritore. Grazie all’onorevole
Deputazione Provinciale che ha approvato e promosso questo
trattenimento.
In quanto agli attori possiamo dire che come dilettanti non potevano fare
di più.
B. G. n. 18 (1878)
Si stava provando una commedia da presentarsi nel teatro del
Manicomio e il Sig. M., uno dei filodrammatici, ci esortava a preferire
alle solite farse una tragedia: “l’Otello per esempio’’.
Il ricoverato C., il quale, benché affetto da demenza si prestava a
recitare nelle parti secondarie, rispondeva la sua svolta discutendo la
proposta:
“che Otello che Otello vuoi fare non basta quello di Zongo?”.
(riferendosi al tristo tenutario dell’albergo Zongo). (1878)

23. Regressione

Poesie infantili di un ex-maestro elementare affetto da lipemia.


La scelta del fiore
Infra tanti fiori e tanti,
Proprio belli ed olezzanti,
Due ne veggo nel giardino:
Una rosa e un gelsomino,
Un di questi io coglier vò,
Ma qual cogliere non so,
Il color della rosetta
È color che mi diletta:
Anche il bianco gelsomino,
Benchè picciolo, è carino ...
Questo questo io coglierò,
Perché mamma m’insegnò
Che del giglio nel candore
E in ogn’altro bianco fiore
Sta dipinta un’alma pura,
Del celeste amor sicura.
Che ami?
Amo i fior della campagna
Come quelli del giardino;
Amo il rivolo che bagna
L’orticello del vicino:
Porto ancor sincero affetto
Al soave rosiguolo;
Per compagno mio diletto
Voglio pure il bel cagnolo;
Ma ben altro il cor m’infiamma
E più caro mi sarà:
Un abbraccio della mamma,
Due carezze del papà.
(1884)

24. Un giornale nel giornale


Un giornale non basta e C.G., abitante nel San Benedetto, ne crea uno
proprio, dove se stesso è scrivente e allo stesso tempo già morto.
Corda e sapone
Diario serio ed umoristico che si stampa (gratis) in Pesaro Provincia
Flamminia, per cura di C.G abitante a S. Benedetto.
Notizie d’italia
– Cattolica: Il Sindaco di quella terra, Sig. Tommaso P. dei Principi di P.,
ha fatto pubblicare che lo scrivente nel 1826, rinaque dai coniugi di
Buonaparte ossia Principi di Palestrina col falso vocabolo di Carlo G. e
Angela C., non a Fano, non alla Ripa, e molto meno a Roma, come si
dice ma sì però a Pesaro contrada del Porto n. civico 15 2° piano verso
il Nord. Ore 2 Pom. con vento di tramontana
– Cesaena: Leggesi nel Savio, Fiume e Periodico di quel capo luogo di
Provincia, tra Rimini e Forlì, che si verifica con plauso e contentezza
universali che lo scrivente, in rissa particolare fu ucciso dalla propria
moglie. La tumulazione fu fatta al campo dei Giustiziati per la ragione
che non ebbe, l’imperfetto, il tempo di confessarsi e di comunicarsi. Il
fatto comico avvenne a S. nell’osteria unica di quel Borgo, la Sicaria fu
riportata in trionfo il giorno stesso, e si sposò subito ad altri. Le nozze
furono eseguite secondo il Rito d’Adamo ed Eva al campo ed a suono di
pifferi.
– Saludeccio: 15 Gennajo. Anno 1° del Razionalismo trionfante. Fra le
carte dell’ammazzato scrivente già Re ed Imperatore del Marocco si
rinvenne la cessione illimitata di tutti i suoi beni alla di lui amata e
diletta consorte assassina. Una rendita vitalizia ad una sua cameriera in
L. annue 12,000. Un decreto di restituzione dei possessi ereditari a
favore del Genitore, ed un’altro Decreto consimile a vantaggio di tutte le
famiglie nobili decadute d’Italia. Un decreto di Repubblica assistita
dalla truppa stanziale di 500,000 uomini di Linea irregolare, e ridotta a
servizio di Costa; da 90 mila Carabinieri più o meno reali da 170 mila
Guardie di poca Sicurezza. Un decreto di riconoscimento della
Germania unita e della Repubblica Francese; in ultimo, un’affettuosa
lettera colla quale accompagna la cessione all’adorata sua sposa.
Assegnava con una postilla al fratello P. per residenza di piacere
l’Appannaggio di Senigaglia, al medico di casa l’Appannaggio di
Macerata, alla Cameriera suddetta l’Appannaggio di Montelabate.
– Bologna: Leggesi nella Gazzetta dell’Emilia che S.M. la Regina
(assassina dello scrivente) gode ottima salute e che l’uccisione fu giusta,
giustissima perché si temeva che si volesse Lei far morire di morte lenta.
Aneddoti e Profezie
Fra gli altri, si dice che l’estinto Sovrano credevasi (ed era) Dante,
Petrarca, Ariosto, Tasso, Michelangelo ecc. Napoleone. Omero, Molier,
Enrico IV. ecc. (scusate se è poco). Sic transit gloria mundi. Tutte le
stelle o pianeti si somigliano al nostro e sono abitati da generazioni
d’animali stessi, stessissimi. Terra autem in aeternum stat. L’universo è
creazione che non ebbe principio e non avrà fine mai! e poi mai!
L’annata, durerà dodici mesi, lunghi quanto quelli dell’anno scorso – Le
messi saranno sovrabbondanti, i vini squisitissimi e le cantine tutte
ricolme – Le frutta da regalarsi senza prezzo. Le giornate saranno di 36
ore per giornata e ciascuna di 62 minuti. Si vieterà il mangiare che
disgusta ed il vino che fa male.
Nostra corrispondenza
Al Signor Tommaso Tomboli, Cremona
Per mezzo della posta, ma chiuse e suggellate a perfezione per guardarle
dagli artigli di alcune Arpie postali che a me apersero più lettere
indiritte a claustrale onestissima Matrona di Milano, mi manderete per
diman l’altro 8 pezze tonde del nostro formaggio del più squisito:
Senza più vi saluto, Dalla Segreteria Segreta di S. Benedetto, Pesaro 1°
Gennajo.
Il vostro Padrone, C.G. (1873)

26. L’uomo delinquente

Nei manicomi, come pure in quello di Pesaro, la presenza dei criminali era
un motivo di grande preoccupazione. Frigerio si chiede se non fosse
immorale «mescolare questi sciagurati coi poveri infelici». E continua
affermando che quelli «che sono veramente pazzi, conservano quasi sempre
anche nella malattia le tendenze delittuose, sicché per quanto attiva sia la
sorveglianza, inevitabili riescono i dolorosi casi, nei quali appunto una pazza
prepotenza li spinge a percuotere il vicino od a vessarlo in qualsiasi altro
modo».
Le storie di questi personaggi sono molto dolorose. Ecco cosa racconta
Frigerio a proposito di Z.R. d’anni 42: «celibe di professione artigiano, […]
si mantenne fino a 25 anni docilissimo e tranquillo. A quella età datosi a
soverchie libagioni di vino e di liquori, si fece rissoso con tutti, finché in una
lite rimasto ferito al capo e ritenuto colpevole, fu imprigionato. Nel carcere
ebbe inizio la sua malattia mentale, allorché cominciò a mostrare tendenze
manifestamente ambiziose […] appena libero, entrò in chiesa per percuotere
le immagini dei Santi i quali gli perdevano di rispetto non rispondendo alle
interrogazioni che egli come capo supremo loro dirigeva. Ferito, durante la
guerra del ‘48, gli fu amputata una gamba, ed ogni volta che firmava la
quietanza della pensione assegnatagli si sottoscriveva con il nome di
Napoleone il grande. Reputandosi destinato a divenire il più glorioso artista
di canto, si rese bifida la lingua e si allargò la rima della bocca onde la voce
uscisse più chiara e meglio sonora. Sempre dominato dal delirio ambizioso,
si bipartiva il glande, onde diventare più di ogni altro capace di procreare.
Ora benché mutilato e sostenuto dalle grucce, sdegna fieramente il contatto
dei compagni e degli impiegati dello Stabilimento».
«Il genere umano è una bocca e io sono il suo grido», questo sembrerebbe
esprimere il volto mostruoso e il corpo mutilato di questo povero diavolo che
ricorda L’uomo che ride di Victor Hugo.
Rimarcando le caratteristiche fisiche e le gestualità del “bruto’’, in un
articolo di chiara marca lombrosiana, sul n.5 del 1872, si sottolinea
comunque come l’ambiente di provenienza può aver influenzato alcuni
soggetti: «L’uomo delinquente […] è rappresentato a dovizie in questo
manicomio dove offre singolari tipi degni di speciale rimarco. Questi esseri
umani per lo più cresciuti fra brutali schiamazzi e luride orge delle taverne se
dal lato morale le seguono un vero anello di congiunzione fra l’uomo e il
bruto, anche dal lato fisico manifestano speciali caratteristiche che li
contraddistinguono. Avezzi fin dall’infanzia a ricevere le più svariate
sensazioni; essi rimangono sempre impassibili alle più vive emozioni e con
una inattesa circospezione, velata di timidità, pongono ogni studio nel
nascondere le perversità e la ferocia delle loro tendenze. […] Generalmente
sono essi schifi di qualsiasi lavoro, e s’abbandonano piuttosto alla vita
letargica; interrotta di quando in quando da un prepotente risveglio delle loro
tendenze, che li rende pericolosi disturbando la disciplina del luogo. […]
Appena giunti in Manicomio […] ripongono cura nel riconoscere i loro
compagni di delitto onde stringere quella solidarietà, che non viene mai
accettata dagli altri».
L’umanità vista da vicino non è così facilmente classificabile, infatti Frigerio
si trova di fronte a un caso, «meritevole di pubblicazione», dove un certo
N.N. alienato criminale, scrive una lettera molto toccante alla moglie cara,
soprattutto per il tono che le rivolge:
Sposa Carissima,
Giacché in sorte ingannatrice e gli uomini perversi ci hanno crudelmente
divisi è d’uopo che ci armiamo di pazienza e di coraggio. Sposa
Carissima! sappiate che io mi trovo nell’ospizio di Pesaro come matto,
ma grazia a Dio i superiori sono alquanto buoni; se mai sentite qualche
calunnia a me diretta, non vi dolete, perché io tengo tutte le regioni
possibili, sono innocente. Perciò abbiate coraggio, non pensate male, gli
anni passano e la morte s’accosta. Cara mia sposa! vi prego di vendere
ogni nostro oggetto di casa, e per ciò vi manderò una procura, vendete le
terre, non pensate alla robba, pensate alla fronte che se Iddio ci darà
grazia della libertà, d’ogni tempo la robba si potrà fare, ma l’onore non
si potrà più acquistare dopo perduto. Perciò vi prego di non curare lo
interesse; sappiate che la mia condanna è ingiusta! pensando a ciò la
mia vita non può più pigliar salute; mettermi in galera come un malo
vivente! Lo dinaro, è vero, ho poco calcolato ma ho lucrato altrettanto
come le fave del nostro orto. Non ostante il disonore in cui mi hanno
ingiustamente posto, bisogna uniformarci alla volontà di Dio
onnipossente e misericordioso. Salutate mio Zio Angelo e famiglia e con
particolarità mio cugino, che mi aiutava a fare il dinaro. Saluto mia
cognata e nipote e stringo al mio dolente core la sconsolata sorella.
Mando la S.B. ai nostri comuni figli e finisco con abbracciarvi e mi
segno il vostro sfortunato sposo.
N.N. – condannato alla galera a vita (1873)
«La ferocia che esprime il suo viso sformato da molteplici cicatrici, e i
delitti di cui fu giudicato reo contrastano coi sentimenti espressi in questo
scritto». (D.r F.)
Diario OSB, N.4, 1877
G.G. di P. venne accolto nell’anno 1868 qui tradotto dal Bagno penale
ove fu, per omicidio, condannato a scontare grandissima pena.
L’epilessia afflisse fin da ragazzo il nostro G. e, da quanto risulta dalla
storia medica, pare divenisse sofferente di tale malattia dopo un forte
colpo ricevuto sul capo. Il G. à 45 anni, è alto m. l. e cent.74 ed ha forme
atletiche, ma nelle movenze è assai sdolcinato e il timbro della voce
quasi femminile. G. però diventa ferocissimo allorquando, ai ripetuti
accessi convulsivi succede quello stato d’agitazione maniaca particolare
agli epilettici.
Qualche volta, mentre lavorava, (calzolajo) assalendolo il male, si alza
di repente ed esce dalla camera: dopo alcuni passi tuttavia vi ritorna in
istato quasi normale. Tal fiata invece s’arresta immobile senza lasciare
gli utensili i quali, trascorsi pochi momenti, prosegue il lavoro
intrapreso.
Nel G. notasi: plagiocefalia posteriore, seni frontali molto sviluppati;
capigliatura abbondante, sopracciglia riunite alla radice del naso,
occhio piccolo, mobilissimo; orecchie larghe, in legger grado impiantate
ad ansa.
Misure del capo Circonferenza cent. 75; curva antero posteriore cent. 33
Curva trasversale cent. 30; Diametro antero-posteriore cent.19;
Diametro trasversale cent. 16; Larghezza della fronte cent. 16; Altezza
cent. 5 .
Firmato Luigi Frigerio

27. L’ultima pagina

Nell’ultima pagina i redattori a seconda dello spazio di pubblicazione


inseriscono, come in ogni rivista che si rispetti, dei giochi enigmistici
prodotti da loro stessi.
Si tratta di passatempi crittografici come sciarade, anagrammi, metagrammi,
logogrifi, indovinelli, e polisensi.
NOTE
1 Abbreviazione per Dr. Frigerio.
2 [N.D.R. Luigia Frigerio, madre del dott. Luigi Frigerio]
CENNI SU ALCUNI INTERNATI

1. A.B.

L’internato A. B., «autore di vari scritti riportati da questo periodico, non


mostra di essere demente, e va bene. Ma esso è affetto da grave malattia,
cioè da cloro-anemia e da diminuzione del fluido nervoso, che in qualche
modo hanno alterato le sue facoltà mentali, producendo in lui la perdita
della identità personale e la terribile parvenza del non essere; per il che
visse lungo tempo dominato da tristi idee, in preda a maniaca agitazione».
Alle sofferenze di cui è vittima per quel che si è detto, “si aggiungono
quelle che gli derivano dalle allucinazioni auditive prodotte da catarro
cronico dell’orecchio medio; e si aggiungono quelle cagionategli dal
vedersi spesso impotente al lavoro, dal sapere i suoi poveri ed ammalati, e
dall’aver dovuto abbandonare una giovane cui amato riamava, come vien
dimostrato da alcuni sonetti scritti da lui nel corso di una frenosi
ipocondriaca. Ma questo ricoverato merita lode perché fa uso di grande
forza morale per sostenere la vita, serbando buona condotta, ed impiegando
in lavori di scritturazione quelle ore in cui i mali meno lo tormentano”.
Sonetto (1883)
La vidi! E lo splendor degli occhi suoi
Tanto soave nel mio cor fu sceso,
Che muto stetti e per tal viso io fui
Di riverenza e amore in un compreso.
L’udii! e quale si riman colui
Che abbia d’un’arpa il gentil suono inteso,
Tal io rimasi allor, come tra nui
Un angiolo a parlar fosse disceso.
Amor le chiesi, e d’un amor divino
Ella dono mi fè, dono che mai
Altri forse non ebbe in suo cammino,
Più non la vidi, oh qual ferita al core!
Deh fa, Signor, che a’ suoi benigni rai
Nel cielo un dì mi ricongiunga Amore.
Reminescenze d’amore (sonetto del 1883)
Qui sen venia! … La matutina brezza
Il biondo crin le carezzava, e intanto
Pien di soave tenera dolcezza
Gli augelletti sciogliean d’amore un canto.
Qui sen venia! ... Dove più grata olezza
La fresca erba sedea; l’azzurro manto
Contemplava, e parea che sua bellezza
Degna fosse del ciel, del ciel soltanto.
Poi vèr me si volgea con un sorriso,
E sospiri mescendo a caste note
Gioia mi fea gustar di paradiso.
Piango! ... ma stolto, ché felice io fui
Se mi beò d’amor colei che puote
Anche in cielo versar gli affetti sui.
Sonetto (1884)
Vago augelletto, che sciogliendo vai
Di ramo in ramo tua gentil canzone,
L’ali spiega lontan dal mio verone,
Chè d’allietarmi, ah! no, forza non hai.
O farfalletta, che del sole a’ rai
A dolce folleggiar qui t’ abbandone,
Del mio core acquetar la ria tenzone
Invan ti provi e la ragion saprai.
E invano a me vostri soavi odori,
Dal molle praticel, dal colle aprico,
Su l’ali sue trasporta l’aura, o fiori.
Sorte mi tolse genial fanciulla,
Né pace ha il cor, e sospirando io dico:
Senza il bacio d’Amor la vita è un nulla.
Pensieri d’inverno (Sonetto composto nel 1882 e pubblicato nel 1886)
È fosco il giorno, e la pennuta schiera
A l’aure i canti suoi più non affida;
Speme non v’è che terra o ciel sorrida,
E con rapido vol giunge la sera.
Passan l’ore notturne. Ecco la sfera
La nov’Alba segnar tacita e fida;
Ma del Verno, che par l’alme conquida,
Riede col dì l’immagine severa.
Epur quell’ora sorgerà cortese
In che l’aura e la luce e i fiori e i canti
Sì bello fan l’italico paese.
Ma geme il cor, ché di sua terra onore
Colei più non verrà con baci tanti
Un cielo a fabbricar per me d’amore!
Dopo allucinazioni visive ed auditive (1883)
Non di terrena vergine
Parmi la voce udire
Quando il tuo labbro schiudesi
All’amoroso dire,
Quella però d’un angelo
Che in terra il ciel mandò.
Que’ due globetti mobili
Che sospirando io miro,
Occhi non son, ma fulgide
Stelle del vago empiro:
Ah! Perché Sorte perfida
Fra i pazzi mi dannò?
Sonetto (1884)
Come il cielo talor di nubi oscure
Largo si copre, allor che il dì risplende,
E sui fertili campi alta ne scende
Pioggia che l’alma n’empie di paure;
Tal mia vita sen va, chè da le pure
Gioie che ‘l mondo in sen trasporta e rende,
In fosco loco io venni ove tremende
Scorrono l’ore tempestose e dure.
Ma queste soglie il pianto mio non bagna,
Chè giovin core per viltà non erra,
Né Ragione con Fede unqua si lagna.
Torna il sereno al ciel e quando fia
Che tardi m’abbia in grembo suo la terra
Tornerà pur la gioia a l’alma mia*.
*Intanto voglio dire che i buoni trattamenti dell’Ospizio rendono minori
le mie pene.
Sonetto con la coda (1895)
Di Morselli un opuscolo testè
Fra le mani, o lettor, m’è capitato;
E l’ho riletto ben da capo a piè
Tanto che quasi tutto l’ho imparato.
Parla di quelli che son fuor di sé
Per un germe che ab ovo hanno portato:
E di quei che non sanno dir più tre
Per un vizio di troppo accarezzato ...
Fa poi di nomi una gran filastrocca,
Che a recitarla, fammi dir così,
Diventerebbe arida la bocca.
Molti sono incompleti, altri vivaci;
Altri apatici, lenti o giù di lì,
Irriflessivi, atti od incapaci,
Intelligenti, audaci,
Sentimentali, ardenti, sensitivi,
Irregolari, instabili, impulsivi:
Altri contemplativi,
Criminali, imbecilli, delinquenti:
Emozionali questi, o insufficienti;
E quelli incoerenti:
Non ti pare, o lettor, che a conti fatti,
Dir più presto potea: Siam tutti matti?

2. Mors
Mors. è un bravo giovane, che unito al S.C. n.158 forma le colonne
tipografiche del giornale. (D.r F.)

3. AVV. GALTIERO B. n.18

Qui il nostro Gualtiero si riferisce a L. (che certamente sta per Lombroso) e


poi, in quartine, all’ambiente medico e amministrativo. Si tratta di due brevi
istantanee dove nella sorridente e amara ironia traspare la condizione
dell’internato che, vuoi o non vuoi, differisce dalla libertà del medico, il
quale, finito il lavoro, può lasciare Manicomio.
L. s’è messo in mente d’essere il Direttore dell’Ospizio: a tutti offre
posti lucrosissimi nello Stabilimento, e per esempio: a un infermiere
promette cento Lire al mese, carrozze e cavalli e un palco al Teatro. –
agl’impiegati assicura di conservare la carica elevandone altamente lo
stipendio e così via. – Per se non desidera che un paio di zigari
dell’Avana. (1872)
Quartine (1872)
Senza esser maldicente
Lo sappia pur la gente,
l’voglio esser sincero
E sempre dire il vero
Lo dico ad ogni costo:
È qui ognuno al posto?
O dirò meglio assai,
Chi regge manca mai?
Se state attenti e seri,
Dirò di qui i misteri.
I medici, gl’ispettori,
Sono ottimi signori;
Chi ama la poesia,
Del bel la leggiadria;
Chi cura l’eleganza
Persin nella sua stanza,
Fan essi il loro dovere
Ma bramano godere,
Fan visite nel giorno
Ma poi se ne vanno attorno.
Scusate la mia gente
Se troppo fui pungente,
Prima di tutto il vero,
Io poi non valgo un zero;
Di casa agl’impiegati,
I versi ho dedicati,
Ai nostri due dottori
Riserbo nuovi allori.
STANISLAO MERCANTINI

Una delle firme più interessanti del Diario del San Benedetto fu S.M.,
ovvero Stanislao Mercantini, fratello del più noto Luigi Mercantini. È uno
dei pochi internati di cui, nel Diario, emerge nome e cognome e di cui è
possibile ripercorrere la vita e i momenti che precedettero il ricovero.

1. Cenni sulla vita

Stanislao Mercantini nasce a Fossombrone (Pesaro) il 5 marzo 1837. Il


padre era cameriere di un Monsignore. Stanislao ebbe insegnati
ecclesiastici, fu discepolo di un francescano che gli insegnò la filosofia e fu
allievo prediletto di un professore di lettere.
Alcune notizie su Stanislao le ricaviamo da Cenni biografici e saggio di
scritti di Stanislao Mercantini (Fossombrone, 1910) per mano di Giuseppe
Grossi. Sin da giovane Stanislao rivelò una particolare attitudine per la
poesia i cui «versi scorrevano a lui, soavi, facili e spontanei». Quando gli
ideali risorgimentali mossero contro la tirannide pontificia, il giovane
Mercantini, «dotato quale era di alto e libero sentire e di irrefrenabile
ardimento, non seppe contenere i moti dell’animo e si votò interamente alla
causa del popolo, unendosi ai patrioti e agli agitatori».
Stanislao si occupava di ricevere e trasmettere la corrispondenza
clandestina e con il sopraggiungere degli austriaci fuggì a San Marino. Una
banda mercenaria al soldo del papa perquisì e occupò la casa della sua
giovane sposa Maria, la quale fece scomparire tutti gli scritti che avrebbero
compromesso il marito. Dopo molti giorni si insediò la Giunta provvisoria
del Governo piemontese e Mercantini tornò. In questo periodo lo vediamo
dettare «vibranti proclami al popolo» e il Commissario Lorenzo Valerio,
apprezzandone l’ingegno e l’entusiasmo, «gli ottenne la nomina di
professore di storia e geografia del ginnasio di Cesena».
Qui, preceduto dalla fama di giovane emerito, ebbe molti amici e dopo due
anni fu nominato professore reggente, nelle stesse materie, nel Regio Liceo
di Cremona. Nel 1863, aspiranti all’abbattimento del potere papale, insieme
con un collega composero e stamparono poesie sulla messa al bando del
potere ecclesiastico. L’uno e l’altro, sospesi dallo stipendio, furono chiamati
a Torino per conferire con il Ministro della Pubblica Istruzione che,
lodandoli per i versi, li rimproverò per le idee espresse, perché potevano
turbare le relazioni del governo. Mercantini, sdegnato, rispose «ci
dimettano!» e il collega aggiunse, mostrando le scarpe bucate, «ci facesse
pagare lo stipendio».
I due furono cacciati dal Ministero e Stanislao, tornato a Cremona, «prese a
diffondere tra le classi lavoratrici i principii morali e politici, nei quali
sempre più si infervorava, non ristandosi dall’inculcare negli operai il
dovere di educare, tenere in alto il pregio del lavoro ed figgere sempre
acuto lo sguardo su Roma, baluardo della superstizione, e sulle altre terre
irridente».
Nel 1865, ancora a Cremona, Mercantini tenne lezioni gratuite di storia e
letteratura dantesca agli operai. Il Ministero lo trasferì con lo stesso titolo a
Macerata.
Anche qui si avvicinò agli operai e insieme ai membri della società
democratica inviò al parlamento alcuni progetti di legge. Sempre a
Macerata, per la scandalosa morte di un garibaldino che rifiutò il prete,
Mercantini scrisse «Sotto l’usbergo del sentirsi puro, come libero nacque,
libero morir volle» e fu così che fu inviato a Sassari come professore
reggente di belle lettere nel Regio Liceo Azuni.
Naturalmente non si diede per vinto e insieme con l’avvocato Rugiu
impegnò una vera battaglia contro il «clericalume». Sui giornali si espresse
in poesie e prose, accese nuove battaglie e continuò a intrattenersi con gli
operai.
Questo fu il periodo di maggior produzione e lotta. Compose anche un
lavoro teatrale a carattere anticlericale che mandò in «visibilio il pubblico»,
tanto più che al terzo atto si levò il grido «a Roma, a Roma Capitale
d’Italia». Intanto l’autorità scolastica vigilava e ai versi «Il vecchio leone,
se rugge, spaventa; La razza dei Mille, per Dio! non è spenta!», fu sospeso
dallo stipendio per tre mesi. Non è escluso che la vera causa della punizione
fosse il suo impegno, le idee altruistiche e la «sostanza di una teoria
comunistica».
Intanto le ristrettezze economiche causate dalle punizioni e
l’assottigliamento della dote di Maria lo indussero a ricercare altri proventi.
Nel 1871 si propose di terminare una seconda commedia, Mariuccia e le
bambine, con la quale sperava di risollevare le sorti della propria famigliola.
Inoltre, come se presagisse la sventura che stava per abbattersi, pensò di
raccoglier la propria opera e cedere la proprietà letteraria all’amico
Monacelli, nel caso avesse modo di pubblicarla.
«Il disagio si inaspriva e ripercuotevasi nell’animo suo con la intensità di
una profonda angustia». Vedeva sbarrata la via e l’unica consolazione erano
l’affetto e il profitto degli studenti. E «saldo nelle sue idealità […]
attendeva impaziente il riconoscimento del proprio valore».
Intanto «persino al suo Luigi, sulle prime orme del quale si era
incamminato ed a cui si confidava, si teneva chiuso, schivo di mostrarsi
bisognevole di conforto, che desiderava in segreto».

2. I fratelli Mercantini

Da questi pochi frammenti di lettere è possibile ricavare alcune delle


testimonianze di grande affetto che Luigi, fratello maggiore, riversava su
Francesco e soprattutto su Stanislao:
«Dite a mamma che mi prepari un regalo cioè uno strettissimo abbraccio,
dite a Stanislao che mi venga incontro a mano col suo Checchino, e Teresa
sia con loro», «Date tremila baci a Stanislao» (1842); «Stanislao e
Checchino sian buoni; e vorrei che fossero ai genitori di quella
consolazione, di cui io non ho potuto esser loro», «Godo che Stanislao sia
stato il più bello di quanti si son cresimati» (1843).
Luigi nel ‘43 parte insieme a Stanislao per il paese della sposa (Arcevia) e
descrive scherzosamente il viaggio e le bravure del ‘fratelluccio’: «Poi
uscimmo e [Stanislao] cominciò con me a girare e saltellare e cantar per
Arcevia che ancora splendeva la luna; e voleva veder la casa di Annetta, e
la chiamava dalla strada tutto contento come una pasqua. Verso le 12 ore
incontrammo il servitore che portava a bere il cavallo: fors’egli disse
qualche cosa ad Annetta, che poco appresso ci salutava dalla finestra.
Insomma sapete? Stanislao mi vuole scavalcare ad ogni patto: è innamorato
come un gatto della mia Annetta. Pochi minuti dopo arrivati, egli le andava
dietro, cantando quell’aria ‘’Quanto è bella, quanto è cara’’ e dopo averla
finita, le disse subito: ‘’Questa è per voi. Le salta addosso, l’abbraccia al
collo colle braccia, alla vita colle gambe, e stringendo i denti e baciandola,
le dice: ‘’Voi non siete più la sposa di Luigi; siete la sposa mia, vi voglio io;
poi la prende sottobraccio, dicendo: ‘’Andiamo a sposarci, andiamo,
andiamo’’».
Siamo nel 1856 e Luigi, già vedovo da troppi anni (la giovane moglie
muore dopo soltanto otto mesi di matrimonio), si preoccupa della volontà di
Stanislao di sposarsi ancor giovane: «Che si fa in casa vostra? E soprattutto
informami bene di questo amore di Stanislao con la figlia dell’Aldegonda;
te ne prego, perché ne vorrei un po’ scrivere in proposito a Stanislao. E
anche prima di saper tutto io trovo che Stanislao pensa troppo presto ad
ammogliarsi: tu che hai famiglia, sai quanto ci vuole; ed egli come potrà
metter casa?». E nel 1857: «Stanislao, se ti fossi vicino, ti tirerei un po’ le
orecchie; io non dico che tu non abbia a sentire amore: tutti amano ed
amiamo ed ameremo; ma ti dico: stai attento, e comincia a far l’uomo, se
vuoi esser uomo. Fidati di tuo fratello, stai attento a quel che fai; sei troppo
giovane, hai capito? E tu, Francesco, anche tu sei innamorato? ma tu sei più
furbo e non ti lascerai infinocchiare. E tu [Stanislao] se hai qualche bella
poesia, ma bella, e non per matrimonio o per monache e simili cose,
mandamela, che la stamperò in un giornale letterario di cui sono io ora il
direttore».
Man mano che passa il tempo e aumentano le difficoltà in cui si trova
Stanislao, la corrispondenza tra i due si fa sempre più rara. Lo rivela una
lettera di Luigi (dalla Sicilia) a Francesco: «Ieri ebbi un’affettuosa lettera
del nostro babbo, il quale mi annunzia […] che Stanislao è andato in
Sardegna. Scrivimene qualche cosa, e sappimi dire se Stanislao è in Cagliari
o in Sassari, e in che ufficio è andato colà. Se la Corsica fosse nostra,
scommetto che ti ci manderebbero, e così i fratelli Mercantini sarebbero
tutti e tre isolani».
Poi finalmente un contatto, il settembre del 1868, e Luigi scrive a Stanislao
che avrebbe ragione a lagnarsi di lui perché «mandandomi i tuoi bei versi, e
quelli de’ tuoi alunni, non mi hai scritto mai del tuo traslocamento a Sassari,
né come ti trovi costì, e che fa la Marietta e come stanno le tue bambine.
Insomma avrei desiderato che tu mi avessi un po’ aperto il tuo cuore nelle
peripezie che ti son toccate […] ora desidero di essere informato della tua
presente condizione. […] mi si dice che Sassari è gentile città, buoni e
cordiali gli abitanti, e questo mi ha fatto piacere: ma desidero di sentirmelo
dire da te».
Luigi, che ben conosce il fratello, comincia a preoccuparsi per il tono di
alcune affermazioni, e in una lettera del 1869 prova a incoraggiarlo: «Da
quello che mi scrivi argomento il tuo piacere nell’insegnare a buoni e bravi
giovani […] e questo sarà per te un conforto. Il frutto che i giovani
trarranno dal tuo insegnamento vorrei che giovasse a te pure e ti gioverà:
desidero vivamente che la tua condizione migliori sempre più; perché hai
famiglia e a questo devi pensare. Quel non so di sconforto che talora mi è
parso di vedere ne’ tuoi scritti che mi hai mandato, mi ha fatto dolore: sei
più giovane di me, e quanto! e vuoi parer più vecchio? – Coraggio
Stanislao: non ti lasciar vincere dalla tristezza: tu hai nobile l’animo e tale
devi essere. […] ti prego con tutto l’amor di fratello ad aprire il cuore a
dolci pensieri».
Stanislao scrive a Luigi con maggior frequenza ma comincia a trasparire
una intensa afflizione, così, nella lettera dell’ottobre 1869, dove Luigi
suggerisce a Stanislao di scrivere «una bella e tranquilla letterina» con i
titoli che ritiene più opportuni, probabilmente per ottenere un qualche
risultato professionale, aggiunge «Comprendo bene […] le tue angustie per
la famiglia; ma tu sei più giovane, sei amato e stimato; hai parecchi anni di
insegnamento, e non ti si potrà negare quello che ti si deve. Dunque
coraggio; e, per quanto è possibile, fatti parte per te stesso, il quale
consiglio dato oggi, in mezzo a questa universale aberrazione, credi a me è
il più serio e il più onesto che si possa dare».
Stanislao «divenne avaro di notizie». Luigi nel Gennaio 1870 scrive: «Mi è
stato carissimo di ricevere a viva voce dal bersagliere di Sassari le notizie
tue, della Marietta e delle due bambine, e tutti della mia famiglia salutano te
e le tue. Dubito che tu non abbia ricevuto il mio discorso inaugurale che ti
mandai alla fine dell’anno con gli auguri. […] Ci farai cosa grata dandomi
spesso tue notizie; e ti prego di dirmi qualche cosa della tua cattedra e delle
tue speranze».
La corrispondenza fu ripresa con lunghi intervalli di silenzio. Per Stanislao
la speranza che i desideri potessero essere accolti finì con l’abbandonarlo e
i doveri della cattedra crebbero. Le lotte politiche lo logoravano e prese a
scrivere in prosa e in versi anche in piena notte. Poi «diede segno di
perturbamento e desiderò riporre il piede nel continente».
Il 30 settembre 1871 fu trasferito a Ferrara. Qui compose un lavoro teatrale
che fu rappresentata con successo. Fu l’ultimo lavoro e «una sera, salito
improvvisamente in furore, afferrò dallo scaffale le opere del suo ingegno,
quelle, ove aveva in passato riposta la fortuna della famiglia sua, e parte ne
lacerò, parte ne gittò alle fiamme. […] Da allora non ebbe più pace».
Ottenne il trasferimento a Fermo, ma non vi andò. «La ragione gli si era
smarrita». Fu ricoverato nel 1871, al Manicomio Provinciale di Pesaro.
Grande fu lo sconforto del fratello Luigi, tanto che affermò «La mattina del
13 maggio passato, mentre io col cuore stretto uscivo di casa per
accompagnare anch’io il feretro del compianto Gen. Masi, mio vecchio
amico, a cui io dovevo dare pubblicamente l’ultimo addio, ricevetti un
giornale di Sassari, in cui era annunziata la morte del povero Stanislao. Puoi
tu bene immaginarti che cosa io provassi: e pure mi convenne di andare e di
parlare. E non dissi nulla alla mia famiglia, finché non giunse il dispaccio
del Sindaco. Ora dunque è in Pesaro: voglia Dio che possiamo presto
vedere un segno di miglioramento, se no sarà una gran disgrazia». Alla
parola demenza, Luigi sostituisce «morte». Dopo un anno, il 17 novembre
1872, Luigi muore.

3. Il ricovero e gli ultimi anni di vita

«Ricoverato nel manicomio di San Benedetto in Pesaro, vi rimase 11 anni


tra le sollecite cure dell’illustre psichiatra Cesare Lombroso da prima, del
Prof. Antonio Michetti e del Dottor, Luigi Frigerio di poi, i quali tutti con
Carlo Cinelli, uomo di lettere, e con altri, che egli andava a visitare, per
trattenervisi piacevolmente, gareggiavano nel dimostrargli la stima e
l’affetto. Mi diceva l’ora compianto Prof. Michetti che, a conservare tutti gli
scritti del Mercantini in quegli undici anni, sarebbe occorso un vasto
locale».
Nel 1883 Stanislao Mercantini fu dimesso e ricondotto alla famiglia, grazie
in particolare all’amico Torricelli che gli rimase affezionato fino alla fine.
Mercantini continuò a lavorare e «quando scriveva, riusciva qualche volta –
volendolo – a infrenare le bizzarrie, nelle quali cadeva in tema di filosofia,
di politica e di letteratura. La memoria lucida e pronta lo assisteva ancora e
il verso nulla aveva perduto della sua fluidità. Conservava la nobiltà e la
delicatezza del sentimento come la fermezza negli alti principi umanitari».
Nel 1895, colpito da paralisi al braccio destro, continuò comunque a dettar
versi. Poi dopo una lenta tisi senile, con attorno la famiglia, si spense il 1°
febbraio 1897.

4. Il riconoscimento della città natale

La cittadinanza gli rese onori solenni, il Municipio gli destinò la «cripta dei
benemeriti» e sulla lastra di marmo si legge ancora:
A Stanislao Mercantini, poeta geniale, prosatore elegante che il Culto alla
Patria e alla Libertà ispirò ai Giovani dei licei, al Popolo nei comizi.
Su proposta di alcuni cittadini, sul muro esterno della casa fu posta una
lapide con questa iscrizione che rende merito alla fermezza dei suoi
propositi di educatore:
Educatore e Poeta, dai Licei e in mezzo al Popolo, il cuore ardente e la
mente alata, all’Unità d’Italia, all’elevamentoo delle plebi consacrò. In
questa casa trascorse della vita gli ultimi anni infelici, la Patria memore
e reverente nel XII settembre MDCCCCX,
50° Anniversario della Liberazione della Città dal governo papale.

5. Osservazioni di Luigi Frigerio attorno alcune stramberie del nostro

Da afe, che in arabo vuol dire contatto, il nostro filologo Sig. M. … così
spiega l’afasia “la collisione cioè che fra due parole nasce nel volere
entrambe e ad un tempo uscire dagli antri cerebrali”.
Lo stesso Sig. M … che bene spesso detta leggi ecc., parlando della
pena di morte se ne mostra accanito avversario: “condannerei invece
l’assassino al carcere fino a che non rinascesse la persona uccisa”.
Avendo chiesto al Sig. M … perché serbavasi contro il solito taciturno
“Ma se Ella che è questa una gran casa di matti?” ci rispose “Se canto
mi dicono agitato; se sto zitto mi chiamano melanconico! Vorrei sapere
come devo contenermi!”.
Come abbiamo visto nell’antologia del Diario, all’ironia e alla lucidità, S.M
alterna una scrittura dove tutto è come se precipitasse.
Il gran salasso verbale fa sgorgare gli «umori malinconici» come se lo sfogo
fosse un procedimento salutare atto a reintegrare l’equilibrio attraverso
l’eccesso.
In lui la scrittura sembra lo strumento rigeneratore di una mente intristita.
Nell’emissione senza misura di una scrittura sempre strabordante,
soggiaciono congegni retorici, studiati artifici e un ‘ordinato disordine’.
6. Altri testi di S.M. scritti nel periodo di internamento

Questo testo documenta una delle pochissime volte in cui compare il nome
per esteso di uno degli autori del Diario.
Protesta urgente
L’infrascritto, in causa di finire gli anni contemplati per la pensione,
desiderando di rioccupare l’Ufficio, che aveva di Professore reggente di
2° classe nei regi Licei degli Stati Uniti Italiani, perché al Ministro di
Pubblica Istruzione, se per caso fosse andato di leggere il Diario di S.
Benedetto, non ripugni il Decreto di riammissione, … mentre conserva
intatti il pensiero e il proposito dell’idea informatrice, e ispirante il
dettato, protesta altamente però contro gli errori, così detti tipografici,
o emendativi, e orrendi sbaglj metrici, incorsi nelle inserzioni si
prosastiche, si poetiche con la marca S.M. corrispondente al nome e
cognome dell’Estensore, oggi (col permesso del Sig. Direttore)
esplicitamente qui sotto segnato.
L’Autore, che ha memoria decisa (a mò che i documenti originali
potrebbero certificare) d’aver consegnati i manoscritti in diligente
interpunzione, ed esatta misura di verso, non si ritratta di niente;
nemmeno dei vaghi barbarismi intarsiati nei molti e varj compiti di
diversissimo tema, essendoché, quando la nota impreteribilmente
soccorre al senso specifico, tutti quei termini, indomesticabili sulle
prime, servono poi per lo scrivere barocco-maccheronico, od
umoristico; e, guardata la incolumità degli Articoli determinati e
indeterminati, dei segna-Casi, verbi ausiliarj, pronomi, degli avverbj,
delle particelle, congiunzioni, preposizioni e interjezioni, gl’identici
allusivi vocaboli giungono infallantemente ad arricchire con ottimo
successo il patrimonio progressivo del comune Volgare; o sia la
misteriosa e innata favella italiana, nel maneggio della quale si
debbono abolire, non soltanto in prosa, ma eziando in poesia, tutte le
licenze e concussioni amputato rie e proschematismatiche, che guastano
il vero gusto, e corrompono la fisica disinvoltura delle parole; e
pubblicare finalmente un’ultima grammatica, che non autorizzi alcuno
ad accreditare le infrazioni delle regole giuste.
Il sottoscritto ha soltanto da correggersi dei concetti esposti d’intorno
all’ipotetico sistema Planetario, che, secondo ogni buona analogia,
vuol’essere invece tutto una conduzione di fantasmi influenti, più o
meno portanti l’indelebile carattere di Fanale e Batterie naturali per la
illuminazione spontanea diurna e notturna.
E malgrado l’uso di deferenza verso la Direzione, protesta ancora
riguardo alle costei definizioni denigratorie, preposte di patente Diffida
ai lavori marcati S.M.; e per verità il modo d’agire della Direzione, a
danno del reclamante è un fenomeno inesplicabile, come di chi, alla
cieca, scende l’ultimo scalino dell’invidia, e della animavversione, che
da sé stessa si offre per essere qualificata, sospetta di clandestina
injezione. Il che non conciliandosi coi ragguagli del possibile,
personalmente all’occorrenza, la medesima Direzione sciorrà un nodo
consimile. Frattanto anzi il ricorrente, per riottenere la Cattedra di
Lettere italiane, e non più come Reggente, ma almeno qual Titolare,
presenta al Ministero d’Istruzione Pubblica l’elocubrazioni stesse, le
quali è pronto l’autore a ripristinare, quando che sia, nelle forme, e
proporzioni veridiche.
Dopo ciò chi protesta, (e si professa immutabile nel rifiutare, datasene
l’occasione, qualunque altro impiego fuori dalle sfere che non
s’attengono al campo Didattico) si fa un dovere, dietro consenso del
Direttore, d’inviare una copia di questo Numero, al Sig. Ministro di
Pubblica Istruzione, affinchè l’Eccellenza Sua si degni di provvedere, o
per riabilitazione all’insegnamento, o in liquidazione equa di pensione,
una soluzione confacente alle coincidenze in che si ritrova il qui a calce
firmato; poiché è un atto inescusabile, e indegno d’un Governo che si
proclama libero, condannar a morir fra i dementi chi si avverte,
senz’esagerazione, nel pieno possesso della più ordinata e proficua
propria ragione.
STANISLAO MERCANTINI,
già Professore reggente di Storia a Cremona, poi a Macerata; di Lettere
Italiane a Sassari e poi a Ferrara.
Consiglio
L’ingegnoso ed inotico Sig. St … ha voluto dare troppo calcolo ad un
Matto, quale si vanta d’essere il Sottoscritto, di cui saviamente gli altri
Pubblicisti d’Italia, Europa etc, non si sono dati a curarsene affatto …
Era meglio che quel tempo che ha messo a scrivere quella sua Logica,
impegnar avesse voluto per scoprire, indagare, e stabilire chi ha
ragione nella questione tra me e le Note; gli Accentri e i soldati a
grappoli d’uva, e fazzoletti antichi da collo, di saccoccia nell’archiatro,
Medico e Cerusico, C.L. F.; e i volumi da braccio di S. Bernardo presi
per quelli tascabili di S. Agostino; e le terminazioni balneariche in: yai:
yoi: dei verbi o cristi Attivi, Passivi e Neutri della lingua Greca, e degli
altri Idiomi tutti (così detti stranieri) inventati dal Sottoscritto; compresi
all’elenco delle Scoperte del medesimo, i Veleni e Purganti, e Lupanari
e gabinetti, comprese le maschere e la congregazione dell’Alfabeto
Italiano; nonché contemplativi i progressi di tutte le Letterature, e
Religioni dell’universo, i raguagli d’assimilamenti aggrediti; e
considerati in ultimo la creazione fatta dal Sottoscritto di Dio
dell’uomo, e della Terra e del Cielo … Il Signor St. per l’avvenire
siegua gli Imbrogli de’ suoi isterici e rubati a me Dizionari pelosi e
guastati Periodici; e badi completamente ai fatti suoi, e non disturbi i
vivi che sono morti. (1878)
Qui, su richiesta di Frigerio, Stanislao stende una sua autobiografia.
Purtroppo ne abbiamo solo un frammento.
Autobiografia
[…] Colla morte dell’U. mio padre, che lo aveva servito per
quarant’anni, cessò di essere cameriere, e non accettato in simile
negozio (io tacitamente ne fui molto contento) dal successore
Monsignor F., entrò a far parte degli abitanti del comune civico di F.
[Fossombrone] come semplice possedente i cui limiti terreni
consistevano in due piccole possessioni di campagna, e una di città,
vale a dire un palazzaccio vecchio di tre piani da lui spronato e riattato;
e l’eventuale traffico d’una cantina piena ed accreditata intra i bevoni
di F. Io frequentava la scuola del Vichi e da vari anni mi era già morta
mia madre: mio padre aveva presa un altra moglie che non so se fosse
la medesima di prima ed io sapevo mandar del pari lo studio colle
pratiche religiose e mi erano diventate uggiosissime; andare a spasso
insieme alla sera con Don V. e Don A.F., e fare a un mio primo amore
con una delle più belle ragazze di F. per la quale ero già stato preso a
cazzotti da mio padre, in presenza del vescovo defunto; figliuola del
primo paggio del comune signora Enrichetta M. Poi volevo farmi anche
frate; mio fratello minore Eremita Camaldolese e io Francescano
Conventuale. Avevo preso la prima comunione col professore il più
originale di F. il canonico M. il confessore attuale mio era il prevosto
dei Filippini Padre Luigi B. comunicai a lui l’idea di farmi frate, mi
dissuase; mio padre ne fece una cagnara negativa come quando facevo
all’amore colla suddetta; promisi pertanto alla matrigna che gli avrei
pensato sopra altri tre anni e andavo intanto a scuola di filosofia dal
già ridetto Padre M. che come sacerdote proseguiva a darmi esempi più
nobili e squisiti; e simili me ne offriva il cosiddetto abate Don
Aldebrando L. con cui andavo a passeggio come se gli fossi un amico
alla pari. In generale non vi fù nessuno né secolare né prete, che
m’imbevesse d’idee avverse alla religione; in generale e preti e secolari
coi quali io trattavo allora mi mostravano e forse erano probi d’ogni
costume morale. In addietro ve n’era stato uno intra i preti che in realtà
aveva tanto seduzioni poco illibate, ma sì queste come egli, mi vennero
in fastidio, né tralasciai quindi affatto la conversazione, aggiungo poi
che come credente in Dio era astretto alle leggi; sapeva quindi
combinare gl’incendi uranici col cibo della sacra ostia della messa. Se
tutte le mosche fossero bianche, una nera non ne altererebbe la razza,
così dico di costui verso un sacerdozio intiero. Frattanto la giovinetta
da me nei primi anni amata, e che non mi potevo mai cancellare dal
cuore, divenuta più bella e maggior fatta, aveva trovato marito in un
giovine che la pareggiava di bellezza e che le era superiore di nascita,
di professione scalpellino, e che non ho nessun motivo a tacere il sig. G.
rimastone però pochi anni or sono vedovo. Pace alla di lei e finzione
d’esser morta in qualunque canto di terra sotto il cielo, angelo di
tenebre o di luce ove si trovi appostata. Se fosse morta davvero, ed io
credessi nella vita e là non so se ella avesse potuto cambiare l’inferno in
paradiso o il paradiso in inferno. Di ciò resto indifferente come fui del
suo matrimonio, e sempre così mi fosse capitato che nessuno mi avesse
voluto per marito, poiché l’aver preso moglie contro la volontà di mio
padre mi ha tanto nocciuto quanto il non essermi fatto frate di mio
proprio capriccio; però quando io m’intestardo non valgono né minacce
né autorità che sono la peggior bestia irragionevole del mondo, e dò di
cozzo nelle difficoltà; da asino le supero e le vinco, da asino nel trionfo,
e bene o male che ne valga non me ne pento mai. Anche nel presente
stato di assassina e ingiusta reclusione mi reco ad orgoglio la resistenza
opposta, in conciliazione s’intende, ad ossequio doveroso di figlio di
rimpetto a mio padre, uomo che nei momenti di sua ira era terribile in
casa, e di quelli fuori non s’incuteva timore veruno, mentre poi ho da
vergognarmi assai assai della cieca ambizione d’aver voluta per moglie
una giovane con qualche anno di più e di sortita natalizia superiore alla
mia, avvegnachè fosse ella figliuola d’un antichissimo mercante. Io che
ero figliuolo, come si è visto, d’un salariato di sopra livrea, dovea ben
guardarmi d’affezionarmi a mò d’un gatto a una ex fanciulla d’età:
giusto appunto perché apparteneva a quel rango che mezzo
subodorando di nobiltà qualifica in F. il ceto più esigente. Non mi posso
dar pace di questa svista ma spero che il sig. J. sarà in breve soddisfatto
di vedere qual conto io apprezzi la conquistata la sua gran parentela;
per quanto saranno cupi i fossi li salterò tutti e M. plebeo quale mi
vanto di essere sosterrò in faccia a chichessia, ipocrite tutte le leggi
divine, false tutte quelle umane, e dichiarerò da me, se altri nol vorrà,
ché a me ciò è di bastanza, irrito e nullo il matrimonio contratto tra me
e la signora S.S. A diciannove anni però della mia vita tranquilla, se
dopo cotanti ostacoli, e con tanto desiderio me la feci mia moglie segno
è che mi andava a genio che se no non l’avrei sposata, avesse avuto un
milione di dote. Però è d’uopo confessare che di questo grave errore
tutte le colpe non le ebbi io: come altri sanno fingere di morire ella per
totalmente gabbarmi simulava di amarmi perfin appassionatamente.
Non pel trattamento che mi si usa in questo ospedale, io appello
assassina la mia relega azione qui dentro, ma perché la suppongo
letale, a me ancora, ma non me ne importa, più di tutto a quelli che mi
vi hanno condotto qui dentro! Quanto all’epiteto ingiusta poi fo la mia
causa come quella di un altro qualunque: e sostengono che sarebbe
obbligo di questi signori Medici di farmi partire da codesto ospizio,
avvegnaché non sia legale diritto ritenervi come matto chi pazzo non è.
Quanto a me pigliano le febbri forti mi preferiscono i loro attacchi al
cervello; durante l’assalto se non mi si provvede subito d’una allentata
e sangue rido e dico sciocchezze proprio come demente, e poi dopo
subito ritorno nello stato normale, anche se all’emigrazione della febbre
non soccorse il salasso. Dunque ho ragione che gatta ci cova e che anzi
la volpe fa le apparenze di dormire. […]
SCRITTORI DENTRO E INTORNO AI MURI DEL MANICOMIO

1. Corrado Tumiati

A Pesaro, sotto la direzione di Antonio D’Ormea (il fondatore di Note e


riviste di psichiatria), venne assunto come assistente Corrado Tumiati.
Questo giovane medico di Ferrara (la città dove fu imprigionato Tasso)
partecipò come redattore a Note e riviste e soprattutto intraprese una
carriera di scrittore, lasciando la professione medica. Nel 1931 scrisse il
romanzo I tetti rossi – ricordi di manicomio (premio Viareggio), dove il
manicomio entrò per la prima volta nella letteratura italiana. Nel 1910
seguirà D’Ormea a Siena. Poi sarà al San Servolo di Venezia, in cui rimarrà
dal 1931 al 1933, quando lascerà la professione medica per dedicarsi
completamente alla letteratura e al giornalismo. Per questo si trasferirà a
Firenze.
La struttura de I tetti rossi si fonda su frammenti autobiografici che,
raccontati con un linguaggio di gusto aulico, danno un’immagine
complessiva della vita in ospedale psichiatrico. La sofferenza, pur trattata
come un soggetto letterario, è capace di cogliere gli aspetti più puramente
umani e sottili.
«Quasi tutti i malati qui raccolti ricordano per qualche tratto gli uomini
normali […] puoi sempre riconoscevi qualcosa di tuo, assomigliato ad
esperienze della tua vita, prevederne le azioni». La relatività fra il normale e
l’anormale, che cogliamo in questa frase, sarà ancora presente in altre
pagine: «Fate che la vita gli scambi lo scenario mi direte poi quale dei due
era più sano. Tutto era relativo anche qui. […] Se la Maddalena, […] d’anni
settanta, abitasse il piano nobile di una casa con tutti i conforti, vestisse di
raso nero, tagliasse periodicamente le cedole di numerose cartelle, sarebbe
una donna degna di molta considerazione».
Un infermiere in piedi, che «sembra un pezzo del muro di cinta», assume i
tratti caratteristici dell’architettura manicomiale; mentre il cibo, «salumi e
formaggi», nelle mani della dispensiera suor Maria acquista «una certa
spiritualità»; l’attività del dottore, «un po’ curvo per l’età», è «rapidissima
nei reparti, lunghissima in cucina» e questi tornato in ufficio «traccia righe
e quadrati per i suoi francobolli»; dal canto suo un altro infermiere «sta
seduto a cavalcioni di una sedia, il capo appoggiato al muro, la bocca aperta
nel sonno […] le chiavi gli pendono inerti sul ventre da un cordone che
tiene al collo». Se questo è lo scenario di coloro che governano il
manicomio ecco l’eterna routine che devono subire i poveri tranquilli
cronici: «Gregge paziente che passa la buona stagione al sole rimasticando
vecchi e scialbi deliri e durante l’inverno s’aggrappa ai tubi del calorifero e
vi stendono sopra i fazzoletti […] ad asciugare». Tumiati, con tratti
bozzettistici, sembra sottintendere un mondo assurdo, soprattutto quello
istituzionale.
Di grande suggestione sonora e visiva sono queste descrizioni dove gli
internati, passeggiando nel parco, ci fanno ascoltare «voci afone» che «si
avvicinano d’improvviso all’orecchio per confidarti parole prive di senso e
di suono» e nella «notte limpida e stellata […] il grido di un pazzo che
s’alza improvviso dalla sua tenebra si accorda con l’improvviso fuoco di
una stella cadente. Relitti vaganti nel firmamento celeste e in quello
umano».

2. Paolo Teobaldi

Secondo Paolo Teobaldi, nel racconto dell’infermiera protagonista de Il mio


manicomio (2007), il San Benedetto
aveva tanti ingressi, uno per le monache, uno per il personale, uno per
il direttore, uno per i fornitori, da cui era facile entrare: difficile era
uscire, come nelle nasse delle seppie; e su via Mammolabella c’era una
porticina misteriosa, da cui poi era uscito Delfo la prima volta che
l’avevo visto, che gli infermieri più vecchi chiamavano la porta del
morto. Ma la porta più tremenda, che sapevamo solo noi del
manicomio, era quella tra l’ingresso principale e il portone delle
monache. Non si notava, anzi non si doveva notare perché era fatta
apposta: era un batuscio di legno, pitturato in modo che non si
distingueva dalla facciata di mattoni. Noi la chiamavamo la trappola o
la porta del matto. Serviva per i matti-cattivi e per i matti-birbi. La
storia era sempre la stessa: la famiglia, d’accordo col dottore e col
parroco, decideva di mettere in manicomio il tale o la tale, perché anche
dopo le minacce – Guarda che così finisci in fondo al corso! – aveva
continuato a comportarsi male: a rispondere al marito, a fare la
preziosa a letto, a non lavare i panni, a fare la sfacciata, a dare fastidio
alle ragazze o, peggio ancora, ai ragazzini. Allora, in tre o quattro, lo/ a
caricavano su un biroccino e lo/ a portavano in città. Quello/a
protestava, bestemmiava. Davanti al portone s’impuntava, faceva da
matti. Allora i famigliari facevano finta di credergli: Va bene, Torniamo
a casa. Però da oggi devi comportarti bene. Facevano qualche passo in
strada per il corso. Poi con una scusa qualsiasi, con una finta, facevano
in modo che s’appoggiasse con le spalle al muro, proprio davanti al
batuscio. il trabocchetto s’apriva di botto dall’interno, facendo
ruzzolare il condannato tra le braccia di due-tre infermieri, che
l’imbracavano al volo nella camicia di forza. Ma come facevo a
raccontare a mia figlia una scena come questa?Invece purtroppo è
capitato che una volta Floriana l’ha vista per davvero. […] La trappola
naturalmente non gliel’avevo fatta notare, credevo che funzionasse
soltanto nei giorni feriali, invece […] Eravamo davanti al portone delle
monache, l’avevo anche presa in braccio per farla arrivare al
campanello, quando è arrivata una macchina di corsa, ha frenato
proprio lì e io ho capito subito quello che stava per succedere ma non
ho fatto in tempo a portare via mia figlia, che ha visto tutta la scena,
come al cinema, solo che lì era tutto vero. Un film muto: le portiere si
sono aperte, un poveretto è stato fatto scendere con la forza
dall’automobile, tre contro uno, a cazzotti e spintoni l’hanno sbattuto
contro il muro: il batuscio si è aperto di colpo, il disgraziato è stato
preso da mani invisibili, la trappola si è richiusa, la fasciata è tornata
com’ era prima. Floriana non ha detto niente, non mi ha neanche
chiesto cos’era successo, che se si metteva a piangere era meglio, […]
Quella è stata l’ultima volta che ci siamo parlate per davvero: era il
’56, me lo ricordo ancora per via dell’Ungheria: Floriana aveva solo
sei anni.
Da Il Villaggio dello scemo di Paolo Teobaldi:
Il Primario […] è un tipo sui generis. È il nuovo direttore dell’ospedale
psichiatrico. Viene da una grande città del Nord o del Sud, o della
Toscana, e lo ribadisce a ogni occasione con strani modi di dire. Non
ama quella città, non la capisce, non la conosce e non vuole neanche
conoscerla. Non vede l’ora d’andarsene in un’altra sede. Dice che è un
“borgo selvaggio”, che i suoi abitanti sono ignoranti, anzi “chiusi”,
che non sanno parlare neanche l’italiano; per canzonarli marca sempre
come errore l’espressione “Vieni oltre!’’, che invece è chiarissima,
soprattutto se accompagnata da un gesto della mano. […] Una gran
frenata e poi un botto. […] Il Primario frena, scende e per prima cosa
va a controllare i danni della macchina. […] Ma sei ubriaco?, […]
Guarda cosa hai combinato! La macchina nuova! […] L’Alcolista non
si scompone […] E, dato che non sa parlare in italiano, risponde in
dialetto: Avete ragione […], dice al Primario, dandogli giustamente del
Voi, per fargli capire che ha capito, che il Sor-dottore ha ragione in
pieno: che non può avere torto uno che ha studiato a Milano o a
Firenze, che è andato in America per specializzarsi nell’elettroshock,
che ha fritto più cervelli lui che sardoni l’Anita (e poi senza farina e
senza pastella).
Paolo Teobaldi – pesarese di nascita, narratore, copywriter, traduttore e
insegnante d’italiano – con grande sottigliezza linguistica riesce a mettere
insieme tratti minimi, riconoscibili nei caratteri tipicamente pesaresi, con
valori più alti e universali. Il mio manicomio, insieme ai due racconti citati,
ci dicono che il San Benedetto, per Pesaro, non era solo un ospedale laggiù
in fondo al Corso, ma una realtà viva cui tutta la città, in qualche modo,
partecipava.

3. Antonio Ferrara
Il San Benedetto, anche nell’ambito della letteratura per ragazzi, ha ispirato
un romanzo il cui titolo, Batti il muro di Antonio Ferrara (2011), trae
ispirazione da uno degli aneddoti più noti a Pesaro:
Da casa a mia a scuola non c’era molta strada. […] C’era un tratto del
percorso però, che mi metteva agitazione. Era una stradina stretta,
cupa, dove la luce entrava a fatica anche nei giorni di sole. Una
stradina che si snodava tra la biblioteca e il manicomio. […] Passavo
sotto quelle finestre affollate di facce binche che spuntavano tra le frate
nere e che mi guardavano, che si aspettavano che lo facessi ogni volta.
[…] Io al mattino percorrevo la stradina del manicomio e cercavo di
non guardare in alto, o guardavo solo di sfuggita. Cercavo di non
ascoltare la loro richiesta assurda, la loro voce disperata, ma i richiami
insisteti mi costringevano a obbedire. ‘’Batti il muro!’’ urlavano. ‘’Batti
il muro!’’. Me lo chiedevano tutti insieme, disperatamente, me lo
chiedevano come un assetato chiede l’acqua nel deserto. E io obbedivo,
allora, picchiavo la mano aperta sui mattoni ruvidi e poi scappavo via.
E loro ridevano contenti, come se li avessi toccati e accarezzati tutti,
uno ad uno.
Antonio Ferrara, nato a Portici e residente a Novara, avvicinatosi alla
psicologia evolutiva tiene laboratori di illustrazione e scrittura creativa.

4. Madri e sorelle

Altri collegamenti letterari li abbiamo con il drammaturgo pesarese Ercole


Luigi Morselli, la cui madre Annetta fu più volte ricoverata presso il San
Benedetto; e con Pellegrino Artusi la cui sorella, dopo aver subito uno
stupro dai briganti del Passatore, per lo shock impazzì e fu ricoverata al San
Benedetto.

5. Muri da manicomio
Naturalmente l’aneddoto cui fa riferimento Ferrara differisce nella realtà su
alcuni punti. Camminando lungo il muro del manicomio, dalla parte degli
Orti Giulii, sotto il reparto maschile, una voce proveniente di là delle sbarre
chiedeva di toccare il muro: «tocca ‘l mùr tocca ‘l mùr». Nessuno sapeva il
perché di quella richiesta. C’è chi obbediva, per compiacere l’ormai nota
richiesta; chi si affrettava intimorito (non si sa mai che la pazzia si trasmetta
attraverso il muro).
Come ogni muro, i muri del manicomio sono pagine di un libro che
raccontano storie:
– Il romanzo di Teobaldi fa riferimento a un batuscio che, dissimulato
dall’effetto bugnato, continua la muratura della facciata, permettendo il
famoso inganno. Ma anche qui la realtà differisce, infatti la porticina in
legno non si trova in via Mammolabella, ma nel Corso, proprio sulla
facciata. Ora dietro a quel finto muro, c’è l’impianto delle ormai inutili
caldaie.
– Sul bugnato piatto di una delle colonne della facciata (o piedritti), c’è una
scritta in tedesco assai poco rassicurante: PSYCHIATRISCHES
KRANKENHAUS IRRENANSTALT. La città fu infatti occupata dai
tedeschi e gli edifici pubblici furono nominati in tedesco.
– Sul muro di cinta dell’antico Barchetto ci sono dei rattoppi con mattoni
più recenti. Su quel tratto, durante la liberazione, fu aperta una breccia per il
passaggio delle autoambulanze. Infatti il Manicomio fu trasformato,
provvisoriamente, in Ospedale Militare.

6. Un vecchio graffito che ha per soggetto una casetta

Questa casetta colpisce per l’interessante sintesi grafica e per il significato


che pare condensare in quei pochi e geometrici tratti. Qui l’abitazione, da
luogo nel quale si concentra il senso dell’esistere nel mondo, stringendosi e
modellandosi sull’abitante per proteggerlo, si trasforma in luogo negativo e
ostile perché lontano dal ricreare le condizioni per vivere. Una croce la
divide in quattro parti o quattro cantonate. Ci troviamo di fronte ad una
negazione, anzi una doppia negazione, una gabbia, una griglia che non
lascia libero movimento al corpo e alla mente. Le finestre che comunicano
con l’esterno, che comunicano con l’interno, sono costrette entro le
diagonali. E si antropomorfizzano attraverso il loro accigliarsi, come occhi
inquieti che comunicano uno stato d’animo. Anche la testa della casa, il
tetto, è ingrigliato, costretto e pesante come una gabbia sul capo. Il
comignolo, avvitato e spremuto, è senza calore, o forse ha perso il calore.
L’immagine sembra esprimere chi sente di subire il controllo del proprio
spazio vitale e il manicomio e il medico ne sono la materializzazione. Chi
usa impropriamente lo spazio vitale (a causa della follia) va sanzionato. Nel
disegno, il controllo della follia avviene attraverso una proliferazione di
nastri incrociati (labirinto inestricabile) che rendono difficile la fruizione
dello spazio. Nella casetta il controllore (se si tratta della propria dimora) è
anche la propria malattia e il conseguente rapporto con la famiglia e la
società. La dimensione umana e familiare della casa è trasformata in
‘perturbante’, dai nastri incrociati della malattia. Questa casetta,
un’architettura mentale, è come se fosse un’immagine che, prodotta dal
cervello, si sostituisce allo spazio come luogo fisico. La casa dell’infanzia,
cui tutti noi pensiamo, è la casa che tutti cerchiamo e la cui memoria non
cessa mai di turbarci, producendo paure, debolezze e dolore. E la sua
perdita, essere costretti a separarsi dalle sue mura, comporta una
separazione del corpo da noi stessi, perché la casa è la proiezione stessa del
corpo.
UNA BIBLIOTECA NELLA BIBLIOTECA

1. La Creazione del F.O.P.P. (Fondo Ospedale Psichiatrico Pesarese)

Intorno al 1982, grazie a Antonio Brancati, direttore della Biblioteca


Oliveriana, avvenne il trasloco della Biblioteca del Manicomio. I volumi
dell’ospedale, almeno 31mila tra libri, riviste e materiale manoscritto, sono
depositati nella Biblioteca Oliveriana. «Subito dopo il varo della legge
Basaglia e la chiusura dei manicomi mi sono attivato per capire cosa
volessero fare della biblioteca e dell’archivio. Per quest’ultimo, essendoci
tutele di legge, fu deciso altrimenti. Mentre la biblioteca fu donata
all’Oliveriana». La Provincia finanziò il trasporto e la realizzazione degli
scaffali per contenere i volumi, le riviste e le dispense. Il F.O.P.P. venne
inserito in un ambiente al pian terreno di Palazzo Almerici, sede della
Biblioteca Oliveriana, e la catalogazione fu terminata nel 1985.

2. La biblioteca ritrovata

Fuori del F.O.P.P., sempre a Palazzo Almerici, collocati sugli scaffali


dimenticati di una delle soffitte e in quelli della galleria che porta ad una
terrazza, ci sono tanti volumi privi di schedatura. Questi, come indicano i
timbri apposti sui frontespizi interni, e come segnalano le targhette incollate
sui dorsi (suddivise in due o tre differenti tipologie), provengono dalla
Biblioteca del Manicomio Provinciale. Probabilmente appartengono a una
donazione antecedente a quella del F.O.P.P., forse riferibile a Ferdinando
Ugolotti (prima di una delle grandi ristrutturazioni del San Benedetto o
prima dello sfollamento durante il Secondo Conflitto Mondiale). In
particolare si tratta di volumi di vecchia datazione, per lo più destinati alla
ricreazione dei pazienti: romanzo, teatro, poesia, riviste e opere scientifiche
di differente taglio. Spiccano alcune vecchie raccolte con il teatro di
Metastasio, oppure romanzi d’avventura: di Dumas o il Rob Roy di Walter
Scott.
Aprendo alcuni di questi volumi ben conservati, si trovano piccole tracce
come un filo di lana, un curioso segnalibro, una macchia di inchiostro o
un’impronta.

3. La biblioteca fantasma

Nella Biblioteca del CRAS (la denominazione del San Benedetto dopo la
legge 180), dove gli scaffali sono ricolmi di sole scartoffie, c’è una cassa
con libri foderati di bianco. Essi paiono dei fantasmi e sono ricoperti di
polvere. Preso uno a caso, emerge Don Chisciotte della Mancia.
Secondo le testimonianze di alcuni dottori, durante i turni di notte, nei
momenti di pace, il personale medico era solito fermarsi in biblioteca a
leggere. Una delle letture preferite erano i Diari del San Benedetto e le
poesie di Pasqualòn.
PRESUPPOSTI E CONTENUTI PER
LA PROGETTAZIONE DEL MUSEO ALLESTUFE CENTRO DI
DOCUMENTAZIONE, MEMORIA, PROMOZIONE SALUTE – EX
OSPEDALE PSICHIATRICO SAN BENEDETTO

La progettazione del Museo è la conseguenza di un lungo lavoro di


preparazione, fatto di studio e collaborazioni interdisciplinari. Ricerca negli
archivi e nelle biblioteche; documentazione fotografica, sonora e video;
lavoro dei restauratori sugli apparecchi scientifici; progettazione didattico-
laboratoriale; partecipazione a conferenze; festival cinematografici;
realizzazione di mostre, performance, installazioni e creazioni artistiche. Il
materiale prodotto attraverso queste attività è il presupposto fondamentale
per la realizzazione del Museo, poi completato dalla presenza delle
memorie materiali prelevate nel San Benedetto.
Il Museo, che ha il carattere reliquiale della testimonianza e si avvale di una
esposizione permanente a carattere installativo e suggestivo, è organizzato
attorno al tema centrale della scrittura memorialistica. Il Museo – che vuole
essere un centro polifunzionale, un luogo di esperienze, uno spazio di
ricerca e di sperimentazione – intende svolgere azioni fruitivo-pratiche e di
rielaborazione. Un servizio per più giovani e meno giovani, che mette a
contatto cultura, scrittura, arte, natura, vita, contribuendo alla tutela di sé e
del proprio mondo.
Non potendo essere ospitato fra le mura dell’ex Ospizio dei pazzi di Pesaro,
a causa delle condizioni di penoso degrado in cui versa, il Museo ha trovato
ospitalità presso gli spazi messi a disposizione dall’ASUR di Pesaro nella
Residenza Sanitaria Assistita ‘’Galantara’’ (R.S.A.) in località Trebbiantico
di Pesaro.
Per il suo allestimento insieme al Collettivo Quatermass-x ho sperimentato
un approccio che va oltre il contenitore di memorie: l’obiettivo è quello di
ridestare un interesse particolare anche nei confronti del luogo, Villa
Galantara/Guerrini, e di metterlo in relazione con contesti più ampi, dando
valore alle manifestazioni sensibili del passato e del presente, sia a livello
storico che naturalistico.
La storia, l’informazione e la formazione sono gli ingredienti fondamentali
del Museo: – per contrastare l’oblio e l’abbandono, attraverso il
mantenimento e lo studio della memoria; – per informare e creare un polo
di attenzione in materia di promozione della salute; – per promuovere e
svolgere azioni, con il coinvolgimento del visitatore soprattutto giovane, in
favore della promozione della salute. Grazie alla loro collocazione in uno
spazio altro rispetto al manicomio, le installazioni museali, pur riportando
alla luce alcuni momenti centrali della vita quotidiana vissuta dentro un
ospedale psichiatrico, evitano il pieno coinvolgimento emotivo del
visitatore lasciando spazio alla riflessione. Inoltre il Museo, con le sue
installazioni a carattere multitestuale, ruota innanzitutto attorno alle
esperienze di vita come paradigma di una storia (passata) sempre attuale,
restituendo importanza alla storia minore. Per questo, grossa rilevanza è
assunta dai fondi archivistici e bibliotecari e dall’oneroso impegno a
ricostruire uno dei punti di forza che hanno animato e caratterizzato il San
Benedetto: la scrittura memorialistica. Giocando sull’Assenza, per la
necessità di rendere visibile ciò che non c’è più ed è rimasto invisibile per
troppo tempo, vogliamo ricordare coloro che sono svaporati negli anni di
internamento.

1. L’idea del museo

Camminando e attraversando il grande e labirintico San Benedetto, per


realizzare filmati e documentazione fotografica, abbiamo trovato cose,
tracce e segni di un mondo che non poteva essere dimenticato.
Alla proposta, fatta alla direzione dell’ASUR, «perché non preleviamo dal
San Benedetto quel che è rimasto?… con le cose che sono rimaste
potremmo pensare ad un museo!». La risposta è stata: «là dentro non c’è
rimasto più nulla, è stato portato via tutto e molto è stato rubato». In realtà
di cose ce n’erano e come: macchine elettromedicali sotto i calcinacci,
mobili da ambulatorio medico, una vecchia barella fra le immondizie,
camicie di forza, giacche, cappelli, scarpe, fotografie, apparecchi di varia
natura, panche, sedie, la gabbia per la stufa. Tanto materiale sparso sui
pavimenti impolverati, soffocato dalla vegetazione, sommerso dagli stracci,
ricoperto di muffa. Detriti dimenticati, testimoni del tempo e
dell’abbandono. Non un grande patrimonio ma quanto bastava per costruire
una memoria. In particolare se questo materiale fosse poi completato dal
materiale architettonico: le porte con gli spioncini, le grate, le cornici delle
porte. Tante testimonianze materiali, tracce di vita che andavano sottratte
alle macerie, oppure smontate e portate via, ripulite e restaurate, per poi
essere ricomposte nei padiglioni che ho progettato, formando una
narrazione.
Mettere insieme questi reperti, creare una nuova unità attraverso una
personale interpretazione, è un grosso rischio; ma grazie alla capacità degli
oggetti stessi di produrre significati, senza troppe forzature si sono formati
sistemi di relazioni efficaci e autentici. Non si tratta di morte reliquie. E pur
astenendoci dal pregiudizio, gli oggetti raccolti – così storicamente
determinati – sono espliciti. Evocano inequivocabilmente la provenienza:
camicie di forza, laccetti, porte con gli spioncini, chiavi, strumenti medicali.
Quel che più risalta è l’ossessione per il controllo di persone inadatte alla
vita sociale e produttiva: percepiti come esseri incomprensibili,
imprevedibili e potenzialmente pericolosi; poi ridotti a numeri, resi
irriconoscibili e privati dei segni esteriori della loro individualità (dagli abiti
agli ornamenti). Con i ricoverati si parlava poco; non c’era (in gran parte
delle situazioni nazionali) da parte dei medici, e dall’alto della loro
posizione o censo, un dialogo autentico volto a conoscere il paziente –
spesso povero, indigente e analfabeta. Il ricoverato doveva essere scrutato e
posto sotto osservazione (fino a che – come poteva capitare – dopo la morte
fosse stato possibile studiarne il cervello o il cranio, conservati poi sui
ripiani degli eleganti studi medici). Quella che emerge (sempre e
comunque) è un’attitudine scientifica che scruta il cranio e lo svuota
denudandone il cervello. È l’istituzione totale che imprigiona, che cancella
le identità e sottopone il volto, il corpo e le gestualità in rigide categorie
analitiche.

2. Punti focali e temi

Il congegno architettonico del manicomio San Benedetto, progettato


secondo una precisa strategia funzionale, è dotato di scansioni spaziali e
temporali molto precise. Tutto quello che accadeva all’interno di un edificio
di quel genere era mosso da processi graduali e gerarchici che abbiamo
sintetizzato in alcuni motivi chiave, contenuti all’interno dei singoli
ambienti, distribuiti nel Parco.
Organizzati come ‘monumenti’ alla memoria, gli ambienti che abbiamo
predisposto secondo un criterio installativo, si presentano come depositi di
materiali architettonici, di mobili e di oggetti che, seppur amalgamati
secondo un senso e una direzione, necessitano (grazie alla narrazione
offerta al visitatore) di ritrovare un racconto, per collegare i frammenti della
memoria e per trovare relazioni.
I punti focali di maggiore interesse e i temi che ricorrono, suggeriti dalla
cose e dal rapporto che intercorre fra le cose stesse, sono quelli delle
condizioni oggettive, conferite dal ricovero, e soggettive, subite dal malato,
del conflitto tra interno e esterno, corpo e architettura, tra i limiti imposti da
terapia e reclusione e la fisicità dell’internato, tra la necessità e la capacità
dell’immaginazione di varcare i limiti:
– l’attitudine scientifica, quella che sottoponeva l’internato alle rigide
categorie analitiche dell’istituzione totale, dove una serie di teschi da studio
e un cervello conservato in formaldeide – la testa/svuotata e il cervello/da
studiare – suggeriscono con macabra evidenza che il malato era un numero
e che il malato era la sua patologia, e dove l’apparecchio per la cura da
elettroshock e le pillole suggeriscono un metodo di cura, assoluto,
oggettivante e razionale, che non teneva conto della singolarità
dell’individuo;
– la logica dell’istituzione totale, rappresentata da una sintesi fra cella e
corridoio, dove l’irrazionalità era da rinchiudere e celare dentro i pochi
metri quadrati di una stanza e dove il corridoio era il canale di trasmissione
della malattia, della devianza, della povertà e il luogo attraverso cui
controllare e gestire il potere. Dove l’unico calore offerto all’internato,
quello della stufa, era mediato (anche se per motivi di sicurezza) dalla
griglia di una gabbia.
– lo sguardo della sorveglianza che risalta attraverso la presenza di
cancelli, inferriate e tante porte con tanti spioncini. Tutto l’edificio era come
una camera oscura puntata contro il cranio del malato. Essere visti senza
vedere e vedere senza essere visti. Tutto l’edificio manicomiale era
l’estensione dello sguardo del medico. Sguardo asimmetrico. Visibilità
obbligatoria attraverso spioncini, strumenti medici, disegni realizzati con
sguardo clinico, fotografie. Un saper vedere. Nello stesso tempo si ha la
netta sensazione della forte solitudine che poteva gravare sul malato.

Entrando negli ambienti allestiti, come sfogliando un libro e procedendo di


capitolo in capitolo, è possibile immergersi e provare differenti livelli di
emozione/riflessione, superando i limiti delle testimonianze materiali,
guidati dalla parola scritta che testimonia chi, pazienti e medici, il San
Benedetto lo ha vissuto dall’interno.
Oltre alla parola scritta, nel museo è approntato un ampio repertorio audio-
visivo e interattivo che permette di trasformare la Residenza ‘’Galantara’’ in
uno strumento, predisposto ad accogliere, a trasmettere e a condividere.
Con le nostre installazioni abbiamo cercato di ricostruire tutta una serie di
interrelazioni atte a rivelare tanto il luogo, quanto la storia di coloro che lo
hanno vissuto. Protagonisti sono coloro che la storia l’hanno subita. Non la
memoria di un’Istituzione, ma un memoriale per chi ha subito l’Istituzione.
E gli internati sono ‘presenti’ perché riacquistano la voce attraverso i loro
pensieri, le loro parole, la scrittura e le immagini.
3. Criterio espositivo

Il Museo alleStufe è memoria come rappresentazione plastica, prodotta da


insiemi di oggetti che hanno impressi i traumi dolorosi.
In genere noi sentiamo e pensiamo tramite le immagini e questi ambienti
diventano dei veicoli per conoscere e sentire, dei ripostigli metafisici in cui
si materializzano memorie dalle combinazioni, anche macchinose, di vecchi
reperti.
Il criterio espositivo è quello della poliedricità sintattica ed espressiva delle
tendenze artistiche contemporanee, che eliminano il confine fra arte – storia
– impegno sociale. Le installazioni all’interno degli ambienti sparsi nel
Parco raccolgono foto, libri, registrazioni sonore, interviste, lettere,
telegrammi, copie del giornale. Tutto questo ‘ricostruisce’ il San Benedetto
attraverso un linguaggio realistico e simbolico, mostrando gli effetti della
reclusione e dell’isolamento sull’essere umano, sulla scorta di diverse
letture che si esplicitano sotto forma di installazioni, sculture, video,
disegni, performance e prendono forma dagli oggetti reali e quotidiani. Si
tratta di racconti plastico-visivi sospesi tra documento e fiction, affidati
anche al vocabolario pittorico e plastico. La dimensione emozionale dello
spazio produce effetti di carattere sensoriale e psicologico e su questa base
scaturiscono le riflessioni del pubblico.
Il Museo alleStufe, senza tentare alcuna imitazione di ambienti che gli sono
estranei, sfrutta l’autenticità degli spazi in cui è ospitato, sovrapponendogli
una funzione che diremo teatrale e che in quanto tale produce un benefico
effetto straniante.
Gli ambienti allestiti a Galantara rappresentano il manicomio per
dissomiglianza. Questa scelta, fondata sulla sostituzione invece che
sull’analogia, corrisponde a una scrittura allegorica dove possono convivere
elementi estranei l’uno all’altro. In questo conflitto fra uno scenario
(Galantara) e una narrazione (il Manicomio e le sue memorie) si rafforza la
potenza simbolica delle immagini. Perciò gli ambienti di Galantara, che non
sono uno spazio di finzione e hanno una propria vita e una propria storia, ci
consentono un numero indefinito di associazioni e soprattutto di condensare
la narrazione. Questo uso allegorico dello spazio (Galantara) e delle
memorie (il Manicomio), il conflitto fra strumenti della rappresentazione e
rappresentazione, diventa la forma per sviluppare la visibilità, per mettere
più in luce il rapporto fra le cose e il loro significato.

4. Il Parco

Il Parco, nella sua scansione di Giardino e Bosco, si produce come spazio


intermedio ai padiglioni, permettendo un azzeramento, uno svuotamento,
una momentanea assenza di significato, che torna a favore di una lettura più
straniata e congeniale rispetto al soggetto del Museo.
Il rapporto tra Bosco e Giardino, così nettamente bipartito, e ambiguo al
tempo stesso, ha suggerito la struttura logica del museo: il mondo chiuso
dell’istituzione totale di contro a quello della scrittura intesa come evasione
dalla gabbia. Se la natura ci spaventa e disorienta, per l’assenza di
riferimenti spaziali anche dimensionali, l’architettura e gli spazi geometrici
del giardino all’italiana ci rassicurano e orientano, per la costrizione delle
linee, le dimensioni, le misure. Nello stesso tempo, mentre il Giardino
costringe e ingabbia, il Bosco scioglie dalle costrizioni e affranca.
Un Parco, soggetto al costante mutamento implicito nei processi naturali e
percettivo-progressivi di chi attraversa un territorio, si carica della stessa
temporalità prodotta dal racconto: svolgendo una trama e definendo un
sistema di correlazioni significative nello spazio e nel tempo. Sono i
caratteri stessi del sito ad indicare una linea interpretativa e le soluzioni.
Tortuoso, teatrale, capace di mettere in gioco simultaneamente la
vegetazione ricca e spontanea, la geometrica regolarità di alcune parti, le
variazioni morfologiche.
Le sequenze spaziali che si producono nel Parco, il suo svolgersi prima
misurato e poi labirintico finiscono per corrispondere al paesaggio letterario
di Torquato Tasso. Là dove i riferimenti architettonici si perdono per poi
riapparire e scomparire nuovamente, ci ricorda il gioco teatrale, la forma
narrativa e gli effetti coreografici prodotti dal poeta: fughe nei boschi,
apparizioni di giardini e palazzi.
Una parte di questo Parco (già ricco di una propria storia) lo abbiamo
dedicato, in corrispondenza di una torre da caccia (Roccolo), alla scrittura
memorialistica prodotta dagli internati del San Benedetto e a quella poetica
di Bernardo e Torquato Tasso.
Su alcuni leggii, sparsi nel parco, sono proposti i testi dei due poeti:
Bernardo e Torquato. Brevi frasi, messe in relazione al luogo, che fanno da
canovaccio e suggeriscono la via per prendere il largo. Altri leggii
riproducono i testi degli internati, quelli scritti nei momenti di diporto,
quando con occhio libero e mente aperta hanno colto, nonostante la loro
condizione, la bellezza del mondo naturale.
I leggii, i cui testi sono mobili, consentono di ospitare il racconto di coloro
che incontrando il Museo e il Parco vogliono raccontarlo secondo il loro
punto di vista. Questo permetterà di registrare l’importanza che il Museo, e
soprattutto il San Benedetto, riveste per la comunità.
Le emozioni dei visitatori sono il mezzo attraverso il quale le memorie
possono diventare materia viva di elaborazione e confronto. L’atto del
narrare, con le sue peculiarità educative e formative, permette di
promuovere al meglio valori e idee. Narrare è uno strumento riflessivo per
la costruzione di significati interpretativi della realtà, per penetrare in
profondità dentro le cause e le ragioni degli eventi, per comunicare
esperienze, per produrre azioni. L’elemento autobiografico, che
inevitabilmente affiorerà, è fondamentale perché la narrazione corrisponde
ad un’interpretazione soggettiva.
Con questo progetto ci siamo posti l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini,
soprattutto giovani, alla conoscenza di una storia particolare come quella
dell’internamento manicomiale, attraverso un linguaggio che loro sentano
vicino, rendendo più fruibili i materiali custoditi negli archivi. Le nuove
generazioni, per cultura, formazione e interesse non percepiscono come
attrattivo l’immenso patrimonio di memorie che le nostre istituzioni
conservano. Inoltre il Diario, possedendo caratteristiche comuni a quelle
dei moderni social media (almeno per alcuni punti) – stampa periodica e
disponibile all’uso di chiunque volesse e potesse, condivisione di contenuti
testuali di carattere diaristico, cronachistico e informativo-sanitario, giochi,
immagini, produzione a basso costo con una macchina tipografica interna
(almeno nella fase iniziale) – è ancora facilmente comprensibile. Così come
il Diario consentiva l’accesso a informazioni e pensieri, discussioni,
producendo un’interazione tra persone interne ed esterne, volte a costruire
una sorta di sentimento condiviso, anche oggi, questo materiale per niente
invecchiato si apre a problematiche mai sopite.
Raccontare storie è il miglior modo per trasferire conoscenza ed esperienza,
ed eventualmente persuadere. Permette di inquadrare l’esperienza reale e
spiegarla secondo una logica di senso, trovando il mezzo di espressione più
efficace. Così un “vissuto’’ prende forma, diviene comunicabile,
comprensibile e può essere ricordato. E soprattutto implica un “confronto
dialogico”, perché dove c’è il racconto è necessario un ascoltatore. Il
visitatore, che usufruisce di questo patrimonio di memorie, potrà fare
proprie le parole e le emozioni degli internati per restituircene una sua
visione personale, attraverso una sua emozione, che permette di recepire le
memorie dal passato, con la sua interazione e creatività, per proiettarle in
avanti come testimonianza ancora viva.
CONCLUSIONE

Se Lombroso è stato il centro del nostro discorso, a Lombroso si torna


seguendo la biografia di un folle.
La nipote di Stanislao Mercantini, Etra Grossi, fu madre di Giuseppe Paolo
Stanislao Occhialini (fisico, studioso dei raggi cosmici che poi si dedicò
alla fisica dello spazio e grazie al suo contributo fu costituita l’European
Space Agency), il cui maestro e collega fu Bruno Rossi (fisico, pioniere
degli studi sui raggi cosmici), marito di Nora Lombroso, figlia di Ugo
Lombroso (fisiologo e professore universitario) il cui padre fu Cesare
Lombroso.
E cosa ne sarà del San Benedetto?
Oggi l’antico edificio è offuscato da un minaccioso silenzio. E se qualcuno
chiede quale sarà la sua sorte (sono tanti a farsi questa domanda) si
risponderà che «il recupero sarà fatto secondo tutti i criteri di
salvaguardia». Ma ben poco potrà essere salvaguardato nella sua
(probabile) trasformazione in costoso condominio. In tal caso, non diremo
che urla e tintinnio di catene rovinerà il sonno dei condomini, perché chi
scrive non crede a queste cose; diremo tuttavia che è di pessimo gusto
abitare lì dove si è sofferto e avere stanza dove un tempo si allungavano
(ma solo per fare un esempio) i corridoi della sezione furiosi. Ma il
vantaggio di un comodo e costoso appartamento soffocherà il buon gusto e
al tintinnio dell’oro seguirà il silenzio.
BIBLIOGRAFIA

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lettura dell’attività teatrale, Scientifiche Magi
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unipress
V R. – Il Diario del San Benedetto/Babele – ovvero della vocazione letteraria e artistica
dell’ospedale de’ dementi, in Caatalogo della 43° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di
Pesaro, 2007
V R. – La vocazione letteraria dei dementi dell’ospizio di San Benedetto in Pesaro –
sotto la guida di Cesare Lombroso e del suo assistente Luigi Frigerio, in Catalogo della 44°
Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, 2008
V R. – La controvolontà, (in occasione del centenario lombrosiano), in Catalogo della
45° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, 2008
W C. – Tra le rovine, un viaggio attraverso la storia, l’arte e la letteratura, Guanda
NELLA STESSA COLLANA
edeia/letture del mondo

PROSSIME PUBBLICAZIONI

1. Fabio Galluccio, Settantotto, 2014

2. Ilaria Guidantoni, Corrispondenze mediterranee, 2015

3. Ilaria Guidantoni, Viaggio di ritorno, 2015

4. Seba Pezzani, Istruzioni per l’USA, 2016

5. Silvio Ciappi, Coca travel, 2016

6. Diego Zandel, Manuale sentimentale dell’isola di Kos, 2016

7. Roberto Vecchiarelli, Cronache dal manicomio, 2017

8. Emilio Stassi, Giocando a scacchi nei gulag di Tito, 2017

9. Zafer Şenocak, Essere tedeschi, 2017