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Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

© 1988, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano

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INDICE

Premessa
I Finalmente libero
II II seminarista
III II leninista
IV Quel «meraviglioso georgiano»
V L’ultimo esilio
VI Verso l’Ottobre
VII Commissario del popolo
VII Alla scuola del potere
IX A scuola di violenza
X Segretario generale
XI «È troppo rude»
XII «Ti giuriamo, compagno Lenin...»
XIII La troika
XIV A passo di lumaca
XV L’opposizione aumenta
XVI Quel fatale 1927 XVII Per chi suona la campana?
XVIII II «piccolo Bucharcik»
XIX II «grande balzo»
XX «Non rallentare il passo»
XXI Sempre più solo
XXII Uno sparo allo Smolny
XXIII Chi ha ucciso Kirov?
XXIV Il caso Enukidze
XXV È l’ora di Kamenev e Zinoviev
XXVI «Non c’è vita fuori del partito»
XXVII «Sceglietevi i sostituti...»
XXVIII La terza guerra civile
XXIX Una lucida follia
XXX Far fesso Stalin?
XXXI «Svegliatelo, c’è la guerra!»
XXXII «Fratelli e sorelle...»
XXXIII II Terzo Grande
XXXIV Scoppia l’atomica
XXXV La guerra fredda
XXXVI L’eresia di Tito
XXXVII Il cupo declino
XXXVIII Sulle note dell’Eroica

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Premessa

Quando fu chiaro che anche Gorbaciov, al pari di Kruscev, per sba-


razzarsi di un ingombrante passato, ricorreva alla demonizzazione, nacque
nell’Autore l’irresistibile desiderio di «rileggere» Stalin. Fu davvero ed
esclusivamente - come si vorrebbe far credere - un despota asiatico, un
tiranno sanguinario, il traditore del leninismo, un incidente di percorso nella
Rivoluzione d’Ottobre, un paranoico, un pazzo? Ma chi se non Stalin, il
bolscevico, con le armi che gli erano state fomite da Lenin - dittatura del
proletariato, partito unico, disprezzo per tutti i valori «borghesi» - seppe
industrializzare la Russia, in pochi anni, battere la Germania di Hitler nel
più grande scontro militare di tutti i tempi, trasformare il corrotto e feudale
paese degli Zar nella superpotenza che si contrappone da oltre quarant’anni
agli Stati Uniti d’America?
Chi fu davvero Stalin resterà a lungo un drammatico, inquietante
interrogativo. L’Autore, avvalendosi della documentazione sin qui di-
sponibile, non azzarda risposte. Ha cercato solo di spiegare - innanzitutto a
se stesso - il «fenomeno» rappresentato da una delle più sconvolgenti
personalità del Ventesimo secolo. Il lettore potrà trame le sue personali
conclusioni.
L’Autore chiede scusa ai puristi della traslitterazione per aver sem-
plificato, italianizzando forse oltre il consentito, la controversa grafia dei
nomi e delle locuzioni russe.

Roma, settembre 1988

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I
FINALMENTE LIBERO

Alla residenza imperiale di Zarkoje Selo le notizie che giungono da


Pietrogrado sono positive: l’avvio di quella domenica, 26 febbraio 1917,
sembrava tranquillo, a differenza delle due giornate che l’avevano
preceduta. Strade vuote, un gran silenzio. Alexandra Fedorovna telegrafa la
bella notizia al consorte, lo zar Nicola II, che si trova al quartier generale
dell’esercito, a Vitebsk: «La calma regna in città». La Corte, il governo, lo
stesso capo militare della capitale, generale Kabalov, confidavano nella
distensione domenicale. Chiuse le fabbriche, gli operai, privi del loro
abituale punto di ritrovo, avrebbero smesso di eccitarsi a vicenda. Per
maggior garanzia, Kabalov, nel corso della notte, aveva fatto arrestare un
centinaio di bolscevichi (l’ala dura del partito operaio-socialdemocratico).
Ma le speranze degli uomini del regime hanno vita breve. Dalle periferie
di Pietrogrado giunge, allarmante, la notizia che si stavano riformando i
cortei, con bandiere e striscioni. I ponti sulla Neva, presidiati dall’esercito,
non costituivano una sufficiente barriera. Il fiume ghiacciato consentiva un
agevole attraversamento. E così le strade del centro furono di nuovo invase,
come stava accadendo ormai da due giorni.
Tutto era cominciato il 23 febbraio. Col pretesto della «giornata della
donna», le operaie degli stabilimenti tessili s’erano messe in sciopero, presto
imitate dai metallurgici della grande fabbrica Putilov. Protestavano per la
mancanza di pane, legna, carbone. L’ampiezza delle adesioni allo sciopero
spinse gli operai a osare di più. Il giorno dopo, 24, grandi cortei lasciarono i
gelidi capannoni diretti ai punti chiave della capitale. Gli slogan stavano
diventando politici,. Il grido più diffuso accomunava nell’esecrazione lo zar
e la guerra. Nella gran confusione qualche poliziotto, particolarmente inviso,
ci lascia la pelle. Le autorità, colte di sorpresa, sembravano esitanti;
temevano, usando la maniera forte, di propagandare un incendio che
probabilmente si sarebbe spento da solo. Ma il 25 febbraio i cortei si
ripetono più impetuosi, accanto agli operai compaiono anche i primi nuclei
di studenti, col loro caratteristico berretto blu a visiera. I tram
progressivamente si fermano, i negozi chiudono. Pietrogrado è paralizzata
da uno sciopero spontaneo. I quartieri di periferia sono ormai sotto il

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controllo operaio; alcuni commissariati, simboli del potere zarista, vengono
devastati.
Il comando militare finalmente decide di agire. Reparti dell’esercito sono
schierati nei punti nevralgici ma Kabalov ancora non applica, in tutto il suo
rigore, il minuzioso piano anti-insurrezionale, da tempo predisposto. È
convinto che a rimettere ordine bastino le «grida» minacciose. Fa affiggere
manifesti nei quali si invitano gli operai a riprendere il lavoro entro il 28
febbraio, pena - in caso contrario - un loro invio al fronte. Un ultimatum
«morbido», tutto sommato, poiché offre 72 ore di riflessione. E il primo di
quei tre giorni - il 26 febbraio - sarebbe stato appunto una domenica, l’atteso
giorno di riposo.
In realtà, nessuno aveva ancora compreso che le masse pietrogradesi
stavano facendo sul serio: nemmeno i modesti capi bolscevichi locali, quei
pochi non emigrati o non confinati negli esili siberiani. Il loro unico timore
era che il tradizionale anarchismo russo finisse per vanificare una lotta che
doveva avere, almeno per il momento, obiettivi limitati, come quello del
pane. Il loro arresto - nella notte del 26 - parve convincerli che gli operai
stessero esagerando nella protesta. Ma nel quartiere Vyborg, il più
combattivo, erano nati nuovi capi, lavoratori sconosciuti e senza passato
politico. Quelli appunto che stavano guidando, domenica mattina, i cortei,
con maggior determinazione di prima. Fu una domenica di sangue.
L’esercito, in particolare i reparti di sottufficiali, aveva obbedito all’ordine
di aprire il fuoco. Una quarantina i morti, centinaia i feriti. Le agghiaccianti
sparatorie sulla folla non avevano però interrotto il dialogo tra dimostranti e
soldati. Il morale, nelle caserme, stava scemando, l’abulia e la rassegnazione
dei reparti cedevano il posto alla rabbia. Cominciarono i primi casi di
ammutinamento, subito repressi.
La sfida era ormai giunta a un tale livello che nessuno dei due contendenti
se la sentiva più di tornare indietro.
Il mattino di lunedì, 27 febbraio, gli operai si presentano compatti ai
cancelli delle loro fabbriche, ma senza alcuna intenzione di riprendere il
lavoro. Infiammati comizi li incitano alla resistenza. Il fiuto rivoluzionario
delle masse funziona: sentono di avere di fronte, questa volta, un potere
debole, incerto. Negli occhi dei soldati hanno letto la voglia di ribellarsi agli
ufficiali. E così gli operai ripartono anche quel giorno in fitte schiere verso
la Prospettiva Nevski.
Una giornata campale, memorabile, li attende. Il potere zarista si sgretola
sotto i loro occhi, ora dopo ora. Dapprima nel reggimento Volinski, poi in
quelli Litovski e Preobrazenski i soldati si ammutinano. La febbre della
disgregazione contagia persino il celebre reggimento Semenovski, che nella
rivoluzione del 1905 aveva sanguinosamente stroncato i moti di Mosca.
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Le prigioni vengono invase, i detenuti politici liberati (e con loro anche
molti «comuni»). La folla cinge d’assedio Palazzo Tauride, se ne
impadronisce: quelle sale sono adesso percorse da sciami impazziti di
popolani malvestiti, da plotoni di soldati con i fucili dalle lunghe baionette
inastate. Ogni tanto un drappello vi fa capo, portando il suo prigioniero
eccellente: un ex ministro, un agente dell’Okrana (la polizia dello zar), un
ufficiale della gendarmeria. La rivoluzione non è ancora cattiva, rispetta i
prigionieri.
In quelle ore convulse prendono forma, embrionalmente, due poteri: il
nuovo governo provvisorio, e il Soviet, rinato sulle ceneri di quello venuto
alla luce nella rivoluzione del 1905 e presto soffocato dallo zarismo. Questa
volta i Soviet sono più rappresentativi: oltre agli operai inglobano i soldati,
l’elemento-sorpresa, determinante della sommossa. Senza l’appoggio della
guarnigione di Pietrogrado - 150 mila uomini in tutto - quel 27 febbraio si
sarebbe trasformato in uno dei tanti bagni di sangue della storia
rivoluzionaria russa.
Alla testa del Soviet ci sono gli esponenti moderati della so-
cialdemocrazia, i menscevichi, come Cheidze e Skobelev. I capi bolscevichi
di Pietrogrado, liberati dalle galere dopo il brevissimo soggiorno, sono
tornati nei quartieri operai per cercare di capire e dirigere un fiume
tumultuoso che sta facendo a pezzi molte teorie politiche. E che pone subito
un quesito ai marxisti che, per anni, si erano accapigliati sui possibili
sbocchi della lotta contro l’autocrazia: quella in atto era una rivoluzione
democratico-borghese o che altro?
L’inventiva della realtà stava superando ogni schema: a Palazzo Tauride
convivevano, a poche sale di distanza, un governo liberal-conservatore e un
contropotere chiamato Soviet, dalle idee ancora molto confuse, ma che
sentiva di essere il vero interprete e punto di riferimento delle aspirazioni
degli insorti. Per entrambi il primo problema da risolvere era costituito
dall’ingombrante presenza del disprezzato Nicola Il. A toglierlo di mezzo ci
pensarono - sia pur di malavoglia - i più autorevoli rappresentanti del
vecchio regime: il ciambellano Rodzianko e il duttile Miljukov, capo del
partito cadetto (liberal-democratico). Lo spingono ad abdicare già il 1°
marzo, in favore del fratello, il granduca Michele, in attesa della maggiore
età del figlio primogenito, il malaticcio zarevic Alessio. Nicola si sente
abbandonato, erano stati davvero brutali con lui. Il 2 marzo scriverà sul suo
diario: «... cuore gonfio: attorno a me tutto è tradimento, viltà, inganno».
Il fratello Michele dimostra maggiore intelligenza di quanta non gliene
avessero attribuita (era famoso solo per la passione verso i cavalli). Chiede
difatti a Rodzianko se oltre alla corona il nuovo governo gli potesse
garantire anche la... testa. Il vecchio ciambellano non va oltre un: «Posso
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morire con lei...». È quanto basta a Michele per rinunciare al trono, il 3
marzo. La questione istituzionale sarà demandata a una futura Assemblea
costituente.
Il governo provvisorio legifera, con il fiato sul collo del Soviet.
Riammette i partiti, rende libera la stampa, proclama l’amnistia per i reati
politici, abolisce la pena di morte. Ma sui problemi sociali - orario di lavoro,
riforma agraria - tace. Anche di quello - dice - si parlerà nella futura
Assemblea costituente. È il primo dei clamorosi errori del governo
provvisorio, i cui uomini, del resto, appartengono ai vecchi ceti dominanti.
Come il principe Lvov, presidente del consiglio, come il monarchico
Miljukov, ministro degli Esteri, come il ricco industriale moscovita Guckov.
A contrastare i quali c’è il solo Kerenski, un avvocato radicalsocialista,
molto convinto di sé e della sua missione. Ma dal ministero della Giustizia -
dove è stato collocato - non può far molto. Il menscevico Cheidze, cui era
stato proposto il dicastero del Lavoro, aveva preferito restare al Soviet.
Così una sollevazione popolare, ricca di fermenti e tensioni socialistoidi,
era terminata consegnando - almeno formalmente - il governo a una
borghesia aristocratica e semifeudale, sin dal primo giorno dei disordini
allarmata da quelle masse primitive uscite dalle fabbriche e dai tuguri, e da
quei soldati, figli di mugiki o mugiki loro stessi, che avrebbero messo
volentieri ai ceppi, dopo le insubordinazioni dei giorni scorsi. E ne avevano
motivo.
Il 1° marzo, a Kronstadt, la base navale della capitale, un folto gruppo di
marinai, dopo un acceso comizio, si era diretto alla residenza del
governatore, l’ammiraglio Viren. Vestito di una tunica bianca, Viren
coraggiosamente si presenta al cancello, ordinando l’attenti a quella turba
scatenata, ottenendo in risposta un coro di scherni e risate. Spinto e
insultato, viene condotto a piazza dell’Ancora, dove subisce un pubblico
processo di pochi minuti, seguito dalla condanna a morte. Pagava per la
dura disciplina sulle navi, e per la repressione che era seguita in marina alla
rivoluzione del 1905. Morì con grande dignità; ai suoi carnefici disse: «Ho
vissuto servendo fedelmente lo zar e la patria».
E non fu l’unico a pagare. Il capo di stato maggiore del porto, vice
ammiraglio Butakov, chiamò sprezzantemente «canaglie» i marinai insorti
che volevano farlo inneggiare alla rivoluzione. E dopo essere scampato alla
prima scarica, schernì il plotone d’esecuzione: «Mirate meglio!». Il
comandante in seconda di Kronstadt, vice ammiraglio Kuros, se la cavò con
una robusta bastonatura.
La notizia della rivoluzione pietrogradese cominciò a filtrare, inoltrandosi
lungo i tentacoli dei fili telegrafici che univano la capitale alle trincee del
fronte, dal Mar Nero al Baltico, a Mosca, a Kiev, e, giorno dopo giorno, alle
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sterminate e lontane province dell’Impero, negli innumerevoli villaggi, dove
la guerra aveva rarefatto la presenza degli uomini, lasciando a donne, vecchi
e bambini le cure dei campi. La Russia, sonnolenta e superstiziosa, era stata
privata del suo punto di riferimento politico e religioso, lo zar, il «piccolo
padre». Una notizia che lasciava sbigottiti il proprietario latifondista, il
contadino capitalista creato dalla riforma di Stolypin, il funzionario statale,
il pope.
Il governo provvisorio, pressato dai Soviet, cercava di raccapezzarsi nella
nuova situazione. Il 6 marzo prende di petto un altro grave problema del
momento: la guerra. Da quando la Russia vi era entrata, nell’agosto del
1914, l’esercito aveva subito, a opera dei tedeschi e degli austro-ungarici,
pesanti sconfitte in grandi battaglie campali. Poi, anche su questo fronte, si
era imposta la guerra di posizione. I mugiki stavano marcendo nelle trincee,
con servizi di retrovia sempre più carenti, tenuti a freno solo dalla rigida
disciplina, che non impediva però il diffondersi della diserzione.
Serpeggiava tra i soldati un’ira repressa: sino allora erano morti due milioni
e mezzo di uomini. Tre milioni erano rimasti feriti o fatti prigionieri. Il tifo,
il colera, lo scorbuto ammazzavano più dei cannoni. Nessuno, nemmeno gli
ufficiali, credeva più alla vittoria. La fine del massacro sembrava di là da
venire.
Quando il tam-tam della deposizione dello zar, per effetto della vittoriosa
rivoluzione della capitale, comincia a essere percepito esplodono momenti
di grande entusiasmo. Forse la maledetta guerra stava per finire. Ma
l’illusione dura poco. Ci pensarono gli ufficiali e anche il governo
provvisorio che, il 6 marzo, proclamò la sua intenzione di continuare la
guerra, rispettando «rigorosamente gli accordi stipulati con gli alleati».
Dalla Stavka, il quartier generale dell’esercito, il generale Alexejev aveva
cominciato subito a mettere in guardia la capitale sulle nefaste conseguenze
che il sovietismo avrebbe avuto sulle truppe se non fosse stato
energicamente contenuto. E anche chi come il generale Denikin accettava
«senza riserve la rivoluzione» riteneva «pericoloso rivoluzionare l’esercito e
introdurvi la demagogia». Al quartier generale stava nascendo, accanto ai
due di Pietrogrado, un terzo potere, quello dei militari.
Ma ce n’era un quarto ancora in formazione: quello dei capi delle varie
frazioni della sinistra, che lo zarismo aveva costretto a espatriare o che
aveva esiliati in Siberia. Uomini molto diversi fra loro, ma accomunati da
una lunga, tormentosa lotta contro l’assolutismo zarista. Erano loro, adesso,
i vincitori. E tutti, in quei giorni, si trovassero in Svizzera come Lenin e
Zinoviev, o negli Stati Uniti come Trozki e Bucharin, o in Francia come
Martov, o nella sperduta tundra oltre gli Urali, si davano un gran da fare per
raggiungere la rivoluzione, il sogno della loro vita.
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Fra i siberiani, nella zona di Krasnojarsk, c’erano, tra gli altri, Lev
Borisovic Rosenfeld, noto come Kamenev, sua moglie, sorella di Lev
Davidovic Bronstein, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Trozki, e
Iosif Vissarionovic Dzugasvili il quale da qualche anno si faceva chiamare
Stalin (in russo, uomo d’acciaio). Appena appreso della caduta dello zar
avevano spedito un telegramma al loro capo, Lenin, in Svizzera,
annunciandogli - con i «saluti fraterni» - la loro imminente partenza per
Pietrogrado.
Il gruppo si mise in treno l’8 marzo. Alle stazioni, nelle fermate per il
rifornimento, comitati locali rendevano omaggio al treno degli ex deportati.
Dzugasvili era il più silenzioso, il più appartato. Dal finestrino scorgeva il
lento scorrere dei campi nevosi, delle foreste. Tornava a Pietrogrado, quattro
anni dopo il suo ultimo arresto, avvenuto la sera del 23 febbraio 1913 a quel
concerto che, in un teatro della capitale, doveva servire a procurare i fondi
per la «Pravda», il giornale dei bolscevichi. Dzugasvili aveva da poco
compiuto 38 anni. Una vita spesa per la rivoluzione, una vita dura,
avventurosa, amara, cattiva. A quegli anni erano dedicati i discorsi dei
viaggiatori. Quasi non volevano crederci: adesso erano liberi in un paese
finalmente libero.

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II
IL SEMINARISTA

Il padre di Iosif Dzugasvili era uno dei tanti servi della gleba emancipati,
nel 1861, dall’editto di Alessandro II. Nel 1875 aveva lasciato il suo
villaggio natale per trasferirsi, sempre in Georgia, nella piccola cittadina di
Gori, sulle rive del Kura, le cui acque impetuose scendevano dalle cime del
Caucaso. Si chiamava Vissarion - per gli amici Beso -e aveva una figura
smilza, con baffi, barba e capelli nerissimi. Voleva tentare la fortuna
facendo il calzolaio. Sempre in quell’anno prende casa e sposa una
quindicenne, Ekaterina Gheladze, che mette continuamente incinta. Ben tre
figli nascono dal 1875 al 1878, ma muoiono tutti poco dopo il parto. Il 21
dicembre 1879 viene al mondo il quartogenito, cui impongono il nome di
Iosif Vissarionovic. Il neonato sopravvive, sembra robusto.
Trascorre i primi anni dell’infanzia in un modestissimo alloggio, una
stanza col mattonato, il soffitto di rozze tavole, poche sedie, un tavolo, una
finestra e una cucina col focolare, che serve anche al padre per il suo lavoro.
Il cortile al livello dell’abitazione è fangoso. Uno squallore. Appena può
Iosif - che i suoi cominciano a chiamare affettuosamente Soso - se ne esce
per strada a giocare con i coetanei. A sette anni il vaiolo gli lascerà il volto
butterato, per sempre. Verso i dieci una carrozza lo travolge: un’infezione
contratta alla mano sinistra si propaga per il corpo. Rischia di morire. Più
tardi Iosif ricorderà di essere sopravvissuto per la sua «forte costituzione».
O forse per gli «unguenti di un ciarlatano del villaggio». Ma la completa
articolazione del braccio sinistro gli rimarrà impedita, anche questa per
sempre. Il lavoro del padre non va bene, soldi in casa ne entrano pochi,
anche se Ekaterina s’ingegna con mille lavori, va al servizio, fa la lavandaia.
Spesso Vissarion torna dall’osteria ubriaco e litigioso. (Un giorno Iosif per
difendere la madre gli lancerà un coltello: dovette rifugiarsi dai vicini per
evitare la vendetta del genitore infuriato.) Soso si sente attratto dalla madre,
donna austera e religiosa ma di pronta intelligenza, concreta, e che ha idee
molto diverse dal marito sull’avvenire di suo figlio. Vuol farne un prete,
mandarlo alla scuola parrocchiale di Gori. E ci riesce, nel settembre del
1888. Quasi mezzo secolo dopo, ricordando quel periodo, la donna dirà a
dei giornalisti sovietici che la intervistavano: «Mio figlio riusciva molto

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bene negli studi, ma suo padre... decise di toglierlo dalla scuola e di
insegnargli il mestiere di calzolaio. Mi opposi con tutte le mie forze e litigai
anche con mio marito, ma invano: egli rifiutava di cedere. Poco dopo,
tuttavia, riuscii a rimandare a scuola il ragazzo». Ekaterina, per delicatezza,
non accennò al fatto che Vissarion, nel frattempo, era morto. (Forse a causa
di una coltellata, durante una rissa.)
Per Iosif non dev’essere stata una gran perdita, quella del padre. Ne
parlerà una sola volta, indirettamente, pochi anni dopo, in un trattatello di
marxismo scolastico, nel quale raccontava le traversie di un artigiano che, in
difficoltà economiche, accetta di entrare in fabbrica, un calzaturificio di
Tiflis, ma con il recondito pensiero, messo da parte qualche soldo, di tornare
al suo lavoro autonomo. «Come vedete - scrive il giovane autore - la
condizione di questo calzolaio è già quella di un proletario, mentre la sua
coscienza non è ancora proletaria, bensì piccolo-borghese in tutto e per
tutto». A suo padre era proprio andata così. Ma la morte aveva messo fine a
tutti i progetti di quel povero «piccolo-borghese».
Adesso Iosif-Soso poteva dedicarsi a tempo pieno agli studi. E ci riusciva
bene, sveglio com’era e desideroso di ben figurare agli occhi della madre.
Con i compagni era allegro, pronto ai giochi e agli scherzi. Insomma, come
tutti i georgiani, estroverso e combattivo. Nel luglio del 1894 Soso si
diplomò con ottimi voti nella scuola di Gori, e qui la madre compie il suo
capolavoro. Grazie alle sue insistenze, il direttore dell’istituto, con
un’apposita borsa di studio, e il prete di Gori riescono a farlo ammettere al
seminario di Tiflis, il non lontano capoluogo georgiano. Superati gli esami
di ammissione in autunno, Soso diventa allievo-convittore. È la prima svolta
della sua vita. Quando si presenta ai religiosi del seminario è pieno di belle
speranze. Ha un viso intelligente, che ricorda quello della madre, con occhi
intensi, dal taglio un po’ a mandorla, il naso forte e diritto, le orecchie
leggermente a sventola. Ha i capelli del padre, scuri e forti, con la
scriminatura a sinistra. Alla scuola di Gori aveva imparato il russo ma il suo
amore per il georgiano è rimasto intatto. In quella lingua ha letto libri
eccitanti per la sua immaginazione, storie di amori, intrighi e ribellioni
contro i rappresentanti russi dell’autocrazia. Uno in particolare l’aveva
colpito: II parricidio di Alexander Kazbegi. Narrava le vicende di Koba, un
Robin Hood locale, vendicatore dei torti, forte, silenzioso, intrepido, buon
tiratore. Quel Koba gli rimase sempre impresso in mente. Fu il suo primo
modello.
Ma nel seminario, un edificio a tre piani, che dava ospitalità a seicento
allievi, non c’era spazio per lo spirito d’avventura. Ammassati in una lunga
ala si dovevano svegliare alle sette, recitare le preghiere, poi studiare sino
alle due, con pranzo alle tre, di nuovo preghiere, ripasso delle lezioni, tè alle
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otto e poi alle dieci a letto. Teologia, sacre scritture, letteratura, logica,
matematica, storia, greco e latino le materie del corso.
Tipico di un seminario l’insegnamento: dogmatico, piatto, a forte
componente russa. Il georgiano era difatti bandito, così come la lettura di
testi in quella lingua. Proprio questa proibizione causava continue proteste.
L’anno prima dell’arrivo del giovane Dzugasvili, c’era stato in seminario un
prolungato sciopero degli allievi: chiedevano l’allontanamento di alcuni
funzionari dell’istituto particolarmente oppressivi, e la creazione di una
cattedra di georgiano. Dovettero intervenire persino le autorità. Il seminario
venne chiuso per un mese e alla sua riapertura 87 studenti furono espulsi.
Quel seminario inculcava dunque la ribellione. Non poteva stupire: era, in
pratica, l’università di Tiflis, l’unica scuola di studi superiori. Vi
accedevano figli del bisogno, ma anche ragazzi della piccola e media
borghesia locale, ricchi di fermenti nazionalistici, la futura intellighenzia
della regione. Ben pochi di loro pensavano davvero di diventare preti.
La tetra atmosfera del convitto, metà monastero, metà caserma, con le
delazioni e il sospetto che la caratterizzavano, modifica radicalmente il
carattere di Soso, che deve in fretta adeguarsi al nuovo tipo di vita. Diventa
cauto, diffidente nei rapporti, introverso. Partecipa alle funzioni religiose,
avendo una bella voce fa parte del coro, ma le sue inclinazioni mistiche - se
mai ne avesse avute - si perdono per strada. Emerge invece, e piuttosto
presto, la propensione per il proibito. Al secondo anno del corso, un
monaco-sorvegliante lo sorprende con un libro all’indice e fa rapporto: «...
Dzugasvili possiede una tessera della biblioteca circolante (* Di Tiflis) e
prende a prestito libri. Oggi gli ho sequestrato I lavoratori del mare di
Victor Hugo...». Il preside, ricordato che già in precedenza il «ribelle» era
stato trovato con un’altra opera di Hugo, Il ‘93, propone di rinchiuderlo in
cella di punizione per un lungo periodo. Fu solo la prima delle numerose
infrazioni dell’allievo Dzugasvili, il quale, malgrado i richiami, le frequenti
visite alla «prigione» interna, continua a percorrere i sentieri vietati alle
letture. «I libri - ricorda un suo compagno di corso - erano gli amici
inseparabili di Iosif: non li lasciava neppure durante i pasti». E dalla
biblioteca circolante si riforniva di Gogol, Cecov, Saltikov-Scedrin, e
Darwin.
Soso, che si avviava ai 17 anni, non aveva più nulla in comune con il
ragazzino georgiano entrato in seminario. Nelle sue uscite in città, a Tiflis,
aveva cominciato a frequentare un circolo di orientamento marxista, diretto
da intellettuali locali e frequentato dagli operai d’avanguardia dell’epoca, i
ferrovieri. (Anche in Georgia, in quegli anni, il capitalismo cominciava a
fare la sua prima, massiccia comparsa. Si aprivano miniere, una ferrovia
collegava Tiflis a Baku, sul mar Caspio, dove si era iniziata l’estrazione del
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petrolio, grazie a cospicui investimenti stranieri.) Plechanov, il grande
divulgatore del marxismo in Russia, più positivismo e darwinismo
componevano una miscela esplosiva per quei ragazzi come Dzugasvili che
anelavano a uscire dalle ristrettezze mentali dell’epoca, e a cambiare un
paese che sentivano arretrato, per tanti versi chiuso e immobile.
Quando già era il capo riconosciuto della Russia bolscevica, Dzugasvili
riandrà, in alcune interviste, a quegli anni ancora con ira malcelata:
«Diventai socialista nel seminario ecclesiastico, per ribellione contro quel
sistema disciplinare. Lì non c’erano che continui spionaggi e angherie. Il
mattino ci recavamo a prendere il tè e quando ritornavamo nei nostri
dormitori, trovavamo tutti i tiretti manomessi e rovistati. E come nelle
nostre carte, ci frugavano negli angoli più riposti delle nostre anime. Tutto
ciò m’era intollerabile, e mi spinse alla ribellione...».
Nell’ultimo anno del corso Soso entrò in aperto conflitto con le autorità
del seminario. Si faceva volutamente sorprendere dai monaci sorveglianti
mentre leggeva ad alta voce testi proibiti. Nel registro di disciplina è scritto:
«Dzugasvili... ha avuto degli alterchi con gli ispettori, facendosi portavoce
del malcontento suscitato fra gli studenti da queste ispezioni...
Generalmente, l’allievo Dzugasvili è rude e irrispettoso verso le autorità...».
Tutto era maturo per la rottura. Al giovane, morso dalla tarantola della
politica, quel seminario stava stretto; e così non si presenta agli esami
dell’ultimo anno, nel 1899, precludendosi l’iscrizione presso un’università
statale. Fu una decisione che addolorò molto la madre: il sogno di vedere il
figlio ben sistemato come prete di campagna era svanito. E pur di
preservarlo nella sua mente, negherà sempre, anche molti anni dopo, che
Soso fosse stato espulso o si fosse autoescluso dal seminario: «Lo ritirai io,
per motivi di salute, - disse più volte - quando entrò era fresco e forte. Ma
poi studiò troppo e il medico disse che poteva diventare tubercolotico.
Perciò lo ritirai. Lui voleva rimanere, io lo riportai a casa».
I suoi sacrifici, comunque, non erano stati inutili: Soso aveva avuto
un’istruzione, per quell’epoca, più che sufficiente. Ma da quei cinque anni
di seminario usciva con l’animo esacerbato e colmo di risentimenti. Il suo
carattere ne sarebbe rimasto segnato per sempre. Sua figlia Svetlana, una
delle poche persone che ebbe la ventura di raccoglierne le confidenze e di
sopravvivergli, scriverà: «...Sono convinta che la scuola ecclesiastica ebbe
un’enorme importanza per il carattere di mio padre e per tutta la sua vita,
accentuando e consolidando le sue peculiarità innate. Non fu mai dotato di
sentimento religioso. Le infinite preghiere, l’insegnamento religioso
forzato... potevano suscitare soltanto il risultato opposto: un estremo
scetticismo... l’assimilazione dell’ipocrisia, della falsa devozione, della
doppiezza».
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Soso non era molto portato all’introspezione e questi suoi aspetti negativi
gli rimasero certo sconosciuti. A vederlo in una foto d’epoca sembrava
molto sicuro di sé: la capigliatura adesso era bohémien, i folti baffi, quelli
che lo renderanno famoso, già ben delineati, con in più la barba che gli
copriva guance e mento. Gli occhi si erano fatti febbrili. Ma erano calma e
prudenza le sue qualità migliori, abbastanza rare per un ventenne. Chi lo
ricorda come compagno di classe dice: «Quando veniva interrogato, di
qualsiasi argomento si trattasse, Iosif lasciava passare qualche minuto prima
di rispondere».

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III
IL LENINISTA

Per Soso, adesso, il problema è di sbarcare il lunario, con un lavoro che


non lo assorba troppo e che sia di copertura alla sua attività politica, sempre
più intensa. Trova un impiego all’osservatorio di Tiflis. Stipendio misero,
ma grande autonomia e soprattutto una stanzetta dove dormire e poter
leggere. Per temperamento il neofita del marxismo denota fin dall’inizio
spiccate caratteristiche di «falco»: polemizza con Zordania, un capo
socialdemocratico locale, il quale come molti in Georgia crede nel
riformismo, nelle conquiste graduali dei lavoratori, da ottenersi nel pieno
rispetto della legalità.
I giovani come Dzugasvili sono per il tutto e subito. In effetti è difficile
nella Russia autocratica essere attratti dal liberalismo: non esistono
parlamento, partiti, sindacati. La censura è ottusa, la polizia brutale,
l’habeas corpus un miraggio. Si può finire in galera per il minimo sospetto.
Il marxismo sembra l’unica chiave per spalancare le porte del progresso
alla pigra Russia, anche perché consente di superare le antiquate concezioni
anarchiche del populismo e dei socialrivoluzionari, che credono assai più
nei contadini che negli operai come motore per il cambiamento. Ma le idee
sono ancora molto incerte. Il fatto che a Minsk, nel 1898, nove delegati di
vari circoli marxisti del paese abbiano dato vita al POSDR (Partito operaio
socialdemocratico russo) passa praticamente inosservato. Eppure l’evo
moderno della Russia parte da quella data. Alla fine del 1900 esce a
Stoccarda, in Germania, il primo numero dell’«Iskra» (La Scintilla) redatto
da Plechanov e dal trentenne Vladimir Ilic Uljanov, che si fa chiamare
Lenin. È un giornale non solo ricco di teoria ma anche di consigli pratici per
l’organizzazione rivoluzionaria. Le poche copie che giungono in Russia
sono come pagine di vangelo. Nel 1901 i circoli marxisti di Tiflis, che già
avevano fatto le prove l’anno precedente, pensano di organizzare in grande
stile la manifestazione per il Primo maggio. La polizia, grazie alla sua
efficiente rete di informatori-infiltrati, gioca d’anticipo e procede a numerosi
arresti.
L’alloggio di Dzugasvili viene perquisito durante l’assenza dell’inquilino.
Non trovano nulla di compromettente, ma il campanello d’allarme non

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suona invano per Soso, che sparisce dalla circolazione. Non è ancora un
clandestino, mantiene le sue generalità, ma si tiene al coperto. Il Primo
maggio, malgrado tutto, lo si festeggia ugualmente con un corteo di duemila
persone, canti rivoluzionari, breve comizio, intervento della polizia, scontri,
feriti e parecchi arresti. L’«Iskra» di qualche settimana dopo ne avrebbe
parlato in termini entusiastici: quello di Tiflis era stato «un fatto
d’importanza storica... quel giorno ha segnato l’inizio di un aperto
movimento rivoluzionario nel Caucaso».
Dzugasvili - che continuava a farsi chiamare Soso - aveva per l’occasione
ricevuto il battesimo di attivista sul campo. Era giunto il tempo di iniziarsi
al mestiere del propagandista. Su un giornale locale, «Brdzola» (La lotta),
Soso fa il suo esordio giornalistico. Stile prolisso, evocazioni di terrore
biblico, immagini iperboliche: si sente lontano un miglio il seminarista. Il
titolo del suo saggio è impegnativo: Il partito socialdemocratico russo e i
suoi compiti immediati. Dall’«Iskra» ha tratto tutto il veleno contro le
posizioni riformiste ed economiciste, alla Bernstein. La visione della Russia
è catastrofica: «Gemono gli operai - scrive - gemono i contadini, gemono le
nazionalità e le religioni oppresse, gemono gli ebrei» sotto la tirannia dello
zar. Occorre abbatterla, anche se non sarà facile perché «ahimè, i contadini
russi sono ancora inebetiti dalla secolare servitù, dalla miseria e dalla cupa
ignoranza; solo adesso hanno cominciato a svegliarsi, ma ancora non hanno
compreso dove stiano i loro nemici». E che cosa propone il giovane
Dzugasvili, dopo questa sua prima manifestazione di sfiducia nei confronti
dei mugiki? Una «costituzione democratica» che garantisca libertà a tutti,
anche alla borghesia, verso la quale il rivoluzionario russo ha un insanabile
rapporto conflittuale. Senza il capitalismo, secondo gli schemi marxisti, non
si può modernizzare un paese e tanto meno marciare verso il socialismo. Ma
fin d’ora si dice a industriali, banchieri e commercianti che il loro destino è
segnato...
Le prime prove del neo agit-prop sembrano comunque positive agli occhi
di chi dirige l’organizzazione socialdemocratica di Tiflis, tanto da farlo
eleggere nel comitato locale del partito. Ma la sua fama di attaccabrighe e di
polemista settario è già così diffusa che, a fine 1901, deve trasferirsi a
Batum, un centro industriale in grande sviluppo, terminale dell’oleodotto
che da Baku porta il prezioso petrolio. I soldi dei Rotschild avevano creato
in breve tempo le prime raffinerie. C’è da lavorare fra quei nuclei di nuovi
operai appena strappati dalle campagne, ammassati in luride baracche e
sottopagati.
È lì, a Batum, che Soso diventa Koba, l’eroe georgiano della sua ado-
lescenza. Inizia presto a polemizzare con un capo locale del riformismo,
Cheidze, pure lui ex seminarista, cui da del «pusillanime» per quella che
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ritiene esagerata prudenza nelle lotte. Ricevendone in cambio la qualifica di
«pazzo». Le condizioni sociali a Batum sono comunque favorevoli
all’agitazione. Scoppiano i primi scioperi e con loro i primi arresti. Koba
organizza una marcia di protesta dei lavoratori petroliferi verso la locale
prigione per chiedere il rilascio dei fermati. È il 9 marzo 1902. Al lancio di
pietre dei dimostranti la polizia replica aprendo il fuoco. È una carneficina:
14 persone vengono uccise.
Le indagini della polizia non tardano a scoprire i promotori di quella
drammatica protesta. Ci sono molti arresti. Il 5 aprile tocca a Koba fare la
prima esperienza delle carceri dello zar. Il processo non lo coinvolge perché
non si sono raggiunte prove sufficienti contro di lui. Gli operai, grazie alla
difesa di insigni avvocati giunti da Mosca e Pietroburgo per un gratuito
patrocinio, subiscono pene leggere. Ma il 9 luglio 1903, su proposta del
ministro della Giustizia, Koba - sempre in carcere - giudicato colpevole di
reati contro lo Stato, riceve la sua prima condanna: tre anni di esilio da
scontarsi a Novaja Uda, un villaggio nella provincia siberiana di Irkutsk. E
così Dzugasvili nel lento, interminabile viaggio verso la colonia penale,
comincia a conoscere la Russia fuori del Caucaso. Un paese privo di
trasporti moderni, con strade impossibili, un susseguirsi di villaggi
miserabili, abitati da contadini generosi ma terribilmente ignoranti,
funzionari dello Stato insensibili ai problemi della gente e facilmente
corrompibili.
Mentre Koba si addentra nell’universo carcerario (che ben presto domina:
si fa rispettare, legge moltissimo, presiede riunioni politiche, ma nel
contempo è appartato, impassibile, poco espansivo), a Bruxelles, nel luglio
del 1903, si riunisce il congresso del Partito operaio socialdemocratico
russo. Per la storia è il secondo, in omaggio ai pochi soci fondatori di
Minsk, ma, in realtà, è il vero atto costitutivo del partito. I lavori non durano
molto nella capitale belga, perché presto ci si accorge che le spie
dell’Okrana sono dappertutto. È giocoforza trasferirsi a Londra. Pensatori
emeriti, intellettuali di grande spessore si danno battaglia, divisi dalle due
anime che sempre hanno contrassegnato un partito di sinistra: la
rivoluzionaria e la riformista. La prima guidata da Lenin, la seconda da
Martov. Sono due concezioni che si contrappongono per ogni problema
affrontato: lo statuto del partito, i compiti del militante, la tattica e la
strategia del movimento. Lenin, a quel congresso, si presenta con un’opera
che ha appena pubblicato, e destinata a lasciare una traccia profonda,
imperitura, in migliaia di rivoluzionari: il Che fare?. Pubblicato nel 1902,
attraverso i rivoli clandestini penetra in Russia e si diffonde nei circoli
illegali, nelle carceri, nei luoghi d’esilio. Per menti eccitabili e disponibili
come quella di Koba è la nascita del «leninismo».
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Lenin è uno spietata realista. Pur imbevuto di marxismo scientifico e
convinto della superiorità della cultura occidentale, non dimentica mai, nel
suo esilio, che la lotta politica in Russia ha caratteri profondamente diversi
da quelli dei paesi occidentali, dove una borghesia dinamica e moderna,
diritti civili e politici diffusi, un alto tenore di vita, consentono alla classe
operaia dei «lussi» proibiti alle miserabili plebi russe. Rovesciare
l’autocrazia zarista, in un clima di illegalità, esige strumenti di
combattimento ben diversi da quelli dei paesi democratico-borghesi. Perciò
Lenin considera il partito socialdemocratico russo come un reparto militare:
centralizzato, clandestino, composto da una élite selezionata di combattenti,
di «rivoluzionari di professione».
I pericoli insiti in simile concezione sono subito avvertiti dall’ala
riformista socialdemocratica, che poi si chiamerà menscevica e che si
contrapporrà a quella bolscevica. Per Lenin anche i suoi avversari hanno
molto rispetto, ne riconoscono le doti intellettuali e morali, ma ne temono il
settarismo, l’estrema rigidità ideologica, l’esasperata voglia di «purezza».
Lenin non conosce mezzi termini nella polemica; chi non è d’accordo con
lui è sottoposto al sarcasmo, al dileggio, all’insulto della sua penna o della
sua sferzante oratoria. Disputando aspramente con Plechanov, il quale dopo
un appoggio iniziale si allontanerà da lui, ricorda che «bisogna trattare tutti
gli uomini senza sentimentalismi, bisogna parlare all’amico come se avesse
a diventare un nemico». E polemizzando con Struve, un altro padre
fondatore della socialdemocrazia russa, lo definisce «un politicante nel
senso peggiore della parola, un briccone, un mercante e uno sfrontato». In
realtà quegli uomini che sferzava - e Lenin lo sapeva benissimo - erano fior
di galantuomini, combattenti senza paura, emigrati alle prese con continue
difficoltà, anche di sopravvivenza. Ma per Lenin, in politica, non dovevano
valere, appunto, i «sentimentalismi». Il partito che auspicava doveva essere
composto di lucidi, freddi e, se necessario, spietati rivoluzionari.
Lenin, sotto la spinta della realtà, che sapeva leggere e accettare, muterà
spesso rotta, realizzando numerosi compromessi per i quali non provava la
minima vergogna, in quanto giustificati dal fine. Ma su un punto non
cambierà mai idea: sulla natura del partito. Che tra i suoi compiti aveva
quello di «svelare alla classe operaia che i suoi interessi e quelli della
borghesia sono tra loro ostilmente contrapposti». E che doveva combattere
senza remissione il revisionismo, disposto a vendere la «rivoluzione sociale
e la dittatura del proletariato» per «piccole riforme graduali».
Discendeva da questa premessa la necessità di una teoria rivoluzionaria,
patrimonio di «un’organizzazione centralizzata di combattimento» priva di
democrazia interna, del resto «irrealizzabile» in quelle condizioni. Assai più
delle votazioni e del controllo sarebbe servita la «fraternità fra compagni». E
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perché il militante potesse lavorare a tempo pieno per la rivoluzione, aveva
bisogno di vivere «a spese del partito».
Con questo piccolo esercito professionale della politica Lenin avrebbe
potuto gridare: «Dateci un’organizzazione di rivoluzionari e rivolteremo la
Russia».
Parole di fuoco contro questa forma di partito dirà Trozki, a quell’epoca
vicino alle posizioni mensceviche. L’intransigenza leniniana gli ricordava la
vérité assoluta dei giacobini. Una verità ortodossa che «prevede tutto,
persino i problemi della cooptazione. Chi la nega deve essere abbattuto. Chi
dubita è vicino alla negazione. Chi domanda è pronto a dubitare». E
profeticamente prevedeva che un partito come quello vaticinato da Lenin
avrebbe generato un capo talmente autoritario - «un metafisico politico» - da
intravedere nel suo stesso partito con l’insieme di individualità che hanno un
«diverso livello di sviluppo, sfumature diverse nella visione del mondo,
temperamenti diversi... un freno per il proprio sviluppo razionalisticamente
costruito». Il partito chiuso, settario, ristretto di Lenin altro non era - per
Trozki - che una «diffidenza maligna e moralmente ributtante», una «piatta
caricatura della tragica intolleranza del giacobinismo». Essere rivoluzionari
a quella maniera avrebbe ridotto tutto alla «selezione tecnica di disciplinati
esecutori nelle istanze di una organizzazione forte autoritaria, selezione che,
per abbreviare il lavoro, non può non avvenire mediante un meccanico
allontanamento dei non idonei: per mezzo delle espulsioni e delle privazioni
dei diritti».
Di fronte a quel torrente di accuse, Lenin reagiva con pari durezza,
irridendo alle preoccupazioni socialdemocratice dei Martov, dei Plechanov,
dei Trozki. Era la lotta vittoriosa contro lo zarismo quel che contava. Né lo
turbava il monito di un altro teorico marxista, Rjazanov: «Senza il principio
democratico è possibile, nel migliore dei casi, una setta, non un partito».
Dopo il II congresso del POSDR, la divaricazione tra riformisti e leninisti
era dunque già netta, alla luce del sole. Non si sarebbe mai più colmata. A
militanti come Dzugasvili quella polemica, quello spaccarsi in due, facilitò
le scelte. Entrati nel libro nero dell’Okrana, «rivoluzionari professionisti»
per forza di cose, il messaggio di Lenin giungeva loro suadente, come
l’unico che rendesse degna una vita intessuta di pericoli, clandestinità,
vagabondaggio.
Nel 1905 Koba, in un articolo su un giornale georgiano, già dimostrava di
aver assorbito gli insegnamenti di Lenin: «Finora il nostro partito è stato
come una famiglia patriarcale e ospitale... Stiamo trasformandoci in una
fortezza, le cui porte saranno aperte soltanto ai degni». L’apprendista delle
Sacre scritture, nel seminario di Tiflis, aveva trovato la sua vera Chiesa con
le sue Tavole.
20
IV
QUEL «MERAVIGLIOSO GEORGIANO»

Koba pone rapidamente termine al suo primo esilio siberiano. Dopo un


tentativo fallito, nel gennaio del 1904 si mette per strada. A febbraio era di
nuovo a Tiflis, proprio quando la Russia si faceva trascinare nel conflitto col
Giappone. Un motivo in più per scagliarsi contro il regime zarista.
La facilità con cui i deportati potevano fuggire testimoniava della pessima
organizzazione statale. Del resto, tenere sotto sorveglianza migliaia di
esiliati in lande deserte e fra loro lontane e prive di ogni comunicazione
avrebbe comportato l’utilizzo di corpi speciali o la creazione di appositi
lager. I tempi non erano ancora maturi per quelle innovazioni
concentrazioniste. Nello spietato mondo clandestino, quelle fughe, spesso se
ripetute, davano origine a voci di tradimenti, di collusioni con l’Okrana.
Anche per Koba sarebbe venuta la stagione dei sospetti, inevitabile ogni
qualvolta una retata colpiva solo una parte dell’organizzazione e non
un’altra. E magari proprio quel compagno di lotta contro il quale si era
polemizzato nelle settimane e nei mesi precedenti l’arresto. Era uno dei tanti
dolorosi pedaggi che l’attivista illegale doveva pagare nella sua dura
esistenza.
Ma quando Koba abusivamente lasciò il suo esilio, la polizia trasmise
subito il foglio di ricerca. Non era ancora considerato un pericolo pubblico;
il funzionario si limitava a tracciarne un preciso identikit: «impressione di
un uomo comune, capelli castano scuro, baffi e barba castani, capelli lisci
senza scriminatura, occhi castano scuro, di media grandezza, forma della
testa regolare, fronte dritta, non alta, naso dritto, lungo, volto allungato e
butterato dal vaiolo, colorito olivastro; sul lato destro della mascella
inferiore manca il molare anteriore; statura media (metri 1, 62), mento
affilato, voce bassa, orecchie di media grandezza, andatura regolare, un neo
sull’orecchio sinistro, il secondo e terzo dito del piede sinistro sono
congiunti».
Per quanto dettagliata, la descrizione di Koba poco serviva per la sua
cattura. Il giovane rivoluzionario di professione ormai si era fatto smaliziato,
prudente, padrone dei trucchi necessari per camuffarsi. L’organizzazione
clandestina, benché primitiva, aveva già i suoi canali specializzati per

21
rilasciare falsi documenti, allestire basi sicure, corrompere poliziotti.
Le tensioni sociali, in quel 1904, stavano tornando a un notevole punto di
ebollizione, accompagnandosi alle sconfitte militari subite dall’esercito e
dalla marina imperiali nelle battaglie con i giapponesi. Diventava più facile,
in quelle condizioni, confondersi nelle acque limacciose delle proteste
popolari. In quei mesi Koba conosce a Tiflis un autorevole bolscevico,
Kamenev, un moscovita di tre anni più giovane di lui, ma di grande
prestigio, perché era stato ripetutamente all’estero e aveva lavorato accanto
a Lenin. Il Caucaso era tenuto particolarmente d’occhio dai dirigenti
socialdemocratici per la sua carica ribellistica. Ma i fermenti avevano spesso
più il sapore della rivolta nazionalistica all’oppressione russa che non quello
della protesta sociale.
E venne il fatale 9 gennaio 1905 che tanta parte doveva avere nella storia
russa. Un pope, mezzo sindacalista mezzo agente dell’Okrana, di nome
Gapon, stava cercando nella capitale di incanalare l’ondata di scioperi per
meno inumane condizioni di vita. Volle guidare un corteo di 200 mila
lavoratori verso il Palazzo d’Inverno, e deporre così ai piedi del «piccolo
padre» una supplica a nome del popolo. Finì invece con una feroce
sparatoria sulla folla da parte di cosacchi e soldati. Ufficialmente si disse
che erano state uccise 140 persone, ma forse raggiunsero il migliaio. Una
carneficina che diede il via a una serie di scioperi, proteste, sollevazioni,
violenze, assassinii che si prolungarono per tutto il 1905, l’anno della
«prima rivoluzione». Nell’Impero ormai tutti reclamavano qualcosa: la
borghesia, partiti e parlamento; gli operai, sindacati e aumenti salariali; i
contadini, la terra dei latifondisti da sempre agognata. Era un movimento
privo di guida, che si propagava violento come un incendio in una regione,
per poi spegnersi e trasferirsi altrove.
Fu la grande occasione per il movimento democratico: costringere lo
zarismo a scendere a patti, trasformarlo in una monarchia costituzionale,
introdurre quei meccanismi politici che consentissero alla Santa Russia di
evolversi in una società moderna. Ma fu un’occasione perduta. Troppo
debole la borghesia capitalistico-industriale per potersi imporre. Troppo
forte ancora il vecchio blocco reazionario incentrato sulla Corte, sul
latifondo, sull’esercito, sul clero, sull’apparato statale semifeudale. E del
resto la stessa borghesia liberale, allarmata dal rivendicazionismo operaio,
dalle massicce sollevazioni nelle grandi città oltreché dai saccheggi e dagli
incendi nelle campagne, si accontentò alla fine di quel gran sommovimento
(15 mila morti, 20 mila feriti, 80 mila incarcerati) di poche e insignificanti
riforme.
E che ne era dell’esercito dei rivoluzionari? Sorpresi, come spesso accade,
dalla superiore fantasia della realtà, stentavano a rendersi conto di quanto
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accadeva, prigionieri com’erano dei loro schematismi. Che dovevano fare i
marxisti in quelle circostanze? Guidare le masse perché il potere finisse poi
nelle mani della borghesia?
Nell’agosto del 1905 il regime zarista subisce una pesante umiliazione:
deve firmare la pace col Giappone tracotante e vittorioso. I suoi giorni
sembrano davvero contati. Ovunque le sollevazioni aumentano, si ribellano i
marinai di Kronstadt, di Sebastopoli, quelli della Potemkin a Odessa; le
fabbriche di Pietroburgo e Mosca sono praticamente paralizzate dagli
scioperi. Il 17 ottobre Nicola II è costretto a emanare il manifesto nel quale
promette libertà politiche e l’elezione di un parlamento, la Duma. Ma a
Pietroburgo la creatività rivoluzionaria aveva dato vita, in quei giorni, a un
inedito organismo dal mitico nome: il Soviet, una forma di democrazia
popolare diretta, un eletto ogni 500 operai, un contropotere che servì da
trampolino alle fortune politiche di Trozki, il quale, assai prima di Lenin e
di molti altri leader socialdemocratici, aveva compreso l’originalità e
l’ampiezza del moto rivoluzionario.
Lenin difatti si decise a lasciare l’esilio svizzero solo nel novembre del
1905, quando ebbe la certezza che la sua incolumità non sarebbe stata messa
a repentaglio. Lenin non era un barricadiero né amava, da buon generale, le
prime linee, e aveva un elevato senso dell’insostituibilità del suo ruolo. Non
si fidava, in quell’occasione come nelle successive, della libertà borghese.
Ma quando arrivò a Pietroburgo, senza che nessuno se ne rendesse ancora
conto, la marea rivoluzionaria aveva già iniziato il suo riflusso. Prima che
l’anno terminasse il Soviet di Pietroburgo veniva sciolto e i suoi membri
arrestati. Lo zar aveva trovato un eccellente primo ministro, Sergei Vitte,
che con pazienza e abilità, intercalando promesse e mano ferma, stava
smontando pezzo a pezzo l’anarcoide macchina insurrezionale.
E Koba? Aveva vissuto anche lui giornate esaltanti - l’improvvisa libertà
di tenere comizi, di stampare giornali, opuscoli, di mettere in scacco
governatori, funzionari, poliziotti - e giornate drammatiche come quel
giorno d’agosto quando soldati e cosacchi aprirono il fuoco sulla folla
davanti al municipio di Tiflis. I suoi articoli non mutavano di stile: «La
Russia è come una pistola carica, dal cane alzato, pronta a esplodere alla
minima percussione». E quelle giornate emozionanti lo spingevano a
sentirsi sempre più orgoglioso di appartenere a un partito «che ci ha aperto
gli occhi e ci ha indicato i nostri nemici, il partito che ci ha organizzato in
una formidabile armata e ci ha guidato nella battaglia, il partito che non ci
ha mai abbandonato, né nella gioia né nel dolore, e ha sempre marciato alla
nostra testa».
In Georgia gli avvenimenti avevano ulteriormente rafforzato l’ala
menscevica del partito. I bolscevichi come Koba erano in netta minoranza e
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quindi, per loro, il riformismo era altrettanto pericoloso e da combattere.
Così voleva, del resto, Lenin, che ormai aveva rotto con l’«Iskra», con
Martov e Plechanov, si era fatto un giornale per conto suo, il «Vpered»
(L’Avanti), da cui tuonare contro ogni forma di debolezza o di cedimento.
Eppure il moto rivoluzionario del 1905 sembrava indicare la via dell’unità,
più che quella dei distinguo e delle polemiche. Adesso fra i due tronconi
della socialdemocrazia c’era un nuovo motivo di scontro: la partecipazione
o meno alle prossime elezioni della Duma. Koba, su un giornale caucasico,
interveniva nel dibattito alla sua maniera: «Soltanto sulle ossa degli oppres-
sori può essere fondata la libertà dei popoli: soltanto il sangue degli
oppressori può fecondare la terra preparandola all’autogoverno del popolo».
Le idee di Koba non erano brillanti e sofisticate, ma avevano il pregio
della chiarezza. E in questo caso preannunciavano il suo voto contrario alla
partecipazione al voto. Posizione che espresse alla conferenza bolscevica
tenutasi a Tammerfors, in terra finlandese, allora regione dell’Impero, nel
dicembre del 1905.
Una riunione per molti versi irreale, perché convocata sull’onda di un
processo rivoluzionario in fase espansiva, quando in realtà già stava
invertendo la rotta. Lenin, in quell’occasione, si dichiarò favorevole alle
elezioni, anche per non lasciare ai soli menscevichi quell’insperata
possibilità di farsi conoscere legalmente nel paese. Gli assenti hanno sempre
torto, disse. Ma la grande maggioranza dei delegati - tra cui Koba - lo mise
in minoranza. Lenin, il teorico del partito militarizzato e ultradisciplinato,
dunque, in minoranza: un fenomeno che si sarebbe spesso ripetuto. I
«rivoluzionari di professione» lo adoravano e lo rispettavano, ma stavano
ancora ragionando con la loro testa. E il capo, a malincuore, stava al gioco.
Fu quella di Tammerfors la prima esperienza politica ad alto livello di
Koba. Poté avvicinare Lenin, conoscerlo, rivolgergli la parola. Molti anni
dopo ricorderà a modo suo quello storico incontro. Era convinto di trovarsi
di fronte «un’aquila solitaria», «un gigante, maestoso e imponente». E
invece «quale fu il mio disappunto nel vedere un uomo che nulla,
assolutamente nulla, distingueva dai comuni mortali». (Disappunto o
sollievo? Dzugasvili fu sempre condizionato dalla sua bassa statura: non
trascurava di indossare stivali e scarpe dai tacchi molto alti.)
Nella conferenza si discusse a lungo anche se ricompattarsi con i
menscevichi. La maggioranza era d’accordo. Il primo dell’anno 1906 Lenin
e Martov s’incontrarono a Pietroburgo con la promessa di affrettare i tempi
della riunificazione. Koba, quale delegato del Caucaso, seguì con grande
interesse e profonda esaltazione i contatti e le mosse di quei personaggi,
sino ad allora per lui mitici e lontani. Ormai si sentiva un dirigente, non più
un semplice attivista.
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Tornò a Tiflis per preparare il IV congresso del partito, in programma per
l’aprile del 1906 a Stoccolma. Un congresso già definito dell’unità. Dal
Caucaso partirono undici delegati: l’undicesimo era Koba, l’unico
bolscevico del gruppo. Ai compagni di quel congresso si presentò con un
nuovo soprannome, Ivanovic. Ma anche con una personalità più matura. Nel
grande dibattito che si apre sulla questione agraria, Lenin si schiera per la
nazionalizzazione della terra e i menscevichi per l’espropriazione delle
proprietà latifondiste da consegnare alle comunità agrarie municipali. Koba-
Ivanovic mette in mostra, per la prima volta, una sua spiccata caratteristica:
la tendenza a schierarsi al centro. Era un segnale di intelligenza politica.
Scelse difatti, e la difese in un intervento, la tesi del «distributismo»: le terre
dei latifondisti dovevano essere date direttamente ai contadini. Insomma
quella che proponeva era una riforma agraria, assai più appetita dai
contadini che non l’astratta nazionalizzazione e l’antiquata
municipalizzazione.
Il congresso di Stoccolma, apertosi con molte speranze, diede al partito
solo un sottile strato di rispettabile vernice unitaria. In realtà menscevichi e
bolscevichi proseguirono per la loro strada. Koba ne trasse anche lui le
dovute conclusioni: per ora nel partito si stava tutti insieme, ma il suo vero
capo restava Lenin. In Georgia, col prevalere dei menscevichi, questo
atteggiamento era ancora più naturale: meglio minoritari ma «qualcuno».
Eppoi i menscevichi continuavano a puntare sull’attività legale, mentre
Lenin, trasferito il suo quartier generale a Kuokkala, in Finlandia, e
sollecitato dai suoi due più stretti collaboratori dell’epoca, Krasin e
Bogdanov, incitava il partito a opporsi con durezza e con azioni illegali alla
repressione zarista che implacabilmente recuperava il terreno perduto nel
1905. (Nel solo mese di ottobre 1906 ci furono in Russia 121 attentati
terroristici, 47 scontri con la polizia, 362 espropri.)
Alla testa del governo c’era adesso Stolypin, un conservatore mosso da un
disegno complesso: quello di alzare ovunque forche cui impiccare i
protagonisti delle passate violenze, e nel contempo di sottrarre terre incolte e
del latifondo ai grandi proprietari per consegnarle a intraprendenti contadini
ricchi, i cosiddetti kulaki. Il suo sogno era quello di far nascere anche nelle
campagne lo stimolo capitalistico per modernizzare un’agricoltura ancora
ferma al millenario aratro di legno.
Contro questa nuova versione dello zarismo, i bolscevichi volevano
lottare frontalmente. Ma la repressione scalzava, giorno dopo giorno, il
terreno sotto i loro piedi: gli arresti, il rinascere delle condizioni di illegalità
facevano il vuoto nell’esercito dei militanti. Resistevano i più duri d’animo,
i più temprati alla lotta, i più fanatici. Koba era fra questi. Nell’aprile del
1907 compie il suo più eccentrico viaggio all’estero, per raggiungere
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Londra, dove era stato convocato il quinto congresso del partito
socialdemocratico. Non ha delega, in quanto non eletto, e avrà quindi solo
voto consultivo. Il congresso si tiene per tre settimane nei locali della
Brotherhood Church, presenti trecento delegati, i più giunti in nave nella
capitale inglese, dopo una tempestosa traversata nel mare del Nord. I
menscevichi imposero praticamente la loro linea, compresa quella della
aperta condanna degli espropri proletari, cioè delle azioni violente per
procurare fondi al partito. Lenin non ne era persuaso, ma dovette soc-
combere alla volontà della maggioranza.
Koba al suo rientro in Caucaso scelse Baku come nuova base operativa.
Delle sue esperienze congressuali riferirà in un paio di corrispondenze sul
«Bakinski Proletarij», giornale che aveva contribuito a fondare. Da quegli
scritti emerge tutto il suo livore contro il menscevismo, espressione «dei
settori semiborghesi della classe operaia» e un profondo disprezzo per
Trozki che aveva tentato, invano, un’azione mediatrice fra i due tronconi del
partito. Definirà quel tentativo «un’elegante inutilità».
Ma Koba aveva altre incombenze oltre a quelle del propagandista.
Doveva tener vivo, agendo in completa clandestinità, lo spirito combattivo
degli operai e sia pure indirettamente organizzare il finanziamento, a
qualsiasi costo, del partito. Nel giugno del 1907 la Russia fu messa a rumore
da una spettacolare rapina avvenuta nella piazza principale di Tiflis. Un
commando di sei uomini e due donne, guidato da un leggendario bandito
politicizzato, Kamo, dopo un rapido e sanguinoso conflitto a fuoco,
s’impadronisce di 341 mila rubli che una carrozza, scortata da cosacchi a
cavallo, stava recapitando alla banca di Stato del capoluogo georgiano. Che
fosse stata organizzata dai bolscevichi avrebbe trovato conferma dai
successivi arresti in alcuni Paesi europei di suoi esponenti, che tentavano di
riciclare quel denaro sporco (la banca russa aveva diramato i numeri di
serie). Furono coinvolti nello scandalo Maksim Litvinov, futuro ministro
degli Esteri sovietico, e Sarah Ravic, la quale di lì a poco avrebbe sposato il
leader bolscevico Gregori Evseevic Zinoviev (il cui vero cognome era
Apfelbaum). I menscevichi protestarono e accusarono Lenin di aver violato
l’impegno solennemente assunto dal congresso di Londra. Sarà solo nel
1908 che Lenin considererà definitivamente chiuso il capitolo delle azioni
violente e quindi anche delle rapine, il che lo porterà a rompere con Krasin e
Bogdanov, e a lasciare il quartier generale finlandese, troppo esposto e
pericoloso, per stabilirsi definitivamente all’estero. A Parigi in particolare.
Che ruolo aveva avuto Koba nella rapina di Tiflis? Probabilmente di
ideatore. Nel 1918, subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre, Martov rilancerà
l’accusa contro di lui su un quotidiano di Mosca sostenendo che, proprio per
quella sua partecipazione, il partito lo aveva a suo tempo espulso. Ne nacque
26
una disputa giudiziaria che non provò nulla. Koba (nel 1918 già Stalin) si
preoccupò soprattutto di provare - riuscendoci - che non era mai stato
espulso dall’organizzazione bolscevica, più che di non aver partecipato a
espropri violenti. In realtà, qualche guaio nel partito lo ebbe in Caucaso. E a
causa della sua azione illegale, che trovava sempre più contrari i
menscevichi (non a caso definiti «liquidazionisti») e per via di certi strani
arresti che fecero convergere su di lui sospetti di collusioni con la polizia
zarista. Accuse che non furono mai provate né allora, né dopo. (Il
giomalista-scrittore Ludwig, che lo intervistò a lungo nei primi anni trenta,
fra le molte domande indiscrete gli pose anche quella della rapina di Tiflis.
«Stalin si mise a ridere del suo riso cupo, ammiccò con gli occhi e si alzò,
ciò che non fece che allora in tutto il colloquio di tre ore. Si recò con il suo
passo un po’ strascicato allo scrittoio e mi portò un opuscolo di circa trenta
pagine, contenente i suoi dati biografici. “Troverà tutto quello che le
occorre”, disse e rise sotto i baffi...». Naturalmente non c’era una sola riga
sulle sue attività «criminali» di allora.)
Koba intanto perfezionava a Baku la sua tecnica di rivoluzionario
professionale. Considerò sempre quel periodo, a contatto con gli operai
petroliferi, come il suo «secondo battesimo del fuoco», perché fu lì che per
la prima volta imparò a dirigere grandi masse. Con lui lavoravano alcuni
compagni che lo avrebbero seguito a lungo nella carriera politica,
Ordzonikidze, Enukidze, Voroscilov.
Nel 1908 Koba diventa padre: l’anno prima, nel suo vagabondare, aveva
conosciuto in casa di un compagno, il ferroviere Svanidze, una mansueta e
religiosa ragazza, Ekaterina, che presto sposerà. Ma un anno dopo il parto
Ekaterina morirà e il bimbo - Jakov - crescerà, senza conoscere il padre,
allevato dalle zie. L’attività del rivoluzionario di professione anche questo
comportava: una misera esistenza, priva di ogni gioia e di profondi legami.
Eppure Koba dovette amare quella ragazza: la sua morte prematura lo
sconvolse, come risulta da un ricordo di un suo compagno, presente ai
funerali di Ekaterina: «Koba strinse forte la mia mano e, indicando la bara,
disse: “Quella creatura ha intenerito il mio cuore di pietra. Ora è morta e con
lei muoiono anche i miei ultimi sentimenti di amore per il prossimo”. Poi
portò la sua mano destra al petto e disse: “È tutta una desolazione qua
dentro, un vuoto inesprimibile”».
L’anno in cui Ekaterina gli dava un figlio - il 1908 - coincide con il suo
secondo arresto. Accadde il 25 marzo a Baku. Vagò da un carcere all’altro
della regione fino a quando, nel novembre, Koba viene condannato a due
anni di confino da trascorrere nella Russia europea del nord, a Vologda. Il
trasferimento per raggiungere quella località è, come tutti i viaggi in Russia,
interminabile e avventuroso. Koba si ammala pure di tifo. Nel febbraio del
27
1909 giunge a destinazione. Ma quattro mesi dopo riprendeva la fuga:
questa volta diretto a Pietroburgo, dove conosce e impara a stimare un
«basista» del partito, Alliluiev. Da lui ottiene un passaporto intestato a
Zachar Grigorian Melikiantis. Riparte per Baku, dove riappare nel luglio del
1909, per ridar vita, con infinita pazienza, all’organizzazione del partito,
spezzata dall’Okrana.
Koba non si fa più illusioni. Lo ammette senza perifrasi in un articolo sul
«Bakinski Proletarij», che riesce a far riapparire clandestinamente: ormai il
partito, un tempo forte e speranzoso, è a pezzi sotto i colpi della repressione.
Né possono aiutarlo quei compagni che si trovano nell’emigrazione. «Del
resto - scrive - sarebbe strano voler pretendere che gli organi formatisi
all’estero, lontano come sono dalla realtà russa, possano unificare l’attività
del partito.» Koba è ormai un praktik perfetto. È sempre più insofferente
verso quegli intellettuali chiacchieroni - compreso Lenin, all’epoca in feroce
polemica con l’empirio-criticismo di Bogdanov - mentre in Russia tutto il
partito si sgretola. E se qualcosa resta in piedi è grazie a tipi come lui, Koba,
che, cambiando alloggio quasi ogni sera, tiene in vita una tipografia
clandestina, distribuisce giornali e manifesti, organizza cellule di fabbrica.
Ma alle sue stesse conclusioni stava giungendo anche Lenin, ormai
sfibrato dalle beghe e dai pesanti insulti che deve scambiare con i
menscevichi e con Trozki, sempre intento ai suoi inutili e superbi tentativi di
mediazione. Il riflusso stava cambiando le prospettive: quel che conta per
Lenin è preservare adesso la purezza ideologica del partito, affidarsi ai solidi
e concreti praktiki rimasti in Russia, allevare con cura i pochi quadri che
accettano il duro mestiere del rivoluzionario (aprirà nei pressi di Parigi una
scuola di partito da contrapporre a quelle che Gorki e Bogdanov avevano
creato a Capri e a Bologna).
E in quel periodo che Lenin deve avere una prima conoscenza, sia pur
vaga, del tenace e irriducibile Koba, il quale trova anche il tempo di inviare
a una pubblicazione che esce a Parigi e a Ginevra, il «Social-Democrat»,
alcuni rapporti sul lavoro politico in Caucaso. Ma il 23 marzo 1910 mentre
sta preparando, a fatica, uno sciopero operaio, Koba è di nuovo nelle mani
della polizia. L’Okrana si è specializzata nella politica di infiltrazione:
ovunque spunti un’organizzazione di partito clandestina, uno o più agenti
camuffati vi aderiscono.
Per il rivoluzionario georgiano, ormai famoso nei locali uffici di polizia,
si richiedono ben cinque anni di esilio, ma il governatore, più umano, si
limita a fargli scontare la pena precedente, che aveva evitato con la fuga.
Koba torna a Solicegodsk nella zona di Vologda. E lì rimane sino al 27
giugno 1911, cioè alla fine della pena. Scontata la quale aveva l’obbligo di
non rientrare nel Caucaso e di non abitare nelle grandi città russe per almeno
28
cinque anni. Si stabilisce a Vologda. Ma agli inizi di settembre era di nuovo
uccel di bosco. Raggiunge Pietroburgo e si riaffida all’amico-compagno
Sergei Alliluiev. Purtroppo per lui in quel periodo muore il primo ministro
Stolypin, assassinato da un terrorista-pentito, che voleva redimersi agli
occhi dei compagni traditi. Scattano in tutto l’impero vaste retate. E Stalin
vi cade senza scampo. Deve tornare a Vologda per tre anni di esilio sotto
stretta vigilanza, anche se stavolta contro di lui la polizia non può esibire
alcuna prova di colpevolezza specifica. Ma nella Russia degli zar l’abuso e
l’illegalità sono norma.
Lenin, nel gennaio del 1912, convoca a Praga una conferenza di partito, in
tutto venti persone. In realtà è il congresso costitutivo del bolscevismo,
come organizzazione a sé stante. Lenin vuole che la sua massacrata e ormai
ridotta frazione rimanga indenne da tutti i pericoli della contaminazione e
dell’opportunismo, così da averla temprata e pronta per la prossima ripresa
rivoluzionaria. Forma un ristretto Comitato centrale e per introdurvi Koba,
che ormai ha avuto modo di apprezzare definitivamente, deve battersi contro
la parziale resistenza dei delegati che lo ritenevano ancora immaturo per
l’incarico. Il vertice del partito bolscevico sarà dunque formato da Lenin,
Zinoviev, Ordzonikidze, (il pupillo preferito del momento), Koba e Roman
Malinovski, un capolavoro dell’Okrana che lo aveva «infiltrato» così bene
da farlo diventare un dirigente rivoluzionario.
A Praga Lenin va incontro a una delle principali rivendicazioni dei
praktiki: la creazione di un centro interno del partito, un organismo che
potesse autonomamente lavorare nella realtà russa. Di quel centro avrebbe
fatto parte anche Koba.
L’oscuro, introverso, duro attivista del Caucaso aveva completato la
scalata: era ormai alla cima del partito. E vi era arrivato nel momento più
difficile e meno gratificante, quando non occorrevano brillanti articoli,
travolgenti comizi, raffinate dispute teoriche, bensì dedizione, senso pratico,
spirito di sacrificio, e una profonda fede nella causa.
Poco prima della conferenza di Praga, scrivendo a un amico, si era
meravigliato per le «tempeste in un bicchier d’acqua» scatenate dagli
intellettuali del partito: «Una disputa “filosofica”? Un disaccordo tattico?
L’eccessiva stima di sé di vari “ego”? Il nostro partito non è una setta
religiosa, non può dividersi in gruppi sulla base di questa o di quella
tendenza filosofica».
La bella notizia di essere diventato membro del Comitato centrale gliela
porta Ordzonikidze, un vitale, scatenato ed estroverso georgiano. Tutto
l’opposto del freddo, astuto, calcolatore Koba. Il quale, ormai, sente
superato quel romantico nome di battaglia e se ne trova uno più adatto e
confacente: Stalin. Cioè, l’uomo d’acciaio. Come, del resto, cominciava a
29
ritenere di essere. Rispetto soprattutto a quei chiacchieroni di intellettuali,
attendisti e pasticcioni, che profondamente disprezzava.
Ordzonikidze relazionò a Lenin l’esito della sua missione presso Koba:
«Le mie notizie gli hanno fatto una magnifica impressione». Talmente
magnifica, che Koba-Stalin decide di lasciare la sua residenza-forzata di
Vologda. Fa una puntata in Caucaso, passa per Mosca, ritorna a Pietroburgo,
dove c’è un sacco di lavoro da sbrigare. Intanto, come era stato deciso a
Praga, si doveva dar vita a un organo legale del partito, la «Pravda» (Verità).
Trovare redattori e soprattutto quattrini non è facile. Si distingue in
quest’attività un giovane studente, Viaceslav Skriabin, che si fa chiamare
Molotov. Stalin scrive a più non posso. Prepara a nome del Comitato
centrale il manifesto per il Primo maggio: la prosa è quella apocalittica di
sempre: «II mare della collera proletaria sta gonfiandosi in altissime ondate
e sferza in maniera sempre più minacciosa le rocce ormai crollanti del
capitalismo». A parte lo stile, la valutazione politica di Stalin era esatta: sta-
vano ripartendo scioperi e agitazioni. La fase negativa del riflusso
rivoluzionario sembrava superata. Il 22 aprile 1912 usciva il primo numero
della «Pravda», tiratura ventimila copie. C’era un suo editoriale: «Noi
crediamo che un movimento forte e vitale sia inconcepibile senza qualche
polemica: la perfetta identità di vedute si può realizzare solo in un
cimitero». A parte l’involontaria profezia, Stalin denotava ancora una volta
un sottile senso tattico; sapeva che gli operai politicizzati di Pietroburgo
erano preoccupati per le persistenti divisioni del partito socialdemocratico e
cercava quindi di minimizzare i contrasti, impegnandosi, contro le direttive
di Lenin, a battersi per «l’unità a tutti i costi».
Ma Stalin non avrebbe avuto modo di «leggersi» perché la polizia - la
sera stessa dell’uscita del primo numero - lo avrebbe di nuovo imprigionato.
Tre mesi di carcere e poi la condanna a tre anni di esilio nella zona di
Narim, Siberia occidentale. Pagava così la fuga precedente. Ma ormai Koba
era inarrestabile. Dopo due mesi riapparve camuffato e più prudente nella
capitale, partecipando alla campagna elettorale, una delle contraddizioni
dello zarismo, che perseguitava, deportava, ma poi era costretto a consentire
un simulacro di democrazia rappresentativa. Pur con norme iugulatorie i
socialdemocratici riescono a mandare alla Duma 13 deputati, 7 menscevichi
e 6 bolscevichi, fra cui il provocatore Malinovski. Tenuto conto delle cir-
costanze il risultato non era disprezzabile, soprattutto per i bolscevichi, cui
erano andati tutti i pochi voti operai ammessi dalla legge.
A novembre Stalin si reca a Cracovia, dove Lenin, in territorio austro-
ungarico, aveva stabilito il suo nuovo quartier generale. L’ordine di Lenin è
tassativo: il gruppo bolscevico alla Duma deve rompere ogni rapporto con i
menscevichi. Stalin non era per nulla d’accordo con questa linea settaria del
30
suo vozd (capo). E troverà il modo di manifestarlo in alcuni scritti sulla
«Pravda», cui collabora nella più completa clandestinità. Lenin va su tutte le
furie. È sottoposto in quel momento a durissimi attacchi da parte dei
menscevichi e in particolare da Trozki che in estate, nel convegno
costitutivo di un suo gruppo politico - chiamato «blocco d’agosto» - lo
definiva maestro di «miserabili litigi», «sfruttatore di professione di tutto
quel che c’è di arretrato nel movimento operaio russo». Insomma - per
Trozki - il leninismo fioriva «sul letame delle frazioni». E Lenin replicava
da par suo: «La gente della specie di Trozki, con le sue frasi ampollose sulla
socialdemocrazia russa, è la piaga della nostra epoca... Trozki non ha mai
avuto nessuna fisionomia politica; va e viene dai liberali ai marxisti, con
enfatici brandelli di frasi rubate a destra e a sinistra».
Non era dunque, quello, il momento dell’unità. (Anche perché - come
diceva Plechanov - «Lenin vuole l’unione del partito, ma egli la concepisce
come l’uomo intende l’unione con un pezzo di pane: mangiarlo».) Sicché
alla fine di dicembre del 1912 Stalin e gli altri membri del Comitato centrale
sono riconvocati a Cracovia: Lenin riesce a imporre la sua linea e per
addolcire il risentimento di Stalin gli propone un lavoro creativo (anche per
non tenerselo a lungo in casa: la moglie di Lenin, Nadezda, non poteva
soffrirlo). Nelle ben fornite biblioteche di Vienna dovrà compiere la ricerca
necessaria per scrivere un saggio su «marxismo e questione nazionale»,
tema particolarmente rilevante nell’Impero zarista, composto da tanti e così
diversi popoli. Un lavoro del genere non poteva che essere fatto da un non
russo. Stalin come georgiano andava benissimo, e poi per un dirigente del
suo calibro occorreva ormai una «laurea» anche nel campo della dottrina. Al
posto suo, a Pietroburgo, Lenin spedì Jakov Sverdlov, un altro praktik,
disciplinato e fedele.
Stalin parte per Vienna a metà gennaio del 1913, non prima di aver
vergato un articolo per il «Social-Democrat» nel quale, anche lui, come il
vozd, si esercita a insultare Trozki: «Un volgare e rumoroso campione dai
muscoli di cartapesta, poiché, dopo ben cinque anni di lavoro, non è riuscito
a unire nessuno, a eccezione dei liquidatori».
La permanenza nella capitale austro-ungarica risulterà essere la più lunga
puntata all’estero della sua vita. Lì conosce Bucharin, un giovane e
intelligente studente moscovita. E lì comprende, nei contatti con
l’emigrazione, quanto sia insufficiente la sua preparazione culturale
complessiva. Quegli intellettuali parlano di tutto, filosofia, economia, arte e,
soprattutto, sanno esprimersi in tedesco, francese, inglese. Stalin ne resta
intimamente ferito, ma non fa nulla per migliorarsi. Riuscirà in avvenire a
leggere, a malapena, il tedesco. La lingua madre di tutti i marxisti
dell’epoca.
31
Torna a Cracovia e sottopone il suo lavoro al vozd che ne resta entusiasta.
Del resto la tesi fondamentale l’aveva suggerita lui: una delle micce per far
saltare la polveriera zarista era appunto la questione nazionale. Per dottrina
il marxismo è favorevole all’autodeterminazione dei popoli, sia pure con
certi limiti che Stalin non mancò di sottolineare. Lenin è così soddisfatto che
in una lettera a Maksim Gorki scrive: «Abbiamo qui con noi un
meraviglioso georgiano che sta scrivendo per “Prosvescenje” (L’Istruzione)
un lungo articolo...».
Il «meraviglioso georgiano» riparte per Pietroburgo, dove arriva il 13
febbraio 1913. Egli non sa, come tutto il nucleo dirigente della capitale, che
il provocatore Malinovski era stato costretto dall’Okrana a vuotare il sacco,
denunciando tutti gli uomini chiave dell’organizzazione bolscevica.
Nell’elenco non poteva mancare Koba, che viene arrestato la sera del 23
febbraio, mentre, confuso fra il pubblico, assiste a un concerto per la
raccolta di fondi a favore della «Pravda».

32
V
L’ULTIMO ESILIO

L’ultimo arresto della sua camera di rivoluzionario, Stalin lo visse


amaramente. La cattura di tutto il gruppo dirigente del partito, a Pietroburgo,
doveva essergli sembrata, come ovvio, il risultato di una «soffiata»
all’Okrana. Chi aveva tradito? Chi poteva «ringraziare» per questo
ennesimo arresto che poneva fine alla sua attività in continua espansione e
che lo aveva portato ai vertici del partito leninista?
Su quel periodo Stalin manterrà anche in futuro un completo riserbo.
Certo avrà pensato anche lui a Roman Malinovski, sul conto del quale già
da tempo circolavano voci inquietanti sulla sua lealtà. Persino Lenin ne era
stato messo al corrente, ma il vozd non amava i pettegolezzi e già allora
aveva particolarmente sviluppato lo «spirito di gruppo». Chiunque entrasse
a far parte dell’élite dirigente era per Lenin un bene prezioso da difendere.
Ci si poteva accapigliare furiosamente su questioni di tattica e di strategia,
ma il rispetto per quei compagni e la certezza della loro buona fede non
andavano messi in discussione. Ma su Malinovski aveva torto Lenin. E se
avesse dato retta a chi lo metteva in guardia, quei massicci arresti del
febbraio 1913 si sarebbero probabilmente potuti evitare.
Lenin, sempre a Cracovia, rimane molto colpito da quella decapitazione.
Spedisce Kamenev, uno dei suoi più fidati collaboratori, a Pietroburgo, e
cerca di organizzare la fuga dei due principali esponenti arrestati, Stalin e
Sverdlov. Ne parla a lungo proprio con... Malinovski, con quali risultati è
facile immaginare. (Il provocatore apparirà tale a Lenin solo dopo la
Rivoluzione d’Ottobre, quando, disponendo degli archivi dell’Okrana, i
bolscevichi potranno fucilarlo per tradimento.)
Stalin, questa volta, era stato condannato a quattro anni di esilio da
scontare a Turukhan, nella regione del basso Jenisei, sterminata e desolata
regione della Siberia settentrionale. Giunge a destinazione nell’agosto del
1913, nel suo trentaquattresimo anno di vita. Ai compagni di esilio appare,
fin dal primo giorno, sprezzante, rancoroso, poco socievole. Eppure gli
avevano rivolto tutte le premure possibili: una stanza isolata e «dei viveri
tratti dalle loro pur magre razioni alimentari», come ricorda un testimone.
Quando Stalin arriva, «entrò nella stanza che gli era stata preparata, e non

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mostrò a nessuno la propria faccia. Men che meno fece un qualsiasi
resoconto della situazione russa. Sverdlov ne rimase particolarmente
scosso...».
Saranno proprio di Sverdlov le più consistenti testimonianze sullo Stalin
dell’ultimo esilio, perché insieme lo vissero. Difatti nel febbraio del 1914 la
polizia, probabilmente messa in guardia da Malinovski su loro possibili
tentativi di fuga, li trasferiva a Kureika, a meno di cento chilometri dal
circolo polare artico. Di lì era impossibile muoversi. La linea ferroviaria più
vicina si trovava a sei settimane di cammino. Durante il lungo inverno la
temperatura si aggirava sui 40 gradi sotto zero. La brevissima estate era
calda e umida. Attorno alle capanne degli esiliati si aggiravano solo
pescatori e cacciatori, uomini la cui esistenza poco si discostava da quella
primordiale dei primi abitanti della terra.
Nel maggio del 1914 Sverdlov così scriveva alla moglie: «Con me si
trova il georgiano Dzugasvili, vecchio compagno di un precedente esilio.
Buon diavolo, ma troppo individualista nelle cose di tutti i giorni». Due
mesi dopo il giudizio si fa più pesante. «Siamo arrivati a conoscerci fin
troppo bene. La cosa più triste è che un uomo, nell’esilio e nella prigionia,
finisce col rivelarsi in tutti i suoi aspetti più meschini. Viviamo ora in
alloggi separati e raramente ci vediamo». E qualche tempo dopo la
definitiva rottura: «Tu conosci, mia cara, le miserabili condizioni in cui vivo
a Kureika. (* La moglie era andata a trovarlo.) Il compagno con cui mi sono trovato
insieme si è rivelato intrattabile nei rapporti personali. Abbiamo cessato di
vederci e di rivolgerci la parola».
In effetti, Stalin aveva troncato ogni rapporto col mondo. Manteneva
aperta una sola finestra, quella degli amici pietroburghesi, gli Alliluiev, che
gli inviavano periodicamente qualche pacco e un po’ di danaro. Era colmo
di risentimento e di amarezza, pensava solo a sopravvivere. Andava a caccia
e a pesca (la figlia Svetlana dirà poi che in quell’inferno aveva avuto un
figlio da un’occasionale relazione). Non scriveva, non leggeva, non voleva
più saperne di politica. Nemmeno quando, nell’agosto 1914, scoppiò la
guerra mondiale e la stessa Russia ne divenne militarmente una
protagonista. Traumatico avvenimento che scatenò discussioni interminabili
fra i deportati. Un testimone ricorda così l’isolamento di Stalin: se ne stava
«col suo orgoglio in corpo e continuò a occuparsi solo di se stesso». Non
tentò nemmeno di rappacificarsi con la colonia e tanto meno con Sverdlov
«per parte sua prontissimo a tendere la mano».
Una condotta spiegabile solo con una profonda crisi esistenziale oltreché
politica (Stalin ne avrebbe avute due sole durante la sua vita, quella
dell’ultimo esilio appunto fu la prima). Si pensi all’atteggiamento di Lenin,
sia pure in diverse e più favorevoli condizioni di vita. Anche il vozd - che lo
34
scoppio della guerra aveva costretto a cercare rifugio in Svizzera - visse
alcuni giorni di profondo sconforto.
La seconda Internazionale stava affondando nell’ignominia dell’appoggio
alla guerra, l’orgogliosa socialdemocrazia tedesca, faro di luce per tutti i
rivoluzionari, camminava col passo dell’oca dell’imperialismo guglielmino.
C’era da restare annichiliti. Ma Lenin seppe reagire. La guerra - disse - era
un «conflitto fra briganti», che il proletariato d’ogni paese avrebbe dovuto
trasformare in «guerra civile». Lo slogan «guerra alla guerra» di Lenin
risuonò isolato, intransigente, quasi ridicolo mentre i lavoratori d’Europa si
sparavano l’un l’altro, alcuni anche con entusiasmo. Ma il leninismo era
quello: lucido, spietato, coerente. Non c’era patria per l’operaio oppresso,
diceva Marx. E Lenin, suo fedele discepolo, si augurava per la Russia, il suo
paese, la sconfitta militare, premessa indispensabile al crollo del regime
zarista. Una posizione «disfattista», come venne subito definita dai suoi
avversari. Eppure il settarismo di Lenin, la sua intransigente polemica
contro menscevichi e riformisti di ogni fatta, sembrava l’unica convincente
risposta, di classe e internazionale, al macello delle trincee. Lenin volle che
la sua linea fosse fatta propria, alla Duma, dal piccolo nucleo di deputati
bolscevichi, i quali, per la verità, assieme ai menscevichi avevano già
coraggiosamente negato il loro voto ai crediti di guerra. Voleva cioè che i
suoi sei deputati apertamente invocassero la sconfitta dell’esercito zarista.
Una posizione che equivaleva ad autodistruggersi, e che lo stesso Kamenev,
in quel momento la più alta autorità del partito in Russia, non intendeva
avallare. Ci pensò il governo a troncare ogni distinguo. L’intero gruppo
parlamentare viene arrestato, compreso Kamenev che presiedeva la
riunione. Subiranno un clamoroso processo per alto tradimento. Per tutti fu
chiesta la pena di morte. Kamenev, per convincimento politico e per evitare
le estreme conseguenze, pur manifestando la sua avversione alla guerra, si
dissociò dalla posizione di Lenin, insistendo sul fatto che i bolscevichi non
erano né disfattisti, né «traditori della patria», e che nulla avrebbero
compiuto per facilitare la sconfitta del paese. Alcuni coraggiosi avvocati, tra
cui Alexandr Kerenski, si assunsero la difesa di quel gruppo di disperati.
Riuscirono per lo meno a evitare la fucilazione: vennero tutti condannati alla
deportazione in Siberia.
Ma nei monconi sopravvissuti del partito, piccole isole a Mosca e a
Pietrogrado (che con lo scoppio della guerra aveva cessato di chiamarsi alla
tedesca) o nei luoghi di esilio, le posizioni di Kamenev provocarono vivaci
polemiche, che non cessarono col passare dei mesi, anche perché Lenin, dal
suo rifugio svizzero, insisteva per una loro energica condanna. Ci fu nel
luglio del 1915 un convegno clandestino, organizzato a gran fatica dai
rivoluzionari in deportazione, e presieduto, pare, da Sverdlov, favorevole
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all’espulsione immediata dal partito di Kamenev. Ma la maggioranza dei
presenti fu contraria. In fondo anche Kamenev era un deportato come loro;
stava pagando di persona il suo rifiuto alla guerra.
Di tutto questo non c’è traccia negli scritti di Stalin. «Non scrisse, né
partecipò in alcun modo al dibattito - dirà più tardi Trozki -. Se si fosse
trovato anche un solo rigo in cui Stalin avesse formulato l’idea del di-
sfattismo o proclamato la necessità di una nuova Internazionale, questo rigo
sarebbe stato da tempo stampato, fotografato, tradotto in tutte le lingue e
arricchito da dotti commenti di accademie e istituti. Ma questo rigo è
introvabile». Né il potente Stalin di dopo muoverà mai un dito per colmare
quella lacuna, ricorrendo - come fece per altri momenti della sua carriera -
anche a falsi evidenti di compiacenti agiografi.
Stalin era davvero diventato come uno dei primitivi abitanti della tajga
siberiana. Lontani anni luce gli dovevano sembrare i tempi in cui esaltava il
marxismo come «una concezione del mondo, un sistema filosofico», e il
leninismo come fucina di «eroi della rivoluzione», contrapposti ai piccolo-
borghesi riformisti e capitolardi.
C’è una sua lettera rivelatrice di quel periodo a Olga Evgeievna
Alliluieva, la moglie di Sergei. La prega di non inviargli più denaro, che
anche loro ne avevano poco. La ringrazia invece dei pacchi e avanza, con
profondo imbarazzo, una elementare richiesta: qualche cartolina che
riproducesse dei bei paesaggi. Gli sarebbero servite, guardandole, a
combattere l’oppressione della tundra. «In questa maledetta regione la
natura è vergognosamente povera. D’estate c’è il fiume e d’inverno la neve.
Questo è tutto ciò che la natura offre qui. Ho una voglia pazza di rivedere
qualche paesaggio, sia pure soltanto tracciato sulla carta». Dello scarno
carteggio privato di Stalin, quella semplice lettera costituisce di certo uno
dei rari momenti di umano abbandono.
La guerra intanto proseguiva, prosciugando via via le pur sterminate riserve
umane della Russia imperiale. Il bisogno di carne da cannone spinge le
autorità a rifornirsi anche di quella in deposito nelle «colonie» siberiane dei
proscritti. Verso la fine del 1916, Iosif Vissarionovic Dzugasvili lascia
Kureika e si presenta agli uffici del distretto militare di Krasnojarsk per una
visita medica. Il vecchio impedimento al braccio sinistro gli torna utile: è
dichiarato non idoneo al servizio. Otterrà dai funzionari locali, che la guerra
aveva ormai ammorbidito, di restare ad Acinsk, lungo la ferrovia, senza più
tornare a Kureika. Sarà spesso ospite di Kamenev, anche lui esiliato in quella
località. Raramente Stalin - ricordano i presenti - prendeva parte alle
discussioni politiche. Non si pronunciava sull’esito del conflitto. Taceva e
fumava la pipa. Tutti lo chiamavano semplicemente Osif, un diminutivo
affibbiatogli a Kureika. In effetti poco aveva, in quel momento, dell’«uomo
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d’acciaio». E fu lì che, poche settimane dopo, lo sorprese la Rivoluzione di
Febbraio. Tornava al mondo, alla vita, alla politica. Nel viaggio sulla
transiberiana ebbe il tempo di rimettersi in sesto. Era un suo pregio quello di
superare rapidamente le crisi. Tornava a Pietrogrado ancor più duro,
«cattivo», di quando era partito. Nel lungo inverno siberiano, oltreché il
fisico, aveva affinato anche altre armi indispensabili in quell’inferno: la
prudenza, la pazienza, la calma, l’astuzia, la capacità di mimetizzarsi prima
del balzo, la ferocia nel colpire. Come aveva imparato dai pescatori e dai
cacciatori siberiani nella loro disperata lotta per sopravvivere. Nessuno,
tranne lui, avrebbe saputo di questa sua scuola «siberiana».

37
VI
VERSO L’OTTOBRE

Stalin arriva a Pietrogrado il 12 marzo 1917, dopo cinque giorni di


viaggio. Un fugace saluto agli Alliluiev, Sergei, Olga e i loro tre figli, di cui
la minore, la sedicenne liceale Nadia, è subito attratta da quel rivoluzionario
di cui tanto aveva sentito parlare in casa, e poi il primo contatto con il
partito, nella lussuosa e accogliente sede di Palazzo Ksesinskaja, requisito
dai bolscevichi a una ballerina, più nota per i favori concessi allo zar Nicola
II che per le sue doti artistiche.
Stalin, e con lui Kamenev che lo accompagna, chiedono di poter tornare
alla testa del partito in virtù delle loro autorevoli credenziali di dirigenti
leninisti. Ma il comitato bolscevico della capitale e la stessa «Pravda», che
ha ripreso le pubblicazioni alla luce del sole, sono nelle mani di Sljapnikov
e di Molotov, attivisti dalla personalità non eccelsa, ma che hanno ricevuto
dai fatti la loro investitura. A loro è toccato prendere le prime decisioni, dare
una linea all’organizzazione dopo il lungo letargo, tenere i primi comizi,
trovare la sede e i finanziamenti necessari. Inoltre già ricevono direttive
dalla Svizzera: Lenin manda telegrammi in cui li invita a sabotare il governo
provvisorio, servo della borghesia capitalistica, e a procedere all’
armamento della classe operaia.
Immaginarsi la rabbia e il dispetto di Stalin e Kamenev quando
apprendono, dopo un’accesa discussione, il primo di essere stato riammesso
nel buro del partito ma solo con voto consultivo, a causa di «certe sue
caratteristiche personali» (le voci sul comportamento poco fraterno in esilio
erano giunte sino alla capitale); e il secondo di potere riprendere la
collaborazione alla «Pravda» ma all’umiliante condizione di sottoporre gli
articoli a preventiva lettura del comitato di redazione. (Non avevano
dimenticato, i compagni di Pietrogrado, il suo atteggiamento antileninista
nel famoso processo allo scoppio della guerra.) Così venivano accolti due
veterani della lotta clandestina; il partito bolscevico cominciava a mostrare
il suo volto arcigno, settario, litigioso, pieno di risentimenti.
Ma i due avevano una personalità troppo spiccata per rassegnarsi.
Kamenev, intellettuale raffinato e abilissimo nei contatti con politici di
diverso orientamento, prende a tessere la sua tela. Stalin, con la brutalità che

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gli era propria, estromette, in virtù del grado che ricopriva, il comitato di
redazione della «Pravda», impersonato dal ventiseienne Molotov. Questi di
fronte al sopruso non reagisce (e Stalin non avrebbe dimenticato il favore).
Il 15 marzo la «Pravda» cambia linea politica, diventa «centrista» sia nei
confronti del governo provvisorio, contro il quale cessarono gli attacchi
dissennati proposti da Lenin, che sul problema della pace. Su questo tema
Kamenev è chiarissimo: «Quando un esercito si trova di fronte al nemico,
sarebbe politica molto sciocca sollecitarlo a deporre le armi e a tornare a
casa... una politica che sarebbe respinta con sdegno da una nazione libera».
Un menscevico non avrebbe potuto dir meglio.
Stalin, nei suoi articoli, è più cauto di Kamenev, più «politico». Preme sul
governo provvisorio per immediate trattative di pace e per la rapida
convocazione dell’Assemblea costituente che sancisca in modo definitivo le
conquiste rivoluzionarie. Ma non dimenticherà, da buon bolscevico, di
proporre la distribuzione di armi agli operai, gli unici che possano opporsi a
eventuali colpi di mano reazionari.
Al di là delle notevoli sfumature, sia Stalin che Kamenev si stavano
comportando da marxisti coerenti. La Rivoluzione di Febbraio - come
prevedevano i sacri testi - aveva una natura democratico-borghese, e come
tale andava stimolata perché portasse a compimento il suo sviluppo. Di
socialismo, di dittatura del proletariato, si sarebbe parlato poi. Questa analisi
fatta in loco aveva il pregio di essere molto più realistica di quelle che
apparivano come le farneticazioni svizzere di Lenin.
L’ala estremista degli operai di Pietrogrado cominciò a protestare per la
linea moderata della «Pravda». E pure Lenin. Gli rispondono che i
bolscevichi erano in minoranza al Soviet, che la rivoluzione era ristretta
all’area della capitale, che la «Pravda» vendeva pochissimo, che nelle
campagne il controllo era esercitato dal partito socialrivoluzionario. Portare
avanti una linea settaria e intransigente avrebbe comportato l’isolamento del
partito.
I neocentristi Stalin e Kamenev erano così convinti della bontà delle loro
scelte da cestinare ben tre delle quattro «lettere da lontano» scritte da Lenin
e nelle quali il vozd rovesciava torrenti di ingiurie contro Cheidze e i suoi
compagni menscevichi, «traditori» del proletariato, della pace e della libertà,
per il loro appoggio al governo provvisorio. Un governo, nello spicciativo
giudizio di Lenin, formato esclusivamente di ladri.
A fine marzo il gruppo dirigente bolscevico convoca una prima pubblica
conferenza: Stalin voleva una conferma alla sua linea e il placet per aprire
trattative con i menscevichi in vista di una possibile riunificazione.
Lenin freme nella sua «gabbia» di Zurigo: sente che a Pietrogrado non
hanno colto le clamorose novità che si sono prodotte. La Rivoluzione di
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Febbraio è frutto irripetibile della guerra, della stanchezza dei soldati, della
fame degli operai: bisogna approfittarne, puntare ancora più in alto. La
borghesia liberale russa non esiste, Lenin ne è convinto dal 1905. Lo
zarismo è stato abbattuto, l’attuale governo provvisorio è un ectoplasma.
C’è un vuoto politico: lo può riempire un solo partito, quello bolscevico.
Da Zurigo avvia febbrili trattative in tutte le direzioni per rientrare in
Russia. Ma i governi di Londra e di Parigi nicchiano, sanno che cosa
potrebbe significare per il morale dei soldati russi l’arrivo di quel rivo-
luzionario che, dallo scoppio della guerra, incita gli operai d’Europa a
sollevarsi per mettere fine al macello. Sono, al contrario, le speranze del
governo e soprattutto del quartier generale tedesco: Lenin sollevando i
soldati russi nelle trincee avrebbe consentito alla Germania e all’Austria-
Ungheria di porre fine al conflitto sul fronte orientale, consentendo alle
divisioni colà impegnate di trasferirsi su quello occidentale e di assestare a
Francia, Inghilterra e Italia il colpo definitivo.
Sarà un corpulento ebreo russo di Odessa, Izrail Helphand, chiamato
Parvus, creatore della teoria della «rivoluzione permanente» (di cui Trozki
si approprierà) oltreché di una personale fortuna con gli affari, a condurre in
porto l’operazione.
La spregiudicatezza leninista tocca qui uno dei suoi livelli più alti, forse
insuperati. Si avvale di un treno tedesco che attraversa un paese dal quale
partono cannoni e soldati per uccidere russi. E non disdegna, anche se fa
finta di non saperlo, i marchi tedeschi, che serviranno a rendere più forte il
suo movimento. Pone una sola condizione: che il vagone su cui viaggerà
(per niente blindato) sia considerato extraterritoriale e quindi non subisca
controlli di sorta. S’impegna a far liberare, al suo arrivo a Pietrogrado, tanti
prigionieri tedeschi quanti saranno i passeggeri che avranno viaggiato con
lui.
Il convoglio parte e tutto si svolge regolarmente e nel più gran segreto. Su
quel treno c’è gran parte della vita di Lenin: Nadezda, moglie noiosa ma
inseparabile compagna d’esilio, Inessa Armand, un’affascinante e colta
rivoluzionaria francese, divorziata, cui è legato da un rapporto complesso,
nel quale si mescolano l’attrazione fisica e intellettuale, Zinoviev, uno dei
suoi più fedeli discepoli, con la moglie Olga Ravich.
All’inizio d’aprile giunge dalla Finlandia la notizia che Lenin, il
prestigioso agitatore bolscevico, stava per rientrare a Pietrogrado. Una
delegazione ufficiale del partito, guidata da Kamenev, sale sul treno - il 3
aprile - all’ultima stazione prima della capitale. L’incontro col vozd è
cordiale ma misurato. Lenin non amava l’esteriorità: la sua apparente
modestia serviva assai più della pompa a crearne il carisma di leader
rivoluzionario. Approfitta subito della circostanza per muovere un primo
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rimprovero a Kamenev: «Cosa scrivete sulla “Pravda”? Ne abbiamo visto
qualche numero e ve ne abbiamo dette di tutti i colori...». È solo il
preannuncio del tornado che sta per abbattersi sulla capitale.
Quando Lenin scende dal treno è in bombetta. Gli viene messo fra le mani
un mazzo di fiori che lo imbarazzerà per tutto il tempo. Viene condotto nella
sala d’attesa che un tempo serviva agli zar. Cheidze, a nome del Soviet, gli
porge il benvenuto, augurandosi che tutti insieme si difenda la rivoluzione
dagli attacchi dei nemici. Lenin è visibilmente seccato da quell’accoglienza
formale. Ha visto che fuori della sala si stanno ammassando operai,
ferrovieri, soldati. Si sposta nella loro direzione, voltando le spalle alle
autorità. Il suo è un breve, incendiario comizio: «...Non è lontana l’ora in cui
i popoli rivolgeranno le armi contro i capitalisti sfruttatori. Viva la
rivoluzione socialista mondiale!».
Fuori della stazione, accolto dagli applausi dei militanti, sale su un carro
armato, su cui sventola una bandiera rossa, e ripete il comizio. Lo portano a
Palazzo Ksesinskaja: lì c’è tutto l’attivo del partito che lo aspetta. Saluti
ufficiali che stancano il vozd. Non vede l’ora di prendere la parola, di far
sentire che è arrivata a Pietrogrado la «vera» rivoluzione. Sbalordisce
l’uditorio con un discorso di due ore. La sostanza era questa: non servivano
né una repubblica parlamentare né la democrazia borghese. Il potere doveva
passare subito nelle mani dei Soviet degli operai e dei soldati. La pace e la
terra ai contadini gli obiettivi concreti dell’azione del partito. I presenti, nel
silenzio più profondo, ascoltavano quelle sferzanti parole: tutta la teoria
marxista veniva fatta a pezzi. Lenin voleva far compiere un «salto» alla
storia russa: dall’autocrazia direttamente alla dittatura del proletariato. E
come raggiungere l’obiettivo se non con un colpo di Stato? Ma non era
blanquismo bell’e buono? Le menti di tutti erano sconvolte.
A Pietrogrado era in corso la conferenza convocata da Stalin e aperta a
tutta la sinistra. Il 4 aprile Lenin vi si presenta, anticipando le sue tesi che
aveva preparato durante il viaggio. Le celebri «tesi di aprile». Qui è ancora
più chiaro. Era cominciata, con quella russa, l’era della rivoluzione
mondiale: il governo provvisorio, pertanto, doveva essere rovesciato
lasciando il posto alla repubblica dei Soviet cui spettava il compito di dar la
terra ai contadini, di sopprimere esercito, burocrazia, polizia, banche. «Sento
dire - aggiunge rivolgendosi, senza nominarli, a Kamenev e Stalin - che c’è
una tendenza all’unificazione. (* Coi menscevichi.) Questo significherebbe
tradire il socialismo». Terrorizza il partito lasciando intendere che se i
«conciliatori» fossero prevalsi, avrebbe condotto contro di loro una dura
lotta a capo della minoranza. È uno dei momenti di maggior settarismo
politico e ideologico di Lenin. Viene a galla tutto il suo disprezzo per la
democrazia, per il parlamentarismo. In lui il marxismo s’invera nella
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versione «asiatica». E così tutta la sinistra russa non bolscevica, col suo
ricco passato di tradizioni e di battaglia, viene liquidata con sarcasmo,
bollata con l’etichetta del tradimento. È in quell’occasione che Lenin
definisce il socialismo una «camicia sporca che va gettata». È tempo per i
bolscevichi di cambiare biancheria, di chiamarsi comunisti.
Il 7 marzo la «Pravda» pubblica le tesi di Lenin. Il documento reca la sua
sola firma: nessuno s’era sentito di sottoscriverlo. Anzi, il giorno dopo,
Kamenev ribatte sull’organo del partito che quell’orientamento era settario e
pericoloso e pertanto «inaccettabile», in quanto Lenin «riteneva già portata a
termine la rivoluzione democratica-borghese e di conseguenza mirava a
trasformarla subito in rivoluzione socialista».
Ma Lenin, a quel punto, mette in campo le sue doti migliori: la visione
incendiaria del tribuno si trasforma nell’analisi stringente dello stratega
rivoluzionario. Quel piccolo corpo sprigiona scariche di energia, trasmesse
attraverso occhi magnetici. I fatti, del resto, sembrano dargli ragione, ogni
giorno che passa. Gli operai strappano per conto loro le otto ore di lavoro; al
fronte il famoso «Ordine numero uno» ha messo praticamente gli ufficiali
sotto la tutela dei soldati, dalle province giungono i primi segnali del
nervosismo contadino: qualche proprietà latifondista comincia a essere
invasa e saccheggiata. Tutto sta camminando più veloce di voi, lascia capire
Lenin ai suoi perplessi interlocutori. I praktiki come Stalin si lasciano
progressivamente convincere. Il richiamo della foresta funziona: la lotta, l’a-
zione rivoluzionaria, il senso missionario, l’esclusivismo bolscevico.
Il reclutamento dall’arrivo di Lenin ha assunto proporzioni impensate:
sono ormai 80 mila gli aderenti al partito. A fine aprile, quando si raduna la
prima conferenza panrussa dei bolscevichi, Lenin ha di nuovo in pugno il
partito. Solo Kamenev e Rykov, lucidi esponenti
della destra, mantengono le loro riserve, ma il gran fiume entusiasta del
partito finirà per travolgerli.
Stalin è tornato sotto le ali del suo vozd. Durante la conferenza si limiterà
a sollevare il tema preferito, quello delle nazionalità, che possono, se lo
vorranno, liberarsi dal vecchio giogo «grande-russo», provocando le ire
dell’ucraino Gregori Pjatakov e del polacco Felix Dzerzinski, per i quali il
nazionalismo è parte del bagaglio reazionario. Alla fine si vota. Su 109
presenti, Lenin ottiene 104 voti, Zinoviev 101, Stalin 97. È la consacrazione
per il georgiano. Questi voti stanno a significare che la macchina del partito,
ai suoi primi passi, gli riconosceva qualità politiche e organizzative.
A maggio il governo provvisorio entra in crisi. Il capo del partito cadetto,
Miljukov, deve dimettersi, troppo legato com’è ai circoli più conservatori
della capitale. I socialdemocratici fanno il loro ingresso nei ministeri.
Kerenski diventa addirittura titolare della Guerra. Ma Pietrogrado è attratta
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da un’altra notizia: dopo viaggi avventurosi sono arrivati dall’esilio Martov,
l’ideologo del menscevismo, e soprattutto Trozki, il quale, partito dagli Stati
Uniti, era stato a lungo trattenuto dagli inglesi, e liberato solo dopo le
pressioni del nuovo governo russo. La rivoluzione avrebbe trovato nel
mitico capo del Soviet 1905 il suo tribuno, e Lenin un grande, insperato
alleato. Entrambi, sia pure con motivazioni diverse, avevano colto le
opportunità rivoluzionarie che si stavano delineando nel mondo in virtù
della guerra. Trozki, inoltre, portava con sé un gruppo di intellettuali
raffinati e cosmopoliti, transfughi dal menscevismo e dal bolscevismo come
Cicerin, Joffe, Karachan, Lunaciarski, la Kollontaj.
Lenin si mostrava sempre più impaziente. Il primo congresso panrusso dei
Soviet, riunitosi agli inizi di giugno, portava finalmente nella capitale l’eco
di tutta la Russia: un suono estremamente sgradevole per i bolscevichi, in
netta minoranza rispetto ai menscevichi e soprattutto ai socialisti-
rivoluzionari, una formazione che godeva del massiccio appoggio dei
contadini. Lenin e il suo stato maggiore potevano consolarsi con la
«qualità» del voto: difatti gli operai dei grandi complessi erano con loro,
così come la parte più combattiva e politicizzata dell’esercito. Ma il
cammino per diventare maggioranza nei Soviet sembrava ancora arduo e
soprattutto lungo.
E per Lenin il vero nemico era il tempo. A giugno difatti fa un primo
tentativo di forzare la mano. Promuove e organizza una protesta di massa da
tenersi il giorno 10 con parole d’ordine estremamente avanzate: via dal
governo i ministri capitalisti e pace immediata. Dietro il Soviet c’è adesso
una personalità politica di grande spicco: il georgiano Zereteli. Questi
capisce il bluff di Lenin, fa proibire la manifestazione e sfida i bolscevichi a
scendere per strada. Il timore di andare incontro a una sconfitta li fa
recedere. È un grave smacco. Ma in soccorso di Lenin giungono dal fronte
notizie catastrofiche. Kerenski, ministro della Guerra, aveva commesso un
clamoroso errore: convinto che l’inattività accelerasse la disgregazione
dell’esercito aveva autorizzato il nuovo comandante generale Brussilov a
dare il via - il 16 giugno - a un attacco generalizzato. I tedeschi che se ne
stavano tranquilli, in attesa che il verme della rivoluzione divorasse le
armate russe, colsero al volo l’occasione, passando alla controffensiva. Il
basso morale, l’insufficiente munizionamento, la disciplina ormai allentata
causarono un crollo delle linee russe.
A Pietrogrado i sostenitori delle trattative di pace da quelle sconfortanti
notizie ricevono ulteriori stimoli. I comandi militari cominciano a trarre
dall’imponente guarnigione della capitale rinforzi da spedire al fronte. Quei
soldati si erano ormai trasformati in imboscati, passando il loro tempo più in
comizi che nell’addestramento. Si sentono in pericolo, convincendo gli
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operai ad appoggiarli. Il potere della rivoluzione, in effetti, riposava sulle
loro baionette.
Questa volta la tigre scatenata coglie di sorpresa persino i bolscevichi. Il 3
e 4 luglio una massa disordinata e urlante di soldati che non volevano partire
per il fronte, di marinai, affluiti da Kronstadt, e di operai, invade le strade
della capitale. Palazzo Ksesinskaja diventa una tappa obbligata dei cortei.
Invano alcuni prestigiosi oratori - tra i quali lo stesso Lenin - tentano di
incanalare la manifestazione, mettendo in rilievo i pericoli dell’anarchismo e
ricevendo sonore bordate di fischi. Ai bolscevichi, per non lasciare quegli
scatenati senza guida, toccò di affiancarli. Per tutto il 4 luglio ci fu ressa
davanti a Palazzo Tauride, sede del Soviet: Trozki, Zinoviev e Lunaciarski
si affidano alle loro voci squillanti per riportare alla ragione la folla in
tumulto. In vari punti della città nascevano improvvise sparatorie, spesso
provocate da ufficiali junker e cadetti che stavano reagendo.
Priva di capi, senza un piano preciso, quella massa fluttuante alle voci
dell’imminente arrivo di truppe fedeli al governo si disperde. Una sconfitta
clamorosa. Come disse Lenin, quelle giornate di luglio erano state «molto
più di una manifestazione e molto meno di una rivoluzione». Governo e
Soviet avevano vinto. Sui bolscevichi che, per solidarietà di classe, si erano
compromessi, stava per scatenarsi l’ondata di rigetto.
Ci fu subito difatti chi pensò di approfittare della situazione per dare un
colpo mortale a Lenin e ai suoi seguaci. Su un giornale di destra, e poi via
via su quasi tutta la stampa della capitale, uscirono documenti - che
risulteranno poi contraffatti - secondo i quali Lenin agiva al servizio e al
soldo dei tedeschi. La notizia appariva del tutto credibile: non c’era russo
che non sapesse ormai che il capo bolscevico era rientrato in patria grazie al
treno tedesco. E diffusa proprio nel momento in cui migliaia di soldati russi
morivano al fronte sotto l’attacco germanico, produsse profonda emozione.
Si parlò di alto tradimento: Palazzo Ksesinskaja e la sede della «Pravda»
vengono assaltati e saccheggiati, Kamenev arrestato e poi anche Trozki, che
si era dichiarato solidale con Lenin. Questi, sempre molto attento alla sua
integrità fisica, era scomparso dalla circolazione mimetizzandosi in casa
Alliluiev, assieme al terrorizzato Zinoviev. Il bolscevismo sembrava sul
punto di essere cancellato: pagava gli errori della predicazione settaria e
intempestiva di Lenin.
Come sempre, quando il partito era nei guai, toccava ai praktiki rac-
coglierne i cocci e salvare il salvabile. Stalin dimostra in quella occasione
tutto il suo sangue freddo. Riesce a contrattare la resa dei soldati e dei
marinai che si erano esposti nella manifestazione, evitando loro punizioni e
trasferimenti. Poi avvia con grande destrezza trattative con il Soviet per
concordare la «resa» di Lenin: questi si sarebbe presentato alla giustizia per
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rispondere delle accuse di tradimento che gli erano state mosse, ma solo a
precise condizioni. La prima delle quali era la garanzia per la sua incolumità
fisica. Il vozd temeva per la propria vita. Per le strade circolavano gruppi
armati della destra e il clima di reazione si stava estendendo: gli esponenti
del vecchio regime rialzavano la testa dopo settimane di angosce e di paura.
Era facile durante il trasferimento di un prigioniero sopprimerlo col pretesto
di un tentativo di fuga.
Poiché le garanzie non vennero, Lenin da quel realista che era, decise di
tornare in clandestinità. A casa Alliluiev tocca a Stalin far da «truccatore».
Tagliò lui barba e baffi a Lenin, spuntò la chioma riccioluta di Zinoviev, poi
con l’aiuto di parrucche e travestiti da ferrovieri l’11 luglio i due vengono
condotti fuori della capitale.
A Stalin spetta pure di ridar vita a un nuovo organo del partito che
sostituisce la compromessa «Pravda». Viene chiamato «Rabotskij Put», e su
quelle colonne l’esperto pubblicista georgiano tiene unite le fila di un partito
sconvolto, depresso. Tanto lui che Sverdlov, altro praktik dotato di grandi
capacità organizzative, erano sfuggiti agli arresti. Stalin nei suoi frequenti
contatti con il Soviet aveva dato prova di moderazione. Non sembrava
quindi un soggetto pericoloso. Anche al Soviet tendevano a sottovalutare i
praktiki, affascinati com’erano dai dirigenti carismatici, fomiti di oratoria
incandescente e capaci di portare al delirio l’uditorio. Stalin non sapeva
parlare in pubblico. La sua voce era bassa, monotona, piatta, dalle
accentuate inflessioni georgiane. La sua unica scuola era stata la «riunione
di partito», quella tenuta nelle difficili condizioni clandestine, davanti a
operai frettolosi e intimoriti dal possibile arrivo della polizia. Discorsi brevi,
incisivi, concreti. Che differenza con i Lenin, i Trozki, i Kamenev, gli
Zinoviev che all’estero si erano cimentati in liberi confronti dalle tribune di
convegni politici e culturali, in cui lo sfoggio della citazione, l’erudizione, i
raffronti storici con i movimenti rivoluzionari del passato erano d’obbligo.
Stalin in quei giorni viveva dagli Alliluiev, i quali, grazie alla rivoluzione,
avevano potuto migliorare il loro tenore di vita mettendo le mani su un
alloggio confortevole. Stalin vi teneva una stanza, disadorna come la sua
vita privata. Qualche libro, qualche documento di partito, qualche casacca
russa, che gli consentiva di non mettersi le odiate cravatte, un paio di stivali.
Spesso spariva per intere giornate, ma quando restava a casa incantava
tutti, specie la giovanissima Nadia, con i suoi racconti di vita clandestina e
con la lettura ad alta voce di brani di autori russi. Se rincasava lo faceva alle
prime luci dell’alba, perché sino a tarda notte, da buon giornalista, restava in
redazione. Un’abitudine che non avrebbe più abbandonato.
Ma il meglio delle sue capacità Stalin l’avrebbe dimostrato alla fine di
quel drammatico luglio. Riuscì a condurre in porto, insieme a Sverdlov,
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l’organizzazione semiclandestina del VI congresso del partito. Vi affluirono,
con infinite precauzioni, 276 delegati. Per la verità, pur essendo Lenin alla
macchia e Trozki sotto processo (si comportò con molta fierezza), il
governo provvisorio e soprattutto i menscevichi del Soviet, in particolare
Martov, temevano che la cancellazione politica dei bolscevichi spianasse la
strada agli elementi più reazionari della destra. Questi non facevano mistero
delle loro intenzioni: prima i bolscevichi e poi tutti gli altri, era la
Rivoluzione di Febbraio con le sue conquiste democratiche che volevano
spazzare via.
Stalin e i bolscevichi rimasti in libertà seppero approfittare con grande
abilità degli spazi offerti dalle circostanze. Il sesto congresso, svoltasi sotto
la guida di Stalin, fu sobrio, mancavano la passione e la fantasia di Lenin.
Ma non erano tempi per grandi voli. Eppure Stalin seppe cogliere dalla
realtà di quei giorni alcune indicazioni che esplicitò nel suo intervento: gli
arresti di luglio avevano segnato la fine del «periodo pacifico della
rivoluzione», il menscevismo di Kerenski e di Zereteli aveva mostrato il suo
volto «carcerario», il Soviet, nelle mani dei nemici dei bolscevichi, non
poteva più essere considerato il punto di riferimento delle masse. Una nuova
parola d’ordine s’imponeva: la dittatura diretta degli operai e dei contadini
poveri. La rivoluzione sterzava a sinistra. Ma Stalin accuratamente evitò che
dalle sue parole si potessero cogliere pretesti per nuove repressioni. Smentì
difatti che i bolscevichi pensassero ad azioni violente e illegali. Sul terreno
della dottrina il temporaneo leader del partito si scontrò con Preobrazenski,
un acuto intellettuale della «sinistra», che si andava alleando con Nicolaj
Bucharin, un giovane moscovita, anche lui rientrato dagli Stati Uniti dove si
era rifugiato, e che negli anni precedenti aveva già polemizzato con Lenin
su alcune questioni teoriche. Sosteneva Preobrazenski che la Russia si
sarebbe potuta incamminare verso il socialismo solo dopo «la rivoluzione
proletaria in Occidente». Stalin controbatté con energia negando la validità
della teoria secondo la quale «soltanto l’Europa potrebbe indicare la strada
giusta» e affermando, per converso, che non si poteva escludere fosse
proprio la Russia il paese a indicare per primo «la via al socialismo». Stalin
- come ebbe a dire - era per il «marxismo creativo».
Stalin seppe dunque infondere agli intimoriti congressisti la fiducia e la
calma necessarie per superare la crisi. In ogni sua mossa si riscontrava una
profonda volontà unitaria. Il frutto di quel comportamento si vide nelle
votazioni finali. Dei 27 membri eletti nel nuovo Comitato centrale, dopo i
perseguitati Lenin, Zinoviev, Kamenev e Trozki (appena entrato nel partito),
Stalin ebbe il più alto numero di consensi.
Ma il mutevole vento della rivoluzione stava per cambiare di nuovo
direzione. La crisi di luglio aveva determinato l’accentuazione del peso di
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Kerenski nel governo provvisorio: ne era diventato addirittura presidente.
Nei sottili equilibri di potere a Pietrogrado, le posizioni si andavano però
sempre più estremizzando. Per avere il controllo della situazione stavano
entrando in rotta di collisione il neopresidente del governo e il capo
dell’esercito, il generale Kornilov, che aveva sostituito Brussilov, dopo la
fallimentare offensiva. Kerenski voleva l’appoggio dell’esercito per tenere a
freno un Soviet sempre più invadente, ma senza che questo appoggio
diventasse per lui condizionante. L’alto comando era ben disposto a
fornirlo, ma Kornilov, politico mediocre, cominciò a subire le lusinghe dei
circoli più conservatori della capitale e a meditare che avrebbe potuto
condurre in proprio l’operazione di contenimento del Soviet, saltando la
mediazione di Kerenski.
Fu una commedia degli equivoci e delle ambiguità aggravata dal fatto che
l’avanzata tedesca - il 21 agosto era caduta Riga - stava mettendo in pericolo
la stessa capitale. Per motivi militari - ma anche politici - Kornilov chiese a
Kerenski di poter avere direttamente sotto il suo comando la ribelle
guarnigione di Pietrogrado, sentinella armata della rivoluzione. Il 24 agosto
il Soviet subodorando le oscure intenzioni del Quartier generale, che agiva a
Moghilev, lancia un monito a Kerenski. Questi tergiversa ancora per
qualche giorno: un fitto scambio di messaggeri fra i due centri politici e
militari del paese non porta ad alcun risultato. Il mattino del 27 agosto
Kerenski, resosi conto che Kornilov stava per attuare un colpo di mano, lo
brucia sull’anticipo intimandogli di bloccare le truppe controrivoluzionarie
che si stavano dirigendo su Pietrogrado, e lo sostituisce nell’incarico.
Kornilov reagì duramente: «I traditori non sono fra noi ma laggiù, a
Pietrogrado, dove la Russia è stata ed è venduta all’oro tedesco con la
compiacenza criminale del governo». Ma il golpe militare, malgrado le sue
proteste, era stato sventato.
Il giorno dopo, a Pietrogrado, l’emozione è violentissima. Kerenski, al
quale pur andava il merito di aver stroncato il tentativo korniloviano, ne uscì
con le ossa rotte. Tutti pensarono a una sua tresca con i militari non andata a
buon fine. La stessa ala moderata della rivoluzione ebbe paura: Kornilov, o
chi per lui dell’esercito, rappresentava il ritorno della reazione, la
distruzione delle conquiste di Febbraio. Il ricordo delle forche di Stolypin
era ancora fresco nella memoria dei democratici russi.
E così i bolscevichi, messi in ginocchio dall’estremismo di Lenin e della
loro base anarcoide, furono rimessi in circuito. Il timore di un ritorno dei
generali scatena nelle forze armate un processo inarrestabile di
bolscevizzazione. L’8 settembre la flotta del Baltico, e tre giorni dopo quella
del Mar Nero, riconoscono il Soviet come unico potere. Nei reparti al fronte
il ribellismo, la disgregazione, la diserzione si accentuano. Il 9 settembre, il
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Soviet di Pietrogrado, guida della rivoluzione, cambia maggioranza: i
bolscevichi se ne impadroniscono con 519 voti contro i 414 del fronte
moderato di Cheidze, Zereteli, Cernov e Dan. La presidenza passava a
Trozki, liberato dagli arresti proprio mentre ne veniva messo il generale
ribelle Kornilov. A Mosca, alla fine del mese, nelle elezioni locali i
bolscevichi erano maggioranza (52%) con un crollo pauroso di menscevichi
e socialrivoluzionari.
Furono giorni cruciali, quelli, in cui forse sarebbe stato ancora possibile
imprimere alla rivoluzione un corso democratico. Lo stesso Lenin, sempre
in clandestinità e memore della lezione di luglio, aveva fatto pubblicare il 3
settembre sull’organo del partito un pressante invito per il passaggio di tutti
i poteri al Soviet, con la creazione di un governo composto di soli
menscevichi e socialisti rivoluzionari. «Ora - scriveva - e solo ora, forse solo
per pochi giorni, per una settimana o due, un simile governo potrebbe
costituirsi e consolidarsi del tutto pacificamente.» L’appello di Lenin non
venne raccolto, troppo aspre le rivalità e i dissidi nei tronconi della sinistra.
La rivoluzione stava andando verso la sua definitiva prova di forza,
l’Ottobre di Lenin.

48
VII

COMMISSARIO DEL POPOLO

L’appuntamento per i membri del Comitato centrale era stato fissato in


via Karpovka 31, nell’alloggio del menscevico Suchanov, prestato dalla
moglie, bolscevica, all’insaputa del marito fuori Pietrogrado, quel giorno.
Solo 12 dei 21 convocati si presentarono. Tra loro un buffo signore,
tarchiato, con una fitta capigliatura e spesse lenti. Era Lenin, nelle sue vesti
di clandestino. Aveva voluto lui, a tutti i costi, quella riunione. E se si era
deciso a lasciare il segreto nascondiglio la situazione doveva essere
drammatica. In effetti lo era e i membri del Comitato centrale bolscevico
ben lo sapevano.
Da settembre, da quando il vento aveva ripreso a gonfiare le vele del
partito, Lenin era diventato, come nell’aprile, intrattabile e intransigente: dal
suo rifugio partivano a raffica lettere sconvolgenti. Giudicava matura la
conquista del potere. Insomma l’insurrezione. I dirigenti leggevano quel
profluvio di parole, e scuotevano la testa. Da settimane applicavano ormai la
tattica della resistenza passiva. Per questo Lenin aveva voluto quella
riunione d’emergenza che stava per cominciare a via Karpovka.
La fretta di Lenin sembrava motivata. Le notizie dai paesi europei erano
incoraggianti. C’era stato persino un ammutinamento nella flotta tedesca. Il
vozd aveva sempre pensato che senza il concomitante concorso del
proletariato europeo nessuna rivoluzione in Russia potesse attecchire. Ma le
imprevedibili circostanze della storia avevano scelto nell’arretrato e feudale
Impero zarista il grimaldello per far saltare l’intero sistema capitalistico-
borghese nel mondo. Un’occasione del genere non poteva essere gettata al
vento. E i giorni disponibili erano pochi: difatti se le armate tedesche che
avevano sfondato il fronte nei paesi baltici fossero giunte a Pietrogrado,
magari con l’aiuto compiacente del Quartier generale e dello stesso governo
Kerenski, che ne sarebbe stato della rivoluzione? Senza il proletariato attivo
e cosciente della capitale, senza quella massa di soldati e marinai fedeli alla
causa, che ne sarebbe stato del bolscevismo?
Per questo, nel mese di settembre, Lenin si era battuto perché il partito
sabotasse il preparlamento, una scappatoia elaborata da Kerenski in luogo

49
della Assemblea costituente, la cui elezione era stata rinviata a novembre.
Ma il Comitato centrale si era spaccato sulla sua proposta: solo Trozki,
Stalin e Sverdlov lo avevano sostenuto scontrandosi contro l’ala moderata
del partito rappresentata come sempre da Kamenev e Rykov. E solo grazie
alla decisione di Trozki la sua linea era successivamente passata.
Ma poi era entrato in polemica anche con Trozki: questi pur aderendo alla
tesi dell’insurrezione la voleva in qualche modo legalizzare, collegandola
con lo svolgimento del secondo congresso panrusso del Soviet, fissato per il
25 ottobre. Il vozd usa parole dure: definisce gli attendisti «traditori», in
preda a «idiozia pura». Minaccia addirittura le dimissioni.
La riunione del 10 ottobre, a quel punto dello scontro, diventava decisiva.
Dopo un rapporto organizzativo di Sverdlov, Lenin prende la parola
ripetendo i suoi concetti che si riassumevano negli slogan: «O noi o i
komilovisti», «O l’insurrezione adesso, o la sconfitta della rivoluzione». Gli
undici presenti lo ascoltano con attenzione. Trozki, Stalin, Sverdlov e
Dzerzinski sono ormai con lui. Più che le sue parole erano i fatti a
persuaderli. Il pane stava scomparendo come il carbone, e proprio alla
vigilia dell’inverno, i prezzi salivano alle stelle, il traffico ferroviario era
paralizzato, spesso Pietrogrado restava al buio, priva di energia elettrica.
Sulla capitale soffiava l’alito del vicino esercito tedesco. La crisi economica
si mescolava con la carenza di governo: quello retto da Kerenski era ormai
impotente, tutte le decisioni, quelle poche che si potevano attuare in quel
mare di anarchia, sabotaggio, disgregazione, provenivano dal Soviet. Tanto
valeva «legalizzare» la realtà.
Ma Kamenev si dichiarava contrario, e con lui si schierava anche
Zinoviev, il quale, condividendo il rifugio clandestino di Lenin, aveva avuto
l’opportunità di discutere e di approfondire meglio degli altri le
argomentazioni del vozd. I due partivano da una premessa sbagliata: che la
borghesia russa fosse ancora molto forte. La macchina dello Stato, il
quartier generale, le banche, il mondo economico, industriale e finanziario -
pensavano - nel momento di uno scontro frontale avrebbero fatto causa
comune con Kerenski. C’era il rischio che il partito uscisse con le ossa rotte,
compromettendo tutto quanto sin’allora ottenuto. A tarda sera la riunione
era ancora in corso: s’improvvisa uno spuntino con salsicce, panini e tè. I
due oppositori non capitolano, sapevano di interpretare il pensiero di un’ala
consistente del partito. Se fossero stati presenti a quella riunione, almeno
altri tre membri del Comitato centrale sarebbero stati con loro: Rykov,
Noghin e Miljutin.
Finalmente la questione dell’insurrezione viene posta ai voti: contro si
esprimono i soli Kamenev e Zinoviev. Molti di quelli che votano a favore
delle tesi leniniane, come Kalinin, si auguravano in cuor loro, non essendo
50
stata fissata una data, che nuove circostanze potessero far slittare l’atto
disperato del «golpe».
Lenin dunque usciva dall’alloggio di via Karpovka abbastanza sod-
disfatto. La macchina dell’insurrezione era stata avviata. Ma non ebbe
molto tempo per gioirne, perché i giorni passavano rapidamente senza che
nulla accadesse. Il 16 ottobre riconvoca il Comitato centrale, al gran
completo questa volta: è un’altra riunione agitata, nella quale Zinoviev e
Kamenev aumentano il livello dello scontro. Giudicano follia muoversi sul
terreno della lotta armata; tra l’altro, dicono, la preparazione militare è
insufficiente. Il partito, giocando tutto su quella carta, rischiava in caso di
sconfitta la cancellazione politica. Lenin deve rimettere ai voti la questione
dell’insurrezione: contro votano i due, ma con l’aggiunta di tre astenuti.
Zinoviev e Kamenev, in via subordinata, chiedono che la rivolta armata non
avvenga comunque prima del congresso del Soviet: la proposta è bocciata
ma i voti del gruppo di destra sono saliti a sei con tre astenuti. La
maggioranza leniniana è risicata. Il vertice del partito rimane pieno di
dubbi; ne debbono avere molti anche quelli che votano più per disciplina e
stima nel vozd che per convinzione.
Il giorno dopo la riunione esce una «bomba» sulle colonne del giornale di
Gorki, «Novaja Zizn», in quel periodo molto più vicino alle posizioni
mensceviche e comunque avverso al settarismo leniniano. È una lettera
aperta scritta da Kamenev nella quale anche a nome di Zinoviev e di «certi
compagni praktiki», (Il riferimento a Stalin è evidente.) dichiara che «... l’iniziativa
di un’offensiva armata ora, dati i rapporti di forza tra le classi sociali,
indipendentemente dal congresso dei Soviet e qualche giorno prima della
sua convocazione, sarebbe un atto inammissibile, pericoloso per il
proletariato e per la rivoluzione. Puntare tutto... sulla carta dell’insurrezione
nei prossimi giorni sarebbe un atto di disperazione. E il nostro partito è
troppo forte, ha dinanzi a sé un avvenire troppo grande per fare simili
passi...».
Kamenev e Zinoviev avevano svelato pubblicamente l’intenzione - per
allora segretissima - di dar vita a un putsch. Lenin, nel suo nascondiglio, è
furente contro i due ai quali - non a torto - da dei mascalzoni e dei traditori.
Il 18 ottobre Trozki, di fronte allo scandalo, è costretto a negare al Soviet,
sia pure con mille contorsioni, che i bolscevichi intendano passare subito
all’azione, a meno che non siano costretti a battersi contro atti
controrivoluzionari. Kamenev, presente alla riunione, si dichiara subito
d’accordo con Trozki; Zinoviev e Lunaciarski inviano lettere all’organo del
partito mostrandosi d’accordo con la pubblica posizione di Trozki.
L’opposizione stava per raggiungere il suo obiettivo «minimo»: quello di
guadagnare tempo e far slittare sempre più in là la data dell’insurrezione.
51
Ma Lenin non cede, anche se è in preda a rabbia e disperazione.
Il 19 si riunisce di nuovo il Comitato centrale: viene data lettura di un
messaggio di Lenin, il quale dopo aver definito «crumiri» Kamenev e
Zinoviev, ne chiede l’immediata espulsione dal partito. Ma Kamenev aveva
preceduto la sua mossa inviando una lettera di dimissioni dal Comitato
centrale. Il dibattito al vertice del partito è infuocato. Trozki, il più
impegnato di tutti nei preparativi insurrezionali, è furente con Kamenev, che
tra l’altro è pure suo cognato. Consiglia che le sue dimissioni vengano
immediatamente accettate, ma si trova contro Stalin, per il quale ogni
confessione all’esterno di profonde divisioni avrebbe danneggiato il partito
in quelle ore cruciali. Stalin, del resto, sul giornale del partito, non aveva
partecipato in quelle ultime 48 ore all’ostracismo nei confronti dei
«traditori». Anzi, ospitando la precisazione di Zinoviev, l’aveva fatta
seguire da un commento redazionale, nel quale dichiarava chiuso il caso.
Trozki attacca l’atteggiamento equidistante di Stalin. Alla fine, come
sempre, si vota: le dimissioni di Kamenev dal Comitato centrale vengono
accolte a maggioranza. Il Comitato propone un altro documento nel quale si
impegna a neutralizzare, con ogni mezzo, l’azione sabotatrice di Kamenev e
Zinoviev. Stalin insorge in loro favore: se fosse passato quel documento -
aggiunge - si sarebbe dimesso dall’incarico di responsabile politico del
quotidiano del partito. Il Comitato deve soprassedere. Come ricorderà poi
Trozki non si poteva aprire un’altra crisi nella crisi.
L’atteggiamento di Stalin poteva sembrare stupefacente. Schierato
com’era sulla linea di Lenin, perché difendeva le posizioni antinsurrezionali
di Kamenev e di Zinoviev? Molti anni dopo, ripensandoci, Trozki darà
questa spiegazione: «Una prudenza sospettosa spinge Stalin, quasi
organicamente, nei momenti di decisioni gravi e di profonde divergenze, a
ritirarsi nell’ombra, ad attendere e, se possibile, a garantirsi nell’una e
nell’altra eventualità». Trozki coglieva nel segno ma non si accorgeva che il
suo giudizio moralistico sull’opportunismo di Stalin era il più grande
complimento per un politico.
La posta in gioco dell’insurrezione era davvero drammatica: se i
bolscevichi l’avessero persa che sarebbe accaduto? Il partito doveva
comunque avere una linea di riserva. Del resto, in quelle stesse ore, l’altro
praktik, Sverdlov, stava cercando nuove sedi e basi nel caso di un forzato
ritorno alla clandestinità. E nel luglio scorso non era forse accaduto proprio
a lui, Stalin, di dover ammorbidire il Soviet evitando così che la repressione
stroncasse tutto il movimento?
È probabile comunque che, al di là dei suoi compiti istituzionali, Stalin
nutrisse reali dubbi sull’opportunità di scatenare l’insurrezione. Il marxismo
di cui si era nutrito sino allora considerava la tecnica dei «colpi di Stato»
52
contraria alla prassi rivoluzionaria. E quello proposto da Lenin non era forse
un arrischiato colpo di mano?
Kerenski, barricato col suo governo-fantasma nel Palazzo d’Inverno,
assisteva imperturbabile a quell’aperto dibattito sui tempi e sui modi di
farlo fuori. Convinto di essere l’unico in grado di pilotare la Russia in quel
mare tempestoso, continuava ad assicurare gli ambasciatori di Francia e
Inghilterra (e adesso anche degli Stati Uniti, entrati in guerra contro gli
Imperi centrali) che la situazione era sotto controllo, che i bolscevichi
stavano bluffando, e che comunque se ci avessero provato sarebbero stati
battuti. Kerenski non aveva ancora compreso di essere un soggetto
politicamente morto già dai tempi del fallito golpe di Kornilov. La destra lo
riteneva altrettanto inutile e dannoso che la sinistra: tutti in Russia, tranne
gli incerti socialrivoluzionari (ma al cui interno già stava nascendo una
corrente di sinistra favorevole allo showdown) e gli ancor più perplessi
menscevichi, stavano giocando allo sfascio. Kerenski scontava l’errore di
non aver fatto sue le rivendicazioni democratiche nate con il Febbraio:
l’immediata convocazione dell’Assemblea costituente, quando i bolscevichi
erano solo un’infima minoranza, il varo di una riforma agraria che
proseguisse quella avviata da Stolypin e gli assicurasse il concorso dei
contadini più attivi, la ricerca diplomatica di una soluzione alla guerra.
I giochi si stavano chiudendo. Dal quartier generale bolscevico, che agiva
«protetto» dal Soviet, nella sede dell’istituto Smolny, un tempo convitto per
le figlie dell’aristocrazia, partivano ormai gli ordini e le direttive per
l’azione. Trozki si occupa del piano militare, mobilitando le «guardie
rosse», Sverdlov guida la macchina del partito che deve assicurare
l’appoggio delle masse operaie, Stalin si occupa di quel grande
organizzatore collettivo che è il giornale del partito, barcamenandosi tra i
messaggi rivoluzionari e il timore di svelare al governo provvisorio il
momento dell’insurrezione. Proprio in quelle ore dava del «vulcano spento»
a Gorki, preoccupato anche lui per le future mosse comuniste.
Finalmente, il 23 ottobre, Kerenski aveva un sussulto di vitalità: decideva
per l’indomani che la stampa bolscevica fosse proibita, che il Comitato
militare del Soviet (un organismo da tempo funzionante e diretto anche
quello da Trozki) venisse deferito alla giustizia e, soprattutto, alcuni reparti
di soldati «sicuri» si trasferissero al più presto nella capitale.
All’alba del 24, difatti, la sede del «Rabotskij Put» viene «sigillata» da
alcuni ufficiali e tagliate le linee telefoniche dello Smolny, quartier generale
dell’insurrezione. Ma sono mosse scoordinate e tardive: non bastano a
prevenire e tanto meno a reprimere. Costituiscono invece il pretesto tanto
atteso da Trozki per dare il via «legale» alla sollevazione. Quel decisivo 24
ottobre vede allo Smolny un susseguirsi convulso di riunioni, mentre
53
cominciano ad affluire, di ora in ora più numerosi, i delegati al secondo
congresso panrusso del Soviet, fissato per l’indomani.
Il Comitato centrale bolscevico siede in permanenza. Lenin continua a
restare nascosto. Zinoviev, coerente con le sue posizioni, non si fa vedere, al
contrario di Kamenev il quale, pur dissenziente, accetta la disciplina di
partito. Stalin, in quel giorno cruciale, non si presenta allo Smolny: è sempre
al giornale, in parte devastato dagli ufficiali junker, nel tentativo di ridargli
vita. Il comitato rivoluzionario creato dal partito, e di cui Stalin fa parte,
praticamente non si riunisce. Era un inutile doppione di quello funzionante
allo Smolny, sotto la guida di Trozki. Purtroppo per Stalin, l’assenza in
quelle ore storiche dal quartier generale gli costerà la mancata citazione dei
cronisti dell’epoca. Un elemento di frustrazione che si sarebbe aggiunto a
quelli già numerosi che alimentavano il suo risentimento e la sua sorda
gelosia.
Anche Kerenski stava giocando le ultime carte. Si presenta nel lussuoso
Palazzo Marinski, tutto l’opposto del sudicio e puzzolente Smolny, bivacco
continuo di operai, guardie rosse e delegati dei Soviet, per ottenere da
menscevichi e socialrivoluzionari, ancora riuniti nel preparlamento (da cui i
bolscevichi si erano nel frattempo ritirati) l’autorizzazione ad agire. Il suo
discorso è lucido: i bolscevichi stanno per mettersi fuori della legalità,
impartiscono ordini sediziosi alle truppe, incitano all’insurrezione. Il
governo, con l’appoggio delle forze politiche democratiche, è deciso a
combattere. Terminato il discorso Kerenski - in attesa di veder approvata la
sua linea - lascia palazzo Marinski per portarsi nella sede pietrogradese
dello Stato maggiore, dove attende con ansia altre e più importanti notizie:
quella soprattutto dell’arrivo di truppe fedeli al governo che possano isolare
le guardie rosse bolsceviche.
Ma a Palazzo Marinski non se la sentono di dare carta bianca a Kerenski,
se prima non riceveranno da lui contropartite politiche, quali la consegna
della terra dei latifondisti ai comitati agrari, e un’energica pressione sugli
alleati per l’avvio di trattative di pace. Come se non bastasse, l’ala sinistra
dei socialrivoluzionari decideva di abbandonare il preparlamento mettendosi
a disposizione del Comitato militare rivoluzionario del Soviet.
Prima che calasse la sera del 24, Lenin dal suo nascondiglio inviava la
sua ultima drammatica lettera ai compagni: «... La situazione è più che mai
critica. È chiaro, come mai prima d’ora, che aggiornare l’insurrezione
significa decretarne la morte... ora tutto è appeso a un filo... Qualsiasi cosa
possa accadere, questa sera stessa, questa stessa notte, il governo deve
essere arrestato, gli ufficiali cadetti che sono a guardia di esso debbono
venir disarmati (o abbattuti se resistono), e così via... La storia non
perdonerà ai rivoluzionari le loro esitazioni». Lenin temeva che Trozki
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insistesse nel voler attendere l’apertura ufficiale del congresso dei Soviet
per dare il via alle operazioni. Non sapeva che la reviviscenza di Kerenski
aveva ormai convinto tutti ad agire.
Il 25 ottobre la capitale passa praticamente, senza colpo ferire, nelle mani
dei bolscevichi. Solo attorno al Palazzo d’Inverno (abbandonato
tempestivamente da Kerenski, che su un’auto dell’ambasciata americana se
l’era filata al quartier generale dell’esercito) c’è un minimo di resistenza
militare. L’incrociatore Aurora spara qualche colpo di cannone su
quell’ultimo lembo di governo legale. Tutt’attorno crepitano ancora i fucili.
Sono i rumori di fondo per il secondo congresso dei Soviet che si apre alle
22.40. Sono presenti 650 delegati con diritto di voto, 390 i bolscevichi. Nel
precedente congresso di giugno i bolscevichi erano appena un quarto del
totale.
I lavori sono aperti da Kamenev: nessuno meglio di lui poteva garantire
agli occhi dei non bolscevichi l’imparzialità della sessione. Ma non è
sufficiente per calmare uomini come Martov. Il leader dei riformisti russi
lancia precise accuse: voi vi state impadronendo del potere con le armi e
accenna al rumore della fucileria che arriva alle finestre dello Smolny.
Trozki gli replica che quello in atto non è un complotto ma un’insurrezione
popolare. Martov sdegnato abbandona il congresso. Alla tribuna si
alternano gli oratori, mentre Lenin ancora con parrucca e occhiali si aggira
guardingo e non riconosciuto. Ma ormai il più è fatto. Alle 2.10 di quella
notte Antonov-Ovseenko irrompe in una sala del Palazzo d’Inverno dove si
erano asserragliati alcuni ministri del governo Kerenski: «Vi dichiaro in
arresto» dice. E di rimando il ministro Konovalov, che in assenza di
Kerenski lo rappresenta: «I membri del governo provvisorio cedono alla
violenza e si arrendono per evitare uno spargimento di sangue». Era vera
solo la prima parte della dichiarazione: in realtà non c’era più nessuno, al
momento, che intendesse versare una goccia di sangue per il disciolto
ministero Kerenski.
Il 26 il trionfo dell’insurrezione bolscevica trova la sua sanzione al
Congresso sovietico, ormai abbandonato da quasi tutti i menscevichi e i
socialrivoluzionari, tranne quelli della sinistra. Lenin fa la sua comparsa alla
tribuna, finalmente libero dei suoi grotteschi camuffamenti, e la sala è in
delirio per lui. Kamenev, designato presidente del comitato esecutivo del
Soviet (VCIK), praticamente il capo dello Stato, legge la lista del nuovo
governo. (I ministri si chiameranno commissari del popolo.) Lo presiede
Lenin, con Trozki agli Esteri, Rykov agli Interni, Miljutin all’Agricoltura,
Lunaciarski all’Istruzione, Stalin alle Nazionalità. Un trio di soldati del
popolo Antonov-Ovseenko, Krylenko e Dybenko reggerà le sorti di esercito
e marina.
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Sulla «Pravda», che l’insurrezione vittoriosa ha fatto ritornare alla luce, è
scritto nel primo editoriale del nuovo corso: «Vogliono che assumiamo il
potere da soli per costringerci ad affrontare da soli le terribili difficoltà che
stanno di fronte al paese... Ebbene, assumiamo il potere da soli, basandoci
sulla volontà del paese e contando sull’aiuto del proletariato europeo. Ma,
assunto il potere, avremo la mano di ferro con i nemici della rivoluzione e
con coloro che la sabotano. Hanno sognato la dittatura dei Kornilov, daremo
loro la dittatura del proletariato».
Lenin aveva vinto: la sua intuizione si era mostrata giusta, il governo
Kerenski si era dissolto, il proletariato adesso era al potere, per la prima
volta nella storia. Ma in un paese dove mai i Marx e gli Engels avrebbero
sognato potesse accadere, nella Russia semifeudale e contadina dove la
borghesia industriale e il liberalismo politico dovevano ancora attecchire.
Lenin non aveva paura. Era sicuro che l’esempio di Pietrogrado sarebbe
stato seguito quanto prima da Londra, Parigi, Berlino, Roma, Ovunque.
Nell’attesa - come aveva scritto in un precedente opuscolo - 240 mila
bolscevichi (ma a fine ottobre erano già quasi 400 mila) avrebbero ben
tenuto nelle mani il potere, almeno quanto i 130 mila proprietari terrieri che
lo avevano gestito sotto gli zar...

56
VIII
ALLA SCUOLA DEL POTERE

Un ministero delle Nazionalità era assolutamente inedito per un paese


retto, durante lo zarismo, dallo spietato predominio dei «grandi russi».
Toccava a Stalin guidare le aspirazioni del caleidoscopio di razze e di stirpi
di quel vasto impero in decomposizione. Fu la sua prima rete di conoscenze,
amicizie, contatti che lo proiettarono su una scala assai più vasta di quanti
limitavano la loro azione a Pietrogrado o a Mosca.
Ma i problemi dei primi giorni furono assillanti per i nuovi commissari
del popolo. Intanto dove sistemarsi. Un intraprendente collaboratore di
Stalin gli procura una stanza allo Smolny, con tanto di dattilografa e tremila
rubli avuti in prestito da Trozki (l’unico in possesso di denaro, avendone
trovato in una cassaforte del vecchio ministero degli Esteri).
Lo Smolny fu il primo palazzo del governo. In quei giorni stimolanti
(Lenin confessò di aver avuto le vertigini pensando all’incredibile vittoria)
Stalin e Lenin spesso si vedevano e discutevano nei rispettivi uffici. Al vozd
piaceva conversare con quel trentottenne concreto, all’apparenza calmo e
modesto. E al georgiano non pareva vero di avere finalmente al fianco il
maestro, l’unico per il quale non provava invidia, gelosia, ma solo sincera
ammirazione. Furono quei mesi una scuola fondamentale, di governo e di
pensiero per Stalin. Un secondo corso «leninista» - dopo quello del Che
fare? e della lotta clandestina - da cui sarebbe rimasto segnato per sempre.
Da Lenin apprese ben presto che il potere strappato dai bolscevichi con la
rivoluzione non andava condiviso con nessuno. Nemmeno con le storiche
formazioni della sinistra russa. Per venire incontro alle richieste di un
governo a base più ampia, avanzate l’indomani dell’insurrezione da
Kamenev, Zinoviev e Rykov, Lenin aveva autorizzato l’avvio di trattative
con menscevichi e socialisti-rivoluzionari, ma con la ferma intenzione di
non concluderle. Fu facilitato dalle assurde richieste della controparte che,
per entrare in un futuro governo, esigeva che ne fossero esclusi sia Lenin
che Trozki, considerati i simboli del «golpe» di Ottobre.
Quando Lenin ingiunse ai suoi negoziatori di bloccare le trattative, gli
«aperturisti», per coerenza con le loro posizioni, si dimisero chi dal
Comitato centrale, chi dagli incarichi di governo. Fra loro non c’era Stalin,

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con Trozki a fianco dell’intransigenza leniniana. «Noi lasciamo il Comitato
centrale - scrissero Kamenev e Zinoviev - nel momento della vittoria... Noi
possiamo assistere senza protestare alla politica del gruppo dominante del
Comitato centrale che priva il partito dei lavoratori dei frutti della loro
vittoria e conduce alla sconfitta il proletariato».
Dei ribelli il primo a cedere fu Zinoviev, un abile tribuno, un formidabile
propagandista, ma volubile nelle opinioni e soprattutto debole di carattere,
nel momento delle difficoltà. Kamenev, di tempra assai più nobile, seppe
resistere sulle sue posizioni, rimettendoci l’incarico di presidente del
Comitato esecutivo del Soviet, rimpiazzato da Sverdlov, anche lui
bolscevico di ferro, disciplinato e senza grilli «democraticistici» per il capo.
La seconda lezione che Stalin assimilò da Lenin fu che a governare il
paese doveva essere solo il partito, o meglio il suo Comitato centrale. Ma
non potendo questo organismo sedere in permanenza, le scelte toccavano in
pratica a quel pugno di uomini sempre raccolti attorno a Lenin. Il Consiglio
dei commissari del popolo decretava per conto del partito, il Soviet stava
rapidamente diventando una pura e semplice sede di registrazione notarile.
E che Lenin non intendesse in alcun modo favorire il processo di
democratizzazione del paese, Stalin lo comprese senza più dubbi quando
venne affrontato il destino dell’Assemblea costituente, il sogno di tutti i
rivoluzionari russi, bolscevichi compresi, quel mitico istituto che doveva
sancire il trionfo della rappresentanza popolare dopo secoli di tirannia e di
dominio autocratico e castale.
Le elezioni si erano tenute il 12 novembre 1917. Quando al quartier
generale bolscevico cominciarono a giungere i primi risultati della capitale
la gioia è immensa: la lista del partito riscuoteva i favori della maggioranza.
Ma giorno dopo giorno, dalle periferie della Russia, dall’inesplorato oceano
contadino, le schede scrutinate portavano alla luce una realtà amara e
sgradita per chi aveva creduto che il paese fosse la sola classe operaia di
Pietrogrado e di Mosca. I bolscevichi non superavano il 25%, la
maggioranza assoluta era dei socialisti rivoluzionari (58%), del partito cioè
che meglio sapeva rappresentare gli interessi contadini, una realtà pressoché
sconosciuta agli astratti teorici della rivoluzione. Né i bolscevichi potevano
consolarsi limitando l’esame delle cifre alle sole grandi città, dove la loro
percentuale saliva al 37%, o nei reparti dell’esercito dove, con il 40%, i
leninisti condividevano la primazia con i socialrivoluzionari (l’esercito era
composto in grande maggioranza dai mugiki).
Al vertice del partito si diffonde lo sgomento. Lenin pensa, in un primo
tempo, di far ripetere le elezioni con una nuova legge elettorale. Poi ordina
alla Spiridovna di provocare nel partito socialrivoluzionario una scissione da
sinistra, così da consentirgli di affermare che «il popolo ha votato per un
58
partito che non esiste più». Infine da il via a una ossessiva campagna di
stampa nella quale si scaglia contro quell’ala del partito che si lasciava
sedurre dalla «democrazia borghese».
Bucharin, che sta assumendo i panni di Saint Just, propone addirittura,
sulla falsariga della rivoluzione francese, la decapitazione dell’ala destra
della Costituente per trasformarla in Convenzione.
Alla fine, Lenin decide di attuare le vie spicce della violenza giacobina,
quella stessa che, sul piano teorico, già gli era stata rinfacciata nel congresso
di partito del 1903.
Quando il 5 gennaio 1918 i deputati non bolscevichi si avviano verso
Palazzo Tauride, sede prescelta per la Costituente, vengono molestati e
dileggiati da gruppi di soldati. All’ingresso e tutt’ attorno all’edificio, e
persino sui tetti, scorgono bivacchi di marinai (ne erano stati fatti venire
seicento dalla vicina Kronstadt) con le loro mitragliatrici. Nell’aula le
pesanti minacce verbali - si distinguono tristemente sia un praktik come
Sverdlov che un raffinato intellettuale come Bucharin - non piegano i
coraggiosi deputati. Riescono a eleggere un loro presidente, Cernov, un
menscevico di destra, e a bocciare il candidato bolscevico, la Spiridovna, e
infine a respingere un documento presentato da Sverdlov che proponeva
l’autoscioglimento dell’Assemblea giudicata ormai «superata dagli
avvenimenti».
Nello stesso palazzo sedeva in permanenza il Comitato centrale bol-
scevico: l’inaspettata resistenza dei deputati viene ovviamente giudicata
come un attacco alle conquiste rivoluzionarie. Lenin taglia corto: un gruppo
di marinai armati riceve l’ordine di invadere l’aula. Lo capeggia un certo
Viktor Zeleznjakov, il quale ordina al presidente Cernov di chiudere la
seduta: «La guardia è stanca» aggiunge.
L’indomani Palazzo Tauride sarebbe rimasto chiuso, l’ingresso bloccato
dai soldati. Il Parlamento era vissuto per 24 ore, Lenin l’aveva strangolato.
Trozki, come sempre favorevole alla linea dura, dirà che la Costituente era
ormai diventata «un riflesso tardivo di un’epoca superata dalla rivoluzione».
Per Stalin, e per molti quadri del partito, già portati dal temperamento e
dalle esperienze clandestine al settarismo e alla durezza, quelle «lezioni» di
Lenin si impressero nelle menti a caratteri di fuoco. Qualsiasi mezzo poteva
essere usato, compresa la violenza, se il fine era quello di salvare la
rivoluzione.
E in effetti la rivoluzione era tutt’altro che sicura. Il vecchio potere,
abbattuto nelle vestigia esteriori, continuava a sopravvivere. I funzionari
dello Stato, in particolare, il mondo della produzione e dell’economia
sabotavano ogni decisione sovietica o massicciamente disertavano i luoghi
di lavoro.
59
In quel momento, anche senza l’avallo elettorale, i bolscevichi rap-
presentavano, comunque, gli interessi della maggioranza del paese: degli
operai che anelavano a nuove condizioni di vita e di lavoro, dei contadini
cui - grazie al decreto sulla terra - era finalmente consentito di mettere le
mani sui campi dei vecchi proprietari latifondisti, dei soldati che
attendevano da un giorno all’altro l’annuncio della pace. E forte di questo
consenso, il partito leniniano si sentiva autorizzato a procedere senza
riguardo verso chiunque meritasse il sinistro appellativo di «nemico del
popolo». Ne facevano le spese giornali, partiti come quello liberal-cadetto,
enti, organizzazioni. Cominciavano i primi arresti, eseguiti da una polizia
speciale, la Ceka, diretta dal polacco Felix Dzerzinski, il cui nome sarebbe
stato ben presto temuto in tutta la Russia.
Ma il peggio doveva ancora cominciare. Sul tavolo di Lenin stava
arrivando a scadenza la cambiale della pace, uno dei punti cardine del
programma bolscevico. Purtroppo la presa del potere da parte del pro-
letariato russo non aveva determinato alcun mutamento nei rapporti di forza
internazionali: il fronte austro-tedesco era rimasto compatto, malgrado gli
inviti alla fraternizzazione che partivano dalle trincee russe. Non solo ma gli
operai di tutta Europa continuavano a produrre armi nelle loro fabbriche: il
segnale incendiario partito da Pietrogrado non era stato raccolto.
Lenin cominciava a scendere dai cieli dell’ideologia per misurarsi con la
dura realtà. La rivoluzione russa aveva vinto, come lui stesso riconobbe, ma
«contro l’idiota Romanov... il parolaio Kerenski... un pugno di cadetti
militari e la borghesia. Ora abbiamo un gigante contro di noi». E quel
gigante era la Germania con il suo invincibile esercito. Ma il realismo, in
quei giorni, era merce rara tra i bolscevichi. Con diverse sfumature tutti
continuavano a sognare, a «credere nelle fiabe» come rimproverò loro
Lenin. In particolare l’agguerrita e folta sinistra capeggiata dal ventinovenne
Bucharin, il cui indubbio talento lo aveva portato ai vertici del partito (era il
nuovo direttore della «Pravda»). Al suo fianco - tra gli altri - anche il capo
della Ceka, Dzerzinski. Il loro obiettivo era quello di non barattare la pace
con le esorbitanti richieste dei tedeschi (l’armistizio era già stato firmato il 2
dicembre 1917). Se necessario, la guerra contro i tedeschi sarebbe pro-
seguita con bande partigiane. Anche Trozki aveva un suo disegno, confuso e
velleitario, riassumibile nel concetto «né pace né guerra».
Tocca proprio a Trozki, quale capo della delegazione sovietica a Brest-
Litovsk, saggiare gli umori del generale Hoffmann, che guida il gruppo
tedesco nelle trattative di pace. Questi, di fronte agli sproloqui dell’ideologo
bolscevico, taglia corto e getta sul tavolo una carta geografica, indicando
dove le sue truppe intendevano attestarsi, in attesa della smobilitazione
dell’esercito russo. È il 5 gennaio 1918 (il giorno della nascita e della morte
60
dell’Assemblea costituente). Trozki chiede di poter ritornare a Pietrogrado
per riferire al suo governo.
A un’assemblea allargata di quadri bolscevichi, Lenin, pur dichiarandosi
ancora fiducioso nella rivoluzione mondiale, riconosce che, per il momento,
non è alle porte e quindi, per quanto amara da percorrere, non resta che la
strada della pace. La sua posizione raccoglie solo 15 voti, 32 vanno alla
sinistra, che si dice certa dell’effetto di trascinamento che la trattativa
produrrà sia nelle trincee che nelle fabbriche d’Europa, e 16 alle tesi di
Trozki.
Ma una questione così delicata non poteva essere affidata agli umori di
un’assemblea troppo vasta. In luogo del governo, unico titolato a decidere,
si riunisce il Comitato centrale: ormai il potere si identifica nel solo partito.
Lenin è di nuovo in minoranza rispetto alla proposta di Trozki di
«interrompere la guerra, non concludere la pace, smobilitare l’esercito». La
guerra rivoluzionaria contro i tedeschi suggerita da Bucharin riceve il voto
del proponente più quello di Dzerzinski.
Stalin, fin dall’inizio, è a fianco di Lenin. Anche lui avverte quanto sia
dolorosa e impopolare quella scelta ma pensa non vi si possa sottrarre.
Trozki riparte per Brest-Litovsk forte della maggioranza ottenuta e col cuore
colmo di speranza: mentre è in viaggio apprende che sono scoppiati scioperi
a Vienna, a Budapest e persino a Berlino. Può essere l’inizio dell’attesa
sollevazione europea.
Al tavolo della trattativa, Trozki è maestro nell’arte della dilazione, dei
lunghi, interminabili monologhi (la versione bolscevica del filibustering
parlamentare). Ma i generali tedeschi erano del tutto insensibili a quella
sirena. Intanto stipulano la pace con l’Ucraina, che si era retta a Repubblica
autonoma, e poi mettono a punto un ultimatum. Non appena ne viene a
conoscenza, Trozki, con meditato gesto teatrale, abbandona la conferenza
annunciando che la Russia sovietica rifiutava di firmare la pace ma
unilateralmente poneva fine al conflitto. E riparte per Pietrogrado, convinto
della bontà della sua linea.
I tedeschi ne traggono le dovute conseguenze: ordinano all’esercito di
riprendere le ostilità e, di conseguenza, l’avanzata, perché ormai le truppe
russe erano giunte all’ultimo stadio dello spappolamento. (L’annuncio che
le terre dei ricchi venivano distribuite aveva affrettato il processo di
diserzione dei soldati-contadini.)
il 17 febbraio ( Dal primo febbraio 1918 la Russia aveva adottato il calendario gregoriano in luogo di
quello giuliano.) Lenin riconvoca il Comitato centrale che, da quel momento,
siede in permanenza. Si susseguono le votazioni con Lenin sempre in
minoranza, sostenuto da Stalin e Sverdlov, i fedelissimi praktiki con
l’aggiunta, questa volta, di Zinoviev, di fronte a Trozki che si avvale dei
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voti ormai congiunti del suo gruppo e di quello buchariniano. Solo
l’annuncio che i tedeschi, travolta ogni resistenza, stavano penetrando nel
territorio russo, comincia a sgretolare le certezze dei romantici e dei
sognatori. Sono momenti drammatici; Bucharin, singhiozzando, esclama:
«Stiamo trasformando il partito in un letamaio», in realtà, oltre alle lacrime,
Bucharin si affida ai socialrivoluzionari anch’essi violentemente contrari a
una pace vergognosa. Il giovane teorico di Mosca sta diventando il capo di
un ampio fronte antileninista. Stalin, da quell’innato «centrista» che è, sente
che il partito si sta sgretolando e sia pure confusamente propone un com-
promesso: riprendiamo le trattative - dice - ma rinviamo il più possibile la
pace. Lenin spende le sue ultime energie: «Stalin ha torto quando dice che è
possibile non firmare. Queste condizioni debbono essere firmate. Se voi non
le firmate, firmerete le sentenze di morte del potere sovietico entro tre
settimane... La rivoluzione tedesca non è ancora matura. Ci vorranno mesi.
Le condizioni debbono essere accettate». Si trattava in effetti di clausole
capestro, che prevedevano la cessione delle province baltiche, e, in pratica,
dell’intera Ucraina.
Alla fine Lenin la spunta: sette voti per lui (compreso quello di Stalin,
rientrato disciplinatamente in fila), quattro per il gruppo Bucharin, quattro
gli astenuti, tra cui Trozki e Dzerzinski. Questi ultimi non se l’erano sentita
di rimettere in minoranza Lenin, il quale aveva già preannunciato in caso di
sconfitta le sue dimissioni.
Il partito esce sconvolto dalla prova. Trozki si dimette da commissario
agli Esteri seguito nell’esempio da Pjatakov che lascia il suo incarico nel
governo. Bucharin abbandona il Comitato centrale e la direzione della
«Pravda». Nessuno se la sente di andare a firmare a Brest-Litovsk. Toccherà
ai più modesti Raskolnikov e Cicerin siglare la pace, il 3 marzo 1918.
Tre giorni dopo si riuniva in gran segreto il VII congresso del partito.
Pochissimi i delegati circondati da eccezionali misure di sicurezza. Stalin e
Kamenev non erano tra i presenti, probabilmente tenuti di «riserva» dal
partito nel caso di improvvisi colpi di mano antileninisti. Si vociferava di un
putsch dei socialrivoluzionari. In effetti, alcuni loro dirigenti avevano
accarezzato il progetto di rovesciare il governo di Lenin, se necessario
procedendo all’arresto dello stesso capo bolscevico. Contatti in tal senso
erano stati avviati con Bucharin, il quale all’ultimo momento si era rifiutato
di portare alle estreme conseguenze la sua opposizione alla pace di Brest.
Malgrado l’accanita contestazione della sinistra, il VII congresso approva
l’operato di Lenin con 28 voti contro 9.
Il dramma di Brest-Litovsk si era consumato. I protagonisti ne rimasero
segnati. Il timore della Germania entrò a far parte della memoria collettiva
bolscevica. L’energia sovrumana di Lenin e il suo crudo realismo ebbero
62
ancora una volta modo di imporsi a un partito riottoso. Ma fu una vittoria
risicata, al limite della dissoluzione. Fu certo un’amara esperienza anche per
Stalin, che di Lenin fu, in quella circostanza, fedele discepolo e alleato
insostituibile. La sua innata avversione per l’intellighenzia del partito trovò
modo di alimentarsi e riprodursi di fronte al supponente atteggiamento di
Trozki, incapace sino alla fine di cogliere i reali rapporti di forza
internazionali, e alla irresponsabile spregiudicatezza di Bucharin, pronto a
sacrificare ogni cosa pur di imporre il suo punto di vista.
Il 10 marzo, alla chetichella, e giustificandola come misura d’emergenza,
governo e vertice del partito si trasferivano a Mosca, nuova capitale del
paese. Il bolscevismo lasciava la culla della rivoluzione. Pietrogrado non
avrebbe mai perdonato quell’affronto. La sua classe operaia, lo stesso partito
locale non rinunciarono, comunque, al ruolo di primi attori che avevano sin
lì interpretato. Anche Stalin sistemava ufficio e casa al Cremlino, emblema
del tirannico e tenebroso potere degli zar. La rivoluzione proletaria si stava
russificando pure nei simboli.

63
IX
A SCUOLA DI VIOLENZA

Per qualche settimana Lenin, pagato il duro prezzo della pace di Brest-
Litovsk, pensa sia possibile dedicarsi alla «costruzione» della nuova società.
Inizia col solito Bucharin un’aspra polemica sul «capitalismo di Stato» che
egli vorrebbe attuare e che il giovane contraddittore ritiene impossibile in
una società socialista. Ma la tregua non poteva durare, la rivoluzione,
trivellando nel profondo della Russia, portava in superficie fiumi di
risentimento e di ostilità. Lenin stava per pagare i metodi dittatoriali ed
esclusivistici della conduzione del potere.
Soppresse tutte le formazioni politiche nel breve volgere di pochi mesi,
erano sopravvissuti al governo e nei Soviet i socialrivoluzionari di sinistra,
ma in posizioni sempre più subordinate e senza che le loro richieste
venissero tenute in alcun conto. Decisero di passare all’azione secondo i
canoni tradizionali dell’opposizione russa, di ogni tempo. A giugno
uccidono a Pietrogrado il dirigente bolscevico Volodarski. Il 16 luglio
attuano un putsch a Mosca: assassinano l’ambasciatore tedesco, von
Mirbach, nell’intento di cancellare la vergogna di Brest-Litovsk, e occupano
alcuni punti chiave della capitale. Persino Dzerzinski, il capo della Ceka,
cade nelle loro mani. Ma non hanno un seguito popolare: in 24 ore l’ordine
viene ristabilito. I socialrivoluzionari di sinistra sono arrestati in massa,
fanno la fine dei «cadetti», dei menscevichi, degli anarchici.
Ma il vero segnale d’allarme viene dalle campagne. E non solo da quelle
abitate dai cosacchi, sempre ostili ai bolscevichi. Privati di ogni genere di
rifornimento dalle città, ove le industrie nazionalizzate progressivamente si
bloccano, con una circolazione monetaria ormai priva di valore e una rete
commerciale del tutto dissestata, i contadini non hanno interesse a vendere il
loro frumento allo Stato in cambio di rubli svalutati. Le città arrivano presto
alla fame: il partito deve farsi carico delle più elementari esigenze di vita.
Partono dalle fabbriche squadre di operai verso la campagna, con l’ordine di
requisire tutto quello che trovano nei granai. È l’inizio della guerra civile
nelle campagne. L’esercito degli «invasori», dapprima poche migliaia,
raggiungerà nell’autunno del 1918 le quarantamila unità.
Ma è tutta la Russia che sta sprofondando nel caos. Lungo la

64
Transiberiana i cinquantamila cecoslovacchi, fatti prigionieri durante la
guerra, che stavano marciando, secondo gli accordi, verso Vladivostok per
aggregarsi agli eserciti dell’Intesa, si ribellano al potere sovietico.
Costituiranno la base del raggruppamento militare di quel fronte che si
definirà «bianco» in opposizione a quello «rosso» dei bolscevichi. E sarà
anche il pretesto per l’intervento dei paesi dell’Intesa, desiderosi di spegnere
con le armi le fiamme della pericolosa rivoluzione.
Tra luglio e agosto accade di tutto. A Ekaterinburg - dove era stata
deportata - l’ex famiglia reale di Nicola Romanov viene massacrata dai
bolscevichi, timorosi che le truppe ribelli cecoslovacche e i primi reparti
dell’ammiraglio bianco Kolciak potessero liberarla. La stessa fine subirà il
granduca Michele. Il 30 agosto gli ultimi gruppi di social-rivoluzionari
ancora in libertà mirano alto: a Pietrogrado uccidono il capo della Ceka
locale, Uritski, e a Mosca una fanatica attivista, Fanny Kaplan, spara a
Lenin, reduce da un comizio in una fabbrica: due proiettili lo feriscono non
gravemente. La reazione è violenta, brutale. Dalle carceri di Pietrogrado, di
Mosca e di decine di altre località vengono prelevati migliaia di detenuti,
per lo più esponenti del vecchio potere zarista, del tutto estranei agli
attentati, e fucilati senza processo. Si distingue nel massacro Zinoviev,
diventato capo del partito nell’ex capitale.
È una risposta spropositata anche se comprensibile in quel clima. Ma non
poteva stupire provenendo da un partito che da mesi si sentiva «educare»
alla violenza rivoluzionaria proprio da Lenin. Già nel gennaio del 1918
quando nulla ancora autorizzava quelle parole, il vozd auspicava «... guerra
e morte ai ricchi e ai loro reggicoda, gli intellettuali borghesi... ai furfanti, ai
parassiti e ai teppisti». Insomma «ripulire il suolo della Russia di qualsiasi
insetto nocivo».
È appena l’inizio della violenza e degli stermini, di quelli che si
chiameranno «terrore rosso» e «terrore bianco». L’astrazione rivoluzionaria
dell’Ottobre, i «salti» storici imposti da Lenin stavano per essere pagati
amaramente dal popolo russo.
Ma è ormai lo stesso Ottobre a essere in pericolo. Ad agosto l’esercito,
che era stato smobilitato, deve ricostituirsi in Armata Rossa, sotto la
sferzante guida di Trozki, che parte sul suo celebre treno blindato per il
fronte orientale, dove più pressante è il pericolo. Anche Stalin deve lasciare
il suo ufficio del Cremlino. Lenin lo spedisce a Zarizyn, la città chiave del
basso Volga, da cui si dominano le vie di comunicazione fra l’Ucraina, il
Caucaso e le steppe orientali. Il suo compito primario è di presiedere alle
requisizioni in quelle campagne ricche di frumento. Mosca attende il suo
pane.
Trova, appena giunge sul posto, un telegramma di Lenin che lo incita a
65
«reprimere spietatamente» i nemici della rivoluzione. Comincia anche per
Stalin l’apprendistato della violenza. Non farà molta fatica a
impadronirsene. Risponde al vozd: «... Sarà fatto tutto il possibile per
prevenire brutte sorprese. Sia certo che la nostra mano non tremerà». E
difatti non trema. Stalin fucila senza pietà i nemici o supposti tali, liquida i
deboli e quanti non si piegano al duro ordine bolscevico. Ma lo attendono
anche compiti specificamente militari: le truppe bianche stanno ormai
stringendo Zarizyn in una morsa. Lo affiancano Voroscilov e Budenny:
comincia con loro un sodalizio che si protrarrà per decenni.
Sul fronte di Zarizyn nasce il suo primo aperto conflitto con Trozki.
Questi, nell’affannosa corsa per dotare l’Armata Rossa di un minimo di
efficienza, si era rivolto alla vecchia ufficialità zarista: molti di loro avevano
aderito all’invito, chi per mestiere chi per sottrarsi alla fame. (Nelle città le
tessere annonarie venivano consegnate solo agli operai e a quanti
lavoravano per il regime sovietico.) Ma il praktik georgiano non intendeva
devolvere ad alcuno il suo potere decisionale, tanto meno agli odiati zaristi.
L’operato di Stalin configura gli estremi dell’insubordinazione. Trozki è
costretto, il 4 ottobre 1918, a telegrafare a Lenin: «Insisto categoricamente
perché Stalin sia richiamato» e minaccia di deferire alla corte marziale
Voroscilov, sulle cui capacità militari esprime un pesante giudizio. Lenin si
barcamena: in effetti richiama Stalin, ma con tutto il garbo possibile. Gli
invia un treno speciale, su cui è Sverdlov, a prelevarlo, e appena arriva a
Mosca lo nomina membro del Consiglio della Difesa, l’organo che
sovrintende alla disperata lotta dei bolscevichi per la loro sopravvivenza.
Il 1919 è decisivo, un anno che alterna momenti di esaltazione
all’angoscia del crollo. La guerra mondiale era intanto terminata con la
sconfitta degli Imperi centrali: i territori occupati dalle armate tedesche
tornano alla Russia, a Berlino sembra imminente, come in tutta Europa,
quell’ondata rivoluzionaria che Lenin attendeva con ansia e su cui contava
per salvare il comunismo in Russia. Ma nel gennaio del 1919 l’assassinio di
Rosa Luxembourg e di Karl Liebknecht spegne le speranze degli spartachisti
tedeschi, così come la controffensiva conservatrice spegnerà nel sangue le
effimere repubbliche sovietiche d’Ungheria e della Baviera.
La Russia bolscevica è più che mai sola, isolata da uno spietato blocco
economico che nulla fa entrare o uscire dal Granducato di Moscovia, perché
a quel territorio è ormai ridotto il fortilizio della rivoluzione, assediato a est
dalle truppe di Kolciak, a sud da quelle di Denikin e Wrangel, a nord ovest
da quelle di Judenic. Ma i movimenti dei generali bianchi sono scoordinati e
gli anglo-francesi e i giapponesi che si sono impadroniti di tutti i porti
dall’Artico al Mar Nero e al Pacifico non possono spingersi oltre un
modesto aiuto materiale, perché l’Europa, dopo quattro anni di guerra
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spaventosa, non ne vuol più sapere di altri sacrifici. I marinai francesi si
ammutinano per protesta a Odessa, le truppe inglesi fanno altrettanto ad
Arcangelo, i portuali di tutta Europa sabotano i carichi al grido: «Giù le
mani dalla Russia!».
L’Armata Rossa di Trozki riesce a battere, uno dopo l’altro, tutti i
generali bianchi. L’Ottobre è salvo grazie alla spietata energia dei bol-
scevichi, di uomini come Stalin che, inviato, con Dzerzinski, sul fronte di
Perni dopo una cocente sconfitta, fucila a tutto spiano ma riporta ordine e
volontà di combattere nelle file disperse dei rivoluzionari.
Nel grande scontro con i «bianchi», Lenin e i suoi compagni si sentono
definitivamente legittimati. L’oscuro, ignorante, paziente contadino-soldato
ancora una volta li aveva salvati: nell’Ottobre lasciandoli conquistare
Pietrogrado, mentre loro si gettavano sulle sospirate terre dei nobili; nella
guerra civile schierandosi con l’Armata Rossa perché dietro quella
«bianca», se vittoriosa, si sarebbero ripresentati gli odiosi proprietari. I
bolscevichi potevano anche, in quei mesi di fame e disperazione, sottrarre
loro, con la violenza, i raccolti ma non le terre. Quelle gliele aveva concesse
il decreto di Lenin.
In quell’anno il partito si era militarizzato. Tutti i suoi militanti, dal-
l’operaio di fabbrica al dirigente, avevano imbracciato il fucile. Quadri
preziosi, disinteressati e generosi, erano caduti. Difficile sostituirli. Eppure
nel 1919, prodigiosamente, quel pugno di uomini riesce anche a far politica.
A marzo si riunisce l’VIII congresso, ricco di fermenti e di polemiche, e dal
quale Stalin esce con la consacrazione del dirigente di primo piano. Entra a
far parte del primo Ufficio politico (Politburo) con Lenin, Trozki e
Kamenev, assai più in alto di Zinoviev, Bucharin e Kalinin, solo membri
candidati. Ma è immesso anche nell’ufficio organizzativo del partito
(l’Orgburo) da cui concretamente si maneggiano le leve del potere: le
promozioni, i castighi, il controllo del sempre più onnipotente apparato.
La carriera di Stalin, sempre accompagnata dalla «fortuna», era stata
facilitata dalla morte prematura di Sverdlov, l’altro emerito praktik leninista,
sin allora guida organizzativa del partito. Nessuno sembra in grado di
prenderne il posto: non certo Lenin, assorbito da mille impegni, e nemmeno
Trozki, sempre alla guida delle forze armate, e men che meno Zinoviev,
Kamenev e Bucharin, troppo amanti del palcoscenico e degli incarichi di
prestigio per adattarsi all’umile, grigio, monotono lavoro di direzione dell’
apparat.
Sembra un compito tagliato su misura per il georgiano, pessimo oratore,
privo di raffinata cultura, in grado di parlare, e malamente, solo il russo.
Non è certo a lui che Lenin pensa, quando, sempre nel marzo del 1919, crea
a Mosca la Terza Internazionale, quel che nella mania bolscevica delle sigle
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si sarebbe presto chiamato Komintern. Un centro di raccolta dei partiti
socialisti di tutto il mondo, o di loro tronconi e brandelli che credono nella
carica messianica dell’Ottobre. Sono Zinoviev e Bucharin difatti a
rappresentare in quell’assise il bolscevismo russo.
Ma a Stalin, invece, Lenin pensa sempre se deve risolvere qualche
problema concreto, immediato, che esiga ferma determinazione. Ed è a
Stalin difatti che affida una sua creatura, il Commissariato dell’Ispezione
operaia e contadina (Rabkrin) che avrebbe dovuto garantire un minimo di
controllo su uno Stato che le esigenze militari della guerra civile e le
condizioni caotiche del paese avevano centralizzato e burocratizzato.
Un Lenin che, forte dei successi ottenuti dall’Armata Rossa, si fa adesso
tentare dal bonapartismo, gettando a mare le remore dottrinarie, un altro
esempio di spregiudicatezza leniniana, la riprova che la morale
rivoluzionaria riposava - per lui - più sugli interessi politici del potere che
sui sacri principi del marxismo.
Trozki è contrario all’avventura, inizialmente anche Stalin lo mette in
guardia. Ma Lenin vuole creare in Polonia un altro Stato rivoluzionario,
un’ombra rossa che si proietti sulla tanto agognata Berlino. Ordina -
nell’estate del 1920 - alle truppe di Tuchacevski di marciare su Varsavia.
Stalin è sul fronte sud, commissario politico dell’armata guidata da Egorov.
Sarà una campagna che dopo iniziali successi si trasformerà presto in un
disastro. I polacchi, da sempre anti-russi, non si erano fatti incantare dalla
versione moderna della vecchia oppressione zarista. Sotto la guida di un ex
rivoluzionario, Pilsudski, battono l’Armata Rossa. La ritirata si trasforma in
un coro di polemiche al Cremlino, nei quartier generali delle armate
bolsceviche. Stalin ha più volte disobbedito, come suo costume, agli ordini
del comando militare: tra lui e Tuchacevski rimarrà sempre dell’astio,
perché entrambi si considereranno, a vicenda, i responsabili della disfatta
polacca. È la prima e ultima avventura militare di Lenin. Una duplice
lezione per i suoi eredi: l’Armata Rossa reggeva se impiegata in compiti
difensivi, la rivoluzione proletaria non era esportabile sulla punta delle
baionette.
Ma il 1920 vede scoppiare nel partito altri pericolosi focolai di polemica.
Ad attizzarli sono sempre Trozki e Bucharin, gli estremisti del partito. Il
primo, dopo aver militarizzato i lavoratori delle ferrovie, pensa di estendere
quei metodi da caserma all’intero «fronte del lavoro», cancellando gli ormai
inutili sindacati. Bucharin, teorico ufficiale del «comunismo di guerra»,
plaude e incoraggia tutte le utopie (e le follie) derivate dal marxismo: una
società di eguali, senza mercato, senza profitti, senza salari. «L’anarchia
della produzione - scrive - e la disintegrazione rivoluzionaria dell’industria
sono una fase storica che per quanto ci si lamenti non potrà essere evitata»
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così come «la coercizione proletaria in tutte le sue forme, a cominciare dalle
fucilazioni per finire con la coscrizione della mano d’opera».
Stalin negli scritti dell’epoca non partecipa a quest’orgia incosciente che
sta portando il paese alla paralisi, l’industria alle forme primitive del baratto
con salari pagati in natura, l’agricoltura alla sistematica spoliazione dei suoi
prodotti senza compenso.
La battaglia che sulla fine del 1920 si combatte sul ruolo dei sindacati è
un falso obiettivo: da un lato Lenin, con Stalin, Kamenev, Zinoviev e Rykov
al fianco, contro il composito fronte della sinistra che va da Trozki a
Bucharin, all’opposizione operaia. Il realismo contro il dottrinarismo.
Al X congresso, convocato per i primi di marzo del 1921, il partito si
presenta spaccato e con strategie diverse. È alle viste una nuova Brest-
Litovsk, uno scontro e una crisi che avranno come posta, questa volta, le
sorti dell’economia.
Lenin non risparmia i colpi. Scriverà in quei giorni: «Noi tutti conosciamo
la mitezza del compagno Bucharin: è questa una delle sue caratteristiche per
cui egli è così amato. Sappiamo che più d’una volta egli fu chiamato per
scherzo “cera molle”. Ne consegue che su questa “cera molle” qualsiasi
persona priva di scrupoli, qualsiasi demagogo può scrivere ciò che vuole».
Parole dure per Bucharin, dipinto come un intellettuale inconsistente, che
chiunque può plagiare. In quel caso Trozki.
Stalin partecipa al dibattito con estrema prudenza. Sempre attento ai
rapporti di forza, non osa prendere di petto Trozki, si limita a fotografarne
gli sbagli. In un articolo intitolato I nostri disaccordi scrive: «L’errore del
compagno Trozki consiste nel fatto che egli sottovaluta la differenza tra
l’esercito e la classe operaia, mette sullo stesso piano le organizzazioni
militari e sindacali, tenta, senza dubbio per inerzia, di trasferire i metodi
militari dall’esercito nei sindacati, nella classe operaia». Lo stile è quello
abituale, grigio, iterativo. Ma il giudizio politico è sferzante. Stalin, con
abilità, stava dando corpo alla «sindrome Trozki» che cominciava a
pervadere il partito. Affascinati, come sempre, dalle analogie con la
rivoluzione francese, i bolscevichi cominciavano a guardare al capo
dell’Armata Rossa come a un possibile Napoleone. Trozki, con la sua
naturale intempestività politica, proponendo di militarizzare il mondo del
lavoro dava consistenza a quel sospetto. La vecchia guardia bolscevica, in
particolare Kamenev e Zinoviev, rientrata sotto l’ala protettrice di Lenin,
avrebbe cominciato a temerlo, a diffidarne. Del resto non aveva mai
dimenticato i suoi trascorsi di menscevico e di presuntuoso «battitore
libero». E tanto meno si era lasciata incantare dalla sua tardiva adesione al
bolscevismo. Era quanto pensava anche Stalin. Ma il cauto georgiano, per
ora, stava in seconda fila.
69
X
SEGRETARIO GENERALE

Quando il X congresso si apre a Mosca, ai primi di marzo del 1921, un


corpo di 50.000 soldati, al comando del generale Tuchacevski, stava
mettendo a ferro e a fuoco la zona di Tambov, che dall’estate precedente si
era sottratta al potere sovietico. Focolai di ribellione contadina erano sparsi
un po’ ovunque, attizzati dai vecchi capibanda che avevano prosperato
durante i tremendi anni della guerra civile. Contemporaneamente, l’Armata
Rossa metteva fine con le sue baionette al sogno dei georgiani di
trasformarsi in una Repubblica autonoma.
Ma qualcosa di molto più serio e preoccupante stava accadendo a
Pietrogrado, dove gli operai reagivano con scioperi e manifestazioni di
protesta al «comunismo di guerra», provocando la dura reazione del
proconsole Zinoviev.
I marinai di Kronstadt, che si sentivano sempre i custodi delle conquiste
rivoluzionarie, dopo una visita alle fabbriche dell’ex capitale, nella quale
toccarono con mano le spaventose condizioni di vita e di lavoro degli
operai, si riuniscono il 28 febbraio. In una tumultuosa assemblea approvano
un documento democratico-libertario nel quale si condannano i «privilegi»
del potere comunista, contrapposti ai sacrifici e ai soffocanti controlli
riservati ai lavoratori. Il documento rivendicava per i contadini, purché non
sfruttassero mano d’opera, il diritto di tenersi quanto bestiame potevano
custodire da soli, e l’uso della loro terra come meglio ritenevano. I marinai
non dimenticavano gli artigiani, cui, secondo loro, si doveva assicurare
libertà di lavoro. Un’autentica piattaforma politica di opposizione.
Fallito un tentativo di mediazione del presidente sovietico Kalinin, il cui
comizio finì tra berci e urla di «piantala, Kalinuccio», i marinai imboccano
la strada dell’aperta ribellione. La sera del 2 marzo la base navale era nelle
mani di un comitato rivoluzionario che, fatti incarcerare i dirigenti
bolscevichi locali, trasferì il suo quartier generale sulla Petropavlovsk.
Le notizie di Kronstadt giungono come un fulmine sui congressisti ancora
profondamente divisi dalle dispute sui temi economici. Il partito
direttamente attaccato si ricompatta; il suo quartier generale non ha dubbi:

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stroncare con forza la ribellione dei marinai. Trozki e Tuchacevski partono
per Kronstadt. Li seguiranno molti delegati che si offrono come volontari
per l’azione repressiva. Un loro primo attacco - l’8 di marzo - fallisce per
l’accanita resistenza degli insorti. Verrà ripetuto da circa 50 mila uomini il
17 e 18 marzo.
Gli scontri durissimi terminano con la sconfitta dei rivoltosi, ottomila dei
quali con una penosa marcia sul Baltico ghiacciato riusciranno a rifugiarsi in
Finlandia, una delle poche province dell’ex impero zarista che era riuscita a
ottenere l’indipendenza.
La rivolta di Kronstadt aveva provato sino a qual punto fossero ormai
logori i rapporti fra la società e il potere sovietico. Cantavano i marinai
dando voce a un paese stremato: «Come ridente sorge il mattino! / Rotto di
Trozki è ormai l’artiglio / e lo zar Lenin col suo Consiglio / presto per terra
faremo andar...».
Lenin ne rimase sconvolto. A differenza di Trozki, Bucharin e Radek, i
quali si distinsero nel denigrare pubblicamente i rivoltosi, Lenin colse per
intero il significato di quel gesto disperato. Era un Lenin ormai al limite del
collasso, dopo le dure prove politiche patite e la profonda crisi in cui l’aveva
gettato la perdita dell’adorata Inessa Armand, morta di colera nel settembre
del 1920. Un vuoto incolmabile in una vita già così forzatamente arida di
sentimenti. (Tutti notarono la sua prostrazione ai funerali dell’amica-
compagna. E alcuni testimoni così lo ricordano: «Lenin era veramente
irriconoscibile. Camminava a occhi chiusi; e a ogni istante temevamo che
svenisse». «Non ho mai visto un essere umano così assorto nel dolore».)
La reazione del vozd fu molteplice: sia al X congresso che nei mesi
successivi. Sul piano politico, l’assalto dei rivoltosi di Kronstadt, unito alla
contestazione da sinistra della sua linea, portata avanti da Trozki, Bucharin,
Sliapnikov e dalla Kollontaj, lo indusse a rendere ancora più ferrea la
disciplina nel partito. Impose al congresso l’approvazione di una norma
liberticida con la quale il Comitato centrale e la Commissione centrale di
controllo potevano espellere tutti coloro - compresi i dirigenti eletti dal
congresso - che si fossero resi responsabili di «frazionismo». Era un’arma
terribile consegnata nelle mani di un ristretto nucleo dirigente che già
assommava un immenso potere. Una norma che avrebbe ulteriormente
isterilito una formazione politica educata da Lenin a un ferreo centralismo, e
trasformata dalla guerra civile in un’avanguardia dispotica e militarizzata.
Ma sul piano economico Lenin decise, invece, di liberalizzare, di aprire
una valvola di sfogo al malcontento, che se fosse continuato ancora per
qualche settimana - come disse più tardi - avrebbe travolto il potere
sovietico. Furono varati alcuni decreti d’urgenza con i quali si poneva fine
alle requisizioni forzate dei raccolti: i contadini avrebbero dovuto pagare,
71
d’ora in avanti, un’imposta in natura allo Stato. Venivano inoltre concesse la
ripresa del commercio privato e la riapertura dei mercati; le piccole aziende
sarebbero state restituite ai vecchi proprietari. Provvedimenti dettati dalla
drammaticità della situazione più che da un lucido disegno. La terribile
carestia che si abbatté sul paese a partire dall’estate 1921 rese ancora più
urgente quella «nuova politica economica», la famosa Nep, che assunse col
trascorrere del tempo contorni sempre più ampi e permissivi.
La rivoluzione era ancora una volta minacciata dalla fame: le campagne
abbandonate in bibliche migrazioni da 35-40 milioni di contadini alla ricerca
di cibo, i negozi delle città privi di derrate alimentari, torme di bambini
abbandonati dai genitori, frequenti episodi di cannibalismo. Stime ufficiose
calcoleranno in tre milioni le vittime della fame. Ma, al di là della carestia,
era il «comunismo di guerra», con il suo perverso corredo teorico, che
usciva frantumato dalla prova. Lenin lo riconobbe apertamente: «Siamo stati
sconfitti nel tentativo di realizzare il socialismo d’assalto». Bucharin, che
più di ogni altro aveva contribuito a quella catastrofe, stava per versare altre
lacrime, come sua abitudine, e senza il minimo accenno autocritico: «... il
passaggio alla nuova politica economica rappresentò il crollo delle nostre
illusioni...»,.
Lenin, in quei difficili frangenti, si rese conto che la Russia, da lui
«violentata» con la rivoluzione, era un paese di contadini. Senza il loro
consenso, o almeno la loro benevola neutralità, nulla era possibile. E
finalmente si pose sul terreno concreto dell’analisi di classe: «Solo un
accordo con i contadini - disse - può salvare la rivoluzione socialista in
Russia, finché la rivoluzione non sarà avvenuta anche in altri paesi». E
ancora: «Il proletariato guida i contadini, ma non è possibile liberarci da
quest’ultima classe come ci siamo liberati dai proprietari fondiari e dai
capitalisti, che abbiamo distrutto. Con un lungo e grande sforzo e con grandi
privazioni dobbiamo trasformare questa classe».
E al partito, che s’interrogava smarrito sulla rinascita di un’economia di
mercato, rispondeva di volta in volta, confuso lui stesso, che la Nep era
«una ritirata» e poi «una sconfitta e una ritirata, per un nuovo attacco». Un
processo definito, saltuariamente, o già concluso o bisognoso ancora di «un
lungo periodo di tempo». Era difficile anche per la fertile fantasia leniniana
trovare una risposta teorica, marxista, alla presenza di elementi capitalistici,
volutamente incoraggiati dallo Stato proletario, in una società che
proclamava aboliti per sempre lo sfruttamento e il profitto. Di una sola cosa
era certo Lenin, come disse in un discorso alla fine di quell’anno: che la
realizzazione del socialismo avrebbe richiesto molto tempo. «Imparate a
lavorare a un ritmo diverso - fu il suo invito - misurando il vostro lavoro a
decenni e non a mesi».
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Stalin in quella dura battaglia era rimasto, ancora una volta, fra le quinte.
Il suo bagaglio economico era primitivo, come per quasi tutti i bolscevichi:
non si sentì dunque di gareggiare con i sostenitori o i detrattori della Nep, al
suo sorgere. Era ormai troppo occupato dai molteplici incarichi in un partito
difficile da dirigere, diviso com’era in potentati fra loro impermeabili: le
organizzazioni di Pietrogrado e di Mosca controllate rispettivamente da
Zinoviev e Kamenev; la stampa e propaganda da Bucharin; il governo da
Rykov, benché formalmente Lenin fosse sempre il presidente del Consiglio
dei commissari; il Soviet da Kalinin; le forze armate da Trozki; il
Komintern ancora da Zinoviev e Bucharin. Un partito riottoso ai suoi
vertici, per nulla vincolato dalle rigide norme supercentralizzate e dalla
disciplina che imponeva invece ai suoi quadri inferiori.
Ancora una volta si imposero le doti di equilibrio e di prudenza messe in
mostra da Stalin, in un partito che «aveva la febbre» secondo il giudizio di
Lenin. La necessità di moderni criteri di organizzazione che rimpiazzassero
l’anarchia propria della vecchia guardia e tenessero a freno l’arrivismo dei
nuovi quadri, spesso spinti al partito dall’ansia di far carriera e conquistare
posizioni sociali, rese obbligatoria la nascita di una segreteria del partito
dotata di maggiori poteri e di più ampia autonomia. L’XI congresso, che si
tenne nel marzo 1922, portò Stalin a occupare la carica di segretario
generale - il gensek come fu subito chiamato - che a tutti parve avere solo
connotati amministrativi. Insomma una poltrona per nulla appetibile. In
realtà, nelle mani di Stalin, che già faceva parte del Politburo e
dell’Orgburo, oltreché di una decina di commissioni di lavoro del Comitato
centrale, si stava concentrando un impressionante cumulo di potere. Agli
occhi attenti di Preobrazenski la cosa non sfuggì: si chiese come una sola
persona potesse assolvere a tutte quelle funzioni, ma fu rimbeccato da
Lenin, il quale si espresse in termini lusinghieri nei confronti di Stalin. Per il
vozd continuava a essere quel «meraviglioso georgiano» che aveva
apprezzato a Cracovia nell’ormai lontano 1913.
Un dirigente che continuava ad avere la «fortuna» dalla sua. Terminato il
congresso, Lenin, pur in non perfette condizioni fisiche, si sottopone a un
delicato intervento chirurgico: i medici avevano deciso di asportargli una
delle due pallottole sparategli dalla Kaplan, e che non gli era stata estratta. A
maggio, mentre si trovava in convalescenza nella sua dacia, è vittima di un
primo colpo apoplettico che gli paralizza parzialmente il lato destro del
corpo. La fibra del grande rivoluzionario si era spezzata. Ci sarebbero stati
ancora dei brevi periodi di vitalità, ma la sua costante ed energica azione di
guida del partito, e quindi dello Stato, era ormai finita. Per sempre.

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XI
«È TROPPO RUDE»

Nell’autunno del 1922, superato il primo attacco del male, Lenin torna al
Cremlino. Era ormai un vozd esitante, perplesso, in piena sintonia, del resto,
con quell’anno dall’andamento così contraddittorio. La Ceka, dopo gli
eccessi della guerra civile, veniva posta sotto più validi controlli, persino la
sigla era stata cambiata in GPU, ma a guidarla restava sempre Dzerzinski.
Fu proprio sotto la sua direzione che vennero messe a punto prove false o
dubbie contro i dirigenti socialrivoluzionari in carcere e che servirono al
processo per condannarne parecchi alla pena di morte. Sentenze per fortuna
non eseguite, con grande irritazione di Lenin, grazie all’intensa campagna
messa in atto dalle socialdemocrazie occidentali.
È anche di quell’anno il ritorno a un maggior rispetto della legalità
socialista e all’introduzione delle prime norme giuridiche del nuovo Stato
proletario. Ma, essendo sancito dai codici che «qualsiasi azione socialmente
pericolosa che minacci le fondamenta del regime sovietico» o che
comunque miri a «restaurare il potere borghese» doveva considerarsi come
il peggiore dei delitti, restava inalterata la possibilità per il partito bolscevico
di colpire qualunque forma di dissenso.
Lenin alternava momenti di furore contro i nemici, per i quali - in virtù
del principio da lui enunciato nel 1919 che «la lotta di classe non scompare
con la dittatura del proletariato ma assume semplicemente forme diverse» -
auspicava l’uso del «pugno di ferro» e delle «mitragliatrici», a momenti di
sconforto verso il suo partito. Che considerava impreparato, incolto, con una
burocrazia peggiore di quella zarista. Di lì i suoi perentori inviti ai
bolscevichi di istruirsi, di intraprendere una «rivoluzione culturale», e
l’aspra polemica contro le «com-vanterie» e le «com-frottole» di quei
dirigenti comunisti che ingannavano il popolo esaltando successi inesistenti.
Era sempre più preoccupato, inoltre, dal risorgere del nazionalismo «grande
russo» che si stava esercitando nella persecuzione dei georgiani, contro i
quali, peraltro, lui stesso aveva autorizzato la spedizione punitiva
dell’Armata Rossa.
Lenin continuava a esaltare la Nep, che, in effetti, nel 1922, grazie anche
a un buon raccolto, stava allontanando lo spettro della fame, ma ritenendola

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sempre come una concessione al capitalismo: e a chi gli chiedeva quando
sarebbe terminata quella «ritirata» non andava oltre un «non lo sappiamo
ancora». Sente che la questione contadina è il grande problema non risolto:
predica pazienza per la sua soluzione ma considera sempre i mugiki come
nemici potenziali, una forza che potrebbe allearsi con i «nepmen», cioè con
gli esponenti della «nuova borghesia» che la politica economica, da lui
voluta, stava facendo rinascere in Russia. E se riteneva prioritari gli
investimenti in agricoltura, sotto la stimolante spinta di Trozki conveniva
che solo un’economia pianificata avrebbe permesso l’avvio di quella
massiccia elettrificazione senza la quale - secondo il suo noto slogan - non
poteva esistere un potere sovietico.
È in quelle condizioni di smarrimento e di sconforto, che il 16 dicembre
1922 un secondo colpo apoplettico nuovamente lo paralizza. Un segnale
inequivocabile della gravità della malattia. L’ansia lo assale: sente di essere
in pericolo ma non attua alcuna misura che prepari il partito a procedere
senza di lui. Si riteneva, a ragione, insostituibile.
Dalla poltrona, dove è costretto, comincia a dettare disordinatamente note,
appunti, promemoria al gruppo delle sue segretarie, capeggiate da Lidia
Foteva. La Krupskaia, nell’isolamento impostogli dai medici, diventa
l’unico suo portavoce, il canale che lo collega al partito e in particolare a
Stalin cui, in qualità di segretario generale, spettava il compito «politico» di
presiedere il gruppo dei medici curanti. Era la Krupskaia che doveva far
rispettare le severe norme che impedivano al marito di lavorare per più di
un’ora al giorno, era lei che gli leggeva i giornali e gli filtrava le notizie dal
mondo esterno, il più possibile addolcite per non turbarlo.
La moglie-compagna assunse in quelle settimane un ruolo determinante.
E la donna lo interpretò con la passione politica della militante, ma anche
con tutti gli umori femminili che aveva coltivato stando a fianco di Lenin,
nei lunghi anni dell’esilio. Sin da allora aveva provato profonda avversione
per Stalin, destinata ad accrescersi per i compiti di «controllore» che il
gensek doveva eseguire. Questi ebbe, fin dall’inizio, la sensazione che la
Krupskaia fosse permissiva, consentisse a Lenin periodi troppo lunghi di
lavoro e quando fu certo che il vozd trascorreva ore e ore a occuparsi dei
problemi del partito (la Foteva era la sua «spia») ebbe con lei un violento
alterco minacciando di deferirla agli organi disciplinari del partito.
In effetti Lenin lavorava intensamente. A partire dal 25 dicembre prese a
dettare un memorandum - in seguito impropriamente definito come il suo
testamento - nel quale riversa tutte le preoccupazioni che lo assillavano in
quella fine del 1922. Erano tre i suoi timori: 1) se tra le due classi decisive
del paese, l’operaia e la contadina, si fosse determinata una rottura,
«inevitabile» sarebbe stata la sconfitta per il potere sovietico; 2) pericolo
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altrettanto grave correva il partito se si fossero deteriorati i rapporti tra
Stalin e Trozki; 3) le personalità eminenti del partito non superavano le sei
unità, ma tutte e sei erano dotate di difetti gravi o addirittura pericolosi.
Era un’analisi per certi versi acuta e per altri lacunosa, ma soprattutto
priva di sbocchi concreti, sia che quel documento dovesse servire a Lenin
come base per l’azione, in caso di ristabilimento, o al partito nel caso di una
sua prolungata inabilità o, addirittura, scomparsa. Non era infatti un
«testamento», perché mancava del requisito fondamentale: a chi dovesse
andare l’eredità.
Era comunque stupefacente, a conferma della sua sensibilità politica e
della profonda conoscenza degli uomini, che Lenin già nel dicembre del
1922 ritenesse inevitabile, e pericoloso, lo scontro fra Trozki e Stalin. Ma
non volendo scegliere tra i due proponeva, come solo rimedio per evitare
quella lotta fratricida, l’allargamento del Comitato centrale. Una misura di
tipo «amministrativo», priva di alcuna validità. Lenin restava prigioniero di
un partito che lui stesso aveva voluto centralizzato e forzatamente unitario e
che, dopo Kronstadt, considerava addirittura come criminose le posizioni di
dissenso. Forte del suo carisma era riuscito sin lì a dominarne le
contraddizioni, ma senza di lui e senza alcun correttivo democratico ogni
divergenza avrebbe assunto i contorni dello scontro traumatico. Le scelte del
Che fare? si stavano ritorcendo contro l’autore.
L’aspetto paradossale del promemoria era costituito dai giudizi che Lenin
pronunciava sulle sei più eminenti personalità del partito, le uniche da lui
prese in esame. Ritiene Trozki «l’uomo più capace dell’attuale Comitato
centrale», ma che «si distingue anche per l’eccessiva sicurezza di sé e per
l’eccessiva inclinazione agli aspetti puramente amministrativi del lavoro».
Per di più ne ricorda il «non bolscevismo». Così come di Zinoviev e
Kamenev ricorda solo «l’episodio d’Ottobre» che «non fu naturalmente un
caso». In un colpo solo, dunque, Lenin liquidava i suoi due più amati
discepoli, accusandoli di aver sabotato la rivoluzione, e il più prestigioso
leader, dopo di lui, per il suo menscevismo di un tempo.
Giudicata così sbrigativamente la vecchia guardia, Lenin si rivolgeva alle
giovani forze del partito, ma per identificarne solo due degne di nota:
Bucharin e Pjatakov. Ma anche su loro cadeva la spada della denigrazione,
temperata dalla speranza che il tempo gli desse torto. Bucharin, pur essendo
«il più pregevole e il più grande teorico del partito», oltreché esserne il
«prediletto», non poteva essere considerato «pienamente marxista», in
quanto ignorava la «dialettica» che «non ha mai imparato e, credo, non ha
mai capito a fondo». Su Pjatakov il giudizio era parimenti crudele: benché
dotato di «volontà e capacità» non si poteva fare affidamento su di lui «per
un serio problema politico», in quanto, come Trozki, limitato dalla sua
76
mentalità «amministrativa».
Su Stalin, invece, non c’erano rilievi critici, il che testimoniava come, nel
momento della dettatura di quel promemoria, Lenin continuasse a ritenerlo
degno dell’incarico di segretario generale che gli aveva affidato. Una
perplessità comunque la nutriva: ed era che non sapesse sempre usare «con
sufficiente prudenza» il «potere immenso» che si era venuto concentrando
nelle sue mani. Un quadro complessivo davvero sconfortante. Era dunque
quello il grande, orgoglioso partito, la fucina di temprati rivoluzionari di
professione che Lenin aveva cercato di costruire in oltre vent’anni a sua
immagine e somiglianza?
Alcuni giorni dopo, il 4 gennaio 1923, Lenin, rileggendo quelle note,
dovette rilevare che in quello squallido panorama da lui tracciato l’unico a
salvarsi era proprio Stalin. Forse influenzato dalla Krupskaia, costretta a
subire l’asfissiante controllo del gensek e quindi particolarmente polemica,
volle aggiungere al promemoria un postscriptum così formulato: «Stalin è
troppo rude e questo difetto, del tutto tollerabile nei rapporti fra noi
comunisti, diviene intollerabile nell’incarico di segretario generale. Perciò io
propongo ai compagni di pensare al modo di rimuovere Stalin da
quell’incarico e nominarvi un altro che... differisca da Stalin soltanto per
una prerogativa, e precisamente che sia più paziente, più leale, più gentile e
premuroso verso i compagni, meno capriccioso ecc.». Un giudizio davvero
singolare, comprensibile se rivolto a un padre di famiglia o a un marito ma
non al segretario di un partito rivoluzionario. Accorgendosi
dell’inconsistenza del rilievo, lo stesso Lenin deve precisare che se la
durezza poteva sembrare «un’inezia insignificante» avrebbe, al contrario,
assunto un «significato decisivo» nei rapporti tra Trozki e Stalin.
Nelle lunghe frequentazioni e osservandone il comportamento e lo stile di
lavoro, Lenin aveva colto alcuni aspetti caratteriali tipici di Stalin:
l’ombrosità capricciosa, l’acuta diffidenza, il malcelato complesso di
inferiorità che si traduceva spesso in morbose gelosie, il tratto a volte greve
e villano. Difetti che, alcuni mesi prima, non avevano avuto nessun peso
quando si era trattato di nominarlo segretario generale. Erano prevalsi,
allora, con tutta evidenza, i pregi politici di Stalin: la capacità di lavoro, le
doti organizzative, la modestia, la disciplina e, soprattutto, la sostanziale
fedeltà da lui sempre manifestata verso le posizioni leniniane.
Era ben strano che in quel postscriptum Lenin si appellasse a non meglio
identificati «compagni» perché trovassero «il modo» di rimuoverlo. A quali
compagni se i più illustri del partito li aveva appena demoliti con i suoi
impietosi giudizi? Il promemoria, comunque, riprodotto in cinque copie, finì
nell’archivio riservato del vozd. E da lì - lui vivente - non sarebbe più uscito.
Lenin continua per altri due mesi un’intensa attività, tenuto conto delle sue
77
pessime condizioni di salute. Elabora documenti, scrive articoli per la
«Pravda», verga biglietti per alcuni dirigenti del partito, segnatamente per
Trozki, probabilmente ne incontra alcuni di sfuggita, di certo si avvale della
Krupskaia come di una «staffetta». Ma a nessuno rivelerà l’esistenza di quel
documento esplosivo e la sua intenzione di volersi disfare di Stalin.
Nemmeno quando, ai primi di marzo, avrà la certezza di non poter
partecipare all’imminente XII congresso.
Dimenticanza di una mente sempre più minata e ridotta a poche ore di
lucidità al giorno? O non invece precisa consapevolezza dell’inutilità di un
cambiamento in un partito di cui, approssimandosi alla morte, scorgeva con
sempre maggior nitore le degenerazioni? Lenin, per la verità, dedica gli
ultimi brandelli di vita al disperato tentativo di correggerle. Si impadronisce
della questione georgiana, come momento emblematico dell’agire politico
di quel «suo» partito: Ordzonikidze che piglia a schiaffi un compagno,
Stalin e Dzerzinski che, incaricati di appurare le responsabilità, «coprono»
l’atto di violenza e il suo protagonista. Dietro a quell’episodio Lenin rivede
la brutalità dei funzionari «grandi russi» del regime zarista e non esita, in
modo assai poco corretto, a rivolgere pesanti critiche al segretario generale
del partito e ai suoi collaboratori in un messaggio inviato ad alcuni dirigenti
locali della Georgia, senza nemmeno mandarne copia agli interessati. Non
solo: ma della questione georgiana prega Trozki di farsene paladino
all’imminente congresso e gli invia un promemoria che sulla questione
aveva nel frattempo elaborato.
Preoccupato del burocratismo dispotico dilagante nel paese fa pubblicare
il 23 gennaio 1923 sulla «Pravda» un articolo molto critico nei confronti del
Rabkrin, l’apposito Commissariato creato nel 1919 e affidato a Stalin sino
alla metà del 1922, con il quale si sperava di frenare la tendenza alle
pratiche di corruttela e di clientelismo nell’apparato dello Stato. Il 6 febbraio
completa un altro articolo ancora sulle deficienze del Rabkrin, che definisce
un istituto inutile, e per meglio precisare che il burocratismo stava
diventando una piaga anche nel partito. Non ci potevano essere dubbi:
questa volta l’attacco era mirato su Stalin, a lungo commissario del Rabkrin
e ora segretario generale.
Stalin e il suo clan già assai potente (Molotov e Kuibyscev) ritengono lo
scritto di Lenin impubblicabile per lo sconcerto che avrebbe determinato nel
partito. Si deve riunire il Politburo, dopo che la Krupskaia aveva
manifestato il profondo disappunto di Lenin. Bucharin, Rykov e Kalinin
rimangono perplessi sull’utilità della pubblicazione. Kuibyscev propone la
stampa di un numero ad hoc per il solo Lenin. Si deve a Trozki, in quel
periodo particolarmente vicino a Lenin, e a Kamenev, se finalmente
l’articolo vede la luce sulla «Pravda» del 4 marzo.
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Probabilmente quella lunga anticamera doveva aver logorato i nervi sia di
Lenin che della Krupskaia, portandoli a un alto grado di irritazione. È in
quel clima che la donna gli deve aver riferito il violento alterco telefonico
avuto con Stalin. L’orgoglio dell’uomo prostrato ed emarginato esplode.
Detta una vibrata lettera: «Caro compagno Stalin, lei si è permesso di fare
un’insolente telefonata a mia moglie e di rivolgerle uno sfrontato
rimprovero... Non sono solito dimenticare così facilmente ciò che viene
fatto contro di me, e non c’è bisogno di sottolineare qui che considero
rivolto a me quanto viene fatto contro mia moglie. Le chiedo quindi di
valutare attentamente se è disposto a ritrattare le sue parole e scusarsi o se
preferisce la rottura dei rapporti tra noi».
Pur senza voler attribuire un preciso significato politico a un com-
prensibile gesto di stizza, quel biglietto, che verrà recapitato con
trepidazione dalle segretarie, indicava quanto ormai fosse deteriorata la
stima che un tempo Lenin provava per Stalin. Questi si affretterà a scusarsi
ma Lenin non ne potrà prendere nota. Il 9 marzo 1923 un altro colpo
apoplettico aggravava le sue condizioni, privandolo della parola. Era
definitivamente fuori combattimento.
La notizia getta nella costernazione il gruppo dirigente bolscevico. Le
speranze di un ritorno di Lenin alla politica attiva erano ormai tramontate.
Nessuno aveva il coraggio di ammetterlo ma si doveva cominciare a pensare
a un partito senza il fondatore. La «fortuna» continuava ad aiutare Stalin. Lo
scontro frontale con il suo maestro - se davvero era nella mente del vozd -
non ci sarebbe più stato.
I problemi incalzavano, il XII congresso era già stato fissato per aprile.
Sarebbe stato il primo senza Lenin. Chi avrebbe tenuto la relazione politica?
Stalin propone Trozki, questi rifiuta subodorando il tranello: prendere il
posto di un Lenin ancora vivo era un’esplicita candidatura alla sua
successione. Un’eredità che peraltro egli riteneva appartenergli di diritto.
Anche perché considerava irrilevanti sia Zinoviev che Kamenev, e di Stalin
soleva dire che era la «più eminente mediocrità del partito». Non era dunque
il caso di forzare i tempi. La mossa di Stalin fu comunque abile perché servì
a catturare la benevolenza di Trozki, tanto più necessaria in quei momenti di
difficoltà sia sulla questione georgiana che su quella della conduzione
interna del partito. Se Trozki, forte anche dei documenti ricevuti da Lenin,
gli avesse dato battaglia al congresso non avrebbe avuto scampo. Fu
Zinoviev, il vacuo e ambizioso Zinoviev, a toglierli dall’imbarazzo
accettando con piacere l’incarico di tenere la relazione principale. Stalin si
assegnò modestamente quella sullo stato del partito, mentre Trozki chiese, e
ottenne, di parlare solo sul tema dell’industria, che in quel momento lo
interessava in modo particolare. Un grave errore il suo.
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Quel XII congresso costituì per Stalin una grande vittoria tattica. Gli
permise di salvare la poltrona di gensek, mantenendosi nell’ombra e
lasciando alle luci della ribalta Zinoviev e Trozki, sicuro che la rivalità che
già covava fra i due si sarebbe accentuata. La questione georgiana - su cui
tanto aveva puntato Lenin - venne appena sfiorata. Trozki, ingabbiato dalla
sapiente regia, dovette stare ai patti e occuparsi delle «forbici» che si
allargavano fra i prezzi agricoli e quelli industriali, a tutto danno dei
contadini, e della necessità di superare la Nep per far posto a una «più nuova
politica economica» che puntasse sugli elementi socialisti della
pianificazione. Non poté nemmeno occuparsi della democrazia interna del
partito, altro punto che pure gli stava molto a cuore.
Un tema sul quale intervennero, invece, parecchi esponenti della sinistra,
in particolare Preobrazenski, che criticò duramente il metodo di formazione
dei dirigenti, basato esclusivamente sulla fedeltà alla linea ufficiale del
partito. Fu Zinoviev a recitare contro di loro la parte del Torquemada: «Ogni
critica alla linea del partito, anche la critica cosiddetta di sinistra è da questo
momento obiettivamente una critica menscevica».
Stalin apparve, al contrario, estremamente moderato e disponibile:
facendo sue le critiche leniniane apparse sulla «Pravda», promise l’al-
largamento degli organismi dirigenti e maggiore apertura verso le istanze
critiche della base. E non fu certo opera sua se in quell’assise cominciò ad
apparire il culto di Lenin. Zinoviev vi diede il via ricordando come nei
precedenti congressi i bolscevichi attendessero con avidità il discorso di
Lenin, «avidità pari a quella di un uomo che in una soffocante giornata
d’estate si precipiti su una chiara sorgente per dissetarsi». E Kamenev, di
rincalzo: «... pur mancando nella sala. Egli è nei pensieri e nell’azione il
capo del congresso». In realtà il duo Zinoviev-Kamenev iniziava il tiro di
sbarramento nei confronti di Trozki. Di Lenin ce n’era uno solo...
È in quel congresso, infine, che oggettivamente nasce la troika. Kamenev
e Zinoviev, pur non stimandolo, ritenevano che Stalin fosse l’unico gensek
possibile, al cui riparo marciare fino al giorno dello scontro decisivo con
l’orgoglioso e imprevedibile Trozki. Stalin è consapevole dei vantaggi di
quell’alleanza e fa di tutto per rafforzarla. Durante il congresso, al
compagno Osinski che si era permesso di elogiare lui e Kamenev,
riservando invece parole dure per Zinoviev, risponde con particolare
asprezza, accusandolo di voler spezzare «il nucleo» appena formatosi in
seno al Comitato centrale: «Debbo ammonirlo che egli urterà contro un
solido muro, contro il quale, temo, si romperà la testa. Il compagno Osinski
stia attento a se stesso». Il gatto cominciava a mostrare le unghie.
Che il partito, malgrado l’apparente unità, fosse comunque già pervaso da
un clima di profonde tensioni, è ben reso da questo episodio. Durante una
80
seduta congressuale, Voroscilov, vedendo giungere alla tribuna Trozki
seguito dal fido Radek, esclama: «Ecco il Leone (* Il nome di Trozki.) con la sua
coda». Radek, appresa la battuta, verga un epigramma che avrà grande
successo: «Voroscilov è un idiota / ha la testa più dura di un mulo / meglio
essere la coda di un leone / che di Stalin il culo».
Stalin monetizzò subito il successo congressuale rendendo ancora più
ferreo il controllo della macchina del partito. Si libera di parecchi
oppositori, tra cui Rakovski e Osinski, mandandoli in missione all’estero, un
metodo punitivo inaugurato da Lenin, nel 1921, con Krestinski.
Se ne dovette accorgere Zinoviev quell’estate, durante una vacanza nel
Caucaso del nord. Un momento di riposo che in realtà celava un’intensa
attività politica. Le pedine sulla scacchiera andavano mosse per tempo in
attesa che il «caso Lenin» si risolvesse. In una grotta, nei pressi di
Kislovodsk, Zinoviev, presiedendo un summit segreto con alcune
personalità del partito, tra cui Bucharin e Voroscilov, critica l’eccessivo
potere di Stalin, e suggerisce un rafforzamento collegiale della segreteria: a
Stalin si dovevano affiancare Trozki e un’altra persona da scegliere tra lui,
Bucharin e Kamenev. Poiché ha avuto l’assenso dei partecipanti, Zinoviev
illustra la sua proposta in una lettera a Stalin. Questi non perde le staffe e si
dice subito disposto a dimettersi per sgombrare il campo dai malintesi. È
una mossa ricattatoria che funziona. Andandosene Stalin avrebbe lasciato
campo libero a Trozki che in quel momento vantava, nel partito, un seguito
più ampio e soprattutto un prestigio di livello internazionale che vanamente
Zinoviev cercava di crearsi.
Così il patto di Kislovodsk sfuma. E Stalin può restare tranquillamente al
suo posto. Per dimostrare che non intende gestire il partito in modo
unilaterale, invita Trozki, Bucharin e Zinoviev a partecipare alle riunioni
dell’Orgburo, la vera stanza dei bottoni, per quanto riguarda la creazione del
nucleo dirigente. Una proposta abile, destinata a cadere perché il gensek ben
conosceva l’idiosincrasia del trio per la vita organizzativa del partito.
L’episodio di Kislovodsk colpì profondamente Stalin (lo ricorderà spesso
in avvenire). Aveva messo in luce, ai suoi occhi, la slealtà e l’inaffidabilità
di Zinoviev, con il quale era convinto di aver stretto una proficua alleanza.
Della vecchia guardia non poteva dunque fidarsi. Ma nella sua realistica
visione, Trozki restava il pericolo principale. Ecco perché a Stalin
conveniva ancora portare avanti la scelta della troika. Come suo costume,
un passo alla volta e ben proporzionato alla gamba.

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XII
«TI GIURIAMO, COMPAGNO LENIN...»

Stalin non ebbe modo di godersi a lungo i frutti del XII congresso.
Nell’estate del 1923 le fosche previsioni di Trozki si stavano avverando.
Malgrado il raccolto agricolo fosse stato abbondante per il secondo anno
consecutivo e le fabbriche avessero ripreso l’attività (ma con una
produzione complessiva abissalmente distante dai livelli prebellici), nelle
campagne e nelle città permaneva gravissima la penuria di prodotti.
Un’errata politica dei prezzi e una rete commerciale ancora devastata erano
alla base delle difficoltà. A luglio e agosto gli operai - malamente pagati -
danno il via a una catena di scioperi: Dzerzinski, che come capo della
polizia politica è ben al corrente del fermento nel paese, lancia l’allarme a
un partito che lui stesso definisce «spento e in decadenza».
Era il momento per Trozki di buttarsi a capofitto nel lavoro politico,
cercando di conquistare con tenacia un partito di nuovo smarrito, lacerato
fra la voglia di riprendere la marcia verso il socialismo, arrestata dalla Nep,
e il legittimo desiderio, dopo anni di sacrifici, di godersi un primo meritato
riposo.
Ma Trozki, in possesso di grandi qualità intellettuali e di formidabili doti
oratorie, è negato alla politica. Quando si occupa di un problema lo affronta
di petto senza curarsi di alleanze o di rapporti di forza. Capiva che il
momento di agire, per lui, era arrivato. Ma lo fa alla Trozki, in modo
arrogante, e mettendosi contro, in blocco, tutto l’apparato del partito, che se
meritevole di biasimo era pur sempre l’ossatura del regime sovietico, senza
il quale nulla poteva essere fatto e che, del resto, lo stesso Trozki mirava a
conquistare. L’8 ottobre fa recapitare al Comitato centrale una lettera-
bomba, divisa in due parti, una dedicata ai problemi economici, l’altra a
quelli interni del partito. Le critiche sono feroci: in campo economico tutto
era sbagliato e nel partito vigeva la mafia della segreteria. La lettera si
concludeva con una pesante minaccia: dopo un anno e mezzo di silenzio
adesso era pronto a parlare, a dire quello che pensava, apertamente, a un
partito che riteneva «cosciente, maturo, disciplinato». Sarebbe stata, la sua,
un’azione per farlo uscire «dal vicolo cieco senza convulsioni e
sconvolgimenti frazionistici».

82
Malgrado la promessa finale, il Politburo giudica quello di Trozki un
attacco in piena regola. Ma non sa come reagire. Cerca in un primo tempo di
mantenere riservato il dissidio, inviandogli una lettera molto dura in cui lo si
accusa di mire «dittatoriali» nel campo militare e in quello economico, e gli
si rimprovera il palese disinteresse per il lavoro di partito, confermato sia
dall’assenza sistematica alle riunioni, sia dal rifiuto di diventare il vice
presidente del Sovnarkom (cioè del governo). Una lettera che si conclude
ricordando, in tono minatorio, le molteplici polemiche da lui avute in
passato con Lenin. È un invito a nozze per un polemista abile come Trozki.
La replica è sferzante: ricorda a Stalin, pur senza nominarlo, gli aspri rilievi
mossigli da Lenin a proposito del Rabkrin, della questione georgiana e del
monopolio statale sul commercio estero. Stalin capisce l’antifona e tronca
quella pericolosa disputa.
Su un Politburo già smarrito, il 15 dicembre piomba come la folgore una
lettera firmata da 46 autorevoli esponenti del partito tra cui Preobrazenski,
Pjatakov, Serebriakov, Sapronov, Antonov-Ovseenko, Smirnov, Bubnov e
Kosior, che praticamente ricalcava le critiche di Trozki e chiedeva la
convocazione straordinaria del Comitato centrale.
Non esistevano prove che questa iniziativa fosse stata concordata con il
leader ribelle. Ma tutti lo pensarono.
Il 25 ottobre viene convocato il Comitato centrale, allargato alla
Commissione di controllo e ad alcuni rappresentanti delle dieci più
importanti organizzazioni periferiche. Era il momento decisivo dello
scontro, l’attesa verifica. Ma, inopinatamente, Trozki non si presenta, resta
chiuso nel suo alloggio al Cremlino. Perché diserta la battaglia? Forse per il
timore di apparire come il capo della rivolta, e quindi di incorrere nei
fulmini antifrazionistici? O lo muovono il suo innato disprezzo per le
«beghe» di partito e l’orgoglio intellettuale che lo faceva sentire così
superiore e distante anni luce da quella massa di praktiki
II concreto risultato di quella diserzione fu che i rappresentanti dei «46»,
in particolare il coraggioso Preobrazenski, subiscono, come ovvio, una
sonora sconfitta. La loro mozione viene bocciata, 2 voti contro 10 e 10
astensioni. A Stalin riesce inoltre di mantenere segrete quelle discussioni
protrattesi per tre giorni. Uno smilzo comunicato informa il partito che c’era
stata un’azione di Trozki definita un «profondo errore politico» e che era
servita come «segnale per un raggruppamento frazionistico».
Eppure malgrado l’insuccesso, Trozki era riuscito a scuotere l’albero. La
«Pravda» deve aprirsi a un libero dibattito, di cui Preobrazenski subito
approfitta per accusare il vertice di «spegnere la vita interna del partito». Ma
Trozki, sprezzante e sicuro di sé come sempre, preferisce la caccia alle
anatre ai conciliaboli con i suoi sostenitori. E in una partita venatoria si
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busca un malanno che gli procura febbri debilitanti tali da costringerlo a
casa. È lì che per più giorni lo vanno a trovare Stalin, il prudente, e
Kamenev, il diplomatico. La troika aveva deciso di venire a patti. Con
Lenin ancora vivo il partito non si poteva spezzare: chiunque si fosse
assunto il compito della rottura si sarebbe messo dalla parte del torto.
La moglie di Trozki ricorderà quegli estenuanti incontri. Sentiva solo la
voce alterata di suo marito, mentre quella dei suoi interlocutori appena si
percepiva. Alla fine di ogni incontro lo vedeva uscire dallo studio sudato e
stanco: si spogliava e si metteva subito a letto.
Ma quel susseguirsi di contatti ebbe una conclusione positiva: un
documento che, almeno sulla carta, segnava un primo consistente successo
per Trozki. Vi si riconosceva difatti, oltre all’esistenza nel partito di
elementi degenerativi, la libertà di critica e la necessità di «eleggere» i
dirigenti locali anziché «nominarli». La risoluzione viene approvata dagli
organi centrali del partito il 5 dicembre, e pubblicata sulla «Pravda» del 7.
Ma l’11 dicembre Trozki rompe la tregua con uno dei suoi abituali colpi
di testa. Fa pubblicare sul quotidiano del partito una lettera che aveva
inviato a un circolo della capitale. Era la sua «interpretazione» del
compromesso del 5 dicembre. Anziché sottolinearne gli elementi unitari,
Trozki esalta la sua vittoria: aveva spostato il centro di gravità del partito
dall’apparato all’autogoverno infliggendo un duro colpo ai burocrati,
segnatamente a quelli «aventi la maggiore esperienza e la più lunga
anzianità». Non solo, ma nella lettera incita i giovani «sicuro barometro del
partito» a «liberarsi dal servilismo e dall’obbedienza passiva», ricordando
loro come le vecchie guardie di un partito si trasformino sempre in centri di
«opportunismo», com’era accaduto ai socialdemocratici tedeschi alla
Bernstein.
Trozki non poteva commettere errore peggiore, opponendo i giovani agli
anziani del partito, considerati alla stregua dei «traditori» della seconda
Internazionale. Un terreno minato per un bolscevico dell’ultima ora.
Era la mossa falsa che la troika attendeva, da aggiungere a un conto già
pesante; proprio in quel periodo Trozki veniva reso responsabile anche dei
falliti tentativi insurrezionali in Germania, da lui improvvidamente voluti e
alimentati (a differenza di Stalin che con maggiore acume previde - come
poi accadde - la vittoria della borghesia tedesca e una sonora lezione per
quei comunisti).
In un’adunata di partito a Pietrogrado, Zinoviev conia per la prima volta
una definizione che avrà molta fortuna: il trozchismo (spulciando con più
attenzione le opere di Lenin si scoprirà che il vozd vi aveva già fatto ricorso
nel 1917). Vale a dire una «precisa tendenza nel movimento operaio russo»
che si era sempre contrapposta al bolscevismo. Anche Stalin concorre
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all’opera di demolizione, affidandosi a un’arma a lui poco congeniale,
l’ironia: «Debbo difendere Trozki dal compagno Trozki - dice - perché egli
non può e non deve, per comprensibili ragioni, portare responsabilità per
un’eventuale trasformazione dei quadri fondamentali della vecchia guardia
bolscevica». (Aveva ragione Stalin: Trozki non ne aveva mai fatto parte
essendo entrato nel partito solo nell’estate del 1917.) Semmai - egli
ricordava - il pericolo di mutamenti trasformistici proveniva da quei
menscevichi «entrati contro voglia nel nostro partito e (che) non hanno
ancora superato le loro vecchie abitudini opportunistiche».
Alla troika si era aggiunto anche Bucharin, con l’incontrollata passione
del neofita. Gettato a mare l’iniquo sinistrismo che aveva coltivato con
catastrofici risultati, si stava adesso rapidamente spostando a destra. Il titolo
del suo articolo non ammetteva repliche: «Abbasso il frazionismo!». E
persino il Komintern veniva coinvolto: in quella sede mondiale del
comunismo, dove ancora il nome del capo vittorioso dell’Armata Rossa era
considerato con stima e venerazione, Zinoviev non esitava a mettere in
piazza i dissidi all’interno della dirigenza bolscevica con un duro attacco
alle posizioni di Trozki. Fu la prima volta che si accennò a uno dei suoi
errori capitali di quel periodo: la sottovalutazione del ruolo dei contadini
nella società sovietica.
Il conflitto aveva raggiunto punti di estrema violenza ma era entrato in
stallo. Solo la XIII conferenza del partito, fissata per il 16 gennaio del 1924,
ne avrebbe fatto intuire l’esito, anche se l’isolamento del leader ribelle
sembrava crescere col trascorrere dei giorni.
Ma sarebbe stato lo stesso Trozki a sconfiggersi da solo, con un altro dei
suoi colpi a sorpresa. Attenendosi a una prescrizione medica che gli
consigliava cure in luoghi meno freddi, alla vigilia della conferenza partiva
per il Caucaso, lasciando libero campo agli avversari. Stalin che tenne il
rapporto politico poté così dilungarsi sui «sei errori di Trozki», che in realtà
si riducevano poi a uno solo: l’azione frazionistica.
La conferenza approvava una risoluzione che, a buon diritto, può definirsi
il vangelo del partito bolscevico al potere. È un’opera collettiva del gruppo
dirigente, incardinata su 15 punti. È sufficiente ricordarne alcuni: il quinto,
nel quale si rammentava che la storia del partito andava studiata soprattutto
come scontro tra bolscevismo e menscevismo; il settimo, in cui si assegnava
alla «Pravda», come compito primario, la lotta alle deviazioni; il nono, che
ingabbiava il dibattito interno nel recinto della disciplina di partito. E infine
il decimo, che prevedeva l’espulsione dal partito per chiunque si facesse
tramite di «voci incontrollate» o di documenti proibiti.
Se a questo si aggiunge che Dzerzinski, il capo della GPU, era riuscito a
rendere obbligatoria, per ogni iscritto, la denuncia al partito o agli organi di
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sicurezza di qualsiasi attività frazionistica, si avrà un quadro completo della
«democrazia» bolscevica già in atto agli inizi del 1924.
Era destino per i dirigenti del partito di non poter avere un attimo di
tregua. I delegati della XIII conferenza erano ancora in viaggio verso le loro
sedi quando, la sera del 21 gennaio 1924, giungeva da Nizni Novgorod la
notizia che, a 54 anni, la vita di Lenin si era spenta, dopo un ennesimo
attacco apoplettico.
Il grande capo della rivoluzione aveva trascorso gli ultimi mesi, dopo il
«colpo» del 9 marzo 1923, senza riuscire più a parlare. Comunicava a gesti,
a stento vergava qualche foglietto. In autunno aveva riacquistato l’uso della
gamba destra. Brevi passeggiate, qualche gita in auto. Il 21 ottobre si era
fatto riportare al Cremlino. Salito nel suo ufficio prese a sfogliare qualche
libro, poi vinto dall’emozione volle andare via. Tornò a Nizni Novgorod da
cui non si mosse più.
Quando nella gelida e lunare notte del 21 gennaio, Stalin, Zinoviev,
Kamenev, Bucharin e Tomski arrivarono in slitta nella villa di Lenin,
trovarono il cadavere già composto su un tavolo, circondato di fiori e di
rami d’abete. Era accaduto l’irreparabile: il potere del Soviet senza Lenin.
La delegazione rientra nella notte a Mosca, e da quel momento il nucleo
dirigente non chiuderà più occhio, assorbito dai dispositivi per i funerali,
dalle misure di sicurezza, dal cerimoniale politico delle manifestazioni di
cordoglio. Tutti i big sono presenti, tranne Trozki, che si trova a Tiflis. Lì, la
notte del 21, lo raggiunge la ferale notizia comunicatagli telegraficamente
da Stalin. Anziché ripartire subito per Mosca, il mattino del 22 si limita a
chiedere la data dei funerali. Stalin gli risponde: sabato 26 gennaio. Trozki,
convinto di non poter raggiungere Mosca per quella data, rinuncia a
presenziarvi e prosegue per la località climatica prescelta per la sua vacanza.
Un altro errore di portata incalcolabile. (Trozki accuserà poi Stalin di averlo
ingannato, perché le esequie, in effetti, si tennero 24 ore dopo il previsto. Un
rilievo meschino: tutto il vertice del partito sapeva che il ritardo dipendeva
dalle prime difficoltà incontrate nel processo di imbalsamazione del
cadavere.)
Il cordoglio di massa così palpabile a Mosca in quei giorni, le gigantesche
sfilate davanti al catafalco eretto nella Sala delle Colonne del Palazzo dei
Sindacati, il serpente nereggiante per le vie della capitale che accompagna,
in una temperatura polare, la sauna sino alle mura del Cremlino, assai più
delle liturgie bolsceviche dicono quanto Lenin fosse amato, e come la
Rivoluzione d’Ottobre, da lui impersonata, ancora rappresentasse per il
popolo russo un faro di speranza. Nelle povere isbe dei mugiki il suo ritratto
prese posto accanto alle sacre icone. Malgrado tutte le violenze subite dal
nuovo regime, i contadini non potevano dimenticare che da quell’uomo
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erano giunte le terre dei nobili tanto desiderate. Era morto davvero, per loro,
un «piccolo padre».
L’ala «russa», «orientale» del partito trasse da quell’ondata emotiva la
spinta per creare attorno al messia del comunismo il culto di una nuova
religione. Nel suo nome si apre una leva di massa nel partito (240 mila
aderenti, quasi tutti operai), Pietrogrado diventa Leningrado, la salma
mummificata esposta in un mausoleo di legno (poi di granito - com’è oggi -
dal 1929).
La Krupskaia, scandalizzata, avrebbe fatto sapere sulla «Pravda» che
c’era un solo modo degno di onorare la memoria di Ilic: quello di costruire
scuole, asili nido, centri medici, ospedali, biblioteche, tutto quello di cui
mancava il popolo. Ma non poteva certo fermare la glorificazione messa in
atto dai suoi vecchi compagni di lotta. Per Trozki «in ciascuno di noi vive
una piccola parte di Lenin, che è la nostra parte migliore». Per Bucharin «il
compagno Lenin era innanzitutto un capo come quelli che la storia produce
una sola volta nell’arco di centinaia di anni... un gigante che si è messo alla
testa dell’umanità e ne ha guidato il cammino... un dittatore nel senso
migliore del termine». E Zinoviev esultava: «È stata davvero una buona idea
quella di mettere Ilic in un mausoleo! E fortunatamente ci si è pensato in
tempo. La decisione di seppellirlo sarebbe stata assolutamente intollerabile».
Ma il capolavoro delle esequie fu costituito dall’orazione funebre
pronunciata da Stalin, la vigilia dei funerali, alla solenne seduta del Soviet.
Nel grande coro dei lamenti, delle esaltazioni, delle iperboli, la prosa di
Stalin, asciutta, semplice, scandita sul ritmo di una preghiera e insieme
iterativa come un giuramento militare, svelava per intero il fanatismo del
rivoluzionario di professione, la spietata energia di cui disponeva, e,
soprattutto, lo stile con cui pensava di condurre il partito senza Lenin.
Già le prime parole dell’indirizzo funebre erano significative:
«Compagni! Noi comunisti siamo gente di una fattura speciale. Siamo fatti
di una materia speciale. Siamo coloro che formano l’esercito del grande
stratega proletario, l’esercito del compagno Lenin... Non a tutti è dato essere
membri di un tale partito... Non a tutti è dato sopportare i rovesci e le
tempeste che l’appartenenza a un tale partito comporta. I figli della classe
operaia, i figli del bisogno e della lotta, i figli delle privazioni
inimmaginabili e degli sforzi eroici, ecco coloro che, innanzitutto, sono
degni di appartenere a un tale partito».
Il cieco orgoglio della «diversità» bolscevica, il carattere classista e
proletario di quell’esercito, non potevano essere resi con parole più efficaci.
Ma era la parte finale, quella dedicata agli impegni che il partito si assumeva
dinanzi alla salma del fondatore a costituire il nucleo di fondo di quel
discorso. «Ti giuriamo, compagno Lenin, che adempiremo con onore a
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questo tuo comandamento...». E i comandamenti erano: l’unità del partito da
preservare «come la pupilla dei nostri occhi»; la dittatura del proletariato;
l’alleanza tra operai e contadini; la fedeltà ai principi dell’Internazionale
comunista.
Pochi allora colsero i contorni del «programma» di Stalin. Continuavano a
ritenerlo un gensek di passaggio.

88
XIII
LA TROIKA

Che i bolscevichi fossero di tempra speciale - come orgogliosamente


aveva detto - Stalin lo deve subito dimostrare. La scomparsa di Lenin
riapriva tutti i giochi: il gruppo dirigente partiva alla pari. Nessuno di loro
riuniva, in una sola persona, le qualità di Ilic: preparazione teorica, prestigio
internazionale, spregiudicatezza politica, capacità di sintesi, abilità nelle
mediazioni.
Il successore non poteva d’altronde che legittimarsi in Lenin, dimostrando
di esserne stato un discepolo fedele, un intimo compagno di lotta
nell’«esilio», un collaboratore nell’Ottobre. Le biografie diventavano
decisive. E quella di Stalin, in effetti, presentava varie lacune. Pensò di
colmarle subito. Il giorno dopo i funerali di Lenin, parlando a dei cadetti,
ricordò un episodio del 1903, probabilmente inventato, dal quale risultava
come egli già fosse in corrispondenza con Lenin. Purtroppo la lettera del
vozd, che lo doveva provare, l’aveva distrutta come richiedevano, allora, le
ferree leggi della clandestinità.
Le prime mosse non avevano comunque turbato il precedente assetto del
partito. Stalin stava attivamente lavorando per conservarlo al prossimo
congresso, il XIII, in programma per il 23 maggio 1924. Ma pochi giorni
prima della sua apertura perviene al Comitato centrale una busta della
Krupskaia contenente il promemoria che Lenin aveva dettato fra la fine del
1922 e i primi del 1923, quello in cui invitava il partito a sostituire Stalin
nella carica di gensek. Il biglietto di accompagnamento della vedova non
ammetteva scappatoie: «Vladimir Ilic ha manifestato il più fermo desiderio
che dopo la sua morte questo memorandum venisse comunicato al prossimo
Congresso del partito». Era davvero così? Bisognava crederle sulla parola
perché non esibiva alcuna prova di quella volontà. Singolare anche che
avesse atteso oltre tre mesi per renderlo noto. Temeva che gli aspri giudizi
in esso contenuti potessero determinare un’azione di rigetto da parte di
Stalin e dell’intero gruppo dirigente?
Di certo produsse l’effetto di una deflagrazione, soprattutto nell’animo di
Stalin. Quell’accusa di rozzezza lanciatagli da un Lenin morente e che
adesso esplodeva postuma, quella richiesta di allontanarlo dalla segreteria

89
proprio nel momento in cui era impegnato a difendere il leninismo,
aggravarono il complesso di persecuzione di cui già soffriva, rafforzando la
sua diffidenza nei confronti della vecchia guardia. Un’altra amara lezione
che l’avrebbe reso ancora più duro, spietato, privo di scrupoli. La lotta
politica andava combattuta senza esclusione di colpi. Anche quello era un
insegnamento di Lenin.
Il gensek comunicò subito la sua intenzione di dimettersi. Non restava che
sottoporre il caso al Comitato centrale, nella tradizionale riunione alla
vigilia del congresso. Il 22 maggio Kamenev legge l’esplosivo documento
allo stato maggiore del partito. Un testimone così ricorda Stalin in quei
minuti: «... seduto sugli scalini della tribuna, sembrava piccolo e
meschino...; benché si controllasse e facesse mostra di indifferenza, era
evidente che il suo destino era in gioco».
Ma la logica che presiedeva la troika l’avrebbe salvato. Kamenev e
Zinoviev non hanno dubbi: abbandonare Stalin al suo destino avrebbe
comportato il ritorno sulla scena, come pretendente alla successione di
Lenin, di un Trozki che, pur in gravi difficoltà per i loro attacchi e per i suoi
sbagli, conservava ancora fascino e potere. I giovani, in particolare gli
studenti, erano con lui; quanti nel partito, soprattutto in periferia, si
sentivano oppressi dal centralismo moscovita lo seguivano con interesse; i
teorici della ripresa rivoluzionaria, dopo la boccata d’ossigeno della Nep, lo
avevano eletto come loro punto di riferimento. E soprattutto, quale
presidente del Consiglio militare rivoluzionario, teneva sotto il suo controllo
le forze armate.
Zinoviev si assume, con suadente oratoria, i compiti dell’avvocato
difensore. Lo fa con grande abilità: «Voi tutti siete stati testimoni del nostro
lavoro comune negli ultimi mesi; e, come me, siete stati lieti di constatare
che i timori di Ilic non si sono realizzati». Dunque Stalin non era «brutale»
con i compagni, lo dimostrava la direzione collegiale in atto nel partito.
Pertanto poteva restare al suo posto di gensek. Kamenev si associa, e
propone che il promemoria di Lenin venga letto solo ai capi-delegazioni e
non pubblicamente al congresso. La proposta è messa ai voti: viene
approvata trenta contro dieci. Trozki ha taciuto. Un’altra occasione persa?
Era molto difficile, anche per lui, servirsi di quel Lenin ambiguo,
contraddittorio. È vero, voleva che si allontanasse Stalin, ma per sostituirlo
con chi? Non aveva riservato anche a lui, Trozki, giudizi oltraggiosi: un
«non bolscevico» che nell’azione politica privilegiava il momento
«amministrativo», cioè repressivo?
Del resto, anche per Trozki si poneva, rovesciato, lo stesso problema:
togliere Stalin dalla carica di segretario generale, poteva comportare il
rischio di una scelta di Zinoviev. Il burocratico georgiano, ai suoi occhi, era
90
meno pericoloso. Meglio lasciarlo a quel posto.
Solo la Krupskaia, in quella riunione, si manifestò apertamente contrariata
dalla decisione. Ma i giochi erano fatti.
Il XIII congresso può prendere il via. La maggioranza dei delegati
ignorava le tensioni del giorno precedente. È quello il punto più alto delle
fortune di Zinoviev. Gli pareva di avere il partito in mano. Chiede a tutti «il
cento per cento dell’unità bolscevica» e chiama in causa Trozki, invitandolo
a fare pubblica ammenda dei suoi errori. Fu un pericoloso precedente quello
introdotto da Zinoviev nella liturgia bolscevica: l’autoflagellazione. Ne
suggerisce perfino la formula:
«Compagni, ho sbagliato, il partito aveva ragione!».
E Trozki, nella sua replica, pur non indietreggiando sostanzialmente dalle
sue posizioni, introduce anche lui elementi mistici, sacrali, sulla natura del
partito. «Nessuno di noi vuole o può avere ragione contro il proprio partito.
Il partito in ultima analisi ha sempre ragione... Si può avere ragione soltanto
col partito e attraverso il partito perché la storia non ha creato altri mezzi per
la realizzazione di ciò che è giusto.» E anche se, come nel caso suo, si
rimaneva vittime di ingiusti attacchi, il buon compagno doveva rispondere
parafrasando il celebre motto inglese: «Giusto o ingiusto ma è il mio partito
e io porto sino in fondo le conseguenze della sua decisione».
Stalin ascoltava avidamente e prendeva nota. Ma nel suo intervento volle
sottrarsi a quell’atmosfera chiesastica, che lui, ex seminarista, ben
conosceva. Assume al contrario toni laici: «II partito, dice il compagno
Trozki, non si sbaglia. È falso! Il partito si sbaglia spesso. Ilic ci ha mostrato
come insegnare al partito a correggersi».
In quel clima, ancora impregnato della scomparsa di Lenin, un vuoto che
tutti sentivano incolmabile, la posizione di Stalin appare la più equilibrata;
la sua modestia, il buon senso, la ricerca dell’unità lo rendono agli occhi del
partito assai più convincente del tronfio Zinoviev o di un Trozki impacciato,
che si differenzia ma non propone alternative concrete, comprensibili.
Il congresso finisce come meglio non poteva per Stalin: il Comitato
centrale si gonfia ulteriormente di quadri a lui collegati, Trozki riceve nelle
votazioni molte cancellature. Alla prima riunione del parlamentino
comunista, Stalin rinnova la sua offerta di dimissioni da gensek in ossequio
alla postuma richiesta di Lenin. È un gesto formale ma colpisce per l’onestà
manifestata da chi lo compie. Il Comitato centrale lo prega di restare. La
fortuna e la sua intelligenza politica gli avevano fatto superare la prima
grave crisi dopo l’Ottobre. Stalin comincia a pensare in grande, da quel
momento. I rivali, tutto sommato, sono alla sua portata, anzi...
Ma i sottili giochi di potere non hanno vita lunga. La vera eredità di
Lenin, un paese dissestato da lunghi anni di guerre, di carestie, e di velleitari
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estremismi solo parzialmente corretti dalla Nep, stava piombando sul tavolo
del Politburo, e in particolare del gensek, l’unico detentore del potere.
Un mediocre raccolto agricolo in quell’estate 1924 si stava accoppiando
con le crescenti insoddisfazioni dei contadini: prezzi non rimunerativi per i
loro prodotti, ammassi ancora vessatori, povertà di beni di consumo. La
Georgia, in agosto e settembre, è teatro di violente sollevazioni.
Ordzonikidze viene spedito sul posto a reprimerle. Ma Stalin è allarmato:
«Ciò che è successo in Georgia può ripetersi in tutta la Russia, se non
cambieremo da cima a fondo il nostro atteggiamento verso i contadini». E
ancora: «O permetteremo ai contadini e agli operai senza partito di criticarci
o subiremo la critica sotto forma di insurrezioni. L’insurrezione georgiana
era una critica».
Stalin si va convincendo, per il ruolo che occupa, che il potere sovietico
ha bisogno del consenso. Anche per lui è venuto il momento della scoperta
dell’oceano contadino. Solo pacificando quelle acque si potrà andare avanti.
«Volgiamoci alla campagna», dunque, come dirà Zinoviev, sempre abile nel
coniare slogan. Stalin inizia la lunga, prudente marcia verso destra, nel corso
della quale è destinato a incontrarsi con Bucharin il quale, sul piano teorico,
sta proponendosi come la guida di una Russia contadina. Stalin ha colto il
nesso profondo che deve collegare la classe operaia ai contadini.
Un’alleanza, come ammoniva Lenin morente, che se messa a repentaglio
avrebbe provocato automaticamente il crollo del potere sovietico.
Ma in quell’agosto 1924, mentre la Georgia insorgeva, all’Accademia
comunista di Mosca, Preobrazenski dava lettura di un suo saggio dal titolo
poco avvincente. La legge fondamentale dell’accumulazione socialista, ma
che avrebbe assunto, con il trascorrere del tempo, il valore di una scoperta
copernicana, per un partito come quello bolscevico così poco ferrato in
questioni economiche.
L’assunto di Preobrazenski partiva da una premessa che trovava tutti
d’accordo. La Russia, per modernizzarsi, aveva bisogno di un impetuoso
sviluppo industriale. Lo richiedevano sia le esigenze pratiche che quelle
rivoluzionarie. Ma con quali capitali si sarebbe finanziato quel gigantesco
balzo in avanti? Ecco un tema al quale solo Trozki aveva finora posto
orecchio, anche lui però non rendendosi ancora conto delle enormi
implicazioni.
Per Preobrazenski non c’erano dubbi: solo «l’accumulazione socialista»
era in grado di far fronte all’industrializzazione e in parte essa avrebbe
dovuto copiare quella capitalistica realizzatasi col sistematico saccheggio
delle campagne. Sul piano politico ciò voleva dire «l’espropriazione del
surplus delle forme presocialiste dell’economia». Tradotto in volgare
Preobrazenski suggeriva di spogliare i contadini, la cui economia, grazie alla
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riforma agraria dell’Ottobre, era ancora basata sul mercato e sulle sue leggi
produttive e di scambio. «L’idea che un’economia socialista - sottolineava
Preobrazenski - possa svilupparsi da sola, senza toccare le risorse
dell’economia piccolo-borghese, compresa quella contadina, è
indubbiamente un’utopia reazionaria».
Poteva essere quello l’inizio di un dibattito che portasse il partito a
prendere coscienza, in termini scientifici, dei compiti immani che gli
stavano di fronte. Ma ancora una volta Trozki avrebbe rotto il gioco,
riproponendo lo scontro fra le varie anime del bolscevismo in chiave
ideologica e di puro potere. In occasione del settimo anniversario della
Rivoluzione fa editare alcuni suoi scritti del 1917, col titolo Lezioni
sull’Ottobre, preceduti da un’introduzione che in ogni riga contiene
dinamite. Kamenev e Zinoviev vi sono presi di petto, difatti, per i loro
cedimenti prima della Rivoluzione, quelli che spinsero Lenin a definirli
crumiri e traditori. Stalin è chiamato in causa indirettamente per l’at-
teggiamento filomenscevico e conciliatorio assunto dalla «Pravda», prima
dell’arrivo di Lenin e delle Tesi di aprile.
L’attacco, in quelle circostanze e con ciò che bolliva in pentola, era
dissennato. Trozki mirava a delegittimare la troika dal punto di vista
dell’ortodossia leninista, presentandone i suoi campioni come un mucchio di
vili e opportunisti. Con la sua abituale alterigia, Trozki, sempre lontano
dalla vita del partito, non aveva colto, nello schieramento che in blocco
attaccava, le prime crepe. Zinoviev era difatti sempre più ansioso di gestire
direttamente il potere che in una società basata su un solo partito non poteva
che concentrarsi nella carica di segretario. Stalin stava diventando
ingombrante. Ma sintomi di nervosismo, sia pure abilmente mascherati,
cominciava a manifestare anche Stalin nei confronti dei suoi alleati. In
particolare, Zinoviev e Kamenev controllando le organizzazioni di
Leningrado e di Mosca, da loro ridotte a feudi personali, impedivano al
gensek di esercitare le sue prerogative nei due più importanti centri del
paese.
La sortita di Trozki, mettendo in pericolo la stessa sopravvivenza della
troika non poteva che ricompattarla. Il 2 novembre parte la controffensiva.
È Bucharin ad aprire il fuoco sulla «Pravda». Nella Rivoluzione d’Ottobre il
solo protagonista è Trozki - gli rimprovera - Lenin è appena «visibile sullo
sfondo», il Comitato centrale è «ottuso e anonimo», le masse assenti. «È
ammissibile - si chiede Bucharin - che un marxista scriva la storia a questo
modo? Questa è una caricatura del marxismo.»
Poi si fa avanti Kamenev, particolarmente risentito: Trozki è sempre stato,
dice, «l’agente del menscevismo in seno alla classe lavoratrice».
Viene il turno di Stalin, con un velenoso contributo di «storico». Negli
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archivi della polizia zarista, dopo la rivoluzione, era venuta alla luce una
lettera, intercettata dall’Okrana, che Trozki aveva scritto nel 1913 al leader
menscevico Cheidze, e nella quale insolentiva pesantemente Lenin,
accusandolo di avvalersi delle armi della «menzogna e della falsificazione»
e di far ricorso a tutto quello «che c’è di arretrato nel movimento operaio
russo». Stalin la legge di fronte a uno sbalordito uditorio. Aveva colto nel
segno: avulsa dal contesto delle roventi polemiche di quegli anni lontani, la
lettera presentava Trozki alla grande massa dei nuovi militanti, operai
spesso incolti e comunque digiuni di storia, come un accanito e irriducibile
avversario di Lenin. In un paese ormai dominato dal culto del «fondatore»,
davanti alla cui salma imbalsamata si snodava ogni giorno una fila
ininterrotta di pellegrini, non ci poteva essere colpa peggiore.
È la volta di Zinoviev a pronunciare la sua arringa sulla «Pravda» del 30
novembre «Occorre che il partito si garantisca contro il ripetersi degli
attacchi al leninismo. Occorrono serie garanzie in modo che le decisioni del
partito siano vincolanti anche per il compagno Trozki... La parola d’ordine è
oggi: bolscevizzazione di tutti gli strati del partito! Lotta ideologica contro il
trozchismo!».
Sul quotidiano del partito appare infine il compromettente carteggio di
Trozki del 1913 con un fazioso commento di Kamenev: «Che i dubbiosi e
gli esitanti si leggano o rileggano la lettera di Trozki! Noi siamo certi che
essa li libererà finalmente dai dubbi e dalle esitazioni».
Tutto era ormai pronto per un nuovo decisivo appuntamento: il Comitato
centrale del 20 gennaio 1925. E Trozki come stava reagendo a quella nuova
violenta campagna, peraltro da lui stesso provocata? Ai pochi cui era
consentito avvicinarlo si dice sorpreso, sconcertato dal tono degli attacchi.
Come sempre nei momenti difficili viene assalito da misteriose febbri
influenzali. Decide ancora una volta, a causa delle sue condizioni di salute,
di non presenziare al dibattito. Si barrica, cupo e irritato, nel suo
appartamento al Cremlino, e verga una lettera al partito nella quale si
presenta come vittima di una campagna basata su «tante false accuse e
addirittura mostruose». Pur dichiarandosi disposto ad accettare qualunque
incarico gli verrà affidato, annuncia la sua ferma intenzione di dimettersi da
presidente del Consiglio militare rivoluzionario: «Dopo le recenti
polemiche, è nell’interesse della nostra causa».
Al Comitato centrale Zinoviev e Kamenev si presentano con la bava alla
bocca. Privatamente avevano premuto su Stalin perché Trozki fosse
addirittura arrestato, ottenendone un fermo rifiuto. Al plenum chiedono
invece che il reprobo sia espulso dal partito. Stalin si dichiara contrario e
con lui i suoi fidi Ordzonikidze, Molotov, Voroscilov e Kalinin. Anche
Bucharin si associa, sia pure con minor convinzione.
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In via subordinata, il duo propone allora l’espulsione dal Politburo. Ma
anche questa proposta non passa. L’accanimento di Zinoviev e Kamenev era
spiegabile: ritenevano fosse giunto il momento di sbarazzarsi
definitivamente di Trozki, per poter poi concentrare il fuoco su Stalin.
Questi intuisce il gioco e ne ha conferma quando Kamenev, con molta
ingenuità, gli propone inutilmente di succedere a Trozki nella carica di capo
delle forze armate, ovviamente lasciando quella di segretario generale del
partito a Rudzutak, un bolscevico di seconda fila.
Il Comitato centrale si chiude con un monito al ribelle, redatto da
Zinoviev: lo si accusa di posizioni antileniniste pervicacemente portate
avanti senza mai alcun segno di pentimento, e lo si minaccia di espulsione
dal Politburo alla prossima mancanza. Il partito viene invitato a meditare
sugli errori di Trozki, dal 1903, quando si oppose per la prima volta a Lenin,
sino allo scritto incriminato, Lezioni d’Ottobre.
Trozki, grazie a Stalin, resta comunque membro del Politburo, ma la sua
posizione nel partito è irrimediabilmente compromessa. Nella risoluzione
finale due soltanto avevano votato per lui: Rakowski e Pjatakov. Da quel
nuovo febbrile soprassalto del partito, Stalin, per contro, usciva ancora più
forte. Aveva manifestato prudenza, calma, controllo della situazione. A
differenza degli scatenati Zinoviev e Kamenev si era mostrato fermo
nell’evitare misure punitive. «Delle repressioni sono un avversario
dichiarato - aveva detto - ma ci occorrono non già repressioni, bensì uno
sviluppo della lotta ideologica contro la rinascita del trozchismo.» Era
davvero l’ideale del gensek, in quel momento. Trozki, che pur tanto lo
disprezzava, si rese conto che Zinoviev e Kamenev erano peggiori di lui.
Non gli restò che partire ancora una volta per il mite clima del Caucaso a
combattere le sue febbri influenzali.
Stalin, nel chiuso del suo ufficio, che raramente abbandonava, succhiando
la pipa, sbrigava una montagna di lavoro. Al contrario dei suoi compatrioti,
impenitenti chiacchieroni, parlava pochissimo. Il più delle volte ascoltava
senza mai interrompere e far trapelare la sua opinione. Quand’era stanco
lasciava la scrivania per un breve riposo su un vicino canapè.
Dirigere un partito e quindi lo Stato, in un paese sterminato come la
Russia, era già gran compito. Un partito, tra l’altro, nel quale i trabocchetti e
gli inganni erano all’ordine del giorno. Ma come se non bastasse sul gensek
gravavano i giganteschi, assillanti problemi che l’Ottobre aveva creato e che
Ilic gli aveva lasciato in eredità, senza alcuna ricetta prestabilita. (Del resto
tutta la rivoluzione bolscevica era anomala, persino rispetto ai canoni di
Marx.) Problemi teorici e pratici. Per risolvere i primi Stalin prendeva
addirittura lezioni di filosofia. Per i secondi non restava che il suo fiuto.

95
XIV
A PASSO DI LUMACA

«Per molto tempo ancora... dobbiamo cavalcare su un macilento cavallo


contadino e solo in questo modo salveremo la nostra industria e
assicureremo una base solida alla dittatura del proletariato.» Parole di
Bucharin. Era il contraltare alla nota teoria di Preobrazenski, in base alla
quale anche il socialismo per svilupparsi doveva «pompare» (diceva proprio
così) mezzi e risorse dai contadini. Bucharin, ormai totalmente convertito
dalla realtà del suo paese, dopo i sogni e le chimere dell’Ottobre, inorridiva
di fronte a quanti auspicavano «una notte di San Bartolomeo per la
borghesia contadina». E si rifaceva a Marx per ricordare che con quei
metodi, che si volevano imitare, il capitalismo aveva causato «la
degradazione dell’agricoltura... il cretinismo della vita rurale».
Stalin non si pronunciava ancora, anche se i primi accenni a un
gigantismo industriale avanzati da Trozki, e all’inevitabilità della lotta di
classe nelle campagne implicita in Preobrazenski, sicure fonti di nuove
tensioni e di altri duri sacrifici, poco lo convincevano. Andare in quella
direzione voleva dire far saltare la Nep leniniana, l’unica politica che
assicurasse un minimo di tranquillità e quel tanto di consenso necessario al
regime. Un salto nel buio da non rischiare. Era d’accordo con Bucharin che
l’ultima cosa di cui avesse bisogno il paese fossero nuovi pogrom o
addirittura l’avvio della «terza rivoluzione» (nelle campagne appunto, dopo
quelle di Febbraio e Ottobre). Meglio attenersi a quanto diceva il piccolo
Bucharcik: verso il socialismo ma «a passo di lumaca».
Nel partito c’era chi mugugnava. Il commercio privato stava rifiorendo,
grazie alla Nep. A Mosca e a Leningrado riapparivano i simboli dei ricchi:
buoni ristoranti, ritrovi notturni, donne eleganti (o almeno così sembrava
agli occhi di operai al limite della sopravvivenza). E nelle campagne,
intraprendenti contadini, i kulaki, in virtù di nuove leggi sull’affittanza delle
terre, si espandevano avvalendosi del lavoro salariato dei batraki
(braccianti), aumentando la produzione, il numero degli animali in stalla, e
anche i loro modesti profitti.
I puristi e i virtuosi della rivoluzione storcevano la bocca al termine kulak,
nuovo simbolo di capitalismo sfruttatore. Ma la destra buchariniana del

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partito reagiva con forza a questa visione settaria. Diceva Rykov, presidente
del Sovnarkom: «Colui che ha buona cura della sua terra non è un kulak, ma
un lavoratore sovietico». Anche Kamenev - che come Zinoviev, in
quell’inizio di 1925, era ancora «volto verso la campagna» - criticava chi
volendo colpire i kulaki avrebbe nel contempo tagliato «il ramo sul quale
siamo seduti». E lo stesso Stalin, pur con la solita prudenza, parlando ai
lavoratori agricoli il 14 marzo (1925) scherzosamente si univa al coro:
«Succede che se un contadino si costruisce un tetto nuovo, si dice subito che
è un kulak».
Il fronte dei filonepisti, pur composito, era maggioritario nel partito e
sicuramente nel paese. Ma Bucharin, con le sue intemperanze, avrebbe
presto fatto capire a Stalin di essere un alleato scomodo. Il 17 aprile, dieci
giorni prima della XIV conferenza del partito, Bucharcik in un discorso al
Bolscioi, polemizzando con quanti nel partito sognavano una «nuova
rivoluzione sul fronte rurale», mossi da teorie «inesatte e insensate»,
contrapponeva una sua politica che doveva «rimuovere e in parte eliminare
molte restrizioni che sono di freno allo sviluppo dell’azienda contadina ricca
e kulak. Ai contadini, a tutti i contadini noi dobbiamo dire: arricchitevi,
sviluppate le vostre aziende, non abbiate paura che vi vengano imposti dei
limiti».
In bocca a chi appena tre anni prima predicava il superamento del
mercato, del denaro, dei salari, quelle parole potevano sembrare stu-
pefacenti. Ma lo era ancor di più che un autorevole membro del Politburo
facesse suo lo slogan di Guizot.
Era quella una fase di intenso dibattito sul destino del socialismo
«contadino» e quindi l’intervento di Bucharin non provocò immediate
reazioni. Ma dieci giorni dopo, alla conferenza di partito, la bomba deflagra
a scoppio ritardato. Il tema delle campagne, delicato e sfuggente soprattutto
dal punto di vista teorico, era stato appena sfiorato da Rykov, mentre Stalin
e Zinoviev avevano taciuto. Trozki, come sempre, era assente. Ma un
delegato della sinistra, Larin, chiede la parola a Kamenev, che presiedeva i
lavori, e alla tribuna sciorina le frasi più significative del discorso
buchariniano al Bolscioi. L’imbarazzo nella maggioranza è notevole;
l’indomani Bucharin deve replicare negando di essere in contrasto con il
Comitato centrale e ribadendo che le fattorie collettive (colcos) non
rappresentano affatto «la strada maestra verso il socialismo». La risoluzione
finale della conferenza, malgrado l’incidente di percorso, proclamava
ugualmente valida la linea dell’appoggio allo sviluppo dell’impresa privata
nelle campagne. C’era su quel punto sostanziale unità nella maggioranza
che si stava formando attorno a Stalin e al pur imprudente Bucharin.
Convenivano tutti che il processo di industrializzazione dovesse trovare i
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mezzi necessari nelle campagne. Ma proprio per questo non si doveva
impedire - come diceva Bucharcik - «l’accumulazione da parte dei kulaki».
Eppoi, per modernizzarsi, la Russia doveva acquistare all’estero macchine e
impianti, che avrebbe potuto pagare solo con massicce esportazioni di
granaglie. Era sincera quindi la maggioranza quando ravvisava nelle
posizioni anticontadine della sinistra «il fondamento teorico del
trozchismo», e «l’aspetto economico del punto di vista antileniniano».
Questo, almeno, nel nucleo dirigente. Nei quadri medio-inferiori la politica
di «pacificazione», insita nella Nep, trovava per contro incomprensioni
notevoli se non addirittura avversione. Si trattava per lo più di militanti privi
di cultura e saliti a posti di responsabilità nei brutali anni della guerra civile;
uomini «di mano» che si erano abituati a comandare con atti di forza, a
spezzare ogni resistenza e dissenso con la violenza. Difficile per loro tornare
alla normalità, accettare le differenziazioni di classe che stavano
riemergendo, portare rispetto al sempre maggior numero di tecnici
«borghesi» che affluivano nei posti chiave dell’economia.
Stalin - in quanto gensek - non poteva non tener conto di quello stato
d’animo. Caratterialmente e per formazione era certo più vicino a questa
massa di praktiki che ai sottili intellettuali - veri antesignani delle «teste
d’uovo» - che si stavano radunando attorno a Bucharin. I cosiddetti
«professorini rossi», per i quali la spregiudicatezza di pensiero era norma.
Ma Stalin, accorto seguace della teoria basata sui rapporti di forza, non
poteva fare a meno del loro contributo per isolare e condannare la sinistra di
Trozki e Preobrazenski, troppo consistente intellettualmente per essere
liquidata solo a colpi di scomuniche e di misure amministrative.
In quel periodo il gensek, spinto anche dalla necessità di crearsi fama di
ideologo e di teorico, indispensabile al successore di Lenin, stava
attentamente riflettendo sui possibili sviluppi della rivoluzione. Lenin
l’aveva promossa nella certezza che dopo quella russa altre ne sarebbero
scoppiate, segnatamente in Germania. Non c’era scritto o discorso di leader
bolscevico che prima, durante e dopo l’Ottobre non avesse sottolineato con
forza il concetto che solo con l’appoggio della classe operaia europea il
neonato Stato sovietico avrebbe potuto sopravvivere, irrobustirsi, e puntare
verso il socialismo.
Ma quella premessa non si stava realizzando. Anzi, dopo il fallimento
delle ultime «code» rivoluzionarie in Germania, nell’autunno 1923, c’era
ormai la certezza che una generalizzata palingenesi proletaria stesse
slittando verso un futuro sempre più lontano. Le contraddizioni teoriche e
pratiche che questa constatazione generava erano numerose, veri e propri
rompicapo. Se l’ondata rivoluzionaria era in riflusso, quale doveva essere il
ruolo del Komintern? Non doveva forse ridursi a quello di semplice
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supporter propagandistico di Mosca, lasciando invece alla diplomazia russa
il compito d’impostare una spregiudicata politica estera che favorisse gli
interessi dello Stato sovietico? E quali conseguenze avrebbe avuto quel
riflusso sulla politica interna sovietica? Si doveva rallentare la marcia verso
il socialismo o accelerarla? E, soprattutto, sul piano teorico era possibile
parlare di «socialismo in un solo paese»? Lo stesso Lenin, del resto, aveva,
con il trattato russo-tedesco di Rapallo del 1922, dato il via a una politica
estera realistica, che prescindeva dai connotati politici della controparte. E
dopo ripetuti tentativi era riuscito a infrangere il blocco economico
capitalistico, stipulando un accordo commerciale con la Gran Bretagna, il
paese forse più odiato dai bolscevichi per il suo ruolo di capofila
dell’imperialismo. E già la Nep rispondeva affermativamente, in chiave di
politica interna, al quesito di un possibile socialismo in un solo paese.
A tentoni Stalin stava dunque procedendo verso quell’ipotesi, pur
consapevole della forte carica internazionalista dei vecchi bolscevichi, che
Trozki continuava a rivendicare con la sua mai ritrattata teoria della
«rivoluzione permanente». Anzi l’accrescersi dello scontro politico e
ideologico con Trozki avrebbe spinto sempre più Stalin verso posizioni di
bolscevismo nazionale, facendo leva sull’orgoglio russo.
Ma le scelte del gruppo dirigente sovietico erano estremamente
problematiche, a causa delle profonde divisioni. I problemi ideologici
servivano spesso come pretesto per coprire conflitti di potere, e il successo
di un gruppo sull’altro andava subito giustificato sotto l’aspetto teorico. I
testi di Lenin scritti nel calore dell’azione politica, ormai trasformati in
vangelo, venivano adoperati dai duellanti come pezze d’appoggio decisive.
L’aveva detto Lenin, e tanto bastava. Ma Lenin, nell’arco di un quarto di
secolo e in mutevoli condizioni storiche, aveva scritto tutto e il contrario di
tutto. Del resto, nel procedere dei suoi eredi un po’ di «leninismo» c’era:
anche il Maestro aveva saccheggiato, a suo piacimento, i sacri testi di Marx,
qua esaltando, là tacendo, a seconda delle circostanze.
La troika stava adesso per dissolversi. E ancora una volta il partito
avrebbe avuto le sue febbri misteriose e nocive. Proprio come quelle di
Trozki.
Kamenev, grande boss del partito a Mosca, non volendosi sporcare le
mani nella campagna antitrozchista, aveva voluto come «killer» un
bolscevico abile e spregiudicato, Uglanov, per far trasferire, punire, isolare i
seguaci del leader ribelle. Ai primi accenni di frizione con Stalin, Kamenev
cerca di coinvolgere la sua «spalla». Ma Uglanov va da Stalin e ne svela le
poco fraterne intenzioni. È un segnale di guerra che il gensek subito
raccoglie, legandosela al dito. Anche Zinoviev, per accontentare la sua
potente base operaista di Leningrado, stava dando corda alle voci critiche,
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molto forti in quella città, sulla svolta filocontadina del partito.
Le due «piazze» erano pertanto già in fermento, quando Bucharin il 1°
giugno, approfittando dei suoi pieni poteri nel campo della stampa di partito,
faceva pubblicare quasi integralmente sulla rivista ideologica «Bolsevik» il
testo del suo famoso discorso sull’«arricchitevi». Poiché in quell’occasione,
come nelle altre, anche Bucharin si era avvalso per supportare le sue tesi
spericolate di citazioni di Lenin, la Krupskaia, che si sentiva depositaria del
«verbo», scrive una «lettera aperta» alla «Pravda» nella quale dava in
pratica del kulak a Bucharin. Questi, direttore del giornale, prepara una
cortese replica e invia entrambi gli scritti al Politburo (di cui era membro)
per essere autorizzato a pubblicarli. Giudicati come un segnale di profonda
discordia al vertice del partito - su un tema così controverso - gli scritti sono
bocciati. In quella discussione, piuttosto vivace, Zinoviev e Kamenev per la
prima volta avevano preso le distanze dal gruppo di maggioranza,
sostenendo le tesi della Krupskaia. Un campanello d’allarme che trovava
puntuale conferma in un discorso pronunciato a Leningrado da Zinoviev, il
21 giugno, a un gruppo di ufficiali dell’Armata Rossa. Era inutile
nasconderselo - diceva - le recenti leggi sull’affittanza e sul lavoro salariato
in agricoltura erano delle concessioni allo «strato ricco superiore delle
campagne», a quei kulaki «di gran lunga più pericolosi dei nepmen delle
città».
La troika avrebbe vissuto un ultimo momento di unità pochi giorni dopo.
Trozki, che alla sua inabilità doveva aggiungere sempre una potente dose di
sfortuna, venne nuovamente coinvolto in un clamoroso infortunio.
Il leader, dopo una prolungata assenza sul Mar Nero, di ritorno a Mosca
aveva finalmente accettato un lavoro pratico, la guida tecnico-scientifica
dell’importante ente per l’elettrificazione. Ma si era appena insediato che un
comunista americano, Max Eastman, noto supporter trozchista, da alle
stampe, a New York, un saggio nel quale è riprodotto il celebre promemoria
di Lenin, che, per la prima volta, viene appunto definito come il suo
«testamento». Apriti cielo. Il mondo intero, per la verità piuttosto distratto,
viene a sapere che Lenin voleva disfarsi di Stalin e che il celebre gruppo
bolscevico altro non era che una massa di incapaci e di deboli. Tutti pensano
che quel documento «riservato» fosse finito nelle mani di Eastman, grazie ai
buoni uffici di Trozki. Il malcapitato deve difendersi sulla stampa sovietica
dando del bugiardo all’americano. Quello pubblicato non era affatto il
testamento di Lenin ma una semplice «lettura contenente consigli di
carattere organizzativo». Anche la Krupskaia veniva mobilitata, e questa
volta l’agguerrita vedova si prestava ai desideri del partito: Eastman aveva
raccontato «un’infinità di frottole»; in quella lettera Lenin si era limitato a
tratteggiare «il carattere di alcuni dei più rispettati compagni» ma senza che
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ciò implicasse «nessuna sfiducia in quei compagni, a cui Lenin era legato da
anni di lavoro comune».
Placata in qualche modo la tempesta, a settembre la troika tornava ai suoi
litigi, accentuandoli. Kamenev colpiva la politica filo-kulak con armi sottili.
Intanto, riferendosi a dati statistici, faceva sapere che nella Russia della
rivoluzione il 14% dei contadini aveva raccolto il 33% dei cereali,
disponendo di ben il 61% delle eccedenze per il mercato. E anche lui,
andando a caccia nell’ampia riserva delle citazioni di Lenin, ne aveva
scovata una del 1918, particolarmente efferata nei confronti dei kulaki,
uomini pronti a «strangolare e a sgozzare centinaia di migliaia di operai»,
nonché «bevitori di sangue, vampiri, rapinatori del popolo, speculatori che
traggono i loro profitti dalla fame degli altri».
Contemporaneamente, Zinoviev inviava alla «Pravda» un articolo nel
quale ricorreva al suo ampio repertorio demagogico per screditare i
sostenitori dei kulaki e del socialismo di casa: «... Lo sviluppo della Nep,
unitamente al rinvio della rivoluzione mondiale, contiene realmente, tra gli
altri pericoli, quello della degenerazione. Lenin pose in rilievo questo fatto
una quantità di volte». E aggiungeva in chiave patetica: «In nome di che
cosa, nei grandi giorni dell’Ottobre, si sollevò il proletariato? In nome
dell’idea dell’uguaglianza, dell’idea di una nuova vita basata su principi che
non fossero borghesi».
La politica di Stalin e di Bucharin rinnegava dunque, secondo Zinoviev, i
postulati dell’Ottobre. L’articolo viene inviato per l’approvazione al
Politburo, i cui componenti sono ancora in vacanza, compreso Stalin.
Molotov lo legge e lo spedisce al gensek. La sfida era troppo aperta, e grave,
perché questi l’accettasse senza reagire. Difatti Stalin scrive a Zinoviev in
termini polemici e autorizza la pubblicazione dell’articolo solo dopo robusti
tagli e modifiche, con uno Zinoviev furente. La troika aveva finito il suo
viaggio.
Che cosa sarebbe accaduto al XIV congresso già fissato per dicembre?
Un’anticipazione la si sarebbe avuta nelle assemblee preparatorie,
segnatamente a Leningrado, feudo di Zinoviev. Il 7 novembre, anniversario
della Rivoluzione, c’è un primo segnale. Zinoviev tiene la
commemorazione, ma fa parlare anche Zalucki, un esponente locale epurato
per le sue posizioni accesamente sinistrorse.
Con la spregiudicatezza che gli era propria, Zinoviev, l’inventore dello
slogan: «Volgiamoci alla campagna, e per lungo tempo», stava scivolando,
senza che alcun fatto nuovo lo giustificasse, verso le posizioni trozchiste. E
sotto quella spinta il partito di Leningrado si muove nella stessa direzione. A
Mosca, nell’analogo precongresso, condotto da Bucharin, le posizioni
zinovieviste vengono duramente criticate. Fra le due capitali del
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bolscevismo l’urto è violento, con scambi di messaggi insultanti.
Stalin tenta un’ultima mediazione, prima del congresso, sottoponendo a
Zinoviev e Kamenev un codice di comportamento che prevedeva per i
membri del Politburo l’obbligo di non attaccarsi pubblicamente. I due non
accettano; non solo ma Zinoviev, forte di una richiesta della sua
organizzazione, chiede e ottiene di tenere un «co-rapporto» politico oltre a
quello del segretario generale. Non era mai accaduto nella storia del partito.
Zinoviev, pessimo tattico, si stava dando la zappa sui piedi: confessava con
largo anticipo le sue mire, senza peraltro sapere su che tipo di maggioranza
avrebbe potuto contare.
Il congresso si apre nel pomeriggio del 18 dicembre 1925 in un clima di
forte tensione. Il rapporto di Stalin è abile se rapportato alle attese. Il tono è
calmo, misurato, come sempre. Evita accuratamente di rinfocolare le
polemiche. Sul controverso tema del kulak non prende netta posizione ma si
limita a sottolineare l’enorme importanza dell’amicizia con la vasta area dei
contadini medi. A chi gli rimprovera - segnatamente Zinoviev, ma non lo
nomina - di battersi per il socialismo in un solo paese, quasi fosse lui il
responsabile della mancata rivoluzione mondiale, replica con vigore: «Chi
non crede in questa causa è un disfattista e non crede nell’edificazione
socialista. Chi è stanco, chi ha paura delle difficoltà, chi perde la testa, ceda
il passo a chi conserva il coraggio e la risolutezza». C’era tutto Stalin in
queste parole, il duro rivoluzionario di professione che era uscito da prove
ben più dure. Sull’uditorio perplesso, agitato, impaurito dalle conseguenze
di una lotta fratricida, non potevano avere che un effetto benefico.
Il giorno dopo, accolto dalla sua rumorosa claque leningradese, parla
Zinoviev. Una delusione, comprensibile dal momento che l’attacco al
gensek non poteva essere portato ad alti livelli: tutto il partito sapeva della
comune corresponsabilità politica della troika. Un po’ di pesante ironia
sull’«arricchitevi» di Bucharin, la negazione che fossero più pericolosi i
critici dei kulaki di quanti invece li appoggiavano. Insomma nessuna
alternativa politica e programmatica alla linea della segreteria.
Bucharin, ovunque bersagliato per quel suo infelice slogan che già più
volte aveva rinnegato, va subito dopo all’assalto di Zinoviev,
rimproverandogli la pretesa del «co-rapporto», un precedente pericoloso, di
«enorme portata politica». Si autocritica ancora una volta per
1’«arricchitevi» ma ricorda che «noi non abbiamo mai chiesto a Zinoviev di
ripudiare pubblicamente i suoi errori». Frecciata pungente per chi aveva
inaugurato, pretendendola da Trozki, la pratica dell’autoflagellazione. Stalin
ha modo di valutare il peso dell’aiuto buchariniano. Questo piccolo uomo,
col camiciotto alla russa, la giacca di pelle, gli stivali, gentile di modi, con i
suoi dolci occhi grigio-azzurri, sapeva farsi benvolere. Nessuno intravedeva
102
in lui un politico spietato, un cinico cacciatore di potere. Trozki, che pure lo
stimava intellettualmente, era solito dire di lui: «Rimarrà sempre un vecchio
studente». Una delle sue tipiche sottovalutazioni.
Il piccolo, simpatico Bucharcik, pur privo delle doti organizzative e della
costanza d’impegno necessarie a un dirigente di partito, aveva peraltro una
grande passione per il potere. Era tutt’altro che disinteressato. Lo aveva
ampiamente dimostrato negli anni precedenti, lo confermava adesso,
trasformandosi in un implacabile accusatore di Zinoviev, al cui soccorso va,
nella seconda giornata dei lavori, la sola Krupskaia, anche lei molto
polemica con Bucharin. La vedova di Lenin solleva un problema etico-
politico: è giusto affermare che la maggioranza ha sempre ragione? si
chiede, ma risponde negativamente con decisione. Fu subito rimbeccata
dagli ortodossi cultori dell‘unanimismo.
Al terzo giorno Stalin comincia a mandare all’attacco i suoi uomini,
Mikojan, Uglanov, Jaroslavski: tutti chiedono al duo Zinoviev-Kamenev di
sottomettersi alla «ferrea legge della maggioranza». Era il secondo atto della
tragedia: prima lo avevano chiesto Zinoviev e Kamenev a Trozki, ora lo
chiedevano a loro. Il partito si stava soffocando con le sue mani.
Ma al quarto giorno il congresso tocca la sua punta più alta di
drammaticità. Kamenev, il bolscevico della vecchia guardia, uno dei
prediletti di Lenin, il compagno d’esilio di Stalin, rompe gli indugi e va alla
tribuna. Parlerà per cinque ore, dimostrandosi assai più abile di Zinoviev.
Ormai aveva compreso che il punto chiave della lotta nel partito era
diventato Stalin. Lui andava colpito, non altri. Due i cardini del suo
intervento: il gensek è prigioniero di una linea profondamente errata, quella
di Bucharin; i suoi poteri sono diventati eccessivi. Non era più accettabile
una situazione «in cui la segreteria accomuni la politica e l’organizzazione e
in realtà decida la politica in anticipo». Da qui la netta presa di posizione di
Kamenev. «Mi sono convinto che il compagno Stalin non può assolvere alla
funzione di tenere unito lo stato maggiore bolscevico.» Scoppiano ni aula, a
quel punto, clamori e tafferugli. Per la prima volta in un’assemblea di par-
tito viene scandito il nome di Stalin: lo fanno i suoi più stretti seguaci, ma lo
fanno anche i buchariniani. A nessuno di loro appariva un tiranno come lo
aveva dipinto Kamenev. Alla tribuna si susseguono gli oratori: gli esponenti
della maggioranza negano che nel partito ci sia un capo che prevalga sugli
altri. Parola di Tomski, il grande leader dei sindacati, parola di Rykov, capo
del governo sovietico, che con Bucharin costituivano la triade della destra
del partito.
Il giorno dopo i giochi si fanno pesanti. Gli zinovievisti fanno circolare
fra i delegati un’intervista di Stalin, più volte smentita dall’interessato, nella
quale il gensek esaltava la proprietà privata della terra. Rudzutak va alla
103
tribuna per denunciare pratiche scorrette di Kamenev contro il segretario
generale. Voroscilov, il vecchio compagno staliniano d’arme di Zarizyn e
che grazie a quell’amicizia era appena diventato capo delle forze armate,
porta la sua solidarietà al gensek sotto accusa.
La replica dei due relatori sulla linea politica del partito chiude la prima
parte di quel tumultuoso congresso. Zinoviev, in un discorso di quattro ore e
mezza, disperde gli effetti che in qualche modo aveva raggiunto Kamenev
con la sua esplicita proposta di rimuovere Stalin dalla segreteria, o
comunque di modificare la struttura di quel fondamentale centro di potere.
L’unico contributo che Zinoviev porta è la citazione di un vecchio articolo
di Stalin nel quale si metteva in dubbio la possibilità del socialismo in un
solo paese. Un po’ poco, al
punto in cui era arrivato lo scontro. Zinoviev, poi, commette l’errore di
arroccarsi nella difesa a oltranza del partito leningradese dando così un
sapore meschino, provinciale, di «bottega», a una battaglia che aveva ben
altre poste in gioco. Ma, soprattutto, in quel clima così passionale, da ultima
spiaggia, nel quale uno dei due schieramenti doveva per forza vincere, lascia
intendere che era giunto il momento di riammettere nel lavoro di partito tutti
i «gruppi precedenti». La frase è talmente ambigua e aperta a tutte le
interpretazioni, che la presidenza del congresso invita l’oratore a ripeterla. E
Zinoviev la ripete provocando in sala un pandemonio. Tutti hanno capito, a
quel punto, che egli si stava facendo paladino di tutte le passate opposizioni,
da «centralismo democratico» a «democrazia operaia» per finire al
trozchismo. Opposizioni che potevano essere tranquillamente etichettate
dalla maggioranza del partito come «antileniniane».
Una mossa maldestra, quella di Zinoviev, che avrebbe accentuato la sua
posizione frazionista e la sua spregiudicatezza. Il congresso era ben
consapevole che i gruppi ai quali Zinoviev rivolgeva la mano erano tutti
frutto della sinistra del partito, contro la quale egli si era battuto
spietatamente, senza esclusione di colpi, durante il periodo della troika.
Stalin, nella sua replica, ha bisogno di sole due ore per liquidare
politicamente il duo Kamenev-Zinoviev, mettendone in luce, con astuzia,
tutti i dati deboli e contraddittori. Innanzitutto contrappone la propria azione
moderata, volta alla continua ricerca dell’unità, a quella settaria e repressiva
dei suoi due oppositori. Rivela al congresso che entrambi gli avevano
chiesto l’arresto di Trozki, durante la fase più acuta di lotta, in base alla loro
«politica di amputazione», da lui efficacemente esemplificata: «Oggi tocca a
uno, domani a un altro, e dopodomani a un terzo. Che cosa poi rimarrà nel
partito?».
Stalin, con grande maestria, collega il passato attacco del duo a Trozki a
quello che stavano portando adesso contro Bucharin, l’ispiratore della
104
politica nepista nelle campagne. Usando toni e parole drammatiche giunge a
dire: «In realtà che cosa vogliono da Bucharin? Chiedono il sangue del
compagno Bucharin. Questo è quello che chiede Zinoviev... Volete il
sangue di Bucharin? Noi non ve lo daremo, siatene certi».
E poi viene al problema sollevato da Kamenev: la sua permanenza o
meno alla segreteria. Ammette: «Sì, compagni, sono un uomo sincero e
brutale, non lo nego», ma di questo suo pessimo carattere se ne fa un vanto,
perché lo impiega e lo utilizza nella lotta contro i nemici del partito. Sul
tema del suo potere personale ha buon gioco nel ricordare che due volte
aveva proposto di dimettersi da gensek - nel caso di Kislovodsk e prima e
dopo il XIII congresso - ma sempre era stato pregato di restare al suo posto,
in particolare da Kamenev e Zinoviev. I quali, dopo essersi a lungo battuti
per la politicizzazione della segreteria, adesso intendevano trasformarla in
semplice strumento tecnico e organizzativo. Il loro gioco era fin troppo
chiaro: volevano impadronirsi a tutti i costi del potere.
La battaglia congressuale è finita: delegazioni favorevoli alla mag-
gioranza giungono adesso da Leningrado, per sconfessare pubblicamente,
dalla tribuna, i delegati zinovievisti. Stalin chiude con un colpo maestro:
invita la maggioranza a votare nel Comitato centrale anche i candidati della
nuova opposizione.
Il congresso si chiude al canto dell’Internazionale. In un angolo c’è anche
Trozki, con i fedelissimi Pjatakov e Rakowski. Col suo abituale fare
sprezzante, il vero leader dell’opposizione aveva assistito nel più gelido
silenzio alla drammatica fine della troika (confesserà più tardi di essere stato
tentato dall’intervenire per dirne quattro all’odiato Zinoviev). Forse a quel
congresso, così passionale e tumultuoso, un suo intervento di alto profilo,
volto a illuminare un avvenire così poco afferrabile da un partito diviso,
avrebbe potuto trarlo dal suo isolamento e rilanciarlo come protagonista. Ma
era comune caratteristica di quei rivoluzionari dell’Ottobre la cieca
passione, l’orgoglio smisurato, la disistima reciproca, che sempre facevano
velo al loro agire politico. Oltre agli schematismi mentali Trozki si andava
convincendo, in quei giorni, che anche per la rivoluzione russa era giunto il
suo Termidoro.
Nel gennaio 1926 il Comitato centrale elegge il nuovo Politburo. È il solo
Kamenev a pagare il prezzo, nemmeno eccessivo, della sua azione frontale
contro Stalin: viene retrocesso a membro candidato, in compagnia di
Dzerzinski, Rudzutak, Uglanov e Petrowski. I membri effettivi salgono
invece a nove: i vecchi Stalin, Trozki, Bucharin, Zinoviev, Rykov e Tomski,
cui si aggiungono Voroscilov, Kalinin e Molotov. La maggioranza di
«centro-destra» è schiacciante. Stalin ha stravinto. Trozki e Zinoviev sono
ancora nell’empireo bolscevico, ma il loro peso nel partito va scomparendo.
105
A Leningrado per far piazza pulita dello zinovievismo era stato mandato un
giovane ed energico staliniano, Sergei Kirov, inizialmente aiutato da
Bucharin e Mikojan.
Nel gran tumulto delle passioni e della lotta per il potere pochi si resero
conto che nelle risoluzioni finali gran spazio avevano trovato due temi
strategici di grande rilievo, tra loro dipendenti e che ora diventavano
direttive per il partito: il socialismo in un solo paese e la nascita di una
grande industria che consentisse di «trasformare l’URSS da paese
importatore di macchine e attrezzature in paese produttore... in modo che
l’URSS non possa essere ridotta, nella situazione dell’accerchiamento
capitalistico, in un’appendice dell’economia capitalistica mondiale».

106
XV
L’OPPOSIZIONE AUMENTA

Stalin ancora una volta aveva trovato piena legittimazione al suo operato
di gensek. Il XIV congresso, uno dei più combattuti e «democratici»
dell’intera storia bolscevica, era stato da lui vinto con le armi della ragione e
in base a un programma politico incomparabilmente superiore a quello degli
avversari. Persino all’estero, dove ancora scarseggiavano i cremlinologi, ci
si era accorti che Stalin guidava un fronte moderato contro i falchi del
rivoluzionarismo a oltranza.
Che cosa avrebbe riservato il 1926? La produzione industriale stava
salendo (addirittura del 48% negli ultimi due anni, un boom gigantesco
rispetto alla crescita zero del comunismo di guerra) anche se a stento
superava il 50% di quella d’anteguerra. D raccolto cerealicolo avrebbe
raggiunto un livello record. In quelle condizioni il partito poteva
consolidare, senza altre discordie e lacerazioni interne, i successi raggiunti e
prepararsi con un fecondo dibattito ai difficili traguardi successivi.
Stalin era il più interessato di tutti a che ciò avvenisse. Ma in un partito
che vietava la dialettica interna ogni differenza di posizioni si tramutava
automaticamente in scontro. E i propugnatori di cambiamenti, se non
appartenevano alla maggioranza raccolta attorno al gensek, potevano subito
incorrere nei reati di eresia e frazionismo. Eppure solo conquistando la
poltrona del segretariato, e quindi il partito, gli oppositori avrebbero evitato
la sconfitta, l’emarginazione, la scomparsa. Queste erano le tremende regole
del gioco del regime bolscevico, volute e applicate sin dai tempi di Lenin.
Anche il «simpatico» Bucharin aveva detto che nella Russia sovietica si
potevano concepire due partiti ma a una sola condizione: che il primo fosse
al potere e il secondo in galera...
Stalin, agli inizi del 1926, valutava correttamente la situazione
internazionale, ritenendo, a differenza di Trozki e dell’ultimo Zinoviev, che
la «stabilizzazione» fosse ormai la principale caratteristica. Già nel 1924
aveva scritto: «Non vi è dubbio alcuno che il capitalismo sia riuscito a tirarsi
fuori dalla palude della crisi postbellica...».
Ecco perché le posizioni trozchiste, basate sull’ininterrotto sviluppo
«movimentistico» della rivoluzione mondiale, e che si riflettevano nel

107
Komintern, creavano profondo disagio e irritazione in Stalin e nel suo
gruppo. Lo stesso Zinoviev, nel marzo 1925, prima della clamorosa rottura
al XIV congresso, aveva detto con la sua consueta brutalità ai compagni
comunisti del Komintern: «Mettiamoci bene in mente che noi dobbiamo
stabilizzarci, vale a dire bolscevizzarci, che dobbiamo mantenere le nostre
posizioni e aspettare il momento in cui potremo prendere per il collo la
borghesia...».
Ma Trozki non si limitava a «rompere il gioco» in politica estera. Anche
sul fronte interno, battendosi per un’accentuazione dello sviluppo industriale
e per una controffensiva socialista nelle campagne, pressava da sinistra
Stalin e il suo gruppo, lasciando chiaramente intendere come essi fossero
ormai preda dell’opportunismo se non, addirittura, dei primi conati
termidoriani.
Al Comitato centrale dell’aprile 1926, Trozki riprende l’attacco
chiedendo a gran voce l’avvio delle prime gigantesche costruzioni,
segnatamente della diga sul Dnepr e delle relative centrali elettriche. Il
progetto era seducente per un paese arretrato e bisognoso di fonti d’energia
per svilupparsi industrialmente. Ma lo era anche per motivi ideologici, e non
a caso Preobrazenski ironicamente definiva «filosofia del ripristino» quella
che muoveva la maggioranza del Politburo, tutta tesa solo a riammodernare
le vecchie fabbriche.
Ma Stalin, in quell’occasione, rimane fedele alla sua impostazione,
criticando quanti volevano impegnare la Russia in uno sforzo superiore alle
risorse di cui disponeva. Gli iperindustrialisti gli ricordavano quel contadino
che, messi da parte un po’ di copeki, invece «di riparare l’aratro o rinnovare
la sua attrezzatura, comprò un grammofono e andò in rovina». E prende
posizione anche contro coloro che «considerano le masse contadine come un
corpo estraneo, materiale di sfruttamento per l’industria, una sorta di
colonia». Ma è proprio quel Comitato centrale, dal quale escono confermati
un cauto industrialismo e l’inalterabilità della linea nelle campagne, a dare il
via a una svolta politica, gravida di tragiche conseguenze.
Kamenev, il sapiente tessitore, era riuscito a convincere Zinoviev che
l’unica loro carta rimasta consisteva nell’allearsi con Trozki. Dal punto di
vista del realismo politico era, con ogni probabilità, l’ultima a disposizione.
Ma per altri versi appariva piuttosto ripugnante. Lo stesso Zinoviev
recalcitrò a lungo prima di dare il suo assenso. Fra lui e Trozki si era scavato
un abisso, non solo di natura politica. Si disprezzavano anche umanamente.
L’accordo, comunque, viene raggiunto: Zinoviev e Kamenev riconoscono
la giustezza della piattaforma economica della sinistra, e Trozki ritratta i
suoi passati giudizi sui neoalleati, in particolare quelli relativi all’Ottobre.
La sfida a Stalin e al gruppo della destra è di natura tale da rinfocolare
108
violentemente tutte le passioni, i timori e la voglia di farla finita, già emersi
al XIV congresso, e che si sperava sopiti. La contrapposizione fra il gruppo
che si definisce «nuova opposizione», e la maggioranza che gli applica il
marchio infamante di «blocco senza principi», mette in mostra la disparità
delle forze in campo. La stampa, tutta controllata da Bucharin, inizia il tiro
di sbarramento senza concedere agli oppositori il diritto di replica. Nelle
organizzazioni di partito i pretoriani della maggioranza fanno buona
guardia.
Le necessità della lotta riportano a galla in Stalin i suoi istinti primordiali:
la brutalità, il fanatismo, l’odio bolscevico verso chi non accetta l’autorità
del vozd e il primato del Politburo. L’innaturale «cartello» tra uomini che
sino a qualche mese prima si erano violentemente contrapposti, rafforza il
suo convincimento - già espresso da Lenin morente - sul «non bolscevismo»
di Trozki e sulla natura opportunistica e traditrice di Kamenev e Zinoviev.
Stalin aggiungeva poi un fatto personale: quel trio che adesso gli si
opponeva era composto da persone che lo disistimavano e lo ritenevano, a
un tempo, incapace e indegno di ricoprire il ruolo che era stato di Lenin. Di
cui, invece, si sentiva sempre più il continuatore.
A luglio la «nuova opposizione» si misura in Comitato centrale in uno
scontro tra i più violenti, e senza esclusione di colpi. Zinoviev e Kamenev
assumono la difesa di tutti i compagni che negli ultimi tempi erano stati
colpiti dalle scomuniche, ammettono apertamente di aver sbagliato, in
passato, a opporsi alla linea di Trozki, chiedono pubblica lettura del
cosiddetto testamento di Lenin. Ma non c’erano solo motivi personalistici e
di potere ad agitare gli animi: la sinistra non esitava a denunciare la scarsa
democrazia interna, il burocratismo crescente, gli sprechi, la spaventosa
lentezza nel processo di industrializzazione, le carenze di un’agricoltura
spezzettata in una miriade di piccole proprietà, anacronistica rispetto ai
bisogni del paese e alle teorie del socialismo. Era un attacco massiccio,
argomentato.
La foga del dibattito è tale che Dzerzinski, il fanatico polacco che oltre a
dirigere la GPU era anche a capo del Vesencha (Consiglio supremo
dell’economia nazionale), ha un collasso subito dopo un suo concitato
intervento contro Pjatakov, punta di diamante del fronte iper-industrialista.
Ma nel quale aveva ammesso anche lui di «inorridire» di fronte
«all’incredibile disordine e all’inaudito burocratismo» degli apparati politici
e statali.
Disteso su un divano adiacente alla sala delle riunioni, Dzerzinski,
anziché rilassarsi, vuole essere tenuto al corrente del dibattito, sino a quando
una sincope non lo stronca. Una grave perdita per il partito e per la Russia.
Benché spietato nel reprimere quelli che riteneva i nemici della rivoluzione,
109
aveva un carattere incorruttibile. Proverbiali la sua onestà e la vita ascetica.
Per l’incarico che ricopriva conosceva meglio di tutti, grazie alla fitta rete di
informatori, gli umori della gente. E proprio questa particolare sensibilità lo
spingeva a essere uno dei principali supporter della Nep e nemico dichiarato
di chi voleva metterla a repentaglio con il gigantismo industriale e con
l’offensiva anticontadina.
La sua morte lasciava vacanti due posti chiave. A dirigere la GPU veniva
chiamato Menzinski, politicamente un «centrista», ma dai nervi fragili e
dalla mediocre personalità, non certo in grado di opporsi - come Dzerzinski
- alla volontà di Stalin. Anche al Consiglio dell’economia la sostituzione
avrebbe avuto gran peso. Vi era stato destinato Kuibyscev, un industrialista
convinto il quale, nel timore di passare per trozchista, seppe, nei primi
tempi, mascherare le sue reali propensioni. Ma essendo l’unico consigliere
economico di cui Stalin si fidasse (gli altri erano o buchariniani spinti o
seguaci di Preobrazenski) ne approfittò ben presto per roderne come un tarlo
i convincimenti destrorsi.
A quel Comitato centrale non era stata trascurata la politica estera.
Zinoviev, ancora formalmente presidente del Komintern, in una mozione
firmata anche da Trozki, aveva posto per la prima volta la «questione
cinese», chiedendo che il partito comunista di quel paese uscisse dal
Kuomintang, il movimento nazionalista creato da Sun Yat Sen, ritenuto
ormai pericolosamente reazionario. Bucharin e Stalin, alleati anche in quella
circostanza, erano convinti, in particolare il primo, che l’unico modo per
indebolire lo schieramento mondiale dell’imperialismo fosse di metterne a
soqquadro le retrovie coloniali, favorendo con ogni mezzo la nascita di
borghesie nazionali.
La contrapposizione era dunque totale su tutto. Bucharin, sia pur
vagamente, cominciava a intuire che lo scontro avrebbe potuto avere
conseguenze impensabili. E alla sinistra rivolgeva il monito: «Discutete, ma
non formate una fazione. Discutete, ma una volta che le decisioni siano state
prese, sottomettetevi». Era la logica della maggioranza che la «nuova
opposizione» non poteva accettare.
Stalin comincia, col consenso dei suoi alleati, a colpire gli avversari.
Zinoviev viene allontanato dal Politburo e il suo posto è preso dal fido
Rudzutak. Lasevic, il vice di Voroscilov nella guida dell’Armata Rossa, che
aveva partecipato a una riunione clandestina di oppositori, è cacciato dal
Comitato centrale. Kamenev perde l’incarico di ministro del Commercio
estero, che finirà all’astro nascente Mikojan, il quale, con Kirov,
Ordzonikidze, Andreev e Kaganovic, entra a far parte del massimo organo
di potere in qualità di membro candidato. Ormai Stalin aveva deciso di
crearsi una personale frazione che gli consentisse agilità di movimenti e non
110
lo rendesse schiavo del supporto buchariniano. Gli uomini da lui prescelti
erano praktiki, abili, spregiudicati, pronti a tutto. Alcuni di loro, come
Kaganovic e Andreev, dovevano farsi perdonare antiche simpatie per
Trozki. (Era nello stile di Stalin avere collaboratori da poter ricattare, in
qualunque momento, per debolezze umane o politiche.)
Ma, a quel punto, le misure amministrative non potevano bastare. E del
resto Stalin si trovava nell’odiosa condizione, per lui bolscevico di ferro,
rivoluzionario di professione, implacabile leninista, di passare per un uomo
di destra, opportunista e capitolardo. Gli abiti che indossava, confezionatigli
da Bucharin, li sentiva troppo stretti.
Avendo rinviato il congresso del partito al prossimo anno, Stalin lo
surroga con una conferenza, la XV, fissandola per il 26 ottobre 1926.
Durante la campagna preparatoria, Trozki, Zinoviev e Radek vanno a
portare il loro messaggio critico nelle fabbriche, i sacrali della rivoluzione.
Il 1° ottobre, tra molti contrasti e sia pure per pochi minuti, prima che gli
attivisti staliniani li interrompano, parlano agli operai. Trozki è accolto da
un lungo applauso ma non può terminare la sua arringa. Zinoviev è più
fortunato: alla Aviapribor di Mosca espone compiutamente il suo
programma agli sconcertati lavoratori. Occorreva aumentare - dice - il
livello degli investimenti nell’industria grazie a una robusta torchiatura
fiscale dei nepmen e dei kulaki. E, con un ultimo tocco demagogico,
aggiungeva che quella politica avrebbe pure consentito l’aumento dei salari
(per la verità bassissimi).
Lo stupore negli uffici del Cremlino di fronte alla coraggiosa sortita lascia
subito il posto alla rabbia schiumante: sulla stampa e nelle improvvisate
riunioni di partito si bolla quella iniziativa come un atto di grave
indisciplina e di frazionismo organizzato. La reazione nel partito, al di là
degli ordini dall’alto, è sincera. Portare nelle fabbriche gli echi della
virulenta lotta al vertice, era troppo anche per bolscevichi «moderati» alla
Bucharin. Sono gli stessi leader della «nuova opposizione» ad accorgersi
d’aver passato il segno: offrono la resa che si concretizza in un documento
del 16 ottobre in cui Trozki, Zinoviev, Kamenev, Pjatakov e Sokolnikov
fanno ammenda dei loro peccati frazionistici e si rimettono alle decisioni del
Comitato centrale, immediatamente convocato in seduta straordinaria.
Trozki è espulso dal Politburo, così come Kamenev, che ne era membro
candidato. Zinoviev viene invitato a lasciare la carica di presidente del
Komintern che ancora deteneva. Al posto di Trozki subentra Kuibyscev, che
prosegue la sua scalata, e la cui poltrona di presidente della Commissione di
controllo finisce a Ordzonikidze. Le leve principali del potere reale si
stavano concentrando nelle mani degli staliniani “puri”. Era la strategia del
ragno.
111
Bucharin, alla XV conferenza, riconferma i suoi stretti legami col gensek.
In un intervento, che ricordava quelli zinovievisti di un tempo, dice difatti
rivolto ai reprobi: «Venite davanti al partito a capo chino e dite: perdonateci
per aver peccato contro lo spirito, contro la lettera e contro l’essenza stessa
del leninismo... Ditelo, ditelo onestamente:
Trozki aveva torto... Perché non avete il coraggio, sia pur modesto, di
venire e di dire che è un errore?». Stalin ascoltandolo, compiaciuto, lo
interrompe: «Ben detto, Bucharin, ben detto. Lei non parla, frusta».
Ben diverso il giudizio confidato dall’inquisito Trozki agli amici: «II
piccolo Bucharin si gonfia sino a diventare una caricatura gigantesca del
bolscevismo».
La disputa proseguirà davanti al Comitato esecutivo del Komintern. Stalin
e Bucharin, di fronte agli sbalorditi rappresentanti comunisti degli altri
paesi, attribuiscono a Trozki e Zinoviev nefandezze teoriche e politiche di
ogni genere, provocando l’aspra reazione degli accusati. Anche nel
Komintern stava penetrando la spietata logica della guerra ideologica in atto
al Cremlino. (E contro la quale invano avrebbe protestato Antonio Granisci,
in una lettera inviata a Mosca, a Togliatti, ma da questi non trasmessa a
Stalin su consiglio di Bucharin).
I comunisti stranieri erano perplessi ma non restava loro che adeguarsi. La
Russia sovietica costituiva pur sempre l’unico esempio di «socialismo
reale», la guida in un mondo nel quale il capitalismo dettava
implacabilmente le sue leggi.
Malgrado gli apparenti successi tattici e di prestigio, Stalin non poteva,
comunque, ancora dirsi vincitore. Il 1927 sarebbe stato decisivo.

112
XVI
QUEL FATALE 1927

Agli inizi del 1927 Stalin è ancora ottimista, malgrado la violenta


offensiva della «nuova opposizione». L’eccezionale raccolto agricolo
dell’anno precedente, propagandisticamente accresciuto dai peana di
Bucharin («Noi abbiamo vinto, non i kulaki»), gli faceva ritenere che la
tormentosa questione agricola avesse trovato finalmente una definitiva
soluzione. Con le spalle coperte a quel modo, ci si poteva avventurare, sia
pure con gradualità, negli esaltanti pascoli dell’industrializzazione, come del
resto aveva fissato la XV conferenza del partito. In quella sede, la
maggioranza staliniana, rispondendo alla sfida trozchista, si era impegnata a
far superare all’URSS «i livelli di sviluppo industriale dei principali paesi
capitalistici in un periodo storico relativamente breve».
A febbraio del 1927, difatti, il Comitato centrale approva un robusto
piano di investimenti industriali. Stalin nel marzo successivo, parlando ai
lavoratori di un’officina ferroviaria, si lascia prendere dall’euforia: «Con
questi stanziamenti costruiremo nuove fabbriche, ripareremo le vecchie,
introdurremo una nuova tecnologia e aumenteremo la classe operaia... In
questo modo gettiamo le fondamenta dell’immenso edificio dell’industria
socialista con i nostri fondi».
Ma è destino dei rivoluzionari di non fruire mai di un attimo di requie. Ad
aprile la maggioranza staliniana salta in aria sulla mina cinese. Il partito
comunista di quel paese, seguendo le istruzioni del Komintern, si era
praticamente annullato nel grande fiume nazionalistico rappresentato dal
Kuomintang. Stalin e Bucharin, coerenti con la loro teoria che prevedeva nei
paesi coloniali l’appoggio dei comunisti alle nascenti borghesie, si erano
opposti a trasferire meccanicamente le esperienze dell’Ottobre, quali la
creazione dei Soviet e una rigida politica di classe. Per contro Trozki,
assertore della rivoluzione permanente, aveva più volte - con Zinoviev -
messo in guardia il Politburo dai pericoli che quella politica avrebbe
comportato per i comunisti cinesi, ottenendone sdegnose ripulse.
Accadde che il generale Chiang Kai Shek con un improvviso colpo di
Stato, cui subito seguì un grande massacro di comunisti cinesi, desse
ragione alle fosche previsioni di Trozki. Questi, impegnato allo spasimo

113
nella lotta contro Stalin e Bucharin, drammatizza al massimo l’avvenimento.
Era un formidabile pretesto per dimostrare, sul piano politico e teorico, a
quali sconfitte portasse il tradimento degli ideali rivoluzionari da parte di
Stalin e, soprattutto, di Bucharin, considerato, a ragione, il vero ispiratore
della politica estera e interna della maggioranza.
Furono settimane piene d’ansia e di timori per il gruppo staliniano. La
situazione internazionale sembrava deteriorarsi: a maggio la Gran Bretagna
rompeva i rapporti diplomatici con l’Unione Sovietica, accusata di pesanti
interferenze nella politica interna inglese. In quelle circostanze scattava
automatica nei bolscevichi l’ossessiva paura dell’accerchiamento
capitalistico, particolarmente sentita da quanti, teorizzando il socialismo in
un solo paese, lo vedevano continuamente esposto al pericolo del
soffocamento.
In realtà quella paura sembrava giustificata. Alle frontiere occidentali la
Polonia del reazionario Pilsudski, incoraggiata dalla Francia, stava
diventando aggressiva. Gravi episodi di criminalità politica, tra loro slegati,
diedero la sensazione di un pericolo imminente: l’ambasciatore sovietico a
Varsavia viene assassinato da un fuoriuscito russo, a Leningrado una bomba
scoppia in un circolo di partito causando numerosi morti. Due giorni dopo,
per rappresaglia, vengono fucilati senza processo venti esponenti del regime
zarista, del tutto incolpevoli. Il che provoca le indignate reazioni occidentali.
In questo clima incandescente si scatenano gli attacchi forsennati di
Trozki e della «nuova opposizione» contro Stalin, sia in sede di partito che
al Komintern: tutta la politica del gruppo dirigente era messa sotto accusa.
Anche i diffusi timori di guerra, alimentati da una martellante campagna di
stampa buchariniana (che provocò vasti fenomeni di accaparramento con la
scomparsa dei generi di prima necessità) venivano strumentalizzati dalle due
fazioni senza alcuna remora. Trozki teorizzò, anzi, che proprio in caso di
imminente pericolo occorreva sbarazzarsi dei dirigenti incapaci. E ricordava
il precedente di Clemenceau, diventato presidente del Consiglio in Francia,
dopo una dura lotta politica, proprio per guidare meglio il proprio paese
durante la prima guerra mondiale. Un accostamento infelice perché lasciava
intendere come l’opposizione fosse pronta a servirsi di qualsiasi arma, anche
dell’aggressione capitalistica, pur di conquistare il potere. Del resto i
seguaci di Trozki non facevano mistero delle loro intenzioni: era
giunto il momento - dicevano apertamente - di liquidare il potere
burocratico e opportunista del duo Stalin-Bucharin. Le ambasciate straniere
a Mosca inviavano ai loro governi rapporti sempre più pessimistici sulla
situazione interna rossa. Mosca era piena di voci. Si sussurrava che quanto
prima Stalin sarebbe stato deposto.
A luglio si tiene per dieci giorni un infuocato Comitato centrale. Trozki,
114
chiedendo il potere e opponendosi frontalmente a tutta la maggioranza,
stava spingendo ancora una volta i buchariniani a far blocco con Stalin.
Questi subisce in quei giorni una mutazione politica irreversibile. Sente che
il suo «centrismo», la mediazione cioè fra le ali contrapposte dello
schieramento bolscevico, è entrato in crisi. Non resta che la politica del
pugno duro, dello scontro brutale. E scatta in lui un altro processo mentale
che non lo abbandonerà più: i suoi nemici sono i nemici dell’Unione
Sovietica, del comunismo, del leninismo. L’intervento che pronuncia a quel
Comitato centrale è significativo del suo nuovo orientamento: «Chi vuol
spazzare via questa maggioranza, dovrà portare la guerra civile nel partito».
La sfida è raccolta dai capi della «nuova opposizione», i quali, dimentichi
dei loro precedenti pentimenti, elaborano una piattaforma programmatica di
tipo dichiaratamente frazionistico. Menzinski, capo della GPU, invia a
Stalin allarmanti rapporti sulle attività degli oppositori e chiede di poter
intervenire con misure di polizia. Il timore di colpi di mano interni si associa
a quelli che potrebbero venire dall’estero. Non a caso Stalin parla di «un
fronte unico da Chamberlain (* Primo ministro inglese.) a Trozki». E promette:
«Non dubitate, lo sapremo spezzare». Lo stato di crisi aveva messo a nudo
un’altra amara realtà per Stalin: l’Armata Rossa, cui era assegnato il
compito di difendere i confini della patria sovietica, si trovava in precarie
condizioni, con un armamento insufficiente e superato. Il partito, dai tempi
della guerra civile, oppresso da mille altre scadenze, aveva del tutto
dimenticato e sacrificato le esigenze militari. Occorreva rimediare alla
svelta, dotare le forze armate di cannoni, carri armati, navi e aerei, moderni
ed efficienti. Kuibyscev, che da tempo incalzava Stalin, ebbe un ulteriore
strumento di pressione per richiedere somme ingenti e priorità assoluta per
l’industria pesante. «Dobbiamo rafforzare l’industria - disse in un discorso -
non solo per creare un paradiso futuro per i lavoratori, ma anche perché il
nostro paese possa respingere i suoi nemici.»
Ai primi di settembre di quel fatale 1927 Stalin e Bucharin - de-
terminando un gravissimo precedente - autorizzano l’intervento della GPU
nelle competizioni politiche del partito. Nella notte tra il 12 e il 13 settembre
le abitazioni degli oppositori sono perquisite. Viene scovata una rudimentale
tipografia clandestina, molti gli arresti. Preobrazenski che coraggiosamente
si assume la responsabilità «politica» di quel centrostampa è
immediatamente espulso dal partito. Le misure persecutorie si infittiscono.
Il 21 ottobre si riunisce il plenum degli organi dirigenti del partito.
L’offensiva contro Trozki, già espulso dal Comitato esecutivo del
Komintern, raggiunge livelli parossistici. Al leader dell’opposizione è
praticamente impedito di parlare. Ininterrotte grida di «rinnegato, traditore,
canaglia, bugiardo, menscevico» coprono la sua voce. A stento si percepisce
115
qualche brandello del suo intervento: «L’attuale vittoria organizzativa di
Stalin precede di poco il suo crollo politico».
Trozki, il quale sin dall’inizio del secolo aveva profetizzato le possibili
degenerazioni del bolscevismo, non si stava accorgendo che quel momento
era giunto. Stalin e la sua maggioranza avevano ormai imboccato la strada
senza ritorno della repressione. Grazie anche agli errori di un’opposizione
maldestra, non ci sarebbe più stato spazio per il dibattito interno. La famosa
clausola antiflazionistica imposta da Lenin nel 1920 sarebbe diventata legge
implacabile contro chiunque si fosse messo in rotta di collisione con il
gensek.
Stalin a quel Comitato centrale pare tornato il bolscevico dell’epoca
zarista, duro, senza concessioni. Si autocritica per essere stato sin lì troppo
tenero con gli oppositori. Si fa vanto di essere ormai il bersaglio fisso
dell’opposizione. Perché vogliono - si chiede - che se ne vada? «Perché
Stalin (parla in terza persona, come spesso gli accade) conosce meglio di
certi compagni le perfidie dell’opposizione e perché non è tanto facile
ingannarlo.» E poiché i suoi nemici spesso tirano in ballo il famoso
«testamento» di Lenin affronta direttamente il tema. Nega che lo si sia
voluto occultare a suo tempo. E aggiunge: «Dicono che in questo testamento
Lenin abbia proposto al congresso di studiare il problema della sostituzione
di Stalin come segretario generale. È proprio vero. Leggiamo questo passo,
benché vi sia già stato letto varie volte... [E legge il famoso brano] Sì,
compagni, io sono brutale con coloro che mancano alla loro parola
brutalmente e a tradimento, con coloro che dividono e sgretolano il partito.
Io non l’ho mai nascosto e non lo nascondo. Sin dalla prima seduta del
Comitato centrale dopo il XIII congresso, ho chiesto di essere esonerato
dagli obblighi di segretario generale. Il congresso stesso ha esaminato
questo problema. Ogni delegazione l’ha esaminato e i delegati, compresi
Trozki, Kamenev e Zinoviev, sono stati unanimi nel costringere Stalin a
restare al suo posto. Che cosa potevo dunque fare? Abbandonare il mio
posto? Non è nel mio carattere...».
Dunque se Stalin è rimasto gensek è perché il partito, tutto il partito, così
aveva voluto. E il segretario generale non intendeva che il problema fosse di
nuovo messo in discussione.
A chi rimprovera la sua mano dura, Stalin replica, senza alcun infin-
gimento, confermando gli arresti tra le fila degli oppositori: «Sì, li abbiamo
arrestati e li arresteremo, se non cesseranno di minare il nostro partito e il
potere sovietico... Si dice che questi fatti non hanno precedenti nel nostro
partito. Non è vero!». E ricorda che, con l’autorizzazione di Trozki,
Zinoviev e Kamenev, si era proceduto, non molto tempo prima, agli arresti
di numerosi aderenti ai gruppi dell’operaismo estremista. La logica era la
116
stessa: perché adesso Trozki protestava?
Bucharin continuava ad appoggiare senza riserve Stalin: la destra, nel suo
complesso, lo difendeva presentandolo come l’assertore dell’unità del
partito. Non aveva scelta, del resto. In quelle settimane di lotta e di passione
o si stava con il gensek o con chi voleva rovesciarlo. Bucharin e il suo
gruppo, Rykov e Tomski in particolare, credevano di guardare più lontano:
sconfitti in modo totale e completo i capi della «nuova opposizione», la loro
linea gradualista, contraria sia all’iperindustrialismo che a una feroce
tassazione dei kulaki e dei contadini medi, si sarebbe imposta
definitivamente, senza più alternative. Dopo la grande crisi di quella fine
1927, il partito e lo Stato avrebbero ripreso il loro pacifico cammino di
«lumaca» verso una società socialista.
Così pensava Bucharin, ma non si avvedeva che quello scontro frontale
stava modificando Stalin e il gruppo dei suoi più ascoltati consiglieri e
uomini di mano: già da quel Comitato centrale venne la conferma che le tesi
trozchiste per un’economia più centralizzata e meno soggetta alle regole del
mercato avevano fatto breccia tra loro. Stalin creò difatti una commissione
con l’obbligo di presentare al prossimo congresso del partito, convocato per
il vicino dicembre, un progetto di piano quinquennale. Ne mise alla testa un
suo fedelissimo, deciso e spietato come pochi, Sergei Kirov, l’uomo che
aveva ripulito Leningrado dalle influenze zinovieviste.
La partita stava giungendo al suo epilogo. Trozki, Zinoviev e Kamenev
organizzano, dove possibile, comizi e riunioni volanti. Ai primi di novembre
sfidano Stalin a Mosca, tenendo un’affollata assemblea all’auditorium della
scuola tecnica superiore. Gli staliniani vengono respinti all’ingresso.
Un’errata valutazione dei rapporti di forza spinge il trio dell’opposizione a
organizzare manifestazioni separate durante i festeggiamenti del 7
novembre. La GPU, che secondo la tecnica zarista aveva infiltrato i suoi
uomini nelle file dei «nemici», segnala le loro intenzioni. A Mosca e
Leningrado i cortei dell’opposizione si mettono per strada, con cartelli e
parole d’ordine molto diverse da quelle ufficiali. Attivisti staliniani e
drappelli di poliziotti intervengono pesantemente. Volano schiaffi, pugni, un
colpo di pistola sfiora l’auto di Trozki, Zinoviev è sequestrato per qualche
tempo. Riandando a quella giornata Trozki scriverà: «Per chi è in grado di
vedere, il 7 novembre 1927, nelle strade di Mosca, è stata un prova generale
del Termidoro». Ormai il grande leader dell’opposizione lo grida ai quattro
venti: la rivoluzione è tradita, il potere sovietico è caduto nelle mani dei
controrivoluzionari. La sua è una logica che porta dritto alla guerra civile,
alla creazione di un altro partito comunista. Un’utopia in quelle condizioni.
Il 9 e 10 novembre Menzinski invia a tutti i componenti del Politburo due
lettere nelle quali, sulla base di informazioni riservate, ricostruisce quel che
117
avrebbe dovuto essere il 7 novembre: un putsch dell’opposizione. Erano
previste l’occupazione del Cremlino e della Lubianka (sede della GPU)
nonché delle centrali telegrafiche e telefoniche di Mosca, Leningrado e
Charcov. Il tentativo insurrezionale era fallito sia per l’attenta vigilanza
della GPU, che per il contrordine, dato all’ultimo momento, dallo stesso
Trozki. Il capo della GPU drammatizzava la situazione esistente
nell’esercito, percorso anche lì da preoccupanti fremiti trozchisti.
Menzinski, al termine del rapporto, riproponeva l’arresto dei capi
dell’opposizione. Ogni indugio nel farlo sarebbe stato un atto di «criminale
leggerezza», e avrebbe comunque comportato le sue dimissioni
dall’incarico.
Stalin cerca di strappare l’approvazione del Politburo alle misure
eccezionali, ma non la ottiene. In compenso Ordzonikidze, presidente della
Commissione di controllo, già da tempo sollecitato in tal senso, propone
all’imminente congresso l’espulsione dal partito di Trozki e Zinoviev, una
misura traumatica, che riassume la drammaticità del momento. Trozki, il
«leggendario», che dallo Smolny aveva diretto l’Ottobre, il capo della
vittoriosa Armata Rossa della guerra civile, fuori dal partito!
Il giorno dopo quella proposta, il 16 novembre, amareggiato dalle
vessazioni del Politburo, che gli impediva di recarsi all’estero per curarsi, si
suicida Joffe, acceso trozchista e uno dei più prestigiosi diplomatici della
rivoluzione (con Cicerin, Litvinov e Karachan). Sulla sua scrivania lascia
una lettera nella quale accusa di «infamia» il gruppo dirigente del partito e
incita Trozki a resistere. Ai suoi funerali molti militanti, senza nulla sapere
di quel testamento, ne piangono la scomparsa. Fra di loro è una giovane
donna dai tratti fini e intensi, Nadezda Sergejevna Alliluieva, la figlia del
noto «basista» bolscevico dell’ex capitale zarista, e che dal 1919 era
diventata la seconda moglie di Stalin.
La campagna precongressuale, intanto, era in pieno sviluppo ma con
protagonisti i soli fautori della maggioranza: all’opposizione era prati-
camente impedita ogni forma di propaganda. Del resto la linea prescelta di
uno scontro frontale la stava penalizzando. La stessa vedova di Lenin, un
tempo alleata di Kamenev e Zinoviev, ne aveva preso le distanze.
Una settimana prima del congresso, Stalin può trionfalmente annunciare
che le liste dell’opposizione avevano ottenuto 4 mila voti, pari all’1% dei
delegati. Cifre truccate, naturalmente. I voti erano stati diecimila come lui
stesso ammetterà più tardi. Ma ormai quel che restava della «legalità
socialista», nelle fila del partito e fuori, stava rapidamente scomparendo.
Il congresso si apre sotto il ferreo controllo dell’apparato che assicura al
dibattito un tranquillo binario. È un congresso che ratifica l’espulsione dal
partito del gruppo trozchista-zinovievista. È un congresso che ascolta la
118
relazione del gensek, per la prima volta senza pubblici contraddittori. Trozki
e Zinoviev non sono presenti ai lavori. Rakowski che ne aveva tentato la
difesa è ricoperto di insulti e cacciato dalla tribuna. Il solo Kamenev,
prudente e accorto, era riuscito a parlare. Un discorso ambiguo e contorto,
quanto lo era il suo ultimo atteggiamento, tale comunque da evitargli gli
attacchi riservati al duo Trozki-Zinoviev.
Qual era la linea presentata da Stalin? Malgrado la vittoriosa campagna
contro i suoi nemici di sinistra, il gensek manifesta ancora una volta le sue
grandi doti di tattico politico. È per l’industrializzazione del paese ma
respingendone l’affrettato gigantismo. Ammette che le campagne russe sono
arretrate e divise in circa 25 milioni di poderi individuali. Prospetta quindi la
necessità di «un’agricoltura fondata sul lavoro collettivo del suolo, su nuove
e migliori tecniche». Ma chi volesse ravvisare in questo suo disegno una
lotta a fondo contro i kulaki, magari con l’aiuto della GPU - dice Stalin - si
sbaglia di grosso: «Sarebbe un sistema facile, ma tutt’altro che efficace. Nei
confronti dei kulaki bisogna agire con misure economiche, sulla base della
legalità rivoluzionaria. E la legalità rivoluzionaria non è una vuota parola». I
contorni complessivi della Nep sono quindi mantenuti: è il prezzo che Stalin
paga per l’unità con Bucharin. Sul destino degli oppositori non transige:
debbono - secondo lui - «rinunciare alla lotta interamente e completamente,
tanto sotto il profilo dell’ideologia quanto sotto quello dell’organizzazione».
Al congresso, mentre è ancora in corso, perviene una dichiarazione
firmata da 121 militanti e controfirmata da altri 52, tutti membri di partito
appartenenti alla «nuova opposizione» nella quale, in cambio dell’impegno
di cessare ogni attività frazionistica, si chiede la riammissione al partito
degli espulsi. Stalin non accetta patti, vuole la capitolazione totale, l’abiura.
Il 10 dicembre Kamenev e Rakowski scrivono a Ordzonikidze due lettere di
sottomissione.
Alla fine del congresso Zinoviev e Kamenev, di nuovo uniti, con
un’ampia ammissione dei loro errori e una ritrattazione delle loro precedenti
posizioni, ottengono un rinvio di sei mesi di ogni decisione disciplinare nei
loro confronti. Sarà quello un periodo di «osservazione» del loro
comportamento. È la prima di una lunga serie di capitolazioni. Stalin sa che
si tratta di manovre per non restare esclusi dall’unico centro di vita politica
in Russia, il partito. Non ha ancora la forza sufficiente per opporsi a quella
misura di clemenza e l’accetta. Ma il suo personale giudizio su di loro è
definitivo già da tempo: due politici intriganti, subdoli e cinici, pronti a ogni
inganno e tradimento. La resa dei conti nei loro confronti è solo rinviata.
Il congresso intanto approva le linee generali del primo piano quin-
quennale. Gli industrialisti del gruppo staliniano hanno finalmente nelle
mani uno strumento per procedere sulla strada che Trozki da tempo aveva
119
tracciato. Adesso che l’autore di quella linea era stato messo fuori dal
partito, la si poteva applicare senza il timore di passare per trozchisti. Non
solo, ma alcuni uomini di Stalin, segnatamente Molotov, dalla tribuna
congressuale avevano profferito serie minacce verso i kulaki, e Kuibyscev,
pure senza nominarli, aveva preso di petto quei comunisti che ritenevano si
fosse già investito troppo per lo sviluppo dell’industria pesante.
Pochi avevano colto nell’intervento di Stalin un passaggio significativo
della sua nuova «filosofia» politica, quello nel quale, ritenendo chiuso il
ciclo di stabilizzazione del capitalismo, prevedeva «una nuova fiammata
rivoluzionaria sia nelle colonie sia nei territori metropolitani» della
borghesia imperialista. Era un altro segno di lotta che Stalin lanciava e che
avrebbe spinto di lì a poco il Komintern su posizioni settarie, identificando
il nemico di classe nel blocco formato da fascisti e socialdemocratici. I
«socialfascisti» appunto.
Appena chiuso il congresso, Stalin da il via alla liquidazione politica degli
oppositori che, fedeli alle loro convinzioni, non avevano chinato il capo. Il
19 gennaio 1928 la «Pravda» annuncia l’allontanamento forzato da Mosca
di Trozki, Radek, Preobrazenski, Smilga, Serebriakov, Sapronov. Altri
come Rakowski sono «invitati» a lasciare la capitale. La deportazione, in
auge sotto gli zar, è così ripristinata. Le lande siberiane sono ancora una
volta pronte ad accogliere i ribelli, coloro che si oppongono al potere. Nel
partito, a tutti i livelli, si scatena un’epurazione che colpisce almeno
diecimila iscritti.
La pressione poliziesca del partito è forte ma altrettanto lo è il con-
vincimento, in molti oppositori, che la linea imposta da Trozki fosse suicida,
senza sbocchi possibili se non quello di un altro partito contrapposto a
quello glorioso e vittorioso di Lenin.
A fine febbraio, Pjatakov, uno dei migliori «manager» sovietici, si
sottomette e chiede perdono al partito. Un mese più tardi è la volta di altri
due convinti trozchisti a capitolare: Krestinski e Antonov-Ovseenko. La
sinistra si disgrega. Trozki, nel suo esilio di Alma Ata, è più che mai solo.
Ma non demorde, si tiene in corrispondenza con gli ultimi fedeli (quelle
lettere, «intercettate» dalla GPU come ai tempi dell’Ochrana zarista, sono
avidamente lette da Stalin). E, soprattutto, comincia a seguire, incuriosito,
certi segnali che provengono da Mosca. Lasciano intuire che il gensek possa
spostarsi verso sinistra.
In realtà, agli inizi di quel 1928, cominciavano ad arrivare al Cremlino da
ogni angolo del paese allarmanti rapporti sullo stato dell’industria e
soprattutto dell’agricoltura. Gli ammassi di grano erano andati malissimo
nell’anno appena trascorso. Il pane stava di nuovo sparendo nelle grandi
città, la disoccupazione era in crescita, il kulak, in attesa che il prezzo
120
salisse, si teneva il suo grano. La Nep stava scricchiolando in modo
pericoloso.

121
XVII

PER CHI SUONA LA CAMPANA?

Mentre Trozki è in viaggio per la sua prima deportazione sotto il regime


sovietico, anche Stalin deve lasciare il Cremlino. È un fatto per lui
eccezionale. Ma non poteva farne a meno, in quanto segretario generale.
Aveva mobilitato, appena sorto il 1928, tutto il partito con circolari roventi,
nelle quali richiedeva «una rivoluzione» nel sistema degli ammassi
cerealicoli. In realtà voleva che migliaia di attivisti si riversassero
nell’oceano delle campagne russe per requisire a qualsiasi costo tutto il
grano disponibile. Un improvviso e violento ritorno ai metodi del
«comunismo di guerra». Non era stata una soluzione adottata a cuor leggero.
Nelle grandi città e nelle caserme, a operai e soldati, i punti di forza del
regime, mancava il pane.
Stalin piomba come un falco nei principali centri delle zone uralo-
siberiane. Convoca attivi di partito: critica, pungola, sferza, caccia tutti quei
dirigenti che, colti alla sprovvista dalla nuova direttiva, tergiversano,
esitano, cercano di evitare le misure estreme. Ovviamente dovevano essere
colpiti i kulaki, i contadini ricchi - le «galline dalle uova d’oro» - così
almeno li ritenevano i trotzkisti, astratti e furenti nemici del capitalismo
nelle campagne. A forza di sentirselo ripetere un po’ tutti cominciavano a
crederlo. E contro di loro Stalin incita a essere violenti, a servirsi degli
articoli del codice che punivano gli accaparratori, ad agire direttamente
come dirigenti del partito, se i giudici si fossero rifiutati di applicare la
legge.
Tra i capi requisizione di quell’ondata c’erano anche Mikojan, Zdanov,
Svernik, Andreev oltre a Lazar Kaganovic, stalinista di ferro che avrebbe
cominciato in quell’occasione a mettere in mostra le sue notevoli doti di
organizzatore della violenza.
Quella scorreria di alcune settimane nelle campagne russe era stata
determinata, come spesso accadeva, da un assoluto stato di necessità. Non
dunque da una meditata scelta politica o ideologica. Ma fu comunque un
atto traumatico che provocò profonde riflessioni e nuovi schieramenti dentro
il partito e in tutto il paese.

122
Anche Stalin, che torna al Cremlino il 6 febbraio, dopo il suo raid è
politicamente cambiato. Quella diretta esperienza della realtà russa lo aveva
riempito di sgomento. Un conto era dirigere un paese dai telefoni del
Cremlino, oppure discutere nelle riunioni ad alto livello, con esperti e
teorici, al Politburo o nelle commissioni di lavoro; ma tutt’altra cosa
appariva - in periferia - la realtà del partito e del potere sovietico.
Stalin aveva potuto toccare con mano che, nelle campagne, l’Ottobre
aveva proiettato solo una pallida ombra e che la rivoluzione, dopo i massacri
della guerra civile, aveva perso i suoi contorni di movimento. Tutto stava
tornando negli alvei della stagnazione, dell’ignavia tipica della vecchia
Santa Russia. I contadini erano analfabeti come prima, la terra sempre
rivoltata con aratri per lo più di legno. Lo spezzettamento della proprietà
terriera, conseguenza dell’Ottobre, aveva cancellato oltre al latifondo anche
quel po’ di coltivazione capitalistica introdotta prima della rivoluzione.
Spesso il contadino dal suo fondo traeva solo di che mantenersi.
Un’agricoltura di sussistenza, dunque. Ma c’erano anche contadini
intraprendenti, quelli sfuggiti al massacro della guerra civile, e quelli che,
grazie alla Nep, al ripristino dell’affittanza della terra, dell’uso del lavoro
salariato, del possesso privato di mulini, di piccole aziende agricole di
trasformazione, stavano tornando a occupare posizioni di rilievo. Nei
villaggi un kulak che dava lavoro, prestava denaro e attrezzi agricoli, aveva
di certo più potere e peso di un funzionario di partito, isolato e da tutti
sospettato, cui la Nep, tra l’altro, imponeva l’inazione politica.
Stalin comincia a riflettere e come suo costume, in casi del genere, evita
decisioni affrettate, pondera, si lascia aperte tutte le porte. È uno dei pochi
politici calcolatori di quel partito, dove spesso la passione e
il furore la fanno da padroni. Senza dubbio giunge a una prima doppia
conclusione: occorreva, per il momento, evitare un ritorno a sistemi
vessatori nelle campagne. La Nep andava mantenuta, anche perché, in quel
momento, non sapeva come sostituirla. Ma occorreva anche rivedere le
norme teoriche e pratiche buchariniane che avevano fatto del kulak il
cardine dell’agricoltura sovietica.
La «Pravda» di quei giorni riflette questi due orientamenti. In una serie di
articoli scopre che il kulak si era arricchito negli ultimi tre anni grazie a
degli ottimi raccolti, all’estensione delle superfici destinate a prodotti
agricoli da trasformazione (barbabietole, tabacco, semi oleosi), e
all’aumento del patrimonio zootecnico. Il kulak, in altre parole, poteva
anche tenersi il grano, e venderlo solo a condizioni da lui ritenute
vantaggiose: stava tornando, cioè, ad essere un soggetto attivo del mercato,
in grado di contrattare su un piano di parità con lo Stato, avvalendosi della
legge della domanda e dell’offerta.
123
Era, per un bolscevico, una constatazione allarmante sia dal punto di vista
ideologico che pratico. Il capitalismo stava, in effetti, risorgendo nelle
campagne sia pure in forme ancora primordiali (per non parlare di quello
generato dalla sempre più ampia riprivatizzazione del commercio,
dell’artigianato e della piccola industria). Dunque i trozchisti avevano
ragione nelle loro denunce. Ma la disputa teorica era - per Stalin -
secondaria rispetto al mutarsi dei rapporti di forza nella società sovietica. Il
dramma d’inizio gennaio lo provava: un paese poteva essere messo alla
fame, in ginocchio, solo perché così voleva il contadino, in base ai suoi
privati interessi. Per un gensek bolscevico, a poco più di dieci anni dallo
storico Ottobre, quello era un bilancio catastrofico, e nel contempo un
ricatto inaccettabile.
Del resto anche per Bucharin, e per il suo gruppo di teorici del primato
della fattoria individuale su quella collettiva, la scomparsa del pane fu un
evento imprevisto. Bucharin, per la verità, già nell’ottobre del 1927 si era
reso conto che la Nep, inventata da Lenin per impedire il crollo del
bolscevismo, cominciava a mostrare la corda. Aveva parlato di fine di un
primo ciclo di quella politica economica, e aveva ammesso che nei confronti
del kulak si dovessero adottare alcune misure restrittive. Malgrado questa
presa di coscienza il leader della destra non sapeva trarre le necessarie
conseguenze, prigioniero com’era del suo schema.
La crisi, temporaneamente risolta col ricorso alle armi brutali del
«comunismo di guerra», era stata più di un segnale d’allarme: era la
conferma che l’URSS si trovava al grande bivio. O prendeva la strada dello
sviluppo capitalistico, basato su un libero e fiorente mercato nel quale
potessero prosperare fattorie ed aziende individuali, o puntava sulla
socializzazione delle campagne, sviluppando al massimo sia il
cooperativismo che un’attiva presenza dello Stato. Una terza via non era
disponibile.
Bucharin, a suo tempo, aveva già scelto con il celebre appello -
Arricchitevi, sviluppatevi senza timore - rivolto ai contadini agiati. E pur
rimangiandosi gli eccessi di quello slogan era rimasto sulle posizioni di chi
riteneva possibile una forte presenza di elementi capitalistici nelle campagne
purché controllati dallo Stato che incarnava la dittatura del proletariato.
Ma la ricetta buchariniana non dava buoni frutti. Anzi, rendendo il kulak
sempre più forte, economicamente, lo avrebbe spinto, quanto prima, ad
esigere un’autonoma rappresentanza politica che ne tutelasse gli interessi e
ne garantisse la sopravvivenza e lo sviluppo. Un processo inevitabile, e non
occorreva essere dei raffinati marxisti per prevederlo.
Bucharin non seppe e non volle scorgere questa sua profonda contrad-
dizione. Nella Russia bolscevica, con un ferreo e dispotico partito alla guida,
124
quello di Bucharin era puro riformismo socialdemocratico. Concezione più
che rispettabile in un altro contesto politico ma non per un dirigente del
Politburo, di un capopartito che considerava il capitalismo come il peggiore
dei mali e contro il quale era in guerra permanente.
Bucharin è costretto quindi sulla difensiva, perde una posizione dopo
l’altra. E la sua debolezza è aggravata dal fatto che in quel periodo stava
scattando la molla dell’industrializzazione che per attuarsi esigeva almeno
due condizioni preliminari: che ci fosse pane a sufficienza per l’esercito
operaio chiamato a uno sforzo eccezionale e che dalle campagne affluisse
ininterrotto il drenaggio («pompaggio», come lo definiva Preobrazenski) di
mezzi e risorse per finanziare il gigantesco piano di sviluppo.
Agli inizi del 1928, però, quelle contrapposizioni e quelle scelte non
apparivano ancora chiare. Le crude cifre, quelle sì erano incontrovertibili: la
popolazione russa, rispetto all’anteguerra, era cresciuta di 14 milioni ma la
tovarnost, la quota di produzione cerealicola destinata al mercato, era scesa
dal 26 al 13%. E su questo impressionante dato doveva agire e decidere il
«padrone» del regime, il segretario generale.
Le requisizioni forzate stavano riportando un po’ di pane. Rykov,
presidente del Sovnarkom e convinto assertore della destra, impruden-
temente si lasciò scappare: «La questione della crisi dei cereali è stata
cancellata dall’ordine del giorno». Non aveva capito nulla. Perché quelle
requisizioni e quelle violenze nelle campagne, le prime dal 1921, avevano
messo in allarme i contadini e non solo i kulaki. Era rispuntato il volto
odioso e tirannico del funzionario di partito e statale. Il rapporto tra città e
campagna si era di nuovo incrinato. Difficile ripristinarlo. Persino Bucharin
aveva dovuto riconoscere al Comitato centrale di aprile che il kulak, nella
crisi appena superata, aveva in effetti manovrato contro il governo.
Ma la questione contadina, riemersa in modo così prepotente, doveva
essere per qualche tempo ricacciata in secondo piano. Stava scoppiando in
quei giorni anche un altro bubbone sovietico, quello «industriale». Anche lì
si dovevano fare i conti con il «salto» storico imposto da Lenin con il suo
Ottobre. Nelle fabbriche e nel settore della produzione industriale erano stati
eliminati fisicamente (o erano fuggiti all’estero) non solo i proprietari ma
pure i tecnici e gli specialisti. Il processo di ripresa - dopo la totale paralisi
della guerra civile - era affidato adesso ad esperti «borghesi» sopravvissuti
alla strage, a improvvisati dirigenti bolscevichi, per lo più ex operai privi di
cultura, del tutto incompetenti sui problemi finanziari, amministrativi e pro-
duttivi, ma fanatici ed arroganti, e a una massa operaia composita, flut-
tuante, gonfia di elementi provenienti dalle campagne, che ne abbassavano il
livello professionale e di classe.
Negli stabilimenti e nei cantieri l’assenteismo, gli sprechi, gli errori,
125
l’indisciplina regnavano sovrani. Gli incidenti sul lavoro, la bassa
produttività, una forte conflittualità sindacale, e direzioni aziendali dai non
ben definiti poteri alimentavano di continuo la tensione e il caos.
Il partito, nelle sue organizzazioni periferiche, era sotto tiro. Spesso per
scaricarsi il peso della responsabilità gridava al sabotaggio. Le esplosioni,
gli incendi, le sciagure che si succedevano a ritmi vertiginosi, soprattutto nei
settori tecnicamente più evoluti, dove la mancanza di un’adeguata
professionalità si faceva maggiormente sentire, sembravano confermarlo.
Così stava accadendo anche nel bacino carbonifero del Donbass. La
locale GPU era giunta alla conclusione che il susseguirsi di incidenti poteva
avere una sola spiegazione: un complotto antisovietico ordito da tecnici del
passato regime zarista, in combutta con esperti stranieri che il regime
sovietico era riuscito ad attrarre con alti compensi.
Le prove raccolte - quelle che poi costituirono la base del cosiddetto
«affare Sachty» - vengono inviate al Politburo: la polizia politica dovendo
arrestare anche alcuni ingegneri tedeschi ne sollecitava l’autorizzazione. Il 5
marzo 1928 l’Ufficio politico esamina il dossier. Ci furono parecchie
perplessità sui documenti d’accusa; si temeva inoltre che l’arresto degli
stranieri provocasse contromisure commerciali. Ma l’ala dura staliniana
aveva per le mani, finalmente, la prova che i disastri, la disorganizzazione, il
caos non derivavano dall’incapacità del regime bolscevico ma dal
sabotaggio del nemico di classe, interno ed estero.
A maggioranza il Politburo si schiera per gli arresti (ecco un’altra eredità
leninista: la giustizia amministrata direttamente dal partito...).
Il 9 marzo Rykov annuncia al Soviet la scoperta del complotto; l’in-
domani sulla «Pravda» e sugli altri giornali ufficiali, tutti sempre sotto il
controllo di Bucharin, parte una forsennata campagna nella quale i morti sul
lavoro, le disfunzioni, la pessima qualità delle merci, fenomeni a cui i
cittadini russi erano purtroppo abituati, vengono descritti come opera di
perfidi sabotatori. È una campagna abile, che produce profonda emozione
nel paese. Partono richieste da tutte le fabbriche perché si colpiscano
duramente i responsabili. E difatti, malgrado alcune resistenze iniziali dei
giudici, poco convinti delle prove portate dalla GPU, e del commissariato
agli Esteri, timoroso di compromettere i rapporti con la Germania,
l’istruttoria va avanti. Era il primo grande processo «politico» nella Russia
sovietica. Se ne dovette parlare in un Comitato centrale per tutte le
implicazioni che comportava. Fu una riunione nella quale si affrontò anche
il tema della crisi agricola di principio d’anno. Ma su questo punto fu presto
raggiunta una posizione unitaria: le requisizioni forzose erano state
necessarie, condannabili invece gli eccessi. Destra e staliniani con quel
compromesso restarono sulle loro posizioni. Sull’«affare Sachty» il dibattito
126
fu molto vivace. Anche su questo punto c’era contrapposizione. Rykov, in
quanto capo del governo, illustrò tutti i pericoli cui si andava incontro lan-
ciando un’offensiva massiccia contro i tecnici borghesi e stranieri. Senza di
loro chi avrebbe guidato la produzione?
Ma uno Stalin, ormai incattivito, basandosi su due rapporti, uno della
GPU e l’altro di un’apposita commissione d’inchiesta, che «provavano» il
sabotaggio nelle miniere del Donbass, parte in quarta contro la credulità di
quei comunisti che si illudevano fosse ormai cessata la lotta capitalistica
contro l’unico Stato socialista al mondo. Ricorda le tensioni internazionali
dell’anno passato che avevano fatto ritenere a molti l’imminenza di
un’aggressione all’URSS. Approfitta del «caso Sachty» per lanciare la
parola d’ordine dello «specialista rosso» che dovrà, in breve tempo,
sostituire quello infido, residuo dei vecchi ceti dominanti, e invita partito e
sindacati a farla finita col burocratismo, col distacco dai reali bisogni dei
lavoratori. È tempo di autocritica, dice, «senza guardare in faccia a
nessuno».
Il viaggio uralo-siberiano e quel che, al di là del «sabotaggio» nelle
miniere, stava emergendo dal Donbass era più che sufficiente per fargli
capire che la macchina del partito e dello Stato era finita in mani pigre,
inette e incompetenti. Anche quello - ma non lo disse - era frutto della Nep,
che negli ultimi anni aveva soffocato la tensione rivoluzionaria, favorito il
rinascere del lassismo opportunistico, del conciliazionismo piccolo-
borghese.
La tesi di Stalin è vincente. Il partito viene subito mobilitato nella
campagna contro gli specialisti «borghesi»: si susseguono i loro arresti e
licenziamenti in tutte le fabbriche. A Mosca, intanto, nella Sala delle
Colonne del Palazzo dei Sindacati, il 18 maggio, si apriva il processo contro
i sabotatori di Sachty. Presiede il tribunale Andrej Viscinski, un ex
menscevico dalla sospetta biografia politica, che a partire da quel
procedimento giudiziario avrebbe cercato di far dimenticare col fanatismo i
suoi trascorsi di «nemico» del bolscevismo.
Alla sbarra 53 imputati accusati di «controrivoluzione economica»,
«sabotaggio», «collegamento con potenze straniere». Ci sono tecnici e
dirigenti delle miniere di Donbass e di Charcov, funzionari degli organi
centrali dell’industria carbonifera, tre ingegneri tedeschi. Le prove si
dimostrano subito esili, il castello accusatorio costruito solo sulle
«confessioni» estorte in estenuanti interrogatori. Ma c’è ancora un minimo
di dialettica processuale. Molti testimoni ritrattano, altri non si presentano.
La Germania continua a protestare, chiedendo l’immediata liberazione dei
suoi connazionali.
Il pubblico sovietico segue avidamente sulla stampa gli ampi resoconti.
127
Finalmente capisce perché tante cose andavano male nel paese. il capro
espiatorio era stato abilmente indicato da Stalin: il tecnico borghese, il
«nemico» dello Stato proletario.
Il 26 giugno vengono richieste 22 condanne a morte. Incredibile, ma la
sentenza spetta al Politburo: Bucharin, Tomski e Rykov, i capi della destra,
votano contro le condanne a morte. La maggioranza è d’accordo invece per
una salutare lezione: undici le pene capitali, di cui solo cinque sarebbero
state eseguite. Gli imputati tedeschi vennero scarcerati.
Il processo aveva messo in luce l’improvvisazione e la superficialità di
chi l’aveva promosso e organizzato. Ma i frutti politici erano stati copiosi.
Alla gente era «piaciuto». Quella severa giustizia proletaria aveva colpito i
cuori e le menti dei semplici cittadini. Stalin ne prese debitamente nota. Il
vertice bolscevico, pur diviso sul tipo di condanne, accettò ancora una volta,
senza la minima protesta, che toccasse al partito amministrare giustizia e
comminare sentenze.
Ma la parentesi del processo all’industria stava per chiudersi. La battaglia
del grano tornava alla ribalta. Anche le prime consegne all’ammasso del
1928 erano del tutto insufficienti. Sia per la siccità che cominciava a
manifestarsi, sia perché i kulaki depredati nei primi mesi dell’anno,
tendevano a ripristinare i loro granai anziché versare il prodotto allo Stato.
Il voto contrapposto del Politburo sull’«affare Sachty» aveva avuto anche
altre cause: a partire da maggio le differenze di valutazione fra Stalin e
Bucharin sui problemi agricoli e sull’industrializzazione si erano fatte
sempre più marcate. Polemizzavano a distanza senza nominarsi; solo pochi
addetti ai lavori capivano. Il grosso del partito stava vivendo un altro
momento colmo di contraddizioni: la Nep era ancora valida o no? Lenin
l’aveva giudicata una «ritirata»: era finito quel tempo? Mancava una
strategia: i «boss» del partito nelle sterminate repubbliche sovietiche
volevano direttive chiare, per suscitare entusiasmi, per fissare obiettivi
esaltanti che portassero il marchio del cambiamento, del progresso. Ma
Mosca taceva, solo voci confuse o piccole punture di spillo.
In realtà, lontano dal Cremlino, non percepivano il rumore delle spade. Il
«mite» Bucharcik aveva già deciso di passare all’azione. Per luglio era stato
convocato un plenum del partito. Quella doveva essere la sede per contarsi,
mettere Stalin con le spalle al muro, costringerlo a riaffermare una volta per
tutte la validità della Nep leniniana, e a sconfessare chiunque, nel partito,
sognasse una «terza rivoluzione».
Bucharin utilizzò tutte le tribune: quella del Komintern per tuonare contro
chi vaticinava «balzi in avanti» e «ritorni» alla guerra di classe; quella della
«Pravda» per pubblicare articoli contro le «mostruose» industrializzazioni;
quella del Politburo cui inviare messaggi nei quali si contestava a Stalin
128
l’assenza di una linea coerente, di improvvisarla anzi ogni giorno con
continui zig-zag. E mobilitò tutti i suoi uomini. Il viceministro delle
Finanze, Frumkin, al quale fece scrivere una durissima lettera contro la
politica repressiva nelle campagne; il potente boss del partito a Mosca,
Uglanov; Tomski, il capo degli ancora potenti sindacati (11 milioni di
iscritti); e Rykov, presidente del Sovnarkom.
Nel Politburo sperava, al prossimo scontro di luglio, di essere in
maggioranza: lui, Bucharin, più Rykov, Tomski e Kalinin (curiosa figura di
bolscevico-contadino, celebre più per le sue battute popolaresche che per il
suo acume politico, ma da cui Stalin si sentiva attratto) erano quattro voti
sicuri, cui si sarebbe potuto aggiungere quello di Voroscilov, preoccupato
come capo dell’Armata Rossa per le negative reazioni che stavano
determinando tra i soldati, per lo più mugiki, le voci di una ripresa delle
persecuzioni nelle campagne (timori peraltro apertamente condivisi anche
dai due vicecapi della GPU, Genrich Jagoda e Michail Trilisser,
dichiaratamente buchariniani).
Stalin, dunque, avrebbe potuto contare al massimo sul suo voto e su quelli
del fedelissimo Molotov e dell’industrialista Kuibyscev. Rudzutak e
Ordzonikidze sembravano neutrali.
Ma Bucharin puntava, attraverso la complessa manovra messa in atto,
soprattutto sui capi locali del partito, quelli che guidavano gli obkom e i
raikom (Comitati regionali e distrettuali), cioè i reali supporti del potere
sovietico. Li sapeva in crisi dopo le recenti sussultorie disposizioni del
gensek, il quale un giorno chiedeva tolleranza e l’altro spietata fermezza.
Una doccia scozzese che stava logorando i nervi e oscurando le prospettive.
Da loro dipendevano le vaste regioni agricole fornitrici di frumento. Era
inimmaginabile che preferissero lo scontro frontale alla pace sociale nelle
campagne.
I rapporti fra Bucharin e Stalin, un tempo fraterni e cordiali, si stavano
deteriorando anche sul piano personale. Solo gelidi saluti durante gli
obbligatori incontri politici, presto seguiti dai primi violenti alterchi. Stalin
quando trovava un oppositore energico era solito rinculare, almeno
all’inizio. Per calmare Bucharin un giorno gli disse di non preoccuparsi:
tanto nel partito c’erano due soli «Himalaya», loro due. Alla prima riunione
del Politburo la feroce battuta viene riferita da Bucharin. Un colpo basso per
Stalin, uno sgarbo che non perdonerà, lui già così vendicativo.
Quando il 4 luglio comincia il Comitato centrale i giochi si presentano
aperti. Stalin, abile stratega di quelle riunioni, manda subito all’attacco
Molotov, Mikojan e Kaganovic. Difendono l’operato di Stalin, sono
concordi nel giudicare inevitabile il duro intervento contro il sabotaggio
kulak. Anche i buchariniani intervengono, ma il loro tono catastrofico, da
129
Cassandre inascoltate, deprime quegli attenti ascoltatori venuti a Mosca per
capire e soprattutto per ripartire con proposte chiare. Lamentavano difatti -
gli esponenti della destra - la politica di spoliazione dei contadini, ai quali il
potere sovietico non era in grado nemmeno di fornire gli stivali; il mancato
aumento dei prezzi dei cereali; i folli stanziamenti previsti per le faraoniche
dighe e centrali elettriche.
Rykov pur cercando - per la carica che aveva - di non schierarsi troppo
apertamente parlò di rischi di nuova guerra civile nelle campagne.
Stalin, sapiente manovratore, aveva fatto presentare nel frattempo una
mozione tranquillizzante nella quale si ripudiavano gli strumenti repressivi
recentemente adoperati e si ripristinavano i liberi mercati, oltre a varie
provvidenze per i contadini piccoli e medi. Un’abile mossa tattica che gli
permise di riportare nel suo schieramento l’indeciso Voroscilov e lo stesso
Kalinin, il quale temeva soprattutto di passare per un kulak.
E il 9 luglio, Stalin finalmente interviene. Il suo è un discorso costruito su
misura per quell’uditorio. Sa che molti dei presenti si erano compromessi
nella dura repressione dei kulaki agli inizi dell’anno. E sa che dovrà di
nuovo ricorrere a loro. Attacca quindi i pessimisti, i capitolardi, gli
allarmisti. Se le cose nelle campagne russe non andavano, ciò dipendeva da
una sola causa, la sua spaventosa arretratezza, la frantumazione in piccole
proprietà improduttive. Persino il capitalismo si stava sviluppando nelle
campagne grazie alle grandi fattorie. Perché solo la Russia doveva
procedere con quell’antiquato sistema? Era venuto il momento dei colcos e
dei sovcos. «Non possiamo vivere come zingari, un grande Stato non può
andare avanti senza riserve di grano.» Ma soprattutto era giunta l’ora
dell’industrializzazione: solo con quella si sarebbe potuto fornire alle
campagne trattori, macchine, tecniche d’avanguardia. Ecco perché
l’industria doveva avere la priorità, e non era possibile aumentare i prezzi
agricoli. Uno sforzo così gigantesco esigeva un’equa ripartizione dei
sacrifici. Anche al contadino sarebbe stato chiesto il necessario «tributo»
(era la vecchia tesi del trozchista Preobrazenski che tornava a galla).
Ai comunisti di scarso polso Stalin ricordava quanto aveva detto Lenin,
che anche in un regime sovietico la lotta di classe permane, sia pure con
altre forme. E di suo aggiungeva che col procedere sulla strada del
socialismo, la resistenza del capitalismo sopravvissuto si sarebbe indurita,
soprattutto da parte dei kulaki. E che non dimenticassero, infine, quell’altro
pensiero leniniano: l’elemento piccolo-borghese delle campagne riproduce
ogni giorno, ogni ora, il capitalismo.
Certezze contro dubbi, ottimismo contro demoralizzazione, bolscevismo
contro cedimenti menscevichi, esaltante industrializzazione contro la
vecchia Santa Russia dei kulaki e dei piccoli mercati. Questa era la filosofia
130
che Stalin opponeva a quella sin lì illustrata dalla destra del partito. Nomi
non ne aveva fatti ma il Comitato centrale aveva capito. Lo aveva capito
anche Bucharin. Quell’accenno staliniano al «tributo» dei contadini non gli
lasciava più dubbi: il gensek stava marciando verso sinistra.
Bucharin diventa ansioso. (Lenin di lui aveva detto che era un soggetto
«diabolicamente instabile in politica».) Quel Comitato centrale, che aveva
accuratamente preparato per la vittoria, stava trasformandosi in una trappola
mortale per la sua politica. Aveva percepito che gli umori del gruppo
dirigente stavano cambiando. Stalin aveva offerto loro una prospettiva di
lotta, di gloria e soprattutto di nuovi successi socialisti. Lui, vincolato dalla
difesa dell’esistente, del kulak, degli elementi capitalistici, della politica
assai poco esaltante dei piccoli passi, non aveva molte chance. Ma il giorno
dopo anche lui scende in campo. La repressione tornata in auge quell’anno -
dice - aveva già provocato numerose sollevazioni nelle campagne e il
fenomeno era destinato a estendersi. La politica economica del partito era
folle, voleva tutto e nello stesso momento. Le massicce risorse finanziarie
per l’industria si potevano trarre solo da un’agricoltura in grado di svilup-
pare senza impacci la propria accumulazione. Quel «tributo» che si voleva
dal contadino sapeva troppo di trozchismo. Eppoi, attenti a non legare al
kulak anche il vasto ceto dei contadini medi. «Se è solo, il kulak lo possiamo
abbattere con le mitragliatrici e ciò non può turbare il paese.» Se ha alleati
diventa forte, troppo forte. Anche Tomski da una mano a Bucharin, quel
giorno, dicendo agli staliniani: «Voi volete la Nep senza nepmen e kulaki».
La destra si stava affidando alla ragione, che è sempre pessimistica e non
trascura mai le difficoltà e i pericoli di sconfitta. Era proprio ciò che il
partito, in quel momento, non voleva sentirsi dire. Aveva bisogno di fede e
di entusiasmo, visto che non c’era pane, che si viveva ammucchiati in case
malsane e la notte si stava alzati per imparare e studiare. Erano uomini che
avevano fatto la rivoluzione per cambiare la Russia, trasformarla in un
gigantesco cantiere. Il mondo li stava guardando: si poteva parlare alla base
del partito solo dei prezzi delle granaglie?
Bucharin è in preda al più vivo sconforto. E gioca una carta pazzesca,
spiegabile solo con la sua scarsa solidità politica e psichica: decide -
d’accordo col suo gruppo - di incontrare Kamenev, cui era stato appena
concesso di tornare a vivere a Mosca, dopo le battaglie perse come capo
della «nuova opposizione». Bucharin compie quel passo affrettato e
pericoloso (sapeva che tutte le abitazioni «sospette» erano sotto il controllo
della GPU) spinto dal timore che Stalin, nella sua marcia a sinistra, si
sarebbe quanto prima riavvicinato a Kamenev e Zinoviev. Voleva
precederlo, sbarrargli la strada, assicurare alla sua corrente l’appoggio di
quegli uomini ormai screditati, pronti a tutte le contorsioni pur di
131
sopravvivere, politicamente inaffidabili.
L’incontro ha luogo fra mille (e inutili) precauzioni nell’abitazione di
Kamenev. Questi chiede di verbalizzare il colloquio per poterne mandare un
estratto a Zinoviev, ancora fuori Mosca. Bucharin acconsente. Appare al suo
interlocutore molto vicino a un collasso nervoso. Si scaglia con inusitata
violenza contro Stalin, che definisce un moderno Gengis Khan, pronto a
tutti i tradimenti. Dopo aver liquidato voi - dice a Kamenev - adesso
toccherà a noi. Ci dobbiamo unire per impedire questo disegno criminoso. E
fa una disperata valutazione delle forze in campo nel Politburo, purtroppo a
favore di Stalin. Voroscilov e Kalinin - probabilmente ricattati - erano difatti
tornati con lui. E aggiunge: se non lo si ferma a tempo, Stalin è pronto a
scatenare la guerra civile nelle campagne. Anche Bucharin scopre, quando è
ormai troppo tardi e sta per diventare minoranza, che nel partito non c’è
democrazia. «Se usciamo allo scoperto - dice all’esterrefatto Kamenev -
saremo sconfitti per via della clausola che vieta le frazioni. Se aspettiamo ci
sconfiggeranno con una serie di manovre; e se a ottobre mancherà il grano
ce ne addosseranno la responsabilità.»
Il colloquio termina. Kamenev s’impegna a parlarne con Zinoviev. Ma
non poteva essere, quello di Bucharin, che uno sfogo, politicamente
irrilevante. Incontrerà ancora un paio di volte Kamenev senza costrutto.
Stalin venne certo a conoscenza di quelle riunioni. Allora le spie
microfoniche non erano ancora in uso. Ma anche se ignorava l’andamento
delle conversazioni, al suo intuito politico non erano sfuggiti i motivi che le
avevano provocate. Non restava che colpire anche il piccolo Bucharcik, ma
con prudenza perché era molto amato, e perché, soprattutto, il suo
programma raccoglieva vasti consensi nel paese.

132
XVIII
IL «PICCOLO BUCHARCIK»

Trozki, nel suo esilio di Alma Ata, non avendo altri strumenti di
conoscenza che la stampa ufficiale, trasse il convincimento che la battaglia
al Comitato centrale di luglio (1928) si fosse conclusa con la vittoria della
destra. Stalin, difatti, col tipico cinismo di un capopartito, aveva consentito
che nelle risoluzioni finali trovassero posto molte delle rivendicazioni
buchariniane. Il gensek mirava solo a guadagnare tempo. Attendeva dalle
campagne un definitivo responso prima di partire all’attacco. Così come di
tempo aveva bisogno per completare l’opera di demolizione di Bucharin e
della sua frazione in tutti i centri di potere dove si era ramificata.
Il primo colpo lo vibra al Komintern, dove a luglio si era anche aperto il
VI congresso dell’Internazionale comunista. Bucharin, col suo fascino e col
potere di segretario dell’organizzazione, fa gli onori di casa come un
perfetto «padrone». Ma gli staliniani nei corridoi già si stanno lavorando i
delegati stranieri, accennando a un crescente pericolo di destra sia nel partito
bolscevico che in tutti gli altri partiti aderenti.
È in quel congresso che vengono teoricamente gettate le basi della lotta al
socialfascismo, e a tutte le forme di capitolazione alla borghesia, sia sul
piano politico che su quello economico. Anche Bucharin, pur deprecando
chi voleva fare «tutto un fascio della socialdemocrazia e del fascismo» è
costretto ad ammettere che «la socialdemocrazia ha tendenze sociali
fasciste».
Lentamente, Bucharin stava cadendo nella rete staliniana. Accettando di
combattere il gensek nel chiuso delle stanze del potere, privando così il
partito e le sue organizzazioni di valutarne le divergenze, si consegnava con
le mani legate alla logica centralistica e ai gesuitici rituali propri del
bolscevismo. In quelle decisive settimane Bucharin avrebbe messo in luce
tanto le sue carenze di capo politico quanto la sua totale incomprensione dei
reali meccanismi in atto nel partito, dove pure adesso era il «numero due».
Qualche scatto di nervi, qualche attimo di lucidità, qualche giorno d’intenso
lavoro, ma poi i «difetti» dell’intellettuale venivano a galla. Per sentirsi in
regola con i suoi doveri di leader gli bastavano un elettrizzante discorso, uno
splendido articolo, un’acuta analisi con qualche occasionale compagno di

133
lavoro. Ignorando che il potere, in un partito, si ottiene e lo si mantiene con
la presenza continua, con l’interessamento instancabile ai problemi
organizzativi e alle necessità dei «quadri», i quali ogni giorno li debbono
risolvere, con la ricerca sistematica di nuove alleanze da ottenersi con tutte
le armi, dalle blandizie alle pressioni.
Eppure Bucharin, nel Comitato centrale di luglio, più di ogni altro aveva
colto il «disegno» staliniano. Lo aveva confermato parlandone con
Kamenev: il gensek - secondo lui - era alla vigilia di un’offensiva
generalizzata, che si sarebbe in particolare riversata contro la destra del
partito.
Ma per contrastarla si limita a produrre un brillante saggio, Note di un
economista, nel quale si scaglia contro il «modo folle» con cui s’intende
avviare il processo di industrializzazione. L’obiettivo dichiarato della
polemica è Trozki, ma il tiro è in realtà su Stalin. Occorreva mutare rotta in
campo economico - sostiene - fissando dei limiti invalicabili negli
investimenti industriali, privilegiando il settore dei beni di consumo. E
ammonisce: «La nostra corda è estremamente tesa. È impossibile tenderla di
più».
Data alle stampe - il 30 settembre sulla «Pravda» - la sua valutazione sul
grave momento politico-economico, Bucharin, con quei rumori di armi
dietro l’angolo, prende il treno e se ne va in vacanza nel Caucaso. Ne aveva
diritto, dopo un’intera estate trascorsa a Mosca, con gli impegni del
Comitato centrale e poi del Komintern. Ma il momento non lo consentiva:
sarebbe stato più saggio e «politico» rimanere. Anche il mite Bucharcick,
come già a suo tempo l’altezzoso Trozki, non riesce a vincere la fatale
attrazione esercitata dalle montagne del Caucaso e dalle acque del Mar
Nero.
Stalin, a Mosca, non si concede tregua. Intanto gli fa impartire censura dal
Politburo per aver pubblicato il saggio senza la consueta e preventiva
approvazione. Poi - memore della lotta a suo tempo condotta contro
Zinoviev - parte all’assalto del più munito bastione buchariniano:
l’organizzazione di partito moscovita. Questa è nelle mani di Uglanov,
acceso sostenitore della destra et cause. Il gruppo staliniano intendeva
sviluppare al massimo l’industria pesante. Mosca, essendo il centro più forte
di quella leggera, temeva di restarne danneggiata. La capitale,
periodicamente, era alla fame e non poteva consentire che nelle campagne
ricominciasse la guerra civile. In alcuni discorsi Uglanov aveva esplicitato
queste sue tendenze.
Stalin interviene il 19 ottobre a una riunione dell’attivo del partito
moscovita. Sferra una bordata tremenda contro la deviazione buchariniana,
ma senza citarne il «colpevole»: «II trionfo della deviazione di destra del
134
nostro partito - dice - scatenerebbe le forze del capitalismo, minerebbe le
posizioni rivoluzionarie del proletariato e aumenterebbe la possibilità di una
restaurazione del capitalismo nel nostro paese».
Il linguaggio di Stalin non muta: è sempre apocalittico, è sempre quello
del seminarista alle prese con la dottrina e le sue possibili eresie. Quella di
Bucharin è, poi, la peggiore delle eresie, anzi delle «deviazioni», secondo la
terminologia leninista.
Uglanov, malgrado qualche accenno di resistenza, è spacciato. Molotov
andrà a commissariare quel centro d’infezione. Stalin, indefesso, ha
convocato per il 16 novembre un Comitato centrale nel quale intende gettare
le premesse del «grande balzo». Ormai dalle campagne giungono notizie
sempre più preoccupanti. I kulaki proseguono nello sciopero contro gli
ammassi obbligatori; e dai centri della programmazione (Gosplan), da cui
sono già partiti gli ordini per la costruzione delle prime grandi «cattedrali
del socialismo», si sollecitano sempre nuovi fondi. L’industrializzazione è
un’insaziabile bevitrice di rubli.
Durante le riunioni preparatorie ci sono vari scontri nel Politburo. Rykov
presenta il bilancio di spesa che viene giudicato insufficiente. Dev’essere
ritoccato decisamente verso l’alto. Finalmente, Bucharin rientra dalle
vacanze caucasiche e trova il suo schieramento semidistrutto. Ha
un’impennata, ma d’orgoglio più che politica. Inizia a litigare nell’ufficio di
Stalin chiedendo riparazioni nei confronti dei suoi uomini colpiti dalle
misure disciplinari, e attenuazioni nelle cifre degli investimenti industriali e
in quelle delle supertassazioni ai kulaki. Stalin cerca di contenere quelle
richieste e porta il contrasto al Politburo, dove Bucharin, quasi consapevole
della sua debolezza, si limita a insultare il gensek definendolo un «meschino
despota orientale», per poi andarsene. La rottura è completa. Rykov va da
Stalin e gli consegna le lettere di dimissioni dagli incarichi di partito e statali
sua, di Bucharin e Tomski.
Quando le riceve «gli tremavano le mani, era pallido»: il colpo per Stalin
era durissimo. Tutti i suoi piani correvano il rischio di restare al palo di
partenza. Non poteva scatenare l’assalto alle campagne e dare la scalata alle
più alte vette del progresso industriale con un vertice del partito spaccato, a
nemmeno due anni dalla rottura col gruppo della sinistra. Anche nel mondo
capitalistico quella guerra intestina sarebbe apparsa come momento di
debolezza del regime sovietico, incoraggiando le voglie degli
«accerchiatori».
È il momento chiave dello scontro fra il gruppo di Stalin e quello di
Bucharin. Sono attimi cruciali, irripetibili: l’ora della verità. Stalin era del
tutto cosciente della sua forza ma anche dei punti deboli che la potevano
vanificare. Bucharin, in quanto teorico della sopravvivenza della Nep, del
135
gradualismo economico, della pace sociale, aveva ancora dietro di sé
cospicue forze nel partito, ma soprattutto, in caso di aperto conflitto,
avrebbe potuto contare sull’enorme esercito delle campagne e su vasti
settori dell’intellighenzia sovietica preoccupata, anch’essa, dalle
conseguenze di una nuova guerra civile.
Lui, Stalin, al posto di Bucharin, avrebbe saputo come utilizzare quelle
armi. Ma Bucharin non ha la stoffa del leader, si fa ricattare dalla sua stessa
coscienza di bolscevico per cui il massimo dei peccati è indebolire,
comunque, il partito. E di fronte ad alcuni tozzi di pane, offertigli all’ultimo
momento da Stalin, capitola.
Pur di poter presentare il Politburo unito all’imminente Comitato centrale,
Stalin aveva accettato di ridurre (sulla carta) gli stanziamenti nell’industria e
di riabilitare l’appena «silurato» Uglanov mandandolo al commissariato del
Lavoro.
E così la destra, agli occhi del mondo e del partito, si presenta solidale
con il gensek al Comitato centrale del 16 novembre 1928.
È lo stesso Rykov a illustrare la relazione economica. I suoi toni sono
prudenti, ma le cifre assai meno: per il prossimo esercizio veniva proposto
un aumento del 25% negli investimenti per l’industria. Era l’atteso avvio del
«grande balzo».
Il dominatore di quell’assemblea è Stalin: l’unico che non abbia per-
plessità, remore, timori. Il suo intervento è centrato - come egli dice - su tre
priorità: l’industrializzazione, che andava portata avanti «a un ritmo il più
rapido che sia possibile»; il «problema del grano» cioè il modo con cui
poteva «essere ricostruita l’agricoltura su una nuova base tecnica»; il
«pericolo di destra» per quanto riguardava il partito.
Dopo aver premesso che il nucleo dirigente del partito e dello Stato era
«cauto e tranquillo», quindi non composto da pazzi esaltati, affronta la
prima delle obiezioni: perché non industrializzare a ritmi più lenti e in
«un’atmosfera più quieta?» Certo si potrebbe - risponde - ma chi lo
suggerisce si astrae dal contesto internazionale. Nei paesi capitalistici era in
atto una nuova rapida evoluzione tecnologica, cui faceva invece riscontro in
Russia «una tecnica straordinariamente arretrata nell’industria». Occorreva a
tutti i costi colmare quel divario prima che fosse troppo tardi: «O ci
riusciremo o ci distruggeranno».
Chi parlava era il teorico del socialismo in un solo paese, un paese
accerchiato da un mondo ostile, sempre sul piede di guerra e pronto ad
approfittare di ogni sua debolezza.
«È impossibile difendere - dice Stalin - l’indipendenza del nostro paese se
non disponiamo di una base industriale sufficiente.» Anche Pietro il Grande
si era trovato, ai suoi tempi, di fronte allo stesso problema: modernizzare la
136
Russia con ritmi febbrili, dotarla di armi che la potessero proteggere dai
molti nemici esterni. Era sperabile che il proletariato al potere sapesse far
meglio degli zar. Certo, se l’Unione Sovietica fosse la Germania non
avrebbe bisogno di ritmi così rapidi ma, purtroppo, non lo era; se il
proletariato tedesco o francese avessero preso il potere, dai loro paesi
sarebbero potuti giungere aiuti sostanziali, ma, purtroppo, ciò non era
accaduto.
Ecco perché - questa la conclusione di Stalin - si doveva industrializzare e
alla svelta. Ma c’era un altro motivo che lo imponeva: il pauroso ritardo
dell’agricoltura sovietica, ancora basata su un’improduttiva miriade di
piccole proprietà prive di tecnica moderna e di possibilità di sviluppo. Senza
una grande industria le campagne non si sarebbero mai modificate. Lo
diceva anche Lenin, nel dicembre del 1920: «Finché restiamo un paese di
piccoli contadini, il capitalismo ha in Russia una base economica più solida
che il comunismo». Quindi motivi economici e ideologici giustificavano la
necessità di un rapido cambiamento anche in agricoltura. Non si poteva
tollerare a lungo la cronica mancanza di frumento.
Sulla questione agricola - vero nodo dello scontro - Stalin usa toni molto
ruvidi e prende di petto quanti vorrebbero che nelle campagne tutto restasse
come prima, o meglio che il kulak diventasse sempre più forte.
Rispettando i patti, non attacca direttamente Bucharin ma come un
ciclone investe un esponente della sua corrente, il vice commissario alle
Finanze, Frumkin, aperto sostenitore del rafforzamento del kulak nelle
campagne. Il pretesto serve a Stalin per sviluppare una teoria - peraltro di
origini leniniane - secondo la quale le posizioni estreme - di destra e di
sinistra - sempre si toccano (e che consente a chi la denuncia di vincere
stando al centro). Nel partito difatti - dice il gensek - si chiede da destra di
non costruire grandi complessi industriali, mentre la sinistra ribatte che sono
troppo pochi; la destra non vuole che si tocchino i kulaki e la sinistra è per
l’estensione delle misure coercitive ai contadini medi. E così via.
L’accostamento fra le due estreme, quella trozchista e di destra, serve a
Stalin anche per prospettare il pericolo che entrambe si possano fondere in
un unico blocco antipartito. Proprio per impedirlo si deve continuare la lotta
sui due fronti.
Quella contro il trozchismo era stata dura e aveva già condotto a
significativi successi; quella contro la destra si presentava più complessa e
delicata perché questa «deviazione» è «qualche cosa che non è ancora
degenerato in opportunismo, è qualche cosa che si può ancora correggere».
E Stalin si pone varie domande cui fornisce lui stesso le risposte: la destra si
è già costituita in frazione? «Non lo credo.» Ma si costituirà in frazione?
«Ne dubito.» E che misure si devono adottare? «Sino a che i rappresentanti
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di destra non ledono le decisioni del partito, non dobbiamo escluderli dalle
organizzazioni dirigenti.» (Dimenticava il caso di Uglanov.)
Ma da quale delle due estreme proviene il pericolo maggiore? «Il pericolo
di destra è nel momento attuale quello principale per il partito.» E perché?
«Perché la deviazione di destra si trova nel periodo di formazione e di
cristallizzazione. Essa si rafforza e si sviluppa grazie al rafforzarsi
dell’elemento borghese, in seguito alle difficoltà del rifornimento di grano.
Perciò il colpo principale deve essere portato contro la deviazione di
destra.»
Con uno dei salti logici che gli sono propri, Stalin dopo una così allarmata
esposizione delle divergenze nel partito, chiude il suo intervento elogiando
l’unanimità del Politburo sulle tesi appena presentate al Comitato centrale.
Unanimità che fa giustizia delle voci diffuse «da certi malintenzionati»
secondo le quali «esisterebbero da noi, nel Politburo, delle deviazioni di
destra, delle deviazioni di sinistra, dei conciliatori, ecc.». E così conclude:
«... nel Politburo noi siamo tutti uniti, fino all’ultimo, e saremo sempre
uniti».
Il Comitato centrale si chiude senza che Bucharin parli. È la sua sconfitta
totale, completa. S’era lasciato sfuggire l’ultima occasione. Stalin aveva
compiuto un altro capolavoro di tattica e di astuzia politica. La sua linea era
passata al completo senza opposizione. Il «grande balzo» poteva partire, la
lotta al kulak era stata codificata, la corrente di destra veniva messa
ufficialmente sotto tiro. È vero, tranne quello di Frumkin, nomi non ne
erano stati fatti. Ma gli uomini del Comitato centrale avevano compreso che
Stalin ancora una volta ce l’aveva fatta. Nessuno gli aveva saputo
contrapporre un disegno, una strategia alternativi, convincenti. Al più c’era
stato chi auspicava progressi meno impetuosi, «atmosfere più calme».
Richieste abbastanza ridicole in bocca a dei rivoluzionari, a dei bolscevichi,
a dei leninisti.
Se ne tornarono nei loro obkom e raikom con un preciso convincimento:
Stalin era l’unico vero leader. Seguirlo significava vincere.
Lo cominciava a pensare anche... Stalin. Pur tenace e spietato, troppi
complessi l’avevano sino ad allora frenato: le misere origini, la scarsa
istruzione, l’incapacità di esprimersi in modo brillante e colto, il pessimo
carattere, il disprezzo intellettuale che la «vecchia guardia» continuamente
gli manifestava, l’ironia e l’irritazione di chi non lo vedeva nel ruolo di
erede del grande Lenin. Tutto complottava per renderlo spesso esitante,
continuamente ossessionato dal problema dei rapporti di forza. Ora,
volgendosi al passato, non poteva non pensare che praticamente da solo -
era il primo a sapere della mediocrità dei Molotov, dei Kaganovic e dei
Voroscilov che lo circondavano - aveva battuto con le armi della politica e
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dell’ideologia «giganti» del calibro di Trozki, Kamenev, Zinoviev e, adesso,
di Bucharin.
Le fosche previsioni di Lenin morente non si erano verificate. La rottura
fra lui e Trozki anziché portare il partito alla scissione lo aveva
enormemente rafforzato.
Tutto merito di Stalin, il quale, senza perdere altro tempo, si getta prima
della fine del 1928 su un altro baluardo buchariniano: i sindacati diretti da
Tomski. Approfittando del loro congresso manda i suoi uomini a bollare di
«corporativismo» le posizioni del potente leader sindacale. Il partito aveva
invece bisogno che i sindacati diventassero la «cinghia di trasmissione»
dell’enorme impulso industrialistico che stava per partire. Lo slogan adesso
doveva essere: «Per una maggior produzione». E perché le nuove direttive
fossero applicate senza remore, Stalin fa paracadutare nella direzione
sindacale il suo «killer» preferito, Kaganovic. Tomski si dimette in segno
di protesta. Formalmente rimarrà alla testa del sindacato ancora per qualche
mese. Ma ormai anche quel centro di potere era domato.
A Bucharin restava ancora la «Pravda», su cui però uscivano articoli
sempre più abissalmente distanti dal pensiero del suo direttore. Di questa
residua possibilità, l’esautorato leader della destra si avvale facendo
pubblicare - il 24 gennaio 1929 - la commemorazione da lui tenuta in
occasione del quinto anniversario della morte di Lenin. Doveva essere il
suo ultimo atto politico «libero». Cucendo sapientemente varie citazioni di
Lenin (sport preferito da tutti i dirigenti, e nel quale eccelleva Stalin,
avvantaggiato rispetto agli altri dalle sue pratiche seminaristiche) il povero
Bucharcik cerca di presentare il vecchio vozd come un buon diavolo,
amante della pace sociale, attento a non turbare gli equilibri fra città e
campagna, favorevole più a una «rivoluzione culturale» che a traumatici
sviluppi politici. In effetti il discorso era abile. L’ultimo Lenin, angosciato
e preoccupato prima della morte, era proprio quello che presentava
Bucharin, ben diverso, nelle sue prudenze, dallo Stalin aggressivo del 1929.
Ancora una volta, da collaudato pubblicista, Bucharin opponeva qualche
colonna di piombo tipografico al rullo compressore del gensek. Il quale
aveva buon gioco nel fargli replicare che quel suo Lenin sembrava più un
«comune filosofo contadino» che il rivoluzionario il quale, in dieci giorni,
aveva sconvolto il mondo.
Ma Stalin stava per ricevere dalla dea fortuna - sua perenne alleata - un
altro regalo insperato, che come sempre avrebbe saputo sfruttare.
Agli inizi del 1929 il suo era davvero un «effetto valanga». Aveva subito
strappato al Politburo - malgrado l’opposizione della destra - l’ok per
l’espulsione di Trozki dal territorio sovietico. Una misura «necessaria», dal
momento che stava per applicarne il programma economico. Quell’atto
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brutale e illegale doveva servire a non creare confusioni nel partito: sì alla
superindustrializzazione, no a Trozki.
Il grande leader dell’opposizione si era rifiutato di sottostare all’aut aut
intimatogli da Stalin: o la cessazione immediata delle sue attività
«controrivoluzionarie» (si teneva ancora in corrispondenza con i suoi adepti,
alcuni già «pentiti», altri ancora come lui al confino) o il totale isolamento
politico. Non restava, a quel punto, che l’espulsione. Trozki chiede di
potersi recare in Germania ma quel governo rifiutò un così scomodo ospite.
Il 21 gennaio 1929, quinto anniversario della morte di Lenin, il «numero
due» dell’Ottobre lasciava melanconicamente il paese che aveva guidato
alla rivoluzione. Lo attendeva l’isolotto turco di Prinkipo.
Stalin riusciva così a liberarsi fisicamente dell’unico rivale per cui
provasse stima (segreta) e timore (ampiamente ammesso). Ma l’ombra lunga
del teorico della «rivoluzione permanente» sarebbe rimasta sulle sterminate
distese russe. Da quel momento Stalin prese a leggere avidamente ogni rigo
scritto in esilio dal Grande Nemico per trame linfa, stimolo dialettico e armi
per combattere sempre più duramente le opposizioni. Nell’allucinante
schema politico staliniano, Trozki avrebbe rappresentato - paradossalmente
- il ruolo di «oppositore di Sua Maestà».
Eliminato l’Eresiarca, adesso era il turno di Bucharin. Lo si poteva
colpire, per ironia della sorte, proprio grazie a Trozki. L’opposizione, difatti,
pur perseguitata e costretta nel sottosuolo, non cessava di produrre
informazioni con i mezzi più rudimentali. In una di queste loro
pubblicazioni i trozchisti avevano svelato il testo della conversazione
avvenuta nel luglio del 1928 tra Bucharin e Kamenev. Lo scopo della
«provocazione» era evidente: smascherare il falso unanimismo della
maggioranza staliniana.
Stalin non aveva certo bisogno di quel documento clandestino per
apprendere che da almeno sei mesi Bucharin era in rotta di collisione, e che
a tutti, riservatamente, chiedeva appoggi di ogni tipo per combattere il
nuovo «Gengis Khan». Ma quella pubblicazione che stava ampiamente
circolando nel partito, forse da lui stesso favorita, gli serviva per presentarsi
ancora una volta come una vittima degli intrighi dei suoi oppositori. I quali,
pur di rovesciarlo, ricorrevano alle più innaturali e vergognose alleanze.
Politici davvero «senza principi», come il gensek amava definire chiunque
non la pensasse come lui.
Il «caso» viene immediatamente deferito al Politburo che si riunisce il 30
gennaio 1929. Bucharin non è ancora vinto. Si presenta con un documento
di trenta pagine che legge con veemenza. Difende la sua linea politica,
difende anche il suo incontro con Kamenev, determinato dalle condizioni
«anomale» in cui si era costretti a lavorare nel partito, sempre più dominato
140
da oligarchi sprezzanti di ogni norma democratica.
Stalin che non s’attendeva simile reazione (aveva poca stima delle
capacità politiche di Bucharcik) prende tempo, come al solito, nominando
un’apposita commissione che valuti il da farsi. Il 7 febbraio si propone a
Bucharin un compromesso: nessuna mozione di censura se egli ammetterà
l’errore politico del suo incontro con Kamenev (il quale proprio in quel
periodo si era espresso criticamente contro le posizioni buchariniane). Il
leader della destra che si era lasciato sruggire occasioni e sedi assai più
propizie di quella (tutto si svolgeva, ovviamente, in gran segreto al
Cremlino) s’impunta e costringe gli altri due compagni di cordata Rykov e
Tomski ad andare sino in fondo, Il 9 febbraio il «trio» si presenta al
Politburo per leggere un altro documento che ricalca quello precedente: un
attacco a fondo a Stalin e alla sua linea. Il gensek vorrebbe far espellere
Bucharin dal massimo organo dirigente ma non ottiene il consenso
desiderato. L’ufficio politico era ormai a maggioranza stalinista ma
rispettava la vecchia regola leniniana che le sanzioni disciplinari contro un
membro autorevole rappresentassero una misura estrema e, comunque,
bisognosa di un lungo iter processuale, il Politburo si limita ad approvare
una mozione di censura da illustrarsi al prossimo Comitato centrale.
Il trio di destra rassegna ancora una volta le dimissioni dagli incarichi
pubblici. Di quella sfida, che assumeva i contorni della ripicca personale, se
raffrontata a ciò che bolliva in pentola, nessuno fuori dalle mura del
Cremlino sa nulla. Bucharin persisteva nel fatale errore di condurre sterili
battaglie di retroguardia, senza avvalersi dei suoi reali punti di forza che
stavano fuori dalle asfittiche stanze del Politburo.
Stalin, in effetti, un altro piccolo passo avanti, rispetto alle posizioni
enunciate nel novembre precedente, lo aveva fatto. Allora aveva negato che
fosse giunta l’ora di sanzioni disciplinari contro la destra. A tre mesi di
distanza poteva vantare una «piccola scomunica» al suo massimo esponente.
Era sufficiente, per ora, anche perché il «trio» si era immediatamente
dissolto. Rykov, difatti, aveva ritirato le dimissioni, restando a capo del
Sovnarkom da cui l’autorevole esponente della destra avrebbe dovuto
firmare i decreti del «grande balzo»...
La XVI conferenza del partito, convocata da Stalin appunto per varare il
primo piano quinquennale, era alle viste. Gli uffici del Gosplan stavano
mettendo a punto gli ultimi ritocchi, le varie opzioni. Il gensek aveva ormai
rotto gli indugi: la Russia - sotto la sua guida - si sarebbe trasformata da
paese di miserabili e analfabeti mugiki in una superpotenza industriale.
Sarebbe stata la sua «Rivoluzione». E a differenza delle altre due, di
Febbraio e di Ottobre, sarebbe direttamente partita dal Cremlino e non dai
tuguri, dalle isbe, dalle fabbriche, dalle trincee.
141
La corsa contro il tempo si faceva disperata. L’unico paese socialista
intendeva sfidare il capitalismo del mondo intero sul suo terreno. Un
obiettivo esaltante. Ma a Mosca e nelle grandi e piccole città erano riapparse
- dal febbraio di quel 1929 - le tessere annonarie e davanti ai negozi
semivuoti si snodavano ancora una volta le lunghe silenziose file del
bisogno. Il kulak non voleva cedere il suo grano e in questa sua resistenza
stava trovando alleati non previsti da Stalin e dal suo manipolo di duri.
Sempre più frequenti giungevano al Cremlino notizie luttuose: funzionari di
partito assassinati nei villaggi, improvvise sollevazioni nelle province
cerealicole, fucilazioni della GPU.

142
XIX
IL «GRANDE BALZO»

«I giorni dei capitalisti e dei kulaki sono contati»: ecco come Stalin si
presenta al Comitato centrale dell’aprile 1929, quello che doveva
autorizzare il primo piano quinquennale e mettere al bando, nel partito, i
capi della destra. L’uno obiettivo aveva bisogno dell’altro. Il gensek, pur
digiuno di scienze economiche, non ignorava che lo sforzo cui stava per
sottoporre il paese sarebbe stato tremendo. Occorreva per quel ciclo iniziale
della pjatiletka il concorso senza remore dei cittadini, il loro entusiasmo,
l’accettazione di immensi sacrifici in cambio, a breve termine, di migliori
condizioni di vita e dei vantaggi propri di una civiltà industriale. I dubbi, le
remore, le ostilità non potevano trovare spazio: come in guerra, prima
dell’assalto, i deboli e i vili andavano spazzati via, con ogni mezzo.
Stalin sentiva che sul tema dell’industrializzazione forzata il partito lo
stava seguendo. Compiti inebrianti, finalmente, dopo la morta gora della
Nep, possibilità di riportare nella società sovietica la voglia di fare, di
cambiare, di partecipare, come ai bei tempi dell’Ottobre. E, soprattutto, per
milioni di cittadini insperate occasioni di apprendimento, di promozione, di
scalata. Il progresso aveva bisogno di amministratori, ingegneri, tecnici,
contabili, operai specializzati.
A Krivoi Rog, in Ucraina, a Magnitogorsk, negli Urali, a Kuzneck, in
Siberia, i cantieri stavano dando il via a tre giganteschi stabilimenti
siderurgici, fra i più potenti del mondo, con macchinari e impianti
faticosamente importati dai paesi capitalistici. Da soli quei tre colossi
avrebbero prodotto un milione e settecentomila tonnellate di ghisa annue, il
40% in più della complessiva produzione zarista.
A Sverdlovsk, negli Urali, un altro gigantesco kombinat avrebbe
permesso in pochi anni la fabbricazione nazionale dell’attrezzatura per
l’industria pesante, così da non dover più dipendere dall’estero per l’al-
largamento della base produttiva. Le enormi distanze fra il Turkestan e la
Siberia sarebbero state coperte da una ferrovia - la Turksib appunto - come
avvio di una politica dei trasporti, palla al piede, da sempre, dell’economia
russa. Ma quello era solo l’aspetto più appariscente del primo piano
quinquennale, e su cui la propaganda del regime in modo ossessivo avrebbe

143
puntato i suoi riflettori.
Ovunque nell’Unione stavano sorgendo nuovi cantieri per dighe, centrali
elettriche, impiantì petroliferi e chimici, miniere, canali, ospedali, scuole, e
le stesse fabbriche di un tempo subivano rammodernamenti e
trasformazioni. In quel paese enorme e spaventosamente arretrato c’era
tutto da fare come nel giorno della Creazione. Nel 1927 circolavano in
Russia dodicimila fra auto e camion. Alla stessa data la sottosviluppata
India ne vantava centomila. Sui giornali sovietici uscivano articoli dal titolo
Automobile americana o carretto russo, nei quali i vaticinati progressi
tecnologici lasciavano balenare esaltanti conquiste: «Tutti gli operai e i
contadini in automobile, entro 15-20 anni».
A Mosca era già in stato d’avanzata realizzazione una fabbrica d’auto di
limitata capacità (diecimila vetture l’anno). Ma a Nizni Novgorod, a est
della capitale, sarebbe sorto, in collaborazione con l’americana Ford, un
superimpianto da centomila autovetture l’anno.
E anche sulle campagne stava per riversarsi - così promettevano le aride
cifre del «piano» - la fiumana del progresso. Innanzitutto quella dei trattori,
che avrebbero spazzato via per sempre i millenari aratri di legno e il bue e il
cavallo che con il lento esasperante procedere nei solchi erano l’emblema
della tradizionale sonnolenza e pigrizia russe.
Nel 1925 l’Unione Sovietica produceva 457 trattori l’anno. Nel 1929
erano saliti a 2800, in massima parte forniti dalla storica fabbrica
leningradese, la Putilov. Una goccia nel mare e difatti lo Stato doveva
acquistare quelle macchine all’estero: fiumi di quattrini spesso gettati al
vento, perché i trattori nelle mani di inesperti meccanici e guidatori si
rompevano e privi di pezzi di ricambio rimanevano nei campi, simbolo
delle enormi difficoltà da superare.
Adesso il piano, con le gigantesche fabbriche per macchine agricole
previste a Stalingrado, a Charcov e a Celjabinsk negli Urali, avrebbe
riparato anche a quella carenza.
Non era solo la tradizionale Russia bianca a muoversi verso l’Eldorado
industriale. Anche le vaste distese uralo-siberiane sarebbero state sottratte al
loro sonno secolare: stava per nascere, laggiù, un altro polo industriale,
localizzato dai pianificatori anche per motivi militari. L’enorme distanza
dalle pericolose frontiere occidentali era una preziosa garanzia di sicurezza.
I costi del «grande balzo» si presentavano enormi: gli obiettivi sem-
bravano eccessivi rispetto alle effettive possibilità finanziarie, tecniche,
umane del paese. Stalin e i suoi pianificatori stavano applicando, ag-
gravandola, la fredda, spietata ricetta trozchista che prevedeva priorità
assoluta per l’industria pesante e appena le briciole per i beni di consumo.
Gli uomini e i loro bisogni non contavano, in quel momento. Le sofferenze
144
e i sacrifici sarebbero stati un inevitabile «tributo». Del resto i lavoratori dei
paesi capitalisti lo stavano versando da gran tempo - come aveva insegnato
Marx - nelle casse dei ricchi banchieri e industriali. Questa volta
l’avrebbero destinato al primo Stato socialista del mondo e non ai padroni,
perché le fabbriche erano di tutti.
La mistica della grande industria - valida anche nel mondo capitalistico -
si mescolava nelle menti dei marxisti russi alla certezza teorica che la
crescente proprietà da parte dello Stato di vasti mezzi di produzione
avrebbe, di per sé solo, creato il «socialismo».
Per quello sforzo immane potevano dunque anche saltare le tradizionali
leggi dell’economia. Chi sosteneva la loro oggettività rientrava nel novero
dei dubbiosi, dei nemici. Lenin aveva insegnato, con la rivoluzione, che si
poteva frantumare qualunque schema, far compiere qualsiasi «salto». La
Russia sotto la sua guida, non aveva forse «saltato», con l’Ottobre, 50-100
anni di cosiddetto sviluppo democratico-borghese? Chi poteva azzardare
l’accusa di soggettivismo al grande Lenin? E chi la poteva muovere al suo
erede, Stalin, se in pochi anni intendeva far «saltare» alla Russia il lungo,
impervio e doloroso ciclo dell’ industrializzazione?
Con queste armi Stalin si era presentato al Comitato centrale dell’aprile
1929. Perciò poteva dire che i giorni dei nemici del partito erano «contati».
Fu quell’assise del vertice bolscevico l’ultima in cui opposti schieramenti e
tendenze si sarebbero fronteggiate liberamente. Una battaglia che per la
destra assunse il sapore della «certificazione», una sorta di testamento
politico-economico da lasciare al partito.
Nel momento in cui parlavano da rive opposte, né Stalin né Bucharin
sapevano ancora con esattezza che cosa ci fosse realmente dietro l’angolo.
La svolta era talmente ampia e complessa da non lasciar prevedere con
facilità ciò che avrebbe prodotto. Le cifre dei pianificatori davano solo degli
ordini di grandezza, e Stalin era giunto alla conclusione che quanto più alti
fossero stati i traguardi da raggiungere in breve tempo, tanto minori, come
durata, sarebbero stati i sacrifici. Stalin giocava tutto, l’avvenire del partito e
del paese, oltre al suo personale, su quella sfida. Bucharin, secondo la ferrea
logica politica, come leader «alternativo» non poteva che prevederne il
fallimento, sì da essere un punto di riferimento nei giorni delle difficoltà e
del disastro. Posizione scomoda, pericolosa, odiosa. Ma inevitabile.
Proprio per questo Stalin aveva bisogno di distruggerlo, prima di quella
deprecabile eventualità. Nel suo intervento di aprile ne sottolinea le
posizioni capitolarde che lo portavano, inevitabilmente, a «tradire la classe
operaia e la rivoluzione», a sostituire la teoria marxista della lotta di classe
con quella assurda della «trasformazione dei capitalisti in elementi
favorevoli al socialismo». Ma Bucharin e la destra si macchiavano di altre
145
colpe e tutte gravissime: non consentivano che lo Stato sovietico chiedesse
il doveroso «tributo» anche ai contadini, per farlo ricadere invece sulle sole
spalle degli operai. E di fronte alla resistenza organizzata dei kulaki - che
periodicamente metteva alla fame il paese - criticavano le misure repressive
nei loro confronti. Di fatto la loro - questa l’opinione definitiva di Stalin -
era una «politica borghese-liberale, non una politica marxista».
Ma Bucharin, così amato e apprezzato, e nel partito ritenuto da tutti mite e
buono, andava distrutto anche sul piano personale. Stalin non esita a
ricordarne l’atteggiamento nei giorni amari di Brest-Litowsk, quando stava
alla testa di un complotto antileniniano che prevedeva addirittura l’arresto
del vozd.
Coerente con quelle posizioni - dice Stalin - Bucharin si era messo alla
testa «del più ributtante e piccolo gruppo fazioso che sia mai esistito nel
nostro partito».
La violenza, l’odio, la brutalità, il cinismo di Stalin sono quelli di sempre.
Ma il suo attacco a Bucharin conteneva profondi elementi di verità, che non
potevano non colpire. L’ostinato teorico della destra era stato, per anni,
altrettanto cieco e fanatico, sul piano politico e dottrinale, nel guidare il
«comunismo di guerra», e la sua dissennata linea di sinistra. Il passato
atteggiamento di Bucharin non poteva costituire solo un fatto episodico. Era
la riprova - secondo Stalin - della sua instabilità politica, della faciloneria
con cui sposava e poi abbandonava posizioni teoriche tra loro così
profondamente discordanti. Giudizi, del resto, che già Lenin aveva
anticipato.
Di fronte a simile aggressione, Bucharin reagisce pronunciando la sua
ultima arringa. Ormai è sconfitto, lo sa. Il Comitato centrale sta per votargli
una mozione di censura, lui e Tomski saranno costretti a lasciare i loro
incarichi. Ma proprio per questo non può e non deve recedere. L’orgoglio
ferito, la passione politica ancora intatta, il coraggio civile gli dettano una
memorabile requisitoria. Stalin - dice - vuole introdurre lo sfruttamento
militar-feudale dei contadini, intende abolire la Nep di Lenin in ogni campo
e consegnare lo Stato agli odiosi cinovniki (burocrati) di sempre. Per
giustificare queste misure ha inventato la teoria che quanto più ci si avvicina
al socialismo tanto più forti si fanno le resistenze di classe. In realtà quella
di Stalin era la «completa capitolazione ideologica dinanzi al trozchismo». Il
gensek, dunque, era fuori della linea del partito. In tutto il suo procedere
c’era «qualcosa di marcio».
Ma anche di questo scontro, memorabile per asprezza e per i suoi
contenuti, la Russia nulla saprà. Anzi, per molto tempo, i verbali di quelle
accese discussioni sarebbero rimasti segreti. Il paese seppe solo che il
Comitato centrale aveva approvato le linee del primo piano quinquennale.
146
Nemmeno apprese della censura a Bucharin e compagni. Tutto rimase
racchiuso nel vertice del partito e solo Molotov, nella successiva conferenza
di partito, la sedicesima, avrebbe accennato di sfuggita alla censura
impartita al leader della destra.
Pur dopo quell’acceso scontro i tre capi della destra, Bucharin, Rykov e
Tomski, erano rimasti nel Politburo. Stalin non poteva ancora rompere
apertamente con loro, in quei giorni di passione e di entusiasmo. Ma
un’altra causa, da lui non voluta, lo frenava. L’Ufficio politico che lo
seguiva, ne applicava la strategia, non intendeva ancora consegnargli tutto il
potere. Evitare drastiche misure disciplinari nei confronti di Bucharin più
che un atto di cameratismo tra la vecchia guardia era un segnale lanciato dal
Politburo al gensek per fargli intendere che non poteva decidere da solo.
Alla XVI conferenza il piano quinquennale passa tra squilli di fanfare.
Viene approvata la variante ottimale, quella che fissava gli obiettivi
massimi, addirittura pazzeschi. La locomotiva era in moto, nessuno riesce
più a fermarla. Kalinin, con la sua saggezza contadina, dice una gran verità:
nelle campagne o si dava spazio al kulak, riconoscendone il peso e il potere,
o si marciava verso un’agricoltura socializzata. E i luogotenenti di Stalin
sembravano sinceri quando affermavano, come Kuibyscev, che «la storia
non ci consentirà di procedere con calma», o come Ordzonikidze, che «la
politica di Bucharin ci trascina indietro, non avanti», o come Kirov che «la
destra è per il socialismo, ma senza fretta, senza lotta, senza difficoltà».
Il gensek poteva dire di avere la maggioranza del partito con sé. A
cominciare dal luglio del 1929 anche i gruppi trozchisti in esilio o «sor-
vegliati», di fronte al recupero di Stalin della loro vecchia politica, si
sfaldano, si «pentono», vogliono tornare a lavorare nel partito per il «grande
balzo». Comincia Radek, poi lo segue Preobrazenski, poi Smilga e
Serebriakov e via via, centinaia, migliaia di intellettuali, funzionari, attivisti,
militanti di quella corrente. Persino Trozki, nel suo esilio turco, è colpito
dalla linea staliniana e fa sapere ai suoi, per canali clandestini, che con
Stalin si può forse camminare, con Bucharin mai. Del resto anche Pjatakov
dice a Bucharin che era follia augurarsi - in quel momento -
l’allontanamento di Stalin dalla segreteria. Non si vedevano sostituti validi:
si poteva rischiare di avere un Kaganovic alla testa del partito?
Ma a settembre Stalin aveva di nuovo le spalle al muro. Gli entusiasmi
sollevati dal piano quinquennale, generalizzati e sinceri nel partito e fra il
popolo, non eliminavano i dissesti tradizionali dell’industria: mobilità
estrema della mano d’opera, condizioni bestiali di lavoro, incidenti, bassa
produttività, imperizia, indisciplina, alcolismo, mancanza di alloggi, cantieri
privi di ogni minimo comfort.
Ma era l’agricoltura, in particolare, che stava di nuovo mettendo sotto il
147
regime. Le cifre sulle consegne cerealicole agli ammassi parlavano chiaro.
L’Ucraina aveva versato a giugno del 1929, il 15,2% rispetto al 40,8% del
1928. Il dato complessivo nell’anno sarebbe diventato ancora più
catastrofico. L’Ucraina, le terre nere della Russia centrale, il Caucaso e la
Crimea avevano consegnato nei due ultimi raccolti il 67% del totale
cerealicolo nazionale. Nel 1929 quella quota si sarebbe drammaticamente
ridotta al 31,1%.
In una riunione al Politburo, nel mese di settembre, la gravità della
situazione fa perdere i nervi al gruppo dirigente staliniano. Prima delle
nuove semine occorreva stroncare quel che a loro sembrava lo «sciopero»
dei kulaki. Tutti i mezzi dovevano essere impiegati per spezzarne la
resistenza, compreso il massiccio invio di reparti punitivi della GPU.
L’analisi cedeva il posto alla passione, all’irrazionale ideologico. Il kulak
era il «nemico di classe» e quindi come tale andava punito. Era anche il
modo più spicciativo per mettersi la coscienza a posto, per evitare umilianti
autocritiche che avrebbero condotto solo acqua al mulino di Bucharin.
Difatti, come non poteva esserci crisi nelle campagne? La feroce politica
delle requisizioni, ripristinata agli inizi del 1928, aveva spinto i contadini
ricchi e medi a diminuire la superficie coltivata a grano, privilegiando le
altre colture più redditizie e meno soggette agli arbitri. Quelle requisizioni
avevano anche prodotto l’inevitabile conseguenza che nel 1929 fossero gli
stessi contadini a diventare i primi acquirenti di grano, dovendo ricostituire
un minimo di scorte, ad uso familiare e per le sementi. La feroce tassazione
applicata negli ultimi tempi ai contadini più ricchi ma anche più attivi stava
infine mettendo in ginocchio le capacità espansive e la produttività
complessiva delle campagne. Una crisi, dunque, che avvitandosi su se stessa
era destinata fatalmente a riprodursi e ingigantirsi.
A ottobre anche Stalin comprende che con le sole armi della coercizione il
problema non si sarebbe risolto. Occorreva una linea politica: l’affanno, la
necessità di uscire al più presto da un tunnel soffocante lo spingono a
puntare sulla collettivizzazione forzata. Grazie ad una politica di crediti
agevolati e di forniture tecniche privilegiate da parte dello Stato, le fattorie
collettive - i colcos - sarebbero servite da richiamo ai contadini. Il lavoro
comune, cooperativo, di gran lunga superiore a quello individuale, arcaico e
arretrato, si pensava, avrebbe al più presto ripristinato e fatto superare le
vecchie quote produttive. I colcos sarebbero stati la risposta socialista alla
sfida dei kulaki. I contadini poveri e parte di quelli medi - così ragionavano
gli astratti dirigenti bolscevichi - avrebbero appoggiato il partito nella lotta
contro il comune nemico di classe, il kulak appunto. Un chimerico castello
ideologico che non teneva conto della realtà.
I colcos, per diventare una reale attrattiva, avrebbero dovuto essere
148
davvero fattorie modello, ricche di macchine, di tecnica sviluppata, di
agronomi, di sollecitanti incentivi di guadagno. Ma gli scarsi colcos e
sovcos (aziende di Stato) che avevano sino ad allora condotto vita stentata
non potevano trasformarsi, in poche settimane, né estendersi su tutto il
territorio agricolo dell’immensa Russia. Era pura follia quella che si stava
ipotizzando al Cremlino.
Stalin era in un cul di sacco. Non aveva altra strada, se non riconoscere
che Bucharin aveva ragione, così come l’aveva il kulak. Lenin, nella crisi
del 1921, aveva utilizzato una scappatoia di destra, la Nep appunto, per
evitare il tracollo. Quella via era impedita a Stalin. Ricorrervi voleva dire la
sua fine politica, l’abbandono del piano quinquennale appena avviato, e,
conseguenza non trascurabile per un bolscevico, l’arresto del processo
rivoluzionario per chissà quanto tempo. Non aveva forse ragione il saggio
Kalinin quando ripeteva: delle due l’una, o vinciamo noi, o vince il kulak,
cioè il capitalismo?
Non restava dunque a Stalin che procedere. Il partito che era già stato
mobilitato per la campagna degli ammassi viene scaraventato al lavoro con
la nuova parola d’ordine: collettivizzare. La lotta contro il kulak si fa
pesante. Alle requisizioni si accompagnavano violenze di ogni sorta. Nei
villaggi riparte la guerra civile. Gli aggrediti si difendono, si spara, si
uccide dalle due parti. Intere famiglie vengono deportate, sradicate dalle
loro case. Al Cremlino cominciano a giungere cifre trionfali: i poderi
collettivizzati erano saliti già al 7,6%. Stalin nel commemorare sulla
«Pravda» il dodicesimo anniversario della rivoluzione scrive un articolo
esaltato dal titolo Un anno di grande svolta, nel quale oltre
all’industrializzazione mette in luce il «grande mutamento» in atto nelle
campagne: «...interi villaggi, gruppi di villaggi, distretti e anche regioni»
stavano marciando compatti verso i colcos. Anche i contadini medi
rinunciavano alla coltivazione individuale, era il socialismo che stava
vincendo nelle campagne. Quell’articolo si trasformava in direttiva di
lavoro. Eppure Stalin già sapeva in che cosa consistessero quei successi e
con quali atti di violenza fossero stati ottenuti. Ma non aveva scelta.
I rapporti che pervenivano al Cremlino non lasciavano comunque dubbi.
Il fenomeno colcosiano si sarebbe affermato - dicevano dalle province - solo
se la lotta si fosse intensificata. Non si potevano lasciare al contadino
speranze alternative, di un suo ritorno alla coltivazione individuale.
La «grande svolta», come Stalin l’aveva chiamata, non era un transitorio
momento d’assalto cui poi sarebbero seguite lunghe tregue e persino ritirate,
come era accaduto con la Nep. Era una «svolta» irreversibile, era la
«rivoluzione rurale», era il duro, spietato Ottobre che irrompeva nelle
campagne, come ai suoi tempi era entrato nelle fabbriche, negli uffici, nelle
149
banche della borghesia.
E, del resto, non era stata la stessa Rosa Luxembourg a criticare Lenin per
la sua riforma agraria troppo democratico-borghese, che aveva creato «una
nuova ed estremamente numerosa categoria di nemici per il socialismo»? E
non era stata la stessa coraggiosa rivoluzionaria a prevedere che la
resistenza di quei contadini, favoriti da Lenin, sarebbe stata «molto più
pericolosa ed accanita di quella della nobiltà possidente»?
Le previsioni della Luxembourg si stavano avverando. Il potere sovietico,
che nell’Ottobre - per neutralizzarli - aveva dato la terra ai contadini, oggi la
toglieva loro, perché altre ormai erano le esigenze della rivoluzione. La
dittatura proletaria, o meglio la dittatura del partito bolscevico, non poteva
tollerare nemici nelle retrovie - le campagne -mentre stava dando l’assalto
alla fortezza del progresso industriale.
Era una «svolta» ideologica per il partito. La Nep di Lenin veniva fatta a
pezzi anche se ufficialmente non se ne annunciava ancora il decesso. La
vecchia politica basata sul blocco storico operai-contadini era di fatto
distrutta. Occorreva un Comitato centrale che prendesse atto delle novità e
che soprattutto mettesse Bucharin fuori dagli organi decisionali, troppo
pericoloso nel momento in cui stava per partire una nuova e più selvaggia
guerra civile.
Il Comitato centrale difatti si riunisce il 10 novembre. Stalin preannuncia
senza mezzi termini la «liquidazione dei kulaki in quanto classe», e chiede
l’espulsione di Bucharin dal Politburo. Due proposte gravissime che non
trovano il minimo contrasto. Anzi, Bucharin, Rykov e Tomski, nel momento
più alto e drammatico dello scontro politico, cominciano a cedere. Il 12 i tre
presentano un documento che è una semicapitolazione. Riconoscono a
Stalin numerosi successi, pur non rimangiandosi del tutto le loro opinioni.
Non è però sufficiente per salvare il leader della destra, che il 17 viene
radiato dal Politburo.
Tocca anche a Bucharin il momento umiliante di sentirsi escluso dal
vertice del potere. Lo stesso atto che con molta convinzione, peraltro, il mite
Bucharcik aveva promosso e sollecitato contro Trozki, Zinoviev e
Kamenev.
La triste fine politica di quei predecessori lo aveva reso convinto che per
mantenere in vita anche una piccola fiammella del suo pensiero, occorresse
piegarsi al volere di Stalin, sia pure tatticamente, pur di non perdere i
contatti col gruppo dirigente del partito, il 26 novembre, proprio mentre
nelle campagne russe gli staliniani stavano dando il via al loro primo
genocidio, usciva sulla «Pravda» una completa ritrattazione firmata da
Bucharin, Rykov e Tomski: «Il partito e il suo Comitato centrale erano nel
giusto. Le nostre opinioni si sono rivelate erronee».
150
Con quell’atto, formale e ufficiale di capitolazione, Bucharin cessava di
essere il difensore della Nep di Lenin, si accodava al carro del vincitore. Il
quale, prevedendo tempi duri e sapendo di non avere, dentro e fuori il
partito, il carisma del vozd, stava per autorizzare e promuovere la nascita del
culto della sua personalità.
La «Pravda» del 21 dicembre 1929 dedicava tutte le sue otto pagine a
festeggiare e glorificare i 50 anni di Stalin. L’oscuro figlio del calzolaio
georgiano era ormai per il Comitato centrale, che ne firmava per intero il
messaggio augurale, «il miglior discepolo di Lenin». Tutto gli veniva
riconosciuto: vittorie e successi in quei dodici anni di rivoluzione recavano
solo il suo segno. Telegrammi, lettere piovevano dalle fabbriche e dai
comitati di partito per osannare il capo. Dagli istituti storici gli veniva pure
concessa la qualifica di «più eminente teorico del leninismo» (attributo cui
Stalin teneva moltissimo: Bucharin, nel famoso colloquio con Kamenev,
aveva detto che il georgiano era «consumato dal desiderio di divenire un
teorico riconosciuto. Sente che è la sola cosa che gli manchi»).
Com’erano lontani i tempi del cinquantenario di Lenin. Il vozd si era
profondamente irritato per una modesta cerimonia fatta in suo onore. Anzi
non volle nemmeno parteciparvi.
Quello era un lusso che il grande Lenin poteva concedersi. Ma Stalin, con
una biografia così poco esaltante sino al 1917, e con la disistima e le
perplessità che ancora lo circondavano, a dodici anni dalla rivoluzione, degli
omaggi e della venerazione aveva gran bisogno. Il capo di un partito unico
non può solo essere un segretario, deve diventare un mito, un vozd,
un’aquila del pensiero e dell’azione. Alcuni intimi di Stalin compresero che
l’adulazione poteva essere un buon grimaldello per penetrare nella sua rude
corazza. Lo capirono in quel cinquantenario e non se ne scordarono più.
Stalin era però più abile e astuto dei suoi cortigiani. Sarebbe rimasto -
malgrado gli sperticati elogi - modesto nel vestire, calmo nell’eloquio,
semplice e familiare nelle pubbliche cerimonie. Anzi, si sarebbe fatto vedere
pochissimo. Tutta la Russia lo doveva pensare chiuso, notte e giorno, nel
suo ufficio del Cremlino sempre pronto a guidare la rivoluzione.

151
XX
«NON RALLENTARE IL PASSO»

Gli anni trenta cominciano per la Russia sovietica con la prova più aspra
dopo la guerra civile. Al di là delle forzature propagandistiche, Stalin poteva
ben dire di aver colto per tempo e portato a maturazione le due idee-forza
sulle quali basava la sua guida politica: il socialismo in un solo paese, e
l’acuirsi della lotta di classe durante l’avanzata verso il socialismo. Sul
primo punto, ormai, non c’erano più contestazioni. Il fallimento del
movimento rivoluzionario nel mondo aveva assegnato all’URSS il compito
storico di tenere alzata da sola e chissà per quanto tempo la fiaccola della
dittatura proletaria leniniana. Sul secondo, la dura resistenza dei kulaki, e
degli altri elementi «borghesi» delle campagne, sembrava confermare la
validità dell’intuizione staliniana.
Quello in atto nei grandi territori cerealicoli dell’Unione era davvero uno
scontro di classe? Per Stalin, ovviamente, non esistevano dubbi. Ma anche i
dati oggettivi sembravano dargli ragione. Lo stesso Bucharin, nel 1927,
aveva ammesso, parlando a un comitato di partito moscovita, che
nell’agricoltura i fenomeni in sviluppo erano costituiti dai batraki (salariati)
e dai kulaki. «L’indubbio aumento dei kulaki» - sosteneva il leader della
destra - aveva un «significato economico, poiché i kulaki rappresentavano
economicamente il gruppo più forte». Parole non sospette venendo da
Bucharin. Ma tutti gli indicatori economici dell’agricoltura stabilivano che
la Nep da alcuni anni stava sviluppando elementi capitalistici nelle
campagne. Il fenomeno dell’affittanza della terra era significativo: prima
della guerra se ne affittavano 25 milioni di desiatine. Nel 1927, a dieci anni
dalla rivoluzione, erano ancora 15 milioni, pur non esistendo più la proprietà
latifondista. I salariati agricoli ammontavano - secondo un censimento
ufficiale dell’agosto 1927 - a due milioni e trecentomila unità. Si calcolava,
nel 1928, che su 108 milioni di appartenenti al mondo contadino, 21 milioni
fossero contadini poveri, 81 medi, e 6 kulaki. Quest’ultima categoria era
formata all’incirca da un milione di famiglie, due terzi delle quali sfuggite al
massacro della guerra civile e le rimanenti formatesi durante gli anni della
Nep.
Quale dovesse essere la reale forza economica di questi contadini ricchi

152
era stabilito da un decreto sovietico che ne delimitava appunto i contorni a
fini fiscali. Era kulak chiunque avesse redditi aggiuntivi rispetto a quelli dei
campi e cioè i proprietari di mulini, di impianti di trasformazione dei
prodotti della terra, di macchine agricole, oltre che assuntori di mano
d’opera, prestatori di denaro, affittuari di locali. Questi contadini, ritenuti
ricchi dal regime sovietico, se paragonati ai «colleghi» dell’agricoltura
capitalistica europea e americana sarebbero risultati dei semindigenti. Nelle
loro stalle non c’erano più di due, tre cavalli e altrettante mucche. Ma nello
stato di miseria delle campagne russe potevano ben apparire come isole di
privilegio e di benessere, sulle quali da anni, a partire dai trozchisti, si erano
posati gli occhi famelici della dirigenza bolscevica.
È indubbio che il kulak per la sua intraprendenza e per la possibilità di
investimenti costituiva l’unico elemento dinamico in un contesto di
generale arretratezza. Nel 1928, difatti, la superficie coltivata a cereali era
arata per il 10% ancora da aratri di legno e seminata a mano per i tre quarti.
Metà del raccolto veniva mietuto con la falce e il falcetto, e la trebbiatura
per il 40% era manuale.
Il primo piano quinquennale, varato nell’aprile del 1929, prevedeva che al
suo termine, nel 1933, il settore pubblico dell’agricoltura dovesse
comprendere il 17,5% della terra coltivabile, fornendo il 15,5% della
produzione di cereali. Ma le resistenze incontrate nelle campagne spinsero
Stalin e il suo gruppo alla decisione di «dekulakizzare» con la forza.
Molotov, alla fine del 1929, disse che già nel 1930 l’obiettivo del
«quinquennale» andava assolutamente realizzato. Cioè in un anno!
Nel primo Comitato centrale del 1930, quello di gennaio, i tempi della
collettivizzazione e dell’assalto ai kulaki furono ulteriormente forzati. Tutto
il partito era mobilitato. Le consegne di grano, fissate dal cinico Mikojan,
nella sua qualità di ministro del Commercio interno ed estero, erano
pazzesche perché stabilite sulla carta, senza tener in alcun conto le
situazioni locali, lo stato del raccolto e l’uso che ne facevano le singole re-
gioni e province. Le zagotovki (appunto le consegne del grano) divennero
obblighi forzosi. I dirigenti di partito e le decine di migliaia di funzionari
scaraventati nelle campagne, unitamente ai reparti della GPU, sapevano di
mettere a repentaglio le loro carriere. Ogni mancanza o ritardo nelle con-
segne, perentoriamente imposte da Mosca, potevano costare l’allontana-
mento dall’ incarico e in certi casi anche l’espulsione dal partito o l’arresto.
Alla fine del 1929 quel sistema di prelievo forzato aveva già fruttato 16
milioni di tonnellate.
Nei primi due mesi del 1930 il fenomeno assunse punte di estrema
violenza. La lotta al kulak, e in generale a tutta la vita e alle strutture del
mondo contadino, stava raggiungendo, e in alcuni casi superando, i livelli
153
delle atrocità della guerra civile. Le famiglie dei kulaki cominciavano a
essere cacciate dalle loro case. Secondo dati ufficiali (pubblicati molti anni
dopo) nel 1930 vennero deportate 115.200 famiglie di kulaki e di
podkulacniki (di livello economico immediatamente inferiore), un totale che
nel 1931 sarebbe salito di altre 265.800 unità. Essendo, in quegli anni, le
famiglie contadine composte mediamente di 6-7 membri si può calcolare
che in quei soli due anni (e sempre secondo le incerte fonti ufficiali) due
milioni e mezzo di contadini «ricchi» furono deportati verso i lontani campi
di lavoro che stavano nascendo nelle zone minerarie, lungo i canali in
costruzione, negli innumerevoli cantieri dell’industrializzazione. Questo
esercito di schiavi, privi di ogni diritto e tutela, arrivava in numero ridotto
alle destinazioni prefissate. La fame, le malattie seminavano la strage,
soprattutto fra gli elementi più deboli, i vecchi, i bambini, le donne.
Non tutte queste vittime predestinate accettavano l’amaro destino. C’era
chi tentava d’opporsi sparando a isolati funzionari del partito. Nei villaggi la
furia bolscevica si scagliava ormai contro tutto ciò che poteva risultare
d’impaccio alla collettivizzazione. Nei mesi di fine 1929 e d’inizio 1930
l’offensiva investe anche il clero e i luoghi di culto. Centinaia di chiese,
alcune delle quali di grande valore artistico, vengono demolite o trasformate
in granai e magazzini; le campane asportate o abbattute, le icone date alle
fiamme, i popi arrestati e deportati. Le notizie sulla campagna antireligiosa
ebbero tale eco da indurre papa Pio XI a far celebrare, il 16 marzo del 1930,
un Te Deum per i credenti perseguitati dal regime sovietico. L’opinione
pubblica dei paesi che avevano riconosciuto l’Unione Sovietica premeva per
la rottura dei rapporti diplomatici con Mosca.
Ma non erano solo le reazioni negative provenienti dall’estero a
impensierire Stalin. Anche i suoi proconsoli, inviati nelle province,
tornavano con notizie catastrofiche. I vari Kaganovic, Ordzonikidze,
Molotov, Kalinin parlavano apertamente di un generalizzato stato di
collasso nelle campagne. Il partito, impegnato allo spasimo, sopravviveva
grazie alla forza bruta, e alle repressioni della GPU. Il previsto concorso dei
contadini medi nella lotta ai kulaki non si stava verificando; al più c’era
attonita neutralità e in non pochi casi aperto sostegno alle vittime. I
contadini poveri, cui in parte andavano le spoglie delle case e dei beni dei
kulaki, erano un ben misero appoggio al potere sovietico.
La stessa enorme cifra dei poderi collettivizzati (erano saliti a fine
febbraio 1930 a oltre 14 milioni) vantata dal partito, era al contrario indice
di estrema debolezza. I contadini accorrevano nei colcos non per
convincimenti ideologici o per spinte materiali, ma per sfuggire alle squadre
punitive del partito o della GPU. Stava cominciando nelle campagne russe il
massacro indiscriminato di bestiame, pur di non farlo cadere nelle mani dei
154
collettivizzatori. Un fenomeno che avrebbe comportato la riduzione - dal
1929 al 1933 - dei bovini da 67 milioni di capi a 38,6, degli equini da 30,7 a
16,6, degli ovini da 150 a 50,6 e dei suini da 20,3 a 12,2.
Per Stalin l’andamento di quella prima fase della «sua» rivoluzione
dall’alto fu un’amara delusione. Ancora il 27 dicembre del 1929, parlando a
dei quadri agricoli di partito, aveva vantato l’accorrere dei contadini medi ai
colcos come uno dei più brillanti successi socialisti del paese. Quella loro
scelta cancellava d’un tratto le ostinate teorie buchariniane che avevano
fatto dell’equilibrio tra aziende capitalistiche e socialistiche il punto di forza
dello sviluppo agricolo. Ed era proprio quel concorso di massa che
consentiva a Stalin di dire con estrema durezza: «Ora abbiamo la possibilità
di scatenare un’offensiva decisiva contro i kulaki, di spezzare la loro
resistenza, di liquidarli come classe... Ora sono le masse stesse dei contadini
poveri e medi che espropriano i kulaki, le masse che realizzano la
collettivizzazione integrale... Perciò è poco serio e ridicolo dilungarsi oggi
sull’espropriazione dei kulaki. Quando ti tagliano la testa, non rimpiangi i
capelli».
Un’analisi del tutto falsa. La brutalità, la violenza, il ricatto della vita e
della fame erano gli unici agenti della collettivizzazione. Stalin, sull’orlo del
baratro, comprende che è tempo di suonare la ritirata. Il 2 marzo 1930 un
suo articolo sulla «Pravda» - con macabra ironia intitolato La vertigine del
successo - ordina al partito di fermarsi nella folle corsa.
Erano stati commessi - scrive il gensek - eccessi in ogni campo, si erano
forzati i tempi in modo innaturale, il «sinistrismo» aveva spinto molti
dirigenti di periferia a commettere errori politici di notevole gravità e a
comportarsi in modo «straordinariamente brutale, abominevole, criminale».
Il gensek, e con lui il gruppo dirigente del Cremlino, cercava di salvarsi
scaricando la responsabilità degli eccessi sulle spalle delle organizzazioni
locali di partito. In effetti, nessuno aveva loro impartito l’ordine di demolire
le chiese e altre consimili follie, ma le direttive generali erano state molto
precise. Che poteva voler dire la «liquidazione dei kulaki come classe» -
espressione usata ripetutamente da Stalin - se non il loro sterminio sociale e,
in caso di resistenza, anche fisico?
Il 14 marzo, comunque, una risoluzione ufficiale del partito sanciva la
temporanea fine della collettivizzazione forzata e il ripristino della proprietà
individuale dell’orto, della mucca, del pollame. Nei quadri intermedi
un’epurazione eliminò i responsabili degli eccessi. In poche settimane il
numero dei poderi «socialisti» scende dagli oltre 14 milioni a meno di 6. Il
contadino medio, convintosi che la guerra civile stava cessando,
abbandonava in massa l’odiato colcos.
Sarebbe stato quello il momento per Bucharin di affacciarsi alla ribalta e
155
approfittare degli insuccessi di Stalin. Ma la recente abiura della sua linea
politica e il timore che un appello alle campagne potesse determinare una
sollevazione generalizzata, tale da mettere in pericolo più che il gensek
l’intero sistema sovietico, lo spinsero a mantenere il silenzio.
Stalin considerò quella del marzo 1930 una temporanea battuta d’arresto,
imposta da un assalto che si era dimostrato troppo improvvisato e caotico.
Occorreva ben altra pianificazione che prevedesse, come nelle offensive
militari, l’individuazione dei punti deboli dell’avversario, la concentrazione
degli sforzi su singoli tratti del fronte, l’utilizzazione di tutti i mezzi grazie a
un comando unificato. Se nel 1929 la «dekulakizzazione» fu ispirata a criteri
d’emergenza spesso modificati da singoli interventi di responsabili di partito
o dalle reazioni determinate dalla non prevista resistenza dei contadini,
quella che cominciò nella seconda metà del 1930 fu davvero una campagna
sistematica, prestabilita, voluta e in gran parte diretta da Stalin. La tregua da
lui sancita nel marzo del 1930 durò difatti ben poco. Al punto in cui il
partito si era spinto nelle campagne, qualsiasi sosta prolungata si sarebbe
prima o poi trasformata in rotta disastrosa. Bisognava colpire un «nemico»
ancora provato e in fase di rilassamento per le promesse appena ricevute.
L’obiettivo principale fu all’inizio l’Ucraina, dove più ricco era il bottino
e più ostinate le resistenze dei kulaki e di parte dei contadini medi. E poi via
via, nel 1931-1932 le altre zone cerealicole dell’Unione - dal Caucaso
settentrionale al Volga al Kazachstan - entrarono nel mirino del partito e
della GPU. Dal 1° maggio 1930 al 1° novembre 1931 i poderi collettivizzati
ripassano dai circa 6 milioni a 15. Una cifra che da sola testimonia
l’ampiezza dell’attacco dei dekulakizzatori. Il pianificatore fu, come per il
passato, Mikojan. Ma i capi esecutori furono, in particolare, Kaganovic e
Molotov, vere anime nere degli ordini di requisizione, degli arresti, delle
deportazioni, delle fucilazioni in massa.
Nei villaggi devastati, lungo le strade, centinaia di migliaia di famiglie di
uomini, donne e bambini, in preda alla fame e allo sfinimento vagavano
come anime morte verso le lontane destinazioni del lavoro forzato.
Riapparivano, come negli anni della guerra civile, i drammatici fenomeni
dell’infanzia abbandonata in massa, del cannibalismo, delle squadre di
predoni e briganti, del nomadismo endemico che coinvolgeva anche molti
lavoratori delle città e dei nuovi cantieri industriali che non accettavano i
ritmi di lavoro e le impossibili condizioni di vita. Migrazioni tragiche e
bibliche di fronte alle quali nulla poteva essere opposto: era il «tributo» che
Stalin e il suo gruppo avevano deciso di far pagare ai contadini.
Cifre definitive di quella ecatombe non saranno mai possibili. Ma il
censimento del 1926 e quello successivo effettuato nel 1939 consentono
un’elementare ragioneria della morte. Gli ucraini alla prima data erano 31
156
milioni e duecentomila, alla seconda erano scesi a 28 milioni e centomila.
In tredici anni dunque quella popolazione era scesa di oltre 3 milioni,
benché, a partire dalla fine del 1934, le condizioni di vita fossero tornate
alla «normalità» sovietica, e anzi a partire dal 1935 fossero decisamente
migliorate (con sicuro incremento della natalità negli ultimi 3-4 anni del
periodo preso in questione). Ma anche la popolazione cosacca del Kuban
ebbe in quei tredici anni un calo di circa novecentomila unità. E con loro
diminuirono gli uiguri, gli altaici, gli jakuti, i tunghisi e in generale i popoli
del nord.
A conferma della validità di questo metodo di valutazione, i bielorussi,
non direttamente investiti dal ciclone della dekulakizzazione, crebbero nello
stesso periodo del 30%.
La strage aveva avuto il suo più cospicuo impulso dalla spaventosa
carestia che scoppiata nelle terre cerealicole negli ultimi mesi del 1932 si
sarebbe protratta sino a metà del 1933. Ne erano causa il dissesto totale
delle campagne, dopo le requisizioni ricorrenti, la feroce tassazione che non
risparmiava, a quel punto, nemmeno i contadini colcosiani, e anche la cinica
politica delle esportazioni di granaglie voluta dagli uomini del Cremlino per
pagare i macchinari importati dall’estero e necessari alle fabbriche in
costruzione.
Nel 1930, difatti, con una situazione alimentare già prossima al collasso
furono esportati circa 5 milioni di tonnellate di grano e l’anno successivo
ben 5 milioni e duecentomila. E se anche le autorità di partito e statali non
potevano prevedere una carestia delle dimensioni poi manifestatesi, la loro
strategia non poteva che portare in quella direzione»
Pur avendo già coscienza della tragica situazione delle campagne ucraine,
illustrata ripetutamente dai dirigenti locali, Mikojan aveva ancora fissato -
nel 1932 - per quella sventurata regione una quota delle zogotovki pari a
29,5 milioni di tonnellate. Nell’arco dell’anno fu costretto a ridurla a 18
milioni.
Che cosa furono quegli anni nessuno l’ha espresso meglio di Boris
Pasternak, dopo un lungo viaggio compiuto tra i colcos con l’intenzione di
scrivere un libro su quella storica «rivoluzione»: «Ciò che ho visto non si
può esprimere con parole. Era una sciagura così disumana, così
inconcepibile, una miseria così terribile, da diventare in certo modo astratta,
non riusciva a entrare nei limiti della coscienza. Mi ammalai. Non potei
scrivere per un anno». Vladimir Majakovski, il «cantore della rivoluzione»,
sparandosi, aveva già chiuso a quell’epoca i conti delle sue delusioni,
(addolorando molto Stalin che lo riteneva «il poeta più grande e di maggior
talento che il paese dei Soviet abbia mai conosciuto»).
Il gensek, barricato nel suo ufficio al Cremlino, trascorse lunghi mesi
157
affannosi. Ma con i suoi collaboratori ostentava calma, sicurezza. Sapeva
che il tremendo ciclone nelle campagne - che stava colpendo direttamente
non più del 10% della popolazione agricola complessiva - sarebbe passato.
Nei villaggi non c’erano forze politiche capaci di mettersi alla testa di un
moto di ribellione organizzato. I vecchi esponenti socialrivoluzionari, così
legati agli interessi delle campagne, erano già stati tutti liquidati e da molti
anni; e i buchariniani, dispersi, frantumati come corrente politica, sopravvi-
vevano ancora numerosi ma senza poter più incidere sulla realtà del paese.
Stalin sapeva - soprattutto - di avere l’indispensabile consenso alla sua
azione da tutto quel mondo che aveva messo in movimento con il processo
di industrializzazione. Nel 1930 il partito aveva dato il via alla campagna
contro l’analfabetismo, che a quell’epoca era ancora totale per il 60% della
popolazione. La scuola, abbandonate le illusioni rivoluzionarie di
Lunaciarski, si stava normalizzando con un corpo docente ripristinato sugli
antichi valori della gerarchia, della disciplina, dei voti e degli esami.
Il primo piano quinquennale aveva fissato come prioritaria la «pro-
duzione» di ottantamila ingegneri, centocinquantamila tecnici, ottocentomila
operai qualificati. E per mettere in moto la dettagliata e centralizzata
macchina della pjatiletka occorreva un esercito sempre più ampio di
funzionari, una vera e propria «classe», anch’essa privilegiata come quella
di partito. «Un’enorme macchina generata - come ammetteva Bucharin -
dalla civiltà straordinariamente arretrata del nostro paese.»
Un paese arretrato e incolto doveva essere condotto per mano nella
difficile e rapida corsa verso l’industrializzazione. Un periodo però, per
milioni di sovietici, esaltante e degno di essere vissuto. Sia pure a costo di
enormi sacrifici, sotto i loro occhi stava nascendo la nuova Russia degli
stabilimenti, delle dighe, delle centrali elettriche, degli altiforni. Fianco a
fianco lavoravano deportati e neoingegneri e tecnici, ex operai o figli di
operai appena usciti dalle scuole, lavoratori recentemente inurbati,
semianalfabeti, ubriaconi, dediti al furto, e «brigate d’assalto» che portavano
a compimento gli obiettivi di lavoro con entusiasmo e fredda
determinazione.
Era il caos, dove gli aspetti peggiori e migliori dell’uomo convivevano in
una babele di lingue, di intenzioni, di volontà. Ricorda un tecnico
americano: «A Magnitogorsk mi trovai preso nel vortice di una battaglia.
Ero in linea, sul fronte del ferro e dell’acciaio. Decine di migliaia di uomini
affrontavano le fatiche più dure per costruire gli alti forni, e molti di loro lo
facevano volentieri, con infinito entusiasmo, un entusiasmo che mi contagiò
il giorno stesso del mio arrivo».
Era quello il «consenso» su cui riposava l’azione di Stalin: un esasperato
dinamismo che portava a galla le secolari e sopite energie russe, la voglia di
158
emergere di milioni di uomini sino ad allora soggetti passivi e ignorati che
vedevano spalancarsi imprevisti orizzonti di promozione sociale, di
successo e di prestigio.
Stalin sa cogliere le aspirazioni di quella gente, le incoraggia, istituisce
premi come quello Lenin per i civili, e l’ordine della Stella rossa per i
militari, veri status symbol della nuova società oltreché dispensatori di
benefici e privilegi materiali.
Lo spreco, sicuramente massiccio, di risorse materiali e finanziarie e non
di rado anche di vite umane, era enorme, spesso ingiustificato, in quella
folle corsa. Ma Stalin non se ne meravigliava. Non aveva forse detto Marx
che l’industrializzazione capitalista era nata «stillando sangue e lordura da
capo a piedi, da ogni poro»? Per tutti i bolscevichi, e dunque anche per
Stalin, quegli sforzi, quei sacrifici venivano compiuti non già per
impinguare i profitti di banchieri e industriali, ma nell’esclusivo interesse
della comunità. Un prezzo dunque accettabile.
Condurre al progresso un popolo indolente, abituato da secoli - come
Oblomov - a sognare irraggiungibili chimere, non era compito facile.
L’entusiasmo, la dedizione non potevano bastare. Occorreva anche il pugno
duro della coercizione, il knut dello Stato. Per radicare gli operai nei cantieri
in costruzione si debbono ripristinare misure di controllo che culmineranno,
nel febbraio del 1931, con l’istituzione del libretto obbligatorio di lavoro, su
cui poter segnare lo stato di servizio, le punizioni, le ammende e anche i
motivi del licenziamento, che tornavano a essere numerosi. Le conquiste
operaie dell’Ottobre cadevano a una a una. Del resto come combattere - con
quegli obiettivi frenetici e limitati nel tempo previsti dal piano quinquennale
- il furto organizzato, l’assenteismo, l’ubriachezza, la pigrizia, l’incuria, la
mancanza di riguardo nei confronti dei macchinari che spesso rasentava il
sabotaggio?
Non restava che portare alle estreme conseguenze la politica della carota e
del bastone. Le «brigate d’assalto», i lavoratori coscienziosi, vengono
premiati con vitto e abitazioni migliori; per gli altri si vara la pena di morte
contro i furti di merce (7 agosto 1932), il licenziamento obbligatorio anche
per una sola assenza ingiustificata dal lavoro (novembre) e, infine, per tutti,
il ripristino dell’odioso passaporto interno, già in auge nel regime zarista.
Sarà valido per le città e per le zone agricole immediatamente circostanti.
Nessuno potrà lasciare per più di 24 ore il proprio domicilio senza il
permesso della milizia. La pena di morte sarà estesa, prima della fine del
1932, anche per i furti nei campi.
L’enorme tensione cui era sottoposto il paese provocava, in alcuni
ambienti del partito, timori e perplessità. Non erano rare le richieste di ritmi
minori, di obiettivi più limitati. A loro aveva risposto Stalin nel febbraio
159
1931, parlando a un convegno di dirigenti industriali. Un discorso di
estrema lucidità che confermava le intatte doti politiche del gensek.
Il compiacimento di Stalin per i buoni risultati raggiunti dalla pjatiletka
nel 1930 (un aumento del 25% della produzione industriale) era assai
misurato perché l’obiettivo prefissato (31-32%) non era stato raggiunto.
Adesso per il 1931 l’impegno era addirittura quello di raggiungere la
strabiliante cifra di un aumento del 45%. Il volontarismo, l’ignoranza delle
leggi economiche, il disprezzo per i sacrifici della gente stavano alla base di
quei farneticanti programmi. Che avevano però anche un valore
propedeutico, di incitamento. «No, compagni... non bisogna rallentare il
passo - dice Stalin in quell’occasione -. Al contrario, dobbiamo riuscire ad
affrettarlo per quanto è nelle nostre forze e nelle nostre possibilità. Questo ci
impongono i nostri doveri verso gli operai e i contadini dell’URSS. Questo
ci impongono i nostri doveri verso la classe lavoratrice di tutto il mondo.» Il
tasto internazionalista era toccato con grande sapienza: «... stiamo com-
piendo un’opera che in caso di successo, sconvolgerà il mondo intero e
libererà tutta la classe operaia». Guardando all’Unione Sovietica i proletari
di tutto il mondo dovranno dire: «... eccolo il mio potere operaio, ecco la
mia patria; essa sta compiendo l’opera sua, che è opera nostra...
sosteniamola contro i capitalisti e ravviviamo la fiamma della rivoluzione
mondiale».
Ma era soprattutto battendo sul tasto dell’orgoglio russo che Stalin
contava di galvanizzare quei giovanissimi dirigenti industriali che aveva di
fronte: «Rallentare il passo significa rimanere indietro; e chi rimane indietro
è battuto. Noi non vogliamo essere battuti. No, non lo vogliamo». E rievoca
l’amara storia della vecchia Russia: «... essa era continuamente battuta per
la sua arretratezza. Fu battuta dai khan mongoli, fu battuta dai bey turchi, fu
battuta dai feudatari svedesi, fu battuta dai pan polacco-lituani, fu battuta
dai capitalisti anglo-francesi, fu battuta dai baroni giapponesi, fu battuta da
tutti, per la sua inferiorità. Inferiorità militare, inferiorità culturale,
inferiorità industriale, inferiorità agricola. Era battuta perché batterla era
comodo e poco rischioso. Voi ricordate le parole del poeta
prerivoluzionario: “Tu sei misera e opulenta, tu sei forte e impotente, madre
Russia”. Nel passato non avevamo patria ma adesso l’abbiamo. Volete voi
che la nostra patria socialista sia battuta e che essa perda la sua
indipendenza?».
Ma la fierezza di far parte dell’esercito rivoluzionario non poteva bastare.
Stalin incita quei dirigenti a impadronirsi della tecnica produttiva, a non
limitarsi a imbrattare carte, a evitare di trasformarsi in ciechi e pigri
burocrati. Nulla era impossibile in quegli anni ruggenti: «L’essenziale è di
avere un’appassionata volontà bolscevica di rendersi padroni della tecnica,
160
di rendersi padroni della scienza della produzione. Con una volontà
appassionata si può raggiungere tutto, si può superare tutto». Parlava l’umile
georgiano che con la volontà e la tenacia da quel lontano seminario di Tiflis
era giunto al Cremlino, alla testa del primo paese socialista del mondo.
Del resto, così concludeva Stalin, non esistevano alternative. La sfida con
il mondo capitalistico era mortale: «... Siamo indietro di cinquanta o
cent’anni rispetto ai paesi più progrediti. Dobbiamo colmare questo
distacco in dieci anni. O ci riusciamo o ci schiacceranno».
Era la consueta logica di Stalin, a mezzo tra l’ossessione del-
l’accerchiamento e l’oggettiva rappresentazione della realtà e dei rapporti di
forza, di classe e internazionali. Stalin era davvero, a quel punto, il miglior
prodotto del leninismo. Com’era costretto ad ammettere un trozchista, nel
1933, scrivendo al suo leader in esilio: parlano male di Stalin ma senza di
lui a quest’ora «tutto sarebbe andato a pezzi. È lui che tiene insieme la
macchina...».
E la teneva nelle mani con la consueta durezza. Pur assorbito dai tremendi
compiti dell’industrializzazione e della spietata battaglia nelle campagne,
trova il modo di stroncare - per sempre - il libero dibattito sulla storia del
partito, con una reprimenda ai redattori di «Proletarskaja Revoluzia». Si
erano permessi, costoro, di rimettere in discussione l’operato di Lenin
durante gli anni della seconda Internazionale socialista, con un’implicita
rivalutazione di Trozki. «...avete intenzione - scrive il gensek - di chiamar di
nuovo la gente a discutere su questioni che per i bolscevichi sono assiomi...
Che cosa ha potuto spingere la redazione su questa falsa via? Credo che ve
l’ha spinta il liberalismo marcio che attualmente ha una certa diffusione in
una parte dei bolscevichi. Alcuni bolscevichi pensano che il trozchismo sia
una frazione del comunismo, una frazione che si sbaglia, è vero, ma
cionondimeno una frazione del comunismo... hi realtà il trozchismo ha già
cessato da molto tempo di essere una frazione del comunismo. In realtà il
trozchismo è un reparto d’avanguardia della borghesia controrivoluzionaria,
un reparto che conduce la lotta contro il comunismo, contro il potere
sovietico.»
E la chiusura della terrorizzante lettera metteva i brividi: «Ecco perché il
liberalismo nei riguardi del trozchismo, sia pure battuto e mascherato, è
un’imbecillità che confina col delitto, col tradimento verso la classe
operaia».
Nel trattare le questioni ideologiche Stalin dava sempre il peggio di sé.
Tanto era agile nel «vedere» e comprendere problemi complessi, nuovi, tra
loro profondamente contraddittori, nell’azione politica concreta, quanto
totale era la sua chiusura, il livore, il furore, l’incapacità di misurarsi sul
piano delle idee se non con le scomuniche, le minacce, la distorsione del
161
pensiero altrui. L’educazione seminaristica giovanile aveva certo il suo
peso; lo stesso stile polemico risentiva di quell’origine. Ma c’era qualcosa di
più.
La presupponenza del marxismo con le miracolistiche ricette, la visione
manichea dello sviluppo del mondo, la rigida concezione dei rapporti
economici, sociali e politici, facevano di quegli epigoni «asiatici» che erano
saliti al potere con Lenin dei sacerdoti implacabili ed esclusivi di una
religione che non aveva mai conosciuto il soffio vivificante
dell’illuminismo, della ragione, del dubbio. Del liberalismo «borghese»,
insomma, di cui Lenin con il suo Ottobre aveva privato la Russia, per
sempre.
Stalin, comunque, anche in quella polemica, aveva esplicitato con grande
chiarezza il suo pensiero. Lo scontro di classe in corso nell’URSS - secondo
il suo pensiero - non doveva portare ad alcun accomodamento con i nemici
di ieri del partito. Nessun perdonismo nei loro confronti, anzi occorreva
aumentare la vigilanza e proseguire la battaglia ideologica per sradicarli
definitivamente.
La durezza di Stalin contro il «deviazionismo» non aveva solo
motivazioni caratteriali o ideologiche. Il gensek sentiva che il «grande
balzo» stava mettendo a nudo i difetti e le debolezze di molti dirigenti,
ansiosi di veder terminare quello sforzo, e che li poteva spingere ad attività
antipartito. In effetti i nervi di molti di loro erano scossi dalla tensione, dalla
brutalità della lotta, dal timore di vedersi troncare la carriera, dagli obiettivi
delle consegne agricole e dello sviluppo industriale continuamente dilatati e
da raggiungersi in tempi sempre più brevi. Ormai, il «politico» veniva
lentamente ucciso in ognuno di loro. Stalin li voleva manager bolscevichi,
intrisi di cifre, di piani, di rendiconti, di ghisa, di acciaio, di carbone, di
petrolio, di grano, di mattoni, di cannoni e fucili.
Quasi a volerne condividere l’affanno e la tensione, Stalin, dopo i suoi
interventi su vari fronti nel 1931, tace a lungo in pubblico. Avvenimenti
drammatici e inquietanti nella sua vita privata e nel partito lo renderanno
ancora più solitario e diffidente. Avrebbe rotto quel silenzio nel gennaio del
1933 ad un importante Comitato centrale, in cui prende coscienza che nel
secondo piano quinquennale non si sarebbe più potuto chiedere ai russi lo
stesso inaudito balzo del primo e che quindi gli obiettivi avrebbero dovuto
essere più ragionevoli.
Ma fu un Comitato centrale nel quale Stalin, col suo stile giaculatorio,
didascalico, martellante, poteva annunciare con orgoglio al mondo
capitalistico sconvolto dalla crisi, nata nell’ottobre del 1929 con il crollo di
162
Wall Street: «Non avevamo una siderurgia, base dell’industrializzazione del
paese. Ora ne abbiamo una. Non avevamo un’industria dei trattori. Ora ne
abbiamo una. Non avevamo un’industria automobilistica. Ora ne abbiamo
una. Non avevamo un’industria meccanica. Ora ne abbiamo una. Non
avevamo un’industria chimica importante e moderna. Ora ne abbiamo una.
Non avevamo un’industria areonautica. Ora ne abbiamo una».
In quegli stessi anni - dal 1929 al 1933 - negli Stati Uniti la di-
soccupazione era salita al 25% e la produzione industriale si era contratta
del 50%. Non solo i proletari, ma anche industriali, governanti e intellettuali
d’Occidente cominciavano a guardare con interesse al Cremlino e a
quell’uomo semplice che si presentava sempre con la sua modesta casacca
militare, la pipa fra i denti, il volto segnato dai folti baffi e da un sorriso
volpino.

163
XXI
SEMPRE PIÙ SOLO

«II Comitato centrale del partito comunista (bolscevico) annuncia con


dolore che la notte del 9 novembre è morta l’attiva e devota iscritta al
partito, compagna Nadezda Sergejevna Alliluieva.» Così i giornali sovietici
riportavano in quel novembre 1932 la notizia che Iosif Dzugasvili era
diventato vedovo per la seconda volta. Il tam tam del tout Moscou non
impiegò molto tempo per chiarire, negli uffici e nelle case degli uomini del
potere, ciò che si nascondeva dietro l’annuncio funebre. Nadezda, la
trentenne sposa di Stalin, si era tolta la vita con un colpo di pistola. La
versione che trovava maggior credito assicurava che, la sera del suicidio, i
maggiorenti del Politburo con le loro famiglie sì erano dati appuntamento al
Cremlino per festeggiare privatamente l’anniversario della Rivoluzione.
Stalin, trattenuto dal suo lavoro, arrivò all’appuntamento in ritardo e fu per
questo rimproverato dalla moglie. Nacque fra i due un breve, violento
alterco nel quale il gensek, perdendo il controllo di sé, come spesso gli
accadeva lontano dai riflettori della ribalta, scagliò il mozzicone della
sigaretta accesa contro la moglie. Nadezda profondamente offesa se ne
andò, rientrando nel suo alloggio, al Cremlino. Poco dopo Stalin ne imitò
l’esempio recandosi però nella dacia poco fuori Mosca. Nella notte Stalin fu
avvertito da Ordzonikidze e Enukidze di rientrare subito.
Quando varcò la soglia del suo appartamento privato, al Cremlino, vide il
corpo senza vita di Nadezda. Incassò il colpo con la consueta calma, ma
rimase profondamente turbato. Quel suicidio era una sua personale sconfitta,
la conferma del premonitore giudizio di Lenin sui danni che avrebbe causato
il suo pessimo carattere.
Stalin era rimasto attratto dalla giovane Nadezda, al rientro dall’ultimo
esilio, nel 1917, quando si era sistemato nell’alloggio degli Alliluiev. Allora
la ragazza, vivace e curiosa, era una quindicenne studentessa di liceo. Anche
lei fu colpita da quel ruvido rivoluzionario, dagli strani orari, che vestiva
malamente, ma che nei momenti di buon umore rallegrava i presenti
raccontando straordinarie avventure tratte dalla sua vita, facendo imitazioni,
cantando canzoni popolari georgiane, infiammandosi nella lettura ad alta
voce di qualche brano di Cecov, Puskin, Gorki, i suoi autori preferiti.

164
La madre non vide di buon occhio quello strano rapporto: fra i due, tra
l’altro, c’erano ventitré anni di differenza. Moglie com’era di un
rivoluzionario finì per acconciarsi. Tutta la sua vita era stata turbolenta.
Ricordava sempre quei terribili giorni del luglio 1917 quando Lenin
braccato dovette rifugiarsi a casa sua, accompagnato proprio da Stalin e
dallo spaventato Zinoviev. Temevano da un momento all’altro l’irruzione
delle guardie di Kerenski. E fu lì, da loro, che Stalin tagliò barba e baffi a
Lenin, e spuntò la ricca zazzera di Zinoviev, per affidarli poi, travestiti da
ferrovieri, a suo marito Sergei, che li avrebbe condotti in un luogo sicuro.
Cresciuta in quell’ambiente, la passione rivoluzionaria di Nadezda non
poteva stupire. Nel 1918 seguì la dirigenza bolscevica nella nuova capitale.
Mosca. Quando Stalin tornò dalla sua dura missione a Zarizin, nel 1919, lo
sposò, lui quarantenne, lei diciassettenne. Trova lavoro nella segreteria di
Lenin, per passare poi nella redazione di «Revolutzja i Kultura» e infine
iscriversi all’Accademia industriale di Mosca per diplomarsi in scienze delle
fibre sintetiche. Il percorso tipico, in quel periodo, di una gioventù irrequieta
e desiderosa di far sempre nuove esperienze, soprattutto nell’avveniristico
mondo dello sviluppo industriale, sospesi tra l’ansia della costruzione
materiale e l’eccitante cavalcata negli sconosciuti campi della ricerca.
I primi anni del matrimonio sembrarono felici. Stalin, che passava ore
interminabili nei suoi uffici al Cremlino, non aveva molto tempo da
dedicare alla famiglia, che presto si accrebbe di due figli, dapprima Vassili e
poi Svetlana. Il gensek, come molti bolscevichi, era decisamente un
conservatore nei rapporti col mondo femminile, preferendo donne
tradizionali, prive di interessi intellettuali e tanto meno politici, tranquille e
fedeli compagne di vita. Proprio quello che Nadezda, di grande sensibilità e
intelligenza, non volle mai essere. Già nel 1926 il rapporto di coppia si era
così logorato da spingere la donna a una prima rottura. Lasciò il modesto
alloggio del Cremlino (Stalin come molti dirigenti si era accasato nell’ala un
tempo destinata alla servitù zarista) per tornare con i due figli, dai genitori, a
Leningrado.
Stalin in qualche modo dovette cedere, sicché Nadezda riprese la sua vita
familiare a Mosca. Molti erano i motivi dei contrasti. Intanto l’indipendenza
di giudizio che la donna rivendicava in ogni campo; per esempio quando
volle recarsi ai funerali di Joffe, il diplomatico molto amico di Trozki, che
togliendosi la vita volle lanciare l’ultima e più disperata protesta contro il
regime staliniano, che cominciava a delinearsi. Un’autonomia che
accompagnandosi al suo comportamento estroverso, aperto, entrava in
contraddizione con i compiti di first lady accanto a un uomo riservato,
cauto, prudente, impegnato in duelli all’ultimo sangue con i grandi
personaggi della Rivoluzione. Un uomo che, a partire dal 1929, era
165
diventato oggetto di culto, di sfrenata venerazione, con città, fabbriche,
scuole, ospedali a lui intitolati, con ritratti del suo volto ogni anno più
giganteschi e in costante avvicinamento alle dimensioni di quelli di Marx,
Engels e Lenin.
Ma c’erano anche motivi di scontro tipicamente familiari. Nadezda aveva
preso a ben volere il figlio che Stalin aveva avuto dal suo primo
matrimonio, Jakov, e che il padre non aveva praticamente conosciuto
durante i lunghi e duri anni della clandestinità rivoluzionaria. Jakov era stato
allevato dai parenti della madre, morta quando lui ancora non aveva un
anno. E la sua era stata un’educazione provinciale, georgiana, certo ben
lontana da quella di una grande città come Mosca.
Fu la stessa Nadezda, che aveva pochi anni più di Jakov, a chiedere di
poterlo avere in famiglia accanto ai suoi due figli. Stalin non poté dire di no,
ma ebbe sempre nei confronti del primo figlio un atteggiamento aggressivo
e polemico. Al punto che, un giorno, Jakov tentò di togliersi la vita
sparandosi un colpo di pistola, che lo ferì solo leggermente. Il gesto
drammatico anziché farlo riflettere spinse il padre ad acuire il sarcasmo e il
disprezzo. Spesso, vedendolo, ridacchiava commentando: «E così, hai fatto
cilecca?».
Come accade ai selfmade man quel figlio timido, schiacciato da un
cognome, Dzugasvili, che ormai incuteva rispetto e timore, gli doveva
troppo ricordare la sua misera infanzia, quel passato georgiano verso il quale
non provava alcuna nostalgia, tutto intento com’era a cancellarlo per
«russificarsi» sempre di più.
Molti, dunque, gli elementi di tensione, in quella famiglia, su cui a getto
continuo si abbattevano poi le delusioni causate dai «tradimenti» dei
compagni di lavoro e di lotta del suo capo. Stalin non coltivava amicizie
fuori dalla cerchia del Cremlino; amava trascorrere le poche ore private solo
con quelli che lavoravano con lui e ne condividevano le idee e le battaglie.
Ogni «rottura» politica si traduceva perciò nella fine di ogni tipo di
rapporto.
La dacia degli Stalin, appena fuori Mosca, era il termometro fedele della
lotta per il potere al Cremlino. Chiunque avesse libero accesso alla
Zubalovo - così chiamavano la casa di campagna dal nome del ricco
petroliere che l’aveva posseduta sino allo scoppio della Rivoluzione - poteva
ben dire di essere un intimo amico del gensek. Una casa cui Stalin era molto
affezionato e che nel corso degli anni avrebbe continuamente ampliato e
arricchito di giardini, frutteti, laghetti per le anitre. Era lì che si rilassava e
Nadezda era una padrona di casa alla russa, molto ospitale. Intanto con i
parenti di lei - gli Alliluiev - e quelli della prima moglie di Stalin - gli
Svanidze - con mariti, mogli e figli che si erano nel frattempo aggiunti. E
166
poi con i compagni di partito più cari a Stalin: Ordzonikidze, un omone
georgiano, estroverso, sanguigno, cordiale, Enukidze gran «ciambellano»
del Cremlino e che Nadezda aveva voluto come padrino di Svetlana e poi
Voroscilov, Budenny, Molotov, Mikojan, e, fino alla drammatica rottura,
anche il piccolo, cortese Bucharcik.
Col padrone di casa, malgrado il vecchio cameratismo, tutti si com-
portavano in modo rispettoso, attenti a non oltrepassare i limiti: Stalin difatti
amava moltissimo combinare scherzi ma non gradiva esserne fatto oggetto
nel modo più assoluto.
In quelle ore di Zubalovo, Stalin si comportava da «patriarca», per nulla
pieno di sé e disposto alla conversazione. Ma a partire dagli anni trenta
l’atmosfera tesa e viscida che circondava l’ufficio del gensek a Mosca si
trasferì anche a Zubalovo. Cominciavano a fare parte della compagnia
uomini spietati e malvisti come Kaganovic, con i suoi freddi occhi azzurri, o
come Beria, astro nascente della GPU in Georgia, piccolo e intelligente
«poliziotto» che del cinismo professionale e della sconfinata adulazione per
il «capo» avrebbe fatto le sue armi vincenti nella scalata ai vertici del potere.
Gli intimi di Zubalovo provarono subito una naturale antipatia per quel
Beria così «ruffiano». Nadezda, sempre sincera e combattiva, pregò il
marito, in più occasioni, di levarglielo di torno. Ma Stalin lo difendeva
sempre a spada tratta. Sentiva il bisogno di simili amici. Anche la figlia
Svetlana lo ricorderà così, più tardi: «Adulava mio padre con una
sfrontatezza tutta orientale. Cantava le sue lodi e lo corteggiava in maniera
tale che i suoi vecchi amici... non potevano nascondere il loro imbarazzo».
L’aggravarsi, alla fine degli anni venti, dello scontro politico con
Bucharin, la spietata dekulakizzazione nelle campagne, le lunghe code della
fame nei negozi di Mosca, le allucinanti notizie sulla carestia scoppiata nel
1932, l’odio che sicuramente sentiva crescere contro Stalin negli ambienti
intellettuali cui lei era più legata, oltre a rendere più teso il rapporto
matrimoniale, la spinsero a porsi interrogativi inquietanti sull’uomo di cui
condivideva la vita. Un uomo che, col trascorrere degli anni, si faceva
sempre più sospettoso, diffidente, con scarti d’umore che ne accentuavano le
asperità del carattere. Come quel giorno che trovandosi ancora una volta
pollo in tavola scaraventò cibo e piatto fuori dalla finestra.
La tensione che animava il gensek in quegli inizi d’anni trenta era
davvero notevole. Avrebbe stroncato, forse, qualsiasi fibra. Stalin stava
violentando un paese. Era perfettamente consapevole dei sacrifici che stava
imponendo e quindi dei rischi cui andava personalmente incontro.
Poco prima che Nadezda ponesse fine con le sue mani a quella vita di
affanni e turbolenze, Stalin aveva avuto modo di constatare come il partito
che ormai dirigeva dal 1922, e che aveva portato alla vittoria nelle grandi
167
battaglie contro le pericolose deviazioni di destra e di sinistra e che adesso
era mobilitato - sotto la sua guida - per cambiare la Russia, spazzando via
dalle campagne i resti del capitalismo e introducendo la grande industria
nei vasti spazi dell’Unione, non avesse rinunciato all’obiettivo di disfarsi
del suo gensek.
Che il partito bolscevico non consentisse opposizioni al suo procedere, da
quando si era impadronito del potere, era una regola che Lenin aveva
imposto con spietata durezza e alla quale nessuno dei suoi collaboratori,
Stalin in particolare, era mai venuto meno. Ma Lenin, pur ricorrendo nei
confronti dei suoi oppositori alla temporanea scomunica o ai torrenti di
ingiurie e di pesanti ironie, sapeva poi perdonare, coltivando un minimo di
dialettica almeno al vertice del partito. Lenin era però avvantaggiato dal
suo carisma che gli consentiva di dominare le opposizioni in breve tempo.
Ben diverso il destino di Stalin. Nessun «grande» della cerchia leninista
nutriva stima sufficiente nei suoi confronti. Lo considerarono sin dall’inizio
un gensek provvisorio da liquidare alla prima occasione, e contro il quale,
in caso di necessità, tutto era consentito. Per Stalin, il mantenimento di
quella carica fu sempre il frutto di lotte e scontri ininterrotti dai quali non
poteva che uscire un vincitore, netto, o uno sconfitto, senza scampo.
Col progressivo rafforzamento del suo potere personale nel partito,
sempre più innaturale gli parve il protrarsi delle resistenze alle sue
decisioni. Dall’attenta GPU e dal suo fiuto aveva la certezza che la vecchia
guardia leninista da lui sgominata era sempre pronta a rialzare il capo. Con
qualche autocritica e pubblica autoflagellazione per gli errori commessi,
riteneva di aver saldato i debiti verso il gensek, che in privato continuava a
definire un Gengis Khan. L’esperienza maturata in quegli anni suggeriva a
Stalin che in un regime come quello sovietico, privo di qualsiasi garanzia
politica, giuridica ed economica, poteva bastare l’improvvisa alleanza tra
qualche grosso nome del partito e la maggioranza del Politburo, per
determinare, in una qualsiasi. riunione, la fine di un gensek.
Fu un convincimento che lentamente divenne per Stalin una persistente
ossessione. Quanto più si ingigantiva il suo potere verticistico e più le sue
fondamenta diventavano fragili. Il timore di un «complotto» divenne
permanente, la diffidenza raggiunse livelli paranoici. In un simile clima la
polizia politica finiva per assumere un ruolo di giorno in giorno più
rilevante. Così come nella scelta dei collaboratori il gensek doveva basarsi
più su elementi fiduciari, di ferreo legame personale che sul livello di
competenza, di onestà, di rigore del prescelto.
Di fronte a questo stato d’animo, partito e GPU sembravano sempre - a
Stalin - in ritardo e inadatti rispetto ai compiti. Il processo di Sachty aveva
già «dimostrato» che nel mondo della produzione esistevano sabotatori,
168
russi e stranieri, in collegamento con centrali estere. I servizi di sicurezza
sovietici, continuamente potenziati e sempre più professionali, gli
segnalavano ogni giorno le infiltrazioni delle Intelligences straniere,
segnatamente inglesi e francesi, le quali avevano adesso un fruttuoso terreno
di reclutamento tra i menscevichi, trozchisti e tutti quei gruppi che, sconfitti,
covavano il momento della vendetta e del riscatto. E come se ciò non
bastasse dentro il partito, sia pure con molte cautele, si continuava a
intrigare per cacciare Stalin dal suo posto.
Qualcosa si faceva contro questi pericoli - secondo Stalin - ma senza un
piano e soprattutto senza la necessaria energia «rivoluzionaria». Alla fine
del 1930 era stato processato il cosiddetto «partito industriale», capeggiato
dal professor Ramzin forte di duemila aderenti. Obiettivo del gruppo -
secondo l’accusa - il sabotaggio della produzione, così da indebolire l’URSS
in vista di un’imminente aggressione dei paesi capitalistici. Sul banco degli
imputati sedettero in otto davanti a una corte presieduta da Krilenko, un bol-
scevico fanatico pronto a tutte le turpitudini giuridiche. Il dibattimento
giudiziario spaziò dai molteplici legami degli imputati con Francia,
Inghilterra, magnati del petrolio, e persino con Lawrence d’Arabia, ad
azioni di sabotaggio specifico. Lo scopo del processo era di screditare gli
economisti «borghesi» e le «teste d’uovo» d’ispirazione buchariniana.
Cinque furono le richieste di condanne a morte. Ma l’impressione di
superficialità, di poca consistenza delle prove emerse dal procedimento,
furono tali che quelle condanne vennero presto revocate e lo stesso
professor Ramzin riabilitato e riammesso nei suoi precedenti incarichi.
All’incirca nello stesso periodo di tempo - dicembre 1930 - furono
cacciati dal Comitato centrale, di cui facevano parte, Lominadze, primo
segretario del partito per la Transcaucasia, e Syrtsov, membro candidato del
Politburo e presidente del consiglio della Repubblica federativa russa.
Entrambi si erano resi protagonisti di vibrate proteste contro le pessime
condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari e contro il dispotismo
feudale di molti dirigenti di partito. Insieme, poi, i due esponenti avevano
«tramato» in varie riunioni riservate, tenute a Mosca, contro Stalin,
proponendone l’allontanamento dall’incarico di gensek. Contatti che
finirono per mettere in allarme la GPU, i cui rapporti giunsero sul tavolo di
Stalin.
I due dirigenti erano di livello elevato, uno addirittura membro candidato
del più alto organismo, il Politburo. I loro movimenti, le loro idee dovevano
certo essere conosciute da molte persone. Eppure - malgrado l’obbligo di
ogni militante di denunciare azioni antipartito - solo la GPU aveva in
quell’occasione protetto il gensek. E anche la punizione che Stalin riuscì a
strappare fu assai esigua rispetto alla «colpa». Syrtsov, degradato, finì a
169
dirigere una fabbrica di dischi, e Lominadze a guidare il partito nel nuovo
centro siderurgico di Magnitogorsk, incarico impegnativo e di grande
responsabilità. (A furia di tante e continue piccole persecuzioni, Lominadze
si suicidò nel 1935.)
Nel marzo del 1931 ci fu un altro processo-farsa, intentato grazie
all’azione di un provocatore a un gruppo di ex menscevichi e che doveva
servire a colpire, insieme, quanti cominciavano a predicare la
«pacificazione» nel partito - dopo le tante battaglie intestine - e coloro che
chiedevano ritmi meno asfissianti nel processo d’industrializzazione. Tra gli
altri, venne coinvolto nel processo anche il noto divulgatore marxista,
Rjazanov, che aveva sempre manifestato un profondo disprezzo per Stalin
(subito dopo la Rivoluzione, in una riunione al Comitato centrale, Rjazanov
aveva interrotto bruscamente il georgiano, allora non ancora gensek: «Taci,
Stalin, le questioni teoriche non sono il tuo forte»).
Anche quel processo però - oltre a provocare vivaci reazioni nelle
socialdemocrazie europee (a quel tempo considerate da Stalin e dai dirigenti
postbuchariniani del Komintern, tra cui l’italiano Togliatti, più pericolose
del fascismo) - non fu per nulla convincente e lasciò in tutti profondi dubbi.
La macchina repressiva sovietica era ancora ben lungi dal funzionare e
presentava troppi aspetti dilettanteschi.
Ma l’episodio che avrebbe allarmato in modo particolare Stalin venne alla
luce nella seconda metà del 1932. Due ex buchariniani, Rjutin, braccio
destro di Uglanov già capo del partito moscovita, e Slepkov, pur essendo
stati privati di ogni incarico e confinati fuori Mosca, non avevano cessato di
far politica.
Con paziente lavorio erano riusciti a creare vasti collegamenti con
numerosi ambienti del partito, segnatamente con i gruppi di destra e sinistra
già colpiti dai fulmini del partito, e con quelli che stavano nascendo contro
la politica dei primi piani quinquennali.
La «piattaforma di Rjutin» - come poi venne chiamata - si concretizzò in
un voluminoso documento, nel quale si contestava ai vecchi capi della
destra la loro acquiescienza alla politica di Stalin, che andava invece
radicalmente combattuta sia diminuendo la pressione sui contadini, sia
rendendo più umana la corsa verso l’industria. Ma era soprattutto sulla vita
interna di partito che il gruppo di Rjutin si mostrava particolarmente
aggressivo. Le accuse alla satrapia di Stalin «cattivo genio della rivoluzione
russa... spinto da un desiderio personale di potere e di vendetta» erano tali
da rendere inevitabile e urgente la sua estromissione dalla carica di gensek.
Ancora una volta Stalin viene a conoscenza di quella trama grazie agli
organi di sicurezza. Malgrado l’attività politica del gruppo di Rjutin
configurasse gli estremi del frazionismo, nessuno, nel partito, aveva sentito
170
il dovere di intervenire per denunciarlo e troncarlo. Stalin, da quell’episodio,
trae la certezza di non avere le spalle sufficientemente coperte. Nella
piattaforma di Rjutin, egli ravvisa un attacco diretto alla sua persona,
un’istigazione a delinquere, a ricorrere, se necessario, alle armi del
terrorismo (peraltro tradizionali nella lotta politica russa).
Stalin chiede sia impartita finalmente una lezione esemplare. Sottopone
alla Commissione centrale di controllo, presieduta da Rudzutak, la proposta
della pena di morte per Rjutin. Ma la Commissione deferisce il caso al
giudizio del Politburo. Dopo prolungate e vivaci discussioni la proposta di
Stalin, alla fine, non passa. Tranne che dai soliti Molotov e Kaganovic non
aveva ricevuto altri appoggi e consensi. Kirov, l’astro nascente di
Leningrado, Ordzonikidze, da sempre prudente nelle condanne, Kuibyscev,
Kalinin, Kosior, oltre allo stesso Rudzutak, pur disposti a concedere
sanzioni politiche, mantenevano ferma la vecchia «legge» leniniana che
vietava pene fisiche ai membri del vertice del partito.
A un Comitato centrale appositamente convocato dal 28 settembre al 2
ottobre 1932, il gruppo di Rjutin viene giudicato indegno di appartenere al
partito e quindi espulso con gravi motivazioni: si trattava difatti di
«degenerati... nemici del comunismo e del regime sovietico... traditori del
partito... restauratori del capitalismo e in particolare dei kulaki». Furono
colpiti anche coloro che pur sapendo avevano taciuto: in particolare
Zinoviev e Kamenev, di nuovo espulsi dal partito ed esiliati in Siberia.
Un ulteriore Comitato centrale, nel gennaio 1933, autorizzava una
gigantesca epurazione nel partito che avrebbe portato in quell’anno
all’esclusione dalle sue file di circa ottocentomila iscritti (e che sarebbe
proseguita, sia pur con minore ampiezza, l’anno successivo) e svelava un
altro «complotto» antipartito diretto da un vecchio bolscevico, A.P.
Smirnov, membro del Comitato centrale, e che aveva creato - secondo
l’accusa - una vasta rete di dissenso nelle file sindacali di Mosca e di
Leningrado. Contro il «peccatore» si scaglia con parole particolarmente
severe lo stesso Bucharin che, dopo sperticati elogi a Stalin, riconosce come
«assolutamente errata» la sua vecchia politica «destropportunistica».
Qualche espulsione, i successivi arresti di Rjutin, Uglanov e di altri
personaggi minori, sarà tutto quello che Stalin potrà ottenere pur di fronte a
una così ampia e provata ramificazione di ostilità nei suoi confronti.
Quella fine del 1932 non l’avrebbe facilmente dimenticata. L’essere duro
e spietato, nell’interesse della causa rivoluzionaria, gli faceva pagare prezzi
enormi. Quella sua condotta aveva spinto al suicidio la povera Nadezda,
privandolo per sempre di una famiglia, di un posto dove sentirsi al riparo
dalle tempeste politiche che rischiavano continuamente di travolgerlo.
Davanti alla bara di quella donna - che, come tutti ammettevano, aveva a
171
suo modo amato - si sofferma solo per qualche attimo, senza poter più a
lungo resistere. Quel che doveva provare per lei rimarrà testimoniato da una
semplice ed elegante stele che fece erigere sulla tomba nel cimitero
moscovita di Novodevici: una lastra di marmo che termina nella
riproduzione stilizzata del bel volto di Nadezda. Sulla lapide la tacitiana
epigrafe dettata dal georgiano: «Nadezda Sergejevna Alliluieva Statina,
membro del PC (b), da I.V. Stalin».
Accanto al disappunto per quella perdita - che cercherà di rimuovere
attribuendola alla debolezza della donna - era nato nel gensek un odio
feroce, a stento tenuto sotto controllo, contro quei vili del Politburo, privi di
solidarietà nei suoi confronti, politici animati dal cinismo, che lo avevano
sin lì appoggiato ma che alla prima opportunità sarebbero stati pronti a
disfarsene per sempre. E quel momento sarebbe venuto - così pensava non
senza ragione Stalin - quando la tensione fosse cessata, quando il partito non
avesse più dovuto ricorrere alle sue straordinarie doti di energia, di
combattività, di saldezza di nervi, di coraggio e spietatezza rivoluzionaria.
Una Russia tranquilla e un partito pacificato, dunque, non avrebbero più
avuto bisogno di Stalin, del leader che aveva teorizzato, invece, l’acuirsi
dello scontro di classe quanto più si fosse proceduto verso il socialismo.

172
XXII
UNO SPARO ALLO SMOLNY

I 1966 congressisti, in piedi, gridano «Urrà», «Viva il compagno Stalin!»:


così viene accolto il gensek quando entra nella grande sala che ospita il
XVII congresso del partito. È il 26 gennaio 1934, fuori il freddo è polare.
Alla tribuna siedono i membri del Politburo: Kirov, Ordzonikidze,
Kuibyscev, Molotov, Voroscilov, Kalinin, Kosior, Cubar, Postyscev, Biche,
Kaganovic, Zdanov, Mikojan, Rudzutak. Anche loro si uniscono al delirante
applauso che l’assemblea sta rivolgendo al numero uno del partito, all’uomo
che li aveva appena condotti a una sbalorditiva vittoria, quella di aver
trasformato, in soli quattro anni, la vecchia Russia ereditata dallo zarismo in
un paese industrialmente avanzato, con delle campagne finalmente
«pacificate» e private per sempre dei perfidi stimoli capitalistici.
Non per nulla quello passerà alla storia come il «congresso dei vincitori».
Dopo gli onori di casa fatti dal vecchio amico e compagno di lotta Molotov
e da un giovane dirigente, Nikita Kruscev, secondo segretario del partito
moscovita, Stalin va al microfono per leggere il rapporto politico. Da quelle
pagine trasuda senza ritegno l’orgoglio bolscevico: «Soltanto il nostro
partito sa dove vuol andare e marcia avanti con successo. A che cosa deve il
nostro partito questa sua superiorità? Al fatto che esso è un partito marxista,
un partito leninista. La deve al fatto ch’esso si ispira nel suo lavoro alla
dottrina di Marx, di Engels, di Lenin. Non ci può essere dubbio di sorta che
finché rimarremo fedeli a questa dottrina, finché possederemo questa
bussola, registreremo sempre dei successi nel nostro lavoro». Il partito che
dirige - lascia intendere Stalin - viene da lontano, è figlio di quel marxismo
che scese in campo nel 1848. Ci avevano provato in molti a fermarlo, anche
il fascismo recentemente. Ma che cosa era accaduto? «I governi borghesi
sono venuti e se ne sono andati, ma il marxismo è rimasto (applausi
fragorosi). Anzi, il marxismo è riuscito a riportar vittoria su un sesto del
globo, e a riportar vittoria proprio nel paese in cui il marxismo era
considerato come definitivamente distrutto (applausi fragorosi). Non si può
considerare fortuito il fatto che il paese dove il marxismo ha riportato la
vittoria è ora l’unico paese al mondo che non conosce né crisi né
disoccupazione mentre in tutti gli altri paesi, compresi i paesi fascisti, la

173
crisi e la disoccupazione imperversano già da quattro anni. No, compagni,
non si tratta di cosa fortuita.» (Applausi prolungati.)
Ecco lo Stalin didascalico, ripetitivo che martella nell’ascoltatore la
lezione politica da trarre da quegli anni roventi: non c’è fortezza che risulti
imprendibile per un bolscevico, non c’è traguardo impossibile per un partito
come quello che lui, Stalin, sta dirigendo ormai da dodici anni.
I costi del «grande balzo» appena compiuto non troveranno udienza in
quelle giornate congressuali. Nessuno dirà che la grande caccia al kulak,
oltre alla deportazione e alla morte di milioni di contadini, e a una
spaventosa carestia su cui tutti vergognosamente tacevano, aveva cancellato
per sempre dalle campagne russe l’amore per il lavoro. Ogni anno, di lì a
venire, si sarebbe scoperto che un terzo almeno del raccolto andava perduto
per incuria o veniva rubato, che mese dopo mese, su una montagna di
pubblicazioni, si sarebbe dovuto «insegnare» come mungere una mucca,
ferrare un cavallo, seminare il granoturco, raccogliere il miele, allevare
un’anitra, perché nei colcos e nei sovcos il contadino si presentava come se
fosse emerso allora dalle caverne, privo di nozioni e d’iniziativa, guidato in
ogni suo gesto da un esercito di funzionari assillanti e incompetenti. Che i
trattori e le trebbiatrici sarebbero spesso rimasti sotto i capannoni o sulle aie
o nei campi, bloccati dalle continue avarie, non degni di alcun rispetto da
parte dei lavoratori «collettivi». I quali appena liberati dalle loro
incombenze «sociali» si riversavano nei piccoli orti, nei pollai, nelle misere
stalle che il regime riconosceva loro come proprietà privata, per riscoprirsi
contadini intraprendenti e laboriosi. E così grazie a quel latte, a quel burro, a
quelle uova, a quegli ortaggi, a quella frutta, l’orgogliosa Russia bolscevica
sarebbe riuscita a sfamarsi. Non appena, difatti, quel 5% di terre coltivate
all’antica e di proprietà diretta del contadino, o per eccessive tassazioni o
per rigori amministrativi, entrava in crisi, nei negozi delle città sovietiche,
nei cantieri dei moderni alti forni, delle dighe, dei kombinat tornavano a
formarsi le code della fame.
Né alcuno, a quel congresso di vittoriosi, accennerà ai costi e alle
disfunzioni che si celavano dietro le roboanti cifre del «grande balzo»“
industriale. Solo nel 1934 ci sarebbero stati sulla rete ferroviaria russa 62
mila incidenti, con la distruzione di 4500 vagoni e il danneggiamento di altri
60 mila, la messa fuori uso di 7 mila locomotive, con morti a centinaia e
feriti a migliaia.
Eppure Stalin e il suo partito potevano ugualmente dire di aver cambiato
la Russia. Nel decennio dal 1928 al 1938 la produzione di energia elettrica
sarebbe salita da sei a quaranta miliardi di kwh, quella di carbone da trenta a
centotrentatré milioni di tonnellate, quella di acciaio da quattro a diciotto
milioni di tonnellate. I medici che prima della rivoluzione erano ventimila,
174
sarebbero saliti a 105mila, gli studenti, nello stesso periodo di tempo,
sarebbero passati dagli otto ai trentun milioni e mezzo, gli operai e gli
impiegati da undici milioni e mezzo a ventisette milioni.
Ma quel congresso avrebbe colpito i suoi delegati anche per altre due
novità di assoluto rilievo: la diffusa preoccupazione per l’affermarsi nella
temuta e vicina Germania di un movimento, il nazismo, che dopo aver
spezzato le ossa ai comunisti di casa - grazie anche ai loro colossali errori
politici - si proclamava l’alfiere della lotta antibolscevica in ogni parte del
mondo. E, secondo aspetto, la presenza nella sala congressuale di tutti i
vecchi leader del partito, di sinistra e di destra, puniti e perdonati, di vecchia
e nuova opposizione, da Zinoviev a Kamenev, da Bucharin a Preobrazenski,
da Rykov a Radek, da Pjatakov a Tomski. C’erano proprio tutti. Mancava
solo Trozki. Alcuni di loro - come Zinoviev e Kamenev - erano appena stati
riammessi nel partito e fatti tornare a Mosca dai loro luoghi d’esilio.
Quella massiccia presenza di antichi e recenti nemici di Stalin non poteva
essere casuale. Era stata certo contrattata prima del congresso, e la posizione
di ognuno di loro attentamente vagliata dal Politburo, e dunque anche dal
gensek. Del resto Stalin nel suo rapporto introduttivo non aveva forse
sottolineato come il XVII congresso fosse il primo, dopo tanto tempo, a non
«aver nulla da provare e, sembra, nessuno da sconfiggere»?
L’atmosfera unitaria, di generale consenso alla linea del partito, riceveva
ogni giorno clamorose conferme. Come quella di Kirov che propone e
ottiene, fra gli applausi, la rinuncia da parte del congresso alle consuete
risoluzioni finali. Sarebbe bastato «accettare come dettami del partito tutte
le proposte e le osservazioni contenute nel discorso del compagno Stalin».
Ma furono gli interventi dei capi, caduti a suo tempo in digrazia, il piatto
forte di quel congresso. Quando il nome «proibito» di uno di loro veniva
scandito dal presidente di turno perché salisse alla tribuna, nella sala si
creava un’attesa spasmodica. Ogni loro parola veniva soppesata e l’applauso
o il mormorio o il silenzio che accompagnava quegli interventi, esprimeva
fedelmente l’indice di gradimento di tutto il partito.
Pjatakov, prezioso collaboratore di Ordzonikidze al neo ministero
dell’Industria pesante, uno dei pochi manager bolscevichi, e di cui Lenin si
era non troppo benignamente occupato nel suo «testamento», ebbe il
privilegio di essere accolto - unico - da un «prolungato applauso» prima del
suo discorso. Zinoviev e Bucharin riuscirono a parlare senza alcuna
interruzione, ricevendo contenuti battimani. Radek e Kamenev furono più
volte interrotti ma alla fine anche a loro toccarono gli applausi. Ciascuno di
questi oratori aveva inserito due «pezzi» fissi: l’autocritica per le posizioni
errate del passato e l’elogio sperticato a Stalin e alla sua opera di capo. Era il
tributo che pagavano per poter poi svolgere la terza e più importante parte,
175
quella in cui il loro pensiero, tra camuffamenti e circospczioni, cercava di
esplicitarsi. Solo Rykov e Tomski, dignitosi e poco servili, non piacquero
all’assemblea:
furono spesso «beccati», zittiti e per nulla applauditi.
Come sempre, Bucharin fu il più intelligente, l’unico in grado, fra loro,
pur in quelle difficili condizioni, di far emergere un «disegno», di lanciare
un messaggio a un’assemblea fortemente staliniana, ma che veniva da
quattro anni di logoranti prove, di inauditi sacrifici, di bestiali violenze e che
sembrava incline quindi a riascoltare la voce della ragione e non solo quella
della propaganda e della direttiva dispotica. (Anche se Kirov, nel suo
intervento, sarà molto critico nei confronti di Bucharin, rimproverandogli di
essere stato «nelle salmerie» mentre il partito in prima linea combatteva.)
Bucharin non fu secondo a nessuno nell’elogio di Stalin, «il comandante
delle forze proletarie, il migliore fra i migliori». E riteneva doverosa
«l’implacabile liquidazione delle opposizioni e dell’opposizione di destra
come pericolo principale, vale a dire dello stesso gruppo del quale ho fatto
parte io stesso».
Perché Stalin aveva vinto, si chiede Bucharin? Perché la sua azione si era
fondata «sulla politica di Lenin», incarnando così «lo spirito e la volontà del
partito». Ma adesso, davanti ai bolscevichi, stavano altri giganteschi ed
esaltanti compiti: il processo di industrializzazione, terminata la sua prima
fase d’assalto, avrebbe avuto bisogno per completarsi di tutto il concorso del
popolo sovietico. Era giunto forse il tempo, è l’intuizione di Bucharin, di
mettere in atto uno degli ultimi comandamenti leniniani, quello che
prevedeva una gigantesca «rivoluzione culturale», che spazzasse per sempre
la secolare arretratezza del paese.
Un compito tanto più decisivo in quanto vicino alle frontiere dell’Unione
Sovietica si stava affermando il nazismo col «volto bestiale del nemico di
classe», con la sua sfida gravida di pericoli. Essere socialisti voleva dire
schierarsi contro quel nemico «nel campo di coloro che si battono per la
tecnica, la scienza, la cultura e la felicità degli uomini». Un momento
storico che valeva la pena di essere vissuto. «Ci batteremo - conclude
Bucharin - affronteremo la lotta per il destino dell’umanità. In questa
battaglia è necessaria l’unione, l’unione, l’unione ad ogni costo.»
Nell’appello all’unità antifascista contro Hitler, Bucharin coglieva la
grande opportunità politica che si offriva alla sinistra di tutto il mondo, il
compito storico che stava per dischiudersi all’Unione Sovietica che di quel
fronte era il reparto più forte e organizzato. Ma in Bucharin, tra le righe,
c’era anche una critica sottile e profonda al clamoroso errore di prospettiva
di Stalin e dei suoi uomini, di coloro cioè che lo avevano brutalmente
cacciato e sostituito nella guida del Komintern. L’Internazionale, convinta
176
di essere di nuovo alla vigilia di un periodo di destabilizzazione capitalistica
(e il grande crollo di Wall Street del 1929 parve confermarlo) aveva difatti
spinto i comunisti tedeschi su posizioni settarie, impedendo loro di far
fronte con i socialdemocratici alla marea montante delle camicie brune di
Hitler. Fu un errore non solo tattico: quella condotta confermava la grave
sottovalutazione sempre compiuta dal Cremlino del fenomeno fascista,
ideologicamente ritenuto come un’insignificante variabile del sistema
democratico-borghese del capitalismo.
Ma anche in chiave di politica interna il «messaggio» di Bucharin a Stalin
era di facile lettura. Adesso che il momento della forza bruta e dell’assalto
frontale era passato, il partito avrebbe dovuto far ricorso a tutta la sua
intelligenza. Gli alti forni ormai c’erano, mancavano gli «uomini» socialisti.
E per quest’azione la destra del partito, colta, gradualista, umanitaria, aveva
tutte le carte in regola per svolgere un’azione di primo piano.
Bucharin, come Pjatakov, l’«industrialista» moderno, apparvero, dunque,
a quel congresso come capi tutt’altro che tramontati, in grado di aggiungere
ai loro vecchi meriti rivoluzionari stimolanti capacità di giudizio sulle nuove
esigenze della società sovietica.
Quale contrasto fra i due e il povero Kamenev, ormai piegato, come
Zinoviev, dalle ripetute sconfitte e dalle cocenti umiliazioni: «Desidero
dichiarare da questa tribuna che considero ormai morto il Kamenev che dal
1925 al 1933 ha combattuto il partito, e che non voglio trascinarmi dietro
quel cadavere... L’epoca in cui viviamo... passerà alla storia come l’epoca di
Stalin, così come l’epoca precedente è stata quella di Lenin». E dopo aver
accennato alle due grandi ondate di sinistra e di destra che invano avevano
tentato di abbattere il partito, con vile sarcasmo aveva così giudicato
l’ultima opposizione a Stalin: «La terza non è stata neppure un’ondata, ma
un’ondatina: era l’ideologia della più rabbiosa freccia dei kulaki, l’ideologia
dei seguaci di Rjutin... Sarebbe stato assurdo combattere costoro con mezzi
teoretici... Occorrevano altre e più tangibili armi e ad esse si ricorse».
C’era in Kamenev un’unica preoccupazione: presentare la sua oppo-
sizione di un tempo come l’unica valida, figlia diretta del grande periodo
leniniano, e pertanto la sola da riconoscersi «storicamente». Quelle che
erano seguite potevano essere cancellate, senza pietà, anche nel ricordo. Era
una meschina anche se comprensibile piattaforma per la sopravvivenza
politica, della vecchia guardia.
Ma ciò che appariva alla tribuna congressuale era solo la punta esigua del
gigantesco iceberg che nella profondità delle acque si stava muovendo, in
rotta di collisione, verso la nave del gensek. Stalin, durante la preparazione
del congresso, aveva già colto nel Politburo e nelle principali istanze del
partito il desiderio diffuso di una pausa di riflessione, la volontà di
177
ripristinare un minimo di concordia dopo quattro anni di violenze e di
scontri frontali.
Un’esigenza che si faceva sentire anche fuori del partito, e che trovava
nello scrittore più amato dal paese e dal regime, Maxim Gorki, il massimo
esponente. Il suo ritorno in Russia, nel 1928, era stato un grande successo di
prestigio, per Stalin e la sua leadership. L’amico-nemico di Lenin che tante
critiche aveva rivolto alla Rivoluzione d’Ottobre e al modo come i
bolscevichi avevano gestito il potere nei primi anni, adesso si era pacificato
con il regime sovietico. Stalin ne aveva bisogno, e quindi la sua opinione
conciliativa andava in qualche modo rispettata e accolta.
Così, faticosamente, nelle settimane antecedenti il XVII congresso si era
andata costruendo quella fitta ragnatela di contatti e colloqui (Stalin aveva
addirittura accettato di rivedere, dopo molti anni, Kamenev) che
consentirono ai vecchi oppositori di tornare, sia pure pentiti, alla ribalta.
Il crudo realismo suggeriva a Stalin di non opporsi alla volontà del nucleo
dirigente del partito. Opporsi avrebbe difatti comportato il suo isolamento,
con i soliti «duri» che mai lo tradivano, Molotov e Kaganovic. Era del resto
collaudata abitudine del gensek di ritrarsi nei momenti di difficoltà, di
elargire temporanee concessioni, di attestarsi, in via provvisoria, su
molteplici politiche, in attesa di comprendere quale avrebbe avuto maggior
possibilità di sviluppo.
Che Stalin fosse assai poco convinto sulla sincerità del pentimento dei
suoi rivali, vecchi e nuovi, era fuori di dubbio. Troppe volte si erano
ravveduti solo formalmente e troppe le prove sul globale disprezzo, politico
e umano, che quegli uomini nutrivano nei suoi confronti. La strategia
pacificatoria suggeritagli dal Politburo non poteva essere ben vista da Stalin:
vi era contrario per convincimenti ideologici (più si avanza verso il
socialismo e più si accresce la resistenza di chi vi si oppone) e per motivi
personali. Un partito che non privilegiasse più la lotta, dura, spietata,
bolscevica, non solo si sarebbe «imborghesito» ma non avrebbe più avuto
bisogno di un gensek delle caratteristiche staliniane. A questi due motivi si
era aggiunto, nell’ultimo anno, un terzo elemento che gli faceva sentire
come irta di pericoli la strada dell’unità acritica e compromissoria proposta
dal Politburo: l’aggressività nazista. Hitler non faceva mistero dei suoi
obiettivi: la cancellazione della pace di Versailles che aveva castrato
militarmente la Germania, sottraendole con la forza territori e genti
tedesche, e la distruzione della piovra bolscevica, la cui testa risiedeva a
Mosca. Si poteva privare, dunque, in quel contesto internazionale il partito
delle sue armi migliori: la tensione e la vigilanza rivoluzionarie?
Questo pensava Stalin; ma la sua indubbia abilità di tattico non gli
impediva di percorrere anche la strada alternativa, evitando così il coagulo
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di un temibile schieramento attorno a un nuovo leader.
Quel congresso «dei vincitori» che tanto lo esalta segna invece per Stalin
la presa di coscienza della sua debolezza complessiva. Non gli era certo
sfuggito che pochi giorni prima dell’apertura alcuni dirigenti di rilievo come
Ordzonikidze e Mikojan fossero stati sondati da vari boss di partito delle
potenti periferie, in particolare da Vareikis, sull’opportunità di trovare
un’alternativa al segretario generale.
Il nome che più ricorreva - come sostituto - era quello di Sergei Kirov, il
capo del partito a Leningrado, uno «staliniano» che aveva sempre saputo
coniugare il rigore ideologico e l’ostinazione nel raggiungimento degli
obiettivi con metodi di cameratismo e fraternità politici. Ciò che gli aveva
consentito di utilizzare tutte le energie disponibili frenando le spinte settarie
e faziose dell’apparato, di accattivarsi l’appoggio e la simpatia dell’ex
capitale, da lui difesa dai progetti dei pianificatori che la volevano tagliar
fuori dallo sviluppo industriale.
Un capo partito che, unico della sua generazione, sapeva suscitare
l’entusiasmo con affascinante oratoria, un leader dal sorriso franco e
cordiale, dagli occhi penetranti e comunicativi. Tutto l’opposto, insomma,
del chiuso, cauto, riservato, sospettoso e arido Stalin.
Kirov, comunque, non ne volle sapere. O perché riteneva non ancora
giunto il momento o perché pensava che il prepotere di Stalin potesse d’ora
in avanti essere contenuto da un partito più aperto e più «libero» dopo le
dure prove del «grande balzo».
Che nel partito la corrente filokiroviana fosse notevole e in fase di
sviluppo venne comunque confermato in modo clamoroso dall’elezione del
nuovo Comitato centrale, ultimo atto del XVII congresso. Ben 270 delegati
avrebbero depennato il nome di Stalin dalla scheda, mentre a Kirov
sarebbero toccate appena tre cancellature. Quei dati - impressionanti per un
partito «monolitico» - vennero in parte distorti e comunque taciuti. Nessuno
doveva sapere dello smacco del gensek. Ma Stalin seppe e non dimenticò
più il voto di quei 1966 delegati, così come non dimenticherà i 139 membri
del nuovo Comitato centrale che i congressisti avevano eletto. Tra i quali
Pjatakov, Bucharin, Rykov, Tomski, Sokolnikov, per non parlare che dei
capi più eminenti delle passate opposizioni.
Stalin fece buon viso. Da realista qual era prese atto della forza crescente
di Kirov, e lo volle con sé negli uffici della segreteria, ma, per pareggiarne
l’influenza, chiamò accanto a lui anche il suo «killer» preferito, Kaganovic,
e un pupillo da poco scoperto a Nizni Novgorod e rapidamente valorizzato.
Andrei Zdanov. Un intellettuale malandato di salute ma ferreo nel suo
dogmatismo, letteralmente sopraffatto dalla personalità del gensek, verso il
quale nutriva un’ammirazione sconfinata, al limite dell’idolatria.
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Molti pensarono che la mossa di Stalin di volere Kirov vicino a sé fosse
particolarmente abile. Privo del diretto appoggio di massa che gli proveniva
dagli importanti circoli operai e culturali dell’ex capitale, la personalità
prorompente del nuovo leader immerso nella grigia atmosfera dell’apparat
moscovita avrebbe presto perso il suo smalto.
Lo dovette pensare anche Kirov, il quale pregò Stalin di soprassedere al
suo trasferimento. Era sua intenzione guidare il partito di Leningrado
almeno sino alla fine del secondo piano quinquennale che se meno gravoso
della prima pjatiletka esigeva pur sempre grande impegno e notevole
attenzione. Stalin, a malincuore, deve per il momento accettare la richiesta.
Troppo importante per lui era mantenersi amico il nuovo astro in ascesa.
Stalin, come sempre quando si sente in pericolo, dopo un attimo di
esitazione e di sbandamento, sa reagire mettendo in funzione tutte le
capacità politiche di cui è dotato. Nulla viene lasciato al caso. Se il paese
aveva bisogno di un partito più aperto, più «liberale», nessuno meglio di lui,
Stalin, lo poteva guidare. Se l’Unione Sovietica aveva bisogno di una nuova
politica estera meno ideologizzata e più spregiudicata per far fronte
all’oltranzismo hiltleriano, nessuno più di lui, Stalin, era in grado di
realizzarla.
Il 1934, subito dopo il XVII congresso, è tutto un fiorire di iniziative
«aperturistiche» staliniane. Si terrà in quell’anno - dal 17 agosto al 1°
settembre - un memorabile congresso degli scrittori, con la partecipazione
entusiasta e attiva di grandi intellettuali europei, tra cui Gide, Mairaux e
Aragon, che segnò la temporanea sconfitta del settarismo culturale
bolscevico e dei mediocri esaltatori della cultura proletaria, invano sorretti
dal rapporto di Zdanov, (per il quale il letterato doveva essere «un ingegnere
delle anime»), che Stalin aveva lanciato per la prima volta alla ribalta
dell’intellighenzia sovietica. Quel congresso segnò un personale trionfo di
Bucharin, ripristinato nella nomenklatura con l’incarico di direttore delle
«Izvestia», il quotidiano ufficiale dello Stato. Con un lungo, appassionato
intervento il piccolo Bucharcik si contrappose al dogmatismo zdanoviano
ricordando che nessun ostacolo doveva limitare il cammino della cultura:
libera la scienza nel suo sperimentalismo, libere la letteratura e la poesia di
trarre dai sentimenti umani il suo nutrimento principale.
Stalin stesso non disdegnava di tenere rapporti affabili con i più
importanti letterati, poeti, cineasti, attori dell’Unione. Un giorno, nel giugno
1934, rimprovera Boris Pasternak, di cui avrà sempre enorme stima, perché
non era intervenuto in difesa del poeta Osip Mandelstam temporaneamente
arrestato: «Se un mio amico si fosse trovato nei guai - gli dirà - avrei fatto il
diavolo a quattro per salvarlo».
Fu anche l’anno - il 1934 - della riorganizzazione della GPU, dopo l’orgia
180
di sangue, di fucilazioni e deportazioni nelle campagne. Quel gigantesco
apparato, che dai tempi della Ceka di Dzerzinski non aveva fatto che
svilupparsi, intervenendo ormai come longa manus del partito in tutti i
campi di attività, come spia occhiuta del gensek e del suo Politburo in ogni
ufficio e in ogni casa, dal 10 luglio sarebbe dipesa direttamente dal
ministero dell’Interno. Anche la temibile sigla sarebbe scomparsa. I suoi
reparti ne avrebbero avuta una nuova: NKVD.
Alla testa della «rifondata» organizzazione viene posto Genrich Jagoda, il
quale aveva percorso tutta la carriera di poliziotto del regime sotto
Dzerzinski prima, e Menzinski poi. Un uomo abile professionalmente, ma
cinico, sempre attento a volgere le vele dove soffiava il vento, seguace di
Bucharin negli anni in cui questi era sulla cresta dell’onda e subito
abbandonato nel momento della disgrazia. (Durante il celebre incontro con
Kamenev nel luglio 1928 Bucharcik lo aveva imprudentemente messo
nell’elenco dei suoi alleati.) Ma proprio per quel suo passato di «destro», la
scelta di Stalin sembrò felice, la garanzia di un più controllato uso della
polizia politica nella vita interna del partito.
Pochi forse sapevano che quell’uomo dal volto gonfio e viscido era già da
tempo un «prigioniero» del gensek, abile collezionista di dossier
compromettenti sui suoi collaboratori. Un alto esponente della GPU,
Triliser, un giorno, gli aveva portato dei documenti tratti dagli archivi zaristi
e dai quali Jagoda sembrava compromesso con la vecchia Ochrana. Stalin
rimproverò aspramente chi tanto aveva osato contro un suo superiore,
ordinandogli di tacere sulla scoperta. Ma quelle carte rimasero nelle sue
mani...
Né le intenzioni liberalizzatrici di Stalin si fermarono, in politica interna,
agli organi di polizia. In quel 1934 sotto la spinta dei kiroviano, il gensek
progressivamente allenta la pressione amministrativa e politica nei confronti
dei contadini. Il tema delle condizioni di vita del popolo, tassativamente
proibito negli anni del «grande balzo», torna a fare capolino. Direttive e
impegni per rendere meno dura l’esistenza di ogni giorno s’intensificano nel
partito. I generi alimentari, ancora razionati, si fanno di mese in mese più
abbondanti.
Ma è nel campo delle relazioni internazionali che Stalin, avvalendosi
dell’abilità e della sincerità di intenti del suo ministro degli Esteri, Maksim
Litvinov, compie i più significativi mutamenti. La Società delle Nazioni,
dipinta per anni come l’assise internazionale del banditismo capitalista,
diventa una meta agognata. Il 16 settembre 1934 la Russia dei Soviet vi sarà
finalmente ammessa. Iniziative diplomatiche partono dal Cremlino in ogni
direzione: verso Parigi, Londra, Washington, dove l’arrivo alla Casa Bianca
di Roosevelt aveva già condotto al ristabilimento dei rapporti diplomatici
181
con l’Unione Sovietica. L’aggressività, per ora verbale, di Hitler e quella
assai più concreta dei giapponesi alla ricerca del loro «spazio vitale» in
Asia, cominciavano a impensierire l’Occidente. L’Unione Sovietica, pur
così misteriosa e terrorizzante, veniva guardata con sempre maggiore
attenzione dai paesi democratici. Superata la fase del «cordone sanitario»
poteva ridiventare un’importante pedina nello scacchiere internazionale, un
antemurale di rilievo per le sempre più aperte ambizioni dei nazisti e dei
militari di Tokyo. Stalin si dichiara disponibile al dialogo, senza dimenticare
che un vero bolscevico deve sempre, comunque, incutere timore e rispetto:
«Chi vuole la pace e desidera instaurare rapporti commerciali con noi sarà
sempre il benvenuto. Ma chi oserà attaccare il nostro paese sarà schiacciato,
così che in futuro non avrà più la tentazione di cacciare il suo grugno
porcino nel nostro orto sovietico». Lo stile è rozzo ma efficace. Capitalisti
di varia fatta, democratico-borghesi e fascisti, debbono sapere con chi hanno
a che fare.
Stalin contemporaneamente comincia a utilizzare la carta dell’anti-
fascismo, un movimento in crescente sviluppo e che si volge alla Russia
comunista come un punto di sicuro riferimento. Mosca tributa il trionfo al
bulgaro Dimitrov, l’eroe del processo di Lipsia, dove da innocente imputato
dell’incendio del Reichstag si era trasformato in implacabile accusatore del
regime hitleriano e delle sue provocazioni anticomuniste.
Questo è dunque ciò che appare dell’attività ufficiale di Stalin, della sua
linea generale. Ma in quei mesi, con discrezione, si muove un altro Stalin,
forte del potere personale che si era ritagliato in quegli anni al di fuori di
ogni controllo, favorito dalla struttura feudale e verticistica del partito. Il
gensek porta a compimento una serie di piccole mosse, separate nel tempo
ma tutte rispondenti a un preciso e programmato disegno. Sono passi felpati,
perché Stalin sta mettendo uomini superfidati negli ingranaggi meno
appariscenti ma decisivi della macchina del potere, che solo lui conosceva
alla perfezione, dopo 12 anni di permanenza al Cremlino. I suoi occhi
esperti di «capo» si posano su Ezov, un giovane dirigente che aveva già
potuto apprezzare al ministero dell’Agricoltura, durante la spietata
dekulakizzazione. Un uomo «segnato» dal destino: deforme, alto appena un
metro e cinquanta, con una gamba impedita, ma che si riscattava
dedicandosi con entusiasmo al lavoro di partito. Privo di qualsiasi remora
morale era il prototipo del praktik che Stalin sognava, senza ubbie
intellettualistiche, concreto, efficiente, buon organizzatore.
Nel 1930 se l’era portato negli uffici della segreteria, l’organo onni-
possente del suo potere, mettendolo a capo del dipartimento addetto alla
politica dei quadri. Al XVII congresso, appena concluso, lo aveva fatto
eleggere (assieme ad altri suoi «fedelissimi» quali Beria, Kruscev, Zdanov e
182
Bulganin) nel Comitato centrale per inserirlo subito nell’Orgburo, la sede in
cui prendevano corpo le decisioni politiche. Un organismo da sempre diretto
da Stalin e di cui facevano parte anche Kaganovic, il fidato Kuibyscev (che
malandato di cuore non era più il «rampante» industrialista di un tempo) e
l’astro nascente Zdanov.
Stalin si faceva spesso ritrarre accanto ad aviatori reduci da brillanti raid
(uno sport che, col paracadutismo, si andava estendendo in Russia), a
udarniki (lavoratori d’assalto) che avevano raggiunto eccezionali traguardi
produttivi, a colcosiani d’avanguardia, a madri particolarmente prolifiche,
oltre ai soliti Kalinin, capo dello Stato, Molotov, Voroscilov, Kaganovic, i
suoi più stretti e ufficiali collaboratori. Ma nessuna foto compariva sui
giornali in cui il gensek fosse accanto a Ezov, o aViscinski, il procuratore
generale dell’URSS, carica concepita per porre un freno alle illegalità della
polizia politica, ma in realtà fortemente voluta da Stalin per avere un più
diretto controllo dell’apparato giudiziario. O al suo segretario personale,
Poskrebyscev, un uomo alto, leggermente curvo, il viso segnato dal vaiolo,
celebre tra gli intimi del gensek per il suo linguaggio scurrile e volgare, il
quale oltre ad avere il privilegio di trascorrergli a fianco tutte le ore di
lavoro al Cremlino, dirigeva pure una «commissione speciale» del Comitato
centrale, incaricata del controllo di tutte le misure per la sicurezza dello
Stato, e di cui facevano parte Ezov, Agranov, vice di Jagoda, e Skiriatov,
altro uomo di mano del gensek.
Nel partito, negli organi dello Stato, pochi sapevano dell’esistenza di
quegli uffici, delle loro attività, mai rese pubbliche, delle decisioni che vi
venivano adottate sotto la guida di Stalin. Era l’embrione di un «contro-
potere», pronto per tutte le evenienze, e continuamente rafforzato.
Rispondeva alla natura di Stalin ma anche alla logica di chi era stato educato
dal Che fare? leniniano a guidare un gruppo ristretto di provati, fidati e
decisi rivoluzionari di professione. Tanto più necessari adesso in un clima di
conciliazione, di trasformismo e di rilassamento ideologico e politico.
Restava ancora irrisolto per Stalin il caso Kirov. A settembre del 1934 il
gensek se ne va a Soci, nella sua villa sul Mar Nero. Lo segue come sempre
Zdanov. Dopo la morte della moglie, Stalin non ha più alcun vincolo
familiare, affettivo. Anche le vacanze possono essere utilizzate per le
crescenti cure del potere. Invita difatti il leader di Leningrado a
raggiungerlo. E lì, a Soci, fa nuove pressioni per convincerlo ad accettare il
trasferimento a Mosca. Era il partito - gli dice - che premeva perché ciò
avvenisse, e al più presto. Il XVII congresso era stato tutto per lui: non
ricordava forse che quando era salito alla tribuna gli applausi erano stati così
intensi da impedirgli a lungo di iniziare il suo intervento?
Ma Kirov - tra l’altro in quel periodo sofferente di un principio di
183
esaurimento nervoso - non cede alle lusinghe: resta dell’opinione che
Leningrado abbia ancora bisogno di lui. Lascia Soci e va, su ordine di
Stalin, nel Kazachstan per un lungo giro d’ispezione in un territorio dove la
collettivizzazione aveva avuto ritmi più lenti e che stava subendone in
ritardo gli effetti negativi, compresa una locale carestia.
A fine ottobre Kirov poteva tornare nella sua Leningrado dove tutti
stravedevano per lui, per il dirigente che pur combattendo spietatamente
negli anni venti gli zinovievisti era stato poi capace di raccogliere nel partito
tanti espulsi o caduti in disgrazia (come il famoso professor Ramzin, leader
del cosiddetto «partito industriale»); per il capo bolscevico che soleva
ripetere come dopo la morte di Lenin non ci fossero «eredi diretti di Ilic» ma
«un solo e unico erede, il nostro partito, e nessuno può pretendere a questo
grandissimo onore»; per il duro rivoluzionario cui però non mancava
l’ironia: «... Sappiamo farci il pelo e il contropelo. Questo è giusto. Però non
bisogna esagerare. Non dobbiamo strapparci la pelle, forse può farci ancora
comodo».
Dal 25 al 28 novembre Kirov deve tornare a Mosca per un Comitato
centrale che adotta nuove decisioni distensive, soprattutto nei confronti delle
campagne. Un altro passo avanti sulla strada della normalizzazione. Rientra
a Leningrado, dove, il 1° dicembre lavora per tutta la mattinata a casa sua.
Prepara il rapporto sulle risultanze dell’ultimo Comitato centrale che doveva
leggere nel pomeriggio all’attivo del partito cittadino. Quando alle 16 saluta
la moglie gli raccomanda per cena le polpette di cavolo. Poco dopo è allo
storico Smolny, il tempio della Rivoluzione, adesso sede della federazione
comunista cittadina. Sale nel suo ufficio, al terzo piano. Alle 16, 30 lo lascia
per dirigersi verso la vicina stanza del suo vice, il compagno Michail
Cudov. Dalla penembra del corridoio sbuca alle sue spalle un uomo:
rimbombano alcuni colpi di pistola. Kirov cade riverso, fulminato.

184
XXIII
CHI HA UCCISO KIROV?

«Il 1° dicembre, alle 16, 30, a Leningrado, nella sede del Soviet di
Leningrado, ex Smolny, per mano di un assassino inviato dai nemici della
classe operaia è morto Sergei Mironovic Kirov (* In realtà il vero cognome era
Kostrikov), segretario del Comitato centrale e del Comitato di Leningrado, del
PC (bolscevico) e membro del Praesidium del Comitato esecutivo centrale
del-l’URSS. L’omicida è stato arrestato. La sua identità è in corso di
accertamento.»
Così i cittadini sovietici appresero dai giornali il 2 dicembre del 1934, una
domenica, della tragica fine di Kirov. Fu per tutti un’emozione violenta,
come sincera fu la partecipazione al lutto. Quell’uomo era amato e stimato
dentro e fuori il partito. Il necrologio ufficiale del Comitato centrale lo
ricordava come «un bolscevico leninista di onestà cristallina e inflessibile
fermezza» e Gorki con parole più umane «un uomo straordinario, uno dei
migliori dirigenti del partito, un modello ideale di proletario e maestro di
cultura».
Mentre gli sgomenti lettori della «Pravda» scorrevano quelle righe,
chiedendosi il perché dell’assassinio e che cosa avrebbe causato, Stalin e il
suo nucleo di fidi, Molotov, Voroscilov, Zdanov, più il capo della NKVD,
Jagoda, il suo vice Agranov e la nuova eminenza grigia, Ezov, erano già
arrivati a Leningrado dopo una fulminea partenza, in treno, dalla capitale. Il
gensek voleva cominciare lui stesso le indagini. Un delitto politico di quelle
proporzioni non poteva essere affidato alle normali procedure giudiziarie.
Stalin, da buon bolscevico, seguiva anche in quell’occasione l’insegnamento
di Lenin. Quando nel 1918 i controrivoluzionari colpirono fisicamente
alcuni autorevoli esponenti del partito, il vecchio vozd aveva scatenato il
«terrore rosso», esaltandolo e difendendolo dalle ubbie umanitaristiche dei
pavidi. Così andava fatto anche adesso. Prima di partire in fretta e furia per
Leningrado, Stalin aveva difatti approntato un decreto, che recava in calce,
in assenza del capo dello Stato Kalinin, la firma di Avel Enukidze, col quale
la NKVD era autorizzata a procedere all’immediata fucilazione di tutti i
condannati a morte per attività controrivoluzionarie; le norme previste per la
concessione della grazia o la revisione dei processi sarebbero state da quel

185
momento annullate. Gli organi investigativi venivano invitati infine ad
accelerare al massimo «le inchieste a carico di coloro che sono accusati di
preparare o attuare atti di terrorismo».
Una decisione da tempo di guerra adottata senza neppure consultare il
Politburo, che solo un paio di giorni dopo lo avrebbe ratificato, coinvolto
dal clima di guerra civile che il gensek sarebbe riuscito abilmente a creare in
pochissime ore.
Stalin quando arriva alla stazione di Leningrado manifesta subito le sue
intenzioni. Si avventa con una scarica di pugni contro Medved, il
responsabile locale della NKVD, che gli si era avvicinato per salutarlo.
Dopodiché si dirige allo Smolny per procedere all’interrogatorio
dell’assassino, Leonid Nikoiaev, un trentatreenne comunista di Leningrado,
iscritto al partito dal 1920, un giovane esaltato e scontento, che proprio in
quel 1934 era stato espulso dal partito per aver rifiutato un incarico che non
riteneva consono alle sue capacità, e poi perdonato e riammesso, prassi assai
frequente nelle organizzazioni periferiche, dove l’attitudine al compromesso
e la tradizionale bonomia russa vanificavano il rigore predicato dal centro
staliniano.
L’assassino viene tradotto di fronte a quello speciale tribunale, la stanza
colma di agenti della NKVD. Nikoiaev ribadì di aver voluto colpire - da
solo - non tanto Kirov quanto l’intero partito, poi puntando il dito contro
alcuni agenti presenti avrebbe aggiunto che loro lo avevano spinto a sparare.
L’interrogatorio a quel punto s’interruppe perché sul malcapitato si
avventarono in parecchi per fargli rimangiare l’accusa a suon di schiaffi e
calci.
Stalin per la verità fin dall’inizio mostrò scarso interesse alla figura e al
ruolo del killer. Aveva subito compreso di trovarsi di fronte ad uno
psicopatico di scarso peso, politicamente irrilevante, coi nervi così fragili da
farlo cadere semisvenuto vicino al corpo della sua vittima dopo aver fatto
fuoco con la «Nagant».
Ciò che premeva al gensek era la scoperta dei mandanti. Sul suo tavolo
del Cremlino quasi ogni giorno la GPU gli forniva le prove della costante
presenza e attività di oppositori, soprattutto fra i giovani del Komsomol, che
non disdegnavano, almeno a parole, l’uso del terrorismo per combattere il
suo oppressivo regime. Così come abbastanza copiosi erano i segnali della
costante penetrazione nell’URSS di agenti dei servizi stranieri in sintonia
con il ramificarsi dell’opposizione clandestina trozchista, che si stava
consolidando attorno alla neonata quarta Internazionale, creata da Trozki, e
che avrebbe fatto dire al suo fondatore di lì a poco: «... Nonostante tredici
anni di persecuzione e di calunnie... nonostante le capitolazioni e le defezio-
ni... la quarta Internazionale possiede la sua sezione più forte, più numerosa
186
e meglio temprata nell’URSS».
Al di là dell’interesse politico che poteva avere nel drammatizzare
l’opposizione alla sua persona, e della sua natura ossessivamente sospettosa,
Stalin era sinceramente convinto che le opposizioni di sinistra e di destra
non avessero mai deposto le armi e continuassero ad agire, sia pure
abilmente camuffate e coperte, in attesa di tornare protagoniste. In epoca
non sospetta, al Comitato centrale del gennaio 1933, aveva polemizzato
aspramente con quei compagni i quali ritenevano che la scomparsa delle
classi nell’URSS dovesse comportare una minor presenza dello Stato e dei
suoi organi di vigilanza rivoluzionaria. Si trattava - disse - di compagni
«degenerati o ipocriti» che andavano cacciati dal partito. Per Stalin, al
contrario, lo Stato doveva rafforzarsi e quanto più tale processo si fosse
sviluppato tanto più forti si sarebbero fatte le resistenze «degli ultimi residui
delle classi che si stanno estinguendo». La previsione espressa da Lenin in
Stato e Rivoluzione circa un’estinzione graduale dei poteri oppressivi e
centralizzati dello Stato era destinata a restare un’utopia.
L’assassinio di Kirov alla fine di quel 1934, anno in cui il Politburo e
vasti strati del partito avevano predicato pacificazione e unità a tutti i costi,
era la riprova clamorosa della bontà delle tesi staliniane basate sulla
necessità, per il partito, di non abbassare mai la guardia, di mantenere
costante la fiamma della tensione e della vigilanza rivoluzionarie.
Stalin, dovendo rientrare a Mosca per le solenni esequie funebri di Kirov,
lascia sul luogo del delitto il vice capo della NKVD, Agranov, con una
direttiva ben precisa. Leningrado, città che Stalin odiava e che riteneva
infida e «alternativa», era stata per lunghi anni feudo di Zinoviev, fino a
quando agli inizi del 1926 proprio Kirov ne aveva smantellata la rete
organizzativa. Ma Kirov, come appariva evidente dal suo assassinio, non era
stato sufficientemente «vigilante» e «bolscevico». Che Agranov andasse
dunque a fondo in quel vecchio mondo di opposizione zinovievista e
trozchista.
A Mosca la veglia funebre, nella Sala delle Colonne al Palazzo dei
Sindacati, fu impressionante per la partecipazione commossa della folla. I
membri del Politburo, affranti, si davano continuamente il cambio attorno
alla bara. Stalin quando si avvicinò per la prima volta manifestò profonda
emozione, chinandosi a baciare il volto di Kirov. Anche i funerali furono
imponenti: centinaia di ritratti col bel viso fiero di Kirov, listati a lutto, e di
striscioni dalle scritte minacciose («Risponderemo alla morte di Kirov
colpendo senza pietà i resti del nemico di classe»), un lungo silenzioso
corteo aperto da tutto il gruppo dirigente bolscevico, con Stalin, Molotov e
Voroscilov in prima fila, che seguiva la salma posata sull’affusto di un
cannone, il gensek aveva un volto accigliato, teneva una mano infilata fra i
187
bottoni del cappotto, come Napoleone, occhieggiando a destra e a sinistra
lungo il percorso, quasi a comunicare col suo sguardo la volontà di vendetta
e di lotta contro gli oscuri nemici del partito.
In tutti i luoghi di lavoro, fabbriche, uffici, nelle scuole, nei cantieri
dell’edificazione industriale dove liberi operai convivevano con l’esercito
degli schiavi deportati dalle campagne (una vergogna da nessuno
denunciata, neppure dai più tenaci avversari di Stalin), la figura di Kirov
viene commemorata in migliaia di assemblee che si concludono con la
richiesta a Stalin e al Comitato centrale di colpire con la durezza della
giustizia proletaria.
A quelle manifestazioni parteciparono pure - come oratori - Zinoviev,
membro del consiglio di amministrazione del consiglio centrale dei
sindacati, Kamenev, funzionario della casa editrice dell’Accademia delle
Scienze, e persino Evdokimov, che a Leningrado era stato per lunghi anni
braccio destro di Zinoviev, e adesso capo dell’Ufficio centrale per la
produzione lattiero-casearia. (Ai vecchi leader dell’opposizione Stalin aveva
riservato incarichi minori, politicamente irrilevanti, ma che gli consentissero
di continuare a far parte della classe dirigente del paese, con tutti i privilegi
e le facilitazioni che ne derivavano: più cibo, migliori alloggi, cure sanitarie,
vacanze gratuite.)
Ma la loro partecipazione al cordoglio per la morte di Kirov non li
avrebbe salvati. Il 16 dicembre - in gran segreto - alti funzionari della
NKVD traggono difatti in arresto Zinoviev, Kamenev e Evdokimov.
Agranov aveva ben attuato la direttiva lasciatagli da Stalin, scoprendo a
Leningrado negli archivi di partito e della polizia - sempre più
intercambiabili - come l’assassino Nikoiaev avesse partecipato, nel 1934, ad
alcune riunioni nelle quali non pochi dei presenti si erano espressi
criticamente verso il partito. Alcuni di loro vengono arrestati e sotto il
torchio di pesanti interrogatori un paio ammettono di aver fatto parte, a suo
tempo, della corrente zinovievista (a metà degli anni venti a Leningrado era
la maggioranza). Agranov aveva dunque in mano «le prove» che quello di
Nikoiaev - malgrado le dichiarazioni contrarie dell’interessato - non era
stato l’atto isolato di un folle, ma il frutto di una congiura antipartito del
gruppo zinovievo-kamenevista.
Il rapporto di Agranov giunge a metà dicembre nelle mani di Stalin il
quale lo sottopone a un Politburo intimidito, non più in grado di opporsi al
gensek dopo il delitto Kirov. Dal 4 dicembre, difatti, giorno in cui il gruppo
della NKVD di Leningrado, capeggiato da Medved, veniva rimosso dagli
incarichi, era stato un susseguirsi di atti che denotavano la ricomparsa della
macchina del terrore. Il 5 dicembre a Leningrado venivano processate per
direttissima e condannate a morte 37 «guardie bianche». Altri 33 imputati di
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presunto terrorismo fanno la stessa fine a Mosca. Il 13 dicembre la
«giustizia proletaria» si abbatte su 28 incarcerati di Kiev. Queste furono le
condanne a morte ufficialmente comunicate al paese. Ma in molti centri av-
vennero senza clamore numerose altre esecuzioni.
Nel frattempo la NKVD rinverdiva le vecchie liste di proscrizione:
particolarmente colpiti i seguaci del trozchismo-zinovievismo. Zdanov,
nominato da Stalin successore di Kirov a Leningrado, meritava la fiducia del
patron avviando il repulisti della «feccia» degli oppositori, obiettivo che
avrebbe raggiunto con spietata energia. Entro la fine del 1935 almeno
cinquantamila leningradesi sarebbero andati ad arricchire i campi di lavoro
forzato - i gulag - aperti dalla NKVD nelle lande siberiane.
Sulla stampa - compresa l’«Izvestia» diretta da Bucharin - il tono degli
articoli contro la «sozza feccia degli antichi gruppi antipartito» cresceva di
giorno in giorno. Il clima era ormai da caccia alle streghe, premessa
indispensabile per l’annuncio dell’avvenuto arresto di Zinoviev e Kamenev,
finalmente autorizzato dal Politburo. Il 21 dicembre sui giornali compariva
difatti la notizia che l’assassinio di Kirov era stato architettato da un
«centro» di antichi membri zinovievisti. Il giorno dopo diventava ufficiale
l’arresto dei due vecchi capi bolscevichi, amici e compagni di lotta di Lenin.
Il 28-29 dicembre 1934 in un fulmineo processo a porte chiuse, presieduto
da Ulrich, i 14 imputati dell’assassinio di Kirov sono condannati a morte e
le sentenze subito eseguite. Segreti rimangono i testi degli interrogatori e
soprattutto le deposizioni di Nikoiaev, protagonista principale del preteso
complotto. Quel muro di silenzio era l’indiretta conferma dell’inconsistenza
delle prove accusatorie messe in piedi da Agranov nella sua inchiesta. Né
Nikoiaev, né gli altri imputati avevano accettato il ruolo che si voleva
imporre loro: solo così si spiegava la segretezza sul loro comportamento. Le
quattordici fucilazioni misero il suggello definitivo sull’oscura vicenda.
Un silenzio prezioso, comunque, perché consentiva a chi - come Stalin -
intendeva coinvolgere i vecchi leader dell’opposizione di procedere senza
alcuna possibilità di replica.
Zinoviev e Kamenev sono subito messi sotto pressione nelle carceri dove
si trovano perché ammettano una loro responsabilità «morale» nell’omicidio
di Kirov. Grazie alla vostra opposizione a Stalin e alla sua linea - è la tesi
degli inquirenti - voi avete armato «politicamente» il braccio a quanti, come
Nikoiaev, volevano colpire il partito. I due, dopo qualche accenno di
resistenza, capitolano. Il delitto Kirov li aveva profondamente impressionati,
come tutti del resto. (Lo stesso Trozki lo ritenne una conferma dell’alto stato
di tensione esistente nel partito e nel paese dopo i quattro tremendi anni
della collettivizzazione e dell’industrialismo forzati.) In quel clima era
inevitabile che Zinoviev e Kamenev, nel timore di nuovi attacchi contro il
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partito e per evitare che la mannaia di Stalin calasse implacabile sulla loro
rete ancora assai vasta di amici e di seguaci, contrattassero la resa.
Speravano in cambio dell’ammissione di una loro responsabilità «morale»
di sopravvivere ancora una volta a una tempesta, come spesso era accaduto
in passato. Quel che poteva apparire come un nuovo episodio della loro
abiezione era, in realtà, il solo modo di «far politica» in un paese che non
consentiva alternative. Zinoviev e Kamenev contavano inoltre sui compagni
del Politburo da sempre contrari ad atti di forza contro esponenti della
vecchia guardia, e sull’appoggio di autorevoli «opinion-leader» come Gorki.
La contrattazione portò come risultato ad un misterioso e fulmineo
processo nei loro confronti, il 15-16 gennaio 1935. Presidente della Corte,
Ulrich, pubblico ministero Viscinski. Che cosa sia accaduto in aula non si
sa. Un breve comunicato sulla stampa precisò che non si erano raggiunte
prove certe sulla loro partecipazione diretta al delitto, ma che, comunque,
Zinoviev era stato condannato a dieci anni di carcere, Evdokimov a otto e
Kamenev a cinque. Si navigava ormai nel mare della totale illegalità.
Nemmeno le parvenze venivano più rispettate.
Stalin poteva ben dirsi soddisfatto del suo «blitz». Giocando sull’onda
emotiva che stava paralizzando il Politburo era riuscito finalmente a
«provare» che i suoi oppositori erano anche dei «criminali». Un segnale di
fondamentale importanza per le organizzazioni di partito, cui, il 18 gennaio,
il Comitato centrale si era rivolto - su stimolazione del gensek - per ordinare
vigilanza, epurazioni, la cessazione di quel clima bonario dentro il partito
che tanto ricordava la «deviazione di destra». Per ora si doveva colpire solo
sul fronte della vecchia sinistra, ma quell’accenno della circolare lasciava
intendere che anche per i buchariniani sarebbe giunto il momento della resa
dei conti.
Stalin aveva dunque «monetizzato» al massimo il caso Kirov dando un
robusto colpo di freno a quell’atmosfera di «marcio liberalismo» - come la
definiva - che si era impadronita del partito durante l’anno appena trascorso.
Il clamore provocato dal rapido succedersi di eventi così eccezionali fece
passare in secondo piano l’atto conclusivo dell’inchiesta nata con il delitto:
il processo ai 12 imputati della NKVD di Leningrado, coinvolti nell’accusa
di scarsa vigilanza. Sulla stampa, che seguì con estrema concisione la
vicenda, apparve solo una significativa ammissione: i servizi di sicurezza di
quella città pur «avendo ricevuto informazioni sui preparativi di un attentato
contro Sergei Mironovic Kirov... non avevano preso le misure necessarie
per prevenirne l’assassinio». Quello di Kirov era stato dunque un delitto
annunciato.
Proprio per la gravità dell’accusa colpirono le miti condanne erogate dal
tribunale: tre anni a Medved, responsabile della NKVD leningradese, e pene
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minori al suo vice Zaporozets e agli altri collaboratori. Nei vertici della
NKVD e del partito la notizia - aggiunta a quella dell’invio dei condannati
in confortevoli luoghi di detenzione - scatenò le prime mormorazioni. Era
l’inizio del «Grande Mistero» su uno dei più sensazionali e controversi
delitti politici del secolo che ancora oggi, a 54 anni di distanza, non ha
trovato la benché minima soluzione. In molti si sono provati a fare
chiarezza. In particolare Nikita Kruscev, quando divenne segretario del
PCUS. Nei due congressi accesamente antistaliniani - il XX e il XXII
rispettivamente del 1956 e del 1961 - riferì agli sbalorditi delegati di aver
scavato a lungo tra i documenti del caso Kirov, trovandosi di fronte a
episodi inquietanti e sconvolgenti. Scopo evidente di Kruscev era di
insinuare il sospetto che dietro a quel torbido episodio ci fosse la mano
criminale di Stalin. Eppure malgrado questa sua proclamata volontà non se
la sentì di lanciare un’accusa specifica. Anzi ammise con la sua ben nota
franchezza: «Più profondamente studiamo i materiali connessi con la morte
di Kirov, più interrogativi ne sorgono».
Da quelle dichiarazioni è trascorso oltre un quarto di secolo e nulla di
nuovo è emerso dagli archivi malgrado l’attivo prodigarsi, negli ultimi anni,
dei «segugi» gorbacioviani. L’interrogativo sull’identità dei mandanti
dell’assassinio Kirov resta dunque senza risposta. Al punto da autorizzare
anche l’ipotesi che non ve ne sia stato alcuno, e che la «responsabilità»
personale di Stalin sia stata esclusivamente quella di averne approfittato in
sede politica.
Le anomalie e le singolarità del «caso» sono comunque così numerose e
rilevanti da costituire anche per il futuro un appassionante rompicapo.
Proviamo a enumerarle.
1) Nikoiaev era da tempo, prima dell’assassinio, in contatto con un
«provocatore» della polizia leningradese, che ovviamente si spacciava per
un nemico del partito. A lui Nikoiaev confida di voler uccidere un dirigente
come gesto di protesta verso un regime di cui non condivideva più nulla.
Come tutte le polizie politiche dei paesi dittatoriali, anche quella sovietica si
serviva ampiamente di provocatori che dovevano fungere da esca nei
confronti di chi aveva in animo mosse più o meno pericolose nei confronti
del regime. È presumibile che il confidente della polizia abbia informato chi
di dovere e che, come sempre in quei casi, abbia ricevuto l’ordine di
incoraggiare Nikoiaev nella sua volontà criminosa per scoprire se stava
agendo da solo o se faceva parte di un’organizzazione politico-terroristica
più ampia.
2) Nikoiaev, in possesso di una pistola - a quell’epoca ancora facile da
procurarsi in URSS - comincia a pedinare Kirov, che tale ormai è l’obiettivo
prescelto. Riporta su una cartina i percorsi abituali della vittima designata,
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che da buon camminatore qual era spesso disdegnava di servirsi dell’auto.
Si accorge che Kirov era protetto abitualmente da più uomini di scorta. Ma è
così maldestro nella sua azione di «taccheggiamento» da farsi notare e
fermare proprio da quei poliziotti. Quel giorno Nikoiaev aveva con sé una
cartella, nella quale, in un’apposita tasca, era nascosta una pistola. Le
giustificazioni di Nikoiaev non convincono gli agenti della scorta che lo
traducono negli uffici della NKVD.
3) L’interrogatorio di Nikoiaev è condotto dal vice capo della NKVD di
Leningrado, Zaporozets, il quale, al termine, lo rilascia senza adottare alcun
provvedimento. Di certo si sa che il funzionario non informa dello strano
episodio il suo superiore, Medved. Ma al contrario pare invece ne metta al
corrente gli uffici centrali di Mosca (qualcuno ritiene addirittura Jagoda,
capo della NKVD).
4) Nikoiaev qualche giorno dopo tenta un nuovo approccio: stavolta si
presenta all’ingresso dello Smolny, sede dove Kirov ha i suoi uffici. Anche
stavolta l’atteggiamento del potenziale killer è tale da ingenerare sospetti
negli uomini del corpo di guardia, i quali trasferiscono il personaggio
sospetto negli uffici della polizia politica. Nulla si sa di quanto accadde in
quella circostanza; ciò che è certo è che Nikoiaev ritorna libero senza alcuna
limitazione ai suoi movimenti, tant’è vero che il 1° dicembre 1934 può
entrare allo Smolny, evidentemente con documenti in regola. È probabile
che quel giorno i controlli fossero meno precisi perché nel pomeriggio
stavano affluendo nella sede del partito gli attivisti cittadini convocati per
ascoltare un rapporto di Kirov. Ciò che meraviglia, comunque, è che
Nikoiaev si sia introdotto nello Smolny armato della sua «Nagant».
5) L’assassino può restare per parecchi minuti nel corridoio antistante gli
uffici degli alti dirigenti del partito leningradese, senza destare alcun
sospetto, e soprattutto approfittando del fatto che in quel lasso di tempo
fosse assente, contrariamente al solito, il capo degli agenti di scorta di
Kirov, l’ufficiale della NKVD, Borisov. Quando la vittima esce dal suo
ufficio per dirigersi a quello attiguo, Nikoiaev può tranquillamente
avvicinarglisi e sparargli alle spalle.
6) L’atteggiamento di Nikoiaev, dopo la cattura, è contraddittorio: da un
lato accusa solo se stesso e nega di aver avuto complici nel delitto;
dall’altro, di fronte a Stalin, lascia intendere che qualcuno della NKVD
l’abbia spinto a sparare. Ma della reale condotta di Nikoiaev, dei suoi
promemoria che si sa scrisse in carcere, delle sue deposizioni nulla è mai
venuto alla luce.
7) La tragica fine di Borisov è un altro misterioso anello del «giallo». Il
funzionario, molto affezionato a Kirov, muore durante un incidente
automobilistico mentre viene trasferito allo Smolny per essere interrogato.
192
Sarà lo stesso Kruscev a confermare che l’incidente era stato appositamente
architettato per coprire l’assassinio di un testimone scomodo. Era difatti
Borisov che aveva proceduto al fermo di Nikoiaev, prima del delitto, per
apprenderne poi la strana liberazione. E, infine, Borisov conosceva chi lo
aveva allontanato, e con quale pretesto, dal corridoio degli uffici kiroviani
nel fatale pomeriggio del 1° dicembre.
8) I principali responsabili della NKVD di Leningrado vengono
condannati a pene molto leggere dopo l’assassinio di Kirov. Come mai?
Eppure la stessa stampa sovietica aveva scritto ufficialmente che quegli
uomini erano stati avvertiti della preparazione di un attentato a Kirov.
Qualcuno li aveva dunque protetti. Chi? Lo stesso capo della NKVD,
Jagoda? Per solidarietà di casta o perché convinto che i suoi uomini di
Leningrado, dopo aver spianato la strada all’assassino, non fossero poi stati
in grado di controllarne gli sviluppi, incorrendo in un infortunio
professionale, del resto frequente quando si percorrono le strade della
provocazione? O Jagoda, salvando quegli uomini da un ben maggior
castigo, pagava il «prezzo» pattuito per un complice silenzio? Forse anche
Jagoda, appreso che Nikoiaev voleva uccidere Kirov, non intervenne con la
necessaria fermezza per stroncare sul nascere l’ipotesi criminosa? Dunque
anche Jagoda era caduto nell’errore di voler vedere più a fondo, ordinando
briglie sciolte per Nikoiaev? O - al contrario - con freddo cinismo aveva
lasciato che le cose seguissero il loro corso? E questa gravissima decisione
l’adottò in proprio o gli fu ordinata da un’autorità superiore alla sua, e che
egli aveva messo al corrente degli avvenimenti? E quale autorità se non
Stalin, da cui Jagoda direttamente dipendeva?
Sulla base degli elementi disponibili quest’ultimo interrogativo appare del
tutto legittimo, soprattutto a quanti da molti anni ritengono che, per i
«benefici» che ne trasse, solo Stalin poteva essere l’ideatore dell’uccisione
di Kirov.
In effetti il gensek aveva più di un motivo per essere preoccupato
dall’emergere del leader leningradese. Intanto questi era profondamente
amato nel partito e fuori, per il suo temperamento franco e battagliero ma
anche molto umano. La sua piattaforma politica era abile: si presentava
ovunque come uno staliniano convinto, e in effetti sempre lo era stato
disciplinatamente. Ma negli ultimi tempi aveva saputo cogliere in modo
appropriato il desiderio di tregua che affiorava nel partito e nel paese, dopo
il «grande balzo». Evitando accuratamente le trappole del «correntismo»
stava legando attorno a sé parte del Politburo, forte anche del significativo
successo di stima che aveva raccolto al XVII congresso. Di tutta la schiera
di dirigenti era davvero il suo rivale più accreditato e «pericoloso».
Fermarlo sul piano politico si presentava però come impresa difficile. Nel
193
passato di Kirov non c’erano trascorsi deviazionisti, aveva sempre
combattuto senza riserve e remore le opposizioni di sinistra e di destra. In
quelle condizioni poteva maturare nella mente di Stalin il disegno criminoso
di eliminarlo.
Ma come era accaduto sin’allora - e come accadrà successivamente -
Stalin per colpire sentiva l’esigenza bolscevica, leniniana, di avere,
comunque, anche con l’inganno e il ricatto, il consenso del vertice del
partito. Le sue vittime saranno distrutte in base ad accuse false, a processi
illegali o addirittura ad autodenunce estorte con la violenza, ma sempre con
un pretesto o una giustificazione «legale», e sempre con finalità di
«educazione» politica. Solo contro nemici dichiarati, «esterni» al partito,
come Trozki, Stalin autorizzava l’uso gangsteristico del «killeraggio», della
pura e semplice eliminazione fisica.
Alla fine del 1934, infine, il potere di Stalin era ancora ben lontano
dall’essere assoluto. Anzi proprio in quel periodo Stalin era particolarmente
debole: le votazioni del XVII congresso lo avevano provato. La stessa
NKVD, pur con i poteri assoluti che le erano stati conferiti e priva di validi
controlli, non era ancora una macchina interamente a disposizione del
gensek. Nelle sue file operavano numerosi i vecchi quadri allevati da
Dzerzinski, implacabili nemici dei controrivoluzionari ma integerrimi e
fanatici bolscevichi che mai avrebbero tollerato o coperto azioni delittuose
contro esponenti del partito.
Poteva dunque Stalin in quel contesto ideare e far eseguire un delitto
come quello Kirov che egli sapeva avrebbe determinato profonda emozione
e vaste reazioni? Il disegno criminoso per essere condotto a termine aveva
bisogno dell’appoggio e della copertura del capo della NKVD, Jagoda, e di
alcuni dei suoi principali collaboratori, in grado di sviare le indagini e
proteggere i veri mandanti da ogni imprevisto che potesse scaturire dalle
indagini. Ovviamente, analoga «cellula» doveva essere coinvolta nella
NKVD di Leningrado, composta da uomini fidatissimi che sapessero
pilotare con intelligenza l’assassino sino all’obiettivo e far poi in modo che
tutte le tracce sparissero. L’inchiesta giudiziaria, che indubbiamente sarebbe
seguita, avrebbe potuto trovare fra le pieghe delle indagini punti non chiari e
sospetti. Anche quei giudici, dunque, dovevano essere in qualche modo
messi a parte del progetto criminoso perché collaborassero nell’andamento
processuale.
È pensabile che un uomo cauto e prudente come Stalin - il quale sempre
prima di ogni mossa era abituato a calcolarne con meticolosa attenzione le
conseguenze - potesse «consegnarsi» nelle mani di un così gran numero di
persone? E quand’anche avesse - con armi ricattatorie - ordinato a Jagoda di
condurre a termine l’operazione senza coinvolgerlo, non sarebbe
194
ugualmente diventato «prigioniero» di quel poliziotto cinico, spregiudicato,
rotto a tutte le astuzie del mestiere e dotato di un sottile fiuto politico? (Non
a caso era stato a suo tempo un buchariniano convinto, per poi abilmente
convertirsi allo stalinismo.)
E del resto perché Jagoda - profondo conoscitore dei reali rapporti di
forza esistenti nel Politburo - avrebbe dovuto proprio sul finire del 1934
farsi complice di uno Stalin indebolito? Quali vantaggi ne avrebbe tratto? E
l’assassinio di Kirov non avrebbe forse gettato sulla possente
organizzazione da lui diretta l’ombra del discredito professionale e politico?
Anche questi sono interrogativi destinati a restare senza risposta, ma
necessari perché altrettanto validi quanto quelli che «accusano» Stalin.
Un fatto, comunque, è storicamente accertato. Alla fine del 1934 Stalin
non aveva ancora maturato un preciso disegno politico. Come sempre
quando si sentiva in difficoltà prendeva tempo, sfruttando naturalmente le
occasioni favorevoli che gli si presentavano. E l’assassinio di Kirov ne fu
una delle più importanti.
La decisione di passare all’attacco diretto contro il partito e degli organi
dello Stato quando inizia il 1935, non è ancora per Stalin un «piano». Lo
avrebbe lentamente maturato, nei mesi successivi, sotto la spinta di
molteplici e contrastanti valutazioni politiche, sia interne che internazionali.

195
XXIV
IL CASO ENUKIDZE

La «fortuna» continuava a essere buona alleata di Stalin. Il 26 gennaio


1935, mentre era ancora profonda l’emozione per l’assassinio di Kirov,
moriva, per un attacco di cuore, già da tempo assai malandato, Valerian
Vladimirovic Kuibyscev, membro influente del Politburo, l’uomo che aveva
teorizzato la necessità dell’industrializzazione. Stalin gli era stato molto
legato, subendone l’influenza e seguendone i consigli economici, campo nel
quale i suoi collaboratori scarseggiavano di competenza e preparazione.
Kuibyscev aveva subito negli ultimi tempi profondi cambiamenti. Intanto
si era battuto, con successo, contro i Molotov e i Kaganovic per imporre
nelle linee del secondo piano quinquennale obiettivi più «economici» e
meno volontaristici che consentissero al paese di rallentare il tremendo
sforzo prodotto nella prima pjatiletka. Naturalmente Kuibyscev, d’accordo
in questo con tutti gli altri leader bolscevichi, aveva ancora puntato sul
prelievo forzoso nelle campagne come fonte primaria per gli investimenti
industriali. Distrutti anche fisicamente i kulaki - e chi li aveva appoggiati -
adesso nelle sconfinate pianure dell’Unione prevaleva un unico modo di
conduzione agricola, quella colcosiana. Stalin aveva davvero «pacificato» le
campagne, sfuggendo per sempre al loro ricatto cerealicolo, e omologando,
produttivamente, masse ingenti di contadini. Ma ai colcosiani non sarebbe
andato alcun frutto della svolta. Perché lo Stato avrebbe continuato a pagare
le derrate agricole con prezzi irrisori - quasi un «regalo», un «tributo» della
campagna alla città - mantenendo nel contempo spaventosamente bassi i
livelli dei loro salari e profitti. Le leggi del mercato, abolite con un tratto di
penna, si sarebbero comunque vendicate, condannando l’agricoltura
sovietica ad una permanente condizione d’inferiorità, privata dei mezzi
finanziari necessari per un decollo che le consentisse di non vedere
approfondito il distacco dall’industria. Nemmeno l’immissione di
macchinari e attrezzi l’avrebbe fatta allontanare dalla stagnazione che la
colpì con l’introduzione forzosa delle fattorie collettive. E su quelle terre già
così sfortunate, dopo l’uragano della repressione si sarebbe abbattuto il
vento arido e soffocante dei biologi alla Lysenko che con le loro
ciarlatanesche e miracolistiche teorie ne avrebbero ulteriormente frenato il

196
progresso tecnico-scientifico.
Il mitigarsi delle concezioni d’assalto di Kuibyscev aveva portato
inevitabilmente il teorico dell’industrialismo a raccordarsi con quegli
esponenti del Politburo che, percorrendo vie diverse, stavano giungendo alla
identica conclusione: che la tensione imposta da Stalin al paese fosse
eccessiva. Logico che Kuibyscev trovasse, a partire dal XVII congresso,
punti significativi di convergenza con le proposte di Kirov, in ordine a una
maggiore legalità nelle campagne e a una maggiore incentivazione del
sopravvissuto settore privato, come con quelle di Ordzonikidze, il quale,
messo a capo del ministero per l’Industria pesante, viveva in prima persona
tutti i guai prodotti dalla fretta e dal gigantismo dei pianificatori. Una casta
terrorizzata dal timore di non raggiungere gli obiettivi prefissati, che si
estraniava sempre più dalla realtà dei processi produttivi e delle condizioni
di lavoro. Una casta, peraltro, in continua estensione, composta da aridi e
spietati burocrati, immersi tra le carte di uffici e comitati che si
autoriproducevano in modo esponenziale.
Ordzonikidze, dalla pronta e vivace intelligenza, cercava di contenere
quell’invadente esercito, ricercando la collaborazione di tutti i talenti
reperibili, indipendentemente dai loro trascorsi politici. Non a caso
Pjatakov, uno dei principali oppositori trozchisti degli anni venti, era
diventato il suo «vice» al ministero e con lui si erano raccolte molte altre
«teste d’uovo» sopravvissute alle purghe ideologiche, o comunque tornate a
posizioni di responsabilità dopo un periodo di quarantena e qualche formale
autocritica.
La morte di Kuibyscev - dopo quella di Kirov - indeboliva dunque il
fronte di quanti per anzianità di partito, esperienza, ruolo, amicizia di lunga
data con il gensek, potevano opporsi alle sue direttive.
Stalin, pur conscio che dopo il delitto Kirov la sua posizione nel partito
era tornata a crescere, non si sentiva tranquillo: la sua tendenza a vedere
nemici Ovunque si faceva ossessiva. Nemmeno gli uffici del Cremlino gli
sembravano più sicuri. Sul piano delle grandi opzioni politiche era ancora
incerto sul da farsi, combattuto dal duplice desiderio di stringere
ulteriormente le viti dentro il partito e quello di favorire margini più ampi di
soddisfacimento delle elementari esigenze di vita per la società sovietica.
Nel corso del 1935 queste plurime posizioni avrebbero avuto modo di
manifestarsi e di convivere insieme contraddittoriamente. Ai primi di
febbraio sostituisce i deceduti Kirov e Kuibyscev con Mikojan e Cubar. Il
primo, uno stalinista di ferro che sapeva dissimulare le sue propensioni alla
violenza e alle soluzioni autoritarie, con il «tecnicismo» impostogli dagli
incarichi economici via via ricoperti; il secondo, uno stalinista «pentito»,
che dopo aver appoggiato la spietata campagna di dekulakizzazione si era
197
gradualmente avvicinato alle posizioni kiroviane.
Anche nella scelta dei due membri-candidati al Politburo, Stalin dovette
tener conto del doppio schieramento: immetteva il suo Zdanov,
«pareggiato» da Biche, un tempo potente boss periferico del partito, acceso
nemico delle posizioni buchariniane, ma anche lui recentemente convertitosi
a più miti propositi.
Queste nomine, soppesate politicamente, lasciavano intendere come nel
Politburo restasse in vita un minimo di dialettica e che soprattutto il
massimo organo del partito non fosse ancora disposto a concedere a Stalin i
pieni poteri.
Il gensek, peraltro, proseguiva nella sua opera di silenzioso ac-
cerchiamento del «fortino», avvalendosi della padronanza assoluta della
macchina organizzativa. Difatti nei fondamentali uffici di segreteria al posto
di Kirov chiama Ezov, che a fine febbraio sarebbe diventato anche
presidente della Commissione centrale di controllo, i cui poteri erano stati
da tempo ridotti, ma che rappresentava pur sempre la Corte d’appello del
partito per tutte le questioni disciplinari.
Provvede poi a far di Kruscev, un fedelissimo poulain del superstalinista
Kaganovic, il capo del partito moscovita, snodo cruciale
dell’organizzazione. L’8 luglio avrebbe affiancato a Ezov, sempre
responsabile della Commissione quadri del Comitato centrale, un giovane
rubicondo ingegnere, l’ambizioso e scaltro Georgi Malenkov.
Ma Stalin aveva anche deciso che fosse giunto il momento di varare una
nuova Costituzione che prendesse atto dei profondi cambiamenti intervenuti
nella società, che si adeguasse in ogni campo alle necessità di un paese
moderno, sviluppato, istruito, con classi sociali in via di estinzione, in
marcia verso il socialismo e quindi maturo per più alti traguardi di
benessere, di giustizia e di libertà. A far parte della Commissione, da lui
stesso presieduta - e che inizierà i suoi lavori a luglio - vuole vecchi
oppositori come Bucharin, Radek e Sokolnikov.
Decisione indubbiamente «aperturista», quasi un rinnovato segnale di
pacificazione dopo l’uragano Kirov. Eppure Stalin, contemporaneamente, fa
varare decreti di natura repressiva, quali - il 7 marzo - l’ordine di rimuovere
dalle biblioteche tutte le opere di Trozki, Zinoviev e Kamenev e, un mese
dopo, l’estensione della pena di morte a partire dai dodici anni, e poi la
condanna dei familiari di militari e civili fuggiti dall’URSS a pene varianti
dai dieci ai cinque anni, indipendentemente dalla conoscenza o meno delle
intenzioni del fuggiasco. In pratica l’introduzione «legale» del sistema degli
ostaggi e l’estensione «oggettiva» della colpa, veri mostri giuridici sui quali
nessuno, nemmeno i membri della Commissione per la nuova Costituzione,
ebbe da ridire.
198
Nel frattempo - a maggio e a giugno - nuove circolari impegnavano il
partito a estendere la vigilanza nei confronti di quegli iscritti che avessero in
passato assunto posizioni deviazioniste. Obiettivo che sarebbe stato
facilitato dalla successiva disposizione di controllo di tutte le tessere.
Ma la stragrande maggioranza dei cittadini sovietici, lontana dal partito e
dalle sue atmosfere cupe e oppressive, era in quel momento favorevolmente
impressionata da piccoli avvenimenti assai più significativi. Intanto il
razionamento del pane era stato abolito, entro settembre sarebbero
scomparse tutte le carte annonarie; apparivano nelle edicole le prime riviste
di moda; a Mosca sorgevano, sotto la guida di Kaganovic, enormi cantieri
per la costruzione di una gigantesca metropolitana e di edifici - dal pessimo
stile - ma che in qualche modo si richiamavano ai grattacieli di New York.
Nasceva l’industria dei cosmetici femminili (presieduta dalla moglie di
Molotov, un’intelligente ebrea); nelle fabbriche stava per partire il
fenomeno dello stakanovismo - l’estensione cioè delle esperienze di
superlavoro del minatore Stakanov - che se molti altri guai avrebbe causato
all’industria sovietica, già sconvolta dalle troppe norme antieconomiche,
avrebbe peraltro determinato, con l’introduzione del cottimo e conseguenti
paghe più elevate, la nascita di un’aristocrazia operaia.
Del resto, in tutta la Russia era in atto un ripudio del rivoluzionarismo e
un generalizzato ritorno alle regole del passato. Nel codice civile si
stabilivano norme che rendevano nuovamente problematici sia il divorzio
che l’aborto. Nelle scuole, sempre più affollate di studenti volenterosi e
appassionati, trovava spazio l’esaltazione della vecchia Russia. Finiti i tempi
in cui Stalin cantava i mali inguaribili dello zarismo. Da Alexander Nevski a
Ivan il Terribile, da Pietro il Grande a Kutusov, il passato si riempiva di
grandi figure, nobili condottieri, illustri statisti, valenti generali. E tutti
insieme concorrevano a far rispuntare in nuova versione il concetto di patria.
Naturalmente di «patria socialista».
Insomma il paese aveva l’impressione di progredire senza dover più
sopportare i pesanti sacrifici dei primi anni trenta. E anche l’incendio
propagato dai colpi di pistola sparati a Kirov sembrava ormai domato.
Stalin, da buon psicologo delle masse, avrebbe colto quel clima di consenso
accennando ad una vita che si faceva «sempre più gioiosa».
E anche in politica estera gli sforzi della diplomazia sovietica per
garantire la pace e sottrarsi alla pressione hitleriana erano coronati da
notevoli successi. Il 2 maggio viene firmato un fondamentale patto di mutua
assistenza con la Francia - di chiaro sapore antitedesco - seguito pochi giorni
dopo da un analogo trattato con la Cecoslovacchia, la cui amicizia, per la
posizione che ricopriva geograficamente, stava diventando fondamentale per
l’URSS, pareggiando, tra l’altro, l’ostilità sempre più accesa della Polonia
199
fascisteggiante di Pilsudski.
Che al Cremlino accadessero, a volte, fatti strani, sui quali poco si sapeva
e ancor meno si capiva, all’opinione pubblica non importava gran che. Il
partito bolscevico era sempre stato chiuso, elitario, inaccessibile.
Era successo difatti che fra le mura, pur così ermetiche, del potere
staliniano, fosse stato scoperto un complotto contro il gensek, con una
quarantina di persone implicate. Una ex contessa avrebbe dovuto uccidere
Stalin. Dopo il caso Kirov, la notizia impressionò il vertice del partito
indotto a credere al propagarsi del terrorismo. I colpevoli furono
segretamente processati e due di loro messi a morte. Nel corso delle indagini
si venne a scoprire che il comandante del corpo speciale di guardia al
Cremlino era stato un collaboratore di Trozki, avendo diretto il famoso treno
blindato che serviva all’allora capo dell’Armata Rossa per spostarsi sui vari
fronti della guerra civile. Immaginabile il furore di Stalin, il quale ogni
giorno doveva constatare come i suoi inviti alla vigilanza e alla lotta
implacabile contro gli oppositori, e in particolare i trozchisti, restassero
lettera morta. (La resistenza passiva alla miriade di ordini e di disposizioni
del partito era in effetti enorme nel paese e non sarebbe mai venuta meno, in
ossequio ad una secolare tradizione russa.) Stavolta, la misura parve colma:
un capo trozchista fra gli uomini addetti alla sua sicurezza...
Avel Sofronovic Enukidze, segretario della presidenza del Soviet, aveva
tra le sue numerose incombenze anche quella del reclutamento e
dell’amministrazione del personale del Cremlino. Fu immediatamente
allontanato dall’incarico e trasferito in un posto onorifico della repubblica
transcaucasica. Un provvedimento traumatico. Enukidze era compagno e
amico di Stalin sin dall’inizio del secolo. Insieme avevano lottato in Georgia
nella clandestinità. Insieme avevano lavorato nelle stanze del potere. La
moglie di Stalin aveva voluto che diventasse il padrino dell’ultima nata,
Svetlana. I figli di Stalin, difatti, lo chiamavano «zio».
Colpendolo senza alcuna pietà il gensek volle fare di Enukidze un caso
emblematico, un segnale da lanciare a un partito rilassato, intriso di
familiarismo e perdonismo e, soprattutto, criccaiolo, come cominciava ad
accorgersi volgendo gli occhi in ogni centro del paese, dove i capi locali del
partito si stavano trasformando in «boss» desiderosi solo di godersi la vita,
dopo tanti sacrifici e pericoli, sempre più tronfi, potenti e inamovibili,
circondati da una corte di fedeli che tendeva continuamente ad allargarsi e
ad occupare tutti gli incarichi chiave delle repubbliche, delle regioni, dei
distretti.
Ormai nel partito come nell’amministrazione dello Stato, nell’esercito
come nell’industria, elezioni e meriti erano stati sostituiti dalle cooptazioni e
dalle raccomandazioni. A giugno del 1935 il caso Enukidze viene addirittura
200
portato davanti al Comitato centrale. Tocca a Ezov, che esordiva nelle vesti
di grande inquisitore, mettere a nudo tutte le «vergogne» del vecchio amico
di Stalin. Malgrado una disperata autodifesa, viene espulso dal Comitato
centrale e dal partito con una formula che sarebbe poi diventata valida per
infiniti altri casi in tutti i partiti comunisti del mondo: «Indegnità politica e
morale». In quel caso «morale» stava, pare, per la propensione da parte
dell’«imputato» alle grazie delle ballerine...
Sarebbe poi toccato a Beria, con una serie di servili articoli sul
«Bolsevik», il compito di demolire il ruolo di Enukidze nella lotta anti-
zarista in Caucaso, per esaltare al contrario l’azione fondamentale e decisiva
di Stalin.
Il «caso Enukidze» rappresenta un punto di svolta, spesso sottovalutato,
nel comportamento del gensek. Per la prima volta Stalin colpisce con
inaudita brutalità - infangandolo - un vecchio compagno di lotta e amico. E
per farlo si serve di «poliziotti» come Ezov e Beria, pronti a tutto, privi di
ogni ritegno, umano e politico. Ed è anche la prima volta che Stalin
comincia a «vendicarsi» dei torti che egli riteneva di aver subito durante la
sua lunga milizia nel partito. Enukidze per troppo tempo si era vantato del
ruolo di guida nel movimento antizarista caucasico, oscurando le sue gesta e
collocandole in secondo piano. Era giunto per Stalin il momento di mettere
le cose a posto, di sistemare la «storia». E per questo atto di crudeltà e di
vendetta privata sceglie come teatro un attonito Comitato centrale, quello
stesso che il XVII congresso aveva eletto privilegiando tanti suoi nemici e
umiliandolo con un mare di cancellazioni. Un Comitato centrale che, dopo
la morte di Kirov, sembrava aver perso smalto, incapace di reagire, sempre
più prono alla volontà e alle bizzarrie del segretario generale. Tranne alcuni
intimi, come Molotov, Zdanov e Kaganovic, nessuno era in grado di
valutare l’odio crescente di Stalin verso il «vecchio» partito, quello che non
gli aveva mai perdonato di essere così inferiore a Lenin.
Tra maggio e giugno manifesta questo stato d’animo con la brutale
soppressione delle due associazioni che raggruppavano nelle loro fila i
vecchi bolscevichi. Si avvale per la chiusura delle sedi, con il sequestro
degli archivi e gli interrogatori di molti soci, dell’opera di Ezov e del
giovane Malenkov. Sono ormai i nuovi quadri, quelli per nulla legati ad
antiche battaglie, quelli che non hanno mai letto il «testamento» di Lenin, a
essere preferiti dal gensek: dirigenti che tutto debbono a Stalin, pronti a
eseguirne gli ordini senza discutere.
Ma lo Stalin che comincia a «cambiare» lo si intravede da un altro
episodio. Nel famoso complotto scoperto al Cremlino era rimasta implicata
una dottoressa, che prestava il suo servizio medico all’interno del palazzo.
Nelle indagini venne a galla che era sposata a un Rosenfeld, pittore, fratello
201
di Kamenev (questo era il nome di battaglia assunto in luogo del cognome
originario Rosenfeld). Attraverso ricatti e pressioni la NKVD riesce a fare
del fratello un testimone d’accusa del leader dell’opposizione. Stalin
s’impadronisce del caso e ancora una volta cerca di portare il Politburo sulle
sue posizioni oltranziste, per una severa condanna. Ma incontra le consuete
resistenze, cui si aggiungono anche in questo caso le pressanti intercessioni
di Gorki. L’esito dello scontro, che amareggia Stalin una volta di più, sfocia
in un compromesso. Con un processo rapido e riservato Kamenev viene
condannato ad altri cinque anni di carcere per non aver denunciato - come
suo dovere - azioni terroristiche contro dirigenti sovietici, di cui era invece a
conoscenza.
Come sempre i contrasti al vertice bolscevico avvenivano in stanze
ermeticamente chiuse. Pochi erano al corrente dei dibattiti che vi si
tenevano, dei rapporti di forza che si andavano maturando. Era una regola,
del resto, da tutti accettata.
Stalin continuava ad apparire sui giornali, sorridente, fotografato accanto
ai protagonisti veri della dura battaglia per la modernizzazione del paese:
scienziati, ingegneri, tecnici, operai, colcosiani. Chi poteva supporre che
dietro quel volto modesto e comprensivo, quell’atteggiamento fermo,
dignitoso, tranquillo, ribollisse un magma incandescente pronto a riversarsi
sul paese, non appena se ne fosse presentata l’occasione? E tanto meno lo
potevano intuire quanti lavoravano lontano dal Cremlino o gli amici
antifascisti dell’URSS disseminati in tutto il mondo.
Anche perché proprio nell’estate del 1935 il segretario del Komintern,
Dimitrov, e il suo vice, l’italiano Togliatti, avevano lanciato nel nome di
Stalin, durante il VII congresso dell’Internazionale, parole d’ordine del tutto
nuove rispetto al dogmatismo burocratico degli anni passati. Il fascismo non
era più da assimilare alle socialdemocrazie. Era un nemico diverso, il
nemico principale della classe operaia e del movimento comunista, per
battere il quale tutti dovevano concorrere. C’era ancora molto imbarazzo in
quei due relatori che per anni avevano sostenuto e predicato il contrario. Per
Togliatti in particolare, che aveva sacrificato una parte del suo partito, già
scardinato da Mussolini, espellendola o emarginandola, per restare fedele
alle direttive di Stalin che alla fine degli anni venti indicavano in Bucharin e
nelle socialdemocrazie i due volti di uno stesso pericolo, quello di destra,
tanto in Unione Sovietica che nel mondo. Direttive che avevano portato i
partiti comunisti su posizioni settarie, aggravandone l’isolamento,
distruggendo per sempre in molti paesi - segnatamente in Germania - la
possibilità di positivi sviluppi per la sinistra.
Ma ora che Stalin si andava convincendo che il fascismo di Hitler
costituiva la maggior preoccupazione per il paese del socialismo, anche il
202
Komintern poteva diventare utile.
Stalin aveva sempre sottostimato se non disprezzato l’Internazionale
comunista. Troppi galli in quel pollaio, troppa indipendenza all’inizio. La
sua mano pesante, impersonata in particolare da Manuilski, aveva faticato
non poco a ridurre all’obbedienza quei comunisti occidentali, dotti e
presuntuosi ma che non avevano fatto altro che collezionare sconfitte nei
loro paesi e che senza l’aiuto, anche materiale, di Mosca si sarebbero
dissolti senza lasciar tracce.
Adesso potevano di nuovo sbizzarrirsi. La campagna antifascista del
Komintern sarebbe stata un prezioso supporto alla diplomazia sovietica che
Ovunque a Londra, a Parigi, nella Società delle Nazioni si stava facendo
portabandiera di un convincente slogan: la pace è indivisibile. Stalin,
quando poteva sottrarsi alle tetre ossessioni del Cremlino e alle sotterranee
lotte di potere, continuava ad avere un occhio attento e lungimirante su ciò
che accadeva nel mondo. Dopo ogni sbaglio sapeva correggere la rotta, il
timone nelle sue mani era flessibile. Da quel vecchio rivoluzionario che era
non si faceva però molte illusioni. Hitler, di certo, era una iena. Ma quanto
ci si poteva fidare dei capitalisti francesi e inglesi?

203
XXV
È L’ORA DI KAMENEV E ZINOVIEV

Il 7 marzo 1936 le truppe della rinata Wehrmacht di Hitler, mandando in


frantumi il patto di Locarno, rioccupavano militarmente i territori della
Renania. Profonda l’emozione in Europa: la Germania delle armi era
dunque tornata in campo dopo la sconfitta del 1918. Il nazismo teneva fede
al suo programma: ridotto a carta straccia il trattato di Versailles, lasciata
alle spalle la crisi economica, il paese si stava rimettendo sul piede di
guerra. La stella dei Krupp tornava a brillare.
Anche al Cremlino «l’invasione» della Renania lasciò di stucco Stalin e i
suoi diplomatici. Non solo i paesi fascisti europei si erano messi in marcia
(le truppe di Mussolini stavano portando a termine la campagna
d’aggressione contro l’Etiopia) ma le grandi potenze occidentali, al di fuori
di vistosi titoli sui loro giornali e qualche dibattito nei rispettivi parlamenti,
parevano inermi di fronte a tanta tracotanza. Anche alla Società delle
Nazioni si sprecavano i discorsi e quando qualcosa veniva deciso - come le
sanzioni economiche all’Italia - tutto finiva in burletta.
I problemi della difesa diventano, agli inizi del 1936, uno dei punti chiave
dell’azione politica del gensek. Stalin deve prender atto che anche nel
vertice militare, pur contrassegnato da elevata professionalità, esistevano
profondi contrasti fra «tecnici» e «politici», come già stava accadendo in
altri settori della vita sovietica. La forte personalità di Tuchacevski si
imponeva su tutti. In base alle sue moderne concezioni egli si stava battendo
per la creazione di forti unità motorizzate, integrate da reparti di carri armati
e aerei da combattimento. Una visione dinamica e per molti aspetti
addirittura futuribile. Scegliere l’impostazione di Tuchacevski voleva dire,
ovviamente, far mutare rotta, all’industria degli armamenti, ancora
vincolata, come tutti gli altri paesi, tranne la Germania hitleriana, alle
esperienze della prima guerra mondiale.
Stalin era esitante e in attesa di decidere stava pericolosamente favorendo
la nascita di un aspro dualismo nelle forze armate di cui sarebbe stata
espressione la nomina dei primi cinque marescialli dell’Armata Rossa: tre
«tecnici», Tuchacevski, Egorov e Blucher, e due «politici», Voroscilov e
Budenny. Stalin nel suo schematismo considerava - ovviamente - come

204
sospetti trozchisti tutti gli alti quadri dell’esercito. La loro brillante carriera
era nata difatti negli anni della guerra civile sotto la ferrea direzione di
Trozki, col quale o si andava assolutamente d’accordo o si veniva
emarginati. In effetti la struttura degli alti comandi si era delineata e
consolidata a metà degli anni venti quando il grande rivale di Stalin era
ancora il patron delle forze armate.
L’Armata Rossa era stata travagliata fin dall’inizio dall’annosa disputa sul
ruolo dei «commissari politici». Su questo tema scabroso si erano formati
due schieramenti fortemente contrapposti, che avevano dato vita ad aspre
battaglie teoriche e organizzative. Tra le file degli alti quadri la pochezza
tecnica di Voroscilov e, in particolare, di Budenny, rozzo cavaliere delle
steppe, oltreché formidabile gozzovigliatore, non mancava di suscitare
malumori e forti gelosie nei confronti dei due «marescialli» che erano giunti
a quel titolo solo per meriti di partito e di amicizia personale col segretario
generale.
I contrasti interni e il deteriorarsi della situazione internazionale raf-
forzavano in Stalin il desiderio di avere finalmente campo libero senza più
ostacoli, eliminando quel tanto di ingombrante «democraticismo» che
ancora esisteva nel partito. In effetti nubi cariche di pericoli si stavano
addensando alle frontiere del paese socialista; il potere non poteva che
concentrarsi nell’unica mano legittimata a decidere in un partito
rivoluzionario e bolscevico: quella del segretario generale. E se ciò - nella
logica leninista-staliniana - era già valido nei momenti di relativa
tranquillità, diventava imperativo nei momenti cruciali.
Erano, in particolare, i ritardi del partito rispetto ai compiti che lo
attendevano a preoccupare Stalin. Il delitto Kirov con la sua coda di
«esemplari» repressioni non aveva modificato - a suo giudizio - la temperie
di un’organizzazione sempre più refrattaria, al contrario, a impegni di
combattimento ideologico e pratico. Epurazioni, controlli delle tessere,
forsennate campagne di stampa non stavano raggiungendo gli attesi
obiettivi. Occorreva un’altra salutare «lezione». Un’indagine che la NKVD
aveva avviato, a metà del 1935, nell’importante centro di Nizni Novgorod, e
di cui Stalin venne naturalmente a conoscenza, gli consentì di allestire un
nuovo «caso». Sia pur riluttante, Jagoda dovette mettere a disposizione del
gensek tutto il vasto apparato repressivo di cui disponeva. Stava per nascere
il primo dei grandi processi politici dell’era staliniana.
La «provocazione» partiva, come sempre in questi casi, da un minimo di
fondamento. A Nizni Novgorod, difatti, alcuni studenti iscritti al
Komsomol, la gioventù comunista, erano stati arrestati con l’imputazione di
aver voluto compiere gesti alla Nikoiaev.
Le tensioni nel mondo giovanile erano notevoli, come del resto in tutta la
205
società, alle prese con le intense, rapide, sconvolgenti trasformazioni
economiche e sociali. Negli ambienti studenteschi come in quello del corpo
insegnante si confrontavano rivoluzionari appassionati e freddi burocrati,
spietati bolscevichi e cauti gradualisti, romantici innovatori e rigidi
conservatori. C’erano, nella scuola, figli di ex borghesi e sopravvissuti delle
vecchie classi, figli di operai e operai che il partito e la rivoluzione avevano
in poco tempo trasformato in insegnanti e responsabili di una struttura che si
andava ingigantendo a vista d’occhio. La campagna di alfabetizzazione e di
scolarizzazione era giunta, alla metà degli anni trenta, nella sua fase di
massima esplosività. Assieme allo sforzo industriale e alle non sopite
tensioni interne nel partito rappresentava una delle componenti fondamentali
della vita del paese, il fiore all’occhiello nell’azione staliniana. I russi,
decine di milioni di russi, stavano scoprendo la cultura: leggevano,
studiavano, moltissimi di sera, dopo le ore di lavoro, accatastati negli
alloggi sempre insufficienti delle città, dove il fenomeno dell’urbanesimo
assumeva ritmi vertiginosi. Era in corso un’altra tappa della rivoluzione
sociale in cui nobili passioni convivevano con cinici carrierismi, volontà di
cambiamento e trasformazioni si scontravano con una classe politica chiusa,
asfittica, dominata da un partito «rivoluzionario» più nei comportamenti
brutali e dittatoriali che nella guida morale e ideale.
In quel clima caotico, tra i marosi di una società in continua mutazione, la
provocazione poliziesca poteva facilmente attecchire e presentarsi anche con
caratteri di credibilità.
Ai primi del 1936 il «caso» di Nizni Novgorod riprende il suo cammino.
Vengono effettuati numerosi arresti fra studenti e professori. Qualcuno,
sotto le forti pressioni, comincia ad «ammettere». Tra loro aveva agito un
agente provocatore della NKVD, un certo Olberg, il quale si diceva inviato
da Trozki in quella città per reclutare chi avrebbe dovuto assassinare Stalin,
a Mosca, nella sfilata del Primo maggio del 1936.
Il gensek seguiva direttamente il «caso», con a fianco Jagoda, il vice
Agranov, e Ezov, il quale, come responsabile politico dei servizi di
sicurezza, stava facendo il suo ingresso nella macchina del terrore.
L’obiettivo di Stalin era di dimostrare ancora una volta come anche quella
cospirazione avesse una chiara matrice politica: lo zinovievismo. Un
bersaglio facile e comodo da colpire, screditato com’era nel partito, con un
Politburo che già aveva accettato di far imprigionare Zinoviev, pur senza
precise responsabilità, assieme a Kamenev ed Evdokimov.
Lucido nel suo disegno di rappresaglia politica, Stalin volle che in quel
«complotto» fosse coinvolto anche Ivan Nikitic Smirnov, uno degli
oppositori della «piattaforma di Rjutin», da oltre tre anni isolato nel suo
confino.
206
Nel novero degli «imputati» - per rendere più credibili le accuse - furono
introdotti anche Dreitzern, una guardia del corpo di Trozki, e Mrakovski,
nella cui abitazione, nel lontano 1927, era stato scoperto un centrostampa
trozchista clandestino.
I contorni del «disegno criminale» erano stati tracciati. Occorreva adesso
la collaborazione attiva di Zinoviev e Kamenev. Cominciarono trattative in
tal senso, sotto forma di interrogatori e scambi di lettere. Si voleva dal duo
della vecchia opposizione qualcosa di più della responsabilità «morale»:
l’ammissione della partecipazione diretta sia all’assassinio di Kirov che a
una serie di attentati che avrebbero dovuto colpire numerosi leader del
partito, primo fra tutti Stalin.
Zinoviev, dal carattere più debole, è il primo a dirsi disposto a col-
laborare. Kamenev, invece, pur sottoposto in carcere a duri interrogatori,
non cede. Mironov, uno dei capi della NKVD che lo stava «curando»,
chiede udienza a Stalin per esporgli le difficoltà incontrate. Il gensek va su
tutte le furie, non riesce a capacitarsi - dice al funzionario - che una polizia
forte e potente come l’NKVD, emanazione diretta del potere sovietico, non
possa raggiungere i suoi obiettivi. «Allora - e così pone fine al colloquio -
non venite più a dirmi che Kamenev, o che questo o quel prigioniero, è in
grado di resistere a una pressione del genere. Non venite più a rapporto da
me.»
Nella polizia politica - pur rotta da tempo all’illegalità - si esitava ancora
a varcare certi limiti, soprattutto se il «prigioniero» era un vecchio e
autorevole leader del partito. Così come i molti amici di Zinoviev e
Kamenev continuavano a non rassegnarsi nel vederli presentati come
delinquenti comuni. Uno di questi era Gorki. Ma la consueta «fortuna» di
Stalin giunse, provvidenziale, nel momento opportuno. Il 31 maggio il
celebre scrittore, da tempo sofferente di disturbi alle vie respiratorie, ha un
improvviso peggioramento: il 18 giugno muore. La Russia bolscevica
perdeva uno dei suoi più prestigiosi esponenti culturali; Kamenev e
Zinoviev il loro migliore difensore.
Per piegare le ultime resistenze dei due, Stalin incarica direttamente Ezov.
Si susseguono, in carcere, i colloqui tra l’inquisitore e i prigionieri. La
trattativa si fa più angosciosa. Nelle loro celle venivano praticate le prime
torture «indirette»: rarefazione del cibo, troppo freddo o troppo caldo, luci
ininterrottamente accese. Zinoviev e Kamenev, che erano stati tenuti
separati sin allora, chiedono di incontrarsi. E in quel colloquio decidono di
collaborare ma a una condizione: che sia loro consentito un incontro con il
Politburo. La proposta viene accolta. Ma a riceverli segretamente, al
Cremlino, ci saranno solo Stalin, Voroscilov e l’immancabile Ezov. Ormai
sono due «stracci» che stanno combattendo sull’ultima trincea loro rimasta:
207
chiedono al tiranno di poter avere salva la vita, e che tale «beneficio» sia
esteso ai loro familiari, già sottoposti alle prime minacce. In cambio si
dichiarano disposti ad accettare le «prove» a loro carico e a sostenerle in un
pubblico dibattimento.
Adesso ai due tocca un compito ancor più umiliante: quello di persuadere
anche gli altri compagni implicati nel «caso» a collaborare. Smirnov, fiero
combattente, non cede malgrado tutti gli amichevoli inviti di Zinoviev. Si
dovrà ricorrere all’arresto della moglie e della figlia per strappargli il
consenso.
L’ 11 agosto l’inchiesta era completata, tutte le tessere del mosaico ai loro
posti. Stalin poteva partire per la sua abituale vacanza estiva a Soci, sia per
sottolineare il suo oggettivo distacco dalla vicenda, che, soprattutto, per
sottrarsi a prevedibili richieste di riunioni o di chiarimenti da parte del
Politburo.
Il 19 agosto 1936 si apre il processo nella Sala delle Colonne del Palazzo
dei Sindacati. Vi accedono 150 spettatori tutti ultraselezionati, tra i quali
anche il vice segretario del Komintern, Palmiro Togliatti. Ma oltre agli
uomini del regime, ci sono diplomatici di varie ambasciate e un gruppo di
giornalisti stranieri.
La carta che sta giocando Stalin è rischiosa. Tutto funzionerà secondo
copione? A presiedere la corte c’è il fedelissimo Ulrich, dagli occhi
inespressivi affondati in un volto grasso e dalle guance cadenti. L’accusa è
nelle mani del sempre più affidabile Viscinski. (Tra i membri del collegio
giudicante vi è anche Nikicenko, che avrebbe poi fatto parte del tribunale di
Norimberga contro i crimini nazisti.)
Scortati dalle guardie della NKVD con i loro lunghi fucili a baionetta
inastata, gli imputati fanno il loro ingresso e vanno a sedersi sulle panche
separate dalla sala da una bassa transenna in legno. Negli ultimi giorni
avevano ripreso un po’ del loro peso, ma apparivano comunque pallidi e
intimiditi. Prima dell’udienza Ezov e Jagoda avevano ricordato a Kamenev
e Zinoviev gli impegni assunti: ogni atto di «slealtà» da parte loro avrebbe
avuto catastrofiche conseguenze per tutti.
Ulrich apre l’udienza: gli imputati rinunciano a qualsiasi obiezione e agli
avvocati difensori. Viene letto l’allucinante capo d’accusa: quegli imputati
avevano costituito alla fine del 1932 (l’anno di Rjutin) un «centro»
zinovievista in collegamento con Trozki il quale, dall’estero, tramite suoi
agenti aveva loro ordinato l’assassinio di Stalin e di numerosi altri dirigenti.
(Stranamente nell’elenco mancava il nome di Molotov, il che lasciò
supporre agli «esperti» che il fedelissimo collaboratore di Stalin in
quell’occasione fosse contrario alla procedura prescelta.) In particolare, a
Zinoviev e Kamenev era attribuita la colpa aggiuntiva di aver mentito nel
208
primo processo del gennaio 1935, quando avevano negato una loro diretta
partecipazione all’assassinio di Kirov.
Al di là delle aberrazioni giuridiche il castello di accuse aveva un suo
fondamento «politico». Stalin portava in un aula di tribunale, sia pur con
false accuse, l’opposizione che più lo aveva turbato e infastidito, quella
manifestatasi nel 1932. Un anno tragico per il paese, per il partito, e per
Stalin personalmente, impegnato allo spasimo nel portare a termine la
selvaggia dekulakizzazione, in mezzo a difficoltà d’ogni genere, a resistenze
drammatiche nelle campagne sconvolte dalla carestia, un ciclone che era
penetrato anche nella sua famiglia spezzando la vita di sua moglie.
Quel processo non era solo un regolamento di conti. Per Stalin rap-
presentava un fondamentale test dalla cui riuscita avrebbe potuto trarre gli
elementi necessari per portare più a fondo l’attacco al partito e a quanti si
opponevano alla sua politica e alla sua guida.
Il dibattimento in aula ebbe momenti di «improvvisazione» non previsti
dal copione, quale l’energica negazione da parte di Smirnov di tutte le colpe
attribuitegli. Ammetteva di aver fatto parte del «centro» ma senza aver
partecipato ad alcuna azione criminosa. Evdokimov - al contrario - recita
alla perfezione la sua «lezione», coinvolgendo nel complotto un bolscevico
della vecchia guardia, Grigori Sokolnikov. E un altro imputato minore,
Reingold, lascia intendere che il «centro» aveva contatti anche con gli
esponenti della destra del partito, Bucharin, Rykov e Tomski. La NKVD
aveva «ben» lavorato su quelle personalità sconvolte, ricattabili e deboli.
Il 20 agosto è il giorno chiave del processo perché sotto il torchio del
pubblico accusatore Viscinski (che si presentava all’antica, con un abito
scuro di buon taglio, colletto inamidato, capelli grigi ben ravviati) dovevano
passare sia Kamenev che Zinoviev.
Il loro comportamento in aula è abietto. Intanto Kamenev si scaglia contro
Smirnov per le sue «ridicole contorsioni» nel negare, ma quel che è più
grave (un’ultima vendetta contro l’odiata destra del partito che lo aveva
sconfitto nel 1926-27) coinvolge nel «complotto» anche Tomski, Rykov e
Bucharin. Il suo attacco è viscido e insinuante. Riferisce alla Corte dei suoi
incontri con Tomski negli anni 1932-33-34: l’ex capo dei sindacati gli aveva
dichiarato ripetutamente di essere solidale con tutte le opposizioni a Stalin.
E su sua domanda Tomski aveva ammesso che anche Rykov la pensava
come lui. E Bucharin? Kamenev riporta la risposta di Tomski avallandola
col suo ricordo: «Bucharin la pensa come me, ma segue una tattica un po’
diversa; non condivide la linea del partito ma segue la tattica di radicarsi
sempre maggiormente nel partito e di conquistarsi la fiducia personale del
Politburo».
Come se non bastasse, Kamenev aggiunse un altro pericoloso tassello al
209
suo castello di accuse: se il «centro» fosse stato scoperto e i suoi membri
arrestati la guida sarebbe passata ad altri vecchi oppositori come Radek,
Sokolnikov e Serebriakov.
La gravità dell’intervento di Kamenev consisteva non solo nel coin-
volgimento della destra - evidentemente sollecitato e concordato nelle
«trattative» preprocessuali con Stalin - ma nel rendere credibile quel
«tradimento» alle attente orecchie degli osservatori interni ed esterni del
processo. I leader della destra del partito si stavano proprio comportando
come Kamenev aveva denunciato: per nulla convertiti allo stalinismo
mantenevano intatte le loro riserve in attesa di giorni migliori. Ma
Kamenev, svelando il «gioco» di Bucharin, ne comprometteva l’esito:
quello di riguadagnare lentamente - ostentando ortodossia - posizioni
all’interno del partito, che già in quel 1936 lo avevano portato ad essere di
nuovo un punto di riferimento dell’intellighenzia, oltreché ad occupare,
nella nomenklatura, la carica di direttore dell’«Izvestia» e una delle
principali poltrone della commissione addetta alla revisione costituzionale.
Anche Zinoviev, il principale accusato, fa la sua parte, ma con minor
efficacia di Kamenev. Quello che era stato uno dei più brillanti oratori della
Rivoluzione, secondo solo a Trozki nell’infiammare gli uditori, adesso
parlava a voce bassa, con affanno. Un uomo abbattuto, dal viso gonfio e
grigiastro. Anche lui da del bugiardo all’eroico Smirnov, e coinvolge un
altro bolscevico della vecchia guardia, Smilga, e, naturalmente, chiama in
causa Tomski. In quanto a lui, già dominato dai più oscuri presentimenti,
aveva deciso «di dire in quest’ultimo istante la verità».
Il 21 agosto la «Pravda» riportava la cronaca dell’udienza e i primi
messaggi provenienti dalla periferia del partito che chiedevano la fuci-
lazione dei colpevoli. Ma anche articoli di ex oppositori che per salvarsi si
scagliavano come iene contro gli accusati. Quello di Rakowski, l’ultimo dei
fedeli di Trozki, era significativamente intitolato Senza pietà. E Pjatakov,
uno dei «sei» ricordati da Lenin nel suo «testamento», arrivava a scrivere:
«Essi debbono essere distrutti come carogne. Molti di noi, me compreso,
con la nostra sventatezza, la nostra faciloneria e la mancanza di vigilanza
abbiamo aiutato inconsciamente questi banditi a compiere i loro neri
misfatti... È una buona cosa che il commissariato del popolo agli Interni
abbia smascherato questa banda... È una buona cosa che essa possa essere
sterminata».
L’opinione pubblica dalle aperte ammissioni di quei vecchi bolscevichi,
che sembravano sincere e logiche nel contesto di una ben conosciuta lotta
politica, era tratta a credere che Trozki dall’estero e i suoi amici rimasti in
patria volessero per davvero sovvertire l’ordine rivoluzionario.
Le drammatiche ammissioni al processo sull’esistenza di una spietata
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lotta delle opposizioni potevano inoltre far pensare che molte delle
disfunzioni, dei ritardi, delle manchevolezze della società sovietica, che
ciascuno poteva intravedere dal suo luogo di lavoro o nella città dove
abitava, dipendessero dal «sabotaggio». Un’opinione pubblica disabituata da
sempre al libero dibattito, al pluralismo dell’informazione, alla dialettica
delle opinioni poteva essere condotta per mano verso ciechi e incontrollati
convincimenti.
Il 22 agosto si arriva alla tragedia. Sulla «Pravda» esce l’annuncio che il
pubblico accusatore Viscinski, preso atto di quanto dichiarato in aula dagli
imputati, aveva deciso di aprire un’indagine nei confronti di Bucharin,
Rykov, Tomski, Uglanov, Radek e Pjatakov; contro Sokolnikov e
Serebrjakov, essendoci molte altre prove accusatorie nei loro confronti, era
già stato avviato un procedimento penale.
La notizia getta nella disperazione tutti i nominati. Un’atmosfera da
incubo subito li circonda. C’è chi non risponde al saluto, chi evita di
incontrarli. Lo stato d’isolamento e d’impotenza frantuma i nervi. Chiamati
in causa senza possibilità di replica da vecchi e prestigiosi leader di un
tempo del partito, con altri autorevoli compagni di partito che, pur in libertà,
si accodano alla farneticante propaganda del partito per chiedere pene di
morte, con i vecchi colleghi del Politburo lontani e inaccessibili, la terra
sembrava davvero crollare sotto i piedi.
Tomski non vedrà la fine del 22 agosto. Nella sua dacia di Bolsevo, dopo
aver letto l’annuncio delle indagini sul suo conto, decide di sfuggire ai
ricatti di Stalin mettendo fine alla propria vita.
Tomski aveva sempre profondamente odiato Stalin e ne era stato
corrisposto. Di tutto il Politburo era l’unico che avesse per lunghi anni fatto
la dura vita dell’operaio. E non a caso il partito gli aveva affidato, a suo
tempo, la guida dei sindacati. Anche Tomski era stato fatto d’acciaio, come
Stalin, dalla durezza della vita e dalla faticosa conquista di una personalità.
Forse proprio perché uomo che si era fatto da sé, privo di ogni
intellettualismo che gli facesse velo, ebbe subito chiaro il disegno perverso e
sottile di Stalin. L’odiosa trappola tesagli da Kamenev in tribunale era
appena l’inizio di un gioco che alla fine lo avrebbe visto perdente. Meglio
farla finita subito con un colpo di pistola.
Il 22 agosto fu impiegato da Viscinski per la prima delle sue arringhe che
lo avrebbero reso famoso in Russia e nel mondo: «... Tre anni fa il
compagno Stalin predisse la possibilità di una reviviscenza dei gruppi
controrivoluzionari trozchisti... Il processo attuale lo ha provato... Chiedo
che questi cani impazziti siano fucilati, tutti!».
Cominciano nel pomeriggio del 22, proseguendo nelle due sedute del 23,
le dichiarazioni finali degli accusati. Non c’era più in loro la forza della
211
disperazione, l’istinto della sopravvivenza che li aveva portati ad accettare
tutte le colpe, a coinvolgere tanti vecchi amici e compagni di lotta. Erano
uomini sfatti e distrutti, ma anche in quell’ora drammatica ancora diversi fra
loro.
Kamenev commuove chi lo ascolta: si rivolge direttamente ai due figli
(quasi a sottolineare in codice il patto che prevedeva la loro salvezza): «Non
importa quale sarà la mia condanna: io la considero giusta in anticipo. Non
guardatevi indietro: andate avanti. Insieme con tutto il popolo sovietico,
seguite Stalin».
Zinoviev, ormai privo di ritegno, aggrava la sua posizione: «Il mio
imperfetto bolscevismo si trasformò in antibolscevismo, e attraverso il
trozchismo io arrivai al fascismo. Il trozchismo è una varietà di fascismo, e
lo zinovievismo è una varietà del trozchismo». L’unico momento di dignità
è quando lascia intendere che non accetta di sedere sul banco degli imputati
accanto a provocatori come Olberg.
La corte si ritira e per dar parvenza di un dibattito fra i giurati tarda
parecchie ore a rientrare. Le sentenze erano già stante pronunciate prima del
processo. Tutti gli imputati di rilievo verranno condannati a morte.
Le ultime ore di Zinoviev e Kamenev devono essere state allucinanti.
Dalle celle della Lubjanka, dove si trovavano, vengono prelevati per essere
condotti al luogo di esecuzione. Stalin li aveva ingannati, mancando alla
parola data. Zinoviev - secondo alcune testimonianze - tentò disperatamente
di ribellarsi all’infame destino: si divincola, urla il nome di Stalin. Deve
essere abbattuto ancor prima dell’esecuzione ufficiale. Kamenev si
comporta con maggior coraggio.
Stalin era dunque riuscito a far tacere per sempre i due suoi oppositori più
tenaci, dopo Trozki. La vendetta era consumata. Il processo, malgrado il
ribelle comportamento di Smirnov e qualche altra smagliatura, aveva
raggiunto gli effetti sperati. Gli imputati erano stati al gioco. L’accusa aveva
saputo fondere, con sapiente e dosata mistura, colossali menzogne con brani
di verità sulle azioni di quel «centro» di opposizione, tanto simile nel modo
di pensare a quello di migliaia di vecchi bolscevichi antistaliniani. Perciò
assolutamente credibili apparivano i ricordi come quelli dell’imputato
Reingold su un incontro clandestino del 1932: «... in casa di Kamenev, alla
presenza di numerosi membri del «centro», Zinoviev sostenne l’idea di far
ricorso al terrorismo nel modo seguente: benché il terrorismo sia
incompatibile con il marxismo, nel momento attuale queste considerazioni
debbono essere messe da parte...».
Tutti sapevano - nel partito - che i vecchi oppositori di Stalin avevano
sempre cercato di mantenere in vita un minimo di dissenso, sia pur cauto e a
volte clandestino: le prove in questo senso erano molteplici. Non poteva
212
stupire quindi che quegli uomini amareggiati, sconfitti, privati del potere cui
fortemente ambivano, un tempo amici di Lenin, covassero un sordo rancore
nei confronti di Stalin. E che, al limite, nelle varie ipotesi di lavoro politico
potessero anche pensare a un ricorso alla violenza. Del resto in quella
società politicamente «bloccata» - che loro stessi peraltro così avevano
voluta - non c’era altro spazio. Era la stessa logica di Stalin. Con la
fondamentale differenza che il gensek poteva tradurla in realtà avvalendosi
di tutto l’immenso potere di cui era dotato.
Resta da chiedersi perché vecchi combattenti come Kamenev e Zinoviev,
a differenza di Smirnov, abbiano tenuto un atteggiamento così spregevole in
aula e si siano prestati alla trappola di Stalin, di cui certo potevano intuire le
conseguenze.
Le pressioni nei loro confronti non avevano ancora raggiunto i livelli
della tortura fisica. C’erano state peraltro quelle psicologiche, forse più
crudeli e snervanti: le minacce cioè ai familiari. Ma da sole non potevano
spiegare una pubblica capitolazione come la loro. Dopo un processo del
genere l’antica speranza di sopravvivere politicamente, che li aveva sin lì
animati, non poteva più sussistere. La loro era stata pura lotta per la
sopravvivenza fisica. Ma a parte il diverso atteggiamento di Smirnov o di
Tomski, che si toglie la vita pur di non collaborare alle mostruosità politiche
e giuridiche di Stalin, doveva agire in loro un meccanismo che li faceva
sentire colpevoli nei confronti del partito, il Moloch che li aveva attratti per
tutta la vita ma che spesso avevano «tradito»: nei giorni dell’Ottobre
battendosi contro Lenin e la sua rivoluzione, e poi lottando duramente
contro Trozki a favore di Stalin, e poi contro Stalin nella speranza di
impossibili ritorni a una «democrazia» socialista che loro stessi avevano
contribuito in più occasioni a distruggere.
Stalin «sapeva», con la profonda conoscenza della mentalità bolscevica,
di poter contare su Zinoviev e Kamenev. Del resto lo stesso Trozki non
aveva forse detto: «... se il partito adotta una decisione che l’uno o l’altro di
noi ritiene ingiusta, egli dirà, giusta o ingiusta, è il mio partito... il partito ha
sempre ragione?». E Mikojan non aveva forse buon motivo nel ricordare
che: «Quando è nella maggioranza Zinoviev è per la disciplina di ferro...
Quando si trova nella minoranza è contro di essa?».
I cinquantatreenni Grigori Evseevic Radomylski (Zinoviev) e Lev
Borisovic Rosenfeld (Kamenev) avevano dunque pagato a un terribile
prezzo le loro contraddizioni. Ma la loro morte era per Stalin appena il
primo passo per scardinare quel partito che era emerso dal XVII congresso.
La NKVD stava per diventare il soggetto principale della lotta politica.
Anche se Jagoda e i suoi collaboratori erano ancora frenati da qualche
scrupolo.
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L’annuncio della fucilazione di Zinoviev e Kamenev aveva duramente
scosso il partito; ma l’estate, con le sue vacanze e con Stalin che continuava
a restarsene sulle rive del mar Nero, non aveva consentito al Politburo di
esaminare la situazione col dovuto approfondimento. C’era però una
scadenza immediata che non ammetteva dilazioni:
quella rappresentata dalle indagini su Bucharin, Rykov e gli altri, e che
già aveva tragicamente spinto al suicidio Tomski. E che certamente
Viscinski aveva promosso, dietro l’autorevole suggerimento di Stalin.
Mancano documenti e prove su quel che accadde a Mosca dalla fine di
agosto al 10 settembre, giorno in cui apparve sulla «Pravda» un breve
annuncio nel quale si informava che l’azione legale contro Bucharin e
Rykov - entrambi ancora membri candidati del Comitato centrale del partito
- era caduta per assoluta mancanza di indizi. A una decisione politica così
rilevante non poteva essere estraneo il Politburo o quella parte di esso che
ebbe modo di riunirsi a Mosca, o che comunque manifestò a Stalin, sempre
in vacanza, la sua avversione a ogni misura disciplinare o addirittura
giudiziaria contro i due autorevoli dirigenti della vecchia destra. Se Stalin
aveva sperato col primo grande processo di coinvolgere tutta l’opposizione,
la dura presa di posizione della maggioranza del Politburo dovette non solo
deluderlo ma confermargli che ormai era giunto il momento di giocare tutte
le carte a sua disposizione per spezzarne definitivamente la resistenza.
Spinto ad agire anche dalla sempre maggiore aggressività del fascismo
europeo (in luglio era cominciata in Spagna la guerra civile provocata dal
putsch reazionario di Franco e dei suoi generali) Stalin aveva deciso di dare
il via alla «quarta rivoluzione». Dopo le prime due che avevano spazzato per
sempre zarismo e borghesia e la terza che aveva cancellato il capitalismo
nelle campagne, ora veniva il momento del partito e dello Stato sovietico a
essere per sempre «ripuliti» dalle pesanti incrostazioni che vi si erano
accumulate a partire dal 1917.
Il 25 settembre giunge al Cremlino, da Soci, e indirizzato solo ad alcuni
membri del Politburo - tra cui Molotov e Kaganovic - un drammatico
telegramma firmato da Stalin e da Zdanov, che con lui era in vacanza:
«Riteniamo assolutamente necessario e urgente nominare il compagno Ezov
commissario per gli Interni. Jagoda ha dimostrato chiaramente di non essere
all’altezza del compito di sgominare il blocco trozchista zinovievista. La
NKVD è in ritardo di quattro anni in questa operazione. Il fatto è stato
notato da tutti gli attivisti di partito e da gran parte dei funzionari locali della
NKVD».
Stalin aveva finalmente deciso.

214
XXVI
«NON C’È VITA FUORI DEL PARTITO»

II 27 settembre 1936 due giorni dopo il minaccioso telegramma di Stalin


da Soci, i giornali sovietici riportavano con evidenza la notizia che Ezov era
diventato il nuovo responsabile del commissariato agli Interni e quindi della
NKVD. Il «silurato» Jagoda andava al commissariato per le Poste e
telegrafi, da cui veniva cacciato Rykov, uno dei leader della destra, senza
che se ne precisasse il nuovo incarico. A Jagoda, era toccata, come a Ezov,
una bella foto sui giornali: un segnale in codice, che i lettori cominciavano a
saper leggere, per sottolineare che la carriera dell’ex poliziotto non era del
tutto finita.
Stalin poteva finalmente rientrare dalle vacanze. Anche in quell’occasione
l’aveva spuntata, sapendo giocare d’abilità. Contrastare il rifiuto che la
maggioranza del Politburo gli aveva opposto alla persecuzione di Bucharin,
dopo le «denunce» emerse al processo Zinoviev-Kamenev, avrebbe
comportato uno scontro frontale che egli giudicava ancora pericoloso.
Preferì aggirare l’ostacolo rimuovendo Jagoda e sostituendolo con Ezov.
L’ex capo della NKVD, negli ultimi due anni, aveva raccolto sufficienti
antipatie nel Politburo per la crescente attività di controllo e di «spionaggio»
dei suoi uomini in ogni centro decisionale del partito e dell’amministrazione
dello Stato. In particolare, l’ampliamento delle unità militari autonome della
NKVD - un esercito in miniatura - aveva profondamente irritato i comandi
dell’Armata Rossa, che vedevano sottratti al loro naturale controllo
importanti settori delle forze armate. La proposta staliniana di liquidare
Jagoda - da molti anni nei più delicati uffici della polizia politica e quindi
profondo conoscitore di tutte le attività pubbliche e private dei maggiorenti
del partito - venne quindi sottoscritta senza contrasti dal Politburo. Ezov era
ancora uno sconosciuto ai più. Solo pochi intimi di Stalin sapevano della sua
fredda determinazione e dell’incondizionata obbedienza a qualsiasi ordine
gli venisse impartito. Furono in molti, anzi, a pensare che la scelta dello
sbiadito Ezov confermasse la volontà di Stalin di assumere in prima persona
la conduzione del delicato settore, dopo gli eccessi che avevano portato al
processo e alle fucilazioni di agosto. Nei vari livelli del partito si tendeva a
ritenere responsabili degli errori nella conduzione pubblica più i suoi

215
collaboratori che non il gensek.
Nessuno seppe, quindi, cogliere il senso della manovra staliniana. Con
Ezov alla NKVD, invece, l’assalto al partito avrebbe potuto cominciare
senza più subire alcun intralcio «tecnico». Quanto alle opposizioni politiche
sarebbero bastati pochi mesi di saggio contenimento: poi la grande offensiva
avrebbe rotto gli ultimi argini di resistenza.
Per intanto era in gestazione un secondo grande processo politico, frutto
delle «denunce» del gruppo Zinoviev-Kamenev. Dopo quel processo erano
già finiti in galera Sokolnikov, Serebriakov e Uglanov. Dopo l’avvento di
Ezov il gruppo viene arricchito di altre due eminenti personalità della
vecchia opposizione, anche se da molti anni si erano piegati a Stalin
collaborando con entusiasmo in incarichi di grande responsabilità: Pjatakov
e Radek. Il primo nel Commissariato dell’Industria pesante, il secondo come
autorevole commentatore di politica estera.
Stalin aveva in mente un processo diverso da quello dell’anno precedente.
Voleva alzare il tiro: il messaggio da inviare al paese e al partito sarebbe
stato ancor più ammonitore e terrorizzante. Gli imputati dovevano essere
accusati non solo di progettare omicidi politici ma di essere stati i capi delle
principali attività di sabotaggio industriale ed economico d’accordo con
Germania e Giappone, nemici dichiarati dell’Unione Sovietica.
Anima nera dell’organizzazione, come sempre, il «demoniaco» Trozki.
Questo il canovaccio tracciato da Stalin a Ezov. Il nuovo super-poliziotto si
metteva all’opera con frenetica passione. Si trattava - anche in questo caso -
di dare il massimo di credibilità alle accuse, creando le premesse per un
futuro processo ad altri esponenti dell’opposizione sfuggiti sino a quel
momento alla «giusta» punizione. E segnatamente ai capi della destra,
ancora protetti dalla solidarietà della maggioranza del Politburo.
Ezov e i suoi collaboratori avevano del buon materiale per le mani.
Pjatakov poteva essere incolpato di «crimini» contro il partito sin dal 1918,
quando, all’epoca della pace di Brest Litovsk, la sinistra allora capeggiata da
Bucharin in alleanza con i socialrivoluzionari aveva meditato di rovesciare
Lenin (e magari di arrestarlo) sostituendolo appunto con Pjatakov. Non solo
ma questi era stato un trozchista di primo piano durante il duro scontro col
gruppo staliniano. Solo nel 1928 si era arreso per essere progressivamente
reintegrato nei ranghi dirigenti, sino a occupare, negli ultimi tempi, posti di
alta responsabilità alla guida dell’industrializzazione. Un processo che,
accanto agli indubbi successi, aveva fatto registrare l’impreparazione
tecnica e la tumultuosità realizzativa, catene di incidenti sul lavoro,
esplosioni, incendi, disastri ferroviari, distruzioni di macchinari preziosi,
con la morte e il ferimento di numerosi lavoratori. Per il «soggettivismo»
staliniano non poteva trattarsi che di sabotaggio, di azioni eversive e
216
terroristiche. Attribuirne la paternità a uno dei principali dirigenti del settore
industriale non avrebbe stupito nessuno. Tutti in Russia erano a conoscenza
delle continue sciagure nel mondo della produzione: saperle opera di un
vecchio «nemico» del partito avrebbe spiegato molte cose a un’opinione
pubblica rozza e priva di altri strumenti di conoscenza.
Tanto Pjatakov che Radek, inoltre, per i loro precedenti incarichi, erano
stati spesso all’estero e segnatamente in Germania dove dal 1933
spadroneggiavano i nazisti. Facile poter loro attribuire contatti con dirigenti
politici ed economici di quel paese e presentarli come «prove» dei
vergognosi legami con i peggiori nemici dell’URSS.
Mettere in piedi un simile infamante castello d’accuse e portarlo con
sicurezza di risultati in un pubblico processo esigeva la completa «col-
laborazione» degli imputati. Un compito particolarmente adatto alla crudeltà
mentale di Ezov. Stalin era sicuro di aver affidato nelle giuste mani quel
compito odioso.
L’offensiva contro il partito che si stava preparando andava però coperta
agli occhi dello stesso partito e soprattutto del paese. Stalin ricorre,
applicandole con lucido cinismo, alle norme politiche di Machiavelli.
Il 7 novembre avviene sulla piazza Rossa la tradizionale sfilata. Dalla
balaustra del mausoleo di Lenin spuntano come sempre i mezzi busti dei
notabili del partito. Stalin ostenta sorrisi e buon umore, saluta cordialmente
la folla che sfila portando i suoi ritratti ma anche scritte minacciose contro i
nemici del popolo sovietico. Il gensek s’avvede che Bucharin si è sistemato
con la giovane moglie in una tribuna laterale, dove di solito trovano posto i
dirigenti di secondo rango. Gli manda un funzionario della NKVD.
Bucharcik sobbalza nel vederlo ma si sente dire: «II compagno Stalin
l’avvisa che il suo posto non è qui e la prega di raggiungerlo». È solo uno
dei tanti episodi che servono a tranquilizzare, a far intendere, a chi non sa,
che i rapporti al vertice del partito sono cordiali.
Ma c’erano altre due carte vincenti nelle mani del segretario generale.
Intanto quella spagnola. Sia pure dopo le consuete esitazioni, Stalin aveva
deciso - su pressioni del Politburo - di correre in aiuto dei repubblicani
aggrediti dalla sedizione militare di Franco, subito appoggiata da Mussolini
e da Hitler. Sui campi insanguinati di quella crudele guerra civile si
scontravano direttamente le due grandi ideologie del primo dopoguerra: la
fascista e la bolscevica. La prima schierata a fianco dei golpisti reazionari, la
seconda a sostegno di tutte le forze democratiche spagnole. L’Europa
antifascista avrebbe ben presto compreso che le democrazie occidentali non
sapevano andare al di là della generica solidarietà. Stalin, invece, stava
intervenendo concretamente: dall’URSS partivano fucili, mitragliatrici,
cannoni, aerei, comandanti militari e commissari politici per i fronti
217
repubblicani.
A Mosca potevano anche accadere cose strane. Il regime bolscevico mal
si adattava difatti alle tradizioni democratiche, ma in quel momento di lotte,
di scontro armato in un punto chiave d’Europa, nella contrapposizione tra
fascismo e democrazia, Stalin aveva scelto in modo giusto. Milioni di
uomini liberi non l’avrebbero più dimenticato. E il patto antiKomintern,
firmato il 25 novembre 1936 tra la Germania di Hitler e il Giappone dei
militari imperialisti, avrebbe confermato che i paesi reazionari e fascisti
vedevano nell’Unione Sovietica il loro vero e coerente nemico. Da abbattere
appena possibile.
Ma un altro «tranquillante» e di sicuro effetto Stalin stava per propinare
alla sua opinione pubblica e a quella internazionale: il varo della nuova
Costituzione, cui avevano dato un contributo fondamentale Bucharin, ancora
in libertà, Radek e Sokolnikov già in galera sotto le «cure» di Ezov. Una
Carta che prevedeva il diritto di riunione, la libera manifestazione del
pensiero, scritto e verbale, l’arresto solo nei casi comprovati di colpa,
l’autonomia del potere giudiziario. Tutti i sovietici avrebbero avuto diritto al
voto, scomparse per sempre le esclusioni che colpivano gli esponenti delle
vecchie classi; i candidati nelle assemblee sovietiche sarebbero stati eletti
direttamente e a scrutinio segreto. La divisione in classi era ormai un ricordo
del passato: c’era un solo cittadino sovietico. Era ribadito il diritto per le
singole Repubbliche di separarsi - se lo ritenevano - dall’Unione Sovietica.
Stalin nell’illustrare in un discorso queste conquiste si rallegrò che i poteri
decisionali anziché a un presidente fossero stati deferiti a un organismo
collegiale, il Praesidium del Soviet supremo. Una sola persona con troppo
potere - disse il gensek - è pericolosa, può instaurare una dittatura personale.
Su un solo punto la «Costituzione di Stalin» - come venne subito chiamata -
non transigeva: il pluripartitismo. «La libertà per più partiti - è l’opinione
del segretario generale - può esistere soltanto in una società nella quale
convivano classi antagonistiche, i cui interessi siano reciprocamente ostili e
inconciliabili... Nell’URSS vi è terreno soltanto per un partito.»
Intanto la macchina del terrore di Ezov si andava carburando. Come
prologo c’è a Novosibirsk un pubblico processo presieduto dal solito Ulrich
a un gruppo di dirigenti e tecnici industriali con la consueta pioggia di
accuse: dal sabotaggio di impianti sino al tentato assassinio di Molotov.
Serve ad alimentare la campagna contro i «nemici del popolo» che
colpiscono la patria socialista danneggiandone la produzione.
Tra uno squillo di fanfara per i nuovi traguardi produttivi (il secondo
piano quinquennale procedeva con discreto successo) e l’altro sulle nuove
conquiste socialiste. Comitato centrale e Politburo vengono messi al
corrente anche del caso Pjatakov. Non esistono pubblici verbali che lo
218
comprovino ma di certo l’arresto e l’avvio di un processo nei confronti di
una simile personalità doveva aver creato in Ordzonikidze, suo diretto
superiore al commissariato per l’Industria pesante, profonda
insoddisfazione. Il possente georgiano, amico di gioventù di Stalin e che con
lui aveva condiviso i duri anni della clandestinità e delle lotte rivoluzionarie
subito dopo l’Ottobre, aveva assunto da qualche mese nel Politburo il ruolo
che era stato di Kirov. Malgrado il suo carattere impetuoso ed estroverso e a
volte anche brutale (che gli aveva attirato le feroci critiche dell’ultimo
Lenin) col trascorrere degli anni si era trasformato in un dirigente accorto e
prudente. Stalin se l’era sempre trovato di fronte col suo voto contrario tutte
le volte che aveva cercato di trascinare il vertice del partito su posizioni
estreme. Anche i rapporti personali, un tempo fraterni, si stavano
deteriorando. L’arresto di Pjatakov era uno schiaffo in pieno volto per il
commissario all’Industria pesante: significava che si era circondato di
«nemici del popolo», di vecchi oppositori del partito. E soprattutto le gravi
imputazioni mosse al suo collaboratore - sabotaggi a tutto spiano con agenti
nazisti e giapponesi - sarebbero inevitabilmente ricadute su di lui.
Quale sia stato l’accordo raggiunto fra Stalin e Ordzonikidze dopo le
riunioni di vertice di fine novembre non è conosciuto. Ma è certo che, ai
primi di dicembre, il commissario all’Industria visita Pjatakov in carcere e
che poco dopo questi - che sino a quel momento si era ostinatamente
rifiutato di collaborare con Ezov - comincia a «confessare» le sue colpe. Ed
è significativo che nello stesso giorno - il 4 dicembre - anche Radek accetti
la parte dell’oppositore «pentito» pronto a tradire chiunque gli suggerissero
gli inquisitori. Ordzonikidze doveva aver strappato qualche impegnativa
promessa al gensek, in cambio della collaborazione dei prigionieri.
Stalin, in occasione dell’anniversario della fondazione della polizia
politica (la vecchia Ceka), da un gran banchetto al Cremlino ai capi della
NKVD. Ezov è ormai il favorito, la sua foto appare di continuo sui giornali.
In quell’occasione Stalin si delizia, nell’atmosfera conviviale rallegrata da
robuste bevute, al racconto della morte di Zinoviev, nei corridoi della
Lubjanka. Chi narrava quei macabri particolari era un alto funzionario nella
NKVD, Pauker, il quale imitava alla perfezione le urla disperate di
Zinoviev: «Ti prego compagno, per amor di Dio, chiamate Iosif
Vissarionovic». Il condannato si appellava negli ultimi attimi della sua vita
a chi gli aveva promesso salva la vita in cambio della collaborazione. Le
gran risate di Stalin suggellano il racconto.
In effetti l’odio del segretario generale verso i suoi autorevoli nemici non
era mai stato solo di natura politica. C’è un disprezzo quasi cannibalesco fra
quei protagonisti dell’Ottobre che lascia sgomenti, trattandosi di vecchi
compagni di battaglie rivoluzionarie. Un disprezzo reciproco che tutti
219
coinvolgeva, che non lasciava spazio a un momento di umanità, di
generosità, di amicizia. Quelli erano gli «uomini di Lenin» gli «uomini
nuovi» del socialismo.
Ezov, intanto, stava raggiungendo nelle sue pressioni sugli imputati
successi insperati. La collaborazione che riceveva era così completa e totale
da lasciar intendere che subito dopo il loro processo se ne sarebbe potuto
aprire un altro agli esponenti della destra, contro i quali emergevano dagli
interrogatori sempre nuove «prove» della loro attività antipartito. Il 17
gennaio spariva la firma di Bucharin quale direttore delle «Izvestia».
Il 23 gennaio 1937 nell’ormai famosa Sala delle Colonne alla Casa dei
Sindacati di Mosca si apre il dibattimento giudiziario contro il «Centro
parallelo», emanazione diretta - secondo l’accusa - di quello zinovievo-
kamenevista. Anche il nuovo gruppo di imputati ricadeva sotto l’etichetta
politica del trozchismo. Nei banchi degli imputati le figure di maggior
spicco sono Pjatakov, Radek, Sokolnikov, a suo tempo membro candidato
del Politburo, e Serebriakov, che aveva lavorato nella segreteria del partito.
Stupisce la mancanza di altri noti inquisiti come Uglanov, un tempo capo
del partito moscovita e acceso buchariniano, Smilga, il noto economista
Preobrazenski, Bieloborodov, il giustiziere della famiglia imperiale zarista.
(Solo molti anni dopo si potrà comprendere il motivo di quelle assenze: si
trattava di uomini coraggiosi che non si erano piegati alle pressioni e che si
erano rifiutati di accusarsi di delitti mai commessi e di denunciare compagni
innocenti. Contro questi renitenti avrebbe agito, senza pubblici clamori, il
plotone d’esecuzione nelle carceri politiche o nei lager della NKVD.)
Ezov era così sicuro della sua «opera» da autorizzare che un ampio
resoconto del processo apparisse sui giornali sovietici, nonché la presenza in
aula di numerosi giornalisti stranieri. Pjatakov, difatti, pallido e smunto, non
lo delude. Il suo è un raccapricciante elenco di errori commessi dagli uffici
della pianificazione e dell’Industria pesante che uniti ai sabotaggi avevano
devastato l’attività produttiva sovietica. Ma il clou della confessione è
costituito dal racconto di un incontro con Trozki, a Oslo. Pjatakov, a capo di
una missione commerciale, era stato effettivamente a Berlino nel dicembre
1935. Lì, mediante contatti con agenti controrivoluzionari, aveva
organizzato un suo rapido volo nella capitale norvegese per incontrare il
«Grande Nemico». Nel colloquio Trozki lo aveva messo al corrente dei suoi
piani che prevedevano una tale attività di sabotaggi nell’URSS da consentire
ai nazisti di poterla aggredire impunemente. Il diabolico piano era stato
concordato con Rudolf Hess, uno dei pricipali luogotenenti di Hitler.
La notizia rimbalza l’indomani sui giornali di tutto il mondo. Trozki sfida
Stalin a provare la veridicità di quanto affermato da Pjatakov. Vari
giornalisti, rapidamente, riescono a provare che nessun aereo civile era
220
atterrato ad Oslo nel mese di dicembre, tant’è che lo stesso Viscinski,
pubblico ministero al processo, sarà costretto alla fine a glissare su questo
infortunio. Ma in Russia nessuno saprà che quella di Pjatakov era stata una
menzogna. Anche Radek, che da quando era tornato al servizio di Stalin,
dopo il suo passato trozchista, aveva disceso tutti gli scalini dell’abiezione
politica e morale infangando vecchi compagni di idee, e chiedendo per loro
a più riprese castighi implacabili e infamanti, regge con molta abilità il
«gioco» impostogli da Ezov. Cita a memoria una lettera che diceva aver
ricevuto da Trozki - e che naturalmente aveva distrutto - nella quale l’esule
così si esprimeva: «Si deve riconoscere che il problema del potere diventerà
una questione concreta soltanto dopo la sconfitta bellica dell’URSS... Dato
che la condizione essenziale per l’avvento al potere dei trozchisti, qualora
non vi riuscissero col terrorismo, sarebbe la sconfitta dell’URSS, è
necessario affrettare per quanto possibile lo scontro tra l’Unione Sovietica e
la Germania».
In una Russia dove cresceva la sindrome di Hitler - il timore cioè che il
Führer tenesse fede al suo programma di distruzione del bolscevismo -
affibbiare l’etichetta di nazista a Trozki e agli oppositori interni poteva
colpire la fantasia del popolo sovietico e provocare profonda indignazione.
Anche in questo caso, con sottile abilità, i «costruttori» del processo si
avvalevano di un fatto certo; la violenta, martellante, ininterrotta campagna
contro Stalin che Trozki, a capo della quarta Internazionale, conduceva in
ogni luogo del mondo, con articoli, pubblicazioni, interviste, conferenze.
L’obiettivo prioritario di Trozki era ormai diventato, dopo le prudenze e le
esitazioni dei primi anni d’esilio, l’abbattimento di Stalin, di volta in volta
presentato come il «becchino» della rivoluzione, il «traditore» dell’Ottobre,
il capo della controrivoluzione termidoriana. Poteva dunque sembrare
credibile, a chi superficialmente seguiva quello scontro, che i due grandi
rivali che si contendevano il «primato» bolscevico ricorressero a ogni tipo di
arma.
Ma Radek non si era limitato nella sua deposizione a fingere da pro-
vocatore antitrozchista. Aveva anche tirato in ballo «l’amico» Bucharin -
come l’aveva definito - e Rykov, presentandoli entrambi come capi di
organizzazioni eversive e, soprattutto, aveva lanciato il sasso in uno stagno
finora al riparo dalle furie di Stalin: quello dell’Armata Rossa. Aveva
raccontato di un suo incontro con il generale d’armata Putna, portavoce di
un messaggio del maresciallo Tuchacevski. Il resoconto di quel colloquio fu
confuso, contorto, ambiguo, ma produsse ugualmente profonda emozione.
Al punto che, prima della fine della giornata dibattimentale, lo stesso PM
Viscinski, richiamato alla sbarra Radek lo costrinse, con domande
stringenti, a fargli ritrattare ogni e qualsiasi sospetto su Tuchacevski.
221
Essendo impensabile che Radek di propria iniziativa volesse coinvolgere
anche gli alti comandi, quella mossa gli era stata certamente suggerita dallo
stesso Ezov. In gergo artiglieresco si poteva definire l’inizio del tiro di
preparazione. Il gensek evidentemente stava pensando di estendere il suo
attacco anche al quartier generale delle forze armate.
Ormai il processo volgeva alla fine. Per impressionare i lettori della
stampa sovietica e mondiale vengono esibite prove tecniche su una vasta
gamma di sciagure, incidenti sul lavoro, deragliamenti di treni,
effettivamente numerosi e facilmente documentabili, per rendere più
verosimili le accuse di sabotaggio. Nelle pieghe minori del processo trova
spazio anche un ridicolo tentativo di presentare come attentato un banale
incidente automobilistico occorso a Molotov (il quale, naturalmente, tacque
lasciando corso alla menzogna).
Viscinski poteva avventarsi ancora una volta con la sua brutale eloquenza
contro le vittime che gli sedevano di fronte: «Questo è l’abisso della
degradazione... Le previsioni del compagno Stalin si sono pienamente
avverate. Il trozchismo è veramente divenuto... una banda di semplici spie,
assassini e banditi che si sono messi completamente a disposizione dei
servizi segreti stranieri». Nella sua arringa punta il dito accusatore contro
Pjatakov che i complottatori del 1918 avevano scelto come sostituto di
Lenin. Un sinistro preannuncio per l’ancora libero Bucharin, che
quell’intenzione aveva in parte condiviso. E prevenendo l’ovvia obiezione
di uno spettatore neutrale del processo che assai scarse erano state le prove
addotte sulla pretesa cospirazione, il PM ribatteva sprezzante che in delitti
del genere non esistevano documenti probatori.
Il gran finale era d’obbligo: «Si unisce a me tutto il nostro popolo! Io
accuso questi odiosi criminali che meritano un solo castigo: la morte
mediante fucilazione». Forse in omaggio alla nuova Costituzione «liberale»
gli imputati, questa volta, fruivano di avvocati difensori. I quali
sottoscrissero tutte le accuse limitandosi a chiedere clemenza...
Ai condannati l’ultima parola. Pjatakov: «Sono schiacciato dai miei stessi
delitti». Radek (pseudonimo di Karl Berngardovic Soblesohn) volle alla fine
riscattare il suo canagliesco comportamento in aula con una sottile sfida,
degna della sua elevata intelligenza: «Vi sono le testimonianze di due
persone: io, che ricevetti le direttive e le lettere di Trozki (e che
disgraziatamente ho bruciato) e Pjatakov che parlò con Trozki. Tutte le
testimonianze degli altri imputati riposano sulle nostre. Se avete a che fare
unicamente con criminali e spie, come potete essere sicuri che quanto
abbiamo affermato è la verità, la pura verità?».
Ma erano puri artifizi dialettici. Alle 3,30 del 30 gennaio la corte rientrava
nella Sala delle Colonne: tutti condannati a morte, tranne Sokolnikov e
222
Radek che se la cavavano con dieci anni, in quanto «non direttamente
partecipanti all’organizzazione e all’esecuzione» dei vari crimini. Radek
aveva ricevuto il premio per la sua collaborazione. Ma tutti e due i
sopravvissuti del processo sarebbero morti tragicamente entro la fine degli
anni trenta nei lager staliniani.
Quando fu resa pubblica la sentenza, un grande comizio riempì la piazza
Rossa: arringarono i convenuti il federale di Mosca, Kruscev e Svernik,
nuovo capo dei sindacati, per esprimere tutta la solidarietà al partito e
l’esecrazione ai «nemici del popolo». Un solo grido si alza dalla piazza: a
morte i traditori. Saranno accontentati.
Nessuno, quel giorno, ricorderà l’atto di fede che Pjatakov aveva recitato
nel 1928, appena riammesso nel partito, a un menscevico emigrato,
incontrato a Parigi durante una sua missione commerciale nella capitale
francese. All’incredulo interlocutore aveva detto che i non bolscevichi mai
avrebbero capito cosa significhi essere membro del partito di Lenin. «Non
può esserci vita per lui al di fuori dei ranghi del partito, ed egli sarà pronto a
credere che il nero è bianco e che il bianco è nero, se il partito lo
richiedesse. Allo scopo di diventare tutt’uno con questo grande partito, egli
si fonderà con esso, abbandonerà la propria personalità, in modo che non
rimanga entro di lui neppure una particella che non sia tutt’uno con il
partito, che non appartenga ad esso... Un simile partito è capace di compiere
miracoli e di fare cose che nessun’altra collettività umana potrebbe fare...»
Con «leninisti» di questo genere era facile per Stalin - attraverso
l’aguzzino Ezov - ottenere tutto ciò che voleva.
Nel nome e nel superiore interesse del partito.

223
XXVII
«SCEGLIETEVI I SOSTITUTI...»

La fucilazione di Pjatakov sconvolse Grigori Kostantinovic Ordzonikidze,


che tutti i compagni di partito chiamavano familiarmente Sergo. Stalin non
era stato ai patti. Il commissario all’Industria pesante dovette valutare, e con
lui tutta l’ala moderata del Politburo, il clamoroso errore commesso
nell’estate del 1936 quando avevano consentito al gensek di far processare e
uccidere Zinoviev e Kamenev. Avevano sperato allora - offrendo la testa di
quei due screditati e, anche ai loro occhi, odiosi capi della vecchia
opposizione - di placare la fobia di Stalin verso quelli che chiamava i
«nemici del popolo». Senza comprendere che quella concessione avrebbe
aperto la stagione del terrore, dell’illegalità completa, e che l’averla
sottoscritta, agli inizi, rendeva impossibile ogni loro successiva resistenza.
Ma Ordzonikidze non cede e inizia una pesante polemica con il gensek,
suo vecchio amico e corregionale. Protesta per le vessazioni cui è sottoposto
un suo fratello (glielo fucileranno), protesta per i vuoti che la NKVD gli sta
aprendo nel suo Commissariato con un sempre maggior numero di
funzionari e tecnici arrestati. Stalin, ormai forte e sicuro, gioca come il gatto
col topo. Lo inonda di copie di accuse che la polizia stava estorcendo ai suoi
ex collaboratori e che avevano in Ordzonikidze il principale obiettivo. In un
biglietto d’accompagnamento Stalin scrive: «Caro Sergo, vedete che dicono
di voi?».
Per la fine di febbraio 1937 era stato convocato il plenum del Comitato
centrale. Tutti sentivano che sarebbe stato un altro dei passaggi decisivi
nella vita del partito. Il segretario generale affida provocatoriamente a Sergo
la preparazione di un rapporto sui sabotaggi nell’industria sovietica. Nel
corso delle sue indagini la NKVD fa perquisire addirittura gli uffici del
commissario. Ordzonikidze, nella logorante guerra dei nervi, perde le staffe.
Stalin, che ben ne conosceva il carattere aperto, franco, alieno dai sotterfugi
e dalle calcolate astuzie, sapeva che lo avrebbe frantumato. Difatti il 17
febbraio c’è un burrascoso e definitivo colloquio tra i due. Il giorno dopo,
18, Ordzonikidze si presenta ugualmente nel suo ufficio di commissario e vi
lavora sino alle 14, fissando diversi appuntamenti per i giorni successivi. Poi
rincasa. Dalla sua abitazione tenta invano di mettersi in contatto telefonico

224
con Stalin. Alle 17, 30 si uccide con un colpo di pistola. In casa con lui c’era
la moglie (il che esclude ogni sospetto su un possibile omicidio
commissionato dal gensek). La donna, angosciata, da subito l’annuncio a
Stalin, il quale poco dopo irrompe nell’abitazione di Sergo, accompagnato
da Molotov, Kaganovic, Zdanov, Postyscev ed Ezov. Quei drammatici
momenti sono stati raccontati da uno dei fratelli del suicida, anche lui
avvertito e subito accorso. La moglie di Sergo, Zinaida Gavrilovna, accoglie
Stalin muovendogli pesanti rimproveri, Il gensek replica con durezza: «Stia
zitta, idiota».
Il cadavere di Sergo è riverso sul letto. In quella stanza avviene una
riunione ristretta dei capi del Politburo presenti. Si decide di attribuire la
morte a un evento naturale. Si obbliga l’autorevole collegio di medici del
Cremlino, Chodorovski, Levin e Mets, e lo stesso commissario alla Sanità
dell’URSS, Kaminski, a vergare un bollettino ufficiale nel quale si
attribuisce la causa del decesso a paralisi cardiaca, dovuta al fatto che
Ordzonikidze da tempo soffriva di disturbi arteriosclerotici (il che era vero).
Al XX congresso del PCUS, Kruscev avrebbe dato il crisma dell’ufficialità
a una notizia che ben presto era circolata a Mosca, e cioè che Ordzonikidze
si fosse ucciso, non avendo più retto alla sottile, snervante campagna di
provocazioni di Stalin.
Nelle pubbliche esequie il quadro è quello solito: membri del Politburo
angosciati, il dolore dipinto sui loro volti di fronte alla maschera mortuaria
di Sergo, l’amato, indimenticabile combattente bolscevico, come recitano i
necrologi.
L’ultima grande personalità che poteva in qualche modo opporsi al gensek
era così scomparsa. Nel Politburo poteva esserci ancora qualche timida
«colomba» ma di scarso peso e prestigio. Attorno a Stalin facevano ormai
quadrato con tutto il potere che avevano nelle mani, Molotov, Mikojan e
Kaganovic nei vari organismi dello Stato e del partito, Zdanov nel settore
dell’intellighenzia (oltreché boss incontrastato di Leningrado), Voroscilov
in quello delle forze armate, Ezov nell’NKVD. Non si trattava di uomini
isolati: con loro agivano migliaia di collaboratori, pronti a eseguire senza
discutere gli ordini del Cremlino. Nessuno poteva supporre che quanto
prima la scure della «quarta rivoluzione» (o - come poi alcuni l’avrebbero
definita - della controrivoluzione termidoriana) si sarebbe abbattuta
implacabile anche sulle, teste di quei fedeli servitori del potere.
Il Comitato centrale fissato per il 23 febbraio 1937 si stava avvicinando. I
temi che vi dovevano essere trattati, per la loro importanza, furono discussi
preventivamente da Stalin con i suoi diretti collaboratori. Ci sarebbero state,
oltre a quella generale di Stalin, specifiche relazioni: di Zdanov sugli errori
e le debolezze del partito in Ucraina - Repubblica tradizionalmente ostile
225
alla strategia repressiva del gensek sin dai drammatici anni della
dekulakizzazione - e di Ezov sull’insufficienza della lotta contro le
penetrazioni dei «nemici del popolo» negli apparati di partito e dello Stato
sovietico. Fu in quelle riunioni preparatorie che venne anche deciso il
destino di Bucharin, contro il quale da varie settimane era in atto una
sfibrante campagna demolitoria. Anche a lui, come già a Ordzonikidze,
venivano mandate le copie dei verbali sottoscritti da molti arrestati i quali,
negli interrogatori alla NKVD, lo accusavano di essere a capo di
un’organizzazione eversiva e terroristica. Denunce che i funzionari della
polizia politica potevano ormai estorcere con l’uso della tortura fisica,
apertamente autorizzata da Stalin.
Dall’esame dell’intervento di Stalin allo «storico» Comitato centrale, che
apertosi il 25 febbraio si sarebbe concluso il 5 marzo, emerge chiaramente
come il segretario generale avesse ormai messo a punto la sua strategia.
Il vertice della società sovietica doveva essere passato al setaccio. Sotto
inchiesta tutti i dirigenti, decine e decine di migliaia, che si erano collocati
alla testa del partito a Mosca e nelle sterminate periferie, delle
amministrazioni statali, ministeriali, del vasto settore della pianificazione
economica e dei ramificati centri produttivi, del mondo della cultura, in
continua crescita, con le università, i centri di ricerca, i laboratori, i giornali,
le riviste, il teatro, il cinema. E infine tutti coloro nelle cui mani si trovava
la gestione di quell’imponente corpo che erano ormai l’Armata e la Flotta
rosse.
L’operazione concepita da Stalin partiva da un presupposto: al di fuori di
alcune eminenti personalità da lui direttamente combattute e vinte (anche
con la fucilazione) nel partito e nello Stato sovietico continuavano ad agire
indisturbati vecchi menscevichi, trozchisti, zinovievisti, buchariniani. Di
loro non ci si poteva fidare: in qualunque momento di debolezza o di
pericolo della patria socialista, padroni com’erano di gangli vitali del paese,
avrebbero potuto sabotare, inceppare, tradire gli ordini del Cremlino.
Occorreva sbarazzarsi di loro senza pietà, farla finita con la bonomia, la
mancanza di vigilanza rivoluzionaria.
Ma c’erano nel disegno «politico» di Stalin altri due moventi altrettanto
importanti. Il sordo agitarsi delle anni nella Germania nazista e nel
Giappone - con lo scopo dichiarato di infliggere una lezione mortale alla
Russia socialista - esigeva che alla testa delle forze armate fossero posti
uomini privi di autonome facoltà decisionali in ordine alla strategia da
adottare in caso di conflitto, e pronti a piegarsi - senza discutere - a tutte le
esigenze politiche che consigliassero al gensek le più opportune alleanze

226
internazionali. Il campo doveva essere lasciato sgombro: i militari dovevano
limitarsi a essere lo strumento «tecnico» del partito. Questa decisione
confliggeva, come ovvio, con le forti personalità politiche e militari dei capi
dell’Armata Rossa.
L’altro movente che doveva giustificare la repressione, soprattutto nel
partito, era determinato dalla consapevolezza per Stalin che il potere
periferico fosse ormai da troppo tempo nelle mani delle stesse persone.
Tranne alcune frange di trozchisti e buchariniani, colpite durante i grandi
scontri frontali nel 1927-1929, i dirigenti degli obkom e dei raikom, con
tutta una vasta ramificazione di clientele e amicizie personali, sedevano
senza alcun disturbo, ormai inamovibili, in tutte le poltrone di comando. E
se è vero che molti di loro si erano ben comportati nelle repressioni contro i
contadini e nei giganteschi sforzi connessi al «grande balzo», la tendenza
generale che li stava caratterizzando era un diffuso «imborghesimento»,
accompagnato dal senso di invulnerabilità, che derivava dall’immenso
potere concentrato nelle loro mani, e che li rendeva del tutto insensibili agli
ordini. Dai telefoni del Cremlino si poteva strepitare, impartire direttive,
così come dagli uffici del segretariato del partito partivano a centinaia le
circolari che imponevano vigilanza contro i nemici e lotta aperta al
carrierismo, ma i risultati erano scarsi se non nulli.
Stalin che nelle sue azioni cercava sempre e comunque un consenso,
sapeva che avrebbe avuto con sé la base del partito e tutto il paese non
politicizzato (cioè l’enorme maggioranza) nella battaglia contro i boss, i
burocrati e i loro manutengoli Ovunque si fossero annidati. Si trattava di
coinvolgere il paese in un esercizio che avrebbe volentieri assolto,
vendicandosi così dei soprusi e delle ingiustizie ricevuti da quella casta
dirigente: la pubblica denuncia delle loro malefatte. In chiave, ovviamente,
politica. Sarebbe bastato a qualsiasi militante, ma anche a un semplice
cittadino, definire il proprio dirigente di partito, di fabbrica, di ministero, di
università come intimo amico o simpatizzante di un trozchista, di un
buchariniano (e chi non lo era stato negli anni passati?) per far scattare
l’arresto da parte della compiacente NKVD e, soprattutto, per veder liberata
una poltrona ambita, con tutti i vantaggi concreti e di status che avrebbe
comportato per il successore.
C’era il rischio che in quella campagna molti fossero gli errori e numerose
le vittime innocenti. Ma quando si taglia un albero - coro® sempre ripeteva
Kaganovic - saltano anche i trucioli.
Il piano di Stalin non aveva dunque nulla di «diabolico». Era un
momento di lotta politica in un paese dove sin dall’Ottobre la logica del
«bene» rivoluzionario aveva sempre sopraffatto, nei momenti decisivi, la

227
legalità e la tutela dei diritti individuali. In un paese dove la dittatura del
proletariato - presto tradottasi nella dittatura del partito - consentiva
qualsiasi arbitrio se reso necessario dai fini della causa rivoluzionaria.
Stalin non intendeva comunque colpire solo per rafforzare il suo potere
personale ma anche per «liberare» l’URSS dai pesi morti, dai profittatori,
dai burocrati, dagli oppressori del popolo.
Il complesso disegno staliniano - finalmente maturato dopo anni di
esitazioni e riflessioni - doveva avere come prologo la distruzione
«politica» di Bucharin, l’ultimo ostacolo da superare nel Politburo,
obiettivo facilmente raggiungibile dopo la tragica scomparsa di
Ordzonikidze.
Il piccolo Bucharcik stava vivendo ore angosciose in quelle prime
settimane del 1937. Alcuni giorni prima che si aprisse il Comitato centrale
aveva iniziato lo sciopero della fame, una forma di protesta quasi patetica in
quel clima, a conferma di come fosse difficile anche per un bolscevico
rendersi conto della spaventosa macchina in cui era inserito e che lui stesso
aveva creato.
Stalin, difatti, ritiene l’azione di Bucharin come un gesto antipartito e lo
introduce come uno dei punti all’ordine del giorno dei lavori.
Il Comitato centrale finalmente si apre il 25 febbraio. Bucharin e Rykov,
anche lui bersaglio di persecuzioni e accuse, debbono presentarsi. Al primo,
smunto e smagrito, Stalin rimprovera aspramente, in un abboccamento
privato, lo sciopero della fame. Bucharin si difende dicendo che altro non
gli restava di fronte alla minaccia di espulsione dal partito che ormai su di
lui incombeva. Stalin ricorre alla menzogna e lo tranquillizza. Nei suoi
scrupoli «legali», il gensek voleva che l’incriminazione di Bucharin
avvenisse in presenza dell’interessato e che questi potesse formalmente
difendersi. Erano i piccoli «privilegi» concessi a chi ancora faceva parte del
Comitato centrale.
Il dibattito sui due leader della vecchia destra ha inizio. Su di loro pio-
vono torrenti di accuse, in particolare da Molotov. I verbali di quella ses-
sione non sono noti per intero ma molte fonti ritengono che Bucharin abbia
trovato in Postyscev, Rudzutak, Cubar, Eiche, tutti membri del Politburo, e
in Kaminski, commissario alla Sanità, i suoi ultimi difensori. Stalin, come
sempre nel momento più alto della lotta, è calmo, freddo, spietato. Siede in
un angolo del tavolo della presidenza fumando ininterrottamente la pipa.
Interrompe brutalmente Postyscev, gli fa perdere il filo, lascia intendere a
tutti che il destino di Bucharin è segnato.
Ma Bucharcik, con il coraggio della disperazione, si difende con-
trattaccando, anche a nome di Rykov. Nega di aver mai fatto parte di alcuna
cospirazione contro il potere sovietico, che se mai ve n’era una in corso nel
228
paese era quella condotta dai provocatori della NKVD. Di fronte a un
Comitato centrale intimidito e che, come sempre, sperava che i fumimi
cadendo su un albero salvassero la foresta, non può certo sperare di spostare
a suo favore i rapporti di forza. Ma la sua è una testimonianza: egli - come
dice - non intende seguire il vergognoso cammino di Zinoviev e Kamenev
che si erano accusati e avevano a loro volta accusato.
Nell’empito dell’autodifesa Bucharin scoppia a piangere, meritandosi gli
ironici rimbrotti di Stalin. Anche Molotov lo interrompe: «Se non confessate
i vostri crimini, questo ci proverà che siete un fascista prezzolato. La loro
stampa sta dicendo che i nostri processi sono una provocazione. Ma noi vi
arresteremo e voi confesserete!».
A quel punto non restava che il verdetto. Stalin nomina una commissione
d’inchiesta, composta da trenta membri del Comitato centrale, presieduta da
Mikojan e fra i cui componenti c’è anche la vedova di Lenin, Nadezda
Kostantinovna, che, dignitosa come sempre, era stata l’unica ad abbracciare
Bucharin, come ai vecchi tempi.
L’imputato raggiunge stravolto casa sua. Era in pessime condizioni
fisiche e morali, debilitato anche dai lunghi giorni di digiuno. Ad attenderlo
c’è Anna Michailovna Larina, la giovanissima e bella ragazza da poco
sposata, e da cui aveva appena avuto un figlio, Juri. «Sono in trappola» dice
il reduce da quelle allucinanti riunioni. Il tempo della speranza, del
sopravvivere politico che lo avevano sin lì guidato, era finito. Per sempre.
Scrive di getto una lettera e tra crisi di pianto e momenti di lucidità obbliga
la giovane sposa a mandarla a memoria, perché gli sgherri della NKVD, che
sicuramente sarebbero piombati come falchi nella sua abitazione, dopo
l’arresto, non potessero sequestrarla o distruggerla. Ore strazianti in
quell’appartamento. Faticosamente Anna riesce a impadronirsi del lungo
messaggio, e a trattenerlo nel sicuro rifugio del suo cervello. Quando la
«lezione» è appresa, Bucharin appare sollevato. Le dirà: «Abbi fiducia, la
situazione cambierà, deve assolutamente cambiare. Tu sei giovane e vivrai
abbastanza per vederlo. Sai, nella storia accadono cose terribili, ma la verità
trionfa sempre».
Il messaggio di Bucharin - che la donna tramanderà sino ai nostri giorni -
pur scritto in condizioni eccezionali costituisce un impressionante
documento-verità sulle contraddizioni del pensiero buchariniano. Non v’è in
esso alcun accenno critico alla dittatura del partito, voluta e imposta da
Lenin, e che era la causa prima della degenerazione politica in Russia. Non
v’è alcun accenno critico alla barbara procedura dei precedenti processi,
contro i quali né lui né altri avevano saputo opporre alcuna barriera. Né la
sua decisa opposizione a Stalin viene rivisitata «criticamente» e nemmeno
viene esaltata con la consapevolezza di chi avendo visto giusto sa di essere
229
sconfitto solo dalla forza bruta. Finge di ignorare che nella prima metà degli
anni trenta fossero esistiti movimenti antistaliniani legati ai nomi di Rjutin e
Uglanov, quando erano noti, invece, a tutti i dirigenti del partito e che
probabilmente lui stesso aveva incoraggiato. Non pronuncia giudizi di sorta
su Stalin e sullo stalinismo. Eppure, agli inizi del 1936, in una missione
culturale in Europa, l’ultimo suo viaggio, Bucharin aveva ripetutamente
confidato a molte persone il suo disprezzo e la sua ostilità per il gensek,
giungendo a dire a un vecchio amico menscevico, Fedor Dan: «Fedor, ti
assicuro che è un uomo meschino e malvagio, anzi non è un uomo, è un
demonio».
Il messaggio che Bucharin consegna alla moglie, come quello che il
naufrago disperato affida alle onde del mare, è dunque più un documento
umano che una chiave di lettura politica - sia pur dolorosa - della sua
battaglia antistaliniana che cominciata nel 1928, in modo aperto e frontale,
si sarebbe poi nascosta, a partire dal 1930, nelle sottili e quasi evanescenti
pieghe che il regime concedeva ai non allineati.

La critica, nel messaggio di Bucharin, va soltanto alle degenerazioni


poliziesche dell’ultimo Stalin. Non ci sono più - come le definisce - «le
straordinarie tradizioni della Ceka, quando l’ideale della rivoluzione
giudicava ogni sua azione, giustificava la crudeltà verso il nemico, custodiva
lo Stato dal pericolo di qualunque controrivoluzione». Ormai gli uomini
della polizia politica - ecco il vero grido di dolore di Bucharin - «possono
ridurre in polvere qualunque membro del Comitato centrale, qualunque
membro del partito... possono trasformarlo in un traditore, un terrorista, un
sabotatore, una spia». Nel suo ultimo documento politico redatto in libertà,
Bucharin nega di aver mai voluto distruggere «le conquiste dell’Ottobre,
restaurare il capitalismo». E se ha «fatto degli errori nei metodi usati per
l’edificazione del socialismo, i posteri non mi giudichino più severamente di
quanto non abbia fatto Vladimir Ilic (* Lenin). Noi eravamo i primi a dirigerei
verso il comune obiettivo, e la strada non era ancora battuta». Bucharin qui
si riferiva, glissando, alle follie del suo sinistrismo, subito dopo l’Ottobre,
che aveva causato al paese l’abominevole periodo passato alla storia come
«comunismo di guerra», da cui il partito aveva tratto tanta parte della sua
attitudine alla violenza, all’illegalità, al disprezzo della vita umana.
L’appello finale del messaggio era ancora intriso della sua cieca fiducia
nel movimento politico di cui era stato protagonista: «Mi rivolgo a tutti i
membri del partito. In questi giorni, che forse sono gli ultimi della mia vita,
230
io sono certo che il filtro della Storia laverà prima o poi, inevitabilmente, il
fango dalla mia testa. Io non sono mai stato un traditore... Sappiate,
compagni, che su quella bandiera che voi porterete attraverso la marcia
vittoriosa verso il comunismo, c’è anche una goccia del mio sangue». Lo
straziante messaggio non sarebbe mai arrivato al partito, né allora, né per
molti anni ancora.
La commissione d’inchiesta su Bucharin nominata da Stalin, intanto,
dopo uno sbrigativo dibattito avrebbe distribuito ai suoi membri una scheda
con tre proposte: arresto, processo, fucilazione. La stragrande maggioranza
della commissione si sarebbe pronunciata per tutte e tre le opzioni. Solo
Stalin - nelle sue vesti di super partes - preferì la formula: «Lasciamo che se
ne occupi la NKVD», secondo la sua costante tendenza ad apparire, agli
occhi del partito, come uno scrupoloso sostenitore della legalità. Mikojan,
con la sottile astuzia che in avvenire lo avrebbe sottratto a tutte le insidie,
approfitta di essere presidente della commissione per non votare, e quindi
per non compromettersi.
La sorte di Bucharin e di Rykov era dunque segnata. Dopo la votazione
scattano gli arresti per i due ex leader della destra. La Lubjanka diventa la
loro nuova sede.
Il Comitato centrale, superato quell’ostacolo, come meglio Stalin non
poteva attendersi, può finalmente essere investito dalla vera questione che
preme al gensek: la lotta ad oltranza contro i deviazionisti e i nemici del
popolo nel partito.
Il 3 marzo Stalin pronuncia il suo atteso discorso. L’uditorio è il Comitato
centrale uscito dal XVII congresso, quello che copiosamente aveva
depennato il suo nome, quello degli applausi interminabili a Kirov, quello
che gli aveva imposto la «riabilitazione» di tanti suoi nemici. Era venuto,
per Stalin, l’atteso momento della vendetta umana e politica.
Stalin strapazza subito quei dirigenti ricordando loro che già il 18 gennaio
1935, subito dopo il delitto Kirov, in una circolare si era scritto: «Bisogna
finirla con la bonomia opportunistica derivante dall’errata supposizione che,
nella misura in cui aumentano le nostre forze, il nemico diventi sempre più
mansueto e innocuo. Una tale supposizione, è radicalmente sbagliata...
Bisogna ricordare che quanto più la situazione dei nemici diventerà
disperata, tanto più volentieri essi ricorreranno ai mezzi estremi come agli
unici mezzi possibili nella loro lotta contro il potere sovietico». Una
raccomandazione però che il partito non aveva compreso. Così come -
secondo il giudizio di Stalin - non aveva tratto le dovute conseguenze dal
primo processo, quello alla «banda» Zinoviev-Kamenev.
Come erano possibili questi errori? Evidentemente nel partito si
dimenticavano troppi fattori. Primo fra tutti che l’URSS era l’unico paese
231
socialista del mondo, accerchiato dal mondo capitalistico. E qui abilmente il
gensek ricorda come nella Francia rivoluzionaria e napoleonica fossero ben
presenti gli agenti provocatori, i mestatori e i sabotatori inviati dalle
monarchie minacciate. Perché la stessa cosa non dovrebbe accadere anche
nella Russia rivoluzionaria? «Non è chiaro - ecco l’aspro rimprovero di
Stalin - che finché esiste l’accerchiamento capitalistico, esisteranno da noi
dei sabotatori, delle spie, degli agenti di diversione e degli assassini inviati
nelle nostre retrovie dagli agenti degli Stati stranieri?»
Ma il partito era caduto in un’altra grave dimenticanza. Eppure Stalin più
volte gliel’aveva rimproverata: che col trascorrere del tempo il trozchismo
«da corrente politica della classe operaia, sia pure una corrente
antileninista», si sarebbe trasformato in «una banda cinica e senza principi».
L’oratore si rifa a tutte le «risultanze» dei due grandi processi che si erano
sin lì tenuti per dimostrare come i vecchi oppositori, nell’odio contro la
patria socialista, si fossero addirittura venduti ai servizi segreti stranieri,
giapponesi e tedeschi, non rinunciando al sabotaggio e al tradimento in caso
di guerra.
La lotta ai nemici del partito - e Stalin giunge al problema che più gli
stava a cuore - si fa dunque, col procedere verso il socialismo, sempre più
difficile. Un tempo i sabotatori appartenevano alle vecchie classi borghesi,
oggi invece si nascondono «col possesso della tessera del partito». Ecco
perché occorreva essere vigilanti, spietati nello smascherare chi si
camuffava da buon patriota e da buon comunista per agire indisturbato
nell’ombra. Nella lotta «al trozchismo del giorno d’oggi sono necessari non
i vecchi metodi della discussione ma dei metodi nuovi: è necessario
estirpare e distruggere». (Era lo stesso Stalin che, alla fine del 1929, aveva
preannunciato la soppressione anche fisica dei kulaki.) Ma un partito
impegnato in una battaglia così difficile e aspra doveva buttare a mare «la
putrida teoria secondo la quale a ogni passo in avanti che facciamo, la lotta
di classe da noi dovrebbe affievolirsi sempre più... questa non è solo una
teoria putrida ma anche una teoria pericolosa, perché addormenta i nostri
uomini». Il nemico interno è forte - sostiene Stalin - perché può appoggiarsi
alla quarta Internazionale, creata da Trozki, e perché «ha l’appoggio diretto
dei nostri nemici al di là delle frontiere dell’URSS».
L’intemerata sta per aver termine. A quell’assemblea di morituri
(pochissimi di loro sarebbero stati ancora in vita al prossimo congresso del
partito, il XVIII, nel 1939), il gensek preannuncia difatti, sia pure
indirettamente, la loro fine. Dopo aver precisato che nel partito - come in un
esercito - esistevano 3-4mila generali, 30-40mila ufficiali intermedi e 100-
150 mila sottufficiali, Stalin indicava così la sua «cura»: «Prima di tutto è
necessario proporre ai dirigenti del nostro partito, dai segretari delle cellule
232
ai segretari delle organizzazioni del partito di Regione e di Repubblica, di
scegliersi entro un certo periodo due persone, due militanti del partito,
capaci di essere i loro veri sostituti. Si può chiedere: e dove trovarli due
sostituti per ognuno? Non abbiamo uomini simili. Non è vero, compagni.
Uomini capaci, uomini di talento ne abbiamo delle decine di migliaia.
Bisogna solo conoscerli e metterli avanti a suo tempo, affinchè non restino a
lungo nel loro vecchio posto e non comincino a corrompersi. Chi cerca
trova».
Il rapporto staliniano si chiude, come di consueto, con domande retoriche
sulla volontà del partito di combattere «la noncuranza, la bonomia, la
miopia politica». Certo - è la risposta che da Stalin - il partito che «ha
abbattuto il capitalismo», che ha «costruito nelle sue grandi linee il
socialismo», che ha «alzato la grande bandiera del comunismo mondiale» lo
saprà fare e «non in modo semplicistico, ma in modo bolscevico,
radicalmente».
Stalin, pur con le necessarie ambiguità, aveva parlato forte e chiaro. Il suo
discorso poteva essere interpretato in un solo modo: una dichiarazione di
guerra a un partito imbelle, bonario, incapace di scoprire i mille nemici che
lo insidiavano, abbarbicato al potere sino «a corrompersi». Della classe
dirigente che quel Comitato centrale rappresentava, il gensek più non si
fidava. Senza mezzi termini l’aveva invitata a sparire, a scegliersi
rapidamente dei successori. Ai quadri medio-bassi, più giovani, privi di
memoria storica, che non avevano mai conosciuto Lenin, che erano giunti in
massa al partito proprio a partire dal 1924 - l’anno della sua morte - faceva
balenare i mille e mille posti del vasto potere sovietico.
Il 3 aprile 1937 i giornali annunciavano che l’ex capo della NKVD,
Jagoda, era stato arrestato per tradimento. Era il segnale convenuto per
Ezov, il quale da il via a una massiccia, selvaggia epurazione nello strutture
della polizia politica. Anche lì, nelle file di quella che era stata la Ceka di
Dzerzinski, andava estirpato ogni ricordo del passato, ogni accenno di
resistenza «legalistica», ogni forma di rispetto per i «vecchi compagni». La
spada di Ezov non avrebbe risparmiato quanti avevano collaborato a mettere
in piedi i processi-farsa contro Zinoviev, Kamenev, Pjatakov. Anche
Pauker, l’alto funzionario della NKVD che tanto aveva fatto ridere Stalin
nel raccontargli la triste fine di Zinoviev, sarebbe finito con un colpo di
pistola alla nuca in una delle carceri politiche di Mosca.
Con una NKVD tutta sua - composta da freddi, cinici e burocratici
ragionieri della morte e specialisti in torture e illegalità di ogni genere -
Ezov poteva finalmente aprire la stagione della caccia. Sarebbe andato
persino oltre le intenzioni di Stalin.

233
XXVIII
LA TERZA GUERRA CIVILE

Stalin aveva l’abitudine, contratta durante l’attività giornalistica nel 1917,


di far tardi la notte e di arrivare in ufficio alla fine della mattinata. Dopo
quel tempestoso Comitato centrale, in cui aveva strappato l’arresto di
Bucharin e che, col suo discorso incendiario, aveva praticamente
«disciolto», il gensek non muta abitudini. Ma sul suo tavolo di lavoro trova
adesso un nuovo tipo di fascicoli: sono quelli che gli prepara Ezov
contenenti gli elenchi degli arrestati e degli arrestandi. Si trattava della
crema della nomenklatura: i pesci piccoli, quando verrà il loro turno, non
avranno nemmeno il «privilegio» del visto di Stalin. Questi si sofferma sui
casi particolarmente complessi o legati a personaggi di rilievo, in compagnia
di Molotov. Dopodiché le loro due firme sanzionano il destino dei
nominativi contenuti in quegli elenchi. Non tutti i segnalati di Ezov
finiscono però nelle carceri, sotto le torture dei poliziotti della NKVD, con
un colpo alla nuca, davanti ai plotoni d’esecuzione, o tradotti negli
spaventosi lager dell’Oriente. Non è dato sapere quali criteri muovessero
Stalin nel «salvare» questo o quel dirigente di partito, burocrate, scienziato,
tecnico, artista. La stima e la simpatia personali debbono di certo aver
giocato un ruolo essenziale.
Ma la grande purga non era appannaggio dei soli Stalin e Molotov e degli
sgherri di Ezov. L’intero vertice del partito è mobilitato nella nuova guerra
civile (la terza, dopo quella che aveva spazzato la borghesia e i contadini).
Il malaticcio e ferreo Zdanov è al lavoro a Leningrado. L’epurazione che
aveva scatenato subito dopo il delitto Kirov era stata una delicata carezza
rispetto al tremendo cazzotto che il boss stava portando al corpo della
martoriata ex capitale. Gli arresti, le conseguenti fucilazioni, le deportazioni
coinvolgeranno ogni settore della città. Un solo esempio: dei 154 delegati
inviati da Leningrado al XVII congresso (1934) solo due saranno ancora in
vita e rieletti per il XVIII congresso del 1939. Da quei forsennati salassi
emergeranno, superando tutte le prove, futuri dirigenti come Voznesenski e
Alexei Kossygin.
Anche il gioviale e irruente Kruscev, capo del partito a Mosca, porta a
fondo il suo attacco contro i «nemici del popolo» annidati nella capitale. Un

234
lavoro che dovette sembrare a Stalin così coscienzioso da fargli meritare un
incarico speciale: nell’agosto del 1937, per piegare la resistenza dei
comunisti ucraini che non intendevano procedere al massacro dei quadri del
partito e della Repubblica, Kruscev, con Ezov e Molotov, giunge a Kiev,
scortato da robusti contingenti della NKVD. La gigantesca purga, in ondate
successive - dapprima al livello più alto e in cerchi concentrici sino a quelli
medi - spazza via, in pratica, tutto il nucleo dirigente della sfortunata
Repubblica, compresi intellettuali ed esponenti delle tradizioni culturali e
delle autonomie locali, tutti bollati come «nazionalisti borghesi». Al termine
del ciclone non uno dei 17 ministri del governo ucraino sarebbe
sopravvissuto. Dei 102 membri del Comitato centrale del partito locale tre
soli furono gli scampati. Nel gennaio 1938 un fantomatico Comitato
centrale, composto di illustri sconosciuti prelevati dai bassi livelli del
partito, avrebbe eletto come suo primo segretario appunto Kruscev, il grande
epuratore. Fra i milleseicento nuovi segretari dei comitati di partito
distrettuali e cittadini c’era anche Leonid Breznev.
Ma è tutto lo Stato maggiore staliniano a conquistarsi le «medaglie» nella
campagna di repulisti. Nel Caucaso si stava facendo notare per la sua ferocia
Beria, così come Kaganovic a Smolensk e nel Kuban, Malenkov in
Bielorussia, Mikojan in Armenia.
Sopravvivere in quei mesi - e anzi far carriera, occupando i posti delle
vittime - comportava non solo pesanti compromessi con la propria coscienza
ma anche una partecipazione diretta all’opera delittuosa. Tutto il partito in
migliaia di riunioni - e chi mancava diventava subito un «sospetto» - era
coinvolto nel tragico, farsesco balletto «democratico» che contemplava,
appunto, la pubblica denuncia dei dirigenti per i loro trascorsi deviazionisti
o per la mancata vigilanza rivoluzionaria, o per aver promosso a incarichi di
responsabilità compagni già caduti nei precedenti arresti. Le assemblee
prevedevano numerosi interventi di assenso nonché l’avallo delle decisioni
adottate con votazioni per alzata di mano. Assemblee dove il numero dei
colpevoli poteva improvvisamente allargarsi: era sufficiente che un parte-
cipante chiedesse la parola, affibbiasse l’etichetta di trozchista o di
buchariniano a un qualunque compagno perché la procedura giudiziaria e
poliziesca prendesse il via.
Accanto al sacro furore di chi era realmente convinto di partecipare a una
giusta battaglia politica contro i nemici del partito, convivevano, come
sempre in questi casi, le passioni più abiette: vendette private, ambizioni di
potere e di scalate sociali, megalomania, protagonismo.
Nulla di più errato sarebbe comunque ritenere che le grandi purghe del
1937-38 fossero opera di poche migliaia di sadici aguzzini agli ordini
«materiali» di Ezov e «politici» di Stalin. Tutto il corpo del partito e dello
235
Stato sovietico erano direttamente partecipi, sia pur con diversi livelli di
responsabilità. Inspiegabile, difatti, sarebbe la rassegnata passività dei
colpiti e la mancanza di qualsiasi solidarietà organizzata, «politica», nei
confronti delle vittime. Al di là dell’efficiente macchina del terrore
ezoviana, Stalin poteva contare, dirigendo quella battaglia, sul suo carisma -
ormai foltissimo nel paese - ma anche sull’appoggio di quanti vedevano
nelle selvagge epurazioni la possibilità di emergere, di scalzare dirigenti e
funzionari che ai loro occhi erano sembrati sin allora potenti e inamovibili.
Le reazioni di chi assisteva alla strage erano naturalmente le più disparate.
Alcuni pensavano che gli eccessi fossero opera degli uomini del gensek più
che dello stesso Stalin, probabilmente ingannato. (Come Pasternak, il quale
un giorno passeggiando sotto il Cremlino dice a Ehrenburg: «Ah, se Stalin
sapesse...»)
Altri ritenevano che quello in atto non potesse essere che il coronamento
di una lotta in corso da oltre dieci anni, inevitabile tappa finale prima della
grande pace. (Mentalità molto diffusa, per esempio, nei soldati in guerra,
quando accettano con entusiasmo i sacrifici di quella che sperano sia
«l’ultima offensiva».) E molti, quelli che, scandalizzati dalle gravi carenze
della società sovietica, vedevano finalmente colpite le responsabilità di chi
aveva mal diretto. Tutti, comunque, erano sotto la pressione della
martellante campagna dei giornali sovietici e della radio, che stava facendo
il suo trionfale ingresso come strumento di propaganda con le trombe degli
altoparlanti situate Ovunque, nei luoghi di lavoro, nelle piazze delle città, e
che diffondevano in modo ossessivo gli slogan del partito contro i nemici
interni ed esterni della patria socialista.
Ma lontana, come sullo sfondo, c’era, infine, la stragrande maggioranza
dei cittadini sovietici per nulla investiti dal turbine. Le onde della
repressione non giungevano ai loro livelli. Circolava allora la macabra
battuta dell’inquilino che svegliato all’alba dal campanello suonato dagli
agenti della NKVD rispondeva, senza aprire l’uscio: «Il bolscevico abita al
piano di sopra». A quelle decine e decine di milioni di persone
interessavano assai più la quantità di cibo che si poteva trovare nei I negozi -
e in effetti stava crescendo -, le condizioni di lavoro - per la: verità meno
dure che in passato -, la possibilità di praticare sport e di fruire dei primi
turni di vacanze organizzate sul Mar Nero o sui monti del Caucaso, di
ricevere cure ospedaliere più efficienti, di poter iscrivere i propri figli negli
istituti e nelle scuole superiori per vederli avviati alle carriere di medici,
ingegneri, tecnici, ufficiali delle accademie militari.
Il clima kafkiano che circondava gli alti quadri del paese si frantumava
nei mille episodi che vedevano come testimoni diretti solo i più stretti
collaboratori o i vicini di casa dei colpiti. Mancava il quadro d’assieme.
236
Quanti potevano essere quelli a conoscenza della fine di Rudzutak, membro
del Politburo, arrestato mentre cenava in un ristorante, dopo una serata
teatrale? E dell’accusa rivoltagli di essere la «riserva» di Bucharin nel
condurre avanti la lotta contro Stalin? E delle torture cui veniva sottoposto
perché confessasse i suoi «crimini»?
Solo i familiari delle vittime moscovite che si trovavano a far la fila fuori
delle prigioni - le lugubremente celebri Lubjanka, Lefortovo, Taganka,
Butyrka, Suchanovka (a 30 chilometri dalla capitale) - in attesa di notizie,
erano investiti dal dramma. Spesso quell’affannosa ricerca si concludeva
con generiche comunicazioni di procedimenti giudiziari in atto o di
trasferimenti appena avvenuti in lontani e imprecisati luoghi di pena e di
detenzione.
Quel 1937 non avrebbe consentito un attimo di tregua. Gli episodi si
susseguivano in un turbinio di denunce, di annunci sensazionali, di «casi»
sempre più sconvolgenti. Era l’intera struttura del potere che gemeva,
scricchiolava, sotto i colpi dei martellanti bombardamenti ordinati da Stalin
sui vari quartier generali.
Il 5 giugno 1937 sulla «Pravda» appare un bellicoso commento: «La
spada implacabile della dittatura del proletariato non è arrugginita né
inefficiente. Calerà sulla testa di coloro che tentano di frantumare il nostro
magnifico paese per sottometterlo al giogo del fascismo nippo-tedesco». Era
il segnale che qualcosa di grosso stava bollendo in pentola. Dal 1° giugno,
difatti, i membri del Consiglio della Difesa, che raggruppava i più alti
esponenti delle forze armate, erano riuniti al Cremlino, sotto la presidenza di
Stalin. Il gensek aveva letto loro un drammatico rapporto che dava
finalmente conferma alle molte voci e alle parziali notizie che da mesi
avevano reso febbrile e angoscioso il lavoro e l’esistenza dei vertici
dell’Armata Rossa e della flotta sovietica. Era stata scoperta una «abietta»
congiura da parte di alcuni alti ufficiali che si proponevano di rovesciare il
regime sovietico e di favorirne la distruzione con l’appoggio della Germania
nazista. A capo della cospirazione il maresciallo Michail Nikolaevic
Tuchacevski, vice commissario alla Difesa, i generali d’armata Iona
Emmanuilovic Jakir, Ieronim Petrovic Uborevic, rispettivamente
comandanti dei distretti di Kiev e della Bielorussia, cioè delle due più
importanti regioni militari sovietiche, il capo dell’Accademia generale Kork,
e i generali di corpo d’armata Eideman, Puma, Feldman e Primakov.
Nell’elenco mancava Jan Gamarnik, capo dell’amministrazione politica
dell’Armata Rossa, il quale vistosi «scoperto» si era suicidato il 31 maggio.
Il rapporto di Stalin di fronte a quell’uditorio sconvolto non venne mai
reso noto. Ma l’eccezionale durata della sessione, - apertasi il 1° giugno e
conclusasi quattro giorni dopo - fu la conferma che l’alto consesso militare
237
non si era limitato ad ascoltare un rapporto ma aveva voluto dibattere e farsi
convincere sulla veridicità delle gravissime accuse contro alcuni dei loro più
prestigiosi e valenti capi. Quali siano stati i documenti e le prove esibite dal
gensek è altrettanto ignoto. È certo che in virtù di esse - false o vere che
fossero - Stalin riuscì a formare un collegio giudicante, una vera e propria
corte marziale, composto da sette alti ufficiali tra i quali i marescialli
Budenny e Blucher. Se il primo poteva essere definito staliniano di sicura
fede - e quindi pronto a qualsiasi turpitudine - il secondo era fra i più
provetti e stimati capi militari dell’Unione.
Il processo cui vennero sottoposti gli imputati fu rapidissimo e natu-
ralmente circondato dal massimo segreto. Il 12 giugno un secco comunicato
annunciava ai sovietici e al mondo sgomento l’avvenuta fucilazione. Il 15
sulla «Pravda» un rapporto del maresciallo Voroscilov affermava che i
comandanti militari giustiziati avevano ammesso «la propria slealtà, il
proprio ostruzionismo e sabotaggio». Per più giorni sulla stampa viene
tenuta viva una forsennata campagna di denigrazione nei confronti delle
vittime, supportata da migliaia di messaggi e telegrammi che da ogni
fabbrica, colcos e città dell’Unione plaudivano alla condanna dei «traditori»,
manifestavano riconoscenza per l’azione di Stalin e auguravano «lunga vita
al famoso e vigile controspionaggio sovietico, e al suo Commissario di ferro
Ezov».
Perché Stalin aveva deciso di sfidare e disfarsi del vertice delle sue forze
armate? E perché, dopo il processo contro Tuchacevski e gli altri otto
imputati, affida a Ezov l’insensato compito di decapitare senza pietà, mese
dopo mese, l’intero apparato direttivo dell’esercito e della marina? Una
purga che al suo termine avrebbe visto cadere sotto i colpi dei plotoni di
esecuzione 3 dei 5 marescialli dell’Unione, 16 comandanti d’armata su 17,
60 dei 67 generali di corpo d’armata, 133 dei 199 generali di divisione, 221
generali di brigata sui 397, la soppressione pressoché totale dei commissari
politici ai vari livelli, lo sterminio di quasi tutti gli ammiragli della flotta,
per non parlare delle decine di migliaia di ufficiali inferiori,
progressivamente colpiti? Un’epurazione così drastica e selvaggia che
sarebbe proseguita, con ritmi più blandi, sino al momento dell’invasione di
Hitler?
Anche in questo caso di apparente follia e di criminale bestialità staliniane
sono rintracciabili cause e moventi «politici» molto complessi che ne
«spiegano» il particolare accanimento.
Occorre riandare alle radici della formazione della struttura militare
sovietica. L’Armata Rossa, figlia del dissolto esercito zarista, era nata negli
anni della guerra civile quando, uno dopo l’altro, vennero affrontati e battuti
i generali «bianchi» che avevano tentato, con l’aiuto delle potenze
238
occidentali, di soffocare la neonata repubblica dei Soviet. Creatore e
animatore di quell’impareggiabile esercito rivoluzionario era stato Trozki
con la sua tirannica energia.
Nel calore dei combattimenti sui mobili fronti e nelle spedizioni punitive
erano emersi nuovi capi, quasi tutti promossi sul campo da Trozki, abile
selezionatore di talenti militari e organizzativi. Quando egli entra in aperto
conflitto con la troika, formata da Stalin, Zinoviev e Kamenev, uno dei
motivi che lo conducono a un rapido isolamento è il diffuso timore nel
partito che, novello Napoleone, intenda servirsi delle forze armate per
qualche colpo di mano «bonapartista».
Sin dalla metà degli anni venti i dirigenti bolscevichi non trozchisti erano
dunque convinti che i comandanti militari fossero tutti uomini fedeli e legati
al fondatore dell’Armata Rossa. In realtà solo due di loro - Lasevic e Puma -
avrebbero preso parte apertamente alla lotta politica che si sarebbe conclusa,
nel 1927, con la totale e definitiva sconfitta di Trozki. Il loro allontanamento
dagli incarichi di responsabilità sembrò sanare i contrasti.
Ma in quello stesso anno - 1927 - il diffuso timore in URSS di
un’imminente attacco dei paesi capitalistici fece mettere in secondo piano i
motivi di dissenso nell’ambito delle forze armate. Stalin scopre, e con lui i
dirigenti del Politburo, che l’Armata Rossa è debole, impreparata a reggere
un conflitto militare con eserciti moderni e attrezzati. Già nel 1920,
scontrandosi con le truppe polacche ben guidate da Pilsudski, l’Armata
Rossa aveva subito cocenti sconfitte. Il riarmo delle forze armate sovietiche
diventa dunque una priorità nell’azione del gensek, anzi è una delle molle
che lo spingono ad accelerare l’industrializzazione, senza la quale non era
pensabile un esercito dotato di cannoni, aerei e navi moderni.
Ai capi dell’Armata Rossa si apre un campo enorme di attività: occorreva
costruire un nuovo modello di esercito, dotarlo di reparti efficienti e ben
guidati, con un armamento adeguato. Stalin ottiene in cambio dell’enorme
potere che conferisce ai comandanti militari il loro disimpegno dalla lotta
politica. L’Armata Rossa e la Flotta diventano strumenti «tecnici» del potere
sovietico: l’intenso e costante flusso di denaro destinato al riarmo, sottratto
agli elementari bisogni pacifici dei cittadini sovietici, rende corresponsabili
e partecipi i capi militari dell’alto privilegio che è loro concesso.
Nell’Armata, e Voroscilov pur staliniano convinto se ne farà portavoce al
Politburo, ci saranno momenti di tensione solo durante la spietata
repressione nelle campagne. La persecuzione di milioni di contadini, kulaki
o meno che fossero, non poteva non avere ripercussioni negative nei reparti,
formati in stragrande maggioranza - con la lunga ferma prevista dagli
ordinamenti - proprio dai figli del popolo contadino. Era naturale che i capi
di un organismo basato sulla rigida disciplina temessero più di tutto ogni
239
attentato alla integrità psicologica dei soldati o qualsiasi spinta protestataria
che li spingesse alla sedizione.
È dunque probabile che già agli inizi degli anni trenta, Stalin memo-
rizzasse - come suo costume - quei segnali di interferenza del potere militare
nei suoi disegni politici.
L’avvento di Hitler al potere in Germania rappresenta uno choc par-
ticolare per l’esercito. A partire da quel 1933 negli alti comandi si prende
coscienza, assai prima che nei circoli politici, dei pericoli impliciti nei
propositi di rivincita militare nazista.
L’Armata Rossa era coinvolta dalla questione tedesca anche da uno
specifico motivo. Nel trattato di Rapallo sottoscritto con la Germania nel
1922 - che consentì a Lenin di uscire dall’isolamento internazionale - vi
erano dei codicilli segreti in virtù dei quali veniva concesso all’alto
comando militare germanico di avvalersi del territorio sovietico per
mantenere in vita un sia pur ridotto corpo di ufficiali professionali, vietato
dalla pace di Versailles. I legami fra le forze armate dei due paesi divennero,
quindi, per un decennio, dal 1922 sino all’ascesa di Hitler, intensi e
coinvolgenti.
Fra i due quartier generali la collaborazione, lo scambio di esperienze e di
informazioni erano continui e proficui. Come sempre accade per gli
organismi militari, accanto alle attività «ufficiali» ne erano sorte altre,
«riservate», eseguite dagli ufficiali dei rispettivi «servizi», coi compiti
tradizionali d’istituto, quali il trafugamento di piani segreti, la creazione di
una rete spionistica e informativa.
Una delle prime misure di Hitler al potere è di troncare la collaborazione
ufficiale tra i due eserciti. Ma non di certo quella «riservata», che, anzi, con
l’antibolscevismo dichiarato dal nuovo potere nazista, viene potenziata ed
arricchita.
Stalin non ignorava, nella sua qualità di gensek, l’ampiezza di quella
passata collaborazione e i conseguenti pericoli che comportava per la
sicurezza dello Stato sovietico e delle sue forze armate. In un uomo
diffidente e sospettoso come Stalin quei timori dovevano diventare, come
sempre, ossessivi.
I rumori di guerra dal 1935 in poi crescono. Gli Stati fascisti europei,
l’Italia e la Germania, sono ormai dominati da una strategia di movimento,
tesa alla rottura degli equilibri creati da Versailles. Ovunque possono,
agiscono militarmente, approfittando di vicende come quella spagnola per
creare un clima di ininterrotta e crescente tensione.
Nei comandi sovietici, sotto la spinta di Tuchacevski, si comincia a
prospettare concretamente l’ipotesi di una guerra con la Germania da un
lato, e con l’aggressivo Giappone dall’altro. Si trattava di elaborare una
240
strategia, di disporre sul terreno le truppe necessarie, di concepirle in
funzione di un conflitto dalle molte opzioni (guerra di movimento o di
posizione, offensiva o di contenimento) ciascuna delle quali comportava
scelte politiche e militari profondamente diverse fra loro.
Nell’alta ufficialità sovietica si forma un «partito» assai omogeneo di
grande peso che manifesta tre tendenze fondamentali: 1° il nemico
principale dell’URSS era la Germania nazista. Il settore delle frontiere
occidentali aveva dunque la priorità. 2° Per neutralizzare tale minaccia
l’Unione Sovietica doveva «politicamente» appoggiarsi agli Stati cuscinetto
che la separavano dal contatto diretto con la Germania, e cioè con le
Repubbliche baltiche, con la Polonia e la Cecoslovacchia. Ma questo era
solo un aspetto della necessaria azione politica: per frenare Hitler e
costringerlo all’improbo compito di combattere su due fronti, l’URSS
doveva ricercare a tutti i costi l’alleanza delle grandi potenze occidentali,
Francia e Gran Bretagna. Se ciò si fosse realizzato la pur aggressiva
Germania di Hitler si sarebbe trovata stretta in una morsa. 3° In vista di
momenti così difficili e impegnativi le forze armate sovietiche dovevano
poter contare su un fronte interno consapevole dei pericoli e pronto a
respingere, animato da grande spirito patriottico, l’eventuale nemico.
Occorreva dunque un paese pacificato, saldo, tranquillo, unito.
Le forze armate, ben rappresentate al Comitato centrale - dopo il XVII
congresso - da Jakir e Gamarnik (membri effettivi), da Tuchacevski,
Blucher, Egorov, Uborevic (membri candidati) erano in grado di far sentire
a tutti i livelli del partito e dello Stato il loro autorevole e determinante
parere.
Il 15 gennaio 1936 Tuchacevski, parlando al Comitato esecutivo centrale
dei Soviet, poteva, da un lato, riferire con soddisfazione degli enormi
progressi compiuti dall’Armata Rossa, che aveva ormai completato la sua
riorganizzazione, e, dall’altro, mettere in guardia i «politici» dai pericoli
provenienti dalla Wehrmacht hitleriana, indicandone sin da allora - con
senso profetico - le tecniche aggressive di combattimento.
È probabile che, a partire da quella data, Stalin abbia cominciato a
prendere in considerazione la «questione militare». Lo Stato maggiore
sovietico era composto da uomini potenti, carichi di onori e prestigio,
profondamente amati da tutto il paese, che andava fiero dell’esercito, della
marina e della neonata aviazione. In virtù del loro peso, mai scalfito da crisi,
espulsioni, epurazioni, avevano potuto dar vita alla gerarchizzata struttura
tipica di ogni esercito, al riparo da ogni pressione del partito. Quegli alti
ufficiali ricordavano a Stalin i «boss» periferici del partito: uomini
inamovibili e con alle dipendenze migliaia di collaboratori di loro completa
fiducia. Un «potere» autonomo difficilmente controllabile e che, con
241
l’avvicinarsi della crisi internazionale, avrebbe preteso di ingerirsi nelle
scelte di politica estera che Stalin intendeva, invece, riservare alla sua
esclusiva e insindacabile valutazione.
Fino al 1936 Stalin era stato equidistante fra i due partiti formatisi al
vertice delle forze armate: quello «politico», minoritario, rappresentato dai
suoi fedelissimi Voroscilov e Budenny (anche se fra loro animati da
profondi risentimenti che risalivano al 1918 e che li aveva portati un giorno
ad affrontarsi con le pistole in pugno), e quello «tecnico», maggioritario,
costituito da Tuchacevski, Egorov, Blucher, Jakir e Uborevic.
Ma il discorso di Tuchacevski al Soviet aveva fatto comprendere come la
vecchia distinzione non avesse più alcun valore. I capi delle forze armate si
mettevano a far politica in proprio, forti anche del decisivo concorso
militare che stavano fornendo ai repubblicani spagnoli. Un pericolo che
andava evitato. Col passare dei mesi - sempre più convinto che il paese
dovesse adeguarsi, se necessario con la forza, ad un’unica volontà politica -
Stalin abbandonava la sua neutralità, sceglie Voroscilov come unico capo e
portavoce dell’esercito, entrando così in rotta di collisione con Tuchacevski.
I rapporti mai brillanti fra i due marescialli si deteriorano rapidamente,
ingenerando uno stato di conflittualità latente e di scontri frontali.
Trozki, subito dopo la fucilazione di Tuchacevski e dei suoi principali
collaboratori, si era cimentato in un’analisi delle cause che avevano
provocato quella crisi. «Data la sempre crescente minaccia di una guerra -
scriveva Trozki - i più autorevoli capi militari non potevano. non
considerare con inquietudine il fatto che Voroscilov rimanesse alla direzione
delle forze armate. Non vi è motivo di dubitare che le alte sfere militari si
riproponessero di sostituire Voroscilov con Tuchacevski. Il “complotto” dei
generali cercò probabilmente, agli inizi, di ottenere l’appoggio di Stalin...
Tuchacevski e i suoi partigiani sopravvalutavano evidentemente le loro
forze. Avendo la possibilità di scegliere, Stalin preferì Voroscilov, che è
sempre stato sino ad oggi un docile strumento nelle sue mani, e si sbarazzò
di Tuchacevski, nel quale vedeva un possibile rivale. Delusi nelle loro
speranze e contrariati dal “tradimento” di Stalin, i generali avranno
progettato di sottrarre l’esercito alla tutela del Politburo. Da lì ad arrivare a
un vero complotto, la strada è lunga. Ma in un regime totalitario ciò
significa il primo passo in quella direzione.»
Ma c’è un particolare che Trozki sottovalutava nella sua pur corretta
valutazione degli avvenimenti del 1937. La repressione di massa che Stalin
aveva deciso nel famoso Comitato centrale del febbraio-marzo di quell’anno
doveva aver provocato profondo disagio e avversione negli alti comandi.
Quel preannuncio di «guerra civile» che avrebbe sconvolto l’intera struttura
produttiva, politica e sociale del paese, era proprio ciò che essi avevano da
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sempre raccomandato di evitare per le pericolose ripercussioni che potevano
determinare nel delicato organismo delle forze armate.
Stalin, probabilmente esitante sino all’ultimo sulla via da seguire, a partire
dal marzo del 1937 decide di agire con violenza anche contro il corpo
militare del paese. Prima Jagoda, con cautela, poi Ezov, col suo solito rullo
compressore, gli avevano già procurato i primi mattoni necessari per
costruire l’edificio dell’accusa. Cui si aggiunsero quelli diabolicamente
realizzati dalla Gestapo di Heydrich. Attraverso la contraffazione di una
lettera autografa di Tuchacevski - non difficile da realizzare visti gli intensi
scambi epistolari a suo tempo intercorsi fra militari tedeschi e sovietici - e di
altrettanto credibili lettere di risposta di generali della Wehrmacht, gli uffici
specializzati della Gestapo riuscirono a mettere insieme un dossier dal quale
appariva netto il «tradimento» di un Tuchacevski che chiedeva aiuto ai
nazisti, da questi subito concesso.
Lo scopo dei tedeschi era chiaro: approfittare del clima di tensione già
esistente in URSS per indebolire, con quella provocazione, l’Armata Rossa.
Il materiale viene fatto filtrare abilmente sia a Parigi che a Praga. Il
presidente cecoslovacco Benes non appena ne è in possesso provvede a farlo
pervenire a Stalin, a metà del maggio 1937. Può darsi che il «colpo» della
Gestapo sia servito a Stalin - che lo credesse veritiero o meno - per forzare i
tempi della sua azione contro le forze armate. Ma a quell’epoca la macchina
di Ezov era già in movimento da parecchie settimane.
Il 5 luglio 1936 era stato arrestato il generale di divisione Dimitri Smidt,
figlio di un calzolaio ebreo, un soldataccio coraggioso della guerra civile,
convinto trozchista che non si era peritato, durante una pausa del congresso
di fine 1927, di minacciare Stalin, metà per scherzo e metà sul serio, con
una sciabola. Al momento del suo imprigionamento, determinato
dall’accusa di trozchismo e da un progettato attentato a Voroscilov, Smidt
comandava un’unità di carri armati a Kiev. La notizia del suo arresto aveva
provocato viva emozione nei circoli militari ucraini, anche perché lo si
sapeva molto legato a Jakir, comandante del distretto militare.
Quello di Smidt era il primo anello di una catena. Un’utile «pedina» per
futuri sviluppi.
Al processo Zinoviev-Kamenev dell’agosto 1936 un imputato minore,
Dreitzer, aveva denunciato, fra gli altri, nella sua «confessione» anche il
generale Vitovt Putna, pure lui, ai suoi tempi, noto trozchista e che s’era
visto troncare una brillante carriera in virtù di quella militanza politica.
Come accadeva verso la fine degli anni venti i puniti venivano inviati
all’estero. Anche Puma è dapprima addetto militare all’ambasciata sovietica
di Berlino e poi a quella di Londra. Incarichi di quel genere comportavano,
come sempre, attività ufficiali e altre meno lecite, quali contatti con spie,
243
ecc. Putna, per i suoi trascorsi politici e per quelle attività all’estero, poteva
facilmente servire come «agente» di un ipotetico complotto.
A conferma del progressivo attuarsi di un meditato disegno, al successivo
processo Pjatakov, nel gennaio 1937, viene di nuovo fatto il nome di Putna,
come messaggero di Tuchacevski per un contatto con Radek. Questi aveva
accettato il ruolo di delatore, ma evidentemente Ezov - nel suggerirgli il
copione - era andato oltre i limiti consentiti. Tuchacevski, come si ricorderà,
venne subito scagionato in aula dallo stesso Viscinski e definito «persona
assolutamente devota al partito».
Erano tutti segnali premonitori, punture di spillo staliniane per scoprire i
punti deboli del «nemico» e saggiarne il grado di reattività.
Nel frattempo, Smidt, duramente interrogato in carcere, era finalmente
crollato, come s’aspettavano gli inquirenti, firmando un documento nel
quale accusava di cospirazione gli alti comandi dell’esercito. Una copia
pervenne nelle mani del suo superiore diretto, il generale Jakir. Questi
chiede e ottiene di visitare l’accusatore in carcere e in quell’occasione si fa
rilasciare una dichiarazione da cui risultava che quella precedente gli era
stata estorta con la violenza. Jakir, soddisfatto della sua missione, va
personalmente a Mosca da Voroscilov per portargli la prova
dell’inconsistenza del preteso complotto. (L’episodio suona conferma di
come, agli inizi, l’attacco congiunto di Stalin ed Ezov trovasse dura
opposizione negli alti comandi.) Ma i guai per il povero Smidt non erano
cessati: ormai ridotto a uno straccio dalle torture, ritratta la «sconfessione»
rilasciata a Jakir e anzi lo chiama direttamente in causa coinvolgendolo nel
preteso complotto antisovietico.
Si giunge così al famoso Comitato centrale di febbraio-aprile 1937. La
macchina del terrore è pronta. Il 28 aprile esce sulla «Pravda» un articolo
nel quale si esorta l’Armata Rossa a porre in primo piano, tra i suoi
obiettivi, la lotta agli avversari interni oltre a quelli, istituzionali, che stanno
di là delle frontiere.
La parata militare del Primo maggio sulla piazza Rossa vede gli alti
esponenti militari, poco sotto la balaustra del mausoleo, rigidi nel loro
saluto, ma con volti tesi e preoccupati. Stalin è sopra di loro, imperturbabile.
Pochissimi sanno che fra il gensek e l’alto comando è ormai guerra aperta,
che i colloqui tra l’arrogante Voroscilov e Tuchacevski, suo vice
commissario alla Difesa, si fanno sempre più tempestosi.
Ancora pochi giorni e l’assalto di Stalin si sarebbe dispiegato in tutta la
sua crudele potenza. Il maresciallo Tuchacevski stava per partire per
Londra, dove avrebbe dovuto rappresentare il governo sovietico all’in-
coronazione di re Giorgio VI. Il viaggio viene disdetto all’ultimo momento.
Voroscilov convoca il suo collaboratore e gli comunica il nuovo incarico:
244
comandante militare della regione del Volga. Una brutale retrocessione.
Quasi contemporaneamente vengono spostati in una girandola di nuove
mansioni alcuni dei più validi collaboratori di Tuchacevski. Il quale, senza
opporre la minima resistenza, si trasferisce a Kuibyscev, che raggiunge il 26
maggio. Quel giorno tiene un breve discorso ai suoi collaboratori. Il giorno
dopo è già agli arresti domiciliari. Sarà presto trasferito a Mosca, dove lo
raggiungeranno gli altri, arrestati anche loro a tradimento. Uborevic mentre
sale sul treno a Minsk, diretto alla capitale dov’era stato convocato; Jakir
fermato poche stazioni prima di Mosca, sul treno che lo stava portando da
Kiev. Gamarnik preferì mettersi una pallottola in capo.
Jakir, uomo cordiale e allegro, si ribella in carcere alle infami accuse che
gli vengono attribuite. Scrive una lettera a Stalin, rivendicando la sua fedeltà
al partito e a lui personalmente, che Stalin così postillerà: «Furfante e
cortigiano».
Poi il misterioso processo e - secondo la versione ufficiale - le fucilazioni
nei sotterranei della Lubjanka, dirette da un ufficiale della NKVD, Serov,
che sarebbe poi diventato capo del KGB di Kruscev. Ma proprio nell’aprile
del 1988 il settimanale sovietico «Ogoniok», rendendo note parti censurate
delle memorie del maresciallo Zukov, avrebbe affermato che Tuchacevski, e
forse con lui altri condannati di quel processo, era ancora in vita nelle celle
della Lubjanka, quando l’inarrestabile avanzata di Hitler era giunta, nel
novembre 1941, sotto le porte di Mosca. Nella capitale - in quei giorni -
regnava il caos. Quei prigionieri - tutti alti esponenti militari - vengono
passati per le armi, poiché i mezzi per una loro sicura evacuazione non
erano più disponibili. Perché Stalin aveva tenuto segretamente in vita
Tuchacevski? Era nota la sua stima per il maresciallo, ma forse la decisione
rispondeva ad altre misteriose esigenze.
Prima di loro, ultime vittime della grande strage nelle forze armate,
sarebbero continuati a sparire, dapprima torturati e poi fucilati, oppure uccisi
subito dopo l’arresto, uomini di grande valore professionale e umano come
Egorov, vecchio compagno d’armi di Stalin nella campagna polacca e di
bagordi nelle famose cene del Cremlino; come Dybenko, il gigantesco ex
marinaio protagonista dell’Ottobre leningradese, come Antonov-Ovseenko,
il mitico conquistatore del Palazzo d’Inverno, rientrato dal fronte spagnolo
dove aveva combattuto con i repubblicani; per finire con il grande Blucher,
dopo che nella primavera e nell’estate 1938 aveva saputo contenere con
molta abilità le scaramucce delle truppe giapponesi, che sin dal luglio del
1937 erano dilagate in Cina.
Nella Marina la vendetta staliniana avrebbe raggiunto punte forse ancora
più distruggitrici. Al termine della purga le navi della flotta sovietica
sarebbero passate sotto la direzione di un giovane ufficiale di vascello:
245
Nikolaj Kuznezov. Tutti i suoi superiori erano spariti nelle fornaci della
«purificazione» voluta dal gensek.
A conferma del carattere punitivo e dell’assoluta sfiducia di Stalin nelle
forze armate, egli mise alla testa dell’Armata Rossa due mediocrità del
calibro di Mechlis, che svolgeva il lavoro di propagandista quale direttore
della «Pravda», e di Scadenko, suo compagno d’armi durante la guerra
civile.
Le forze armate erano dunque «normalizzate» alla fine del 1938. Lo
spirito d’autonomia, la capacità critica che le avevano caratterizzate erano
un pallido ricordo del passato. Stalin poteva dormire sonni tranquilli:
qualsiasi decisione politica avesse dovuto adottare e qualsiasi opzione
militare gli fosse stata imposta dalle circostanze, avrebbe trovato
nell’esercito sovietico un grigio esecutore tecnico, privo di ogni volontà
creativa.
Fra tutte le vittime di Stalin i capi militari, trucidati dal 1937 al 1941,
sarebbero stati i primi a essere riabilitati dopo la morte del dittatore. Non
erano traditori, non avevano complottato contro il proprio paese, le accuse
loro rivolte erano state infamanti e i processi illegali. Ma nessuno storico e
nemmeno uno dei molti generali che ne presero le difese sotto Kruscev, o
negli anni gorbacioviani, ha mai chiarito i reali motivi di dissenso politico e
militare che opposero il vertice dell’Armata Rossa a Stalin.
Anche in questo caso la «riabilitazione» si è fermata di fronte al comodo
cliché di un tiranno sanguinario, cui addebitare tutte le colpe. Un modo
rovesciato della stessa «verità» staliniana.

246
XXIX
UNA LUCIDA FOLLIA

È stato calcolato, con l’approssimazione delle cifre non ufficiali, che nei
due anni del Grande Terrore - 1937-1938 - circa cinque milioni di cittadini
sovietici siano finiti negli ingranaggi della NKVD di Ezov, e che il 10% di
quella colossale cifra sia stata messa a morte attraverso processi più o meno
rapidi seguiti da fucilazione, o da immediate esecuzioni, che
«privilegiavano» i colpiti evitando loro l’atroce agonia dei prolungati
interrogatori e delle relative torture per strappare le denunce di altri
compagni. Il resto sarebbe finito nei gulag a scontare pene del tutto
arbitrarie, troncate spesso dalla morte dopo infiniti stenti.
Se il disegno politico di Stalin era quello di disarticolare tutti i centri del
potere sovietico per farvi ascendere una nuova generazione di comunisti non
compromessi con le passate lotte politiche, la sua concreta realizzazione fu
demandata a quei particolari organismi creati centralmente dalla NKVD,
con diramazioni periferiche nelle cosiddette troike, che, ovunque, al di fuori
di ogni controllo giudiziario e dello stesso partito, potevano impunemente
colpire, senza dover rendere conto del proprio operato. È probabile, quindi,
che, in quelle condizioni, sia sfuggito agli stessi «pianificatori» del Terrore
il controllo generale dell’operazione e che pertanto numerosi siano stati gli
eccessi e variegate le stesse regole di applicazione.
Per molti degli inquisiti - ad esempio - l’incriminazione comportava il
coinvolgimento dei familiari e della cerchia di amici. Si può forse escludere
che tale norma dipendesse da tassative disposizioni centrali. Ma
l’accanimento della NKVD contro i congiunti e i collaboratori di
Ordzonikidze, che pure ufficialmente era morto in «santità» di partito, così
come contro quelli del maresciallo Tuchacevski non potevano trovare
spiegazioni se non in ordini espressamente emanati da Stalin. Rivisto a così
lunghi anni di distanza, quel quadro di apparente follia mantiene comunque
intatte le sue caratteristiche politiche e umane. L’ampiezza del fenomeno
innanzitutto. Le sue dimensioni furono tali che nessun esponente, piccolo,
medio o elevato del partito, dei centri amministrativi, economici e produttivi
dello Stato, delle forze armate, del Komintern, poté evitare di esserne
direttamente o indirettamente coinvolto. È davvero inconcepibile - come

247
cercarono di far credere in seguito lo stesso Kruscev e tutti i comunisti
sovietici o stranieri che avevano vissuto in Russia quegli anni fatali - che già
allora non si potesse cogliere la vastità e la profondità del Terrore scatenato
da Stalin.
Si prenda il caso di Palmiro Togliatti. Nella primavera del 1937, prima di
partire per il fronte spagnolo come inviato del Komintern, deve assistere alla
distruzione «politica» di Bela Kun, condotta con motivi chiaramente
speciosi da uno degli aguzzini di Stalin nell’Internazionale, Manuilski, tra
l’altro buon amico del dirigente comunista italiano. L’accusa di essere un
nemico di Stalin, e quindi un «nemico del popolo» sovietico e un «traditore»
della causa proletaria, era basata su un documento di Bela Kun (protagonista
dell’insurrezione comunista in Ungheria nel 1919 e poi riparato in Russia
per sfuggire alla controrivoluzione reazionaria) nel quale egli aveva mosso
dei rilievi critici, del tutto marginali, all’operato degli organi dirigenti dello
stesso Komintern.
Secondo Manuilski quelle critiche non potevano che essere dirette contro
Stalin, in quanto maggior esponente della delegazione russa presso
l’Internazionale. Bela Kun, di fronte ai silenziosi Dimitrov, Togliatti,
Gottwald, Pieck, Kuusinen e ad altri maggiorenti dell’Ufficio esecutivo,
tenta una disperata autodifesa. «E una terribile provocazione, questa, una
losca congiura per assassinarmi - disse. - Ma io vi giuro che non ho voluto
offendere il compagno Stalin. Gli spiegherò tutto io stesso.» La riunione
accusatoria termina con la privazione per l’ungherese di tutti gli incarichi
nell’organizzazione e il suo deferimento a una commissione d’inchiesta.
All’uscita della riunione Bela Kun viene arrestato dagli agenti della
NKVD. Del suo nome non si farà più cenno al Komintern, anche se tutti
potevano immaginarne la sorte. (Che fu in effetti tremenda: sottoposto a
lunghe torture nelle carceri di Lefortovo e della Butyrka, e a infamanti
accuse, sarebbe stato fucilato, pare, ai primi del 1939.)
Bela Kun era un caso limite e clamoroso, vista la personalità dell’in-
quisito. E se nessuno poteva certo dimenticare le atrocità che egli aveva
commesso quale «pacificatore» della Crimea, subito dopo la fine della
guerra civile russa, un minimo di solidarietà politica e umana avrebbe
dovuto spingere i compagni del Komintern a intervenire in sua difesa, a
sollecitare un’inchiesta approfondita, a vagliare con scrupolo le accuse. Ma
Togliatti, e con lui gli altri esponenti dell’Internazionale, tacquero in quella
circostanza, così come tacquero poi di fronte alle epurazioni sempre più
devastanti compiute nei vertici e fra i militanti dei partiti comunisti che
avevano trovato rifugio in Russia, dopo essere stati posti fuorilegge nei
rispettivi paesi d’origine. Nessuna opposizione cercò di mettere un freno
alle esecuzioni e alle incarcerazioni di migliaia di comunisti polacchi,
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tedeschi, ungheresi, rumeni, jugoslavi, italiani.
Si pose anche per i dirigenti del Komintern - come per i sovietici investiti
dallo stesso ciclone - il problema della pura sopravvivenza fisica. Parlare,
protestare, esporsi avrebbe comportato l’immediata incarcerazione e
probabilmente la morte. Speravano che la furia omicida avesse breve durata,
che si trattasse di un fenomeno passeggero, tipico di tutte le rivoluzioni -
che ama spesso divorare i suoi figli - di un momento eccezionale di lotta
politica, della resa finale dei conti fra gli staliniani e i loro vecchi oppositori.
In particolare, per i comunisti nei cui paesi dominavano regimi fascisti o
dichiaratamente reazionari non esisteva, in quegli anni di ferro, alternativa
di sorta. Uscire dalle file del partito equivaleva alla «morte politica»,
rinunciare a una lotta che vedeva come nemici preminenti Mussolini e Hitler
più che Stalin, il quale era pur sempre il capo di uno schieramento che si
batteva in Spagna e altrove contro il nazifascismo.
Furono scelte tormentose e difficili. Chi di loro sopravvisse dovette quel
privilegio alle circostanze più disparate. Tito perché ebbe la ventura di
trovarsi, sia pur «clandestino», nel suo paese. Togliatti per la sua lucida e
cinica capacità politica di piegarsi al vento, di evitare i tranelli, di
«manovrare» la piccola barca del partito comunista italiano, con abilità, fra i
marosi della tempesta.
Ma tutti quelli che sopravvissero «sapevano». Tacquero per non morire in
quei due tre anni d’inferno. Ma tacquero anche dopo, giurando sino alla fine
di non aver saputo. Ammettendo solo qualche particolare della loro
complicità. Come fece Togliatti quando non poté più negare di aver apposto
la sua firma al documento di scioglimento del partito comunista polacco nel
1938, che comportò il massacro di quasi tutti i comunisti di quel paese
presenti in Russia.
Ma non tutti tacquero, già allora. La casistica sin qui conosciuta è
sconvolgente per i mille episodi di generosità umana e di dignità politica.
Nell’ultima settimana di giugno del 1937 Stalin convoca il Comitato
centrale del partito. All’ordine del giorno, ufficialmente, la questione degli
ortaggi. In realtà, quella riunione il gensek l’aveva voluta per spezzare le
ultime resistenze «umanitarie» nei vertici di un partito già falcidiato dagli
arresti e dalle esecuzioni. Il commissario alla Sanità, Kaminski, in
quell’occasione, ha il coraggio di insorgere e di denunciare i crimini che si
stavano commettendo nel paese, attaccando l’NKVD per i suoi metodi
illegali. Fu arrestato subito dopo aver pronunciato il suo intervento, e poi
fucilato.
Uno dei grandi boss regionali del partito, Vareikis, appena apprese
dell’arresto e della fucilazione di Tuchacevski cui era profondamente legato
da vincoli d’amicizia, non esita a interpellare telefonicamente Stalin,
249
chiedendogli spiegazioni. Si sente rispondere che «sono affari che non ti
riguardano». Con quella telefonata Vareikis aveva segnato la sua condanna
a morte.
Molti dirigenti di partito, agli inizi del Terrore, collaborano attivamente
con la NKVD. Sono vecchi staliniani, convinti che quell’offensiva contro i
«nemici del partito» fosse un atto politico inevitabile. Ma col procedere
dissennato della purga vogliono vederci chiaro. È il caso del capo del
Kazachstan, N.S. Kuznezov, il quale ordina un’inchiesta sulla NKVD locale
e scopre che in quell’organizzazione agiscono, indisturbati, mascalzoni di
ogni risma. Con la sua autorità fa liberare numerosi comunisti ingiustamente
incarcerati, proibendo tassativamente l’uso della tortura durante gli
interrogatori, benché ufficialmente autorizzata da una disposizione del
Comitato centrale. Dopodiché si reca a Mosca per riferire a Stalin. Il gensek
- come era solito fare in quelle circostanze - ascolta in silenzio le lamentele
e «smista» l’importuno a Malenkov che, all’epoca, dirigendo la
commissione preposta ai «quadri» era il braccio destro di Ezov nelle
epurazioni. Il rubicondo e femmineo «astro in ascesa» del partito contesta la
validità delle affermazioni di Kuznezov e lo invita a mandargli per iscritto
una relazione. Quando rientra nella sua sede di periferia, Kuznezov
apprende di essere stato trasferito. Ancora poche settimane e poi scatterà
l’inevitabile arresto.
In quello stesso 1937 Stalin regola personalmente alcuni conti che aveva
in sospeso nel partito. Nel luglio fa fucilare in Georgia sette alti dirigenti tra
cui Budu Mdivani, suo amico d’infanzia. Ovunque si tengono processi
rapidi e segreti. Sono quelli inflitti agli accusati che non avevano ceduto alla
pressioni della NKVD e che non si erano prestati all’infame gioco di
coinvolgere altri compagni nei pretesi «complotti» antipartito. A fine 1937
sono rapidamente giudicati e fucilati, tra gli altri, otto alti esponenti del
partito, tra cui il noto Enukidze e Karachan, un abilissimo diplomatico
nonché vice commissario agli affari Esteri.
Ma ci sono anche casi paradossali come quello del membro del Politburo,
Postyscev, che si era opposto nella sua Ucraina, dov’era alla testa del
partito, alle follie dell’epurazione. Trasferito per punizione a Kuibyscev, per
farsi perdonare scatena una epurazione che giunge a tali livelli da
provocargli l’arresto e la successiva decadenza da ogni incarico nel partito,
che gli verrà comunicata prima della fucilazione.
Stalin comincia, peraltro, a premiare e a imporre al rispetto e all’am-
mirazione del paese gli «eroi» della forsennata campagna che sta dirigendo.
Il 18 luglio Ezov viene insignito dell’alto riconoscimento dell’Ordine di
Lenin. Premio che toccherà tre giorni dopo a Viscinski, il famoso pubblico
ministero dei grandi processi, il quale, in quelle settimane, si stava
250
distinguendo per la drastica eliminazione dei «sospetti» nei vari strati
dell’ordinamento giudiziario sovietico.
Quella di Viscinski non era un’azione isolata, in ogni settore della vita
pubblica la mannaia degli epuratori cadeva implacabile su migliaia di alti e
qualificati dirigenti. Nessuno veniva risparmiato, come già stava accadendo
con i quadri delle forze armate. I grandi dirigenti della pianificazione
economica e dello sviluppo industriale, quelli che erano stati glorificati per
l’edificazione accelerata di fabbriche, alti forni, centrali elettriche, dighe,
sparivano giorno dopo giorno dai loro uffici. I campanelli dei loro
appartamenti suonavano all’alba, e ai drappelli della NKVD incaricati
dell’arresto si presentavano, sgomenti, uomini potenti e carichi di privilegi
sino al giorno avanti, cui era concesso un rapido abbraccio ai familiari prima
di svanire nel nulla.
Nelle case di Mosca, di Leningrado, delle dieci e dieci grandi città
dell’URSS, dove abitava la crema del paese, regnava la paura. Ci si
confidava a stento e solo con chi era degno di fiducia. Pochi sapevano
spiegarsi la natura di quella selvaggia guerra civile in corso, ma tutti
chinavano il capo. I diari di quelle interminabili giornate, che nessuno
scriveva, venivano impressi nelle singole menti per essere poi aperti un
giorno. Come quell’incontro in casa del noto regista e teorico teatrale
Vsevolod Mejerchold, presente tra gli altri il celebre giornalista Ehrenburg,
durante il quale il generale Belov racconta agli attoniti astanti come s’era
svolto il processo contro il gruppo Tuchacevski.
Il narratore aveva fatto parte del collegio giudicante assieme al
maresciallo Blucher. Non riusciva a scordare come Uborevic, uno dei
processati, e poi subito fucilati, lo fissasse a lungo in silenzio. Al termine
del racconto Belov dirà rassegnato: «E domani sarò messo al loro posto».
Previsione che tragicamente si avverò.
E uno di quegli ascoltatori, proprio Mejerchold - come ha rivelato nel
1988 «Literaturnaya Gazeta» - sarebbe finito, nel febbraio del 1940, sotto le
mani di Lavrenti Beria (succeduto a Ezov nella guida della NKVD) per
subirne, assieme allo scrittore Isaak Babel, le più atroci torture ed essere poi
fucilato dopo un sommario processo. Prima di morire Mejerchold aveva
scritto a Viscinski una lettera nella quale denunciava le torture cui veniva
sottoposto: «Mi stendono per terra con la faccia all’ingiù e mi percuotono
con cordoni di gomma sui calcagni e sulla schiena, quando sono seduto mi
colpiscono agli stinchi facendomi urlare e piangere di dolore. Sono tutto un
livido. Mi hanno anche dato pugni in faccia. Il giudice istruttore mi
intimidisce: se non sottoscrivi, ti continueremo a picchiare. Ti lasceremo
intatte soltanto la testa ed il braccio destro e ridurremo in poltiglia tutto il
resto del tuo corpo».
251
Una lettera che non avrebbe certo scosso l’imperturbabilità del pro-
curatore generale dell’URSS. Né lo poteva perché, in centinaia di carceri
sovietiche, si stavano strappando dalle bocche dei torturati sempre nuovi
nomi di compagni, di amici, da includere negli elenchi dei «nemici del
popolo». Era regola di Viscinski - impostagli dal «seminarista» Stalin - che
la confessione estorta sotto tortura fosse, come ai tempi dell’Inquisizione, la
massima delle prove.
Molti altri esponenti dell’intellighenzia sovietica avrebbero subito
analoga fine. Come il poeta Mandelstam, che, arrestato nel maggio del
1938, finirà pazzo per gli stenti e le violenze subite nei lager, per morire poi,
il 27 dicembre 1938, in un ospedale psichiatrico.
Ma la macchina del terrore non conosceva soste. Nessuna opposizione,
dentro e fuori il partito, la poteva fermare. I «vuoti» creati da Ezov e dai
suoi aguzzini venivano prontamente rimpiazzati. La società sovietica - come
aveva previsto Stalin nel Comitato centrale del febbraio-marzo 1937 - aveva
in serbo, pronti e temprati, decine di migliaia di nuovi quadri. «Chi cerca li
trova» aveva detto allora cinicamente.
Nell’ottobre del 1937 i resti del Comitato centrale debbono prendere atto,
senza più alcuna resistenza, che la ezovcina - come veniva chiamata
l’epurazione in corso - stava marciando a vele spiegate con il totale
appoggio del gensek. In quell’occasione, difatti, Ezov per le benemerenze
acquisite entra a far parte del Politburo come membro candidato.
Il 21 dicembre dello stesso anno si tiene al Bolshoi una imponente
celebrazione per i venti anni della fondazione della polizia politica. Ci sono
tutti sul palco a celebrare i «fasti» di quell’organizzazione: Molotov,
Kaganovic, Kruscev. Mikojan tiene il discorso ufficiale: «Apprendete lo
stile di lavoro dal compagno Ezov - dice - come egli lo ha appreso dal
compagno Stalin». Il «nano sanguinario», così veniva lugubremente
soprannominato Ezov, ringraziava con modestia bolscevica. Stalin a quella
cerimonia, come a molte altre in quel periodo, non era invece presente. Il
gensek preferiva restare nel chiuso del suo Cremlino. Non erano solo motivi
di sicurezza personale che lo consigliavano a non esporsi in pubblico
durante quella tormenta. Era anche un atto di calcolata astuzia politica:
mentre il partito e lo Stato sovietico venivano massacrati, il segretario
generale non doveva personalmente «compromettersi» agli occhi del suo
popolo. La furia sarebbe cessata, prima o poi, e per gli eccessi, come era già
accaduto durante la lotta ai kulaki, qualcuno avrebbe dovuto pagare. E
sarebbe toccato a lui stabilire chi più degli altri si fosse macchiato di
particolari efferatezze.
Le devastazioni prodotte nel corpo della società sovietica, al di là delle
fanfare ufficiali e dei tributi concessi agli uomini della NKVD, stavano però
252
procurando la progressiva paralisi della vita pubblica. Dai ministeri centrali
come dai luoghi del potere periferico giungevano notizie allarmanti sulla
necrotizzazione dell’apparato produttivo e amministrativo. Nessuno si
assumeva più la responsabilità di qualsiasi decisione, tutto veniva rinviato
nel timore che ogni scelta determinasse immediate punizioni. La stessa vita
del partito era vicina all’asfissia.
Nel gennaio del 1938 Stalin - in un Comitato centrale appositamente
convocato - ripete il copione già recitato all’inizio del 1930, quando, con il
suo celebre articolo Vertigine del successo, aveva dato un improvviso colpo
di freno alla dekulakizzazione esasperata. E lo stesso Ezov che, con
stupefacente improntitudine, critica quei funzionari che, in periferia, si erano
lasciati andare a eccessi perseguitando compagni innocenti. Come quel
Kudrjacev, in Ucraina, il quale ogni giorno presentandosi in ufficio chiedeva
ai suoi collaboratori «Chi avete smascherato, oggi?».
Nella risoluzione finale il Comitato centrale invitava «a prendere in esame
il problema degli errori commessi dalle organizzazioni di partito
nell’espulsione di militanti comunisti, dell’atteggiamento formalistico e
burocratico nei confronti di chi faceva appello contro tali espulsioni». E si
criticavano quei compagni, definiti «carrieristi», i quali «pensano che sia
cosa di poco conto espellere dal partito migliaia e decine di migliaia di
membri, in base alla considerazione che il nostro è un grande partito e non
può subirne un gran danno...».
Fu una sessione, quella, che raggiunse livelli di tragica comicità. Di fronte
a un consesso che era ancora in vita per miracolo e che ben conosceva la
triste fine di chi aveva tentato di opporsi, magari ricorrendo al suicidio come
forma estrema di protesta, molti si dovettero autocriticare per gli eccessi
compiuti, dinanzi agli imperturbabili pianificatori della strage: Stalin, Ezov,
Molotov, Kaganovic, Mikojan, Malenkov, Voroscilov e Beria. Fu in quella
sessione che tocca a Kruscev l’onore di ascendere al Politburo come
membro candidato.
In effetti, da quel momento la repressione procede con ritmi sempre
elevati ma meno generalizzati e pazzeschi di quelli del 1937. Stalin» difatti,
non aveva rinunciato all’eliminazione dei suoi ultimi grandi rivali rimasti in
vita. Ezov e Viscinski stavano mettendo a punto l’ultimo dei grandi
processi, quello che si sarebbe aperto di lì a poco nella consueta Sala delle
Colonne della Casa dei Sindacati, e che avrebbe avuto come protagonista
principale Bucharin. Doveva essere, nell’intenzione del gensek che lo aveva
personalmente ideato, un nuovo «esempio» da offrire al paese di come
l’opposizione alla sua linea comportasse automaticamente il ricorso al
crimine, allo spionaggio, alla collusione con le potenze straniere e quindi al
tradimento.
253
Il principale «lavoro» svolto dagli inquirenti nelle celle della Lubjanka era
ancora una volta teso ad ottenere le «confessioni» dai maggiori imputati,
l’accettazione di un loro coinvolgimento diretto nelle azioni delittuose.
Bucharin e con lui Rykov - i due grandi leader della destra - per alcuni mesi
non cedono alle pressioni. Poi, a partire dai primi di giugno del 1937, la
resistenza cessa.
Gli uomini di Ezov e di Viscinski avevano ottenuto la loro capitolazione
senza dover ricorrere alla tortura. Si servirono, come sempre, delle minacce
nei confronti dei familiari, ma soprattutto del ricatto «politico» che già
aveva funzionato con gli altri imputati. Bucharin, in particolare, si era
macchiato di «colpe gravi» agli occhi del partito, in più occasioni.
Dall’opposizione al «grande balzo» al celebre colloquio del 1928 con
Kamenev, quando aveva definito Stalin un Gengis Khan, al viaggio
compiuto tra febbraio e marzo del 1936 in varie capitali europee e nel corso
del quale a più persone aveva manifestato tutto il suo disprezzo e la sua
ripugnanza per Stalin (colloqui che finivano inevitabilmente per essere
risaputi dagli agenti della NKVD); inoltre non si contavano gli episodi della
sua malafede nei confronti del partito, di cui ufficialmente accettava la linea
per poi criticarla e dichiararsi contrario in ogni circostanza. Ammettere di
aver complottato poteva essere un positivo contributo all’educazione del
partito, e a rafforzarne l’unità in un momento in cui gli avvenimenti
internazionali mettevano sempre più in pericolo i destini della patria
socialista.
L’atto d’accusa diventa così oggetto di trattativa fra Bucharin, Ezov e
Voroscilov. Viene scritta una prima stesura che l’accusato si dice disposto a
sottoscrivere. Ma quel testo non piace a Stalin che personalmente procede a
varie e peggiorative modifiche. Bucharin non le accetta e in segno di
protesta cessa di collaborare. Con nuove pressioni e minacce verrà costretto
a riprendere il «dialogo», che si protrarrà sin quasi alla vigilia dell’apertura
del processo. Anche con gli altri imputati si seguono le stesse procedure, per
ciascuno adottando criteri soggettivamente diversi. Sul banco degli accusati,
fra gli altri, dovevano sedere oltre a Rykov, anche Jagoda, ex capo della
NKVD (cui si attribuivano una sfilza incredibile di misfatti: dall’assassinio
di Kirov, a quelli del tutto inventati dello scrittore Gorki, del membro del
Politburo Kuibyscev e dell’antico capo della GPU, Menzinski) oltre ai noti
oppositori trozchisti di un tempo, Krestinski e Rakowski.
Non c’era alcuna logica in quelle accuse. Era un convulso accatastarsi di
«crimini» già attribuiti ad altri «colpevoli» nei precedenti processi. Soltanto
il fine «politico» aveva un senso. Far credere ai sovietici - e al mondo - che
se c’erano state in passato illegalità nell’azione della polizia, la colpa era da
attribuire al «cattivo» Jagoda, e che se l’URSS poteva correre seri pericoli in
254
campo internazionale ciò lo si doveva a «traditori» come Bucharin e a quei
trozchisti ancora superstiti, pronti a tutto pur di colpire l’unico, vero, saggio
difensore della legalità socialista e degli interessi sovietici.
Il processo si apre il 2 marzo 1938. Gli inizi sono movimentati. Krestinski
rifiuta di ritenersi colpevole: aveva abbandonato Trozki nel 1927, non ne
accettava quindi la qualifica di adepto, così come negava di aver preso parte
alle azioni delittuose che gli venivano attribuite nei capi di imputazione.
Solo nella seduta del giorno dopo Krestinski crollerà di fronte alle
contestazioni di Viscinski, dopo aver probabilmente subito spaventose
pressioni durante l’interruzione dell’udienza.
Il giorno 3, Rykov, che appare in pessime condizioni fisiche, a voce bassa
ammette tutto: che la piattaforma antistaliniana di Rjutin del 1932 aveva
avuto l’appoggio suo, di Bucharin e di Tomski e che dalle punizioni in cui
sarebbero dovuti incorrere li salvò Jagoda, allora vice capo della GPU. Che
nel famoso documento di Rjutin si ammetteva la necessità dell’azione
violenta pur di abbattere la direzione staliniana. E che lui stesso - oltre a
Bucharin - aveva deciso di creare nuclei di terroristi. Non solo, ma nel 1935
con l’appoggio di Jagoda e di Tuchacevski si era progettato un putsch, poi
fallito.
La mescolanza di elementi di fatto - la piattaforma antistaliniana di
Rjutin, il ricorso ad azioni violente prospettate teoricamente in qualche
riunione clandestina, i contatti dei vecchi capi della destra con alti ufficiali
dell’Armata Rossa, alle prese anche loro con la prepotenza e le idee errate di
Stalin e di Voroscilov - con invenzioni e plateali calunnie tendeva a render
credibili le accuse, soprattutto per chi nel partito conosceva l’attività, «al
limite della legalità», degli accusati.
La valanga delle confessioni di Krestinski, dopo la sua iniziale resistenza,
diventa a quel punto inarrestabile. Ammette che, dopo l’arresto di Bucharin
e Rykov avvenuto nel marzo 1937, il centro di opposizione era finito nelle
mani di Rudzutak - un bolscevico che non appare mai pubblicamente nei
processi - e di Gamarnik, l’alto ufficiale dell’Armata Rossa che si era
suicidato il 31 maggio 1937, per sfuggire agli arresti del gruppo
Tuchacevski.
Krestinski ammette anche di essersi incontrato, tempo prima, con Trozki,
all’estero, ricevendone precise direttive per azioni di sabotaggio e
terrorismo. Sulla stessa falsariga l’altro ex trozchista Rakowski, che era
rimasto sino al 1934 su fiere posizioni antistaliniane. In quell’anno di
generale pacificazione era stato perdonato e riammesso nel partito. Ma nel
1936 era finito di nuovo in carcere sospettato di tradimento. Per otto lunghi
mesi da buon rivoluzionario aveva respinto - in cella - tutte le minacce degli
inquisitori, senza cedere, né venir meno alla sua dignità. Ma poi - come dirà
255
in udienza - l’intervento fascista in Spagna, l’aggressione del Giappone alla
Cina, il pericolo sempre più accentuato proveniente dalla Germania nazista,
lo avevano «spinto» a denunciare finalmente i suoi passati errori. Era
l’ultima prova del suo attaccamento al partito.
Il 6 marzo è la volta di Bucharin a dover deporre. La sua linea difensiva
appare subito chiara, come lo sarà nel corso di tutte le accese contestazioni
mossegli dal pubblico ministero, Viscinski: «Mi riconosco colpevole... della
somma totale di crimini commessi da questa organizzazione
controrivoluzionaria, e senza riguardo al fatto che fossi al corrente o no o
che abbia avuto parte diretta o no in qualsiasi azione particolare». Bucharin
ammette dunque una responsabilità «politica» nella sua azione
antistaliniana. Ma solo quella. Difatti respinge subito ogni accusa in ordine
all’assassinio di Kirov. Posizione che viene fatta propria anche da Rykov:
quell’assassinio era stato opera dei trozchisti non degli appartenenti al
vecchio gruppo di destra. Viscinski, che vede messo in pericolo il castello
delle accuse, si rivolge a Jagoda, il quale naturalmente sostiene che i due
mentivano. Per evitare che Bucharin potesse continuare nel suo «disegno»,
Viscinski lo invita a parlare del suo progetto di assassinio di Lenin nel 1918,
durante le trattative di Brest-Litovsk. Bucharin nega decisamente che ci
fosse stata quell’intenzione, né da parte sua, né da parte dei
socialrivoluzionari. Deve ammettere - ed era la verità - che si era pensato
piuttosto di arrestarlo, ma che poi, come era ben noto, non se n’era fatto
nulla.
Alla successiva udienza del 7 marzo, Bucharin insiste nella sua linea di
partecipazione «politica» all’opposizione antistaliniana, sia in ordine alla
piattaforma di Rjutin che nel progetto di colpo di Stato ideato da Enukidze
agli inizi del 1935, che ai rapporti con Tuchacevski, ma nega
sistematicamente di aver preso parte personalmente ad azioni eversive e
tanto meno spionistiche.
Anche Jagoda, nel suo primo interrogatorio, non sta a quanto aveva
dichiarato in istruttoria. Si limita a negare circostanze marginali ma tali da
far pensare che tutte le accuse a lui mosse - un’infinità di omicidi, la
partecipazione diretta a tentati colpi di Stato, la copertura a tutte le
opposizioni - fossero false. L’udienza viene sospesa. Alla ripresa Jagoda
(immaginabili quali siano state le pressioni e i ricatti su di lui esercitati) si
presenta «ammorbidito». Ammette tutto, non è più quello di poche ore
prima quando in tono sprezzante aveva risposto a Viscinski: «Io dirò quello
che voglio dire io, non trascinatemi più in là». Una frase che era apparsa
minacciosa alle orecchie di tutti, quasi un preannuncio di chissà quali
sconvolgenti verità. Quell’uomo, un tempo potente capo della NKVD,
appariva adesso come annientato, e con appena un filo di voce. Il
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documento che stava leggendo era la sua definitiva capitolazione. (Fu in
quel processo che molti cominciarono a sospettare che, al di là delle
pressioni fisiche, fossero somministrati agli imputati «ribelli» delle sostanze
che ne sfibrassero la volontà di resistenza e la capacità di pensare.)
Il processo stava intanto raggiungendo vertici di nefandezze giudiziarie
mai viste, degne dei peggiori processi alle streghe. Si succedevano imputati
che ammettevano di aver voluto uccidere Gorki e molti altri, grazie alle
diaboliche astuzie di medici corrotti e avvelenatori, in un clima di
reciproche accuse, di bassezze e di cedimenti morali.
L’ 11 marzo Viscinski si scatena nella finale sarabanda di accuse volgari.
Per lui Bucharin è un «dannato incrocio di una volpe e di un porco» e tutti,
tranne Rakowski e un imputato minore, Bessonov, meritavano di «essere
uccisi come cani». «Sulla strada ripulita dall’ultima feccia e dall’ultimo
sudiciume del passato - è la conclusione dell’arringa - con il nostro amato
capo e maestro, il grande Stalin alla testa, marceremo verso il comunismo.»
I due principali protagonisti nelle loro ultime dichiarazioni tentano di
lanciare un debole messaggio criptico sulla liceità delle accuse e sul-
l’andamento di quel processo. Rykov, per esempio, nega di essere stato
coinvolto negli assassini di Kirov e degli altri. Jagoda rifiuta la qualifica di
spia, e con non poca ironia ricorda che se lo fosse stato per davvero i servizi
segreti occidentali non avrebbero avuto motivo di esistere, visto che bastava
lui solo. Infine Bucharin. Il quarantanovenne ex leader della destra sembra
più piccolo e minuto del solito. Il pizzo che comincia a incanutirsi lo fa
sembrare in qualche modo simile all’ultimo Lenin. Quanto è diverso il suo
ultimo appello dal messaggio che aveva fatto imparare a memoria alla
giovane moglie. Ammette le sue colpe politiche di oppositore, di cospiratore
controrivoluzionario, di nemico del socialismo, polemizza con gli
osservatori occidentali che manifestavano incredulità alle loro confessioni.
Ma anche lui nega qualsiasi partecipazione a un crimine specifico e, in un
inciso, lascia intendere quanto poco serio fosse quel processo nel quale
dominava il principio giuridico medievale della confessione dell’imputato
come elemento determinante di prova. Si augura che la sua morte sia
«l’ultima severa lezione» per chi ancora si ostinava a combattere la linea di
Stalin.
La corte, presieduta da Ulrich, si ritira alle 21, 15 del 12 marzo; riapparirà
in aula alle ore 4 del 13. Bucharin, Rykov, Jagoda, Krestinski sono
condannati a morte. La sentenza viene subito eseguita, così almeno si disse
ufficialmente.
Anche per Bucharin, come per altri oppositori di Stalin, si pose allora -
come oggi - l’inquietante interrogativo sul perché della loro capitolazione
finale, sull’accettazione, esplicitata poco prima di morire, dell’infallibilità
257
politica di Stalin, e della necessità che le loro colpe dovessero essere punite
come tradimenti e quindi lavate col sangue.
Bucharin aveva detto - prima dell’arresto - alla sua sposa in lacrime, nel
disperato messaggio a futura memoria, che le gocce del suo sangue si
sarebbero confuse con il rosso della bandiera che le nuove generazioni
avrebbero sventolato marciando verso il comunismo. La sua previsione si
era tragicamente avverata. Ma nessuno riuscirà mai a spiegare quei momenti
di annullamento finale della sua dignità di combattente politico e di
rivoluzionario, la rinuncia a motivare le vere cause del suo martirio. Pochi
giorni dopo la fucilazione di Bucharin, le truppe tedesche - il 18 marzo 1938
- entravano a passo di parata a Vienna. Anche l’Austria aveva capitolato di
fronte al nazismo. Malgrado i processi medievali e le purghe spaventose,
molti uomini liberi dell’Occidente continuavano a volgere i loro occhi verso
il Cremlino. Forse solo Stalin, con la sua spietata energia, sarebbe riuscito a
fermare l’inarrestabile marcia di Hitler.

258
XXX
FAR FESSO STALIN?
Quello a Bucharin fu l’ultimo degli spettacolari processi voluti da Stalin.
Il gensek dovette ritenere che le pubbliche «lezioni» impartite al paese
fossero ormai sufficienti, Insistervi sarebbe stato pericoloso. Già si era
rischiato parecchio nelle udienze, quando non tutti gli imputati avevano
accettato sino in fondo il ruolo loro assegnato. L’opinione pubblica
mondiale, segnatamente dei paesi democratici, cominciava a ribellarsi a
quella interminabile caccia alle streghe. Grandi celebrità - come Albert
Einstein e i coniugi Joliot Curie - stavano intensificando l’invio di lettere a
Stalin per chieder conto della scomparsa di valenti colleghi russi o per
implorarne la liberazione. Se il Terrore doveva ancora procedere, per
spazzare via le superstiti resistenze e gli ultimi oppositori, che agisse in
modo sotterraneo. Così le ultime «colombe» del Politburo, come Eiche,
Cosior, Cubar, vengono arrestate e fucilate in tempi diversi. Eiche, dalla sua
cella, dove veniva sottoposto ad atroci torture, scrive una lettera a Stalin per
protestare la sua innocenza e la sua fedeltà. Non ebbe naturalmente risposta
e così gli aguzzini della NKVD poterono completare il loro lavoro.
In vari ambienti, politici, produttivi, culturali, delle forze armate, la
drastica epurazione sarebbe proseguita senza più clamori e via via
estinguendosi sino ai primi mesi del 1941. Vi avrebbero perso la vita
l’indomito Rudzutak, Bubnov, l’ammiraglio Orlov, i marescialli Egorov e
Blucher, i comandanti d’armata Dybenko e Vatsetis, il capo dell’aeronautica
Alksnis, il responsabile dei servizi segreti, Berzin. Molti si salvarono per le
imperscrutabili decisioni del gensek. Per esempio l’ambasciatrice a
Stoccolma, Alexandra Kollontaj, che pure aveva fatto parte negli anni venti
delle opposizioni di estrema sinistra, il celebre fisico Kapitza, lo scrittore e
poeta Boris Pasternak, il grande costruttore aeronautico Tupolev, che riuscì
a proseguire - nel carcere speciale dov’era rinchiuso - i suoi lavori di
progettazione.
La decapitazione di quel che restava della vecchia classe dirigente, dopo il
processo a Bucharin, divenne per Stalin un’attività secondaria. Altre e più
pressanti preoccupazioni lo stavano impegnando in quei mesi del 1938.
Intanto l’offensiva diplomatica che doveva dirigere per metter freno
all’aggressività di Hitler.
Il 17 marzo, quasi in coincidenza con l’Anschluss, che aveva consegnato
l’Austria alla Germania nazista, il ministro degli Esteri Litvinov si rivolgeva
alle potenze occidentali democratiche per avviare un’azione comune che
servisse «ad arrestare gli ulteriori sviluppi dell’aggressione e a scongiurare
l’accresciuto pericolo di un massacro di dimensioni mondiali».
259
L’analisi leninista delle contraddizioni dell’imperialismo capitalistico, e
della conseguente certezza che, per uscirne, i grandi paesi sarebbero ricorsi
alla guerra, era più che mai valida per Stalin. I suoi timori erano fondati, le
preoccupazioni sincere, la volontà politica di preservare la pace altrettanto
avvertibile se confrontata con la persistente cecità dei governanti di Parigi e
Londra.
Dalla tarda primavera del 1938 era diventato evidente che la prossima
mossa aggressiva di Hitler avrebbe avuto come obiettivo la Cecoslovacchia.
Il pretesto era costituito dalle minoranze di lingua tedesca che abitavano le
regioni confinarie dei Sudeti. Il Führer gridava ai quattro venti che quei
compatrioti erano vittime dei soprusi di Praga e che pertanto dovevano
tornare a vivere sotto la protezione della grande madre tedesca.
Il premier Chamberlain, presuntuoso quanto ingenuo, era ancora convinto
di poter ammansire Hitler, col peso enorme del prestigio e della forza di chi
comandava il vasto Impero britannico. Inizia così col capo del Terzo Reich
un dialogo diretto, che rende fiducioso l’Occidente, ma che, al contrario,
allarma Stalin. L’arrendevolezza inglese nei confronti di Berlino,
l’intrecciarsi di messaggi e di contatti, dai quali la Russia era rigorosamente
esclusa, ridanno attualità alla sua mai dimenticata teoria del paese socialista
accerchiato da un mare di nemici, fra loro apparentemente diversi nei
sistemi politici, ma tutti uniti nel desiderare la distruzione del bolscevismo.
Vista dal Cremlino la strategia di Londra pareva voler incoraggiare Hitler
nei suoi sogni di espansione verso Oriente. La Cecoslovacchia era appunto
il primo passo in quella direzione.
Chamberlain non aveva ancora compreso che il tempo delle parziali
concessioni era già finito. Gli sfuggiva il disegno del Führer: conquistare in
breve tempo una posizione di predominio in Europa prima che le grandi
potenze, allarmate, potessero correre ai ripari. Era una rischiosa partita a
poker, che Hitler sperava di vincere grazie all’appoggio di Mussolini e del
Giappone, entrambi interessati a sgretolare le posizioni di privilegio franco-
inglesi nel mondo, e alla debolezza dei regimi democratici. Senza contare
che a Londra e a Parigi influenti circoli politici, economici e finanziari non
avrebbero visto di mal occhio la sua marcia verso le radici del bolscevismo
che, a quell’epoca, appariva loro assai più minaccioso e gravido di pericoli
del nazismo.
Nel settembre del 1938, Hitler, vincendo le resistenze dei suoi col-
laboratori meno oltranzisti, tra cui lo stesso Stato maggiore dell’Esercito,
cala sul tavolo con un gigantesco bluff la carta cecoslovacca. Il giorno 22
rifiuta con grande clamore tutte le proposte di Chamberlain per una
ragionevole soluzione del problema dei Sudeti. L’Europa è sull’orlo della
guerra. Ore drammatiche e piene di paura sconvolgono la vita di ogni
260
famiglia; le grandi città vengono evacuate nel timore di imminenti
bombardamenti aerei, i riservisti sono richiamati, gli eserciti e le flotte
allertati.
Ma Londra e Parigi non vanno a «vedere» il bluff. Se l’avessero fatto
Hitler sarebbe stato spacciato. Ancora militarmente impreparata, la stessa
Wehrmacht - contraria a quella rischiosa avventura - si sarebbe ribellata. Le
democrazie occidentali, mal guidate, non osano, restano paralizzate. Di
fronte a un’iniziativa di Mussolini - apparentemente pacificatrice, in realtà
concordata con l’alleato nazista - Chamberlain e Daladier, primi ministri di
Gran Bretagna e di Francia, accorrono a Monaco, lieti dello scampato
pericolo, per sottoscrivere una vergognosa resa al diktat di Hitler. Le truppe
tedesche sono autorizzate a occupare i territori dei Sudeti. La
Cecoslovacchia del presidente Benes deve subire l’umiliazione di quella
ferita senza poter replicare. Hitler è gongolante. Aveva visto giusto.
Tutta Europa tira un respiro di sollievo. Mussolini, rientrando da Monaco,
trova un’Italia entusiasta lungo il percorso che lo acclama come il salvatore
della pace. Ma anche i Chamberlain e i Daladier ricevono analoghe
accoglienze. Solo alcune lucide menti politiche, come Churchill, grideranno
al tradimento.
Stalin e i suoi collaboratori sedevano in permanenza al Cremlino. Monaco
li avrebbe marcati in modo indelebile. Le grandi e potenti democrazie
dell’Occidente che, se solo avessero voluto, potevano schiacciare Hitler, gli
avevano praticamente ceduto la Cecoslovacchia, anche se a Praga
continuava a sopravvivere un governo non nazista. Perché l’avevano fatto?
Per paura, per debolezza? O non invece per un sottile calcolo politico:
quello appunto di indirizzare le mire di Hitler verso Oriente, incitandolo, di
fatto, nella marcia verso Mosca? E perché nelle ore drammatiche intercorse
fra il 22 e il 29-30 settembre, i giorni dell’accordo di Monaco, la Russia non
era stata consultata, invitata, come si era fatto invece con Mussolini? Era,
dunque, ricomparso a Monaco lo spirito di Locarno, di quel patto che
nell’ottobre 1925 aveva garantito all’Occidente la sicurezza delle sue
frontiere ma non di quelle orientali?
La valutazione non poteva che essere unanime al Cremlino: Monaco
rappresentava una chiara manovra antisovietica. Se ne dovevano trarre tutte
le conseguenze. E sul fronte interno e su quello internazionale. La situazione
presentava elementi di grave, imminente pericolo. Stalin, forse, in quelle
drammatiche giornate, poté trovare, a posteriori, la giustificazione della sua
spietata caccia a tutti i «nemici» del partito e del paese.
Ai cittadini sovietici, smarriti e impauriti, i dirigenti del Cremlino
rivolgono calme e fiere parole. Molotov, nel celebrare l’anniversario della
Rivoluzione d’Ottobre, dirà con molta forza: «Chiunque voglia convincersi
261
della nostra potenza venga pure, è il benvenuto».
Era tempo anche di porre fine al massacro interno. La stella di Ezov
volgeva al tramonto. Già il 20 luglio 1938 al «nano sanguinario» era stato
affiancato Beria, come elemento «moderatore», una prima risposta a chi nel
partito cominciava, rialzando la testa, a criticare le forsennate epurazioni dei
mesi precedenti. Il 21 agosto a Ezov viene affidato anche l’incarico di
Commissario per i trasporti fluviali (sembrava logico dal momento che i
grandi canali in via di costruzione erano stati affidati al lavoro di centinaia
di migliaia di «prigionieri» politici).
Erano invece i primi cauti passi di Stalin per sbarazzarsi dell’ingombrante
complice. L’8 dicembre Ezov viene definitivamente destituito dalla carica di
capo della NKVD. Al suo posto saliva il georgiano Beria, grande adulatore
e amico di Stalin. Parve ai più una svolta positiva. Nel quindicesimo
anniversario della morte di Lenin, il 21 gennaio 1939, il nome di Ezov
sarebbe apparso per l’ultima volta in calce a un pubblico documento. Da
quel giorno si sarebbe dissolto nel nulla. C’è chi ritiene sia stato subito
passato per le armi, e chi sostiene che abbia finito i suoi giorni,
completamente pazzo, in un manicomio criminale.
Qualche tempo dopo, in un ricevimento al Cremlino, Stalin parlando a
uno dei suoi «favoriti», il costruttore aeronautico Alexandr Jakovlev,
avrebbe confidato: «Ezov era un farabutto. Uccideva la nostra gente
migliore. Si è rovinato con le sue stesse mani. Quando lo chiamavano al
ministero, faceva dire che era al Comitato centrale. Lo chiamavano là e
faceva dire che stava lavorando. Lo mandavano a cercare a casa e lo tro-
vavano a letto ubriaco. Quanta gente innocente ha eliminato! Per questo
l’abbiamo fatto fucilare». Così, come un buon padre coscienzioso e attento,
che smaschera e punisce un figlio degenere, Stalin allontanava da sé, tra gli
intimi del potere, le responsabilità di una strage durata oltre due anni. Ma
una spiegazione più convincente, e che giungesse a tutti i sovietici, andava
pur trovata. Era in preparazione il XVIII congresso del partito, il primo dopo
quello del gennaio-febbraio 1934, quando Kirov era ancora vivo, quando
erano ancora vivi i delegati del «congresso dei vincitori» e i membri del
Comitato centrale che ne erano stati eletti.
Fu un’assise di partito di estrema rilevanza, oggi misconosciuta,
sommersa dai sempre più intensi rumori di guerra. In quell’occasione,
Stalin, dopo il grande terremoto, riemerge con intatte capacità politiche,
pronto e vigile nel condurre una partita decisiva per le sorti della rivoluzione
bolscevica, sin lì preservate - così riteneva - grazie alla sua energia. Era il
primo a rendersi conto di quanto aveva chiesto al paese: occorreva una
parziale normalizzazione. A quel congresso gli iscritti al partito risultarono
essere 2 milioni 478 mila, di cui 1 milione 590 mila di pieno diritto. Nel
262
1934 erano stati 2 milioni 809 mila, di cui 900 mila membri candidati. I
membri di pieno diritto erano dunque scesi di almeno mezzo milione,
dovendo supporre che molti degli allora candidati fossero saliti alla piena
condizione, e anche tenendo conto dei decessi naturali. Così letale era stata
dunque la purga nel partito.
Ma anche la composizione «politica» si era profondamente mutata. Nel
1934 i delegati di quel congresso iscritti al partito prima del 1920 erano
1’80%. Nel 1939 la loro percentuale era scesa al 19%. Del vecchio Comitato
centrale erano sopravvissuti solo 24 fra membri effettivi e candidati dei 139
eletti nel 1934.
Ma a queste cifre allucinanti, Stalin e Zdanov, nei loro rapporti, poterono
opporre che ben mezzo milione di nuovi dirigenti erano stati collocati alla
testa del potere sovietico negli ultimi anni. Il ricambio politico e
generazionale era ormai un fatto compiuto. Stalin aveva piallato ogni
resistenza; tutto l’apparato politico e amministrativo del paese doveva a lui
personalmente il posto che occupava. A loro e a tutti i militanti era stato
affidato da poco, perché lo mandassero a memoria, il breve corso della
storia del partito comunista (bolscevico), redatto sotto la vigile cura del
gensek e di pochi selezionati collaboratori. Quell’edizione, tirata in dodici
milioni di esemplari, raccontava la vicenda della Rivoluzione secondo la
versione di Stalin, l’unico artefice, dopo Lenin, dei successi
dell’edificazione socialista in Russia, riportati con enormi sacrifici e grazie
all’ininterrotta lotta contro i nemici del partito, gli aborriti Trozki, Zinoviev,
Kamenev e Bucharin, i cui nomi sarebbero progressivamente scomparsi dai
libri, dagli archivi, dalle enciclopedie, così come i loro volti accuratamente
cancellati da tutte le foto scattate dal 1917. Solo Lenin e Stalin potevano
dominare dall’alto, incontrastati come aquile solitarie.
Al partito viene concesso in quel XVIII congresso, che si tiene dal 2 al 13
marzo 1939, di riavere un po’ di certezza legale, nuovi statuti che
garantiscano un minimo di «diritti», la riapertura del reclutamento. Ma
tenendo presente che l’enorme potere acquisito dalla NKVD negli anni del
Terrore sarebbe comunque sopravvissuto. Come ebbe a ricordare Stalin in
una circolare segreta a tutte le organizzazioni periferiche: «Il Comitato
centrale ritiene di dover precisare che dal 1937 la NKVD ricevette il
permesso dal CC stesso di usare pressioni fisiche. Tutti i servizi di sicurezza
dei paesi borghesi ricorrono al metodo della pressione fisica contro i
rappresentanti del proletariato socialista... Perché i servizi di sicurezza dei
paesi socialisti dovrebbero comportarsi in maniera più umana nei confronti
degli agenti della borghesia, nemici giurati della classe operaia?... Il
Comitato centrale ritiene che il metodo delle pressioni fisiche debba venir
usato anche in futuro, contro i più tenaci nemici del popolo, come metodo
263
d’inchiesta del tutto corretto».
Stalin continuava dunque a servirsi della terminologia e dei «fini»
rivoluzionari per giustificare la violenza e le torture, fingendo di ignorare
che quei metodi - qualche volta necessari in un clima d’emergenza - erano
criminosi se generalizzati, privati di ogni controllo e sottratti a ogni
normativa. Anche in quel campo era il solo segretario generale a
risponderne di fronte a tutto il partito e al paese.
La dittatura del proletariato, anzi del partito, alla fine degli anni trenta si
era trasformata in dittatura personale. Nella più pura tradizione russa. Di
quegli zar come Pietro il Grande e Ivan il Terribile cui Stalin sempre più
frequentemente si paragonava e che faceva esaltare a scuola, nei film e nelle
opere teatrali. Un’inclinazione «asiatica» che del resto lo aveva sempre
caratterizzato. Nel 1926, durante una cena offerta a Kirov, appena nominato
capo del partito a Leningrado, Stalin era rimasto a lungo silenzioso mentre i
commensali discutevano accanitamente sui mezzi migliori per guidare il
partito, da due anni ormai privo di Lenin. Il gensek, d’un tratto alzandosi dal
tavolo e passeggiando, si lasciò andare a una riflessione ad alta voce: «Non
dimenticatevi che viviamo in Russia, la terra degli zar. Il popolo russo ama
avere un solo uomo alla testa dello Stato. Naturalmente quest’uomo deve
applicare il volere del collettivo». Ecco il vero credo politico, la filosofia del
potere, come già allora li concepiva Stalin e che l’avrebbero condotto in
appena dieci anni - dal 1929, anno del «grande balzo» e della
dekulakizzazione, al 1939 - ad essere lo «zar» del bolscevismo.
Che fosse giunto a quell’incontrastato successo non poteva meravigliare.
Come segretario generale aveva progressivamente concentrato nelle sue
mani un immenso potere, sottraendole sempre più al controllo dello stesso
vertice di partito. Una democrazia bloccata come quella sovietica, la
mancata separazione dei poteri dello Stato, ne avevano facilitato
l’inarrestabile marcia. La pochezza dei suoi rivali, incapaci di adeguarsi ai
ritmi e alle esigenze della rivoluzione bolscevico-leniniana - o perché troppo
intempestivi come Trozki, o perché troppo inadeguati come Bucharin -, lo
avevano enormemente avvantaggiato. La sua durezza, l’uso spregiudicato
degli uomini, lo sfruttamento delle loro debolezze, l’intima conoscenza della
mentalità «bolscevica», ne avevano fatto l’inevitabile vincitore.
Un suo nemico, il diplomatico Raskolnikov, che si era rifiutato di tornare
in patria negli anni del Terrore per evitare di essere ucciso, come era
accaduto a molti suoi colleghi, aveva colto nel segno dipingendo così il
gensek in un articolo apparso a Parigi nel 1939 (pochi giorni prima del suo
suicidio): «II tratto psicologico fondamentale di Stalin... è la sua insolita,
sovrumana forza di volontà... Nel silenzio del suo ufficio, in profonda
solitudine, egli traccia attentamente il suo piano d’azione e, con calcolo
264
finissimo, colpisce improvvisamente e nel momento migliore... Nella sua
vita privata Stalin è un uomo coi bisogni di un esule. Vive molto
semplicemente e modestamente perché, col fanatismo di un asceta,
disprezza le cose buone della vita... Non ha nemmeno bisogno di amici».
Ecco chi era lo Stalin che si presenta alla tribuna del XVIII congresso. Gli
uomini che chiamerà attorno a sé come membri del Politburo, i vecchi
compagni di lotta Molotov, Kaganovic, Mikojan, Voroscilov, Kalinin, e i
nuovi Zdanov, Andreev, Kruscev, Beria e Svernik, erano ormai convinti,
come Raskolnikov, che di fronte a quell’uomo abile e astuto non restava che
piegarsi, cercando ciascuno di ritagliarsi zone franche di potere, in una lotta
fra loro forsennata, ma tutti convinti di essere «alla pari» e senza alcun
desiderio di porsi, anche solo lontanamente, come punto di riferimento
alternativo. Era il «collettivo» che Stalin già sognava nel 1926.
Ma a quegli uomini e ai delegati del XVIII congresso Stalin apparve
comunque come il «migliore» di loro. Nel lanciare il terzo piano quin-
quennale, aveva ammesso senza mezzi termini che sarebbe occorso «molto
tempo per superare i principali paesi capitalistici dal punto di vista
economico». Aveva preso atto che il «grande balzo», pur facendo della
Russia una delle potenze mondiali, non era riuscito a colmare il divario che
ancora la separava dagli Stati Uniti e dai grandi paesi europei.
Nell’affrontare lo scabroso tema del Terrore, Stalin era stato altrettanto
esplicito quanto cinico: «Non si può dire che le epurazioni siano state
condotte senza gravi errori. Purtroppo sono stati commessi più errori di
quanto si potesse prevedere». E annuncia al partito che l’era delle
«epurazioni di massa» era ormai chiusa. Alla tribuna manda il fido Zdanov
per fargli raccontare numerosi esempi di abusi e di crimini compiuti in
periferia così da far allontanare ogni sospetto su sue responsabilità e, anzi,
apparendo come un capo «ingannato» da Ezov (peraltro mai nominato). Un
esempio fra i tanti citati da Zdanov: quello di un dirigente di partito che,
dopo aver denunciato 164 compagni con accuse poi risultate infondate,
aveva fatto richiesta di un periodo di riposo in località turistica a spese dello
Stato, «perché allo stremo delle forze dopo le battaglie sostenute contro i
nemici del popolo». Casi limite, clamorosi, quasi grotteschi, ma che ben
documentavano già allora - nel 1939 - l’ampiezza delle illegalità commesse
durante il Terrore. (Che fanno apparire ancor più inspiegabili i silenzi di
quanti, come Palmiro Togliatti, non vollero mai ammettere, neppure dopo il
«rapporto segreto» di Kruscev, le enormità delle epurazioni nella seconda
metà degli anni trenta.)
Ma è sui temi della politica estera che Stalin compie uno dei suoi
capolavori di duttilità, di realismo, di esatta valutazione delle forze
antagonistiche in campo. Lo guida un solo obiettivo: preservare il paese da
265
quella che definisce come una imminente «nuova guerra imperialistica»,
speculando sulla rivalità delle grandi potenze, offrendo, in un gioco a tutto
campo, la sua disponibilità alla pace. Il nemico principale per Stalin rimane
il nazismo. Definisce come «paesi aggressori» Germania, Italia e Giappone.
Ma la valutazione dello scontro in atto è lucida: «Gli Stati aggressori fanno
la guerra colpendo in tutti i modi gli interessi degli Stati non aggressori, e
per primi dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti d’America,
mentre questi indietreggiano e cedono facendo agli aggressori una
concessione dopo l’altra». Era insomma lo «spirito di Monaco» che
determinava la politica degli aggrediti. Stalin non esita a smascherare quello
che ritiene un subdolo gioco delle democrazie occidentali: portare allo
scontro Germania e Russia sicché «s’indeboliscano e si logorino reciproca-
mente, e poi, quando saranno sufficientemente spossate farsi avanti con
forze fresche... e dettare ai belligeranti indeboliti le proprie condizioni. Con
eleganza e a buon mercato».
C’era dunque spazio - è il convincimento espresso da Stalin - per una
politica che sbarrasse la strada agli aggressori, ma alla condizione che
nessuno pensasse a una Russia disposta a entrare in guerra «per tirar fuori a
qualcun altro le castagne dal fuoco».
L’eco del discorso di Stalin non si era ancora spento che le truppe di
Hitler, stracciando impunemente il patto sottoscritto a Monaco nel settembre
dell’anno precedente, entravano a Praga, occupando tutta la Cecoslovacchia.
L’Europa fu percossa da quello schiaffo. Il ministro degli Esteri sovietico,
Litvinov, condanna con dure parole quel nuovo sfrontato atto di aggressione
e di provocazione internazionale. A Londra e a Parigi i governi che avevano
creduto di «ingabbiare» Hitler con la politica del sorriso erano ormai
screditati. Il 18 marzo il Foreign Office sondava Mosca per conoscerne le
intenzioni in caso di una prossima aggressione tedesca alla Romania. Stalin
risponde proponendo una conferenza tra Inghilterra, Francia, Romania,
Polonia, Turchia e Russia con il chiaro obiettivo di formare una coalizione
antihitleriana. La proposta del Cremlino non riceve nemmeno risposta.
Gli strateghi della politica estera britannica, ormai scottati da Hitler, nella
loro tronfia presunzione e ideologicamente avversi alla Russia bolscevica,
preferiscono la strada solitaria delle garanzie individuali da concedere alle
future vittime di Hitler: dapprima firmando il patto anglopolacco poi quello
con la Romania e la Grecia. Il 15 aprile il Foreign Office si limita a chiedere
a Mosca se sarebbe stata disposta a garantire le frontiere della Polonia e
della Romania, ma senza offrire contropartite. Si voleva opporre la Russia a
Hitler ma senza inserirla in un più vasto contesto di garanzie e di alleanze,
politiche e militari, antitedesche.
Quelle continue profferte, da un lato umilianti e dall’altro pericolose,
266
davano la certezza a Stalin che il suo appello alle potenze democratiche,
lanciato ufficialmente dalla tribuna del XVIII congresso, era rimasto
inascoltato. Londra e Parigi continuavano a scherzare col fuoco, a non
prendere seri impegni. Il 17 aprile Stalin formula una nuova proposta: un
patto a tre, politico e militare, tra Gran Bretagna, Francia e Russia, che
garantisse l’intangibilità di tutti i paesi che dal Baltico al Mar Nero
s’interponevano tra Germania e Unione Sovietica. Stalin intendeva, prima di
aggregarsi al carro delle potenze occidentali, avere la certezza che gli Stati
cuscinetto fra le truppe tedesche e la Russia fossero messi sotto la
protezione degli occidentali. L’accoglienza alla proposta fu gelida e
negativa. Né Parigi, né Londra, né soprattutto le Repubbliche baltiche, la
Polonia e la Romania, si dissero interessati alla proposta. La pregiudiziale
ideologica antisovietica stava ancora una volta prevalendo sul realismo
politico.
Stalin, che sin’allora aveva sperato di far breccia nel campo occidentale,
comincia a temere di essersi troppo esposto nel suo atteggiamento
antitedesco. Il 28 aprile Hitler preannuncia, con un forsennato discorso, le
sue nuove pretese territoriali sulla Polonia. Era la tecnica ormai collaudata
del Führer: con quell’atto egli sfidava il mondo a contrastargli la strada,
sicuro ancora una volta di vincere. Questa volta l’obiettivo era un paese
direttamente confinante con l’URSS. Era giunto per Stalin il momento di
fermare Hitler con le armi della diplomazia. Il 3 maggio, l’ebreo Litvinov,
campione della politica di amicizia con gli occidentali ad accesso
antihitleriano, viene sostituito al ministero degli Esteri da Molotov. Stalin
vuole avere mani libere, essere il solo a valutare e decidere. Molotov è il
fidato e cieco esecutore che gli serve. Attraverso canali non ufficiali, il
gensek fa sondare a Berlino sull’opportunità di riprendere i negoziati
commerciali interrotti da tempo.
Al Cremlino, Stalin con ansia attende segnali che gli dicano in quale
direzione volgersi. Da Londra continua ad avvertire palese ostilità da parte
di Chamberlain, il quale anche in pubblici discorsi non pare discostarsi
dall’abituale antisovietismo. Parigi sembra più cauta ma priva di iniziative.
Da Berlino giungono, invece, accenni sempre più copiosi, anche se riservati,
di una maggiore disponibilità nazista nei confronti di Mosca.
Stalin è ancora incerto. Ogni giorno che passa il sordo rumore dei
preparativi di guerra aumenta. I suoi nervi sono messi a dura prova. Nel
chiuso del suo ufficio elabora e rielabora le varie opzioni. Ma quanto tempo
avrà ancora a disposizione con un Hitler sempre più deciso a ottenere
Danzica, se necessario con la forza? Tra il 22 e il 25 luglio 1939 Stalin gioca
insieme le ultime carte disponibili: accetta di avviare - senza condizioni
«politiche» - le trattative commerciali con la Germania di Hitler, e di
267
accogliere a Mosca una missione occidentale incaricata di vagliare le
possibilità per un comune accordo militare.
Ma quella delegazione composta di ufficiali degli eserciti inglese e
francese non sembra avere alcuna fretta. Intanto impiega ben 11 giorni
prima di partire, poi si serve di una nave per giungere a Leningrado. Quando
il 12 agosto arriva a Mosca, a riceverli, come capo della delegazione
sovietica, è il maresciallo Voroscilov, commissario alla Difesa, attorniato
dai pochi generali sfuggiti alla purga e da quelli di nuova nomina. Quale
amara sorpresa per i sovietici dover constatare che i militari alleati erano dei
Carneadi, praticamente privi di poteri di delega e di contrattazione. Sono
riunioni generiche e inconcludenti quelle che si susseguono sino al 21
agosto. Voroscilov ogni sera riferisce a uno Stalin deluso. Questi è sempre
più colto dalla sindrome hitleriana. Pare a lui, vecchio bolscevico - si stava
avvicinando ormai ai 60 anni - di rivivere le drammatiche giornate di Brest-
Litovsk, quelle in cui Lenin mise tutto in gioco pur di evitare alla neonata
repubblica dei Soviet di cadere sotto il tallone dell’esercito tedesco. Di
fronte a Francia e Inghilterra sempre più evasive il gensek si convince che
anche su Danzica le potenze democratiche finiranno per cedere. Il patto di
assistenza da loro firmato con la Polonia avrebbe fatto la stessa fine di
quello a suo tempo sottoscritto con la Cecoslovacchia.
L’Armata Rossa, devastata dai salassi del Terrore, è impreparata, ha
bisogno di tempo. La necessità per Stalin di una sia pur temporanea alleanza
con Hitler si accoppia con il progetto del ministro degli Esteri tedesco,
Ribbentrop. Questi era convinto che l’attacco militare contro la Polonia
potesse riuscire solo con la neutralità della Russia. Hitler dapprima si
oppone, teme che l’innaturale alleanza con il bolscevismo gli leghi troppo le
mani per l’avvenire. Ma le esigenze militari prospettategli dai suoi generali
hanno la meglio. Ribbentrop ottiene disco verde.
Il 19 agosto è cruciale per le sorti del mondo. L’ambasciatore tedesco a
Mosca, conte Schulenburg, preme - quel giorno - ancora una volta su
Molotov perché Stalin acconsenta a ricevere Ribbentrop, il quale si andava
esponendo con sempre nuove e impegnative promesse: sconfessione del
patto anti-Komintern, attenta considerazione per gli interessi sovietici in
Polonia e negli Stati baltici. Molotov applica anche in quell’occasione le
direttive di Stalin: tergiversa, chiede tempo per una risposta, si lamenta per
la scarsa chiarezza delle offerte di Berlino. Terminato - alle ore 15 - il
colloquio con il diplomatico tedesco, Molotov si affretta a riferire a Stalin.
Debbono essere stati minuti tremendi. In poco meno di mezz’ora il gensek
decide, senza più esitazioni. Alle 15, 30 Molotov convoca - telefonicamente
- Schulenburg e al diplomatico annuncia la disponibilità di Stalin a ricevere
Ribbentrop, entro una settimana. È il trionfo della linea del ministro degli
268
Esteri tedesco. Stalin aveva abboccato al suo amo. In realtà il gensek non
vedeva, in quel momento, alcun’altra alternativa possibile.
Il giorno dopo - 20 agosto - è Hitler personalmente a indirizzarsi a Stalin
pregandolo di anticipare l’incontro col suo ministro di due-tre giorni. È
quasi un ultimatum. Il Führer aveva fretta: l’aggressione alla Polonia doveva
scattare entro la fine d’agosto e i giorni della campagna militare sarebbero
stati pochi prima dell’inizio delle piogge autunnali. Stalin sente che la
guerra sta per scoppiare e accetta. La sera del 23 agosto, al Cremlino, Stalin
stringeva la mano di herr Ribbentrop. È vestito come sempre, con una
giacca di taglia militare priva di decorazioni, i pantaloni infilati nei
tradizionali stivali russi. Appare affabile, pronto al sorriso.
Le foto lo ritraggono più sornione e volpino che mai. Se Hitler dopo
l’invasione della Polonia - pareva di leggergli negli occhi - proseguirà la
guerra non lo farà certo contro di me, suo nuovo alleato. Londra e Parigi
volevano fregarlo? «Ma è difficile - dirà parlando in terza persona, come
spesso gli accadeva in pubblico - è molto difficile far fesso Stalin.»

269
XXXI
«SVEGLIATELO, C’È LA GUERRA!»

«Tutti i miei sforzi sono diretti contro la Russia: se l’Occidente è tanto


stupido e cieco da non capirlo, sarò costretto a mettermi d’accordo con i
russi, colpire l’Occidente e poi, dopo la sua sconfitta, rivolgermi con tutte le
mie forze contro l’Unione Sovietica. Io ho bisogno dell’Ucraina, così che
non si potrà affamarci nuovamente come durante l’ultima guerra.» Così
Hitler si era confidato con i suoi collaboratori 1’ 11 agosto del 1939, dodici
giorni prima del patto di non aggressione firmato a Mosca dal suo
Ribbentrop. La strategia del Führer in quei giorni per lui tormentosi -
attaccare la Polonia se possibile evitando la seconda guerra mondiale - non
poteva essere meglio illustrata.
L’antibolscevismo, che dai tempi del Mein Kampf perseguitava la mente
del Führer assieme all’antiebraismo, era la stella polare del suo pensiero e
della sua azione. Ma l’Occidente sembrava «cieco», non capiva il suo gioco.
Se si fosse ostinato a intralciargli la strada Hitler era pronto a firmare il patto
con quel «diavolo» di Stalin pur di aver mano libera in Polonia. E se
l’avesse fatto, Londra e Parigi, senza fiato dalla sorpresa, sarebbero rimaste
immobili il giorno in cui le sue truppe avessero varcato la frontiera polacca.
Così pensava Hitler, a Berlino, sicuro ancora una volta che la sua astuzia,
unita alla debolezza delle democrazie parlamentari, gli avrebbe garantito il
successo.
Al Cremlino, Stalin stava valutando il patto appena firmato con il capo
del nazismo: gli assicurava che in caso di conflitto generalizzato, dopo
l’attacco tedesco alla Polonia, la Russia sovietica ne sarebbe rimasta fuori.
Se Francia e Gran Bretagna avessero tenuto fede al patto di assistenza
firmato con Varsavia la guerra avrebbe coinvolto solo loro nello scontro con
Hitler. L’Unione Sovietica avrebbe avuto così molto tempo a disposizione
per rafforzarsi militarmente, mentre i paesi belligeranti si sarebbero svenati
in una guerra lunga e tremenda. Stalin riteneva forte l’esercito tedesco, ma
ancor più forte quello francese (opinione allora da tutti condivisa) per non
parlare della possente flotta inglese, regina dei mari.
270
Ma quel patto appena firmato aveva dei codicilli segreti ancora più
interessanti. La Polonia sarebbe stata spartita tra Germania e Russia al
termine della campagna militare tedesca: le terre ucraine e bielorusse che
facevano parte di quello Stato sarebbero tornate alla Russia, come ai tempi
dello zar, spostando verso occidente le frontiere, con innegabile vantaggio
militare. Non solo ma a fronte di un «interesse» tedesco per la Lituania,
Ribbentrop aveva accettato che analoghi «interessi» dovessero essere
riconosciuti all’URSS nei confronti di Lettonia, Estonia e Finlandia. Nelle
febbrili trattative Stalin aveva pure strappato il suo «interesse» per la
Bessarabia romena. Il negoziatore tedesco non badava a spese in
quell’occasione. Intanto concedeva cose non sue, poi il gioco comunque
valeva la candela. L’importante per Ribbentrop era tornare a Berlino con
l’accordo sottoscritto dai sovietici.
Stalin, dunque, poteva ritenersi soddisfatto. Aveva sventato, ad un tempo,
sia le voglie aggressive antibolsceviche di Hitler, sia la subdola condotta
delle potenze democratiche occidentali che - come dimostrava
l’inconcludente missione militare anglo-francese, appena ripartita con un
nulla di fatto da Mosca - intendevano lasciarlo indifeso e senza alleati. Dal
punto di vista ideologico l’accordo con il peggior nemico del bolscevismo
era certo imbarazzante, anzi vergognoso. Lo si sarebbe in qualche modo
giustificato. Come avrebbe fatto Molotov il 31 agosto parlando al Soviet
supremo: «Sino a poco tempo fa i nazisti tedeschi conducevano una politica
estera sostanzialmente ostile all’URSS. Sì, sino a poco fa nel campo della
politica estera URSS e Germania erano nemiche. La situazione ora è mutata,
ora non siamo più nemici. L’arte della politica negli affari esteri è di ridurre
il numero di nemici di un paese e trasformare i nemici di ieri in buoni
vicini».
La spregiudicatezza non era un’arte sconosciuta ai bolscevichi. Lenin
gliel’aveva insegnata mille volte con improvvise contorsioni e capriole,
sempre giustificate dai superiori interessi della rivoluzione. Stalin, con la
sua abituale prudenza, comunque, mandava allo sbaraglio il fido Molotov.
Aveva preferito esporsi con Ribbentrop solo a quattr’occhi, durante il
ricevimento organizzato in tutta fretta al Cremlino subito dopo la firma del
patto. Avevano riso e scherzato come due boss che s’incontrano, pistola in
tasca, per la ripartizione del bottino. Il gensek aveva ammesso l’amore dei
tedeschi per Hitler, anche se riteneva - aggiungendovi una punta di malizia -
che quel popolo desiderasse vivere in pace. Ribbentrop, come suo costume,
si era lasciato andare a scherzi pesanti. Aveva riferito che a Berlino tutti
ritenevano imminente l’adesione di Stalin al patto anti-Komintern (al-
ludendo al massacro di comunisti appena compiuto dal gensek nelle recenti
purghe).
271
Ma quell’innaturale alleanza non avrebbe portato fortuna a nessuno dei
due contraenti. Non appena il mondo la conobbe l’emozione fu immensa.
Davvero un fulmine a ciel sereno, inatteso, clamoroso, incredibile. Per non
pochi comunisti dell’Occidente, inaccettabile. Quel «giro di valzer» che
toglieva ogni giustificazione morale alla pur spietata Rivoluzione d’Ottobre
provoca sconcerto, crisi e ribellioni, soprattutto tra gli intellettuali comunisti
francesi. Ma non ne sconvolge i vertici, anche loro ormai staliniani di ferro,
pronti a sacrificare dignità e interessi nazionali pur di restar fedeli alla stella
rossa del Cremlino. Persino nei paesi dove i comunisti stavano in carcere -
come in Italia - c’è chi ha il coraggio di ribellarsi come Umberto Terracini.
Ma anche il vertice del partito italiano, nei suoi tronconi moscoviti e di
Parigi - dove aveva sede allora il centro «estero» dell’organizzazione - piega
il capo. L’URSS prima di tutto. Il prestigio dell’Unione Sovietica e quello
personale di Stalin raggiunsero uno dei livelli più bassi.
Ma quell’episodio di cinica real-politik non giova nemmeno a Hitler. Il
disorientamento dell’Occidente, su cui aveva puntato, è di breve durata. Già
il 25 agosto la Gran Bretagna ribadisce il suo impegno di alleanza politica e
militare con la Polonia. Chamberlain, sotto la spinta di un’opinione pubblica
esacerbata, ritrova un minimo di dignità.
Hitler è in trappola, l’astuta mossa suggeritagli da Ribbentrop non aveva
raggiunto lo scopo. Aveva portato la sua politica aggressiva contro la
Polonia a un punto di non ritorno: se doveva muoverle guerra non c’era più
tempo da perdere. L’alto comando gli impone di non ritardare l’inizio
dell’offensiva oltre il 1° settembre. E quel giorno difatti le armate di Hitler
oltrepassano il confine. Comincia il martirio aereo di Varsavia. Il 3
settembre Francia e Inghilterra dichiarano guerra alla Germania. Il secondo
conflitto mondiale era cominciato.
Stalin resta sbalordito, come tutto il mondo, dalla velocità con cui la
Wehrmacht travolge le difese dei polacchi, il cui esercito aveva ancora nella
cavalleria, anziché nei carri armati, il suo punto di forza. Il 6 settembre
Varsavia rivolge un appello disperato a Mosca per ottenere rifornimenti
bellici, ignorando gli accordi segreti fra Hitler e Stalin. Molotov ovviamente
li rifiuta. Il crollo delle linee polacche è ormai totale. Stalin ha paura, teme
che la linea di demarcazione stabilita con Hitler il 23 agosto non venga
rispettata, che l’esercito tedesco trionfante si porti direttamente al confine
russo. Il 10 settembre ordina una mobilitazione parziale dell’Armata Rossa.
L’intuito politico che non lo abbandona mai nei momenti cruciali gli
consiglia di non partecipare, con una sua mossa prematura, alla dissoluzione
finale della Polonia. Respinge le sollecitazioni di Berlino a intervenire, ritar-
da al massimo l’ingresso delle sue truppe nelle terre della sventurata nazione
che, con il patto di Mosca, aveva condannato alla distruzione.
272
Solo il 17 settembre, quando la resistenza militare polacca era pra-
ticamente cessata, i soldati con la stella rossa sul berretto entrano in Polonia.
È la prima volta, dal 1920, che le truppe della rivoluzione varcano i confini
di un paese straniero, che si fanno «imperialiste». Ma la logica dell’alleanza
contratta con Hitler non lasciava scampo. Il 27 settembre Ribbentrop vola di
nuovo a Mosca. Per 48 ore l’inviato del Führer, in lunghe trattative, che si
aprono al pomeriggio per concludersi all’alba, mette a punto con la
delegazione sovietica il definitivo smembramento della Polonia.
Stalin offre all’ospite un sontuoso banchetto al Cremlino. Sono con lui
Molotov, Voroscilov, Kaganovic, Mikojan, Beria, Bulganin e Voznesenski
(il giovanissimo capo del Gosplan). I dirigenti sovietici sono sotto
l’impressione dello stupefacente blitz dell’esercito tedesco. Stalin e gli altri
con lui possono ben dirsi soddisfatti di aver firmato a tempo il patto con un
Hitler dotato di quella terrificante potenza. Vanno a gara nell’ingraziarsi
Ribbentrop, nell’irridere alla pochezza polacca e all’inutile ostinazione degli
inglesi. L’esule governo polacco creato a Londra «consiste di sei stanze, un
bagno e un gabinetto - come scriverà ironicamente in quei giorni la
“Pravda”. - A confronto con quel territorio il principato di Monaco è un
impero sconfinato».
Al termine dei brindisi si rende noto che al vecchio patto di non
aggressione fra i due paesi si era aggiunto un trattato di amicizia che
prevedeva anche l’intensificazione degli scambi commerciali. Ormai uno
Stalin impaurito non aveva più ritegno di far sapere al mondo che il destino
della Polonia era di esclusiva competenza di Germania e Russia unite. In
appendici segrete del nuovo accordo i due governi si impegnavano a
stroncare l’eventuale resistenza dei polacchi e Stalin, per ammansire Hitler,
promette di «restituirgli» quei comunisti tedeschi che erano sfuggiti al
nazismo riparando in Russia. Promessa che spietatamente manterrà.
La riprova dei legami di ferro stabiliti fra i due governi è data dall’a-
desione russa alla campagna diplomatica subito lanciata da Hitler. Risolto il
«caso polacco», per il Führer il conflitto con gli anglo-francesi non aveva
più alcun senso. Se fosse continuato la colpa non poteva che essere attribuita
alla cieca ostinazione di Londra e di Parigi. Stalin fa parlare, come sempre,
Molotov, il 31 ottobre, al Soviet. È uno dei momenti più alti dell’intesa fra
nazismo e bolscevismo. I vecchi odi, la dura contrapposizione ideologica
sembrano dimenticati. Molotov esprime l’esultanza per la scomparsa della
Polonia, «questo mostruoso parto del trattato di Versailles». Ma è
soprattutto l’attacco alle democrazie occidentali quel che più colpisce: «Ora
è la Germania che è per la pace, mentre Inghilterra e Francia sono favorevoli
alla continuazione della guerra. Come vedete le parti si sono invertite». E
ancora: «II governo inglese sostiene adesso che il suo fine è, né più né
273
meno, la distruzione dell’hitlerismo... Si può avere in simpatia o in antipatia
l’hitlerismo, ma ogni persona di senno comprenderà che un’ideologia non
può essere distrutta con la forza. Pertanto non è solo privo di senso ma
anche delittuoso proseguire una lotta per la distruzione dell’hitlerismo sotto
il falso pretesto di una lotta per la democrazia». E qui Molotov si aggrappa
alla messa fuori legge del partito comunista francese - che aveva scelto, in
coerenza con l’atteggiamento russo, di boicottare la guerra - per concludere:
«E che razza di democrazia è questa con il partito comunista francese in
carcere?».
Argomentazioni speciose in un contesto politico volutamente contraffatto,
senza più alcuno slancio ideale. Forse mai come in quei mesi lo stalinismo
si era abbassato a così miseri livelli ufficiali. In realtà, il «disegno» di Stalin
era assai più sofisticato e complesso della «propaganda» affidata a Molotov.
Egli sperava ardentemente che la guerra fra Hitler e l’Occidente
proseguisse. Solo così l’URSS avrebbe guadagnato altro tempo prezioso,
mentre l’impegno militare nazista rivolto verso Occidente avrebbe reso
sempre più sicure le frontiere russe.
In quei mesi il destino del mondo libero era rimasto nelle sole mani,
purtroppo deboli, delle democrazie francese e inglese. Se si fossero arrese
non solo Hitler avrebbe avuto partita vinta, ma si sarebbe finalmente potuto
dirigere contro la sua vera, agognata preda, la Russia sovietica. Stalin era
dunque costretto dalla perversa logica politica prescelta a schierarsi contro
quei paesi che lo stavano, in effetti, salvando.
Ma al gensek quella realtà sfuggiva. Anzi, egli continuava a diffidare
profondamente delle democrazie occidentali. Avevano dichiarato guerra a
Hitler, dicevano di volerla continuare, ma sul fronte francotedesco non un
solo colpo di cannone veniva sparato. I due eserciti contrapposti, al riparo
delle rispettive linee fortificate - la celebre Maginot francese e la Sigfrido
tedesca - restavano interrati, inerti. Una «strana guerra» come venne subito
definita. Stalin restava ossessionato dall’idea che prima o poi le potenze
capitalistiche - fasciste e democratiche - finissero per allearsi contro di lui.
Occorreva premunirsi.
Dopo la fine della campagna polacca, l’URSS aveva ottenuto dai tedeschi
di poter impiantare basi nei tre paesi baltici, Lettonia, Lituania e Estonia.
Per meglio proteggere Leningrado Stalin decide di chiedere a Helsinki una
lieve rettifica dei confini a suo vantaggio e l’analogo diritto di situare basi
militari sovietiche anche in quel paese. Sia pur giustificato da considerazioni
d’indole strategica l’operato di Stalin stava ricordando sempre più quello
hitleriano. Contava che la Finlandia, di fronte alla sproporzione di forze,
accettasse. Era una curiosa vendetta della storia quel suo diktat:
l’indipendenza dei finnici dal vecchio impero zarista era stata concessa
274
proprio da Stalin, nel 1917, quale suo primo atto di commissario alle
Nazionalità.
Ma il governo finlandese non accede alle richieste russe, l’orgoglio
nazionale non glielo consentiva. Con un clamoroso errore di sotto-
valutazione, Stalin ordina allora all’Armata Rossa di penetrare in Finlandia.
Il 2 dicembre costituisce un governo fantoccio, diretto da un vecchio arnese
del Komintern, Otto Kuusinen. Ma la rigida stagione e l’energica difesa dei
soldati finlandesi, guidati dal maresciallo Mannerheim, stroncano sin
dall’inizio le velleità russe. L’esercito, ancora debilitato dagli spaventosi
massacri del 1937-38, è guidato da generali improvvisati, sotto la
supervisione di mediocri militari «staliniani», quali Voroscilov, Mechlis,
Kulik e Scadenko.
Nella persistente tregua fra le armate franco-inglesi e tedesche, quel
conflitto locale richiama l’attenzione del mondo. La lotta del piccolo paese
contro il gigante sovietico commuove e appassiona. Stalin, con quella mossa
inutile ed intempestiva, stava davvero saldando contro di sé un vasto fronte,
che andava dai fascisti ai democratici. Per alcune settimane parve che la
«grande guerra» dovesse lasciare il posto a una complessa azione punitiva
contro Mosca. La Società delle Nazioni - pur così condiscendente a suo
tempo con gli Stati fascisti - espelle il 14 dicembre l’URSS
dall’organizzazione. Mussolini, che aveva mal digerito l’accordo fra Hitler e
Stalin, scrive al Führer incitandolo a riprendere la vecchia lotta: «II giorno
in cui avremo demolito il bolscevismo, potremo dire di aver tenuto fede alle
nostre due rivoluzioni». L’alto comando francese mette allo studio un piano
per l’invio di cinquantamila volontari sul fronte finlandese. Analoghe
misure studiano gli inglesi. In Siria, protettorato francese, si concentrano
forze aeree per un bombardamento dei pozzi petroliferi russi nel Caucaso.
Pareva di essere tornati nel 1918 quando le grandi potenze avevano deciso
di inviare le loro truppe per stroncare la rivoluzione bolscevica. Stalin è
ormai impegnato, non può più ritirarsi. È costretto a scaraventare un milione
di suoi soldati sulle trincee dell’istmo careliano pur di avere partita vinta, il
12 marzo 1940 Stalin firma con la Finlandia una pace non gravosa per
Helsinki: lievi rettifiche territoriali, il possesso di qualche base militare. Ma
l’indipendenza del paese è preservata.
Un prezzo enorme era costato invece ai sovietici: oltre al discredito
politico, l’Armata Rossa aveva svelato al mondo la sua debolezza, con-
fermando negli esperti, e a Hitler in particolare, che il salasso delle purghe
aveva reso ancor più fragili le fondamenta di quel preteso gigante militare.
Di fronte ai 48.745 morti e ai 158 mila feriti - tanto era costata la campagna
finlandese - non restava a Stalin che meditare sui guasti da lui arrecati con la
bestiale distruzione dei migliori quadri dell’Armata Rossa. Ma la sua
275
diffidenza verso l’esercito rimase intatta. Malgrado la dolorosa esperienza si
limita a mettere alla testa dell’esercito il nuovo maresciallo Semen
Timoscenko, sottraendo a Voroscilov la guida diretta delle forze armate. Nel
Consiglio di Difesa sarebbero rimasti i suoi militari-poliziotti, sostenitori
dell’incontrastato dominio dei commissari politici. Altre sanguinose prove
doveva subire l’Armata Rossa prima che il gensek si decidesse a ridar
fiducia ai suoi soldati.
Stalin aveva da poco compiuto - il 21 dicembre 1939 - i sessant’anni.
Quel giorno - spinto dal timore che la disavventura finlandese potesse
indurre Hitler a colpirlo di sorpresa - aveva indirizzato al Fürher un
telegramma di cui si sarebbe pentito in seguito: «L’amicizia dei popoli della
Germania e dell’Unione Sovietica, cementata nel sangue, ha ogni ragione
per essere salda e duratura». Nel gensek sembravano scomparse l’abituale
sicurezza di sé, la prudenza, l’astuzia che lo avevano sin lì sorretto. Era
chiaramente un uomo impaurito, prigioniero di una politica ambigua,
contorta, contraddittoria, che gli legava le mani facendolo apparire come
una canna al vento. Sapeva di non potersi fidare di Hitler, e nel contempo si
era «bruciato» ogni contatto con le democrazie occidentali. Raramente
l’URSS era stata così sola, senza alternativa. Non restava che attendere gli
sviluppi di quella «strana guerra» che continuava a non decollare.
Ma Hitler aveva deciso, finalmente, di agire contro l’Occidente. Mossa
preliminare l’occupazione di Danimarca e Norvegia. Per garantirsi meglio le
spalle, Hitler, che non si fidava affatto di Stalin, fa sondare Mosca per un
invito a Berlino del segretario generale. «Il Führer non solo sarebbe
particolarmente felice di ricevere Stalin a Berlino - scrive Ribbentrop - ma
provvederebbe anche a predisporre un’accoglienza adeguata alla sua
posizione e alla sua importanza.» Sembrava troppo anche al pur disponibile
gensek, che invita Molotov a scoraggiare una simile prospettiva.
Il 9 aprile la macchina da guerra hitleriana si mette in movimento: la
Danimarca è fulmineamente occupata; la Norvegia, dopo qualche barlume
di resistenza e l’invio presto ritirato di contingenti inglesi, passa anch’essa
sotto il dominio del Terzo Reich.
Stalin resta ansioso sino al 10 maggio. Solo quel giorno può finalmente
respirare, quando Molotov gli porta la notizia tanto attesa: le truppe tedesche
avevano appena invaso Olanda e Belgio. Come Moltke nella prima guerra
mondiale, anche Hitler ricorreva al celebre «piano Schlieffen» per piombare
sulla Francia da nord con una gigantesca tenaglia che si sarebbe poi piegata
su Parigi. Stava cominciando la vera guerra tra i «banditi» capitalisti. Mosca
ne era fuori. Il gensek poteva ripetersi soddisfatto: «È difficile far fesso
Stalin». Le mani gli tornavano libere. Sicuro che l’esercito tedesco avrebbe
finalmente trovato in quello francese un degno antagonista, Stalin poteva
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adesso rivedere la sua strategia bloccata. Ma i giorni di esaltazione
trascorrono rapidi: dalla Francia cominciano a giungere notizie
catastrofiche. Il blitz dei carri armati e degli «Stukas» di Hitler non trovava
seria opposizione. In poco più di due settimane l’orgogliosa potenza militare
francese era ridotta a brandelli, il corpo di spedizione inglese stava
convergendo su Dunkerque per sfuggire alla cattura.
Il mondo rimane ancora una volta senza fiato. Mussolini, il 10 giugno, nel
timore di restare escluso da una pace che ritiene imminente, getta in guerra
l’Italia per una campagna che prevedeva di brevissima durata. Difatti il 22
giugno la Francia capitola. La guerra in Occidente era finita. Di là della
Manica restava un’Inghilterra senza esercito, forte solo della sua Marina.
Ma che avrebbe potuto fare?
Stalin è di nuovo alla prese con la sindrome tedesca. E adesso che farà
Hitler? Seguirà le orme di Napoleone che per frantumare la resistenza
inglese si era gettato contro la Russia, marciando su Mosca? Si sviluppa nel
segretario generale un contraddittorio atteggiamento che insieme è di paura
e di disperato coraggio. La prima lo fa sembrare docile e sottomesso a
Berlino, il secondo gli fa compiere gesti che non possono non irritare Hitler.
Per garantirsi meglio le frontiere fa occupare il 28 giugno le regioni romene
della Bucovina e della Bessarabia. E ai primi di agosto provoca nei tre paesi
baltici, Lettonia, Lituania e Estonia, dove già aveva basi militari, il
rovesciamento dei governi locali (polizieschi e reazionari, di tendenze
filonaziste). Viscinski e Zdanov con mano di ferro ripuliranno
immediatamente i «nemici del popolo» locali. Plebisciti addomesticati
faranno inglobare i paesi baltici come nuove Repubbliche dell’Unione
Sovietica. Ancora inconsapevole stava nascendo l’imperialismo staliniano,
erede diretto di quello zarista.
Hitler deve ingoiare l’affronto. Il suo esercito era tutto spostato in
Francia, il clamoroso successo appena ottenuto sembrava aprirgli
un’immediata soluzione del caso inglese, l’ultimo nemico rimastogli. Era
logico attendersi da un momento all’altro la resa di Londra. Se l’ostinata
resistenza fosse peraltro continuata non restava che attraversare la Manica e
invadere l’Inghilterra. Pur attratto da quelle preoccupazioni, Hitler non
dimentica ciò che ha appena fatto Stalin. È il segnale che di Mosca non ci si
poteva fidare. Il suo antibolscevismo, mai sopito, riemerge più forte di
prima.
L’estate trascorre con i due «amici-nemici» in posizione di stallo, incerti
sulle future opzioni. La stampa sovietica, su precise indicazioni, da molto
rilievo al coraggioso discorso di Churchill, quello del 5 giugno, in cui il
nuovo premier inglese prometteva «lacrime e sangue» ma anche la certezza
della vittoria finale. Ai primi di luglio Stalin riceve al Cremlino il nuovo
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ambasciatore britannico a Mosca, sir Stafford Cripps, vecchio paladino
dell’amicizia anglo-russa. Un privilegio che Stalin raramente accordava. Nel
colloquio è cauto, non si lascia sfuggire un solo giudizio di cui Cripps possa
avvalersi nei suoi rapporti riservati con Londra. Ma l’atteggiamento è
decisamente non ostile.
Il 27 settembre, con grande pompa, si firma a Berlino il patto tripartito
che accomuna ancor più Germania, Italia e Giappone. Sono reciproche
punture di spillo, mosse d’assaggio. Ma la diffidenza guadagnava terreno
ogni giorno.
Hitler, intanto, accentua le sue mire sui Balcani, si intromette in Romania,
Bulgaria, Ungheria, chiede basi militari alla Finlandia. La situazione si sta
avvicinando a un pericoloso punto di crisi. Ribbentrop, tenace propugnatore
dell’alleanza con la Russia, strappa a Hitler un’ultima chance per tenere in
vita il suo disegno politico: l’offerta a Stalin di entrare a far parte
dell’alleanza tripartita, come quarto partner di una coalizione che avrebbe
dovuto definitivamente risistemare la carta del mondo. Il 13 ottobre 1940 il
ministro degli Esteri tedesco scrive a Stalin una lettera amichevole in cui
illustra il suo progetto, invitando Molotov a Berlino e dicendosi pronto a
tornare a Mosca.
Il gensek pare aver riacquistato il suo sangue freddo. Lascia trascorrere
una settimana prima di rispondere. Poi accetta di inviare il suo ministro
degli Esteri a Berlino, con il preciso incarico di stare ad ascoltare, senza
impegnarsi, ma di battersi, invece, con molta forza per una situazione di
equilibrio nei Balcani, che l’URSS riteneva zona primaria dei suoi interessi.
Il 12 novembre Molotov è a Berlino. Il ministro sovietico ignorava che
Hitler, nella ristretta cerchia del suo potere, aveva già posto la questione
russa in termini militari. Il 4 novembre parlando ai più alti quadri delle forze
armate aveva detto che quello russo restava l’unico vero problema da
risolvere. «Tutto deve essere fatto per essere pronti alla resa dei conti.»
L’11, parlando con il maresciallo von Bock, dice: «Cosa faremo in Oriente è
una questione ancora aperta». Il giorno stesso dell’arrivo di Molotov, in un
ordine del giorno al quartier generale scriveva: «Sono avviate conversazioni
politiche allo scopo di chiarire l’atteggiamento della Russia nel prossimo
futuro. Qualunque sia l’esito di queste conversazioni, tutti i preparativi per
l’Oriente debbono essere continuati».
I colloqui di Berlino tra Molotov e i gerarchi nazisti si svolgono in
un’atmosfera irreale. Per due volte il Führer si lascia andare ai suoi
monologhi preferiti, nei quali traccia i destini del mondo, dell’ordine nuovo
che sarebbe nato dopo la definitiva sconfitta inglese (Molotov si svelerà
anche fine umorista quando farà osservare che era ben strano parlare di una
Londra piegata se parte di quei colloqui dovevano svolgersi nei rifugi
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antiaerei a causa dei bombardamenti inglesi). Molotov non era certo, con la
sua glaciale freddezza, l’interlocutore ideale di Hitler. Anche perché il
ministro russo di fronte agli allettanti panorami che gli erano illustrati -
come l’acquisizione dell’India - tornava testardamente a chiedere garanzie
per i Balcani, e il ritiro delle truppe tedesche da Romania e Finlandia.
I colloqui terminano in modo interlocutorio. Molotov, fedele alle direttive
ricevute, torna a Mosca senza aver assunto alcun impegno. Ma non può non
riferire a Stalin la strana atmosfera che lo aveva circondato. Tranne che in
Ribbentrop aveva trovato solo atteggiamenti freddi, riservati, quasi ostili. In
particolare degli esponenti militari, meno abituati dei politici alle astuzie
della diplomazia. Molotov aveva ragione nel suo pessimismo. Era appena
ripartito che già Hitler comunicava all’ammiraglio Raeder la sua ferma
intenzione a «sollecitare il conflitto con la Russia».
Stalin lascia trascorrere qualche giorno. Deve una risposta definitiva alla
proposta di Ribbentrop per non lasciar cadere del tutto quel dialogo sempre
più stentato e rischioso. Il 26 novembre fa trasmettere a Berlino un suo
progetto. Avrebbe aderito all’alleanza tripartita ma a precise condizioni: un
suo protettorato sull’Iran, basi militari sovietiche in Bulgaria e negli Stretti
turchi, ritiro delle truppe tedesche dalla Finlandia. Erano richieste
esorbitanti. Stalin voleva trarre il massimo vantaggio prima che fosse troppo
tardi, o con le sue esagerate pretese mirava, in pratica, a far fallire il
negoziato? Qualunque fosse l’obiettivo di Stalin, a Berlino si prese
definitivamente atto che con l’URSS non restava che la politica del bastone.
A Stalin non fu nemmeno risposto. Di tripartito, di future comuni spartizioni
del mondo non si sarebbe più parlato.
Hitler ragionando con i suoi militari aveva intuito il disegno di Stalin:
«...il signore della Russia è un uomo intelligente, egli non avrebbe attaccato
apertamente la Germania. Ci si doveva aspettare però che avrebbe creato
sempre maggiori ostacoli alla Germania nei momenti più difficili». Il 18
dicembre il Führer emanava la celebre direttiva Barbarossa, il piano
militare che doveva «schiacciare la Russia dopo una rapida campagna».
Il 1940 si chiude al Cremlino con ansie rinnovate e crescenti. Stalin stava
progressivamente mettendo il paese sul piano di guerra. L’orario di lavoro
era stato prolungato, la disciplina nelle fabbriche accentuata, tutte le priorità
devolute alla produzione bellica e al potenziamento delle forze armate.
A Coyoacan, vicino a Città del Messico, il 20 agosto un agente camuffato
dell’NKVD era riuscito con l’inganno ad assassinare il sessantaduenne
Trozki, dopo che il 23 maggio era fallito un assalto a colpi di bombe a mano
di un comando «staliniano», di cui faceva parte l’italiano Vittorio Vidali. Il
conto con il Grande Nemico era stato definitivamente saldato, grazie ai
servizi segreti di Beria (il quale, più abile di Ezov, stava lentamente
279
acquisendo un predominio ancora più subdolo e personale).
Stalin temeva che la sua spericolata politica estera potesse fornire al
Grande Rivale nuovi stimoli a una ancor più marcata e contrapposta
leadership bolscevica, chissà forse persino a un governo in esilio. Era
davvero una crudele ironia della storia che colui che era stato indicato
infinite volte come «agente» e «spia» nazista fosse messo a morte da chi era
diventato il miglior alleato di Hitler.
Ma Stalin non aveva avuto il tempo per rallegrarsi a lungo di quel-
l’omicidio, premiato con l’ordine di Lenin all’esecutore materiale e persino
alla sua «eroica» madre. Ben altri nemici che il «disarmato profeta» della
rivoluzione stavano in agguato. Il rullo compressore di Hitler, ormai volto a
est, doveva preventivamente sgombrare le retrovie dei Balcani dagli ultimi
ostacoli. Nel febbraio 1941 la Bulgaria viene occupata militarmente senza
alcuna preoccupazione per le rimostranze moscovite. Poi viene messa a
punto la campagna che avrebbe dovuto liquidare la Grecia,
improvvidamente attaccata da Mussolini, nell’ottobre del 1940, e che ancora
resisteva. Piano che si complica per un improvviso putsch di ufficiali serbi
che a Belgrado rovescia il governo filonazista. Il blitz balcanico avrebbe
così incluso nel suo tremendo castigo anche la Jugoslavia, il cui nuovo
governo antitedesco era stato subito riconosciuto da Stalin e col quale aveva
sottoscritto un patto di amicizia. Ventiquattr’ore dopo quella firma Hitler
ordinava alle sue divisioni l’attacco congiunto a Grecia e Jugoslavia.
Un’altra tremenda mazzata che si concludeva col trionfo delle armi
tedesche.
Ormai in Europa, se si eccettuava l’isola inglese tenacemente sorretta da
Churchill, non restava che l’URSS a contrapporsi al totale dominio di Hitler.
Stalin doveva destreggiarsi. Il 13 aprile 1941 aveva saputo approfittare delle
contraddizioni fra l’imperialismo giapponese e quello tedesco, firmando un
patto di neutralità col ministro degli Esteri di Tokio, Matsuoka. Il Giappone,
volendo gettarsi nella conquista del sudest asiatico, intendeva garantirsi le
spalle, assicurando tranquillità ai suoi confini con la Russia. Esigenza che
coincideva esattamente con quella di Stalin, anche lui ansioso di poter
concentrare tutte le sue forze a Occidente contro il pericolo hitleriano. Una
divaricazione di interessi fra Germania e Giappone che le avrebbe condotte
entrambe alla disfatta, a tutto vantaggio dell’URSS.
Il giorno della partenza di Matsuoka da Mosca, Stalin compie uno strappo
alle sue regole di riservatezza e si fa vedere alla stazione. Abbraccia con
effusione il giapponese sottolineando con forza la loro comune «asiaticità» e
poi, con un’espansione per lui inabituale, getta le braccia al collo
dell’ambasciatore tedesco, presente alla cerimonia di saluto. Schulemburg
ricorderà così le parole di Stalin: «Noi dobbiamo restare amici e voi dovete
280
fare di tutto per questo scopo».
Erano tentativi disperati per fermare il destino. Già ai primi di aprile del
1941 Churchill aveva inviato a Stalin un messaggio riservato nel quale lo
informava dei preparativi militari di Hitler contro la Russia. Segnalazioni di
quel tipo giungevano sempre più copiose dai servizi di controspionaggio
sovietici, molto attivi e ben disseminati in ogni zona del mondo. Quasi tutte
le allarmanti informazioni preannunciavano addirittura il periodo
dell’aggressione nazista: la seconda decade del mese di giugno.
Stalin è in evidente affanno. II 6 maggio assume personalmente la carica
di presidente del Consiglio dei commissari del popolo. Concentra nelle sue
mani, per la prima volta, i poteri di segretario del partito e di capo
dell’esecutivo. Ordina ai suoi ministri di ottemperare scrupolosamente alle
consegne di grano, petrolio e di tutte quelle merci previste dall’interscambio
commerciale con la Germania, il 5 maggio si era rivolto ai quadri
dell’Armata Rossa con un allarmato discorso di 40 minuti, rimasto a lungo
segreto, nel quale aveva esplicitato l’intenzione aggressiva di Hitler. Il
governo sovietico tentava di guadagnare tempo, di giungere almeno sino al
1942, quando l’Armata Rossa sarebbe stata meglio preparata ad affrontare
lo scontro. Nessuno meglio di lui sapeva di averla indebolita, resa acefala.
L’ansia di guadagnare tempo, di non offrire in alcun modo pretesti a
Hitler, gli fa sorgere un’altra pericolosa sindrome: quella delle «provo-
cazioni», una delle sue manie abituali ma che adesso trovava modo di
esplicarsi in tutta la sua ampiezza. Le forze armate dovevano evitare
qualsiasi mossa che potesse apparire offensiva. Nulla doveva essere opposto
agli sconfinamenti aerei tedeschi sempre più numerosi. Sulle frontiere
doveva essere lasciato solo un velo sottile di truppe, con l’ordine tassativo di
non rispondere ad eventuali colpi d’arma da fuoco.
Stalin continuava a non ritenere possibile che Hitler, con l’Inghilterra
ancora in piedi, e con gli Stati Uniti di Roosevelt sempre più disposti ad
appoggiarla, volesse aprire un altro fronte a Oriente. Era una follia militare
che già Bismarck, ai suoi tempi, aveva sempre combattuto. Eppoi non era
nello stile di Hitler aggredire senza un’adeguata campagna politica
preparatoria. Aveva sempre preannunciato i suoi attacchi con qualche
forsennato discorso. Lo aveva fatto prima dell’invasione in Cecoslovacchia,
in Austria, in Polonia. Ma adesso Hitler taceva. È vero, il misterioso viaggio
in Inghilterra di Rudolf Hess, il delfino del Führer, aveva fatto sorgere molti
dubbi, che Hitler cercasse cioè alleati a Londra prima del suo attacco
all’URSS.
Ogni giorno che passava era comunque un giorno guadagnato. La stessa
campagna dei Balcani si era prolungata oltre le aspettative. Nella guerra di
Grecia e di Creta le forze aeree tedesche avevano subito pesanti perdite.
281
Stalin si aggrappava a tutto. C’era in lui anche una preoccupazione politica.
Doveva apparire a tutto il mondo come l’URSS avesse cercato sino
all’ultimo di evitare la guerra. Solo così sarebbe stato possibile congiungere
la Russia, ultima vittima del delirio di potenza mondiale del Führer,
all’Inghilterra che ancora impavida resisteva.
Le notizie sui concentramenti tedeschi alle frontiere con la Russia
crescevano di numero, contenendo elementi sempre più precisi. Da Tokio, la
spia sovietica Richard Sorge manda un messaggio inequivocabile: l’attacco
tedesco sarebbe scattato il 22 giugno.
Il 14 giugno Stalin tenta l’ultima carta. È quella della disperazione. Fa
diramare dall’agenzia Tass una nota ufficiale nella quale smentisce «le voci
palesemente assurde sull’eventualità di una guerra e su concentramenti di
truppe tedesche e russe». Entrambi i paesi stavano adempiendo «alla lettera i
termini del patto di non aggressione». Era pertanto «falso e provocatorio»
ritenere che l’URSS si stesse «preparando a una guerra con la Germania».
Stalin sperava con quella «smentita» di svelare al mondo le reali
intenzioni di Hitler e quindi di «bruciarlo»? Oppure voleva semplicemente
premere su di lui per costringerlo a uscire da un silenzio che si faceva
insopportabile? Il Führer, comunque, non abboccò. Sicché,
paradossalmente, quel comunicato finì per tranquillizzare solo i sovietici,
compresi gli stessi circoli militari.
Il mattino del 21 giugno il ministro della Difesa, maresciallo Timoscenko,
e il capo di stato maggiore, generale Zukov, ormai in possesso di sufficienti
elementi sull’attacco tedesco, previsto per il giorno dopo, ottengono da
Stalin dopo vive insistenze il permesso di mettere in stato d’allerta le unità
di frontiera. Molte ore vengono perse per mettere a punto l’ordine operativo.
Stalin contratta ogni singola parola: teme che quelle disposizioni inneschino
elementi di provocazione a tutto vantaggio di Hitler.
Finalmente, poco dopo la mezzanotte, l’ordine, trasmesso in codice e
quindi bisognoso di decifrazione, perviene ai comandi interessati. È quanto
mai contorto. Diceva: «Si presenta la possibilità di un improvviso attacco
tedesco... l’attacco potrebbe aver inizio con provocazioni». Si limitava a
prescrivere che nel corso della notte fossero occupati i punti fortificati della
frontiera e a far «disperdere e mimetizzare gli aeroplani nelle basi speciali»
(stavano ancora ben allineati, come per una parata, nei campi ripetutamente
fotografati dalla ricognizione tedesca). Nessuna di quelle disposizioni
avrebbe trovato applicazione. Non ve ne sarebbe stato il tempo. Alle 3,45
del 22 giugno, quando il sole ancora doveva sorgere, le truppe tedesche
varcavano le frontiere russe. In cielo centinaia di bombardieri e di caccia già
si stavano avventando contro gli indifesi aeroporti sovietici.
Stalin, come sempre, aveva fatto tardi la sera del 21 giugno. Prima di
282
abbandonare il Cremlino aveva autorizzato per l’indomani 22, una
domenica, la mobilitazione di tutti i funzionari di partito della capitale. Non
potevano lasciare Mosca per nessun motivo. Ma l’ordine non valeva per il
gensek che, come di consueto, protetto dalla robusta scorta, si avvia alla sua
dacia preferita di Kuntsevo.
Alle quattro del mattino Zukov deve strepitare con i burocratici
«guardiani» della dacia perché svegliassero Stalin. All’assonnato gensek
dovrà ripetere più volte che il paese era in guerra. I tedeschi stavano
attaccando.
Un altro che non aveva potuto dormire, quella notte, era stato Molotov.
La sera del 21 aveva cercato di sondare l’ambasciatore Schulemburg sulle
reali intenzioni di Hitler. Il diplomatico, che pure da giorni stava dando
fuoco nelle cantine ai documenti riservati, come da ordini ricevuti,
pronuncia anche in quelle circostanze parole rassicuranti. Appena rientrato
in ambasciata deve decifrare un telegramma urgente di Ribbentrop nel quale
erano contenuti i passi che di lì a poche ore avrebbe dovuto notificare a
Molotov. Cosa che fece. Molotov rimase assorto e silenzioso durante la
lettura del documento. Alla fine guardando Schulemburg negli occhi disse:
«Questa è la guerra. Credete veramente che lo meritiamo?».

283
XXXII
«FRATELLI E SORELLE...»

Lo Stalin del 22 giugno 1941 è un uomo sconvolto, incapace di com-


prendere, groggy come un pugile ripetutamente colpito. Quando arriva al
Cremlino manifesta ancora la sua incredulità sull’attacco tedesco. Agli
sbalorditi Timoscenko, commissario della Difesa, Zukov, capo di stato
maggiore, e Golikov, capo dei servizi informativi, ordina di traccheggiare,
di non impegnarsi. Timoscenko parlando al telefono col generale Boldin,
che si trovava a un quartier generale d’armata a Grodno, è costretto a dirgli:
«Compagno, ricordati che non si deve prendere nessuna iniziativa contro i
tedeschi senza che ne siamo informati. Fammi il favore di dire al compagno
Pavlov (* Il comandante d’armata.) che il compagno Stalin ha vietato di aprire il
fuoco d’artiglieria contro i tedeschi». «Ma come è possibile? - risponde
urlando l’interlocutore -. Le nostre truppe sono in piena ritirata. Intere città
sono in fiamme, la gente viene ammazzata sul posto.»
Sino alle 7,15, ora in cui finalmente si autorizza la risposta al fuoco,
Stalin resta aggrappato alla speranza che quella di Hitler sia una subdola
provocazione per indurlo a entrare in guerra. Le prime disposizioni
operative sono altrettanto folli, sganciate dalla realtà. Si ordina alle truppe di
frontiera di passare al contrattacco, puntando su Lublino, mentre i tedeschi
erano già penetrati di oltre cinquanta chilometri in territorio russo. Anziché
predisporre le armate su una prima linea di contenimento, i reparti vengono
gettati alla rinfusa, scollegati fra loro, nelle fauci della Wehrmacht che si
stava dispiegando, secondo le direttive, con veloci manovre avvolgenti.
Il popolo russo continuava a ignorare di essere in guerra. Sino a
mezzogiorno i programmi della radio restano quelli consueti, poi interrotti
da musiche marziali. Ma devono trascorrere ancora molte ore prima che la
voce di Molotov si faccia sentire dai microfoni di radio Mosca: «Questo
inaudito attacco al nostro paese è un atto di perfidia che non ha eguali nella
storia delle nazioni civili. Questo attacco ha avuto luogo nonostante
l’esistenza di un patto di non aggressione tra URSS e Germania, un patto i
cui termini l’URSS ha sempre scrupolosamente osservato. Siamo stati
assaliti nonostante per tutto il periodo del patto il governo tedesco non sia
stato in grado di sollevare la minima lamentela sull’inadempienza ai propri

284
obblighi dell’URSS... La nostra causa è giusta. Il nemico sarà sconfitto. La
vittoria sarà nostra».
Era un discorso penoso, difensivo, tutto volto a sottolineare la buona fede
dei russi, tradita dalla perfidia di Hitler, incapace di sollevare indignazione e
volontà di resistenza, non all’altezza dei drammatici compiti storici del
momento. Recava evidenti le tracce dello sconcerto staliniano, della sua
profonda sorpresa.
Stalin, prima di ripartire quella sera per la dacia di Kuntsevo, si reca,
accompagnato da alcuni membri del Politburo, in via Frunze, dove ha sede
il commissariato alla Difesa. Ostenta all’inizio la sua imperturbabile calma,
ma di fronte al bilancio tracciategli da Timoscenko - chiari sintomi di
cedimento nella zona di Minsk, ingenti unità prive di collegamenti, che non
rispondevano più alle chiamate - si lascia vincere dai nervi. «Prese fuoco -
ricorda un testimone - lanciò insulti sui presenti, parole di rabbia. Quindi
senza guardare in faccia a nessuno, a testa bassa, lasciò l’edificio e si fece
condurre a casa...»
Da quel momento non si hanno più sue notizie. Eppure nel giorno
dell’invasione, a Londra, un grande statista, Churchill, non aveva esitato,
parlando alla radio, a schierarsi subito dalla parte degli aggrediti. «Nessuno
ha avversato il comunismo - dirà - più tenacemente di quanto io abbia fatto
negli ultimi venticinque anni. Non rinnegherò una parola di ciò che ho detto
ma tutto ciò svanisce di fronte allo spettacolo che si svolge sotto i nostri
occhi.»
Nel caos di quelle giornate il potere sovietico tenta di adeguarsi
all’emergenza. Il 23 giugno viene ricreata la Stavka, il tradizionale quartier
generale russo: la presiede Timoscenko, Stalin ne è solo un membro come
altri. Per più giorni quell’organismo avrebbe diramato ordini e disposizioni
ma senza la firma del gensek, il quale continuava a restare rintanato nella
sua dacia di Kuntsevo.
Il 28 giugno tocca a Molotov ricevere l’ambasciatore Cripps,
accompagnato da una missione militare britannica che era giunta a Mosca
per firmare un accordo di natura militare. Il 29 giugno il Comitato centrale
del partito e il governo elaborano un documento riservato per gli organi
esecutivi della periferia. Li si informa della gravità del momento: la Lituania
era perduta, la penetrazione tedesca proseguiva inarrestabile in Bielorussia e
in Ucraina. Era «in discussione la vita o la morte dello Stato sovietico»,
l’intero paese doveva unirsi «intorno al partito comunista e al governo
sovietico». Non una parola su Stalin. Tutti si chiedevano dove fosse e il
perché del suo prolungato silenzio.
Il gensek stava vivendo la crisi più grave e devastante dell’intera sua
carriera politica. Come nell’ultimo esilio siberiano pareva aver rinunciato a
285
combattere, privo ormai di ogni volontà. Il bilancio di quasi vent’anni di
esclusivo dominio era lì, sotto i suoi occhi, in tutti i suoi aspetti catastrofici.
Un paese inerte, un esercito che si stava sciogliendo sotto i colpi di Hitler,
torme di prigionieri che alzavano le braccia senza combattere. Forse per la
prima volta, nella sua vita, non poteva incolpare nessuno, se non se stesso, i
suoi errori, la sua inesausta inclinazione a distruggere collaboratori preziosi,
a scorgere ovunque nemici, a scaricare sul prossimo le cause degli
insuccessi e delle difficoltà. Il suo orgoglio, personale e di vecchio
bolscevico, la sua indomita energia che si era cimentata in mille prove sotto
Lenin e nella solitudine dell’immenso potere gestito personalmente al
Cremlino, parevano vanificati per sempre.
Alla fine di giugno una delegazione del Politburo decide di troncare gli
indugi e si reca da Stalin. Lo trovano abbattuto, impaurito, forse anche
ubriaco, come lascia intendere Kruscev nei suoi ricordi. Alla vista di quei
collaboratori, che giungono in forze e inaspettati, probabilmente pensa sia
giunto il momento della resa dei conti. Lui che non aveva perdonato un solo
errore ai suoi avversari di partito, non avrebbe esitato - al posto loro - in
quel momento. Ma quella delegazione non intendeva né arrestarlo, né
cacciargli una pallottola in corpo. Avevano tutti bisogno di lui, della sua
energia, della sua canna, della sua abilità, della sua astuzia. Il popolo russo -
cui era stato presentato come il saggio, il timoniere, il macchinista
indispensabile della rivoluzione - aveva bisogno della sua parola. Tornasse
dunque a Mosca, alla guida del paese. Nessuno l’aveva sostituito e nessuno
se la sentiva di prenderne il posto. Lui era lo zar, il vozd.
La crisi è superata. Stalin ritrova di colpo le energie, rimuove, come era
solito fare in quei casi, ogni senso di colpa, cancella il passato con un tratto
di volontà, il 1° luglio entra in funzione un Comitato di difesa straordinario.
Lo presiede lui, Stalin, con gli amici fedeli che non lo avevano tradito in
quei momenti disperati. Molotov, Voroscilov, Beria, Kaganovic, Malenkov,
Mikojan.
Il 3 luglio la voce di Stalin risuona di nuovo alle orecchie dei sovietici.
Stava parlando alla radio dal Cremlino. Ha un inizio che mette i brividi a chi
lo sente: «Compagni, cittadini, fratelli e sorelle, combattenti del nostro
esercito e della nostra flotta!». Lo scrittore Kostantin Simonov così
ricorderà quello storico appello: «Stalin parlava a voce lenta, scolorita, con
un forte accento georgiano. Una, due volte durante il discorso, potevi sentire
il breve rumore di un bicchiere urtato, mentre beveva dell’acqua. La sua
voce era bassa e morbida e poteva sembrare perfettamente calma, non fosse
stato per il respiro pesante, stanco, e per quell’acqua che continuava a bere
durante il discorso... C’era contrasto fra quella voce uguale e la tragica
situazione di cui parlava, e nel contrasto era un vigore. La gente non fu
286
sorpresa. Era quello che si aspettava da Stalin... E il fatto stesso che Stalin
avesse parlato di quel disgraziato inizio di una guerra grande e terribile,
senza cambiare di vocabolario, e che avesse parlato, quasi al suo solito
modo, delle grandi ma non insormontabili difficoltà da superare, anche
questo non ispirò debolezza ma grande vigore».
La voce era quella di un tempo e anche il periodare. Ma c’erano accenti
nuovi nel gensek. Intanto quell’appellarsi alle sorelle e ai fratelli sovietici
dava un senso di comunione umana, di eguaglianza nella sventura, del tutto
inediti. Stalin aveva trovato una prodigiosa sintonia col suo popolo, cui
senza infingimenti stava dicendo amare verità. «Come è potuto accadere che
il nostro glorioso Esercito Rosso abbia ceduto alle truppe fasciste una serie
di nostre città e province? È possibile che le truppe fasciste-tedesche siano
veramente invincibili...?» La risposta sembrava convincente: gli aggressori,
puntando sulla sorpresa, si erano assicurati condizioni di vantaggio iniziali,
favoriti dalla mancata mobilitazione dell’Armata Rossa. Sembrava, il suo,
l’errore d’ingenuità di un governante poco esperto. Non poteva bastare
come giustificazione.
E difatti Stalin va al cuore del problema: «... come è potuto avvenire che
il governo sovietico abbia consentito alla conclusione di un patto di non
aggressione con uomini così perfidi, con dei criminali come Hitler e
Ribbentrop? Con ciò il governo sovietico non ha commesso un errore?». Il
gensek risponde di no, perché nessun paese che ami la pace può respingere a
priori un accordo con dei vicini, anche se sono «criminali e cannibali» come
i dirigenti nazisti. Grazie a quell’accordo «abbiamo assicurato al nostro
paese la pace durante un anno e mezzo e la possibilità di preparare le nostre
forze armate a resistere...». Era senza dubbio una visione molto ristretta e
parziale degli avvenimenti che avevano spinto Stalin nel 1939 ad accordarsi
con Hitler. Ma in quei drammatici momenti, quando occorreva galvanizzare
la gente, ulteriori autocritiche sarebbero state letali e controproducenti. In
fondo l’URSS era stata aggredita, non spettava a lei giustificarsi. Il fatto
stesso che tutti «i migliori uomini dell’Europa, dell’America e dell’Asia»
simpatizzassero in quelle ore per il governo sovietico stava a dimostrare che
«la nostra causa è giusta».
Nella seconda parte del suo radio-discorso, il gensek, senza alcun ricorso
alla retorica, chiama il suo popolo alla lotta contro un «nemico feroce e
implacabile», per battere il quale doveva essere abbandonata ogni forma di
bonarietà. Gli occupanti avevano un solo scopo: «Restaurare il potere dei
grandi proprietari terrieri», distruggere la cultura e l’identità di tutti i popoli
dell’Unione - che cita uno a uno - per «germanizzarli» e «renderli schiavi
dei principi e dei baroni tedeschi». Stalin sin dall’inizio aveva colto nel
segno, quasi avesse già potuto leggere le disposizioni di Hitler di alcune
287
settimane prima, nelle quali il Führer ordinava: «Bolscevismo è uguale a
criminalità asociale... noi dobbiamo abbandonare il punto di vista del
cameratismo militare. Il comunista non è un camerata prima e non è un
camerata dopo. Si tratta di una lotta di annientamento... noi non facciamo la
guerra per conservare il nemico».
Contro un simile avversario non c’era posto «per i piagnucolosi e i
codardi, per i seminatori di panico e i disertori», in caso di ritirata tutto il
materiale trasportabile doveva essere evacuato, dalle locomotive agli
impianti, e ciò che restava andava distrutto. «Non lasciare al nemico né un
chilo di pane né un litro di carburante.» E nelle retrovie tedesche doveva
subito svilupparsi un’implacabile guerriglia partigiana.
La lotta che stava impegnando tutto il popolo sovietico - è la conclusione
di Stalin - aveva obiettivi più vasti della difesa del territorio della patria: si
univa a quella di tutti i popoli che si battevano contro il nazismo «per la loro
indipendenza, per le libertà democratiche». E a questo proposito ringraziava
calorosamente Churchill per il suo «storico discorso» e il governo degli Stati
Uniti per gli aiuti che si era detto disposto a fornire all’URSS.
Stalin, dunque, era tornato in possesso delle sue tradizionali capacità di
comando, la crisi vissuta nella solitudine della dacia di Kuntsevo era un
pallido ricordo. Il gensek si era rimesso a far politica. E più in grande di
prima, ponendosi come interlocutore delle grandi potenze anglo-sassoni.
Quel discorso non solo aveva tranquillizzato e animato i sovietici ma aveva
colpito, per la sobrietà, per il realismo e per il senso di grande unità, anche i
dirigenti occidentali. Tutto era in gioco, il tempo delle divisioni ideologiche
e dei contrasti di potenza dovevano cessare: ciò che contava era la lotta
contro Hitler. Stalin non avrebbe potuto dir meglio.
Ma la ritrovata energia del gensek non bastava. Sul piano militare si
stavano pagando le conseguenze dei suoi passati errori. La pessima di-
slocazione delle truppe, la totale assenza di un piano che prevedesse, in una
prima fase, una mobile azione difensiva, la paura negli alti comandi locali di
sbagliare, l’insufficienza professionale dei generali appena promossi a quel
grado dopo le recenti purghe, tutto concorre ad aprire le porte del paese
all’invasore.
Tra gli alti gradi solo il 7% aveva un’istruzione militare superiore, mentre
il 37% non aveva neppure frequentato un corso completo delle scuole
militari medie. L’alta ufficialità spazzata dal repulisti staliniano aveva non
solo elaborato - a suo tempo - un pensiero strategico, adesso assente, ma era
anche stata una profonda conoscitrice dei metodi dell’esercito tedesco sino
all’arrivo di Hitler al potere. L’impreparazione e l’imperizia dei nuovi
quadri stavano presentando il loro conto impietoso. Anche su quello aveva
puntato Hitler nel lanciare la sua offensiva. Un alto esponente della
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Wehrmacht, il generale Halder, aveva scritto nel suo diario, un mese prima
della guerra: «Il corpo ufficiali russo è quanto mai scadente... Alla Russia
occorreranno vent’anni per raggiungere il precedente livello».
Sulle spalle di Stalin ricadeva adesso il peso ossessivo e globale della
guerra. A metà luglio il gensek assume direttamente la carica di
commissario alla Difesa (e il 7 agosto quella di comandante in capo)
procedendo a una drastica riorganizzazione dei comandi, dopo aver fatto
fucilare i responsabili del cedimento nel settore centrale. I tre fronti, quello
nord, centrale e sud sono affidati rispettivamente a Voroscilov, Timoscenko
e Budenny. Ma, tranne il secondo, forniranno pessime prestazioni. Zukov, il
più abile dei generali e che sapeva tener testa a Stalin, invano si stava
battendo per una ritirata strategica che raccorciasse le linee del fronte e
consentisse il concentramento delle forze. Il suo contrasto con Stalin giunge
a tal punto da dover rassegnare le dimissioni da capo di stato maggiore,
subito accolte. Viene sostituito da un altro abile comandante ma di
cagionevole salute, Saposnikov, uno dei pochi sfuggiti alle epurazioni e che
prima delle ostilità aveva cercato di rimettere un po’ d’ordine nel devastato
mondo dell’Armata Rossa.
Ma i gravosi problemi della conduzione militare erano solo un aspetto di
quell’immane conflitto. L’inarrestabile avanzata tedesca stava mettendo in
pericolo le industrie principali concentrate nella Russia europea. Occorreva
sottrarle al nemico, trasportarle più in là, verso Oriente. Il piano viene
elaborato in fretta e furia. Tutti gli uomini del Politburo sono utilizzati nella
gigantesca operazione, una delle più alte dimostrazioni di efficienza, di
tenacia e di spietata energia del potere sovietico nel corso dell’intero
conflitto. Ben 1523 stabilimenti vengono smontati e i loro impianti trasferiti
oltre gli Urali. I sacrifici sopportati dagli operai, dalla gente comune sono
inimmaginabili. E benché i reparti della NKVD vigilassero con la consueta
ferocia, la fattiva ed entusiasta partecipazione del popolo fu alla base del
successo.
A fine luglio Stalin riceve al Cremlino l’inviato di Roosevelt, Harry
Hopkins. Il gensek gli appare consapevole dei pericoli, ma fermo e
determinato nella volontà di resistere. «Mi salutò - ricorderà Hopkins - con
poche e semplici parole in russo. Mi strinse brevemente la mano, ma con
fermezza e cortesia. Mi sorrise calorosamente. Non fece né spreco di parole
né di gesti. Era come parlare a una macchina perfettamente regolata, una
macchina intelligente... Le risposte era pronte, univoche, quelle di un uomo
che da anni sapeva che cosa avrebbe dovuto rispondere... Se è sempre come
l’ho visto io non spreca una sillaba. Se vuole addolcire una brusca risposta...
sorride con un sorriso vivace e studiato, un sorriso che può essere freddo ma
è amichevole, severo ma caldo... Ride abbastanza spesso, ma è un riso
289
breve, forse anche sardonico. Non dice mai una banalità. Ha spirito acuto e
penetrante.»
L’inviato di Roosevelt ne rimase conquistato. La personalità di Stalin
colpiva gli occidentali per la sobrietà e la proprietà di linguaggio, per il
senso dello Stato che da lui emanava. Di quell’uomo ci si poteva fidare. Il
giudizio di Hopkins influenzò profondamente Roosevelt. Nacque nel
presidente americano quell’atteggiamento di stima verso Stalin che non
avrebbe più abbandonato sino a pochi giorni dalla sua morte. Un elemento
psicologico fondamentale che avrebbe preservato l’unità della coalizione
antinazista dalle crisi e dalle tensioni che si sarebbero succedute nel corso
del conflitto.
La situazione al fronte non faceva, però, che peggiorare. I tedeschi
premevano su Leningrado. Al centro la puntata contro Mosca si era allentata
perché Hitler aveva convinto i suoi generali che lo sforzo maggiore dovesse
concentrarsi a sud nella conquista dell’Ucraina, con i suoi allettanti granai.
L’Ucraina voleva dire Kiev, la sua capitale. Ma Stalin, anche per motivi
psicologici, s’intestardisce nel volerla difendere a tutti i costi. Si creano così
le premesse per una gigantesca sacca nella quale resteranno intrappolati
centinaia di migliaia di russi.
I successi di Hitler sembravano non aver fine. Ma la vastità dei territori da
occupare e presidiare, e la resistenza russa, superiore alle previsioni, stavano
facendo scorrere rapidamente le settimane. L’orso sovietico non si piegava.
Malgrado i due milioni di prigionieri (tra cui il primo figlio di Stalin, Jakov)
e le pur grandi battaglie vittoriose, il Führer non poteva ancora gridare al
mondo di aver concluso la campagna orientale. A fine settembre Hitler
concentra il grosso delle sue forze motocorazzate nella zona centrale.
Obiettivo Mosca. A nord, Leningrado, ormai accerchiata, doveva essere
presa prima dell’inverno grazie a un assedio che si sperava avrebbe fatto
crollare per fame la guarnigione e la popolazione che non era stata fatta
sgombrare a tempo. Con la conquista della capitale e della culla della
Rivoluzione d’Ottobre, Hitler sperava di sferrare un doppio colpo mortale
alle capacità di resistenza militari e psicologiche dei russi.
La battaglia di Mosca ha inizio. Prima che giungesse al suo punto
cruciale, due altri visitatori occidentali, l’americano Harriman e l’inglese
Beaverbrook, incontrano Stalin. Notano segni di depressione nel gensek, il
quale poco prima aveva confidato all’ambasciatore Cripps la sua intenzione
di difendere a oltranza la capitale ma di non essere sicuro di riuscirvi. Alla
testa delle truppe che era riuscito a racimolare, Stalin aveva posto Zukov
appena rientrato da una missione a Leningrado. A lui aveva chiesto: «Crede
che ce la faremo a difendere Mosca? Glielo chiedo con l’angoscia nel cuore.
Risponda il vero, risponda da comunista».
290
C’è un’altra testimonianza di quei giorni cruciali. È del generale Belov,
che non vedeva più Stalin da parecchio tempo. Lo trova con «una faccia
preoccupata e tirata... Il suo sguardo aveva perso la forza di un tempo e la
sua voce pareva non aver più la solita sicurezza. Ma fui ancora più sorpreso
dall’atteggiamento di Zukov. Parlava aspramente, in tono imperioso, dando
l’impressione di essere il comandante in capo. E Stalin accettava la cosa
come una necessità. Talvolta la sua faccia mostrava perfino sintomi di
frustrazione».
La popolazione della capitale, le donne soprattutto, lavoravano nel fango
autunnale per scavare trincee, predisporre sbarramenti anticarro. Le truppe
tedesche continuavano ad avanzare su tutto il fronte moscovita. La
resistenza russa era disperata, ogni metro di terreno veniva conteso
aspramente. Quella resistenza stava creando le premesse per la prima
sconfitta militare di Hitler. Le sue unità, provate dai duri combattimenti,
debbono essere continuamente riorganizzate; i giorni ancora disponibili
prima del terribile inverno russo stavano scorrendo rapidamente.
A Mosca l’avvicinarsi del nemico comincia a creare il panico. Il 15
ottobre vengono impartiti i primi ordini di evacuazione. I ministeri tra-
slocano, è il segnale del fuggi fuggi generale. Il 16 le stazioni ferroviarie
sono prese d’assalto, la città è smarrita. In lontananza già si sentiva il rombo
del cannone. Anche Stalin esamina la possibilità di lasciare il Cremlino. Ma
poi si rende conto del valore psicologico che la sua presenza avrebbe avuto
sullo spirito di resistenza russo e agli occhi del mondo. Non se ne sarebbe
andato come lo zar ai tempi di Napoleone.
La decisione di Stalin di rimanere al Cremlino restituisce improvvisa
energia a tutti. Il 19 la città viene posta in stato d’assedio, le strade sono
pattugliate dall’esercito. È in queste ore che Stalin matura uno dei suoi più
geniali gesti politici, aiutato come sempre dalla fortuna, che nei momenti
cruciali non l’abbandona mai. D’accordo con Zukov decide di celebrare
ugualmente l’anniversario della Rivoluzione. Con due manifestazioni, una
politica da tenersi il 6 novembre, l’altra militare per il giorno successivo. È
un atto temerario, una sfida a Hitler e ai suoi generali che ormai con i
binocoli potevano scorgere le cupole del Cremlino.
Il 6 novembre, nella stazione Majakovskaja della metropolitana di Mosca,
il gensek di fronte al Soviet e all’attivo del partito cittadino traccia un
rapporto dei primi quattro mesi di guerra, come se nulla fosse. La sua voce è
quella di sempre, calma e bassa. Nulla della tragica situazione viene
nascosto. Il nemico «incombe come una nuvola nera su Leningrado,
minaccia la nostra valorosa capitale. Mosca». Ingenti territori sovietici sono
caduti nelle mani degli invasori: il «pericolo non solo non si è attenuato, ma,
anzi, si è aggravato ancor di più». Oltre ottocentomila uomini sono morti o
291
risultano dispersi, più di un milione i feriti. Eppure - dice Stalin - il blitz di
Hitler è fallito. E ne elenca con lucidità le cause: 1) gli alleati occidentali -
malgrado la subdola missione di Hess - non erano caduti nella trappola
dell’antisovietismo, preparata da Hitler, e avevano deciso di lottare a fianco
dell’URSS; 2) il regime sovietico, pur sotto i duri colpi iniziali, aveva retto:
le speranze di conflitti fra operai e contadini, di insurrezioni popolari, di urti
fra i diversi popoli dell’URSS erano andate deluse. Il paese non si era
«sfasciato»; 3) l’Armata Rossa, malgrado le sconfitte, manteneva intatta la
sua forza e il morale che l’animava era più alto di quello tedesco, perché
difendeva la «patria dagli invasori stranieri» e aveva «fiducia nella giustizia
della propria causa».
La guerra sarebbe stata ancora lunga e dura. Purtroppo, per ora, l’URSS
doveva da sola, «senza alcun aiuto militare», sopportare l’intero peso
dell’esercito tedesco (comincia con questo discorso la pressante richiesta
agli alleati di un secondo fronte da aprire in Occidente). Ma la battaglia
andava comunque combattuta senza esitazioni contro un nemico bestiale che
aveva come unico scopo «l’annientamento della grande nazione russa, la
nazione di Plekhanov e di Lenin, di Belinski e di Cernicevski, di Puskin e di
Tolstoi, di Gorki e Cecov... di Suvorov e Kutusov». Stalin si appellava allo
spirito nazionale, si faceva erede del passato, delle tradizioni, della cultura
russi.
E al Führer che stava a cinquanta chilometri dal Cremlino riservava tutta
la sua ironia: «Hitler assomiglia a Napoleone come un gattino assomiglia a
un leone, perché Napoleone lottava contro le forze della reazione
appoggiandosi sulle forze progressive; mentre Hitler, al contrario, si
appoggia sulle forze reazionarie e lotta contro le forze progressive».
Quel discorso trasmesso dalla stazione metropolitana stava dando forza e
volontà ai soldati e al popolo impegnati allo spasimo.
Ma lo «schiaffo» ai nazisti sarebbe stato ancora più forte il giorno dopo. Il
7 novembre, dall’alto del mausoleo di Lenin, il gensek assiste alla sfilata
militare dei reparti che stavano partendo per il fronte. Il cielo è nuvoloso, gli
aerei tedeschi non possono alzarsi in volo e la cerimonia militare si svolge
senza intralci. Ai soldati ammassati sulla piazza Rossa, Stalin parla con
energica determinazione: «II mondo intero guarda a voi come alla potenza
in grado di distruggere le orde dei predoni tedeschi. I popoli asserviti
dell’Europa guardano a voi come ai loro liberatori... Possiate ispirarvi in
questa guerra alle figure eroiche dei nostri grandi antenati, Alexandr Nevski,
Dmitri Donskoj, Alexandr Suvorov, Mihail Kutuzov! Siate benedetti dalla
grande bandiera vittoriosa di Lenin! Morte agli invasori tedeschi!».
Quei reparti galvanizzati andarono in prima linea, rinforzati da sempre
nuove divisioni provenienti dalle frontiere orientali, ben addestrate ed
292
equipaggiate per combattere sulla neve. Tutti i tentativi tedeschi di far
crollare le difese di Mosca falliscono, il 6 dicembre Zukov era in grado di
lanciare il suo primo contrattacco. E mentre i soldati di Hitler cominciavano
a ritirarsi per la prima volta nel corso della guerra, i giapponesi si
avventavano su Pearl Harbor obbligando gli Stati Uniti a entrare in guerra.
Ormai il conflitto era diventato planetario.
Il successo raggiunto a Mosca convince Stalin che l’anno che sta per
aprirsi - il 1942 - sarebbe stato decisivo nello scontro con Hitler. Commette
un grave errore di sottovalutazione. Hitler era stato bloccato più dall’inverno
che dalle operazioni militari. E se quella sconfitta gli aveva fatto perdere
l’aureola dell’invincibilità, poteva ancora disporre di forze enormi, con un
paese che stava giungendo, grazie anche alla militarizzazione e allo
sfruttamento massiccio dell’Europa occupata, ai suoi massimi livelli
produttivi.
Il gensek elabora al Cremlino con i suoi generali riluttanti i piani per la
prosecuzione invernale della controffensiva, e per un gigantesco attacco da
sferrare, a primavera inoltrata, nella zona di Charcov. Convinto che
l’obiettivo di Hitler restasse Mosca contava con quel colpo a sorpresa di
scompaginargli le mosse e di batterlo sul tempo.
Le giornate di lavoro di Stalin sono massacranti. Nessuna decisione
militare sfuggiva al suo controllo, anche se adesso cominciava a fidarsi di
un nucleo di generali che le strenue battaglie avevano fatto emergere,
spazzando via chi si era affermato solo per meriti politici, o per assoluta
fedeltà staliniana. La situazione produttiva del paese era del pari
attentamente seguita dal gensek. Sue le decisioni sui tipi di armi da
produrre, sulle priorità nel campo dei trasporti, dei rifornimenti, delle nuove
unità da mobilitare ed equipaggiare. Il fronte interno - la capacità cioè di
resistenza e di tenuta del popolo sovietico - costituiva un’altra delle sue
preoccupazioni, in parte sollevate da Beria, che in quei mesi non aveva certo
allentato la morsa dei suoi controlli polizieschi.
I politici e i diplomatici stranieri che lo avvicinano rimangono colpiti da
quella mente lucida, fredda, padrona delle infinite rotelle di un meccanismo
così complesso e centralizzato come quello del vasto Stato sovietico. Nelle
conversazioni Stalin si dimostrava perfettamente al corrente dei dati di
produzione dei loro paesi e li stupiva per l’accurata conoscenza di ogni
genere e tipo di armamento.
Ma quale non fu la sorpresa di Anthony Eden, ministro degli Esteri
inglese, in missione a Mosca tra il 16 e il 18 dicembre, con la battaglia per
la salvezza della capitale ancora in pieno svolgimento, sentire Stalin già
proiettato sull’assetto futuro del mondo, dopo la guerra. «Secondo il suo
punto di vista - ricorderà Eden - l’Austria dovrebbe essere restaurata come
293
Stato indipendente, la Prussia orientale dovrebbe essere inclusa nella
Polonia... Per quanto riguarda i vitali interessi dell’Unione Sovietica, Stalin
desidera il ripristino della situazione del 1941 precedente l’attacco tedesco,
circa gli Stati baltici, Finlandia e Bessarabia. La linea Curzon sarebbe stata
la base della futura frontiera con la Polonia... Durante la seconda riunione
egli insistette per l’immediato riconoscimento da parte inglese delle future
frontiere dell’URSS... tale questione, cui il signor Stalin annetteva
un’importanza capitale, fu ancora discussa durante il terzo incontro.»
Sin da allora le idee del gensek sulla nuova Europa erano chiare,
realistiche e tenevano conto del ruolo arbitrale cui la Russia avrebbe avuto
diritto quale premio e riconoscimento per il grande contributo che stava
dando alla causa comune. Eppure Stalin era alla vigilia di un altro spa-
ventoso momento di crisi, il peggiore dopo quello delle prime settimane di
guerra.
Sordo ai suggerimenti di chi gli aveva consigliato di prepararsi al nuovo
attacco di Hitler, fa trovare le linee del fronte sbilanciate e con le riserve
gravemente intaccate dalle sue sterili offensive primaverili. Il 28 giugno nel
delicato punto di sutura tra il fronte centrale e quello meridionale i carri
armati tedeschi davano il via a un’altra spettacolare offensiva. Anziché
dirigersi a nord, verso Mosca, come erroneamente Stalin aveva creduto, il
blitz di Hitler piega a sud in una gigantesca manovra di avvolgimento che
rischia di tagliare fuori le armate russe nell’Ucraina orientale.
L’accerchiamento viene a stento evitato, ma le ricche regioni del Donetz
sono perdute, la porta di Rostov che apre l’accesso alle pianure del Caucaso
settentrionale è sfondata, le armate di Hitler dilagano verso Stalingrado.
Ore drammatiche tornano al Cremlino. La forza di resistenza dell’Armata
Rossa sembra allo stremo, le truppe si ritirano caoticamente, molti reparti si
arrendono, le strade polverose verso Don e Volga sono intasate di militari
sbandati e di civili che cercano di sfuggire ai tedeschi. Hitler, nella sua furia
ideologica e razzista, non aveva saputo sfruttare le potenzialità
antisovietiche della popolazione contadina. Invece di presentarsi come il
«liberatore» che ridava loro i campi collettivizzati da Stalin, l’esercito
hitleriano si limitava a predare e a uccidere. Fu un errore politico e militare
di portata incalcolabile, uno dei più preziosi quanto involontari aiuti forniti
dal nazismo al gensek. Il quale, del resto, l’aveva previsto. Hitler non era
Napoleone...
Stalin deve ricorrere ancora una volta alle misure drastiche per salvare il
salvabile. Alla fine di luglio emana un ordine che verrà letto a tutti i reparti
combattenti. Sono comandamenti spietati ma che hanno la funzione di una
positiva frustata. «Dovete combattere sino all’ultima goccia di sangue... Non
più un passo indietro». I plotoni di esecuzione decimano gli sbandati, ma
294
non è quella l’arma vincente. Ancora una volta le parole di Stalin erano state
capaci di risvegliare le riposte energie di un popolo generoso, paziente,
disciplinato, profondamente legato alla sua terra.
Ai primi di agosto Zukov è nominato vice comandante supremo, diventa
il «numero due» dell’Unione Sovietica. È il segnale del definitivo trionfo
della professionalità militare. L’ora dei commissari politici,
dell’intromissione e dell’ingerenza del partito nei comandi operativi stava
volgendo al tramonto. L’Armata Rossa, con i vecchi gradi ripristinati, con le
nuove divise per gli ufficiali che ricordavano da vicino quelle del vecchio
esercito imperiale zarista, poteva finalmente ridiventare un organismo
autonomo, pensante, responsabile delle proprie azioni. Sotto lo stimolo del
nuovo pericolo, Stalin aveva finalmente capitolato. Si affidava, ormai senza
più remore e timori, nelle mani di quei generali che battaglia dopo battaglia
si erano conquistati stima e rispetto. Tra poco le lontane fabbriche degli
Urali avrebbero loro fornito, in grandi quantità, armi moderne e terrificanti
come i giganteschi carri armati T. 34, le diaboliche katjusce, i veloci caccia-
bombardieri.
Ma quello sforzo, da solo, non sarebbe bastato. Per quanto tempo ancora
la Russia avrebbe potuto sopportare quel drammatico peso? Era giunto il
momento di chiedere, e in termini pressanti, il concorso degli alleati. Già
Molotov - nel maggio del 1942 - in un periglioso viaggio aereo a Londra e a
Washington, aveva dato voce alla richiesta di un secondo fronte. Roosevelt,
assai più di Churchill ancora restio a impegnarsi, si era lasciato sruggire una
promessa azzardata: gli anglo-americani avrebbero attraversato la Manica a
settembre. Si trattava adesso di stringere i tempi. Churchill accetta di andare
a Mosca, nella tana del suo vecchio nemico, adesso indispensabile e
prezioso alleato.
Il premier britannico arriva a Mosca il 12 agosto 1942, in un momento in
cui l’offensiva tedesca è di nuovo all’apice della sua potenza. Ma le notizie
che Churchill reca all’ansioso gensek sono pessime. I comandi militari
alleati ritenevano possibile uno sbarco in Francia non prima del 1943. «Mi
riesce difficile parlarne...» esordisce l’imbarazzato statista inglese. Stalin,
che forse ha già capito, lo invita a proseguire: «Qui non ci sono persone dai
nervi deboli, signor primo ministro». Ma l’annuncio che la Russia, chissà
ancora per quanto tempo, sarebbe rimasta sola a sopportare l’urto di Hitler,
gela l’atmosfera dell’incontro. Nella sala delle riunioni al Cremlino ogni
tanto scendeva - come ricorderà Churchill - «un silenzio opprimente». Ma il
premier non era andato del tutto a mani vuote: gli alleati - attraverso l’ope-
razione Torch - avevano deciso per il prossimo autunno di serrare in una
morsa le truppe italo-tedesche in Africa, grazie agli sbarchi in Marocco e
Algeria che si sarebbero congiunti con l’offensiva delI’VIII Armata di
295
Montgomery dall’Egitto. Era la premessa necessaria per il successivo sbarco
in Italia. «Stalin parve afferrare improvvisamente i vantaggi strategici di
Torch... Pochissimi uomini al mondo avrebbero potuto cogliere così presto
le ragioni d’un progetto intorno a cui tutti noi ci affaticavamo così
intensamente da tanto tempo. Stalin le afferrò in un lampo.»
Anche Churchill resta favorevolmente colpito dalla mente sottile e duttile
di Stalin. Ma quello era solo un aspetto del gensek. L’indomani, nel
prosieguo dei colloqui, si trova di fronte uno Stalin del tutto diverso, un
attore consumato che si scaglia con inaudita violenza contro gli inglesi, li
accusa in pratica di essere dei vili, di aver paura di battersi contro i tedeschi.
Il premier deve reagire con pari forza. Stalin lo stava volutamente
provocando per metterlo in soggezione, per sottolinearne la debolezza. Era
una recitazione tanto più impressionante se si pensa che prima di
quell’incontro era stato per lunghe ore davanti alle carte militari negli uffici
della Stavka e su cui erano tracciati i segni della catastrofica ritirata sul
fronte meridionale.
Poi Stalin pone fine al litigio invitando gli ospiti a cena. Churchill è
sbalordito, non sa capacitarsi di quel contìnuo mutare di atteggiamenti. A
cena, difatti, Stalin aveva ripreso il suo sangue freddo scherzando
sull’intervento militare inglese, voluto proprio da Churchill, nei mesi
successivi alla Rivoluzione d’Ottobre. Come sempre accadeva in quei
banchetti prolungati, Stalin prendeva di petto qualche suo intimo col-
laboratore. A farne le spese fu Molotov, quella volta. A Churchill che
ironizzava sulla «scomparsa» per 24 ore del ministro rosso durante il suo
recente soggiorno americano, Stalin risponde che quella assenza aveva una
ragione ben precisa: Molotov era andato a trovare i suoi amici gangster di
Chicago...
Ma il vero Stalin l’avrebbe conosciuto la sera prima della sua partenza.
Finiti i colloqui ufficiali, il gensek propone all’ospite di andare a bere
qualcosa nel suo appartamento al Cremlino, quattro piccole stanze
modestamente arredate. Familiarità e cameratismo fanno da sfondo a
quell’incontro privato, architettato da Stalin per catturare l’amicizia
personale di quel «nemico» verso il quale provava, tutto sommato, una
sincera stima. Una governante comincia a preparare la tavola, poi arriva la
giovane figlia, Svetlana, che bacia rispettosamente il padre. Stalin propone
d’invitare allo spuntino anche Molotov. «C’è una sola cosa buona in
Molotov - aggiunge - sa bere bene.» Rimangono a tavola dalle 20,30 alle
due e mezza di notte.
I due statisti si lasciano andare alle confidenze. Churchill lo stuzzica, gli
chiede se le difficoltà che stava incontrando in guerra fossero superiori a
quelle del periodo della collettivizzazione nelle campagne. «Oh no -
296
risponde Stalin - la collettivizzazione ci impose una lotta ben più terribile.»
Replica l’inglese: «Penso che vi sia riuscita così dura perché non avevate a
che fare con poche migliaia di aristocratici o di grandi latifondisti, ma con
milioni di umili contadini». «Dieci milioni - risponde Stalin alzando
entrambe le mani -. Fu una lotta terribile che durò ben quattro anni. Era
assolutamente necessario per la Russia, se volevamo evitare carestie
periodiche, arare la terra con i trattori; poi dovevamo meccanizzare la nostra
agricoltura... Ci adoperavamo in tutti i modi per spiegare le cose ai
contadini, ma discutere con loro non serviva a nulla. Dopo che voi avete
detto tutto il possibile a un contadino, egli vi risponde che deve andare a
casa a consultarsi con la moglie e con il suo pope... dopo che ha discusso la
questione con loro risponde inevitabilmente che non ne vuol sapere... Fu
davvero un’impresa molto dura e difficile ma necessaria...»
Churchill era sconvolto dal modo pacato con cui Stalin stava rievocando
il massacro. «In quel momento venne portato in tavola un maialino da latte.
Sino allora Stalin aveva solo assaggiato i vari piatti, ma all’una e mezza di
notte era giunta l’ora in cui aveva l’abitudine di cenare... Quando ebbe
terminato, si recò improvvisamente nella stanza accanto per leggere i
rapporti da tutti i settori del fronte.» Gli confermavano che i tedeschi erano
in marcia verso il petrolio del Caucaso e verso la città sul Volga che portava
il suo nome. La Russia sembrava di nuovo in ginocchio e sul punto di
crollare. Ma quell’uomo di acciaio mangiava, beveva, tranquillo, senza
scomporsi di fronte al capo di un potente Impero che aveva cercato di
strangolare fin dall’inizio la rivoluzione bolscevica. E che gli aveva appena
detto di non essere in grado di aiutarlo con uno sbarco sul continente.

297
XXXIII
IL TERZO GRANDE

Stalingrado stava diventando, per la sua importanza strategica e per il


fascino del nome che portava, la calamita che avrebbe attratto i due eserciti
contrapposti. L’offensiva estiva del 1942 non poteva dirsi vittoriosa per
Hitler senza la conquista di quel baluardo. Non si doveva ripetere lo smacco
dell’anno precedente di fronte a Mosca. Per motivi analoghi sia Stalin che la
Stavka compresero, fin dall’inizio, che nella città sul Volga si sarebbe
combattuta la battaglia decisiva della guerra. Fu il periodo della miglior
collaborazione fra il gensek e il quartier generale. Pur con gli inevitabili
contrasti di simili momenti, potere politico e militare sovietici si fusero in
un’unità di intenti, di sagacia strategica e di disperata volontà.
Hitler ancora una volta era alle prese con la vastità degli spazi russi, con
la lunghezza delle linee di rifornimento, sottoposte all’azione partigiana e
con l’impossibilità di concentrare in un unico punto tutte le sue forze.
Perché restavano numerosi sullo sterminato arco della guerra orientale i
punti di contrasto e attrito che lo tenevano impegnato. A Leningrado, per
esempio, che non si piegava all’assedio. Si stava consumando in quella città
la più grande tragedia della seconda guerra mondiale. La culla della
Rivoluzione d’Ottobre moriva letteralmente di fame (forse ottocentomila le
vittime complessive). Un’agonia interminabile, esasperata, sfibrante.
Attraverso un sottile corridoio giungevano magri rifornimenti per i
combattenti e per la popolazione. Le razioni alimentari diminuivano di
giorno in giorno. Pallidi fantasmi si aggiravano, Ovunque, sotto il
cannoneggiamento tedesco, sino a quando si abbattevano per sempre, vinti
dal freddo e dalla fame, nelle strade, nelle fabbriche ancora in attività, nelle
scuole tenute disperatamente aperte. Era la occidentale, orgogliosa,
rivoluzionaria città di Pietro il Grande e di Lenin che non voleva cedere.
Un’epopea senza eguali. Alla testa di quella disperata volontà il partito
guidato da Zdanov, lo spietato epuratore, il fedelissimo staliniano, che stava
scrivendo la pagina migliore della sua vita.
Il 12 settembre con la parola d’ordine «non un passo indietro», il generale
Vassili Ciuikov assumeva il comando della piazzaforte di Stalingrado. Il suo
compito era quello di attrarre la Sesta Armata di von Paulus tra le case e le

298
numerose fabbriche della città e di logorarla in una battaglia di posizione,
simile a quella combattuta a Verdun nella prima guerra mondiale. Zukov e il
nuovo capo di stato maggiore, Vasiljevski, avrebbero, nel frattempo,
preparato una gigantesca offensiva che cogliesse in trappola da nord e da
sud i tedeschi risucchiati nella conquista di Stalingrado.
In quelle settimane decisive il gensek non trascura gli impegni politici
connessi alla conduzione generale della guerra. Riceve al Cremlino Wendell
Willkie, l’inviato personale di Roosevelt. A differenza di Churchill, che non
aveva mai lasciato il Cremlino durante il suo soggiorno moscovita,
l’americano con la sua prorompente carica di vitalità, visita fabbriche, fa
una puntata al fronte, si fa ritrarre con Stalin e Molotov. Ma soprattutto
rilascia un’intervista che fornirà al gensek preziose armi polemiche. Aveva
detto Wilikie: «Personalmente sono convinto che possiamo aiutarli (*Si
riferisce ai russi.) attuando un vero secondo fronte in Europa con la Gran
Bretagna, alla data più vicina possibile approvata dai nostri capi militari. E,
forse, alcuni di loro hanno bisogno d’essere un poco pungolati dall’opinione
pubblica». Erano dichiarazioni incaute ma inevitabili per chiunque, in quel
periodo, fosse stato testimone diretto dell’immane sforzo cui era impegnata
l’URSS nella lotta mortale con Hitler.
Stalin, in un’intervista a un’agenzia di stampa americana, ha così
occasione di ribadire polemicamente: «II secondo fronte occupa un posto di
primissima importanza nella situazione attuale... l’aiuto degli alleati è stato
sinora di scarsa efficacia... era essenziale che gli alleati adempissero ai loro
impegni totalmente e tempestivamente». Così parlava Stalin il 6 ottobre
quando pareva che i tedeschi stessero per vincere a Stalingrado. Le loro
truppe erano giunte in alcuni punti della città sulla riva del Volga, anche se
in altri quartieri i difensori sovietici combattendo casa per casa, dietro a ogni
mucchio di macerie, impedivano il controllo totale dell’abitato.
Negli stessi giorni volendo premere sull’esitante Gran Bretagna, Stalin e
Molotov riportarono a galla il caso Hess, il delfino di Hitler che si era
consegnato prigioniero agli inglesi con il suo misterioso volo. Per Mosca il
trattamento riservato dai governanti inglesi all’esponente nazista poneva con
forza il problema dei criminali di guerra.
Fra le rovine insanguinate di Stalingrado stava nascendo la patriottica
epopea che avrebbe ulteriormente saldato i legami fra il gensek e il suo
popolo, edificato un altro mito sulle capacità magiche e divinatorie di
quell’uomo, costruito un piedistallo ancora più alto su cui avrebbe potuto
assidersi. «Ti giuriamo caro Josif Vissarionovic che sino all’ultimo respiro,
sino all’ultima stilla di sangue, sino all’ultimo battito di cuore noi
difenderemo Stalingrado... Noi giuriamo che non macchieremo la gloria
delle armi russe e combatteremo sino alla fine. Sotto la tua guida i nostri
299
padri vinsero la battaglia di Zarizyn. Sotto la tua guida noi vinceremo la
grande battaglia di Stalingrado.»
Quel giuramento apparso sulla «Pravda» del 6 novembre stava per essere
onorato dai valorosi difensori della città. Lo stesso giorno Stalin, nel suo
appello per l’anniversario della Rivoluzione, si mostra meglio disposto
verso gli alleati, sapendo che di lì a poche ore gli americani sarebbero
sbarcati in Nord Africa, ma ironizza sull’offensiva inglese in Egitto che
impegnava «solo» quattro divisioni tedesche e undici italiane.
Il 7 novembre, nell’ordine del giorno alle forze armate, Stalin accentua il
suo ottimismo e si lascia andare a una frase che allarga il cuore dei sovietici:
«Ci sarà festa sulla nostra strada». Il 19 novembre sarebbe difatti scattata la
tanto attesa controffensiva. Quel giorno tre fronti si mettono in movimento,
comandati da Rokossovski, Eremenko e Vatutin, appoggiati dalla possente
artiglieria del generale Voronov. Malgrado le contromosse tedesche, la
gigantesca manovra accerchiante ha successo. L’armata di von Paulus resta
intrappolata a Stalingrado, e il fronte del Don, dove erano attestate anche le
truppe italiane dell’Armir, è sfondato. È la più clamorosa sconfitta mai
subita da Hitler.
A Stalingrado, adesso, le parti sono rovesciate. I tedeschi, malgrado un
ponte aereo e i categorici ordini di Hitler di morire sino all’ultimo uomo, il 2
febbraio 1943 si arrenderanno in centomila, tra cui venti generali. Con
grande maestria gli strateghi del Führer impediscono che la sconfitta si
trasformi in rotta disastrosa. Il fronte dell’Ucraina orientale viene
ripristinato ma le sorti della guerra in Russia avevano ormai compiuto il giro
di boa.
Il prestigio dell’URSS nel mondo conobbe il suo punto più alto. Stalin,
comandante in capo dell’Armata Rossa, apparve a tutti come l’uomo che
aveva saputo finalmente fermare e battere il nazismo. Ormai, con Churchill
e Roosevelt, era diventato il Terzo Grande. Da quel momento le relazioni
internazionali, la ripartizione delle sfere d’influenza, lo stesso destino
dell’umanità non potevano più prescindere dalle opinioni e dalla volontà del
gensek.
Furono probabilmente, quelli, i momenti di più intima soddisfazione per
Stalin; i giorni del Terrore sembravano lontani, l’angoscia del giugno 1941
cancellata, la bontà del suo regime convalidata dai fatti. La miserabile,
incolta, arretrata Russia, che aveva preso saldamente nelle mani alla fine del
1929, stava abbattendo uno dei più poderosi eserciti della storia di tutti i
tempi. E il popolo sovietico, con razioni alimentari di pura sopravvivenza,
con le ricche regioni occidentali del paese invase e devastate, con pochi aiuti
materiali degli alleati, produceva, lavorava, combatteva, moriva col suo
nome sulle labbra. Aveva avuto ragione lui - Stalin l’asiatico - a intuire che
300
il bolscevismo poteva venire solo dall’Oriente e imporsi a un’Europa pur
così ricca di cultura, di tradizioni, di denaro, di industrie, di armi. Il sogno
«russo» - coltivato assai prima dell’Ottobre - si stava avverando.
Le giornate di Stalin continuavano a essere gravose. I temi politici si
sovrapponevano a quelli militari. Primo fra tutti i destini della Polonia, il
punto più sensibile e nevralgico delle future frontiere sovietiche. Che quello
Stato fosse un «parto mostruoso» di Versailles - come l’aveva definito
Molotov durante i giri di valzer con Hitler - non poteva più essere sostenuto.
Ma per il gensek il governo borghese costituito a Londra era una spina nel
cuore. Nella capitale inglese, tradizionalmente nemica del bolscevismo, già
si stavano ponendo - secondo la logica staliniana - le basi per un futuro
«complotto» antisovietico. L’aperto appoggio di Churchill a quei politici
screditati, l’insistenza con cui la Gran Bretagna voleva far sorgere un
autonomo esercito polacco, erano per Stalin indizi probanti di una volontà
aggressiva. Rinasce nei primi mesi del 1943, ancora latente e dagli incerti
confini, la vecchia idea staliniana, intrisa di diffidenza e di sospetti,
dell’accerchiamento capitalistico. Ma le esigenze politiche del momento la
frenano. Gli spazi di manovra per monetizzare il successo di Stalingrado
sono ancora ampi. L’astuzia e l’abilità sorreggono il gensek come sempre:
intuisce che le contraddizioni nel campo capitalistico continuano, in forme
diverse, a manifestarsi. Si poteva inserire un cuneo fra l’ideologia tutta
europea di Churchill e la visione mondiale di Roosevelt. La politica del viso
duro e del sorriso aveva ancora molte frecce al suo arco.
Approfittando della clamorosa denuncia fatta dai tedeschi sul ritro-
vamento nelle fosse di Katyn dei cadaveri di migliaia di ufficiali polacchi -
massacrati dai russi dopo la loro invasione nel 1939 - il governo di Varsavia
in esilio nella capitale britannica eleva una vibrata protesta contro l’URSS.
Il momento per convalidare la tesi nazista è mal scelto, proprio quando il
mondo antifascista è stupefatto e riconoscente per le vittorie sovietiche.
Stalin, freddamente, ne approfitta per troncare le relazioni diplomatiche con
quel governo. È l’inizio di un duro contenzioso con la Polonia che non avrà
più termine sino ai nostri giorni.
Nei rari momenti di vita privata, il gensek non trascurava di avere una
figlia, ancora giovane, alle prese con i problemi sentimentali dell’età. Era
l’unico legame familiare rimastogli. Il figlio Jakov era ormai morto in un
campo di concentramento tedesco, probabilmente mentre tentava di evadere.
A un giornalista che gliene aveva chiesto notizie rispose, implacabile, di non
avere un figlio di nome Jakov. L’altro figlio del suo secondo matrimonio,
Vassili, si stava facendo onore come aviatore salendo, grazie anche al nome,
ai massimi vertici della gerarchia militare, sino a raggiungere il grado di
generale. Ma già in quel periodo manifestava il vizio del nonno. Era un
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forsennato bevitore.
Svetlana, ancora ubbidiente e mansueta, col suo volto ricoperto di efelidi,
gli ricordava la madre, l’unica persona che egli amasse ricordare nelle
conversazioni intime. Ma nel marzo del 1943 il padre austero e bacchettone
viene a conoscenza di una relazione di Svetlana con Alexis Kapler, un
regista cinematografico, molto più anziano di lei. Convoca la figlia e la
schiaffeggia: una scenata abituale, un tempo, nelle famiglie. Ma da quel
tiranno che era - anche nella vita privata - aveva pensato a tutto per risolvere
il caso spinoso: le annuncia che il suo caro Alexis era una spia degli inglesi
(il malcapitato aveva stretto amicizia con alcuni giornalisti occidentali
accreditati a Mosca) e che era già stato punito per quella «colpa». (Gli
toccarono ben cinque anni di esilio e solo alla morte di Stalin poté sfuggire
alle persecuzioni poliziesche.)
Ma quelle erano brevi parentesi. C’erano nuove preoccupazioni in vista. I
servizi informativi davano per certo che anche nell’estate del 1943 Hitler
avrebbe tentato di riprendere l’iniziativa militare sul fronte russo. Un ultimo
disperato colpo prima di doversi rivolgere a Occidente dove, prima o poi, gli
alleati sarebbero sbarcati.
Quando sente avvicinarsi il pericolo, Stalin sa ritrovare il gusto della
politica. Il 15 maggio fa vistosamente annunciare lo scioglimento del
Komintern, evacuato nel frattempo a Kuibyscev, che ridotto a puri compiti
di propaganda radiofonica era ormai privo di ogni significato politico. Il
gesto non costava molto a Stalin, che di quell’organismo non aveva mai
avuto un’eccessiva stima, un covo di «traditori» spesso spietatamente
ripulito. Oramai l’URSS poteva far politica mondiale in proprio, non aveva
più alcun bisogno di quei partiti comunisti che, come nel caso di quello
jugoslavo, gli potevano creare solo fastidi e contrattempi.
Non sfuggiva già allora a Stalin che nel futuro disegno del mondo
sarebbero nate le zone d’influenza. Tenere in vita movimenti rivoluzionari
nei paesi capitalistici, ora alleati, sarebbe stato controproducente. Lo
scioglimento del Komintern fu bene accolto in Occidente, e persino
sopravvalutato, come il segnale di uno Stalin sempre più russo e meno
internazionalista.
Il gensek sfrutta sino in fondo la sua mossa e alla Reuter dichiarerà che
quell’atto era «utile e tempestivo, smaschera la menzogna nazista che
Mosca intenda interferire nella vita degli altri Stati oppure bolscevizzarli...
facilita l’opera di tutti i patrioti per unire tutte le forze progressiste,
indipendentemente dai vincoli di partito e dalle opinioni pubbliche».
C’era, come sempre in politica, una voluta strumentalizzazione. Ma Stalin
intendeva realmente tenersi aperte tutte le opzioni sul futuro. Pur cauto e
diffidente com’era sugli alleati capitalisti, non poteva escludere,
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aprioristicamente, un periodo di prolungata collaborazione dopo la guerra.
Meglio eliminare, quindi, tutto quanto la potesse ostacolare. Sarà lo stesso
criterio che lo ispirerà, il 14 settembre di quell’anno, a un’altra mossa
spettacolare: il ricevimento al Cremlino dei metropoliti Sergio, Alessio e
Nicola, con i quali ristabilisce il dialogo con la Chiesa ortodossa e permette
la ripresa, sia pur contenuta, dell’attività religiosa. Un gesto di grande valore
simbolico che cementava il consenso interno al gensek nel momento del
comune sforzo patriottico, rafforzando nel contempo la sua immagine
all’estero.
Il 5 luglio il Führer aveva dato il via, intanto, all’attesa offensiva d’estate.
Nei campi attorno a Kursk si svolge per alcune settimane la più gigantesca
battaglia di carri armati della seconda guerra mondiale. I panzer tedeschi
ottengono qualche successo iniziale, ma i T. 34 e i cannoni anticarro
sovietici, per numero e per qualità, reggono benissimo il confronto. È
l’ultima fiammata di Hitler. Da quel momento l’iniziativa militare non
sarebbe più stata sottratta ai sovietici, il cui quartier generale commetterà
l’errore di diluire su un fronte troppo ampio la controffensiva, vanificando
così la possibilità di ottenere, già nell’estate del 1943, un decisivo successo.
Dal 5 agosto radio Mosca inaugura una nuova serie di bollettini firmati da
Stalin. Diceva quel comunicato: «Stanotte, alle ore 24 del 5 agosto, la
capitale della nostra patria. Mosca, saluterà le valorose truppe che hanno
liberato Orel e Belgorod, con dodici salve di artiglieria sparate da 120
cannoni. Esprimo il mio ringraziamento a tutte le truppe che hanno preso
parte all’offensiva... Gloria etema agli eroi che caddero nella lotta per la
libertà della nostra patria. Morte ai tedeschi invasori!». Quelle salve di
cannone avrebbero contrappuntato, giorno dopo giorno, la riconquista di
sempre nuovi territori, strappati ai tedeschi in ritirata.
I successi militari, per l’eco positiva suscitata, rendevano più forte il
potere di contrattazione sovietico. Si stava avvicinando il momento del
primo incontro ufficiale fra i Tre Grandi, dove mettere a punto la strategia
bellica per il colpo finale contro il nazismo e gettare le basi del futur