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Storia e Società

© 1967, 2006, Gius. Laterza & Figli

Prima edizione, con una Prefazione


di Piero Pieri, 1967,
nella serie di Studi a cura dell’Istituto
Nazionale per la Storia del Movimento
di Liberazione in Italia

Nuova edizione,
con una Premessa dell’autore, 2006
Giorgio Rochat

L’esercito italiano
da Vittorio Veneto
a Mussolini
1919-1925

Editori Laterza
Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Finito di stampare nel febbraio 2006


Poligrafico Dehoniano -
Stabilimento di Bari
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
CL 20-7927-5
ISBN 88-420-7927-8

È vietata la riproduzione, anche


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ai danni della cultura.
PREMESSA

Ristampare un volume di storia contemporanea a quarant’an-


ni dalla sua uscita è cosa inconsueta, anche i libri possono invec-
chiare per lo sviluppo delle ricerche e la disponibilità di nuove
fonti. La ripresentazione di questo volume del 19671 ha però al-
cune buone ragioni.
Il nostro paese è sempre stato povero di vere discussioni pub-
bliche sulla politica di difesa e l’organizzazione delle forze arma-
te. Se ne dibatté aspramente al momento della nascita dello Sta-
to e dell’esercito unitario, ma nel secolo e mezzo successivo que-
sti temi furono e sono tuttora riservati agli “addetti ai lavori”, sen-
za un autentico coinvolgimento dell’opinione pubblica, salvo
fiammate estremiste di segni diversi e molta propaganda. L’unico
vero e grande dibattito nazionale si ebbe dopo la fine della prima
guerra mondiale con la partecipazione intensa e articolata delle
forze politiche, degli ambienti militari e soprattutto di buon nu-
mero di reduci, gli uni impegnati soprattutto nella denuncia degli
orrori della guerra e della durezza della repressione interna, gli al-
tri fermi nella convinzione che la ristrutturazione dell’esercito do-
vesse tenere conto delle esperienze belliche, come il grande ruolo

1
Il testo del volume è riproposto invariato, salvo la sostituzione delle pagi-
ne introduttive (la prefazione di Piero Pieri e la mia premessa) con questa nuo-
va premessa e l’aggiornamento delle fonti. Non sono state apportate modifiche,
neppure per quanto riguarda la correzione di sviste: per es. Parri era maggiore
e non capitano (cfr. cap. I, p. 23), Bonzani maggior generale e non maggiore (cfr.
cap. VI, nota 64), mentre nel cap. VIII, nota 27, si deve leggere Società delle Na-
zioni e non Nazioni Unite. Devo anche avvertire che il mio studio Le basi mili-
tari della politica estera del fascismo, presentato come di prossima edizione nel
cap. I, nota 6 (e altrove) non è mai stato pubblicato. Inoltre, la biografia di Ba-
doglio per mano di Piero Pieri, data come imminente nel cap. VII, nota 98, è
uscita nel 1974 con la doppia firma Pieri e Rochat.
VI Premessa

assunto dagli ufficiali di complemento e l’efficacia delle nuove ar-


mi, aerei, gas e carri armati. Anche quando si acquietarono le fu-
riose polemiche dell’estate 1919, la discussione sulla difesa nazio-
nale continuò sulla grande stampa e tra le forze politiche con una
notevole vivacità fino al 1925; basti ricordare che ogni quotidiano
e ogni rivista nazionale aveva il suo “esperto militare” e gli dava
spazio adeguato.
La dimostrazione dell’ampiezza del dibattito 1919-1925 è che
mi fu possibile ricostruirlo per questo volume malgrado negli an-
ni Sessanta gli archivi fossero ancora chiusi, in particolare quelli
militari. Avevo però una grande fonte alternativa, la ricchezza di
notizie offerte dalla stampa. Lo spoglio di una dozzina di quoti-
diani e di due dozzine di riviste nazionali, e in più il ricorso agli
atti parlamentari, mi fornirono una base sicura e articolata di ci-
fre, valutazioni, prospettive e progetti concreti di diverso segno.
Questa base documentaria rimane valida e, a tanta distanza,
conserva al volume la sua ricchezza e attualità fino all’anno 1925,
quando l’intervento di Mussolini segnò una svolta importante nel-
la riorganizzazione delle forze armate. Il vivace dibattito sull’or-
dinamento dell’esercito proposto dal ministro Di Giorgio fu però
l’ultimo condotto liberamente; poi il regime dittatoriale soppres-
se ogni discussione pubblica e pose fine alla libertà di stampa,
quotidiani e riviste vennero “inquadrati”, controllati e censurati.
Dopo il 1925 le questioni militari furono trattate soltanto in chia-
ve di glorificazione del regime, restava spazio soltanto per la pro-
paganda.
Un altro elemento di interesse di questo volume è il suo carat-
tere di apertura, ancora valido oggi come superamento della his-
toire-bataille, la visione tradizionale della storia militare come nar-
razione di grandi battaglie e episodi di valore, cariche di cavalle-
ria e assalti alla baionetta, belle uniformi e fangose trincee. Una vi-
sione che continua a contare e interessare, la ricostruzione dei
combattimenti è essenziale, ma costituisce soltanto un versante
della storia militare. A monte stanno le scelte politiche, i proble-
mi finanziari, l’istituzione militare, il suo ruolo nella difesa del-
l’ordine interno, la cultura degli ufficiali. Se questo volume ha un
merito, è di conservare la globalità dell’approccio ai problemi mi-
litari del dibattito del dopoguerra, così ricco e anche contraddit-
torio, e poi di documentare il fallimento delle battaglie di rinno-
Premessa VII

vamento condotte dai reduci. La riorganizzazione dell’esercito su


soluzioni conservatrici moderate, che tenevano insufficiente con-
to delle esperienze della Grande Guerra, fu il risultato della gra-
duale riscossa delle destre; e fu sancita dall’appoggio dato dalle
gerarchie militari al governo e poi alla dittatura di Mussolini, in
cambio della conferma del loro potere nella gestione dell’esercito
e della marina. Un intreccio di scelte tecniche e politiche che evi-
denzia la complessità della politica di difesa. Restano da ricorda-
re le conseguenze non lontane della accettazione della dittatura
fascista, ossia una politica di potenza ben al di sopra dei mezzi,
una militarizzazione di facciata, il mito del duce infallibile, fino al-
le sconfitte della seconda guerra mondiale.
Questo volume conserva la sua validità anche per un altro
aspetto, ahi meno positivo. Dal 1967 gli studi sul primo dopo-
guerra e l’avvento del regime fascista hanno fatto grandi progres-
si, ma nessuno dei molti e validi studiosi è ritornato sui problemi
trattati in questo volume (salvo apporti settoriali). Gli studi stori-
co-militari, tradizionalmente poco curati nel nostro paese, negli
ultimi decenni hanno avuto uno sviluppo discontinuo. La Gran-
de Guerra italiana è stata sottoposta a radicale revisione a partire
dai volumi di Enzo Forcella e Alberto Monticone, Plotone d’ese-
cuzione, Laterza, Bari 1968, e Mario Isnenghi, Il mito della gran-
de guerra, Laterza, Bari 1970. Non cito la ricca produzione suc-
cessiva, salvo la mia rassegna L’Italia nella prima guerra mondiale.
Problemi di interpretazione e prospettive di ricerca, Feltrinelli, Mi-
lano 1976, e l’opera di sintesi che ho scritto con Mario Isnenghi,
La Grande Guerra 1914-1918, La Nuova Italia, Milano 2000. Le
vicende dell’esercito in tempo di pace invece non hanno suscita-
to uguale interesse, neppure per il grande dibattito 1919-1925 sul-
le conseguenze e gli insegnamenti della guerra. Possiamo quindi
riproporre questo volume del 1967 perché non è stato ancora so-
stituito da una ricerca più ampia, né messo in discussione nei suoi
elementi fondamentali da nuovi studi.

L’origine di questo volume è, come sempre, una storia perso-


nale. Nel 1962 l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento
di Liberazione in Italia di Milano stava ampliando la sua attività
dalla Resistenza alla storia del regime fascista con una collana di
pubblicazioni presso l’editore Laterza. Avevo cominciato a colla-
VIII Premessa

borare con l’Istituto da Aosta, dove facevo il mio servizio di leva


come sottotenente degli alpini, avevo già scritto alcuni articoli sul-
l’esercito nel 1914-1915 e intendevo continuare gli studi di storia
militare. Il presidente dell’Istituto Ferruccio Parri (non sto a ri-
cordare i suoi titoli come combattente della Grande Guerra, an-
tifascista, dirigente della Resistenza, presidente del Consiglio dei
ministri nel 1945, un uomo politico di grande e affascinante mo-
ralità cui conservo tutta la mia devozione) mi propose di scrivere
una storia della politica militare del regime fascista. Accettai con
l’incoscienza dei miei 26 anni, senza rendermi conto delle diffi-
coltà dell’impresa: non c’erano studi sull’esercito italiano nei de-
cenni di pace da prendere come base o modello e gli archivi mili-
tari e civili erano ancora chiusi. Mi bastava avere come riferimen-
to due grandi autori, Carl von Clausewitz per la sua straordinaria
analisi della guerra e dell’istituzione militare e Antonio Gramsci
per la sua visione di classe della storia italiana: oggi è difficile ca-
pire quanto nuove e stimolanti fossero le aperture che offriva ne-
gli anni Cinquanta. E come unico modello uno studioso francese
oggi dimenticato, Jean Monteilhet, che con la sua storia delle In-
stitutions militaires de la France 1814-1932, Alcan, Paris 1932, ave-
va indicato il valore politico delle leggi che reggono un esercito.
Avevo un grosso sostegno nel professor Piero Pieri, maestro di
storia militare per due generazioni di studiosi, che mi seguiva con
molta disponibilità dalla mia tesi di laurea. Ricordo con ricono-
scenza il tempo che mi dedicava, lunghe conversazioni sulle espe-
rienze e la storiografia della Grande Guerra, e la sua signorile tol-
leranza delle mie inclinazioni marxiste e, cosa per lui più grave,
delle mie simpatie per Luigi Cadorna, verso cui Pieri nutriva la ra-
dicale avversione dei reduci della guerra combattuta (un giudizio
che col tempo ho finito per accettare in buona parte). Pieri scris-
se una bella prefazione al mio volume, che non ripubblico per la
lunghezza e i troppi elogi. Ho altri debiti di riconoscenza verso il
professor Mario Bendiscioli, che mi aveva indirizzato nella mia te-
si di laurea così lontana dai suoi interessi e mi procurò due borse
di studio annuali (poi passai a insegnare nella scuola media), ver-
so Bianca Ceva, che dirigeva con fermezza l’Istituto Nazionale per
la Storia del Movimento di Liberazione, e Massimo Legnani, che
ne stava prendendo la direzione scientifica.
La prospettiva di una storia della politica militare del regime
Premessa IX

fascista si arenò presto per le ragioni già accennate. Prima per la


scoperta delle dimensioni e della ricchezza del dibattito del do-
poguerra, che divenne il tema del volume del 1967 oggi ripropo-
sto. Poi per l’impossibilità di proseguire la ricerca dopo il 1925
per la mancanza di documentazione: non potevo più utilizzare la
stampa perché il regime aveva stroncato la libertà di discussione,
né rivolgermi agli archivi, ancora quasi tutti chiusi.
Non ho ancora realizzato quanto mi chiedeva Parri. Una sto-
ria della politica miliare del fascismo l’ho tratteggiata in alcuni
miei lavori successivi (rinvio al mio recente volume su Le guerre
italiane 1935-1943, Einaudi, Torino 2005), ma mi piacerebbe ri-
tornarci in modo sistematico.

gennaio 2006
FONTI

Ho già detto che la base di questo volume è la stampa del 1919-


1925, innanzi tutto lo spoglio dei seguenti quotidiani: «Avanti!»,
«Corriere della sera», «Cremona nuova», «Il Giornale d’Italia»,
«La Giustizia», «L’Idea nazionale», «Il Mondo», «L’Ordine nuo-
vo», «Il Paese», «Il Popolo d’Italia», «Il Secolo», «La Stampa»,
«La Tribuna». Poi le riviste politiche: «L’Ardito», «L’Avanguar-
dia», «Civitas», «Critica fascista», «Critica sociale», «Il Fascio»,
«Gerarchia», «Il Giornale degli economisti», «La Gioventù socia-
lista», «Nuova antologia», «L’Ordine nuovo», «Pagine rosse»,
«Politica», «Rassegna italiana», «Rassegna nazionale», «Rivolu-
zione liberale», «La Riforma sociale», «Stato operaio», «L’Unità»,
«La Vita italiana». Lunghe ricerche nelle biblioteche milanesi, la
Comunale, la Nazionale di Brera, il Museo del Risorgimento; e poi
la Nazionale di Firenze prima dell’alluvione. Naturalmente gli at-
ti parlamentari. Quindi alcune riviste militari: «La Cooperazione
delle armi», «La Rassegna dell’esercito italiano», «Rivista di arti-
glieria e genio». Due bisettimanali espressione degli ambienti mi-
litari: «L’Esercito italiano» e «La Preparazione», e il settimanale
«Il Dovere» di Giulio Douhet. Infine il «Giornale militare ufficia-
le», preziosa raccolta dei provvedimenti di legge riguardanti l’e-
sercito e delle disposizioni ministeriali.
Negli anni Sessanta gli archivi militari erano chiusi al pubbli-
co, nel 1960 non era bastato un telegramma del ministro An-
dreotti (non so come avesse fatto Federico Chabod a procurar-
melo) per accedere alle carte dell’Ufficio storico dell’esercito, an-
cora ammucchiate in locali provvisori. Nel 1963 l’Ufficio aveva
una nuova sede e locali adeguati, il gen. Broggi mi concesse sol-
tanto un interessante gruppo di documenti sulla smobilitazione,
da copiare a mano con divieto di pubblicazione integrale. Ero co-
XII Fonti

munque il primo civile ammesso per una ricerca indipendente.


Poi i tempi cambiarono, negli anni Settanta il col. Rinaldo Cruc-
cu aprì l’archivio dell’esercito agli studiosi.
L’Archivio Centrale dello Stato era una realtà ben diversa, vi
potei consultare i fondi personali di alcuni generali di rilievo (U.
Brusati, Grandi, Porro, Zupelli) e poi altri carteggi nella Segrete-
ria particolare del duce (Badoglio, Bonzani, Caviglia, De Bono,
Gandolfo e Gonzaga). Inoltre i fondi Albricci, Breganze, Di Gior-
gio presso il Museo del Risorgimento di Milano.
Negli anni Sessanta i volumi disponibili sull’esercito nel do-
poguerra erano poca cosa, con due eccezioni: L’esercito italiano
tra la prima e la seconda guerra mondiale, un’ordinata rassegna dei
successivi ordinamenti curata dall’Ufficio storico dell’esercito,
Roma 1954, e i due tomi di Emilio Canevari, La guerra italiana.
Retroscena della disfatta, Tosi, Roma 1948, un’opera preziosa per
la ricca documentazione (senza indicazione di provenienza) e le
acute analisi, viziata però da polemiche e distorsioni faziose e per-
sonalistiche.
Gli studi usciti dopo la pubblicazione di questo volume che
forniscono elementi nuovi non sono molti, per lo più interventi
settoriali. Posso ricordare il contributo sull’amnistia del 1919 di
Monticone e quelli sulla milizia di Aquarone, R. De Felice e Lyt-
telton e non più di tre volumi specifici: Giovanni Sabbatucci, I
combattenti nel primo dopoguerra, Laterza, Roma-Bari 1974, che
ripercorre le vicende delle associazioni di reduci dall’iniziale pa-
triottismo democratico al forzato allineamento al regime fascista;
Vincenzo Gallinari, L’esercito italiano nel primo dopoguerra 1918-
1920, Ufficio storico dell’esercito, Roma 1980, uno studio tecni-
co assai accurato della smobilitazione e della prima riorganizza-
zione dell’esercito; e Virgilio Ilari, Storia del servizio militare in
Italia, vol. III, Nazione militare e Fronte del lavoro 1919-1943, Ce-
miss, Roma 1990, che nei primi capitoli discute ampiamente e cri-
ticamente le mie ricerche. Sono in arrivo altri volumi, La marcia
su Roma di Giulia Albanese, La politica delle armi. L’esercito ita-
liano e l’avvento del fascismo di Marco Mondini, entrambi presso
Laterza; inoltre il volume tratto dalla bella tesi di dottorato sulla
milizia fascista di Gianluigi Gatti.
L’ESERCITO ITALIANO
DA VITTORIO VENETO A MUSSOLINI
1919-1925
Parte prima

LA SMOBILITAZIONE
1919-20
I

LA SMOBILITAZIONE NEL 1919

1. I problemi militari nella stampa dei primi mesi del 1919

Per chi si proponga di studiare gli aspetti politici e tecnici del-


la riorganizzazione dell’esercito, il primo periodo dopo l’armisti-
zio può sembrare poco interessante, perché mancò allora un’or-
ganizzata discussione su questi problemi, né furono prese deci-
sioni di rilievo. E invece un esame di questo periodo permette di
chiarire molte posizioni. Le modalità della smobilitazione rivela-
no infatti un orientamento di fondo delle autorità militari, che
precede le discussioni più ampie degli anni seguenti e le influen-
zerà profondamente con il peso dei fatti compiuti, presentati ed
accettati come puramente tecnici, tali invece da meritare la nostra
attenzione. E le campagne di stampa per una rapida smobilitazio-
ne o sulle responsabilità di Caporetto testimoniano l’imprepara-
zione con cui venivano affrontati i problemi militari e diremmo
quasi il loro carattere strumentale (e sicuramente secondario) per
molti di quelli che più se ne occupavano. Un sommario esame del-
la smobilitazione dell’esercito e delle campagne di stampa colle-
gate è quindi necessario come premessa e ci permetterà di coglie-
re la continuità di certe posizioni.

All’indomani dell’armistizio, i problemi militari che si pone-


vano erano grandissimi e comprendevano il consolidamento di
una linea di confine, la riorganizzazione dei servizi territoriali e
delle unità combattenti, l’assistenza alle popolazioni delle terre li-
berate ed occupate, il riordino degli ex-prigionieri italiani che af-
fluivano disordinatamente dai disciolti campi austriaci ed il con-
6 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

trollo dei prigionieri nemici, la raccolta del bottino di guerra e co-


sì via. Accanto a questi, e con esigenze quasi sempre opposte, an-
dava condotta una smobilitazione che il paese e la situazione re-
clamavano con insistenza. Al comprensibile desiderio di ufficiali
e soldati di essere rimessi in libertà ostavano difficoltà obiettive:
la limitata potenzialità dei trasporti ferroviari, che nel Veneto at-
traversavano una crisi dovuta alle distruzioni belliche ed alle ne-
cessità delle terre liberate; il timore delle autorità che gli smobili-
tati non potessero essere subito riassorbiti dall’industria e dalle al-
tre attività economiche, dando luogo ad una pericolosa disoccu-
pazione; la convinzione di non poter lasciare senza adeguato pre-
sidio le città italiane e le nuove frontiere, in relazione alle preoc-
cupazioni del governo per la situazione interna e internazionale; e
infine la necessità di non disorganizzare quella parte dell’esercito
destinata a continuare a vivere, né gli organi incaricati di condur-
re a termine la smobilitazione. Ragioni tutte che spiegavano la len-
tezza dei congedamenti in un primo tempo, ma non saranno più
valide dopo qualche mese1.
Questi problemi hanno naturalmente un’eco notevole e varia
nella stampa, ma non suscitano mai una discussione ampia e me-
ditata: sono singole questioni (l’assistenza ai reduci in gennaio-
febbraio, l’inchiesta su Caporetto nell’estate) che polarizzano l’at-
tenzione generale in un esasperato crescendo cui vengono sacrifi-
cati gli altri aspetti della situazione. Le cause del carattere confu-
so e spesso superficiale assunto dalle discussioni militari nella
stampa ed in parlamento sono diverse: ne indichiamo tre che ci
sembrano le principali.
In primo luogo va tenuta presente la lunga tradizione di sepa-
razione tra esercito e paese: il parlamento considerava terminato
il suo compito con lo stanziamento dei fondi disponibili, i milita-
ri si opponevano a qualsiasi controllo del potere politico e la stam-
pa annegava ogni problema nella retorica della concordia nazio-
nale. Una situazione di incomprensione reciproca, di reciproco
larvato disprezzo e di stentata collaborazione. Nel corso di que-
sto volume ci ritroveremo sempre dinanzi alla medesima separa-
zione: quindi non vi insistiamo ulteriormente, limitandoci a ricor-
darne l’origine lontana.
Gli anni di guerra parevano aver procurato il superamento di
questa separazione: è questo un tema continuamente ripreso da-
I. La smobilitazione nel 1919 7

gli ex-interventisti, con significati diversi, ed indubbiamente in


parte fondati. Solo in parte, però, e questo nostro volume è in fon-
do la storia di una grande occasione perduta, del fallimento delle
speranze e dei tentativi di sanare la frattura tra esercito e paese.
Per il momento ci limitiamo a ricordare alcuni aspetti della guer-
ra che non avevano certo giovato a creare una situazione nuova,
come l’entusiasmo spesso superficiale e sempre acritico che per il
regime di censura, le necessità della propaganda e la mancanza di
informazioni la stampa aveva spiegato dinanzi alle operazioni bel-
liche, esaltando le virtù di capi e soldati fino a perdere ogni senso
del limite e ogni abito critico e trovandosi quindi dopo l’armisti-
zio a non sapere come impiegare la maggiore libertà concessa2; la
continua tensione dei rapporti tra governo e Comando supremo,
con Cadorna ma anche con Diaz, che aveva costituito per milita-
ri e politici una brutta esperienza sulle possibilità di una fruttife-
ra collaborazione e rinsaldato in ognuna delle parti giudizi e pre-
giudizi duri e talora ingiusti; infine, più in generale, la sorda lotta,
che il manto della concordia nazionale non valeva a coprire, tra
interventisti e neutralisti, che nel dopoguerra sarebbe esplosa in
polemiche esasperate in cui veniva coinvolto ogni aspetto della
guerra. Come era possibile parlare di fusione tra esercito e paese,
quando una parte cospicua del paese aveva subito la guerra e ne
chiedeva ora conto con crescente acredine, coinvolgendo inter-
ventisti, esercito e guerra in un’unica condanna?
Una lunga tradizione negativa e la crisi della guerra concorre-
vano quindi ad impedire una serena discussione sui problemi mi-
litari del dopoguerra. Come terzo elemento di confusione, si ag-
giungeva l’ostinato silenzio con cui governo ed autorità militari
avvolgevano i loro disegni in materia e, fin dove era possibile, i lo-
ro provvedimenti. Venivano così a mancare al dibattito pubblico
i punti di riferimento e addirittura gli elementi necessari per uno
studio. Il bollettino della vittoria costituiva allora la più completa
elencazione di dati sulla forza dell’esercito: come era possibile
condurre una discussione realistica sulle necessità della difesa, se
non si conoscevano i risultati della guerra né le previsioni dei ca-
pi militari?
Accade così che tutti i programmi politici formulati nell’in-
verno 1918-19 si occupino anche di problemi militari, con accen-
ni però estremamente vaghi e massimalisti.
8 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

«Abolizione della coscrizione militare e disarmo universale in


seguito all’unione di tutte le repubbliche proletarie nell’Interna-
zionale socialista», chiedeva il PSI; «arbitrato, abolizione dei trat-
tati segreti e della coscrizione obbligatoria, disarmo universale»,
il PPI; «abolizione della coscrizione obbligatoria. Disarmo uni-
versale e divieto in tutte le nazioni di fabbricare armamenti e na-
vi da guerra», riprendeva l’UIL, mentre Mussolini «circa il pro-
blema militare sostenne non doversi per ora parlare di disarmo
date le condizioni attuali nelle quali il mondo esce dal conflitto dei
popoli e perciò è da accogliere il vecchio postulato della scuola re-
pubblicana: la nazione armata»3. Questi e analoghi accenni ci di-
cono che nell’inverno 1918-19 i partiti non potevano dimenticare
i problemi militari, ma non sapevano che atteggiamento assume-
re dinanzi ad essi; ripiegavano perciò su miti tradizionali come la
nazione armata o slogan di moda come quelli di ispirazione wil-
soniana.

La smobilitazione era un problema assai più vicino e concre-


to: il flusso di reduci condizionava l’economia e la politica inter-
na, il mantenimento di truppe in efficienza poteva essere una car-
ta per la politica estera, le spese militari incidevano pesantemen-
te sul bilancio statale. Si ha però l’impressione che questi proble-
mi non siano affrontati in tutta la loro ampiezza, malgrado la stam-
pa si occupi diffusamente di smobilitazione: sono riecheggiate so-
lo le aspirazioni dei reduci ad un acceleramento dei congedamen-
ti ed alla creazione di una assistenza morale ed economica per gli
smobilitati, senza che il dibattito si allarghi. La stampa cioè non
tenta di impostare quel programma politico di smobilitazione, che
il governo aveva rinunciato a tracciare. Ma vediamo la posizione
delle diverse correnti.
La campagna della stampa socialista presenta due caratteristi-
che: si rivolge ai soldati, alle masse dei richiamati (gli altri partiti
si preoccuperanno prevalentemente degli ufficiali, verso i quali i
socialisti hanno spesso atteggiamento critico) e parte da una im-
plicita condanna della guerra in tutti i suoi aspetti. Assume quin-
di un carattere polemico e drammatico e diventa uno dei temi
principali della propaganda socialista, che mira a ristabilire i con-
tatti con le masse; si inserisce peraltro nell’azione del PSI tenden-
te a superare al più presto la guerra e le sue conseguenze ed è stret-
I. La smobilitazione nel 1919 9

tamente connessa alla richiesta di un’ampia amnistia per i reati del


tempo di guerra. La presentazione degli obiettivi immediati del
partito lascia ampio risalto a questi problemi: «1. la immediata
smobilitazione; 2. il ritiro immediato dei soldati dalla Russia rivo-
luzionaria; 3. il diritto delle libertà fondamentali della vita civile;
4. l’amnistia per tutti i condannati per reati politici e militari»4.
Questi temi sono sviluppati con articoli, vignette ed apposite ru-
briche, tra cui eccelle quella dell’«Avanti!», Problemi della smobi-
litazione, che ha una frequenza quotidiana per tutto l’inverno e
continua poi oltre l’estate. La rubrica pubblica lettere di soldati
che chiedono il congedo e denunciano le prepotenze e la propa-
ganda politica dei loro ufficiali, commenti che accusano violente-
mente governi ed alti comandi di ritardare la smobilitazione per
protrarre una situazione a loro favorevole, e consigli legali del po-
polare Travet rosso per permettere ai reduci, alle loro famiglie ed
alle amministrazioni socialiste di fruire rapidamente dei vantaggi
accordati dalle autorità e rallentati o negati dalla disorganizzazio-
ne e dal malvolere della burocrazia5.
I problemi della smobilitazione hanno pure larghissima riso-
nanza su quella parte della stampa ex-interventista che più diret-
tamente si rivolge alla massa di combattenti e reduci, cercando di
far leva su di essi. Nelle nostre ricerche questa stampa è rappre-
sentata da «Il Secolo» e da «Il Popolo d’Italia», che seguono una
linea simile, con un massimo d’intensità in gennaio e febbraio e
poi un graduale rallentamento, benché li dividano questioni poli-
tiche di primaria importanza anche per la determinazione di una
politica di smobilitazione, come la questione adriatica. Entrambi
i quotidiani chiedono il ritorno a casa del maggior numero di uo-
mini e soprattutto premi di congedamento vistosi ed immediati ed
una assistenza ai reduci: dare con larghezza, è il loro slogan, per-
ché i combattenti hanno bene meritato dalla patria. Entrambi so-
no pronti ad attribuirsi il merito di ogni concessione governativa,
manifestano sostanziale soddisfazione per le misure prese dal go-
verno ed hanno punte polemiche talora assai dure verso la buro-
crazia. La loro campagna si sviluppa con articoli di fondo e trafi-
letti, titoli a tutta pagina e lettere al direttore e soprattutto rubri-
che fisse (Interessi dei combattenti, su «Il Secolo»; Pagina dei com-
battenti e Per la giustizia e l’onore degli ex-prigionieri su «Il Popo-
lo d’Italia») che pubblicano lettere di malcontenti sui più vari ar-
10 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

gomenti e richieste. Rivendicazioni settoriali, quindi, spesso pre-


sentate in modo demagogico, che non si inseriscono in un quadro
più ampio e tentano solo di esprimere gli umori degli smobilitati;
non molto diverse da quelle dell’«Avanti!» nella sostanza, anche
se non nel tono6. È però necessario aggiungere che se i due quo-
tidiani sviluppano la stessa linea, «Il Popolo d’Italia» dedica a
questi argomenti molto più spazio ed un’intonazione assai più de-
magogica, nell’evidente tentativo di crearsi una massa di manovra
tra gli smobilitati, giungendo fino alla contraddizione denunciata
dal gen. Badoglio di chiedere contemporaneamente a gran voce la
smobilitazione dell’esercito ed una politica di forza contro la Ju-
goslavia7.
I partiti d’ordine ed i loro organi hanno invece verso la smo-
bilitazione un atteggiamento assai più cauto. Le loro richieste so-
no le stesse del «Popolo d’Italia», presentate però con insistenza
e clamore assai minori e molta comprensione verso le difficoltà
che incontra il governo. Invece di un appello agli smobilitati per
un’azione di rinnovamento, riscontriamo molto paternalismo e
preoccupazioni per l’ordine pubblico. «L’effetto sociale è quello
di intervenire nel momento del bisogno, l’effetto morale e politi-
co è che i combattenti abbiano la sensazione della sollecitudine
della patria verso di loro», dice l’on. Soleri a sostegno delle note
richieste; più semplicemente, «La Stampa» spiega che i provvedi-
menti auspicati mirano a mettere il reduce in condizioni di pro-
curarsi un vestito borghese, un cappello, «il sigaro che finora poté
fumare senza pagare, un po’ di companatico da stendere sul pane
del sussidio familiare, dopo tanta abitudine al brodo caldo, alla
carne, al formaggio e al caffè del suo rancio quotidiano»8. Tra i
quotidiani che abbiamo visto, «La Stampa», «La Tribuna» e «L’I-
dea nazionale» dedicano pochissimo spazio a questi problemi,
mentre il «Corriere della sera» presenta alcuni articoli di non
grande rilievo ed una rubrica saltuaria, Per i soldati che tornano,
inserita nella pagina di cronaca milanese. «Il Giornale d’Italia» ha
invece una regolare Rubrica militare, che si differenzia dalle altre
solo per la maggior importanza concessa agli ufficiali di carriera.
Tra le riviste, la «Nuova antologia» è l’unica ad occuparsi dell’ar-
gomento con bella decisione e ampiezza, richiedendo una rapida
e totale smobilitazione per ragioni morali evidenti e ragioni eco-
nomiche confessate: diminuire le spese statali e favorire la ripresa
I. La smobilitazione nel 1919 11

economica con un crollo dei salari9. In complesso la stampa gio-


littiana ha un atteggiamento assai più polemico verso governo, al-
ti comandi ed ufficiali di carriera, alla cui difesa si schiera invece
la stampa di destra.
La conclusione di questa campagna si presta a considerazioni
negative. Le misure tardivamente prese dal governo per i reduci
sembrano accontentare tutti e chiudono definitivamente il pro-
blema: a partire da marzo, saranno rivendicate solo le sorti degli
ufficiali di carriera, non più quelle degli smobilitati. Fine anche
più netta hanno le pressioni per un acceleramento dei congedi: il
verificarsi di una certa disoccupazione, la ripresa delle agitazioni
socialiste ed i contrasti con gli alleati sul confine orientale fanno
sì che in marzo tutta la stampa accetti la linea del governo, che può
addirittura sospendere per tre mesi ogni congedamento senza op-
posizione. I temi agitati in gennaio-febbraio cadono quindi bru-
scamente nei mesi seguenti (unica eccezione, la stampa socialista,
che prosegue la sua azione per la smobilitazione e l’amnistia) sen-
za che siano rimosse le loro cause: infatti un’indennità di conge-
damento, tutt’altro che cospicua per i soldati semplici, non pote-
va risolvere il problema morale ed economico dei reduci, né la
smobilitazione poteva considerarsi compiuta. Il che può solo si-
gnificare che la campagna di stampa non aveva radici profonde e
l’interesse per questi problemi era puramente strumentale e mo-
mentaneo.
Chi però volesse trarre da questo giudizio negativo una con-
danna unilaterale dell’impreparazione dei movimenti politici, non
ha che da consultare i due fogli espressi da ambienti militari. Il mi-
nisteriale «L’Esercito italiano»10, così deciso sulle questioni di po-
litica estera, sembra ignorare il problema della smobilitazione e si
preoccupa soltanto della sorte degli ufficiali di carriera; sulle sue
colonne non sono neppure registrate le richieste in favore dei re-
duci, né quelle per una più rapida smobilitazione, né compaiono
accenni al futuro dell’esercito, ma sono solo esaltate senza limiti
le decisioni governative. «La Preparazione», organo di impronta
nazionalista11 è fortemente polemica verso la burocrazia ministe-
riale ed i giovani capi dell’esercito, criticando a più riprese l’an-
damento assunto dalle operazioni di smobilitazione, senza però
contrapporre un proprio programma. Oltre alle preoccupazioni
di politica estera, l’unico problema sentito e sviluppato è ancora
12 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

la sorte degli ufficiali di carriera. Entrambi i giornali si chiudono


quindi in rivendicazioni settoriali e non hanno una linea più co-
struttiva della stampa politica verso i problemi militari del mo-
mento.
È tempo di vedere come tali problemi furono affrontati dal go-
verno e dalle autorità responsabili.

2. La smobilitazione sotto il governo Orlando

A dare un’idea della complessità e della difficoltà della smobi-


litazione dell’esercito ricordiamo che a distanza di mezzo secolo
non si conosce ancora la cifra esatta degli uomini in essa coinvol-
ti. Le pubblicazioni ufficiali parlano di 2.858.000 sottufficiali e
soldati e 186.000 ufficiali alle armi al 2 novembre 191812, ma so-
no incomplete ed inattendibili. Nel totale degli ufficiali sono in-
fatti compresi i pensionati, gli invalidi ed addirittura i prigionieri
in mano nemica13; ai soldati e sottufficiali alle armi bisogna ag-
giungere il mezzo milione di prigionieri e i militari assegnati a sta-
bilimenti industriali, pure coinvolti nella smobilitazione14. In
un’intervista dei primi di gennaio Badoglio calcolava la forza del-
l’esercito in 3.600.000 uomini15; in un documento posteriore di al-
cuni mesi abbiamo trovato la cifra di 3.760.000 uomini, ufficiali
esclusi, ed a questa ci atterremo per comodità di calcolo, pur non
potendone garantire l’assoluta precisione16.
Il ministro Zupelli affrontò la smobilitazione con decisione,
decretando il congedamento tra novembre e dicembre 1918 del-
le 11 classi più anziane (1874-84), per un totale di 1.176.300 uo-
mini17. Un confronto tra la forza alle armi al 1° ottobre 1918 e
quella al 1° gennaio 1919 rivela inoltre che i congedamenti inci-
sero anche sulle altre 16 classi alle armi (1885-1904), in media per
15.000 uomini per classe18. Il criterio del congedo per anzianità fu
infatti accompagnato da numerose deroghe a favore di determi-
nate categorie: gli inabili e tracomatosi; i militari delle province già
invase, limitatamente alle classi anteriori al 1896, e più in genera-
le coloro che versassero in pietosissime condizioni di famiglia; i
militari che svolgessero attività civili ritenute essenziali alla ripre-
sa economica, cioè quelli già esonerati, i funzionari di ruolo delle
I. La smobilitazione nel 1919 13

amministrazioni pubbliche, sindaci e segretari comunali, poi an-


che capi operai, imprenditori e via dicendo19. Circa l’incidenza di
questi congedi anticipati disponiamo di dati assai scarsi; 15.000
uomini per classe al 1° gennaio significano un sesto della forza per
le classi anziane e un decimo per le classi più giovani. Al 1° luglio
1919 i congedi anticipati erano saliti a 400.000, su 11 classi alle ar-
mi per un milione e mezzo di uomini: ne avevano quindi fruito cir-
ca il 20-25% dei militari20.
Nei due mesi successivi all’armistizio l’esercito aveva così mes-
so in libertà circa 1.400.000 uomini, oltre un terzo della sua forza
(escludiamo sempre dal computo gli ufficiali); ma già in dicembre
e gennaio l’amministrazione militare dà chiaramente l’impressio-
ne di essere sopraffatta dalla complessità delle operazioni inizia-
te21. Pur non disponendo di prove definitive, crediamo si possa
dire che il governo non aveva studiato alcun piano né a breve né
a lunga scadenza per la smobilitazione; l’assenteismo di Orlando
e dei politici lasciava libertà d’azione ai capi militari, i quali non
seppero percepire le esigenze dei reduci e dell’opinione pubblica
né tracciare alla burocrazia ed al ministro del Tesoro una linea d’a-
zione adeguata. Nell’unica presa di posizione pubblica che gli co-
nosciamo in questo periodo, un discorso in Senato a metà dicem-
bre, il ministro Zupelli si era occupato del futuro assetto dell’e-
sercito soltanto per confessare di non avere alcuna idea in propo-
sito, salvo il richiamo al modello d’anteguerra; ed in merito alla
smobilitazione, aveva solo saputo promettere di prendere in con-
siderazione le richieste degli ufficiali che lasciavano il servizio. Era
impossibile assumere impegni a lunga scadenza, disse, non essen-
doci «linee generali realmente sicure» sul futuro dell’esercito, ma
solo ipotesi vaghe che facevano considerare «prematura qualun-
que soluzione che permetta di stabilire oggi le linee generali del
problema militare odierno»22.
Questo immobilismo teorico si traduceva, nelle decisioni a
breve scadenza, nella rinuncia a togliere alla burocrazia la dire-
zione delle operazioni di smobilitazione: i congedamenti vennero
quindi iniziati osservando le più restrittive disposizioni del rego-
lamento anteguerra, che non prevedevano alcuna di quelle forme
di assistenza morale e materiale ai reduci che l’opinione pubblica
reclamava. La pressione della stampa impose una serie di provve-
dimenti, presi tutti con ritardi ingiustificati ed umilianti limita-
14 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

zioni, dovute più a malvolere burocratico che a scarsezza di mez-


zi; basti ricordare che una modesta indennità di congedo fu con-
cessa ai soldati solo in febbraio, quando una alquanto maggiore
era stata data agli ufficiali in gennaio, per gradi però, cioè esclu-
dendo inizialmente determinate categorie. Si aggiunse una cre-
scente disorganizzazione burocratica, per cui i più semplici certi-
ficati, per non parlare delle pratiche di pensione, vennero concessi
con ritardi di mesi, spese, conflitti di competenza, misure di con-
trollo meschine quanto formali. Un caos burocratico che accom-
pagnerà tutta la smobilitazione, protraendosi negli anni seguenti,
denunciato nei termini più duri dalla stampa unanime.
La sostituzione di Zupelli, in occasione del rimpasto ministe-
riale di metà gennaio, è certamente da attribuire alla dimostrata
incapacità di elaborare un concreto programma di assistenza. Gli
succedeva il gen. Caviglia, già comandante dell’8ª armata e prota-
gonista della battaglia di Vittorio Veneto, che era indicato come
uomo energico e buon conoscitore dell’animo dei soldati23. Egli
seppe coordinare e completare rapidamente le provvidenze deci-
se per i reduci, comunicandole in una conferenza stampa ed in va-
rie interviste concesse anche per instaurare un nuovo clima tra mi-
nistero e giornali24. Tutti i congedati ebbero un premio in dena-
ro, invero non cospicuo: 100 lire per il primo anno di guerra e 50
per ogni anno successivo, più 50 lire per i sottufficiali25; inoltre la
polizza Nitti, la conservazione del sussidio alla famiglia per 90
giorni e un pacco vestiario che causò infinite complicazioni buro-
cratiche: infatti lo stock di tessuti residuati, che si voleva elimina-
re, fu esaurito in pochi mesi, pertanto le ultime classi ebbero una
somma in denaro considerata inferiore al valore del pacco in na-
tura; e la distribuzione dei pacchi fu straordinariamente lenta e
complessa. Inoltre i riespatriandi ebbero il viaggio gratuito e va-
rie facilitazioni e indennità supplementari26.
Gli ufficiali fruirono di condizioni assai più favorevoli (era spe-
cialmente per costoro che la stampa si era agitata). L’indennità di
congedo fu pari a due mesi di stipendio per il primo anno di guer-
ra, più un mese di stipendio per ogni anno successivo; si aggiun-
se un’indennità vestiario di 250 lire e varie altre facilitazioni. So-
prattutto gli ufficiali furono avvantaggiati nelle norme che regola-
rono i congedamenti, contraddistinte dal continuo ricorso alle de-
roghe al principio di anzianità27 e da ulteriori favori per due cate-
I. La smobilitazione nel 1919 15

gorie particolari: i professionisti e gli studenti. I primi ebbero fa-


coltà di chiedere il trasferimento nella loro residenza abituale, in
modo da poter riprendere la loro attività senza preoccupazioni
economiche: esonerati da obblighi di servizio, autorizzati a vestir-
si in borghese, liberi di curare i propri affari ma sempre provvisti
del loro stipendio, costoro godevano di una invidiabile situazio-
ne, che potevano prolungare ritardando il congedo anche dopo
quello della loro classe. A metà febbraio, erano già più di 5.00028.
In quanto agli studenti, la stampa ne aveva chiesto, con commo-
vente unanimità, l’immediato congedamento, che permettesse lo-
ro di riprendere gli studi. Le autorità militari avevano escluso que-
sta soluzione, che avrebbe causato il trattenimento alle armi di uf-
ficiali più anziani, ma in pratica dovettero ricorrervi, sotto la pres-
sione dell’opinione pubblica e, ci sembra, anche per il desiderio di
popolarità del gen. Caviglia, molto sollecito sempre verso i più gio-
vani. Quindi 12-13.000 studenti ufficiali furono concentrati entro
marzo nelle loro sedi universitarie e lasciati liberi dal servizio per
seguire i corsi accelerati loro riservati, senza che la loro frequenza
venisse controllata. Il loro numero crebbe col passar del tempo:
erano 23.000 in luglio, quando furono rinviati ai reggimenti ed eb-
be termine un privilegio costoso quanto demagogico29.
Gli ufficiali ebbero anche un altro vantaggio: il mantenimento
in servizio a domanda, provvedimento con cui molti si cautelaro-
no dalla disoccupazione immediata ed altri cercarono un primo
passo verso il passaggio in servizio permanente. Dinanzi a questi
svariati privilegi si comprende come la lentezza con cui fu con-
dotto il congedamento per classi degli ufficiali (nel febbraio furo-
no messi in libertà gli ufficiali del 1880 e gli uomini di truppa del
1885) fosse accettata dal paese e dalla maggioranza degli interes-
sati. A fine gennaio, quando già era stato smobilitato almeno un
terzo dell’esercito, gli ufficiali congedati erano solo 25.000; altri
10-15.000 dovevano essere congedati a breve scadenza30. Dato
più significativo, al 1° luglio 1919 avevano lasciato l’esercito solo
76.000 ufficiali (parte dei quali, secondo noi, non erano più in ser-
vizio già prima dell’armistizio) su 186.000, poco più di un terzo
del totale, mentre circa due terzi dei soldati erano tornati a casa;
naturalmente non tutti questi 110.000 ufficiali prestavano effetti-
vo servizio, ma tutti percepivano lo stipendio31.
16 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

Ritorniamo alla smobilitazione. A metà febbraio era stata mes-


sa a punto una certa assistenza ai reduci, tale da soddisfare le ri-
chieste dell’opinione pubblica, ma permanevano gli altri proble-
mi: con quale ritmo avrebbe dovuto continuare la smobilitazione,
fino a che punto doveva essere protratta, quale assetto doveva as-
sumere provvisoriamente l’esercito? Già a metà gennaio il gen.
Badoglio aveva espresso l’opinione del Comando supremo che un
rallentamento della smobilitazione fosse necessario, allegando la
torbida situazione internazionale ed il grande bisogno di braccia
per la ricostruzione civile e gli apprestamenti militari dei nuovi
territori. L’esercito avrebbe potuto restituire gli uomini al paese
dopo la firma del trattato di pace e la sistemazione della nuova
frontiera, «sempreché la nostra politica di pace non continui nel
tono assunto ad opera di tutti quegli irresponsabili che vogliono
tutta la Dalmazia, sino alle bocche di Cattaro»32. Accenno pole-
mico dettato da preoccupazioni tecniche dinanzi alla crisi in cui il
congedo delle classi anziane gettava l’organismo militare e da ra-
gioni politiche, forse predominanti: è nota l’opposizione del Co-
mando supremo alle occupazioni adriatiche, che continuava la
tradizione dello stato maggiore italiano33. Analoga richiesta era
contenuta in un promemoria sottoposto dal competente ufficio
del ministero al nuovo ministro Caviglia: vista la disoccupazione
diffusa in alcune regioni, l’affollamento nelle maggiori città di rie-
spatriandi senza passaporto né mezzi di sussistenza ed il conge-
stionamento dei trasporti, si proponeva un ritmo più lento di con-
gedamenti. Nessuna previsione concreta era però formulata sul
proseguimento della smobilitazione34.
Anche Caviglia si orientava in questo senso e nella citata con-
ferenza stampa comunicava le ragioni che rendevano impossibile
l’enunciazione di un più ampio programma di smobilitazione:

Tre elementi essenziali – ha aggiunto – esulano specialmente dalla


sfera della sua specifica competenza; primo: il contingente che dovrà
rimanere sotto le armi fino alla conclusione della pace e che dovrà es-
sere determinato dalla Conferenza di Parigi; secondo: la preparazione
delle condizioni sociali necessarie perché il paese possa riassorbire i
congedati senza acutizzare il fenomeno della disoccupazione già sen-
sibile in varie regioni; terzo e più importante di tutti: le condizioni dei
trasporti, che non consentono per ora una intensità giornaliera di mo-
I. La smobilitazione nel 1919 17

vimenti ferroviari superiore ai 4.000 uomini in zona territoriale e 8.000


in zona di operazioni. Basta una semplice operazione aritmetica per
capire come il ministero della Guerra si trovi per ora nella impossibi-
lità di procedere ad una più sollecita smobilitazione35.

È questa l’unica motivazione ufficiale del rallentamento delle


operazioni di smobilitazione che si ebbe dopo gennaio, e non è
pienamente convincente. Infatti la prima delle giustificazioni di
Caviglia non aveva in quel momento alcun valore: quali che fos-
sero le decisioni di Parigi, avrebbero riguardato un esercito di al-
cune centinaia di migliaia di uomini e non di alcuni milioni, co-
me quello del febbraio 1919. E la deficienza della rete ferrovia-
ria avrebbe ostacolato, ma non certo impedito la continuazione
del celere ritmo dei congedi. Restava la preoccupazione della na-
scente disoccupazione, in cui si vedeva un ausilio per le rivendi-
cazioni socialiste, e, per i militari, il sovraccarico dell’ammini-
strazione nonché la tentazione di una prova di forza al confine
orientale.
Sta di fatto che le operazioni di smobilitazione subirono un
sensibile rallentamento: da gennaio a marzo furono congedate so-
lo tre classi anziane (1885-87) per circa 230.000 uomini e la clas-
se più giovane (1900) per circa 170.000 uomini36. In tutto 400.000
uomini, cui bisogna aggiungere parte dei 250.000 congedi antici-
pati effettuati tra gennaio e giugno37: forse un mezzo milione
d’uomini in totale, con una netta riduzione rispetto a 1.400.000
congedati entro dicembre. A fine marzo erano così stati rinviati a
casa quasi due milioni di uomini, ma altrettanti erano trattenuti
alle armi (12 classi).
A questo punto le operazioni di smobilitazione si arrestarono
del tutto: per tre mesi, fino alla caduta del governo Orlando, non
vennero più effettuati congedamenti di classi. Né si procedette a
riduzione delle unità mobilitate: tra novembre e dicembre 1918
erano stati sciolti 3 comandi d’armata, 4 comandi di corpo d’ar-
mata, 9 comandi di divisione; nel primo trimestre 1919 gli scio-
glimenti scesero rispettivamente a 1, 5 e 10, nel secondo trimestre
a 0, 2 e 3. Un uguale arresto subì lo scioglimento dei minori re-
parti38.
Siamo dinanzi ad una svolta di grande importanza: il rallen-
tamento della smobilitazione poteva essere giustificato con ra-
18 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

gioni tecniche, parzialmente valide, l’arresto delle operazioni


non poteva avere che origini politiche. Ci fu chiaramente una de-
cisione di Orlando e Sonnino, che forse si può datare a fine mar-
zo39: nel quadro di una politica di aspirazioni imperialistiche, il
mantenimento di un esercito di due milioni di uomini, inqua-
drati in unità mobilitate ed efficienti, pareva necessario al buon
esito delle trattative di pace. Né altre ragioni sapremmo addita-
re per un gesto così grave, che implicava la protrazione di for-
tissime spese.
L’arresto della smobilitazione non fu in alcun modo giustifica-
to dal governo; per meglio dire, il paese non ne fu informato, né
la stampa ritenne di dare rilievo al fatto. Evidentemente si teme-
va che le critiche alla politica militare indebolissero quella con-
cordia nazionale che pareva necessaria dinanzi agli alleati: lo di-
mostra anche l’esito della discussione parlamentare sulla politica
del governo dei primi di marzo, l’unica dal dicembre 1918 al giu-
gno. In quell’occasione si alzarono da più parti forti critiche alla
condotta della smobilitazione (di cui venne chiesto un accelera-
mento) ed all’operato dei capi dell’esercito; fu invocata una di-
scussione politica sull’ordinamento delle forze armate ed un rin-
novamento delle loro strutture, mentre Nitti denunciava l’au-
mento delle spese militari e la necessità di un riordino dell’ammi-
nistrazione della guerra. Tutti questi interventi caddero nel vuo-
to: il governo non credette di dover rispondere (il ministro Cavi-
glia non prese nemmeno la parola) e la Camera accettò le generi-
che dichiarazioni di Orlando40.
La smobilitazione, iniziata senza un preciso programma poli-
tico e militare, venne così subordinata alle esigenze di prestigio
della politica di Orlando e Sonnino: le trattative di Parigi, l’as-
senza del governo, l’allineamento di quasi tutti i partiti su posi-
zioni oltranziste fecero sì che l’interesse della stampa per la smo-
bilitazione, così vivo in gennaio-febbraio, cadesse completamen-
te in marzo; con la sola eccezione dell’estrema sinistra, i partiti ac-
cettarono l’impostazione del governo41. Da marzo a giugno la si-
tuazione militare è bloccata e le spese mensili per l’esercito salgo-
no dai 1.400 milioni dell’ottobre 1918 a quasi due miliardi42.
I. La smobilitazione nel 1919 19

3. Il primo programma per il riordinamento dell’esercito

Il problema della smobilitazione aveva due facce: finora ci sia-


mo soffermati, seguendo la stampa, quasi esclusivamente su quel-
la più evidente, il congedamento degli uomini alle armi; ma gran-
de importanza aveva anche la scelta di un punto d’arrivo della
smobilitazione, cioè l’indicazione di un ordinamento dell’esercito
che, per quanto dichiaratamente provvisorio, ne avrebbe pur
sempre influenzato profondamente l’assetto definitivo con il pe-
so del fatto compiuto. Già si è detto che il governo non prese aper-
tamente posizione su questo problema; conosciamo solo alcune
affermazioni generiche del ministro Zupelli in Senato, che acqui-
stano colore politico per il riferimento alle aspirazioni del gen.
Giardino ad un più forte esercito. Quest’ultimo aveva detto:

io penso che la nazione vorrà e dovrà essere forte, per ogni evento, ma
almeno a tutela in ultima istanza, ove occorresse, di quel patrimonio
di unità, di indipendenza, di libertà e di diritto, che ora si è così dura-
mente conquistato43.

Perciò aveva respinto ogni illusione di disarmo o riduzione di


armamenti nel quadro della Società delle Nazioni e chiesto una
smobilitazione molto cauta e attenta alla situazione internaziona-
le, provvedimenti morali e materiali in favore degli ufficiali ed una
forte disciplina nazionale. Il discorso ebbe grande successo; e Zu-
pelli, pur protestando di non poter fare sicure previsioni sul futu-
ro, come già ricordammo, concordava:

giustamente l’on. Giardino ha accennato ad un sistema medio, ossia


quello di conservare, migliorare e tenere continuamente in forza nu-
merosi quadri, istruire numerosissime truppe e mantenere un piccolo
esercito, al quale possa corrispondere un fortissimo esercito di guerra.
Questa sarà probabilmente la vera soluzione del problema o almeno
dovrebbe essere la più utile soluzione; ma anche questa sarà subordi-
nata agli ordinamenti degli altri eserciti44.

Il suo successore Caviglia aveva un’impostazione analoga, ma


più esplicita (almeno a quanto risulta da un suo scritto posteriore):
20 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

il mio programma era di smobilitare l’esercito ordinatamente e di ri-


portarlo nelle stesse condizioni d’organizzazione in cui si trovava pri-
ma della guerra. Avrei mantenuto in più due divisioni per le terre re-
dente, oltre a quei reparti meccanizzati che avrebbero servito da nu-
cleo per le successive organizzazioni. Avrei conservato anche una par-
te dei battaglioni arditi [...]. Ristabilita l’organizzazione dell’esercito
anteguerra; riportata alla normalità la disciplina, l’amministrazione e
l’educazione delle truppe, si sarebbero intraprese le modificazioni, le
riforme e la creazione di nuovi organismi che l’esperienza della guer-
ra e le nuove invenzioni avessero consigliato. Era presumibile che il
tempo non mancasse. L’Europa era stanca di guerra [...], non v’era pe-
ricolo di nuovi conflitti45.

Questo programma non fu però in alcun modo reso pubblico.


Parimenti non ebbero alcuna forma di pubblicità gli studi che il
Comando supremo aveva intrapreso, in collegamento col mini-
stero, ma non strettamente sulle basi prima indicate da Zupelli e
Caviglia. Su questi studi ci soffermeremo più a lungo perché co-
stituiscono il primo stadio del riordinamento dell’esercito, su cui
ebbero assai maggiore influenza che le intenzioni dei ministri del
governo Orlando.

Un concreto programma della smobilitazione dell’esercito non


può indubbiamente prescindere dall’assetto militare di pace che l’at-
tuazione del programma stesso dovrà avere per risultato. È nota però
l’incertezza che attualmente sussiste e che per parecchio tempo anco-
ra potrà sussistere sulla forma e sulle proporzioni che potranno e do-
vranno assumere i futuri ordinamenti militari europei.
Ora, ad evitare che tali incertezze possano comunque ripercuoter-
si nelle operazioni di smobilitazione e dar luogo a lentezza o insuffi-
cienza di provvedimenti, giova basarsi sulla supposizione che il nostro
esercito possa e debba, a pace conclusa, conservare la fisionomia e le
proporzioni che aveva prima della guerra, con organizzazioni, benin-
teso, integrate dai mezzi (personali e materiali) che l’esperienza della
guerra ha dimostrato indispensabili all’efficienza di ciascuna arma
combattente.
Ciò premesso, come da accordi intervenuti col Comando supremo,
il programma di smobilitazione avrà come punto di partenza la sup-
posizione che il nostro esercito debba, nel dopoguerra, essere orga-
nizzato in quindici corpi d’armata e cioè: dodici preesistenti, più tre
I. La smobilitazione nel 1919 21

corrispondenti alla futura circoscrizione territoriale del Trentino, del-


la Venezia Giulia e delle coste ed isole dalmate.
Accettato tale criterio si procederà gradualmente ma quanto più
urgentemente possibile a sopprimere tutti gli enti superflui alla accen-
nata organizzazione che resterà pur sempre ad ogni modo puramente
transitoria e non impegnativa e suscettibile di assestamento definitivo,
sia in aumento che in diminuzione, in correlazione alle sopraddette fu-
ture norme alle quali dovrà essere informato il definitivo ordinamen-
to del nostro esercito.
Stabiliti, d’accordo col Comando supremo, gli organici ed i mezzi
indispensabili ai quindici corpi d’armata mobilitati da conservare, va-
lutato il fabbisogno strettamente indispensabile di truppe da tenere in
paese per il funzionamento dei servizi territoriali e della tutela dell’or-
dine pubblico, si potrà avere con sufficiente approssimazione la cifra
complessiva degli ufficiali e degli uomini esuberanti e quindi gradual-
mente restituibili alla vita civile46.

Questa impostazione, che togliamo da un promemoria del


competente ufficio del ministero della Guerra, trova riscontro in
uno schema di progetto definito dal Comando supremo nel me-
desimo periodo (febbraio 1919)47. L’esercito proposto è simile a
quello d’anteguerra: una vasta intelaiatura di comandi in pace,
con reparti numericamente poco consistenti, destinati a comple-
tarsi solo con la mobilitazione. Alle 25 divisioni del 1914 si con-
trappongono ora 30 divisioni, senza aumento di spesa: infatti i 120
reggimenti di fanteria necessari si ottengono sommando i 96 reg-
gimenti d’anteguerra, i 12 reggimenti bersaglieri che non verreb-
bero più considerati come truppe suppletive, e 12 reggimenti di
nuova creazione, compensati dall’abolizione delle musiche reggi-
mentali, equivalenti per forza e costo (il che ci sembra alquanto il-
lusorio, in grado di acquietare solo chi non chiedesse che di esse-
re convinto). L’abbozzo di ordinamento prevede inoltre una for-
te riduzione della cavalleria (un terzo rispetto al 1914) e una di-
minuzione dell’artiglieria da campagna a traino animale, com-
pensata da un forte incremento dell’artiglieria pesante campale a
traino meccanico (anche qui è evidente il tentativo di presentare
economie interne a compenso degli aumenti dei reparti: il traino
meccanico era infatti considerato meno costoso di quello anima-
le). Altri particolari non sono dati: ma Diaz assicura che «il nu-
mero totale degli ufficiali effettivi non sarebbe più numeroso [sic]
22 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

di prima, perché quelli corrispondenti all’aumento dei reggimen-


ti e dei comandi di grandi unità sarebbero compensati da un mag-
giore sfruttamento degli ufficiali di complemento nei gradi infe-
riori»48: cioè gli ufficiali di carriera sarebbero, a parità di numero,
di grado più elevato. Ogni divisione alla mobilitazione si scinde-
rebbe, formando due divisioni, per un totale di 60, ma nessun det-
taglio è fornito: solo si assicura che questo nuovo esercito sareb-
be superiore a quello 1914-15 per solidità di quadri il che, essen-
do invariato il numero degli ufficiali effettivi, può solo significare
che l’esperienza bellica ha enormemente incrementato il valore
dei quadri esistenti.
Fin qui l’ordinamento proposto non è che un ampliamento di
quello anteguerra con alcune correzioni tratte dalla guerra. Per
realizzare però notevoli economie (e sembra, anche se non è det-
to, per tener conto della dimostrata possibilità di addestrare i sol-
dati in breve tempo e della probabile ostilità del paese a nuovi ca-
richi militari), Diaz propone che la ferma sia ridotta da 24 a 8 me-
si, pur con alcune richieste cautelative (preparazione premilitare
delle reclute, disponibilità di istruttori adeguati, rinuncia all’im-
piego delle truppe per i servizi di polizia); inoltre tutto il contin-
gente annuo sarebbe incorporato ed addestrato (quasi 250.000
uomini). Sarebbe cosa possibile una forza bilanciata di 175.000
uomini, contro i 225.000 d’anteguerra, con un risparmio che per-
metterebbe di far fronte alle maggiori spese per l’artiglieria.
Questo abbozzo di ordinamento non è approfondito, né cor-
redato da calcoli di organici e di spese (per lo meno nei cenni che
ci conserva il volume dell’Ufficio storico), né merita un esame più
attento: venne infatti sviluppato nell’ordinamento provvisorio Al-
bricci, di cui ci occuperemo più avanti. Ci interessa però notare
che due sono le caratteristiche salienti: il mantenimento di un eser-
cito permanente del tipo prebellico, con un’intelaiatura aumenta-
ta, ricca di comandi e ufficiali ma povera di soldati; e l’adozione di
una ferma brevissima. Per i comandi responsabili la guerra non ha
portato ad una modifica della struttura dell’esercito: la ferma bre-
ve, in un contesto invariato, ci sembra solo una concessione alle
esigenze dei tempi ed un mezzo di economie. Con un calcolo ap-
prossimativo, i reggimenti di fanteria sarebbero stati composti da
circa 600 uomini di limitata esperienza: eppure Diaz poteva im-
maginarli come base di una brigata di guerra, di una forza dieci
I. La smobilitazione nel 1919 23

volte superiore. Evidentemente la prima preoccupazione dei co-


mandi era la conservazione e l’ampliamento di un corpo di uffi-
ciali effettivi49, unico aspetto del problema approfondito nei do-
cumenti a noi noti, anche se in termini poco convincenti50.
Tuttavia non bisogna neppure trascurare l’importanza dell’ac-
coglimento della ferma breve, che testimonia una certa apertura
del comando di Diaz ai risultati della guerra ed alle aspirazioni del
paese e contemporaneamente il riguardo dimostrato all’aspetto fi-
nanziario della questione. Estremamente importante è perciò la
testimonianza del sen. Ferruccio Parri, che nel 1918-19 fu al Co-
mando supremo come capitano di stato maggiore di complemen-
to, all’Ufficio operazioni e poi all’Ufficio ordinamento; egli ci ha
riferito che oltre allo schema di ordinamento era stato elaborato
un progetto, considerato complementare, per la realizzazione di
una istruzione premilitare obbligatoria, premessa alla ferma di ot-
to mesi, ed un terzo progetto sulla formazione degli ufficiali, in cui
gli ufficiali di complemento avrebbero visto riconosciuto il loro
ruolo nell’esercito rinnovato. Il programma del Comando supre-
mo acquisterebbe così maggiore organicità e carica innovatrice.
Lo stesso Parri, congedato nel giugno 1919, svolse a Roma negli
ambienti dell’interventismo democratico una missione ufficiosa
per conto di Diaz e Badoglio, che si proponeva di convincere gli
uomini politici della necessità e urgenza di un ampio e rinnovato
esame del problema militare; in una serie di incontri con Bonomi,
Bissolati e figure minori dell’ambiente nittiano, Parri illustrò i
programmi di Diaz e le aspirazioni dei giovani ufficiali del Co-
mando supremo51. Questa testimonianza, che mette crudamente
in luce i limiti della documentazione resa pubblica, dimostrereb-
be quindi in Diaz e Badoglio una visione più ampia della situa-
zione ed una disponibilità politica che il loro accordo con Nitti,
su cui ci soffermeremo tra breve, non può che confermare.
Rimane però il fatto che questi progetti vennero elaborati tra
il Comando supremo ed il ministero, senza un intervento deter-
minante dei responsabili politici e soprattutto senza alcun accen-
no ad un dibattito esteso al parlamento ed al paese: un metodo di
lavoro che ritroveremo anche negli anni seguenti.
Si noti che, se la grande stampa aveva dimostrato di trascura-
re i problemi di fondo dell’esercito, non erano mancate vivaci pre-
se di posizione in parlamento, nella discussione già citata svoltasi
24 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

alla Camera ai primi di marzo. L’on. Soleri, giolittiano e poi valo-


roso ufficiale, si era fatto interprete dell’allarme di ambienti di re-
duci, denunciando le manovre degli ufficiali di carriera in termi-
ni assai polemici:

Devo dire una cruda verità, che cioè dagli interessati non si cerca
solamente quella equa sistemazione personale che sarebbe scusabile,
anzi legittima; ma si vanno coltivando invece dei disegni e preparando
dei provvedimenti, o almeno sperando di poterli imporre, non solo per
conservare i vantaggi dei rapidi e talvolta troppo facili e incruenti
avanzamenti, ma per accrescere e perpetuare negli alti gradi la barda-
tura di guerra per gli anni di pace. Tutti i cittadini hanno compiuto sa-
crifici: l’esercito e il popolo. Qualcuno ha avuto dei profitti: orbene, se
ne accontenti e non vada più in là [...]. Quale via si prende, onorevoli
colleghi? Se si dicesse al parlamento o al paese di aumentare i corpi
d’armata da 12 a 15 o 18, parlamento e paese si ribellerebbero. E allo-
ra si abbandona la via maestra e si cercano quelle oblique52.

Soleri continuava esemplificando le sue accuse: a tutti i livelli


dell’organismo militare si tendeva a creare nuovi inutili uffici ed
incarichi per gli ufficiali di carriera che lo scioglimento dei repar-
ti mobilitati lasciava senza impiego. Si era per esempio iniziato a
destinare due colonnelli per ogni deposito reggimentale, in luogo
del maggiore o tenente colonnello previsto, e due colonnelli per
ogni reggimento invece di uno solo, con la prospettiva di dover
aggiungere un generale per comandarli; molti altri analoghi abu-
si erano stati ideati. Contro questo andazzo Soleri chiedeva alla
Camera una presa di posizione:

Bisogna porre fine alla bramosia di questa pletora di alti comandi


mantenuti in tempo di pace. Signori, la guerra è finita, ognuno deve
convincersene. Non per l’arrivismo militare, già fieramente deplorato
dal ministro Alfieri, sono caduti i combattenti, non per questo le ma-
dri sono fiere dei loro lutti. O signori del governo, tutto per i combat-
tenti e nulla, assolutamente nulla per la speculazione professionale e
politica sulla guerra e sul sangue che per essa è stato versato53.

Ed il giorno seguente l’interventista Grabau affrontava il pro-


blema del riordinamento dell’esercito, ricordandone la natura
I. La smobilitazione nel 1919 25

squisitamente politica e rivendicando al parlamento la decisione


sulle riforme rese necessarie dalla guerra:

Spetta agli organi responsabili del governo, poiché ne hanno i da-


ti tecnici e gli elementi essenziali, tracciare il progetto di sistemazione
futura e su esso consultare il nostro parlamento. È ora che si sfati la
bugiarda leggenda che qui dentro si possa parlare di ponti e di strade
da medici o da avvocati, di amministrazione della giustizia da inge-
gneri e tutto ciò che riguarda gli ordinamenti militari debba rimanere
nel silenzio, sotto il pretesto del tecnicismo. Il tecnicismo lo lasciamo
ai tecnici volentieri, ma qui dobbiamo tracciare le linee politiche che
devono dire ai tecnici dove vogliamo arrivare54.

Il programma che l’on. Grabau tracciava poi per l’esercito


conteneva molte illusioni, come pure quello esposto dal gen. Ma-
razzi, ma rimaneva valido l’appello al governo per una discussio-
ne politica di fondo, come aspettavano una risposta le inquietu-
dini di Soleri. Si è già detto che il governo credette di dover evi-
tare ogni discussione: la Camera non volle forzarlo e riconfermò
una generica fiducia. I militari furono lasciati liberi di proseguire
lo studio del futuro dell’esercito nel chiuso dei loro uffici (ma le
denunce dei tentativi di creare nuovi posti per gli ufficiali esube-
ranti permettono di meglio comprendere le insistenze di Diaz sul-
l’ampliamento dei quadri); ed il ministeriale «L’Esercito italiano»
attaccò violentemente Soleri, accusandolo di aver affrontato trop-
pe questioni per avere efficacia e di non aver compreso i termini
del problema: due colonnelli per reggimento non erano affatto di
troppo. Ed il giornale concludeva manifestando facile sdegno per
le critiche rivolte all’esercito:

Si constata perciò con dolore che, nonostante la guerra lunga e tre-


menda alla quale il paese e l’esercito sono stati sottoposti, nessun am-
maestramento, nessuna energia nuova il paese ha saputo trarre o ma-
nifestare, nel trattare le questioni che riguardano il suo organismo mi-
litare55.

Meglio di un lungo discorso, l’intolleranza di queste righe il-


lustra la difficoltà di un dialogo tra militari e politici, tra conser-
vatori e innovatori, tra comandi e parlamento.
26 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

4. Nitti, i generali e la smobilitazione (estate 1919)

Al 1° luglio 1919, otto mesi dopo l’armistizio, l’esercito italia-


no contava ancora 1.578.000 uomini, ripartiti in una struttura di
comandi e reparti sul piede di guerra pari ancora ai 3/5 di quella
del novembre precedente56. Il Comando supremo aveva ai suoi
ordini 876.000 uomini, così ripartiti: zona di guerra 737.000, piaz-
ze marittime 10.000, Dalmazia 29.000, Francia 7.500, Albania
54.000, Macedonia 27.500, Asia Minore 9.000, Russia 2.00057. Al-
tri 72.000 uomini presidiavano le colonie (67.000 tra Tripolitania
e Cirenaica) e 630.000 erano in paese:

di essi, metà, e cioè 315.000 uomini, sono impiegabili per servizi terri-
toriali e di ordine pubblico (cifra finora ritenuta all’uopo come mini-
mo indispensabile); i rimanenti 315.000 uomini rappresentano milita-
ri degenti in luoghi di cura o in attesa di riforma, comandati presso al-
tri ministeri, impiegati in servizi vari (dei combustibili, approvvigio-
namenti, requisizione cereali, bovini e foraggi, trasporti, ecc.), addetti
ai comandi, centri di smobilitazione, stabilimenti ed in posizione in-
certa (presunti morti o dispersi, disertori, ecc.)58.

Alla stessa data, erano stati congedati 76.000 ufficiali; ne re-


stavano quindi in servizio 110.000.
Queste cifre sintetizzano la gravità della situazione. Per con-
durre le trattative di pace, Orlando e Sonnino avevano mantenu-
to un esercito mobilitato al confine jugoslavo pari per forza all’e-
sercito previsto nel 1914 per la guerra (ma assai superiore per ar-
mamento, efficienza e costo) proprio mentre Caviglia ripeteva di
non credere alla possibilità di un atteggiamento offensivo da par-
te degli jugoslavi59. Ma questo non era l’unico aspetto preoccu-
pante: Orlando riteneva necessario al mantenimento dell’ordine
pubblico un altro esercito di oltre trecentomila uomini, più di
quanti l’Italia avesse mai avuto alle armi in pace. E ancora: nel-
l’anteguerra, l’esercito aveva molti compiti, che andavano dal pre-
sidio delle frontiere all’istruzione delle reclute, dalle manovre
d’insieme al mantenimento di una pesante intelaiatura burocrati-
ca; invece i trecentomila uomini di Orlando, provati veterani, non
avevano altri compiti che quelli di polizia! Infine la mancanza di
una coraggiosa politica di smobilitazione era denunciata dalla for-
I. La smobilitazione nel 1919 27

tissima dispersione di soldati (altri trecentomila uomini) in com-


piti che poco giovavano alla difesa e meno ancora all’erario. Si no-
ti poi che il documento dell’Ufficio smobilitazione e ordinamen-
to del ministero della Guerra, da cui togliamo queste cifre, non
manca di fornire precisazioni assai minute su vari problemi, come
quello degli ufficiali di carriera, ma per le truppe in paese sa solo
dare questa cifra globale di 630.000 uomini, senza neppure preci-
sarne l’impiego ed i compiti. Il che dà una chiara idea della disor-
ganizzazione in cui versava l’amministrazione militare.
La prima conseguenza di questa situazione era un peso intol-
lerabile per le finanze statali: Nitti aveva parlato di quasi due mi-
liardi mensili per esercito e marina, ai primi di marzo, il «Corrie-
re della sera» fa ascendere le spese di maggio a 1.700 milioni, an-
cora Nitti scrive di oltre 1.500 milioni di sole spese straordinarie
in aprile60. E non appena le fortune di Orlando declinano e la po-
litica italiana esce dal clima di concordia nazionale creato per le
trattative di Parigi, ricominciano le richieste di una pronta smo-
bilitazione e di una riduzione delle spese militari. «La Stampa»
scrive:

Il problema non è soltanto individuale o familiare per una vasta


moltitudine di soldati e di ufficiali, ma è anche problema di economia
nazionale per i miliardi che continuano a sprofondarsi nelle voragini
della mastodontica macchina militare [...]. Il ritornello delle esigenze
di servizio [...] ritorna in fondo ad ogni canzone ministeriale, la quale
si risolve in una vera e propria canzonatura del paese, delle famiglie,
dell’economia nazionale, perché a sette mesi dalla fine del conflitto è
assurdo parlare di esigenze di servizio per tante classi di militari61.

E invece a metà giugno, con oltre 1.600.000 uomini e circa


113.000 ufficiali alle armi, il governo prevedeva soltanto il conge-
damento di una classe a breve scadenza (fu deciso il 19 giugno) e
di altre due-tre classi dopo la firma del trattato di pace62.
La caduta del governo Orlando doveva mutare radicalmente
la situazione. Nitti infatti assumeva il potere con il fermo propo-
sito di condurre rapidamente a termine la smobilitazione, consi-
derandola una premessa necessaria alla ripresa del paese. Il suo
programma di governo è esplicito e suona, al secondo dei quattro
punti in cui venne riassunto:
28 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

2. Compiere il più rapidamente possibile il passaggio dallo stato di


guerra allo stato di pace, abolendo tutto ciò che la guerra rese neces-
sario e che la pace rende superfluo e perciò stesso dannoso63.

E più sotto, nel discorso di presentazione al parlamento:

La smobilitazione procederà il più rapidamente che sia possibile,


data la situazione internazionale e le condizioni dell’ordine pubblico.
Per quanto potrà, il governo si propone di tener conto della situazio-
ne creata agli ufficiali. Ma ciò che noi desideriamo più vivamente, e nel
più breve tempo possibile, è di eliminare le più gravi spese che dipen-
dono dalla persistenza di organismi che non hanno attinenza diretta
con la guerra, ma che la guerra rese necessari o almeno inevitabili e che
persistono ancora oggi che la guerra è finita64.

Domina chiaramente in questo programma la preoccupazione


economica ed amministrativa. In marzo, Nitti aveva preso posi-
zione a favore di un ministro borghese per i dicasteri militari, per
la stessa preoccupazione:

Io ho creduto ed ho molte volte suggerito come indispensabile co-


sa soprattutto l’affidare l’amministrazione militare in mani borghesi.
Tutto il tempo passato al ministero del Tesoro mi ha confermato in
questo mio fermo convincimento che i militari devono essere lasciati
alle loro funzioni esclusivamente militari. L’Italia soltanto tra i paesi
democratici ha la fissazione assurda di mettere militari a capo dei mi-
nisteri militari. È una sopravvivenza arcaica, qualche cosa come l’it-
tiosauro della nostra vita politica. I militari non hanno il concetto del-
l’amministrazione civile, non attribuiscono alla spesa alcuna impor-
tanza e soprattutto non si rendono conto della situazione reale65.

Ora invece Nitti non solo chiamava nel suo ministero il gen.
Albricci e l’amm. Sechi, ma ne sollecitava la designazione proprio
dai capi dell’esercito e della marina, perpetuando l’usanza del
tempo di guerra così spesso rimproverata a Cadorna66. La giusti-
ficazione che Nitti diede di questo suo ripensamento è indubbia-
mente valida: si rivolse ad un generale illustre per eludere il ten-
tativo dei suoi avversari di presentarlo come nemico dei combat-
tenti:
I. La smobilitazione nel 1919 29

Avere a fianco di me un uomo, che significasse che non solo io ama-


vo l’esercito, ma che sentivo la profonda bellezza morale dei sacrifici
passati, m’è parso un dovere67.

Ci sembra però che la scelta di un generale designato da Diaz


abbia anche una motivazione più profonda: la necessità della pie-
na collaborazione del Comando supremo per la realizzazione del-
la rapida smobilitazione desiderata da Nitti. A questo punto è
però necessaria una breve digressione sulle tendenze politiche do-
minanti tra le maggiori autorità militari.

Le notizie di cui disponiamo per la ricostruzione dell’atteggia-


mento dei più noti esponenti militari sono molto scarse, vaghe e
spesso contraddittorie, e molto si sente la mancanza totale di seri
studi biografici. Eppure ci sembra possano essere individuati due
diversi gruppi di generali, separati da aspre rivalità personali e da
una divergenza di posizioni politiche.
Il più rumoroso e noto di questi gruppi riconosceva in Giar-
dino il proprio leader politico e portavoce ed aveva nel duca d’Ao-
sta un grande nome e nell’ammiraglio Thaon di Revel un uomo
politico prudente, introdotto in molti ambienti, forte dell’appog-
gio della flotta e dell’industria cantieristica. Politicamente questo
gruppo era nazionalista, sensibile specialmente ai problemi di po-
litica estera, fautore delle più ampie annessioni territoriali e di una
politica internazionale di forza; nel giugno 1919 fu immischiato in
un complotto, di cui sappiamo ben poco e che probabilmente ri-
mase allo stato velleitario68, insieme a esponenti nazionalisti, re-
duci ed avventurieri di varia origine. L’impresa di Fiume, che do-
veva coagulare le forze di destra più turbolente, fu contempora-
neamente un successo per questo gruppo, che vi vedeva afferma-
te le proprie aspirazioni, ed un insuccesso, poiché nessuno di que-
sti capi militari poteva rassegnarsi a parteciparvi in ruoli di se-
cond’ordine. Del resto, se Thaon di Revel aveva grandi doti di na-
vigatore politico, Giardino ed il duca d’Aosta si sarebbero sem-
pre rivelati sprovvisti di qualsiasi abilità politica e di seguaci, faci-
le strumento delle diverse forze di destra, dai nazionalisti ai fasci-
sti. Per quanto riguarda i problemi dell’esercito, costoro erano te-
nacemente conservatori e Giardino avrebbe giocato un ruolo di
30 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

rilievo come capo e portavoce dell’immobilismo tecnico contro


più di un ministro.
L’altro gruppo faceva capo alla coppia Diaz-Badoglio, cioè al
Comando supremo69. Entrambi non avevano una posizione poli-
tica vera e propria, né ambizioni politiche (continuando una tra-
dizione di agnosticismo dell’esercito d’anteguerra) ma una lunga
esperienza di collaborazione col governo ed una responsabilità
precisa nella direzione dell’amministrazione militare – che desi-
deravano mantenere. In essi si esaltavano le caratteristiche tradi-
zionali degli ufficiali di stato maggiore: conoscenza degli ingra-
naggi burocratici, capacità di amministratori, gusto per il coman-
do effettivo senza escursioni in altri campi; erano cattivi oratori e
non partecipavano affatto ai lavori del Senato. Avevano così un
grande vantaggio su Giardino ed i suoi amici: conoscevano esat-
tamente il loro obiettivo, cioè il controllo dell’esercito, per il qua-
le avevano tutte le doti necessarie (mentre Giardino preferiva il
ruolo di salvatore della patria, per il quale non aveva che l’ambi-
zione); e nell’esercito avevano una rete di collaboratori e seguaci
fidati ed efficienti (mentre ancora Giardino, pur incarnando pro-
babilmente molte aspirazioni di parte dei giovani ufficiali, non
aveva con essi alcun legame). Diaz e Badoglio fruivano inoltre del-
l’appoggio e della fiducia del re, che i maneggi del duca d’Aosta
allarmavano, e gli erano devoti, traendone una forza difficilmen-
te misurabile, ma effettiva, presso gli ufficiali superiori dell’eser-
cito, tra cui vivo era il sentimento monarchico e la tradizione di
obbedienza apolitica.
Diaz e Badoglio erano quindi governativi per vocazione, ante-
ponendo la conservazione della loro posizione a miraggi politici e
speranze lontane. Difensori delle necessità dell’esercito ed insie-
me del loro prestigio, non erano tuttavia chiusi alle esigenze poli-
tiche, per esempio finanziarie. E l’esperienza della guerra li aveva
resi aperti almeno in due direzioni: la necessità di una politica che
non trascurasse certe richieste delle masse (dalla ferma breve alla
smobilitazione) e di un certo rinnovamento dell’esercito, che però
non doveva giungere fino a compromettere la posizione loro e de-
gli ufficiali di carriera. Era quindi naturale la loro collaborazione
con Nitti, cui offrivano sinceri propositi di normalizzazione ed ef-
fettive capacità di amministrazione, oltre che una collaudata osti-
lità ad avventure adriatiche. Ma proprio la loro vocazione gover-
I. La smobilitazione nel 1919 31

nativa avrebbe segnato i limiti della loro collaborazione con Nit-


ti: così li troveremo ugualmente legati a Giolitti e poi a Mussoli-
ni, anche se gli aspetti chiassosi del fascismo saranno più conge-
niali a Giardino che a Badoglio. Più in generale, il rovesciamento
della tendenza politica a partire dal 1920-21, cioè la ripresa della
destra, porterà costoro verso posizioni più chiuse, in politica co-
me in materia militare. Si ha cioè l’impressione, per usare termini
ingenerosi, che le prese di posizione relativamente aperte del 1919
fossero più frutto dei tempi che di convinzioni personali; Diaz in
particolare evolverà rapidamente verso una posizione al di sopra
dei partiti, di salvatore della patria senza ambizioni politiche, ma
con una sete crescente di riconoscimenti ed onori.
Non si deve però credere che tra questi due gruppi ci fosse una
vera lotta politica; né si tratta affatto di gruppi organizzati, ma me-
glio di tendenze basate su affinità e alleanze spesso temporanee.
Vi erano senz’altro acri rivalità personali, dovute a fattori non po-
litici come reciproca gelosia, a mala pena celate al pubblico; ed
una effettiva contrapposizione politica, evidente nel 1919 sulla
questione adriatica e sull’appoggio a Nitti, sfumata negli anni se-
guenti e poi dissoltasi. Ma anche nei momenti più aspri, per esem-
pio nell’estate 1919, non si venne mai a prese di posizione di un
gruppo contro l’altro ed anche la lotta per la sottrazione del con-
trollo dell’esercito a Badoglio (1920-21) sarà condotta con la mas-
sima riservatezza ed il rifiuto di implicazioni politiche, sarà più un
regolamento di conti tra rivali che un episodio politico. Pur par-
tecipando con diverso clamore ma uguale impegno alla lotta po-
litica, questi due gruppi di generali non rompono affatto i legami
di solidarietà tra di loro: si ha l’impressione, per usare ancora ter-
mini ingenerosi, che ognuno fungesse all’altro da controassicura-
zione politica; e così avverrà, col ricupero di Diaz e Badoglio nel
fascismo dopo i loro trascorsi nittiani.
Del resto non si può polarizzare tutto l’ambiente degli alti ca-
pi militari intorno a questi due gruppi, messi in evidenza per sem-
plificare il discorso. Caviglia, per esempio, che per istinto era uo-
mo di destra, ancora più impreparato politicamente di Giardino,
non approvava gli attacchi al governo, che pure disprezzava, e si
chiudeva in un feroce legalitarismo che periodicamente lo so-
spingeva a riproporsi come uomo forte, dittatore legale; e finì in-
vece a far la fronda al fascismo in odio a Badoglio. Zupelli, che fu
32 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

per anni la spalla di Giardino in Senato, fu parimenti portato dal


suo attaccamento alla monarchia ed alla legalità ad opporsi al re-
gime nel 1925. Di Giorgio, deputato nazionalista dal 1913 e mi-
nistro con Mussolini, avrebbe realizzato contro di sé la coalizione
di tutti i colleghi. Capello, dopo aver simpatizzato con diversi par-
titi, camicia nera alla marcia su Roma, romperà con il fascismo per
fedeltà alla massoneria. Cadorna infine fece parte per se stesso,
anche se le sue simpatie per un governo forte lo facevano pende-
re verso i nazionalisti, che a loro volta lo difendevano apertamen-
te; e finì coll’accettare onori e gradi da Mussolini, che fino al 1923
lo aveva platealmente attaccato. E si potrebbe continuare ad enu-
merare vicende personali che difficilmente si prestano ad una
schematizzazione; ma, con questa avvertenza, l’identificazione di
due diverse tendenze nell’ambiente militare ci sembra corretta ed
utile alle nostre ricerche.

Ritorniamo ora all’avvento del governo Nitti. Il suo program-


ma di smobilitazione cozzava contro grossi ostacoli: la coalizione
di interessi legati al protrarsi della situazione, lo scatenamento
delle aspirazioni oltranziste operato dal governo Orlando, la ten-
sione al confine jugoslavo; e si succedevano voci di complotti di
generali e preparativi militari alla frontiera70. Ancora un mese più
tardi Nitti avrebbe scritto a Tittoni:

La smobilitazione non può procedere seriamente fin quando i mi-


litari avranno per pretesto o per ragioni necessità di avere gran nume-
ro di divisioni pronte per un’eventuale aggressione [da parte degli] ju-
goslavi. Come si esce da queste difficoltà? Il contegno dei militari è
piuttosto ostruzionista, sebbene in apparenza rispettoso71.

Per venire a capo della situazione, Nitti scelse una stretta al-
leanza con Diaz, cui già lo legavano rapporti assai stretti di colla-
borazione e quasi di amicizia del tempo di guerra72. Poiché Diaz
e Badoglio non erano chiusi a certe esigenze del dopoguerra, co-
me già accennammo, e non si erano compromessi con la politica
oltranzista di Orlando e Sonnino, l’accordo dovette essere facile
ed ampio. Il primo risultato fu la designazione di Albricci a mini-
stro: era uno dei più fidati collaboratori di Diaz, col quale aveva
lavorato già nell’anteguerra al comando dell’esercito, un esperto
I. La smobilitazione nel 1919 33

conoscitore della macchina amministrativa, con una bella fama di


condottiero guadagnata sui campi di Francia.
In questa sede non ci interessa uno dei corni della situazione,
cioè l’agitazione dei militari e degli ambienti estremisti per Fiume
e la Dalmazia (problema che ha trovato esauriente trattazione nel
citato volume dell’Alatri), se non per rilevare che l’accordo tra
Nitti e Diaz resse all’impresa di Fiume, che per entrambi rappre-
sentò una sorpresa ed uno scacco. Ma i più fecondi risultati furo-
no ottenuti nell’attuazione della smobilitazione e del riordina-
mento dell’esercito; e Nitti manifestò sempre la sua soddisfazione
per la leale collaborazione di Diaz ed Albricci73. In realtà non
mancarono attriti, specie nell’inverno 1919-20, ma nell’estate
1919 l’accordo fu perfetto. «Diaz collabora continuamente», scri-
veva Nitti il 14 luglio a Tittoni74. Due settimane più tardi il suo to-
no era più ansioso, ma la fiducia in Diaz immutata:

Prego vivamente S.E. [Diaz] in tutti i provvedimenti di destinazio-


ne del personale militare di non compromettere in niuna guisa quan-
to riguarda il prossimo ordinamento dell’esercito. Noi dobbiamo ri-
durre i posti e non mai aumentarli, tanto più che la situazione finan-
ziaria diventa ogni giorno più grave. Spero che V.E. venga preso defi-
nitivamente a Roma e desidero avere colloqui sul programma da svol-
gere rapidamente75.

Dopo un incontro con Diaz e Albricci sul tema di una rapida


smobilitazione, scriveva:

Essi riconoscono tale necessità, tanto più che ogni ritardo aggrava
le difficoltà. Se la smobilitazione viene a coincidere con l’inverno sarà
peggio. Temono che la situazione della politica estera possa essere di
difficoltà. Ora abbiamo sotto le armi più che sei volte l’esercito nor-
male76.

Già il primo Comitato di guerra presieduto da Nitti aveva de-


ciso in linea di massima di congedare 4 classi in luglio e 3 in ago-
sto77. Questo programma fu quasi interamente realizzato: entro la
fine di agosto furono congedate 6 classi (fino al 1894 compreso),
riducendo la forza alle armi a circa 600.000 uomini78. I fatti di Fiu-
me, più che la necessità di riordinare i reparti, imposero una pau-
34 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

sa79; poi altre due classi vennero rinviate a casa (ottobre-novem-


bre). Contemporaneamente veniva iniziato il richiamo della clas-
se 1900. In dicembre, la forza dell’esercito si aggirava sui 500.000
uomini, meno di un terzo che in giugno, ed era stato dimezzato il
numero di ufficiali in servizio (52.000 al 15 dicembre)80. Uno dei
primi atti di Albricci era stato di rimandare ai reggimenti gli uffi-
ciali studenti, per liberare gli ufficiali anziani: provvedimento che
giovò all’erario ed all’esercito, ma non alla popolarità di Nitti81.
Parallelamente furono sciolti comandi e reparti: da luglio a set-
tembre 4 comandi d’armata, 11 comandi di corpo d’armata, 24
comandi di divisione, cioè più di quanti non fossero stati sciolti
dall’armistizio a giugno82. L’esercito si veniva così avviando al pie-
de di pace per organizzazione e forza.
Il significato politico di questa azione fu chiaramente indicato
da Nitti:

La smobilitazione procederà rapidamente. Noi intendiamo modi-


ficare tutto quello che la guerra aveva reso necessario e che ora non è
più necessario. Più calma e cosciente sarà la politica estera di tutta la
nazione; più moderata e serena sarà la politica interna e più procederà
rapida la smobilitazione. Ma noi desideriamo dare al paese il senso che
la guerra, anche nelle sue manifestazioni esteriori, è finita83.

Il risultato di questa politica fu molto brillante, da un punto di


vista tecnico, perché la smobilitazione fu quasi completamente
realizzata con energia e la situazione avviata alla normalità. Ma il
bilancio politico fu negativo, per questo come per altri aspetti del-
l’opera di liquidazione della pesante eredità della guerra e di Or-
lando che Nitti si assunse. È infatti da ricordare che il governo non
ebbe dalla stampa né appoggio, né opposizione alla sua azione di
smobilitazione84; solo i socialisti continuarono a chiedere con in-
sistenza e clamore, in tono talora inutilmente minaccioso, smobi-
litazione e amnistia, sviluppando una polemica sempre più vio-
lenta contro il militarismo di ufficiali e governanti85. Quindi Nit-
ti non trasse forza politica dalla sua opera di normalizzazione, ma
ne ricavò solo rancori da chi ne era stato colpito o si considerava
tale (le destre, che vedevano diminuito il loro controllo sulla na-
zione) e indifferenza da chi se ne era avvantaggiato (le sinistre, che
vedevano cadere una pesante bardatura conservatrice).
Appendice

LA LIQUIDAZIONE DEL MATERIALE RESIDUATO DI GUERRA

Fare la storia della liquidazione del materiale residuato di guerra


non rientra nei limiti di questo volume ed esigerebbe ricerche di
un’ampiezza (e di un interesse) notevolissima. Ci è sembrato però uti-
le un cenno al problema, sulla base della relazione della Commissione
parlamentare d’inchiesta86: poiché smobilitazione dell’esercito e liqui-
dazione del materiale residuato procedono di pari passo, il giudizio
cauto e ponderato della Commissione può illustrare indirettamente la
complessità delle operazioni relative, gli ostacoli frapposti dal sistema
burocratico e dagli interessati, la disorganizzazione dell’amministra-
zione statale e la mancanza di un’adeguata direzione politica.
Ricordiamo brevemente che all’armistizio esistevano nei magazzi-
ni militari materiali bellici per un valore imprecisato, ma di molti mi-
liardi; la loro liquidazione fu avviata sotto la direzione del sen. Conti,
magnate dell’industria elettrica e sottosegretario con Orlando, che la
affidò alla rete di enti militari cui erano stati dati in custodia i materiali
stessi. Principale preoccupazione era la celerità delle operazioni di
vendita, da cui ci si attendeva uno stimolo alla ripresa economica: fu-
rono perciò previste deroghe alle leggi vigenti e concessi poteri singo-
larmente estesi ai singoli consegnatari.
Il giudizio finale della Commissione sull’insieme delle operazioni
di liquidazione è estremamente severo: «Le provvidenze legislative
emanate [...], gli organi istituiti, i congegni creati [...], per congenito
difetto o per insorte manchevolezze ed abusi non a tempo repressi, fal-
lirono allo scopo e determinarono un deplorevole sperpero in luogo di
una rigida valorizzazione del materiale residuato»87.
La Commissione cominciava mettendo in evidenza un aspetto
quanto mai singolare della questione: «Il fatto che lo stato, dovendo li-
quidare un enorme coacervo di materiali d’ogni genere, avendo un de-
ficit di bilancio preoccupantissimo, non poté neanche in maniera ap-
36 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

prossimativa valutare che attività gli sarebbe venuta dall’alienazione di


quei materiali e di quei manufatti, a provvedere i quali era occorsa una
spesa enorme»88.
Era infatti giocoforza constatare una «assoluta mancanza di dati re-
lativi alla qualità e quantità dei materiali residuati dalla guerra all’epo-
ca in cui se ne iniziò la liquidazione. Trattasi della mancanza non solo
di un inventario generale, ma anche di inventari parziali relativi ai mol-
tissimi depositi e magazzini disseminati per tutte le regioni d’Italia. E
per tale deficienza si è andati avanti alla cieca, non si è tenuto conto
delle partite introdotte o esitate in ciascun magazzino, tutto abbando-
nando alla lealtà e alla probità dei consegnatari; e questo è il peggior
sistema di amministrazione»89.
Responsabile primo di questa situazione, in cui furti e malversa-
zioni di ogni genere venivano quasi legalizzati, era appunto il sen. Con-
ti, che aveva avuto nel 1919 il plauso di tutta la stampa benpensante
per l’energia con cui affrontava il problema della liquidazione, senza
preoccuparsi delle tradizionali pastoie burocratiche: «Gli organi cen-
trali preposti alla realizzazione del materiale residuato quasi non si
preoccuparono di questa mancanza d’inventari, parvero invece com-
penetrati dalla fondamentale impossibilità di redigerli asserita forse da
funzionari o negligenti o desiderosi di non porre in essere elementi di
controllo sulla sconfinata loro libertà d’azione»90.
Si autorizzò così l’abbandono delle più elementari norme dell’am-
ministrazione militare, come la tenuta di un registro di carico e scari-
co (sic!); e le Commissioni superiori e centrali nominate per il con-
trollo degli enti periferici furono indotte, nell’atmosfera di generale di-
sordine, a dimenticare il loro compito per dedicarsi alle vendite su più
larga scala. La Commissione parlamentare faceva pertanto proprio il
duro giudizio dell’on. Gasparotto: «Non sembrerà esagerata l’affer-
mazione che con cognizione di causa io faccio: che cioè i due più gros-
si scandali del dopoguerra in Italia sono rappresentati dalla ricostru-
zione delle terre liberate e dall’alienazione dei materiali residuati dal-
la guerra»91.
Accadde infatti ciò che era facilmente prevedibile: la maggioranza
dei consegnatari procedette a vendite sotto costo o si appropriò diret-
tamente il ricavo delle vendite dei materiali affidati, poiché nessun ef-
fettivo controllo era in atto. Ed i pochi che intendevano procedere sal-
vaguardando gli interessi dell’erario, vedevano i loro sforzi frustrati
dall’intervento delle Commissioni superiori, cui si rivolgevano i com-
mercianti non soddisfatti dell’arrendevolezza dei consegnatari.
In queste poco brillanti operazioni l’esercito ebbe una parte di ri-
lievo, perché conservazione e liquidazione dei materiali erano affidate
I. La smobilitazione nel 1919 37

alla sua rete di magazzini e le commissioni di controllo erano in mag-


gioranza composte da ufficiali superiori e generali. Il ministro Caviglia
aveva cercato di evitare questi compiti92, ma senza successo; né si prov-
vide a creare un’organizzazione civile che subentrasse a quella milita-
re in un secondo tempo. L’esercito trasse quindi molteplici svantaggi
da questi obblighi: discredito per le irregolarità ed i furti commessi da
suoi ufficiali, peso di una nuova organizzazione burocratica ineffi-
ciente ma potente, sottrazione di reparti ed ufficiali, nuovi ostacoli al-
la smobilitazione. Su quest’ultimo punto riportiamo il giudizio della
Commissione: «Sono inoltre a tutti note le resistenze passive ma tena-
ci opposte da molto personale militare ad una rapida smobilitazione.
Erano stati richiamati in servizio durante la guerra col grado di uffi-
ciale superiore individui che nelle sfere di attività civile avevano posi-
zioni modestissime di piccoli industriali o di impiegati di ordine infe-
riore. Molti di codesti erano stati assegnati al personale di ammini-
strazione militare o di commissariato; molti di essi erano passati nei
magazzini militari come consegnatari e sub-consegnatari ed entrarono
a far parte delle commissioni tecnico-amministrative, e il loro sforzo
diuturno era teso a dimostrare la necessità della loro permanenza alle
armi e ad allontanare il giorno del loro ritorno alle occupazioni pre-
belliche»93.
Tanto basti a tratteggiare alcuni aspetti dell’ambiente in cui avve-
niva la smobilitazione dell’esercito.
II

L’INCHIESTA SU CAPORETTO

1. L’accusa: giolittiani e socialisti

A questo punto è indispensabile ampliare il nostro esame alle


polemiche vivacissime sulla guerra italiana, che culminarono nel-
l’agosto 1919 con la discussione della cosiddetta «inchiesta su Ca-
poretto». La valutazione che i diversi partiti diedero allora del-
l’intervento italiano e degli aspetti politici del conflitto ci interes-
sa, in questa sede, solo marginalmente. È invece essenziale per il
nostro studio quanto venne allora detto sull’azione dei capi del-
l’esercito, il giudizio espresso su una tradizione e un’organizza-
zione militare, le alternative suggerite e le proposte avanzate. Il
riordinamento dell’esercito nel dopoguerra venne infatti affidato
agli stessi uomini che lo avevano condotto in guerra, che avevano
naturalmente come modello l’esercito permanente del 1914: ci
sembra importante stabilire se la scelta operata da Nitti, chia-
mando Diaz, Badoglio e Albricci a dirigere l’opera di ricostruzio-
ne, fosse corrispondente alle indicazioni scaturite dal dibattito
sulla guerra; se cioè l’alleanza di Nitti con Diaz ed i suoi avesse so-
lo l’obiettivo di consolidare il governo, oppure basi più profonde.
Tenteremo quindi di ricostruire l’atteggiamento delle diverse cor-
renti politiche dinanzi alla guerra nell’estate 1919, precisando una
volta per tutte che non ci interessa un’esatta ricostruzione degli
avvenimenti bellici, ma solo l’esame dei giudizi espressi su di essi
nell’immediato dopoguerra; non le responsabilità ed i meriti di
Cadorna o Badoglio, ma le opinioni spesso ingiuste e distorte dei
reduci e degli uomini politici1.
Le diverse valutazioni della guerra affiorano sulla stampa nel
II. L’inchiesta su Caporetto 39

primo inverno di pace e nella primavera seguente, con i limiti po-


sti dalla censura e dal clima di entusiasmo più o meno spontaneo
che accompagna le trattative di Orlando e Sonnino a Parigi. Si ha
l’impressione che neutralisti ed interventisti evitino uno scontro
frontale; non mancano però le punte polemiche. Scrive «La Stam-
pa» a fine febbraio, elogiando Badoglio che ha rifiutato di gettar-
si nella lotta politica e proponendone l’esempio ai reduci:

Nei lunghi mesi della guerra, quando incombeva sul nostro paese
la più bassa politica, quando le fazioni pareva avessero preso possesso
del corpo insanguinato e dell’anima della patria, si formarono – fortu-
natamente più sulla carta dei giornali del fronte interno che nella co-
scienza del popolo e dei soldati – i partiti dei trinceraschi, i quadri dei
frontisti. Al posto della aristocrazia, la trincerocrazia! [...]. Parve, per
un momento, che una minoranza rumorosa, ma sterile di opere buo-
ne, potesse avere consensi, da una parte almeno dei combattenti [...].
Invece la trincerocrazia è morta prima di nascere. Ritornano i soldati
dal fronte e ritorna, dal fronte vero, anche il buon senso2.

Anche la stampa socialista, che pure ha una posizione piutto-


sto chiara di rifiuto della guerra, non sviluppa la sua polemica fi-
no in fondo. La campagna per la smobilitazione e l’amnistia com-
prende naturalmente un giudizio negativo sul conflitto, ma non
ancora un’accusa precisa, tanto che gli esperti militari socialisti
preferiscono trattare il tema del futuro esercito rosso che non
quello della guerra3, il quale rimane affidato alla matita di Scala-
rini, il disegnatore dell’«Avanti!», con i suoi drammatici quadri
sulle rovine belliche.
Verso la fine della primavera la polemica contro la guerra si fa
più esplicita, anche se la ricerca delle responsabilità è sempre fer-
ma alle denunzie dell’interventismo mussoliniano. Nell’anniver-
sario dell’ingresso in guerra, l’«Avanti!» commenta:

Quattro anni fa la folla nazionalista italiana, sventolando bandiere,


cantando inni bellici, levava l’osanna alla guerra del «sacro egoismo»
nazionale. La guerra doveva essere breve, gloriosa e vittoriosa. Poi –
mano mano che gli anni passavano e s’accrescevano i sacrifici – si mu-
tavano gli scopi della guerra. E fu successivamente guerra redentrice,
guerra democratica, guerra per la fratellanza umana nella universale
Lega delle Nazioni. La guerra è finita. Da sette mesi, nel segreto, i ca-
40 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

pi degli stati tramano la più perfida pace. Ed i popoli sentono tutto


l’orrore del sangue inutilmente versato4.

La caduta di Orlando, l’avvento di Nitti fortemente osteggia-


to dai più accesi fautori della guerra (gli negano la fiducia i nazio-
nalisti, Salandra e parte della sinistra interventista) e l’abolizione
della censura (1° luglio) incrementano rapidamente le polemiche,
che si inacerbiscono nei contrasti con gli organi interventisti. Il 20
luglio «La Stampa» parla già della «beneficiata piazzaiola del
maggio radioso» e scrive che «l’inganno al popolo italiano porta
la data di nascita: 25 maggio 1915». E ancora:

Noi neutralisti, con ben altra ponderatezza ragionavamo politica-


mente in tal modo per scongiurare alla patria i pericoli e le delusioni
di una guerra infarcita di generose sentimentalità, ma fuori di ogni rea-
lismo politico5.

Una settimana più tardi, dalla rivendicazione del neutralismo


1914-15 si è passati ad una esplicita messa in accusa dei respon-
sabili della guerra:

Quattro anni di esperienza hanno dissipato tutte le nebbie delle il-


lusioni, squarciato tutti i veli dell’inganno [...]. Le folle non sono re-
sponsabili delle ondate di passioni dalle quali si lasciano travolgere;
ma i capi che per poterle trascinare propinano loro il liquore ine-
briante, devono salire alla sbarra della storia per rendere ragione del-
l’opera loro6.

Segue un triste bilancio della guerra:

La puntata su Vienna durò quattro anni e nella marcia arrossam-


mo tutte le montagne e tutti i fiumi del Veneto; recidemmo come er-
be di prato tutti i fiori della gioventù e della gentilezza italiana; sper-
perammo tutta la ricchezza faticosamente raggranellata in secoli di la-
voro e di risparmio. E dopo aver combattuto per la libertà del mondo,
ci troviamo soli nel mondo, malvisi o invisi a quelli stessi per i quali ci
siamo rovinati7.

E l’«Avanti!» incalza:
II. L’inchiesta su Caporetto 41

La guerra (giova affermarlo appunto perché noi le abbiamo sem-


pre negato e le neghiamo ancora ogni virtù intrinseca benefica) ha ag-
gravato talmente la situazione economica, ha sparso una tal somma di
lutti e di miserie [...], ha messo a nudo tante ingiustizie, tante immo-
ralità, che il proletariato […] sente che la sua ora è alfine suonata8.

A questo punto l’inchiesta su Caporetto fornisce, a socialisti e


giolittiani, prima un punto di riferimento nella polemica contro la
guerra, poi lo spunto ad un approfondimento dei problemi e in-
fine, quando la relazione è pubblicata, una insperata fonte di au-
torevoli conclusioni e raccapricciante materiale per ampliare le
accuse.

La R. Commissione d’inchiesta sul ripiegamento dall’Isonzo al


Piave (secondo l’uso invalso, la citeremo sempre come inchiesta
su Caporetto) era stata nominata da Orlando nel gennaio 1918.
Era presieduta dal gen. Caneva, il più autorevole esponente del
mondo militare d’anteguerra, e composta da tre membri militari
(un ammiraglio, un generale di valore, silurato da Cadorna, ed il
capo della giustizia militare) e tre illustri parlamentari interventi-
sti. La Commissione aveva lavorato con ampiezza di mezzi e po-
teri, prevalentemente attraverso la raccolta di testimonianze scrit-
te ed orali, non senza risentire l’influsso di ambienti orlandiani9.
La relazione conclusiva, presentata a Nitti il 24 luglio10, com-
prendeva tre volumi: il primo forniva una ricostruzione degli av-
venimenti dell’ottobre-novembre 1917, il secondo riuniva i giudi-
zi della Commissione sorretti da buon numero di testimonianze,
il terzo era composto da grafici e carte geografiche11.
Non è questo il luogo per una valutazione del lavoro della
Commissione. Basti ricordare che la relazione rigettava la respon-
sabilità del crollo del fronte italiano sulle autorità militari ed in
particolare su Cadorna e Capello, che avrebbero chiesto alle trup-
pe già logore sforzi sanguinosissimi e sempre nuovi, portandole
sull’orlo del collasso. Di questo malgoverno dei soldati erano for-
nite prove numerose ed efficaci, per lo più brani di testimonian-
ze. La Commissione commetteva però l’errore, ci sembra, di insi-
stere soverchiamente su questa che è tra le maggiori, ma non l’u-
nica causa di Caporetto, lasciando in ombra altri aspetti del crol-
lo e falsando così il giudizio d’insieme. Veniva infatti dedicato po-
42 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

co rilievo ai combattimenti (e ciò permetteva di non chiamare in


causa Badoglio) ed alle responsabilità del governo e degli am-
bienti politici. Cadorna e la propaganda d’ispirazione militare e
nazionalista avevano rigettato ogni colpa sul crollo morale dei sol-
dati, cioè in ultima analisi sul governo e sul disfattismo, unendo
socialisti, giolittiani, parlamento e Orlando in un’unica condanna.
Con uguale unilateralità, la Commissione capovolgeva ora queste
accuse, addossando ogni responsabilità ad alcuni generali (non
coinvolgendo nell’accusa, si badi, l’organismo militare) ed assol-
vendo governo ed opposizione interna12.
La relazione della Commissione non era quindi un documen-
to tale da portare serenità nel dibattito politico. Le sue conclusio-
ni (pubblicate all’inizio di agosto) furono accolte con entusiasmo
da socialisti e giolittiani, che vi trovavano l’assoluzione dalle ac-
cuse loro rivolte, e con dispetto più o meno celato dagli interven-
tisti, che vedevano distrutti alcuni dei miti più cari. Tuttavia il di-
battito fu incoraggiato, ci sembra, più ancora che dalle conclusio-
ni dell’inchiesta, dal fatto che per la prima volta e con grande cla-
more si rompeva il sacro e complice silenzio sulla condotta della
guerra. Si consideri che per quattro anni le fasi del conflitto era-
no state conosciute solo attraverso le impressioni dei reduci, gli
edulcorati resoconti giornalistici ed i bollettini del Comando su-
premo; a quasi due anni dalla sconfitta di Caporetto non era an-
cora apparso nemmeno un resoconto ufficioso degli avvenimenti,
lasciati alla propaganda di parte13. Ma ora la prima reazione del-
la «Stampa» è di aprire una propria inchiesta sulla guerra, dopo
avere taciuto a lungo per carità di patria:

È ormai tempo dunque di vedere quale serie spaventosa di errori


ci abbia spinti nel baratro ove siamo precipitati; tempo di rimuovere
tutti i veli, squarciare tutte le bende e mettere il popolo italiano in co-
spetto della verità14.

L’inchiesta annunziata veniva però subito limitata: «Per ragio-


ni di opportunità parleremo prima degli errori militari; e poiché
essi si riassumono, si può dire, in un uomo, così cominceremo dal-
l’uomo appunto che in sé li compendia: Luigi Cadorna»15.
Nei giorni seguenti una serie di articoli pubblicati con grande
rilievo attribuisce a Cadorna ed ai suoi sostenitori, da Salandra ad
II. L’inchiesta su Caporetto 43

Albertini, la responsabilità di tutti gli errori militari e politici com-


messi, rivendicando nel contempo l’opera giolittiana per l’eserci-
to d’anteguerra16.
Queste accuse sono naturalmente rinforzate dalla pubblica-
zione della relazione della Commissione d’inchiesta, largamente
ripresa sul quotidiano. Si chiede la testa di Salandra, che in odio
a Giolitti precipitò l’Italia in una guerra infausta, e di Cadorna,
che per coprire i suoi errori diffamò avversari e soldati:

Reclama giustizia tutto il popolo d’Italia che ha combattuto la sua


guerra per attuare, non per distruggere la giustizia. E il giudice non
può essere che l’Alta Corte di giustizia, quando il governo non voglia
la giustizia dei Commissari del popolo17.

Malgrado la violenza del tono, è avvertibile un mutamento nel-


l’indirizzo della polemica, o meglio un assestamento del suo tiro,
percepibile anche dalle nostre citazioni. In luglio era tutta la guer-
ra ad essere coinvolta in una condanna generica; in agosto sono
invece Cadorna e Salandra a raccogliere tutte le accuse, in un con-
testo assai più rispettoso verso chi nella guerra ha creduto. Que-
sto significa una polemica molto più aspra con il «Corriere della
sera» e con i gruppi di estrema destra, difensori di Cadorna e Sa-
landra, ma anche la possibilità di un accordo, a scadenza più o me-
no breve, con altri gruppi di interventisti democratici e di mode-
rati (ed è sintomatico che «La Stampa» non chiami mai in causa
Orlando).
Si ha cioè l’impressione che l’inchiesta su Caporetto abbia sì
inasprito ed ampliato le accuse dei giolittiani alla guerra, ma le ab-
bia anche canalizzate, per così dire, verso problemi e figure de-
terminate. Addebitare a Cadorna tutti gli errori, esaltando invece
sia il valore di soldati e ufficiali di complemento, sia la solidità del-
l’organismo militare, significa condurre un’operazione con tre
obiettivi: isolare la destra che aveva fatto di Cadorna il suo eroe,
stringere nuovi rapporti con i gruppi di sinistra, sottrarre i quadri
dell’esercito alla tutela dei nazionalisti. Per i giolittiani l’inchiesta
e le polemiche sono l’occasione di superare la contrapposizione
frontale con il blocco degli interventisti, uscendo dal ghetto poli-
tico in cui erano stati chiusi come disfattisti e ritornando ad una
44 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

politica più articolata di alleanze; e contemporaneamente di pren-


dersi una rivincita sulla destra.

La posizione dei socialisti è assai più complessa. Anche la loro


prima reazione è di ampliare il dibattito conducendo una inchie-
sta che integri, stimoli e sorpassi quella ufficiale:

Noi non possiamo tacere, noi che per non pochi mesi siamo stati
fatti bersaglio della stupida accusa di caporettisti da parte della me-
schina borghesia italiana [...]. Oggi che è cessata la censura e che qual-
che vecchio nodo comincia a venire al pettine, noi, gli accusati di ieri,
iniziamo la nostra difesa, accusando a nostra volta18.

Per circa un mese e mezzo l’«Avanti!» sviluppa questa linea,


seguito con minore continuità dagli altri organi socialisti, dedi-
cando a Caporetto ed alla guerra la maggior parte delle sue pagi-
ne, con articoli, lettere, vignette. In questa massa di scritti intra-
vediamo due tendenze distinte e parallele. La prima è sintetizzata
da una vignetta di Scalarini: Abbiamo rimbalzato l’accusa; cioè l’in-
chiesta socialista e quella ufficiale hanno riportato ai comandi mi-
litari la responsabilità di un disastro, che fino al giorno prima ve-
niva addossata al movimento operaio19. Come dirà più tardi l’on.
Modigliani:

Si era formata un’opinione artificiosa che i disfattisti fossero tutti


da una certa parte e i patrioti ed i fautori della vittoria dall’altra. Le re-
sponsabilità della sconfitta erano tutte del carissimo collega Treves e
nessun altro ci entrava per nulla. Ma ecco arrivare una Commissione
(della quale noi socialisti non fummo né parte né testimoni) la quale
[...] conclude che le responsabilità vere sono da ricercarsi altrove, per
quanto la Commissione stessa non neghi l’esistenza di fatti d’indole
psicologica collettiva20.

Una reazione difensiva, quindi, che ritorna più e più volte du-
rante le polemiche con un’insistenza che non si può comprende-
re se non si pensi alla violenza degli attacchi rivolti per anni ai so-
cialisti. Su di essa si innesta una seconda tendenza, offensiva: la
messa in accusa della borghesia intera.
II. L’inchiesta su Caporetto 45

Sì, l’inchiesta su Caporetto è l’inchiesta su tutta la borghesia italia-


na, in tutte le sue manifestazioni; nei suoi organi ufficiali ed ufficiosi,
nei suoi partiti, nei suoi uomini [...]. Tutti, tutti responsabili, sebbene
in modo diverso e in grado diverso, i dirigenti dell’Italia borghese, che
hanno voluto o accettato la guerra21.

Si noti infatti che, malgrado il rilievo dato alle denunce delle


prepotenze e degli errori dei capi dell’esercito, l’«Avanti!» rifiu-
ta sempre di fare di Cadorna il capro espiatorio ed estende sem-
pre le accuse a tutto il sistema22. Gli obiettivi socialisti sono in-
fatti più alti:

La nostra campagna intorno a Caporetto [è] campagna di rivendi-


cazione morale e politica del nostro partito e di precisa accusa contro
quanti hanno voluto la guerra, contro chi l’ha condotta male, contro
chi l’ha glorificata peggio.
Giusto è che gli accusati di allora levino la testa, che i galeotti pun-
tino il dito verso i loro giudici e dicano il loro atto di accusa. Non per
vendetta: per giustizia. Non per un vano desiderio di rivincita: per af-
fermare la necessità di una completa revisione, profonda, totale del
passato23.

E l’argomento che ritorna è che solo i socialisti, che sempre


hanno condannato la guerra apertamente, possono ora ergersi a
giudici e chiedere conto del loro operato ai capi militari e poli-
tici24.
Questa impostazione, che sembra così limpida, è invece mi-
nata, isterilita dallo stesso equivoco che travaglia tutto il sociali-
smo italiano del dopoguerra. È infatti un’impostazione tipica-
mente massimalista, che copre col tono virulento l’assenza di una
linea d’azione. Quando nella seconda metà d’agosto l’«Avanti!»
precisa meglio i suoi obiettivi, questi si rivelano singolarmente
modesti:

I generali debbono essere puniti, cacciati; si devono loro soppri-


mere stipendi, medaglie, pensioni, indennità. Le vittime della guerra
debbono essere largamente indennizzate. Si devono aumentare le pen-
sioni delle vedove e degli orfani dei morti; si debbono accrescere le in-
dennità ai mutilati. Si debbono aprire le porte delle galere. L’amnistia
46 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

è assolutamente il primo provvedimento logicamente richiesto dalle


gravissime rivelazioni dell’inchiesta su Caporetto25.

Un programma che Nitti non avrebbe respinto, nella sostanza,


e che in certa misura avrebbe anche realizzato, collocando a ripo-
so Cadorna ed alcuni altri generali, sviluppando l’assistenza alle
vittime di guerra e concedendo l’amnistia; e che comunque non
affrontava certo le radici della crisi denunciata. Gli obiettivi a lun-
ga scadenza erano più grandi, ma vaghi:

La nostra campagna contro il militarismo caporettista non è dun-


que una campagna sentimentale o di politica contingente, che possa
anche sboccare – come avvenne di altre – in tentativi di miglioramen-
to dell’istituto militare [...]. La nostra campagna mira più in alto e più
lontano. Essa tende a creare nelle masse la convinzione che certe isti-
tuzioni, sorte nell’interesse delle classi dominanti, non possono che da-
re i frutti che hanno dato sempre dovunque. Per conseguenza, l’opera
nostra mira a infondere in chi ci segue la consapevolezza della neces-
sità di radicali trasformazioni26.

Nei deliberati della direzione del PSI la campagna acquistava


più precisione: la «critica democratica» del regime di guerra do-
veva essere intensificata fino a diventare «argomento primo del-
l’imminente campagna elettorale»27. Lenta educazione delle mas-
se e successi elettorali: questi obiettivi riformistici male si accor-
dano con la violenza degli attacchi dell’«Avanti!», di cui è diffici-
le dare un’esatta impressione. Bisognerebbe infatti citare innu-
merevoli titoli e brani, con una notevole varietà di livelli, dalla de-
nuncia politica delle prepotenze borghesi allo scandalismo sugli
amori degli ufficiali al fronte. Citiamo un brano della prampoli-
niana «La Giustizia» che dimostra efficacemente come non solo i
massimalisti desiderassero una rivincita e rinfocolassero le pole-
miche:

Ma davvero credevano che, finita la guerra, si facesse un frego sul


conto, e tutti pari? […] Per anni ci avete tenuto sotto i piedi, facendo
ogni vostro libito, protetti dalla censura, dalla reazione e dal resto.
Avete fatto la guerra contro il nostro volere, l’avete condotta [...] con-
tro il popolo [...]. Ora è finita. La luce va riprendendo i suoi diritti: e
voi credevate che tacessimo?28
II. L’inchiesta su Caporetto 47

È però un’ondata di antimilitarismo istintivo, di massa, a dare


un’impronta all’«Avanti!» nell’estate 1919. Dopo anni di censura,
di trincea, di forzata adesione ad un conflitto esecrato, centinaia
e migliaia di reduci prendono la penna e scrivono la loro protesta,
raccontando le loro dolorose esperienze, le prepotenze subite, i
massacri cui hanno assistito, gli innumerevoli episodi di violenza,
di inganno e di morte. E l’«Avanti!» sollecita e pubblica queste
lettere, le inquadra con titoli frementi, incoraggia uno stato di agi-
tazione, cui però non sa indicare una meta precisa; e proprio in
queste settimane aumenta la sua tiratura oltre ogni previsione: se-
gno che la campagna contro la guerra risponde ad una esigenza
delle masse29.
Tuttavia, sotto i titoli che annunciano l’imminente presa del
potere, la posizione socialista è così debole e contraddittoria, che
non viene nemmeno messo a punto un giudizio chiaro sul valore
della guerra. Si continua così l’equivoco tra l’orientamento di fon-
do della campagna antimilitaristica, che implica una condanna to-
tale della guerra, e gli impacciati tentativi del giornale e dei parla-
mentari di non alienarsi la massa dei reduci. Si ripeterà quindi pe-
riodicamente che le accuse non coinvolgono quanti hanno com-
battuto in buona fede e che i socialisti non hanno contrastato lo
sforzo bellico – per avanzare poco dopo rivendicazioni di coeren-
za neutralista30. Tale atteggiamento era dettato da intima convin-
zione (si pensi a Turati dopo Caporetto) oppure da calcoli tattici-
stici: in ogni caso però ci sembra illusorio: infatti il PSI non pote-
va sperare (come invece i giolittiani) che l’assoluzione dall’accusa
di disfattismo preludesse un avvento al potere, né che gli ex-com-
battenti fieri del loro operato badassero più ai distinguo dei di-
scorsi parlamentari che alla sostanza della propaganda antimilita-
rista31.
In conclusione, la polemica socialista è certamente interessan-
te e spesso valida (le esagerazioni evidenti non facciano dimenti-
care l’aspetto positivo dell’opera di demistificazione e di rottura
di situazioni incancrenite)32, ma manca di premesse chiare e di
obiettivi precisi, manca cioè di una direzione politica. Non avrà
quindi, ci sembra, altro risultato che rinsaldare la coalizione anti-
socialista ed alimentare tra le masse una agitazione senza sbocco.
Per quello che più ci interessa, l’elaborazione di una politica
militare per il dopoguerra, i socialisti non sono in grado di con-
48 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

trapporre una loro alternativa (rivoluzionaria o riformista) alle so-


luzioni nittiane né si può dire che la cerchino realmente. La pro-
paganda antimilitarista avrà scarsissimo effetto: nulla più di qual-
che dimostrazione di coscritti – ed anche qui non si può dire che
il partito abbia realmente affrontato il problema, cercando di mi-
nare la solidità delle truppe. Nella storia dell’esercito nel dopo-
guerra, i socialisti si pongono spontaneamente fuori dal gioco, ri-
nunciando ad ogni possibilità di azione (parlamentare o meno) al
di fuori da un ipotetico avvento al potere; li incontreremo quindi
assai di rado nel nostro studio33.

I non molti periodici cattolici che abbiamo visto concordano


invece nel concedere all’inchiesta su Caporetto il minor rilievo
possibile. Si ha l’impressione che il nascente partito non voglia
compromettersi in un momento ancora confuso e su un problema
così scottante. È infatti evidente il desiderio dei cattolici di non es-
sere confusi con i responsabili della guerra e della crisi post-belli-
ca (quindi viene marcata una certa distanza dagli interventisti e
non mancano caute critiche a Salandra) ed il timore di trovarsi iso-
lati (quindi giolittiani e socialisti sono considerati pericolosi sov-
vertitori)34. I cattolici dimostrano poi un’estrema sensibilità alle
accuse loro rivolte di disfattismo (per l’abbinamento implicito ai
socialisti oltre che per la sostanza dell’accusa, ci sembra) ed alle
critiche fatte all’azione di pace del pontefice. Quando poi sono
costretti a prendere posizione, tentano di mettersi al di sopra de-
gli schieramenti contrapposti, come forza nuova:

L’inchiesta interessa i cattolici anche perché da essa emana un in-


segnamento di carattere generale che non intendono vada disperso.
Caporetto è soprattutto il prodotto fatale della politica che presiedet-
te alle origini e a tutta la durata della guerra, politica reticente, carat-
terizzata dalla paura della verità [...] Non vogliamo ora assodare se di
ciò va data colpa agli uomini o ai sistemi. Degli uomini farà presto giu-
stizia il popolo italiano, che conserva, la Dio mercé, il suo naturale
buon senso. A riformare i sistemi contribuiranno certamente i cattoli-
ci popolari. Il loro programma di azione politica è una chiara e sicura
visione di ciò che convenga per questa nostra povera e diletta Italia,
contro la quale per cieca passione di parte moltissimi dei suoi figli con-
giurano35.
II. L’inchiesta su Caporetto 49

Si comprende quindi come i cattolici evitino di rinfocolare le


polemiche, cercando di destreggiarsi senza assumere posizione
per l’una o per l’altra parte, e vedano poi con piacere l’esaurirsi
delle polemiche, cresciute fino ad essere pericolose. Si allineeran-
no con facilità sulle posizioni nittiane con questo comunicato del
gruppo parlamentare popolare che riassume tutte le posizioni:

Riguardo alla discussione dell’inchiesta di Caporetto, il gruppo,


pur riconoscendo fatali e dolorosi errori politici e militari e indipen-
dentemente da qualsiasi apprezzamento sui criteri direttivi della guer-
ra, ha ritenuto che sia dovere di tutti non svalutare la vittoria naziona-
le e il sacrificio di centinaia di migliaia di soldati appartenenti ad ogni
classe sociale, il che sarebbe un vero tradimento della nostra patria, in
confronto anche delle altre nazioni in guerra, che hanno anch’esse su-
bito gravissime disdette militari e politiche, e che invece bisogna ri-
volgere ogni attività per risolvere e avviare a soluzione le grandi crisi
morali ed economiche derivanti dalla guerra stessa36.

Come i giolittiani, anche i cattolici venivano ad avallare l’ope-


rato delle gerarchie militari in guerra, e ad affidare loro implicita-
mente la riorganizzazione dell’esercito nel dopoguerra.

2. La difesa ad oltranza: liberali, nazionalisti e militari

Per il vasto schieramento che va dal «Corriere della sera» a


«L’Idea nazionale»37, cioè per la maggioranza dei liberali e per i
vari gruppi di destra, l’inchiesta su Caporetto rappresenta solo un
elemento negativo, un fattore di disturbo. Posizione che ben si ca-
pisce considerando che questi gruppi avevano in pratica dato la lo-
ro impronta alla guerra in tutti i suoi aspetti: era contro il loro mo-
nopolio del potere presente e passato che si appuntavano le accu-
se di giolittiani e socialisti. Il loro atteggiamento è quindi di igno-
rare le polemiche il più a lungo possibile (solo il 9 agosto il «Cor-
riere della sera» inizia a trattare di Caporetto) e poi di chiudersi in
una difesa intransigente di Cadorna e della guerra, evitando le di-
scussioni sui singoli problemi e preferendo impostazioni dram-
matiche tipo: chi critica la guerra è contro la guerra e la patria. Ti-
pica la prima presa di posizione del «Corriere della sera»:
50 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

Si tenta un processo al passato, il quale ha il solo fine di dimostrare


che la guerra fu un male, che da essa derivi al paese più danno che van-
taggio; e che gli uomini che la vollero e la guidarono furono indegni del-
la fiducia riposta in loro e sono degni oggi di severa condanna. La sto-
ria viene così asservita alle vendette del neutralismo italiano. La vitto-
ria viene dimenticata e negata nella sconfitta che riuscimmo a evitare38.

Tuttavia le critiche dei democratici interventisti (su cui torne-


remo) e della Commissione d’inchiesta non potevano essere re-
spinte come quelle socialiste, con la taccia di antipatriottismo; ma
ugualmente la destra evita di discuterle, arroccandosi sempre nel-
l’esaltazione della vittoria. Ecco ancora la reazione del «Corriere
della sera» alla pubblicazione delle conclusioni della relazione uf-
ficiale:

Se Cadorna fu un inetto, se Capello, così popolare e così volentie-


ri contrapposto a Cadorna dai suoi nemici, fu più che un inetto, inet-
ta, imbelle sarebbe stata la nazione che li ha tollerati a quei supremi
posti per due anni e mezzo. Ora questo non è vero; è vero invece che
l’Italia esce dalla guerra trionfante, con un patrimonio di gloria che
nessuno le contende all’infuori di quei suoi figli che si sono messi fin
dai giorni della neutralità contro la patria. Ma anche di ciò bisogna
rendersi conto. Ogni organismo trasporta milioni di germi patogeni di
cui altri milioni combattono l’azione nefasta. Tale fu da noi durante la
guerra; e averla vinta malgrado la virulenza delle forze disfattiste e la
potenza del nemico costituisce per noi merito maggiore. Questo meri-
to, che siamo noi stessi riluttanti a tributarci, ci tributerà la storia. Il
suo giudizio non verrà tanto presto; ma noi abbiamo la certezza che
sarà più favorevole all’opera nostra di quanto l’inchiesta ammetta, per-
ché lo domineranno le luci delle altre pagine che prima e dopo Capo-
retto abbiamo scritto39.

Questa prima presa di posizione viene sviluppata su varie li-


nee, parallelamente alla pubblicazione di ampi estratti della rela-
zione. All’operato della Commissione d’inchiesta vengono mosse
dure critiche e specialmente l’accusa di aver troppo risentito del-
l’ambiente e del momento politico: la relazione accusa i militari e
fa il gioco dei disfattisti per coprire le responsabilità di Orlando.
Invece il «Corriere della sera» ribadisce pesantemente che il di-
sfattismo socialista e giolittiano (sia pure non attraverso una pro-
II. L’inchiesta su Caporetto 51

paganda diretta) è all’origine del cedimento morale dell’ottobre


1917; e soprattutto riafferma che le ombre inevitabili non posso-
no offuscare la vittoria. La vera inchiesta di Caporetto è stata fat-
ta sul Piave e a Vittorio Veneto, questo è lo slogan della campagna
di destra. Non è solo la fortunata riscossa dell’ultimo anno di
guerra ad essere rivendicata: l’intervento, la direzione politica, le
operazioni militari, tutto è stato condotto al meglio, organismo
statale e macchina militare hanno saputo trascinare incerti e pas-
sivi. Cadorna, l’uomo che non ha mai dubitato di sé e della vitto-
ria, diventa quindi il simbolo della guerra e di un sistema40; e la
posizione del «Corriere della sera» si riassume nella proclamazio-
ne più volte ripetuta che nessuno dei caduti è morto invano e que-
sto devono riconoscere governo e disfattisti41. La posizione, cioè,
che vent’anni di fascismo consolideranno fino al giorno d’oggi.
Questi temi vengono sviluppati da tutta la stampa di destra,
con una acredine ed una violenza crescente, che non rifugge dal-
le accuse più infamanti ai membri della Commissione d’inchiesta.
Così per «La Vita italiana» di Preziosi, «la Commissione fu nomi-
nata da una parte in causa, l’on. Orlando, e la relazione è fatta per-
ciò a base di artifici, di reticenze e di parzialità», fino a diventare
«l’esempio più lurido della degenerazione parlamentare»42.

È questa anche l’impostazione dei giornali militari, con l’av-


vertenza che sia «La Preparazione» che «L’Esercito italiano» de-
dicano assai minor attenzione all’inchiesta che ai problemi di po-
litica estera e alla sistemazione degli ufficiali di carriera. Questo
allineamento sulle posizioni della destra non può stupire, qualora
si abbia presente l’oltranzismo politico dei due giornali, perfino
più marcato in quello ministeriale che in quello nazionalista. Già
all’indomani del discorso di Bissolati alla Scala, in gennaio, «L’E-
sercito italiano» aveva scritto:

L’on. Bissolati, col suo discorso di Milano, ha annullato tutto quan-


to aveva fatto combattendo accanto ai nostri soldati per la redenzione
del nostro paese. Ha fatto di più: ha tentato di turbare le relazioni fra
i rappresentanti delle varie potenze dell’Intesa e di rendere più diffi-
cile il compito dei nostri plenipotenziari, già per se stesso tanto diffi-
cile! Ha commesso un delitto contro l’esercito che ancora aspetta in
armi il giusto premio della sua grande vittoria43.
52 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

Si comprende quindi la giustificazione che «La Preparazione»


dà dell’incendio della sede dell’«Avanti!» da parte di gruppi di ar-
diti in divisa:

Non fate più questione di militari e di non militari, di divisa o di


abito civile. La questione è tra uomini che vogliono avere una patria,
che si sono battuti per conservarla e per innalzarla, e fra uomini che la
rinnegano e la calpestano. E allora dite a questi ultimi che cessino dal-
la loro miseranda impresa e vedrete come per incanto le divise milita-
ri tornare al loro posto44.

Contemporaneamente il mito della vittoria mutilata riceve pie-


na consacrazione sul foglio ministeriale: Francia ed Inghilterra
hanno conseguito «la vittoria decisiva esclusivamente per il tem-
pestivo, largo, generoso intervento dell’Italia, della Romania, di
altre minori nazioni», ma oggi lo dimenticano ed assumono un at-
teggiamento odioso verso amici e nemici. Il trattato di pace im-
posto alla Germania è iniquo, ma:

la condotta tenuta verso l’Italia dai rappresentanti di Francia, Inghil-


terra ed America è ancora più iniqua di quel trattato. Perché, in fin dei
conti, il trattato viene imposto ad un nemico che si mostrò feroce ed
inumano durante tutta la guerra; mentre la condotta subdola verso l’I-
talia non può avere alcuna giustificazione, alcuna attenuante, avendo
il popolo italiano salvato prima la Francia dall’annientamento, poi la
lega dalla sconfitta, per assicurarle infine la vittoria decisiva, a prezzo
di sacrifici che nessun popolo della lega, eccetto il belga e il rumeno,
ha mai fatta di uguali. E così, per interessi esclusivamente bancari, le
tre più grandi nazioni della lega antigermanica [...] gettano a piene ma-
ni i germi di altre guerre45.

Si comprende quindi come i due giornali non vedano con al-


cun piacere il crescere delle polemiche su Caporetto. «La Prepa-
razione» cerca subito di limitare l’ampiezza del dibattito: «Chi ha
sempre creduto nella sconfitta, epperò se l’attendeva, non può da-
re alcun contributo alla storia della guerra che è la storia di una
vittoria e non di una sconfitta»46.
Si passa quindi da un primo giudizio positivo della relazione47
ad uno fortemente negativo, quando appaiono le conseguenze
II. L’inchiesta su Caporetto 53

delle polemiche. E la motivazione è assai caratteristica: alla Com-


missione

non sappiamo perdonare di non essersi accorta che escludendo dalle


dirette cause di Caporetto il disfattismo – noi continueremo a chia-
marlo così – metteva a troppo caro prezzo il discarico delle gravi re-
sponsabilità dalle spalle del governo di quel tempo; poiché ingiusta-
mente riversava tutta la colpa non soltanto, come la Commissione cre-
de, sul gen. Cadorna e su altri pochi, ma su tutto l’esercito; il quale pu-
re, anche prima di Caporetto, aveva pagine di purissima gloria e che
fu la prima e la maggiore vittima dell’infausta politica interna del mi-
nistro V.E. Orlando, il vero e maggior responsabile del disastro, pri-
ma ancora e più ancora del gen. Cadorna e degli altri48.

Una posizione chiara: il rifiuto di ogni discussione che possa


intaccare il buon nome dell’esercito. Si noti però che in questi me-
si «La Preparazione» conduce una violenta campagna contro i ca-
pi dell’esercito, in nome di interessi di categoria, accusandoli di
prevaricazione ed arrivismo; e che non esita a sottolineare le col-
pe di Badoglio a Caporetto per sminuire la relazione ufficiale che
le dimentica. Scrive il giornale: «Lo Stato maggiore, così com’è co-
stituito oggi, per il troppo poco che vale, per la tropp’acqua che
ha voluto tirare al suo mulino, incurante degli interessi generali e
dei più innegabili diritti dell’ufficialità veramente combattente, è
impopolare e mal visto da tutto l’esercito»49.
Non si tratta perciò di porre l’esercito al di sopra di ogni so-
spetto, ma solo di limitare la discussione a gruppi più ristretti; non
tanto di difendere una guerra, ma di vietare le critiche agli uffi-
ciali. Non la ricerca della verità è la preoccupazione del giornale,
e nemmeno l’esaltazione della guerra nazionale, quanto la difesa
di un sistema, dell’esercito permanente con un corpo chiuso di uf-
ficiali di carriera e ideali patriottici singolarmente rigidi ed esclu-
sivistici.

È quindi evidente, a conclusione di queste rapide osservazio-


ni, che i vari gruppi liberali e nazionalisti e gli ambienti militari
più autorevoli non possono avere altra linea per la riorganizzazio-
ne dell’esercito che la riaffermazione di una piena fiducia nelle
persone e nel sistema che aveva portato a Vittorio Veneto. Le cri-
54 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

tiche, i contrasti interni tra generali o categorie di ufficiali, le dif-


ferenti sfumature di orientamento, che documenteremo per il pe-
riodo seguente, non mettono mai in discussione la validità dell’e-
sercito permanente come strumento di una politica estera ed in-
terna di prestigio e di forza e la bontà di una tradizione fondata
sulla separazione tra potere politico e potere militare.

3. Tra critica ed esaltazione: democratici e fascisti

Accanto alla polemica di socialisti e giolittiani ed alla difesa ad


oltranza delle destre, bisogna ricordare una terza, più complessa
posizione: quella di chi, pur giustificando la guerra ed esaltando
la vittoria, non intendeva rinunciare ad una severa critica delle
istituzioni militari italiane e dell’operato dei comandi e del gover-
no. Anzi, è proprio in nome dei sacrifici e dei morti che costoro
muovono le loro accuse, presentandole come la continuazione del
significato rivoluzionario della guerra. Si tratta di gruppi assai di-
versi tra di loro: un po’ schematicamente, parleremo di interven-
tisti democratici e di fascisti – con l’avvertenza che il fascismo
1919 è alquanto differente da quello più noto: incerto sulla via da
seguire, disponibile per qualsiasi politica, sicuro solo di voler
giungere al successo a qualsiasi costo e con qualunque mezzo50.

La guerra nostra è stata combattuta – lo si ripeté le mille volte –


non dalla sola casta militare, ma da tutta la nazione. L’esercito ha do-
vuto rifarsi un’anima ed uno spirito nuovo. Di più: la vittoria fu possi-
bile quando le nuove idee, dopo tre anni di lotta contro la resistenza
del vecchio militarismo burocratico, vinsero e poterono sbaragliare lo
spirito di caserma [...]. La disfatta di Caporetto è stata anche la disfat-
ta del vecchio militarismo. A Vittorio Veneto ha vinto la nazione ar-
mata51.

Queste righe del «Popolo d’Italia» bene rappresentano un ti-


po di lusinghe rivolte ai reduci, strettamente collegate alle richie-
ste di smobilitazione ed alle accuse ai comandi per la lentezza del-
le relative operazioni. Questi spunti polemici hanno però scarso
rilievo nell’inverno e nella primavera 1919 (per esempio un’inter-
vista di Cadorna suscita in marzo molto più interesse su «La Stam-
II. L’inchiesta su Caporetto 55

pa» che su «Il Popolo d’Italia» o su «Il Secolo»52) e trovano inve-


ce grande sviluppo su «Il Dovere», settimanale del col. Giulio
Douhet53. Questo giornale, che esce dalla fine di aprile, può esse-
re considerato espressione degli ambienti di ex-combattenti in-
quieti e delusi, pur ricevendo una impronta molto personale dal
Douhet stesso. Vivacemente polemico con governo e partiti, spre-
giatore del parlamento e devoto al re, senza un programma orga-
nico ma con molti interessi, sostenitore di una politica estera di
potenza basata su forze armate rinnovate e moderne e sulla con-
cordia interna, «Il Dovere» condurrà la sua isolata campagna fi-
no a portarsi su posizioni di estrema destra, pur rifiutando di alli-
nearsi ad altri movimenti, chiudendosi in un estremismo morali-
stico che condanna Nitti e D’Annunzio, Diaz e Serrati54. Ma il
giornale è vivo, spesso acutissimo nelle questioni militari, anche
se talora avveniristico e quasi mai misurato e sereno.
Fin dal suo primo numero, tema conduttore del «Dovere» è la
richiesta della rapida pubblicazione della relazione della Com-
missione su Caporetto, premessa necessaria ad una grande e co-
raggiosa discussione sulla condotta della guerra.

L’Italia ha il diritto di conoscere esattamente lo svolgimento del-


l’immane tragedia. Non vi è più alcuna scusa. Il nemico è vinto. La pa-
ce è conclusa o sta per concludersi. L’Italia ha il diritto di sapere in che
modo fu speso il suo sangue ed il suo denaro [...]. La vittoria non sa-
na tutto. Noi vogliamo sapere se per avventura non è stato pagato cen-
to ciò che poteva costare dieci o uno. Noi vogliamo ridare il giusto va-
lore agli uomini ed alle cose. Perciò vogliamo la verità, tutta la verità e
niente altro che la verità sulla nostra guerra. Se tale verità porterà a gal-
la colpe ed errori, se abbatterà falsi idoli o spezzerà piedistalli di pie-
tra mal connessi, poco importa. Non per questo la guerra nostra riful-
gerà di minor splendore. Anzi. Anzi di maggior splendore rifulgerà la
gloria del nostro grande popolo perché verrà dimostrato che seppe ri-
portare una doppia vittoria: contro il nemico e contro l’incapacità e le
colpe di chi lo conduceva55.

Dalla fine di aprile a settembre, ogni numero del «Dovere»


pubblica al centro della prima pagina un articolo su La Commis-
sione d’inchiesta per Caporetto, in cui la polemica viene ampliata
con accuse sempre più pesanti a Cadorna, al governo ed al parla-
mento, al sistema, all’ambiente profondamente corrotto che rese
56 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

la guerra più sanguinosa e lunga. Douhet scrive di voler esaltare il


valore del soldato e mostrare alla parte sana del paese come stan-
no le cose, per liberarlo dai vecchi partiti, ma non ha alternative
reali da proporre; la sua polemica scade quindi nel moralismo e
nell’attacco personale. Un esempio solo: non si possono addossa-
re tutte le colpe a Cadorna, scrive «Il Dovere», e spiega: «Se noi
consegnassimo nelle mani di un bambino di diciotto mesi un oro-
logio di marca, non potremmo chiamare responsabile il bambino
se dopo qualche tempo ci riconsegnasse l’orologio completamen-
te sfasciato»56.
Se queste ed altre pagine sono acide e meschine, non va di-
menticato che Douhet aveva già anticipato la sostanza della sua
polemica nel suo diario 1915-16 e che fu condannato nel 1916 per
averne reso partecipi alcuni illustri parlamentari; e che la campa-
gna del suo giornale tenne vivo il problema e gli fornì un fondo
tecnico cui attinsero anche coloro che non lo citavano.

Ha maggiore importanza politica il fatto che questi temi siano


ripresi su «Il Popolo d’Italia», prima ancora della pubblicazione
dell’inchiesta governativa. Il tono inizialmente è acre:

Bisogna risalire alle cause. Cause strettamente militari: e potrà ri-


velarle la Commissione d’inchiesta. Cause morali e politiche e queste
sono note fino all’ultimo fantaccino. L’esercito era stanco e sfiduciato.
Il gen. Cadorna aveva affidato la cura spirituale del soldato alle baio-
nette dei carabinieri e alle croci dei preti, delle monache e dei frati.
Molte fucilazioni e poco rancio. Molte ostie consacrate e nessuna ope-
ra di conforto. Molta cura per l’al di là che s’annunziava col debilitan-
te pensiero della morte e col terrore delle pene eterne e nessuna preoc-
cupazione per l’al di qua, che si chiamava stanchezza, irritazione, fan-
go, pane, pidocchi. E quando da Roma partivano quasi all’unisono due
gridi assassini: «non più un inverno in trincea» e «l’inutile strage», al
povero fante della trincea il governo che trescava coi socialisti ed il co-
mando supremo che era schiavo dei preti dovettero sembrare i com-
plici e gli istigatori della disfatta57.

Le accuse dei reduci ai comandi, non diverse da quelle


dell’«Avanti!» per tono e descrizioni, sono riprese nelle settimane
successive. «Caporetto venne e allora l’esercito fu abbandonato a
II. L’inchiesta su Caporetto 57

se stesso, scrive Giuseppe Ungaretti. I generali furono i primi a


scappare in automobile. Non si accusi il popolo, il popolo che ha
sempre avuto troppa pazienza»58.
Il vero interesse del giornale è però altrove, la sua linea è l’e-
saltazione della vittoria e la polemica antisocialista. In un primo
tempo sembra che questa linea possa accompagnarsi ad un’ener-
gica critica verso i comandi ed il governo di guerra:

Se si fa il processo alla guerra, noi, che la volemmo e non ci penti-


remo mai d’averla voluta, siamo trascinati in causa; ma se il processo è
intentato contro la condotta diplomatica, militare, politica, economi-
ca della guerra, noi ci vantiamo di aver preceduto quasi tutti coloro che
oggi fungono da implacabili pubblici ministeri, perché non abbiamo
mai trovato di nostro piacimento il modo con cui la guerra è stata con-
dotta59.

L’onore di questa revisione critica della condotta della guerra


è quindi rivendicato agli ex-combattenti e negato ai neutralisti:

Noi contestiamo ai socialisti pussisti italiani il diritto di combatte-


re il militarismo italiano, perché durante quattro anni sono stati i com-
plici attivi e passivi del militarismo tedesco, il peggiore di tutti. Noi
che abbiamo voluto la guerra contro il militarismo tedesco [...]; noi
che abbiamo anche col fatto contribuito a schiantare quel militarismo,
noi abbiamo oggi il diritto di voltarci indietro e di liquidare il minore
e molto meno pericoloso militarismo italiano. Liquidarlo negli uomi-
ni responsabili e nei sistemi antiquati. Prendiamo impegno di farlo.
Nel programma dei Fasci sta scritto: milizie nazionali e nazionalizza-
zione delle fabbriche d’armi e quando sia possibile parziale o totale
disarmo60.

Tuttavia questa polemica su due fronti non è affatto sviluppa-


ta (ove si escludano le incomposte reazioni come quella citata di
Ungaretti) ed il quotidiano fascista riduce ben presto la questio-
ne di Caporetto ad un momento della sua polemica antisocialista.
Già lo sciopero internazionale del 20-21 luglio era stato presenta-
to come «il secondo criminoso tentativo di caporettare l’Italia», e
tutte le più logore accuse di disfattismo erano state rilanciate ad-
dosso ai socialisti61; anche le conclusioni della Commissione d’in-
chiesta vengono in un primo tempo distorte a prova delle re-
58 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

sponsabilità del disfattismo62. Poi ogni freno vien meno e la cam-


pagna si sviluppa unicamente col ricorso alla retorica ed alle pas-
sioni. L’esaltazione della vittoria non ammette limiti:

Siamo a posto perché malgrado la politica interna della trinità Sa-


landra, Boselli, Orlando; malgrado la politica estera di Sonnino; mal-
grado la strategia di Cadorna e malgrado la propaganda e l’azione di
tradimento perpetrata da molti degli odierni accusatori, la nostra
guerra si è conclusa con una vittoria militare di stile e di ampiezza ro-
mana63.

Crescono quindi di numero ed autorevolezza le lettere di uffi-


ciali che ricordano la necessità di una disciplina di ferro, giustifi-
cando gli ineliminabili abusi, e manifestano il loro sdegno per la
campagna antimilitarista dell’«Avanti!». Una lettera di un alto uf-
ficiale, che protesta contro il tono scandalistico di certi articoli del
«Popolo d’Italia» stesso, viene disinvoltamente presentata come
rivolta soltanto alla stampa disfattista:

Pubblichiamo lo scritto che precede, dovuto alla penna di un alto


ufficiale dello stato maggiore, per reagire contro il motivo predomi-
nante nella sozza campagna condotta dalla stampa più velenosamente
disfattista. Addossare tutte le responsabilità della rotta di Caporetto ai
berretti a greche può essere comodo per stornare l’attenzione del pub-
blico dalle bene enormi responsabilità che gravano sulle oscure co-
scienze dei caporettisti per vocazione, ma il gioco è destinato a fallire64.

Che l’equidistanza tra responsabilità militari e civili sia pura-


mente teorica, dimostra l’articolo di fondo del numero seguente,
in cui un alto ufficiale ripropone lo schema classico della separa-
zione tra esercito e paese, attribuendo all’esercito permanente tut-
to il merito della vittoria e coinvolgendo governo, giolittiani e di-
sfattisti in un’unica condanna65. Si ha quindi un allineamento
(nella sostanza, non nel tono, ricco di concessioni al malcontento
più vario) del «Popolo d’Italia» alle posizioni della stampa con-
servatrice66, con la rinuncia a tutte le velleità di critica: non a ca-
so la campagna del giornale culmina in una serie di articoli che
esaltano Vittorio Veneto, cioè la vittoria senza ombre, corona-
II. L’inchiesta su Caporetto 59

mento della guerra, consacrazione delle gerarchie militari e base


delle pretese nazionalistiche del dopoguerra67.
Con questo mutamento di indirizzo, che attesta la disponibi-
lità ed il fiuto di Mussolini, «Il Popolo d’Italia» si distaccava da-
gli altri periodici espressi da ambienti di ex-combattenti, che con-
tinuano a sviluppare la loro polemica contro le gerarchie militari
anche nei mesi successivi, in un crescente isolamento politico. È
questo il caso del «Dovere», che chiede una completa revisione
dei quadri dell’esercito, e dell’«Ardito», portavoce delle accuse al
corpo di stato maggiore68.
Passando ora agli interventisti democratici, dobbiamo consta-
tare che le conclusioni cui giunge «Il Secolo» di Milano non sono
molto lontane da quelle del «Popolo d’Italia» e delle destre. Il
giornale evita a lungo il problema di Caporetto e, quando è co-
stretto ad occuparsene, premette immediatamente che bisogna sì
discutere le responsabilità, ma non in modo da favorire il disfatti-
smo. Infatti:

Una cosa non dobbiamo dimenticare: che l’Italia è uscita vittorio-


sa dalla immane guerra. E se vi furono responsabilità di disfatte mili-
tari e politiche, e vi furono di fatto, più fulgido appare il valore dei no-
stri soldati e più alta la resistenza del popolo, che hanno saputo supe-
rare le avversità nemiche ed insieme le debolezze nostre. Questo è il
discorso che dobbiamo ripetere, a mo’ di conclusione, ogni volta che
tratteremo delle responsabilità militari politiche69.

Quando la questione si amplia con la pubblicazione della re-


lazione ufficiale, «Il Secolo» manifesta due reazioni distinte, ini-
ziando anch’esso una lotta su due fronti, contro il militarismo e
contro il socialismo: «Il militarismo tradizionale, residuo di tem-
pi superati, strano miscuglio d’intransigenza e di superstizione,
antitesi stridente dell’anima e delle necessità di un esercito mo-
derno formato del miglior sangue di un popolo, appare il princi-
pale accusato dinanzi alla storia e dinanzi alla coscienza del pae-
se»70. Questa accusa iniziale e generica viene precisata in termini
chiarissimi:

All’epoca di Caporetto, il Comando supremo italiano disponeva di


un esercito più numeroso, meglio armato, meglio nutrito dell’esercito
60 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

nemico; disponeva di truppe allenate, di soldati in buona parte redu-


ci da molti combattimenti, esperti a tutte le offese e a tutte le difese.
Nondimeno abbiamo avuto Caporetto. Nessuno sforzo d’indagine e
nessuna superiore serenità di critica varranno a persuadere gli italiani
che il disastro non si potesse e non si dovesse evitare. Invece il disastro
è venuto, abbattendosi con inaudita vastità di proporzioni sugli sforzi
eroici dell’esercito e sui sacrifici del paese; è venuto per il concorso di
cause diverse tra cui sarebbe ingiusto non annoverare l’influenza de-
leteria della propaganda disfattista, ma soprattutto per quel comples-
so di errori tecnici e di cause morali di carattere militare che l’inchie-
sta ha assodato con serena e coraggiosa giustizia71.

Tutta la forza di questa chiamata in causa si dissolve però nel


contesto, da cui appare che per militarismo si intende solamente
il regime instaurato da Cadorna, cui viene contrapposto quello
paterno e moderno di Diaz72. È logico quindi che le critiche alla
condotta della guerra perdano valore, se si ammette che l’organi-
smo militare ha saputo, con la sostituzione di un solo uomo, cor-
reggere gli errori compiuti e portare alla vittoria. Ed infatti anche
la nota redazionale così precisa che abbiamo citato è scritta non
per attaccare, ma per difendere il sistema dalla condanna totale di
Guglielmo Ferrero: questi sosteneva che Caporetto, come tutti i
massacri inutili della guerra, era la conseguenza dell’adozione de-
gli eserciti di massa e propugnava un ritorno agli eserciti di me-
stiere; per contro «Il Secolo» ammoniva che il sistema era buono
e gli errori dovuti ad un uomo e subito riparati dal successore73.
Sull’operato della Commissione d’inchiesta «Il Secolo» dà giu-
dizi diversi, prima lamentandone l’indulgenza verso i disfattisti e
l’abbondanza di particolari allarmistici, poi difendendola dalle in-
sinuazioni dei libellisti di destra74. Dove invece la posizione del
quotidiano è fermissima, è nella condanna della campagna socia-
lista: i disfattisti non hanno il diritto di criticare la guerra, ripete
il giornale con la destra:

Tempo è che l’indegna gazzarra finisca. Tempo è che il leninismo


cessi di sputare sul poema di bellezza e di martirio della guerra nazio-
nale. Noi non arriviamo a chiedere, come i volontari di guerra, inter-
venti governativi o misure di coercizione. Ma riconosciamo che l’indi-
gnazione dei combattenti è tale che solo a stento può essere contenu-
II. L’inchiesta su Caporetto 61

ta dal doveroso rispetto per quella libertà di stampa di cui i leninisti


vanno facendo, nel presente momento, un tristissimo uso75.

Ci sembra quindi che anche questo rappresentante dell’inter-


ventismo democratico (per insensibilità ai problemi militari o per
solidarietà di classe dinanzi all’avanzata socialista) finisca in pra-
tica coll’allinearsi alla stampa di destra nell’esaltazione della vit-
toria, cui aggiunge una condanna del militarismo cadorniano
troppo ristretta per avere importanza e non più incisiva delle ac-
cuse del «Popolo d’Italia». Con questo non intendiamo confon-
dere le rispettive posizioni, ma soltanto notare come all’indoma-
ni dell’armistizio l’interventismo di sinistra non sapesse svolgere
una sua critica alla guerra, non approfondisse lo studio dell’orga-
nizzazione militare e quindi finisse col ricalcare le posizioni della
destra, cioè l’approvazione della situazione scaturita dalla guerra
e il rifiuto di critiche e riforme. Certo è che «Il Secolo» a fine ago-
sto scrive soltanto: «Meglio è lasciare che la storia eserciti il suo
diritto. Al di sopra di tutti»76 – rinunciando a trarre qualsiasi con-
clusione politica dalla guerra.

Tanto più interessante, anche se isolata e senza seguito, diven-


ta quindi la posizione dell’«Unità» salveminiana, l’unico dei pe-
riodici che abbiamo visto in cui problemi militari e politici si fon-
dano in una prospettiva di rinnovamento. Il settimanale entra nel-
la polemica con un articolo che è un’energica condanna dei ten-
tativi di fare di Cadorna l’unico responsabile della sconfitta77; de-
dica quindi al problema di Caporetto una serie di articoli ampi ed
organici, frutto della collaborazione di Salvemini con due giova-
nissimi e valenti studiosi militari, Piero Pieri e Novello Papafa-
va78. Infatti «L’Unità», caso unico nella stampa del tempo, non li-
mita la sua informazione alla riproduzione di brani più o meno
estesi della relazione della Commissione oppure di lettere e testi-
monianze unilaterali; ma conduce una ricostruzione delle origini
e delle fasi della sconfitta. Su questa parte non ci soffermiamo,
non essendo nostra intenzione approfondire lo studio della batta-
glia in sé, e ci limitiamo pertanto ad attestare che questi articoli
poco hanno perduto della loro forza in quasi mezzo secolo e co-
stituiscono di gran lunga il miglior esame dei combattimenti allo-
ra condotto.
62 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

Su questa base documentaria «L’Unità» pronuncia giudizi


estremamente severi sulla classe dirigente e sui governi di guerra,
sul corpo di ufficiali di carriera e sul Comando supremo; poi re-
spinge ugualmente le accuse generalizzate e le esaltazioni incon-
dizionate della guerra:

Contro questo duplice errore noi dobbiamo reagire con tutte le no-
stre forze. La guerra l’abbiamo vinta, è vero; ma è stata una grande
esperienza, che non deve essere avvenuta invano. Caporetto non è sta-
ta tutta la guerra, è vero; ma è stato un episodio della guerra, in cui,
come sotto una lente di ingrandimento, si sono mostrate tutte le defi-
cienze della nostra cultura e della nostra moralità nazionale; deficien-
ze, che hanno funzionato anche nei momenti felici della guerra [...];
deficienze, che si sono rivelate in altre forme, sul terreno politico e di-
plomatico, in questi dieci mesi di armistizio; deficienze, che si presen-
teranno domani in altri campi e sotto altre forme; deficienze, che si
debbono accanitamente denunciare, non per compiere opera di auto-
demolizione, ma affinché siano corrette da noi e dagli altri fino agli
estremi limiti delle possibilità79.

Guerra e dopoguerra si rivelano, così, un unico problema:

È necessario, insomma, che gli elementi sani e vigorosi della na-


zione, a cui si deve la resistenza e la vittoria, non abbandonino oggi il
campo alle forze dell’egoismo e della dissoluzione [...]. Solo a questo
patto i nostri morti non saranno morti invano. La guerra, che comin-
ciò nel 1915, non è finita ancora. Continua sotto altre forme. La guer-
ra esterna per la salvezza è diventata guerra interna per la riorganizza-
zione del paese80.

Nel quadro di un più vasto rinnovamento della vita pubblica,


l’inchiesta su Caporetto viene perciò a proporre l’urgenza di una
riorganizzazione dell’esercito: la discussione, condotta a fondo,
«deve darci il diritto e la volontà di fare la critica della nostra or-
ganizzazione militare»: «Noi abbiamo un’arma e dobbiamo usar-
la, senza rispetti umani. L’arma si chiama Caporetto. Che impor-
ta se serve a tanti usi? Noi non ci confonderemo mai con Frassa-
ti e con l’“Avanti!”. Noi abbiamo voluto la guerra e non siamo dei
pentiti. Vogliamo adesso che i risultati della guerra non siano al-
terati»81.
II. L’inchiesta su Caporetto 63

Caporetto deve quindi diventare una questione morale, la le-


va per imporre un programma appena abbozzato, ma significati-
vo: revisione immediata degli alti gradi, per mezzo di magistrati
civili, quindi avviamento alla nazione armata, con ferme brevi e
molti richiami, pochi ufficiali effettivi, ma ottimi e ben pagati, ma-
teriali abbondanti e molti ufficiali di complemento. Per questo
programma si fa appello ai migliori ufficiali di carriera82, senza il-
lusioni però sulle resistenze fortissime da parte degli ufficiali stes-
si e degli ambienti politici conservatori. E «L’Unità» conclude con
energia: «O ci saranno dei militari così intelligenti da accettare
questa soluzione, o l’esercito tornerà ad essere quello che era nel
1914: una guardia nazionale, cioè, che era stimata poco, ma per
quel che valeva era stimata anche troppo»83.
Questa linea, per quanto interessante, doveva rivelarsi astrat-
ta: nel momento in cui «L’Unità» cercava di porre Caporetto co-
me questione morale dinanzi all’opinione pubblica, stampa e par-
lamento mostravano chiari segni di disinteresse per il problema: e
presto tutta la guerra sarebbe stata relegata nel campo della «sto-
ria», cioè dell’oblio politico e della retorica. Tuttavia ci sembra
valga la pena di sottolineare questo isolato tentativo di collegare
guerra e dopoguerra in un unico giudizio ed in un’unica azione,
al di sopra delle sterili separazioni tra cose tecniche e politiche cui
soggiacevano gli altri periodici e partiti.

4. Nitti e la chiusura della discussione

Il 18 luglio, prima ancora che si scatenassero le polemiche su


Caporetto, Nitti scriveva a Tittoni:

La nostra situazione alla Camera consente ora di affrontare qua-


lunque questione. Bisogna quindi per patriottismo sbarazzare il terre-
no delle più grosse difficoltà. Ho accettato quindi alla Camera non so-
lo di presentare i trattati di pace e di farli votare, ma anche di discute-
re l’inchiesta su Caporetto; non potevo fare diversamente. Malaugu-
ratamente questa inchiesta è molto aspra nel giudizio su Cadorna, Por-
ro, Capello e altri militari, ma anche molto aspra per i ministeri Bosel-
li e Orlando. Cercherò di portare nell’assemblea un senso di serena
equanimità e di attutire gli urti84.
64 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

Per Nitti l’inchiesta su Caporetto rientrava quindi nella pe-


sante eredità della guerra e di Orlando, come la smobilitazione
dell’esercito e l’amnistia, da liquidare prima di dare inizio all’o-
pera di ricostruzione. Egli affrontò quindi il problema con l’effi-
cienza consueta, dando alle stampe i tre volumi della relazione,
promettendo una discussione parlamentare della faccenda e non
cercando di limitare la libertà delle polemiche in corso. Probabil-
mente non gli dispiaceva veder criticata l’opera dei governi che lo
avevano preceduto e sminuito il prestigio della destra, ma certa-
mente l’ampiezza e la violenza delle polemiche di agosto andava
oltre il suo proposito di «dare al paese il senso che la guerra, an-
che nelle sue manifestazioni esteriori, è finita»85. Ci sembra co-
munque certo che in nessun momento Nitti pensò di trarre dalla
discussione sulla guerra delle indicazioni, tecniche o politiche, per
la riorganizzazione della difesa nazionale e che dell’intera que-
stione lo interessavano i soli riflessi sulla situazione politica – né
in ciò era certo isolato.
Si comprende quindi come Nitti abbia cercato, all’inizio di set-
tembre, di limitare la portata della discussione parlamentare, da
cui si attendeva la chiusura e non l’inasprimento delle polemiche,
precisando più volte che l’inchiesta era da ritenersi puramente
amministrativa, quindi non sottoposta al giudizio della Camera.
Tuttavia il governo acconsentiva che si aprisse la discussione sul
suo operato nella questione: ma per marcare sin dall’inizio che al-
la Camera spettava soltanto confermare o no la fiducia al governo
(e su ciò Nitti si sentiva sicuro) e non indicare singole responsa-
bilità e punizioni (prolungando ed inasprendo il dibattito), il Con-
siglio dei ministri emanò, prima della riapertura del parlamento,
una serie di provvedimenti che colpivano alcuni generali, indi-
candone quindi la colpevolezza. Dinanzi alla Camera Nitti an-
nunciava che il governo non intendeva prendere ulteriori misure
e considerava chiusa la questione: ed auspicava il raggiungimento
di una pacificazione generale.

Mi è stato domandato quale sia l’obiettivo di questa discussione. Si


discutono e si giudicano, onorevoli signori, i provvedimenti del go-
verno in seguito alle risultanze dell’inchiesta. Il governo è convinto di
aver agito con tutta obiettività e serenità e di avere compiuto il suo pre-
ciso dovere; ma deve opporsi ad ogni proposta che prolunghi questo
II. L’inchiesta su Caporetto 65

episodio; facendo perdurare una violenta lotta interna nel paese [...].
Anche i nervi della nazione hanno un limite di resistenza. Non si può
lasciare il paese sotto la tensione d’animo di una continua lotta e di una
continua violenza86.

Si trattava del collocamento a riposo dei generali Cadorna,


Porro, Capello e Cavaciocchi e della messa a disposizione dei ge-
nerali Montuori, Bongiovanni e Boccacci. I provvedimenti in sé
non erano gravissimi: Cadorna aveva già lasciato il servizio attivo,
Porro e Capello erano da tempo senza comando, e nessun dubbio
vi poteva essere che, se responsabilità c’erano, non coinvolgesse-
ro i tre più alti comandanti; con indizi assai minori erano caduti
innumerevoli generali durante la guerra. Quanto al collocamento
a disposizione, non si trattava affatto di un provvedimento puni-
tivo, ma di un semplice gesto destinato a soddisfare l’opinione
pubblica – e difatti Montuori e Bongiovanni non ne ebbero la car-
riera troncata87. Era invece grandissima la portata morale e poli-
tica di questi atti: veniva ufficialmente sancito che la responsabi-
lità della sconfitta era di alcuni generali, nominativamente indica-
ti e puniti, non quindi del governo e neppure dell’organismo mi-
litare in sé. Anzi, la contemporanea riabilitazione del gen. Rober-
to Brusati, il più illustre dei comandanti silurati da Cadorna, ve-
niva a ribadire le colpe personali dell’ex-capo di stato maggiore e
la capacità delle gerarchie militari88.
Questi provvedimenti ebbero quindi il consenso di Diaz ed Al-
bricci, che solo avrebbero voluto maggiori riguardi per Cadorna,
di cui però non difendevano l’innocenza89. Era proprio il ministro
della Guerra a chiedere una soluzione politica della intera fac-
cenda, consigliando di non demandare ad una commissione tec-
nica l’individuazione delle responsabilità militari: si sarebbe in-
fatti ampliato il dibattito, le conclusioni della Commissione d’in-
chiesta sarebbero state inevitabilmente riesaminate e sarebbero
stati coinvolti personaggi già assolti come Badoglio90. La piena
corresponsabilità dell’alto comando dell’esercito (costituito allo-
ra da Diaz, Badoglio ed Albricci, che intervennero a più riprese
alle riunioni del Consiglio dei ministri di fine agosto)91 era evi-
dente nella discriminazione operata dalla Commissione d’inchie-
sta e convalidata dal governo tra i comandanti dei tre corpi d’ar-
mata travolti a Caporetto, due dei quali (Cavaciocchi e Bongio-
66 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

vanni) venivano pubblicamente censurati, mentre il terzo (Bado-


glio appunto) non era neppure menzionato e tre mesi più tardi
avrebbe ricevuto il comando dell’esercito92.
Il desiderio di Nitti e dei militari di chiudere rapidamente la
discussione doveva avere piena realizzazione per l’esaurimento
delle polemiche nel paese, prima ancora che per le premure del
governo. Sul finire di agosto infatti la violenza della stampa decli-
na ed il dibattito parlamentare si apre il 6 settembre in un’atmo-
sfera più calma, in cui i dissensi paiono sfumati. Ce ne occupere-
mo brevemente non per il suo interesse, che è scarso, ma perché
il dibattito alla Camera documenta i mutamenti di fronte avvenu-
ti dall’inizio della polemica. Infatti dalla divisione in neutralisti ed
interventisti (a loro volta divisi, diciamo per brevità, in destra e si-
nistra) si passa ad un nuovo raggruppamento, che isola i socialisti
in un’opposizione senza prospettive e presenta un forte blocco di
interventisti di sinistra, giolittiani, cattolici e fascisti uniti sulle po-
sizioni nittiane (esaltazione della guerra e condanna di alcuni ge-
nerali) e non lontani dal blocco delle destre, disposte ad accetta-
re temporaneamente la condanna di Cadorna in cambio dell’esal-
tazione incondizionata della guerra. Nessuno aveva più interesse
a prolungare la polemica: non le destre, che avevano evitato una
messa in accusa del loro regime bellico e salvato la sostanza delle
loro richieste. Non i giolittiani, che avevano raggiunto il loro
obiettivo di uscire dall’isolamento politico facendo pubblicamen-
te sconfessare le accuse di disfattismo. Non i cattolici, che desi-
deravano solo accelerare l’avvento del loro nuovo partito senza
comprometterlo in dispute sul passato. Non gli interventisti di si-
nistra, che avevano accettato la limitazione della discussione alla
responsabilità di alcuni capi dell’esercito e quindi dovevano rite-
nersi soddisfatti della condanna di Cadorna (ma che in definitiva
ci paiono, più ancora dei socialisti, i veri sconfitti, perché la ri-
nuncia ad una visione critica della guerra li avrebbe posti a ri-
morchio delle destre). Non i fascisti, che, rinunciando alle riven-
dicazioni ex-combattentistiche, si erano portati sulle posizioni
della destra, conservando una tenace avversione per Cadorna ma
inneggiando al sistema. Non i socialisti infine, che vedevano rin-
saldato il blocco avversario, consacrata la guerra in tutti i suoi
aspetti, sfumata la grande ondata di protesta popolare senza altro
II. L’inchiesta su Caporetto 67

risultato che un malcontento diffuso, ma non sapevano tuttavia


come rilanciare il problema al di fuori degli schemi già logorati93.
Il tono del dibattito parlamentare fu subito dato da un discor-
so di Nitti, che invitava ad una discussione nobile e serena, esal-
tava la grande vittoria e testimoniava all’esercito la riconoscenza
della nazione; seguirono commosse parole di Albricci e dimostra-
zioni di affetto per l’esercito94. L’impostazione su cui destra e si-
nistra concordavano è riassunta in queste parole dell’on. Monti-
Guarnieri:

Noi non vogliamo limitare la discussione al fatto doloroso di Ca-


poretto! Vogliamo che la verità si sappia tutta intera! Vogliamo che,
se ci sono responsabilità di qualsiasi genere, siano deplorate e punite;
ma vogliamo anche uscir fuori una buona volta da questa morta gora!
Il paese ha diritto una buona volta di sapere anche quanto di bello, di
buono, di nobile, di eroico, di glorioso il nostro esercito abbia com-
piuto dal primo giorno sino all’ultimo di guerra! [...] Noi vogliamo che
il paese sappia tutta la purezza e la grandezza della guerra italiana; sap-
pia quanta gratitudine esso deve all’esercito ed all’armata, per modo
che i nostri soldati ed i nostri marinai non possano avere mai il diritto
di dire che la Camera italiana ha troppo presto dimenticato la gran-
dezza dell’opera loro spesa tutta quanta per la libertà, l’unità e l’indi-
pendenza della patria!95

In un clima di retorica in cui erano lasciati cadere nel silenzio i


pochi accenni ad un esame serio della realtà, si succedettero in sei
giorni di discussione alla Camera (il 6 settembre e poi dal 9 al 13)
innumerevoli discorsi. E sin dall’inizio apparve chiaro che non ci
sarebbero stati colpi di scena e che il gioco era già deciso. «La di-
scussione intorno all’inchiesta su Caporetto è appena cominciata e
si può considerare già finita», scriveva «Il Secolo»; e «La Stampa»:
«La discussione non prende quella piega tragica che molti temeva-
no»96. Il «Corriere della sera»: «La discussione sull’inchiesta di Ca-
poretto ripresa oggi procede senza calore e senza grande interesse;
si può dire ch’essa sia ridotta, oramai, ad una fastidiosa ed incon-
cludente formalità, a cui Camera e governo devono sottostare per
porre un punto fermo al dilagare dei discorsi inutili e dannosi»97.
L’iniziativa di Nitti e l’impostazione data al dibattito avevano
l’approvazione di quasi tutta la stampa. Come scriveva «L’Italia»:
68 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

Prima di ieri potevano esservi dubbi sulla opportunità che questa


Camera affrontasse una discussione così grave e la responsabilità as-
sunta dal governo appariva piena di audacia e di pericoli: oggi vi è in-
vece la sensazione che l’on. Nitti ha avuto un intuito felice ed ha reso
un notevole servizio al paese, servendosi di quella stessa Camera nella
quale il dissidio è più immediato e più vivo per spazzare il terreno da
un ingombro dal quale la faziosità delle parti subiva un arresto ed un
inacerbamento98.

Anche l’estrema destra sceglieva un altro terreno che non la


questione di Caporetto ed il disfattismo per attaccare Giolitti ed
indirettamente Nitti e non dava sviluppo al vigoroso discorso del
gen. Di Giorgio, deputato nazionalista, che ci pare il migliore di
tutto il dibattito per ampiezza e spregiudicatezza99. Con il con-
sueto vigore polemico, così riassumeva la situazione «Il Dovere»,
che quasi unico continuava a protestare per la piega assunta dagli
avvenimenti:

L’on. Nitti, che dirige l’orchestra, ci tiene che non ci siano stona-
ture e fragori. Ha abolito i bassi e le grancasse. È tutto un pezzo in
sordina. Quando qualche pericolo sarà avvicinato, si attaccherà la
Marcia Reale come nei teatri alla minaccia di un panico: Viva l’eserci-
to! Viva Vittorio Veneto! E nel nome sacro di queste due cose sacre
saranno seppelliti i delitti e le colpe, le responsabilità e le vergogne, la
giustizia e il dovere100.

A rinfocolare le polemiche non ci furono nemmeno le accuse


dei deputati socialisti, chiaramente sorpresi dalla piega assunta
dal dibattito: «Noi eravamo venuti a questa discussione con ani-
mo di difesa, animo che è venuto svanendo durante la discussio-
ne, perché non c’è stata l’accusa che ci attendevamo», disse l’on.
Bentini101; ed effettivamente gli oratori del gruppo (Modigliani,
Bentini, Merloni e Turati, salvo errori tutti riformisti) non seppe-
ro proporsi altro che la registrazione, per così dire, della loro as-
soluzione dall’accusa di disfattismo, riaffermando la loro estra-
neità alla guerra e limitandosi a denunce generiche.
La discussione si concluse con l’approvazione unanime di un
ordine del giorno di riconoscenza all’esercito102. La destra aveva
ottenuto che fosse evitato ogni riferimento alla sconfitta, all’in-
II. L’inchiesta su Caporetto 69

chiesta ed a responsabilità personali, i giolittiani invece che la vo-


tazione non avvenisse sull’ordine del giorno Gasparotto, formu-
lato ed appoggiato dal blocco degli interventisti di destra e sini-
stra, ma su uno pressoché identico presentato da un anodino de-
putato governativo103. Che Giolitti, fino a poco tempo prima fat-
to bersaglio delle più infamanti accuse, potesse provocare il ritiro
dell’ordine del giorno degli interventisti col semplice rifiuto di ap-
poggiarlo, costituiva indubbiamente un rovesciamento di posi-
zioni rispetto anche soltanto all’inizio di agosto. Anche in queste
alchimie parlamentari era sancito il superamento della frattura tra
neutralisti ed interventisti e l’isolamento dei socialisti, rimasti gli
unici a votare contro104. Indubbiamente un altro brillante succes-
so di Nitti, ottenuto a prezzo di una sanatoria completa, di una ri-
nuncia ad un giudizio sulla condotta della guerra, il che costitui-
va una forte concessione alle destre. Indicativo il significato che
Nitti dava alla votazione finale:

Tutti hanno riconosciuto [...] che la grande massa degli Italiani,


che la nostra gente, in questa terribile impresa, la quale ha deciso del-
la nostra salvezza e del nostro avvenire, è stata pari al suo compito e
che il nostro esercito ha compiuto grandiosamente le sue gesta. Ora,
questo a noi basta. Che errori di uomini vi siano stati, che colpe vi sia-
no state, oserei dire che è indifferente alla nazione. Accerteremo le re-
sponsabilità: ma constatiamo che l’impresa è riuscita [...]. La verità è
che abbiamo vinto, e la vittoria ha sanato tutto [...]. Varie sono le for-
mule della morale, ma la morale del mondo in fondo è una sola: chi
vince ha ragione!105

Esattamente la posizione su cui la destra aveva condotto la po-


lemica! Si capisce l’opposizione di Turati, l’unica suonata in par-
lamento, contro «un ordine del giorno che significa la concordia
universale, la perdonanza d’ogni colpa ed il colpo di spugna su
tutto il passato»106 e la soddisfazione del «Corriere della sera»,
malgrado la condanna di Cadorna: «Caporetto esce dal campo
della polemica ed entra nella sfera della storia; del che dobbiamo
sentirci tutti soddisfatti»107.
Anche da questo successo Nitti avrebbe tratto poco vantaggio:
ed il giorno stesso della votazione finale aveva dovuto comunica-
re alla Camera la spedizione dannunziana su Fiume, che avrebbe
70 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

riattizzato le polemiche e le speranze della destra. Ma i partiti ita-


liani avrebbero affrontato la nuova situazione su uno schieramen-
to diverso che in luglio: questa doveva essere la prima conse-
guenza politica dell’intera questione.
Una seconda conseguenza, meno evidente a prima vista, ma
forse più importante a lunga scadenza, riguarda direttamente la
materia del nostro studio. Durante più di un mese la condotta del-
la guerra era stata sottoposta alle critiche più dure: ma le gerar-
chie militari ne uscivano con alte attestazioni di capacità e grati-
tudine. Anche gli interventisti democratici avevano rinunciato al-
le loro esigenze di rinnovamento («L’Unità» salveminiana rimane
un caso isolato); e proprio il più rumoroso dei loro portavoce,
l’on. Gasparotto, era stato il presentatore dell’ordine del giorno
che stendeva un velo sul passato. All’indomani della discussione
parlamentare solo due soluzioni si contrapponevano per la rior-
ganizzazione dell’esercito: la nazione armata proletaria di Turati
(sostenuta senza convinzione né chiarezza dall’«Avanti!») e l’e-
sercito di Diaz e Badoglio, ricco di allori e onori. Con questo non
intendiamo negare che ci fossero istanze e programmi di rinnova-
mento: ad alcuni abbiamo già accennato, su tutti torneremo or-
ganicamente. Però nel settembre 1919 nessuno di questi pro-
grammi fu presentato al paese, nessun partito propose un’alter-
nativa alla soluzione più semplice, nessuno contestò il controllo
dell’esercito a Diaz, Badoglio ed Albricci, che avevano dalla loro
la tradizione, l’esperienza, l’accordo con Nitti ed il favore delle
destre e del re.
Questa digressione sull’inchiesta di Caporetto, forse troppo
lunga nell’economia del nostro lavoro, ma necessaria, ci porta
quindi alla constatazione che la riorganizzazione ed il controllo
dell’esercito erano considerati problemi secondari da tutti i parti-
ti (per lo meno, da quelli che avrebbero avuto interesse ad impo-
starli in modo nuovo) ed implicitamente rinviati a tempi migliori.
Accusare i partiti di scarso amore per la difesa nazionale, come
suole in questi casi la polemica di origine militare, significa di-
menticare quali altri grandi problemi travagliassero il paese: tan-
to più che nella rinuncia ad un approfondimento dell’esame del-
la guerra e ad un vero rinnovamento dell’esercito si deve vedere
una precisa scelta di classe, che presenta i partiti borghesi uniti nel
respingere l’avanzata socialista. La nostra conclusione è che la di-
II. L’inchiesta su Caporetto 71

scussione dei problemi militari fosse impedita più che dall’igno-


ranza e dallo scarso amore dei partiti (innegabili, ma non deter-
minanti), dallo scarso margine che le lasciava l’urgenza dei pro-
blemi sociali e politici. Discutere veramente a fondo la guerra vo-
leva dire rischiare di arrivare ad una condanna della classe diri-
gente italiana; anteporre il rinnovamento dell’esercito al consoli-
damento del cosiddetto ordine pubblico significava rischiare di
privare lo stato borghese della sua tradizionale arma, l’esercito in-
teso come superpolizia. La scelta operata nell’estate 1919 per la
riorganizzazione dell’esercito non è quindi casuale, anche se in
certa parte istintiva; fu facilitata dalla propaganda antimilitarista
socialista che attaccava rumorosamente l’esercito senza portare
avanti una rigorosa analisi di classe, senza individuare ed ap-
profondire le contraddizioni interne della borghesia italiana in
questa materia, favorendo perciò la creazione del fronte unico an-
tisocialista.
Nel superamento delle polemiche su Caporetto è già contenu-
to in germe, ci sembra, lo sviluppo che i problemi militari avran-
no negli anni del dopoguerra: la riorganizzazione dell’esercito sa-
rebbe stata compiuta dai militari stessi, nel chiuso dei loro uffici,
senza un contributo, poco offerto ed ancora meno sollecitato, del
paese e del parlamento. I socialisti avrebbero sempre ignorato il
problema, lasciando però diminuire l’intensità della loro propa-
ganda antimilitarista. Ed i programmi di rinnovamento, portati
avanti dai partiti della sinistra democratica, avrebbero sempre
cozzato contro il ristretto margine lasciato alle discussioni milita-
ri dall’urgenza dei problemi interni e contro il fatto compiuto del-
la riorganizzazione di un esercito permanente sul modello d’ante-
guerra.
Appendice

L’AMNISTIA AI DISERTORI

Il completamento dell’opera di normalizzazione della situazione


militare intrapresa da Nitti, e la riprova dello scarso guadagno che egli
ne trasse, è rappresentato dalla cosiddetta «amnistia ai disertori» con
i suoi strascichi polemici. Anche in questo settore Orlando aveva la-
sciato una situazione fallimentare. Dal 24 maggio 1915 al 2 settembre
1919 furono iniziati 1.030.000 processi per reati militari, in larga par-
te diserzione o renitenza, di cui 370.000 riguardavano italiani all’este-
ro non rimpatriati per la guerra. Degli altri processi, 500.000 erano sta-
ti chiusi al 2 settembre 1919: 130.000 con ordinanza di prosciogli-
mento, 370.000 con sentenze, di cui 150.000 di assoluzione e 220.000
di condanna a pene detentive. Poiché 160.000 condanne erano state
sospese (durante la guerra il carcere pareva preferibile al fronte), ri-
manevano in espiazione di pena circa 60.000 uomini. Non bisogna
però dimenticare le condanne sospese, i 160.000 processi in corso (in
molti casi i responsabili si erano dati alla latitanza e talora al banditi-
smo) ed il terzo di milione di italiani all’estero messi in condizione di
non poter più rientrare in patria108.
Queste cifre, per quanto terribili, non bastano a dare un’idea del-
la gravità e della complessità di una situazione che non poteva essere
prolungata. I tribunali militari avevano colpito con straordinaria du-
rezza, applicando un codice di guerra che era stato preparato per gli
eserciti semi-professionali dell’Ottocento; moltissimi processi si erano
svolti senza le prescritte garanzie per l’imputato, in un clima di esa-
sperata tensione, con condanne sproporzionate alle mancanze. Gran
parte delle accuse di diserzione colpivano infatti militari assentatisi ar-
bitrariamente, ma rientrati ai reparti spontaneamente dopo una visita
alle famiglie, o addirittura militari ritornati dalla licenza con due-tre
giorni di ritardo. Il numero dei detenuti era tale da comportare la co-
struzione di nuove carceri; i processi in corso avrebbero assorbito ogni
II. L’inchiesta su Caporetto 73

attività della giustizia militare per molto tempo ancora – e poi sarebbe
stato necessario iniziare la revisione dei processi già chiusi! Guardasi-
gilli e ministro della Guerra concordavano nel riconoscere «la impos-
sibilità materiale di sgombrare l’enorme cumulo dei processi senza ca-
dere in ingiustizie e illegalità»109: si pensi allora quali garanzie dove-
vano dare i processi celebrati in guerra!
Nel febbraio 1919 Caviglia ed Orlando avevano emanato un primo
provvedimento di amnistia, riservata però ai reati più lievi, riscattati
con buona condotta, ferite, promozioni o medaglie. Non abbiamo ci-
fre sulla portata effettiva dell’atto, che sembra essere stata ridotta110.
E intanto la stampa socialista andava sviluppando la campagna cui si
è già accennato, con l’appoggio di una inesauribile documentazione di
abusi ed eccessi delle autorità militari. Anche se la stampa democrati-
ca e liberale non agita il problema, ci sembra che fosse generale la con-
vinzione della ineluttabilità di un atto di clemenza: variavano solo le
opinioni sulla portata e sul valore del gesto.
Con la consueta decisione Nitti si assunse la liquidazione anche di
questa situazione, incaricando il ministro Albricci ed il guardasigilli
Mortara di preparare un’amnistia quanto più larga possibile. Il decre-
to, emanato il 2 settembre, prevedeva il pieno condono delle condan-
ne per assenze non superiori a sei mesi e tramutava in condizionali le
condanne per assenze superiori; parimenti amnistiati i reati militari
puniti con non più di 10 anni di carcere e ridotte le pene superiori;
estinti i procedimenti per renitenza contro italiani all’estero. Erano
esplicitamente esclusi dai benefici del decreto i reati di diserzione ar-
mata e di diserzione con passaggio al nemico, più alcuni altri conside-
rati infamanti; il godimento dell’amnistia era inoltre condizionato per
latitanti e italiani all’estero alla presentazione entro tre mesi alle auto-
rità militari o consolari111.
L’immediato effetto del decreto fu la liberazione di 40.000 dei
60.000 detenuti, la cancellazione delle pene sospese e l’estinzione di
110.000 processi su 160.000 in corso. Inoltre 270.000 italiani all’este-
ro si presentarono a chiedere il condono: percentuale abbastanza alta
per poter dire che il provvedimento era desiderato, tenendo conto che
una parte degli emigrati doveva essere ormai completamente estrania-
ta all’Italia ed all’influsso dei consolati. Sui 50.000 processi di cui fu
proseguita l’istruzione, si ebbero 20.000 assoluzioni, 20.000 condanne
in contumacia (veramente Nitti parla di esclusi dai benefici dell’amni-
stia per mancata presentazione entro il termine prescritto), 8.500 con-
doni totali o conversioni in condanne condizionali, 100 condoni par-
ziali e 500 esclusioni dai benefici per il titolo del reato112. Rimasero
74 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

quindi in carcere poco più di ventimila uomini, ed altrettanti in lati-


tanza113, mentre circa 600.000 uomini approfittarono dell’amnistia.
Con un solo energico decreto Nitti aveva sostanzialmente risolto la
grave situazione: ma proprio questo suo atto divenne per i partiti di
destra il pretesto per una campagna diffamatoria sempre più acre, che
mirava palesemente ad eliminarlo dalla vita politica. Questa campagna
si svilupperà senza mai ricorrere alle cifre e in fondo senza mettere in
questione la opportunità di un’amnistia; si rinfaccerà invece a Nitti di
avere parificato combattenti e disertori con la concessione indiscrimi-
nata della tradizionale formula di congedo «ha tenuto buona condot-
ta e servito con fedeltà ed onore»114. Il fatto è parzialmente esatto, ma
la propaganda di destra lo gonfiava fino a farne una premeditata offe-
sa ai combattenti di Vittorio Veneto; ed esagerava la portata dell’am-
nistia, fino a far credere che decine di migliaia di soldati, passati con le
armi al nemico, avessero ricevuto da Nitti perdono ed onori.
La questione della formula di congedo merita una breve puntua-
lizzazione, non per il suo valore in sé, ma per lo sfruttamento che ne
fu fatto. Il 28 agosto 1919 una circolare ministeriale aveva stabilito che
i militari che avessero beneficiato dell’amnistia avevano diritto alla di-
chiarazione di aver tenuto buona condotta e servito con fedeltà ed
onore (la stessa rilasciata a tutti i combattenti), qualora non interve-
nissero altri elementi115. Come venne precisato con una successiva cir-
colare dell’11 settembre, queste istruzioni non potevano riferirsi che
all’amnistia del 21 febbraio, la sola allora in vigore, che concerneva
reati lievi riscattati con un buon comportamento al fronte116. Ciò era
formalmente esatto, ma era naturale che gli enti preposti ai congeda-
menti applicassero queste istruzioni non solo all’amnistia vecchia di sei
mesi (che doveva ormai avere esaurito i suoi effetti), ma anche a quel-
la del 2 settembre; né si capisce per quale altra ragione il ministero
avrebbe emanato proprio in quel momento le istruzioni in questione.
Pochi giorni dopo, appunto l’11 settembre, veniva specificato che per
gli amnistiati, in base al decreto del 2 settembre, non sarebbe stata au-
tomatica la concessione della formula tradizionale; il giudizio era ri-
messo alle autorità competenti, che avrebbero potuto limitarsi a certi-
ficare la buona condotta senza menzionare fedeltà ed onore. Queste
due circolari, pur lasciando ai comandi periferici la libertà di decisio-
ne, incoraggiavano quindi la concessione più larga della formula più
onorevole di congedo117.
Solo un mese più tardi, il 10 ottobre, una nuova circolare ministe-
riale introduceva un criterio restrittivo, precisando che agli amnistiati
del 2 settembre andava di regola negata la formula più onorevole, che
poteva essere concessa solo in casi specialissimi in cui si avessero ele-
II. L’inchiesta su Caporetto 75

menti positivi di ravvedimento, cioè buona condotta al fronte accom-


pagnata da decorazioni, promozioni o ferite. Il ministero ordinava un
pronto intervento in tutti quei casi in cui fosse stata concessa indebi-
tamente la formula più ampia: i carabinieri avrebbero dovuto ritirare
il foglio di congedo ed i comandi correggervi la dicitura118. Procedi-
mento che probabilmente non fu regolarmente attuato, data la note-
vole e documentata confusione in cui avvenivano le operazioni di smo-
bilitazione. È quindi indubbio che un certo numero di amnistiati fu
congedato con la dichiarazione di aver servito con fedeltà ed onore, e
tutti con quella di aver tenuto buona condotta. Il fenomeno fu però li-
mitato, l’intervento dopo le prime proteste energico, la soluzione fi-
nale improntata a criteri assai più restrittivi di quelli per gli amnistiati
di Orlando. Non solo: la responsabilità dell’infortunio non può certo
essere attribuita a Nitti, sempre insensibile alle questioni formali, né ai
capi militari, che proprio alla fine di agosto si andavano adoperando
per restringere la portata dell’amnistia119. Si trattò indubbiamente di
un tipico infortunio burocratico, di un’iniziativa di funzionari che non
si immaginavano affatto lo sfruttamento che si sarebbe fatto di questi
particolari tecnici dei congedamenti.
Su questo limitato appiglio tecnico si scatenò la propaganda anti-
nittiana, che senza guardare troppo per il sottile vi aggiunse un cumu-
lo impressionante di falsità cariche d’effetto; sembrerebbe infatti, da
un esame della stampa, che Nitti avesse graziato e riabilitato proprio
quelle categorie di disertori che erano state escluse dall’amnistia, cioè
i militari passati al nemico e quelli fuggiti durante il combattimento.
Nelle parole di un deputato di estrema destra, i provvedimenti nittia-
ni erano rivolti precisamente contro i reduci: «Essi sentirono più du-
ro l’insulto che rinfacciava loro il sacrificio compiuto, che li scherniva
nei loro moncherini, che li schiaffeggiava nei loro più puri sentimenti,
quando il governo concesse quelle amnistie dalle quali erano premiati
proprio coloro che, meglio di ogni nemico straniero, avevano prepa-
rato la nostra rovina all’interno»120.
Anche una persona certo non facilmente suggestionabile dalla pro-
paganda come Giolitti aveva finito col credere alla verità delle accuse
a Nitti, come appare da una sua lettera del 1924 ad Albricci; questi in
via confidenziale aveva contestato a Giolitti alcune sue affermazioni,
inviandogli copia della circolare del 10 ottobre 1919, e lo statista re-
plicava: «Nel mio discorso non parlavo di tutti i disertori, ma di quel-
li ai quali era stata concessa l’amnistia e il fatto di avere a questi rila-
sciata la dichiarazione di avere servito con fedeltà ed onore fece non
buona impressione. Quando concorrono circostanze eccezionali, si
comprende l’amnistia; ma era meglio, a mio avviso, non rilasciare quel-
76 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

la dichiarazione. Di questo non intesi far colpa a V.E. ma alle corren-


ti politiche allora dominanti»121.
Quindi anche Giolitti accettava l’impostazione dell’estrema destra,
ampliando un fatto limitato, addebitandolo alla linea politica di Nitti
e considerandolo una macchia sulla vittoria; ed era certo per calcolo
politico e non per l’importanza della questione, che rilanciava la vec-
chia accusa a Nitti, cinque anni dopo l’amnistia, quando la guerra ed
il combattentismo avevano già ben altri difensori ufficiali! Se questo
era l’atteggiamento di Giolitti, si immagina facilmente quali vertici po-
tesse toccare l’interessata indignazione della destra!122
Una riprova del carattere politico della montatura della faccenda è
data dal fatto che Nitti solo fu ritenuto responsabile di un atto che ave-
va avuto la solidarietà del Consiglio dei ministri, dei capi militari e del
re. Veramente alcuni attacchi furono mossi anche ad Albricci123, tan-
to che questi manifestò qualche preoccupazione alla costituzione del
primo governo fascista124. Non ebbe però nulla da temere, grazie al-
l’alleanza tra fascismo e generali di cui parleremo più avanti, e poté
continuare una brillante carriera che lo portò al comando di armata. E
la mitologia fascista, per scagionare un generale dall’accusa infamante
di nittismo, giunse ad inventare che l’opposizione di Albricci all’am-
nistia fosse stata totale, spinta fino alla presentazione delle dimissioni,
e che solo l’intervento del re con l’ordine espresso di sacrificarsi aves-
se indotto il generale a ritornare sulle sue decisioni ed a rimanere al go-
verno125.
Se cerchiamo ora di valutare il decreto di amnistia in sé, prescin-
dendo dalle polemiche posteriori, esso ci appare come un tipico esem-
pio della politica di normalizzazione di Nitti. Questi, dinanzi alla cri-
tica situazione ereditata da Orlando, non si propose una ricerca delle
cause o un’esatta ripartizione di torti e meriti (e certo era quasi im-
possibile sceverare abusi delle autorità, responsabilità dei singoli e
conseguenze dello stato di guerra), ma solo un sollecito superamento
del problema. Concedendo un’amnistia piuttosto ampia, Nitti chiu-
deva la questione senza entrare nel merito, con una sanatoria simile a
quella per Caporetto e una efficienza simile a quella spiegata nella
smobilitazione dell’esercito: in tutti e tre i casi si riprometteva soltan-
to di eliminare un ostacolo alla normalizzazione della vita pubblica,
senza trarre conclusioni politiche dalla guerra e dai suoi strascichi. La
sua politica, vista attraverso i provvedimenti per l’esercito, si riassume
nel tentativo di abbinare l’efficienza dell’azione di ricostruzione alla
realizzazione di un più vasto schieramento politico. In questo senso
l’amnistia militare è uno dei più caratteristici atti della politica di Nit-
ti, anche nell’incomprensione dimostrata per certe esasperate sensibi-
II. L’inchiesta su Caporetto 77

lità del dopoguerra. Un uomo meno ansioso di ricostruire, meno con-


vinto della forza logica delle sue posizioni, avrebbe tirato in lungo il
problema (come aveva fatto Orlando) con successive amnistie parzia-
li o provvedimenti amministrativi. Nitti invece cercò la sostanza e tra-
scurò le reazioni degli ambienti di ex-combattenti, benché la disone-
stà delle polemiche antinittiane ci induca a credere che anche dinanzi
a provvedimenti più abili si sarebbero avute analoghe reazioni della
destra.
Ritornando ai problemi più strettamente militari, constatiamo che
in soli due mesi Nitti aveva grandemente migliorato la situazione falli-
mentare ereditata da Orlando, grazie all’accordo con Diaz ed i milita-
ri. Doveva ora cominciare a pagare il prezzo di questo accordo, la-
sciando carta libera ai generali nella riorganizzazione dell’esercito.
III

L’ASSESTAMENTO DELL’ESERCITO
DURANTE IL GOVERNO NITTI

1. L’ordinamento provvisorio Albricci


e la sistemazione degli ufficiali

Scrivendo che la contropartita dell’appoggio dato da Diaz e


dai militari a Nitti era la concessione della carta bianca nella rior-
ganizzazione dell’esercito, non vorremmo essere fraintesi. La scel-
ta politica di fondo (la fiducia nei capi dell’esercito vittorioso) tro-
vava consenzienti tutti i partiti borghesi; ed ogni provvedimento
in materia militare venne discusso ed approvato nelle regolari e
frequenti riunioni del Comitato di guerra, che riuniva a Palazzo
Braschi il presidente del Consiglio, i ministri della Guerra, Mari-
na, Finanze, Tesoro e Trasporti e spesso i capi di stato maggiore
ed altri tecnici1. Non si può quindi parlare di scelte compiute con-
tro le indicazioni del parlamento o di esautoramento del potere
politico; inoltre Diaz, Badoglio ed Albricci si erano dimostrati
sensibili alle esigenze del momento, sia politiche (crisi fiumana)
che tecniche (smobilitazione) e la loro alleanza con Nitti era quin-
di naturale.
La contropartita di cui parliamo non è quindi da cercare a li-
vello di sottogoverno, ma è insita nella linea di condotta di Nitti,
rappresenta l’aspetto negativo della sua brillante opera di norma-
lizzazione. Per agire rapidamente e dominare la situazione, Nitti
doveva ricorrere ai tecnici ed evitare le discussioni e a ciò lo spin-
geva anche la sua illuministica fiducia nella tecnocrazia; ma in
questo modo egli si poneva nelle loro mani e rinunciava ad impo-
starne e controllarne l’opera, se non formalmente. Questa non era
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 79

in alcun modo una novità: la tradizione politica italiana conside-


rava come tecniche, e quindi lasciava ai militari, tutte le scelte re-
lative all’organizzazione dell’esercito; il compito del governo con-
sisteva in poche direttive generali, quali l’indicazione di un limite
di spesa o di un mutamento di alleanze. Invece queste scelte ave-
vano un’importanza politica rilevante, come cercheremo di di-
mostrare; anche nell’ambito di un accordo di massima, quale esi-
steva tra Nitti e Diaz nel 1919, erano possibili soluzioni assai di-
verse dei problemi dell’esercito. Rimanendo fermo all’imposta-
zione tradizionale dei rapporti con i militari, accentuandola anzi
per guadagnare tempo, Nitti demandava queste scelte ai militari,
che divenivano arbitri della traduzione della linea politica del go-
verno. Nitti si sarebbe accorto troppo tardi del contrasto tra la li-
nea riformista della sua azione di governo ed il profondo conser-
vatorismo delle scelte compiute da Diaz. L’ordinamento provvi-
sorio Albricci, elaborato attraverso una stretta, ma formale colla-
borazione tra militari e politici, sarebbe perciò stato sconfessato
da Nitti subito dopo la sua entrata in vigore, a riprova del carat-
tere politico delle scelte gabellate per tecniche dalla tradizione ita-
liana (e non solo italiana).

L’ordinamento provvisorio dell’esercito, che va sotto il nome


del ministro proponente, Albricci, fu varato con regio decreto il
21 novembre 1919 ed integrato con alcuni altri decreti, concer-
nenti l’alto comando e la sistemazione degli ufficiali di carriera. I
suoi scopi erano precisati nella relazione che lo accompagnava:

Il progredire della smobilitazione ha reso ancora più necessaria e


più urgente la definizione di un ordinamento dell’esercito, anche prov-
visorio, ma che possa servire di base per i provvedimenti relativi al
completamento della smobilitazione medesima, e in particolare modo
rispondere alle svariate esigenze che continueranno a sussistere finché
non si sia raggiunto, in tutti i campi della vita nazionale, uno stabile as-
setto di pace2.

Questo dichiarato carattere di provvisorietà deve essere tenu-


to ben presente nella valutazione dell’ordinamento Albricci. Non
siamo infatti dinanzi ad un insieme di disposizioni che risolvano
il problema della difesa nazionale in tutti i suoi aspetti: la portata
80 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

economica del nuovo ordinamento è appena accennata, la rifor-


ma della legge di reclutamento e quindi della ferma è preannun-
ciata, ma non compiuta, e problemi fondamentali come l’istru-
zione premilitare, la formazione e la funzione degli ufficiali di
complemento, l’organizzazione dell’industria degli armamenti ed
in genere il collegamento col paese non sono affrontati affatto.
Anche molte soluzioni propriamente tecniche sono appena ac-
cennate.
Un esame anche rapido dimostra la piena corrispondenza tra
l’ordinamento del novembre 1919 ed i progetti elaborati dal Co-
mando supremo e dal ministero nel febbraio precedente e con-
fermati nella citata lettera di Diaz ad Albricci del 24 luglio. Anche
gli aumenti e le riduzioni proposte sono invariati, e solo aumenta
la forza bilanciata (175.000 uomini in luglio, 210.000 in novem-
bre) e lievemente la ferma (8 mesi in luglio, 12 riducibili a 8 in no-
vembre3). Il che ci permette, in primo luogo, di constatare che
realmente i militari avevano goduto di carta bianca nella realizza-
zione dei loro programmi, poiché non avevano dovuto rinunciare
a nulla di quello che avevano deciso in febbraio; ed in secondo
luogo, di osservare che non era certo mancato il tempo per uno
studio approfondito, se le scelte di novembre erano già compiute
nel febbraio precedente, e quindi la lacunosità della riorganizza-
zione era voluta. Cioè i militari avevano definito solo ciò che a lo-
ro più interessava, rinviando gli altri problemi a tempi successivi,
con una indicazione di priorità per noi preziosa.
L’impianto scelto per l’esercito riproduceva quello dell’eserci-
to d’anteguerra nelle linee generali ed in quasi tutti i dettagli: au-
mentavano le mitragliatrici, l’artiglieria media e pesante e le spe-
cialità del genio, diminuivano gli squadroni di cavalleria, ma re-
stava inalterata la struttura delle grandi unità, dei reparti combat-
tenti, dei servizi e degli organi territoriali. Di veramente nuovo
c’era solo la creazione di un corpo aeronautico, di un corpo auto-
mobilistico e di un gruppo carri armati: il minimo imposto dall’e-
sperienza bellica. Erano poi attuati alcuni aumenti nel numero
delle grandi unità, quelli stessi già concordati tra Comando su-
premo e ministero nel febbraio: 15 corpi d’armata invece di 12, 30
divisioni invece di 25 e così via, con la creazione di 12 nuovi reg-
gimenti di fanteria e ampliamenti corrispondenti nelle altre armi.
Infine gli organici degli ufficiali ricevevano un forte incremento:
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 81

dai 15.858 ufficiali in SAP (servizio attivo permanente) alla vigilia


della guerra si passava a 18.880, con una percentuale maggiore di
rappresentanti degli alti gradi. Come vedremo meglio, questo era
l’aspetto più curato dei provvedimenti, per non dire il più impor-
tante4.
Se considerassimo questo ordinamento come completo, calco-
lando che il modello d’anteguerra sarebbe stato ricalcato anche là
dove mancano indicazioni precise nei decreti Albricci, il giudizio
dovrebbe essere negativo, perché un solo aspetto del conflitto
sembra contemplato, la necessità di una maggiore potenza di fuo-
co (aumento di mitragliatrici e cannoni); tutti gli altri insegna-
menti del conflitto appaiono invece trascurati5. Tuttavia l’ordina-
mento provvisorio non può essere giudicato su questo metro, per-
ché non si proponeva affatto di creare un esercito per la guerra.
Abbiamo già citato l’opinione del ministro che aveva iniziato gli
studi sulla riorganizzazione dell’esercito, Caviglia, che non ci fos-
se pericolo di nuove guerre e che quindi il problema potesse es-
sere affrontato con calma. La messa a punto di un sistema di mo-
bilitazione più efficace di quello prebellico, oppure la creazione
di un battaglione che tenesse conto dell’esperienza della trincea
potevano essere rinviate nel tempo (e infatti furono entrambe af-
frontate nel 1925-26); e la conservazione di un forte complesso di
provati ufficiali di carriera doveva apparire la migliore base per la
futura opera di ammodernamento.
Era invece urgente il ripristino di un esercito che potesse ri-
spondere «alle svariate esigenze che continueranno a sussistere
finché non si sia raggiunto, in tutti i campi della vita nazionale,
uno stabile assetto di pace»6. In altri termini, di un esercito che
potesse riprendere la sua tradizionale funzione di tutore dell’or-
dine pubblico: e quale miglior modello poteva allora esservi del-
l’esercito prebellico, che nei servizi di polizia aveva consumato le
sue energie?7 Nell’atmosfera di tensione del 1919 si chiedevano
reparti esigui, senza il complesso armamento della guerra di trin-
cea, ma saldamente in pugno ad ufficiali di carriera: e questo
obiettivo era raggiunto dall’ordinamento provvisorio. Un solleci-
to ritorno all’anteguerra costituiva poi la migliore garanzia della
continuazione del pieno controllo dei militari sull’esercito: costo-
ro avrebbero vagliato e dosato quel concorso del paese (dagli uf-
ficiali di complemento alle industrie belliche private) che la guer-
82 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

ra aveva conosciuto su larga scala, e che avrebbe potuto capovol-


gere la situazione se protratto durante la pace. Un solo esempio:
durante la guerra si erano avuti nove ufficiali di complemento per
ogni ufficiale effettivo; ma l’ordinamento provvisorio ammetteva
solo la possibile presenza di un paio di migliaia di subalterni di
complemento accanto a sette-ottomila subalterni in SAP e intan-
to il ministero preparava gli arruolamenti di ufficiali di carriera
che avrebbero escluso ogni ricorso in pace agli ufficiali prove-
nienti dalla vita civile8.
Inoltre un esercito permanente a larga intelaiatura (molti co-
mandi, anche con reparti privi di consistenza) permetteva di man-
tenere in servizio un numero altissimo di ufficiali di carriera, in-
dipendentemente dalla riduzione della forza bilanciata: l’impor-
tanza che i comandi davano a questo problema, sul quale torne-
remo tra breve, ci induce a considerarlo come decisivo nella scel-
ta di un ritorno all’esercito anteguerra.
Vero è che nella relazione che accompagnava il regio decreto
si accennava alla imminente riduzione della ferma da 24 a 12-8
mesi: un provvedimento che pareva rivoluzionario. Ma promette-
re una ferma così breve senza una vera riforma dell’esercito (istru-
zione premilitare, reclutamento territoriale, richiami per istruzio-
ni e così via)9 non aveva molto significato. Come già nel febbraio
precedente, la promessa di una ferma breve non era il risultato di
una vera revisione tecnica, ma un gesto politico, una concessione
all’opinione pubblica, che faceva inoltre baluginare prospettive di
economie tali da controbilanciare gli aumenti di organici richie-
sti. La ferma breve si sovrapponeva ad un’organizzazione conce-
pita in funzione di una ferma più lunga: non ci sarebbero però sta-
ti scompensi, perché la riduzione era promessa, ma non venne at-
tuata; anche quando pochi mesi più tardi le mutate circostanze ne
imposero l’immediata adozione legislativa, la ferma breve conti-
nuò a non essere applicata.
Scarsamente significativi altri aspetti dell’ordinamento, come
la sua portata finanziaria (1.500 milioni annui) e la forza bilancia-
ta contemplata (210.000)10. Entrambi non ebbero attuazione: ri-
leviamo però che i reggimenti di fanteria avrebbero avuto la mo-
desta consistenza di 750 uomini, da suddividere tra tre battaglio-
ni e dodici compagnie, benché la forza bilanciata fosse stata au-
mentata rispetto agli studi di febbraio11. Si ha l’impressione che il
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 83

contenimento delle spese fosse introdotto nel progetto di ordina-


mento per soddisfare le esigenze immediate del governo (come la
ferma breve per venire incontro alle aspettative più vaste), senza
uno studio veramente approfondito della possibilità di realizza-
zione pratica.
L’importanza della scelta compiuta da Diaz e dai suoi consi-
glieri va fortemente sottolineata. Governo, partiti e parlamento
avevano preso su di sé la responsabilità della scelta di fondo, op-
tando per la conservazione di un esercito permanente ed affidan-
done la riorganizzazione ai generali vittoriosi; ma anche in questo
ambito vi erano diverse possibilità e ne illustreremo alcune più
avanti. La scelta dei militari responsabili fu chiarissima: un ritor-
no ad un esercito che già nell’anteguerra aveva avuto vita preca-
ria e sollevato proteste da più parti. Infatti i suoi organici erano
sempre stati troppo ampi per le ristrette risorse finanziarie (che
peraltro gravavano in rilevante misura sull’economia nazionale);
ne risultava quindi una continua vicenda di espedienti, compro-
messi, grettezze ed economie controproducenti. Ed era proprio a
questa situazione (pur dopo l’esperienza della guerra, che aveva
messo in luce più di una deficienza dell’organismo militare italia-
no!) che Diaz ed i suoi volevano tornare. Non solo: l’ampliamen-
to degli organici avrebbe contemplato inevitabilmente un au-
mento di spese, quindi era logico soltanto in una prospettiva di
forti armamenti e di politica estera di potenza, quale Nitti esclu-
deva; pertanto l’applicazione dell’ordinamento Albricci avrebbe
portato a maggiori espedienti e grettezze per il contenimento del-
le spese, oppure richiesto un bilancio assai superiore a quello di-
chiarato.
Questa contraddizione sarebbe emersa immediatamente. Ben
forti dovevano perciò essere le ragioni che mossero Diaz ed i suoi
consiglieri a delineare l’ordinamento Albricci, e ad una abbiamo
già accennato: l’urgenza di riportare l’esercito alle sue funzioni di
tutore dell’ordine pubblico. Un’altra e maggiore illustreremo ora:
la necessità di moltiplicare gli organici dell’esercito per lenire la
crisi della smobilitazione ed assicurare un avvenire agli ufficiali di
carriera esuberanti ai bisogni di pace.

Nell’estate 1914 l’esercito italiano contava 15.858 ufficiali in


SAP, così suddivisi: 178 generali, 2.200 ufficiali superiori, 5.300
84 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

capitani, 4.200 tenenti e 4.000 sottotenenti. All’armistizio, questi


totali erano grandemente aumentati: 556 generali, 6.400 ufficiali
superiori, 8.250 capitani, 6.000 tenenti e solo 800 sottotenenti,
per un complesso di 21.926 ufficiali in SAP12. Durante la guerra
erano infatti stati ammessi in SAP 13.454 ufficiali di nuova nomi-
na, provenienti in parte dai corsi accelerati delle scuole, ma so-
prattutto da promozioni sul campo di ufficiali di complemento e
sottufficiali. Avevano lasciato l’esercito, per insufficienza fisica o
per incapacità, circa 4.000 ufficiali (in massima degli alti gradi) ed
altri 3.400 erano caduti: possiamo quindi calcolare che il corpo di
ufficiali di carriera fosse composto all’armistizio per poco meno
di metà di ufficiali nominati prima della guerra, concentrati negli
alti gradi, e per poco più di metà di ufficiali nominati durante la
guerra, spesso senza i titoli di studio richiesti e sempre senza un
corso regolare, ma con una ricca esperienza bellica, che davano la
totalità dei subalterni e buona parte dei capitani13.
L’armistizio portava grandi problemi per la sistemazione dei
quadri dell’esercito. Gli ufficiali di complemento e di milizia ter-
ritoriale avrebbero ripreso il loro posto nella vita civile: sarebbe
stato necessario mantenerli aggiornati, selezionarli, studiarne l’im-
piego futuro, ma non si trattava di problema immediato. Gli uffi-
ciali di complemento trattenuti in servizio a loro richiesta, spesso
con il miraggio del passaggio in SAP, potevano essere congedati
quando cessassero di essere utili. Gli ufficiali entrati in SAP du-
rante la guerra dovevano seguire regolari corsi di studio: ma an-
che questo problema poteva essere risolto senza difficoltà né ur-
genza. Più complessa invece la situazione degli ufficiali che ave-
vano lasciato l’esercito: pensionati che reclamavano una rivaluta-
zione del loro trattamento economico od una nuova liquidazione
e promozioni per il servizio prestato in guerra come richiamati;
oppure ufficiali silurati più o meno giustamente che chiedevano
una riparazione morale e materiale costituendo intanto comitati
di agitazione; e così via. Ma anche questi problemi non erano in-
dilazionabili né insolubili, né essenziali per il funzionamento im-
mediato dell’esercito.
Il problema gravissimo ed urgente era invece lo sfollamento
degli alti gradi dell’esercito. L’aumento massiccio che si era veri-
ficato durante la guerra era dovuto alla rigida applicazione del
principio che al comandante di un reparto dovesse essere imme-
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 85

diatamente conferito il grado relativo. Altri eserciti avevano fatto


uso, su scala anche larghissima, di promozioni provvisorie, limi-
tate al periodo bellico (Inghilterra, USA), altri avevano ridotto le
promozioni non conferendo sempre ai comandanti il grado loro
spettante (Francia, Germania); in Italia invece i militari avevano
dichiarato queste soluzioni lesive del loro prestigio ed avevano
quindi ottenuto promozioni ripetute, senza incontrare opposizio-
ni nel potere politico. Ne era scaturita una sovrabbondanza for-
tissima negli alti gradi, ben oltre gli aumenti di organici: nel 1914
la fanteria aveva 148 colonnelli per 116 reggimenti, nel 1918 ne
aveva 680 per meno di 300 reggimenti14. Questa era la situazione
che si poneva a Nitti e Diaz: uno sfollamento era necessario, e tut-
ti lo riconoscevano, ma implicava difficili scelte. Riportando i qua-
dri alle condizioni del 1914, avrebbero dovuto lasciare l’esercito
400 generali, 4.200 ufficiali superiori e 3.000 capitani, cioè gran
parte degli ufficiali più sperimentati (da metà a tre quarti di quel-
li nominati prima della guerra, a seconda dei criteri di selezione);
l’esercito sarebbe così stato inquadrato soprattutto da ufficiali im-
provvisati durante il conflitto, di livello culturale e preparazione
tecnica ineguale15.
Si comprende quindi la prima reazione delle autorità militari:
trattenere in servizio il maggior numero possibile di alti ufficiali,
moltiplicando gli incarichi loro riservati; nei primi mesi del 1919,
ad esempio, furono assegnati ad ogni reggimento due o tre co-
lonnelli16. Si trattava però di espedienti provvisori, cui ostavano
ragioni economiche e le stesse esigenze del servizio; e perciò il mi-
nistero si andava realisticamente preparando alle riduzioni con al-
cuni schemi di decreto. Si noti però che le cifre da noi riportate
sulle eccedenze di ufficiali vennero tenute celate per tutti questi
anni, per permettere una maggior liberà di manovra al di fuori dal
controllo dell’opinione pubblica17. Le polemiche sulla stampa,
anche specializzata, vennero quindi condotte con una certa ap-
prossimazione, poiché si ignorava la portata dei provvedimenti al-
lo studio; furono invece contraddistinte da molta acredine e si
coagularono su tre punti: in un primo tempo la revisione dei gra-
di, in un secondo tempo il trattamento economico riservato agli
ufficiali che lasciassero l’esercito e la contrapposizione tra ele-
menti anziani e giovani.
Il principio di una severa e generale revisione dei gradi, che
86 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

colpisse gli arrivisti e premiasse i migliori, ebbe grande successo e


scarse conseguenze pratiche. La campagna, inizialmente lanciata
anche da un esponente delle alte gerarchie, Giardino18, si diresse
presto contro gli ufficiali di stato maggiore, accusati di aver lu-
crato in guerra promozioni ripetute e rapidissime senza rischio
personale: adibiti ai comandi, al sicuro quindi da siluramenti e
cannonate, costoro si sarebbero parimenti avvantaggiati dei suc-
cessi dell’esercito e degli insuccessi dei colleghi, conseguendo i
più alti gradi senza avere comandato reparti in combattimento19.
Queste accuse furono portate alle estreme conseguenze dalle po-
lemiche suscitate dall’inchiesta su Caporetto: fungendo da dia-
framma impenetrabile tra le trincee ed il Comando supremo, di-
mostrando in ogni occasione la più totale insensibilità per le esi-
genze delle truppe, imponendo una concezione burocratica e di-
sumana della guerra, gli ufficiali di stato maggiore avrebbero por-
tato l’esercito alla rovina, e incarnato le peggiori limitazioni del
vecchio esercito20. Questa campagna è sviluppata proprio da un
giornale militare, nazionalista e conservatore, «La Preparazione»,
che considera una revisione dei gradi come la condizione preli-
minare di qualsiasi riduzione di quadri21. Si tratta però di una ri-
chiesta teorica, perché una reale revisione di tutte le promozioni
di guerra avrebbe richiesto anni di esami e impedito ogni riasset-
to dell’esercito; e lo stesso periodico non avanza proposte con-
crete, tanto che lo scopo della sua campagna sembra piuttosto
quello di prevenire provvedimenti di sfollamento sfavorevoli agli
ufficiali più anziani, che avevano avuto meno promozioni di guer-
ra dei loro parigrado più giovani e particolarmente degli ufficiali
di stato maggiore. Ancora nell’autunno 1919 queste accuse ven-
gono riprese, con tono più moderato e notevole efficacia22; ma
non si parla più di revisione dei gradi, argomento seppellito come
tanti altri del primo inverno di pace.
La concessione di un trattamento di pensione particolarmen-
te favorevole agli ufficiali che lasciassero l’esercito era invece so-
stenuta da tutta la stampa democratica e liberale, che vi vedeva la
possibilità di larghi esodi volontari. Era comunemente accettato
che gli ufficiali avessero diritto ad un trattamento di favore, come
segno della gratitudine della patria e mantenimento del loro con-
tratto d’impiego: entrando nell’esercito, l’ufficiale aveva acquisi-
to il diritto ad una congrua pensione; lo stato non poteva infran-
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 87

gere unilateralmente questo contratto e doveva quindi corrispon-


dere agli ufficiali costretti a lasciare il servizio un trattamento ade-
guato anche quando non avessero raggiunto il minimo di anni
previsto per la pensione. Le uniche resistenze sarebbero venute
dal ministro del Tesoro, dai socialisti23 e dal col. Douhet. Que-
st’ultimo sosteneva infatti che gli ufficiali di carriera non avevano
diritto alcuno ad un trattamento di favore, poiché in guerra non
avevano compiuto che il loro stretto dovere; anzi, avevano soffer-
to sacrifici minori di qualsiasi altra categoria di cittadini, perché
in parte notevole assorbiti nei comandi e negli uffici. Né l’aver co-
mandato un reparto costituiva titolo al grado ed all’impiego rela-
tivo, come non lo era per gli ufficiali di complemento. D’altra par-
te l’esercito, sempre secondo Douhet, non doveva rinunciare ad
ufficiali esperti e provati: quindi tutti gli ufficiali dovevano essere
mantenuti in servizio, ma retrocessi di grado e di impiego, fino a
compensare le lacune dei gradi inferiori con le eccedenze dei gra-
di superiori24. Proposte che vanno inserite nella linea del giorna-
le vivacemente polemica verso la condotta della guerra e gli alti
comandi e che non ebbero seguito alcuno, pur non essendo prive
di una certa logica (dopotutto in Inghilterra e negli Stati Uniti fu
applicato un sistema analogo).
Sul terzo punto si ebbero i contrasti più vivi. Svanita la possi-
bilità di una revisione dei gradi, cioè di un giudizio di merito su
ogni singolo ufficiale, non essendo sufficienti gli esodi volontari,
era necessario definire un criterio di selezione per i collocamenti
a riposo d’autorità. La legge d’anteguerra prevedeva che i più gio-
vani di ogni grado lasciassero a turno il servizio attivo per un pe-
riodo di aspettativa (due-quattro anni); ma le eccedenze erano ta-
li che ne sarebbe derivato l’ingorgo delle carriere per i decenni se-
guenti. La maggioranza degli ufficiali ed i comandi responsabili si
orientarono, in conclusione, verso l’eliminazione definitiva di una
forte (ma imprecisata) percentuale di ufficiali di ogni grado; i pri-
mi progetti elaborati dal ministero colpivano infatti gli ufficiali
più anziani di ogni grado, con il collocamento a riposo d’autorità
di chi avesse compiuto almeno 25 anni di servizio ed un abbassa-
mento dei limiti di età, che avrebbe lasciato in servizio i colonnel-
li con non più di 46 anni ed i maggiori con non più di 31 anni25.
È difficile non vedere in questo progetto il desiderio di salva-
re a tutti i costi determinate categorie di ufficiali e particolarmen-
88 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

te quelli di stato maggiore, che grazie alle rapide carriere erano


sempre tra i più giovani di ogni grado26. Non appena trapelarono
le intenzioni del ministero gli ufficiali più anziani, di cui si faceva
portavoce «La Preparazione», elevarono alte proteste: si pensava
di allontanare dall’esercito proprio gli ufficiali più sperimentati,
indispensabili per la riorganizzazione di pace e cardini dello sfor-
zo bellico, per favorire invece ufficiali sprovvisti di esperienza e di
studi, oppure che mai avevano tenuto un comando al fronte27. Il
giornale contrapponeva la richiesta di parità tra le varie categorie
di ufficiali ed eventualmente l’allontanamento di chi non avesse
tenuto comando di truppe in trincea; ma soprattutto invocava che
le eliminazioni fossero ridotte al minimo, considerando l’abbon-
danza di quadri essenziali al rinnovamento dell’esercito.

Una larghissima disponibilità ed un larghissimo funzionamento di


quadri sono condizione fondamentale perché si abbia la nazione ar-
mata; volere questa senza i quadri è come volere la nazione riscattata
dall’analfabetismo senza i maestri di scuola28.

Fosse effetto delle reazioni o di un ripensamento degli organi


ministeriali, sta di fatto che questo primo progetto, troppo unila-
terale, non venne portato avanti da Albricci. L’esame del ministe-
riale «L’Esercito italiano» rivela la preoccupazione di non scon-
tentare alcuna categoria e l’orientamento verso una formula di
compromesso: esodi volontari favoriti da buone condizioni eco-
nomiche, mantenimento in servizio del maggior numero di uffi-
ciali, anche ricorrendo al loro impiego nel grado inferiore, ed eli-
minazioni d’autorità su piccola scala, basate più su giudizi e indi-
cazioni delle autorità gerarchiche che su criteri meccanici o vaste
revisioni29. Questa formula è appunto sviluppata nei provvedi-
menti con cui Albricci affrontava la questione, contemporanea-
mente alla presentazione del suo ordinamento provvisorio.
Il più importante ed evidente tra questi provvedimenti è l’am-
pliamento dei quadri, previsto in misura solo parzialmente giusti-
ficabile con la creazione delle nuove unità. L’incremento era di
3.000 ufficiali30 ma si risolveva specialmente a favore degli ufficiali
superiori, che passavano da 2.200 a 3.200, e dei capitani, da 5.300
a 6.200. Per i subalterni invece si aumentava lo squilibrio tra gli
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 89

ufficiali in servizio ed i posti previsti (saliti da 8.200 a 9.200), cui


si sarebbe fatto fronte con nuove ammissioni in SAP e, tempora-
neamente, con l’impiego dei capitani più giovani nel grado infe-
riore. Con la generalizzazione di quest’ultimo ripiego si mirava
inoltre a salvare un altro cospicuo gruppo di ufficiali: un regio de-
creto del 4 dicembre 191931 permetteva infatti di affidare tutti gli
impieghi non a contatto della truppa ed una certa proporzione (da
1/3 a 1/4) dei comandi di reparto ad ufficiali del grado superiore,
purché il numero totale di ufficiali restasse invariato. Cioè un te-
nente colonnello poteva prendere il posto di un maggiore in un
ufficio od al comando di un battaglione, il maggiore subentrare
ad un capitano e questi coprire uno dei posti di tenente vacanti.
L’applicazione di questo decreto favorì soprattutto i capitani,
2.000 dei quali furono impiegati al posto di subalterni mancanti,
mentre solo un numero limitato di maggiori subentrò loro32.
Possiamo calcolare che con questi due primi provvedimenti
l’esercito assorbisse circa 4.000 ufficiali (per 3/4 capitani, per 1/4
ufficiali superiori) in più rispetto al 1914, riducendo invece il nu-
mero dei subalterni. Ma in realtà il numero degli ufficiali mante-
nuti in servizio fu ancora più alto. Infatti gli organici previsti dal-
l’ordinamento Albricci non tenevano conto degli ufficiali delle
truppe coloniali, e di quelli addetti a servizi estranei all’esercito
oppure al ministero della Guerra; e specialmente queste due ulti-
me voci dovevano essere altissime, con un totale di alcune migliaia
di ufficiali, generalmente dei gradi più alti33. Certo, molti di que-
sti provvedimenti avevano valore temporaneo; il completamento
della smobilitazione avrebbe ridotto gli incarichi presso il mini-
stero o altre amministrazioni statali e nel giro di qualche anno an-
che l’impiego nel grado inferiore avrebbe dovuto essere elimina-
to. Solo l’aumento di organici era da considerare definitivo. L’ef-
fetto di questi provvedimenti era però di sdrammatizzare il pro-
blema dell’esodo degli ufficiali, riducendone notevolmente la
portata immediata e diluendolo in un arco più lungo. Nel frat-
tempo il mantenimento di forti quadri in SAP doveva dare mag-
gior affidamento politico (gli ufficiali più anziani essendo meno
portati ad avventure) e costituire una base per il futuro – una di-
versa situazione politica avrebbe potuto permettere un più ampio
impianto dell’esercito34.
Poiché malgrado tutto un numero cospicuo di ufficiali doveva
90 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

lasciare l’esercito a breve scadenza (la stampa del tempo parla di


200 generali e 1.600 ufficiali superiori)35, furono studiate nuove e
favorevoli concessioni economiche per costoro. La posizione au-
siliaria speciale (PAS), istituita il 7 novembre 191936, era riserva-
ta agli ufficiali pienamente idonei fisicamente e professionalmen-
te, che avessero almeno una diecina d’anni di anzianità di servi-
zio37. Costoro avrebbero potuto lasciare volontariamente il servi-
zio con un assegno provvisorio pari all’incirca ai 4/5 dell’ultimo
stipendio, calcolato in modo da favorire chi avesse servito in zona
di guerra38. L’assegno provvisorio sarebbe stato corrisposto fino
al collocamento in pensione dell’ufficiale, 4 anni dopo il raggiun-
gimento dei limiti d’età del grado (cioè a 54 anni per un capitano,
a 62 per un colonnello); era fisso, non agganciato quindi agli sti-
pendi degli ufficiali in servizio, né influenzato dalle promozioni
che l’ufficiale avrebbe conseguito per anzianità. Per la liquidazio-
ne della pensione definitiva, infine, gli anni trascorsi in PAS sa-
rebbero stati calcolati come trascorsi in SAP e si sarebbe tenuto
conto delle promozioni maturate.
Si apriva così agli ufficiali che lasciassero l’esercito un tratta-
mento economico molto favorevole (tale fu giudicato da tutta la
stampa)39 non molto lontano da quello degli ufficiali in servizio, ed
una posizione morale: la PAS era infatti aperta solo ai meritevoli e
lasciava qualche possibilità di un ritorno al servizio attivo. Si spe-
rava naturalmente che le richieste di collocamento in PAS fossero
sufficienti a riportare i quadri alla normalità; in caso contrario, il
collocamento sarebbe stato disposto d’autorità, a cominciare dai
più anziani d’età di ogni grado. Questo criterio venne subito mo-
dificato: sarebbero stati collocati in PAS d’autorità gli ufficiali che,
diceva il decreto, «meno affidino di poter percorrere in modo di-
stinto l’ulteriore carriera»40, secondo il giudizio di particolari com-
missioni; solo in un secondo tempo si sarebbe fatto ricorso all’eli-
minazione dei più anziani. La definizione era sibillina: come giudi-
care se un colonnello, che per aspirare alla PAS doveva essere otti-
mo, sarebbe stato capace di arrivare al culmine della gerarchia? Si
capiscono quindi le proteste di alcuni giornali, e particolarmente
della «Preparazione», che denunciava la manovra come opera de-
gli ufficiali di stato maggiore; ed effettivamente l’insieme dei prov-
vedimenti era congegnato in modo da favorire costoro41.
Tuttavia la stampa politica e l’insieme degli ufficiali, ci sembra,
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 91

accolsero favorevolmente questi provvedimenti, senza preoccu-


parsi del salvataggio di poche diecine di ufficiali di stato maggio-
re42. Malgrado qualche protesta isolata, le eliminazioni si compi-
rono regolarmente: con un ultimo compromesso non ci furono
provvedimenti d’autorità, almeno formalmente, poiché le apposi-
te commissioni si limitarono ad invitare gli ufficiali apparsi meno
brillanti a chiedere volontariamente il collocamento in PAS. Nel
dicembre 1919 e poi nel febbraio 1920 due regi decreti disposero
l’allontanamento dall’esercito di 250 generali, 1.250 ufficiali su-
periori e 100 capitani43: non erano però ancora tradotti in atto,
che nuovi fattori intervennero a riaprire la questione.

Quindi i provvedimenti di Albricci si dimostrarono adeguati a


risolvere una situazione complessa. Ci domandiamo però, ritor-
nando ad un discorso più generale, se il prezzo non fosse troppo
alto, se cioè la riorganizzazione dell’esercito non fosse troppo con-
dizionata dalla necessità di sistemare in qualche modo il maggior
numero possibile di ufficiali. Togliendo dai dati al 30 dicembre
1918 i collocamenti in PAS previsti nell’inverno 1919-20, si han-
no 250 generali, 5.100 ufficiali superiori e 8.100 capitani mante-
nuti in servizio (solo in parte assorbiti dalla R. Guardia o altre at-
tività estranee all’esercito). Anche quando la smobilitazione fosse
stata effettuata, tutte le eccedenze eliminate e gli impieghi nel gra-
do inferiore riassorbiti, cioè quando l’ordinamento Albricci fosse
realmente applicato (a distanza di non pochi anni), l’esercito
avrebbe pur sempre contato per ogni mille soldati di pace un ge-
nerale, 15 ufficiali superiori, 30 capitani e 45 subalterni in SAP.
Una sovrabbondanza di quadri genericamente giustificata con le
maggiori esigenze della guerra moderna: ma quante altre esigen-
ze della guerra moderna erano invece dimenticate o lasciate nel
vago!
Si perpetuava così il tradizionale equivoco della politica di po-
tenza italiana: la ricerca di maggior peso internazionale (nonché
le aspirazioni di carriera) portava ad un aumento di unità e qua-
dri permanenti, senza che le finanze statali permettessero un cor-
rispondente incremento di uomini, materiali e spese di addestra-
mento, né le considerazioni di politica interna consentissero un
ordinamento militare più funzionale. L’aumento di comandi e co-
mandanti senza truppe, invece di tradursi in un aumento di po-
92 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

tenza, veniva a sottrarre fondi alla preparazione bellica vera e pro-


pria, e la politica estera era incoraggiata ad un ruolo per il quale
l’esercito non poteva fornire un adeguato supporto44.
Naturale coronamento di quest’opera di riordinamento era in-
tanto la creazione di nuovi incarichi onorifici per i più alti espo-
nenti dell’esercito. Uno dei primi provvedimenti di Albricci era
stata l’istituzione di un ispettorato generale dell’arma di fanteria,
sinecura altisonante che aveva lo scopo di allontanare l’ambizioso
duca d’Aosta dal comando della 3a armata e dal confine jugosla-
vo; infatti i compiti del nuovo ispettorato erano generici, tanto che
non sembra che il duca abbia avuto parte alcuna nella riorganiz-
zazione dell’esercito, malgrado la sua carica lo rendesse secondo
solo al capo di stato maggiore. A novembre poi Diaz ricevé il nuo-
vo incarico di ispettore generale dell’esercito, creato apposita-
mente per lui, che gli confermava una posizione di preminenza
senza più le fatiche e le responsabilità del comando effettivo. L’i-
spettore generale entrava nella Commissione suprema per la dife-
sa dello stato (assumendo quasi rango di ministro) e nel Consiglio
dell’esercito e presiedeva la Commissione centrale di avanzamen-
to ed il Consiglio degli ispettori generali, di nuova istituzione.
Diaz avrebbe avuto, in pratica, la possibilità di dirigere la prepa-
razione militare italiana, come pure quella di limitarsi a compiti
rappresentativi, a seconda dell’impegno che avrebbe messo nelle
sue nuove funzioni; era però chiaro che il moltiplicarsi di nuovi
posti e consigli costituiva una diminuzione dell’autorità del mini-
stro ed una affermazione della autonomia «tecnica» delle gerar-
chie militari45.
Nuovo capo di stato maggiore dell’esercito (cioè comandante
responsabile) era Badoglio, che coglieva il frutto di due anni di
duro lavoro a fianco di Diaz assicurandosi il controllo dell’eserci-
to nel momento delicatissimo della nuova sistemazione e degli
esoneri di ufficiali. Poiché non ci risulta alcuna incrinatura dei
rapporti tra Nitti, Diaz e Badoglio, attribuiamo questa sostituzio-
ne unicamente al desiderio di Diaz di sottrarsi ad un compito gra-
voso e sempre più compromettente, ponendosi al di sopra dei par-
titi e degli uomini. La nomina di Badoglio fu accolta con favore;
solo l’«Idea nazionale» avanzava le sue riserve sull’opportunità di
chiamare a tanto incarico un generale ancora fatto segno a dure
ed autorevoli accuse per il suo comportamento a Caporetto e
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 93

chiedeva un chiarimento della questione, che invece ancora oggi,


a mezzo secolo dagli avvenimenti, attendiamo46.
Contemporaneamente Badoglio, Pecori Giraldi, Caviglia e
Giardino, già esclusi da qualsiasi riduzione di quadri, erano pro-
mossi generali d’esercito, il più alto grado esistente, che già ave-
vano avuto Caneva, Diaz ed il duca d’Aosta.

2. Il ministro borghese e l’ordinamento provvisorio Bonomi

I vari provvedimenti relativi all’ordinamento provvisorio Al-


bricci, alla sistemazione degli ufficiali ed alle nuove nomine furo-
no presi per decreto, entrando quindi immediatamente in vigore,
nei giorni che seguivano le elezioni politiche47, con il dichiarato
intento di non suscitare discussioni; ed infatti la grande stampa
manifestò in merito un’estrema passività, limitandosi ad informa-
re il pubblico con i comunicati ministeriali, senza prendere posi-
zione né andare oltre un consenso di circostanza. Passività che ap-
pare dovuta sia al momento politico dominato dall’attesa, sia al-
l’impreparazione anche organizzativa dei maggiori quotidiani (so-
lo nel 1920 si avranno collaboratori militari stabili presso ogni re-
dazione), sia alla contraddittorietà delle dichiarazioni ministeria-
li, che presentavano come una novità il ritorno alle soluzioni pre-
belliche e parlavano di avviamento alla nazione armata senza al-
tro fondamento che la promessa riduzione della ferma48. Tipico il
commento del «Corriere della sera» che accettava senza sospetti
la presentazione governativa:

L’iniziativa presa dal governo italiano appare tanto più notevole in


quanto dimostra come nel nostro paese vi sia un orientamento ben de-
finito, che permette di forgiare leggi adatte alle nuove condizioni so-
ciali e dà agli uomini di governo un’audace e chiara visione del volere
nazionale. Invece di lasciarsi rimorchiare, l’Italia ha preceduto e forse
rimorchierà altre nazioni per la sua via. Certamente essa si emanciperà
completamente dalle ingerenze e tutele esterne, se così continuerà ad
agire con la propria intelligenza e volontà e conformemente alle pro-
prie esigenze morali e politiche che differiscono da quelle degli altri
paesi. Le nuove leggi non rappresentano il raggiungimento della me-
ta, ma solo una tappa dell’evoluzione necessaria, ed è gran merito ita-
94 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

liano l’aver dato esempio di questa evoluzione. Ma poiché per costi-


tuire un buon esercito non bastano gli organici ed i regolamenti, ma
occorrono la volontà e la disciplina della nazione, sarà indispensabile
che questa corrisponda agli sforzi del governo concorrendo alla rifor-
ma della nostra forza armata con l’impulso di un’alta idealità patriot-
tica e di un austero senso del dovere49.

Giudizio singolarmente anodino e passivo, in cui spicca solo


l’invito finale all’unione patriottica! Solo l’«Avanti!» prende po-
sizione nettamente contro il nuovo assetto dell’esercito, pur con-
cedendo all’argomento assai scarso rilievo; si veda il primo reciso
commento: «Ora tutto ciò è semplicemente fantastico; è irrealiz-
zabile e, certamente, non si realizzerà. Per ora non diciamo al-
tro»50. Segue poi una presa di posizione più ampia, in cui si di-
mostra come il nuovo ordinamento non abbia nulla in comune
con la nazione armata51. Non molto diverso il giudizio negativo
della «Preparazione»: il nuovo ordinamento «è stato concepito in
astratto, indipendentemente da qualunque più elementare consi-
derazione della realtà dei tempi che corrono e delle necessità che
incalzano»52. Non è infatti preparazione ai tempi nuovi, ma «una
malaccorta appendice al vecchio ordinamento dei vecchi tempi»,
che rivela una totale chiusura alle nuove esigenze ed ha un solo
scopo chiaro: creare nuovi posti per gli ufficiali. In conclusione,
«un passo inutile e dannoso»53.
Tuttavia la presa di posizione che doveva avere più effetto è
quella di Giolitti (anche se la stampa non le concesse grande ri-
lievo). Nella prima dichiarazione di voto della nuova Camera, lo
statista piemontese dichiarava di appoggiare il governo perché il
paese aveva bisogno di stabilità, ma avanzava varie riserve sulla
politica estera e continuava:

Alla politica estera è indissolubilmente congiunta la politica mili-


tare. Noi discuteremo il disegno di legge col quale dovrà convalidarsi
il decreto che stabilisce un nuovo ordinamento dell’esercito; ma io sen-
to per lealtà di dover dichiarare fin d’ora che la spesa enorme che quel
disegno di legge richiederebbe non è, secondo me, compatibile con le
esigenze del bilancio e non è in relazione con la sola politica estera che
noi dobbiamo fare: politica di pace, di accordi cordiali con tutti i po-
poli, specialmente coi popoli a noi vicini e, diciamolo, col popolo ju-
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 95

goslavo; politica che deve essere libera da qualunque impegno che


possa, anche nella più estrema ipotesi, condurre a nuove guerre54.

Si noti che Giolitti non discuteva l’ordinamento in sé, ma le sue


implicazioni di politica estera e finanziaria. Più ampia era invece
l’impostazione del gen. Di Robilant, che era stato messo in di-
sparte come responsabile del successo della spedizione di D’An-
nunzio55; non sono le sommosse di arditi o le ipotetiche congiure
che rappresentano un pericolo, ribatteva il generale, che denun-
ciava il 28 dicembre in Senato le ingerenze dei militari nella poli-
tica nazionale e la debolezza dimostrata da Nitti.

Il militarismo pericoloso sta nell’ingerenza incostituzionale nelle


decisioni del governo di persone irresponsabili che l’opinione pubbli-
ca circonda di grande prestigio, perché rimangono gli esponenti della
vittoria: la Germania insegni. Se non fosse così, come avrebbe [il go-
verno] accettato i decreti regi, coi quali si creano nuove ed inutili ca-
riche lautamente pagate, come l’ispettore dell’esercito, delle quali nes-
sun paese ha sentito il bisogno? Non comprende ella, on. Nitti, che lo
stato maggiore da una parte e il Consiglio degli ispettori dall’altra ren-
dono illusoria la libertà d’azione del ministro responsabile, special-
mente se borghese e ignaro del tecnicismo militare, lasciando l’eserci-
to in mano di autorità irresponsabili, le quali, come sempre avviene
nelle caste chiuse, saranno, per la natura stessa delle cose, propense a
favorirne gli interessi, senza tenere conto adeguato degli interessi del
paese? La diminuzione delle funzioni del ministro della Guerra [...],
scelto fra i segretari dei capi di stato maggiore e fra le persone desi-
gnate da questo, ha pesato grandemente sull’andamento della guerra;
pesa ora sull’assetto di pace e sopprime nel governo il solo organo tec-
nico responsabile di controllo sulle alte autorità militari, che non lo so-
no. Ciò spiega il nuovo decreto dell’esercito, che importa una spesa
considerevolissima (mentre ella predica economia, on. Nitti, e con ra-
gione) ed è lontanissimo da ogni concetto di nazione armata, per quan-
to è preconizzato nel discorso della Corona, mentre fornisce arma non
disprezzabile a chi vuole distruggere le nostre istituzioni, perché non
le ritiene capaci di rinnovarsi da sé56.

Queste critiche, come quelle di Giolitti, toccavano solo alcuni


aspetti del nuovo assetto dell’esercito, ma proprio quelli su cui
Nitti era più sensibile. Un esercito che contribuisse alla distensio-
96 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

ne internazionale ed al risanamento del bilancio, era proprio il suo


programma; non potendo ora minimizzare la spesa prevedibile né
l’ampliamento degli organici, Nitti non poteva nemmeno negare
che i militari avessero avuto carta bianca nella realizzazione del-
l’ordinamento provvisorio. Quindi le critiche di Giolitti e di Di
Robilant potevano essere respinte solo con uno spostamento sul-
le posizioni della destra nazionalista, che Nitti non intendeva
compiere – e che gli sarebbe costato l’appoggio dei giolittiani. La
sconfessione dei decreti Albricci, già entrati in vigore ma pur sem-
pre in attesa di una convalida parlamentare, era così inevitabile.
Venivano alla luce gli equivoci della collaborazione Nitti-Diaz e si
apriva un nuovo tipo di collaborazione, all’insegna del ministro
borghese, ugualmente insoddisfacente.

La decisione di Nitti fu improvvisa. Il 3 gennaio 1920, mentre


lasciava Roma per riprendere a Londra le trattative sulla questio-
ne di Fiume, egli indirizzava ad Albricci una lettera, in cui gli chie-
deva di sospendere l’applicazione dei decreti già approvati e di
studiarne anzi la modificazione. Nitti iniziava con un nero quadro
della situazione:

Da varie parti mi perviene notizia che i decreti legge [...] non han-
no riscosso nei due rami del parlamento favore di adesione e di con-
sensi. Le critiche vengono ad acuirsi sempre di più e l’opinione pub-
blica [...] non sembra che accolga in tutto benevolmente i recenti prov-
vedimenti. È caratteristico il fatto che le correnti di opposizione sono
così forti alla Camera come al Senato, sebbene per motivi diversi. La
stampa si è dimostrata in prevalenza ostile57.

Pertanto il presidente del Consiglio, pur volendo «mantenere


fermi nella parte sostanziale i provvedimenti», riteneva che non si
dovesse agire «in guisa da destare avversioni», soprattutto per non
discreditare l’esercito; e che quindi i decreti andassero tradotti in
pratica solo in quello che poteva giovare ad una rapida smobilita-
zione, lasciando per il resto arbitro il parlamento e non pregiudi-
cando la situazione. «L’E.V. avrà così modo e tempo di apportare
nei progetti di legge per la conversione tutte le modifiche che un
più attento e diligente esame dei provvedimenti saranno per con-
sigliare»58. Quindi Nitti passava ad esporre i dubbi sorti su sin-
gole questioni: anzitutto la costituzionalità della creazione del
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 97

Consiglio degli ispettori e dell’ispettore generale dell’esercito, che


avrebbe diminuito l’autorità del ministro (e qui Nitti si rifaceva
chiaramente al discorso di Di Robilant). Poi, la sovrabbondanza
di generali d’esercito e di comandi d’armata, che avrebbe appe-
santito l’azione di comando e moltiplicato uffici ed ufficiali inuti-
li (e qui Nitti faceva una certa confusione, travisando il pensiero
di Di Robilant)59. Quindi veniva esplicitamente chiesta la ridu-
zione del numero di generali mantenuti in servizio e del tratta-
mento economico concesso agli ufficiali in PAS, allegando le tri-
sti condizioni della finanza statale. Ed infine Nitti respingeva con
energia la richiesta di ulteriori aumenti di stipendio per i più alti
ufficiali, osservando che costoro godevano già di non poche in-
dennità ed assegni, di cui si poteva anzi studiare la revisione60.
Queste critiche sono interessanti: Nitti non metteva in discussio-
ne l’impostazione dell’esercito e faceva sue le critiche di Giolitti e
di Di Robilant solo nella parte concernente la spesa prevista. Non
un cenno sull’influenza delle dimensioni dell’esercito sulla politi-
ca estera, ma solo una decisa, insistente richiesta di economie.
Continuava quindi il disinteresse di Nitti per i problemi più gra-
vi; anzi il suo nuovo orientamento era così strettamente legato al-
le proteste della Camera e del Senato, che la sua iniziativa non fu
in alcun modo preparata. Il 4 gennaio il Consiglio dei ministri, riu-
nito sotto la presidenza di Mortara, approvava addirittura gli au-
menti agli alti ufficiali, contro cui Nitti si pronunciava così ener-
gicamente – aumenti che vennero naturalmente sospesi e poi la-
sciati cadere61.
La risposta di Albricci fu cortese, ma ferma. Il generale espri-
meva il suo stupore per l’inattesa decisione, ricordava a Nitti la
sua partecipazione alla definizione dei provvedimenti in questio-
ne e respingeva le affrettate critiche; pur confermando al presi-
dente la sua solidarietà politica ed impegnandosi a seguire le
nuove istruzioni, Albricci aggiungeva di sentirsi impegnato a so-
stenere i provvedimenti già presi; si riservava pertanto di ripren-
dere la sua libertà d’azione al ritorno di Nitti62. La sostanza del-
l’episodio fu lasciata trapelare attraverso l’ufficioso «Messagge-
ro»; l’«Avanti!» e «La Giustizia» accolsero la notizia delle di-
missioni di Albricci come la sconfessione di tutta la politica mi-
litare borghese, «Il Dovere» e «La Preparazione» come la fine
del potere della cricca facente capo a Diaz e Badoglio63. Gli al-
98 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

tri giornali appaiono interessati prevalentemente ai riflessi delle


minacciate dimissioni sulla compagine ministeriale; solo «L’Idea
nazionale» respinge ogni idea di riduzioni di organici o pensio-
ni64. Comunque la questione fu per il momento lasciata cadere e
nelle settimane seguenti la stampa tornò a disinteressarsi delle
sorti dell’esercito65.
Le dimissioni di Albricci furono accettate in occasione della
crisi del primo ministero Nitti. Il 14 marzo era nominato ministro
della Guerra l’on. Bonomi, secondo borghese assurto a tale inca-
rico dopo la non felice prova del sen. Casana nel 1906-190866. I
militari avevano sempre respinto la possibilità di un ministro bor-
ghese, ma lo sviluppo assunto dall’amministrazione della Guerra
durante il conflitto aveva aumentato le richieste in questo senso,
nella speranza che un uomo politico potesse raggiungere maggior
funzionalità ed economia. In questo senso si era espresso Nitti già
nel 1919; e nel marzo 1920, presentando il suo secondo ministe-
ro, egli precisava:

È parsa necessità affidare ad un ministro non militare la direzione


del ministero della guerra. Come ormai in tutti i paesi a regime demo-
cratico e parlamentare, una delle maggiori amministrazioni dello sta-
to, che ha così grande azione sulla vita economica, finanziaria, e spiri-
tuale del paese, non può essere sottratta all’azione diretta dei parla-
mentari, i quali, con l’ausilio dei tecnici (come avviene in tutti i mini-
steri in cui il tecnicismo prevale), possono collegare, in intimità per-
fetta, esercito e paese, nella stessa guisa con la quale l’uno si è confu-
so nell’altro sul campo della lotta e della vittoria67.

La questione più importante non era però la veste militare o


borghese del ministro (e che si trattasse ormai di un problema se-
condario testimonia la scarsa opposizione suscitata dalla nomina
di Bonomi), ma la scelta di una politica militare: la designazione
di un ministro borghese poteva sia avere un significato polemico
verso le alte gerarchie dell’esercito, sia confermare una divisione
di sfere d’influenza tra politici e militari, tra amministrazione e
preparazione militare. La nomina di Bonomi assume piuttosto
questo secondo significato, ci sembra: infatti Nitti gli chiede solo
energiche economie, con riduzioni di unità, di ufficiali, di cariche,
di pensioni; ma la determinazione del nuovo ordinamento prov-
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 99

visorio ed in genere del nuovo assetto dell’esercito venne lasciata


come prima ai militari. Il ministeriale «L’Esercito italiano» svi-
luppa appunto questi concetti: l’organizzazione militare ha as-
sunto una tale ampiezza da portare ad una separazione tra le re-
sponsabilità tecniche e politiche:

Viene così a dividersi nettamente la parte tecnica spettante ai tec-


nici militari, da quella preparazione generale fisica e disciplinare delle
masse, che potrà assumere essenzialmente forma politica [...]. Ci sem-
bra delinearsi perfettamente quali dovranno essere i rapporti fra mi-
nistro borghese e parte tecnica militare, rapporti che dovranno essere
certo di collaborazione, ma non di sudditanza, e tali da permettere un
razionale sviluppo politico e tecnico. Mentre la parte politica, e per
conseguenza anche di amministrazione dovrà necessariamente subire
tutte le oscillazioni politiche e parlamentari, la parte tecnica, racchiu-
sa nei limiti segnati dalle questioni economiche e dalla situazione ester-
na politica, dovrà non risentire tali oscillazioni, nel compito dell’orga-
nizzazione militare68.

Ritorneremo più ampiamente sul problema. Per ora ci basti


osservare che questa divisione di compiti fu rispettata nell’elabo-
razione del nuovo ordinamento provvisorio, varato il 20 aprile
1920 e conosciuto come ordinamento Bonomi, ma già definito
nelle sue linee essenziali all’indomani della nomina del ministro
borghese69.
Poiché i militari avevano ancora avuto carta bianca nell’utiliz-
zazione dei fondi concessi, questo nuovo ordinamento era la ri-
produzione perfetta quasi in ogni particolare, ma in dimensioni ri-
dotte, dell’ordinamento Albricci. Facendosi portavoce delle esi-
genze dei capi militari, così scriveva Bonomi:

L’ordinamento [...] vuole soprattutto significare un ritorno dell’e-


sercito ad ordinamenti ed a proporzioni prossimi a quelli del periodo
anteriore alla guerra. Un concetto logico ci è stato di guida: l’esercito
è uscito da quegli ordinamenti per muovere alla vittoria, è giusto che
oggi, conseguita la vittoria, vi ritorni, senza profonde innovazioni che
né abbiamo avuto tempo di predisporre, né abbiamo diritto di antici-
pare sul voto del parlamento70.

Giustificazione di un candore disarmante, che innalzava la


100 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

conservazione del passato a sistema di governo e cancellava con


un solo tratto tutte le imperfezioni e le inadeguatezze dell’eserci-
to d’anteguerra e tutta l’esperienza di una guerra così dissimile
dalle previsioni! I tagli apportati all’ordinamento Albricci erano
però pesanti: 10 corpi d’armata invece di 15, 108 reggimenti di
fanteria e bersaglieri su due battaglioni anziché 120 su tre batta-
glioni e riduzione analoga delle altre armi e servizi. Soppressi tut-
ti gli ispettorati, la forza bilanciata ridotta da 210 a 175 mila uo-
mini, il bilancio presunto da 1.500 a 1.200 milioni annui; gli or-
ganici degli ufficiali scendevano da 18.800 a 15.002, sotto al li-
vello del 1914, con 34 generali, 600 ufficiali superiori, 1.250 ca-
pitani e 2.000 subalterni in meno rispetto al novembre 1919. An-
che il trattamento di PAS era diminuito, mentre il numero di uf-
ficiali che dovevano lasciare l’esercito saliva a 3.700 ufficiali ge-
nerali e superiori e 2.200 capitani71. È però anche vero che una
parte di queste riduzioni non avrebbero avuto applicazione: co-
sì la pensione provvisoria per gli ufficiali in PAS fu subito ripor-
tata al livello primitivo, mentre rimase in servizio un numero di
ufficiali nettamente superiore a quello previsto dai decreti72. La
riduzione dei reggimenti da tre a due battaglioni non ledeva poi
in alcun modo gli interessi degli ufficiali, come vedremo meglio
in seguito.
In complesso, una riduzione spettacolare, i cui effetti furono
parziali; e nessun mutamento di indirizzo dopo la nomina del mi-
nistro borghese. Anzi, Bonomi si assunse l’onere di una demago-
gica campagna di reclamizzazione dei nuovi provvedimenti, forte
del suo prestigio di interventista di sinistra73. Il suo argomento
principe fu la ferma di 8 mesi, che un decreto parallelo aveva tra-
dotto in realtà, perché, come precisava il ministro, «si è già trop-
po radicata la promessa di ferme brevi per essere oggi possibile e
conveniente ritardarne ancora l’applicazione»74. Il provvedimen-
to divenne l’alibi democratico del nuovo ordinamento: nella stes-
sa relazione al re, in cui presentava la sua opera come un ritorno
all’anteguerra, Bonomi ne parlava anche come di «un sicuro av-
viamento nel campo organico all’ideale della nazione armata», e
di «un notevole sforzo di innovazione e un chiaro indirizzo per
l’opera futura»75. Malgrado le assicurazioni del ministro («la nuo-
va legge, che è in perfetta armonia con l’ordinamento dell’eserci-
to...»)76, la ferma breve non poteva essere applicata nel quadro di
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 101

un esercito creato per una ferma di 2-3 anni; questo non imba-
razzava Bonomi, il quale aggiungeva che «naturalmente le esigen-
ze tecniche del trapasso dall’antico sistema al nuovo renderanno
necessario un lieve prolungamento di queste ferme nel tempo im-
mediatamente prossimo»77, tanto che la ferma di 8 mesi non eb-
be mai principio di applicazione.
In altri termini, Bonomi accettava un ordinamento di vecchio
tipo, contentandosi dell’apparenza di una riforma democratica.
Come ebbe a dichiarare in Senato qualche mese più tardi: «dopo
una guerra vittoriosa, la quale ha distrutto il nostro avversario ere-
ditario, non è possibile persuadere il paese che occorra aumenta-
re il nostro organismo prebellico, ma anzi è necessario dargli la
sensazione che l’organismo si restringe compatibilmente con i do-
veri della difesa nazionale»78. E più chiaramente ancora:

Noi dobbiamo dare la sensazione che vogliamo andare verso l’av-


venire plasmando questi nostri istituti militari in modo consono alle
attuali esigenze della vita sociale e politica del paese. Non dobbiamo
compromettere l’avvenire, ma dobbiamo dare la sensazione che non si
ritorna semplicemente al passato79.

Si comprenderà quindi come Bonomi fosse bene accetto ai


militari, di cui condivideva le scelte di fondo e che copriva con
la sua abilità propagandistica ed il suo passato semi-rivoluziona-
rio; mentre Badoglio si dimostrava parimenti utile al governo,
coprendo con il suo avallo tecnico il nuovo assetto più economi-
co dell’esercito. Si è voluto rimproverare a Badoglio di avere ac-
cettato la riduzione dei fondi e degli organici: ma la situazione
politica non permetteva alternative ed il suo controllo dell’eser-
cito non veniva intaccato; gli si apriva così la possibilità di infi-
niti ripieghi per mantenere in servizio un numero di ufficiali
maggiore di quello previsto e attendere tempi migliori. Né Bo-
nomi era uomo da stringere i tempi: il suo decreto sull’ordina-
mento conteneva l’esplicita promessa di un ordinamento defini-
tivo entro l’anno, ma solo a fine luglio venne nominata una Com-
missione parlamentare consultiva per lo studio dell’ordinamento
definitivo, che avrebbe costituito uno splendido alibi per l’im-
mobilismo. Badoglio non era quindi il distruttore dell’esercito
102 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

permanente, il nefasto portafiaccola della democrazia, come vuo-


le la pubblicistica neofascista, ma l’uomo freddo che badando al-
la sostanza mirava a salvare quanto più possibile dell’ordina-
mento tradizionale, degli ufficiali di carriera, dell’organizzazione
messa in piedi dalla guerra; tanto che Giardino, pur diviso da Ba-
doglio da un’acre rivalità personale, chiedeva in Senato la garan-
zia che il controllo dell’esercito non venisse sottratto ai militari,
che lo avevano guidato alla vittoria – anche se così rinforzava la
posizione del rivale80.
Il nuovo ordinamento provvisorio fu accolto passivamente da
un’opinione pubblica disorientata dall’avallo delle gerarchie mili-
tari e dell’interventismo di sinistra; poiché tuttavia rimase in vi-
gore tre anni, non mancò il tempo per una critica più ampia. An-
che noi ne riprenderemo l’esame, cercando anche di stabilire fino
a che punto fosse realmente applicato; per il momento invece ci
arrestiamo, perché con i decreti Bonomi termina l’opera di rior-
ganizzazione del governo Nitti.

3. Il completamento della smobilitazione

Ritorniamo ora allo studio della smobilitazione dell’esercito,


che fu pressoché portata a termine durante i premi mesi del
192081. In questa terza fase (dopo il periodo orlandiano ed i
grandi congedamenti dei primi mesi di governo di Albricci) i
problemi mutano: la forza alle armi, pur cospicua, non basta più
a soddisfare le molteplici esigenze all’interno ed all’esterno. Ed
invece il bisogno di contenere le spese e le legittime aspirazioni
al congedo delle classi che avevano fatto la guerra portavano a
successive diminuzioni della forza dell’esercito: di qui un’affan-
nosa ricerca di riduzioni di presidi all’estero e di impegni all’in-
terno.
Verso la fine del dicembre 1919 erano ancora alle armi tre clas-
si anziane (1897-98-99), assottigliate da congedamenti parziali;
era poi stato iniziato il richiamo per quadrimestri della classe
1900, che era stata addestrata nel 1918, ma non portata al fuoco,
e provvisoriamente rinviata a casa nel febbraio 1919. La forza al-
le armi si aggirava sul mezzo milione82 di uomini, quasi metà dei
quali erano impegnati all’estero o alla frontiera jugoslava:
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 103

8a armata di Caviglia alla frontiera jugoslava


(6 divisioni) 130.000 uomini
Dalmazia (una divisione assottigliata) 11.000
Albania (un corpo d’armata su due divisioni) 33.000
Brigata granatieri sull’alto Inn 3-4.000
Reparti in Fiume con D’Annunzio 9-10.000
Corpo di spedizione nel Mediterraneo orientale
(compreso Costantinopoli) 9.000
Truppe metropolitane in colonia (Libia) 12.500
Corpo di occupazione delle zone della Germania
orientale sottoposte a plebiscito 5.200
Rinforzi alle guarnigioni delle nuove province 10.000
circa 223.70083

Rimanevano quindi disponibili all’interno del paese circa


270.000 uomini, il totale che il Comitato di guerra aveva dichia-
rato costituire il minimo indispensabile per fronteggiare la situa-
zione84.
Questa cifra va però accettata con molte riserve. Infatti i dati
sulle truppe all’estero ed alla frontiera ritornano a distanza di me-
si ed in documenti di diversa provenienza con leggere oscillazio-
ni e sono quindi attendibili. Quelli sulle truppe all’interno sono
invece ottenuti calcolando prima la forza alle armi (somma della
forza presunta delle singole classi), poi sottraendo il totale delle
truppe all’estero o alla frontiera (come già osservammo per i dati
al 1° luglio). I 270.000 uomini sul territorio nazionale compren-
dono quindi anche militari in licenza o in luoghi di cura, passati
ai carabinieri od alla R. Guardia, oppure adibiti a compiti transi-
tori, ma gravosi ed in parte non di interesse militare85. I reparti a
disposizione delle autorità militari erano poi assorbiti dai servizi
tradizionali (che nel 1921-22 richiederanno oltre 100.000 uomi-
ni), disorganizzati dalle operazioni di smobilitazione e riordina-
mento, logorati dall’impiego su larga scala per il mantenimento
dell’ordine pubblico. Non dovevano quindi avere vera consisten-
za bellica, ma si rivelavano sempre inferiori alle necessità, in un
quadro di notevole confusione.
La situazione degli ufficiali era analoga, anzi più grave. Nel di-
cembre 1919 erano ancora in servizio 36.000 ufficiali di comple-
mento86 e più di 20.000 ufficiali in SAP87, quasi un terzo degli uf-
104 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

ficiali esistenti un anno prima: un ufficiale ogni nove soldati! Per


lo sfollamento degli ufficiali di carriera era necessario attendere
gli effetti dei decreti Albricci; ma per quelli di complemento? La
stampa osservava che le città rigurgitavano di divise, ma il com-
petente ufficio del ministero ribatteva: «L’esuberanza complessi-
va degli ufficiali è più apparente che reale, anzi è soltanto appa-
rente; e ciò dipende dal fatto che, per le ragioni che saranno qui
esposte, gli ufficiali sono principalmente addensati nelle grandi
città e specialmente nella capitale»88. Infatti 2.100 ufficiali di com-
plemento erano addetti a ministeri e servizi civili (la metà in Ro-
ma) e 7.500 studenti erano stati concentrati nelle sedi universita-
rie e fruivano di licenze di due-quattro mesi per esami89.

Altra causa di addensamento di ufficiali nelle grandi città è quella


che il ministero, appunto per compensare i mancati congedamenti, è
stato piuttosto largo nel concedere agli ufficiali gli avvicinamenti ai
centri dei propri affari; mentre tale provvedimento resta quasi occul-
to nei centri minori e nelle campagne (dove agli ufficiali, mancando
presidi militari, vengono concessi congedi temporanei, e quindi vesto-
no abiti borghesi), emerge invece nelle grandi città, dove è concesso il
puro e semplice trasferimento90.

In altri termini, un numero cospicuo di ufficiali era trattenuto


in servizio senza giovamento dell’esercito – mentre comandi e re-
parti denunciavano una certa deficienza di ufficiali:

1. Crisi acuta e crescente nei lavori amministrativi affidati ad uffi-


ciali, per deficienza di personale. Le richieste e le lamentele che giun-
gono su tale argomento a questa Direzione generale sono assoluta-
mente assillanti e quasi tutte accennano alle gravi responsabilità fi-
nanziarie, che ne derivano anche a danno dell’erario. 2. Crisi ora co-
minciata anche nei reparti combattenti in seguito alle facilitazioni con-
cesse agli studenti universitari, i quali, data la giovane età delle classi
rimaste sotto le armi, rappresentano ora il 40% degli ufficiali combat-
tenti in genere e circa l’80% degli ufficiali di artiglieria e genio91.

I grandi congedamenti dell’estate e dell’autunno 1919 avevano


quindi portato ad una situazione organica ed amministrativa assai
confusa, che ripeteva (sia pure in dimensioni ridotte) tutti gli abu-
si ed i privilegi settoriali del periodo orlandiano92. Per fronteggiar-
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 105

la le autorità militari chiedevano una sosta nelle operazioni di smo-


bilitazione93, che Nitti sostanzialmente concesse94, benché le spe-
se militari continuassero ad incidere pesantemente sul bilancio sta-
tale. Nel secondo semestre 1919 queste spese infatti ammontarono
al 65% delle spese totali, con una media mensile di 815 milioni, di
cui 720 per l’esercito95. Vero è che la maggior parte di questi stan-
ziamenti concerneva la liquidazione dei contratti di guerra: ma il
costo reale dell’esercito nell’esercizio finanziario 1919-20 ammon-
tava pur sempre a 3.514 milioni, con una media mensile di 293 mi-
lioni (escludendo le spese per i carabinieri e le pensioni di guerra)96.
Fu tuttavia proseguita la riduzione delle truppe all’estero e
particolarmente di quelle fronteggianti la Jugoslavia. È infatti no-
to che lo stato maggiore dell’esercito, e particolarmente il gruppo
facente capo a Diaz e Badoglio, non condivideva le mire annes-
sionistiche della marina97. Pertanto solo le guarnigioni della Dal-
mazia vennero tenute a numero (alla fine di gennaio fu deciso l’in-
vio dei complementi richiesti, evidentemente nel quadro dell’irri-
gidimento delle trattative di Nitti per Fiume)98. Si tenga del resto
presente che le forze italiane avevano pur sempre un confortante
margine di superiorità: l’esercito jugoslavo contava 200.000 uo-
mini, di scarsa coesione e male armati; alla frontiera italiana schie-
rava 60 striminziti battaglioni, dispersi su 200 km di profondità,
con comunicazioni in pessimo stato99. Ancora nel gennaio 1920,
dopo le prime riduzioni, Caviglia contrapponeva loro 72 batta-
glioni in buona efficienza, tutti a portata di mano, con buone co-
municazioni e forti riserve alle spalle: forze che, aggiungeva pru-
dentemente il ministero, sembravano quindi «in buone condizio-
ni per attuare quella difensiva che è opportuna militarmente e po-
liticamente, in un primo tempo»100.

Il Conto approssimativo della spesa mensile attuale, che Albric-


ci si fece preparare quando lasciò il ministero101, ci permette uno
sguardo più dettagliato alla composizione dell’esercito ai primi di
marzo, anche se le cifre vanno accettate con riserva. Diamo anzi-
tutto i dati generali:

mantenimento della forza alle armi 171,3 milioni


servizi d’artiglieria e genio 25,3
trasporti per terra e mare 28,5
106 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

ufficio nuove province 30


lavori per le terre liberate e redente 30,5
spese riservate, varie ed impreviste 2,5
totale spese di carattere continuativo 288,1
spese di smobilitazione rimaste da pagare 13
forniture e lavorazioni residuate dalla guerra 64
totale spese non continuative 77
totale mensile 365,1102

È certo impossibile dire quanta parte di questo bilancio fosse


dovuta alla smobilitazione: molto approssimativamente, le spese
vere e proprie per l’esercito dovevano comprendere il manteni-
mento della forza alle armi e la maggior parte dei servizi d’arti-
glieria e genio e dei trasporti, con un totale di 210-220 milioni103.
Tuttavia l’esercito profittava anche della situazione eccezionale:
infatti nel bilancio non compaiono spese per la vestizione delle re-
clute, per l’addestramento delle truppe, il rinnovo del materiale e
delle attrezzature, la provvista di munizioni e così via. Forti erano
anche gli sprechi: per esempio il servizio automobilistico costava
27 volte più dell’aeronautica militare ed assorbiva 7.000 tonnella-
te mensili di benzina, su una importazione di 11.000 tonnellate
(meno del 50% del fabbisogno nazionale)104.
Le spese per la forza alle armi sono fortunatamente più detta-
gliate. Si noti però che questa forza è calcolata in 422.000 uomini
(di cui 22.000 sottufficiali), con una diminuzione rispetto al mez-
zo milione di dicembre dovuta in larga parte agli arruolamenti nei
corpi di polizia (che un altro ufficio ministeriale faceva ascendere
a 30.000 per i carabinieri e 20-25.000 per la R. Guardia) e per il
resto a congedamenti singoli ed al caos amministrativo105. Ogni
soldato costava 137 lire mensili, ogni sottufficiale 272 lire, quindi
la spesa per la truppa saliva sui 60 milioni mensili106. Gli ufficiali
in servizio erano 48.000, con una limitata riduzione rispetto al di-
cembre107, un costo medio di 900 lire a testa ed una spesa totale
di 43 milioni108. Ma diamo ora un quadro generale:

forza alle armi: 400.000 soldati 54,7 milioni


22.000 sottufficiali 5,9
48.000 ufficiali 43,6
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 107

militari in licenza di convalescenza


(2.500 ufficiali e 58.000 soldati) 12,2
militari ricoverati in ospedale (550.000 giornate mens.) 4,4
indennità alle truppe all’estero o mobilitate
(8.000 ufficiali e 150.000 uomini) 5,1
mantenimento 85.000 quadrupedi 11,8
servizi automobilistici 13,5
servizi aeronautici militari 0,5
spese per i carabinieri (sottufficiali e truppa) 17,7
croce rossa, guardie di finanza, varie 1,2
171,3109

Questa ridda di cifre conferma la nostra impressione sul di-


sordine gravissimo in cui versava l’amministrazione militare: nep-
pure il ministro poteva sapere con precisione quanti uomini fos-
sero alle armi o quante fossero le spese! Balza poi agli occhi il nu-
mero elevatissimo di militari in licenza di convalescenza o ricove-
rati in ospedale, che indubbiamente contribuisce a spiegare certe
oscillazioni delle cifre ufficiali110. E viene confermata la forte per-
centuale di ufficiali non impiegati per l’inquadramento dei repar-
ti: le truppe all’estero o mobilitate hanno infatti un ufficiale ogni
24 uomini, quelle all’interno del paese un ufficiale ogni sette. Cir-
ca 25.000 ufficiali, la metà di quelli alle armi, risulterebbero esu-
beranti ai bisogni delle truppe: e invece se ne lamentava la defi-
cienza proprio nei reparti.
La forza delle truppe all’estero o mobilitate coincide sostan-
zialmente con quella indicata con maggiori dettagli in un docu-
mento dello stesso periodo: 80.000 uomini nella Venezia Giulia
(oltre alle guarnigioni normali del tempo di pace), 15.000 in Dal-
mazia, 25.000 in Albania, 1.500 sull’Alto Inn, 7.000 a Fiume con
D’Annunzio, 9.000 in Asia Minore, 12.500 in Libia, 5.200 in Ger-
mania orientale e 600 a Batum, per un totale di 155.800 uomini
ed una riduzione di 70.000 rispetto al dicembre precedente111.
I dati di cui disponiamo consentono inoltre di indicare con
buona approssimazione il costo mensile al febbraio 1920 delle più
importanti occupazioni territoriali oltremare: 5 milioni e 1/2 per
la Dalmazia, 14 milioni e 1/2 per l’Albania, 4 milioni per l’Asia
Minore112. Con maggiore approssimazione, calcoliamo in 25-30
milioni il costo mensile degli 80.000 uomini nella Venezia Giulia
108 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

ed in una diecina di milioni quello dei rimanenti presidi all’este-


ro113. Ne risulta che le spese dovute alla situazione internaziona-
le ed alle ambizioni espansionistiche ammontavano a circa 60 mi-
lioni al mese114: una cifra cospicua (un quinto delle spese totali,
quasi un terzo delle spese non dipendenti dalla smobilitazione),
ma non la maggiore in proporzione, quando si pensi al peso rap-
presentato dalla massa degli ufficiali o dalle spese di guerra non
ancora liquidate a 16 mesi dall’armistizio.
Questa era la situazione quando Bonomi subentrava ad Al-
bricci con un programma di forti economie. Le resistenze degli uf-
fici ministeriali vennero pertanto superate ed ebbe inizio il con-
gedamento della classe 1897 (il primo semestre in aprile, il secon-
do in maggio). La forza alle armi scese così a 300.000 uomini cir-
ca, con una certa riduzione degli impegni all’estero, che avrebbe-
ro dovuto richiedere a breve scadenza non più di 40.000 uomi-
ni115; la forza nella Venezia Giulia pare invece stazionaria116, ma
una nuova riduzione divenne inevitabile nell’autunno 1920, con il
congedamento della classe 1898 (tra settembre e gli inizi di no-
vembre) e la riduzione dell’esercito a poco più di 200.000 uomi-
ni. In dicembre aveva inizio il congedo della 1899, l’ultima fra
quelle che avevano combattuto in trincea; poco prima era invece
avvenuta la chiamata della classe 1901, la prima del dopoguerra.

Con l’estate 1920 la smobilitazione può considerarsi termina-


ta, per lo meno nelle sue linee essenziali; infatti i presidi all’estero
ed i concentramenti di truppe alla frontiera sono fortemente ri-
dotti, la forza alle armi è ridotta a 300 mila uomini, poco più dei
limiti prebellici, ed hanno inizio i collocamenti a riposo degli uf-
ficiali di carriera esuberanti.
Riguardando ora il complesso delle operazioni di smobilita-
zione, si rimane colpiti da due elementi: la loro lunghezza (quasi
due anni) e la notevole confusione con cui furono condotte. I da-
ti che abbiamo raccolto sono largamente incompleti e si arresta-
no praticamente al marzo 1920, ma consentono di indicare alcu-
ne cause di questa lentezza e confusione.
Innanzi tutto le ambizioni espansionistiche delle destre italia-
ne, a livello governativo (occupazioni adriatiche, spedizione in
Asia Minore e così via) ed al livello ufficioso (l’impresa dannun-
ziana). Solo con il ritorno ad una politica di buone relazioni con
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 109

la Jugoslavia e la rinuncia ai tanti progetti non sempre ponderati


si poteva ricondurre l’esercito sul piede di pace. È però necessa-
rio sottolineare che la situazione internazionale copriva anche esi-
genze non confessate: le truppe concentrate al confine orientale
nel 1919 (ed in minor misura nel 1920) non avevano alcuna rela-
zione con la forza dell’esercito jugoslavo, insieme raccogliticcio di
truppe male armate e non sostenute da un’industria nazionale.
Mantenere nel Veneto centinaia di migliaia di uomini poteva ave-
re un senso se il loro obiettivo era una guerra d’aggressione, op-
pure se la minaccia jugoslava diventava un semplice pretesto per
rallentare la smobilitazione. E indubbiamente la burocrazia mili-
tare ed i comandi cercarono di prolungare una situazione a loro
favorevole. Però la permanenza di un forte esercito offriva molte-
plici vantaggi anche per la politica interna dei governi liberali: una
garanzia contro moti interni, un lenimento alla disoccupazione,
un incentivo a diverse branche dell’attività economica, un rallen-
tamento indiretto delle proteste popolari, cui erano sottratti pro-
prio gli elementi più giovani e decisi e infine una certa pressione
sugli alleati, o forse meglio l’apparenza di una pressione e di una
decisione, ad uso interno.
Il prolungamento della semi-mobilitazione dell’esercito aveva
però un inconveniente fondamentale: il peso finanziario intolle-
rabile. Fu la necessità di diminuire le spese che diede a Nitti la for-
za di imporre una smobilitazione reale, prima nel luglio 1919, poi
nel marzo 1920. Il suo disinteresse per la traduzione tecnica della
sua politica doveva però diminuire la portata della sua azione. Era
stata l’impostazione orlandiana a prolungare le operazioni di smo-
bilitazione, a prezzo di una notevole confusione e di molti abusi,
ma fu la carenza di iniziativa politica sotto Nitti che permise che
queste caratteristiche si perpetuassero.
Questa confusione aveva radici lontane e profonde nell’eserci-
to d’anteguerra, sviluppato su moduli antiquati, chiuso al contat-
to con il paese e concepito come strumento di classe; e nella guer-
ra mondiale, che aveva visto uno sviluppo grandioso e tumultua-
rio, per impulsi settoriali non mai coordinati in un unico pro-
gramma politico-militare. Questa confusione trova poi largo ri-
scontro nella situazione interna: furono gli ambienti civili ad im-
postare la scandalosa liquidazione dei residuati bellici e la rico-
struzione delle province invase, per citare solo due problemi in
110 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

cui fu coinvolto l’esercito con poco suo onore; ma le gerarchie mi-


litari contribuirono largamente a questa confusione, cedendo alle
suggestioni politiche dell’estrema destra (anche se da Salandra ad
Orlando non erano certo mancati loro gli incoraggiamenti su que-
sta via) ed alle pressioni settoriali, resistendo ad ogni novità,
creando e difendendo privilegi di categorie e persone, fino ad im-
postare il nuovo ordinamento dell’esercito più in funzione dei lo-
ro interessi che sulla base dell’esperienza bellica.
Durante quasi due anni di pace (per tacere degli anni di guer-
ra) l’esercito non aveva difettato di fondi né di uomini e questo
aveva permesso di coprire tutte le deficienze e le contraddizioni.
Il completamento della smobilitazione e il ritorno al piede di pa-
ce dovevano riportare l’esercito e l’ordinamento provvisorio al
confronto con la dura realtà. Sarebbero così emersi molti equivo-
ci dell’impostazione politica e molti limiti delle realizzazioni tec-
niche, ed i partiti avrebbero dimostrato un interesse maggiore e
più qualificato per questi problemi. Il nostro esame pertanto si
amplierà, su nuove basi.
Appendice

DATI ESSENZIALI SULLA FORZA DELL’ESERCITO


PRIMA E DOPO LA GUERRA MONDIALE

I dati presentati sono desunti dalle circolari del «Giornale militare


ufficiale» citate nel nostro testo quando si tratta dei rispettivi ordina-
menti; ampi e fedeli riassunti degli ordinamenti del dopoguerra in L’e-
sercito italiano, cit. Il quadro che segue è incompleto: sono presi in
considerazione solo i maggiori comandi e reparti delle armi combat-
tenti, lasciando da parte i servizi e l’organizzazione territoriale. In al-
cuni punti (segnatamente per il genio) un confronto numerico non è
possibile. Non si avverte sempre del mutamento di nome di un co-
mando (ad esempio da brigata a raggruppamento alpino).

Ordinam. Ordinam. Ordinam. Ordinam. Ordinam.


Spingardi provvis. provvis. Diaz Cavallero-
lug. 1910 Albricci Bonomi genn. 1923 Badoglio
nov. 1919 apr. 1920 mar. 1926

Comandi
comandi d’armata 4 5 4 4 4
com. corpo d’arm. 12 15 10 10 11
com. divis. fanteria 25 30 27 30 30
com. divis. alpina – – 3 – –
com. divis. cavalleria 3 2 1 – –
com. brig. fant. e gran. 48 54 52 52 30
com. brig. bersaglieri – 6 2 – –
com. brig. alpina 3 4 – 3 3
com. brig. cavalleria 8 6 4 3 3

Si tenga presente che una divisione di fanteria aveva due brigate e


quattro reggimenti di fanteria (una brigata e tre reggimenti, dal 1926),
un reggimento di artiglieria da campagna e reparti minori del genio;
una divisione alpina, tre reggimenti di alpini ed un reggimento di arti-
112 Parte prima. La smobilitazione. 1919-20

glieria da montagna; una divisione di cavalleria, due brigate e quattro-


sei reggimenti di cavalleria, più reparti minori di artiglieria a cavallo e
ciclisti. Un corpo d’armata contava da due a tre divisioni, un’armata
da due a tre corpi d’armata.

Reparti
reggim. fant. e granat. 96 108 104 104 90
reggim. alpini 8 9 9 9 9
reggim. bersaglieri 12 12 4 12 12

I dati numerici non sono però esaurienti. Infatti i reggimenti fan-


teria e bersaglieri avevano tre battaglioni nel 1910 e 1919, due negli or-
dinamenti seguenti. Stazionario invece il numero dei battaglioni alpi-
ni (da 26 a 27).

reggim. cavalleria 29 16 12 12 12

La riduzione è accentuata dal fatto che i reggimenti passano


dai cinque squadroni d’anteguerra ai quattro del dopoguerra.

reggim. art. campagna 36 30 27 27 30


reggim. art. a cavallo 1 1 – 1 1
reggim. art. autoportato – – 1 – –
reggim. art. montagna 2 3 3 3 3
reggim. art. pes. camp. 2 15 14 14 11
reggim. art. pesante 10 10 10 10 8
gruppi contraerei – 10 10 10 12

Cifre insoddisfacenti perché non mettono in evidenza la moltipli-


cazione dei comandi in sottordine. Ad esempio, un reggimento di ar-
tiglieria da campagna aveva nell’anteguerra due gruppi e 5-6 batterie
su 6 pezzi, nel dopoguerra quattro gruppi e 8 batterie su 4 pezzi: ad
una diminuzione di reggimenti e di cannoni corrisponde quindi un au-
mento di comandanti di gruppo e di batteria.

cp. btg. btg. btg. btg.


genio zappatori 24 15 10 10 11
genio telegrafisti 15 15 10 10 11
genio radiotelegrafisti – 5 5 5 10
genio minatori 12 5 5 – –
genio pont. e lagunari 10 4 2-3 4 4
genio ferrovieri 6 4 2-3 2-3 2-3
genio automobilisti 2 – – – –
genio specialisti 5 – – – –
III. L’assestamento dell’esercito durante il governo Nitti 113

Un confronto numerico è impossibile, perché nell’anteguerra il ge-


nio era ordinato su compagnie, nel dopoguerra su battaglioni con un
numero variabile di compagnie, da due a cinque. A 67 compagnie del
1910 corrispondono 52 battaglioni (circa 150 compagnie) nel 1919, 36
battaglioni (circa 100 compagnie) nel 1920 e 32 battaglioni negli anni
seguenti (ma le cifre ufficiali 1926 sono vaghe). Da notare la creazio-
ne di un corpo automobilistico e dell’aviazione, che presero il posto di
specialità del genio prebellico.

previsti esistenti esistenti previsti previsti previsti previsti


ordinam. agosto dicembre ordinam. ordinam. ordinam. ordinam.
1910 1914 1918 1919 1920 1923 1926

Ufficiali in SAP
generali 155 178 513 190 156 169 194
colonnelli 305 354 1.308 610 478 538 546
ten. colonnelli 512 658 1.700 953 872 1.054 1.825
maggiori 912 1.144 3.379 1.615 1.243 1.654 1.695
(totale uffic. super.) (1729) (2176) (6387) (3178) (2593) (3266) (4114)
capitani 4.313 5.326 8.241 6.238 4.977 5.831 6.219
tenenti 7.412 4.192 5.961 9.264 7.276 9.104 5.283
sottotenenti 3.986 781
totale ufficiali 13.509 15.858 21.926 18.880 15.002 18.370 15.806

I dati previsti dai vari ordinamenti provengano dalle circolari del


«Giornale militare ufficiale»; quelli relativi all’agosto 1914 ed al di-
cembre 1918, da La forza dell’esercito cit., pp. 3 e 19. I dati sono ap-
prossimativi: per alcuni gradi e corpi sono date cifre non dettagliate
(es. 66 ufficiali da tenente colonnello a tenente per il ruolo tecnico
d’artiglieria), che abbiamo arbitrariamente suddiviso tra i vari gradi. Si
tratta comunque di oscillazioni assai lievi. I dati degli ordinamenti del
dopoguerra sono discussi nel nostro testo.
L’aumento di ufficiali tra il 1910 ed il 1914 è in parte dovuto alla
creazione di nuove unità per la guerra di Libia, in parte al rafforza-
mento dell’esercito nel quadro del riarmo europeo.
Parte seconda

TRA NAZIONE ARMATA


ED ESERCITO DI CASERMA
1920-22
IV

IL MITO DELLA NAZIONE ARMATA

1. La nazione armata: origini e significato del mito

Fino a questo momento abbiamo tentato di ricostruire le vi-


cende dell’esercito e non le discussioni sul suo futuro, tanto che
abbiamo più volte accennato a programmi di rinnovamento e par-
lato di nazione armata senza chiarire i termini in questione. Effet-
tivamente gli spunti e gli slogan dei primi mesi del dopoguerra si
vennero ampliando ed organizzando solo nel 1920-21, quando già
erano state prese le decisioni fondamentali sulla riorganizzazione
dell’esercito, ma non risolti tutti i suoi problemi né interamente
deciso il suo futuro. In questi anni la discussione sui problemi mi-
litari assume una diffusione unica nella storia dell’Italia unita: ba-
sti dire che vi partecipano quasi tutti gli organi ed i partiti politi-
ci1. L’ampiezza di questi dibattiti testimonia l’interesse profondo
di molti reduci: e la massima accusa che si deve muovere ai re-
sponsabili dell’esercito è di avere sistematicamente ignorato o re-
spinto questo interessamento, indubbiamente positivo anche se
polemico e spesso confuso.
Questi dibattiti vanno sotto il segno della nazione armata, uno
slogan conteso da tutti gli schieramenti, che ebbe un successo pro-
lungato. Non è certo possibile ricostruire in poche righe le origi-
ni del concetto, né tracciare la sua evoluzione. Ci basti indicare
che dalla Rivoluzione francese alla prima guerra mondiale la na-
zione armata fu il programma militare democratico e socialista,
contrapposto all’esercito permanente dei regimi assoluti e libera-
li2. La nazione armata infatti si basa sulla fiducia nei cittadini; la
ferma è brevissima, poche settimane o pochi mesi, il minimo in-
118 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

dispensabile per l’istruzione tecnica delle reclute. Manca un cor-


po di ufficiali di carriera: un ristretto nucleo di professionisti, de-
stinati in guerra agli alti comandi ed agli stati maggiori, si perde
nella massa degli ufficiali di complemento, che dopo brevi corsi
rientrano nella vita civile. Non esiste quindi un esercito in tempo
di pace, come non esistono caserme, ma solo centri di addestra-
mento, dislocati in campagna, e magazzini di materiali. Ogni unità
vive per poche settimane, ogni due-tre anni, quando ufficiali e sol-
dati sono richiamati per le manovre al campo. Solo per la guardia
dei confini sono talora ammessi reparti semi-permanenti, compo-
sti da uomini che prolungano di pochi mesi la ferma; ma anche
qui si fa affidamento soprattutto sullo slancio patriottico delle po-
polazioni di frontiera. La nazione armata trova infatti la sua pie-
na realizzazione solo in guerra: tutti gli abili prendono le armi; co-
stituiscono reparti forti e numerosi, di altissimo morale e schiac-
ciano il nemico. Un sistema teoricamente perfetto, che però esige
la massima coesione interna (le truppe non possono essere impie-
gate per il mantenimento dell’ordine) ed una politica estera di pa-
ce (la nazione armata permette solo guerre sentite dal paese e non
spedizioni coloniali o guerre di gabinetto) e che perciò non ebbe
attuazione che in paesi minori, in cui i contrasti sociali e le ambi-
zioni della politica estera fossero minimi, come la Svizzera e gli
stati scandinavi.
Tutti i maggiori stati europei mantennero infatti l’esercito per-
manente, basato su un forte nucleo di ufficiali di carriera, tratti
dalla nobiltà, e di soldati che la lunga ferma estraniava dal paese.
Costoro dovevano trascorrere nelle caserme, centri focali del si-
stema, il tempo necessario per l’istruzione militare vera e propria
(si tratta sempre di mesi) e poi quello ben più lungo per l’educa-
zione militare, cioè l’abitudine ad una ubbidienza passiva ed al ri-
spetto di tutte le gerarchie. Questo sistema costava enormemente
in pace, perché comportava il mantenimento alle armi di diecine
di migliaia di ufficiali e di centinaia di migliaia di soldati, ed offri-
va rendimento ineguale in guerra, perché permetteva solo eserci-
ti numericamente esigui e spesso male armati, poiché tutti i fondi
venivano assorbiti dai reparti di pace. Però garantiva la stabilità
interna ed era disponibile per guerre coloniali o impopolari: si ca-
pisce quindi come sia stato riconfermato dall’assemblea francese
all’indomani della Comune e dal parlamento italiano a detrimen-
IV. Il mito della nazione armata 119

to dei progetti di Garibaldi. L’introduzione del servizio obbliga-


torio e la progressiva riduzione della ferma (due anni alla vigilia
della guerra mondiale) non alterarono queste caratteristiche in
tutta Europa.
Sulla fine dell’Ottocento ebbero un certo successo, particolar-
mente in Germania, alcune teorie che assegnavano all’esercito
permanente un ruolo crescente nella vita nazionale. Suprema
aspirazione dell’esercito di caserma era stata la sua autosufficien-
za dal paese, cui si chiedevano solo uomini e soldi: tutto il resto
doveva essere militare, dalle fabbriche di armi ai laboratori di ri-
cerca, dai tribunali agli architetti. Il progresso industriale e l’am-
pliamento degli eserciti nel quadro della corsa europea al riarmo
facevano invece intravedere la possibilità di una certa compene-
trazione tra esercito e paese, ma non nel senso indicato dai de-
mocratici. Essendo interesse di tutti la vittoria finale, l’esercito
avrebbe dovuto attingere alle risorse del paese a propria discre-
zione, senza riconoscere altro limite che il pericolo di un collasso
dell’economia nazionale; ma sarebbero stati i militari ad indicare
lo sforzo necessario, quindi ad assumere la supervisione e, in ca-
so di guerra, la direzione della politica nazionale (come avvenne
in Germania). Questo programma venne diffuso sotto il nome di
nazione armata o nazione in armi, pur avendo ben pochi punti di
contatto con la nazione armata democratica; ebbe in Italia scarsa
diffusione e sarà saltuariamente ripreso nel dopoguerra da alcuni
militari. Alla vigilia della guerra mondiale, la nazione armata era
pur sempre il programma di socialisti e repubblicani, cui si ag-
giungeva qualche gruppo minore, mentre tutti gli altri partiti ap-
poggiavano l’esercito permanente tradizionale, corretto dal servi-
zio obbligatorio3.
La guerra mondiale sembrò dar ragione a tutti. L’estensione
grandissima degli obblighi militari, il ricorso su larghissima scala
ad ufficiali di complemento ed all’organizzazione industriale civi-
le, la dimostrata possibilità di una istruzione brevissima, la prova
di saldezza data dall’esercito e dal paese ed il successo della disci-
plina più umana e della propaganda patriottica dell’ultimo anno
sembravano portare alla nazione armata vera e propria e seppelli-
re per sempre l’esercito di caserma con la sua mentalità burocra-
tica, la sua disciplina inutilmente rigida, il suo armamento limita-
to e soprattutto la sua incapacità a cogliere il carattere totale as-
120 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

sunto dal conflitto4. Al contrario, secondo i suoi sostenitori l’e-


sercito permanente aveva dimostrato la sua attitudine ad inqua-
drare e dirigere lo sforzo del paese: solo ufficiali sperimentati, co-
mandi e nuclei di truppa preesistenti, tradizioni ed istituzioni pro-
vate da secoli potevano porre ordine nella improvvisazione, fa-
cendo funzionare una macchina bellica assai più ampia di qual-
siasi previsione e disciplinando le masse ora generose ora passive
delle reclute. Le inevitabili lacune non infirmavano questa prova
grandiosa, che aveva stabilito per sempre la bontà di un sistema.
Ci sembra invece che l’esperienza bellica avesse segnato il suc-
cesso e nel medesimo tempo il superamento della nazione armata
come dell’esercito permanente. La leva in massa cara ai democra-
tici poteva fornire i soldati per le guerre ottocentesche, in cui le ar-
mi determinanti erano il fucile e la baionetta, ma non più gli innu-
merevoli specialisti richiesti dalla guerra moderna a tutti i livelli.
Tuttavia la preparazione di pace non poteva essere condotta nelle
caserme: un corpo chiuso di ufficiali di carriera non era in grado
di mobilitare un popolo. La guerra totale esigeva specialisti milita-
ri, cioè soldati addestrati al maneggio di armi non facili e coman-
danti in grado di condurre reparti complessi; ma anche specialisti
industriali, in grado di risolvere gli immani problemi logistici e
produttivi, e specialisti politici, militari e civili, idonei a trascinare
le masse armate e disarmate. Insomma, la guerra moderna richie-
deva quadri di altissima specializzazione, armamenti dispendiosi,
una direzione politica ferma e lungimirante ed il consenso delle
masse: condizioni che non era certo facile programmare e realiz-
zare nel dopoguerra. Quello che però si poteva fare, era di non ri-
tornare semplicemente alla situazione d’anteguerra, dopo un’e-
sperienza così profondamente nuova; se non si poteva battere la
via democratica di una maggior fusione tra esercito e paese, si po-
teva sviluppare un esercito piccolo, ma altamente efficiente e mo-
derno, oppure concedere ad un grande esercito tutti i crediti ne-
cessari al suo effettivo potenziamento. Le alternative non manca-
vano e tutte sembrano preferibili al ripristino dell’esercito di ca-
serma prebellico, con gli stessi difetti d’anteguerra. Eppure questa
fu la via scelta, malgrado proteste insolitamente ampie.

All’indomani dell’armistizio ebbero un certo successo le aspi-


razioni ad un disarmo generale. Svanite le illusioni wilsoniane, ri-
IV. Il mito della nazione armata 121

mase a dominare il campo la richiesta della nazione armata, che


rimbalza da un programma all’altro, da un partito all’altro. La
consacrazione più solenne venne dal discorso del re in apertura
della legislatura del 1919:

Il governo ha disposto una serie di provvedimenti che avviano il


paese verso il compimento dell’ideale democratico della nazione ar-
mata: il paese dovrà esaminare questo problema che interessa del pa-
ri la difesa nazionale e l’educazione popolare5.

Abbiamo già indicato come si richiamassero alla nazione ar-


mata (nelle parole e non nei fatti) gli ordinamenti provvisori Al-
bricci e Bonomi: un’operazione trasformista che testimonia la dif-
fusione del mito. Ne constatiamo la presenza nel programma fa-
scista 1919:

Istituzione della nazione armata con brevi periodi di istruzione in-


tesa al preciso scopo della sola difesa dei suoi diritti ed interessi quali
sono determinati dalla politica estera sopra accennata6.

Il mito ritorna nel manifesto elettorale mussoliniano e con lie-


vi variazioni nei programmi dei fasci locali7. Compare parimenti
in quello dell’Associazione nazionale combattenti8, ripreso quasi
alla lettera in quello elettorale della sinistra ex-combattentistica:

Riforma dell’esercito: a) ferma minima con carattere d’istruzione


fisica e morale; b) abolizione della burocrazia militare e del corpo di
stato maggiore e sua sostituzione con quadri tecnici effettivi; c) avvia-
mento graduale al disarmo generale9.

La nazione armata è naturalmente richiesta dal Gruppo di rin-


novamento nazionale, che raccolse i deputati delle liste di com-
battenti10, quindi anche dal neo-costituito Partito della democra-
zia liberale:

Quanto all’ordinamento dell’esercito: che si debba attuare nel suo


spirito e nelle sue forme il concetto di nazione armata, organizzando
la scuola per la preparazione del popolo alla difesa del paese e crean-
do le istituzioni necessarie per la preparazione medesima11.
122 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

Anche un progetto di ordinamento di un deputato popolare


(che peraltro non risulta portato in parlamento) mirava alla rea-
lizzazione della nazione armata12. Non è possibile indicare preci-
si confini politici alla diffusione dello slogan, che ritroviamo su
quasi tutti i maggiori periodici, sostenuto con convinzione più o
meno sincera, ma quasi mai combattuto nel 1919. La nazione ar-
mata ritorna sulle colonne della «Tribuna», del «Giornale d’Ita-
lia», del «Corriere della sera», della «Nuova antologia» e di «Vi-
ta italiana», di «Civitas» e della «Rassegna italiana»: una unani-
mità che ne sfuma i contorni e ne diluisce il contenuto, ma testi-
monia la sensibilità degli ambienti di reduci al tema.
Se cerchiamo di indicare i caratteri essenziali della nazione ar-
mata nel dopoguerra 1919-22, senza fermarci ai troppo facili con-
sensi, constatiamo che si tratta in primo luogo di un mito com-
battentistico, che parte sempre dall’esaltazione della guerra e del-
la vittoria ed è diffuso soprattutto tra i reduci. Significativo il to-
tale ripudio del termine da parte dei socialisti, che pure avevano
chiesto la nazione armata fino al 1914. Scrive l’«Avanti!»:

Si discorre di nazione armata. Non c’è stato un programma demo-


cratico, repubblicano o anche socialista, nel quale – nel buon tempo
passato – la nazione armata non abbia tenuto un posto di prim’ordi-
ne. Poi venne la guerra. Tutti un fucile. Per molti un metro di terra,
una croce, l’oblio. La nazione armata in atto. La democrazia ha cono-
sciuto sempre questa maliziosa abilità di dare alle cose brutte dei no-
mi belli13.

Perciò le richieste socialiste, su cui torniamo in appendice al


capitolo, e la propaganda antimilitarista non vanno confuse con la
richiesta della nazione armata, espressione di ambienti combat-
tentistici. Vero è che (ed è questo il secondo aspetto caratteristico
del mito) l’esaltazione della guerra si accompagna sempre ad un
atteggiamento critico, talora assai aspro, verso la condotta delle
operazioni, le gerarchie militari ed in genere l’esercito permanen-
te. I fautori della nazione armata pongono infatti in primo piano
il contributo alla vittoria dato dal paese e dai cittadini tutti, rifiu-
tando di riconoscere agli ufficiali di carriera una parte maggiore.
Scrive il gen. Capello: «La guerra non fu vinta dall’esercito stan-
ziale. Il nocciolo dell’esercito permanente si esaurì nei primi me-
IV. Il mito della nazione armata 123

si di guerra [...]. Non furono soltanto gli ufficiali permanenti che


condussero i soldati d’Italia alla vittoria»14. Ne deriva la necessità
di una radicale trasformazione degli ordinamenti militari italiani,
che valorizzi appunto il contributo del paese. Dice l’on. Gaspa-
rotto, facondo esponente dei combattenti, che «in primo luogo bi-
sogna cercare di togliere alla nuova organizzazione [...] tutto ciò
che è maggiormente inviso al paese»15. Il gen. Capello è più ener-
gico: «È necessario adottare senza indugio nei riguardi dell’eser-
cito permanente attuale un regime di liquidazione, sia pur gra-
duale»16.
È specialmente la lunga ferma dell’esercito di caserma che vie-
ne criticata: ad essa occorre sostituire, nelle parole dell’on. Ga-
sparotto, una diversa articolazione del servizio individuale, su tre
distinti periodi:

a) dell’istruzione fisica preliminare obbligatoria in tutte le scuole ed


anche oltre le scuole; b) di un successivo periodo di istruzione ginna-
stico-militare individuale, seguita da esercitazioni tattiche a forti mas-
se. Tale periodo, che sostituisce la ferma attuale, dovrebbe avere una
durata determinata (in massima sei mesi) inderogabile per tutti; c) di
eventuali richiami alle armi, per istruzione esclusivamente collettiva,
della durata da quindici a trenta giorni17.

Altro postulato essenziale è l’arruolamento di tutti i giovani fi-


sicamente idonei, in connessione alla riduzione della ferma. Una
classe dava 250.000 idonei18: per mantenere la forza bilanciata nei
limiti consentiti dalle disponibilità finanziarie, senza rinunciare al-
la ferma di due-tre anni, nell’anteguerra si incorporava annual-
mente meno della metà degli idonei. L’esperienza bellica ed il pe-
sante tributo di sangue hanno invece generalizzato la convinzione
che nessuno possa e debba sottrarsi in pace e in guerra agli ob-
blighi militari: ma naturalmente, per istruire 250.000 reclute bi-
sognava ridurre la ferma a meno di 12 mesi.
Istruzione premilitare congiunta ad un’educazione patriottica,
da raggiungere nelle scuole e non più nelle caserme; ferma breve
o brevissima, estesa a tutti gli uomini validi senza eccezione; fre-
quenti richiami dal congedo; compiti esclusivamente tecnici di un
ristretto nucleo di ufficiali di carriera, sommersi in pace e in guer-
ra dalla massa di ufficiali di complemento: questi sono i postulati
124 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

fondamentali della nazione armata. Però la maggior parte dei pro-


grammi sostenuti sulla stampa si fermano qui, lasciando nel vago
la soluzione degli altri aspetti del problema militare, mentre i po-
chi esperti che continuano l’elaborazione di queste premesse fino
a specificare nei dettagli concreti l’ordinamento ideale raggiun-
gono soluzioni diverse e spesso astratte. In altre parole, la nazio-
ne armata nel 1919-22 non è un programma vero e proprio, tra-
ducibile in un disegno di legge, ma qualcosa di più e di meno: un
mito in cui si esprimono proteste ed aspirazioni confuse, patriot-
tiche, talora anzi nazionalistiche, quali possono nascere da una
guerra vissuta e sentita, ma spaventosamente dura. Un mito che
interpreta la stanchezza dei reduci, la loro ribellione contro un si-
stema (simboleggiato dalle caserme), ma anche il loro desiderio di
assicurare sicurezza ed efficacia alla difesa nazionale; che trae dal-
l’esperienza bellica alcuni principi estremamente chiari e provati
e li pone, un po’ semplicisticamente, a base dell’assetto dell’eser-
cito. Questo mito è sostanzialmente democratico, nella misura in
cui pone l’accento sul concorso del paese alla guerra, rifiutando
di riconoscere al corpo degli ufficiali ed alla caserma un ruolo pre-
minente nel conflitto e soprattutto in pace. Cresce però sull’equi-
voco della guerra democratica e della sua propaganda, che pre-
suppone una concordia interna che non esisté durante la guerra
né nel dopoguerra, che si illude di superare i contrasti di classe
con un appello al patriottismo democratico; è destinato quindi a
logorarsi rapidamente perché privo di spazio vitale, stretto nel
contrasto tra i partiti proletari e quelli borghesi. Parlare di aboli-
re l’esercito permanente di pace, di basare la politica estera ed in-
terna sul consenso del paese e la guerra sullo slancio del popolo,
era dimenticare la situazione italiana del dopoguerra.
Tuttavia il mito ebbe una diffusione straordinaria: ancora nel
1920-21-22 continua ad essere disputato dai vari schieramenti. Fu
seppellito solo dall’accordo tra fascisti e militari, che farà trionfa-
re un’interpretazione più aulica e conservatrice della grande guer-
ra, accomunando i programmi democratici alle proteste antimili-
taristiche dei socialisti. Ancora oggi le critiche all’esercito perma-
nente ed i postulati fondamentali della nazione armata conserva-
no gran parte della loro validità: il fallimento politico dell’alterna-
tiva democratica nel dopoguerra non autorizza quindi a liquidare
sbrigativamente queste istanze, anche se non ebbero seguito.
IV. Il mito della nazione armata 125

2. I programmi di nazione armata

La nazione armata è un mito che non si traduce mai in un pro-


gramma concreto, malgrado la sua diffusione. Poiché però la
stampa dell’epoca presenta più di un programma che alla nazio-
ne armata si richiama esplicitamente, siamo costretti ad occupar-
cene brevemente, premettendo alcune necessarie considerazioni
sul carattere delle discussioni militari del dopoguerra, che si po-
larizzano intorno a singole personalità più che a partiti o pro-
grammi.
A partire dal 1920, quando la discussione militare si amplia e
approfondisce, dopo gli entusiasmi confusi del 1919, diventa ca-
ratteristica la presenza, in ognuno dei periodici più interessati, di
un esperto militare (generalmente un ufficiale di carriera, in ser-
vizio o in congedo), cui viene affidata la responsabilità della trat-
tazione dei problemi della difesa. Questo esperto viene a suppli-
re alla mancanza di preparazione in materia militare di pubblici-
sti ed uomini politici, fornendo un criterio interpretativo unifor-
me ed aggiornato dinanzi ai molti problemi lasciati dalla guerra;
in genere, gli compete il giudizio sulle operazioni 1914-18 e la vi-
sione dello sviluppo dei nuovi mezzi bellici, la recensione delle
opere dedicate al conflitto e la divulgazione di episodi eroici, l’e-
same dei provvedimenti ministeriali e l’enunciazione delle rifor-
me necessarie. Un campo assai vasto, in cui può sviluppare la sua
linea con relativa indipendenza, fino a porsi talora in contrasto
con l’indirizzo del giornale oppure ad assicurare ai problemi del-
l’esercito una trattazione più approfondita con la forza della sua
personalità. Il gen. Roberto Bencivenga sul «Paese» e poi su «Il
Mondo», il col. Angelo Gatti sul «Corriere della sera», Italo Chit-
taro su «La Tribuna», il ten. col. Francesco Roluti sulla «Rassegna
italiana», il magg. Leonardo Gatto-Roissard sull’«Avanti!» e poi
sulla «Giustizia», per citare solo alcuni tra i maggiori critici mili-
tari del periodo, seppero esercitare un notevole influsso sull’opi-
nione pubblica e sui rispettivi periodici. E di regola l’assenza di
un responsabile dei problemi militari indica in un periodico scar-
sa attenzione alla materia e notevole incertezza nelle reazioni alle
questioni d’attualità.
Naturalmente la delega di responsabilità ad un esperto de-
nuncia meglio di un lungo discorso la scarsa conoscenza che pub-
126 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

blicisti ed uomini politici avevano dei problemi della difesa, di cui


veniva implicitamente riconfermato quel carattere puramente tec-
nico che l’esperienza bellica aveva smentito e che tutti a parole re-
spingevano. Si giunge così a casi limite, come la collaborazione nel
1922 dei generali fascisti De Bono e Capello a periodici antifasci-
sti come «Il Mondo» ed «Il Secolo» e l’appoggio che il Gatti con-
tinua a dare al governo Mussolini dalle colonne del «Corriere del-
la sera» nel 1924-25; oppure l’ospitalità che nel 1922 la «Rassegna
italiana» offre contemporaneamente a tecnici di pareri opposti
(militari e politici) come il Roluti ed il Bencivenga, in nome sem-
pre del tecnicismo di queste discussioni19. Tuttavia la generale im-
preparazione della classe politica e la delega frequente ai tecnici
giovano a confondere i dettagli, non le scelte di fondo. Si potran-
no avere oscillazioni sul numero di mesi di ferma, sull’entità del-
la forza bilanciata o sulla consistenza dei reparti, cioè sulla tradu-
zione tecnica di una linea politica, ma sarà sempre chiaro se per
un giornale o un partito l’esercito debba essere controllato da un
gruppo chiuso di ufficiali o aperto agli influssi del paese, stru-
mento di una politica estera di espansione o di pace, di una poli-
tica interna autoritaria o democratica.
Sono infatti gli organi dell’interventismo di sinistra o del neu-
tralismo giolittiano che aprono più facilmente le loro colonne ai
fautori della nazione armata, nel quadro di un’interpretazione cri-
tica della guerra. Però nessuno di questi gruppi desiderava una ve-
ra e propria rottura con la tradizione e le gerarchie militari (lo ab-
biamo visto in occasione dell’inchiesta su Caporetto), né quella
profonda crisi politica che l’adozione di un ordinamento tipo na-
zione armata avrebbe suscitato. Questo spiega il silenzio di alcu-
ni tra i più rappresentativi organi della sinistra, come «Il Secolo»
e «La Stampa», entrambi assai poco interessati ai problemi mili-
tari dopo il 1919, ed il prevalere negli altri di un atteggiamento as-
sai cauto. Un uomo bruciato come il gen. Capello, scrivendo su di
un giornale di secondo piano, poteva attaccare violentemente le
gerarchie militari e l’ordinamento Albricci20; ma un uomo politi-
co d’avvenire come l’on. Gasparotto si limitava ad enunciare i po-
stulati essenziali della nazione armata senza criticare i capi dell’e-
sercito, né porre scadenze o indicare obiettivi precisi21.
Questo atteggiamento è caratteristico della maggior parte dei
teorici della nazione armata. Lo esemplifichiamo con il gen. For-
IV. Il mito della nazione armata 127

tunato Marazzi, scrittore prediletto delle riviste moderate, di-


scussa e interessante figura di militare ed uomo politico aperto ai
tempi nuovi, anche se non sempre limpido e misurato22. Egli pro-
pone un sistema di organi decentrati, coincidenti con le province,
retti da uffici misti di amministratori civili e di militari, ognuno dei
quali con più reparti-scuola in cui le reclute (già formate fisica-
mente e moralmente nelle scuole) compissero una ferma di 4 me-
si tutti dedicati agli addestramenti militari. Pochi ufficiali di car-
riera (7.000) destinati agli alti comandi, molti ufficiali di comple-
mento, provenienti da brevi corsi presso le università militari, ob-
bligatori per laureati e diplomati, molti sottufficiali di carriera per
l’istruzione delle reclute; ed uno strettissimo contatto con le or-
ganizzazioni economiche civili, spinto fino alla richiesta di una
completa autarchia bellica23. Idee vitali ed interessanti, che però
non sono mai tradotte in un programma politico concreto, con
scadenze o obiettivi di transizione, ma rimangono allo stato di stu-
dio non compromettente, facilmente relegabile tra i sogni.
Sono più incisivi quei sostenitori della nazione armata che ri-
nunciano a stendere un programma completo delle loro aspira-
zioni e si battono volta per volta su problemi concreti e immedia-
ti, riconducibili ad una visione d’insieme richiamata ma non sban-
dierata. Esemplifichiamo questa posizione con Italo Chittaro, uno
tra i migliori critici militari del periodo, ufficiale di carriera, poi
giornalista della «Tribuna», di cui sarà a lungo l’esperto di pro-
blemi militari, oltre che adriatici e dannunziani24. Iniziando la sua
collaborazione al quotidiano romano egli rinuncia alla forte pole-
mica contro le gerarchie militari e specialmente contro gli ufficia-
li di stato maggiore, che aveva contraddistinto i suoi articoli su
«La Preparazione»; cerca invece di mettere in rilievo gli aspetti
positivi dell’ordinamento provvisorio, sostenendo particolarmen-
te la ferma breve e l’opera del ministro borghese. La sua tesi è as-
sai semplice: la nazione armata c’è già, perché la guerra ha tra-
sformato ogni cittadino in soldato. Occorre solo prenderne atto,
compiendo quella trasformazione degli ordinamenti militari che
l’esperienza impone e le circostanze permettono.

Possiamo mettere in valore i miliardi consumati nella guerra che ci


ha lasciato venti classi di addottorati, con la laurea della vittoria, nel
suo esercizio [...]. Dentro un’ossatura d’inquadramento saldamente
128 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

costituita e legata da un vivo spirito di compagine, la preparazione del


soldato è ormai opera d’assai breve momento, sempre che esso porti
con sé nel marciare contro il nemico lo spirito della guerra divampato
nella nazione. Né la caserma né la scuola hanno sostitutivi per questa
condizione e senza di essa le ferme di qualsiasi lunghezza non conta-
no più nulla25.

Chittaro chiede perciò il rinnovamento, non la condanna, del-


le strutture esistenti, discute seriamente ogni provvedimento mi-
nisteriale e ripropone sempre con fiducia la sua tesi di una rivo-
luzione già fatta che bisogna solo riconoscere, stimando che l’evi-
denza delle ragioni tecniche debba prevalere inevitabilmente su-
gli interessi privati e settoriali. Ciò che dà unità ai suoi interventi
e lo distingue dai critici cui si affianca in certi momenti, è la larga
fiducia nel paese, insostituibile protagonista della guerra. È il po-
polo che decide il conflitto: lo spirito militare non è che spirito ci-
vile e amor di patria, la disciplina deve basarsi sulla convinzione,
il servizio militare deve essere veramente generale e uguale per
tutti.
C’è un punto su cui né il Chittaro, né gli altri sostenitori della
nazione armata insistono: il reclutamento regionale, che viene
menzionato tra le richieste fondamentali, ma mai sviluppato.
Questo silenzio non è senza significato e merita una breve digres-
sione. Il reclutamento di un esercito è caratterizzato, in sintesi, da
due scelte profondamente politiche: la durata e l’estensione del
servizio militare di pace (la cosiddetta «ferma») e la ripartizione
delle reclute tra i vari reparti. Il primo problema è assai più evi-
dente e di immediato interesse per tutti: pertanto le polemiche de-
gli innovatori si polarizzarono sulla riduzione della ferma, con ec-
cellenti ragioni tecniche e politiche che portarono alla ferma di
due anni nell’Italia giolittiana ed a quella di 8-12 mesi nel 1919-
20; contemporaneamente venne aumentato il contingente an-
nualmente incorporato. Invece la ripartizione delle reclute tra i
vari reparti fu sempre lasciata alle autorità militari26. Si trattava di
scegliere tra il reclutamento regionale, in cui ogni reparto attinge
tutti i suoi uomini dalla zona in cui è permanentemente stanziato
(sistema tipico della nazione armata e di ogni specie di milizia,
adottato anche con alcuni temperamenti dall’esercito imperiale
tedesco) ed il reclutamento nazionale, in cui ogni reparto trae i
IV. Il mito della nazione armata 129

suoi soldati, in pace, da una o più regioni, che non sono mai quel-
le in cui è stanziato (sistema caratteristico degli eserciti di polizia,
come quello austriaco). Quest’ultimo sistema fu adottato senza
discussione in Italia nel 1871-76. Si disse che avrebbe incoraggia-
to la fusione delle regioni italiane, ma i suoi veri obiettivi erano
più immediati: reparti a reclutamento nazionale potevano essere
impiegati anche contro la popolazione in caso di rivolta. Il siste-
ma era costoso, appesantiva l’esercito con una burocrazia impo-
nente, sminuiva inoltre il valore bellico dei reparti, perché alla
mobilitazione ognuno si sarebbe completato con uomini tratti
dalla regione in cui era stanziato, che non conosceva e che non po-
tevano amalgamarsi con quelli già alle armi. Il fatto che non ven-
ne mai messo in discussione se non dai socialisti e da qualche iso-
lato conferma la natura di classe dell’esercito italiano; ed il silen-
zio, su questo punto, dei democratici del 1919-22 ricorda i limiti
della loro fiducia nel popolo.
Tornando al mito della nazione armata, possiamo concludere
che nel dopoguerra esso rappresentò uno stimolo ad un rinnova-
mento dell’esercito, ma non un’alternativa concreta. Programmi
che prevedano l’abolizione a breve scadenza dell’esercito perma-
nente non ci sono né ci potevano essere. Sotto il nome di nazione
armata si comprende perciò da un lato il mito, che esprime le ge-
neriche aspirazioni della massa dei reduci, dall’altro un impegno
per una riforma dell’esercito, che tenesse conto delle esperienze
belliche e rompesse l’orgoglioso isolamento della caserma. Le for-
ze più aperte della borghesia si rivelarono incapaci di legare que-
sti due momenti, di utilizzare cioè le aspirazioni dei reduci per una
coraggiosa politica militare. Il mito della nazione armata fu quin-
di progressivamente ridotto a copertura demagogica del ritorno a
soluzioni conservatrici e più tardi sostituito dai miti fascisti sulla
guerra; mentre lo slancio riformatore si esaurì dopo aver condot-
to e perso una serie di battaglie.

Un caso limite dell’atteggiamento in materia militare dei grup-


pi democratici è costituito dalla posizione di Guglielmo Ferrero e
del Papafava, quest’ultimo nella veste di esperto militare del mo-
vimento salveminiano. Entrambi sostengono la convenienza di un
ritorno agli eserciti di professione: il Ferrero perché attribuisce
130 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

agli eserciti di massa tutti gli orrori della guerra moderna ed in


particolare il crollo di Caporetto:

No, la chiave della tragedia incoerente, di cui siamo stati attori e


spettatori, non è negli errori degli uomini, ma nei vizi di un sistema,
dal quale pendono e procedono anche gli errori degli uomini. Il rap-
porto della Commissione d’inchiesta è un involontario atto di accusa
contro gli eserciti tutti che l’Europa ha messo in campo nella guerra
mondiale; e nei quali tutti i princìpi dell’arte militare provati dall’e-
sperienza di secoli erano stati immolati alla superstizione del numero
e alla idolatria delle macchine. Appunto perché la guerra mondiale è
stata guerra di masse e di macchine, essa ha gettato il mondo nella im-
mensa confusione presente [...]. Per rientrare nel vero, bisogna rifor-
mare dalle radici gli ordini militari assurdi e inumani che l’Europa ha
ricavato per via di esagerazioni successive, dalla rivoluzione francese
causa prima e profonda di tutti i mali che hanno afflitto e che minac-
ciano di trarre a perdizione l’Europa27.

Poiché l’esercito basato sulla coscrizione generale «minaccia


di rovinare l’ordine sociale con gli abusi a cui si presta e le esage-
razioni di cui è capace»28, il Ferrero propugna con sconcertante
superficialità il ritorno agli eserciti di professione del Sei-Sette-
cento, protagonisti di guerre brevi e non sanguinose, che, secon-
do lo storico, avrebbero avuto un regime disciplinare dolce ed
umano e non le fucilazioni ed il terrore degli eserciti moderni29.
Il Papafava invece, in una relazione sulla riforma dell’esercito
per il convegno del giugno 1920 del Rinnovamento nazionale30
non si perde in divagazioni storiche e sostiene con chiarezza i
principi del liberalismo prebellico: la caserma come scuola per le
masse.

Anche lasciando da parte ogni considerazione difensiva, non si può


volere l’abolizione dell’esercito, ossia dell’unica organizzazione che ha
ancora la forza di imporre alle masse l’obbligo di una elementare, ma
indispensabile educazione31.

La caserma infatti, con un’accorta propaganda, accompagna-


ta da un’assistenza morale e materiale, aveva un’ottima influenza
su «quelle anime plasmabilissime che sono i soldati dai 18 ai 21
anni»; tanto che «è innegabile insomma che in molti casi il con-
IV. Il mito della nazione armata 131

gedando era diverso e complessivamente più uomo o meno bestia


della recluta»32. Senonché i buoni effetti della caserma sulle mas-
se sono messi da parte a vantaggio di un esercito di mercenari: «un
limitato numero di soldati di mestiere bene istruiti e bene allena-
ti, che il giorno della dichiarazione di guerra saprebbero inqua-
drare alla perfezione come sottufficiali e graduati un gran nume-
ro di reclute»33. Il Papafava prospetta addirittura la possibilità
dell’abolizione del servizio militare obbligatorio e ride dei pre-
giudizi che socialisti e democratici manifestano verso gli eserciti
mercenari: «è probabile che i soldati di mestiere non sarebbero
tanto teneri con i borghesi che capitassero sotto le loro mani e tut-
te queste cose fanno naturalmente orrore a molti democratici»34.
Passa poi ad una facile denigrazione della nazione armata, vista
solo nei suoi elementi deboli, e ad una piena giustificazione del-
l’ordinamento provvisorio Bonomi, cui si rimproverano solo le
concessioni verbali alle teorie democratiche35. In conclusione la
relazione manifesta una deludente approssimazione ed un orien-
tamento profondamente conservatore36; non ebbe seguito, per-
ché al convegno salveminiano il problema militare non venne af-
frontato, in quanto non sufficientemente approfondito sulla stam-
pa del movimento37. Senza voler sopravvalutare l’importanza del-
l’episodio38, dobbiamo constatare come le lucide considerazioni
espresse da «L’Unità» in occasione dell’inchiesta su Caporetto
non avessero avuto sviluppo; e che anche un movimento origina-
le come quello salveminiano, che si rivolgeva specialmente ai re-
duci, avesse rinunciato ad una sua politica militare.

3. La difesa dell’esercito permanente

Nel 1919 il mito della nazione armata trionfa con tale forza che
pochi sono coloro i quali osano opporvisi apertamente39. La crea-
zione della guardia regia e l’ampliamento dell’arma dei carabinie-
ri pare inoltre indicare, con concretezza assai maggiore delle af-
fermazioni propagandistiche del re e di Albricci, il favore del go-
verno per una soluzione che realmente esoneri l’esercito dal ruo-
lo di tutore dell’ordine pubblico. Gli sforzi degli ambienti milita-
ri mirano pertanto da un lato al mantenimento del controllo sul-
132 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

l’esercito, premessa necessaria in cui non incontrano resistenza da


parte degli ambienti politici, dall’altro a svuotare dall’interno il
mito democratico, dimostrando che alcuni suoi postulati sono in-
consistenti, i più invece realizzabili solo nella cornice dell’eserci-
to permanente.
Con un certo schematismo identifichiamo tre diversi atteggia-
menti, che differiscono nella valutazione della nazione armata e
nella utilizzazione del suo mito, ma giungono sempre alle mede-
sime conclusioni. Esemplifichiamo il primo con la serie di artico-
li che il gen. Segato pubblica nell’agosto 1919 sulla «Gazzetta del
popolo» e ripresenta tra ottobre e gennaio sul ministeriale «L’E-
sercito italiano»40, in cui la nazione armata è accettata, con alcu-
ne riserve, ma sostanzialmente identificata con l’esercito tradizio-
nale. Il generale parla di ferme brevi (9-12 mesi), di istruzione di
tutti gli uomini validi, di concorso di tutta la nazione alla guerra;
sente però il bisogno di una premessa politica:

Condizione indispensabile per l’adozione del principio della na-


zione armata [...] è quello che l’ambiente dal quale si traggono le re-
clute sia sano41.

Tuttavia il generale si dimostra ottimista, fino a parlare di ap-


plicazione della ferma di 9 mesi a breve scadenza, già per la clas-
se 1903. Chiede però un irrigidimento degli ordini interni e par-
ticolarmente una certa militarizzazione della scuola secondaria,
con l’abolizione della libertà di discussione e critica, giudicata ne-
gativa per la formazione della gioventù. E soprattutto insiste sul-
la necessità di un solido corpo di ufficiali di carriera per l’inqua-
dramento delle forze della nazione, spingendo all’esasperazione la
caratteristica degli eserciti permanenti di avere molti comandi e
pochi soldati; prevede infatti oltre 100 brigate di fanteria e oltre
1.000 battaglioni, la maggior parte dei quali con 20 (venti) solda-
ti, nemmeno a sufficienza per fornire gli attendenti agli ufficiali
del reparto!42 E spiega: «Caratteristica dell’ordinamento militare
a base di nazione armata è appunto la esistenza di grande nume-
ro di comandi, di direzioni e di unità, con scarsi effettivi»43. Na-
turalmente un esercito del genere non ha nulla a che vedere con
la nazione armata democratica! Tanto che il Segato destina 60.000
uomini a guardia dei confini e 90.000 a tutela dell’ordine pubbli-
IV. Il mito della nazione armata 133

co, sufficienti, dice, se impiegati con energia44. Tuttavia il concet-


to che la nazione armata consista essenzialmente in una riduzione
della ferma, tale da permettere l’istruzione di tutta la classe, sem-
pre nel quadro dell’esercito di caserma, è ripreso da molte parti:
abbiamo già ricordato gli ordinamenti provvisori Albricci e Bo-
nomi, citiamo ora gli articoli del gen. Sardagna sulla «Rassegna
nazionale» e del gen. Corsi su «L’Esercito italiano», in appoggio
alla politica dei governi nittiani45.
Con maggior lucidità altri autori invece indicano la fonda-
mentale differenza, politica prima ancora che tecnica, tra esercito
tradizionale e nazione armata; alzano alte lodi a quest’ultima, per
dichiararla subito dopo inattuabile nelle precarie condizioni poli-
tiche italiane e consigliare perciò un ritorno puro e semplice al-
l’esercito permanente. L’esponente più noto di questa corrente,
per il suo vigore di polemista e l’autorevolezza del quotidiano su
cui scrive, è il col. Angelo Gatti, esperto militare del «Corriere
della sera» a partire dal 192046. In un gruppo di articoli pubbli-
cati nel gennaio 1921 e poi raccolti in opuscolo47, il Gatti impo-
sta lucidamente il problema:

La nazione armata, per quanto riguarda la sua composizione di uo-


mini, è il rovesciamento dell’attuale sistema militare. In questo l’eser-
cito permanente è, moralmente se non materialmente, quasi tutto.
Benché le classi della riserva siano assai più numerose di quelle sotto
le armi, l’esercito si intende generalmente composto di quelle che fan-
no servizio militare, le quali al momento del bisogno, sono mostruo-
samente gonfiate da quelle in congedo. La forza degli eserciti attuali si
misura perciò principalmente dal numero di soldati sotto le armi o da
poco congedati [...] . Ma nella nazione armata la forza combattente sta
invece nelle riserve; e il soldato professionale, l’esercito stanziale, so-
no scomparsi48.

Segue immediatamente una messa in guardia:

La nazione armata si profila giusta, nobile e grande, ma severa ed


esigente per quanto riguarda l’individuo e bisognosa di una organiz-
zazione salda, compiuta, fermissima di volontà e di atti per quanto ri-
guarda lo stato. E si formula la prima domanda: il cittadino e lo stato
che essa presuppone, ci sono oggi?49
134 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

La risposta non può essere dubbia: la nazione armata è un lon-


tano miraggio, frutto di generose illusioni e di torbidi tentativi di
disarmare l’esercito. L’italiano è troppo individualista, lo stato
troppo poco rispettato; quanti giovani di Milano o Bologna si pre-
senterebbero ad una convocazione domenicale per una marcia di
istruzione? Riderebbero anche i muri, dice Gatti, né la costrizio-
ne vale fuori dalle caserme. Al sospetto verso le masse si aggiun-
ge la sfiducia verso i governi: «i ministeri sono tenuti da uomini
politici, vale a dire da uomini in genere incompetenti, passeggeri
e appassionati»50. A questo marasma si contrappone l’esercito
permanente, possente forza unificatrice, che supera gli egoismi e
garantisce ordine e sicurezza, cui sarebbe follia rinunciare – men-
tre invece la nazione armata viene presentata come un sistema
enormemente complesso e costoso, che esigerebbe una perpetua
mobilitazione di fabbriche e cittadini ed un grandioso sviluppo
delle macchine belliche, con l’unico vantaggio di una riduzione
della ferma:

La diminuzione della ferma oggi non può derivare che da una si-
cura larghissima produzione di materiale bellico, il quale sostituisca gli
uomini [...]. Solo il coordinamento dell’uomo e dell’industria rende
possibile la nazione armata. Risulta da ciò che la nazione armata non
è una diminuzione di spese e di gravami; è anzi un accrescimento [...].
Siamo lontani [...] da quanto comunemente si crede: che la nazione ar-
mata sia l’abolizione dell’esercito e della preparazione alla guerra. È
invece la preparazione generale alla guerra. Può darsi che la terribilità
della preparazione impedisca la guerra51.

Eppure il Gatti non nega che l’esercito abbia bisogno di


profonde riforme, anzi condurrà una lunga battaglia proprio per
assicurare maggiore importanza alle macchine (aerei, cannoni,
carri armati, gas, automezzi e così via). Questo rinnovamento de-
ve però avvenire nel quadro dell’esercito permanente, deve cioè
essere tecnico e non politico. Il Gatti assume perciò una posizio-
ne di conservatorismo illuminato, in cui il culto della tradizione si
congiunge alla ricerca dell’efficienza: una posizione simile a quel-
la del sen. Albertini in campo politico ed ugualmente destinata al-
l’insuccesso. In tutti i momenti decisivi infatti il Gatti si allineerà
con i conservatori contro gli innovatori e nella radicalizzazione
IV. Il mito della nazione armata 135

dello scontro saranno ogni volta sacrificate le sue istanze di una


riforma tecnica.
La terza corrente espressa dagli ambienti di destra rifiuta bru-
talmente la nazione armata per dichiarate ragioni di politica in-
terna, senza alcuna concessione alle critiche all’esercito perma-
nente, riproposto immutato in tutta la sua validità tecnica, politi-
ca e morale. Questa corrente è assai debole nel 1919-20, in cui
molti conservatori tacciono o assumono posizioni poco chiare;
prende vigore invece nel 1921-22, quando il mito della nazione ar-
mata ha perduto il monopolio dei sentimenti. «Oggi, armare i cit-
tadini, come la nazione armata vorrebbe, significherebbe alimen-
tare la guerra civile»52; questo è il maggiore argomento di costoro
– e poco importava che in quel momento (estate 1921) la guerra
civile fosse già stata scatenata dalle bande fasciste. La polemica
però si ampliava fino a negare quelli che sembravano i risultati mi-
gliori della guerra, come l’efficacia dell’entusiasmo patriottico per
la difesa nazionale.

Invero, non si è mai potuto dimostrare più chiaramente che l’en-


tusiasmo patriottico non è terreno solido e sano per l’orgogliosa pian-
ta della forza militare [...]. Lo spirito del paese è un elemento vacil-
lante, che può bensì agire sulle truppe elevandole e rafforzandole, ma
può altresì danneggiarle e deprimerle. Occorre quindi fare il possibi-
le per evitarne la mutevole influenza53.

Il vero soldato deve essere un professionista, allevato in rigido


isolamento dal mondo esterno:

È pur sempre necessario che la truppa sia, in un certo senso, svin-


colata dal paese e si senta in contrapposto con esso, pur costituendo
un vero esercito nazionale. Nella truppa deve svilupparsi un senti-
mento soldatesco di orgoglio personale di fronte alla popolazione54.

Ma la caserma non è solo strumento per la preparazione della


guerra, svolge anche un’importante funzione nell’educazione del-
le masse:

L’unico istituto militare a cui realmente il cittadino si piegò fu l’e-


sercito; e l’esercito da noi fu ottimo propagatore, nell’ambiente civile,
136 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

dei principi d’ordine, di disciplina, di istruzione, oltreché fu il più


grande fattore dello spirito unitario nella nazione. È necessario non di-
menticarlo55.

Si conclude quindi con un ripetuto invito a non compromet-


tere l’esercito esistente con riforme precipitose, dettate da pres-
sioni demagogiche di partiti o di incompetenti:

Facciamo voti che [...] le idealità possibiliste per l’avvenire non ci


facciano distruggere quello che sinora ha fatto buona prova. Chi ha
una buona casa, può desiderare un palazzo, ma non abbatte il suo ri-
covero prima che il palazzo sia costruito. La nazione armata è il pro-
dotto di una data società, non la crea: e le chimere sono buone per i
retori, non per quanti amano la patria e ne desiderano l’incremento col
fervore delle opere56.

Un buon senso accattivante, che deve far dimenticare come


l’immaturità delle plebi fosse il tradizionale argomento per con-
trastare qualsiasi riforma, militare e civile.

Attraverso le sfumature che abbiamo cercato di indicare, tutti


i periodici ed i partiti di destra e di centro concordano nel rifiuto
della nazione armata e nella riaffermazione dell’esercito perma-
nente57. Ci interessa però ricordare che nel 1919-20 la polemica
contro la nazione armata è generalmente politica ed assai rara-
mente tecnica: solo quando si sarà attenuato il ricordo dell’espe-
rienza bellica si potrà presentare l’esercito di caserma come la mi-
gliore soluzione anche dal punto di vista tecnico (per es. per l’ad-
destramento delle reclute o la formazione dei quadri inferiori).
Nel 1921 la «Rassegna italiana» scriverà:

L’addestramento tecnico-morale delle truppe, quando non si vo-


glia illudere sé e gli altri, preparando la sicura catastrofe della patria,
deve essere fatto nei reggimenti; i reggimenti devono costituire la vera
scuola della nazione, in essi i giovani devono imparare il culto per la
patria e acquistare la forza morale per sapersi sacrificare, in caso di bi-
sogno, per la difesa della nazione. Gli eserciti casalinghi o a domicilio
non possono che preparare la rovina del paese, specie per noi, che sia-
mo ancora giovani come nazione, sicché non abbiamo ancora salde e
forti tradizioni d’ordine, di spirito di dovere e di sacrificio58.
IV. Il mito della nazione armata 137

Nel 1919-20 però anche i più strenui difensori dell’esercito


permanente accettano le ferme brevi e reclamano l’arruolamento
di tutti i giovani fisicamente idonei. L’orientamento ufficiale (8
mesi di ferma negli studi del Comando supremo nel febbraio
1919, 12 nell’ordinamento Albricci-Diaz, 8 in quello Bonomi-Ba-
doglio) non è quindi isolato, anche se è innegabile la tendenza a
proporre un aumento della ferma col passar degli anni; nel 1920-
21 infatti 12 mesi diventeranno il minimo ammissibile, in attesa di
salire ancora dopo l’avvento del governo fascista59.
Evidentemente alcuni tra i più clamorosi portati dell’esperien-
za bellica parevano riassorbibili nelle strutture tradizionali: del re-
sto nei decenni prebellici la ferma si era progressivamente ridotta
(dai 4-5 anni del 1870 ai 2-3 anni del periodo giolittiano) ed il con-
tingente annualmente incorporato era aumentato senza scuotere
la compagine dell’esercito. Postulato fondamentale dei conserva-
tori era invece la sopravvivenza di una vasta intelaiatura di co-
mandi, uffici e caserme e di un forte corpo di ufficiali di carriera
che ne conservasse il pieno controllo; anche la collaborazione del-
l’industria nazionale era vista, ogni qual volta si scendeva a parti-
colari, come il conferimento alle autorità militari del potere di
orientare e controllare la produzione utilizzabile ai fini bellici; la
collaborazione degli ambienti civili alla direzione e persino alla di-
scussione della politica militare veniva invece drasticamente limi-
tata, con una separazione di compiti tra mondo politico e coman-
do dell’esercito.

Sulle diverse prese di posizione degli organi politici e militari


ritorneremo seguendo più da vicino le vicende dell’esercito. Par-
lare di nazione armata o di esercito permanente in astratto è in-
fatti utile solo per le linee generali: tutti i programmi subiscono
una evoluzione assai rapida, nei tumultuosi anni del dopoguerra.
Rimane una constatazione doverosa, che i programmi imperniati
sulla conservazione dell’esercito permanente hanno una concre-
tezza tecnica assai maggiore di quelli ispirati alla nazione armata
ed avanzano spesso proposte precise sul numero di reparti o la
forza bilanciata. Il che non significa che siano sempre realizzabi-
li, perché è frequente la tendenza a chiedere uno sforzo finanzia-
rio quale il bilancio italiano non poteva permettere, e non man-
cano suggerimenti incoerenti ed acri contrasti sulla sorte di armi
138 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

e corpi tradizionali. Effettivamente i conservatori sono grande-


mente avvantaggiati, nella formulazione dei loro programmi, dal-
l’esistenza di un esercito permanente non troppo dissimile dalle
loro aspirazioni, che costituisce un sicuro punto di riferimento;
sulla comune e concreta base della difesa dello status quo, costo-
ro possono limitarsi ad indicare i miglioramenti necessari, mentre
invece i sostenitori della nazione armata non hanno modelli esau-
rienti e devono quindi tracciare grandi costruzioni teoriche op-
pure definire la loro posizione volta per volta su singoli problemi,
in contrapposizione alle vicende dell’esercito regolare.

4. L’esercito lancia e scudo

La maggior parte dei programmi militari apparsi nel dopo-


guerra 1919-22 sono riconducibili all’una o all’altra delle tesi fi-
nora presentate: ritorno all’esercito prebellico o avviamento più o
meno rapido ad una nazione armata assai vaga. Esistevano altre
alternative concrete? Lo schieramento conservatore si affanna a
negarlo, sostenendo che qualsiasi rinuncia agli ordinamenti tradi-
zionali avrebbe portato direttamente al trionfo delle deprecate so-
luzioni democratiche. I programmi che ora tratteremo e che si
possono riunire sotto la richiesta comune di un esercito piccolo,
ma pronto (l’esercito «lancia e scudo», nella terminologia del più
noto dei suoi sostenitori) hanno invece sufficiente consistenza tec-
nica; le loro critiche all’esercito permanente tradizionale partono
proprio da una aspirazione nazionalista ad una politica estera di
potenza, non garantita ai loro occhi dal sistema esistente. Il gen.
Bencivenga, che è appunto il più noto sostenitore dell’esercito
lancia e scudo, una delle più brillanti personalità militari uscite
dalla guerra60, inizia la sua attività giornalistica con articoli di po-
litica estera oltranzisti, pubblicati su riviste di destra61 e continua
anche in seguito ad occuparsi di politica estera e coloniale in ter-
mini di forza e prestigio, pur scrivendo ormai su un quotidiano
nittiano62. Benché sostenitore della ferma breve e del più largo ri-
corso agli ufficiali di complemento, il Bencivenga non si appella
mai ai principi democratici della nazione armata, verso i quali
sembra provare una certa diffidenza; chiede invece un uomo for-
IV. Il mito della nazione armata 139

te al ministero della Guerra, capace di imporre riforme giustifica-


te sempre con considerazioni puramente tecniche. Insomma, egli
appare politicamente assai più vicino ai liberali come Albertini ed
Amendola, cui lo univa anche la comune devozione a Cadorna ed
ai quali si affiancherà nel 1923-25, che ai democratici nittiani con
i quali collabora nel 1921-22 pur con qualche riserva e contra-
sto63. Sarà solo la battaglia antifascista, condotta con slancio e co-
raggio, che porterà il Bencivenga ad accettare tutte le idee del-
l’opposizione liberale.
Premessa la necessità di un esercito in grado di garantire l’Ita-
lia da un attacco improvviso su due frontiere ed eventualmente di
prendere l’iniziativa delle operazioni, il Bencivenga conduce una
critica a fondo dell’ordinamento prebellico e di quello in vigore.
Pretendere di avere in pace l’intelaiatura delle 60 divisioni di
guerra (cioè 30 divisioni sdoppiabili alla mobilitazione) è assurdo,
egli sostiene, alla luce dell’esperienza prebellica:

Poiché in pace si doveva avere lo scheletro di ciò che si voleva in


guerra, il paese era costretto a sopportare un’armatura militare la qua-
le, se economica, era inefficace per la guerra, e se efficace per la guer-
ra, era insopportabile in pace64.

Nel dopoguerra le condizioni delle finanze statali non per-


mettono una forza bilanciata superiore ai 200.000 uomini; ma an-
che tenendone alle armi oltre 300.000, come avviene nel 1921 con
pregiudizio degli altri bisogni dell’esercito, non si ha un solo bat-
taglione efficiente, perché il sistema della larga intelaiatura, cioè
dei molti reparti e comandi, disperde questi uomini in nuclei pic-
colissimi impiegati per lo più in servizi di scarso valore militare65.
Queste critiche non sono nuove, gli stessi sostenitori dell’eser-
cito tradizionale ne ammettono talora l’esattezza, chiedendo su-
bito dopo un aumento della forza bilanciata che valga a ridare
consistenza ai battaglioni. Il Bencivenga invece si distingue netta-
mente anche dai sostenitori della nazione armata, perché non pen-
sa affatto che sia possibile rinunciare ad un esercito permanente;
ne propone però una riorganizzazione assai ampia, che consiste
essenzialmente in una riduzione del numero dei reparti e soprat-
tutto tra le due funzioni diverse e parzialmente contrastanti di un
esercito permanente:
140 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

Un ordinamento moderno deve adunque cominciare dal separare


ciò che è elemento protettivo da una parte, da ciò che è scuola alle ar-
mi e predisposizione per la mobilitazione generale dall’altra66.

Pertanto in pace esisteranno 15 divisioni su tre reggimenti,


ognuna con 10.000 uomini, cioè con una buona consistenza. Que-
sti 150.000 uomini vanno liberati da qualsiasi compito non mili-
tare e concentrati nelle zone di frontiera oppure lungo le princi-
pali vie ferroviarie; al primo allarme i reparti vengono completati
con elementi delle classi più giovani. Si ha così un esercito picco-
lo, ma costituito in tutti i suoi elementi e bene allenato, sempre
pronto a rispondere alle esigenze della politica estera: esercito lan-
cia e scudo, perché protegge il paese da un attacco di sorpresa ed
è anzi capace di iniziare un’offensiva di ristretto raggio, ma assai
utile, volta ad assicurare il dominio dell’altro versante della fascia
alpina ed a scompigliare la mobilitazione del nemico67.
Accanto a queste truppe, ma completamente distinta, il Ben-
civenga prevede un’organizzazione territoriale di scuole per re-
clute e centri di mobilitazione, che ha funzioni assai limitate in pa-
ce, essenzialmente di preparazione, ed in guerra deve dar vita al-
le altre 40-45 divisioni necessarie. Il Bencivenga quindi, dopo aver
affermato la necessità di un esercito permanente di pace, si affida
alla nazione armata per la creazione della parte maggiore delle di-
visioni di guerra, facendo osservare che non mancherebbe il tem-
po né gli uomini per queste nuove unità. Infatti l’esercito perma-
nente è sufficiente a condurre la guerra nelle prime settimane e
consente la messa a punto graduale delle divisioni di rincalzo, man
mano che l’industria nazionale completa un armamento ed un
equipaggiamento che non può certo essere immagazzinato per in-
tero fin dal tempo di pace. Per i quadri di queste nuovi divisioni
è previsto il ricorso ad un nucleo di ufficiali di carriera preceden-
temente approntato (utilizzati in pace per l’addestramento delle
reclute, il funzionamento dei centri di mobilitazione, il perfezio-
namento e la diffusione della cultura militare nel paese) e agli uf-
ficiali di complemento oppure dimessi dal servizio attivo. Il re-
clutamento dei soldati è naturalmente regionale.
Questa parte del programma del Bencivenga rimane sempre
assai vaga68, perché gli interessa assai più il nucleo di divisioni se-
mipronte che non l’organizzazione territoriale della leva in massa
IV. Il mito della nazione armata 141

per la guerra. Qui si appunteranno le critiche dei suoi avversari:


citiamo per tutti il Roluti, che non disconosce l’utilità di truppe
semipronte alla frontiera, purché ciò non avvenga a scapito della
più ampia organizzazione militare, cioè della rete di comandi e re-
parti esistenti. L’istruzione delle reclute al di fuori dell’esercito
permanente non dà affidamento alcuno, né appare possibile la
creazione di truppe sulla base di un semplice centro di mobilita-
zione con una diecina di ufficiali di carriera, come pure l’amalga-
ma sul campo di battaglia di reparti così diversi come quelli per-
manenti e quelli improvvisati69.
Tuttavia l’esercito lancia e scudo incontrò largo favore negli
ambienti di ex-combattenti: ricordiamo il disegno di legge per il
riordinamento dell’esercito, presentato dal ministro Gasparotto,
e la presa di posizione di un esponente dell’estrema destra, il gen.
Gandolfo, che fu uno dei primi organizzatori delle bande fasciste
e comandante della milizia all’indomani del delitto Matteotti,
nonché critico acerbo delle supreme gerarchie militari70. Le idee
del Bencivenga infatti presentavano suggestioni di modernità ed
efficienza e garanzie tecniche e politiche. Il controllo dei reparti
permanenti (gli unici che potessero avere un peso nella politica in-
terna) rimaneva agli ufficiali di carriera, tanto che ne era previsto
l’impiego in caso di sommosse; il passaggio da un ordinamento su
30 divisioni a quello su 15 non presentava problemi particolari né
salti nel buio e gli inconvenienti del sistema tradizionale erano tal-
mente evidenti (nel prossimo capitolo daremo dati eloquenti sul-
la dispersione dei soldati in compiti non militari) da far accoglie-
re con sollievo la prospettiva di reparti più forniti di uomini e mez-
zi. Né sarebbe mancato il tempo per organizzare la rete di scuole
per le reclute (non dissimili dai CAR adottati nel secondo dopo-
guerra) e di centri di mobilitazione, tanto più che la disponibilità
dei veterani della guerra permetteva qualche esperimento in fatto
di addestramento e inquadramento.
La profonda opposizione dei conservatori non si alimentava
solo dei motivi tecnici dichiarati. La prima conseguenza dell’ado-
zione delle proposte Bencivenga sarebbe stata la riduzione del
ruolo tradizionale dell’esercito nella vita pubblica. Infatti le divi-
sioni dell’esercito lancia e scudo, raccolte in campi di istruzione
lontani dalle grandi città, potevano sì intervenire in caso di som-
mosse popolari, ma non assicurare la vita alle migliaia di enti pa-
142 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

rassitari, di uffici, di comandi preposti ad attività varie quanto


inutili ai fini bellici. Scriveva il gen. Gandolfo:

Bisogna dichiarare [...] che l’esercito è istituito per proteggere la


nazione contro i nemici esterni e anche contro i nemici interni, se fos-
se necessario, ma non per esercitare funzioni di pubblica sicurezza, fa-
re il maestro di scuola, il maestro di agricultura e allietare la cittadi-
nanza colle sue musiche e coi suoi spettacoli di riviste e di parate71.

Quindi le divisioni permanenti avrebbero dovuto dedicarsi


soltanto all’addestramento bellico: i compiti territoriali ricadeva-
no tutti sugli addetti ai centri di mobilitazione, già oberati di in-
combenze. Il che implicava lo smantellamento della rete di servi-
zi e uffici che avvolgeva e soffocava l’esercito, la distruzione della
brillante facciata e una grave minaccia a innumerevoli interessi
privati, che alimentarono perciò la resistenza alle innovazioni.
Inoltre indirizzare la vita delle truppe unicamente alla prepa-
razione bellica, affidando in pari tempo la formazione di unità di
prima linea ai centri di mobilitazione, semplici uffici senza tradi-
zione né nuclei di inquadramento, significava porre le premesse
di un’ulteriore riduzione dell’esercito permanente, il giorno in cui
l’evoluzione delle condizioni internazionali rendesse meno neces-
sario il presidio delle frontiere. In altre parole l’esercito lancia e
scudo, malgrado il ruolo preminente riservato agli ufficiali di car-
riera, il mantenimento di forti reparti permanenti e lo spirito ag-
gressivo che lo pervadeva, era pericoloso perché minava alla base
l’esercito di caserma, di cui riconosceva l’importanza ma non più
l’indispensabilità, negando così ai militari una sfera d’influenza ri-
stretta forse, ma interamente loro. Nel clima di tensione del do-
poguerra l’esercito lancia e scudo, nato da preoccupazioni esclu-
sivamente tecniche e nutrito di aggressivo patriottismo, pareva
preparare un cedimento democratico, anche se a scadenza meno
immediata che non la nazione armata; diventava anzi una tappa
dell’avviamento alla nazione armata. Il che è indubbio; nella mi-
sura in cui il Bencivenga affidava la difesa nazionale ai cittadini
che avrebbero formato le divisioni di rincalzo, le sue proposte as-
sumevano significato democratico, oltre le sue stesse intenzioni.
Tecnicamente queste proposte non avevano nulla di utopistico:
un esercito piccolo, ma efficiente, avrebbe permesso una politica
IV. Il mito della nazione armata 143

militare di raccoglimento fino a quando perdurasse la crisi finan-


ziaria, senza pregiudicare lo studio di soluzioni nuove e un suc-
cessivo ampliamento. Il loro ripudio andrà quindi giustificato con
la resistenza degli interessi privati consolidatisi intorno all’eserci-
to di caserma e con il timore della classe dirigente di dover ri-
nunciare nel futuro a «una forma di forza armata creata più come
riserva di polizia che come scuola di preparazione di tutti i citta-
dini»72.
Appendice

LE POSIZIONI SOCIALISTE

Isoliamo le posizioni socialiste per due motivi; anzitutto, che le dif-


ferenti correnti del PSI ed i comunisti condannarono con pari vigore
nazione armata ed esercito permanente, considerandoli entrambi stru-
mento dell’oppressione di classe; in secondo luogo, che la loro azione
non ebbe influenza alcuna sul riordinamento dell’esercito italiano, per
lo scarso rilievo che il problema ha sulla stampa di estrema sinistra e
soprattutto per l’assoluta inconciliabilità delle tesi avanzate. O meglio,
ci fu sicuramente un’influenza potente, ma indiretta, nella misura in
cui l’ampiezza e l’asprezza delle lotte sociali consolidò l’importanza
dell’esercito come supremo tutore dell’ordine pubblico. Con tutto ciò
un rapido esame delle posizioni socialiste e comuniste è necessario, da-
to il peso politico di questi partiti, e non privo di interesse, proprio
perché le loro critiche erano condotte da un punto di vista totalmente
diverso rispetto a quelle dei partiti borghesi e patriottici73.
La grande ondata antimilitarista alimentata dalla stampa socialista
e particolarmente dall’«Avanti!» nel 1919 si protrae negli anni se-
guenti con intensità decrescente, rimanendo sempre nel campo politi-
co più generale; vale a dire che la denuncia della guerra è l’occasione
per mettere sotto accusa la borghesia italiana, proclamandone l’immi-
nente collasso, ma non offre lo spunto ad un programma militare ve-
ro e proprio. È chiarissimo e frequentemente ripetuto che l’esercito
borghese è un’arma di classe, che ha come scopo principale il mante-
nimento del potere di classe e come scopo secondario l’estensione del-
le aree di sfruttamento della borghesia italiana. Il potere della classe
operaia potrebbe incarnarsi oggi stesso in un sistema di soviet, se ba-
stasse l’entusiasmo rivoluzionario e l’appoggio della maggioranza del-
la popolazione, dice un editoriale dell’«Avanti!» nel marzo 1920; ma
la borghesia dispone di un esercito: «Lo stato borghese vive solo per-
ché possiede un centro di coordinamento della forza militare e perché
IV. Il mito della nazione armata 145

possiede ancora la libertà d’iniziativa; esso è in grado di far manovra-


re le sue truppe e di addensarle rapidamente nei focolai rivoluzionari
per soffocarli immediatamente in un torrente di sangue»74.
E poco dopo: «Noi manchiamo dell’elemento forza. Lo stato bor-
ghese è armato. Noi no!»75. E ancora: «La forza militare è, lo ricordi-
no i compagni, nel primo tempo la più potente; è quella, cioè, che può
da sola spezzare o ridurre in nulla qualsiasi conquista, qualsiasi vitto-
ria, economica e politica, ottenuta legalmente o illegalmente, poco im-
porta. Quando anche infatti, parliamo solamente a titolo di ipotesi non
augurabile né verosimile, si formasse per chissà quali eventi un intiero
ministero massimalista, esso sarebbe impotente ad agire perché la for-
za armata è organizzata in modo che può operare all’infuori del go-
verno, anzi contro il governo [...]. La borghesia lo sente e lo capisce e
la crisi nel suo svolgimento lo dimostra. Si è parlato di tutto fuorché
della questione militare e non si è sfiorato il problema, la cui soluzio-
ne rappresenterebbe pure uno sgravio finanziario formidabile, perché
la intangibilità degli attuali ordinamenti è la condizione necessaria e
sufficiente perché la borghesia, in qualsiasi sua incarnazione, possa de-
bellare e soffocare nel sangue gli sforzi proletari»76.
Hanno perciò poco rilievo, per il movimento operaio, le discussio-
ni sul riordinamento dell’esercito borghese; in particolare, nella na-
zione armata dei democratici si vede solo una modifica puramente for-
male degli ordinamenti militari, che non tocca la sostanza dei rappor-
ti tra le classi: «Il proletariato non può e non deve accettare il concet-
to di nazione armata quale è inteso dai teorici della borghesia, in quan-
to nessun inganno democratico liberale è più pericoloso di questo per
gli interessi della classe lavoratrice»77.
Parimenti netto il rifiuto dell’esercito lancia e scudo78, che lascia
ugualmente tutto il potere nelle mani della casta militare, espressa dal-
la borghesia. Anche la riduzione della ferma ha valore illusorio: «Una
riduzione della ferma compiuta senza mutare ab imis fundamentis tut-
to l’ordinamento militare avrebbe per noi tale sapore di inganno de-
mocratico da farci desiderare piuttosto la ferma attuale!»79. Questa lu-
cida diagnosi ritorna con frequenza su tutta la stampa di estrema sini-
stra80; ne consegue che il movimento operaio deve innanzi tutto cer-
care di limitare l’azione repressiva dell’esercito borghese e poi mirare
a sostituirlo con un esercito socialista, che difenda le conquiste della
rivoluzione. Sulla tattica da seguire, si contrappongono però due po-
sizioni diverse, quella massimalista e quella comunista, entrambe svi-
luppate solo per sommi capi e non tradotte in pratica con continuità.
L’«Avanti!» conta soprattutto sulla pressione dell’opinione pub-
blica e sull’azione parlamentare, facendo appello anche alla collabora-
146 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

zione degli ufficiali di carriera: strumenti assolutamente inadeguati nel


clima di tensione del dopoguerra. Ancora più singolare è la convin-
zione, che non si sa come conciliare con la diagnosi sopra esposta, che
la lotta armata possa svilupparsi solo dopo la conquista del potere da
parte del proletariato organizzato. Scrive l’esperto militare massimali-
sta, il Gatto-Roissard: «Si inizi una lotta antimilitarista positiva sul ter-
reno della realtà, abbattendo con tutti i mezzi e quindi anche e so-
prattutto coll’azione parlamentare (che oggi in tale campo è, a mio pa-
rere, la più efficace) il baluardo estremo della borghesia»81. Bisogna
infatti considerare «l’armamento del proletariato quale mezzo preci-
puo non tanto per vincere, quanto per mantenere la vittoria»82. «A me
sembra che andare al potere comunque, senza aver prima risolto il pro-
blema della forza armata, significa penetrare nella cittadella per rima-
nervi prigionieri, mentre organizzare la forza armata per conquistare
la cittadella significa anteporre quello che deve essere il risultato idea-
le alla preparazione necessaria per il raggiungimento del risultato me-
desimo»83.
Questo contrasto tra diagnosi rivoluzionaria e linea d’azione rifor-
mista non può essere addebitato soltanto alla confusa preparazione del
Gatto-Roissard, alla cui attività peraltro non mancarono riconosci-
menti formali84. Si veda infatti la più ampia presa di posizione di Ser-
rati: «Fare la rivoluzione non vuole tanto dire incitare l’atto violento
risolutivo – il quale, secondo io penso, non è che una necessaria con-
seguenza di tutta una situazione e viene quindi quasi fatalmente da sé
– quanto il preparare gli elementi che ci diano la possibilità di appro-
fittare, come partito, di questo inevitabile atto e di trarne tutte le con-
seguenze socialiste che sono consentite dai tempi e dall’ambiente [...].
Il compito del partito socialista non è dunque, secondo me, tanto quel-
lo di condurre le folle in piazza – come pensano i romantici della bar-
ricata – quanto quello di approntare tutte le forme dell’assestamento
socialista, indispensabile per consolidare il nuovo regime e renderne
possibile il definitivo trionfo»85.
Il programma militare che il Gatto-Roissard proponeva al partito
era quindi coerentemente massimalista86. Portava però ad una situa-
zione bloccata, perché l’asprezza della lotta di classe (su cui i socialisti
non si facevano illusioni) impediva quella partecipazione al governo o
quel fronte comune con i partiti democratici che avrebbe forse potu-
to incidere sulle istituzioni militari italiane. Il sostanziale disinteresse
del Partito socialista per le argomentazioni del Gatto-Roissard dimo-
stra però che il problema militare era ritenuto secondario e, indiretta-
mente, che i socialisti non si posero mai concretamente il problema
IV. Il mito della nazione armata 147

della conquista del potere, che, violenta o legale, non può certo pre-
scindere dall’atteggiamento dell’esercito.
Sempre dal nostro particolare osservatorio, anche i comunisti non
arrivarono mai a porsi concretamente il problema; ad una maggiore
consequenzialità ideologica non corrisponde infatti un interesse reale
ed una azione pratica. La quarta tra le condizioni di ammissione alla
Terza internazionale era dedicata all’argomento: «È necessario svol-
gere tra le truppe una propaganda e un’agitazione sistematiche e te-
naci e costituire delle cellule comuniste in tutte le unità militari. I co-
munisti dovranno svolgere questo lavoro in gran parte illegalmente;
ma rifiutarsi di svolgerlo, significherebbe tradire il dovere rivoluzio-
nario ed è cosa incompatibile con l’appartenenza alla Terza Interna-
zionale»87.
Tuttavia la stampa comunista non sviluppa il motivo della pene-
trazione dal basso e dedica poco spazio al problema; scrive «L’Ordi-
ne nuovo», in risposta ad una lettera di protesta contro la durezza del-
la vita militare: «La vita a cui i gallonati costringono i proletari in di-
visa è ormai nota a tutti e non sappiamo come il partito nostro po-
trebbe aiutare i soldati se essi stessi non cercano di unirsi al proleta-
riato delle officine e dei campi per giungere alla comune liberazione.
Un’azione parlamentare non avrebbe certamente alcun risultato, l’in-
tero proletariato, stretto tra la reazione ed il tradimento dei capi so-
cialdemocratici, si dibatte in una situazione difficilissima»88.
Le direttive pratiche sono quindi assai prudenti e generiche: il co-
munista non deve esporsi, ma «soldato modello, intelligente e fidato»,
deve raggiungere i posti più delicati dell’organismo militare: «I comu-
nisti soldati devono svolgere direttamente la propaganda nelle file e tra
i camerati: il loro compito nell’esercito è prima di tutto quello di di-
ventarne le leve di comando, poi di acquistare ascendente sui camera-
ti e infine di portare questi camerati – sulla cui qualità di persone one-
ste devono essere sicuri – ai compagni civili che fuori di caserma e non
legati dalla casacca, più liberamente possono svolgere la propagan-
da»89. Un programma alquanto modesto di cauto proselitismo: né ab-
biamo trovato traccia, nella stampa e in alcuni documenti militari che
esamineremo più tardi, dell’esistenza di una organizzazione rivoluzio-
naria, sia pure embrionale, tra le truppe. La maggior chiarezza dei pro-
grammi comunisti non portava quindi ad una azione più efficace di
quella socialista ed il problema della penetrazione nell’esercito rima-
se secondario, sacrificato a campi di lotta più urgenti.
In conclusione, la politica militare dei partiti operai nel 1920-22 si
ridusse ad una chiara denuncia del carattere di classe dell’esercito re-
gio e delle soluzioni avanzate dagli altri partiti; questa denuncia era ac-
148 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

compagnata da una propaganda antimilitarista tradizionale, ora in-


fuocata ora commossa e comunque in diminuzione. Mancò un’azione
più ampia ed un interesse continuo. Gli stessi accenni all’ordinamen-
to del futuro esercito rosso sono sempre estremamente generici e spes-
so confusi e finiscono con ricalcare i moduli di quella nazione armata
che era respinta come illusione borghese.
V

IL RITORNO ALL’ESERCITO DI CASERMA

1. L’opera del ministro Bonomi

Ministro della Guerra nel secondo gabinetto Nitti (14 marzo-


21 maggio 1920) e poi nel gabinetto Giolitti fino al rimpasto che
lo promosse ministro del Tesoro (16 giugno 1920-2 aprile 1921),
infine presidente del Consiglio dal 4 luglio 1921 al 26 febbraio
1922, Ivanoe Bonomi è indubbiamente l’uomo politico che più
dovette occuparsi di problemi militari nel dopoguerra; ed è infat-
ti responsabile dell’ordinamento provvisorio che porta il suo no-
me, in vigore dal 1920 al 1923, della ferma più breve mai adotta-
ta in Italia e del riordinamento dell’alto comando dell’esercito.
Tuttavia si cercherebbe invano nei suoi discorsi o nei suoi scritti
un accenno non generico alla sua attività di ministro ed ai suoi
programmi, che possiamo ricostruire solo dall’esterno, sulla base
dei provvedimenti presi.
Nell’ordinamento costituzionale italiano il ministro della
Guerra concentrava in sé la suprema autorità politica, ammini-
strativa e tecnica dell’esercito; la tradizione voleva quindi che fos-
se un militare. Di fatto il capo di stato maggiore, già prima del
1914, aveva assunto una notevole autonomia, grazie alla sua na-
tura di comandante in capo designato, rivendicando una parte
sempre più ampia del cosiddetto potere tecnico; la guerra aveva
enormemente rafforzato la sua posizione e nel dopoguerra pare-
va compiuta la distinzione tra la responsabilità politica ed ammi-
nistrativa del ministro (che poteva quindi essere un borghese) e
quella tecnica del capo di stato maggiore. Ora una vera distinzio-
ne tra le due responsabilità non è possibile: basti considerare che
150 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

per potere tecnico si intendeva allora la formulazione della dot-


trina militare ufficiale, e quindi l’orientamento della preparazio-
ne bellica, con l’indicazione dei minimi irrinunciabili in fatto di
uomini, quadri, comandi e mezzi e implicitamente la scelta del ti-
po di ordinamento; poi la nomina dei maggiori comandanti e mol-
teplici questioni minori, dalla carriera degli ufficiali alla discipli-
na delle truppe, oltre alla direzione dell’addestramento dei repar-
ti ed alla stesura dei piani di guerra, sottoposti solo al controllo
del re1. Quasi tutte queste incombenze hanno un evidente valore
politico, ma pochi osavano contestarne il monopolio al capo di
stato maggiore. Al ministro restavano poteri teoricamente grandi,
come l’indicazione dello sforzo finanziario possibile per la difesa,
il tipo di ordinamento, la durata della ferma, inficiati però dalla
precedenza riconosciuta alle esigenze tecniche; e compiti generi-
ci (il coordinamento tra esercito e paese) oppure secondari (il con-
trollo contabile sulle spese).
I ministri militari che si erano succeduti dopo l’armistizio (per
non parlare di quelli del periodo bellico) avevano accettato di es-
sere ridotti ad avallare presso gli ambienti politici le decisioni pre-
se dal comando dell’esercito (formalmente irresponsabile: i suoi
atti diventavano esecutivi con la firma del ministro). Che Bonomi,
primo ministro borghese del dopoguerra, si inserisse in questa si-
tuazione, accettando che Badoglio gli dettasse il nuovo ordina-
mento provvisorio, pareva naturale ai più, a cominciare dagli stes-
si Nitti e Bonomi. Tuttavia la nomina di un ministro borghese
avrebbe dovuto segnare un rafforzamento del controllo politico
sull’esercito, per lo meno nel senso di un riordinamento dell’am-
ministrazione militare, che il rispetto di antiquate tradizioni e gli
anni di emergenza avevano trasformato in un caos di abusi, as-
surdità e sperperi. Come scriveva Ugo Ancona su «Il Giornale d’I-
talia»:

Anzitutto poniamo la questione nei suoi veri termini. La costitu-


zione, la direzione e l’impiego dell’esercito, è opera poderosa esclusi-
vamente militare, che deve essere diretta in piena autonomia e re-
sponsabilità esclusivamente dai militari ed in modo speciale dal capo
di stato maggiore. Ciò è tanto evidente che non c’è bisogno di dimo-
strarlo e non c’è nulla da discutere. La questione del ministro borghe-
se non sta lì. Sta principalmente nel fatto che l’esercito richiede una
V. Il ritorno all’esercito di caserma 151

somma enorme di servigi ausiliari, commerciali e industriali, difficili e


complicati, che applicano i ritrovati più recenti del lavoro dell’indu-
stria e della scienza. Servizi d’importanza fondamentale, tanto che la
guerra fu detta una guerra d’industrie2.

È in questo settore che il ministro borghese può svolgere ope-


ra proficua, grazie alla sua esperienza di pubblico amministrato-
re, eliminando rami secchi e doppioni; su questo concordano va-
ri commentatori, tutti concordi nell’affermare che il ministro non
deve ingerirsi nelle cose tecniche, anzi che la scelta di un borghe-
se a capo del ministero della Guerra esige un rafforzamento ulte-
riore della posizione del capo di stato maggiore3. Questa l’impo-
stazione ufficiale e più diffusa; se ne distaccano coloro che vedo-
no nella nomina di un ministro non militare la possibilità di in-
frangere il monopolio che ristretti gruppi hanno assunto nel con-
trollo dell’esercito e quindi chiedono al ministro un’iniziativa au-
tonoma anche nelle questioni tecniche4 ed all’estremo opposto
coloro i quali avversano il provvedimento che dà all’esercito un
capo incompetente e quindi irresponsabile, facile strumento nel-
le mani degli organi del ministero5.
Bisogna quindi riconoscere che la situazione non incoraggiava
Bonomi ad assumere iniziative di vasta portata e che l’autonomia
del comando dell’esercito era consolidata dalla prassi ministeria-
le e dall’appoggio dei gruppi di destra. Tuttavia ci sembra diffici-
le non dare un giudizio negativo della sua opera di ministro, che
appare dominata dall’immobilismo e dalla rinuncia a contrastare
o dirigere l’azione dei suoi subordinati militari. Ministero e stato
maggiore si divisero i compiti di riorganizzazione: se Bonomi eb-
be qualche iniziativa, non ne è rimasta traccia; il suo ruolo fu di
avallare come ministro e socialista riformista l’operato delle ge-
rarchie militari, facendosi garante dell’ispirazione democratica
dell’ordinamento provvisorio e della sistemazione dell’esercito.
Come capo dell’amministrazione militare, Bonomi fu ugualmen-
te passivo; anche la riduzione delle spese, motivo primo della sua
nomina, fu più apparente che reale. È vero che nulla di decisivo
era possibile fino a quando non fossero liquidate le pendenze di
guerra, ma anche far approvare una riduzione di organici non ave-
va senso, se non se ne imponeva l’attuazione. Per quanto ci risul-
ta, pure in questo settore Bonomi lasciò fare ai suoi collaboratori.
152 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

L’esperienza del ministro borghese fu quindi ampiamente pas-


siva per i partiti democratici e per quanti avevano sperato in rifor-
me. Non fu invece passiva per l’esercito, perché bisognerebbe di-
mostrare che un ministro militare avrebbe fatto più di Bonomi,
che continuava la tradizione di Albricci e Caviglia di abdicazione
dinanzi al comando dell’esercito. L’esperienza fu poi largamente
attiva per le destre ed i militari, che poterono riversare sul mini-
stro borghese e sui governi democratici la responsabilità della cri-
si dell’esercito e tutti gli inconvenienti emersi. Sarebbe lungo enu-
merare tutte le accuse rivolte a Bonomi, «l’origine di tutti i guai
del riordinamento dell’esercito»6, «colui che si è assunto l’incari-
co di reggere le sorti del ministero della Guerra colla stessa indif-
ferenza colla quale un analfabeta si sarebbe assunto quello di bru-
ciare la Divina Commedia»7. Accuse in gran parte ingiuste, che
prescindono dalla situazione, su cui torneremo più avanti, par-
lando di tutti i ministri borghesi del dopoguerra.
C’è però una questione in cui Bonomi ebbe una personale ini-
ziativa ed una diretta responsabilità: la moltiplicazione di organi
collegiali con funzioni mal definite e parzialmente ricoprentisi,
che elevava a sistema l’immobilismo ed avrebbe in seguito osta-
colato qualsiasi iniziativa dei più dinamici successori del ministro.

L’ordinamento fissato per decreto il 20 aprile 1920 era dichia-


ratamente provvisorio e faceva anzi obbligo al ministro di pre-
sentare al parlamento un progetto definitivo entro l’anno. Per-
tanto tre mesi più tardi Bonomi nominava una commissione con-
sultiva «con l’incarico di coadiuvare il ministro della Guerra nel-
la preparazione del disegno di legge per l’ordinamento definitivo
del regio esercito, per il reclutamento delle truppe, per la prepa-
razione militare nella scuola e fuori della scuola»8, assegnandole
il compito di chiarire agli ambienti politici i termini della questio-
ne militare:

Insomma (e sarà questo il maggior pregio di questa commissione)


i problemi militari, fin qui campo chiuso di tecnici o atmosfera indefi-
nita di dilettanti, troveranno finalmente nei membri di questa com-
missione e non in essi soltanto (ognuno di voi ha amici e colleghi di
partito con cui [è] in assidua corrispondenza) una opinione maturata
V. Il ritorno all’esercito di caserma 153

e illuminata che gioverà a salvaguardare le future soluzioni dall’im-


provvisazione, dal preconcetto, dall’empirismo9.

Subito dopo però, con un bel discorso tanto più interessante


in quanto è l’unica presa di posizione che gli conosciamo sul te-
ma, Bonomi chiedeva alla Commissione consultiva (così la indi-
cheremo d’ora in poi) di esprimere anche un orientamento pro-
prio, se non addirittura un disegno di legge, entro la non lontana
scadenza del 30 novembre 1920. Premesso che ogni studio del-
l’organizzazione difensiva della nazione doveva basarsi sulla co-
noscenza «degli orientamenti e degli atteggiamenti dell’ambiente
esteriore» («molto più di quello che usualmente si chiama politi-
ca estera»), della «potenza economica e finanziaria del nostro sta-
to» e delle «attitudini e [...] capacità del paese a preparare e per-
fezionare le energie della difesa», Bonomi si soffermava partico-
larmente su quest’ultimo punto, «che ha acquistato un grande ri-
lievo da quando la necessità di mettere in campo tutte le risorse
del paese ha avviato l’organizzazione militare verso la nazione ar-
mata». Infatti la guerra aveva dimostrato l’insufficienza dei piccoli
eserciti permanenti: «quando le guerre hanno per posta lo schiac-
ciamento di un popolo [...], non è possibile lasciare che i piccoli
eserciti prevalentemente professionali abbiano nelle loro mani i
destini di tutti»10. Era quindi necessario spostare l’attenzione ver-
so la preparazione dell’esercito di guerra, cioè verso la nazione ar-
mata, di cui Bonomi dava un’interpretazione assai limitativa:

La nazione armata non è possibile che in due modi: che tutta la na-
zione valida subisca per un congruo tempo il passaggio per la caserma,
per la piazza d’armi, per il campo di manovra; oppure che le istituzio-
ni preliminari nella scuola e fuori della scuola abilitino il cittadino al-
le armi, riducendo di tanto il periodo del suo servizio militare nell’e-
sercito, di quanto sia il suo grado di istruzione militare appresa du-
rante la vita civile. Il primo modo è costosissimo, il secondo esige mi-
nor spesa e meglio si accorda con le esigenze della vita sociale. Orga-
nizzare questa preparazione preliminare in modo ch’essa sia quanto
meno è possibile dura e coercitiva e nello stesso tempo riesca seria e
proficua, sarà il miglior elemento di successo per il rapido avviamen-
to alla nazione armata11.
154 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

Avendo ridotto tutto il problema all’organizzazione dell’istru-


zione premilitare, ben si capisce come Bonomi potesse presenta-
re il suo ordinamento provvisorio come una prima realizzazione
positiva, che mirava «sia a fare dell’esercito permanente soprat-
tutto una scuola per le truppe e per i quadri, sia a fare di essa un
nucleo saldo per la copertura del territorio durante la mobilita-
zione»12. Con questo generico invito ad una discussione sulla ba-
se dell’orientamento ufficiale, il ministro considerò terminato il
suo contributo alla impostazione dello studio del nuovo ordina-
mento; non ci consta infatti che egli abbia seguito e sollecitato i
lavori della Commissione consultiva, che pure procedevano con
crescente ritardo.
Questo ritardo era inevitabile. La Commissione consultiva era
composta da dieci senatori e undici deputati, autorevoli persona-
lità politiche senza alcuna preparazione specifica o generali in
pensione non tra i più noti13. Poteva quindi svolgere il primo dei
due compiti assegnatile da Bonomi (fungere da cassa di risonan-
za dei problemi militari nel mondo politico), a patto di essere po-
sta dinanzi a proposte precise, ma non certo il secondo, addirit-
tura la definizione di un ordinamento duraturo per l’esercito, sen-
za valide indicazioni di partenza. La Commissione non poteva che
rimettersi alla propria segreteria, formata da un gruppo di fun-
zionari ministeriali e giovani ufficiali, molti dei quali avevano col-
laborato all’elaborazione dell’ordinamento provvisorio14; ma an-
che costoro, per quanto addentro alle questioni, non avevano cer-
to l’autorità di fornire proposte precise, su cui provocare quel giu-
dizio politico che solo si poteva chiedere al consesso.
Infatti la segreteria produsse, come documentazione orientati-
va, una serie di studi monografici, che davano cenni storici sui
passati ordinamenti dell’esercito, notizie sul bilancio e sulle rea-
lizzazioni straniere, delucidazioni e calcoli sulla nazione armata e
sulle diverse combinazioni di ferme e chiamate, infine un proget-
to di ordinamento firmato da un ufficiale estraneo alla segreteria
ed uno per la riforma dell’alto comando dell’esercito proveniente
dal ministero15. Un insieme di dati assai interessanti, che natural-
mente rappresentavano le opinioni del ministero e dello stato
maggiore e perciò assai utili per noi. Però questa documentazio-
ne, invece di incoraggiare il lavoro della Commissione consultiva,
era destinata ad affossarlo completamente: in primo luogo per il
V. Il ritorno all’esercito di caserma 155

ritardo con cui fu presentata (cinque fascicoli furono trasmessi il


25 ottobre, gli ultimi due in novembre), in secondo luogo per il
suo carattere altamente dispersivo: si tratta infatti di studi con-
dotti su temi diversi, senza un organico piano d’insieme, che non
concludono con precise proposte.
Non ci meraviglia quindi che la Commissione consultiva non
abbia avuto vita operosa. Sappiamo di una sua riunione il 23 no-
vembre 1920 (verosimilmente la prima da luglio), cui intervenne
anche Bonomi per sostenere la necessità dell’approvazione della
sua riforma dell’alto comando; questa approvazione venne con-
cessa il 27 novembre, poi la Commissione aggiornò i suoi lavori,
per quanto ci consta, fino all’inizio del febbraio seguente. Presenti
i sen. Perla, Lustig, Mazzoni e Grandi ed i deputati Gasparotto,
Pantano e Nava (un terzo dei membri), la discussione venne av-
viata sulla falsariga di un questionario assai vago preparato dalla
segreteria; bastò che Gasparotto ponesse il dilemma esercito per-
manente-nazione armata, perché la Commissione deliberasse di
sottoporre una serie di quesiti tecnici al Consiglio dell’esercito
(che tenne la sua prima riunione nel giugno seguente) e di nomi-
nare un comitato ristretto16. Dopo di che i lavori vennero sospesi
fino all’inverno seguente, quando il ministro Gasparotto diede lo-
ro un nuovo ed effimero impulso.
In conclusione la Commissione consultiva per il riordinamen-
to dell’esercito non svolse affatto il secondo e più grave compito
per cui era stata creata, il che era facilmente prevedibile, ci sem-
bra, sin dalla sua costituzione; né Bonomi accennò in alcun modo
a stimolarne l’attività. Una sola volta la Commissione fu chiamata
a quello che poteva essere il suo ruolo, dare un giudizio politico
su un provvedimento concreto, la riforma dell’alto comando che
stava a cuore a Bonomi; il fatto, e la successiva esperienza con Ga-
sparotto, testimonia che il ministro poteva provocare prese di po-
sizioni su argomenti che gli interessavano. Ma Bonomi non aveva
alcuna fretta di giungere ad un ordinamento definitivo, che avreb-
be suscitato pericolose discussioni di spesa, di reclutamento, di
controllo e così via. La costituzione della Commissione consulti-
va ci appare quindi soprattutto una manovra diversiva del mini-
stro, destinata a giustificare il rinvio della presentazione del dise-
gno di legge sull’ordinamento dell’esercito17.
Contemporaneamente la riforma delle commissioni della Ca-
156 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

mera dava origine ad una Commissione permanente esercito e


marina, composta da una quarantina di deputati designati dai par-
titi in proporzione alla loro forza, cui sarebbe spettato l’esame di
tutti i disegni di legge concernenti le forze di terra e di mare. Il
nuovo organo pareva disporre di notevole potere, specie in cam-
po finanziario, e della continuità sufficiente a realizzare veramen-
te quel contatto tra mondo politico e problemi militari, che la
Commissione consultiva non avrebbe stabilito18. Ed effettiva-
mente quel poco che sappiamo dei suoi lavori ci dice come la
Commissione permanente (così la designeremo) tendesse ad am-
pliare la sfera delle sue attribuzioni: l’8 dicembre 1920 infatti ini-
ziava la discussione dell’ordinamento provvisorio dell’esercito (il
decreto legge relativo essendo sempre in attesa della convalida
parlamentare) in un momento in cui il problema avrebbe dovuto
essere riservato alla Commissione consultiva19. Questi potenziali
attriti non si concretizzarono perché anche la Commissione per-
manente, come già la Commissione consultiva, non acquistò mai
vera vita. Le fu fatale l’assoluta carenza di discussioni parlamen-
tari sui problemi militari20 che la privava della materia prima ne-
cessaria ai suoi lavori e la ridusse a sporadiche riunioni dedicate
all’ascolto di comunicazioni ministeriali oppure a dibattiti setto-
riali.
Falliva così anche questo secondo tentativo di creare un orga-
no di controllo politico sull’esercito anche se è dubbio che gli au-
tori della riforma avessero mire tanto ampie e non si proponesse-
ro soltanto di incrementare il sindacato finanziario. Quello che è
certo è che l’azione del ministro rimaneva assai più libera, ma an-
che più isolata, venendole meno il sostegno degli ambienti parla-
mentari.

Accanto a questi due organi collegiali politici, Bonomi diede


vita ad un organo collegiale militare, il Consiglio dell’esercito, de-
stinato ad un ruolo di primo piano nelle lotte per il riordinamen-
to dell’esercito nel 1921-22 e 1924-25. Abbiamo visto come lo sta-
to maggiore dell’esercito, sorto come organo di studio, cui spet-
tava particolarmente l’elaborazione dei piani di guerra, e posto al-
le dipendenze del capo di stato maggiore, avesse ampliato le sue
attribuzioni fino a costituire, durante e dopo la guerra, il Coman-
do supremo dell’esercito21; aveva così in larga parte esautorato il
V. Il ritorno all’esercito di caserma 157

ministero, con una serie di organi paralleli, come il capo di stato


maggiore aveva esautorato il ministro, assumendo un comando ef-
fettivo che non gli spettava in pace. La conseguenza più appari-
scente di questo processo era la coesistenza, e talora la contrap-
posizione, di due enti di dimensioni pletoriche, senza una vera di-
stinzione di compiti. Nel 1920-21 il ministero contava all’incirca
800 ufficiali (contro 140 d’anteguerra), alcune centinaia di fun-
zionari civili e alcune migliaia tra soldati, dattilografi ed uscieri22,
mentre lo stato maggiore, per il quale non disponiamo di dati nu-
merici, aveva una consistenza non molto inferiore. L’abnorme cre-
scita dei due enti era diventata il simbolo della cappa burocratica
che soffocava l’esercito, contro la quale si elevavano proteste tan-
to più acri, quanto più il prepotere burocratico pareva indirizza-
to a favorire determinate categorie e gruppi di ufficiali23.
La riforma dell’alto comando, attuata tra la fine del 1920 e l’i-
nizio del 1921, non si proponeva solo di ridurre questa pletora di
uffici ed ufficiali, ma anche mirava dichiaratamente ad eliminare
un comandante troppo autorevole. Pertanto lo stato maggiore ve-
niva assorbito nel ministero, senza radicali trasformazioni né ri-
duzioni, ma perdendo l’autonomia di comando e conservando so-
lo i suoi compiti di studio ed organizzazione; il capo di stato mag-
giore veniva così ad assumere un ruolo di secondo piano, di con-
sigliere del ministro, e difatti non sarà più scelto tra i generali più
affermati. Il primo posto nella gerarchia passava ad un nuovo or-
gano (o meglio, ad un organo preesistente, ma completamente
rinnovato), il Consiglio dell’esercito, presieduto dal ministro (sen-
za voto) e composto da nove generali, uno dei quali rivestiva ran-
go di vicepresidente del Consiglio, mentre altri quattro erano i co-
mandanti d’armata designati ed uno il capo di stato maggiore. Il
Consiglio dell’esercito era sempre subordinato al potere politico,
tanto che le sue decisioni diventavano esecutive solo dopo l’ap-
provazione del ministro; doveva però essere consultato «sulle più
importanti questioni relative all’ordinamento, al reclutamento, al-
l’addestramento, armamento ed equipaggiamento dell’esercito,
alla sua mobilitazione e radunata in caso di guerra, alla sistema-
zione difensiva del territorio dello stato ed in genere sui più im-
portanti argomenti interessanti l’organizzazione della difesa na-
zionale»24. Poteva inoltre assumere di sua iniziativa lo studio di
questioni tecniche.
158 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

Questa riforma ebbe in genere cattiva stampa. La riduzione


dello stato maggiore a organo interno del ministero era accettata,
tanto negativa appariva la contrapposizione dei due enti pletori-
ci, mentre invece veniva fortemente criticata la soppressione del
comandante designato dell’esercito. Si faceva osservare che nel-
l’alto comando francese, dichiaratamente preso a modello, il vi-
cepresidente del Consiglio dell’esercito era il comandante desi-
gnato in caso di guerra, con funzioni ispettive autonome e la fa-
coltà di dirigere gli studi dello stato maggiore. Il nuovo alto co-
mando italiano non aveva invece un comandante designato, per-
ché il vicepresidente del Consiglio non aveva autorità che per i la-
vori del Consiglio stesso e la designazione di un comandante su-
premo era esplicitamente rinviata allo scoppio della guerra25. Pa-
reva quindi che l’eliminazione dell’onnipotente capo di stato mag-
giore non avesse altro motivo che il desiderio del ministro di au-
mentare il suo potere, diventando la personalità predominante an-
che in campo tecnico; quindi la riforma Bonomi venne presentata
e condannata come una riforma democratica, esiziale al buon fun-
zionamento dell’esercito, triste tributo alla demagogia dei tempi.
Secondo il col. Gatti, i sostenitori della riforma credevano che

il primo passo alla nazione armata debba essere nello spezzettamento


della volontà direttrice; mentre più ci saranno leve numerose e brevi
ferme, in basso, più dovrà essere unica e forte la volontà superiore che
regge tutto l’ampliato organismo. Soltanto col netto impulso dall’alto
si può attuare una riforma di libertà: se sopra c’è la divisione e l’irre-
sponsabilità, sotto non possono esserci che il disordine e la confusio-
ne. Si è voluto forse, sparpagliando il comando, cominciare a render-
lo democratico; ma questo è un errore26.

Per contro i consensi alla riforma sono pochi ed imbarazzati;


insistono sull’autorevolezza del Consiglio dell’esercito, che pote-
va mediare le varie tendenze ed assicurare nella direzione dell’e-
sercito maggiore continuità che non un uomo solo, e sul risalto as-
sunto dalla figura del ministro, che vedeva ampliate le sue re-
sponsabilità e poteva, col consiglio dei tecnici, collegare più effi-
cacemente paese e militari27.
Detrattori e sostenitori di questa riforma partono però da un
presupposto errato nella loro polemica pubblica: che il ministro
V. Il ritorno all’esercito di caserma 159

avesse eliminato il capo di stato maggiore per ampliare il suo po-


tere personale. Ora nulla ci autorizza a questa conclusione, se è
vero, come abbiamo cercato di dimostrare, che Bonomi non aves-
se alcuna sua politica da imporre ai capi dell’esercito; e che Ba-
doglio si fosse rivelato anche troppo pronto ai desideri degli am-
bienti politici per conservare la sua alta carica, come lo accusava-
no taluni28. La riforma dell’alto comando ha invece una causa as-
sai diversa, che la stampa accenna pudicamente tra le righe e che
un ritrovamento d’archivio ci permette di documentare: il desi-
derio dei maggiori esponenti dell’esercito di liquidare Badoglio
sostituendolo con un organo collegiale che assicurasse ad ognuno
una partecipazione al potere. Non è questo il luogo di approfon-
dire lo studio dei contrasti tra i futuri marescialli d’Italia: qualco-
sa abbiamo già detto, altro è di pubblico dominio, come l’odio tra
Caviglia e Badoglio e le polemiche tra costoro e Giardino sul me-
rito di Vittorio Veneto. Che la riforma dell’alto comando si pro-
ponesse sostanzialmente di eliminare Badoglio senza chiasso, era
però già noto agli ambienti meglio informati e fu scritto esplicita-
mente dagli avversari del capo di stato maggiore, velatamente da
osservatori neutrali. Citiamo per tutti il gen. Gandolfo:

I numerosi comandanti d’armata, non soddisfatti di essere supera-


ti e messi da parte da un uomo che voleva da solo raccogliere l’eredità
del comando, escogitarono il Consiglio dell’esercito, dove si accon-
tentarono le diverse ambizioni e si livellarono le diverse stature, ma do-
ve non può imprimersi all’esercito quell’indirizzo educativo e di do-
vere che deve essere emanazione di una sola mente e di una sola vo-
lontà29.

Non si trattava di semplici supposizioni o pettegolezzi. Il 6 no-


vembre 1920 Bonomi indirizzava ai generali d’esercito, ai coman-
danti d’armata ed al capo di stato maggiore un fascicolo a stampa
con una descrizione dell’alto comando dell’esercito francese ed
una lettera in cui proponeva di imitare per l’esercito italiano quel-
la organizzazione, creando appunto un Consiglio dell’esercito co-
me supremo organo di comando e trasferendo lo stato maggiore
all’interno del ministero. Veniva sollecitato un pronto parere sui
seguenti punti: convenienza di adottare in Italia un alto comando
di tipo francese, composizione e attribuzioni del Consiglio dell’e-
160 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

sercito, convenienza della designazione già in tempo di pace di un


comandante supremo e limiti del suo potere30. Fascicolo e lettera
vennero sottoposti alla Commissione consultiva nella seduta del
23 novembre (e ne abbiamo conoscenza attraverso il citato Fondo
Grandi dell’Archivio Centrale di Stato), insieme ad un quadro
delle risposte dei generali interpellati, elaborato e stampato dal
ministero31.
Rispondono il duca d’Aosta, Diaz, Badoglio, Pecori Giraldi,
Giardino, Caviglia, Morrone e Tassoni32: le più alte personalità
dell’esercito, ormai al culmine della carriera, non sospette quindi
di conformismo o timidezza dinanzi al ministro. Ebbene, tutti ap-
provano l’adozione di un alto comando di tipo francese, con il tra-
sferimento dello stato maggiore al ministero e la creazione di un
Consiglio dell’esercito; le risposte sono contrastanti solo sul nu-
mero dei membri del Consiglio (in media una diecina) e sul mo-
mento della designazione di un comandante supremo, che Aosta,
Diaz, Giardino e Tassoni vorrebbero rinviata all’imminenza di
una guerra, mentre Badoglio, Pecori Giraldi, Caviglia e Morrone
la richiedono fin dal tempo di pace. In questa unanimità spicca-
no alcune proposte di Badoglio: che il capo di stato maggiore sia
il vicepresidente del Consiglio e comandante designato già in tem-
po di pace e che possa delegare al suo vice la direzione degli uffi-
ci trasferiti al ministero, in modo da non perdere la sua posizione
di indipendenza. Con queste proposte Badoglio, che era appunto
il capo di stato maggiore in carica, mirava a salvaguardare la sua
posizione di comando, ma si trovava del tutto isolato. Gli era evi-
dentemente venuta meno la protezione di Diaz, che con l’ordina-
mento provvisorio Bonomi (avallato da Badoglio) aveva visto sva-
nire la sua carica di ispettore generale dell’esercito e contava ora
di riavere una posizione di preminenza con la vicepresidenza del
Consiglio dell’esercito, che nessuno avrebbe potuto contendergli.
Possiamo quindi asserire con sicurezza che la riforma avvenne
con il pieno consenso delle maggiori autorità militari, mosse dal
desiderio di togliere a Badoglio il monopolio del potere. Quattro
generali su otto si pronunciarono contro la designazione di un co-
mandante supremo sin dal tempo di pace, andando contro la mi-
gliore dottrina militare: intendevano evidentemente che il nuovo
organo avesse carattere effettivamente collegiale, senza ripristina-
re sotto altro nome un comandante troppo autorevole. Queste
V. Il ritorno all’esercito di caserma 161

aspirazioni furono pienamente realizzate: Badoglio abbandonò la


carica di capo di stato maggiore, troppo diminuita d’importanza,
che andò al generale di corpo d’armata Vaccari, combattente va-
loroso ma meno noto; ed il Consiglio dell’esercito, nominato il 22
febbraio 1921, comprendeva Diaz, vicepresidente, Aosta, Pecori
Giraldi, Giardino, Badoglio, Caviglia, Morrone e Tassoni, cioè
tutti gli interpellati con la lettera del novembre precedente, più il
nuovo capo di stato maggiore ex officio33.
Pur non potendo documentare questa nostra conclusione, ci
sembra evidente quale interesse potesse avere Bonomi nella rifor-
ma dell’alto comando: l’abolizione del capo di stato maggiore
troppo potente poteva forse dare una soddisfazione all’antimilita-
rismo di sinistra, ma soprattutto la creazione di un supremo col-
legio tecnico metteva il ministro al sicuro da qualsiasi richiesta di
iniziativa politica. Dopo la Commissione consultiva e la Commis-
sione permanente, il Consiglio dell’esercito veniva a costituire il
più saldo bastione della triplice barriera che proteggeva il mini-
stro: una questione spiacevole poteva essere rinviata a tempo in-
determinato, richiedendo agli organi competenti un parere tecni-
co, politico e finanziario. E già la costituzione del Consiglio del-
l’esercito comportava un rinvio illimitato della definizione del-
l’ordinamento dell’esercito: il nuovo organo, costituito il 16 gen-
naio e completato il 22 febbraio, iniziava i suoi lavori il 10 giugno,
proprio con lo studio di questo argomento, quando però Bonomi
aveva già lasciato da tempo il ministero34. In conclusione, la crea-
zione del Consiglio dell’esercito ci sembra dovuta ad una conco-
mitanza di interessi tra i massimi esponenti della vittoria, che in-
tendevano sostituirsi a Badoglio nel Comando supremo, e Bono-
mi, interessato ad ogni organo che gli permettesse il rinvio di una
decisione. Il nuovo assetto dell’alto comando, che teoricamente
poteva essere difeso, assumeva così il significato di immobilismo
a tutti i livelli, dai rapporti personali tra i generali alla definizione
dell’ordinamento35.
È poi certo che l’abolizione di un comandante in capo non si-
gnificava affatto un aumento del controllo politico sull’esercito.
L’antico capo di stato maggiore, per quanto autorevole, non
avrebbe potuto sottrarsi indefinitivamente alle pressioni di un mi-
nistro deciso ad imporre la sua volontà e sorretto dagli ambienti
politici; oppure avrebbe potuto essere sostituito con un collega
162 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

più aperto alle inclinazioni governative. La sua abolizione apriva


ora un vuoto di potere al sommo della gerarchia, perché il fun-
zionamento macchinoso di un organo collegiale, diviso per di più
da rivalità interne, non avrebbe permesso un’azione di comando
tempestiva e continua: e indubbiamente il ministro avrebbe po-
tuto avvantaggiarsene nelle piccole e nelle medie decisioni. Ma
nelle maggiori questioni il ministro si sarebbe trovato disarmato
ed impotente dinanzi all’autorità di un ente che riuniva tutti i co-
mandanti più noti, tutti i maggiori competenti, che potevano in-
tervenire con lentezza ma con un peso eccezionale, senza temere
pressioni di sorta36. Il ministro poteva disporre senza difficoltà
della Commissione consultiva e probabilmente anche della Com-
missione permanente37; ma nulla avrebbe potuto contro un orga-
no, la cui costituzione realmente sanciva l’autonomia dei militari.
Sostituendo il capo di stato maggiore col Consiglio dell’esercito,
il ministro cambiava un’autorità scomoda, ma pur sempre in-
fluenzabile, con un’altra più lontana, ma inattaccabile. Questo
non toccava certo Bonomi, che non aveva una politica da con-
trapporre a quella dei generali; ma avrebbe tagliato le gambe ai
tentativi dei ministri Gasparotto e Di Giorgio.

2. I quadri dell’esercito

La creazione della Commissione consultiva e del Consiglio


dell’esercito costituisce l’unica realizzazione del periodo in cui
Bonomi tenne il ministero. I generali più illustri come il ministro
borghese si preoccuparono soprattutto delle loro cariche e del lo-
ro avvenire. L’esercito fu lasciato a se stesso, senza altro punto di
riferimento che un ordinamento provvisorio costretto a perpe-
tuarsi ed un modello che risaliva all’anteguerra. Non stupisce
quindi che il riordinamento dell’esercito dopo la smobilitazione
sia stato compiuto disordinatamente, con provvedimenti parziali
che rivelano la carenza di una direttiva generale oppure il preva-
lere di interessi di categoria. Brano a brano, riprendeva vita l’e-
sercito permanente prebellico, gravato però da infinite contraddi-
zioni che lo rendevano sempre più inadatto al suo compito istitu-
zionale, la preparazione della guerra contro il nemico esterno; do-
V. Il ritorno all’esercito di caserma 163

po l’esperienza della grande guerra, tecnicamente e politicamente


sconvolgente, rinasceva dalle sue ceneri l’esercito di caserma.
Nella ricostruzione delle reali condizioni dell’esercito 1920-22
abbiamo però incontrato gravi difficoltà e limitazioni. Mancano
infatti dati ufficiali, manca una sintesi qualsiasi; anche le ricerche
d’archivio ci hanno fornito materiale solo per alcuni settori. Per
quanto sia difficile da credersi, a quarant’anni di distanza non è
possibile sapere con esattezza quanti soldati ed ufficiali fossero al-
lora alle armi e quanto costasse l’esercito, per non parlare di pro-
blemi più complessi come la consistenza dei magazzini, l’efficien-
za dell’organizzazione difensiva o i piani delle autorità militari in
caso di complicazioni internazionali. Le nostre ricerche, condot-
te essenzialmente sulla stampa dell’epoca, sono perciò estrema-
mente lacunose e spesso incerti i risultati; ci è sembrato tuttavia
di poterle rendere note, nella speranza che contribuiscano a su-
scitare studi più esaurienti e particolarmente l’apporto degli uffi-
ci e degli archivi militari, che soli potrebbero permettere conclu-
sioni sicure.

Cominciamo il nostro esame dai quadri dell’esercito. Sappia-


mo che il numero di ufficiali alle armi si ridusse gradatamente dai
48.000 della primavera 1920 ai 25.000 circa che ci risultano per
l’estate 1922, grazie al congedo della maggior parte degli ufficiali
di complemento o richiamati dalla pensione. Gli ufficiali di car-
riera non ebbero a subire le gravose eliminazioni preannunciate
nel 1919-20: i collocamenti in PAS si aggirarono sui 2.700, assai
lontano dai 6.000 promessi da Bonomi nell’aprile 192038, e furo-
no condotti con riguardi eccezionali. Un esempio solo: nel marzo
1922 un comunicato annunciava che 40 generali in soprannume-
ro sarebbero stati collocati in PAS; ma al novembre seguente 29
di costoro erano ancora in servizio, mentre gli 11 congedati avreb-
bero continuato a percepire gli assegni del servizio attivo fino al
settembre 1923, 18 mesi dopo il pensionamento!39 Gli organici ri-
dotti dell’ordinamento provvisorio non furono rispettati: ancora
per il 1922-23 si calcolava di tenere in servizio 18.600 ufficiali di
carriera, invece dei 15.000 previsti dal decreto legge40, ma questa
previsione era ottimistica, perché da un documento amministra-
tivo risultano al settembre 1922 ben 19.250 ufficiali in SAP, com-
presi 1.400 carabinieri41. Possiamo calcolare che sui 22.000 uffi-
164 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

ciali in servizio attivo all’armistizio circa 4.000 avessero lasciato


l’esercito, perché collocati in PAS o per motivi vari, che vanno dal-
la salute e dal passaggio ad altro corpo armato all’eliminazione per
motivi disciplinari42. Per contro erano stati assunti in SAP un mi-
gliaio e forse più di subalterni provenienti dal complemento, sul-
la base delle loro prove di guerra (le nomine avvennero gradual-
mente nel 1922-23)43. All’estate 1922 il corpo degli ufficiali di car-
riera risultava quindi assai superiore agli organici d’anteguerra co-
me a quelli provvisori ed era composto per circa 3/4 di ufficiali in-
feriori assai giovani, in massima parte nominati dopo il 1915 sen-
za gli studi tradizionali.
Più vaghi i dati sugli ufficiali di complemento trattenuti alle ar-
mi. Erano 26.000 nella primavera 1920, dimezzati al dicembre
192144; avrebbero dovuto ridursi a 3.200 con l’esercizio 1922-23,
ma alcune testimonianze danno cifre assai più alte45. Si trattava in
piccola parte di ufficiali delle classi alle armi per il servizio di le-
va, che facevano 6 mesi come allievi, 4 come sergenti e come sot-
totenenti tanti mesi quanti erano necessari a uguagliare il servizio
prestato dai soldati semplici della loro classe; ed in parte maggio-
re di ufficiali trattenuti in servizio dopo la fine della guerra, con il
miraggio di un passaggio in SAP che poteva toccare solo ad alcu-
ni. Anche qui una situazione eccezionale, con una esuberanza ri-
spetto agli organici di pace che avrebbe dovuto essere riassorbita
col tempo, con minore difficoltà che non quella degli ufficiali in
SAP, data la diversa natura del rapporto d’impiego. Lo stesso si
può dire degli ufficiali richiamati dalla pensione, che calcoliamo
in alcune migliaia sulla base di indizi assai incerti46. In complesso,
gli ufficiali alle armi al dicembre 1921 dovevano essere assai più
di 35.000, invece dei 15.000 previsti dall’ordinamento provviso-
rio; nell’estate 1922, dopo il massiccio esodo di ufficiali di com-
plemento, il totale poteva essere sui 25.000, dato approssimato
per difetto.
È facile calcolare, per lo meno a grandi linee, quale sovrab-
bondanza di ufficiali ci fosse rispetto alle esigenze dei reparti.
L’ordinamento provvisorio prevedeva 900 ufficiali superiori per
117 reggimenti e 351 battaglioni di fanteria, granatieri, bersaglie-
ri ed alpini, complessivamente 468 comandi di reparto (118 dei
quali senza truppe: i battaglioni quadro), con un aumento del
50% rispetto all’ordinamento prebellico, che aveva 615 ufficiali
V. Il ritorno all’esercito di caserma 165

superiori per 466 tra reggimenti e battaglioni di fanteria47. Un


margine più che sufficiente per tutti i depositi, comandi territo-
riali, comandi di grandi unità, uffici, scuole ed esigenze analoghe.
Invece gli ufficiali inferiori (ci riferiamo sempre solo alla fanteria)
erano al di sotto delle necessità: 1.800 capitani e 2.800 subalterni
in SAP erano troppo pochi per 1.400 compagnie e gli impegni al
di fuori dei reparti48. Si trattava, ricordiamolo, di organici prov-
visori, costruiti per mantenere in servizio il maggior numero pos-
sibile di ufficiali superiori e basati sul presupposto che le defi-
cienze di ufficiali inferiori sarebbero state coperte con gli ufficia-
li superiori in eccedenza49. Fin qui la teoria: in realtà nell’estate
1922 per un numero di reparti un po’ superiore al previsto (128
reggimenti e 383 battaglioni, complessivamente 511 comandi)50
esistevano 2.000 ufficiali superiori di fanteria, 4.000 capitani e
3.500 subalterni di carriera51, cui si aggiungevano almeno un paio
di migliaia di subalterni di complemento52. Vale a dire che per
ogni reggimento su 2 battaglioni più un battaglione quadro esi-
stevano in media 16 ufficiali superiori, e per ogni compagnia qua-
si 3 capitani e 4 subalterni.
La sovrabbondanza di ufficiali non è sorprendente, qualora si
tenga conto della riluttanza dei militari stessi a procedere alle eli-
minazioni necessarie ed alla rinuncia dei politici a seguire da vici-
no i problemi dell’esercito. Quello che invece non finisce di sor-
prendere è che, con un corpo di ufficiali quasi doppio rispetto agli
organici provvisori, i reggimenti dovessero lamentare una scar-
sezza di ufficiali che ostacolava l’addestramento. Le testimonian-
ze non sono numerose, ma precise ed autorevoli: per es. un co-
lonnello comandante di un reggimento di fanteria scrive di di-
sporre teoricamente di ufficiali in numero sufficiente, ma che in
pratica, essendogli sottratti 6 capitani e 15 subalterni per impie-
ghi fuori corpo, è costretto a lasciare 6 compagnie su 8 in mano a
tenenti giovanissimi ed a rinunciare al battaglione quadro53. Que-
sta situazione trova conferma in una relazione del capo di stato
maggiore al Consiglio dell’esercito, del luglio 1922, in cui si rife-
riscono appunto le lamentele dei comandanti di reggimento per
le continue sottrazioni dei già scarsi ufficiali inferiori54. La guerra
ha fatto apprezzare gli uffici, scrive «L’Esercito italiano», dove un
ufficiale ha poco lavoro, promozioni sicure, nessuna responsabi-
lità né fatica; tanto che l’unico rimedio pareva l’istituzione di una
166 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

speciale indennità per gli ufficiali in servizio ai reparti, che potes-


se attirarli fuori dagli uffici55.
Il problema era più ampio. La guerra aveva provocato la crea-
zione di innumerevoli uffici, con i più disparati compiti di con-
trollo sulla vita dell’esercito e del paese. Questi uffici avevano pro-
tratto la loro attività anche dopo l’armistizio; poi alcuni erano sta-
ti sciolti, altri invece erano riusciti a sopravvivere. Le ragioni so-
no varie, valevoli non solo per l’amministrazione militare: qual-
siasi organo burocratico oppone una tenace resistenza passiva a
chi cerchi di ridurre non i suoi compiti, ma il suo personale, e ten-
de a continuare la sua vita indipendentemente dal perdurare del-
la causa che gli ha dato origine; tendenza che trovava forte ap-
poggio nel culto per la tradizione ed i diritti acquisiti caro ai mili-
tari. Si aggiungeva la mancanza di una guida energica: l’indiffe-
renza dei politici, le beghe tra i generali, il latente contrasto tra la
burocrazia militare e quella civile, tra il ministero e lo stato mag-
giore, tra i vari corpi e servizi aveva favorito la conservazione di
numerosissimi uffici. Ma soprattutto questo immenso apparato
burocratico offriva un’ineguagliabile giustificazione per trattene-
re in servizio gli ufficiali esuberanti. Era infatti impossibile man-
tenere in vita reparti non previsti dall’ordinamento provvisorio
(almeno oltre un certo limite, perché ciò accadde per i reggimen-
ti bersaglieri), né inflazionare eccessivamente i comandi attivi (per
es. dando due comandanti ad ogni reggimento, come era stato
chiesto e in parte realizzato all’indomani dell’armistizio); mentre
il sottobosco degli enti burocratici poteva assorbire ufficiali supe-
riori e generali senza timore di spiacevoli controlli del governo o
della stampa, senza nemmeno richiedere troppi uomini di leva (se
non attendenti, dattilografi e piantoni), né troppe spese oltre agli
stipendi. Gli uffici prosperarono quindi (cioè, non furono ridotti
come i reparti) e gli ufficiali ne approfittarono con entusiasmo, in
misura che non possiamo indicare se non con estrema approssi-
mazione, ma che due fonti diverse fanno salire alla metà del tota-
le degli ufficiali alle armi56. Daremo più avanti qualche cenno sul
pullulare di questi enti burocratici: la stampa però segnala so-
prattutto casi che vorremmo considerare come casi limite, come
l’esistenza in ogni corpo d’armata di una commissione medica che
sola poteva dare l’autorizzazione per l’amputazione di un arto57.
V. Il ritorno all’esercito di caserma 167

Riportiamo uno dei pochi giudizi generali, proveniente da una


fonte non sospetta di antimilitarismo quale il col. Gatti:

Insomma, il pletorico e disarmonico esercito che oggi abbiamo, il


quale conta tanti organi superiori dirigenti; tanti comandi di corpo
d’armata e di divisione; tanti ufficiali incaricati di uffici quasi inutili;
tanti servizi non necessari alle truppe; tanti generali e colonnelli a di-
sposizione dei comandi di corpo d’armata con compiti di gradi assai
inferiori (in qualche comando al posto occupato una volta da un capi-
tano ci sono ora perfino tre colonnelli); tanti soldati che non fanno il
loro mestiere (piantoni, attendenti, vice-attendenti, ciclisti); che è in-
somma di così larga e goffa intelaiatura e di così grande costo, è, così
come è, di malcerta solidità58.

Un giudizio più articolato sul corpo degli ufficiali è impossibi-


le per la mancanza di dati. Registriamo tuttavia alcune critiche agli
ufficiali superiori, che aprono spiragli assai interessanti sulla si-
tuazione. Scrive «La Preparazione», che continua la sua azione di
fronda al governo, al ministero ed agli alti comandi fino al set-
tembre 1921, quando le difficoltà finanziarie ne interrompono la
pubblicazione: «Ciò che si può lamentare nella odierna disciplina
non è tanto da imputare al sentimento ed allo spirito di chi sta in
basso; quanto all’inquinamento, che, in troppi casi, viene dall’al-
to per insufficiente capacità ad un governo disciplinare o per mal-
governo disciplinare addirittura»59.
I rapidi avanzamenti di guerra hanno infatti portato ai gradi
superiori ufficiali troppo giovani, non sufficientemente maturati,
incapaci pertanto di trovare la giusta combinazione di severità, ri-
spetto ed interessamento nei rapporti con i loro dipendenti. Ne
deriva una dannosa diversità di trattamento da reggimento a reg-
gimento. E le autorità superiori tacciono, anzi non danno sempre
un chiaro esempio di disciplina e discrezione60.
Le critiche agli ufficiali superiori e generali sono abbastanza
rare. Frequenti ed autorevoli sono invece quelle agli ufficiali infe-
riori, cioè ai capitani ed ai subalterni (tenenti e sottotenenti) che
costituivano più di due terzi del totale degli ufficiali. Si trattava
quasi sempre di ufficiali nominati in SAP durante la guerra, che
avevano seguito corsi di pochi mesi per subalterni di comple-
mento. Vale quindi per costoro il giudizio acidulo che la storio-
168 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

grafia militare continua a dare degli ufficiali di complemento:


molto coraggio, ma insufficiente spirito militare, scarsa prepara-
zione e poca elasticità; «in altri termini, erano dei borghesi, sia pur
coraggiosi, vestiti da ufficiali»61, guardati con diffidenza e invidia
dai colleghi più anziani, che per conquistare il grado di capitano
avevano dovuto fare tre-quattro anni di studio più dieci-dodici
come subalterni. Nel dopoguerra questi difetti acquistavano mag-
gior risalto e le autorità cercavano di sopperire con corsi accele-
rati, fidando poi nell’ambiente dei reggimenti e nell’opera dei su-
periori per un proficuo inserimento dei giovani ufficiali nella rou-
tine di caserma. Tuttavia l’inserimento non dové essere facile,
stando ai giudizi negativi più volte espressi anche in documenti
ufficiali. Stralciamo da una relazione del capo di stato maggiore
della primavera 1923:

Molto lodevole è risultato in complesso l’interessamento dei singoli


ufficiali nello svolgimento delle istruzioni e delle esercitazioni, ma nel
contempo è apparsa la deficiente preparazione professionale di molti
ufficiali, in ispecie inferiori. Le cause di ciò sono varie e molteplici e
risalgono soprattutto al reclutamento di guerra e agli accelerati avan-
zamenti verificatisi62.

Perciò si dava il massimo incremento ai corsi integrativi: «Ma


occorre pensare che buona parte del lavoro, anzi la più impor-
tante parte, spetta ai comandanti di reggimento. Questi sono i pri-
mi e naturali istruttori dei loro ufficiali e devono in questo senso
svolgere instancabile opera»63.
Il risultato di quest’opera non doveva essere molto incorag-
giante se Badoglio, tornato al comando dell’esercito, scriveva nel
1925: «Da tutti i rapporti pervenutimi dai più alti gradi della ge-
rarchia, da tutti i contatti da me avuti con non pochi di voi, una
nota, purtroppo molto incresciosa, è emersa concordemente:
moltissimi ufficiali inferiori non sono all’altezza del loro compi-
to»64. Si tenga presente che guerra e caserma esigono dagli uffi-
ciali requisiti spesso assai diversi, tanto che il più valoroso com-
battente poteva non riuscire ad inserirsi nell’esercito di pace: «I
presupposti della carriera militare, oltre il requisito fisico, sono:
devozione alla monarchia, amor di patria, coraggio, costanza, spi-
rito di adattamento e di sacrificio, sentimento del dovere, disci-
V. Il ritorno all’esercito di caserma 169

plina»65. La citazione è tratta dall’ufficioso «L’Esercito italiano»:


non è quindi per polemica, ma per scelta deliberata, che tra i re-
quisiti non sono compresi l’intelligenza, la cultura e nemmeno il
carattere. E infatti il brano prosegue spiegando che l’ufficiale, as-
sai più dell’istruzione tecnica, ha bisogno di «una lunga e profi-
cua elaborazione dello spirito; giacché tutte le virtù su riportate,
presupposti della carriera militare, sono fatte di sentimento. Il
giovane, cresciuto nell’ambiente civile, non può in pochi mesi tra-
sformare la propria psiche, in modo che questa rivesta tutti i ca-
ratteri necessari per poter vivere nell’ambiente militare»66.
La questione è assai importante, perché coinvolge la prepara-
zione e la carriera degli ufficiali di mestiere e di complemento, che
dopo la guerra fu messa in discussione in tutti i programmi mili-
tari. Molto in breve, la maggior parte dei reduci rilevavano che la
guerra aveva richiesto 180.000 ufficiali, in grandissima maggio-
ranza di complemento; che pertanto anche in pace era di prima-
ria importanza curare la formazione di numerosissimi ufficiali di
complemento, secondo alcuni rendendone obbligatori i corsi a di-
plomati e laureati; con successivi esperimenti e corsi integrativi, i
migliori di questi ufficiali dovevano essere abilitati fino al coman-
do di battaglione. Gli ufficiali di carriera dovevano essere pochi e
selezionatissimi, tratti dagli ufficiali di complemento più promet-
tenti e preparati in scuole, che per molti dovevano diventare vere
Università militari, aperte anche agli ufficiali di complemento e ta-
li da diffondere nel paese una cultura militare moderna e realisti-
ca. Doveva naturalmente cadere il sistema di formazione tradi-
zionale, che prendeva i giovani a 17 anni facendoli passare attra-
verso anni di scuola che sancivano il loro distacco dall’ambiente
civile67.
Queste tesi ebbero sorte analoga ai programmi di nazione ar-
mata, di cui del resto costituiscono un particolare: immediato e
generale consenso, scarso approfondimento e scarso appoggio
politico qualificato, infine relegazione tra le buone intenzioni non
realizzabili. Il reclutamento degli ufficiali di complemento fu or-
ganizzato su base più larga, con scuole di corpo d’armata e corsi
di 6 mesi, seguiti dal servizio ai reggimenti come sergenti e poi sot-
totenenti68. Un indubbio progresso rispetto all’anteguerra, però
sempre nel quadro di una conservazione delle strutture preesi-
stenti. Infatti in pace i subalterni di complemento avrebbero con-
170 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

tinuato ad avere un ruolo secondario: gli organici provvisori pre-


vedevano un massimo di un quarto di ufficiali di complemento tra
i subalterni in servizio69, ma in realtà non era necessario ricorrere
a costoro quando già erano in eccedenza gli ufficiali di carriera. In
guerra poi gli ufficiali di complemento avrebbero fornito la mas-
sa dei subalterni, ma praticamente nessun capitano o maggiore
(non tenendo conto, s’intende, dei veterani di guerra), perché il
completamento della loro istruzione e quindi il loro avanzamento
erano rinviati a tempi migliori.
Indubbiamente la questione non era semplice e si possono ca-
pire le esitazioni delle autorità militari dinanzi a progetti vaghi
quanto avveniristici, che volevano eliminare d’un colpo i subal-
terni di carriera, costituenti la metà dei quadri permanenti. Si de-
ve però sottolineare fortemente come ben poco fu fatto per valo-
rizzare gli ufficiali di complemento, sia quelli che avevano fatto la
guerra con onore e vennero lasciati a loro stessi70, sia quelli for-
mati dalle nuove scuole. Gravissimo poi ci sembra un provvedi-
mento, che pure passò inosservato, accettato come fatto mera-
mente tecnico: il passaggio in SAP di 1.900 subalterni di comple-
mento, deciso nel 1920 ed attuato nel 1922-2371. Si trattava di ele-
menti che si erano distinti in guerra; ma erano pur sempre ufficiali
improvvisati, che si aggiungevano alla massa di ufficiali inferiori
giudicati non all’altezza della loro missione. Non solo: questi uf-
ficiali non perfettamente idonei erano quasi tutti in eccedenza!
Infatti al 31-12-1919 esistevano 3.080 subalterni di fanteria in
SAP, 1.630 di artiglieria e 320 del genio, che non ebbero a subire
eliminazioni di sorta e che risultano all’incirca equivalenti agli or-
ganici dell’ordinamento provvisorio, che ne prevedevano rispetti-
vamente 2.830, 1.700 e 390. Mancavano cioè 70 subalterni di ar-
tiglieria e 70 del genio, contro un’eccedenza di 250 per la fante-
ria. Eppure i 1.900 nuovi subalterni di carriera erano tutti per
queste tre armi, destinati quindi a gonfiare oltre i limiti di legge
l’unico grado che già non sovrabbondasse72. Non si può giustifi-
care il provvedimento con la carenza di subalterni ai reggimenti,
perché, se normale, doveva essere risolta nell’ambito della legge,
cioè con una ridistribuzione del personale; se temporanea, pote-
va essere fronteggiata aumentando (anzi, non diminuendo) il nu-
mero di ufficiali di complemento trattenuti alle armi.
Le autorità militari preferirono approfittare del disordine del
V. Il ritorno all’esercito di caserma 171

dopoguerra per risolvere la questione dei quadri inferiori nel mo-


do più semplice, trasferendo in SAP ufficiali che giudicavano non
pienamente idonei, pur di scongiurare un ricorso su larga scala
agli ufficiali di complemento. Era la soluzione più comoda, più
tradizionale, che non apriva nuovi problemi, ma non teneva con-
to alcuno dell’esperienza bellica. Uno dei tanti fatti compiuti, ga-
bellati come puramente tecnici, che pregiudicavano il futuro, svi-
luppando il ritorno all’esercito di caserma al di fuori delle deci-
sioni e del controllo del parlamento. Controllo che, in questo co-
me negli analoghi casi, veniva esautorato in primo luogo dal di-
sinteresse dei politici stessi, tanto che abbiamo forse torto noi a
meravigliarci di vicende che il mondo politico accettava senza
preoccuparsi delle conseguenze implicite né della coerenza con i
programmi ufficialmente presentati.
Contemporaneamente il reclutamento dei nuovi ufficiali di
carriera veniva riorganizzato sul modello prebellico. In un primo
tempo era stato previsto che potessero aspirare alla nomina in
SAP solo i sottotenenti di complemento con due mesi di servizio,
con il duplice intento di affiatare le due categorie di ufficiali e per-
mettere una maggiore selezione dei quadri permanenti. Ma già nel
1921 il ministero comunicava la sua intenzione di ripristinare il di-
stacco tra le due categorie, riservando uno dei corsi per ufficiali
di complemento a quegli allievi che intendessero poi seguire i cor-
si per il passaggio in SAP73. E l’anno seguente riportava questi
corsi ai limiti prebellici, marcando nel modo più evidente la su-
periorità degli ufficiali di carriera: bastavano infatti sei mesi di
istruzione per trasformare un borghese in un subalterno di com-
plemento, ma occorrevano poi da tre a cinque anni di studio per
trasformare questo subalterno in un ufficiale di mestiere74. Anche
questa soluzione avrà valore transitorio e nella riorganizzazione
dell’esercito dopo l’avvento del fascismo verrà ripristinata la com-
pleta separazione tra i corsi per ufficiali di complemento (i sei me-
si nelle scuole di corpo d’armata) e di carriera (ammessi a 17 an-
ni nelle tradizionali scuole militari per un corso di studi simile a
quello prebellico).
Anche il reclutamento e l’impiego degli ufficiali di stato mag-
giore non ebbe a subire profonde modifiche. L’ordinamento Bo-
nomi aveva sostituito il corpo di stato maggiore, composto da un
numero limitato di ufficiali che vi entravano come capitani e ne
172 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

uscivano con la promozione a generale, con il servizio di stato


maggiore, che si sarebbe avvalso a turno di tutti gli ufficiali prov-
visti di uno speciale titolo (la frequenza della Scuola di guerra di
Torino), evitando di favorire nuclei ristretti. Si trattava però di
una riforma puramente formale, fino a quando il numero degli uf-
ficiali abilitati non fosse aumentato fino a permettere una reale ro-
tazione e selezione. E invece la Scuola di guerra di Torino, riaper-
ta nel 1922, aveva pur sempre un numero limitato di posti ed esa-
mi di ammissione tanto duri (il primo concorso non coprì neppu-
re tutti i posti disponibili) da assicurare la perpetuazione del si-
stema, cioè il netto distacco tra una ristretta élite, monopolizza-
trice dei posti di responsabilità e di figura, e la massa degli uffi-
ciali75. Nel 1926 verrà poi ripristinato il corpo di stato maggiore
tradizionale.
In complesso l’organizzazione dell’istruzione dei quadri venne
pian piano ricalcando quella prebellica, con la novità della crea-
zione di corsi regolari per ufficiali di complemento e l’istituzione
delle Scuole centrali di fanteria, artiglieria e genio, destinate a per-
fezionare la cultura degli ufficiali superiori76. Questa sistemazio-
ne venne raggiunta con provvedimenti graduali, presi senza cla-
more e raramente commentati dalla stampa politica, e ci appare
criticabile soprattutto nella separazione posta tra ufficiali di com-
plemento e di carriera. In guerra non ci sarebbe stata differenza
di impiego tra gli ufficiali delle due categorie e quindi l’istruzione
tanto più curata degli ufficiali in SAP poteva trovare una ragion
d’essere solo come preparazione degli alti comandi. Tuttavia solo
una minoranza di questi ufficiali sarebbe arrivata a questi coman-
di, di regola dopo una nuova serie di anni di studio presso la Scuo-
la di guerra e le Scuole centrali; pertanto gli anni passati nelle
scuole di reclutamento non erano valorizzati. Erano invece assai
utili in pace, nell’ambito di un esercito di caserma, per formare gli
ufficiali interamente nell’ambiente militare, senza debilitanti con-
tatti con il paese. Tutto il sistema scolastico militare ci sembra per-
tanto rispondere troppo ai bisogni di pace e troppo poco a quelli
di guerra.

Per concludere, poche righe sulla sorte degli ufficiali che ave-
vano lasciato l’esercito. Ricordiamo in primo luogo coloro che fu-
rono collocati in PAS, la forma eccezionalmente favorevole di
V. Il ritorno all’esercito di caserma 173

pensionamento che era stata istituita per incoraggiare gli esodi vo-
lontari. I 2.700 ufficiali che ne fruirono si trovarono presto eco-
nomicamente e moralmente a disagio; infatti la svalutazione ridu-
ceva le pensioni, cui non si aggiungevano le varie indennità con-
cesse agli ufficiali in servizio attivo77 e la burocrazia militare si ac-
caniva sulla categoria:

Tutto il complesso delle istituzioni che regolano il nuovo istituto


della PAS ha risentito del grave disordine in cui si è venuta a trovare
l’amministrazione nell’immediato dopoguerra: decreti che a breve di-
stanza di tempo venivano abrogati da altri successivi decreti, disposi-
zioni da attuarsi immediatamente e che alla distanza di circa un anno
ancora non trovano un principio di applicazione, ritenute applicate
senza una direttiva certa e sicura. Tutto ciò non poteva che produrre
malcontento e proteste78.

Non si trattava soltanto di problemi economici o amministra-


tivi. La PAS era stata annunciata come una posizione privilegiata,
che avrebbe accolto la maggior parte degli ufficiali superiori e ge-
nerali e li avrebbe mantenuti in stretto contatto con il servizio at-
tivo, con un periodico aggiornamento professionale oltre che una
comunanza morale; si rivelava invece una semplice forma di pen-
sionamento, neppure particolarmente vantaggiosa. Le eliminazio-
ni di ufficiali non avvennero nella misura preannunciata, con
comprensibile amarezza di quelli che avevano lasciato l’esercito
per primi (e si trattava spesso di elementi ottimi); anzi, furono ri-
chiamati dal congedo numerosi ufficiali pensionati, proprio men-
tre si allontanavano i veterani della guerra. Nel 1922 era ormai evi-
dente che la PAS era venuta meno ai suoi scopi, verso gli ufficiali
come verso l’erario:

In sostanza, alle dure necessità della finanza si è provveduto crean-


do una falange di duemila giovani pensionati; richiamando dal conge-
do migliaia di vecchi ufficiali; trattenendo in servizio forse una dieci-
na di migliaia di ufficiali di milizia territoriale e di complemento;
aprendo immediatamente le porte per creare nuovi ufficiali in servizio
attivo, mentre si mettevano fuori quelli con appena dodici – dico do-
dici – anni di servizio79.
174 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

Gli ufficiali in PAS vennero pertanto a costituire una catego-


ria profondamente insoddisfatta ed amareggiata; molti di essi ade-
rirono al fascismo ed ebbero parte notevole nell’organizzazione
delle squadre d’azione e più ancora della milizia nazionale.
Menzioniamo ancora il problema della rivalutazione delle pen-
sioni prebelliche, che fu concessa con penoso ritardo80 e quello
giuridico e politico degli alti ufficiali silurati in guerra, spesso con
procedure eccessivamente sbrigative, che chiedevano una riabili-
tazione morale ed economica. Escluso il riesame dei singoli casi,
che avrebbe comportato non poche difficoltà pratiche e soprat-
tutto riaperto le discussioni sulla guerra, agli ufficiali silurati fu
promesso il passaggio in PAS, il che significava un immediato van-
taggio economico ed un’indiretta riabilitazione, essendo tale ca-
tegoria riservata solo ad ufficiali senza macchia. Il provvedimen-
to fu però perfezionato solo più tardi81.

Quanto siamo venuti raccogliendo, benché i dati in nostro


possesso siano parziali e frammentari, ci sembra sufficiente a con-
cludere che la sistemazione dei quadri fu portata avanti con in-
credibile lentezza e confusione, senza un piano preciso né tanto
meno un controllo politico, senza alcun riferimento agli organici
provvisori né preoccupazioni per le implicazioni finanziarie. L’e-
norme esuberanza di ufficiali in servizio ci appare dovuta al pre-
valere indebito di interessi di categoria, oltre che alla forza d’i-
nerzia di ogni burocrazia. Già questa situazione denuncia chiara-
mente il ritorno all’esercito di caserma, caratterizzato appunto
dall’autonomia con cui il corpo ufficiali vive e si sviluppa, senza
diretta connessione con la forza dell’esercito e le esigenze della di-
fesa. Ed effettivamente l’unica linea comune rintracciabile nella
congerie di provvedimenti è il ritorno alle soluzioni prebelliche,
però con una proporzione di ufficiali notevolmente più elevata.
Per tutti i problemi finora accennati, la stampa politica ha so-
lo un interesse saltuario, che si traduce in informazioni incomple-
te e rari commenti; dedica invece un notevole rilievo ad un aspet-
to della questione: le rivendicazioni economiche degli ufficiali,
che ogni giornale appoggia con toni che diventano sempre più ar-
denti man mano che si passa dagli organi di centro a quelli di de-
stra. Un amore chiaramente interessato: rinviamo perciò l’intera
V. Il ritorno all’esercito di caserma 175

questione al prossimo capitolo, dedicato appunto ai problemi po-


litici ed all’atteggiamento dei partiti.

3. Le spese militari

Determinare la reale incidenza delle spese militari nel primo


dopoguerra è impossibile, malgrado la disponibilità dei docu-
menti parlamentari, per la caotica situazione in cui l’amministra-
zione militare fu ridotta dalla guerra e per la lentezza, non sempre
dovuta a cause di forza maggiore, con cui ne fu attuato il riordino
negli anni che seguirono l’armistizio. Nel maggio 1920, presen-
tando il bilancio di previsione del ministero della Guerra per il
1919-20, l’on. Gasparotto scriveva:

Lo stato di previsione pel 1919-20, come gli altri di guerra, rap-


presenta un documento ipotetico, presentato al solo scopo di adem-
piere ad una disposizione di legge, ma che non poteva corrispondere
alla spesa effettiva di cui non era, del resto, possibile qualunque pre-
visione, anche approssimativa82.

Questa indeterminatezza era inevitabile in un momento in cui


nemmeno il ministro sapeva quanti uomini fossero alle armi o
quanti milioni si spendessero al mese; si protrasse anche negli an-
ni seguenti, in cui l’enorme ammontare delle liquidazioni belliche
copriva le spese per le truppe, per quanto grandi fossero, inte-
grando gli stanziamenti insufficienti al di fuori da qualsiasi con-
trollo. Così lo stato di previsione per il 1920-21, presentato il
3-12-1919, contemplava una spesa totale di un miliardo, cui sei
mesi dopo furono aggiunti 2.750 milioni con cui fronteggiare «le
maggiori assegnazioni tuttora occorrenti in dipendenza della
guerra»; il consuntivo però saliva a quasi dieci miliardi83. Il pre-
ventivo seguente, presentato il 25-11-1920 per il 1921-22, ha un
totale più alto, 2.877 milioni, che però non ci è di alcuna utilità:
1.328 milioni sono infatti iscritti nella parte straordinaria, desti-
nati agli usi più vari, come la ricostruzione di dotazioni e scorte,
il mantenimento delle truppe all’estero, i lavori nelle nuove pro-
vince, e così via, senza differenziazione contabile; queste somme
potevano perciò essere devolute praticamente a qualsiasi capito-
176 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

lo del bilancio ordinario, rendendo impossibile un controllo ester-


no84. Anche questo preventivo fu largamente superato, poiché le
spese raggiunsero i cinque miliardi per effetto delle liquidazioni
belliche e di nuovi stanziamenti che correggessero gli effetti della
svalutazione e le previsioni troppo basse85.
Per un giudizio più generale sulla attendibilità dei bilanci pre-
ventivi possiamo rifarci alle relazioni delle commissioni tecniche
parlamentari:

Quando quasi tutte le autorizzazioni di spese erano date con la leg-


ge del bilancio ed assai raramente durante l’esercizio si approntavano
variazioni al bilancio, la funzione di controllo finanziario poteva dal
parlamento esercitarsi in modo relativamente facile. Ma oggi i bilanci
non comprendono tutte le autorizzazioni di spesa: al parlamento si
propongono quasi quotidianamente disegni di legge che importano,
direttamente e indirettamente, spese [...]. Perciò [...] la importanza
della approvazione al bilancio preventivo nella forma attuale, è assai li-
mitata86.

Né la situazione migliora se si considerano i bilanci consuntivi:

L’unica cosa che si può dire oggi con sicurezza è questa: che i ren-
diconti consuntivi degli otto esercizi che vanno dal 1914-15 al 1921-22
e forse anche, sebbene in proporzioni minori, quelli dei due esercizi
successivi, non rispecchiano che molto approssimativamente l’effetti-
vo andamento della gestione del bilancio87.

Questi bilanci, tra l’altro, non sono di alcuna utilità per calco-
lare la forza bilanciata, la cifra più comunemente addotta come in-
dicazione approssimativa della grandezza di un esercito. Tuttavia
la mancanza di dati ufficiali non impedisce un calcolo sommario,
poiché sono note le date della chiamata e del congedamento del-
le varie classi e la loro consistenza numerica. Nel giugno 1920, ab-
biamo già scritto, erano ancora alle armi tre classi ormai assotti-
gliate, per circa 300.000 uomini; poi il congedo dei veterani del
1898 e 1899, attuato dal settembre 1920 al febbraio 1921, fu com-
pensato quantitativamente dalla chiamata nel novembre 1920 del-
la classe 1901, forte di 207.000 uomini88. L’esercito ebbe quindi
una forza media di 300.000 uomini per il 1920-21 e la conservò
V. Il ritorno all’esercito di caserma 177

nell’anno seguente, poiché il congedo della classe 1900 (autunno


1921) fu seguito dalla chiamata del primo scaglione 1902, forte di
130.000 uomini (gennaio 1922)89. Pur tenendo conto degli inevi-
tabili congedi anticipati, calcolati al 4% ogni anno, al giugno 1922
l’esercito contava ancora qualcosa più di 300.000 uomini; solo nei
mesi successivi questa forza scese a 200.000 uomini, per il conge-
do del 1901 e la chiamata del secondo semestre 1902. Fino all’e-
state 1922, in conclusione, la forza alle armi fu piuttosto alta, net-
tamente superiore ai 200-250.000 del periodo prebellico, come ai
175.000 teorici dell’ordinamento Bonomi. Non era però suffi-
ciente a tradurre in pratica uno dei più diffusi postulati del dopo-
guerra: l’istruzione di tutte le reclute fisicamente idonee. Su
414.000 giovani della classe 1901 sottoposti a visita di leva, 95.000
vennero riformati o dichiarati rivedibili, e 319.000 arruolati, ma
solo 207.000 effettivamente incorporati90. Pur tenendo conto del-
le reclute assorbite dai corpi di polizia91 e delle aliquote di rivedi-
bili incorporati l’anno seguente, un quarto dei fisicamente idonei
sfuggiva a qualsiasi istruzione militare, dato che la ferma di tre me-
si cui erano obbligati i cosiddetti sostegni di famiglia non ebbe
mai attuazione. Anche la ferma di 8 mesi voluta da Bonomi rima-
se allo stato di intenzione: la classe 1901 prestò da 19 a 21 mesi di
servizio, giustificati con le esigenze di un periodo di transizione.
Una delle prime richieste della nazione armata, ferma breve e ri-
duzione della forza alle armi, ma estensione dell’obbligo militare,
non ebbe quindi attuazione.
Il primo bilancio preventivo utilizzabile è quello per il 1922-
23, presentato il 26 novembre 1921 per complessivi 1.887 milio-
ni, sui quali l’incidenza delle cosiddette spese di guerra è trascu-
rabile92. Si tratta di un preventivo improntato a stretta economia,
ma inficiato dal carattere provvisorio dell’assetto dell’esercito, co-
me notava la relazione della Commissione permanente della Ca-
mera:

Il bilancio [...] tende a rispondere, se pure in misura ancora insuf-


ficiente, al concetto sano di non far sostenere per ora alle stremate fi-
nanze dello stato un peso maggiore di quello dell’anteguerra, tenuto il
debito conto dello svilito valore della moneta. La Commissione, men-
tre fa suo questo ultimo concetto e riconosce pienamente, nei limiti
consentiti dal più alto ed impellente dovere della difesa dei diritti del-
178 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

la nazione e del suo territorio, la necessità di non gravare maggior-


mente in alcun modo sul Tesoro, sente però il dovere di richiedere fin
d’ora che si provveda, se pur con la minima spesa possibile, ad una si-
stemazione stabile e ferma dell’esercito nazionale nel tempo di pace ed
alla sua preparazione a mobilitarsi93.

Il concetto di mantenere le spese per l’esercito nei limiti di


quelle prebelliche era comunemente enunciato nei programmi del
tempo, con facilità tanto maggiore in quanto non forniva alcuna
indicazione vincolante. Sarebbe bastato a ridurne la portata il ri-
chiamo al superiore dovere della difesa degli interessi nazionali,
che tradizionalmente si accompagnava a tutte le richieste di eco-
nomia nelle spese militari. Era poi impossibile stabilire un con-
fronto attendibile tra i bilanci degli anni giolittiani e quelli del do-
poguerra, per la diversa incidenza delle spese straordinarie ed il
diverso rapporto tra le varie voci, nonché per la situazione assai
mutata e la cronica reticenza dei bilanci militari94.
Il proposito di ridurre le spese militari era comunque chiaro
ed è più evidente quando si tolgano dal preventivo i 70 milioni di
spese direttamente dipendenti dalla guerra (assistenza ai feriti e
onoranze ai caduti) e soprattutto i 411 milioni per l’arma dei ca-
rabinieri, che andrebbero in massima parte ricondotti al bilancio
degli Interni. Il preventivo vero e proprio scende così a 1.400 mi-
lioni; non ci sembra però che questa cifra sia accettabile.
Cominciamo con l’osservare che la forza bilanciata che si cal-
colava di mantenere con questi 1.400 milioni era di 210.000 uo-
mini, mentre ancora alla vigilia dell’entrata in vigore del nuovo bi-
lancio erano trattenuti alle armi circa 300.000 uomini. A metà giu-
gno 1922 la Commissione permanente rilevava questa incon-
gruenza, osservava che la semplice applicazione delle vigenti di-
sposizioni di reclutamento comportava una forza bilanciata di
277.000 uomini e chiedeva un chiarimento, proponendo maggio-
ri stanziamenti ed una riduzione dei contingenti da incorporare95.
La crisi governativa faceva rinunciare alla discussione parlamen-
tare del bilancio (dimissioni del primo gabinetto Facta): e proprio
il 29 giugno, alla vigilia dell’entrata in vigore per decreto del pre-
ventivo basato su 210.000 uomini, il ministero emanava i provve-
dimenti che avrebbero mantenuto la forza alle armi sui 250-
300.000 uomini!96 Senonché la necessità di ricorrere all’esercizio
V. Il ritorno all’esercito di caserma 179

provvisorio e soprattutto di dimostrare la propria volontà di ri-


durre il disavanzo spinse il governo ad imporre l’osservanza del
bilancio di previsione. Il ministero dovette quindi prendere prov-
vedimenti d’urgenza: acceleramento del congedo del 1901, rinvio
di un paio di mesi della chiamata del secondo semestre 1902 e ri-
nuncia all’istruzione di 26.000 reclute delle province ex-austria-
che e di 56.000 ascritti alla ferma di tre mesi97. L’esercito era così
gettato in una crisi di effettivi ed il bilancio salvato a costo di nuo-
vi strappi al principio dell’istruzione di tutti gli idonei98; ma il bru-
sco intervento del potere politico valse se non altro a riportare la
forza bilanciata all’incirca nei limiti del bilancio preventivo. Fu
così possibile contenere in 450 milioni il divario tra il preventivo
ed il consuntivo, salito a 2.337 milioni99, con un aumento che non
sembra eccessivo tenendo conto del rincaro dei costi, del disordi-
ne in cui versava l’amministrazione militare e del forte incremen-
to degli stipendi di ufficiali e sottufficiali, per 180 milioni, con-
cesso alla fine dell’ottobre 1922 da Facta.
Malgrado questa dimostrazione di una certa esattezza contabi-
le, il bilancio rimane di scarsa utilità per lo studioso, perché le sue
voci non consentono di calcolare il costo dei vari corpi e servizi.
Alcuni capitoli sono dettagliatissimi, altri estremamente generici;
ma è soprattutto la struttura stessa del bilancio che impedisce un
utile riscontro. Ad esempio, è impossibile determinare il costo di
un reggimento, perché il bilancio fornisce solo cifre globali: l’am-
montare degli stipendi di tutti gli ufficiali in organico (per quelli
in eccedenza si provvede a parte, con un’unica voce che confonde
ufficiali, soldati, rancio e casermaggio), ma non la loro suddivisio-
ne tra i reparti, né l’insieme delle indennità loro distribuite; poi
l’ammontare globale delle paghe per i sottufficiali di carriera e per
gli uomini di leva; poi la spesa totale per il pane e i viveri delle trup-
pe, per il foraggio dei quadrupedi, per il vestiario, il casermaggio:
tutte cifre globali, di diecine di milioni, troppo generiche per po-
ter essere utilizzate. Ed i capitoli che abbiamo citato finora sono i
più chiari, perché i 171 milioni previsti per il pane e i viveri delle
truppe hanno per lo meno una destinazione evidente, anche se
non dettagliata. Invece i capitoli che riguardano i servizi dell’eser-
cito sono infinitamente più complessi ed oscuri; sommano infatti
spese per il personale, il materiale, gli stabili, gli uffici e chissà qua-
li altre esigenze, come in questo caso, uno tra i tanti:
180 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

Spesa pel mantenimento dei ricoverati negli ospedali civili e mili-


tari e nelle infermerie di presidio e pel mantenimento dei parenti de-
gli iscritti di leva mandati in osservazione negli ospedali militari, ac-
quisto di medicinali, oggetti di medicazione, strumenti chirurgici, ma-
teriali ortopedici e altre spese pel servizio degli ospedali e delle infer-
merie di presidio... L. 13.032.000100.

Dizione splendidamente generica, che non esaurisce affatto il


costo dei servizi sanitari; il capitolo relativo sale infatti a 19 milio-
ni e non tiene conto degli stipendi degli ufficiali medici, chimici-
farmacisti e d’amministrazione addetti agli ospedali, nonché del-
le relative indennità, del costo di sottufficiali e uomini di truppa,
dei quadrupedi, degli automezzi, del casermaggio, degli immobi-
li, dei trasporti e via dicendo.
Un ultimo esempio. Il bilancio presentato al parlamento pre-
vede un apposito capitolo per i servizi automobilistici, con una
spesa di 25 milioni (non ulteriormente dettagliati), che, in assen-
za di altre indicazioni, saremmo autorizzati a ritenere comprensi-
va di tutte le spese per automezzi. Solo dalla ripartizione del bi-
lancio in articoli, pubblicata sul «Giornale militare ufficiale» ad
uso degli uffici militari, veniamo a sapere che il capitolo «mate-
riali e stabilimenti d’artiglieria» comprende anche 16 milioni per
gli automezzi assegnati a determinati reggimenti101.
Queste considerazioni sulla struttura del bilancio del ministe-
ro della Guerra, che valgono anche per gli esercizi seguenti, ridu-
cono naturalmente la portata di qualsiasi analisi della spesa. Ci
sembra però di poter affermare che i 1.400 milioni del preventivo
come i 1.700-1.800 milioni del consuntivo destinati all’esercito
siano ben lungi dal rappresentarne il costo reale e costituiscano
piuttosto il risultato di una politica di compressione delle spese
artificiale e spesso puramente contabile. Questi milioni infatti
rappresentano soltanto le somme necessarie per il mantenimento
puro e semplice delle truppe e dell’amministrazione e non com-
prendono le spese rinviate a tempi migliori né i debiti latenti do-
vuti ai prelevamenti illegali dai magazzini di mobilitazione. Già la
relazione della Commissione permanente lamentava il mancato
stanziamento di fondi per la sistemazione difensiva delle nuove
frontiere, per il rinnovo del materiale bellico, la costruzione di
nuove caserme, nonché lo sviluppo dell’aviazione, chiedendo 440
V. Il ritorno all’esercito di caserma 181

milioni di spese straordinarie annue per 10 anni102. Parte di que-


ste esigenze non sembrano particolarmente urgenti all’indomani
di una guerra vittoriosa; però avrebbero ugualmente dovuto esse-
re affrontate negli anni seguenti, quindi il loro rinvio non rappre-
sentava un’economia reale. Più grave il prelievo di materiali dai
magazzini. Era previsto che l’esercito traesse tutti i materiali di
consumo occorrenti (dalle scarpe ai proiettili) dai magazzini di
mobilitazione, sostituendoli però con materiali nuovi, a carico de-
gli appositi capitoli del bilancio; senonché l’esiguità degli stanzia-
menti previsti non permetteva di reintegrare questi prelievi, che
davano origine ad un debito latente nei magazzini. Questo proce-
dimento illegale è parzialmente documentato dallo stesso bilan-
cio, che ad esempio prevede 5 milioni di economie sul capitolo del
vitto per consumo di carne in scatola e altri viveri di riserva, con-
tro una spesa di un solo milione e mezzo per la fabbricazione di
scatolame103. Una sanatoria generale di questi procedimenti ven-
ne preparata da un disegno di legge del giugno 1922, con il quale
la presentazione del rendiconto patrimoniale dell’amministrazio-
ne della Guerra e dei conti dei magazzini e depositi militari, che
avrebbe dovuto aver luogo con un unico documento dal 1914-15
al 1921-22, veniva prorogata fino a comprendere anche il 1922-
23, in modo da permettere il completamento del riordinamento,
cioè la continuazione dei prelievi senza controllo. Osservava chia-
ramente la relazione parlamentare al disegno di legge:

Il provvedimento si presta a permettere che anche nell’esercizio


corrente si consumino materie conservate in detti magazzini e deposi-
ti in misura superiore a quella in cui gli stanziamenti di bilancio per-
mettono di sostituire le materie conservate [...]. Che si possa non eser-
citare il sindacato sul passato, e cioè sulla gestione degli anni di guer-
ra e dell’immediato dopoguerra, è minor male; ma che anche la ge-
stione di tali magazzini nell’esercizio 1921-22 e nel 1922-23 debba es-
sere di fatto sottratta al sindacato parlamentare, è cosa che sembra as-
sai pericolosa104.

Ciò nonostante l’esercito continuò ad attingere ai suoi magaz-


zini per sopperire agli stanziamenti insufficienti. Questi prelievi
avrebbero dovuto essere compensati negli anni seguenti: l’econo-
182 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

mia immediata era controbilanciata dall’apertura di un debito la-


tente, che non è azzardato valutare in centinaia di milioni.
Prima di concludere queste osservazioni sparse, è necessaria
una precisazione. Abbiamo parlato di disordine amministrativo e
di sperperi: non vorremmo lasciar adito a sospetti di corruzione;
i casi di furto o malversazioni sono infatti rarissimi, trascurabili in
proporzione al numero di uomini, di ufficiali e di milioni (questo,
s’intende, nell’esercito e non in gestioni improvvisate come quel-
la per la liquidazione dei materiali bellici). Lasciamo la parola al
Chittaro, aspro accusatore del sistema per amore dell’esercito:

La guerra, con le sue esigenze tumultuose e smisurate, ha sfonda-


to d’un colpo solo le maglie del controllo amministrativo, perfetto nei
suoi congegni di assoluta aderenza al funzionamento di tutte le ge-
stioni, per quanto questa perfezione lo rendesse pesante e molesto a
chi doveva sopportarlo e assoggettarvisi. E attraverso le maglie sfon-
date sono passati i torrenti dello sperpero; sperpero, intendiamoci, do-
ve la disonestà non rappresenta che un filo esiguo in mezzo alla cor-
rente formata nella gran massa dagli infiniti rivoli del disordine, del-
l’imperizia, dell’improvvisazione e dell’incoercibile vizio soldatesco di
considerare la «roba del governo» come res nullius105.

Oltre a queste cause generali, il disordine trova origine nella


deficiente organizzazione di amministrazione e controllo, affida-
ta a tre corpi diversi, divisi per rivalità di carriera e per compe-
tenze106 e nella mancanza di una chiara direttiva dall’alto:

Si spese, da parte dell’amministrazione militare, senza chiara indi-


cazione di disponibilità finanziarie definite con criteri continuativi; e
così si sperperò. Il ministero, quando rilevò spese esagerate (derivate
sostanzialmente dal fatto che non vi erano né vi sono limiti ben noti di
assegnazione) ordinò inchieste, le quali però non conchiusero gran che
e furono invece un sovraccarico di spesa [...]. Si fece molto meno am-
ministrazione che contabilità (e questo è il difetto principale di tutto il
congegno amministrativo italiano)107.

Ricolleghiamo questa situazione alla tradizione burocratica


dell’esercito italiano, allo stato d’emergenza della guerra, alla con-
fusione naturale e anche voluta con cui venne condotta la smobi-
litazione: una amministrazione pletorica e dispendiosa, che, come
V. Il ritorno all’esercito di caserma 183

tutti gli organi di un esercito di caserma, tendeva a considerarsi fi-


ne a se stessa. Non ci sembra però che i vari corpi e servizi in que-
sti anni fossero particolarmente travagliati da strettezze finanzia-
rie, che probabilmente passavano in secondo piano dinanzi a pro-
blemi urgenti come la sistemazione dei quadri e l’adattamento al-
la ferma breve. Le proteste della stampa, che citeremo, si rivolgo-
no sempre all’insufficienza degli stipendi degli ufficiali e della for-
za bilanciata.
Concludendo, lo studio del bilancio dell’esercito nei primi an-
ni del dopoguerra dà risultati assai scarsi, essendo impossibile un
controllo delle spese. Si può dire che fino all’estate 1922 l’ammi-
nistrazione militare dispone di fondi amplissimi, destinati soprat-
tutto alla liquidazione delle pendenze belliche, ma stornabili a
profitto del mantenimento delle truppe e dell’apparato di co-
mandi e uffici. A partire dal luglio 1922 gli stanziamenti a dispo-
sizione del ministero della Guerra si riducono notevolmente: è
però certo che il consuntivo presentato al parlamento non tiene
conto del rinvio di spese straordinarie e dell’apertura di debiti la-
tenti, che portano il costo dell’esercito a livelli maggiori anche se
imprecisabili. È pure certo che non sempre i fondi disponibili era-
no impiegati nel migliore dei modi, per il disordine in cui versava
l’amministrazione militare. Allo stato attuale delle ricerche, con-
clusioni più precise sulle spese per l’esercito nel 1920-22 non so-
no possibili.

4. L’esercito di caserma: i reparti combattenti

È tempo di dare un ampio sguardo all’esercito, come si venne


riorganizzando nel 1920-22, per poi esaminarne più da vicino al-
cuni elementi. Le nostre cifre vanno riferite al 1° luglio 1921108: a
questa data l’esercito aveva raggiunto un assetto che non avrebbe
più subito sostanziali modifiche fino all’avvento del fascismo.
Iniziamo naturalmente dai reparti combattenti, nerbo e giusti-
ficazione dell’esercito, cioè dalle armi di fanteria, artiglieria, genio
e cavalleria, prescindendo quindi dai carabinieri, assorbiti dai lo-
ro compiti di polizia, e dall’aeronautica, che nel 1923 si sarebbe
liberata dalla tutela non sempre generosa delle forze di terra. Spi-
184 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

na dorsale dell’esercito erano le 27 divisioni di fanteria e le 3 di-


visioni alpine. Le prime comprendevano ognuna 4 reggimenti di
fanteria (riuniti in 2 brigate) e 1 reggimento di artiglieria da cam-
pagna ippotrainato; in pace 8 battaglioni di fanteria (32 compa-
gnie) e 4 gruppi di artiglieria (8 batterie, 32 pezzi leggeri), più 4
battaglioni quadro (ufficiali e comandi senza soldati)109. Le divi-
sioni alpine comprendevano ognuna 3 reggimenti alpini e 1 reg-
gimento di artiglieria da montagna someggiato: in pace e in guer-
ra 9 battaglioni alpini (36 compagnie) e 3 gruppi di artiglieria (6
batterie, 24 pezzi da montagna). Queste tre divisioni non avevano
battaglioni quadro: anzi, i reparti alpini ebbero sempre una forza
assai superiore a quelli di fanteria, essendo destinati alla prima di-
fesa della frontiera.
Accanto a queste 30 divisioni di pace esistevano numerosi ele-
menti suppletivi, tra cui due corpi di grandi tradizioni e di incer-
to avvenire: la cavalleria, che aveva avuto parte ridottissima in
guerra, ed i bersaglieri, il cui impiego bellico non si era differen-
ziato da quello degli altri reparti di fanteria. Di entrambi era per-
ciò stata chiesta la soppressione o almeno una forte riduzione: la
cavalleria passò così, con l’ordinamento provvisorio, dai 30 reggi-
menti con 150 squadroni del 1914 a 12 reggimenti con 48 squa-
droni, i bersaglieri da 12 a 4 reggimenti. La riduzione della caval-
leria ebbe luogo (oltre tutto, si trattava di arma costosa e di diffi-
cile addestramento in epoca di ferme brevi), quella dei bersaglie-
ri invece no: nel 1921 e fino al 1923 c’erano pur sempre 12 reggi-
menti con 24 battaglioni effettivi e 12 battaglioni quadro. Repar-
ti illegali, ma tollerati dai vari ministri, il cui futuro e la cui dottri-
na d’impiego erano dubbi110.
Artiglieria e genio invece avevano visto crescere la loro impor-
tanza in guerra. Oltre ai reggimenti già segnalati, ne erano previ-
sti 14 di artiglieria pesante campale (cioè medi calibri ippotraina-
ti, di cui era decisa la motorizzazione) e 10 di artiglieria pesante e
costiera, tutti su 4 gruppi; più 1 reggimento autoportato (su tre
gruppi autoportati e uno a cavallo) e 3 depositi-scuole contraerei
(equivalenti a reggimenti, su 3-4 gruppi)111. Per il genio, 10 bat-
taglioni zappatori e altrettanti telegrafisti, 3 pontieri, 5 minatori,
5 radiotelegrafisti e 3 ferrovieri112.
Il discorso è relativamente facile e chiaro fino a quando rima-
ne sulle grandi linee; abbiamo infatti un elenco completo e suffi-
V. Il ritorno all’esercito di caserma 185

cientemente dettagliato dei reparti, conosciamo la loro disloca-


zione ed i loro rapporti gerarchici. Possiamo ad esempio calcola-
re che la massa delle truppe gravitava nell’Italia settentrionale (il
60% della fanteria, il 75% della cavalleria, il 62% dell’artiglieria
ed il 58% del genio) e particolarmente nelle tre Venezie, dove era
stanziato il 25-30% dei reparti. Questa distribuzione era dovuta a
ragioni militari, che però non ci sembrano sufficienti a spiegare la
marcata preferenza per le regioni più ricche anche nel resto d’I-
talia. Notiamo infatti che Toscana, Lazio, Campania e Sicilia sono
assai densamente presidiate, mentre le altre sette regioni centro-
meridionali (Umbria, Marche, Abruzzi, Puglie, Basilicata, Cala-
bria e Sardegna) non hanno che il 12% della fanteria italiana, il
13% dell’artiglieria ed il 6% del genio, senza alcun reparto di ca-
valleria – fatto che si può spiegare solo con il desiderio di dimi-
nuire il numero di sedi poco gradite agli ufficiali113.
Fin qui le cifre ufficiali: assai più difficile (ed insolito) spinge-
re l’esame oltre questa brillante cornice, anche per la rarefazione
dei dati. Tenteremo ugualmente di determinare la reale consi-
stenza dei reparti combattenti, con le consuete riserve sulla ap-
prossimazione dei nostri calcoli.

Negli studi del periodo, circa la metà della forza bilanciata è


destinata ai reparti di fanteria, alpini e bersaglieri. Possiamo quin-
di dedurre che l’ordinamento Bonomi prevedesse una media di
600 uomini per reggimento di fanteria e bersaglieri e per batta-
glione alpino, ma che nel 1920-22 la presenza di 300.000 uomini
alle armi consentisse una forza media di 1.000 uomini114, che non
appare eccessiva per le 8 compagnie, il deposito ed il comando di
ogni reggimento, considerando inesistente il battaglione quadro.
Le testimonianze raccolte ci consentono di affermare che questa
cifra è forse troppo alta, ma soprattutto che l’indicazione di una
forza media non ha valore alcuno dinanzi all’incidenza della sot-
trazione di uomini ai reparti ed all’istruzione per i più diversi
motivi.
Ecco un esempio concreto: un reggimento di fanteria che nel-
l’estate 1921 ha una forza di 880 uomini. Tre compagnie su otto
sono però distaccate per la guardia a depositi di munizioni forti e
altre istallazioni lontane dalla sede: un servizio che assorbe tutti i
186 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

loro 260 uomini, i quali non hanno perciò possibilità di compiere


istruzioni militari.

La forza presente alla sede, la sola che potrebbe fare istruzione, si


riduce così a 880 – 260 = 620 uomini. Di questi però circa 500 non so-
no giornalmente disponibili. Cifra sbalorditiva, resa pur vera e con-
teggiata fino all’ultimo uomo (media degli ammalati, degli uomini alla
prigione, servizi interni di compagnia, mense e spacci cooperativi,
piantoni vari, scritturali, attendenti di ufficiali con famiglia e con ca-
vallo, una sessantina di uomini per le guardie esterne ed interne e cir-
ca 165 comandati fuori corpo ai comandi, direzioni e servizi vari di pre-
sidio). Restano disponibili per l’istruzione giornaliera (quando si può
fare) di tutto il reggimento circa 120 uomini, rimasugli di due o tre
compagnie, coi quali si forma per l’istruzione una compagnia unica, co-
mandata a turno da un capitano. E così procede l’addestramento115.

Insomma, solo nei 15 giorni di campo il reggimento ha potuto


raccogliere una forza sufficiente per l’addestramento d’insieme,
ma non ancora tutti i suoi uomini! Si badi che non siamo dinanzi
ad una forzatura di cifre o ad un caso limite, perché questa situa-
zione trova conferma in alcuni altri calcoli numerici116 e la stam-
pa riprende frequentemente il problema dell’eccessivo peso degli
impegni estranei alla preparazione bellica gravanti sull’esercito.
Ecco alcuni altri dati significativi: nel gennaio 1922 i 4 reggimen-
ti di fanteria della divisione di Alessandria avevano una forza di
550 uomini, 2.200 complessivamente, ma rispettivamente solo 36,
46, 259 e 56 disponibili per l’istruzione! Negli altri reggimenti di-
pendenti dalla divisione la proporzione è varia e leggermente più
favorevole: 135 uomini disponibili su 310 del reggimento bersa-
glieri, 60 su 500 del reggimento di artiglieria campale, 200 su 600
del reggimento di artiglieria pesante e 200 sui 900 complessivi di
tre reggimenti di artiglieria pesante campale. In totale, su 4.541
uomini dipendenti dal comando di divisione, solo 1.030 risultano
disponibili per l’istruzione, cioè per quello che avrebbe dovuto
costituire lo scopo della loro permanenza alle armi!117 Questi ul-
timi dati si riferiscono ad un momento in cui era alle armi solo la
classe 1901, con circa 200.000 uomini, quindi i totali della forza
presente sono inferiori alla media 1920-22 (più alta circa del 50%)
e di poco superiori alla situazione prevista dall’ordinamento Bo-
V. Il ritorno all’esercito di caserma 187

nomi. Poiché l’incidenza dei vari impegni è relativamente indi-


pendente dalle oscillazioni della forza alle armi, si ha che con una
forza bilanciata di 175.000 (quella prevista da Bonomi) la divisio-
ne di Alessandria avrebbe praticamente rinunciato a qualsiasi at-
tività di interesse militare.
Le cause di questa incredibile crisi di effettivi sono diverse: è
possibile individuarle, ma non valutarne l’incidenza proporziona-
le. Ricordiamo innanzitutto l’eccessivo frazionamento dell’eserci-
to, che comportava la moltiplicazione di uffici, servizi, guardie e
poteva giungere fino ad impedire qualsiasi istruzione, nel caso di
distaccamenti troppo esigui. Il fenomeno aveva assunto propor-
zioni vastissime: al 1° luglio 1921 solo 38 reggimenti su 104 ave-
vano i loro maggiori elementi riuniti in un’unica sede118; ad esem-
pio, i 10 battaglioni fanteria e bersaglieri della divisione di Ales-
sandria erano dispersi in nove città diverse119. Nel 1922 lo stato
maggiore denunciava ben 381 distaccamenti in tutta Italia e chie-
deva la soppressione di 150 tra i più piccoli, che avrebbe permes-
so di risparmiare 20.000 uomini120. Le fonti militari attribuiscono
questo frazionamento alla pressione delle autorità locali, che dal-
la presenza di truppe traevano prestigio e guadagni; ma il feno-
meno ha proporzioni troppo vaste per non dover chiamare in cau-
sa anche le autorità militari e l’esercito di caserma, uso a sacrifi-
care l’istruzione delle truppe a tutte le altre esigenze, comprese la
buona armonia con le autorità politiche locali e centrali e le esi-
genze di prestigio proprie ed altrui.
Il frazionamento dei reparti aveva un’incidenza spesso indi-
retta: immediatamente visibile e sensibile era il peso dei servizi
esterni di guardia, che l’esercito doveva svolgere per gli enti più
disparati. Nella sola città di Alessandria, 300 soldati erano quoti-
dianamente impegnati nella sorveglianza di una polveriera, tre an-
tichi forti, tettoie, castelli, hangar, un campo sportivo, un poligo-
no di tiro, un penitenziario, il distretto: 17 diversi corpi di guar-
dia, in parte per enti di interesse civile. Nei reggimenti dipenden-
ti dalla divisione di Alessandria, gli uomini necessari giornalmen-
te per questi servizi esterni salivano a 880 su 4.500 presenti121. Si
trattava di una situazione certamente esasperata dalla guerra, con
il suo strascico di magazzini ed enti di smobilitazione; ed una
energica azione avrebbe potuto ridurre questi impegni esterni,
188 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

che però vanno ricondotti anche alle stesse cause indicate per i
troppi distaccamenti.
Tuttavia la più forte dispersione di soldati in attività non mili-
tari avveniva all’interno delle caserme, per cause che non posso-
no ricadere che sulla natura dell’esercito di caserma, incredibil-
mente prodigo dei suoi uomini. Ai reggimenti venivano sottratti
in primo luogo i cosiddetti comandati fuori corpo, cioè gli uomi-
ni stabilmente addetti ad un comando o ad un ente diverso, che
poteva essere un magazzino autonomo, una scuola militare, un co-
mando o un gruppo di uffici. Poi le cosiddette cariche speciali,
cioè i soldati necessari per gli uffici del reggimento stesso (datti-
lografi, piantoni, scritturali) e quelli addetti al servizio degli uffi-
ciali (attendenti, stallieri, cuochi e camerieri per le mense ed i cir-
coli). Per queste due categorie non disponiamo di alcuna indica-
zione numerica, al di fuori di quella generica del Bencivenga: 20-
25.000 attendenti, 60-70.000 addetti agli uffici122. Seguivano poi
i servizi interni veri e propri, cioè gli uomini necessari per le cuci-
ne, le pulizie, i lavori di manutenzione spicciola ed i servizi di
guardia all’interno della caserma, svolti a turno: anche costoro in-
cidevano per un’entità imprecisata e variabile da reggimento a
reggimento. Sappiamo però che l’insieme dei servizi interni, del-
le cariche speciali e dei comandati fuori corpo assorbiva 2.780 uo-
mini su 4.540 presenti nei reggimenti della divisione di Alessan-
dria al gennaio 1922: quasi due terzi della forza!123 Occorre ag-
giungere i servizi esterni, nonché gli indisponibili per malattia, li-
cenza o punizione. Dati eloquenti, che permettono di asserire che,
con una forza alle armi oscillante tra i 200 ed i 300.000 uomini, i
reparti combattenti dovevano destinare a servizi non militari la
maggior parte dei loro uomini con danno gravissimo dell’istru-
zione vera e propria124, e che questa situazione solo in piccola par-
te era dovuta alle conseguenze della guerra: anzi, un ritorno alla
normalità avrebbe consentito una certa riduzione di impegni (di-
staccamenti e servizi esterni), ma avrebbe anche significato una
assai maggiore riduzione della forza bilanciata.
Questa gravissima crisi era ulteriormente aggravata dal fre-
quente impiego delle truppe per il mantenimento dell’ordine
pubblico. Si trattava di un problema annoso: prefetti e sottopre-
fetti potevano richiedere alle autorità militari il numero di solda-
ti ritenuto necessario per contenere le dimostrazioni popolari e
V. Il ritorno all’esercito di caserma 189

naturalmente tendevano ad abusare di questo potere. Secondo gli


uni, l’impiego delle truppe nelle contese interne era di per sé un
male, perché l’esercito avrebbe dovuto essere al di sopra delle fa-
zioni, intervenendo solo in casi estremi; secondo altri, il sistema
era giusto, ma la sua applicazione errata: la forza armata doveva
essere impiegata con maggiore energia, in modo da spezzare le
agitazioni con efficienza e rapidità, senza che i soldati dovessero
sopportare gli insulti della folla. Tra queste due tendenze opposte
si era affermata quella che potremmo chiamare giolittiana: di alli-
neare una massa di truppe tale, da contenere le dimostrazioni con
la semplice forza del numero, senza ricorrere all’impiego della for-
za. Ne derivava per l’esercito un logoramento notevole, che la
creazione od il rafforzamento delle forze di polizia nel dopoguer-
ra non valse ad eliminare e contro il quale si alzano sempre altissi-
me proteste degli ambienti militari, che vi vedono la principale
causa della crisi di effettivi. Non disponiamo di dati di alcun ge-
nere sulle dimensioni del fenomeno, essendo il ricorso alle truppe
variabilissimo a seconda dei luoghi, dei tempi e dei responsabili;
ci sembra però che le proteste dei militari, per quanto giustificate,
siano esagerate, non tenendo conto del fatto che assai maggiore
era la dispersione di uomini in servizi che di militare non avevano
che il nome. Che il centinaio di uomini disponibili per l’istruzione
in un reggimento dovessero un giorno sì ed uno no essere impie-
gati a contenere i dimostranti, era indubbiamente un male: l’ulti-
mo però di una serie di mali, dovuti ai militari stessi, che riduceva
la forza di un reggimento a quel centinaio di uomini125.

Abbiamo più volte ripetuto che questa incredibile dispersione


di soldati in compiti non essenziali o estranei alla difesa naziona-
le è dovuta in primo luogo al sistema stesso, cioè alle particolari
esigenze di un esercito di caserma. La lunga permanenza del sol-
dato alle armi, su cui si basavano gli eserciti prebellici, permette-
va infatti di considerare con distacco l’istruzione militare vera e
propria: poche settimane di scuola-reclute, gli esercizi in piazza
d’armi e le manovre estive erano più che sufficienti. La lunga fer-
ma aveva altri scopi: innanzitutto dare al soldato un’educazione
militare, estraniandolo dal paese e abituandolo ad un’obbedienza
passiva e ad una nuova scala di valori. Questa educazione aveva
poco o nulla a che fare con l’istruzione militare (cioè con la pre-
190 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

parazione al combattimento), quindi il soldato poteva perseguir-


la facendo lo sguattero, la sentinella o lo scritturale, qualsiasi la-
voro insomma, purché inserito nell’ambiente militare – il che giu-
stificava la creazione di ospedali militari, carceri militari, veteri-
nari militari e via dicendo. Contemporaneamente poteva essere
curata la selezione e la preparazione di ristrette aliquote di gra-
duati, specialisti d’artiglieria e genio, cavalieri. La possibilità di
raggiungere un elevato «spirito militare» anche attraverso funzio-
ni che poco o nulla di militare avevano, era provvidenziale, per-
ché forniva all’esercito una manodopera poco costosa, anche se di
scarso rendimento, che consentiva di contenere i costi dei servizi
devolvendo una parte sempre maggiore dei fondi all’ampliamen-
to dei quadri ufficiali; in secondo luogo, perché permetteva di oc-
cupare in qualche modo la notevole forza alle armi, anche quan-
do la sua istruzione era compiuta. Infatti la forza bilanciata dove-
va essere alta, per giustificare l’esistenza di tanti ufficiali, coman-
di ed organi e perché solo gli uomini alle armi (non importa se
cuochi o dattilografi) avevano quello spirito militare essenziale
per vincere le battaglie, che un borghese od un riservista non
avrebbero potuto avere126. Citiamo un brano caratteristico della
«Rassegna dell’esercito italiano», organo ufficiale che riuniva al-
cuni tra i più noti studiosi militari; la ferma di 8 mesi, scrive l’au-
tore, è sufficiente per l’istruzione tecnica, ma ben altro occorre, e
cioè:

Una forte educazione militare, che nasce – più che dalla cosiddet-
ta propaganda – dalla permanenza nella vita militare, svolta in caser-
ma, nei campi, nei servizi di guardia ed in quanto altro importa la co-
strizione della volontà personale, col minuto quotidiano sacrificio del-
la propria volontà, fatto consapevolmente, per la convinzione di pro-
muovere, così operando, il bene di tutti, giovando al servizio ed al pae-
se. Se i nuclei permanenti non sono così forgiati nello spirito e nella
tecnica, le classi richiamate non troveranno subito in essi quell’am-
biente calmo, sereno, ma fortemente temprato, che è condizione es-
senziale per dare subito vita, nutrimento, a quanti rientrano nelle file,
con l’amarezza del recente distacco familiare e con l’ansioso interro-
gativo per quanto li attende. È perciò necessario un minimo di per-
manenti alle armi, che non si può impunemente violare127.
V. Il ritorno all’esercito di caserma 191

Questa concezione, che già prima della guerra aveva subito


forti attacchi, pareva dover scomparire dopo il conflitto mondia-
le; e invece la ritroviamo ad ispirare il riordinamento dell’esercito
italiano, prima sotto la copertura demagogica di slogan democra-
tici, poi difesa sempre più apertamente. Gli impegni gravanti sul-
l’esercito, che in larga misura dipendevano dai militari stessi, non
furono mai affrontati realmente: e questo ben si comprende, per-
ché la loro soppressione avrebbe alterato il sistema stesso in cui
erano cresciuti, in cui credevano e che cercavano di continuare i
responsabili dell’esercito.
Qualsiasi giudizio si dia sul sistema, si deve però concludere
che per il suo funzionamento era necessaria una ferma lunga. Gli
8-12 mesi, che i capi dell’esercito ed i ministri della Guerra pro-
misero fino al 1922, non avevano possibilità di attuazione fino a
quando la maggior parte del tempo del soldato doveva essere de-
dicato a servizi estranei alla sua preparazione specifica. Scriveva
un comandante di reggimento nel 1920:

Per conto mio non faccio neppure questione di ferma più o meno
lunga; datemi ufficiali e sottufficiali ottimi e in numero sufficiente; la-
sciatemeli a lungo; fate che le compagnie abbiano almeno un centinaio
di uomini effettivamente disponibili; non distraetemi né quadri né sol-
dati dalle loro normali occupazioni; offritemi i mezzi di compiere fre-
quenti e utili esercitazioni e di mantenere il contatto immediato e con-
tinuo con le altre armi; e poi assicuro di conseguire risultati tangibili e
notevoli in otto mesi e forse, oso dirlo, anche in meno128.

Altri tecnici ritenevano sufficiente un periodo ancora inferio-


re, di pochi mesi: ma le condizioni ambientali necessarie, quali so-
no descritte nel brano citato, non si realizzarono mai. Vediamo in-
fatti come fu avviata l’introduzione della ferma di 12 mesi, che il
ministro Gasparotto aveva sostituito a quella di 8 mesi di Bonomi
e che doveva essere applicata per la prima volta alla classe 1902.
Premettiamo che fino ad allora la chiamata delle reclute avveniva
in una volta sola, generalmente a primavera, mentre invece la fer-
ma di 12 mesi obbligava ad effettuare la chiamata delle reclute in
due tempi: un semestre in primavera, l’altro in autunno, in modo
da avere sempre sotto le armi un’aliquota di uomini istruiti che in-
quadrassero le reclute. Il sistema era teoricamente chiaro, e del re-
192 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

sto ricordiamo che l’esercito francese in quel periodo, pur aven-


do la ferma di 18 mesi, chiamava la classe per semestri, due volte
all’anno, per avere sempre alle armi un’eguale proporzione di re-
clute ed anziani.
Il primo semestre 1902 fu chiamato alla fine del gennaio 1922,
e subito emersero le difficoltà. Innanzitutto un mese intero fu ne-
cessario per le operazioni preliminari: il reclutamento su base na-
zionale faceva sì che le reclute si presentassero ai loro distretti e di
lì venissero inoltrate, compatibilmente con le possibilità ferrovia-
rie, ai loro reggimenti all’altro capo d’Italia129. Poiché il congeda-
mento degli anziani della classe 1901 doveva iniziare in giugno, l’i-
struzione delle reclute doveva avvenire tutta in 16 settimane: il lo-
ro semestre, infatti, «destinato in notevole parte a sostituire la
classe 1901 nei vari servizi e cariche speciali, non avrebbe altri-
menti la possibilità di eseguire, nell’ulteriore periodo della sua fer-
ma, esercitazioni e manovre»130. Era così ufficialmente sancito
che la ferma di 12 mesi comportava un massimo di 16 settimane
di istruzione. E subito dopo una relazione ufficiale osservava che
«le sedici settimane di istruzione preparatoria [...] si dimostre-
rebbero sufficienti per la fanteria, purché non concorressero a ta-
glieggiarne il rendimento le molteplici cause già esaminate»131; va-
le a dire l’insufficiente qualità e quantità di ufficiali inferiori e sot-
tufficiali, la mancanza di terreni adatti, la sottrazione dei migliori
elementi ad opera dei corpi di polizia, il peso dei servizi e dei di-
staccamenti132. Ma le 16 settimane erano senz’altro insufficienti,
anche in condizioni ideali, per l’addestramento della cavalleria,
dell’artiglieria, del genio e delle truppe da montagna, benché le
reclute si dimostrassero di ottima qualità:

L’elemento incorporato della classe 1902 si è dimostrato ottimo


sotto ogni aspetto: fisicamente robusto, moralmente sano, animato di
buona volontà e disciplinato. Compatibilmente con la brevità del pe-
riodo di esercitazioni e con le molteplici cause perturbatrici, esso ha
tratto il massimo rendimento e profitto dalle esercitazioni stesse133.

Lo stato maggiore centrale si sentiva perciò autorizzato ad


esprimere un giudizio negativo sulla ferma di 12 mesi, che ripor-
tiamo:
V. Il ritorno all’esercito di caserma 193

Dall’ampio esame che questo ministero ha fatto della questione


della ferma, è innegabile che la soluzione [...] sarebbe quella di pro-
lungare la ferma e di chiamare tutto il contingente annuale in un solo
scaglione; soluzione però che porta naturalmente ad un aumento di
forza bilanciata e che coinvolge di conseguenza un insieme di fattori
politici ed economici i quali soverchiano [...] le ragioni tecnico-milita-
ri e che perciò non è qui il caso di esaminare [...].
Certo però, quando si consideri che oggi la ferma di un anno e la
chiamata in due scaglioni semestrali portano come conseguenza che il
contingente di leva non è disponibile per l’istruzione che per sei mesi
soltanto, perché dopo si disperde tra i vari servizi e cariche speciali –
sei mesi poi che si riducono ad un centinaio di giorni di effettiva istru-
zione (ritardo nella presentazione alle armi, giorni festivi, piovosi, ser-
vizi interni, servizi di ordine pubblico, cerimonie, malattie e riposo,
ecc.) e che il contingente semestrale chiamato in autunno si trovereb-
be escluso [...] dal partecipare alle esercitazioni di campagna, non si
può non affacciarsi [sic] il grave dubbio che l’esercito risponda oggi al
proprio fine di efficacemente preparare la massa dei cittadini alla di-
fesa del paese [...].
Una sola condizione potrebbe dissipare questo dubbio: che tutto
il periodo di ferma breve fosse [...] esclusivamente e completamente
dedicato all’istruzione e all’addestramento del soldato [...]. Fino a che
siffatta condizione non si verifichi, ed è per ora ben lungi questa pos-
sibilità, è lecito affermare che ai vantaggi d’indole sociale, politica e fi-
nanziaria che s’intendono conseguire con la ferma di un anno, va con-
trapposto il danno nel quale sempre si risolve il non oculato impiego
di una spesa, che, nel caso in esame, determina deficienza di funzio-
nalità nell’esercito, con dirette e indirette conseguenze per il paese134.

Questo giudizio si basava sulle relazioni inoltrate dai corpi


d’armata in aprile, dopo nemmeno due mesi di esperienza del
nuovo sistema: tradisce quindi l’aprioristica opposizione delle ge-
rarchie militari alla ferma breve e la superficialità di certe prese di
posizione gabellate per approfonditi studi tecnici. Occorre ricor-
dare che nel 1922, malgrado l’introduzione della ferma breve,
l’addestramento segna un netto progresso sull’anno precedente,
in cui pure non erano mancati né uomini, né mezzi, né tempo135.
Tuttavia non possiamo che sottoscrivere la sostanza di questo fa-
cile giudizio: la ferma breve era inapplicabile in un esercito di ca-
serma creato per ferme più lunghe136.
Dinanzi a questa situazione si poteva chiedere una politica di
194 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

riforme moderate che non intaccassero la struttura dell’esercito,


mantenendo la ferma, la forza bilanciata e la spesa nei limiti del
1922 e riducendo il numero dei reparti, la dispersione degli uo-
mini e la pletora degli uffici: era il programma di uomini di diver-
si partiti, come Gasparotto, Bencivenga, De Vecchi, Soleri, uniti
in un atteggiamento di critica verso l’organismo esistente. Oppu-
re si poteva reclamare il mantenimento dell’impianto prebellico,
senza alcuna riduzione che suonasse rinuncia e debolezza, con un
aumento anzi di uomini, di ferma e di stanziamenti, che permet-
tesse di trarre i reparti dalla loro crisi: era la conclusione cui giun-
geva lo stato maggiore nella relazione citata. L’avvento del fasci-
smo farà trionfare questa tesi, senza però l’aumento necessario de-
gli stanziamenti, quindi della forza bilanciata. La crisi dei reparti
sarà perciò protratta, mentre studiosi di primo piano non esitano
a scrivere che l’istruzione può avere luogo tranquillamente anche
con compagnie di 40 uomini purché non siano diminuiti i privile-
gi degli ufficiali di carriera137.

5. L’esercito di caserma: i servizi

Tutti i programmi, le analisi critiche, i discorsi in genere sul-


l’esercito si soffermano soltanto sui reparti combattenti, che ne
costituivano la parte più brillante. Hanno invece scarsissimo rilie-
vo i servizi dell’esercito, un insieme di organi estremamente com-
plesso, di funzioni teoricamente sussidiarie, che però assorbivano
da un terzo a metà degli ufficiali ed una aliquota imprecisata ma
forte di uomini e spese. Nel tentativo, non di colmare queste la-
cune, ma per lo meno di segnalarne l’esistenza, riuniamo in que-
sto paragrafo tutto quanto abbiamo raccolto sui servizi dell’eser-
cito, per dare un’idea della loro complessità e natura, nonché del-
l’ostacolo che la loro esistenza rappresentava per un riordina-
mento razionale dell’organismo militare a causa della forza degli
interessi settoriali in gioco.
Con il termine generico di «servizi»138 si intende l’insieme de-
gli organi che devono somministrare ai reparti combattenti quan-
to loro occorre per vivere, muoversi e combattere. Il loro compi-
to è perciò di distribuire alle truppe quello che viene fornito dal
V. Il ritorno all’esercito di caserma 195

paese e di prestare una assistenza specializzata nelle condizioni ec-


cezionali in cui si trova un reparto al fronte, con ospedali da cam-
po ed officine di riparazione. Senonché un esercito permanente
tende irresistibilmente a sviluppare i suoi organi di pace. Manca
infatti una vera collaborazione col paese, dal quale un esercito
permanente desidera rendersi indipendente, dovendo condizio-
narlo senza esserne condizionato; quindi i militari affermano la
necessità di disporre di organi di produzione propri, di riserve
sempre più ampie, di servizi autonomi, che li mettano in condi-
zione di controllare uno sciopero o una rivolta come di condurre
una politica di forza senza il consenso del paese. Naturalmente il
raggiungimento di una completa separazione dall’ambiente civile
è illusorio: l’esercito può garantirsi dalle conseguenze di uno scio-
pero dei panettieri civili con la creazione di panifici militari, ma
rimane ugualmente dipendente dall’economia nazionale e sogget-
to alle lotte politiche, in cui gioca anzi la sua parte. Tuttavia l’am-
pliamento dei servizi viene incontro anche ad un’altra esigenza
fondamentale di un esercito di caserma: la creazione di sempre
nuovi organi che assorbano nuovi uffici, moltiplicando i coman-
di, aumentando il prestigio dei militari (che pare connesso col nu-
mero di uffici e di milioni spesi) e garantendoli da ingerenze po-
litiche per la stessa complessità e forza d’inerzia dell’organizza-
zione impiantata.
Fu così che i servizi dell’esercito divennero anche organi di
produzione e i militari ebbero i loro stabilimenti industriali per la
fabbricazione di armi e materiali, l’allestimento di vestiario ed
equipaggiamenti, la preparazione di viveri di riserva e di consu-
mo. Parallelamente svilupparono una organizzazione assistenzia-
le, con corpi di giudici, veterinari, farmacisti, con una propria re-
te di trasporti, con uffici specializzati in costruzioni edilizie e un
corpo sanitario più ricco di ufficiali che la cavalleria o il genio, che
gestiva ospedali, infermerie, stabilimenti di cura specialistica, di
convalescenza e di vacanza.
La giustificazione ufficiale della creazione di stabilimenti in-
dustriali militari era che l’iniziativa privata non aveva interesse né
capacità per aderire alle mutevoli esigenze della tecnica bellica.
Però l’esercito impiantò solamente stabilimenti per la produzione
di carne in scatola, conserva di pomodoro e fucili, lasciando al-
l’industria privata la progettazione e la fabbricazione dei materia-
196 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

li più complessi, dall’artiglieria agli automezzi ed alle mitragliatri-


ci, con risultati del resto eccellenti, perché l’industria privata ave-
va solo bisogno di un conveniente margine di guadagno. Invece lo
sviluppo degli organi che definiamo assistenziali venne spiegato
con la necessità (caratteristica di un esercito di caserma, come ab-
biamo già più volte detto) di sottrarre il militare al contatto con
l’ambiente civile, capace di danneggiarne la preparazione bellica.
Quindi il soldato fu avvolto in una rete di organismi militari in
grado di soddisfare ogni sua esigenza: un sistema spinto alle estre-
me conseguenze, tanto che già intorno al 1900 l’esercito italiano
aveva un numero di medici, veterinari, giudici, farmacisti, conta-
bili e ufficiali addetti ad impieghi sedentari maggiore di qualsiasi
esercito europeo, in cifre proporzionali se non assolute139. Natu-
ralmente questo sistema, concepito in funzione di interessi di pa-
ce, fu travolto dalla guerra: la produzione bellica fu possibile so-
lo con la mobilitazione dell’industria privata, il cui rendimento
sorpassò ogni aspettativa, mentre tutti i servizi di assistenza e di
distribuzione dovettero essere riorganizzati su scala assai più
grande e con il ricorso più largo al paese.
Nel primo dopoguerra l’opinione pubblica parve concordare
sulla necessità di abolire gli stabilimenti militari di produzione, la-
sciando sopravvivere al massimo alcuni laboratori e centri speri-
mentali. Queste richieste erano contenute in ogni programma di
nazione armata e riprese anche da conservatori preoccupati del
costo crescente delle industrie militari. Chiederne la continuazio-
ne, scriveva il «Giornale d’Italia», significa «confondere la fab-
bricazione dell’arma col suo uso. L’uso dell’arma è funzione mili-
tare; la sua fabbricazione è funzione civile»140.
Calcolare il costo degli stabilimenti militari è impossibile: ab-
biamo già visto quanto generici siano i capitoli del bilancio e co-
me sia facile lo storno di fondi da un capitolo all’altro. Sappiamo
però che al 1° settembre 1922 il ministero della Guerra aveva an-
cora in servizio 8.648 operai di ruolo (esclusi quindi gli avventizi
ed i pensionati, che negli anni precedenti avevano goduto di con-
dizioni particolarmente favorevoli), che costavano 75 milioni an-
nui141. Non riusciamo invece a immaginare cosa potessero pro-
durre questi stabilimenti, in un momento in cui l’esercito viveva
ancora sulle scorte di guerra. Eliminarli significava realizzare una
V. Il ritorno all’esercito di caserma 197

forte economia immediata (paghe e stipendi) e futura (la pubbli-


cistica afferma, senza prove ma senza contestazioni, che il ricorso
all’industria privata era assai meno dispendioso)142, senza danno
per la produzione bellica, che poteva venire comunque solo dal-
l’industria privata, e con vantaggio dell’esercito stesso, che avreb-
be potuto avocare a sé le somme risparmiate, liberandosi nel con-
tempo di una organizzazione antiquata. Questo almeno sostene-
vano i fautori di riforme ed anche tecnici di nome143, mentre in-
vece i difensori dell’industria militare le assegnavano la funzione
di guida e ossatura della mobilitazione industriale nazionale, chie-
dendone quindi il potenziamento144. Più francamente il col. Gat-
ti scriveva sul «Corriere della sera» che rinunciare agli stabili-
menti militari significava ridursi in balia delle commissioni inter-
ne, riconfermando appunto che l’esercito si andava riorganizzan-
do per la pace prima che per la guerra145. Poiché anche queste ri-
chieste di rinnovamento non ebbero sviluppo e caddero con l’an-
dare degli anni, l’amministrazione militare poté procedere ad un
riordinamento dei suoi stabilimenti, sopprimendone alcuni e po-
tenziandone altri, non modificando nella sostanza la situazione
prebellica.
Quanto ai servizi assistenziali, voci più isolate ne avevano chie-
sto la riduzione o soppressione, che pareva la logica conseguenza
della fine imminente dell’esercito di caserma. In un sistema di na-
zione armata, medici, sacerdoti e farmacisti necessari alle truppe
sono cercati nell’ambiente civile, cui si appoggiano per ospedali e
carceri; mentre in guerra la mobilitazione dell’intera nazione por-
ta i sanitari civili più esperti ed autorevoli alla direzione degli ospe-
dali militari, che non si suppone diversa da quella degli ospedali ci-
vili146. Non stupisce comunque che questi servizi non abbiano cor-
so alcun rischio di soppressione e che, nel quadro di un generale
ritorno all’esercito di caserma, anche in questo settore sia stata
conservata l’organizzazione prebellica. Come scriveva un espo-
nente nazionalista, criticando la riorganizzazione dell’esercito:

Ora, a guerra finita, a vittoria ottenuta, il ministero della Guerra ri-


torna all’antico ordinamento in tutti i lati dell’ordinamento militare; ri-
torna all’antico in tema di regolamentazione, ritorna all’antico in tema
di ordinamento del servizio sanitario, ritorna all’antico in tema di or-
198 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

dinamenti logistici, ove non si ha assolutamente idea di quelle che so-


no le esigenze attuali147.

Vediamo ora di presentare rapidamente i vari servizi dell’eser-


cito, prescindendo sempre dai carabinieri e dall’aeronautica148.
Iniziamo naturalmente dagli organi base, che costituivano il co-
siddetto servizio generale, comune cioè a tutto l’esercito: i distret-
ti ed i comandi di corpo d’armata. I distretti (88 anteguerra, 130
nell’ordinamento Albricci, 106 in quello Bonomi) si ripartivano in
tutto il territorio nazionale le operazioni di leva, avviando ai re-
parti le reclute (di regola facendo loro attraversare mezza Italia)
e, in caso di guerra, i complementi; dovevano inoltre tenere ag-
giornate le tabelle della forza per la mobilitazione. Erano perciò
organi essenziali, dato il reclutamento di tipo nazionale; ognuno
di essi contava in media 2 ufficiali superiori, 3 capitani e 2 subal-
terni, tratti tutti dalle armi combattenti; le disposizioni sull’im-
piego degli ufficiali nel grado inferiore permettevano però di as-
segnare fino a 5 ufficiali superiori ad ogni distretto. In complesso,
742 ufficiali: un bell’aumento rispetto all’anteguerra, quando 264
ufficiali bastavano a compiere lo stesso lavoro!149 Senonché al no-
vembre 1922 gli ufficiali addetti erano assai più numerosi, 987, in
media 9 per distretto; ed il ministero spiegava che i grandi centri
avevano bisogno di personale di rinforzo (a quattro anni dall’ar-
mistizio). «In qualche piccolo centro poi viene tollerata la pre-
senza di qualche elemento in più dell’organico per non far subire
agli ufficiali interessati, nell’attuale momento di crisi economica,
ingenti danni finanziari con trasferimenti d’autorità»150. Una linea
di condotta spesso applicata, a giudicare dalla sovrabbondanza di
enti ed ufficiali! Quanto ai comandi di corpo d’armata, dieci in tut-
to, avevano una doppia funzione: come comandi operativi erano
destinati ad inquadrare in guerra le divisioni ed i reparti dipen-
denti; come comandi territoriali (responsabili cioè di una parte
del territorio nazionale) dovevano curare la preparazione militare
di un’intera regione, coordinando l’addestramento delle unità ivi
dislocate, i contatti con le industrie di interesse bellico e con il
paese, il funzionamento dei servizi. Erano perciò costituiti da un
numero assai alto di uffici, con un’aliquota di ufficiali non calco-
labile151; ad essi inoltre facevano capo tutti gli enti che non erano
V. Il ritorno all’esercito di caserma 199

riconducibili chiaramente ad un servizio specializzato. Si tratta di


160 diversi enti (al 1° luglio 1921), in parte dipendenti dalla guer-
ra e quindi destinati a scomparire prima o poi (per es. gli uffici
stralcio di corpi soppressi, i magazzini rottami, gli uffici recuperi
e le compagnie speciali per il rastrellamento dei cimiteri), ma in
maggioranza tutt’altro che provvisori. Citiamo reparti inspiega-
bilmente autonomi, come sezioni carreggio, sezioni disinfezione,
infermerie presidiarie quadrupedi e comandi tappa; ed altri di as-
sai maggiore importanza, come la direzione dei lavori ferroviari,
il deposito centrale delle truppe coloniali, i reparti che raccoglie-
vano gli attendenti, stallieri, dattilografi e cuochi destinati al fun-
zionamento del ministero, dello stato maggiore e dei circoli uffi-
ciali di Roma; per finire con l’ufficio militare presso la società Sol-
ferino e S. Martino ed altre curiosità152. Un complesso quanto mai
eterogeneo, che dà subito un’idea del pullulare di organi e del nu-
mero di ufficiali necessari (ne calcoliamo almeno un migliaio – sei
per ente, in media – per i soli enti vari, senza tener conto dei co-
mandi di corpo d’armata), nonché di uomini addetti a funzioni
burocratiche o domestiche.
Passiamo poi al servizio d’artiglieria, che svolgeva essenzial-
mente due funzioni: la manutenzione e riparazione di tutte le ar-
mi (anche quelle della fanteria e degli altri corpi) e la produzione
e sperimentazione di materiali vari, come fucili, pezzi di ricambio
per artiglierie, proiettili, esplosivi. Disponeva perciò di 38 dire-
zioni e sezioni staccate (ognuna con un’officina di riparazioni, ci
sembra di capire), 9 stabilimenti di produzione, 375 depositi di
materiali e munizioni (che vorremmo credere da ridurre col pas-
sar degli anni) e 28 tra enti ed uffici provvisori153. Non abbiamo
alcun dato per indicarne il costo in denaro ed uomini154; un cor-
po di ufficiali specializzati (il ruolo tecnico d’artiglieria, con 78
posti) ne costituiva la direzione, mentre il nerbo proveniva dagli
ufficiali del ruolo combattenti d’artiglieria.
Quanto al servizio del genio, provvedeva alla fabbricazione, ri-
parazione e manutenzione del materiale occorrente ai reparti del-
l’arma (che aveva allora anche i compiti oggi assegnati alle tra-
smissioni) e svolgeva poi un’altra importante funzione, tipica di
un esercito di caserma: la progettazione e direzione di tutti i lavo-
ri edili militari, non solo delle opere fortificatorie, ma anche di
200 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

quelle viarie o destinate all’alloggio delle truppe. Si articolava su


108 tra direzioni, sezioni ed uffici staccati, 5 stabilimenti indu-
striali, 39 enti vari e 29 colombaie fisse155. Ci rimane quindi l’in-
terrogativo di come potessero gli 800 ufficiali, che l’ordinamento
provvisorio assegnava all’arma, bastare per questi impegni, cui si
aggiungeva naturalmente l’inquadramento dei reparti combatten-
ti (36 battaglioni, richiedenti un quattrocento ufficiali) e la parte-
cipazione ai comandi di tutti i livelli.
Giungiamo ora ai servizi addetti alla vita di pace dei reparti. Il
servizio di commissariato, al quale attendevano i corpi di commis-
sariato e di sussistenza, provvedeva con i suoi 400 ufficiali alla
confezione e distribuzione degli oggetti di vestiario ed equipag-
giamento, del pane e dei viveri non deperibili, con 142 tra ma-
gazzini e stabilimenti di produzione e 33 uffici direttivi, più 9 en-
ti provvisori156.
Il mastodontico servizio di sanità allineava poi 820 medici, 20
ospedali, 35 infermerie e 25 enti vari, che andavano dai convale-
scenziari ai magazzini di materiale157. Accanto a questi maggiori
organismi, ricordiamo servizi di minori dimensioni, come quello
automobilistico (190 ufficiali ed una quarantina di milioni di spe-
sa), il cosiddetto «treno», cioè i trasporti a traino animale, il ser-
vizio ippico, cioè l’insieme degli organi che presiedevano all’alle-
vamento di muli e cavalli, ed il corpo veterinario con 170 ufficia-
li (stando sempre all’ordinamento Bonomi), nonché altri minori
enti che tralasciamo.
Menzioniamo però le vicende della giustizia militare, che co-
stituiscono un caso limite del prevalere di interessi di categoria.
Questo corpo raggruppava i magistrati, che nei tribunali militari
(composti e presieduti da ufficiali d’arma combattente) svolgeva-
no le funzioni degli attuali procuratori della repubblica. Nel 1918
il corpo fu militarizzato, benché l’introduzione di una rigida su-
bordinazione gerarchica paresse a molti lesiva dell’indipendenza
dei magistrati, ed i suoi organici furono fissati con eccezionale lar-
ghezza, pari alle esigenze del tempo di guerra: 62 ufficiali, tra cui
3 generali, 10 colonnelli e solo 15 capitani, per una diecina di tri-
bunali di pace. Non basta, ché nell’estate 1922 il ministro Di Sca-
lea firmava un aumento di organici, che portava il numero di ge-
nerali a sei su una sessantina di ufficiali: tipico esempio di una
V. Il ritorno all’esercito di caserma 201

moltiplicazione di poltrone senza relazione con i bisogni del ser-


vizio. In questo caso però le proteste altissime degli altri ufficiali
(per i quali ogni promozione era bloccata dal 1919) indussero il
nuovo ministro Soleri a ritirare il decreto con le promozioni ed a
riaprire lo studio della questione, che Diaz, un anno più tardi,
avrebbe risolto portando il corpo alla situazione prebellica, quin-
di smilitarizzandolo158.
Ricordiamo ancora il corpo d’amministrazione, che con i suoi
860 ufficiali era rappresentato in ogni comando o ente di un cer-
to livello, per il controllo dei conti e della cassa; poi il complesso
delle scuole militari, che assorbiva 800 ufficiali, sufficienti però
soltanto per le scuole adibite alla preparazione ed aggiornamento
degli ufficiali di carriera159. Le 15 scuole di corpo d’armata per al-
lievi ufficiali e sottufficiali di complemento dovevano infatti sot-
trarre i loro ufficiali ai reparti combattenti, per un totale di molte
centinaia di ufficiali, dato che alcune di queste scuole avevano più
di 800 allievi.
Per quanto sommario ed arido, questo elenco di servizi ci per-
mette due osservazioni conclusive. La prima, che l’organismo mi-
litare aveva una tale complessità (si pensi alle centinaia di ufficia-
li ed enti che abbiamo enumerato) da scoraggiare qualsiasi rifor-
ma con la resistenza passiva degli interessi costituiti; non per nul-
la la maggior parte dei programmi si sofferma solo sull’ordina-
mento dei reparti combattenti, evitando di addentrarsi nella giun-
gla burocratica che li avvolge e condiziona. La seconda, che al-
meno la metà degli ufficiali previsti dall’ordinamento provvisorio
(ed il nostro calcolo è molto prudente)160 erano assorbiti dai vari
servizi; questa proporzione aumenta enormemente nel periodo
1920-22, in cui l’esuberanza di ufficiali non si traduce a favore dei
reparti combattenti, che anzi ne lamentano una certa penuria.
I dati raccolti, per quanto incompleti, ci sembrano pertanto
confermare il quadro tracciato dell’esercito di caserma che venne
ripresentato nel 1920-22: un’intelaiatura di comandi molto ricca,
con reparti combattenti numerosi, ma di scarsa consistenza, co-
stretti a disperdere una forza già esigua in impegni estranei alla
preparazione bellica; un’organizzazione dei servizi pesante e com-
plessa, che assorbiva una parte elevata delle energie e dei mezzi
disponibili e opponeva una tenace resistenza passiva a qualsiasi
202 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

riforma; una forte esuberanza di ufficiali, che però scarseggiava-


no ai reggimenti e si rivelavano inferiori alla loro missione per al-
meno due terzi (i gradi minori). In complesso, un edificio este-
riormente imponente, ma tale da suscitare più di un dubbio sulla
sua solidità e funzionalità, nonché sull’impiego di tanti uomini e
mezzi.
VI

LE LOTTE PER IL FUTURO DELL’ESERCITO


1921-22

1. La riscossa delle destre

L’ordinamento provvisorio Bonomi, adottato nell’aprile 1920,


era stato fatto oggetto di violente critiche da parte dei gruppi di de-
stra, che lo presentavano come un disfacimento dell’esercito: ri-
cordiamo gli interventi in Senato dei gen. Giardino e Zupelli, che
chiesero la sospensione della sua applicazione1. Tuttavia nel 1920
le destre politiche e militari non erano ancora unite in un solo pro-
gramma ed anche all’interno dello stato maggiore dell’esercito vi
erano opinioni contrastanti. Tra gli studi elaborati nell’autunno
1920 per la Commissione consultiva nominata da Bonomi, furono
due progetti di ordinamento assai diversi; l’uno prevedeva quasi
250.000 uomini di forza bilanciata con la ferma di 11 mesi e quadri
ufficiali per oltre 60 divisioni, mentre l’altro, denominato «nazio-
ne armata protetta», contemplava 180.000 uomini di forza bilan-
ciata, ferma di 8 mesi, 6 sole divisioni di pace, destinate alla coper-
tura, e 54 centri di mobilitazione per la creazione delle altre divi-
sioni in caso di guerra. Due ordinamenti quanto mai diversi, pro-
dotti dallo stesso ufficio2. In questa situazione confusa fu prose-
guita con successo la linea tracciata da Diaz e Badoglio, anche
quando entrambi ebbero lasciato il comando effettivo: i responsa-
bili dell’esercito non crearono difficoltà a governi e ministri, accet-
tando le limitazioni loro poste (del resto fino all’estate 1922 fu ri-
dotto il numero dei reparti più che la forza alle armi, il numero de-
gli ufficiali o le spese) e dandosi interamente alla riorganizzazione
dell’organismo militare, condotta senza ingerenze politiche. Il ri-
sultato di questa politica fu l’esercito che abbiamo descritto nel
204 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

precedente capitolo, ricalcato sul modello prebellico e per molti


aspetti precario, ma costituente pur sempre un fatto compiuto di
incalcolabile importanza, la cui realizzazione condizionava le di-
scussioni sulla sua validità. Una linea politica fondamentalmente di
destra, coperta da demagogici slogan di sinistra.
A partire all’incirca dall’estate 1921, in una situazione assai
mutata anche da un punto di vista politico, riprendono vigore le
discussioni sulla difesa nazionale. Nessuno più mette in dubbio
l’esercito permanente, l’ordinamento Bonomi è il punto di par-
tenza di ogni studio, ma proprio la sua provvisorietà ne rende ne-
cessario un superamento, e dà concretezza alle polemiche. Si af-
frontano due schieramenti: le destre, che chiedono un rafforza-
mento ed un ampliamento dell’ordinamento provvisorio, con au-
mento di spesa, di forza e di ferma; ed un gruppo più composito
di riformatori moderati, discontinuamente sorretti dai loro parti-
ti, con programmi che possiamo classificare tipo esercito lancia e
scudo, comunque sempre imperniati su una riduzione del nume-
ro dei reparti ed una stabilizzazione della spesa e della ferma di
un anno. Le posizioni contrapposte non sono più antitetiche: an-
che quando i riformatori invocano la nazione armata, avanzano
programmi concreti, tecnicamente realizzabili, che non mettono
in discussione la funzione dell’esercito in una società borghese. Le
apocalittiche accuse delle destre non devono portare a credere
che le riforme di Gasparotto o Soleri avrebbero liquidato l’eser-
cito: il divario è però netto. Sono di fronte due diverse concezio-
ni della vita politica: un rinnovamento degli ordinamenti militari
era possibile solo nel quadro di un rinnovamento dello stato e del-
la società liberale, la conservazione e l’esasperazione dei caratteri
tradizionali dell’esercito si inserivano invece nel processo di invo-
luzione democratica e di avviamento a soluzioni autoritarie.
In questo mutato clima evolvono anche le posizioni personali
dei più alti esponenti dell’esercito. Nel 1919-20 si erano contrap-
posti due gruppi di generali, gli uni aperti ad una collaborazione
con i partiti liberali-democratici, gli altri estremisti in politica co-
me in materia di riorganizzazione militare. A partire dal 1920 la
tendenza collaborazionista si dissolve: Diaz si sposta a destra, de-
luso dalla mancata nomina a ispettore generale dell’esercito e dal
rifiuto di Nitti di concedergli titoli ed onori3, Badoglio viene eli-
minato dalla coalizione dei suoi colleghi senza che gli uomini po-
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 205

litici si muovano in sua difesa. Ma non si tratta solo di casi perso-


nali: la contrapposizione sempre più netta tra sinistre e destre, la
progressiva appropriazione del mito della vittoria da parte di que-
ste ultime, il declinare dei miti «reducistici» (oppure il loro pre-
cisarsi in programma per l’esercito che sminuivano la posizione
degli ufficiali di carriera) riducono le possibilità di manovra an-
che per i generali. Schierarsi con i progressisti sarà possibile solo
per chi non tema di tagliarsi i ponti alle spalle (e saranno solo ge-
nerali in congedo, come Capello e Bencivenga); le destre potran-
no quindi giovarsi dell’appoggio di tutti i più bei nomi dell’eser-
cito, uniti sui punti fondamentali anche se divisi da rivalità perso-
nali ed il Consiglio dell’esercito sarà lo strumento di questa una-
nimità.

Il fatto nuovo nella posizione delle destre non è la sostanza del-


le loro richieste, ma la chiarezza con cui vengono esposte sulla
stampa, con un attacco a fondo ai miti democratici che parevano
trionfare un paio d’anni prima. Il successo politico delle destre de-
terminerà la vittoria della loro impostazione del problema milita-
re e vent’anni di fascismo finiranno col consolidare un’interpre-
tazione unilaterale quanto superficiale degli avvenimenti del do-
poguerra concernenti l’esercito ed il suo futuro.
Punto di partenza di questa interpretazione è l’accusa ai go-
verni liberali di non aver compreso le necessità dell’organismo mi-
litare, di averlo deliberatamente sacrificato ai risentimenti popo-
lari; scrive il Gatti: «Dai ministri della guerra che precedettero il
secondo ministero Bonomi l’esercito fu così mal difeso, che negli
avvenimenti degli anni 1919 e 1920 devono cercarsi le fonti del
pesantissimo disagio morale che schiacciò per tanto tempo la
grande istituzione, insieme con tutto ciò che era stato combatten-
te»4. Si ammette quindi una separazione, per non dire una certa
ostilità, tra paese ed esercito; si rammenti, scrive sempre il Gatti,
«che, dopo tutto, l’Italia ha vinto la guerra e resiste a questa pace
per merito principale dell’esercito e dei suoi ufficiali; e che gli uo-
mini debbono essere ricompensati a seconda delle loro opere»5.
In sintesi, sono gli ufficiali di carriera che hanno vinto la guerra,
hanno diritto alla riconoscenza nazionale, conoscono le vere ne-
cessità del paese e si vedono ingiustamente abbandonati dal go-
verno. È quindi facile condannare tutte le istanze che non rien-
206 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

trano in questa visione ristretta delle esigenze tecniche e politiche


della difesa:

Per l’esercito in pace l’idea democratica vale poco. Vale di più in


guerra. Ed eccone le ragioni, molto succintamente. In guerra, l’idea
democratica accetta – e come non accettarlo? – il sacrificio del popo-
lo. Poiché il democratico ama la sua patria, e l’ama con energia e con
calore, egli chiede, nel momento del pericolo, che tutti contribuisca-
no, a prezzo di qualunque dolore e di qualunque fatica, alla salvezza
del paese. Il democratico è capace quindi di ogni eroico sforzo. Eroi-
co, ma passeggero. Sbollito il primo entusiasmo, il democratico si com-
muove di quel dolore e di quella fatica: e se la guerra è lunga, o, più
ancora, se guerra non c’è, e c’è invece la pace, gli pare che ogni pre-
parazione militare sia troppo grave peso per il popolo6.

Dalla condanna delle posizioni ideologiche si passa subito a


quella delle realizzazioni pratiche:

Il secondo ministero Bonomi fu l’origine di tutti i guai del riordi-


namento dell’esercito [...]; le leggi e i provvedimenti che egli propose
furono esiziali all’esercito e alla potenza militare d’Italia. Il Bonomi ce-
dette in tutto alla volontà demagogica, che voleva fare dell’esercito una
forza armata solo di nome, senza comandante unico, piena di entusia-
smi ma anche di incertezze [...]. Sicché il ministero Bonomi, per dirlo
con parole che possano sembrare dure ma sono chiare, consacrò con
belle frasi la rinuncia alla dura costrizione che in tutti i modi, intellet-
tualmente, moralmente, fisicamente, finanziariamente, la difesa del
paese impone; e diede la sua sanzione a quel desiderio prepotente – in
parte spiegabile – di pace ad ogni costo, che vinse tutti gli italiani do-
po la guerra7.

La linea è chiara: parlamentari democratici, governi liberali e


folle scatenate si dividono la responsabilità di ogni difetto dell’e-
sercito; e le destre fanno una facile ironia sugli aspetti negativi del
regime parlamentare, come l’impreparazione tecnica di certi mi-
nistri e la loro breve permanenza in carica. Naturalmente questa
interpretazione è possibile solo a patto di non approfondire l’esa-
me del periodo, da cui risulterebbe la corresponsabilità dei mili-
tari in una politica che non è poi cosa rinunciataria, o per lo me-
no una situazione assai meno manicheista. E infatti il Gatti, per
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 207

tornare al più noto dei pubblicisti conservatori, denuncia con


competenza singoli aspetti della crisi dell’esercito, fornendo più
di un elemento per una analisi critica, ma sempre rifiuta di dare
un giudizio generale, ricorrendo ai facili slogan antidemocratici
già citati. La stampa di destra e centro-destra è ancora più sbriga-
tiva, negando semplicemente che l’esercito attraversi una crisi,
tranne quando si tratti di mettere sotto accusa i governi liberali.
Lo stesso Gatti del resto non fa sempre uso della sua indubbia
competenza e buona informazione: nei suoi articoli sono riscon-
trabili errori anche grossolani8 e silenzi assai significativi sugli epi-
sodi che testimoniano la collaborazione tra ministri e militari, in-
firmando la comoda tesi che tutti, tranne gli ufficiali, siano re-
sponsabili della crisi dell’esercito9.
Questa impostazione non permetteva l’elaborazione di preci-
se proposte per la risoluzione della crisi. L’unico tra i partiti e le
correnti di destra che tenti di stendere un programma militare ve-
ro e proprio, il Partito nazionalista, non esce dalla generica ri-
chiesta di un esercito forte, non soggetto a limitazioni economi-
che e capace di tenere alto il prestigio italiano nel mondo10. Quan-
do però si tratta di precisare queste esigenze in cifre e provvedi-
menti concreti, i nazionalisti evitano di prendere posizione. Scri-
ve il loro esperto militare, il ten. col. Greco, nel 1922: «Noi vo-
gliamo che la forza bilanciata risponda al criterio delle necessità
strategiche. Non è compito di questo foglio indicarle: vi sono ele-
menti tecnici che devono valutare questa cifra in base alle indica-
zioni politiche che i governi responsabili devono dare»11.
Poiché il ministro in carica, Di Scalea, era stato designato pro-
prio dai gruppi di destra, sembra che i nazionalisti avrebbero do-
vuto adeguarsi alle sue decisioni. Era chiedere troppo, e infatti po-
co dopo «L’Idea nazionale» dichiarava di aspettare le indicazioni
politiche di base solo dal parlamento, mentre Federzoni, alla vi-
gilia della marcia su Roma, rimetteva la soluzione di questi pro-
blemi agli esperti del partito12. In pratica i nazionalisti, come tut-
ti gli altri gruppi di destra, non intendevano rinunciare alla loro
invidiabile posizione enunciando un programma preciso. Infatti
le destre, come pure i capi militari, non dovevano battersi che per
il mantenimento della situazione esistente, i cui difetti nel con-
tempo potevano addebitare ai democratici, grazie alla politica di
Nitti e Bonomi. Nel momento in cui avessero messo a punto un
208 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

programma, le destre avrebbero dovuto assumersi la responsabi-


lità di un ordinamento o l’odiosità della richiesta di grossi aumenti
di spesa, in contrasto con la loro aspirazione al pareggio.
Una sola proposta concreta avanzarono allora i nazionalisti
(sorretti da una parte degli organi di destra): la riduzione dei cor-
pi di polizia e la devoluzione dei fondi così risparmiati al bilancio
dell’esercito. Nel 1922 si contavano 70.000 carabinieri e 40.000
guardie regie, cui venivano sommati (in verità arbitrariamente,
data la differente natura delle rispettive funzioni) 30.000 guardie
di finanza e 8.000 agenti investigativi: ne risultava un insieme di
quasi 150.000 uomini, che costavano all’incirca quanto l’esercito,
pure di forza doppia, perché gli uomini dei corpi di polizia per-
cepivano una paga, a differenza dei soldati in servizio di leva13.
Scriveva «L’Idea nazionale»:

È assurdo che un paese povero come l’Italia [...] tenga in vita [...]
un ordinamento di polizia costosissimo, composto di elementi dispa-
rati, che corrono il rischio di disperdere in attriti ed odii reciproci la
potenzialità rispettiva numerica e funzionale [...]; è assurdo insomma
che di fronte ad un esercito nazionale vero e proprio accampi un eser-
cito di polizia, con funzioni non definite, sorto e vissuto per un prin-
cipio di sfiducia verso l’esercito vero e proprio14.

Questi attacchi vanno inquadrati nella polemica condotta dal-


le destre e da autorevoli esponenti dell’esercito contro la guardia
regia, per la sua dipendenza esclusiva dalle autorità politiche, che
avrebbe potuto sottrarla all’influenza delle destre in misura im-
pensabile per i carabinieri e l’esercito. La questione di fondo era
poi inasprita da rivalità dovute alle condizioni di favore di cui ave-
vano beneficiato gli ufficiali della guardia regia durante la tumul-
tuosa organizzazione della nuova forza, con promozioni e inden-
nità guardate con invidia dai colleghi dell’esercito; tanto che il
gen. Giardino poteva chiedere in Senato la soppressione del nuo-
vo corpo, con un notevole consenso negli ambienti militari, che
facevano osservare come il peso dei servizi di ordine pubblico non
fosse diminuito per le truppe, malgrado l’incremento delle forze
di polizia, e che pertanto sarebbe stato più semplice ed utile ri-
mettere l’esercito in condizione di assicurare la tutela dell’ordine
pubblico aumentando la forza dei suoi reparti15. Proposta che le
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 209

sinistre non potevano accettare, perché le privava della possibilità


di influire sulla guardia regia e consacrava l’impiego normale del-
le truppe nelle lotte interne.

La natura dell’interesse delle destre per l’esercito è chiara-


mente indicata da un aspetto della loro campagna: l’insistente ri-
chiesta di aumenti di stipendio per gli ufficiali. Il tema è svilup-
pato con continuità su tutti i periodici di destra: ricordiamo par-
ticolarmente, tra quelli che abbiamo consultato, «Il Giornale d’I-
talia», «L’Idea nazionale» ed «Il Popolo d’Italia», oltre alla men-
sile «Rassegna italiana» ed ai bisettimanali militari «L’Esercito ita-
liano» e «La Preparazione». Gli altri periodici se ne occupano sal-
tuariamente, a titolo di informazione, oppure per osservare, come
fa il gen. Bencivenga su «Il Paese», che vera dimostrazione di in-
teresse per gli ufficiali è chiedere un rinnovamento dell’esercito,
che li ponga in condizione di adempiere alla loro missione16.
Ricostruire il trattamento economico degli ufficiali è difficile,
anzi pressoché impossibile. In appendice a questo capitolo ab-
biamo raccolto ed elaborato i dati ufficiali su stipendi, caroviveri
e indennità speciale, da cui risulta che un capitano venticinquen-
ne guadagnava mensilmente 675 lire nette nel 1921 e 1.040 a par-
tire dall’aprile 1922. Queste cifre vanno naturalmente inserite nel-
la progressiva svalutazione della moneta e nelle particolari condi-
zioni di servizio degli ufficiali, costretti ad un certo decoro di vi-
ta, soggetti a trasferimenti non graditi, talora obbligati ad un’atti-
vità fisicamente intensa e senza limiti d’orario. È ciò che ripete la
stampa di destra, chiedendo aumenti che compensino le partico-
lari difficoltà di servizio degli ufficiali: difficoltà innegabili, ma
non senza contropartita.
Gli ufficiali infatti, accanto agli emolumenti fissati per tutti,
percepivano numerose indennità, collegate ad una carica o ad una
funzione: registriamo indennità corrisposte ai membri di deter-
minati corpi (carabinieri, sanità, veterinari), per il mantenimento
dei cavalli, di residenza, di alloggio, di carica per i comandanti più
elevati, di marcia, di accantonamento, ordine pubblico, missione,
per gli ufficiali al campo o comunque strappati alla vita di caser-
ma. Altre indennità completano un quadro di tale varietà e ric-
chezza, da far ritenere che ogni momento della vita di un ufficia-
le si svolgesse sotto il segno di una o più indennità particolari.
210 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

L’ammontare di queste entrate straordinarie era però raramente


cospicuo e soprattutto era distribuito in modo da favorire spe-
cialmente gli alti gradi e determinate categorie di ufficiali.
Non bisogna poi dimenticare che l’esercito di caserma prov-
vedeva ai bisogni dei suoi ufficiali anche con servizi in natura, co-
me la concessione di uno o più attendenti e, per una minoranza,
di alloggi semi-gratuiti, nonché con l’istituzione di mense e circo-
li economicamente convenienti per gli ufficiali, ma non per l’era-
rio. Infine non si può parlare di retribuzioni senza rammentare la
caotica situazione del dopoguerra, con un numero eccezionale di
ufficiali in servizio, addensati inverosimilmente nelle maggiori
città e negli uffici, spesso in condizioni tali che, per riprendere le
parole di Salvemini, «un colonnello in servizio teoricamente atti-
vo [poteva] prelevare dal bilancio dello stato non solo il suo sti-
pendio normale per non prestare il suo servizio, ma anche un cot-
timo per prestare un servizio che non è il suo»17.
In conclusione, anche ammettendo l’insufficienza degli sti-
pendi, non si poteva non tener conto del fatto che essi erano (sia
pure inegualmente) integrati da indennità e prestazioni varie e so-
prattutto che l’intero organismo militare era in crisi, e che un rior-
dinamento generale doveva necessariamente precedere qualsiasi
sistemazione settoriale, fosse pure il trattamento economico dei
quadri. Considerazioni che la stampa di destra si guarda bene dal
fare: il problema degli stipendi viene isolato e gonfiato in termini
retorici ed allarmistici, dando particolare rilievo alle lamentele
delle categorie meno retribuite (gli ufficiali inferiori di fanteria).
«Noi, che tutto demmo alla patria: i nostri anni migliori, il nostro
sangue, i nostri arti mutilati, senza mai nulla pretendere né chie-
dere», scrivono gruppi di ufficiali ed «Il Giornale d’Italia» pub-
blica, riecheggiando «il grido di dolore» fino al ministro Bonomi
e chiedendo il raddoppio degli stipendi18. «Gli ufficiali sono po-
veri, anzi, specie nei gradi medi ed inferiori, sono poverissimi: sia
provveduto fino all’ultimo limite possibile», incalza la «Rassegna
italiana»19. Fa eco «L’Idea nazionale», anzi i nazionalisti portano
il problema alla Camera, provocando una votazione per appello
nominale sulla misura di un’indennità in cui si ritrovano soli con
i fascisti20. Anche «Il Popolo d’Italia», solitamente non interessa-
to ai problemi militari, tratta a fondo la questione21, che trova poi
amplissimo sviluppo sui giornali militari22.
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 211

Il trattamento economico degli ufficiali diventa così un como-


do cavallo di battaglia delle destre; la campagna di stampa tra-
scende subito i limiti della questione e viene a ricollegarsi agli at-
tacchi verso tutta la politica governativa, cui si rimprovera un’ec-
cessiva arrendevolezza verso le classi proletarie:

In Italia, contro ogni criterio di giustizia e di convenienza, si è ca-


povolta la condizione delle varie classi dei dipendenti dello stato, la-
sciando, volutamente dimenticati, in infimo luogo e nel più grande di-
sagio, coloro che per merito e per giustizia e anche per il vero e bene
inteso interesse del paese, dovrebbero essere, se non al di sopra di tut-
ti, almeno non al di sotto di alcuno: l’ufficialità, la magistratura ed i
professori delle università23.

Un ufficiale è pagato assai meno di un operaio: questo almeno


ripete con acre livore certa stampa. «È ormai accertato che una
qualsiasi persona mediocremente civile, ed anche un operaio, non
può vivere senza uno stipendio o una mercede di almeno 900 lire
al mese», scrive il ministeriale «L’Esercito italiano» nel gennaio
1921: ma gli operai hanno raggiunto quanto volevano, con la mi-
naccia e la violenza, mentre solo un colonnello raggiunge questo
minimo vitale24. Infatti un colonnello è pagato quanto un pom-
piere, dice «La Preparazione», quanto un macchinista, conferma
il «Corriere della sera», ma gli altri ufficiali meno degli spazzini,
incalza la «Rassegna italiana». Le denunce si moltiplicano, sem-
pre più gravi: per «Il Giornale d’Italia», uno spazzino guadagna
più di un tenente, un vetturino più di un colonnello, un macchi-
nista delle ferrovie addirittura più di un generale; per «Il Popolo
d’Italia», poi, uno spazzino è più ricco di un generale25. E la mag-
gior parte degli ufficiali inferiori, come scrivono alcuni di loro,
mangia una sola volta al giorno, vede i figli soffrire la fame e invi-
dia il proprio portinaio, che ha sulla tavola carne, vino e tovaglia26.
Affermazioni astiose, che andrebbero controllate e contrastano
con i pochi dati che abbiamo rinvenuto, provenienti dal ministe-
ro del Tesoro e relativi al 1° settembre 1922 (cioè anteriori al mas-
siccio aumento degli stipendi degli ufficiali decretato da Facta);
questi dati danno una retribuzione annua media di 15.000 lire lor-
de per gli ufficiali dell’esercito in SAP, di 10.000 per il personale
civile statale di ruolo, di 5.800 per il personale operaio statale27.
212 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

La stampa di destra invece accetta e gonfia le più inverosimili


denunce, agita minacce di un’azione diretta degli interessati, chie-
de che si provveda agli ufficiali come si provvede al deficit delle
ferrovie; tutto questo in nome della giustizia e, sempre più spes-
so, della convenienza, poiché gli ufficiali hanno un ruolo impor-
tantissimo nella conservazione dell’ordine pubblico e sociale. «Se
l’esercito è ormai il solo baluardo contro il trionfo dell’anarchia e
del teppismo comunista, gli ufficiali sono quelli che danno al ba-
luardo stesso forza e consistenza», scrive «Il Popolo d’Italia»; il
loro malcontento apre nella compagine statale una pericolosa cre-
pa28. Infatti l’esercito è composto in gran maggioranza da prole-
tari: solo una sana propaganda patriottica ed il soddisfacimento
delle rivendicazioni degli ufficiali può mantenerlo fedele al suo
compito, precisa «La Preparazione»29. Concetti ribaditi da Mus-
solini sul suo quotidiano:

Nell’attesa che l’esercito esca – come organizzazione – dalla crisi


del dopoguerra, bisogna dare agli ufficiali il modo di vivere decente-
mente. L’impongono ragioni alte di giustizia e anche d’opportunità e
saggezza politica. Gli ufficiali dell’esercito hanno nelle mani l’ordine
pubblico. Inquadrano e istruiscono le forze su cui la nazione può con-
tare nelle ore di crisi all’interno e all’esterno. L’importanza enorme
della funzione degli ufficiali nel nostro esercito e l’estrema delicatezza
delle sue funzioni sono evidenti a chiunque. Un esercito inquadrato da
ufficiali contenti e volenterosi, è un organismo sicuro e fedele; caso
contrario, è un’accozzaglia bruta, che può disperdersi al primo urto.
Non vi è mai stato un momento, nella storia politica italiana, in cui le
sorti «interne» del paese non siano state in stretta dipendenza dallo
spirito dell’ufficialità che comanda la truppa30.

La campagna di stampa in favore degli stipendi degli ufficiali


ci appare pertanto dovuta alla necessità di rinsaldare i legami tra
le destre e gli ufficiali, in funzione della politica interna. «Tempi
di democrazia fannullona e infingarda», scrive «La Preparazione»
dinanzi all’occupazione delle fabbriche e si rivolge agli ufficiali:
scuola e caserma devono uscire dalla neutralità politica e diventa-
re strumenti di «un diligente lavoro di rieducazione morale e so-
ciale delle masse»; ma soprattutto l’ufficiale deve assumersi nuo-
ve responsabilità nella vita pubblica, «in questa ora di generale ab-
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 213

bassamento di tutti i più onesti valori»31. Cosa dovesse fare l’uffi-


ciale, come dovesse esplicare la sua azione politica, non era detto
– presto però il fascismo avrebbe offerto un chiaro modello. Ma
quale fosse la parte dell’esercito nelle lotte interne, illustrava con
efficacia il ministeriale «L’Esercito italiano»:

Le forze armate dello stato – lo intendano una buona volta gli uo-
mini di qualsiasi partito – non possono, non debbono fare della poli-
tica; perché esse sono emanazione e creazione della società civile e, co-
me tali, non potranno mai permettere che nel nostro paese si facciano
esperimenti bolscevici32.

Il senso politico del brano è chiarissimo, malgrado quelle che


possono sembrare forzature linguistiche: il cuore dell’esercito è a
destra, la sua neutralità politica si esplica solo quando sia assicu-
rata la difesa della classe dominante, meglio ancora il predominio
dei gruppi di destra.

2. L’ordinamento Gasparotto

Nell’estate 1921 salì al potere il più discusso dei ministri del


dopoguerra, l’on. Gasparotto. Uomo della sinistra liberale, non
legato a gruppi precisi o capi più noti, disponibile quindi per una
politica genericamente progressista e patriottica, egli era stato in-
terventista, combattente, esponente del fascio parlamentare, poi
degli ambienti di reduci. Lo abbiamo già incontrato nel 1920 co-
me propugnatore di una nazione armata ampia nell’impostazione
quanto prudente nelle rivendicazioni immediate, tale da concilia-
re le generali simpatie. La sua nomina a ministro della Guerra fu
salutata con simpatia; scrisse «La Preparazione»:

Più fortunati del solito sono stati anche i dicasteri militari [...].
L’on. Gasparotto è certo uno dei pochi deputati che abbiano dimo-
strato di interessarsi dei problemi militari e che, avendo vissuto nel
tempo di guerra in mezzo ai combattenti, abbiano dimostrato di aver
compreso lo spirito dell’esercito e le sue necessità [...]. La sua nomina
a ministro della Guerra ha incontrato largo favore nell’esercito33.
214 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

I suoi predecessori erano infatti scarsamente popolari: Bono-


mi, perché i militari gli addebitavano il mancato aumento degli sti-
pendi e la riduzione degli organici, Rodinò, per l’assoluta inerzia
che aveva caratterizzato il suo duplice passaggio al ministero. No-
to esponente del Partito popolare, costui era stato ministro della
Guerra nel terzo gabinetto Nitti (22 maggio-15 giugno 1920) e di
nuovo con Giolitti, dopo la promozione di Bonomi al Tesoro (24
aprile-4 luglio 1921); non gli conosciamo alcuna presa di posizio-
ne sui problemi militari, né la sua attività di ministro consente un
giudizio, perché non si compromise con provvedimenti di qual-
siasi genere34.
Gasparotto invece portava nel suo alto incarico la convinzio-
ne che solo un ministro borghese potesse dare sistemazione defi-
nitiva all’esercito, inserendolo in un quadro più vasto che sfuggi-
va ai militari35. Queste sue idee manifestò con atti che gli attira-
rono le critiche degli ambienti conservatori e con un’attività tu-
multuosa, in cui non è difficile vedere una continua ricerca di po-
polarità. «Volle lavorare – scrisse un suo aspro critico – e pro-
clamò ben forte che voleva lavorare. Questi suoi propositi disse ai
soldati, agli ufficiali, ai giornalisti, al popolo, con atti, parole e for-
ma non soltanto inusitata, ma qualche volta rivoluzionaria»36. Me-
ta del ministro era quell’ordinamento definitivo, che l’esercito at-
tendeva da oltre un anno: «Sarà un ordinamento di transizione tra
le vecchie forme dell’ordinamento dell’esercito e quelle nuove che
dovranno condurci alla nazione armata. Il nuovo ordinamento
quindi avrà di provvisorio forse soltanto il nome e potrà avere la
durata di sei, sette od otto anni, fino a quando cioè potrà essere
attuato l’ordinamento della nazione in armi»37.
L’ambizioso progetto fu elaborato dal ministro con un ristret-
to gruppo di giovani ufficiali del suo gabinetto, senza passare at-
traverso lo stato maggiore centrale38, e presentato in un’intervista
che Gasparotto rilasciò all’ufficioso «Messaggero» a metà otto-
bre, facendola poi diramare ai comandi dell’esercito, con insolita
procedura39. Nei mesi seguenti l’ordinamento fu vivacemente di-
scusso, ma non fu mai reso noto integralmente, perché il testo de-
finitivo avrebbe dovuto uscire dai lavori della Commissione con-
sultiva e da quelli (non mai completati) del Consiglio dell’eserci-
to. L’ampia esposizione che ne aveva fatto il ministro alla Com-
missione consultiva fu poi pubblicata dal Gatti nel suo volume Tre
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 215

anni di vita militare italiana; e tra le carte Grandi dell’Archivio


Centrale di Stato abbiamo rinvenuto gli allegati a questa esposi-
zione, assai interessanti40.
Gasparotto partiva da una serrata critica dell’ordinamento Bo-
nomi: troppe unità in relazione alla forza bilanciata permessa dal-
le finanze stremate, quindi intollerabile penuria d’uomini ai re-
parti; e sistema di mobilitazione troppo complesso: per passare
dalle 30 divisioni di pace alle 60 ritenute necessarie in guerra, una
brigata su 4 battaglioni di 200 uomini l’uno doveva formare una
divisione su 9 battaglioni di mille uomini. Quindi crisi di coman-
di e dispersione del nocciolo di uomini già addestrati ed affiatati.
Gasparotto proponeva invece di distribuire la medesima forza bi-
lanciata (175.000 uomini) in un numero inferiore di unità (una
ventina di divisioni invece di 30), che avrebbero avuto una mag-
giore consistenza e che, con la mobilitazione, si sarebbero com-
pletate senza smembramenti o moltiplicazioni (ogni reparto
avrebbe triplicato la sua forza mantenendo l’inquadramento di
pace). Le altre 40 divisioni necessarie per la guerra sarebbero sta-
te formate direttamente dai centri di mobilitazione (cumulanti le
funzioni di distretti e di depositi) con un nucleo di ufficiali di car-
riera, più ufficiali di complemento e soldati richiamati dal conge-
do. Scriveva il ministro:

La differenza di principio che vorremmo apportare all’attuale or-


dinamento consisterebbe nell’affermare nettamente il concetto del-
l’indipendenza tra il sistema dei centri di mobilitazione e il nucleo di
unità mantenute in efficienza in tempo di pace; indipendenza basata
sulla netta diversità delle funzioni agli uni e alle altre assegnate. Spet-
terebbe infatti all’organizzazione dei centri di mobilitazione provve-
dere essenzialmente alla preparazione delle unità di mobilitazione e
dei relativi servizi, allo studio e alla predisposizione della difesa co-
stiera e della difesa aerea, al reclutamento degli iscritti, al contributo e
all’indirizzo da darsi all’istruzione premilitare, alle scuole allievi uffi-
ciali e sottufficiali di complemento e in genere alla preparazione dei
quadri in congedo, infine all’organizzazione della mobilitazione indu-
striale, mentre compiti essenziali delle unità normalmente in efficien-
za in tempo di pace – ossia dell’esercito permanente – dovrebbero es-
sere l’addestramento degli ufficiali e delle truppe, i servizi territoriali
militari, le ricognizioni, gli studi delle zone di frontiera, gli appresta-
menti difensivi, ecc.41.
216 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

Le critiche dei conservatori si indirizzarono soprattutto verso


questa separazione tra divisioni permanenti e divisioni da costi-
tuire alla mobilitazione, tipica degli ordinamenti lancia e scudo,
tra i quali va annoverato questo ministeriale. Già si è detto come
questa separazione avesse un significato rivoluzionario, a lunga
scadenza: ammettere che un centro di mobilitazione potesse dar
vita ad un reggimento formato tutto di richiamati e inquadrato in
gran parte da ufficiali di complemento (ogni centro avrebbe avu-
to solo otto ufficiali di carriera), voleva dire riconoscere che la ca-
serma e l’esercito permanente non erano più depositari del segre-
to della vittoria. Gasparotto prevedeva di tenere in vita una ven-
tina di divisioni, operando una riduzione di un terzo sugli organi-
ci Bonomi; ma in un domani, in cui la situazione interna ed inter-
nazionale fosse più serena ed il nuovo ordinamento ormai rodato,
sarebbe stata possibile una nuova riduzione delle unità perma-
nenti – ed infatti il ministro definiva il suo ordinamento come un
avviamento alla nazione armata.
Questi elementi radicali erano però immersi in un contesto
fortemente tradizionale, come è particolarmente evidente nelle
ragioni addotte per giustificare la ferma di 12 mesi, sostituita agli
8 teorici di Bonomi. Scriveva Gasparotto che una certa forza alle
armi era necessaria per far fronte alle esigenze dell’istruzione, del-
la prima difesa della frontiera e della tutela dell’ordine pubblico;
pertanto una riduzione della ferma sarebbe stata possibile solo in
un futuro non precisato, «quando un’ulteriore evoluzione si sarà
compiuta nella cultura, nella educazione, nel sentimento sociale e
quando perciò la funzione dell’esercito potrà essere limitata stret-
tamente a quella di dare ai cittadini un complemento di istruzio-
ne tecnico-militare. Ora nelle attuali condizioni difficilmente gli
otto mesi di ferma consentirebbero di impartire una istruzione
che lasciasse una traccia durevole – mi permetto di insistere su
questa parola – anche negli anni futuri»42.
Siamo ancora dinanzi all’educazione morale e politica delle re-
clute, che era il fine primario delle lunghe ferme prebelliche! Bi-
sogna però riconoscere che Gasparotto aspirava a realizzare que-
st’opera di educazione fuori dalle caserme, attraverso l’istruzione
premilitare cui intendeva dare il massimo sviluppo. Era questo un
tema che aveva avuto un successo incontrastato: diffondere nelle
scuole oppure attraverso corsi volontari per i giovani di 18-20 an-
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 217

ni le nozioni più semplici di educazione fisica, militare e patriot-


tica pareva essenziale ai fautori della nazione armata e comunque
utile ai conservatori. Con qualche appoggio delle autorità milita-
ri e l’opera di varie associazioni giovanili, sportive o patriottiche,
erano stati creati nelle maggiori città corsi premilitari che racco-
glievano centinaia e poi migliaia di volontari, con lezioni ed eser-
citazioni domenicali tenute da ufficiali in congedo e di durata
biennale43. A chi conseguisse il brevetto finale, il ministero con-
cedeva un mese di ritardo nella chiamata alle armi, la scelta del re-
parto in cui prestare servizio e una promozione accelerata a ca-
porale44. Era questa istituzione che Gasparotto si proponeva di
ampliare, incoraggiando con sovvenzioni statali l’azione delle as-
sociazioni private e la loro diffusione nelle campagne e nelle re-
gioni centro-meridionali e promettendo ai volontari la riduzione
della ferma a 9 mesi e minori vantaggi nella scelta del reparto e
nella promozione a graduato. Queste proposte furono concretate
da una commissione ristretta, presieduta dal gen. Grazioli, accol-
te con favore (o per lo meno senza aperte opposizioni) dalla stam-
pa e dai vari organi competenti e presentate al parlamento con un
disegno di legge, che non fu mai approvato45.
I provvedimenti allo studio per l’incremento della premilitare
non avrebbero però mutato radicalmente la situazione; lo stesso
Gasparotto valutava a 20.000 i giovani in grado di fruire subito
dell’istruzione premilitare e della ferma ridotta e ne faceva salire
il numero a 100.000 (circa la metà del contingente incorporato)
solo in un futuro non precisato46. Il Bencivenga invece osservava
che era follia sperare che lo stato potesse in breve tempo impian-
tare un’educazione sportiva di massa, quando non era riuscito in
50 anni a eliminare l’analfabetismo; e che pertanto sarebbero sem-
pre rimaste al di fuori di queste iniziative le campagne, le regioni
meridionali e (aggiungiamo noi) larga parte del proletariato urba-
no47. In sostanza, ci sembra che la diffusione della premilitare sa-
rebbe sempre stata limitata, a meno che lo stato non l’avesse resa
obbligatoria, creando però una pesante organizzazione burocra-
tica e falsando il quadro caro ai democratici (non realizzabile in
quel momento) di una spontanea iniziativa popolare. Gasparotto
non approfondiva la questione: la premilitare gli offriva un facile
cavallo di battaglia nella sua campagna per il rinnovamento del-
l’esercito ed un buon espediente per far quadrare i suoi calcoli. Il
218 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

suo ordinamento si doveva basare sulla ferma di un anno, per mo-


tivi politici, e sulla forza bilanciata di 175.000 uomini, per motivi
finanziari; ma ogni classe aveva almeno 250.000 idonei e non era
il democratico Gasparotto che poteva rinunciare ad uno dei po-
stulati della nazione armata, l’istruzione di tutti gli idonei. Solo
l’applicazione su larga scala della riduzione della ferma a 9 mesi
per i premilitari poteva permettere di far quadrare i conti, in un
lontano futuro però; nel frattempo la forza bilanciata sarebbe sta-
ta temporaneamente più elevata, qualcosa più di 200.000 uomi-
ni48. In questo modo erano salvati i principi democratici (istru-
zione per tutti, premilitare e forza bilanciata ridotta) e le esigenze
politiche del momento (ferma di un anno e forza bilanciata più
elevata).
Il punto più debole dei progetti di Gasparotto era però un al-
tro: malgrado le riduzioni di organici previste, l’organismo mili-
tare era pur sempre troppo ampio. Ci limitiamo ancora alla fan-
teria, per la quale anche i documenti sono più ricchi di dati; e con-
statiamo che 68 reggimenti avrebbero avuto in totale 90.000 uo-
mini, cioè 1.300 l’uno, sufficienti forse ad alimentare i tre batta-
glioni (quelli quadro non comparivano più), ma non certo a far
fronte a tutti gli impegni che abbiamo visto gravare sulle truppe.
Ogni rinnovamento dell’esercito doveva iniziare da una drastica
riduzione dei servizi interni ed esterni, e invece Gasparotto par-
lava solo di diminuire l’impiego delle truppe per il mantenimen-
to dell’ordine pubblico, la più appariscente, ma non certo l’unica
tra le cause di dispersione della forza alle armi. Il che si capisce: il
ministro aveva già da affrontare sufficiente ostilità tra i suoi su-
bordinati, per non desiderare di allargare la portata della sua ope-
ra riformatrice: ma così i suoi progetti acquistavano un valore teo-
rico, come se fossero stati formulati a tavolino prescindendo dal-
la situazione reale. Ognuno degli oltre 200 centri di mobilitazio-
ne previsti doveva, con 8 ufficiali e meno di 50 soldati, provvede-
re a compiti diversissimi: reclutare gli uomini, inviarli ai corpi e
poi congedarli (lavoro che, nel 1921-22, assorbiva già l’attività di
mille ufficiali dei distretti); curare l’istruzione delle reclute con
ferma di tre mesi e controllare l’istruzione premilitare della zona;
predisporre la mobilitazione industriale del paese, il complemen-
to delle unità permanenti e la formazione ex novo di uno o due
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 219

reggimenti, in caso di mobilitazione. Un cumulo di compiti certo


non realizzabile con un semplice tratto di penna.
In conclusione, l’ordinamento proposto ci appare assai inte-
ressante nel suo punto di partenza, la distinzione tra unità per-
manenti e centri di mobilitazione; poteva essere questa la via per
una riduzione degli organici, che adeguasse il numero dei reparti
alle disponibilità finanziarie, e per una revisione dell’organismo
militare, che lo liberasse dal peso soffocante dei suoi troppi im-
pegni. La traduzione del principio ispiratore dell’ordinamento ci
sembra però fortemente compromessa dall’esigenza di mantenere
una ferma tale da garantire la solidità dell’esercito in una crisi in-
terna, ma soprattutto un’intelaiatura abbastanza vasta da rassicu-
rare i partiti di destra e gli ufficiali di carriera49. Malgrado questo
carattere di compromesso, il progetto Gasparotto avrebbe potuto
rappresentare un passo innanzi degli ordinamenti militari italiani,
se fosse stato sostenuto da un blocco di partiti convinti e non da-
gli sforzi di pochi gruppi isolati, destinati ad infrangersi contro il
muro degli interessi politici e privati delle destre e degli ufficiali.
La ricostruzione delle reazioni dell’opinione pubblica e dei
partiti, che tentiamo sulla base dei maggiori organi di stampa, è
abbastanza facile, anche se talora gli esperti militari godono di un
certo margine di autonomia che spiega le diversità di reazioni di
giornali politicamente assai vicini. Solo le prese di posizione del-
le due ali estreme sono inequivocabili; per l’«Avanti!», si tratta di
una questione interna della borghesia, divisa sulla più efficace or-
ganizzazione del suo strumento di repressione antiproletaria; per-
tanto i socialisti devono rifiutare entrambe le soluzioni: in pratica
se ne disinteresseranno completamente50. Per «L’Idea nazionale»,
invece, il problema è importantissimo, tanto che il quotidiano gli
dedica vari articoli ed il Partito nazionalista una relazione nel suo
congresso. La condanna dei progetti di Gasparotto è netta: espri-
mono sì un mistico sogno dell’anima popolare, ma la loro attua-
zione sarebbe pericolosissima: «nella lusinga di armare tutta la na-
zione si comincia col disarmare la parte che frattanto serve alla vi-
tale funzione di difesa della patria»51. Si trovino quindi i fondi per
rafforzare l’esercito permanente, dandogli maggiore consistenza:
«Più in alto lo sguardo! Occorre frangere l’impaccio che rinserra,
soffocandolo, il progetto ora in esame! È necessario esaminare
l’organizzazione militare da un punto più alto dell’attuale, in mo-
220 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

do da abbracciare più ampio campo di vista»52. Allora sarà evi-


dente che «un sano organismo militare è la base indispensabile per
l’espansione economica della nazione» e i soldi compariranno!53
Sono pure avversi ai progetti innovatori gli organi liberali di
destra e centro-destra: moderatamente «Il Giornale d’Italia» e «Il
Mondo», apertamente il «Corriere della sera», su cui scrive il col.
Gatti. Riportiamo un eloquente brano del «Giornale d’Italia»:

Soprattutto si ponga mente che l’esercito è quello che è; che per la


sua essenza lo si può trasformare con un processo lento e giudizioso,
ma non cambiare di sana pianta. Perciò gli inventori in questa materia
delicata non debbono prevalere sulle persone di buon senso e di giu-
sta intuizione54.

«Il Popolo d’Italia» ha invece una posizione ambigua: i pro-


grammi del PNF, peraltro molto generici, sembrano allineati sul-
le posizioni di Gasparotto, che invece è attaccato, senza grande ri-
lievo, come uomo politico e come ministro riformatore55. Manca,
in sostanza, una presa di posizione meditata sul problema. Quan-
to agli organi della sinistra liberale e dei democratici, gli uni non
si discostano dal consueto atteggiamento di indifferenza verso le
questioni militari («La Stampa», «Il Secolo»), gli altri appoggiano
decisamente il ministro: Bencivenga, più aggressivo ed impazien-
te, su «Il Paese» e Chittaro, con ottimi articoli di tono moderato,
sulla «Tribuna» dimostrano la vitalità del nuovo ordinamento e
l’ineluttabilità della sua adozione, se si vuole dare all’esercito un
assetto moderno ed economico56.
Anche queste rapide note permettono di vedere che Gaspa-
rotto non aveva dietro a sé la maggioranza dell’opinione pubbli-
ca, ma che anzi doveva affrontare l’opposizione compatta delle
destre con l’appoggio di organi e gruppi isolati. Determinare poi
con sicurezza l’orientamento degli ambienti militari non è possi-
bile. Gasparotto sostenne che «i generali dell’esercito più giova-
ni, dai comandanti di brigata a quelli di corpo d’armata, si espres-
sero favorevolmente» sui suoi progetti57, che furono difesi sulla
stampa da studiosi e comandanti di buon nome, come i gen. Ca-
pello, Gandolfo e Bencivenga, ed i col. Barone e Giglio58. Anche
gli oppositori affermarono di interpretare i sentimenti della mag-
gior parte degli ufficiali; e certo costoro leggevano specialmente
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 221

la stampa di destra e dovevano temere le riduzioni di organici pro-


spettate59. Ci sembra perciò probabile che i fautori del nuovo or-
dinamento fossero solo una minoranza60; quello che è certo, e che
doveva pesare, è che decisamente contrari alle innovazioni erano
i più noti esponenti dell’esercito61. Si sarebbe palesata in tutta la
sua gravità la situazione in cui Bonomi aveva posto i suoi succes-
sori, vincolandone le mosse all’approvazione del Consiglio dell’e-
sercito, organo al di fuori da pressioni politiche, roccaforte del-
l’autonomia e della conservazione militare, simbolo della diminu-
zione delle funzioni del ministro.
Il Consiglio dell’esercito aveva iniziato i suoi lavori sei mesi do-
po la sua costituzione, cioè nel giugno 1921, chiedendo il ritorno
all’anteguerra, assumendo la difesa delle specialità meno valoriz-
zate dal conflitto, come cavalieri, bersaglieri e granatieri, e pro-
ponendo il ripristino degli ispettorati d’arma, da distribuire tra gli
esponenti del Consiglio stesso62. Proseguendo i suoi studi, chie-
deva il mantenimento dell’ordinamento provvisorio nelle sue
grandi linee (una trentina di divisioni in pace, da raddoppiare con
la mobilitazione) e la creazione di divisioni celeri (cavalleria, ci-
clisti, fanteria autoportata). La ferma doveva essere di un anno, la
forza bilanciata salire a 250.000 uomini, per dare adeguata consi-
stenza ai reparti (con una minaccia non nuova: «non concedendo
la forza bilanciata richiesta, si sarebbe messo l’esercito in condi-
zione di non poter più rispondere alle richieste di truppa per i ser-
vizi non militari», cioè per l’ordine pubblico). Il Consiglio insi-
steva poi sulla necessità di ampliare i quadri di carriera, chieden-
do che tutti gli ufficiali generali e superiori necessari alle 60 divi-
sioni da mobilitare, più 3/5 dei capitani e 1/5 dei subalterni fos-
sero in SAP (chiedendo cioè organici più ampi di quelli esistenti
all’armistizio, quando la maggior parte dei capitani era di com-
plemento) e di evitare qualsiasi riduzione del numero dei reparti:
una larga inquadratura (cioè molti comandi e molti battaglioni)
comportava reparti più deboli in pace, ma garantiva una mobili-
tazione più sicura. Per questa sistemazione dell’esercito era cal-
colato un aumento del bilancio dai 1.250 milioni dichiarati dal-
l’ordinamento Bonomi a circa 2 miliardi; in percentuale, un au-
mento di oltre il 50% delle spese63.
Indubbiamente conscio delle difficoltà da superare, Gaspa-
rotto tentò di conciliarsi Diaz, ampliandone le attribuzioni di vi-
222 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

cepresidente del Consiglio dell’esercito fino a farne il comandan-


te supremo designato; e nominò poi nuovi membri più giovani del
Consiglio stesso, nella speranza (dimostratasi vana) che ne modi-
ficassero l’orientamento64. Si batté poi con consumata abilità per
creare un vasto consenso intorno alle sue riforme, prima di sotto-
porle al giudizio del Consiglio dell’esercito. Abbiamo già regi-
strato tracce della sua attività di ministro: ispezioni alle truppe, di-
scorsi e dimostrazioni patriottiche, interviste e conferenze stam-
pa, con cui vennero anticipati i punti più suscettibili di colpire l’o-
pinione pubblica, come la premilitare o il mito della nazione ar-
mata. Alla fine di novembre il ministro stesso presentava i suoi
progetti con un’ampia relazione alla Commissione consultiva, de-
bitamente rinsanguata65, e riusciva ad ottenerne un’approvazione
generica, temperata però dal rifiuto di prendere posizione su al-
cuni punti e dal rinvio alle decisioni degli organi tecnici, cioè del
Consiglio dell’esercito, su alcuni altri. Gli ordini del giorno più si-
gnificativi suonavano:

La Commissione consultiva, lasciando imprecisata la questione


della forza base bilanciata, che deve essere proporzionata alle neces-
sità della difesa nazionale e della potenzialità economica del paese, dà
voto favorevole a che la ferma sia portata ad un anno, riducibile di cir-
ca un quarto per gli istruiti premilitarmente.
La Commissione consultiva, rimettendo al giudizio dei corpi tec-
nici tutto ciò che riguarda i provvedimenti per l’attuazione, e prescin-
dendo dall’esame della spesa necessaria, esprime il parere che il tipo
generale di ordinamento meglio conveniente nelle presenti condizioni
all’Italia, sia quello di un esercito di pace in buona efficienza, con com-
pleta organizzazione nel paese di quanto occorra per la pronta ed or-
dinata mobilitazione delle altre forze militari ed industriali66.

Questa approvazione, che ci sembra singolarmente non impe-


gnativa, fu salutata come un successo di Gasparotto67, che si af-
frettò a trasmettere i suoi progetti al Consiglio dell’esercito. Ab-
biamo poche notizie sui lavori di questo organo; il loro andamen-
to è però chiaro: l’esame dei progetti fu prima rinviato, poi tirato
in lungo, con dubbi sempre nuovi e richieste di modifiche che
equivalevano ad un rifiuto. Scrive il Gatti nel marzo 1922:
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 223

Il Consiglio supremo dell’esercito e lo stato maggiore, numerosi,


senza nette responsabilità, muniti di mezzi inadatti ad un lavoro pro-
ficuo, richiesti del parere tardi e a conclusioni pregiudicate, si valsero
della loro scienza tecnica per non dire chiaramente, ma mostrare coi
fatti, che non erano d’accordo col ministro. Le proposte principali, che
questi aveva dichiarate di indispensabile attuazione, furono fin dal
principio [...] oppugnate dal Consiglio supremo; e oggi sono al punto
di tre mesi fa68.

Contro questa tattica dilazionatrice si mossero i sostenitori di


Gasparotto, con acri accuse che inasprirono la questione. Citere-
mo per tutti il Bencivenga, che attaccava il Consiglio dell’esercito
ed il conservatorismo dei suoi membri, chiedendone la sostitu-
zione:

Uomini irrigiditi nelle forme del passato, uomini mal disposti a ri-
conoscere l’autorità di un ministro borghese, uomini divisi tra loro da
rancori e gelosie, uomini militanti nella politica e perciò indotti a ve-
dere le questioni deformate attraverso il prisma della politica, tali uo-
mini, ripeto, non sono i più adatti per fare opera conclusiva ed utile in
un consesso eminentemente tecnico69.

Per il Bencivenga non era infatti dubbio che «la volontà del mi-
nistro è quella che deve essere portata dinanzi al giudizio del par-
lamento e, se occorre, del paese»70. Per il Gatti invece, «fino a
quando ci sono un Consiglio dell’esercito e uno stato maggiore,
tocca a questi decidere della forma del riordinamento dell’eserci-
to»71; pertanto la procedura seguita da Gasparotto (sollecitazio-
ne del consenso dell’opinione pubblica e degli organi politici pri-
ma del responso degli organi tecnici) era inammissibile, nella mi-
sura in cui tendeva a forzare la mano ai militari, imponendo loro
le decisioni del potere politico.
Da una parte stava la fedeltà ad una tradizione che riservava
all’alleanza tra militari e destre politiche l’impostazione dell’eser-
cito e la sua guida, dall’altra si contrapponeva la ricerca di un nuo-
vo assetto dell’organismo militare, che tenesse conto delle istanze
dell’ala democratica della borghesia italiana. Questo è il significa-
to più profondo dell’ordinamento Gasparotto, con le sue incer-
tezze tecniche e ambiguità politiche; mentre il limite dell’azione
224 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

rinnovatrice del ministro è indicato dal saltuario interesse con cui


anche le forze politiche a lui più vicine seguirono le sorti della sua
battaglia.
All’inizio del 1922 il successo delle destre si delineava, perché
Gasparotto non aveva mezzo di strappare un’approvazione al
Consiglio dell’esercito, né forza politica sufficiente per farne a me-
no. La questione fu bruscamente risolta dalla crisi del governo Bo-
nomi (febbraio) che provocava le dimissioni di Gasparotto, il suo
allontanamento dal governo e, a breve scadenza, l’accantonamen-
to dei suoi progetti.

3. Il Millenovecentoventidue

Anche per i problemi militari il 1922 è un anno confuso e de-


cisivo, in cui la soluzione della crisi dell’esercito pare avviata ora
in un senso, ora nell’altro; in cui si succedono quattro ministri del-
la Guerra, con programmi talmente diversi da rendere evidente
che la loro designazione prescindeva dal loro orientamento sulle
questioni militari; in cui l’interesse dei partiti e del parlamento per
la difesa nazionale pare più vivo e qualificato, con risultati sempre
scarsi; in cui più chiaramente si afferma l’autonomia pressoché as-
soluta dei comandanti dell’esercito, fino al loro trionfo con la mar-
cia su Roma.
L’anno inizia, abbiamo visto, con la resistenza passiva che il
Consiglio dell’esercito apertamente oppone ai progetti di riforma
del ministro. Le dimissioni del governo Bonomi vengono a so-
spendere il contrasto: le sorti dei progetti di Gasparotto dipende-
vano dall’orientamento del suo successore72. A fine febbraio,
quando viene composto il primo gabinetto Facta, il ministero del-
la Guerra è assegnato all’on. Amendola; senonché all’ultimo mo-
mento, quando già la stampa pubblica i nomi dei nuovi ministri,
gli on. Riccio per i salandrini, Greco per i nazionalisti, De Vecchi
per i fascisti, pongono il veto dei rispettivi partiti alla nomina di
Amendola alla Guerra; ha quindi luogo uno scambio di consegne
con l’on. Di Scalea, già designato alle Colonie ed ora assunto alla
Guerra. Il veto non riguardava il programma specifico di Amen-
dola: il suo quotidiano, «Il Mondo», aveva appena manifestato la
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 225

sua opposizione ai progetti di Gasparotto73 – e del resto tutti gli


altri ministri borghesi del dopoguerra (escluso il solo Di Scalea)
provenivano da partiti più di sinistra e ostentavano programmi
più avanzati che non Amendola.
Il veto era dovuto a motivi di politica interna, come scriveva
«Il Secolo»: «All’ultima ora le destre e specialmente i fascisti han-
no imposto un nuovo spostamento. Al dicastero della Guerra era
stato designato l’on. Amendola, di cui è nota l’amicizia per l’on.
Nitti e l’atteggiamento decisamente ostile al fascismo. Di qui la
sollevazione delle destre, placate col passaggio dell’on. Amendo-
la alle Colonie e dell’on. Di Scalea alla Guerra»74. L’accenno è
estremamente interessante, anche se isolato, come conferma del-
le collusioni tra ufficiali e fascismo. Resta comunque il fatto che le
destre bocciarono un ministro della Guerra di cui temevano non
le idee, ma l’energia e l’indipendenza, che lo avrebbero indubbia-
mente portato a riaffermare un controllo politico sull’esercito.
Fu così assicurato all’esercito un ministro dichiaratamente
conservatore (esponente degli agrari meridionali e futuro mini-
stro fascista delle Colonie) e completamente digiuno di prepara-
zione e di interesse per i problemi militari, come egli stesso ebbe
a dichiarare: «Io venni qui non senza sgomento. Perché non vi è
dubbio che tutti i problemi che si collegano al riordinamento del-
l’esercito sono problemi di tale gravità, da lasciare perplesso chi
‘tecnicamente’ non era preparato a questo altissimo ufficio»75. Il
Gatti è più espressivo:

Lo Scalea, perfetto gentiluomo, era andato al ministero con tre idee


ben ferme e chiare, che ripeteva a tutti quelli che lo volevano o non lo
volevano ascoltare. La prima era, che egli non sapeva niente del mini-
stero al quale lo avevano addetto, e avrebbe voluto invece andare alle
Colonie; la seconda, che sarebbero occorsi almeno sei mesi perché im-
parasse qualche cosa delle faccende militari; ma – e questa era la terza
idea – dentro sei mesi egli certamente non sarebbe stato più ministro76.

Le dichiarazioni programmatiche del nuovo ministro erano


estremamente generiche, ma chiaramente conservatrici:

L’idea della nazione armata, in sostanza, può essere gradevolmen-


te, ma efficacemente integrata da una forte disciplina nazionale: disci-
226 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

plina che, disgraziatamente, non è l’elemento prevalente nelle nostre


folle e che forma la forza centrale di altri popoli [...]. Disciplina ed
esercito [...] sono le pietre miliari d’un medesimo edificio: la patria!
Sono termini che si fondono e si comprendono armoniosamente [...];
più il regime è ispirato a princìpi di alta democrazia, più è necessaria
la disciplina collettiva77.

L’ordinamento Gasparotto era pertanto avviato a liquidazio-


ne. Di Scalea prima dichiarava di voler attendere il responso del
Consiglio dell’esercito, poi annunciava di avere in preparazione
un suo ordinamento, da definire quando fossero note le reazioni
della Camera al disegno di legge sull’istruzione premilitare78 (di-
segno di legge che non ci risulta mai giunto in discussione). Quan-
do infine venne concretato un programma, non contemplava più
i problemi di fondo, ma solo la definizione di alcuni aspetti rela-
tivamente secondari della crisi dell’esercito79. L’elaborazione del-
l’ordinamento definitivo, annunciava la stampa, era affidata al
Consiglio dell’esercito, che affrontava la questione con organicità
in maggio, chiedendo preliminarmente un aumento della ferma
oltre i 12 mesi fino ad allora accettati e proponendosi poi di inte-
grare l’ordinamento provvisorio con le proposte Gasparotto e Di
Scalea, fino a raggiungere un assetto stabile80. A completare l’ab-
dicazione del ministro nelle mani degli organi tecnici, Di Scalea
presentava al Consiglio dei ministri un decreto che modificava la
composizione del Consiglio dell’esercito, eliminando il ministro
(che fino ad allora era il presidente) ed aumentando l’autorità di
Diaz che da vicepresidente saliva a presidente, con poteri ispetti-
vi sull’esercito. La nuova sistemazione dell’alto comando non an-
drà però in porto, in seguito alla crisi del primo gabinetto Facta81.
Questa linea politica non mancò di suscitare vivaci proteste,
sorrette dalla denuncia delle condizioni in cui versava l’esercito.
Chittaro su «La Tribuna», Bencivenga su «Il Paese», Capello su
«Il Secolo», sostengono che la causa prima della crisi è l’eccessi-
va ampiezza della cosiddetta intelaiatura, vale a dire il numero ec-
cessivo di reparti e comandi; e richiedono che il parlamento sia in-
teressato della questione82. A conferma di queste critiche, l’immi-
nente congedo della classe 1901, dopo circa un anno e mezzo di
servizio di leva, metteva a nudo le deficienze dell’ordinamento in
vigore, che 130.000 uomini istruiti (il primo semestre 1902) e
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 227

100.000 reclute (il secondo semestre 1902, da chiamare alle armi


in estate) non bastavano a mantenere in efficienza.
Questa posizione trovò autorevole e vorremmo dire insperato
appoggio nella relazione che la Commissione permanente della
Camera, uscendo da un ruolo fino ad allora secondario83, dedica-
va allo stato di previsione del bilancio della Guerra per il 1922-23,
sottoponendo l’ordinamento provvisorio a severo esame e ripro-
ponendo tesi assai vicine a quelle di Gasparotto. La relazione, già
più volte citata, fu stesa dall’on. De Vecchi, rappresentante fasci-
sta nella Commissione, ed è un documento assai interessante del-
la pubblicistica reducistica, in cui coesistono spunti democratici
e richieste nazionaliste, retorica e commozione.

Il popolo italiano, uscito pur ora da quel terribile e sanguinoso col-


laudo della sua forza viva e potenza che fu la guerra del 1915-18, sen-
te, in un fremito di rinnovamento talora scomposto ma pieno di gran-
di promesse, che molte cose sono mutate dal 1915 ad oggi e che il lon-
tano e recente ammaestramento della storia non deve rimanere ina-
scoltato84.

Infatti la guerra vittoriosa ha rivelato la maturità del popolo


italiano, la «divina genialità della razza» e «una nuova virilità ma-
schia», dando ammaestramenti che i legislatori non possono tra-
scurare.

Ogni reduce della trincea che, attraverso il sacrificio e la passione


altrui e propria sopportata virilmente in comune, aveva imparato a co-
noscere intensamente il nostro popolo, richiese tosto a gran voce che
fosse modificato il vecchio tipo di ordinamento per crearne uno nuo-
vo, che non costituisse già un esperimento, ma fosse invece il frutto del
durissimo e glorioso esperimento compiuto [...]. Da tutto il popolo fu
chiesta la nazione armata ed i tecnici approvarono il principio; né è de-
magogia il concederla ora, ché deve ritenersi necessaria come diretta-
mente, logicamente discesa dalla cruenta esperienza della guerra85.

Segue una dura critica dell’organismo militare italiano, nella


sua impostazione come nella sua realizzazione; si tratta di pagine
già utilizzate nel capitolo precedente, ci limitiamo quindi a ripor-
tare la conclusione del De Vecchi:
228 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

Continuando nel sistema ora in vigore e che si vorrebbe da alcuni


consolidare e perpetuare, si prolungherebbe indefinitamente lo scan-
dalo odierno di reparti senza soldati impotenti ad istruire ufficiali e
truppa. Si rafforzerebbe pertanto la tendenza alle ferme più lunghe in-
compatibile colla chiamata di tutto il contingente valido delle classi.
Infine, data la necessità evidente di una maggiore spesa necessaria a
mantenere questo ordinamento in relazione con le inesorabili esigen-
ze del bilancio, verrebbe ad incoraggiarsi gli stratagemmi dei congedi
anticipati, delle licenze per economia, della riduzione delle dotazioni
di mobilitazione e simili, che debbono ritenersi esiziali alla compagine
di un esercito e di cui deve essere imposto l’uso più parco e più pru-
dente86.

Si noti che il rifiuto dell’esercito permanente tradizionale è


dettato anche da motivazioni politiche di ampio respiro, non so-
lo da preoccupazioni contingenti:

L’esperienza politica di ogni tempo ha insegnato che negli eserciti


a più larga base nazionale il cittadino soldato nell’ora della necessità fa
volentieri la guerra per ottenere una pace nobile e utile, mentre gli
eserciti a forma rigida stanziale e tendenti alla casta cercano spesso di
turbare la pace per avere la guerra. L’Italia fermamente desiderosa di
pace non può esitare su questa via87.

A questo punto la relazione passava ad indicare la via da se-


guire per il riordinamento dell’esercito, ripresentando le linee ge-
nerali dei progetti di Gasparotto, di cui ritornano tutti i punti es-
senziali: limitazione del bilancio e della forza alle armi, ferma di
un anno, istruzione premilitare e soprattutto distinzione di com-
piti tra reparti permanenti e reparti da costituire alla mobilitazio-
ne88. Pertanto si chiedeva un’immediata riduzione delle divisioni
di pace, la ripresa delle spese straordinarie ed un più saldo asset-
to del corpo degli ufficiali di carriera. La relazione terminava
prendendo energicamente posizione contro aumenti di ferma,
forza bilanciata e bilancio e affidava la realizzazione del program-
ma esposto alle forze politiche, con un implicito esautoramento
degli organi militari:

Questa soluzione del problema deve affermarsi come un atto me-


ramente politico, perché necessariamente dipendente in forma obbli-
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 229

gata dalle possibilità del bilancio, dalle necessità del reclutamento di


tutti i validi con ferme brevi relative e dalla iteratamente affermata ten-
denza alla nazione armata. I nostri generali, che furono sapienti capi
in guerra, applicheranno tecnicamente i princìpi che buona parte di
essi d’altronde condividono appieno89.

In complesso, la relazione dell’on. De Vecchi costituisce un


documento pregevole, assai chiaro sulle questioni fondamentali.
Fu approvato all’unanimità dalla Commissione permanente90: fat-
to sorprendente, perché la Commissione comprendeva alcuni tra
i più dichiarati nemici dei progetti Gasparotto (basti ricordare
l’on. Greco), i quali, evidentemente, temettero di rimanere isola-
ti all’opposizione ed appoggiarono la relazione sperando di esau-
torarla nel prosieguo del tempo. La stampa, che diede ampia pub-
blicità alla relazione, parlò giustamente di un netto successo del-
l’on. Gasparotto91, il quale si affrettò a far approvare dal suo grup-
po politico (la democrazia sociale) ed a presentare al parlamento
una mozione che ribadiva le tesi sue e della Commissione perma-
nente92.
Il problema dell’ordinamento dell’esercito era così riaperto e
pareva destinato ad occupare la discussione sul bilancio del mini-
stero della Guerra che, per la prima volta dall’inizio della guerra,
il parlamento si apprestava a svolgere. Le prospettive dei gruppi
interessati al rinnovamento erano buone: la stampa riporta i loro
vigorosi attacchi93 che i difensori dell’ordinamento tradizionale
non ribattono, preferendo rifugiarsi dietro allo slogan della pre-
minenza degli organi tecnici su quelli politici94. Il mito della na-
zione armata, che i componenti ritenevano seppellito, rivelava an-
cora abbastanza forza da agire sui partiti di centro e di sinistra, in-
differenti ai problemi militari, ma sensibili ai motivi combattenti-
stici e trascinati da combattivi gruppi appoggiati da alcuni organi
di stampa. E due elementi intervenivano ad indebolire lo schiera-
mento delle destre. Il primo era la richiesta della Commissione fi-
nanze e tesoro della Camera di contenere le spese nei limiti dei bi-
lanci preventivi, che, accettata dal governo, metteva in crisi l’am-
ministrazione militare, costretta a passare da 300.000 a poco più
di 200.000 uomini alle armi, rivelando l’inconsistenza numerica
dei reparti e la necessità imprescindibile di una loro riduzione, op-
pure di un aumento di spesa95.
230 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

Il secondo era l’adesione del Partito fascista al programma di


riforme. Non si può parlare di una politica militare fascista nel do-
poguerra; alle demagogiche prese di posizione del 1919 era suc-
ceduto un disinteressamento totale, rotto solo dalla richiesta insi-
stente di aumenti di stipendio per gli ufficiali, per confessati mo-
tivi di politica interna, e da vaghi accenni nel programma del par-
tito, critici verso le soluzioni tradizionali ma contraddetti dall’al-
lineamento sulle posizioni nazionaliste nei riguardi dell’ordina-
mento Gasparotto. La relazione De Vecchi del giugno 1922, che
impegnava per lo meno il gruppo parlamentare, capovolgeva la si-
tuazione: ne attribuiamo la genesi alla tradizione combattentisti-
ca sempre viva nel fascismo, tradizione legata al mito della nazio-
ne armata, ed alla mancanza di una rigorosa linea ideologica nel
giovane movimento, che permetteva confusione ed iniziative per-
sonali. Quali che siano i motivi che indussero De Vecchi a sten-
dere la sua pregevole relazione, il fatto rompeva l’unità delle de-
stre, che fino ad allora aveva sostenuto la resistenza dei militari; e
costringeva i nazionalisti ad attenuare la loro opposizione alle
riforme, nel timore dell’isolamento. E infatti il col. Greco, pur
continuando a riservare ai tecnici la scelta dell’ordinamento, sfa-
mava il contrasto con le posizioni di De Vecchi:

Miriamo con fede e sincerità allo stesso punto. Non vi può dunque
essere dissidio tra di noi. Per quanto si riferisce alla nazione armata, è
questione di intendersi. In realtà la nazione armata è ormai sorpassa-
ta. Già la guerra ha imposto la completa mobilitazione di tutte le for-
ze fisiche, industriali, morali e sociali della nazione. In questo senso la
nazione armata è un fatto oltrepassato dalla realtà degli avvenimenti96.

A questo punto (metà luglio) interveniva con fragore «Il Po-


polo d’Italia», che pubblicava per esteso la relazione De Vecchi,
presentandola come il programma militare del PNF. Nel corsivo
di presentazione, anonimo ma di chiaro stile mussoliniano, si ri-
vendicava lo sforzo ideologico del fascismo, che, «pur nel trava-
glio delle sue lotte cruente, ha elaborato via via il corpo delle sue
dottrine. L’attività pratica a cui è stato costretto il fascismo è quel-
la che maggiormente ha colpito e non si è voluto vedere che pa-
rallelo a questa estrinsecazione di attività pratica esisteva uno
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 231

sforzo spirituale di creazione e di chiarificazione». Seguitava il


corsivo:

Certo, il fascismo non ha voluto dar fondo all’universo, ma si è li-


mitato saggiamente a poche linee essenziali, sulle quali concordano ap-
pieno tutti i fascisti italiani. Un problema particolarmente delicato e
interessante, per noi italiani e per noi fascisti, è il problema militare.
Colla relazione De Vecchi, che ci piace pubblicare integralmente e che
raccomandiamo vivamente all’attenta lettura del nostro pubblico, il fa-
scismo ha affrontato la «sua» soluzione del problema militare italiano.
Soluzione «fascista», ripetiamo, in quanto tiene conto di tutti gli ele-
menti e di tutte le realtà e soprattutto della formidabile esperienza del-
la guerra. Soluzione che non si limita alle solite idee generali, ma scen-
de ai dettagli concreti. Per la forza intima di logica e di persuasione da
cui è dominata, è probabile che la relazione De Vecchi sarà accettata
dal parlamento e sarà motivo di legittimo orgoglio da parte del fasci-
smo italiano l’aver approntato l’organismo – razionale ed efficiente –
che deve presidiare l’avvenire della patria97.

Abbiamo riportato ampiamente il corsivo di presentazione,


perché illustra i motivi che innalzarono la relazione De Vecchi a
programma ufficiale del PNF. Il movimento mussoliniano, che si
veniva ponendo come forza di governo, era costretto a prendere
posizione anche su problemi fino ad allora ignorati; la relazione
De Vecchi, elaborata probabilmente per iniziativa personale, si
avviava ad essere il centro di un dibattito parlamentare sull’ordi-
namento dell’esercito, in cui il fascismo non poteva certo manca-
re; né tanto meno poteva sconfessare De Vecchi, autorevole capo
del movimento prima ancora che suo esperto militare. La scelta di
Mussolini era quindi obbligata e probabilmente non entusiasta,
ché era evidente il rischio di una frattura con la destra; non a ca-
so «Il Popolo d’Italia» aveva atteso quasi tre settimane prima di
riportare la relazione, cui non dedicava, in definitiva, neppure la
prima pagina. E due mesi più tardi l’organo fascista avrebbe ac-
colto un articolo sull’ordinamento dell’esercito del gen. De Bono,
che chiedeva il consolidamento dell’organismo esistente con un
congruo aumento di spesa98: articolo chiaramente rivolto a rassi-
curare gli ufficiali sulle intenzioni del fascismo, che in sostanza co-
stituisce il vero programma militare del partito, nella misura in cui
antepone l’alleanza con gli ufficiali a qualsiasi questione ideologi-
232 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

ca. La relazione De Vecchi non riassume perciò l’orientamento


del fascismo in materia militare, ma ne testimonia piuttosto la di-
sponibilità ideologica; indica anche (e questo ci interessa partico-
larmente) la persistente vitalità del mito della nazione armata e la
posizione di forza su cui i sostenitori delle riforme affrontavano il
dibattito parlamentare, così evidente che un abile navigatore co-
me Mussolini puntava sul loro successo.
Alla metà di luglio pertanto un successo delle idee di riforma
alla Camera pareva probabile, malgrado l’inerzia del ministro, e
inevitabile la netta contrapposizione tra potere politico e organi
tecnici. È evidente che anche un successo pieno in parlamento
non avrebbe rappresentato che un primo passo sulla via del rin-
novamento dell’esercito; la continuazione della lotta contro le de-
stre, i militari e probabilmente anche il Senato, avrebbe richiesto
una costanza ed una coesione che i gruppi politici interessati non
avevano dimostrato di avere, fino a quel momento. Tuttavia una
chiara presa di posizione della Camera avrebbe avuto un peso in-
negabile.
A questo punto, però, sopravveniva la crisi del primo gabinet-
to Facta, che provocava il rinvio a tempo indeterminato della di-
scussione parlamentare dei bilanci non ancora approvati, tra cui
quello della Guerra. Con la rinuncia ad una presa di posizione del
parlamento sul problema militare sfumava la più concreta possi-
bilità offertasi alle sinistre nel dopoguerra per un rinnovamento
almeno parziale dell’esercito; la nomina di un nuovo ministro
comportava il rinvio di ogni decisione politica, malgrado l’impe-
gno subito assunto dal governo di presentare alla ripresa dei la-
vori parlamentari un disegno di legge per l’ordinamento definiti-
vo dell’esercito99.
I giorni della crisi ministeriale videro anche una ripresa delle
destre: non a caso Bonomi, incaricato di formare il governo, ave-
va offerto il portafoglio della Guerra al gen. Diaz, l’esponente più
illustre delle gerarchie militari. Il gesto, che significava il ripudio
di qualsiasi velleità riformatrice in cambio dell’appoggio dei mili-
tari e di un miglior accordo con le destre, ben si inquadra nel no-
stro giudizio su Bonomi, a torto considerato fautore di un rinno-
vamento democratico dell’esercito. Comunque Diaz rifiutò, «pre-
scindendo da ogni considerazione di merito parlamentare sulla
combinazione a cui avrebbe dovuto partecipare»100, come di-
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 233

chiarò, e proponendo invece che il ministero della Guerra andas-


se ancora ad un uomo politico: evidentemente il futuro del gabi-
netto Bonomi gli pareva troppo precario per giocarvi il suo pre-
stigio, descritto dall’«Esercito italiano» in termini altisonanti:

Quando un uomo ha raggiunto nel suo paese l’altissimo posto cui


è pervenuto chi vinse l’Austria [...], assurge nella considerazione dei
suoi connazionali a simbolo, incarnazione della patria vittoriosa; e de-
ve perciò essere tenuto fuori dalle competizioni e contese di parte, e
non può essere oggetto di discussione e di critica. Diaz è il duce del-
l’Italia vittoriosa e basta101.

Contemporaneamente il gen. Zupelli esaltava in Senato la con-


tinuità delle istituzioni militari, invariate dal 1872 e sempre vali-
de102, ed affermava la vittoria dell’esercito sui suoi nemici interni,
accomunando con questo termine socialisti, ex-neutralisti, nittia-
ni e fautori della nazione armata. Replicavano con articoli assai
polemici Capello e Bencivenga, ributtando sulle destre e sul co-
mando dell’esercito la responsabilità del perdurante caos dell’or-
ganismo militare103, mentre il Chittaro pubblicava su «La Tribu-
na» alcuni ottimi articoli, che spiace non poter riportare ampia-
mente, in cui puntualizzava ancora una volta le cause della crisi:

Se l’esercito non è ancora assestato, lo si deve prima di tutto al fat-


to che il parlamento ha mancato di prendere in tempo le deliberazio-
ni necessarie sui punti fondamentali: ordinamento, ferma, forza bilan-
ciata; in secondo luogo perché l’opera fattiva e volenterosa dei mini-
stri borghesi si è urtata contro non dubbie resistenze negative degli or-
gani tecnici più alti. La crisi dipende essenzialmente da questo fatto:
che il nostro problema militare non ha ancora avuto la sua soluzione
politica104.

Il Chittaro non poteva saperlo, ma la soluzione politica del


problema militare si stava avvicinando rapidamente.

Poche righe, infine, sull’ultimo ministro della guerra dei go-


verni liberali, Marcello Soleri, autorevole esponente giolittiano,
particolarmente versato in questioni finanziarie, che era stato neu-
tralista, poi valoroso ufficiale al fronte e, nell’immediato dopo-
234 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

guerra, aspro critico dei comandi militari. Non si era occupato più
della questione, per quanto ci consta, dal 1919 al 1922, né i tem-
pi gli consentirono di dare la misura del suo valore. Con agosto
infatti i problemi militari scompaiono praticamente dalle pagine
dei giornali, assorbiti dagli sviluppi della situazione interna105; i
provvedimenti di Soleri passarono quindi inosservati. Sappiamo
solo che il ministro riprese lo studio dell’ordinamento dell’eserci-
to, consegnando all’esame del Consiglio dell’esercito a fine otto-
bre un suo progetto, che conosciamo attraverso alcuni articoli
pubblicati su «La Stampa» da Soleri, ormai dimissionario, in po-
lemica con l’operato del suo successore.
Soleri respingeva nettamente le soluzioni tipo esercito lancia e
scudo106 ed affidava alle unità dell’esercito permanente la mobili-
tazione di tutto l’esercito di guerra, tramite i depositi e lo sdop-
piamento dei reparti già esistenti. Chiedeva una limitata riduzio-
ne di organici ed un leggero aumento della forza bilanciata, che
avrebbe dovuto oscillare tra i 200 ed i 250.000 uomini a seconda
delle disponibilità finanziarie; proponeva poi di formare i reggi-
menti di fanteria non secondo schemi uniformi, ma con un nu-
mero variabile di battaglioni, da tre a zero (il reggimento soprav-
viveva con tre battaglioni quadro e un deposito, con funzioni di
mobilitazione) a seconda della loro dislocazione territoriale. Pun-
to fermo degli studi del ministro erano infatti i battaglioni di fan-
teria, che dovevano avere buona consistenza (500 uomini circa),
quindi numero limitato (200, qualcosa meno dell’ordinamento
Bonomi). La ferma doveva essere di un anno, con due chiamate
annuali; nessun cenno più all’istruzione premilitare. Queste le li-
nee generali, che ci consentono di definire l’ordinamento Soleri
come pienamente tradizionale, con una realistica riduzione di re-
parti ma non, si noti, di comandi (quindi nessuna o minime ridu-
zioni dei quadri permanenti). Unico elemento relativamente nuo-
vo, la ferma di un anno. In complesso, un ordinamento tipica-
mente moderato, lontano dalle aspirazioni nazionaliste come dal-
le riforme democratiche, che lasciava ai militari il controllo del-
l’esercito sforzandosi però di salvaguardare la posizione del mini-
stro, cui era riservata la presidenza del Consiglio dell’esercito.
Anche questo progetto, cui non sarebbero mancati i consensi,
era destinato ad essere superato dagli avvenimenti: una settimana
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 235

dopo la sua definizione, la marcia su Roma provocava il rovescia-


mento del ministero e l’inizio di una nuova era per l’esercito.

4. Teorie d’avanguardia per la guerra del futuro

Le discussioni militari del periodo che stiamo trattando si ac-


centrano sempre sull’ordinamento dell’esercito, cioè sull’organiz-
zazione di comandi, ufficiali e soldati. Il richiamo all’esperienza
bellica, addotta a giustificare la nazione armata o lo sviluppo del-
l’artiglieria, parte sempre dal presupposto che la guerra futura
non si sarebbe discostata da quella del 1918. Raramente si esce da
questi limiti, mai a livello dei ministri, dei più alti comandi o or-
gani tecnici, dei partiti. Solo una esigua minoranza di studiosi ri-
mane a sostenere l’importanza che, accanto agli uomini, hanno i
mezzi bellici, non solo cannoni e mitragliatrici, ma quelli più nuo-
vi, come i gas asfissianti, gli aerei, i carri armati. L’importanza di
costoro nella ricostruzione delle vicende dell’esercito è assai scar-
sa; non ebbero infatti influenza sui politici, che disprezzavano, né
sui militari più alti, responsabili dell’esercito. Le loro previsioni si
rivelarono in certa parte infondate; gli eccessi di alcune esaspera-
zioni polemiche discreditarono anche le argomentazioni più vali-
de, che nella seconda guerra mondiale avrebbero avuto dura con-
ferma. Si potrebbe quindi, al limite, prescindere dagli studi di
questa avanguardia per il primo dopoguerra; li ricordiamo tutta-
via brevemente per completare un quadro d’insieme e ricordare
che le discussioni sull’ordinamento dell’esercito non ne esauri-
scono i problemi, anzi ne prendono in esame solo una parte.
Innanzitutto individuiamo i caratteri comuni agli esponenti di
questa avanguardia. Sono tutti ufficiali in servizio attivo (rara-
mente in PAS), di età relativamente giovane e grado tra tenente
colonnello e generale di brigata, in genere con un brillante passa-
to bellico. Provengono dalle armi più diverse, ma concordano nel
sostenere che la creazione del binomio gas-aereo, e secondaria-
mente di altri mezzi come il carro armato, ha rivoluzionato la
guerra fino a rendere invecchiati, per non dire inutili, tutti gli eser-
citi tradizionali – come nel secondo dopoguerra la bomba atomi-
ca e poi lo sviluppo della missilistica hanno fatto sembrare supe-
236 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

rata qualsiasi organizzazione preesistente. I vari studiosi divergo-


no nella valutazione dell’importanza relativa dei nuovi mezzi; al-
cuni insistono maggiormente sui gas, altri sugli aerei, altri ancora
mirano soprattutto al dominio del mare. È invece comune la ri-
chiesta di una profonda revisione della politica militare, che ridu-
ca gli armamenti tradizionali e particolarmente l’esercito, a favo-
re dello sviluppo dei nuovi mezzi; le forze armate dovranno ba-
sarsi su quadri permanenti di altissimo livello e sulla ordinata mo-
bilitazione dell’industria e del paese: quindi ricorso ai tecnici ci-
vili, ferme brevissime, smantellamento di tutto l’apparato di ca-
serme, alte forze bilanciate, servizi superflui. Pure comune a que-
sti giovani studiosi è l’atteggiamento verso il mondo della politi-
ca, rifiutato con sdegno moralistico (ma molti di costoro aderi-
ranno al fascismo, considerandolo una forza nuova e sperando in
un suo appoggio contro il tradizionalismo dei capi dell’esercito) e
l’orientamento verso una politica estera aggressiva, che in taluni
giunge fino alla giustificazione della guerra preventiva. In com-
plesso, una posizione politica debolissima: questi innovatori, che
rifiutano le contaminazioni della politica, sono costretti a chiede-
re la realizzazione delle loro proposte proprio ai capi di quell’e-
sercito, di cui proclamano l’inutilità. Il che spiega il loro insuc-
cesso.
Il più noto di costoro è il colonnello, poi generale, Giulio
Douhet, considerato il padre dell’aviazione strategica, autore di
innumerevoli scritti di livello e argomento assai vario ed oggi ca-
nonizzato assai più di quanto meritasse la sua violenta e geniale
vena di polemista. I nomi di alcuni altri si possono trovare nelle
pagine loro dedicate dal Gatti, onesto volgarizzatore delle loro
idee: l’amm. Bravetta, i comandanti Baistrocchi, De Feo e Ber-
notti, i col. Guillet, Berti, Laviano107. Ci soffermiamo tuttavia, a
titolo esemplificativo, sulle pagine di uno solo di costoro, Natale
Pentimalli, tenente colonnello in servizio di stato maggiore, auto-
re di un volume uscito nel 1922, La nazione organizzata108.
Il Pentimalli inizia descrivendo la terrificante potenza di mor-
te dei gas, che «costituiscono il mezzo necessario e sufficiente, di
cui fin qui non si era mai disposto, per schiantare la resistenza del
nemico»109, e trovano nell’aviazione la possibilità di colpire ovun-
que. L’impiego bellico dei nuovi mezzi ha impressionanti rispon-
denze con la dottrina militare più moderna: sul campo di batta-
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 237

glia i gas, come oggi le bombe atomiche tattiche, potranno essere


impiegati per sfondare un fronte, disperdere un concentramento
di forze o creare zone impraticabili all’uomo, in cui solo i carri ar-
mati oseranno avventurarsi. Ma il loro impiego principale sarà di-
retto sul paese nemico, per eliminarne le forze aeree, distruggere
le industrie belliche e soprattutto esercitare una vasta azione ter-
roristica sulla popolazione dei maggiori centri:

Se si vuole che la guerra futura sia rapidamente risoluta e col mi-


nore sacrificio di vite umane e di ricchezze, le sue percosse dovranno
cadere indistintamente sul nemico senza differenziazione di categoria,
con una violenza e contemporaneità di azione che permettano di giun-
gere di un colpo solo agli organi vitali del nemico. Tanto peggio, tanto
meglio: è il male più violento che provoca più rapidamente la crisi110.

Sono le teorie del Douhet, che oggi non meravigliano più. È


invece avveniristica la descrizione degli effetti di un bombarda-
mento aereo:

Se nella infausta mattina del 4 agosto 1934 i tedeschi avessero avu-


to la possibilità – oggi tutt’affatto reale – di lanciare su Parigi [...] 400
aeroplani [...] carichi ciascuno di due tonnellate di bombe; od anche
soltanto 40 apparecchi portanti ciascuno due tonnellate di liquido ge-
neratore di gas velenosi, la Francia in pochi minuti avrebbe perduto,
insieme con la sua capitale, il suo cervello e il suo cuore; la guerra sa-
rebbe finita nello stesso giorno. Due milioni e mezzo di morti avreb-
bero risparmiato i dieci milioni di morti della guerra quadriennale, i
milioni di feriti e mutilati111.

I bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale ed i cal-


coli sulle perdite previste in caso di conflitto atomico dimostrano
che gli studiosi del primo dopoguerra sopravvalutano la potenza
distruttrice delle nuove armi, ma non le possibilità offerte dal lo-
ro impiego. «Colpire a morte il nemico nella sua capitale politica
e in quelle industriali, trascurando le forze armate che si vanno
raccogliendo alla frontiera, ecco, dunque, il concetto informatore
della guerra futura.»112 Ne consegue il superamento dell’esercito
tradizionale: «il fatto che la guerra è combattuta non più da una
ristretta parte della nazione – l’esercito – ma da tutta la nazione
238 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

stessa, toglie ogni valore al concetto di esercito permanente, qua-


le è stato inteso fin adesso»113; non rimane quindi che abbando-
narlo. Le mezze misure sono sempre dannose, il mantenimento di
un esercito permanente di ridotte dimensioni sottrarrebbe fondi
alla preparazione più essenziale senza adeguata contropartita.
Una fabbrica chimica, in cui tutto sia predisposto per un imme-
diato passaggio alla produzione di gas, o una linea aerea, i cui ap-
parecchi e piloti siano sempre pronti a prendere il volo con un ca-
rico di morte, sono assai più utili che non un paio di divisioni tra-
dizionali.
Il Pentimalli perciò chiede la nazione organizzata: qualcosa di
non molto diverso da una nazione armata in cui le nuove armi ab-
biano il necessario sviluppo; in pratica, una flotta aerea (militare
e civile) assai forte, destinata ad imporsi anche sul mare e sorret-
ta da una grande industria chimica. Poi un sistema di milizie ter-
ritoriali, con una ferma di pochi mesi, una ridotta intelaiatura di
ufficiali di carriera ed il più ampio ricorso agli ufficiali di comple-
mento; frequenti richiami per istruzione, sviluppo delle associa-
zioni sportive, abolizione dei tribunali militari, della sanità milita-
re e degli altri servizi inutili. Qualcosa di assai simile all’esercito
svizzero, senza preoccupazioni per l’ordine interno114; con un for-
te richiamo al dovere della disciplina: «La estensione della carat-
teristica di combattente a tutti i componenti della nazione porta
necessariamente ad estendere la necessità della disciplina a tutta
la nazione: il concetto di disciplina muta allora, naturalmente, di
contenuto, precisamente acquistando un maggior grado di volon-
tarietà e di coscienza»115.
Transitoriamente il Pentimalli ammette la necessità di un pic-
colo esercito, su 12 divisioni e 175.000 uomini con ferma di 9 me-
si, che abbia la funzione di guadagnare tempo in caso di ostilità,
fino a permettere all’aviazione di entrare in azione con i gas; eser-
cito «lancia e scudo», quindi, con alle spalle milizie da costituire
solo alla mobilitazione, che però avranno sempre compiti limita-
ti, poiché il peso della guerra graverà sulle nuove armi. Sul mare,
molto naviglio sottile e molti aerei, che hanno ormai segnato la fi-
ne delle grandi navi da battaglia116.

Queste idee del Pentimalli possono dare un’idea della produ-


zione d’avanguardia, anche se ovviamente i vari studiosi presen-
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 239

tano più di una differenza tra loro. I limiti delle loro posizioni so-
no evidenti; scriveva giustamente il Gatti:

Nella dichiarazione e nella determinazione degli effetti della scien-


za sull’arte militare i giovani hanno, secondo noi, esagerato, e ripro-
dotto più la teoria che la pratica. Hanno visto giusto, ma, come tutti
gli scopritori, hanno veduto più grande della realtà117.

Un altro autorevole protettore delle nuove teorie, il Barone,


che aveva avallato con la sua prefazione il volume del Pentimalli,
criticava parimenti l’assolutezza con cui questi giovani pensatori
traevano le loro conclusioni, condannando quanto pareva supe-
rato; e osservava che «sarebbe errore imperdonabile demolire il
vecchio edificio prima d’aver costruito il nuovo»118. Effettiva-
mente le teorie d’avanguardia del primo dopoguerra vanno valu-
tate con una certa cautela; ma non possono essere respinte in bloc-
co. Negli anni seguenti l’aviazione ed i carri armati, la meccaniz-
zazione e il progresso tecnico avranno importanza crescente: gli
studiosi del primo dopoguerra vedevano troppo grande, ma ve-
devano giusto.
Eppure non c’è alcun contatto tra questi studi sulla guerra fu-
tura e le discussioni sull’ordinamento dell’esercito che abbiamo
visto e che vedremo anche per gli anni futuri. Uomini politici e ge-
nerali vittoriosi sono ugualmente responsabili di aver indirizzato
e mantenuto il dibattito soltanto sul piano dei problemi organiz-
zativi e politici, trascurando lo studio dei nuovi mezzi tecnici e
persino la conservazione di quelli esistenti. Le cifre stanziate per
la manutenzione e l’ampliamento del parco automobilistico sono
derisorie, quelle per lo studio e la sperimentazione dei nuovi mo-
delli d’artiglieria e carri armati praticamente insussistenti. Né si
trattava solo di mancanza di fondi, quanto di sistematico disinte-
resse, che strappava al Barone queste domande trasparenti:

È mancanza nei supremi reggitori di sufficiente elasticità di inge-


gno per vedere chiaro e lontano? È arrugginimento di cervelli? È ti-
more di assumersi le grandi responsabilità che queste trasformazioni
traggono seco, preferendo che altri facciano prima e copiarli poi pe-
dissequamente? [...] È effetto di animi troppo ligi a non offendere al-
cuni interessi di classe e di grosse prebende?119
240 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

La risposta è sempre una sola: i nuovi mezzi bellici non rien-


travano negli schemi di un esercito di caserma, il loro sviluppo
avrebbe aumentato la dipendenza dell’esercito dal paese, dalle in-
dustrie civili, dal mondo tecnico. I capi militari preferirono defi-
nire un ordinamento tradizionale, al di fuori dalle interferenze po-
litiche: questo era il vero problema; alle nuove armi si sarebbe
provveduto in un secondo tempo, con i fondi che non fossero sta-
ti assorbiti dal mantenimento di una adeguata forza bilanciata e
della complessa amministrazione.
Quanto agli uomini politici, gli uni prestavano fede ai militari
o tenevano a mantenere con costoro buoni rapporti, e quindi si la-
sciavano facilmente rassicurare; gli altri, interessati ad una rifor-
ma democratica dell’esercito, erano ugualmente portati ad evita-
re di prendere in considerazione le nuove armi, che non rientra-
vano negli schemi di una nazione armata modellata sulle guerre
ottocentesche e parevano un pretesto escogitato dai militari per
riaffermare la natura tecnica delle questioni della difesa. Questi
gruppi della sinistra democratica seppero negare che l’esercito
dovesse essere concepito per una politica estera ed interna che
non avesse il consenso attivo del paese ed indirizzarono in questo
senso i loro studi; non si curarono invece di inserire l’esercito nel
progresso tecnico, fuori dalle anguste strettoie in cui lo avevano
collocato i conservatori, come d’altra parte non seppero com-
prendere che una riforma veramente democratica dell’esercito
presupponeva una situazione interna assai diversa.
In conclusione, la riorganizzazione dell’esercito italiano, dal-
l’armistizio fino al 1925, fu impostata e condotta prescindendo
dai mezzi tecnici più nuovi tra quelli valorizzati dalla guerra, e vi-
sta sempre come un problema di uomini e non di materiali. Gli
studiosi d’avanguardia rimasero pertanto isolati, senza influsso
sulla realtà; pian piano le loro voci si spensero. Solo il più forte e
geniale di costoro, il Douhet, continuò a lottare per anni, anche se
ben poche delle sue idee furono realizzate120.

Questi pochi cenni dovrebbero integrarsi in una storia delle


origini dell’aviazione, l’unica tra le nuove armi che abbia avuto
uno sviluppo notevole ed autonomo. Siamo invece costretti ad
escludere dal nostro studio questo argomento, forse il più carico
di leggende che andrebbero controllate (lo splendore dell’avia-
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 241

zione nel 1918, la lenta agonia sotto i governi liberali, la risurre-


zione con l’avvento del fascismo), il più scarso di dati e forse il più
complesso per gli stretti legami degli ambienti aeronautici con il
mondo politico. Non possiamo però resistere alla tentazione, non
potendo condurre vere ricerche, di citare un brano di un rappor-
to ufficiale pubblicato dal Comando supremo d’aeronautica sugli
esperimenti del giugno-luglio 1921, in cui il generale statunitense
Mitchell riuscì a dimostrare gli effetti distruttivi del bombarda-
mento aereo sulle moderne navi da battaglia, rivoluzionando i ca-
noni della guerra sul mare. Così erano descritte le reazioni statu-
nitensi:

Le tendenze principali negli ambienti governativi politici e indu-


striali sono le seguenti. Nella marina il partito più importante vede so-
lo lo sviluppo delle grandi navi e considera l’aeronautica come un sus-
sidio utile; una minoranza vorrebbe dare all’aviazione navale un gran-
de incremento; pochissimi desiderano la aeronautica indipendente. La
marina per così dire classica ha dietro a sé le industrie metallurgiche
navali e un nucleo molto potente del Congresso.
Nell’esercito lo stato maggiore e una parte piccola del Servizio ae-
reo non vedono le funzioni dell’aeronautica al di là della ricognizione;
a malincuore hanno consentito alla creazione di un corpo separato; ma
questo partito è ben deciso a contrastare ogni ulteriore aumento del-
l’arma aerea.
La grande maggioranza del Servizio aereo, capitanata dal gen. Mit-
chell, aiutata dagli industriali aeronautici e dalle associazioni di piloti,
è decisamente favorevole alla creazione di un’aeronautica militare e
commerciale completamente autonoma, al mantenimento di una flot-
ta aerea di grande potenza, riducendo le spese dell’esercito e della ma-
rina.
Il presidente Harding, eminentemente conservatore, ha più volte
manifestato il suo favore alle prime due tendenze; i risultati delle pro-
ve potranno essergli presentati in forma tale da mantenerlo nella sua
opinione121.

Con la sostituzione di alcuni nomi, la situazione descritta è


quella italiana del 1921. Tuttavia l’aviazione riuscì ad imporsi, rag-
giungendo l’autonomia nel 1923 ed uno sviluppo inferiore alle
speranze dei suoi precursori, ma notevole se inserito nel quadro
delle strettezze finanziarie di quegli anni. Ciò fu dovuto all’ap-
242 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

poggio del fascismo e di Mussolini stesso, legati da tempo agli am-


bienti aviatori, ma fu pagato con pesanti tributi al regime: basterà
ricordare che l’impianto dell’aeronautica indipendente fu diretto
da un pugno di avventurieri capeggiati dall’on. Finzi, liquidati so-
lo dopo il delitto Matteotti; e che anche in seguito l’aviazione eb-
be fama di pupilla del regime e capi come Balbo, ministro e ma-
resciallo dell’aria.
Lo sviluppo della nuova forza armata non modificò la rilut-
tanza dell’esercito ad accettare le conquiste della tecnica (ci rife-
riamo al periodo fino al 1925, ma queste considerazioni potreb-
bero essere estese ulteriormente). In un certo senso, anzi, l’avia-
zione ebbe influsso negativo sulla meccanizzazione dell’esercito,
convogliando su di sé le speranze degli innovatori e i mezzi di-
sponibili. I capi dell’esercito si concentrarono nella preparazione
degli uomini, a scapito delle macchine; ed i fautori dell’aviazione
li incoraggiarono su questa via. Riportiamo alcune righe del Valo-
ri, uno tra i più noti critici militari del dopoguerra e del regime,
che nel 1923, in una collana che ambiva porre le basi del pensie-
ro fascista, sosteneva il massimo sviluppo delle forze aeree, ma ne-
gava l’importanza delle nuove armi per l’esercito:

Se ben si osserva, l’ultimo conflitto mondiale ha esaltato e con-


dannato al tempo stesso l’invadenza della meccanica nella tecnica del-
la guerra. Certo, non si erano mai visti prima d’allora eserciti forniti di
così spaventosi mezzi di distruzione; ma l’efficacia di questi si dimo-
strò sproporzionata allo spreco enorme di energie che ne derivava. Se
l’amor proprio degli artiglieri permettesse loro di veder chiaro [...] es-
si dovrebbero confessare il fallimento virtuale della loro arma. Lo stes-
so si può dire, in una certa misura, delle tanks, dei carri d’assalto e per-
sino delle bombarde122.

Dalla guerra delle macchine è uscito vittorioso l’uomo:

Verso la fine della guerra, dopo quattro anni di sforzi, si vide una
volta ancora che, in via generale, nessun mezzo esisteva per scacciare
da una posizione un manipolo d’uomini risoluti a restarvi, né per te-
ner lontana da una posizione una schiera d’uomini decisa ad arrivarvi.
Migliaia di grosse granate e l’inferno stesso non bastarono per tratte-
nere l’impeto dei piccoli reparti d’assalto. Era la natura intima della
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 243

guerra, fatta anzitutto di valori morali, che prendeva la rivincita sulla


brutalità della meccanica123.

Insomma, la guerra delle macchine è giunta ad un punto mor-


to: in un nuovo conflitto, nessun paese avrebbe la possibilità di
sfornare la produzione bellica necessaria, scrive il Valori; «la guer-
ra tornerebbe così rapidamente alle forme primordiali, rimette-
rebbe in onore l’arma bianca»124. Ritorno alle pietre ed alle baio-
nette, quindi: «di modernissimo, accanto a questi mezzi di com-
battimento antichi quasi quanto l’uomo, vi sarebbe una semplice
e grande cosa: l’aviazione»125. Perché la guerra aerea non è con-
fronto di macchine, ma di forze morali e queste sole contano, per
la gioventù che ha preso in mano i destini d’Italia. «L’aviatore si
improvvisa attraverso una selezione di temperamenti che è la più
aristocratica e insieme la più democratica di tutte, perché espres-
sa soltanto dal misterioso capriccio della natura. Gli aviatori na-
scono come i poeti e i musicisti, in tutte le classi sociali»126. Aerei
e forze morali: «l’aviazione potrebbe e dovrebbe diventare l’arma
italiana per eccellenza»127, perché l’Italia è povera, ma tecnica-
mente progredita e l’italiano è artista e individualista. Slogan che
risuoneranno per vent’anni, fino ai campi di battaglia della se-
conda guerra mondiale.

Non intendiamo dare troppo importanza ad un articolo: que-


ste citazioni ci servono per indicare un’atmosfera, uno stato d’a-
nimo che facilitò la nascita di un’aeronautica indipendente e so-
prattutto la coesistenza di due politiche apparentemente diverse,
anche se in fondo riconducibili ad un’unica matrice. Le forze mo-
rali potevano essere ricercate nell’esercito con il ritorno ad un or-
dinamento vecchio di decenni, che consacrava ogni risorsa al
mantenimento di ingenti masse di soldati a lunga ferma, e nell’a-
viazione attraverso brillanti imprese tecniche e sportive: nell’uno
e nell’altro caso dando origine ad uno strumento esteriormente
mirabile, tale da incoraggiare una politica estera (e poi una guer-
ra) di troppo superiore alle reali possibilità. Un esercito conser-
vatore e antiquato e un’aviazione che esaltava il progresso tecni-
co potevano coesistere nell’Italia fascista per la mancanza di uno
studio globale della guerra futura e per il prevalere di esigenze
244 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

particolaristiche, di interessi di categoria, e della tradizionale aspi-


razione ad una politica di facciata.
L’argomento esula dai limiti del nostro studio e della nostra
documentazione. Ci interessava soprattutto ricordare che nel do-
poguerra ebbero un certo sviluppo teorie interessanti anche se
unilaterali sulla guerra futura e particolarmente sulla crescente
importanza di nuove armi, in contrapposto agli eserciti del 1914
e del 1918. Queste teorie facilitarono la formazione e l’amplia-
mento di un’aeronautica indipendente, ma non ebbero alcuna in-
fluenza sull’esercito, che continuò ad occuparsi di uomini e non
di mezzi bellici128.
Appendice

GLI STIPENDI DEGLI UFFICIALI


(1919-22)

Gli stipendi degli ufficiali, come furono fissati il 2-11-1919129, au-


mentavano con il grado e secondariamente con l’anzianità di servizio.
Estraiamo dalle tabelle alcuni casi:

stipendio annuo lordo stipendio mensile netto

sottotenente di prima nomina 4.000 284


capitano con 8 anni di servizio 6.400 453
colonnello con 20 anni di serv. 10.500 743
magg. gen. con 30 anni di serv. 14.600 950
generale d’esercito 22.300 1.580

Allo stipendio si aggiungeva il caroviveri, nella misura comune a


tutti i dipendenti statali di 65 lire per i celibi e 100 lire per chi aveva
carico di famiglia, aumentate nel giugno 1920 di altre 100 lire mensi-
li, più il 25% per ogni persona a carico. Al netto delle trattenute, un
ufficiale percepiva come caroviveri 150 lire mensili se celibe, circa 200
se ammogliato, 250 con tre persone a carico130. Si aggiungevano le al-
tre indennità, poi piccole concessioni di limitato effetto, quali l’auto-
rizzazione a prelevare dai magazzini militari generi alimentari, ogget-
ti di equipaggiamento e capi di vestiario al prezzo di costo131 e infine
un’indennità speciale, concessa agli ufficiali il 23-12-1920 come con-
tropartita degli eccezionali disagi della loro professione, pari a 100 li-
re mensili lorde, 83 nette, più il 50% per la prima e il 25% per ogni
altra persona a carico132. Perciò nel 1921 il trattamento base era il se-
guente:
246 Parte seconda. Tra nazione armata ed esercito di caserma. 1920-22

mensili nette

sottotenente di prima nomina 520


capitano con 8 anni di servizio 675
colonnello con 20 anni di servizio 975
magg. generale con 30 anni di servizio 1.180
generale d’esercito 1.810

cui si aggiungevano circa 90 lire nette per la moglie, 180 per la mo-
glie e due figli a carico133.

Il 4-4-1922 venne concessa agli ufficiali un’indennità militare (so-


stitutiva dell’indennità speciale 23-12-1920), sempre come contropar-
tita delle loro particolari condizioni di servizio, di 240 lire lorde men-
sili per un sottotenente, 320 per un capitano, 480 per un colonnello,
560 per un maggior generale e 600 per un generale d’esercito. Questa
indennità doveva essere provvisoria, dall’1-1-1922 al 30-6-1923, in at-
tesa di un riordinamento definitivo dell’esercito e degli stipendi134.
Con essa gli stipendi divennero:

mensili nette

sottotenente di prima nomina 640 (284 stipendio +


capitano con 8 anni di servizio 875 150 caroviveri +
colonnello con 20 anni di serv. 1.300 204 indennità)
magg. gen. con 30 anni di serv. 1.575
generale d’esercito 2.240

Infine il 27-10-1922 il governo Facta, con uno dei suoi ultimi atti, de-
cideva un sostanziale aumento degli stipendi, riducendo lievemente
l’indennità provvisoria 4-4-1922, ma rendendola permanente135. Im-
mutato il caroviveri. Ecco le nuove tabelle degli stipendi e indennità:

stipendio annuo lordo indennità mensile lorda

sottotenente di prima nomina 6.000 190


capitano con 8 anni di servizio 9.600 260
colonnello con 20 anni di serv. 14.800 400
magg. gen. con 30 anni di serv. 19.500 470
generale d’esercito 27.000 500
VI. Le lotte per il futuro dell’esercito. 1921-22 247

Pertanto gli stipendi divennero, con effetto dall’1-4-1922:

mensili nette

sottotenente di prima nomina 730 (420 stipendio +


capitano con 8 anni di servizio 1.040 150 caroviveri +
colonnello con 20 anni di serv. 1.525 160 indennità)
magg. gen. con 30 anni di serv. 1.930
generale d’esercito 2.575

Più circa 100 lire mensili nette per una e 200 per tre persone a carico.
Precisiamo infine che per il calcolo dell’anzianità di servizio con-
tavano anche gli anni di scuola militare e di servizio di complemento;
gli anni di guerra valevano doppio e promozioni per merito di guerra
e ferite davano un abbuono di 1 o 2 anni. Erano poi previste indennità
speciali per i carabinieri (da 1.200 lire annue per il sottotenente a 2.800
per il colonnello, nel 1919), il ruolo tecnico d’artiglieria (da 1.500 a
3.600), il servizio sanitario (1.500 da sottotenente a colonnello) e vete-
rinario (800).
Avvertiamo infine che il calcolo delle retribuzioni nette è lieve-
mente approssimativo, perché abbiamo sempre calcolato l’incidenza
delle trattenute al 15%, in mancanza di dati più precisi.
Parte terza

L’ESERCITO NEL REGIME FASCISTA


1922-25
VII

RAPPORTI TRA FASCISMO E ESERCITO

1. L’esercito dinanzi alla marcia su Roma1

Lo studio dei rapporti tra ufficiali e fascisti prima della marcia


su Roma non rientra nei limiti della nostra ricerca: solo indagini
monografiche su quanto avvenne in singole città o regioni po-
trebbero consentire conclusioni sufficientemente documentate.
Tuttavia alcuni punti sono già chiari: in primo luogo che i co-
mandi dell’esercito, pur senza compromettersi apertamente, in-
coraggiarono una certa collaborazione tra ufficiali e squadre d’a-
zione. Una circolare dello stato maggiore del 24 settembre 1920
invitava i comandanti di corpo d’armata a tenersi informati ed a
riferire regolarmente sulle attività dei fasci locali, su cui era
espresso un giudizio favorevole. In almeno un caso, nella divisio-
ne di Chieti, questa direttiva fu tramutata in un ordine ai coman-
di dipendenti di adoperarsi attivamente per la diffusione dei fasci.
Quando questo ordine fu conosciuto dalla stampa, lo stato mag-
giore emanò una nuova circolare, in data 23 ottobre 1920, firma-
ta da Badoglio e redatta personalmente dal ministro Bonomi, in
cui si raccomandava ai comandanti di corpo d’armata una mag-
giore prudenza e discrezione, senza contraddire il giudizio già
espresso sui fasci né biasimare l’operato del comandante la divi-
sione di Chieti2. Del resto la migliore conferma del valore del-
l’appoggio delle autorità militari per la diffusione dei fasci è for-
nita dal veto che l’estrema destra pose alla nomina di Amendola a
ministro della Guerra nel febbraio 1922: l’avversione al fascismo
del deputato liberale e la sua fama di energia facevano evidente-
mente temere un suo intervento presso le alte gerarchie, che po-
252 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

nesse termine alle complicità. Ed il primo atto dell’unico ministro


del dopoguerra chiaramente antifascista, Soleri, nell’agosto 1922,
fu di proclamare pubblicamente la neutralità dell’esercito nelle
lotte di fazione e di invitare privatamente i comandanti di corpo
d’armata a farla rispettare, ordinando particolarmente uno stret-
to controllo sui depositi militari di armi e munizioni, da cui erano
usciti gli armamenti dei fascisti3.
La cauta benevolenza delle alte gerarchie si tramutava, presso
la grande maggioranza degli ufficiali inferiori e superiori, in atti-
va simpatia ed in collaborazione. Per quanto ci risulta, in attesa di
indagini locali, è esatto il quadro d’insieme tratteggiato dal Gatti
nel 1924:

Gli ufficiali che hanno veramente efficacia sui soldati e sulla popo-
lazione, perché sono a contatto immediato degli uni e dell’altra; gli uf-
ficiali i cui gradi vanno da sottotenente a colonnello, giovani, energici,
alteri di sé, spesse volte gloriosamente feriti, pur servendo con fedeltà
si dettero quindi con l’anima a quell’uomo e a quella parte, che pro-
clamarono necessario abbattere tutto il vecchio e malefico edificio po-
litico, per crearne uno nuovo, vivace e benefico. L’avvento del fasci-
smo fu possibile, perché l’esercito fu spiritualmente col fascismo4.

Del resto non si capisce perché mai gli ufficiali non avrebbero
dovuto simpatizzare col fascismo, dopo che per anni la stampa, i
comandi, spesso anche il governo li avevano sottoposti ad una
propaganda oltranzista in politica estera ed interna, mentre l’an-
timilitarismo socialista e la debolezza dello stato democratico era-
no loro indicati come la causa di ogni male per il paese, l’esercito
e le loro carriere.
Abbiamo già rilevato l’acceso nazionalismo della stampa mili-
tare; seguiamo ora l’evoluzione dell’«Esercito italiano» nel 1922,
quando il bisettimanale, dopo la fusione con «La Preparazione»,
rimane l’unico portavoce politico di ambienti militari, diffuso pre-
valentemente presso gli ufficiali. È ormai «assolutamente impos-
sibile che l’attuale Camera possa consentire la costituzione di un
qualunque governo forte ed assicurargli possibilità di vita e di fe-
condo lavoro», scrive il periodico nel febbraio 19225. E l’antipar-
lamentarismo diventa una delle note dominanti:
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 253

Nella vita pubblica italiana non si trova più un galantuomo [...]. È


il parlamentarismo che ci calunnia, con le sue beghe, le sue acredini e
le sue lotte piccine e infeconde [...]. Di bega in bega e di disfattismo
in disfattismo, siamo a questo: che non è ancora venuta veramente la
pace e noi già abbiamo distrutto nel nostro paese ogni preparazione
spirituale e ogni possibilità materiale per le industrie della guerra6.

Finché nell’estate il periodico scopre il fascismo o meglio, si


rende conto delle possibilità che si aprono sul piano nazionale ad
un movimento che pareva periferico. E immediatamente ritrova
la sua fiducia nel paese: «A Montecitorio si è ancora nel periodo
della lotta sul Carso; la nazione invece vive oramai nell’atmosfera
irradiata dalle battaglie del Piave e di Vittorio Veneto»7. Giusta-
mente Mussolini, l’unico uomo politico che veda chiaro, asserisce
che è possibile ristabilire l’ordine, perché la nazione è più tran-
quilla e matura di un parlamento irresponsabile8; e lo dimostra
con la repressione dello sciopero generale dei primi di agosto, non
senza suscitare qualche amarezza:

Con l’ultima azione fascista, si è giunti, né più né meno, dove si sa-


rebbe dovuto e potuto arrivare per spontanea e diretta azione di go-
verno. Volendo o no, astraendo dalle finalità, l’azione fascista è azione
extra-legale, al di fuori da ogni legge: perciò di forma nettamente ri-
voluzionaria. Di ciò in Italia tutti siano persuasi, a incominciare dai fa-
scisti: ciò non ostante, nessuno se ne lagna troppo e la grande mag-
gioranza, anzi, è grata al fascismo che è riuscito a rompere quel circo-
lo vizioso nel quale si costringeva la nostra vita9.

Non rimane quindi che rendere legale il potere fascista: è na-


turale che il movimento, cui si devono la benefica reazione dopo
Caporetto, poi la vittoria ed oggi la fine dei disordini, ponga la sua
candidatura al governo d’Italia, al posto di forze politiche ormai
logore, di pochi politicanti superati che antepongono le loro for-
tune personali a quelle della patria. Secondo il periodico militare,
«nel fascismo si concentra – ancora scomposta – la forza più viva
e fattiva del nostro paese, la quale vuole sciogliere l’Italia dalle pa-
stoie del passato per condurla libera e fiera verso un migliore av-
venire»10. E nel 1924 ripeterà che, in una situazione in cui tutti
erano convinti che solo una dittatura sorretta dalla forza armata
254 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

potesse salvare il paese, la genialità italiana seppe trovare la solu-


zione (lo squadrismo) che permetteva all’esercito di non interve-
nire direttamente nelle lotte civili, come altrimenti avrebbe dovu-
to fare11.
L’importanza dell’appoggio dell’esercito per il fascismo è te-
stimoniata anche dal crescendo di dichiarazioni di amore e lealtà
verso le istituzioni militari, che i fascisti ed in particolare Musso-
lini ripetono dall’agosto all’ottobre 1922. Si veda la violenta rea-
zione ad una lettera pubblicata da «Il Giornale d’Italia», in cui al-
cuni ufficiali avanzano dubbi sul lealismo monarchico del fasci-
smo: Mussolini tuona che la semplice supposizione è già offesa
gravissima, il fascismo ha chiarito la propria posizione sulla que-
stione istituzionale e solo un mutamento di atteggiamento della
monarchia potrebbe riaprire il problema12. I rapporti tra ufficiali
e fascisti sono affrontati più ampiamente su «Cremona nuova» dal
ten. col. Carlo Romano (che ritroveremo come esperto militare
dell’«Idea nazionale»), sotto un titolo a tutta pagina, Esercito e fa-
scismo: una sola forza in difesa del paese, che anticipa il motivo cen-
trale dell’articolo.

I conflitti cruenti della cronaca italiana non possono essere riguar-


dati come semplici contrasti fra partiti politici pel predominio di un’i-
dea [...], ma vanno considerati nel loro vero aspetto di lotta di tutte le
forze devote alle istituzioni ed alla patria – facciano esse parte di re-
golari milizie armate dello stato o sieno raccolte nelle legioni di volon-
tari sotto denominazioni diverse, ma con unico fine – contro tutte le
forze dichiaratesi contro la nazione, contro la legge, contro l’Italia13.

L’alto senso del dovere dell’esercito lo porta talora ad azioni


che gli ripugnano, come la difesa delle forze antinazionali voluta
dalla politica di equilibrio del governo. Ciò non significa che l’e-
sercito si opporrebbe al fascismo!

Certo è, però, che finché il fascismo perseguirà, come oggi perse-


gue, l’ideale nazionale e si oppone a qualunque tentativo di sopraffa-
zione di partiti che operano in odio all’Italia, esercito e fascismo non
potranno essere termini antitetici e la loro azione non potrà essere che
parallela, se pure non convergente [...]. Di qui una naturale coopera-
zione, non sancita da alcun patto, ma suggellata da una tacita, frater-
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 255

na solidarietà, non vincolata da accordi, ma che fiorisce spontanea-


mente come la celebrazione di un rito14.

L’identità di sentimenti tra fascisti ed ufficiali è un tema ripre-


so da Michele Bianchi e sviluppato con l’altro tema base della
campagna di stampa: le benemerenze fasciste verso l’esercito e,
implicitamente, le conseguenze che una sconfitta del fascismo
avrebbe anche per gli ufficiali:

Non è ignoto ad alcuno [...] che, come i fascisti non tirano sul gri-
gioverde, così i soldati non tirano sulle camicie nere. Gli ufficiali non
dimentichino che se non sono più vilipesi, i soldati non ignorino che
se non sono più irrisi, questo debbono a noi fascisti, e a noi fascisti i
carabinieri e le guardie regie debbono se non sono maltrattati e se pos-
sono liberamente viaggiare in ferrovia. D’altronde l’elemento militare
non può dimenticare le nostre dichiarazioni molto precise e ripetute
che noi non vogliamo porre assolutamente in gioco la monarchia15.

Le dichiarazioni di amore per l’esercito toccano naturalmente


il culmine alla vigilia della marcia su Roma. Citiamo ancora dal-
l’ordine di servizio del cap. Padovani, in occasione del concen-
tramento fascista in Napoli:

Saluto le magnifiche camicie nere della milizia fascista, già provate


in mille cimenti, e in nome di questa saluto il glorioso esercito grigio-
verde, del quale molti di essi si onorarono di far parte durante la guer-
ra vittoriosa. Auspico, con piena sicurezza, invitandovi ad inchinare i
gagliardetti dinanzi alle gloriose bandiere dei reggimenti benemeriti,
che l’esercito d’Italia e la milizia fascista come oggi spiritualmente do-
mani sapranno ritrovarsi sulla stessa strada per i migliori destini della
patria16.

Queste reciproche manifestazioni di simpatia significavano


che le truppe non avrebbero obbedito all’ordine di opporsi al fa-
scismo con la forza? Per risolvere questo dubbio, Facta convocò
ai primi di ottobre Diaz, il più prestigioso esponente delle gerar-
chie militari, e Badoglio, l’organizzatore della vittoria e della smo-
bilitazione. Così riferiva il colloquio al re, con telegramma del 7
ottobre: «Conferito con LL.EE. Diaz e Badoglio che assicurano
che esercito, malgrado innegabili simpatie verso i fascisti, farà suo
256 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

dovere qualora dovesse difendere Roma»17. Per quanto sappia-


mo, questo giudizio è esatto: l’esercito avrebbe obbedito se il re
(non Facta o altro uomo politico) lo avesse ordinato chiaramente.
Molti giovani ufficiali avrebbero avuto dubbi fortissimi, ci sareb-
bero stati casi di disobbedienza aperta o larvata; ma in complesso
il lealismo monarchico degli ufficiali, specialmente di quelli più
anziani (colonnelli e generali), non può essere messo in dubbio. I
generali che avevano accettato posti di comando nella milizia fa-
scista, da De Bono a Gandolfo a Ceccherini a Fara, non erano più
in servizio attivo; ed è per lo meno dubbio che anche quei capi
dell’esercito che si erano compromessi con l’estrema destra fino a
complottare contro il governo (come Giardino, Aosta e Grazioli)
sarebbero andati contro un ordine esplicito del re, non fosse che
per timore di non essere seguiti da colleghi e subordinati. Uno tra
i comandanti di corpo d’armata più noti e politicamente più qua-
lificati, il gen. Di Giorgio, deputato nazionalista nel 1913 e nel
1919 e poi ministro con Mussolini al tempo del delitto Matteotti,
pur dando un giudizio altamente positivo dell’avvento al potere
del fascismo, considerava un insulto per l’esercito la semplice sup-
posizione che le truppe avrebbero potuto non obbedire ad un or-
dine sgradito: «l’esercito se fosse stato impiegato avrebbe fatto il
suo dovere, come ad Aspromonte, come a Fiume»18. E un freddo
calcolatore come Badoglio si sentiva così sicuro del successo di
un’azione contro il fascismo da offrire a Facta, nel citato collo-
quio, di assumerne la responsabilità: 10-12 arresti avrebbero
stroncato sul nascere qualsiasi tentativo di colpo di stato; non una
guerra civile, ma un’operazione di polizia19.
Il fatto che l’esercito avrebbe obbedito agli ordini del re non
significa però che appoggiasse in alcun modo il governo nella cri-
si: le prese di posizione degli ambienti militari nelle settimane che
precedono la marcia su Roma insistono sulla neutralità che l’eser-
cito desiderava mantenere, venendo così a favorire l’estrema de-
stra pur senza giungere ad un rifiuto d’obbedienza. Con una mos-
sa che ci sembra assai abile, Mussolini dà il massimo risalto alle
voci che gli pervenivano sulle dichiarazioni di Badoglio, proba-
bilmente ripetute in ambienti politici della capitale e riassunte nel-
la nota frase: «al primo fuoco il fascismo crollerà». E tuona con-
tro Badoglio che, con la complicità del ministero, si è assunto il
compito di affogare nel sangue il fascismo, circondandosi di uffi-
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 257

ciali di provata fede monarchica e diffondendo la calunnia che il


fascismo intenda abbattere la dinastia20. Con questo attacco Mus-
solini rovescia sull’esercito l’odiosità della premeditazione in ca-
so di scontro a fuoco: ottiene quindi imbarazzate smentite da tut-
te le parti, che provano la debolezza dei sostenitori della maniera
forte21. E conclude:

Noi crediamo che i torbidi propositi del gen. Badoglio non avran-
no mai una realizzazione. L’esercito nazionale non verrà contro l’eser-
cito delle camicie nere, per la semplicissima ragione che i fascisti non
andranno mai contro l’esercito nazionale, per il quale nutrono il più
alto rispetto e ammirazione infinita22.

Dopo di che «L’Esercito italiano» plaude alle parole di Mus-


solini venendo implicitamente a respingere sia le proposte di Ba-
doglio, sia l’asserzione di Farinacci che le truppe non avrebbero
comunque sparato contro le bande fasciste. Entrambe le prese di
posizione paiono intempestive: l’esercito non può venir meno ai
suoi legami disciplinari, non bisogna neppure discutere questa
possibilità; ma ciò non implica che sia disponibile per qualsiasi
politica:

Discutere se, in una data ipotesi e sia pur deprecata e non voluta
da alcuno; se in una situazione nella quale si è del tutto fuori dal cam-
po e dalle vie della legalità costituzionale, l’esercito possa dovere ob-
bedienza oppure no a quella che dovrebbe essere l’autorità legale, è
cosa esiziale per l’esercito stesso e sommamente pericolosa per l’avve-
nire della patria. Noi pensiamo che sia dovere di patriottismo da par-
te di tutti risolvere prontamente una tal situazione senza esagerazioni
da un lato, senza idee preconcette o arretrate dall’altro – lasciandone
estranea l’unica forza che ancora rimane in buon equilibrio morale in
mezzo ad una situazione capovolta: la nostra forza militare23.

È l’atteggiamento che trionfa la notte tra il 27 e il 28 ottobre,


quando, chiamati a consulto dal re sulla convenienza di affidare
all’esercito la difesa del governo liberale decretando lo stato d’as-
sedio, Diaz e Pecori Giraldi danno la nota risposta: «l’esercito farà
il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova»24, non
per timore di ammutinamento o disobbedienze, ripetiamo, ma
258 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

per una precisa scelta politica tra Facta e Mussolini, tra stato li-
berale e stato forte. Significativa la reazione dell’«Esercito italia-
no» al colpo di stato: sotto il titolo La nostra rivoluzione, il gior-
nale riafferma la continuità di una tradizione politica (il fascismo
ha avuto successo «precisamente perché nulla di veramente nuo-
vo ha avuto da rivelare agli italiani») e la sua approvazione dei me-
todi d’azione che costituiscono la forza delle squadracce nere25.
Quando poi Mussolini illustra il suo metodo di governo nel co-
siddetto «discorso del bivacco», «L’Esercito italiano» plaude an-
cora: «ognuno di questi italiani della grande maggioranza ha letto
nel discorso presidenziale la esatta traduzione del proprio senti-
mento e del proprio pensiero nei riguardi della Camera dei depu-
tati e della nostra vita parlamentare». Un governo dittatoriale non
spaventa, anzi appare necessario per curare i mali del disordine
democratico26.
Questa la parte dell’esercito negli avvenimenti che culminaro-
no con la marcia su Roma: un’obbedienza formale ai poteri costi-
tuiti, ma un appoggio sostanziale al fascismo, espresso nella pre-
tesa di mantenersi neutrale nella crisi. Poiché tuttavia l’esercito
non aveva perso la sua compattezza, un governo capace di impor-
si avrebbe potuto utilizzarlo per la repressione del colpo di stato
– ma il regime liberale cadeva in primo luogo per la mancanza di
convinzione dei suoi esponenti.
La crisi si chiuse quindi nel modo migliore per l’esercito come
per il fascismo, la cui collaborazione venne suggellata dalla nomi-
na di Diaz a ministro della Guerra (e Thaon di Revel alla Marina).
Questo gesto aveva più significati: per la monarchia, la garanzia
che le forze armate non sarebbero venute meno al loro tradizio-
nale ruolo di sostegno del trono e dell’ordine costituito, ponendo
un limite al potere dei vincitori; per l’esercito, la liberazione dai
ministri borghesi e dalle velleità di riforme democratiche, nonché
una riaffermazione del prestigio delle alte gerarchie; per il nuovo
regime, il pieno avallo dei capi militari e un consolidamento di-
nanzi all’opinione pubblica27. Presentandosi alla Camera per il di-
scorso del bivacco, Mussolini cedeva il posto centrale del banco
del governo a Diaz, avendo alla sua sinistra Thaon di Revel. La di-
mostrazione che accolse il governo nacque dal grido Viva il duca
della vittoria!, lanciato dalla tribuna degli ufficiali e ripreso dal-
l’assemblea, che accomunava nell’ovazione Diaz e Mussolini, ap-
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 259

plauditi anche dagli altri membri del governo; ed era Diaz a ri-
spondere, inchinandosi visibilmente commosso28. Piccoli dettagli
di cronaca, che attestano l’importanza che l’adesione dei militari
ebbe per il governo fascista.

2. L’accordo tra fascismo e esercito

Dalla marcia su Roma alla seconda guerra mondiale regnò tra


esercito e fascismo un accordo i cui punti fondamentali, malgra-
do più di una crisi, rimasero sempre immutati. Il regime assicura-
va ai militari il pieno controllo dell’esercito, senza ingerenze né
critiche, ed un clima di esaltazione patriottica, in cui era facile ma-
gnificare il glorioso passato e la presente potenza delle armi ita-
liane, oltre i limiti del reale. In cambio, l’esercito assicurava al fa-
scismo il suo appoggio nelle contese civili e ne avallava la politica
di prestigio, permettendo al regime di indossare una maschera
bellica e di tentare un ruolo internazionale assai superiore alle
possibilità del paese. L’accordo funzionò perfettamente per la po-
litica interna, ma il conflitto mondiale mise a nudo le illusioni ed
i bluff su cui si basava la potenza militare e la politica di grandez-
za dell’Italia fascista: esercito e regime si erano arrampicati nel
vuoto, fidando ognuno nella contro-assicurazione dell’altro, cioè
nella propaganda anziché nella sostanza29.
Torniamo ora al periodo 1922-24, in cui l’accordo fu collau-
dato, e studiamone l’applicazione. La sua prima realizzazione fu
la sollecita definizione di un nuovo ordinamento dell’esercito, co-
nosciuto come ordinamento Diaz e varato nel gennaio 1923. Lo
esamineremo in dettaglio nel prossimo capitolo: per il momento
ci basta anticipare che rappresenta il trionfo delle posizioni delle
gerarchie militari ed in genere degli ambienti conservatori. Era
uno dei punti dell’accordo: piena libertà ai militari nell’organiz-
zazione della forza armata, senza alcun riguardo per le preceden-
ti discussioni tecniche e politiche. Fu così completamente sacrifi-
cato il cosiddetto programma militare del Partito fascista, quale
era stato elaborato da De Vecchi e propagandato da «Il Popolo
d’Italia» nel luglio 1922. Con tutto ciò non si può accusare la po-
litica militare del fascismo di incoerenza, perché (è questa una del-
260 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

le conclusioni delle nostre ricerche) una politica militare del fa-


scismo non esisté mai (per lo meno fino al 1925-26: ma non ci sem-
bra che più tardi le cose siano mutate), se per politica militare si
intende, come ci sembra, l’indicazione di una serie di principi po-
litici fondamentali (il controllo della forza armata, gli obblighi di
servizio dei cittadini, le implicazioni politiche degli ordinamenti e
così via) e di una serie di priorità in funzione della politica estera
(priorità tra le diverse forze armate, tra i tipi di guerra possibili,
tra le spese statali e via dicendo). Invece la politica militare del fa-
scismo si può ridurre, in ultima analisi, alla ricerca di un appog-
gio indiretto, ma determinante, dell’esercito nelle lotte civili. So-
lo in questo senso si può riscontrare una continuità di indirizzo
nel fascismo, dalle origini al consolidamento del regime.
Qui si situa, a nostro avviso, la differenza tra fascisti e nazio-
nalisti nel 1922 dinanzi ai problemi militari. Entrambi i movi-
menti credono alla necessità di imporre un indirizzo politico con
la forza, cioè in definitiva con le armi. Il fascismo però dispone sin
dall’inizio di una sua forza armata, dai gruppi di arditi del 1919
alle squadre del 1921-22 e alla milizia nazionale, quindi non ha bi-
sogno dell’intervento diretto delle truppe, bensì solo della loro
neutralità benevola; manifesta perciò disinteresse per l’ordina-
mento dell’esercito (da cui dipende la possibilità del suo impiego
come forza di polizia), mirando solo a mantenere buoni rapporti
con gli ufficiali e cedendo alle suggestioni ex-combattentistiche,
culminate nel programma De Vecchi, per poi accordare facil-
mente libertà d’azione alle gerarchie militari, quando è salito al
potere. Per i nazionalisti invece, eredi di Crispi e di Pelloux, l’e-
sercito è pur sempre lo strumento fondamentale della politica in-
terna30: non disponendo di un seguito di massa, che permetta lo-
ro di fronteggiare i movimenti popolari, né di una forza armata di
parte, non hanno altra possibilità che impiegare le truppe in rin-
calzo alla polizia per il mantenimento dell’ordine costituito. Si ca-
pisce quindi il valore politico della battaglia nazionalista per l’or-
dinamento dell’esercito nel 1920-22: nel dopoguerra l’impiego
delle truppe nella politica interna non aveva più l’efficacia di un
tempo, per l’ampiezza assunta dai movimenti popolari e per i le-
gami che la guerra aveva stretto tra esercito e paese. I nazionalisti
si sentivano traditi, si vedevano sfuggire tra le mani i frutti della
vittoria:
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 261

L’esercito avrebbe potuto e dovuto essere il naturale conservatore


di quello spirito [patriottico] e di quella coscienza [nazionale]. Non
potendo conservare gli uomini, che per quattro anni ne avevano fatto
lo strumento potente della volontà nazionale, avrebbe potuto e dovu-
to almeno conservare quegli altissimi fattori morali che s’erano creati
nel suo seno [...]. L’esercito non ha saputo o potuto assolvere questo
compito31.

Solo nel ritorno ad un ordinamento simile a quello prebellico


i nazionalisti vedevano la possibilità di contare nuovamente sul-
l’esercito32; e intanto chiedevano che i corpi di polizia fossero im-
piegati con decisione estrema, in modo da ristabilire nel sangue
l’ordine pubblico e l’autorità dello stato, con strumenti tradizio-
nali e controllati dal governo. All’indomani della marcia su Roma
pertanto «L’Idea nazionale» propose l’immediato scioglimento
delle milizie di parte ed il ritorno dell’esercito, nel rinnovato cli-
ma nazionale, alla sua vera funzione di unico baluardo dell’ordi-
ne costituito, centro delle energie della nazione. Ecco il commen-
to alla sfilata nella capitale delle vittoriose squadre fasciste:

Ieri per le vie di Roma è stato veduto l’esercito risorto. Non la mi-
lizia contro l’esercito, non una forza adunata e inquadrata contro l’i-
stituto nazionale per eccellenza, quale deve essere e sarà l’esercito; ma
la forza e la milizia dei cittadini che una mostruosa, orrenda politica
era riuscita a straniare dall’istituto, proprio dopo la massima congiun-
zione, la più perfetta fusione [...]. Erano tutti, tutti quelli che l’eserci-
to dopo la vittoria avrebbe potuto inquadrare, ammaestrare, vincola-
re in perpetui legami [...] se l’esercito fosse stato tenuto saldo [...], se
l’esercito fosse stato ancora e sempre il presidio della nazione e dello
stato sulle divergenze dei partiti33.

Per spontanea reazione contro lo sfacelo del dopoguerra, so-


no sorte le bande armate di parte, che si sono sostituite all’eserci-
to nelle sue funzioni morali e pratiche. Si è avuta la deprecabile
separazione di due forze, che ora bisogna ricomporre:

Oggi che le forze nazionali sono al potere, oggi che la vita nazio-
nale si ricompone, l’esercito deve essere ricostituito nei suoi ordina-
menti, entro i quali soltanto la milizia è forza e disciplina [...]. Cessa-
to, con l’assunzione delle forze nazionali al potere, il duro, aspro, ama-
262 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

ro compito di sostituirsi allo stato nell’ordine interno [...], tutte le virtù


spontanee e deliberate delle milizie debbono ritornare ad essere le for-
ze dell’esercito. Perché solo l’esercito come istituto può rispondere ai
fini di suprema scuola nazionale e di presidio di fronte allo straniero34.

In pratica i nazionalisti chiedevano lo scioglimento delle squa-


dre fasciste! Il potenziale contrasto tra i due partiti fu però age-
volmente superato, prima ancora di acquistare consistenza, con la
definizione dell’ordinamento Diaz, che andava incontro alle istan-
ze degli ambienti più conservatori, e soprattutto con l’ingresso dei
nazionalisti nelle prime file del PNF, che li mise in condizione di
godere direttamente dei vantaggi della disponibilità di un’effi-
ciente milizia di parte. La scomparsa della tesi cara ai nazionalisti,
che l’esercito dovesse costituire l’unica forza armata dello stato,
ne rivela il carattere strumentale. Anche se «L’Idea nazionale»
continua a dimostrare un maggiore interesse per la vita dell’eser-
cito che non i quotidiani fascisti, si ha un completo allineamento
dei nazionalisti sulle posizioni fasciste, che affidano la difesa atti-
va del regime alla milizia, con il concorso passivo dell’esercito, la-
sciato libero di ordinarsi come meglio credono le sue gerarchie.
Di riflesso la discussione dei problemi militari scompare dalle co-
lonne della stampa governativa, paga di un’esaltazione d’ufficio
dell’ordinamento Diaz.

L’importanza dell’appoggio dell’esercito per il consolidamen-


to del regime è intuitiva: dopo la creazione della milizia naziona-
le e la crisi dei partiti, l’esercito rappresentava l’unica forza orga-
nizzata che potesse, all’occorrenza, abbattere il fascismo o rego-
larne la successione senza il timore di soluzioni rivoluzionarie. E
infatti le opposizioni costituzionali puntarono, particolarmente
dopo il delitto Matteotti, sulla formazione di un governo militare
che assicurasse la transizione dal fascismo al liberalismo. Sin dal
1923 una parte della grande stampa (citiamo «Il Mondo», poi il
«Corriere della sera» e più tardi «Il Giornale d’Italia») si appella
all’esercito contro il fascismo, di cui denuncia le violazioni dello
statuto e le offese alle prerogative della monarchia. D’altra parte
la posizione del governo fascista era assai più facile: fino a quan-
do Mussolini godeva della fiducia del re, aveva buon gioco ad esi-
gere dall’esercito una solidarietà che era ad un tempo pienamen-
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 263

te legale e passiva. Disponendo della milizia, il fascismo non ha bi-


sogno di un intervento diretto delle truppe nelle contese civili e
può quindi sfruttare a proprio vantaggio il tradizionale tema del-
l’apoliticità della forza armata. Oltre a questo tema, la stampa fa-
scista riprende quello delle benemerenze del movimento verso l’e-
sercito, con una campagna assai insistente rivolta agli ufficiali: era
infatti necessario lenire alcune difficoltà, come il sospetto con cui
i militari accoglievano la creazione della milizia, e la perdurante
crisi economica che travagliava le truppe, su cui facevano leva le
opposizioni.
Questa propaganda è svolta particolarmente da Mussolini, che
si era evidentemente assunto il compito di garantire alle forze ar-
mate l’interessamento del regime. «Ho sempre in cima ai miei
pensieri l’esercito, che è da me considerato come espressione vi-
vissima, palpitante, immortale del popolo italiano. La nazione
può contare sull’esercito. Ma io dichiaro qui solennemente che
l’esercito può contare sul governo e sulla nazione»35. Per dimo-
strarlo, Mussolini riceve spesso e con adeguata pubblicità i co-
mandanti dell’esercito e della marina, cui ripete i noti argomenti.
Ai membri della commissione centrale d’avanzamento dell’eser-
cito, nel novembre 1923:

Voi sapete che questo governo ha in cima ai suoi pensieri le sorti


dell’esercito nazionale. Le sorti morali e le sorti materiali, perché a mio
avviso non bisogna mai disgiungere le due cose, perché lo spirito ha i
suoi diritti imprescrittibili, ma anche la materia ha le sue esigenze ne-
cessarie. Non vi è dubbio che giammai come in questi ultimi tempi l’I-
talia ebbe uno spirito militare così elevato. Ho l’impressione, e credo
che questa mia impressione possa essere confirmata dalla vostra testi-
monianza, che il morale dei quadri e quello della truppa sia in questo
momento superbo. Dal punto di vista morale siamo quindi a posto [...].
A quello che riguarda la materia, cioè la preparazione dei mezzi, pen-
sa incessantemente il ministro della Guerra, pensa continuamente il
governo fascista36.

Dopo questo insieme di luoghi comuni e facili slogan, senza al-


cuna relazione con le condizioni dell’esercito, in quel periodo
tutt’altro che liete, ecco un altro tema caro ai militari: i risultati
264 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

concreti della rivoluzione fascista sul piano del prestigio interna-


zionale:

Le altre nazioni, del resto, si accorgono di questa atmosfera nuova


in cui viviamo da un anno a questa parte. Perché soltanto in questo an-
no i generali francesi ed inglesi che furono con noi a Vittorio Veneto,
perché soltanto oggi hanno mandato dispacci di congratulazione? Eb-
bene, questo ci dimostra che la vittoria non è un fatto militare, o me-
glio non è soltanto un fatto militare, non è un episodio definito in de-
terminate situazioni di spazio e di tempo. Il senso della vittoria è una
cosa che diviene, la vittoria acquista forme sempre più grandiose a ma-
no a mano che lo spirito si eleva37.

Ritorna poi sempre con spunti di facile commozione il tema


del debito di riconoscenza che l’esercito ha contratto col fascismo,
autore del rinnovamento del clima morale d’Italia:

Oggi l’esercito di Vittorio Veneto occupa un posto d’onore nello


spirito di tutti gli italiani devoti alla patria. Se oggi gli ufficiali posso-
no portare sul petto i segni della gloria da loro conquistata in guerra,
se possono circolare a fronte alta, se i mutilati non sono più costretti a
piangere sui loro moncherini, lo si deve in gran parte alle migliaia di
morti dell’esercito delle camicie nere sacrificati in tempi difficili e
quando la viltà sembrava diventata un’insegna. Oggi la nazione può
contare sull’esercito e questo lo si sa all’interno e lo si sa benissimo ol-
tre i confini38.

Il debito di riconoscenza è poi accresciuto dalla mirabile azio-


ne con cui il governo nazionale ha tratto l’esercito dalla crisi in cui
si dibatteva sotto i ministri democratici, affidandolo al suo più ce-
lebre capo; «è venuta così a cessare la stasi dannosa e pericolosa
in cui ogni attività dell’organismo militare era caduta, e si è dile-
guata la grande incertezza che regnava nel complesso dell’eserci-
to, negli ufficiali e nella truppa»39.
Questi temi si intrecciano variamente nella stampa fascista: ne
discende ovviamente la convenienza ed il dovere morale degli uf-
ficiali a sostenere il regime. Una sola volta però, in questo primo
periodo, la stampa giunge ad affermare esplicitamente che l’eser-
cito deve dare al fascismo un appoggio politicamente attivo e mo-
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 265

tivato: all’indomani del delitto Matteotti è «Il Popolo d’Italia» a


prendere posizione contro l’agnosticismo politico degli ufficiali.

Diciamo subito che per l’esercito la politica è dannosa se intervie-


ne a turbare l’atto operativo militare, ma non è e non può essere in ogni
caso superflua rispetto all’idea e al sentimento che quell’atto devono
determinare. Ecco quindi perché noi diciamo che, da questo punto di
vista, agnosticismo politico nell’esercito non c’è, non ci può e non ci
deve essere, come del resto non c’è mai stato, giacché da che mondo è
mondo, tra ufficiali di politica si è sempre discusso [...]. No, non è bel-
lo, non è dignitoso per l’esercito stesso questo tanto invocato agnosti-
cismo politico che presuppone l’uomo acefalo o testardo, ignaro degli
scopi immediati della propria attività militare40.

Con gli eserciti di massa, «la politica, come esponente di idea-


lità e non come fazione, è entrata nell’esercito per non più uscir-
ne, col proposito di contribuire all’annullamento delle fazioni e di
stabilire definitivamente l’unità politica e militare della nazione».
L’esercito deve adoperarsi per l’affermazione di questa unità po-
litica che, nel luglio 1924, significa quella pacificazione che il fa-
scismo chiede e le opposizioni non concedono. L’identificazione
tra fascismo e nazione è quindi completa («oggi v’ha in Italia una
nuova corrente politica che non può essere considerata faziosa,
ma che può sembrare tale in quanto vi sono ancora delle fazioni
schierate contro l’unità nazionale») e suffragata dalla menzione
dell’atteggiamento del re; e la conclusione è esplicita: solo questa
corrente rappresenta l’Italia, le altre fazioni devono scomparire
per il bene della nazione e con l’aiuto dell’esercito41.
L’articolo citato costituisce però un’eccezione, perché in gene-
re queste conclusioni pur chiaramente delineate sono lasciate im-
plicite. Il regime non punta su un’aperta politicizzazione dell’e-
sercito, che avrebbe infranto la sua tradizione di agnosticismo e
indipendenza e suscitato il sospetto del re, senza un vero corri-
spettivo, poiché ai militari si chiedeva solo un appoggio passivo.
La stampa fascista preferisce sviluppare il richiamo alla tradizio-
ne di stretta subordinazione al potere costituito: una campagna
che solo a prima vista sembra contrastare con la propaganda po-
liticizzante, perché l’obbedienza apolitica significa pur sempre
obbedienza al governo Mussolini, con identico risultato pratico.
266 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

Questa duplice linea è evidente sin dalle prime mosse del nuo-
vo governo: il 31 ottobre 1922 una larga rappresentanza di uffi-
ciali in divisa aveva preso parte alla sfilata delle bande fasciste in
Roma, su invito di Diaz, per sottolineare l’unità di sentimenti che
legava esercito e camicie nere42. Ma il 1° novembre, all’annuncio
di una manifestazione di simpatia organizzata in suo onore dagli
ufficiali del presidio di Roma, Mussolini reagiva con la nota lette-
ra al gen. Pugliese, comandante la divisione territoriale:

Leggo nei giornali che gli ufficiali in servizio attivo del presidio di
Roma hanno organizzato per le ore 18 una manifestazione in mio ono-
re all’Hotel Savoia. Le dichiaro che non resto insensibile davanti a que-
sto proposito, soprattutto in considerazione del fatto che esso proma-
na dagli artefici della vittoria. Ma io la prego, signor generale, di far sa-
pere ai suoi valorosi ufficiali questo mio desiderio: nessuna manifesta-
zione né per me, né per gli altri. Ella ed i suoi ufficiali comprenderan-
no le ovvie e pur alte ragioni di questo mio atteggiamento. L’esercito
nazionale non può, non deve né applaudire né disapprovare. Esso de-
ve soltanto, e sempre, fedelmente obbedire. In ciò sta la sua forza, la
sua grandezza, la sua gloria43.

L’episodio, che forse era solo una montatura44, divenne uno


degli argomenti preferiti di Mussolini nei discorsi alle truppe, per
ricordare agli ufficiali il loro dovere di obbedienza. Un anno do-
po la marcia su Roma:

L’esercito non deve fare polemiche e di ciò ho dato io stesso un


esempio tipico: il giorno in cui ho preso il potere, ho saputo che gli uf-
ficiali della guarnigione di Roma preparavano una manifestazione in
mio onore sotto le finestre del mio albergo. Ho fatto prevenire gli uf-
ficiali che interdicevo una simile dimostrazione. Mi hanno compreso.
L’esercito non deve né approvare né disapprovare. Non ha che un do-
vere: obbedire45.

La vera natura di questo richiamo all’obbedienza apparirà


quando Mussolini avrà consolidato il suo potere: le due linee ri-
cordate si fonderanno ed agli ufficiali sarà chiesto esplicitamente
di appoggiare il regime fascista, come loro interesse e dovere. Nel
1925 Mussolini dichiarava:
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 267

Sono perfettamente d’accordo sulla disciplina necessaria dell’eser-


cito, ricordo anzi al Senato che io ho dato un esempio clamoroso:
quando gli ufficiali della guarnigione di Roma volevano venire sotto
l’Hotel Savoia, detti ordine tassativo che nessuno si muovesse dalla ca-
serma. Ma se questa disciplina, che è gloria dell’esercito, dovesse es-
sere interpretata in modo estensivo, come una specie di equazione tra
fascismo e antifascismo, si sappia che io respingo questa interpreta-
zione in modo solenne46.

Per cercare di stabilire come l’esercito reagisse a questa cam-


pagna ed in genere all’accordo col regime, abbiamo pochi punti
di riferimento: essenzialmente l’atteggiamento dei più alti coman-
danti, gli unici che prendessero posizioni politiche pubbliche, ed
il solo periodico espresso dagli ambienti militari, il bisettimanale
«L’Esercito italiano» (che dal gennaio 1923 cambia la sua testata
in «Esercito e marina»). Per le alte gerarchie, il discorso è breve:
il loro appoggio al regime fu totale. Lasciando da parte Diaz, mi-
nistro di Mussolini, o Giardino, apertamente filofascista da anni,
notiamo l’allineamento di Badoglio, che ora ripete i più logori luo-
ghi comuni della propaganda governativa. Ad un anno dalla mar-
cia su Roma il generale riconosce i meriti del fascismo verso l’e-
sercito: repressione dell’antimilitarismo, clima patriottico nel pae-
se, sentimenti nazionali delle reclute, nuova coscienza del proprio
valore per l’esercito stesso. «Dalle Alpi alla Sicilia tutti sono fieri
di essere italiani e tutti sono pronti a sostenere il governo»; do-
vunque si alza il «grido unanime di un popolo verso il suo capo
che con mente illuminata, e con mano energica lo guida» e via di-
cendo47. Solo nell’autunno 1924 la solidarietà dei capi militari su-
birà alcune incrinature: ce ne occuperemo più avanti, ma sarà co-
munque una crisi di breve durata.
Più complesso l’atteggiamento di «Esercito e marina». L’ap-
poggio politico al governo è costante e senza dubbi: all’indomani
della marcia su Roma la Rassegna politica, che compare con fre-
quenza all’incirca settimanale, viene affidata al gen. E. Sailer, già
nazionalista ed ora fervente fascista, che la sviluppa in modo mol-
to elementare e violento, non lesinando le ingiurie alle opposizio-
ni e le lodi al fascismo. Ecco un brevissimo squarcio dell’oratoria
del generale, da un suo programma più intimamente fascista di
mille dichiarazioni di lealtà:
268 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

Il primo prodotto agricolo-industriale della nazione deve essere: il


bambino. L’essere più sacro: la madre. L’ente più santo: la famiglia. Il
più splendido tempio: la casa. La norma fondamentale d’ogni azione
statale: mens sana in corpore sano, come Giovenale predica da secoli.
E alla malora le scuole quali ora sono!48

Al massimo il periodico giunge a distinguere tra Mussolini,


rappresentante della parte migliore del fascismo, amante dell’or-
dine e della tradizione, ed il rassismo, visto come rigurgito di for-
ze scomposte: questa è la reazione dinanzi ad ogni momento di
tensione e particolarmente dopo il delitto Matteotti49. Il tono del
giornale si inasprisce invece quando risponde agli attacchi che De
Vecchi muove a più riprese al corpo degli ufficiali, prima ripren-
dendo le vecchie accuse ad Albricci, responsabile dell’amnistia ai
disertori, poi infamando gli ufficiali del 191550. Tuttavia «Eserci-
to e marina» si sforza di circoscrivere l’episodio ad una gaffe di De
Vecchi, che possiede «particolari abilità nello sciupare tutte le
cause che gli stanno a cuore e nel rendere una quantità di cattivi
servizi persino al fascismo, che gli sta a cuore più di tutto»51.
L’episodio è indicativo della linea del giornale: l’appoggio al
governo si accompagna sempre alla vigile difesa del prestigio del-
l’esercito, in tutti i suoi aspetti, sempre però in uno spirito di con-
ciliazione col regime. Per citare un caso, «Esercito e marina» si
compiace per il nuovo risalto che hanno nel 1923 le cerimonie pa-
triottiche, ma lamenta che ad esse non siano sempre invitate le
truppe con le loro bandiere: non bisogna dimenticare l’esercito
nazionale, ammonisce52. Viene poi portato ad esempio il com-
portamento del gen. Bongiovanni, governatore della Cirenaica,
che ha declinato la simpatica offerta della tessera fascista, dicen-
do: «prima di essere cittadino e funzionario sono soldato, e come
tale non mi è consentito, secondo il severo costume disciplinare
antico e oggi nuovamente in vigore, perché caro al capo del go-
verno e duce del fascismo, essere parte attiva di un’organizzazio-
ne politica, anche se questa corrisponde al mio sentimento»53. Per
«Esercito e marina» e, abbiamo l’impressione, per la maggior par-
te degli ufficiali, il rifiuto della tessera ed il divieto di partecipare
in divisa a manifestazioni politiche bastano a salvaguardare l’apo-
liticità dell’esercito; con perfetta coerenza il periodico si adonta
invece perché agli ufficiali in congedo di Roma la tessera fascista
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 269

non è stata consegnata con sufficiente sollecitudine, in occasione


di una revisione degli iscritti54. Ci sembra pertanto alquanto in-
genuo, o meglio forzato da evidenti ragioni di opportunità, l’elo-
gio che nel 1924 il gen. Bencivenga rivolge su «Il Mondo» a Diaz
dimissionario per aver salvaguardato l’apoliticità dell’esercito; si
possono fare molte riserve sull’operato di Diaz come ministro,
scrive Bencivenga,

dobbiamo però lealmente riconoscere all’illustre generale [...] il gran-


de merito di aver risollevato il morale degli ufficiali e dei graduati, di
aver ripristinato la disciplina e, sopra ogni altra cosa, di aver fatto su-
perare all’esercito la crisi rivoluzionaria del paese, senza che ne risul-
tasse menomamente intaccata la sua caratteristica e la sua forza, vale a
dire l’assoluta apoliticità55.

Discussioni come questa sono permesse solo da un equivoco


di termini. Un esercito non può essere realmente apolitico, indif-
ferente a quanto lo circonda. Può essere, e fino ad un certo pun-
to, apartitico, nel senso di non prendere decisamente posizione
per un partito piuttosto che per un altro e di non consentire che
nel suo seno si faccia propaganda partitica. Questo in un ambito
politico ben delimitato: l’esercito dell’Italia liberale poteva essere
neutrale nelle contese tra le forze cosiddette nazionali, ma era ben
deciso a sbarrare il passo a soluzioni rivoluzionarie di sinistra; già
prima della marcia su Roma aveva poi fatto una scelta, non solo
politica, ma addirittura partitica, sostenendo il fascismo contro
forze pure espresse dalla borghesia. Con l’avvento del regime, l’e-
sercito non perde né conserva una apoliticità che non ha mai avu-
to: perde invece anche l’apparenza della sua apartiticità, malgra-
do il rifiuto della tessera, cosa ben comprensibile in una dittatura
basata sul partito unico e che non suscita rimpianto. Ciò che l’e-
sercito difende anche contro il fascismo è un’altra cosa: la sua in-
dipendenza dal potere civile, di qualsiasi colore esso sia, il suo ca-
rattere di società chiusa, autosufficiente ed autoregolata, tipico di
ogni esercito di caserma56. Per questo i militari parteggiano per
Mussolini, che accetta e rispetta l’esercito come forza organizzata
autonoma, pago della sua alleanza, e rifiutano invece i tentativi dei
vari De Vecchi e Farinacci di mettere le mani sull’esercito. L’ae-
ronautica può essere lasciata in balia di Finzi e dei suoi tirapiedi,
270 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

poi di Balbo; l’esercito no, si amministra da sé, lieto e riconoscente


per le manifestazioni d’affetto, ma geloso della sua autonomia.
Per questo abbiamo parlato di accordo tra esercito e fascismo,
perché l’esercito non perderà mai, malgrado un progressivo inse-
rimento nel regime e molte dolorose concessioni ai tempi, la sua
caratteristica di forza autonoma, potenzialmente politica (come si
vedrà il 25 luglio 1943), per il momento soddisfatta del regime e
di Mussolini.
Nel 1922-24 c’è un fatto che documenta la solidarietà dei mi-
litari col regime più che le dichiarazioni pubbliche o gli articoli di
giornale: l’unanime e tacita approvazione della riduzione dei bi-
lanci dell’esercito, imposta da Mussolini per raggiungere il pareg-
gio. Sulle dimensioni e le conseguenze di questa diminuzione di
stanziamenti ci soffermeremo nel prossimo capitolo: si tenga solo
presente che i bilanci dell’esercito nei primi anni di governo fa-
scista sono i più magri di tutto il periodo tra le guerre. Eppure non
abbiamo una protesta, né da quelle gerarchie, così pronte a de-
nunciare l’insufficiente cura dei governi democratici per le forze
armate, né dalla stampa, per quasi due anni57. Una prova di soli-
darietà col regime da non sottovalutare, specialmente per il suo
carattere massiccio.
Prima di chiudere il paragrafo, registriamo la comparsa di un
nuovo tema della propaganda fascista, che negli anni successivi
avrà importanza crescente, fino a toccare vertici oggi difficilmen-
te credibili: il mito del duce, geniale preparatore e capo delle for-
ze armate. Scrive l’«Idea nazionale» nell’estate 1924:

L’esercito vide che un Uomo, risollevando con i valori morali che


alla guerra ci avevano condotto tutta la sua gloria e il sacrificio che ci
era costata, si assumeva il compito di restituire all’evento storico il suo
corso normale e grandioso. Ciò doveva bastare perché a questo Uomo
l’esercito assegnasse la espressività e la continuità di una figura stori-
ca, assolutamente sovrastante all’aspro conflitto di passioni e di oppo-
ste esigenze [...].
Data tale concezione e la originale estetica dell’Uomo, all’esercito
particolarmente simpatica perché contenuta in una linea di forza e ar-
dire, si può ben comprendere come [...] Mussolini e esercito possano,
al disopra di quanto si agita nella tormentata vita dei partiti e delle fa-
zioni, star soli di fronte, con la loro fremente capacità affettiva non
sempre ben dissimulata dalla voluta immobilità degli atteggiamenti
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 271

esteriori, come due espressioni successive nel tempo di un medesimo


evento storico avviato alla sua fatale conclusione58.

3. I rapporti tra esercito e milizia

Abbiamo finora lasciato volutamente in disparte il problema


più complesso: l’atteggiamento dell’esercito dinanzi alla milizia
fascista, che proprio in questo periodo vien prendendo forma.
Un’analisi sistematica non è possibile, perché le origini della mili-
zia non sono state studiate e le indicazioni disponibili sono talora
contraddittorie, trattandosi di un organismo non ancora definito,
sottoposto a violente pressioni dall’interno e dall’esterno. Presen-
tiamo tuttavia le indicazioni raccolte sulla costituzione della mili-
zia, senza pretese di completezza né approfondimento di indagi-
ne, per poter individuare le reazioni dei militari dinanzi al sorge-
re di una forza armata in certa misura concorrente.
La milizia volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN) nasce
all’indomani della marcia su Roma per regolarizzare lo squadri-
smo inserendolo nella struttura dello stato, secondo i fascisti, per
perpetuare l’esistenza di una forza armata di parte, secondo le op-
posizioni. In realtà le intenzioni dei fascisti erano abbastanza
esplicite; prima ancora della presa del potere «Il Popolo d’Italia»
aveva scritto:

Lo squadrismo non può, non deve morire. Sarebbe per noi un ve-
ro suicidio; perché se la forza è utile per marciare alla conquista del
potere, è ancora più necessaria per conservarlo. La milizia fascista va
invece trasformata. Le squadre cesseranno di essere organi di un par-
tito per divenire organi dello stato [...]. Militarizzato lo squadrismo
cesserà il pericolo di una concorrenza tra esso e gli altri corpi armati
della nazione [...]. L’esercito volontario, inquadrato nell’organismo
del nuovo stato, sarà la più sicura garanzia per l’avvenire. Guai a chi
fonda un edificio sulla mobile rena del suffragio universale!59

I comunicati che nel dicembre annunciano la costituzione del-


la milizia nazionale, destinata appunto ad accogliere lo squadri-
smo, hanno logicamente un linguaggio meno brutale:
272 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

È necessario tener presente che non si tratta di irriggimentare nuo-


ve truppe, né tanto meno dei mercenari di carattere pretoriano desti-
nati a servire la persona del capo del governo, ma di una milizia con-
sacrata unicamente ai supremi interessi della patria, sotto l’alta re-
sponsabilità e la guida sicura del presidente del Consiglio. Essa sarà la
truppa di primissima linea, il fiore dell’esercito, poiché verrà reclutata
tra i fascisti più puri di cui abbondano le innumeri squadre d’azione,
per esser pronta ad ogni urgente evenienza, ma verrà mobilitata sol-
tanto nei momenti critici per la sicurezza e la difesa dello stato e della
nazione all’interno e all’esterno da chiunque possano essere minaccia-
ti [...]. Con ciò si viene a compiere un altro grande passo per inserire
il fascismo nella vita dello stato60.

Nel 1923 la milizia prese forma. Venne man mano costituita


un’organizzazione omogenea, sulla base di legioni (il cui numero
però varia sensibilmente a seconda delle fonti e dei momenti: da
100 a 180), riunite in comandi di zona e suddivise in coorti, cen-
turie e manipoli. Militi ed ufficiali provenivano di regola dalle di-
sciolte squadre d’azione; erano considerati normalmente in con-
gedo, liberi di svolgere le rispettive attività civili, e si presentava-
no alla sede dei loro reparti per cerimonie, esercitazioni o casi d’e-
mergenza, che andavano dalla repressione di manifestazioni anti-
governative all’opera di soccorso in occasione di calamità natura-
li. In quei giorni percepivano un’indennità. Erano invece consi-
derati in servizio permanente, con un trattamento economico ba-
sato su quello dell’esercito, gli ufficiali più alti o addetti agli uffi-
ci ed un minimo di militi per la custodia dei locali ed il disbrigo
degli affari correnti. Le cifre sulla consistenza dei reparti sono ra-
re e contraddittorie: nell’agosto 1923 furono previsti 300.000 uo-
mini più altri 200.000 di rincalzo; nel febbraio 1924 Balbo dava
per pronte 300.000 baionette, nel dicembre 1924 Mussolini par-
lava più modestamente di 139.000 uomini. Alla stessa data gli uf-
ficiali erano fatti ascendere a 8.000, di cui 750 in servizio perma-
nente. L’armamento era calcolato in 50.000 fucili alla vigilia del
delitto Matteotti: altri 100.000 fucili furono prelevati nel giugno
1924 dai magazzini dell’esercito. Completavano l’armamento 250
mitragliatrici, 11 autoblinde e 4 cannoni da montagna.
In complesso la milizia costituiva, in questi primi anni, un
complesso quanto mai eterogeneo, fortemente condizionato dal-
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 273

le situazioni locali, di efficienza variabile e di difficile controllo.


Aveva caratteristiche costituzionali eccezionali, per non dire ever-
sive: giurava fedeltà a Mussolini (e non al re ed allo statuto) e da
lui dipendeva direttamente (tramite un comando generale retto
da De Bono, Balbo e De Vecchi), sfuggendo al controllo delle au-
torità militari e politiche centrali e periferiche. Non esistevano re-
quisiti precisi per l’ammissione dei militi, tanto meno per l’attri-
buzione dei gradi e degli incarichi, assegnati in base ai meriti squa-
dristi, politici o altro. Non c’era un bilancio (l’indicazione della
spesa globale in 25 milioni annui ha valore assai limitato), né
un’amministrazione, né un organico. Neppure erano chiari i com-
piti, i doveri e le possibilità d’azione della nuova forza armata.
Più precisamente, non c’erano dubbi né veli sul compito es-
senziale della milizia: la difesa del regime con tutti i mezzi. Le spe-
dizioni punitive, la vita irregolare delle squadre del 1921-22 non
potevano però durare indefinitamente: la milizia aveva bisogno di
compiti sussidiari, che ne giustificassero l’esistenza dinanzi all’o-
pinione pubblica e le assicurassero un’attività continua e regola-
re, pur mantenendo vivo lo spirito aggressivo e l’allenamento dei
tempi eroici. Questi compiti non potevano ricercarsi che in quel-
la sfera militare e paramilitare, verso la quale il fascismo si senti-
va irresistibilmente attratto, a rischio di attriti con l’esercito, che
ne era custode geloso. Il fascismo trovava conferma a questa sua
vocazione nelle recenti vicende: lo spirito della vittoria, che l’e-
sercito regolare non aveva saputo salvaguardare dall’opera di-
sgregatrice dei governi liberali, era sopravvissuto a Fiume e poi
nelle squadre d’azione, per permeare nuovamente di sé la vita na-
zionale con l’avvento del regime. Allora «le squadre d’azione si
trasformarono nella milizia. Questa è dunque, per naturale ere-
dità, la depositaria dello spirito della vittoria e, come tale, essa è,
dal punto di vista morale, il più importante istituto sussidiario del-
l’esercito nazionale. Ché se in questo si tende a conservare e svi-
luppare la tecnica, in quella si tende a conservare e sviluppare lo
spirito della nazione in armi»61.
Precisiamo queste aspirazioni con un brano del comunicato
del comando generale della milizia emanato nel settembre 1923,
in cui si estendono i compiti della nuova forza ben oltre la lega-
lizzazione dello squadrismo:
274 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

Con un gesto significativo si è inteso attribuire alla nuova milizia


un compito di difesa della rivoluzione che arriva fino al mantenimen-
to dell’ordine pubblico, togliendo all’esercito un impiego che lo sot-
traeva alle sue funzioni ed ai suoi scopi. Ma non si può negare che la
milizia stessa esiste soprattutto per permeare di un nuovo spirito la
gioventù italiana, per addestrarla alle armi, per allargare la base di for-
za sopra la quale poggiano i destini della nuova Italia [...]. Bisogna da-
re alla patria l’appoggio di un costante luccichio di baionette e non di
baionette mute, ma eloquenti attraverso l’addestramento costante di
coloro che hanno la fortuna di innestarle sulla punta dei loro fucili. Un
esercito? Sì, un esercito di volontari accanto al meraviglioso esercito
dei soldati, che in esso si fonde per un unico scopo. Oggi le guerre non
le combattono soltanto gli eserciti permanenti, le combattono le na-
zioni, ed è la parte migliore della nazione che bisogna tener pronta ad
ogni evento per una superiore potenzialità militare, l’unico coefficien-
te che ci può garantire la tranquillità62.

Le reazioni degli ambienti militari dinanzi al sorgere del nuo-


vo organismo non sono aprioristicamente negative. Naturalmen-
te occorre tener presente il quadro più generale: la milizia fu ac-
cettata come male minore e soluzione transitoria anche dagli am-
bienti liberali e cattolici, sensibili alle esigenze di sicurezza del
nuovo regime; e l’esercito traeva sufficienti vantaggi dal suo ac-
cordo col fascismo da poter passar sopra anche a risoluzioni non
gradite (sarà questo l’atteggiamento prevalente negli anni seguen-
ti). Ma il consenso iniziale fu più spontaneo: quanti ufficiali non
avevano sognato di vedere l’esercito circondato e assistito da
un’organizzazione di massa, di sicura impronta patriottica, capa-
ce di educare i giovani nel culto delle tradizioni e di prestare ope-
ra ausiliaria per l’organizzazione della nazione per la guerra! A più
d’uno la milizia pareva la realizzazione di questo sogno. Ad esem-
pio il gen. Gramantieri, pur professandosi convinto democratico,
scriveva che, qualsiasi giudizio si volesse dare sul fascismo, biso-
gnava convenire su di un punto:

Sotto lo stretto punto di vista della difesa nazionale, la organizza-


zione militare dei fasci offre la possibilità di potere ora finalmente ad-
divenire in piena libertà al definitivo ordinamento dell’esercito [...].
Tanta balda gioventù, se ben diretta, non può non avere sentimenti ge-
nerosi. E se questa forza fascista è realmente devota alla patria, quan-
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 275

do mai l’Italia sarà stata nazionalmente più disciplinata? Quando mai


l’Italia avrà avuto la possibilità di un esercito più forte?63

Non mancarono quindi i consensi, anche su giornali d’oppo-


sizione64, in cui si lasciava in ombra il carattere di parte della mi-
lizia per sottolinearne solo gli aspetti nazionali e paramilitari, sug-
gerendone uno sviluppo in funzione della preparazione bellica e
delle esigenze dell’esercito.
D’altra parte molte cose della milizia non potevano piacere ai
militari, non appena questa accennava a porsi come forza armata
potenzialmente concorrente. Anzitutto il carattere volontario del-
le squadre, che comportava disordine, differenze continue, disci-
plina rilassata: quanto non poteva amare un ufficiale regolare; poi
l’accentuazione della natura politica della milizia, che urtava in
ambienti abituati a disprezzare la politica e che impediva, inoltre,
la sua subordinazione ai militari; il pericolo che il nuovo organi-
smo sottraesse simpatie, fondi e peso politico all’esercito, che at-
traversava per di più un periodo di estrema scarsezza di stanzia-
menti; e infine la potenziale rivalità tra due corpi di ufficiali, così
diversi per estrazione e selezione. In conclusione, gli ambienti mi-
litari accoglievano la milizia con simpatia per le sue benemerenze
e i suoi ideali nazionali, ma con una punta di diffidenza; e ne at-
tendevano la limitazione ad un campo esclusivamente politico,
oppure la militarizzazione, cioè una regolarizzazione accompa-
gnata da una subordinazione all’esercito.
In quest’ultima direzione si orientava anche il piano di riorga-
nizzazione presentato al Gran consiglio fascista da De Bono, pri-
mo comandante generale della milizia, alla fine del luglio 1923. Il
generale proponeva una contrazione degli effettivi fino a 100.000
uomini con una rigorosa selezione ed il ricorso di massima ad uf-
ficiali provenienti dall’esercito (come del resto stava avvenendo
con molti ufficiali in PAS). Il carattere e le funzioni politiche del-
la milizia dovevano passare in secondo piano, a favore appunto
dell’attività complementare a quella dell’esercito, prima fra tutte
l’istruzione premilitare. Così «tecnicizzata e militarizzata» la mili-
zia avrebbe potuto inserirsi tra le forze armate dello stato, in un
nuovo ministero della Difesa nazionale che avrebbe compreso an-
che l’esercito, la marina e l’aeronautica65. Questo piano venne ri-
fiutato dal Gran consiglio del 25 luglio 1923, che riaffermò senza
276 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

mezzi termini la preminenza della natura politica della milizia,


con una dichiarazione di cui diamo i punti salienti:

1. Fino a quando lo stato non sarà diventato integralmente fascista,


fino a quando cioè non sia completamente realizzata in tutte le ammi-
nistrazioni ed istituti dello stato la successione della classe dirigente fa-
scista o ligia al fascismo alla classe dirigente di ieri e fino a quando non
sia irreparabilmente tramontata ogni velleità di riscossa da parte degli
elementi antinazionali, il fascismo, partito e governo, che ha fatto la ri-
voluzione e ne ha assunto tutte le responsabilità conseguenti, non può
rinunciare alla forza armata delle camicie nere.
2. Le camicie nere rappresentano quindi il fiore del partito, la guar-
dia fedele, vigilante ed invincibile della rivoluzione fascista, culminata
nella marcia su Roma, riserva inesauribile di entusiasmo e di fede nei
destini della patria, simboleggiata nell’augusta persona del re [...].
4. La milizia è una grande polizia politica. Il suo compito in con-
corso o senza concorso delle forze ordinarie di polizia è quello di ren-
dere impossibile ogni turbamento dell’ordine pubblico, ogni gesto o
tentativo di sedizione contro il governo fascista e con ciò assicurare la
normalità costante nella vita produttiva e sociale della nazione66.

Il che significava, come chiarì la stampa fascista, che la milizia


non sarebbe diventata un corpo militare, né tanto meno avrebbe
accettato una subordinazione, di nome o di fatto, all’esercito.
Scriveva Farinacci: «i nostri militi rimangono disciplinatamente
inquadrati perché essi sentono che così deve essere e perché pen-
sano che la milizia sia l’esaltazione più alta del fascismo, una spe-
cie di superfascismo [...]. Non è possibile, perciò, fare della mili-
zia un corpo militare»67.
Affermando il suo carattere e la sua dipendenza politica, la mi-
lizia non intendeva però rinunciare ad inserirsi nella sfera d’in-
fluenza fino ad allora riservata ai militari. Possiamo articolare le
sue aspirazioni, che prendono corpo nel 1923, su tre punti: man-
tenimento dell’ordine pubblico, istruzione premilitare e allena-
mento postmilitare. Naturalmente il loro significato è variabilissi-
mo, di volta in volta l’attività della milizia è intesa rivolta essen-
zialmente a fini politici precisi, di regime, oppure genericamente
morali e patriottici, talora anche complementari rispetto all’eser-
cito. Malgrado la dichiarazione del Gran consiglio del 25 luglio,
questa ambiguità persiste, incoraggiata da Mussolini per non ur-
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 277

tare troppo i militari e i fiancheggiatori liberali ed alimentata dal-


la natura composita della milizia stessa, in cui erano rappresenta-
te diverse tendenze. Così per mantenimento dell’ordine pubblico
si intende la difesa del governo fascista con tutti i mezzi oppure
un’azione di polizia tendenzialmente legale. L’istruzione premili-
tare appare ora limitata ai giovani fascisti, ora estesa obbligatoria-
mente a tutti gli italiani dai 18 ai 20 anni, con programmi preva-
lentemente sportivi oppure morali-patriottici oppure militari veri
e propri, senza connessioni con la ferma dell’esercito oppure co-
me premessa ad una sua riduzione. E le attività postmilitari na-
scondono ora il desiderio di mantenere in efficienza le vecchie
squadre d’azione, ora quello di dare vita a reparti scelti, a com-
plemento o in concorrenza all’esercito, ora addirittura di affidare
alla milizia la mobilitazione della nazione per la guerra.
Le aspirazioni della milizia ebbero riconoscimento ufficiale in
due documenti del 1923, notevolmente generici però e stesi con
l’evidente preoccupazione di salvaguardare i rapporti con l’eser-
cito, cui non erano lesinati elogi e promesse. Sulla questione del-
l’ordine pubblico così si pronunciava il Gran consiglio:

Con la sua efficienza, il suo inquadramento ed il suo alto spirito vo-


lontaristico, la milizia libera completamente l’esercito da qualsiasi ope-
razione di polizia politica per il mantenimento dell’ordine pubblico di
guisa che l’esercito vittorioso, dal quale vengono in gran parte quadri
e gregari della milizia ed al quale il fascismo tributa la massima devo-
zione, può dedicarsi in perfetta tranquillità ai suoi compiti specifici di
preparazione della difesa della patria all’esterno68.

Questo provvedimento non poteva dispiacere ai militari, che


infatti l’accolsero favorevolmente senza associarsi alle proteste de-
gli ambienti liberali69, perché non ledeva il loro prestigio. Anzi,
l’esercito aveva sempre protestato contro il disturbo arrecatogli
dai servizi di pubblica sicurezza, come dai distaccamenti e dai ser-
vizi esterni di guardia, che avrebbero dovuto ricadere ora almeno
in parte sulla milizia. D’altra parte il ritorno all’ordinamento pre-
bellico e la riaffermazione della loro autonomia garantiva ai mili-
tari che l’esercito, quando l’avesse voluto, avrebbe pur sempre po-
tuto riprendere la sua funzione di supremo tutore dell’ordine. La
sostituzione della milizia alle truppe nei servizi di polizia politica
278 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

non intaccava perciò il peso potenziale dell’esercito nella vita


pubblica.
La richiesta della milizia di assumere la responsabilità dell’i-
struzione premilitare sollevò invece aperte ostilità in certi am-
bienti militari. L’organizzazione esistente, basata su centinaia di
società autonome, coordinate dalle autorità militari, stava dando
risultati numerici soddisfacenti (gli iscritti passarono da 50.000
nel 1922 ad 80.000 nel 1923), ma era accusata dai fascisti di di-
fettare di mordente ideale: «mancano dunque all’istruzione pre-
militare un’anima collettiva e un centro da cui irradii ardore di fe-
de e d’azione». La milizia voleva perciò prendere in mano la pre-
parazione della gioventù, creando «una severa preparazione mili-
tare, che infonda l’abito della disciplina e sviluppi e indurisca al-
la fatica e ai sacrifici le energie del corpo e dello spirito»; ed ave-
va buon gioco nel rinfacciare alle autorità militari la discontinuità
delle attenzioni rivolte alla premilitare70. Ribatteva «Esercito e
marina»: «A nostro giudizio, l’istruzione premilitare [...] per lo
stretto legame che ha con la preparazione militare propriamente
detta, non dovrebbe essere resa estranea alla competenza ed alle
direttive del ministero della Guerra»71. Senonché il comunicato
già citato del comando generale della milizia di settembre attri-
buiva alla milizia la preparazione della gioventù e particolarmen-
te l’istruzione premilitare, in termini inequivocabili e leggermen-
te polemici verso l’esercito72. I militari accettarono, pur procla-
mando la necessità di una stretta collaborazione, e la milizia ebbe
progressivamente via libera.
Sul terzo punto l’esercito ebbe invece pieno successo. Già nel-
la riunione del 25 luglio del Gran consiglio fu stabilito che: «Per
far sì che la milizia, all’atto della guerra, possa ridonare all’eserci-
to quadri e gregari in piena efficienza individuale e collettiva, la
milizia verrà allenata militarmente con istruzioni ed operazioni da
stabilirsi da parte del comando generale della milizia stessa in ac-
cordo col comando dell’esercito»73.
Queste brevi righe ridimensionavano le ambizioni degli squa-
dristi e riportavano l’esercito alla sua funzione di unica forza ar-
mata dinanzi al nemico. La sottrazione alla milizia di tutti gli uo-
mini ed ufficiali necessari all’esercito, all’atto della mobilitazione
generale, ne significava in pratica lo scioglimento per la durata del-
la guerra o per lo meno la riduzione a compiti puramente ausiliari.
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 279

Era inoltre implicito un giudizio negativo sull’efficienza bellica del-


le squadre d’azione e di qualsiasi formazione volontaria sviluppa-
tasi al di fuori dell’esercito. L’attività militare di pace della milizia
era poi ridotta a mantenere in allenamento i suoi iscritti, e solo lo-
ro, sotto la tutela delle autorità militari; e poco importa se questa
tutela sarebbe stata formale: la rinuncia della milizia a porsi come
contraltare anche ridotto dell’esercito era un tributo pagato dal re-
gime ai militari. Diaz si affrettava a telegrafare la sua approvazione
a Mussolini, ribadendo la funzione ausiliaria della milizia:

Porgo all’E. V. la manifestazione del mio vivo compiacimento per


le direttive stabilite per la MVSN, che consacrano gli scopi altamente
patriottici che tutti uniscono nel dovere e nella fede, facilitando le fi-
nalità istituzionali dell’esercito e tenendo saldamente pronte le forze
che devono completarlo quando gli interessi nazionali lo richiedano74.

Tuttavia la milizia non poteva accettare di sciogliere o ridurre


le sue formazioni all’atto della mobilitazione, senza sconfessare la
sua vocazione guerriera tante volte proclamata. Le posizioni del
1923 avevano perciò valore interlocutorio ed erano destinate ad
essere rimesse in discussione a breve scadenza75.

Il 1924 si apre all’insegna dell’«ingranamento» della milizia,


che doveva superare la sistemazione provvisoria del 1923 per in-
serirsi stabilmente tra le forze armate dello stato, affiancandosi (in-
granandosi) all’esercito. Il provvedimento era però assai delicato,
perché implicava una precisazione dei compiti delle squadre fa-
sciste, nonché dei rapporti gerarchici tra i loro ufficiali e quelli re-
golari. Un piano elaborato dallo stato maggiore dell’esercito ven-
ne respinto nel gennaio, perché Mussolini giudicava la situazione
ancora fluida76. Dinanzi alle richieste fasciste che i reparti della mi-
lizia non dovessero sciogliersi all’atto della mobilitazione, ma as-
sumere determinate funzioni, dalla difesa della frontiera alla co-
stituzione di vere grandi unità, si ha un nuovo irrigidimento dei
militari. Ecco i compiti che il gen. Segato assegnava alla milizia:

Sostituire l’esercito nella maggior misura possibile, così nel servi-


zio territoriale come nella tutela dell’ordine pubblico; concorrere a
diffondere e mantenere nel paese elevati i sentimenti di amor di patria,
280 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

di sprezzo del pericolo, di disciplina e di sacrificio e concorrere altre-


sì alla diffusione della pratica delle armi e dell’istruzione militare; for-
nire alle unità di pace che devono mobilitarsi un eccellente contin-
gente di precettati da impiegarsi specialmente per rinforzare segreta-
mente le unità di copertura; preparare ottimi reparti d’assalto per po-
ter iniziare le operazioni, almeno sotto questo aspetto, in condizioni di
superiorità sull’eventuale nostro avversario; ecco nel momento attua-
le in che cosa può consistere l’ingranamento della milizia nell’esercito.
E non è certamente poco77.

Le concessioni erano maggiori rispetto all’anno precedente: ri-


maneva la più ferma opposizione alla costituzione di veri reparti
autonomi della milizia da impiegare in guerra ed alla parificazio-
ne delle gerarchie delle due forze armate. Quest’ultimo problema
era particolarmente sentito dagli ufficiali dell’esercito: merita per-
tanto due righe di chiarimento.
Gli ufficiali della milizia (circa 8.000, un po’ più di un migliaio
dei quali ufficiali superiori o generali)78 costituivano un insieme
eterogeneo, in cui non esistevano organici fissati per legge ed i gra-
di erano assegnati caso per caso, in base a meriti essenzialmente
politici. È vero che molti ufficiali provenivano dall’esercito; sia
che fossero di complemento o in PAS, ma spesso avevano fruito
di ripetute promozioni, fino al caso limite di Balbo e De Vecchi
che, ufficiali inferiori di complemento, erano assurti in pochi me-
si al rango di comandanti generali della milizia, considerato equi-
valente a quello di generale di corpo d’armata dell’esercito79. Di-
nanzi a costoro gli ufficiali dell’esercito, che avevano conquistato
i loro gradi con anni di studio e decenni di servizio e vedevano le
loro promozioni bloccate dal 1919, potevano provare simpatia fi-
no a quando la milizia svolgesse compiti essenzialmente politici;
invece dovevano considerarli come sfacciati profittatori nel mo-
mento in cui pensavano ad affiancarsi all’esercito. Nessuno aveva
mai pensato a fondere i due corpi di ufficiali, anche i fascisti ave-
vano interesse a tenerli separati; ma bastava l’inserimento della
milizia tra le forze armate dello stato a creare obblighi reciproci di
subordinazione e saluto, per non parlare della conseguenza della
mobilitazione per la guerra di reparti della milizia80. Per i milita-
ri quindi l’ingranamento della milizia doveva rappresentare sol-
tanto un riordinamento delle schiere fasciste e non il trasferimen-
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 281

to di una parte anche minima dei compiti di difesa, riservati all’e-


sercito, a meno di una profonda revisione della milizia stessa e di
una sua stretta subordinazione all’esercito. Ciò fu detto con estre-
ma chiarezza su «Esercito e marina», saltuariamente sulla stampa
politica81. Anche quella governativa dové prendere atto di questo
atteggiamento: nel giugno 1924 «L’Idea nazionale» scriveva:

Sono oggi di fronte, non ostili, ma guardinghi e diffidenti, l’ele-


mento irregolare militare scaturito dalla rivoluzione, ossia lo squadri-
smo fascista trasformato in MVSN, e l’esercito regolare. Al di sopra
dei due, vi è la necessità nazionale impersonata dalla ferrea volontà di
un uomo, che ordina, esige, che i due elementi si diano fraternamente
la mano, si fondano in un corpo solo, in un’anima sola82.

L’incomprensione dell’esercito verso la milizia doveva essere


superata: il giornale ricordava i meriti del fascismo e prometteva
una severa epurazione dei quadri della milizia; nel giro di due-tre
anni non più di 60 ufficiali vi avrebbero avuto un grado decisa-
mente superiore a quello che avevano avuto nell’esercito: «vale ora
la pena per una questione di sì piccola mole, ridotta alle sue reali
proporzioni, guastare le buone relazioni tra esercito e milizia?»83.
La crisi provocata dal delitto Matteotti ebbe effetto chiarifica-
tore. Nel momento in cui le opposizioni liberali chiedevano a gran
voce la scioglimento della milizia e le dimissioni del governo, l’e-
sercito riconfermava la sua fiducia a Mussolini, con qualche riser-
va di lieve momento84 e consegnava 100.000 fucili alle camicie ne-
re85. L’alleanza col fascismo si rivelava più forte degli attriti sul fu-
turo della milizia. Quando la crisi politica sarà superata, l’eserci-
to dovrà accettare il riconoscimento di una parte sempre maggio-
re delle aspirazioni della milizia, fino ad un graduale affianca-
mento delle due forze armate; ma i vantaggi politici saranno tali
da rendere tale sacrificio accettabile, nel quadro dell’accordo tra
esercito e regime.
Per il momento però, nell’estate 1924, Mussolini mirava solo a
rompere il fronte degli oppositori ed a rinsaldare le schiere dei
suoi fedeli. Ecco quindi le sue parole agli ufficiali sulla milizia:

Si è parlato di fusione coll’esercito. Tale fusione non fu mai nem-


meno discussa o semplicemente ventilata tanto il suo assurdo è evi-
282 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

dente. L’esercito è tutt’altra cosa della milizia. I due elementi non so-
no fondibili né confondibili. La coscrizione è base necessaria dell’e-
sercito, il volontariato è la base necessaria della milizia. Anche sull’in-
granamento c’è stata la confusione delle lingue. Non si tratta di fare
della milizia un supplemento dell’esercito o, peggio, un doppione del-
l’esercito. Si tratta di assegnare alla milizia compiti che l’esercito, per
la sua stessa natura, non può più assolvere. Compiti limitati, specifici,
nettamente definiti, in modo da evitare contrasti e frizioni. Compiti
premilitari86.

Alternando durezza e concessioni, Mussolini decretava uffi-


cialmente l’inserimento della milizia nelle forze armate dello sta-
to (non però a fianco dell’esercito, ma tra le forze responsabili del-
l’ordine pubblico), prescrivendo che rendesse il giuramento di fe-
deltà al re. Lo stesso decreto di agosto ne precisava a grandi linee
l’ordinamento87. Con questo provvedimento la milizia perde il
suo carattere di parte e diventa un corpo al servizio della nazione,
esultava la stampa filofascista ed anche parte di quella d’opposi-
zione manifestava la sua soddisfazione88. Anche l’esercito poteva
rallegrarsi, perché il decreto sanciva vari suoi successi. Anzitutto
sul tema più delicato, quello dei quadri: gli ufficiali della milizia
dovevano provenire da quelli in congedo delle forze armate rego-
lari e potevano avere funzioni di comando di un solo scalino ge-
rarchico superiori al loro grado militare. Vero è che alcune dieci-
ne di comandanti, previo esame di Mussolini, Diaz e De Bono,
avrebbero conservato in via eccezionale il loro grado attuale, che
però avrebbe avuto valore per gli ufficiali dell’esercito solo in ca-
so di servizio armato. La vittoria di principio era dell’esercito e
particolarmente del nuovo ministro della Guerra Di Giorgio, pro-
totipo dell’ufficiale sostenitore del fascismo ma strenuo difensore
dei privilegi dell’esercito89.
Anche sugli altri punti di frizione il decreto segnava il succes-
so dell’esercito. L’istruzione premilitare era affidata in modo per-
manente (e implicitamente esclusivo) alla milizia, che però sareb-
be stata per questo suo compito alle dirette dipendenze del mini-
stro della Guerra e delle autorità militari territoriali; anche le nor-
me ed i regolamenti dovevano essere emanati dall’esercito, che
riaffermava così la sua funzione di preminenza. Inoltre il decreto
prevedeva che tutti i militi soggetti agli obblighi di leva fossero in-
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 283

corporati dall’esercito (o dalla marina ed aeronautica) in caso di


mobilitazione o richiami per istruzione; con gli esenti da obblighi
di leva, la milizia avrebbe assolto compiti sussidiari, senza accen-
no alla formazione di reparti di prima linea e sempre alla dipen-
denza del ministero della Guerra90. Così commentava «Esercito e
marina»: «Ci dichiariamo assai soddisfatti di questo decreto; e
possiamo aggiungere che uguale soddisfazione è generale negli
ambienti militari e in quegli ambienti civili che non sono anneb-
biati da preconcetti di opposizione a tutti i costi per ogni e qua-
lunque atto del governo»91. In polemica con le opposizioni ricor-
dava che il reclutamento di qualsiasi corpo volontario (per es. i ca-
rabinieri) aveva sempre comportato una selezione politica lascia-
ta alla discrezione delle autorità costituite; il fatto che la milizia
fosse composta in maggioranza da fascisti non ne alterava perciò
il carattere nazionale.
Nei mesi seguenti continuano violente le polemiche sulla mili-
zia, per iniziativa delle opposizioni politiche, ma i militari non toc-
cano più l’argomento, nemmeno quando sono chiamati diretta-
mente in causa92. Solo in un ambiente politico, in cui il regime ve-
niva attaccato per motivi politici, cioè in Senato nel dicembre
1924, riaffiorano i temi sviluppati dai militari contro la milizia.
Chi assume l’iniziativa è il gen. Giardino: proprio il più compro-
messo con l’estrema destra di tutti i comandanti italiani. Il mirag-
gio ora della successione a Mussolini, con un governo dittatoriale
incaricato di assicurare il ritorno dal fascismo ad un regime libe-
rale autoritario, spinge il generale ad esporsi in un attacco fronta-
le al governo, che ha due temi: la necessità di un’epurazione del
PNF e di una militarizzazione della milizia, che garantisca real-
mente il carattere nazionale93. Tra gli applausi, Giardino procla-
ma la priorità dell’esercito:

L’esercito deve essere sempre la forza più forte di tutte le forze che
esistono nel paese! [...]. L’esercito [...] non ha mai fatto, non fa e non
farà mai della politica, in Italia! ma, o signori, neppure la milizia deve
fare della politica! come non deve fare della politica nessuno che por-
ti le armi della patria!94

Stralciamo le richieste concrete dall’ordine del giorno presen-


tato da Giardino:
284 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

Il Senato [...] ritenuto necessario ed urgente il riordinamento del-


la MVSN, affidandone il comando a un generale del regio esercito in
SAP o richiamato in servizio attivo; traendo gli ufficiali dagli ufficiali
del regio esercito in congedo, col grado medesimo che ciascuno di es-
si ha nell’esercito senza eccezioni di sorta, né di grado né di impiego
ed esclusi i gradi onorari come negli altri corpi armati dello stato; fis-
sando per legge l’organico di ufficiali e di truppa; selezionando rigo-
rosamente il personale, che deve avere età minima di 21 anni; ritiran-
do le armi e conservandole tutte in caserme adeguatamente presidia-
te, come per tutti gli altri corpi armati dello stato – e quanto sopra nel
concetto che la milizia dovrà, nel termine più breve che le circostanze
consentono, essere passata alle dipendenze dei ministri della Guerra e
dell’Interno, come l’arma dei reali carabinieri [...]95.

Quasi tutte queste richieste erano già state avanzate da am-


bienti militari, però separatamente ed in un contesto che non met-
teva in discussione l’accordo col fascismo. Gli intenti di Giardino
erano ben diversi: presentando un elenco di richieste che non po-
teva assolutamente essere accettato dal regime, il generale mirava
a provocare una votazione politica o comunque un chiarimento –
che ci fu, perché il Senato confermò la sua fiducia a Mussolini,
malgrado Caviglia e Pecori Giraldi si fossero associati a Giardino
in un’astensione di significato ostile, mentre Zupelli e Tassoni vo-
tavano contro il governo, dopo aver duramente criticato aspetti
della milizia politicamente di minor rilievo, come la disorganizza-
zione amministrativa96.
Malgrado la larga parte che vi ebbero questi illustri generali e
la ripresa di temi già sollevati nei mesi precedenti, la discussione
fu limitata agli ambienti politici. Il motivo che spinse Giardino ed
i suoi colleghi all’opposizione ci sembra una errata valutazione
della situazione politica, cioè l’attesa di un intervento del re che
esautorasse Mussolini e nominasse un governo militare di conci-
liazione nazionale: e infatti sia Giardino che Caviglia (gli unici che
motivino politicamente il loro voto) fanno professione di profon-
do rispetto per le idee ed il movimento fascista, cui antepongono
solo il desiderio di pace del paese97. Il passaggio all’opposizione
di questi generali pertanto fu breve (le loro velleità svanirono non
appena il governo fascista superò la crisi) e motivato da ambizio-
ni personali che li ponevano in contrasto con i colleghi rimasti fe-
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 285

deli al regime (da Diaz al ministro della Guerra Di Giorgio). Giar-


dino ed i suoi ebbero poi cura di distinguersi nettamente dalle op-
posizioni costituzionali. Non ci sembra, in conclusione, che la so-
lidarietà dell’esercito del regime fosse intaccata dalle manovre di
alcuni dei suoi capi, il cui insuccesso dimostrò comunque l’im-
possibilità di attacchi frontali alla milizia. L’attenzione dei milita-
ri, a partire dall’autunno 1924, fu del resto polarizzata sulla pre-
parazione del nuovo ordinamento dell’esercito, intrapreso dal mi-
nistro Di Giorgio tra polemiche vivacissime, in cui ritroveremo
tutti i generali citati, divisi più profondamente ma in diverso mo-
do che il 4-5 dicembre in Senato. Le polemiche culmineranno poi
nell’aprile 1925 in un trionfo personale di Giardino e Mussolini.
Negli anni successivi la campagna propagandistica sviluppata
dal fascismo sul tema della potenza e della preparazione militare
d’Italia, e quindi il nuovo interesse per le forze armate, legheran-
no sempre più strettamente l’esercito al regime, inibendogli qual-
siasi aperta protesta contro l’ampliamento progressivo della sfera
d’influenza della milizia. Sarà questa la logica evoluzione dei rap-
porti tra i due organismi. Se si può infatti rintracciare una conti-
nuità d’indirizzo tra le varie prese di posizione degli ambienti mi-
litari che abbiamo sommariamente delineato, è proprio la deci-
sione di non spingere l’innegabile ostilità per la milizia fino a met-
tere in crisi l’accordo col regime. Col 1925 l’esercito, colmato di
onori, lodi e retorica, con stanziamenti finalmente in aumento, ca-
pi di sua piena fiducia e la convinzione della propria insostituibi-
le posizione nel regime, può anche accettare la milizia come forza
armata di secondo rango.
Appendice

IL GENERALE GIARDINO NEL DOPOGUERRA

Il generale Giardino fu uno dei più noti comandanti italiani della


prima guerra mondiale ed uno dei protagonisti del dopoguerra. Fra
tutti i suoi colleghi fu il più interessato alle vicende politiche, non di-
sdegnando i complotti né le manovre parlamentari e non ponendo li-
miti alle sue ambizioni; facondo oratore in Senato e nelle cerimonie re-
ducistiche, lasciò innumerevoli franche testimonianze del suo pensie-
ro ed affrontò veementi polemiche. È appunto la relativa abbondanza
di notizie sul suo conto, specie in confronto alle scarsissime prese di
posizione pubbliche di Diaz o Badoglio, che ci ha indotto a dedicargli
alcune pagine, raccogliendo gli spunti critici ed i dati disponibili. Ne
risulta un quadro lacunoso ed unilaterale: valga come reazione alla
agiografia tradizionale ed invito a più ampie ricerche biografiche sui
comandanti italiani98.
Presentiamo il gen. Giardino con le parole che il Gatti, suo colla-
boratore ed estimatore, gli dedicava nel 1917: «Piemontese (di Ma-
mertino), robusto, bell’uomo, con i baffetti a punta rivolti all’insù,
sempre elegante, preciso, fine; con un passato d’Africa, ufficiale di sta-
to maggiore di Baratieri; capitano di stato maggiore al ministero, dove
prese parte viva alle dispute per la carriera degli ufficiali; sottocapo di
stato maggiore di Caneva, nell’impresa libica, ma in effetti capo, per-
ché il gen. Gastaldello era ammalato; capo di stato maggiore dell’ar-
mata 2a (gen. Frugoni); aveva avuto un bellissimo passato»99.
Sempre il Gatti scriveva del carattere del generale: «Giardino è un
magnifico uomo, ben costrutto, quadrato di mente, capace di vedere
il grande ed il piccolo ed a suo agio in tutto. Forse, vede più finemen-
te il rovescio che il diritto della medaglia e dice prima gli ostacoli, che
i lati favorevoli. Ma non li dice per rincantucciarsi nel far niente: ben-
sì nell’andare avanti. È certamente egoista: all’infuori di sua moglie,
che adora, non credo che voglia bene a nessuno; a me dimostra molta
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 287

amicizia, ma non sarei affatto stupito se mi avesse buttato a mare. In-


somma, nell’insieme è uno che ha grandissimi meriti, ma gode di non
molte simpatie: e forse, è miglior distruttore che costruttore»100.
La sua carriera in guerra fu rapida, favorita dalla stima che di lui
aveva Cadorna: capo di stato maggiore della 2a, poi della 5a armata,
maggior generale nell’agosto 1916 e comandante della 48a divisione al-
la battaglia di Gorizia, poi del I e del XXV corpo d’armata nel maggio
1917, nel giugno dello stesso anno Giardino fu designato da Cadorna
come ministro della Guerra. Nel Consiglio dei ministri sostenne la ne-
cessità di una politica interna forte, assumendosi la responsabilità del-
la repressione dei moti di Torino dell’agosto. La sua permanenza al mi-
nistero fu però breve, troncata da uno sfortunato discorso del 24 ot-
tobre 1917, in cui assicurava ai deputati che l’imminente offensiva au-
stro-tedesca sarebbe stata respinta: «Nella corrente dell’Isonzo si è ri-
pescato morto un prussiano. Certo non era solo e vuol dire che lì di te-
deschi ce ne sono. Ora, venga pure l’attacco! Noi non lo temiamo!»101.
Disgraziatamente nell’ora in cui la Camera tributava a Giardino un ve-
ro trionfo e decretava al suo discorso gli onori dell’affissione, le trup-
pe austro-tedesche avevano già oltrepassato Caporetto determinando
il crollo del fronte italiano. Si può quindi capire la sostituzione di Giar-
dino nel governo Orlando.
L’episodio non doveva però nuocere alla carriera del generale, che
fu subito nominato sottocapo di stato maggiore con Diaz proprio per
la sua fama di energia. Tenne questo incarico nei mesi più duri, poi in
febbraio fu inviato a Parigi, succedendo a Cadorna nel comitato mili-
tare interalleato, in seguito ad un contrasto con l’altro sottocapo, Ba-
doglio. Nell’aprile 1918 Giardino fu richiamato in Italia ed assunse il
comando della 4a armata sul Grappa, che diresse nella battaglia di giu-
gno e di Vittorio Veneto; ed al Grappa egli legò per sempre la sua fa-
ma, con una certa ingiustizia verso Di Robilant che aveva comandato
l’armata nei primi più difficili mesi, senza riconoscimenti né promo-
zioni.
Subito dopo l’armistizio, Giardino lasciò volontariamente il servi-
zio attivo: evidentemente egli vedeva la via al potere sbarrata da Diaz
e Badoglio e preferiva tentare di emergere altrove. Entrava infatti nel-
la vita politica, come banditore di due classici temi della destra: l’ap-
pello alla disciplina nazionale ed il ricordo della guerra, che celano il
desiderio di perpetuare il clima ed i rapporti di forza del periodo bel-
lico. Si vedano le parole con cui si congedava dai suoi soldati: «Que-
sta disciplina di reciproca fede e di reciproco amore che trionfò pur
nelle ferree esigenze della guerra, è necessario che sia la disciplina del-
la pace. Questa disciplina, che fu sommo presidio al valore dei solda-
288 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

ti, è necessario che sia vita e forza alla virtù del popolo, per l’Italia che
nasce. Ed è necessario che i soldati, tornati dalla guerra, ne siano gli
apostoli»102.
Il programma di Giardino per il dopoguerra, esposto in un discor-
so al Senato del dicembre 1918, è scarso di proposte concrete quanto
chiaro nelle linee di fondo: la nazione vorrà e dovrà essere forte, at-
traverso un’elevata disciplina nazionale e l’approntamento di un orga-
nismo militare su nuove grandi basi. Tutti gli altri problemi non sono
presi in considerazione, ma scartati come secondari. Con acre vena po-
lemica Piero Gobetti scriveva alcuni anni più tardi: «Per un tipo come
il gen. Giardino, che aveva conosciuto in guerra i cittadini, ma solo co-
me militari, il programma ‘nazione armata’ era una risorsa inaspettata
per prolungare una situazione eccezionale e conservare in pace i co-
mandi tenuti in guerra. Si trattava di fondare un vero e proprio arbi-
trio, un regime di tirannide in cui l’organica e la tattica tenessero il po-
sto della politica; e mediante la disciplina, il motto ‘tutti i cittadini sol-
dati’, il miraggio della conservazione della pace, si rendesse stabile la
strapotenza militare che era stata necessaria in guerra. Giardino fu uno
dei più fervidi sostenitori della nazione armata, della disciplina demo-
cratica: ma egli non si dimenticava di avvertire giudiziosamente che
nazione armata non doveva significare ‘la confusione dell’esercito nel-
la nazione’, ma la fusione della nazione nell’esercito. In questo modo,
candidamente, lo stato maggiore contava di farsi signore in Italia»103.
Per l’immediato futuro Giardino chiedeva al Senato una serie di
cerimonie e di parate, che rafforzassero nel paese il senso della vitto-
ria e combattessero l’incipiente crisi morale: «Per questo grande sol-
dato nostro, chiederò io al governo, chiederò io al Senato gli onori del
trionfo? Ebbene, sì! [...]. Non io chiederò di certo festeggiamenti ec-
cessivi, dopo tanti lutti e mentre tanti lutti durano. Ma l’austerità è
contro natura, per noi italiani e particolarmente per il soldato italiano,
che, come muore lietamente, quando muore nella gloria del sole, così
ama che alla gloria del sole siano riconosciuti l’opera sua ed il suo sa-
crificio»104.
L’appello cadde nel vuoto, per quella incapacità di sfruttare le tec-
niche demagogiche di massa caratteristica degli uomini della classe di-
rigente liberale, da Nitti a Giolitti. E allora Giardino si diede a cerca-
re per sé quel posto che governo e partiti negavano all’esercito: lo tro-
viamo infatti implicato in tutti i complotti del 1919-20, insieme ad
esponenti dell’estrema destra, da Mussolini a D’Annunzio a Federzo-
ni105. Quale parte egli vi avesse, non è chiaro; doveva però trattarsi di
un ruolo non secondario, se il gen. Ugo Brusati, già primo aiutante di
campo del re, scriveva al fratello Roberto, generale d’armata: «Che ne
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 289

dici del cosiddetto complotto Giardino e compagni, dei quali parlaro-


no recentemente i giornali? Il complotto è stato smentito, ma dato l’at-
teggiamento di Giardino, l’ambizione di lui, il di lui ingiustificato mal-
contento, il modo col quale in Senato sparla dei suoi colleghi (specie
di Diaz e di Badoglio), di tutto e di tutti, dato le personalità alle quali
si è collegato, si ritiene generalmente che nella divulgata diceria vi sia
del vero. Egli avrebbe mirato a divenire capo del governo, per [...] una
specie di dittatura militare»106. Pochi giorni dopo la conferma: «Ef-
fettivamente il complotto tendente ad una dittatura militare (Giardi-
no) esisteva e fu in tempo sventato»107.
Già si è detto come l’impresa di Fiume rappresentasse per Giardi-
no e gli altri militari compromessi con l’estrema destra una battuta
d’arresto: infatti il governo nittiano non ne fu rovesciato, mentre
D’Annunzio si affermava come capo di un eventuale colpo di stato. Sta
di fatto che dopo il 1919 Giardino si occupa specialmente della vita
parlamentare, diventando uno dei più importanti, o per lo meno dei
più loquaci esponenti del Senato e figurando talora anche come por-
tavoce di un consistente gruppo di colleghi, l’Unione tra senatori in-
dipendenti. Il suo nome sarà ancora fatto ogni volta che affiorino vo-
ci di congiure, non sappiamo con quanta fondatezza. Contempora-
neamente la promozione a generale d’esercito (novembre 1919) ri-
chiamava Giardino in servizio attivo e gli assicurava un posto premi-
nente nel comando dell’esercito, come abbiamo avuto modo di con-
statare nel corso delle nostre ricerche.
Giardino non aveva difficoltà a conciliare la sua attività politica e
cospirativa con i suoi obblighi di ufficiale, anzi di uno tra i massimi co-
mandanti. Aveva infatti superato gli scrupoli degli ufficiali che, come
Caviglia, non si sentivano di rifiutare obbedienza al governo legale, di
cui pure condannavano uomini, metodi ed obiettivi108. La disciplina
nazionale cara a Giardino va infatti unita con «la compagine e la for-
za della nazione», con una «coscienza nazionale illuminata e orienta-
ta»109: in altre parole, con un programma di destra, con scelte politi-
che mascherate da un apoliticismo retorico. «Io non voglio parlare di
politica; parlo soltanto di patria»110, è uno degli slogan di Giardino,
contro cui si accanisce Gobetti, denunciando l’identificazione tra pa-
tria e fazione, l’abuso di termini e competenze: «Nei discorsi di Giar-
dino si parla soltanto di politica estera. Senti l’uso del vecchio genera-
le di tenere lo sguardo sempre rivolto al nemico. La politica interna è
un aspetto della politica militare: consiste per metà nella legge di re-
clutamento e devono farla i generali. Egli scopre il suo gioco nelle in-
vettive contro la polizia ‘che è abituata ad ubbidire a determinate au-
torità politiche senza il controllo della apolitica gerarchia militare’. Per
290 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

il vincitore del Grappa il regime ideale è il controllo della apolitica ge-


rarchia militare. Sulle questioni di merito egli dichiara modestamente
la propria incompetenza: ma a patto di sollevare su ogni terreno la pre-
giudiziale della difesa nazionale. Bisogna occupare la Dalmazia. Biso-
gna impedire gli scioperi. Bisogna aiutare i pescecani. Perché? Ah, non
sarà mai che il gen. Giardino pretenda di usurpare l’ufficio altrui! Ar-
gomentino i tecnici e il generale sia scusato. Egli è incompetente in que-
stioni di dettaglio. Non spetta a lui la difesa delle sue tesi. La discus-
sione è assolutamente libera. Purché si concluda che bisogna occupa-
re la Dalmazia, impedire gli scioperi, aiutare i pescecani, perché nel de-
cidere non si tratta più di politica, è in gioco la difesa nazionale!»111.
Effettivamente il cavallo di battaglia di Giardino è proprio la poli-
tica estera, o meglio le rivendicazioni adriatiche: il generale fa sue le il-
limitate ambizioni degli ambienti oltranzisti, senza dimostrare la rilut-
tanza di Diaz e Badoglio a impegni oltremare. Si noti che manca sem-
pre una visione europea o mondiale della politica italiana: la base del-
le rivendicazioni adriatiche è sempre e solo la necessità di dare piena
soddisfazione ai reduci e pieno valore alla vittoria, senza alcun inte-
resse per i rapporti dell’Italia con i suoi vicini: «Per coloro che hanno
fatto la guerra, è necessariamente contro la logica, contro il diritto e
contro il sacrificio ammettere a cuor leggero che, ora che la guerra è
vinta e stravinta, della vittoria possano andar perduti i frutti, anche so-
lo in parte, e che i confini della patria possono restare al di sotto di
quello che vittoria e difesa e italianità vogliono»112. Ne discende la ne-
cessità di un esercito forte; Giardino combatte però ogni tentativo di
riforma, ripropone sempre il modello d’anteguerra, l’esercito di caser-
ma, e difende il prestigio dei suoi ufficiali113. Quanto alla politica in-
terna, che ha parte crescente nelle preoccupazioni del generale, una
violentissima, oltraggiosa campagna contro Nitti ed ogni cedimento
democratico si accompagna ad una continua polemica contro le sini-
stre socialiste, sempre con la tradizionale distinzione tra un popolo sa-
no ancorché credulone ed un pugno di perversi agitatori, che devono
essere messi in condizioni di non nuocere. Giardino non ha paura del-
le parole: «È superfluo dire che la reazione ripugna a chiunque sia ita-
liano: ma la reazione, come la guerra, può essere imposta dalla violen-
za altrui, che minacci lo stato e la patria»114. E la violenza è natural-
mente da una parte sola: pertanto il generale esalta le prime gesta fa-
sciste, come l’assalto al municipio di Bologna nell’autunno 1920115.
Quando poi i fascisti subiscono uno scacco a Sarzana, ecco Giardino
chiedere il disarmo dei rossi: «Non par dubbio che debba esser disar-
mata per prima la fazione che è contro tutte queste cose [l’ordine pub-
blico e la disciplina nazionale]; ma il governo, fin’ora, ha seguito una
VII. Rapporti tra fascismo e esercito 291

formula di neutralità ed una identica considerazione dell’una e del-


l’altra parte. Questo non è giusto e non è utile. Non è giusto, perché,
finché esisterà un governo, che è emanazione della grande maggioran-
za dei cittadini, questo governo non ha solo il diritto ma ha il dovere
di difendersi; e pertanto lealismo e sovversivismo non possono one-
stamente rappresentare un egual peso sui piatti della bilancia»116.
Parallelamente Giardino avanza la richiesta di un maggior con-
trollo della scuola: libertà d’insegnamento, sì, purché sempre nell’am-
bito di un’educazione nazionale. Quindi limitazioni alle scuole priva-
te, epurazione del corpo insegnanti, riforma dell’insegnamento in sen-
so nazionale: tutto per poter giungere alla sospirata disciplina e po-
tenza117.
Scrive ancora Gobetti, tracciando un bilancio dell’attività del gene-
rale nel dopoguerra: «Il gen. Giardino è un fenomeno che può nascere
soltanto come patologia di un regime democratico. Soltanto in uno sta-
to di assoluta e schiacciante libertà era possibile tollerare un chiacchie-
rone zotico e generico come lui, un perpetuo esibitore di gloria milita-
re, un confesso incompetente pronto ad interloquire su tutto [...]. Con
la sopportazione di Nitti il fazioso distribuiva lezioni d’ordine e faceva
parlare di sé e di prossime congiure e di alte complicità. Nitti lo sep-
pelliva nel ridicolo lasciandogli la libertà di congiurare. Il suo esempio
in Senato provò che la libertà di parola reca in sé sufficienti difese [...].
Il suo nazionalismo sovvertitore tuttavia anticipava il fascismo: e perciò
non servivano idee e cultura, ma sagre e commemorazioni. In periodo
di disoccupazione e di inquietudine il grido: Ricordate la guerra! era un
programma e una parola d’ordine»118.
Il giudizio può parere duro e certo la forma acerbamente offensi-
va risente delle polemiche del tempo (Giardino non era più cortese
quando attaccava Nitti). La sostanza però esprime la protesta amara di
un giovane che si sentiva tradito. Attaccando Giardino, rifiutando al-
l’uomo politico il rispetto che pure tributava al generale vittorioso, cri-
ticando in termini purtroppo affrettati la politica dello stato maggio-
re, Gobetti lottava contro il ricatto patriottico della destra, contro l’i-
dentificazione tra patria e reazione, tra vittoria e fascismo, avallata dai
generali più noti ma non per questo giusta. La piena adesione di Giar-
dino al fascismo era naturale; ma si svolgeva con grande clamore, in
nome della patria, della vittoria, dei sacrifici dei combattenti, in aper-
to spregio ai doveri di un comandante d’armata in servizio attivo, con
uno sfoggio di ideali abbassati a retorica che facevano scattare Gobet-
ti: «Certo il dogma di patria nacque nella caserma»119. Dopo la vitto-
ria fascista Giardino declamava: «Oggi è risorto lo stato, è risorta la na-
zione, è risorta la patria. La patria comanda; la nazione, lo stato, i cit-
292 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

tadini obbediscono alla voce della patria. Qui è davvero la rivoluzio-


ne: soffiato via un miserevole mondo di pochi, piccoli e deboli uomi-
ni politici in isconscia fregola di comandare alla patria, è sorto un mon-
do superiore di milioni di uomini grandi e forti che sentono la nobiltà
e l’ambizione di obbedire»120.
E Gobetti commentava ironicamente: «Dall’ottobre 1922 c’è aria
nuova in Italia. Si respira la gioia di vivere [...]. Che cosa sogna l’op-
posizione di dissidio tra esercito e camicie nere? Ma allora i generali
sarebbero a capo delle camicie nere! Ma non vedete che allo stato mag-
giore non par vero che tutto sia passato, di trovarsi finalmente nel suo
regime? Niente nuove guerre; anche Giardino preferisce la pace: ma
nella pace il comando [...]. Lo spirito è quello: niente politica, ma sa-
gre e gioia di vivere»121.
L’avvento del regime fascista rappresenta infatti il coronamento
delle ambizioni di Giardino, che riceve concreti riconoscimenti della
sua azione: per esempio la nomina a governatore di Fiume nel settem-
bre 1923. Nel medesimo tempo però inizia il declino politico del ge-
nerale, la cui voce si perde man mano nel coro di voci inneggianti al
duce ed al regime. Se vuole riavere per un momento gli onori della ri-
balta, Giardino deve tornare a complottare, questa volta contro il go-
verno nazionale, ponendo la sua candidatura alla successione di Mus-
solini nel dicembre 1924; l’insuccesso segna la fine della sua carriera
politica.
Gli sfuggì poi anche il comando dell’esercito. Fu Giardino ad im-
postare e dirigere l’opposizione militare al progetto di ordinamento
del ministro Di Giorgio, considerato troppo audace. Ma il trionfo del-
l’aprile 1925 segna per Giardino l’inizio del declino anche in questo
campo: l’avvento di Badoglio al comando dell’esercito significa l’esau-
toramento progressivo degli altri generali più noti. Gli rimase il ruolo
di condottiero vittorioso e gli onori relativi, largiti a piene mani dal fa-
scismo, tra cui spiccano la promozione a maresciallo d’Italia ed il con-
ferimento del collare dell’Annunziata.
Costretto a ritirarsi dalla scena, Giardino si diede agli studi storici
con nuova dignità e misura, colmando il suo debito verso i combattenti
del Grappa con un’opera più duratura dei suoi discorsi politici: i tre
volumi di Rievocazioni e riflessioni di guerra. Quest’opera storica fu
continuata in pubblicazioni minori, vivacemente ma cortesemente po-
lemiche, fino alla morte, avvenuta nel 1935 a Torino.
VIII

L’ORDINAMENTO DIAZ

1. Caratteristiche generali: potere delle alte gerarchie e ferma lunga

Alcune caratteristiche relativamente secondarie differenziano


anche esteriormente l’opera di riordinamento di Diaz da quella
dei suoi predecessori. Innanzi tutto i provvedimenti base furono
concretati con rapidità inconsueta: i decreti sull’ordinamento del-
l’esercito e sulla durata della ferma sono del 7 gennaio 1923, quel-
li sulla costituzione degli alti comandi dell’11 gennaio. In forza
della legge che concedeva i pieni poteri al governo Mussolini, que-
sti decreti furono di fatto sottratti a qualsiasi critica e convalida
parlamentare. Poco più di due mesi bastarono così a Diaz per
troncare annose questioni, utilizzando in larga parte i lavori del
Consiglio dell’esercito.
Questi primi provvedimenti furono seguiti nel corso del 1923
da numerosi altri, che riordinarono tutti i corpi ed i servizi dell’e-
sercito, in modo da porre termine allo stato di incertezza. L’am-
piezza di questa riorganizzazione è il secondo e più positivo aspet-
to dell’opera di Diaz, il quale poté valersi della piena collabora-
zione degli uffici del ministero e dello stato maggiore, che aveva-
no spesso rallentato con la loro resistenza passiva l’attività a loro
meno grata dei ministri borghesi.
Questa riorganizzazione si svolse invece (è questo il terzo
aspetto che segnaliamo preliminarmente) al di fuori del concorso
della stampa politica, che non fu offerto né sollecitato. Le dichia-
razioni ufficiali sul programma militare del nuovo governo furo-
no singolarmente vaghe1, il lavoro di Diaz condotto in silenzio; i
maggiori quotidiani non uscirono da un’attesa passiva, sostan-
294 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

zialmente favorevole, con l’eccezione della «Tribuna», su cui il


Chittaro si batté per una politica di raccoglimento, e della «Stam-
pa», che aperse le sue colonne alle critiche dell’ex-ministro Sole-
ri2. Indubbiamente nelle prime settimane di vita del governo Mus-
solini erano in gioco problemi politici di grande importanza, di-
nanzi ai quali la sistemazione dell’esercito poteva parere di se-
condario interesse; l’atteggiamento prevalente si può così riassu-
mere con queste righe di un quotidiano di opposizione, «Il Mon-
do»: «Noi non esprimiamo giudizi [...]. Siamo disposti ad inchi-
narci, superando ogni dubbio davanti all’affermazione del duca
della vittoria, se egli riterrà che l’adozione della ferma di 18 mesi
sia una assoluta, imprescindibile necessità»3. Quando poi un ar-
gomento sembra suscitare un certo interesse, come la proposta di
affidare la direzione della politica militare italiana ad un unico mi-
nistero della Difesa nazionale, in sostituzione dei ministeri esi-
stenti (Guerra e Marina) e costituendi (Aeronautica), subito in-
terviene a troncare la discussione con durezza un comunicato uf-
ficiale:

L’agenzia «Stefani» è autorizzata a smentire formalmente la noti-


zia della fusione dei due ministeri della Guerra e della Marina in un
unico dicastero per la Difesa nazionale. L’on. Mussolini non ha mai
pensato, non pensa e non penserà a fusioni del genere4.

Anche le reazioni suscitate dalla comunicazione delle decisio-


ni del Consiglio dei ministri sono assai contenute. I socialisti del-
le varie tendenze rimangono isolati all’opposizione, mentre tutti
gli organi liberali manifestano un consenso venato da alcune ri-
serve in quelli più moderati, entusiasta in quelli più di destra5.
Tuttavia, se si escludono i grossi titoli intorno al 7 gennaio, la rior-
ganizzazione dell’esercito non suscita grande scalpore né apre di-
scussioni o polemiche. In tutto il 1923 gli articoli sui problemi mi-
litari saranno pochi e di scarso rilievo, a testimonianza di un’ab-
dicazione degli ambienti politici.

Questi particolari concorrono a presentare il riordinamento


dell’esercito nel 1923 come opera esclusiva delle sue alte gerar-
chie, cui l’accordo col fascismo aveva concesso la possibilità di
realizzare i propri desideri senza ingerenze. In una seduta tenuta-
VIII. L’ordinamento Diaz 295

si non a caso il 30 ottobre 1922 il Consiglio dell’esercito aveva co-


sì precisato le sue condizioni:

Il Consiglio dell’esercito, richiamandosi alle sue precedenti discus-


sioni e deliberazioni [...]; considerato che l’ordinamento di pace deve
essere soprattutto in misura di produrre con ordine, con la maggiore
rapidità e con la maggior saldezza di compagine, le formazioni di guer-
ra e consentire la migliore e più rapida adunata di esse sulle fronti mi-
nacciate;
ritiene che nessuna sensibile riduzione possa farsi sull’inquadra-
mento già studiato e concretato dal Consiglio, come progetto d’ordi-
namento meglio rispondente alle esigenze della mobilitazione e della
difesa, e da mantenersi stabilmente fin dal tempo di pace, inquadra-
mento che il Consiglio ha giudicato appena sufficiente e soltanto ac-
cettabile perché, e fino a che, si hanno disponibili classi in congedo che
hanno fatto la guerra;
e dichiara che, sull’ordinamento proposto dal Consiglio stesso, se
esigenze di forza o di bilancio assolutamente lo impongono, si possa
soltanto ammettere, e come misura transitoria, la riduzione di un ri-
stretto numero di unità a unità-quadro, limitando tali riduzioni a unità
inferiori al reggimento od al gruppo d’artiglieria e fermo restando che
ogni reggimento deve avere almeno un battaglione effettivo6.

L’assunzione di Diaz al potere non avveniva quindi sulla base


di un programma personale, ma di questa presa di posizione del-
le massime gerarchie, che chiedevano reparti numerosi anche se
vuoti di uomini e di mezzi; né Diaz rifiutò di sottolineare il carat-
tere collegiale della sua opera, legittimandola con il richiamo alla
competenza dei capi dell’esercito, vittoriosi in guerra e responsa-
bili della preparazione bellica, i quali «hanno non solo la perfetta
conoscenza delle esigenze della guerra e possono conveniente-
mente valutarne la portata e le conseguenze, ma sono altresì in
grado di formulare quelle previsioni che oggidì è lecito trarre con
qualche fondamento di realtà»7. Furono così affossate tutte le
aspirazioni riformiste ed ebbero solenne coronamento le nume-
rose scelte che negli anni precedenti, sotto la copertura del tecni-
cismo, avevano ridato vita all’esercito di caserma. È ancora Diaz
a presentare ripetutamente il suo ordinamento come il trionfo del-
la continuità e della tradizione: «senza radicali e profonde inno-
vazioni, dalle quali sarebbero scaturiti lunghi e pericolosi periodi
296 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

di crisi», si doveva dare vita ad un ordinamento che «è già stato in


realtà, nelle sue linee essenziali, tradotto in atto» e risponde ad
una doppia funzione: «cauta conservazione e previdente prepara-
zione»8.
Il nuovo ordinamento ricalcava infatti le linee generali di quel-
lo provvisorio definito nel 1920: il numero dei corpi, grandi unità
e comandi era invariato, ove si eccettui il mantenimento di 12 reg-
gimenti bersaglieri invece della loro riduzione a 4. Erano previsti
in complesso 125 reggimenti delle varie specialità della fanteria, 12
di cavalleria, 45 d’artiglieria più 10 gruppi contraerei, 31 batta-
glioni del genio; invariata l’organizzazione dei servizi9. Punto cen-
trale dell’ordinamento Diaz, che gli assicura una propria fisiono-
mia malgrado le somiglianze con quello precedente, è però l’ado-
zione della ferma lunga di 18 mesi. Nel sostenerne l’adozione,
Diaz si appoggiava sulla difficile situazione creata all’esercito dal-
la ferma di 12 mesi, che era stata applicata con scarsa convinzione
nel 1922; infatti il semestre anziano alle armi era stato assorbito in-
teramente dai vari servizi esterni e interni, militari o non, mentre i
reparti veri e propri erano rimasti formati solo dal semestre di re-
clute. I capi militari, che pochi giorni prima della marcia su Roma
avevano accettato la ferma di 12 mesi richiesta dai ministri bor-
ghesi, nel nuovo clima a loro favorevole manifestavano le loro
preoccupazioni: come fronteggiare una situazione d’emergenza
con reparti così inesperti?10 Ridurre il peso dei servizi in modo da
ricuperare elementi anziani da immettere nei reparti, oppure or-
ganizzare l’esercito in modo che sei mesi d’istruzione fossero suf-
ficienti, erano soluzioni brillanti ma difficili. I generali scelsero la
via più facile: aumentare la ferma, in modo da avere sempre uo-
mini istruiti nei reparti, pur continuando a destinare una metà del-
la forza alle armi a servizi estranei alla preparazione bellica.
Come vedremo nel paragrafo seguente, per molti mesi del-
l’anno la forza dei reparti sarebbe stata minima: ma il numero de-
gli uomini aveva valore secondario, ciò che contava per Diaz e i
suoi colleghi era la riaffermazione della necessità di un lungo pe-
riodo alle armi per la formazione del soldato, che giustificasse l’e-
sistenza in pace di molti nuclei e comandi e ufficiali. L’esercito
permanente come tramite necessario, quindi come regolatore e
ispiratore dello sforzo bellico del paese: un ritorno a posizioni an-
tiche, che la guerra ed i reduci avevano messo in discussione. No-
VIII. L’ordinamento Diaz 297

tava giustamente il Gatto-Roissard: «si ribadisce il concetto tradi-


zionale per il quale la nazione delega all’esercito la missione di di-
fenderla e perciò, non solo teoricamente, ma anche praticamente,
si distingue da esso»11.
La ferma di 18 mesi presentava poi vari altri vantaggi per un
esercito di caserma, come la possibilità di preparare buoni gra-
duati e specialisti senza dover dipendere dal paese e dalla premi-
litare. La chiamata della classe poteva poi essere effettuata in una
volta sola, semplificando le operazioni relative ed il lavoro degli
istruttori12. Una ferma breve poi comportava un addestramento
intensivo, che non era possibile nel dopoguerra per la mancanza
di buoni ufficiali ed il peso dei vari servizi; una ferma lunga pare-
va invece una garanzia di per se stessa, indipendentemente dalle
condizioni in cui si svolgeva l’addestramento. Diaz poteva così
contrapporre i sicuri risultati della ferma di 18 mesi a quelli incerti
del periodo precedente:

Sarà sempre meglio disporre di un personale non molto conside-


revole, ma fornito di un sufficiente grado di istruzione (quale è richie-
sta dalla tattica e dalla tecnica moderna) ed atto perciò alla formazio-
ne di unità di guerra, piuttosto che di una grande massa con istruzio-
ne assolutamente insufficiente e perciò di dubbia consistenza13.

La contrapposizione è inesatta: non erano le ferme brevi (del


resto mai veramente applicate) le responsabili della crisi dell’e-
sercito, né la ferma lunga ne avrebbe risolto i problemi. Il brano
tuttavia è interessante perché rappresenta la fine di uno dei gran-
di miti democratici del dopoguerra: l’estensione a tutti i validi del-
l’obbligo del servizio militare. Negli anni precedenti il contingen-
te annualmente incorporato era calato sui 200.000: già alcune die-
cine di migliaia di uomini erano lasciati a casa come sostegni di fa-
miglia. Ora l’adozione della ferma di 18 mesi rendeva necessaria,
non essendo possibile aumentare adeguatamente la forza bilan-
ciata, un’ulteriore riduzione del contingente, con un ritorno su
larga scala al sistema delle esenzioni, dei congedi anticipati e altri
analoghi espedienti. I ministri borghesi non avevano voluto o osa-
to spingersi su questa via; Diaz lo faceva ora apertamente e le po-
che opposizioni si sgretolavano dinanzi alle sue perentorie affer-
mazioni: «se si vuole portare l’esercito a quel grado di efficienza
298 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

che le esigenze militari, oltre quelle di politica e di dignità nazio-


nale impongono, è assolutamente indispensabile ed urgente adot-
tare la ferma di 18 mesi»14.
La valorizzazione dell’elemento uomo, cioè il raggiungimento
di un alto livello di istruzione nelle unità dell’esercito di pace, pa-
reva infatti l’unica via per conservare all’Italia la sua posizione di
potenza militare, poiché le condizioni economiche non le con-
sentivano di gareggiare con le nazioni più industrializzate in fatto
di armamenti. Respingendo le richieste di uno sviluppo dell’avia-
zione come delle nuove armi, Diaz intendeva devolvere all’am-
pliamento dei quadri di carriera ed al mantenimento di un’eleva-
ta forza bilanciata la maggior parte delle risorse disponibili:

Le altre potenze militari, facilitate dalle loro condizioni particola-


ri, hanno già adottato su considerevole scala mezzi meccanici, ma man-
tengono altresì una larga organizzazione di uomini. È necessario che
per ora noi, già inferiori ad esse nella provvista e nell’apprestamento
dei mezzi meccanici, non estendiamo la nostra inferiorità anche nel-
l’organizzazione dell’elemento uomo, che costituisce una nostra indi-
scutibile risorsa. È perciò indispensabile che noi lo curiamo in modo
particolare e lo sfruttiamo al massimo grado possibile, adottando in
pari tempo le macchine di guerra nella giusta proporzione che oggi ci
è consentita e promuovendo gli studi per preparare alacremente quel-
la produzione di mezzi meccanici che ci permetta in seguito di ottene-
re un sicuro e vantaggioso risparmio di uomini15.

Si concludeva così, con l’adozione della ferma di 18 mesi, un’e-


voluzione degli ordinamenti militari italiani che si può criticare,
ma a cui non si deve negare una logica interna. L’indirizzo cui era
stato improntato il riordinamento dell’esercito, che sbrigativa-
mente definiamo un ritorno all’esercito di caserma prebellico, po-
stulava infatti una ferma lunga. Promettere in questo quadro una
ferma di 8 mesi, come aveva fatto Bonomi, significava fare della
demagogia; anche il passaggio alla ferma di 12 mesi era impossi-
bile senza profonde modificazioni di struttura. L’adozione della
ferma di 18 mesi costituiva se non altro un atto di chiarezza.

I 18 mesi in cui Diaz fu ministro segnano il culmine del pote-


re del gruppo dei più illustri generali italiani, solidali nell’impor-
VIII. L’ordinamento Diaz 299

re le loro idee in materia di ordinamento come nel difendere le po-


sizioni di potere personale. Secondo la più ortodossa dottrina mi-
litare, l’esercito venne sottoposto ad un ispettore generale cui ven-
nero conferiti amplissimi poteri, ricalcando il modello della cari-
ca prevista per Diaz nell’ordinamento Albricci. Come leggiamo
nel decreto istitutivo, l’ispettore generale «alla dipendenza del mi-
nistro della guerra presiede in tempo di pace all’organizzazione
difensiva dello stato e alla preparazione dei quadri e delle truppe
alla guerra». A questo scopo «esercita l’alta azione ispettiva sulle
truppe, sui servizi e sulle scuole [...]; stabilisce i concetti fonda-
mentali ai quali deve essere informata la preparazione della guer-
ra [...]; determina la formazione di guerra dell’esercito». Ha alle
sue dipendenze lo stato maggiore centrale, impartisce diretta-
mente ordini ai comandanti delle grandi unità, in previsione del-
le operazioni, assegna ai generali i comandi presso l’esercito mo-
bilitato, corrisponde direttamente con tutte le autorità militari e
civili; naturalmente deve essere tenuto a giorno della situazione
politica ed è nominato dal Consiglio dei ministri e dal re, e non
dal ministro della Guerra16. Ha quindi la figura di comandante ef-
fettivo dell’esercito in pace ed in guerra, con una latitudine di po-
teri nuova, tale da esautorare qualsiasi ministro – e infatti Diaz la-
sciò vacante l’altissima carica. Egli solo avrebbe avuto sufficiente
autorità per assumerla (la fine di Badoglio nel 1921 insegni), ma
la posizione di ministro gli assicurava già sufficiente potere. La
creazione della carica di ispettore generale non risponde quindi
ad un bisogno immediato, ma rappresenta piuttosto un’ipoteca
dei militari sul futuro, per il giorno in cui fosse stato necessario
controbilanciare un ministro meno grato. Nel frattempo l’alto co-
mando rimase nelle mani del Consiglio dell’esercito, che venne
rinnovato con l’esclusione del ministro e dei generali più giovani
che Gasparotto vi aveva introdotto17; il capo di stato maggiore
continuò ad avere poteri ridotti e l’esercito a mancare di un capo
effettivo: situazione che contraddiceva la dottrina ma non gli in-
teressi dei militari.
Contemporaneamente fu istituita, sviluppando gli studi di So-
leri, una Commissione suprema mista di difesa, che riuniva i mi-
nistri interessati alla definizione dei maggiori problemi militari e
si avvaleva della consulenza del Consiglio dell’esercito, del Comi-
tato degli ammiragli e del nuovo Comitato per la preparazione
300 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

della mobilitazione nazionale18. Quest’ultimo organo, come la


Commissione suprema, rispondeva all’esperienza della guerra ed
alle richieste delle correnti più avanzate; non ci risulta però che
l’uno e l’altra abbiano avuto effettiva incidenza negli anni se-
guenti. Il che ben si comprende: le alte gerarchie dell’esercito e
della marina avevano avocato a sé la direzione della politica mili-
tare italiana e non intendevano certo affidarla al potere civile. Ed
una vera preparazione della mobilitazione nazionale avrebbe ri-
chiesto maggiore convinzione da parte dei militari e probabil-
mente degli industriali stessi, propensi a sfuggire qualsiasi forma
di collaborazione che potesse tramutarsi in controllo.
Il piccolo gruppo di alti comandanti appare pertanto deciso a
difendere il suo potere contro ogni tentativo di intrusione. È de-
gno di nota che il passo falso compiuto da Badoglio nell’ottobre
1922 offrendosi come liquidatore del fascismo non fu volto con-
tro di lui e la sua posizione nell’esercito; fu invece allontanato da
Roma e dai centri del potere il gen. Grazioli, uno tra quelli che al-
la vigilia della marcia su Roma si erano assunti il compito di rassi-
curare Mussolini sul favore dell’esercito. Dinamico comandante
di corpo d’armata, noto anche per i suoi studi storici e tattici, Gra-
zioli19 aveva scelto nel 1921-22 una posizione di fronda verso i col-
leghi più anziani e conservatori, appoggiando le nuove teorie sul-
l’importanza della premilitare e legandosi al ministro Gasparotto,
poi ad ambienti fascisti. Sotto Diaz pagò questi suoi legami con la
perdita del posto nel Consiglio dell’esercito e della direzione del-
le scuole militari (in cui gli succedeva il gen. Tassoni, nuovo al
mondo degli studi) e passò a comandare il corpo d’armata di Ve-
rona: un trasferimento onorevole, ma pur sempre un segno di di-
sgrazia.
Le benemerenze fasciste non giovarono maggiormente al gen.
De Bono. Questi aveva lasciato il servizio attivo per la PAS, ma al-
l’indomani della marcia su Roma, che aveva visto anche la sua can-
didatura al ministero della Guerra, chiedeva di essere riammesso
in SAP. Rispondeva Diaz che «un tale provvedimento coinvolge-
rebbe la questione generale degli ufficiali in PAS e si presterebbe
ad inesatte interpretazioni, mentre un senso di giustizia non con-
sentirebbe di adottare decisioni non perfettamente uniformi di
fronte ai non pochi ufficiali che quei medesimi provvedimenti de-
sidererebbero e invocano»20. Provvedeva pertanto a richiamare
VIII. L’ordinamento Diaz 301

De Bono in servizio temporaneo, nella sua nuova qualità di diret-


tore generale della pubblica sicurezza, ma rifiutava di riammet-
terlo in servizio permanente. L’episodio non ha rilievo politico, si
inquadra piuttosto nella decisione dei più alti generali di non per-
mettere intrusioni nell’esercito. E infatti De Bono, scrivendo a
Mussolini, spostava la questione dal suo caso particolare a quello
generale degli ufficiali in PAS, in gran parte fascisti, che attende-
vano dal nuovo governo come premio il reintegro in SAP21. Que-
ste pressioni non ebbero successo: la preoccupazione immediata
di Diaz era di sfoltire ulteriormente, non di rinsanguare i quadri
dell’esercito22. Soprattutto i capi responsabili non potevano ac-
cettare interferenze dall’esterno, tanto più da parte di colleghi che
avevano fatto carriera politica: ne andava di mezzo l’indipenden-
za dell’esercito oltre la loro posizione personale.
Furono anche lasciate cadere le rivendicazioni degli ufficiali si-
lurati al fronte durante il conflitto, che chiedevano al governo fa-
scista una riabilitazione morale ed economica, nel quadro della
glorificazione della guerra in tutti i suoi aspetti condotta dal nuo-
vo regime23. Anche qui Diaz temeva di porre in moto un mecca-
nismo inarrestabile, che avrebbe riaperto le polemiche sulla guer-
ra, messo in discussione talune carriere, aumentato il numero dei
concorrenti ai posti di comando. In sostanza, la politica di Diaz fu
l’immobilismo: le aspirazioni delle categorie meno fortunate di uf-
ficiali vennero rinviate a tempi migliori, lasciando il passo al rior-
dinamento dell’esercito ed al consolidamento del gruppo di po-
tere.
Il ritorno all’antico fu suggellato dall’adozione di una nuova
scala di stipendi per gli ufficiali, nel novembre 1923. Il decreto re-
lativo aveva interesse generale, trattando il riordino dell’intera
amministrazione statale, ma per l’esercito, che aveva appena rice-
vuto un nuovo assetto, l’unica novità era appunto rappresentata
dagli stipendi24. In sintesi, gli emolumenti annui lordi di un sot-
totenente di prima nomina salirono a 8.700 lire (stipendio, sup-
plemento di servizio attivo, indennità militare) che corrisponde-
vano a circa 700 lire mensili nette e divenivano 785 col carovive-
ri. Un capitano percepiva 14.920 lire annue lorde e 1.215 mensili
nette; un colonnello, 23.140 e 1.700; un generale di divisione,
34.500 e 2.580; un generale d’esercito, infine, 58.000 e 4.230. A
queste cifre si aggiungevano 140 lire mensili nette per 2 persone
302 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

a carico, indipendentemente dal grado25. In confronto agli sti-


pendi approvati nel 1922, notiamo un leggero aumento per il sot-
totenente ed uno più consistente (150-200 lire mensili) per i gra-
di da capitano a colonnello. Per i generali invece gli aumenti so-
no fortissimi: 550 lire al mese per un generale di divisione (il 30%
di incremento), 1.650 per un generale d’esercito (circa il 40% in
più). Si torna così all’anteguerra, quando i generali più alti perce-
pivano fino a cinque volte più di un sottotenente, dopo la paren-
tesi del dopoguerra, in cui preoccupazioni economiche e demo-
cratiche avevano ridotto il divario: nel 1921-22 un generale d’e-
sercito guadagnava tre volte e mezzo lo stipendio di un sottote-
nente, nel 1923 cinque volte e mezzo. Questo spettacolare au-
mento era la conseguenza del collegamento delle retribuzioni de-
gli ufficiali con quelle degli statali in genere: un sottotenente oc-
cupava il grado XI della scala gerarchica, un generale d’esercito,
pur considerato fuori quadro, era assimilato per il trattamento
economico al grado I.
Non è quindi esatto affermare che Diaz e gli altri generali d’e-
sercito si siano avvalsi della loro posizione per aumentare consi-
derevolmente i loro stipendi, in un periodo di estreme ristrettez-
ze finanziarie per l’esercito, perché siamo dinanzi ad un fenome-
no generale, comune a tutta l’amministrazione statale. Il provve-
dimento però si inseriva pienamente nella logica di un esercito di
caserma, come un esercito di caserma si inseriva nella logica di
uno stato autoritario, concorrendo a rialzare sempre più il presti-
gio dei supremi comandanti. Si può poi notare che l’esercito ave-
va una percentuale di alti gradi superiore a quella delle altre am-
ministrazioni e che i suoi ufficiali fruivano, oltre agli stipendi, di
un’indennità militare, che era giustificata per i gradi inferiori e
medi (come corrispettivo dei disagi della vita militare e dei più
bassi limiti di età), assai meno per i gradi più alti (e si passava dal-
le 1.800 lire annue del sottotenente alle 8.000 del generale d’eser-
cito); e che le altre indennità tipicamente militari vennero incre-
mentate in ugual misura. Un generale d’esercito, che già fruiva del
vantaggio di essere considerato in servizio attivo fino alla morte,
venne a percepire anche 10.000 lire annue di spese di rappresen-
tanza e 7.200 di indennità di alloggio, non condizionate ad un co-
mando effettivo. In proporzioni minori, queste indennità venne-
ro concesse a tutti i generali. Non è certo il caso di elevare picco-
VIII. L’ordinamento Diaz 303

le denunce moralistiche: ci sembra però che questi provvedimen-


ti bene completino la struttura dell’esercito che Diaz ed i suoi col-
leghi prepararono in 18 mesi di incontrollato potere.
L’insieme è indubbiamente imponente: ma che si nascondeva
dietro questa facciata?

2. Bilanci e forza alle armi

Uno dei luoghi comuni più cari alla pubblicistica di destra e


particolarmente a quella di origine militare è l’accusa ai governi li-
berali di aver lesinato gli stanziamenti necessari alla difesa del pae-
se. L’accusa è sostanzialmente falsa: ad esempio, nel cinquanten-
nio che va dall’unificazione italiana alla vigilia della prima guerra
mondiale le spese dei ministeri della Guerra e della Marina mili-
tare assorbirono qualcosa più di tutti gli altri ministeri sommati,
lasciando in disparte solo quelli del Tesoro e delle Finanze (ossia
le spese di riscossione e gli interessi sui debiti di stato)26. Si può
naturalmente sostenere che questi stanziamenti furono spesi ma-
le, in modo da presentare l’esercito impreparato nella guerra
mondiale: ma allora il discorso si allarga e chiama in causa la po-
litica militare di un’intera classe dirigente. Lo stesso si deve dire
del periodo che stiamo studiando: fino al giugno 1922 l’esercito
non dové certo affrontare ristrettezze finanziarie ed il suo bilan-
cio, quando terminò l’effetto delle grandi spese straordinarie la-
sciate dalla guerra, fu fissato ad un livello all’incirca corrispon-
dente a quello prebellico. La riduzione delle spese militari, ri-
chiesta non solo dalle sinistre per permettere il risanamento del
bilancio statale, non fu quindi attuata che in misura limitata, pa-
ragonabile a quanto succedeva all’estero, man mano che i proble-
mi della smobilitazione lasciavano il passo a quelli del riassetto di
pace27. Il bilancio preventivo per il 1923-24, presentato nel no-
vembre 1922 ma preparato ancora dal ministro del Tesoro Tan-
gorra e da Soleri, contemplava un aumento di spesa rispetto a
quello precedente di oltre 400 milioni (da 1.876 a 2.200 milioni);
l’aumento in pratica era maggiore, perché riassorbiva anche la
scomparsa delle spese lasciate dalla guerra (calate da 183 a 15 mi-
lioni). Non si può quindi dire che le strettezze finanziarie fossero
304 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

il più urgente problema dell’esercito sotto i governi liberali: se un


bilancio relativamente ampio non permetteva ai reparti che una
vita stentata, la causa era da ricercare nella crisi dell’esercito stes-
so e non nella insensibilità del ministro del Tesoro.
La miglior dimostrazione che le accuse ai governi liberali han-
no origine nelle esigenze della propaganda politica e non nei fat-
ti, è data dall’atteggiamento ben diverso che i più feroci critici dei
ministri borghesi riservano ai primi passi del regime fascista. L’or-
dinamento Diaz, approvato nel dicembre 1923, contemplava leg-
geri ampliamenti dell’esercito ed un generale consolidamento,
con la prospettiva di aumenti di spesa che impensieriva più di un
commentatore28. Lo Zugaro calcolava addirittura che il bilancio
avrebbe dovuto salire dai 2.200 milioni preventivati da Soleri per
il 1923-24 a 3.150 milioni (aviazione compresa), riducibili a 2.864
solo nel primo anno di applicazione29. E un altro tecnico avver-
tiva:

L’ordinamento in vigore è tale che esso o va preso con le sue tren-


ta divisioni, i 18 mesi di ferma, un minimo di 300.000 uomini di forza
bilanciata e quindi con l’onere finanziario di più che tre miliardi che
esso ora importa, o va rifiutato nel suo principio informatore e quindi
in tutte le sue modalità30.

Senonché il ministro del Tesoro del governo Mussolini, De


Stefani, annunciava ben presto che tutti i bilanci sarebbero stati
sottoposti ad una revisione spietata, con una notevole riduzione
di spese a vantaggio della politica di pareggio del governo fasci-
sta. E precisava: «per la Guerra si giudica che sensibili economie
potranno essere realizzate compensando una certa diminuzione
delle masse e delle unità con una più forte dotazione di mezzi tec-
nici»31. Il che significava ridurre le spese per gli uomini, cui Diaz
dava la massima importanza, allegando l’efficacia delle spese per
le macchine, che Diaz rimandava a tempi migliori. Le riduzioni
furono annunciate in un discorso di De Stefani alla Scala di Mila-
no a metà maggio del 1923:

Le spese per la difesa nazionale e per i corpi armati dello stato


(esercito, marina, milizia volontaria, aviazione), che per la loro entità
finanziaria e per il loro significato politico costituiscono il consueto
VIII. L’ordinamento Diaz 305

bersaglio della decadente democrazia, vennero tra loro coordinate e


fissate nella cifra di tre miliardi, inferiore alla spesa reale prebellica,
con una economia sul preventivo comunicato alla Camera nel novem-
bre scorso di 338 milioni. I tre grandi capi dell’Italia vittoriosa nel-
l’ordine civile e negli ordini militari hanno inteso con questo di conci-
liare le necessità della difesa e dell’ordine pubblico con le condizioni
economiche e finanziarie della nazione e dello stato, ispirandosi nella
loro decisione al riconoscimento di quella interdipendenza tra forze
economiche e forze militari che è il naturale presupposto perché si ab-
bia un risultato massimo non effimero nell’efficienza bellica della na-
zione32.

Discorso di una bella disinvoltura, in cui la riduzione delle spe-


se militari diventa biasimo per i governi liberali e titolo di merito
per il governo fascista! Sta di fatto che il preventivo Tangorra-So-
leri venne ridotto da 2.200 a 1.900 milioni; più precisamente, per-
ché le spese per l’aeronautica non erano soppresse, ma trasporta-
te ad altro ministero, e invece aumentavano quelle per i carabi-
nieri, la riduzione fu di qualcosa più di 200 milioni: le spese vere
e proprie per l’esercito scesero infatti da 1.620 a 1.390 milioni33.
Questa notevole riduzione non incontrò opposizione né ap-
plausi: la stampa preferì passarla sotto silenzio, con poche ecce-
zioni, dando rilievo alla lotta ingaggiata dal governo contro il di-
savanzo senza soffermarsi sulle sue conseguenze. Questo atteg-
giamento non stupisce nelle sinistre, poco interessate ai problemi
militari e sempre favorevoli ad una riduzione della loro incidenza
finanziaria; merita invece una sottolineatura nelle destre e parti-
colarmente nei militari, che accettavano dal governo fascista quel-
lo che non avrebbero mai permesso ai governi liberali34. Qualco-
sa del genere accadeva per la marina: Thaon di Revel, che negli
anni precedenti aveva diretto un’acre campagna per il ripristino
della corazzata Leonardo da Vinci (affondata dagli austriaci e poi
ricuperata), ritenendola indispensabile alla potenza navale italia-
na, rinunciava a queste costose ambizioni non appena salito al po-
tere. Così Diaz ed i suoi accettarono i bilanci più bassi del ven-
tennio tra le due guerre, per permettere il consolidamento politi-
co del governo fascista.
Le cifre dei bilanci parlamentari sono troppo generiche per es-
sere significative; ci soccorre però la superiore competenza dello
306 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

Zugaro, con nuovi raggruppamenti delle cifre assai più interes-


santi degli innumerevoli e dispersi capitoli dei documenti ufficia-
li. Egli mette a confronto un bilancio prebellico, quello preventi-
vo 1913-14, trasformandone il valore in lire-carta del 1923, con
quello 1923-24 nelle due versioni Tangorra-Soleri e De Stefani-
Diaz; aggiungiamo il bilancio 1924-25, ripartito dal Gatti secon-
do lo schema dello Zugaro35. Le spese sono divise in tre grandi
gruppi: per la vita di pace dell’esercito, per la preparazione belli-
ca e per servizi non inerenti alla difesa. Ma lasciamo la parola al-
le cifre (vedi quadro alla pagina seguente).
Il quadro si presta ad alcune osservazioni generali, valide per i
tre bilanci del dopoguerra. Anzitutto, questi bilanci erano netta-
mente superiori, in valori assoluti, a quelli prebellici (si tenga pre-
sente che il bilancio 1913-14 era già piuttosto elevato, in un pe-
riodo di corsa al riarmo); però il divario si attenua e, per i bilanci
Diaz, si capovolge quando non si tenga conto della spesa per i ca-
rabinieri e l’aeronautica.
Si nota poi la scomparsa, nei bilanci del dopoguerra, delle spe-
se non direttamente destinate alla vita dell’esercito, ma necessarie
per la guerra, come le dotazioni di mobilitazione e le fortificazio-
ni ai confini. Anche all’interno delle spese per la vita di pace del-
le truppe si può notare un’assoluta predominanza di quelle per il
mantenimento puro e semplice di ufficiali, soldati e quadrupedi.
In tutti i bilanci in esame le spese per l’addestramento ed i servi-
zi non raggiungono il 20% delle spese per l’esercito: e una parte
considerevole di queste spese andava al personale, per esempio
agli operai degli stabilimenti di artiglieria, o al funzionamento de-
gli ospedali. Se ne conclude che ogni risorsa disponibile era ne-
cessaria alla sopravvivenza di quadri e soldati, a tal punto che scar-
seggiavano i fondi per il loro addestramento alla guerra, nonché
per la preparazione della mobilitazione generale. È poi evidente
che la diminuzione dell’entità dei due bilanci fascisti è ottenuta
principalmente a scapito della forza bilanciata, l’unica voce in net-
ta diminuzione. Caratteristica la conclusione dello Zugaro:

Si dovrebbe concludere che il bilancio De Stefani-Diaz segni un


passo a ritroso nella ripartizione delle spese secondo la recente espe-
rienza, perché trascura quanto in fatto di provvidenze organiche la
guerra sembra aver dimostrato di crescente importanza per qualità e
Bilanci preventivi ministero Guerra*

1913-14 1923-24 Soleri 1923-24 Diaz 1924-25

A. armamenti di pace
1. spese generali 55,4 3,2% 20,4 0,9% 13,5 0,7% 13,8 0,7%
2. esercito:
ufficiali e impiegati 274,4 16,2 355,0 16,1 335,8 17,1 373,5 19,6
truppa e sottufficiali 476,9 28,1 740,0 33,6 560,5 29,5 476,6 24,2
quadrupedi 169,2 9,5 103,1 4,7 111,5 5,9 118,8 6,2
addestramento e servizi 208,3 12,3 298,1 13,5 270,9 14,2 294,2 11,5
3. debito vitalizio 156,2 9,2 82,8 3,7 82,8 4,4 106,8 5,6
Totale A 1.333,3 78,5% 1.599,6 72,7% 1.375,0 72,4% 1.364,9 71,9%
B. dotazioni e apprest. di guerra
4. strascichi guerra passata 31,5 1,8% 15,0 0,7% 8,0 0,4% 5,5 0,2%
5. costruzioni e fortificazioni 116,6 6,9 5,9 0,3 5,9 0,3 0,03 0,01
6. dotazioni di mobilitazione 86,0 5,0 – – – – – –
Totale B 234,1 13,8% 20,9 1,0% 13,9 0,7% 5,5 0,2%
Totale A + B
(spese esercito) 1.567,4 92,3% 1.620,6 73,7% 1.389,0 73,1% 1.370,4 72,2%
C. spese non più attinenti esercito
7. carabinieri 118,2 6,9 % 462,8 21,0% 508,4 26,8% 527,4 27,8 %
8. aeronautica 12,6 0,7 116,6 5,3 – – – –
Totale C 130,8 7,7 % 579,4 26,3% 508,4 26,8% 527,4 27,8%
Totale A + B + C
(spese effettive) 1.698,3 100 2.200 100 1.897,5 100 1.897,5 100

* Cifre espresse in milioni.


308 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

quantità: ossia non provvede per ora adeguatamente al materiale da


guerra.
Ma poiché quel bilancio, per la ripartizione tecnica degli stanzia-
menti, è opera di un grande maestro della guerra moderna, circonda-
to da collaboratori di riconosciuto alto valore organico e finanziario,
noi siamo necessariamente tratti a concludere che il bilancio Diaz se-
gni soltanto una battuta d’aspetto, l’attesa cioè di maggiori provvi-
denze avvenire36.

La fiducia in Diaz doveva essere grande, se permetteva di ac-


cettare il suo bilancio. Sappiamo che nel 1922 il costo medio annuo
di un soldato era di 3.400 lire con la ferma di 12 mesi e di 3.100 li-
re con quella di 18, che permetteva di ripartire su un maggiore pe-
riodo l’elevato costo iniziale del corredo37. Dividendo ora lo stan-
ziamento per la truppa per questo costo medio, si ha che il bilancio
Tangorra-Soleri contemplava una forza bilanciata di 215.000 uomi-
ni con 12 mesi di ferma: un totale sufficiente ad incorporare la mag-
gior parte del contingente. Con il bilancio De Stefani-Diaz la dimi-
nuzione degli stanziamenti relativi permetteva una forza bilanciata
di 180.000 uomini con ferma di 18 mesi, ossia l’incorporamento di
soli 120.000 uomini all’anno – la metà dei validi! Solo continuando
ad attingere alle scorte per il corredo delle reclute si poteva salire
quasi a 200.000 uomini di forza bilanciata, con un leggero aumen-
to del contingente incorporato38. I 300.000 uomini necessari per
dare piena vita all’ordinamento Diaz rimanevano comunque un so-
gno lontano39.
Era quindi inevitabile che Diaz ed i suoi collaboratori conti-
nuassero a battere la via dei compromessi e degli espedienti. Nel
marzo 1923 furono chiamati alle armi 180.000 giovani della clas-
se 1903, nel maggio 1924 le reclute della classe 1904 salirono a
187.000 – su almeno 250.000 validi40. Il che sollevava interrogati-
vi brucianti: «come può il ministro contemperare un contingente
di 200.000 uomini, una ferma di 18 mesi e una forza bilanciata di
190.000 uomini?», chiedeva due anni più tardi il relatore del bi-
lancio. Ed il ministro rispondeva: «come si è provveduto negli
esercizi precedenti, cioè con congedamenti anticipati ed even-
tualmente con riduzioni dei contingenti di leva»41. Cioè con un ri-
torno su larga scala al sistema deprecato degli espedienti più vari
per ridurre la forza bilanciata, la maggior parte dei quali sfuggo-
VIII. L’ordinamento Diaz 309

no allo studioso, che non può sapere quanti fossero i militari del-
le nuove province o i meno idonei alle fatiche di guerra, che una
semplice circolare ministeriale restituiva alla vita civile42. Solo i
provvedimenti quantitativamente più cospicui sono computabili
con sufficiente esattezza: sappiamo così che la classe 1902 fu con-
gedata dopo un servizio di un anno circa e un quarto della classe
1903 dopo 11 mesi43.
Per quanto possiamo calcolare, la forza alle armi passò da
200.000 uomini del gennaio 1923 a 280.000 nell’aprile (chiama-
ta della classe 1903 e congedo del primo e secondo trimestre
1902), calò a 180.000 in settembre (congedo del resto del 1902)
ed a 120.000 nel febbraio 1924 (congedo anticipato del primo tri-
mestre 1903), per risalire a 300.000 in maggio (chiamata della
classe 1904)44. A queste cifre bisogna aggiungere 10-15.000 per-
manenti (sottufficiali di carriera, graduati e specialisti rafferma-
ti) e togliere i congedamenti anticipati effettuati individualmen-
te o per piccoli gruppi. Nell’esercizio 1923-24, in conclusione, la
forza bilanciata si aggirò sui 210.000 uomini; alla maggior spesa
fu fatto fronte con le scorte dei magazzini e, con ogni probabi-
lità, con lo storno di buona parte dei 300 milioni di spese straor-
dinarie che furono stanziati nel corso dell’esercizio per rinsan-
guare il bilancio45.
Gli stessi problemi, ma in termini più gravi, si presentano per
l’esercizio successivo 1924-25. Lo stanziamento complessivo per
la truppa scende infatti a 457 milioni, pari al costo di 150.000 uo-
mini a ferma lunga, 170.000 attingendo ancora alle scorte di mo-
bilitazione; invece la forza alle armi rimane sui livelli dell’anno
precedente, anzi aumenta lievemente, in relazione alla situazione
politica. L’annuncio del congedamento della classe 1903, che sta-
va compiendo 18 mesi di servizio, suscitò infatti nell’agosto 1924
le più vive proteste della stampa d’opposizione. Il gen. Benciven-
ga, che aveva gettato il grido d’allarme (una sola classe ridotta da
esenzioni e congedi anticipati era appena sufficiente ad assicura-
re la continuità dei servizi, ma non l’efficienza dell’esercito)46, era
mosso da preoccupazioni tecniche, i quotidiani liberali da motivi
politici: nella situazione di tensione creata dal delitto Matteotti la
riduzione di forza dell’esercito pareva calcolata per diminuirne il
peso dinanzi alla milizia fascista. Scriveva «Il Giornale d’Italia»:
310 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

Il vero presidio dell’ordine pubblico, l’esercito, non deve esser ri-


dotto in condizioni di inferiorità rispetto a correnti che tendono a sov-
vertire l’equilibrio interno onde far prevalere la passione di parte47.

Il congedo del 1903 ebbe ugualmente luogo in settembre: ri-


masero alle armi 180.000 uomini48, ma il governo rinunciò a con-
gedare in gennaio 80.000 uomini come avrebbe voluto per man-
tenere la forza nei limiti del bilancio. Motivi di ordine pubblico,
disse il ministro Di Giorgio49: sia la monarchia sia il fascismo ave-
vano interesse a non ridurre troppo il peso numerico e politico
dell’esercito per conservarsene l’appoggio. Si preferì pertanto ri-
piegare su congedi parziali di minore entità e mantenere il grosso
del 1904 alle armi fino all’ottobre successivo, chiamando nel mag-
gio 1925 la classe 1905. Calcoliamo per l’esercizio una forza bi-
lanciata di 210-220.000 uomini, cui fu provveduto con uno stan-
ziamento straordinario di 140 milioni nell’aprile 1925, oltre che
con i ripieghi consueti (ma il consuntivo salirà a 2.314 milioni con-
tro i 1.900 preventivati).
Due righe ancora sul preventivo 1925-26, compilato sulla fal-
sariga di quelli di Diaz, benché questi avesse lasciato il ministe-
ro50. Gli stanziamenti per la vita delle truppe sono all’incirca
uguali a quelli del bilancio precedente: sottoposti all’analisi di un
esperto, il gen. Vacchelli, relatore parlamentare, rivelano scom-
pensi impressionanti. Il capitolo per le spese di vestizione delle
truppe (corredo iniziale, sua manutenzione e parziale rinnovo)
porta un preventivo di 61 milioni, mentre lo stesso ministero de-
nunciava per il solo corredo iniziale una spesa di 838 lire a testa,
pari a 160 milioni per le 190.000 reclute previste! Evidentemente
i 61 milioni stanziati servivano solo alle spese di manutenzione,
mentre il corredo iniziale era prelevato dai magazzini di mobilita-
zione. La spesa per il vitto delle truppe è poi calcolata in 178 mi-
lioni, ma il costo della razione individuale giornaliera è di 3,89 li-
re, pari a 270 milioni per una forza bilanciata di 190.000 uomini!
E già il rincaro dei prezzi nei mesi trascorsi dalla compilazione del
bilancio rende necessario un aumento di questi stanziamenti per
80 milioni! L’occhio attento del gen. Vacchelli si soffermava poi
sulle spese per il materiale d’artiglieria: 64 milioni, insufficienti
per le attività normali; e infatti il ministero calcolava di attingere
per altri 60 milioni alle scorte di munizioni, senza garantire che
VIII. L’ordinamento Diaz 311

questi prelievi non intaccassero anche le riserve necessarie per


una guerra51. Un altro episodio, questo, che ci ricorda il valore li-
mitato di questi bilanci e le ampie possibilità di eluderli che l’am-
ministrazione militare conservava.
In conclusione, nei due anni e mezzo che vanno dalla marcia
su Roma al concentramento dei dicasteri militari nelle mani di
Mussolini, l’esercito attraversò una gravissima crisi finanziaria; ciò
non ostante, la forza bilanciata venne mantenuta sui 200.000 uo-
mini, a costo di sacrificarle ogni altra esigenza, compresa l’appli-
cazione integrale della ferma voluta da Diaz.

La gravità e nel medesimo tempo l’inutilità dei sacrifici com-


piuti per mantenere un’elevata forza bilanciata appaiono quando
si consideri che 200.000 uomini non erano sufficienti ad assicura-
re ai reparti una vita regolare. Diaz aveva aumentato il numero dei
reggimenti, ma aveva rinunciato ai battaglioni-quadro, rivelatisi
un’inutile dispersione di ufficiali e soldati; in vece loro vennero te-
nuti presso ogni comando di reggimento alcuni ufficiali in esube-
ranza, destinati all’inquadramento dei battaglioni da formare alla
mobilitazione52. I reggimenti di fanteria risultarono composti da
due soli battaglioni, quelli bersaglieri addirittura da uno solo; gli
alpini invece mantennero i loro 27 battaglioni rinforzati. La fan-
teria veniva così a disporre, in complesso, di 125 comandi di reg-
gimento, 247 battaglioni ed un migliaio di compagnie: troppe per
la forza alle armi. Al 1° maggio 1924, con 125.000 uomini in ser-
vizio, le compagnie di fanteria avevano in media 69 uomini, dei
quali soltanto 16 disponibili per l’istruzione ed il mantenimento
dell’ordine pubblico: 16.000 su 70.000 uomini assegnati alla fan-
teria, con casi limite di compagnie in cui tutti gli uomini erano ad-
detti a questo o quel servizio. All’incirca uguale la crisi delle altre
armi: alla stessa data gli squadroni di cavalleria avevano in media
93 uomini effettivi e 22 disponibili, le batterie d’artiglieria 68 uo-
mini effettivi e 15 disponibili: cioè altri 8-10.000 uomini da ag-
giungere ai 16.000 fanti per indicare il peso dell’esercito in quel
momento!53
Questi dati si riferiscono ad un periodo in cui la forza alle ar-
mi era bassa: non sono però molto più confortanti quelli relativi
al 1° gennaio 1925, quando erano alle armi 185.000 uomini, cioè
una forza vicina a quella media del periodo 1923-25. A quella da-
312 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

ta le compagnie di fanteria avevano in media 111 uomini effettivi


e 48 disponibili, gli squadroni di cavalleria rispettivamente 143 e
57, le batterie d’artiglieria 90 e 3254. Vale a dire che circa 100.000
uomini su 160-170.000 (a tanto valutiamo la forza delle tre armi)
erano assorbiti dai servizi, mentre i comandanti di reggimento si
recavano all’istruzione con 400 soldati invece dei 3.000 che avreb-
bero avuto in guerra. E questo dopo due anni di incontrollato po-
tere dei militari!
In queste condizioni l’ordinamento Diaz non poteva funzio-
nare: è quanto riconosce nel 1924 una parte crescente della stam-
pa e degli studiosi. Alcuni di questi avevano manifestato la loro
avversione all’ordinamento sin dalla sua definizione, altri lo ave-
vano approvato con perplessità convalidate dall’esperienza (ri-
cordiamo il Bencivenga, il Chittaro, il Gatti); ma nel 1924 assu-
mono un atteggiamento di critica anche studiosi di orientamento
nettamente conservatore, che nell’opera di Diaz avevano visto il
coronamento delle loro aspirazioni, come il ten. col. Romano,
esperto militare dell’«Idea nazionale», che, pur confermando la
propria preferenza per la ferma lunga, scrive:

Finora è stato commesso l’errore di stabilire la durata della ferma


e di adottare un ordinamento senza sapere con precisione quale sa-
rebbe stato il bilancio, mentre è indispensabile che il ministro conosca
esattamente su quali stabili fondamenta potrà costruire l’edificio [...].
Non si dovrà commettere il grave errore, come si è detto finora, di fis-
sare aprioristicamente il numero dei reggimenti [...] e ripartire poi tra
essi il contingente, ma sarà indispensabile fare il cammino a ritroso55.

Anche chi impostava il problema diversamente giungeva pur


sempre alla conclusione che un aumento di stanziamenti era indi-
lazionabile56 e solo pochi seguaci del regime osavano difenderne
la politica militare57.

3. Quadri e servizi

L’esiguità del bilancio e della forza dei reparti costituisce il pro-


blema più evidente e discusso tra quelli sollevati dall’ordinamen-
to Diaz, su cui si polarizzano le critiche. Ci sono però altri aspetti
VIII. L’ordinamento Diaz 313

significativi del riordinamento dell’esercito: ne tratteremo breve-


mente due, la sistemazione degli ufficiali e quella dei servizi.
La politica di Diaz nei riguardi degli ufficiali di carriera è chia-
ramente rivolta ad aumentarne gli organici, per non dover proce-
dere a nuove eliminazioni. Non costituiva quindi una novità, per-
ché le aspirazioni dei militari non erano mai state celate; ed aveva
il duplice vantaggio di venire incontro agli interessi degli ufficiali
e di rinsaldare la struttura tradizionale dell’esercito. L’ordina-
mento del gennaio 1923 contemplava un notevole aumento di or-
ganici: gli ufficiali passavano dai 15.000 dell’ordinamento Bono-
mi a 17.575; in realtà l’incremento era maggiore, perché nel tota-
le del 1920 erano compresi anche 400 ufficiali dell’aeronautica,
divenuta indipendente e quindi calcolata a parte nel 1923. Ogni
grado fu aumentato in proporzione uguale, per non turbare l’as-
setto dei quadri e le carriere, fino ad avere 164 generali (0,9% del
totale), 3.800 ufficiali superiori (17,5%), 5.512 capitani (31,5%)
e 8.819 subalterni (50,1%)58. Questi totali vanno divisi tra le ar-
mi combattenti (12.000 ufficiali per fanteria, cavalleria, artiglieria
e genio, più 1.200 con compiti vari, dal servizio di stato maggiore
a quello dei trasporti), i servizi (medici, veterinari, ufficiali d’am-
ministrazione, sussistenza e commissariato: 2.800 in tutto) ed i ca-
rabinieri (1.400). Nei mesi seguenti questi organici furono ritoc-
cati, con l’inclusione di nuovi gruppi di ufficiali: 377 per il mini-
stero (più una quarantina per lo stato maggiore centrale), 152 per
i vari servizi connessi alla liquidazione dei residuati bellici e con-
siderati temporanei, 26 per il servizio aeronautico e 230 maestri di
scherma col grado di sottotenente; in complesso circa 18.200 uf-
ficiali, stando alle tabelle ufficiali, che sono fortunatamente assai
dettagliate59.
Sappiamo così che sui 12.000 ufficiali d’arma combattente
quasi 2.000 erano assegnati ai comandi di grandi unità, ai distret-
ti (954, cioè 9 per distretto, ognuno dei quali contava poi anche 3
ufficiali d’amministrazione e 1 medico), alle scuole (663) ed agli
stabilimenti d’artiglieria e genio. Quasi tutti gli altri 10.000 erano
assegnati ai reparti: teoricamente, un reggimento di fanteria su
due battaglioni disponeva di 1 colonnello, altri 5 ufficiali superio-
ri, 12 capitani e 25 subalterni; i reggimenti d’artiglieria avevano al-
cuni ufficiali in più, così pure quelli alpini60. L’ampliamento degli
organici ufficiali e la riduzione dei comandi (rinuncia ai batta-
314 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

glioni-quadro) avevano così assicurato ad ogni reggimento un nu-


mero più che sufficiente di ufficiali: almeno sul piano teorico, s’in-
tende, perché era pur sempre possibile la sottrazione di ufficiali ai
reparti per nuove esigenze. Anzi, un caso era già esplicitamente
previsto: le scuole di corpo d’armata, adibite all’istruzione di uf-
ficiali e sottufficiali di complemento, dovevano trarre il loro per-
sonale dai reggimenti, ognuno dei quali avrebbe dovuto fornire
uno-due ufficiali61.
Come conseguenza dell’ampliamento di organici, diminuisce
il divario tra il totale degli ufficiali previsti e quello degli ufficiali
effettivamente in servizio. Abbiamo notizia di congedamenti di
ufficiali di complemento che erano stati trattenuti alle armi e di
ufficiali in pensione che erano stati richiamati in servizio62, non
però di nuove eliminazioni tra gli ufficiali in SAP, pure se il loro
numero diminuisce, anche per i passaggi in aviazione. Nell’au-
tunno 1924 risultano in servizio attivo circa 18.800 ufficiali, con
un’eccedenza sugli organici previsti di non più di 600; a costoro è
necessario aggiungere 250 ufficiali superiori e 420 capitani richia-
mati dal congedo, nonché 1.400 subalterni di complemento tut-
tora trattenuti alle armi, per un totale di circa 20.800 ufficiali. A
parte vanno calcolati 700 ufficiali che stavano compiendo gli stu-
di presso le scuole di reclutamento (vi entravano sottotenenti di
complemento per uscirne tenenti in SAP) e 3.600 ufficiali di com-
plemento in servizio di prima nomina, per un periodo assai breve
e ripetutamente diminuito (fino a meno di tre mesi) per evidenti
ragioni di economia63.
Sono più vaghi i dati sulla ripartizione degli ufficiali tra i vari
gradi. Secondo uno studio compiuto per le quattro armi combat-
tenti, una certa esuberanza di ufficiali superiori (2.770 in servizio
contro 1.850 in organico) e di capitani (5.950 contro 3.600) era
parzialmente compensata da una deficienza di subalterni (5.300
contro 6.460)64. Era particolarmente la fanteria ad avere ufficiali
in esuberanza (oltre 400 maggiori e 2.000 capitani) perché non
aveva fruito di una massiccia espansione di organici come l’arti-
glieria; quest’ultima arma ed ancor più il genio avevano invece dif-
ficoltà ad arruolare nuovi subalterni, perché chiedevano requisiti
di studio più alti che non la fanteria65. In complesso si può dire
che Diaz avesse risolto il problema della sistemazione degli uffi-
ciali, eliminando la maggior parte dei trattenuti o richiamati dalla
VIII. L’ordinamento Diaz 315

pensione, riducendo quelli di complemento ed ampliando gli or-


ganici fino a comprendervi quasi tutti gli ufficiali in SAP esisten-
ti, con l’intesa che quelli tuttora esuberanti non avrebbero più do-
vuto temere allontanamenti forzati. Bisogna vedere se questa si-
stemazione tenesse conto anche delle esigenze dell’esercito, oltre
che di quelle dei singoli, o se piuttosto non fosse ispirata «dal so-
lo desiderio di non disturbare uno stato di cose creato con la guer-
ra e che il dopoguerra ha cristallizzato»66. È questa l’opinione del-
l’on. Belluzzo, giovane e valente professore del Politecnico di Mi-
lano, deputato fascista e futuro ministro dell’Economia naziona-
le67, che nell’autunno 1924 si accollò la relazione della sottocom-
missione della Camera al bilancio preventivo 1924-25 del mini-
stero della Guerra, portando nell’esame dei problemi militari un
piglio spregiudicato e talora ingenuo, che non si arresta dinanzi ai
più consacrati miti né agli interessi di categoria. Egli osservava che
gli ufficiali assorbivano il 28% del bilancio, gli impiegati civili del
ministero della Guerra un altro 4%: quasi un terzo della spesa to-
tale, mentre la forza bilanciata non ne aveva che il 30%!

Esiste dunque una evidente sproporzione tra la spesa per il perso-


nale di ruolo e quella per le truppe e i servizi, e questo significa che il
numero degli organismi attivi compresi nell’attuale ordinamento del-
l’esercito è esuberante; si ha cioè un corpo esile con una grande testa;
e questa sproporzione ancora si aggrava per il fatto che si ha attual-
mente, per alcune armi, un numero esuberante di capitani e ufficiali di
grado superiore68.

Nessuna industria spende per il personale dirigente più del


20% della spesa per gli operai ed il 10% delle spese totali, osser-
va il Belluzzo; pur tenendo conto delle particolari condizioni del-
l’esercito, una riduzione di organici, di ufficiali e di spesa appare
possibile, anzi auspicabile per l’efficienza stessa dell’organismo69.
Conseguenza dell’esuberanza degli ufficiali era l’ingorgo delle
carriere. Nel 1924 furono riprese le promozioni, bloccate dal
1919, con grande sfoggio di esami ed esperimenti, ma con scarso
effetto pratico: ci furono 36 promozioni in tutta l’arma di fante-
ria, 7 in cavalleria, 109 in artiglieria e 18 nel genio, cioè una ogni
86 ufficiali in complesso. Né la situazione era destinata a miglio-
rare con gli anni: i vuoti provocati dai limiti di età avrebbero ap-
316 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

pena permesso di riassorbire gli ufficiali in eccedenza, non di as-


sicurare un avanzamento regolare: la grande maggioranza degli
ufficiali avrebbe terminato la carriera col grado che aveva all’ar-
mistizio. Poiché poi la legge prevedeva che i tenenti con quindici
anni di anzianità fossero promossi indipendentemente dalle va-
canze nel grado superiore, nel 1931-32 si potevano prevedere mi-
gliaia di promozioni a capitano, che avrebbero aumentato l’inta-
samento70. Insomma, gli ufficiali avevano avuto la sicurezza del
posto ma anche l’insabbiamento delle carriere, con evidenti ri-
flessi sul morale.
Ne scaturivano acri rivalità sotterranee tra le varie categorie;
ad esempio «Esercito e marina» denuncia ripetuti tentativi di so-
praffazione ai danni degli ufficiali di fanteria, escogitati dagli uf-
ficiali di stato maggiore che, provenendo in genere dall’artiglieria,
avevano interesse ad accelerarne l’avanzamento. «In fondo a tut-
te le nostre questioni di organica e di tattica si annidano questio-
ni di carriera»71, scrive il bisettimanale, che però non seguiremo
nella denuncia dei singoli casi.

Non possiamo addentrarci nell’esame dell’opera di riordina-


mento dei servizi compiuta da Diaz, che si risolverebbe in un ari-
do elenco di soppressioni o modifiche di enti72. Basterà dire che
la struttura dei singoli servizi venne sempre rispettata, anche se si
procedette ad una certa riduzione di enti direttivi ed esecutivi; di-
minuirono così di numero le infermerie e gli stabilimenti sanitari,
le fabbriche ed i magazzini di commissariato, le sezioni staccate e
genericamente gli enti vari e provvisori, non però i depositi di ma-
teriali e munizioni d’artiglieria. Il personale dei distretti fu raffor-
zato: 954 ufficiali d’arma combattente, 318 d’amministrazione,
106 medici per 106 distretti, con l’avvertenza che questi totali sa-
rebbero stati temporaneamente superati. Più che di un incremen-
to effettivo, si trattò probabilmente della legittimazione di uno
stato di fatto, accompagnato da uno sforzo di organizzazione73.
Non è certo un caso che lo sfoltimento dei servizi raggiunges-
se la sua massima efficacia ai danni non di una categoria di uffi-
ciali o impiegati, ma degli operai degli stabilimenti militari. Co-
storo ed i loro compagni degli arsenali della marina militare furo-
no licenziati in blocco al 30-6-1923, senza riguardo ai contratti di
lavoro in vigore, allo scopo di impiantare una nuova organizza-
VIII. L’ordinamento Diaz 317

zione del personale operaio, imperniata su pochi operai assunti in


pianta stabile, altri con impegno annuale, i più alla giornata. Si
sperava così di risolvere la crisi degli stabilimenti militari e ordini
draconiani furono emanati per instaurare un clima di inflessibile
severità negli stabilimenti74, il cui numero però non venne ridot-
to come era stato preannunciato: evidentemente la volontà rinno-
vatrice del ministro si arenava dinanzi alle proteste degli ufficiali
interessati al mantenimento degli stabilimenti.
L’ampiezza dell’opera di riordinamento di Diaz non deve
quindi trarre in inganno: siamo dinanzi ad una sistemazione bu-
rocratica più che ad una riorganizzazione vera e propria. L’insie-
me dell’amministrazione militare venne accettata così com’era,
frutto di stratificazioni successive tra le quali scompariva l’espe-
rienza della guerra europea; Diaz si limitò a ridurre gli organismi
manifestamente pletorici, rispettando però situazioni e privilegi.
È ancora l’on. Belluzzo, nella sua relazione già citata, a portare le
critiche più precise, come nel caso del servizio sanitario. Notava
il Belluzzo che la media giornaliera dei militari degenti negli ospe-
dali militari era di 6.100, cui si aggiungevano 500 ricoverati negli
ospedali civili: un soldato su 30-35! E continuava:

Se si pensa che il soldato è scelto tra i giovani sani e che la vita mi-
litare contribuisce ad irrobustire, si rimane colpiti dall’altezza della ci-
fra media dei soldati ogni giorno degenti negli ospedali [...]; tuttavia
anche questa cifra non giustifica l’esistenza di un organismo così ple-
torico qual è quello di sanità. Le cifre fornite dal ministero sono in pro-
posito molto eloquenti: per curare 6.600 ammalati militari sono mobi-
litati, [...] ben 1.158 ufficiali e circa 6.000 tra sottufficiali, caporali e
soldati, in complesso circa 7.100 persone, ossia si ha in media un im-
piegato nella sanità per ogni ammalato75.

Pertanto l’on. Belluzzo proponeva una riduzione del servizio


sanitario o meglio la sua smilitarizzazione: medici ed ospedali ci-
vili avrebbero assicurato un’assistenza più efficace ed economi-
ca76. Riduzioni o smilitarizzazioni erano proposte anche per gli al-
tri maggiori servizi, dalle costruzioni d’artiglieria al commissaria-
to: si noti che il Belluzzo non era mosso dai miti democratici del-
la nazione armata, ma solo da un impulso di razionalizzazione tec-
nica. Netta la condanna degli stabilimenti militari: l’industria pri-
318 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

vata può fare meglio ed a miglior mercato77. Ma tutta l’organizza-


zione delle officine d’artiglieria e genio appare deficientissima:
9.600 operai divisi tra 57 diversi enti sono un assurdo economico
ed organizzativo.

Gli operai alle dipendenze del ministero della Guerra sono sparsi
a piccole dosi per tutta l’Italia. Se si riflette che ogni raggruppamento,
per quanto modesto, avrà una direzione e una amministrazione nu-
merose e costose, la necessità di una intensa smobilitazione, affidando
alla industria privata la maggior parte delle mansioni svolte negli opi-
fici militari, risulta evidente come evidente risulta l’economia che in
conseguenza il ministero può realizzare78.

Il Belluzzo terminava auspicando l’avvento di «un esercito nel


quale i servizi sedentari per i militari siano ridotti al minimo, un
esercito senza soldati dattilografi o scritturali, piantoni, inservien-
ti, uscieri e fin dove è possibile senza attendenti»79, ma soprattut-
to un esercito ricco di armi, di mezzi bellici, di macchine.

Sulla necessità del largo impiego delle macchine negli eserciti mo-
derni si trovano oggi concordi tutti gli scrittori più evoluti [...]; una
eguale persuasione non sembra ancora completamente entrata, se si
deve giudicare dai fatti, nelle supreme autorità del nostro esercito80.

Una conclusione che era ripresa dal Gatti, altro scrittore di


orientamento conservatore, ma non chiuso alla critica:

L’esercito quest’anno, secondo il bilancio, non fa e non rinnova as-


solutamente nulla, né nelle fortificazioni, né nelle strade, né nelle fer-
rovie, né nei vestiari dei magazzini, né nelle munizioni, né in tutte quel-
le armi, fucili, cannoni, carri armati, che costituiscono il fondo, dicia-
mo così, non distribuito al soldato81.

E inoltre Diaz si disinteressava dell’aviazione, limitava carri ar-


mati e mezzi chimici ad un semplice centro, rinviava problemi
fondamentali come il rinnovo delle artiglierie, l’avvento del trai-
no meccanico e la nuova organizzazione dei minori reparti di fan-
teria, continuava a consumare le scorte di guerra con pregiudizio
di un’eventuale mobilitazione e dei bilanci futuri, rinunciava ad
VIII. L’ordinamento Diaz 319

innovazioni o riforme di qualsiasi portata. Lo spettro del 1915,


quando l’altissimo morale dei reggimenti italiani si era infranto sui
reticolati nemici, assillava più di un osservatore, anche tra quelli
meno inclini ad esperimenti82.

Non possiamo quindi consentire con l’alto giudizio che lo stes-


so Diaz dava della sua opera, lasciando il ministero:

Quale fosse 18 mesi or sono la situazione del nostro esercito è a tut-


ti noto. Una stasi dannosa, logoratrice delle forze e dissolvitrice di ogni
attività, incombeva sugli ordinamenti militari [...]. Oggi l’esercito ita-
liano [...] ha già superato la crisi in cui era venuto a trovarsi83.

E pertanto le sue condizioni erano: «buone sotto tutti gli aspet-


ti: spirito elevatissimo, buona preparazione, sufficiente armamen-
to, specie per quanto riguarda il materiale d’artiglieria. Certo i
fondi stanziati in bilancio non sono sufficienti [...]. Ciò non ho
mancato di esporre nel periodo in cui ho retto il dicastero della
Guerra»84.
In realtà che l’opera di Diaz avesse avuto effetto positivo sul
morale dell’esercito, o meglio su quello degli ufficiali, è ricono-
sciuto anche da un avversario come il gen. Bencivenga85; e si può
credere che gli ufficiali guardassero con fiducia al duca della vit-
toria che assicurava loro l’avvenire e prometteva una rivalutazio-
ne della loro posizione nel paese. Ma un giudizio complessivo non
può fermarsi a questo aspetto della politica di Diaz; come d’altra
parte non si può credere che egli ignorasse la validità di parte al-
meno delle critiche a lui rivolte.
Il giudizio più esatto ci sembra quello dello Zugaro, che scri-
veva, dopo aver elencato i punti deboli del nuovo ordinamento:

Si è tratti da ciò a supporre che, assai più lungimirante di noi [...],


il gen. Diaz, con tenace volontà e giusta fiducia nel proprio altissimo
prestigio, abbia comunque voluto affermare un ordinamento ed una
ferma difficili da attuarsi immediatamente, ma costituenti una solida
ipoteca sull’avvenire. Abbia voluto oggi comunque sistemare l’eserci-
to in fatto di personale e specialmente di quadri, nella fiducia che
quando saranno esauriti i margini offerti dai residui di guerra, quando
i bisogni di materiali e di apprestamenti si paleseranno prepotenti,
320 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

quando la corsa di altri stati verso nuovi mezzi e forme di lotta imporrà
di seguirli, allora governo, parlamento, finanza e contribuenti si con-
vinceranno della necessità e urgenza di più larghe concessioni86.

In altre parole, i militari approfittarono della interessata con-


discendenza del governo fascista per consolidare un esercito trop-
po grande per poter essere efficiente, fidando che il consueto ri-
catto patriottico avrebbe permesso in futuro di aumentare gli
stanziamenti e quindi la solidità e la potenzialità bellica dell’orga-
nismo. Su questa via li sospingevano la difesa degli interessi di ca-
tegoria e una tradizionale ricerca di prestigio, che il fascismo
avrebbe presto favorito, nell’illusione di accrescere la potenza d’I-
talia con il numero delle divisioni. La contraddittoria ma vitale
esperienza bellica fu quindi sacrificata ad un rigoroso conserva-
torismo, che mirava a rimettere in piedi un esercito di caserma di
tipo prebellico, che fosse ad un tempo strumento della politica in-
terna autoritaria fascista e del prepotere di ristretti gruppi.
Tutela dell’ordine costituito, interessi di categoria e esigenza di
prestigio erano ugualmente garantiti dall’ordinamento Diaz, con
reciproca soddisfazione dei militari e della classe dirigente fasci-
sta. A questo accordo potevano bene essere sacrificate non solo le
confuse istanze democratiche, ma anche la potenza vera dell’e-
sercito: politica anche questa tradizionale, purtroppo, nella storia
d’Italia.
Appendice

LA QUESTIONE CADORNA

Le infuocate polemiche dell’estate 1919 sul significato e la condot-


ta della guerra italiana non ebbero seguito; negli anni seguenti si molti-
plicano gli studi e le rievocazioni di singoli episodi del conflitto, sempre
però nel quadro di un patriottismo (ora degno ora retorico) senza dub-
bi né incrinature. La rinuncia ad un’impostazione critica è variamente
motivata: secondo «La Stampa», che pur polemizza contro questo at-
teggiamento passivo, la gente è ormai sazia di atrocità e polemiche: «Noi
che disgraziati apparteniamo alle generazioni che hanno fatto la guerra
[...], noi non sentiamo nessuna curiosità: soltanto ne sentiamo, e se ne
rimarrà fino all’ultimo giorno, l’orrore. Che discussioni e che indagini!
Della guerra non si vuole più neppure sentirne parlare!»87.
Ancor più deciso l’atteggiamento del movimento mussoliniano: a
pochi mesi dalla pubblicazione dell’inchiesta su Caporetto, il Lanzil-
lo, recensendo un polemico volume del gen. Capello, ammetteva aper-
tamente la responsabilità di Badoglio nella sconfitta di Caporetto e l’i-
niquità della versione fabbricata dal Badoglio stesso che ributtava ogni
colpa su Capello (e Cadorna), con l’avallo della Commissione d’in-
chiesta; ma concludeva sostenendo che il patriottismo richiedeva di
mantenere il silenzio sulla questione, passando sopra gli interessi dei
singoli e la stessa giustizia, perché altri erano ormai i problemi della
nazione.
«Io sono d’avviso che parlare oggi di processo per Caporetto sia un
errore. I fatti militari della guerra sono ormai così lontani, che forma-
no un blocco lontano nel tempo e nello spazio, che tutti gli italiani pos-
sano giudicare con animo pacato e indifferente. Appartengono alla
storia. Non si può fare un processo a un fatto che si dilegua dalla vita
presente, per essere assorbito nel tempo impassibile. I problemi della
nazione, la vita tutta nostra, l’ambiente storico, sono ormai polarizza-
ti in modo così diverso, che invano si cercherebbe di dare anima a co-
322 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

se che sono morte e lontane. Le questioni sociali, demografiche, eco-


nomiche, oggi prevalgono su tutto e dominano freneticamente la co-
scienza contemporanea. Se il gen. Capello vuole un giudizio sul suo
operato, esso sarà dato e infallibile, è anzi già dato, dal pubblico che
studia e legge e che leggerà il suo libro, come già aveva letto le altre
opere sullo stesso argomento»88.
Ben vengano quindi le memorie dei generali, purché non preten-
dano di riaprire il problema politico! Con diverse sfumature, questo è
l’atteggiamento di tutta la stampa: il dibattito sulla guerra non deve es-
sere riaperto. Poiché la stampa di estrema sinistra rinuncia progressi-
vamente ai temi antimilitaristici, rimangono a dominare il campo le po-
sizioni come questa dell’«Esercito italiano»: «La storia – quando po-
trà con spassionata e sicura coscienza giudicare i fatti dei nostri tempi
– dirà la sua ultima parola su l’andamento della formidabile guerra e
su l’azione dei capi. Noi – a cui la sorte benigna largì il dono divino
dell’oblio – dimentichi di ogni rancore e di ogni risentimento, teniamo
gli sguardi fissi in questa luce di gloria che i nostri eroi hanno conqui-
stata nonostante tutto, per divenire sempre migliori e più degni della
stella d’Italia sempre più fulgente»89.
A turbare questo orientamento concorde rimane aperta, in questi
anni, soltanto la cosiddetta «questione Cadorna». Un vasto schiera-
mento, che possiamo genericamente definire di centro-destra, e che
aveva le sue punte più salde nel «Corriere della sera», nel «Mondo» e
nei nazionalisti, chiedeva la piena riabilitazione dell’ex-capo di stato
maggiore, esigendo per lui le promozioni e gli assegni che Diaz aveva
ottenuto. Cadorna è il simbolo della guerra più dura e più nobile, scri-
ve il «Corriere della sera»: «Per due anni e mezzo il popolo d’Italia ha
sentito di avere da lui ogni certezza di vita: e ancora oggi se pensa alle
torbide sere in cui il bollettino portante il nome di lui batteva le ali sul-
le città e sulle campagne ansiose, prova per l’antico capo l’antico fre-
mito e l’antico affetto»90.
Cadorna non è più soltanto un generale, per quanto grande, è «il
rappresentante di una volontà, di un pensiero, di un’opera, di un tem-
po insomma»91. Appunto per questo motivo si oppongono alla sua
glorificazione tutti coloro che non approvano la guerra nella sua tota-
lità, oppure che la condannano apertamente. Scrive assai bene
l’«Avanti!», dopo aver ricordato gli aspetti più negativi del primo pe-
riodo del conflitto: «Certo: di tutto questo non il solo Cadorna era re-
sponsabile, della totale impreparazione egli non è il solo a dover ri-
spondere, dell’impreparazione e della bestialità del comando è tutta la
classe dirigente che deve rispondere, dell’infelice inizio e del massa-
crante primo inverno governo e comando sono solidamente responsa-
VIII. L’ordinamento Diaz 323

bili, ma il soldato che non aveva tempo e modo di risalire dal partico-
lare al generale, a tutto questo sistema dette un nome: Cadorna. E il
nome resta»92. In altri termini, quel processo alla guerra, cui avevano
di fatto rinunciato anche i suoi più aperti critici, veniva sostituito da
un processo ad un personaggio, che prescindeva da qualsiasi analisi
critica per appoggiarsi sopra sentimenti e stati d’animo incontrollati.
Un’opposizione eccessiva, che si contrappone ad un’esaltazione ec-
cessiva. Scrive ancora il «Corriere della sera»: «Sta quindi contro al
Cadorna chi non volle la guerra e chi ad essa imprecò; e, non avendo
il coraggio di ripetere apertamente l’avversione o l’insulto, trova nel
castigo inflitto al generale l’appaciamento e la soddisfazione della sua
passione [...]. L’Italia di ogni pavidità, di ogni dubbio, di ogni com-
promesso, è di fronte all’Italia forte, volenterosa, sicura di sé: nella giu-
stizia resa al generale riconoscerebbe la propria condanna: questa ve-
rità è bene proclamare una volta, per chiarire l’altissima importanza
morale della questione che si impernia attorno al Cadorna»93.
Tale diagnosi centra il carattere ideologico, politico, della questio-
ne, ma è parziale: non erano solo i socialisti od i giolittiani ad opporsi
alla glorificazione di Cadorna, ma anche quei gruppi di ex-interventi-
sti che rivendicavano la partecipazione popolare alla vittoria e non ave-
vano rinunciato del tutto a criticare la concezione aulica ed autoritaria
della guerra. Nell’autunno 1921, quando Cadorna declina l’invito del
ministro Gasparotto a presenziare alla tumulazione del milite ignoto,
perché non poteva vedersi posposto ai suoi subordinati di un tempo,
la stampa di destra ne chiede a gran voce la promozione al sommo gra-
do di generale d’esercito, che già avevano avuto Diaz e una mezza doz-
zina di altri comandanti94. La stampa genericamente di sinistra si inal-
bera: ma la protesta più ferma, più dura anche nel tono, viene da Mus-
solini, che non poteva certo essere classificato tra i denigratori della
vittoria. Scrive il capo del movimento fascista: «Parlando di Cadorna,
noi non intendiamo di fare il processo alla sua famosa teoria dell’at-
tacco frontale, perché ci professiamo candidamente incompetenti in
materia strategica [...]. Ci limiteremo a constatare che ben undici at-
tacchi frontali non avevano spostato il nostro fronte che di appena ot-
to o dieci chilometri in linea d’aria e per questo risultato e su questo
esiguo spazio da Tolmino al mare sono caduti duecentomila uomini
della migliore fanteria d’Italia. Non insistiamo su ciò perché l’argo-
mento è troppo scottante e doloroso»95.
Due altre più gravi accuse muove Mussolini a Cadorna: il pessimo
trattamento inflitto nel primo anno di guerra ai duecentomila volon-
tari, il cui sacrificio non raccolse che derisione e ostilità; e la sconfitta
di Caporetto. Vero è che le colpe di Badoglio, Capello e altri generali
324 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

non sono ancora chiarite: «ma in questi frangenti la responsabilità su-


prema ricade sul capo supremo – ed è giusto, profondamente giusto
che così sia». Conclude perciò Mussolini: «Ora domandiamo: se si
sentì il bisogno di togliere il comando supremo a Luigi Cadorna dopo
Caporetto, ed in ciò si riconosceva in lui il maggior responsabile del
rovescio, come si potrebbe oggi, come si vorrebbe da taluni, elevarlo
alla carica delle cariche, come quella di generalissimo dell’esercito? È
tempo di reagire contro questa facile abitudine all’oblio»96.
Si noti che dal 1919 il fascismo, come gli altri gruppi di ex-inter-
ventisti, concordava pienamente con le destre nella difesa ad oltranza
della guerra; l’avversione a Cadorna, simbolo di tutti gli aspetti nega-
tivi del conflitto, rimane l’unico elemento che ricorda e continua le po-
lemiche e le accuse dei primi tempi del dopoguerra, a livello pura-
mente emotivo. L’inconsistenza ideologica di questa ostilità (come si
poteva condannare Cadorna esaltando tutti gli altri aspetti della guer-
ra?) la votava però ad un lento esaurimento. Nel 1922 la Commissio-
ne permanente esercito e marina della Camera proponeva di estende-
re a Cadorna la concessione degli assegni straordinari chiesti per
Diaz97; il disegno di legge però si arenava. Alla vigilia della marcia su
Roma l’ex-capo di stato maggiore era fatto oggetto di clamorose ma-
nifestazioni di omaggio da parte di delegazioni di ex-combattenti non-
ché di squadre fasciste98. Giustamente «L’Idea nazionale» inquadrava
questa ripresa delle onoranze a Cadorna nel clima di esaltazione pa-
triottica che si diffondeva nel paese: «La guerra che fu maledetta ri-
torna, lentamente, ma fatalmente, a splendere della sua luce santa. Il
soldato che imprecò contro le sue sofferenze comincia a risentire l’or-
goglio di quelle sofferenze, la grandezza delle gesta cui ha partecipato,
la sua solidarietà con l’esercito vittorioso di cui fu membro vivo. In-
tende che la cieca negazione non vale a nulla, che la verità è un’altra e
ben più consolante: quelle sofferenze non sono state invano! [...] Così
la guerra d’Italia comincia a realizzare quello che è poi il suo massimo
beneficio: la coscienza della forza, della potenza, della virtù d’Italia, la
consapevolezza dell’eroismo della stirpe, il senso della vittoria»99.
Questo clima viene naturalmente consolidato dall’avvento al pote-
re delle forze cosiddette nazionali. «Da qualche tempo e specie da
quando è assunto al potere il governo nazionale di Mussolini, è possi-
bile riesaminare con una approssimativa serenità storica i valori della
nostra guerra», scrive Bergamini su «Il Giornale d’Italia» iniziando
una nuova rubrica dedicata appunto all’esaltazione della guerra italia-
na100. E naturalmente si rinnovano e si moltiplicano le richieste di una
piena riabilitazione di Cadorna, che suggelli la disfatta delle forze an-
tinazionali. Questa battaglia della nuova Italia, Mussolini e Diaz de-
VIII. L’ordinamento Diaz 325

vono combatterla e vincerla, scrive il «Corriere della sera»; entrambi


hanno raccolto e compiuto l’eredità di Cadorna. «Se questi non aves-
se cominciato, quelli non avrebbero finito. Combattenti tutti; fratelli
d’armi tutti; e soltanto, il Cadorna, con più tremendo compito e sfor-
tunato»101.
In aprile la nazionalista «Rassegna italiana» pubblica un articolo di
Cadorna, largamente ripreso dalla stampa quotidiana, in cui si confu-
ta l’affermazione del maresciallo Foch, che solo l’arrivo dei rinforzi
francesi avrebbe permesso di arrestare gli austriaci sul Piave nel no-
vembre 1917102. L’occasione sembra propizia ad Albertini per rilan-
ciare apertamente la questione: «Come possiamo oggi imprecare con-
tro gli stranieri che offuscano la nostra gloria se i primi ad offuscarla
siamo noi stessi, se, coll’umiliazione inflitta al gen. Cadorna, umiliamo
quanto di grandioso fu compiuto in trenta mesi di guerra?»103.
Albertini chiama direttamente in causa il governo, i suoi membri
nazionalisti, Diaz e gli altri generali più illustri: «Verrà giorno in cui a
coloro che potevano e non vollero riconoscere l’opera del gen. Cador-
na, la storia chiederà severo conto. Si domanderanno quei giudici co-
me abbia potuto avvenire che promozioni, ricompense, onori d’ogni
genere siano stati conferiti a tutti gli artefici della vittoria meno che al-
l’artefice primo. E la risposta non sarà benevola per chiunque abbia
creduto, di fronte a questo compito di giustizia e di bene inteso pa-
triottismo, passare disinvoltamente all’ordine del giorno»104.
Anche questa volta sono i nazionalisti ed i liberali di centro-destra
a battersi per Cadorna; e ancora una volta, più che gli ex-neutralisti
(che ormai si disinteressano della questione), è proprio il fascismo a ri-
fiutarsi di chiudere la questione. A metà maggio l’ufficiosa agenzia
«Volta» dirama un duro comunicato: «Negli ambienti autorizzati si
giudica alquanto inopportuno che venga risollevata a fondo la que-
stione Cadorna, come pare sia intenzione di qualche giornale e di qual-
che gruppo. Per quanti meriti si vogliano attribuire a quegli che ebbe
la responsabilità e l’onore di preparare e di condurre la nostra guerra
dai giorni dell’intervento a quelli del Piave, non si può facilmente di-
menticare che il nome di quest’uomo è anche legato a due sciagure del
nostro esercito e non può non suonare amaramente al cuore della
grande maggioranza degli italiani. Inoltre, coloro i quali esaltano la fi-
gura di questo generale, sono pregati di rendersi conto che, ecceden-
do nei loro propositi, possono dar luogo ad una naturale e adeguata
reazione da parte di quanti, invece, giudicano molto severamente l’o-
pera di tale condottiero. Se un giudizio di revisione dovrà avvenire,
soltanto la storia potrà farlo e coloro che verranno dopo di noi; non si
può essere a un tempo testimoni e giudici. In conclusione, nelle sfere
326 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

governative non si nasconde per nulla il pensiero che la questione deb-


ba essere posta senz’altro a tacere e che un elementare senso di pa-
triottica disciplina debba indurre i fautori del gen. Cadorna a rientra-
re nel più assoluto riserbo»105.
Non conosciamo i motivi che indussero Mussolini a questo duro
tono106: probabilmente si trattò di una reazione di insofferenza degli
ambienti fascisti dinanzi al peso della interessata tutela dei partiti di
destra, nazionalisti e liberali, da mettere sullo stesso piano delle belli-
cose quanto inutili dichiarazioni di De Vecchi contro gli ufficiali d’an-
teguerra. È interessante notare che i capi dell’esercito si disinteressa-
rono della questione: pare improbabile che Mussolini si sarebbe per-
messo un gesto simile se Diaz ed i suoi colleghi avessero realmente ap-
poggiato la riabilitazione di Cadorna. Dobbiamo credere che le gelo-
sie personali ed il timore di dover dividere il proprio potere e la pro-
pria posizione determinassero l’atteggiamento dei generali, che già nel
1919 avevano lasciato a Cadorna la parte di capro espiatorio107. Co-
munque le polemiche dirette conobbero una sosta, anche se la que-
stione rimase aperta.
Non è certo un caso che la questione Cadorna fosse avviata a solu-
zione proprio all’indomani del delitto Matteotti, in un momento in cui
il fascismo si sforzava energicamente di ricreare intorno a sé l’unità de-
gli ex-combattenti. L’isolamento di Cadorna rappresentava un certo
pericolo per il regime: il generale, pur non occupandosi manifesta-
mente di politica (si era chiuso in uno sdegnoso silenzio), aveva sem-
pre accettato le manifestazioni di omaggio da qualsiasi parte venisse-
ro, senza soffermarsi sulle implicazioni politiche; alla vigilia della mar-
cia su Roma aveva perciò passato in rassegna le camicie nere, un anno
più tardi era stato portato in trionfo in una manifestazione di ex-com-
battenti di un chiaro sapore di fronda al fascismo108. Il suo nome po-
teva perciò fungere da punto d’incontro di varie correnti. Il 20 set-
tembre 1924 il dono a Cadorna di una villa in Pallanza, acquistata con
una pubblica sottoscrizione, era appunto l’occasione di una manife-
stazione che il governo non poteva non guardare con sospetto. Il co-
mitato d’onore comprendeva infatti i più bei nomi del mondo milane-
se, senza distinzione tra sostenitori e avversari del regime; opposizio-
ne liberale, ambienti militari, associazioni ex-combattentistiche (che
fornirono l’oratore ufficiale, Delcroix) si presentavano uniti, relegan-
do in secondo piano i fascisti109. E la stampa d’opposizione dava il
massimo risalto all’evento (metà della prima pagina per due giorni su
«Il Mondo», quasi altrettanto sul «Corriere della sera»), che invece i
giornali fascisti commentavano in tono minore, fino a «Il Popolo d’I-
talia», che liquida l’argomento con due colonne interne. Lo stesso go-
VIII. L’ordinamento Diaz 327

verno si faceva rappresentare dal prefetto e dal comandante del corpo


d’armata di Milano: il minimo veramente per una cerimonia che rac-
coglieva un numero ragguardevole di senatori, generali, personalità110.
L’eco della manifestazione ed il timore di un consolidamento del-
le incerte alleanze (è il periodo in cui l’opposizione liberale propone
un governo militare che assicuri la successione di Mussolini), decise i
capi fascisti a passare ad una rapida confroffensiva: il 4 novembre fu
annunciata la nomina di Diaz e Cadorna a marescialli d’Italia ed il ri-
chiamo in servizio attivo di quest’ultimo. Con un solo gesto, passando
sopra le precedenti avversioni, Mussolini andava oltre le richieste di
amici e avversari, rilanciava il tema del fascismo valorizzatore della vit-
toria, toglieva alle opposizioni liberali uno spunto polemico e si assi-
curava la gratitudine e l’appoggio dell’ex-capo di stato maggiore. Il
provvedimento fu accolto con un coro di lodi: solo la «Giustizia» del
26 ottobre stampava che lo scopo del gesto era di spezzare la fronda
delle associazioni ex-combattentistiche111.
Si chiudeva così anche la questione Cadorna, con un atto dovuto
ad un calcolo opportunistico, che ne riconfermava la natura politica.
Dal momento in cui si era rinunciato ad un vero esame della guerra co-
me di Caporetto, l’anatema mantenuto su Cadorna non aveva senso,
tanto più dinanzi alle promozioni ed al trattamento concesso agli altri
comandanti dell’esercito. La nomina a maresciallo d’Italia può quindi
essere considerata un atto di giustizia sul piano umano; sul piano po-
litico rappresenta invece l’ultimo suggello ad una visione della guerra
senza ombre e senza dubbi, in cui la retorica avrebbe finito col soffo-
care i più degni valori e la propaganda di massa i pochi seri studi112.
IX

IL MITO DEL DUCE

1. Il ministro Di Giorgio ed il suo ordinamento

Nel 1924 la stampa politica riprende a trattare i problemi mi-


litari di fondo. La causa è evidente: l’ordinamento Diaz ha delu-
so le aspettative e reso necessario un intervento politico per risol-
vere la crisi dell’esercito. Le critiche dirette sono però relativa-
mente rare: gli studiosi preferiscono professare il massimo rispet-
to per il duca della vittoria e la sua opera (si sente l’influenza del
clima nazionale imposto dal fascismo, che incomincia a limitare la
libertà di discussione), salvo poi chiederne il completamento, cioè
per lo più il superamento. Alcuni approvano la grandiosità d’im-
pianto dell’esercito voluto da Diaz, considerandolo necessario ad
una politica estera forte; scrive la «Rassegna italiana»:

Guardiamo dunque, romanamente, in faccia la dura realtà: con


una popolazione in continuo aumento, con la necessità urgente di
materie prime, non possiamo rinchiuderci politicamente in casa no-
stra; ma dobbiamo invece prendere parte autorevolmente alle lotte
economiche che si combattono nel mondo: e la autorità, in politica
estera, deriva dalla forza militare aerea, chimica, terrestre, marittima,
forze che si completano a vicenda ma che non si sostituiscono l’una
all’altra1.

Ma per una politica di espansione, il bilancio dell’esercito de-


ve essere aumentato: «diciamo francamente che i 1.600 milioni
annui [...] bilanciati per l’esercito sono del tutto insufficienti, e
per il personale e per le macchine, la cui spesa dobbiamo affron-
IX. Il mito del duce 329

tare ex novo»2. Per i più, invece, non è il bilancio che va aumen-


tato, ma l’esercito ridotto di proporzioni; scrive «La Stampa»:

Se la difesa nazionale dovesse essere messa à point sulla base dei ri-
lievi fatti dai nostri tecnici, noi dovremmo chiedere al nostro paese un
sacrificio finanziario incompatibile colla nostra potenza economica.
Senonché il problema della difesa nazionale non può essere conside-
rato in astratto [...]. È ovvio infatti che un sistema di alleanze e di ac-
cordi può ridurre al minimo le esigenze militari3.

Per altri invece il problema principale non è la spesa globale


(che pure andrebbe aumentata), ma la sua ripartizione: abbiamo
già citato la battaglia del Gatti sul «Corriere della sera» per le
macchine, che dovrebbero assorbire la metà del bilancio. Su «Il
Mondo» il gen. Bencivenga ripropone il suo esercito lancia e scu-
do e soprattutto insiste sulla necessità di un’effettiva democrazia
interna come base di una politica estera sicura e di un saldo orga-
nismo militare: poiché la guerra è ormai scontro di popoli, nulla
possono i regimi coercitivi come quello fascista4. All’estremo op-
posto dello schieramento politico, il gen. Gandolfo, succeduto a
De Bono e Balbo nel comando della milizia, fa sua la richiesta di
un esercito lancia e scudo, ma ne rovescia le conseguenze politi-
che. L’esercito deve avere una ventina di divisioni quasi pronte,
raccolte in campi d’istruzione alla frontiera, intente solo all’adde-
stramento bellico; alle loro spalle la milizia fascista provvede a
mantenere l’ordine interno, appresta, in caso di mobilitazione,
una trentina di divisioni di rincalzo e dirige in pace ed in guerra
lo sforzo militare del paese5.
Questi programmi rappresentano con sufficiente completezza
le tendenze espresse dal mondo politico e militare per il riordina-
mento dell’esercito. Sono scomparse le posizioni democratiche,
sono in ombra quelle avveniristiche; ma la diminuzione del diva-
rio tecnico e politico non significa un appianamento dei contrasti
tra i vari esperti: «non essendovene uno che non abbia il suo pro-
prio progetto, nessuno di loro è disposto a trovar buono un qual-
siasi progetto elaborato da altri»6. La fase che si apre sarà appun-
to contraddistinta da violenti scontri tra tecnici politicamente vi-
cini, alla cui competenza si rimette il potere politico, ostentata-
mente neutrale.
330 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

Protagonista di questo periodo è il nuovo ministro Di Giorgio,


che propose un suo ordinamento, lo sostenne aspramente e nau-
fragò con esso dinanzi al Senato nell’aprile 1925. Fu questa l’ulti-
ma grande discussione pubblica sui problemi dell’esercito, impo-
stata e condotta, secondo gli intendimenti dei suoi maggiori pro-
tagonisti, sul piano rigorosamente tecnico; il che era impossibile,
e la politica, cacciata dalla porta, rientrò dalla finestra nella di-
scussione. L’intera vicenda rimane a testimoniare la necessità di
un intervento politico qualificato per la risoluzione della crisi del-
l’esercito, quale fu operato da Mussolini nell’aprile 1925, coll’as-
sunzione dei dicasteri militari. Nella storia degli ordinamenti mi-
litari, questo è un anno perso in discussioni sterili e violente. Lo
presenteremo perciò assai rapidamente (malgrado l’abbondanza
del materiale questa volta disponibile): espungerlo dalla storia
dell’esercito, come sogliono le fonti ufficiali del ventennio fasci-
sta, non è possibile né utile, perché se non altro i mesi di discus-
sione mettono in rilievo le contraddizioni ed i condizionamenti
della politica militare italiana.

Diaz presentò le dimissioni da ministro della Guerra alla fine


dell’aprile 1924; la sua decisione era presa sin dal gennaio, ma era
stata rinviata per non danneggiare la campagna elettorale del go-
verno fascista7. Le dimissioni, fu precisato e ripetuto, erano do-
vute esclusivamente alle cattive condizioni di salute del generale;
solo più tardi sarà autorevolmente scritto che la loro vera causa
era il mancato aumento del bilancio dell’esercito8. Probabilmen-
te entrambe le ragioni coesistevano; già nel 1919 Diaz aveva ri-
nunciato spontaneamente alla pesante responsabilità del coman-
do effettivo. Certo è che la sua solidarietà politica non venne me-
no al governo fascista e che la scelta del successore avvenne col
suo gradimento, se non per sua designazione9. Il nuovo ministro
della Guerra era il gen. Antonino Di Giorgio: un brillante ufficia-
le di stato maggiore, siciliano, valoroso comandante di truppe in
guerra, salito fino al comando di corpo d’armata10. La sua nomi-
na venne accolta con generale consenso. Di Giorgio aveva fama di
grande energia, di forte intelligenza e di difficile carattere, insof-
ferente di ostacoli e compromessi; era stato deputato nazionalista
nel 1913 e nel 1919, poi si era ritirato dalla politica, dopo che al-
cuni suoi notevoli discorsi erano caduti nel vuoto. Si ripresentò al-
IX. Il mito del duce 331

le elezioni del 1924, proclamandosi profondamente fascista, ma


non iscritto al partito: «Non ho chiesto e non ho accettato la tes-
sera del partito fascista perché, soldato, non posso conoscere al-
tri doveri che quelli liberamente giurati nell’atto di vestirne la di-
visa – e di giuramenti l’uomo d’onore non ne può prestare che
uno»11.
Siamo dinanzi ad una contraddizione caratteristica, più diffu-
sa tra gli ufficiali di quanto si possa dimostrare, tra un’aperta ade-
sione al fascismo e un’esaltazione della natura apolitica dell’eser-
cito; la contraddizione era soprattutto formale, ma Di Giorgio,
che per natura ricercava gli ostacoli più che i compromessi, dove-
va esasperarla fino ad inimicarsi il partito. La sua tesi, che Mus-
solini bene avesse fatto a non coinvolgere l’esercito nella lotta po-
litica, perché i militari, per quanto fascisti nell’intimo, avrebbero
obbedito agli ordini del governo Facta, se questi avesse avuto l’e-
nergia di impartirli, non era nuova; ma Di Giorgio la difendeva fi-
no a provocare un clamoroso incidente alla Camera, consideran-
do un insulto per l’esercito la semplice supposizione che avesse fa-
cilitato la marcia su Roma12.
Contemporaneamente Di Giorgio si batteva per ridurre la mi-
lizia in sottordine all’esercito, eliminandone gli aspetti più politi-
ci ed i capi più irregolari13, ed emanava una circolare in cui, sen-
za mezzi termini, vietava agli ufficiali ogni attività politica: un or-
dine che ai fascisti doveva suonare non certo gradito, un segno di
sfiducia da parte dell’esercito. Ecco il testo della circolare:

Nei momenti gravi che traversa il paese nel dopoguerra, l’esercito


seppe conservare, col mantenersi costantemente estraneo alla politica,
intatta la sua tradizione di onore, cosicché convergono su di esso, sem-
pre più ardenti ed estesi, il rispetto e l’onore della nazione. E fu meri-
to degli ufficiali di ogni grado, i quali furono, tranne alcune eccezioni,
sotto questo riguardo impeccabili.
Ma le eccezioni ci furono e purtroppo tuttora ci sono. Richiamo su
ciò l’attenzione delle autorità dipendenti. Ufficiali, anche di grado ele-
vato, non sempre tengono nella conversazione quell’attitudine riser-
vata che meglio si addice in questa ora di sfrenata passione politica a
chi alla politica è per debito d’onore estraneo. Certo, gli ufficiali sono
cittadini anch’essi e sono uomini! vano sarebbe, perciò, ed iniquo pre-
tendere da essi, sulle persone, sui partiti, sugli eventi, uniformità di
giudizio e di sentimento. Ciò che si deve pretendere è la riservatezza,
332 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

la compostezza, la moderazione dell’atteggiamento esterno, la asten-


sione assoluta da qualsiasi aperta manifestazione, la partecipazione co-
munque larvata alle lotte di parte [...].
Tranne a coloro che sono investiti di mandato parlamentare, a nes-
sun altro ufficiale in SAP deve essere consentito di fare della politica.
E deve essere ben diffusa tra gli ufficiali dell’esercito la coscienza che
il tipo dell’ufficiale politicante è il tipo che maggiormente ripugna al-
la natura delle nostre istituzioni14.

In realtà questo atteggiamento non celava alcuna riserva nei


confronti del fascismo: all’indomani del delitto Matteotti, Di
Giorgio autorizzò la consegna alla milizia di 100.000 fucili e nella
riunione del Consiglio dei ministri, che precedette il discorso del
3 gennaio 1925, fu tra i più fermi sostenitori di Mussolini. Egli
stesso precisava così la sua posizione:

Il ministro della Guerra, in quanto ministro della Guerra, deve


esercitare il suo ufficio secondo le attribuzioni che gli fissano lo statu-
to e le leggi dello stato [...]. Questo è lo stato di diritto. C’è poi lo sta-
to di fatto. Ci sono delle responsabilità squisitamente politiche di que-
sto stato di fatto ed io, in quanto faccio parte del ministero, assumo
con piena consapevolezza la mia parte di responsabilità, ma ripeto,
non già come ministro della Guerra, sì bene come membro del gabi-
netto15.

Rigorosamente apolitico come ministro della Guerra e capo di


un organismo apolitico, il gen. Di Giorgio si rivelava fascista co-
me membro del governo Mussolini: una distinzione illusoria, che
doveva sembrare frutto di doppiezza o trasformismo a quanti non
conoscessero la rigidità del generale, incapace di manovre politi-
che. Fu quindi giudicato dalle sue azioni: e le opposizioni lo com-
batterono come fascista convinto, mentre i fascisti finirono col la-
sciarlo cadere, ritenendolo irrimediabilmente legato ai vecchi tem-
pi. Entrambi i giudizi in fondo erano esatti: Di Giorgio vedeva nel
fascismo il sistema autoritario sempre sognato, ma non sapeva
adattarsi alle sue esigenze e caratteristiche di regime di massa; né
si curava di rendere il suo atteggiamento comprensibile agli altri,
ma procedeva per la sua strada senza cedimenti né compromessi,
di forma come di sostanza. Non per nulla era salito al potere di-
IX. Il mito del duce 333

cendo che «il comando deve essere fondato sull’autorità. L’affet-


to degli inferiori viene dopo»16.
La personalità del ministro caratterizza anche la sua opera per
il riordinamento dell’esercito. Il disaccordo dei tecnici non lo sco-
raggiava, perché aveva già un suo programma: «Ho accettato di
essere ministro della Guerra unicamente per attuare quel com-
plesso di idee che da quasi trent’anni vado sostenendo e agitando
prima nella stampa e poi dalla tribuna parlamentare»17. Accettò
quindi il ministero con lo stesso bilancio che si era rivelato insuf-
ficiente sotto Diaz, assicurando Mussolini di poterlo far bastare
con un riordinamento dell’esercito18. E si pose subito al lavoro,
con pochi ufficiali a lui devoti, evitando di ricorrere allo stato
maggiore e di dare pubblicità alcuna ai suoi progetti, per conser-
var loro quell’impronta personale che gli pareva essenziale19. Al-
l’inizio del settembre 1924, in un discorso sul Tonale, Di Giorgio
fornì le prime indicazioni sui suoi propositi, lasciando capire di
avere allo studio una riforma radicale di una situazione insosteni-
bile: «Gli ordinamenti attuali sono in sostanza quelli del 1914, rie-
sumati ed imposti, anche dopo il cataclisma della guerra, da quel
medesimo complesso di pregiudizi, di errori, di interessi, che ora
vorrebbero tenerli in piedi»20.
Ce n’era abbastanza per allarmare i più diversi ambienti. Nel-
le settimane seguenti alcuni autorevoli quotidiani invocarono la
nomina di un capo militare responsabile, che si affiancasse al mi-
nistro nella preparazione del nuovo ordinamento, mentre altri mi-
sero le mani avanti, precisando che i difetti innegabili dell’ordi-
namento Diaz erano dovuti esclusivamente all’insufficienza del
bilancio21. Di Giorgio continuò per la sua strada ed ai primi di no-
vembre presentò il suo progetto di ordinamento al Consiglio del-
l’esercito, riunito al gran completo. In tre sedute (10-11-12 no-
vembre) il Consiglio dell’esercito lo respinse nettamente, condi-
zionando la sua approvazione a modifiche radicali22.
Malgrado sia il progetto d’ordinamento del ministro, sia i la-
vori del Consiglio dell’esercito fossero coperti dal segreto d’uffi-
cio, le indiscrezioni trapelarono immediatamente, alimentate (si
disse) dagli avversari del ministro, e furono riprese con ampiezza
dalla stampa. Di Giorgio non si diede per vinto e colse la prima
occasione per precisare che il parere del Consiglio non era vinco-
lante, né così negativo come volevano le indiscrezioni scandalisti-
334 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

che23. Solo il parlamento poteva dare un giudizio definitivo, con-


tinuava Di Giorgio, che si riprometteva di accelerare la presenta-
zione e discussione del suo progetto. Non gli era infatti venuto
meno l’appoggio di Mussolini, che dichiarava che l’ordinamento
proposto era «non un annullamento, sebbene un miglioramento
di quello precedente [...]. L’obiettivo è di utilizzare gli insegna-
menti della recentissima guerra e di aumentare l’efficienza bellica
dell’esercito»24. Il Consiglio dei ministri pertanto prese in esame
il disegno di legge Di Giorgio, ne approvò lo spirito e gli articoli
e ne autorizzò la presentazione al parlamento, che avvenne ai pri-
mi di dicembre presso il Senato25.

La relazione che accompagnava i disegni di legge26 si apriva


con un’ampia diagnosi dei mali dell’esercito:

Da oltre quarant’anni una crisi profonda travaglia l’esercito e ne


turba la vita [...]. La crisi ebbe, per le note ragioni, un rincrudimento
nel dopoguerra, ma esisteva anche prima della guerra. Trae la sua ori-
gine dall’aumento di due corpi d’armata avvenuto nel 1882 e dal gra-
duale successivo allargamento degli organici, il quale creò quella di-
sarmonia fra organici e forza bilanciata che della crisi costituisce la ra-
gione prima ed essenziale27.

Diagnosi ineccepibile e molto lucida, ci sembra. È tuttavia ca-


ratteristico della formazione di Di Giorgio la mancata indicazio-
ne delle cause politiche di questo ampliamento di organici, che si
riassumono nella convinzione che un esercito forte fosse essen-
ziale per la posizione internazionale d’Italia, e che questa posizio-
ne dipendesse dal numero di divisioni esistenti prima che dalla lo-
ro efficienza. Ma lasciamo continuare Di Giorgio:

La storia della politica militare italiana degli ultimi quarant’anni è


la storia dello sforzo angoscioso per uscire da questa crisi [...]. Ma lo
sforzo, col prefiggersi uno scopo irraggiungibile, quale era quello di te-
nere un esercito per la necessità della mobilitazione a vasta intelaiatu-
ra, coi corpi tutti in permanente efficienza, con ferme successivamen-
te sempre più brevi e con modesti bilanci, doveva necessariamente in-
frangersi contro difficoltà insormontabili [...]. Ne derivò un regime
mortificante di ristrettezze che ebbe sullo stato morale dell’organismo
la più sinistra influenza. Onde è in questo complesso di fattori, meglio
IX. Il mito del duce 335

che nella responsabilità di questa o di quella delle valenti persone che


dal 1882 si sono succedute al ministero della Guerra, che risiede la ra-
gione vera dello stato di impreparazione in cui ci sorprese la guerra eu-
ropea del 1914, in cui si ricadde nel dopoguerra28.

Di Giorgio si riprometteva di risolvere questa situazione inso-


stenibile col suo ordinamento, una volta per tutte; ma qui emer-
geva la limitatezza della sua impostazione. Per superare la crisi co-
sì efficacemente descritta, occorreva una soluzione politica, che
nel 1924 poteva essere una riduzione di organici, in funzione di
una politica di raccoglimento, oppure un aumento del bilancio,
per una politica di espansione basata sulla forza. Nulla di tutto ciò
nei progetti di Di Giorgio, che accettava dalla tradizione politica
e militare la necessità di una forte intelaiatura di comandi e re-
parti, cioè di un esercito grande e costoso, ma non voleva e pote-
va chiedere un aumento di bilancio. Cercava quindi di superare la
crisi con mezzi puramente tecnici, cioè con un riordinamento del-
l’esercito che ne rispettasse la struttura tradizionale. Per quanto
alcune delle sue proposte fossero assai interessanti, Di Giorgio si
condannava a non incidere realmente sulla situazione: l’esercito
da lui vagheggiato continuava a dibattersi nel quarantennale con-
trasto tra mezzi e scopo, tra organici e bilancio. Questa insuffi-
cienza politica mina alla base l’ordinamento proposto, anche se
non fu messa in risalto nel dibattito pubblico, perché la maggior
parte degli interlocutori condivideva l’impostazione tradizionale
su cui si arenava Di Giorgio.
Presentiamo l’ordinamento proposto solo per sommi capi,
tanto più che anche i disegni di legge sono largamente incomple-
ti, mirando più ad affermare determinati principi che a riordina-
re tutto l’organismo. Di Giorgio partiva dalla considerazione che
l’esercito comprende quadri, truppe e materiali: non si poteva
pensare a ridurre ancora gli organici degli ufficiali di carriera, per-
ché erano essi a dare nerbo ai reparti in pace ed in guerra (e in-
fatti il ministro ne chiedeva l’ampliamento, promettendo anche di
curare gli ufficiali di complemento)29, mentre per i materiali (ar-
mi, gas, automezzi, equipaggiamenti, fortificazioni) occorrevano
nuovi ingentissimi stanziamenti. Per realizzare le economie ne-
cessarie bisognava perciò incidere sulla truppa, riducendo la for-
za bilanciata; Di Giorgio proponeva di arruolare ogni anno tutti
336 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

gli uomini validi (calcolati in 220-240.000), ma di congedarne la


maggior parte dopo 4 mesi di servizio, al termine del periodo di
istruzione vera e propria, tenendo gli altri alle armi per 18 mesi a
dare consistenza all’esercito. Il sistema non era del tutto nuovo, su
scala minore era attuato proprio in quegli anni; ma la sua attua-
zione era pregiudicata dalla convinzione di Di Giorgio che fosse
impossibile costituire ex novo solidi reparti alla mobilitazione.
Quindi l’intelaiatura di comandi doveva essere vastissima: Di
Giorgio non solo manteneva quella di Diaz, ma aumentava l’arti-
glieria e riportava i reggimenti di fanteria da due a tre battaglioni.
In pratica una forza bilanciata minore di quella mantenuta da
Diaz sarebbe stata ripartita in un numero maggiore di reparti, ac-
centuando proprio quella crisi che Di Giorgio denunciava. E al-
lora il ministro proponeva di mantenere in efficienza tutti i repar-
ti esistenti solo per i 4 mesi estivi e di concentrare nei restanti me-
si gli uomini rimasti alle armi in pochi ma solidi reggimenti. L’e-
sercito avrebbe avuto vita piena per questi 4 mesi, poi sarebbe sta-
to costituito solo da un numero variabile, ma comunque esiguo di
reggimenti (variabile di anno in anno in relazione alle disponibi-
lità finanziarie ed alla situazione internazionale); questi reggi-
menti avrebbero dovuto presidiare la frontiera, mantenere l’ordi-
ne interno e perfezionare la preparazione dei quadri. Gli altri reg-
gimenti (la parte maggiore) sarebbero stati ridotti a quadro, con-
servando i loro ufficiali e sottufficiali ed un minimo di uomini (da
200 per i reggimenti di fanteria a 5-600 per quelli di artiglieria so-
meggiata), per il disbrigo dei compiti indispensabili, come il fun-
zionamento degli uffici, la cura dei quadrupedi e la conservazio-
ne dei materiali. Il reggimento-quadro non era solo un espedien-
te, ma aveva una doppia utilissima funzione: anzitutto, poneva un
limite alla dispersione dei soldati nei vari servizi esterni ed inter-
ni, perché ogni reparto non avrebbe potuto disporre che degli uo-
mini assegnatigli. Soprattutto, consentiva il perfezionamento del-
la cultura professionale degli ufficiali in SAP (al reggimento od in
corsi appositi) e di complemento (corsi di aggiornamento) e la-
sciava ai comandi il tempo per curare i contatti col paese e la mo-
bilitazione.
In questo modo Di Giorgio riteneva di impiantare un esercito
sufficientemente saldo (numerosi ufficiali di carriera e di comple-
mento bene istruiti, comandi già costituiti, nuclei di uomini con
IX. Il mito del duce 337

ferma di 18 mesi ordinati in reparti sempre pronti) ed economico


(breve permanenza alle armi della maggior parte del contingente).
Egli vantava poi l’elasticità del suo ordinamento: uno stanzia-
mento straordinario avrebbe permesso di aumentare il numero
dei reggimenti sempre in efficienza nei momenti di tensione in-
ternazionale o interna, mentre la riduzione della forza bilanciata
nei momenti di tranquillità non avrebbe pregiudicato il futuro.
Anche con un bilancio ridotto, l’esercito non avrebbe più cono-
sciuto il logorio di reparti troppo scarsi di uomini; ogni incre-
mento di stanziamenti sarebbe stato devoluto all’acquisto di ma-
teriali moderni.
L’applicazione del sistema sarebbe però stata meno facile di
quanto Di Giorgio ammettesse. Secondo i progetti del ministro,
alcuni reggimenti avrebbero ricevuto dai distretti solo reclute
ascritte alla ferma di 18 mesi (e quindi sarebbero rimasti in effi-
cienza tutto l’anno), mentre gli altri reggimenti avrebbero avuto
un nucleo di reclute a ferma lunga e una massa a ferma breve (4
mesi). Ora, la ripartizione degli uomini tra le due ferme, secondo
criteri oggettivi come le condizioni di famiglia o di salute, non sa-
rebbe stata semplice né facilmente variabile, e così pure la loro di-
stribuzione tra i reggimenti dei due tipi. Il funzionamento del si-
stema risultava quindi piuttosto macchinoso, poiché ogni varia-
zione avrebbe dovuto essere preordinata con notevole anticipo. Il
mantenimento di un gran numero di comandi, ognuno con un nu-
cleo di alcune centinaia di uomini, comportava poi una notevole
dispersione di forze, che limitava i vantaggi dei reggimenti qua-
dro. Né la soppressione di tutti i servizi non militari dell’esercito,
per quanto teoricamente utilissima, poteva essere introdotta così
facilmente come pareva credere Di Giorgio.
Questi pochi cenni sono già sufficienti a mettere in rilievo il ca-
rattere composito del progetto, miscuglio di idee di diversa pro-
venienza. Il mantenimento della vasta intelaiatura di comandi, di
un numeroso corpo di ufficiali (cui era riconosciuto il ruolo più
importante) e del principio della ferma lunga era una pregiudi-
ziale degli ambienti conservatori; le ferme brevi erano care alla
tradizione democratica; la grande importanza data al materiale
era la richiesta dei gruppi più attenti ai risultati della guerra; la
possibilità di mantenere in efficienza l’esercito con un bilancio ri-
dotto era un vecchio sogno degli ambienti politici. Il risultato di
338 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

questa eterogeneità era che nessuna corrente si sarebbe sentita di


appoggiare fino in fondo l’ordinamento Di Giorgio; anzi, sareb-
bero stati elevati i più fieri dubbi sulla sua realizzabilità: possibile
che un semplice rimaneggiamento interno bastasse a tramutare un
ordinamento in crisi in un sistema moderno, efficiente ed econo-
mico?30 I dissensi tecnici giustificano la varietà, non però la vio-
lenza delle opposizioni sollevate da un ordinamento che in fondo
era piuttosto conservatore; bisognerà quindi cercarne l’origine
anche in altri campi.

2. Le opposizioni all’ordinamento Di Giorgio

L’opposizione più decisa, più autorevole ed in definitiva de-


terminante venne dai capi dell’esercito: quel piccolo gruppo di ge-
nerali, circondati dall’aureola della vittoria, che monopolizzavano
ancora le più alte cariche e si sentivano personalmente colpiti dal-
le aspre critiche mosse da Di Giorgio all’assetto tradizionale. Se la
soluzione dei problemi dell’esercito fosse stata così semplice, co-
me predicava il ministro, ne sarebbe venuta una patente di inca-
pacità ai suoi predecessori, che avrebbero certamente perso la lo-
ro posizione di potere. La loro opposizione al ministro era quin-
di pregiudiziale e personale; si alimentava però anche di più am-
pie preoccupazioni: l’ordinamento Di Giorgio non avrebbe forse
risolto la crisi dell’esercito (facciamo però grazia al lettore delle
dotte e tendenziose dimostrazioni tecniche acremente sviluppate
da entrambe le parti)31, ma ne avrebbe certo messo in luce le con-
traddizioni e le incongruenze. Più di ogni altro provvedimento, i
membri del Consiglio dell’esercito temevano i reggimenti-qua-
dro, malgrado la posizione in essi conservata dagli ufficiali di car-
riera; se metà o più dei reparti dell’esercito avessero avuto vita pie-
na solo nei mesi estivi, ne sarebbe scaturito o un completo collas-
so del morale e della preparazione dei quadri (come sostenevano
i conservatori) o la dimostrazione che l’esercito di caserma aveva
fatto il suo tempo. Come giustificare l’esistenza di un corpo di uf-
ficiali che passassero la maggior parte del loro tempo a studiare?
I capi dell’esercito cercarono quindi di inserire nei disegni di leg-
ge l’indicazione del minimo di forza che doveva comunque esse-
IX. Il mito del duce 339

re mantenuta alle armi e l’obbligo di tenere in efficienza almeno


un battaglione per reggimento. Di Giorgio respinse duramente
queste richieste, precisando che in condizioni politiche ideali tut-
ti i reggimenti (tranne la cavalleria e le truppe da montagna) sa-
rebbero stati ridotti a quadro per otto mesi l’anno; trattenere alle
armi centinaia di migliaia di uomini, una volta che fosse stata as-
sicurata la loro istruzione, costituiva agli occhi del ministro uno
sperpero di fondi, a detrimento dell’approntamento dei mezzi
tecnici32.
Il fronte dei generali della vittoria non venne incrinato dalla
fronda condotta da alcuni di loro verso il regime (ce ne siamo già
occupati), che culminò in Senato all’inizio del dicembre 1924 con
il temporaneo distacco dalla maggioranza governativa di Giardi-
no, Caviglia, Pecori Giraldi, Tassoni e Zupelli. Mentre le opposi-
zioni liberali e (più cautamente) i sostenitori di Di Giorgio tenta-
vano di inacerbire il contrasto, il Senato confermava la sua fidu-
cia al gruppo dei più alti generali, affidando loro l’esame dei di-
segni di legge presentati dal ministro33. Giardino, eletto relatore
della commissione senatoriale, precisava pregiudizialmente che il
suo esame sarebbe stato condotto in base a considerazioni pura-
mente tecniche, prescindendo da qualsiasi valutazione politica sui
disegni di legge come sul governo che li aveva presentati. L’oppo-
sizione dei generali non intendeva suonare distacco dal fascismo
(che si andava rafforzando: siamo ormai nel 1925); sottolineando
poi il carattere tecnico del contrasto era possibile contrapporre il
parere concorde dei più alti nomi dell’esercito a quello di un sem-
plice per quanto valoroso generale di corpo d’armata34.
La polemica di Giardino, che si assunse la parte principale del-
l’offensiva, era assai abile, malgrado la verbosità ed il tono acre e
saputo del generale. Gli argomenti erano di tre tipi: preoccupa-
zioni tecniche, preoccupazioni costituzionali e allarmismo dema-
gogico. Sulle prime non ci soffermiamo: tendevano a dimostrare
che l’ordinamento Di Giorgio sarebbe stato macchinoso, insicu-
ro e certamente più costoso di quello esistente, e mettevano in pri-
mo piano il problema della preparazione dei quadri: gli ufficiali
lasciati senza soldati sarebbero diventati meri burocrati privi di
slancio e di morale35. Le preoccupazioni che chiamiamo «costitu-
zionali» insistono sul timore che il nuovo ordinamento desse al
ministro un potere eccessivo. Di Giorgio proponeva che il nume-
340 Parte terza. L’esercito nel regime fascista. 1922-25

ro dei reggimenti da tenere in efficienza per il periodo invernale


venisse annualmente fissato dal parlamento con la legge di bilan-
cio; era così affermato il principio della elasticità della forza bi-
lanciata e limitato il potere del ministro, fino ad allora arbitro dei
congedamenti e quindi della forza alle armi (si pensi alle oscilla-
zioni sotto Diaz). Giardino ed i suoi colleghi non intendevano ac-
cettare questa limitazione del potere dei generali a favore del par-
lamento e, rovesciando le posizioni, accusavano Di Giorgio di vo-
lersi creare un’autorità illimitata a costo di porre l’esercito in ba-
lia dei politici: con un governo ed un parlamento diversi, cosa sa-
rebbe stato di un esercito sottratto alla tutela dei suoi capi? Per
garantire l’autonomia di costoro, Giardino chiedeva il ripristino
di un capo dell’esercito (ed in ciò Di Giorgio concordava: solo
preferiva il capo di stato maggiore prebellico ad un ispettore ge-
nerale troppo potente), le cui attribuzioni venissero definite per
legge e non più per decreto (e qui Di Giorgio dissentiva: ne sa-
rebbe stata troppo indebolita la dipendenza del capo militare dal
ministro). In sostanza, Giardino e gli altri generali si presentava-
no difensori della tradizionale autonomia dell’esercito, rifiutando
la pretesa di Di Giorgio che al ministro ed al parlamento spettas-
sero le decisioni fondamentali: il che, se non altro, era un gioco
chiaro.
Più torbidi gli altri argomenti di Giardino, che mirava a scate-
nare i riflessi più ciechi e reazionari dell’opinione pubblica, agi-
tando lo spauracchio di una nazione armata democratica, non più
in grado di mantenere l’ordine interno, e contrapponendo a que-
sto angoscioso futuro la tranquillizzante sicurezza di un