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AGROBIODIVERSITA’

RECUPERO, CONSERVAZIONE E
VALORIZZAZIONE DI VECCHIE
VARIETA’ E RAZZE ANIMALI
AGROBIODIVERSITA’

RECUPERO, CONSERVAZIONE E
VALORIZZAZIONE DI VECCHIE
VARIETA’ E RAZZE ANIMALI

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Indice Pag.

1. Un mondo di biodiversità che cambia 4

2. La “Lista Rossa” UICN delle specie minacciate di estinzione 4

3. In pericolo anche gli ambienti e le specie rurali 4

4. Perdita della biodiversità animale: le razze domestiche


a rischio di estinzione e la “Lista Rossa” della FAO 6

5. Un grande pericolo: l’export di razze domestiche dai Paesi ricchi 7

6. Le razze domestiche in pericolo di estinzione in Europa e nel


bacino del Mediterraneo 9

7. La razze domestiche minacciate di estinzione in Italia 10

8. Le razze domestiche minacciate d’estinzione in Puglia 12

9. Azioni per la salvaguardia e la valorizzazione delle


razze italiane minacciate 13

10. Perdita della biodiversità vegetale agraria : le cause 15

11. Biodiversità vegetale agraria: la ricchezza ed i rischi


in Europa e nel bacino del Mediterraneo 16

12. Le vecchie varietà vegetali agrarie a rischio in Italia 17

13. Le vecchie varietà vegetali agrarie a rischio in Puglia 19

14. Azioni per la salvaguardia e la valorizzazione delle


vecchie varietà vegetali agrarie italiane 21

Appendice

15. Schede tecniche degli animali domestici pugliesi


minacciati di estinzione 22

16. Gli enti e le associazioni per la salvaguardia


delle razze domestiche rare e minacciate di estinzione 25

2
16.1 In Italia 25

16.2 In Puglia 27

17. Gli enti e le associazioni per la salvaguardia delle


vecchie varietà vegetali agrarie minacciate di estinzione 28

17.1 In Italia 28

17.2 In Puglia 31

Bibliografia 32

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1. Un mondo di biodiversità che cambia

E’ una delle crisi mondiali, assieme ai cambiamenti climatici, maggiormente


sconvolgenti, che preoccupa non poco scienziati ed ambientalisti, purtroppo meno
i politici: negli ultimi 500 anni sul Pianeta Terra è stata documentata l’estinzione
di oltre 800 specie, per lo più animali, di cui almeno 27 nei 20 anni appena
trascorsi.

Negli ultimi cinquant’anni, in particolare, il progresso tecnico e lo sviluppo


economico mondiale, accompagnati dall’aumento esponenziale della popolazione
umana, hanno portato a molteplici, gravi modificazioni ambientali, con
conseguenze della cui portata non è forse possibile ancora rendersi conto, e che
potrebbero presentare un conto assai salato alla specie “uomo”: tra queste, una
progressiva distruzione degli ambienti naturali, con l’estinzione di specie vegetali
ed animali selvatiche che non si raffigura come un evento isolato, ma come
espressione di una vera e propria trasformazione ambientale di portata globale.

2. La “Lista Rossa” UICN delle specie minacciate di estinzione

Oggi nel mondo sono a rischio oltre 15.500 specie, di cui la metà animali (7.266),
secondo quanto si può leggere nelle Lista Rossa (Red Book) dell’UICN – l’Ufficio
Internazionale per la Conservazione della Natura.1 A livello globale sono
minacciate il 23% delle specie di mammiferi e il 12% di quelle di uccelli, seguito
dal 32% degli anfibi ed il 42% delle specie di testuggini di acqua dolce. Molto

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La “Lista Rossa delle specie minacciate di estinzione” è il più autorevole inventario dello stato di conservazione delle
specie di fauna e flora selvatiche esistenti sul nostro Pianeta.

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forte è l’impatto delle attività umane anche sulle specie marine, dove è
minacciato il 52% delle specie di squali ed il 42% di altri pesci cartilaginei.
Ma il numero delle specie in via d’estinzione è probabilmente assai più elevato
rispetto a quelle elencate nella Lista Rossa: è stato calcolato che le specie viventi
attualmente sulla Terra sono circa 1.900.000, ma ne esistono certamente
centinaia di migliaia ancora da scoprire (esperti di biodiversità ne indicano ben 30
milioni), specie che, dunque, probabilmente non scopriremo mai.

3. In pericolo anche gli ambienti e le specie rurali

Negli ultimi 50 anni si sono registrati purtroppo anche cambiamenti epocali nelle
modalità di coltivazione della terra, con forti ripercussioni sulla scelta delle specie
di piante da coltivare o degli animali da allevare. Per secoli, il lavoro di selezione
condotto da generazioni e generazioni di agricoltori ha portato alla creazione di
una incredibile pluralità di varietà e razze, che si sono venute ad adattare alle
particolari condizioni di vita dell’ambiente in cui venivano insediate. Una
biodiversità dunque generata dall’uomo, non solo preziosa dal punto di vista
genetico, ma anche storico-culturale, sempre più minacciata dallo sviluppo
dall’agricoltura chimico-industriale, che ha contribuito sì ad aumentare le
produzioni, con tutte le note conseguenti problematiche ambientali, ma che ha
condannato all’accantonamento ed alla successiva estinzione tutte le specie non
produttrici di adeguato reddito. Infatti, sebbene si conoscano almeno 80mila
piante commestibili, l’alimentazione mondiale dipende ormai solo da una ventina
di specie (leguminose, tuberose ed erbe), con un patrimonio genetico sempre più
piatto ed uniforme. In regioni geografiche lontanissime tra loro si finisce oggi con
l’utilizzare praticamente sempre le stesse sementi. E lo stesso discorso vale per le
specie animali domestiche, sempre più ristrette a quelle più produttive (carne o
latte).

La biodiversità di varietà e razze tradizionali, la presenza cioè di piante e di


animali con caratteri ereditari diversi, è un patrimonio ad oggi quasi sconosciuto,
o fortemente trascurato, di caratteristiche genetiche preziose, che potrebbero
esserci utili in futuro anche dal punto di vista economico, per le loro
caratteristiche di fertilità (selezione delle qualità e specie adatte ai singoli
contesti), robustezza, resistenza ai fattori ambientali ostili (caldo, freddo) o alle
malattie. Un vero e proprio patrimonio anche storico e culturale. E l’uomo, che nel
corso dei millenni ha sfruttato la variabilità genetica, prima inconsapevolmente e
poi applicando i principi della selezione, ha già avuto modo in passato di
constatare, talora drammaticamente, a quali drammi può condurre questo
impoverimento (iniziato già all’epoca della Rivoluzione Industriale), la restrizione
cioè del “pool” genico di una specie, il suo declino o estinzione, la perdita della
biodiversità vegetale2. Basta ricordare la tremenda carestia che colpì l’Irlanda nel
2
Per “Biodiversità vegetale” si intende “la variabilità esistente tra organismi viventi, derivanti da ecosistemi terrestri,
marini, acquatici, e i complessi ecologici di cui fanno parte; ciò include la diversità entro specie, tra specie e degli

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1845, causando la morte di 2 milioni di persone, dovuta all’utilizzo di patate
moltiplicate da un “pool” genico ristretto, completamente distrutte dalla
Phytosphora infestans, un fungo contro cui non si conoscevano mezzi di difesa.
Sempre nel XIX secolo, la mancanza di variabilità genetica, perduta e non più
disponibile, causò la totale distruzione delle piante di caffè sull’isola di Ceylon, o –
per restare più vicini a noi nel tempo e nello spazio- gravissimi danni causarono
anche lo sviluppo della peronospora del tabacco negli anni ’60 in Italia, o gli
attacchi sul mais negli anni ’70, specie in America.

In sostanza, l’erosione genetica influenza fortemente la capacità di adattamento


delle specie alle mutevoli condizioni ambientali, ed inibisce la possibilità di
migliorare le specie agricole rispetto alle loro utili (nel presente e futuro)
caratteristiche, impoverendo così risorse preziose per gli abitanti del Pianeta.

4. Perdita della biodiversità animale: le razze domestiche a rischio di


estinzione e la “Lista Rossa” della FAO

Ugualmente, per quanto riguarda le specie animali domestiche conosciute, visti i


parametri di produttività ad esse oggi richiesti, o l’abbandono del loro utilizzo
quali animali da soma o da trazione, molte si sono di recente estinte e molte sono
a forte rischio, o minacciate di estinzione. Per la verità, in ambito scientifico, si
dibatte ancora se cultivar e razze domestiche possano o meno essere considerate
componenti della biodiversità. Se il termine “biodiversità” viene inteso come
quell’insieme di processi evolutivi che hanno dato luogo alla complessa diversità
delle specie viventi, la creazione di razze e cultivar, nate attraverso una selezione
artificiale operata dall’uomo, potrebbe essere definita il prodotto di una diversità
culturale, più che naturale. E’ un dato di fatto comunque che tale biodiversità sia
esistita ed ancora esista, in tutta la sua meravigliosa e preziosa ricchezza. Esista,
sì, ma fino a quando?

ecosistemi” (Convenzione sulla biodiversità biologica, 1992 – Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo,
Rio de Janeiro)

6
Un rapporto pubblicato per la prima volta nel 2000 dalla FAO e dall’UNEP, il
Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, punto di riferimento per le razze
domestiche in via d’estinzione a livello globale, indica che, ogni settimana, il
mondo perde due razze di animali allevati dall’uomo. Si tratta del “Worldwatch
List of Domestic Animal Diversity”, giunto recentemente alla sua 4^ edizione,
secondo il quale, negli ultimi anni, la percentuale delle razze di mammiferi
domestici a rischio scomparsa è passato dal 23 al 35%, mentre la situazione per
le razze di volatili è ancora più grave, la percentuale è passata dal 51% nel 1995
al 63% nel 1999. Un trend che appare continuare quasi inarrestabile, nonostante
la consapevolezza stia crescendo e, a livello ad esempio di Unione Europea, si sia
cercato già da un decennio di correre ai ripari stanziando supporti finanziari agli
agricoltori, peraltro ancora irrisori, per l’allevamento di specie animali domestiche
minacciate.3

In un secolo, sono già andate perdute un migliaio di razze, e mentre un terzo di


quelle ancora oggi esistenti, oltre 2.000, rischia di scomparire, 119 sono state
dichiarate ufficialmente estinte e 620 altre sono da considerarsi virtualmente
estinte.

Il lavoro pubblicato da FAO e UNEP è il risultato di 10 anni di raccolta dati in 170


paesi del mondo, e si è esteso a 6.500 razze di mammiferi e volatili domestici:
vacche, pecore, capre, bufali, yak, maiali, cavalli, conigli, polli, tacchini, anatre,
oche, piccioni e struzzi. Sono 726 pagine colme di dati, un inventario dettagliato
delle razze domestiche in ogni regione del mondo, che mette in evidenza quali
siano quelle a rischio e di come questa diversità biologica si vada perdendo man
mano che le pressioni demografica ed economica accelerano l’evoluzione e
l’intensificazione dei sistemi agricoli tradizionali. Il mantenimento della diversità
genetica animale permette agli agricoltori di selezionare gli animali o di creare

3
Il primo provvedimento della UE in tal senso risale al Reg.to 2078/92, che prevedeva un contributo finanziario alle
aziende che si fossero impegnate ad allevare razze zootecniche a rischio di estinzione.

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delle nuove razze per affrontare le modifiche all’ambiente naturale, alle minacce
di malattie, alla domanda dei consumatori, all’evoluzione dei mercati ed alle
richieste della società, fattori che per larga parte non sono prevedibili. La sua
perdita non può quindi che considerarsi un evento negativo e drammatico. La
diversità genetica costituisce altresì il serbatoio di un potenziale in gran parte non
testato: così come per le piante, le specie selvatiche da cui sono nel tempo
discese le razze attuali possono tra l’altro racchiudere delle risorse preziose ma, a
tutt’oggi, ancora sconosciute, che potrebbero essere utili in futuro all’umanità
intera in tutti i campi…

Continuando a sfogliare il rapporto, si apprende che gli animali domestici allevati


nelle aziende rurali sono cruciali per l’alimentazione e l’agricoltura: essi
assicurano dal 30 al 40% del valore economico mondiale del settore agricolo. E si
apprende che la sopravvivenza di circa 2 miliardi di persone –un terzo della
popolazione mondiale- dipende almeno in parte proprio dalla presenza di questi
animali.
La Banca dati mondiale della FAO per le risorse genetiche degli animali di fattoria
riporta, come già detto, che più di 2.000 razze domestiche potrebbero scomparire
nei prossimi 20 anni: scomparirebbe con loro una diversità inestimabile ed
irrimpiazzabile, che nemmeno le moderne biotecnologie –che possono lavorare
solo sul miglioramento delle razze– potrebbero mai ricostruire o rigenerare. Una
volta che una razza è estinta, lo è per sempre.

5. Un grande pericolo: l’export di razze domestiche dai Paesi ricchi

Il pericolo di gran lunga maggiore che attenta alla diversità degli animali
domestici è l’esportazione di animali dai Paesi più sviluppati verso i Paesi in via di
sviluppo, che si traduce sovente non solo in incroci, ma anche con il rimpiazzo
“tout court” delle razze locali, che sono nel Terzo Mondo considerate meno
produttive rispetto a quelle provenienti dal mondo industrializzato. Molto spesso,
però, gli animali importati si sono adattati alle condizioni dei Paesi da cui
provengono, e non riescono a sopravvivere o a vivere con le stesse modalità nei
Paesi in via di sviluppo, dove le condizioni ambientali sono spesso molto diverse,
più estreme.
Stime della FAO indicano che sono circa 4.000 le razze, a livello mondiale, ancora
utilizzate dagli agricoltori, ma che di queste solo circa 400 sono oggetto di
programmi di riproduzione e miglioramento genetico, la quasi totalità nei Paesi
sviluppati. Le politiche internazionali di sviluppo sono tutte in favore
dell’introduzione di queste razze “migliorate” e vanno tutte in senso opposto alla
sopravvivenza delle razze locali. I servizi di inseminazione artificiale sono spesso
gratuiti e facilitano l’accesso degli agricoltori locali a dei genotipi esotici a costi
inferiori a quelli che sarebbero applicati per l’inseminazione artificiale delle razze
locali, se questa fosse disponibile.

8
La scelta delle razze è anche influenzata dai programmi di credito, dai tassi di
cambio, dai prezzi alla produzione, dall’inflazione e dai tassi di interesse.
Numerosi Paesi accordano delle sovvenzioni dirette all’acquisto dei prodotti
dell’alimentazione animale e di altri mezzi di produzione (cosa che tende a
favorire le razze esotiche) e delle sovvenzioni indirette sui fattori di produzione,
come i combustibili ed i concimi, allo scopo di produrre alimenti concentrati.
Dunque, quasi ovunque gli agricoltori non sono in alcun modo sollecitati ad
utilizzare le razze locali, razze che assumono un’ immagine negativa perché
percepite ormai come “inferiori” rispetto a quelle, propagandate sempre come più
produttive, provenienti dai Paesi ricchi. Ne consegue una vera e propria
“sottostima” dal punto di vista economico, e non ne vengono considerati invece i
vantaggi. Molti dei Paesi in via di Sviluppo, ma anche regioni nello stesso Paese
(come l’Italia, che per la sua lunghezza e le sue caratteristiche morfologiche
presenta i climi e gli ambienti più diversi) hanno climi caldi e stressanti, umidi o
secchi, con la presenza di razze domestiche adattatesi nel corso dei secoli.
L’arrivo delle “nuove” razze e la perdita di quelle esistenti può a volte rivelarsi
catastrofico. Ci vorranno probabilmente degli anni perché gli agricoltori, che
hanno accolto con entusiasmo le “razze migliorate”, comincino a realizzare che la
scomparsa delle razze locali è un problema realmente grave. Le “razze migliorate”
sono state messe a punto in ambienti produttivi che, a paragone, hanno una forte
intensità di input e stress non importanti. Gli agricoltori si rendono solo
progressivamente conto che il materiale genetico “straniero” è in realtà inferiore
una volta portato nel loro ambiente locale. Le strutture di costi molto diverse, la
penuria di risorse per quanto riguarda l’alimentazione degli animali e le scarse
capacità a livello delle tecniche e della gestione fanno sì che tali animali, in molti
Paesi in via di sviluppo, debbano vivere, riprodursi e produrre per un numero di
anni che supera i parametri per cui le razze “esotiche” erano state concepite.

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Del resto, non esistono, in questi Paesi, o sono molto rari, paragoni affidabili
effettuati tra le razze locali e le razze importate. I test sono spesso di breve
durata e mal concepiti, pendono spesso palesemente in favore delle razze
straniere sia dal punto di vista dell’alimentazione che della gestione, non mettono
in conto la produttività del ciclo di vita anche se si tratta di un elemento
fondamentale per una gestione duratura negli ambienti di produzione a media o
debole intensità di input e al tipo, in genere notevole, di stress che sono presenti
nei Paesi in via di sviluppo. Le ricerche comparative sono spesso condotte in
ambienti dove i fattori di produzione (alimentazione animale, acqua, lotta contro
le malattie e gestione) sono molto diversi dai costi della comunità agricola.

Il nostro livello di conoscenza su gran parte delle risorse genetiche animali a


livello mondiale resta comunque molto scarso e continua a costituire un ostacolo
importante alla loro tutela. La scarsissima quantità di documentazione tecnica
disponibile per l’assunzione di decisioni circa l’utilizzo delle razze costituisce un
ostacolo alla buona gestione delle risorse genetiche animali nella maggior parte
dei Paesi. Le comunità locali hanno in generale una conoscenza approfondita delle
caratteristiche osservabili delle loro razze, ma esistono pochissimi dati di ricerca
documentati per circa l’85% dell’insieme delle razze, ed ancora meno dati
affidabili di paragoni fra le razze. Dunque il valore reale della diversità genetica
non appare evidentemente come dovrebbe essere nella scelta attuale delle razze
e delle tecnologie a loro associate.
Secondo la Fao, le razze che utilizzano degli alimenti di scarso valore, o
sopravvivono in ambienti difficili, o hanno una tolleranza, o una resistenza, a
malattie specifiche, potranno portare degli importanti benefici in funzione delle
circostanze e della rarità delle risorse. E’ poi necessario tenere in conto il costo
completo del materiale genetico straniero, che viene spesso fornito a costi bassi
per accelerare il “miglioramento genetico” nel Paesi in via di sviluppo… Ma in quali
prospettive di selezione sono realizzati tali progressi? Una tale soluzione
“urgente”, come sembra spesso il caso, di sviluppo, sarà veramente sostenibile?
Quante delle 1.350 razze di animali domestici a rischio saranno scomparse prima
che possa essere data una risposta a questa domanda?

E’ necessario dunque porsi l’obiettivo di conservare le razze locali affinché gli


agricoltori possano utilizzarle come “capitale” di biodiversità, utile a sviluppare
nuove razze come risposta ai cambiamenti ambientali, alle malattie ed
all’evoluzione della domanda dei consumatori. La diversità genetica è una vera e
propria “assicurazione” contro i problemi futuri e le minacce come le carestie, la
siccità e le epidemie. E l’utilizzo del più gran numero possibile di razze diverse è
senza dubbio il metodo migliore per conservare e sviluppare il pool genetico
animale per il futuro.

10
6. Le razze domestiche in pericolo di estinzione in Europa e nel bacino del
Mediterraneo

La “Worldwatch List” della FAO descrive con accuratezza la situazione, a partire


dalla formazione “storica” delle razze. Ad eccezione del cavallo, reso domestico
nell’Europa dell’Est, la maggior parte delle specie animali domestiche utilizzate in
Europa e nel Mediterraneo furono addomesticate in Medio Oriente, e poi diffuse
attraverso le conquiste militari e le migrazioni. Ma fu soprattutto nel Medioevo
che gli animali di ogni nazione divennero localmente tipici.
Le varietà locali furono selezionate in base ai tipi di colore, alla produttività e
all’ambiente in cui vivevano. Sebbene non altamente produttivi, essi si erano
adattati bene alle condizioni locali. Furono poi le mutate condizioni sociali
(crescita della popolazione urbana e, in seguito, la rivoluzione industriale) a
richiedere una maggior produttività in latte, carne e uova, cui si sarebbe potuto
far fronte solo con programmi di allevamento maggiormente organizzati. Cosa
che fu facilitata dallo sviluppo delle comunicazioni e condusse all’ibridazione di
molte varietà locali per favorire razze sviluppate proprio per rispondere a livelli di
input più elevati per il cibo, la gestione della loro salute e la loro gestione.
Oggi ci si è vieppiù concentrati, per rispondere alle esigenze nutrizionali delle
nostre regioni, su un piccolo numero di specie, gestite con sistemi che hanno
standardizzato l’ambiente di allevamento ponendo meno attenzione alla
resistenza alle malattie, o alla adattabilità al clima. Esempi possono essere la
concentrazione su razze di bovini da latte, come la Holstein, che ha
drammaticamente ristretto la base genetica delle popolazioni europee di vacche
da latte, o sull’uso di razze di galline come la White Leghorn, praticamente ormai
quasi l’unico ibrido commerciale esistente per le uova bianche.

L’Europa raccoglie all’incirca la metà (46%), a livello mondiale, della diversità


animale domestica mondiale, anche se poi ospita solo il 14% delle popolazione
mondiale complessiva di animali allevati. Il Rapporto della FAO indica che delle
2.576 razze di mammiferi ed avicoli domestici globalmente minacciate, quasi la
metà (48%) lo è in Europa e nel Mediterraneo, una figura che è molto più
cospicua dell’equivalente di altre regioni del mondo, anche se poi l’Europa
possiede il maggior numero in assoluto di programmi di conservazione in atto con
il 26% di mammiferi ed il 24% di razze avicole a rischio il cui allevamento è
mantenuto.

Nella vasta area mediterranea sono presenti circa il 45% delle razze bovine ed il
55% delle razze caprine di tutta l’Europa e del Medio Oriente. Di queste, secondo
la Worldwatch List of Domestic Animal Diversity della FAO, 115 razze bovine e 33
caprine sono considerate in imminente pericolo di estinzione, per lo più a causa
della diffusione di razze europee da latte. Purtroppo però la mancanza di dati e
l’affidabilità di quelli esistenti e forniti come certi fa sorgere dubbi circa la reale
consistenza delle specie minacciate.

11
Sulla base di quanto visto, preservare la varietà genetica legata alle antiche
tecniche di agricoltura ed allevamento riveste, in Europa e nel Mediterraneo più
che altrove, un’importanza decisiva, visto che gli agricoltori tradizionali stanno
abbandonando rapidamente varietà e razze locali. E’ dunque quanto mai urgente
identificare e salvare i pool genici selvatici ed ancestrali tipici soprattutto nella
regione mediterranea prima che essi si perdano completamente e vengano, come
ormai purtroppo è già accaduto per molti paesi a nord del bacino, rimpiazzati da
nuove varietà anche all’interno delle loro aree di diffusione tradizionali.

7. La razze domestiche minacciate di estinzione in Italia

In Europa, l'Italia possedeva, fino a non molti decenni fa, una considerevole
diversità (il maggior numero in Europa) di razze e popolazioni di animali
domestici, formatisi e consolidatisi attraverso i secoli, grazie alla grande diversità
dei suoi ambienti geografici. Purtroppo anche nel nostro paese molte razze
domestiche sono ormai scomparse, incapaci di competere con i sistemi zootecnici
industrializzati e di sopravvivere alle nuove regole del mercato globale, ma anche
a causa del progressivo spopolamento delle aree interne e marginali, collinari e
montuose. A soffrirne sono le nostre culture, le nostre memorie, il nostro
ambiente.

Secondo lo studio effettuato dalla SAVE Foundation (che qui seguiamo anche per
le altre razze), per quanto riguarda le razze di bovini4 la situazione è
relativamente buona, perché possono essere ben definite e sono ben
documentate. Ne risultano estinte 25 (razze, popolazioni o varietà), mentre sono
6 quelle indicate a rischio critico (Agerolese, Caldana, Garfagnina, Montana
Tortonese, Pisana e Pontremolese) e 5 quelle minacciate (Burlina, Capannina,
Modenese, Sprinzen della Val Punteria, Reggiana). Per quel che riguarda le
misure di salvaguardia da intraprendere è necessario tenere attentamente sotto
controllo la eventuale riduzione delle popolazioni, in particolare delle razze
Modenese e Montana.

Capra jonica

4
Ne sono state valutate 29, delle quali 19 iscritte dal 1985 nel Libro genealogico delle razze bovine autoctone in via di
estinzione tenuto dall’Associazione Italiana Allevatori

12
Per quel che riguarda le pecore, vengono descritte 59 razze, popolazioni e
varietà, delle quali solo 17 però sono quelle ufficialmente riconosciute. E’
l’ASSONAPA - Associazione Nazionale della Pastorizia, Ufficio Centrale dei Libri
Genealogico e dei Registri Anagrafici, che tiene il libro genealogico delle
popolazioni ovine. In tale registro sono iscritte 20 razze e popolazioni ovine (dati
2001), mentre altre 17 popolazioni originariamente elencate nel Libro non sono
più riportate. La situazione di tali razze è assai confusa per l’esistenza di numerosi
tipi e varietà locali, cosa che rende difficile stilarne un elenco preciso. Lo studio ha
rilevato 31 razze, popolazioni o varietà estinte. Dal punto di vista della
conservazione è necessario prendere provvedimenti sia per popolazioni e razze
non riconosciute ufficialmente né incluse nel Libro genealogico, sia per le razze in
situazione critica, che sono 13: Ciavenasca, Cornigliese, Corteno, Garfagnina
Bianca, Marrane, Plezzana, Pusterese, Quadrella, Rosset, Saltasassi, Sciara,
Pecora delle rocce.

Capra garganica

Sono 36 le razze, popolazioni e varietà di capre descritte dallo studio della SAVE
Foundation, delle quali solo 8 riconosciute e 4 ormai considerate estinte.
L’ASSONAPA riporta iscritte 13 razze e popolazioni autoctone caprine (erano 33
nel 1997). E per le razze caprine la situazione si presenta ancora più confusa di
quella degli ovini. Esiste una grande diffusione di specie e varietà locali che rende
estremamente difficile una definizione delle diverse popolazioni, mentre è
estremamente difficoltosa la creazione di chiari elenchi delle stesse a causa della
scarsa considerazione, in passato, verso le razze caprine italiane ai fini
riproduttivi, cosa che ha generato frequenti incroci nelle zone marginali. La
situazione è particolarmente grave per le 10 razze e popolazioni in posizione
critica: Argentata dell’Etna, Benevento, Bormina, Campobasso, Cilentana Fulva,
Cilentana Grigia, Cilentana Negra, Istriana, Montecristo, Sempione.

13
Pecora altamurana (part.)

Le razze, le popolazioni e le varietà di equini rilevate sono 20 (di cui ufficialmente


riconosciute 12 razze e 2 popolazioni), mentre 6 sono considerate estinte. 4
razze si riferiscono alle popolazioni dei cavalli da corsa italiani e 2 a razze non
ufficialmente riconosciute. Il Libro Genealogico delle razze equine autoctone a
rischio, tenuto dall’AIA - Associazione Italiana Allevatori a partire dal 1990,
riporta iscritte 11 razze e popolazioni, la cui situazione non è completamente
chiara, perché non risulta sempre possibile definire le popolazioni con chiarezza. E
sono urgenti interventi per la salvaguardia di almeno 5 fra razze e popolazioni,
tenendo comunque sotto stretto controllo il calo delle popolazioni in generale:
Samolaco, Cavallino di Monterufoli, Cavallo del Ventasso, Persano e Purosangue
Orientale.

La popolazione italiana di asini è invece tutta fortemente a rischio, con interventi


effettivi solo per tre razze: la Martina Franca, l’Amiatina e la Ragusana. Nel Libro
genealogico gestito dall’AIA sono elencate 11 razze e popolazioni, mentre lo
studio della SAVE Foundation ne descrive solo 8, 5 delle quali riconosciute
ufficialmente. 6 sono risultate estinte. Si trovano in una situazione altamente
critica le razze dell’Asinara, di Pantelleria, la Romagnola ed il Grigio siciliano.

Asino grigio siciliano

14
Maiali: esistono in Italia ancora 5 razze autoctone riconosciute ufficialmente,
chiaramente definibili e registrate nel Libro Genealogico tenuto dall’ANAS –
Associazione Nazionale Allevatori di Suini, mentre risultano ben 33 razze,
popolazioni e varietà considerate estinte. In stato critico la Mora romagnola e la
Casertana, e per quest’ultima non sono considerati sufficienti gli interventi di
salvaguardia.

Infine, le razze avicole. Esse non vengono prese in considerazione per il nostro
Paese nello studio della FAO, ma uno studio specifico5 ha cercato in maniera
eccellente di identificare le razze avicole italiane individuando 90 razze (9 di
anatre, 11 di faraone, 53 di polli, 5 di oche e 12 di tacchini, tutte descritte con
nome, origine, morfologia, caratteri produttivi, stato della popolazione) in tabelle
riassuntive. Analizzando la consistenza delle diverse razze, il 61,1% è risultato
estinto, il 13,3% minacciato, il 16,7% scarsamente diffuso e solo l’8,9% diffuso.
Per alcune razze è stato intrapreso un programma di salvaguardia genetica.

8. Le razze domestiche minacciate di estinzione in Puglia

Sono solamente due gli animali domestici riportati per la Puglia nella “Worldwatch
List of Domestic Animal Diversity” della FAO: l’Asino di Martina Franca e la pecora
Altamurana (vedi schede in appendice). La lista non riporta invece la pecora
Trimeticcia di Segezia, indicata come minacciata (endangered) dalla SAVE
Foundation (Institute for Rare Breeds and Seeds in Europe).
Molto più lunga è la lista invece delle razze estinte, che comprende la razza
equina Pugliese, e le razze suine Pugliese (o Mascherina), Gargano e Murgese
(varietà della Pugliese). Come sopra accennato, il lavoro della FAO non riporta
alcune razze di avicoli riferite invece dal lavoro “Identificazione e salvaguardia
genetica delle razze avicole italiane”, di A. Zanon e A. Sabbioni, i quali non
indicano per la Puglia alcuna specie come minacciata, ma riportano purtroppo
come estinte quattro razze di polli, tre di tipo leggero ed una pesante: la
Foggiana Cucula (livrea sparviero, cresta semplice, orecchioni bianchi, pelle e
tarsi gialli), la Leccese (Livrea verniciata, fromentina, cresta semplice, orecchioni
bianchi, pelle e tarsi gialli), e la Nera di Capitanata (livrea nera, cresta semplice,
orecchioni e pelle bianchi, tarsi neri), e la Pizzolante, di cui però non si
posseggono ormai più informazioni sui relativi caratteri morfologici.

5
Identificazione e salvaguardia genetica delle razze avicole italiane, di Alessio Zanon e Alberto Sabbioni Dipartimento di
Produzioni Animali, Biotecnologies Veterinarie, Qualità e Sicurezza degli Alimenti – Università degli Studi - Parma

15
9. Azioni per la salvaguardia e la valorizzazione delle razze italiane
minacciate

Secondo un’accurata ricerca della SAVE Foundation6 , gli interventi da mettere


con urgenza in cantiere per tentare di salvare le popolazioni critiche inferiori ai
100 capi e con base genetica molto ristretta risultano molto difficili, e non appare
possibile determinare se sia ancora possibile una reale conservazione in situ. La
sopravvivenza a lungo termine di una popolazione ad es. di ruminanti richiede
almeno 200 capi con base genetica costituita possibilmente da 10 linee di sangue
maschili incontaminate. Per minimizzare i rischi dovuti a malattie o altri fattori è
necessario che ogni allevamento costituisca un’entità a sé stante, ben separata
dalle altre, e sia gestito con rigore, possibilmente tramite un’associazione
specializzata. E giacché la situazione delle razze a rischio d’estinzione si presenta
come altamente variabile, è assolutamente indispensabile creare –manca a
tutt’oggi- un efficace sistema di monitoraggio per rilevare in tempo utile eventuali
anomalie e sviluppi negativi.
Naturalmente le zone ideali dove promuovere l’allevamento di specie domestiche
in pericolo di estinzione sono le zone marginali, dove risulta conveniente la
zootecnia estensiva, mentre non risulta invece conveniente applicare le moderne
tecniche di alimentazione e stabulazione. Tra l’altro (Pagnacco, 1997) alcune
razze appaiono come facenti strettamente parte di ecosistemi da salvaguardare in
toto, e quindi il loro mantenimento viene ad assumere un preciso valore di
gestione ambientale.
Le strategie di salvaguardia genetica suggerite sono sostanzialmente due: ex situ
ed in situ. Nella prima il materiale genetico (seme, ovuli, embrioni congelati,
sequenze di DNA) viene conservato presso specifiche banche o gli animali allevati
in centri sperimentali, fattorie dedicate, etc.; nel secondo caso, la razza resta
allevata all’interno della relativa filiera zootecnica, nel quadro del suo contesto
storico, culturale e paesaggistico.

L’aspetto primario da affrontare quando ci si deve confrontare con popolazioni


estremamente ridotte è la consanguineità, fattore che riduce la variabilità
genetica e la capacità di adattamento all’ambiente. Per cercare di far fronte

6
Risorse genetiche agrarie in Italia San Gallo, 2001

16
all’”inbreeding” ed ai suoi effetti sono tre le strategie che vengono solitamente
applicate: la massimizzazione della popolazione, la minimizzazione della parentela
fra i riproduttori e la pianificazione degli accoppiamenti. Il primo ha lo scopo di
aumentare al massimo il numero dei riproduttori maschi (in genere piuttosto
ridotto) avvicinandolo il più possibile a quello delle femmine. Il secondo si
raggiunge selezionando ad ogni generazione riproduttori a secondo della loro
parentela, così da ridurre il relativo coefficiente di consanguineità. La relativa
pianificazione degli accoppiamenti ha lo scopo soprattutto di ritardare la
consanguineità anziché diminuirne il tasso di incremento.
Zanon e Sabbioni, nell’opera citata, propongono un protocollo volto a
standardizzare le procedure operative di intervento sulle razze minacciate di
estinzione. Lo riportiamo di seguito integralmente:

identificazione corretta del gruppo etnico, attraverso un’indagine


bibliografica e iconografica, completata da una indagine storica (volta a
tracciare l’evoluzione della razza e a stabilirne l’autenticità);
indagine parallela sul territorio e sugli animali;
valutazione del grado di purezza genetica (uniformità dei soggetti,
trasmissione dei caratteri somatici);
censimento degli animali e loro ripartizione in classi di età (con l’obiettivo di
identificare i percorsi selettivi attuabili sulla popolazione);
scelta dei riproduttori in base alla parentela e alla corrispondenza alle
caratteristiche di razza (creazione di nuclei di riproduttori);
moltiplicazione intensa entro i nuclei per aumentare la numerosità in
ragione degli effettivi di popolazione;
selezione (il grado di selezione e le finalità vengono valutate tenendo conto
del numero degli effettivi);
distribuzione dei riproduttori sul territorio (preferibilmente nelle aree da essi
occupate tradizionalmente);
formazione tecnica degli allevatori mediante corsi, seminari, ecc. (questo è
necessario in quanto spesso si occupano di conservazione allevatori non
adeguatamente preparati alla valutazione morfologica e funzionale degli
animali, che possono, con errati programmi di riproduzione, vanificare gli
scopi della tutela);
applicazione dei modelli di gestione genetica, precedentemente accennati,
sotto la supervisione di un organo di controllo.

Un’ipotesi non trascurabile, proposta in un progetto ad hoc (purtroppo ad oggi


non ancora realizzato) da Riccardo Fortina (fondatore del R.A.R.E., e professore
presso il Dipartimento di Scienze Zootecniche dell’Università di Torino) ed
Amedeo Reyneri (Selvicoltura e gestione del territorio, Università di Torino) è
quello di fare delle zone a vocazione agricola nell’ambito delle aree protette
italiane i luoghi per eccellenza in cui allevare le razze domestiche minacciate di
estinzione.7 Gli autori della proposta sottolineano come la tutela del germoplasma
7
Razze e Parchi: la zootecnia nelle aree protette italiane, Riccardo Fortina e Amedeo Reyneri, Università di Torino, 2002

17
animale autoctono rientri a pieno titolo nelle finalità ed obiettivi di conservazione
delle aree protette italiane, mentre tale tipo di allevamento si configura come la
migliore e più economica attività per il recupero delle aree marginali.

10. Perdita della biodiversità vegetale agraria: le cause

E’ un merito in particolare degli agricoltori biologici, in molti paesi occidentali,


l’aver di recente riscoperto, ed essere tornati ad utilizzare, per la loro rusticità e
le particolari caratteristiche organolettiche, diverse vecchie varietà vegetali
agricole (dai cereali, ai legumi, alla frutta ed agli ortaggi) non più utilizzate perché
scarsamente produttive, ma ancora per fortuna presenti nelle zone più marginali.
La variabilità genetica delle specie agricole venne creandosi nel tempo a partire
da oltre 10.000 anni fa, quando iniziò la “domesticazione” delle specie agrarie, la
transizione cioè delle specie utili all’uomo dal loro stato selvatico a quello
sottoposto alla gestione dei primi agricoltori.

Lupino albus

Fu la specie umana che, attraverso i suoi spostamenti e le sue migrazioni, portò


alla diffusione delle specie, al loro incrocio con altre anche selvatiche,
contribuendo al progressivo ampliamento, nel corso del tempo, della variabilità
dei geni. Ma fu anche nuovamente l’uomo che, durante il XIX ed il XX secolo in
particolare, cercando di far evolvere l’agricoltura con lo scopo di produrre di più
per un umanità in continua crescita, avviò la sostituzione delle specie ed ecotipi
coltivati localmente con varietà uniformi dal punto di vista genetico, e superiori
dal punto di vista agronomico, causando una grave riduzione ed un rapido declino
della variabilità genetica. Una riduzione ancora più accentuata con l’avvio della
selezione degli ibridi, e la creazione di nuove varietà migliorate attraverso gli
incroci, nuove varietà con un’elevata similarità genetica.

18
E’ il World Conservation Monitoring Centre (WCMC)8 ad indicarci quali siano state
e siano tuttora le cause principali che conducono a questa erosione:
La perdita e la modifica degli habitat, spesso associate alla loro
frammentazione;
L’ipersfruttamento delle risorse per motivi commerciali o di sussistenza;
L’introduzione di specie esotiche, molto spesso competitrici con le specie
indigene locali;
Il disturbo, l’estirpazione, lo sradicamento delle risorse genetiche, ed il loro
accidentale od intenzionale prelievo;
La limitata distribuzione delle risorse genetiche;
Le innumerevoli fitopatie che colpiscono le piante.

Dal punto di vista strettamente agricolo, invece, due autori, Dahl e Nabhan,
hanno studiato quali siano i motivi scatenanti la perdita della biodiversità (o,
meglio, le cause che portano ad una accelerazione dell’erosione genetica):

L’introduzione di nuove varietà e di coltivazioni esotiche;


La rarefazione e scomparsa di manodopera specializzata nella raccolta e
conservazione del seme o di materiali da propagazione;

8 L’ United Nations Environment Programme - World Conservation Monitoring Centre (UNEP-WCMC) è il “braccio”
del programma dell’UNEP (United Nations Environment Programme) per la valutazione della biodiversità e la politica per
il suo miglioramento. Il Centro è operativo dal 1989, e lavora sia a livello di ricerca scientifica che di supporto politico.
L’UNEP-WCMC lavora per fornire servizi ed indicazioni rigorosamente scientifiche con lo scopo di aiutare i decision-
makers a riconoscere il valore della biodiversità ed applicare tale tipo di conoscenza alle loro attività. La sua attività
principale è la gestione dei dati su ecosistemi e biodiversità a livello globale, interpretandoli ed analizzandoli, e rendendoli
disponibili per la comunità internazionale. Per maggiori informazioni: www.unep-wcmc.org

19
L’ acculturazione e riduzione dei conservatori di materiali diversificati e degli
stessi agricoltori, preziosi custodi di tali materiali specie nelle zone più
svantaggiate;
La progressiva conversione delle aziende e dunque dei terreni all’agricoltura
industriale;
La distruzione dell’habitat, della biodiversità e delle aziende agrarie stesse,
dovuta al fenomeno dell’urbanizzazione e della cementificazione del
territorio;
L’impatto degli erbicidi e dei pesticidi, e l’utilizzo delle moderne tecniche
agricole;
La contaminazione ambientale, provocata in particolare dall’inquinamento
industriale;
L’introduzione di malattie esotiche;
La perdita di semi da malattie;
L’incrocio involontario tra i genotipi.

In ogni caso, alla base del deterioramento della variabilità genetica vi è sempre e
solo un fattore: l’azione che l’uomo ha esercitato ed esercita sull’ecosistema
agricolo, ivi inclusa l’attività di miglioramento genetico.

11. Biodiversità vegetale agraria: la ricchezza ed i rischi in Europa e nel


bacino del Mediterraneo

Non esiste altro posto sulla Terra che presenti come l’Europa ma, in particolare, il
bacino del Mediterraneo, una interazione continua tra biodiversità ed azione
dell’uomo. Sulle coste mediterranee, attraverso millenni di pratica agricola ed
allevamento tradizionale, si è venuta creando una straordinaria varietà di ecotipi
e pool genici di piante coltivate e di animali addomesticati. La maggiore ricchezza
di biodiversità vegetale dell’area si riscontra in particolare sulle Alpi, nei Balcani,
nel sud Italia, nella penisola iberica, in Grecia, Cipro e sul Mar Nero. Ma è in
assoluto l’Italia ad essere la nazione più ricca di specie vegetali, con 5.650,
seguita dai paesi balcanici con 5.350 specie, e da Spagna (5.050), Grecia (5.000)
e Francia (4.650).

20
Sono molte le specie vegetali agrarie originatesi o diversificatesi in Europa ma,
soprattutto, nel bacino del Mediterraneo: frumento, segala e avena per i cereali;
fava, cece, pisello, lupino e veccia per le leguminose; erba medica, trifoglio,
festuca e loglio per le foraggiere. E poi un gran numero di orticole, tra cui
ricordiamo le principali: bietola, carciofo, carota, cavolo, lattuga, cicoria, sedano,
finocchio, asparago. Per le oleaginose ricordiamo l’olivo ed il cartamo, e poi la vite
e il fico e tutti i fruttiferi (le specie Malus, Pyrus e Prunus), canapa e lino, e le
aromatiche rosmarino, salvia, alloro, menta.
Ma non solo: il bacino del Mediterraneo quale area di origine ha costituito anche
un centro di diversificazione di varie specie forestali, prime fra tutti la quercia, il
carrubo, il pino e l’abete.
E’ stato soprattutto a partire dalla prima metà del secolo scorso che molte piante
di tradizionale coltivazione nell’area, assieme alla loro variabilità genetica, hanno
iniziato a perdersi, e sono ormai presenti in piccole e fluttuanti popolazioni
disperse in pochi siti.
Preservare la varietà genetica legata alle antiche tecniche di agricoltura e
collegata anche all’allevamento riveste, in Europa e nell’area mediterranea più
che altrove, un’importanza decisiva, visto che gli agricoltori tradizionali, specie
sulle sponde sud, stanno ulteriormente abbandonando varietà e razze locali. E’
perciò quanto mai urgente identificare e salvare i pool genici selvatici ed
ancestrali tipici ancora presenti prima che essi si perdano completamente e
vengano, come ormai purtroppo è già accaduto per molti paesi a nord del bacino,
rimpiazzati da nuove varietà anche all’interno delle loro aree di diffusione
tradizionali.

12. Le vecchie varietà vegetali agrarie a rischio in Italia

Come abbiamo visto, l’Italia è il paese, nel bacino del Mediterraneo, più ricco di
specie vegetali, una ricchezza che si riflette ampiamente anche nelle specie
vegetali agrarie, grazie alla sua lunga storia rurale, privilegiata sia climaticamente
dalla sua conformazione geografica, sia -dal punto di vista storico-culturale- dalle
continue immissioni di popolazioni diverse e dalle lunghe vicissitudini storiche,
che risalgono a prima dell’impero romano.
N. I. Vavilov indica (1927) che la nostra penisola appartiene al centro genetico
mediterraneo, da cui si sono originate molte delle specie adatte alla coltivazione:
un’analisi poi confermata anche dagli studi e dalle ricerche dell’istituto del
Germoplasma di Bari. Solo nell’Italia centro-settentrionale è stata verificata la
presenza di 551 varietà, escludendo le piante ornamentali.

Come indica ancora nel suo approfondito studio la SAVE Foundation, nel settore
vegetale agrario non è stato mai possibile redigere una vera e propria lista delle
categorie a rischio perché non è possibile applicare una scala di valutazione simile
a quella utilizzata per la crescita numerica degli animali. Tutte le iniziative ad oggi
intraprese sono così partite da valutazioni di singoli ricercatori ed appassionati

21
relative alle misure di salvaguardia da assumere, con riferimento alle piante più
comunemente coltivate anche in passato, ed hanno dato vita ad un elenco delle
specie più importanti di tali piante coltivate presenti nelle singole regioni. Le
strategie di conservazione sono venute così a basarsi sul grado di diversità:
quanto più questa elevata, tanto più importante e necessaria l’attività di
protezione.
Gli studi che sono stati fatti in materia prendono in considerazione le specie
orticole, le specie frutticole, le leguminose, i cereali, e poi la vite, l’olivo e la frutta
in guscio: si tratta delle stesse specie già indicate al paragrafo precedente, tutte
presenti nel nostro paese. Attraverso il miglioramento genetico molti ecotipi oggi
scomparsi sarebbero certamente preziosi per giungere alla costituzione di
interessanti varietà…

Per quanto riguarda gli ortaggi, il grosso dell’erosione genetica in Italia si è


verificato a partire dagli anni ’50, ma ha raggiunto il punto culminante soprattutto
negli anni ’60. Già prendendo all’epoca fra le mani, a distanza di pochi anni, un
famoso catalogo di vendita per corrispondenza di piante agricole, quello dei
Fratelli Ingegnoli, si poteva notare la progressiva “banalizzazione” delle varietà
proposte (e non solo per gli ortaggi). Fu proprio durante gli anni del cosiddetto
“boom economico” che molte antiche varietà vennero così definitivamente perse e
sostituite con altre definite più moderne e produttive, sempre più uniformi dal
punto di vista genetico, generate da sementi ibride massicciamente importate dal
Nord Europa e dagli Usa, causa della diffusione di numerose fitopatie per il loro
scarso adattamento ai climi meridionali.

Cavolfiore violetto

22
Per quanto riguarda le specie frutticole, Pero, Melo, Prugno e Susino, Ciliegio,
agrumi erano tutte specie che presentavano una numero elevato di varietà,
adattate al clima, all’altezza, alle condizioni podologiche. Tra i frutti è necessario
annoverare poi le castagne, dai castagneti diffusi e tradizionalmente “coltivati” un
po’ su tutto il territorio italiano, da nord a sud. Le noci e le nocciole erano e sono
diffuse ovunque in Italia; mandorle e pinoli solo nell’Italia centro-meridionale,
mentre i pistacchi sono tuttora presenti solo in alcune zone dell’Italia meridionale.

Anche olivo e vite hanno modellato per secoli il paesaggio italiano, fin nelle zone
alpine dal clima più mite, presentando un insieme di varietà a seconda della loro
presenza nelle diverse regioni.

Agro-ecosistema oliveto

Secondo lo studio di Ricciardi e Filippetti9 , l’uniformità colturale creatasi per la


coltivazione del frumento induce a ritenere che in Italia, negli anni recenti, sia
andato perso oltre il 95% delle antiche varietà di grano. In Puglia, nel Tavoliere in
particolare, così come in Sicilia, il 60% della superficie coltivata a grano alberga
ormai una sola varietà. Erano oltre 250 le varietà di frumento coltivate negli anni
’20 che nel 1971 (L. Gosi) erano comunque date già per scomparse, e ad
“agevolare” tale situazione aveva dato un buon contributo la scomparsa dalle
coltivazioni di specie affini, in particolare le varietà di farro (oggi per fortuna in
ripresa nelle regioni dell’Italia centrale), prezioso serbatoio di geni. Uguale
situazione di progressiva rarefazione è toccato alle varietà locali di segale, orzo ed
avena, cereali sempre meno utilizzati nel nostro Paese.

9
“L’erosione genetica di specie agrarie in ambito mediterraneo: rilevanza del problema e strategie di intervento – Cahiers
Options Mediterranéennes, Vol. 53, 2003

23
Grano cultivar Tavoliere

Piselli, ceci, lenticchie, fave, fagioli, cicerchia, lupini, veccia, fagiolini dall’occhio
sono le leguminose più diffuse nel nostro paese, e costituivano le proteine per

Cicerchia fiore azzurro

eccellenza nel mondo rurale fino a non molti decenni fa. Tranne ceci e cicerchia
(Italia centrale) e le lenticchie (Italia centro-meridionale), sono coltivati ovunque
lungo tutta la penisola, ma con forti diminuzioni nelle loro ricche popolazioni locali
ed ecotipi. Si trattava di colture utilizzate nelle rotazioni con i cereali per il loro
buon apporto di azoto, messe soprattutto da parte dall’introduzione delle

24
monocolture, ma anche per la scarsa attenzione scientifica ricevuta (Filippetti e
Ricciardi, 1993).

Cicoria selvatica

13. Le vecchie varietà vegetali agrarie a rischio in Puglia

Come per molte regioni dell’area mediterranea, sono molte le varietà di piante
allevate nel corso dei secoli dagli agricoltori pugliesi, che potrebbero andare a
soddisfare esigenze di mercato particolari o "di nicchia", caratterizzate dalla
domanda di prodotti tipici, locali, ottenuti con tecniche agricole ecocompatibili e a
ridotto impatto ambientale: dal carrubo al fico, dal fico d’india all’arancio Vaniglia
o del Gargano, dal pero nostrano al cece nero, al farro, alla cicerchia…. Partendo
dalle orticole, finora per la Puglia si è ritenuto che le loro diverse varietà
avessero subito meno erosione genetica rispetto ad altri tipi di colture
(soprattutto per quel che riguarda gli ortaggi a lungo coltivati, come cipolle,
piselli, carote, lattughe…), ma Ricciardi e Filippetti, della sezione di Genetica e
Miglioramento Genetico dell’Università degli Studi di Bari, ritengono comunque
quanto mai urgente un serio intervento per la loro salvaguardia, volto alla
conservazione di una loro ampia base genetica, anche ai fini del loro
miglioramento e di una loro valorizzazione in vista di una possibile IGP o DOP.

25
Sono molti in Puglia gli ecotipi di specie orticole che è sempre più difficile reperire
e su cui si dovrebbe decisamente intervenire al fine di proteggerle: dalla cipolla di

Cardoncello barese

Acquaviva alle carote di Polignano e Conversano, dal percoco di Turi e Tursi ai


“Caroselli” e “Barattieri” (Cucumis melo L.) di Fasano ed alla portulaca (Portulaca

Portulaca

oleracea L., Portulacaceae), dal Fiorone rosso di Trani alla Lattuga Romanella
(una varietà di lattuga a foglia liscia); e poi la melanzana rotonda (Solanum
aethiopeum L.), diverse varietà di cicoria e cavoli, il Carciofo cannese (da cui il
molese e di San Ferdinando) ed i carciofi bianchi tarantini e di Putignano, gli

26
Carciofo Cannese

ecotipi di Martina Franca e Fasano della Cima di rapa, i pomodori ciliegino di


Fasano, mandria e Avetrana (Fiaschetto e Regina), e poi una grande varietà di
meloni, inclusi quelli d’inverno (varietà Inodorus): il Giallo brindisino, liscio e
retato, e il Bindisino di Castellaneta; il Melone di Collepasso (Otranto) e il tipo
“Honey Dew (S. Vito dei Normanni); lo Sferico retato del salento, il Rognoso
napoletano, il Rognoso giallo di Cosenza ed il locale di Laterza; il Melone di Gioia,
Puppeti (Trifase), Pezze de Casu (S. Vernotico: subsferico).

In Puglia sono presenti, secondo studi dell’Università di Bari, circa 50 varietà


diverse di olivo, coltivate su oltre 350.000 ettari. Circa il 70% di quelle piante

27
Olive varietà Cima di Bitonto

appartiene a sei cultivar, ma in regione sono presenti antiche varietà ed ecotipi


locali che non sono mai stati classificati quanto a interrelazioni genetiche. Alcune

Olive varietà Cima di Mola

cultivar sono genericamente chiamate ‘Ogliarola’ per la quantità e la qualità


dell’olio prodotto. Per quanto di probabile origine locale, la maggior parte di
esse ha origine e genealogia ignote.

Per la vite, possiamo come esempio ricordare quanto ampia fosse la presenza di
varietà aromatiche sotto diversi nomi quali Moscato Selvatico, Moscato Giallo,

Uva varietà Moscatello selvatico bianco

28
Moscato Bianco, Moscato D’Amburgo, Moscatello, Moscato Reale, Moscato di
Terracina, Aleatico, Moscato Saraceno, Fiano, Moscatellone Nero, Moscardella,

Uva varietà Fiano

Marchione, Malvasia Bianca e il Moscato Canelli, questo un tempo ultimo molto

29
Uva varietà Malvasia di Candia bianca

diffuso in tutta Italia. Ma nella regione le vigne corrono per più di 350 km, dalle
falde del Monte Gargano alla punta estrema della Penisola Salentina. E si trovano
ancora antiche varietà quali l’uva di Troia, Primitivo, Negro amaro, Malvasia,

Uva varietà Aleatico nero

Aleatico, Verdeca, Bianco di Alessano, Bombino, Greco e tante altre varietà


minori.

Nel settore dei cereali, erano numerose le cultivar, soprattutto di grano duro,
presenti nella regione, sovente coltivate anche in altre aree del sud della penisola,
ormai difficili da reperire o definitivamente scomparse: dal Cappelli al Russello,
dal precoce Grifoni (molto produttivo per la sua epoca), al Patrizio e l’Appulo,
molto diffusi fino a tempi recenti. Erano interessati alle colture su tutto il
territorio, ad esclusione del leccese, gli ecotipi Triticum aestivum Bianchetta,
Maiorica e Maiorica bianca; Triticum polonicum Sant’Elena e Cento a Tomolo (nel
brindisino), Ruscia II (nel tarantino), Ruscia Turca, Provenzano, Russo nel

30
Campo di grano duro in Puglia

(leccese); e Triticum durum Duro, Biancolillo, Ricco Locale AA e B, Rossia,


Mahomondi, Duro di San Pasquale, Lungo Mussolini (nel barese); Grano Turco,
Capinera A e B (nel brindisino); Duro di vinosa, Maiorcone, Capinera, Ruscia I
(nel tarantino); Carlantino, Medea, Grando Duro del Sud Africa, Zingariello (nel
foggiano); Cannellino, Triminia, Rossarda, Ricco e Rosarda (nel leccese)10. Quasi
scomparse delle varietà molto resistenti alla ruggine come il Belsincap e il
Sincape.

Per quanto riguarda le leguminose, in particolare da granella, sono molti gli


ecotipi pugliesi che potrebbero essere annoverati tra quelli scomparsi o divenuti

Cece

molto rari. Ricordiamo le popolazioni locali di fagiolino (Vigna unguiculata L.),


quelle di cicerchia (Lathyrus sativum L.), di Lupino (Lupus Albus L.) e di Veccia
(Vicia sativa L.), coltivate su tutto il territorio regionale. In provincia di Bari

10
Fonte: Istituto del Germoplasma, Bari

31
venivano coltivati la Lenticchia di Altamura ed il Cece di Poggiorsini, e le varietà di
Fave di Bari, Castellana, Putignano, e Romastelli Altamura (Vicia Faba L. var.
major), di S. Michele e di Terlizzi (Vicia Faba L. var. equina); in provincia di Lecce
la Mezza fava di Castrano ed il cece di Alezio; per la provincia di Brindisi
ricordiamo la fava di Carovigno.

14. Azioni per la salvaguardia e la valorizzazione delle vecchie varietà


vegetali agrarie italiane

Prendendo in considerazione le specie vegetali indicate al capitolo 12, è possibile


indicare che per gli ortaggi, fino almeno alla metà degli anni ’80 dello scorso
secolo, nessun ente o privato si dedicò alla loro raccolta e salvaguardia: era
opinione comune che le specie vegetali, pur con categorie diverse, fossero meno
minacciate di quelle animali. Continua però ad essere a tutt’oggi scarsa l’attività
di tutela a livello delle diverse regioni italiane: sarebbe necessario perciò attivare
ricerche finalizzate alle antiche varietà in base ad elenchi delle colture
storicamente diffuse, promuovendo la loro conservazione in situ.

Le specie frutticole hanno sempre presentato una estrema variabilità lungo la


penisola. Ovunque diffuse, le molteplici varietà di pere (Pyrus), mele (Malus), e
della specie Prunus (visciole, amarene, ciliegie, susine, pesche, albicocche…) sono
state i vegetali meglio conservati, perché proprio su di loro le prime ricerche e
raccolte furono iniziate attorno agli anni ’50 dello scorso secolo. Gli interventi per
il loro recupero e protezione appaiono necessari soprattutto per l’Italia
meridionale, dove quasi non esistono attività di tutela. Ma anche regioni del
centro-nord, come l’Abruzzo, il Lazio, il Veneto e la Val d’Aosta non presentano
attività di tutela soddisfacenti.
Esistono in Italia anche altre specie che sono molto legate agli usi locali, e che
necessitano di seri interventi e di intense ricerche per ritrovare le antiche varietà:
si tratta dei frutti di bosco, delle more di gelso, dei fichi d’India, delle diverse
specie di fichi, del melograno, delle giuggiole, dei kiwi, delle mele cotogne, dei
cachi, delle nespole…
Per le castagne, le attività di ricerca delle varietà e di tutela sono estremamente
sporadiche.
Oltre agli agrumi, di cui la maggior parte delle vecchie varietà ancora esistenti si

32
trova nelle “limonaie” (non esiste a tutt’oggi un elenco aggiornato delle relative
varietà), per la salvaguardia della frutta in guscio (in particolare per pinoli e
mandorle) non sembra essere da alcuno considerata la possibilità o necessità di
intervenire (esistono ad oggi solo alcune raccolte di singole varietà), mentre –
nonostante l’esistenza di alcune importanti raccolte statali- la ricerca delle
antiche varietà di noci, nocciole e mandorle non appare conclusa.

Per l’olivo, esistono raccolte di alcune antiche varietà, ma la ricerca è lungi


dall’essere ultimata, e sono molte le regioni che non presentano alcuna concreta
attività di tutela.
Per la vite, invece, restano poche varietà standard, ma esistono importanti
raccolte statali, per cui non esiste una ricerca specifica dedicata alle vecchie
varietà.

Frumento: per quanto riguarda il recupero delle varietà collegate (in particolare di
grano), sin dalla prima metà del secolo scorso vi è stata tutta una serie di
iniziative volte a raccogliere campioni legati alla sua precoce propagazione, e dal
punto di vista della conservazione sono intervenute diverse entità, in particolare
con una conservazione ex situ. Manca però essenzialmente, tranne alcuni isolati
casi di agricoltori biologici, la coltivazione in situ. Per quanto riguarda gli altri
cereali, escluso il frumento, le raccolte delle varietà iniziarono solo negli anni ’80
(per il mais ancora più tardi, e la sua provenienza esterna ostacola la tutela delle
sua varietà regionali e delle sue linee pure), ma furono ben presto interrotte, per
cui manca un intervento organico in tutte le Regioni.

Infine, le leguminose: mentre l’attività di protezione è ben presente per i fagioli


(ma continua la ricerca di varietà autoctone), per tutti gli altri cereali la ricerca è
ancora molto carente. Mancano programmi di conservazione in situ, mentre
esistono programmi di conservazione ex situ.

33
Appendice

15. Schede tecniche degli animali domestici pugliesi minacciati di


estinzione

ASINO DI MARTINA FRANCA

Origini e attitudini

Razza di imponente grandezza, originaria delle Puglie (Martina Franca,


Alberobello, Locorotondo, Ceglie Massapica, Noci, Mottola e Massafra, tra le
province di Bari, Taranto e Brindisi). Deriva probabilmente dall'incrocio dei locali
asini a mantello scuro con esemplari provenienti dalla Catalogna (razza asinina
Catalana), largamente importati nella zona all'inizio del XVI secolo, durante il
lungo periodo della dominazione spagnola. Frugale, si adatta molto bene ai
terreni marginali e pietrosi. Veniva utilizzato per la soma e la produzione
mulattiera. Attualmente è allevato nella zona collinare della Murgia sud-orientale,
detta dei Trulli.
Associazione Nazionale Allevatori del Cavallo delle Murge e dell'Asino di Martina
Franca: sito web www.anamf.it

Caratteri morfologici

Mantello: morello, con addome, interno delle cosce e muso grigi; muso ed
occhiaie con alone focato, ano, fulva, scroto e prepuzio scuri, crini neri.
Testa con fronte larga e piatta, non troppo pesante, ganasce ben sviluppate,
arcate orbitali prominenti; orecchie lunghe e diritte, larghe alla base, bene
attaccate e mobili, con padiglione peloso. Collo largo e muscoloso; spalla
giustamente inclinata e bene attaccata; garrese poco rilevato; linea dorso-
lombare rettilinea, con regioni larghe, muscolose e armonicamente attaccate;
lombi larghi e bene attaccati; groppa lunga, larga e muscolosa; petto ampio e

34
muscoloso; torace bene sviluppato; arti robusti, stinchi e pastoie corti,
articolazioni larghe, spesso asciutte; appiombi regolari; piedi, ben diretti, forti e
larghi. Temperamento abbastanza vivace. Statura: 135-160 cm.

LA PECORA ALTAMURANA (O MOSCIA)

Origini ed attitudini

L'Altamurana (o Moscia delle Murge) è una razza italiana a prevalente attitudine


alla produzione di latte. La zona di origine è Altamura in provincia di Bari. E’
diffusa in Puglia (Bari, Foggia) e in Basilicata (Matera, Potenza), ed un tempo era
considerata una razza a triplice attitudine (latte, carne e lana). E' detta anche
"Moscia" per i filamenti lanosi poco increspati e cadenti del suo vello. Si ritiene
provenga dagli ovini di razza asiatica o siriana del Sanson (Ovis aries asiatica) e
precisamente dal ceppo di Zackel.

Caratteri morfologici e produttivi

Taglia: media.
Testa: leggera, allungata, a volte con corna corte. Orecchie piccole orizzontali,
ciuffo di lana in fronte.
Tronco: dorso e lombi rettilinei, groppa spiovente e non larga, addome rotondo e
voluminoso, coda lunga e sottile, mammella sviluppata, globosa.
Vello: bianco, aperto, biocchi appuntiti, esteso, coprente il tronco, collo, base del
cranio e coda.
Pelle: sottile, elastica, bianco-rosata, piccole macchie rotondeggianti di colore
scuro o grigiastro sulla faccia e parti inferiori degli arti.
Altezza media al garrese:
Maschi a. cm. 71

35
Femmine a. cm. 65
Peso medio:
Maschi a. Kg. 53
Femmine a. Kg. 39
Produzioni medie:
- Latte: lt. 80 – 120 (contenuto in grasso 7,5% proteine 6,5%)
- Carne: Maschi a. Kg. 38 Femmine a. Kg. 36
- Lana: (in sucido) Arieti Kg. 3 Pecore Kg. 2

LA PECORA TRIMETICCIA DI SEGEZIA

Origini ed attitudini

Popolazione ovina di recente formazione che trae la sua denominazione dalla


località (Segezia) in cui è posta la sezione di Foggia dell’Istituto Sperimentale per
la Zootecnia del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali presso la quale è
stata costituita. Può essere considerata una nuova razza ovina a particolare
attitudine per la carne, adatta all’ambiente meridionale, derivata dall’incrocio a
tre vie di femmine meticcie (maschi Ile de France x femmine Gentile di Puglia)
accoppiate con arieti Wurtemberger. I tre meticci così ottenuti sono stati più volte
accoppiati tra di loro, e su una popolazione sufficientemente ampia si è svolto un
lavoro di selezione seguendo criteri diversi per le femmine e per i maschi in base
ai caratteri propri dei due sessi ed agli obiettivi prefissati. L’allevamento stabulato
si svolge in aziende di grandi e medie dimensioni con orientamento
poliproduttivo, utilizzando come base alimentare il fieno.
Popolazione numericamente in crescita per il perfetto adattamento all’ambiente e
per i discreti livelli produttivi.
Registro Anagrafico delle popolazioni Ovine e Caprine autoctone a limitata
diffusione (vedere www.assonapa.com).

Caratteri morfologici e produttivi

Taglia: grande.
Testa: corta, con profilo montonino con orecchie lunghe portate orizzontalmente;
priva di corna.
Tronco: lungo, ventre voluminoso in relazione alla taglia, garrese e groppa ben
rilevati.
Vello: bianco, semichiuso, con bioccoli corti.
Altezza al garrese:
- maschi 70-75 cm
- femmine 90-110 cm
Peso medio:
- maschi 65-70 kg

36
- femmine 60-70 kg
Popolazione ovina a triplice attitudine.
Produzioni:
- Carne: ottenuta con agnelli di 15-20 kg.
- Lana: 3-3,5 kg per capo all’anno in una tosatura, di discreta qualità e adatta alla
filatura.
- Latte: viene munta per 150 giorni dopo lo svezzamento dando circa 70 kg di
latte.

16. Gli enti e le associazioni per la salvaguardia delle razze domestiche


rare e minacciate di estinzione

16.1 In Italia

In Italia non esistono tuttora delle leggi nazionali per la tutela delle risorse
genetiche delle razze animali domestiche, né esiste un coordinamento delle
diverse iniziative, anche private, esistenti. Solo le Regioni Lazio e Toscana hanno
leggi specifiche. Fin dal 1994 il Governo italiano ha comunque accreditato presso
la FAO il CONSDABI - Consorzio per la sperimentazione, divulgazione e
applicazione di biotecnologie innovative (Circello, Benevento) come National Focal
Point per la biodiversità del germoplasma italiano degli animali d'interesse
zootecnico in pericolo di estinzione. L'Italia ha accolto fra i primi l'appello della
FAO che, già agli inizi degli anni '60 (Incontro sull'esplorazione delle risorse
vegetali, 1961) aveva richiamato fortemente l'attenzione dei governi nazionali
sull'importanza della conservazione delle risorse genetiche, mettendo a punto,
per la parte animale, un progetto finalizzato del Consiglio Nazionale delle ricerche
dal titolo "Difesa delle risorse genetiche delle popolazioni animali", diretto dal
prof. Giuseppe Rognoni. Il progetto fu preparato nella prima metà degli anni '70,
durò 5 anni e portò alla istituzione di un organo specifico del Cnr, l'Istituto per la
difesa e la valorizzazione del germoplasma animale (Idvga) di Milano. Nel 1983,
sempre nell'ambito del Cnr, nacque poi un Gruppo di ricerca dedicato al
monitoraggio, alla difesa e alla valorizzazione della risorsa genetica animale
nazionale e fu contemporaneamente istituito, su indicazione del Ministero
dell'agricoltura e delle foreste, il Registro anagrafico delle popolazioni bovine
italiane seguito nel 1990 da quello delle popolazioni equine. La tenuta di ambedue
i Registri fu stata affidata all'Associazione italiana allevatori.
Il Governo italiano, con le leggi n. 752 del 8.11.1986 e n. 201 del 10.7.1991,
legiferò poi sulla salvaguardia economica e biogenetica delle razze a limitata
diffusione, anticipando la Convenzione di Rio sulla diversità biologica (luglio
1992). La Convenzione riconosce "le specie domestiche e da allevamento
(articolo 2) come una importante componente della diversità biologica globale" e
"i diritti di sovranità degli Stati sulle loro risorse naturali" (articolo 15). In virtù
della notevole ricchezza di germoplasma animale nazionale, sempre il Ministero
dell’Agricoltura, nell'ambito dei predetti provvedimenti legislativi, istituì, nel

37
1990, il Centro nazionale per la salvaguardia del germoplasma degli animali in via
di estinzione (Cesgave) presso l'azienda sperimentale Casaldianni in Circello
(Benevento). Al Cesgave fornirono subito e tuttora forniscono il loro supporto
l'Associazione italiana allevatori (Aia) e il Comune di Circello.
A partire dal 1992, il Cesgave è parte integrante del Consorzio per la
sperimentazione, divulgazione e applicazione di biotecniche innovative
(Consdabi), costituito tra l'Aia, il Comune di Circello, la Camera di commercio,
industria, artigianato e agricoltura di Benevento e l'Associazione nazionale
allevatori di Frisona italiana (Anafi). L'importanza della salvaguardia di
germoplasma animale raro e della sua utilizzazione per uno sviluppo rurale
agroecocompatibile è alla base della filosofia istitutiva e dell'attuazione della
direttiva Cee 2078/92.

Il Ministero dell’Agricoltura ha poi istituito dei registri anagrafici per le popolazioni


animali a limitata diffusione. Dal 1985 esiste il Libro Genealogico per le razze
bovine autoctone e varietà equine a diffusione locale, cui ha fatto seguito (nel
1990) il Libro Genealogico per le razze equine e asinine a diffusione locale e, nel
1991, il Libro Genealogico nazionale per le popolazioni autoctone caprine e ovine
a rischio.
Esiste poi l’IDVGA - Istituto per la Difesa e la Valorizzazione del Germoplasma
Animale, da oltre vent’anni al lavoro per tutelare le razze domestiche italiane a
rischio di estinzione, che ha realizzato diversi progetti di tutela e di ricerca delle
razze animali autoctone. Due ad oggi le sue pubblicazioni: l’Atlante Etnografico
per le razze bovine e l’Atlante per le razze ovicaprine (1983), opere che
contengono i dati relativi alla diffusione e alle popolazioni, e la definizione
morfologica delle razze italiane; e l’ Atlante Etnografico per le razze equine e
asinine italiane (1993).

Diverse sono anche le Facoltà di Agraria e gli Istituti universitari italiani che si
sono attivati nella conservazione e ricerca scientifica delle razze animali
domestiche in via di estinzione, come ad esempio la Facoltà di Agricoltura
dell’Università di Milano e l’Istituto Zoologico dell’Università del Sacro Cuore.
Queste due entità hanno lavorato per definire la variabilità genetica di varie razze
ovine e caprine, un importante contributo volto a chiarire la confusa situazione
delle razze ovine e caprine italiane. Purtroppo però gli istituti universitari si
basano prevalentemente sulla conservazione ex situ, che non è sufficiente per
salvare una razza.

E’ necessario poi riconoscere i meriti delle associazioni di allevatori private, che


svolgono un importante lavoro di base e sono particolarmente idonee per la
conservazione attiva in situ: sono generalmente impegnate indipendentemente
dalla situazione congiunturale e politica, e la loro attività si differenzia
concettualmente dai sistemi organizzativi soprattutto monocentristi di Enti,
Università e Istituti di ricerca statali.

38
A livello nazionale è stata poi creata nel 2002 l’associazione R.A.R.E., la prima in
Italia ad occuparsi di tutela, recupero e valorizzazione delle razze-popolazioni
autoctone di interesse zootecnico in pericolo di estinzione. L’associazione non ha
scopo di lucro, ma carattere culturale, ambientalista e scientifico. Promuove
attività educative a tutti i livelli, acquisisce e divulga informazioni sulle razze e sul
loro ruolo socio-economico.11
L’Associazione R.A.R.E. ha creato il 1° centro di biodiversità in Puglia e partecipa
al Programma di Sicurezza Alimentare e Lotta alla Povertà nell’Africa Occidentale
della Regione Piemonte. I suoi soci inoltre partecipano attivamente sull'arco
alpino e nelle regioni settentrionali alla conservazione delle capre Alpina, Bionda
dell'Adamello, Ciavenàsca, Lariana, Valdostana e Vallesana; delle pecore
Alpagota, Brentegana, Brogne, Carzolina, Lamòn, Padovana, Savoiarda e
Varesina; del bovino Tortonese, della razza suina Mora Romagnola e del cavallo
Norico. Sull'Appennino e nelle isole partecipano invece alla salvaguardia dei bovini
Rossa Reggiana, Bianca Modenese e Agerolese; della capra Napoletana,
Garganica e Cilentana; della pecora Cornella Bianca, Laticauda e Matesina; dei
cavalli del Ventasso, Napoletano, Salernitano e Sanfratellano, del pony di Esperia,
dell'asino Grigio Siciliano, e dei suini Casertano e Nero Siciliano.

Oltre a collaborare alla tutela delle razze in pericolo di estinzione con progetti
specifici, R.A.R.E. è impegnata nella creazione di una "rete" di allevatori custodi,
singoli o riuniti in Associazioni, per lo scambio di informazioni sulle razze
autoctone italiane e sui sistemi di allevamento tradizionali, e si propone di
diventare in Italia il punto di riferimento di quanti credono nella necessità di
salvaguardare la biodiversità animale, in particolare quella domestica.

16.2 In Puglia

Un “Centro sulla Biodiversità animale”: ne ha decretato la nascita un accordo,


siglato il 31 marzo 2006, tra la Fondazione “Dr. Vincenzo Zaccagnino”, istituzione
pubblica di assistenza e beneficenza di San Nicandro Garganico (Foggia),
rappresentata dal responsabile del Servizio Attività produttive, Agricoltura,
Forestazione ed Ambiente Raffaele Sgambati, l’Associazione Provinciale Allevatori
di Foggia, rappresentata dal presidente Matteo Todaro e l’associazione nazionale
R.A.R.E. – Associazione Italiana Razze Autoctone a Rischio di Estinzione.
L’obiettivo principale del Centro è quello di realizzare nuclei selezionati in purezza
di animali autoctoni allevati sul Promontorio del Gargano, a partire dalla capra di
razza garganica. Scendendo nel dettaglio, il Centro ha alcune ben precise finalità:
1. Recupero e valorizzazione della biodiversità naturale del Gargano;
2. Accertamento delle variabili dei tratti fenotipici e censimento delle
popolazioni autoctone del Gargano;
3. Incremento e valorizzazione delle produzioni zootecniche di qualità;
11
R.A.R.E., Corso Agnelli 32 10137 Torino Tel. 011-6708580 Fax 011-4373944 E-mail: info@associazionerare.it
http://www.associazionerare.it/

39
4. Recupero delle aree particolarmente vocate all’allevamento delle razze
autoctone;
5. Ampliamento del mercato di soggetti da riproduzione, con lo scopo di
incrementare il reddito degli operatori del settore;
6. Incentivazione delle aziende zootecniche presenti sul territorio, sia
attraverso sistemi di produzione innovativi, sia mediante la tipicizzazione
dei sistemi di produzione tradizionali, perseguendo standards qualitativi
elevati e nelle tecnologie di allevamento e sotto il profilo sanitario;
7. Orientamento della zootecnia garganica verso uno sviluppo economico
basato sulle risorse locali rinnovabili.

La sede del Centro si trova in località San Nazario (San Nicandro Garganico),
negli immobili messi a disposizione dalla Fondazione “Dr. Vincenzo Zaccagnino”.
E’ dotato di locali per gli studi e laboratori, un’aula didattica, ricoveri e strutture
per gli animali in selezione e superfici pascolative per circa 20 ha. Il Centro di
Biodiversità è proiettato ad assumere valenza nazionale ed internazionale: le
attività sono programmate dal responsabile locale di R.A.R.E., Dr. Antonio
Contessa, in accordo con il responsabile dell’Ufficio tecnico agricolo della
Fondazione e la Comunità Montana del Gargano. L’A.P.A. di Foggia ha messo a
disposizione il proprio personale tecnico per il reperimento degli animali, il
rilevamento dei dati in campo e ulteriori attività presso le aziende e alla loro
partecipazione alle attività del Centro.
Il Centro RARE pugliese può anche avvalersi di soggetti in selezione allevati
presso le aziende agro-zootecniche esterne presenti sul territorio della Comunità
Montana del Gargano, ai fini della gestione e del controllo degli animali. Tali
soggetti sono regolarmente sottoposti al controllo sanitario da aperte del Servizio
Veterinario della A.U.S.L., previa stipula di un’apposita convenzione per l’adesione
al programma di selezione, contenente la disciplina di esecuzione e controllo delle
relative attività ed io rapporti tra le aziende ed il Centro.

17. Gli enti e le associazioni per la salvaguardia delle vecchie varietà


vegetali agrarie minacciate di estinzione

17.1 In Italia

Sono diverse, anche se spesso i risultati delle loro ricerche ed attività restano
confinate nel mero campo specialistico, le iniziative pubbliche esistenti a livello
nazionale, messe in atto per cercare di salvaguardare le specie vegetali più rare,
anche se non esistono leggi nazionali specifiche. Anche se purtroppo solo 3 su 20
Regioni (Toscana, Umbria e Lazio) hanno emanato leggi ad hoc.
Nel 1970 è stato fondato a Bari l’Istituto del Germoplasma del CNR – il Consiglio
Nazionale delle Ricerche per la raccolta e la conservazione ex situ (banca del
germoplasma) di risorse genetiche agricole italiane e di tutta l’area

40
mediterranea12. Oltre alla preziosa opera di conservazione delle varietà genetiche
italiane, l’Istituto ha realizzato numerosi progetti, tra cui il progetto strategico
“Biodiversità” – Caratterizzazione e valorizzazione delle risorse genetiche vegetali,
animali e microbiche, il cui obiettivo generale è quello di reperire e conservare in
situ ed ex situ risorse genetiche autoctone sotto-utilizzate, minacciate da
erosione, e quello della loro valorizzazione con interventi in grado di determinare
ricadute positive per i produttori agricoli e per le piccole e medie imprese di
trasformazione, soprattutto nelle aree più svantaggiate.
Esiste in Italia un Piano di Azione Nazionale, che ha inventariato tutte le raccolte
statali esistenti, ma che purtroppo manca di reale collegamento con le iniziative
portate avanti dai privati, i soli che lavorano per cercare di conservare in situ le
antiche varietà. Anche 12 Istituti di Ricerca e Sperimentazione agraria (IRSA)
sono coinvolti nella attività di tutela delle risorse genetiche agrarie: vengono
conservate 114 varietà di piante coltivate (con 8.922 iscrizioni di origine
italiana), penalizzando però ortaggi, piante aromatiche e medicinali, quelle per
coltivazioni industriali e le ornamentali. Contemporaneamente, l’Istituto
Sperimentale per la Frutticoltura coordina un progetto –previsto dal Piano di
Azione Nazionale- che prevede un’azione di coordinamento per la salvaguardia e
la conservazione del germoplasma ortofrutticolo.
Contribuisce alla salvaguardia delle vecchie varietà ed alla conservazione delle
risorse genetiche anche l’intensa attività di ricerca portata avanti da molte
università italiane, anche se poi sono rare misure veramente concrete, da parte
delle stesse, di conservazione. Due sono poi in Italia i Repertori esistenti delle
varietà, che non riportano però quelle locali minacciate di estinzione.

12
L’Istituto del Germoplasma (IG) è uno dei 47 organi di ricerca del C.N.R. che operano nel settore dell'agricoltura. La sua
fondazione risale al 29 Settembre 1969, data in cui il Comitato per le Scienze Agrarie discute ed approva una proposta,
presentata dal Prof. G.T. Scarascia Mugnozza, che suggerisce l’organizzazione di un "Servizio Nazionale per il
Germoplasma" nel quadro di analoghe iniziative in ambito internazionale seguite alle raccomandazioni di diversi organismi
Internazionali, come FAO, OCSE, ecc. ed associazioni scientifiche, come Eucarpia e SIGA (Società Italiana di Genetica
Agraria). L’Istituto inizia la sua attività nel 1970 con l’obiettivo principale di salvaguardare e conservare le risorse
genetiche vegetali di interesse per l’agricoltura italiana e mediterranea. Ciò è raggiunto attraverso le seguenti attività:
esplorazione, reperimento e raccolta, moltiplicazione, valutazione, documentazione e distribuzione di risorse genetiche agli
utilizzatori. Tutte queste attività interagiscono attorno ad un programma comune di ricerca che include studi
sull’evoluzione, sulla diversità genetica, sulla fisiologia del seme e più in generale sull’uso di tecnologie avanzate per una
migliore gestione delle risorse genetiche vegetali. L’attuazione di questi compiti ha trovato utili sinergie nelle collaborazioni
che l’Istituto ha sviluppato sin dall’inizio con analoghe Istituzioni in ambito nazionale (Facoltà di Agraria, Istituti del
MIPA, ENEA, ecc.) e internazionale: FAO ed IPGRI con sede in Italia, IITA con sede in Nigeria, ICARDA con sede in
Siria, ecc.. L’Istituto svolge anche attività di formazione mediante borse di studio, sussidi e contratti. Come è noto nella
moderna ed intensiva agricoltura l’intervento genetico, attraverso la creazione di nuove varietà, può ridurre radicalmente
l’inquinamento ambientale dovuto all’uso irrazionale di alcuni fattori produttivi: fitofarmaci, diserbanti, concimi,
fitoregolatori ecc. Condizione indispensabile alla manipolazione genetica delle piante è la disponibilità di un’ampia
variabilità che notoriamente va cercata nel germoplasma della specie da migliorare. L’Istituto sin dalla sua fondazione ha
dato un grande contributo all’opera di salvaguardia della biodiversità con specifico riferimento al germoplasma delle piante
agrarie di maggiore interesse nell’areale mediterraneo: cereali (frumento, orzo, avena, ecc.), leguminose da granella (fava,
pisello, fagiolo, fagiolino dell’occhio, cece, lupino, lenticchia, ecc), leguminose foraggere (veccia, sulla, ecc.) e diverse
piante da orto (cavolo, melanzana, peperone, carciofo, ecc.). L’IG utilizza due camere a -20°C per la conservazione a lungo
termine. La conservazione a breve e medio termine viene realizzata in camere condizionate a 0°C e 30% di umidità relativa
dell’aria.

41
A livello privato, secondo una ricerca della MAVA Foundation sono pochi gli
operatori che ricercano ancora attivamente le antiche varietà. Coordina e collega
fra loro gli operatori impegnati nell’attività di conservazione la Rete Nazionale per
la Conservazione Rurale delle Varietà e delle Razze Locali13, mentre fra le realtà
più interessanti e fattive del settore possiamo annoverare l’associazione Civiltà
Contadina e dei Seed Savers (Salvatori di Semi), che ha compiuto 10 anni nel
2006, e che da 10 anni svolge il compito di indicare le priorità per ridare vita al
mondo rurale, puntando in particolare il dito verso il principale dei problemi, che
coinvolge tutti, sia gente di città che di campagna: la perdita irreparabile della
biodiversità rurale. L’associazione ha fra l’altro lanciato una petizione a favore dei
semi delle vecchie varietà, quelli non iscritti nei registri della CE, che continuano a
vivere illegalmente come stranieri senza documenti in una terra che è loro. La
legislazione europea infatti vieta loro ogni forma di circolazione, anche il dono, sul
territorio degli stati aderenti. Se movimentati da uno Stato all'altro come semente
i servizio fitosanitari ne possono chiedere la distruzione in inceneritore. I semi
delle vecchie varietà sono poi costantemente minacciati da biopirateria, potendo
essere registrati come "nuova varietà" e permettere così lucro e royalties a chi
arriva per primo a farlo. Una regolamentazione segregazionista che sembra fatta
apposta per accelerare la loro definitiva scomparsa, lasciando scomparire anche il
ricordo delle antiche varietà di ortive, leguminose, cereali e frutti per sostituirle
con semi globali ibridi e OGM.

17.2 In Puglia

Sia per il frumento duro che per le leguminose da granella, l’Istituto di Agronomia
e Coltivazioni Erbacee dell’Università di Bari, assieme all’Istituto per il
Miglioramento Genetico delle Piante Agrarie ed all’Istituto per il Germoplasma del
CNR, ha condotto importanti attività di ricerca, reperimento e conservazione delle

13
La Rete è nata il 26 luglio 2000 a Magliano Alfieri (CN), presso la cooperativa Cornale, fra coloro che, con i coltivatori e
sul territorio, seguono azioni di conservazione e difesa dell'agrobiodiversità, in particolare del patrimonio genetico e storico
di varietà di ortaggi, frutta e cereali locali.
La Rete pubblica il notiziario on-line Semi Rurali ed è formata da agronomi, storici rurali, genetisti, animatori del territorio,
coltivatori...; alcuni si occupano personalmente di attività di conservazione del patrimonio varietale locale, altri si occupano
di germoplasma frutticolo, altri ancora svolgono attività di laboratorio.
Viene condivisa una comune preoccupazione per i rischi di erosione genetica e culturale derivanti dall'espansione di
monocolture, colture monovarietali e organismi geneticamente modificati e dalla conseguente perdita o riduzione del
patrimonio varietale.
Il coinvolgimento attivo dei contadini, praticato da alcuni aderenti alla Rete, avviene soprattutto con il rispetto di tre
condizioni:
che i contadini siano riconosciuti protagonisti della conservazione on farm e non subalterni ai centri di ricerca o
funzionali al lavoro dei selezionatori;
che sia loro garantita la titolarità sul patrimonio di varietà locali selezionate e tradizionalmente conservate dalle
comunità locali;
che il recupero delle varietà locali possa diventare anche un'attività produttiva - non museale o collezionistica -
incentivando la commercializzazione e il consumo locale delle varietà più interessanti dal punto di vista
gastronomico, evitando di cadere nel clamore supericiale ed erosivo generato dal marketing della tipicità.

42
risorse genetiche locali. Sia l’Università di Bari che quella di Lecce sono impegnate
in progetti che hanno al centro la salvaguardia delle varietà autoctone a rischio di
erosione genetica. Inoltre, nel 2001, nell’ambito del Programma di Iniziativa
Comunitaria Leader II, Gruppo di Azione Locale Consorzio per lo Sviluppo
dell’Arco Jonico Tarantino scrl di Massacra (TA) ha lanciato il progetto
"Valorizzazione di antiche colture e di allevamenti minori", con l’obiettivo di
favorire la diffusione di colture vegetali ormai in abbandono o in disuso e di
allevamenti di animali di bassa corte, al fine di valorizzare terreni siti in aree
marginali, non particolarmente vocati per le coltivazioni intensive o scarsamente
produttivi.
Un altro progetto (Interreg Italia Albania, Misura 3.2), condotto parallelamente in
Puglia ed in Albania, ha visto uniti il Dipartimento di Biologia dell’ Università degli
Studi di Lecce, l’ Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari e i Dipartimenti di
Biologia e Chimica Agro-Forestale ed Ambientale e di Scienze delle Produzioni
Vegetali dell’Università degli Studi di Bari. Lo scopo è stato quello della creazione
di un "Centro studi per la protezione e la conservazione delle specie botaniche
del Mediterraneo, con annesso giardino botanico"14 , ed ha effettuato –tra le
molteplici attività- uno studio ed una valutazione delle specie selvatiche e
coltivate di interesse agrario, avviando azioni di sensibilizzazione alla coltivazione
e commercializzazione delle specie autoctone e delle varietà di fruttiferi in via di
scomparsa.
La Regione Puglia ha poi finanziato nel 2001 il Programma Regionale “Biodiversità
e Risorse Genetiche”, cui hanno partecipato il Servizio di Sviluppo Agricolo
dell’Ispettorato Provinciale per l’Agricoltura di Foggia, l’Istituto Agronomico
Mediterraneo di Bari, l’Istituto del Germoplasma – CNR di Bari, Il Consorzio
Vivaistico Pugliese, all’interno del quale sono state realizzate diverse iniziative, tra
cui uno studio volto alla salvaguardia ed alla valorizzazione delle risorse genetiche
agrumicole del Gargano.

Bibliografia

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Avicole Italiane - Università di Parma

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Ecoregione Mediterraneo Centrale – Biodiversity Vision – Analisi Preliminare WWF


Italia , 2005

G. Signorello, G. Cocuzza, G. Pappalardo La tutela della biodiversità zootecnica


italiana nei PSR – Università degli Studi di Catania (Catania, Mimeo), 2003

Ministero Politiche Agricole e Forestali – Diversità animale domestica –


www.politicheagricole.it

http://www.ortaggipugliesi.it : Il sito fornisce informazioni utili riguardo ai


principali ortaggi tipici della Regione Puglia e la biodiversità che caratterizza
la Regione.

44
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