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Il più anziano dei due sedeva tenendo i gomiti sul piano e le mani giunte davanti al viso, scrutava

il giovane che sedeva su una sedia foderata in pelle. L'uomo osservava il ragazzo, questo sosteneva
il suo sguardo senza manifestare alcun disagio, il giovane si mosse leggermente e la pelle che
copriva la sedia cigolò.
«Quando sarebbe successo?» chiese il più vecchio, i suoi baffi sfioravano le dita giunte davanti
alla bocca.
«Che ore sono?» chiese il ragazzo.
«Quasi le due e mezza»
«Allora sono quasi passate due ore»
«Ripetimi come ti chiami»
«Ernesto»
«E poi?»
«Bacchis. Ernesto Bacchis» era sardo, il suo interlocutore lo sapeva già dall'accento, sua moglie
era sarda come quel giovane, era morta lontana dalla sua terra. L'uomo posò lo sguardo sulla foto
incorniciata che teneva sulla scrivania, la foto di una bella donna che sorrideva. Quando sollevò gli
occhi sul ragazzo lo vide guardare il telefono che in quello stesso istante squillò.
«Brambilla» disse l'uomo nel ricevitore. Mentre ascoltava in silenzio i suoi occhi andavano verso
la foto della moglie, poi sulla scrivania e sul coltello che vi era posato. Guardò il giovane e sotto i
suoi baffi parve apparire un sorriso.
«È lui?» disse nel ricevitore, chiuse gli occhi mentre ascoltava la risposta, il sorriso si allargò
ancora un poco. Riaprì gli occhi e guardò il ragazzo, poi la foto.
«Bene, grazie» disse. Riagganciò e guardò il ragazzo, non c'era più traccia del sorriso, lo sguardo
dell'uomo pareva malinconico.
«L'hanno trovato dove hai detto tu, è tutto vero?» disse rivolto a Ernesto.
«Sì» rispose il giovane «ora mi arresta?» la domanda suonò strana, pareva che il ragazzo volesse
farsi arrestare, suonava come la richiesta di un epilogo atteso.
«Ripetimi ancora una volta la storia...»
«Ancora?»
«Sì, per favore...»
Il ragazzo si mosse sulla sedia, il rumore della pelle accompagnò i suoi movimenti, si fermò e
iniziò il racconto: «È tornata a casa, le sanguinava il naso e aveva un graffio sulla guancia. Era in
ritardo ma non mi sono preoccupato per questo, è capitato altre volte che succedesse. Lei lavora nel
locale che sta vicino a...»
«Sì questo me lo hai detto prima, vai avanti» lo interruppe l'altro.
«Sanguinava dal labbro e le ho chiesto cos'era successo. Mi ha guardato come... non le so
descrivere lo sguardo... so che mi sono sentito morire, inutile... ho capito subito cos'era successo...»
Il commissario guardava il ragazzo, il ragazzo ricambiava lo sguardo. Il racconto del giovane
Ernesto riportava indietro nel tempo il commissario e, nonostante si trattasse di omicidio, lo faceva
stare bene: era come se la giustizia fosse un'entità viva.
«Da quanto tempo vivi con lei?»
«Tre settimane, sono arrivato qui il sei di questo mese»
«Vai avanti...»
«Io la amo, tantissimo. Non ho mai amato così... forse lei è l'unica donna lo so dentro di me. E
vederla così mi ha...»
«Lei cosa ha risposto?»
«Cosa?»
«Hai detto di averle chiesto..»
«Sì... non ha risposto, mi ha guardato negli occhi... quello sguardo...» la voce del ragazzo era
come la fiamma di una candela al vento «non ha detto nulla, è andata in bagno. È rimasta sotto la
doccia per un'ora... la sentivo piangere... anch'io ho pianto...» gli occhi del ragazzo si fecero lucidi e
le sue mani artigliarono i braccioli della sedia, le unghie sbiancarono.
«Continua» la voce rassicurante del commissario confortò il ragazzo, che si calmò e, allentando la
presa sui braccioli, riprese a parlare.
«Quando è uscita dal bagno le ho chiesto di venire qui, lei non è voluta venire... mi ha gridato
contro, mi ha detto che non capivo. È stato allora che ho deciso... le ho chiesto chi fosse stato, lei mi
ha guardato ancora una volta in quel modo... non parlava...»
Il ragazzo strinse i pugni, dopo un lungo sospiro riprese il racconto: «Io ho capito chi è stato,
forse lo sapevo già, forse sapevo che sarebbe successo, avevo pensato di andarla a prendere... poi
mi sono detto che non sarebbe successo nulla...» una lacrima scese sulla guancia del ragazzo
facendosi strada tra i corti peli della barba.
«L'avevo già visto guardarla in un modo che non mi era affatto piaciuto, l'avevo visto dare
fastidio ad altre ragazze, anche piccole... mi aveva fatto schifo da subito...»
Si fermò ancora una volta, fissava il coltello, gli occhi vitrei.
«Poi?» chiese il commissario, a Ernesto ricordò don Fadda.
«Ho preso il coltello e sono andato a cercarlo...»
«Sapevi dove trovarlo?»
«Forse sì, l'ho trovato subito...»
«Cosa è successo quando l'hai trovato?»
«È successo che lui parlava al telefono, era nel vicolo vicino al locale. Vicino ai cassonetti.
Raccontava quello che aveva fatto, diceva che era una troia, che prima faceva la difficile ma poi le
piaceva, diceva che avrebbe rifatto un giro con quella puttana...»
Il ragazzo si fermò ancora una volta, aveva gli occhi lucidi e non guardava più il commissario.
«Poi tu...»
«Poi io l'ho preso per i capelli, gli ho sbattuto la testa al cassonetto, poi la faccia al muro. Gridavo
che l'avrei ammazzato, che lo sgozzavo come un agnello. Lui mi diceva di lasciarlo, gli ho urlato
nell'orecchio che l'avrei scannato. E poi l'ho fatto, gli ho sbattuto la testa di nuovo sul muro, l'ho
buttato a terra dove l'avete trovato. Sono salito sulla sua schiena e con questo coltello l'ho scannato,
lui ha gridato ma io non lo sentivo più. Avevo il rumore del mare nelle orecchie. Guardavo il sangue
che usciva... l'ho fatto uscire tutto prima di girare il coltello, gli ho svuotato le vene prima di
finirlo... come un agnello»
Il ragazzo tremava, il ricordo di ciò che aveva fatto pareva atterrirlo.
«Sei venuto subito qui?»
«No, sono tornato a casa. Mi sono lavato e cambiato, a casa ci sono i vestiti che avevo, ma sono
puliti. Potete andare a prenderli, magari un po' di sangue c'è anche se non me ne sono accorto.
All'inizio non volevo venire. Poi però...»
«Cosa è successo?»
«Ho pensato che... sono un assassino...»
«Capisco...» il commissario Brambilla giunse nuovamente le mani davanti alla bocca, aveva
un'aria pensierosa.
«C'era molto sangue nel vicolo?» disse il commissario dopo una breve pausa, sempre coi
polpastrelli a contatto. «Hai camminato sopra il sangue? Ci sono le tue impronte?»
«Non lo so, forse sì. Però le scarpe erano pulite. Il sangue è sceso in una grata...» disse il ragazzo.
«Bene...» sulle labbra del commissario apparve qualcosa di simile ad un sorriso, l'embrione di un
sorriso.
«Adesso mi arresta?» chiese ancora una volta il giovane, sempre con lo stesso tono.
«No, prendi il coltello e torna a casa da lei. Tu non sei pericoloso, il carcere ti farebbe male...»
«Ma ho ucciso un uomo...»
«Non ti ha visto nessuno, nessuno cercherà quell'uomo. Io lo cercavo... tu l'hai trovato. Per me tu
sei innocente. Mi occuperò io della cosa...» le parole del commissario suonarono alle orecchie di
Ernesto come un'assoluzione, ancora una volta pensò a don Fadda.
Prese il coltello dalla scrivania e lo mise in tasca, guardò ancora una volta il commissario che ora
sorrideva benevolo.
«Grazie» disse a voce bassa, poi si voltò e andò via. Non sentiva più il peso della colpa, era stato
assolto.
Il commissario sorrise alla donna nella foto «è tutto sistemato ora, dalla tua terra è venuto chi ha
fatto giustizia. Quel maiale è stato scannato...»