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COSTRUZIONE DELLA MODERNA PRASSI CARCERARIA

NELL’EUROPA CONTINENTALE TRA ILLUMINISMO E PRIMA


META’ DELL’OTTOCENTO
John Howard dedicò la sua vita al problema della riforma
carceraria. Compì numerosi viaggi e grazie ai resoconti i questi
viaggi abbiamo un’idea della situazione delle prigioni nella metà
del XVIII secolo. Mentre la situazione inglese risultava essere di
grande decadenza, quella tedesca era del tutto diversa. Fra ‘600 e
‘700 andarono diffondendosi le case di lavoro e correzione, di
pari passo con il declino delle vecchie forme punitive come la
pena capitale o punizioni corporali. La tesi di una generale
decadenza di Rusche e Kirchheimer va attentamente considerata,
poiché il termine decadenza viene inteso come non già una
diminuzione nell’uso della pena detentiva, né nella diffusione
delle istituzioni a tale scopo destinate, ma piuttosto un
deterioramento del regime intorno al carcere, in cui vengono
perseguiti i soli scopi punitivi e terroristici. Tutto ciò viene fatto
risalire dagli autori alle conseguenze della rivoluzione industriale,
per l’aumento della disoccupazione derivato da essa, che hanno
reso il lavoro forzato carcerario obsoleto e più pressante
un’esigenza di intimidazione e di controllo socio-politici. Per tale
motivo risulta essere più comune in Inghilterra e sporadico in
Germania. Le prigioni olandesi tanto decantate da Howard
presentavano ancora caratteri primitivi, senonché, come
avvertiva Sellin, il carico lavoro risulti essere diminuito a favore
del piccolo artigianato per i visitatori.
Verso la fine del ‘700 Howard visita molte case di lavoro,
trovando anche delle vere e proprie prisons, usate per debitori,
per custodia in attesa di pena capitale. Lo stato è orrendo:
vecchie, sporche e con segrete sprofondate piene di strumenti di
tortura. Molte erano vuote o poco popolate. Le case di lavoro
invece sono più popolate e in esse gli uomini lavorano il legno e le
donne, i vecchi e i giovani filano. Nella città commerciale di
Amburgo le autorità preparano un piano di lavoro per i poveri
della città. In un primo momento si proclamò la scomparsa della
mendicità, per poi accorgersi della presenza di un gravissimo
deficit di bilancio appena dieci anni più tardi, dovuto alla cospicua
presenza di macchine filatrici che avevano scalzato la produzione
a costi concorrenziali con i vecchi sistemi. L’importazione delle
macchine inglesi e delle idee rivoluzionarie francesi causò il
ritorno al metodo terroristico di gestione delle prigioni
caratterizzante parte del XIX secolo.
Famosa nelle Fiandre austriache era la Maison de Force, a Gand.
Si tratta di uno dei primi grandi stabilimenti a base stellare-
ottagonale improntati sulla separazione cellulare (notturna) dei
criminali e solo di essi. Il lavoro si svolgeva in ambienti comuni.
L’entusiasmo primo di Howard fu però smorzato nel corso della
sua ultima visita, avendo egli ritrovato un ambiente di molto
peggiorato. Finché l’industria aveva avuto bisogno del lavoro
forzato, allora non ci furono cambiamenti. Nel momento in cui
però si viene a sviluppare la nuova dottrina del laissez-faire, il
lavoro forzato scompare o diventa improduttivo, per soli fini
terroristici e disciplinari. Il tutto mascherato dalla pretesa di
accusare il lavoro in carcere di danneggiare i liberi operai
disoccupati.
Mentre in Spagna o Portogallo la rilevanza dell’istituzione risulta
nulla, in Francia era vista sin dal principio come strumento di
soppressione della mendicità che di lavoro per i prigionieri. Il
ritardo dello sviluppo economico dovuto all’Ancien Régime portò
ozio negli ospedali, indicato poi come causa prima del loro
pessimo funzionamento. Howard stesso trova nell’Hopital
Géneral di Parigi, reclusi di ogni tipo, continue rivolte, uso della
tortura, morti per condizioni di assideramento e lavoro quasi
inesistente.
Nella narrazione di Howard vi è una corrispondenza non casuale
fra lavoro in carcere e condizioni di vita dei detenuti.
Nonostante sia falso stabilire una netta corrispondenza fra lavoro
e atteggiamento produttivo e nono-lavoro e atteggiamento
terroristico, bisogna tener conto del fatto che le stesse condizioni
di vita nelle carceri cambiano a seconda che siano organizzate
esse intorno all’ipotesi di lavoro produttivo o meno, nell’ottica di
uno sfruttamento razionale e della riproduzione della forza-
lavoro. Questo determina un tenore di vita per il detenuto che è
minore rispetto all’occupato esterno, secondo il principio di less
eligibility, ma superiore rispetto al disoccupato, rappresentando
paradossalmente un miglioramento delle proprie condizioni per il
sottoproletario. Ciò spiega perché in regime di alta
disoccupazione venga inasprita la situazione istituzionale interna
e ripreso il metodo duro, come successe in Europa nella prima
metà del secolo scorso. Per il periodo di interesse, si osserva che
le condizioni di vita e lavoro dei detenuti seguano, di un gradino
in basso, quelle della massa proletaria. Se non accade, il carcere
rischia di perdere il suo potere deterrente. Non è raro in periodi
di trasformazioni sociali vedere una preferenza per le condizioni
carcerarie, come detto anche da Marx nella descrizione delle
poorhouses e della vita dei poveri lì che avevano razioni peggiori
di quelle carcerarie. Questo avviene perché mentre nel 1834
queste case vengono create in conformità alla situazione del
momento, il carcere risente ancora del movimento del secolo
prima, ovvero della cosiddetta filantropia illuminista.
Si sviluppa così in Francia la discussione sul pauperismo, il delitto
e sui rimedi. Nel 1977 la Gazzete de Berne indice un concorso per
un «piano completo dettagliato di legislazione criminale»;
partecipa il medico Jean Paul Marat, futuro capo rivoluzionario,
con il suo plan de législation criminelle. Nella prima parte, egli
tratta dell'obbligo di sottomettersi alle leggi. Marat imposta tutto
il suo ragionamento sull'obbligo di sottomettersi alle leggi
sull'analisi della situazione materiale, concreta, cui tali leggi si
riferiscono. Sia nelle città che nelle campagne uno sterminato
esercito di riserva di disoccupati è costretto, per non morire di
fame, a mendicare, vagabondare, a darsi al brigantaggio. Nelle
campagne la rivola dei miserabili contro i procedimenti che Marx
ha definite di accumulazione originaria serpeggia in
continuazione. I diritti collettivi, che erano sempre stati di grande
aiuto ai contadini poveri, vengono menomati gravemente, nella
seconda metà del XVIII secolo, dai grandi proprietari ed affittuari
sostenuti dal governo. Questi disoccupati, mendicanti e
vagabondi che popolavano campagne e città si aggiravano a
gruppi e più erano numerosi, più era grande la miseria e dunque
la disperazione, sfociando da mendicità in brigantaggio. Il codice
penale rivoluzionario del 25 settembre del 1791 stabiliva
l’introduzione del principio di legalità nei reati e nelle pene e la
supremazia della pena detentiva su ogni altra forma punitiva.
Contemporaneamente si sottolineava la necessità di riuscire a
fare degli ospedali e delle prigioni dei luoghi in cui veramente la
difesa sociale avesse a base il lavoro. Il principio che la definizione
del reato e della pena per esso prevista debba essere sottratto
all'arbitrio e codificato per legge e tassativamente e che vi deve
essere una giusta proporzionalità della sanzione alla gravità del
fatto commesso, esprimono si un aspetto della lotta che la
borghesia sviluppata e sicura di sé conduce contro la vecchia
forma statuale, ma sono anche formalizzazione della prassi, da
quasi due secoli invalsa, di trattare la questione penale.
Già Pasukanis nel 1924 osserva che la privazione della libertà
per un arco di tempo stabilito nelle sentenze del tribunale è la
forma cardine tramite cui il diritto moderno mette in pratica il
principio di retribuzione equivalente. È nelle case di lavoro che
nasce il rifiuto della pena di morte, delle punizioni corporali e che
ad un determinato reato debba corrispondere una pena.
L'impeto rivoluzionario della borghesia settecentesca aggiungerà
a questa prassi esistente la lotta per il principio di legalità e di
tassatività; proprio tali principi, che non derivavano dalla lotta
tra borghesia e proletariato ma dalla borghesia contro lo Stato
assoluto, saranno poi sempre più un'arma in mano allo stesso
proletariato. Il grande pensiero illuminista della seconda metà del
Settecento non si limita solo all’enunciazione dei principi ché
proprio in questo periodo in molti Stati d'Europa si sviluppa e
diffonde il modello della casa di correzione. Nelle opere dedicate
al diritto non ci si limita a sostenere giusnaturalisticamente la
validità dei principi, ma si vede la connessione tra povertà e
disoccupazione, e ampie e numerose forme di delinquenza.
D'altro canto, la formalizzazione della potestà punitiva insita nei
principi rivoluzionari non fa altro che condurre alle conseguenze
più rigorose il concetto espresso da Pasukanis e anche da Hegel.
Il concetto di lavoro rappresenta la necessaria saldatura tra
contenuto dell’istituzione e la sua forma legale. La misura di
pena in termini valore-lavoro per tempo, diventa possibile solo
quando si lavora. Il tempo misurato diventa la vera grande
scoperta di questo periodo. Anche se nel tempo trascorso in
carcere non si riproduce il valore del bene offeso con il reato, la
natura propedeutica dell’istituzione fa sì che basti l’esperienza
del tempo misurato. L’esecuzione della pena è così legata alla sua
forma giuridica. Non è infatti il valore a determinare, secondo
Hegel, tanto l'eguaglianza dello scambio contrattuale che quello
dei due termini del taglione? Ancora una volta si tratta
dell'espressione dei due momenti vicendevolmente essenziali
della struttura capitalistica: circolazione e produzione. Il regno
del diritto, che specie nel campo penale rappresenta il vanto della
borghesia rivoluzionaria, è intrinsecamente connesso con il
rapporto di sfruttamento, cioè con l'autorità e la violenza che
regnano nella produzione. Tali conquiste borghesi sono più
rivolte a consolidare l'egemonia della propria classe sull'insieme
della struttura sociale e quindi contro il proletariato che a
garantirsi nei confronti di uno Stato assoluto il quale è sempre più
in mano borghese. Sono conquiste che rivoluzionano la
questione punitiva secondo i criteri dei rapporti capitalistici di
produzione. Mentre la borghesia rivoluzionaria trovava nella
pena detentiva scontata lavorando una realizzazione materiale
del concetto di vita basata sul valore-lavoro, le masse popolari la
pensavano diversamente. La presa della Bastiglia non fu un fatto
isolato; da quel momento in poi molte prigioni vennero prese
d’assalto come costante di ogni sommossa o insurrezione
popolare.
Bentham raccomandava che le prigioni avessero mura spesse
contro gli attacchi popolari, ma non troppo da resistere ai colpi di
cannone. La miseria che fa di questo periodo quello in cui il
salario reale ha raggiunto il minimo storico, rende il concetto di
lavoro carcerario sempre più a scopo terroristico e di controllo
sociale. La disciplina tout court prevale su quella produttiva di
fabbrica. La svolta reazionaria della Restaurazione, che
corrisponde al saldarsi di un fronte in cui la borghesia vittoriosa si
congiunge con i resti del vecchio assolutismo, da un lato esprime
una resistenza antiliberale, ma dall'altro si va sempre
caratterizzando in funzione antiproletaria. L'emergere di un
incipiente potenziale politico delle classi subalterne impedisce,
dalla Restaurazione in poi, di considerare la questione criminale e
carceraria come slegata dallo scontro di classe più generale. Ciò
che era stato fino a quel momento un rapporto inconsapevole
tra le nuove classi del regime capitalistico nella sua genesi,
diviene sempre più un rapporto cosciente. Le prime ricerche
statistiche sulla criminalità, che non a caso nascono in questo
periodo, mostrano, soprattutto in Inghilterra e in Francia, un
rapido aumento dei delitti contro la proprietà. Comincia, già con
la codificazione napoleonica del 1810, un lento ma continuo
movimento della prassi e della dottrina penale verso una
maggiore severità. Il codice penale francese prevede tre sanzioni:
pena di morte, lavori forzati e la casa di correzione. La pena di
morte non è più una misura eccezionale, applicandosi a quasi
tutti i reati contro la sicurezza dello stato, etc. Nel periodo sotto
esame, caratterizzato da disoccupazione e pauperismo, l’unico
effetto intimidatorio possibile è di tipo politico, per chi non ha
modo di trovare lavoro, stornando il disoccupato dallo sforzo di
sopravvivere commettendo reati. Basta che il carcere assicuri
appena il minimo vitale perché la situazione detentiva divenga
migliore di quella libera, azzerando quasi l’effetto intimidatorio
stesso. Si prende dunque di mira l’opera riformatrice del
Settecento, che ha reso migliori le condizioni di vita dei carcerati
e non dei lavoratori esterni, anzi quasi equiparandoli. Il tutto
senza considerare che il tenore di vita è inferiore al livello minimo
di sussistenza e dunque molti carcerati si ammalano e muoiono
per l’inedia.
È in questo periodo che si devia l’attenzione verso la situazione
americana. Negli USA si era dato vita, a Philadelphia, ad un
sistema carcerario a regime di isolamento cellulare continuato,
tipico della concezione calvinista basata su un’etica di lavoro tutta
spirituale. Questo era alla base del sistema silenzioso di Auburn,
con isolamento notturno e riunione diurna in silenzio per il
lavoro. Questo venne a prevalere, data la necessità di
manodopera. Entrano qui in gioco i philosophes, impegnati
spesso in prima persona nell'attività legislativa o amministrativa.
Il loro interesse per il problema penitenziario era consapevole
delle pratiche possibilità di realizzazione. Carlo Ilarione Petitti di
Roreto dà nella sua opera del 1840, Della condizione attuale
delle carceri e dei mezzi di migliorarla, un ampio ragguaglio su
quello che era lo stato della riforma nei vari Stati europei della
discussione teorica. Entrambe le posizioni partivano dal
presupposto della necessità di evitare la corruzione del contatto
tra le varie categorie di detenuti, alla base del fenomeno
indicato come il più preoccupante della questione penale,
l'aumento delle recidive. Se da un lato i sostenitori del sistema
d'Auburn denunciavano il notevole aumento dei casi di follia e
suicidio che si verificavano nei penitenziari condotti secondo il
modello filadelfiano dell'isolamento continuato, i sostenitori di
quest'ultimo facevano proprie le teorie quacchere sulla grande
efficacia morale della meditazione. Accusavano inoltre il sistema
del silenzio d'essere di assai difficile attuazione e di uso eccessivo
di violenza da parte dei guardiani. Importante era la
considerazione che il sistema filadelfiano richiedeva grandi spese
economiche e perciò molti Stati non lo attuarono.
Finì per prevalere la linea dell’isolamento continuo, in primis nel
carcere di Francoforte. Ancora una volta il declino grave delle
condizioni di vita nel carcere si accompagna all'uso sempre più
limitato del lavoro. Nell'età in cui nasceva la vera e propria
fabbrica moderna, con lo svilupparsi di una prima più strutturata
organizzazione del lavoro, solo una politica che tendesse con
estrema decisione a mutare il carcere in fabbrica poteva
sostenere l’efficienza del lavoro in carcere. Le stesse masse
popolari avvertivano assai coscientemente la minaccia di
concorrenza al lavoro libero rappresentata dal lavoro carcerario,
specie in una situazione di estesa disoccupazione. Il movimento
operaio divenne uno dei principali ostacoli al lavoro dei detenuti.
Questo risulta in parte vero anche per la rivoluzione parigina del
1848. Tuttavia bisogna notare come la rivendicazione sociale
parigina fosse la realizzazione del diritto al lavoro per cui furono
aperti gli ateliers nazionali. Il proletariato parigino faceva
praticamente sua la politica sociale mercantilista di due secoli
prima. Questa linea di tendenza sarà confermata nella posizione
che parecchi anni più tardi Marx assumerà a proposito di una
rivendicazione del programma di Gotha del Partito operaio
socialdemocratico tedesco sul lavoro carcerario, che va proprio
nel senso indicato dal proletariato parigino. Verso la metà del
secolo scorso, in tutti i paesi borghesi l'istituzione carceraria si
allinea, ormai matura e pronta alla bisogna, tra i vari momenti
dell’organizzazione sociale capitalistica.