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GENESI DELL’ISTITUZIONE CARCERARIA IN ITALIA.

1. Cinquecento e Seicento.
Ricostruire i tratti essenziali dello sviluppo storico dell’istituzione
è un lavoro di grande difficoltà nella realtà italiana, in primis
sicuramente data la mancanza di un potere unitario centrale, la
Monarchia Nazionale. Tale mancanza, oltre che sulla sfera
economica, produsse una mancata generalizzazione di
esperienze, idee, provvedimenti, che restano specifici di ogni
regione ed area.
Diciamo che, data la vasta e rapida diffusione del proletariato,
con annessa espulsione dei contadini dalle campagne, in alcune
città italiane (Firenze), già dal XIV secolo erano diffuse guerre
interne e misure repressive. Ecco che, in mancanza del potere
centrale, tale repressione e detenzione dei prigionieri debitori e
da punire era affidate alle corporazioni maggiori.
A ciò va aggiunto il fatto che lo sviluppo del capitale commerciale
non si svilupperà in capitale industriale, in particolar modo per la
presenza della Chiesa e dei principi feudali. Il sorgere di altre
potenze manifatturiere sarà il colpo di grazia per l’Italia del XVI
secolo, insieme alle cause strutturali interne.
Durante il Cinquecento i capitali andarono a nobilitatasi,
divenendo immobilizzati in opere pubbliche e non in maniera
produttiva: ciò causerà le futura stagnazione, isolamento,
arretratezza dell’Italia del Seicento.
Importanti sono le differenze tra questi due secoli, basti pensare
che ad esempio la manifattura tessile che nel 500 si sviluppa, nel
600 decade. Questo fa si che si accentuano fenomeni di
vagabondaggio da parte di operai disoccupati dell’ambito
manifatturiero, ma anche operai metallurgici, degli arsenali.
Tranne che nell’Italia meridionale, si cercarono di prendere
provvedimenti simil-europei, come internamento negli Ospedali,
assistenza agli inabili, procurare lavoro agli abili, imporre divieto
ai mendicanti.
Su quest’ultimo tema, già da tempo a Firenze si stava cambiando
la visione prettamente religiosa della carità e agli inizi del XV
secolo Antonino da Firenze percorre alcuni spunti che poi
saranno ripresi nella riforma luterana. La sua predicazione si basa
sull’idea del lavoro come obbligo delle masse popolari.
A Venezia, intorno al 1530, si tenta di mettere poveri e vagabondi
a lavorare negli Arsenali, per affievolire la pressione.
Negli Stati Pontifici, invece, risulta proprio un problema di ordine,
in quanto i mendicanti vi si rifugiano.
Vennero istituiti una serie di Ospedali, come quello di Bologna del
1560, dove tra le funzioni principali vi era l’apprendimento
dell’esercitij. In realtà, a livello pratico, si limitavano a
razionalizzare e centralizzare la vecchia carità privata.
Risulta chiaro come il povero venisse assimilato al piccolo
criminale: la mendicanza era vietata, il vagabondo era immorale.
Nel libro di Andrea Guevarre si faceva una distinzione tra il
povero buono (che accettava come dono l’internamento) e il
povero cattivo ( che si ribellava).
L'arretratezza rispetto alle città europee si evinceva nel fatto che
il cattivo comportamento era punito col l'esser trasportato nelle
carceri dell'ospedale e quindi essere punito con le pene
tradizionali.
Forse la prima esperienza carceraria moderna in Italia e la
struttura fatta realizzare da Filippo Franci a Firenze nella metà
del XVII secolo: i ragazzi abbandonati erano raccolti ospitati e
mandati a lavorare. Una particolare sezione di questo ospizio,
però, era destinata a giovani di buona famiglia lasciati qui perché
avevano dato segni di disadattamento. Questi venivano rinchiusi,
isolati, al fine di essere corretti.
2. Il Settecento.
Con il 600 viene superato l'apice del ripiegamento nello sviluppo
italiano, in tutti i sensi.
La popolazione aumenta, ma le classi subalterne vedono un
crescente peggioramento del loro tenore di vita. A questo si
accompagna un esteso processo di proletarizzazione di contadini
ed artigiani, che aumenterà maniera esponenziale con la
dominazione francese. Le leggi eversive della feudalità
redistribuiscono parte del latifondo per i nuovi strati borghesi, ma
annullano l'economia di sussistenza del vecchio mondo feudale,
aumentando il numero di vagabondi. I ceti contadini si indebitano
sempre di più e le condizioni inaspriscono.
Inoltre, in questo secolo si sviluppa l'idea di una carità restrittiva,
distinguendo i poveri inabili dai poveri abili e riservando solo ai
primi una certa assistenza. Lo scopo, infatti, era solo quello di
avere manodopera a buon prezzo.
La forza lavoro eccedeva, però, rispetto alla domanda
dell'industria, e questo sarà alla base di una protratta politica
malthusiana del capitale italiano. Anche per questo motivo le
carceri italiane non conosceranno mai un esteso regime di lavoro
produttivo, perché ciò avrebbe significato togliere lavoro agli
operai liberi.
Ci sono però alcune eccezioni, come il Piemonte la Lombardia,
dove si tentò di usare produttivamente la manodopera. In queste
zone si cerca di chiarire il concetto di carità restrittiva, cercando
di trovare agli abili lavoro, altrimenti possono emigrare. Dopo
questo sforzo la mendicità sarà “sbandita”.
Venne poi istituito a metà del secolo, ad opera del marchese di
Galione, uno stabilimento per i giovani discoli, primo programma
pedagogico correzionale d'ispirazione borghese. Questa
concezione correzionale del lavoro è sicuramente di ispirazione
calvinista e mostra la futura attitudine dell'illuminismo:
l'individuo è una belva che, col lavoro obbedienza, deve imparare
a trattenere gli istinti.
Questa politica correzionale apre la strada ad una riforma più
ampia nella gestione della politica criminale. Iniziarono a nascere
case di correzione giovanili anche a Roma. Se questo permette di
far nascere una tendenza rieducativa con possibilità pedagogiche,
a quell'epoca non ve dubbio che tali lavoratori erano i più
ricercati dall'industria, perché più duttili e meno resistenti
all'inserimento nel mondo del lavoro. Le case di correzione
furono così accompagnate dalla nascita di scuole professionali,
per modellare un individuo ad essere immesso nel lavoro
salariato.
Diversa era la situazione di Torino dove i detenuti non lavoravano
ma venivano inviati alle galere.
E però sicuramente nella Lombardia austriaca che si saldano
misure concrete per una nuova politica sociale e criminale. L'uso
delle masse di vagabondi diviene il referente naturale di questa
politica. Durante la lotta contro le corporazioni e contro la classe
operaia sono numerose le proposte di regolamenti per la
disciplina delle maestranze, come un editto del 30 maggio 1764
dove si legge che chi violasse gli accordi firmati con il proprio
datore di lavoro aveva come pene il carcere. Milano era
sicuramente la città illuministiche italiana a maggior contatto con
la politica riformatrice francese e la sua volontà era quella di
rinnovamento al fine di ottenere una egemonia borghese. Per
fare ciò doveva spazzar via le vecchie concezioni e presentare una
nuova visione del mondo. Non è un caso che Cesare Beccaria
dedicherà alla politica criminale la sua opera “Dei delitti e delle
pene”.
È importante tenere a mente che i fondamentali principi in
materia penale sono strettamente legati alla prassi carceraria, in
Italia come nei paesi più avanzati d’Europa. Ecco che sono
suscettibili di una rigida valutazione economica i delitti e le pene,
sanzionati attraverso il calcolo del tempo e di lavoro passato in
carcere. Da qui l'idea del tempo che è denaro, un tempo
determinato da scontare lavorando.
Negli stessi anni in cui Beccaria scrive la sua opera, in Italia si
costruiscono due stabilimenti carcerari basati su criteri più
moderni, insieme l'emanazione di un Codice penale dove
vengono eretti l'ergastolo e la casa di correzione. Era già avanzata
in Milano la proposta di reggere un Albergo dei Poveri o casa di
lavoro, con annessa casa di correzione. Questo viene accolto un
secolo dopo, nel 1759, grazie al progetto riformatore
dell'imperatrice Maria Teresa. La struttura era formata da celle
singole ma l'isolamento non era continuo: il lavoro di condannati
era tenuto bene in conto ed effettuato in grandi stanzoni comuni,
a sottolineare come l'isolamento e affliggente per il proletariato
lombardo.
Questo stabilimento milanese e un momento cruciale di
passaggio nella storia del carcere italiano ed è un prodotto della
regione economicamente più progredita di quel periodo. È
inoltre, rilevante come la costruzione della casa sia
contemporanea e l'emanazione di sanzioni sulla disciplina, che
stabilivano il carcere per gli operai. Gli ospiti di questa struttura
erano condannati a pene assai lunghe o anche a vita. il principio
dell'isolamento sarà stabilito solo nel 1785.
Nella Repubblica veneta non vi sarà traccia di riforma penale, se
non verso la fine del secolo.
La Toscana avvertì il beneficio del legame con la dominazione
asburgica, ma non tanto quanto la Lombardia. Essa conobbe un
periodo di intensa attività riformatrice sotto l'influenza della
cultura illuministica europea: venne pubblicata nel 1786 la
Legislazione criminale toscana. In essa si aboliva la pena di morte
e la tortura. Nonostante ciò, ad esempio, i rapporti sociali nelle
campagne toscane erano rimasti arretrati, cosa che aggravava
miseria e disoccupazione. Ciò porta a tumulti popolari e alla
reintroduzione di speciali previsioni per i delitti contro la
sicurezza dello Stato. Citiamo due prigioni toscane: il Palazzo degli
Otto e le Stinche, ma soprattutto la fortezza di Livorno. La vita
nella prigione era nettamente regolata, in maniera simile
all'istituzione carceraria moderna. I forzati si recavano al lavoro,
per il quale venivano retribuiti, ma erano incatenati a due a due
punto
Nel regno di Napoli la situazione era ancora largamente feudale.
Fortemente accentuato era il fenomeno del vagabondaggio,
dovuto all' immiserimento delle masse contadine appunto
l'agricoltura e l'industria producevano scarsissima quantità di
capitali e quindi era impossibile risolvere i problemi sociali. Ecco
che quindi l'intensa attività intellettuale dell'illuminismo
napoletano dovette ridursi sul problema carcerario ad una mera
denuncia della gravità della situazione. Il gran numero dei
detenuti delle prigioni napoletane non deve farci ingannare, data
l'ingente popolazione cittadina. La prigione principale era quella
di Vicaria, sporca, calda e piena di infezioni.
Un caso particolare è quello del Ducato estense di Modena. Era
arretrato strutturalmente e frammentato territorialmente, ma il
modenese Muratori fu abile a trattare il problema del
pauperismo e del delitto. Secondo lui la povertà cittadina è
alimentata dalle eccessive elemosine e non dall’immiserimento
delle campagne. Le proposte per affrontare il problema furono
basate sull’idea che ognuno doveva vivere nel suo, procurarselo
col sudore della fronte, poiché l'elemosina attira i poveri e guasta
i loro figli. Ecco che nasce l'idea dei Pubblici ospizi dei poveri, cioè
raccoglierli tutti in un unico luogo, somministrando vitto e vestiti
e obbligandoli ad andare a lavorare. Queste indicazioni vennero
seguite solo parecchi anni dopo, nel 1764, con la costruzione di
un grande Albergo dei poveri.
Negli Stati pontifici le prigioni erano tutte raggruppate a Roma
caratterizzata da contrapposizione tra cosmopolitismo e grave
situazione economica. Il numero di mendicanti era altissimo. Il
brigantaggio era più o meno diffuso in tutti gli Stati soggette alla
dominazione papale anche se non quanto nel 12:00. Per questo
motivo il problema venne ciclicamente affrontato dalle autorità.
Nel XVII venne fondato un ospizio generale dei poveri, la cui
sezione più interessante era quella dedicata alla casa di
correzione per giovani. Lo stabilimento era sostanzialmente un
blocco cellulare: rettangolare, si affacciava su un unico grande
spazio e nella parte comune si filava il cotone e si lavorava alla
maglia, con brevissime soste. Aleggiava la scritta silentium in
mezzo alla sala. Quelli che non lavoravano erano destinati ad
isolamento continuo. Quest'ultima condizione si avvicinava ad un
tipo di forzatura della volontà ideologica ed interiore, mentre il
lavoro era applicato a chi aveva subito condanne giudiziarie.
Attraverso queste esperienze del primo 700 virgola che hanno in
genere come oggetto giovani delinquenti o corri genti, si attua il
passaggio dalla casa di lavoro per poveri, con caratteristiche
produttive, al vero e proprio carcere del secolo successivo. Il
marchio della disciplinato obbedienza ti viene l'unico scopo della
punizione.

3. Dal periodo napoleonico alla situazione preunitaria.


Questo periodo è fondamentale per le trasformazioni che indusse
nella realtà italiana, ma anche per la gestione borghese della
penisola.
Nonostante il tentativo di omogeneizzare L'Italia, esistevano
realtà ben differenti. Il periodo dal 1795 al 1814 core rispose al
tentativo della borghesia di prendere il mano il governo, cosa che
riuscì nonostante le resistenze delle vecchie forze feudali ed
aristocratiche. Ecco che i processi e i fenomeni presenti durante i
secoli precedenti si acutizzare. Lo scopo era costruire il nuovo
Stato borghese costruito sul modello napoleonico: venne
introdotto un sistema fiscale, venne introdotta la coscrizione
obbligatoria.
I contadini si sentirono attaccati dalle pesanti riforme virgola e le
campagne raggiunsero il culmine a causa dell' esosità del di tutta
una serie di tributi, delle ruberie delle devastazioni. Era in atto
una ridistribuzione del capitale e della forza lavoro, utilizzando
come fonte anche l’incameramento dei fondi che i contadini non
potevano più condurre. Al con tempo vi era il problema delle
trasformazioni fondiarie.
Queste erano le basi dei futuri sviluppi produttivi.