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Corrado Alvaro (1895-1956)

I romanzi “minori” e la novellistica[1]


Alvaro pubblica i suoi primi lavori a seguito della propria esperienza giornalistica di redattore di
riviste culturali (900 di Bontempelli) e di inviato speciale di importanti quotidiani nazionali, come
La Stampa e Il Corriere della Sera; le prime opere significative sono il romanzo L’uomo nel
labirinto (1922), uscito su rivista e i racconti La siepe e l’orto (1920), L’amata finestra (1929), La
signora dell’isola (1930), Misteri e avventure (1930) riuniti poi, per gran parte, nella raccolta 75
racconti (1955). In questi testi, emerge il disorientamento ideologico e gnoseologico (sulle
possibilità della conoscenza) dell’uomo moderno, tematiche affini a quelle che si riscontrano
nella contemporanea produzione narrativa di Kafka e Pirandello, suo grande amico.
Il rapporto tormentato col regime fascista si risolse in una latente insofferenza dell’autore verso
le istituzioni della dittatura, al netto delle collaborazioni di Alvaro con le gerarchie mussoliniane per
la produzione di documentari o film propagandistici e produsse un romanzo allegorico-politico,
L’uomo è forte (1938), che lo scrittore è costretto dalla censura ad ambientare in Russia; l’opera
tratta della disumanizzazione prodotta da una società in cui domina la cultura del sospetto
sotto il regime totalitario.
Dopo i racconti della raccolta Incontri d’amore (1940), lo scrittore approda, nel dopoguerra, ad un
neorealismo “meridionale”, con L’età breve (1946), storia di un calabrese inurbato che il padre fa
studiare in seminario, sperando in un riscatto sociale del figlio; a una componente “verista”, di
indagine sociale, si sovrappone una fine analisi psicologica.
Nella produzione novellistica dei 75 racconti, Alvaro mette a fuoco lo sconvolgimento
“mortifero”, secondo il critico letterario Aldo M. Morace, della civiltà arcaica contadina, operato
dall’incontro della prima con la società moderna e tecnicamente avanzata; i personaggi, sradicati
dalla realtà dei campi, non riescono a integrarsi nel contesto cittadino “civilizzato”. La campagna è
trasfigurata liricamente, ma l’autore non cede ad alcuna tentazione di rappresentarla come un
paradiso terrestre idilliaco.
Un tratto singolare della scrittura di Alvaro, già emerso in Gente in Aspromonte, è la sua attitudine
ad assumere una prospettiva mitica per esprimere le inquietudini dei tempi moderni.
Postume, incompiute e sempre di carattere neorealista sono Mastrangelina (pub 1960) e Tutto è
accaduto (1961), che dovevano comporre un ciclo di romanzi con L’età breve.
Tra i lavori pubblicati postumi interessanti è Belmoro (1957), un romanzo fantascientifico, in cui si
immagina, dopo la fine detta terza guerra mondiale, l’instaurazione di una tecnocrazia assoluta;
l’opera rappresenta una critica alla società industriale, vista nelle sue estreme degradazioni come
disumanizzante, falsa e priva di sentimento.

I capolavori: Gente in Aspromonte (1930) e Quasi una vita (1950)


Gente in Aspromonte
Raccolta di racconti, che prende il titolo dalla novella che la apre.
In questo primo racconto, vi è narrata la storia di due famiglie di opposta estrazione sociale: gli
Argirò e i Mezzatesta. I primi sono pastori che vivono ai limiti della povertà in case di fango, i
secondi sono ricchi possidenti terrieri della sola casa nobile che sorge in paese.
Il vecchio Argirò viene licenziato da Mezzatesta, dopo che i buoi padronali sono precipitati in un
burrone; ma il pastore non si dà per vinto e, con i suoi risparmi, riesce ad acquistare una mula per
fare la spola dal paese montano al mare; gli anni passano e il padre spera, con l’aiuto del salario da
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Sappiamo che è un’operazione quasi del tutto infondata dividere la produzione di un autore in “minore” e
“maggiore”; intendiamo introdurre questo discrimine per necessità di sintesi di un profilo letterario autoriale comunque
noto e di buon rilievo nazionale; Alvaro è padre di una messe di opere piuttosto ingente, si è però distinto, oltre che per
la sua attività di sceneggiatore, soprattutto per due lavori che meritano un’attenzione più particolare e definita rispetto
alle altre sue opere, a ragione delle influenze culturali e letterarie che esse (Gente in Aspromonte e Quasi una vita)
hanno stabilito sulla produzione cinematografica e romanzesca successiva alla loro pubblicazione.
manovale del figlio Antonello, di dare un futuro migliore all’ultimogenito Benedetto, avviandolo
al sacerdozio in un seminario in città.
Ma i figli di Camillo Mezzatesta bruciano le stalle e la mula degli Argirò, e così il mantenimento di
Benedetto finisce per gravare completamente sulle spalle di Antonello, che viene licenziato perché
incapace di lavorare a causa degli stenti a cui è sottoposto.
Il giovane, per reazione alle ingiustizie che lo circondano, si farà bandito e, dopo aver dato fuoco
alle terre dei Mezzatesta e aver ucciso i loro animali, diventerà un misterioso benefattore dei poveri;
il racconto termina con il suo arresto da parte dei Carabinieri.
La vicenda, benché di stampo verista, è ricca di elementi simbolici e favolosi, che ricordano il
realismo magico di Bontempelli; la voce di Antonello viene recepita dal paese come quella di un
angelo vendicatore e il racconto si intreccia a richiami biblici ed evangelici.
Quasi una vita (1950)
Opera vincitrice dell’ambito premio Strega, è un libro di memorie, nato dalle annotazioni
dell’autore che dovevano servire come bozza per i lavori futuri; il risultato di ciò è un vero e proprio
giornale dello scrittore, incentrato sull’arco temporale tra il 1927 e il 1947, che l’editore Valentino
Bompiani caldeggiò ad Alvaro di pubblicare.
Nelle pagine di questo memoriale, si possono leggere ritratti delle persone note allo scrittore,
oltre che la menzione di importanti personalità della società del tempo. Alvaro si destreggia in acuti
studi di carattere e in giudizi piuttosto brillanti sulla psicologia di popoli diversi.
Interessanti sono le notizie che si riferiscono a Pirandello, Sartre, Sarfatti e a Walter Benjamin.
Nell’opera trova spazio anche il racconto dei viaggi effettuati dallo scrittore (Russia e Germania),
l’autore vi delinea, inoltre, i suoi rapporti turbolenti e ambigui con il regime; accanto ad annotazioni
più personali, come quelle sulla morte del padre, sulla fine dell’opera Alvaro riflette sulle
condizioni del Meridione e il rapporto che egli intrattiene con la sua terra natia.

Un accenno alla produzione cinematografica dell’autore


Per quanto riguarda la tipologia dei film ai quali Corrado Alvaro ha contributo, notiamo che essa è
abbastanza variata. Si va dalle opere del cinema del Ventennio, come l’operistico Casta diva
(Carmine Gallone, 1935) e i due titoli del dittico – tecnicamente non disprezzabile ma
marcatamente anti-sovietico – Noi vivi e Addio Kira! (Goffredo Alessandrini, 1942), fino alla
collaborazione con importanti titoli del neorealismo come Riso amaro (Giuseppe De Santis, 1949) e
Roma ore 11 (Giuseppe De Santis, 1952). Ciò nonostante nel complesso Alvaro fu abbastanza
critico con le tendenze del neorealismo cinematografico, che accusava di cedere a pregiudiziali
ideologiche. Nel dopoguerra è rilevante, al di là dell’insuccesso commerciale, il film Patto col
diavolo (Luigi Chiarini, 1950), interamente scritto da Alvaro, girato nel 1949 nel paese natale dello
scrittore, San Luca e ispirato in qualche modo alle tematiche della sua opera letteraria Gente
d’Aspromonte.