Sei sulla pagina 1di 307

Alejandro Jodorowsky

IL MAESTRO E LE MAGHE

Feltrinelli
Traduzione di Michela Finassi Parolo

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Prima edizione nella collana “Universale Economica” marzo


2014

ISBN edizione cartacea: 9788807883521


Prologo

Pur avendo scritto queste memorie in uno stile


romanzato, tutti i personaggi, i luoghi, i fatti, i libri e i
sapienti che ho citato sono reali. Sono stato educato da un
padre commerciante, la cui unica sapienza era racchiusa in
queste due frasi: “Comprare a buon mercato e rivendere a
caro prezzo” e “Non credere a niente”, per cui non ho
avuto un Maestro che mi insegnasse a stimare me stesso,
gli altri e la vita. Fin dall’adolescenza, con la sete di un
esploratore smarrito nel deserto, ho cercato una guida che
desse uno scopo alla mia inutile esistenza. Lettore vorace,
nella letteratura trovavo soltanto un gran vagabondare di
presuntuosi che si guardavano l’ombelico. Una cinica frase
di Marcel Duchamp mi spinse a fuggire da quell’ammasso
di descrizioni inutili: “Non c’è nessuno scopo. Costruiamo
in modo tautologico e non arriviamo a nulla”. Ho cercato di
consolarmi con i libri di filosofia orientale, aggrappandomi
al concetto di “illuminazione”. Il Buddha Shakyamuni si era
illuminato meditando ai piedi di un albero. Secondo i suoi
discepoli, il santo aveva visto la verità autentica e aveva
smesso di preoccuparsi dell’eventuale esistenza dopo la
morte... Ventotto generazioni dopo, Bodhidharma, in Cina,
meditò in silenzio per nove anni davanti a un muro, fino a
trovare nella propria mente quel vuoto insondabile che
somiglia a un cielo immacolato, dove non si distinguono più
la verità né le illusioni. Il desiderio di liberarmi
dall’angoscia della morte, di non essere niente, di non
sapere niente, mi spinse a imbarcarmi nella ricerca
frenetica della mitica illuminazione: nel tentativo di
conseguire il silenzio volli staccarmi dalle mie idee, perciò
scrissi su un quaderno l’elenco delle mie convinzioni e lo
bruciai. Alle mie relazioni sentimentali chiedevo soltanto
pace, per cui mi rifiutavo di abbandonarmi completamente
all’amore e avevo con le donne legami precari, con il mio
individualismo ben protetto da muri di gelo. Quando
incontrai Ejo Takata, il mio primo vero maestro, credevo
che mi conducesse all’illuminazione eliminando dal mio
spirito le idee folli che non ero ancora riuscito a sradicare,
e comunque mi sentivo un vincente sul terreno del cuore.
“Ormai i sentimenti non hanno più il predominio su di me:
mente vuota, cuore vuoto.” Quando pronunciai questa frase
davanti al giapponese, mi rispose con una fragorosa risata.
Rimasi sconcertato. Poi mi disse: “Mente vuota, cuore
vuoto: delirio intellettuale. Mente vuota, cuore pieno: le
cose così come sono”.
Questo libro è la testimonianza di due lavori: il primo, con
il maestro, consistente nel domare l’intelletto. Il secondo,
con le Maghe, consistente nell’abbattere ogni corazza
emozionale, fino a prendere coscienza che la vacuità tanto
desiderata è un fiore che affonda le radici nell’amore.

Ne Il maestro e le maghe parlo di quattro maghe, ma


altre tre hanno condizionato la mia esistenza: Pachita,
María Sabina e Violeta Parra. La curandera Pachita è
assente perché l’esperienza con lei, che mi ha cambiato la
vita, l’avevo già descritta dettagliatamente in due miei libri:
La danza della realtà e Psicomagia. Ma non avevo
raccontato un episodio, forse per pudore: stavo assistendo
a una delle sue operazioni magiche in cui “il Fratello”
(Pachita in trance) con il coltello da caccia avrebbe aperto
il petto di un malato per cambiargli il cuore. (Un organo
nuovo attendeva dentro un vasetto. Ma dove l’aveva
trovato, quella strega? Mistero. E come mai noi, testimoni
stupefatti di quell’evento soprannaturale, trovavamo
naturale che per guarire un cuore malato, ma vivo,
bisognasse sostituirlo con uno morto? Mistero.) Lei, nel bel
mezzo dell’intervento (sangue, odore pestilenziale,
penombra, ululati del paziente), mi afferrò l’anulare della
mano sinistra e con un solo gesto mi infilò un anello d’oro.
L’anello mi calzava perfettamente, sembrava fatto su
misura. Pachita, senza attendere la mia reazione, continuò
l’intervento: estrasse una massa di carne palpitante (che
suo figlio si affrettò ad avvolgere in un foglio di carta nera,
per portarla in bagno e bruciarla), inserì il cuore morto
nella ferita sanguinolenta e, posando le mani su di essa, la
richiuse. Quando strofinammo con l’alcol il petto del
malato, non era rimasta nessuna cicatrice, soltanto un
piccolo livido a forma di triangolo... Tornai a casa in preda
all’emozione. Dormii profondamente. Quando mi svegliai,
non avevo più l’anello al dito. Lo cercai per ore, ma non
riuscii a trovarlo. Che cosa aveva voluto dirmi Pachita? Mi
aveva proposto un matrimonio spirituale? È possibile. Il
mio contatto con lei mi consentì, anni dopo, di inventare la
Psicomagia e lo Psicosciamanesimo. La curandera sapeva
che sarebbe successo, oppure lo desiderava e aveva fatto di
tutto per provocarlo? Mistero.
Un’altra assente è María Sabina, la sacerdotessa dei
funghi. Quando entrai in contatto onirico con lei, che età
avrà avuto? Cent’anni? Forse di più... Non l’ho mai vista di
persona, sarei dovuto salire sulla sierra mazateca,
inerpicarmi per una stradina angusta sull’orlo del
precipizio fino ad arrivare a Huautla, in Messico, dopo dieci
ore di auto. In realtà, non mi ero mai proposto di andare a
cercare la abuelita, “la Nonnina”. È stata lei a cercarmi.
Mentre giravo il mio film La montagna sacra, in
contemporanea avevo allestito uno spettacolo di
marionette, Manos arriba, che raccontava le visioni
provocate da un allucinogeno chiamato “Semilla de la
Virgen”, ololiuqui in nahuatl, “cosa rotonda”, Lsd naturale
che toltechi e aztechi consideravano una divinità,
facendone oggetto di culto. Nel teatro Casa de la Paz,
mentre stavo appollaiato in cima a una scala per fissare un
riflettore di scena e masticavo una manciata di quei semi
allucinogeni, ebbi una visione: vidi la totalità dell’universo,
un ammasso compatto di luci che aveva la forma di un
corpo tondeggiante in perpetua espansione e in piena
coscienza. Lo stupore fu così grande che, lanciando un
grido, persi l’equilibrio e caddi, in piedi, slogandomi le
caviglie, che nel giro di poche ore si gonfiarono,
provocandomi dolori fortissimi. Dopo avere assunto
qualche sedativo, mi addormentai e cominciai a sognare.
Nel sogno ero un lupo che zoppicava, con le zampe
posteriori ferite. Apparve María Sabina. Mi mostrò un
enorme libro bianco, pieno di luce. “Mio povero animale,
questa è la parola perfetta, il linguaggio di Dio. Non ti
preoccupare se non sai leggere. Entra nelle sue pagine, tu
fai parte di esso.” Camminai verso quella luce. Penetrò in
tutto il mio corpo, tranne le zampe posteriori. L’anziana
donna me le accarezzò con un amore talmente grande che
mi svegliai in lacrime. Mi sorprese che le caviglie, perduto
ogni gonfiore, non mi facessero più male. Non ho mai
pensato che la curandera mazateca in persona fosse venuta
a guarirmi: pensavo che si trattasse soltanto di una
costruzione del mio subconscio, e mi congratulai con me
stesso per essere stato capace di autocurarmi mediante un
sogno terapeutico... Già tempo addietro, grazie
all’intervento di un amico pittore, Francisco Fierro, ero
stato contattato da María Sabina. Francisco, di ritorno da
Huautla dove era andato a mangiare funghi con la
curandera, mi aveva consegnato un vasetto pieno di miele
in cui giacevano sei coppie di niñitos santos, “bambinetti
santi”. “È un regalo che ti manda María Sabina. Ti ha visto
in sogno. Sembra che tu stia per realizzare un’opera che
contribuirà a far conoscere nel mondo intero i valori del
nostro paese. Oggigiorno gli hippy stanno rovinando le
antiche tradizioni. Huautla è invasa da turisti, trafficanti,
medici, giornalisti, soldati e poliziotti. I bambinetti santi
hanno perduto la loro purezza. Questi dodici apostoli sono
straordinari: hanno ricevuto la benedizione dell’abuelita.
Mangiali tutti...”
Pachita, la strega santa
L’esperienza con i funghi magici l’ho raccontata in La
danza della realtà. Devo confessare che avevo dubitato del
mio amico pittore. Forse l’anziana donna non mi aveva mai
sognato; probabilmente Francisco si era inventato quella
storia con le migliori intenzioni. Mi riusciva difficile credere
che qualcuno potesse intervenire sulla realtà attraverso i
sogni. Invece il mio amico Fierro affermava che nei funghi
si racchiudesse tutta la saggezza dell’antico Messico. Li
ingeriva sovente, e non esitava a darli da mangiare alle
figlie, due strane creature di cinque e sei anni, con grandi
occhi da adulto. La mia sorpresa fu indicibile quando la
mattina in cui mi svegliai con le caviglie guarite, mi chiamò
al telefono per dirmi: “Stanotte, mentre dormivi, l’abuelita
è venuta a trovarmi e mi ha detto che ti avrebbe guarito...
Come va stamattina?”.
Era una coincidenza? Telepatia? María Sabina era in
grado di entrare nei miei sogni, e da tale dimensione
onirica guarirmi? La mia intuizione dice di sì, la ragione
dice di no. Questo è il motivo per cui non l’ho inserita nel
libro, perché potrebbe essere soltanto una mia illusione.
Eppure, verità o illusione, fino al giorno della sua morte
María Sabina mi è apparsa in sogno – nei momenti difficili –
e mi è sempre stata di grande aiuto.
La terza grande assente è la cantante cilena Violeta
Parra. La sua fama è tale che di lei ho ben poco da rivelare
– l’hanno ammirata, fra gli altri, poeti come Pablo Neruda
(“santa di creta pura”), Nicanor Parra (“uccello del
paradiso terrestre”), Pablo de Rokha (“semplicità di
sotterraneo”). L’ho conosciuta a Parigi, città in cui era
venuta in due occasioni. La prima nel 1954 (per due anni) e
poi nel 1961 (per tre anni). Nel primo periodo, non ancora
famosa, si guadagnava da vivere cantando in un piccolo
locale del quartiere latino, L’Escale. La misera paga a
malapena le consentiva di permettersi una stanza in un
albergo a una stella e cucinarsi un modesto pranzo in stile
cileno – carbonada, pastel de choclo insalata di pomodori e
cipolle – che sovente condivideva con i suoi sei migliori
amici, uno dei quali ero io. Lo racconta nel suo libro
Décimas. Autobiografia in versi:
María Sabina, la sacerdotessa dei funghi
Como lo manda la ley
en todo hay que hacer justicia:
lo cumplo yo con delicia
y aquí voy nombrando a seis
arcángeles, como veis
me abrigan con su amistad,
me brindan conformidad
en ese mundo lejano
y, al ofrecerme sus manos,
se aclara mi oscuridad.

Repito y vuelvo a decir,


cogollito de cilantro
para mi amigo Alejandro,
que me alentara en París
con una flor de alhelí
y una amistosa sonrisa,
su mano fue una delicia
allá en esa vida ausente;
ayer sembraste simiente,
1
hoy florecen y fructifican.

Dice che l’avevo incoraggiata a Parigi, ma era successo il


contrario. La sua tenacia, la sua energia erano contagiose.
Violeta cantava dalle dieci di sera fino alle quattro del
mattino, poi alle otto si alzava e correva a incidere le
canzoni cilene che aveva raccolto dalle labbra delle vecchie
contadine – “dell’umano e del divino” – per Chant du
Monde o per la Phonothèque du Musée de l’Homme. Io
protestavo:
“Ma Violeta, non ti danno un centesimo! Apri gli occhi: ti
stanno truffando in nome della cultura!”.
“Non sono una sciocca, lo so che se ne approfittano.
Eppure lo faccio con piacere: la Francia è un museo.
Conserveranno per sempre queste canzoni. Così avrò
salvato gran parte del folklore cileno. Per il bene della
musica del mio paese, non m’importa di lavorare gratis.
Anzi, sono orgogliosa di farlo. Ciò che è sacro non deve
essere contaminato dal potere del denaro.”
Violeta mi ha dato una lezione indimenticabile. Grazie al
suo esempio ho sempre letto i Tarocchi e dato consigli di
Psicomagia a titolo gratuito.
Quando ritornò a Parigi sei anni dopo era già una
cantante famosa e rispettata in Cile, non solo per la sua
arte ma anche per le preziose ricerche sul folklore
dimenticato. Registrò le sue canzoni (tra le altre, Gracias a
la vida) per l’etichetta Barclay. Cantò sul palcoscenico della
festa del giornale comunista “L’Humanité”. Ciononostante,
ha sempre mantenuto l’aspetto di un’umile contadina; il suo
fisico minuto celava un’anima con una forza sovrumana...
Passeggiando con lei lungo le rive della Senna, arrivammo
davanti al palazzo del Louvre.
“Che museo imponente!” le dissi. “Il peso di tante opere
d’arte, tante civiltà, e noi poveri cileni senza tradizione, con
capanne di fango invece di piramidi e umili terraglie invece
di sfingi, ci sentiamo schiacciati.”
“Taci,” mi rispose in tono altezzoso. “Il Louvre è un
cimitero e noi siamo vivi. La vita è più forte della morte. A
me, questo edificio enorme non fa paura. Ti prometto che
presto vedrai lì dentro un’esposizione delle mie opere...”
Non sapevo se considerarla pazza oppure malata di
un’ingenua vanità. La conoscevo come cantante, non come
artista plastica.
Violeta aveva poco denaro. Comprò del fil di ferro, pezzi
di iuta a buon mercato, lana colorata, argilla, qualche
tubetto di tempera e con quei materiali umili creò arazzi,
anfore, piccole sculture, dipinti a olio. Erano le sue opere,
ma nello stesso tempo erano l’espressione di un folklore
cileno scomparso nella realtà, ma custodito come un tesoro
nelle profondità dell’inconscio della mia amica. Nell’aprile
del 1964 Violeta Parra inaugurò la sua grande esposizione
al Museo delle arti decorative, padiglione Marsan, nel
palazzo del Louvre!
Questa donna incredibile mi ha insegnato che se
vogliamo qualcosa con tutte le nostre forze, alla fine
riusciamo a ottenerla. Quello che pare impossibile, con
pazienza e perseveranza, diventa possibile.
Violeta Parra mentre canta a L’Escale di Parigi
Un esempio di tale enorme pazienza- perseveranza me lo
ha dato lo scrittore spagnolo Francisco González Ledesma,
che con lo pseudonimo Silver Kane ha scritto più di mille
romanzetti western, di ottanta cartelle ciascuno, per un
pubblico popolare. Ha cominciato a scriverli nel 1951
all’età di vent’anni, per guadagnarsi da vivere, al ritmo di
un libro alla settimana, e ha smesso nel 1981, a
cinquant’anni. Poi, fino a oggi, con il suo vero nome ha
continuato a scrivere quello che piaceva a lui, romanzi
gialli di qualità, che gli sono valsi in Spagna il premio
Planeta nel 1984, e in Francia il premio Mystère nel 1993
per il miglior romanzo straniero.
Sotto il regime franchista, in Spagna gli scrittori venivano
considerati alla stregua degli operai, senza diritti d’autore,
percepivano un magro stipendio e dovevano recarsi in
ufficio la mattina presto per lavorare anche dieci ore di
seguito. Francisco, dopo avere scritto per tutto il giorno
sceneggiature di fumetti ed essersi occupato della
contabilità del suo editore, ritornava a casa, si metteva a
scrivere un “Silver Kane” e a notte inoltrata dedicava un
po’ di tempo alla sua passione: scrivere i romanzi che
avrebbe firmato con il suo vero nome. Oltre a tutto questo,
doveva documentarsi sul Far-West americano – per onestà
professionale non ha mai voluto ripetere la stessa trama e
si è sempre basato su verità storiche – nonché prepararsi
per conseguire la laurea in Legge, riuscendoci. Quando
chiesi a quel titano come fosse riuscito a fare tante cose,
oltre a sposarsi e a formare una famiglia, mi rispose:
“Dormendo pochissimo, quasi niente”. L’impegno di
scrivere il suo Silver Kane era talmente coercitivo (se non
consegnava le cartelle la mattina presto del venerdì
avrebbe potuto perdere il lavoro) che una notte in cui era
saltata la corrente elettrica, era salito sul tetto e aveva
finito di scrivere il romanzo alla luce della luna.
Queste avventure western – scritte con grande umiltà,
senza la speranza di avere lettori colti, senza la possibilità
di esprimere concetti profondi, e con la consapevolezza che
sarebbero state disprezzate dai critici e non lo avrebbero
mai reso ricco, pur dandogli di che sopravvivere – si
avvicinano stranamente alla filosofia zen: “Agire senza
finalità”, “Fare bene quello che si sta facendo”, “Non
cercare la perfezione bensì l’autenticità”, “Trovare
l’inesauribile nel silenzio dell’ego”, “Abbandonare ogni
volontà di potere”, “Esercitarsi giorno e notte senza mai
dormire”... Questo è il motivo per cui ho iniziato ogni
capitolo con una citazione di Silver Kane. Le sue frasi
hanno lo stesso linguaggio diretto dei koan, una purezza in
cui non c’è posto per il calcolo razionale. Sono tragiche e
comiche insieme. Hanno il profumo dell’illuminazione.
Francisco González Ledesma con sua figlia,
quando si trasformò in Silver Kane
Molte persone non sanno che cosa siano i koan, o pur
conoscendoli non vi danno importanza. Un koan è una
domanda che il maestro zen rivolge al discepolo perché la
mediti, l’analizzi e poi dia una risposta. L’enigma è
sostanzialmente assurdo, impossibile dare una risposta
logica. Ed è proprio questa la sua finalità: fare in modo che
il nostro punto di vista individuale si apra all’universale,
per aiutarci a capire che l’intelletto – parole, parole, parole
– non può dare risposte... In realtà non viviamo nel mondo,
viviamo in una lingua: il solo fatto di maneggiare le idee ci
fa sentire furbi; e il poter dare definizioni ci fa credere di
sapere cose, oppure le diamo per scontate. Ma se vogliamo
cambiare la nostra vita dobbiamo operare una mutazione
mentale aprendo le porte all’intuizione e alle energie
creative, considerando il nostro inconscio come un alleato.
C’è chi impiega vent’anni a trovare la soluzione di un koan.
E c’è chi, invece di cercare una risposta che contenga tutti
gli aspetti del proprio essere (una risposta molto più
complessa delle parole della lingua ordinaria, dettate
dall’intelletto), dà una spiegazione abile e crede di essere
diventato un maestro zen con la forza dell’ingegno. Se la
risposta al koan ci lascia identici a come eravamo prima,
non abbiamo risolto niente. Risolvere un koan per davvero
significa passare attraverso un cataclisma mentale che fa
crollare tutte le nostre certezze, i nostri punti di vista, il
nostro equilibrio morale: disgregando qualsiasi concetto, ci
scaraventa nel vuoto. Un vuoto che ci rigenera,
consentendoci di rinascere più liberi, in modo da vedere
per la prima volta il mondo così com’è e non come ce lo
hanno insegnato.
In un libro di autoaiuto – che per pietà non voglio citare –
lo scrittore, un “iniziato”, riceve un koan da una maestra
zen: “Come faresti a estrarre un’oca grande da una
bottiglia senza romperla e senza fare male all’oca?”. Di
fronte allo sconcerto dell’uomo, la maestra zen dà questa
furba risposta: “Il modo più semplice per far uscire l’oca
senza farle male è posizionare il collo della bottiglia in
orizzontale e mettere fuori un po’ di mangime. L’oca uscirà
da sola, anche perché nessuno ha detto quali sono le
dimensioni della bottiglia e quindi non ha senso
immaginare o supporre che l’imboccatura sia stretta”.
Questa risposta serve soltanto a dimostrare al discepolo se
sia sciocco o intelligente. Ma la missione dei koan non è
misurare l’intelligenza o l’astuzia del discepolo. La maestra
bluffa, in quanto si permette di immaginare che la bottiglia
non abbia collo. Se così fosse, non si potrebbe dire che
l’oca è rinchiusa dentro: potrebbe entrare e uscire a suo
piacere. Nella tradizione zen, il discepolo passa giorni,
mesi, forse anni nel tentativo di risolvere l’enigma. Un
giorno si presenta davanti al suo maestro tutto contento:
“Finalmente ho risolto il koan!”. “Come?” gli domanda il
rôshi, il venerabile. Per tutta risposta il discepolo esclama:
“L’oca è uscita!”. In realtà non si parla di una bottiglia né di
un uccello reali. Si parla di un principio vivente racchiuso
entro limiti inerti. Il discepolo si è liberato dell’intelletto,
della logica che lo teneva separato dalla realtà per entrare
nella vita globale dove il suo essere forma parte di un
tutto... Questo scrittore “iniziato”, credendo di avere capito
tutto, propone ai lettori nei goffi termini che riproduco
fedelmente un classico dei koan: “Un monaco disse al suo
alunno: ‘Caro alunno, osserva bene qual è il suono del
battito di due mani’, e l’anziano maestro batté le mani una
volta. Poi, guardando attentamente l’alunno disse: ‘Stimato
pupillo, sapresti dirmi, e farmi una dimostrazione, qual è il
suono di una mano sola?’”. E subito l’autore offre questa
ingenua soluzione: “Partiamo dal principio che è
impossibile battere le mani senza usarle entrambe; eppure,
il suono del battito eseguito con una sola mano è quello
prodotto da tutte le dita della mano quando ripiegandosi
rapidamente su se stesse, con un gesto secco, urtano
contro una parte del palmo... Suggerisco al lettore di
fingere di suonare una nacchera, come potrà osservare
viene emesso un suono, e in particolare il suono del battito
effettuato con una sola mano”. Allora l’“iniziato” vorrebbe
dirci che uno dei principali koan dell’insegnamento zen
serve soltanto a formare dei suonatori di nacchere? Per la
sua risposta così ridicola si meriterebbe che un maestro
zen gli mozzasse entrambe le mani con una sciabolata, e
poi gli chiedesse: “Qual è il suono di un battito di mani
senza mani?”.
Ho scritto questo libro per spiegare esattamente in che
cosa consista la lotta per capire i koan, e i salutari
cambiamenti che derivano dal risolverli correttamente:
esso riassume i miei primi cinque anni di meditazioni
guidate dall’uomo più onesto che abbia mai conosciuto in
vita mia.

1
Come vuole la legge / a tutti bisogna rendere giustizia: / e io obbedisco con piacere / e intendo qui
nominare sei / arcangeli, come vedete / mi proteggono con la loro amicizia, / mi confortano / in questo
mondo lontano / e mi offrono le loro mani / schiarendo la mia oscurità. / Ripeto e torno a dire, /
germoglio di coriandolo / per il mio amico Alejandro / che a Parigi mi incoraggiò / con una violaciocca /
e un sorriso amico, / la sua mano era una delizia / laggiù, in quella vita assente; / ieri gettasti la
semente / oggi fiorisce e dà frutto. [N.d.T.]
Per Marianne Costa,
maga fra le maghe
Mu, mu, mu, mu, mu
Mu, mu, mu, mu, mu
Mu, mu, mu, mu, mu
Mu, mu, mu, mu, mu
Mu, mu, mu, mu, mu

Wumen Huikai (1183-


1260)

Parlò il bue e disse mu.

Proverbio spagnolo applicato a coloro che di solito stanno


zitti e quando parlano dicono una scemenza.
1. “Intellettuale, impara a morire!”

“Ma per tutti gli inferni, per tutti


gli avvoltoi arrosto, per tutte le
iene grigliate, che diavolo significa
tutto questo?”

SILVER KANE,
Cara Dura City

L’ultima volta che ho visto il maestro Ejo Takata è stato


nel modesto alloggio di un quartiere della sovraffollata
periferia della capitale messicana. Camera e cucina,
nient’altro. Ero andato da lui in cerca di consolazione,
soffrivo per la morte di mio figlio. Il dolore mi impedì di
vedere gli scatoloni di cartone che occupavano metà
stanza. Il monaco si mise a friggere un paio di pesci. Io mi
aspettavo un saggio discorso sulla morte: “Non si nasce,
non si muore... La vita è un’illusione... Il Signore dà, il
Signore toglie, benedetto il Signore... Non pensare alla sua
assenza, ringrazia per i ventiquattro anni nei quali ti ha
rallegrato la vita... La goccia divina ha fatto ritorno
all’oceano primigenio... La sua coscienza si è dissolta
nell’eternità felice...”. Frasi che mi ero già ripetuto da solo,
ma la consolazione che cercavo non mi alleviava il cuore.
Ejo pronunciò due sole parole: “Fa male”, e con un piccolo
inchino portò in tavola i due pesci. Mangiammo in silenzio.
Capii che la vita continuava, dovevo accettare il dolore e
non lottare contro di esso, né cercare consolazione. Quando
mangi, mangi; quando dormi, dormi; quando fa male, fa
male. Ma al di là di tutto questo, l’unità della vita
impersonale. Le nostre ceneri si mescoleranno con quelle
del mondo... Allora gli domandai:
“Che cosa c’è dentro quegli scatoloni?”.
“Le mie cose,” rispose. “Questo posto me lo hanno dato in
prestito. Da un giorno all’altro potrebbero chiedermi di
andare via. Qui sto bene, perché non dovrei stare bene
altrove?”
“Ma Ejo, in questo spazio così limitato, dove ti metti a
meditare?”
Con aria indifferente mi indicò un angolo qualunque. Per
meditare non aveva bisogno di un posto speciale. La
sacralità non era condizionata dal luogo. La sua
meditazione rendeva sacro qualsiasi luogo. Comunque, per
lui che aveva imparato a non lasciarsi ingannare dal
miraggio dei sinonimi e dei contrari, la distinzione tra sacro
e profano non aveva senso.

Negli Stati Uniti, in Francia, in Giappone, ho avuto


l’occasione di conoscere altri rôshi, tra cui il maestro del
mio maestro, Mumon Yamada,1 un uomo piccolino, con
l’energia di un leone, le mani curate come quelle di una
fanciulla (le unghie dei mignoli erano lunghe tre
centimetri), ma nessuno ha occupato nel mio cuore il posto
che aveva conquistato Ejo.
So poco della storia della sua vita. Era nato a Kobe, in
Giappone, nel 1928. All’età di nove anni iniziò la pratica
zen nel monastero Horyuji con il maestro Heikisoken, una
massima autorità della scuola Rinzai. Più tardi a Kamakura
entrò come discepolo diretto di Mumon Yamada nel
monastero Shofukuji, che nel 1195 era stato fondato da
Yosai,2 il primo monaco ad avere importato in Giappone il
buddhismo zen cinese. I monaci che aspirano
all’illuminazione conducono una vita durissima. Sempre in
gruppo, privati di qualsiasi intimità, mangiano poco e male,
lavorano duramente, meditano senza sosta. Qualsiasi gesto
della vita quotidiana obbedisce a un rituale rigido che
condiziona tutto, dalla posizione in cui si deve dormire al
modo di defecare. “Il monaco deve stare seduto diritto, con
le gambe coperte dalla vestaglia, non deve guardare a
destra né a sinistra, non deve parlare con i suoi vicini, non
deve grattarsi nelle parti intime e deve evacuare facendo il
minor rumore possibile e in fretta, perché altri aspettano il
loro turno.” I monaci soto zen devono dormire sul fianco
destro. I monaci rinzai zen, sulla schiena. Non è consentita
nessun’altra posizione... Ejo Takata, dopo avere vissuto così
per trent’anni, nel 1967 ritenne che i tempi stessero
cambiando e che fosse inutile preservare la tradizione
standosene rinchiuso dentro un monastero, quindi decise di
uscire da Shofukuji per affrontare il mondo. Decise di
imbarcarsi per gli Stati Uniti, voleva sapere come mai gli
hippy fossero interessati allo zen. Venne accolto con tutti
gli onori in un moderno monastero della California. Ejo,
dopo qualche giorno, fuggì da quel posto. Possedeva
soltanto il suo vestito da monaco e una banconota da venti
dollari. Si avvicinò a una strada di grande transito, e a gesti
– parlava un inglese rudimentale – chiese un passaggio.
Venne raccolto da un camion che trasportava arance. Ejo si
mise a meditare sopra i frutti profumati senza sapere dove
stesse andando. Si addormentò, e quando si svegliò era
nell’immensa capitale del Messico.
Ejo Takata, al suo arrivo in Messico
Per una coincidenza che oserei chiamare miracolo, un
discepolo di Erich Fromm, il famoso psichiatra che aveva
appena pubblicato in collaborazione con Daisetz Teitaro
Suzuki il libro Psicoanalisi e buddhismo zen, vide vagare
per le vie di una metropoli di più di venti milioni di abitanti
un autentico monaco giapponese... Sbalordito fermò l’auto,
lo invitò a salire e lo portò come regalo al gruppo
frommiano.

Mantenendo gelosamente segreta la sua presenza, lo


sistemarono nella periferia della città, in una casetta
trasformata in tempio. Mesi dopo, quando Ejo si accorse
che prima di meditare gli psichiatri si imbottivano di
pastiglie per sopportare con un sorriso beato le dolorose
ore di immobilità forzata, disse loro addio per sempre e se
ne andò. Per una serie di circostanze che ho descritto in un
altro libro, La danza della realtà, avevo avuto l’occasione di
conoscere il maestro. Vedendo che non aveva un posto dove
stare, gli offrii la mia casa, perché la trasformasse in zendô,
il luogo per la meditazione. Lì il monaco avrebbe incontrato
i suoi primi alunni onesti: attori, pittori, studenti, karateka,
poeti e così via. Tutti convinti che meditando avrebbero
raggiunto l’illuminazione, vale a dire il segreto della vita
eterna. Vita che trascendeva la carne effimera.
Ben presto abbiamo capito che la meditazione zen non
era un gioco da bambini. Rimanere immobili per ore
tentando di svuotare la mente, sopportando il dolore alla
schiena e alle gambe, con la noia sempre in agguato, era
un’impresa titanica.

Un giorno, quando stavamo ormai per perdere la


speranza di conseguire la mitica illuminazione, sentimmo il
rombo di una moto che si fermava bruscamente davanti alla
casa. Qualcuno si stava dirigendo a passi decisi verso la
nostra piccola sala di meditazione. Vedemmo entrare un
uomo giovane, alto, spalle larghe, braccia muscolose,
capelli lunghi e biondi, inguainato in una tuta di pelle
rossa. Si fermò davanti al maestro e lo apostrofò con un
marcato accento americano:
Mumon Yamada, un Buddha elegante, maestro di Ejo
“Sei fuggito dal nostro monastero perché con i tuoi occhi
a mandorla ti sentivi superiore! Credi che la verità abbia il
passaporto giapponese! Eppure io, uno ‘spregevole’
occidentale, ho risolto tutti i koan e sono qui a
dimostrartelo! Ti sfido! Interrogami!”.
Noi discepoli restammo di sasso. A un tratto ci sembrava
di essere finiti in un film western, dove un pistolero sfida il
nemico a duello per vedere chi è più veloce e preciso a
sparare. Ejo non si scompose.
“Accetto!”
E allora assistemmo a una scena che ci lasciò a bocca
aperta. Per me come per gli altri compagni, i koan erano un
mistero indecifrabile. Ogni volta che ne leggevamo uno in
un libro, non capivamo assolutamente niente. Sapevamo
che i monaci in Giappone a volte meditano su quegli
indovinelli per dieci, vent’anni. Domande come: “Qual è la
natura del Buddha?”, e la sua risposta: “Il cipresso in
giardino!”, ci facevano perdere le speranze. Lo zen non
cercava spiegazioni filosofiche; pretendeva la
comprensione immediata, al di là delle parole... Quel
cipresso nel giardino ci demoliva, perché era la
dimostrazione che non comprendendolo non eravamo
illuminati. Quando confessai i miei dubbi a Ejo, mi rispose
in tono brusco: “Intellettuale, impara a morire!”. Per questo
motivo, suscitò in noi un’emozione profonda vedere quel
tizio prepotente, irrispettoso e superbo rispondere veloce,
senza un attimo di esitazione, alle domande del maestro.
Ejo batté le mani:
“Questo è il suono di due mani, qual è il suono di una
mano sola?”.
Il ragazzone si sedette a gambe incrociate, eresse il busto
e, senza dire una parola, tese in avanti il braccio destro,
sollevando la mano aperta.
Ejo gli disse:
“Bene! Se senti il suono di una mano, provamelo”.
Il giovane, senza dire una parola, sollevò di nuovo la
mano.
Ejo proseguì:
“Bene! Si dice che chi sente il suono di una mano si
trasforma in Buddha. Come farai?”.
Il giovane, senza dire una parola, sollevò di nuovo la
mano.
Di nuovo Ejo disse:
“Bene!”.
Alejandro Jodorowsky mentre gioca a essere illuminato, quando ha
conosciuto Ejo Takata
Il cuore cominciò a battermi forte nel petto. Ero in
presenza di un evento straordinario. Soltanto una volta nel
passato mi era successo di avere avuto una sensazione del
genere: un torero spagnolo, el Cordobés, aveva deciso di
provocare il toro rimanendo immobile come una statua. Il
bestione lo aveva caricato una, due, tre volte, passando con
le corna a pochi millimetri dal suo corpo, ma lui non aveva
ceduto. Tra l’uomo e l’animale si era creato un vortice di
energia che pareva trasportarli in un tempo e uno spazio
incantati, “il luogo” dove l’errore non poteva esistere...
L’intruso, impassibile, rispondeva correttamente a tutti gli
attacchi del maestro. Fra loro due si era creata una tale
tensione che noi discepoli ci dissolvevamo nell’ombra.
Ejo gli disse:
“Dopo che sarai diventato cenere, come farai a sentirlo?”.
Il giovane sollevò di nuovo la mano.
Ejo allora gli disse:
“È possibile che questa sola mano sia mozzata dalla
spada Suimo, la più affilata di tutte?”.
Il visitatore gli rispose con aria di sufficienza:
“Se è possibile, dimostrami che puoi farlo”.
Ejo insisté:
“Perché la spada Suimo non può tagliare questa mano?”.
Il giovane sorrise:
“Perché questa mano si estende in tutto l’universo”.
Ejo si alzò in piedi, avvicinò il viso al quello del visitatore,
e gli gridò:
“Che cos’è questa sola mano?”.
Lui gli rispose ancora più forte:
“È il cielo, la terra, l’uomo, la donna, tu, io, l’erba, gli
alberi, le moto, i polli arrosto! Tutte le cose sono questa
sola mano!”.
Ejo, con grande delicatezza, mormorò:
“Se stai sentendo il suono di una mano sola, fallo sentire
anche a me”.
Il giovane si alzò, gli diede uno schiaffo e tornò a
sedersi...
Lo schiaffo risuonò come uno sparo. Stavamo per buttarci
addosso a quell’insolente e riempirlo di botte. Il maestro ci
trattenne con un sorriso. Chiese al giovane:
“Adesso che hai sentito il suono di una mano sola, che
cosa pensi di fare?”.
Il visitatore rispose:
“Guidare la mia moto, farmi una canna, andare a
pisciare...”.
Il maestro gli intimò:
“Imita il sublime suono di una mano!”.
Il visitatore, imitando il rumore di un camion che passava
in quel momento, rispose:
“Bruuuum, brrruuuummm...”.
Il monaco emise un sospiro profondo, poi gli chiese:
“Quanto andrà lontano questa sola mano?”.
Il giovane si chinò e posò la mano sul pavimento.
“Fin qui è il punto più lontano cui arriva.”
Ejo Takata scoppiò in una risata e con un gesto
inequivocabile offrì il suo posto al visitatore. Questi si
sedette al posto del maestro con aria trionfante.
“Hai risolto molto bene il koan composto da Hakuin
Ekaku.”3
Il giovane lo interruppe facendo sfoggio della sua
erudizione:
“Celebre maestro zen giapponese, nato nel 1686 e morto
nel 1769!”.
Ejo fece una riverenza e proseguì:
“Ora che hai dimostrato la tua perfetta illuminazione, ti
chiedo di spiegare ai miei discepoli incuriositi il significato
dei tuoi gesti e delle tue parole... Saresti in grado di
farlo?”.
“Ma certo che sono in grado di farlo!” rispose tutto
orgoglioso il maestro Peter (pretendeva che lo chiamassimo
così). “Quando questo monaco mi chiede di provargli che
ho sentito il suono di una mano sola, elimino qualsiasi
spiegazione con un gesto che significa: ‘È quello che è’.
Quando mi domanda se sarò un Buddha, vale a dire se mi
illuminerò, non cado nel tranello del dualismo:
illuminazione/non-illuminazione. Tutte sciocchezze! La mia
mano alzata dice: ‘Unità, qui e ora’. Riguardo al diventare
cenere, non cado nel tranello dell’esistenza/inesistenza. Se
sono, sono qui, e non c’è altro! La nozione ‘dopo essere
morto’ esiste soltanto quando uno è vivo... Quanto alla
spada Suimo che può tagliare tutto, rispondo che non c’è
niente che possa essere tagliato. Se tagli ciò che non è,
continui a non avere niente... Perché non si può tagliare
questa mano? Perché, dato che riempie tutto l’universo,
essa elimina qualsiasi distinzione. Quando mi chiede di
fargli sentire il suono di una mano sola, gli do uno schiaffo
per indicargli che non deve sottovalutare la propria
capacità di comprendere il koan... Quando mi chiede di
descrivergli il ‘sublime’ suono di una mano sola, mi tende
un tranello. L’aspettativa di un’esperienza straordinaria è
un ostacolo sul cammino dell’illuminazione. Imitando un
rumore reale, gli spiego che non c’è nessuna differenza tra
ordinario e straordinario. Alla domanda ‘Che cosa farò
quando mi sarò illuminato’ gli rispondo elencandogli le mie
attività quotidiane. Basta progetti per illuminarsi nel
futuro! Dobbiamo capire che siamo sempre stati illuminati,
anche se non lo sapevamo. ‘Quanto andrà lontano questa
mano?’ è un’altra domanda tranello: l’illuminazione non si
colloca nello spazio.”

Il visitatore, soddisfatto delle proprie parole, si diede una


pacca sulla pancia ed esclamò in tono vanitoso e autoritario
insieme:
“Qui, solo qui e nient’altro che qui!”.
Davanti a tanta sfacciataggine noi ci aspettavamo che Ejo
mandasse via l’americano. Avevamo paura di dover
accettare per maestro un tale energumeno. E invece no,
Ejo continuò a stare seduto davanti a lui nell’atteggiamento
del discepolo. Sorridendo gli disse:
“Nel sistema di Hakuin ci sono due koan che sono più
importanti di tutti gli altri. Hai risolto il primo in modo
perfetto, adesso voglio vedere se sei capace di risolvere il
secondo...”.
Sprizzando vanità da tutti i pori, l’americano esclamò:
“Ma certo! È la domanda sulla natura del cane”.
“Esatto, la domanda sulla natura del cane cui ha risposto
Joshu.”
Peter lo interruppe di nuovo, mettendosi a recitare a gran
velocità:
“Joshu, figura centrale dello zen cinese, nacque nell’anno
778 e cominciò a studiare giovanissimo con il maestro
Nansen.4 Quando Nansen morì, Joshu aveva cinquantasette
anni. Si fermò in quel monastero altri tre anni, per onorare
la memoria del maestro. Poi partì in cerca della verità.
Viaggiò per vent’anni. A ottant’anni si stabilì nel suo paese
natale, nella provincia di Jo. E lì insegnò fino alla morte,
avvenuta all’età di centodiciannove anni...”.
“Magnifica erudizione!” esclamò Ejo. Poi ci guardò
intimandoci:
“Applaudite!”.
Mi unii ai miei compagni battendo le mani con invidia. Il
maestro Peter si alzò in piedi e ci salutò facendo un sacco
di inchini, orgoglioso di sé.
“Vediamo un po’,” gli disse Ejo. “Un monaco domanda al
maestro Joshu: ‘Un cane ha la natura del Buddha?’. Joshu
risponde ‘Mu’. E tu che cosa mi dici?”
Peter cominciò a raddrizzarsi lentamente mormorando:
“Mu in giapponese significa no, inesistenza, vuoto. Ma
significa anche albero, un latrato, insomma...”. In piedi di
fronte a Takata, gridò così forte da far vibrare i vetri delle
finestre: “MU!”.
Ebbe inizio un nuovo duello a suon di domande e
risposte.
“Dammi le prove di questo Mu.”
“MU!”
“Se è così, come farai a illuminarti?”
“MU!”
“Bene, allora dopo che sarai diventato cenere, come sarà
questo Mu?”
“MU!”
Le grida dello yankee si facevano via via più intense.
Takata, al contrario, poneva le domande in tono sempre più
rispettoso. Si umiliava di fronte a quell’esaltato che aveva
sempre la risposta pronta. Temevo che il dialogo andasse
avanti così per ore. Ma ci fu un lieve cambiamento. Le
risposte diventavano più articolate.
“In un’altra occasione, quando chiesero a Joshu se un
cane avesse la natura di Buddha, rispose: ‘Sì!’. Che cosa ne
pensi?”
“Anche se Joshu dice che un cane ha la natura di Buddha,
io griderò semplicemente ‘Mu!’ con tutte le mie forze.”
“Benissimo! Adesso dimmi: come lavora la tua
illuminazione con il Mu?”
Peter si alzò in piedi e mosse qualche passo dicendo:
“Quando bisogna andare, vado”, poi ritornò al suo posto e
si sedette. “Quando bisogna sedersi, mi siedo.”
“Benissimo! Adesso spiega la differenza tra lo stato di Mu
e lo stato di ignoranza.”
“Ho preso la mia moto e da qui sono andato fino al paseo
de la Reforma, da lì sono andato a piedi fino al Palazzo del
Governo. Poi sono ritornato al paseo de la Reforma, ho
preso la mia moto e ripercorrendo lo stesso tragitto sono
arrivato fin qui...”
La sua risposta ci lasciò tutti perplessi. Lo yankee ci
guardò con un’aria di superiorità:
“Il giapponese ha voluto che vi spiegassi la differenza tra
illuminazione e non-illuminazione. Nella mia descrizione di
un viaggio che comincia in un posto e finisce nello stesso
posto, ho negato la distinzione tra sacro e mondano”.
L’ingegnosità della sua risposta ci costrinse ad ammirarlo,
nostro malgrado.
“Benissimo,” disse Ejo con un sorriso che mi sembrava
adulatorio, “com’è l’origine di Mu?”
“Non vi è cielo, non vi è terra, né montagne né fiumi, né
alberi né piante, né pere né mele! Non c’è niente, né io né
nessun altro! Perfino le parole sono nulla! Mu!”
Quel Mu fu così forte che i cani del quartiere si misero ad
abbaiare. A partire da quel momento il dialogo si fece più
veloce.
“Allora dammi il tuo Mu!”
“Prendilo!” Peter posò nelle mani di Takata una sigaretta
di marijuana.
“Qual è l’altezza del tuo Mu?”
“Sono alto un metro e ottantadue.”
“Di’ il tuo Mu semplicemente, così che un bambino possa
comprenderlo e metterlo in pratica.”
“Ninna nanna...” sussurrò Peter come per far
addormentare un bambino.
“Qual è la differenza tra Mu e Tutto?”
“Se tu sei Tutto, io sono Mu. Se tu sei Mu, io sono Tutto.”
“Fammi vedere dei Mu diversi.”
“Quando mangio, quando bevo, quando fumo, quando
fornico, quando dormo, quando ballo, quando ho freddo,
quando ho caldo, quando cago, quando canta un uccellino,
quando abbaia un cane: Mu!, Mu!, Mu!, Mu!, Mu!, Mu!,
Mu!, Mu!, Mu!, Mu!, Mu!”
Le sue grida si fecero assordanti. Un vero e proprio
putiferio. Sembrava che quell’indemoniato non avrebbe mai
smesso di ripetere la sua sillaba. Ejo, alzandosi di scatto,
afferrò il suo bastone e lanciando l’impressionante grido
zen “kuatsu!”, cominciò a picchiarlo. Il maestro Peter,
furibondo, si lanciò contro di lui. Ejo usando le proprie
conoscenze di judo che finora ci aveva tenuto nascoste, con
una rapida mossa lo buttò a terra, di schiena. Poi gli posò
un piede sulla gola, immobilizzandolo.
“Ora vediamo se la tua illuminazione supera il fuoco!”
Trascinando brutalmente in strada lo yankee, afferrò una
lampada.
Nel quartiere sovente saltava l’elettricità. Quando
succedeva, usavamo le candele e un paio di lampade a
petrolio. Ejo, di fronte al visitatore intimorito, rovesciò il
petrolio sulla motocicletta. Accese un fiammifero. Lo
yankee cercò di sollevarsi gridando:
“Noooo!”.
Con un preciso calcio sul petto, Ejo lo spinse di nuovo a
terra, sulla schiena.
“Fermo! Eccoti un altro koan: ‘Illuminazione o
motocicletta?’. Se rispondi ‘illuminazione’ le do fuoco. Se
rispondi ‘motocicletta’, ci sali sopra e te ne vai. Ma prima
mi consegni il libro che hai imparato a memoria...”
Il maestro Peter era annichilito. Mormorò un triste
“Motocicletta”... Si alzò e, trascinando i piedi, andò ad
aprire una cassetta che teneva nella parte posteriore della
sua moto. Tirò fuori un libro con la copertina rossa e lo
consegnò a colui che consideravamo di nuovo il nostro
maestro. Ejo lesse il titolo: The sound of the one hand: 281
zen koans with answers,5 poi gridò allo sconfitto:
“Truffatore, impara a essere quello che sei!”.
Il visitatore arrossì. Si inginocchiò davanti al monaco,
posò le mani a terra e implorò umilmente:
“La prego, maestro”.
Ejo, con il suo bastone piatto, gli diede tre colpi sulla
spalla sinistra e tre sulla spalla destra, sei mazzate sulla
pelle rossa della tuta che risuonarono come spari, poi alzò
una mano aperta.
L’americano si alzò in piedi. Sembrava avere compreso
qualcosa di fondamentale. Sospirò:
“Grazie, sensei, maestro”.
E se ne andò per sempre a bordo della sua potente
motocicletta.
1
Mumon Yamada (1900-1988), uomo di grande bontà e profonde conoscenze, laureato in Filosofia in
una università buddhista del Giappone, fu discepolo di Kawaguchi Ekai. Nel 1953 entrò nel monastero
Shofukuji in qualità di maestro.
2
Noto anche come Eisai (1140 ca.-1215), da giovane compì diversi viaggi in Cina ed entrò in
contatto con gli insegnamenti Chán (buddhismo cinese) e con la scuola Rinzai, che gli servirono per
rivitalizzare la tendenza zen nella scuola Tendai (fondata nell’805) del buddhismo giapponese, cosa
che gli guadagnò l’ostilità da parte dei monaci tendai.
3
Noto anche come Hakuin Zenji (1686-1769), nacque in una famiglia di samurai e fu uno dei
maestri responsabili dell’evoluzione della scuola Rinzai; inoltre organizzò in maniera sistematica la
tecnica del koan negli insegnamenti. Da bambino rimase traumatizzato da un sermone sui tormenti
infernali, il che lo rese un alunno indisciplinato e venne trattato duramente dal suo maestro. Era una
creatura di grande bontà, un grande maestro e un grande letterato.
4
Zhaozhou Congshen (778-897), il cui nome giapponese è Joshu Jushin, all’età di diciotto anni
conobbe il suo maestro cinese Nanquam Puyuan (748-835), il cui nome giapponese è Nansen Fugan.
5
Il suono di una mano sola. 281 koan zen con risposte, di Hau Hoo, uscito in Giappone nel 1916 e
tradotto dal libro giapponese Gendai Sojizen Hyoron [Una critica allo pseudozen attuale], è stato
pubblicato dalla casa editrice Basic Books di New York nel 1975, nell’edizione critica e traduzione di
Yoel Hoffmann.
2. Il segreto dei koan

“Se esiste una traccia la troverò,


anche in fondo a un pozzo.”

SILVER KANE,
El guardaespaldas

Quando Ejo Takata venne a vedere la mia casa per


scegliere lo spazio dove avrebbe impartito le lezioni, gli
mostrai la mia biblioteca tutto orgoglioso. Fin da bambino
mi ero circondato di libri, e li amavo almeno quanto i miei
gatti. Avevo una vasta collezione di libri dedicati allo zen in
inglese, italiano, francese e spagnolo. Il monaco li gratificò
con una sola occhiata, aprì il ventaglio e, agitandolo
rapidamente, si fece vento. Poi uscì dalla stanza senza dire
nulla. Arrossii. Con quel piccolo gesto, il maestro mi aveva
fatto capire che la mia erudizione celava l’assenza del vero
sapere. Le parole indicavano il cammino della verità, ma
non erano la verità. “Quando si dà la caccia al pesce, la
rete non serve più.”
Tuttavia, il giorno in cui Ejo aveva buttato
nell’immondizia il libro del misterioso americano io,
approfittando del buio della notte, ero andato a frugare tra
i rifiuti e lo avevo recuperato. Mi sentivo un ladro, ma non
un traditore. Dopo averlo foderato con carta nera, lo avevo
nascosto in mezzo ai miei volumi, senza permettermi di
aprirlo.
Passò il tempo. Grazie all’aiuto dell’ambasciata del
Giappone, Ejo poté installare un piccolo zendô nei pressi
del quartiere universitario. Dopo essermi alzato alle sei di
mattina per cinque anni, e avere percorso le vie intasate
della città – il che mi faceva perdere almeno un’ora – per
andare a meditare per due sessioni di quaranta minuti
ciascuna, ero giunto alla conclusione che il mio destino non
era fare il monaco. Tutto il mio entusiasmo si riversava
sulla creazione teatrale. Eppure gli insegnamenti di Takata
– essere e non apparire, vivere senza fronzoli, le parole
descrivono il mondo ma non sono il mondo, recitare una
dottrina non significa sperimentarla – avevano cambiato la
mia visione dello spettacolo. Per presentare Zaratustra,
ispirato all’opera di Nietzsche, eliminai la scenografia,
sgomberai il palcoscenico da tendoni e sipario, cordami e
oggetti vari, feci dipingere di bianco le pareti nude.
Sfidando la censura, gli attori, uomini e donne, si
spogliavano dopo avere recitato un brano del Vangelo
secondo Tommaso: “I discepoli dissero: ‘Quando ti
manifesterai a noi e quando ti vedremo?’. Gesù rispose:
‘Quando vi spoglierete senza provare vergogna, e vi
toglierete gli abiti e li deporrete ai vostri piedi come i
bambini, e li calpesterete. Allora vedrete il Figlio
dell’Essere Vivente e non avrete paura’”.
Vedendo che la mia opera riscuoteva un certo successo –
dal martedì alla domenica il tutto esaurito – proposi a Ejo,
senza molte speranze, di meditare davanti al pubblico nel
corso dello spettacolo. Con mia grande sorpresa il maestro
acconsentì. Arrivò puntuale, si sedette in un angolo del
palcoscenico e meditò senza muoversi per due ore. Il
contrasto tra gli attori nudi che recitavano un testo e il
monaco silenzioso avvolto nel suo abito sacro era
commovente. Zaratustra andò in scena per un anno e
mezzo. Dopo l’ultimo spettacolo, Ejo mi disse:
“Lasciandomi partecipare alla tua opera hai fatto in modo
che migliaia di messicani conoscessero la meditazione zen.
Che cosa posso fare per ringraziarti?”.
Feci una riverenza e a testa bassa, per dissimulare il mio
imbarazzo, gli risposi:
“Ho nascosto il libro che ti aveva dato quell’americano.
Muoio dalla curiosità di leggerlo. Se lo facessi, lo
considereresti un tradimento?”.
Ejo scoppiò in una risata:
“Lo leggeremo e lo commenteremo insieme!”, poi mi
raccontò la storia del volume misterioso. “Quel testo, il
Gendai Sojizen Hyoron, rivelato da un misterioso detrattore
nel 1916, suscitò un sordo scandalo fra i monaci. Nella
scuola Rinzai, i koan e le loro risposte erano stati trasmessi
segretamente da maestro a discepolo per parecchie
generazioni, su di un quaderno pare scritto da Hakuin,
l’inventore di questo sistema. Alla rivelazione di tali segreti
si infuriarono molti maestri dell’epoca, che fecero il
possibile per far sparire tutte le copie del libro. Ma
qualcuno ne tenne una: questa continuò a passare di mano
in mano fino a che, verso la metà degli anni sessanta,
cominciò a circolarne una fotocopia tradotta in inglese e
commentata da un erudito: Yoel Hoffmann. Quando sono
finito in quel monastero della California, mi sono accorto
che molti monaci ripetevano come pappagalli le frasi e i
gesti previsti dal trattato. Perciò sono fuggito da quel
posto. Conoscere una risposta non significa possederla.”
Jodorowsky con Takata durante lo spettacolo Zaratustra (Città del
Messico, 1976)
Il maestro medita per due ore sul palcoscenico, in Zaratustra
Fu così che ebbe inizio una nuova fase della mia vita. Ejo
mi propose di vederci una volta alla settimana, a
mezzanotte. Aveva scelto quell’ora perché a partire da quel
momento comincia a generarsi il giorno. E così facemmo: le
nostre conversazioni cominciavano al buio e finivano con la
luce dell’alba. Ciascun koan era una grande sfida. Dovevo
decifrare non solo gli indovinelli proposti dai maestri, ma
anche le incomprensibili risposte dei loro discepoli, il che
sottoponeva la mia ragione a un tormento indicibile. Ero
obbligato a concentrare ogni energia per aprire una porta
nel muro di un’assurda strada senza uscita. Fare o non
fare? Obbedire all’intelletto o all’intuizione? Scegliere
questo o quello? Fidarmi degli altri o di me stesso?
Vedendomi così dubbioso, Ejo citò alcune parole di Hakuin:
“Se studi senza sosta un koan, in completa concentrazione,
la tua immagine di te stesso sarà distrutta. Davanti a te si
spalancherà un abisso vuoto, non avrai un posto dove
posare i piedi. Affronterai la morte. Sentirai ardere un
fuoco nel petto. A un tratto sarete solo uno, tu e il koan,
lontano dal corpo e dalla mente. Andrai lontano. Penetrerai
senza possibilità di errore nella fonte essenziale della tua
natura”.
Ejo si sventagliò per qualche istante e poi, con un grande
sorriso, commentò:
“Il maestro Rinzai1 disse: ‘Tutte le sacre scritture non
sono che carta per pulirsi il culo’. I koan non si risolvono a
parole”.
Io, che avevo trascorso la maggior parte del mio tempo
libero a leggere, traendo dai libri un piacere ineffabile,
protestai:
“Un momento, Ejo, tu dici che i koan non si risolvono a
parole, ma sono sicuro che esistano parole che li annullano.
Il veleno del cobra può servire da antidoto al morso stesso.
Credo che la mente sia capace di fare piazza pulita con una
frase luminosa, poetica, invalidando così la domanda cui
non si può rispondere”.
Ejo si mise a ridere:
“Se lo dici è perché ti senti capace di farlo. Confondi
Poesia con Verità. Accetto la sfida. Rispondi al koan che sul
libro viene dopo ‘Il suono di una mano sola’ e ‘Mu’:
‘Com’era il tuo volto originale prima di nascere?’”.
Dopo una intensa concentrazione, pensai di rispondere:
“Era identico a quello che avrò dopo essere morto”, ma
capivo che sarei caduto nel tranello in quanto ammettevo il
concetto di nascita e di morte, accettando l’idea che al di
fuori di questa realtà si potesse avere un volto, e ci fosse
una forma individuale di esistenza. Allora esclamai:
“Non lo so, a quel tempo non avevo lo specchio!”.
Ejo rise di nuovo.
“Molto ingegnoso. È vero che con la tua esclamazione
annulli la domanda, ma a che ti serve? Sei sempre
prigioniero dell’avere o non avere. Non puoi vederlo, ma
pur sfuggendo dal dualismo ‘cosa vista/colui che vede’,
ammetti che esista un io originale. Basi le tue parole su una
credenza e non su una esperienza vissuta... Nella risposta
tradizionale, riportata sul libro, il discepolo si alza in piedi
senza dire una parola e incrocia le mani sul petto. Che cosa
mi dici?”
“Mi pare che con il suo gesto stia dicendo: ‘Non c’è un
prima né un dopo, sono io, qui, ora, è tutto quel che so. La
domanda che mi fate non ha risposta’.”
“Non sei andato abbastanza in profondità. Il discepolo
non sta dicendo niente. Si è ripiegato su se stesso, ha
immobilizzato l’intelletto, è libero da ogni illusione, ogni
speranza. Sente che il ‘qui’ si sta estendendo fino a
raggiungere le dimensioni dell’universo, l’‘ora’ assorbe la
totalità del tempo facendosi eterno, e l’io individuale si
dissolve nel cosmo. Ha smesso di autodefinirsi, di credersi
padrone del suo corpo, di sputare sentenze, di identificarsi
con i suoi concetti come se fossero cose, ha smesso di
lasciarsi trascinare da un torrente di emozioni e desideri,
ha capito che la realtà non è quello che pensa o si aspetta
da lei... Il discepolo per rispondere si alza in piedi,
indicando così che se accetta la propria vacuità, la
meditazione non è più necessaria, perché non è il fine,
bensì un mezzo. Confondere zazen [meditazione seduta]
con illuminazione, è un errore.”
Mi alzai in piedi, incrociai le mani sul petto e feci un
inchino. Ejo, sorridendo, andò in cucina e fece ritorno con
due tazze colme di tè verde. Gli dissi, sorridendo anch’io:
“Ejo, quest’infuso non lo conoscono in Messico”.
Rispose immediatamente:
“Ho anche il caffè!”.
Corse in cucina e dopo pochi istanti ritornò con due tazze
di caffè fumanti. Mentre bevevamo – la luce dell’alba
tingeva di rosa il nero morente della notte – Ejo si accese
una sigaretta e aspirò il fumo con voluttà. Notando la mia
occhiata di rimprovero, mi citò un testo della filosofia
Advaita Vedanta, attribuito al mitico poeta Dattatreya:
“Non ti preoccupare dei difetti del maestro. Se sei saggio,
saprai trarre quel che di buono c’è in lui. Quando devi
attraversare un fiume, anche se la barca è dipinta con un
brutto colore, sei contento che ti porti all’altra riva”.

Per due o tre giorni mi sentii euforico. Camminavo per le


strade vedendo la città con occhi nuovi. Tutto mi sembrava
luminoso. A ogni passo mi alzavo sulla punta dei piedi.
Devo confessarlo: mi sentivo illuminato. “Perché dovrei
continuare a vedere Ejo? Quando si risolve un koan, si
risolvono automaticamente anche tutti gli altri. Non sono
verità, sono soltanto vie diverse che conducono a un’unica
luce.” Ma due fallimenti consecutivi mi fecero abbassare la
cresta.
Venne a trovarmi un ragazzo di nome Julio Castillo:
“Maestro, vorrei che mi insegnasse le tecniche
dell’illuminazione”. Una vanità incontrollabile mi pervase la
mente. Vanità che tentai di dissimulare assumendo
un’espressione di santità. Quel giovanotto dagli occhi
intelligenti si era accorto del mio elevato livello spirituale.
Mi prodigai nello spiegargli in che cosa consistesse il vuoto
mentale, distaccarsi dal desiderio, dall’ego, l’unità con il
cosmo, il qui e ora. Gli lessi dei brani dei sermoni di
Huineng,2 gli mostrai fotografie di monaci che meditavano,
mi misi seduto in zazen e lo invitai a seguire il mio esempio.
Julio Castillo mormorò imbarazzato: “Mi scusi, maestro,
credo che non abbia capito. Frequento una scuola di teatro.
Non sono venuto a chiederle di salvare la mia anima, ma di
insegnarmi a maneggiare i riflettori per illuminare il
palcoscenico”. Mi sentii ridicolo. Mi misi a tossire per
nascondere il rossore.
La sera stessa partecipai a una festa in casa della pittrice
surrealista Leonora Carrington. Una personalità brillante in
contrasto con quella di suo marito, un uomo
dall’espressione grave che pronunciava pochissime parole,
e mai più lunghe di due sillabe. Imbacuccato in un pesante
cappotto nero nonostante il caldo, con un berretto calato
fin sulle orecchie, osservava da un angolo, come un
marziano, la chiassosa festa dove si svuotavano bicchieri di
liquore con elegante facilità. Leonora mi disse: “Ti prego,
non credere che sia un orco, chiacchiera un po’ con Chiki
(chiamava così il consorte, Imre Weisz), lui sa di tutto.
Legge cinque libri al giorno. Ora si sta documentando sulla
religione tibetana”. Casualmente avevo imparato un
complicato mudra (posizione sacra delle mani), copiandolo
da un mandala. Con il pollice tiravo verso il petto il mignolo
della mano opposta e li tenevo premuti contro i palmi,
univo gli anulari drizzandoli in una metaforica montagna e
afferrando con l’indice il dito medio della mano opposta, li
sistemavo parallelamente ai mignoli. Portai a termine
quella complicata operazione e tutto orgoglioso mostrai il
mudra a Chiki; credendo di destare la sua ammirazione e
intavolare così una bella chiacchierata, gli chiesi: “Che
cos’è?”. Indifferente, mi rispose con due parole: “Dieci
dita!”. Di colpo, come un uragano che spazza via ogni sorta
d’immondizia, aveva eliminato dalla mia mente qualsiasi
metafora. Potevo intrecciare le mie dita quanto volevo, non
avrei ottenuto una verità bensì un segno, inutile come il
balbettio di un idiota. Dieci dita sono dieci dita, tutto qui...
Gli porsi le mie goffe scuse e andai ad annegare la mia
umiliazione in un bicchiere di tequila. Decisi di continuare
a meditare con Ejo.

“Come faresti a camminare in linea retta lungo le


quarantanove curve del sentiero della montagna?”
Riflettei un minuto che mi parve eterno. Mi venne alle
labbra una risposta:
“Un labirinto è soltanto l’illusoria complicazione di una
linea retta”.
Takata batté le mani energicamente. Non capivo se era
un plauso o se voleva dirmi che stavo dormendo ed era ora
di svegliarmi... Mi ordinò:
“Spiegati, poeta!”.
“Intendo dire che il fatto di progettare a come arrivare a
una meta, ci fa vedere il sentiero diritto pieno di curve.”
Ejo sorrise.
“Vediamo qual è la risposta che ci rivela il libro segreto.”
Lesse:
“Il discepolo, piegandosi da una parte e ruotando su se
stesso, comincia a serpeggiare per la stanza, fingendo di
salire lungo un ripido sentiero di montagna”.
Poi mi disse:
“Non pronuncia una sola parola. Imita un’azione. Che
cosa ne deduci?”.
“Ejo, il monaco ci mostra che le illusioni (simboleggiate
dalle rotazioni) e i dubbi (simboleggiati dal piegamento del
busto) ci complicano la vita. Se ci liberiamo di loro, ci
accorgiamo che il cammino apparentemente tortuoso è
retto.”
“Bene, anche se le tue risposte poetiche sono potenti,
riesci soltanto ad annullare la domanda, senza arrivare
all’essenza. Se sconfiggi le parole con le parole, alla fine ti
ritrovi in un campo di battaglia pieno di cadaveri. Per voler
dare una spiegazione intellettuale alla risposta muta che
propone il sistema di Hakuin, ti perdi nel labirinto. Il
discepolo non vuole dimostrare niente. Si alza tenendo la
bocca chiusa, si piega da una parte, avanza disegnando
curve, sale su per una montagna immaginaria, ma non
cambia, è sempre vuoto.È quello che è senza domandarsi
che cos’è. Mantiene l’unità in mezzo a diecimila cose... Se
capisci questo, non ti sarà difficile rispondere
correttamente al seguente koan: ‘Come fai a tirare fuori
una pietra dal fondo dell’oceano senza bagnarti le
maniche?’.”
Usando la tecnica che avevo imparato quando facevo il
mimo, imitai un uomo che si tuffa nell’oceano, finsi di
nuotare verso il fondo, di prendere fra le braccia una
grande pietra, di risalire in superficie e di uscire
dall’acqua. Sicuro dell’esattezza della mia risposta,
depositai ai piedi di Ejo il masso invisibile e attesi la sua
entusiastica approvazione. Invece lui mi chiese a
bruciapelo:
“Come si chiama questa pietra?”.
Rimasi muto. Poi iniziai a balbettare.
“Si chiama pietra... Si chiama illuminazione... Si chiama
Buddha... Si chiama Verità...”
Avrei potuto continuare a cercare nomi all’infinito. Ejo mi
zittì colpendomi con il suo bastone.
“Intellettuale, impara a morire!”
Mi fece venire la rabbia: me l’aveva già detto una volta.
Mi picchiò di nuovo.
“L’illuminazione non è una cosa. Non è una meta né un
concetto. Non è qualcosa che si ottiene. È una
metamorfosi... Se il bruco pensasse che la farfalla cui darà
origine sono ali e antenne che crescono dentro di lui, non ci
sarebbe nessuna farfalla. Il bruco deve accettare di sparire,
di trasformarsi. Quando il meraviglioso insetto spicca il
volo, in lui non resta niente del bruco. Giochiamo: Io sono
te e tu sei me. Fammi la domanda.”
Imitai il suo accento giapponese:
“Qual è il nome di questa pietra?”.
Mi rispose, imitando il mio accento cileno:
“Alejandro”.
Capii: quella pietra ero io, identificato con il mio nome,
con i miei limiti immaginari, il mio linguaggio, la mia
memoria. Tirare fuori la pietra dalle profondità dell’oceano
– il mondo così com’è: un sogno inesplicabile – significava
estrarre la mia identità per rendermi conto che era
illusoria, e capire che tra maestro e discepolo non c’era
nessuna differenza, l’uno era l’altro, l’apparente
molteplicità era una eterna unità.
Gli strappai di mano il bastone e lo picchiai sulle scapole.
Mi fece un inchino come se lui fosse il mio discepolo,
s’incamminò verso la cucina e ritornò con una grande
bottiglia di sakè.
“Adesso festeggiamo, maestro!” esclamò, versandomi un
bicchiere del gustoso liquore. Bevemmo parecchio.
Ejo era allegro, ma si capiva che era cosciente. Anch’io
mi sentivo la mente lucida; soltanto il mio corpo, con tutti i
muscoli rilassati, pareva vivere lontano da me la propria
vita.
“Alejandro, la poesia nel modo in cui la usi tu è un gioco
che non conoscevo. Mi diverte vederti annullare così i koan.
È un sacrilegio. Ed è un bene: senza sacrilegio, il discepolo
non può realizzarsi. ‘Se incontri un Buddha sulla tua
strada, tagliagli la testa.’ Vediamo allora come fai ad
annullare i due principali koan della scuola Rinzai!”
“Ejo, in questo stato di ebbrezza, non riuscirò a farlo.”
Batté le mani senza darmi retta:
“Questo è il suono di due mani”, sollevò la mano destra.
“Qual è il suono di una mano sola?”
Sollevai la mia mano destra e la misi davanti alla sua.
“Il suono della mia mano sola è uguale al suono della tua
mano sola.”
Esplodendo in una fragorosa risata, il monaco domandò:
“Il cane ha la natura del Buddha?”.
“Il Buddha ha la natura del cane!”
Barcollando come se camminasse sul ponte di una nave,
Ejo andò in cucina e fece ritorno con un altro bottiglione.
Riempì i due bicchieri insistendo:
“Andiamo avanti, è un bel gioco”.
Continuammo a bere finché il cielo scuro prese a tingersi
di rosso. Mi propose un’infinità di koan. Non ricordo tutte
le risposte, ma non dimenticherò mai l’immensa gioia di
sentirmi unito al mio maestro. Alla fine non riuscivo più a
distinguere tra chi faceva le domande e chi dava le
risposte. Nello zendô non c’erano due persone, ma una sola
o nessuna.

“Non comincia, non finisce, che cos’è?”


“Sono quello che sono!”

“Come fa l’intellettuale a imparare a morire?”


“Trasforma tutte le sue parole in una cagna nera che lo
segue!”

“L’ombra dei pini dipende dalla luce della luna?”


“Le radici dei pini non hanno ombra!”

“Quanto è vecchio il Buddha?”


“È vecchio come me!”

“Che cosa fai quando non si può fare?”


“Lascio che si faccia!”

“Dove andrai dopo la tua morte?”


“Le pietre sulla strada non vanno né vengono!”
“La donna che cammina per strada è la sorella maggiore
o la sorella minore?”
“È una donna che cammina!”

“Quando non sarà bianco il sentiero coperto di neve?”


“Quando è bianco è bianco! Quando non è bianco non è
bianco!”

“Come fai a uscire se sei imprigionato in un blocco di


granito?”
“Spicco un salto e danzo!”

“Chi può togliere il collare alla tigre feroce?”


“Me lo tolgo da solo!”

“Me lo puoi dire senza aprire la bocca?”


“Sia che lo dica sia che non lo dica, tu tieni la bocca
chiusa!”

“Quanti capelli hai dietro la testa?”


“Fammi vedere la tua nuca, così te li conto!”

“Tutti i Buddha del passato, del presente e del futuro che


cosa predicano adesso?”
“Adesso sbadiglio perché sono sbronzo!”

Aiutandoci l’un l’altro per non sbattere contro le pareti,


uscimmo di casa. Ci mettemmo a orinare contro un palo
della luce. Mentre faceva pipì, Ejo sollevò una gamba,
imitando i cani.
“Il Buddha ha la natura del cane!”
Feci lo stesso anch’io. Ridevamo a crepapelle. Quando
riuscimmo a calmarci, dopo avermi fatto un inchino
d’addio, mi disse:
“L’Arte è la tua strada, accetta come maestra la mia
amica Leonora Carrington... Lei non conosce nessun koan,
ma li ha risolti tutti”.
1
Rinzai Gigen, il cui nome cinese era Linji Yixuan, nacque a Nanhua e morì nell’866. Entrò in
monastero da bambino, e fu nel periodo della grande persecuzione dei buddhisti (842-845) che lui
insegnò, fondando la scuola che porta il suo nome (Linji o Rinzai), una delle grandi scuole del Chán
(vale a dire, il buddhismo zen cinese) insieme alla scuola So-to. La sua scuola ha fama di essere
particolarmente rigida nella disciplina, ed esalta l’importanza di superare il pensiero duale e
l’insegnamento dei koan nella ricerca del Risveglio, che deve giungere in modo repentino, improvviso.
2
Huineng (608-713), o Eno in giapponese, fu il sesto (e ultimo) patriarca nella successione diretta di
Bodhidharma, il quale viene considerato il patriarca che ha dato origine allo zen (vedi nota a p. 218).
3. La maestra surrealista

“Il tutto consisteva in un


richiamo fangoso e infinito, che
veniva piano piano soffocato dalle
ombre della notte.”

SILVER KANE,
Verdugo a plazos

Quando mi svegliai, dopo aver dormito per dieci ore


filate, chiamai il maestro.
“Ejo, ti ricordi che cosa mi hai detto ieri? Forse era il
sakè a parlare...”
“Un grande poeta dell’antico Giappone ha scritto: ‘Stare
in silenzio per farsi credere saggio è spregevole. Meglio
essere ubriaco e cantare bevendo sakè’. Un vate del tuo
paese natale, Pablo Neruda, ha esclamato: ‘Dio mi liberi
dall’inventare cose quando canto!’. Quello che ti ho detto
ieri, te lo ripeto oggi: va’ a trovare la mia amica Leonora.”
“Ma a me interessa studiare con te...”
“Sbagli, Alejandro. Mente vuota non significa cuore
vuoto. La perfezione è mente vuota e cuore pieno... Potrai
liberarti dei concetti ma non dei sentimenti. La testa devi
continuare a svuotarla, ma nel cuore devi accumulare ed
elaborare le tue emozioni, fino a raggiungere lo stato
sublime che chiami felicità. Stando a quello che mi hai
detto, non hai ancora superato il rancore verso tua madre.
Essendo stato privato di un affetto così fondamentale, sei
sempre quel bambino arrabbiato che rifiuta la donna su
tutti i piani, tranne quello del sesso. Credi di poter
imparare soltanto dagli uomini. È l’archetipo del Padre
Cosmico a governare i tuoi gesti. La Grande Madre rimane
sepolta nell’ombra... Prima di sviscerare altri koan, va’ a
deporre la tua spada davanti al fiore, e inchinati davanti a
chi attendi da sempre, anche se non lo sai. Tu sei un
artista, Leonora anche. È la creatura che fa per te. Lascia
che sia lei a regalarti la donna interiore di cui hai tanto
bisogno...”
Leonora Carrington
Foto: Kati Horna. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione
Quel poco che conoscevo della Carrington era attraverso
l’Antologia dello humour nero di André Breton. Qui lo
scrittore la presentava dicendo: “Le persone rispettabili
che circa dodici anni fa l’avevano invitata a un famoso
ristorante, non si sono ancora riavute dall’imbarazzo di
quando lei, continuando a partecipare alla conversazione,
si era sfilata le scarpe per spalmarsi meticolosamente i
piedi con la senape”.
E poi sapevo che era stata l’amante di Max Ernst.
Quando il pittore venne incarcerato in Spagna dai
franchisti, lei ebbe una crisi di pazzia. Superata tale
drammatica esperienza, l’avrebbe descritta nel suo libro
Giù in fondo. Da quel momento abolì per sempre i muri che
separano il mondo dei sogni dalla ragione. I pittori
messicani parlavano di lei come di un personaggio mitico,
l’incarnazione del surrealismo più violento. A una festa,
Luis Buñuel, sedotto dalla bellezza della Carrington e reso
baldanzoso dalla convinzione che l’artista avesse superato
ogni moralismo borghese, con la rozzezza che lo
contraddistingueva le propose di diventare la sua amante.
Senza attendere il suo sì, le consegnò la chiave del suo
piedà-terre segreto, dandole appuntamento per le tre del
pomeriggio seguente. Leonora andò a vedere il luogo
indicato la mattina presto. Trovò una camera da letto
squallida, simile in tutto e per tutto alla camera di un
motel. Approfittando del mestruo, si sporcò le mani di
sangue e riempì quelle pareti impersonali di impronte
rosse. Buñuel non le rivolse mai più la parola.
Quando mi presentai davanti alla sua abitazione, una
casa con una facciata disadorna – soltanto un muro liscio
con una finestra in alto e una porticina – in calle
Chihuahua, tremavo come una foglia. Una timidezza
incontrollabile, assurda, m’impediva di suonare il
campanello. Rimasi in piedi, come pietrificato, per almeno
mezz’ora. Sapevo che lei mi stava aspettando, ma davanti a
quella casa simile a un carcere non riuscivo a muovermi.
Passò di lì, trascinando un carretto carico di verdura, frutta
e stecche di sigarette, una donna di bassa statura, dal fisico
robusto e giovanile ma con i capelli grigi e il volto solcato
da profonde rughe. Mi osservò apertamente.
“Sei tu il mimo che ci ha mandato il giapponese? Io sono
Kati Horna, ungherese, fotografa, la più vecchia amica di
Leonora.”
Si accese una sigaretta e, senza attendere risposta,
cominciò a parlare rapidamente tacendo solo per aspirare
qualche breve boccata. Si esprimeva a fatica – il suo
spagnolo era davvero rudimentale – e si aiutava
gesticolando vivacemente.
“Stanotte ho sognato tre frasi. Quando mi sono svegliata
è stato come se le avessi partorite. Erano entrate nella mia
vita; mi si erano incistate dentro. Tutto quello che so lo
ricevo in sogno. Le frasi arrivano perfettamente costruite.
Quando mi sveglio, il mio comportamento cambia, magari
lascio un paese, a volte cerco di ammazzare qualcuno.
‘Vivere come una stella!’ ‘Eliminazione del superfluo!’
‘Manifestazione concreta!’ Che ne pensi? Le stelle
risplendono senza preoccuparsi dell’opacità dei pianeti. Il
sole e la luna non usano ornamenti. La materia contiene
tutto. A proposito, in questa busta ci sono alcune mie foto.
Vuoi vederle?”
Senza attendere risposta, le tirò fuori e me le fece
scorrere davanti agli occhi, rapidissimamente. Erano
ritratti di mendicanti, di sopravvissuti nei campi di
concentramento, malati mentali, donne durante la Guerra
civile spagnola, bambini cenciosi. Tutti con il volto di
Cristo, tutti in attesa, con la certezza di non venire
defraudati...
“I bei sogni alla fine si realizzano sempre,” poi senza
consultarmi, suonò il campanello e sussurrò: “Volere...
Osare... Potere... Obbedire...” e se ne andò, senza
preoccuparsi del vento che le sollevava la gonna di tela
grezza.
Con un cigolio di cardini arrugginiti la porta iniziò ad
aprirsi. Entrai in una stanza al pianterreno, fredda, buia,
ostile. Qualcuno dal primo piano stava tirando la corda che
sollevava il chiavistello. Con la bocca secca cominciai a
salire gli scalini. Avevo da poco compiuto trent’anni. Lei,
secondo le rivelazioni di Breton, era nata nel 1917. Quindi
avrei incontrato una donna di cinquantadue anni. Temevo
di venire ricevuto da una vecchia avida che proiettava
un’ombra a forma di tarantola. A quei tempi, per me,
vecchiaia faceva rima con bruttezza.
Ebbi una piacevole sorpresa. Innanzitutto, in cima alle
scale più che una donna vidi un essere. Più che un corpo
vidi una sagoma affusolata, definibile soltanto come una
penombra concreta in cui splendevano due occhi
penetranti, che rivelavano la presenza di uno spirito
travolgente ma cristallino. Il suo sguardo sembrava fatto di
anima... Di fronte a quella visione estrema, qualsiasi
etichetta, qualsiasi maschera mi fossi portato addosso
cadde come foglie secche. Entrare nella mente di una
donna così era immergersi per risorgere battezzati. La mia
voce cambiò, i miei gesti riacquistarono una delicatezza
dimenticata, la mia coscienza si accese, come in una
fiammata. Capii che dopo quell’incontro non sarei stato più
lo stesso... Qualcosa di simile l’aveva provato anche lei, e
me lo disse più tardi, in una lettera:
Tu sapevi che Leonora sarebbe stata in casa. Venivi a prendere il tè col sospetto che sarebbe stata
un’esperienza di puro terrore. Ti lavavi le mani tre volte più del solito, ti domandavi perché volessi
andare da quella donna rigida e potente che ti faceva paura. Non riuscivi a capire se fosse più
coraggioso venire qui o non farlo senza dire nulla. Ma io facevo già i miei preparativi per poterti
pietrificare di rispetto, e assaporare il tuo imbarazzo che avrebbe sprigionato un fetore incantevole,
rendendomi dea per un po’ di tempo. Sei entrato in una stanza pensata apposta per suscitare la
claustrofobia, camminando con difficoltà in mezzo ai miei tranelli. Ti eri accorto di avere sulla giacca
una macchia d’uovo che davanti al mio sguardo risplendeva come il sole del tramonto. Disperato, ti
domandavi se avessi la cerniera dei pantaloni aperta. Tu non volevi farlo, ma io ti costringevo a
sederti sul divano tra i due Anubi dell’arazzo che lo ricopriva. Riuscivi soltanto a incrociare le
gambe, qualsiasi altro movimento ti pareva un oltraggio. Guardavi il tè e i biscotti secchi in preda al
panico, perché ti sentivi osservato nell’atto di commettere il delitto pornografico di bere e, peggio
ancora, mangiare in mia presenza... in quel momento un gufo scende dal camino e viene a
nascondersi nel mio corpetto. Il tuo cuore batte di compassione infinita, perché di colpo comprendi
le mie pietose condizioni. A modo mio ti supplico di liberarmi, una liberazione che soltanto tu hai il
potere di darmi. Sei forse tu che metterai in moto il destino?
Questa descrizione, pur in termini surrealisti,
corrisponde perfettamente a quello che sentivo in quel
momento. Se l’esterno della casa sembrava un carcere,
l’interno era la continuazione magica del suo spirito. La
pittrice era presente in ciascun mobile, in ciascun oggetto,
in ciascuna delle numerose piante che crescevano
rigogliose in ogni angolo. Sedute qua e là c’erano alte
bambole, sottili; alcune appese al soffitto dondolavano
come pendoli. Le poltrone erano rivestite di arazzi su cui
splendevano strani simboli. Su quello che ricopriva il
divano erano disegnati due Anubi rannicchiati, che si
guardavano negli occhi con le loro teste di cane. Leonora,
con un cenno autoritario della mano ricoperta da un guanto
bianco, mi indicò di sedermi in mezzo a quei due. Poi mi
disse con un forte accento inglese:
“Ejo mi ha detto, fra le tante cose, che insegni
pantomima. Voglio vedere come ti muovi. Così potrò
conoscerti meglio”.
In quel preciso istante mi accorsi che l’artista non
portava nessun ornamento. Il suo volto era senza trucco,
non indossava collane, braccialetti, orecchini, anelli, spille,
né orologio. Il suo abito era una semplice tunica nera. Di
fronte a quella coscienza priva di orpelli, la pantomima mi
sembrava qualcosa di inutile, infantile, volgare. Muoversi
per fingere di sollevare pesi, tirare una corda, camminare
controvento, creare con le mani oggetti immaginari e spazi
piani, esprimere sentimenti stereotipati, o semplicemente
muovere le parti del mio corpo come un robot sarebbe stato
imbarazzante. Sentii di portare addosso un vecchio, inutile
cappotto. Se con il lavoro dei koan mi dedicavo a ripulire
l’intelletto dalle astrazioni per arrivare alla mente pura,
dovevo anche svuotarmi di ogni gesto imitativo per arrivare
al movimento puro. Mi spogliai, e in quello spazio di un
altro mondo, dove sotto l’aria se ne stava rannicchiato il
silenzio, cominciai a muovermi senza nessuno scopo.
Formando un tutt’uno con il mio corpo, misto di spirito e
carne, mi lasciai possedere dal movimento ispirato dagli
occhi di Leonora. Non so quanto tempo sarà durata la mia
performance. Un minuto, un’ora? Avevo trovato “il posto”,
avevo conosciuto l’estasi di liberarmi dal dominio del
tempo. A un tratto mi lasciai cadere sul divano e ancora
rintontito, come destandomi da un sonno profondo, mi
rivestii. Lei mormorò con un sorriso:
“Silenzio, non mettiamo in fuga il mistero” e si allontanò
scivolando via in punta di piedi, per non far rumore; fece
ritorno poco dopo con due bicchieri colmi di tè
accompagnati da biscotti tipo cracker. Dolcificò la bevanda
con il miele. Poi sollevò la tunica che la ricopriva fino alle
caviglie e mi mostrò una piccola ferita sul polpaccio. Con il
cucchiaino per il tè, e un’infantile espressione stregonesca
dipinta sul volto, si grattò la crosticina e lo riempì di
sangue; con grande attenzione, per non perderne neanche
una goccia, lo avvicinò al mio bicchiere, versò la sostanza
rossa nell’infuso e me l’offrì da bere. Io lo bevvi con la
lentezza diligente con cui si beve durante la cerimonia
giapponese del tè. Poi rovistò in una scatola ovale, tirò fuori
un paio di forbicine e mi tagliò le unghie delle mani e una
ciocca di capelli. Mise tutto quanto dentro un sacchetto e
se lo appese al collo. Sussurrò: “Tornerai!”. Poi non
dicemmo più nulla. Il lungo silenzio venne interrotto dai
passi di Gaby e Pablo, i suoi figli. Dire “interrotto” non è
corretto, dovrei scrivere “completato”. I due strani bambini
appartenevano al mondo della pittrice. Non erano anormali,
ma diversi. Belli e incomprensibili come i dipinti della
madre. Sul divano, ciascuno di loro si sedette su un Anubi,
e io in mezzo. Non si meravigliarono della mia presenza, mi
trattarono come se mi conoscessero da sempre. Pensai:
“Siamo fratelli: nel mio corpo ora circola il loro stesso
sangue”. Mentre i bambini divoravano i biscotti, lei mi
diede la chiave di casa. Poi mi accompagnò alle scale.
Mentre scendevo, mi disse dall’alto, a modo di saluto:
“Sono nove porte. Ti aprirò quella dove busserai”.
Quella notte non riuscivo a dormire. Erano le tre e i miei
occhi erano ancora aperti. Ero come posseduto. Mi sentivo
quella donna nel sangue, come una barca che naviga contro
corrente. “Vieni,” mi diceva con una voce che pareva venire
da un tempo antico. Mi vestii, attraversai di corsa le strade
che mi separavano da casa sua e arrivai senza fiato, aprii la
porta, salii silenziosamente su per le scale. Da una stanza
che era il suo atelier di pittura, provenivano la luce
palpitante di una candela e la sua voce che recitava una
litania. Eldra, il cane da guardia, mi lasciò passare
scodinzolando, senza ringhiare. Vidi Leonora seduta su un
trono di legno, la cui spalliera era il busto di un angelo.
Nuda, coperta soltanto da uno scialle per la preghiera
rabbinica, lo sguardo fisso, senza sbattere le palpebre,
guardava l’infinito, polena di una nave che riemerge da
un’antica civiltà. Leonora, fuori dal mondo razionale,
recitava in inglese... Parve non vedermi. Mi sedetti sul
pavimento di fronte a lei. Poco le restava dell’individuo. Mi
sembrava posseduta contemporaneamente da tutte le
donne che erano esistite. Le parole scaturivano dalle sue
labbra come un inesauribile fiume d’insetti invisibili.
Ricordo alcuni versi:

I the eye that sees nine differents worlds and tell the tale
of each.
I Anuba who saw the guts of Pharaoh, embalmer, outcast.
I the Lion Goddess who eat the ancestors and churned
them into gold in her belly.
I the lunatic and fool meat for worse fools than I.
I the bitch of Sirius landed here from the terrible
hyperbole to howl at the Moon.
I the bamboo in the hand of Huang Po.
I the Queen bee in the entrail’s of Samson’s dead lion.
I the tears of the arcangel that melted it again.
I the solitary joke made by the snow queen in higher
mathematics.
I the gypsy who brought the first greasy Tarot from
Venus.
I the tree of wisdom whose thirteen branches lead
eternally back again.
I the eleven commandement thou shalt despise no
being...1

Quasi non mi accorsi dell’arrivo di Chiki. Con un basco in


testa (lo usava giorno e notte), un pigiama a righe simile
alla divisa di un campo di concentramento e un paio di
pantofole a forma di testa di coniglio, spalle larghe, faccia
da ebreo (ungherese, russo, lituano, polacco?) e uno
sguardo da cane buono, senza mostrarsi seccato per la mia
presenza, anzi dandomi l’impressione di considerarmi alla
stregua di un mobile, posò le grandi mani sulle spalle
fragili di Leonora, e con una dolcezza infinita la fece alzare
e l’accompagnò, piano piano, in camera da letto. Lo vidi
mentre la faceva sdraiare sopra un letto di legno inclinato,
con i piedi più alti della testa. Chiki si addormentò in un
altro letto. Leonora, sdraiata sulla schiena, continuò a
mormorare il suo interminabile poema fino ad
addormentarsi. Io vagavo per casa avvolto nell’oscurità,
come un’ombra senza corpo. Il sonno di Leonora, del
marito, dei due figli, del cane, era profondo. Nessuno
diffidava di me. Consideravano naturale la mia presenza. Io
non esistevo per loro, o ero un fantasma o forse un altro
pupazzo. Scivolavo da una stanza all’altra facendo quello
che desideravo fare da tanto tempo: diventare un uomo
invisibile per osservare l’intimità altrui, senza
compromettermi. Nella stanza matrimoniale, illuminato
dalla luce della luna vidi un grande quadro a olio: un
ritratto di Leonora di Max Ernst. Lei, giovanissima, bella,
con un vestito verde scuro sferzato dal vento, sembrava in
agguato in una foresta di alberi neri. Il piccolo Gaby
dormiva vicino a una piramide di libri di poesia, stringendo
fra le braccia una principessa di legno che sulla testa al
posto della corona aveva una mezzaluna. Sul tavolo da
lavoro del piccolo Pablo, inchiodato con spilloni sopra una
scatola di caramelle, giaceva il cadavere di un grosso
rospo, con il ventre squarciato e le viscere all’aria. Diversi
bisturi e altri strumenti chirurgici erano esposti nella sua
biblioteca, dietro cui si celavano libri che insegnavano le
tecniche della mummificazione. Eldra, sveglio ma
insonnolito, sdraiato fra i due Anubi, rosicchiava deliziato
una statuetta della Madonna della Guadalupe. Nell’umido
pianterreno scoprii l’esistenza di un laboratorio fotografico.
I muri erano tappezzati di fotografie di battesimi, prime
comunioni, compleanni, matrimoni e funerali. Chiki
l’asociale si guadagnava da vivere così, fotografando gruppi
di persone che avevano tutte la stessa faccia. Quell’insieme
di ritratti sembrava un formicaio. Quando il buio cominciò a
scemare e io smisi di essere un’ombra, sentendomi a
disagio nel mio corpo nuovamente denso, ritornai a casa.
Kati Horna, a casa sua, con Chiki e Leonora il giorno delle sue nozze e
altri amici
Fondazione Kati Horna. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione
Passarono tre giorni in cui non riuscii a fare nulla.
Sdraiato su un’amaca, trascorrevo le ore lasciando che la
mia mente digerisse come lo stomaco di un ruminante le
esperienze vissute in quel luogo, dove si viveva secondo
leggi che non erano quelle della ragione.
Alle cinque di mattina venni svegliato da una telefonata
di Leonora. Parlava in fretta e sottovoce, sussurrando
quasi, come una cospiratrice:
“Non ti chiami più Alejandro. Ti chiami Sebastián.
Attento: ci controllano. Per consolidare la nostra unione
commetteremo un misfatto sacro. Alzati e prenota una
camera all’Hotel Reforma. Accetta soltanto la numero 22.
Non temere: per le leggi di san Caso sarà libera. Arriverò
alle nove di mattina. Vieni vestito di nero, come se fossi in
lutto” e interruppe la conversazione senza lasciarmi il
tempo di dire una parola.
Mi feci il bagno, mi lavai i capelli, mi profumai, mi misi la
biancheria pulita e un vestito fresco di tintoria. Per strada
comprai una dozzina di rose rosse e vincendo la timidezza,
ma tossicchiando come un colpevole, chiesi la camera 22
senza nessuna speranza di trovarla libera, perché l’Hotel
Reforma era invaso dai partecipanti a un congresso di cow-
boy messicani. Con mia grande sorpresa, la camera che
avevo chiesto era l’unica rimasta libera. Mi sistemai nella
stanza, spargendo le rose sul copriletto a righe colorate.
Chiusi le tende per celare nella penombra la bruttezza di
quel posto, e lasciai accesa soltanto l’abat-jour del
comodino, dopo averla coperta con una federa, per
trasformare il suo fulgore accecante in una discreta aura
rosata. Mi lavavo le mani ogni cinque minuti: continuavano
a sudare. Il mio sesso era pervaso da una freddezza
cadaverica. Impensabile l’idea di avere un’erezione. I
timori atavici dell’incesto con la madre mi avevano
castrato. Pensai a Ejo. Mi sedetti in meditazione e
ripetendo Om senza sosta, svuotai il cervello di tutte le
altre parole... Alle nove in punto, sette colpi discreti alla
porta mi annunciarono la presenza di Leonora. Volevo
correre ad aprirle, ma avevo le gambe intorpidite. Mi
trascinai faticosamente fino alla porta dando dei calci
all’aria, per liberarmi delle formiche che mi avevano invaso
i muscoli e, con la bocca secca, l’aprii. Davanti a me c’era
una nuova Leonora. Vestita come me rigorosamente di
nero, ma con le scarpe di vernice verde e la testa ricoperta
da un velo, si muoveva con la grazia di una fanciulla di
quindici anni. Anche la sua voce era cambiata: non aveva
più le tonalità gravi di quella di una sacerdotessa, ma era
una voce canterina, imbevuta di una timidezza incantevole.
Portava con sé due scatole cubiche, una rivestita di carta
d’argento, l’altra di carta dorata. Dopo che ebbi chiuso la
porta, si assicurò che il chiavistello di sicurezza ci
proteggesse da qualsiasi irruzione inaspettata, poi mi
chiese con un sussurro di toglierle il velo. Così feci, con
mani tremanti, lentamente. Per la prima volta la vidi
truccata, in modo discreto ma sensuale. Tra i capelli ben
pettinati, aveva a mo’ di adorno cinque scarabei verdi,
reali. Ci sedemmo sul letto. Allora mi resi conto di essermi
sbagliato circa le sue intenzioni. Nel suo atteggiamento non
c’era niente di sensuale. Il misfatto che mi aveva proposto
non era l’adulterio. Tirai un sospiro di sollievo. Quello che
io provavo per lei non aveva niente a che vedere con il
desiderio animalesco o l’amore romantico. La mia anima
desiderava unirsi con la sua anima. La mia coscienza
razionale desiderava immergersi nel suo spirito senza
limiti. Volevo soltanto assaporare il soma della sacra follia...
Leonora aprì le sue scatolette. Da quella dorata tirò fuori
un teschio di zucchero – i messicani lo mangiano per
celebrare i defunti il primo novembre – con un “Alejandro”
scritto sulla fronte. Dalla scatola d’argento tirò fuori un
altro teschio con su scritto “Leonora”. Mi porse quello che
la rappresentava e si tenne quello che aveva il mio nome.
“Ora ci divoreremo l’un l’altro,” mi disse, e diede un morso
al suo teschio zuccherato. Io feci lo stesso con il mio.
Guardandoci negli occhi, dimentichi del mondo, di noi
stessi, di tutto, continuammo a mangiare lentamente i due
teschi. Per un attimo il suo volto si sfumò e al suo posto vidi
il mio. Quasi si fosse accorta dell’allucinazione, mi disse:
“Adesso la tua faccia è il mio specchio”. Alla fine di quella
strana colazione si rimise il velo e con un dito sulle labbra
esalò un soffio per intimarmi il silenzio, poi mi ficcò in
mano uno dei suoi scarabei e senza aggiungere altro aprì la
porta, e se ne andò.

Il giorno dopo, Kati Horna mi portò una lettera.


“È di Leonora. Se apri la porta di casa sua ti prego di non
lasciar entrare le api, perché vengono da Venere: sono
capaci di trasformarla in una donna. Se per disgrazia la
facessi piangere, devi sapere che le sue lacrime non sono
liquide, ma dure e fredde, di ghiaccio, armate di punte
geometriche che potrebbero renderla cieca.”
Insieme alla busta color violetto mi diede una bambolina
di legno: una dea barbuta, con le corna. Dopo avermi messo
fra le mani un pesce di nome huachinango, che aveva tirato
fuori da una profonda tasca della sua gonna di tela grezza,
mi scattò una fotografia. Poi, indietreggiando, se ne andò.
Mi accorsi che mi tremavano le mani. Lessi: “Le impronte
dei tuoi piedi scalzi hanno disegnato davanti a te, tanto
tempo fa, il labirinto che è la tua strada. Ascolta: per un
bisogno impellente ho incontrato di nuovo mia madre, il
Ragno. Ha offerto alla mia lingua le sue molteplici braccia
pelose. Su ogni pelo luccicava una goccia di miele. ‘Lecca!’
Ho obbedito. Allora mi ha affidato la sua ragnatela per
rivestire la tua ombra e la mia. Vieni!”.
Mi precipitai a casa sua. Lo spirito di Leonora mi
affascinava. Nel suo universo, il pensiero si concentrava
fino a diventare una pietra scura immersa nell’oceano
fosforescente di un inconscio privo di ostacoli. Una
moltitudine di strani sentimenti e bizzarre creature
popolava tali profondità, gioie simili a terremoti, angosce e
terrori mascherati dietro bellissime corazze, angeli sottili
come fili interminabili, demoni ripugnanti ma comici.
Nascosta all’interno della busta color violetto trovai una
spiegazione: “Ho scoperto le meravigliose doti della mia
ombra. Ultimamente si stacca da me grazie alle sue forze
volatili. A volte lascia impronte di piedi umidi. Ma, lo
confesso, dormo sempre avvolta dentro di lei, e solo
raramente arrivo a svegliarmi”.
La trovai nel suo atelier, stava dipingendo una grande
tela. Vedendomi esclamò: “Sebastián, non ti muovere,
voglio farti entrare nel mio quadro!”. E lì, su quella tela, mi
vidi con un corpo allungato, un grande crisantemo nero al
posto della testa, due enormi occhi sul petto, pallido, e
sorreggevo sulle spalle un nano dalla testa rotonda e
schiacciata come un piatto da minestra. La piccola
creatura, dal corpo azzurrino, indicava con un gesto
freneticamente dubbioso tre vie che conducevano ad altri
spazi. Dopo avere posato immobile per un paio d’ore, trovai
il coraggio di muovermi per osservare gli altri quadri che si
ammucchiavano contro le pareti. In un dipinto a olio vidi
galleggiare in mezzo a fronde cabalistiche una riproduzione
della testa di María Félix, talmente realistica da sembrare
una fotografia. Lanciai un grido di sorpresa. Leonora capì
subito.
“Non credere che sia in grado di dominare uno stile che
odio. La nostra famosa attrice insiste nel voler pagare una
cifra molto elevata per un ritratto con la mia firma. Ma io
non so copiare la realtà. Lei vuole che il suo volto sia
disegnato con esattezza, millimetro per millimetro. Il resto
non le importa, si fida della mia fantasia. Lo vedi quel foro
nel muro? Da lì, José Horna, il marito di Kati, osserva la
diva mentre posa, la osserva e la dipinge. Lui non ha
fantasia, ma possiede una tecnica incredibile per
riprodurre la materia. L’hai visto anche tu, al ritratto di
María manca soltanto la voce, quella sua voce da scarabeo
nero. Io penso che le disegnerò tre corpi trasparenti
sovrapposti, in un bosco magico. Il contrasto tra il mio stile
dai tratti sfumati e quella faccia così concreta darà vita a
un demonio angelico. La sua anima sarà contenta di quello
che ho fatto io, il suo narcisismo di quello che ha fatto il
mio amico...Ma non credere che disprezzi José. È una
creatura straordinaria, un gitano spagnolo dagli occhi
smeraldo. L’ho conosciuto tanti anni fa. È venuto a trovarmi
perché a quel tempo – era un umile falegname – mi aveva
sognata. Si era visto all’interno di una cattedrale davanti a
una colonna altissima. Guardando in su aveva visto gli
occhi di un serpente. Il rettile, liscio e pesante, il corpo
bianco ricoperto di messaggi profetici, aveva cominciato a
scendere e gli era passato vicino, come un sospiro. Aveva
preso il mio aspetto: ‘Me ne vado, seguimi per sempre’.
José ha obbedito al serpente bianco del sogno. È venuto a
cercarmi in Messico, insieme a Kati. Ormai è da tanti anni
che siamo vicini di casa. Lei si occupa delle mie piante, lui
scolpisce le mie bambole, mi costruisce i mobili e le cornici
dei quadri. So che i suoi occhi verdi appartengono
all’unicorno nascosto nei Tarocchi...”
La pittrice avrebbe consegnato il ritratto di lì a sette
giorni: María Félix doveva fare un viaggio in Europa e
prima voleva sistemarlo nel suo lussuoso appartamento. In
quella settimana andai a trovarla alle sei di mattina, per
assistere alla sua attività febbrile. Leonora, per lasciar
fluire le forme sulla tela senza nessun controllo, dipingeva
contemporaneamente con entrambe le mani, agitando le
braccia intorno al celebre volto, e intanto mi faceva strane
domande che a me sembravano koan surreali.
“Dal mio liquore tutto vive, mi sveglio quando dormi, se
mi alzo mi seppelliscono. Chi sono?”
“Tra poco ci trasformeremo in due gentiluomini
venezuelani che prendono il tè dentro un acquario.
Perché?”
“Un gufo rosso mi guarda. Nel mio ventre si forma una
goccia di mercurio. Che cosa significa?”
“Un uovo trasparente, emettendo raggi come le più
grandi costellazioni, è corpo e anche scatola. Di che cosa?”
María Félix (perfino i cani la desiderano)
“Solo con lamentazioni amare riusciremo a piangere una
lacrima. Questa lacrima è una formica?”
Che cosa potevo risponderle? A ogni sua domanda, io mi
sollevavo in punta di piedi e lasciavo danzare il mio corpo.
Al pianterreno c’era un giardino rettangolare, pieno di
piante fiorite e alberi alti le cui fronde arrivavano fino al
secondo piano. Kati era l’incaricata di innaffiarlo, e intanto
fotografava ogni fiore, ogni foglia, ogni insetto. A un tratto
la sentimmo gridare, ci chiamava. Credevamo che si fosse
fatta male. Leonora, Chiki, Gaby, Pablo, José, il cane e io ci
precipitammo giù dalle scale tutti insieme, spaventati. Kati,
perfettamente a posto, stava fotografando una crisalide.
“Guardate, questo è il momento divino! Il bruco sta
morendo e la farfalla deve ancora nascere. Quella che per
uno è la bara per l’altra è la culla. Ma se il bruco ha cessato
di esistere, la farfalla non esiste ancora. Insomma, in
questo momento nessuno esiste. Sto fotografando il
nulla...”
Quando un insetto rosso fuoco aprì le ali e prese a
svolazzare in mezzo ai fiori, Kati mormorò: “Il nulla si è
fatto denso. È nata una nuova illusione”, e Leonora
commentò: “Anche noi dovremmo aprirci come la crisalide
per riemergere nuovi, con i capelli diritti simili ai raggi del
sole, inimmaginabilmente altri”.

Il ritratto venne ultimato in tempo. La testa di María


Félix, di un realismo costernante, galleggiava come un
pianeta sordo e cieco sopra un magico triplice corpo. Il
mondo dipinto da Leonora vibrava nell’estasi; la testa
classica, soddisfatta dei propri limiti, somigliava a una
prigione.
“Glielo consegnerò oggi, alle nove di sera. Offro una cena
per lei e qualche amico. Voglio che mi aiuti in cucina.”
Leonora, con un vestito ricoperto di stelline, chiusa in
cucina con me quale unico spettatore, cominciò a
preparare il banchetto. In cinque terrine (nuove,
naturalmente) avrebbe servito quindici chili di caviale. Mi
spaventai al pensiero di quanto le fosse costato. Leonora,
con un sorriso malizioso, mi fece vedere il suo falso caviale:
sui granelli di tapioca bollita rovesciava il nero di seppia. E
così, semplicemente, offriva uno squisito caviale... Poi mi
spiegò la ricetta della minestra:
“Pronunciando incantesimi con voce di leone,
incessantemente, sopra rocce selvagge preparo la minestra
guardando certe stelle. È composta da ingredienti semplici:
mezza cipolla rossa, un bastoncino di legno profumato,
qualche granello di mirra, un rametto di menta, tre pillole
di belladonna ricoperte di cioccolato bianco svizzero e una
grande rosa dei venti che per risparmiare tuffo nella
minestra solo per un minuto e poi la tiro fuori. Quando la
servo, aggiungo un fungo cinese noto come Nube, che ha le
antenne come le chiocciole e cresce soltanto sugli
escrementi dei gufi”.
María Félix, dipinto di Leonora Carrington
Alle nove di sera in punto arrivò la gran dama. Gli ospiti,
esclusivamente uomini per evitare che l’attrice si sentisse
in concorrenza, la guardarono paralizzati. C’erano quattro
pittori, due scrittori, un cineasta, un banchiere, tre potenti
avvocati e il sottoscritto, il dodicesimo, un direttore di
scena che gli altri vedevano come un marziano. Chiki, che
odiava i ricevimenti mondani, si era rifugiato con i figli e gli
Horna nella penombra rossastra del laboratorio fotografico.
Il meraviglioso quadro troneggiava al centro della sala
sopra un cavalletto, nascosto da un velo. María Félix di
persona era molto più impressionante che sullo schermo
cinematografico. La folta chioma corvina, la figura snella,
l’incedere da regina, l’atteggiamento virile e castrante,
l’inebriante bellezza messicana, i gioielli barocchi, il
lussuoso vestito da sera e soprattutto il luccichio imperiale
dei suoi occhi, unitamente alla fama di mantide religiosa
che la circondava, toglievano il fiato. Un silenzio testicolare
pervadeva l’ambiente. Leonora lo infranse sollevando il
velo che, come un enorme uccello, volò sopra le nostre
teste andando a finire contro i vetri delle finestre per
afflosciarsi a terra. La Félix lanciò un grido di ammirazione
e si piantò davanti alla tela, mostrandoci la schiena nuda.
Poi si voltò lentamente e, come da un altissimo trono,
sprizzando un fuoco invisibile dalle pupille, ci guardò negli
occhi a uno a uno, quasi volesse fulminarci. Si soffermò su
Eldra. Con un’aria soddisfatta, esalò a fior di labbra una
frase calda che scivolò nell’aria come una biscia: “Perfino il
cane mi desidera”. Sentendo le sue parole, provai
un’emozione simile a un tessuto che si squarcia. Mi ricordai
di quello che Sara Felicidad, mia madre, mi aveva detto
quando avevo sette anni: “Tuo padre, dopo avermi gonfiato
gli occhi a suon di pugni (gli era sembrato che guardassi
con malizia un cliente del negozio), mi ha violentata
mettendomi incinta. Da quel momento l’ho odiato e non ho
mai potuto amarti. Quando sei nato, mi sono fatta
sterilizzare”. Crudele constatazione, sono stato un feto non
desiderato. Ecco perché nella mia vita ho sempre avuto
l’impressione di non possedere niente. Perché il mondo ci
possa appartenere, dobbiamo pensare che ci desideri.
Soltanto ciò che ci desidera è nostro. María Félix,
sentendosi desiderata perfino dal cane, era una regina,
possedeva tutto quanto.
A partire da quel momento mi sono sforzato di
convincermi che il mondo desiderasse la mia esistenza,
includendo nel mondo l’umanità intera, passata e futura.
Mio padre e mia madre si immedesimavano nelle loro
personalità acquisite, nei condizionamenti familiari, sociali
e culturali. Le idee folli (ereditate da genitori e antenati)
suscitavano in loro sentimenti negativi, desideri insani e
bisogni inutili... Credevano di non avermi desiderato, di non
avermi amato. Più che come un feto, mi vedevano come un
tumore. Protetto dalla placenta, ho subìto l’attacco di
anticorpi che volevano uccidermi... Ma la vita che mi era
stata donata aveva resistito contro ogni aggressione. Un
qualcosa di misterioso, profondo, immenso, fin dagli albori
dei tempi aveva deciso che io dovevo esistere. Tutte le
forze dell’universo, desiderando la mia presenza nel
mondo, confabulavano per farmi nascere. Ogni essere
vivente è il trionfo del desiderio cosmico.
Mi ero avvicinato a Leonora nella speranza di essere
amato, in cerca di una madre perfetta così come facevo
nella culla, a suon di strilli e pianti. Chiedevo, chiedevo, ma
credendo che nulla fosse mio, mi astenevo dal dare. Se il
mondo non mi desiderava, come poteva ricevere il mio
amore? Avevo imparato a desiderare soltanto me stesso,
pertanto mi scindevo in due o anche più parti.
Fuggii in cucina. La superficialità del mondo di Leonora
mi toglieva il respiro. Dopo qualche minuto arrivò lei,
usando per cappello una testa di cervo.
“Non mentire, Sebastián. Ho sentito squarciarsi il velo
del tempio. Ora dentro di te vive una forza che mi è
estranea. Perdonami, ma devo ritirarmi. Ho paura che liberi
un’ape all’interno dei miei spazi segreti.”
Capii: la nostra relazione era giunta al capolinea. Senza
dire una parola, senza guardarmi indietro, scesi le scale e
uscii di casa sua. In quegli anni il cielo di Città del Messico
era limpido e le stelle brillavano come la luna piena. Un
grido mi costrinse a fermarmi. Sembrava il lamento di un
uccello cui vengano strappate le viscere. “Fermati,
Sebastián!” Era Leonora che correva per raggiungermi e
mentre correva si toglieva i vestiti. Il suo corpo, bagnato da
quella luce spettrale, era d’argento. Mi disse con una voce
così dolce che sembrava provenire da un alveare più antico
della Terra:
“Prima che te ne vada, voglio che sappia che la tua
apparizione, per me sostanziale, va oltre i limiti personali,
oltre i corpi celesti che brillano nelle caverne degli dèi
animali, oltre quello che mi mormora tra i capelli la
mantide religiosa. Va oltre tutto questo e forse anche di
più, sempre sotto la minaccia del corpo umano. Parlo
immersa nel tempo. Questo cordone ombelicale esiste
soltanto se noi gli permettiamo di esistere. Tu puoi sempre
reciderlo; ma se lo desideri, lui sarà sempre lì. Ma non
credere di perdermi se il mio ruolo nei tuoi confronti è
cambiato. Questo potrebbe succedere, perché posso anche
essere la tua nonna barbuta e senza denti, o il tuo
fantasma, o un luogo indefinito. Se un giorno me ne andrò,
per ragioni umane o non umane, non dovrai mai avere
paura di cercarmi, perché saprai sempre dove trovarmi, se
lo desideri. In futuro comunicheremo in un modo così
perfetto che i timori e le debolezze si trasformeranno
radicalmente, diventando ponti che ci uniscono. Nel
frattempo i sentieri sono sempre caldi e aperti. Se per caso
interromperai per qualche tempo la comunicazione
abituale, io sarò qui, se tu lo vuoi, perché gli elementi
sotterranei non dipendono assolutamente dalla nostra
volontà”.
Inquieto, risposi:
“Copriti, Leonora, potrebbe passare qualcuno”. Lei si
curvò come se le avessi dato un pugno nello stomaco,
mormorando:
“Non hai ancora capito, sono la luna...”.
Arrivò Chiki portandole un cappotto di astrakan. Senza
degnarmi di uno sguardo la ricoprì, e prendendola
delicatamente fra le braccia, passo dopo passo, come se
sorreggesse un’anfora aperta colma di un liquido prezioso,
se la portò via. Stava albeggiando. Era l’ora in cui Ejo
Takata si alzava a meditare. Salii su un autobus strapieno
di bambini. Con i loro archi giocattolo cominciarono a
tirarmi le frecce. Un pensiero mi attraversò la mente:
“Sono un san Sebastiano trafitto dai koan”. Furibondo, feci
ritorno allo zendô.

1
Io l’occhio che vede nove mondi diversi narrando il racconto di ciascuno. / Io Anuba che vide le
budella del Faraone, imbalsamatrice, bandita. / Io la Dea Leonessa che mangia gli avi e li trasforma in
oro nello stomaco. / Io la lunatica e come folle per folli peggiori di me. / Io la puttana di Sirio atterrata
qui dalla terribile iperbole in urlo alla Luna. / Io il bambù nelle mani di Huang Po. / Io l’ape Regina
nelle viscere del leone di Sansone. / Io le lacrime dell’arcangelo che le sciolse di nuovo. / Io lo scherzo
solitario fatto dalla regina delle nevi nell’alta matematica. / Io la gitana che portò il primo unto
Tarocco da Venere. / Io la terza scienza le cui tredici branche portano indietro per l’eternità. / Io
l’undicesimo comandamento non disprezzare nessun essere.
4. Un passo nel vuoto

“Questo è un luogo sacro...”


gemeva il pastore. “Meglio. Così,
nel silenzio, la pallottola farà più
rumore.”

SILVER KANE,
¡No habrá tiros!

Ejo mi accolse con un inchino.


“Leonora ti ha posato in cima all’albero maestro. Che
cosa farai per continuare ad andare avanti?”
Un’ondata di rossore mi colorì le guance. Risposi con
rabbia:
“Scenderò a testa bassa fino a toccare terra”.
Il giapponese dondolò avanti e indietro, in segno di
approvazione e disapprovazione insieme:
“La tua risposta può essere corretta se senti che
inerpicandoti sull’albero maestro vai in cerca di
un’illusione; se pensi ‘non c’è un al di là, tutto quello che è
deve essere qui’, e torni indietro. Ma qual è la vera natura
di questo ‘qui’? Anche il mondo non è forse un’illusione...?
Al contrario, se nel momento in cui ti trovi sulla punta
dell’albero maestro, su quella cima dove il pensabile si
dissolve nell’impensabile, hai paura dell’oscurità dell’anima
e quindi ritorni a terra, a ciò che conosci, alle miserie dei
tranelli della ragione, la tua risposta si merita una
bastonata...”.
“Piantala di giocare al gatto e al topo, e dimmi qual è la
risposta che danno i tuoi maestri!”
“Dice: ‘Per andare avanti faccio un altro passo, nel
vuoto’. Osano continuare a inerpicarsi, hanno il coraggio di
penetrare nell’ignoto, dove non ci sono indicazioni né
misure, dove l’io si sfuma, dove la coscienza s’innalza al di
sopra del mondo, senza cercare di cambiarlo, fino a
percepire quello che non sono parole. Lassù non hai
definizioni, niente, semplicemente sei quello che sei senza
domandarti chi sei, senza fare paragoni, senza giudicarti,
senza avere sete di onori, hai capito?”
Risposi sarcastico:
“Ho capito! Il mio essere vero, eterno e infinito, sa tutto!
Le mie innumerevoli tasche sono piene, non ho bisogno di
niente!”.
Per calmarmi, il monaco mi fece inginocchiare e mi diede
tre colpi su ciascuna spalla con il suo kyosaku, il bastone.
Quando, imitando la modestia, unii i palmi delle mani e
chinai la testa, grugnì:
“Se è così, risolvi quest’altro koan: ‘Come fai a spegnere
una lampada a mille chilometri di distanza?’”.
La risposta mi venne alle labbra dopo una dolorosa
concentrazione:
“Distendo un braccio lungo mille chilometri!”.
Non capii se Ejo mi stesse guardando con pietà o
disprezzo.
“Credi di capire, sei astuto, ma l’ambizione ti rende cieco.
Nella tua risposta stai insinuando: ‘La mia mente non ha
limiti, può arrivare all’infinito’, e non ti accorgi che collochi
la lampada fuori da te. La pensi ma non la sei!”
Mi resi conto del mio errore. Provai vergogna.
“Qual è la risposta del libro?”
“Senza dire una parola, il discepolo alza una mano e
tamburellando sul pollice con i polpastrelli delle altre dita,
simula una fiamma. Poi vi soffia sopra facendo capire che
l’ha spenta. Non c’è nessuna distanza. La lampada è la sua
mente. Spegnendola lui s’illumina.”
“C’è una cosa che non capisco: perché devo spegnere una
lampada che per me è simbolo della conoscenza, della
tradizione?”
“I simboli non hanno un significato fisso, cambiano a
seconda del livello di coscienza di chi li esamina e del
contesto culturale in cui si trovano. La lampada di cui si
parla qui non la porta un Buddha, si consuma in una stanza
remota e non c’è nessuno che possa spegnerla, il che
significa uno spreco di combustibile. La saggezza che tu
chiami ‘tradizionale’ è lontana dalla tua essenza, brilla
senza illuminare niente dentro di te. Se sei notte
insondabile, non hai bisogno di essere illuminato dalle
teorie. Tali ‘insegnamenti’ adulterano la tua oscurità.
Diventando un erudito, allunghi il braccio di mille
chilometri e ti allontani sempre di più dal tuo centro.
L’intelletto che arde inutilmente e che non sai spegnere è
fatto di definizioni scaturite dalla paura dell’impensabile...
Il seguente koan si riferisce proprio a questo: ‘Una
prostituta salvò uno spirito dal mondo della sofferenza
riempiendo d’acqua una tazza, poi si levò le collane e gli
orecchini e li immerse nell’acqua. Come faresti tu a
salvarlo?’. Dimmelo!”
“La risposta mi pare evidente, Ejo. Lo salverei
liberandomi di tutto quello di cui mi fregio: pensieri
opportunisti, sentimenti di vanità, inutili lussi,
autodefinizioni indulgenti, sfoggio di medaglie e diplomi...”
“Smettila! Di nuovo gratti la superficie credendo di
scavare a fondo. Ascolta la risposta tradizionale: ‘Il
discepolo imita l’espressione di uno spirito angosciato e,
congiungendo le mani, esclama: Per favore, salvami! Lo
spirito che la cortigiana sta vedendo è la propria immagine.
Tutta agghindata per adescare i clienti, si libera degli
orpelli e li getta nell’acqua che le restituisce il riflesso del
suo volto. Nel liberarsi degli oggetti, che considera alla
stregua di un riflesso, la prostituta doma i propri desideri,
la seduzione le sembra inutile, la sua illusoria individualità
svanisce... Buddha, vedendo il presente come il mondo
della sofferenza dove l’ego è incatenato dai desideri, ne ha
decretata la vacuità. Aborrendo la malattia, la vecchiaia e
la morte, ha deciso di sfuggire alla ruota delle
reincarnazioni e di non rinascere mai più... Eppure questa
illusione chiamata ‘ego’ non potrebbe essere un elemento
necessario alla realizzazione perfetta?, la nascita non
potrebbe essere considerata una festa?, la vita non
potrebbe essere la felicità?, non si potrebbe accettare l’idea
che l’esistenza effimera sia un gradino dell’esistenza
eterna? Se il Dio impensabile sta nel tutto, la sofferenza
non è altro che un concetto e la Coscienza un tesoro che ci
viene donato eternamente. Si può perdere soltanto quello
che non si è. Si è quello che si è, per sempre. Mentre i
corpi imputridiscono, ecco apparire lo spirito. Il tempo è
nostro sostegno, è latore di saggezza. La vecchiaia ci
insegna a non aggrapparci alla materia. Le rive di un fiume
non cercano di bloccare l’acqua che scorre. Perché temere
le malattie? Sono le nostre alleate. I dolori fisici,
rivelandoci problemi che non abbiamo il coraggio di
affrontare, curano le malattie della mente. Paura di perdere
la propria identità? La nostra identità è la somma di tutte le
identità. Paura di essere abbandonati? Se siamo con noi
stessi, non siamo soli. Paura di non essere amati? Libertà è
amare senza chiedere di essere amati. Paura di essere
prigionieri? Il nostro corpo è l’universo. Conteniamo tutto.
Paura dell’altro? È il nostro specchio. Paura di perdere un
combattimento? Perdere un combattimento non è perdere
se stessi. Paura dell’umiliazione? Se vinciamo il nostro
orgoglio, nessuno ci può umiliare. Paura della notte? La
notte è sempre unita al giorno. Paura di essere sterili?
L’anima è la nostra figlia suprema.” Ejo Takata s’interruppe
e scoppiò in una fragorosa risata. Poi aprì il ventaglio e
cominciò ad agitarlo. “Sono caduto nel tranello, ho
vomitato parole. Ho la lingua sporca. E tu le orecchie. Vieni
in cucina. Ho un bottiglione di sakè, di quello buono.
Beviamo e abbandoniamoci all’unica risposta giusta per
tutte le domande: il silenzio.”
Riscaldammo religiosamente il liquore di riso e, a mano a
mano che lo mandavamo giù, il nostro silenzio si faceva
sempre più denso. In quel silenzio Ejo mi sembrava più
giapponese che mai. I suoi occhi a mandorla mi guardavano
con l’intensità di un sauro. Forse era qualcosa di reale, o
forse era l’effetto dell’alcol, non lo so, ma a un certo punto
sentii che il suo spirito, come un rapace, mi si era
appollaiato nel cervello. Scossi la testa con violenza.
“Smettila di leggere nella mia mente!”
Ejo si buttò a terra di schiena, sollevò le gambe ed emise
una scoreggia che fece tremare le pareti di carta velina.
Poi, prendendo il libro segreto, disse:
“Una volta giunse nella capitale della Cina il mago Daiji,
che veniva dall’India. Disse che aveva il raro potere di
leggere nella mente. L’imperatore Daiso ordinò al suo
vecchio istruttore, Etchu, di controllare la veridicità di
quanto sosteneva il monaco. Quando Etchu si trovò davanti
allo straniero, questi s’inchinò e fece un passo a destra.
Etchu gli disse: ‘Se hai il potere di leggere nella mente,
dimmi dove sono adesso’. Daiji rispose: ‘Voi, il maestro di
una nazione, come potete andare al fiume Ovest per vedere
una gara di barche?’. ‘Dimmi dove sono adesso!’ disse di
nuovo Etchu. ‘Voi, il maestro di una nazione, come fate a
starvene sul ponte Tenshin a guardare le scimmie che
fanno le piroette?’ ‘Dimmi dove sono adesso!’ gli disse
Etchu per la terza volta. Dopo essersi sforzato a lungo, il
mago non riuscì a trovare il maestro. Etchu gli gridò:
‘Povero disgraziato, dov’è finita la tua abilità nel leggere la
mente?’. Daiji non rispose. Allora Etchu disse
all’imperatore: ‘Vostra maestà, non lasciatevi imbrogliare
dagli stranieri’”. Ejo chiuse il libro e mi gridò: “Adesso
rispondi tu! Dov’era andato il maestro?”.
I vapori dell’alcol svanirono. Sentii un’ondata di freddo
percorrermi tutto. Ejo mi aveva colto di sorpresa.
Un’infinità di spiegazioni mi si affastellavano nel cervello.
Fingendomi ancora più sbronzo, cominciai a parlare in
modo sconnesso, e a mano a mano che ascoltavo le mie
parole scoprivo che era quello che pensavo davvero.
“Vedo un palazzo monumentale, fini abiti di seta,
intendenti, concubine, sacerdoti, banchetti carichi di
cibarie squisite, guerrieri implacabili, musicisti sublimi, e
sopra questo mondo eterogeneo la figura imponente
dell’imperatore, uno statista geniale, il più potente fra gli
uomini. Ma il grande governante, in grado di fare e disfare
quel mondo, si comporta come un bambino davanti al suo
maestro. Che cosa può insegnare un saggio a chi possiede
tutto? Forse potrebbe insegnargli a morire... Dall’Ovest,
regione misteriosa dove il sole va a nascondersi, arriva un
mago che a giudicare dalle vesti potrebbe definirsi sacro,
ed è talmente famoso da essere accolto dall’imperatore.
Che cosa vuole? Di sicuro, grazie alla sua facoltà di leggere
nella mente, vuole affascinare l’imperatore e diventare il
consigliere della nazione, spodestando il vecchio istruttore.
Il governante, con l’astuzia che gli ha consentito di arrivare
al potere, si accorge dell’audace proposito del mago. Il
fatto che questo mago sappia leggere i pensieri altrui non
ne rivela le qualità morali. Allora l’imperatore decide di
metterlo alla prova affidando l’incarico a Etchu, la sua
guida spirituale. Prima sconfitta per il mago: gli viene
negato il contatto diretto con la preda imperiale. Viene
messo davanti allo spirito più evoluto del paese. Quando il
vecchio saggio si presenta davanti a lui, il mago s’inchina,
un gesto reverenziale che potrebbe essere sincero, ma
contemporaneamente fa un passo a destra rivelando così la
propria ipocrisia, perché rifugge dall’incontro frontale.
Etchu, come qualsiasi maestro zen, ha meditato per tutta la
vita, ha limitato i suoi bisogni, ha sedato le passioni, ha il
cuore pieno di pace, ha smesso di immedesimarsi con i suoi
pensieri, sa che le parole non sono quello che designano,
non ha una mente personale, in lui si manifesta lo spirito
universale, pur non possedendo nulla, sa essere
responsabile e quindi, attraverso l’imperatore, sa di essere
al servizio della nazione, e attraverso la nazione, sa di
essere al servizio dell’umanità intera. Il suo lavoro
terminerà soltanto quando tutti gli esseri viventi avranno
raggiunto la suprema Coscienza. Per smascherare il mago
che si crede furbo, e invece è soltanto capace di cogliere
qualche immagine illusoria credendola vera, crea un fiume
su cui si svolge una gara di barche. Così come il formaggio
attira i topi, le competizioni, sportive o guerresche, attirano
gli umani che non si sono liberati dal proprio egoismo.
Daiji, captando che Etchu abbandona gli interessi del paese
per andare a fare scommesse lontano dalla corte, lo accusa
di essere un cattivo istruttore, per screditarlo davanti
all’imperatore e prendere il suo posto. In fondo il maestro è
rimasto come sempre dove sta, la sua mente non è un
oggetto che va e viene, ed è lo spirito dell’indovino a essere
stato mandato sulle rive del fiume Ovest. Poi crea
un’immagine di se stesso che guarda alcune scimmie. Le
giravolte delle scimmie assomigliano ai gesti umani. L’uomo
ignorante è un imitatore: continuamente, come un uccello
rapace, spia le idee degli altri per appropriarsene senza
averle vissute. Il saggio colloca uno specchio davanti allo
spirito imitatore del mago. ‘Com’è possibile che una
persona che riveste un incarico tanto importante sia andata
a vedere le piroette delle scimmie!’ esclama Daiji senza
accorgersi che Etchu in quel preciso istante è davanti a lui
e sta guardando le piroette scimmiesche del suo spirito
‘onnisciente’... Senza rendersene conto, con questa
seconda prova il mago si sente sicuro di avere vinto. È
convinto che dovunque vada il vecchio, lui saprà trovarlo.
La vanità gli fa credere di possedere già la volontà
dell’imperatore... Allora Etchu smette di scherzare.
Cancella dalla mente qualsiasi parola, immagine,
sentimento, desiderio, qualsiasi bisogno. Non va da
nessuna parte, lui è il tutto e nulla gli appartiene, è qui, è
là, è in ogni posto contemporaneamente, l’ego si sfuma, lo
specchio svanisce... Il mago, perplesso, in quella mente non
trova nulla che lo rifletta, le sue elucubrazioni si perdono in
un abisso. Non può leggere in uno spirito individuale che
non esiste...
“È un tranello, Ejo! Se mi domandi dov’è andato il
maestro, sottovaluti la mia capacità di comprensione. Non
andiamo da nessuna parte, siamo l’immagine di noi stessi
costruita dai nostri sensi. Non c’è un attore che si muova in
relazione con uno spettatore. L’unità esclude qualsiasi
dualismo, qualsiasi spostamento.”
Ejo picchiò il ventaglio chiuso sul palmo della mano
sinistra.
“Bravo! Sembri un gigantesco schiacciasassi che
demolisce tutto. Ma che cosa mi dici adesso...?”
E mentre parlava, mi afferrò il naso per storcerlo. Lanciai
un grido di dolore e lo spinsi via, offeso. Lui mi disse in
tono burlone:
“Se non c’è l’esistenza individuale, chi ha gridato? Chi mi
ha spinto via?”. Senza lasciarmi il tempo di rispondere
(sapeva che non avevo ancora raggiunto il livello adeguato
per trovare la risposta), proseguì: “All’inizio, spiegando la
situazione fin nei minimi dettagli, ti sei messo nella
posizione di maestro e mi hai parlato come se io fossi un
allievo. Bell’esempio di vanità. Poi sei caduto nel tranello di
idealizzare l’istruttore, e descrivendolo come un essere
perfetto hai sminuito le capacità del mago. Nel nostro libro,
quando chiedono al discepolo: ‘Dov’è andato il maestro’, lui
esclama in tono d’insulto: ‘Che spregevole incapace!’.
Segue un commento che potrebbe lasciarti perplesso:
‘Poiché Etchu viene trovato fuori da Daiji per due volte,
l’odio lo corrode in tutto il suo essere’. Nella tua versione
hai commesso l’errore di presumere che il mago sia riuscito
a leggere soltanto i pensieri evocati dal maestro per
metterlo alla prova. Ma il commento suggerisce che Etchu
abbia agito le prime due volte imbevuto del ruolo di
docente dell’imperatore. Era stato l’istruttore della nazione
a mettere alla prova Daiji, vale a dire, Etchu non aveva
avuto un comportamento degno di lui. Quando la prima
volta si vede colto in flagrante, la sua dignità riceve un
duro colpo, e lui si offende. La seconda volta pone la
domanda con lo spirito annebbiato dall’ira. Per cui Daiji
riesce di nuovo a leggergli nella mente. Soltanto la terza
volta Etchu, rendendosi conto dell’errore, abbandona il
concetto ufficiale su se stesso, si libera dal desiderio di
soddisfare l’imperatore, vale a dire abbandona gli sfarzi
cortigiani per essere semplicemente Etchu. Entra nello
stato di non-mente. Il che non significa sparire del tutto,
bensì separarsi dal passato e dal futuro per essere soltanto
la mente del momento... Se fa caldo, caldo. Se fa freddo,
freddo. La mente non crea un problema fuori dalla
situazione. Risponde alla situazione in modo immediato. Il
che non esclude la sensazione fastidiosa di caldo o freddo,
semplicemente lo spirito non sta a rimuginare su quelle
sensazioni quando lo stimolo si è esaurito, capisci? Su,
stringimi il naso!”.
Con grande difficoltà, perché la sua appendice nasale era
molto piccola, gli presi il naso e glielo girai. Ejo emise un
grugnito di dolore. Fece un salto all’indietro. Poi sorrise
senza nessun rancore.
“Quando mi fa male, il dolore occupa la mia mente.
Quando non mi fa più male, nessun dolore occupa la mia
mente. Etchu si fa insultare perché insulta il mago.
Dandogli del ‘povero disgraziato’, gli nega il potere di
leggere il pensiero. Invece di accettare la propria
illimitatezza, ritorna di nuovo alla condizione di istruttore
imperiale. L’odio lo invade. Che spregevole incapace!
Dobbiamo essere grati a chi ci mette in una situazione
compromettente rivelando così le nostre debolezze, perché
ci dà l’opportunità di avvicinarci a quello che siamo
realmente... Insomma, dimmi, veloce, qual è la debolezza
principale?”
La domanda di Ejo era sconcertante – come tutte le sue
domande rivolte a bruciapelo, simili a sferzate – proprio nel
momento in cui la mia mente, invischiata in altri problemi,
non se le aspettava. Ebbi la sensazione di precipitare da
una vetta onirica alla banalità della realtà... Le debolezze si
presentarono al mio intelletto a vari livelli: morali, fisiche,
sessuali, emozionali... Una valanga di macigni mi si
rovesciò addosso, mi sentivo debole nella mia stessa
essenza. Di fronte alla morte ineluttabile, chi poteva
vantarsi di essere forte? Risposi con un filo di voce:
“La mia più grande debolezza è essere nato”.
Non potrò mai descrivere l’occhiata con cui Ejo mi
fulminò. Durò un millesimo di secondo, ma mi incenerì. Mi
rese consapevole della mia profonda ignoranza. Invece di
essergli grato per la rivelazione, mi lasciai travolgere
dall’ira, come Etchu. Mi venne voglia di gonfiare di pugni
quei suoi occhi da cobra, volevo farlo nero.
Senza scomporsi, con la dolcezza con cui si parla a un
bambino piccolo, Ejo mi sussurrò:
“Che spregevole incapace!”.
In quel momento, di colpo, mi parve di comprendere il
koan. Sentii sulla mia pelle quello che aveva provato Etchu.
Dominai la mia ira. Unii i palmi delle mani e chinai la testa.
“Grazie, sensei.”
“Niente riverenze, non siamo ancora andati abbastanza a
fondo! Eccoti un koan capace di scaraventarti in un vero
abisso. Ascolta: ‘Perché nel tempio di Kyoto c’è un gatto
che rappresenta il Buddha mentre entra nel Nirvana?’.”
Risposi con una serie di domande:
“Il gatto abita nel Nirvana? Appartiene al Buddha e sta
con lui?È arrivato lì per conto suo e si è imbattuto
nell’Illuminato? È una risposta al koan di Joshu: ‘Sì, il gatto
ha la natura del Buddha!’? O è soltanto un simbolo? Questi
felini vedono al buio, sono predatori notturni. Il Buddha ha
visto nella notte oscura dell’anima, ha sviscerato tutti i
misteri... Ma se viene raffigurato mentre sta entrando nel
Nirvana, vuol dire che non è ancora lì. Forse il gatto
simboleggia la natura animale di cui il Buddha non si è
ancora liberato. Quando il gatto sparirà, Buddha occuperà
per sempre il centro del Nirvana. Oppure, al contrario, il
vero Buddha è il gatto, natura animale, e il Buddha uno dei
suoi sogni. Forse vorrà dire che non esiste un Buddha
spirituale; e a illuminarsi è il nostro corpo quando ci
riconosciamo come semplici animali?”.
Ejo respirò come gli mancasse l’aria e cominciò a
sventagliarsi rapidamente.
“Che diluvio di parole! Nella tua bocca è il sakè a
delirare. Lasciati imbavagliare dal silenzio e ascolta la
risposta del buon discepolo al maestro, nel libro segreto: ‘E
perché non c’è un topo? E perché non hai una moglie?’. Lui
non cade nel tranello. Invece tu vivi annegato nelle tue
elucubrazioni. E perché non c’è un topo o un monaco con la
faccia da gru o un cavallo bianco divorato dalle monache o
un cuore con otto gambe di fuoco o una montagna di
escrementi che partorisce farfalle? E perché non hai una
moglie, non hai un ragno di mille chili, non hai una madre
che vola controvento? Nel quadro c’è un gatto
semplicemente perché il pittore ha dipinto un gatto! Quanti
gatti, Buddha e Nirvana ti porti dietro nella tua mente?”
Avevo la gola secca. Sentivo che non avrei mai più potuto
pronunciare una parola senza provare ribrezzo. Afferrai un
cuscino nero, salii le scale e mi sedetti al centro del
terrazzo, con le gambe incrociate e le mani aperte, i palmi
rivolti al cielo, per veder nascere l’alba. Volevo che il nuovo
chiarore spazzasse via tutto quello che la mia memoria si
portava dietro. L’illusoria Tocopilla... costruita sulla roccia,
soffocata dal sole, trafitta dalla sete, compressa tra la
cordigliera e il mare, con la sua biblioteca municipale,
quaranta metri quadrati, pareti rivestite di libri, lo spazio in
cui avevo trascorso la mia infanzia senza amici, senza
l’affetto dei miei genitori, leggendo qualsiasi cosa per
riempire la solitudine, primo Nirvana che mi avrebbe
perseguitato tutta la vita. Sono andato in giro, un po’ qua e
un po’ là, Santiago del Cile, Parigi, Città del Messico,
portandomi appresso tonnellate di scatoloni pieni di libri,
per ricreare quel nostalgico spazio infantile... L’interno dei
teatri, un altro Nirvana. Il palcoscenico e le poltrone vuote,
la luce di emergenza che emette un flebile chiarore, il
silenzio grave, come usurpato da un tempio, la totale
rottura con le pene del mondo. Territorio personale,
palazzo privato, un Nirvana che nel momento degli
spettacoli si popolava di gatti e gatte. Attrici capricciose,
attori egocentrici, critici invidiosi, rappresentanti del
governo ladri, funzionari corrotti... Io li attiravo, li cercavo,
li provocavo, li coinvolgevo nella mia vita perché volevo
diventare un artista celebre, e poi un saggio incensato e
affascinante. Ombra che insegue l’ombra, ansia di
arrampicarmi fino a raggiungere i vertici della politica per
farmi applaudire, per essere guardato senza batter ciglio,
per ricevere premi, perché il maestro mi dichiarasse
“rôshi”, perché Dio penetrasse attraverso il mio ombelico
per inseminarmi così da poter partorire uno spirito
perfetto... Finora sono stato soltanto questo: un pittore di
Buddha e gatti che continua a entrare in un irraggiungibile
Nirvana senza mai raggiungerne il centro!
Avrei voluto piangere, vomitare, non ci riuscii. Le mie
gambe erano invase da un esercito di formiche. Il cielo era
rosso. Gli occhi, gonfi di sonno, mi pizzicavano. Mi sentivo
vuoto, ma non pulito. Ero stato spettatore e attore insieme,
entrambi malati. Il koan si era portato via come un uragano
i nuvoloni neri che impedivano allo spettatore di sapersi
illimitato e impersonale. Eppure l’attore era ancora lo
stesso. Scoprirmi ignorante, vanitoso, per non parlare di
tutte le altre meschinità, mi faceva soffrire. Nel petto mi
sentivo un vuoto insopportabile. Non ero mai stato capace
di amare perché non sapevo amarmi.
Senza rendermene conto, forse per la stanchezza dovuta
alla mancanza di sonno, il mio corpo ritornò nello zendô. Mi
ritrovai davanti Takata, seduto sulla sua piattaforma, stava
meditando. Mi permisi di interromperlo.
“Ejo, me ne vado per sempre. Sono uno schifo. Non
merito la tua amicizia...”
Il giapponese, come se avesse sentito la mia tristezza nel
suo cuore, si posò le mani sul petto e mi propose un nuovo
koan:
“Quando il maestro Kyo-o abbandonò il suo monastero
sulla montagna, gli venne dato un fuoco, come regalo per la
sua partenza. Come ha fatto a portarlo via?”.
Senza rispondere, uscii dalla saletta di meditazione e,
seduto davanti alla porta d’ingresso cominciai a infilarmi le
scarpe. A che cosa mi serviva rispondere? Qualunque cosa
avessi detto, il maestro si sarebbe burlato di me. Se l’unica
risposta possibile a un koan non si dà con le parole ma
vivendo pienamente il presente, perché allora dovevo
prendermi la briga di risolvere domande assurde? Mi
sentivo frustrato. Non potevo impedirmi di pensare che il
fuoco offerto a Kyo-o fosse l’illuminazione spirituale, che lui
accettava realizzandola. Non se ne andava dal monastero
con un atteggiamento di rifiuto; al contrario, lo lasciava
così come una farfalla abbandona il bozzolo ormai
inutilizzabile dove, quando era bruco, aveva realizzato la
metamorfosi. Kyo-o era un vincente. Io, un perdente. Che
cos’è l’illuminazione? Uno ha la possibilità di trovare ciò
che conosce, ma come si fa a trovare ciò che si ignora
completamente? In realtà, avevo creduto di poter ottenere
qualcosa di intangibile immaginandolo come un oggetto, un
regalo meraviglioso, un fuoco che mi avrebbe riempito la
mente consumando tutto, i miei concetti, l’immagine di me
stesso, la mia realtà fondata sui miraggi. Ma Ejo Takata, a
parte le sue bastonate e i sarcasmi, non mi aveva dato
niente. “Non sono niente, non so niente, non posso niente.”
Scoppiai in un pianto convulso. Ejo Takata mi accarezzò la
testa.
“Lo sai che cosa ha fatto Kyo-o quando gli hanno regalato
un fuoco, come dono d’addio? Ha aperto una manica del
suo kimono dicendo: ‘Per favore, mettetelo qui’. A volte
dare è saper ricevere. A volte offrire non è dare. E chi ti
potrà mai dare quello che già possiedi? Forse
l’illuminazione è una moneta che passa di mano in mano?
Come si fa a offrire un fuoco senza la legna per
alimentarlo? La vita è l’olio che impregna la fiaccola, e la
fiaccola sei tu, sei tu quello che arde. Quando ti sarai
consumato – non più legno né fiamme – ritornerai cenere,
polvere che il vento porterà in giro. E le tue ceneri saranno
uguali alle mie o a quelle di Kyo-o o a quelle del Buddha...
Hai cercato di possedere qualcosa con tutte le tue forze.
L’hai mai accettato?”
“In realtà la mia testa è piena e il mio cuore è vuoto. Ho
perduto la capacità di ricevere senza frapporre ostacoli,
privandomi di quel fuoco che è stato guastato dalla parola
‘illuminazione’. Desidero cambiare, ma non mi domando
perché voglio cambiare, né a che cosa aspiro. Mi sforzo di
eliminare i sintomi, non la causa della sofferenza. Nella
gamma dei dolori, scelgo il minore. Non immagino di
sentirmi bene, aspiro soltanto a non stare troppo male... E
la gioia di vivere, allora? Ogni giorno che nasce sarà di
nuovo una festa? Risolverò il koan principale, accettare di
morire? Potrò dire come il vecchio mendicante: ‘Sono molto
più di Dio perché non sono niente?’. Sinceramente, credo di
no.”
Mormorai un triste ringraziamento, “Arigato!” e
abbandonai lo zendô, convinto che non sarei più ritornato.
Mentre camminavo verso casa mia, lungo l’interminabile
avenida Insurgentes, un ragazzo bruno, effeminato, non
avrà avuto più di quindici anni, con addosso una canotta e
un paio di pantaloni aderenti, mi si avvicinò sfoggiando un
sorriso equivoco: “Se mi dai venti dollari sarò tuo”. La
rabbia repressa che avevo accumulato nei miei fallimenti
con lo zen mi pervase come una mareggiata. Gli sferrai un
pugno nel petto. Il povero ragazzo cadde seduto per terra.
Quando si risollevò, lo inseguii per tutto l’isolato
prendendolo a calci nel sedere. Poi, ancora infuriato,
proseguii per la mia strada parlando da solo: “Anch’io mi
merito di essere preso a calci nel culo! Sono un
marchettaro spirituale in attesa che Buddha venga a
possedermi, pagandomi con un’illuminazione! Basta!
Meditare immobile come un cadavere non mi serve a
niente! Devo essere sincero con me stesso: devo confessare
quello che cerco realmente!”.

Quello stesso giorno i fratelli Gurza, proprietari di


numerosi animali che affittavano agli studi cinematografici
Churubusco, avvolti come al solito da una nuvola di fumo di
marijuana mi informarono: “La Tigressa ti ha visto in
fotografia su una rivista. Dice che le piaci. Vuole
conoscerti”. Ero terrorizzato: Irma Serrano era una famosa
cantante di rancheras, e aveva una bellezza strana,
conseguita grazie a numerosi interventi chirurgici, era
milionaria e, secondo le chiacchiere, amante del presidente
della Repubblica. Si diceva che l’uomo avesse un occhio
rovinato perché lei, in una crisi di gelosia, gli aveva
spaccato una sedia sulla faccia. Nonostante la paura, decisi
di andarla a trovare la sera stessa, nel suo teatro. “Magari
la Tigressa è quello che sto cercando: una femmina feroce
che mi aiuti a mettere le radici in questo Messico così
affascinante!”
5. Le zampate della Tigressa

“La sua voce era stridula e


aspra. Sembrava il rumore che fa il
coperchio di una bara mal
costruita.”

SILVER KANE,
La hija del espectro

Dietro i fatiscenti edifici della Posta centrale, in mezzo a


osterie, sale da biliardo, immensi negozi di frutta e verdura
e orrendi palazzoni, come un fiore assurdo apriva le sue
porte il teatro Frufrú. In fondo a un lungo corridoio con le
pareti tappezzate di foto della Tigressa, si ergeva un
feretro con l’inferriata: il botteghino. Lì dentro Gloria,
cugina della star, contava il denaro dello spettacolo già
cominciato. Con mia grande sorpresa, perché non eravamo
mai stati presentati, uscì dal suo recinto e mi abbracciò con
entusiasmo.
“Ho saputo che cosa è successo al tuo film durante il
Festival di Acapulco. Il pubblico voleva linciarti. Bravo! La
mia capa sarà felice di vederti, le piacciono tanto gli
scandali!”
Mi accompagnò all’interno del teatro. Mi mostrò con
orgoglio il grande salone-bar, arredato in “stile francese”,
dove dominavano due colori: bordeaux e oro. Puttini, motivi
floreali, poltrone Luigi XV, palme nane, tendaggi di raso,
locandine frivole, e in quel guazzabuglio una statua di un
metro e ottanta di altezza che rappresentava la Tigressa,
nuda. Il busto sottile, le braccia filiformi e i fianchi formosi
sopra due gambe colossali. Tanto cattivo gusto mi parve
comico, ma la risata mi si spense in gola quando Gloria,
indicando il pavimento disse:
“Qui sotto sono stati seppelliti tre montoni che la mia
capa ha sgozzato durante una cerimonia in onore di Satana,
per ottenere la prosperità. Da allora ogni suo spettacolo ha
registrato il tutto esaurito”.
Poi mi fece entrare in sala e mi offrì una sedia, le
poltrone erano tutte occupate da un pubblico
estremamente popolare, per la maggior parte uomini. Un
odore di ascelle sudate e incenso da chiesa aleggiava
nell’aria.
“È l’ultimo atto di Nana. Una prostituta che si fa
mantenere da conti e banchieri, vivendo come una donna
ricca, alla fine viene abbandonata da tutti perché si ammala
di vaiolo... Al termine dello spettacolo ti accompagno nel
suo camerino.”
Nana, in una stanzetta misera, distesa sui sacchi di
patate riempiti di cotone, con un velo scuro che le
nascondeva il volto purulento, intonava una canzone di
addio alla vita quando un grassone ubriaco, seduto in prima
fila, cominciò a chiederle di spogliarsi gridando: “Nuda!
Nuda!”. Sprofondai nella sedia. Quella gentaglia andava lì
per eccitarsi (nei teatri della rivista le coriste erano solite
chiamare uno spettatore, “se sei un vero uomo...”, per farsi
possedere da lui sul palcoscenico), e non per stare a sentire
i canti di donne agonizzanti ricoperte dalla testa ai piedi...
La Tigressa gli lanciò un’occhiata furiosa ma continuò a
cantare imperturbabile. I “Nuda!” aumentarono d’intensità
dividendosi in “Tette!” e “Culo!”. La moribonda saltò giù
dal suo giaciglio e abbandonò il palcoscenico. Fece ritorno
poco dopo brandendo una pistola di grosso calibro e
appoggiò la canna alla tempia del grassone.
“Senta un po’, gran figlio di puttana: io non vengo a darle
fastidio mentre lavora! E allora lei non venga a rompere le
palle a noi artisti! Se non chiude il becco, se ne andrà
all’inferno con un buco in fronte, ha capito?”
L’ubriacone, con il ventre appoggiato contro il bordo del
palcoscenico, le rispose con voce infantile baciandole i
piedi: “Sì, mammina”. Un’ovazione acclamò la Tigressa.
Lei, senza mollare la pistola, si sdraiò sui sacchi di patate e
finì la sua canzone. Un silenzio religioso l’accompagnò fino
al sipario, rosso e dorato come tutto il resto. L’applaudirono
affascinati con entusiasmo, con desiderio, con paura. Il
ciccione era quello che applaudiva più forte.
Gloria venne a prendermi e mi disse di aspettare in un
angolo del palcoscenico.
“La mia capa si sta rinfrescando. Poi firmerà gli autografi
e subito dopo potrà riceverti: vuole vederti da sola. Nel
frattempo, Chucho si occuperà di te.”
Chucho aveva lunghe ciglia finte, le labbra dipinte di un
rosso vivo e il polso del braccio destro ingessato. Non
sapendo come reagire di fronte alle sue occhiatine
equivoche, per spezzare il silenzio gli chiesi come mai
avesse il braccio ingessato.
“Oh, nel balletto in cui la Tigressa canta e danza
palpeggiata dai suoi ammiratori, le ho stretto troppo una
gamba. Lei si è infuriata e con una sola mossa, lì di fronte
al pubblico, mi ha spezzato il polso. Sono svenuto. E anche
se può sembrare incredibile, mi ha afferrato per i capelli e
mi ha trascinato di peso fuori dal palcoscenico.”
Avevo la bocca secca. L’ansia acuiva i miei sensi. Notai
che gli attrezzisti, vedendomi insieme a Chucho, facevano
commenti osceni circa la mia virilità. Offeso, mi incamminai
verso la tana della diva e bussai deciso alla porta. Una voce
rauca e burlona mi invitò: “Entra, se hai il coraggio”.
Era come entrare nella gabbia di una belva. Una donna
così, bastava guardarla un attimo per non dimenticarla mai
più. Lo sguardo crudele dei suoi occhi grandi era privo di
pietà. Una folta chioma nera le incorniciava il volto da
ragazza di paese, che abili interventi chirurgici avevano
trasformato in quello di una principessa azteca. Si era
addirittura fatta limare i denti: così, senza angoli retti,
sembravano tante minuscole lame. Due seni gonfi di
silicone torturavano una vestaglia semitrasparente. Le
gambe, molto più voluminose del normale, riposavano
sopra il tavolino da toeletta. Buttata all’indietro contro la
spalliera di una poltroncina di vimini, mi guardava riflesso
nello specchio. Sulla fronte, tra le sopracciglia, un po’
spostato sulla destra sfoggiava un neo disegnato alla bell’e
meglio. Pensai che la mancanza di precisione fosse dovuta
alle lunghe unghie di plastica. La sua età? Impossibile
calcolarla. Gli interventi di chirurgia plastica l’avevano
congelata sulla trentina, ma poteva avere benissimo
quarant’anni. E che dire della voce? Ogni sua parola
naufragava in un grugnito sordo. In qualunque momento le
sue frasi potevano trasformarsi in pugnalate. Tentai di
vincere la timidezza.
“Avevo tanta voglia di conoscerla, signora. Mi congratulo
per il suo spettacolo.”
“Se vuoi avere a che fare con me, non mentire mai,
stronzo! Quando recito vedo il pubblico. Mentre io
piangevo, tu trattenevi le risate. Certo, questo non è il tuo
cinema d’avanguardia... Comunque anch’io volevo
conoscerti.”
Contrasse le gambe e posò i piedi sul pavimento. Le
scarpe con i tacchi a spillo emisero una sorta di gemito.
“Mi stanco a stare in piedi. Le protesi riempitive che ho
nei polpacci pesano due chili. Ma la plebe impazzisce
quando glieli mostro.”
Tirò fuori dal guardaroba pieno di vestiti luccicanti di
lustrini una bottiglia di mezcal, sulla cui etichetta c’era un
corvo appollaiato sopra un teschio.
Irma Serrano (La Tigressa) con Salgari (uno dei suoi animali da
compagnia)
“Vediamo se sei un vero uomo...”
Tirò fuori due bicchieri dozzinali e li riempì con
quell’alcol corrosivo.
“Tutto in una volta!”
Accettai la sfida e trangugiai quella dose abbondante. Lei
fece lo stesso. Riempì di nuovo i bicchieri, diede di nuovo
l’ordine.
“Tutto in una volta!” – e di nuovo ingurgitammo il mezcal.
“Non tirarti indietro, resisti!”
“Certo che resisto, signora, e molto più di lei!”
Al settimo bicchiere, la bottiglia vuota era circondata da
un alone verdastro...
“Sta chiamando sua sorella,” disse la Tigressa e le posò
accanto un’altra bottiglia, piena.
Anche se mi girava la testa, continuai a bere tenendomi
alla sedia. Lei cominciò a sproloquiare, passando con
difficoltà da una frase all’altra.
“Sono quello che voglio, questa è la mia Legge. Quando
sono arrivata in questa città dal mio paese, mi sentivo
indifesa di fronte agli uomini. Per fortuna, Diego Rivera mi
ha fatto posare per i suoi murales: un pomeriggio arrivò
dalle montagne un indio che il pittore conosceva molto
bene. ‘Padrone, le porto un bel pezzo di carne umana. Le
assicuro che il cristiano era in buona salute. L’ho ucciso con
le mie mani.’ Diego sollevò il pezzo di carne sanguinolenta,
la fece a tocchetti e dopo averla condita con cipolla tritata,
coriandolo e peperoncini verdi, riempì dei tacos e li
mangiammo insieme. Masticando quella squisitezza, si
risvegliò in me la belva addormentata. Potevo mangiarmi
gli uomini... farli cadere in ginocchio davanti a me...
Dovevo soltanto trasformare il mio corpo perché potesse
incarnare i sogni di quei deficienti... Seni grandi? E seni
grandi avranno. Natiche enormi? Le ho aumentate facendo
trecento iniezioni di gel... A poco a poco, grazie al successo
delle mie canzoni, mi sono pagata gli zigomi, la fossetta sul
mento, le labbra, le palpebre, i trapianti di capelli, il vitino
da vespa... Cazzo, ci vuole tanto coraggio a dipingere un
quadro quanto a costruirsi un corpo! Sono figlia della mia
volontà. Sul mio aspetto fisico non comanda più neanche
Dio... Comunque, Dio l’ho mandato affanculo e mi sono
tenuta il Diavolo... Mi è molto più utile. Ti compra l’anima,
che non vale niente, e ti dà il potere, che in questo mondo è
tutto... Che cosa dici? Bah, qualunque cosa tu dica, stai
rischiando la pelle... Ho un padrone molto geloso...”
Nelle nebbie dell’alcol, lottando contro la mia lingua
gonfia e il desiderio di possedere quella donna altezzosa,
cominciai a recitare un koan:
“Qual è la rotta?”.
La Tigressa, veloce, m’interruppe:
“Non sono una barca per saperlo. E tu lo sai?”.
La sua domanda, buttata lì con disprezzo, mi rese
consapevole della mia confusione mentale. Il corvo e il
teschio, la vita e la morte, il bene e il male, la verità e la
menzogna, come si fa a scegliere? Nel desiderio di
conquistare la Coscienza a tutti i costi, avevo perduto la
strada... Cominciai a piagnucolare, balbettando la risposta
del maestro Haryo:
“Per essere un occhio aperto sono caduto nel pozzo”.
La Tigressa scoppiò in una risata. Si appoggiò così forte
contro la spalliera della sedia che cadde all’indietro.
Sdraiata sulla schiena, con le gambe spalancate,
mostrandomi l’oscura bocca che tutti i messicani
desideravano vedere, mi disse:
“Be’, allora apri bene gli occhi, lascia perdere la tua
maledetta rotta e buttati nel mio pozzo. Ma ti avverto: è
senza fondo”.
La mia ragione si dissolse di colpo. Senza pensare alle
conseguenze, mi buttai sulla fiera, la sollevai con grande
fatica – pesava come un macigno – e così, seminuda, me la
caricai sulle spalle. Rideva come una bambina. Barcollando
uscii con lei dal camerino. Continuando a ridere, davanti
allo sguardo attonito di attrezzisti, ballerini e donne
seminude, attraversammo il teatro per uscire in strada.
Gloria ci rincorse:
“Attento, ragazzo, mettila subito in macchina, guai se il
Califa se ne accorge, vi farebbe a pezzi!”.
Una lunga limousine argentata, con l’autista vestito da
cow-boy messicano, si fermò davanti a noi. Scaricai
all’interno la mia dama e mi sedetti al suo fianco.
Cominciammo ad accarezzarci brutalmente, da ubriachi.
Una lampadina ci illuminava, lugubre, e lei gridò
all’autista:
“Spegnila, frocio!”.
“Non posso, capa. Mi è stato ordinato di tenerla sempre
accesa...”
“A me non mi controlla nessuno!”
E con un pugno mandò in frantumi la lampadina. Poi,
sfregando le nocche sul rivestimento dei sedili per ripulirle
dal sangue, sbraitò:
“Abbassa quel fottutissimo specchietto! Se ci spii, ti cavo
gli occhi!”.
L’autista, servile, abbassò lo specchietto centrale e usò i
laterali esterni per guidare. Ormai senza testimoni,
cercammo di fare l’amore nella penombra, ma ci
addormentammo.
Quando mi svegliai, avevo perso la nozione del tempo. La
Tigressa russava con la testa sulle mie ginocchia. L’auto
attraversava le vie solitarie di un quartiere di gente ricca,
dove non si vedevano le facciate delle case ma alti muri di
recinzione che le celavano alla vista. Ci fermammo di fronte
a un grande edificio di cemento che imitava un castello
medievale. Il portone principale cominciò ad abbassarsi
come un ponte levatoio. La Tigressa si svegliò di colpo. Mi
guardò stupita. Credevo che mi avrebbe morso. Sorrise. Poi
guardò fuori con circospezione.
“Cammina rannicchiato, copriti la faccia ed entra in
fretta. Non vorrei mai che qualcuno ti fotografasse. Nella
casa di fronte il Califa ha sistemato le spie.”
Obbedii. Entrai nell’antro. Mi ritrovai davanti a un
diavolo enorme, con le ali spiegate e un lungo fallo, ai cui
piedi c’erano offerte floreali, frutti di marzapane e
bastoncini d’incenso. Come al Fru-frù, tutto era rosso e oro.
La Tigressa aspettò che una vecchietta vestita da india
huichol facesse girare la manovella che sollevava il
portone. Poi mi prese per mano.
“L’autista dormirà nella limousine. Quando te ne vai,
sveglialo e fatti portare a una fermata di taxi, non deve
assolutamente accompagnarti fino a casa. Temo che anche
lui sia una spia. Se conoscono il tuo indirizzo, potrebbero
mandarti gli uomini della scorta per castrarti. Vieni!”
Mi accompagnò in giro per il suo castello. La sala da
pranzo era interamente occupata da un enorme tavolo
cinese e dodici sedie decorate con monaci e draghi. Nel
bar-salotto vidi uno splendido giradischi degli anni
cinquanta e paraventi ornati con fotografie dei presidenti
della Repubblica, tra cui spiccava Gustavo Díaz Ordaz, con
la sua enorme bocca e gli occhietti fanatici, da iguana.
Attraversammo un giardino pieno di cactus. Arrivammo
davanti alla porta della camera da letto. Sdraiata sulla
soglia riposava una tigre! La sorpresa mi fece
indietreggiare. Lei scoppiò in una risata crudele.
“Chi non risica non rosica. Accarezzale il dorso. Se
grugnisce, è segno che ti ha accettato e puoi entrare. Ma se
non le piaci... io non ne rispondo.”
Anche se l’animale non era grande, mi si rizzarono i
capelli e un brivido mi scosse tutto. Eppure, per orgoglio,
allungai una mano e cominciai a carezzare il dorso della
bestia. Che, poco dopo, non solo grugnì, ma rigirandosi
sulla schiena con una mossa sensuale, mi offrì il ventre. La
Tigressa disse in tono di scherno:
“È un ocelot inoffensivo. Gli fatto strappare le zanne e gli
artigli”.
E mi spinse in camera da letto.
Il letto era rotondo, con le lenzuola di seta color sangue.
Come testiera aveva una conchiglia, anch’essa dorata tanto
per cambiare, alta tre metri e larga due. Da una parte
pendeva una cartucciera con una grossa pistola.
“Bene, la visita turistica è finita, ora spogliati...”
Dopo avere acceso una candela violacea, spense tutte le
luci. Mi ritrovai disteso su quel cerchio di seta accanto alla
Tigressa nuda, immobile, come morta. Cercai di eccitarla
percorrendo con le mie mani umide il suo corpo liscio e
gelido. Non mi sembrava di toccare carne. I suoi seni, le
gambe, i glutei erano duri, come di marmo. Tanta passività
disintegrò le mie illusioni erotiche. In pochi secondi, il mio
fallo diventò pene. Vedendo il mio insuccesso, mi apostrofò
senz’ombra di pietà:
“Devi fare tutto tu, io non devo fare niente”.
“Ma... così non si può. Tra il mezcal, la stanchezza, il
pericolo, se tu non collabori diventa difficile...”
“Taci, non voglio sentire scuse! Se non ti si rizza,
chiamerò i giornalisti e tutto il Messico saprà che sei
impotente!”
La minaccia era seria. Lei era in ottimi rapporti con la
stampa scandalistica. Se non riuscivo a tirare su la testa,
mi sarei ritrovato in articoli di otto colonne...
Mi concentrai al massimo. Andai a rovistare nel museo
dei miei sogni pornografici, aprii le porte a tutto quello che
avevo di animalesco, e dopo un breve ma angosciante lasso
di tempo, conquistai l’erezione. Nel timore che fosse
effimera, mi arrampicai su quella statua di ghiaccio e
aiutandomi con la saliva cominciai a penetrare nella sua
vagina indifferente. Lei mi fermò.
“Calma, artista. Mi hai dimostrato che puoi farlo, e quel
che è più importante lo hai dimostrato a te stesso. Questo
mi basta. Non ho bisogno del tuo sperma. Preferisco se mi
dai il tuo talento. Ora abbiamo firmato un contratto.
Lavoreremo insieme, ho un grande progetto per noi due.
Ma adesso lasciami dormire e vattene più in fretta che
puoi. In qualunque momento, a qualunque ora potrebbe
arrivare il Califa. E lui, quello che è suo... Passa dal teatro,
domani.”
Si mise i tappi nelle orecchie, chiuse gli occhi, si girò
prona e cadde in un sonno così profondo che sembrava
un’implosione.
Pur essendo una donna bramata da migliaia di messicani
non solo grazie alle sue curve – più o meno artificiali – ma
per la leggenda che la innalzava al rango di puttana
presidenziale (unica categoria femminile in grado di
competere con la Madonna della Guadalupe) la Tigressa
ormai era ai vertici della mia piramide mentale. Guerriera
autentica, aveva imparato a sopravvivere in quel mondo
governato da politici corrotti cedendo il proprio corpo, ma
per non sentirsi disonorata ne prendeva le distanze
trasformandosi in una entità insensibile e implacabile.
Avevano ragione i messicani a collocarla, nella scala della
popolarità, vicino alla Madonna nera, perché quella donna,
nello spirito, era di una purezza impenetrabile. Sedurla,
riuscire ad accendere i suoi desideri, diventare l’anima del
suo castello interiore, mi sembrava impossibile. Sapevo che
il presente era per lei una scacchiera dove avrebbe cercato
di muovermi come un semplice pedone. Mi affascinava.
Volevo vedere in che modo mi avrebbe usato. E in quale
modo io avrei trasformato quella situazione umiliante in
vittoria. Un vero e proprio koan!

Mentre aspettavo sul palcoscenico che l’attrice


terminasse di firmare gli autografi di rito, Chucho si
precipitò verso di me:
“Non so perché, ma mi stai simpatico. Perciò voglio
avvertirti: quella donna è una vera strega. Il suo autista,
che sa come gira il mondo, dopo avere ricevuto una
bustarella dal sottoscritto mi ha raccontato di avere
accompagnato la sua padrona in un quartiere poco
raccomandabile, e precisamente nel covo di certi stregoni
che le hanno venduto una pianta che nasce dallo sperma di
un impiccato. Chi avranno impiccato per ottenerla? Non si
saprà mai. L’avranno innaffiata con sangue di cane o di
cristiano? Non si saprà mai. La Tigressa ha pagato un
pacco di soldi per comprarla. E poi lì, su due piedi, l’ha
sbucciata, l’ha condita con limone e se l’è mangiata. Che
schifo! E non è tutto. Una settimana fa le hanno portato un
tasso. Mi ha chiamato nel suo camerino, mi ha dato un paio
di guanti di pelle e mi ha chiesto di immobilizzare quella
povera bestia, mentre lei lo sgozzava. Ho obbedito. Con un
coltello nero ha rovistato fra le carni del cadavere in cerca
di qualcosa. Terrorizzato, ho chiuso gli occhi. Quando li ho
riaperti l’ho vista mettere un ossicino nel frullatore dove
c’era non so quale ripugnante liquido, l’ha messo in
funzione e poi ha bevuto l’intruglio in una sorsata. Di cosa
non è capace quella donna pur di conquistare il potere! Tu
stai bene attento, non vorrei che ti succedesse come
all’ossicino del tasso...”. Chucho guardò terrorizzato verso
il fondo del teatro. “Che cosa vedi lassù, nella piccionaia
chiusa dall’Ufficio dello spettacolo, in prima fila, sulla
destra?”
“Credo che sia un manichino, vestito all’antica.”
“Esatto! Quel pupazzo è abitato dal diavolo. Nessuno
riesce a entrare lassù, per la quantità di inutili
cianfrusaglie che intralciano il cammino. Eppure quel
maledetto ogni sera cambia posto. Mireya, una ballerina
della compagnia, ci ha preso in giro per i nostri timori, è
venuta in teatro a mezzanotte, è salita in galleria, si è
aperta un varco per raggiungere quel mostro, l’ha
scaraventato per terra, calpestandolo con i piedi. Il giorno
dopo l’ha visto di nuovo seduto su una poltrona, intatto... A
partire da quel giorno, la sfortuna ha cominciato a
perseguitarla. Il suo agente si è sparato un colpo in testa,
suo padre è morto ammazzato, il suo fidanzato se n’è
andato con un’altra e lei ha cominciato a ingrassare.
Nonostante le diete, è aumentata di cinquanta chili. Ha
dovuto abbandonare la danza. Alla fine è impazzita, perché
di notte sognava di essere divorata da un branco di cani
dorati.”
Vedendo la mia espressione incredula, Chucho fece
spallucce e con un brusco cenno della testa se ne andò,
senza più riservarmi alcun interesse. Mentre aspettavo che
la Tigressa fosse in condizione di ricevermi, seduto sopra i
sacchi di patate su cui Nana agonizzava due volte al giorno,
turbato dagli aneddoti e dai gesti maligni del ballerino, mi
concentrai su me stesso per capire quali fossero le mie
sensazioni.
“In questo Messico dove un paio di vecchiette s’inventano
un campo di concentramento per prostitute, per sfruttarle e
poi ammazzarle a dozzine; dove un maestro delle scuole
elementari strangola la madre, la divora tutta intera, ossa
comprese, e in carcere, dopo avere assaggiato l’alimento
supremo, si rifiuta di mangiare lasciandosi morire di fame;
dove una celebre cantante si suicida ingoiando un bicchiere
pieno di spilli; dove in pieno centro della capitale c’è un
mercato che vende soltanto materiali per fare stregonerie;
dove un gigolò prima di possedere un’anziana turista
muove il fallo da nord a sud e da est a ovest, trasformando
con questa croce la sua bassa prodezza in un atto sacro, mi
riesce facile ammettere la veridicità di aneddoti come
quello della mandragora e del tasso. Ma da lì a credere che
un manichino sia posseduto dal demonio... ce ne vuole.
Eppure a Tepozotlán, nei periodi di siccità, anziani
rispettabilissimi parlano con la montagna che appare loro
nelle vesti di un uomo con la barba bianca e, mediante
l’offerta di candele, magliette e babbucce, riescono ad
attirare la pioggia... Nel retrobottega di una libreria
esoterica, un volta alla settimana uno sciamano huichol
cura i suoi pazienti succhiando loro le malattie, per poi
sputarle sotto forma di sassolini. Una vecchietta,
mangiando funghi, esce dal proprio corpo per entrare nei
sogni altrui. Sulla montagna circolano stregoni che dicono
di trasformarsi in cani o corvi. Che cosa c’è di vero in tutto
questo? Sopra il mondo reale aleggia un mondo
immaginario, e quest’ultimo è più attivo del primo. Se è
tutta un’illusione, devo imparare a fingere di vivere.
Quando al santo Marpa1 morì il figlio, pianse sconsolato. I
suoi discepoli gli domandarono: ‘Maestro, perché piangete
se dite che è tutta un’illusione?’. L’anziano rispose: ‘È vero,
mio figlio era un’illusione, ma la più bella’. Per esserci
sconosciuta, e per essere aggressiva, assassina, la realtà è
brutta. Soltanto l’illusoria bellezza può renderla
sopportabile. Se la verità è un mistero irraggiungibile, ci
viene consentito di costruire soltanto sulla menzogna... Io
sono qui, e fingo di essere un artista in questa che è
l’imitazione di una pièce del teatro italiano, e guardo
un’opera che imita un melodramma francese, interpretata
da una diva con un corpo che imita Venere, proprietaria di
una casa che imita un castello, con un ocelot mansueto che
imita una tigre feroce e un letto con una conchiglia per
testiera che imita un quadro di Botticelli... E se la storia
che la Tigressa è l’amante del presidente del Messico fosse
l’ennesima menzogna, una diceria messa in giro proprio da
lei? E se il ciccione cui ha puntato la pistola fosse stato una
comparsa pagata da lei? E se non avesse mai conosciuto
Diego Rivera, e pertanto non avesse mai mangiato con lui
tacos di carne umana? E se la faccenda di vendere l’anima
al diavolo fosse soltanto un trucchetto pubblicitario? E se il
portinaio guadagnasse un extra sullo stipendio per spostare
il manichino ogni sera? Ciononostante, il mio interesse non
ne risentirebbe. Sarei comunque di fronte a una maga in
grado di organizzare un mondo immaginario e viverci
dentro.”
Fino a quel momento, a eccezione di Ejo Takata, io avevo
operato in mezzo a creature umane incapaci di essere se
stesse, che volevano avere sempre quello che avevano gli
altri, e si creavano una loro immagine, copiavano valori,
cospiravano per ottenere diplomi, ballavano per denaro nel
feroce carnevale... Non dico che mi sentissi superiore, però
mi sentivo straniero, non di un paese conosciuto ma di
Stramba, la zona immateriale dei disadattati. Non mi
accoppiavo neanche, in quanto “stavo nel mondo senza
essere del mondo”: la mia anima, come un uccello esausto
che sorvola le acque del diluvio, non aveva dove posarsi. Se
come intellettuale stavo imparando a morire, nessun luogo
nell’illusione poteva servirmi da porto. Il reale – che non
aveva inizio né fine – con la sua impalpabile indifferenza
non aveva niente a che vedere con la mia vita, una vita
quasi del tutto asociale... E allora, sopra quei ridicoli sacchi
di patate capii che la Tigressa, sovrana del mondo
dell’imitazione, attraverso le sue trame velenose poteva
diventare la guida che mi avrebbe dato la maturità
sufficiente per costruire un tempio nella dimensione dei
miraggi.

Quando entrai nel camerino, la Tigressa, vestita soltanto


con un paio di mutandine, si stava tingendo di nero i lunghi
peli che le crescevano sulle gambe.
“Devono vedere bene che non sono un’indiana senza peli,
discendo dagli spagnoli io!”
Mi resi conto che per il suo spirito felino io ero una preda
ormai catturata. Mi considerava talmente suo che davanti a
me non nascondeva i suoi trucchi. Non vedevo più una
femmina seducente, ma un gelido stratega...
“Provochiamo uno scandalo! Offriremo loro la notizia
dell’anno. Tu, un regista del teatro d’avanguardia, con un
pubblico che non supera mai le mille persone, i critici ti
incensano perché credono che tutto quello che arriva
dall’Europa sia degno di ammirazione. Io invece... mi
demoliscono, ritengono spregevole quello che faccio,
eppure il mio pubblico non scende mai sotto le
cinquecentomila presenze. Credo che dovremmo unire le
nostre forze. Usando tutto il tuo talento mi dirigerai in
un’opera che piaccia al pubblico. Presenteremo una geniale
e sontuosa Lucrecia Borgia. Avrai una percentuale sugli
incassi. Con le tue incomprensibili cavolate non hai mai
guadagnato un centesimo. Con me diventerai ricco.
D’accordo?”
L’idea di dirigere un simile mostro era affascinante.
“D’accordo!”
“Sapevo che la mia idea ti sarebbe piaciuta. Ma bisogna
mettere qualche freno, non possiamo lanciare il carro giù
per una discesa che ci porterebbe nell’abisso. Il cocktail ‘io
e te’ offerto così, di punto in bianco, sarebbe imbevibile sia
per gli intellettuali sia per la plebe. Dobbiamo limare gli
spigoli. Creeremo una grande attesa non artistica bensì
scandalistica, altrimenti in platea non verrebbe neanche un
cane. La celebrità non significa niente, la notorietà è tutto,
soltanto lo scandalo regala il successo. La mia proposta non
metterà assolutamente in pericolo la tua vita, perché
essendo tutto falso, il Califa, approverà il mio progetto.
Daremo la notizia che ci siamo innamorati e stiamo per
sposarci!”
“Mi dispiace... Anche se l’idea è buona, non possiamo
annunciarla così come hai detto, perché sono già sposato.”
“Con chi credi di aver a che fare? Ho accesso a molte
fonti d’informazione. Tua moglie Valerie, aspirante attrice,
ti vede come un sole, e ruota intorno a te. Se le prometti
una bella parte, con il suo nome bene in vista sul
cartellone, farà tutto quello che le chiedi...”
“Farà tutto tranne divorziare. E nemmeno io intendo
farlo.”
“Certo che no. Te l’ho detto: sarà tutta una montatura.
Quando si verrà a sapere che un regista del teatro moderno
divorzia per amore della volgare Tigressa, i giornali
impazziranno. Mentre facciamo le prove della nuova opera,
tua moglie tenterà il suicidio. Io e te con grande
magnanimità, per aiutarla a uscire dalla depressione, le
affideremo il ruolo di una strega, nemica di Lucrezia. La
gente, sempre morbosa, riempirà il teatro per vedere sul
palcoscenico la nostra tormentata relazione. Faremo un
sacco di soldi!”
“Quando diamo la notizia?”
“La prossima settimana i giornalisti festeggiano il Giorno
della Stampa in un grande albergo in avenida Reforma.
Dato che la cena e le bevande sono gratis (in cambio di un
ritorno pubblicitario) parteciperanno tutti gli scrocconi:
giornalisti, critici, redattori, fotografi, personaggi dello
sport, della televisione e del cinema; insomma, la crema
della merda filmata e stampata. Quella sera, in mezzo a
tanti ubriaconi, sganceremo la bomba!”

Io e Valerie seguimmo per filo e per segno il copione


immaginato dalla Tigressa. La prima barriera da superare
erano i buttafuori, cinque gorilla implacabili che
pretendevano il biglietto con il nome e la fotografia
dell’ospite. La Tigressa era riuscita a farsi dare un invito
per lei e uno per me, perché eravamo artisti conosciuti, ma
Valerie, ancora anonima, non poteva avere accesso al
Parnaso. La facemmo entrare nascosta nel bagagliaio della
limousine. Secondo il nostro piano sarebbe restata lì dentro
per un’ora, in una situazione alquanto scomoda se si
considera che la Tigressa aveva voluto che si facesse
ingessare una gamba, per presentarsi zoppicante.
Copertina della rivista “Jet Set” (dicembre 1976)
All’interno, giornalisti sconosciuti si pavoneggiavano con
aria indifferente. Per una volta erano loro, e non le star del
sistema, a ricevere gli omaggi. Eppure i clic delle macchine
fotografiche nascoste risuonavano come uno sciame di grilli
notturni. Le vedette si muovevano con una naturalezza
artificiosa, perfettamente consapevoli di essere ridotte a
semplici immagini.
I presenti rimasero pietrificati quando io e la Tigressa
facemmo il nostro ingresso tenendoci per mano. Poi tutti
proseguirono con la loro farsa, malcelando dietro una
grottesca indifferenza gli sguardi carichi di curiosità.
Nessuno mostrava di vederci, eppure eravamo gli unici
pensieri delle loro menti. Io ero vestito con un severo abito
nero, mentre la mia partner sfoggiava un’audace camicetta
trasparente, scarpe di vernice con un tacco di dodici
centimetri, le gambe nude che mostravano i lunghi peli, per
l’occasione tinti d’argento, e una minigonna ricoperta di
paillette verdi, bianche e rosse – i colori della bandiera –
talmente corta che a ogni passo l’orlo scintillante lasciava
intravedere l’inguine. Per non esibire la sua bocca intima,
la mia complice si era fatta costruire un perizoma rivestito
di peli simili a quelli del suo pube. Appiccicato alla vulva,
impediva ogni possibile penetrazione. Quel dettaglio fece
esplodere le macchine fotografiche in cinici flash.
Ci sedemmo nell’angolo più appartato. Era la serata della
stampa. Per un tacito accordo, nessuno di loro poteva
chiederci un’intervista. Passavano e ripassavano vicino a
noi lanciandoci occhiate fameliche. Trascorse un’ora. Sui
tavoli del banchetto erano rimaste soltanto ossa
rosicchiate. Un rum dozzinale aveva sostituito i liquori più
raffinati. Gli ospiti dondolavano come barche in un oceano
agitato. Le voci, dapprima nitide, si impastavano come
gelatina. Era il momento che la Tigressa aveva scelto per
l’entrata in scena di Valerie.
Apparve con la gamba ingessata e due stampelle, il
vestito pieno di macchie, i capelli unti, il volto senza trucco,
gli occhi che piangevano false lacrime. Sembrava in preda
a una tristezza profonda. Come una cornacchia dalle ali
spezzate, Valerie attraversò il salone, puntò diritto verso di
noi, arrivò al nostro tavolo, lasciò cadere una stampella che
nel silenzio mortale rimbombò con grande strepito, mi
prese la mano e cominciò a muovere le labbra. Poiché
nessuno riusciva a sentirla, pensarono che mi stesse
pregando, mentre in realtà sussurrava la tavola pitagorica.
Mossi le labbra indicando la Tigressa con il palmo aperto.
Interpretarono: “Le sta dicendo che ama quell’altra!”.
Valerie si lasciò cadere seduta. Le raccolsi la stampella,
l’aiutai ad appoggiarsi e l’accompagnai fino alla porta,
aspettando che fosse uscita. Tornai al mio posto, e posando
la testa sul petto della Tigressa, finsi di scoppiare in
singhiozzi. Lei, continuando a mostrare il suo perizoma,
uscì insieme a me quasi trascinandomi via. Non appena
chiudemmo la porta, dietro di noi scoppiò l’inferno.
Così come la Tigressa aveva previsto, la stampa, dai
giornali più abietti ai quotidiani più seri, pubblicò lo scoop
a grandi titoli. Il giorno stesso vennero venduti in anticipo i
biglietti per tre mesi di spettacoli... Gli eventi
precipitarono. Nel giro di un paio d’ore m’inventai un
cocktail di situazioni prese da romanzi popolari e di serie B,
aggiunsi qualche canzone e alla fine ottenni una tragedia
erotico-musicale che la Tigressa volle a tutti i costi firmare
come coautrice. Misi insieme una compagnia di attori di
tutto rispetto. Trovai uno scenografo di qualità, un
musicista di grande talento, una fantastica coreografa e,
per l’importante ruolo di Cesare Borgia, un cantante
argentino, molto di moda. In dieci giorni, provando dodici
ore di fila, definii lo stile dell’interpretazione, la
scenografia, le danze, i costumi e l’accompagnamento
musicale, e tutto senza la presenza della futura Lucrezia
che, secondo quanto sapevamo, stava preparando le
canzoni. Quando venne il momento di provare,
l’aspettavamo pieni di entusiasmo, impazienti di vederla
creare il personaggio complesso dell’avvelenatrice. Io ero
sicuro che, lavorando intensamente, avrei potuto
presentarla al pubblico trasformata in una grande attrice.
Avevamo appuntamento alle nove di mattina. La Tigressa
non si presentò. Passarono cinque ore. Andammo a
mangiare delle quesadillas. Ritornammo. Non era ancora
arrivata. Alle sei del pomeriggio, gli attrezzisti ci
mandarono via dal palcoscenico e cominciarono a montare
le scenografie di Nana, per lo spettacolo delle sette e
mezzo. Preoccupato, chiesi a Gloria se sua cugina fosse
malata. Si strinse nelle spalle, seppellendo così tutte le mie
speranze.
“La mia capa è fatta così, non le piace provare. Alla fine
degli spettacoli è stanchissima, dorme fino a tardi, si
occupa della stampa, si trucca, e la sua giornata è bell’e
finita.”
“Ma se non prova, come facciamo?”
“Abbi fiducia! Il giorno della prima, al centro della tua
severa messinscena, lei improvviserà tutto. Quanto alla
memorizzazione del testo, non ti preoccupare: le
metteremo degli auricolari nelle orecchie e un suggeritore
le dirà le battute.”
Sbiancai. Volevo protestare. Gloria cambiò argomento.
“Come va tua moglie? Funziona bene alle prove? Non ci
sono problemi?”
“Nessun problema. È una persona responsabile. Sta
facendo della sua strega una vera e propria creazione.”
“Ti prego di stare attento. Per la mia capa, anche se è lei
a scatenare i pettegolezzi, quello che esce sui giornali è più
vero della verità. Stamattina mi ha mandato in un negozio
di animali per comprare un gatto nero. Mi ha anche detto
di comprare nastri di seta e cera d’api. Sono sicura che stia
preparando il maleficio per separare le coppie. Con la cera
fabbricherà due statuette, una di donna e una di uomo, e
dopo averle tinte di rosso con il suo sangue mestruale
conficcherà sulle loro teste le fotografie della tua faccia e
della faccia di Valerie. Legherà attorno ai due pupazzi dei
nastri intrecciati di colore bianco, rosso e nero, e poi li
butterà in due tombini molto distanti l’uno dall’altro... Te lo
ripeto: sta’ attento! Non bevete niente che vi venga offerto
da lei, perché sgozzerà il gatto e vi darà da bere il suo
sangue, dopo averlo mescolato con qualche altro liquido.
Inoltre, terrà in frigorifero la sua testa e avrà infilato nella
sua bocca il tuo nome e quello di Valerie, dopo averlo
scritto sopra un pezzetto di nastro di una corona mortuaria
rubata in un cimitero, fino al giorno in cui non vi sarete
separati...”
Pur non sapendo se quelle parole fossero vere o soltanto
un delirio della cugina, un brivido mi percorse tutto. Mi
venne in mente un koan del libro segreto che fino ad allora
non avevo capito: “Mentre il maestro Rinzai camminava
verso il salone centrale per tenere una conferenza, un
monaco lo interruppe: ‘E se ci minacciassero con una
spada?’. Rinzai mormorò: ‘Disastro! Disastro!’. Commento:
‘Quando le onde s’innalzano come montagne e i pesci si
trasformano in draghi, è sciocco pensare di svuotare
l’acqua dell’oceano con un cucchiaio’”.

Rinzai sta per tenere un discorso ai suoi discepoli, per


comunicare loro una conoscenza attraverso la via
intellettuale. Il monaco che gli taglia la strada vuole dirgli:
“Maestro, le belle idee non servono a evitare un nemico che
minaccia di toglierci la vita”. Rinzai, ripetendo per due
volte la parola “disastro”, non allude all’impotenza
dell’intelletto quando una spada sta per tagliarti la testa,
né afferma che quando si corre il rischio di perdere la vita,
nonostante tutte le dottrine consolatorie, questa sia una
catastrofe. I due “disastri” si riferiscono alla visione che il
monaco ha del maestro e di se stesso. Disastro, in quanto
ritiene che gli insegnamenti siano mere elucubrazioni.
Disastro, perché si immedesima con il proprio intelletto.
Quando ci immedesimiamo con un sistema di idee, quando
crediamo di essere quello che pensiamo, nel momento in
cui la morte ci sta davanti siamo pervasi dal terrore di
perdere noi stessi. Invece Rinzai, raggiunta l’illuminazione,
si è abbandonato alla semplice gioia di esistere, ha smesso
di identificarsi con la propria immagine, ha trovato il
silenzio interiore. I suoi insegnamenti non sono lui, ma sono
tentativi di descrivere in modo impersonale qual è la via
per raggiungere la pace. Davanti a questo koan, Takata
aveva commentato: “C’è chi va, c’è chi viene. Io sono una
pietra sulla strada”. Rinzai con il suo “Disastro! Disastro!”
vuole dire: “Mi vedi e ti vedi come due intelletti,
disastro/disastro, perciò credi che una spada potrebbe
modificarci. Se un assassino può dividermi a metà senza
batter ciglio, io posso lasciarmi dividere a metà senza
batter ciglio. Anche quando le onde e i pesci ti
aggrediscono (la realtà non si comporta come ti aspettavi),
il tuo silenzio interiore è sempre uguale. È sciocco voler
svuotare l’oceano con un cucchiaio. Non puoi misurare la
vita con il tuo intelletto. Lo zen, nella pace del monastero o
nel bel mezzo di un combattimento, è lo stesso. Il fatto che
tu venga aggredito non è un disastro. Metti da parte l’io
individuale e abbandonati con gioia alla lotta, come se fosse
una danza con te stesso”.

Radunai la compagnia ed esposi il problema con calma,


proponendo loro di lasciar perdere la Tigressa e di
andarcene in un altro teatro a presentare un’opera onesta
con un’attrice vera. Tutti, tranne il cantante argentino,
riconobbero che era degradante servire soltanto da cornice
a una diva capricciosa, e decisero di seguirmi. La stampa
non sapeva più che cosa scrivere per annunciare a caratteri
cubitali la fine della nostra storia. La risposta della Tigressa
non tardò ad arrivare. Fu un colpo basso, non me lo sarei
mai aspettato. Su diversi giornali, con titoli come “Artista
d’avanguardia imbroglia la Tigressa!”, “Si nasconde per
non farsi arrestare!”, si pubblicarono dichiarazioni in cui la
diva mi accusava di averle rubato una ingente somma di
denaro. All’atto pratico le sue menzogne erano inoffensive,
ma essendo stampate nero su bianco macchiavano in modo
indelebile la mia immagine pubblica. Anche se mi fu facile
smentire tali calunnie, i messicani, condizionati dal detto:
Cuando el río suena agua lleva, vale dire: “Quando la gente
mormora, c’è sempre qualche fondamento”, mi
etichettarono come ladro... Quel tiro mancino mi aprì una
crepa nella ragione, facendomi l’effetto di un koan. La
vergogna diventò per me una lezione di vita. Fino a quel
momento i diverbi con la Tigressa erano stati soltanto un
gioco, una sorta di tira e molla artistico. Dandole della
pigrona, di sicuro l’avevo presa in giro, ma con un
umorismo sano, nel rispetto della verità. Lei aveva risposto
con le armi che aveva a disposizione: scandalo sulla stampa
e abile uso della menzogna. Se io la svilivo dal punto di
vista artistico, lei mi avrebbe affondato socialmente. Mi
vennero in mente le parole che la notte della nostra sbornia
la Tigressa aveva declamato con grande convinzione: “Un
pugile piccolo e debole affronta un rivale grande e forte. Il
forte schiaccia il piccolo. Ebbene, io sono il pugile piccolo.
Quello grande e grosso si slancia contro di me per
mettermi fuori combattimento. Io tiro fuori una pistola dal
guantone e lo ammazzo. Non bisogna mai combattere in
condizioni di parità!”.
A quell’attacco ne seguì un altro, non so se organizzato
da lei oppure se il frutto di un caso rivelatore. A notte
inoltrata, alcuni sconosciuti lanciarono dei sassi contro le
finestre di casa mia. Allora affittai un alloggio in periferia.
Cominciai a camminare rasente i muri, con la bocca secca e
un’alitosi tremenda. Sentivo che da un momento all’altro
un gorilla avrebbe potuto liquidarmi a revolverate. Dopo
qualche giorno, mi vergognai di avere ceduto così al panico
e pensai a un koan del libro segreto: “Il maestro Ungo
meditava con i suoi discepoli in un luogo chiamato la Porta
dei Draghi. Un giorno, un serpente morsicò la gamba a uno
dei monaci. Il maestro Butsugen disse a Ungo: ‘Se questa è
la Porta dei Draghi, come può il tuo discepolo venire morso
da un serpente?’. Per tutta risposta, Ungo allungando la
gamba e fingendo di essere morso da un serpente, esclamò
con calma: ‘Ahiiii!’”.
In Cina, il drago mitico è il guardiano del tesoro nascosto.
Un potente avversario che l’eroe deve sconfiggere per
avere accesso all’immortalità. Il drago terrestre mette le ali
e si trasforma in drago celeste. In altre parole, l’Io non può
trionfare finché non avrà dominato e integrato le pulsioni
dell’inconscio.
La domanda di Botsugen insinua l’idea che il “drago
perfetto” (il monaco illuminato) non deve lasciarsi
danneggiare dai mali del mondo materiale (il morso del
serpente). Ungo non cade nel tranello e suggerisce che
essere illuminato non lo esclude dalla natura animale.
Quando, fingendo di essere morso, esclama con calma
“Ahiiii!”, dimostra che è sbagliato intendere “illuminazione”
come una liberazione dal dolore. Quando sente dolore,
l’uomo realizzato accetta il dolore senza alterare il proprio
spirito.
La comprensione di questo koan mi fece accettare i
sintomi della paura senza vergognarmene... Me ne venne in
mente un altro: “Il Sutra del Diamante2 dice: ‘Quando
qualcuno viene ridicolizzato dagli altri, è per colpa dei
peccati della sua vita precedente. Ma in quel momento,
proprio poiché soffre nell’essere preso in giro, i peccati
delle sue vite precedenti vengono cancellati’. È davvero
così? Risposta: ‘Sciocco fetente figlio di un asino!’’.
Il sutra, interpretando i mali del presente come il
risultato dei peccati delle vite precedenti, afferma che in
tali mali risiedono la redenzione e la liberazione. Eppure
l’insulto del discepolo vuole dire in un certo senso: “È
inutile perdere tempo a giustificare un male cercando la
sua origine nelle vite precedenti. Affrontiamo subito il
problema senza soffermarci a cercarne le cause, e senza
preoccuparci delle conseguenze delle nostre azioni. Di
fronte a un attacco, ci vuole una risposta che non sia
ostacolata da dubbi mentali. Se tra l’essere e il non essere
lasciamo uno spazio sottile come un capello, perderemo la
nostra vita”.
Questo secondo koan mi fece ritornare in me. Capii che
avere paura era naturale, ma la paura non doveva
trasformarsi in vigliaccheria. Smisi di nascondermi,
telefonai all’Associazione nazionale attori, e appellandomi
ai miei diritti sindacali chiesi un incontro con la Tigressa, in
modo da chiarire sotto il punto di vista legale chi avesse il
diritto di mettere in scena lo spettacolo.
Alle dieci di mattina del giorno dopo, davanti alle porte
dell’Associazione c’era una gran ressa. Erano arrivati i miei
attori, gli attori della compagnia rivale, un nugolo di
giornalisti e un paio di robusti gorilla della diva che con
un’occhiata torva mi fecero vedere il mitra che tenevano
nascosto dentro una sacca da golf. La Tigressa non si
degnò di presentarsi. Per quello scontro, che era sicura di
vincere grazie ai suoi appoggi politici, aveva mandato il
cantante argentino che, così come aveva fatto la sua capa,
proclamò la mia disonestà di fronte ai delegati sindacali.
Quando vidi che i funzionari mi guardavano con malcelato
disprezzo e i giornalisti, con sorrisi maligni, mi
bersagliavano di flash, decisi di usare anch’io l’arma della
menzogna, ma su vasta scala. Invece di limitare lo scandalo
a una rissa tra saltimbanchi, decisi di farne un problema
politico che coinvolgeva l’intero paese. Dichiarai: “La
Tigressa mi ha confidato che ogni due mesi fa un viaggetto
in Svizzera a bordo di un aereo dell’esercito, con
passaporto diplomatico, portando una valigia piena d’oro
che il presidente sottrae all’erario nazionale, per
depositarlo nelle cassette di sicurezza di una banca”. Alla
mia denuncia i funzionari schizzarono fuori dagli uffici per
riunirsi con i loro superiori. Un silenzio letale calò
sull’edificio. I giornalisti, piano piano, si ritirarono tutti. Ci
fu una chiamata telefonica per il cantante. Lui rimase a
sentire il messaggio facendo segno di sì più volte con la
testa, riattaccò, e guardandomi come se fossi trasparente
abbandonò l’edificio seguito dai compagni e dalle due
guardie del corpo. Arrivarono i funzionari con il verdetto: la
prima di Lucrecia Borgia sarebbe stata rappresentata dalla
compagnia della Tigressa e dalla mia compagnia lo stesso
giorno, alla stessa ora, stessa musica, stessi costumi e
scenografie. Al pubblico la decisione di decretare il trionfo
di una delle due.

Capii che cosa era successo: la gente mormorava che i


presidenti rubassero i soldi alla nazione. Uno scandalo che
avesse infangato il governatore supremo rischiava di
provocare una crisi nazionale. Di sicuro era arrivato alla
Tigressa, dall’alto, l’ordine di mettere a tacere lo scandalo.
Come per magia, i giornali smisero di attaccarmi e non si
parlò più di quella faccenda.
Un impresario ambizioso ci firmò un contratto per
debuttare al Teatro Lirico, un edificio vetusto con una
capienza di oltre mille poltrone... Dato che i miei attori
erano spaventati a morte dalla fama stregonesca della
nostra rivale, chiesi a un amico che studiava la stregoneria
popolare di fare un rituale di “pulizia” nel teatro. Fece
fumigazioni con incenso in platea e in galleria. Poi spruzzò
l’acqua benedetta lungo i corridoi, sulle poltrone e negli
angoli con un issopo composto da sette erbe fresche. Ci
sentimmo tutti sollevati, ma la paura tornò quando
venimmo a sapere che la sera stessa avevano dovuto
cauterizzare all’improvvisato stregone un enorme foruncolo
che gli era cresciuto nell’ano.
Ebbi la fortuna di trovare un’attrice nota per il suo
grande talento, che accettò di interpretare Lucrezia a patto
di non doversi mostrare in abiti succinti. Provammo non
meno di dieci ore al giorno, e arrivammo al debutto con uno
spettacolo impeccabile. Invece la Tigressa, che secondo le
dicerie non si era presa la briga di partecipare alle prove,
la sera della prima, dopo essersi mossa come un animale
cieco sul palcoscenico – l’orecchio teso verso un
suggeritore la cui voce arrivava fino alle ultime file della
platea – a un tratto, sfidando la censura, si spogliò
completamente sfoggiando a modo di abito per il resto
dello spettacolo i peli aggrovigliati del pube, tinti di verde.
Tale audacia le valse il trionfo. I ghiottoni ottici accorsero
in massa. La mia Lucrecia Borgia durò quattro mesi. Quella
della Tigressa rimase in cartellone per due anni.
Quando chiudemmo baracca e burattini, mandai un
telegramma alla diva, congratulandomi per il suo successo.
Mi rispose con un altro telegramma in cui m’invitava a
prendere un caffè nella pasticceria del Fru-frù.
In segno di pace per quell’incontro che nessun attore
delle due compagnie riusciva a comprendere, in quanto ci
credevano nemici acerrimi, indossai un abito bianco. La
Tigressa arrivò con un “piccolo ritardo” di un’ora e
quaranta minuti, anche lei vestita di bianco! Scoppiammo a
ridere: tutti e due sapevamo che sotto la maschera del caso
si nasconde il miracolo. Bevemmo il caffè tranquillamente
dividendoci una fetta di torta di mele. Una cosa era la vita
pubblica; un’altra, la vita privata. Terminata la battaglia,
potevamo comunicare come due semplici esseri umani. Ci
univa una corrente di simpatia, la stessa che si ritrova tra i
veterani di due eserciti nemici. “È stato un bello scandalo,”
mi disse. “Mi hai dato del filo da torcere, e grazie a te ho
guadagnato una fortuna. Permetti che ti faccia un regalo...”
Non potevo rifiutare: mi infilò al dito medio della mano
sinistra un anello d’oro ornato con un teschio.
Locandina di Lucrecia Borgia
Irma Serrano nuda
in Lucrecia Borgia

1
Marpa Lotsâva (1012-1097), maestro e traduttore tibetano, compì diversi viaggi in India, studiò e
diffuse il Dharma (l’insegnamento di Buddha); gli ultimi anni della sua vita furono segnati dalla morte
del figlio Darme Dode.
2
Si dà il nome di sûtra ai testi che, secondo la tradizione buddhista, raccolgono le parole del
Buddha. Il Sutra del Diamante (Vajracchedikâ prajnâpâramitâsûtra) è stato tradotto in cinese intorno
all’anno 400 e in tibetano nell’XI secolo e ha avuto una grande diffusione in Tibet, in Cina e in
Giappone. Ci parla, tra l’altro, dell’inesistenza del sé nei bodhisattva (coloro che sono destinati a
trasformarsi in Buddha in quanto agiscono per il bene del prossimo) e delle tappe dell’evoluzione
spirituale.
6. Cane bastonato

“Le pallottole blindate fanno


schizzare il cervello a dieci metri di
distanza, capo.”
“Così il cadavere peserà di meno.”

SILVER KANE,
Sheriff provisional

Quando arrivai a casa, nonostante i miei sforzi non


riuscivo a togliermi l’anello dal dito. Quando accarezzavo il
corpo di mia moglie, sentivo che il teschio dorato emetteva
effluvi nocivi. Mi si raffreddò la mano, mi faceva male il
braccio. Alle cinque di mattina saltai giù dal letto e,
guidando a gran velocità, mi diressi allo zendô. Trovai Ejo
Takata che meditava sul terrazzo, sotto un cielo solcato di
nuvole rossastre. In piedi accanto a lui attesi che si
consumasse il bastoncino d’incenso. Finalmente Ejo diede
segno di notare la mia presenza. Il suo sguardo non si
puntò sul mio viso ma sull’anello. Feci un cenno
d’impotenza. Con un sorriso me lo sfilò dal dito senza
nessuno sforzo. Il dolore al braccio cessò immediatamente.
“Se pensi che sia un teschio, il tuo braccio soffre. Se non
ti vincoli alla forma o al nome, è oro puro. Libera la mente
e questo anello sarà un anello e tu sarai tu.”
Pur comprendendo le sue parole soltanto in parte,
borbottai:
“Ejo, non posso farci niente. Non trovo il mio posto in
questo mondo volgare. Credevo di poter mettere le radici in
Messico, invece mi sento come un pesce fuor d’acqua. La
coscienza aggiunge dolore”.
Ejo si mise a ridere forte, e la sua ilarità era contagiosa.
Vedendo che mi stava passando la tristezza, prese il libro
segreto e mi lesse un nuovo koan: “Un monaco domanda al
maestro Sozan1: ‘Laneve ricopre mille colline, ma perché
soltanto la vetta più alta non è bianca?’. Sozan gli risponde:
‘Dovresti conoscere la più assurda delle assurdità’. Il
monaco domanda: ‘Qual è la più assurda delle assurdità?’.
Sozan dice: ‘Essere di un colore diverso dalle altre colline!’.
Commento n. 1: ‘Tra i rami del pino la scimmia è verde’.
Commento n. 2: ‘Il discepolo, scuotendosi via dalla testa
immaginari fiocchi di neve, dice: ‘I miei capelli stanno
diventando bianchi!’”.
Per quanti sforzi facessi, non riuscivo a decifrare il koan
né quei commenti così diversi l’uno dall’altro. In preda
all’angoscia mi inginocchiai davanti al maestro:
“Non ce la faccio!”.
Ruggendo un “kuatsu!” che gli scaturiva dal ventre, Ejo
mi rifilò sei colpi di bastone sulle scapole.
“Trasformati in collina!”
La sua voce simile a un vento impetuoso spazzò via le mie
nuvole mentali. Mi visualizzai come una collina ricoperta di
neve tra altre mille colline bianche, di neve anch’esse. La
vetta più alta, risparmiata dalla nevicata, era un’illusione.
Chi, esposto alle intemperie, potrebbe evitare di venire
imbiancato dalla neve? Chi può evitare l’invecchiamento o
la morte del proprio corpo? Perché io, per il solo fatto di
avere sviluppato il mio talento, non dovrei subire le batoste
della vita? D’inverno tutti abbiamo freddo. Il pino è un
vegetale e la scimmia un animale, certamente diverso, ma
quando saltella in mezzo ai rami dell’albero ne condivide il
colore verde. Per il solo fatto di avere la pelle di un altro
colore, un’altra cultura, un altro livello di coscienza, era
assurdo che mi sentissi al riparo dalla furia della realtà
comune. Se le mille colline sono coperte di neve, anche la
vetta più alta è bianca.

La Tigressa con le sue zampate mi aveva dato una lezione


importantissima. Accettando di collaborare con lei, avrei
dovuto mettere da parte la mia vanità di regista, renderla
partecipe dell’opera senza cercare di modificare il suo
modo d’essere. Tutti e due insieme, entrambi coperti di
neve, avremmo dato vita a una Lucrecia fantastica. L’attrice
non tentava di essere diversa dal proprio pubblico, invece
io ero convinto che la mia arte fosse superiore e quindi mi
ero allontanato dagli spettatori: li consideravo troppo
volgari, perciò li avevo persi.
“Ejo, la Tigressa, offrendomi questo anello prezioso ha
voluto dirmi: ‘Anche l’arte popolare è un’arte nobile’.”
Udendo le mie parole, il monaco esclamò:
“Regalalo al primo mendicante che incontri!” e lanciando
un ennesimo “kuatsu!” mi diede altre sei bastonate sulla
schiena.
Poi divise con me un magro pranzo. Dopo meditammo per
un paio d’ore e alla fine mi diede un altro koan da leggere:
“Joshu va a visitare un eremo e domanda al maestro: ‘C’è?
C’è? C’è?’. Il maestro solleva un pugno chiuso e Joshu dice:
‘In queste acque poco profonde non intendo ormeggiare la
mia barca’. E se ne va. Va a visitare un altro eremo.
Domanda al maestro: ‘C’è? C’è? C’è?’. Anche questo
maestro solleva il pugno chiuso. Joshu dice: ‘Può dare, può
togliere, può uccidere eppure può dare la vita!’. E fa una
riverenza. Commento: ‘Lo stesso albero cullato dal vento
primaverile offre un doppio sembiante: nel suo lato sud,
rami tiepidi, nel lato nord, rami freddi’”.
Ejo incrociò le gambe e ricominciò a meditare. Io lo
imitai. Passò un’ora, due, tre. Nonostante gli sforzi del mio
ingegno, non riuscivo a decifrare il koan. Il silenzio mi
pesava addosso come un elefante. Un dolore atroce mi
intorpidì le gambe. Una mosca atterrò sul mio orecchio.
Senza muovermi, sopportai il pizzicore. Una voce mi
riecheggiò all’interno del cranio: “O comprendi, o muori!”.
Come se avesse udito il mio pensiero, Ejo gridò tre volte:
“C’è? C’è? C’è?”.
Mi sentii rispondere:
“Se non c’è qui, dov’è? Se non c’è adesso, quando? Se
non c’è in me, dentro chi è?”.

Di colpo sono Joshu. M’inerpico su per un sentiero ripido,


per raggiungere un eremo lontano. Lassù ci sono i monaci,
denutriti ed emaciati: lontani dal rumore del mondo,
dedicano il loro tempo a trovare il gioiello luminoso che
giace nelle profondità dell’anima. Stanno intorno a un
anziano maestro, un essere realizzato, vale a dire uno che è
se stesso e non il simulacro di qualcun altro. Davanti alla
mia triplice domanda, il maestro, che deve avere già
valicato la frontiera dove le parole si dissolvono nella
vacuità, solleva il pugno chiuso per indicare la sua unità
presente: se non è completamente lì, non è da nessuna
parte... Eppure il suo gesto non mi convince, lo sento
superficiale. Nonostante l’età, probabilmente ho più di
cent’anni, percorro faticosamente un altro sentiero
scosceso. Perché tanta fatica? Ho bisogno di convincermi
che non sono l’unico, la mia illuminazione non è un
fenomeno anomalo, la meta di tutti i sentieri è una sola. Nel
secondo eremo, di fronte ai miei tre gridi il maestro solleva
il pugno. Anche se le due risposte sono apparentemente
identiche, mi riconosco nell’anziano che sta di fronte a me.
Ciò che giace nell’oscurità della nostra anima può dare,
togliere, ucciderci e nello stesso tempo offrire la sua stessa
vita, che è impersonale, eterna.
“Ejo, se Joshu ha voluto fermarsi in un posto e non
nell’altro, non è perché non ci fosse una differenza tra i due
pugni alzati. La differenza stava nello sguardo di Joshu.
Diamo sempre un’interpretazione personale agli esseri, alle
cose e agli eventi. Forse Joshu non aveva visto l’espressione
dell’unità nel gesto del primo maestro. Forse l’ha
interpretato come se gli avesse detto: ‘Quello che ho
realizzato non lo mollo. C’è, ma soltanto per me’. Oppure:
‘Intruso, non venire qui a mettermi in discussione. Questi
sono i miei discepoli. Li difendo come una chioccia difende i
suoi pulcini. Se perdono la fiducia in me, rischiano di
crollare. Se non te ne vai, ti spacco la faccia’. Chiudendo la
mano, quell’egoista ottiene soltanto una manciata di
sabbia, invece se l’avesse tenuta aperta avrebbe potuto
filtrare tutta la sabbia del deserto. Joshu interpreta il pugno
alzato del secondo maestro come un segno di quello che
non si deve fare: ‘Ciò che è mio, se è soltanto mio, non è
mio. Soltanto quando ciò che è mio è per gli altri, diventa
mio’.”
Ejo scosse la testa. Inspirò l’aria fresca del pomeriggio,
emise un lungo sospiro e fece schiocchiare la lingua più
volte, come se volesse tranquillizzare un bambino che si è
fatto male.
“Alcuni rami sono scaldati dal sole, gli altri sono
raffreddati dal vento primaverile; eppure, freddi o caldi,
fanno parte dello stesso albero. I due maestri danno la
stessa risposta, hanno realizzato la stessa vacuità, anche se
davanti al primo Joshu si comporta come un vento
primaverile e davanti al secondo come il sole. Se tutti i
rami vengono alimentati da un’unica radice, perché passi
da un maestro all’altro, da una maga all’altra? Quando ti
renderai conto che quello che c’è dentro di te non te lo
possono dare gli altri? Finché non avrai trovato il tesoro
dentro te stesso, continuerai a proiettare i tuoi dubbi sugli
altri. Un giorno sarà maledetto l’anello, un altro giorno sarà
una nobile opera d’arte. Dirai che il teschio simboleggia la
morte o dirai che simboleggia l’eternità. Il mendicante cui
lo avrai regalato vedrà in quell’anello soltanto il valore
monetario.”
Mi sentii ferito e grugnii in tono sarcastico:
“Grazie tante, finalmente ho capito: per illuminarmi devo
essere un mendicante, spogliarmi dei miei problemi
personali, conseguire la povertà dell’anima, trasformarmi
in una scodella e aspettare che il mio essere essenziale, il
grasso Buddha, mi faccia l’elemosina dell’illuminazione!”.
Lanciando un “kuatsu!” assordante, il giapponese mi
costrinse a sfiorare il pavimento con la fronte, sotto una
gragnuola di trenta bastonate. Poi disse:
“La saggezza del maestro dipende dalla tua capacità di
usarlo per trovare te stesso” e poi recitò come se fosse
poesia sacra un proverbio messicano: “Chi ha più saliva,
mangia più pinole”.2
Ancora dolorante risposi con un altro proverbio:
“Non si può fischiare e mangiare pinole”.
Scoppiò a ridere sfregandosi la pancia.
“Esatto, ogni cosa a suo tempo!”
Scese in cucina e poco dopo risalì con due piatti di riso,
sardine fritte e un thermos fumante pieno di tè amaro. Tra
un sorso e l’altro mi confidò:
“Mumon Yamada mi aveva proposto un koan. Non sono
mai riuscito a comprenderne il significato. Magari tu ci
riesci...”.
Vidi nei suoi occhi a mandorla un luccichio malizioso.
Intuii il tranello. Probabilmente il koan che stava per
propormi non aveva nessun significato. Qual è il significato
della vita? La vita non ha nessun significato e nessun non-
significato, bisogna viverla!
“Tokusan è il monaco superiore di un monastero zen, e il
suo compito è insegnare. Seppô è il monaco responsabile
delle cucine, e il suo compito è amministrare.3 Un giorno la
colazione è in ritardo e Tokusan, con la sua tazza in mano,
entra nella sala da pranzo. Seppô gli dice: ‘Non ho sentito
la campana che annuncia la colazione e non hanno suonato
il gong. Vecchio, che cosa fai qui con quella tazza in
mano?’. Tokusan, senza dire una parola, abbassa la testa e
ritorna nella sua cella. Seppô commenta con un altro
monaco: ‘Tokusan sarà pure grande, ma non ha mai capito
l’ultimo verso’.”
Ejo, come commento, canticchiò sommessamente:
“Il vento si è portato via le nuvole. Adesso la luna splende
sulle colline verdi come una moneta di giada bianca”.
Cominciai a riflettere:
“Se Tokusan è un maestro non può comportarsi come un
povero vecchio, e se Seppô è un saggio che ha realizzato il
proprio risveglio, non può trattarlo in modo così aggressivo.
Tokusan non ha perduto la propria capacità di attenzione,
non va nella sala da pranzo spinto dalla consuetudine, di
sicuro si è accorto che la colazione è in ritardo perché non
è suonata la campana. Quando Seppô sembra fargli credere
che la vecchiaia lo sta rovinando, il maestro anziano non
abbassa la testa perché riconosca la propria incapacità, né
disprezza l’amministratore perché lo veda perdere le staffe.
Tra i due maestri non può esserci odio, ma rispetto.
Tokusan, accorgendosi che la colazione è in ritardo, va in
sala da pranzo perché sa di trovarvi Seppô che incalza i
monaci perché servano al più presto da mangiare. Senza
dire una parola, porge all’amministratore la tazza vuota.
‘Le contrarietà della vita non turbano la pace del mio
spirito. Ti sforzi di fare un lavoro perfetto? Se è così, sbagli:
la perfezione non è possibile per gli esseri umani, ma
l’eccellenza sì. Fa’ il tuo dovere meglio che puoi,
accettando gli inevitabili errori.’ Seppô capisce il gesto di
Tokusan. Gli dà una risposta metaforica: ‘Perché, avendo tu
realizzato la vacuità, vuoi far vedere la strada a coloro che
credi siano ancora al buio? Tanti anni di meditazione e
continui a tenere in mano la tazza vuota. Il tuo grande
difetto è il potere che hai di conoscere il tuo pensiero e la
tua natura. Presuntuoso, nella tua tazza c’è una spina, non
fidarti’. Tokusan china il capo, riconoscendo che la
coscienza è l’ultimo tranello. Le parole di Seppô, come il
vento che porta via le nuvole, consentono a Tokusan di
vedere la propria perfezione, il che significa
un’imperfezione. Per arrivare all’unità deve vincere il
dualismo attore/spettatore... Tokusan ritorna nella sua
stanza, vale a dire ritorna in se stesso. Deve ancora
imparare a dissolversi, a consegnare come ultima offerta la
propria coscienza all’eterno vuoto, accantonando le
ricerche metafisiche. Il misterioso commento di Seppô sul
fatto che Tokusan non ha ancora imparato l’ultimo verso,
allude a una tradizione che i maestri zen avevano adottato
nella Cina antica. Gli uomini illustrati, prima di morire,
scrivevano una poesia per lasciare in eredità ai propri figli
o discepoli l’essenza della loro esperienza vitale. Il monaco
buddhista Zhi Ming4, quando venne condannato a morte,
prima che gli mozzassero il capo scrisse:

Illusorio nascere, illusorio morire.


La grande illusione non sopravvive al corpo.
Ma c’è un’idea che calma lo spirito:
se cerchi un uomo, nessun uomo esiste”.

Comunicai a Ejo la mia interpretazione:


“Mente vuota: niente da aspettarsi, niente da ricevere”.
Ejo, per tutta risposta, mi citò un’altra poesia, anch’essa
scritta da un monaco in fin di vita:

“Arde in questo mondo un albero senza radici,


le sue ceneri le porta via il vento”.

In quel momento, un colpo di vento agitò i nostri kimono.


Avevamo passato la giornata a commentare i koan. Anche
se ormai era notte, abituati al buio che piano piano aveva
invaso il terrazzo non avevamo acceso nessuna candela. Un
altro colpo di vento, più prolungato, mi arruffò i capelli.
Ejo, che aveva la testa rasata, sorrise come un bambino. Il
vento cessò di colpo lasciandoci un meraviglioso regalo:
una lucciola! L’insetto, ormai libero dalla tirannia del vento,
spiccò il volo in un palpitio fosforescente.
Ejo mormorò:
“Piccola stella, il tuo linguaggio di luce insegni”.
Restammo a lungo in silenzio. Poi, per la prima volta da
quando lo conoscevo, Ejo si mise a parlarmi della sua
infanzia, con una voce infantile in cui s’intrecciavano
nostalgia, dolcezza e incantamento.
“Figlio unico, quando ho compiuto cinque anni, in una
notte senza luna dove migliaia di lucciole volavano come un
fiume di stelle in fuga dal tempo, mia madre, vedendo le
prime rughe annunciare il tramonto della sua bellezza,
decise di annegarsi nel lago Omi. Mio padre non si riprese
mai dal suo suicidio. Non avendo il coraggio di mettere fine
alla propria vita sparandosi un colpo, cominciò a bere. La
sua lenta autodistruzione ci mandò in rovina. Per la
maggior parte dell’anno vivevamo della carità pubblica.
Solo quando si avvicinava l’estate riemergeva dalle
sbronze, afferrava una lunga canna di bambù, si arrotolava
intorno alla cintura un sacchetto di tulle, e al tramonto mi
diceva di seguirlo fino al boschetto di salici che crescevano
in riva al lago. Nella regione in cui vivevamo, parecchi
mercanti si erano specializzati nella compravendita di
lucciole, che spedivano nelle grandi città all’interno di
gabbiette di vimini. I ricchi, nelle loro feste, si divertivano a
liberare gli animaletti per ammirare i loro bagliori.
“Le lucciole, più sono spaventate e più brillano. Se
vengono disturbate, si paralizzano e ci mettono qualche
secondo a fuggire. Kyubei, mio padre, ritenendole
responsabili della letale depressione di mia madre scovava i
loro bagliori tra le foglie dei salici con un odio sordo, come
un felino silenzioso. Di scatto, cominciava a saltellare
colpendo vigorosamente i rami con la lunga canna di
bambù. La paura faceva risplendere i coleotteri che
cadevano a terra come gioielli paralizzati. Per catturarne il
maggior numero senza perdere tempo, mio padre se li
metteva in bocca. Quando non riusciva più a tenerli dentro,
li sputava intatti nel sacco aperto che io gli porgevo, e mi
affrettavo a richiuderlo.
“Tutto questo avveniva come adesso, nel buio della notte.
Mio padre si vestiva di nero, e mai con colori sgargianti,
per non ferire la sensibilità delle lucciole. Di colpo, nel buio
denso, le sue guance cominciavano a brillare. Dentro la sua
bocca gli insetti, al colmo del terrore, emettevano bagliori
intensi. La luce filtrava attraverso le guance, trasformando
il viso di mio padre in una lanterna rossa. Quando sputava
le sue prigioniere, dalla bocca gli usciva un fiotto di luce: io
lo raccoglievo nella borsa di tulle, che diventava così la mia
anima. Vedevo mio padre come un dio demonio che
riversava in me la sua potenza, una sorta di trasmissione
della conoscenza, miracoloso lascito. Quando ritornavamo
nella nostra umile casa, io tenevo in braccio un sacco con al
suo interno circa cinquecento lucciole, e mio padre, felice
di avere punito quegli insidiosi fantasmi che gli avevano
portato via mia madre (lui era fermamente convinto che la
luce di ogni lucciola fosse la combustione dell’anima di un
defunto), recitava haiku che gli avevano trasmesso i suoi
antenati mentre io piangevo lacrime di felicità, desiderando
che l’estate non finisse mai...” Ejo emise un sospiro
profondo e mormorò: “Permanente impermanenza”.
Con una delle ampie maniche si asciugò le lacrime,
accese una candela e scoppiò in una fragorosa risata.
Allora recitò:

“Mizu e kite
Hikuu naritaru
Hotaru kana!”.

Con voce roca, recitò di nuovo, stavolta separando e


contando le sillabe di ciascun verso:
“Mi-zu-ki-te: cinque. Hi-ku-u-na-ri-ta-ru: sette. Ho-ta-ru-
ka-na: cinque”.
Sorrise soddisfatto.
“Cinque sette cinque: un haiku. Il cinque, come le dita di
una mano, simboleggia la realtà dell’uomo comune. Il sette,
come i sette chakra, simboleggia lo spirito illuminato,
l’unità universale. Il cinque finale, con una nuova
esperienza, recupera la realtà comune ma stavolta abitata
dalla luce della Coscienza.”
Gli dissi in tono ironico:
“La poesia suona bene, ha un ritmo iniziatico, ma non
capisco che cosa dice. Potresti tradurla?”.
Con mia grande sorpresa, perché non parlava
correttamente lo spagnolo, tradusse la poesia mantenendo
la struttura 5-7-5:

“Vicina all’acqua,
lei fa la riverenza:
è la lucciola!”.

Era la prima volta che il monaco parlava della sua vita


personale. Vedendo in lui quel bambino fragile, pieno di
nostalgia, che le innumerevoli ore di meditazione non erano
riuscite a cancellare, forse perché i ricordi non erano un
impedimento bensì un tesoro intimo, mi commossi. Per un
attimo i miei limiti personali sfumarono, il mio corpo si
prolungò nel cosmo, gli astri divennero le radici del mio
pensiero e il passato di Ejo diventò il mio passato. Mi
permisi di commentare la poesia.
“L’acqua di cui parla il tuo haiku è l’acqua di uno stagno
millenario, immobile, senza onde, senza nascita, senza
morte, lì per sempre e da sempre, come l’eternità.
Interrompendo i labirinti che disegna il suo volo, vale a dire
liberandosi dell’identificazione con le proprie parole, la
lucciola, l’uomo illuminato, nel momento in cui giunge alla
frontiera dove i concetti si dissolvono nella vacuità infinita,
prima di bere, prima di entrare in comunione con il mondo,
accettando il cambiamento di tutto quello che credeva fisso
per sempre, si inchina riverente, ringraziando per la
fugacità della propria vita.”
Nel momento in cui Ejo sentì la mia interpretazione, un
invisibile ponte si tese tra il mio e il suo spirito. Immaginai,
a giudicare dal suo largo sorriso, che ci saremmo dedicati a
un nuovo gioco: lui avrebbe recitato e io interpretato. Non
mi sbagliavo. Scese in cucina e poco dopo fece ritorno con
una bottiglia di sakè caldo, e dopo alcuni brindisi mi
propose un altro haiku:

“Torna l’aurora,
lucciola prigioniera
soltanto erba!”.

Risposi:
“All’aurora, la luce del sole offusca il bagliore degli
insetti. Né illuminazione né non-illuminazione, né maestro
né discepolo, travolti dall’ebbrezza canteremo insieme, così
come le rane che inghiottono le lucciole e gracidano alla
luna con il ventre fosforescente”.
Ejo, soddisfatto, lanciò un grave “Ohh!”, fece un
simpatico inchino e cantò a mezza voce:

“Notte di pioggia
le lucciole volano
a rasoterra!”.

“Mio caro Ejo, penso che i Buddha debbano adattarsi alle


circostanze. Anche se sfiorano il fango, le lucciole
continuano a risplendere. Se le circostanze sono avverse, lo
spirito illuminato non cede alla disperazione ma rimane
fedele a se stesso, e non si lascia turbare.”
“Ooohhh! Facile a dirsi ma non a farsi... Mia madre e i
miei quattro nonni erano morti, io ero un bambino che
aveva per padre un uomo ubriaco per nove mesi all’anno.
Nonostante la giovane età potevo capire la sua tristezza di
vedovo, ma lui non avvertiva la mia tristezza di orfano.
Nelle lunghe notti di pioggia mi costringevo a sorridere,
rispettavo i doveri filiali ma il mio cuore volava a rasoterra.
All’età di nove anni, di ritorno da scuola, trovai mio padre
insieme a un monaco zen. Kyubei mi sventolò un foglio
sotto il naso: ‘Questo è un contratto che dà a Heikisoken
Kodaishi il diritto di ucciderti se ritiene che non ti impegni
a mettere in pratica i suoi insegnamenti. Devi capire che
per te diventare un buon monaco sarà questione di vita o di
morte... Mangia il tuo riso e va’ a dormire. Domattina
all’alba andrai con il tuo precettore nel monastero di
Horyuji. Io non sono degno di occuparmi della tua
educazione. Se rimani accanto a me, diventerai un
mendicante. Questa è l’ultima volta che mi vedi’. E mentre
mi abbracciava le nostre lacrime si mescolarono... A
mezzanotte udii i suoi passi leggeri, mi affacciai alla
finestra e lo vidi allontanarsi verso il bosco di salici.
Facendo attenzione a non disturbare il fragile sonno del
mio futuro precettore, impiegai mezz’ora a vestirmi, poi
uscii di casa per spiare mio padre. Lo vidi inginocchiato in
riva al lago, era talmente immobile che alla luce della luna
sembrava una statua d’argento. Con mia grande sorpresa,
nonostante il freddo invernale, apparve una lucciola
solitaria, femmina a giudicare dalle dimensioni e
dall’intensità della sua luce. L’insetto, dopo avere
svolazzato più volte intorno alla testa di mio padre, gli si
posò sulla fronte. Allora lui si alzò, e trascinando i piedi
come un sonnambulo prese a camminare in linea retta
verso lo specchio d’acqua del lago immobile, e senza
sollevare la minima onda si immerse nell’acqua fino a
scomparire. Per la mia mente di bambino, il lago aveva
inghiottito sia Kyubei sia mia madre.”
Ejo bevve una lunga sorsata e poi recitò:

“Lesto t’accendi
lestissimo ti spegni
insetto-luce”.

Allora vidi noi due: io e il monaco in mezzo al fiume del


tempo, al centro di una sfera infinita, a bruciare come due
falò, felici fuochi d’artificio che nel cielo non lasceranno
traccia, e assaporano il paradiso dell’attimo, momento che
non si ripeterà mai più... Ci toccherà piangere per essere
precipitati nel vuoto? Senza convinzioni consolanti, senza
inventarci un destino a forza di gesti compulsivi, che cosa
faremo di questa vita inevitabile?
Come se mi avesse letto nel pensiero, per tutta risposta
Ejo recitò due haiku:

“Quando la notte
si fa impenetrabile
brilla la luce.

Già sorge l’alba


le lucciole non son che
semplici insetti”.

I primi raggi del sole ci inondarono di riflessi dorati.


Frastornato e insonnolito, sperando che mi perdonasse i
postumi della sbornia, tentai di interpretare quei versi.
“Se confronto l’idea fissa che ho di me e del mondo con la
sublime interdipendenza che esiste fra tutte le cose
(lucciole, notte oscura), mi rendo conto che non sono uno
straniero, bensì uno che ne fa parte. Non c’è niente di mio,
nemmeno la mia coscienza, tutti i luoghi sono porte aperte,
l’io non è possibile senza l’esistenza dell’altro. Quando
appare l’amore (l’alba) noi ci fondiamo nel mondo
trasformandoci in nessuno.”
Ejo, sbronzo quanto me, lanciò un lunghissimo “Ooohh!”
e mi balbettò un ultimo ricordo:
“Il negozio del mercante di lucciole era illuminato da quei
poveri insetti, erano centinaia, ammucchiati in piccole
gabbie. Quando mio padre riceveva i soldi e si addentrava
nella notte oscura con il sacco di tulle vuoto, mi diceva
sempre con grande tristezza: ‘Adesso dobbiamo tirare
avanti con il nostro corpo che non brilla’”. E di colpo cadde
in un sonno profondo, sempre in posizione di meditazione.
Mi alzai barcollando e lo lasciai lì, come un Buddha d’oro, a
russare sonoramente...
Guidai cercando di limitare al massimo i miei zig-zag,
perché a quell’ora del mattino le vie erano già intasate.
Ogni volta che un semaforo rosso mi costringeva a
fermarmi, dietro l’angolo sbucavano mendicanti, e ciascuno
faceva qualcosa di particolare per richiamare la mia
attenzione. Alla prima fermata posai l’anello d’oro dentro il
cappello che mi tendeva un ragazzo scheletrico dopo aver
lanciato fiamme dalla bocca, sputando benzina sulla sua
torcia. Alla seconda, diedi tutti i soldi che avevo in tasca a
tre bambini travestiti da pagliacci con un enorme
fondoschiena. Alla terza, regalai giacca e camicia a un
vecchio che teneva una scimmietta in equilibrio sul naso.
Alla quarta donai le mie scarpe e i calzini a una donna che
faceva acrobazie con quattro teschi di gomma. E alla
quinta, offrii i miei pantaloni a una donna che sollevava
verso di me un bambino cieco. Arrivai a casa in mutande.
Buttandomi sul letto, prima di sprofondare in un sonno
pesante mi venne in mente che i miei genitori non mi
avevano mai dato una carezza.
Dieci ore dopo venni svegliato dai miagolii di dolore della
mia gatta Mirra, che stava partorendo con difficoltà. La
portai di corsa dal veterinario. La giovane gatta d’angora
nera, sul tavolo operatorio, riuscì a dare alla luce soltanto
un bellissimo esemplare grigio, dal pelo corto e morbido.
Vedendo quell’orfanello succhiare disperatamente le
mammelle della madre morta, pensai a Ejo. Provai una
grande compassione per quel bambino di nove anni, senza
famiglia, che doveva abbandonare i suoi amici, i luoghi
prediletti, i giochi infantili per andare a chiudersi in un
monastero, lontano dalla dolcezza del contatto femminile,
costretto a meditare, pregare, mendicare, servire, forse
senza averlo mai voluto realmente, considerando la
negazione di sé come il merito supremo. Mi parve di
vederlo nel monastero, prima di ricevere la prima
colazione, andare nella stanza del severo monaco capo,
tremando di fame e timidezza, per salutarlo e ringraziarlo
della sua ospitalità. Mi parve di vederlo seduto, immobile, a
trattenere le lacrime, mentre un novizio poco più grande di
lui lo rasava a zero. Insieme a quei capelli cadevano anche
tutte le illusioni che lo legavano al mondo. Mi parve di
vederlo lavare i pavimenti, pulire i gabinetti, coltivare
l’orto, aiutare in cucina e in lavanderia, occupare il suo
posto nello zendô dopo avere promesso che avrebbe
continuato a meditare fino all’illuminazione. In mezzo a
quel gruppo di adulti severi, dove non poteva mai stare
solo, neanche un secondo, e gli era concesso di possedere
soltanto un tatami (la stuoia giapponese) per poter
meditare, dormire e sognare in quello spazio ridotto. Un
pezzo di legno è il suo cuscino. Gli viene concesso anche
uno spazio all’interno dell’armadio comune per tenerci una
scodella, un rasoio, qualche sutra e un sottile materasso
ripiegato in quattro. Nient’altro. Nessun giocattolo. Ogni
volta che entra o esce dallo zendô legge su una grande
tavola: “È una questione di vita o di morte. Nulla permane.
Il tempo passa in fretta, non aspetta nessuno. Non devi
sprecarlo”. All’alba, quando il monaco incaricato si guarda
una mano e riesce a distinguere le linee sul palmo, con un
mazzuolo comincia a picchiare sulla tavola e quella serie di
suoni secchi sveglia bruscamente il bambino,
annunciandogli l’inizio delle pesanti faccende quotidiane.
Alla sera, quando l’incaricato non riesce più a vedere le
linee sul palmo della mano, ricomincia a picchiare sulla
tavola. Allora gli viene data una magra cena, alla fine della
quale deve ringraziare cantando sutra e facendo grandi
riverenze. Finalmente, alle nove esatte, ripetuti colpi
annunciano la fine della giornata. Prima di distendere il suo
materassino per dormire accanto agli altri monaci in una
posizione obbligata, ha letto su un’altra tavola, più larga e
più lunga, le rigide regole che governano la vita monastica.
Gli viene indicato come salutare prima e dopo aver
meditato, come camminare, come bere il tè, come levarsi i
sandali, come orinare e defecare. Tutto viene
regolamentato. Non gli è consentito nessun gesto
spontaneo. Nemmeno le conversazioni private. Proibito
commentare, proibito mormorare. Per lavarsi la mattina
può usare soltanto tre scodelle di legno piene d’acqua.
Deve tenere la scodella in una mano e lavarsi la faccia con
l’altra, come fanno i gatti. Mentre si lava, per insegnargli a
non sprecare un bene che non è suo ma dell’umanità
intera, il rôshi gli consiglia: “Usa due scodelle, e avanzane
una per i tuoi discendenti”. E via così, giorno dopo giorno,
sempre uguale, per trent’anni, cerimonie del tè, visite dal
rôshi per farsi dare un koan, pulizia in giardino, andare a
mendicare riso o denaro, bagni collettivi in assoluto
silenzio, dormendo d’inverno senza riscaldamento e senza
calze di lana, ricevendo rimproveri e bastonate sulle
scapole, cambiandosi d’abito due volte all’anno (in inverno
e in autunno un vestito di lana, in primavera e in estate uno
di lino), superando continuamente esami davanti a monaci
importanti che decidono se fargli continuare gli studi nel
monastero o se mandarlo via. Dopo quanto tempo quel
bambino orfano, divenuto adolescente, poi adulto, aveva
ottenuto l’illuminazione che la fatalità lo aveva costretto a
cercare? Era nelle generose mani di Buddha, con la
consapevolezza di essere un nobile strumento che forse il
destino avrebbe usato per realizzare una grande opera...
ma nonostante qualche fuga notturna insieme ad altri
novizi, scavalcando un muro per andare a bere e a
divertirsi in un bar del paese, sapeva bene di non avere
nessuna esperienza della vita. Uscire da quel rigido
monastero per fare un viaggio negli Stati Uniti e poi
fermarsi in Messico deve essere stato uno choc spirituale
pazzesco. Difficile cambiare i meccanismi acquisiti per
tutta una vita. Pur vivendo in una città immensa, Ejo
continuava a stare chiuso nel suo monastero giapponese. A
forza di controllare parole e gesti, a forza di stare immobile
a meditare, a forza di lavare il proprio corpo per levargli
qualsiasi macchia morale, aveva perduto la tenerezza, non
conosceva le carezze, il piacere dei gesti spontanei,
squisitamente animaleschi.
Decisi di regalargli il gattino grigio.

Trovai Ejo Takata che meditava, come al solito a quell’ora


del mattino. Mi avvicinai lentamente e gli posai la bestiola
in grembo. Il gatto si acciambellò subito e cominciò a
dormire, facendo le fusa. Ejo rimase nella sua posizione
immobile come una statua, fino a che il bastoncino
d’incenso si consumò completamente. Allora sbadigliò, si
stiracchiò, sorrise e, accarezzando il morbido pelo grigio,
mi propose un koan:
“Una mattina i monaci della sala est e quelli della sala
ovest litigarono per chi dovesse tenere un gatto. Vedendo
questo, il maestro Nansen afferrò l’animale e lo tenne
sollevato con una mano mentre con l’altra brandiva un
coltello: ‘Se qualcuno di voi sa dirmi che cosa vuol dire
questo, non taglierò il gatto in due’. I monaci non seppero
rispondere. Allora Nansen lo tagliò in due...”. Ejo lanciò un
grido acuto: “Hiiaaaaa!” come di gatto che sta morendo, e
continuò: “La sera Joshu arrivò nel monastero, Nansen gli
raccontò che cosa era successo e gli chiese il suo parere.
Joshu si tolse un sandalo, se lo mise sulla testa e fece per
andarsene. Nansen disse: ‘Se fossi stato qui, avresti potuto
salvare il gatto’”. Ejo lanciò un altro grido, “Niaaaaaaa!”
come di gatto che sta nascendo, corse in cucina, ritornò
indietro con un coltello e sollevando il gattino mi guardò
con un luccichio implacabile negli occhi: “Se mi dici che
cosa vuol dire questo, non lo taglio in due!”.
Cominciai a sudare e a respirare affannosamente. Mi
mancava l’aria. A che cosa si riferivano Nansen e Takata
chiedendo di spiegare il significato di “questo”? “Questo”
come gesto di sollevare il gatto, lasciando intendere che la
vita e la morte sono la stessa cosa? “Questo” come la realtà
stessa, sogno in cui crediamo di esistere? Oppure “questo”
come un Io illusorio, capace di litigare per il possesso di
qualcosa che pure è illusorio? “Questo” come vacuità che
non può definirsi a parole? E perché l’assurdità di quel
sandalo sopra la testa, e le due grida che imitano la morte e
la nascita di un gatto?
Vedendomi in quello stato pietoso – mi spremevo le
meningi nel tentativo di trovare una risposta – Ejo sollevò il
coltello e si accinse al taglio fatale.
Il felino, penzolando dalla mano del monaco che con il
pollice e l’indice lo teneva per la collottola, cominciò a
miagolare.
Persi il controllo e con uno spintone buttai Ejo a terra.
Con un calcio gli feci mollare l’arma e gli portai via il gatto.
Poi, stringendo al petto la bestiola, cominciai a
indietreggiare, spaventato. Sacrilegio! Buttando giù il
Buddha dal suo piedistallo avevo mandato in frantumi tutte
le mie illusioni mistiche. Non avrei mai più potuto contare
sull’amicizia del monaco. Avevo la certezza che non appena
si fosse rimesso in piedi mi avrebbe cacciato dallo zendô.
Un’ondata irrefrenabile di dolorosi ricordi m’invase la
mente: quando avevo compiuto quattro anni, un vicino di
casa mi aveva regalato Pepe, un bel gatto grigio. Tra me e
l’animale era nato un legame profondo. Avevo saputo
ammaestrarlo come se fosse stato un cane. Obbediva se lo
chiamavo per nome, si sedeva e agitava per aria le zampine
anteriori per chiedermi un pezzetto di quello che stavo
mangiando, giocava con le mie mani senza mai procurarmi
un graffio, aveva un linguaggio di miagolii che ero in grado
di interpretare. Ogni sera veniva a farmi compagnia,
dormiva con me sotto le coperte. Mio padre, convinto che i
gatti respirando vicino al viso di un bambino gli
trasmettessero la tubercolosi, lo ammazzò in giardino
davanti ai miei occhi, con un colpo di pistola alla testa. La
mia felicità con Pepe era durata sei mesi. A quattro anni e
mezzo avevo scoperto come la morte di una creatura amata
facesse sentire vuoto il mondo. O meglio, come potesse
riempirlo della sua assenza. Quella tristezza mi entrò nelle
ossa. Covavo nel profondo del cuore un odio impotente nei
confronti di Jaime, mio padre. E in quel momento, pur
sentendomi in colpa per avere picchiato il maestro, sorrisi
sollevato. Finalmente avevo fatto quello che non ero
riuscito a fare da bambino: salvare il mio gatto... Con mia
grande sorpresa Ejo si alzò in piedi sfoderando un sorriso
da un orecchio all’altro, come me. Mi si piazzò davanti,
spalancò le braccia ed esclamò:
“Ce l’hai fatta, l’hai risolto! Quando Nansen con il suo
‘questo’ chiede ai discepoli di affermare che non vi è
differenza tra la vita e la morte, Joshu, col suo sandalo in
testa, si burla del suo intelletto. Io immetto la realtà
quotidiana nella mia mente! Dato che voglio il gatto, te lo
strappo dalle mani! Se per portare i monaci
all’illuminazione ti metti ad ammazzare gatti, il tuo zen non
significa niente! Kuatsu! Kuatsu! Kuatsu! Allegria! Anche se
la vita è un sogno fugace, un gatto vivo è diverso da un
gatto morto!”.
Mi abbracciò stretto facendomi saltellare e ballare
insieme a lui: rideva a crepapelle.
Io, senza mollare il gatto che partecipava anche lui alla
festa facendo le fusa, mi abbandonai all’allegria con una
certa diffidenza. Ejo, accortosi della mia esitazione, mi
prese il felino dalle braccia, disse “Arigato!” e lo accarezzò
con una delicatezza sorprendente. Lo portò subito in cucina
per dargli da mangiare. Io lo seguii. Anche se in quella
stanza tutto sembrava in ordine, sentivo sprigionarsi da
ogni oggetto una tristezza da orfano. L’allegria del gattino
che leccava il piatto faceva risaltare ancora di più il gelo
dell’ambiente... Non riuscii a trattenermi:
“Ejo, credo che tu abbia bisogno di una donna!”.
“È vero!” esclamò con il braccio sinistro teso verso il
soffitto, il pugno chiuso.
Il giorno dopo prese l’aereo per andare in Giappone in
cerca di una compagna.

1
Caoshan Benji (849-901), in giapponese Sozan Honjaku, maestro cinese di scuola Chán, dapprima
studiò i classici del confucianesimo e poi venne attirato dal buddhismo. Con il suo maestro Dongshan
Liangqie (Tozan Ryoki) fondò la scuola Caodong (in giapponese Soto), che rivestì grande importanza in
Giappone grazie al discepolo Yumju Daoyin (Ungo Doyo).
2
Farina di mais tostato dolcificata con zucchero. È molto difficile mangiarla senza bere qualcosa, in
quanto richiede una salivazione abbondante. [N.d.T.]
3
Deshan Xuanjian (782-867), in giapponese Tokusan Senkan, studiò in profondità il Sutra del
Diamante, diresse un monastero ed ebbe diversi discepoli, tra cui Xuefeng Yi-cun (822-908), noto
anche con il nome giapponese Seppô Gison, che in seguito fondò un monastero sul monte Xuefeng, da
cui prese il nome.
4
Nome religioso del funzionario cinese Zheng Ting, che visse a cavallo delle dinastie cinesi Sui
(589-618) e Tang (618-906).
7. Dalla pelle all’anima

“Ogni persona da impiccare


richiede una tecnica diversa. È una
questione di fisico.”

SILVER KANE,
Verdugo a plazos

I quaranta giorni di assenza del maestro mi fecero capire


quanto fosse importante per me la sua presenza. Avevo
bisogno di vedermelo davanti, per avere una conferma di
tutte le mie parole. Senza la sua approvazione le mie orme
sparivano prima di aver mosso i passi che le avrebbero
impresse sul terreno.
Durante il suo soggiorno in Giappone, nessuno era sicuro
del ritorno di Ejo. In realtà, per la sua vita piena di
privazioni (di solito si nutriva con le verdure, la frutta e i
pesci che venivano buttati via nei mercati) e per il ridotto
numero di discepoli, ci pareva assurdo che tornasse.
Eppure, per non perdere l’unione con il suo spirito,
continuammo ad andare ogni giorno allo zendô.
Seccato perché Ana Perla, con la scusa di essere l’unica
in grado di incrociare le gambe nella posizione del loto,
aveva occupato il posto del maestro prendendosi la libertà
di dirigere le meditazioni, non facevo altro che tossire
durante i nostri incontri, e trafiggevo lo spazio con il mio
fiato trasformato in lancia. Nessuno parve fare caso a me.
Chi più chi meno, tutti quanti si erano circondati di
statuette di Buddha, bicchieri pieni di fiori e riproduzioni di
oggetti maya. Ana Perla – che era lesbica – mostrava sulle
braccia grosse cicatrici in mezzo ai braccialetti tibetani,
segni dei molteplici tentativi di suicidio per colpa delle
delusioni amorose. Ora, con la testa rasata, si credeva in
odore di santità e al riparo da nuove passioni. Per
sublimare gli ormoni ci faceva ripetere mille volte il Sutra
del Cuore, come rane che cantano alla luna in riva a un
lago millenario: Gate gate parâgate pârasamgate bodhi
svâhâ,1 ma lei lo tradiva traducendolo così: “Vado, vado, più
all’interno, più in fondo, Orgasmo, benedizione”.
Convinto che Ejo fosse sparito per sempre nel suo paese
natale e disgustato dal feticismo dei suoi discepoli, dissi
loro addio per sempre, cercando di portarmi via anche il
gatto. Dal putiferio che ne seguì mi resi conto che lo
avevano elevato al rango di rappresentante del maestro.
Ana Perla insisteva nel dire che vedeva un’aura dorata
intorno alla testa del felino... Per l’ennesima volta imboccai
avenida Insurgentes masticando rabbia. Dietro un angolo
scorsi il ragazzo che avevo maltrattato qualche mese
addietro, insieme ad altri quattro vestiti come lui, jeans
aderenti e canotta, che facevano segni ambigui alle auto
che passavano di lì. Non avevo voglia di cambiare
marciapiede. Ricordando un koan di Ejo (“Perché non vedi
quello che non vedi?”), dissi fra me: “Quello che vedo, lo
vedo soltanto dal mio punto di vista, dipende dal mio
umore. Il mondo è l’estensione del mio spirito. Se li ignoro,
anche quegli avvoltoi mi ignoreranno. Passerò accanto a
loro, invisibile”.
O non ero riuscito a cancellarli perfettamente dal mio
spirito, o la mia interpretazione del koan era sbagliata: non
appena mi fui avvicinato, si slanciarono su di me, mi
buttarono per terra e cominciarono a prendermi a calci.
“Macho di merda! Ora ti insegneremo a rispettarci.” Che
cosa potevo fare? Erano cinque contro uno. Mi riparai la
testa alla bell’e meglio, offrii senza protestare il mio corpo
alla punizione e mi rifugiai nella mente. Le botte non mi
impedirono di pensare a un altro koan: “Un monaco chiede
al maestro Ummon2: ‘Che cosa succede quando le foglie
marciscono e cadono dall’albero?’”. Ummon risponde: ‘Dal
mio cuore sgorga un vento d’autunno’.” Ciò che è
inevitabile merita di essere amato... Pensandola così,
accettai con calma la batosta che non potevo evitare: da
una parte me l’ero meritata, dall’altra, a parte qualche
fastidiosa contusione, la mia vita non sarebbe stata in
pericolo. Quei ragazzi non avrebbero commesso un
delitto... La mia calma svanì come neve al sole quando mi
trascinarono in un vicolo e cominciarono ad abbassarmi i
pantaloni. Nella penombra puzzolente vidi luccicare i loro
falli. Mi si rizzarono tutti i capelli che avevo in testa.
Nessun koan mi avrebbe aiutato ad accettare lo stupro.
Cominciai a scalciare e a gridare. Mi bloccarono faccia a
terra, con il sedere per aria e le gambe aperte.
Accompagnato da un coro di scherno, un dito bagnato di
saliva mi toccò abilmente l’ano. Ma le risate si spensero
quando una voce femminile esclamò: “Lasciatelo, è mio!”.
A quell’ordine, gli aggressori si fecero il segno della
croce neanche fossero davanti alla Madonna e scapparono
via di corsa. Per via delle meditazioni zen, credevo di avere
domato il mio ego. Mi ritenevo libero da qualsiasi genere di
orgoglio. Ma in quell’angolo buio, con i pantaloni che mi si
afflosciavano intorno alle caviglie come molluschi morti, in
preda a convulsioni nervose, scoppiai in singhiozzi di
umiliazione, come un bambino.
“Non ti vergognare, ragazzo. Non dare così tanta
importanza alla penetrazione. Quei giovanotti non sono
cattivi, li conosco bene. Quando si ammalano vengono
sempre a trovarmi. Si sono comportati così con te solo
perché avevi offeso uno di loro. In ogni caso, essendo dei
professionisti, ti avrebbero posseduto senza farti male.
Magari volevano farti accettare il tuo lato ricettivo, quello
che gli uomini particolarmente virili reprimono perché
disprezzano la donna. Vieni con me, abito qui vicino, a
fianco della taquería. Hai le ginocchia sbucciate, voglio
disinfettarti.”
La dignità che traspariva dai gesti di quella dama, vestita
con una semplicità rigorosa, mi ispirò fiducia. Mentre
camminavamo verso casa sua, mi disse:
“L’altro giorno, dopo avere preso a calci quel povero
ragazzino, hai continuato a camminare parlando da solo,
senza rendertene conto. Mi sei passato vicino ma non mi
hai vista. Ti stavi insultando da solo (imitò alla perfezione il
mio tono di voce e il mio modo di parlare): ‘Sono un
marchettaro spirituale in attesa che Buddha venga a
possedermi, pagandomi con una illuminazione!’.
“Disprezzi te stesso e disprezzi quei ragazzi senza
renderti conto che anche loro, come te, forniscono un
servizio. Loro lo rendono ai clienti: per la maggior parte
sono padri di famiglia che scaricano così le loro pulsioni
omosessuali; tu invece rendi servizio alle dee... Meditando
sviluppi la coscienza, e proprio per questo siamo stati
creati dalle dee. Il loro gioco è riuscire a rendere cosciente
la totalità della materia. Alla fine dei tempi questo universo
dovrà essere puro spirito. Affinando il tuo corpo aiuti le
Creatrici Supreme a realizzare la loro opera. Avevi ragione
a esclamare (e qui mi imitò di nuovo): ‘Basta! Meditare
immobile come un cadavere non mi serve a niente!’. Se
trasformi il tuo corpo in una statua percorri la via al
contrario, la stessa via che le dee hanno già percorso e
consumato: materializzare lo spirito... Tutto quello che i
tuoi occhi vedono, quello che senti, gusti e tocchi, sono
divinità pietrificate. Ogni pietra, ogni pianta, ogni animale
racchiude una coscienza che deve essere liberata, non per
mezzo di una distruzione ma attraverso una mutazione.
Anche se non ci credi, quella che chiami realtà è
essenzialmente un canto d’amore. Tutto può mettere le ali,
anche un escremento. Devi renderti conto che questi
marchettari sono santi, in un certo senso. Sono santi come
quella mendicante che dorme vicino ai bidoni
dell’immondizia. L’altro santo è quello che vedi dentro di
te...”.
Accanto alla taquería, fra i muri alti e scrostati, si apriva
un vicolo. In fondo ci aspettava una scala a chiocciola,
fatiscente. Il fumo appiccicoso che usciva dal camino delle
cucine, dove preparavano i tacos sulla carbonella, mi prese
al naso facendomi tossire. Il fetore era insopportabile. Doña
Magdalena, senza scomporsi, continuò a salire le scale con
la dignità di una regina. Arrivammo di fronte a una porta di
ottone, molto bassa. Per entrare dovemmo chinare la testa.
La sentii mormorare: “La chiave di qualsiasi porta è
l’umiltà”. Nel suo piccolo appartamento, un profumo
dolciastro smorzava l’odore di grasso. “È copale. Si usa per
incensare i templi e anche le tombe.”
Era una stanza rettangolare con una sola finestra, le
pareti bianche, spoglie. Invece della luce elettrica, in ogni
angolo c’era una candela, lunga e grossa. Al centro, sotto
un piccolo lucernario, un lettino per i massaggi. Dietro una
tenda, un bagno. Dietro un’altra tenda, la cucina. Una
cassa di legno compensato era il suo guardaroba. Doña
Magdalena mi invitò a sedermi sul lettino per i massaggi.
Non appena ebbi posato il sedere sulla superficie foderata
di tocuyo, con gran delicatezza mi spalmò sulla faccia e
sulle contusioni una crema che odorava di benzoino. In
breve si attenuò ogni dolore, e contemporaneamente lei
parve cambiare personalità. Veniva da un altro mondo. Il
suo sguardo profondo e limpido mi faceva l’effetto di una
droga. Svanirono i rumori che arrivavano dalla strada, si
dissolsero voci e odori, la realtà acquisì la consistenza di un
sogno... Lei parlava lentamente, con un tono grave, preciso
e monotono, come se stesse ricevendo ordini superiori...
“Per il momento non sai chi sei, ma ti cerchi con tanta
intensità che abbiamo deciso di aiutarti, noi, le particelle
elementari della coscienza eterna... Quello che intendiamo
insegnarti non è soltanto per te: il seme viene dato al
seminatore perché faccia fruttificare la terra. Quello che
verrà dato a te sarà anche per gli altri. Se lo tieni per te, lo
perdi. Se lo regali, alla fine potrai averlo. Finora hai
lavorato per immobilizzare il tuo corpo, ritenendo che non
ti appartenga in quanto è effimero, un cadavere in cui
trovare quello che sei: uno spirito immortale. Invece, figlio
nostro, anche il tuo spirito ti è stato dato in prestito, ed è
condannato a scomparire... Sia lui sia il corpo devono
perdere ogni speranza di essere immortali: in questo modo,
smettendo di vivere separati, potranno unirsi come maschio
e femmina, liberi dalla tirannide del tempo, immersi in un
attimo senza fine, destinati a originare uno stato di felicità
sublime. Quando avrai dissolto gli opposti, quando li avrai
coagulati ed essendo stato due sarai diventato uno, nella
notte oscura brillerà una stella. La felicità di essere vivo
alimenta l’occhio divino che ti spia dal centro del tuo essere
effimero. Se la tua gioia è genuina, se hai polverizzato ogni
speranza, se smetti di essere un corpo che sopporta uno
spirito o uno spirito che sente il peso del corpo, se sei
contemporaneamente materia densa e trasparenza, verrai
accolto nel seno della Dea come la pecorella smarrita che
ritorna all’ovile. La tua beatitudine personale sarà la stessa
beatitudine del cosmo... Se finora hai percorso la via
mentale, noi ti guideremo lungo la via corporale. Se ti sta
bene così, ritorna domani a mezzogiorno.”
Quando uscii dal vicoletto, venni colto da una stanchezza
talmente grande che quasi non riuscivo a sollevare il
braccio per chiamare il taxi. Arrivato a casa mi buttai sul
letto, non avevo neanche la forza di togliermi le scarpe.
Dormii dalle quattro del pomeriggio fino alle undici di
mattina. Mi svegliai di soprassalto, mi lavai la faccia e i
denti in pochi minuti e mi precipitai fuori casa per arrivare
in tempo all’appuntamento. Non appena ebbi bussato alla
porticina di ottone, l’ansia svanì e mi sentii pervadere da
una strana calma. Doña Magdalena mi accolse
completamente nuda.
Fino a quel giorno, per me vedere una donna senza
vestiti era stato motivo di eccitamento. Invece Magdalena
nuda sembrava rivestita della sua anima. La sua dignitosa
calma, l’armonia dei movimenti, la tonalità uniforme e
scura della pelle, la rendevano simile a un idolo di creta. Di
fronte a tanta naturalezza mi vergognai del mio pudore, del
disprezzo che riservavo al mio organismo, del contenuto
eccessivamente sessuale che proiettavo sulla carne. In
realtà, avevo sempre considerato il mio corpo come un
tumore della ragione, un futuro rovinoso, un groviglio di
vermi...
Unica foto conosciuta di Doña Magdalena
“Basta, ragazzo, smettila di tormentarti. Cominceremo il
lavoro dagli indumenti che ti ricoprono. I vestiti sono la
notte oscura, a mano a mano che ti liberi di loro conoscerai
le prime luci dell’alba. Togliti l’orologio, smettila di
misurare il tempo!”
Il suo ordine perentorio mi fece sprofondare in una sorta
di trance. Non avevo più fretta. Ero pervaso da una
lentezza sognante. Magdalena, muovendosi con la
tranquillità di una particella di polvere che galleggia in un
raggio di sole, cominciò a togliermi la giacca di pelle.
L’apriva piano piano, un millimetro dopo l’altro, come se mi
scorticasse, ogni secondo durava un’eternità. A mano a
mano che me la levava di dosso, l’indumento acquisiva
forme diverse, come una grande ameba nera... Divenni
consapevole della quantità di movimenti che dovevo fare
per tirar fuori le braccia dalle maniche. Spogliarsi così, al
rallentatore, era un’espressione artistica in cui la danza,
insieme alla scultura, conferiva sacralità a
quell’indumento...
“Sei venuto qui ricoperto dei resti di un animale ucciso. E
tale dolore, amalgamandosi con la tua pelle, ti attraversa le
carni per conficcarsi nell’anima. La pelle è un occhio che
assorbe il mondo. Fa’ attenzione ai materiali con cui la
ricopri. Qualsiasi oggetto ha una sua storia. Il lino, la seta,
il cotone, la lana, sono elementi puri che non ti offuscano la
mente. Il resto è maligno, aggredisce le tue cellule,
scompensa il sistema nervoso, inietta sofferenza nel tuo
sangue.”
Come posseduto dai suoi gesti lentissimi e da quella voce
delicata ma profonda come un lago, mi parve di perdermi
in un labirinto di nuvole. Quando mi risvegliai ero in piedi,
nudo. Magdalena stava finendo di riordinare i miei vestiti,
ripiegandoli con estrema cura, come se fossero origami...
“I vestiti indossati senza coscienza sono un
travestimento. La donna e l’uomo sacri non devono vestirsi
per apparire ma per essere. Gli indumenti possiedono una
forma di vita. Quando corrispondono a quello che sei nella
tua essenza, sono portatori di energia, agiscono da alleati.
Quando corrispondono alla tua personalità deviata, ti
succhiano le forze vitali. E anche se sono tuoi alleati ma tu
non ti preoccupi di loro, non li rispetti, si vendicano
intorbidando la tua coscienza. Capisci ora perché dobbiamo
ripiegare i nostri vestiti così come si ripiega la bandiera
della patria o un paramento sacro? Seguimi, ti farò un
bagno!”
“Ho già lavato il mio corpo prima di venire.”
“Quale fra tutti? Ne hai sette. E il solo che credi di avere
è un cadavere... Allora comportati come tale!”
Non sapevo che cosa rispondere. Feci quello che lei mi
chiedeva: dimenticai la mia volontà e mi lasciai cadere a
terra. Afferrandomi in punti precisi, mi sollevò senza
nessuna difficoltà, mi portò nella stanza a fianco e mi
immerse in una tinozza piena di acqua tiepida.
“I tuoi antenati avevano l’abitudine di lavare i defunti
prima di seppellirli, e non perché credevano che fossero
sporchi, ma per liberare la carne e i loro sei corpi
intangibili dai legami sbagliati con la materia.”
Mi insaponò vigorosamente dalla testa ai piedi, mi
risciacquò, mi insaponò di nuovo, e così per sette volte di
seguito. Lo fece con tanto vigore e precisione che, a mano a
mano che mi lavava e rilavava, mi sentivo più leggero,
respiravo meglio. Mi tirò fuori dall’acqua per cospargermi
con un profumo che odorava d’incenso.
“È galbano, ragazzo. I sacerdoti ebrei lo usavano per
incensare i loro altari d’oro. Ogni corpo umano è un altare.”
Mi alzai in punta di piedi, ero in preda a una felicità
inebriante, avevo voglia di danzare.
“Non cantare vittoria. Ti sentirai molto meglio quando
avrò finito di grattarti...”
Grattarmi? Senza curarsi della mia faccia stupita, mi fece
sedere sul lettino dei massaggi, afferrò un coltello di osso
dalla punta smussata e iniziò a grattarmi la pelle,
centimetro per centimetro, come raschiando via una crosta
invisibile.
“Con gli anni, le innumerevoli paure – di morire, di
perdere chi si ama, o il territorio, l’identità, il lavoro, la
salute – si condensano in minuscoli granuli sottopelle.
D’altro canto, le aure dei sei corpi impalpabili, nel
momento in cui viene inibita la loro capacità di espansione,
si richiudono l’una sull’altra fino a formare una corazza
invisibile che sta appiccicata alla nostra pelle e ci
impedisce l’unione con il mondo vero, non quello che è
pensato, ma quello che ci pensa... Quest’armatura ti
avvolge tutto tenendoti separato dagli altri, dal tuo pianeta,
dal cosmo. Ti fa vivere nell’oscurità infernale, perché la
luce dell’anima è l’unione. Ti accorgerai che il corpo umano
è immenso; grattarlo tutto per intero richiede almeno tre
ore. E ciononostante, per farti perdere ogni paura e farti
uscire dalla tua prigione carnale, una sessione non basta:
dovremo ripeterla altre nove volte.”
Sussurrando una nenia iniziò a grattarmi con una
pazienza infinita tutto il corpo, compresi il cuoio capelluto, i
denti, la lingua, il palato, l’interno delle orecchie, le
palpebre, le unghie, i testicoli, il pene, l’ano. Lo faceva con
tanta precisione che non ho mai sentito il solletico, né sulla
pianta dei piedi né in nessun altro punto. Le sue mani
decise, affondando il coltello alla profondità necessaria per
sciogliere i granuli senza procurarmi dolore ma neanche
troppo piano, mi sembravano le mani di uno scultore che
eliminando il superfluo rivela le forme nascoste nella
materia.
Quando tornai a casa, era già notte. Per cena mi bastò un
mango per sentirmi sazio. Ero talmente carico di energia
che riuscii ad addormentarmi soltanto all’alba. Alle otto di
mattina mi alzai senza risentire minimamente della
mancanza di sonno. Per nove giorni doña Magdalena
continuò a raschiarmi, ogni volta affondando sempre di più
la punta smussata del coltello d’osso. Ogni mia opacità
scomparve. Iniziai a sentirmi trasparente. Vedevo la città e
i suoi abitanti con occhi diversi. Smisi di essere critico nei
confronti degli altri, mi sentivo più responsabile. L’euforia
di vivere aveva spazzato come un uragano le mie
preoccupazioni quotidiane.

Ogni volta che mi riceveva, Magdalena cambiava


personalità, addirittura sembiante oserei dire, come fanno
le nuvole. Non riuscii mai ad afferrare il suo spirito.
Ricordo che disse: “Sono una sedia vuota”. Con le sue mani
mi trasmetteva il sublime iniettando la sua umile saggezza
nel mio cuore, così come fanno certi insetti che depositano
le larve nel corpo di altri animali perché possano nutrirsi
del loro sangue, per svilupparsi e rinascere più tardi
trasformate in splendide creature. Dopo avermi raschiato
tutto intero per dieci volte, mi pulì le orecchie con un
bastoncino, me le profumò e infine mi spalmò all’interno un
po’ di miele.
“Ora sì che posso parlarti, perché per le mie parole avrai
orecchie dolci... Concentrati. Senti il tuo corpo. Renditi
conto che lo stai trattando come una macchina, come un
boia che va castigato. Gli viene permesso di vedere, udire,
annusare, gustare, ma al suo tatto si attribuiscono progetti
morbosi. In qualsiasi momento le nostre mani, anche se
sono nude, indossano i guanti. La civiltà le ha trasformate
in strumenti, armi, dita per premere tasti. Al servizio della
parola, come animali ammaestrati, servono soltanto a
sottolineare concetti e non sono più i trasmettitori
dell’anima. Non hai mani, ragazzo, hai pinze colpevoli: ogni
volta che tocchi, rubi. Devi imparare a sentire di nuovo le
tue mani... Vediamo se riesci ad aprirle. Separa bene le
dita, stira i palmi... Di più... Vedi che non riesci a farlo fino
in fondo? Ti dispiace lasciar andare quello che credi sia tuo.
Ti porti appresso un peso invisibile: le tue sicurezze, le tue
paure di non possedere più niente, di perdere quello che
credi sia necessario. Ti accontenti di una manciata di
monete senza sapere che il denaro di tutto il pianeta è tuo.
Apri le mani fino a sentire che perdono ogni limite e
abbracciano la terra intera, il cielo infinito, l’universo
eterno. Non voler conservare niente, non voler possedere
niente, accetta di dare tutto e di ricevere tutto. Sentile
inspirare ed espirare seguendo il ritmo dei tuoi polmoni;
senti il flusso e il riflusso del sangue, rendile partecipi del
battito del tuo cuore, lascia che si nutrano del calore della
vita. Una vita che non ha fine perché, essendo puro amore,
è immarcescibile... Ora ripiega le dita. Vedi la nobile forza
che si propaga dai tuoi pugni chiusi: sono due guerrieri
pronti a combattere fino in fondo contro la morte e poi,
come due fiori sacri, si apriranno così che dai tuoi palmi
possa sprigionarsi il profumo della nuova vita. Ti prego,
figlio mio, recupera la memoria... Senti che le tue mani si
rimpiccioliscono... Ancora più piccole... Di più... In esse
ritrovi le sensazioni di quando eri un feto: tocca l’acqua
divina che ti avvolge nel grembo di tua madre, senti
l’innocenza, l’immensa tenerezza che prende posto in
ciascuna cellula della tua carne, la gratitudine verso il
mistero che permette loro di nascere, il piacere
dell’energia che viene al mondo di nuovo, ancora una volta
il dono della materia, anima nata al centro della carne.
Fatti madre delle tue mani, prometti loro il mondo, insegna
loro a spingersi oltre ciò che è denso, lascia che conoscano
la segreta poesia dello spazio, mettiti a scolpire volumi
nell’aria. Visualizza le forme che vai creando, non solo il
tatto deve conoscere le tue sculture invisibili... Adesso
cresci... Lascia venire il ricordo, e dal palmo delle tue mani
scaturiscano le prime carezze... Non avevi nessuna
esperienza sensuale, tutto era nuovo... A tentoni palpavi le
distanze, non c’era nessuna separazione, sapevi che se
allungavi un braccio potevi toccare le stelle... In queste
stesse mani ora porti con te tutto il tuo passato. Senti che
sono ancora artigli, zoccoli, tentacoli, va’ più in fondo,
arriva fino a quando erano metallo, pietra, energia
primordiale. Ora ritorna, palpa il futuro, senti le dita che si
allungano, diventano trasparenti, diventano ali, onde
luminose, canto angelico... Vedi quanta forza puoi
trasmettere? Se togli alle tue mani i guanti della mente,
trasuderanno un’aura dorata...”
Allora Magdalena aprì le sue mani davanti al mio volto.
Le vidi circondate da una luce dorata. Me le posò sul petto
e scoppiai in lacrime. Mi rendevo conto che quello che
stavo ricevendo non veniva da lei. Con un contatto
apparentemente semplice ma in realtà magico, mi stava
trasmettendo un’informazione che mi mancava da quando i
miei genitori mi avevano concepito: l’amore divino. “Non
hai ancora una struttura. Sei un uomo privo di scheletro. Se
non hai ossa, come fai ad accarezzare?”
Mi fece distendere sul lettino e cominciò a palparmi. Era
come se le sue dita mi affondassero nelle carni fino ad
afferrare la mia struttura ossea, una parte essenziale di me
che per paura della morte avevo voluto dimenticare.
Cominciò a premere, osso dopo osso, penetrando nei punti
più nascosti, disegnando forme, facendomi sentire la forza
della sua spina dorsale... I miei movimenti non sarebbero
stati mai più uguali, prima i miei gesti erano superficiali,
unicamente di carne, ora facevano perno su un asse solido
eppure straripante di vita, il loro candore era tempo
concentrato che la terra non avrebbe mai inghiottito, la mia
differenza così come la mia uguaglianza: io ero uno
scheletro simile a tutti gli altri scheletri, ma imbevuto di
un’anima personale.
“Tu sai chiedere, lo fai da quando sei nato: sollevi le
braccia, protendi le mani, apri la bocca verso il cielo
aspettando che cada la manna... Figlio mio, ti sei
dimenticato che la terra ti insegna a ruotare intorno a un
asse, come la galassia, come l’universo. Se non hai nessun
asse, sei un pantano, un magma di speranze che non riesce
mai a sollevarsi, un rampicante senza un muro su cui
crescere. Le tue ossa si sviluppano ruotando intorno a se
stesse. L’inclinazione e la traslazione trovano la loro radice
profonda nella rotazione.”
Magdalena, con le sue mani trasformate in tenaglie, mi
afferrò con pazienza l’uno dopo l’altro il perone, l’omero,
l’ulna, il femore, la rotula, la tibia, e cominciò a ruotarli
verso l’esterno lentamente ma implacabilmente, come se
stesse aprendo una bara rimasta chiusa troppo a lungo.
Rigido all’inizio, dopo aver superato qualche lieve dolore
cominciai a sentirmi libero di una corazza che iniziava nelle
mie ossa e proseguiva nel mio spirito.
“Le tue braccia, le gambe, la colonna vertebrale, per
paura degli altri tendono a ruotare verso l’interno, anche se
non te ne accorgi, obbedendo a una memoria fetale. Il tuo
scheletro ha la reazione di un riccio: al minimo segnale di
pericolo si arrotola su se stesso. Ma il tempo va avanti, e
non c’è nessuna possibilità di tornare indietro. Non puoi
trasformarti in una palla, non puoi isolarti dal mondo. Le
ossa sanno che un giorno galleggeranno nel cosmo. Il tuo
scheletro, attratto dal futuro, ha la possibilità di aprirsi
come un fiore di cui sei il bocciolo ancora chiuso. E adesso
basta camminare con un muro nero dietro la schiena. Nella
nuca, ti porti appresso tutto un mondo trasformato in notte.
Gira la testa, i tuoi occhi devono illuminare l’ignoto...
Ancora di più... A sinistra, così fino a cancellare il concetto
di nuca... Adesso a destra... non sei obbligato ad andare
avanti trascinando l’oscurità. Il tuo corpo non ha davanti,
né didietro, né fianchi; è una sfera splendente.”
E piano piano Magdalena mi fece ruotare la testa fino a
che non ci fu più neanche un posto che non potessi vedere.
Non mi sentivo più aggredito da un nemico nascosto nella
notte che mi si annidava sulla schiena.
“Se le ossa sono esseri, le articolazioni sono ponti grazie
ai quali dovrai attraversare il tempo. Ciascuna delle tue età
continua a vivere dentro di te. La prima infanzia se ne sta
accucciata nei tuoi piedi. Se tieni il tuo neonato chiuso lì
dentro, ti impedisce di camminare bene, e tu sprofondi in
una memoria che è culla e prigione insieme, rimani
impantanato a forza di chiedere senza dare e senza fare: il
tuo futuro si blocca. Lascia che l’energia accumulata nelle
piante dei tuoi piedi, nelle dita, nel collo del piede salga su
per le tibie, e ti trasformi in un bambino: gioca, balla,
sferra calci all’aria come se fosse un gigante da soggiogare.
Ma non fermarti ancora, da’ l’assalto alla fortezza
apparentemente inespugnabile che sono le tue ginocchia.
Sul davanti presentano una corazza che ti difende dal
mondo, ma dietro, nell’intimità, ti offrono la sensualità
dell’adolescente. Le ginocchia conquistano il mondo, ti
consentono di occupare il tuo territorio come un re, sono i
cavalli selvaggi del tuo carro. Ma se non continui a salire, a
maturare, resterai fermo lì, chiuso dentro il tuo castello.
Forza, entra dentro e risali lungo le cosce, diventa adulto,
nelle articolazioni che uniscono il femore al cinto pelvico
scopri la capacità di apertura delle tue gambe... Davanti a
te, mio eroe, si presenta la sacra colonna, ogni vertebra è
uno scalino che dalla terra ti conduce al cielo. Dalla
grandezza e potenza delle vertebre lombari, va’ su su fino
alle sentimentali vertebre dorsali per arrivare alle lucide
cervicali, e infine accogliere la scatola cranica, scrigno di
tesori che culmina in diecimila petali che si aprono
all’energia luminosa che discende dal cosmo. E adesso che
hai imparato ad aprirti, non startene chiuso...”
Allora decise di pizzicarmi diverse zone della pelle per
stirarmela, sul petto, sulla schiena, sulle gambe, sulle
braccia, sulle palpebre, la nuca, il cranio. Mi stirò anche il
sacchetto dei testicoli. Lo vidi aprirsi come un grande
ventaglio, dispiegando energie fino a quel momento
trattenute. Quel sacchetto che da sempre si raggrinziva
tutto come una corteccia, abbandonava qualsiasi desiderio
di proteggere lo sperma per aprirsi al mondo con allegria,
senza apprensione, in un largo sorriso.
“Va’ fuori; entra nell’aria e nelle sue fragranze occulte,
prolungati verso l’infinito, trasforma in ali le tue scapole,
offri la pelle del ventre come una coppa amante che
assorbe senza timore il destino mortale. La tua pelle non è
una prigione che ti priva del mondo, non vivi rinchiuso in
una illusione che chiami ‘dentro’. Lascia che ti porti ‘fuori’,
facendo cessare così l’inferno della separazione. Fa’ che il
tuo corpo si allunghi nelle sei direzioni: in avanti, dove si
accumulano i progetti; indietro, dove diecimila mani sante
ti spingono alla vita; verso il tuo lato destro, dove nascono
gli innumerevoli soli; e anche a sinistra, tramonto dove la
partenza è la promessa del ritorno; in basso, abissi dove
regna la torcia che è impossibile spegnere; e in alto, al di là
delle stelle, luminosa assenza in cui sfumano le parole.
Continua a estenderti così, e vedrai che arrivando al bordo
che si immerge nella volontà invisibile, sentirai di essere
una sfera crescente, e scoprirai il tuo centro. Riconosci il
diamante, l’occhio fiammeggiante, mistero che nutre tanto
il bene quanto il male, a seconda dell’uso che ne fai.”
Avevo perduto la nozione del tempo. Quando ebbe finito
di stirarmi la pelle mi sentivo leggero come una nuvola, e
mi accorsi che era già mezzanotte.
“Questa è l’ora in cui la civetta vede perfettamente. La
terra le appare come una creatura viva, composta da
amorevoli onde. Una di esse è il nutrimento. Il topo lo sa, e
si offre a lei senza tentare la fuga. Entrerà a far parte
dell’energia che lo sminuzza e diventerà uccello. L’essenza
è immortale. Cambia soltanto forma... Come il rapace,
vedrai l’amorevole mondo mandarti ogni sorta di alimenti.
Per il tuo corpo e la tua anima. Non chiederti che cosa
siano, accettali, provengono dal profondo di te stesso.
Adesso puoi andare. Per strada non parlare con nessuno.
Ascolta soltanto...”
Percorsi la avenida Insurgentes senza alcun timore,
anche se un black-out aveva immerso il quartiere
nell’oscurità. I delinquenti mi passavano vicino come
sagome di velluto nero, senza vedermi. La mia realtà non
era più la loro realtà. Invece una farfalla notturna, grande
come la mia mano, venne a posarsi sul mio petto sbattendo
le ali quasi volesse entrare. Forse per lei il mio cuore
risplendeva come un piccolo astro.

Quando ritornai la mattina dopo, doña Magdalena stava


riscaldando a bagnomaria una scodella di terracotta piena
di un liquido vischioso. Quando cominciò a bollire, ci buttò
dentro delle piante che aveva tritato in un mortaio. Mentre
l’intruglio si raffreddava, continuò a mescolarlo fino a che
si solidificò.
“È vaselina cui ho aggiunto timo, ylang-ylang, salvia,
rosmarino e soprattutto marijuana. Con questo impasto
intendo vincere la tua volontà. Non vuoi liberarti della
rabbia né dei tuoi ricordi più dolorosi. Li hai accumulati nei
muscoli sotto forma di contrazioni che ti danno
l’impressione di vivere. Quando ti rilassi, nel momento in
cui senti svanire il perenne desiderio di essere amato,
l’ansia da abbandono o i tuoi rancori, ti sembra di
scomparire. Tu, bambino triste, credi che la sofferenza sia
la tua identità. Il mio impasto conferirà energia e piacere
alla tua pelle. Conoscerai il benessere fisico che apporterà
pace alla tua anima. Il mondo non sarà più il tuo nemico, ti
sentirai invulnerabile, accetterai la materia come tua
amica, il cosmo sarà la tua culla. Dimentica il maschio,
lascia venir fuori la femmina, abbandonati, non resistere,
elimina qualsiasi attività, diventa acqua, sposa la forma
delle mie mani...”
Quando fui nudo, mi fece sdraiare sul fianco e cominciò a
massaggiarmi i muscoli, uno per uno.
“Concentrati, assicurati di ciò che senti. Smettila di avere
soltanto un’immagine mentale di te stesso. Ogni volta che ti
accorgi di osservarti, torna a sentire il tuo corpo. Non sei il
protagonista di un film. Se fuggi dal tuo organismo per
diventarne l’osservatore, questo diventa immediatamente
una prigione. Forza, va’ avanti! Verso di te, di più, ancora
più vicino! Entra nella tua carne e fermati lì, per conoscere
l’umiltà! Hai capito? Finora credevi che essere umile fosse
sminuire il tuo valore, nasconderlo dietro una maschera di
sottomissione, e non ti sei accorto che te ne andavi in giro
per il mondo senza vederlo direttamente, distratto da
quello che credi di valere o non valere. Umiltà, caro il mio
bambino, è smetterla di proteggere le tue convinzioni,
smetterla di affermare a ogni momento la tua esistenza,
smetterla di dimostrare a chi non si interessa a te che
meriti di essere vivo. Su, lascia perdere, non devi
giustificarti. Entra nel tuo corpo, spoglialo di ogni finalità,
non invaderlo con i tuoi dubbi e le tue difese. Lasciati
andare, lasciati divorare dagli avvoltoi, lascia che le Furie ti
strappino gli intestini, lasciati marcire, lasciati diventare
cenere, lascia andare tutto, ciascuno dei tuoi muscoli è uno
scrigno chiuso, io te lo aprirò...”
La vaselina mescolata alle erbe mi dava un benessere che
non avevo mai sperimentato prima. Magdalena, con le sue
dita esperte, cominciò a penetrare nelle mie carni
millimetro dopo millimetro, fino a identificare ciascun
muscolo, trattando quei corpi striati come se fossero feti di
una creatura superiore che voleva nascere. Affondando al
centro i due pollici e infilando le altre dita dal di sotto, me li
stirava in tutte le direzioni come se aprisse il guscio di un
gambero. Quella sensazione di apertura si espandeva per
tutto il mio corpo, e alla fine scoppiai in lacrime. Quanti
dolorosi ricordi racchiusi in quei muscoli... Nei polpacci, i
calci che mia madre mi dava di nascosto sotto il tavolo per
farmi tacere quando la nonna veniva a cena: qualsiasi frase
dicessi, le sembrava una mancanza di rispetto nei confronti
di quell’anziana signora severa. Nel braccio destro, la furia
repressa contro mio padre, il pugno trattenuto per anni, il
pugno con cui avrei voluto spaccargli la faccia per avermi
terrorizzato a quel modo, credendo di fare di me un uomo
coraggioso. Sulla schiena, tra la colonna vertebrale e le
scapole, l’insopportabile vuoto di carezze. E nelle caviglie,
come tagli di falce, la tristezza di essere stato sradicato
all’età di nove anni dal mio paese natale. Nel giro di una
giornata, perdendo gli amici e i luoghi preferiti, il cielo
senza nuvole, il profumo del mare e la carezza del vento
asciutto delle colline aride, avevo contratto una tensione
nelle gambe che aveva trasformato i miei agili passi in un
faticoso trascinarsi per le vie di città forestiere.
“Ma ti rendi conto? Eri pieno di scrigni chiusi a chiave,
colmi di tristezze, sofferenze, rabbia, frustrazioni. Quando
ti ho fatto rivivere le ossa ti ho fatto andare verso l’interno,
quando ti ho stirato la pelle, verso l’esterno; aprendo
ciascuno dei tuoi muscoli ti ho spinto verso i lati, alba e
crepuscolo insieme. Ora che ti ho svuotato da tali ricordi,
imprigionati nelle fibre dei tuoi muscoli come insetti nella
ragnatela, riappariranno le tue viscere, amiche ignorate, da
sempre in ombra, che lavorano per te giorno e notte anche
se non le ringrazi mai... Senti qua: infilo le dita nella parte
superiore del tuo addome, lato destro, lo palpo, lo
accarezzo, ne seguo i contorni perché tu possa sentire la
sua forma generosa... è il tuo fegato, bambino mio, il tuo
potente, onesto e fedele organo, vibra perché sa che l’hai
riconosciuto. Ascolta la sua voce grave: ‘Io sono il
portinaio, colui che tenta di impedire il passaggio al veleno,
non solo il veleno che inghiotti con la bocca, ma anche
quello che intacca il tuo spirito: qualsiasi parola cattiva mi
costringe a combatterla, qualsiasi ira trattenuta mi
corrode, le inaspettate violenze del mondo mi feriscono, e
io faccio quello che posso per preservarti, attirando la tua
attenzione con qualche doloretto, aumentando la
secrezione della bile, immagazzinando vitamine. Per te
voglio l’innocenza, e come acqua pura le parole discendano
dalle tue orecchie fino all’anima, voglio che tu sradichi
qualsiasi critica così il tuo sangue potrà scorrere come un
fiume limpido. Dammi la forza sufficiente per impedire il
passaggio ai demoni della gola, dell’invidia, della
delusione! Non diventare il mio nemico, non aggredirmi
con sostanze che non riesco ad assimilare, non sei solo
quello che mangi ma mangi quello che sei: se fai entrare
nel mio tempio materiali, pensieri, sentimenti, desideri che
non ti appartengono, questi diventano tossine’.”
Quando Magdalena imitava la voce del fegato, mi pareva
di udire il borbottio di una pantera nera. Le sue
manipolazioni continue e carezzevoli piano piano mi
facevano sentire la presenza di un organo molle, caldo,
grande e piatto come una sogliola, che emanava ondate di
fedeltà ed energia paragonabili soltanto a quelle di un
cane. Mi resi conto che il mio corpo, intrappolato tra i
ghiacci del disamore dei miei genitori, riceveva da lui
costantemente un liquore rigenerante, il che lo affaticava.
Per la prima volta in vita mia ebbi pietà del mio fegato. Per
consentirgli di riposare, chiesi a Magdalena di liberarmi
dalla sofferenza.
“Caro il mio bambino, quello che mi chiedi puoi ottenerlo
soltanto se entri nel tuo cuore. Secondo dopo secondo,
questo tuo amico che è devozione pura, come una macina
divina fa circolare la vita dentro di te. Pulsa con un ritmo
che proviene dal momento in cui lo spirito ancestrale si è
manifestato. Se ti concentri, sentirai nel petto la parola
primigenia, il rombo del tuono che genera l’esistenza, la
danza della materia che obbedisce all’incessante ordine
della moltiplicazione. Sotto le tue costole c’è un motore
ostinato, cieco, sicuro come una freccia che attraversa il
cielo vuoto, uccello gigantesco che ti conduce verso
l’eternità. Ma per riuscirci, non devi contrariarlo. Qualsiasi
frustrazione comporta un irrigidimento muscolare e poiché
il tuo cuore è il sovrano di tutti quanti i muscoli, risente di
tali tensioni anche se piccole, e continua ad accumularle
perdendo piano piano l’interesse a condurti verso il porto
divino. Allora ti punisce, autopunendosi. Si indebolisce,
perde colpi, comincia a stonare, balbetta... e la perdita del
ritmo annuncia che per te le porte celesti si stanno
chiudendo irrimediabilmente. Lascia che i miei massaggi
gli ridiano fiducia, credi in lui, perché lui torni a credere in
te, sentilo, mandagli un sangue carico d’amore, non
rifiutarlo ignorando la sua presenza perché credi che sia un
orologio che conta i minuti che ti mancano alla morte. Il
cuore non minaccia e non conta niente, il suo lavoro
consiste sostanzialmente nel riversare la speranza nelle tue
vene. Lascialo palpitare, immagina che sia un’aquila,
montagli in groppa, guarda come apre le sue ali immense
per portarti verso un futuro miracoloso... Sei talmente
abituato a vivere da vittima che la felicità che ricevi in
questo momento ti fa piangere. Devi smetterla con questa
tua sofferenza di orfano, risveglierò la coscienza dei tuoi
polmoni, essi conoscono la gioia dell’aria, del canto, la
vittoria di essere riemersi per sempre dall’acqua; maschio
(tre lobi il destro) e femmina (due lobi il sinistro),
inspirando la trasparenza del mondo ti invitano ad andare
lassù, in alto, oltre le stelle. Butta fuori tutta l’aria, non
pensare che stai soffocando, senti questa spugnosa coppia
di amici, così, vuoti, e comincia a capire quanto adorino lo
spazio infinito. Mantienili in ozio, non ti contrarre, sta’
tranquillo, più che puoi, e intanto osserva come il tuo
scheletro, la tua carne, la pelle, implorino il loro invisibile
nutrimento. E adesso, dolcemente, lascia entrare l’ossigeno
di cui hanno tanto bisogno, alimento prezioso. Tienilo
dentro, trattienilo più che puoi, fanne un elisir che penetra
in ciascuna cellula, arricchendo il suo nucleo con la
coscienza. Espira lentamente, ora sei tu ad arricchire il
mondo: quando i polmoni ricevono il dono del cielo, all’aria
respirata tu dai le energie della terra, sei il ponte,
attraverso te gli angeli possono muoversi avanti e indietro,
salgono e scendono come nel sogno di Giacobbe...”
Sentii di fare parte del mondo. Il mio respirare dava vita
alla terra e alle piante, il mio ritmo cardiaco e polmonare si
univa al ritmo di tutti gli animali, nessuna separazione tra
noi e le nuvole, inspirando ed espirando potevo creare astri
nelle mie mani...
Magdalena, vedendo il mio viso arrossato dall’estasi,
scoppiò a ridere.
“Hai capito? Finora avevi sempre vissuto senza renderti
conto dell’immenso piacere, dello scambio miracoloso che è
respirare. Quando avrai ripulito la tua mente, l’aria che
butterai fuori purificherà le creature e le cose. Il tuo
passaggio in questo mondo sarà una semina continua...
Ascoltami bene, figliolo adorato: ci sono due modi per
scolpire, come gli artisti e come gli dèi. Gli artisti prendono
un blocco di materia e creano la loro scultura lavorando
dalla superficie verso l’interno. Gli dèi partono da un
centro, dalla fonte originaria, si concentrano, e da lì fanno
crescere l’opera, il corpo, dall’interno all’esterno... Le
viscere che oggi ti hanno parlato si chiamano così perché
dimorano all’interno del tuo corpo. Se stessero in
superficie, si chiamerebbero organi. Il sesso di noi donne,
interno, è un organo viscerale. In voi uomini, l’organo
viscerale diventa organo. Noi sentiamo la nostra vulva
come un centro creatore. Voi sentite il fallo come un
compagno, uno strumento piacevole, e lo tenete separato
dal centro emozionale. Sdraiati, darò le radici al tuo
sesso...”
Il massaggio di Magdalena non aveva niente a che vedere
con la masturbazione o con le carezze erotiche. Me lo
aveva detto chiaramente prima di cominciare:
“Non fraintendermi. Guarda, ti afferro un piede, senti
come sono le mie mani, sono tenere, vero? Lo sorreggo
come una madre sorregge il suo bambino; adesso prendo i
tuoi genitali, non cambia niente, è la stessa tenerezza
materna che protegge e guarisce. Non temere, non
difenderti, non ti vergognare, è normale avere un’erezione,
lasciati manipolare, non cercare il piacere ma la
comprensione...”.
Magdalena afferrò il mio membro con la mano destra e
posò l’indice della sinistra sull’orifizio dell’uretra. Esercitò
una pressione vibrante, interamente concentrata sul
polpastrello del suo dito, ed ebbi la sensazione che stesse
creando un minuscolo sole che, invece di scottare, emanava
vita. Cominciò a scendere lungo la parte superiore del
glande, poi tracciando un solco invisibile mi attraversò il
pube e risalì verso l’ombelico, arrivò al plesso solare e
infine si fermò sulla sommità della mia testa.
“Questa è la prima radice del tuo organo, arriva in cima
al tuo cranio e succhia l’alimento, succhia l’energia che
scende dai cieli...”
Subito riposizionò l’indice all’imboccatura dell’uretra,
attese un attimo per creare il punto d’intensità e cominciò
a scendere con il dito lungo il frenulo del pene fino ai
testicoli, attraversò il perineo, risalì tra i glutei, mi
percorse la colonna vertebrale, arrivò alla nuca e di nuovo
raggiunse la sommità della testa.
“Se la prima radice assorbe le energie luminose, questa
seconda radice entra nella notte che abita nella tua
schiena, arriva alla volontà che si costruisce nella tua nuca
e si ricongiunge con quell’altra nel punto più alto, il punto
che ti lega alle stelle. Il più è fatto, ora ti farò sentire le
molteplici radici che affondano nelle diverse parti del tuo
corpo.”
E Magdalena, infaticabile, disegnò linee lungo tutto il mio
organismo: partivano dalla punta del fallo per estendersi
verso il palmo delle mani, la pianta dei piedi, le costole, la
base della gola, gli occhi, le orecchie, la fronte. Piano piano
sentivo di avere tra le gambe un albero dalle radici
possenti, che mi attraversavano tutto il corpo e mi uscivano
dai piedi e dalla testa, affondando nel centro della terra e
proiettandosi verso ciascun astro del cosmo.
“Figlio mio adorato, la donna non ha bisogno di cercare
le proprie radici, le sente fin dal giorno in cui nasce, invece
deve mettere rami, deve ramificarsi. Spingere giù dalle
ovaie, scendere lungo l’utero e la vagina, aprire le labbra
per far crescere un labirinto di energia verso il vasto
mondo. L’uomo, per unirsi al suo sesso, deve radicarlo fino
a giungere al seme primigenio, invece la donna deve farlo
ramificare fino a giungere al frutto ultimo. Anche tu, come
il tuo fallo, vivi separato dal tuo corpo, senza radici; credi
che la realizzazione suprema sia liberarsi dalla carne, far
uscire la coscienza dal corpo come si estrae una mano da
un guanto o la spada dal fodero. Naturalmente il corpo, con
la sua vita misteriosa, le sue sensazioni, le sue
manifestazioni incontrollabili, all’inizio si presenta come un
pesante sipario che impedisce ogni contatto con la luce
dell’anima. O forse sei soltanto carne che ha una coscienza,
ed è il corpo a trasudarla? E se invece fossi uno spirito che
trasuda un corpo? Lo spirito è simboleggiato dal cielo; il
corpo dalla terra.Tra il cielo e la terra si colloca l’essere
umano, come il dio Seth dell’antico Egitto che all’inizio
separa il cielo dalla terra, e alla fine si rende conto che
stelle e radici fanno parte della stessa pianta. Certe energie
scendono e contemporaneamente altre risalgono. Se non
esiste un io individuale dopo la morte, la coscienza e il
corpo sono un’unità effimera che deve accettare
gioiosamente il matrimonio, la coagulazione. Quando
mediti nell’immobilità vai verso i rami, quando ti abbandoni
ai massaggi arricchisci le tue radici... Ma il corpo che mi
offri è un tutto o soltanto un frammento? Devi riconoscere
che lo vivi come un frammento... Ti preoccupi della tua
materia palpabile e mai della tua aura. Vieni, sdraiati per
terra. Concentrati, senti tutta la tua materia, spingi da
sotto la pelle, attraversa la tua pelle ed esci da lei, allargati
sul pavimento come una macchia di sangue invisibile.
Comincio a massaggiarti il petto, passo ai fianchi e le mie
mani sotto l’effetto della tua spinta cominciano ad
accarezzare la tua aura sul pavimento: non sei ancora
capace di estenderla, per cui adesso l’hai proiettata a due
metri da te. Aguzza la tua sensibilità, se le mie pressioni si
prolungano sul tuo corpo invisibile, tu lo senti e questo ti
rende sereno. Ti trasformo nel nocciolo di un grande frutto.
Penetrando nella macchia invisibile in cui ti stai
prolungando, avverto nodi, grovigli, irrigidimenti, la tua
aura sembra una chioma che è stata trascurata per anni.
Alzati in piedi, voglio pettinarti l’aura, così l’avrai liscia e in
ordine.”
Magdalena, usando le mani come se fossero pettini,
cominciò a passarmele tutto intorno. Anche se non mi toccò
mai, sentivo che il mio spirito si stava rimettendo in ordine,
gli antichi rancori si dissolvevano, le speranze frustrate
svanivano, quel perenne stato di angosciosa attesa, come
se il mio essere non fosse stato lì con me ma da qualche
parte nel futuro, si quietò, e come una medusa che
galleggia tranquilla nell’oceano, il mio spirito si abbandonò
al presente, vale a dire al mondo così com’era e non come
credevo che fosse.
“Adesso che hai l’aura ben pettinata, laverò la tua
ombra.”
Aprì l’unica finestra che c’era e la luce del pomeriggio
entrò a fiotti. Mi fece piazzare con la schiena rivolta alla
finestra, in modo da proiettare la mia ombra nel rettangolo
luminoso che si disegnava sul pavimento.
“Per l’amor di Dio, figliolo, non ti muovere. Ecco qui la
tua compagna, colei che anche se non ti degni di ascoltarla,
ti dice che cosa sei in realtà: una meridiana. In ogni
momento il tuo corpo proclama a gran voce che ore sono.
Ed è importante, perché ogni ora ha un’anima, un’energia
diversa, e deve venire maneggiata nel modo adeguato. Se
forzi le tue ore compiendo azioni che in quel momento non
sono quelle giuste, vivi male, ti ammali. Per non prestare
attenzione alla propria ombra, la maggior parte della gente
se la porta appresso come se fosse un animale puzzolente.
E i loro passi sono avvelenati...”
Magdalena, in ginocchio, m’insaponò l’ombra con acqua
profumata di lavanda, la spazzolò energicamente, tolse la
schiuma con una spugna, l’asciugò e poi, soddisfatta, senza
lasciarmi muovere ancora, me la mostrò come se fosse
un’opera d’arte.
“Eccola qua, bella pulita. Guarda che meraviglia. Adesso
che c’è ancora il sole va’ a casa tua, e prova a sentirla.
Sono sicura che ti accorgerai del cambiamento.”
Mentre camminavo con il sole alle spalle la mia ombra mi
faceva compagnia. Anzi, la vedevo come un’alleata di tutto
rispetto... Era bello guardare la macchia nera, immateriale
uccello, posarsi sopra gli oggetti, la gente, i muri, lasciando
una scia invisibile che restituiva purezza e gioia alla
tormentata materia di cui era composta la città. Mi rendevo
conto che i passanti non erano consapevoli dell’ombra che
li accompagnava. E le ombre, proprio perché non viste, non
erano prese in considerazione, e sembravano pesanti,
sporchi, miseri stracci neri che frenavano i passi,
aggiungendo impurità agli oggetti su cui si posavano.

La mia esperienza con Magdalena durò quaranta giorni.


Con paziente devozione vinse tutte le mie resistenze, l’una
dopo l’altra, per mostrarmi i diversi modi con cui si può
massaggiare un corpo.
“Figliolo mio adorato, tu non vivi in un corpo ma in una
ferita. Per farti sentire come sei davvero, materia
spirituale, prima devo curarti. Sei come quei gamberi fritti
in pastella che vendono nella taquería qui sotto, sei
ricoperto da una crosta di sofferenza che non è solo tua, ma
è anche dei tuoi fratelli, dei tuoi genitori, gli zii, i nonni, gli
antenati più remoti. Questo è il carbone che annerisce il
tuo diamante. Io ti guarirò. Sono donna, sono serpente,
posso darti non solo con le mani ma con tutto il mio corpo.”
E Magdalena, cominciando a ondeggiare, si strinse
contro di me circondandomi tutto, mi scivolava addosso
dalla testa fino ai piedi, strofinandomi con i suoi capelli,
con la faccia, i seni, la schiena, il petto, le gambe, i piedi.
Fissò dei punti mediante pressioni e poi li unì ad altri punti,
ero tutto pieno di meridiani e paralleli: mi faceva sentire
come una rete fittissima dove ciascuna parte era unita al
tutto. Posò le labbra su ciascun punto per succhiare con
forza e poi sputare chissà quali energie maligne. Mi soffiò
addosso con un’intensità mai sentita prima, un filo d’aria
tagliente come una lama. Poi, sempre in quegli stessi punti
che aveva reso ipersensibili a piccoli morsi, con voce dolce
e possente cominciò a iniettarmi parole maya. Erano nomi
di dèi androgini o parole d’amore? Non faceva differenza.
Con tutto il suo peso, e forse anche con il peso di entità
provenienti da altre dimensioni mi schiacciò contro il
pavimento trasformandomi in una massa amorfa nella
quale, mediante ritmi lenti, rapidi, tremanti, esplosivi,
delicati e brutali, fece rinascere in me la memoria fetale.
Mi sentivo crescere gli occhi, la bocca, le membra, sentivo
palpitare il centro che sarebbe stato il mio cuore, e
soprattutto vidi la mia anima che, come una rosa, si apriva
di scatto esalando la sua immensa voglia di vivere. Mi fece
diventare bambino, giovane, uomo maturo, vecchio,
androgino millenario, angelo, dio illimitato. Aveva ridestato
la mia energia vitale facendomi uscire dall’ombelico – che
chiamò Eden – quattro fiumi impalpabili che scorrevano in
tredici centri ubicati nel mio corpo, che chiamò templi.
Mediante pressioni misteriose li fece aprire come anfore,
enumerando i diversi doni che potevano scaturirne.
“Ora basta,” mi disse dopo quaranta giorni, “ormai hai
imparato tutto. Non hai più bisogno di farti dare, quello che
ti ho dato, ora te lo puoi dare da solo.”
Posò saldamente il palmo delle sue mani sul dorso delle
mie con tanta sicurezza che sentii che la nostra pelle si
incollava. Allora cominciò a guidarmi in un
automassaggio... A mano a mano che acquisivo fiducia, la
pressione delle sue mani si alleggeriva e a un tratto, quasi
senza rendermene conto, le mie mani spiccarono il volo,
come due colombe che volano lente. Tutto quello che
Magdalena mi aveva insegnato mi stava arrivando: palpai
le mie ossa, mi stirai la pelle, stabilii un contatto con le mie
viscere, affondai le radici dei piedi sulla terra dopo avere
coccolato la mia ombra, mi pettinai l’aura, disegnai
paralleli e meridiani, mi ricollocai nella colonna vertebrale
per mandare l’energia ai miei fianchi, e sentii che
dispiegava due ali immense.
“Vola, figlio mio, espanditi, il tuo corpo non finisce con la
pelle, si prolunga nell’aria, occupa la totalità dello spazio,
cresce insieme al cosmo, abbraccia la creazione divina. La
terra è tua, le galassie sono tue, sei eterno, sei infinito,
all’ombra della tua ragione abitano le innumerevoli dee, e
anche loro sono tue. Così come sono tuoi gli esseri umani,
le piante, gli animali, quelli che stanno per nascere, le
legioni dei morti. Deciditi, diventa padrone della tua vita!
Sei un fiore dai mille petali che si apre e si richiude
continuamente, e scaturisce come un lampo di luce dal
ventre nero che non è energia né materia bensì fango
creatore. E in tutto quanto, nella corolla che è coscienza
collettiva, abiti tu, come un diamante trafitto dagli
amorevoli raggi degli esseri coscienti, altri diamanti, per
formare la collana che brillerà in eterno intorno all’enigma
che nessuno è in grado di nominare...”

Mentre camminavo per strada sentivo il peso del mio


corpo non già come una punizione, bensì come un laccio
che mi univa a quel miraggio che chiamavo realtà. Ciascun
passo era una carezza, ciascuna boccata d’aria che mi
entrava nei polmoni, una benedizione. Provavo sensazioni
talmente sorprendenti che da una parte mi pareva di
abitare un nuovo corpo, e dall’altra mi pareva che il mio
corpo abitasse in un nuovo spirito. L’idea di fare altri
massaggi mi dava la nausea: l’uccello che vola senza
impedimenti non ha bisogno di altra aria, il pesce che nuota
senza limiti non ha bisogno di altra acqua. Lasciai passare
una settimana in cui perfino le mie abitudini alimentari
cambiarono: non riuscivo più a mangiare carne, bere caffè
o assumere latticini. Quello che il mio stomaco tollerava
meglio era il riso... Riso che mi ricordò Ejo Takata. Non
appena la sua immagine prese corpo nella mia mente, mi
arrivò una cartolina con sopra un Buddha kitsch, stile
indiano, dove Ana Perla mi annunciava l’imminente ritorno
del maestro.
Comprai un grande mazzo di rose bianche e andai a
salutare Magdalena. Trovai la porta di ottone aperta. La
stanza era vuota. Scesi nella taquería a chiedere notizie. I
dipendenti per tutta risposta si strinsero nelle spalle. Chiesi
a uno dei ragazzi che si vendevano dietro l’angolo, e lui mi
disse:
“Doña Magdalena è come l’aria, arriva in un posto carica
di semi, li sparge in giro e se ne va. Nessuno può
trattenerla...”.
“Sotto le nuvole immobili il vento si porta via la città,”
mormorai.

1
Il Sutra del Cuore (Prajñâpâramitâhrdayasûtra) fu tradotto dal sanscrito in cinese intorno all’anno
400, e in tibetano nel IX secolo. Il mantra (o formula sacra per proteggere lo spirito di chi lo
pronuncia) qui citato significa: “Vedi, vedi, vedi oltre, vedi completamente oltre, Risveglio, così sia”.
2
Yunmen Wenyan o Wenyen (864-949), in giapponese Ummon Bun’en, fondò la scuola zen che reca
il suo nome. Le risposte che offriva erano famose per la precisione, l’acutezza e perché si adattavano a
ciascun discepolo; a volte si concentravano in una sola parola.
8. Come neve in un bicchiere d’argento

“Bene, e allora perché blateri


tanto, figlio d’un cane? Ti ho detto
di chiudere il becco! Guarda che se
continui a scocciare ti ficco una
pallottola nelle palle!”

SILVER KANE,
Madison Colt

Ana Perla, alla testa di tutti i discepoli, andò ad


accogliere il maestro all’aeroporto. Lo accompagnavano
una gentile monaca di nome Michiko e una bambina di
dieci anni, Tomiko, orfana adottata. Reso irascibile dalla
mancanza di sonno dopo tante ore di viaggio, con un rapido
inchino Ejo pose fine ai discorsi di benvenuto e chiese di
essere accompagnato allo zendô per dormire. E così
avvenne, ma Ana Perla decise che mentre la famiglia
riposava, i discepoli avrebbero atteso il risveglio del
maestro meditando tutto il tempo necessario. E così fecero
per due ore. Dopodiché imitarono il gatto che dormiva
facendo le fusa sulle ginocchia della sua padrona rasata, e
crollarono addormentati. All’alba li svegliò un fragoroso
“kuatsu!”. Il maestro puntava un dito accusatore verso il
felino: gli avevano rasato i peli della testa, come un
monaco, l’avevano rivestito con una tunichetta color caffè e
gli avevano tagliato le orecchie e la coda. Ejo Takata, al
centro dello zendô arredato in stile hippy-azteca, rimase
immobile, trattenendo a fatica la sua furia. Alla delusione di
vedere i suoi insegnamenti fraintesi in tal modo, si
sommava la delusione che aveva appena subito per colpa di
Fernando Molina...

Erano due anni che meditavo con Ejo, quando una notte
qualcuno picchiò alla porta di casa mia. Mi spaventai. Pur
vivendo nel centro della città, la mia piccola abitazione –
pianterreno, primo piano e balcone – era isolata, non avevo
vicini. Di fronte si estendeva un terreno incolto, vuoto,
teatro di battaglie tra pantegane e gatti rognosi, e a fianco
si ergeva tra mille difficoltà una fila di cinque casette in
rovina, addossate le une alle altre e puntellate da travi
mezze marce. Tra quelle mura vivevano così tanti ragni e
scorpioni che nemmeno i mendicanti più alcolizzati osavano
trascorrervi la notte. Vincendo l’inquietudine, tolsi la
catenella di sicurezza e aprii la porta. Mi ritrovai davanti
un ragazzo magro, dagli occhi piccoli ma sfavillanti come
brace ardente, e grandi denti che gli conferivano un’aria
cavallina. Teneva in mano un mazzo di girasoli. Era
Fernando Molina, uno di quei comici del teatro della rivista
che tra uno spogliarello e l’altro salgono sul palcoscenico
per raccontare una sfilza di barzellette oscene. Lo feci
entrare. Dopo avermi offerto i girasoli, mi minacciò con un
pugno apostrofandomi con una mancanza di rispetto che
soltanto i pazzi si possono permettere:
“Se me lo dici ti spacco la faccia, e se non me lo dici ti
spacco la faccia. Che cosa?”.
Una frotta di pensieri m’invase il cervello a una velocità
supersonica. “’Sto pazzo sta delirando. Ha scoperto
l’esistenza dei koan e intende mettermi alla prova in modo
estremamente volgare. Se gli do la risposta corretta che ho
studiato con Ejo, non la comprenderà e mi spaccherà il
naso.” Decisi di mettere in pratica quanto avevo imparato
dal maestro. Sconfissi la paura, rilassai i muscoli e,
svuotando la mente di parole, lo guardai diritto negli occhi
senza dare né chiedere nulla, semplicemente esistendo
come una pietra o un uccello. Molina, con implacabile
sdegno, portò il braccio all’indietro per dare maggior
slancio al suo pugno. Io, senza abbassare lo sguardo, con
mansuetudine cristiana mi preparai a incassare il colpo.
Allora avvenne l’impensabile, uno di quegli eventi casuali
che succedono con una precisione incredibile proprio
quando uno ne ha bisogno: l’intera fila di case in rovina
crollò. Fu come l’esplosione di una bomba, e la nuvola di
polvere che entrò dalla finestra ci avvolse completamente.
Approfittai dello sconcerto di Fernando per liberarmi dalle
sue grinfie e gridai:
“Eccolo qui, il tuo ‘che cosa?’!”.
Per strada, gatti e topi fuggivano terrorizzati. Il comico,
spalancando la sua dentatura equina, scoppiò in una risata,
si mise a ballare per qualche secondo e infine si inginocchiò
davanti a me.
“Domani avrei preso un aereo per andare in Perú, dove
dicono che ci sia un maestro. Ma stasera sono andato a
letto presto e ti ho sognato. Stavi seduto a meditare come
un saggio millenario, mi sono prostrato davanti a te, ti ho
consegnato un mazzo di girasoli e ti ho detto: ‘Salvami,
dammi l’insegnamento di cui ho bisogno, fa’ che
m’illumini’. Allora tu mi hai risposto: ‘Svegliati, e vieni
subito a trovarmi’. Così ho fatto: per strada, in piazza Rio
de Janeiro, ho visto un’aiuola di girasoli piantati attorno
alla copia del David di Michelangelo. Ne ho rubati undici e
te li ho portati, capisci? Undici girasoli più me fanno dodici
discepoli che s’inchinano davanti al sole centrale. Tu, colui
che è capace di far crollare un’intera via!”
“Fernando, le case erano già in rovina, sono cadute per
caso. Il tuo sogno è esatto, dovevi venirmi a trovare, ma
non perché sia io il tuo maestro, ma perché possa
presentarti colui che renderà inutile il tuo viaggio in Perú.
È Ejo Takata, un autentico monaco zen. Lui ti darà gli
insegnamenti che desideri. Sono già le due di mattina.
Ancora tre ore ed Ejo comincerà a meditare. Beviamoci un
caffè e poi ti accompagno allo zendô.”
Il comico mi mostrò tristemente i suoi denti.
“Ho fatto un incidente in moto e mi sono rotto tutti i
denti. Mi hanno messo questi finti. Nessun maestro mi
prenderà sul serio con questa faccia da cavallo...”
“Non temere,” gli dissi. “Ejo vedrà il tuo essere
essenziale...”
Non appena arrivammo in sua presenza, Takata afferrò
amorevolmente il comico per il mento, gli guardò i denti,
tirò un sospiro profondo e gli disse:
“Un giorno avrai occhi bellissimi”.
Molina in quel momento strinse le labbra, deciso che
sarebbe stato muto fino alla morte, e si piazzò nello zendô,
dormendo sulla stuoia su cui si meditava. Spazzò, lavò i
pavimenti, intonacò i muri, fece cuocere il riso, aiutò
Michiko a eliminare i pidocchi dalle piante, accompagnò
Tomiko a scuola, svuotò la lettiera del gatto, passeggiò tra i
discepoli che meditavano brandendo il kyosaku per colpire
sulle scapole chi piegava la colonna vertebrale sotto il peso
della fatica, andò al mercato a recuperare frutta e verdura
di scarto... Soddisfatto di tanta dedizione, Ejo cominciò a
intravedere, speranzoso, un futuro dove le antiche culture
giapponese e messicana si sarebbero unite in un religioso
abbraccio. Quando gli rasò il capo e gli diede una veste da
monaco, Ejo scrisse questa poesia:

Chi ha solo braccia


parteciperà con le sue
braccia
e chi ha solo gambe
parteciperà con le sue
gambe
alla grande opera
spirituale
dove molti esseri
perderanno la loro
chioma.

Qualche tempo dopo, Ejo decise di mandare il suo primo


monaco messicano nel monastero dove lui era stato
formato. Molina, mostrando i denti dopo averli tenuti
nascosti per più di un anno, lanciò un cavallino grido di
felicità. Noi tutti discepoli collaborammo dandogli dei soldi
per il biglietto aereo, finanziato per la maggior parte
dall’ambasciata del Giappone. Un mese più tardi il maestro
ricevette una lettera da parte di Mumon Yamada che si
congratulava con lui per avere formato un monaco
esemplare, con una resistenza alla meditazione e ai faticosi
lavori quotidiani maggiore di quella dei suoi discepoli
giapponesi. Ma quando Ejo ritornò in Giappone per cercarsi
una compagna, ricevette una secchiata di acqua gelida.
Proprio il giorno in cui era andato a trovare il vecchio
maestro, i monaci incaricati di controllare la
corrispondenza che gli interni ricevevano dai familiari
scoprirono che Molina riceveva dal Messico, in confezioni
di cioccolata, diversi tipi di droga, tra cui oppio, eroina e
Lsd. Inoltre scoprirono che una parte del pacchetto era
destinata alla vendita ai novizi. Il primo monaco messicano
venne immediatamente espulso e gli venne proibito
l’ingresso in qualsiasi tempio o monastero zen del
Giappone.
A giudicare dalla rabbia tremenda con cui Takata aveva
fatto irruzione nello zendô la mattina dopo il suo rientro, la
vergogna e la delusione dovevano essere state enormi.
Molina, che aveva preso l’aereo un paio di giorni prima di
lui, stava lì come se niente fosse, russando accanto ad Ana
Perla. Al profumo degli incensi, sandalo, patchouli e mirra,
si univa un intenso odore di marijuana. Ejo Takata si
riscosse dalla sua immobilità e a bastonate cominciò a
distruggere vasi di fiori, sculture precolombiane, statuette
di Shiva-Shakti1 e Buddha dorati. Strappò dalle pareti i
poster pieni di simboli cabalistici e astrologici, spogliò il
gatto e buttò fuori dalla finestra il suo vestitino da monaco,
insieme ai cuscini per meditare che, da neri, erano stati
rivestiti con fodere bianche a ricami huichole, e infine
scacciò dallo zendô a pugni e calci Ana Perla e tutti gli altri
che fuggirono via senza protestare, terrorizzati. Tutti
tranne Fernando Molina che cadde seduto per terra, si
prese le gambe fra le braccia e chinò la testa sulle
ginocchia. Ejo lo fece rotolare in mezzo alla strada così
com’era, tutto appallottolato. Lui non si mosse. Le
automobili dovevano sterzare bruscamente per evitarlo.
Rimase lì per quasi tutto il giorno, senza destare la pietà
del monaco, fino all’arrivo dell’ambulanza. Lo issarono su
una lettiga ancora tutto rannicchiato e lo portarono via...
Non l’abbiamo mai più rivisto, anche se poi siamo venuti a
sapere che tre anni dopo, con i denti di dimensioni normali,
durante un happening aveva dato fuoco alla tonaca da
monaco e sulle ceneri aveva copulato con la sua donna
davanti al pubblico. A notte fonda, Ana Perla insieme a sei
accoliti armati di un barattolo di vernice rossa
scarabocchiarono sulla facciata dello zendô a caratteri
cubitali: “Buddha è femmina!”.
In quel periodo tenebroso commisi l’imprudenza di
leggere al maestro un articolo che mi avevano pubblicato
sul supplemento culturale del giornale conservatore “El
Heraldo de México”:
Paperino e il buddhismo zen
[...] In questi ultimi giorni le mie letture si sono concentrate sul libro Mumonkan2 e su una
collezione di fumetti di Paperino. Il fumetto “Paperino pompiere” corrisponde esattamente al
messaggio dei koan 42 e 44.
Il capo dei pompieri invita Paperino a far parte del corpo dei volontari. Lui lo dice ai nipotini. Anche
loro vorrebbero farne parte, ma lo zio, giudicandoli incapaci, li obbliga a starsene in casa. Paperino
riceve l’equipaggiamento: quando suona la sirena dovrà precipitarsi immediatamente sul luogo
dell’incendio. Se arriverà puntuale verrà premiato con una moneta di bronzo. Paperino, tutto
orgoglioso, svuota uno scrigno convinto che gli servirà per conservare le medaglie che intende
guadagnare. La notte suona la sirena, ma Paperino non si sveglia. I nipotini lo buttano giù dal letto.
Paperino si precipita verso l’incendio ma si dimentica il casco, poi l’ascia, e infine i pantaloni.
Quando riesce a equipaggiarsi di tutto punto è troppo tardi. La casa incendiata ormai è un cumulo di
macerie e i pompieri se ne sono già andati. Il giorno dopo il capo lo chiama e gli offre una posizione
meno importante. Gli hanno tolto l’ascia, e al suo posto gli affidano un piccolo estintore. Nella notte
suona di nuovo la sirena e il papero di nuovo non si sveglia. Lo svegliano i nipotini. Stavolta si veste
con grande attenzione, ma nella fretta invece di prendere l’estintore prende una bomboletta di
spray insetticida. Quando lo usa per spegnere il fuoco, ottiene l’effetto contrario. Il giorno dopo il
capo lo degrada ulteriormente. Ora dovrà spegnere il fuoco con un sacco di iuta. I nipotini per
aiutarlo organizzano un piccolo incendio in mezzo alla strada, per evitare che lo zio cada in
depressione e possa lavorare. Nel frattempo Paperino trova un pacchetto di razzi e se li mette in
tasca, giudicando pericoloso lasciarli in giro. “Zio, c’è un incendio in strada, devi prendere il tuo
sacco e salvare la città!” Paperino spegne il piccolo falò ma gli prende fuoco la giacca. Si precipita
in casa. I razzi esplodono. Il salotto comincia a prendere fuoco. I nipotini spengono l’incendio con la
gomma per innaffiare. Arriva il capo dei pompieri e li accoglie nella compagnia. Quella notte quando
suona la sirena i nipotini si svegliano subito, e al grido: “Bisogna fare in fretta! Nessun ostacolo ci
fermerà!” si precipitano verso l’incendio a bordo di un modernissimo camion equipaggiato con le
attrezzature più avanzate, mentre Paperino, in piedi in mezzo alla strada con il suo sacco in mano, li
guarda allontanarsi mormorando: “Sono davvero fortunati!”.
[...] Diverse dottrine esoteriche segnalano un errore comune: noi tendiamo a collegare i nostri
minuscoli stati di coscienza dimenticando che fra di loro vi sono grandi lagune di sonno. Lo zen si
basa su un risveglio totale chiamato satori [esperienza del Risveglio-Illuminazione repentino]. “Il
satori è l’alfa e l’omega del buddhismo zen. Può essere definito come una penetrazione intuitiva
della natura delle cose, in opposto alla comprensione analitica o logica di esse. Praticamente esso
comporta il dispiegarsi davanti a noi di un mondo nuovo, prima non percepito a causa della
confusione della nostra mente dualisticamente orientata. Si può anche dire che col satori tutto
quanto è d’intorno ci appare secondo una prospettiva insospettata” Saggi sul buddhismo Zen,di D.T.
Suzuki [ed. it. Edizioni Mediterranee, 1992, trad. di Julius Evola].
Nel koan 44, “Il bastone di Pa-Tsiao” il maestro dice nel suo sermone ai monaci: “Se avete un
bastone, vi do il bastone. Se non avete il bastone, ve lo tolgo”. [...] Analizziamo questo koan alla luce
di Paperino. Il nostro personaggio riceve una “chiamata mistica” nella quale gli viene chiesto di
spegnere il fuoco. Nel momento in cui la riceve, Paperino commette un peccato d’orgoglio. Si
pavoneggia pensando ai frutti che ne deriveranno: un posto di grande responsabilità che solletica il
suo ego narcisista e una medaglia di bronzo. (Se fosse davvero di valore, la medaglia sarebbe d’oro.)
Inoltre pensa di riporre i premi in uno scrigno, simbolo del suo ego chiuso. I nipotini, invece,
rappresentano il pensiero collettivo, la realizzazione sociale prima che individuale. Loro sono tre e
uno insieme. Quando dicono una frase si spartiscono le parole. In questo modo: “a) Suona la sirena...
b) e mi sa che lo zio... c) starà ancora dormendo”. I nipotini disprezzati dal pensiero egolatra sono
quelli che si svegliano quando suona la sirena, sono loro che si preoccupano di spegnere il fuoco
anonimamente, pensando all’opera e non al frutto, e infine sono loro che cercano di aiutare l’Altro.
Loro “hanno” e perciò gli viene dato il miglior camion dei pompieri. Paperino “non ha”, e quindi a lui
viene tolto.
[...] Nel koan 42 una monaca cade in trance vicino a Buddha. Gli altri santi si lamentano perché
soltanto lei si è meritata l’onore di stare accanto al Maestro. Buddha dice di farla uscire dalla
meditazione. Nessuno ci riesce. Il Buddha chiama allora “Ignoranza” che si avvicina alla donna, fa
schioccare le dita e lei si sveglia immediatamente.
Il contenuto è chiaro: né la scienza, né la discussione, né la ricerca possono dare il satori. Soltanto
lo spirito senza la coscienza di se stesso può provocarlo. [...] Paperino, moderno Prometeo, riceve la
chiamata per spegnere il proprio piccolo falò mentale, prodotto da qualche razzo, e per potersi
immergere nel grande Fuoco-Inconscio-Universo. È evidente che l’anormalità di un pensiero
rigidamente dualistico fa soffrire l’uomo. Ecco perché Paperino strilla quando la sua casa prende
fuoco. Ha bisogno del satori, ma lo teme. Si lascia sfuggire l’opportunità, e stringendo tristemente il
suo sacco di iuta intellettuale guarda allontanarsi le nuove generazioni e si consola dicendo: “Sono
davvero fortunati!”. Lui è convinto che non abbiano ottenuto grazie al costante lavoro interiore di
rispondere a tutte le chiamate, ma che a loro sia stato dato tutto senza che abbiano fatto nulla.
Povero Paperino! Piano piano gli verrà tolto tutto, perché aggrappandosi ai suoi concetti anchilosati
aspetta che gli venga dato senza lavorare per guadagnarselo. Ma che cosa dovrebbe fare? La strada
giusta è descritta nella storia: Paperino deve ripulire il suo scrigno, buttando via tutte le medaglie di
bronzo.

Il sorriso di soddisfazione mi si raggelò quando, finito di


leggergli il saggio, Ejo cominciò a sventagliarsi
mormorando: “Come neve in un bicchiere d’argento”. Dal
modo in cui lo disse, capii che le mie parole, nonostante la
pregevole forma, si sarebbero dissolte senza lasciare
traccia.
Dopo un silenzio che mi parve interminabile, con voce
bassa e stanca Ejo aggiunse: “Nel momento in cui apri la
bocca per dire ‘la verità’, tradisci te stesso”.
Rosso di vergogna, capii che per quanto esatta fosse la
mia visione dello zen attraverso Paperino, per il semplice
fatto di volerlo spiegare lo rendevo inutile.
Ejo mi porse il libro segreto.
“Leggi il primo koan della terza parte. Non è per i novizi,
bensì per coloro la cui meta è diventare maestri. Quando
riceve questo koan insieme ad altri centoquarantatré, dopo
tre anni di noviziato, l’aspirante deve rinchiudersi nel
monastero e fare pratica per almeno dieci anni. Soltanto
chi è riuscito a diventare un maestro zen ha il diritto e la
capacità di proporre questi koan a una nuova generazione
di novizi. La vanità, l’orgoglio, l’incoscienza del signor
Fernando Molina quando ti ha proposto il koan senza
neanche conoscere la sua struttura originaria né la risposta
esatta, minacciando di spaccarti quelli che lui, nella sua
stoltezza, si era rotti da solo, vale a dire i denti, sono
imperdonabili. Sono stato accecato da un’ambizione
infantile quando l’ho ordinato monaco. Volevo che i miei
‘padri’ mi applaudissero per avere impiantato la loro
dottrina in Messico. Mi merito cento bastonate. Dammele
tu...” mi porse il kyosaku, si mise in ginocchio, chinò la
testa e il busto, posò le mani sul pavimento e gridò:
“Cento!”.
Che cosa potevo fare? Sapevo che non l’avrei mai
convinto ad abbandonare il suo proposito. Se insistevo,
probabilmente avrei provocato la sua ira. Se me ne andavo
lasciandolo così, in quella posizione, non l’avrei soltanto
deluso, ma anche umiliato. Gli diedi tre colpi leggeri. Gridò
di nuovo: “Più forte!”. Continuai a picchiarlo e a mano a
mano che le bastonate si accumulavano, un pianto amaro
cominciò a venirmi su dalla pancia alla gola, e un serpente
di tristezza mi fuoriuscì dalla bocca sotto forma di un lungo
lamento, e si acciambellò fra noi due: tristezza per la mia
infanzia, per la sua, per quei due bambini che non avevano
potuto giocare, in mezzo ad adulti che ci avevano costretto
a chiuderci in noi stessi, isole senza la speranza di trovare
occhi benevoli che ci accettassero senza pretendere da noi
valori religiosi o politici, accogliendoci semplicemente
come anime vergini... Al centesimo colpo mi inginocchiai
vicino a Ejo e tentai di abbracciarlo. Mi scostò con un gesto
pieno di dignità, si alzò senza un lamento e mi porse il
libro: “Leggi!”.

“Il maestro zen Kyogen3 disse: ‘Supponiamo che un uomo


si arrampichi su un albero e si afferri a un ramo con i denti.
Se ne sta lì appeso, i suoi piedi non toccano il suolo. Da
sotto, un monaco gli domanda il significato della venuta del
nostro fondatore dall’Ovest. Se l’uomo non risponde, elude
vergognosamente la domanda. Ma se apre la bocca e
pronuncia una sola parola, cade ammazzandosi sul colpo. In
tale circostanza, che cosa deve fare?’. Un monaco di nome
Koto rispose: ‘Una volta che l’uomo sta lassù, appeso al
ramo, non può dare nessuna risposta. Se qualcuno ha
qualcosa da chiedergli, deve farlo prima che salga
sull’albero’. Sentendo questo, Kyogen scoppiò in una risata.
Più tardi, il maestro Setcho commentò: ‘È facile dare la
risposta appesi al ramo di un albero. Il difficile è farlo
stando sotto l’albero. Quindi, io stesso dovrò appendermi a
un ramo. Venite, fatemi una domanda!’.”

“Adesso leggi le risposte classiche,” mi disse Ejo. “Ce n’è


una per quando l’uomo sta appeso all’albero, e una per
quando sta per terra...”
“Sull’albero: il discepolo, infilandosi un dito in bocca per
imitare un ramo, si agita tutto mormorando: ‘Uh... uh...’
come chi cerca di rispondere ma non riesce a farlo. Sotto
l’albero: il discepolo finge di cadere dall’albero e finisce
con il sedere per terra. Se lo sfrega ed esclama: ‘Ahi, fa
male!’.”
“Rispondimi con la bocca chiusa!” mi gridò Ejo.
Gli diedi la risposta classica:
“Che si possa fare oppure no, tu provaci per primo!” e gli
coprii la bocca con il palmo della mia mano.
Lui si liberò.
“Ma non ti rendi conto?” mi disse. “Sia che tu parli sia
che non parli, il tuo cervello si gonfia di parole. Saresti
capace di arrampicarti sopra un albero e tenerti appeso a
un ramo con i denti? Il monaco Koto vede il fumo ma non il
fuoco. Più dello sforzo tremendo dell’uomo che sta sospeso
tra la vita e la morte per trovare se stesso, vale a dire la
propria vacuità, lui ritiene importante il dove e il come si
possa, davanti a una domanda, dare una risposta con
parole che rivelino la verità della dottrina. Il maestro
Setcho lo capisce benissimo, perché espone chiaramente la
differenza che c’è tra pensare e sperimentare. Sotto
l’albero, l’uomo cerca il significato del Buddha senza capire
che il Buddha di cui parla non è un essere esterno a lui,
bensì un livello di coscienza che va raggiunto al di là dei
concetti... nel momento in cui se ne sta appeso all’albero, è
finito il discorso intellettuale, finita la ricerca di ideali, di
mete, e si entra in un processo vitale, un’agonia simile a
quella del bruco che si contorce per diventare farfalla.”
Sentendo le sue parole, mi parve di capire le due
risposte. Sull’albero: se parlo, se intellettualizzo, mi perdo.
Sotto l’albero: se rispondo, trasformo la verità in parole,
per cui la distruggo... Frasi magari belle, ma pur sempre
soltanto neve in un bicchiere d’argento.
“Voglio appendermi all’albero, Ejo!”
“Resisterai? Lo zen non è un gioco e neanche una patina
mistica per hippy pieni di soldi... L’illuminazione non si
compra e non si vende. Si guadagna perdendo tutto, a volte
la ragione, a volte la vita.”
“Ti prego, insegnami!”
“Posso soltanto insegnarti a imparare da te stesso.”
Ejo Takata cambiò atteggiamento, parve liberarsi di un
cappotto di piombo. Si eresse sprizzando energia, un
sorriso gli illuminava il volto.
“Faremo un rôhatsu... Mediteremo per sette giorni
consecutivi.”
“Che cosa?”
“È una tecnica zen che equivale a tenersi appesi a un
ramo con i denti: avrai diritto a una scodella di riso al
giorno, quaranta minuti di sonno, e un quarto d’ora per
defecare. Il resto del tempo resterai seduto, senza
muoverti.”
“Ma siamo nella stagione delle piogge e ci sono un sacco
di zanzare...”
“Allora avranno a loro disposizione un ottimo banchetto!
Se decidi di farlo, levati le scarpe e comincia subito. Se non
hai il coraggio, va’ a bruciare il tuo libro segreto. I koan
non sono giochini poetici. Risolverli significa abbandonarsi
al cambiamento. La donna del tuo saggio, quella che
medita vicino al Buddha, quando realizza l’ignoranza
ignora se stessa. Allora scopre che lei stessa è il Buddha. Ti
vuoi Svegliare? Sì o no?”
“Sì!” esclamai.
Mi levai le scarpe, mi inginocchiai, mi misi tra le gambe
l’unico cuscino che era rimasto, unii i piedi dietro la
schiena e conficcai le ginocchia sulla piattaforma di legno
come se fossero un’ancora che mi teneva legato alle
profondità del pianeta. Contemporaneamente stirai la
colonna vertebrale ed ergendomi tutto, per quanto lo
consentivano le mie ossa, immaginai che dall’alto qualcuno
mi tirasse per i capelli. Così, proteso tra la terra e il cielo,
ero come un arco pronto a scoccare la freccia. A mani
giunte, la destra sulla sinistra, con una pressione minima
unii i due pollici, non troppo in alto né troppo in basso, “né
montagna né valle”. Non chiusi gli occhi, li fissai sul
pavimento a un metro e mezzo di altezza, sollevando gli
angoli della bocca in un accenno di sorriso. Ejo Takata fece
come me. Eppure, sebbene entrambi fossimo nella
medesima posizione, in confronto a lui io ero una montagna
di gelatina accanto a un blocco di granito.
Accese un bastoncino d’incenso di colore verde, con una
bacchetta di legno colpì una scodella di metallo
producendo un suono rasserenante, e senza perdere altro
tempo diede inizio alla mia tortura.

Eravamo immersi nella penombra. La finestra chiusa


attutiva a malapena il rumore delle auto, dei camion, il
chiasso in strada. Dalla cucina al pianterreno, arrivava il
sommesso andirivieni della compagna del maestro e anche,
con discrezione, il ritmo di un disco rock giapponese che la
bambina aveva portato dal suo paese. Tutti quei rumori
svanivano quando il ronzio di una zanzara mi irritava i
timpani.
Avevo intrapreso la meditazione coraggiosamente, con un
entusiasmo che sconfinava nel delirio, deciso a
trasformarmi in una statua. Dopo un’ora cominciai a
dubitare. Il dolore alle gambe aumentava di minuto in
minuto. Quando non ne potei più, cercai un’altra posizione.
Ejo lanciò un ruggito da leone che mi paralizzò. Per fuggire
dal corpo, mi rifugiai nella mente. Immaginavo paesaggi,
viaggi interstellari, nuvole multiformi... zzz... Un altro
ruggito spaventoso mi svegliò. Ejo si alzò in piedi, mi diede
tre bastonate sulla spalla destra e tre sulla sinistra. Mi
sentii riposato, e ricominciai a meditare con entusiasmo...
un’ora... un’altra ora... un’altra... un’altra... Avevo sete,
avevo fame, mi faceva male dappertutto, avevo la pancia
piena di gas... Ejo si inclinò sulla destra, sollevò
leggermente il sedere ed emise una scarica di peti, la più
sonora che avessi mai sentito in vita mia. Ritornò nella sua
posizione di granito e continuò a meditare. Con l’orgoglio
ferito cominciai a liberare i miei gas, e proprio in quel
momento entrò Michiko vestita con un sobrio kimono e
posò davanti alle nostre ginocchia una scodella piena di
riso bollente, su cui agonizzava qualche pezzetto di carota
bollita, un paio di bacchette e un bicchiere di tè verde. Ejo
esclamò: “Mangia in fretta! Non perdere tempo!
L’importante è meditare!”.
Come lui, dovetti trangugiare il riso martirizzandomi la
lingua. Per non sprecarne neanche un granello (ai monaci
zen è proibito ogni sperpero), Ejo mi diede l’esempio;
versai un pochino di tè nella scodella, la agitai perché si
impregnassero gli avanzi e, con un rumoroso risucchio,
trangugiai tutto quanto. La signora portò via le scodelle.
Ejo accese un altro bastoncino di incenso e andammo
avanti così, muti e immobili. Immobilità che
interrompevamo una volta ogni ora per cinque minuti, per
sgranchirci le gambe che mi sembravano divorate
dall’interno da un esercito di formiche rosse. A mezzanotte
Ejo disse: “Ora dormiamo quaranta minuti, e basta”, e di
colpo, senza cambiare posizione, da seduto, cominciò a
russare. Io guardai disperatamente verso le mie scarpe,
due bocche generose che si aprivano incitandomi a infilarle
e ad andarmene via di lì, dimenticando per sempre quella
follia. Per orgoglio, un orgoglio mostruoso che fino a quel
momento non credevo di avere, decisi di restare, ero come
bloccato. Mi buttai per terra, sentendomi un cane. Abituato
a soffici materassi, cercai di sistemarmi sul tatami. Faticavo
ad addormentarmi. A un tratto, un rumore spaventoso mi
strappò dal torpore. Ejo, picchiando con una bacchetta di
ferro contro una lastra di metallo flessibile, produceva un
fragore simile a un tuono. Dato che non riuscivo ad alzarmi
in piedi, cominciò a prendermi a calci. “Sono già passati
quaranta minuti! Presto, presto, non perdere tempo, siediti
a meditare!”
L’avrei strozzato.

Nei primi due giorni, nessun accenno di saggezza mi


calmò lo spirito, furono ore e ore di lotta contro il corpo,
intorpidimenti, crampi, dolore alle ossa, punture di
zanzara, fame, sonnolenza, bruciore di stomaco, senso di
soffocamento, claustrofobia, rabbia per non essere capace
di sopportare impavidamente quella tortura come il
giapponese, e nei brevi momenti in cui per miracolo si
calmava la sofferenza fisica, una noia mortale mi
sprofondava in una insopportabile angoscia.
Il terzo giorno, con le ginocchia gonfie, gli occhi irritati,
la pelle ricoperta di bolle, le vertebre cervicali come
pugnali conficcati, l’intestino pieno di escrementi (dover
andare di corsa in bagno con l’obbligo di defecare in pochi
minuti mi bloccava) e ogni nervo trasformato in una
anguilla elettrica, mi lasciai cadere di schiena sul
pavimento e con voce piagnucolosa, come in agonia, dissi:
“Sento un dolore acuto al cuore. Mi sta venendo un
infarto. Chiama l’ambulanza”.
Con sprezzo feroce Ejo mi gridò:
“Crepa!”.
E senza degnarsi di aiutarmi, blocco di granito più che
mai, continuò a meditare... Mi rotolavo sul pavimento,
scalciavo, piangevo, lo insultavo... afferrai una scarpa e
gliela tirai in faccia. Ejo chinò leggermente il capo per
schivare il colpo, riacquistò la posizione verticale e
continuò a meditare, imperturbabile. La furia fu il mio
nutrimento. In preda a una nuova energia, mandai al
diavolo il mio corpo, lo feci inginocchiare, gli feci incrociare
i piedi e le mani, gli stirai la colonna vertebrale, gli feci
sollevare gli angoli della bocca in un accenno di sorriso e
gli feci fissare gli occhi sul pavimento, trasformandolo in
una statua. Mi sentivo lontanissimo da quell’abominevole
sofferenza animalesca. Mi sembrava di galleggiare in un
cielo diafano... Dopo un’ora di calma in cui mi credevo
Buddha, un diluvio di immagini travolse il mio cervello.
Fantasmi sessuali, desideri di ricchezza, di fama, e poi una
sfilata di leccornie, dolci, bibite, perfino pezzetti succulenti
di carne umana... Immaginavo qualsiasi genere di torture,
uomini, donne, bambini nudi, sanguinanti, mutilati, e io che
volavo immune sopra quell’inferno. Passai molte ore nel
tentativo di annientare la dimensione diabolica del mio
essere. Quando credevo di esserci riuscito, ecco arrivare i
ricordi dolorosi: la madre che non mi aveva mai
accarezzato; il padre infantile e competitivo che usava il
terrore come metodo educativo; la sorella maggiore egoista
che faceva tutto il possibile per scacciarmi dal mondo della
mia famiglia ed essere lei al centro; i compagni di scuola,
crudeli, intolleranti; i professori nevrotici e la solitudine e
le umiliazioni, un vortice impetuoso che mi fece piangere
lacrime e riempire di moccio, ma dovendo stare immobile
non potevo neanche nasconderle o asciugarle... Per
liberarmi da quel nefasto cimitero cominciai a inventare
poesie che poi diventavano racconti, opere di teatro,
romanzi, film o storie che arrivavano, sbocciavano come
fiori e si dissolvevano nel nulla. Andai in giro per il mio
cervello, un universo delirante che produceva
incessantemente immagini di ogni genere, macchie, esseri,
mandala, forme geometriche, esplosioni, smottamenti,
fiumi di luce, voragini che cambiavano a ogni istante, una
follia. Quando ritornai in me, mi trovai davanti la malattia,
la vecchiaia e la morte.
Nonostante le meraviglie che doña Magdalena aveva
scoperto nell’organismo umano, una parte delle quali mi
erano state rivelate grazie al contatto delle sue sante dita,
scoprii che mi identificavo ancora con il mio spirito, e a
essere sinceri, vedevo il mio corpo come un feretro. Magari
un feretro prezioso per le ricchezze in esso racchiuse, ma
in ogni caso non era il mio essere, aveva una vita propria,
aveva il suo mistero, la sua unione privata con il cosmo. In
quella gabbia meravigliosa, io vegetavo condannato a
invecchiare e a marcire, minacciato da un esercito di
microbi, una moltitudine di virus, gonfiori e tumori.
Dormendo quaranta minuti al giorno, mangiando soltanto
una scodella di riso, chiuso in quella stanza buia dove il
profumo dell’incenso si mescolava al puzzo di centinaia di
rutti e peti, le mie difese mentali crollavano miseramente.
Mi vidi ricoperto di piaghe, fatto a brandelli, scorticato,
annegato, bruciato, divorato, col sangue che mi usciva dalla
bocca e dall’ano. Immaginai mille modi per morire: incendi,
tifoni, diluvi, terremoti, esplosioni atomiche; buttarmi dal
ventesimo piano, riempirmi le tasche di sassi e affogarmi in
un lago, ingerire un cocktail di veleni, ingoiare un chilo di
chiodi, perforarmi le ossa del cranio con un trapano da
dentista, abbandonarmi all’abbraccio mortale di un orso,
venire schiacciato da una mucca congelata che cade da un
aereo-merci, venire divorato sulla cima di una montagna da
un gruppo di alpinisti affamati. Alla fine mi inventavo dei
modi per suicidarmi talmente sofisticati che scoppiai in una
risata irrefrenabile. Ejo, blocco di granito, non disse nulla.
Quando smisi di ridere, tempo e spazio mi crollarono
addosso. Sentivo l’immensità del microcosmo e del
macrocosmo... e mi vidi in mezzo a loro come un granello di
polvere. Così piccolo, così piccolo, così piccolo, così
ridicolmente piccolo, galleggiavo nell’incommensurabile
passato e nell’interminabile futuro, quando l’infinito e
l’eternità mi trafissero il petto come due lance. Oceani di
universi che si espandevano, implodevano per espandersi
di nuovo; galassie immense condannate a dissolversi nel
nulla, come me. Spaventoso! Di fronte a me e in me, vidi la
morte. Quello che io ero, quello che sentivo, quello che
credevo di avere, la mia memoria, la mia individualità, tutto
finì in un pozzo nero nel giro di qualche secondo. Ero
ossessionato da tre parole che avevo letto negli appunti
lasciati da Frida Kahlo: “Tutto per niente”. In fin dei conti,
nessuna creatura vivente possiede qualcosa. Tutto ci viene
prestato per un numero maggiore o minore di anni, e alla
fine... giù nel pozzo nero. Mi sentivo prigioniero di un
delirio universale. Per calmarmi, guardai le mie scarpe,
modeste e servizievoli, con le loro bocche aperte ad
aspettare i miei piedi. Venni colto da una sensazione di
rabbiosa impotenza. “Che diavolo ci faccio qui, vicino a ’sto
pazzo, a torturarmi così! Non sono un samurai, e neanche
un Buddha. Sono un uomo libero. Nessuno mi costringe a
stare qui un giorno di più. Basta!” Erano le due di mattina.
Mi alzai, mi infilai le scarpe, uscii di casa, presi un taxi e gli
chiesi di portarmi a Los Globos, un locale notturno in
avenida Insurgentes: lì, dopo gli spettacoli, andavano a
cenare e a ballare parecchi attori e attrici, oltre a pittori,
scrittori, politici, trafficanti, prostitute e così via.
L’ambiente era animato da un’orchestra di musicisti che
arrivavano da Portorico. Nel momento esatto in cui misi
piede in quell’antro, sentii svanire la mia libertà: mi sentivo
come un extraterrestre che dopo avere attraversato lo
spazio siderale fosse atterrato in una prigione. Vidi galeotti
che ballavano, fumavano tabacco ed erba, assumevano
cocaina e pasticche, coscienti soltanto di quel pezzetto di
città, di un frammento minuscolo di tempo; defunti
mascherati da immortali che, incatenati al ritmo
assordante, accettavano il mondo così come gli veniva
propinato e si imitavano, si divoravano gli uni gli altri,
portandosi addosso il peso dei limiti in cui si identificavano
come persone. Sotto quel soffitto da cui pendevano
stalattiti di cemento, ciechi alla danza di miriadi di stelle,
avendo per sola luce una coscienza opaca, tragicamente
soli in mezzo alla festa, sfoggiano con orgoglio occhiali
scuri, pistole invece di falli davanti a bocche e tette
gonfiate artificialmente, un branco di dementi assetati di
denaro, potere, fama.
Mi avvicinai a un portiere, gli tesi una banconota e gli
chiesi di procurarmi un paio di forbici. Poi mi chiusi in
bagno e mi tagliai i capelli. Così rasato ritornai allo zendô.
Ejo Takata non si era mosso. Senza staccare gli occhi dal
pavimento, mormorò lentamente un koan:
“Il maestro Ummon disse: ‘Il mondo è così grande...
Perché al suono della campana hai scelto di indossare un
abito da monaco?’”.
Mi levai le scarpe, i pantaloni, la giacca e la camicia,
presi una vestaglia nera che stava appesa lì vicino, la
indossai e mi misi seduto a meditare recitando la risposta
che avevo imparato a memoria:
“Quando il re ci chiama, dobbiamo accorrere subito,
senza aspettare una vettura. Quando nostro padre ci
chiama, dobbiamo rispondere ‘Sì’ senza esitare”.
Mentre ripetevo quelle parole pensavo con una strana
eccitazione che essere libero in un mondo così grande non
voleva dire sfruttare tutte le possibilità che la vita offre. La
mia libertà consisteva nell’essere quello che ero, e in quel
momento ero un monaco. Avendo risposto senza esitare al
mio richiamo interiore non avevo nessun motivo di sentirmi
schiavo del maestro, in quella saletta angusta.
Ejo mormorò soddisfatto:
“I rami di tutti gli alberi sorreggono la medesima luna”.
In quel momento si mise a piovere a dirotto. Le gocce che
rimbalzavano sul tetto avevano dato vita a un concerto
assordante. Alzando la voce per farsi sentire, Ejo mi
propose un altro koan:
“Il maestro Kyosho4 domanda a un monaco in un giorno di
pioggia: ‘Che cos’è quel rumore là fuori?’. Il monaco
risponde: ‘Il suono della pioggia’. Kyosho commenta: ‘La
gente vive in un grande disordine, si acceca da sola
inseguendo i piaceri materiali’. Il monaco gli chiede: ‘E lei,
maestro?’. Kyosho risponde: ‘Posso quasi comprendere me
stesso completamente’. Il monaco chiede di nuovo: ‘Che
cosa significa comprendere perfettamente se stessi?’.
Kyosho afferma: ‘Essere illuminato è facile. Spiegarlo a
parole, difficile’. Secondo il libro segreto, per risolvere
questo koan il discepolo deve sussurrare ‘plin... plin...’
imitando il suono della pioggia. È questa la tua risposta,
imitare il suono della pioggia?”.
Non dissi nulla. Mi alzai, uscii in strada e mi lasciai
infradiciare dall’acqua, dalla testa ai piedi. Ritornai tutto
gocciolante e mi misi seduto a meditare come se niente
fosse. Ejo esalò un mormorio di approvazione, facendomi
capire che accettava la mia presenza per le restanti
settantadue ore di rôhatsu.
Per la mancanza di sonno e la fatica, il mio cervello
funzionava come sotto l’effetto di una droga. La rapidità dei
miei pensieri aveva l’energia del delirio. Non appena il
maestro mi aveva proposto il koan, l’avevo capito subito e
con estrema chiarezza, come un esploratore che dopo
essersi inerpicato sulle rocce scoscese, fra le montagne,
viene rapito dagli artigli di un condor e vede la valle
dall’alto, in volo. Ero contemporaneamente Kyosho, il
monaco ottuso che risponde e interroga, e anche il
discepolo intelligente che imita il suono della pioggia per
risolvere il koan. Quando il maestro domanda: “Che cos’è
quel rumore là fuori?” sta tendendo un tranello al monaco.
E lui ci casca in pieno rispondendo: “Il suono della
pioggia”. Avevo capito che non c’era un “fuori” né un
“dentro”: Kyosho, essendo illuminato, vale a dire in piena
realtà, sapeva che il monastero in cui meditavano non era
separato dal mondo, in quanto l’universo intero è una unità.
Il monaco che medita si sente protetto dai confini del luogo
sacro. Per lui, le cose del mondo sono separate. “Fuori” c’è
il rumore “della pioggia”. Per il maestro, il rumore del
mondo intero arriva fin lì, ed è un mondo che si prolunga
nell’infinita eternità del cosmo. Per farglielo capire gli parla
della gente, dei milioni di esseri che hanno dimenticato la
ricerca spirituale, e gli spiega che loro due stanno
meditando in mezzo al rumore del mondo. Perciò non fa
commenti sulla pioggia ma fornisce una risposta
apparentemente assurda: “La gente vive in un grande
disordine, si acceca da sola inseguendo i piaceri materiali”.
Non potevo non capire quella frase, l’avevo appena
sperimentata sulla mia pelle, durante la visita a Los Globos.
Ero fuggito da quel locale frivolo credendo che al sicuro
nello zendô vicino a Ejo sarei stato lontano dai piaceri
materiali... Invece Kyosho mi rivelava che nessuno può
fuggire. Eravamo ancorati alla realtà, e dispiegando la
coscienza in un oceano di spiriti addormentati diventavamo
gli occhi di un mondo cieco. Quando il monaco gli
domanda: “E lei, maestro?” dimostra di non avere ancora
capito. Sta di nuovo effettuando una divisione: da una
parte, il mondo materialista; dall’altra il maestro, colui che
si è liberato dal desiderio. Kyosho, con grande pazienza,
spiega: “Posso quasi comprendere me stesso
completamente”. A chi si riferisce con “me stesso”? A una
individualità limitata? Assolutamente no. Quando dice “me
stesso”, intende tutta l’umanità, l’intero universo e ciò che
dà vita all’universo. Nel dire “quasi” afferma che per
l’essere umano, trattandosi di un punto di vista
forzatamente soggettivo, non esiste la perfezione. La
perfezione può essere soltanto divina. L’essere umano e
anche la materia, permanente impermanenza, possono
soltanto avvicinarsi alla perfezione. Il monaco, testa dura,
torna alla carica cercando di afferrare tutto attraverso
l’intelletto e le parole, invece di sentire... “Che cosa
significa comprendere perfettamente se stessi?”
Comprendere se stessi significa esattamente sentirsi al di
là delle parole, lasciarsi cadere nell’abisso dell’impensabile.
Kyosho sferra il colpo finale: “Essere illuminato è facile.
Spiegarlo a parole, difficile”. Il “plin... plin...” del bravo
discepolo che imita la pioggia indica che l’illuminazione,
fuori dalla prigione dell’intelletto, è un fenomeno naturale
cui bisogna abbandonarsi, e lasciarsene impregnare fino al
cuore.

Continuammo il rôhatsu. La temperatura del mio corpo,


dopo due ore di concentrazione, iniziò ad aumentare. I miei
vestiti, sprigionando un’aura di vapore, piano piano si
asciugarono. Con tenacia tentavo di impedire alle parole di
distrarmi la mente. Ogni volta che stavo per riuscirci, una
sciocca conferma: “Ci sto riuscendo”, mandava tutto a
monte. Scelsi una parola qualsiasi, assurda in quel
momento: “girino”, e cominciai a ripetermela mentalmente
una, due, mille volte, per un tempo che mi parve eterno.
Quel vocabolo impediva l’accesso a qualsiasi altra parola. A
mezzanotte mi addormentai ripetendolo. E durante i
quaranta minuti di sonno continuai ad aggrapparmi al
“girino” come se fosse un salvagente. Quando Ejo mi
svegliò, senza aspettare i suoi scossoni mi misi in
ginocchio, incrociai le mani, allungai la colonna vertebrale,
sollevai leggermente gli angoli della bocca e disintegrai la
parola “girino” per arrivare finalmente ad avere la mente
vuota. Un momento di pace assoluta, ma sfortunatamente
fu di breve durata. Non appena smisi di emettere pensieri,
il mio cuore occupò il vuoto mentale con i suoi battiti. Un
tamburo mi risuonava nel petto, in una lenta ondata
iniziarono a pulsarmi le tempie, i polpastrelli delle dita, il
sesso, i polpacci, le gengive, la lingua, i piedi. Tutto era
invaso da quel ritmo ossessionante. Alla fine, non c’era una
sola parte del mio corpo che non risuonasse... Poi si unì lo
scorrere incessante di un fiume: la circolazione del sangue.
Cui si aggiunse l’aria, che canticchiava dalle mie fosse
nasali ai polmoni, e dai polmoni alle fosse nasali. E infine il
ribollire incessante del mio apparato digerente. Non so che
cosa mi fosse successo, forse era stata soltanto
un’allucinazione uditiva, fatto sta che oltre ai miei rumori
corporali, cominciavo a sentire che tutto quello che mi
circondava era dotato di suono. Vibravano i listoni di legno
del pavimento, il soffitto, le pareti, i cuscini e perfino i
vestiti; toni e ritmi differenti si univano per formare un coro
simile a quello di un alveare. Tale sensazione si estese
all’esterno, mi sembrava di udire la musica della città, della
terra, dell’aria, del cielo. L’impressione fu così sconvolgente
che iniziai a tremare, stavo per svenire. Allora Ejo mi gridò:
“Non cadere! Ripeti con me le quattro grandi promesse!
‘Tutti gli esseri coscienti, anche se innumerevoli...’”.
“Tutti gli esseri coscienti, anche se innumerevoli...”
“...prometto di salvare. Tutte le passioni, anche se
inestinguibili, prometto di spegnere. Tutti i dharma...”
“Ejo, che cosa sono i dharma?”
“Taci, e ripeti anche se non capisci! Tutti i dharma, anche
se infiniti, prometto di rispettare. Tutta la verità, anche se
incommensurabile, prometto di raggiungere...”
Ripetei tutto quello che lui diceva. Ejo ripeteva le
promesse con sempre maggiore intensità. Anche se io
facevo come lui, non la smetteva di sgridarmi:
“Dillo più forte!”.
Alla fine urlavo a squarciagola. Ma lui continuava a
insistere.
“Più forte! Di più!”
Le mie corde vocali stavano per saltare. I miei ululati
erano conati di vomito. Continuò a pretendere un volume
più alto. Ero disperato. Urlando come impazzito, in preda a
una crisi di rabbia gli scagliai addosso il mio zafu, il cuscino
per meditare. Ejo non si mosse, non si scompose. Continuò
a ripetere le promesse chiedendomi di ripeterle più forte.
Ormai vedevo rosso, mi scagliai contro di lui con
l’intenzione di buttarlo a terra. Non so se fosse un’altra
allucinazione o se la fatica mi avesse debilitato, ma anche
se lo spingevo con tutte le mie forze, non riuscivo a
smuoverlo di un millimetro. Sembrava una statua saldata al
pavimento, pesava una tonnellata. Nonostante prendessi la
rincorsa più volte per scagliarmi contro di lui, resisteva alle
mie cariche imperterrito. Lanciai un ultimo grido, così forte
che un pezzetto d’intonaco si staccò dal muro. Poi caddi
svenuto, completamente svuotato.
Ejo smise di recitare. Con una bacchetta di legno colpì
una campanella.
“Finalmente! Non hai gridato soltanto con la metà del tuo
cervello, hai usato entrambi gli emisferi e tutte le tue
viscere. Questo è risolvere un koan! È mezzanotte. Il
rôhatsu è finito. Puoi dormire fino a domani.”
Come una piuma trasparente, mi lasciai cadere
nell’abisso. Quando mi svegliai, i raggi del sole filtravano
dalla finestra. Entrò Michiko portandomi una tazza di caffè
e qualche panino. Sorridendo, in uno spagnolo
approssimativo mi disse:
“Dormito quattordici ore. Scendere lei a fare colazione.
Ejo aspettare. Voi andare a Oaxaca”.

Non avevo mai visto Ejo senza il vestito da monaco.


Condizionato dalla sua tonaca, non avevo mai pensato alla
sua età: mi sembrava una creatura fuori dal tempo, un
essere millenario. Ma adesso, vedendolo con un paio di
jeans, una maglietta con le maniche corte, scarpe da
ginnastica, un pesante zaino sulle spalle e la sigaretta in
bocca, prima che mi buttasse sulla schiena l’altro zaino che
aveva preparato per me, non potei resistere alla tentazione
di chiedergli quanti anni avesse.
“Sono nato nel 1928, il 24 marzo,” mi rispose subito.
Quella scoperta mi colse di sorpresa. La guida spirituale
che mi ero scelta aveva soltanto un anno più di me. Era un
giovane, e non un vecchio come mi ero immaginato. Vestito
così mi sembrava un compagno di viaggio, un amico, un
mio pari. Un diavoletto interiore mi fece cambiare
atteggiamento: cominciai a parlargli con minore rispetto.
Ejo non parve rendersi conto della mia trasformazione.
Quando mi lamentai del peso dello zaino, lui mi indicò il
suo:
“Dieci chili,” e poi indicò il mio, “cinque chili”.
“Ma chili di che cosa, Ejo?”
“Semi di soia.”
“Soia? Perché?”
“Andiamo dagli indios per insegnargli a coltivarla.”
“Perderemo il nostro tempo. A loro interessa soltanto
coltivare il mais.”
“Sono gli imprenditori a dirlo. Vogliono mantenere gli
indios nella miseria coltivando soltanto il mais perché così
possono comprarlo a basso prezzo.”
“Ejo, non conosci il Messico... Ci sono abitudini
antichissime...”
“Se vuoi recuperare l’integrità della tua mente devi
liberarla da ogni condizionamento. La vedi la mia faccia?
La senti la mia voce?”
“Sì.”
“Hai coscienza dei tuoi occhi? Hai coscienza delle tue
orecchie?”
“Sì.”
“Se hai coscienza dei tuoi occhi e delle tue orecchie,
forse sei malato... Allora vieni o no? Le malattie sono
curabili, ma il destino è incurabile.”
Ero sconcertato. Stava cercando di dirmi che non dovevo
formarmi un concetto di me stesso nella mia coscienza?
Non sapevo che cosa rispondergli. Lo seguii in silenzio.
Un taxi ci depositò davanti alla stazione del treno.
Viaggiammo fino a Puebla in un vagone di terza classe
affollatissimo, gente carica di pacchetti, ceste, galline,
bambini, cani. Mentre Ejo sorrideva come se quello fosse il
paradiso, io cercavo di dormire. Non ero abituato ad avere
un contatto diretto con gente così. Dopo essermi appisolato
un paio di volte, ebbi un sussulto: due ciechi che suonavano
la chitarra si misero a cantare. Ejo mi diede una leggera
gomitata e indicando se stesso e poi me, sussurrò:
“Quando un cieco guida un cieco, tutti e due finiscono
nell’acqua”. Scoppiò a ridere come un bambino. Io, di
cattivo umore, mi tappai le orecchie.
A Puebla salimmo a bordo di un autobus scassatissimo,
ancora più pieno del vagone di terza classe, e partimmo in
direzione delle montagne.
Il viaggio sarebbe durato parecchie ore. Tra il chiasso dei
passeggeri, gli ululati dei cani, il chiocciare delle galline, il
pianto dei bambini, le pernacchie del motore, le mosche, la
polvere, il calore soffocante, il denso fetore, era impossibile
dormire. Con uno sforzo titanico riuscii a calmarmi. Proposi
a Ejo di ingannare il tempo studiando un altro koan, e lui
mi rispose:
“Il tempo non è una cosa. Diecimila fiumi sfociano nel
mare, ma il mare non è mai pieno. Diecimila koan entrano
nella tua mente, ma tu non sei mai soddisfatto. Adegua la
tua coscienza alle circostanze che la vita ti offre. Guardati
intorno, guarda te stesso e approfittane”.
Vedendo la tenacia con cui mi annoiavo, si strinse nelle
spalle e sospirò, come se fossi un caso disperato. Poi lesse
di malavoglia:
“Buddha, nascendo, indicò con una mano verso l’alto e
con l’altra verso la terra. Fece sette passi disegnando un
cerchio, e guardando nelle quattro direzioni disse: ‘Sono
l’unico a venire onorato in e sotto il cielo’. Il maestro
Ummon commentò: ‘Se ci fossi stato lì io, lo avrei
ammazzato a bastonate o l’avrei dato in pasto ai cani. È
importante che il mondo sia in pace’. A questo proposito,
Ryosaku, un altro maestro, disse: ‘Ummon ritiene che ci si
debba offrire al mondo corpo e anima. Questo si chiama
ricambiare il favore di Buddha’. E tu che cosa dici?”.
Rimuginai la mia risposta. Prima che potessi dire una
parola, l’autobus, probabilmente per una buca nel terreno,
ebbe uno scossone. Un pacco cadde addosso a un bambino,
ferendolo alla fronte. Il ragazzino si mise a strillare, con il
volto coperto di sangue. Senza perdere la calma, Ejo si alzò
in piedi, tirò fuori dallo zaino un tubetto che conteneva
argilla verde in polvere, la cosparse sulla ferita dove subito
si formò una crosta, e il sangue si arrestò. Il bambino smise
di piangere e dai finestrini abbassati entrò il silenzio della
cordigliera. Come se niente fosse, Takata tornò a sedersi al
mio fianco. Le nuvole della mia mente si squarciarono
lasciando filtrare un raggio di luce. Con rispetto, in risposta
al koan mormorai:
“È importante che il mondo sia in pace”.
Ejo sorrise, chiuse gli occhi e si mise a russare. Mi
vergognavo di me stesso. In mancanza di un padre
affettuoso non facevo altro che cercare guru, dèi, aldilà,
ogni sorta di aspirine metafisiche. Il koan, nelle parole
attribuite a Ummon, consigliava con estrema chiarezza di
strappare alla radice le leggende, le favole, le meraviglie
infantili, le grandi speranze figlie della paura della morte.
Io non ero più un pulcino che se ne sta nel nido aspettando
che mamma uccello gli ficchi in gola il verme succulento;
correre dietro a un Buddha era come rotolarsi negli
escrementi di un cane. Finché avessi cercato la luce fuori di
me, il mondo non sarebbe stato in pace. Osservai il mio
corpo pervaso da tremori nervosi, dall’ansia di conoscere,
dal desiderio di strappare il segreto a una schiera di
maestri, e invece avrei dovuto realizzarmi recuperando
l’autostima che mio padre, comportandosi da bambino
invidioso, aveva distrutto a suon di battute sarcastiche.
Ryosaku affermava che tutto quello che si otteneva andava
dato: “Niente per me che non sia per gli altri”. Trovare se
stessi significa darsi corpo e anima al mondo... Vale a dire,
essere parte del mondo, lasciare che le cose fluiscano
spontaneamente, senza vani sforzi, abbandonandosi con
fiducia al presente. Accettando come maestro Ejo Takata,
dall’“io” ero passato al “tu”. Eppure, vedendo gli altri come
“essi”, avevo scartato il “noi”. Mettendomi l’etichetta di
“artista”, avevo trasformato Ejo in una tana ideale dove io,
talpa cieca e sorda, mi rifugiavo dal mondo ritenendolo
estraneo a me. Ma pur essendomi estraneo, era il territorio
dove andavo a rubare alimenti, applausi, amori, premi,
diplomi, pubblicità. Né più né meno di un ladro parassita...
Continuavo a prendere, ad arraffare, dando in cambio
soltanto autografi, ritratti letterari del mio ombelico e
fotografie in cui indossavo la maschera dell’artista, esche
per attirare le falene dell’ammirazione sociale... E intanto
la miseria, le guerre, le malattie, l’abuso infantile, le
industrie assassine, l’informazione velenosa, la politica
corrotta, i banchieri disumani... E io nella mia mente-isola
intento a creare un’arte da buffone, patina lucente per
nascondere l’opacità di altri ladri come me. Ladri che si
impadronivano della terra, della salute degli altri, facendo
del tempo una corazza personale, dividendo lo spazio in
cubicoli poco più grandi della cuccia di un cane, i cui
abitanti, per via delle pareti quasi appiccicate agli occhi,
diventano per forza miopi. Niente è mio, tutto è prestato e
quello che non voglio lasciar andare è rubato... Porto uno
zaino pieno di semi, così è la mia mente. Se sono artista,
devo seminare, e se sono maestro devo insegnare agli altri
a seminare, a far crescere, a raccogliere. Se estirpo il mio
io individuale dal mondo, il mondo si mette in pace. Le cose
smettono di essere come penso che siano, e tornano a
essere quello che erano veramente.

Da Oaxaca, facendo l’autostop attraverso interminabili


campi di mais, arrivammo a Santa María Mixi. Un piccolo
agglomerato di case con il tetto di paglia ed erba e i muri di
mattoni crudi, ricoperti da un leggero strato di gesso, con
una sola porta e senza finestre.
Un gruppo di indios, uomini, donne e bambini
probabilmente mixes, dimentichi delle antiche abitudini,
trasformati in famelici “contadini”, ci vennero incontro. La
nostra visita fece sensazione: da tanto tempo nessuno
andava a visitare quei tristi luoghi. Ejo, con un sorriso
amichevole, fece un rispettoso inchino. Io lo imitai. Gli
indios si levarono i cappelli di paglia. Takata cercò una
radura tra le piante di mais, si sedette a gambe incrociate,
accarezzò la terra spostando i sassi e svuotò lo zaino: un
mucchio di semi di soia. Su quel terreno rossiccio, gialli e
sferici com’erano, sembravano perle di una collana magica.
E risvegliarono la curiosità degli indios mixes. Nel suo
spagnolo rudimentale, il maestro cominciò a dire cose
talmente interessanti per quei contadini che alcuni si
precipitarono nei campi e poco dopo fecero ritorno insieme
ad altri, formando un crocchio di una cinquantina di
persone. Per comodità di Ejo, diventai il suo traduttore.
“Potente varietà di soia originaria del Giappone: la sua
radice arriva a un metro di profondità, resiste alle gelate e
alla siccità. Ricca di olio e vitamine, può essere seminata
diverse volte nell’arco dell’anno, in qualsiasi epoca. Non ha
bisogno di terreni fecondi, cresce in terre poco fertili.”
Per tre ore Ejo descrisse il modo di seminare la soia,
come coltivarla, come lottare contro le malattie, come
raccoglierla e come sfruttarla. Descrisse circa duecento
prodotti che se ne potevano ricavare, tra cui olio, lecitina,
foraggio per gli animali, formaggio, granelli arrostiti come
noccioline, yogurt, farina, latte... Chiese loro di portare una
cesta, dove mettemmo i quindici chili di semi. Poi,
disegnando per terra con un bastoncino, mostrò come
orientare le case a seconda del sole, aprendo finestre e
collocando all’esterno i fornelli che al chiuso provocavano
malattie polmonari. Mostrò loro come costruirli all’esterno,
e come intrecciare con l’erba sandali che duravano un
giorno e insegnò anche a ricavare il combustibile dagli
escrementi. Poi disse: “Questi terreni sono vostri, ma il
mais non è vostro; lo coltivate per venderlo a buon mercato
a imprenditori che si arricchiscono sulla vostra miseria. Se
un giorno i commercianti non venissero più qui e andassero
a comprare in altri paesi, voi morireste di fame. Questo è il
pericolo di qualsiasi economia che cresce senza regole.
Diventate indipendenti. Non piantate per vendere, ma per
provvedere ai vostri bisogni. La soia è molto più utile del
mais”.
Eravamo arrivati alle tre del pomeriggio. Quando Ejo
ebbe finito la sua lezione stava calando la sera. I mixes,
pieni di gratitudine, ci portarono qualche birra e tortillas
con purea di fagioli. A mo’ di tovaglia stesero per terra un
vecchio giornale.
Mentre Ejo mangiava, i contadini si inginocchiarono.
Avevano capito che era un uomo sacro. Il religioso silenzio
venne interrotto dal rumore di un camion dell’esercito.
Scesero dieci soldati capeggiati da un civile di una
quarantina d’anni dal ventre prominente, indossava un
completo gessato con le spalle imbottite, camicia nera,
cravatta verde, cappello a falda tesa, occhiali neri e una
pistola infilata nella cintura. Si presentò latrando che era
Salvador Cepeda, rappresentante del governo del Messico.
I soldati allontanarono i contadini con il calcio dei fucili,
costringendoli a chiudersi in casa. Poi diressero le armi
contro di noi mentre il grassone ci puntava l’indice ornato
con un grosso anello di bronzo.
“Sporchi comunisti! Guerriglieri figli di puttana! Adesso
vi spacchiamo la testa, così imparate a istigare i nostri
lavoratori! È il mais che conta, non questa soia di merda!
Qui comando io e posso ammazzare chi mi pare e piace!
Fatemi vedere i vostri documenti! Mi sa che dovrò fucilarvi,
per dare una bella lezione a tutti quegli stronzi che
volessero imitarvi!”
Ejo, senza lasciar trasparire la paura, sempre seduto a
gambe incrociate frugò nello zaino e tirò fuori alcune carte.
Ejo mi aveva raccontato che quando era bambino e gli
americani bombardavano il Giappone, gli avevano dato
l’ordine di continuare a meditare, senza muoversi, mentre
cadevano le bombe. Un altro monaco bambino,
terrorizzato, non ce l’aveva fatta a resistere ed era
scappato via di corsa. Un’esplosione lo aveva ucciso.
Quando mi raccontò quell’episodio, mi disse: “La paura è
inutile”.
L’energumeno lesse con difficoltà i documenti.
“Monaco... che roba? Zen? Ministero dell’Educazione...
Ambasciata del Giappone... Vescovo di Cuernavaca... Sono
ottime raccomandazioni don Testa Pelata, si vede che non
sei un guerrigliero. Ma il tuo amico ha l’aria sospetta...
Forza, cornutone, fammi vedere i tuoi documenti!”
Pur sapendo che erano vuote controllai le mie tasche,
tremando. Non avevo niente che comprovasse la mia
identità...
“Ah, e allora si viaggia in incognito per far insorgere gli
indios, eh? Se non mi fai vedere subito la carta d’identità o
il passaporto, ti faccio fucilare!”
Mi resi conto che quel grassone parlava sul serio,
convinto che fossi un comunista. Forse per lui i comunisti
erano più pericolosi degli scorpioni...
“Signor governatore,” gli dissi tentando di nascondere il
tremore che mi scuoteva dalla testa ai piedi, “sono un
artista molto noto e la mia morte susciterà uno scandalo.
Non commetta questo errore...”
“Lurido verme! Come osi dirmi che sbaglio? Voi comunisti
non avete rispetto per nessuno. Un noto artista tu, magro,
sporco e con questi capelli? Non sei solo vigliacco, ma
anche bugiardo... Non ti meriti di vivere!”
Tirò fuori la pistola e me la sventolò sotto il naso.
“Ringrazia che la mia arma è scarica, saresti morto come
un cane. Verrai fucilato e cadrai con dignità, anche se non
te lo meriti...”
I soldati si allinearono puntandomi contro i fucili. Ejo si
alzò e intervenne:
“Signor governatore, questo ragazzo è mio allievo. Le
assicuro che è un direttore di teatro molto famoso”.
“Taci, don Cinese! Sei un monaco, e come tale vuoi che
’sto bastardo abbia salva la vita! Rimettiti seduto e incrocia
le tue gambe... Se interrompi ancora, ti riterrò suo
complice e ordinerò che anche tu venga fucilato.”
Ejo sospirò. Poi mi disse con un sorriso pieno di
compassione:
“La morte non esiste. La vita non esiste. Attraverserai il
lago dello specchio. Ti poserai sulla pianura del nulla...”.
“Tutto qui quello che hai da dirmi? Non stiamo mica
giocando. Stanno per fucilarmi! Sono un intellettuale, non
ho ancora imparato a morire! Tu che non conosci la paura,
insegnami come si fa!”
Ejo si sedette di nuovo in meditazione e con assoluta
calma recitò:
“La verità non la si ottiene mai da nessuno. Uno se la
porta sempre con sé”.
Non era possibile. Era un incubo, dovevo svegliarmi.
Venni colto da un intenso, incommensurabile amore per la
vita. Vibrarono il rosso della terra, il giallo del mais,
l’azzurro del cielo, il candore delle nuvole, la maestà delle
montagne, il calore del mio corpo, la trasparenza della mia
coscienza, il canto degli uccelli e gli odori che danzavano
nell’aria, le uniformi dei soldati ripetute dieci volte come
una frase musicale, il luccichio delle loro armi e, al di sopra
di tutto, l’amore per me stesso. Capii perché Ejo aveva
parlato di uno specchio grande come un lago. Ero io quello
specchio immenso, la mia anima aveva le radici nella
pianura del nulla...
Un improvviso colpo di vento sollevò una nuvola di
polvere, interrompendo gli ordini del grassone e sparpagliò
in giro i fogli del vecchio giornale. Uno di essi cadde vicino
a me. Vedendo una fotografia che occupava mezza pagina,
lanciai un grido:
“Aspetta, ho la prova della mia identità!”.
Raccolsi il foglio di carta e mostrai febbrilmente la pagina
in cui comparivo accanto alla Tigressa. Noi due, con un
titolo su otto colonne, annunciavamo il nostro matrimonio.
Il funzionario si levò il cappello, si grattò la testa, sbuffò,
scoppiò in una risata e mi diede una pacca sulla spalla.
“Bravo, bravo, e così sei tu che ti scopi la ex del
presidente? Ma perché non me l’hai detto prima, brutto
stronzo? Bah, piantamola con gli scherzi. Ti avevo
riconosciuto subito... Volevo farti prendere un po’ di strizza,
tutto qui. Piaciuto lo scherzo, vero?”
Gli rivolsi un sorriso falso come Giuda.
“Lei è un uomo di spirito, don Salvador. Allora possiamo
andarcene via?”
“Certo, ragazzo, ma non tornate mai più. Non venite qui a
rompermi le uova nel paniere. In queste terre, da secoli, si
pianta soltanto il mais... Magari non lo sapevate... Un
errore si perdona, due no. Se ritornate, le cose potrebbero
andare diversamente e non vorrei farvi sentire come
cantano bene i nostri fucili...”
I soldati cosparsero di benzina i semi di soia e
appiccarono il fuoco. Poi salirono a bordo del camion.
Cepeda ci chiamò:
“Venite con noi, vi porteremo vicino a Oaxaca”.
I mixes ci diedero una mezza dozzina di arance e
agitarono i loro fazzoletti rossi fino a che li perdemmo di
vista. Lungo il tragitto i soldati, ridendo sguaiatamente, ci
presero i sei frutti. Mi sentivo umiliato. Più tardi,
sull’autobus che ci avrebbe riportati al treno per Puebla,
anche se la calma silenziosa di Ejo mi pareva esasperante,
non dissi una sola parola. Non appena ci fummo seduti in
un angolino dell’ultimo sedile del vagone di terza classe,
non trovando nulla di intelligente da dirgli ma avendo
voglia di parlare, gli chiesi:
“Quando non troviamo niente da dire, nonostante un
evento doloroso, dove sta l’errore?”.
Ejo si limitò a grugnire indicando il paesaggio:
“La montagna!”.
Mi fece rabbia, ero stufo delle sue giapponesate: a ogni
emozione, a ogni dubbio, i maestri rispondevano: “Il monte
Sumeru”, lasciando intendere che quella massa monolitica
non parlava, non si lasciava soffocare dai sentimenti, non si
interrogava sul nascere o il morire, lasciava passare le
stagioni imperturbabile, non forzava la natura, non subiva il
dualismo attore-spettatore. Insomma, la panacea universale
era incrociare le gambe e starsene immobile come un
cadavere.
Vedendo che arrossivo, stringevo le labbra, picchiavo un
pugno sul palmo dell’altra mano, respiravo dilatando le nari
come un toro che sta per caricare, tirò fuori dal suo zaino
che credevo vuoto il ventaglio bianco e facendosi aria,
controvoglia, mi propose un koan.
“Le medicine curano le malattie. La terra intera è una
medicina. Quale medicina è il tuo vero essere?”
Queste parole caddero come pioggia su un naufrago
assetato. Di colpo mi rendevo conto di essere vivo per un
tempo infinitamente piccolo in confronto con l’eternità del
cosmo. E tale vita era un privilegio, un regalo, un miracolo.
L’istante in cui esistevo io era lo stesso istante in cui
danzavano tutti gli astri, l’istante in cui si univano il finito e
l’infinito, l’aldiqua e l’aldilà, il profumo dell’aria e la
memoria ancorata alla materia, gli dèi inventati e l’energia
impensabile, i sapori e la fame, le luci e gli abissi, i colori e
la cecità, l’umile sensibilità della mia pelle e la ferocia dei
pugni. Anche i poveri contadini, i soldati, il grassone
cretino, i passeggeri con i loro pacchi che gridavano come
scimmie, la nuvola di polvere che inseguiva il treno; tutto
era una medicina se lo accettavo così com’era senza
trasformarlo con il mio modo di vedere: il mondo era quello
che era, medicina, e non quello che io pensavo che fosse,
veleno... Eppure continuavo a commettere un errore:
erigendo una barriera mentale tra l’interno – la mia
concezione di me stesso – e l’esterno – il mondo senza di
me – vivevo come un soggetto di fronte a un oggetto.
Dicendo “la terra intera è una medicina” pretendevo di
usare un oggetto esterno per curare il mio io individuale,
senza rendermi conto che separandomi dal mondo ero io la
sua malattia. “Il mondo è la vita e il mio essere essenziale.
Finché non avrò disintegrato tale frontiera, sono un morto.”
Quando arrivammo alla capitale, Ejo fece una riverenza e
mi disse:
“Yosai, il monaco che ha fondato il monastero Shofukuji
dove ho trascorso la mia giovinezza, era un uomo semplice
e diceva: ‘Non ho le virtù di un antico bodhisattva, ma per
diffondere lo zen è inutile fare miracoli o prodigi’. Una
volta un povero contadino andò a implorarlo: ‘Io, mia
moglie e i miei figli stiamo per morire di fame. Per pietà, ci
aiuti...’. In quegli anni, nel monastero di Yosai non c’erano
vestiti, né alimenti, né oggetti preziosi. Eppure il monaco
riuscì a trovare un pezzo di rame che doveva servire per
fabbricare i raggi dell’aureola di una statua di Buddha.
Yosai lo diede al contadino dicendo: ‘Baratta questo pezzo
di metallo con un po’ di cibo, e sazia la tua fame’. Quando i
discepoli si lamentarono perché aveva dato un uso
personale a un materiale destinato al Buddha – il che era
peccato – Yosai rispose: ‘Il Buddha avrebbe offerto a quegli
esseri affamati la sua carne e le sue membra. Se anche
avessi dato l’intera statua del Buddha a quel contadino che
stava morendo di fame davanti ai miei occhi, non avrei
tradito i suoi insegnamenti. E se per colpa di gesti come
quello che ho fatto dovessi subire un destino funesto,
aiuterei comunque le creature affamate’. Capisci? Il
Messico non ha bisogno di zen per intellettuali. Intendo
riporre il mio kyosaku. Fine dello zendô”.

Lo vidi allontanarsi a lunghi passi energici, ormai ci


divideva un abisso. Ricordando quella scena, penso a una
frase del romanzo n. 953 di Silver Kane, della collana
Selvaggio West: “In sella a un cavallo nero che sembrava in
lutto per il suo padrone, si perse fra le ombre”. Per ragioni
di sicurezza abbandonai il Messico. In Francia mi
giungevano pochissime notizie del maestro, ma venni a
sapere che dopo avere deposto l’abito da monaco aveva
cambiato casa e aveva aperto in avenida Insurgentes una
scuola di agopuntura, l’Imarac, l’Istituto messicano di
agopuntura Ryodoraku, Associazione civile: nel 1975 il
direttore scientifico Ryodoraku di Tokyo lo aveva nominato
professore di elettroagopuntura Ryodoraku in Messico. Lì
visitava i pazienti, teneva corsi di agopuntura e usava un
apparecchio giapponese di nome Tormeter. Questo serviva
a misurare e stimolare i punti su cui si agisce con
l’agopuntura, evitando al paziente il disagio di tenere gli
aghi conficcati nel corpo per venti minuti, come si faceva di
solito, perché grazie alle scariche elettriche
dell’apparecchio era sufficiente un’applicazione di qualche
secondo all’altezza dei centri nervosi. Molti malati avevano
chiesto di essere curati da Ejo, oltre a un bel gruppetto di
alunni interessato a conoscere tale tecnica. Ejo offriva i
suoi insegnamenti a titolo gratuito, indossando un camice
da infermiere. La società funzionò bene finché i docenti
della facoltà di Medicina, vedendo che alcuni epilettici
erano guariti nel giro di poche sedute, accusarono Ejo di
utilizzare medicine illegali. Allora Ejo abbandonò qualsiasi
attività terapeutica, caricò sul suo furgoncino qualche
sacco pieno di semi di soia e andò a vivere con gli indios
della sierra tarahumara. Per molti anni nessuno lo vide più.

1
Secondo il Tantra, il Risveglio viene prodotto dall’unione dell’energia maschile (linga/Shiva) con
quella femminile (yoni/Shakti). Un modo per rappresentarlo è con la figura della deità indù Shiva in
unione coniugale con Shakti, seduti l’uno di fronte all’altra.
2
Opera di Mumon Ekai. In cinese, Wumenguan (“Il passato senza porta”, una serie di 48 koan
accompagnati da un commento e una lode), mentre il nome cinese del suo autore è Wumen Huikai
(1183-1260): il maestro Yuelin gli aveva dato come esercizio il celebre koan sulla “buddhità” del cane
(la risposta offerta dal maestro cinese Zhaozhou Cong-shen, o Joshu Jushin, è stata “Mu”; in cinese:
“Wu”) e lui ci aveva meditato su per sei anni. Passato il tempo, e dopo un’esperienza illuminante,
compose il quartetto pentasillabico riportato a pagina 23 di questa edizione.
3
Xiangian Zhixian, in giapponese Kyogen Chikan, morì intorno all’898 e appare nell’esempio 5 del
Mumonkan (o Wumenguan). La storia della sua illuminazione viene citata spesso perché è molto
istruttiva.
4
Jingqing Daofu (865 ca-937), in giapponese Kyosei Kyosho Dofu, maestro cinese zen e discepolo di
Xuefeng Yicun (cfr. nota a p. 111).
9. Il lavoro sull’essenza

“La strinse fra le braccia perché


sapeva che quella donna
condannata a morte era la donna
della sua vita.”

SILVER KANE,
Verdugo a plazos

Quando la vidi nel Museo di Etnologia della capitale del


Messico, Reyna D’Assia stava spiegando il calendario
azteca a un gruppo di americani, uomini e donne vestiti
all’orientale che parevano usciti da un quadro di Jean-Léon
Gérôme. Quel mattino, nella sala delle conferenze del
museo io presentavo ai giornalisti il mio film El Topo. Per
dare una nota umoristica all’evento, indossavo il costume
da pistolero: pantaloni e spolverino di pelle nera, camicia di
seta sempre nera, cappello a tesa larga e cintura con tanto
di pistola con l’impugnatura bianca. Alla fine della
proiezione, quando sentii che i critici mi davano
dell’assassino di asini, del verme schifoso straniero e
dell’egolatra delirante, andai a masticare la mia rabbia in
giro per i saloni del museo.
La mia attenzione venne attratta dal bizzarro gruppo di
Reyna D’Assia. Lei fissò lo sguardo su di me, lanciò
un’esclamazione che rimbombò sotto le volte come un
ruggito, spalancò le braccia e mi corse incontro. La forza
con cui mi stringeva mi lasciò sconcertato. Nonostante il
turbante, la camicetta ricamata, il gilè di paillette, la gonna
a pieghe di tela indiana e le babbucce con la punta all’insù,
era una donna irresistibilmente attraente. Seni che
sembravano sfidarti, natiche sontuose, la chioma crespa
simile a un’aureola nera come la pece, e per occhi due
pozzi azzurri senza fondo. Senza lasciarmi andare, mi parlò
con voce profonda, mescolata a un alito caldo:
“Tre giorni fa ho visto il tuo film a New York e mi sono
innamorata del Topo, un bandito che in fondo è un rabbino
illuminato. Per venire qui in Messico, mi sono inventata il
pretesto di rivelare al mio gruppo di amici i segreti del
calendario solare azteca, anche se in realtà il mio scopo era
incontrarti. Ma se modelli qualcosa nel tuo spirito con
passione, lo specchio che chiamiamo realtà te lo fa apparire
davanti”.
La sua pelle dal profumo intenso mi dava una sorta di
vertigine. Mi prese per mano, mi trascinò in strada e fermò
un taxi, e io la lasciai fare. Durante il tragitto continuava a
baciarmi con passione, e quando arrivammo alla suite del
suo albergo si spogliò in fretta e furia, si mise in ginocchio
voltandomi la schiena, chinò la testa fino a toccare il
pavimento e mi chiese di penetrarla senza neanche
spogliarmi, così com’ero, con i vestiti di pelle e gli stivali.
Reso folle dall’eccitazione ingigantita dall’intensa umidità
della sua vagina, entrai dentro di lei con un brutale colpo
d’anca. Stavo per cominciare i miei andirivieni quando un
potente “Alt!” mi paralizzò.
“Non ti muovere. Voglio che tu sia il fulcro della mia
passione.”
Con un’agilità sorprendente, cercando precisi punti
d’appoggio sul mio corpo, iniziò a girarsi e alla fine me la
ritrovai di fronte, con le cosce che mi stringevano alla
cintura, i piedi incrociati dietro alla mia schiena e la sua
fronte contro la mia. In questa nuova posizione cercai di
nuovo di strofinarmi contro il suo giardino proibito, ma lei
esclamò di nuovo: “Alt!” con una tale autorità che fui
costretto a obbedire.
Passò un minuto che mi parve eterno. Il pube mi tremava
tutto dal desiderio di tirarmi indietro per ritornare alla
carica. Di colpo, in quell’immobile tormento ebbe inizio un
palpitare di pareti acquose che piano piano acquisiva
velocità. La sua intera vagina, con vertiginose contrazioni,
era diventata un guanto palpitante. In quella tempesta
muscolare non avevo più bisogno di muovermi. Nel giro di
pochi secondi il mio seme la inondò tutta. Dopo tre
eiaculazioni consecutive, quando le dissi che non avevo mai
conosciuto una donna con tali abilità, mi confidò:
“Ho avuto un maestro importante. Voglio che tu sappia
che sono la figlia di Gurdjieff.1 Nel 1924 era andato a New
York in compagnia dei suoi discepoli, per presentare le sue
danze iniziatiche. Mia madre, che a quel tempo aveva
appena compiuto tredici anni, gli portava il cibo che lui
ordinava al ristorante russo. Quel vecchio la sedusse e le
insegnò le tecniche vaginali che ora io adopero. Gurdjieff
diceva che la maggior parte delle donne è pigra, per cui
hanno un ‘atanor’ morto. Fin da piccole viene loro
insegnato che il fallo è potente, attivo, vitale, mentre loro
hanno tra le gambe un cesto simile a un pantano, la cui
unica possibilità di azione è essere riempito dal seminatore
di spermatozoi. Si dà per scontato che la vagina sia un
organo passivo. Ma esiste un’enorme differenza tra la
natura passiva e un sesso deliberatamente allenato.
Gurdjieff insegnò a mia madre a risvegliare e a far crescere
la sua anima sviluppando una vagina viva”.
Reyna volle farmi una dimostrazione. Spalancò le gambe,
contrasse le labbra della vulva e con un morbido sussurro
iniziò ad aspirare l’aria. Poi la espulse con un forte sbuffo.
“Fase numero uno: imparare ad aspirare e a espellere,
come se la vagina fosse un polmone. Quando si riescono a
controllare questi muscoli, si possono lanciare gli oggetti
lontano...”
Allineò quattro olive e, con il perineo che sfiorava il
pavimento, iniziò a inghiottirle per poi lanciarle in alto,
facendole rimbalzare sul soffitto, sdraiata sulla schiena.
Accese diverse candele e le spense con un soffio. Si infilò
nella vagina un pezzetto di spago sottile e un momento
dopo me lo posò in mano dopo avergli fatto un nodo.
“La mia vagina riesce a fare tutti i movimenti che fa la
lingua. Anzi, posso aumentarne o diminuirne a piacere la
lubrificazione.”
Si concentrò nello sforzo. Vidi uscire alla base delle sue
labbra interne una secrezione trasparente dalla forma
tondeggiante che le bagnò le cosce. Infine, seduta come
una regina, con le ginocchia ben distanti tra di loro, dopo
avere aspirato parecchia aria cominciò a espellerla
producendo un suono musicale, tra il metallico e l’organico,
che mi ricordava il canto delle balene... Mi si rizzarono tutti
i capelli: la leggenda delle sirene dell’Odissea che attirano i
marinai con la loro voce per farli naufragare si basava su
un fatto reale! Affascinato da quel canto, le posai la testa
sulle ginocchia e cominciai a gemere come un bambino che
sente la nostalgia di un paradiso perduto. Con una voce
dolcissima disse:
“Nell’antichità più remota, per far addormentare i
bambini la ninnananna s’intonava con la vulva. Quando le
donne hanno dimenticato questa capacità, i loro figli hanno
smesso di sentirsi amati. Un’angoscia inconscia si è
incollata all’anima degli esseri umani... Il pianto che ti
pervade l’anima esprime il dolore di avere avuto una madre
con il sesso muto. Ora troveremo una soluzione”.
Mi spogliò con gesti delicati ma precisi, mi fece
distendere sul letto e cominciò a baciarmi la pianta dei
piedi per poi risalire lungo il resto del corpo. Innumerevoli
baci, profondi, dati con tutta l’anima, pazientemente, su
ciascun millimetro del mio organismo. Dai piedi fino alla
testa, per due ore, senza dimenticare la minima piega mi
regalava tale carezza ineffabile mormorando ogni volta “sei
amato”.
Alejandro Jodorowsky nel suo film El Topo (1970)
G.I. Gurdjieff con la figlia Reyna D’Assia
Tante donne mi avevano baciato sul collo, sulla bocca, sul
sesso, sulle mani, ma nessuna su tutta quanta la mia pelle.
Mi arresi. Quando ebbe finito mi diede un ultimo bacio
sulla punta del naso, e io tirai un sospiro di gioia frammista
a una tristezza profonda:
“Mi hai fatto conoscere il Nirvana. Eppure avrei preferito
se mi avessi detto ‘ti amo’, invece di ‘sei amato’”.
I suoi occhi azzurri splendevano implacabili e sdegnosi.
“A mano a mano che moltiplicavo i miei baci, ti ho visto
retrocedere nel tempo. Da trent’anni sei sceso a venti, a
quindici, a dieci, a cinque anni e a un tratto hai avuto sei
mesi. Un bambino piccolo meravigliato di trovare una
madre universale. Ed è così che ti senti in questo momento.
Allora, dicendoti ‘ti amo’, dovrei accettare questo ruolo
indegno? Che cosa desideri? Quando chiedi il mio amore, in
realtà mi stai dicendo: ‘Non avendo avuto l’affetto di una
madre mi sento confuso, smarrito nella vita. L’unico rifugio
emozionale che possiedo sei tu. Perciò mi aggrappo a te. Sii
autoritaria, dirigi i miei passi, possiedimi, legami, nutrimi
l’anima, non lasciarmi mai, soddisfa incessantemente i miei
desideri, fammi divertire quando mi annoio, preparami dei
piatti gustosi, dimenticati di te stessa, ammirami più di
chiunque altro, diventa il mio pubblico’.
“Ti inganni quando dici che sono una proiezione della
donna interiore che chiami anima, ma non accetti
assolutamente di vedermi come il ritratto di tua madre.
Quando mi dici ‘io ti amo’, di quale dei tuoi molteplici ‘io’
stai parlando? L’io mentale, l’io emozionale, l’io sensuale,
l’io morale, l’io culturale? Qual è l’io profondo che non
dipende dall’età, né dal sesso, né dalla nazionalità, né dalle
credenze? Quando ti definisci, quale parte di te è quella che
ti definisce? Potresti dire, senza dividerti in due, ‘io sono
colui che sono’? Ti rendi conto che non sei un organismo
individuale? Ti rendi conto che questo corpo che credi tuo è
tutti gli uomini, quelli che esistono, quelli che sono esistiti e
quelli che esisteranno, e che io sono tutte le donne
dall’inizio della creazione fino alla sua fine? Il tuo ‘io
essenziale’ è il cosmo che si manifesta attraverso te. Se
entri in contatto con me, lo fai per unirti alla totalità del
tempo attraverso il nostro infimo presente. Quando,
impadronendoti di me, vuoi ancorarti all’‘avere’, perdi la
strada. L’amore è un’energia infinita che si crea dentro di te
ma non ha niente a che vedere con l’immagine che ti sei
fatto di un ‘io’ separato. Nel ‘noi’ non c’è ‘io’. L’amore va
oltre l’ansia di possesso. Quando chiedi un ‘io ti amo’
invece di ‘sei amato’, non ti rendi conto che se sei in questo
mondo, se sei nato con un corpo di carne e ossa in cui si
origina la coscienza, è stato perché la forza misteriosa che
attimo dopo attimo crea l’universo ti ama. Tu obbedisci a
un disegno divino. In ogni momento, adesso, cellula per
cellula, atomo per atomo, sei amato, tu, così come sei, con
le tue forme particolari, il tuo stile, i tuoi limiti, la tua aura
irripetibile. L’universo ha sete della coscienza che produrrà
il tuo organismo, coscienza di cui ti viene consegnato un
seme e tu devi farlo fruttificare, per non scomparire senza
lasciare traccia nel tempo... Il mio santo padre diceva:
‘Colui che non si crea un’anima vive come un porco e
muore come un cane’. Ti hanno insegnato a pensare che
non eri nessuno, e che nessun dio interiore abitasse nel
centro della tua oscura psiche. I tuoi genitori, cercando in
te un’incarnazione dei loro progetti egoistici non ti hanno
visto, e non vedendoti, non conoscendoti, ti hanno impedito
di essere quello che sei, ti hanno obbligato a essere quello
che volevano loro, e non ti hanno amato. Ecco perché
continui a costruirti degli imbrogli emozionali con femmine
che non potranno mai amarti nel modo in cui vorresti tu.
Un perenne stato di domanda. Il tuo ‘io ti amo’ vuol dire
‘Mamma cattiva, non mi vuoi bene. Cerco invano il tuo
sguardo: se non mi vedi, non posso vederti, sono costretto a
essere come tu mi immagini. Se non mi dici chi sono per
davvero, io non sono. Continuo a essere un bambino: non
sono diventato adulto perché per poterlo fare avresti
dovuto vedermi così come sono. Il che era impossibile: per
farlo avresti dovuto vederti così com’eri, e non l’hai fatto
perché a loro volta i tuoi genitori, i miei nonni, non ti hanno
vista. Per paura del tuo abbandono, prima che lo faccia tu,
sono io che ti allontanerò da me’.”
Non riuscii più a controllarmi, afferrai una sedia e la
scaraventai contro uno specchio. Calpestando i frammenti
di vetro, mi rivestii masticando insulti e con una scarpa
infilata in un piede e l’altra in mano, zoppicando, aprii la
porta della camera.
“Insolente, pedante ciarlatana! Avrai letto sì e no un paio
di libri di psicoanalisi e vuoi farti passare per maestra!
Figlia di Gurdjieff, tu? Vallo a raccontare a qualcun altro!”
Ero talmente furioso che l’ultima frase l’avevo gridata. In
quel momento passava davanti a me una turista cieca con
un cane guida che, sentendo le mie urla, si sentì aggredito
e cominciò ad abbaiare. La cieca, spaventata, strillò
chiamando il servizio d’ordine dell’albergo. Feci un salto
indietro e richiusi la porta. Reyna D’Assia mi accolse con
una risata.
“Hai visto? Non puoi ancora andartene. Un cane guida
per ciechi te lo ha impedito. In inglese ‘cane’ si dice dog,
che letto al contrario dà god, che vuol dire dio. Il dio dei
ciechi, degli ignoranti come te, ti ha obbligato a starmi a
sentire. Apri bene le orecchie: ci arrabbiamo sempre
quando qualcosa non è come credevamo. Credi che ti abbia
offeso ma in realtà, avendo ricevuto da me in poche ore
quello che tua madre non ti ha mai dato in tutta la vita, hai
tirato fuori l’odio che avevi accumulato contro di lei. La tua
reazione è quella di un barbaro psicologico. Non ti sfiora il
sospetto che l’amore tra un uomo e una donna possa essere
l’espressione delle nevrosi di due alberi genealogici, per cui
aspiri a una relazione semplice come quella tra due
animali. Cerca di capire: l’unica coppia possibile non è una
simbiosi, bensì la collaborazione tra due coscienze libere!
Smettila di chiedere! Io non sono la tua soluzione, né
tantomeno la tua stampella! Ci siamo incontrati per
condividere il piacere sublime di un’esistenza che non è tua
né mia. Dice un testo di alchimia: ‘Da una sostanza si fanno
due sostanze e dalle due una che non assomiglia per nulla
alla prima’. Stabiliremo un contatto da anima ad anima
perché tale energia androgina possa estendersi nell’eterno
presente infinito. È una meraviglia incontrare qualcuno che
abbia il nostro stesso livello di coscienza! Ma non è quello
che mi succede con te. Il tuo intelletto è come un cavallo
selvaggio, non l’hai mai domato. Fa quello che vuole, si
impone su di te, ti controlla, agisce guidato dalle idee folli
che gli antenati gli hanno instillato fin nella culla. Invece di
essere schiavo dei suoi desideri devi insegnargli a
obbedire, devi svilupparlo, trasformandolo in una macchina
senza limiti.”
“Le tue teorie sono soltanto parole! Sarebbe impossibile
per te dimostrare di possedere quel potere di cui tanto ti
vanti.”
“Invece posso farlo e lo farò! Tu e tutti quelli come te,
barbari psicologici, trovate naturale impiegare un’infinità
di ore a perfezionarsi in uno sport, ma non pensate mai ad
addestrare la mente. Il mio santo padre ha avuto poco
tempo per stare con me, ma ha chiesto a uno dei suoi
discepoli migliori, Alfred Orage, di incaricarsi della mia
educazione fino a quando ho compiuto i tredici anni. Quel
grand’uomo mi ha insegnato degli esercizi psicologici che
mi hanno consentito di fare quello che ora stai per vedere e
ascoltare.”
Allora, come una scimmia ipnotizzata da un cobra, potei
assistere a uno spettacolo affascinante. Reyna D’Assia,
tenendosi in equilibrio sulla gamba sinistra cominciò a
disegnare con la gamba destra un otto nell’aria, mentre
contemporaneamente con la mano sinistra tracciava un
quadrato e con la mano destra un triangolo, recitando
quella che all’inizio mi sembrò una successione caotica di
numeri. Continuando a muoversi ininterrottamente, Reyna
smise di vomitare cifre per spiegarmi i diversi esercizi.
Erano talmente tanti che la mia memoria non riuscì a
fissarli tutti, ne ricordo soltanto alcuni: la sentii recitare, a
gran velocità, la tavola pitagorica dal 2 al 22 in un modo
bizzarro. Ad esempio: 8 per 1 fa 8, 8 per 2 fa 7, 8 per 3 fa 6,
8 per 4 fa 5..., 8 per 12 fa 6... e così fino ad arrivare a 8 per
100 fa 8. Avevo l’impressione di essere davanti a una
calcolatrice impazzita.
“Ascoltami bene: 2 per 8 fa 16. Se sommo l’1 e il 6
ottengo 7, capisci? Ti faccio un altro esempio: 8 per 12 fa
96, 9 più 6 fa 15, e 1 più 5 fa 6. Quindi, 8 per 12 è uguale a
6! Dimmi quanto fa 7 per 7.”
Senza darmi il tempo di pensare, sbottò:
“7 per 7 è uguale a 4!”.
Mi sentivo soffocare. Implacabile, Reyna continuò con i
suoi esercizi, sempre più complicati... Mentre recitava una
tabellina in forma ascendente, intercalava la stessa
tabellina in forma discendente.
“8 x 1 = 8. 8 x 100 = 8. 8 x 2 = 7. 8 x 99 = 9. 8 x 3 = 6. 8
x 98 = 1...”.
Per verificare l’esattezza delle sue parole, mentre lei
continuava con il suo allucinante monologo io moltiplicai
mentalmente, con grande sforzo, 8 per 98: faceva 784.
Sommai 7 più 8 più 4, faceva 19. Sommai l’1 e il 9, faceva
10. E alla fine 1 più 0 faceva 1. Effettivamente, otto per
novantotto era uguale a uno!
Per una interminabile ora Reyna mi incantò con le sue
acrobazie mentali. Alcune assurde, come mescolare i
risultati di due tabelline:
“ 7 x 1= 12 / 12 x 1 = 7... 7 x 2 = 24 / 12 x 2 = 14... 7 x 3
= 36 / 12 x 3 = 21... 7 x 80 = 960 / 12 x 80 = 560...”.
E andò avanti così fino a 7 x 100 uguale a 1200 e 12 x
100 uguale a 700. E come se non bastasse, ricominciò da
capo, stavolta mescolando le due tabelline, ma una
ascendente e l’altra discendente, vale a dire:
“7 x 2 = 1188 / 12 x 99 = 14... 7 x 3 = 1176 / 12 x 98 =
21... 7 x 4 = 1164 / 12 x 97 = 28...”.
Il mio terrore aumentò quando quella donna, come una
macchina malefica, si mise a danzare su una musica
inesistente per le mie orecchie. I suoi movimenti erano
complessi e sinuosi, privi di qualsiasi tentativo di
seduzione. Mentre la strana coreografia si faceva sempre
più complicata, i suoi esercizi numerici arrivavano al
delirio. In trance gridò:
“Il numero 1 è Tom, il 2 è Dick e il 3 è Harry!” e si mise a
contare: “Tom, Dick, Harry, quattro, cinque, sei, sette, otto,
nove, Tomzero, Tom-Tom, Tom-Dick, Tom-Harry, Tom-
quattro...”.
E avanti così fino ad arrivare a cifre in cui, ad esempio,
invece di dire 531 diceva “cinque-Harry-Tom”. Per
complicare ancora di più la faccenda, senza smettere di
gesticolare diceva:
“Cambio: Tom è 2, Dick è 5, Harry è 7!”.
Quello che immaginavo: uno, Tom, due, tre, quattro, Dick,
sei, Harry, otto, nove, dieci, undici, uno-Tom, tredici,
quattordici, uno-Dick, sedici, uno-Harry... eccetera
eccetera.
Al vedere e ascoltare quei calcoli complicatissimi, non
soltanto il mio cervello ma anche il mio corpo stavano per
esplodere. Mi lanciai su di lei e la fermai.
“Taci! Non ti hanno insegnato a sviluppare l’anima, ti
hanno trasformato in un fenomeno da baraccone! Ascolta la
storia che ti racconto. Un artista del circo, che dopo
vent’anni di allenamento riesce a fare equilibrismi con
cento ceci senza farne cadere neanche uno, si presenta
davanti al re e questi gli ordina che gli venga data, come
premio, una botte piena di ceci.”
“Capisco che tu non sia consapevole dell’importanza di
questi esercizi. Sei un artista abituato a tirarsi fuori
dall’ombelico ogni sorta di rifiuti che chiami opere d’arte, e
invece non sono altro che concrezioni di un branco di ego
contraddittori che chiami ‘Io’. La tua mente crede una cosa,
il tuo centro emozionale aspira a un’altra, il tuo centro
sessuale ne pretende una diversa, mentre il tuo corpo va
per una strada ancora diversa. E quella che dovrebbe
essere la tua anima, è un uovo che nessuno ha mai covato.
Sei un carro trainato da quattro cavalli che vanno in
quattro direzioni diverse, e il cocchiere sta dormendo.
Ovviamente il tuo gioiello interiore è sempre presente, ma
è velato da un insieme di pensieri, sentimenti, desideri e
gesti contraddittori, senza una volontà reale né una meta
unitaria, un caos di oggetti variabili che seppelliscono sotto
di sé un soggetto invariabile. Non puoi udire i battiti del
cuore in una città invasa dal rumore di tante automobili.”
“Sei una presuntuosa. Come fai a sapere che non ho
ancora raggiunto l’unità interiore? Ogni mattina, dalle
cinque alle sette, medito con il mio maestro zen.”
“Che cosa cerchi?”
“L’illuminazione!”
“Sei un illuso. Credi di salire su una scala che ha soltanto
un gradino e non ti accorgi che ce ne sono molti di più...
Premi le natiche sulla pedana dello zendô e rimani lì
immobile nella speranza di raggiungere un misterioso stato
che ti hanno insegnato a chiamare ‘illuminazione’. Sei come
un pappagallo con l’acquolina in bocca perché gli hanno
detto che le nuvole sono banane. T’immagini che arrivare
all’illuminazione sia come ottenere una moneta d’oro, un
oggetto prezioso da mostrare in giro come un’aureola
attorno alla testa. Ridicolo! Soltanto quando le tue idee
stagnanti diventeranno fluide avrai la prima esplosione di
coscienza, e ovviamente crederai che sia per sempre. Ma ti
sbagli. L’unica cosa permanente in questa dimensione della
realtà è l’impermanenza. Ciò che non cambia, ristagna.
L’acquisizione della fluidità è simile a una pietra gettata al
centro di un lago. Dall’urto nasce un’onda circolare che dà
origine a un’onda più grande. Cerchi che continueranno a
moltiplicarsi fino a ricoprire l’intera superficie dell’acqua.
Così è anche l’espansione della coscienza, ma con qualcosa
di diverso: il lago mentale è infinito. Una volta iniziato il
processo, passerai da un’illuminazione all’altra, vale a dire
da una sorpresa minore a una sorpresa maggiore, e la tua
meraviglia davanti ai nuovi aspetti del mondo non cesserà
mai. Hai capito? Laddove tu cerchi un oggetto immobile,
c’è soltanto un divenire continuo...” mi afferrò per le spalle
e cominciò a scuotermi, gridandomi con la faccia incollata
alla mia: “Il ristagno non è soltanto mentale, ma anche
emozionale, sessuale e corporale! Spezza le tue dighe!”.
Una rabbia intensa mi fece accelerare i battiti del cuore.
“Accetto di essere il tuo amante ma non il tuo allievo!”
“Perché te la prendi tanto? Voglio soltanto darti
qualcosa.”
“Non è lo stesso dare e obbligare a ricevere! Me lo darai
quando te lo chiederò.”
“D’accordo.”
“Allora taci e rimettiti a fornicare con me!”
Mi spinse sul letto facendomi sdraiare sulla schiena, e
con un’agilità incredibile iniziò ad accarezzarmi il membro.
Le sue mani, leggere come farfalle, lo percorrevano dai
testicoli fino al prepuzio, senza soffermarsi su nessun punto
specifico. Erano così rapidi i suoi tocchi tremanti che le dita
diventavano trasparenti e parevano moltiplicarsi. Di colpo
interruppe quella delizia per darmi una serie di colpetti
autoritari dall’alto in basso e dal basso in alto. Poi vennero
le carezze più profonde, a spirale, che mi stiravano il
membro verso l’infinito per poi schiacciarmelo nel pube
come se volesse farne una vagina, me lo spremeva come un
frutto da cui si vuole estrarre il succo, se lo lanciava da una
mano all’altra, lo cullava dolcemente come una madre fa
addormentare il suo bambino, e alla fine, dopo un’infinità di
carezze diversissime, lo afferrò saldamente e prese a
masturbarlo con una velocità sovrumana, a lungo, senza
mai dare segno di stanchezza, con sempre maggior vigore,
fino a che, non potendone più, lanciai un fiotto biancastro.
Vedendomi esausto, ammutolito dal grande piacere,
diventò di nuovo la mia istitutrice.
“Questa che hai appena conosciuto è la prima tecnica che
qualsiasi donna deve sviluppare per soddisfare i propri
amanti, la tecnica manuale. Le altre tre sono boccale,
vaginale e anale. Il mio santo padre assimilava queste
quattro abilità ai centri intellettuale, emozionale, sessuale e
corporale. È chiaro che la via manuale corrisponde al
corpo; quella vaginale al sesso e la boccale all’intelletto.
Pertanto, usando la tecnica anale possiamo controllare le
emozioni dell’uomo. Vuoi provare?”
Provai, e credetti d’impazzire. La barriera che tratteneva
i miei sentimenti, creata dalla mancanza di carezze
materne, crollò di colpo. Profondamente convinto di amarla
le chiesi di restare in Messico per sempre. Scoppiò a
ridere.
“Te l’ho già detto, sei un barbaro psicologico. Sei debole
perché sei privo di una volontà tua, qualsiasi cosa potrebbe
farti cambiare idea, oppure rovinarti. Non sei capace di
dominare gli eventi, tutto ti succede senza che tu abbia il
benché minimo controllo. Qualche contrazione del mio
sfintere è bastata per incatenarti a me. Ma non dico che tu
sia uno sciocco, dico che ti sbagli: a forza di meditare, hai
costruito intorno alla tua essenza impersonale un ego obeso
travestito da Buddha. In India adorano un elefante,
Ganesha, sempre accompagnato da un topolino che si nutre
delle offerte. In realtà, in quella immagine c’è un tranello: il
vero dio non è Ganesha bensì il topo. L’elefante si gonfia
tutto, distende le quattro braccia mostrando oggetti
simbolici, è interamente ricoperto d’oro, un diadema gli
cinge il capo; insomma, un miraggio che ha lo scopo di
impressionare la gente, ma chi comanda in realtà è il
topolino. Un vero maestro nessuno lo vede. È invisibile.
Non ha discepoli prediletti: insegna all’umanità intera. Non
possiede nessun tempio, il pianeta e il cosmo sono la sua
dimora. Si nasconde sotto l’aspetto di un personaggio
secondario, è la tigre su cui pare meditare il Buddha, è
l’asino che porta Cristo, è il toro nero che conferisce forza
a Mitra.
“Faticherai a comprenderlo, perché tu cerchi sempre di
uscire dal tuo corpo mentre dovresti immergerti dentro di
lui, e rimpicciolirti fino a divenire impercettibile, per
raggiungere finalmente l’offerta interiore che ci è riservata,
un diamante che non sapendo come definire chiamiamo
‘anima’. Non mi dire niente, non ribattere, ti sto vedendo
l’ego. L’energia che sprechi credendo di essere quello che
credi di essere, un insieme di comportamenti acquisiti fin
dalla culla che il mio santo padre chiamava ‘l’elefante’. E
ne distingueva due tipi: l’elefante puzzolente e l’elefante
profumato.
“Il primo, insopportabile, vive soltanto nell’apparenza,
compra applausi e premi, svilisce il saggio quando non ha il
coraggio di mettersi al suo livello e si crede padrone di se
stesso, ruba il bene agli altri, è un mendicante travestito da
riccone. Il secondo, più sopportabile, ha trovato un
equilibrio tra le proprie aspirazioni e le necessità, si è
inchinato umilmente davanti all’essenza, riconoscendo di
non appartenere a se stesso. ‘Non siete vostri, siete dello
Spirito Santo,’ dice la Bibbia.
“L’addomesticamento dell’ego che consiste nel portarlo
dal fetore al profumo è stato spiegato in Giappone con una
serie di disegni che rappresentano una vacca nera che
diventa progressivamente bianca, in Cina è un cavallo e in
India un elefante. Il mio santo padre, sapendo che gli
animali sono stati i nostri primi maestri, ha compiuto un
viaggio a Bangalore per vivere in una riserva di elefanti e
impararne gli insegnamenti. Innanzitutto scoprì che i
domatori di quei bestioni si facevano obbedire usando un
linguaggio che si limitava a due parole: ‘Ara’ e ‘Mot’. Per
far muovere l’elefante ripetevano ‘Mot’ in tono autoritario.
Per farlo fermare ripetevano ‘Ara’, nello stesso tono. Su
questo apparentemente piccolo particolare, il mio santo
padre ha costruito le basi di un insegnamento. I due pilastri
del suo tempio erano Mot e Ara.
“L’elefante puzzolente fa sì che l’individuo, prigioniero di
quell’insieme di folli pretese che chiama ‘realtà’, agisca,
desideri, senta e pensi ininterrottamente, dimenticandosi
della propria essenza immortale. L’uomo, per recuperare il
ricordo di se stesso nel momento in cui si sente
maggiormente condizionato dal mondo, deve darsi l’ordine
‘Ara’! Fermati! E nell’immobilità assoluta deve osservare il
torrente di idee inutili, illusioni infantili, desideri impotenti,
progetti senza meta che lo travolgono. Poi, come un Cristo
che scaccia i mercanti dal Tempio, deve liberarsi di quel
ridicolo mare magnum dove il suo elefante puzzolente
agisce come se fosse immortale, e non la sua essenza. Tale
paralisi, unità in mezzo alla molteplicità, facendogli capire
che l’unica cosa permanente è l’impermanenza, inizia piano
piano a profumare il pachiderma: il secchio dell’immondizia
quando viene svuotato rivela la presenza di un gioiello
incastonato nel fondo. Allora la volontà può ordinare ‘Mot!’.
L’elefante profumato inizia a compiere movimenti coscienti:
il pensiero descrive il mondo senza credere di essere lui il
mondo, i sentimenti cercano di legarsi con nodi che si
possano sciogliere, si desidera ciò che è possibile, e di
possibile in possibile si arriva all’impossibile: il dio Pan per
avvicinarsi alla luna si era travestito da nuvola con una
pelle di pecora, riuscendo così a possederla. Tutti i gesti
che si compiono sono utili, intendendo per utile ciò che
aiuta a sviluppare la coscienza. Chi è qui e adesso?
L’intelletto che pretende di riempirsi e conoscere, mostro
del passato, deve svuotarsi fino a raggiungere l’ignoranza.
Il cuore desideroso di essere amato, mai soddisfatto perché
si nutre del futuro, deve accettare quello che possono
dargli, il pane quotidiano, sradicando qualsiasi pretesa e
illusione. Il sesso che invade il presente confondendo
l’appetito animalesco con la vita, i propri figli e le opere
con l’immortalità, deve smettere di fare e imparare a
morire in pace. Dimmi, qual è il tuo scopo nella vita?
Essere felice? Essere famoso? Essere ricco? Essere amato?
Morire vecchio?”
“Se devo essere sincero, tutto questo insieme.”
“Allora è ben poco quello che vuoi... Non devi
accontentarti delle tue speranze modeste, ma elevarti al
pensiero in cui tutti gli esseri viventi hanno bisogno di
essere liberati. Non hai ancora superato le tue finalità
personali. Percepisci te stesso come individuo e non come
umanità. Innanzitutto devi proporti di vedere quello che
chiamiamo Dio faccia a faccia, senza morire e senza paura.
Libero dalle afflizioni, con l’inconscio e la supercoscienza
divenuti tuoi alleati, sarai tu il tuo guaritore e sarai anche
capace di curare le malattie degli altri. Arriverai a una tale
forza di spirito che non verrai sorpreso, annientato o
sconfitto dalle disgrazie, dai disastri o dai nemici. Devi
conoscere il cosmo intero, il suo passato, il presente e il
futuro. Devi saper resuscitare i morti, nella dimensione del
sogno. Devi sviluppare la coscienza fino a farle attraversare
senza disgregarsi le innumerevoli morti, per vivere tanti
anni quanti ne vive l’universo. Devi essere capace di
elevare con la tua sola presenza il livello di coscienza di
qualsiasi essere vivente. Devi insegnare agli uomini a usare
come energia l’intelligenza divina racchiusa nella materia.
Devi ripulire il pianeta dagli scarichi industriali. Devi saper
dire parole che ammansiscano gli animali pericolosi. Devi
renderti immune ai veleni. Devi conoscere a prima vista il
fondo dell’anima e il cuore di uomini e donne. Devi poter
prevedere gli eventi inevitabili, dare immediata
consolazione e consigli utili, fare in modo che i fallimenti
siano soltanto cambiamenti di direzione, trasformare i
problemi in difficoltà e poi vincerle, domare l’amore e
l’odio, diventare ricco senza danneggiare gli altri ed essere
padrone di tale fortuna e non il suo schiavo. Saper godere
di una povertà dove non ci siano abiezioni né meschinità.
Governare i quattro elementi, aria, fuoco, acqua e terra,
calmando le tempeste, facendo sorgere il sole fra le nubi
nere o chiamando la pioggia durante la siccità. Poter
comunicare con il pensiero, guarire a distanza, stare in
diversi posti contemporaneamente... e tante altre cose che
magari ti sembreranno fantastiche ma, se ce la metti tutta,
piano piano riuscirai a ottenerle.”
“Sono tutte favole, Reyna! Finalità utopistiche al cento
per cento! E se fossero vere, qual è il primo passo che
dovrei fare?”
“Colui che desidera raggiungere la meta suprema
dapprima deve cambiare le proprie abitudini, sconfiggere
le paure e la pigrizia, trasformandosi in un uomo morale.
Per essere forti nelle cose grandi, bisogna essere forti nelle
cose piccole.”
“E come farlo?”
“Siamo stati educati male, ci hanno educato male,
viviamo in un mondo competitivo dove l’onestà è sinonimo
di ingenuità. Dobbiamo sviluppare certe buone abitudini.
Alcune di loro sembrano semplici, ma sono difficili da
realizzare. Credendole insignificanti, non ci rendiamo conto
che sono la chiave della coscienza immortale. Ora ti detterò
i comandamenti che mi ha insegnato il mio santo padre:
“Fissa la tua attenzione su te stesso, sii cosciente in ogni
momento di quello che pensi, senti, desideri e fai. Finisci
sempre quello che hai cominciato. Fa’ quello che stai
facendo il meglio possibile. Non incatenarti a nulla che alla
lunga ti possa distruggere. Sviluppa la tua generosità senza
testimoni. Tratta ogni persona come se fosse un parente
prossimo. Riordina ciò che hai disordinato. Impara a
ricevere, ringrazia per ogni regalo. Smettila di
autodefinirti. Non mentire e non rubare, se lo fai menti e
rubi a te stesso. Aiuta il prossimo senza renderlo
dipendente da te. Non desiderare di essere imitato. Stila
dei progetti di lavoro e realizzali. Non occupare troppo
spazio. Non fare rumore né gesti che non siano necessari.
Se non hai la fede, fa’ come se ce l’avessi. Non lasciarti
impressionare dalle personalità forti. Non impadronirti di
niente e di nessuno. Distribuisci in modo equanime. Non
sedurre. Mangia e dormi il minimo indispensabile. Non
parlare dei tuoi problemi personali. Non emettere giudizi
né critiche quando conosci solo una minima parte dei fatti.
Non stringere amicizie inutili. Non seguire le mode. Non
venderti. Rispetta i contratti che hai sottoscritto. Sii
puntuale. Non invidiare i beni o i successi del prossimo.
Parla il minimo indispensabile. Non pensare ai benefici che
ti procurerà la tua opera. Non minacciare mai. Mantieni le
promesse. In una discussione, mettiti nei panni dell’altro.
Accetta di venire superato da qualcuno. Non eliminare,
trasforma. Vinci le tue paure, dietro ciascuna di loro si
nasconde un desiderio. Aiuta l’altro ad aiutarsi da solo.
Vinci le tue antipatie e avvicinati alle persone che vorresti
allontanare. Non agire come reazione a quello che dicono
di te, nel bene e nel male. Trasforma il tuo orgoglio in
dignità. Trasforma la tua collera in creatività. Trasforma la
tua avarizia in rispetto per la bellezza. Trasforma la tua
invidia in ammirazione per le qualità dell’altro. Trasforma il
tuo odio in carità. Non ti lodare e non ti insultare. Tratta
quello che non ti appartiene come se ti appartenesse. Non
ti lamentare. Sviluppa la tua fantasia. Non dare ordini per il
solo piacere di essere obbedito. Paga per i servizi che ti
vengono dati. Non fare propaganda delle tue opere o idee.
Non cercare di suscitare negli altri emozioni nei tuoi
confronti come la pietà, l’ammirazione, la simpatia, la
complicità. Non cercare di distinguerti per l’aspetto
esteriore. Non contraddire mai, taci. Non contrarre debiti,
compra e paga subito. Se offendi qualcuno, chiedigli scusa.
Se lo hai offeso pubblicamente, scusati in pubblico. Se ti
accorgi di avere detto qualcosa di sbagliato, non insistere
per orgoglio nel tuo errore e desisti subito dai tuoi
propositi. Non difendere le tue idee più antiche per il
semplice fatto di essere stato tu a enunciarle. Non
conservare oggetti inutili. Non farti bello delle idee altrui.
Non farti fotografare vicino a personaggi famosi. Non
rendere conto a nessuno, sii tu il giudice di te stesso. Non
definirti in base a quello che possiedi. Non parlare mai di te
senza concederti la possibilità di cambiare. Accetta l’idea
che nulla è tuo. Quando ti chiedono la tua opinione
riguardo qualcosa o qualcuno, di’ soltanto le sue qualità.
Quando ti ammali, invece di odiare il male, consideralo il
tuo maestro. Non guardare di nascosto, guarda diritto negli
occhi. Non dimenticare i tuoi morti, ma assegna loro un
posto limitato, in modo che non invadano tutta la tua vita.
Nel luogo in cui vivi, dedica sempre uno spazio al sacro.
Quando rendi un servizio, non esagerare i tuoi sforzi. Se
decidi di lavorare per gli altri, fallo con piacere. Se sei in
dubbio tra il fare e il non fare, corri il rischio, e fa’. Non
cercare di essere tutto per il tuo partner; accetta che
cerchi in qualcun altro quello che tu non puoi offrirgli.
Quando qualcuno ha il suo pubblico, non precipitarti a
contraddirlo rubandogli l’attenzione dei presenti. Vivi del
denaro che tu stesso ti sei guadagnato. Non ti vantare delle
tue avventure amorose. Non ti pavoneggiare delle tue
debolezze. Non andare mai a trovare qualcuno soltanto per
passare il tempo. Ottieni per ridistribuire. Se stai
meditando e arriva un diavolo, fallo meditare con te...”.

Durante quella prima notte insieme – con alcuni intervalli


nel corso dei quali Reyna mi mostrò le sue abilità erotiche –
chiacchierammo fino all’alba. In realtà non era una
conversazione bensì un monologo, perché la figlia di
Gurdjieff aveva pensato bene di recitarmi a tutta velocità
gli insegnamenti di suo padre. Analizzò racconti del noto
saggio-idiota, il sufi Mulla Nasrudin. Affermò che il
pensiero maschile e il femminile erano effimeri, per poi
descrivermi il pensiero androgino. Si lamentò che l’essere
umano volgare vivesse usando i propri sensi in modo
negativo: “Maledicono quello che guardano, odono,
annusano, toccano”, invece di benedire tutto quello che
percepiscono. Mi rivelò esercizi per imparare ad amare,
per imparare a partorire senza danneggiare il seme
dell’anima che il feto ha dentro di sé, per sviluppare la
creatività, il tutto basato sullo stesso atteggiamento: non
combattere contro se stessi. “Quando il mondo non è quello
che credi che sia, è perché vuoi che il mondo non sia quello
che tu vuoi che sia.”
Per mettere alla prova Reyna e scoprire se davvero
padroneggiava il segreto dei simboli, approfittando della
nostra intimità le chiesi il significato del gioco dell’oca.
“Quella povera bestia cammina lungo una via costellata
di tranelli, cade in un pozzo, viene imprigionata, finisce in
ospedale, al cimitero, rischia sempre di retrocedere, di
dover ricominciare da capo... Che cosa cerca con tanta
ostinazione? Per anni ho cercato inutilmente la risposta nei
libri.”
“Io ce l’ho la risposta, quanto mi dai per saperla?” mi
disse.
Offeso, con un gesto che voleva essere maestoso, le
indicai i nostri due corpi allacciati. Implacabile, continuò a
insistere:
“Quanto?”.
“Venti pesos,” le dissi con rabbia.
Scoppiò a ridere.
“È questo il valore che dai al segreto? L’hai cercato per
tanto tempo e adesso che posso rivelartelo ti comporti da
spilorcio. Credi che la conoscenza si debba dare gratis. Ti
sbagli: se non paghi, non ne riconosci il valore. Non ti serve
a niente. Dammi tutto quello che hai! È l’unico prezzo
giusto.”
La guardai con lo stesso odio con cui a volte, per
mancanza di carezze, avevo guardato mia madre. Tirai
fuori da una tasca dei pantaloni che stavano vicino al letto,
cinque banconote stropicciate.
“È tutto quello che ho.”
“So che stai mentendo, hai una mazzetta di banconote
nell’altra tasca. Peggio per te, tienitele pure. Ti rivelerò il
segreto,” mi avvicinò la bocca all’orecchio e sussurrò:
“L’oca corre tutti quei rischi perché cerca disperatamente il
maschio”.
Tirai un sospiro profondo e mi addormentai.
Quando mi svegliai, il canto dei tordi che vivevano in
giardino era assordante. Un fulgore rossastro invadeva la
stanza. Lei sbadigliò, poi mi guardò con un sorriso che mi
parve sprezzante e mi chiese che cosa pensassi di tutto
quello che mi aveva detto.
“Sarò franco con te, Reyna. Quello che mi racconti è una
rivelazione, e di sicuro mi cambierà la vita, ma c’è qualcosa
che mi fa dubitare di te: com’è possibile che una donna
tanto saggia perda tempo con un barbaro psicologico come
me? E un’altra cosa: la fatica che fai per vivere in accordo
con quello che credi è immensa, eppure... è possibile vivere
in pace facendo sforzi così grandi? Dov’è finita la
tranquillità quotidiana, il semplice piacere di mangiare un
pezzo di pane in riva al fiume senza fare niente? Il piacere
di camminare per una strada assaporando il profumo
dell’asfalto bagnato dalla pioggia? O di veder passare uno
stormo di rondini senza chiedere dove vanno? Oppure di
spargere al vento, piangendo in un luogo bellissimo, le
ceneri di chi hai amato? O di fare quattro chiacchiere con
un bambino, una vecchia, un pazzo?”
“Tutte cavolate! O sei uno dei tanti della massa anonima,
e allora ti abbandoni a una felicità vuota seduto come un
cretino con il tuo pezzo di pane in riva al fiume, e annusi
come un cane l’odore dell’asfalto bagnato, e ti senti un
poeta perché ammiri il volo di uccellacci famelici e godi del
tuo dolore spargendo ceneri che ti confermano che sei
mortale, oppure sprechi il tuo tempo dicendo sciocchezze
con creature dall’intelligenza limitata... e tutto rimandando
all’infinito l’esplosione della coscienza cosmica. Ma apri gli
occhi! L’universo è un essere in formazione che a poco a
poco s’innalza dalla materia inerte al pensiero puro.
Minuscola luce nell’immensità, la coscienza che la razza
umana sta sviluppando nasce dallo sforzo del cosmo intero.
Se vuoi chiamare Dio tale volontà di superare i limiti della
forma, puoi accettare l’idea di far parte del procedimento
alchemico in cui, per ragioni che ora non possiamo
conoscere, Dio si è lasciato imprigionare dalla materia in
modo da cercare di liberarsene dal momento esatto della
sua caduta. Noi siamo qui, in questo presente fugace, per
aiutare Dio a fuggire dalla cella organica. Non sviluppare la
coscienza significa tradire Dio.”
“Ma...”
“Non dire niente, non ribattere, ficcati il raziocinio in
quel posto e stammi a sentire: io ho deciso di venirti a
cercare perché so che, essendo un artista, girerai un altro
film ancora più ambizioso di quest’ultimo. Il mio santo
padre ha superato gli interessi personali diventando un
benefattore dell’umanità, si è proposto di svegliare gli
uomini addormentati. Quella che il volgo chiama ‘morte’
non gli ha impedito di compiere la grande opera che si era
imposto e lui, disciolto nelle sue idee, continua ad agire...
Facendo l’amore con me sei entrato in contatto con lui:
adesso, che tu lo voglia o no, ce l’hai lì, incastonato
nell’anima. E da lì ti guiderà durante la creazione della tua
prossima opera: entrambi, insieme, attraverso le immagini
cinematografiche apporterete coscienza a coloro che hanno
occhi per vedere e orecchie per udire.”

Poiché non mi passava ancora per la testa di buttarmi


nell’avventura di girare La montagna sacra – dove un
maestro che somiglia a Gurdjieff promette ai discepoli di
rivelare loro il segreto dell’immortalità – le parole di Reyna
D’Assia mi sembravano deliranti. Pensavo che, nonostante
le sue incredibili tecniche intellettuali e corporali, non
avesse ancora superato i desideri incestuosi nei confronti
del padre. Pur volendo dimostrarsi adulta, era soltanto una
bambina innamorata di un genitore innalzato a mito. Con il
cinismo di un adolescente tardivo, decisi di approfittare
della sua nevrosi e le feci credere di essere d’accordo con
lei, per godere al massimo della sua vasta gamma di
competenze sessuali.
Dapprima facemmo una lauta colazione, poi ci
abbandonammo a una lotta di carezze che durò non meno
di cinque ore. Esausti, saziati, ci addormentammo come
sassi. Quando ci svegliammo era già mezzanotte. Mi
sentivo nauseato, come un bambino che ha mangiato troppi
dolci. Tentai di sgattaiolare via, con il pretesto che dovevo
andare a cambiarmi.
“Assolutamente no. Le idee del mio santo padre le ho
seminate soltanto nel tuo intelletto. Adesso dobbiamo
compiere un gesto che dimostri al tuo inconscio come il
lavoro iniziatico, sconfiggendo il tempo, possa accelerare la
schiusa dell’anima. Così come sei, vestito di pelle nera, vale
a dire travestito da barbaro, verrai con me in un luogo
sacro: il Monte Albán, centro di cerimonie degli indios
zapotechi, costruito a duemila metri di altezza su una
montagna di cui è stata spianata la cima. Dirò alla
direzione dell’albergo di mettere a nostra disposizione una
limousine con autista. Il posto è a circa seicento chilometri
da qui. Se ci fermiamo a mangiare, ci metteremo sei ore.
Durante il viaggio potremo continuare a chiacchierare, o
mettere in pratica certe tecniche orali che non ti ho ancora
mostrato. A te la scelta.”
La sua promessa mi convinse, smisi di protestare e mi
abbandonai all’avventura. Un autista gentile, don Rodolfo,
accettò di accompagnarci laggiù di notte con la sua
Cadillac grigia. Nel buio del sedile posteriore Reyna mi
mostrò come la laringe possa compiere movimenti
sorprendenti se la si fa vibrare con i mantra tibetani. Dopo
avere subìto quella delizia più volte, venni colto da
un’intensa sensazione di vuoto organico e mi addormentai
come un sasso fra le braccia della mia deliziosa
torturatrice.
Stava albeggiando quando l’auto si fermò vicino alla
montagna. Don Rodolfo declinò l’invito ad accompagnarci e
con un malcelato sbadiglio si mise comodo sulla sua
limousine per godersi il meritato riposo. Mentre salivamo,
Reyna mi disse:
“La chiamano Montagna Bianca, ‘bianca’ nel senso di
sacra. Cinque secoli prima di Cristo, gli indios zapotechi
sono stati capaci di mozzare la testa a una montagna,
capisci? Per calarsi in profondità dentro se stessi, bisogna
spodestare l’intelletto, trasformando il cervello in una
spianata da dove si possa vedere l’intero orizzonte. Quando
si vive rasoterra, si riesce a vedere soltanto un pezzetto di
confine, quindi si ha una visione limitata del mondo e di se
stessi. Dall’alto si vive in comunicazione con la natura
intera godendo di un orizzonte circolare, anello nuziale che
unisce la terra e il cielo. Ciascuna di queste piramidi,
osservatori, tombe o templi come le chiamano quei necrofili
che si auto-definiscono archeologi, rappresentano entità
duplici, dèi-demoni che l’iniziato deve scalare, vale a dire
dominare, per danzare libero sulla loro cima in comunione
con le stelle... Qui ci sono nove costruzioni principali, che si
riferiscono ai nove punti dell’enneagramma2: accettazione-
critica, umiltà-orgoglio, sincerità-vanità, appagamento-
invidia, generosità-avarizia, coraggio-paura, sobrietà-gola,
innocenza-lussuria, e azione cosciente-oblio di sé. Andiamo
nella zona più elevata, si dice che lassù abbiano cavato il
cuore a migliaia di esseri umani!”.
A quell’ora non c’erano turisti. Reyna mi accompagnò
verso la piramide che si ergeva su un lato della piattaforma
e mi fece inginocchiare alla sua base, insieme a lei.
“Aiutami a scavare, dobbiamo liberare una pietra.”
Affondammo le mani nella terra fino a toccare le
fondamenta fatte di selci squadrate. Unendo le nostre
forze, riuscimmo a estrarne una. Reya ripulì il cubetto con
un ciuffo d’erba. La superficie pietrosa era solcata da sottili
crepe. Reyna, emozionatissima, accostò il palmo della sua
mano alla pietra.
“In una vita che è miracolo perenne, come facciamo a
parlare di caso? Confronta le crepe di questa pietra con le
linee del palmo della mia mano: sono identiche. Significa
che mi stava aspettando da più di duecento secoli. Ero io
l’eletta del destino che l’avrebbe fatta uscire dall’oscurità.
Senza di me, sarebbe rimasta al livello inferiore per
migliaia di anni ancora. Noi le consentiremo di raggiungere
la cima e diventerà la pietra più alta della piramide,
riassumendo così gli insegnamenti del mio santo padre: se
ce la mettiamo tutta, possiamo spiccare un salto nel tempo,
possiamo accelerare la nostra evoluzione e raggiungere la
cima della coscienza, il punto in cui si concentrano la terra
e il cosmo, la materia e lo spirito, luogo sacro che è un
occhio di Dio. Sali con me lentamente, molto lentamente, a
piccoli passi, è un’ascensione cerimoniale, mettimi un
braccio dietro alle spalle mentre tengo la pietra premuta
contro il mio ventre, come se la portassi in grembo. Quando
saremo arrivati lassù la poseremo al centro della
piattaforma e sarà lei la regina di tutte le pietre che la
sostengono dal basso. Magari, quando verrà riscaldata dal
sole si aprirà per far uscire l’araba fenice... Sì,ne sono
fermamente convinta: le piramidi sono monumenti che
portano in grembo una nuova vita. Perciò non finiscono a
punta ma con una piattaforma: in tal modo, da lassù
l’essere cosciente che un giorno dovranno partorire potrà
prendere la spinta per elevarsi.”
Piramidi del Monte Albán, Messico
Mentre continuavamo a salire con estrema lentezza,
scalino dopo scalino, recitava come un mantra magico un
esercizio psicologico raddoppiando le cifre, 2, 4, 8, 16, 32...
128... 512... 134217728... 8589934592... fino a raggiungere
incredibili serie di numeri che canticchiava a una velocità
vertiginosa.
Finalmente arrivammo in cima, un quadrato di due metri
per due dove le pietre erano ricoperte da una sorta di
malta. In silenzio, con le lacrime agli occhi Reyna camminò
verso il centro del quadrato, sollevò in alto la pietra e prese
a cullarla, quasi volesse impregnarla dell’azzurro del cielo.
Poi si inginocchiò e si accinse a posarla dicendo:
“Dopo tanti secoli arrivi al punto centrale per dare vita
alla tua piramide. Tu sei l’eletta. Possa l’anima mia
imitarti...”.
Stava per posare a terra la pietra quando l’afferrai per un
braccio, trattenendola.
“Che cosa fai? Perché vuoi impedirmi di fare una cosa
così bella?”
“C’è qualcosa di ancora più bello: guarda bene...”
Al centro esatto della pietra, da una piccola fessura era
spuntato un minuscolo fiore!
“La piramide non ha avuto bisogno del tuo aiuto. È stata
lei a produrre la vita... Il fatto che una pietra si spacchi per
dare alla luce un uccello è soltanto un’immagine poetica.
Questo fiorellino reale, puro, fragile, dà senso all’intero
monumento. Continuo a credere, Reyna, che tu ti stia
sforzando troppo. Non caricarti sulle spalle così tanti
macigni, lascia nascere in te quello che non dipende dalla
tua volontà...”
Mi tirò in testa la pietra, a momenti mi colpiva. Poi Reyna
cadde seduta per terra. Sembrava una scultura di ghiaccio
che si stava sciogliendo.
“Quale mostruosa vanità la mia... credere che io, un
lurido verme, fossi capace di aiutare una piramide, quando
lei, con un gesto quasi impercettibile, partorendo un
fiorellino mi ha dimostrato che sono come il moscerino che
si posa sul corno del bue e crede di poterlo aiutare a
trainare l’aratro! Il mio edificio teorico ha fondamenta
marce, lo riconosco. Ho sbagliato strada. Perché le mie
fatiche diano frutto devo tentare un’altra via. In effetti mi
hanno par-lato di un guaritore, don Prudencio Garza, che
vive in un paesino a qualche chilometro da qui... Avevo
paura di sottomettermi alla terribile esperienza che lui
propone, ma dopo questo segno miracoloso devo farlo, se
intendo demolire il castello di illusioni che con tanta fatica
ho costruito.”
“A quale esperienza ti riferisci?”
“Quello stregone dà da mangiare dei funghi che
provocano una vera morte. Se nell’aldilà riesci ad
attraversare il fiume di acido e la tua coscienza essenziale
non si è liquefatta, resusciti... In caso contrario, muori...
Non dire di no con la testa, nessuno mi impedirà di passare
attraverso questa prova definitiva. Non puoi fare altro che
accompagnarmi oppure percorrere a piedi i nove chilometri
che ci separano da Oaxaca e prendere un treno che ti
riporti nella capitale, perché la limousine la prenderò io.”
“Stai per commettere una pazzia. Mi sento obbligato a
venire con te.”

Scendemmo dalla collina quasi di corsa. La limousine era


senza le quattro ruote! La testa appoggiata sul volante, don
Rodolfo russava sonoramente con la bocca aperta. Quando
lo svegliammo, vedendo quel disastro perse tutta la sua
eleganza di autista per turisti, si mise a imprecare
furiosamente, fece un nodo ai quattro angoli del fazzoletto,
se lo mise in testa a mo’ di copricapo e continuando a
maledire i ladri e il sole intraprese la lunga camminata
verso Oaxaca. Reyna D’Assia, cocciuta come doveva esserlo
anche il suo santo padre, decise di percorrere a piedi i
chilometri necessari per trovare lo stregone. Senza
mostrarle la mia inquietudine – quell’uomo poteva vivere
molto più lontano di quanto lei credesse – le dissi:
“Come si chiama il paesino che stai cercando?”.
“Qualcosa tipo Huapancingo o Huanotzcan, non me lo
ricordo bene. Ma smettila di preoccuparti. I problemi non
sono altro che illusioni mentali. Abbandonati alla realtà di
questo momento. Ormai siamo a pochi passi da qualcosa
d’incredibile, che importa se sono mille o centomila.
Andiamo!”

Camminavamo da oltre quattro ore. Il sole picchiava


sempre più forte. Il vento con le sue carezze taglienti ci
feriva le labbra. Le mie scarpe, rinsecchite per il calore, mi
torturavano i piedi. Reyna, mormorando esercizi
matematici, camminava come uno zombie. Mi sedetti su un
tronco caduto. Dovetti chiamarla a gran voce per fermarla
e farla uscire da quella sorta di trance.
“Ti hanno dato delle informazioni sbagliate. Questa
strada non porta in nessun paese, è meglio se ritorniamo.”
“Uomo di poca fede! Accetta quello che sei adesso,
smettila di pensare al futuro, liberati dal dominio della
mente, usa la sofferenza dei piedi per risvegliare la
coscienza del tuo Essere, e allora avverrà il miracolo.
Andiamo avanti!”
“Vacci tu, se vuoi, io torno indietro. La tua follia non è la
mia.”
Mi alzai e in un impeto di furia incontrollabile sferrai un
calcio al tronco. Parte della corteccia esplose sprizzando
fiotti di piccoli ragni neri. Scappai via di corsa. Reyna
m’inseguì insultandomi.
“Vigliacco! La tua resistenza è la causa del fallimento.
Non vuoi lasciarti andare, così ti perdi l’incredibile
trasformazione!”

“Questa strada è molto lunga e attraversa soltanto campi


di erba medica. Posso aiutarvi?”
La voce dell’anziano uomo risuonò ai nostri orecchi grave
e gentile. Non lo avevamo sentito arrivare. Probabilmente
stava riposando all’ombra di un albero. Gli occhi affossati,
circondati da un sole di rughette, con le pupille velate dalla
cataratta lo facevano sembrare cieco. Reyna, inquieta,
cominciò a chiedergli:
“Lei per caso conosce un guaritore di nome...?”.
Il vecchio la interruppe con uno strano sospiro.
“Prudencio Garza? Sono io, figliola. Il vento mi ha portato
schegge delle vostre ombre. Sono sceso qui ad aspettarvi.
Prego, seguitemi.”
Oltrepassammo una foresta di pini, camminammo lungo
un sentiero che serpeggiava fra le colline e finalmente
giungemmo in una piccola vallata. Vicino a una roccia nera
ricoperta di muschio c’era una casupola. La porta era
incorniciata da rostri di avvoltoi. Lì accanto, tre capre con
le zampe posteriori legate saltellavano goffamente, un cane
nero divorava una iguana e un maiale affondava il grugno
nella terra umida di una fossa scavata di recente.
Vedendoci arrivare, il cane dimenticò la preda. Abbaiando
rumorosamente, cominciò a girare intorno a Reyna, poi si
sollevò sulle zampe posteriori e posò le anteriori sul suo
petto. Reyna lo accarezzò sulla testa senza nessun timore.
“Fermo, Mictiani, lascia stare quella donna!”
L’animale, obbediente, si allontanò di qualche metro
guardando la mia amica con occhi pieni d’amore.
“Entrate nella mia umile casa.”
All’interno, salotto e cucina erano divisi da un fragile
tramezzo di vecchi pezzi di cartone. Al centro del salotto,
con una lanterna che pendeva dal soffitto nero di fuliggine,
c’erano un tappeto di foglie di palma intrecciate e in un
angolo un altare con una statua di gesso che rappresentava
la Santa Morte, uno scheletro ricoperto da un mantello
simile a quello della Madonna di Guadalupe, alcuni fiori
gialli, un pacchetto di sigarette di tabacco bruno, una
bottiglia di aguardiente, quattro piccole caraffe di creta
piene di atole,3 tredici candele nere e alcune ossa umane.
In mezzo spiccava una zucca argentata che, con un taglio
circolare effettuato alla sua sommità, era stata trasformata
in uno scrigno.
Don Prudencio, dopo avere obbligato Mictiani a
distendersi sulla soglia e avermi fatto sedere su una
panchetta a tre gambe nell’angolo opposto all’altare, diede
a Reyna la stuoia di palma.
“Siediti di fronte a me, figliola. Vedo che sei decisa a
visitare la terra dei morti. Non sarà facile. Il fungo ti darà
una morte di tre giorni. Vagherai per i quattro petali del
fiore delle tenebre: in quello dell’Est, mille avvoltoi
trasformeranno le tue carni e le tue ossa in una pappetta
nerastra. In quello del Nord, un fiume rovente ti corroderà
la memoria. In quello dell’Ovest, branchi di morti ti
svuoteranno l’anima. E nel petalo del Sud, le dee golose
divoreranno l’ultima cosa che ti sarà rimasta, lo sguardo.
Se sarai capace di resistere, arriverai come un’entità cieca
al centro, laggiù dove dentro e fuori sono la stessa cosa, e
conoscerai Talocan, il tuo dio interno. Se te lo meriti, lui ti
farà rinascere. Se ti disprezza, non ritornerai alla vita. La
fossa che hai visto arrivando qui l’ho scavata per te. Magari
ci finirai dentro... Quanto a lei, mio caro bambino, visto che
è qui in qualità di guardiano, può restare, ma a condizione
di non parlare. Se dirà anche una sola parola, la sua amica
si risveglierà trasformata in demonio e le succhierà il
sangue.”
Ero terrorizzato. Avevo voglia di scappare via,
dimenticare per sempre lo stregone e Reyna. Eppure, per
curiosità o per orgoglio, accettai la prova dicendomi che
erano soltanto superstizioni infantili, Reyna non poteva
essere un vampiro e quel vecchietto non poteva essere un
assassino: in fin dei conti, cercava soltanto di guadagnarsi
qualche dollaro approfittando del desiderio di avventure
esotiche di una turista.
Non appena gli feci segno che sarei rimasto, don
Prudencio chiese a Reyna di spogliarsi completamente e
distendersi sulla stuoia. Lei, senza nessun pudore, si tolse
gli abiti e si sdraiò. Allora, con nostra grande sorpresa, don
Prudencio cambiò aspetto. Non era più un umile vecchietto,
la cataratta parve svanire dai suoi occhi, raddrizzò la
schiena che sembrava quasi ingobbita e prese a muoversi
con gesti eleganti, felini, indossò un mantello di lana
ricamato con motivi aztechi, afferrò un coltello di ossidiana
verde e, mentre accendeva le tredici candele nere, recitò
una preghiera alla Santa Morte.
“Santa Morte, essendo tu stata creata per Ordine Divino
per rinnovare la vita, per carità cancella dall’anima e dal
corpo di questa povera donna ogni traccia di sofferenza,
vergogna, pena e paura, provocate dai modi crudeli con cui
è stata trattata da bambina.
“Santa Morte, possa la Falce Celeste che porti tagliare
alla radice amarezza, dolore, pena, disperazione, rancore,
tristezza, solitudine, sconcerto e tutte le altre afflizioni
dovute al veleno che è stato versato nella mente di questa
povera donna, e consentile di conoscere tramite te Colui
Che Tutto Vede e Tutto Può.”
Con l’autorevolezza ieratica di un sommo sacerdote, aprì
la zucca argentata e tirò fuori una zolla di escrementi
bovini su cui crescevano ammucchiati quaranta funghi
bianchi, simili a piccoli falli. L’energia emanata da quei
vibranti tallofiti parve riempire la stanza. Con il coltello
verde lo stregone prese a tagliarli, uno a uno,
pazientemente, per poi introdurli nella bocca di Reyna. Lei,
nel momento in cui ebbe ingoiato l’ultimo, cominciò a
sudare e a tremare. Dopo qualche minuto si mise a
vomitare. Il guaritore contò i funghi che galleggiavano nel
vomito.
“Ogni corpo conosce le proprie possibilità. Ha buttato
fuori dieci bambinelli... è una donna vigorosa: ha tenuto
nello stomaco la dose più elevata che si possa tollerare.”
Si inginocchiò davanti all’altare e mentre Reyna cadeva
in un profondo letargo, sempre più pallida, cominciò a
cantare lodi alla scultura di gesso.
“Tu sia lodata, Santa Morte, perché la tua divina bellezza
è il premio che Dio dà ai giusti.
“Tu sia lodata, Santa Morte, perché senza il tuo aiuto
l’umanità non potrebbe liberarsi della superbia.
“Tu sia lodata, Santa Morte, perché la tua perfezione è
paragonabile alla perfezione della vita che Dio ti fa
rinnovare.”
E così, in ginocchio, il guaritore continuò con le sue
preghiere e litanie fino a notte inoltrata. Reyna, tramutata
in una statua di cera e ricoperta da uno sciame di mosche,
non respirava e sembrava che non l’avrebbe fatto mai più.
Io, seduto lì, scomodissimo, tremando di un freddo che era
soprattutto ansia, ipnotizzato dalla monotonia della voce
dello stregone, finii per addormentarmi. All’alba venni
svegliato dall’assordante gracchiare di uno stormo di
avvoltoi. Reyna era sempre morta. Lo stregone imprecava
fuori dalla casupola. Mi alzai con difficoltà, avevo le gambe
intorpidite, e uscii. Lo stregone scacciava con un bastone
gli avvoltoi che ricoprivano come un tappeto nero il
cadavere di Mictiani. La povera bestia aveva le orbite vuote
e sanguinanti. Le viscere gli penzolavano fuori dal ventre
squarciato. I rapaci, presi a bastonate, spiccarono il volo.
“Non sono stati gli emissari del diavolo a finirlo. Lui si è
lasciato morire. Mi aiuti a metterlo nella fossa.”
Il cane era grande. Il guaritore lo afferrò per la collottola
e io per le zampe posteriori e lo buttammo nella buca.
Cominciò a ricoprirlo con la terra ammucchiata sul bordo.
“Non avrei mai pensato di scavare questa fossa per te,
fratello. Sei così buono che hai deciso di morire al posto
della straniera. Nel submondo starai proteggendo la sua
anima... Sii lodato perché hai sacrificato la tua felicità per
mitigare il dolore altrui, e perché hai dato tutto in cambio
di nulla.”
Si riempì i polmoni d’aria e pronunciò un amen che
sembrava non avere mai fine. Mi guardò sorridendo, ma
con la tristezza negli occhi. Vidi riapparire la cataratta. La
schiena tornò a incurvarsi e nel giro di pochi attimi non era
più lo stregone feroce bensì un vecchietto gentile.
“La tua amica, grazie a Mictiani, non corre più alcun
pericolo. Ieri ha attraversato due petali. Oggi attraverserà
gli altri due. Domattina presto arriverà al centro del fiore e
tornerà alla vita... Ho qualche tortilla in casa, formaggio di
capra e fichi d’India. Mangia tranquillo.”
Mi aspettava una lunga notte. Don Prudencio, in
ginocchio, stava recitando un’altra interminabile litania in
lode alla Santa Morte. Reyna D’Assia, sdraiata sul
pavimento, orribilmente pallida, continuava a non
respirare. Anch’io sdraiato sul pavimento, con la testa
appoggiata contro la panchetta, cercavo di dormire, ma per
quanto tentassi di svuotare la mente, ero inondato da un
fiume di parole. Avevo creduto di risolvere il koan,
camminare nell’abisso e realizzare quello che il monaco
cinese Dazu aveva scritto in una poesia il giorno della sua
morte:
Nell’aspetto reale, sono cancellate la parola e la riflessione.
Nell’identità vera, sono eliminati la vista e l’udito.
Questo è il luogo della pace serena.
Qualsiasi altro studio è soltanto verbosa verbosità.

Oppure capire che cosa aveva scritto il filosofo Seng


Zhao,4 condannato a morte dal suo sovrano, prima di venire
giustiziato:
Quando il filo nudo si avvicinerà alla mia testa
sarà come decapitare vento di primavera.

Eppure il coraggio che Reyna aveva dimostrato mettendo


la propria vita nelle mani di un guaritore primitivo, mi
aveva causato una grave crisi. Quando Ejo aveva detto:
“Intellettuale, impara a morire!” voleva dire che dovevo
smetterla di identificarmi con i miei pensieri o che dovevo
accettare la morte fisica, così come stava facendo la mia
amica? D’altronde, il suo stato catalettico era una vera
morte? I deliri provocati da un avvelenamento possono
considerarsi come un’esplorazione dell’aldilà? In questa
lunga notte, chi è Reyna? Il suo corpo inerte o il suo spirito
che sta vagando in un mondo mitico? Quando leggevo
insieme a Ejo il libro segreto dei koan, ne avevamo trovato
uno che poteva andare bene per questa situazione5:
(C’era una volta una donna di nome Seijo, il cui corpo e spirito si erano separati. Una delle due Seijo
fuggì per sposarsi con il suo amante Ozu, mentre l’altra restò nella casa dei genitori, malata e
incapace di parlare, in un letto.) Il maestro Goso Hoen domanda a un monaco: “Se il corpo e lo
spirito di Seijo si sono separati, quale di loro è la vera Seijo?”. Il monaco risponde: “Quale di loro è
reale?”.

All’inizio mi sembrava che il monaco dicesse chiaramente


che non si trattava della realtà dell’una o dell’altra Seijo,
ma della realtà dei concetti di corpo e anima. Più tardi mi
resi conto che il monaco si riferiva allo spirito e al corpo di
Goso Hoen. “Nel momento in cui mi proponi il koan,
volendo farmi cadere nel tranello metafisico di stabilire un
dualismo corpo/spirito, quale dei due sei tu? In realtà, sei
un’unità: anche se la definisci con nomi diversi, essa non
cambia.” A sua volta, Goso Hoen risponde alla domanda del
monaco con un’altra domanda:
“Lo stato dell’esistenza di Seijo, com’è?”.
Risposta:
“Penoso, auspicabile, odioso, affascinante...”.
Anche se il mio anello d’oro è cresciuto di un pollice
dico alla gente che non sono innamorato.

L’esistenza non si può dividere in parti, è tutto


contemporaneamente.
Maitreya, il vero Maitreya,
divide il suo corpo in mille, cento volte centomila pezzi.
Ogni tanto davanti alla gente sottomessa al tempo lui appare.
La gente sottomessa al tempo non lo vede.
Il modello della realtà non è la realtà. Un anello che
cresce simboleggia un amore crescente, ma non è l’amore
reale. La parola che descrive il mondo non è il mondo.
L’esistenza può essere lo spirito e il corpo insieme o non
essere né lo spirito né il corpo, è quello che è e non come
l’analizza o la concepisce il nostro intelletto. Quel corpo
sdraiato per terra non è separato dallo spirito, né lo spirito
vaga lontano in un’altra dimensione. Entrambi sono una
cosa sola. Domani, quando Reyna si sveglierà, crederà
davvero di avere viaggiato in un altro mondo, arrivando al
centro dove regna il mitico Dio? E se non ritorna in vita?
Magari ’sto vecchio pazzo l’ha intossicata!
Don Prudencio smise di pregare, andò in cucina e fece
ritorno con una brocca piena di latte.
“È delle mie capre. Bevilo, così riesci a dormire. I tuoi
pensieri fanno tanto rumore.”
Non appena ebbi inghiottito quel liquido saporito caddi in
un sonno profondo.
Mi svegliai a mezzogiorno. Reyna era vestita, pronta a
partire. Don Prudencio era sparito.
“Il vecchio è andato a pascolare le sue capre.
Andiamocene!”
Camminammo per tre ore, e lei non apriva bocca.
Rispettai il suo silenzio. Non sembrava più la stessa: il suo
volto era cambiato – se prima era un susseguirsi di smorfie
adesso era simile a una superficie liscia, come se le
avessero strappato una maschera – e anche i suoi
movimenti fisici erano cambiati. Camminava con tanta
leggerezza che i suoi passi, pur essendo carichi di energia,
non facevano quasi rumore. Con la colonna vertebrale
eretta e il mento leggermente sollevato, dava l’impressione
di portare una corona.
Quando scorgemmo il Monte Albán con le sue piramidi,
decise finalmente di parlare:
“Come avrai notato, pur essendo la stessa ora sono
un’altra. Non pensare che creda di essere morta e
resuscitata. Ho fatto un viaggio verso me stessa, sono
entrata nel submondo della mia ragione nel tentativo di
raggiungere il centro dell’inconscio. Così come ha detto lo
stregone, i suoi funghi dapprima mi hanno fatto perdere la
percezione della mia carne e delle mie ossa: mi sono resa
conto di avere sempre vissuto dentro il mio corpo come se
fosse una prigione. Nel momento in cui l’ho perduto, ho
provato per lui un amore intenso, e compassione. Poi mi si
è cancellata la memoria: a mano a mano che svanivano i
legami emozionali, ho capito quanto fossi stata legata a
persone, luoghi, eventi. Ogni essere, ogni cosa, ogni atto si
erano innestati sulla mia persona per amalgamarsi con la
mia essenza, soffocandola. Nel momento in cui ho
dimenticato, ho potuto essere me stessa. Ma anche quell’‘io
sono’ è stato annientato: ho perduto qualsiasi definizione,
qualsiasi contenuto, qualsiasi forma. Non possedevo più.
Ero soltanto un punto di vista impersonale... che non è
durato a lungo: l’occhio ha smesso di essere separato dal
mondo per non vedersi né vedere, ma soltanto essere. Ho
recuperato l’innocenza e la purezza, sono stata la creatura
ingenua di prima di nascere e la creatura saggia di dopo
essere morta. Luce fusa con l’ombra, unione armoniosa di
tutti gli opposti, amante di me stessa, sono diventata un
sole. E allora, con una chiarezza spaventosa, mi sono resa
conto che il mio corpo, l’altro, mi stava aspettando. Era
giunto il momento di ritornare... È stato facile, mi è bastato
aprire gli occhi. Mi sono ritrovata distesa sul pavimento,
nuda, con le gambe spalancate e don Prudencio su di me
che stava infilando il fallo nella mia vagina. Me lo sono
levato di dosso e il vecchio, tranquillo, come se niente fosse
si è tirato su la cerniera dei pantaloni, ha spento le tredici
candele e mi ha teso una mano porgendomi il palmo aperto.
Gli ho dato una manciata di dollari. Li ha infilati in una
bisaccia e se n’è andato via con le sue capre”.
“Quello svergognato deve avermi messo del sonnifero nel
latte!”
“Non so che cosa pensare. È strano che sia ritornata in
vita proprio nel momento in cui lui eiaculava. Forse l’ha
fatto per strapparmi alla morte. Lasciamolo stare. Quello
che è successo, è successo perché doveva succedere. Non
mi pento di nulla. È stata un’esperienza liberatoria. Non
sarò mai più la stessa. Gli insegnamenti del mio santo
padre sono stati la barca che mi ha aiutata ad attraversare
il fiume: ora che sono giunta sull’altra sponda sarebbe
stupido voler vivere per sempre sulla barca. Il passato è
morto. E tu fai parte del mio passato. Consideriamo finita la
nostra avventura. Intendo sparire per un po’ di tempo, un
giorno ti scriverò. Da ora in avanti non ci parleremo più.”
E così, muti, in mezzo a un gruppo di turisti che erano
venuti a visitare la collina sacra, ritornammo in autobus
nella capitale, seduti l’uno lontano dall’altra. Arrivati a
Città del Messico non ci salutammo neanche. Non la rividi
mai più. Qualche anno dopo ricevetti una busta, arrivava da
Bali. All’interno trovai una fotografia accompagnata da una
frase laconica: “Io e Ivanna, mia figlia. Non so se suo padre
sei tu o don Prudencio”.
Reyna D’Assia con la figlia Ivanna

1
George Ivanoviç Gurdjieff (1877-1949), noto filosofo occultista di origine russa, fondò nel 1922 a
Fontainebleau un centro sperimentale per lo studio della coscienza, l’Istituto per lo sviluppo armonico
dell’uomo. Poi compì dei viaggi a New York e a Chicago e fece ritorno a Parigi, dove morì.
2
Diagramma a forma di stella a nove punte il cui modello viene applicato per definire i processi
cosmologici e lo sviluppo della coscienza umana, soprattutto per lo studio del carattere umano e
l’autoconoscenza. Forse di origine persa, si è infiltrato nel sufismo attirando l’attenzione di Oscar
Ichazo e dello stesso Gurdjieff.
3
Bevanda dolce a base di mais, cotta in acqua o latte, che si beve caldissima. [N.d.T.]
4
Su Dazu esistono poche informazioni. Secondo quanto raccolto dal sinologo Paul Demiéville (in
Poèmes chinois d’avant la mort et édités par Jean-Pierre Diény, L’Asiathèque, Parigi 1984), in base alla
citazione che di lui si legge nel Zongjing (terminato nell’anno 961), probabilmente visse tra il periodo
Tang (618-906) e le Cinque Dinastie (907-960). Seng Zhao (374-414) può considerarsi il primo filosofo
del buddhismo cinese: dopo avere letto i taoi-sti, la Vimalakîrti-nirdesa e avere seguito gli
insegnamenti di Kumârasvîva – morto nel 409 – per ordine del sovrano venne condannato a suicidarsi
per colpa di tale maestro. I fatti ebbero luogo a Zhang’an, dove la scuola di Kumârasvîva aveva
suscitato invidie e discussioni.
5
Si tratta del caso 35, raccolto nel Mumonkan, presentato da Goso Hoen (1024-1104), in cinese
Wuzu Fayan, a uno dei suoi discepoli.
10. Maestro a discepolo, discepolo a maestro,
discepolo a discepolo, maestro a maestro

“Di colpo l’uomo sentì che la


pianura si capovolgeva e il cielo e
le nuvole parvero posarsi ai suoi
piedi.”

SILVER KANE,
Un collar de piel de
serpiente
“Sopra il luogo su cui c’era stata
la sua testa rimase sospesa una
specie di nuvoletta di sangue... Era
come se il sangue avesse una forza
propria.”

SILVER KANE,
Con permiso del muerto

Dieci anni dopo, quando ritornai a Città del Messico


camuffato da regista cinematografico, mi chiesero di tenere
una conferenza in un teatro della Città Universitaria. Nel
momento in cui lessi sulla facciata, scritto a caratteri
cubitali TEATRO JULIO CASTILLO capii che con quella
conferenza avrei concluso un ciclo della mia vita. Il ragazzo
che anni addietro era venuto a chiedermi di insegnargli
l’illuminazione (teatrale, non spirituale) in seguito aveva
diretto moltissime opere, ed era morto all’apice del suo
successo. Il suo apporto al mondo dello spettacolo era stato
così ingente che l’Università autonoma del Messico aveva
dato il suo nome alla sala principale. In memoria di Julio
Castillo stracciai tutti i miei appunti e decisi di ripetere il
medesimo errore che avevo fatto con lui, ma stavolta
volutamente. “Anche se vogliono sentirmi parlare di
tecniche cinematografiche, parlerò dell’illuminazione
spirituale e della mia esperienza con i koan”, e proposi al
migliaio di giovani che riempivano la platea: “Sottoporrò
alla vostra attenzione degli enigmi che dovrete risolvere.
Alla fine delle vostre risposte, vi darò le mie soluzioni”.
Davanti alla grande perplessità di buona parte dei presenti,
cominciai con “Questo è il suono di due mani, qual è il
suono di una mano sola?”. Le soluzioni arrivarono
frammiste alle risate: far schioccare le dita, darsi una
manata sulla fronte, tendere il palmo in avanti facendo una
pernacchia. Quando si dichiararono sconfitti, feci loro
sollevare la mano destra come per un giuramento e,
sollevando la mia, ripetei quello che anni prima avevo detto
a Ejo Takata: “Il suono di questa mano sola è uguale al
suono della tua mano sola”. Applaudirono con entusiasmo.
Ispirato dalla disponibilità del mio pubblico, cominciai a
inventare koan con le relative soluzioni.

“Perché le montagne hanno le rocce?


Le montagne non hanno le rocce: esse sono la montagna.

Perché la bocca sta sotto agli occhi?


Perché la bocca è per baciare la terra e gli occhi sono per
baciare il cielo.

Perché non smetto di pensare?


Io non penso: i pensieri mi pensano.”

In preda all’entusiasmo, scesi dal palcoscenico e


voltandogli le spalle cominciai a muovermi tra i presenti. A
un certo punto tutti gli sguardi si distolsero dalla mia
persona: stava succedendo qualcosa sul palcoscenico. Mi
voltai e vidi quello che mi pareva un sogno: Ejo Takata,
vestito da monaco, seduto a gambe incrociate come in
meditazione, mi stava sorridendo. Era lì, dieci anni dopo,
come sempre, uguale a se stesso, spirito benevolo, volto
senza età, ancorato alla terra per spingere il cielo con la
testa!
Entrò subito nel gioco e, sollevando minacciosamente il
suo bastone di legno (su cui era scritto a caratteri
giapponesi, dalla parte che colpisce, “Non posso insegnarti
niente. Impara da te stesso” e sul rovescio “La pianta
fiorisce in primavera”), mi domandò:
“Qual è il suono di un mentale vuoto?”.
Risposi subito:
“Il suono della voce che domanda”.
Ejo lanciò un “kuatsu!” di giubilo.
“Da dove sorge un pensiero, e che cos’è?”
“Le idee non hanno padrone, sono nel mondo: sono azioni
in germe.”
Aprì il ventaglio e si fece aria in viso. Capii che ero
caduto nel tranello intellettuale. Mi prostrai tre volte
davanti al maestro ripetendo uno dei suoi proverbi: “Una
barca non può trovare appoggio nell’acqua; l’acqua la può
rovesciare”, e attesi la domanda successiva.

“Quando il mentale è vuoto, che cosa vede?”


“Tutto, tranne se stesso.”

“Kuatsu! Quando sorge un pensiero, da dove viene?”


“Se mi dici dove va, ti dirò da dove viene.”

“Kuatsu! Se osservi che un pensiero eccessivo è


artificiale, pensi che esista anche un pensiero naturale?”
“Il contadino aspetta la pioggia, il viaggiatore aspetta il
bel tempo.”

“Kuatsu! Che cosa rappresenta per te il giorno del tuo


compleanno?”
“Non si nasce, non si muore.”
Mi chiamò a sé con un cenno. Salii sul palcoscenico, mi
inginocchiai davanti a lui e chinai la testa tre volte, fino a
toccare il pavimento. Quando mi rialzai, un sorriso
aleggiava sulle sue labbra. Tenendo il kyosaku in posizione
orizzontale, me lo offrì. Mi sentivo le mani bollenti e i piedi
gelati. Non mi sarei mai aspettato un tale onore. Senza
rendermi conto di quello che facevo, come in sogno presi il
bastone e me lo strinsi al petto. Gli studenti cominciarono
ad applaudire e io mi alzai in piedi per salutare, ma Ejo
approfittò di quel momento per andarsene. Un minuto dopo
mi ripresi e mi precipitai fuori nel tentativo di
raggiungerlo. Per fortuna c’erano parecchie automobili che
aspettavano di uscire dal parcheggio. A bordo di un’auto
vecchiotta, con la vernice della carrozzeria in pessimo stato
e al volante un autista con la faccia da indio, c’era Ejo.
Quando mi vide arrivare tirò su il vetro del finestrino.
Brandii il kyosaku gridandogli:
“Non me lo merito! Tu hai detto: ‘Se hai il bastone, te lo
do. Se non ce l’hai, te lo tolgo’. Il tuo bastone lo devi dare a
chi ce l’ha, e io non ce l’ho! Esigo che tu me lo tolga!”.
Ejo abbassò il finestrino e invece di riprendersi il bastone
mi lanciò in faccia il suo ventaglio. L’automobile partì. Lo
inseguii ma non riuscii a raggiungerlo. Senza fiato,
cominciai a farmi vento. Sulla carta del ventaglio c’era
scritto: “Bosco di Chapultepec, solito posto, solita ora,
domani”.

Non potevo crederci. In fondo avevo sempre aspirato a


diventare un maestro, a godere del rispetto incondizionato
di centinaia di discepoli. E non solo, ma anche a essere
capace di stare a gambe incrociate per ore in uno zendô,
fino a morire come un Buddha sorridente. Una meta che
sapevo irraggiungibile: conoscevo le mie vergognose
debolezze, l’imperfezione dei miei successi, la mia
ignoranza di microbo che vive nel cosmo infinito. Non
potevo sopportare l’idea di perdere Ejo. “Un maestro è tale
per tutta la vita.” Se mi dava il suo bastone e il suo
ventaglio, faceva di me non soltanto un suo pari, ma anche
il suo successore. E questo significava che lui se ne sarebbe
andato o era malato o pensava di morire. Ero stordito.
Avevo perduto l’appoggio, rischiavo di perdere il fulcro
intorno al quale ruotavo credendo di sentirmi sempre al
sicuro. Io avevo infinite domande, ma nessuna vera
risposta. Era Ejo il portatore dell’unica soluzione a tutti gli
interrogativi. Un velo di nebbia mi appannò lo sguardo. Se
Ejo mi collocava nella categoria di maestro, si sbagliava. E
se poteva sbagliarsi, non era un vero maestro. Sconcertato,
mi lasciai cadere su una panchina di cemento. Iniziai a
sventagliarmi. Con il bastone mi davo dei colpi sulle spalle.

“Maestro...”
Un ragazzo magrissimo, dagli occhi lucenti, mi veniva
incontro. Sentendomi ridicolo, smisi immediatamente di
picchiarmi e di agitare il ventaglio, gli rivolsi un sorriso
forzato e lui si inginocchiò davanti a me.
“Mi permetta di presentarmi, sono Daniel González
Dueñas. Ho visto il suo film La montagna sacra, e mi ha
cambiato la vita. Ho realizzato un cortometraggio ispirato
alla sua opera e vorrei ringraziarla.”
La sua ammirazione capitava nel momento sbagliato.
Risposi con falsa gentilezza:
“Siediti qui con me. Ti ringrazio, sei davvero gentile. Vuoi
un autografo?”.
“Be’, mi farebbe piacere, maestro. Ma se me lo permette,
vorrei chiederle un favore...”
“Chiedimi quello che vuoi, ma non chiamarmi maestro.”
“In realtà, oltre che cineasta, sono anche scrittore. Ho
letto libri fin da piccolo, eppure dello zen non so nulla. Non
avevo mai sentito parlare di quegli strani koan. Quando lei
ce ne ha proposti alcuni, non sapevo che cosa dire e poi
non ho capito le sue risposte. Non ho capito nemmeno le
risposte che ha dato a quel monaco. Potrebbe spiegarmi il
significato di tutto quello che avete detto in teatro?”
Dovetti fare uno sforzo per non scoppiare a piangere.
Proprio quando il mio spirito era simile a uno specchio
andato in frantumi, la realtà con la sua danza assurda mi
mandava un giovane che mi scambiava per un maestro. Era
talmente genuino il suo desiderio di comprendere, e
talmente grande la sua fiducia nella mia maschera di
artista, che non potevo deluderlo. Dando alla mia voce un
tono sicuro, gli rovesciai addosso un fiume di parole:
“Le montagne non hanno rocce, né il mondo ha individui.
Le rocce sono la montagna, gli individui sono il mondo.
L’universo è una totalità. La bocca sta sotto agli occhi, gli
uccelli volano in cielo, i pesci nuotano nell’acqua, tutto
occupa il proprio posto, naturalmente, senza sforzo, con
gioia. L’uccello sott’acqua annega, così come il pesce in
cielo non può respirare. La felicità è essere noi stessi
nell’ambiente che ci corrisponde. Pensiamo, ma non siamo i
nostri pensieri. Quando ci identifichiamo con loro,
smettiamo di essere noi stessi. I pensieri sono, noi non
siamo. Il suono di un mentale vuoto è il rumore che fanno le
parole di chi domanda. ‘Da dove sorge un pensiero e che
cos’è?’ è un insieme di parole cui non bisogna rispondere
con un altro insieme di parole. Da un pensiero scaturisce
un altro pensiero e così all’infinito. Ma dire ‘pane’ non fa
passare la fame. Per tutta risposta avrei dovuto lanciare un
grido... In un mentale vuoto cessa il dualismo
spettatore/attore. Se vediamo noi stessi, non siamo vuoti.
Nessuno viene, nessuno va, tutto è qui, sempre. Ciascun
pensiero è un miraggio. Non c’è una causa primigenia, non
c’è l’uovo o la gallina, non c’è inizio né fine, permanente
impermanenza, informe presente. Accetta il cambiamento
apparente!”.
Daniel tentò di ringraziarmi, io mi allontanai di corsa.
Una nebbia mattutina, velenosa, grigiastra nascondeva
quasi completamente gli alberi del bosco. In una radura,
lontano dalle mandrie di automobili che parevano andare al
macello, io ed Ejo eravamo soliti meditare un paio d’ore
dalle sei di mattina. Lo trovai già in posizione di zazen.
Indossava un paio di blue jeans e una maglietta nera con le
maniche corte. Aveva un sacchetto di tela. Mi prostrai
davanti a lui, posando vicino alle sue ginocchia il bastone e
il ventaglio.
“Ti sbagli, Ejo. Non sarò mai un maestro.”
Mi lanciò in faccia un violento “kuatsu!”, poi mi afferrò
per le spalle e mi costrinse a sedermi al suo posto. Si
inginocchiò davanti a me e, toccando il suolo con la fronte,
mormorò:
“A volte siamo il discepolo, a volte siamo il maestro. Nulla
è fisso”.
Non volevo accettare quello che mi stava dicendo. Lo
afferrai per le spalle a mia volta e lo feci sedere di nuovo al
suo posto. Tornai a prostrarmi davanti a lui, cocciutamente,
e posai tre volte il viso sul terreno. Ejo allora, esalando un
sospiro stanco, recitò un testo che sembrava imparato a
memoria:
“Siamo noi stessi? Dove siamo quando siamo? Se chiudo
le mani l’acqua scorre via. Quando queste mani suonano il
liuto sotto la luna, sono come le mani del Buddha. Il
maestro Rinzai disse: ‘A volte un grido è come una spada
preziosissima, forgiata nell’oro più duro. A volte il grido è
come un leone splendente rannicchiato fra gli arbusti. A
volte un grido è come una canna da pesca posata sull’erba
che galleggia sull’acqua, e alla cui ombra si riuniscono i
pesci. A volte un grido non funziona come un grido’. Un
monaco gli domandò: ‘Che cosa significa la prima
massima?’. Rinzai rispose: ‘Quando si toglie il sigillo,
l’inchiostro rosso è già visibile. Anche se la lettera non è
ancora stata letta, il ruolo dell’anfitrione e quello
dell’invitato sono già stati decisi’. Il monaco domandò di
nuovo: ‘Che cosa significa la seconda massima?’. Rinzai
rispose: ‘Imprudente! Perché il lavoro dovrebbe essere
inferiore all’ideale?’. Il monaco continuò a insistere: ‘Che
cosa significa la terza massima?’. Rinzai disse: ‘Quando la
marionetta si agita sul palcoscenico, il movimento glielo
conferisce la mano di un attore nascosta sotto il suo
vestito’. E aggiunse: ‘Se capisci la prima massima,
diventerai maestro di Buddha. Se capisci la seconda
massima, diventerai maestro di uomini e dèi. Ma se capisci
la terza massima, non sarai capace di redimere neanche te
stesso’. Poi continuò: ‘A volte ritiri l’uomo senza ritirare il
terreno; a volte ritiri il terreno senza ritirare l’uomo; a volte
li ritiri entrambi, uomo e terreno; a volte non ritiri né il
terreno né l’uomo’”.

Queste parole che Ejo mi recitò rapidamente, mi si


stamparono nella memoria. Potevo considerarle sotto
diversi punti di vista. Gli elementi che le componevano, pur
sembrando diversissimi, si incastravano perfettamente
come i pezzi di un rompicapo. Una comprensione che
attraverso i vocaboli mi giungeva, metaforicamente, sotto
forma di esplosioni luminose. Ejo mi stava rivelando il
livello supremo dei koan! “Siamo noi stessi?” Impossibile
definirci, non ci apparteniamo, siamo il mondo. “Dove
siamo quando siamo?” La realtà è astratta e fluida, in
costante mutamento. La foglia secca che il fiume si porta
via sta nell’acqua, ma non in un posto esatto. “Se chiudo le
mie mani, l’acqua scorre via.” Se il mio intelletto si
identifica nell’io individuale, non può cogliere la verità
eterna. “Quando queste mani suonano il liuto sotto la luna
sono come le mani del Buddha.” Il Buddha immaginato dal
nostro intelletto è monco. Quando le mie mani creano
bellezza, sono le mani del cosmo. Tutte le cose sono una
sola cosa, e una sola cosa è tutte le cose! “A volte un grido
è come una spada preziosissima, forgiata nell’oro più
duro.” Il maestro trasmette il suo satori direttamente al
discepolo, senza parole, come in un elettroshock. “A volte il
grido è come un leone splendente rannicchiato fra gli
arbusti.” Il maestro tenta di aprire la mente bloccata del
suo discepolo: lui tiene gli occhi chiusi, perciò crede che il
mondo sia buio. “A volte un grido è come una canna da
pesca posata sull’erba che galleggia sull’acqua, e alla cui
ombra si riuniscono i pesci.” Il maestro penetra
nell’inconscio del discepolo nel tentativo di portare alla
luce il suo tesoro occulto, l’Essere Essenziale. “A volte un
grido non funziona come un grido.” Il maestro grida senza
uno scopo, in modo naturale e spontaneo, dall’alto del
firmamento fino ai più profondi strati della terra. Un boato
che risuona nel cielo azzurro in cui regna un sole
splendente. Non c’è nessun discepolo. Ci sono due maestri.
“Che cosa significa la prima massima?” Il monaco cerca la
“verità”, il significato degli insegnamenti di Rinzai. E costui
gli dice di non fargli domande, ma di avere fiducia nel suo
tesoro interiore e dedicarsi alla meditazione. “Quando si
toglie il sigillo, l’inchiostro rosso è già visibile. Anche se la
lettera non è ancora stata letta, il ruolo dell’anfitrione e
quello dell’invitato sono già stati decisi.” Anche se non sono
capace di capire l’insegnamento, devo dedicarmi al lavoro
di immergermi nell’Essere Essenziale. Ejo è il sigillo, io
sono la lettera sigillata. Devo togliere il sigillo per trovare
me stesso, ben sapendo che il “me stesso” è lo stesso di
Ejo, lo stesso di Buddha. “Che cosa significa la seconda
massima?” Il monaco è ancora invischiato nella ricerca di
una verità ideale, di un io personale. “Perché il lavoro
dovrebbe essere inferiore all’ideale?” Senza alimentare con
le parole l’intelletto vorace, seduto, immobile, concentrato,
guarda svolgersi la vita fino a diventare tu stesso la verità,
questo è il cammino. “Che cosa significa la terza massima?”
Non esiste distinzione tra prima, seconda e terza verità.
Non esistono gradi. L’unità agisce in modo contundente. È
un colpo di mazzuolo che ci spacca la testa. “Quando la
marionetta si agita sul palcoscenico, il movimento glielo
conferisce la mano di un attore nascosta sotto il vestito.”
All’inizio il maestro è il burattinaio e l’allievo è la
marionetta. Alla fine il discepolo capisce che il maestro è
una forza interiore che lo muove. Una forza che non gli
appartiene. “Se capisci la prima massima, diventerai
maestro di Buddha. Se capisci la seconda massima,
diventerai maestro di uomini e dèi. Ma se capisci la terza
massima, non sarai capace di redimere neanche te stesso.”
La realtà, che ci appare diversa in questa o quella
situazione, è sempre e soltanto quello che è, né più né
meno. Recitando massime magari ti reputi un maestro
superiore a Buddha: come un cane guida, pensi di condurre
all’Essenza. Decidi che tra uomini e dèi ci sono differenze,
senti che l’illuminazione ha due facce, sentenzi qual è il
bene e quale il male, e alla fine non sei capace di trovare te
stesso. “A volte ritiri l’uomo senza ritirare il terreno”, un
atteggiamento della mente dove l’oggettivo controlla il
soggettivo. Tu fai astrazione dell’uomo, del soggetto, ma
non riesci ad astrarre le circostanze, l’oggetto. “A volte
ritiri il terreno senza ritirare l’uomo.” La mente enfatizza la
soggettività. Neghi il mondo oggettivo. “A volte li ritiri
entrambi, uomo e terreno.” Stato di vacuità in cui elimini
ogni differenza tra l’io e l’altro. “A volte non ritiri né il
terreno né l’uomo.” In completa unione con te stesso, come
un bambino, agisci spontaneamente, e fai ritorno al mondo
comune. Il soggetto e l’oggetto sono riconosciuti “così
come sono”.
Di fronte a me, Ejo meditava indifferente come una
montagna. Ma io sapevo che in un modo o nell’altro mi
stava aspettando. Quella circostanza era talmente
importante che la mia mente uscì fuori dal tempo. In pochi
secondi riuscii a formulare pensieri che in un’altra
situazione mi avrebbero richiesto ore. Ero affascinato dai
concetti di “anfitrione” e “invitato”. Chi di noi due era
l’anfitrione, chi l’invitato? Pensai velocemente che Ejo
rappresentava l’anfitrione, colui che offre la conoscenza, e
io l’invitato, colui che la richiede. Eppure la relazione tra
maestro e discepolo, soggetto e oggetto, mi mandava in
confusione. Uno di noi due rappresentava il mondo delle
circostanze, dovevo essere io? L’altro, l’essere che le
provoca, doveva essere Ejo? Lui era l’unico uomo
veramente onesto che avessi conosciuto in tutta la mia vita.
Lo amavo con l’amore dell’orfano, affamato di un padre. Lui
sapeva tutto, io niente... Smettila, Alejandro! Basta
complicazioni sentimentali! Cercavo la verità? O un
genitore affettuoso che alleviasse la mia tristezza di
bambino abbandonato? La mia mente fece un’altra
capriola: maestro e discepolo in realtà sono due simboli di
un processo interiore. L’Essere Essenziale e l’ego. In questo
caso l’anfitrione è il primo e l’invitato il secondo. Ma il
padrone di casa, o la casa in sé, non sono io. La mia ragione
è un semplice invitato, un fantasma effimero in una
coscienza eterna... Prima di incontrare Ejo, credevo che il
mio intelletto fosse la realtà, tutto quello che non si poteva
tradurre in parole non era vero. L’invitato usurpava il posto
dell’anfitrione. Avendo poco o nulla da offrire, poteva
esibirsi soltanto davanti a se stesso, cieco, sordo e muto
per l’altro. Quando mi ero avvicinato a Ejo la prima volta, lo
avevo fatto come un mendicante, sentendo che lui era
l’anfitrione generoso e io un pozzo avido e senza fondo. La
mia richiesta non aveva limiti, era infinita. Con la bocca
spalancata come un bambino affamato, volevo che mi
nutrisse senza mai fermarsi, volevo cibarmi dell’universo
intero. Invitato illusorio di un anfitrione assoluto, vivevo
come il saggio sufi che piange incessantemente pensando
di avere un assoluto bisogno di Dio, ma che Dio non ha
nessun bisogno di lui. Quando ho capito che la mente non
poteva aggrapparsi a se stessa, mi sono reso conto che
invece di svuotarla dovevo solo lasciarla andare, lasciando i
pensieri e le impressioni liberi di scorrere, senza
identificarmi con essi. Io ed Ejo eravamo nello stesso tempo
maestro e discepolo. Il mio ego creava l’Essere Essenziale,
il mio Essere Essenziale creava l’ego. Finalmente avevo
capito che mi trovavo davanti a Ejo non per ottenere
qualcosa, ma per il piacere di stare con lui, vibrando al suo
stesso livello di coscienza, lui con il suo ego e io con il mio,
due ciechi che sono riusciti a vedere ma continuano a
vedere il loro cane guida, non perché ne abbiano bisogno,
ma perché ci si sono affezionati.

Un vento fresco si portò via la nebbia grigiastra. Le foglie


degli alberi, frusciando, emettevano un mormorio quieto.
Dal bosco intero scaturiva una musica che ricordava la
superficie di un lago increspata dal movimento di un banco
di pesci. Gli uccelli si misero a cantare. Il rumore delle auto
era armonia. Il mondo era diventato un’orchestra di angeli.
Smisi di vedere Ejo nel firmamento o nel fondo della terra.
Era un uomo come me, un pagliaccio come me, un Buddha
come me.
“Ejo, è stato il mio ego angosciato a condurmi verso il tuo
insegnamento. Grazie a te, Essere Essenziale, anfitrione,
oggi l’invitato è un bravo discepolo che ha imparato a farsi
specchio. Non si appropria di nulla, riceve quello che gli
viene dato senza tentare di conservarlo, affonda i piedi nel
fango ma non lascia traccia.”
Ejo, mostrando allegramente i denti incastonati in cornici
di platino, mi disse:
“Allora che cosa decidi di fare con il kyosaku?”.
“Lo accetto, maestro, ma non intendo conservarlo. Non
ho nessuna voglia di bastonare monaci insonnoliti. Quando
Bodhidharma1 si è seduto a meditare davanti alla parete di
una grotta per nove anni, sempre in silenzio, non aveva
bisogno di qualcuno che lo picchiasse sulle scapole. Così
come non ne ha avuto bisogno Eka, che si è mozzato un
braccio per convincere Bodhidharma ad accettarlo come
discepolo. E nemmeno Sosan, il lebbroso discepolo di Eka,
che è morto in piedi, meditando sotto un albero.”
Credevo che Ejo, furibondo, avrebbe lanciato un grido
spaventando sia me sia le centinaia di uccelli che c’erano lì,
ma non avvenne nulla di tutto ciò. Chiuse gli occhi e prese
a dondolarsi avanti e indietro, facendosi aria con il
ventaglio. Poi lo richiuse di scatto ed esclamò:
“Hai ragione! A partire da Doshin2 è finita la vita errante.
Lo zen è diventata religione di stato e i monasteri hanno
cominciato ad accettare i bambini. Allora si è dovuta
impiantare una ferrea disciplina. I piccoli che si
addormentavano mentre meditavano venivano presi a
bastonate. Ma è davvero grave addormentarsi durante la
meditazione? Non c’è niente da perdere, niente da trovare,
non si va né avanti né indietro, l’Essere Essenziale sta
sempre lì. Quando mangi, mangi. Quando mediti, mediti.
Quando dormi, dormi. Le bastonate non apportano nulla.
Servono soltanto a disciplinare le menti infantili. Sulla
montagna messicana tarahumara, mi sono ammalato di
un’infezione al miocardio. Accompagnato dai discepoli
indigeni, sono tornato in città. Devo seguire delle cure
mediche, forse dovrò farmi operare. Ma a essere ferito e a
soffrire è il mio cuore di bambino. All’età di nove anni,
quando richiusero le porte del monastero, la prima cosa
che feci fu gridare: ‘Non voglio restare qui! Fatemi uscire!’.
Mi misero inn una camerata insieme a ragazzi più grandi di
me. All’alba, non avendo io sentito la campana, mi
svegliarono prendendomi a calci. Mentre gli altri piccoli
meditavano, a me fecero lavare il pavimento. Non lo feci
bene, e mi presero di nuovo a calci. Mi misero seduto vicino
ai miei compagni per fare colazione, minestra di riso. Il
cuoco mi picchiò con il cucchiaione di legno perché facevo
rumore mentre sorbivo la minestra. Pretendeva che
masticassi nel più totale silenzio, senza sprecare neanche
un granello. Non riuscii a non rovesciare qualche goccia di
brodo. Altre botte. Poi mi portarono in cortile, mi diedero
un’ascia, un mucchio di legna grossa e mi costrinsero a
ridurla in piccoli pezzi. Alcune schegge mi si conficcarono
nelle mani. Mi dissero che ero imbranato, mi prendevano in
giro. Lavorai per tutta la giornata. La sera, un monaco di
vent’anni, capo del nostro gruppo, mi chiese di fargli dei
massaggi. I miei compagni, ridendo sguaiatamente, si
sistemarono nella posizione in cui ci obbligavano a dormire
e si coprirono la testa con l’unica coperta. Quel monaco mi
disse: “Passerai la notte con me. Ti insegnerò le nostre
abitudini. Da oggi sarà tuo dovere saziarmi”. Mi prese una
mano e se la mise sul sesso eretto. “Pensa che stai pulendo
una carota. Mettici tutta la tua energia.” Dovetti soddisfare
i suoi capricci per un anno. Che cosa potevo fare? I
problemi sessuali dei monaci venivano risolti abusando dei
più deboli, come succede sulle navi o nelle carceri. La mia
tortura finì quando arrivò un bambino nuovo. Ma ce ne
furono anche altre. Io non pensavo a illuminarmi. Volevo
giocare. Ma non ho mai potuto farlo”.
“Ti propongo di seppellire il bastone qui, tra gli alberi,
come se fosse una pianta. Magari gli spunteranno i rami e
darà frutto...”
Così facemmo. Il mio amico tirò un sospiro di sollievo,
come se gli avessero levato dalle spalle un fardello di un
quintale. Scoppiò in una risata. Poi tirò fuori dal sacchetto
di tela il suo vestito da monaco.
“Questo kesa3 me l’ha regalato il mio maestro, Mumon
Yamada. L’aveva confezionato con i sudari di suo padre e
sua madre. Capisci? Si fa un gran parlare della
trasmissione della lampada, della luce, ma il vero maestro
trasmette l’involucro dei morti. Dobbiamo vedere la vita, la
nostra personale e quella del cosmo, come un’agonia. È il
messaggio del Buddha Sakyamuni. Dopo avere ottenuto il
satori, andò a visitare il luogo in cui si cremavano i
cadaveri, raccolse diversi pezzi di stoffa, li lavò, li tinse e li
cucì insieme, lentamente, mettendo tutto se stesso in ogni
punto. Questo kesa se lo sono passato di patriarca in
patriarca. Ciascuno di loro, nel momento in cui si
immobilizzava in posizione di zazen, indossando le spoglie
funerarie era corpo e spirito che stavano bruciando. Per
arrivare al fondo dell’anima, il superfluo deve diventare
cenere. Il Buddha, vestito con le spoglie di tanti morti,
realizzando la liberazione la guadagna anche per loro.
Quando sboccia un fiore, è primavera in tutto il mondo. Se
un solo uomo si illumina, tutti gli esseri umani si
illuminano. Il Buddha è la polena splendente che guida la
barca e il suo equipaggio di ciechi al porto sicuro. Lo so che
il mio cammino non è il tuo, tu non sei attratto tanto dalla
meditazione quanto dalla creazione artistica. Eppure sai
che tra me e te non c’è nessuna differenza. In noi due abita
la grande compassione. Per una volta sola, fammi il piacere
di indossare il mio kesa.”

In quelle ore del primo mattino nessuno andava a spasso


per il bosco: iniziai a spogliarmi lentamente. Vedendo un
abisso dietro di me e un altro davanti a me, inspiravo
profondamente ogni boccata d’aria per buttarla fuori come
se fosse l’ultimo sospiro, come il fuggitivo stanco di fuggire
che si ferma per consegnarsi ai guardiani, ed entrai
nell’abito. Sebbene il suo colore fosse uniforme, ocra di
terra bruciata, era composto da brandelli di tessuto di
misure diverse, uniti gli uni agli altri da spesse cuciture che
li dissolvevano nella forma dell’abito. Subito mi si appiccicò
alla pelle. E io cominciai ad assorbire gli anni di
meditazione di Ejo, quelli del suo mentore, quelli dei
maestri e patriarchi che li avevano preceduti, fino ad
arrivare all’origine di tutti, il Buddha Sakyamuni. La
sensazione che avevo del mio corpo cambiò, finalmente
capii che cosa fosse sentire di essere una montagna. Non
c’era più lo spazio, non c’era più il tempo. Continuava a
riecheggiare la voce del primo illuminato: “Non pretendere
nulla che non sia certo. Non esiste un ego sostanziale, né
un oggetto che non sia impermanente. Le percezioni, i
sentimenti, le visioni sono processi privi di sostanza reale.
La vita è sofferenza. La nascita, la malattia, la vecchiaia e
la morte sono sofferenza. Essere separati da chi amiamo è
sofferenza. Dover stare con chi non amiamo è sofferenza.
Non poter soddisfare i nostri desideri è sofferenza”. Ma il
kesa di Ejo sembrava dirmi: “Non fermarti alla superficie.
Al di là delle parole del Buddha, nel più profondo del fondo
e sulla cima più alta, abita la grande compassione. Ascolta
che cosa ti dice la coscienza cosmica, araba fenice che
rinasce dalla mente in fiamme: ‘La vita è pura felicità. La
nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte sono quattro
regali meravigliosi quanto il ciclo delle stagioni. Non puoi
mai stare separato da chi ami, perché vive nel tuo essere
per sempre. Dover stare con chi non ami è impossibile,
perché hai smesso di odiare. La tua luce, come la luce del
sole, è per tutti, ami perfino chi ti pare odioso. Non poter
soddisfare i desideri non è sofferenza, perché quello che
importa è il miracolo di avere desideri. Anche se non riesci
a soddisfarli, ti regalano la sensazione di essere vivo. Va’
oltre il ‘La causa delle sofferenze è l’attaccamento ai
desideri, alle cose’ perché l’attaccamento ai desideri e alle
cose, quando non è ossessivo, è sublime bontà. Tutto quello
che pare impermanente rimane inciso nella memoria di Dio.
Ciascun secondo è l’eternità. Va’ oltre il ‘Mettendo fine a
tali affezioni si può mettere fine alle sofferenze’. Non si può
mettere fine a tali affezioni perché essendo il tutto uno,
come può l’unità separarsi da se stessa? L’attaccamento per
amore è la via della realizzazione. L’Essere Eterno, con
amore infinito, è attaccato a te. Va’ oltre il ‘Per mettere fine
alle sofferenze, bisogna seguire l’Ottuplo Sentiero: vista,
pensiero, parola, comportamento, vita, sforzo, attenzione e
concentrazione adeguati’. Liberati dalle catene concettuali,
confida nella saggezza della Creazione, perché non fai
parte di essa: tu sei essa. Per vivere nella più completa
felicità, cammina nell’infinita pianura senza seguire i
sentieri, lascia che i tuoi occhi vedano quello che ti
chiedono di vedere, non mettere gli occhiali; lascia vagare
il tuo pensiero in tutte le dimensioni, lascia che ogni parola
metta le radici nel tuo cuore, comportati come un bambino
amato dai suoi genitori, vivi in una sola vita mille vite, non
ti sforzare, lascia che le cose si realizzino attraverso te
perché ogni gesto naturale è un regalo, l’attenzione e la
concentrazione sono figlie di un amore appassionato,
pensa, senti, desidera, vivi con piacere. Un gatto non si
sforza di concentrarsi quando vede un topo... Va’ oltre il
‘Tutto deriva dall’ignoranza. Perché dobbiamo nascere?
Perché dobbiamo morire?’. L’unità è conoscenza totale,
quando riesci a esserne parte integrante, non c’è
l’ignoranza. Quando spunta il sole, il buio svanisce.
Dobbiamo morire per poter nascere. L’esistenza non nega
la morte, ma la venera. Non c’è la volontà di esistere
quando si esiste in eterno. L’ansia di vivere nasce per la
mancanza di un contatto benevolo con il mondo, che non è
esterno e neanche interno, visto che non esiste nessuna
separazione. Guardare è benedire, udire è benedire,
toccare, annusare, gustare sono benedire. Il corpo, l’anima,
lo spirito, le funzioni mentali sono la stessa cosa.
L’ignoranza è volersi separare da loro. Va’ oltre il ‘Tutto
cambia incessantemente. Tutto è impermanente e passa.
Non c’è nulla di permanente’. In Dio nulla cambia
incessantemente. Tutto è permanente, eterno, infinito, non
passa mai. Va’ oltre il ‘Il nostro ego non ha sostanza’. Il
nostro ego indelebile, essendoci stato dato da Dio, è la
nostra differenza. La sua sostanza è divina. Non vi è nulla
che non abbia sostanza divina. Va’ oltre il ‘Tutto è vacuità,
ku. Punto zero’. Niente è ku, la vacuità è un’illusione.
‘Tutto è pieno di Dio’ ”.

In quel momento cruciale, proprio quando l’abito rugoso


mi aderiva alla pelle premendola, incollandosi alle mie
carni e alle ossa, immobilizzandomi in una posizione antica
di secoli e i miei pensieri si espandevano come un torrente
in tutte le direzioni, travolgendo leggende, pregiudizi,
ideali scritti su pelli incartapecorite, Ejo Takata mi disse
con grande dolcezza:
“Costruisci tutto quello che pensi sulla parola ‘Dio’. Se te
la porto via, resterai senza niente. Rispondi: che cos’è Dio
per te?”.
La prima definizione che mi venne in mente fu quella che
aveva affascinato poeti e filosofi, da Ermete Trismegisto a
Borges, passando da Parmenide, Alain de Lille, Meister
Eckhart, Giordano Bruno, Copernico, Rabelais, Pascal e
tanti altri. Risposi:
“Dio è una sfera infinita il cui centro è ovunque e la
circonferenza in nessun luogo”.
Prima che Ejo mi apostrofasse con il suo eterno
“Intellettuale, impara a morire!”, gridai “Kuatsu!” e
cominciai a grugnire: “Non posso accettare questa
definizione perché nel momento stesso in cui prende forma
nella mia mente diventa l’ennesimo carcere. Se per i
pensatori che si lasciano sedurre dalla bellezza geometrica
una sfera è la forma più perfetta, per un amante della
bellezza organica la foglia di un albero o un insetto possono
incarnare la perfezione. Dire che Dio è una sfera infinita è
assurdo come dire che Dio è una mosca infinita... E in ogni
caso, ciò che è infinito, non avendo limiti, non ha forma.
Inoltre, visto che non esiste la circonferenza e il centro sta
ovunque, non possono esserci parti separate. Se tutto è
centro, di che cosa è centro? Perché ci sia un centro
dev’esserci qualcos’altro. È assurdo parlare di centro
affermando che esiste soltanto tale centro. È come dire:
‘Dio è un corpo umano infinito il cui ombelico si trova
ovunque e la pelle in nessun luogo’”.
Ejo venne colto dalla ridarella. Poi tornò serio.
“Non hai risposto alla mia domanda, hai soltanto criticato
le risposte degli altri. Consulta il tuo hara4 e rispondi.”
“Ejo, la mia ragione, sempre a caccia di differenze e
limiti, non può definire, spiegare né comprendere una
realtà dove tutto, assolutamente tutto, è unito e forma una
sola Verità. Ma ammettendo che ciascun concetto non sia la
realtà bensì un ritratto limitato di essa, posso imparare a
usare le parole non come definizioni del mondo ma come
simboli di esso. Un simbolo racchiude un’innumerevole
varietà di significati, tanti quanti vengono percepiti dagli
individui. Per me, il ‘personaggio’ Dio, attore principale di
qualsiasi opera sacra, non può avere una forma geometrica,
nemmeno un nome né un aspetto minerale, vegetale,
animale o umano, né razza, sesso o età. Non può essere di
proprietà esclusiva di una religione. Qualsiasi
denominazione o qualità che io gli conferisca sarà soltanto
un’approssimazione superstiziosa. Impossibile definirlo con
parole o immagini, irraggiungibile se lo inseguo, ed
essendo tutto è assurdo tentare di dargli qualcosa. Unica
possibilità: riceverlo. Ma come si fa, se è inconcepibile,
impalpabile? Lo ricevo soltanto tramite i cambiamenti e le
mutazioni che apporta nella mia vita, sotto forma di
chiarezza mentale, felicità amorosa, capacità creativa e,
nonostante la sofferenza, sotto forma di un sano piacere di
vivere. Se lo immagino eterno, infinito e onnipotente è
soltanto per contrasto con quello che credo di essere io:
finito, effimero e impotente davanti alla trasformazione che
chiamano morte. Se tutto è Dio e Dio non muore, nulla
muore. Se tutto è Dio e Dio è eterno, nulla comincia né
finisce. Se tutto è Dio e Dio è onnipotente, nulla è
impossibile... Non essendo capace di nominarlo, né di
credere in Quello, posso sentirlo intuitivamente nel
profondo di me stesso; posso accettare la sua volontà,
volontà che crea l’universo con le sue leggi, e
immaginarmelo come un alleato, qualunque cosa mi
succeda. Questo è tutto, non ho bisogno di aggiungere
altro, le parole non sono il cammino diretto, lo indicano ma
non lo percorrono. Accetto di appartenere a questo
incommensurabile mistero, entità senza essere e non-
essere, senza dimensione. Accetto di abbandonarmi ai suoi
disegni, sperando che la mia esistenza non sia un capriccio,
né uno scherzo, un’illusione o un gioco crudele, ma
un’inesplicabile necessità della sua Opera. Sapere che
questa permanente impermanenza fa parte di quello che la
mia mente concepisce come progetto cosmico. Credere
che, essendo un minuscolo ingranaggio
dell’incommensurabile macchina, faccio parte della sua
perfezione; la distruzione del mio corpo è la soglia che devo
oltrepassare per immergermi in quello che il mio cuore
sente come amore totale, e il mio centro sessuale
concepisce come infinito orgasmo, il mio intelletto chiama
illuminata vacuità e il mio corpo considera la sua
misteriosa dimora. Se siamo uniti all’universo, esso è il
nostro tempio. Siamo inquilini di un Padrone che ci
alimenta e ci sostiene e tiene in vita per un periodo di
tempo deciso dalla sua volontà. Di questa casa, rifugio
sicuro, possiamo fare un paradiso o un letamaio, un posto
dove possa fiorire la nostra creatività o un angolo buio dove
regnano il cattivo gusto e il fetore; fra le sue mura
impassibili possiamo procreare o suicidarci. La casa-Dio
non si comporta, sta lì, la sua qualità dipende dall’uso che
ne facciamo.”
Ejo Takata sorrise e, imitando il mio modo di parlare,
disse:
“La mente non si comporta, sta lì, la sua qualità dipende
dall’uso che ne fai. Voglio rammentarti un koan del libro
segreto: ‘Il discepolo Hokoji, tutto agitato, andò a trovare il
suo maestro Baso5 per domandargli: ‘Che cos’è che va oltre
l’esistenza?’. Baso disse: ‘Ti risponderò quando avrai
bevuto con una sorsata le acque del fiume Ovest’. Hokoji,
calmandosi di colpo, s’inchinò reverenziale, prese una tazza
di tè e ne bevve un sorso”.
“Lo so che è impossibile dare una risposta esatta a questo
genere di domande. Come si fa a definire quello che per
sua essenza è indefinibile, descrivere l’impensabile? Invece
di dare una soluzione, Baso chiede al suo discepolo una
cosa impossibile: bersi un fiume. Hokoji si rende conto che
al di là dell’esistenza non c’è ‘niente’ e, bevendo un sorso di
tè, opta per il naturale invece che per il metafisico... Lo so,
però io non sono un monaco, sono un poeta. E l’ideale del
poeta (pur sapendo di essere condannato al fallimento) è
esprimere a parole il silenzio eterno...”
“Non siamo monaci, Alejandro, non siamo poeti, non
abbiamo definizioni. Quando ti ho chiesto di definire Dio,
mi aspettavo che invece di espormi le tue teorie ‘artistiche’
mi dicessi: ‘Ti risponderò quando ti sarai bevuto un fiume
intero, o ti sarai mangiato un branco di elefanti, ossa
comprese’. Saremmo andati a berci tranquillamente una
tazza di tè, o a mangiare tacos.”

Era come se un fulmine mi avesse trafitto la lingua. Me la


sarei morsicata a sangue fino a mozzarla. Ovviamente
capivo che la parola “Dio” e la parola “mente”, così come
“cerchio infinito” e “mosca infinita”, erano intercambiabili.
Ma mi fece una tale rabbia! La rabbia immensa che avevo
accumulato in tutti quegli anni. Con quale diritto quel
giapponese mi prendeva in giro se ero prigioniero della
ragnatela del buddhismo? Cominciai, biascicando le parole,
a dire quelle che nonostante la rabbia ritenevo idiozie. Ma
lo facevo solo per scalfire la granitica sicurezza che lui
aveva di se stesso.
“Continui a ripetere: ‘Se sulla tua strada incontri un
Buddha, tagliagli la testa’. Eppure mediti ancora nella
medesima posizione del primo patriarca, hai indossato per
tutta la vita questo kesa che imita il suo rifiuto del mondo,
ripeti come un pappagallo le sue parole trasformandole
fanaticamente in sutra, riempi i tuoi giorni di cerimonie
inutili che ti sono state inculcate fin da bambino, vivi in un
passato che non è nemmeno il tuo. Fra milioni di poveri,
Sakyamuni era figlio di un uomo ricco. Suo padre, il re, gli
aveva dato tutto: un palazzo circondato da meravigliosi
giardini, cibi squisiti, abiti sontuosi, la sposa più bella,
centinaia di domestici. Rinchiuso in una prigione lussuosa,
non ha conosciuto la miseria dei suoi innumerevoli vassalli.
A un tratto, soltanto perché un passerotto gli era caduto in
testa, morto, il futuro Buddha ebbe una crisi... La realtà
non era quella che lui credeva che fosse! Allora, come
qualsiasi giovane viziato, invece di imparare ad amarla così
com’era, cominciò a odiarla. ‘La vita è sofferenza! Com’è
terribile invecchiare, ammalarsi e morire! E tutto perché
siamo nati! Per liberarmi, devo negare la materia, devo
smettere di reincarnarmi, non creerò mai più corpi nuovi
convivendo con una donna, non godrò mai più del piacere
che danno i sentimenti! Fuggire, fuggire, fuggire!’ Fu
capace di abbandonare suo padre, sua moglie, suo figlio,
sostituì il suo palazzo con l’ombra di un albero, negò se
stesso e, vergognandosi della ricchezza che aveva avuto,
divenne il più povero fra i poveri e indossò i luridi brandelli
dei sudari che non erano bruciati sui roghi funebri. Roba da
ragazzino viziato! Ma noi che non siamo stati allevati tra le
alte mura di un paradiso artificiale, e siamo stati partoriti
tra i conflitti del mondo, e ogni volta che dormiamo sotto
un tetto ci rendiamo conto che un’infinità di uomini non
hanno una casa decente, e ogni volta che mangiamo
sappiamo di legioni di bambini che vagano per il mondo
come fantasmi denutriti, noi che siamo cresciuti in mezzo
agli egoisti, i malati, i vecchi, i moribondi, ebbene noi
siamo stati capaci di festeggiare ogni nuovo giorno come
una festa. Indossare gli stracci di un cadavere invece di
amare la vita? Giammai! Questo kesa non ci corrisponde
perché non vogliamo fuggire. Se si concepisce l’esistenza
come una continua reincarnazione, non vogliamo liberarci
di questo ciclo sacro. Ritorneremo una, due, mille volte.
Continueremo a migliorare il mondo, cambieremo le crudeli
leggi del cosmo, perché siamo l’aspetto più bello del
Creatore, la sua Coscienza. Coscienza che dobbiamo
sviluppare una vita dopo l’altra, comunicandola,
moltiplicandola. Siamo qui, Ejo, con una grande
responsabilità sulle spalle: smetteremo di esistere soltanto
quando saremo riusciti a far sì che questo universo sia
perfetto, quando nessuno mangerà più nessuno, quando
tutto comincerà e finirà allegramente, e il piacere della
luce sarà equilibrato dal piacere dell’ombra...”

Non potei continuare perché scoppiai in lacrime. Ejo mi


consolava e alla fine riuscì a calmarmi. Con delicatezza mi
aiutò a spogliarmi. Distese per terra il kesa, lo ripiegò
accuratamente, come gli avevano insegnato in monastero,
facendolo diventare un rettangolo. Poi, con estrema calma,
mi disse:
“Tu, amico mio, puoi dire che i testi tradizionali sono
menzogne, soltanto parole. Eppure quelle parole ci
propongono esperienze che possono benissimo immergerci
nella Grande Verità. I miti fondatori sono fondamentali,
senza di essi non può costruirsi una società. Tentare di
distruggerli è pericoloso, perché significa corrodere le
fondamenta su cui si basano le relazioni umane. Ma anche
se non si possono distruggere, si possono reinterpretare in
un modo che sia più utile ai nostri propositi. Tu identifichi il
kesa con il sudario di un cadavere. Stracci che contengono
marciume. Se lo senti così, così lo vivrai. Per me il kesa è la
pelle logora che, grazie a mani benevole, prende forma e si
fa recipiente della Coscienza. È un bruco dentro il quale la
farfalla si prepara a dispiegare le ali. Quindi il kesa è il
luogo sacro dove si produce la mutazione... Sarebbe
sciocco fermarsi a vivere sulla barca che abbiamo preso per
attraversare il fiume, invece di scendere e vivere sull’altra
sponda. Perciò, pur venerando la sacra memoria di
Sakyamuni, senza pensare a quello che è stato lui, ma a
quello che la sua figura – mitica o reale – ha portato al
mondo, in quello che dici, poeta, c’è qualcosa che mi ha
rivelato quello che io, monaco senza fantasia, non ero
capace di vedere: il patriarca ha preso gli stracci, li ha
cuciti insieme con rispetto e si è confezionato il suo abito;
vale a dire, ha lavorato in modo creativo, come fa un
artista. Noi, i suoi seguaci, per secoli lo abbiamo soltanto
imitato. Questo kesa non è scaturito dalla mia anima, è
l’opera di Sakyamuni e perciò riguarda lui e non me. I
tempi sono cambiati, non siamo in India e neanche in Tibet,
e non pratichiamo neanche il Chán cinese. Lo zen si adatta
a ciascun paese e cambia a seconda delle idiosincrasie dei
suoi praticanti. Se non si modifica passando da un territorio
all’altro, è invasione imperialista. Il Messico non ha bisogno
di uno zen giapponese, lo zen giapponese ha bisogno del
Messico. Gli indios tarahumara tessono una tela di lino
crudo di un bianco purissimo: è il lusso della miseria, il
desiderio di pulizia e di una vita migliore. Con tale stoffa mi
confezionerò il mio kesa personale”.
Ejo si alzò in piedi, raccolse qualche ramo secco, accese
un falò e vi posò sopra il vecchio abito. Lo guardò ardere
con l’affetto con cui ci si congeda da un amico che se ne va
per sempre. Con gli occhi pieni di lacrime mi voltò le spalle
e si allontanò lungo un sentiero che portava in città.

Cinque anni dopo ritornai in Messico travestito da


terapeuta per pubblicizzare il mio ultimo libro. Gli editori
avevano organizzato una conferenza, ovviamente nel Teatro
Julio Castillo. Mio figlio Teo era morto da quindici giorni.
Quella perdita terribile mi aveva distrutto. Al momento
dell’incidente, avevo preso già un sacco di impegni: corsi,
conferenze, interviste, sedute terapeutiche e il viaggio in
Messico. Nulla più aveva significato, ma mi costrinsi a
rispettare gli accordi, sapendo che se li avessi annullati non
avrei mai più ricominciato da capo. Con un peso segreto
che sembrava affondarmi sottoterra, arrivai a Città del
Messico e come sempre, approfittando della mia esperienza
di attore (proprio lì avevo commesso il peccato di
rappresentare nel 1962 Hamlet in una versione apocalittica
dove entravo in scena avvolto in un mantello di filetti di
carne cruda), davanti a una moltitudine di studenti e lettori
fedeli comunicai il mio messaggio esaltando la gioia di
vivere. Ma nel bel mezzo della presentazione qualcosa mi si
ruppe in gola. Persi la voce. Un pianto sconsolato tentava di
farsi strada. Strinsi i denti e nascosi il volto, asciugandomi
con un fazzoletto. Non ero capace di andare avanti. In quel
preciso istante, Ejo Takata salì sul palcoscenico, distese un
petate (il tatami messicano) e si mise seduto a meditare.
Invece del kesa, indossava un paio di pantaloni e una
camicia di lino bianco, come gli indios della montagna.
Eccolo lì il mio maestro, uguale come sempre, montagna
impassibile, con le ginocchia ancorate alla terra e
spingendo il cielo con la testa, in mezzo allo spazio infinito
e al tempo eterno! La sua presenza mi diede la forza di
andare avanti. Alla fine, come sempre, durante gli applausi
ne approfittò per sgattaiolare via. Mi precipitai alla sua
ricerca, ma non lo trovai. Avevo bisogno delle sue parole di
consolazione, ma non avevo il suo indirizzo. Dove trovarlo,
in quella immensa metropoli? Ero depresso... Jacqueline,
una bella nana, mi si avvicinò e mi disse con gentilezza:
“Sono una discepola di Ejo. Lui sa che lei ha bisogno di
vederlo. Mi ha chiesto di accompagnarla a casa sua, abita
in periferia”.
Dopo avere viaggiato per due ore su un taxi
scassatissimo, arrivammo nel modesto quartiere dove
Takata viveva vestito da indio, insegnando a meditare ai
suoi discepoli tarahumara. Jacqueline, per discrezione, mi
aspettò a bordo della vecchia automobile. Come ho
raccontato all’inizio di questo libro, il maestro mi consolò
con due parole: “Fa male”. Lo salutai e non lo rividi mai
più. Diedi dei soldi a Jacqueline perché comprasse fiori per
sua moglie e la sua figlia adottiva. Mi disse: “Sia la ragazza
sia la madre non sono riuscite a sopportare la vita di Ejo,
divisa tra la città e la montagna. Tomiko si è sposata negli
Stati Uniti. Vive in Texas con suo marito, tre figli e
Michiko”. Due anni dopo, Jacqueline mi telefonò a Parigi
per comunicarmi la morte di Ejo: “Sì, Jacqueline, fa male.
Fa tanto male, però la vita continua. Quando a un albero si
taglia un ramo, non ricresce più, la ferita rimane nel tronco
per sempre. L’albero la ricopre con uno strato di cellule, e
mette rami nuovi. La ferita, sotto la corteccia, diventa una
fessura dove crescono funghi che, cadendo, alimentano la
terra di cui l’albero si nutre”.
Mi arrivò un fax da parte del discepolo tarahumara che
ora dirigeva il gruppo creato da Ejo. Aveva adottato un
appellativo giapponese e un nome spagnolo. Roshi Silencio
mi chiedeva mille dollari per costruire una stupa (un
reliquiario buddhista) dove racchiudere le ceneri del
maestro e più tardi quelle dei suoi discepoli. Invece di
mandargli i soldi, gli risposi con questa poesia:
Jodorowsky interpreta Hamlet González in La ópera del orden
(censurata in Messico dal corpo dei granatieri nel 1962)
Foto: Kati Horna. Fondazione Kati Horna. Tutti i diritti riservati.
Vietata la riproduzione
Un chilo di cenere,
mille chili di cenere,
qual è la differenza?
Le ceneri del maestro
sono le mie ceneri.
Se i miei resti
li porta via il vento
i resti del maestro
si dissolvono con me.
La stupa non mitiga
lo stupore della morte
che si vive senza
maestro.
Che la sua tomba
non sia la tomba
di coloro che non
osano
attraversare da soli
la dissoluzione della
loro coscienza.

1
Bodhidharma (470 ca.-543), in cinese Putidamo e in giapponese Bodaidaruma o Da-ruma,
sicuramente figlio di un re indiano, è il ventottesimo patriarca dal Buddha Sakyamuni nella corrente
indiana, e il primo cinese della scuola Chán. Si narra che nel 520 avesse fatto un viaggio in nave
dall’India a Canton e che l’imperatore in persona gli avesse rivolto delle domande circa i suoi meriti e
altre questioni sul Dharma. Ma poiché l’imperatore non comprese le risposte, Bodhidharma se ne
andò a Luoyang dove continuò a praticare imperturabile lo zazen, nel monastero di Shaolin.
2
Eka (487-593), nome giapponese per il cinese Huike, fu il secondo patriarca del Chán e lasciò
parecchi discepoli; alla fine dovette fuggire in quanto la sua eloquenza gli ave-va attirato le ire di
maestri rivali invidiosi di lui. Sosan (morto intorno al 606), nome giapponese per il cinese Sengcan, fu
il terzo patriarca del Chán e discepolo del precedente. Do-shin (580-651), nome giapponese per il
cinese Daoxin, fu il quarto patriarca del Chán, fra coloro che maggiormente si sono dedicati alle
pratiche meditative e discepolo fin da giovanissimo di Sengcan.
3
Tessuto che è simbolo della trasmissione di sapere da un maestro al discepolo. Se-condo quanto
dice Taisen Deshimaru in Domande a un maestro Zen (Astrolabio Edizioni, Roma 1983): “Per
confezionare il kesa occorre utilizzare i tessuti più umili. Il primo kesa venne confezionato con il
sudario dei morti, con i panni usati durante il parto e il mestruo delle donne, tutto quello che era
sporco, quello che nessuno voleva ed era destinato alla pattumiera. Lavarono questi panni, li
disinfettarono con la cenere e li cucirono trasfor-mandoli così nell’abito del monaco, l’abito più
elevato. La materia più sporca era diventata l’abito più puro”.
4
Centro di energia nel basso ventre che, per lo zen, si presume essere il centro dell’essere umano.
In esso nascono, ad esempio, il grido “Kuatsu!” o “Kiai!” (nel karate).
5
Hokoji (740-810 ca.), in cinese Pangyum, aveva studiato i classici del confucianesimo ma
rendendosi conto che la conoscenza dei libri non era sufficiente decise di viaggiare in giro per la Cina
insieme alla figlia, in cerca dei più grandi maestri zen per imparare con loro. Inoltre, fu il laico più
famoso del Chán e discepolo di Sekito Kisen e di Baso Doitsu (709-788), noto in cinese con il nome di
Mazu Daoyi, il quale contribuì in modo decisivo alla riforma dello zen cinese grazie al suo carattere e
al suo metodo.
Aneddotica

“Non mi sono mai arreso perché


finché si lotta si ha la possibilità di
vincere e di essere aiutati.
All’ultimo momento, quando tutto
sembrava perduto, arrivava sempre
qualcuno che mi aiutava a superare
me stesso.”

SILVER KANE,
Dispara, dispara, dispara

È possibile che alcuni lettori si domandino a che cosa


servano i koan. È vero che essi affrontano problemi
profondi, metafisici, ma che cosa c’entrano con la vita
quotidiana? Rispondere qual è il suono di una mano sola
può servire a conquistare un posto nella società odierna? Io
dico di sì. Questi enigmi apparentemente impossibili, che
per ore e ore ho dovuto risolvere sotto lo sguardo vigile di
Ejo Takata compiendo durissimi sforzi mentali, mi hanno
forgiato il carattere. Anni più tardi ho potuto applicarli in
svariate occasioni. Soprattutto quando dovevo operare una
scelta di vitale importanza. La realtà mi metteva davanti a
problemi apparentemente senza risposta, i quali mi
costringevano a stanare la soluzione corretta come un
cacciatore affamato, lasciandomi guidare non
dall’intelligenza ma da un incomprensibile non so che, e
alla fine la soluzione scaturiva di getto, dalle profondità del
mio essere... Le occasioni in cui mi è capitato di applicarli
sono state tantissime. Citerò qui di seguito alcuni esempi.

Nel 1967 incontrai in un caffè di Parigi il mio amico Jorge


Edwards, che stava cenando con Pablo Neruda, poeta
geniale ma anche afflitto da un’egolatria esasperata. Il
nostro incontro Jorge Edwards lo racconta nel suo libro
Adiós, poeta: “Una volta eravamo a La Coupole di
Montparnasse, era mezzanotte passata, stavamo
mangiando e bevendo un po’ di vino, quando mi accorsi che
vicino a noi c’era Alejandro Jodorowsky, uno dei personaggi
più interessanti della mia generazione cilena, che era
emigrato presto e non era mai più ritornato. [...] Ho
chiamato Jodorowsky al nostro tavolo e ho fatto le
presentazioni del caso.
“‘Ho sentito parlare molto di lei,’ disse Neruda, nella
migliore disposizione d’animo.
“‘Anch’io,’ disse Alejandro, ‘ho sentito parlare molto di
lei.’
“Quel breve scambio di battute fu glaciale, e ovviamente
la conversazione non andò oltre...”
Ejo Takata una volta mi aveva citato questa frase: “Se
incontri un Buddha sulla tua strada, tagliagli la testa”.

Quando ho finito di girare El Topo e ho iniziato il


montaggio, mi sono accorto che una scena fondamentale
aveva un difetto: una larga riga gialla attraversava la
pellicola dall’alto in basso. Federico Landeros, il montatore,
esclamò: “Che disastro, questa ripresa non possiamo
utilizzarla!”. Io non avevo più tempo né soldi per girare di
nuovo la scena. Che fare? Eliminarla?
Gli risposi: “Se quello che dico lì dentro è importante,
nessuno si accorgerà della riga. Pensiamo che non esista e
inseriamo anche quella ripresa”. Così facemmo: sono
passati gli anni e nessuno ha mai visto quel difetto
evidentissimo.

Quando in Inghilterra stavamo per presentare El Topo,


sono stato convocato dal dipartimento della Censura
cinematografica. Censura ipocrita, visto nessuno sapeva
della sua esistenza. Alcuni funzionari gentilissimi mi
dissero: “Questo paese è pieno di depravati. La scena in cui
lei si pulisce le mani insanguinate sul seno nudo dell’attrice
non possiamo lasciarla passare. Abbiamo bisogno della sua
autorizzazione per tagliarla, e la promessa di mantenere il
segreto. Se lei non si impegna a farlo, El Topo non potrà
essere visto in Inghilterra”. Accettare o no quella
mutilazione che andava contro tutti i miei princìpi?
Esclamai: “Anche se alla Venere di Milo mancano le
braccia, ciò non toglie che sia un’opera d’arte!”. Per essere
sicuro che il taglio fosse fatto bene e il pubblico non se ne
accorgesse, proposi di farlo io stesso. Mi prestarono una
moviola.

Quando George Harrison venne a sapere che, su


raccomandazione di John Lennon, la sua compagnia Apple
avrebbe prodotto il mio film La montagna sacra, chiese di
leggere la sceneggiatura. Quindi espresse il desiderio di
interpretare il ruolo principale, quello del Ladro. Mi
ricevette nella sua elegante suite dell’Hotel Plaza, a New
York, completamente vestito di bianco. Mi offrì un succo di
melone e cannella, poi si congratulò con me per il testo e
mi disse che era disposto a interpretarlo, soltanto se avessi
tolto una sola scena. Lesse: “Sul bordo di una fontana
ottagonale, vicino a un ippopotamo vero, l’Alchimista dopo
avere fatto il bagno al Ladro, lo fa sdraiare sulla schiena
con le natiche rivolte verso la cinepresa, e gli insapona
l’ano”. Con un sorriso gentile, mi disse: “Non sono
assolutamente disposto a mostrare il mio ano al pubblico”.
Il mondo mi crollò addosso. In quel periodo, per me girare
un film non significava creare un prodotto industriale e
nemmeno produrre un’opera puramente estetica. Volevo
che il film fosse il segno di un’esperienza sacra, in grado di
illuminare il pubblico. Per cui non avevo bisogno di attori
ma di esseri speciali disposti a sacrificare il proprio ego. Se
Harrison recitava in un mio film, era di fondamentale
importanza che desse un esempio di assoluta umiltà,
mostrando le proprie parti intime con il candore di un
bambino. La scena durava al massimo dieci secondi, ma
erano dieci secondi vitali per l’opera... D’altro canto, se
Harrison avesse recitato nel mio film significava il trionfo
mondiale, milioni di dollari intascati... Un trionfo che
avrebbe indebolito l’opera, in quanto si era piegata alle
esigenze del musicista. Che terribile koan!
Decisi di non ascoltare l’intelletto e assegnai il ruolo del
Ladro a un modesto comico messicano. Avevo capito che
più della gloria o dei soldi a me interessava essere onesto
con me stesso.

All’inizio delle riprese de La montagna sacra venni


avvicinato da un giovane americano, Robert Taicher, il
quale mi propose di lavorare gratis come mio assistente, in
quanto era un grande ammiratore dei miei film precedenti.
In quel momento avevo bisogno di qualcuno che, oltre a
occuparsi delle mie piccole necessità quotidiane, come
portarmi un panino o qualcosa da bere, mi aiutasse con
l’inglese, una lingua che non conoscevo bene ma che per
motivi economici ero costretto a usare. Era un assistente
esemplare, modesto, intelligente, gran lavoratore,
comprensivo, amichevole. Mi seguiva come un’ombra,
semplificandomi il duro mestiere di girare un film. Quando
gli dissi che volevo pagarlo, rifiutò lo stipendio, obiettando
che per lui, che nel futuro voleva fare il cineasta, il nostro
film era la scuola migliore. Improvvisamente il mio
produttore esecutivo, Roberto Viskin, fuggì in Israele con la
sua famiglia portandosi via trecentomila dollari. Quel furto
ci paralizzò. Impossibile continuare le riprese, e dato che
gli attori dovevano aspettare in albergo, i costi
cominciarono a lievitare. “E adesso che cosa intende fare?”
mi chiese Taicher. “Niente. I miracoli esistono.
Bodhidharma, per trovare il suo successore nella grande
Cina, rimase seduto a guardare un muro e il tanto atteso
discepolo venne a cercarlo. Io farò lo stesso: me ne starò
chiuso in casa in attesa che arrivi qualcuno e mi porti
trecentomila dollari avvolti in un foglio di giornale,” risposi,
e i suoi occhi si spalancarono attoniti. “A giudicare dalla tua
espressione, Robert, forse pensi che sono un pazzo. Io, per
conto mio, ritengo che la vera pazzia sia non credere ai
miracoli.” E feci così come gli avevo detto. Non mossi un
dito per cercare il denaro. In realtà, per come eravamo
messi, nessuna banca avrebbe accettato di farmi un
prestito. Passò una settimana, nel corso della quale Taicher
sparì dalla circolazione. Venni a sapere che aveva preso un
volo per Miami. Alla fine della settimana, bussò alla porta
di casa mia. Contento di vederlo ritornare, andai ad
aprirgli. Teneva in mano un pacchetto avvolto in un foglio
di giornale. Me lo offrì. Quando lo aprii, trovai trecentomila
dollari in banconote!
Il padre del mio aiutante, un uomo ricchissimo, era il più
grande fabbricante di scarpe degli Stati Uniti. Taicher gli
aveva chiesto un anticipo sull’eredità e così, da semplice
assistente, diventò il mio produttore esecutivo.

A Città del Messico avevo iscritto mio figlio Brontis, che


aveva otto anni, nella moderna scuola La Ferrie. Tutto
sembrava andare a gonfie vele, ma un giorno Brontis arrivò
a casa prima del solito. “Sono stato sospeso per tre giorni.”
“Hai fatto qualcosa di grave?” “Be’, nel bagno appena
ritinteggiato di bianco c’era un barattolo di vernice nera. Ci
ho messo dentro una mano e l’ho stampata sul muro. Il
preside mi ha chiamato, mi ha detto che ero un bambino
cattivo e per punizione mi ha sospeso. Dice che tu devi
pagare la ritinteggiatura.” Immediatamente spedii questa
lettera al preside:
Un bagno è meno importante della mente di un bambino. Se un bagno si rovina, si può riparare. La
mente di un bambino, se si rovina, difficilmente la si potrà riparare. Quando lei ha detto a Brontis
che era “cattivo” per avere stampato la sua mano sporca di nero su un muro bianco, ha commesso
un errore. Che cos’è un “bambino cattivo”? Quando mettiamo delle etichette, lo facciamo perché
abbiamo paura di affrontare la realtà. Un bambino non è cattivo. Può avere dei problemi, essere
carente di qualche vitamina, non amare le materie che gli insegnano a scuola o magari sta cercando
di spezzare i limiti di un’educazione effimera. Forse Brontis ha voluto esprimersi artisticamente.
Capisco quanto possa essere noioso cagare tutti i giorni in un bagno bianco. (Se lei ha letto i saggi
di Jung sul significato creativo della defecazione nel bambino, sarà d’accordo con me: i bagni
infantili dovrebbero essere pieni di disegni e colori.) Una mano sporca di vernice stampata su un
muro o su un tessuto è la manifestazione più pura dell’istinto pittorico. Lei troverà l’impronta della
mano nelle incisioni preistoriche e anche in Miró, Picasso e molti altri pittori celebri. Per essere
franco, approvo che il bambino si esprima lasciando l’impronta della sua mano, di qualsiasi colore,
su un muro di qualsiasi colore. Il fatto che la “macchia” sia nera e il luogo “sporcato” sia bianco,
probabilmente l’avrà fatta cadere in un tranello mentale irto di simboli che fanno apparire più grave
il problema: bianco uguale a sposa-latte-imene-luogo asettico-ospedale; nero uguale a
macchiasporco-povertà-malattia-morte. Per un taoista che accetta la morte come qualcosa di bello e
non come qualcosa di terribile, un po’ di nero su di un’estensione bianca è una normale
manifestazione della vita. Insomma, le propongo una soluzione. Se lei la accetta io non ritirerò mio
figlio dalla sua meritevole scuola: dobbiamo continuare l’opera artistica di Brontis. Invece di pagare
e ritinteggiare di bianco, le manderò tanti barattoli di vernice di colori diversi. Lei darà il permesso
ai suoi alunni di riempire il bagno di mani stampate di tutti i colori.

Ovviamente ho dovuto iscrivere Brontis a un’altra scuola.

Quanto ho amato il mio defunto figlio Teo! Forse avendo il


presentimento della sua morte prematura, ho fatto il
possibile per dargli un’infanzia felice. Quando compì sette
anni mi chiese di andare noi due soli in un ristorante
cinese. Così facemmo. Leggendo il menù gli venne
l’acquolina in bocca nel vedere il nome di dodici zuppe. Gli
sembravano tutte squisite e non sapeva quale scegliere. Mi
chiese di decidere io al suo posto. Mi resi conto che,
qualunque fosse stata la mia scelta, lui sarebbe stato
deluso. Mi venne in mente una storiella:
Una famiglia si siede a tavola in un ristorante, per cenare. Arriva la cameriera, prende nota di quello
che ordinano gli adulti e poi chiede al bambino: “E tu che cosa prendi?”. Il ragazzino guarda
timidamente i suoi genitori e dice: “Un hamburger”. Prima che la cameriera faccia in tempo a
scriverlo, interviene la madre: “Niente hamburger! Gli porti una cotoletta con il purè di patate e
carote!”. La cameriera finge di non sentirla. “Come lo vuoi l’hamburger: con il ketchup o la senape?”
chiede al bambino. “Con il ketchup.” “Te lo porto subito,” dice la cameriera andando in cucina.
Quando lei sparisce, cala un silenzio stupefatto. Alla fine il bambino guarda i presenti ed esclama:
“Che ne dite? La cameriera pensa che io sia reale!”.
La storiella mi aveva dato la soluzione del koan: dovevo
soddisfare i desideri di mio figlio, non i miei. Chiamai il
cameriere e gli chiesi di servire le dodici zuppe
contemporaneamente. Vedendo sul tavolo tutte quelle tazze
esotiche piene di minestre gustosissime, Teo andò in estasi.
Bevve qualche cucchiaiata da ciascuna tazza. Era felice.

Durante la realizzazione de La montagna sacra, per il


solo fatto di avere girato delle scene davanti alla
veneratissima Basilica della Madonna della Guadalupe,
alcuni gruppi di fanatici cattolici fecero correre la voce che
avevo celebrato una messa nera all’interno del sacro luogo.
Un migliaio di credenti, istigati dall’estrema destra,
manifestarono pubblicamente chiedendo la mia espulsione
dal paese e paragonandomi al pluriomicida Manson. Le loro
accuse erano talmente assurde che non me ne preoccupai,
sicuro che quelle dicerie ben presto sarebbero svanite da
sole. Non fu così. I giornali ingigantirono la vicenda e
montarono uno scandalo: io incarnavo l’anti-Cristo... Una
mattina qualcuno bussò alla porta di casa mia. Aprii. Tre
energumeni, sicuramente killer professionisti, mi dissero
seccamente: “Venga con noi!”, e senza neanche lasciarmi
prendere una giacca, così com’ero, in maniche di camicia,
mi fecero salire su un’automobile nera. Uno guidava. Gli
altri due sul sedile posteriore, muti, mi schiacciavano tra
loro. Non mi dissero mai dove stavamo andando. Dopo
mezz’ora passata a morsicarmi le labbra per la paura,
l’auto si fermò davanti al ministero degli Interni. “Quello
che temevo: sarò espulso dal Messico.” Attraversai
un’infinità di uffici, con sale d’attesa affollate di scrocconi,
segretarie, burocrati, poliziotti, fino a che giunsi davanti a
una porta imponente. Si aprì. Il ministro degli Interni,
Mario Moya Palencia, mi accolse sorridente. Mi offrì una
poltrona e, senza minimamente scusarsi per il modo in cui
mi aveva fatto arrivare fin lì, mi disse: “Jodorowsky, il
nostro presidente, sua eccellenza Luis Echeverría, conosce
bene la sua opera artistica e la ammira. Per esempio,
quest’anno, nella sua relazione presidenziale, ha citato una
delle sue favole paniche, quella dell’arciere che decide di
dare la caccia alla luna e le lancia un’infinità di frecce,
suscitando l’ilarità dei suoi concittadini. Non riuscirà mai a
catturare la luna, ma diventerà il più bravo arciere del
mondo... Ha visto? Il governo è suo amico, il che è
utilissimo, ma può anche essere un pericoloso nemico. (In
quel momento tremai al pensiero dei giovani studenti
assassinati dal corpo paramilitare Los Halcones, il 10
giugno 1971. Il governo aveva dichiarato venticinque morti.
Il popolo elevava quella cifra a duemila.) Faccia attenzione.
Ci sono arrivate un sacco di lamentele. Lei non può
attaccare le nostre istituzioni, vale a dire la religione e
l’esercito. Se non vuole che succeda qualcosa di spiacevole
a lei e alla sua famiglia, tolga dal suo film qualsiasi
immagine religiosa, qualsiasi uniforme, non deve esserci
neanche un pompiere. Ora può andare”. Ritornai a casa a
piedi: ero uscito senza un soldo in tasca. La sera stessa,
alcune voci ci schernivano sotto la finestra: “Vi
ammazzeremo tutti!”. Il koan era difficile: se obbedivo e
mutilavo il mio film, l’avrei rovinato. Se disobbedivo,
mettevo in pericolo non solo la mia vita ma anche quella dei
miei familiari. Non chiusi occhio per tutta la notte.
La mattina dopo di buon’ora, infilai in un furgoncino tutti
i negativi, trentasei ore di riprese, e li mandai negli Stati
Uniti, via Tijuana. In due giorni chiusi tutti i conti correnti,
annullai i contratti d’affitto, del telefono, infilai negli
scatoloni una tonnellata di libri che spedii per posta... Il
terzo giorno, io, i miei figli, mia moglie e il nostro gatto
Mandrake sbarcammo a New York dove grazie al mio
produttore Allen Klein, che in quell’occasione si comportò
da vero amico, portai a termine il montaggio e la colonna
sonora del mio film senza dover tagliare neanche una
scena.

Mentre preparavo il casting per il mio film Dune, basato


sul romanzo di Frank Herbert (un progetto che non venne
mai realizzato), Salvador Dalí mi sottopose a una prova
difficilissima. Io volevo che il pittore interpretasse il folle
Imperatore della Galassia. L’idea gli piacque e, per
“conoscere il talento di quel giovanotto che crede di poter
dirigere Dalí”, mi invitò a cena in un lussuoso ristorante di
Parigi. Mi ritrovai seduto davanti a lui, in mezzo a una corte
di una dozzina di persone. Mi domandò a bruciapelo:
“Quando io e Picasso eravamo giovani e andavamo al mare,
camminando sulla sabbia trovavamo sempre un orologio...
lei ha mai trovato un orologio sulla sabbia?”. Gli adulatori
dell’artista mi guardavano con un sorriso crudele. Avevo
pochi secondi per rispondere. Se dicevo che avevo trovato
un orologio, sarei passato per uno che si crede chissà chi.
Se dicevo che non ne avevo trovato nessuno, sarei passato
per un mediocre. Non pensai alla risposta, mi arrivò da
sola: “Non ho trovato nessun orologio, ma ne ho perduti
parecchi!”. Dalí tossicchiò, smise di prestarmi attenzione e
si mise a parlare con i cortigiani che gli stavano intorno.
Ma alla fine della cena mi disse: “Molto bene, firmerò il
contratto”. Poi aggiunse: “Ma voglio essere l’attore meglio
pagato del mondo: centomila dollari all’ora”.
Modificai la sceneggiatura: m’inventai che l’Imperatore
aveva un robot identico a lui, con la pelle di cera, che
faceva le sue veci, e assunsi Dalí per un’ora: sarebbe
apparso seduto in un laboratorio mentre manipolava i
bottoni per dirigere il suo robot.

*
Per il ruolo del barone Harkonnen in Dune, un grassone
gigantesco e cattivissimo, avevo pensato a Orson Welles.
Sapevo che era in Francia ma, amareggiato dai produttori
che non gli offrivano lavoro, non voleva sentir parlare di
cinema. Dove trovarlo? Nessuno sapeva dirmelo. Avevo
sentito dire che al maestro piaceva tantissimo mangiare e
bere. Chiesi a un mio assistente di telefonare a tutti i
ristoranti di Parigi chiedendo se Orson Welles fosse loro
cliente. Dopo innumerevoli telefonate, un ristorantino, Chez
le Loup, ci confermò che una volta alla settimana, ma non
in un giorno prestabilito, l’attore cenava lì da loro. Decisi di
andare a mangiare in quel locale ogni giorno. Cominciai il
lunedì. Il locale aveva un’eleganza discreta, con un menu
raffinato e una carta dei vini eccellente. Se ne occupava il
proprietario in persona. Tutte le pareti, tranne una, erano
decorate con riproduzioni di quadri di Auguste Renoir.
Contro il muro privo di quadri, in una vetrina, c’era una
sedia sfondata. Chiesi al proprietario la ragione di quello
strano arredamento. Mi disse: “Sono resti che ci colmano di
orgoglio: una sera Orson Welles ha mangiato così tanto che
ha sfondato la sedia su cui stava seduto”. Tornai il martedì,
il mercoledì, il giovedì... Immenso, avvolto in un grande
mantello nero, arrivò l’attore. Lo osservai affascinato, come
un bambino al giardino zoologico. La sua fame e sete erano
leggendarie. Lo vidi divorare nove piatti diversi e bere sei
bottiglie di vino. Al momento del dessert, gli feci pervenire
una bottiglia di cognac che il proprietario mi aveva
assicurato fosse la preferita dal suo voluminoso cliente.
Orson Welles, quando l’ebbe ricevuta, mi invitò gentilmente
al suo tavolo. Rimasi a sentirlo monologare su stesso per
mezz’ora, prima di trovare il coraggio di proporgli il mio
ruolo. Subito mi disse: “Non mi interessa recitare. Odio il
cinema di oggi. Non è arte, è un’industria schifosa, un
enorme miraggio figlio della prostituzione”. Deglutii, il
mondo del cinema l’aveva davvero deluso. Come potevo
invogliarlo a lavorare con me?
Ero tesissimo, credevo di avere dimenticato tutte le
parole, ma a un tratto sentii la mia voce che gli diceva:
“Signor Welles, per tutto il mese che dureranno le riprese
della sua parte, le prometto di assumere il capocuoco di
questo ristorante: ogni sera le preparerà tutti i piatti che lei
desidera, accompagnati da vini e altri alcolici della qualità
e nella quantità che lei voglia”. Con un largo sorriso
accettò di firmare il contratto.

Per girare i combattimenti di Dune avevo assunto il


maestro di karate Jean-Pierre Vigneau, un titano dai
muscoli d’acciaio. Mentre insegnava a combattere a
Brontis, che avrebbe interpretato il giovane Atreides, il
protagonista, Vigneau decise di mettermi alla prova davanti
a mio figlio e ad altri allievi: “Lei è un artista, il che è
ammirevole, ma mi domando: quell’intelletto che lei
apprezza così tanto, come l’aiuterà a sopravvivere se viene
attaccato da un pericoloso nemico?”. E subito dopo mi si
piazzò davanti in posizione di attacco. Quell’uomo mi
pareva invincibile. L’avevo visto abbattere numerosi
campioni di karate. Decisi di accettare il duello, ben
sapendo che ne sarei uscito sconfitto.
Mi lanciai contro di lui rapidamente, e mi aggrappai al
suo petto come fa un neonato con la madre. Mi lasciai
sbatacchiare da tutte le parti senza opporre resistenza. Mi
posò per terra e, schiacciandomi con tutto il suo peso, mi
fece uno strangolamento. Io, non so come, mossi
delicatamente la mano e infilai il mignolo nel suo condotto
uditivo. Immediatamente Jean-Pierre finì a terra, mi fece
una riverenza e si dichiarò sconfitto. Disse: “Questa è la
prima volta che perdo in un combattimento. Senza saperlo,
il mio rivale ha scoperto il mio errore: ho trascurato un
punto vitale. Se infili un dito nell’orecchio del nemico, gli
spacchi il timpano e se continui a spingere fino in fondo,
arrivi a ucciderlo”.

Dopo due anni di intenso lavoro a Parigi, quando


sembrava che saremmo riusciti a realizzare Dune, il
produttore interruppe bruscamente il progetto. La nostra
delusione fu immane. Dan O’Bannon, il futuro direttore
degli effetti speciali, dovette ritornare a Los Angeles e
venne ricoverato in una clinica psichiatrica. Il pittore Giger,
ingaggiato per le scenografie, si lamentò con rabbia di
questo “fallimento”.
Senza lasciarmi abbattere dalle circostanze avverse della
realtà, dissi a Moebius, che aveva lavorato nel disegno dei
costumi e aveva disegnato le tremila immagini dello story-
board: “Il fallimento è un’invenzione della nostra mente,
non esiste. Lo chiameremo ‘cambiamento di rotta’”. Gli feci
una proposta: se non potevamo esprimere le nostre visioni
nel cinema, l’avremmo fatto sotto forma di fumetto. Fu così
che nacque L’Incal.

Quando mio figlio Cristóbal, che aveva appena compiuto


dodici anni, mi disse che non voleva più ritornare nella
scuola di Saint Mandé, gli chiesi: “Sei stufo di studiare?
Non ti piacciono i professori?”. “No, non è per quello... mi
hanno umiliato.” Mi raccontò tra i singhiozzi che cosa gli
era successo. L’alunno più grande e forzuto della scuola, un
certo Albert, geloso perché una ragazzina che gli piaceva
aveva preferito essere amica di mio figlio, aveva tappezzato
le pareti del cortile e dei corridoi della scuola con fotocopie
su cui c’era un ritratto di Cristóbal e la frase: “Nano, ebreo,
stupratore”. Tutti gli studenti lo prendevano in giro.Gli
dissi: “È un koan. Non fuggire dalla situazione, risolvila.
Devi punire il tuo nemico e recuperare la dignità di fronte
ai tuoi compagni”. “Ma che cosa posso fare? È molto più
forte di me. Se mi metto a fare a pugni con lui, mi spacca la
faccia. In fondo, è questo che vuole.” “Cristóbal, non tutti i
combattimenti si affrontano ad armi pari. Esiste la
strategia. Devi picchiarlo dove e quando non si può
difendere.” Architettammo il nostro piano.
Il giorno dopo Cristóbal tornò a scuola. Aspettò che
Albert, che frequentava una classe più avanti, entrasse in
aula con i suoi compagni. Quando calcolò che si erano già
tutti seduti, senza chiedere permesso spalancò la porta e
interrompendo il professore puntò diritto verso quel
ragazzone, e davanti a tutti lo prese a pugni e a schiaffi,
ferocemente. La sorpresa aveva paralizzato il giovane
castigato. Quando riuscì a reagire, era già successo il
finimondo. Sia lui sia Cristóbal vennero immobilizzati dagli
altri alunni e dal professore, il quale irato e incuriosito
insieme, li accompagnò entrambi nell’ufficio del preside.
Cristóbal mostrò uno dei fogli e si lamentò per essere stato
umiliato pubblicamente. Dichiarò di avere picchiato Albert
per recuperare la propria autostima. Il preside convocò i
genitori del ragazzo minacciando di espellerlo dalla scuola.
Cristóbal, secondo quanto avevamo studiato insieme, disse
di essere disposto a perdonarlo se lui gli avesse chiesto
scusa in pubblico. Gli studenti vennero radunati in cortile e
Albert gli presentò le sue scuse.

Durante il Festival del cinema di Cannes, il produttore


Claudio Argento organizzò una conferenza stampa per
presentare il progetto del mio film Santa sangre. Erano
passati più di dieci anni da La montagna sacra. I giornalisti
mi consideravano un regista ormai ritirato dal mondo del
cinema. Uno di loro, facendosi portavoce di tutti i colleghi,
mi disse con una certa crudeltà: “Crede di essere ancora
capace di girare un film? Lei è un po’ arrugginito”.
Risposi: “Un pugnale arrugginito raddoppia la sua forza:
oltre a tagliare, avvelena”.

Stavo girando Santa sangre in plaza Garibaldi a Città del


Messico, e mi venne l’idea di far cantare a un gruppo di
ciechi una canzone religiosa, il giorno dopo, nella scena
della chiesa. Il direttore del casting mi disse che era
impossibile organizzare così di punto in bianco una cosa del
genere. Alla fine della giornata decisi di ritornare a piedi in
albergo. Un cieco con una chitarra camminava per strada
in direzione contraria alla mia, e mi toccò una gamba con il
suo bastone bianco. Si scusò e proseguì per la sua strada.
Pensai: “Ho sempre detto che il caso è un miracolo
travestito. Il cieco me lo ha mandato quell’impensabile non
so che, che chiamo Dio”.
Lo rincorsi, lo fermai e gli domandai se conoscesse
qualche canzone religiosa. “Ma certo, ne so una che ho
composto io stesso. Faccio parte di un’associazione
musicale di ciechi, siamo in trenta. Professiamo la religione
protestante. Sto proprio andando alle prove.” Lo
accompagnai. I trenta ciechi, ciascuno con la propria
chitarra, mi cantarono una canzone che cominciava così:
“La fine del mondo ormai si avvicina...”. Il giorno dopo,
davanti all’espressione stupefatta del direttore del casting,
vennero a girare la scena del film.

Alla prima romana di Santa Sangre, i giornalisti mi


chiesero quale fosse il regista che più mi aveva segnato.
Immediatamente risposi: “Fellini! Quando, giovanissimo, ho
visto il suo film La strada, ho capito che il cinema era
un’arte e ho desiderato diventare regista, un giorno...”. I
miei elogi apparvero sulla stampa. Mi telefonò una delle
segretarie del maestro. Mi disse che Fellini voleva
conoscermi. Mi invitarono ad assistere quella sera alle
riprese di una scena de La voce della luna. Un’automobile
venne a prendermi e mi portò in un enorme campo incolto,
nella periferia della città. Mi avvicinai timidamente a un
gruppo di tecnici che lavoravano nella quasi oscurità per
approntare i riflettori. Un’ombra, che mi parve immensa, si
diresse verso di me con le braccia spalancate. Riconobbi
Fellini. Lui, con un grande sorriso, esclamò: “Jodorowsky!”.
Sull’orlo delle lacrime, risposi: “Papà!”. Ci abbracciammo.
In quel preciso istante si mise a piovere a catinelle. In
mezzo al caos, noi due, gli attori e i tecnici corremmo al
riparo.
In seguito persi di vista quel genio. Non lo rividi mai più.
Ma quell’incontro di due parole è uno dei tesori che
conservo nella mia memoria.

Bastian Bodenholfer, attore cinematografico e televisivo


cileno, venne nominato addetto culturale dell’ambasciata
del Cile a Parigi. Arrivò nella capitale pieno di entusiasmo,
ben deciso a mostrare ai francesi la cultura del proprio
paese, ma dovette fare i conti con la mancanza di mezzi
economici. Gli veniva richiesto di svolgere un’attività
grandiosa senza spendere un centesimo. Venuto a sapere
dell’esistenza del mio Cabaret mistico (conferenze che
tenevo ogni mercoledì all’interno di uno scomodissimo dojo
di karate, con la presenza di un folto pubblico che non
protestava pur dovendo stare seduto per terra), mi propose
di usare il comodo salone dei ricevimenti dell’ambasciata.
Desideroso di collaborare con il mio simpatico conterraneo
accettai di farlo, gratuitamente, ogni quindici giorni. Ci
incontrammo nell’ambasciata così lui mi avrebbe fatto
vedere il posto. In quel salone c’era spazio per cinquecento
persone sedute, che era più o meno il numero abituale dei
miei uditori. Mi disse con aria compunta: “La moglie
dell’ambasciatore vuole vederti. Ti spiace se andiamo a
salutarla?”. “Certo che no. Andiamo.” Mi accompagnò in
una sala più piccola. Con paziente rassegnazione dovetti
assistere al penoso spettacolo: l’ambasciatrice, con il
classico atteggiamento sprezzante di certe signore
dell’“aristocrazia” cilena, mi sottopose a un esame simile a
quello che si farebbe a un poveraccio che chiede di
lavorare. “Come si chiama? Quali premi ha ottenuto? Mi
dica qual è l’argomento delle sue conferenze. Come lei
saprà questa è un’ambasciata e non può prendersi certe
libertà...” L’addetto culturale era paonazzo per la vergogna.
Tirai un respiro profondo e mi presi la briga di recitarle il
mio lungo curriculum. Lei aveva l’aria distratta. Bastian si
alzò in piedi e mi liberò dalle sue grinfie dicendole che
avevamo un appuntamento urgente. Mentre camminavamo
verso una caffetteria vicina, Bastian non sapeva più come
scusarsi. “Quella signora ficca il naso dove non deve. Sono
io l’addetto culturale. Non avrei mai immaginato che
succedesse una cosa del genere. Capisco che tu, dopo tutto
questo, non voglia più tenere qui le tue conferenze...” “Hai
ragione, Bastian, con il fiato della signora sul collo non
potrei mai farlo.” Il mio amico bevve il suo caffè tremando
di rabbia. “Come faccio a lavorare decentemente in queste
condizioni?” Lo vidi talmente preoccupato che gli proposi di
leggergli i Tarocchi. Acconsentì con piacere. Mentre giravo
le carte, approfittando della momentanea distrazione della
sua mente, decisi di parlare al suo inconscio.
Con voce sommessa e tranquilla gli domandai: “Che cosa
fa una tartaruga che nuota in fondo al mare quando vuole
respirare bene?”. Automaticamente, senza pensarci su,
rispose: “Non lo so, che cosa fa?”. Usando lo stesso tono di
voce ma parlando molto lentamente, gli dissi: “Ritorna a
terra”. Dimenticò immediatamente quella conversazione
sotto ipnosi. Dopo una superficiale lettura dei Tarocchi, lo
salutai. Una settimana dopo rinunciò all’incarico e tornò in
Cile per continuare quella che non avrebbe mai dovuto
interrompere: la sua carriera artistica. La tartaruga aveva
risolto il koan.

Per ragioni misteriose, il direttore della collana di fumetti


della casa editrice Casterman entrò in conflitto con il mio
amico disegnatore François Boucq. Stavamo lavorando a
una serie, Faccia di luna, che per colpa di questo problema
avevamo dovuto interrompere. François non perdonava al
direttore che avesse detto “J’aurais la peau de Boucq”, che
letteralmente vuol dire “Avrò la pelle di Boucq”, nel senso
di strappargliela via, di togliergli la vita, rovinarlo
economicamente. Rischiavamo di andare in tribunale. Lo
trattai alla stregua di un koan.
Andai a trovare il direttore portando una pelle di caprone
conciata (Boucq, in francese, suona come bouc, caprone).
Quando mi fece entrare nel suo ufficio, distesi la pelle sulla
sua scrivania e gli dissi: “Voleva una pelle di Boucq? Eccola
qui! Adesso però fate la pace”. Scoppiò a ridere. Gli proposi
di mandare una bottiglia di champagne al mio amico. Così
fece e Boucq si considerò risarcito. Il koan era stato risolto.
Continuammo a lavorare alla nostra serie.

Anno 1997: ho compiuto sessantasette anni. Sono


divorziato da quindici. Vivo in un grande appartamento con
mio figlio Adan. Ogni tanto un’amante per un breve
periodo, non più di una settimana, e per la maggior parte
del tempo una tranquilla e solitaria pace emozionale. Sto
tenendo un corso di Tarocchi nella mia biblioteca a un
gruppo di una ventina di allievi quando, con un leggero
ritardo, entra Marianne Costa. Io, assorto nelle mie
spiegazioni, non la guardo. Ma il mio gatto Moishe, un
grosso felino dal pelo rossiccio, ne rimane talmente
affascinato che durante l’ora e mezzo di lezione continua a
cercare di infilarsi nella sua borsetta. Forse il mio inconscio
aveva colto la sensualità di quel tentativo di stupro. Alla
fine del corso, come al solito congedai i miei allievi e le
allieve con un bacio sulla guancia. Quando giunse il turno
di Marianne, involontariamente le posai una mano sulla
vita, un gesto che non mi permetto mai di fare. Una scossa
elettrica mi attraversò tutto, dalla testa ai piedi. Avvertii di
colpo la bellezza della sua nudità e l’intensità della sua
anima. Marianne mormorò: “Dev’essere fantastico essere
un gatto a casa tua”. Immediatamente le diedi un bacio
sulla guancia e senza pensare a quanto sarebbe stata
inusuale la relazione in cui mi stavo lanciando (lei aveva
trentasette anni meno di me), le risposi: “Ti adotto!”. E così
è cominciato il nostro strano, difficile e meraviglioso
rapporto di coppia.
Se avessi obbedito alla ragione e non all’intuito, non avrei
mai fatto quel passo, e mi sarei perso la più bella
esperienza della mia vita. “Tra fare e non fare, bisogna
sempre scegliere di fare.”

Trovo ripugnante lo smisurato ego dei divi del cinema.


Purtroppo oggigiorno se si vuole che un produttore investa
i milioni necessari per fare un film in questa arte ormai
industrializzata, occorre presentargli un cast dove figurino
almeno due o tre star. Per questo senso di schifo, per alcuni
anni ho perduto il desiderio di filmare le mie storie. Una
sera, stanco di leggere, ho acceso il televisore e, cercando
di proteggermi l’anima, ho fatto un po’ di zapping sui vari
canali. A un tratto, in mezzo a tanto fetore, ho scoperto un
ego profumato: mi ero imbattuto in una intervista al
cantante rock Marilyn Manson. Il suo volto bianco, le
labbra color granata, lo stile gotico e le sue dichiarazioni
sincere che non obbedivano a nessuna regola mi avevano
conquistato. Mi parve un personaggio geniale. Dentro di
me esclamai: “Ecco un attore su cui mi piacerebbe poter
contare! Se un mostro di tale bellezza accettasse di
lavorare con me, tornerei al cinema!”. Mi informai
nell’ambiente cinematografico e musicale su come avrei
potuto mettermi in contatto con lui. Mi risposero che era
impossibile. I suoi fan gli mandavano ogni giorno migliaia
di messaggi in cui lo pregavano di incontrarlo in privato,
messaggi a cui lui non rispondeva mai. Mi rassegnai.
Passarono quindici giorni. Alle tre di mattina fui svegliato
dallo squillo del telefono. “Mister Jodorowsky? I am Marilyn
Manson.” Non ci potevo credere. Mi sembrava uno scherzo
di cattivo gusto. E invece era proprio lui. Io non ero riuscito
ad andare alla montagna, ma la montagna era venuta da
me! Mi spiegò che i miei film, soprattutto La montagna
sacra, lo avevano ispirato a tal punto che aveva riprodotto
in un videoclip, come omaggio personale, la scena in cui il
Ladro si sveglia in mezzo a migliaia di Cristi di cartone
sagomati a sua immagine. Il mio film, in inglese Holy
Mountain, lo aveva ispirato nella realizzazione della
sceneggiatura di Holy Wood, per cui avrebbe voluto essere
diretto da me... Gli chiedo di mandarmela. Due giorni dopo
mi arriva come pacco urgente. La leggo: è un film
monumentale, ferocissimo, contro Hollywood. Facendo una
stima grossolana, calcolo che per girare il film ci
vorrebbero almeno venticinque milioni di dollari.
Evidentemente una cifra del genere la possono sganciare
soltanto i produttori di Hollywood. Ed è altrettanto
evidente che non gli daranno mai quei soldi perché non
accetterebbero mai di essere demoliti da quel genere di
critiche... Manson capisce che ho ragione, allora mi
propone di lavorare a un mio progetto. Ha sentito dire che
vorrei girare Los hijos del Topo. Gli rispondo che per me
sarebbe un onore e un piacere averlo come attore
protagonista, ma un problema legale mi impedisce di girare
il film: El Topo, grazie alle raccomandazioni entusiastiche
di John Lennon, era stato comprato e distribuito negli Stati
Uniti e nel resto del mondo da Allen Klein, presidente della
compagnia Apple che trattava i dischi dei Beatles e dei
Rolling Stones. Sempre grazie alle raccomandazioni di John
Lennon, Klein mi aveva dato un assegno di un milione di
dollari perché girassi un film qualsiasi. Io girai La
montagna sacra. Il successo di queste due opere aveva
entusiasmato il produttore esacerbando la sua avidità. Mi
propose la sua grande idea: girare Histoire d’Ô, una storia
pornografica sadomasochista con bellissime donne umiliate
nei modi più disparati. Klein aveva già coinvolto
nell’entusiasmo alcuni investitori inglesi, e contava di avere
un successo commerciale senza precedenti. La tentazione
era grande. Accettai di andare a Londra insieme a lui. In un
albergo tubolare, simile a una torre, i produttori inglesi lo
stavano aspettando per firmare il contratto. Prima di
entrare in sala riunioni, Klein mi promise che ne sarebbe
uscito con un contratto in mano e, se lo avessi firmato,
avrei avuto seduta stante un assegno di diecimila dollari,
che costituivano un anticipo di quel milione di dollari che
sarebbe stato il mio stipendio di regista. Rimasi ad
aspettarlo seduto nella hall dell’elegante albergo. Il cuore
mi batteva all’impazzata. Su un piatto della bilancia c’era il
peso della notorietà mondiale e della ricchezza, sull’altro la
mia dignità di artista. Dopo mezz’ora di dubbi angosciosi,
risolsi il koan.
Scappai di corsa dall’albergo, feci ritorno a New York,
telefonai al multimilionario Michel Seydoux, che in Francia
si era offerto di produrmi un film. Gli proposi Dune.
Accettò. In poche ore, io e mia moglie facemmo le valigie e
partimmo per Parigi insieme ai nostri figli, senza lasciare
nessun indirizzo ad Allen Klein. Lui reagì con un’ira
tremenda. Venni a sapere da uno dei suoi dipendenti, mio
amico, che aveva detto: “Ma chi si crede di essere quel
traditore? Per colpa della sua vanità artistica mi ha fatto
perdere milioni di dollari. Chiuderò i negativi dei suoi film
in una cassaforte blindata. Da oggi e fino al giorno della
sua morte, nessuno li vedrà mai più”. E così fece: ritirò
tutte le copie dei miei film in possesso dei distributori nel
mondo intero. Ogni volta che un qualche festival
cinematografico, dopo essere riuscito a trovare nelle mani
di un collezionista una copia de El Topo o de La montagna
sacra, tentava di proiettarla, Klein mandava i suoi avvocati
e impediva la proiezione. Anch’io mi lasciai travolgere
dall’odio: vedevo Klein come un assassino della cultura, un
avvoltoio schifoso che aspettava la mia morte per riempirsi
le tasche con le proiezioni postume delle mie opere.
Insomma, un maledetto gangster. Potei passare al
contrattacco soltanto perché conservavo copie in
videocassetta dei miei film. In ogni paese dove mi recavo,
lasciavo gratuitamente le videocassette ai venditori pirata
che poi le rivendevano dopo averle duplicate –
immaginatevi la qualità – in Italia, Cile, Giappone, Svizzera,
Russia e così via, per una trentina d’anni. Facendo delle
indagini su internet, Klein scoprì l’indirizzo di uno dei
venditori pirata. Minacciò di denunciarlo. Il pover’uomo mi
telefonò, terrorizzato. Io decisi di prendermi tutta la
responsabilità e di difendermi per vie legali. Il processo
ebbe inizio in Francia. Ebbi la fortuna di essere accettato
come cliente da un avvocato geniale, maître Bitoun,
specializzato in problemi di diritti d’autore. Mi sentivo un
minuscolo Davide davanti al più grande dei Golia. Klein
aveva già litigato con i Beatles, i Rolling Stones e Phil
Spector, e aveva vinto tutti e tre i processi. Mi chiedevano
come risarcimento danni parecchi milioni di dollari. Se
avessi perso il combattimento, sarei stato rovinato per tutta
la vita. All’inizio della contesa, mi sono accorto di avere
paura. Allora mi sono detto: “È normale avere paura, ma
non vuol dire che debba comportarmi da vigliacco”. Le
discussioni tra gli avvocati di Klein, i più costosi
d’Inghilterra, e il mio, un uomo afflitto da una malattia
muscolare che lo faceva camminare ripiegato su se stesso,
quasi come uno storpio, e gli impediva di parlare con
scioltezza, durarono due anni... Quando sembrava che la
battaglia legale non sarebbe mai finita, ricevetti la
telefonata di Marilyn Manson e la sua proposta di girare
Los hijos del Topo. Klein era in possesso dei diritti non solo
delle nuove, eventuali, versioni del film, ma anche di
qualsiasi prequel e sequel del Topo. Se avessi continuato a
combattere ostinatamente non avrei mai potuto realizzare
tale progetto. Che fare? Un altro koan da risolvere...
Afferrai il telefono e chiamai a New York Jody Klein, il
figlio quarantenne di Allen. Gli dissi: “La nostra contesa
potrebbe durare ancora dieci anni o più. Anche se voi siete
ricchi, state pagando avvocati che vi costano una fortuna: il
loro interesse è far durare il più possibile il processo.
Invece io ho un accordo con maître Bitoun: lui lavora a
percentuale, io non sborso neanche un euro. Non sarebbe
meglio se arrivassimo a un accordo amichevole?”. Mi
rispose: “Lei ha ragione. Le nuove generazioni desiderano
vedere i suoi film. In questo momento mi sto occupando del
settore dvd della nostra società. Sarebbe bene offrire al
grande pubblico un’edizione restaurata dei suoi film il più
presto possibile”. “E allora perché non ci troviamo da
qualche parte e mettiamo fine a questa storia?” proposi.
“Sono d’accordo, tra l’altro la settimana prossima io e mio
padre dobbiamo andare a Londra. Potremmo vederci lì.”
Così facemmo. Le tre ore di viaggio a bordo dell’Eurostar
mi parvero un secolo. Non riuscivo a immaginarmi come
sarebbe stato l’incontro con il mio mostruoso nemico... Un
taxi mi accompagnò in un albergo del centro. Jody venne ad
accogliermi nella hall. Vidi un uomo gentile, tranquillo,
robusto, dallo sguardo intelligente. Mi accompagnò in
silenzio nella suite del padre. Bussammo alla porta. Rumore
di passi che si avvicinavano. Ero tutto sudato. “Ci
insulteremo, ci picchieremo, mi farà un tale schifo vederlo
che mi metterò a vomitare? Sono trent’anni di odio
reciproco!” Quando Allen Klein aprì la porta vidi un signore
della mia stessa età, senza un filo di grasso, con un viso
dall’espressione sensibile coronato da una venerabile
chioma candida. Poteva essere mio fratello. Lui mi osservò
per un attimo e poi esclamò sorpreso: “Incredibile, non
avrei mai immaginato che lei fosse così bello!”. Gli risposi:
“E io non avrei mai creduto che lei somigliasse a un
maestro spirituale!”. Ci abbracciammo. L’odio mi scivolò via
dal corpo come un vecchio cappotto. Ci sedemmo
sorridendo a bere un tè, osservandoci l’un l’altro. Jody si
allontanò discretamente. Klein mi mostrò con affetto le
fotografie dei suoi due nipotini, due bambini bellissimi,
maschio e femmina. Io gli descrissi la mia famiglia. Dopo
avere chiacchierato per un’ora come vecchi amici,
arrivammo al nostro litigio. Ci mettemmo d’accordo in
cinque minuti. Quando mi congedai da lui con un altro
abbraccio, gli dissi: “Se noi due siamo riusciti a fare la
pace, anche isrealiani e palestinesi potranno farcela”. Il
giorno dopo, a Parigi, gli avvocati giunsero a malincuore a
un accordo in cui non c’erano vincitori e vinti ma due
vincitori... Avevo capito che liberarsi dall’odio e
trasformare l’inimicizia in fratellanza è una delle grandi
gioie che la vita ci può dare... E poi mi ero reso conto che il
mio inconscio si era costruito, per un bisogno nevrotico, un
nemico odioso. Forse anche Klein, figlio come me di
tormentati emigranti, mi aveva trasformato in una canaglia.
Lui per me e io per lui, siamo stati il riflesso di un mostro
che ci portavamo nell’anima dopo secoli di pogrom e di
persecuzioni.
Alejandro Jodorowsky e Allen Klein si stringono la mano
dopo trent’anni di litigi