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Parla della morte per Lucrezio.

Lucrezio parla della morte all’interno della seconda diade del De Rerum Natura, ovvero nei libri III e IV. Il
poeta aveva come unico modello di vita la filosofia di Epicuro. Quest’ultimo era un pensatore greco vissuto
fra il IV e il III e secolo a.C. Le sue idee giunsero a Roma, grazie ai suoi seguaci, quando le classi colte
romane iniziarono a cercare filosofi greci. Non furono però subito apprezzate: l’epicureismo prevedeva
un’esistenza appartata, distante da qualsiasi fonte di turbamento, al fine che l’uomo avesse come unico
obbiettivo la conoscenza della Natura, raggiungibile solo attraverso la filosofia. La proposta di un modus
vivendi di tale portata parse, logicamente, molto distante dagli ideali tradizionalisti romani. Tuttavia, ben
presto, molti aristocratici si avvicinarono all’epicureismo, che divenne la corrente filosofica di due
importanti poeti: Orazio e Virgilio. Il tema della morte è uno dei punti centrali dell’epicureismo. Il poeta
latino riporta fedelmente le teorie sostenute dal filosofo greco. Per la rimozione di turbamento, paura e
dolore, è necessario eliminare il timore fondamentale di ogni essere umano: la morte. Lucrezio sostiene che
essa non sia nulla: una volta morti la nostra anima si stacca dal corpo, entrambi si disgregano, e noi non
avremo però più coscienza di tutto ciò. Quando ci siamo noi la morte non c’è, quando c’è lei, noi non ci
siamo. Ogni uomo grande della storia (Scipione, Anco Marcio Democrito ed Epicuro) è andato incontro alla
fine della sua esistenza, infatti, in qualunque modo noi l’abbiamo vissuta, la morte sopraggiunge per tutti. E’
inutile pensare a quando arriverà, bisogna concentrarsi sulla vita di ogni momento. Se gli uomini
conoscessero le cause delle morte, non tratterebbero così la vita. L’essere umano appare infatti avvolto dal
tedio, un’irrequietudine costante, che lo porta a cambiare continuamente occupazione: dal palazzo va alla
fattoria, quasi stesse bruciando, una volta lì si addormenta, annoiato da tutto. Così, ognuno fugge se stesso.
Lucrezio, tramite una prosopopea, fa parlare la Natura. Lei rimprovera gli uomini, sostenendo l’inutilità
delle lamentele sulla morte e dicendo che la vita non va rimpianta. Se i giorni sono stati felici bene, sii
contento e allontanati da essa come un convitato sazio. Altrimenti, cogli la morte come una liberazione. La
vita infatti, non è data in possesso ad alcuno, ma in uso a tutti. Secoli dopo, la prosopopea di Lucrezio viene
ripresa dal celebre Giacomo Leopardi, all’interno di un’operetta morale, il dialogo della Natura e di un
islandese. La Natura, parla all’islandese dicendo che la morte è giustificata dall’esistenza. Se non ci fosse la
morte, continuerebbe ad esistere patimento, che solo questa può cessare.

Parla degli atomi.

Lucrezio tratto questo argomento all’interno della prima diade, quella relativa al microcosmo. Gli atomi
(rerum primordia) sono delle particelle invisibili, che costituiscono qualsiasi cosa. Sono dotate solo delle
caratteristiche primarie, ovvero il peso, la forma e la dimensione. Loro si muovono nell’infinito universo,
continuamente, urtandosi e compattandosi grazie al loro peso, al reciproco scontro che ne devia il
movimento rettilineo e l’enormità del vuoto in cui possono muoversi. All’origine di ogni aggregazione ci sta
il clinamen, ovvero il movimento casuale degli atomi che li porta a scontrarsi, generando così nuovi
elementi. Questo particolare processo è dato dalla caduta in linea retta nel vuoto degli atomi, che, grazie a
delle deviazioni impercettibili e casuali, fanno sì che si incontrino. Lucrezio dice che di tale fenomeno ne
abbiamo continua dimostrazione: guardano i corpuscoli che si muovono ai raggi del sole (pulviscolo),
possiamo vederli vorticare nel vuoto. Questo piccolo evento offre l’immagine di grandi avvenimenti, che
avvengono sempre secondo lo stesso meccanismo.

Epicuro, il nuovo eroe.


Quando la religio mostrava dall’alto il suo capo, e sovrastava dall’alto gli uomini, per primo, un uomo greco,
osò alzare gli occhi contro di lei, e ribellarsi ad essa. Lui, riuscì per primo a rompere le arta claustra
portarum naturae, le serrate sbarre della natura, e a sconfiggere questo nemico terribile. Oltrepassando le
flammantia moenia mundi, da vittorioso, condivide con gli uomini cosa può crearsi, cosa no, scoprendo le
leggi che regolano la natura. Epicuro è davvero un nuovo eroe. Non ha la forza di Achille, l’astuzia di Ulisse
o le armi di Enea. La sua unica arma è la ratio, che lo porta a battere la religio e la superstitio che
incombono gravemente sugli uomini. L’epicureismo andava contro a tutti gli ideali della religione,
ritenendola invenzione degli uomini per spiegarsi i fenomeni naturali che non avevano altrimenti motivo di
esistere. Questa è di conseguenza considerata oscurantista della vera natura delle cose. La ragione, infatti,
può spiegare ogni fenomeno, senza dover occorrere alle divinità.

Inno a Venere

Lucrezio scrive un poema epico-didascalico. E’ epico perché al suo interno è presente un eroe, Epicuro, e
didascalico poiché racchiude un insegnamento. Quindi, come ogni poema epico che si rispetti, Lucrezio
inizia con un’invocazione, un inno alla sua musa, Venere. Lei affolla il mare di navi, riempie di vita le terre.
Appare però strano che Lucrezio, un’epicureista, invochi una divinità. Infatti, non è la dea dei romani
mapiuttosto un’allegoria: rappresenta la forza motrice, la Natura. Inoltre, la famiglia del dedicatario del
poema, Gaio Memmio, era legata a questa divinità. Lucrezio fa una richiesta particolare a Venere:
avvolgendo con il tuo corpore sancto, il tuo corpo santo, Marte, che solo davanti a te è impotente, grazie
all’amore che prova per te, che lo rende indifeso, pronuncia parole soavi chiedendo una placida pace . Dona
così tranquillità a Gaio Memmio e ai romani, l’unica condizione priva di turbamento, che li renderà così
degni di comprendere appieno l’opera di Lucrezio.

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