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mangia prega ama

Cover
Vorrei che Giovanni mi baciasse.

Ah, ma è un’idea pessima per molte


ragioni. Tanto per cominciare, Giovanni
ha dieci anni meno di me e - come quasi
tutti i ragazzi italiani - vive ancora con
sua madre. Basta questo a renderlo uno
spasimante improbabile per me, che
sono un’americana con una professione,
ho trentaquattro anni e sono appena
uscita da un matrimonio fallito e da un
divorzio devast-ante e interminabile, a
cui ha fatto immediatamente seguito
un’appassionata storia d’amore finita
malissimo. Dopo tante disavventure mi
sento triste, fragile, vecchia di settemila
anni. Per una pura questione di principio
non infliggerei mai la sofferente,
consunta e decrepita me stessa
all’incantevole, immacolato Giovanni,
senza contare che sono arrivata all’età in
cui una donna comincia a domandarsi se
il modo più saggio di consolarsi della
perdita di un bel giovane dagli occhi
neri sia davvero quello di invitarne
immediatamente un altro nel proprio
letto. Ecco perché sono sola da molti
mesi. Ecco perché, in effetti, ho deciso
di passare tutto quest’anno in astinenza.

A questo punto il lettore perspicace


potrebbe domandare: «Allora perché sei
andata in Italia}».

E io potrei solo rispondergli -


guardando Giovanni, bellissimo, seduto
all’altro capo del tavolo - «Ottima
domanda».

mi ascolta pazientemente, poi parliamo


in inglese e io lo ascolto pazientemente.
Ho scoperto Giovanni qualche settimana
dopo il mio arrivo a Roma, grazie
all’Internet Café di piazza Barberini,
nella strada di fronte alla fontana con la
statua di quel tritone sexy che soffia
dentro una grossa conchiglia. Aveva
attaccato nella bacheca (Giovanni, non il
tritone) un volantino in cui spiegava che
un madrelingua italiano cercava un
madrelingua inglese per esercitarsi nella
conversazione. Vicino al suo volantino
ce n’era un altro identico, parola per
parola, carattere per carattere. Solo gli
indirizzi e-mail erano diversi, uno
corrispondeva al nome di Giovanni e
l’altro a quel

lo di un certo Dario. Ma il numero di


telefono era lo stesso.

Guidata dalle mie acute facoltà intuitive


avevo mandato la stessa e-mail a
entrambi, domandando in italiano:
«Siete fratelli?».

Era stato Giovanni a rispondere al mio


messaggio: «Meglio ancora: gemelli!».

Già, meglio ancora. Due gemelli di


venticinque anni. Alti, bruni, bellissimi,
identici. Con quegli enormi, liquidi
occhi scuri italiani che mi confondono
sempre. Dopo aver visto quei due,
avevo cominciato a domandarmi se non
fosse il caso di ritoccare la mia regola
dell’astinenza.

Avrei potuto fare un’eccezione e, per


esempio, prendermi come amanti due
gemelli italiani venticinquenni. Come
quel mio amico vegetariano che faceva
un’eccezione per il bacon...

Stavo già immaginando la mia lettera a


«Penthouse»:

In quel caffi romano, alla tremula luce


delle candele, era impossibile capire di
chi erano le mani che mi stavano
accarez...

Ma no.

No e poi no. Troncai la fantasticheria a


metà. Non era il momento, per me, di
andare in cerca di una storia d’amore e
(poiché al giorno segue la notte) di
complicare ulteriormente la mia vita già
sufficientemente ingarbugliata. Era il
momento di cercare la guarigione, la
pace che solo la solitudine può dare.

A ogni modo, a metà novembre, il


timido, studioso Giovanni e io siamo
diventati buoni amici. Quanto a Dario -
il più scatenato dei due - l’ho presentato
alla mia amica svedese, Sofie, e anche
loro sono diventati Compagni di
Scambio, ma di tutt’altro genere.
Giovanni e io parliamo soltanto. O
meglio, mangiamo e parliamo. Abbiamo
passato settimane piacevoli tra pizze e
garbate lezioni di grammatica, e stasera
non fa eccezione: un delizioso incontro
di parole nuove e mozzarella fresca.

è una mezzanotte nebbiosa, e Giovanni


mi sta accompagnando a casa a piedi
lungo le tranquille stradine romane che
serpeggiano intorno agli edifici come
fiumiciattoli tra i cipressi.

Adesso siamo davanti al portone, l’uno


di fronte all’altra. Lui mi abbraccia con
calore. è un progresso, durante le prime
settimane mi dava solo la mano. Forse,
se dovessi rimanere in Italia altri tre
anni, allora, chissà, troverebbe il
coraggio di baciarmi. D’altra parte,
potrebbe anche baciarmi stasera,
adesso, davanti alla porta di casa...
voglio dire, siamo qui stretti, l’uno
contro l’altra, al chiaro di luna... e
sarebbe, naturalmente, un errore
spaventoso... ma anche una meravigliosa
occasione se lo facesse davvero,
proprio in questo momento... se si
chinasse su di me... e... e...

Niente.

Si scioglie dall’abbraccio.
«Buonanotte, cara Liz» dice.

«Buonanotte, caro» rispondo in italiano.

Salgo i quattro piani di scale fino al mio


appartamento, sola. Sola entro nel mio
monoloc-ale. Chiudo la porta alle mie
spalle. E ancora una volta vado a
dormire da sola, a Roma.

Un’altra lunga notte con niente e nessuno


nel mio letto se non una pila di
vocabolari e manuali di conversazione.

Sono sola, completamente sola.

Nel fare i conti con questa realtà lascio


cadere la borsa, m’inginocchio e
appoggio la fronte sul pavimento. Offro
all’universo una fervida preghiera di
ringraziamento.

Prima in inglese.

Poi in italiano.

E infine, tanto per essere chiara, anche


in sanscrito.

2
E visto che sono già a terra in
atteggiamento supplice, tanto vale che ci
rimanga, e torni indietro di tre anni, al
momento in cui questa storia ha avuto
inizio.

Tre anni fa, però, l’intero scenario era


diverso. Non ero a Roma, ma nel bagno
al piano superiore di una grande casa
alla periferia di New York, che avevo
da poco comprato con mio marito. Erano
circa le tre del mattino di un novembre
freddo. Mio marito dormiva nel nostro
letto. Io mi ero nascosta in bagno per la
quarantasettesima notte di seguito e -
come tutte le precedenti - singhiozzavo.
Singhiozzavo così forte che un lago di
lacrime e moccio si era sparso
tutt’intorno sulle piastrelle, un vero Lago
Inferiore (per così dire) di tutta la mia
vergogna, paura, confusione, dolore.
Non voglio più essere sposata.

Questa verità premeva su di me con


insistenza, anche se cercavo con tutte le
forze di non accettarla.

Non voglio più essere sposata. Non


voglio vivere in questa grande casa. Non
voglio avere un bambino.

Ma avrei dovuto volerlo. Avevo trentun


anni. Mio marito e io

- insieme da otto anni e sposati da sei -


avevamo costruito tutta la nostra vita
sulla comune speranza che, dopo aver
barcollato oltre la soglia della vecchiaia
(trent’anni), io mi sarei decisa a
cambiare stile di vita e ad avere dei
bambini. Allora, ci dicevamo, mi sarei
stan-cata di viaggiare e avrei desiderato
vivere in una grande casa, con tanti
bambini e tante coperte fatte a mano, un
giardino sul retro e un buono stufato che
borbotta in cucina (che questa fosse la
riproduzione quasi esatta della vita di
mia madre spiega quanto allora mi fosse
difficile capire la differenza tra me e la
formidabile donna che mi ha allevata).
Ma io -

me ne rendevo conto con terrore - non


volevo niente di simile. Con
l’avvicinarsi dei trenta, quella scadenza
aveva cominciato a incombere su di me
come una condanna a morte, e mi ero
accorta di non avere nessuna fretta di
rimanere incinta. Aspettavo fiduciosa
che arrivasse il momento in cui avrei
voluto un figlio, ma quel momento
continuava a non arrivare. Io so quello
che si prova quando si vuole davvero
una cosa, credetemi. So bene che cosa
significa desiderio. E non ne provavo.
Non riuscivo a smettere di pensare a
quel lo che mi aveva detto una volta mia
sorella, mentre allattava il suo
primogenito: «Avere un figlio è come
farsi un tatuaggio in faccia. Devi essere
maledettamente sicura di volerlo
davvero».

Ma come fare marcia indietro? Era tutto


pronto. Quello era l’anno giusto. In
effetti ci stavamo provando già da
qualche mese, senza risultati (se si
esclude la nausea psicosomatica che
tutte le mattine mi faceva vomitare la
colazione). E ogni mese, quando
arrivavano le mestruazioni, mi ritrovavo
a mormorare di nascosto, in bagno:
Grazie, grazie, grazie, grazie per avermi
concesso ancora un mese di vita.

Avevo cercato di convincermi che non


c’era niente di strano, che tutte le donne
si sentivano nello stesso modo quando
cercavano di rimanere incinte. (Usavo la
parola

«ambivalente» invece della più accurata


espressione: «completamente stravolta
dal terrore».) Cercavo di persuadermi
che i miei sentimenti erano del tutto
normali, malgrado avessi le prove del
contrario: la settimana prima, per
esempio, avevo incontrato una
conoscente che aveva scoperto di
aspettare un bambino, dopo aver speso
interi anni e un vero patrimonio in cure
per la fertilità. Era in estasi. Da tutta la
vita desiderava diventare mamma: mi
confessò perfino di aver comprato di
nascosto, per anni, vestiti da bambini
che nascondeva sotto il letto, perché suo
marito non li trovasse. Nella gioia
assoluta dipinta sul suo viso, avevo
riconosciuto la stessa gioia che avevo
provato io, la primavera precedente,
quando la rivista per la quale lavoravo
mi aveva mandato in Nuova Zelanda a
scrivere un articolo sulla caccia al
calamaro gigante. Così avevo pensato:
«Finché la prospettiva di avere un
bambino non mi renderà felice almeno
quanto quella di andare in Nuova
Zelanda a scrivere un articolo sul
calamaro gigante, non potrò diventare
madre».

Non voglio più essere sposata.

Durante le ore del giorno riuscivo a


sfuggire a questo pensiero, ma di notte
mi logorava.

Che catastrofe. Come potevo essere


stata così stupida e colpevole da calarmi
fino in fondo in un matrimonio da cui ora
volevo solo scappare? Avevamo
comprato quella casa appena un anno
prima. Non l’avevo voluta io quella
bella casa? Non l’avevo forse amata? E
allora perché la notte mi aggiravo per i
corridoi ululando come Medea? Non ero
orgogliosa di tutto quello che avevamo
accumulato - una bella villa nella
Hudson Valley, un appartamento a
Manhattan, le otto linee telefoniche, gli
amici, i picnic e le feste, i week-end
passati a vagare tra le corsie di un
centro commerciale per acquistare
l’ennesimo elettrodomestico? Avevo
partecipato attivamente a ogni istante
della costruzione di questa vita - allora
perché sentivo che non mi assomigliava?
Perché mi sentivo oppressa dal senso
del dovere, stanca di essere la colonna,
la casalinga, l’organizzatrice mondana,
la dogsitter, la moglie, la futura mamma
e

- più o meno nei ritagli di tempo - una


scrittrice?

Non voglio più essere sposata.

Mio marito stava dormendo nella stanza


accanto. Io lo amavo e lo detestavo in
parti uguali. Non potevo svegliarlo e
dividere con lui la mia angoscia - a che
scopo? Da mesi, impotente, mi
osservava andare in pezzi e
comportarmi come una pazza (avevamo
convenuto che questa era la definizione
più appropriata). Ero riuscita solo a
esaurirlo. Sapevamo tutti e due che
qualcosa in me non andava e lui era sul
punto di perdere la pazienza. Avevamo
litigato e pianto, eravamo stanchi, di
quella stanchezza che solo una coppia il
cui matrimonio sta crollando impara a
conoscere. Avevamo ormai lo stesso
sguardo da profughi.

Le svariate ragioni per cui non volevo


più essere la moglie di quell’uomo sono
troppo personali e troppo tristi per
essere elencate. Le complicazioni erano
in gran parte mie, ma anche lui aveva le
sue responsabilità. È naturale: dopotutto
un matrimonio è fatto di due persone,
due voti alle elezioni, due teste, due
serie contrastanti di decisioni, desideri,
debolezze. Non mi sembra giusto, però,
discutere qui dei problemi di mio
marito. La cronaca del fallimento del
nostro matrimonio non apparirà su
queste pagine. Non parlerò delle ragioni
per cui volevo ancora essere sua moglie,
o di tutte le sue eccezionali qualità; non
racconterò perché lo amavo e perché lo
avevo sposato e perché non riuscivo a
immaginare la mia vita senza di lui.

Basti dire che quella sera lui era ancora


il mio faro e la mia maledizione. Restare
era impossibile, andarsene era ancora
più inconcepibile che restare. Non
volevo distruggere niente e nessuno,
volevo so

lo scivolare via dalla porta di servizio,


senza creare trambusto o generare
conseguenze, e scappare fino in
Groenlandia.

Questa parte della mia storia è triste, lo


so. Ma la racconto lo stesso perché sul
pavimento di quel bagno stava per
succedere qualcosa che avrebbe
cambiato per sempre gli sviluppi della
mia vita - quasi come in uno di quegli
assurdi, grandiosi fenomeni stellari,
quando un pianeta schizza
inspiegabilmente nel
lo spazio profondo e il suo nucleo si
sposta, i poli si invertono e l’intera
massa da sferica diventa ovoidale.
Qualcosa di simile.

Mi sono messa a pregare.

Insomma, a pregare Dio.

3
Ecco, per me era la prima volta. E visto
che è la prima volta che introduco
questa traboccante parola - dio -,
destinata ad apparire molte volte ancora
nelle pagine seguenti, mi sembra giusto
interrompermi per un attimo, solo per
spiegare esattamente che cosa intendo,
in modo che il lettore possa decidere
subito fino a che punto debba sentirsi
offeso.

Rimandiamo la discussione
sull’esistenza di Dio (no, ho un’idea
migliore, lasciamola perdere del tutto);
intanto vi spiego perché dico Dio,
quando potrei altrettanto facilmente dire
Gema, Allah, Shiva, Brahma, Vishnu o
Zeus. Potrei decidere di chiamare Dio
«Quello», come nelle antiche scritture
sanscrite, per indicare l’entità
indescrivibile e universale della quale
ho avuto qualche volta la percezione.
Ma «Quello» mi sembra impersonale,
mi fa pensare a una cosa e non a un
essere, come faccio a pregare Quello?
Mi serve un nome proprio per avere la
sensazione di essere ascoltata
veramente. è per questa ragione che
quando prego non mi rivolgo
aH’Universo, al Grande Vuoto, alla
Forza, all’Essere Supremo,
all’Assoluto, al Creatore, alla Luce,
all’Onnipotenza e nemmeno alla
massima espressione poetica del nome
di Dio, presa, credo, dai Vangeli
gnostici, l’«Ombra del Divenire».

Non sono prevenuta nei confronti di


nessuna di queste definizioni. Ho
l’impressione che siano tutte descrizioni
ugualmente adeguate e inadeguate
dell’indescrivibile. Ma ciascuno di noi
ha bisogno di dare a questa
indescrivibilità un nome inerente alle
sue funzioni, e «Dio» è il nome che a me
trasmette più calore, perciò è quello che
uso. Devo confessare che di solito mi
riferisco a Dio come a un «Lui» e non
mi causa alcun imbarazzo perché, nella
mia mente, è solo un pronome, non una
descrizione anatomica precisa o il
pretesto per una rivoluzione.

Non importa, naturalmente, se qualcuno


preferisce «Lei», è un’esigenza che
posso capire. Insomma, per me Lui e Lei
si equivalgono, sono efficaci e inefficaci
allo stesso modo (anche se penso che
per entrambi la lettera maiuscola sia un
gesto dovuto, un fatto di buona
educazione).
Culturalmente, anche se non
teologicamente, sono cristiana,
protestante e anglosassone.

E anche se amo quel grande maestro di


pace chiamato Gesù e, qualche volta,
nelle situazioni difficili, mi domando
cosa farebbe lui al mio posto, non posso
digerire il principio inamovibile della
cristianità secondo il quale Cristo è la
sola strada per arrivare a Dio. A rigor
di termini, quindi, non posso dirmi
cristiana. La maggior parte dei cristiani
che conosco accetta questi miei pensieri
con garbo e liberalità. D’altra parte, non
frequento cristiani intransigenti (nelle
parole o nei pensieri). Per quelli che lo
sono tutto ciò che posso fare è scusarmi
se ho ferito i loro sentimenti, e lasciarli
in pace.

Ho sempre subito il fascino del lato


mistico di tutte le religioni. Ho sempre
ascoltato con entusiasmo chiunque
dicesse che Dio non vive in una sacra
scrittura o su un trono lontano, in Cielo,
ma abita molto vicino a noi, molto più
vicino di quanto immaginiamo, e respira
attraverso i nostri cuori. Ascolto con
gratitudine chiunque abbia camminato
faticosamente fino al centro di quel
cuore e poi sia tornato a spiegarci che
Dio è un ’esperienza di amore supremo.

In ogni tradizione religiosa del mondo,


ci sono santi che hanno descritto
esattamente questa esperienza.
Purtroppo molti sono stati perseguitati e
uccisi. Io ho per loro la massima
considerazione.

Quello che, infine, sono arrivata a


credere sull’esistenza di Dio è semplice.
Ecco: una volta avevo una cagna
splendida. L’avevo presa al canile. Era
il risultato di una decina di razze
diverse, ma sembrava che da ciascuna
avesse preso il meglio. Era marrone.
Quando mi domandavano «Di che razza
è?», rispondevo soltanto «è marrone».
Allo stesso modo, se mi domandano «In
che Dio credi?», mi è facile rispondere
«Credo in un Dio stupefacente».
4
Ho avuto molto tempo per elaborare il
mio concetto di divinità dopo la notte,
passata sul pavimento del bagno, quando
per la prima volta ho parlato
direttamente con Dio. Durante quella
oscura crisi novembrina, non
m’importava di formulare teorie: volevo
solo salvarmi. Mi ero finalmente accorta
di essere caduta in un pericoloso stato di
disperazione e mi ero ricordata che in
simili circostanze molti si appellavano a
Dio per chiedergli aiuto. Dovevo averlo
letto in qualche libro.

Soffocata dai singhiozzi, mi rivolsi a


Dio: «Ciao, Dio, come va? Sono Liz.
Lieta di conoscerti».

Proprio così - avevo parlato al creatore


dell’universo come se fossimo a un
cocktail e ci avessero appena presentati.
D’altronde ci sono automatismi ai quali
è difficile sfuggire, e quelle erano le
parole che ero abituata a usare ogni
volta che incontravo una persona nuova.

In effetti ero riuscita a stento a


trattenermi dal dire: «Da anni ammiro il
tuo lavoro...».

«Scusami se ti disturbo a quest’ora di


notte» proseguii, «ma mi sono cacciata
in un guaio.
Mi dispiace non avertene parlato prima,
ma spero di averti sempre manifestato la
mia gratitudine per le benedizioni di cui
hai colmato la mia vita.»

A questo pensiero mi misi a


singhiozzare ancora più forte. Dio
aspettò che mi riprendessi.

«Come sai perfettamente, non sono


un’esperta in preghiere, ma non potresti
lo stesso fare qualcosa per me? Ho un
disperato bisogno di aiuto. Non so cosa
fare. Mi serve una risposta.

Ti prego, dimmi che cosa devo fare. Ti


prego, dimmi che cosa devo fare. Ti
prego, dimmi che cosa devo fare...»
E così la mia preghiera finì per limitarsi
a quella semplice supplica - Ti prego,
dimmi che cosa devo fare - ripetuta non
so quante volte. Pregavo come chi
chiede di aver salva la vita.

E non smettevo di piangere.

Poi, all’improvviso, il pianto cessò.

Adesso singhiozzavo solo un po’, ogni


tanto. La mia infelicità era stata
risucchiata come da un aspirapolvere.
Rialzai la fronte da terra e mi misi a
sedere, sorpresa, quasi aspettan-domi di
trovarmi di fronte l’Essere Supremo che
aveva portato via il mio pianto, ma non
vidi nessuno. Ero sola. Non
completamente sola, però. Ero
circondata da qualcosa che riesco a
descrivere unicamente come un
involucro di silenzio - un silenzio così
raro che non osavo respirare per non
spaventarlo. La mia immobilità era
totale, senza incertezze. Non ricordavo
di essere mai stata così immobile.

Poi sentii una voce. Niente paura, non


era Charlton Heston nel Vecchio
Testamento holly-woodiano e nemmeno
una voce che mi ordinava: costruisci un
campo da baseball nel cortile dietro
casa. Era la mia voce, che mi parlava da
dentro. Ma io, quella mia voce, non
l’avevo mai sentita prima. Era saggia,
calma, compassionevole. Era la voce
che avrei avuto se nella vita avessi
conosciuto solo amore e certezza. Come
descrivere il suo calore affettuoso
mentre mi dava la risposta destinata a
risvegliare la mia fede nel divino?

La voce diceva: Toma a letto, Liz.

Respirai profondamente.

Sì, era quella l’unica cosa da fare. Non


mi sarei fidata di una voce tonante che
mi avesse ingiunto: Divorzia da tuo
marito! Oppure: Non divorziare da tuo
marito! Non sarebbe stata vera saggezza.
La vera saggezza dà l’unica risposta
possibile nel momento esatto in cui
viene invocata, e quella notte tornare a
letto era l’unica risposta possibile.
Toma a letto, aveva detto quella
onnisciente voce interiore, perché non
hai bisogno di sapere la risposta
definitiva adesso, alle tre del mattino di
un giovedì di novembre. Toma a letto,
perché ti voglio bene.

Toma a letto, perché adesso hai bisogno


di riposarti e di prenderti cura di te
finché non avrai la risposta. Toma a
letto, così, quando verrà la tempesta,
avrai la forza di affrontarla. E la
tempesta arriverà, Liz. Molto presto. Ma
non stanotte. Allora: Toma a letto, Liz.

Questo piccolo episodio ha tutte le


caratteristiche di una conversione
cristiana: la notte oscura dell’anima, la
richiesta di aiuto, la voce che risponde,
la trasformazione interiore. Ma non si
trattò esattamente di una conversione
religiosa, non nel senso tradizionale di
rinascita o salvezza: piuttosto, direi che
quella notte era cominciata una
conversazione religiosa. Le prime
parole di un dialogo libero e aperto che
alla fine mi avrebbe portata davvero
vicino a Dio.

5
Se, come ha detto una volta Lily Tomlin,
avessi saputo per tempo che le cose
sarebbero andate molto peggio ancor
prima di andare peggio, non credo che
quella notte sarei riuscita a dormire. Ma
quando, dopo sette mesi molto difficili,
lasciai infine mio marito, credetti che il
peggio fosse davvero passato. è la prova
di quanto poco sapessi sul divorzio.

Tempo fa vidi una vignetta sul «New


Yorker». Una donna diceva a un’altra:
«Se vuoi conoscere veramente qualcuno,
chiedigli il divorzio». Ovviamente, io
avrei detto il contrario: se vuoi smettere
di conoscere qualcuno, divorzia da lui.
O da lei. è quello che successe tra me e
mio marito. La rapidità con cui
passammo dall’intimità più totale alla
più completa estraneità e
incomprensione reciproca fu, credo,
scioccante per tutti e due. Entrambi
stavamo facendo qualcosa che l’altro
non avrebbe mai ritenuto possibile: lui
non avrebbe mai pensato che potessi
veramente lasciarlo e mai, nemmeno
nelle mie più sfrenate fantasie, io avrei
creduto che lui potesse rendermi così
difficile il distacco.

Ero sinceramente convinta che mio


marito e io, nello sciogliere il nostro
matrimonio, avremmo sistemato in
qualche ora le questioni pratiche con
l’aiuto di una calcolatrice, del buon
senso e della buona volontà di due
persone che una volta si erano amate. La
mia idea iniziale era vendere la casa e
dividere tutto a metà, non mi era mai
passato per la mente che si potesse
procedere in un modo diverso. Lui trovò
che non era giusto. Così alzai l’offerta e
proposi una soluzione più drastica: a lui
tutti i beni materiali e a me tutte le colpe
del nostro fallimento. Ma neanche questa
proposta portò a un accordo. Che fare?
Come si può aprire una trattativa dopo
che hai già offerto tutto? Non mi restava
che aspettare una contropro-posta. Il
senso di colpa per averlo lasciato mi
vietava di pensare che avrei potuto
tenere per me almeno qualche soldo di
quelli guadagnati negli ultimi dieci anni.
Inoltre, la spiritualità cui ero da poco
approdata rendeva essenziale che non ci
fossero scontri. La mia posizione dunque
era questa: non mi sarei difesa e non
avrei attaccato. Per moltissimo tempo,
contro il parere delle persone che mi
volevano bene, resistetti anche alla
tentazione di consultare un avvocato,
perché mi sarebbe parsa un’azione di
guerra. Volevo essere un Gandhi, un
Nelson Mandela. Senza pensare che tutti
e due erano avvocati.

Passarono i mesi. Vivevo in un limbo, in


attesa di essere libera e di conoscere le
condizioni del divorzio. Vivevamo
separati (lui si era trasferito nel nostro
appartamento di Manhattan), ma niente
era stato deciso. Le bollette si
ammonticchiavano, le carriere di
entrambi ristagnavano, la casa andava in
rovina e i silenzi di mio marito erano
interrotti solo da qualche saltuaria
comunicazione in cui lui mi ricordava
che ero una stupida e una criminale.

E poi c’era David.

Tutte le complicazioni e i traumi dei


brutti anni del divorzio furono ingigantiti
dal dramma di David, l’uomo di cui mi
ero innamorata mentre il mio matrimonio
finiva. A proposito, ho detto che mi ero
innamorata di David? Meglio dire che
mi ero tuffata dal mio matrimonio nelle
braccia di David esattamente come
l’acrobata di un cartone animato si tuffa
da un trampolino dentro un bicchier
d’acqua e ne viene inghiottito. Mi ero
aggrappata a David come all'ultimo
elicottero in fuga da Saigon,
scaricandogli addosso tutte le mie
speranze di salvezza e felicit. E, sì, lo
amavo. Disperatamente.

Subito dopo aver lasciato mio marito,


ero andata a vivere con David. Era - ed
è - giovane e affascinante. Nato a New
York, attore e scrittore, con quegli occhi
italiani, scuri e liquidi che da sempre
(l’ho già detto?) hanno il potere di
confondermi. Tracotante, indipendente,
vegetariano, sboccato, spirituale,
fascinoso. Un poeta-yogi ribelle. Un
atleta sexy e prediletto da Dio.
Leggendario, eccessivo. Almeno per me.
La prima volta che Susan, la mia
migliore amica, mi aveva sentito parlare
di lui, osservando la mia espressione
esaltata aveva detto:

«Oddio, ragazza, in che guaio ti sei


cacciata».

Ci eravamo conosciuti perché David


recitava in una commedia tratta da
alcuni miei racconti. Interpretava una
parte, e questo spiega molte cose. Non è
sempre così quando si ama troppo?
Inventiamo delle parti per coloro che ci
stanno accanto, ed esigiamo che le
rispettino, e ci sentiamo morire se
rifiutano di farlo.

Ma, oh, che belli i primi mesi passati


insieme, quando lui era ancora il mio
eroe romantico e io la realizzazione di
un suo sogno. C’erano tra noi una gioia e
un accordo che non avrei immaginato
possibili. Parlavamo una lingua solo
nostra. Viaggiavamo in continuazione.
Sca-lavamo montagne, esploravamo
abissi, progettavamo avventure in capo
al mondo. Eravamo più felici noi due,
insieme, in coda alla Motorizzazione, di
chissà quante coppie in luna di miele. Ci
chiamavamo con lo stesso soprannome,
perché niente ci separasse. Dividevamo
cene, promesse, giuramenti, traguardi.
Lui mi leggeva dei libri e faceva il
bucatcA (La prima volta che avevo
telefonato a Susan per raccontarle quella
meraviglia, era come se avessi visto un
cammello usare un telefono pubblico.
«Un uomo ha appena fatto il bucato per
me!»

le avevo detto. «Ha lavato a mano i capi


delicati!» E lei, di nuovo: «Ragazza, in
che guaio ti sei cacciata!».)

La prima estate di Liz e David fu un


montaggio di tutte le scene d’amore di
tutti i film che siano mai stati girati,
compreso il tuffo tra le onde e la corsa
mano nella mano attraverso i prati dorati
nella luce del tramonto. A quel tempo
pensavo ancora che il mio divorzio
sarebbe avvenuto senza scosse e stavo
concedendo a mio marito un’estate
sgombra da discussioni, in modo che
tutti e due avessimo il tempo di ritrovare
la calma. Era molto facile non pensare a
tutto quello che avevamo perso, con tutta
la felicità che David mi regalava. Poi
quell’estate (altrimenti nota come «la
tregua») finì.

Il 9 settembre 2001 ebbi l’ultimo


colloquio con mio marito, senza
sospettare che qualsiasi incontro
successivo avrebbe richiesto la
mediazione di un avvocato. Cenammo in
un ristorante. Io cercavo di parlare della
separazione, ma in realtà non facemmo
che litigare. Lui mi disse che ero
bugiarda e traditrice, che mi odiava e
che non mi avrebbe mai più rivolto la
parola. Due giorni dopo mi svegliai da
un sonno agitato, e scoprii che degli
aerei dirottati si erano schiantati contro i
due edifici più alti della mia città e che
quei simboli indistruttibili erano
diventati una valanga di rovine
incandescenti. Telefonai a mio marito
per assicurarmi che fosse sano e salvo e
piangemmo insieme per quel disastro,
ma non andai da lui. E non ci andai
nemmeno nei giorni che seguirono,
quando tutti a New York lasciarono da
parte la rabbia e le polemiche per
rispetto verso le vittime di quella
tragedia. Era veramente tutto finito.

Non esagero se dico che, nei quattro


mesi successivi, non riuscii più a
dormire.
Pensavo di essere già andata in pezzi
altre volte, ma a quel punto (in sintonia
con la sensazione che fosse crollato il
mondo intero) la mia vita divenne
davvero un ammasso di rovine.
Inorridisco al pensiero di quello che ho
fatto passare a David durante i mesi
trascorsi insieme tra l’1l settembre e la
separazione definitiva da mio marito. è
facile immaginare la sua sorpresa
nell'accorgersi che la donna più felice e
ottimista che avesse mai conosciuto,
presa da sola, era un piagnucoloso
grumo di dolore. Non c’era niente da
fare, non riuscivo a smettere di piangere.
Fu allora che lui cominciò a tirarsi
indietro e io vidi l’altro aspetto del mio
eroe romantico e appassionato -un
David solitario come un naufrago,
freddo al tatto e bisognoso di spazio più
di una mandria di bufali.

L’improvvisa ritirata emotiva di David


avrebbe probabilmente rappresentato
una catastrofe anche in circostanze
migliori, poiché io incarno la più
affettuosa forma di vita esistente sul
pianeta (un incrocio tra un golden
retriever e una cozza), ma in quel
momento le circostanze erano davvero
pessime. Io ero scoraggiata e insicura,
più indifesa di tre gemelli nati pre-
maturi. Vederlo allontanarsi mi rendeva
particolarmente fragile e il bisogno che
avevo di lui non faceva che accrescere
la sua voglia di distacco, fino a farlo
ritirare del tutto sotto il fuoco delle mie
lacrimose richieste: «Dove vai? Che
cosa ci è successo?». (Piccola dritta
sentimentale: gli uomini adorano quando
facciamo così.)

La verità è che io ero diventata David-


dipendente (a mia difesa posso dire che
era difficile resistergli perché si trattava
di una sorta di homme fatai) e ora che la
sua presenza vacillava ne soffrivo le
inevitabili conseguenze. La dipendenza è
una caratteristica delle storie d’amore
basate sull’infatuazione. Tutto ha inizio
quando l’oggetto della tua adorazione ti
concede una inebriante, allucinogena
dose di qualche cosa che non hai mai
ammesso di desiderare - una pera
emotiva fatta di amore tempestoso é
sconvolgente eccitazione. Presto
cominci a volerne sempre di più, con
l’avidità di un drogato. Quando la droga
finisce, perdi immediatamente le forze,
ti ammali, impazzisci (per non parlare
del risentimento nei confronti dello
spacciatore, che prima ha incoraggiato
la dipendenza e adesso si rifiuta di
fornire la roba migliore, anche se tu sai
che la nasconde da qualche parte,
accidenti... perché una volta te la dava
gratis). La fase successiva ti vede
scheletrica e tremante, con la sola
certezza che venderesti l’anima per
avere una volta ancora quello di cui hai
bisogno. Nel frattempo, l’oggetto della
tua adorazione ti trova repellente. Ti
guarda come se non ti avesse mai vista
prima, non come colei che un tempo
aveva amato appassionatamente. E tu,
ironia della sorte, non puoi nemmeno
fargliene una colpa; guardati, sei un
disastro, irriconoscibile ai tuoi stessi
occhi.

Sei arrivata alla fase finale


dell’infatuazione: la totale e spietata
svalutazione di te stessa.

Se io ora posso scriverne con calma è


merito del potere taumaturgico del
tempo, perché all’epoca non la presi
affatto bene. Perdere David subito dopo
il fallimento del mio matrimonio e
subito dopo la catastrofe che si era
abbattuta sulla mia città, e in più durante
le peggiori brutture del divorzio
(un’esperienza di vita che il mio amico
Brian ha efficacemente par-agonato ad
«avere tutti i giorni, per due anni, un
brutto incidente d’auto»), era veramente
troppo.

Durante il giorno, David e io


continuavamo ad avere i nostri brevi
periodi di allegria e buon accordo, ma
di notte, nel suo letto, io diventavo
l’unica sopravvissuta a un inverno
nucleare mentre lui, visibilmente, ogni
giorno di più, si allontanava da me come
se avessi una malattia infettiva.
Cominciavo ormai a temere la notte
come una camera di tortura. Giacevo li,
accanto al bel corpo di David,
addormentato e inaccessibile, e mi
dibattevo tra il terrore della solitudine e
scenari suicidi immaginati in ogni
dettaglio. Avevo dolori in tutte le parti
del corpo. Mi sentivo come un primitivo
congegno a molla, sottoposto a una
tensione inimmaginabile e prossimo a
esplodere con gravi danni per chiunque
nelle vicinanze. Immaginavo le parti del
mio corpo schizzare via dal torso per
sfuggire al centro vulcanico di quel
groppo di infelicità che ero diventata.
Quasi sempre, quando si svegliava la
mattina, David mi trovava in terra
accanto al letto, immersa in un sonno
agitato, avvolta in un asciugamano, come
un cane.

«E ora che c’è?» mi domandava. Un


altro uomo che si era stancato di me.

In quel periodo persi almeno quindici


chili.

6
Oh, non che andasse poi tutto così
male...

Perché Dio non ti sbatte mai una porta in


faccia senza prima averti aperto almeno
una scatola di biscotti; all’ombra nefasta
di quel dolore è successo anche
qualcosa di bello. Tanto per fare un
esempio, mi sono messa finalmente a
studiare l’italiano. E mi sono trovata una
guru indiana. Poi sono stata invitata da
un vecchio sciamano a vivere con lui in
Indonesia.

Ma procediamo con ordine.

Le cose presero a migliorare quando


lasciai la casa di David, all'inizio del
2002 e, per la prima volta nella mia
vita, andai a vivere da sola. Non potevo
permettermelo, perché stavo ancora
pagando quella grande casa nei
sobborghi dove nessuno viveva più ma
che mio marito mi impediva di vendere,
e intanto cercavo di non annegare nelle
parcelle degli avvocati e degli
psicologi... ma era vitale che avessi una
«stanza tutta per me». Vedevo
quell’appartamento quasi come un
sanatorio, una casa di cura dove
ritrovare la salute. Dipinsi le pareti dei
colori più caldi che riuscii a trovare e
ogni settimana mi compravo un bel
mazzo di fiori, come se dovessi andare a
trovare me stessa all’ospedale. Mia
sorella mi regalò una borsa per l’acqua
calda (per non farmi sentire troppo sola
in un letto freddo) e io me la tenevo
stretta al cuore ogni notte, come si fa con
il ghiaccio su un brutto livido. David e
io ci eravamo lasciati davvero. O forse
no. è difficile, ora, ricordare quante voi-
te ci lasciammo e ricon-ciliammo in
quei mesi. Ma c’era uno schema in
quegli andirivieni: ogni volta che mi
separavo da David ritrovavo un’energia
e una sicurezza che, invariabilmente, lo
attiravano e riac-cendevano in lui la
vecchia passione. Facevamo delle
riflessioni intelligenti, sensate e piene di
rispetto reciproco sulla possibilità di
«riprovarci», forti di qualche nuovo
progetto che ci aiutasse a ridurre le
nostre apparenti incompatibilità. Ci
impegnammo fino in fondo a trovare una
soluzione. Come potevano, infatti, due
persone così innamorate non vivere per
sempre felici e contente? Doveva essere
per forza così. Tornavamo insieme, con
ritrovata speranza, e vivevamo giorni di
delirante felicità. O addirittura
settimane. Poi David ricominciava a
tirarsi indietro e di nuovo io mi
aggrappavo a lui (o io mi aggrappavo a
lui e lui si tirava indietro - non si
riusciva mai a capire chi avesse
innescato il meccanismo) così io entravo
in crisi e lui finiva per andarsene.

David era per me erba gatta e criptonite.

Durante i periodi in cui eravamo


separati, per quanto mi riuscisse
difficile, cercavo d’imparare a vivere
da sola, e quello fu l’inizio di un
cambiamento interiore. Cominciai ad
avere la sensazione - sebbene la mia
vita somigliasse ancora a un incidente
plurimo sull’autostrada per il New
Jersey - di avvicinarmi, barcollando,
alla prospettiva di una vita autonoma.
Quando non pensavo a suicidarmi per
via del divorzio o per David, ero a tutti
gli effetti deliziata all’idea dei nuovi
tempi e spazi che i giorni mi offrivano, e
della domanda che finalmente ero in
grado di pormi: «Che cosa hai voglia di
fare, Liz?».

La maggior parte delle volte (ancora


stravolta per essermi catapultata fuori
dal matrimonio) non osavo nemmeno
rispondere a quella domanda, ma
bastava a esaltarmi la sola possibilit di
formularla. E quando finalmente
cominciai a rispondermi, lo feci con
cautela, con-cedendomi di esprimere
solo desideri piccoli come i primi passi
di un bambino. Così: Voglio andare a
scuola di yoga.

Voglio andarmene presto da questa


festa, tornare a casa e leggere un libro.

Voglio comprarmi una scatola di matite.

E non mancava mai quella bizzarra


risposta, sempre uguale: Voglio
imparare l’italiano.

Da anni desideravo imparare l’italiano -


una lingua che trovo più bella delle rose
- ma non riuscivo a trovare la minima
giustificazione pratica per cominciare.
Perché non perfezionare il francese o il
russo, che avevo già studiato anni
prima? Perché non imparare lo spagnolo
che mi avrebbe permesso di comunicare
con milioni di concittadini americani?
Che me ne facevo dell’italiano? Non
intendevo mica trasferirmi in Italia.
Sarebbe stato più utile imparare a
suonare la fisarmonica.

Ma perché tutto deve avere sempre


un’applicazione pratica? Per anni ero
stata un soldato obbediente - avevo
lavorato, prodotto, rispettato le
scadenze, mi ero presa cura dei miei
cari, delle mie gengive e del mio conto
in banca, ed ero sempre andata a votare.
La vita è forse fatta solo di doveri?
Nella crisi nera che stavo attraversando,
avevo davvero bisogno di una
giustificazione per imparare l’italiano,
oltre al fatto che non c’era nient’altro
che potesse farmi piacere? Studiare una
lingua non era un obiettivo scandaloso.
Non era come dire, a trentadue anni:
«Voglio diventare la prima ballerina del
New York City Ballet». Era
realisticamente fat-tibile. Perciò mi
iscrissi a un corso in uno di quei posti
meglio noti come Scuole Serali per
Donne Divorziate. I miei amici lo
trovavano esilarante. Nick mi disse:
«Perché studi l’italiano?

Be’, se l’Italia dovesse invadere di


nuovo l’Etiopia, questa volta con
successo, potresti vantarti di conoscere
una lingua che si parla in ben due Paesi
al mondo».

Ma il fatto era che l’italiano mi piaceva


proprio. Ogni parola era per me il canto
di un passero, una formula magica, un
tartufo profumato. Correvo a casa sotto
la pioggia, dopo la lezione, facevo un
bagno caldo e, immersa nella schiuma,
leggevo a voce alta il vocabolario
italiano, mentre le angosce del divorzio
e il crepacuore diventavano un lontano
ricordo. Certe parole m’incantavano, mi
divertiva chiamare il cellulare con quel
tenero vezzeggiativo, il mio telefonino.
Ero diventata una di quegli americani
irritanti che salutano sempre con un
Ciao! e non mancavo mai di spiegare
l’origine della parola. (Se volete
saperlo è un’abbreviazione di una frase
che si usava nel Medioevo a Venezia a
mo’ di saluto: «Schiavo vostro!».) Mi
bastava ripetere quelle parole per
sentirmi sexy e felice. L’avvocato al
quale mi ero rivolta per il divorzio mi
aveva rassicurato raccontandomi di una
sua cliente di origine coreana che, dopo
un divorzio particolarmente sgradevole,
aveva preso un nome italiano, proprio
per sentirsi di nuovo così: sexy e felice.

Forse prima o poi sarei andata davvero


in Italia...

7
Un’altra cosa importante di quel periodo
fu la scoperta della disciplina spirituale.
Aiutata e stimolata, naturalmente,
dall’ingresso nella mia vita di una vera
guru indiana - circostanza per la quale
sarò sempre grata a David. Me la fece
conoscere la prima sera che mi invitò a
casa sua. Mi innamorai di tutti e due
contemporaneamente. Avevo appena
messo piede nel suo appartamento,
quando vidi sul cassettone la fotografia
di una bellissima, radiosa donna
indiana. Domandai: «Chi è?».

«La mia guida spirituale» rispose


David.

Il mio cuore perse un battito, inciampò


su se stesso e cadde a faccia in giù. Poi
si rialzò, si spolverò le maniche, tirò un
profondo respiro e annunciò: «Voglio
anch’io una guida spirituale». Intendo
esattamente questo: il mio cuore parlò
attraverso le mie labbra. Provai una
sorta di strana scissione: per un attimo
la mia mente sgusciò fuori dal corpo, e
fronteggiò il mio cuore chiedendo
sbalordita: «Davvero?».

«Sì» fu la risposta, «davvero.»

E la mente ribattè, sarcastica: «E da


quando?».

Sapevo benissimo da quando: da quella


notte sul pavimento del bagno.
Mio Dio, quanto desideravo una guida
spirituale! Cominciai subito a
immaginarmela: quella bellissima donna
radiosa sarebbe venuta da me qualche
sera alla settimana, avremmo preso il tè
parlando del senso del divino e lei mi
avrebbe consigliato delle letture,
spiegan-domi il significato delle strane
sensazioni che avvertivo durante la
meditazione...

Tutte queste fantasie sfumarono quando


David mi disse del prestigio
internazionale di quella donna, che
aveva decine di migliaia di discepoli,
molti dei quali non l’avevano mai in-
contrata di persona. A ogni modo,
aggiunse, ogni martedì sera i suoi
seguaci si trovavano a New York per
meditare e cantare litanie. «Se non ti
spaventa l’idea di trovarti in una stanza
con qualche centinaio di persone che
cantilenano il nome di Dio in sanscrito»
mi disse David,

«puoi venire qualche volta.»

Il martedì seguente lo accompagnai. E


invece di scappare via di fronte a tutte
quelle persone normalissime che
rivolgevano strani canti a Dio, sentii la
mia anima alzarsi e diventare diafana
nell’onda di quelle voci. Quella sera
tornai a casa con la sensazione che
l’aria mi at-traversasse, come un
fazzoletto pulito sulla corda dei panni,
come se la stessa New York fosse fatta
di carta di riso e io fossi tanto leggera
da volare sui tetti. Cominciai a
frequentare le riunioni ogni martedì, poi
a meditare ogni mattina sull’antico
mantra sanscrito che il guru dà a tutti i
suoi discepoli (il regale Om Namah
Shivaya, che significa «Onoro la
divinità che risiede dentro di me»). Poi,
per la prima volta, ascoltai la guru in
persona e le sue parole mi trasmisero
brividi ovunque, anche sulla faccia. E
quando seppi che aveva un ashram in
India, capii che dovevo andarci al più
presto.

8
Nel frattempo, però, dovevo andare in
Indonesia.

Di nuovo, su incarico di una rivista.


Proprio mentre mi commiseravo per
essere così a pezzi, sola e confinata nel
Campo di Concentramento per
Divorziati, la direttrice di una rivista
femminile mi aveva chiesto se fossi
disposta ad andare a Bali a scrivere un
pezzo sulle vacanze yoga. Potete
immaginare la mia risposta. Quando
arrivai a Bali (che è, in due parole, un
posto bellissimo) , l’insegnante che
seguiva il ritiro yoga ci disse: «Dal
momento che siete qui, vi interesserebbe
incontrare uno sciamano balinese di
nona generazione?». (Anche qui, troppo
facile indovinare la risposta.) E così una
sera andammo tutti a casa sua.

Lo sciamano era un vecchietto con uno


sguardo allegro, la pelle rossobruna e la
bocca quasi completamente sdentata,
incredibilmente simile a Yoda di Guerre
Stellari. Si chiamava Ke-tut Liyer.
Parlava uno strano inglese spezzettato,
una vera delizia per l’orecchio. Per
fortuna c’era un interprete a
disposizione quando lui si bloccava su
una parola.

L’insegnante di yoga ci aveva detto che


avremmo potuto fargli delle domande e
che lui avrebbe cercato di aiutarci.
Erano giorni che pensavo a cosa
chiedergli. Le idee iniziali erano
piuttosto squallide: Può fare in modo
che mio marito mi conceda il divorzio?
Può fare in modo che David mi desideri
nuovamente ? Mi ero vergognata di quei
pensieri. Che senso aveva andare
all’altro capo del mondo per incontrare
uno sciamano indonesiano e, giunti al
dunque, chiedergli di intervenire in un
problema di cuore?

Così, quando il vecchio mi domandò


direttamente che cosa desiderassi
davvero, risposi con altre parole, più
sincere.

«Voglio avere un contatto duraturo con


Dio» gli dissi. «Qualche volta mi
sembra di percepire l’essenza divina di
questo mondo, ma poi ne perdo il senso,
distratta da piccoli desideri e piccole
paure. Io voglio restare sempre accanto
a Dio, ma senza farmi monaca o
rinunciare interamente ai piaceri della
vita. Voglio vivere nel mondo e godere
delle gioie che ci offre, ma voglio anche
imparare a dedicarmi a Dio.»

Ketut disse che mi avrebbe risposto con


un disegno. Mi mostrò uno schizzo che
aveva fatto durante una meditazione: una
figura umana androgina, in piedi, con le
mani congiunte in preghiera. Ma quella
figura aveva quattro gambe, e al posto
della testa un groviglio di foglie e fiori
selvatici. Sul cuore era disegnato un
piccolo viso sorridente.

«Per trovare l’equilibrio che stai


cercando» mi rispose Ketut attraverso
l’interprete «devi diventare così. Devi
tenere i piedi ben piantati a terra, come
se avessi quattro gambe. In questo modo
puoi vivere nel mondo, ma devi smettere
di guardarlo con la testa, devi guardarlo
con il cuore. Così conoscerai Dio.»

Poi mi domandò se poteva leggermi la


mano. Gli porsi la sinistra e lui mi
ricompose come un puzzle di tre sole
tessere.

«Sei-una donna che viaggia in giro per il


mondo.»
Cosa che mi parve un po’ ovvia, visto
che in quel momento mi trovavo in
Indonesia, ma decisi di non
sottolinearlo.

«Sei più fortunata di chiunque altro


abbia conosciuto. Vivrai a lungo, avrai
molti amici e farai molte esperienze.
Vedrai tutto il mondo. Hai un solo
problema nella vita: ti preoccupi troppo.
Sei emotiva, ansiosa. Se ti prometto che
non avrai mai alcuna ragione di
preoccuparti, mi crederai?»

Annuii nervosamente, senza credergli


affatto.

«Hai un lavoro creativo, forse artistico,


ben pagato. Sarai sempre pagata bene
per il tuo lavoro. Sei generosa con il
denaro, forse troppo. Una volta nella
vita perderai tutti i tuoi soldi.

Forse succederà presto.»

«Entro sei, dieci mesi al massimo»


risposi, pensando al mio divorzio.

Ketut fece un cenno con la testa, che


voleva dire: Sì, andrà più o meno così.
«Ma non preoccuparti» aggiunse, «dopo
aver perso il denaro, lo riavrai subito. E
poi starai bene. Ci saranno due
matrimoni nella tua vita, uno breve e uno
lungo. Avrai due figli...»
Mi aspettavo che dicesse: «Uno basso,
uno alto», invece all’improvviso tacque,
guardandomi il palmo con la fronte
aggrottata. Poi riprese: «Strano...», una
parola che nessuno vorrebbe sentir
pronunciare né da un chiromante né da
un dentista. Mi chiese di spostarmi sotto
la lampadina appesa al soffitto, per
vedere meglio.

«Mi sono sbagliato» disse infine, «avrai


un solo figlio. Più avanti negli anni, una
bambina.

Forse. Se lo vorrai... ma c’è


qualcos’altro.» Aggrottò di nuovo la
fronte, poi alzò gli occhi,
improvvisamente sicuro. «Presto
tornerai a Bali. Devi tornare. E restare
qui per tre mesi, forse quattro: sarai mia
amica. Forse vivrai con la mia famiglia.
Potrò esercitarmi in inglese parlandò
con te. Non ho mai avuto nessuno con
cui far pratica. Tu sei brava con le
parole. Forse il lavoro creativo che fai
riguarda le parole?»

«Sì» risposi. «Scrivo libri.»

«Sei una scrittrice e vieni da New


York» concluse, quasi come una
conferma. «Dunque tornerai a Bali,
vivrai qui e m’insegnerai l’inglese. E io
t’insegnerò tutto quello che so.»

Si alzò e si strofinò le mani come a dire:


siamo d’accordo.

«Se per lei è una cosa seria» dissi, «lo è


anche per me.»

Mi offrì un luminoso sorriso sdentato e


rispose: «See you la-ter, alligator».

9
Ora, se uno sciamano balinese di nona
generazione mi dice che il mio destino è
di trasferirmi a Bali e vivere con lui per
quattro mesi, è ovvio che io faccio tutto
il possibile per andare incontro a quel
destino. E così il mio progetto di
viaggio per quell’anno cominciò a
prendere forma. Dovevo assolutamente
tornare in Indonesia, e questa volta con i
miei quattro soldi. Anche se non
riuscivo ancora a immaginare come
avrei fatto, con la mia vita caotica e
travagliata. (Non solo dovevo ancora
concludere il mio costosissimo divorzio
e risolvere il problema David, ma avevo
anche un contratto con una rivista che mi
impediva di sparire per tre o quattro
mesi.) Oltre a tornare in Indonesia, però,
volevo anche andare in India a visitare 1
’ashram della mia guru, e anche per
quello occorrevano soldi e tempo. Ad
accrescere la confusione, c’era il fatto
che da un pezzo morivo dalla voglia di
andare in Italia per migliorare il mio
italiano, e anche perché ero affascinata
dalla prospettiva di assorbire, per
quanto potevo, una cultura che venerava
il piacere e la bellezza.

Tutti questi desideri sembravano in


contrasto l’uno con l’altro. Vedevo
soprattutto un conflitto tra Italia e India.
Che cosa contava di più? La parte di me
che voleva mangiare vitello a Venezia?
O quella che voleva svegliarsi molto
prima dell’alba nell’austerità di un
ashram per cominciare una lunga
giornata di meditazione e preghiera?
Rumi, il grande poeta e filosofo sufi,
consigliava ai suoi discepoli di elencare
le tre cose che desideravano di più nella
vita. Se due voci contrastavano,
ammoniva Rumi, si era destinati
all’infelicità. Meglio vivere una vita
tesa a un unico scopo. Ma non c’erano
dei vantaggi nel dividersi
armoniosamente tra posizioni estreme?
Non sarebbe stato bello crearsi una vita
così traboccante da riuscire a contenere
opposti apparentemente inconciliabili?
La mia verità era esattamente quella che
avevo detto allo sciamano di Bali:
volevo fare entrambe le esperienze.
Volevo le gioie del mondo e la
trascendenza - il duplice splendore di
una esistenza pienamente umana. Volevo
quello che i Greci antichi chiamavano
kalòs kai agathòs, l’equilibrio tra ciò
che è buono e ciò che è bello. Negli
ultimi difficili anni non avevo fatto che
perdere di vista entrambi, perché
piacere e spiritualità richiedono uno
spazio libero da tensioni e io ero vissuta
in un grosso com-pattatore di rifiuti
pieno di ansie dilanianti. Quanto a
bilanciare l’impulso ai piaceri terreni e
il desiderio di spiritualità... un trucco
doveva pur esserci. Mi bastò il poco
tempo trascorso a Bali per capire che
sarebbero stati i suoi abitanti a
insegnarmelo. O forse addirittura il
vecchio sciamano in persona.

Quattro piedi puntati a terra, la testa


piena di foglie e il mondo visto
attraverso il cuore...

Così smisi di costringermi a scegliere -


Italia? India? Indonesia? - e ammisi che
volevo conoscere tutti e tre i Paesi.
Quattro mesi per ciascuno. Un anno in
tutto. Certo, era un sogno leggermente
più ambizioso dell’acquisto di una
scatola di matite. Ma era quello che
volevo. E

poi volevo scrivere di tutto questo. Per


me non erano tanto luoghi da esplorare,
altri viaggiatori lo avevano fatto prima
di me; quello che mi interessava era
indagare un aspetto di me stessa sullo
sfondo di ciascun Paese. Volevo
imparare l’arte del piacere in Italia,
l’arte della devozione in India e, in
Indonesia, l’arte di bilanciare l’uno e
l’altra. Solo più tardi, dopo aver capito
qual era il mio sogno, mi sono accorta
che i nomi di quei tre Paesi cominciano
tutti con la i. Mi è sembrato un presagio
felice per un viaggio alla scoperta del
mio Io.

Provate a immaginare adesso i commenti


che il progetto scatenò tra i miei
saccenti amici.

Volevo partire per le tre i? Allora


perché trascurare l’Iran, l’Islanda,
l’Irlanda? O, meglio ancora, perché non
partire in pellegrinaggio alla volta della
grande triade Ikea, Ipermercato,
Idromassaggio? La mia amica Susan mi
consigliò di fondare un’associazione
umanitaria no profìt e di chiamarla
«Divorziate senza frontiere», ma erano
scherzi non pertinenti perché io non ero
ancora in grado di andare da nessuna
parte. Il divorzio, anche adesso che il
matrimonio non esisteva più da molto
tempo, non c’era ancora. Avevo dovuto
ridurmi a esercitare pressioni legali su
mio marito, facendo cose spaventose,
come fargli recapitare convocazioni
scritte e denunce (richieste dalla Legge
dello Stato di New York) comprovanti
l’accusa di crudeltà mentale. Erano
documenti che non lasciavano spazio a
sottigliezze, negandomi la possibilità di
spiegare al giudice: «Senta, era una
relazione piuttosto complicata, anch’io
ho fatto dei grossi sbagli e me ne
dispiace, ma tutto quello che chiedo è di
essere libera».
(A questo punto farò una pausa per
rivolgere una preghiera in favore dei
miei affezionati lettori: che mai e poi
mai si trovino immischiati in una causa
di divorzio a New York.) Nella
primavera del 2003 la situazione
raggiunse un punto critico. Dopo un anno
e mezzo di separazione, mio marito era
finalmente pronto a discutere i termini di
un accordo. Sì, voleva i soldi, la casa e
l’appartamento in affitto a Manhattan, e
io ero disposta a dargli tutto. Ma lui
chiedeva anche cose che a me non
sarebbero mai neanche passate per la
mente, una parte dei diritti sui libri che
avevo scritto durante il matrimonio, una
fetta dei possibili diritti futuri su
eventuali film tratti dai miei lavori, una
quota della mia pensione, e così via.
Mesi di trattative tra i nostri avvocati
sfociarono in un compromesso che stava
per essere messo sul piatto, con qualche
speranza che mio marito fosse disposto
a sottoscriverlo, magari con qualche
modifica. Se avesse firmato l’accordo,
io non avrei dovuto fare altro che pagare
e andarmene. Altrimenti, saremmo finiti
in tribunale. Un processo, quasi
inevitabilmente, avrebbe inghiottito i
pochi soldi che mi restavano. E, peggio
ancora, avrebbe richiesto a dir poco un
altro anno. Dunque, c’era in ballo un
anno della mia vita. L’avrei passato a
viaggiare da sola in Italia, in India, in
Indonesia? O a rispondere a ossessivi e
interminabili controinterrogatori nel
seminterrato di un tribunale?

Ogni giorno telefonavo almeno


quattordici volte al mio avvocato - Ci
sono novità ? - e ogni giorno lei mi
assicurava che stava facendo del suo
meglio e che se l’accordo fosse stato
firmato mi avrebbe avvertita
immediatamente. Provavo un’agitazione
a metà tra l’attesa davanti all’ufficio del
preside e l’ansia per il risultato di una
biopsia. Mi piacerebbe descrivere la
mia calma Zen, ma non posso. Più di una
volta, in preda alla rabbia, trascorsi la
notte a picchiare sul letto con la mazza
da baseball. Il resto del tempo ero solo
terribilmente depressa.
Nel frattempo, David e io ci eravamo di
nuovo lasciati. Sul serio, questa volta. O
forse no -

non ce la sentivamo di rinunciare del


tutto. Spesso venivo presa dal desiderio
di sacrificare ogni progetto per amor
suo. Altre volte provavo l’impulso
opposto -mettere tra me e quel tipaccio
tutti i continenti e gli oceani possibili,
nella speranza di trovare finalmente
pace e felicit.

Mi erano venute le rughe, due solchi


permanenti tra le sopracciglia, a furia di
piangere e angustiarmi.

E, nel bel mezzo di tutto questo, un mio


libro vecchio di anni decise di uscire in
edizione economica, costringendomi a
partire per un piccolo giro pubblicitario.
Portai con me la mia amica Iva, per
tenermi compagnia. Iva ha la mia età, ma
è cresciuta in Libano, a Beirut.

Questo vuol dire che, da ragazze, mentre


io facevo sport o audizioni per
partecipare a un musical in una scuola
media del Connecticut, lei stava
rannicchiata in un rifugio antiaereo
cinque notti su sette, per cercare di
salvarsi la pelle. Non so fino a che
punto essere esposti alla violenza aiuti a
crescere forti, ma Iva è la persona più
calma che conosca. Inoltre possiede
quello che io chiamo «collegamento
ultrasonico con l’universo», un canale
esclusivo di comunicazione con il
divino, accessibile ventiquattr’ore su
ventiquattro.

Iva e io viaggiavamo dunque attraverso


il Kansas, e io mi trovavo nel mio solito
stato di sudaticcia confusione mentale -
firmerà, non firmerà? - quando
confessai: «Non credo di farcela a
sopportare un altro anno di pratiche
legali. Mi serve un intervento divino.
Vorrei scrivere una specie di petizione a
Dio per chiedergli di porre fine a tutta
questa storia».

«E perché non la scrivi?»


Spiegai a Iva la mia personale opinione
sulla preghiera. Le dissi che non mi
sembrava giusto pretendere da Dio
qualcosa di specifico. Indebolisce il
concetto di fede. Non mi piaceva l’idea
di chiedere: «Potresti liberarmi da
questa difficoltà o da quest’altra?». Chi
lo sa, magari Dio aveva inteso mettermi
di fronte a un determinato ostacolo per il
mio bene. Prefe-rivo chiedergli il
coraggio di affrontare con equilibrio
qualsiasi cosa mi capitasse,
indipendentemente dai risultati. Iva mi
ascoltò educatamente, poi domandò:
«Chi ti ha messo in mente un’idea così
stupida?».

«Che cosa vuoi dire?»


«Perché pensi di non poterti rivolgere
all’universo con la preghiera? Tu sei
parte di questo universo, Liz. Hai tutti i
diritti di partecipare al suo evolversi e
di manifestare ciò che senti.

Esprimi la tua opinione. Solleva la


questione che ti preoccupa. Credimi -
alla fine riceverai ascolto.»

«Davvero?» Per me era un modo di


ragionare assolutamente nuovo.

«Davvero! Se tu adesso fossi costretta a


scrivere una petizione a Dio, come dici
tu, che cosa gli chiederesti?»

Riflettei un momento, poi tirai fuori


dalla borsa un libretto di appunti e
scrissi: Caro Dio,

per favore intervieni e metti fine a


questo divorzio. Io e mio marito
abbiamo sbagliato tutto nel matrimonio e
ora stiamo

sbagliando tutto nel divorzio. Questa


causa è un veleno che distrugge noi e
chiunque ci voglia bene.

So che devi pensare a guerre e tragedie,


a contrasti ben più importanti di quelli
di una coppia che non funziona, ma so
anche che la salute del pianeta è
condizionata da quella di ogni sua parte.
Fino a quando anche due anime soltanto
si dibattono in un conflitto, tutto il
mondo ne sarà contaminato. Allo stesso
modo, se una o due anime si libereranno
dalla dis-cordia, la salute del mondo ne
gioverà.

Ciò che ti chiedo con molta umiltà è di


aiutarmi a porre fine al nostro dissidio,
di modo che possiamo tornare a essere
liberi e sani, in un mondo già troppo
segnato dalla sofferenza.

Grazie per la tua gentile attenzione.

Con rispetto,

Elizabeth M. Gilbert
Lo lessi a Iva e lei annuì.

«Metterei anche la mia firma» disse.

Le porsi il foglio e la penna, ma stava


guidando. «Fa’ conto che l’abbia fatto»
rispose.

«L’ho firmata con il cuore.»

«Grazie, Iva. Grazie per il tuo


appoggio.»

«Chi altri la firmerebbe?»

«La mia famiglia. Mia madre e mio


padre. Mia sorella.»
«ok, ci sono anche loro. Vedo i loro
nomi sulla lista. Chi possiamo
aggiungere? Fammi un elenco.»

Così cominciai a nominare tutti quelli


che, secondo me, avrebbero firmato la
petizione. Gli amici più cari, altri
membri della mia famiglia e qualcuno
dei miei colleghi. Ogni volta Iva diceva
con sicurezza: «Giusto. Ha firmato
anche lui» oppure «Ha firmato anche
lei». Qualche volta era lei a proporre
nuovi nomi: «Hanno firmato anche i miei
genitori. Hanno allevato i loro figli
durante la guerra, detestano i conflitti
inutili, sarebbero felici di sapere che la
tua causa di divorzio è finita».
Chiusi gli occhi e attesi che mi venisse
in mente qualcun altro.

«Credo che anche Bill e Hillary Clinton


abbiano appena firmato» dissi.

«Non ne dubito. Ascolta, Liz. Una


petizione del genere la firmerebbe
chiunque, lo capisci?

Chiama qualsiasi persona ti venga in


mente, viva o morta, e comincia a
raccogliere le ade-sioni.»

«San Francesco d’Assisi ha firmato!»

«E naturale! Che cosa ti aspettavi?»


ribattè Iva dando un pugno al volante.
Tiravo fuori un nome dopo l’altro.

«Abraham Lincoln ha firmato! Gandhi,


Mandela, tutti i pacifisti. Eleanor
Roosevelt, Madre Teresa, Bono, Jimmy
Carter, Mohammed Ali, Jackie Robinson
e il Dalai Lama... e mia nonna che è
morta nel 1984, e l’altra mia nonna che è
ancora viva... e il mio insegnante
d’italiano e il mio psicologo e il mio
agente... e Martin Luther Kingjr. e
Katharine Hepburn... e Martin Scorsese
(non ci contavo, ma è un gesto simpatico
da parte sua)... e la mia guru,
naturalmente... e Joanne Wood-ward, e
Giovanna d’Arco e la mia maestra di
prima media, la signora Carpenter, e Jim
Henson...»
I nomi sgorgavano come un fiume dalle
mie labbra. Seguitai ad aggiungerne per
più di un’ora, e intanto la mia petizione
per la pace si allungava, una pagina
invisibile dopo l’altra, con le firme dei
miei sostenitori. Iva non faceva che
confermare - ha firmato anche lui, sì, ha
firmato anche lei - e io mi sentivo
crescere attorno un grande senso di
protezione.

Poi la lista finì e la mia ansia con essa.


Avevo sonno. Iva disse: «Dormi un po’,
io continuo a guidare». Chiusi gli occhi.
Apparve l’ultimo nome: «Michael J.
Fox. Ha firmato anche lui»

mormorai prima di scivolare nel sonno.


Non saprei per quanto tempo dormii,
forse solo dieci minuti, ma di un sonno
profondo. Quando mi risvegliai, Iva
guidava ancora canticchiando una
canzone. Sbadigliai.

II mio cellulare squillò.

Vidi il telefonino vibrare di entusiasmo


nel portacenere dell’automobile a nolo.
Ero disorientata, ancora un po’ stordita,
improvvisamente incapace di ricordare
come funziona un telefono.

«Dai» mi incitò Iva, che aveva capito.


«Rispondi.»
Presi il telefono, bisbigliai: «Pronto».

«Grande notizia!» annunciò il mio


avvocato dalla lontana New York. «Ha
firmato!»

10
Qualche settimana dopo, vivevo in
Italia.

Avevo lasciato il lavoro, pagato le


spese di divorzio e le parcelle, ceduto la
mia casa e il mio appartamento, lasciato
in deposito da mia sorella quel che mi
era rimasto e riempito due valigie. Il
mio anno di viaggio era cominciato. E
potevo permettermelo grazie a un
miracolo: il mio editore aveva comprato

il libro che volevo scrivere sui miei


viaggi. Era successo, in altre parole,
quello che lo sciamano mi aveva
predetto in Indonesia, e cioè avevo
perso tutti i miei soldi e li avevo
immediatamente recuperati - almeno in
misura sufficiente a finanziarmi un anno
di vita.

Adesso abitavo a Roma. In un piccolo


appartamento in un edificio storico a
qualche isolato dalla scalinata di Piazza
di Spagna, lungo la strada che parte da
Piazza del Popolo. Il mio nuovo
quartiere non possedeva, naturalmente,
lo splendore grandioso di quello dove
abitavo a New York, con vista
sull’ingresso del Lincoln Tunnel, ma
c’era di peggio...

Per quattro mesi poteva andare.

11
La mia prima cena a Roma non è stata
niente di speciale. Un piatto di pasta
(spaghetti alla Carbonara) e spinaci al
burro e aglio. (Il grande poeta romantico
Shelley scrisse una volta a un amico una
lettera orripilata a proposito della
cucina italiana: Le ragazze di alto rango
mangiano, non ci crederai mai, Vaglio!)
Ho assaggiato anche un carciofo; i
romani sono molto orgogliosi dei loro
carciofi. Poi la cameriera è arrivata con
la sorpresa del giorno, offerta dalla casa
- fiori di zucca fritti e ripieni di
formaggio, preparati con tanta
delicatezza che probabilmente i fiori non
si erano nemmeno accorti di non essere
più sulla pianta. Dopo gli spaghetti, ho
mangiato il vitello. Ah, sì, ho anche
bevuto una bottiglia di vino rosso, tutta
da sola. Ho mangiato il pane caldo con
l’olio d’oliva e il sale. E per dessert il
tiramisù.

Dopo cena, verso le undici, mentre


tornavo a casa a piedi, ho sentito un gran
chiasso provenire da un palazzo vicino.
Ho pensato a una riunione di bambini di
sette anni - forse una festa di
compleanno? Risate, grida e passi di
corsa. Sono salita nel mio appartamento,
mi sono distesa sul mio nuovo letto e ho
spento la luce. Pensavo che avrei
cominciato a piangere o ad angustiarmi,
perché era quello che mi succedeva di
solito ogni volta che spegnevo la luce,
invece mi sono sentita tranquilla. Stavo
bene. Erano i primi sintomi della
serenità.

Il mio corpo stanco ha domandato alla


mia mente stanca: «Era di questo, allora,
che avevi bisogno?».

Non c’è stata risposta e mi sono


addormentata.
12
In tutte le grandi città del mondo
occidentale si incontrano cose simili: le
stesse bancarelle che vendono imitazioni
delle stesse borse e degli stessi occhiali
disegnati dallo stesso celebre stilista, gli
stessi guatemaltechi che suonano El
condor posa con i loro strumenti di
bambù. Però certe cose ci sono solo a
Roma. Come l’uomo al banco dei panini
che mi chiama «bella» ogni volta che mi
rivolge la parola. Lo vuoi freddo o te lo
scaldo, il panino, bella ? O le coppie
che pomiciano ovunque, come in gara tra
loro, avvinghiate sulle panchine, intente
ad accarezzarsi i capelli e anche
dell’altro, strusciandosi e dimenandosi
come bisce.

E poi le fontane. Plinio il Vecchio


scrisse: «Se consideriamo l’acqua che
Roma fornisce in abbondanza a bagni,
cisterne, pozzi, case, giardini, ville e
teniamo conto delle distanze che
quell’acqua percorre, degli archi che
disegna, delle montagne che perfora,
delle ampie valli che attraversa, non
possiamo non riconoscere che mai è
esistito al mondo qualcosa di più bello».

Oggi, qualche secolo dopo, molte


fontane si contendono il privilegio di
essere la mia preferita. Una è a Villa
Borghese e ha al centro una giocosa
famiglia di bronzo. Papà è un fauno,
mamma una donna. Il bambinetto mangia
golosamente un grappolo d’uva. Mamma
e papà sono in un atteggiamento
bizzarro. Si tengono per i polsi e hanno
il corpo inclinato all’indietro, ed è
diffìcile dire se lottino o giochino, ma di
certo le loro figure sprigionano grande
energia. Il piccolo sta esattamente in
mezzo a loro, aggrappato ai loro polsi
con il suo grappolo d’uva, e non
gl’importa se mamma e papà stiano
litigando o giocando. Il suo piccolo
zoccolo fesso penzola nel vuoto. (Ha
preso da suo padre.)

è l’inizio del settembre 2003. L’aria è


calda e invita alla pigrizia. In questo
quarto giorno a Roma la mia ombra non
si è ancora stagliata sulla soglia di una
chiesa o di un museo, non ho nemmeno
dato un’occhiata alla guida, ma ho
camminato all’infinito, senza scopo, e
alla fine ho trovato un posticino dove,
m’informa un gentile conducente di
autobus, si vende II Gelato Più Buono di
Roma. Si chiama «Il gelato di San
Crispino», se ho capito bene, e lì ho
provato i gusti miele e nocciola. Quel
giorno stesso sono tornata, più tardi, ad
assaggiare pompeimo e melone. E poi di
nuovo, dopo cena, per una coppetta di
zenzero e cannella.

Cerco di leggere ogni giorno un articolo


di giornale, anche se mi porta via molto
tempo.

Ogni tre parole circa devo aprire il


vocabolario. Oggi le notizie sono
particolarmente interessanti. Diffìcile
immaginare un titolo più drammatico:
Obesità! I bambini italiani sono i più
grassi d’Europa. (Grazie al Cielo dei
bambini americani non si fa parola.)
L’articolo dice che non sono solo i
bambini piccoli ad essere
pericolosamente sovrappeso, ma anche
quelli più gran-dicelli. (Ovviamente,
l’industria della pasta si difende.)
Queste allarmanti statistiche sono state
rivelate ieri da una «task force
internazionale» (inutile il vocabolario,
qui). Per decifrare tutto l’articolo ho
impiegato un’ora intera. Nel frattempo
ho mangiato una pizza e ho ascoltato un
bambino che suonava la fisarmonica
dall’altra parte della strada. Non mi è
sembrato grasso, forse perché in realtà
non è italiano. Non sono sicura di aver
capito bene la conclusione dell’articolo,
ma sembra che il governo abbia
dichiarato che l’unico modo di
combattere l’obesità è mettere una tassa
sui chili di troppo... Possibile? E se,
dopo qualche mese di cibo italiano,
decidessero di tassare anche me?

è importante leggere i giornali ogni


giorno anche per vedere come sta il
papa. Qui, a Roma, le condizioni di
salute del papa sono riportate
quotidianamente, come le previsioni del
tempo o i programmi della tv. Oggi il
papa è stanco. Ieri, il papa era un po’
meno stanco di oggi. Speriamo che
domani il papa non sia stanco come
oggi.

Roma è il paradiso della lingua italiana,


per me che ho sempre voluto impararla.
è come se qualcuno avesse inventato una
città solo per soddisfare le mie esigenze,
una città dove ognuno (anche i bambini,
anche i tassisti, anche gli attori negli
spot alla tv) parla questa lingua
meravigliosa. è come se si fossero messi
tutti d’accordo per insegnarmela. I
giornali sono stampati in italiano,
apposta per me. E si vendono libri
scritti in italiano! Sono entrata in una
libreria, ieri mattina, e mi è parsa un
palazzo incantato. Tutto era in italiano -
anche il Dottor Seuss. Gironzolavo qua
e là, toccando tutti i libri, e speravo che
qualcuno pensasse che la mia lingua
materna era l’italiano. Vorrei tanto che
l’italiano si aprisse davanti a me senza
più segreti. è la stessa sensazione che
provavo quando, a quattro anni, morivo
dalla voglia d’imparare a leggere.
Ricordo che, nella sala d’aspetto di un
medico, seduta accanto a mia madre,
avevo sfogliato lentamente un numero di
«Good Housekeeping» con gli occhi
fissi sul testo, sperando che gli adulti
presenti pensassero che stavo leggendo.
Mai, da quella volta, mi ero sentita tanto
desiderosa di sapere. A Roma, ieri
mattina in libreria, ho trovato molti poeti
americani tradotti, con il testo a fronte.
Ho comprato una raccolta di Robert
Lowell e un’altra di Louise Gluck.

Posso fare pratica di conversazione


ovunque. Oggi ero seduta sulla panchina
di un parco quando una vecchietta
vestita di nero si è appollaiata vicino a
me e ha cominciato a parlarmi di non so
che con piglio autoritario. Ho scosso la
testa, muta e imbarazzata. Mi sono
scusata, cercando di non fare errori:
«Mi dispiace, non parlo italiano». Se
avesse potuto, mi avrebbe
probabilmente colpita con un cucchiaio
di legno; ma si limitò a insistere: «No,
lei capisce». (E

aveva ragione, quella frase almeno l’ho


capita.) Poi ha voluto sapere da dove
venivo. Le ho detto che venivo da New
York, e le ho rivolto la stessa
domanda... Ovviamente, lei era di
Roma. Mi sono messa a battere le mani
come una bambina. Ah, Roma!
Bellissima Roma! Mi piace tanto Roma!
Bella Roma! Lei mi ha ascoltato
berciare con aria scettica, poi è andata
dritta al sodo e mi ha domandato se ero
sposata. Le ho risposto che ero
divorziata. Era la prima volta che lo
dicevo a qualcuno e per di più mi
toccava dirlo proprio in italiano.
Naturalmente lei mi ha domandato:
«Perché?». La risposta era difficile in
qualsiasi lingua. Infine ho balbettato
qualcosa di simile a: «L’abbiamo rotto».

Lei ha annuito, si è alzata, si è avviata


verso la vicina fermata, poi è salita
sull’autobus senza neanche voltarsi. Era
arrabbiata con me? Non so perché, ma
ho aspettato su quella panchina altri
venti minuti, pensando,
irragionevolmente, che potesse tornare
per riprendere la conversazione, ma non
è tornata. Si chiamava Celeste e mi
piaceva il suono di quella «c», come in
«violoncello».

Più tardi, quel giorno, ho trovato una


biblioteca. Io vado matta per le
biblioteche. Qui, poi, siamo a Roma e
questa biblioteca è bella e antica e ha un
cortile-giardino di cui nessuno, dalla
strada, può sospettare l’esistenza. è
perfettamente quadrato, con tanti alberi
di arancio e una fontana nel mezzo. La
vedevo per la prima volta e subito ho
capito che quella fontana sarebbe entrata
in gara con le mie preferite, anche se era
diversa dalle altre. Tanto per
cominciare, non era scolpita nel marmo.
Era una piccola, verde, muscosa fontana
naturale: un intricato e gocciolante
cespuglio di felci. (In verità, ricordava
moltissimo il fogliame selvatico che
cresceva al posto della testa nella figura
che il vecchio sciamano mi aveva
mostrato in Indonesia.) L’acqua
sgorgava dal centro di questo cespuglio
fiorito e ricadeva lungo le foglie con un
incantevole suono che echeggiava
malinconicamente in tutto il giardino.

Mi sono seduta all’ombra di un arancio


e ho aperto uno dei libri di poesie che
avevo comprato il giorno prima. Era di
Louise Glùck. Ho letto la prima poesia
in italiano, poi in inglese e mi sono
soffermata su questo verso:

Dal centro della mia vita venne una


grande fontana...

«From thè center of my life, there carne


a great fountain... »
Sono rimasta seduta con il libro in
grembo, tremante di sollievo.

13
A dir la verità, non sono la migliore
viaggiatrice che esista al mondo.

Lo so, perché ho viaggiato molto e ho


conosciuto viaggiatori straordinari. Nati
per quello.

Così forti fisicamente che, a Calcutta,


potrebbero bere l’acqua di un rigagnolo
da una scatola da scarpe senza patire
alcun effetto. Gente che assimila una
lingua nuova dove noi as-similiamo solo
una malattia infettiva. O che sa come
battere in ritirata davanti a una minac-
ciosa guardia di frontiera, e come
blandire, all’ufficio visti, un burocrate
accigliato. Hanno la statura giusta e la
carnagione che li fa apparire accettabili
ovunque vadano - potrebbero essere
turchi in Turchia, messicani in Messico,
baschi in Spagna e arabi in Nordafrica...

Io non ho queste qualità. Prima di tutto,


non mi mimetizzo. Sono alta, bionda e
ho un col-orito roseo. Più un fenicottero
che un camaleonte. Dovunque vada,
esclusa Dùsseldorf, sono vistosamente
straniera. In Cina, le donne mi
indicavano ai bambini come se fossi un
animale fuggito dallo zoo. E loro, che
non avevano mai visto un fantasma con
le guance rosa e i capelli gialli, spesso
scoppiavano in singhiozzi. Era una cosa
che odiavo, in Cina.

Sono incapace (o forse è solo pigrizia)


di prenotare un posto prima di partire,
preferisco stare a vedere quello che
succede. Quando si viaggia così,
«quello che succede» si risolve nel
ciondolare in una stazione senza sapere
da che parte andare, o nel lo spendere un
mucchio di soldi nell’unico albergo che
ha una camera libera, ovviamente il più
costoso di tutti. Il mio scarso senso
deH’orientamento e la mia pessima
conoscenza della geografia mi hanno
portato a esplorare sei continenti sempre
con una vaghissima idea di dove mi
trovavo. Oltre ad avere l’ago della
bussola sghembo, non sono abbastanza
calma e questo in viaggio è una
mancanza grave. Non sono mai riuscita
ad assumere quell’aria di consapevole
invisibilità che è tanto utile quando si
viaggia in posti sconosciuti e pericolosi.

Sapete, quell’espressione tranquilla,


sicura, di chi è perfettamente a proprio
agio ovunque, anche nel mezzo di una
sommossa a Giacarta. No, purtroppo
quando non so cosa fare do esattamente
l’impressione di non sapere cosa fare.
Se sono eccitata o nervosa, appaio
esattamente tale. E quando ho l’aria
smarrita è perché mi sento smarrita. La
mia faccia è una finestra trasparente sui
miei pensieri. Anche David l’aveva
detto una volta: «Hai l’opposto di una
faccia da poker... Direi che hai una
faccia da minigolf».

Ah, quante sofferenze i miei viaggi


hanno inflitto al mio apparato digerente!
Non per aprire un capitolo imbarazzante,
ma non c’è emergenza gastrointestinale
che non abbia sperimentato. Una volta,
in Libano, sono stata così
spettacolarmente male che pareva mi
fossi presa il virus Ebola mentre per
caso passava di lì. In Ungheria, invece,
ho sofferto dell’inconveniente opposto,
tanto che da allora per me il «blocco
sovietico» ha assunto un nuovo
significato. Ma ho anche altri punti
deboli. Il mal di schiena si è fatto sentire
il primo giorno del mio viaggio in
Africa; sono stata l’unica del mio
gruppo, in Venezuela, a emergere dalla
foresta con un’infezione dovuta al morso
di un ragno e - indovina! - chi altri mai è
riuscito a beccarsi un’insolazione a
Stoccolma?

Eppure, nonostante tutto, niente al


mondo mi piace come viaggiare. Da
quando a sedici anni andai per la prima
volta in Russia con i soldi guadagnati
facendo la babysitter, ho sempre avuto
la sensazione che a un viaggio valga la
pena di dedicare spese e sacrifici. Il mio
amore per il viaggio è più sincero e
costante degli altri miei amori. Ho con il
viaggio il rapporto di una giovane madre
felice con il suo insopportabile,
costipato, irrequieto figliolo - non
m’importa il prezzo da pagare, lo adoro.
è mio. Mi assomiglia. Può vomitarmi
addosso, se vuole.

Per essere un fenicottero, non sono però


del tutto sprovveduta. Ho le mie
tecniche di sopravvivenza. Sono
paziente. So come si prepara un
bagaglio leggero. Sono un’intrepida
man-giatrice. Ma la mia vera virtù è la
capacità di fare amicizia con chiunque.
Perfino con i morti. Una volta, in Serbia,
ho fatto amicizia con un criminale di
guerra che mi ha invitata in montagna
con la sua famiglia. Non che sia
orgogliosa di includere tra i miei
conoscenti anche uno sterminatore serbo
(dovetti fare amicizia con lui per
scrivere un articolo e anche perché non
mi desse un pugno in faccia), è solo per
dire che mi è capitato anche quello. Se
non ci fosse nessun altro in giro con cui
parlare, potrei attaccar discorso con una
pila di mattoni (a patto che sia alta
almeno un metro e mezzo). Ecco perché
non ho paura di viaggiare nei luoghi più
remoti del mondo, quando so di poter
incontrare altri esseri umani. Prima che
partissi per l’Italia, molti mi
domandavano: «Hai degli amici a
Roma?». Io rispondevo di no e dentro di
me pensavo: Li avrò.
Le amicizie nascono soprattutto quando
si viaggia senza uno scopo preciso e ci
si trova seduti vicini in treno, o al
ristorante,

o nella cella di una prigione. Ma sono


incontri casuali e non ci si può affidare
sempre al caso. Per un approccio più
sistematico vige ancora l’onorato, antico
sistema della «lettera di presentazione»
(oggi una e-mail) con la quale ci si mette
in contatto con il conoscente di un
conoscente. è un modo fantastico per
farsi degli amici, a patto di avere la
faccia tosta di alzare la cornetta e
autoinvitarsi a cena. Perciò, prima di
partire per l’Italia ho domandato a tutti
quelli che conoscevo in America se
avevano amici a Roma, e ho la gioia di
poter affermare che mi hanno mandata
all’estero con un consistente elenco di
nomi.

Tra i miei potenziali nuovi amici


italiani, quello che mi incuriosisce di
più è... tenetevi forte... Luca Spaghetti,
segnalatomi da un mio ex compagno di
università, Patrick McDevitt.

Si chiama proprio così, lo giuro. Non


me lo sono inventato. Non ci sarei mai
riuscita. E un nome davvero assurdo, lo
so. Pensate: portarsi sulle spalle per
tutta la vita un nome come...

Patrick McDevitt?
Ho deciso di contattare Luca Spaghetti
appena possibile.

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14
Prima, però, devo iscrivermi a scuola.
All’Istituto di Lingue Leonardo da Vinci,
dove per quattro ore, cinque giorni alla
settimana, studierò l’italiano; le lezioni
cominciano oggi. Non sto nella pelle.
Sono una studentessa davvero sfacciata.
Ieri sera, come alla vigilia del primo
giorno di scuola, ho preparato

i vestiti che avrei indossato, le scarpe di


vernice e il cestino della colazione.
Spero che l’insegnante mi prenda in
simpatia.

Il primo giorno si deve superare un test


di italiano per essere assegnati al livello
giusto.

Appena l’ho saputo, ho cominciato a


sperare di non finire al primo livello,
perché sarebbe umiliante visto che ho
frequentato un intero semestre di italiano
alla Scuola Serale per Signore
Divorziate di New York, ho imparato a
memoria le schede di grammatica
durante l’estate, e ho già passato una
settimana a Roma chiacchierando
perfino con le vecchiette.
Veramente non so nemmeno quanti
livelli ci siano in questa scuola, ma
appena ho sentito la parola livello, ho
deciso che devo entrare almeno al
secondo.

E così, sotto una pioggia battente, arrivo


a scuola, in anticipo (è tutta la vita che
mi capita

- che secchiona!) e comincio a leggere il


test. Com’è difficile! Non ne capisco
nemmeno un decimo. Eppure so tante
cose in italiano, decine di parole, ma il
test non me ne chiede nemmeno una. Poi
è la volta dell’esame orale, che è anche
peggio. C’è un’insegnante italiana,
magra come un chiodo, che mi fa delle
domande. Parla troppo in fretta, secondo
me, e io so che sono più brava di quanto
non riesca a dimostrare, ma sono
nervosa e faccio errori banali (ad
esempio, perché ho detto Vengo a scuola
invece di Vado a scuola? Io lo sapevo!).

Però, alla fine, è un successo.


L’insegnante magra come un chiodo
legge il mio test e de-creta: «secondo
livello!».

Le lezioni cominciano nel pomeriggio.


Dopo pranzo (cicoria ripassata in
padella) torno a scuola, passo con aria
di sufficienza davanti agli studenti del
Primo Livello (che devono essere tutti
«molto stupidi») ed entro in classe con i
miei parigrado. Purtroppo risulta subito
evidente che non sono affatto miei
parigrado e che io con loro non ho
niente a che spartire, perché il Secondo
Livello è spaventosamente difficile. E
come se stessi cercando di nuotare senza
riuscirci. A ogni respiro inghiotto una
boccata d’acqua. L’ossuto insegnante
(ma perché gli insegnanti sono tutti
magri in questa scuola? Non mi fido
degli italiani magri.) procede troppo
rapidamente, dice: «Questo lo sapete,
quest’altro lo sapete», e salta interi
capitoli del libro, intrecciando
rapidissime conversazioni con i miei
loquaci compagni. Ho lo stomaco
contratto dalla paura, mi manca il
respiro, prego il Cielo che non si
rivolga a me. All’intervallo esco e, con
le gambe molli, corro fino alla
segreteria dove, in purissimo inglese,
chiedo di essere retrocessa al Primo
Livello. Vengo accontentata. E ora
eccomi qui.

L’insegnante è grassoccia e parla


lentamente. Molto meglio.

15
L’aspetto interessante della mia classe
d’italiano è che nessuno ha davvero
bisogno di essere qui. Siamo in dodici,
di tutte le età, provenienti da tutte le
parti del mondo, ma ciascuno è venuto a
Roma spinto dallo stesso desiderio -
studiare l’italiano per il solo piacere
d’impararlo. Nessuno di noi può
affermare di trovarsi qui per uno scopo
pratico. A nessuno un datore di lavoro
ha detto: «E necessario che lei impari
l’italiano perché intendiamo estendere la
nostra attività all’estero». Ognuno,
anche il sussiegoso ingegnere tedesco, la
pensa allo stesso modo: vogliamo
studiare l’italiano per godere delle
sensazioni che ne ricaviamo. Una russa
dal viso triste dice che si è regalata
queste lezioni di italiano perché ha
pensato di

«meritare qualcosa di bello».


L’ingegnere tedesco spiega: «Mi piace
l’italiano perché mi piace la dolce
vita...». La dolce vita! (Peccato che, con
il suo duro accento tedesco,
l’impressione sia che gli piaccia «la
deutsche vita», la vita tedesca, mentre a
me pare che di quella ne abbia avuta più
che abbastanza.)

Scoprirò nei prossimi mesi che non a


caso l’italiano è una delle più belle e
affascinanti lingue del mondo. Bisogna
sapere, prima di tutto, che un tempo in
Europa c’era una confusione assordante
di innumerevoli dialetti derivati dal
latino che, a poco a poco, attraverso i
secoli, si sono organizzati in diverse
lingue - francese, portoghese, spagnolo,
italiano. In Francia, in Portogallo e in
Spagna c’è stata un’evoluzione organica:
il dialetto della città più importante è
diventato la lingua dell’intero Paese.
Quello che noi oggi chiamiamo francese
deriva dal dialetto parigino medievale.
Il portoghese è il dialetto di Lisbona. Lo
spagnolo è es-senzialmente madrileno. è
la vittoria delle capitali.

Per l’Italia è andata diversamente. La


differenza principale sta nel fatto che
per un lunghis-simo periodo l’Italia non
è stata un Paese unito. L’unificazione è
avvenuta solo nel 1861; fino ad allora la
penisola era stata divisa in città-stato in
guerra tra loro, dominate da principi
locali o da potenze straniere. Alcune
parti dell’Italia appartenevano alla
Francia, altre alla Spagna, altre ancora
alla Chiesa, o a chiunque fosse riuscito a
conquistare la fortezza oppure il palazzo
del luogo. Queste dominazioni
mettevano gli italiani in una posizione
umiliante.

Buona parte della popolazione non


amava i conquistatori europei, ma c’era
sempre la massa apatica che sapeva dire
solo: «O Franza o Spagna, purché se
magna».

Questa situazione interna ha fatto sì che


l’Italia non fosse mai unita e gli italiani
nemmeno.

Non c’è da meravigliarsi, allora, che per


secoli gli italiani abbiano parlato e
scritto in dialetti tanto diversi da
risultare reciprocamente
incomprensibili. Uno scienziato
fiorentino poteva a stento comunicare
con un poeta siciliano o con un mercante
veneziano, se non in latino,
naturalmente, che era quasi una lingua
nazionale. Nel xvi secolo, alcuni
letterati italiani si sono riuniti e hanno
deciso che era un’assurdità. La penisola
italiana doveva avere una lingua
italiana, almeno nella forma scritta, che
tutti avrebbero accettato e compreso.
Così questi intel-lettuali, con un
procedimento che non ha eguali in
Europa, hanno scelto il migliore tra tutti
i dialetti locali e l’hanno eletto a lingua
ufficiale.
Per trovare il più bel dialetto d’Italia
sono dovuti tornare indietro di duecento
anni, fino alla Firenze del xiv secolo. è
stato deciso che da quel momento in
avanti la vera lingua italiana sarebbe
stata quella di Dante Alighieri. Quando
Dante, nel 1321, aveva descritto nella
Divina Commedia il suo viaggio
immaginario attraverso l’inferno, il
purgatorio e il paradiso, il mondo
letterario dell’epoca si era stupito che la
lingua del poema non fosse il latino.
Dante aveva la percezione che il latino
fosse una lingua corrotta, elitaria e che il
suo uso negli scritti letterari
trasformasse «la letteratura in
meretricio», ovvero in qualcosa a cui
solo le classi privilegiate e colte
potevano accedere. Dante, invece, si era
rivolto alla strada, aveva scelto il
fiorentino parlato nel quotidiano e, come
Boccaccio e Petrarca, lo aveva usato
per scrivere la propria opera.

La nuova scuola poetica divenne nota


come dolce stil novo, secondo la
definizione data da Dante stesso nel
«purgatorio». Dante aveva usato la
lingua del popolo modificandola come
avrebbe fatto poi Shakespeare con
l’inglese elisabettiano. Ed è per questo
che quel gruppo di studiosi italiani
avrebbe deciso, due secoli dopo, che
l’italiano di Dante dovesse
rappresentare la lingua ufficiale della
penisola. Un po’ come se un gruppo di
docenti di Oxford avesse stabilito,
all’inizio del xix secolo, che da quel
momento in avanti tutta l’Inghilterra
dovesse parlare come Shakespeare. E la
cosa avesse funzionato!

L’italiano che parliamo oggi non è


dunque il romano o il veneziano (anche
se Roma e Venezia sono state potenze
militari e mercantili) e nemmeno, in
assoluto, il fiorentino. è, es-
senzialmente, il dantesco. Nessuna
lingua europea ha un’ascendenza
altrettanto nobile. E

forse nessuna lingua più di questo


italiano fiorentino del xrv secolo è mai
stata concepita in una forma così adatta
a esprimere le emozioni umane né
arricchita dai contributi di un poeta tanto
geniale. Dante ha scritto la Divina
Commedia in terza rima (il primo verso
fa rima con il terzo e il secondo dà la
rima al primo e al terzo della terzina
successiva) regalando alla lingua
popolare fiorentina il ritmo di quella che
gli studiosi chiamano terzina incatenata,
che ancora oggi vive nelle rapide e
poetiche cadenze dei tassisti, dei
macellai, dei funzionari comunali.

L’ultimo verso della Divina Commedia,


in cui Dante descrive la visione di Dio
stesso, è la rap-presentazione di un
sentimento comprensibile da chiunque
abbia familiarità con il cosiddetto
italiano moderno. Dante scrive che Dio
non è soltanto una fulgida luce ma è
anche, soprattutto, l’amar che move il
sole e l’altre stelle...

Non c’è da stupirsi che io voglia


imparare questa lingua.

16
Depressione e Solitudine riescono a
rintracciarmi dieci giorni dopo il mio
arrivo in Italia.

Sto passeggiando una sera per Villa


Borghese dopo una giornata felice
passata a scuola: il sole, tutto d’oro,
tramonta dietro la basilica di San Pietro.
Mi sento appagata dalla bellezza di
questo scenario, anche se sono sola,
mentre nel parco gli altri sono in
compagnia di un innamorato oppure
giocano con bambini ridenti. Mi fermo,
appoggiata a una balaustra, per guardare
il tramonto, e comincio a pensare, e i
miei pensieri diventano ossessivi, ed
ecco che i miei due nemici, Depressione
e Solitudine, mi catturano.

Mi arrivano addosso muti e minacciosi


come agenti della Pinkerton e mi
affiancano: Depressione a sinistra,
Solitudine a destra. Non serve che mi
mostrino il distintivo, li conosco bene,
sono anni ormai che giochiamo come il
gatto con il topo. Sono sorpresa,
tuttavia, che siano qui, al tramonto, in
questo elegante giardino italiano.

«Come mi avete trovata? Chi vi ha detto


che ero a Roma?»

Depressione, il più aggressivo dei due,


abbaia: «Che succede, non sei felice di
vederci?».

«Andate via! »

Solitudine, lo sbirro sensibile, corregge


il tiro: «Chiedo scusa, signora, ma devo
seguirla per tutto il viaggio. È il mio
mestiere».
«Preferirei che mi lasciaste in pace».
Lui si stringe nelle spalle e mi viene più
vicino.

Mi perquisiscono. Mi svuotano le tasche


di qualunque gioia sia riuscita a
portarmi fin qui.

Depressione confisca anche la mia


identità, come al solito. Solitudine dà il
via alle domande, ed è una cosa che mi
fa paura perché so che è capace di
andare avanti per ore. è cortese ma
implacabile, e finisce sempre con il
farmi cadere in contraddizione. Mi
domanda se ho qualche motivo per
essere felice. Mi domanda perché
stasera sono di nuovo sola. Mi domanda
(per la centesima volta) perché non
riesco a far durare le mie relazioni
sentimentali, perché ho mandato a monte
il mio matrimonio, perché ho rovinato la
storia con David. Mi domanda dov’ero
la sera in cui ho compiuto trent’anni e
perché da allora tutto è andato così
male. Mi domanda perché non so
organizzarmi una vita normale, perché
non abito in una bella casa e non allevo
dei bei bambini come qualsiasi
rispettabile donna della mia età. Mi
domanda, a muso duro, perché, dopo
aver combinato tanti pasticci nella vita,
penso di meritarmi una vacanza a Roma.
Mi domanda se andare a zonzo per
l’Italia come una studentessa in vacanza
mi renderà felice. Mi domanda dove
passerò la vecchiaia se vado avanti
così.

Torno a casa, sperando di seminarli, ma


loro continuano a tallonarmi.

Depressione tiene una mano ben ferma


sulla mia spalla e Solitudine non smette
di tartas-sarmi con le sue domande. Non
voglio cenare, non sopporto che stiano a
guardarmi mentre mangio; non voglio
nemmeno che salgano le scale della casa
dove abito, ma conosco Depressione, so
che ha in tasca un manganello e che
nessuno può fermarlo.

«Perché sei venuto? Non è giusto!» gli


dico. «Ho già pagato. Ho scontato la mia
condanna a New York.»

Ma Depressione, con il suo cupo


sorriso, si siede sulla mia poltrona
preferita, appoggia i piedi sul tavolo e si
accende un sigaro, riempiendo la stanza
di un fumo rivoltante. Solitudine si
guarda intorno con un sospiro e si stende
sul letto, sotto le coperte, tutto vestito,
scarpe comprese. Dovrò dormire con lui
anche stanotte.

17
Avevo smesso solo da qualche giorno di
prendere la mia medicina. Mi era parsa
una pazzia ricorrere a un antidepressivo
in Italia. Come potevo sentirmi depressa
a Roma?

Volevo rifiutarla fin dall’inizio, quella


medicina. Avevo cercato a lungo di
resistere, ad-ducendo il mio personale,
interminabile elenco di motivi (gli
americani prendono troppi farmaci; non
conosciamo gli effetti a lungo termine di
questa roba sul cervello; è criminale che
oggi in America anche i bambini
prendano psicofarmaci; i problemi di
salute mentale sono un’emergenza
nazionale e noi ne curiamo i sintomi
invece delle cause...). Negli ultimi
tempi, tuttavia, era indiscutibile che mi
trovassi in grave difficoltà e che questa
difficoltà non si sarebbe risolta
facilmente. Mentre il mio matrimonio si
dissolveva e il dramma con David si
evolveva, ero arrivata a manifestare i
sintomi di una grave depressione -
perdita del sonno, dell’appetito e della
libido, accessi di pianto incontrollabili,
dolori di schiena e di stomaco cronici,
straniamento, disperazione, perdita di
concentrazione nel lavoro, difficoltà a
ribellarmi perfino di fronte alla notizia
che i repubblicani avevano imbrogliato
alle elezioni presidenziali...

e così via.

Quando ci si perde nel folto di questo


bosco, a volte ci vuole un po’ di tempo
prima di capire che ci siamo davvero
persi. Per un lungo periodo ci
convinciamo di esserci allontanati
appena di qualche metro dal sentiero, e
siamo sicuri di ritrovarlo da un momento
all’altro. Ma i mesi passano, e noi
abbiamo un’idea sempre più vaga di
dove ci troviamo, finché arriva il
momento di ammettere che siamo
talmente lontani e disorientati da non
sapere più da che parte sorgerà il sole.

Avevo affrontato la mia depressione


come una lotta per la vita, e questo era
in realtà.

L’avevo studiata, cercando di


districarne le cause. Com’era l’origine
di tanta disperazione?
Psicologica? (Colpa di papà e mamma?)
Passeggera, un fugace «brutto
momento»? (Dopo il divorzio tutto
sarebbe andato a posto?) Genetica? (La
malinconia, che si può chiamare con
tanti nomi diversi, aveva segnato la mia
famiglia insieme al suo triste sposo,
l’alcolismo.) Culturale? (Il cedimento di
una postfemminista americana in
carriera che cerca di trovare un
equilibrio nella vita metropolitana
sempre più faticosa e alienante?)
Astrologica? (Sono così triste perché
sono un Cancro suscettibile con molti
pianeti nell’instabile Gemelli?)
Artistica?

(Non si dice forse che i creativi soffrono


di depressione perché sono così
ipersensibili e diversi?)
Evoluzionistica? (Porto in me un tanto
del panico accumulato dalla mia specie
in millenni di sforzi per sopravvivere in
un mondo brutale?) Kar-mica? (Gli
accessi di dolore non sono forse
conseguenza di un cattivo
comportamento in vite precedenti, gli
ultimi ostacoli prima della liberazione?)
Ormonale? Alimentare? Filosofica?
Stagionale? Ambientale? Mi stavo coll-
egando a un’universale ricerca di Dio?
Soffrivo di uno squilibrio chimico? O
avevo so lo bisogno di farmi scopare?

Quanti fattori compongono un unico


essere umano! Quanti strati si
sovrappongono in noi, com’è varia
l’influenza che riceviamo dalla nostra
mente, dal nostro corpo, dalle vicende
che viviamo, dalle nostre famiglie, dalle
nostre città, dalle nostre anime e dai cibi
che mangiamo!

Avevo finito con il pensare che la mia


depressione fosse un insieme sempre in
movimento di tutti questi fattori, con in
più un elemento di cui ignoravo il nome
o che non arrivavo a capire.

Così, affrontai la lotta a ogni livello. Mi


comprai manuali di autoaiuto dai titoli
imbarazzanti (assicurandomi sempre di
nasconderli dietro l’ultima copia di
«Penthouse» perché nessuno si
accorgesse che leggevo quella roba). Mi
rivolsi a uno specialista e trovai una
psicoterapeuta tanto gentile quanto
intuitiva. Pregai come una novizia. Smisi
di mangiare la carne (ma per poco)
perché qualcuno mi aveva spiegato che
«mangiavo la paura dell’animale nel
momento in cui veniva ucciso». Un
massaggiatore new age un po’ fuori di
testa mi spiegò che avrei dovuto
indossare mutande arancioni per
equilibrare i miei chakra sessuali e,
povera me, lo feci. Bevvi così tanto
infuso di quella dannata erba di San
Giovanni da rallegrare un gulag, senza
risultati apprezzabili. Feci ginnastica.
Seguii corsi di arte e misi al bando film,
libri, canzoni tristi (se qualcuno
pronunciava le parole Léonard, e Cohen
nella stessa frase, uscivo dalla stanza).

Cercai disperatamente di combattere i


pianti senza fine. Una notte, rannicchiata
in lacrime sul solito vecchio divano,
rimuginando i soliti vecchi, penosi
pensieri, ricordo di essermi domandata:
«Liz, non potresti cambiare qualcosa in
questo quadretto?». Ma non ero riuscita
a fare altro che alzarmi in piedi e,
provando a stare in equilibrio su un
piede solo, continuare a singhiozzare in
mezzo al salotto. Tanto per dimostrare
che non avevo perso del tutto il
controllo dei miei movimenti: riuscivo a
piangere anche in equilibrio su un piede
solo. Un inizio incoraggiante.
Cominciai ad attraversare la strada ogni
volta che vedevo il sole sul marciapiede
di fronte.

Provai a dedicare più tempo alla mia


rete di affetti, visitando regolarmente la
mia famiglia e passando più tempo con
gli amici. E quando le solite riviste
femminili mi dicevano che una scarsa
autostima non aiutava a guarire la
depressione, cambiavo pettinatura, mi
compravo qualche trucco nuovo e un bel
vestito. (Ma se un’amica mi diceva che
stavo bene, riuscivo solo a rispondere
con aria cupa: «Operazione Autostima -
Prima schifosa giornata».) L’ultimo
tentativo, dopo aver lottato due anni per
vincere questa sofferenza, era stato il ri-
corso ai farmaci. Se posso dire la mia,
consiglio a tutti di guardare ai farmaci
come all'ultima risorsa. La decisione di
intraprendere questo cammino giunse
dopo una notte passata sul pavimento
della mia camera da letto a cercare di
convincermi che non dovevo ferirmi il
braccio con un coltello da cucina. Vinsi
la battaglia, ma a stento. Altre idee mi
passavano per la testa, come saltare giù
dalla finestra

o spararmi un colpo alla tempia per non


soffrire più. Ma quella notte passata con
un coltello in mano si rivelò utile.

La mattina dopo, appena sorto il sole,


telefonai alla mia amica Susan e la
supplicai di aiutarmi. Credo che nella
storia della mia famiglia nessuna donna
prima di me si sia fermata nel bel mezzo
della strada e nel bel mezzo della
propria vita per gridare: «Non posso
fare neanche un altro passo - qualcuno
mi aiuti». Certo, alle mie antenate non
sarebbe servito a niente, nessuno
avrebbe potuto o voluto aiutarle. Come
unico risultato sarebbero morte di fame
insieme alla loro famiglia. Non riuscivo
a smettere di pensare a loro.

E non dimenticherò mai la faccia di


Susan quando entrò di corsa in casa mia,
un’ora dopo la telefonata, e mi vide, un
fagotto sul divano. L’immagine del mio
dolore riflessa sul suo viso mentre mi
guarda e teme per la mia vita è ancora
oggi uno ’ dei ricordi più spaventosi del
mio repertorio. Mi raggomitolai a palla
mentre Susan telefonava a uno psichiatra
disposto a vedermi quel giorno stesso
per un consulto ed eventualmente per
prescrivermi degli antidepressivi. La
sentii dire: «Temo che possa veramente
farsi del male». Lo temevo anch’io.

Quando andai dallo psichiatra, quel


pomeriggio, mi domandò perché avevo
aspettato tanto a farmi aiutare, come se
non avessi già cercato così a lungo di
aiutarmi da sola. Gli spiegai le mie
obiezioni e riserve sugli antidepressivi.
Allineando sulla sua scrivania le copie
dei tre libri che avevo scritto, gli dissi:
«Sono una scrittrice, per favore, non
faccia niente che intacchi la mia mente».
«Se avesse mal di fegato» mi rispose
«non si curerebbe il fegato?»

Evidentemente non conosceva la mia


famiglia, altrimenti avrebbe saputo che
un Gilbert si sarebbe rifiutato di curarsi
il fegato, visto che da noi qualsiasi
malattia viene da sempre considerata un
fallimento personale, etico e morale.

Mi prescrisse vari farmaci - Xanax,


Zoloft, Wellbutrin, Bu-sperin - finché
non riuscimmo a trovare la
combinazione che non mi dava la nausea
e non riduceva la mia libido a un vago,
lontano ricordo. In meno di una
settimana sentii aprirsi nella mia mente
uno spiraglio di luce.

Inoltre, riuscivo finalmente a dormire. E


questo era il vero regalo, perché finché
non si dorme non si esce dal tunnel. Le
pastiglie mi permettevano di recuperare
le ore di sonno, impe-divano alle mie
mani di tremare, allentavano la morsa
che mi stringeva il petto e spegnevano il
motore che alimentava il mio panico.

Eppure, nonostante quelle medicine mi


avessero procurato un immediato
sollievo, non ero mai tranquilla all’idea
di prenderle. Per quanto mi sforzassi di
pensare che rappresentavano una buona
soluzione e che non erano assolutamente
pericolose, mi sentivo in conflitto con
loro. Erano una parte del ponte che mi
doveva portare sull’altra sponda, non ne
dubitavo, ma volevo liberarmene il più
presto possibile. Avevo cominciato a
prenderle nel gennaio del 2003. A
maggio avevo già diminuito
considerevolmente le dosi. Erano stati
comunque i mesi più difficili, gli ultimi
del divorzio e gli ultimi dell’ormai
logora relazione con David. Sarei
riuscita a superarli senza medicine se
avessi resistito un po’ più a lungo? Sarei
riuscita a sopravvivere solo con le mie
forze? La vita è fatta così, non c’è
possibilità di controllo, non c’è modo di
sapere come sarebbe andata a finire se
le variabili fossero state diverse.
Oggi so che queste medicine hanno reso
la mia infelicità meno catastrofica. Sono
grata a chi me le ha prescritte, ma
continuo a essere scettica. Sono
consapevole degli effetti degli
psicofarmaci, ma preoccupata della loro
diffusione. Credo che bisognerebbe
limitarne l’uso e affiancarlo sempre a un
trattamento psicoterapeutico. Curare i
sintomi di una malattia senza ricercarne
le radici è tìpico della ottusa mentalità
occidentale. Quelle pastiglie mi hanno
forse salvato la vita, ma solo perché
unite all’impegno che ho messo nel
cercare di guarire. Di certo spero di non
doverle prendere mai più, anche se una
volta un dottore mi consigliò di
continuare a fame uso, considerata la
mia «tendenza alla malinconia». Mi
auguro con tutto il cuore che quel dottore
avesse torto. Anzi, intendo fare del mio
meglio per dimostrare che si sbagliava,
usando qualsiasi mezzo a disposizione
per combattere la «mia» malinconia.
Non so se a rendermi così cocciuta sia
un eccesso di difesa o di prevenzione.

Ma questo è il punto a cui sono arrivata.

18
O meglio, sono arrivata qui, a Roma, e
sono in difficoltà. Depressione e
Solitudine si sono di nuovo intrufolati
nella mia vita. Ho preso l’ultimo
Wellbutrin tre giorni fa. Ho ancora delle
pastiglie in un cassetto, ma non le
voglio, intendo liberarmene per sempre.
E non voglio nemmeno che Depressione
e Solitudine mi ronzino intorno, ma non
so come impedirglielo, quindi mi avvito
su me stessa in preda al panico. Per
stasera mi limito ad afferrare il libretto
di appunti che tengo vicino al letto in
caso di emergenza. Lo apro. Sulla prima
pagina vuota, scrivo: «Mi serve il tuo
aiuto».

Poi aspetto. Poco dopo, nella mia grafia,


appare la risposta.

Sono qui. Che cosa posso fare per te ?


Ricomincia così una strana e segreta
conversazione. è qui, nel mio
privatissimo libretto di appunti, che
parlo con me stessa. Parlo a quella voce
che avevo sentito quando, sul pavimento
del bagno, avevo pregato Dio che mi
aiutasse, e qualche cosa (o qualcuno)
aveva risposto: «Torna a letto, Liz». Da
allora ho cercato quella voce nei
momenti di angoscia, di allarme rosso. E
ho imparato che il modo migliore per
evocarla è la conversazione scritta. è
sorprendente come sia facile
rintracciare quella voce. Anche nei
momenti più cupi, perfino quando la
sofferenza è più profonda, lei è
disponibile a rispondermi, a qualsiasi
ora del giorno o della notte: calma,
compassionevole, affettuosa e
infinitamente saggia (forse sono io e
forse non sono io, non lo so per certo).

Ho deciso di togliermi dalla testa che


quelle conversazioni sulla carta siano la
prova che sono schizofrenica. Forse la
voce che mi risponde è la voce di Dio,
forse è la mia guru che parla attraverso
di me, forse è l’angelo incaricato di
seguire le mie vicende personali, forse è
la parte più elevata del mio essere o
forse è davvero una emanazione del
subconscio, nata per proteggermi dal
mio tormento. Santa Teresa chiamava
queste divine voci «locuzioni interiori»
- parole del mondo soprannaturale che
entrano nella mente umana tradotte nella
lingua di chi le ascolta, e sono prodighe
di consolazioni celesti. Io so che cosa
avrebbe detto Freud di queste
consolazioni spirituali - avrebbe detto
che sono irrazionali e non meritano di
essere credute, perché l’esperienza ci
insegna che il mondo non è un asilo
infantile. Sono d’accordo. Il mondo non
è un asilo infantile, bensì una sfida
continua, e per questo qualche volta si
sente il bisogno di uscirne, facendo
appello a un’autorità superiore.

All’inizio della mia esperienza


spirituale, non sempre mi fidavo di
quella saggia voce interiore. Ricordo
che una volta, in un impeto di rabbia e di
dolore, scrissi alla mia voce segreta -

alla mia divina consolazione interiore -


un messaggio in lettere maiuscole che
occupava tutta una pagina: «vaffanculo,
non esisti!!!».

Dopo un momento, ancora fremente di


rabbia, sentii accendersi dentro di me un
puntino luminoso e, quasi senza
accorgermene, scrissi questa risposta
divertita e tranquilla: «Ma allora con chi
stai parlando1?».

Da quel giorno non ho più dubitato


dell’esistenza della voce, e adesso sto
provando di nuovo a comunicare con lei.
è la prima volta dal mio arrivo in Italia.
Scrivo che mi sento debole e spaventata,
che Depressione e Solitudine sono
ricomparsi e ho paura che non se ne
vadano più. Dico che non voglio
prendere gli psicofarmaci, ma ho paura
che dovrò. Sono terrorizzata al pensiero
di non riuscire più a rimettere insieme i
frammenti della mia vita.

Da chissà dove, dentro di me, arriva la


risposta di una presenza familiare, che
mi dà tutte le certezze che ho sempre
desiderato nei momenti difficili. Ecco
che cosa scrivo: Sono qui. Ti voglio
bene. Non m ’importa se non puoi fare a
meno di stare sveglia tutta la notte a
piangere, io ti rimarrò accanto. Se avrai
di nuovo bisogno di farmaci, ricomincia
pure a prenderli, io ti vorrò bene anche
così. Se non ne hai bisogno, ti vorrò
bene comunque. Niente può farti perdere
il mio amore. Ti proteggerò fino alla
morte, fino a dopo la morte. Sono più
forte di Depressione, più audace di
Solitudine e niente potrà mai stancarmi.

Stasera, questo strano gesto di amicizia


nato dentro di me

- una mano tesa da me a me stessa - mi


ricorda una cosa che mi è successa una
volta a New York. Sono entrata in un
palazzo di uffici, avevo fretta, e mi sono
precipitata verso l’ascensore. Mentre
correvo, ho visto, per caso, il mio
riflesso in uno specchio. In quel
momento il mio cervello ha fatto una
cosa strana - mi ha sparato un messaggio
della durata di una frazione di secondo:
«Ma tu quella la conosci, è una tua
amica!». E io sono corsa verso la mia
immagine con un sorriso, pronta a
salutare quella ragazza. Il nome non me
lo ricordavo, ma la faccia la conoscevo
benissimo. In un lampo, naturalmente, mi
sono resa conto dell’errore e ho riso,
imbarazzata, per non aver riconosciuto,
come capita ai cani, l’effetto di uno
specchio. Quell’episodio mi ritorna in
mente durante queste ore di tristezza, a
Roma, e mi scopro a scrivere in fondo
alla pagina un consolante promemoria:
Non dimenticare che tanti e tanti anni fa,
in un momento di distrazione, hai
riconosciuto in te stessa un 'amica.

Mi addormento con il quaderno


appoggiato al petto, aperto sull’ultimo
messaggio rassicurante. La mattina,
quando mi sveglio, Depressione non c’è
più, se n’è andato chissà dove not-
tetempo, lasciando solo una traccia
leggera nell’aria. E anche il suo amico
Solitudine ha tolto il disturbo.

19
Ecco, però, una cosa strana: da quando
sono a Roma non sono riuscita a fare
neanche un po’ di yoga. Per anni ho
praticato coscienziosamente e con
costanza i miei esercizi, e anche questa
volta ho portato con me il materassino,
animata dalle migliori intenzioni.
Invano.

D’altra parte, quand’è che potrei fare


yoga? Prima della mia succulenta
colazione italiana (brioche al cioccolato
e due cappuccini)? O subito dopo? I
primi giorni, la mattina, srotolavo
coraggiosamente il materassino, ma poi
mi veniva da ridere. Una volta, in
procinto di cominciare un esercizio, mi
ero sorpresa a domandarmi a voce alta:
«Bene, signorina penne ai quattro
formaggi, di cosa hai voglia per
pranzo?». Piena di sensi di colpa, avevo
ficcato il materassino in fondo alla
valigia. (E non l’avrei più srotolato fino
aH’arrivo in India.) Poi me n’ero andata
a fare una passeggiata e a mangiare un
gelato al pistacchio. Erano le nove e
mezzo della mattina e mi era parsa
un’idea perfettamente ragionevole.

La cultura romana, a quanto pare, non va


d’accordo con la cultura yoga. Mi sono
convinta che Roma e yoga non hanno
niente in comune, a parte la capacità di
evocare, per associazione e per
assonanza, l’immagine di una toga.

20
Avevo bisogno di amici. Mi sono data
da fare e adesso, a ottobre, ne ho un
bell’assortimento. Conosco due
Elizabeth a Roma, oltre a me. Sono
entrambe americane e scrittrici. La
prima Elizabeth scrive romanzi e la
seconda libri di cucina. Que-st’ultima ha
un appartamento a Roma, una casa in
Umbria, un marito italiano e un lavoro
che le consente di viaggiare per tutta
l’Italia assaggiando cibi per scriverne su
«Gourmet»; a quanto pare, in una vita
precedente, questa seconda Elizabeth
deve aver salvato una quantità di orfani
dalla morte per annegamento. Niente di
strano che conosca i posti dove si
mangia meglio a Roma, compresa una
gelateria dove fanno budini di riso gelati
(e se in paradiso non c’è niente di
simile, preferisco non andarci). L’altro
giorno mi ha invitata a pranzo e abbiamo
mangiato agnello con tartufi e fettine di
carpaccio su una mousse di nocciola, e
poi uno strano piatto in salamoia, il lam-
pascione che, come tutti sanno, è il
bulbo del giacinto selvatico.

Ormai ho fatto amicizia anche con


Giovanni e Dario, i gemelli. La dolcezza
di Giovanni lo rende una sorta di tesoro
nazionale. Mi è stato simpatico fin dalla
prima sera, quando mi ar-rabbiavo
perché non riuscivo a trovare le parole
in italiano e lui mi ha posato una mano
sul braccio e mi ha detto: «Liz, devi
essere gentile con te quando stai
imparando qualcosa di nuovo». A volte
mi sembra più vecchio di me, con la sua
fronte pensosa, la laurea in filosofia e le
sue profonde convinzioni politiche. Mi
piace farlo ridere, ma non sempre
capisce i miei scherzi. L’umorismo
spesso è inafferrabile in un’altra lingua,
soprattutto quando sei un ragazzo serio
come Giovanni. L’altra sera mi ha detto:
«Quando scherzi non riesco a starti
dietro, sono lento. è come se tu fossi il
lampo e io il tuono».

E io ho pensato: Sì, baby, tu sei il


magnete e io il ferro! Dammi il tuo
cuoio, prenditi il mio merletto!

Eppure non mi ha ancora baciata.

Dario, l’altro gemello, non lo vedo


spesso, anche perché passa molto tempo
con Sofie, la più cara tra le compagne
del corso di italiano. E mi rendo conto
che chiunque, al posto di Dario, sarebbe
contento di passare con lei quanto più
tempo è possibile. Sofie è svedese, ha
venticinque anni o giù di lì ed è così
carina che si potrebbe appenderla a un
amo e usarla come esca per pescare
uomini di tutti i Paesi e di tutte le età. In
Svezia ha un buon lavoro in una banca e
ha preso quattro mesi di aspettativa, tra
l’orrore della sua famiglia e lo stupore
dei colleghi, solo per venire a Roma e
imparare bene l’italiano. Ogni giorno,
dopo la lezione, io e lei andiamo a
sederci vicino al Tevere a mangiare un
gelato e a studiare. Forse non è esatto
dire che studiamo l’italiano, piuttosto lo
assaporiamo in una specie di rito
adorante che prevede lo scambio
continuo di nuove parole e modi di dire.
Ho appena imparato, per esempio,
l’espressione stringere un'amicizia, e ho
pensato che, allora, un’amicizia è un
abbraccio, è un vestito che aderisce alla
pelle, un po’ quello che la mia amica
Sofie sta diventando per me.

All’inizio mi piaceva l’idea che


sembrassimo sorelle, poi, l’altro giorno,
abbiamo fatto un giro per Roma in taxi e
il tassista ha domandato a Sofie se era
mia figlia. Ora, diciamo la verit, questa
ragazza ha solo sette anni meno di me.
La mia mente ha messo in moto un
meccanismo di difesa e ho cercato di
darmi una giustificazione. (Per esempio,
ho pensato: forse questo tassista romano
non parla italiano perfettamente e voleva
so lo domandare se siamo sorelle.) Ma
no, ha detto figlia e quello intendeva.
Be’,.non c’è da stupirsi. Ho avuto
parecchie traversie in questi ultimi anni,
probabilmente appaio più sciupata e più
vecchia dopo il divorzio. Ma, come dice
quella vecchia canzone western,
«tartassata, denunciata, marchiata, sono
ancora in piedi, qui davanti a voi...».

Ho conosciuto anche Maria e Giulio,


una simpatica coppia di amici della mia
amica Anne.

Maria è americana, Giulio viene


dall’Italia meridionale; lui è uno
sceneggiatore cinemato-grafico, lei
lavora in un’organizzazione
internazionale per le politiche agricole.
Giulio non sa molto bene l’inglese,
Maria invece parla perfettamente
l’italiano (e anche il francese e il cinese,
tanto per mettermi a mio agio...). Giulio
vuole imparare l’inglese e mi ha chiesto
se può fare pratica con me. Nel caso vi
domandiate come mai non fa pratica con
sua moglie, la ragione è proprio che
sono sposati e cominciano
invariabilmente a litigare quando uno
dei due cerca di correggere l’altro. Così
io e Giulio ci vediamo all’ora di pranzo,
due volte alla settimana, per fare
esercizio d’inglese e d’italiano; un
compito gradevole per due che, come
noi, non hanno il dono di irritarsi a
vicenda.

Giulio e Maria abitano in un


bell’appartamento la cui caratteristica
principale è, a mio avviso, la parete che
Maria una volta ha coperto di rabbiose
imprecazioni all’indirizzo di Giulio,
scarabocchiandole con un grosso
pennarello nero durante un litigio in cui
«lui gridava più forte» e lei voleva
avere l’ultima parola.

Maria è, secondo me, una donna


straordinariamente sexy, e quella
appassionata esplosione di graffiti lo
conferma. Giulio, con sottigliezza
interessante, li considera un sintomo di
re-pressione, perché gli insulti sono
scritti in italiano e quando parla in
questa lingua, che non è la sua, lei ha
sempre bisogno di un momento per
cercare le parole. Giulio sostiene che,
se si fosse lasciata sopraffare dalla
collera - e non le succede mai, perché è
una buona protestante anglosassone - lo
avrebbe insultato in inglese. Secondo lui
tutti gli americani sono repressi e, di
conseguenza, pericolosi e
potenzialmente letali.

«Un popolo di selvaggi» è la sua


diagnosi.

Il bello è che mi diceva queste cose


mentre eravamo seduti tranquillamente a
cena proprio davanti a quella parete.

«Ancora un po’ di vino, amore?» gli ha


chiesto Maria.

Tra le mie amicizie italiane la più


recente è quella con Luca Spaghetti. A
proposito, anche qui in Italia è strano e
buffo chiamarsi Spaghetti. Io gli sono
grata perché mi ha permesso di
prendermi finalmente una rivincita sul
mio amico Brian, che si è sempre
vantato di essere cresciuto porta a porta
con un indiano d’America di nome
Dennis Ah-Ah. Ora posso partecipare
anch’io alla gara dei nomi più assurdi.
Luca parla un inglese perfetto ed è
quella che in Italia si definisce una
buona forchetta: una coincidenza felice
per chi, come me, ha sempre fame. Mi
telefona a qualsiasi ora, e propone:
«Sono vicino a casa tua, che ne dici di
una tazza di caffè o di una coda alla
vaccin-ara?». Passiamo un sacco di
tempo nelle bettole non proprio
pulitissime che si trovano nelle stradine
interne della città. Ci piacciono i
ristoranti con l’insegna fluorescente ma
senza nome, le tovaglie a quadretti
bianchi e rossi, il limoncello e il vino
rosso fatti in casa. E adoriamo i pi-
attoni di pasta portati da quelli che Luca
chiama i «piccoli Giulio Cesare» - fieri,
sfacciati giovanotti locali con le mani
pelose e un sontuoso ciuffo di capelli
neri sulla fronte, amorosamente curato.
Una volta gli ho detto: «Luca, mi sembra
che questi ragazzi si consid-erino prima
di tutto romani, poi italiani e infine
europei». Lui mi ha corretto: «No, sono
romani, romani e ancora romani. E
ciascuno di loro è un imperatore».

Luca fa il commercialista. Un
commercialista italiano, cioè, secondo
la sua definizione,

«un artista», perché in Italia ci sono


alcune centinaia di leggi sulle imposte e
tutte in contraddizione tra loro.
Compilare una cartella delle tasse
richiede quindi un genio
nell’improvvisazione pari a quello di un
jazzista. Mi sembra così strano che un
cuorcontento come Luca faccia un
lavoro tanto minuzioso. Anche lui,
d’altra parte, trova strano un aspetto
della mia vita, quello che riguarda la
pratica yoga, della quale non sa nulla.
Non riesce a capire perché, con tutti

i posti che ci sono al mondo, voglio


andare proprio in India -e per di più in
un ashram, mentre potrei starmene
tranquillamente tutto l’anno in Italia, che
è chiaramente il luogo a cui appartengo.
Mi guarda mentre faccio scarpetta e mi
lecco le dita, e mi domanda: «Che cosa
mangerai quando sarai in India?».
Qualche volta mi chiama «Gandhi» in un
tono molto ironico, soprattutto quando
stappo la seconda bottiglia di vino.

Luca ha viaggiato molto, anche se


sostiene di non poter vivere che a Roma,
vicino a sua madre, perché è pur sempre
un uomo italiano, e poi, che male c’è?
Ma non è solo la mamma a tenerlo a
Roma: ha un po’ più di trent’anni e da
quando era adolescente è sempre uscito
con la stessa ragazza (si chiama
Giuliana, è graziosissima, lui la
descrive teneramente e ap-
propriatamente come acqua e sapone).
Gli amici sono gli stessi dall’infanzia e
abitano ancora nel quartiere. Ogni
domenica si trovano per vedere la
partita - allo stadio o al bar (se le
squadre romane giocano in trasferta) -
poi ciascuno torna a casa propria, per la
grande cena domenicale preparata dalle
rispettive madri e nonne.

Neanch’io vorrei andarmene da Roma,


se fossi Luca Spaghetti.

Luca è stato più di una volta in America


e gli piace. Trova New York
affascinante, ma pensa che tutti lavorino
troppo, anche se ammette che hanno
l’aria di farlo perché ci provano gusto.
Invece i romani lavorano tanto ma
palesemente malvolentieri. Quello che
Luca proprio non sopporta è il cibo
americano che, secondo lui, è tutto
uguale alla pizza che si mangia nelle
stazioni della linea ferroviaria Amtrak.

Ero con lui la prima volta che ho


mangiato le interiora di un agnello
appena nato. è una specialità romana.
Roma ha una sua astuta saggezza nel
cibo, è famosa per i suoi volgari piatti
tradizionali fatti di lingua e budella, le
parti degli animali che il ricco nord
getta via. Le interiora d’agnello avevano
un buon sapore, bastava non pensare a
che cos’erano. Venivano servite con un
sugo burroso, saporito, pesante, di per
sé fantastico... Ma avevano... be’... una
certa consistenza intestina. Un po’ come
il fegato, ma più spappolate. Tutto è
andato liscio finché non ho cominciato a
domandarmi come avrei descritto questa
pietanza e ho pensato: non sembrano
interiora, sembrano vermi solitari.
Allora ho spinto da parte quel che
restava nel piatto e ho chiesto
dell’insalata.

«Non ti piacciono?» ha domandato Luca,


stupito.

«Credo che Gandhi non abbia mai


mangiato interiora d’agnello in vita sua»
ho risposto.

«Forse sì.»

«No, Luca. Gandhi era vegetariano.»


«Ma un vegetariano può mangiare le
interiora d’agnello» ha insistito Luca.
«Questa non è carne, Liz, è solo merda.»

21
Devo ammettere che qualche volta mi
domando che cosa ci faccio qui.

Sono venuta in Italia per sperimentare il


piacere, ma durante le prime settimane
sono stata presa dal panico all’idea di
non sapere quale fosse la strada da
seguire. Il piacere puro non è,
sinceramente, il mio modello culturale.
Provengo da generazioni di sgobboni.
Mia madre appartiene a una famiglia di
contadini svedesi immigrati. A guardarli
in fotografia, sembra che, se mai si
fossero imbattuti in qualcosa di
piacevole, l’avrebbero prontamente
calpestato con i loro zoccoli chiodati.
(Mio zio li chiama affettuosamente
«bovini».) Da parte di padre sono tutti
puritani inglesi, notoriamente amanti del
divertimento sfrenato. Alle radici del
mio albero genealogico, se arrivo fino al
xvii secolo, trovo nomi come Diligenza
e Mansu-etudine.

I miei genitori hanno una piccola


fattoria, e mia sorella e io siamo
cresciute lavorando. Ci hanno insegnato
a essere affidabili, responsabili, sempre
le prime della classe, le migliori
babysitter del vicinato, modelli in
miniatura della nostra mamma, fattoressa
e allevatrice: due coltellini svizzeri
multiuso. In casa avevamo occasione di
scherzare tra di noi, ci facevamo un
mucchio di risate, ma le pareti erano
tappezzate di elenchi di lavori da
eseguire e io, in vita mia, non sono mai
stata in ozio né ho visto altri oziare.

Non bisogna dimenticare, tuttavia, che


gli americani in generale sono incapaci
di godere tranquillamente di un piacere
puro e semplice. La nostra è una nazione
alla ricerca del divertimento, non
necessariamente del piacere. Gli
americani spendono miliardi per
divertirsi, dal porno ai parchi a tema
alla guerra, ma non è questo il modo di
godersi tranquillamente la vita.

Oggi gli americani lavorano di più, più


a lungo e con più impegno di chiunque
altro al mondo.

Ma, come fa osservare Luca Spaghetti,


abbiamo l’aria di farlo perché ci
proviamo gusto. A conferma di questa
teoria, statistiche allarmanti rivelano che
gli americani sono più felici e
soddisfatti sul posto di lavoro che a
casa. Naturalmente, poiché tutti
lavoriamo troppo e bru-ciamo così le
nostre energie, dobbiamo poi passare il
week-end in pigiama mangiando cereali
direttamente dalla scatola e guardando
la tv in stato semicomatoso (è l’opposto
del lavoro, d’accordo, ma non è
esattamente il mio ideale di piacere).
Gli americani, in realtà, non sanno che
cosa significa stare senza far niente. E
questa l’origine del triste stereotipo del
dirigente americano superstressato che
va in vacanza ma non riesce a rilassarsi.

Una volta ho domandato a Luca


Spaghetti se l’italiano in vacanza aveva
gli stessi problemi. Ha riso tanto che per
poco non è finito con il motorino in una
fontana.

«Oh no!» ha risposto. «Noi siamo i


maestri del dolce far niente.»
è una bella espressione «la dolcezza del
far niente». La cosa strana è questa: gli
italiani sono sempre stati, per tradizione,
grandi lavoratori (soprattutto i
braccianti, chiamati così perché non
disponevano di altro se non della forza
delle loro braccia per sopravvivere), ma
insieme a questa immagine di fatica in
Italia c’è sempre stato anche l’ideale del
dolce far niente. La bellezza del dolce
far niente è lo scopo per cui si lavora, la
conquista che riscuoterà l’ammirazione
generale. Quanto più è raffinato e
piacevole il tuo far niente, tanto
maggiore è la tua realizzazione.
L’italiano ha anche un’altra bellissima
espressione: l’arte di arrangiarsi -
l’arte di trarre qualche cosa dal niente.
Trasformare pochi, semplici ingredienti
in un banchetto o la presenza di qualche
amico in una festa. Chiunque abbia il
genio della felicità può riuscirci, non
solo i ricchi.

Quanto a me, l’ostacolo principale nella


ricerca del piacere era un radicato,
puritano senso di colpa. La domanda
era: merito davvero questo piacere? Un
modo di sentire molto americano - il
dubbio di non meritarsi la propria
felicità. In America, il pianeta della
pubblicità orbita intorno alla necessità
di convincere il consumatore incerto del
suo diritto a godere di un beneficio
particolare. Questa birra è per Te! Oggi
meriti qualcosa di speciale! Perché Tu
vali! Ne hai fatta di strada, bello! E il
consumatore insicuro pensa: Grazie,
adesso esco e ne compro una confezione
da sei! Forse anche due! Ed ecco la
sbornia. Seguita dal rimorso. Forse
queste campagne pubblicitarie non
sarebbero altrettanto efficaci in Italia,
dove la gente sa di avere il diritto alla
gioia in questa vita. La risposta italiana
a «Oggi meriti qualcosa di speciale»
suona più o meno così: Stavo giusto
pensando di andare a letto con tua
moglie.

Forse per questo, quando ho detto ai


miei amici italiani che ero venuta nel
loro Paese per sperimentare quattro
mesi di puro piacere, si sono scatenati.
Complimenti! Procediamo! Ac-
comodati! Vuoi una sbronza? Conta pure
su di noi. Nessuno mi ha detto: «Sei
un’irresponsabile» o «Che avidità!».
Ma, nonostante gli italiani mi avessero
dato allegramente il permesso di
divertirmi, non riuscivo ancora a
lasciarmi andare. Durante le prime
settimane romane, le mie sinapsi
protestanti erano in subbuglio, alla
disperata ricerca di qualcosa da fare. Il
piacere era per me un compito
assegnatomi a scuola o una vasta e
nobile ricerca sci-entifica cui portare il
mio contributo. Riflettevo e mi
domandavo: «Qual è il modo più
efficace per realizzare il massimo del
piacere?». Forse, pensavo, dovrei
trascorrere questi mesi in biblioteca
studiando la storia del piacere. O
intervistare gli italiani che hanno goduto
di molti piaceri nella vita e poi scrivere
un resoconto sull’argomento. (Interlinea
doppia e margini di due centimetri e
mezzo? Da consegnare lunedì mattina?)

Tutto è cambiato quando mi sono resa


conto che la questione, in realtà, era una
sola:

«Qual è la definizione che io do alla


parola “piacere”?». Allora ho capito
che l’Italia era il posto giusto per
cercare liberamente una risposta. D’un
tratto tutto è diventato... una delizia. Per
la prima volta nella vita, non dovevo
fare altro che domandare a me stessa:
«Che cosa ti piacerebbe fare oggi, Liz?
Dove ti porta la tua ricerca del
piacere?». Non dovevo tener conto delle
esigenze di nessuno, non avevo obblighi,
la domanda finalmente era limpida e
specifica.

E stato interessante per me, a quel punto,


scoprire che cosa non volevo fare in
Italia. Ci sono così tante occasioni di
sperimentare il piacere e io non avevo
tempo di coglierle tutte.

Bisogna scegliere, in Italia, altrimenti


c’è il rischio di venir sopraffatti. Ho
messo da parte, per necessità, la moda,
l’opera, il cinema, la passione per le
automobili, lo sci sulle Alpi. Anche
l’arte, perché è troppa. Mi costa un po’
doverlo ammettere, ma non ho visitato
nemmeno un museo durante i quattro
mesi che ho passato in Italia. (Anzi,
peggio, qui a Roma ho visitato soltanto
il Museo della Pasta.) Ho scoperto che
volevo solo mangiare divinamente e
imparare l’italiano. Basta così. Le
materie in cui avevo deciso di
specializzarmi erano queste due, parlare
e mangiare (con un’attenzione
particolare per il gelato).

La quantità di piacere che ricavavo da


tali attività era inestimabile, e ottenerla
era sempli-cissimo. Una volta, a metà
ottobre, ho vissuto momenti che non
mancherò mai di annoverare tra i più
belli della mia vita, anche se nessun
osservatore estraneo l’avrebbe mai
sospettato.

Avevo scoperto un mercato poco


lontano da casa. Mi sono avvicinata a un
banco dove una donna e suo figlio
vendevano un vasto assortimento di
frutta e ortaggi - spinaci con le foglie
carnose e verdi come alghe marine,
pomodori rossi come il sangue, tanto da
sembrare gli organi interni di una mucca,
grappoli d’uva color champagne, con la
buccia aderente come la calzamaglia di
una showgirl.
Ho scelto un fascio di asparagi lucidi e
sottili. Sono riuscita a chiedere alla
donna, in un italiano passabile, se
potevo comprarne solo metà. Le ho
spiegato che ero sola, tutti erano troppi.
Lei ha preso il fascio degli asparagi
dalle mie mani e lo ha diviso in due. Le
ho chiesto se quel mercato c’era tutti i
giorni e mi ha risposto che c’era, sì,
dalle sette del mattino. Allora il figlio,
che era molto carino, mi ha rivolto uno
sguardo malizioso e ha aggiunto:
«Diciamo che ci piacerebbe arrivare per
le sette del mattino...». Abbiamo riso
tutti e tre.

Sono tornata a casa e per pranzo ho


preparato due uova alla coque. Le ho
messe su un piatto insieme a sette
asparagi (così teneri che non c’era
bisogno di lessarli). Ho aggiunto
qualche oliva, quattro rotolini di
formaggio di capra che avevo comprato
il giorno prima alla formaggeria, e due
fette di salmone lucido e rosato. Come
dessert una bella pesca che la donna del
mercato mi aveva regalato, ancora calda
del sole di Roma. Ho aspettato a lungo
prima di intaccare quel pranzo, perché
era la prova di come dal niente si può
fare un capola-voro. Infine, dopo averne
assorbita con gli occhi tutta la bellezza,
mi sono seduta al centro di una chiazza
di sole sul mio bel pavimento di legno e
ho mangiato tutto con le mani, leggendo
su un giornale un articolo in italiano. La
felicità penetrava ogni molecola del mio
corpo.

Fino a quando - come spesso accadeva


durante quei primi mesi di viaggio ogni
volta che ero felice - non è scattato il
senso di colpa. La voce del mio ex
marito mi ha bisbigliato all’orecchio: è
per questo che hai rinunciato a tutto? Per
questo hai fatto a pezzi la nostra vita

? Per un po ’ di asparagi e un giornale


italiano ?

Gli ha risposto a voce alta: «Prima di


tutto» ho detto, «scusa tanto, ma non
sono più fatti tuoi. E poi, se ci tieni a
saperlo, la risposta è... sì».
22
C’è un aspetto della mia ricerca del
piacere in Italia che, per quanto ovvio,
non è ancora stato affrontato: il sesso.

Potrei rispondere semplicemente: finché


sono qui, non ne voglio sapere.

Oppure, per essere più sincera e più


precisa - certo, qualche volta il sesso mi
manca moltissimo, ma è un gioco che ho
deciso di tenere in disparte per un po’.
Non voglio essere legata a nessuno.
Certo, i baci mi piacciono e perciò mi
mancano. (Me ne lamento anche troppo
con Sofie, tanto che lei, alla fine, è
sbottata: «Basta, Liz, per male che vada
potrò sempre baciarti io!».) Ma per il
momento non intendo fare niente del
genere. Quando mi sento sola, in questi
giorni, penso: Se ti senti sola, sta’sola,
Liz. Disegna una mappa della solitudine
e, per una volta nella vita, fermati a
studiarla. Goditi tutto quanto puoi, ma
non usare più il corpo o i sentimenti di
un ’altra persona come un libretto di
appunti per i tuoi desideri insoddisfatti.

è una tecnica di emergenza per salvarsi


la vita, più che altro. Io ho cominciato
presto a cercare la realizzazione
sessuale e sentimentale. Ero poco più
che una bambina quando ho incontrato il
mio primo fidanzato, e dai quindici anni
in poi ho avuto sempre un ragazzo o un
uomo (qualche volta tutti e due). Sono
passati - vediamo - circa diciannove
anni. Quasi due decenni. Con qualcuno
mi sono trovata in situazioni
drammatiche cui però, ogni volta, si
sov-rapponeva la storia successiva,
senza nemmeno una settimana di respiro
tra l’una e l’altra.

Non posso fare a meno di pensare che il


mio cammino verso l’età matura sia
avvenuto sotto il segno di una certa
passività sentimentale.

Inoltre, con gli uomini ho problemi di


limiti. Ma forse non è corretto
esprimersi così. Per avere problemi di
limiti, prima di tutto bisogna avere i
limiti. Io, al contrario, sparisco nella
persona di cui mi innamoro. Divento una
membrana permeabile. L’uomo che amo
può avere tutto da me. Tempo,
dedizione, impegno, famiglia, soldi, il
mio cane, i soldi del mio cane, il tempo
del mio cane - tutto. Mi prendo sulle
spalle il suo dolore, i suoi debiti (in tutti
i sensi della parola), lo proteggo dalle
sue insicurezze, gli attribuisco tutte le
buone qualità che non ha mai coltivato e
a Natale compro regali per tutta la sua
famiglia. Gli do il sole e la pioggia e
quando non sono disponibili gli regalo
un buono da usare alla prossima
occasione. Gli do tutto questo e anche di
più, fino a essere così stufa e svuotata
che per ritrovare un po’ di energia posso
solo innamorarmi di un altro.

Non ne vado orgogliosa, ma la verità è


che per me è sempre stato così.

Avevo lasciato da poco mio marito


quando, a una festa, un tale che
conoscevo appena mi disse: «Sembri
completamente diversa ora che stai con
David. Prima eri identica a tuo marito,
adesso sei identica a David. Ti vesti
come lui, parli come lui. Lo sai che i
cani spesso somigliano ai loro padroni?
Ecco, forse tu somigli sempre all’uomo
con cui stai».

Dio, ho bisogno di interrompere questo


ciclo, di concedermi un po’ di spazio
per scoprire come appaio e come parlo
quando non cerco di essere tutt’uno con
un altro. Se prendo in esame i miei
precedenti sentimentali, non riesco a
trovare niente di buono. Disastri a
catena.

Quanti uomini ancora potrò amare


continuando a fare lo stesso errore?
Mettiamola così: se avessi avuto dieci
gravi incidenti stradali uno in fila
all’altro, non mi toglierebbero forse la
pat-ente? E non sarei io stessa a non
voler guidare mai più?

C’è un’altra ragione che mi fa esitare a


legarmi a qualcuno. Sono ancora
innamorata di David e sarei sleale nei
confronti del suo successore. Non so
nemmeno bene se io e David ci siamo
lasciati davvero. Prima che partissi per
l’Italia ci ronzavamo ancora attorno e,
anche se da tanto non andavamo più a
letto insieme, ammettevamo entrambi di
nutrire qualche speranza che un giorno,
forse...

Non lo so.

Quello che invece so molto bene è che


mi pesano sulle spalle le conseguenze,
accumu-late nel corso di una vita, di
scelte affrettate e passioni disordinate.
Quando sono partita per l’Italia avevo il
cuore e lo spirito inariditi. Mi sentivo
come un terreno troppo sfruttato che
aveva bisogno di una stagione di riposo.
Ecco perché ho smesso.

Credetemi, non mi sfugge l’ironia di un


viaggio in Italia alla ricerca del piacere
in un periodo di astinenza sessuale, ma
penso che, al momento, questa sia la
cosa giusta per me. Me ne sono
convinta, in particolare, la notte in cui
ho sentito la mia vicina del piano di
sopra (una ragazza italiana molto carina,
con una collezione di stivaletti a tacco
alto) gridare di piacere, insieme
all'ultimo fortunato visitatore del suo
appartamento, nell’incontro d’amore più
lungo, più rumoroso, più schioccante,
più spaccaletto e spaccaschiena che mi
fosse mai capitato di sentire. Questa
slam-dance è durata per più di un’ora,
completa di effetti sonori iperventilati e
richiami di animali selvatici. Un piano
sotto di loro, io ero sola e stanca nel
mio letto, e tutto quello che riuscivo a
pensare era: che lavoraccio.

Naturalmente, qualche volta, la voglia


prende anche me. Ogni giorno passo
davanti ad almeno una decina di uomini
italiani che potrei facilmente
immaginare nel mio letto. A mio
giudizio, gli uomini romani sono
ridicolmente, dolorosamente,
stupidamente belli. Ancora più belli
delle donne, a essere sinceri. Sono come
le donne francesi, delle quali si dice che
nessun particolare sia stato trascurato
nella ricerca della bellezza. Sono
barboncini da sfilata. Alcuni romani
sono così attraenti che per descriverli
dovrei abbandonarmi a una rapsodia da
romanzo rosa. Sono «diabolicamente
affascinanti» o «crudelmente belli» o
«straordinariamente muscolosi».

Devo ammettere, però, anche se non è


molto lusinghiero, che i bei romani che
incontro per strada non mi dedicano mai
più di uno sguardo. Anzi, qualche volta
neanche quello. Da principio mi è parso
un sintomo allarmante. Ero stata in Italia
una sola volta, a diciannove anni, e
ricordavo di essere stata oggetto di
continue attenzioni maschili. In strada. E
nelle pizzerie. Al cinema. E in Vaticano.
Non la smettevano più, era sfiancante.
Una zavorra che trascinavo in giro per
l’Italia e che mi faceva passare qualsiasi
appetito. Adesso, a trentaquattro anni,
sono diventata invisibile. Certo, qualche
volta capita che un uomo mi dica, in
tono cordiale: «Com’è bella oggi,
signorina» ma sono casi rari e tutto
finisce lì. Preferisco senza dubbio poter
prendere l’autobus senza essere
palpeggiata da uno sconosciuto, ma il
mio amor proprio mi fa domandare: Che
cosa c’è di diverso? Sono io o sono
loro?

Mi sono un po’ informata in giro e tutti


convengono che sì, c’è stato un
cambiamento in Italia durante gli ultimi
dieci o quindici anni. Forse è una
vittoria del femminismo, forse una
svolta culturale o un’inevitabile
modernizzazione dei costumi dopo
l’ingresso nell’Unione Europea. O forse
è la conseguenza di una forma di disagio
che provano i giovani nei confronti della
nota licenziosità dei loro padri e nonni.
Qualunque sia la causa, pare che i
corteggia-menti furtivi e pressanti siano
meno accettabili di un tempo. Infatti la
mia graziosa e giovane amica Sofie non
viene mai molestata per strada, e
nemmeno quelle pettorute svedesi che
una volta erano le vittime designate di
ogni dongiovanni locale.
In conclusione, sembra che gli italiani si
siano guadagnati una promozione in
condotta.

è una constatazione confortante, perché


per un po’ avevo pensato di essere io, io
che non attiravo l’attenzione degli
uomini perché non ero più bella come a
diciannove anni. Avevo paura che
avesse ragione il mio amico Scott
quando mi aveva detto: «Non ti
preoccupare, Liz, gli italiani non ti
infastidiranno più, non sono come i
francesi che vanno a caccia di bam-bole
attempate».

23
Ieri pomeriggio sono andata a vedere
una partita di calcio con Luca Spaghetti
e i suoi amici. Giocava la Lazio. A
Roma ci sono due squadre: la Lazio e la
Roma. Tra i loro tifosi c’è una rivalità
senza limiti, che può scatenare guerre
civili in famiglie felici e in tranquilli
quartieri residenziali. è importante
scegliere presto nella vita se si è tifosi
della Lazio o della Roma, perché
significa anche scegliere con chi si
passeranno in futuro i pomeriggi di tutte
le domeniche.

Luca ha una decina di amici che si


vogliono bene come fratelli, ma una
metà fa il tifo per la Lazio e l’altra per
la Roma. Per loro non c’è scelta,
provengono da famiglie nelle quali la
fedeltà a una squadra è già stabilita in
partenza. Il nonno di Luca gli ha regalato
la prima maglietta azzurro cie

lo della Lazio quando lui aveva appena


imparato a camminare. Ne consegue che
Luca sarà un tifoso della Lazio fino alla
morte.

«Si può cambiare moglie» dice, «si può


cambiare lavoro, nazionalità e anche
religione, ma non si può cambiare
squadra.»

A proposito, la parola tifoso deriva da


tifo, che è come dire che il tifoso è
affetto da una febbre altissima.
La prima partita di calcio cui ho
assistito con Luca Spaghetti è stata per
me una festa di lingua italiana. Allo
stadio ho imparato una quantità di parole
nuove e interessanti che non s’insegnano
a scuola. Un vecchio, seduto dietro di
me, ha intrecciato una ghirlanda di
stupende invettive all’indirizzo dei
giocatori in campo. Non m’intendo di
calcio e, invece di perder tempo a
informarmi su come andava il gioco, ho
domandato a Luca: «Che cosa sta
dicendo quello seduto dietro di me? Che
cosa significa cafoneì». E Luca, senza
distogliere lo sguardo dal campo, mi ha
risposto: «Stronzo. Fa’ conto che
significhi stronzo».
Prendevo appunti. Poi ho chiuso gli
occhi e ho ascoltato il vecchio che
sbraitava pressappoco così:

Dài, dài, dai, Albertini dài... va bene, va


bene, figlio mio, perfetto, bravo, bravo...
Dài! Dài!

Via! Via! In porta! Eccola, eccola,


eccola, bravo, bravo, eccola, ecco -
aaahhhh!!! vaffanculo!!!

figlio di mignotta!!! stronzo! cafone!


traditore! Madonna... Ah, Dio, Dio,
guarda questo imbe-cille, è una
vergogna, che vergogna... Che casino,
che bordello... non hai un cuore,
albertini!
fai finta! Guarda, non è successo
niente... dài, dài, ah...

Molto meglio, Albertini, molto meglio,


sì, sì, sì, eccola, bello, bravo, ah,
ottimo, eccola adesso... in porta, in
porta, in - vaffanculo!!!!!!

Ho passato un momento felice e


fortunato della mia vita seduta sugli
spalti davanti a quell’uomo. Ho goduto
di ogni parola che usciva dalla sua
bocca. Volevo piegare la testa
all’indietro per appoggiarla sulle sue
ginocchia e lasciare che quelle eloquenti
imprecazioni mi si riversassero nelle
orecchie per sempre. E non era certo il
solo! Tutto lo stadio echeggiava di
soliloqui di quel genere, altrettanto
accorati. Ogni volta che in campo si
verificava un’azione giudicata scorretta,
tutti si alzavano agitando le braccia,
sdegnati, imprecando come se, tutti e
ventimila, fossero coinvolti in un alterco
in mezzo al traffico.

I giocatori della Lazio avevano la stessa


vena teatrale dei loro tifosi, si
rotolavano in terra, a beneficio degli
spettatori, quasi stessero interpretando
la scena della morte nel Giulio Cesare, e
poi, in due secondi, balzavano in piedi e
guidavano un altro attacco verso la rete.

Alla fine la Lazio ha perso.


Per consolarsi dopo la sconfitta, Luca
Spaghetti ha chiesto ai suoi amici:
«Andiamo?».

Ho pensato che volesse dire: «Andiamo


al bar?». In America, gli appassionati di
sport fanno così quando la loro squadra
ha perso. Vanno al bar e bevono. E non
solo gli americani, anche gli inglesi, gli
australiani, i tedeschi... tutti. Ma Luca e i
suoi amici non sono andati a consolarsi
al bar. Sono andati in una panetteria.
Una piccola, insignificante panetteria
nascosta in un seminterrato in un
anonimo quartiere di Roma. C’era folla
quella domenica sera, ma è sempre così
dopo le partite. I tifosi della Lazio si
fermano lì davanti lungo il tragitto dal

lo stadio a casa, e restano per ore


appoggiati ai motorini, a discutere di
com’è andato il gioco, con le loro
inconfondibili arie da macho, divorando
cornetti alla crema.

Adoro l’Italia.

24
Imparo venti parole italiane al giorno.
Studio in qualsiasi momento, faccio
scorrere il mio schedario tascabile
mentre cammino per la città, cercando di
schivare i passanti. Dove troverò
lo spazio nella mia testa per
immagazzinare tutto? Spero di riuscire a
scacciare qualche vecchio pensiero
negativo o qualche ricordo triste per
rimpiazzarli con queste luminose parole
nuove. M’impegno molto nello studio
dell’italiano, ma continuo a desiderare
che un giorno questa lingua mi appaia,
come una rivelazione, in tutta la sua
perfetta interezza. Un giorno aprirò la
bocca e per incanto parlerò senza
esitazioni. Allora sarò una vera ragazza
italiana, invece di un’americana dalla
testa ai piedi che quando sente qualcuno
chiamare dall’altra parte della strada il
suo amico Marco, istintivamente
aggiunge: «Polo!». Vorrei che l’italiano
diventasse semplicemente parte di me,
ma ci sono tante stranezze in questa
lingua. Per esempio, perché le parole
albero e albergo sono tanto simili?
Senza accorgermene, finisco sempre con
il dire che sono cresciuta in un vivaio di
«alberghi di Natale». E poi ci sono
parole che hanno un doppio o addirittura
triplo significato. Una di queste è: tasso.
Il tasso può essere l’interesse prodotto
da un capitale, oppure un animale o un
albero. Quello che mi sconvolge di più è
imbattermi in parole che hanno - mi
dispiace dirlo - un suono veramente
brutto. Lo ritengo un affronto personale.
Scusate, ma non sono venuta fino in
Italia per imparare parole come
schermo.
Al di là di queste piccolezze, imparare
l’italiano resta per me un puro piacere.
Io e Giovanni ci divertiamo a insegnarci
a vicenda modi di dire inglesi e italiani.
L’altra sera stavamo parlando delle frasi
che si usano quando si vuole confortare
qualcuno che è in difficoltà. Gli ho detto
che noi, qualche volta, diciamo «I’ve
been there». Lui dapprima non ha capito:
«

There... là... ma là dove?». Gli ho


spiegato che una sofferenza profonda
qualche volta ha una sua collocazione
particolare, delle coordinate precise
sulla mappa del tempo. Quando sei nel
folto di una foresta di dolore, pensi che
non troverai mai l’uscita, ma se
qualcuno ti garantisce di essere stato in
quella foresta e di esserne tornato, ecco
che rinasce la speranza.

«Allora la tristezza è un luogo?» mi ha


domandato Giovanni.

«Un luogo dove qualcuno rimane per


anni.»

Giovanni, in cambio, mi ha detto che per


esprimere empatia gli italiani dicono:
«L’ho provato sulla mia pelle». Come a
dire, so cosa provi perché porto su di
me le cicatrici delle stesse ferite.

Finora, però, ad affascinarmi in italiano


è soprattutto una comune forma verbale.

Attraversiamo.

è una parola semplice, eppure per me è


speciale. La prima volta che l’ho sentita
dire da Giovanni, stavamo camminando
vicino al Colosseo, e mi è parsa
bellissima. Mi sono fermata e ho
domandato: «Che cosa vuol dire? Che
cos’hai detto?».

« A traversiamo. »

Giovanni non riusciva a capire perché


fossi così incantata, ma al mio orecchio
quell’attraversiamo era uno
straordinario, irripetibile concerto di
suoni italiani. Vah iniziale, pieno di
rammarico, poi la rapidità di quel trillo,
la pausa della esse e l’indugiare
musicale della fine, ii-aa-moo. Come mi
piace questa parola! La ripeto di
contìnuo. Cerco tutte le scuse per
pronunciarla. Sofie impazzisce.
Attraversiamo! Attraversiamo! La
trascino nel traffico di Roma. A furia di
«attraversare», finiremo con il farci
investire.

La parola preferita di Giovanni in


inglese, invece, è half-as-sed. In italiano
si potrebbe tradurre con «fatto con il
culo», cioè male.

Quella preferita da Luca Spaghetti è


surrender, «arrendersi».

25
Di questi tempi si è accesa in Europa
una lotta di potere: alcune città sono in
competiz-ione per il titolo di grande
metropoli europea del xxi secolo. Sarà
Londra? Berlino? Zurigo?

Forse Bruxelles? Tutte vogliono


prevalere culturalmente,
architettonicamente, politicamente,
finanziariamente. Ma Roma non si è
curata di partecipare a questa gara.
Roma non rivaleggia con nessuno, sta a
guardare, pacifica e distaccata, gli sforzi
altrui, e ha l’aria di dire: Qualunque
cosa facciate, io sono sempre Roma. Mi
sento ispirata dalla regale sicurezza di
questa città, solida e armonica, allegra e
monumentale, consapevole di dimorare
nel palmo della Storia. Vorrei essere
come Roma quando sarò una vecchia
signora.

Oggi ho fatto una passeggiata di sei ore


per la città. Niente di faticoso,
soprattutto se ti fermi spesso a bere un
caffè corroborante accompagnato da
qualche pasticcino. Sono partita da casa
e ho cominciato con un giro per quella
sorta di centro commerciale di lusso che
è il mio quartiere con i suoi dintorni (e
con i suoi «abitanti»: Valentino, Gucci e
Armani). In questa zona hanno abitato
Rubens, Tennyson, Stendhal, Balzac,
Liszt, Wagner, Thackeray, Byron, Keats.
Io vivo in quello che veniva chiamato
«il ghetto inglese», dove gli snob
aristocratici si fermavano durante i loro
grand-tour in Europa. Un touring club
londinese si chiamava addirittura «The
Society of Dilettanti»... Che magnifica
sfrontatezza...

Adesso sono in Piazza del Popolo, di


fronte al grande arco scolpito dal
Bernini in onore della storica visita
della regina Cristina di Svezia (che è
stata, in realtà, una delle bombe a
neutroni della Storia. Così la descrive la
mia amica svedese Sofie: «Andava a
cavallo, a caccia, era una letterata e si
era convertita al cattolicesimo,
scandalizzando tutti. Qualcuno dice che
era un uomo, ma probabilmente era solo
lesbica. Portava i pantaloni, partecipava
agli scavi archeologici, era collezionista
d’arte e si rifiutava di mettere al mondo
un erede»). Vicino all’arco c’è una
chiesa, dove si può entrare liberamente
ad ammirare due quadri di Caravaggio
che rappresentano l’uno il martirio di
san Pietro e l’altro la conversione di san
Paolo (il quale, sopraffatto dalla grazia,
giace in terra in preda a un’estasi
mistica, con grande stupore del suo
cavallo). Questi dipinti di Caravaggio
non mancano mai di emozionarmi fino
alle lacrime, ma poi mi rallegro subito
spostandomi dall’altro lato della chiesa
a contemplare un affresco che raffigura
il più felice, strambo, ridanciano
Bambino Gesù di tutta Roma.

Ho ripreso a camminare verso sud.


Passo accanto a Palazzo Borghese, dove
hanno sog-giornato ospiti illustri,
compresa Paolina, la scandalosa sorella
di Napoleone, che vi ha ricevuto un
incalcolabile numero di amanti. Pare, tra
l’altro, che fosse solita usare le
cameriere come panchette poggiapiedi.
(Uno spera sempre di aver letto male
questa frase nella Companion Guide to
Rome, invece no, è proprio così. Nella
guida si dice anche che Paolina, quando
faceva il bagno, si faceva portare in
braccio da un «negro gigantesco».)
Passeggio lungo le rive del grande,
paludoso Tevere dall'aria campestre, e
arrivo all’isola Tiberina che, nella sua
tranquillità, è uno dei luoghi di Roma
che preferisco. Quest’isola è sempre
stata col-legata al concetto di
guarigione. Qui, nel 291 a.C., dopo
un’epidemia di peste, è stato eretto un
tempio a Esculapio; nel Medioevo, un
gruppo di monaci chiamati
Fatebenefratelli (il nome è tutto un
programma) vi ha costruito un ospedale,
e tuttora sull’isola ne sorge uno.

Passo sull’altra riva e vado a


Trastevere, la zona che vanta il
privilegio di essere abitata dai veri
romani, i lavoratori, quelli che
attraverso i secoli hanno costruito i
monumenti che si trovano dall’altra
parte del fiume. Vado a pranzo in una
tranquilla trattoria e indugio per ore
davanti al cibo e al vino, perché nei
ristoranti di Trastevere non ti mettono
mai fretta se capiscono che quello che
desideri è trattenerti ancora un po’. Ho
ordinato una varietà di bruschette, un
piatto di spaghetti cacio e pepe e poi un
piccolo pollo arrosto da dividere con il
cane randagio che, da quando ho
cominciato a mangiare, mi sta guardando
come solo un cane randagio ti sa
guardare.

Torno al ponte passando per il ghetto


degli ebrei, un luogo doloroso e
solitario, sopravvis-suto nei secoli fino
a quando non è stato svuotato dai nazisti.
Mi dirigo verso nord, oltre piazza Na-
vona e la sua mastodontica fontana che
celebra i quattro grandi fiumi del pianeta
Terra (tra i quali è incluso, anche se non
propriamente, il pigro Tevere). Ogni
volta che posso, cerco di dare
un’occhiata anche al Pantheon perché,
dopotutto, sono a Roma e un vecchio
proverbio dice che andare a Roma senza
vedere il Pantheon significa «tornare a
casa come un somaro».

Lungo la strada di casa, mi concedo una


piccola deviazione e mi fermo nel luogo
che, per me è il più suggestivo di Roma:
il Mausoleo di Augusto. Questa grande,
circolare massa di mattoni, che è poi
andata distrutta, aveva iniziato la sua
vita come uno stupendo mausoleo fatto
costruire da Ottaviano per custodire in
eterno le sue spoglie e quelle della sua
famiglia.

Di certo, allora, era impossibile per


l’imperatore immaginare che Roma
potesse un giorno smettere di essere la
capitale del più potente impero del
mondo. Come avrebbe potuto prevedere
che sarebbe crollato? O sapere che, con
gli acquedotti distrutti dai barbari e le
grandi strade abbandonate alla rovina, la
città si sarebbe svuotata e avrebbe
impiegato quasi venti secoli per riavere
la popolazione che vantava quando era
all’apice della gloria?

Durante l’Alto Medioevo il Mausoleo di


Augusto è caduto in rovina ed è stato
depredato.

Qualcuno, chissà chi, ha rubato le ceneri


dell’imperatore. Ma nel xii secolo, il
monumento è stato riportato in vita dalla
potente famiglia Colonna, che l’ha
utilizzato come fortezza per pro-teggersi
dagli assalti dei principi nemici. Poi il
Mausoleo è stato trasformato, chissà
come, in un vigneto, in seguito in un
giardino rinascimentale, più avanti in
un’arena (siamo ormai nel xviii secolo),
successivamente in un deposito di fuochi
artificiali e infine in una sala per con-
certi. Nel 1930 Mussolini ne assunse la
proprietà e lo fece restaurare sulla base
delle fondamenta originarie perché un
giorno potesse diventare la sua tomba.
(Forse anche allora a qualcuno poteva
sembrare impossibile che Roma
smettesse un giorno di essere la capitale
dell’impero di Mussolini.) Il sogno
fascista, com’era prevedibile, non è
durato a lungo e Mussolini non ha avuto
la sepoltura imperiale a cui aspirava.

Oggi il Mausoleo è uno dei luoghi più


tranquilli e isolati di Roma, situato a un
livello più basso rispetto alla
costruzioni circostanti. La città gli è
cresciuta intorno nel corso dei secoli.
(Si calcola che l’accumulo dei detriti
del tempo aumenti di due centimetri e
mezzo circa l’anno.) Al di sopra del
monumento, il traffico scorre in un
cerchio febbrile, ma nessuno scende mai
fin lì, a quanto posso giudicare, se non
per utilizzarla come bagno pubblico. Ma
il monumento è lì e occupa con dignità il
suo posto sul suolo romano, in attesa
della prossima reincarnazione.

è rassicurante pensare che il Mausoleo


sia riuscito a resistere così a lungo, che
la sua struttura abbia compiuto un
percorso così accidentato, riuscendo
ogni volta ad adeguarsi alla stramba
imprevedibilità dei tempi. Per me il
Mausoleo di Augusto è come una
persona che ha avuto una vita pazzesca -
una casalinga che, a seguito di una
vedovanza improvvisa, si trasforma per
sopravvivere, comincia una carriera di
ballerina di danza dei ventagli, diventa
mir-acolosamente la prima donna
dentista mai andata nello spazio, poi,
non contenta, si butta in politica... e,
tuttavia, pur in mezzo a tanta varietà e
scompiglio, conserva intatta l’essenza di
se stessa.

Guardo il Mausoleo e penso che forse,


dopotutto, la mia vita non è caotica
come sembra.

è il mondo che è caotico e ci costringe a


continui, inattesi cambiamenti. Il
Mausoleo mi am-monisce a non restare
ancorata alla vecchia idea di me. Posso
essere stata, in passato, per qualcuno,
una meravigliosa opera d’arte e
trasformarmi domani in un deposito di
fuochi artificiali. Anche nella Città
Eterna, dice nel suo silenzio il Mausoleo
di Augusto, bisogna essere preparati ad
affrontare violente, infinite ondate di
trasformazione.

26
Prima di partire per l’Italia, avevo
spedito a mio nome, via mare, uno
scatolone di libri. Mi era stato
assicurato che sarebbe arrivato al mio
appartamento di Roma entro 4-6 giorni
al massimo, ma credo che all’ufficio
postale italiano abbiano scambiato quel
4-6 con un 46, dal momento che sono
passati due mesi e i libri ancora non si
sono visti. I miei amici italiani mi
dicono di non contarci più, uno
scatolone può arrivare e può non
arrivare, qualsiasi intervento esterno è
inutile.

«L’avranno rubato?» domando a Luca


Spaghetti. «L’avranno perso all’ufficio
postale?»

Lui si copre gli occhi con le mani.


«Inutile farsi queste domande, servono
solo ad agit-arsi.»
Il mistero dello scatolone smarrito
diventa oggetto di una discussione tra
me, Maria, la mia amica americana, e
Giulio, suo marito. Maria ritiene che in
una società civile si debba poter fare
conto sull’efficienza delle Poste, ma
Giulio dichiara con garbo di non essere
d’accordo.

L’ufficio postale, dice, non è governato


dal genere umano, ma dal fato e la
consegna della posta non è una cosa che
si possa mai dare per certa. Maria si
spazientisce e afferma che è solo una
prova in più di quanto i cattolici siano
diversi dai protestanti. Questa differenza
è confermata, dice, dalla difficoltà che
hanno gli italiani - suo marito compreso
- a formulare progetti per il futuro, sia
pure con una sola settimana di anticipo.
Se si chiede a un protestante del
Midwest di intervenire a una cena la
settimana successiva, il protestante,
sicuro di essere padrone del proprio
destino, dirà: «Sì, giovedì per me va
bene». Ma se lo si chiede a un calabrese
è probabile che risponda: «Giovedì?
Mah, siamo nelle mani di Dio...».

Nonostante tutto, vado ogni tanto


all’ufficio postale a cercare di
rintracciare il mio scatolone. Inutile.
L’impiegata, romana, non è contenta di
dover interrompere la telefonata con il
suo fidanzato per rispondermi e il mio
italiano, che pure, sinceramente, sta
migliorando, in queste circostanze
difficili finisce per tradirmi. Mentre
cerco di parlarle concretamente del
mancato arrivo dei miei libri, lei mi
guarda come se stessi facendo le bolle
con la saliva.

«Crede che possano arrivare entro la


settimana prossima?»

Lei si stringe nelle spalle: «Magari».

Un’altra espressione della lingua parlata


che è impossibile da tradurre, qualcosa
tra

«speriamo» e «te lo sogni, povera


illusa».

Ah, ma forse è meglio così. Tanto per


cominciare, non mi ricordo nemmeno
quali erano i libri che avevo messo
nello scatolone. C’erano sicuramente
testi che mi ripromettevo di leggere per
capire meglio l’Italia. E poi c’era un bel
po’ di materiale su Roma, che avrei
dovuto studiare diligentemente, ma che
ora che sono qui mi sembra del tutto
inutile. Credo ci fosse anche l’edizione
completa del Gibbon, Storia della
decadenza e caduta dell’impero romano.
Forse sto meglio senza. La vita è breve,
voglio davvero passare un novantesimo
dei giorni che mi rimangono sulla Terra
leggendo Edward Gibbon?
27
La settimana scorsa ho conosciuto una
ragazza australiana che, con lo zaino in
spalla, visitava l’Europa per la prima
volta in vita sua. Le ho dato indicazioni
per raggiungere la stazione. Stava
andando in Slovenia, tanto per vedere
com’era. Ho provato un muto accesso
d’invidia. Voglio andare in Slovenia!
Perché non riesco mai ad andare da
nessuna parte ?

Ora, queste parole potrebbero suonare


bizzarre, visto che sto già viaggiando e
voler viaggiare mentre si è in viaggio
appare certamente un segno di assurda
ingordigia. È come sognare il sesso con
il tuo attore preferito mentre lo stai
facendo con Valtro tuo attore preferito.
Ma se quella ragazza mi ha domandato
la strada per arrivare alla stazione
(scambiandomi chiaramente per una
normale cittadina) è perché io non sono
in viaggio a Roma, io vivo a Roma.
Forse, provvisoriamente, io sono
romana. Quando ho incontrato quella
ragazza, infatti, stavo andando a pagare
la bolletta della luce, cosa che non
compete certo al turista. L’energia che si
impiega per viaggiare verso un luogo e
quella necessaria per viverci sono di
natura fondamentalmente diversa; e dopo
l’incontro con quella ragazza australiana
ho sentito una irresistibile voglia di
mettermi in viaggio.

Così ho telefonato a Sofie e le ho detto:


«Andiamo a Napoli a mangiare la pizza,
oggi, in giornata».

Qualche ora dopo eravamo in treno e, in


un lampo, siamo arrivate a Napoli. Mi è
piaciuta subito. Frenetica, aspra,
rumorosa, sporca, incasinata città. Un
gigantesco formicaio con tutto
l’esotismo di un bazar mediorientale e in
più un tocco di voodoo stile New
Orleans. Un esaltato, pericoloso e
allegro manicomio. La mia amica Wade
è venuta a Napoli nel 1970 ed è stata
derubata... in un museo. La città è
decorata da festoni di biancheria che
penzolano nei vicoli tra una finestra e
quella di fronte, canottiere e reggipetto
appena lavati che svolazzano al vento
come bandiere da preghiera tibetane.
Non c’è strada a Napoli in cui non si
veda un monello in pantaloni corti e
calze una diversa dall’altra che strilla
rivolto a un altro monello ap-pollaiato
sul tetto di fronte. Non c’è casa, in
questa città, che non abbia alla finestra
una vecchia, ingobbita dagli anni, intenta
a osservare sospettosa la strada di sotto.

I napoletani sono totalmente condizionati


dall’appartenenza alla loro città. E
perché non dovrebbero? Hanno dato al
mondo la pizza e il gelato. Le
napoletane, in particolare, sono una
rumorosa combriccola di donne
generose dalle voci forti e dall’eloquio
impertinente e sovrab-bondante, che ti si
piantano davanti, minacciose e
prepotenti, ma solo perché stanno
cercando di darti un fottutissimo aiuto,
per l’amor di Dio, cht cosa credevi,
stupida che sei... ma perché dobbiamo
fare tutto noi donne, in questa città?
L’accento napoletano è un’amichevole
pacca sull’orecchio. Usano tutti ancora
il dialetto, qui, e hanno un vocabolario
fluido e mute-vole. Ho scoperto che in
Italia sono proprio i napoletani quelli
che io capisco meglio degli altri.

Perché? Ma perché vogliono essere


capiti, accidenti. Parlano a voce alta e
con enfasi, e se non è chiaro quello che
dicono con la bocca, lo si può sempre
dedurre dai gesti. Come quando quella
scolaretta punk, seduta in sella al
motorino, dietro a un ragazzino più
grande di lei, sfrecciandomi accanto mi
ha mostrato il dito medio con un gran
sorriso, giusto per dirmi:

«Ehi, non te la prendere, nonna, ho sette


anni e so già che sei una sfigata totale,
ma va bene così, non sei nemmeno tutto
’sto cesso, mi piace quell’aria da
rimbambita. Lo sappiamo tutt’e due che
vorresti essere me, ma mi spiace, non
puoi. Ecco il medio, divertiti a Napoli e
ciao!».
Come in ogni spazio libero in Italia,
anche nelle piazzette di Napoli ci sono
ragazzi, adolescenti e uomini adulti che
giocano a pallone; ma qui c’è anche di
più. Per esempio, ho scoperto un
gruppetto di bambini sugli otto anni che
hanno improvvisato, con delle vecchie
cassette per trasportare le galline, tavolo
e sedie, e si sono messi a giocare a
poker in strada con un accanimento tale
da far temere che qualcuno finisse
ammazzato.

Giovanni e Dario, i miei gemelli, sono


di origine napoletana. Non riesco a
crederci. Non posso immaginare il
timido, studioso, affettuoso Giovanni, da
ragazzino, a zonzo per questi vicoli. Ma
è napoletano, non ci sono dubbi in
proposito, perché prima che partissi da
Roma mi ha dato l’indirizzo di una
pizzeria dove, a quanto pare, fanno la
migliore pizza di Napoli. Mi è parsa una
prospettiva estremamente interessante,
perché se la pizza più buona del mondo
si mangia in Italia e la pizza più buona
d’Italia si mangia a Napoli, questa
pizzeria dovrebbe offrire... se non è
azzardato dirlo... la pizia più buona del
mondo. Giovanni mi ha consegnato
l’indirizzo con aria solenne, e io ho
avuto l’impressione di essere ammessa a
far parte di una società segreta. Mi ha
premuto il foglietto nel palmo della
mano e ha detto, serissimo: «Ti prego di
andare in questa pizzeria e di ordinare
una margherita con doppia mozzarella.
Se non lo farai, preferisco non saperlo,
piuttosto al tuo ritorno dimmi una
bugia».

E così, io e Sofìe siamo andate alla


pizzeria «Da Michele» e le pizze che
stiamo mangiando ci stanno facendo
perdere la testa. La mia pizza mi piace
talmente tanto che, nel mio delirio, ho la
certezza di piacere anche io a lei. Anzi,
tra me e la mia pizza sta nascendo uno
stretto rapporto personale, quasi una
storia d’amore. Sofie, praticamente in
lacrime, ha una crisi metafisica e mi
domanda: «Perché almeno non tentano di
fare la pizza a Stoccolma?
Non ci si dovrebbe nemmeno sedere a
tavola, a Stoccolma».

La pizzeria «Da Michele» ha solo due


piccole sale e un forno che non è mai
spento. è a circa un quarto d’ora di
strada dalla stazione e nemmeno la
pioggia, oggi, ci ha impedito di
raggiungerla. Siamo arrivate sul presto,
perché so che qualche volta restano
senza pasta, e allora ti si spezza il cuore.
All’una, le strade intorno alla pizzeria
sono già affollate di clienti in attesa, che
si fanno largo a spintoni come se
dovessero trovare posto su una
scialuppa di salvataggio. Non c’è molta
scelta, so
lo due tipi di pizza, normale o con
doppia mozzarella. Niente che somigli a
quelle finte pizze new age californiane,
tutte olive e pomodorini seccati al sole.
La pasta, devo arrivare quasi a metà
pizza per capirlo, ha un sapore più
simile al naan indiano di qualsiasi altra
io abbia mai assaggiato. è soffice,
consistente ed elastica, ma
incredibilmente sottile. Avevo sempre
pensato che, quanto alla base della
pizza, la vita ci offrisse so lo due
possibilità: croccante e sottile oppure
spessa e pastosa. Chi l’avrebbe mai
detto che al mondo esisteva una pizza
sottile e anche pastosa? Sottile, pastosa,
consistente, elastica, squisita, scivolosa,
gustosissima pizza paradiso. Sopra c’è
una dolce salsa di pomodoro che
spumeggia frizzante e cremosa quando
incontra la mozzarella fresca di bufala e,
al centro di questa armonia, una
spruzzata di basilico diffonde su tutta la
pizza la sua solarità di erba aromatica,
come una smagliante stella del cinema,
al centro di una festa, trasmette
vibrazioni luminose a chiunque le stia
intorno. E praticamente impossibile
mangiare un insieme di questo genere.
Cerchi di dare un morso alla tua fetta,
ma la pasta è morbida, si piega, il
formaggio caldo scivola come uno strato
di terra in uno smottamento, imbrattando
te e tutto quello che hai intorno. Ma alla
fine, in qualche modo, ce la fai.
I responsabili di questo miracolo
spingono le pizze dentro e fuori dal
forno a legna come addetti alle caldaie
nel ventre di una grande nave che
caricano di carbone le ingorde fornaci.

Portano le maniche arrotolate sopra gli


avambracci sudati. Hanno la faccia
rossa per lo sforzo, gli occhi socchiusi
per il calore del fuoco e una sigaretta
appesa a un angolo delle labbra. Io e
Sofie ordiniamo altre due pizze. Sofie
cerca di darsi un contegno, ma la pizza è
così buona che è difficile controllarsi.

Una parola sul mio corpo. Prende peso


ogni giorno, com’è ovvio. Lo sto
veramente mal-trattando qui in Italia,
con queste spaventose quantità di
formaggio, pasta, pane, vino, cioccolato
e pizza. (Come se non bastasse, a Napoli
mi hanno detto che esiste anche la pizza
al cioccolato. Che controsenso! Poi ci
ho ripensato e sono andata a provarla,
era squisita, ma non riesco ancora a
convincermi - pizza al cioccolato, è mai
possibile?) Non faccio ginnastica, non
mangio abbastanza fibre, non prendo
vitamine. Gli amici sanno che nella mia
vita di ogni giorno la mia prima
colazione si compone di yogurt fatto con
latte di capra e germi di grano.

Ma la mia vita di ogni giorno è finita da


un pezzo. In America, la mia amica
Susan dice a tutti che sono partita «senza
la benzina per tornare a casa», ma il mio
corpo se la gode un mondo. Chiude gli
occhi davanti alle mie malefatte e alla
mia eccessiva indulgenza, come se
dicesse: «Tutto bene, mia cara, divertiti
pure, tanto dura poco. Quando avrai
finito la tua ricerca del piacere, vedrò
come riparare ai danni».

Eppure, se mi guardo nello specchio


della pizzeria di Napoli, vedo una faccia
sana e felice, con la pelle limpida e gli
occhi brillanti. Era da tanto che non
vedevo una faccia così guardandomi
allo specchio.

«Grazie» dico sottovoce, e corro fuori


con Sofie, sotto la pioggia, a cercare una
pasticcer-ia.

28
Forse per via di questa felicità (che
durava ormai da qualche mese)
cominciai a pensare, durante il viaggio
di ritorno a Roma, che con David
dovevo prendere una decisione. Forse
era venuto il momento che la nostra
storia finisse. Eravamo già separati,
questo si sapeva, ma c’era ancora uno
spiraglio che lasciava intravedere la
possibilità di un altro tentativo, forse
dopo i miei viaggi, forse dopo un anno
di separazione. Ci amavamo, non era
questo il problema, però non riuscivamo
a trovare il modo di non renderci l’un
l’altra sempre così disperatamente,
clamorosamente, autolesionisticamente
infelici.

La primavera passata, David aveva


proposto, non del tutto per scherzo,
questa folle soluzione alle nostre pene:
«Se ammettessimo che i nostri rapporti
sono terribili e tenessimo duro
nonostante questo? Se ammettessimo che
ci esasperiamo a vicenda, che litighiamo
continuamente e non facciamo quasi mai
l’amore, ma che non possiamo vivere
lontani e che vale la pena di tenerne
conto? Potremmo passare tutta la vita
insieme, lamentandoci, ma felici di non
essere divisi».
A testimoniare il mio disperato amore
per quest’uomo basti dire che avevo
passato gli ultimi dieci mesi prendendo
seriamente in considerazione la sua
proposta.

L’alternativa cui entrambi pensavamo,


senza parlarne, era che uno di noi
cambiasse. Lui sarebbe potuto diventare
più aperto, più affettuoso, smettendo di
ritrarsi da chi lo amava come se avesse
avuto paura che gli mangiasse l’anima.
Oppure io avrei potuto imparare a...

smettere di mangiargliela, l’anima.

Tante volte avevo desiderato, nella mia


vita con David, di riuscire a diventare
come mia madre nella sua vita
matrimoniale - indipendente, forte,
autosufficiente. Un congegno ad ali-
mentazione propria. Capace di esistere
senza regolari som ministrazioni di
sentimentalismi o vezzeggiamenti da
parte di quell'agricoltore solitario che
era mio padre. Capace di piantare
allegramente aiuole di margherite in
mezzo agli inesplicabili muri di silenzio
che mio padre erigeva intorno a sé. Mio
padre è in assoluto la persona che
preferisco al mondo, ma è decisamente
un caso particolare. Un mio ex fidanzato
lo aveva descritto così: «Tuo padre ha
solo un piede sulla terra e le gambe
lunghissime...».
Sono cresciuta vedendo che mia madre
riceveva l’amore e l’affetto di suo
marito ogni volta che lui voleva
offrirglielo, ma si teneva in disparte e
badava a se stessa ogni volta che lui
scivolava nel suo personale universo di
sottile, immemore negligenza. Questa
almeno era la mia impressione, tenendo
conto che nessuno (tantomeno i bambini)
conosce i segreti di un matrimonio. Io
credevo di avere una madre che non
chiedeva niente a nessuno. Era una
donna che, da ragazzina, aveva imparato
a nuotare da sola in un gelido lago del
Minnesota seguendo le istruzioni di un
manuale di nuoto preso in prestito alla
biblioteca del paese. Ai miei occhi non
c’era niente che mia madre non sapesse
fare da sola.

Poi, però, avevo avuto con lei, poco


prima di partire per Roma, una
conversazione rivel-atrice. Era venuta a
New York per salutarmi e, mentre
eravamo a pranzo insieme, mi aveva
domandato, contravvenendo a tutte le
regole che, in casa nostra, presiedevano
agli scambi verbali, che cos’era
successo tra me e David. Allora,
incurante a mia volta del «Regolamento
delle comunicazioni tra i membri della
famiglia Gilbert», le avevo raccontato
tutto. Le avevo spiegato che amavo
David, ma che mi faceva sentire sola, e
che mi spezzava il cuore vivere con una
persona che spariva continuamente dalla
stanza, dal letto, dal pianeta.

«Mi sembra che appartenga allo stesso


genere di tuo padre» aveva detto lei -

un’affermazione temeraria e generosa.

«Il guaio è che io non sono dello stesso


genere di mia madre» avevo ribattuto.
«Io non sono forte come te, mamma. Ho
bisogno di un livello costante di
vicinanza con la persona che amo, e non
posso farne a meno. Vorrei somigliarti
di più, allora potrei portare avanti
questa storia con David, ma mi distrugge
non poter contare sull’affetto di cui ho
bisogno.»
La risposta mi era arrivata di sorpresa.
«Tutte queste cose, Liz, le ho sempre
volute anch’io.»

Era stato come se mia madre, quella


donna così forte, avesse allungato il
braccio sul tavolo e, aprendo il pugno,
mi avesse finalmente mostrato i rospi
che aveva dovuto inghiottire per decenni
al fine di restare felicemente sposata con
mio padre. E, a conti fatti, è tuttora
felicemente sposata. Non l’avevo mai
vista prima in questa luce. Non avevo
mai pensato a quel lo che poteva
desiderare, a quello che poteva
mancarle ma cui aveva deciso di
rinunciare in vista di un fine maggiore.
Da quel momento, la mia visione del
mondo subì un cambiamento radicale.

Se perfino lei vuole quello che voglio


io, allora... ?

Mia madre aveva proseguito, sul filo dei


ricordi personali: «Devi capire che
l’educazione che ho ricevuto mi aveva
preparata ad aspettarmi poco dalla vita.
Appartengo a un ambiente e un’epoca
diversi dai tuoi».

Con gli occhi socchiusi, avevo visto mia


madre che a dieci anni, nella fattoria
della sua famiglia in Minnesota,
lavorava come una bracciante, allevava
i suoi fratelli, portava i vestiti smessi
dalle sorelle maggiori e risparmiava un
soldo alla volta per riuscire a venir
via...

«E devi anche capire quanto bene voglio


a tuo padre» aveva concluso.

Mia madre ha fatto delle scelte nella


vita, come tutti noi, ed è in pace con le
sue scelte. Io la vedo la sua pace. Non si
è pentita. Le conseguenze positive sono
evidenti - un matrimonio lungo e senza
scosse con un uomo che la definisce
ancora la sua migliore amica; una
famiglia che ora si è allargata anche ai
nipotini che l’adorano; la certezza della
propria forza.

Forse a qualcosa ha dovuto rinunciare, e


questo vale anche per mio padre - ma
chi al mondo può dirsi esente da
sacrifici?

Ora io mi domando: quali devono essere


le mie scelte? Che cosa penso di
meritare nella vita? Dove posso
accettare di compiere un sacrificio e
dove no? È stato difficile per me
immaginare una vita senza David. Anche
solo immaginare che non ci sarebbe mai
stato un altro viaggio con il mio
compagno preferito, che non lo avrei
aspettato più vicino al marciapiede con i
finestrini dell’automobile abbassati e
Spring-steen che cantava alla radio, tanti
scherzi, tanti panini e una meta oceanica
che ci aspettava in fondo all’autostrada.
Ma com’era possibile accettare che
tanta felicità portasse con sé questo lato
oscuro - un isolamento che mi stritolava
le ossa, un’insicurezza corrosiva, un
rancore insidioso e il totale
annullamento di me stessa ogni volta che
David smetteva di dare e cominciava a
prendere. Io non potevo continuare così.
C’è stato qualche momento, nella gioia
che ho provato quel giorno a Napoli, che
mi ha fatto capire che non solo posso
essere felice senza David, ma devo.
Anche se lo amo (e lo amo,
stupidamente), devo dirgli addio subito.
E restare ferma nella mia decisione.

Perciò gli ho scritto una e-mail.


è novembre. Da luglio non abbiamo
notizie l’uno dell’altra. Gli avevo
chiesto di non cercarmi mentre ero in
Italia, sapendo che il mio attaccamento
per lui era così forte che non avrei più
potuto concentrare l’attenzione sul mio
viaggio se avessi dovuto seguire anche
il suo.

Ora, invece, sto entrando nella sua vita


con questa e-mail.

Gli dico che spero stia bene e che io sto


bene. Aggiungo qualche spiritosaggine,
perché è sempre stata la nostra
specialità. Poi gli spiego che dovremmo
mettere veramente fine al nostro legame,
che è arrivato il momento di riconoscere
che non andrebbe comunque a finire
bene. Il messaggio non ha un tono
esageratamente drammatico. Di scene
drammatiche ne abbiamo già fatte
abbastanza tutti e due, adesso voglio
solo scrivere in maniera breve e
semplice quello che penso. Ma c’è
ancora una cosa da dire. Trattengo il
respiro e continuo: «Nel caso volessi
cercarti un’altra compagna per la vita,
hai la mia benedizione». Mi tremano le
mani. Concludo con un saluto affettuoso,
il più affettuoso e allegro possibile.

Mi sento come se qualcuno mi avesse


colpita al petto con un bastone.
Non dormo molto, perché penso che lui
potrebbe star leggendo le mie parole. Il
giorno dopo corro più volte all’Intemet
Café per vedere se c’è un messaggio.
Cerco di non accorgermi che una parte
di me muore dalla voglia di ricevere una
risposta del tipo: «torna indietro!

non andar via! voglio cambiare!». Cerco


di ignorare la Liz che sarebbe felice di
scambiare il suo grande progetto di
viaggiare per il mondo con le chiavi
dell’appartamento di David.

Finché verso le dieci di sera non arriva


la risposta. Una e*mail scritta
benissimo. David è uno che sa scrivere.
Sì, anche lui pensa che sia venuto il
momento di dirci addio per sempre. è
d’accordo con me su tutta la linea, la sua
risposta non potrebbe essere più
garbata. Condivide il mio rimpianto e

il mio dolore per il distacco, con quella


profonda tenerezza che

- soffro nel ricordarlo - altre volte


aveva già saputo dimostrare. Si augura
che io sia consapevole dell’intensità del
suo amore per me, che va oltre la sua
capacità di trovare le parole per
esprimerla. «Ma non siamo la persona
giusta l’uno per l’altra» dice, però è
sicuro che la troverò, la persona giusta.
Ne è sicurissimo. Dopotutto, conclude,
«la bellezza attira la bellezza».
è una cosa carina da dire. La più carina
che l’amore della tua vita possa dire
invece di torna indietro! non andar via!
voglio cambiare!

Resto seduta in silenzio davanti allo


schermo del computer per un momento
lungo e triste.

è meglio così, lo so. Ho scelto la felicità


al posto della sofferenza, so anche
questo. Sto creando nella mia vita uno
spazio che il futuro potrà riempire di
sorprese nuove. So tutto. Eppure...

è David. Ora l’ho perso davvero.

Mi nascondo la faccia tra le mani per un


altro momento, ancora più lungo e
ancora più triste. Infine alzo gli occhi e
vedo che una delle donne albanesi che
lavorano allTnternet Café ha finito il suo
turno serale, ha smesso di lavare il
pavimento e, appoggiata al muro, mi
osserva. I nostri sguardi stanchi
s’incrociano. Scuoto la testa con aria
cupa e dico a voce alta:

«Che situazione di merda». Lei fa segno


di sì con la testa, solidale. Non capisce
ma, naturalmente, a modo suo, sa.

Il mio cellulare suona.

è Giovanni. Esita. Dice che mi sta


aspettando da più di un’ora in piazza
Fiume, dove c’incontriamo ogni giovedì
sera per la conversazione italiano-
inglese. E stupito, perché di solito è lui
che arriva tardi o dimentica gli
appuntamenti, ma stasera, una volta
tanto, era in anticipo ed era sicuro che...
non dovevamo vederci?

Me n’ero dimenticata. Gli dico dove


sono. Propone di venirmi a prendere in
macchina, io non ho voglia di parlare
con nessuno, ma è troppo diffìcile
spiegarlo al telefonino con il nostro
linguaggio stentato. Vado ad aspettarlo
fuori, al fresco. Qualche minuto dopo, la
sua automobilina rossa si ferma davanti
a me e io salgo. Lui mi domanda in un
italiano un po’ gergale che cos’è
successo. Io faccio per rispondere e
improvvisamente mi metto a piangere. O

meglio: a guaire, con quei terribili


lamenti discontinui che la mia amica
Sally chiama «a doppia pompata»,
perché tra un singhiozzo e l’altro hai
bisogno di due boccate d’ossigeno. Non
sento mai arrivare questi terremoti di
dolore, vengo sempre colta alla
sprovvista.

Povero Giovanni! Mi domanda, nel suo


inglese difficoltoso, se mi ha fatto
qualcosa di male. Sono arrabbiata con
lui? Mi ha offesa? Non posso
rispondere, scuoto solo la testa e
continuo a guaire. Mi vergogno, mi
dispiace per lui, intrappolato in questa
automobile con una vecchia incoerente
che non smette di singhiozzare ed è
completamente a pezzi.

Infine riesco a rassicurarlo, con voce


stridula, che lui non c’entra. Quasi mi
strozzo nel chiedergli scusa per essermi
lasciata andare così. Giovanni si fa
carico della situazione con la serietà di
una persona molto più grande di lui.
«Non devi scusarti se piangi» dice. «Se
non pi-angessimo saremmo dei robot.»
Prende un fazzolettino di carta da una
scatola sul sedile posteriore. «Andiamo
via di qui.»

Ha ragione, lo spazio davanti


all’Internet Café è troppo pieno di gente
e troppo illuminato per disperarsi in
santa pace. Giovanni guida fino a Piazza
della Repubblica, uno degli spazi aperti
più suggestivi di tutta Roma. Accosta
l’auto proprio di fianco alla
meravigliosa fontana dove irriverenti
ninfe saltellano nude, con pornografica
grazia, tra i colli eretti e fallici di cigni
giganteschi. La fontana è stata costruita
abbastanza di recente rispetto alle altre
fontane romane. Secondo la mia guida,
le donne che avevano fatto da modelle
per le ninfe erano due sorelle, due
ballerine del varietà, allora famose. La
fontana aveva, naturalmente, aumentato
la loro popolarità, ma le autorità
ecclesiastiche avevano cercato-per mesi
di impedirne l’inaugurazione perché le
statue erano giudicate troppo sexy. Le
sorelle vissero fino a tarda età e, nel
1920, si vedevano ancora queste due
vecchie, dignitose signore passeggiare
nella piazza e contemplare quella che
ritenevano giustamente la «loro»
fontana. Ogni anno, una volta all’anno,
lo scultore francese che le aveva
immortalate nel marmo veniva a Roma e
le invitava a pranzo per ricordare
insieme i tempi lontani in cui erano due
ragazze belle e scat-enate.

Giovanni, dunque, ferma qui


l’automobile e aspetta che mi riprenda.
Ma tutto quello che posso fare è
premermi io i palmi delle mani contro
gli occhi per ricacciare indietro le
lacrime.

Non abbiamo mai parlato di noi, io e


Giovanni. In questi mesi, durante le
nostre cene insieme, abbiamo
conversato di filosofia, di arte, di
cultura, di politica e di cibo. Non
conosciamo l’uno la vita privata
dell’altra. Lui non sa nemmeno che sono
divorziata e che ho lasciato il mio amore
in America. Anch’io non so niente di
Giovanni, tranne che vuole fare lo
scrittore e che è nato a Napoli. Il mio
pianto, però, ci impone un nuovo livello
di conversazione. Preferirei che non
fosse così. O almeno che non dovesse
accadere in questa spaventosa
circostanza.

Lui dice: «Scusami, ma non capisco.


Che cosa ti è successo, oggi?».

Ma io non riesco ancora a parlare.


Giovanni ride e m’incoraggia. «Parla
come magni.» Lui sa che è una delle mie
espressioni preferite in dialetto
romanesco, è un modo per ricordarci,
quando non riusciamo a trovare le
parole giuste, che il linguaggio migliore
è semplice ed essenziale, come il cibo
romano. Non va elaborato, ma solo
messo in tavola.

Respiro a fondo ed espongo la versione


italiana (ridotta ma esauriente) della mia
situazione.

«è più o meno una storia d’amore,


Giovanni. Oggi ho dovuto dire addio a
qualcuno.»

Ma di nuovo mi copro gli occhi con le


mani e attraverso le dita strette sulle
palpebre sento scorrere le lacrime. Quel
tesoro di Giovanni non cerca di
mettermi un braccio rassicurante intorno
alle spalle, e non esprime il minimo
disagio davanti alla mia esplosione di
tristezza. Assiste al mio pianto in
silenzio, finché non mi sono calmata. A
quel punto, con sincera partecipazione,
attento a non sbagliare (come sua
insegnante d’inglese sono orgogliosa di
lui!), ripete con calma, chiarezza e
gentilezza la frase che la prima volta
aveva stentato a capire: «I have been
there, Liz».

29
L’arrivo di mia sorella a Roma, qualche
giorno dopo, mi ha aiutata a distogliere
la mia attenzione dal pensiero
incombente di David e a rimettermi in
marcia. Mia sorella fa tutto di cor sa,
l’energia sprizza da lei in tanti piccoli
cicloni che le turbinano intorno. Ha tre
anni più di me ed è più alta di sette
centimetri. è un’atleta, una studiosa, una
scrittrice e un’ottima madre.
Per tutto il tempo che è stata a Roma si è
allenata per una maratona, cioè si è
alzata tutte le mattine all’alba e ha
percorso ventisette chilometri nel tempo
che di solito a me serve per leggere un
articolo e bere due cappuccini. Corre
come un cervo. Quando aspettava il suo
primo figlio, una notte, al buio, ha
attraversato il lago a nuoto. Io non sono
riuscita a seguirla, e non ero neanche
incinta. Avevo troppa paura. Mia sorella
non ha mai paura. Quando stava per
partorire il secondo figlio, la levatrice
le ha domandato se aveva motivo di
temere che il bambino nascesse con
qualche difetto genetico o che durante il
parto insorgesse qualche complicazione.
Mia sorella le ha risposto: «Una sola
cosa temo, ed è che da grande diventi
repubblicano».

Si chiama Catherine. è la mia unica


sorella. Siamo cresciute insieme,
inseparabili, nella campagna del
Connecticut, alla fattoria dei nostri
genitori. Non c’erano altri bambini nelle
vicinanze. Lei era forte e prepotente e ha
dominato tutta la mia vita. L’ho temuta e
venerata, solo quello che pensava lei mi
pareva giusto. Quando giocavamo a
carte, imbrogliavo per farla vincere e
non farla arrabbiare. Non sempre
andavamo d’accordo, a volte la irritavo,
spesso mi faceva paura. Finché a ven-
totto anni, più o meno, ne ho avuto
abbastanza. è stato allora che, infine, mi
sono ribellata, e lei ha avuto una
reazione del tipo: «Come mai ci hai
messo tanto?».

Stavamo cominciando a fissare i termini


dei nostri nuovi rapporti, quando il mio
matrimonio ha cominciato a vacillare.
Sarebbe stato facile per Catherine trarre
una vittoria dalla mia sconfitta. Delle
due, io ero stata la sorella amata,
fortunata, prediletta dalla famiglia e dal
destino. Il mondo mi aveva sempre
mostrato un volto sereno e accogliente,
mentre lei prendeva la vita di punta e
qualche volta ne restava ferita. Avrebbe
potuto reagire al mio divorzio e alla mia
depressione con un: «Ecco qua com’è
finita la mia radiosa sorellina!», invece
mi ha sostenuta e protetta. Mi ha
ascoltata al telefono, nel cuore della
notte, consolandomi con affettuosi,
comprensivi mormorii. Mi ha
accompagnata quando andavo a cercare
una risposta alla mia tristezza. Ha
praticamente fatto la terapia insieme a
me. Le telefonavo dopo ogni seduta, e
lei lasciava perdere qualsiasi cosa
stesse facendo in quel momento per
dedicarsi a me.

Spesso diceva: «Ah, questo spiega


molte cose». E intendeva «molte cose di
noi due».

Ora ci parliamo al telefono quasi tutti i


giorni, o almeno era così fino a prima
che io venissi a Roma. Ogni volta che
una di noi prende un aereo, telefona
all’altra: «Non vorrei sembrarti
morbosa, ma volevo solo dirti che ti
voglio bene, non si sa mai...». E quella
non manca di rispondere: «Lo so... non
si sa mai».

è arrivata a Roma bell’e pronta a entrare


in azione, come sempre. Ha cinque guide
della città, le ha già lette tutte e si è
impressa nella mente la pianta ancora
prima di partire da Filadelfia. Classico
esempio di quanto siamo diverse. Io ho
passato le prime settimane a Roma
girando senza meta, sentendomi smarrita
al novanta per cento e felice al cento per
cento, mentre tutto mi sembrava un
meraviglioso, inesplicabile mistero. Ma
a me l’intero mondo sembra un po’ così.
Agli occhi di mia sorella, invece, non
c’è niente che non possa essere
spiegato: basta avere accesso alla
biblioteca giusta. è una donna che tiene
la Columbia En-cyclopedia in cucina,
vicino ai libri di ricette - e la legge per
svagarsi.

C’è un gioco divertente che faccio


qualche volta con i miei amici. Se a
qualcuno viene in mente una domanda
strana (per esempio, chi era san Luigi),
io dico: «Sta’ a vedere!».

Prendo
il telefono e chiamo mia sorella. Magari
la trovo al volante della sua Volvo che
sta accompagnando i bambini a scuola,
ma, potete scommetterci, dopo un attimo
di riflessione risponder: «San Luigi...
san Luigi... be’ era un re di Francia che
portava il cilicio, un particolare
interessante perché...».

E così mia sorella viene a trovarmi nella


mia nuova città - e non trova di meglio
da fare che illustrarmela. Questa è Roma
stile Catherine. Piena di date e
definizioni che io ignoro perché la mia
mente va in un’altra direzione. L’unica
cosa che voglio sempre sapere di un
luogo o di una persona è la sua storia,
non chiedo altro - i particolari estetici
non m’interessano. (Sofie è venuta a
casa mia quando vi abitavo da un mese e
ha detto: «Bello il bagno tutto rosa», e
così io ho saputo che era rosa.) Ma
l’occhio allenato di mia sorella
riconosce l’architettura gotica, romanica
o bizantina di un palazzo, il disegno del
pavimento di una chiesa, il pallido
abbozzo di un affresco dietro l’altare.
Cammina per Roma a grandi falcate (per
quelle sue gambe lunghe la chiamavamo
«Catherine un metro di femore»), e io
arranco dietro di lei perché, da quando
ho imparato a camminare, a ogni suo
passo corrispondono due dei miei.

«Vedi, Liz?» mi dice. «Vedi come hanno


piazzato quella facciata del xix secolo
sulla struttura di mattoni? Scommetto
che se voltiamo l’angolo troviamo... ma
sì!... Ecco, hanno usato i monoliti
originali romani per sostenere le travi,
probabilmente perché non avevano
braccia per trasportarli... Be’, in fondo
non mi dispiace l’accozzaglia di stili di
questa basilica, sembra d’essere a una
vendita di beneficenza...»

Catherine porta la mappa della città e la


guida Michelin, io porto il cestino del
picnic (due di quei pani grandi come
palle da softball, salsa piccante, sardine
sottaceto avvolte attorno a olive verdi e
carnose, un pasticcio di funghi
profumato come una foresta, bocconcini
di mozzarella affumicata, rucola pepata
e grigliata, pomodorini a ciliegia,
formaggio pecorino, acqua minerale e
una mezza bottiglia di vino bianco
fresco), e mentre penso che forse
sarebbe ora di decidersi a mangiare, lei
mi domanda ad alta voce: «Perché non
si parla mai abbastanza del Concilio di
Trento?».

Mi porta in una decina di chiese, non


riesco a ricordarmele tutte - Santo
Questo e Quello, San Qualcuno dei
Penitenti Scalzi e/o della Beata
Sofferenza... ma solo perché non riesco
a tenere a mente i nomi e i particolari
non bisogna pensare che non mi piaccia
visitare questi posti insieme a mia
sorella, ai cui occhi di cobalto non
sfugge niente. Non ricordo il nome di
una chiesa con affreschi che fanno
pensare ai gloriosi murales americani
della Works Progress Administration
del New Deal, ma ricordo molto bene il
dito di Catherine che me li mostra e
dice: «Guarda che belli i papi stile
Roosevelt quassù...». Una mattina ci
siamo alzate presto per andare a messa a
Santa Susanna, e ci siamo tenute per
mano mentre ascoltavamo le suore
intonare i canti gregoriani dell’alba,
piangendo tutte e due, tanto era forte la
suggestione delle loro preghiere. Mia
sorella non è religiosa. Nessuno nella
mia famiglia lo è veramente. (Ormai ho
deciso di definirmi la «pecora nera»
della famiglia.) I miei approfondimenti
spirituali interessano mia sorella solo
per la sua curiosità intellettuale.

«Dev’essere bellissimo avere il dono di


questa fede» mi bisbiglia all’orecchio in
chiesa, «ma io non ce l’ho, proprio non
ce l’ho...»

Ecco un’altra divergenza nella nostra


visione del mondo. Una famiglia che
abitava vicino a mia sorella era stata
colpita da una duplice sventura: la
giovane madre e il suo bambino di tre
anni si erano entrambi ammalati di
cancro. Quando Catherine me l’aveva
detto, ero riuscita a dire solo: «Dio,
quella famiglia ha bisogno di una
grazia!». «Quella famiglia» mi aveva
risposto mia sorella con fermezza «ha
bisogno di qualcuno che faccia da
mangiare», e aveva organizzato una
serie di turni tra i vicini perché in quella
casa non mancasse mài la cena. Se non è
grazia questa...

Usciamo da Santa Susanna e Catherine


mi dice: «Lo sai perché nel Medioevo i
papi dovevano pianificare
l’organizzazione di tutta la città? Perché
ogni anno una media di due milioni di
pellegrini cattolici venivano da tutto
l’Occidente a percorrere

- alcuni in ginocchio - il tratto dal


Vaticano a San Giovanni in Laterano, e
c’era bisogno di strutture per
accoglierli».

La vera fede di mia sorella è


nell’apprendimento. Il suo testo sacro è
Y Oxford English Dictionary. quando ne
scorre le pagine, con la testa china sul
libro, entra in comunicazione con il suo
Dio. Quando arriviamo al Foro Romano,
cade letteralmente in ginocchio, toglie
un po’ di sporcizia da un piccolo pezzo
di terreno (come se pulisse una
lavagna), raccoglie un sasso e traccia
per me nella polvere il profilo di una
basilica romanica. Poi mi indica il
rudere che ha davanti, perché io capisca
(anche se le mie capacità visive sono
scarse) come doveva essere
quell’edificio diciotto secoli prima.
Traccia nell’aria gli archi mancanti, la
navata, le finestre che non ci sono più.
Come il piccolo Harold, in quel famoso
libro per bambini, che con la sua matita
viola e l’immaginazione riempie il
cosmo e ridà vita alle rovine.

Il giorno dopo mia sorella riparte.

«Ascolta» le dico, «chiamami appena


atterri, d’accordo? Non vorrei sembrarti
morbosa, ma...»

«Lo so, Liz» dice. «Anch’io ti voglio


bene.»

Qualche volta mi sembra strano che mia


sorella sia una moglie, una madre e io
no. Avevo sempre pensato, più o meno
inconsciamente, che sarebbe stato
l’opposto. Credevo che avrei avuto io
una casa piena di stivali infangati e di
bambini urlanti, e che Catherine sarebbe
vissuta per conto suo, le sere a letto con
un libro e nessuno accanto. Almeno,
questo era ciò che sarebbe stato facile
prevedere quando eravamo bambine. E
invece ci siamo create due vite che
corrispondono a quello che siamo
davvero, indipendentemente dalle
previsioni. Per la sua natura solitaria
mia sorella aveva bisogno di una
famiglia che la preservasse
dall’isolamento; la mia natura gregaria
fa sì che
io non corra il rischio di restare sola,
anche se non divido la mia vita con
nessuno. Sono felice che Catherine sia
tornata a casa, dalla sua famiglia, e sono
felice di avere davanti a me altri nove
mesi di viaggio, durante i quali potrò
mangiare, leggere, pregare e scrivere.

Non so ancora se vorrò mai avere dei


bambini. Sono rimasta molto stupita, a
trent’anni, di accorgermi che non li
volevo e il ricordo di quello stupore mi
consiglia di non fare previsioni su come
mi sentirò a quaranta. Quello che so è
come mi sento adesso: grata di essere
sola. So anche che non avrò dei bambini
solo per paura di pentirmi quando sarà
troppo tardi: non credo che sia un
motivo sufficiente per mettere al mondo
una nuova creatura. I figli si hanno per
ragioni diverse - per il puro desiderio di
veder crescere una vita, perché non si ha
altra scelta, per legare a sé una persona
che si ama, per avere un erede, o anche
senza rifletterci in modo particolare. E
non tutte sono necessariamente ragioni
prive di egoismo. D’altra parte anche
per non avere figli si possono avere
ragioni diverse. E non tutte,
necessariamente, egoistiche.

Dico tutto questo perché sto ancora


elaborando l’accusa che mio marito mi
ha mosso mentre il nostro matrimonio
stava crollando: V egoismo. Ogni volta
che lo diceva, io gli davo ragione,
riconoscevo le mie colpe, le
ammonticchiavo una sull’altra. Dio mio,
non avevo ancora bambini e già li
trascuravo, già anteponevo me stessa a
loro. Ero già una cattiva madre. Quei
bambini - quei fantasmi di bambini -
entravano spesso a far parte dei nostri
litigi.

Chi se ne sarebbe occupato? Chi


sarebbe rimasto a casa con loro? Chi
avrebbe provveduto al loro
mantenimento? Chi gli avrebbe dato da
mangiare quando si svegliavano la
notte? Ricordo di aver detto alla mia
amica Susan, quando il mio matrimonio
stava diventando un peso
insopportabile: «Non voglio che i miei
figli crescano in un ambiente familiare
come questo». E

Susan mi aveva risposto: «Perché non


lasci questi ipotetici figli fuori dalla
discussione? Non esistono ancora, Liz.
Perché non vuoi ammettere che sei tu a
non voler più vivere così? Nessuno di
voi due lo vuole. Ed è meglio
rendersene conto subito piuttosto che
nella sala parto, quando hai già cinque
centimetri di dilatazione».

Più o meno in quel periodo, ero andata a


un ricevimento a New York. Due pittori
di successo, marito e moglie, da poco
diventati genitori, festeggiavano
l’inaugurazione di una mostra di quadri
di lei. Ricordo di averla guardata,
quella neo madre, quell’artista, mentre
cercava di accogliere gli ospiti nel
proprio studio e, nello stesso tempo, di
occuparsi del bambino e di presentare in
modo professionale il proprio lavoro.
Non avevo mai visto nessuno così
provato dalla mancanza di sonno. Non
dimenticherò mai la scena a cui ho
assistito più tardi, quando il ricevimento
era ormai finito: lei era in cucina, con le
braccia immerse fino al gomito nel
lavandino pieno di piatti, e intanto suo
marito (mi dispiace dirlo, non voglio
assolutamente che sembri una
raffigurazione stereotipata dei mariti in
generale), nella stanza accanto, con i
piedi sul tavolino, guardava la tv.
Quando lei, infine, gli aveva chiesto di
aiutarla a fare un po’

di ordine, lui le aveva risposto: «Lascia


perdere, tesoro, metteremo tutto a posto
domani mattina». Il bambino si era
rimesso a piangere. Gocce di latte
colavano dal petto della mia amica
attraverso il vestito da cocktail.

Quasi certamente altri ospiti avranno


riportato un’immagine diversa di quella
inaugurazione. Molti avranno invidiato
quella donna così bella, con il suo
neonato in perfetta salute, una carriera
artistica di successo, il matrimonio con
un uomo simpatico, una casa invidiabile
e un bel vestito da cocktail. Più d’una
non avrebbe esitato a cambiare
all’istante la propria vita con la sua. E
lei stessa, probabilmente, avrà ripensato
a quell’occasione - ammesso che ci
abbia ripensato - come a uno stancante
ma più che proficuo episodio della sua
tutto sommato soddisfacente vita di
madre, moglie e artista. Per quanto mi
riguarda, durante tutto il ricevimento io
non avevo fatto che pensare: Se tu non
capisci che questo dovrebbe essere
anche il tuo futuro, Liz, vuol dire che sei
fuori di testa. Non lasciare che succeda.

Potevo assumermi la responsabilità di


una famiglia? Oh, Signore - la
responsabilità.
Questa parola aveva agito su di me
finché io non avevo cercato di agire su
di lei. L’avevo studiata attentamente e
l’avevo divisa nelle due parti che ne
formano il significato: l' abilità di
rispondere. E la mia risposta era che
sapevo di dover sciogliere il mio
matrimonio. Lo sapevo con ogni cellula
del mio corpo. Un sistema d’allarme
interiore mi aveva avvertito che se
avessi insistito a cercare un atterraggio
di fortuna in quella bufera, mi sarebbe
venuto il cancro. E che se avessi messo
al mondo dei figli solo per non
affrontare il fastidio o la vergogna di
dover rivelare alcuni aspetti del mio
carattere, questa sì che sarebbe stata una
grave mancanza di responsabilità.

Alla fine, però, mi ero lasciata guidare


soprattutto da quel lo che mi aveva detto
la mia amica Sheryl la sera
dell’inaugurazione della mostra, quando
mi aveva trovata nascosta nella stanza
da bagno dell’eccentrico loft della
pittrice mentre, in preda al panico, mi
buttavo dell’acqua fresca in faccia.
Sheryl non sapeva, allora, di quello che
stava succedendo tra me e mio marito.
Nessuno lo sapeva. E io, quella sera,
non gliel’ho detto. Sono riuscita a dire
soltanto: «Non so che cosa fare».
Ricordo che lei mi aveva abbrac-ciata e,
guardandomi negli occhi con un sorriso
sereno, mi aveva dato questo consiglio:
«Di’

la verità, di’ la verità, di’ la verità».

Ed è quello che ho cercato di fare.

Ma uscire da un matrimonio è difficile, e


non solo per le complicazioni legali e
finanziarie o per lo scompiglio che porta
nelle abitudini di due persone. (Come mi
ha detto una volta con molta saggezza la
mia amica Deborah: «Nessuno è mai
morto per aver diviso a metà i mobili».)
è il balzo indietro emotivo che uccide,
la scossa del dover fare un passo fuori
dal sentiero tracciato dalle convenzioni,
del dover abbandonare la sicurezza
avvolgente che tiene così tante persone
con i piedi ben piantati su quel sentiero.
Nella società americana (o in qualsiasi
altra) sposarsi e creare una famiglia è
uno dei modi principali per dare
sicurezza e significato alla propria
esistenza. Torno a scoprire questa verità
ogni volta che partecipo a una delle
grandi riunioni della famiglia di mia
madre nel Minnesota e vedo come
ciascuno, an-no dopo anno, non manca
mai di rispettare il proprio ruolo.
Bambino, adolescente, giovane sposo,
genitore, pensionato, nonno - a ogni
tappa sai chi sei, qual è il tuo dovere e
qual è il posto che ti compete durante la
riunione. Siedi con i bambini, con gli
adolescenti, con i giovani genitori o con
i pensionati. Finché non arrivi a sedere
in un angolo in ombra, con quelli che
hanno novant’anni. E stai a guardare
soddisfatto la tua progenie. Chi sei?
Nessun problema - sei la persona che ha
creato tutto quello che hai davanti agli
occhi. Constatarlo dà una soddisfazione
immediata, riconosciuta da tutti come un
diritto. Quante persone ho sentito
affermare che i figli sono la
realizzazione e il conforto della loro
vita! è il pensiero cui ci si appoggia
durante una crisi metafisica o nei
momenti di dubbio - Anche se non ho
fatto altro d’importante nella vita,
almeno ho saputo allevare bene i miei
figli.

Ma che succede se, per scelta o per una


sfortunata necessità, ci si trova a non
essere partecipi di questa consolante
continuità familiare? Se sei uscito dal
seminato, dove ti siedi durante la
riunione? Come fai a misurare il
trascorrere del tempo se hai paura di
non aver prodotto niente di così
importante da dargli un senso? Dovrai
trovare un altro metro di giudizio per
valutare i tuoi risultati. A me i bambini
piacciono, ma che cosa succede se non
ne ho?

Che tipo di persona questa particolarità


fa di me?

Virginia Woolf ha scritto: «Attraverso il


vasto continente della vita di una donna
si disegna l’ombra di una spada». Da un
lato di questa spada, dove «tutto è
regolare», prosegue la scrittrice, ci sono
le consuetudini, la tradizione e l’ordine.
Ma dall’altro lato, per chi è tanto folle
da attraversare quell’ombra e scegliere
una vita che non obbedisce alle
convenzioni, «tutto è confuso, niente è
regolare». Attraversare l’ombra della
spada può rendere la vita di una donna
molto più interessante, ma anche più
pericolosa.

Io sono fortunata perché, almeno, scrivo.


è una cosa che la gente può capire. Ah
sì, ha lasciato suo marito per dedicarsi
alla scrittura. E un po’ vero, ma non del
tutto. Molte scrittrici hanno una vita
familiare. A Toni Morrison, tanto per
fare un esempio, allevare un figlio non
ha impedito di vincere una co-setta da
niente come il premio Nobel. Ma Toni
Morrison ha seguito la sua strada e io
devo seguire la mia. La Bhagavad Gita -
l’antico testo indiano yogi-dice che è
meglio vivere la propria vita in modo
imperfetto piuttosto che vivere in modo
perfetto l’imitazione di quella di un
altro. Io adesso ho cominciato a vivere
la mia vita. Per imperfetta e
disarticolata che sia, mi assomiglia
completamente.

Detto questo, mi rendo conto


perfettamente che, così com’è adesso, la
mia vita dà l’impressione di una certa
instabilità. Non ho nemmeno un indirizzo
e questo, alla matura età di trentaquattro
anni, è un delitto contro la normalità. Al
momento, tutta la mia roba è ammas-sata
in casa di Catherine, che mi ha messo
provvisoriamente a disposizione una
camera all’ultimo piano (detta «il
quartierino della zia zitella», perché c’è
un abbaino con una piccola finestra da
dove posso guardare la brughiera,
mentre indosso il mio vecchio abito da
sposa e rimpiango la giovinezza
perduta). A Catherine non sembra dar
fastidio questa sistemazione, che a me fa
certamente comodo, ma non voglio
correre il rischio, se me ne andrò in giro
per il mondo troppo a lungo, di
diventare La Scervellata della Famiglia.
O forse lo sono già. L’estate scorsa, la
mia nipotina di cinque anni aveva
invitato un’amica a giocare e io le ho
domandato quando sarebbe stato il suo
compleanno.

«Il 25 gennaio» mi ha risposto.

«Ah! Oh!» ho esclamato. «Sei un


acquario. Io sono stata fidanzata con
tanti acquari da poterti assicurare che
sono tutti una sciagura! »

Quelle due bambine di cinque anni mi


hanno guardata stupite e anche un po’
spaventate, e io ho avuto
immediatamente davanti agli occhi
l’immagine della donna che potrei
diventare se non mi fermo in tempo: Zia
Liz la Pazza. La divorziata con il vestito
hawaiano sgargiante e i capelli tinti di
rosso, che non mangia burro o formaggio
e fuma sigarette al mentolo, che è
appena tornata dalla sua crociera
astrologica o che ha appena lasciato il
fidanzato aromat-erapeuta, che legge i
tarocchi ai bambini dell’asilo e dice
frasi come: «Portami un altro wine
cooler, piccolina, e ti lascio provare il
mio anello cam-bia-colore-con-
l’umore».

Lo so che tornerò a essere una


equilibrata, affidabile abitante del
pianeta, ne sono sicura.
Ma non ancora... per piacere. Non
ancora.

31
Nelle sei settimane successive vado a
Bologna, a Firenze, a Venezia, in Sicilia
e ancora una volta a Napoli, poi in
Calabria. Sono viaggi brevi, una
settimana, un week-end - solo il tempo
necessario per farmi un’idea dei luoghi,
guardarmi in giro, domandare a
qualcuno per strada dove si mangia bene
e poi andarci. Ho smesso di frequentare
la scuola d’italiano perché ho avuto la
sensazione che sia meglio andarsene in
giro per le strade imparare la lingua
viva direttamente dalle persone che
s’incontrano.

Questi viaggi non programmati sono


come meravigliosi giri in giostra. Non
mi sono mai sentita così leggera in vita
mia, corro alla stazione, compro biglietti
per il primo posto che mi viene in mente
e la mia libertà si fa sempre più duttile
perché finalmente ho capito che posso
davvero andare dove voglio. è un po’
che non vedo i miei amici romani.
Giovanni mi dice al telefono: «Sei una
trottola». Una sera, in una cittadina del
Medi-terraneo, non ricordo quale, nella
camera di un albergo vicino al mare mi
sveglia l’eco della mia risata. Chi ride
nel mio letto? Mi rendo conto che sono
sola e perciò rido un’altra volta. Non mi
ricordo che cosa stavo sognando. Forse
qualcosa che aveva a che fare con le
barche.

32
Firenze è un week-end che comincia con
una corsa in treno il venerdì mattina. Sto
andando a incontrare zio Terry e zia
Deb, venuti dal Connecticut per visitare
l’Italia, e naturalmente per fare un saluto
alla loro nipote. Atterrano verso sera e
li porto a vedere il Duomo, uno
spettacolo sempre emozionante, come
risulta dallo sgomento che mio zio
esprime in yid-dish: « Oy vey!... Ma
forse non è così che si loda la bellezza
di una chiesa cattolica...».
Nella Loggia dei Lanzi guardiamo le
sabine stuprate senza che nessuno sia
intervenuto a salvarle, e paghiamo il
nostro tributo a Michelangelo, al Museo
della Scienza e al panorama che si gode
dalle colline che circondano la città.
Lascio gli zii a godersi il resto della
vacanza senza di me e vado a Lucca,
ricca, ariosa cittadina della Toscana,
famosa per i suoi negozi di macelleria,
dove sono esposti i più bei tagli di carne
che abbia mai visto in Italia, sensuali
come se ti sussurrassero: «tu sai di
volermi». Salsicce di tutte le
dimensioni, colori e provenienza
possibili sono inguainate come gambe
femminili in lussuose calze di seta, e
pendono, provocanti, dal soffitto dei
negozi. Dalle vetrine, polpose natiche di
prosciutto sollecitano il passante come
prostitute di Amsterdam. I polli
sembrano così grassi e soddisfatti, anche
dopo morti, da far pensare che si siano
offerti con orgoglio al sacrificio, dopo
aver gareggiato per ottenere in vita il
titolo del più turgido e carnoso. Ma non
so lo la carne è meravigliosa a Lucca, lo
sono anche le castagne, le pesche, le
cascate di fichi, Dio mio, i fichi...

La città, naturalmente, è famosa anche


perché qui è nato Puccini. So che
dovrebbe essere per me un motivo
d’interesse, ma mi piace di più parlare
del segreto di cui mi ha messo a parte un
salumiere del luogo - i migliori funghi
della città si mangiano in un ristorante di
fronte alla casa natale del compositore.
Di conseguenza giro per Lucca,
domandando in italiano: «Sa dirmi
dov’è la casa di Puccini?» finché un
lucchese gentile mi porta proprio lì
davanti e si stupisce, immagino, nel
vedermi girare i tacchi, marciare nella
direzione opposta al museo ed entrare
nel ristorante di fronte ad aspettare, al
riparo dalla pioggia, il mio risotto ai
funghi.

Non ricordo se è stato prima o dopo


Lucca che sono andata a Bologna - una
città così bella che non ho mai smesso di
canticchiare, per tutto il tempo che sono
rimasta lì, la famosa canzone di Daniel
Bedingfield, «My Bologna has a first
name: Pretty...». Con le sue stupende
architetture di mattoni rossi e la sua
famosa opulenza, Bologna è chiamata,
per tradizione,

«la Rossa, la Grassa e la Bella». Il cibo


è certamente più buono qui che a Roma
o forse, semplicemente, usano più burro.
Anche

il gelato a Bologna è più buono (mi


sembra sleale dirlo, ma è la verità). I
funghi qui sono grandi lingue carnose e
sensuali, e le guarnizioni di prosciutto
sulle pizze sembrano merletti che ornano
il cappellino di una bella signora. Poi,
ovviamente, c’è il sugo alla bolognese,
che sbeffeggia sdegnoso qualsiasi altra
idea di ragù.

Mentre torno in treno da Bologna mi


rendo improvvisamente conto che non
esiste in inglese un’espressione
equivalente a buon appetito. Purtroppo
devo riconoscere che è molto indicativo.
Mi accorgo anche che le fermate dei
treni in Italia sono un susseguirsi di
nomi di cibi e vini tra i più famosi al
mondo, Parma, Bologna...
Montepulciano. In treno ci sono panini e
cioccolata calda e, se piove, è ancora
più bello mangiare mentre si va veloci.
Durante uno dei miei spostamenti, ho
come compagno di viaggio un italiano
bello e giovane che dorme da ore,
mentre fuori piove e io mangio
un’insalata di polipi. Quando stiamo per
arrivare a Venezia, si sveglia, si
stropiccia gli occhi, mi squadra ben
bene e dice più o meno tra sé: «Carina».

«Grazie mille» rispondo con una


gentilezza un po’ caricaturale. Lui non
immaginava che parlassi italiano e non
lo immaginavo nemmeno io, veramente,
ma chiacchieriamo per venti minuti e per
me è la prima volta. A parte qualche
ovvia difficoltà, adesso non traduco più,
parlo direttamente. In ogni frase mi
scappa almeno un errore e conosco solo
tre tempi verbali, ma riesco a
comunicare. Me la cavo, si dice in
italiano, e poiché per aprire una
bottiglia di vino si usa il cavatappi mi
sembra di poter dire che, quando parlo
italiano, libero me stessa...

Gli piaccio, a questo ragazzo! E ne sono


anche un po’ lusingata. Non è brutto. Ed
è tre-mendamente sicuro di sé. A un
certo punto mi dice in italiano, come per
farmi un compli-mento: «Non sei molto
grassa per essere un’americana».

Gli rispondo in inglese. «E tu non sei


troppo insinuante per essere un
italiano.»

«Come?»

Ripeto in italiano, con qualche lieve


modifica. «E tu sei gentile, come tutti gli
uomini italiani.»

Allora l’ho imparata questa lingua! La


so parlare! Il ragazzo mi guarda e pensa
di piacermi, ma è con le parole che sto
civettando. Dio mio - ho tolto il tappo e
l’italiano scorre liberamente! Il ragazzo
vuole che ci vediamo più tardi a
Venezia, ma lui non m’interessa, è delle
parole italiane che sono innamorata. Lo
lascio andar via. Ho già un
appuntamento a Venezia, con la mia
amica Linda.

Linda la Matta, come mi piace chiamarla


anche se è tutt’altro che fuori di testa, è
venuta a Venezia da Seatde, un’altra
città umida e grigia. Voleva vedermi e
io le ho proposto di raggiungermi in
questa tappa del mio viaggio perché
rifiuto - respingo nel modo più
categorico - la prospettiva di visitare da
sola la più romantica città della Terra -
non ora, non quest’anno. Mi vedo tutta
sola in una gondola, trasportata in un
velo di nebbia dal canto sommesso del
gon-doliere mentre... sfoglio una rivista!
è un’immagine triste, un po’ come salire
su per una collina da soli in una
bicicletta per due. Invece ci sarà Linda a
farmi compagnia, e sarà un’ottima
compagnia.

Ho conosciuto Linda la Matta (la sua


pettinatura reggae e i suoi piercing) a
Bali, quasi due anni fa, al ritiro yoga.
Poi siamo andate insieme in Costa Rica.
è una delle mie compagne di viaggio
preferite, non si tira indietro di fronte a
nulla, e con lei è impossibile annoiarsi.
In calzoncini rossi e aderenti di velluto
stropicciato, è una specie di folletto
straordinariamente organizzato. Linda
possiede una psiche tra le più integre al
mondo, totalmente refrattaria alla
depressione, e un’autosti-ma che non ha
mai nemmeno potuto concepire di non
essere alta.
Una volta, guardandosi allo specchio, mi
ha detto: «Riconosco di non essere
perfetta in tutto, ma non posso fare a
meno di volermi bene». Ha l’abilità di
chiudermi la bocca ogni volta che
comincio a tormentarmi con questioni
metafisiche del tipo «Qual è l’essenza
dell’universo?».

(Risposta di Linda: «Perché


chiederselo?».) Lei vorrebbe che i suoi
riccioli reggae cres-cessero tanto da
poterseli comporre sopra la testa in una
struttura sostenuta da un filo di ferro,
come nell’arte delle sculture vegetali, e
magari ospitarci un uccellino. I balinesi
volevano bene a Linda, e anche i
costaricani. A Seattle, quando non si
occupa delle sue lucertole e dei suoi
furetti domestici, dirige una società di
software e guadagna più di tutti noi.

E adesso siamo insieme a Venezia.


Linda studia con la fronte corrugata la
mappa della città, la capovolge, trova il
nostro albergo, si orienta e annuncia,
con la sua tipica modestia:

«La città è senza segreti per noi. è nostra


fino al buco del culo».

La sua allegria, il suo ottimismo mal si


conciliano con questa puzzolente,
sprofondata, misteriosa, muta, strana
Venezia, una città splendida per morirci
di morte alcolica, per per-derci l’amante
o l’arma mortale con cui l’hai ucciso.
Ora che vedo Venezia, sono ancora più
contenta di aver scelto di stare a Roma.
Non credo che qui mi sarei liberata così
in fretta degli antidepressivi. Venezia è
bellissima ma non ci vorresti vivere,
come non vorresti vivere in un
bellissimo film di Bergman.

Tutta la città è scrostata e scolorita,


come accade nelle vecchie dimore
patrizie, quando diventa troppo
dispendioso mantenerle ed è più facile
sbarrarne l’ingresso con due assi e
dimenticare i tesori rimasti all’interno.
Questa è Venezia. Il denso fluire della
risacca dell’Adriatico urta le
fondamenta pazienti di questi edifici,
durature testimonianze di un volen-
teroso esperimento scientifico risalente
al xiv secolo - E se costruissimo per
davvero una città sull’acqua?

Venezia è sinistra sotto il suo cielo di


novembre, pesante di nuvole.
Scricchiola e oscilla come un pontile da
pesca. Nonostante la fiducia iniziale di
Linda che ci vedeva già dominatrici
della città, ci perdiamo contìnuamente e,
soprattutto se è buio, imbocchiamo le
curve sbagliate ritrovandoci a
percorrere inquietanti stradine che
finiscono direttamente nell’acqua dei
canali. In una sera nebbiosa passiamo
davanti a un palazzo che sembra
realmente gemere di dolore. «Non c’è
da preoccuparsi» cinguetta Linda, «sono
solo le avide fauci di Satana.» Le
insegno la parola italiana che
preferisco: attraversiamo, e così ci
allontaniamo in fretta.

La bella veneziana proprietaria del


ristorante vicino al nostro albergo si
lamenta del suo destino. Odia Venezia.
Giura che tutti quelli che vivono a
Venezia la considerano una tomba.

Si era innamorata di un pittore sardo,


che le aveva promesso un altro mondo,
di luce e di sole, e invece l’ha lasciata
con tre bambini e senz’altra scelta che
tornare a Venezia a gestire il ristorante
di famiglia. Ha la mia età, ma sembra
perfino più vecchia di me. Non riesco a
immaginare quale uomo possa aver fatto
una cosa del genere a una donna così
graziosa.

(«Aveva un potere speciale» dice lei «e


io sono morta d’amore alla sua ombra.»)
Venezia è tradizionalista. Da quando è
tornata, questa donna ha avuto qualche
storia d’amore, forse anche con uomini
sposati, ma sono finite tutte
dolorosamente. I vicini sono pettegoli.
Quando la vedono si zittiscono
all’istante. Sua madre vorrebbe che
portasse una fede nuziale, tanto per
salvare le apparenze, e le dice sempre:
«Ricordati che non siamo a Roma, dove
puoi dare scandalo finché vuoi». Ogni
mattina, quando io e Linda andiamo da
lei a fare colazione, domandiamo alla
nostra giovane-vecchia amica veneziana
qua li sono le previsioni del tempo. Lei
si appoggia due dita della mano destra
alla tempia e dichiara: «Ancora
pioggia».

Nonostante tutto non mi sento depressa.


Non so dire perché, ma mi piace, per
qualche giorno, la naufragante
malinconia di Venezia. Non è la mia
malinconia, appartiene alla città, e io
capisco di aver raggiunto una condizione
di salute mentale sufficiente a farmi
vedere la differenza. Non posso fare a
meno di pensare che è un segno di
guarigione, il sangue si sta co-agulando
sulle ferite. Ho passato qualche anno di
disperazione sconfinata, in cui ho
sperimentato su di me tutta la tristezza
del mondo. La tristezza allora filtrava
attraverso di me las-ciandosi dietro
tracce umide.

In ogni caso, come potrei essere


depressa con Linda che mi chiacchiera
accanto, cercando di convincermi a
comprare un enorme colbacco di
pelliccia viola, o domandandomi,
davanti a una cena orribile: «Questa
roba non ti ricorda i bastoncini di vitello
surgelati della nostra infanzia...?». Linda
è luminosa come una lucciola. Nel
Medioevo, a Venezia, si poteva pagare
un uomo perché ti accompagnasse con un
lanternino nella notte, spaventando ladri
e demoni. Lo chiamavano il codega.
Ebbene, Linda è la mia
accompagnatrice, il mio codega

«da viaggio», inviatomi su ordinazione.

33
Qualche giorno dopo, la pioggia ormai
alle spalle, scendo dal treno in una
Roma brulic-ante dell’eterno, caldo,
assolato disordine. In strada, sento grida
simili a quelle di uno stadio: è la
manifestazione. Un’altra protesta
sindacale. Che cosa stanno gridando il
tassista non me lo dice, soprattutto
perché non gliene importa niente. « ’Sti
cazzi» impreca all’indirizzo degli
scioperanti. Sono contenta di essere
tornata. Dopo la grigia uniformità di
Venezia, è bello vedere un uomo in
giacca leo-pardata passare accanto a
due adolescenti che si baciano
praticamente in mezzo alla strada. La
città è viva e sveglia, più bella e più e
sexy sotto il sole.

Ricordo che una volta Giulio, mentre a


un tavolino di un caffè all’aperto
facevamo i nostri esercizi di
conversazione, mi aveva domandato che
cosa pensavo di Roma. Gli avevo
risposto, naturalmente, che mi piaceva
moltissimo, ma che sentivo che non era
la mia città, quella dove sarei vissuta
per il resto della vita. In Roma c’era un
aspetto che mi era estraneo, anche se
non avrei saputo dire con esattezza
quale. Mentre parlavo mi era venuta in
soccorso, per caso, l’immagine di una
donna che passava di lì. Era la
quintessenza della donna romana - una
quarantina d’anni, conservata
perfettamente, coperta di gioielli,
equipaggiata con tacchi da dieci
centimetri, gonna aderente con spacco
lungo quanto un braccio e quegli
occhiali da sole che fanno pensare a
un’auto da corsa e che, probabilmente,
costano altrettanto. Camminava con il
suo cagnolino legato a un guinzaglio
tempestato di pietre colorate, e il
colletto della sua giacca sembrava fatto
con il pelo del cagnolino precedente.
Emanava l’aria di assoluta sicurezza di
chi dice: «Voi guardatemi, ma io mi
rifiuto di guardare voi».

Sembrava impossibile che avesse


passato anche solo dieci minuti della sua
vita senza mas-cara. Era l’esatto
contrario di me.

Avevo detto a Giulio: «Vedi, quella è


una donna romana. Non è possibile che
Roma sia la sua città e anche la mia.
Solo una di noi due può appartenere a
questa città e credo che io e te sappiamo
chi».
«Forse tu e Roma avete parole diverse.»

«Non capisco.»

«Il segreto per capire una città e chi la


abita sta nell’imparare la parola che
circola per le strade.»

Mi aveva spiegato, un po’ in inglese, un


po’ in italiano e un po’ a gesti, che ogni
città ha una parola che la definisce e che
serve a identificare chi la abita. Se si
potesse leggere nella mente di chi passa
per strada, in qualsiasi luogo, si
scoprirebbe che c’è un pensiero che
ricorre più frequentemente di tutti. E
quel pensiero è la parola della città. Se
la tua parola personale non coincide con
la parola della città, vuol dire che non
ne fai parte.

«Qual è la parola di Roma?»

«SESSO.»

«Non è uno stereotipo?»

«No.»

«Ma ci sarà pure, a Roma, chi pensa a


qualcosa di diverso dal sesso.»

«No. Tutti, tutto il giorno, pensano al


sesso.»

«Anche in Vaticano?»
«Il Vaticano non è Roma. Lì hanno una
parola diversa e questa parola è
potere.»

«Si potrebbe pensare che sia fede.»

«È potere. Credimi. Ma la parola di


Roma è sesso.»

A dar retta a Giulio, questa parolina


così breve - sesso - forma l’acciottolato
sul quale si posano i piedi a Roma,
scorre con l’acqua delle fontane,
riempie l’aria insieme al rumore del
traffico. Si pensa al sesso, ci si veste in
suo nome, lo si cerca, lo si sceglie, lo si
rifiuta, lo si trasforma in uno sport o in
un gioco. Forse è per questo che, pur
con tutto il suo splendore, io non sento
Roma come la mia città. Non in questo
momento della mia vita, sesso ora non è
per me la parola giusta. Per questo,
anche se turbina in tutte le strade, su di
me rimbalza per poi ruzzolare via, senza
impatto. Ed è per questo che non posso
dire che Roma sia davvero la mia città.
è una teoria strampalata, difficile da
dimostrare, ma in fondo non mi dispiace.

Giulio mi aveva domandato: «Qual è la


parola di New York?».

Dopo averci pensato un momento, avevo


risposto: «è un verbo, naturalmente:
realizzare».
(C’è una differenza sottile, secondo me,
con la parola di Los Angeles, che pure è
un verbo: riuscire. Più tardi, ne avrei
parlato con la mia amica svedese Sofie,
secondo la quale la parola che circola
per le vie di Stoccolma è adeguarsi, e ne
siamo rimaste rattristate entrambe.)

Avevo domandato a Giulio, che conosce


bene il sud: «E Napoli?».

«lotta, la parola di Napoli è lotta. E la


parola della tua famiglia, quando eri una
ragazzina?».

Era una domanda difficile. Avevo


cercato di pensare a una sola parola che
unisse il concetto di frugalità e
insolenza, ma Giulio aveva già pronta la
domanda successiva, la più ovvia:

«E la tua parola, qual è?».

A questa domanda non seppi rispondere.

E non lo so nemmeno adesso, dopo


averci pensato per qualche settimana. Le
parole ci sono, ma nessuna è quella
definitiva. matrimonio no, questo è
evidente, famiglia nemmeno (anche se è
la parola della cittadina dove ho vissuto
per qualche anno con mio marito ed è
stata la causa dei miei dispiaceri). Non
è più, grazie al Cielo, depressione. Sono
contenta di non condividere la parola di
Stoccolma, adeguarsi, ma quella di New
York, realizzare, non mi trova più così
in sintonia come tra i venti e i trent’anni.
La mia parola potrebbe essere cercare
(ma, per associazione, mi viene in mente
nascondere). Durante gli ultimi mesi
passati in Italia, la mia parola è stata in
larga parte piacere, anche se la mia
adesione non è totale, altrimenti non
avrei tanta voglia di andare in India.
Potrei forse provare con devozione, ma
mi fa sembrare ingiustamente un
esempio di virtù e non tiene conto di
tutto il vino che bevo.

In conclusione, non so rispondere e


credo che sia questa la ragione del mio
viaggio di un anno. Trovare la parola.
Ma una cosa posso dire con assoluta
sicurezza: non è sesso.

Resta da capire perché oggi i miei piedi


mi guidano quasi di loro iniziativa in un
negozio poco appariscente vicino a via
Condotti, dove - sotto l’esperta tutela di
una giovane ed eleg-antissima commessa
italiana - impiego qualche ora di sogno a
comprare (al prezzo di un volo
transcontinentale) tanta biancheria che
potrebbe bastare alla sposa di un sultano
per mille e una notte. Reggiseni di ogni
forma e fattura, canottie-rine impalpabili
e vezzose, minuscole mutandine in tutti i
colori pastello, culotte di raso color
crema o di seta liscia come la guancia di
un neonato, insomma una giostra
multicolore di merletti, nastrini e ricami.
Non ho mai posseduto niente di questo
genere in vita mia. Allora, che cos’è
cambiato?

Mentre uscivo dal negozio con il mio


involto di seriche sconvenienze sotto
braccio, mi sono rivolta aH’improwiso
l’angosciosa domanda che avevo sentito
gridare da un tifoso poche sere prima,
durante la partita della Lazio, quando il
campione Albertini, in un momento
critico, aveva lanciato la palla, dritta
verso il nulla, mandando a monte la
partita.

«Per chi?» aveva gridato il tifoso,


impazzito. «Per chi, se non c’era
nessuno? Nessuno!»

nessuno. Perché hai lanciato la palla,


Albertini, se non c’era nessuno? Per
chi?

In strada, dopo quelle ore deliranti nel


negozio di biancheria, mi sono ricordata
di quella frase e mi sono domandata in
un bisbiglio: «Per chi?».

Per chi, Liz? Per chi tutte queste cose


sexy e decadenti, se non c’è nessuno?
Mi restavano da passare solo poche
settimane in Italia e non pensavo affatto
ad andare a letto con qualcuno. O sì?
Ero stata contagiata dalla parola che
percorreva le strade di Roma? O

era il mio sforzo finale per diventare


italiana? Era forse un regalo che volevo
fare a me stessa o a qualcuno che,
ancora non lo sapevo, sarebbe diventato
il mio amante? O era solo un tentativo di
ritrovare la mia libido dopo il crollo
della fiducia nelle mie capacità
sessuali?

Ho domandato a me stessa: «Porterai


tutta questa roba in India?».

34
Il compleanno di Luca Spaghetti cade
quest’anno proprio in coincidenza con il
Giorno del Ringraziamento, e lui vuole
festeggiare con un bel tacchino. Non ha
mai mangiato un grosso e grasso
tacchino arrosto da Ringraziamento
americano, ma ne ha visti in fotografia e
pensa che sia facile cucinarne uno,
soprattutto con l’aiuto di un’amica
americana. Dice che può usare la cucina
dei suoi amici Mario e Simona che
hanno una bella casa fuori Roma, in
montagna, e la mettono sempre a
disposizione per la sua festa di
compleanno.

Ecco il programma di Luca: verrà a


prendermi verso le sette di sera, dopo il
lavoro, e poi andremo fuori Roma, verso
nord. Dopo circa un’ora saremo a casa
dei suoi amici (dove troveremo ad
aspettarci gli altri invitati), berremo il
vino, faremo conoscenza e poi, intorno
alle nove, metteremo in forno un
tacchino da dieci chili...

Ho dovuto spiegare a Luca quanto tempo


ci vuole per cuocere un tacchino da
dieci chili, gli ho detto che sarebbe stato
pronto verso l’alba del giorno dopo. Era
distrutto. «E se ne comprassimo uno
piccolo? Appena nato?»

«Luca» gli ho proposto, «non sarebbe


più semplice mangiare una pizza, come
avviene nelle famiglie americane
disorganizzate?»
Ma lui è ancora triste per questa storia
del tacchino. In questi giorni, d’altra
parte, in tutta Roma si sente un po’ di
tristezza. È arrivato il freddo. Gli
spazzini, i ferrovieri, i lavoratori degli
aeroporti hanno scioperato tutti nello
stesso giorno. Da una ricerca risulta che
il 36% dei bambini italiani è allergico
al glutine usato nella pasta, nella pizza,
nel pane (ecco dove va a finire la
cultura italiana). Come se non bastasse,
ho letto un articolo con un titolo
sconvolgente Insoddisfatte 6 donne su
10! Inoltre, pare che il 35% degli uomini
italiani abbia difficoltà a mantenere un
'erezione, un problema che lascia i
ricercatori perplessi e mi fa domandare,
personalmente, se Roma non debba
cominciare a prendere le distanze dalla
parola sesso.

Ci sono notizie ben più importanti:


diciannove soldati italiani sono stati
uccisi recentemente in Iraq, nella
«guerra americana» (come la chiamano
qui). è il più alto numero di italiani
morti in guerra dai tempi della Seconda
guerra mondiale. I romani ne sono
rimasti profondamente colpiti e il giorno
della sepoltura tutto era chiuso in città in
segno di lutto. La maggioranza degli
italiani non vuole aver niente a che
vedere con la guerra di George Bush.

L’intervento è stato deciso dal primo


ministro Silvio Berlusconi (che, da
queste parti, viene chiamato spesso con
epiteti poco lusinghieri). Questo scaltro
uomo d’affari è proprietario di una
squadra di calcio, ha un passato di
intrallazzi e corruzione, si esprime al
parlamento europeo con gesti e parole
imbarazzanti per i suoi connazionali, è
maestro nell’arte di vendere aria fritta,
controlla i media a suo piacimento (non
gli è difficile poiché ne possiede gran
parte), si comporta non come un leader
ma come il sindaco corrotto di
Waterbury (chiedo scusa, è un’allusione
riservata agli abitanti del Connecticut), e
ora ha pensato bene di trascinare gli
italiani in una guerra che loro ritengono
non li riguardi assolutamente.
«Sono morti per la libertà» ha detto
Berlusconi ai funerali dei diciannove
soldati italiani, ma la maggioranza dei
romani è di altro parere. «Sono morti
per il desiderio di vendetta di George
Bush» dicono. In questo clima politico,
si potrebbe pensare che il turista
americano incontri qualche difficoltà, e
al mio arrivo in Italia mi aspettavo di
essere accolta con risentimento, invece
non è accaduto nulla del genere.
Parlando di Bush, le persone lo
associano a Berlusconi e hanno parole
di comprensione. «Sappiamo che cosa
significa - anche noi ne abbiamo uno
pressappoco così.»
We’ve been there.

è strano, date le circostanze, che Luca


abbia scelto una ricorrenza americana
per festeggiare il suo compleanno, ma
l’idea mi piace. Il Giorno del
Ringraziamento è una bella festa, non
ancora del tutto commerciale, di cui gli
americani possono andare orgogliosi. è
un giorno di preghiera, di gratitudine e
di fratellanza e... sì, anche di piacere.
Forse è quello di cui ora abbiamo
bisogno.

La mia amica Deborah è venuta a Roma


da Filadelfia per festeggiare il Giorno
del Ringraziamento con me. è una
famosa psicoioga, ha scritto saggi
importanti ed è una teorica del
femminismo, ma io penso ancora a lei
come alla mia cliente preferita quando
facevo la cameriera a Filadelfia e lei,
all’ora di pranzo, veniva a mangiare un
boccone e a bere una Diet Coke senza
ghiaccio e intanto, dall’altra parte del
banco, mi diceva molte cose intelligenti.
Ha reso davvero importante il nostro
incontro. Siamo amiche da quindici anni.
Anche Sofie verrà alla festa di Luca. Io
e Sofie siamo amiche da quindici
settimane. Tutti sono i benvenuti nel
Giorno del Ringraziamento. Soprattutto
se è anche il compleanno di Luca
Spaghetti.

Usciamo dalla stanca, stressata Roma


delle ore serali e andiamo verso la
montagna. A Luca piace la musica
americana, perciò lasciamo il campo ai
rumorosi Eagles e cantiamo con loro:
«Take it... to thè lìmit... one more
time!!!!!!», arricchendo così di una
colonna sonora cali-forniana il nostro
viaggio tra boschi di ulivi e antichi
acquedotti. Arriviamo a casa dei vecchi
amici di Luca, Mario e Simona, genitori
delle gemelle dodicenni Giulia e Sara.
Paolo - un amico di Luca che ho già
conosciuto alle partite di calcio - è
venuto con la sua ragazza. Naturalmente
c’è anche la ragazza di Luca, Giuliana,
che è arrivata molto prima. La casa è
incantevole, nascosta tra gli ulivi, i
mandaranci e i limoni. Il camino è
acceso. L’olio è di produzione della
casa.

Non c’è il tempo per cuocere dieci chili


di tacchino, questo è chiaro, ma Luca fa
rosolare in padella dei meravigliosi
petti mentre io sovrintendo a un febbrile
sforzo collettivo per produrre un ripieno
da Giorno del Ringraziamento il più
possibile fedele a quanto mi ricordo
della ricetta tradizionale: briciole di un
pane italiano particolarmente buono e,
necessariamente, gli ingredienti
sostitutivi di una cultura diversa (datteri
invece delle albicocche, finocchio
invece del sedano). Non so come, ma il
risultato è eccellente. Luca era
preoccupato per la conversazione,
perché una metà degli ospiti non parla
inglese e l’altra metà non parla italiano
(e solo Sofie parla svedese), ma la
serata si rivela subito una di quelle
occasioni meravigliose in cui tutti si
capiscono perfettamente e a tavola
ciascuno ha almeno un vicino che,
quando manca una parola, interviene a
suggerirla.

Non so più quante bottiglie di vino


sardo abbiamo bevuto quando Deborah
propone di seguire l’usanza americana
di tenersi tutti per mano intorno al
tavolo, e dire a turno qual è la cosa per
cui ci sentiamo di dover ringraziare. E
così, in tre lingue diverse, comincia a
scorrere davanti ai nostri occhi un
montaggio di testimonianze di
gratitudine.

Deborah, la prima, ringrazia perché


presto l’America avrà la possibilità di
scegliere un nuovo presidente. Sofie (in
svedese, poi in italiano, poi in inglese)
ringrazia le persone gentili che le hanno
permesso di trascorrere quattro mesi
così piacevoli in questo Paese. Le
lacrime cominciano a scorrere quando
Mario

- il nostro ospite - esprime piangendo la


sua gratitudine per essere riuscito con il
suo lavoro a offrire alla famiglia e agli
amici una bella casa dove riunirsi a far
festa. Paolo suscita una risata generale
quando dice che anche il suo grazie è
per la prossima elezione di un nuovo
presidente degli Stati Uniti. Tutti
ascoltiamo rispettosi, in silenzio, la
piccola Sara, una delle gemelle, mentre
dice che è grata di trovarsi stasera con
persone così buone e simpatiche, perché
a scuola, in questo periodo, i suoi
compagni sono cattivi con lei - «grazie,
quindi, perché voi siete tutti diversi da
loro». La ragazza di Luca ringrazia
perché Luca sta con lei da tanti anni e si
è preso cura della sua famiglia nei
momenti difficili. Simona piange ancor
più di suo marito, grata per questa nuova
abitudine di festeggiare e ringraziare che
è stata introdotta nella sua famiglia dagli
amici americani, che non sono stranieri
perché sono amici di Luca e di
conseguenza amici della pace nel
mondo.

Quando viene il mio turno, comincio in


italiano con un «Sono grata...» ma mi
accorgo che non posso esprimere a
parole quello che penso davvero. Non
posso dire, soprattutto, che stasera sono
grata di sentirmi libera dalla
depressione che mi aveva rosicchiata
come un topo, che mi aveva perforato
l’anima al punto che non avrei mai
pensato di poter ancora godere di una
serata come questa. Ma le bambine
s’impressionerebbero. Preferisco
dichiarare soltanto che sono grata di
avere questi amici vecchi e nuovi, in
modo speciale Luca Spaghetti. Gli
auguro un buon compleanno e una lunga
vita che gli dia modo di dimostrare alle
persone come si può essere generosi,
leali, e solleciti verso gli altri. E,
aggiungo, spero che a nessuno
dispiaccia se mentre parlo piango, visto
che piangono anche gli altri.

Luca è soffocato dall’emozione e,


rivolto a tutti, riesce solo a dire: «Le
vostre lacrime sono le mie preghiere».

Il vino sardo continua ad arrivare a


tavola. Mentre Paolo lava i piatti e
Mario accompagna a dormire le figlie
ormai stanche, Luca suona la chitarra e
tutti, un po’ ubriachi, con accenti
diversi, cantiamo le canzoni di Neil
Young. Deborah mi bisbiglia
all’orecchio: «Guarda come sono aperti
e gentili questi uomini italiani e con
quanto affetto partecipano alla vita
familiare.

Sono pieni di considerazione e rispetto


per le loro donne e i loro figli. Non
bisogna credere a quello che si legge sui
giornali, Liz, questo è un Paese che
funziona molto bene».

La festa finisce quasi all’alba. Avremmo


fatto in tempo a cuocerlo, il tacchino di
dieci chili, e a mangiarlo come prima
colazione. Luca Spaghetti mi
riaccompagna a casa insieme a Deborah
e a Sofie. Mentre il sole spunta e Luca
guida verso Roma, cerchiamo di tenerlo
sveglio con delle canzoncine di Natale,
Silent night, sainted night, holy night, in
tutte le lingue che sappiamo.

35
Non posso più andare avanti così. Dopo
quattro mesi in Italia non ho più un paio
di pantaloni in cui riesca a entrare.
Anche

i vestiti che mi sono comprata il mese


scorso (quando avevo già dovuto
scartare i

«pantaloni del secondo mese in Italia»)


non mi vanno più. Non posso
permettermi un guardaroba nuovo ogni
tre o quattro settimane e sono sicura che,
quando sarò in India, i chili si
scioglieranno da soli - ma intanto questi
pantaloni sono stretti. E un pensiero che
non posso sopportare.

Poco tempo fa mi sono fatta coraggio e


sono salita su una bilancia in un elegante
albergo italiano. Ho appreso così di
aver acquistato quasi dodici chili nei
quattro mesi che ho passato in Italia - un
dato impressionante. Sette chili mi erano
consentiti perché negli ultimi anni, tra
divorzio e depressione, mi ero ridotta
uno scheletro. Tre li ho presi per
divertimento. E gli ultimi due? Gli ultimi
due erano lì a sottolineare che sono
ingrassata davvero.

Ed ecco che mi ritrovo a comprare un


capo di vestiario che conserverò per
sempre come un ricordo carissimo: i
«jeans del mio ultimo mese in Italia». La
paziente commessa mi passa taglie via
via più grandi attraverso la tendina del
camerino, senza commenti,
domandandomi solo se questi mi pare
che possano andare. Io métto fuori la
testa e dico: «Scusi, non ce ne sarebbe
un paio solo leggermente più grande?».
Finché quella creatura gentile non mi
propone dei jeans con una vita così
larga che sto male solo a guardarla.
Esco dal camerino di prova e mi mostro
alla commessa.

Lei non batte ciglio. Sembra un esperto


d’arte che valuti un vaso. Un vaso
piuttosto grande.

«Carina» decide, infine.

Le chiedo in italiano di dirmi


sinceramente se con questi jeans sembro
una mucca.

«No di certo, signorina» risponde, «lei è


tutta diversa da una mucca.»

«Allora sembro un maiale?»

«No» mi assicura, con la massima


serietà. «Non sembra un maiale.»

«Una bufala?»

Mi esercito a scegliere le parole e, nello


stesso tempo, cerco di strapparle un
sorriso, ma lei è troppo attenta a
mantenere la sua veste professionale.

Tento un approfondimento: «Sembro una


mozzarella di bufala?».

«Forse...» concede, con un sorriso


appena percettibile. «Forse sembra, ma
solo un poch-ino, una mozzarella di
bufala.»

Non mi resta che una settimana da


passare in Italia. Sto progettando di
tornare in America a Natale, prima di
partire per l’ìndia, non solo perché non
sopporto l’idea di passare le feste
lontana dalla mia famiglia, ma anche
perché i prossimi otto mesi del mio
viaggio - India e Indonesia - richiedono
un equipaggiamento completamente
diverso. Delle cose che ti servono per
vivere quattro mesi a Roma, ben poche
ti saranno di qualche utilità in un viaggio
in India.

E forse è in prospettiva di questo


prossimo viaggio che decido di passare
l’ultima settimana in Sicilia - la parte
d’Italia per certi versi meno sviluppata.
O forse voglio andarci solo per quello
che ha detto Goethe: «Chi non ha visto
la Sicilia non può avere una chiara
immagine dell’Italia».

Ma non è facile arrivare in Sicilia e


muoversi al suo interno. Devo usare tutte
le mie abilità indagatrici per trovare un
treno che domenica mi porti a sud lungo
la costa e arrivi alla punta dello Stivale
in coincidenza con il traghetto per
Messina (inquietante e guardinga città
por-tuale che sembra urlare dietro le sue
porte sbarrate: «Non è colpa mia se
sono brutta! Sono stata distrutta da un
terremoto, ho subito bombardamenti a
tappeto e in più la mafia mi ha
stuprata!»). A Messina, vado alla
stazione degli autobus (sporca come i
polmoni di un fu-matore), trovo l’uomo
il cui mestiere è stare seduto dietro lo
sportello della biglietteria a lamentarsi
della propria esistenza, e chiedo un
biglietto per la città di Taormina.
Procedo in autobus a balzelloni tra gli
scogli e le spiagge della stupenda costa
orientale, alta e frastagliata, finché non
arrivo a Taormina dove devo trovare un
taxi e un albergo. Poi mi metto a cercare
la persona adatta cui rivolgere in
italiano la mia domanda preferita: «Qual
è il posto dove si mangia meglio, in
città?». Questa volta, la persona eletta è
un poliziotto sonnolento, che mi fa uno
dei regali più graditi che possa ricevere:
un pezzetto di carta con il nome di un
modesto ristorante e una piccola mappa,
disegnata a mano, per arrivarci.

Si tratta di una minuscola trattoria dove


l’anziana, cordiale proprietaria si
prepara ad accogliere i clienti della
sera. Si è tolta le scarpe, ha solo le
calze e, in piedi su un tavolo, lucida la
vetrina, attenta a non sciupare il
presepio che vi è esposto. Le dico che
non mi serve vedere il menu, ma vorrei
mangiare qualcosa di veramente buono,
perché sono appena arrivata in Sicilia.
Lei si strofina le mani, tutta contenta, e
grida qualcosa in dialetto verso la
cucina, dove c’è sua madre, ovviamente
ancora più vecchia. Nello spazio di
venti minuti mi ritrovo occupata a
consumare la cena più sorprendente che
mi sia stata offerta in Italia. Il primo è un
piatto di pasta, ma una pasta che non ho
mai visto prima, perché è stata tagliata
in grossi pezzi e avvolta, come si fa con
i ravioli, intorno a un ripieno. La cosa
più strana è la forma, che ricorda (non
certo nelle dimensioni) il cappel lo del
papa. Il ripieno è un impasto profumato
di crostacei, polipi e calamari, e la
pasta è condita con vongole sgusciate e
striscioline di verdure che nuotano in un
oceanico brodo di olio d’oliva. Per
secondo, coniglio arrosto al profumo di
timo.

Siracusa, il giorno dopo, è ancora


meglio. L’autobus mi deposita a un
angolo di strada, verso la fine della
giornata, sotto una pioggia fredda. La
città mi conquista immediatamente.

Ci sono tremila anni di storia sotto i


miei piedi, e di civiltà così antiche da
far sembrare Roma come Dallas. Il mito
vuole che Dedalo sia fuggito in questa
città da Creta e che Ercole una volta vi
abbia dormito. Siracusa era una colonia
greca che Tucidide aveva definito «non
inferiore alla stessa Atene».
Rappresenta il legame tra l’antica
Grecia e l’antica Roma. Molti grandi
drammaturghi e scienziati dell’antichità
sono vissuti qui. Platone vede in
Siracusa la collocazione ideale
dell’esperimento utopistico grazie al
quale, «forse per un divino intervento
del fato», i governanti sarebbero
diventati filosofi e i filosofi governanti.
Gli storici sostengono che la retorica sia
nata a Siracusa e che qui sia stata
concepita addirittura (è solo un’ipotesi)
l’idea di complotto.

Cammino attraverso il mercato di questa


città così antica da sembrare sul punto di
sgre-tolarsi e il mio cuore ha un palpito
d’amore, cui non posso dare una
spiegazione o una risposta, mentre
guardo un vecchio pescivendolo con un
cappello di lana nera che sventra un
pesce per una cliente (si è messo la
sigaretta tra le labbra per non perderla,
come una sarta tiene gli spilli in bocca
mentre cuce, e intanto, con religiosa
cura, taglia il pesce in sottili filetti).
Domando timidamente al pescatore dove
potrei andare a mangiare stasera e di
nuovo la risposta è affidata a un pezzetto
di carta che mi guida a un piccolo
ristorante senza nome dove - appena mi
siedo - il cameriere mi porta delle
nuvole di aerea ricotta spruzzate di
pistacchio, fette di pane galleggianti in
un olio aromatico, sottilissime fettine di
carne con le olive, un’insalata di arance
gelate condite con una salsa di cipolla
cruda e prezzemolo. Tutto prima ancora
che abbia sentito nominare i calamari,
specialità della casa.

«Una città non può vivere pacificamente,


qualunque sia la sua legislazione» ha
scritto Platone, «quando i suoi
cittadini... non fanno altro che
banchettare e bere e lasciarsi esaurire
dalle fatiche dell’amore.» Ma che male
c’è a vivere così solo per un po’? A
viaggiare attraverso il tempo, solo per
qualche mese nella vita, senz’altra
ambizione che il prossimo gustoso
pranzo? A imparare una lingua nuova
solo perché suona bene all’orecchio? A
dormicchiare in un giardino in una fascia
di sole, a metà giornata, vicino alla
nostra fontana prediletta? E fare lo
stesso il giorno dopo?

Non si può vivere così per sempre, è


naturale. La realtà della vita, le guerre, i
traumi e la morte intervengono sempre.
Qui, in Sicilia, in questa immensa
povertà, la realtà entra prepo-tentemente
nella vita di ciascuno. La mafia è stata
per secoli l’unica impresa di successo in
Sicilia e ancora tiene in suo potere i
cittadini. Palermo - una città che Goethe
definiva di una bellezza impossibile a
descriversi - è forse l’unica città
dell’Europa occidentale dove puoi
trovarti ancora a camminare in mezzo
alle macerie della Seconda guerra
mondiale. è stata im-bruttita
sistematicamente da case orribili e
malsicure che la mafia ha costruito negli
anni Ottanta nell’ambito di operazioni di
riciclaggio di denaro sporco. Ho
domandato a un Siciliano se quelle case
erano fatte di cemento a buon mercato e
mi ha risposto: «Oh no, è cemento che
costa caro. Ogni partita contiene due o
tre cadaveri di gente uccisa dalla mafia,
e questo non è gratis. Ma con tutte quelle
ossa e quei denti il cemento si
rinforza...».

In un ambiente del genere, pensare a


quello che mangerai a pranzo è forse una
prova di eccessiva leggerezza? O, al
contrario, è il meglio che tu possa fare?
Luigi Barzini, nel suo fondamentale
libro Gli Italiani del 1964 (scritto
quando si era stancato di tutti gli
scrittori stranieri che parlavano
dell’Italia amandola o detestandola
smodatamente), ha cercato di an-alizzare
la situazione direttamente, partendo
dalla sua cultura di italiano. Ha cercato
di spie-garsi perché l’Italia abbia dato
vita alle massime personalità artistiche,
politiche e scientifiche di tutti i tempi
senza essere mai diventata una potenza
mondiale. Perché gli italiani,
universalmente riconosciuti come
maestri della diplomazia, si rivelano
incapaci di governare se stessi?

Perché sono valorosi se presi


individualmente e messi tutti insieme
non formano un esercito valido? Come
possono essere astuti mercanti a livello
personale e formare una nazione dal
capitalismo inefficiente?
Le risposte di Barzini sono troppo
complesse perché io possa riassumerle
in queste righe, ma si riferiscono alla
triste storia italiana di corruzione dei
governanti locali e di sfruttamento da
parte dei dominatori stranieri.
Corruzione e sfruttamento hanno portato
gli italiani a concludere, non a caso, che
al mondo non ci si può fidare di niente e
di nessuno. E poiché il mondo è
corrotto, confuso, instabile, frenetico e
ingiusto, non c’è altra via d’uscita che
affid-arsi alle sensazioni, ai sensi. Per
questo i sensi sono più esercitati in
Italia che in qualsiasi altra parte
d’Europa. Ecco perché, scrive Barzini,
gli italiani sopportano generali,
presidenti, tir-anni, professori,
burocrati, giornalisti, industriali
spaventosamente incapaci, ma non
sopport-erebbero mai l’incompetenza di
«cantanti d’opera, direttori d’orchestra,
ballerine, cortigiane, attori, registi,
cuochi, sarti...». In un mondo di disastri,
tragedie, inganni, succede che uno si fidi
solo della bellezza. Soltato la perfezione
artistica è incorruttibile. Con il piacere
non si può scendere a patti. E qualche
volta non c’è che un buon pranzo a
valere il suo prezzo.

Dedicarsi alla creazione e al godimento


della bellezza può essere una cosa seria
- non solo un modo per sfuggire alla
realtà ma, al contrario, un modo di
aggrapparsi a essa quando tutto il resto
si disperde... nella retorica e nel
complotto. Non molto tempo fa le
autorità hanno arrestato in Sicilia una
confraternita di monaci cattolici, per
collusione con la mafia. Viene da
chiedersi: ma allora, di chi ci si può
fidare? A chi si deve credere? Il mondo
è crudele e ingiusto. Ma chi parla contro
questa ingiustizia, in Sicilia almeno,
finisce nelle fondamenta di una casa in
costruzione. Che cosa si può fare per
mantenere la dignità umana? Forse
niente.

Forse resta solo l’orgoglio di riuscire a


tagliare i filetti di pesce alla perfezione
o di fare la ricotta più soffice della città.
Non voglio offendere nessuno facendo
un confronto tra la mia vita e le protratte
sofferenze del popolo siciliano. Tuttavia
penso che la stessa cosa che ha aiutato
generazioni di si-ciliani a mantenere la
propria dignità abbia aiutato me a
recuperare la mia - e cioè l’idea che
saper apprezzare il piacere sia ciò che
ci tiene ancorati alla nostra umanità.
Forse questo intendeva Goethe quando
diceva che per capire l’Italia bisogna
venire in Sicilia. E io, probabilmente, in
modo istintivo, ho sentito la stessa cosa
quando ho deciso di fare questo viaggio
in Italia per capire me stessa.

Ero nella vasca da bagno, a New York,


e leggevo a voce alta le parole di un
vocabolario italiano, quando mi sono
resa conto che stavo cominciando a
ritrovare la salute dell’anima. La mia
vita era andata in pezzi, ero diventata
irriconoscibile perfino a me stessa, al
punto che non sarei riuscita a
identificarmi neanche in una fila di
presunti colpevoli in una centrale di
polizia. Ma avevo intravisto uno sprazzo
di felicità quando avevo iniziato a
studiare l’italiano e se, dopo un periodo
oscuro, sentiamo, per quanto
debolmente, che la felicità non ci è del
tutto negata, allora l’afferriamo alle
caviglie e non la lasciamo più andare
finché non ci porta, a faccia avanti, fuori
dalla sporcizia - e questo non è egoismo,
è un debito da pagare. Ci è stata data la
vita ed è nostro dovere (e anche nostro
diritto) trovarci qualcosa di bello, anche
se non necessario.

Sono arrivata in Italia con i lineamenti


tirati, sofferente e dimagrita. Non
sapevo ancora a che cosa potevo
aspirare. Forse non lo so neanche
adesso, ma so che - attraverso il
godimento di piaceri innocenti - ho
riscattato la persona che ero diventata
negli ultimi tempi, dan-dole una
maggiore integrità dello spirito. Il modo
più semplice e, in fondo, più umano per
dirlo è che ho preso peso. Esisto. Più di
quanto non esistessi quattro mesi fa.
Dopo quattro mesi lascio l’Italia, e ho
cambiato consistenza. Parto con la
speranza che l’espandersi di una
persona

- l’estendersi dei suoi confini - abbia un


valore mondo. Anche se questa persona,
questa volta, non è altri che me.

India

«... mi congratulo di conoscerLa.»

Trentasei capitoli sulla ricerca della


devozione

Quand’ero piccola, la mia famiglia


aveva delle galline. Ne avevamo una
decina e quando una moriva - portata via
da un falco o da una volpe, o da qualche
oscura malattia dei gallin-acei - mio
padre la rimpiazzava. Andava in qualche
allevamento di polli nelle vicinanze e
tor-nava con una nuova gallina in una
sporta. Ma bisogna stare molto attenti
quando si introduce una nuova inquilina
nel pollaio: non la si può buttare dentro
così, o le altre la considereranno
un'intrusa pericolosa. Bisogna infilarla
nella stia nel cuore della notte, mentre le
altre dormono. La si deve collocare su
un trespolo accanto alle compagne e poi
bisogna allontanarsi in punta di piedi. Al
mattino, quando le galline si svegliano,
non si accorgono dell’estranea, al
massimo si dicono: «Deve essere
sempre stata con noi», dal momento che
non l’hanno vista arrivare. E anche la
nuova gallina non ricorda di essere
un’estranea e pensa: «Devo essere
sempre stata qui...».

Anche per me, quando sono arrivata in


India, è stato così.

Il mio aereo atterra a Mumbai verso


l’una e mezza del mattino. è il 30
dicembre. Trovo il mio bagaglio, poi il
taxi che mi porterà al villaggio di
campagna, a diverse ore di distanza
dalla città, dove si trova V ashram.
Durante il tragitto sonnecchio,
svegliandomi ogni tanto per guardare dal
finestrino enigmatiche ed esili sagome di
donne in sari che camminano con far-
delli di legna da ardere sulla testa. A
quest’ora? Ci sorpassano degli autobus
senza fari, e noi sorpassiamo dei carri
tirati da

buoi. Gli alberi di baniano allungano le


loro eleganti radici attraverso i fossati.

Ci fermiamo davanti al cancello


principale dell’ashram alle tre e mezza
del mattino, proprio davanti al tempio.
Mentre scendo, un giovane in abiti
occidentali e con in testa un cappello di
lana esce dall’ombra e viene verso di
me - è Arturo, un giornalista messicano
di ventiquattro anni e un devoto della
mia guru, ed è qui per darmi il
benvenuto. Mentre ci presentiamo
sottovoce, io sento le prime, familiari
note del mio inno sanscrito preferito
giungere dall’interno. è l'arati mattutino,
la prima preghiera del giorno, si canta
ogni mattina a quest’ora, quando
Vashram si sveglia. Indico il tempio,
chiedendo ad Arturo: «Posso...?». E

lui mi fa un cenno d’incoraggiamento.


Così, pago l’autista del taxi, lascio lo
zaino sotto un albero, mi tolgo le scarpe,
m’inginocchio e tocco con la fronte il
gradino del tempio, poi entro, unendomi
al piccolo gruppo di donne indiane che
stanno cantando.
è l’inno che io chiamo «L’incredibile
grazia del sanscrito», pieno di aneliti e
di devozione. è l’unico che ho imparato
a memoria, non per essere zelante, ma
per amore. Comincio a cantare, dalle
semplici parole d’introduzione agli
insegnamenti sacri dello yoga alle più
alte espressioni di adorazione («Io
adoro la causa dell’universo... adoro
colui i cui occhi sono il sole, la luna e il
fuoco... tu sei tutto per me, o dio degli
dèi...»), fino alla summa di tutta la fede
(«Questo è perfetto, quello è perfetto, se
togli il perfetto dal perfetto, rimane il
perfetto»).

Le donne finiscono di cantare.


S’inchinano in silenzio, poi escono dalla
porta laterale in un cortile buio ed
entrano in un tempio più piccolo,
illuminato a malapena da un lume a olio
e profumato di incenso. Le seguo. La
stanza è piena di devoti

- indiani e occidentali - avvolti in scialli


di lana che li riparano dal freddo
antelucano. Stanno meditando seduti,
quasi appollaiati come uccelli che si
stanno riposando dopo un lungo volo,
mentre io cerco di insinuarmi tra loro,
sono il nuovo uccello dello stormo ma
passo in-osservata. Mi siedo a gambe
incrociate, poso le mani sulle ginocchia,
chiudo gli occhi.

Non ho meditato per quattro mesi. Non


ho nemmeno pensato di meditare, per
quattro mesi. Sono lì, seduta. Il mio
respiro diventa silenzioso. Recito a me
stessa il mantra una volta, con molta
lentezza e attenzione, sillaba per sillaba.

Om.

Na.

Mah.

Shi.

Va.

Ya.
Om Namah Shivaya.

Onoro la divinità che risiede dentro di


me.

Poi lo ripeto ancora. E ancora. Più che


meditando, sto svolgendo con cura
infinita il mio ritrovato mantra, nel modo
in cui spacchetteresti la più preziosa
porcellana di tua nonna, da lungo tempo
riposta in una scatola. Non so se mi sto
addormentando, o se sto cadendo in una
specie d’incantesimo, non so nemmeno
quanto tempo passi. Ma quando
finalmente sorge il sole in India, e
ognuno apre gli occhi e si guarda
intorno, mi accorgo che l’Italia è lontana
diecimila miglia, e mi sembra di non
aver mai lasciato questo stormo.

38
«Perché pratichiamo lo yoga?»

Una volta un mio insegnante di yoga ci


ha rivolto questa domanda durante una
lezione particolarmente impegnativa,
tanto tempo fa a New York. Eravamo
tutti piegati a triangolo con il busto
proteso da un lato, e l’insegnante ci
faceva mantenere quella sfiancante
posizione più a lungo di quanto ognuno
di noi avrebbe voluto.

«Perché facciamo yoga?» aveva


domandato di nuovo. «Lo facciamo per
diventare un po’

pixx flessibili dei nostri vicini? O forse


c’è uno scopo più elevato?»

«Yoga» in sanscrito significa «unione».


La sua radice originaria è yuj, che vuol
dire

«aggiogare», sottomettere se stessi al


compito più urgente con bovino spirito
di sacrificio. E il compito più urgente
nello yoga è quello di trovare l’unione -
tra mente e corpo, tra l’individuo e il
suo Dio, tra i nostri pensieri e la loro
fonte, tra insegnante e studente, e persino
tra noi stessi e il nostro talvolta
inflessibile vicino. In Occidente, siamo
venuti a conoscenza dello yoga
principalmente attraverso gli esercizi
per il corpo, ma questo è lo Hatha yoga,
cioè solo un ramo di tutta la filosofia.
Gli antichi avevano inventato questo
tipo di flessioni non per il benessere
fisico personale, ma per sciogliere i
muscoli e la mente al fine di prepararli
alla meditazione. È difficile stare
immobili per molte ore a meditare se ti
fa male un fianco e non riesci a
contemplare la tua divinità interiore
perché sei troppo occupato a pensare:
«Ahi-ahi, che dolore...».

Chi pratica lo yoga può raggiungere Dio


attraverso la meditazione, lo studio, il
silenzio e la devozione, o il mantra - la
ripetizione di parole sacre in sanscrito.
Mentre alcune di queste pratiche
possono sembrare di derivazione indù,
yoga non è sinonimo di induismo, e non
è vero che tutti gli indù sono degli yogi.
Né si può dire che la pratica yoga
competa con una religione, o che la
precluda. Puoi usare il tuo yoga - la tua
disciplina dell’unione sacra - per avvi-
cinarti a Krishna, Gesù, Maometto,
Buddha o Yahweh. Durante il periodo
trascorso all’

ashram, ho incontrato dei devoti che si


definivano cristiani, ebrei, buddhisti,
indù e persino musulmani. Ne ho
conosciuti altri che preferivano non
parlare della loro affiliazione - e non si
può biasimare il loro riserbo, in questo
mondo di polemiche e conflitti.

Il percorso dello yoga ha lo scopo di


districare le tortuosità insite nella natura
umana o, per semplificare, di aiutarci a
vincere la nostra straziante incapacità di
essere contenti e appagati. Varie scuole
di pensiero nel corso dei secoli hanno
trovato spiegazioni diverse per questa
debolezza apparentemente congenita
all’essere umano. I taoisti la chiamano
squilibrio, il buddhismo la chiama
ignoranza, l’islamismo imputa la nostra
triste condizione alla ribel-lione contro
Dio, e la tradizione giudaico-cristiana
attribuisce tutta la nostra capacità di
sofferenza al peccato originale.

I freudiani dicono che la mancanza di


felicità è il risultato inevitabile dello
scontro tra le nostre pulsioni naturali e
le esigenze della civiltà. (Come dice
Deborah, la mia amica psicoioga: «Il
desiderio è il nostro difetto di
fabbricazione».) Gli yogi, invece,
dicono che l’insoddisfazione umana
dipende da un malinteso concetto di
identità. Siamo infelici perché pensiamo
di essere soltanto degli individui,
abbandonati a noi stessi con le nostre
paure e i nostri difetti, pieni di
aspirazioni frustrate e condannati alla
mortalità. Riteniamo - sbagliando -
che nel nostro piccolo e limitato «ego»
sia contenuta tutta la nostra natura. Che
tutto si risolva lì. Non siamo capaci di
riconoscere in noi l’elemento divino.
Non ci rendiamo conto che, da qualche
parte in ciascuno di noi, esiste davvero
un Io supremo in un perenne stato di
pace.

Quell’Io supremo è la nostra vera


identità, universale e divina. Prima di
capirlo, dicono gli yogi, si vive nella
disperazione. Epitteto, filosofo stoico
greco, l’ha spiegato con parole efficaci:
«Porti Dio dentro di te, sciagurato, e non
lo sai».

Lo yoga è il tentativo di provare


direttamente l’esperienza della propria
divinità e poi di mantenerla per sempre
viva. Lo yoga aiuta a trovare il dominio
di sé e la forza di non rimuginare sul
passato o preoccuparsi per il futuro, in
modo da trovare un eterno presente dal
quale guardare se stessi e ciò che ci
circonda con placida imperturbabilità.
Solo in questo stato di equilibrio
mentale potrà esserci rivelata la vera
natura del mondo (e di noi stessi). I veri
yogi, dalla loro composta posizione
seduta, vedono tutto questo mondo come
un’unica manifestazione dell’energia
creativa di Dio - uomini, donne, rape,
cimici, corallo: tutto è Dio, sotto diverse
spoglie. Ma gli yogi credono anche che
la vita umana sia un’opportunità molto
speciale, perché solo nella mente umana
può verificarsi la comprensione di Dio.
Le rape, le cimici, il corallo non
avranno mai la possibilità di scoprire
chi sono veramente. Noi, invece, ce
l’abbiamo.

«Tutto quello che dobbiamo fare» ha


scritto sant’Agostino, piuttosto
yogicamente, «è ri-portare in salute
l’occhio del cuore, perché grazie a
quello si può vedere Dio.»

Come altri grandi pensieri filosofici,


anche questo è semplice da capire ma
virtualmente impossibile da realizzare.
Siamo tutti una cosa sola, la divinità è
dentro di noi - in ciascuno di noi, in
uguale misura. Benissimo. Ma prova a
vivere partendo da questa idea. Cerca di
mettere in pratica quello che hai capito,
ventiquattr’ore al giorno. Non è così
facile. Per questo si dà per scontato che
ci sia bisogno di un maestro yoga. A
meno che non nasci santo e già
perfettamente realizzato, avrai bisogno
di qualche ammaestramento sulla via
deH’illuminazione. Con un po’ di
fortuna, puoi trovarti un guru ancora in
vita. I pellegrini da secoli vengono qui
per questo. Alessandro Magno, nel iv
secolo a.C., aveva mandato un
ambasciatore in India perché trovasse
uno yogi e lo portasse a corte.
(L’ambasciatore ne trovò uno, ma non
riuscì a convincerlo a partire.) Nel i
secolo a.C., Apollonio di Tirana, un
altro ambasciatore greco, scrisse del suo
viaggio attraverso l’india: «Ho visto dei
brahmi-ni indiani che vivevano sopra la
terra, e tuttavia non su questa, fortificati
pur senza fortificazioni, privi di ogni
cosa ma forti della ricchezza di tutti gli
uomini». Lo stesso Gandhi aveva
sempre desiderato studiare con un guru,
ma non ebbe mai, con suo rammarico, il
tempo o l’opportunità di cer-carsene
uno. «Penso che ci sia molta verità» ha
scritto «nella dottrina secondo la quale
la vera conoscenza è impossibile senza
un guru.»

Chiunque abbia raggiunto uno stato di


illuminata e permanente beatitudine è un
grande yogi. Un guru è un grande yogi in
grado di trasmettere questa beatitudine
agli altri. La parola guru è composta da
due sillabe sanscrite. La prima significa
«tenebre», l’altra «luce». Dalle tenebre
nella luce. Quello che passa dal maestro
al discepolo è il mantravirya, la
«potenza della coscienza illuminata». Ci
si rivolge a un guru, cioè, non so lo per
ricevere lezioni, come da qualunque
maestro, ma per ricevere da lui il suo
stessp stato interiore.

Tali passaggi di grazia possono


verificarsi persino durante gli incontri
più fuggevoli. Una volta sono andata ad
ascoltare il grande monaco, poeta e
pacifista vietnamita Thich Nhat Hanh,
che teneva una conferenza a New York.
Era una tipica, nevrotica serata
infrasettiman-ale in città, la folla
spingeva e si face largo per entrare
neH’auditorium, e l’aria stessa si
caricava un’urgenza esasperante. Poi il
monaco è salito sul palco. è ri masto per
molto tempo seduto immobile prima di
cominciare a parlare, e il pubblico - lo
si percepiva con chiarezza - è stato
colonizzato dalla sua immobilità, una
fila di frenetici newyorkt dopo l’altra.
Nella sala non si sentiva più volare una
mosca, in dieci minuti, questo piccolo
vietnamita aveva saputo attir-arci tutti
nel suo silenzio. O forse è più preciso
dire che ci aveva gui dati nel nostro
silenzio, nella pace che ciascuno di noi
possiede interiormente, ma che nessuno
aveva ancora scoperto o recl mato. La
capacità di far emergere quello stato di
pace in tutti noi, con la sola presenza:
ecco che cosa può definirsi potere di
vino. La ragione per cui si va da un guru
è la speranza che i me riti del maestro ci
rivelino la nostra grandezza interiore.

Secondo le sacre scritture yogiche, sono


tre gli elementi che stabiliscono se
un’anima è adatta a ricevere la
benedizione della più grande fortuna
dell’universo: 1. Essere nati
consapevoli e capaci di interrogarsi.

2. Essere nati con un forte desiderio di


comprendere la na tura del mondo, o
averlo svi-luppato in seguito.

3. Aver trovato un maestro spirituale


ancora in vita.

C’è una teoria che dice: se si anela


sinceramente a trova un guru, lo si
troverà di certo.

L’universo si muoverà, le mole cole del


destino si riorganizzeranno e il tuo
cammino presto i crocerà il cammino
del maestro di cui hai bisogno. è stato ap
pena un mese dopo la notte di disperata
preghiera sul pavi mento del bagno che
ho trovato la mia maestra, entrando in
casa di David e imbattendomi nella
fotografia di questa ecce zionale donna
indiana. Naturalmente, all’inizio il mio
atteg giamento rispetto all’idea di avere
un guru era ambivalente,in generale, gli
occidentali non si trovano a proprio agio
con que sta parola. La nostra storia
recente può spiegarne in parte il motivo.
Negli anni Settanta, un folto gruppo di
ricchi, entusia sti, influen-zabili giovani
occidentali alla ricerca dell’illumina
zione è entrato in collisione con alcuni
caris-matici ma ambigui guru indiani.
Oggi, la confusione di giudizi e il caos
provocati da quel fenomeno si sono
assestati, ma gli echi della diffidenza
risuonano ancora. Anche per me è così:
ancora adesso, in certe occasioni mi
sento imbarazzata dalla parola «guru».
Al contrario dei miei amici indiani, per i
quali il concetto è familiare perché sono
cresciuti imparando a conoscerlo. Una
ragazza di qui una volta mi ha detto:
«Tutti in India quasi hanno un guru!».

Ho capito che cosa intendesse dire (che


quasi tutti in India hanno un guru), ma
ero del tutto d’accordo con la sua
affermazione non intenzionale, perché
qualche volta io mi sento così, come se
quasi avessi un guru. Mi sembra di non
riuscire nemmeno ad ammetterlo,
perché, da buona cittadina del New
England, vivo lo scetticismo e il
pragmatismo come un’eredità
intellettuale. Comunque, non è che sia
deliberatamente andata a fare shopping
di guru. Lei è arrivata, e basta. E la
prima volta che l’ho vista, è stato come
se mi guardasse attraverso la fotografìa -
quegli occhi scuri che bruciavano di
intelligente compassione - e mi dicesse:
«Mi hai cercata e adesso sono qui.
Dimmi che cosa vuoi fare, vuoi andare
avanti, oppure no?».

Ricorderò sempre cosa ho risposto


quella notte: un semplice, inesauribile
Sì.

39
Una delle mie prime compagne di stanza
all’ashram era un’afroamericana del
South Caro-lina, di mezza età e di
religione battista, istruttrice di
meditazione. Altre mie compagne di
stanza, nel corso dei mesi, sono state:
una ballerina argentina, un’omeopata
svizzera, una segretaria messicana,
un’australiana madre di cinque figli, una
giovane programmatrice di computer del
Bangladesh, una pediatra del Maine e
una ragionie-ra filippina. Alcune sono
rimaste molto poco, perché i fedeli
cambiano periodicamente residenza.

Questo ashram non è un posto che si


possa visitare di passaggio, per turismo.
Prima di tutto, non è facilissimo da
raggiungere. È molto lontano da
Mumbai, ci si arriva percorrendo una
strada sterrata in una valle coltivata e
attraversata da un fiume. L’ashram è
vicino a un grazioso villaggio un po’
sconnesso (composto da una strada, un
tempio, una manciata di negozi e una
popolazione di mucche che circolano
liberamente, entrando a loro piacimento
nelle botteghe e magari sdraiandosi sul
pavimento) . Una nuda lampadina da
sessanta watt che pende da un albero è il
solo lampione della «città». L'ashram
rappresenta l’unica vera attivit
economica del villaggio, ed è fonte di
orgoglio per la gente del posto. Fuori
dalle sue mura, è tutto polvere e miseria,
mentre all’interno ci sono giardini
irrigati, aiuole fiorite, orch-idee
nascoste, canti di uccelli, alberi di
mango, anacar-di, palme, magnolie,
baniani. Gli edifici sono belli, anche se
non sontuosi. La sala da pranzo è
semplice, come una mensa. C’è una
fornita biblioteca con i testi sacri delle
diverse tradizioni religiose del mondo.
Ci sono templi per i diversi tipi di
incontri. Ci sono due «grotte» per la
meditazione - seminterrati bui e
silenziosi, dotati di comodi cuscini,
aperti giorno e notte. All'esterno c’è un
padiglione coperto dove al mattino si
tengono lezioni di yoga, e c’è una specie
di parco ovale circondato da un
sentiero, dove gli studenti possono
correre per fare esercizio. Io dormo in
un edificio di cemento.

Durante la mia permanenza -aM' ashram


non c’è mai stato più di qualche
centinaio di residenti alla volta. Se la
nostra guru fosse stata presente, quel
numero sarebbe stato molto maggiore,
ma per tutto il tempo che sono rimasta lì,
lei non è tornata in India. Me l’aspettavo
-

negli ultimi tempi ha passato lunghi


periodi in America - ma sapevo che
sarebbe potuta comparire in qualsiasi
momento, a sorpresa. Non è essenziale
trovarsi realmente in sua presenza per
continuare a studiare con lei, anche se
un’esperienza del genere è da
considerarsi suprema e insostituibile, e
io l’avevo provata. Ma secondo alcuni
devoti, può anche essere svi-ante: se non
stai attento, puoi venire catturato dal
vortice di eccitazione celebrativa che
circonda il guru e perdere di vista il tuo
vero obiettivo. Al contrario, se vai in
uno dei suoi ashram e ti abitui a
mantenere gli austeri orari
dell’esercizio, ti accorgerai che
comunicare con il tuo maestro
dall’intimità di queste meditazioni è più
facile che farti largo nella folla di
discepoli entusiasti tentando di
scambiare una parola con lui.

All’ ashram c’è un personale retribuito,


ma la maggior parte del lavoro viene
svolta dagli allievi stessi. Ci sono anche
contadini delle campagne vicine che
lavorano qui e percepiscono un salario,
mentre alcuni abitanti del villaggio sono
diventati fedeli della nostra guru e sono
venuti a vivere nelV ashram come
allievi. In particolare, c’è un ragazzo
indiano che mi ha affascinato. La sua
(perdonate la parola...) aura mi ha
colpita profondamente. Per prima cosa,
è magrissimo (è vero che da queste parti
la magrezza è una caratteristica fisica
tipica...), si veste come si vestivano i
miei compagni delle medie - quelli
appassionati di computer -

quando andavano a un concerto rock:


pantaloni scuri e camicia bianca stirata
troppo grande per lui, tanto che il collo
sottile spunta come lo stelo di una
solitaria margherita in un vaso gigante. I
capelli sono sempre pettinati
accuratamente e inumiditi perché
mantengano la piega.

Porta una vecchia cintura avvolta quasi


due volte intorno a un girovita da
quaranta centimetri o poco più. Indossa
ogni giorno gli stessi vestiti. I soli che
possieda, penso. Probabilmente ogni
sera lava a mano la camicia e la stira al
mattino. (Anche l’attenzione al decoro
nell’abbigliamento è tipica di queste
parti. I ragazzi indiani, con i loro abiti
inamidati, non finiscono di stupirmi e mi
fanno vergognare dei miei vestiti
spiegazzati da contadina, spingendomi a
indossarne di più ordinati e meno
vistosi.) Ma che cosa ha di speciale
questo ragazzo?

Perché rimango così colpita ogni volta


che vedo la sua faccia - una faccia tanto
luminosa da far pensare che sia appena
tornato da una lunga vacanza nella Via
Lattea? Alla fine chiedo notizie su di lui
a una ragazza indiana. Lei mi risponde
con naturalezza: «è il figlio di uno dei
negozianti del paese. La sua famiglia è
molto povera. La guru lo ha invitato a
stare qui.

Quando lui suona il tamburo, puoi


sentire la voce di Dio».

Nell’ashram c’è un tempio aperto al


pubblico, e molti indiani nel corso della
giornata vengono a rendere tributo alla
statua del Siddha Yogi, il «maestro
perfetto», che negli anni Venti ha
avviato una lunga discendenza di
insegnanti, ed è ancora oggi riverito in
tutta l’india come un santo. Il resto dell
’ashram è solo per gli studenti. Non è un
albergo o una località turistica, è più
simile a un campus universitario. Devi
fare domanda per essere ammesso come
residente, devi dimostrare di aver
studiato seriamente questo tipo di yoga,
devi dichiarare di volerti trattenere per
un periodo minimo di un mese. (Io ho
deciso di rimanere qui per sei settimane,
e poi di viaggiare per conto mio
attraverso l’india, esplorando altri
templi, ashram e luoghi di culto.) Gli
studenti sono in egual numero indiani e
occidentali (e gli occidentali sono
americani ed europei). I corsi sono
tenuti sia in hindi sia in inglese. Oltre
alla domanda di ammissione, bisogna
scrivere un breve testo di presentazione,
raccogliere dati e rispondere a domande
sulla propria salute mentale e fisica, sul
proprio rapporto con droghe e alcol, e
anche sulla solidità della propria
condizione economica. La nostra guru
non vuole che si usi il suo ashram per
fuggire dai manicomi che ciascuno di
noi può essersi creato fuori di qui; non
gioverebbe a nessuno. Inoltre, se la tua
famiglia e i tuoi cari, per qualche
ragione, sono profondamente contrari
all’idea che tu segua un guru e viva in un
ashram, la nostra maestra pensa che non
dovresti farlo, non ne vale la pena. è
meglio che tu stia a casa, che viva
normalmente, cercando di essere una
persona buona. Non c’è ragione di
creare drammi.

La ragionevolezza della nostra maestra


mi è sempre di grande conforto.

Per essere ammesso devi dimostrare di


essere una persona assennata e dotata di
senso pratico. Devi dimostrare di poter
lavorare, perché ci si aspetta che tu
contribuisca, con circa cinque ore al
giorno di seva o «lavoro
disinteressato», al funzionamento dell’
ashram. La direzione dell’ ashram
chiede ai candidati che hanno subito nei
sei mesi precedenti un trauma emotivo,
come un divorzio o un lutto, di
posticipare la loro domanda, perché c’è
il rischio di non riuscire a concentrarsi
nello studio o, nel caso di un tracollo, di
portare scompiglio nella vita degli altri
studenti. Io stessa sono appena uscita dai
postumi del divorzio. E quando penso
all’angoscia che ho provato nel periodo
successivo alla fine del mio matrimonio,
non ho alcun dubbio che sarei stata di
grande peso per tutti qui al-Vashram, se
fossi arrivata allora. Molto meglio aver
prima riposato in Italia e aver
riacquistato la forza e la salute. Perché
ora ne avrò bisogno.
La vita dell’ashram è rigorosa e
stancante. Non solo fisicamente, con
giornate che cominciano alle tre del
mattino e finiscono alle nove di sera, ma
anche psicologicamente. Si trascor-rono
ore e ore al giorno in contemplazione e
in muta meditazione, non ci si può quasi
mai dis-trarre né cercare sollievo dalla
propria mente. Si vive a stretto contatto
con degli estranei, e in campagna. Nel
cuore dell’india rurale. Ci sono insetti,
serpenti e roditori. Le condizioni met-
eorologiche possono toccare estremi
drammatici - qualche volta la pioggia
torrenziale dura per settimane, altre
volte il caldo arriva ai trenta gradi
all’ombra già nelle primissime ore della
mattina. Tutto può diventare seriamente
tangibile qui, e anche molto in fretta.

La mia guru dice sempre che quando si


arriva all’ ashram può succedere una
sola cosa, e cioè scoprire chi si è
veramente. Quindi se sei sull’orlo della
pazzia, la guru preferisce che tu non
venga. Perché, onestamente, nessuno
vuole essere costretto a portarti via di
qui con un cucchiaio di legno tra i denti.

40
Il mio arrivo coincide esattamente con
l’anno nuovo. Ho appena un giorno per
ambient-armi nell’ ashram, ed è già la
notte di Capodanno. Dopo cena, il
piccolo cortile comincia a riempirsi di
folla. Ci sediamo tutti per terra - alcuni
di noi sul freddo pavimento di marmo,
altri sull’erba. Le donne indiane sono
vestite come se fossero a un matrimonio.
Hanno i capelli scuri intrecciati lungo la
schiena, lucidi di balsamo. Indossano i
loro migliori sari di seta e braccialetti
d’oro, e ognuna ha al centro della fronte
un bindi di una pietra brillante, pallida
eco della luce delle stelle sopra di noi.
Il programma è di salmodiare in questo
cortile, fino a mezzanotte, fino al
volgere dell’anno.

Salmodiare è una parola che non amo,


usata per indicare una pratica che al
contrario amo profondamente. Per me
questo termine indica una sorta di ottusa
e sinistra monotonia, simile alle
cantilene dei druidi attorno a un fuoco
sacrificale. Ma il nostro salmodiare, qui
all

'ashram, è una specie di canto angelico.


Di solito è in forma di domanda e
risposta. Un piccolo gruppo di giovani,
uomini e donne, con voci bellissime,
comincia a cantare una frase armoniosa,
e il resto di noi la ripete. E un esercizio
di meditazione - l’intento è di rivolgere
la concentrazione sul progredire della
musica, per poi fondere la propria voce
con quella del vicino, e alla fine cantare
all’unisono. Io soffro le conseguenze del
jet-lag e temo che mi sarà impossibile
stare sveglia fino a mezzanotte, e ancor
più trovare l’energia per cantare così a
lungo, ma poi la serata di musica
comincia, con un singolo violino
nell’ombra che suona una lunga nota
struggente. Si aggiungono l’armonium, i
tamburi, le voci...

Sono seduta in fondo al cortile insieme


alle madri, che si sono messe comode, a
gambe incrociate, con i figli che
dormono loro in grembo. La litania di
questa notte è una ninnananna, un
lamento, un canto di gratitudine, scritto
per seguire una raga (una melodia) di
compassione e devozione. Come sempre
cantiamo in sanscrito (lingua che in
India non si usa più, tranne che per la
preghiera e gli studi religiosi), e io sto
tentando di riflettere nella mia voce le
voci degli altri, raccogliendo le loro
inflessioni come piccoli fili di luce blu.
Loro mi passano le parole sacre, io le
tengo con me per un po’, poi le rimando
indietro, ed è in questo modo che
riusciamo a cantare per miglia e miglia
di tempo, senza stancarci. Ondeggiamo
come alghe nella buia corrente della
notte. I bambini intorno a me sono
avvolti nella seta, come doni.

Sono tanto stanca, ma non lascio cadere


il mio piccolo filo blu di canto, e
scivolo in uno stato di dormiveglia, mi
sembra di star chiamando il nome di Dio
nel sonno, o di precipitare in fondo al
pozzo dell’universo. Verso le undici e
mezzo, tuttavia, l’orchestra ha accelerato
il tempo del canto, trasformandolo in un
inno di pura gioia. Donne
splendidamente vestite, con bracciali
tintinnanti, battono le mani e danzano,
scandendo il ritmo con tutto il corpo. I
tamburi riecheggiano, ritmici, trionfanti.
Mentre i minuti passano, ho la
sensazione che stiamo tirando tutti
insieme l’anno 2004 verso di noi. Come
se lo avessimo preso al laccio con la
nostra musica, e lo stessimo trascinando
attraverso il cielo notturno. Il 2004 è
un’enorme rete da pesca, carica di tutti i
nostri ignoti destini, di tutte le nascite, le
morti, le tragedie, le guerre, le storie
d’amore, le invenzioni, le trasformazioni
e le calamità destinate a ciascuno di noi.
Continuiamo a cantare e continuiamo a
tirare, mano per mano, minuto per
minuto, voce dopo voce, sempre più
vicino. I secondi diminuiscono, arriva la
mezzanotte, e noi stiamo ancora
cantando con tutte le nostre forze, e in un
ultimo, audace sforzo tiriamo la rete del
nuovo anno sopra di noi, coprendo sia il
cielo che i nostri corpi. So lo Dio sa che
cosa questa rete contiene, ma adesso
siamo tutti sotto di essa.

A quanto mi ricordo, questo è il primo


Capodanno della mia vita in cui non
conosco nessuna delle persone con le
quali sto festeggiando. Si balla e si
canta, ma non c’è nessuno da
abbracciare a mezzanotte. Eppure non è
una notte solitaria.

41
Nell’ ashram viene assegnato un
compito a tutti, il mio è quello di
strofinare i pavimenti del tempio. Ed è
quindi al tempio che trascorro diverse
ore al giorno - in ginocchio sul marmo
freddo, con una spazzola e un secchio, a
sgobbare come le orfanel-le nelle
favole. (A proposito, sono consapevole
della metafora: il tempio è il mio cuore,
pulire a fondo il suo pavimento significa
tirare a lustro la mia anima, all’esercizio
spirituale bisogna applicarsi con lo
stesso impegno con cui si svolge una
mansione domestica, solo così potrò
purificare il mio essere, ecc. ecc.)

i miei compagni strofinatori sono quasi


tutti ragazzi indiani. Danno sempre
questo lavoro ai giovani perché richiede
energia fisica ma non necessariamente
senso di responsabilità: c’è un limite
all’ammontare dei danni che puoi
provocare in caso di errore. Mi
piacciono i miei compagni di lavoro. Le
ragazze sono aeree come farfalle e
sembrano molto più giovani delle
coetanee americane, i ragazzi sono seri e
amanti del lavoro, e sembrano molto più
vecchi dei coetanei americani. Nessuno
dovrebbe parlare nel tempio, ma sono
ragazzi, e chiacchierano di continuo.
Non fanno solo futili pettegolezzi. Il
ragazzo che lava la parte di pavimento
accanto alla mia mi fa sempre la
predica, mi spiega che devo prendere il
lavoro seriamente: «Sii puntuale. Sii
tranquilla. Cerca di essere brava nel tuo
compito. Ricorda: ogni cosa che fai, la
fai per Dio. E ogni cosa che Dio fa, la fa
per te».

è una fatica, ma lavorare è più facile che


meditare. La verità è che non penso di
essere portata per la meditazione. So di
essere fuori esercizio, ma so anche di
non essere mai stata brava. Non riesco a
tenere ferma la mente. Una volta l’ho
detto a un monaco indiano, e lui mi ha
risposto: «Ma guarda, sei l’unica
persona nella storia del mondo ad aver
avuto questo problema...». Il monaco mi
ha citato la Bhagavad Gita, il più sacro
degli antichi testi dello yoga: «Oh
Krishna, la mente non conosce pace, è
irrequieta, potente e incoercibile. Penso
che sia difficile da sottomettere come lo
è il vento».

La meditazione rappresenta sia l’ancora


che le ali dello yoga. La meditazione è
la via. C’è una differenza fra
meditazione e preghiera, anche se
ambedue cercano la comunione con il
divino. Ho sentito dire che la preghiera
è l’atto di parlare con Dio, mentre la
meditazione è l’atto di ascoltare.
Provate allora a indovinare quale delle
due mi riesca meglio. Posso andare
avanti a chiacchierare con Dio di tutti i
miei sentimenti e i miei problemi per
un’intera giornata, ma quando viene il
momento di rimanere in silenzio e
ascoltare... allora è un’altra storia.

Quando chiedo alla mia mente di restare


immobile, è incredibile come diventi
subito 1) annoiata, 2) irritata, 3)
depressa, 4) ansiosa o 5) tutt’e quattro le
cose insieme.

Come la maggior parte degli umanoidi,


sono oppressa da quella che i buddhisti
chiamano
«scimmia mentale» - i pensieri che
dondolano da un ramo all’altro,
fermandosi solo per grattarsi, sputare e
ululare. Dal lontano passato al futuro
imperscrutabile, la mia mente oscilla
senza sosta, soffermandosi su decine e
decine di idee al minuto, indisciplinata e
fuori controllo. Di per sé non sarebbe
grave, il problema è la tensione emotiva
che si accompagna al pensare. I pensieri
felici mi rendono felice, ma

- oplà! - ecco che con un salto vado a


finire in un pensiero angosciante, che mi
rovina il buon umore; oppure è il
ricordo di un momento di rabbia che mi
irrita, così mi scaldo e mi saltano i
nervi, o ancora la mia mente decide che
è il momento giusto per commiserarsi,
ed ecco puntualissimo il senso di
solitudine. Dopotutto, tu sei quello che
pensi. Le tue emozioni sono schiave dei
tuoi pensieri, e tu sei schiavo delle tue
emozioni.

L’altro problema di questo continuo


dondolarsi sulle liane della mente è che
tu non sei mai dove sei. Stai sempre
scavando nel passato, o indagando nel
futuro, ma raramente sei fermo
nell’attimo presente. Come la mia cara
amica Susan, che ogni volta che vede un
bel posto non può trattenersi dal-
l’esclamare, quasi in preda al panico:
«Come è bello! Voglio tornarci, un
giorno o l’altro!», e ci vuole tutto il mio
potere di persuasione per convincerla
che è già lì.

Se cerchi l’unione con il divino, questo


correre avanti e indietro può crearti
molti problemi. C’è un motivo per cui ci
si riferisce a Dio come a una presenza -
perché Dio è proprio qui, proprio
adesso.

Ma restare nel presente richiede una


buona capacità di messa a fuoco.
Tecniche differenti di meditazione
insegnano a concentrarsi su un obiettivo
in modi diversi - per esempio, fo-
calizzando lo sguardo su un singolo
punto di luce, o seguendo con la mente il
ritmo del tuo respiro. La mia guru
insegna la meditazione con l’aiuto di un
mantra, parole sacre o sillabe su cui
concentrarsi ripetendole all’infinito. Il
mantra ha una duplice funzione. In primo
luogo, tiene la mente occupata. è come
se tu avessi dato alla tua scimmia un
mucchio di diecimila bottoni e le avessi
detto: «Sposta questi bottoni, uno alla
volta, e forma un nuovo mucchio». Per
lei è un ordine semplice da eseguire. Se
l’avessi mollata in un angolo e le avessi
chiesto di non muoversi, l’avresti messa
in difficoltà. Il secondo scopo del
mantra è quello di traghettarti in un altro
stato, come su una barca a remi,
attraverso le onde agitate della mente.
Ogni volta che la tua attenzione viene
attirata in un gorgo del pensiero, fa’ di
tutto per ritornare al mantra, risalire
sulla barca e continuare a navigare. I
grandi mantra in sanscrito hanno poteri
inim-maginabili: se riesci a non perdere
la tua barca, verrai traghettato fino alle
sponde del divino.

Tra i miei numerosi problemi con la


meditazione c’è anche il fatto che non
riesco a trovare nella mia mente un
posto per il mantra che mi hanno
assegnato - Om Namah Shivaya. Amo il
suo suono e il suo significato, ma non
riesce a farmi scivolare nella
meditazione. Non lo ha mai fatto, non
per i due anni in cui ho praticato questo
yoga. Quando tento di ripetere Om
Namah Shivaya nella testa, mi si blocca
in gola, serrandomi il petto e facendomi
innervosire.

Non riesco mai a far coincidere le


sillabe con il mio respiro.

Alla fine, ne parlo alla mia compagna di


stanza Corella. M’imbarazza ammettere
che non riesco a concentrarmi sul
mantra, ma Corella è un’insegnante di
meditazione. Forse può aiutarmi. Mi
dice che anche lei una volta non riusciva
a impedire alla sua mente di vagare
durante la recitazione del mantra, ma che
adesso l’esercizio spirituale è diventato
la più grande gioia della sua vita, la più
facile da raggiungere, l’unica capace di
produrre trasformazioni positive.

«Mi siedo, chiudo gli occhi, e penso al


mantra» dice, «e questo basta per
portarmi in paradiso.»

L’invidia mi dà il mal di mare. Corella,


però, ha praticato lo yoga tutta la vita, o
quasi. Le chiedo se può mostrarmi come
recita Om Namah Shivaya nei suoi
esercizi di meditazione. Inspira a ogni
sillaba? (Quando lo faccio, a me sembra
interminabile e fastidioso.) O dice una
parola per ogni respiro? (Ma le parole
hanno ciascuna una lunghezza diversa!)
O recita il mantra tutto in una volta,
inspirando, e poi ancora una volta
espirando? (Quando provo questa
tecnica, il ritmo accelera da solo e mi
viene l’ansia...)

«Non lo so» dice Corella. «Io... lo dico


e basta.»

«Ma tu lo canti?» insisto, disperata.


«Gli dai un ritmo?»

«Lo dico e basta.»

«Potresti dirlo a voce alta per me, nel


modo in cui lo reciti nella tua testa
quando stai meditando?»

Condiscendente, la mia compagna di


stanza chiude gli occhi e comincia a
recitare il mantra a voce alta, così come
appare nella sua testa. E, davvero, lo sta
solo... dicendo. Lo dice tranquillamente,
normalmente, con un lieve sorriso. Lo
dice alcune volte, finché io non
comincio ad agitarmi e la interrompo.

«Ma non ti annoi?» le domando.

«Ah» dice Corella, e apre gli occhi,


sorridendo. Guarda il suo orologio.
«Sono passati dieci secondi, Liz. Ci
stiamo già annoiando?»

42
La mattina seguente arrivo appena in
tempo per la sessione di meditazione
delle quattro, che segna l’inizio della
giornata. Dobbiamo restare seduti in
silenzio per un’ora, ma io conto i minuti
come se fossero miglia - sessanta lunghe
miglia da percorrere. Arrivata al
miglio/minuto numero quattordici, i miei
nervi cominciano a cedere, le ginocchia
non mi reg-gono, e mi assale la
disperazione. Non è difficile capire
perché, se si pensa che il dialogo che si
svolge tra me e la mia mente durante la
meditazione è più o meno di questo
tenore: io: Ok, adesso cominciamo a
meditare. Rivolgiamo l’attenzione al
respiro e concentri-amoci sul mantra.
Om Namah Shivaya. Om Namah Shiva...

MENTE: Io ti posso aiutare, se vuoi!


io: Bene, in effetti ho bisogno del tuo
aiuto. Procediamo. Om Namah Shivaya.
Orti Namah Shi...

mente: Posso aiutarti a pensare a


qualche bella immagine su cui meditare.
Come - ehi! -

eccone una buona. Immagina di essere


un tempio. Un tempio su un’isola! E
l’isola è in mezzo al mare!

io: Oh, sì, questa è un’immagine


bellissima...

mente: Grazie. Ci sono arrivata da sola.


io: Ma quale mare ci stiamo
raffigurando?

mente: Il Mediterraneo. Immagina di


essere una di quelle isole greche, con
sopra un tempio antico. No, lascia
perdere, è troppo da turisti. Sai cosa?
Dimentica il mare. I mari e gli oceani
sono troppo pericolosi. Ecco un’idea
migliore: immagina di essere un’isola in
mezzo a un lago, invece.

io: Possiamo meditare, per favore? Om


Namah Shiv...

mente: Sì, certo! Ma cerca di non


immaginarti un lago pieno di... di quelle
cose... come si chiamano...?
io: Moto acquatiche?

mente: Sì! Moto acquatiche! Quelle che


consumano tantissima benzina! Sono
minacce per l’ambiente. Sai qual è
un’altra cosa che consuma un sacco di
carburante? Le macchine per soffiare via
le foglie. Non lo diresti, ma...

IO: Ok, ma adesso meditiamo, per


favore? Om Namah...

mente: Giusto! Voglio assolutamente


aiutarti a meditare! Lasciamo perdere
l’immagine dell’isola su un lago o nel
mare, che evidentemente non funziona.
Meglio immaginare che tu sia un’isola
su un... fiume!
io: Oh, intendi come Bannerman Island
sul fiume Hudson?

MENTE: Sì! Esatto! Perfetto!


Meditiamo su questa immagine - pensa
di essere un’isola su un fiume. Tutti i
pensieri che ti passano vicino sono le
correnti del fiume, e tu puoi ignorarle
perché sei un’isola.

io: Aspetta, all’inizio avevi detto che


sono un tempio.

MENTE: E vero, scusa. Sei un tempio


su un’isola. O meglio, sei sia il tempio
sia l’isola.

io: Sono anche il fiume?


mente: No, il fiume sono solo i pensieri.

io: Basta! Per favore, basta! mi fai


impazzire!

mente (offesa): Scusa. Stavo solo


cercando di essere d’aiuto.

IO: Om Namah Shivaya... Om Namah


Shivaya... Om Namah Shivaya...

A questo punto, c’è una pausa di otto


secondi. I miei pensieri si fermano. Ma
subito dopo...

mente: Sei arrabbiata con me?

... e infine, con un respiro strozzato,


come se uscissi dall’acqua per
riprendere fiato, concedo la vittoria alla
mia mente. I miei occhi si spalancano e
io cedo. Scoppio in lacrime.

Avverto una pressione insostenibile.


Non so come fare. Non posso mica
uscire ogni giorno di corsa dal tempio,
piangendo, dopo appena quattordici
minuti di meditazione?

Questa mattina, invece di combattere, ho


rinunciato. Mi sono lasciata cadere
contro il muro alle mie spalle,
facendomi male alla schiena. Non avevo
più forza, la mia mente vacillava. Sono
crollata come un ponte che si disintegra.
Ho scacciato il mantra dalla cima della
mia testa (dove aveva continuato a
premere su di me come un’incudine
invisibile) e l’ho messo sul pavimento,
al mio fianco. Poi ho detto a Dio: «Mi
dispiace, ma oggi non potevo arrivare
più vicino a te di così».

I Lakota Sioux dicono che un bambino


che non sa stare seduto e fermo è un
bambino cresciuto solo a metà. E un
vecchio testo in sanscrito dice: «Quando
un uccello si poserà sulla tua testa
pensando che tu sia un oggetto inerte,
allora capirai che stai meditando nel
modo giusto». Non è quello che è
successo a me, finora. Per i quaranta
minuti successivi al mio cedimento,
stamattina, ho cercato di stare in silenzio
più che ho potuto, intrappolata in quella
sala di meditazione, prigioniera della
mia stessa vergogna e della mia
inettitudine, guardando i devoti intorno a
me seduti in posizioni perfette, con gli
occhi perfettamente chiusi, con le facce
compiaciute che emanavano una calma
perfetta, mentre sicuramente tras-
portavano se stessi in un perfetto
paradiso. Ero colma di una tristezza
bruciante e violenta, e avrei voluto
scoppiare in singhiozzi per trovare
conforto, ma ho cercato di non farlo, ho
cercato di tener fede all’insegnamento
della mia guru, secondo cui non bisogna
mai permettere a se stessi di capitolare,
perché, quando lo fai una volta, poi
tendi a farlo sempre più spesso.
Bisogna esercitarsi a resistere, bisogna
essere forti.

Ma io non mi sentivo forte. Il mio corpo


era dolorante per l’estremo senso di
inadeg-uatezza che provavo. Mi
domandavo chi fosse l’«io» delle
conversazioni con la mia mente, e chi
fosse la «mente». Ho pensato a quella
spaventosa macchina ela-boratrice di
pensieri e divoratrice dell’anima che è
il mio cervello, e mi sono domandata
come diavolo sarei mai riuscita a
controllarla. Poi mi sono ricordata una
battuta del film Lo squalo, e non sono
riuscita a trattenere un sorriso: «Avremo
bisogno di una barca più grande».
Ora di cena. Siedo da sola, cercando di
consumare il mio pasto con lentezza. La
nostra guru ci incoraggia a esercitare la
disciplina, quando si tratta di mangiare.
Ci esorta non abbuf-farci e a non
deglutire come disperati, per non
estinguere i sacri fuochi del nostro
corpo gettando troppo cibo troppo in
fretta nel nostro tratto digerente. (La mia
guru, ne sono certa, non è mai stata a
Napoli.) Quando qualche studente va da
lei a lamentarsi perché trova difficile la
meditazione, lei gli domanda sempre
come digerisce. è logico che tu abbia
difficoltà a scivolare con leggerezza
nella trascendenza, se le tue viscere
lottano con un calzone alla sal-siccia,
mezzo chilo di ali di pollo fritte in salsa
piccante, e tre fette di torta al cocco. è
per questo che qui non servono pietanze
del genere. La cucina all’ ashram è
vegetariana, leggera e sanissima. Ma
deliziosa. Per me, quindi, è comunque
diffìcile non divorare il cibo come un
orfano affamato. Inoltre, i pasti sono
serviti come a un buffet, e a me non è
mai stato facile resistere a una seconda
o una terza porzione quando tante cose
buone, profumate e gratuite sono così
facilmente accessibili.

Eccomi, dunque, seduta a tavola, tutta


sola e intenta al controllo della
forchetta, quando vedo avvicinarsi un
uomo con il vassoio in mano, in cerca di
una sedia libera. Gli faccio cenno di
accomodarsi. Da quando sono qui è la
prima volta che lo vedo. Dev’essere un
nuovo arrivato. Cammina disinvolto,
senza fretta, autorevole come lo sceriffo
di una cittadina di confine, o come un
esperto giocatore di poker abituato ad
alzare la posta. Sembra sulla
cinquantina, ma cammina come se
avesse vissuto qualche secolo in più. Ha
i capelli e la barba bianchi, e una
camicia scozzese di flanella. Spalle
larghe e mani gigantesche,
potenzialmente capaci di far danni, ma
una faccia tranquilla.

Si siede di fronte a me e dice con


l’accento strascicato tipico del sud:
«Accidenti, qui intorno ci sono zanzare
grosse abbastanza da stuprare una
gallina».

Signore e signori, attenzione: è qui per


voi... Richard il texano!

Richard il texano ha fatto molti lavori


nella sua vita. So di tralasciarne
parecchi, ma almeno qualcuno lo voglio
ricordare. è stato operaio in un campo
petrolifero; conducente di autotreni;
primo venditore autorizzato di scarpe
Birkenstock nel Nord e Sud Dakota;
scuotitore di sacchi in una discarica del
Midwest (mi dispiace, ma non ho
veramente il tempo di spiegare che cosa
sia uno «scuotitore di sacchi»); operaio
di costruzioni auto-stradali; venditore di
automobili usate; soldato in Vietnam;
«mediatore in merci» (per merci
s’intendono allucinogeni di provenienza
messicana); drogato e alcolista (sempre
che la si possa chiamare una
professione); drogato e alcolista
recuperato alla vita (professione molto
più rispettabile); agricoltore hippie in
una comune; voce fuoricampo alla radio;
e, infine, venditore (con successo) di
apparecchiature mediche di alto livello
(finché il suo matrimonio non è andato in
pezzi e Richard ha ceduto la società alla
sua ex moglie, restando senza un soldo a

«grattarsi il suo culo bianco»). Adesso


restaura case a Austin. «Non ho mai
seguito un vero percorso professionale»
dice. «Ho sempre vissuto di espedienti.»

Richard il texano non si crea troppi


problemi. Non è il tipo. è tutto fuorché
un nevrotico. E

io, che invece un po’ nevrotica lo sono,


ho finito per adorarlo.

La presenza di Richard in questo ashram


mi garantisce un grande e piacevole
senso di sicurezza. L’immensa
tranquillità e la fiducia che trasmette con
la sua camminata mettono a tacere ogni
mia inquietudine, assicurandomi che
davvero tutto andrà bene (e se no, sarà
almeno divertente). Richard sembra un
personaggio dei cartoni animati, e
comincio a sem-brarlo un po’ anch’io. E
infatti, come dice lui: «Accidenti,
accidenti, ah-ah, io e la cara Senza
Fondo non facciamo che ridere, tutto il
tempo...».

Senza Fondo.

Questo è il soprannome che mi ha dato


Richard. Mi ha insignito del titolo la
sera che ci siamo conosciuti, quando ha
notato la quantità di cibo che sono
capace di stivare. Ho tentato di
difendermi («... è perché mangio con
disciplina!») ma il nome è rimasto.
Forse Richard il texano non sembra un
tipico yogi, anche se il tempo trascorso
in India mi ha messo in guardia dal
tentare di definire il tipico yogi. (Non
fatemi cominciare con il produttore di
latticini irlandese, che ho conosciuto qui
l’altro giorno, o l’ex suora del Sud
Africa.) Richard è arrivato a questo
yoga attraverso una ex fidanzata, che lo
aveva portato in auto dal Texas all’
ashram di New York per sentir parlare
la guru. Richard mi ha raccontato: «Ho
pensato che l’ashram fosse la cosa più
strana che avessi mai visto, e mi
domandavo dov’e-ra la stanza in cui ti
fanno consegnare tutti i tuoi soldi e il
contratto di proprietà della casa e della
macchina, ma non è mai successo nulla
del genere...».

Dopo quell’esperienza, circa dieci anni


prima, Richard si è ritrovato a pregare
tutto il tempo. La sua preghiera era
sempre la stessa. Continuava a
supplicare Dio: «Per favore, per favore,
per favore apri il mio cuore». Era quello
che voleva - un cuore aperto. E
concludeva sempre la sua preghiera
chiedendo a Dio: «E ti prego, mandami
un segno quando sta per succedere».
Adesso, ricordando quel periodo, dice:
«Sta’ attenta a ciò che chiedi a Dio, cara
Senza Fondo, perché potresti averlo».
Dopo qualche mese di preghiere perché
il suo cuore venisse aperto, che cosa
pensate che Richard abbia ottenuto?
Un’operazione d’urgenza a cuore aperto.
Il suo torace è stato letteralmente
spaccato in due, le costole separate
l’una dall’altra per consentire alla luce
di raggiungere il suo cuore, come se Dio
stesse dicendo: «è questo il segno che
volevi?». Adesso Richard è più cauto
quando prega, mi ha detto che non
dimentica mai di raccomandarsi a Dio
con queste parole: «Ma sii gentile con
me, per favore».

«Come posso migliorare i miei esercizi


di meditazione?» domando a Richard un
giorno, mentre mi guarda pulire i
pavimenti del tempio. (Lui è fortunato -
lavora in cucina, non ha niente da fare
fino a un’ora prima della cena. Ma gli
piace guardarmi pulire i pavimenti del
tempio. Pensa che sia divertente.)

«Perché ti preoccupi, Senza Fondo?»

«Perché i miei esercizi fanno schifo.»

«Cioè?»

«Non riesco a tenere la mente ferma.»

«Ricorda cosa c’insegna la guru - se


siedi con la pura intenzione di meditare,
qualunque cosa accada dopo non ti
riguarda. Allora perché ti metti a
giudicare la tua esperienza?»

«Perché quello che mi accade durante la


meditazione non può essere l’oggetto di
questo yoga.»

«Bella mia, tu non hai idea di quello che


accade durante le tue meditazioni.»

«Io non ho mai visioni, non ho mai


esperienze trascendenti...»

«Vuoi vedere dei bei colori? O vuoi


conoscere la verità su te stessa? Qual è
il tuo scopo?»

«Quando cerco di meditare, riesco solo


a litigare con me stessa.»

«è solo il tuo ego, che cerca di


mantenere il controllo. Lui continua a
farti sentire divisa, ti trasmette un senso
di dualità, cerca di convincerti che hai
qualcosa che non va, che sei disperata e
sola, invece che intera e completa.»

«Ma allora a che mi serve il mio ego?»

«Non deve servirti proprio a nulla. Il


compito del tuo ego non è di servire te.
Il suo scopo è mantenere il potere. E in
questo momento, il tuo ego è spaventato
a morte perché sta per essere
ridimensionato. Segui il tuo cammino
spirituale, piccola, e quel ragazzaccio
avrà i giorni contati. Lui sarà fuori
gioco, e il tuo cuore potrà cominciare a
prendere le decisioni.
Il tuo ego lotta per sopravvivere
giocando con la tua mente, cercando di
affermare la sua autorità, tentando di
metterti in un angolo, in un recinto,
lontana dal resto dell’universo. Non
ascoltarlo.»

«Come si fa a non ascoltarlo?»

«Hai mai provato a togliere un


giocattolo a un bambino piccolo?
Scalcerà, protesterà...

L’unico modo per riuscirci è distrarlo,


dandogli qualcos’altro con cui giocare.
Invece di cercare di strappare a forza i
pensieri alla tua mente, prova a darle
qualcosa di meglio con cui giocare.
Qualcosa di più salutare.»

«Ad esempio?»

«Ad esempio amore, mia piccola Senza


Fondo. Puro divino amore.»

45
Entrare nella grotta della meditazione
dovrebbe rappresentare ogni giorno un
momento di comunione con Dio, ma
negli ultimi tempi mi ci sono avventurata
con molte esitazioni, restia come la mia
cagna quando entrava nello studio del
veterinario (sapeva che,
indipendentemente dall’amicizia che le
veniva dimostrata, avrebbe finito con il
sentire la dolorosa puntura di un ago).
Dopo la mia ultima conversazione con
Richard il texano, però, sono decisa a
tentare un nuovo approccio. Mi siedo a
meditare, e dico alla mia mente:
«Capisco che tu sia spaventata. Ma non
sto cercando di annientarti, davvero.
Desidero solo darti un posto dove
riposare. Ti voglio bene».

L’altro giorno un monaco mi ha detto:


«Il posto dove la mente riposa è il
cuore. La mente sente tutto il giorno fra
stuono di campane, rumore e
discussioni, e invece vuole solo
tranquillit. Il luogo dove la mente
troverà pace è il silenzio del cuore. è là
che hai bisogno di andare».
Sto provando anche un mantra diverso. è
un mantra con cui ho avuto fortuna in
passato.

è semplice, solo due sillabe:

Ham-sa.

In sanscrito significa «Io sono Quello».

Gli yogi dicono che Ham-sa è il mantra


più naturale, quello che riceviamo tutti
da Dio prima della nascita. è il suono
del nostro stesso respiro. Ham quando si
inspira, sa quando si espira. (Ham,
infatti, si pronuncia a bassa voce, con la
«a» bene aperta... E sa fa rima con
«Ahhhh...».) Ogni volta che inspiriamo e
espiriamo, per tutta la vita, ripetiamo
questo mantra.

Io sono Quello. Sono divino, sono con


Dio, sono un’espressione di Dio, non
sono un’entità separata, non sono sola,
non sono la limitata illusione di un
individuo. Ho sempre trovato Ham-sa
facile e riposante, più facile per
meditare che non Om Namah Shivaya, il
mantra

«ufficiale» di questo yoga. Il monaco


dell’altro giorno mi ha detto di usare
pure Ham-sa, se aiuta la mia
meditazione. Ha detto: «Meditare
provoca comunque una rivoluzione nella
tua mente».

E così oggi me ne starò qui seduta con


Ham-sa.

Ham-sa.

Io sono Quello. I pensieri arrivano, ma


non li ascolto, piuttosto li ammonisco in
tono materno: «Vi conosco, ragazzacci
birichini... adesso andate fuori a
giocare... la mamma sta ascoltando
Dio».

Ham-sa.

Io sono Quello.

Per un po’ mi addormento. (O qualcosa


del genere. Nella meditazione, non puoi
mai essere veramente certa se quello che
tu credi sia sonno lo è veramente;
qualche volta, è solo un altro livello di
coscienza.) Quando mi sveglio, diciamo
così, sento una leggera energia elettrica
pulsare attraverso il mio corpo, a ondate
azzurrine. è un po’ allarmante, ma anche
sorprendente. Non so che cosa fare, mi
limito a rivolgermi silenziosamente a
questa energia.

Le dico: «Io credo in te» e come per


rispondermi le ondate si amplificano,
acquistano volume. Adesso l’energia è
paurosamente forte. Sta salendo con un
ronzio verso l’alto, dalla base della mia
spina dorsale. Il mio collo vuole stirarsi
e torcersi, e io gli consento di farlo. Mi
sorprendo nella più strana delle
posizioni - seduta con la schiena eretta
come un bravo yogi, ma con l’orecchio
sinistro premuto contro la spalla
sinistra. Non so perché la testa e il collo
si siano posizionati così, ma non ho
intenzione di discutere con loro; sono
troppo insistenti. La pulsante energia
azzurra continua ad avanzare lungo il
mio corpo e le orecchie sono invase da
un suono sordo e rombante, così forte
che non riesco a resistere.

Mi spaventa così tanto che dico: «Non


sono ancora pronta!», e spalanco gli
occhi. Tutto sparisce. Sono di nuovo
nella grotta. Guardo l’orologio. Sono
stata qui - o da qualche altra parte - per
quasi un’ora.

Sto ansimando, letteralmente ansimando.

46
Per capire che cos’è successo (intendo
sia nella grotta della meditazione, sia
dentro di me), bisogna fare riferimento a
un tema esoterico e sconcertante: il
kundalini shahti.

Tra i fedeli di ogni religione del mondo


si è sempre formato almeno un
sottoinsieme di seguaci in cerca di
un’esperienza diretta e trascendente con
Dio, che si sono allontanati dallo studio
letterale delle scritture o dai dogmi al
fine di incontrare direttamente il divino.
La cosa interessante è che quando questi
mistici descrivono le loro esperienze,
finiscono tutti per parlare di uno stesso
fenomeno. Generalmente, la loro unione
con Dio avviene durante la meditazione,
tramite una fonte di energia che riempie
l’intero corpo di euforia, di luce, di
elettricità.

I giapponesi chiamano questa energia hi,


i buddhisti cinesi la chiamano chi, i
balinesi la chiamano taksu, i cristiani la
chiamano Spirito Santo, gli aborigeni
del Kalahari la chiamano n/um (i loro
santoni la descrivono come una forza
simile a un serpente che sale dalla spina
dorsale e apre un buco nella testa, dal
quale poi entrano gli dèi). I poeti sufi
islamici chiamano quell’energia divina
«la Diletta» e le hanno dedicato poemi
devozionali. Gli aborigeni australiani
descrivono un serpente nel cielo, che
discende sullo sciamano e gli conferisce
poteri ultraterreni. Nella tradizione
ebraica della Kabbalah si dice che
quest’unione con il divino avvenga
attraverso diverse fasi di ascensione
spirituale, con l’energia che, di nuovo,
corre su per la spina dorsale lungo una
serie di invisibili meridiani.

Santa Teresa d’Avila, tra le massime


figure della mistica cattolica, ha
descritto l’unione con Dio come la
sensazione fisica di un’ascensione
luminosa attraverso le sette «dimore»
interiori che precedono il punto in cui si
giunge alla presenza di Dio. Santa
Teresa cadeva in trance meditative così
profonde che le altre suore non
sentivano più battere il suo cuore. Lei le
implorava di non raccontare a nessuno
quello che avevano visto, perché si
trattava di «una cosa straordinaria che
non avrebbe mancato di suscitare
chiacchiere e critiche». (Per non parlare
di un possibile interrogatorio da parte
dell’Inquisitore...) L’impresa più
difficile, ha scritto la santa nelle sue
memorie, consiste nel non provocare
l’intelletto durante la meditazione,
perché ogni pensiero della mente - anche
le più fervide preghiere - estingue il
fuoco di Dio. Una volta che la fastidiosa
mente «comincia a comporre discorsi e
immaginare argomenti di discussione,
specialmente se sono intelligenti, in
poco tempo si convincerà di star
svolgendo un compito importante», che
necessita di tutta l’attenzione. Ma se si
riesce a ignorare questi pensieri, ha
spiegato Teresa, e ad ascendere verso
Dio, si raggiungerà «uno stato di
glorioso stupore, una follia celestiale
nella quale si acquisirà la vera saggezza
». Facendo senza saperlo eco alle
poesie di Hafiz - il mistico persiano sufi
che si domandava perché, con un Dio
così meravigliosamente amoroso, non
siamo sempre tutti ubriachi - Teresa
scrive che, se queste esperienze di
comunione con Dio sono pura follia,
allora non ci resta che suppli-carlo con
le parole: «Padre, ti preghiamo: facci
impazzire tutti!».

Poi, nelle pagine seguenti del suo libro,


è come se sì fermasse a riprendere fiato.
Leggendo santa Teresa oggi, la si può
quasi immaginare mentre esce da
quell’esperienza di delirio per guardare
la situazione politica della Spagna
medioevale (una delle più repressive
tir-annie religiose della Storia) e, con
sobrietà, diligentemente, scusarsi per la
sua eccitazione.
Scrive: «Perdonatemi se sono stata
molto audace», e continua a ripetere che
tutto il suo blat-erare senza senso va
ignorato perché lei è solo una donna, un
verme, uno spregevole paras-sita e così
via. Pare quasi di vederla mentre si
ricompone la gonna da suora e si rimette
a posto quegli ultimi ciuffi di capelli
disordinati - il suo segreto divino un
bruciante falò a tutti celato.

Nella tradizione yogica indiana, questo


segreto divino è chiamato kundalini
shakti, ed è raffigurato come un serpente
che giace attorcigliato alla base della
spina dorsale finché non viene liberato
dal tocco di un maestro o da un
miracolo, e poi risale attraverso sette
chahra, o ruote (che si possono anche
chiamare «le sette dimore dell’anima»),
entra nella testa ed esplode nell’unione
con Dio. Questi chakra non si trovano
nel corpo manifesto, dicono gli yogi,
dunque non vanno cercati lì; esistono so

lo nel corpo inafferrabile, quello a cui si


riferiscono i maestri buddhisti quando
incoraggiano i loro discepoli a estrarre
un nuovo io dal corpo fisico, proprio
come si estrae una spada dal fodero. Il
mio amico Bob, che è uno studente di
yoga ma anche un neuroscienziato, mi ha
detto che in passato il concetto di chakra
lo aveva sempre turbato, e che avrebbe
voluto vedere queste sette «ruote» in un
corpo umano sezionato per credere nella
loro esistenza, ma dopo un’esperienza
meditativa trascendente, era arrivato a
uno stadio di comprensione del tutto
nuovo. «Proprio come di un testo scritto
esistono una verità letterale e una verità
poetica, anche di un essere umano
esistono un’anatomia letterale e
un’anatomia poetica. La prima si può
vedere, l’altra no. La prima è composta
di ossa, denti e carne; l’altra è fatta di
energia, memoria e fede. Ma sono vere
entrambe.»

Mi piace quando la scienza e la


devozione si intersecano. Non molto
tempo fa, ho letto un articolo sul «New
York Times» in cui si parlava di un
gruppo di neurologi che hanno
monitorato il cervello di un monaco
tibetano offertosi volontario per
l’esperimento. Volevano esaminare dal
punto di vista neurologico che cosa
accade nella mente di un mistico durante
i momenti d’illuminazione.

Nella mente di una persona che pensa,


infuria una tempesta elettrica di impulsi
che viene registrata
dall’elettroencefalogramma con lampi
gialli e rossi. Se il soggetto si agita o si
infervora, i lampi rossi diventano più
intensi. Mistici di tutti i tempi e di tutte
le culture hanno descritto la sospensione
di ogni attività intellettiva durante la
meditazione affermando che solo allora
avviene l’unione con Dio tramite la
comparsa di una luce azzurra che si
irradia dal centro del cranio. Nella
tradizione yo-gica, questa luce è
chiamata «la perla azzurra» e pro-varne
l’esperienza è l’obiettivo che si prefigge
ogni persona in cerca della
trascendenza. Il cervello del monaco,
monitorato durante la meditazione, era
apparso ai medici perfettamente quieto,
non aveva emesso impulsi di alcun tipo,
l’elettroencefalogramma non aveva
mostrato lampi né rossi né gialli. Tutta
la sua energia neurologica si era
concentrata nel centro del cervello - la
si poteva vedere proprio lì, sul monitor
- in una piccola, fredda, luminosa perla
azzurra. Proprio come quella descritta
dagli yogi.
Questo è lo scopo del kundalini shaktì.

Il misticismo indiano, come molte


tradizioni sciamaniche, considera il
kundalini shakti una forza troppo
pericolosa perché la si affronti da soli,
senza un supervisore; a uno yogi
inesperto si può annientare il cervello,
se non ha chi lo aiuta. Ci vuole un
maestro - un guru - che faccia da guida
e, idealmente, un luogo sicuro - un
ashram - dove esercitarsi.

Si dice che sia il tocco del guru (da


intendersi sia come contatto fisico, sia
soprannaturale
- per esempio, sognato) che libera
l’energia kundalini dalla sua posizione
attorcigliata alla base della spina
dorsale e le consente di cominciare a
viaggiare verso l’alto, in direzione di
Dio. Il momento dello scioglimento è
chiamato shaktipat, o divina iniziazione,
ed è il più grande dono che un maestro
illuminato possa offrirci. Dopo quel
tocco, il discepolo potrebbe ancora
cercare per anni l’illuminazione, ma a
quel punto il viaggio è incominciato.
L’energia è stata liberata.

Ho ricevuto l’iniziazione shaktipat due


anni fa, quando ho incontrato la mia guru
per la prima volta, ancora in America. E
successo durante un ritiro di un week-
end, nel suo ashram sui monti Catskill. A
voler essere onesti, dopo non ho sentito
niente di speciale. Speravo in un
incontro elettrizzante con Dio, forse
qualche lampo azzurro o una visione
profetica, ma cercando nel mio corpo gli
effetti travolgenti dell’iniziazione, mi
rendevo conto di avere solo un certo
appetito, come al solito. Mi ricordo di
aver pensato che probabilmente non
avevo abbastanza fede per provare
qualcosa di così sconvolgente come il
liberarsi del kundalini shakti.

Mi sono detta che ero troppo cerebrale,


non abbastanza intuitiva, e che il mio
percorso devozionale sarebbe
probabilmente stato più di tipo
intellettuale che esoterico. Avrei
pregato, letto libri, formulato pensieri
interessanti, ma, probabilmente, non
sarei mai ascesa al tipo di divina
beatitudine descritto da santa Teresa.
Pazienza. Amavo ancora l’esercizio
devozionale. Solo il kundalini shakti non
faceva per me.

Il giorno seguente, tuttavia, era accaduto


qualcosa di davvero strano. Eravamo di
nuovo tutti insieme alla guru. Lei ci
guidava nella meditazione, e nel bel
mezzo del processo io mi sono
addormentata (o come volete chiamarlo)
e ho fatto un sogno. Ero su una spiaggia,
in riva all’oceano. Le onde erano
immense e terrificanti, e crescevano
sempre più. Improvvisamente, un uomo
è apparso accanto a me. Era il maestro
della mia guru - un grande, caris-matico
yogi, che qui chiamerò «Swamiji» (in
sanscrito vuol dire «diletto monaco»),
Swamiji è morto nel 1982. L’avevo
visto solo nelle fotografìe esposte nel-
l’ashram. E anche in fotografia

- devo ammetterlo - lo avevo sempre


trovato un po’ troppo temibile, duro e
infervorato per i miei gusti. Avevo
evitato per molto tempo di pensare a lui,
eludendo il suo sguardo che mi fissava
dalle pareti. Mi dava una sensazione di
oppressione. Non era il mio genere di
guru.
Avevo sempre preferito la mia cara e
compassionevole maestra

- guru al femminile e per di più vivente -


a questo maestro deceduto, ma ancora
terribile.

Eppure Swamiji adesso mi appariva in


sogno, in piedi accanto a me sulla
spiaggia, in tutta la sua forza. Ero
terrorizzata. Lui mi ha indicato le onde
che si abbattevano con violenza sulla
riva e ha detto in tono severo: «Io voglio
che tu trovi un modo per impedire alle
onde di avanzare». In preda al panico,
ho tirato fuori un quaderno e ho cercato
di disegnare qualcosa di immaginario
che fermasse le onde. Enormi barriere,
canali e dighe. Ma tutti i miei progetti
erano stupidi e irrazionali. Sapevo di
essere lontana dalla mia sfera di
conoscenze (non sono un ingegnere!) e
nello stesso tempo sentivo che Swamiji
mi guardava, impaziente e arcigno.

Mi sono arresa. Nessuna delle mie


trovate era abbastanza astuta, nessuno
dei miei argini abbastanza resistente da
impedire alle onde di frangersi.

Ed è stato in quel momento che ho


sentito Swamiji ridere. Ho alzato lo
sguardo su quel minuscolo indiano
vestito di arancione, e ho visto che
rideva veramente, piegandosi in due e
asciugandosi le lacrime. Poi,
indicandomi lo sterminato e possente
oceano in burrasca, mi ha detto: «Scusa
tanto, mi spieghi come intendevi
fermarlo, precisamente?».

47
Per due notti di fila ho sognato un
serpente che entrava nella mia stanza.
Ho letto che dal punto di vista spirituale
è da considerarsi un segno positivo (e
non solo secondo le religioni orientali;
anche sant’Ignazio aveva visioni di
serpenti durante le esperienze mistiche),
ma il buon auspicio non rende
l’immagine di un serpente meno vivida e
spaventosa. Mi sono svegliata in un
bagno di sudore. Peggio: una volta
sveglia, la mia mente ha cominciato a
prendersi gioco di me, gettandomi in una
disperazione che non ricordavo di avere
più provato dagli anni peggiori del
divorzio. Ho gli occhi aperti e sento i
miei pensieri volare all’indietro, li sento
tornare al mio matrimonio fallito, alla
vergogna e alla rabbia di allora. Ancora
peggio: sto ripensando a David. Litigo
con lui, tra me e me, sono furibonda e
sola, mi tornano in mente le cose
dolorose che mi ha detto o che mi ha
fatto. E in più, non riesco a smettere di
rimpiangere la nostra felicità insieme,
l’eccitante delirio dei giorni più belli. A
stento resisto alla tentazione di saltare
giù dal letto e telefonargli dall’india nel
cuore della notte, per poi,
probabilmente, riattaccare la cornetta. O
per implorarlo di amarmi ancora. O per
leggergli l’elenco completo dei suoi
difetti.

Perché tutti questi ricordi riaffiorano


proprio adesso?

Immagino il commento dei veterani del


nostro ashram: è normale, tutti
attraversano questa fase, l’intenso
esercizio meditativo fa riemergere il
passato, ti stai liberando degli ultimi
demoni rimasti... Lo so, ma io mi trovo
in uno stato emotivo tale da non riuscire
a sopportare nulla del genere, e non
voglio sentire le teorìe hippie di
nessuno. Lo vedo che ogni cosa sta
tornando su, grazie tante. Anche il
vomito torna su.

In qualche modo riesco a


riaddormentarmi, per fortuna, e faccio
un altro sogno. Niente serpenti questa
volta, ma un cane magro e feroce che
m’insegue e dice: «Ti ucciderò. Ti
uccider e ti mangerò».

Mi sveglio piangendo e tremando. Non


voglio disturbare i miei compagni di
stanza, e così vado a nascondermi in
bagno.

Il bagno, sempre il bagno! Che il Cielo


mi aiuti, eccomi di nuovo in un bagno, di
nuovo nel cuore della notte, di nuovo
sola e in lacrime. Oh, gelido mondo -
sono così stanca di te e di tutti i tuoi
orribili bagni.

Dato che non riesco a smettere di


singhiozzare, vado a prendere un
quaderno e una penna (ultimo rifugio di
una canaglia...) e mi siedo ancora una
volta di fianco al gabinetto.

Apro su una pagina bianca, e


scarabocchio l’ormai familiare
implorazione: «HO bisogno del tuo
aiuto».

Finalmente con un sospiro di sollievo


leggo nella mia stessa grafia le parole
sincere del mio fedele amico (ma chi
sarà?): «Sono qui. è tutto a posto. Ti
voglio bene. Non ti lascio...».

48
La mattina seguente, la meditazione è un
disastro. Disperata, supplico la mia
mente di farsi da parte e di lasciarmi
trovare Dio, ma lei mi dice con volontà
d’acciaio: «Non lascerò mai che tu mi
metta da parte».

Per tutto il giorno sono così piena di


odio e rancore che temo per la vita di
chiunque incroci il mio cammino. Tratto
male una povera tedesca perché non
parla bene l’inglese e non capisce dov’è
il negozio di libri. Mi vergogno della
mia rabbia e vado a nascondermi
(ancora!) in bagno per piangere in pace,
poi m’indigno con me stessa per aver
pianto, e mi viene in mente che la mia
guru dice di non lasciarsi andare ogni
volta, altrimenti diventa un’abitudine...

Ma che ne sa lei? Lei è illuminata. Non


può aiutarmi. Non può capire me.

Nessuno deve rivolgermi la parola. In


questo momento non posso tollerare la
faccia di nessuno. Per un po’ riesco a
evitare anche Richard il texano, ma
all’ora di cena mi trova e si siede,
coraggioso, nel bel mezzo della nera
nebbia che mi circonda.

«Com’è che sei tutta così


accartocciata?» Strascica le parole, lo
stuzzicadenti in bocca, come al solito.

«Non domandarmelo» rispondo, ma poi


comincio a parlare e gli racconto tutto,
con-cludendo: «E, quel che è peggio,
sono ossessionata da David. Pensavo di
averlo dimenticato, ma “torna su” di
nuovo».

«Concedigli altri sei mesi, ti sentirai


meglio.»

«Gliene ho già concessi dodici,


Richard.»
«Forza, altri sei. Continua a lanciargli
mesi addosso finché non se ne andrà.
Roba del genere richiede tempo.»

Dalle mie narici, come da quelle di un


toro, esce uno sbuffo di aria calda.

«Senti» dice Richard, «un giorno


ripenserai a questo momento della tua
vita come a un dolce periodo di dolore.
Capirai che eri in lutto e il tuo cuore era
a pezzi, ma la tua vita stava cambiando e
ti trovavi nel miglior posto al mondo, un
bellissimo luogo di preghiera e
adorazione del divino, circondata di
grazia. Goditi questo periodo, goditi
ogni minuto. Lascia che le cose si
risolvano da sole, qui in India.»
«Ma io Io amavo veramente.»

«Sai che gran cosa. Va bene: ti eri


innamorata. Ma non vedi che cos’è
successo? Lui ha toccato un punto del
tuo cuore più profondo di quanto tu
stessa pensassi. Sto dicendo che sei
stata travolta, piccola. Ma l’amore che
hai sentito è solo l’inizio. Hai avuto un
assaggio dell’amore. E di un limitato,
piccolo, dilettantesco amore mortale.
Aspetta e vedrai quanto più
profondamente puoi amare. Diavolo, un
giorno avrai la capacità di amare il
mondo intero. E il tuo destino. Non
ridere.»

«Non sto ridendo», infatti stavo


piangendo. «E per favore, non
prendermi in giro, ma non riesco a
farmene una ragione, perché credevo
davvero che David fosse la mia anima
gemella.»

«Probabilmente lo era. Il problema è


che tu non sai cosa significhi. La gente
crede che l’anima gemella sia come un
vestito che ci sta alla perfezione, e tutti
la cercano per questo. E

invece è uno specchio che ti mostra tutti


i tuoi limiti, e attira la tua attenzione su
di te, fa-cendoti capire che è il momento
di cambiare la tua vita. Una vera anima
gemella è forse la persona più
importante che tu possa incontrare,
perché demolisce i muri che ti
circondano e ti sveglia di colpo. Ma non
puoi pensare di vivere per sempre con
ei. Per carità! Troppo doloroso. Le
anime gemelle arrivano nelle nostre vite
proprio per farci scoprire un’altra parte
di noi stessi, un altro strato, e poi se ne
vanno. Grazie a Dio, se ne vanno. Tu
dici, non riesco a lasciarlo andare. Ma è
finita, ragazza. La funzione di David era
quella di darti una scossa, di guidarti
fuori da un matrimonio del quale volevi
liberarti; David doveva dare un piccolo
strappo al tuo ego, mostrarti gli ostacoli
e le dipendenze, doveva aprire di colpo
il tuo cuore, perché potesse entrare una
nuova luce, doveva farti disperare e
perdere il controllo, tanto da costringerti
a trasformare la tua vita, presentarti al
tuo maestro spirituale, e farcela. Questo
era il suo compito, e lo ha fatto
benissimo, ma adesso basta. Tu non
riesci ad accettare che fosse una
relazione a breve scadenza. Sei come un
cane che fruga in una discarica: stai lec-
cando un barattolo vuoto per sfamarti.
Ma se non stai attenta, quel barattolo ti
resterà attaccato al muso per sempre, e
renderà la tua vita un tormento. Lascialo
perdere.»

«Ma lo amo.»

«E allora amalo.»

«E mi manca.»
«E allora che ti manchi. Mandagli amore
e luce ogni volta che pensi a lui, e poi
lascialo perdere. Hai paura di mollare
gli ultimi pezzi di David, perché allora
sarai veramente sola, e Liz Gilbert ha
paura di quello che accadrà se sarà
veramente sola. Ma devi capire questo:
se sgomberi lo spazio mentale che stai
dedicando al pensiero ossessivo di
quest’uomo, otter-rai un vuoto - una
possibile apertura. E indovina che cosa
farà l’universo quando troverà
quell’apertura? Ci si precipiterà dentro -
Dio si precipiterà dentro e ti riempirà di
più amore di quanto avresti mai potuto
sognare. Smetti di usare David per
bloccare quella porta. Dimentic-alo.»
«Ma vorrei che io e David potessimo...»

M’interrompe. «Lo vedi il problema? Tu


vuoi troppo. Smetti di avere l’ossicino
dei desideri al posto della spina
dorsale.»

Ecco la mia prima risata di oggi.

Poi domando a Richard: «Allora, quanto


tempo ci vorrà perché il dolore passi?».

«Vuoi una data?»

«Sì.»

«Vuoi fare un cerchietto sul


calendario?»
«Sì.»

«Ti dico una cosa, tesoro: tu soffri


seriamente di un’ansia di controllo.»

Questa affermazione m’infiamma di


rabbia. Ansia di controllo? Io? Ho
l’impulso di prenderlo a sberle. E poi,
dall’abisso della mia indignazione, vedo
venire a galla la verità. Ovvia e risibile.

Richard ha ragione. La rabbia si placa.

«Hai assolutamente ragione» gli dico.

«Lo so, cara. Sei una donna forte,


abituata a ottenere quel lo che vuole
dalla vita. I tuoi ultimi legami, invece, ti
hanno delusa e tu ti sei sentita
disorientata. Tuo marito non si è
comportato come avresti voluto, e
neanche David. Per una volta non è
andata come volevi. E niente fa
imbestialire di più i fanatici del
controllo.»

«Non chiamarmi fanatica del controllo,


per favore.»

«Tu hai veramente un’ansia di controllo.


Avanti, possibile che nessuno te l’abbia
mai detto prima?»

(Insomma... sì. Ma è che, dopo un


divorzio, si è veramente stanchi di
ascoltare le cose cattive che gli altri
dicono di noi...)

Mi riprendo e ammetto: «Va bene, penso


che tu abbia ragione. Forse ho
veramente un problema di controllo. Ma
è strano che tu lo abbia notato. Perché
non pensavo che fosse così evidente.
Voglio dire - scommetto che quasi
nessuno di quelli che incontro vede la
mia ansia di controllo».

Richard il texano ride così forte che


quasi fa cadere lo stuzzicadenti.

«Quasi nessuno la vede? Tesoro,


persino Ray Charles potrebbe vedere la
tua ansia di controllo!»
«Ottimo, ora penso di averne abbastanza
di questa conversazione, grazie.»

«Devi imparare a lasciarti andare, Senza


Fondo. Altrimenti, starai male. Non
dormirai più bene la notte. Andrai avanti
per sempre a dibatterti, a flagellarti
pensando di essere un fiasco.

Cosa c’è che non va in me? Come mai


ho sbagliato tutto nei miei rapporti con
gli uomini ?

Perché sono un fallimento ? Fammi


indovinare - è per questo che te ne
andavi in giro ieri notte invece di
dormire.»
«Basta, Richard, basta davvero. Non
voglio più che scorrazzi per la mia
mente, adesso.»

«E allora chiudi la porta» conclude il


mio grande yogi texano.

49
Quando avevo nove anni, quasi dieci, mi
ricordo di aver avuto una vera crisi
metafìsica.

Forse può sembrare strano che una


bambina provi un’esperienza simile, ma
io sono sempre stata precoce. E
successo nell’estate tra la quarta e la
quinta elementare. Avrei compiuto dieci
anni in luglio, e c’era qualcosa nella
transizione da nove a dieci - da un
numero di una cifra a un numero di due -
che mi turbava fino a comunicarmi una
sensazione di panico esistenziale, forse
lo stesso che di solito è riservato a chi
compie cinquant’anni. Ricordo di aver
pensato che la vita mi stava passando
davanti così in fretta. Mi sembrava di
avere appena lasciato l’asilo e
improvvisamente già mi ritrovavo ad
avere quasi dieci anni. Presto sarei stata
un’adolescente, poi una donna di mezza
età, poi una vecchia, e alla fine una
morta. E

mi sembrava che anche tutti gli altri


invecchiassero iperveloce-mente. Presto
sarebbero morti.

I miei genitori sarebbero morti.

I miei amici sarebbero morti. Il mio


gatto sarebbe morto. Mia sorella
maggiore stava per cominciare le
superiori, ma io ricordavo benissimo la
sua prima elementare. Sembrava che
fosse passato così poco tempo, la
rivedevo con i suoi calzettoni... e adesso
era alle superiori? Presto sarebbe morta
anche lei. Non avevo dubbi. Come
poteva tutto questo avere un senso?

La cosa più strana della mia crisi era


che non l’aveva provocata nessun
episodio specifico. Nessun amico o
parente era morto, offrendomi il primo
assaggio della mortalità umana, né
avevo letto o visto qualcosa di
particolare sulla morte; non avevo
ancora nemmeno letto Dickens. Si può
dire che l’origine della mia angoscia di
bambina decenne non era dovuta ad altro
se non alla mia autonoma e improvvisa
realizzazione della ineluttabilità della
morte. E

non avevo, per giunta, il vocabolario


spirituale adatto a esprimere i miei
nuovi sentimenti. La mia famiglia era
protestante, ma non osservante.
Pregavamo e ringraziavamo Dio solo
prima della cena di Natale e di quella
del Ringraziamento, e andavamo solo
ogni tanto in chiesa.

Mio padre preferiva stare a casa la


mattina della domenica, pensava di
professare meglio la sua fede con
l’impegno nel lavoro agricolo. Io
cantavo nel coro perché mi piaceva
cantare; la mia bella sorellina era
l’angelo nella recita di Natale. Mia
madre usava la chiesa come quartier
generale per l’organizzazione di attività
di volontariato utili alla comunità. Ma
anche in chiesa, allora, non ricordo che
si parlasse molto di Dio. Eravamo nel
New England, e gli yankee, si sa,
s’innervosiscono quando sentono la
parola Dio.
Mi sentivo impotente. Avrei voluto un
gigantesco freno a mano come quelli che
avevo visto nella metropolitana di New
York durante una gita scolastica. Volevo
fermare l’universo.

Volevo che tutti si bloccassero al mio


STOP perché io potessi capire. Forse
l’idea di obbligare tutti a fermarsi per
dare a me il tempo di riprendere fiato
può considerarsi il primo segno di ciò
che il mio caro Richard chiama «ansia
di controllo».

Naturalmente, ogni mio sforzo di allora


si era dimostrato vano. Il tempo correva
tanto più veloce quanto più da vicino io
l’osservavo e quell’estate passò così in
fretta da farmi girare la testa. Ricordo
che ogni sera pensavo: «Un altro giorno
se n’è andato», e scoppiavo in lacrime.

Un mio vecchio compagno delle


superiori che adesso lavora con i
disabili psichici racconta che i suoi
pazienti autistici hanno una straziante
consapevolezza del tempo che passa,
come se fossero privi del filtro che
consente al resto di noi di dimenticare
ogni tanto l’ineluttabilità della fine. Uno
dei pazienti di Rob vuole sempre sapere
da lui che giorno è, e alla sera gli
domanda: «Rob, quando sarà di nuovo il
quattro febbraio?». Prima che Rob possa
rispondere, scuote la testa e aggiunge:
«Lo so, lo so, non importa... non prima
dell’anno prossimo...».

Conosco questa sensazione fin troppo


intimamente. Conosco il triste desiderio
di rimandare la fine di un altro quattro
febbraio... Lo struggimento per il tempo
che passa è una delle prove più difficili
che gli esseri umani devono sostenere
nel loro esperimento esistenziale. Per
quanto ne sappiamo, siamo la sola
specie sul pianeta alla quale sia stato
elargito il dono - o inflitta la condanna -
della consapevolezza della propria
mortalità. Tutto muore; e solo a noi è
toccata la fortuna di poterci pensare ogni
giorno. Come possiamo gestire questa
consapevolezza? Quando avevo nove
anni, non riuscivo a fare altro che
piangere. Più avanti, nel corso degli
anni, la mia ipersensibilità al problema
del tempo mi ha spinta a vivere ogni
esperienza alla massima velocità. Se la
mia visita sulla Terra doveva essere
così breve, volevo fare il possibile per
assaporarla subito. Ecco perché ho
viaggiato tanto, ho avuto tante avventure
sentimentali, ho coltivato tante
ambizioni, ho mangiato tanta pasta.
Un’amica di Catherine credeva che lei
avesse almeno tre o quattro sorelle,
perché raccontava di quella partita per
l’Africa, di quella che lavorava in un
ranch nel Wyoming, di quella che faceva
la barista a New York, di quella che
stava scrivendo un libro, di quella che
stava per sposarsi... non potevano certo
essere tutte la stessa sorella! E
veramente, se avessi potuto dividermi in
molte Liz Gilbert, lo avrei fatto, per non
perdermi un solo momento della vita.
Che cosa sto dicendo? Io ho diviso me
stessa in molte Liz Gilbert, che sono
crollate tutte insieme, all’età di
trent’anni, una notte, sul pavimento di un
bagno in una casa fuori città...

So che non tutti attraversano crisi


metafisiche come quella che ho
sperimentato io nell’infanzia. Alcuni di
noi hanno l’angoscia della morte, altri
convivono più facilmente con il
problema. S’incontrano persone
indifferenti, ma s’incontrano anche
persone che semplicemente accettano le
regole dell’universo, i suoi paradossi e
le sue ingiustizie. Ho un’amica alla
quale la nonna diceva sempre: «Non c’è
problema al mondo che non possa essere
risolto con un bagno caldo, un bicchiere
di whisky e il Libro dei Salmi». Per
qualcuno è davvero così.

Per altri, ci vuole qualcosa di più


drastico.

Mi sembra che sia ora di parlarvi del


mio amico irlandese produttore di
latticini - in appar-enza, la persona che
meno ci si aspetterebbe d’incontrare in
un ashram indiano. Ma Sean è, come me,
uno di quelli nati con l’inquietudine, con
il folle desiderio di capire i meccanismi
dell’universo. Nella piccola parrocchia
della contea di Cork, dove viveva, non
ha trovato risposte ai suoi interrogativi,
così negli anni Ottanta ha lasciato
l’azienda agricola per andare in India e
cercare la pace interiore nello yoga.
Qualche anno dopo è tornato in Irlanda,
e ha ripreso il lavoro al caseificio. Un
giorno, era seduto nella cucina della sua
vecchia casa di pietra con il padre -
uomo di poche parole, contadino da tutta
la vita - e gli raccontava le rivelazioni
spirituali che aveva avuto in Oriente. Il
padre ascoltava con scarso interesse,
guardando il fuoco nel camino, e
fumando la sua pipa. Non ha parlato
finché Sean non ha detto: «Papà, la
meditazione è una cosa di un’importanza
cruciale, t’insegna la serenità. Può
veramente salvarti la vita. T’insegna a
dare pace alla mente».

Suo padre si è voltato a guardarlo e gli


ha risposto gentilmente: «Io ho già la
mente in pace, figliolo». Poi ha ripreso a
guardare il fuoco.

Ma io no. E neanche Sean. E così molti


altri. Molti di noi guardano il fuoco e
vedono solo l’inferno. Ho bisogno
d’imparare a fare quello che il padre di
Sean sembra saper fare dalla nascita -
stare cioè, come scriveva Walt
Whitman, «separato da ciò che attira e
trascina... di-vertito, compiacente,
compassionevole, inattivo, unitario...
Dentro e fuori del gioco, osservan-dolo
e meravigliandosi di tutto». Ma, invece
di divertirmi, sono solo ansiosa. Invece
di osservare, passo il tempo a indagare
e interferire. L’altro giorno, in una
preghiera, ho detto a Dio:

«Capisco che una vita inconsapevole


non valga la pena di essere vissuta, ma
pensi che un giorno potrò fare almeno un
pranzo inconsapevole?».

La tradizione buddhista racconta che


quando - dopo trentanove giorni di
meditazione - il velo dell’illusione
finalmente cadde, e il vero operare
dell’universo si rivelò al Buddha, il
grande maestro aprì gli occhi e disse:
«Questo non può venire insegnato». Ma
poi cambiò idea e decise di andare per
il mondo e tentare d’insegnare la
meditazione a un piccolo gruppo di
discepoli. Sapeva che sarebbero stati in
pochi a trarre profitto dai suoi
insegnamenti (o a esserne interessati).
La maggior parte degli uomini, diceva,
ha gli occhi così incrostati dalla polvere
dell’inganno che non vedrà mai la
verità, non importa di quale guida
disponga. Sono pochissimi (tra loro
forse c’è il papà di Sean) quelli che
hanno per natura lo sguardo così limpido
e sereno da non aver bisogno di
istruzione o assistenza. Ma c’è anche chi
ha gli occhi solo un po’ incrostati di
polvere, e potrebbe, con l’aiuto del
maestro giusto, arrivare un giorno a
vedere con più chiarezza. Il Buddha
aveva deciso di diventare un maestro
per il bene di questa minoranza - «per
quelli con poca polvere negli occhi».

Spero con tutto il cuore di essere una di


quelli con incrostatura media, ma non lo
so. So solo che sono stata guidata alla
ricerca della pace interiore con metodi
che a molti potrebbero sembrare un po’
drastici. (Per esempio, quando ho detto
a un amico, a New York, che sarei
andata in India a vivere in un ashram in
cerca della grazia divina, lui ha
sospirato e ha detto:

«Ah, c’è una parte di me che


desidererebbe tanto volerlo fare... ma in
realtà non lo voglio».) Io, invece, non ho
avuto molta scelta. Ho cercato
freneticamente la serenità, per tanti anni
e in tanti modi, e tutte queste ricerche e
graduali acquisizioni alla fine ti
logorano. La vita, se la insegui con
troppo accanimento, finisce per portarti
alla morte. Il tempo - quando viene
brac-cato come un bandito - si comporta
come tale; sarà sempre in un altro Paese
o in un’altra stanza, cambierà nome e
colore di capelli per seminarti, uscirà
furtivo dalla porta sul retro del motel
proprio mentre tu stai facendo irruzione
nell’atrio sventolando un mandato, e
lascerà solo una sigaretta accesa nel
portacenere per beffarsi di te. A un certo
punto dovrai fermarti tu, perché lui non
lo farà. Dovrai ammettere che non riesci
a prenderlo. E poi capire che non devi
prenderlo. A un certo punto, come
continua a dirmi Richard, devi mollare,
sederti e restare ferma per permettere
alla serenità di venire da te.

La decisione di mollare, naturalmente, fa


paura a chi, come me, crede che il
mondo giri solo grazie a una leva che
noi azioniamo personalmente, e che se
lasciassimo andare questa leva, anche
per un solo istante, insomma... sarebbe
la fine dell’universo. Ma cerca di
lasciarla andare, Senza Fondo... Il
messaggio che ricevo è questo. Siedi
tranquilla e sospendi questa tua
incessante partecipazione. Guarda, gli
uccelli non precipitano dal cielo, gli
alberi non av-vizziscono e non muoiono,
i fiumi non scorrono rossi di sangue. La
vita continua ad andare avanti. Persino
le Poste italiane continueranno ad
arrancare, anche senza di te. Perché sei
così sicura che la tua microgestione del
mondo sia essenziale? Perché non lasci
perdere?

Ascolto, e questo argomento mi


affascina. Ci credo, intellettualmente.
Davvero. Ma poi mi domando: se metto
a tacere

il mio inquieto desiderare, il mio


sovreccitato fervore e questa mia natura
stupidamente af-famata - che cosa farò
allora della mia energia?

Ecco la risposta della guru:

Cerca Dio. Cerca Dio come un uomo


con la testa in fiamme cerca l’acqua.

50
La mattina dopo, durante la meditazione,
tutti i miei vecchi, caustici, sgradevoli
pensieri riemergono. Penso a loro come
a fastidiosi operatori di cali center,
quelli che chiamano nei momenti meno
opportuni. In realtà, temo che la mia
mente non sia un posto interessante. E
ho paura di averne la conferma proprio
grazie alla meditazione. Io penso a
poche cose e sempre a quelle. Il termine
ufficiale per descrivere l’attività del
mio cervello è «rimuginare».

Rimugino sul mio divorzio, e sullo


strazio del mio matrimonio, e sui miei
errori, e sugli errori di mio marito, e poi
(e qui non c’è via d’uscita) comincio a
rimuginare su David...

Sta diventando imbarazzante, a essere


onesti. Voglio dire: sono qui, nel cuore
dell’india, in un luogo sacro e deputato
al

lo studio, e non so fare altro che pensare


al mio ex fidanzato? Ma che cosa sono,
una scolara di terza media?

A questo proposito mi torna in mente


una storia che mi ha raccontato la mia
amica Deborah. Negli anni Ottanta, le
era stata offerta dalla città di Filadelfia
la possibilità di lavorare come
volontaria con un gruppo di rifugiati
cambogiani - boat people - che erano da
poco sbar-cati in America. Deborah,
come ho già detto, è una psicoioga
bravissima, ma la proposta di quel
lavoro l’aveva molto spaventata. I
rifugiati cambogiani avevano patito le
peggiori sofferenze che gli esseri umani
possano infliggersi gli uni con gli altri -
erano stati vittime di stupri, torture,
violenze, avevano sofferto la fame,
avevano visto morire i loro familiari,
avevano vissuto lunghi anni in
campiprofughi e avevano affrontato
pericolosi viaggi in mare verso
l’Occidente, durante i quali i cadaveri di
quelli che morivano venivano gettati agli
squali. Quale aiuto poteva offrire
Deborah a queste persone? Come poteva
stabilire un contatto con la loro
esperienza di dolore?

«Indovina» mi ha detto Deborah «di che


cosa volevano parlare quando si
trovavano di fronte lo psicologo...»

Solo di questo: L’ho incontrato quando


ero nel campo-profughi e ci siamo
innamorati.

Pensavo che mi amasse veramente, ma


poi siamo finiti su due barche diverse, e
lui si è messo con mia cugina. Adesso è
sposato con lei, ma dice che ama me, e
continua a chiamarmi, e so che dovrei
dirgli di sparire, ma lo amo ancora e non
posso smettere di pensare a lui. Non so
che cosa fare...

è così che siamo fatti. Questo è il


paesaggio emotivo della nostra specie.
Una volta ho conosciuto una vecchia
signora, di quasi cento anni, che mi ha
detto: «Per tutta la storia dell’umanità
non si è fatto che litigare su due
questioni: Quanto mi ami? e Chi
comandai».

Qualsiasi altro problema è più o meno


risolvibile. Ma le questioni d’amore e di
potere ci dis-truggono, ci spingono a
commettere errori, provocano guerre,
dolore e sofferenza. E sfortu-natamente
(o inevitabilmente), sono questi due i
problemi che devo affrontare all’
ashram.

Quando osservo in silenzio il lavorio


della mia mente, vedo emergere so lo
ansie d’amore o di dominio, e
l’inquietudine che ne deriva è ciò che
m’impedisce di evolvere verso un nuovo
equilibrio.
Questa mattina, dopo un’ora passata a
pensare a cose tristi, ho provato a
immergermi ancora una volta nella
meditazione e a lavorare su una nuova
idea, l’idea della pietà. Ho chiesto al
cuore di darmi una visione più generosa
del lavorio della mia mente. Invece di
pensare di essere una fallita, forse
potevo accettare d’essere
semplicemente umana - come tutti. I
pensieri sono affiorati con la solita
insistenza - e va bene, facciamoli entrare
- accompagnati dalle relative emozioni.
Mi sono sentita frustrata e piena di
pregiudizi su me stessa, sola e
arrabbiata. Ma poi, da qualche parte,
dalle più profonde caverne del mio
cuore, ho sentito arrivare un’ondata di
fierezza, e mi sono detta: «No, non ti
giudicherò per questi pensieri».

Improvvisamente è stato come se un


leone ruggisse nel mio petto, spazzando
via con il suo boato tutte quelle idiozie.
Una voce urlava in me, come non avevo
mai sentito urlare prima. Era così forte,
profonda e apocalittica, che mi sono
tappata la bocca con una mano perché
temevo che se quel grido si fosse
liberato nell’aria, sarebbero crollate le
case fino a Detroit.

Il ruggito diceva:

TU NON SAI QUANTO È FORTE IL


MIO AMORE !!!!!!

I blateranti pensieri negativi sono usciti


dalla mia testa e si sono sparsi al vento
sull’onda di questa frase, sono scappati
come uccelli, come lepri e antilopi -
terrorizzati. è arrivato il silenzio.
Intenso, vibrante, solenne. Il leone, nella
savana gigante del mio cuore, osserva
adesso soddisfatto la ritrovata quiete del
suo regno. Dà una leccata al suo grande
pezzo di carne, chiude gli occhi gialli, e
torna a dormire.

In questo regale silenzio, ho cominciato


a meditare su (e con) Dio.

51
Richard il texano ha le sue simpatiche
abitudini: ogni volta che mi passa vicino
e intuisce dalla mia espressione assente
che i pensieri mi hanno trascinata a un
milione di miglia di distanza, mi dice:
«Come sta David?».

«Fatti gli affari tuoi» gli rispondo. «E


non cercare di leggermi nel pensiero.»

E invece ha ragione.

Un’altra delle sue abitudini è quella di


aspettarmi sulla porta della grotta di
meditazione, per vedermi quando mi
trascino fuori in preda a un totale
stravolgimento. Sembra che io abbia
lottato con degli alligatori o con dei
fantasmi. Richard afferma di non aver
mai visto nessuno combattere così
strenuamente con se stesso. Non so se ha
ragione, ma è vero che quello che
succede nella buia grotta di meditazione
può diventare molto intenso. Le
esperienze più forti le provo quando mi
libero delle ultime timorose riserve e
permetto all’energia di salire come un
turbine su per la mia spina dorsale. Mi
diverte, ora, il pensiero che io abbia
potuto in passato liquidare il kundalini
shak-ti come un mito o una leggenda.
L’energia corre attraverso di me e
rimbomba come un motore diesel in
prima, e per me ha solo una richiesta:
Vorresti essere così gentile da rivoltarti
compieta-mente, così che i tuoi polmoni,
il cuore e le viscere siano all’esterno, e
tutto l’universo all’interno? E ti spiace
fare lo stesso anche a livello emotivo ?
Il tempo si stravolge in questo spazio di
burrasca, e io vengo trasportata -
intorpid-ita, istupidita e attonita - in ogni
sorta di mondi, e provo le sensazioni più
intense: bruciore, gelo, odio, desiderio,
paura... Quando è tutto finito, mi alzo in
piedi barcollante e mi spingo fuori, nella
luce, in uno stato di fame feroce, di sete
disperata... Sono più assatanata di un
marinaio in licenza a terra per tre giorni,
e Richard è lì che mi aspetta, pronto a
farsi una risata e a provocarmi sempre
con la stessa domanda ironica: «Allora,
combinerai mai qualcosa di buono, mia
vorace Senza Fondo?».

Ma questa mattina, dopo aver sentito il


ruggito del leone -tu NON SAI
QUANTO È forte il mio amore!!!! -
sono uscita dalla grotta di meditazione
come una regina guerriera. Richard non
ha neanche avuto il tempo di
domandarmi se ero riuscita a
«combinare qualcosa di buono», perché
io l’ho subito guardato negli occhi e gli
ho detto: «Cosa fatta, mister».

«Prenditi un’ora di permesso» ha detto


Richard. «Dobbiamo festeggiare,
bambola. Ti porto in città e ti offro una
Thumbs-Up.»
La Thumbs-Up è una bibita indiana, una
specie di Coca-Cola, ma con una
percentuale di glucosio nove volte più
grande e il triplo di caffeina. Forse ci
sono anche delle metan-fetami-ne. Mi fa
vedere doppio. Spesso, durante la
settimana, io e Richard facciamo un giro
in città e ce ne dividiamo una -
un’esperienza decisamente forte, dopo la
purezza del cibo vegetariano dell'
ashram - sempre attenti a non toccare la
bottiglia con le labbra.

La regola di Richard per i soggiorni in


India è sensata: «Non toccare mai
nient’altro che te stesso».

Le nostre mete preferite in città sono il


tempio, dove ci fermiamo a rendere
omaggio, e la bottega del signor Panicar,
il sarto, che ci stringe la mano e ogni
volta ci dice: «Mi congratulo di
conoscerla!». Guardiamo le mucche che
si godono il privilegio di essere animali
sacri (penso che in realtà ne abusino e
occupino il centro della strada solo per
sottolineare il loro status), e i cani che si
grattano tormentosamente come se si
domandassero perché diavolo sono finiti
lì. Osserviamo le donne impegnate nei
lavori stradali che sollevano pietre sotto
il sole rovente e maneggiano il martello
pneumatico, scalze, così
misteriosamente belle nei loro sari
colorati, adorne di collane e
braccialetti. Ci rivolgono radiosi sorrisi
e io non riesco nemmeno vagamente a
capire come facciano. Come possono
essere felici facendo quel lavoro in-
fame in condizioni così terribili? Come
fanno a non svenire sotto quel sole
allucinante e con i martelli pneumatici in
mano? Lo domando al signor Panicar, il
sarto, e lui mi risponde che la gente dei
villaggi di questa parte del mondo è
abituata dalla nascita ai lavori più duri,
e che qui le persone non fanno altro che
faticare tutta la vita.

«E poi» aggiunge, come senza pensarci,


«da noi la vita non è lunga.»

è un villaggio povero, ovviamente, ma


non disperato, se si pensa agli standard
indiani. La presenza (e la carità) Ae\Y
ashram e la circolazione di un po’ di
valuta occidentale fanno la differenza.
Non che ci sia molto da comprare*
anche se a me e a Richard piace girare
per i negozi che vendono perline e
statuette. Ci sono alcuni abili venditori
del Kashmir che cercano sempre di
affibbiarci la loro mercanzia. Oggi, per
esempio, ce n’era uno che mi ha
inseguita domandando se proprio «la
signora» non voleva comprare un bel
tappeto «per la sua casa».

Richard ha riso. Si diverte, tra le altre


cose, a prendermi in giro perché sono
praticamente una senzatetto.
«Risparmia il fiato, fratello» ha detto al
venditore. «Questa “signora” non ha
pavimenti per i tuoi tappeti.»

Per niente turbato, il venditore ha


insistito: «La signora vuole forse un
tappeto da append-ere al muro?».

«Vedi» gli ha detto Richard, «il


problema è che la signora è anche a
corto di muri.»

«Ma ho un cuore coraggioso!» ho


proclamato per difendermi.

«E altre preziose qualità» ha aggiunto


Richard, premiandomi, per una volta,
con il lancio di quest’osso.
52
L’ostacolo più difficile da superare,
nella mia esperienza al-V ashram, non è
in realtà la meditazione; quella è
difficile, sì, ma non ti uccide. La cosa
che invece può anche ucciderti, e che
facciamo ogni mattina dopo la
meditazione e prima della colazione
(mio Dio, queste mattine sono davvero
lunghe) , è un canto chiamato la Guru
Gita. Richard lo chiama «la Gita». La
Gita mi mette in difficoltà. Non mi piace
per niente, non mi è mai piaciuta, fin
dalla prima volta in cui l’ho sentita
cantare nell’ashram sui monti Catskill.
Amo tutti gli altri canti e inni di questa
tradizione yogica, ma la Guru Gita mi
sembra lunga, tediosa, enfatica e, in una
parola, intollerabile. Questa è solo la
mia opinione, naturalmente; altra gente
sostiene di amarla, anche se non riesco a
immaginare il perché.

La Guru Gita è composta di 182 versi,


che devono essere declamati a voce
molto alta (e qualche volta faccio anche
questo), e ogni verso è un paragrafo di
impenetrabile sanscrito.

Dal preambolo al coro conclusivo,


l’esecuzione richiede un’ora e trenta
minuti. E, come vi dicevo, è prevista
prima della colazione, quando siamo già
reduci da un’ora di meditazione e venti
minuti di inno del mattino. La lunghezza
della Guru Gita è il motivo per cui
dobbiamo alzarci alle tre.

Non mi piace la musica di questo canto,


e non mi piacciono le parole. Ogni volta
che lo dico a qualcuno dell’ ashram, mi
sento rispondere: «Ma è così sacro!».
Sì, e lo è anche il Libro di Giobbe, ma
io non scelgo di cantarlo a voce alta
ogni mattina prima di colazione.

La Guru Gita ha sicuramente


un’ascendenza spirituale di tutto
rispetto: fa parte di un’antica scrittura
sacra di yoga chiamata Skanda Purana,
quasi completamente perduta tranne
pochi versi che sono stati tradotti dal
sanscrito. Come molte scritture yogiche,
è in forma di dialogo, un dialogo quasi
socratico che si svolge tra la dea Parvati
e il sommo, on-nicomprensivo dio
Shiva. Parvati e Shiva sono
l’incarnazione divina della creatività
(divinità femminile) e della coscienza
(divinità maschile). Lei è l’energia
generatrice dell’universo; lui è la
saggezza senza forma. Qualsiasi cosa
Shiva immagini, Parvati la porta in vita.
Lui sogna; lei materializza. La loro
danza, la loro unione (il loro yoga) è la
causa dell’universo e insieme la sua
manifestazione.

Nella Guru Gita, la dea chiede al dio i


segreti dell’appaga-mento terreno, e lui
glieli rivela.

Quest’inno mi infastidisce. Avevo


sperato che durante il mio soggiorno all
’ ashram avrei imparato ad amarlo. è
successo il contrario. Nel corso di
queste poche settimane, i miei sentimenti
nei confronti della Guru Gita sono
passati dalla semplice antipatia
all’autentica repul-sione. Adesso la
evito, al suo posto faccio cose che penso
siano molto più utili alla mia cres-cita
spirituale, come scrivere nel diario, o
fare una doccia, o telefonare a mia
sorella in Pennsylvania e domandarle
come stanno i bambini.

Richard il texano mi rimprovera sempre


perché non mi presento all’ora della
Gita. «Ho notato che questa mattina eri
assente» dice, e io: «Comunico con Dio
in altri modi», e lui:

«Restando a dormire, forse?».

Ma andarci serve solo ad agitarmi.


Fisicamente, intendo. Non mi sembra di
seguire il canto, ma di esserne
trascinata. Mi fa sudare, cosa molto
strana, perché io sono una di quelle
persone che hanno sempre freddo e, in
questa parte dell’india, in gennaio,
prima del sorgere del sole, fa freddo
davvero. Durante il canto, tutti sono
avvolti in coperte di lana e hanno il
berretto in testa, mentre io, man mano
che l’inno procede sempre più tedioso,
mi tolgo uno strato dopo l’altro,
schiumando come una bestia da soma.
Dopo la Guru Gita, esco dal tempio, e il
sudore evapora dalla mia pelle nell’aria
del mattino, come una nebbia,
un’orribile, verde nebbia fetida. La
reazione fisica è niente se paragonata al
nervosismo che s’impadronisce di me
mentre tento di cantare, senza riuscirci.
Riesco solo a gracchiare piena di
risentimento.

Ho detto che è lunga centottantadue


versi?

Qualche giorno fa, dopo una sessione


particolarmente irritante, ho deciso di
chiedere consiglio al mio insegnante
preferito - un monaco con un nome
sanscrito meravigliosamente lungo,
traducibile più o meno così: «Colui che
abita nel cuore del Signore che abita
dentro il suo stesso cuore». è un monaco
americano, di sessant’anni, intelligente e
colto. è stato pro-fessore di teatro
classico alla New York University, e ha
un’aria venerabile. Ha preso i voti
monastici trentanni fa. Mi piace perché è
una persona pratica e divertente. Una
volta, in un cupo momento di confusione
su David, gli ho confidato le mie
sofferenze amorose. Mi ha ascoltata
gentilmente, mi ha dato un consiglio
compassionevole, e poi mi ha detto:
«Adesso bacerò la mia tonaca». Ha
sollevato un lembo della tonaca color
zafferano e le ha dato un sonoro bacio.
Pensavo che si trattasse di un’arcana
usanza religiosa e gli ho domandato che
significato avesse.

Mi ha risposto: «Lo faccio ogni volta


che qualcuno viene da me per un
consiglio su questioni sentimentali.
Ringrazio Dio di essere un monaco, e di
non dover più combattere con queste
cose».

Quell’episodio mi ha dato la certezza di


potermi sempre confidare con lui, così
ho deciso di parlargli dei miei problemi
con la Guru Gita. Siamo andati a fare
una passeggiata nei giardini &e\Y
ashram, dopo cena; gli ho spiegato
quanto detestavo quell’inno e gli ho
chiesto se, da allora in poi, per favore,
poteva esonerarmi dal cantarlo. Il
monaco si è messo a rìdere e ha detto:
«Non devi cantarlo, se non vuoi. Qui
nessuno ti farà fare una cosa che non
vuoi fare».

«Ma tutti dicono che è una pratica


spirituale di vitale importanza.»

«Lo è. Ma non ti dirò che andrai


aH’inferno, se ti sottrai. La sola cosa
che ti dirò è che la tua guru è stata molto
precisa al riguardo - la Guru Gita è il
testo fondamentale del suo yoga, è forse
l’esercizio spirituale più importante,
dopo la meditazione. Se hai intenzione
di rimanere all’ ashram, la guru si
aspetta che tu ti alzi e venga a cantarlo
ogni mattina.»

«Non è per non alzarmi presto...»

«E allora, qual è il problema?»

Spiego al monaco perché non sopporto


la Guru Gita, e come mai mi sembra
tanto tortu-oso.

«Ehi, ma davvero ti basta parlarne per


contorcerti così?»

Era vero. Potevo sentire il sudore


freddo accumularsi sotto le ascelle. Ho
domandato:

«Non potrei impiegare quel tempo per


altre pratiche? Mi è capitato di andare
alla grotta di meditazione durante la
Guru Gita e riuscire a trovare una
vibrazione giusta...».

«Ah... Swamiji avrebbe inveito contro


di te, ti avrebbe chiamata “ladra del
canto altrui”, ti avrebbe accusata di
andare avanti con l’energia prodotta dal
lavoro degli altri. Ascolta, la Guru Gita
non è fatto per essere divertente. Ha una
funzione diversa. è un testo di una forza
inimmaginabile. è un difficile esercizio
di purificazione. Brucia le tue scorie, le
tue emozioni negative. E penso che stia
avendo un effetto positivo su di te, se hai
reazioni fisiche così forti mentre lo
canti. Può essere doloroso, ma è una
fonte di grandi benefici spirituali.»

«Ma come si fa a resistere, a mantenersi


motivati?»

«Be’, qual è l’alternativa? Mollare solo


perché la cosa sta diventando troppo
impegnativa?

Girare a vuoto tutta la vita, triste e


incompleta?»

«Che cosa dovrei fare?»

«Devi decidere da sola. Ma il mio


consiglio - dal momento che lo hai
chiesto - è che tu in-sista a cantare la
Guru Gita mentre sei qui, proprio perché
provoca in te una reazione così violenta.
è questa la sua funzione. Brucia il tuo
ego, lo trasforma in cenere. Non può non
essere un’impresa ardua,-Liz. E
inaccessibile alla comprensione
razionale. Tu starai all 'ashram solo
un’altra settimana, vero? Poi sarai libera
di viaggiare e divertirti. E allora,
cantalo ancora sette volte, e poi non
dovrai farlo mai più. Ricorda quello che
dice la nostra guru - devi essere come
uno studioso, uno scienziato che indaga
la propria esperienza spirituale. Non sei
qui come una turista o una giornalista;
sei una che cerca. E allora va’ ed
esplora.»

«E così non mi toglierà il cappio dal


collo?»

«Puoi togliertelo quando vuoi, il cappio,


Liz. è quel nonnulla che chiamiamo
libero arbit-rio.»

53
Così mi sono ripresentata la mattina
dopo, piena di buona volontà, e la Guru
Gita mi ha scaraventato a pedate giù per
una rampa di scale di cemento alta sei
metri... o almeno questa è stata la mia
sensazione. Il giorno dopo è andata
anche peggio. Mi sono svegliata
furibonda, e prima ancora di arrivare al
tempio, stavo già sudando, ribollendo,
grondando.

Continuavo a pensare: «è solo un’ora e


mezza - non c’è niente di così tremendo
che non per-metta di resistere un’ora e
mezza. Santo Dio, hai delle amiche che
hanno avuto un travaglio di quattordici
ore...». Ma il mio corpo era a disagio,
come se mi avessero fissata a una sedia
con la cucitrice. Mi sentivo investita da
proiettili di fuoco, tipo vampate da
menopausa, e pensavo che sarei svenuta
da un momento all’altro, o mi sarei
precipitata a mordere qualcuno nella
mia furia.
Ero fuori di me. Me la prendevo con
tutti, ma in particolare con Swamiji - il
maestro della mia guru, che aveva
istituito la regola della Guru Gita.

Swamiji era stato un inarrestabile


agitatore spirituale. Come san Francesco
d’Assisi, era nato da genitori ricchi e
tutti pensavano che si sarebbe occupato
dei prosperi affari di famiglia. Ma
quando era ancora un bambino, aveva
incontrato un santo in un piccolo
villaggio vicino al suo, e ne era rimasto
profondamente colpito. Ancora
adolescente, Swamiji aveva lasciato la
sua casa, vestito solo di un perizoma, e
aveva vissuto per anni da pellegrino,
visitando i luoghi sacri dell’india, in
cerca di un vero maestro spirituale. Si
dice che abbia conosciuto oltre sessanta
tra santi e guru, senza mai trovare il
maestro che voleva. Aveva patito la
fame, vagato a piedi, dormito all’aperto
durante le tempeste di neve
sull’Himalaya, si era preso la malaria,
la dissenteria - e aveva chiamato quegli
anni i più felici della sua vita, gli anni in
cui cercava qualcuno che gli mostrasse
Dio. Swamiji era diventato un Hatha
Yogi, un esperto in medicina e cucina
ayurvedica, un architetto, un giardiniere,
un musicista e uno spadaccino (questo
mi piace). Era arrivato alla mezza età e
ancora non aveva trovato un guru, finché
un giorno un saggio, nudo e folle, non gli
aveva detto di tornare a casa, e studiare
con il grande santo che aveva incontrato
da bambino.

Swamiji aveva obbedito, era tornato a


casa, ed era diventato il discepolo più
devoto di quel santo, trovando
finalmente l’illuminazione grazie alla
sua guida.

Swamiji stesso è poi diventato un guru.


Con il tempo, il suo ashram in India si è
ingrandito e dalle prime tre stanze in una
fattoria si è trasformato nel giardino
lussureggiante di oggi. In seguito
Swamiji ha avuto l’ispirazione e ha
cominciato a viaggiare in tutto il mondo
predic-ando la nascita di una
rivoluzione meditativa universale. è
arrivato in America nel 1970 e ha
sconvolto le menti di tutti. Concedeva la
divina iniziazione, o shaktipat, a
centinaia e migliaia di persone al
giorno. Aveva un potere immediato e
trasfigurante. Il reverendo Eugene Cal-
lender (un importante leader nella lotta
per i diritti civili, compagno di Martin
Luther King Juni-or, e tuttora pastore di
una chiesa battista a Harlem) ricorda di
aver conosciuto Swamiji negli anni
Settanta, e di essere caduto in ginocchio
esterrefatto davanti a lui, pensando fra
sé:

«Niente più chiacchiere, ci siamo...


Quest’uomo sa quello che c’è da
sapere».

Swamiji esigeva entusiasmo, dedizione,


autocontrollo. Rimproverava sempre
alle persone di essere jad, la parola
hindi per «inerti». Ha insegnato i più
antichi valori della disciplina ai suoi
giovani e spesso ribelli seguaci
occidentali. Non voleva che perdessero
tempo (il loro e quello degli altri) ed
energia con la leggerezza e il
libertinaggio hippie. Lanciava loro
addosso il suo bastone da passeggio, e
l’attimo dopo li abbracciava. Era
complicato, spesso controver-so, ma
aveva la stoffa del vero innovatore. In
Occidente oggi abbiamo accesso a molte
delle antiche scritture yogiche solo
perché Swamiji ha presieduto alla loro
traduzione, ridando vita a testi filosofici
da tempo dimenticati anche in gran parte
dell’india.

La mia guru era la più devota tra i


seguaci di Swamiji. Era letteralmente
nata per essere sua discepola; i suoi
genitori erano stati tra i primi a credere
nel maestro. Era solo una bambina, e già
era in grado di salmodiare fino a
diciotto ore al giorno, instancabile nella
sua devozione. Swamiji aveva
riconosciuto la potenziale forza della
sua fede, e l’aveva presa con sé quando
era ancora un’adolescente, come
traduttrice. La mia guru ha viaggiato per
tutto il mondo con lui, così attenta alla
persona del suo maestro da essere
capace di cogliere messaggi da ogni
parte del suo corpo, perfino dalle
ginocchia. Gli è succeduta nel 1982,
poco più che ventenne.

I veri guru si somigliano tra loro poiché


vivono tutti in un costante stato di
realizzazione di sé, ma ciascuno si
distingue dagli altri nelle caratteristiche
esteriori. Le differenze tra la mia guru e
il suo maestro sono profonde - lei è una
donna perspicace, laureata e poliglotta,
consapevole della sua professionalità;
lui era un vecchio leone dell’india del
sud, capriccioso e regale insieme. Per
una brava ragazza del New England
come me, è facile essere una seguace
della mia maestra, prima di tutto perché
è viva, poi perché ha una proprietà di
modi rassicurante, e infine perché è il
tipo di guru che porteresti a casa a
conoscere mamma e papà...

Swamiji, invece, era uno fuori del coro,


e fin da quando ho visto per la prima
volta le sue fotografie e ho sentito
parlare di lui, mi sono detta: «Sarà
meglio tenersi alla larga da questo
signore. Troppo grande. Troppo
inquietante».

Ma adesso che sono in India, nell'


ashram che era la sua casa, capisco di
volere solo Swamiji. L’unica persona
alla quale parlo nelle mie preghiere e
meditazioni è Swamiji. Il canale di
Swamiji trasmette per me ventiquattro
ore su ventiquattro. Qui sono nella
fornace di Swamiji e posso sentirlo
lavorare su di me. Anche se è morto, lo
sento vicino e presente. E il maestro di
cui ho bisogno quando sto lottando,
perché posso maledirlo e mostrargli tutti
i miei fallimenti e i miei difetti, e lui si
limita a ridere. Ridere, e amarmi. La sua
risata mi fa arrabbiare ancora di più, e
la rabbia mi spinge ad agire. E non mi è
mai tanto vicino come quando sono alle
prese con la Guru Gita e con i suoi
imperscrutabili versi in sanscrito. Litigo
con Swamiji nella mia testa, divento
insolente, gli urlo contro: «Mi auguro
che tu faccia qualcosa per me, visto che
io sto facendo questo per te! è ora che io
veda qualche risultato! Spero che sia
davvero “purificante”, altrimenti...!».
Ieri, quando mi sono resa conto che
eravamo solo al venti-cinquesimo verso,
e io già scalpitavo e sudavo (e nemmeno
come un essere umano, ma piuttosto
come potrebbe sudare un formaggio), mi
sono così infuriata che sono esplosa a
voce alta: «Tu mi stai prendendo in
girol». Alcune donne, allarmate, si sono
voltate a guardarmi, aspettandosi di
vedere la mia testa ruotare di
trecentosessanta gradi sul collo, come
fossi posseduta.

In certi momenti riaffiora il ricordo di


Roma, delle mattine oziose, dei cornetti
con il cap-puccino, della quieta lettura
del giornale...

Com’era bello.

E come sembra lontano adesso.

54
Questa mattina ho dormito fino all’ora
blasfema delle quattro e un quarto - che
equivale a dire che sono una vera
cialtrona! Mi sono svegliata solo pochi
minuti prima dell’inizio della Guru Gita,
mi sono costretta senza entusiasmo ad
alzarmi dal letto, mi sono sciacquata la
faccia, mi sono vestita - infastidita,
irascibile e astiosa - e stavo per lasciare
la mia stanza, nel buio pesto che precede
l’alba... quando ho scoperto che la mia
compagna di stanza, uscendo, mi aveva
chiusa dentro a chiave.

Non so come sia successo. Non è una


stanza così grande, come ha fatto a non
notare che stavo ancora dormendo nel
letto accanto al suo? È una donna
responsabile e pratica, un’australiana
madre di cinque figli. Non è nel suo
stile. Eppure è successo. Mi ha chiusa
nella stanza - con tanto di lucchetto!

Il mio primo pensiero è stato: «Se


cercavo una scusa per non andare alla
Guru Gita, questa è davvero perfetta». Il
secondo pensiero... Be’, più che un
pensiero, è stata un’azione: sono saltata
giù dalla finestra.

A voler essere precisa, ho scavalcato la


ringhiera, tenendomi aggrappata con le
mani su-date, sono rimasta appesa nel
buio, a due piani di altezza, e solo allora
mi sono posta la ragionevole domanda:
«Perché stai saltando giù da questo
edificio?». Con fredda e orgogliosa
determinazione mi sono risposta: devo
arrivare alla Guru Gita, Ho lasciato la
presa e con un volo di cinque metri
nell’oscurità sono finita sul marciapiede
di cemento sotto di me; nella caduta ho
urtato qualcosa che mi ha strappato una
lunga striscia di pelle sullo stinco
destro, ma non me ne importava niente.
Mi sono rialzata e sono corsa al tempio,
scalza, con il cuore che mi pulsava nelle
orecchie. Ho trovato un posto, ho aperto
il libro proprio mentre il canto
incominciava e, con il sangue che mi
colava dalla ferita lungo la gamba, mi
sono messa a cantare.

Ho ripreso fiato dopo qualche verso e


solo a quel punto si è fatto vivo il mio
consueto pensiero mattutino: «Non
voglio stare qui». Swamiji è scoppiato a
ridere nella mia testa e ha detto: «è
buffo che tu lo pensi, quando hai fatto di
tutto per venirci...».

«Hai vinto» gli ho risposto.


Sono rimasta seduta, cantando,
sanguinando e pensando che era arrivata
l’ora di cambiare il mio atteggiamento.
La Guru Gita è un inno d’amore, e così
va inteso, ma finora qualcosa mi aveva
impedito di offrire sinceramente
quell’amore. Ho capito che avevo
bisogno di trovare qualcosa - o qualcuno
- cui dedicare il mio canto, per trovare
il punto dove si nascondeva in me
l’amore puro. Al ventesimo verso l’ho
trovato, ed era Nick.

Nick è il mio nipotino, un bambino di


otto anni magrolino paurosamente
intelligente, spaventosamente acuto,
sensibile e complicato. Quando è nato
era l’unico bambino che non piangeva,
ma si guardava intorno con
un’espressione da adulto saggia e
preoccupata, come se avesse vissuto
l’esperienza altre volte e non fosse
sicuro di volerci riprovare. Per Nick la
vita non è mai semplice, lui sente, vede
e percepisce ogni cosa con straordinaria
intensità, e qualche volta può essere
sopraffatto dalle emozioni al punto da
comportarsi in un modo che ci esaspera
tutti. Voglio un bene profondo a Nick, e
provo per lui un forte senso di
protezione.

Mi sono accorta - facendo il calcolo


delle ore di differenza con la
Pennsylvania - che quello era il
momento in cui lui di solito va a
dormire, e ho cantato la Guru Gita al
mio nipotino, per aiutarlo ad
addormentarsi. Qualche volta Nick non
riesce a prendere sonno perché non
riesce a mettere in pace la sua mente.
Gli ho dedicato quelle parole di
devozione. Ho cercato di trasferire nella
mia nenia le cose che avrei voluto
insegnargli sulla vita. Ho provato a
rassicurarlo con il pensiero, dicendogli
che se il mondo qualche volta è duro e
ingiusto, lui non deve temere perché è un
bambino protetto e amato, circondato
dalle anime di chi gli vuole bene e
farebbe qualsiasi cosa per aiutarlo. E gli
ho detto che anche in lui ci sono le virtù
della pazienza e della saggezza, solo che
sono sepolte nel profondo del suo essere
e si riveleranno con il tempo,
accompagnandolo in ogni prova. Sono
riuscita a parlare al suo cuore grazie
alle antiche parole sanscrite, e intanto
sulla faccia mi scorrevano lacrime
rinfrescanti. Prima che potessi
asciugarle, la Guru Gita era finita.
Un’ora e mezza. Mi sembrava che
fossero passati dieci minuti. Nick mi
aveva aiutato a superare la fatica. La
piccola anima che avevo voluto
soccorrere aveva in realtà soccorso me.

Sono andata al tempio e mi sono chinata


fino a terra in segno di gratitudine al mio
Dio, al potere rivoluzionario
dell’amore, a me stessa, alla mia guru e
a mio nipote, e ho sentito subito, in ogni
mia cellula (non con l’intelletto), che
non c’è differenza tra queste parole, o
queste idee, o queste persone. Poi sono
entrata nella grotta della meditazione,
saltando la colazione, e vi sono rimasta
per quasi due ore, immobile ma
vibrante.

Inutile dire che non ho più mancato il


mio appuntamento con il Guru Gita,
diventata tra gli esercizi spirituali aal'
ashram. Naturalmente, Richard il texano
non ha mai smesso di prendermi in giro
per il salto dalla finestra, e ogni sera
dopo cena mi ripeteva: «Ci vediamo
alla Gita, domani, eh? E questa volta, mi
raccomando, usa le scale!». Ho
telefonato a mia sorella la settimana
successiva, e lei mi ha detto che -
inspiegabilmente - da qualche giorno
Nick non aveva più difficoltà ad
addormentarsi. E poco tempo dopo,
leggendo nella biblioteca sll'

ashram un libro sul santo indiano Sri


Ramakrishna, mi sono imbattuta nella
storia di una donna che un giorno, al
cospetto del maestro, aveva ammesso di
avere dei dubbi sulla propria fede e sul
proprio amore per Dio. Il santo le aveva
chiesto: «Non c’è niente che ami?».

La donna aveva risposto di amare il


nipote più di ogni altra cosa al mondo, e
il santo le aveva detto: «Ecco, lui è il
tuo Krishna, il tuo diletto. Nella tua
devozione a tuo nipote renderai servizio
a Dio».

Ma la cosa più incredibile è successa lo


stesso giorno che ho scavalcato la
ringhiera del balcone. Quel pomeriggio
ho visto Delia, la mia compagna di
stanza. Le ho raccontato che mi aveva
chiusa in camera con il lucchetto. Era
inorridita. Ha detto: «Non capisco come
ho potuto, anche perché stamattina mi sei
venuta in mente diverse volte. Ieri notte
ho fatto un sogno molto vivido, in cui
c’eri tu. Non sono riuscita a smettere di
pensarci».

«Raccontamelo» le ho chiesto.
«Ho sognato che stavi bruciando e anche
il tuo letto stava bruciando. Io mi sono
avvicinata per aiutarti ma ormai tu eri
solo cenere bianca».

55
è stato in quel momento che ho deciso di
restare all’ashram. Non era nei miei
piani.

All’inizio volevo restare giusto il tempo


necessario a capire che cos’è
un’esperienza trascendentale, e poi
continuare a viaggiare in India... alla
ricerca di Dio... Avevo portato con me
mappe, guide, scarponi da escursionista,
tutto il necessario. C’erano templi,
moschee e santoni che non vedevo l’ora
di visitare... Insomma, è l’india! C’è
così tanto da vedere e da sperimentare,
qui! Avevo da percorrere tanta strada,
volevo entrare nei templi famosi, andare
a dorso d’elefante e di cammello. E
dovevo assolutamente vedere il Gange,
il grande deserto del Raja-sthan, le
pazzesche sale cinematografiche di
Mumbai, le vette del-l’Himalaya, le
antiche piantagioni di tè, i risciò di
Calcutta che gareggiano l’uno con l’altro
come le bighe di Ben Hur. E, in marzo,
avevo persino programmato di
incontrare il Dalai Lama, a nord, a
Daram-sala. Avevo sperato nei suoi
insegnamenti su Dio.
Ma stazionare in un piccolo ashram, con
vicino solo un villaggio e poi più nulla -
no, non era certo nei miei piani.

Eppure i maestri zen dicono che non


puoi vedere la tua immagine riflessa
nell’acqua che scorre, ma solo
nell’acqua ferma. E in effetti qualcosa
mi diceva che sarebbe stato un atto di
negligenza spirituale fuggire proprio ora
che, in quell’angolo raccolto dove ogni
istante era dedicato all’esplorazione di
se stessi e alla pratica devozionale, mi
stava succedendo qualcosa di tanto
importante. Avevo davvero bisogno di
prendere treni e parassiti intestinali, in
compagnia di viaggiatori con zaino e
sacco a pelo? Non potevo rimandare?
Incontrare il Dalai Lama un’altra volta?
E il mio passaporto non era già fitto di
timbri come il corpo della Donna
Tatuata? E viaggiare mi avrebbe poi
davvero avvicinata alla rivelazione del
divino?

Non sapevo cosa fare. Ci ho pensato per


un giorno. Come al solito, Richard il
texano ha avuto l’ultima parola.
«Fermati, Liz» mi ha detto. «Hai tutta la
vita per fare la turista. Il tuo viaggio di
adesso è spirituale. Non puoi fuggire
quando conosci solo una parte delle tue
po-tenzialit... Dio ti ha rivolto un invito,
non rifiutarlo.»

«E le meraviglie dellTndia? Non è un


peccato attraversare mezzo mondo per
starsene tutto il tempo in un piccolo
ashram?»

«Bella mia, se mi prometti che per i


prossimi tre mesi andrai ogni giorno a
posare il tuo bianco culo di giglio nella
grotta della meditazione, io ti giuro che
vedrai tali meraviglie che il Taj Mahal
ti sembrerà robaccia.»

56
Questa mattina, mentre meditavo, mi
sono sorpresa a pensare a quale sarà la
città dove vivrò al mio ritorno negli
Stati Uniti.
Non voglio tornare a New York per
riflesso condizionato. Vorrei conoscere
una nuova città, invece. Dicono che
Austin sia piacevole. Chicago ha
bellissimi esempi di grande architettura.
E inverni orribili. Ma perché non
trasferirmi all’estero? Ho sentito parlare
bene di Sidney... Se scegliessi una città
meno cara di New York, potrei
permettermi un appartamento più grande,
con una stanza per la meditazione!
Sarebbe bello. Potrei dipingerla d’oro.
O forse di un azzurro intenso. No, oro.
No, azzurro...

Sorprendendomi in questa catena di


pensieri, mi sono spaventata e ho
riflettuto: Ma come? Sei in India, in un
ashram che è meta di pellegrinaggio da
tutto il mondo e, invece di cercare di
entrare in contatto con il divino, stai
pensando a dove mediterai tra un anno,
in quale casa, in quale città. Ma sei
stupida? 0 incapace?Perché non cerchi
di meditare qui e adesso, nel luogo dove
ti trovi ?

Ho ripetuto tra me il mantra. Ma subito


mi sono interrotta di nuovo. Non era
molto amorevole chiamarsi «stupida» e
«incapace». Poi, un momento dopo,
eccomi di nuovo a immaginare la mia
futura stanza di meditazione tutta d’oro.

Ho aperto gli occhi e ho sospirato.


Possibile che non possa fare di meglio?
La sera stessa ho tentato una strada
nuova. All'ashram ho conosciuto una
donna che ha studiato la Vipassana, una
tecnica di meditazione buddhista
rigorosa, essenziale e intensiva.

Consiste praticamente nello stare seduti.


Un corso introduttivo di Vipassana dura
dieci giorni, stai seduto in silenzio dieci
ore al giorno, in sessioni che ne durano
due o tre. è la trascendenza intesa come
«sport estremo». Il maestro Vipassana
non insegna un mantra: signi-ficherebbe
barare. Bisogna invece essere puri
contemplatori dell’attività della propria
mente, osservare il corso dei propri
pensieri individuandone il ritmo e la
cadenza, e tutto senza muovere un
muscolo.

La cosa, come immaginerete, è


fisicamente estenuante. Devi sedere e
ripeterti: «Non hai motivo di muoverti
per le prossime due ore». Se provi
disagio, devi rifletterci sopra,
osservando gli effetti del dolore fisico
su di te. Se normalmente, nella vita, ci
agitiamo intorno ai problemi per cercare
di sopportarne le conseguenze fisiche e
psicologiche, eludendone l’evidenza, la
meditazione Vipassana ci insegna invece
a capire che il dolore e il disagio sono
inevitabili, e solo stando fermi è
possibile raggiungere la serena
consapevolezza che con il tempo tutto (il
brutto come il bello) passa.
«Declino e morte sono le malattie del
mondo, per questo il saggio, che sul
mondo la sa lunga, non prova dolore»
recita un vecchio insegnamento
buddhista. In altre parole: facci il callo.

Non penso che la tecnica Vipassana sia


il percorso adatto a me. è troppo austera
rispetto alla mia nozione di pratica
devozionale, che normalmente riguarda
la compassione e l’amore, le farfalle e
la beatitudine, e un Dio amichevole
(secondo quella che il mio amico
Darcey chiama «teologia da pigiama
party»). Nella meditazione Vipassana
non si parla nemmeno di
«Dio», dal momento che tale nozione è
considerata da alcuni buddhisti fonte di
dipendenza psicologica, al pari di una
rassicurante copertina, l’ultima cosa che
tiene legati alla sfera terrena sul
cammino verso il distacco.

Ora, io non vado molto d’accordo con la


parola «distacco», poiché ho incontrato
persone alla ricerca della spiritualità
che sembravano vivere nell’assenza di
qualsiasi contatto emotivo con gli altri
esseri umani, e quando parlavano della
necessità del distacco mi facevano
venire voglia di urlare: «Amici, è
Vultima cosa che avete bisogno di
praticare!».
Tuttavia, capisco che un certo distacco
intelligente, nella vita, possa tornare
utile. Ho cominciato anche a pensare a
quanto tempo ho perso in passato a
boccheggiare come un grosso pesce,
senza mai prendere le cose di petto o, al
contrario, accorrendo dovunque si
trovasse il piacere. E mi sono
domandata se non sarebbe un vantaggio
per me (e per quelli che si arrischiano
ad amarmi) imparare a stare ferma e a
non lasciarmi sempre trascinare sulla
strada accidentata delle circostanze.

Questi interrogativi mi sono affiorati


alla mente l’altra sera, su una panchina
tranquilla nei giardini dell’ashram, ed è
stato allora che ho deciso di provare per
un’ora la meditazione stile Vipassana.
Nessun movimento, nessuna agitazione,
neanche un mantra - solo
contemplazione. Vediamo che cosa
viene fuori, ho pensato. Sfortunatamente,
avevo dimenticato che cosa «viene
fuori» in India al tramonto: le zanzare.
Appena seduta su quella panchina,
nell’ora magnifica del crepuscolo, le ho
sentite arrivare, sfiorarmi la faccia e
posarsi - in un as-salto di gruppo - sulla
mia testa, sulle caviglie e sulle braccia.
E ho sentito le loro feroci, piccole
punture. Che fastidio. Ho pensato: «Non
è un buon momento per la meditazione
Vipassana».

D’altra parte, qual è un buon momento


della giornata, o della vita, per sedersi
immobili e distaccati? Quando non c’è
qualcosa che ci ronza intomo, cercando
di distrarci e farci muovere? Così ho
preso una decisione (di nuovo ispirata
dalle indicazioni della mia guru, che ci
esorta a diventare osservatori scientifici
della nostra stessa esperienza interiore):
mi sono riproposta di restare seduta
comunque, ferma per un’ora, senza
scacciare gli insetti o lament-armi... In
fondo che cos’è un’ora, in una vita?

Immobile come una statua, mi sono vista


divorare dalle zanzare. E se una parte di
me si domandava il senso di
quell’esperimento masochista, l’altra
sapeva che quello era il tentativo di una
principiante di esercitare il dominio su
se stessa.

Se fossi riuscita a restare seduta fino


alla fine, sopportando quel disagio, che
in fondo non era mortale, quali altri
disagi sarei stata in grado di sostenere
un giorno? E che dire degli im-pacci
emotivi, che per me sono un problema
anche più grande? Avrei imparato a
tollerare la gelosia, la rabbia, la paura,
la delusione, la solitudine, la vergogna,
la noia?

Il prurito all’inizio era intollerabile, ma


poi è confluito in una più generale
sensazione di bruciore, che sono riuscita
a trasformare in una lieve euforia.
Proprio così: ho fatto in modo che il
dolore si svincolasse dalle sue
associazioni tipiche e si riducesse a
nient’altro che una sensazione - né buona
né cattiva, solo intensa. Quell’intensità
mi ha sollevata, mi ha staccata da me
stessa, lasciandomi meditare in santa
pace. Sono rimasta in quello stato per
due ore.

Se un uccello si fosse posato sulla mia


testa, non me ne sarei accorta.

Riconosco che non stiamo parlando di


chissà quale grande atto di stoicismo, di
quelli da medaglia d’onore del
Congresso. Ma è stato quasi esaltante
realizzare che in trentaquattro anni non
mi era mai capitato di non tentare di
uccidere una zanzara che mi stesse
pungendo.

Di fronte al dolore o al piacere, grandi o


piccoli che fossero, ho sempre reagito,
come un pupazzo a molla. Questa volta
non avevo risposto a un impulso.
Nessuna reazione. Una piccola cosa,
certo, ma sempre un primo passo. Il
problema, piuttosto, è: di fronte a
difficoltà più grandi, sarò in grado di
ripetere l’esperienza?

Quando sono tornata nella mia stanza ho


valutato il danno. Ho contato circa venti
punture di zanzara. Ma dopo mezz’ora si
erano ridotte. Tutto passa. Alla fine,
tutto passa.

57
La ricerca di Dio comporta un
capovolgimento del normale ordine
delle cose del mondo: ci allontaniamo
da quello che ci attrae e ci addentriamo
in quello che è difficile. Abbandoniamo
le rassicuranti abitudini quotidiane con
la speranza (solo la speranza! ) che
qualcosa di più grande ci sarà offerto in
cambio di quello cui abbiamo
rinunciato. Ogni religione si basa su
questo presupposto: per essere un bravo
discepolo devi alzarti presto e pregare il
tuo Dio, coltivare le tue virtù, essere
buono con il prossimo, rispettare te
stesso e gli altri, controllare i tuoi
impulsi. Tutti siamo d’accordo che
sarebbe più facile continuare a dormire
- e molti di noi lo fanno - ma da millenni
c’è chi la pensa diversamente e si alza
prima dell’alba, si lava la faccia e va a
pregare. E si sforza di rimanere fedele
ai precetti del suo credo per il resto
della sua folle giornata...

Le persone veramente religiose


osservano i loro riti senza chiedere in
cambio la garanzia di un risultato.
Eèvero che molti testi sacri e molti
sacerdoti non fanno che promettere
ricom-pense per le nostre buone azioni
(o castighi per le cattive), ma anche
credere a questo scambio è un atto di
pura fede, perché nessuno dei giocatori
sa veramente come va a finire la partita.
Le richieste della fede sono dei veri e
propri «salti», perché accettare la
nozione di divinit significa spiccare un
grande balzo dal razionale
all’imperscrutabile. Se conoscessimo in
anticipo le risposte sul senso della vita,
sulla natura di Dio e sul destino delle
nostre anime, credere non sarebbe un
«salto», né un coraggioso gesto di
umanità; sarebbe solo... una polizza
assicurativa.

E a me il settore assicurativo non


interessa. Sono stanca di essere una
scettica, sono infastidita dalla prudenza
spirituale e il dibattito empirico mi
annoia a morte. Non potrebbe im-
portarmene meno di prove,
dimostrazioni e garanzie. Voglio solo
Dio. Voglio Dio dentro di me. Voglio
che circoli liberamente nel mio sangue,
come i raggi di sole penetrano
nell’acqua.

58
Le mie conversazioni con Dio stanno
diventando più meditate e specifiche.
Ho pensato che non serve a niente
mandare nell’universo preghiere sciatte,
come facevo nei primi tempi M'ashram.
Una mattina, addirittura, ho avuto la
faccia tosta di mormorare rivolta al mio
Creatore: «Uffa, non so neanch’io di che
cosa ho bisogno... Ti viene in mente
niente?».

Esattamente quello che direi al mio


parrucchiere.

M’immagino che Dio, di fronte a una


preghiera così approssimativa, abbia
alzato un sopracciglio, non trovando di
meglio che rispondere: «Mia cara,
chiamami quando ti sarai decisa a fare
sul serio».

è logico che Dio sappia già di che cosa


ho bisogno. La questione è: io lo so?
Buttarsi disperate e impotenti ai piedi di
Dio va benissimo, ma è probabile che si
traggano maggiori vantaggi prendendo
anche qualche iniziativa autonoma. C’è
una barzelletta italiana che racconta di
un povero che va in chiesa e prega la
statua di un santo: «Ti prego, ti prego...
fammi vincere la lotteria!». La cosa si
ripete per mesi. Alla fine la statua,
esasperata, prende vita e dice:
«Figliolo, ti prego, ti prego... compra il
biglietto!».

La preghiera richiede la collaborazione


di due parti: a ciascuna tocca metà del
lavoro. Se voglio una trasformazione,
devo almeno impegnarmi a formulare
chiaramente la mia richiesta. Altrimenti
i miei appelli saranno privi di
consistenza, come una nebbia fredda,
che fa fatica a sollevarsi. Adesso, ogni
mattina, prima di pregare, rifletto sulle
caratteristiche specifiche di quello che
voglio chiedere. M’inginocchio nel
tempio, con la fronte sul marmo freddo,
e non me ne vado finché non riesco a
formulare una preghiera sincera. Mi
sforzo anche affinché le mie preghiere
non diventino stantie e ripetitive. è lo
sforzo di restare vigile: solo così posso
assumermi a pieno il ruolo di tutore
della mia anima.

Anche il destino, per me, va considerato


come un rapporto tra due parti - un gioco
di equilibrio fra grazia divina e forza di
volontà. Ciascuno ha il controllo di una
metà del proprio destino; quella metà è
nelle sue mani, e le sue azioni avranno
conseguenze misurabili. L’essere umano
non è una marionetta in mano agli dèi, né
è completamente artefice del proprio
destino; è un po’ le due cose insieme.
Siamo come acrobati in bilico tra due
cavalli che corrono fianco a fianco - un
piede sul cavallo chiamato «fato»,
l’altro sul cavallo chiamato «libero ar-
bitrio». E la domanda che dobbiamo
porci ogni giorno è: qual è l’uno e qual è
l’altro? Di quale cavallo devo smettere
di preoccuparmi, perché comunque non
è controllabile, e su quale devo
concentrarmi, per dirigermi verso la
meta?

Quello che voglio dire è che, mentre


molte cose del mio destino sono
imperscrutabili, ce ne sono altre sotto la
mia giurisdizione. Ci sono biglietti della
lotteria che posso comprare per
aumentare le possibilità di vittoria.
Posso decidere come passare il tempo,
con chi interagire, con chi condividere il
mio corpo, la mia vita, i miei soldi e la
mia energia. Posso scegliere di che cosa
nutrirmi, che cosa leggere o studiare.
Posso scegliere le parole e il tono di
voce con cui parlo con gli altri. Posso
decidere come valutare le circostanze
sfortunate della mia vita -

se vederle come maledizioni o come


opportunità. E, soprattutto, posso
scegliere i miei pensieri.
Quest’ultimo concetto è per me
radicalmente nuovo. è tato Richard il
texano a suggeri-rmelo quando mi sono
lamentata della mia incorreggibile
tendenza a rimuginare. Mi ha detto:

«Senza Fondo, devi imparare a scegliere


i tuoi pensieri, proprio come ogni giorno
scegli i vestiti da mettere. è in tuo
potere. Se ti piace tanto avere il dominio
della tua vita, lavora sulla mente. è
l’unica cosa su cui puoi tentare di
esercitare un controllo. Il resto lascialo
perdere.

Se non domini i tuoi pensieri, sarai


sempre nei guai».
Si direbbe un’impresa impossibile.
Controllare i propri pensieri':' Invece
del contrario? Non si è mai visto. Al
massimo, pensavo, puoi tentare di
reprimere o negare quelli spiacevoli.
Invece Richard sostiene che dobbiamo
ammettere l’esistenza dei pensieri
negativi, capire da dove arrivano e
perché, e poi - con magnanimità e
coraggio - liquidarli. Lasciarli andare è
un sacrificio: significa rinunciare a
vecchie abitudini, a rassicuranti rancori
e agli altri atteggia-menti che hanno fatto
di noi i protagonisti di familiari vignette.
Ci vogliono tanto esercizio e tanto
impegno. Bisogna essere sempre vigili,
e io voglio esserlo. Ho bisogno di farlo,
per diventare più forte. Devo farmi le
ossa, come si dice in italiano.

E così ho cominciato a sorvegliare la


mia mente e a ripetermi almeno
settecento volte al giorno queste parole:
«Io non sarò più il porto di pensieri
malati». Ogni volta che le solite idee
autodenigratorie tornano a farsi vive, il
mio voto mi soccorre. Io non sarò più il
porto di pensieri malati. La prima volta,
alla parola «porto», il mio orecchio
interiore si è drizzato. Un porto è un
rifugio, un luogo dove si entra. Mi sono
raffigurata il porto della mia mente - un
po’ mal-concio, vessato dalle tempeste,
ma accogliente e in buona posizione. Il
mio porto è una baia profonda, l’unico
accesso all’isola del mio Io (una
giovane isola vulcanica, d’accordo, ma
fer-tile e rigogliosa). Sull’isola è stata
combattuta qualche guerra, è vero, ma
adesso ci stiamo impegnando per la
pace, perché il nuovo capo del governo
(cioè io) ha introdotto drastiche misure
di protezione. Adesso - e fate in modo
che la voce circoli per i sette mari - il
permesso di entrare nel porto viene
concesso solo in rare occasioni.

Le navi appestate cariche di pensieri


offensivi, le navi negriere cariche di
pensieri sot-tomessi, le navi da guerra
cariche di pensieri esplosivi - tutte
saranno respinte. E anche i pensieri che
si comportano come esuli arrabbiati, o
contestatori, o ammutinati, o prostitute, o
lenoni, o clandestini sediziosi -anche
loro sono banditi.

Persino i missionari saranno interrogati.


La loro sincerità sarà messa alla prova.
Il mio è un porto pacifico, la via
d’accesso a un’isola bella e orgogliosa,
che solo ora sta cominciando a coltivare
la tranquillità. Se osserverete le nuove
leggi, cari pensieri, sarete benvenuti
nella mia mente - altrimenti, vi ributterò
nel mare da cui venite.

E la mia missione, e lo sarà per sempre.

59
Sono diventata amica di Tulsi, una
ragazza indiana di diciassette anni che
lava con me i pavimenti del tempio.
Ogni sera facciamo insieme una
passeggiata nei giardini dell’ashram, e
parliamo di Dio e di musica hip-hop,
due argomenti a lei ugualmente cari.
Tulsi è la ragazza indiana versione
«topo di biblioteca» più carina che si
sia mai vista, ed è ancora più carina da
quando una lente dei suoi specs (come
chiama, in inglese, gli occhiali) la
scorsa settimana si è rotta in un
fumettistico disegno a tela di ragno che
non le ha impedito di continuare a
portarli. Tulsi è per me tante cose
interessanti ed esotiche tutte insieme:
un’adolescente, un ragazzaccio, una
ragazza indiana, una ribelle, un’anima
con una gran cotta per Dio. Parla un
delizioso, aggraziato inglese - il tipo
d’inglese che puoi sentire solo in India,
frammisto di esclamazioni tipiche
dell’epoca coloniale, come «Splendidi»
e «Nonsense!», e in grado di produrre
frasi magniloquenti come: «Arreca
grande beneficio camminare sull’erba al
mattino, quando la rugiada si è già
depositata, perché aiuta ad abbassare in
modo naturale e piacevole la
temperatura corporea». Quando una
volta le ho detto che sarei andata a
Mumbai per una giornata, Tulsi mi ha
avvertita: «Per favore, mantieniti
prudente, perché troverai molti autobus
in corsa».

Ha esattamente la metà dei miei anni, e


praticamente è la metà di me.

Durante le nostre passeggiate abbiamo


parlato anche di matrimonio. Tulsi
compirà presto diciotto anni, e diventerà
ufficialmente una candidata. Dovrà
partecipare ai matrimoni di diverse
famiglie, indossando il sari, come le
donne adulte. Una gentile Amma (zia)
verrà a sedersi vicino a lei e comincerà
a rivolgerle qualche domanda per
conoscerla meglio: «Quanti anni hai? Da
che famiglia provieni? Che lavoro fa tuo
padre? A quali università manderai la
domanda di ammissione? Che interessi
hai? Quand’è il tuo compleanno?».
Nella fase successiva il padre di Tulsi
riceverà per posta una grande busta con
la foto del nipote della donna, studente
di informatica a Delhi, il suo oroscopo e
i suoi voti all’università, e l’inevitabile
domanda: «Potrebbe vostra figlia avere
interesse a sposare questo ragazzo?».

Tulsi dice: «è uno schifo».

Ma per una famiglia indiana il


matrimonio dei figli è molto importante.
Tulsi ha una zia che si è appena rasata la
testa in segno di ringraziamento a Dio
perché la figlia maggiore - alla gi-
urassica età di ventotto anni - si è
finalmente sposata. Ed era una ragazza
difficile da maritare, per molti motivi.
Ho domandato a Tulsi che cosa rende
una ragazza indiana «difficile da
maritare». E lei mi ha risposto che le
ragioni possono essere diverse: «Se ha
un cattivo oroscopo... Se è troppo
vecchia... Se ha la pelle troppo scura...
Se è troppo istruita, e non si riesce a
trovare un uomo di livello superiore al
suo - problema sempre più diffuso... O
se ha avuto una relazione con qualcuno,
e tutta la comunità lo sa... Ecco, questa è
una delle condizioni peggiori...».

Scorro mentalmente la lista di Tulsi,


cercando di capire quanto sarei
«maritabile» nella societ indiana. Non
so se il mio oroscopo sia buono o
cattivo, ma sono decisamente troppo
vecchia, e probabilmente troppo istruita,
e la mia condotta morale è notoriamente
pessima... Non sono una candidata molto
attraente. Però ho la pelle chiara, unico
punto a mio favore.

La settimana scorsa si è sposata una


cugina di Tulsi. Prima di andare al
matrimonio, Tulsi mi ha ripetuto quanto
detesti queste cerimonie. Tutti quei balli
e quei pettegolezzi, l’abbigliamento
formale... Tulsi preferisce stare
all'ashram a meditare e a pulire
pavimenti.

Nessuno nella sua famiglia la capisce; la


sua devozione va oltre quello che
considerano normale. «Nella mia
famiglia» ha spiegato «mi hanno già
messa da parte. Sono troppo diversa.

Pensano che sia di quelle che fanno


sempre il contrario del loro dovere. Per
di più mi arrabbio facilmente, e non mi
impegno nello studio. Anche se adesso
lo farò, perché all’università po-tr,
decidere da sola quel che mi interessa.
Voglio studiare psicologia, proprio
come la nostra guru. A casa mi
considerano una ragazza diffìcile perché
voglio sapere le ragioni di un ordine
prima di eseguirlo. Mia madre mi
capisce di più, e mi spiega le cose
prima di farmele fare, ma mio padre no.
Le sue spiegazioni non mi convincono
molto. Qualche volta mi domando che ci
faccio in quella famiglia, perché non
somiglio a nessuno di loro...»

La cugina di Tulsi ha solo ventun anni.


Dopo di lei, si sposerà sua sorella
minore, che ha vent’anni. E poi toccherà
a Tulsi. Le ho domandato se ha voglia di
accasarsi e lei mi ha risposto con un
«Noooooooooooo...» così lungo che ha
superato il tramonto e i giardini davanti
a noi.

«Voglio vagabondare!» mi ha detto.


«Come te.»

«Sai, Tulsi, non ho sempre


“vagabondato”, come dici tu. Una volta
ero sposata.»

Mi ha guardata, attraverso gli occhiali


rotti, con un’espressione contrariata e
interrogativa, come se le avessi detto
che una volta ero bruna e cercasse di
immaginarselo. Alla fine, ha esclamato:
«Tu, sposata? Non ci credo».

«Ma è vero.»

«Sei stata tu a porre fine al


matrimonio?»

«Sì.»

«È davvero encomiabile. Adesso sembri


splendidamente felice. Ma, io... Come
sono arrivata qui...? Perché sono nata
indiana? È abominevole! Perché sono
finita in questa famiglia? Perché devo
andare a così tanti matrimoni?»

A quel punto, Tulsi si è messa a girare


su se stessa e a gridare, in preda alla
disperazione e a voce molto alta per gli
standard dell' ashram: «Voglio vivere
alle Hawaii!!!».

60
Anche Richard il texano è stato sposato.
Ha avuto due figli -adesso sono adulti e
vogliono bene al padre. A volte capita
che Richard nomini la ex moglie per
raccontare qualche episodio della loro
vita insieme, e lo fa sempre con affetto.
Io sono un po’ invidiosa, penso che
Richard sia fortunato a essere ancora
amico della ex moglie. è uno strano
effetto collaterale del mio terribile
divorzio: ogni volta che sento parlare di
coppie che si separano amichevol-
mente, sono gelosa. Peggio - sono
arrivata a pensare che un matrimonio
che finisce civil-mente sia romantico!
Tipo: «Oh, che dolcezza... devono
essersi amati così tanto...».

Così un giorno ho detto a Richard:


«Sembra che tu sia ancora affezionato
alla tua ex. Siete in buoni rapporti?».

«No... Figurati...» mi ha detto


allegramente. «Lei pensa che mi sia
cambiato il nome in

“figlio di puttana”! Ah-ah...»

Mi ha sorpreso che Richard la prenda


così alla leggera. Anche il mio ex marito
crede che io abbia cambiato nome... e a
me dispiace molto. Io me ne sono andata
e lui non ha voluto perdonarmi - questa è
una delle ferite più dolorose del mio
divorzio.

A nulla è valso che io abbia steso scuse


ai suoi piedi come tappeti o che mi sia
addossata tutte le colpe, o abbia
compiuto atti concreti per compensare la
mia partenza - lui non ha mai
riconosciuto le mie buone intenzioni, né
mi ha mai detto: «Ehi, sono così colpito
dalla tua generosità e dalla tua onestà
che voglio dirti che questo divorzio è
stato un vero piacere...». No, per lui non
avevo possibilità di redenzione. E
questo buco nero era ancora dentro di
me nei miei giorni all’ ashram. Anche
nei momenti di felicità e di esaltazione
(specialmente nei momenti di felicità e
di esaltazione) non riuscivo a
dimenticar-mene. Mi odia ancora,
pensavo, convinta che la sensazione del
suo odio mi avrebbe accompagnata per
sempre, senza sollievo.

Parlo spesso di queste cose con i miei


amici dell'ashram-la mia ultima
conoscenza è un idraulico della Nuova
Zelanda, uno che ha sentito dire che
sono una scrittrice e mi ha cercata per
dirmi che scrive anche lui. è un poeta
che ha recentemente pubblicato nel suo
Paese una incredibile autobiografìa
intitolata II cammino di un idraulico, in
cui parla del suo viaggio spirituale.
L’idraulico poeta neozelandese, Richard
il texano, il produttore di latticini
irlandese, la monella indiana Tulsi e
Vivian, una donna anziana con capelli
bianchi sottilissimi e occhi animati da un
umorismo incandescente (un tempo era
suora in Sud Africa) - costituiscono il
mio circolo di amici intimi, un gruppo di
personaggi pieni di vita, che non mi
sarei mai aspettata d’incontrare in un
ashram in India.

Un giorno, durante il pranzo,


chiacchieravamo tutti insieme del
matrimonio, e l’idraulico poeta
neozelandese ha detto: «Per me il
matrimonio è come un’operazione
chirurgica che cuce due persone
insieme, e il divorzio è una specie di
amputazione che impiega molto tempo a
guarire. Più a lungo sei stato sposato, o
più cruenta è stata l’amputazione, più è
difficile guarire».

Una buona spiegazione per le sensazioni


spiacevoli del mio «dopo divorzio», e
per la presenza di quell’arto fantasma
che va a sbattere dappertutto e fa cadere
gli oggetti dagli scaffali.

Richard il texano mi ha domandato se ho


intenzione di lasciare che il mio ex
marito condizioni il mio stato d’animo
per il resto della mia vita. Gli ho
risposto che non lo sapevo e che, a
essere sincera, stavo semplicemente
aspettando il giorno in cui mi avrebbe
perdonata e lasciata libera di andare per
la mia strada.

Il produttore di latticini irlandese ha


osservato che «stare ad aspettare che
arrivi quel giorno significa fare un uso
irrazionale del proprio tempo».

«Che cosa posso dirvi, ragazzi?» ho


ribattuto. «“Porto” il senso di colpa, un
po’ come altre donne portano il beige...»

L’ex suora cattolica (che deve saperla


lunga sul senso di colpa) la vedeva
diversamente.

«Il senso di colpa è solo un’illusione, è


il tuo ego che vuole farti credere nella
possibilità di un progresso morale. Non
cadere nella trappola, cara.»

«Quello che mi manda in bestia è


pensare, al modo in cui il mio
matrimonio è finito» riprendo. «Troppe
cose sono rimaste irrisolte. è una ferita
che non si rimargina.»
«Se è così che la vuoi vedere» ha detto
Richard, «non voglio rovinarti la
festa...»

«Uno di questi giorni le cose


cambieranno» ho detto. «Voglio solo
sapere come.»

Quando ci siamo alzati da tavola,


l’idraulico poeta mi ha passato un
biglietto. Mi chiedeva se potevamo
vederci dopo cena; voleva mostrarmi
una cosa. Ci siamo visti alle grotte della
meditazione. Mi ha fatto attraversare
Vashram, poi mi ha portato in un
edificio in cui non ero mai stata, ha
aperto con la chiave una porta, e mi ha
guidato al piano superiore.
Conosce il posto, mi sono detta, perché
ha il compito di aggiustare i
condizionatori d’aria, e ce ne sono
alcuni anche quassù. In cima alle scale
c’era una porta chiusa di cui cono-
scevava la combinazione. Da lì siamo
usciti sul tetto, su una bellissima terrazza
rivestita di frammenti di ceramica che
brillavano nella luce del crepuscolo
come uno specchio d’acqua.

Abbiamo attraversato la terrazza fino a


una piccola torre - un minareto.
L’idraulico poeta mi ha mostrato
un’altra scala stretta che portava in cima
alla torre. Mi ha detto: «Adesso ti
lascio.
Tu salirai e resterai lassù finché non
sarà finito».

«Che cosa?»

L’idràulico ha sorriso e mi ha passato


una torcia: «Questa è per scendere
quando è finito», e mi ha dato un pezzo
di carta ripiegato, poi è andato via.

Sono salita in cima alla torre. Mi


trovavo nel punto più alto dell’ ashram,
lo sguardo poteva abbracciare tutta la
vallata con il letto del fiume. Montagne
e pascoli si estendevano a perdita
d’occhio. Forse è da lì che la mia guru
guarda il calare del sole. E il sole stava
tramontando proprio allora. La brezza
era tiepida. Ho spiegato il foglio che
l’idraulico poeta mi aveva appena dato.
C’era scritto:

ISTRUZIONI PER ESSERE LIBERI

1. Le metafore della vita sono istruzioni


di Dio.

2. Sei appena salita sulla torre. Non c’è


niente tra te e l’infinito. Adesso, lascia
andare...

3. Il giorno sta per finire. è tempo che


ciò che è stato bello si trasformi in
qualcosa di ancora più bello. Ora, lascia
andare...

4. Il tuo essere qui è la risposta di Dio


alle tue preghiere. Lascia andare... e
guarda spuntare le stelle - dentro e fuori
di te.

5. Con tutto il tuo cuore, chiedi la grazia,


e lascia andare...

6. Con tutto il tuo cuore, perdonalo,


perdona te stessa, e lascialo andare...

7. Fa’ che il tuo intento sia libertà da


inutile sofferenza. Poi, lascia andare...

8. Guarda il caldo del giorno


trasformarsi nel fresco della notte.
Lascia andare...

9. Quando il Karma di una relazione si è


esaurito, solo l’amore rimane. è un
sentimento sicuro. Lascia andare...

10. Quando finalmente il passato ti ha


resa libera, lascia andare. Poi toma giù
e comincia il resto della tua vita. Con
gioia.

Per qualche minuto non ho potuto


smettere di ridere. Vedevo la vallata
oltre le chiome a ombrello degli alberi
di mango, e il vento agitava i miei
capelli. Ho guardato il sole calare, e poi
mi sono distesa e ho guardato apparire
le stelle. Ho detto una piccola preghiera
in sanscrito, ripetendola ogni volta che
vedevo spuntare una nuova stella nel
cielo ormai quasi buio
- era come se invitassi le stelle a farsi
avanti. Ma poi hanno cominciato a
comparire troppo rapidamente, e non
sono riuscita a tenere il passo. Il cielo è
diventato una sgargiante esibizione di
stelle. Tra me e Dio non c’era che... il
niente.

Ho chiuso gli occhi e ho detto: «Signore,


ti prego, fa’ che io possa capire che
cos’è davvero il perdono e che cos’è la
resa».

Per molto tempo avevo desiderato di


poter semplicemente parlare con il mio
ex marito, ma questo non sarebbe mai
potuto succedere. Quello che volevo era
una conclusione ra-gionata, un summit
per la pace, un incontro che ci unisse
nella comprensione delle ragioni che
avevano provocato il nostro divorzio. E
soprattutto volevo il reciproco perdono.
Ma i mesi della psicoterapia e del
consultorio erano serviti solo a
dividerci di più e a farci arroccare più
saldamente sulle nostre posizioni, senza
che potessimo darci tregua. Eppure una
tregua era quello di cui avevamo
bisogno, ne ero sicura. Allo stesso
modo, sono sicura che per avvicinarsi a
Dio nella trascendenza bisogna lasciar
andare qualsiasi atteggiamento
accusatorio.

Come il fumo per i polmoni, così è il


risentimento per l’anima - persino
inalarlo per un attimo fa male. Chi ha
sempre bisogno di dare agli altri la
colpa dei propri guai, e pensa di poter
pregare Dio dicendo: «Dacci oggi il
nostro rancore quotidiano», può anche
riagganciare e rinunciare al Signore con
un bacio d’addio. Quella notte, nel punto
più alto dell’ashram, ho chiesto a Dio -
dato che probabilmente io e mio marito
non ci saremmo più parlati nella vita
reale

- di indicarmi una modalità alternativa


per comunicare e perdonarci.

Sono rimasta là, in cima alla torre, al di


sopra del mondo, sola. Mi sono immersa
nella meditazione e ho aspettato che mi
si dicesse cosa fare. Non so quanti
minuti o ore siano passati. Ho capito che
la mia mente aveva preso i miei pensieri
troppo alla lettera. Desideri parlare con
tuo marito? E allora, parlagli. Parlagli
adesso. Hai desiderato il perdono? E
allora perdona tu, per prima. Subito. Ho
pensato a quante persone muoiono senza
saper perdonare o essere perdonate. Ho
pensato a quanti fratelli, amici, figli o
amanti scompaiono prima di essere
raggiunti dalle preziose parole del
perdono e dell’assoluzione. E ho
pensato a chi sopravvive,
domandandomi come si può tollerare il
dolore di un legame spezzato dalla
morte.
Nel mio luogo di meditazione, ho
trovato la risposta - sei tu che devi porre
fine al legame, dentro di te. E non solo è
possibile, è addirittura essenziale.

Con mia sorpresa, durante la


meditazione, sono riuscita a chiedere al
mio ex marito di raggiungermi su quel
tetto indiano.

Gli ho detto che sarebbe stata


l’occasione per dirci addio. Ho
aspettato finché non l’ho sentito
arrivare. La sua presenza è diventata
assoluta e tangibile. Lo sentivo con
l’olfatto.
Gli ho detto: «Ciao, tesoro».

Mi sarei messa a piangere, ma ho capito


che non dovevo. Le lacrime sono parte
della vita corporea, e l’incontro di due
anime in una notte indiana non ha niente
a che fare con il corpo.

Non eravamo più persone. Non


avremmo parlato. Non eravamo ex
coniugi, non un ostinato cittadino del
Midwest e una yankee inquieta, non un
quarantenne e una trentenne, non due
esseri limitati che hanno litigato per anni
su sesso, soldi e mobili - niente di tutto
questo. Solo due fredde anime azzurre
che avevano finalmente capito ogni
cosa. Slegate dai corpi, slegate dalla
storia della loro relazione passata,
s’incontravano in cima alla torre (sopra
la mia testa, persino) e comunicavano
con infinita saggezza. Le ho viste entrare
l’una nel cerchio dell’altra, fondersi,
dividersi di nuovo, e contemplarsi nella
loro perfezione e reciproca affinità.

Sapevano tutto. Sapevano tutto da molto


tempo, e sapranno tutto sempre. Non
avevano bisogno di perdonarsi; erano
nate perdonandosi.

Osservavo le loro magnifiche


circonvoluzioni e imparavo una lezione
di distacco. Era come se mi dicessero:
«Allontanati, Liz. La tua parte è finita.
Lascia che siamo noi a sistemare le
cose, mentre tu vai avanti».

Quando ho riaperto gli occhi, ho capito


che era finito. Non solo il mio
matrimonio e il mio divorzio, ma la loro
irrisolta, desolata, vuota tristezza... era
tutto finito. Riuscivo a sentirmi libera. E
non perché non avrei mai più pensato al
mio ex marito, o non avrei più avuto
emozioni legate al suo ricordo, ma
perché avevo finalmente trovato un
posto dove collocare quei sentimenti
ogni volta che li avessi riprovati in
futuro. E so che li proverò sempre. E
quando succeder, potrò rimandarli qui,
su questa torre del ricordo, potrò
affidarli alle premure di quelle due
anime fredde e azzurre, che sanno e
capiscono tutto.

I rituali servono a creare uno spazio


dove i nostri sentimenti complicati, la
gioia e il dolore, possano riposare, così
non dobbiamo portarceli sempre
dietro... Il rito è una salvaguardia. E

sono sicura che quando la fede religiosa


o la tradizione a cui siamo legati non ci
forniscono la cerimonia adatta, siamo
liberi di immaginarne una a nostro
piacimento, servendoci magari del fai da
te di un idraulico poeta... Sarà Dio a
soccorrerci con la Grazia quando si
accorgerà della nostra onestà
«artigianale», per questo abbiamo
sempre bisogno di Lui.
Dopo queste riflessioni, per celebrare la
mia nuova idea di libertà, mi sono messa
a testa in giù, lì, sulla torre da dove la
mia guru guarda il tramonto. Ho sentito
il pavimento polveroso sotto le mani.
Ho percepito la mia forza e il mio senso
dell’equilibrio. Ho avvertito la brezza
notturna sulle piante dei piedi nudi.
Stare dritti a testa in giù non è un
esercizio adatto a un’incorporea e
fredda anima azzurra, ma a un essere
umano sì. Abbiamo le mani; possiamo
poggiare il peso sui palmi e sollevare in
aria le gambe - è un nostro privilegio. è
la gioia di un corpo mortale. Ed è per
questo che Dio ha bisogno di noi. Perché
a Dio piace sentire le cose attraverso le
nostre mani.

61
Richard il texano è partito oggi. è
tornato ad Austin. L’ho accompagnato in
auto all’aeroporto, ed eravamo tutti e
due tristi. Siamo rimasti a lungo sul
marciapiede prima che entrasse.

«Cosa farò, quando non avrò più Liz


Gilbert da tormentare?» ha sospirato, e
mi ha domandato: «Allora, è stata
positiva la tua esperienza all'ashram
Sembri un’altra persona rispetto a
quando ti ho conosciuta, qualche mese
fa. è come se avessi buttato via un po’
della tristezza che ti portavi dietro».
«In questi giorni mi sento veramente
felice, Richard.»

«Bene, allora ricordati che tutta la tua


tristezza ti aspetterà all’uscita, nel caso
tu volessi ri-prendertela quando te ne
andrai di qui.»

«Non la riprenderò.»

«Brava.»

«Mi hai aiutato tanto» gli ho detto. «Per


me sei come un angelo con le mani
pelose e orribili unghie dei piedi.»

«Sì, le mie unghie dei piedi non sono


mai guarite dopo il Vietnam, poverette.»
«Poteva andare peggio.»

«È andata peggio, per molti ragazzi.


Almeno mi sono rimaste le gambe. Non
c’è che dire, bambina, la mia
incarnazione, in questa vita, non è poi
male. E anche la tua, non dimenticarlo
mai. Pensa, nella prossima vita potresti
essere una di quelle povere donne
indiane che spac-cano le pietre ai bordi
della strada. Apprezza sempre quello
che hai ora, ok? Devi coltivare il
sentimento della gratitudine. Camperai
più a lungo. E mi raccomando, Senza
Fondo, va’

sempre avanti... d’accordo?»


«Sto già andando avanti.»

«Intendo dire: trova qualcuno di nuovo


da amare. Promesso? Mettici quanto ti
pare a ri-prenderti, ma alla fine non
dimenticare di dividere il tuo cuore con
qualcuno. Non fare della tua vita un
monumento a David o al tuo ex marito.»

«No, non lo farò» ho detto, e mentre gli


rispondevo così ho capito che era vero -
non l’avrei fatto. Il dolore per l’amore
perduto e gli errori passati si attenuava,
lo vedevo finalmente rimpicciolirsi
grazie al famoso potere terapeutico del
tempo che passa, della pazienza e della
Grazia divina.
Richard ha parlato ancora, e i miei
pensieri sono ritornati bruscamente sulla
Terra: «Dopo tutto, bella, ricordati
sempre che il modo migliore di passare
oltre qualcuno è infilarsi sotto qualcun
altro».

Ho riso: «OK, Richard, è un’idea.


Adesso puoi tornartene nel Texas».

«Direi che è arrivato il momento, mia


cara Senza Fondo» ha sospirato lui e,
lanciando un’ultima occhiata al desolato
parcheggio di quell’aeroporto indiano,
se n’è andato per la sua strada.

62
Sono tornata all 'ashram dall’aeroporto
pensando che parlo troppo. A essere
sincera, ho sempre parlato tanto, tutta la
vita, ma in particolare ho parlato troppo
durante il mio soggiorno al-V ashram.
Devo rimanere qui altri due mesi, e non
voglio sprecare la più grande occasione
di spiritualità della mia vita facendo la
chiacchierona e la socievole a tutti i
costi.è incredibile pensare che, persino
qui, in un ritiro spirituale, in un luogo
sacro lontano mille miglia dalla mia
casa, io sia riuscita a creare intorno a
me vibrazioni da cocktail party. E non è
stato soltanto con Richard che ho
chiacchierato senza sosta - anche se io e
lui siamo quelli che hanno cianciato di
più. Non c’è stato un giorno in cui io non
abbia fatto salotto con qualcuno.

Mi sono persino trovata - in un ashram,


pensate! - a prendere appuntamenti a
destra e a manca, e qualche volta ho
dovuto dire: «Mi dispiace, stasera non
posso cenare con te, perché l’ho
promesso a Sakshi... Forse possiamo
rimandare al prossimo martedì...».

Sono fatta così. Ma sto pensando che


forse è uno svantaggio dal punto di vista
spirituale.

Il silenzio e la solitudine sono


universalmente riconosciuti come
condizioni favorevoli alla riflessione, e
con ragione. Imparare a disciplinare la
tua espansività è un modo per impedire
che le tue energie si disperdano,
riversandosi dalla tua bocca e
inondando il mondo di parole, parole,
parole, invece di riempirlo di serenità,
pace e gioia.

Swamiji, il maestro della mia guru,


insisteva sul silenzio, facendolo
osservare severamente nell’ ashram,
come pratica devozionale. Chiamava il
silenzio la sola vera religione. E

ridicolo che io abbia parlato così tanto


proprio nel posto dove, più che altrove,
il silenzio dovrebbe - e potrebbe -
regnare.
Ho deciso che non sarò più la mascotte
dell’ashram. Niente più frenesia,
pettegolezzi e scherzi. Non voglio più
cercare di catturare l’attenzione degli
altri, o di dominare la conversazione.
Non ballerò più il tip-tap verbale per
raccogliere qualche gratificante
monetina. è tempo di cambiare. Adesso
che Richard è andato via, farò del mio
ultimo periodo qui un’esperienza di
totale silenzio. Difficile, ma non
impossibile, perché al-V ashram il
silenzio è rispettato e apprezzato. Al
negozio di libri vendono persino delle
spillette con la scritta «Sono in
Silenzio».

Ne comprerò quattro.
Mentre guidavo diretta alì’ashram, mi
sono messa a fantasticare su quanto sarei
diventata silenziosa. Tanto silenziosa da
conquistare la celebrità. Mi avrebbero
conosciuta come «la figlia del silenzio».
Mi sarei attenuta agli orari dell’ashram,
avrei mangiato in solitudine, meditato
per ore, e lavato i pavimenti del tempio
senza un lamento.

Interagirò con gli altri, pensavo solo con


beati sorrisi, li guarderò da dentro il
mio mondo autosufficiente, pio e
immobile. Gli altri domanderanno: «Ma
chi è quella ragazza silenziosa, in fondo
al tempio, che lava sempre i pavimenti?
Non parla mai. è così sfuggente. Così
mistica. Chissà com’è il suono della sua
voce. Non la si sente nemmeno
camminare sul sentiero del giardino, è
più leggera della brezza. Sarà in
costante comunione meditativa con Dio.
È la ragazza più silenziosa che si sia
mai vista».

63
La mattina dopo ero in ginocchio nel
tempio e lavavo il pavimento di marmo,
e mi sentivo circonfusa di una santa e
radiosa aura di silenzio, quando un
ragazzo indiano è venuto a cercarmi
dicendomi che dovevo presentarmi
all’ufficio Seva. Seva è il termine
sanscrito che indica l’esercizio
spirituale del lavoro disinteressato
(come per esempio lavare il pavimento
di un tempio). All’ufficio Seva
assegnano un compito a ciascun
discepolo dell’ashram. Ero curiosa di
sapere come mai mi avessero convocata.
La signora al banco mi ha domandato
gentilmente: «Lei è Elizabeth Gilbert?».
Ho annuito in silenzio, con un sorriso
pio. La signora mi ha detto che il mio
compito era cambiato. La direzione non
voleva più che facessi parte della
squadra addetta alle pulizie. Avevano in
mente per me un nuovo lavoro e la
qualifica di hostess coordinatrice.

64
Un altro scherzo di Swamiji.
Volevi essere la ragazza silenziosa in
fondo al tempio'? Eccoti servita!

All 'ashram è sempre così. Decidi come


ti vuoi comportare e chi vuoi essere, e
poi succede qualcosa che ti fa capire
quanto poco conosci te stesso. Non so
quante volte Swamiji lo abbia detto nel
corso della sua vita, e la mia guru lo
abbia ripetuto, eppure sembra che io non
abbia ancora assimilato il senso di
questa importante e insistita
dichiarazione: «Dio abita dentro di te,
essendo te».

Essendo te.
Se c’è una sacra verità nello yoga, è
racchiusa in queste parole. Dio vive
dentro di te essendo te stesso,
esattamente come sei. A Dio non
interessa guardarti mentre interpreti un
ruolo, mentre ti esibisci per adeguarti
alla stramba idea che ti sei fatto di
«comportamento spirituale». Ci sembra
sempre che per essere benedetti da Dio
dobbiamo sforzarci di cambiare
radicalmente il nostro carattere e
rinunciare alla nostra individualità. Ma
è un classico esempio di quello che in
Oriente chiamano «pensiero sbagliato».
Swamiji diceva che i rinunci-atari
trovano ogni giorno qualcosa di nuovo
cui rinunciare, ma di solito non è la pace
che raggiungono, bensì una profonda
tristezza. L’austerità fine a se stessa non
serve. Per conoscere Dio si deve
rinunciare solo a una cosa - alla
sensazione di esserne divisi. Poi si può
essere come si è, restare nei confini del
proprio carattere naturale.

E qual è il mio carattere naturale? Mi


piace la vita di studio e meditazione
dell’ashram, ma l’idea di trovare la
Grazia aggirandomi per questi luoghi,
con un sorriso gentile ed etereo, farebbe
di me un’altra persona (forse
inconsciamente stavo imitando un
personaggio di qualche serie
televisiva!). Sono sempre stata
affascinata da anime delicate come
fantasmi. Ho sempre voluto essere una
ragazza silenziosa. Probabilmente
proprio perché non sono né delicata, né
silenziosa. Per la stessa ragione penso
che i capelli folti e neri siano belli -
perché non li ho, e non posso averli.
Eppure, alla fine, bisogna essere grati e
contenti di come si è, perché se Dio mi
avesse voluta timida e bruna, mi
avrebbe fatta così. E io d’ora in poi
voglio essere me stessa.

Come ha detto Sesto Empirico, il


filosofo pitagorico: «L’uomo saggio è
sempre simile a se stesso».

Ciò non vuol dire che non possa essere


pia e devota, che non possa venire
travolta dall’amore di Dio, o mettermi al
servizio deH’umanità. Né significa che
non possa perfezion-armi come essere
umano, coltivando le mie virtù e
adoperandomi per contenere i miei vizi.
Ad esempio, anche se non sarò mai una
ragazza riservata, posso cambiare in
meglio alcuni aspetti della mia
propensione a parlare, lavorando nei
limiti della mia personalità. Posso
evitare di dire tante parolacce, e non
lasciarmi andare a risate cretine, e forse
non è necessario che io sia così spesso
l’argomento dei miei discorsi. Potrei
perfino - idea rivoluzionaria -smettere
di interrompere gli altri. Perché, anche
se cerco di considerare in modo
creativo il mio vizio di interrompere,
non posso negare che sia una
prevaricazione, come dire: «Il mio
argomento sia più importante del tuo»,
oppure: «Penso di essere più intelligente
di te». è un’abitudine che devo
abbandonare.

Anche così, però, non sarò mai nota


come «la figlia del silenzio». Quando la
signora dell’ufficio Seva mi ha dato il
nuovo incarico di hostess coordinatrice,
mi ha detto: «Sa, le nostre hostess di
solito le chiamiamo “Susanna tutta
panna”, come nella pubblicità del form-
aggino, perché una hostess deve essere
socievole, esuberante, e sempre
sorridente...».
Che cosa potevo dirle?

Le ho stretto la mano, ho detto addio alle


mie illusioni e le ho risposto: «Signora,
sono la persona che cercate».

65
Il mio compito sarà accogliere gli ospiti
di una serie di ritiri che si terranno all
'ashram in primavera. Durante ogni
ritiro, circa cento fedeli arriveranno da
tutto il mondo e si fermeranno una
settimana, o dieci giorni, allo scopo di
approfondire le loro tecniche di
meditazione. Per gran parte del tempo, i
partecipanti al ritiro staranno in silenzio.
Io sarò la loro referente cui sarà
permesso parlare se qualche cosa non
va. Proprio così: sono ufficialmente
incaricata di parlare e far parlare gli
altri. Ascolterò i loro problemi e
cercherò delle soluzioni. Forse avranno
un compagno di stanza che russa, o
vorranno un dottore perché i cibi indiani
possono risultare indigesti. Dovrò
sapere il nome di tutti, e il luogo da cui
provengono. Andrò in giro, prendendo
appunti e provvedendo a tenere ogni
cosa sotto controllo. Sono Julie McCoy,
la vostra direttrice di crociera yoga.

E naturalmente avrò un cercapersone!

Fin da quando il ritiro comincia, si


capisce che sono perfetta per questo
lavoro. Sono seduta al «tavolo del
benvenuto» con il mio distintivo
Buongiorno, mi chiamo... Alle dieci di
mattina, quando fuori ci sono già quasi
quaranta gradi, davanti a me si affollano
persone provenienti da trenta Paesi
diversi, e molti di loro hanno viaggiato
tutta la notte in aereo e in classe
economica. Sembra che abbiano dormito
nel bagagliaio di un’automobile. Non
hanno più idea di che cosa stiano
facendo qui. Se avevano aspirazioni
spirituali le hanno dimenticate da un bel
po’, forse da quando il loro bagaglio è
stato smarrito a Kuala Lumpur. Hanno
sete, ma non sanno ancora se possono
bere l’acqua. Hanno fame, ma non sanno
a che ora sia il pranzo. Il loro
abbigliamento è sbagliato, hanno
indumenti sintetici e scarpe pesanti, e
qui il caldo è tropicale. C’è chi vuole
sapere se qualcuno parla russo. Io un
po’ di russo lo so...

Posso aiutarli. Sono equipaggiata per


farlo. Il mio intuito di figlia minore
ipersensibile, la capacità di ascoltare
che ho acquisito facendo la barista
comprensiva e la giornalista curiosa,
l’allenamento a capire l’altro negli anni
del fidanzamento e del matrimonio -
tutto mi aiuta a fa-cilitare la vita di
questi pellegrini.

Mi colpisce il coraggio di queste


persone che si lasciano alle spalle le
loro famiglie e le loro vite per ritirarsi a
meditare in silenzio, con un gruppo di
estranei, in India. Non è da tutù.

Mi piacciono, automaticamente e
incondizionatamente. Mi piacciono
anche quelli più rompis-catole. Capisco
il loro nervosismo e riconosco la loro
paura. Mi piace l’indiano che viene da
me, indignato, dicendomi che nella sua
stanza ha trovato una statua del dio
Ganesh senza un piede. è furioso, pensa
che sia un brutto presagio e vuole che la
statua venga portata via da un brahmano
con un’appropriata cerimonia di
purificazione. Ascolto la sua rabbia e lo
rassicuro, poi mando Tulsi a prendere la
statua mentre l’indiano è a pranzo. Il
giorno dopo gli consegno un biglietto in
cui scrivo che spero si senta meglio e gli
ricordo che sono pronta ad aiutarlo nel
caso avesse bisogno di qualcosa. Lui mi
premia con un gigantesco sorriso di
sollievo. Aveva solo paura.

La francese che ha un attacco di panico


perché soffre di un’allergia ai cereali -
anche lei ha paura. L’argentino che esige
un incontro speciale con un maestro di
Hatha yoga per farsi spiegare come
sedersi durante la meditazione e non
avere male alla caviglia - anche lui ha
solo paura. Stanno per immergersi nel
silenzio, nella profondità della loro
mente e della loro anima. Anche per un
esperto della meditazione è un territorio
ignoto. Saranno guidati da una monaca
di cinquant’anni, una donna eccezionale,
di cui ogni gesto e ogni parola sono
l’incarnazione della pietà, ma hanno
ugualmente paura perché - per quanto
amorevole possa essere la loro guida -
non può accompagnarli dove devono
veramente andare.

Intanto ho ricevuto una lettera da un


amico americano, regista di documentari
per il

«National Geographic». Mi scrive che è


stato a una cena mondana al Waldorf
Astoria, a New York, in onore dei
membri del Club degli Esploratori. Dice
che è incredibile trovarsi in presenza di
persone così coraggiose, che hanno
rischiato la vita tante volte per esplorare
le catene montuose più lontane e più alte
del mondo, i canyon, i fiumi, gli abissi,
le distese di ghiaccio e i vulcani. Dice
che a molti mancava qualche parte del
corpo - un dito dei piedi, un pezzo di
naso - per colpa di incidenti diversi:
attacchi di squali, congelamenti, o altro.

E conclude: «Non si erano mai viste


così tante persone coraggiose insieme
nello stesso posto».

Ti sbagli, Mike, ho pensato.

66
L’argomento del ritiro, e il suo
obiettivo, è il turiya - l’elusivo quarto
stato della coscienza umana. Gli esseri
umani, dicono gli yogi, sperimentano tre
stati di coscienza - la veglia, il sogno e
il sonno profondo senza sogni. Ma c’è
un quarto stato che si trova al di sopra
degli altri tre, ed è in grado di collegarli
tutti. è la coscienza pura, la
consapevolezza intelligente, quella che
per esempio, ci racconta i nostri sogni al
risveglio. Ma chi è questo «osservatore»

che assiste al nostro sonno e vigila sulla


nostra mente pur standone al di fuori? è
Dio, dicono gli yogi. E se sei in grado di
arrivare a quello stato di
consapevolezza, allora puoi essere con
Lui tutto il tempo.

Capirai di aver raggiunto il turiya


quando sentirai nel tuo animo una
sensazione di gioia costante. Chi vive
nel turiya non è condizionato dagli umori
instabili della mente, non teme il fuggire
del tempo, o la sofferenza della perdita
di qualcuno.

«Puro, vuoto, tranquillo, privo di


egoismo, infinito, incorruttibile,
immortale, indipendente, vivrà (dimora
in eterno) nella propria grandezza»: così
le Upanishad, le antiche scritture
yogiche, descrivono chi ha raggiunto il
turiya. I grandi santi, i grandi guru, i
grandi profeti della Storia sono vissuti
tutta la vita nel turiya. Anche tra le
persone normali qualcuno l’ha provato.

La maggior parte l’ha sperimentato


magari solo per due minuti, in quegli
inesplicabili attimi di completa gioia
slegata da qualsiasi avvenimento
mondano. Sei il solito Tizio o Caio che
tira avanti con la solita vita, e
improvvisamente ti senti percorso dalla
grazia, pieno di meraviglia, traboccante
di gioia. Per nessuna ragione al mondo,
tutto è perfetto.

Lo stato di grazia se ne va in fretta,


naturalmente. Ti mostra la tua perfezione
interiore per poi lasciarti tornare subito
dopo alla triste realtà. Nella storia
deU’umanità c’è sempre stato chi ha
voluto ritrovare e mantenere quella
condizione di perfetta gioia interiore
provandoci in qualsiasi modo - con le
droghe, il sesso, il potere, o
accumulando belle cose - ma non è
servito. Cerchiamo la felicità senza
sapere che è a portata di mano, siamo
come il mendicante della parabola
tolstojana, che passa la sua vita seduto
su una pentola piena d’oro, chiedendo
l’elemosina a ogni passante... E
ignoriamo che la nostra ricchezza - la
nostra perfezione - è già dentro di noi.
Ma per rivendicarla, dobbiamo
abbandonare l’incessante lavorio della
mente e i desideri egoistici. Il kundalini
shakti-l’energia suprema del divino - ci
accompagnerà nella transizione.

è per questo che siamo tutti qui.

Secondo i mistici, la ricerca della gioia


divina è l’unico fine della nostra
esistenza. Per questo decidiamo di
nascere, per questo vale la pena di
affrontare la sofferenza della vita terrena
- solo per avere la possibilità di provare
l’amore infinito. E una volta che hai
trovato la divinit dentro di te, devi
provare a trattenerla. Se ci riesci, sarai
beato...

Nei giorni del ritiro, resto in fondo al


tempio a guardare i devoti che meditano
nella semio-scurit. Hanno fatto voto di
silenzio. Ogni giorno si inabissano
sempre più, tutto l' ashram sarà.

presto saturo della loro immobilità. Per


rispetto al loro voto anche noi
camminiamo in punta di piedi e
consumiamo i pasti senza parlare e
attenti a non far rumore. è lo stesso
silenzio che c’è nel cuore della notte, la
muta assenza di tempo che si manifesta
solo verso le tre del mattino, quando si è
totalmente soli - eppure ci troviamo in
pieno giorno, in un affollato ashram.

Guardo queste cento anime che meditano


e, pur senza conoscere i loro pensieri o i
loro sentimenti, so con sicurezza qual è
l’esperienza che intendono provare.
Così prego Dio, in vece loro, in una
bizzarra opera di intercessione: Signore,
ti prego, benedici questi tuoi
meravigliosi fedeli e da’ loro tutto il
bene che avevi messo in serbo per me.
Preferisco non andare a meditare quando
meditano i nostri ospiti; il mio incarico
prevede che badi a loro senza curarmi,
per una volta, del mio viaggio spirituale.
Eppure ogni giorno vengo sollevata
sulle onde della loro devozione, come
quegli uccelli spazzini che il calore
emanato dalla terra solleva molto più in
alto di quanto non concederebbe la loro
apertura alare. Così non mi sorprendo
quando, un giovedì pomeriggio, in fondo
al tempio, nel pieno delle mie attività di
hostess coordinatrice munita di targhetta
e di tutto il resto, mi sento
improvvisamente trasportata oltre le
porte dell’universo e deposta nel palmo
di Dio.

67
Quando nei diari spirituali dei mistici,
da santa Teresa alla mia guru, mi capita
di leggere un passo sulla fusione
dell’anima con l’infinito, resto sempre
terribilmente delusa dalle loro
descrizioni. Uno dei momenti più
frustranti è quando ricorrono
all’aggettivo «indescrivibile»

per cercare, appunto, di descrìvere. Ma


anche le pagine più originali ed
eloquenti - come quelle di Rumi, che ha
scritto di aver smesso di sforzarsi e di
essersi legato alla manica di Dio, o di
Hafiz, che ha descritto se stesso e Dio
come due uomini grassi sulla stessa
barca, e

«continuiamo a scontrarci, e a ridere» -


persino quelle pagine mi scoraggiano.
Non voglio leggere; voglio provare
anche io le stesse indicibili sensazioni.
Sri Ramana Maharshi, un guru indiano
molto amato, quando parlava ai suoi
discepoli dell’esperienza
trascendentale, concludeva sempre
dicendo: «Adesso andate e scopritelo da
voi».
E io l’ho scoperto. Non dirò che era
indescrivibile, anche se lo era. Cercherò
invece di spiegarmi. Per dirla con
semplicità, sono stata attirata nel cu-
nicolo dell’Assoluto, e in quella corsa
precipitosa ho capito fino in fondo i
meccanismi dell’universo. Ho lasciato il
mio corpo, ho lasciato l' ashram, ho
lasciato il pianeta, sono passata
attraverso il tempo e sono entrata nel
vuoto. Ero all’interno del vuoto, ma ero
anche il vuoto, e guardavo il vuoto, tutto
contemporaneamente. Il vuoto era uno
spazio di pace e saggezza illimitate. Il
vuoto era conscio e intelligente. Il vuoto
era Dio, il che vuol dire che io ero
dentro Dio. Ma non in senso fisico - non
come se fossi stata Liz Gilbert
intrappolata in un pezzo del muscolo
della coscia di Dio. Ero semplicemente
parte di Dio. Oltre a essereDio.

Ero un minuscolo pezzo dell’universo


ma ero grande come l’universo. («Tutti
sanno che la goccia diventa una cosa
sola con l’oceano, ma pochi sanno che
l’oceano diventa una cosa sola con la
goccia» ha scritto il saggio Kabir - e
adesso posso dire che è vero.) Non era
una esperienza di carattere allucinatorio.
Era qualcosa di primordiale. Era il
paradiso, sì. Era l’amore più profondo
che avessi mai provato, oltre
l’immaginabile. Ma non era
euforizzante. Non era eccitante. Non
c’erano più in me egoismo e passione
sufficienti a rendermi eccitata o
euforica. Era semplicemente ovvio.
Come quando guardi un’immagine che
contiene un’illusione ottica, sforzandoti
di capire qual è il trucco, poi d’un tratto
riconosci il disegno nascosto: i due vasi
sono in realtà due facce! E una volta che
l’hai visto, non puoi più non vederlo.

«Allora questo è Dio» ho pensato, e gli


ho rivolto il saluto del sarto del
villaggio: «Mi congratulo di
conoscerLa».

Il posto in cui mi trovavo non si può


descrivere come un qualsiasi luogo
della Terra. Non era né luminoso né
buio, né grande né piccolo. Non era
neanche un posto, né io ero veramente lì
in piedi, né ero più «io». Avevo ancora
i miei pensieri, ma erano molto
ridimensionati, quieti e contemplativi.
Non solo provavo un sentimento di
generale e incondizionata compassione e
mi percepivo unita a tutto e a tutti, ma mi
domandavo divertita come potesse
chiunque sentire qualcosa di diverso da
quello che sentivo io. Ed ero anche poco
interessata ai soliti, vecchi interrogativi
su me stessa, i classici «Chi sono e che
cosa sono?» Sono una donna, vengo
dall’America, sono chiacchierona, sono
una scrittrice — molto carino e molto
obsoleto. Lo stesso che inscatolarsi in
un misero riquadro autobiografico
quando puoi assa-porare la tua stessa
infinità.

Mi sono domandata: «Perché ho


continuato a inseguire la felicità, quando
la vera beatitudine è sempre stata qui?».

Non so quanto a lungo mi sono aggirata


per questo magnifico etere. So solo che
ben presto ho avvertito un impellente
desiderio: «Io voglio far durare per
sempre queste sensazioni». Ed è così
che sono rotolata fuori. Solo quelle due
piccole parole, «io voglio» - e ho
cominciato a scivolare di nuovo sulla
Terra. La mia mente ha protestato: No!
Non voglio andarmene! e sono scivolata
ancora più giù.
Voglio!

Non voglio!

Voglio!

Non voglio!

Al ripetersi di ognuna di queste


esclamazioni disperate, mi accorgevo di
cadere sempre più in basso,
rimbalzando da uno strato di illusioni
all’altro. Il riaffacciarsi di un inutile
desiderio mi riportava nel piccolo
recinto dei miei limiti terreni. Ho visto
il mio ego tornare in super-ficie, come
quando guardi una polaroid che diventa
sempre più definita - la faccia, i
contorni della bocca, le sopracciglia -
sì, adesso l’immagine della normale,
solita «me stessa» era completa. Ho
tremato di paura e di tristezza per quello
che avevo appena perso ma, nello stesso
tempo, sentivo la presenza di una
testimone, una me stessa più vecchia e
saggia, che sorrideva scuotendo
dolcemente la testa: se pensavo che
quella beatitudine era un dono che
qualcuno poteva togliermi, allora voleva
dire che non l’avevo capita e non ero
ancora pronta ad abitarla
completamente. Dovevo esercitarmi
ancora. è stato in quel momento di
consapevolezza che Dio mi ha lasciata
andare, scivolare attraverso le sue dita
con questo compassionevole, tacito
messaggio:

Potrai tornare quando capirai fino in


fondo che tu sei qui sempre.

Il ritiro è finito due giorni dopo. I


partecipanti sono usciti dal silenzio.
Molti mi hanno ab-bracciata e
ringraziata per il mio aiuto.

«Grazie a te» continuavo a dire, delusa


dall’inefficacia di quelle parole, ma era
impossibile esprimere la gratitudine che
provavo verso chi mi aveva aiutata a
salire tanto in alto.

Una settimana più tardi sono arrivati


altri cento pellegrini alla ricerca
dell’illuminazione. Gli stessi
insegnamenti, gli incoraggiamenti
all’introspezione e all’autoanalisi,
l’esercizio del silenzio assoluto sono
stati applicati a nuove diligenti anime.
Per parte mia, ho cercato di rendermi
utile, e qualche volta ho provato il turiya
con loro. Non ho potuto fare a meno di
ridere quando molti dei partecipanti,
dopo la meditazione, mi hanno detto che
gli ero parsa «una presenza silenziosa,
leggera, eterea». Ecco che scherzo mi
aveva fatto l'ashram). Dopò avermi
insegnato ad accettare la mia natura
chiacchierona e socievole, e avermi
indotta ad abbracciare forte la hostess
coordinatrice che era in me - ecco che
adesso mi permetteva di diventare «la
silenziosa ragazza in fondo al tempio»...

Verso la fine del mio soggiorno, ho


cominciato a percepire al-l' ashram una
malinconia da «ultimi giorni al campo
estivo». Ogni mattina, vedevo qualcuno
che caricava i bagagli sull’autobus e
partiva. Non c’erano nuovi arrivi. Era
quasi maggio, l’inizio della stagione più
calda in India, e anche l’attività dell’ash
ram avrebbe subito un ral-lentamento.
Non erano previsti altri periodi di ritiro,
così sono stata trasferita all’Ufficio
iscriz-ioni, dove avevo il compito
dolceamaro di «congedare» formalmente
i miei amici, cancellando i loro nomi dal
computer quando se ne andavano.
Dividevo l’ufficio con una simpatica
ragazza che aveva fatto la parrucchiera
in un negozio di Madison Avenue.
Recitavamo le preghiere mattutine da
sole, cantando il nostro inno a Dio.

In questi ultimi giorni ho molto tempo


per stare da sola nella grotta della
meditazione. Ci resto per ore di fila, a
mio agio in presenza di me stessa,
indisturbata dalla mia esistenza sul
pianeta. Qualche volta la mia
meditazione è un’esperienza fisica, che
mi lascia spossata e delirante. Altre
volte provo una dolce, tranquilla
soddisfazione. Le frasi continuano a
formarsi nella mia mente, e i miei
pensieri danzano per richiamare la mia
attenzione, ma adesso conosco bene i
loro meccanismi e non mi danno più
fastidio. Sono diventati come vecchi
vicini di casa, un po’ molesti, ma in
fondo affettuosi - il Signore e la Signora
Impiccioni e i loro tre figli tonti, Bla,
Blabla e Blablabla. Ma non creano
scompiglio nella mia casa. Nel vicinato
c’è posto per tutti.

Riguardo ad eventuali altri cambiamenti


che si possono essere verificati in me
negli ultimi mesi, non sono ancora in
grado di percepirli. I miei amici che
hanno studiato a lungo lo yo-ga dicono
che non avverti l’effetto che l' ashram ha
avuto su di te finché non te ne vai e torni
alla vita normale. «Solo allora» mi ha
detto la ex suora sudafricana «ti
accorgerai che i tuoi ri-postigli interiori
sono stati riordinati.» Naturalmente,
adesso non so ancora che cosa sia la mia
vita normale. Ma se è vero che i
cambiamenti si manifesteranno solo tra
qualche tempo, potrei ben presto
scoprire che le mie eterne ossessioni
sono finite, e che quei detestabili circoli
viziosi si sono finalmente spezzati.
Piccole zone di irritabilità che una volta
mi facevano impazzire potrebbero non
essere più un problema, mentre
sofferenze antiche che sopportavo per
abitudine d’ora in poi non verranno
tollerate nemmeno per cinque minuti. Sì,
sarà così.
Legami velenosi e malati si paleseranno
per quello che sono e verranno sciolti
per sempre, e solo persone luminose e
benefiche saranno accolte nel mio
mondo.

La scorsa notte non sono riuscita a


dormire. Non perché fossi ansiosa, ma
perché l’attesa mi eccitava. Mi sono
vestita e sono uscita a passeggiare nei
giardini. La luna era matura e piena, e
stava sopra di me, riversando intorno
una luce di peltro. L’aria aveva la
fragranza del gelsomino e di quella
pianta profumatissima che cresce da
queste parti e fiorisce solo di notte.
L’umidità e il calore del giorno si erano
solo un po’ attenuati.
L’aria calda si muoveva intorno a me.
«Sono in India!» ho pensato, come se me
ne rendessi conto per la prima volta.

Ho i sandali ai piedi, e sono in India!

Mi sono messa a correre giù per il


prato, attraversando quel mare d’erba
illuminato dalla luna. Il mio corpo si
sentiva vivo e sano come non mai, dopo
quei mesi di yoga, dieta vegetariana e
sonni regolari. I miei sandali, sull’erba
morbida e bagnata di rugiada,
squittivano un po’, e quello era l’unico
suono in tutta la vallata. Mi sentivo così
esultante che mi sono lanci-ata verso gli
enormi eucalipti in mezzo al parco
(dove si dice che una volta ci fosse un
tempio dedicato al dio Ganesh, il dio
che elimina gli ostacoli), ho gettato le
braccia intorno a un albero, ancora
tiepido del calore del giorno, e l’ho
baciato con passione. Mi è venuto in
mente solo dopo che quello dev’essere
il peggiore incubo di ogni genitore
americano con una figlia in ritiro
spirituale in India - che se la spassi in
orge con gli alberi al chiaro di luna.

Ma era puro, l’amore che provavo. Puro


come Dio. Ho guardato la buia vallata
intorno e non ho visto niente che non
fosse Dio. Ho pensato: «Qualunque cosa
sia, è la cosa che pregavo di avere. Ed è
anche quella a cui rivolgevo le mie
preghiere».
69
A proposito, ho trovato la mia parola.

E da quel topo di biblioteca che sono, è


proprio lì, in mezzo ai libri, che sono
riuscita a trovarla. Avevo continuato a
pensarci da quel pomeriggio a Roma,
quando il mio amico Giulio mi aveva
detto che la parola di Roma è sesso, e
mi aveva chiesto quale fosse la mia.
Allora non lo sapevo, ma ero sicura che
prima o poi sarebbe saltata fuori.

Ho incontrato la mia parola durante


l’ultima settimana al-l'’ ashram. Leggevo
un vecchio testo di yoga e ho trovato la
descrizione di alcuni antichi
«cercatori» dello spirito. Nel paragrafo
figurava una parola in sanscrito:
antevasin, o «colui che vive sul
confine». Nei tempi antichi, era una
descrizione letterale. Indicava una
persona che aveva lasciato la frenesia
della vita mondana per andare a vivere
ai margini della foresta, dove abitavano
i maestri spirituali. L' antevasin non era
più un abitante del villaggio - non aveva
una casa e una vita regolare. Ma non era
ancora un trascendente, uno di quei saggi
che vivono nel folto di boschi
inesplorati, nella piena realizzazione
della vita spirituale.

L'antevasin stava dunque sul confine:


poteva vedere tutti e due i mondi, ma
guardava verso l’ignoto. Ed era uno
studioso. Quando ho letto il significato
della parola, mi sono entusiasmata e mi
sono lasciata sfuggire un’esclamazione
di gioia. è la mia parola, ragazzi!
Anch’io vivo su quel limitare, sul
confine sfuggente tra il mio vecchio
modo di pensare e il mio nuovo modo di
comprendere, continuando senza sosta a
imparare. è un confine che si sposta in
continuazione - anche se tu avanzi nei
tuoi studi e nelle tue realizzazioni, la
misteriosa foresta dell’ignoto rimane
sempre a qualche metro da te. E devi
viaggiare molto leggero per continuare a
seguirla. Devi essere mobile, flessibile,
addirittura scivoloso. E pensare che
proprio il giorno prima l’idraulico poeta
neozelandese, in partenza dall 'ashram,
mi aveva regalato una piccola poesia di
addio che diceva:

Elizabeth sempre in viaggio,

dall'Italia all'india a Bali,

veloce come una trottola

scivolosa come un pesce...

Ho passato così tanto tempo, negli ultimi


anni, a domandarmi che cosa dovevo
essere.

Una moglie? Una madre? Un’amante?


Una zitella? Un’italiana? Una golosa?
Una viaggiatrice? Un’artista? Una yogi?
Adesso so di non essere nessuna di
queste cose, almeno non completamente.
E non sono neanche Zia Liz la Pazza.
Sono solo un 'antevasin - né questo né
quello - una cercatrice sul confine
sempre in movimento della magnifica,
temibile foresta del nuovo.

Credo che tutte le religioni del mondo


necessitino di una metafora centrale in
grado di trascinare i fedeli. Quando
cerchi la comunione con Dio, tenti di
spostarti dalla vita terrena a quella
divina (dal villaggio alla foresta, si
potrebbe dire, ricorrendo all’immagine
dell'antevasin) e hai bisogno di un’idea
magnifica che ti dia la forza di farlo.
Dev’essere una metafora grande, magica
e potente, perché la distanza da superare
è immensa.

I rituali religiosi nascono spesso dalle


esperienze dei mistici. Qualche
coraggioso esplor-atore si avventura
alla ricerca di un nuovo sentiero verso il
divino, vive un’esperienza trascendente
e torna a casa come un profeta. Racconta
alla comunità storie sul paradiso, e
disegna mappe per raggiungerlo. In
seguito, altri ripetono le parole, i gesti,
le preghiere, o le azioni del profeta per
valicare come lui il confine tra terreno e
divino. Qualche volta con successo - la
stessa, familiare combinazione di
preghiere ed esercizi spirituali ripetuti
di generazione in generazione può
traghettare molti individui verso la
comunione con Dio. Ma altre volte non
si riesce. Anche le idee più originali si
induriscono e diventano dogmi.

Un apologo indiano racconta di un santo


che, nel suo ashram, meditava su Dio
insieme ai fedeli, per molte ore al
giorno. Ma il santo aveva un gattino, una
bestiolina molesta che si ag-girava nel
tempio miagolando, facendo le fusa e
disturbando la meditazione. Così,
dimostrando senso pratico e saggezza, il
santo aveva ordinato di legare il gatto a
un palo fuori del tempio, soltanto nelle
ore della meditazione, in modo che non
disturbasse. Legare il gatto al palo e poi
mettersi a meditare su Dio era diventata
un’abitudine e, con il passare degli anni,
un vero rituale religioso. Nessuno
poteva meditare se il gatto non veniva
legato al palo. Così, alla morte
dell’animale,

i seguaci del santo erano stati presi dal


panico. Come avrebbero potuto meditare
adesso?

Come sarebbero arrivati a Dio? Per


loro, il gatto era diventato il mezzo per
raggiungere Dio.

L’apologo insegna al fedele a non


diventare ossessivo nella ripetizione di
un rituale fine a se stesso. Specialmente
in questo mondo diviso, in cui seguaci di
religioni diverse si fanno guerra per
stabilire chi ha il brevetto della scoperta
chiamata «Dio», può essere utile
ricordare che legare un gatto a un pa

lo non è il sistema per arrivare alla


trascendenza. L’unico vero modo è
l’inesauribile desiderio di un
«cercatore» che voglia provare l’eterna
e divina pietà. La flessibilità è tanto
essenziale in questo percorso quanto la
disciplina.

Bisogna quindi continuare a cercare


metafore, riti e insegnanti che ci aiutino
ad avvicinarci a Dio. Le scritture
yogiche dicono che Dio risponde alle
preghiere e agli sforzi degli esseri umani
in qualsiasi forma i mortali scelgano di
rendergli grazia - basta che la loro
devozione sia sincera. Come suggerisce
una frase delle Upanishad: «Le persone
seguono cammini diversi, rettilinei o
tortuosi, a seconda del loro
temperamento e della loro volontà - ma
tutti raggiungono Te, proprio come tutti i
fiumi sfociano nell’oceano».

Con la religione si cerca anche di dare


un senso al nostro mondo caotico e
spiegare le cose inspiegabili che
vediamo succedere: la sofferenza degli
innocenti, il trionfo dei malvagi.
La tradizione occidentale dice: «Tutti
verranno giudicati dopo la morte, e
andranno in paradiso o all’inferno». (La
giustizia sarà dispensata da quello che
James Joyce chiama il «Dio Boia» - una
figura di Padre che dal terribile trono
del giudizio punisce i cattivi e premia i
buoni.) Ma le Upanishad disdegnano
ogni tentativo di comprendere il caos
del mondo. Non mostrano nemmeno di
considerarlo caotico, ma suggeriscono
l’idea che a noi possa sembrare tale a
causa della nostra limitatezza. Le
scritture yogiche non promettono
giustizia o vendetta per nessuno, anche
se affermano che ogni azione ha le sue
conseguenze e che bisogna sapere come
comportarsi. Anche se i risultati
potrebbero arrivare dopo molto tempo,
perché lo yoga guarda sempre lontano.
Le Upanishad dicono che forse il caos
ha una funzione divina, anche se
impossibile da individuare al momento
in cui si manifesta: «Gli dèi amano le
cose nascoste e non amano le cose
evidenti». Il meglio che possiamo fare,
allora, per reagire all’incomprensibilità
e alla pericolosità del mondo, è
esercitarci a mantenere il nostro
equilibrio interiore-non importa se là
fuori tutto sembra folle.

Sean, il mio mistico produttore di


latticini irlandese, me lo ha spiegato
così: «Se immagini che l’universo sia la
ruota di un grande motore che gira» ha
detto, «capisci subito che devi stare
vicino al centro - proprio sul mozzo
della ruota - e non sul bordo, dove il
movimento è frenetico e puoi esaurire le
forze e diventare pazzo. Il centro è
calma - il centro è il tuo cuore.

è lì che Dio vive. Smetti di cercare


risposte nel mondo. Continua a tornare
al centro, e troverai la pace».

Spiritualmente parlando, nessuna


risposta ai miei interrogativi mi è mai
parsa più logica e funzionale.

Ho molti amici a New York che non


sono religiosi. La maggior parte, direi.
Qualcuno si è allontanato dagli
insegnamenti spirituali ricevuti in
gioventù, altri non sono mai stati educati
nella fede. Naturalmente, sono quasi tutti
sorpresi o addirittura sconvolti dai miei
tentativi di raggiungere la santità. Alcuni
mi prendono un po’ in giro. Una volta il
mio amico Bobby, mentre tentava di
aiutarmi a far funzionare il computer, mi
ha detto: «Senza offesa per la tua aura,
ma sei ancora un disastro con il
download dei software...». Io sto agli
scherzi. Mi diver-tono. Eppure, adesso
che cominciano a invecchiare, riconosco
anche nei miei amici il desiderio di
avere qualcosa in cui credere. Un
desiderio che incontra ingombranti
ostacoli, come il loro raziocinio e il
loro senso comune, e che però si
riaccende con l’esperienza del mondo
instabile, scosso e devastato che li
circonda e che la loro ragione non riesce
più a rendere sicuro. Nella vita tutti
affrontiamo grandi prove, gioie e dolori,
e queste «megaesperienze» ci fanno
sentire il bisogno di un contesto
spirituale nel quale poter esternare la
nostra sofferta protesta o la nostra
gratitudine, o anche solo cercare
comprensione. Il problema è - che cosa
adorare, chi pregare?

Ho un caro amico la cui moglie è morta


subito dopo la nascita del loro primo
bambino. Il miracolo della nuova vita e
la tragedia della perdita, così
coincidenti, avevano fatto sentire al mio
amico il desiderio di trovare un luogo
sacro dove rifugiarsi, o un rituale da
seguire, per riuscire a illuminare la sua
confusione emotiva. Era stato educato
nella religione cattolica, ma non
tollerava l’idea di tornare a quella
Chiesa da adulto. («Non posso più fare
mia quella fede» mi ha detto «adesso
che so tante cose.») Naturalmente, si
sarebbe sentito a disagio nel diventare
indù o buddhista, o qualcosa di così
strano. Che cosa poteva fare? Mi ha
detto:

«Non si pescano le religioni da un cesto


come le ciliegie».
è un sentimento che rispetto
completamente, peccato che non sono
affatto d’accordo.

Penso che tu abbia ogni diritto a pescare


nel cesto delle ciliegie, quando si tratta
di smuovere il tuo spirito e trovare pace
in Dio. Penso che tu sia libero di
cercare qualsiasi metafora che ti aiuti ad
attraversare il confine terreno, ogni
volta che hai bisogno di trasporto o di
conforto.

Non c’è motivo di sentirsi imbarazzati. è


la storia della umana ricerca della
santità. Se l’umanità non si fosse mai
evoluta nella sua esplorazione del
divino, molti di noi adorerebbero ancora
statue di gatti d’oro come nell’antico
Egitto. E questa evoluzione del pensiero
religioso ci obbliga a pescare molte
ciliegie. Bisogna cogliere qualsiasi
occasione, ovunque e comunque, pur di
continuare il cammino verso la luce.

Gli indiani Hopi pensavano che ogni


religione contenesse un filo spirituale, e
che questi fili si cercassero gli uni con
gli altri per intrecciarsi. Quando tutti i
fili si fossero intrecciati, con la corda
che avrebbero formato, l’umanità si
sarebbe arrampicata fuori da questo
oscuro ciclo storico fino a raggiungere il
regno successivo. In termini più vicini a
noi, il Dalai Lama ha ripreso la stessa
idea, garantendo ai suoi discepoli in
Occidente che non c’è bisogno di
diventare buddhisti tibetani per essere
suoi seguaci. Il Dalai Lama incoraggia
tutti ad accogliere quello che piace del
buddhismo tibetano, integrandolo con le
proprie religioni. Anche nel meno
probabile e tradizionale dei luoghi,
possiamo qualche volta trovare la prova
illuminante che Dio è più grande di
quello che ci hanno insegnato le nostre
limitate dottrine. Nel 1954, papa Pio xi,
proprio lui, aveva mandato una
delegazione vaticana in Libia con queste
istruzioni: «Non crediate di andare tra
gli infedeli. Anche i musulmani
raggiungono la salvezza.

Le vie della Provvidenza sono infinite».


Ma non è forse logico? Che l’infinito
sia, appunto... infinito? Che persino il
più santo di noi sia in grado di vedere di
volta in volta solo pezzi sparsi del
quadro eterno? E che forse, se
potessimo riunire quei pezzi e
confrontarli, affiorerebbe una storia di
Dio capace di includerli tutti? E
l’anelito alla trascendenza di ciascuno
di noi non è forse solo parte di una
universale ricerca della divinità?

Ognuno di noi ha il diritto di non


smettere di cercare finché non arriverà il
più vicino possibile alla fonte della
meraviglia. Anche se questo può
comportare un viaggio in India e una
notte in cui si abbraccia e si bacia un
albero al chiaro di luna...

71
Il mio aereo parte alle quattro del
mattino, che non è affatto strano per
l’ìndia. Decido di non andare a dormire
e di passare tutta la sera nella grotta
della meditazione, pregando. Di solito
non rimango mai alzata fino a tardi, ma
c’è qualcosa in me che vuole che io sia
sveglia in queste ultime ore all’ ashram.
Altre volte nella vita ho passato la notte
sveglia - per fare l’amore, litigare,
ballare, piangere, preoccuparmi - ma
non ho mai sacrificato il sonno per una
notte di preghiera. Perché non farlo ora?
Preparo la valigia e la lascio al cancello
del tempio, per essere pronta a
prenderla al volo, quando, prima
dell’alba, arriverà il taxi. Poi salgo su
per la collina, vado nella grotta di
meditazione e mi siedo. Sono sola, mi
sistemo di fronte alla grande fotografia
di Swamiji, il maestro della mia guru, il
fondatore di questo ashram, il leone che
non c’è più ma che in qualche modo è
ancora qui. Chiudo gli occhi e lascio che
il mantra arrivi. Scendo fino al mio
fulcro di immobilità. Quando arrivo,
sento il mondo arrestarsi, come volevo
che si arrestasse quando avevo nove
anni e avevo paura della fuga
ineluttabile del tempo.
Nel mio cuore, l’orologio si ferma e le
pagine del calendario cessano di volare
via. Siedo muta e stupita per tutto quello
che capisco. Non sto pregando. Sono
diventata una preghiera.

Posso stare seduta qui tutta la notte.

E lo faccio.

Quando è il momento di andare a


prendere il taxi, dopo diverse ore di
immobilità, qualcosa mi riscuote e
guardo l’orologio, devo andare. Devo
prendere l’aereo per l’Indonesia. è
strano e divertente. Mi alzo, mi inchino
davanti alla fotografia di Swamiji -
risoluto, autoritario, meraviglioso. E poi
faccio scivolare un foglio sotto il
tappeto, ai piedi della sua immagine. Sul
foglio ci sono le due poesie che ho
scritto durante i miei quattro mesi in
India. Le prime due vere poesie che
abbia mai scritto.

Un idraulico neozelandese mi ha
incoraggiata e io ho provato. La prima
l’ho scritta quando ero qui solo da un
mese. L’altra, questa mattina.

Tra le due, c’è un grande spazio colmo


della grazia divina.

72
Due poesie da un ashram indiano:

Prima:

Tutte queste chiacchiere su nettare e


gioia cominciano a seccarmi.

Non so come sia per te, amico mio,

ma il mio cammino verso Dio è tutto


fuorché una dolce scia di incenso.

È un gatto libero in una piccionaia, e io


sono il gatto — ma anche quelli che
strepitano come pazzi quando vengono
artigliati.

Il mio cammino verso Dio è una


sommossa di lavoratori, non ci sarà
pace senza i sinda-cati.

Il loro picchettaggio fa così paura

che la Guardia Nazionale non oserà


avvicinarsi.

Il mio cammino è stato battuto fino a


perdere conoscenza da un piccolo uomo
scuro che non ho mai avuto occasione di
vedere,

che ha inseguito Dio attraverso l’india,


con i garretti affondati nel fango, scalzo
e affamato, il sangue infettato di malaria,
che dormiva sulle porte, sotto i ponti, e
cercava la sua casa.
E adesso insegue me, dicendo: «Ora
l’hai capito, Liz?

Che cosa significa CASA ? Che cosa


vuole dire CERCARE davvero?».

Seconda:

Tuttavia.

Se mi lasciassero indossare pantaloni


fatti dell’erba appena falciata di questo
prato, lo farei.

Se mi permettessero di fare l’amore con

ogni singolo eucalipto della Radura di


Ganesh,
giuro, lo farei.

Ho sudato rugiada, ho stremato le mie


forze, ho strofinato il mento sul tronco di
un albero scambiandolo per la gamba
del mio padrone.

Non riesco ad andare in fondo quanto


vorrei.

Se mi lasciassero mangiare la terra di


questo posto servita sopra nidi di
uccello, con-sumerei solo metà del mio
pasto, e dormirei la notte sul resto.

Indonesia
o

«Mi sento diversa perfino nelle


mutande.»

Trentasei capitoli sulla ricerca


dell’equilibrio

In tutta la mia vita di viaggi non


pianificati, non mi era mai capitato di
essere così totalmente allo sbando. Il
mio aereo sta atterrando e io ancora non
so dove andrò a stare, che cosa andrò a
fare, non so come sia il cambio del
dollaro con la moneta locale, non so
come prendere un taxi all’aeroporto -
ammesso che fossi diretta in qualche
posto. Nessuno mi aspetta. Non ho amici
in Indonesia, e nemmeno amici di amici.
E come se non bastasse, grazie alla mia
guida obsoleta (che comunque non ho
letto), non mi sono resa conto che non mi
sarà permesso di rimanere in Indonesia
per quattro mesi come avrei voluto. Lo
scopro solo al mio ingresso nel Paese:
mi è concesso soltanto un visto turistico
di trenta giorni. E io che pensavo che il
governo indonesiano potesse solo essere
compiaciuto all’idea di ospitarmi per
tutto il tempo che avrei desiderato.

Mentre il simpatico funzionario


dell’ufficio immigrazione timbra il mio
passaporto, gli chiedo nel mio modo più
gentile se non posso fermarmi un po’ di
più.

«No» mi dice lui nel suo modo più


gentile. I balinesi sono famosi per la
loro cordialità, ve l’avevo detto?

«Vede, era previsto che io stessi tre o


quattro mesi» insisto.

Non faccio cenno alla profezia - cioè al


fatto che due anni fa mi è stato predetto,
durante una lettura della mano di dieci
minuti, che avrei vissuto qui per tre o
quattro mesi a casa di uno sciamano
vecchissimo e con ogni probabilità
demente. Non saprei come spiegarglielo.
Ma mi ha detto proprio questo, lo
sciamano, ora che ci penso? Mi ha
veramente assicurato che sarei tornata a
Bali e che avrei abitato qui insieme a lui
per qualche mese? O voleva solo che
passassi di nuovo a fargli visita se mi
fossi trovata da queste parti, per dargli
un altro biglietto da dieci dollari in
cambio di una lettura della mano? E ha
davvero usato l’espressione see you
later, alligatori O era la battuta di
rimando, in a while, crocodileì Non
avevo più avuto nessuna notizia dello
sciamano dopo quella sera. Non avrei
nemmeno saputo come mettermi in
contatto con lui. Che indirizzo poteva
avere? Sciamano, sotto il portico, Bali,
Indonesia? Non sapevo se fosse vivo o
morto. Ricordo che sembrava spro-
positatamente vecchio già due anni fa;
da allora poteva essergli successo di
tutto. Di certo sapevo il suo nome, Ketut
Liyer, e che viveva in un villaggio
appena fuori dalla città di Ubud.

Ma il nome del villaggio non me lo


ricordavo.

Forse avrei dovuto pensare meglio a


questi piccoli dettagli prima di mettermi
in viaggio.

74
Ma Bali è un luogo facile da esplorare,
perfino per chi, come me, non ha la più
pallida idea di come muoversi. Non è
come se fossi atterrata senza carta
geografica nel bel mezzo, che so, del
Sudan. Bali è un’isola che ha più o meno
l’estensione del Delaware ed è una
popolare meta turistica: qui un
occidentale munito di carta di credito se
la cava benissimo. Da quando due anni
fa (precisamente qualche settimana dopo
il mio primo viaggio in Indonesia)
l’industria del turismo è crollata per la
paura degli attacchi terroristici, è ancora
più facile girare da queste parti, sono
tutti disperatamente desiderosi di
aiutarti, e bisognosi dì lavorare.

Gran parte dei balinesi conosce


l’inglese e lo parla volentieri (e questo
mi fa sentire colpevol-mente sollevata.
Le mie connessioni sinaptiche sono così
sovraccariche dopo gli sforzi per
imparare l’italiano e il sanscrito che non
potrei sostenere la fatica di studiare
l’indonesiano e men che meno il
balinese - che pare sia più complicato
del marziano). Non è dunque un
problema, per me, cambiare i soldi
all’aeroporto e trovare un taxi con un
autista gentile, in grado perfino di
consigliarmi un albergo carino.

Così arrivo alla città di Ubud, che mi


sembra il posto adatto per dare inizio al
mio soggiorno. Prendo una stanza in un
piccolo e grazioso albergo sulla strada
dal nome fiabesco di via della Foresta
delle Scimmie. L’albergo ha una piscina
e un giardino gremito di fiori tropicali
con boccioli grandi come palloni (curati
da una squadra altamente organizzata di
colibrì e farfalle). Il personale è
balinese, e questo vuol dire che tutti
cominciano ad adorarti e a farti
complimenti sulla tua bellezza appena
varchi la soglia. La stanza guarda sulle
cime di alberi lussureggianti e la prima
colazione inclusa nel prezzo comprende
montagne di frutti tropicali.

Insomma, è uno dei più bei posti dove


mi sia mai capitato di stare e mi costa
meno di dieci dollari al giorno. Sono
contenta di essere di nuovo qui.
Ubud è nel centro di Bali, sulle
montagne, circondata dalle risaie a
terrazza e da innumerevoli templi indù,
da fiumi che solcano la giungla
scavando profondi canyon e vulcani
visibili all'orizzonte. La città è da tempo
considerata il centro culturale dell’isola,
il luogo dove prosperano la pittura
tradizionale balinese, la danza, l’intaglio
e le cerimonie religiose locali.

Non è vicina a nessuna spiaggia, così i


turisti che vengono a Ubud sono scelti e
sofisticati; preferiscono assistere a una
cerimonia in un tempio piuttosto che
bere pina colada sulla costa. Ubud è una
specie di piccola Santa Fe del Pacifico,
solo che qui ci sono scimmie che si
aggirano per le strade e si vedono intere
famiglie con il costume tradizionale
balinese. Ci sono buoni ristoranti e
piccole librerie accoglienti. Potrei
davvero viverci, qui a Ubud, facendo
quello che le divorziate americane fanno
da quando esiste la ywca, e cioè
seguendo un corso dopo l’altro: batik,
percussioni, creazione di gioielli,
ceramica, danza tradizionale
indonesiana, cucina... Proprio di fronte
al mio albergo c’è «The meditation
shop», un piccolo negozio con un
cartello che pubblicizza «sedute di
meditazione a ingresso libero ogni sera
dalle sei alle sette». Che la pace regni
sulla Terra, continua il cartello. Come si
può non essere d’accordo?
Ho disfatto le valigie. è ancora presto,
decido di fare una passeggiata per
orientarmi di nuovo in questa città che
non vedo da due anni. Poi cercherò di
pensare a come cominciare la ricerca
del mio sciamano. Sarà un’impresa
difficile, potrebbe richiedere giorni, o
addirittura settimane. Non so da dove
partire, così mi fermo alla reception
dell’albergo e chiedo a Mario se mi può
aiutare.

Mario fa parte del personale. Siamo


subito diventati amici, soprattutto grazie
al suo nome.
Non molto tempo fa viaggiavo in un
Paese pieno di uomini chiamati Mario,
ma non erano balinesi muscolosi e
vitali, con un sarong di seta e un fiore
dietro l’orecchio. Non ho potuto fare a
meno di chiedergli: «Lei si chiama
davvero Mario? Non sembra un nome
molto indonesiano...».

«Non è il mio vero nome» ha detto. «Il


mio vero nome è Nyoman.»

Ah - avrei dovuto saperlo. Infatti, a Bali


esistono solo quattro nomi propri, sia
maschili che femminili: Wayan, Made,
Nyoman e Ketut. Questi nomi significano
rispettivamente «primo»,
«secondo», «terzo» e «quarto», e
servono a indicare l’ordine in cui i figli
sono nati. Se nasce un quinto figlio, si
ricomincia dal principio, e il bambino si
chiamer qualcosa come «Wayan numero
due». E così via. Se nascono dei gemelli
si chiama Wayan quello che è stato
partorito per primo. Essendoci di base
solo questi quattro nomi (soltanto le
caste più alte ne usano altri) è
probabile, per non dire frequente, che
due Wayan si sposino tra loro. E che il
loro primogenito si chiami, com’è
ovvio, Wayan.

La famiglia a Bali è molto importante,


ed è importante conoscer e la
collocazione di ciascuno al suo interno.
Forse il sistema dei nomi propri può
sembrare complicato, ma i balinesi se la
cavano. Naturalmente, però, l’uso dei
soprannomi diventa quasi
indispensabile. Per esempio, una delle
donne d’affari di maggior successo di
Ubud, Wayan, è soprannominata

«Wayan Café» perché possiede un


ristorante molto frequentato che si
chiama Café Wayan; poi c’è «Made il
Grasso», o «Nyo-man Autonoleggio», o
«Ketut lo Stupido», che ha bruciato la
casa di suo zio. Il mio nuovo amico
balinese ha risolto il problema
scegliendosi come soprannome Mario.

«Perché Mario?»
«Perché mi piace tanto l’Italia.»

Quando gli ho detto di avere appena


trascorso lì quattro mesi, la notizia gli è
sembrata stupefacente, fantastica; si è
avvicinato a me e mi ha detto: «Vieni,
siedi, parla». Sono andata, mi sono
seduta, abbiamo parlato. E siamo
diventati amici.

Così oggi pomeriggio decido di


cominciare la ricerca del mio sciamano
dicendo a Mario se per caso non
conosce un vecchio di nome Ketut Liyer.

Mario aggrotta le sopracciglia e pensa.


Mi aspetto che dica qualcosa come:
«Ah, sì! Ketut Liyer! Il vecchio
sciamano che è morto proprio la
settimana scorsa - è triste quando un
venerabile sciamano se ne va...».

Invece mi chiede di ripetere il nome e


questa volta glielo scrivo su un foglio,
pensando di averlo pronunciato
scorrettamente. Infatti Mario legge e
questa volta capisce. «Ketut Liyer!»

esclama.

Adesso mi aspetto che dica: «Ketut


Liyer! Quel vecchio pazzo... è stato
rinchiuso la settimana scorsa...».
Invece dice: «Ketut Liyer è famoso
guaritore».

«Sì, è lui!»

«Lo conosco. Vado tante volte a sua


casa. La settimana passata ho portato
mia cugina, perché suo bambino
piangeva tutta la notte. Ketut Liyer ha
guarito il bambino. Una volta ho portato
una ragazza americana come te. Voleva
una magia per diventare più bella per gli
uomini. Ketut Liyer ha fatto una pittura
magica, per aiutare lei a essere più
bella. Io scherzo, ogni giorno dico a lei:
La pittura funziona! Guarda come sei
bella! La pittura funziona!»
Pensando all'immagine che Ketut Liyer
aveva disegnato per me qualche anno
prima, dico a Mario che anche io ho
avuto una «pittura» dallo sciamano.

Mario si mette a ridere: «La pittura


funziona anche per te!».

«La mia era per aiutarmi a trovare Dio»


gli spiego.

«Non vuoi essere più bella per gli


uomini?» mi domanda, disorientato.

E io: «Mario, potresti portarmi a trovare


Ketut un giorno? Se non hai troppo da
fare?».
«Non adesso» mi dice e, proprio mentre
comincio a sentirmi delusa, aggiunge:
«Forse tra cinque minuti».

75
Così, il pomeriggio stesso del mio
arrivo a Bali mi trovo all’improvviso
seduta su un motorino, aggrappata alla
schiena del mio nuovo amico Mario,
l’indonesiano-italiano che mi porta
verso la casa di Ketut Liyer, correndo
lungo le risaie a terrazza. Per quanto in
questi ultimi due anni abbiamo pensato
al momento in cui avrei ritrovato lo
sciamano, in realtà non ho idea di che
cosa gli dirò. Non ho un appuntamento,
piomberò in casa sua senza preavviso.
Riconosco l’insegna all’ingresso di casa
sua: Ketut Liyer - pittore. La sua
abitazione fa parte di quei tipici
agglomerati di case balinesi che
ospitano diverse generazioni di una
stessa famiglia e sono circondati da alte
mura di pietra; all’interno della
proprietà vi sono anche un ampio cortile
e un tempio. Entriamo senza bussare (la
porta non c’è comunque), accolti dal ri-
ottoso disappunto di un tipico cane da
guardia balinese (tutto pelle e ossa, e
affamato) e nel cortile vediamo proprio
lui, Ketut Liyer, l’anziano sciamano, con
il sarong e la polo a mezze maniche,
identico a com’era quando l’ho
conosciuto. Mario dice qualcosa a Ketut
e anche se il mio balinese è tutt’altro che
fluente capisco che si tratta di una
presentazione generica, del tipo: questa
è una ragazza americana - è tutta tua.

Ketut mi rivolge il suo sorriso


compassionevole e quasi completamente
sdentato. Me lo ricordavo bene, è un
uomo straordinario. La sua faccia è
l’enciclopedia universale della
gentilezza. Mi stringe la mano con una
presa vivace ed energica.

«Sono felice di conoscerti» dice.

Non ha idea di chi io sia.

«Vieni, vieni» dice, e mi invita sotto il


portico della sua casetta, dove i tappeti
di bambù sono l’arredamento principale.
È tutto identico a com’era due anni fa.
Ci sediamo. Senza esitare prende il
palmo della mia mano, come è abituato a
fare con i visitatori occidentali. Mi dà
una lettura veloce che, noto con
sollievo, è una versione abbreviata di
quella che mi ha dato l’ultima volta.
(Forse non riconosce la mia faccia, ma
il mio destino al suo occhio esperto
appare immutato.) Il suo inglese è
migliore di quanto ricordassi e migliore
anche di quello di Mario. Ketut parla
come i vecchi saggi cinesi nei film di
kung fu, quelli che anche se ogni tre
parole dicessero gravemente
«bancomat» non perderebbero l’aria
saggia. «Ah, bancomat, tu avere molta
fortuna e buona sorte, bancomat...»

Aspetto una pausa per interromperlo e


ricordargli che sono già stata da lui due
anni prima.

Sembra confuso: «Non a Bali per la


prima volta?».

«No, signore.»

Riflette: «Sei la ragazza della


California?».

«No» rispondo e la mia sicurezza


diminuisce sempre più, «sono la ragazza
di New York.»
Ketut ribatte (e non so bene che cosa
c’entri): «Non sono più così prestante,
ho perso molti denti. Forse un giorno
andrò a dentista, a mettermi denti nuovi.
Ma dentista far troppa paura».

Apre la bocca deforestata per mostrarmi


i danni subiti. Ha perso davvero molti
denti sul lato sinistro della bocca, e sul
lato destro ha solo dei monconi gialli
tutti rotti che fanno male a guardarli.
«Ho caduto» mi dice. E gli sono saltati
via i denti.

Gli dico che mi dispiace, poi ci riprovo,


parlando lentamente: «Forse non si
ricorda di me, Ketut. Sono stata qui due
anni fa con un’insegnante di yoga
americana che ha vissuto a Bali per
molti anni».

Sorride, infervorato: «Conosco Ann


Barros!».

«Giusto. Ann Barros è il nome


dell’insegnante di yoga. Ma io sono Liz.
Sono venuta qui una volta per chiederle
aiuto perché volevo arrivare più vicino
a Dio. Lei mi ha fatto un disegno
magico».

Scrolla amabilmente le spalle, non


sembra minimamente interessato. «Non
mi ricordo»

dice.
Sono talmente delusa che mi viene quasi
da ridere. Che cosa farò a Bali adesso?
Non so cosa mi ero immaginata da
questo incontro, ma avevo sperato che
sarebbe stato una specie di ritrovarsi,
commovente e superkarmico. E anche se
è vero che avevo temuto che fosse
morto, non mi aveva mai sfiorato l’idea
che potesse, da vivo, non ricordarsi di
me. Adesso mi sembra l’apice
dell’idiozia aver pensato che il nostro
primo incontro fosse stato per lui tanto
memorabile quanto lo era stato per me.
Avrei dovuto davvero pianificare
meglio questo viaggio.
Gli descrivo il disegno che mi ha
mostrato allora - la figura con le quattro
gambe («saldamente poggiate a terra»),
senza testa («non guarda il mondo con la
mente») e la faccia nel cuore («guarda il
mondo con il cuore») - e Ketut mi
ascolta educatamente, sempre con scarso
interesse.

Non intendo metterlo con le spalle al


muro, ma per me è troppo importante
sapere, così gli dico: «Lei mi aveva
detto che sarei dovuta tornare a Bali. Mi
ha detto di stare qui per tre o quattro
mesi. Mi ha detto che avrei potuto
aiutarla a imparare l’inglese e lei mi
avrebbe insegnato le cose che sa». Non
mi piace il suono della mia voce - al
limite della disperazione.

Non accenno all’invito ad andare a


vivere con la sua famiglia. Mi sembra
fuori luogo, date le circostanze.

Mi ascolta educatamente, sorridendo e


scuotendo la testa, come per dire, Non
sono buffe le cose che dice la gente?

Sono sul punto di lasciar perdere, ma ho


fatto tanta strada e devo compiere un
ultimo sforzo. «Sono la scrittrice» gli
dico. «Ketut, sono la scrittrice di New
York.»

Non so perché, ma questa è


l’informazione giusta. La sua faccia
diventa luminosa per la gioia, il suo
sguardo puro e trasparente. Il fuoco del
riconoscimento prende vita dentro di lui
e manda scintille, «tu! tu! Mi ricordo,
sei tu!» si sporge verso di me, mi afferra
per le spalle e comincia a scuotermi
allegramente, come un bambino che a
Natale scuota un pacchetto ancora
incartato per indovinare che cosa c’è
dentro. «Sei tornata! Sei tornata!»

«Sono tornata! Sono tornata!»

«Tu, tu, tu!»

«Io, io, io!»

Sto piangendo, ma cerco di non darlo a


vedere. La profondità del mio sollievo è
difficile da spiegare. Coglie anche me di
sorpresa. è come se, in un incidente, la
mia macchina fosse volata da un ponte e
precipitata sul fondo di un fiume, e io
fossi uscita attraverso un finestrino
aperto e poi, scalciando come un
ranocchio e nuotando all’impazzata
nell’acqua verde e fredda, fossi riuscita
a intravedere la luce, quando ormai non
avevo più ossigeno, le arterie del mio
collo erano gonfie, e le guance piene del
mio ultimo respiro. E solo allora... gasp!

Salto fuori e inspiro enormi boccate di


aria. Sono sopravvissuta. La sensazione
di quel respiro profondo, di quel
ritornare alla luce è la stessa che provo
quando ascolto le parole dello sciamano
indonesiano: sei tornata! Il mio sollievo
è grande così. Esattamente così.

Non riesco ancora a credere che abbia


funzionato.

«Sì, sono tornata» dico, «certo che sono


tornata.»

«Io sono così felice!» dice Ketut. Ci


teniamo le mani, adesso è addirittura
esaltato. «Non ti ho ricordato al
principio! Ti ho conosciuta tanto tempo
fa! Sei diversa adesso! L’altra volta tu
eri donna con faccia molto triste.
Adesso così felice! Come altra persona!
»
L’idea di un cambiamento simile, di una
persona con un aspetto così diverso
dopo un intervallo di tempo di soli due
anni suscita in lui un tremito di risatine.

Rinuncio a trattenere le lacrime e le


lascio sgorgare. «Sì, Ketut, ero molto
triste prima, ma la vita sta andando
meglio, ora.»

«L’altra volta tu avevi cattivo divorzio.


No buono.»

«No buono» confermo.

«L’altra volta tu avevi troppe


preoccupazioni, troppo dolore. L’altra
volta sembri donna vecchia e triste.
Adesso sembri giovane ragazza, l’altra
volta eri brutta, adesso bella!»

Mario applaude estatico ed esclama


vittoriosamente: «Vedi? La pittura
funziona!».

«Vuoi ancora che ti aiuti con l’inglese,


Ketut?» gli chiedo.

Mi risponde che posso cominciare ad


aiutarlo subito e si alza con un balzo,
piccolo come uno gnomo. Entra di corsa
nella sua casetta e ne esce subito dopo
con un fascio di lettere che ha ricevuto
dall’estero negli ultimi due anni (quindi
ce l’ha un indirizzo!). Mi chiede di leg-
gergliele a voce alta, capisce l’inglese
ma non riesce a leggere bene. E così
eccomi diventata la sua segretaria. Sono
la segretaria di uno sciamano! E
favoloso. Le lettere sono di collezionisti
d’arte d’oltreoceano, che sono riusciti in
modi diversi ad acquistare o ottenere i
suoi famosi disegni e dipinti magici. Un
collezionista australiano loda Ketut per
il suo talento di pittore e chiede: «Come
fa ad avere la conoscenza della vita
necessaria a dipingere con così tanti
dettagli?». Ketut risponde a voce alta,
come se stesse dettando: «Perché mi
sono esercitato per tanti e tanti anni».

Quando le lettere sono finite, mi


aggiorna sulla sua vita negli ultimi anni.
Ci sono stati dei cambiamenti. Per
esempio adesso ha una moglie. Indica
attraverso il cortile una donna mas-
siccia che finora è rimasta nell’ombra
sulla soglia della cucina, guardandomi
come indecisa se spararmi subito o
avvelenarmi prima e spararmi poi.
L’altra volta, Ketut mi aveva tristemente
mostrato le fotografie di sua moglie,
morta poco prima, una bellissima
vecchia balinese, luminosa come una
bambina. Agito la mano in segno di
saluto alla nuova consorte, che arretra in
cucina.

«Una brava donna» dice Ketut


guardando verso la cucina buia.
«Davvero una brava donna.»
Prosegue raccontandomi di essersi
dedicato molto ai pazienti balinesi...
Sempre molto da fare, molte magie per i
neonati, cure per i malati, cerimonie per
i defunti e per gli sposi.

Dice che la prossima volta che andrà a


un matrimonio balinese mi porterà con
sé: «Sì, verrai con me!». L’unico
problema è che non ci sono più molti
occidentali che vengono a fargli visita.
Nessuno viene più a Bali a causa del
terrorismo. Questo fa sentire Ketut
«molto confuso nella testa» e anche
«molto vuoto nella banca». Mi chiede:
«Adesso verrai tutti i giorni a mia casa a
farmi pratica di inglese?». Annuisco
festosamente e lui mi dice: «Ti
insegnerò meditazione balinese, ok?».

«OK» rispondo.

«Penso che bastano tre mesi per


meditazione balinese, troverai Dio per
te in questo modo» dice. «Forse quattro
mesi. Ti piace Bali?»

«Mi piace moltissimo.»

«Ti cerchi un marito a Bali?»

«Non ancora.»

«Penso che forse succederà presto.


Torni domani?»

Prometto di tornare. Non accenna alla


possibilità che io mi trasferisca da lui, e
quindi io non dico niente, ma rubo
un’ultima occhiata alla sua
pericolosissima moglie, ancora nascosta
in cucina. Me ne starò nel mio dolce
alberghetto. In fondo è più comodo. E
funzionale - a partire dall’impianto
idraulico. Mi serve soltanto una
bicicletta per fare visita a Ketut tutti i
giorni.

è venuto il momento di andarsene.

«Sono molto felice di conoscerti» mi


dice Ketut, stringendomi la mano.

Eccomi pronta a impartirgli la prima


lezione di inglese: gli insegno la
differenza tra le espressioni «felice di
conoscerti» e «felice di vederti». Gli
spiego che si dice «felice di conoscerti»
solo la prima volta che si incontra una
persona. Da quel momento si dice
«felice di vederti». Perché ci si conosce
solo una volta. E poi ci si vede, tante
volte...

Gli piace questo concetto. Me lo


esemplifica subito: «è bel lo vederti!
Sono felice di vederti! Io ti vedo! Non
sono sordo!».

Ci mettiamo tutti a ridere, anche Mario.


Ci stringiamo la mano e ci accordiamo
per vederci l’indomani pomeriggio.
«Intanto» dice Ketut, «seeyou later,
alligator.»

E io: «In a while, crocodile».

«La tua coscienza è la tua guida. Se hai


amico occidentale che viene a Bali,
mandalo da me per lettura della mano,
sono molto vuoto nella banca perché è
scoppiata bomba. Sono autodidatta.
Sono molto felice di vederti, Liss!»

«Anch’io sono molto felice di vederti,


Ketut.»

76
Bali è una minuscola isola indù nel
mezzo dell’arcipelago indonesiano, che
invece costituisce la più popolosa
nazione musulmana sulla Terra. Bali è
quindi un luogo strano e meraviglioso -
non dovrebbe nemmeno esistere.
L’induismo è stato importato sull’isola
dall’india, attraverso Giava. è andata
così: nel rv secolo a.C. i mercanti
indiani portarono la loro religione verso
est, i re giavanesi si convertirono, e
fondarono una potente dinastia indù, di
cui oggi rimane poco se si eccettuano le
magnifiche rovine del tempio di
Borobudur. Nel xvi secolo una violenta
rivolta islamica dilagò nella regione, e
la famiglia reale adoratrice di Shiva fu
costretta a scappare da Giava e a
riparare a Bali. La fuga è nota come
«l’esodo di Maja-pahit». I fuggitivi,
accompagnati da membri della più alta
casta della società giavanese, portarono
con sé artisti e sacerdoti, quindi non è
esagerato dire che tutti a Bali
discendono da un re, da un sacerdote o
da un artista, ed è per questo che il
balinese ha tanto orgoglio e splendore.

I coloni giavanesi hanno portato a Bali il


loro sistema di caste, che però qui non è
mai stato imposto brutalmente come in
India. Tuttavia il balinese riconosce una
gerarchia sociale complessa (ci sono
cinque divisioni soltanto tra i brahmani)
e per quello che mi riguarda penso che
avrei più fortuna a decodificare il
genoma umano che a cercare di capire i
diversi legami dell’intricato sistema di
clan che tuttora prospera nell’isola. Lo
scrittore Fred B. Eise-man, nei suoi
interessanti saggi sulla cultura balinese,
spiega nei dettagli le sottigliezze di
questi rapporti sociali, ed è dalla sua
ricerca che io ho tratto la maggior parte
delle informazioni che ho messo in
questo libro. Per farla breve, comunque,
vi dirò che a Bali tutti fanno parte di un
clan, ciascuno sa di quale clan fa parte e
di quale clan fanno parte gli altri - e, se
ti hanno cacciato dal tuo clan per
qualche grave disobbedienza, puoi
anche buttarti in un vulcano perché è
come se fossi già morto.

La cultura balinese è un magnifico


alveare di compiti, ruoli e cerimonie
religiose. Ogni balinese ha il proprio
posto all’interno di un elaborato reticolo
di usanze, che è il risultato
dell’imposizione dei sontuosi riti
induisti su una società fondamentalmente
agricola, in cui domina la faticosa
coltivazione del riso. Le risaie a
terrazza richiedono l’impegno
dell’intera società, che è quindi basata
sullo spirito di cooperazione dei suoi
membri. Ogni villaggio balinese ha un
banjar, un’assemblea di cittadini che con
il consenso di tutti prende le decisioni
religiose, politiche ed economiche che
riguardano la comunità. A Bali la
collettività è decisamente più importante
dell’individuo, altrimenti non mangia
nessuno.
Le cerimonie religiose sono di
fondamentale importanza (non bisogna
dimenticare che a Bali ci sono ben sette
vulcani imprevedibili: fidatevi, qui
preghereste anche voi). è stato cal-
colato che una donna balinese trascorre
un terzo delle sue ore di veglia
preparandosi per una cerimonia o
partecipando a una cerimonia o pulendo
la casa dopo una cerimonia. La vita qui
è un ciclo perenne di offerte e rituali.
Bisogna celebrarli tutti nell’ordine
giusto e con la giusta intenzione, o
l’intero universo perderà equilibrio.
Margaret Mead, a proposito dei
balinesi, ha parlato di «incredibile
attivismo», ed è vero - è raro un
momento di ozio in un cortile di Bali. Ci
sono cerimonie che vanno celebrate
cinque volte al giorno e altre che vanno
celebrate una sola volta, altre che hanno
luogo una volta alla settimana, una volta
al mese, una volta all’anno, una volta
ogni dieci anni, una volta ogni cento
anni, una volta ogni mille anni. A tenere
il filo di tutte queste ricorrenze ci
pensano sacerdoti e santoni, che seguono
un sistema bizantino di tre calendari
separati.

A Bali la vita umana è scandita da


tredici riti di passaggio, ciascuno
contrassegnato da una cerimonia
diversa. Elaborate cerimonie di
pacificazione spirituale sono inscenate
lungo tutto il corso di un’esistenza, per
proteggere l’anima da centootto vizi
(centootto, di nuovo questo numero), che
includono grandi forze distruttive come
la violenza, il furto, la pigrizia e la
menzogna. Ogni bambino balinese deve
passare attraverso il fondamentale rito
della pu-bert, durante il quale i denti
canini, o «zanne», vengono limati fino a
diventare uguali agli altri.

Infatti la cosa peggiore per un balinese è


essere rozzo e animalesco. E quelle
zanne sono considerate un residuo della
nostra natura più selvaggia, quindi
devono perdere le loro caratteristiche.
In una cultura con rapporti interpersonali
così stretti e intricati la brutalità è un
lusso che non ci si può permettere.
L’intera rete di cooperazione di un
villaggio potrebbe essere distrutta dalle
intenzioni criminose di una sola persona.
Quindi la miglior cosa che si possa
essere a Bali è alus, che significa
«raffinato» o addirittura «abbellito». La
bellezza è importante a Bali sia per le
donne sia per gli uomini. La bellezza è
riverita. Bellezza significa salvezza. Ai
bambini si insegna ad affrontare ogni
difficoltà o disagio con una faccia
splendente, un grande sorriso.

Alla base del sistema di vita e di valori


che caratterizza l’isola di Bali c’è l’idea
della griglia, una estesa, invisibile
mappa-tura spirituale di usanze, riti,
percorsi. Ogni balinese sa esattamente
qual è il suo luogo di appartenenza e si
orienta in questa grande mappa
immaginaria (basti pensare ai quattro
nomi propri diffusi quasi ovunque a Bali
- Primo, Secondo, Terzo e Quarto).
Mario mi ha detto che lui è felice solo
quando si sente mentalmente e
spiritualmente nel punto di intersezione
tra una linea verticale e una orizzontale
della griglia, in uno stato di perfetto
equilibrio. Per riuscirci deve sempre
sapere esattamente dove si trova, sia nei
suoi rapporti con il divino sia in quelli
con la sua famiglia sulla Terra. Se
dovesse perdere l’equilibrio,
perderebbe la forza.
Non è quindi azzardato pensare ai
balinesi come ai maestri universali
dell'equilibrio, il popolo per cui
mantenere l’equilibrio perfetto è un’arte,
una scienza e una religione. Per quanto
mi riguarda, avevo sperato di imparare
qui come si fa a mantenersi saldi in un
mondo caotico. Ma più conosco questa
cultura, più mi rendo conto di quanto
lontano dalla griglia dell’equilibrio io
mi trovi. La mia abitudine di vagare per
il mondo ignara della mia posizione, la
mia decisione di uscire dalla rete
contenitiva del matrimonio e della
famiglia mi rendono -

nell’ottica di un balinese - qualcosa di


simile a un fantasma. A me non dispiace
vivere così, ma capisco che sia una vita
da incubo per chi aspira a essere un
membro rispettato della societ di Bali.
Se non sai dove ti trovi o a quale clan
appartieni, come puoi trovare un
equilibrio?

Non so come potrò integrare la mia


visione del mondo con quella dei
balinesi, poiché al momento mi attengo a
una più moderna e occidentale
definizione del termine equilibrium (che
per me significa «equilibrata libertà di
scegliere», ovvero la possibilità di
finire da qualsiasi parte, in qualsiasi
momento, in relazione a come...
diciamo... vanno le cose). Il balinese
non aspetta di sapere il modo in cui
«vanno le cose». Morirebbe di paura. I
balinesi organizzano

«come vanno le cose» così da impedire


loro di disperdersi e distruggersi.

Quando cammini per la strada a Bali, e


ti imbatti in uno sconosciuto o in una
sconosciuta, la prima cosa che ti
chiederà sarà: dove stai andando? La
seconda: da dove vieni? A un
occidentale può sembrare un’indagine
invasiva da parte di un estraneo, ma il
balinese ha bisogno di orientarsi, di
trovare le tue coordinate per inserirti
nella griglia ideale della società e
garantire così la sicurezza e il benessere
di tutti. Se dici che non sai dove stai
andando, o che stai girando a caso,
rischi di instillare un po’ di angoscia nel
cuore del tuo nuovo amico balinese. è
decisamente meglio scegliere una
direzione specifica - una qualsiasi - e
dichiarare di avere una meta.

La terza domanda che quasi certamente


ti sentirai rivolgere è: «Sei sposata?».
Di nuovo si tratta di un tentativo di
collocarti nella griglia e orientarsi
rispetto alla tua posizione. Per i balinesi
è davvero essenziale sapere se sei
sposata, devono assicurarsi che la tua
vita sia perfettamente in ordine.
Vogliono che tu dica sì.è un sollievo per
loro se dici sì. Se sei single è meglio
non dirlo, almeno non così direttamente.
E suggerisco vivamente di non dire mai
di aver divorziato. è una cosa che
preoccupa molto i balinesi. Essere soli
vuole dire essere pericolosamente fuori
dalla griglia. Quindi, se sei una donna
single in viaggio a Bali e qualcuno ti
chiede: «Sei sposata?», la miglior
risposta possibile è: «Non ancora». è un
modo educato per dire «no», lasciando
intendere che sarà tua cura rimediare il
più presto possibile.

Anche se hai ottant’anni, o sei lesbica, o


sei una femminista accanita, o sei una
suora, oppure se sei una suora di
ottant’anni lesbica e accanita femminista
che mai è stata sposata e mai si sposerà,
anche in questo caso la risposta più
educata è senz’altro: «Non ancora».

77
La mattina dopo, Mario mi aiuta a
comprare una bicicletta. Da bravo
quasi-italiano mi dice:

«Conosco un posto» e mi porta al


negozio di suo cugino, dove compro una
bella mountain bike, un casco, un
lucchetto e un cestino, e tutto per un po’
meno di cinquanta dollari americani.
Ecco, adesso sono autonoma e mi posso
muovere nella mia nuova città, Ubud.
Devo solo stare attenta quando pedalo
per queste strade strette e tortuose, piene
di buche e affollate di motorini, camion
e autobus di turisti.

Nel pomeriggio arrivo fino al villaggio


di Ketut per trascorrere con il mio
sciamano il nostro primo giorno di... di
che cosa? Non lo so, ma l’importante è
che staremo insieme. In effetti non ho
capito se saranno lezioni di inglese,
lezioni di meditazione, o chiacchierate
d’altri tempi sotto il portico. Non so che
cos’abbia in mente Ketut per me, ma
sono già abbastanza felice di essere
stata invitata a far parte della sua vita.

Quando arrivo lo trovo con degli ospiti.


è una piccola famiglia di contadini
balinesi che hanno bisogno dell’aiuto di
Ke-tut per la loro bambina di un anno.
La povera piccola sta mettendo i denti e
ha pianto per molte notti. Il papà è un
uomo giovane e bello, vestito con il
sarong, ha i polpacci muscolosi come
quelli delle statue degli eroi di guerra
sovietici. La mamma è graziosa e timida,
mi guarda sotto le palpebre pudicamente
abbassate. Hanno portato a Ketut una
modestissima offerta, duemila rupie
(circa venticinque centesimi di dollaro),
che gli porgono in un cestino intrecciato
a mano con foglie di palma, appena più
grande del portacenere di un bar. Nel
cestino, insieme ai soldi e a qualche
chicco di riso, c’è il boccio lo di un
fiore. (La loro povertà crea uno stridente
contrasto con il lusso sfoggiato dalla
famiglia ricca che più tardi arriva dalla
capitale Denpasar: la madre porta in
equilibrio sulla testa una cesta a tre
piani con fiori, frutti e un’anatra arrosto
-un copricapo così sontuoso e
strabiliante che perfino Carmen Miranda
si sarebbe inchinata al suo cospetto.)
Ketut è calmo e cortese con i suoi ospiti.
Ascolta i genitori che spiegano i
problemi della bambina. Poi fruga in un
bauletto e tira fuori un antico libro
mastro coperto di minuscoli caratteri in
sanscrito balinese. Lo consulta come uno
studioso, cercando una combinazione di
parole adatta all’occasione, continuando
nello stesso tempo a parlare e a ridere
con i genitori.

Poi prende un foglio bianco da un


quaderno (con Ker-mit, la rana del
Muppet Show, sulla copertina) e scrive
qualcosa. è una «prescrizione» per la
bambina, mi spiega.

La bambina è tormentata da un piccolo


demone, questa è la diagnosi. Ketut
suggerisce ai genitori di massaggiare le
gengive della bambina con del succo di
cipolla rossa. Per placare il demone,
devono solo fare un’offerta - devono
sacrificare un pulcino e un maialino e
offri-rli insieme a una torta fatta di certe
erbe speciali che la nonna della bambina
non può non avere nel suo orto di erbe
mediche... (Il cibo non andrà sprecato,
perché dopo il sacrificio, i balinesi
hanno il permesso di mangiare i loro
stessi doni. Loro la vedono così: Dio
prende quel

lo che a Dio appartiene - e cioè il gesto


- mentre l’uomo prende quello che
all’uomo appartiene, cioè il cibo.)

Dopo aver scritto la prescrizione, Ketut


ci volta le spalle, riempie d’acqua una
ciotola, vi si china sopra e con un
gemito emette un mantra spettacolare,
quieto e raggelante. Poi benedice la
bambina con l’acqua alla quale ha
appena infuso il suo potere sacro. Anche
se ha solo un anno, la bambina sa come
comportarsi nel momento della
benedizione. La mamma la tiene in
braccio e lei tende le manine per
ricevere l’acqua, ne beve un sorso, poi
un altro e poi si rovescia il resto sulla
testa - un rituale perfettamente eseguito.
La piccola non mostra la minima paura
di fronte al vecchio sdentato che la
guarda cantilenando. Poi Ketut prende il
resto di quell’acqua santa e

lo versa in un sacchetto di plastica di


quelli per conservare i panini, lo chiude
con un nodo e lo consegna ai familiari
perché ripetano il rito più tardi. La
madre prende il sacchetto, sembra che
abbia vinto un pesce rosso alla fiera del
paese, dimenticandosi il pesce e
portandosi appresso solo l’acqua.

Ketut Liyer ha dedicato a questa


famiglia almeno quaranta minuti per un
compenso di circa venticinque centesimi
di dollaro. Ma lo avrebbe fatto anche
per meno ancora; è il suo dovere di
guaritore. Non può respingere nessuno,
altrimenti rischia che gli dèi gli tolgano
il suo dono. Ketut riceve circa venti
visite come questa ogni giorno, di
balinesi che hanno bisogno del suo aiuto
o del suo consiglio per problemi
spirituali o di salute. In giornate
considerate di buon auspicio, quando
tutti vogliono una benedizione speciale,
può ricevere anche più di cento visite.

«Non ti stanchi?»

«è la mia professione» mi dice. «è il


mio hobby - fare lo sciamano.»

Nel pomeriggio arriva ancora qualche


paziente, ma Ketut e io riusciamo a stare
anche un po’ per conto nostro sotto il
portico. Mi sento a mio agio con il
vecchio sciamano, tranquilla come se
fosse mio nonno. Mi dà la mia prima
lezione di meditazione balinese. Mi dice
che ci sono molte vie per trovare Dio,
ma la maggior parte di esse è troppo
complicata da seguire per gli
occidentali, per questo lui mi insegnerà
un tipo di meditazione più facile.
Essenzialmente bisogna fare cosi:
sedersi in silenzio e sorridere. Mi piace.

Ketut ride mentre me lo insegna. Sedersi


e sorridere. Perfetto.

«Tu hai studiato yoga in India, Liss?»

«Sì, Ketut!»

«Sì, puoi fare yoga, ma yoga troppo


difficile.» E poi Ketut si contorce nella
difficoltosa posizione del loto, con una
comica smorfia che sembra dovuta a una
terribile costipazione. Poi si lascia
andare, ride e mi chiede: «Perché chi fa
yoga è sempre tanto serio? Se fai faccia
così seria spaventi l’energia buona. Per
meditare devi solo sorridere. Sorridi
con la faccia, sorridi con la mente, e
l’energia buona verrà da te e laverà via
l’energia sporca. Sorridi anche con
fegato. Fai esercizio questa sera
all’albergo. Non troppa fretta, non
troppo sforzo. Se tu troppo seria, diventi
malata. Puoi chiamare energia buona con
sorriso. Finito per oggi. See you later,
alligator. Torna domani. Sono molto
felice di vederti, Liss. La tua coscienza
è la tua guida. Se hai amico occidentale
che viene a Bali, portalo da me per
lettura della mano. Sono molto vuoto
nella banca da quando è scoppiata la
bomba».

78
Ecco la storia della vita di Ketut Liyer
più o meno come me l’ha raccontata lui:
«Sono nove generazioni che mia
famiglia è uno sciamano. Mio padre,
mio nonno, mio bisnonno, tutti sono uno
sciamano. Tutti loro vogliono che io
sono uno sciamano perché vedono che
ho la luce. Vedono che io sono bello e
sono intelligente. Ma io non voglio
essere sciamano. Troppo studio! Troppa
informazione! E io non credo in
sciamano! Io voglio essere pittore!
Voglio essere artista! Ho talento per
pittura. Quando ero ancora uomo
giovane, incontro uomo americano,
molto ricco, forse anche lui una persona
di New York come te. Lui piace mio
dipinto. Lui vuole comprare da me
grande dipinto, forse grande un metro,
per molto denaro. Ogni giorno io
dipingere, dipingere, dipingere. Anche
la notte dipingere. In quei giorni, molto
tempo fa, non ci sono lampadine
elettriche come oggi, così io ho
lampada. A olio, capisci? Una lampada
a pompa, devi pomparla per far venire
olio. E io faccio il dipinto tutte le notti
con lampada a olio.

«Una notte la lampada è buia, così io


pompare pompare pompare e lampada
esplode!

Fiamme attaccano mio braccio! Vado a


ospedale per un mese con braccio
bruciato, fa infezione. Infezione arriva al
mio cuore. Il dottore dice che vado a
Singapore per tagliare mio braccio, per
fare amputazione. Non è come ciliegina
su torta, per me, ma dottore dice che
devo andare assolutamente a fare
operazione. Dico a dottore, prima vado
a casa, in mio villaggio.

«Quella notte al villaggio faccio sogno.


Padre, nonno, bisnonno vengono tutti in
mio sogno in mia casa e dicono a me
come curare mio braccio bruciato.
Dicono a me di fare succo con zafferano
e legno di sandalo. Mettere succo su
bruciatura. Poi fare polvere con
zafferano e legno di sandalo. Strofinare
bruciatura con polvere. Dicono a me se
io faccio questo non perdo mio braccio.
Un sogno così vero, come avere loro
con me in mia casa, tutti insieme.

«Mi sveglio. Non so cosa fare perché


qualche volta sogni scherzano - capisci?
Ma metto questo succo di zafferano e
legno di sandalo su braccio. Poi metto
questa polvere di zafferano e legno di
sandalo. Mio braccio molto infetto,
molto male, diventato grande, molto
gonfio.

Ma dopo messo succo e polvere, diventa


molto fresco. Comincia a stare meglio.
Dieci giorni e mio braccio è a posto.
Tutto guarito.

«Per questo io comincio a credere.


Adesso faccio di nuovo sogno, con
padre, nonno e bisnonno. Loro dicono
che adesso devo diventare sciamano.
Mia anima, devo darla a Dio.

Per questo, devo fare digiuno per sei


giorni, capisci? Niente cibo, niente
acqua. Niente colazione. Non è facile.
Ho tanta sete per digiuno, vado alle
risaie nella mattina, prima del sole.

Siedo nella risaia con bocca aperta e


prendo acqua da aria. Come si dice?
Questa acqua in aria, in risaia, alla
mattina? Rugiada? Sì. Rugiada. Solo
questa rugiada ho mangiato per sei
giorni. Niente altro cibo, so

lo rugiada. Al giorno numero cinque


sono diventato inconscio. Vedo solo il
colore giallo dappertutto. No, non giallo
- ORO. Vedo l’oro dappertutto, anche
dentro di me. Molto felice.

Adesso capisco. L’oro è Dio, anche


quello dentro di me. Quella cosa che è
Dio, la stessa cosa è dentro di me,
uguale uguale.

«Così adesso devo essere sciamano.


Adesso devo imparare libri medici di
mio nonno.

Questi libri non sono fatti di carta, sono


fatti di foglie di palma. Sono chiamati
lontar. è la enciclopedia medica
balinese. Devo imparare tutte le diverse
piante di Bali. Non è facile. Una per
una, imparo tutte. Imparo a curare
persone con molti problemi. Un
problema è quando una persona è malata
nel fisico. Aiuto questo malato fisico
con le erbe. Un altro problema è quando
la famiglia è malata, quando la famiglia
è sempre in lite. Li aiuto con l’armonia,
con mie parole e con disegni magici
speciali. Metti il disegno magico nella
casa, basta litigio.

Qualche persona è malata di amore, non


trova la giusta unione. Io curo i problemi
di amore con mantra e con disegno
magico, e amore viene da te. Ho
imparato anche la magia nera, per
aiutare le persone se la magia nera
cattiva ha fatto un incantesimo su loro. Il
mio disegno magico, mettilo nella tua
casa, porta a te energia buona.

«Mi piace ancora essere artista, mi


piace fare dipinto quando ho tempo,
vendere a galler-ia. Il mio dipinto
sempre lo stesso: di quando Bali era il
paradiso, forse mille anni fa. Dipinto di
giungle, animali, donne con - come si
dice? Seno. Donne con seno. è difficile
per me trovare tempo per fare dipinto
perché sono sciamano, e io devo essere
sciamano. è la mia professione. Il mio
hobby. Devo aiutare la gente o Dio è
arrabbiato con me. Devo far nascere i
bambini qualche volta, fare cerimonia
per persona morta, o fare cerimonia per
limatura di denti o per matrimonio.
Qualche volta mi sveglio tre del mattino,
faccio dipinto con luce di lampadina
elettrica - ho solo quel tempo per fare
dipinto per me. Mi piace solo quel
tempo del giorno, va bene per fare
dipinto.

«Faccio magia vera, non scherzo. Dico


sempre la cosa vera, anche se è cattiva
notizia.

Devo avere buona indole sempre nella


mia vita, o andrò in inferno. Parlo
balinese, indonesiano, un poco
giapponese, un poco inglese, un poco
olandese. Durante la guerra molti
giapponesi erano qui. Non era cosa
cattiva per me, leggo la mano per
giapponesi, divento amico.

Prima della guerra molti olandesi erano


qui. Adesso molti occidentali, parlano
tutti inglese. Il mio olandese è - come si
dice? Qual è quella parola che mi
insegni ieri? Arrugginito? Sì -
arrugginito. Il mio olandese è
arrugginito. Ah!

«Sono della quarta casta di Bali, una


casta molto bassa, come un contadino.
Ma vedo molte persone della prima
casta non intelligenti come me. Il mio
nome è Ketut Liyer. Liyer è il nome che
mio nonno mi ha dato quando ero un
piccolo ragazzo. Vuole dire luce chiara.
Questo sono io».

79
Sono così libera qui a Bali che è quasi
ridicolo. L’unico impegno è andare a
trovare Ketut Liyer per qualche ora ogni
pomeriggio, e di tutti i lavoretti saltuari
che uno può fare, questo è decisamente
tra i meno gravosi. Al resto del giorno
penso senza grande preoccupazione.

Medito per un’ora ogni mattina usando


le tecniche yoga della mia guru, e medito
ogni sera con gli esercizi che mi ha
insegnato Ketut (sedersi e sorridere).
Nel lungo intervallo tra questi due
momenti me ne vado in giro a piedi o in
bicicletta, qualche volta parlo con
qualcuno o vado a pranzo da qualche
parte. Ho trovato una piccola biblioteca
circolante in città, mi sono iscritta, e
adesso consumo gustosi momenti della
mia giornata in giardino a leggere. Dopo
l’intensa attività nell' ashram, e dopo il
mio decadente scorrazzare per tutta
l’Italia assaggiando qualsiasi cosa
commestibile mi capitasse sottomano,
questo stile di vita mi sembra nuovo,
tranquillo e pacifico. Ho così tanto
tempo libero che potrei misurarlo in
tonnellate.

Ogni volta che mi allontano


dall’albergo, Mario e i suoi colleghi mi
domandano dove vado, e quando torno
mi domandano dove sono stata. Non mi
stupirei se tenessero in un cassetto
minuscole mappe per ciascuno dei loro
cari, con indicati i luoghi dove ognuno
di loro si trova nei diversi momenti
della giornata, solo per essere sicuri che
tutto l’alveare sia sotto controllo.

La sera mi arrampico in bicicletta sulle


colline a nord di Ubud, attraverso ettari
di risaie in mezzo a splendidi e verdi
paesaggi. Posso vedere le nuvole rosa
riflesse nell’acqua stag-nante delle
risaie, come se ci fossero due cieli - uno
in alto, in paradiso, per gli dèi, e uno qui
giù, nel fango, per noi mortali. Qualche
giorno fa ho pedalato fino al Santuario
dell’Ai-rone, con la sua riluttante
insegna di benvenuto («Va bene, potete
vedere gli aironi»), ma quella sera non
c’erano aironi, solo anatre, così ho
guardato le anatre per un po’, poi ho
raggiunto il villaggio vicino. Lungo la
strada ho incontrato donne e uomini,
bambini, galline e cani, e tutti -

a loro modo - stavano lavorando, ma


nessuno era così occupato da non potersi
fermare a salutarmi.

Una sera, poco tempo fa, in cima a un


bel declivio coperto di alberi, ho visto
un cartello:
«Casa d’artista affìttasi, con cucina».
Poiché l’universo è generoso, sono
passati solo tre giorni ed eccomi
sistemata lì. Mario mi ha aiutata a
trasferire le mie cose e tutti i miei amici
che lavorano all’albergo mi hanno
accompagnata per un commosso addio.

La mia nuova casa dà su una stradina


tranquilla, ed è circondata in tutte le
direzioni da risaie. è una specie di
piccolo cottage in mezzo a un cortile
recintato da un muro coperto di edera.
La proprietaria è un’inglese che ora è
partita per l’Inghilterra lasciando a me
questo luogo miracoloso. C’è una cucina
di un rosso brillante, uno stagno pieno di
pesciolini, una terrazza di marmo, una
doccia esterna rivestita di lucenti
mosaici; mentre mi lavo i capelli vedo
gli aironi che fanno il nido sulle palme.
Sentieri segreti guidano il visitatore in
un giardino incantato pieno di fiori. La
cura del giardino è compresa nel prezzo
dell’affitto, così l’unica cosa che devo
fare è ammirarne la bellezza. Non
conosco i nomi di nessuna di queste
straordinar-ie piante equatoriali, così
me li invento. Perché no? Non è forse
questo il mio Eden? In poco tempo ho
dato un nomignolo a ogni albero e a ogni
fiore: albero dell’asfodelo, palma da ca-
volo, giunco in abito da sera, spirale
vanagloriosa, bocciolo in punta di piedi,
viticcio della malinconia, e prima stretta
di mano del bebé, che è il nome con cui
ho battezzato una spettacolare orchidea
rosa. La rigogliosa profusione di pura
bellezza che mi circonda è difficile da
immaginare,

0 da credere possibile. Dai rami fuori


dalla finestra della mia. camera da letto
posso raccogliere papaye e banane. C’è
anche un gatto che si dimostra
affezionatissimo a me quando gli do da
mangiare, e poi si lamenta per tutto il
resto del giorno come se avesse gli
incubi di un reduce del Vietnam. è
strano, ma non mi infastidisce. Non c’è
niente che mi infastidisca o mi
dispiaccia in questi giorni, non riesco
nemmeno a ricordare che cosa sia la
scontentezza.
E pensare che l’affitto di questa casa è
inferiore alla somma che a New York
spendevo ogni mese so

lo per i taxi.

Anche l’universo sonoro di questo posto


è magnifico. La sera c’è un’orchestra di
grilli, con le rane che fanno i bassi, a
notte fonda i cani ululano al cielo la loro
disperazione («Perché siamo sempre
fraintesi?»). Prima dell’alba i galli
inneggiano all’eccitante privilegio di
essere galli («Siamo galli!» strillano. «E
solo a noi è dato essere galli.»). Ogni
mattina, prima che il sole si alzi, c’è una
gara di canto tra tutte le specie di uccelli
tropicali. Finisce sempre con una
vittoria ex aequo di almeno dieci
concorrenti, tutti ammessi alle finali.
Quando il sole appare, ogni cosa si
quieta e le farfalle fanno capolino tra

1 fiori. La casa è coperta di rampicanti;


sembra che da un giorno all’altro possa
sparire nel fogliame - e sparirò anch’io,
diventerò un fiore tropicale.

A proposito, lo sapevate che la parola


«paradiso» (che deriva dal persiano)
significa letteralmente giardino
circondato da mura?

Detto questo, confesso che mi sono


bastati tre giorni di ricerca nella
biblioteca locale per capire che la mia
visione di Bali come paradiso terrestre
era leggermente falsata. Ho sempre
affermato, dopo il mio primo viaggio in
Indonesia, che questa piccola isola era
l’unica vera utopia rimasta nel mondo,
un luogo che aveva sempre conosciuto
solo pace, armonia ed equilibrio, un
Eden mai travagliato da violenze o
spargimenti di sangue. Non so bene
come mi fossi fatta questa idea, ma da
allora l’avevo sostenuta con profonda
convinzione.

«Perfino i poliziotti, qui, hanno un fiore


tra i capelli» mi capitava di dire come
se fosse un dettaglio probante.
In realtà ho scoperto che Bali - tanto
quanto ogni altro luogo sulla Terra mai
abitato dall’uomo - ha avuto una storia
sanguinosa, di violenza e oppressione.
Quando i re di Giava sono immigrati qui
nel xvi secolo, hanno fondato una
colonia feudale regolata da un severo
sistema di caste che - come tutti i sistemi
di caste che si rispettino - non aveva
nessuna considerazione per chi ne
occupava gli ultimi gradini. L’economia
dell’antica Bali si fondava su un
redditizio commercio di schiavi (Bali ha
avviato questo tipo di traffico molto
prima che lo facesse l’Europa ed è stata
l’ultima a porvi fine). All’interno,
l’isola era costantemente in guerra,
poiché i suoi re, rivali fra loro,
sferravano continui attacchi ai reciproci
eserciti (con tanto di stupri di massa e
omicidi). Fino al tardo xix secolo, i
balinesi avevano tra i mercanti e i
navig-atori una reputazione di malvagi
combattenti (era famosa la loro tecnica
di combattimento che consisteva nello
scatenarsi selvaggiamente e all’im-
prowiso contro i propri nemici, in un
corpo a corpo sanguinoso e suicida che
aveva sugli europei un effetto
terrorizzante). Con un esercito
disciplinato di trentamila soldati, i
balinesi hanno sconfitto gli invasori
olandesi nel 1848, poi nel 1849, e per
sicurezza anche nel 1850. Sono crollati
sotto la dominazione olandese solo
quando i re rivali dell’isola si sono
traditi l’uno con l’altro, nel tentativo di
prendersi tutto il potere, venendo a patti
con il nemico e promettendogli in
cambio buoni affari. E così ho capito
che avvolgere nella garza di un sogno
paradisiaco la storia di quest’isola è un
po’ ingiusto nei confronti della realtà; è
chiaro che i balinesi non hanno trascorso
l’ultimo millennio seduti a sorridere e a
cantare inni di gioia.

Ma negli anni Venti e Trenta, quando


un’élite di viaggiatori occidentali ha
scoperto Bali, ci si è dimenticati del
sangue versato. I nuovi arrivati volevano
credere che quella fosse «l’isola degli
dèi», dove sono tutti artisti e l’umanità
vive in un inalterabile stato di
beatitudine. La fede in questo sogno si è
protratta nel tempo; molti (inclusa me ai
tempi del mio primo viaggio) ci credono
ancora. «Ero furente con Dio perché non
mi aveva fatto nascere a Bali» ha detto
il fotografo tedesco Gregor Krouse,
dopo aver visitato l’isola nel 1930.
Attratti da questi racconti sulla sua
bellezza e serenità ultraterrene, alcuni
illustri turisti hanno cominciato a venirci
con grande frequenza: artisti come
Walter Spies, scrittori come Noel
Coward, ballerine come Claire Holt,
attori come Charlie Chaplin, studiosi
come Margaret Mead (che a dispetto di
tutti i seni nudi che si vedono in giro, ha
saggiamente definito la civiltà balinese
una società inges-sata almeno quanto
l’Inghilterra vittoriana: «neanche
l’ombra di libertà per la libido»).

La festa è finita con il 1940, quando il


mondo è entrato in guerra. I giapponesi
hanno invaso l’Indonesia, e i felici
espatriati nei giardini balinesi con i loro
aggraziati servitori sono stati costretti a
fuggire. Nella lotta per l’indipendenza
dell’Indonesia, seguita alla guerra, Bali
è diventata una terra divisa e violenta
come tutto il resto dell’arcipelago, e
negli anni Cinquanta (come si dice nel
saggio intitolato Bali: Paradise
Invented), a un occidentale che osasse
visitare Bali veniva consigliato di
dormire con una pistola sotto il cuscino.
Negli anni Sessanta la lotta per il potere
ha trasformato l’Indonesia in un campo
di battaglia che vedeva schierati
nazionalisti da un lato e comunisti
dall’altro. Dopo il colpo di Stato a
Giacarta nel 1965, i soldati nazionalisti
si diressero a Bali con i nomi dei
balinesi sospettati di comuniSmo. In una
settimana, aiutati dalla polizia locale e
dalle autorità dei villaggi, le forze
nazionaliste percorsero tutta l’isola
uccidendo e massacrando. Quando la
furia omicida si fu esaurita, quasi
centomila cadaveri riempivano i
meravigliosi fiumi di Bali.

La rinascita del sogno di un Eden


balinese si è avuta alla fine degli anni
Sessanta, quando il governo indonesiano
ha lanciato una campagna per
riconquistare l’interesse del turismo
internazionale, proponendo nuovamente
Bali come «l’isola degli dèi». I turisti
che vennero a Bali costituivano
comunque un’élite dai gusti raffinati, e la
loro attenzione si rivolgeva soprattutto
alla bellezza artistica e religiosa
dell’isola. Gli avvenimenti storici più
oscuri vennero dimenticati. E da allora è
stato sempre così.

Le notizie che ho appreso durante i miei


pomeriggi di lettura nella biblioteca
cittadina mi hanno un po’ confusa.
Perché sono tornata a Bali? Per cercare
l’equilibrio tra piacere mondano e
devozione spirituale? Ma è questo
l’ambiente giusto per una simile ricerca?
Davvero i balinesi conoscono
l’equilibrio spirituale più di qualunque
altro popolo nel mondo? Intendo dire
che hanno l’aria di essere equilibrati,
con i loro balli e le preghiere, le feste,
la bellezza e i sorrisi, ma io non so che
cosa c’è sotto, in realtà... I poliziotti
portano davvero dei fiori dietro le
orecchie, ma c’è corruzione dappertutto,
come nel resto dell’Indonesia (l’ho
scoperto in prima persona l’altro giorno,
quando ho dato qualche centinaio di
dollari sotto-banco a un uomo in
uniforme per prolungare illegalmente di
tre mesi il mio permesso di soggiorno).
Si dice che i balinesi siano il popolo più
pacifico, devoto e artisticamente
espressivo del mondo, e loro quasi
letteralmente vivono di questa
immagine, ma quanto c’è di vero e
quanto dipende da un calcolo
economico? E può uno straniero come
me capire le tensioni che allignano
dietro le «facce luminose» di questa
gente? è sempre così: guardi il quadro
troppo da vicino e tutte le linee si
fondono in una massa indistinta di
pennellate.

Per adesso quello che posso dire è che


adoro la mia nuova casa e che i balinesi
sono stati tutti garbati con me, senza
eccezioni. Ho trovato la loro arte e le
loro cerimonie belle e ri-generanti, e mi
sembra che anche per loro sia così. è
solo la mia esperienza diretta di un
mondo probabilmente molto più
complesso di quanto io riuscirò mai a
immaginare, ma qualsiasi cosa abbiano
bisogno di fare i balinesi per poter
mantenere il loro equilibrio (e guadag-
narsi da vivere) è affar loro. Io sono qui
per lavorare sul mio equilibrio e
l’atmosfera di quest’isola è ancora -
almeno per adesso - la più adatta a
incoraggiarmi nell’impresa.

81
Non so quanti anni possa avere il mio
sciamano. Gliel’ho domandato, ma non
ne ha idea.
Mi sembra di ricordare che quando mi
trovavo qui due anni fa il traduttore
avesse detto che aveva ottant’anni, ma
l’altro giorno gliel’ha chiesto anche
Mario e Ketut ha risposto:

«Sessantacinque, ma non sono sicuro».


Quando gli ho domandato in che anno
fosse nato, lo sciamano mi ha detto di
non ricordarsi di essere nato. So che era
già adulto quando i giapponesi hanno
occupato Bali nella Seconda guerra
mondiale, e quindi potrebbe avere circa
ottant’anni adesso. Ma quando mi ha
raccontato la storia di come da giovane
si è bruciato il braccio, gli ho
domandato in che anno fosse successo e
lui mi ha risposto: «Non lo so. Può
essere successo nel 1920?». Quindi se
aveva più o meno vent’anni nel 1920,
quanti dovrebbe averne adesso?
Centocinque? Insomma, possiamo dire
che Ketut ha tra i sessanta e i
centocinque anni.

Ho notato poi che il suo concetto di età


varia da un giorno all’altro, a seconda di
come si sente. Quando è molto stanco,
sospira e dice: «Forse ne ho
ottantacinque», ma quando si sente più
energico dice: «Devo averne sessanta».
Mi sembra un ottimo sistema per
valutare l’età delle persone. Che cosa
conta in realtà se non il modo in cui ci
sentiamo? Eppure contìnuo a cercare di
immaginare quanti anni possa avere il
mio sciamano. Un pomeriggio provo con
un’altra strada, e gli domando: «Ketut,
quand’è il tuo compleanno?».

«Giovedì» mi risponde.

«Questo giovedì?»

«No. Non questo. Un giovedì.»

Un buon inizio... Ma un giovedì di che


mese? Di che anno? Niente. Comunque
il giorno della settimana in cui sei nato,
a Bali, è più importante dell’anno, ecco
perché, anche se non sa quanti anni ha,
Ketut è in grado di dirmi che il dio che
protegge i bambini nati di giovedì è
Shiva il Distruttore, e che a quel giorno
sono assegnati due animali come spiriti
guida - il leone e la tigre. L’albero
considerato ufficialmente sacro per i
bambini nati di giovedì è il baniano.
L’uccello è il pavone. Una persona nata
di giovedì parla sempre per prima,
interrompendo gli altri, può essere
considerata leggermente aggressiva, di
solito è fisicamente attraente (un
playboy o una playgirl nelle parole di
Ketut), e in genere ha un buon carattere,
un’ottima memoria e il desiderio di
aiutare il prossimo.

Quando i pazienti balinesi arrivano da


Ketut con problemi seri di salute, di
denaro o di relazione, lui domanda
sempre in quale giorno della settimana
siano nati, per poter pensare alle
preghiere giuste per loro, e alle
medicine più adatte. Perché qualche
volta, dice Ketut, «le persone sono
malate nel compleanno» e hanno bisogno
di un piccolo aggiustamento astrolo-gico
per essere riportate in equilibrio. Una
famiglia del posto ha fatto visitare da
Ketut il figlio minore. Il bambino aveva
forse quattro anni. Gli ho domandato
quale fosse il problema e Ketut mi ha
spiegato che la famiglia era preoccupata
perché «bambino molto aggressivo. Non
prende ordini. Si comporta male. Non
sta attento. Tutti in casa sono stanchi per
colpa di bambino. E poi questo bambino
qualche volta è troppo stordito».
Ketut ha chiesto ai genitori se poteva
tenerlo in braccio per un momento. I
genitori hanno porto a Ketut il bambino,
che si è appoggiato con la schiena al
petto dello sciamano, calmo e senza
paura. Ketut, tenendolo in grembo
teneramente, gli ha messo la mano sulla
fronte, e ha chiuso gli occhi. Poi gli ha
posato i palmi sulla pancia e di nuovo
ha chiuso gli occhi.

Mentre compiva questi gesti sorrideva e


parlava con calma al piccolo. La visita è
finita presto.

Ketut ha riconsegnato il bambino ai


genitori e tutta la famiglia se n’è andata
dopo poco con una prescrizione e
dell’acqua santa. Ketut mi ha raccontato
di aver domandato ai genitori, prima
della visita, quali erano state le
circostanze della nascita del figlio e
così aveva scoperto che il bambino era
nato sotto una cattiva stella, e di sabato -
chi nasce di sabato è potenzialmente
soggetto all’influenza di spiriti cattivi,
come lo spirito del corvo, lo spirito del
gufo, lo spirito del gallo (era proprio lo
spirito del gallo a rendere quel bambino
così battagliero) e lo spirito del
fantoccio (che invece lo rendeva
«stordito»). Ma non c’erano solo cattive
notizie. Nel corpo dei bambini nati di
sabato ci sono anche gli spiriti
dell’arcobaleno e della farfalla, che
possono essere rafforzati. Con una serie
di offerte, la famiglia avrebbe aiutato il
bambino a ritrovare il giusto equilibrio.

«Perché gli hai messo la mano sulla


fronte e sullo stomaco?» ho domandato a
Ketut.

«Controllavi che non avesse la febbre?»

«Controllavo suo cervello, per vedere


se sua mente è abitata da spiriti
malvagi.»

«Che tipo di spiriti malvagi?»

«Liss, io sono balinese. Io credo in


magia nera. Io credo in spiriti malvagi
che escono dai fiumi e fanno male alle
persone.»

«E il bambino aveva spiriti malvagi?»

«No, ha solo il compleanno malato. Sua


famiglia farà sacrificio. Andrà ok. E tu,
Liss? Fai esercizio di meditazione
balinese tutte le sere? Tua mente e tuo
cuore puliti?»

«Tutte le sere» lo rassicuro.

«Impari a sorridere anche con fegato?»

«Anche col fegato, Ketut. Il mio fegato


fa grandi sorrisi.»

«Bene. Questo sorriso farà diventare te


una donna bellissima. Ti darà potere di
essere molto graziosa. Lo puoi usare
questo potere - il potere grazioso! - per
ottenere quello che tu vuoi.»

«Il potere grazioso!» ripeto questa


definizione che mi piace tanto. Sono
come una Barbie meditatrice. «A me, a
me il potere grazioso!»

«Tu fai anche meditazione indiana?»

«Ogni mattina.»

«Bene. Non dimenticare tuo yoga. è


benefico per te. è cosa buona per te
praticare le due meditazioni - la
balinese e l’indiana. Diverse ma buone
tutte è due. Uguali-uguali. Io penso a
religione, tutte religioni uguali-uguali.»

«Non tutti la pensano così, Ketut. A


molti piace litigare su Dio.»

«Non è necessario. Io ho una idea


buona: se incontri qualche persona di
diversa religione che vuole fare litigio
su Dio, tu ascolta tutto quello che lei
dice di Dio. Non litigare mai su Dio.

Cosa migliore da dire è: “Sono


d’accordo con te”. Poi vai a casa e
preghi come vuoi tu.

Questa è mia idea per dare alla gente la


pace nella religione.»
Ho notato che Ketut tiene sempre il
mento in alto e la testa leggermente
all’indietro, un atteggiamento a metà tra
il beffardo e l’elegante. Come uno
strano, vecchio re, osserva tutto il
mondo dall’alto in basso. Ha la pelle
lucente, bruno-dorata. È quasi
completamente calvo, ma compensa con
sopracciglia lunghissime e soffici come
nuvole. A parte la mancanza di molti
denti e le cicatrici delle ustioni sul
braccio destro, sembra in perfetta salute.
Mi ha raccontato di essere stato in
gioventù un ragazzo bellissimo e di aver
fatto il danzatore nelle cerimonie al
tempio. Gli credo. Consuma un solo
pasto al giorno - un semplice piatto
balinese composto di riso mescolato a
carne di anatra o di pesce. Gli piace
bere ogni giorno una tazza di caffè
zuccherato, soprattutto per festeggiare il
privilegio di potersela permettere. Non
è difficile vivere fino a centocinque anni
con questa dieta. Ketut mi ha detto che
mantiene forte il suo corpo meditando
ogni notte prima di addormentarsi e
facendo entrare dentro di sé l’energia
salutare dell’universo. Dice che il corpo
umano è fatto dei cinque elementi della
creazione (niente di più e niente di
meno) - acqua (apa), fuoco ( tejo), vento
(bayu), cielo (akasa) e terra (pri-tiwi) -

e che, se ci concentriamo su di essi


durante la meditazione, riceveremo
energia da tutte queste sorgenti e così
manterremo forti i nostri corpi. Poi lo
sciamano aggiunge: «Il microcosmo
diventa il macrocosmo. Tu, microcosmo,
diventi la stessa cosa dell’universo -
macrocosmo».

Oggi Ketut era molto impegnato, la sua


casa era affollata di pazienti balinesi,
ammucchiati nel cortile come casse da
imballaggio, con in grembo bambini o
doni. C’erano contadini e uomini
d’affari, padri e nonne. C’erano genitori
con figli che non riuscivano a trattenere
il cibo, e vecchi perseguitati dalle
maledizioni della magia nera. C’erano
giovani uomini agitati dagli impulsi
dell’aggressività e del desiderio e
giovani donne in cerca del giusto
compagno.

Bambini malati si lamentavano delle


loro eruzioni cutanee. Tutti erano
nervosi, tutti avevano bisogno di
ristabilire il proprio equilibrio.

L’atmosfera nel cortile della casa di


Ketut è sempre pervasa da un’assoluta
calma. Qualche volta i pazienti devono
aspettare anche tre ore prima che Ketut
possa parlare con loro, ma non capita
mai di vederli pestare i piedi, o alzare
gli occhi con aria esasperata. E

straordinario vedere come sanno


aspettare i bambini, appoggiati alle
bellissime madri, giocando con i loro
ditini per passare il tempo. Mi diverte
sempre scoprire che magari quegli stessi
bambini sono stati portati a casa di Ketut
perché i loro genitori li ritengono
«troppo monelli» e bisognosi di una
cura. Quella bambina? La bambinetta di
tre anni, seduta in silenzio sotto il sole
per quattro ore di seguito, senza un
giocattolo o qualcosa da mangiare?

Quella che non si è mai lamentata una


volta? Sarebbe lei la monella? Vorrei
poter dire: venite negli Stati Uniti - vi
farò vedere io i bambini monelli, quelli
che fanno credere nell’utilità del Ritalin.
Ma qui c’è una diversa concezione di
quello che deve essere il comportamento
di un bambino.

Ketut si rivolge ai suoi pazienti con


sollecitudine, li ascolta tutti, uno dopo
l’altro, apparentemente incurante del
passare del tempo, accordando a
ciascuno l’attenzione necessaria.

Era così indaffarato oggi che non ha


nemmeno consumato il suo pasto all’ora
di pranzo. è rimasto sotto il portico per
ore, obbligato dal suo rispetto per Dio e
per i propri antenati a non muoversi, e a
curare tutti quelli che glielo chiedevano.
Alla sera aveva gli occhi stanchi come
quelli di un chirurgo da campo durante
la guerra civile. Il suo ultimo paziente è
stato un balinese di mezza età che si
lamentava di non aver dormito per
settimane: era perseguitato, diceva, da
un incubo in cui «annegava
contemporaneamente in due fiumi».

Fino a stasera non avevo ancora capito


quale fosse il mio ruolo nella vita di
Ketut Liyer.

Gli ho domandato spesso se era certo di


volermi lì e lui ha sempre insistito che
dovevo tornare anche il giorno dopo. Mi
sentivo in colpa pensando a quanto
tempo portavo via alla sua giornata, ma
lui sembrava sempre dispiaciuto quando
me ne andavo. Non gli sto insegnando
l’inglese, non sul serio. L’inglese che ha
imparato, molti decenni fa, si è così
cementato nella sua mente da non
lasciare molto spazio per correzioni o
per nuovi vocaboli.

Stasera, quando l’ultimo paziente se n’è


andato e Ketut era esausto, invecchiato
dalla fatica della giornata, gli ho
domandato se dovevo andarmene
anch’io, per lasciarlo riposare un po’, e
lui ha risposto: «Ho sempre tempo per
te». Poi mi ha chiesto di raccontargli
qualche storia dell’india, deH’America,
dell’Italia, della mia famiglia. è stato in
quel momento che mi sono resa conto di
non essere l’insegnante di inglese di
Ketut, né una studentessa - almeno non
fino in fondo - ma piuttosto la più
semplice e pura fonte di intrattenimento
di questo vecchio sciamano. Gli faccio
compagnia. Sono qualcuno con cui può
parlare e da cui può ascoltare le cose
del mondo, non avendo avuto molte
occasioni di vederle.

Finora, nelle nostre ore di


conversazione sotto il portico, Ketut mi
ha rivolto domande su qualsiasi
argomento, per esempio mi ha
domandato quanto possono costare le
automobili in Messico e che cosa
provoca l’AIDS (ho cercato di
affrontare entrambi gli argomenti, anche
se sono certa che i relativi esperti
avrebbero risposto in modo molto più
completo). Ketut non si è mai
allontanato da Bali, non è mai stato da
nes-sun’altra parte. In realtà sono poche
anche le volte in cui si è allontanato dal
suo portico. Una volta è andato in
pellegrinaggio sul Monte Agung, il più
alto vulcano di Bali e uno dei luoghi più
sacri dell’isola, ma ha detto che
l’energia lì è così forte che non ha
potuto meditare a lungo per paura di
essere consumato dal fuoco sacro. Visita
i templi per le cerimonie importanti e
viene invitato a casa dai suoi vicini per
celebrare matrimoni o rituali di
iniziazione, ma il più delle volte lo si
può trovare qui, a gambe incrociate, su
questo tappetino di bambù, circondato
dall’enciclopedia medica scritta su
foglie di palma, appartenuta al suo
bisnonno, mentre presta le sue cure alle
persone, placa i demoni e qualche volta
si concede il piacere di una tazza di
caffè zuccherato.

«Ho avuto un sogno di te la passata


notte» mi ha detto oggi. «Ho avuto un
sogno di te che vai in bicicletta in tutti i
posti.»

è rimasto in silenzio per un attimo e io


ho approfittato per una correzione.
«Intendi dire che vado in bicicletta
dovunque?»

«Sì! Sogno la passata notte di te che vai


in bicicletta in tutti i posti e dovunque.
Sei così felice nel mio sogno! In tutto il
mondo vai in bicicletta. E io ti seguo!»
Forse gli piacerebbe poterlo fare...

«Un giorno potresti venirmi a trovare in


America, Ketut» gli ho detto.

«Non posso, Liss» ha scosso la testa,


gioiosamente rassegnato al proprio
destino. «Non ho abbastanza denti per
viaggiare in aeroplano.»

82
È dovuto passare un po’ di tempo perché
io riuscissi ad andare d’accordo con la
moglie di Ketut. Nyomo, come la chiama
lui, è grossa e grassa, con un’andatura
zoppicante e denti macchiati di rosso
dalle foglie di noce di betel che mastica
in continuazione. Ha le dita dei piedi
penosamente contorte daU’artrite, e

lo sguardo astuto. Mi ha fatto paura dal


primo momento in cui l’ho vista. Mi
dava l’idea di una vecchia signora
feroce, un po’ come le vedove italiane o
le marna nere, moraliste e big-otte e
sempre pronte a farti la pelle per la più
lieve delle colpe. All’inizio non si è
minimamente preoccupata di nascondere
la sua diffidenza nei miei confronti - chi
è questo fenicottero che si intrufola in
casa mia ogni giorno? Mi scrutava dalla
profondità buia e fuligginosa della sua
cucina, e si capiva che non era certa del
mio diritto a esistere. Le sorridevo e lei
continuava a fissarmi, forse meditava di
cacciarmi con una scopa.

Ma poi qualcosa è cambiato. è stato


dopo la storia delle fotocopie.

Ketut Liyer ha pile e pile di vecchi


quaderni a righe e registri, riempiti con
la sua grafia fitta e minuta, che
raccolgono in sanscrito balinese i
misteri della guarigione. Ha ricopiato
quegli appunti negli anni Quaranta e
Cinquanta, dopo la morte di suo nonno,
per tenere insieme tutte le informazioni
mediche necessarie alla sua attività di
guaritore. Sono pagine di inestimabile
valore. Vi sono raccolte notizie su alberi
rari, foglie e piante, e su tutte le loro
proprietà curative. Ci sono almeno
sessanta pagine di diagrammi per la
lettura della mano e quaderni interi
dedicati all'astrologia, ai mantra, agli
incantesimi e alle cure. Il problema è
che questi quaderni hanno subito per
anni le aggressioni della muffa e dei topi
e ormai sono ridotti a brandelli.
Ingialliti, sbriciolati, macchiati,
sembrano mucchi di foglie morte. Ogni
volta che Ketut volta una pagina, la
pagina si strappa.

«Ketut» gli ho detto la settimana scorsa,


tenendo in mano una di queste reliquie,
«non sono un dottore come te, ma ho
l’impressione che questo quaderno stia
per morire.»
Ha riso. «Pensi che morirà?»

«Signore» ho detto in tono grave, «ho il


dovere di informarla che il paziente non
ha che sei mesi di vita.»

Ho chiesto a Ketut se potevo portare il


quaderno in città e fotocopiarlo prima
che morisse.

Gli ho dovuto spiegare che cosa vuol


dire «fotocopiare» e gli ho garantito che
non avrei tenuto il prezioso oggetto con
me per più di ventiquattr’ore e che non
gli avrei fatto del male...

Alla fine ha acconsentito a lasciarmi


portare il quaderno fuori dal perimetro
del portico con la promessa che avrei
preservato da ogni pericolo l’antica
saggezza del padre di suo padre. Ho
pedalato fino a un Internet Café dotato di
fotocopiatrici, e con la massima cautela
ho pro-ceduto a duplicare ogni pagina.
Ho fatto rilegare le copie nuove e pulite
con una copertina di plastica. La mattina
seguente, prima di mezzogiorno, ho
riportato a Ketut l’originale e la nuova
versione. Ketut era stupefatto e
contentissimo. Mi ha detto che aveva
quel quaderno

«da cinquant’anni» e cinquantanni per


Ketut poteva voler dire «molto tempo»
oppure cinquant’anni davvero.
Gli ho chiesto se potevo copiare anche
gli altri quaderni per mettere al sicuro
tutto quel sapere. Me ne ha porto lui
stesso un altro, anche questo strappato e
malridotto, coperto di parole in
sanscrito balinese e di complicati
disegni.

«Un altro paziente!» mi ha detto.

«Lo guarirò» ho risposto.

Un altro successo. Entro la fine della


settimana ne avevo salvati parecchi.
Ogni giorno Ketut chiamava Nyomo a
vedere le nuove copie, al colmo della
felicità. L’espressione della moglie non
cambiava, ma la donna esaminava
attentamente le prove del mio operato.

Il lunedì successivo, quando sono


arrivata da Ketut, Nyomo mi ha portato
del caffè caldo servito in un vasetto di
quelli per la gelatina. L’ho guardata
mentre attraversava zoppicando il lungo
tratto di cortile tra la cucina e il portico,
con il caffè su un piattino di porcellana.
Ho pensato che il caffè fosse per Ketut,
ma a lui l’aveva già portato. Era per me.
L’aveva preparato per me. Ho cercato di
ringraziarla, ma lei sembrava infastidita
dalle mie parole, pareva che volesse
cacciarmi come fa con il gallo che cerca
sempre di salire sul tavolo della cucina
quando lei prepara il pranzo. Ma il
giorno dopo Nyomo mi ha portato un
bicchiere di caffè con una ciotola di
zucchero accanto. E il giorno dopo
ancora è arrivata con un bicchiere di
caffè, una ciotola di zucchero e pure una
patata bollita fredda. Ogni volta ha
aggiunto qualcosa, come nelle
filastrocche che si cantano da piccoli nei
lunghi viaggi in automobile.

Ieri ero nel cortile e mi congedavo da


Ketut; Nyomo si è avvicinata
strascicando i piedi.

Aveva la scopa in mano e spazzava,


fingendosi distratta. Io avevo le mani
incrociate dietro la schiena, lei è
arrivata alle mie spalle e ha afferrato la
mia mano con le sue. Ha frugato tra le
mie dita come se cercasse di scoprire la
combinazione di un lucchetto finché non
ha trovato l’indice. Poi ha chiuso il suo
grande, duro pugno intorno al mio dito e
l’ha stretto a lungo. Potevo sentire il suo
affetto pulsare in quella energica stretta
fino al braccio e giù fino alle viscere.
Ha lasciato andare la mia mano e si è
allontanata zoppicando penosamente,
senza dire una parola, continuando a
spazzare come se niente fosse accaduto.
Io sono rimasta lì, ad annegare
contemporaneamente e serenamente in
due fiumi di felicità.

83
Ho un nuovo amico. Si chiama Yudhi, è
indonesiano, originario di Giava. L’ho
conosciuto perché lavora per la
proprietaria della mia casa, la signora
inglese. Sorveglia la proprietà mentre
lei è a Londra per l’estate. Ha ventisette
anni, è tarchiato e parla come un surfer
della California del sud. Mi chiama du-
de, come si chiamano tra loro i ragazzi
americani. Ha un sorriso che potrebbe
fermare per sempre la criminalità, e la
storia della sua vita è lunga e
complicata, soprattutto se si pensa che è
così giovane.

E nato a Giacarta, sua madre era una


casalinga, suo padre un fan indonesiano
di Elvis, e proprietario di una piccola
ditta di condizionatori. Erano cristiani -
un’eccezione in questa parte del mondo.
Yudhi mi racconta storie divertenti sui
ragazzini musulmani del vicinato che lo
prendevano in giro: «Tu mangi il
maiale», «Tu ami Gesù». Lui non si
arrabbiava per questi scherzi - d’altra
parte lui non si arrabbia mai. Sua madre
però non lo lasciava andare in giro con i
ragazzini musulmani, perché, diceva,
erano sempre scalzi. A Yudhi sarebbe
piaciuto correre senza scarpe con loro,
ma la mamma pensava che non fosse
igienico e aveva proposto al figlio
un’alternativa; o si metteva le scarpe e
andava a giocare in strada, o stava
scalzo, ma in casa. Yudhi ha scelto i
piedi nudi e ha passato l’infanzia e
l’adolescenza nella sua camera da letto
a suonare la chitarra, senza scarpe.

Ha un orecchio eccezionale, non avevo


mai sentito nessuno suonare così. Non ha
mai avuto un maestro, ma capisce la
melodia e l’armonia come se fossero sue
sorelle. La sua musica mescola Oriente
e Occidente, associa le ninnananne
indonesiane al groove reggae e a un funk
alla Stevie Wonder dei primi tempi.
Meriterebbe di essere famoso. Non
conosco nessuno che l’abbia sentito
suonare e non lo pensi.

Ha sempre desiderato vivere in America


e lavorare nel mondo dello spettacolo.
Un sogno condiviso da molti giovani in
tutto il mondo. Quando era ancora poco
più che adolescente è riuscito a farsi
assumere, non si sa bene come (allora
non parlava quasi l’inglese), su una nave
della Carnivai Cruise Lines, e in un
attimo è stato catapultato dalla sua
periferica Giacarta nel grande, vasto
mondo. Sulla nave doveva fare uno di
quei faticosissimi lavori riser-vati agli
emigranti. Lui e i suoi compagni
vivevano sotto il ponte di coperta e
lavoravano dódici ore al giorno, con un
solo giorno di riposo al mese (Yudhi era
tra quelli addetti alle pulizie).

Erano tutti filippini o indonesiani.


Dormivano e mangiavano in aree
separate (non vorrete mescolare
cristiani e musulmani, spero!), ma Yudhi
era amico di tutti, secondo il suo stile,
ed era diventato una specie di
messaggero tra i due gruppi. Vedeva più
somiglianze che di-versit tra questi
guardiani, lavapiatti e cameriere,
impegnati a lavorare ore e ore per
mandare cento dollari al mese alle loro
famiglie.

La prima volta che la nave da crociera è


entrata nel porto di New York, Yudhi è
stato sveglio tutta la notte, affacciato al
ponte più alto a guardare il profilo della
città che si stagliava all’orizzonte, e
aveva il cuore che batteva per
l’eccitazione. Qualche ora dopo era già
sceso dalla nave e aveva fermato un taxi
proprio come fanno nei film. Quando il
giovane tassista africano, immigrato da
poco in America, gli ha chiesto dove
volesse andare, Yudhi gli ha risposto:
«Ovunque, amico, basta che mi porti in
giro. Voglio vedere tutto». Alcuni mesi
dopo la nave ha nuovamente ormeggiato
a New York, e questa volta Yudhi è
sbarcato definitiva-mente: il suo
contratto con la Carnivai era scaduto e
lui voleva vivere in America.

Tra tutti i posti dove poteva andare, è


finito in un sobborgo del Newjersey
dove ha vissuto per un po’ con un
compatriota conosciuto sulla nave. Ha
trovato lavoro nel bar di un centro
commerciale - di nuovo dalle dieci alle
dodici ore al giorno, di nuovo un lavoro
da immigrato, questa volta con ragazzi
messicani. In quei primi due mesi ha
imparato meglio lo spagnolo
dell’inglese. Nei rari momenti liberi
saliva su un autobus e andava a
Manhattan, girava per le strade, infatuato
della città - una città che, nelle sue
parole, è «il luogo più pieno d’amore di
tutto il mondo». Forse grazie al suo
meraviglioso sorriso, è riuscito a fare
amicizia a New York con un gruppo di
giovani e appassionati musicisti
provenienti da ogni angolo del pianeta, e
ha cominciato a suonare la chitarra con
loro durante lunghe notti di musica e
divertimento... A uno di questi ritrovi ha
incontrato Ann - una bionda del
Connecticut, molto carina, che suonava
il basso. Si sono innamorati. Si sono
sposati. Hanno trovato un appartamento
a Brooklyn e hanno vissuto circondati da
amici intelligenti e pieni di vita, e
insieme a loro sono partiti per un
viaggio attraverso il sud degli Stati
Uniti, fino a Florida Keys. La vita allora
era straordinariamente bella. Il suo
inglese era diventato impeccabile e
Yudhi cominciava a pensare di
iscriversi all’università.

L’undici settembre Yudhi ha visto le


torri crollare dal tetto della sua casa di
Brooklyn.

Come tutti ha provato disperazione e


stupore - come si può pensare di
infliggere un simile, at-roce dolore alla
città più piena d’amore del mondo? Non
so cosa abbia pensato Yudhi quando il
Congresso degli Stati Uniti ha approvato
il Patriot Act in risposta alla minaccia
terroristica -

forse non si è reso conto che quello era


un insieme di provvedimenti severissimi
per regola-mentare l’immigrazione,
molti dei quali diretti contro le nazioni
di religione islamica come l’Indonesia.
Uno di questi provvedimenti imponeva a
tutti i cittadini indonesiani residenti
negli Stati Uniti di iscriversi al
Dipartimento di Sicurezza Nazionale.
Yudhi e i suoi amici indonesiani hanno
cominciato a domandarsi che cosa fosse
meglio fare - molti di loro avevano il
visto scaduto e temevano che, una volta
iscritti, sarebbero stati costretti ad
andarsene. D’altro canto avevano paura
che non iscriversi volesse dire
comportarsi da criminali. è probabile
che i fondamentalisti islamici e i
terroristi a zonzo per gli Stati Uniti
abbiano ignorato questa legge, ma Yudhi
no, lui ha deciso di registrarsi. Essendo
sposato con un’americana, voleva
aggiornare la sua situazione e chiedere
la cittadinanza. Non voleva vivere
nascondendosi.

Yudhi e Ann hanno consultato ogni


genere di avvocati, ma nessuno si è
mostrato in grado di dar loro il consiglio
giusto. Prima dell’undici settembre non
ci sarebbero stati problemi -

Yudhi si sarebbe potuto limitare ad


andare all'ufficio immigrazione,
aggiornare il visto e avvi-are le pratiche
per la cittadinanza. Ma adesso? Chi
poteva sapere? «Le leggi non sono
ancora state collaudate» gli dicevano gli
avvocati, specialisti in immigrazione,
«verranno collaudate con voi.» Così
Yudhi e la moglie hanno preso un
appuntamento con un funzionario
dell’ufficio immigrazione e hanno
raccontato la loro storia. A Yudhi è stato
detto di ritornare più tardi, lo stesso
pomeriggio, per «un secondo
colloquio». Avrebbero dovuto stare
attenti in quel momento: a Yudhi è stato
severamente imposto di tornare senza la
moglie, senza un avvocato e senza niente
in tasca. Continuando a sperare in una
soluzione al suo problema, Yudhi è
ritornato nel pomeriggio ed è stato
arrestato.

Lo hanno portato in un centro di


detenzione a Elizabeth, nel New Jersey,
dove è rimasto per settimane insieme a
una grande folla di immigrati, tutti
arrestati in quei giorni in base
all’Homeland Security Act. Molti
avevano vissuto e lavorato negli Stati
Uniti per anni, molti non parlavano
inglese. Alcuni di loro non erano
nemmeno riusciti ad avvertire le
famiglie al momento dell’arresto. Una
volta chiusi in quel centro, non erano più
identificabili. Nessuno sapeva della loro
esistenza. Ann, quasi impazzita dalla
disperazione, ha impiegato giorni per
scoprire dove era stato portato il marito.
Di quel periodo, Yudhi ricorda con
maggior vivezza il gruppo di dieci o
dodici ragazzi nigeriani, «neri come il
carbone», magri e terrorizzati, che erano
stati trovati in una nave da carico dentro
un container d’acciaio. Per cercare di
arrivare in America, o da qualsiasi altra
parte, erano rimasti nascosti in quel
cassone in fondo alla nave per almeno
un mese prima di essere scoperti.
Adesso non avevano idea di dove si
trovassero. Avevano gli occhi così
grandi, mi ha detto Yudhi, che
sembravano ancora accec-ati dai
riflettori.

Dopo un periodo di reclusione, il


governo degli Stati Uniti ha rimandato in
Indonesia il cris-tiano Yudhi - sospettato
di essere un terrorista islamico. E
successo l’anno scorso. Non so se gli
sarà mai più permesso di avvicinarsi
aH’America. Yudhi e sua moglie stanno
ancora cercando di capire che cosa
possono fare delle loro vite; non era il
loro sogno vivere in Indonesia.

Incapace di riabituarsi a Giacarta, Yudhi


è arrivato a Bali per cercare lavoro,
nonostante abbia qualche problema a
essere accettato non essendo balinese.
Lui è nato a Giava e i balinesi non
amano i giavanesi, pensano che siano
tutti ladri o mendicanti. Così Yudhi
incontra più pregiudizi qui - nella sua
Indonesia - di quanti ne abbia incontrati
in passato a New York. Non sa che cosa
fare. Forse sua moglie potrebbe
raggiungerlo. Oppure no. Che cosa
farebbe qui? Il loro giovane matrimonio,
vissuto ormai solo attraverso la posta
elettronica, sta andando alla deriva.
Yudhi è a disagio in Asia, è
disorientato.

Si sente americano; lui e io usiamo lo


stesso slang, parliamo dei nostri
ristoranti preferiti a New York e
amiamo gli stessi film. Viene da me la
sera, gli offro una birra e lui mi suona
con la chitarra canzoni meravigliose.
Vorrei che fosse famoso. Se ci fosse
giustizia al mondo sarebbe famoso.

Lui sa a cosa sto pensando e mi dice:


«Ehi, dude, perché la vita è così
assurda?».

84
«Ketut, perché la vita è così assurda?»
ho domandato al mio sciamano.

«Bhuta ia, dewa ia.»

«Che significa?»
«L’uomo è un demone, l’uomo è un dio.
Tutte e due le cose sono vere.»

Un concetto a me familiare. Molto


indiano. Molto yogico. Gli esseri umani
sono nati, come la mia guru ha spiegato
tante volte, con eguale possibilità di
contrarsi o di espandersi. Gli ingredienti
dell’oscurità e della luce sono presenti
allo stesso modo in ciascuno di noi e
dipende dall’individuo (o dalla
famiglia, o dalla società) decidere se si
vorrà sviluppare la virtù o il male. La
follia del nostro pianeta è in gran parte
il prodotto delle difficoltà che l’essere
umano incontra nella ricerca di un sano
equilibrio con se stesso. La pazzia (tanto
individuale quanto collettiva) è il
risultato di questi insuccessi.

«Ma che cosa possiamo fare contro la


follia del mondo?»

«Niente» Ketut ha riso della mia


domanda, ma con una nota di gentilezza.
«Così è natura del mondo. Devi
preoccuparti solo di tua follia -
comincia a cercare la pace in te.»

«E come la trovo?»

«Con la meditazione. Meditazione ha


scopo di trovare la pace e la felicità - è
molto facile.

Oggi ti insegnerò nuova meditazione, ti


farà diventare una persona ancora
migliore. E

chiamata meditazione dei quattro


fratelli.»

Ketut mi ha spiegato che i balinesi


credono che ciascuno di noi alla nascita
sia accompagnato da quattro fratelli
invisibili che vengono al mondo insieme
a noi e ci seguono e ci proteggono per
tutta la vita. Quando il bambino è nel
grembo materno, i suoi quattro fratelli
sono già lì con lui - sono rappresentati
dalla placenta, dal liquido amniotico,
dal cordone ombelicale e dalla sostanza
gialla e grassa che protegge la pelle del
bambino prima che nasca. Quando il
bambino nasce, i genitori raccolgono
quanto più possono di queste sostanze
estranee, le mettono nel guscio di una
noce di cocco e le seppelliscono davanti
alla porta di casa.

Secondo i balinesi questa noce di cocco


sepolta è il sacro luogo del riposo dei
quattro fratelli non nati, da venerare per
sempre come un tempio.

Al bambino, appena ha coscienza, viene


detto che ha quattro fratelli che lo
seguono nel mondo, ovunque vada, e che
lo proteggeranno sempre. I fratelli
incarnano le quattro virtù di cui l’uomo
ha bisogno per essere felice:
l’intelligenza, l’amicizia, la forza e
(questa mi piace) la poesia. I fratelli
possono essere invocati in qualsiasi
momento e sono in grado di portare
salvezza e assistenza in ogni situazione.
Al momento della morte, i tuoi quattro
fratelli invisibili prendono la tua anima
e la portano in paradiso.

Oggi Ketut mi ha detto di non aver


ancora mai insegnato a un occidentale la
meditazione dei quattro fratelli, ma
pensa che io sia pronta. Per prima cosa
mi ha indicato i nomi dei miei quattro
protettori, Ango Patih, Maragio Patih,
Banus Pa-tih, e Banus Patih Ragio. Mi
ha detto di impararli e di pronunciarli
ogni volta che ho bisogno di aiuto. Dei
miei fratelli non devo avere soggezione,
perché loro «sono la tua famiglia!».
Ketut mi suggerisce di invocarli al
mattino, prima dei pasti (in modo da
includerli nel godimento del cibo) e
soprattutto prima di andare a dormire,
perché mi facciano da scudo nella notte,
proteggendomi dai demoni e dagli
incubi.

«Questo mi fa piacere» rivelo a Ketut,


«perché gli incubi sono un mio
problema.»

«Quali incubi?»

Spiego allo sciamano che fin da quando


ero bambina ho un incubo ricorrente, e
cioè sogno un uomo con un coltello in
piedi vicino al mio letto. L’incubo è
così vivido, l’uomo così reale, che mi è
capitato di svegliarmi urlando dalla
paura (cosa tra l’altro imbarazzante per
quelli a cui è capitato di dividere il letto
con me...).

Ketut mi risponde che da anni sto dando


al mio sogno l’interpretazione sbagliata.
L’uomo con il coltello accanto al mio
letto non è un nemico, è semplicemente
uno dei miei quattro fratelli. è quello che
incarna la forza. Non è lì per
aggredirmi, ma per proteggermi mentre
dormo.

Probabilmente mi sveglio perché


avverto l’emozione del mio fratello-
spirito mentre combatte contro qualche
demone che cerca di farmi del male.
Quello che ha in mano non è un coltello,
ma un kris - un piccolo, affilato stiletto.
Non devo avere paura. Posso rimettermi
a dormire sapendo di essere protetta.

«Sei fortunata» ha detto Ketut.


«Fortunata perché puoi vedere lui.
Qualche volta io vedo miei fratelli
durante la meditazione, ma è molto raro
per persona normale vederli così. Sono
sicuro che tu hai un grande potere
spirituale. Forse un giorno diventerai
sciamana.»

«Benissimo» rispondo ridendo, «ma


solo se posso avere una serie televisiva
tutta su di me.»

Ha riso con me senza capire lo scherzo,


ma contento all’idea che alle persone
piaccia scherzare. Ketut mi ha spiegato
che se dovessi parlare con i miei
fratelli-spiriti, devo usare il soprannome
segreto che hanno scelto per me, così
loro mi possono riconoscere. Devo dire:

«Sono Lagoh Prano».

Lagoh Prano vuole dire «corpo felice».

Sono tornata a casa in bicicletta,


esercitando il mio corpo felice in salita,
nel sole del tardo pomeriggio. Mentre
attraversavo un bosco, una grossa
scimmia maschio è scesa da un albero e
mi si è fermata davanti scoprendo i
denti. Non ho battuto ciglio e ho detto:
«Fatti in là, bello, tu non sai che io ho
quattro bei ragazzoni che mi
proteggono» e sono andata per la mia
strada.

Il giorno dopo, però (nonostante i


quattro fratelli) sono stata investita da un
autobus. Era una specie di piccolo
pulmino, ma è riuscito a farmi cadere
dalla bicicletta mentre pedalavo per una
strada senza alcuna protezione ai lati.
Sono andata a finire in un canale di
irrigazione di cemento. Almeno trenta
balinesi che avevano visto l’incidente
hanno fermato i loro motorini per venire
ad aiutarmi (il pulmino si era allontanato
da un pezzo) e c’è stato chi mi ha
invitata a casa sua per un tè

o ha insistito per accompagnarmi


all’ospedale. Tutti si sentivano a disagio
per quello che era successo. Ma non è
stato così grave. La bicicletta è rimasta
intatta, il cestino si è piegato, il casco si
è spaccato. Il danno peggiore è un taglio
profondo sul ginocchio, che si è subito
sporcato di terra e sassolini e, nell’aria
umida dei tropici, in pochi giorni è
diventato una brutta ferita infetta.

Non volevo spaventare Ketut, ma alla


fine mi sono arrotolata la gamba dei
pantaloni, ho tolto la benda ingiallita e
gli ho mostrato la ferita. Lui l’ha
osservata, preoccupato.

«Infezione» ha dichiarato. «Male.»

«Sì.»

«Devi andare dal dottore.»

Ero sorpresa. Non era lui il dottore? Ma


non c’è stato niente da fare. Non so per
quale ragione, Ketut non voleva curarmi
e io non ho insistito. Forse non dispensa
le sue cure e le sue medicazioni agli
occidentali, ho pensato. O forse Ketut
aveva un piano segreto, perché è stato il
mio ginocchio bendato a farmi
conoscere Wayan. E dopo
quell’incontro, tutto quello che doveva
succedere... è successo.

86
Wayan Nuriyasih è come Ketut Liyer, un
guaritore balinese. Tuttavia ci sono
alcune differenze tra loro: Ketut è
anziano ed è un uomo; Wayan è una
donna, non ancora quarantenne.

Ketut è una figura sacerdotale, mistica,


mentre Wayan è un dottore che prepara
le sue medicazioni e i suoi composti di
erbe nell’ambulatorio dove cura i suoi
pazienti. L’ambulatorio è piccolo ma ha
l’ingresso sulla strada, nel cuore di
Ubud. Si chiama «Centro di cura
balinese tradizionale». Ci ero passata
davanti varie volte in bicicletta andando
da Ketut, l’avevo notato per la quantità
di vasi di piante che ha davanti alla
vetrina e per la curiosa pubblicità di un
menu speciale multivitaminico scritta a
mano su una lavagna. Solo quando Ketut
mi ha detto di andare a cercare un
dottore, mi sono ricordata di quel posto
e sono entrata sperando di trovare
qualcuno in grado di guarire l’infezione.

L’ambulatorio di Wayan è una piccola


clinica, una casa e un ristorante nello
stesso tempo.
Al pianterreno ci sono una cucina
minuscola e una sala da pranzo aperta al
pubblico, anche quella di modeste
dimensioni, con tre tavoli e poche sedie.
Al primo piano c’è un locale riservato
ai trattamenti e ai massaggi. Sul retro c’è
una stanza da letto, buia.

Sono entrata zoppicando, con il mio


ginocchio dolorante, e mi sono
presentata alla guaritrice Wayan - una
donna balinese sorprendentemente bella
con un largo sorriso e capelli lucenti
lunghi fino alla vita. C’erano due
bambine timide che si nascondevano
dietro di lei nella cucina e che hanno
sorriso quando le ho salutate con la
mano, e poi sono scomparse. Ho
mostrato la ferita a Wayan e le ho
chiesto se poteva fare qualcosa. Wayan
ha subito messo a bollire una pentola
d’acqua con delle erbe e poi mi ha fatto
bere lo jamu - un composto fatto in casa.
Ha messo delle foglie verdi calde sul
mio ginocchio e subito la ferita ha
cominciato a farmi meno male.

Ci siamo messe a parlare. Il suo inglese


era perfetto. Poiché è balinese mi ha
subito rivolto le solite tre domande di
esordio - dove vai oggi? Da dove vieni?
Sei sposata?

Quando le ho detto che non ero sposata


(non ancora!) mi è sembrata costernata.
«Non sei mai stata sposata?» mi ha
chiesto.

«No» ho mentito.

«Dawero non sei mai stata sposata?» mi


ha chiesto di nuovo, e questa volta mi ha
guardato molto incuriosita.

«Davvero» ho continuato a mentire,


«non sono mai stata sposata.»

«Sicura?»

La situazione stava diventando


paradossale.

«Sicurissima.»
«Nemmeno una volta?»

Evidentemente mi leggeva nel pensiero.

«Be’, sì, c’è stata una volta...»

Il suo viso si è rischiarato, come se


avesse voluto dire: Sì, l’avevo pensato.
Mi ha domandato: «Divorziata?».

«Sì» ho risposto, ormai vergognandomi.


«Sono divorziata.»

«L’avevo capito.»

«Non è molto comune il divorzio qui,


vero?»
«Anche io» ha detto Wayan,
cogliendomi assolutamente di sorpresa,
«anche io sono divorziata.»

« Tu}»

«Ho fatto tutto quello che ho potuto» ha


detto. «Ho provato di tutto prima di
divorziare, ho pregato ogni giorno. Ma
dovevo andare via da lui.»

I suoi occhi si sono riempiti di lacrime


è, per quanto assurdo potesse sembrare,
mi sono ritrovata a tenere la mano alla
prima balinese divorziata che avessi mai
incontrato, e intanto le dicevo: «Sono
sicura che hai fatto tutto quello che
potevi, cara, che ci hai provato in ogni
modo».

«Il divorzio è una cosa tristissima.»

Ero d’accordo.

Sono rimasta da Wayan per altre cinque


ore, parlando con la mia nuova migliore
amica del suo doloroso passato. Lei
puliva l’infezione del mio ginocchio
mentre io ascoltavo la sua storia. Il
marito balinese di Wayan era un uomo
che «beveva sempre, giocava d’azzardo,
per-deva tutti i nostri soldi, mi
picchiava quando non volevo dargliene
altri». Wayan mi ha confidato: «Quando
mi picchiava, spesso dovevo andare
all’ospedale». Ha scostato qualche
ciocca di capelli, mi ha fatto vedere le
cicatrici che aveva sulla testa e mi ha
detto: «Queste me le ha fatte con il
casco del motorino. Mi picchiava
sempre con quel casco quando beveva, o
quando io non guadagnavo. Mi
picchiava così tanto che svenivo, mi
ronzava la testa, non vedevo più. è una
fortuna che io sia una guaritrice. Nella
mia famiglia sono tutti guaritori. Così io
sapevo come curarmi. Se non fossi stata
una guaritrice avrei perso le orecchie,
capisci? Sarei diventata sorda. O mi si
sarebbero danneggiati gli occhi e sarei
diventata cieca. L’ho lasciato quando mi
ha picchiata così forte che ho perso il
mio secondo bambino, quello che era
nella mia pancia». Dopo questa
disgrazia la loro figlia, una ragazzina
intelligente con il soprannome di Tutti,
le ha detto: «è meglio se divorzi,
mamma, ogni volta che vai all’ospedale
lasci troppo lavoro in casa per me».

Tutti aveva quattro anni quando ha detto


queste cose alla sua mamma.

Disertare un matrimonio, a Bali, lascia


una persona talmente sola e indifesa che
un occidentale fa fatica a immaginarselo.
A Bali la famiglia, intesa come gruppo
di consanguinei composto di più nuclei e
racchiuso in un unico agglomerato di
case cintato da mura, vuol dire
semplicemente tutto -quattro generazioni
di fratelli, cugini, genitori, nonni e
bambini che vivono insieme in tanti
piccoli bungalow intorno al tempio di
famiglia, accudendosi gli uni con gli
altri dalla nascita alla morte.
L’agglomerato familiare è la fonte della
forza, della sicurezza finanziaria, della
salute, dell’istruzione, e ciò che più
conta per i balinesi - dei legami
spirituali.

L’agglomerato è un’entità così vitale che


i balinesi lo considerano come un unico
essere vivente. La popolazione di un
villaggio balinese di solito non viene
calcolata sulla base del numero degli
individui, ma del numero di agglomerati.
L’agglomerato è un universo
autosufficiente. Per questo i suoi membri
non sono portati ad abbandonarlo (a
parte le donne, naturalmente, che si
trasferiscono una volta sola per passare
dall’agglomerato del padre a quello del
marito). Quando questo sistema funziona
- e in questa società awiene quasi
sempre -produce gli esseri umani più
positivi, protetti, calmi, felici ed
equilibrati al mondo. Ma quando non
funziona? Come nel caso della mia
amica Wayan? I reietti sono lanciati in
un’orbita vuota e dimenticata. Wayan
poteva scegliere se restare nell’ambito
protetto della famiglia con un marito che
continuava a mandarla in ospedale, o
salvare la sua vita e trovarsi da sola e
senza niente.
Be’, non proprio niente. Ha portato con
sé un’intera enciclopedia di conoscenze
mediche, la sua bontà, il valore etico del
suo lavoro, e la sua Tutti, per cui ha
dovuto lottare molto. Bali è una società
patriarcale fino in fondo. Nel caso raro
di un divorzio, i figli automaticamente
sono assegnati al padre. Per avere Tutti,
Wayan si è dovuta procurare un
avvocato, e gli ha dato tutto quello che
aveva, e quando dico tutto intendo tutto.
Ha venduto non solo i suoi mobili e i
suoi gioielli, ma anche i cucchiai e le
forchette, le calze e le scarpe, il suo
vecchio guanto di spugna e le candele
consumate a metà - tutto per pagare
l’avvocato. Ma è riuscita a riavere la
sua bambina, dopo una battaglia di due
anni. Wayan è stata fortunata, se avesse
avuto un maschio invece di una femmina
non l’avrebbe mai più rivisto. I maschi
valgono di più, qui.

Negli ultimi anni Wayan e Tutti hanno


vissuto per conto loro, da sole,
nell’alveare di Bali.

Si sono trasferite molte volte, a


intervalli di pochi mesi - perché il
denaro va e viene - sempre senza
riuscire a dormire per la
preoccupazione, senza sapere quale
sarebbe stata la tappa successiva. Ogni
volta che Wayan si trasferisce, i suoi
pazienti (anche loro, come molti altri
balinesi di questi tempi, spesso in
difficoltà economiche) fanno fatica a
ritrovarla. Per di più a ogni trasloco
Tutti deve cambiare scuola. Tutti era
sempre stata la prima della classe, ma
adesso, dall’ultimo trasferimento, è
diventata la ventesima su cinquanta
bambini.

A metà del racconto di Wayan è proprio


Tutti a entrare di corsa nel negozio, di
ritorno da scuola. Ha otto anni e si vede
subito che la sua personalità è
pirotecnica e carismatica.

Un piccolo fuoco del bengala con i


codini, magrolina e vivace, mi ha
chiesto in un fantasi-oso inglese se
volessi il pranzo, così Wayan ha detto:
«L’ho dimenticato! Devi avere
appetito». Madre e figlia sono corse in
cucina e insieme alle due ragazzine
timide che avevo intravisto nella cucina
mi hanno preparato le cose più buone
che avessi mai assaggiato fino ad allora
a Bali.

La piccola Tutti mi ha servito ogni


pietanza annunciando con voce
squillante il nome e gli ingredienti,
sempre con un sorriso smagliante da
majorette che fa ruotare il bastone.

«Succo di turmerico per mantenere i reni


puliti!»
«Alghe per il calcio!»

«Insalata di pomodori per la vitamina


d!»

«Erbe miste per non prendere la


malaria! »

Alla fine le ho chiesto: «Tutti, dove hai


imparato così bene l’inglese?».

«L’ho imparato da un libro!» ha


proclamato.

«Sei una bambina molto, molto


intelligente.»

«Grazie» mi ha detto, con un balletto


spontaneo e felice, «sei molto
intelligente anche tu.»

I bambini balinesi non si comportano


così, di solito. Sono tranquilli ed
educati, si nascondono dietro le gonne
delle mamme. Ma Tutti no. Lei si
esibiva in un continuo spettacolo di
danza e chiacchiere.

«Ti faccio vedere i miei libri» ha


trillato ed è salita come un fulmine al
piano di sopra.

«Vuole diventare un dottore degli


animali» mi ha detto Wayan, «come si
dice in inglese?»
«Veterinario?»

«Sì, vuole diventare un veterinario, fa


molte domande sugli animali ma io non
so rispondere. Per esempio mi domanda:
“Mamma, se qualcuno mi porta una tigre
ammalata, devo bendarle prima i denti
così non mi mangia? Se un serpente si
ammala e ha bisogno di medicine, dov’è
la sua bocca?”. Non so come mai le
vengono in mente queste cose... Spero di
po-terla mandare all’università.»

Tutti è corsa giù, piegata sotto il peso


dei libri che mi stava portando, e come
una freccia è andata direttamente a
sedersi in braccio a sua madre. Wayan
ha riso e l’ha baciata, tutta la tristezza
evocata dai racconti sul divorzio era
sparita dalla sua faccia. Le ho guardate e
ho pensato che le figlie che danno il
coraggio di vivere alle loro madri da
grandi diventano donne forti. Un
pomeriggio mi era bastato a capire che
adoravo quella bambina. Ho rivolto a
Dio una preghiera spontanea: Signore,
fa’ che Tutti possa un giorno bendare i
denti di mille tigri bianche!

Mi piaceva anche la madre, ma ormai


erano ore che mi trovavo nel suo
ambulatorio e ho pensato che dovevo
andare. Qualche altro turista era entrato
a curiosare, forse sperando di trovare
qualcosa da mettere sotto i denti.
«Tornerò domani» ho promesso a
Wayan, «e spero di poter provare di
nuovo il pranzo multivitaminico.»

«Il tuo ginocchio va molto meglio ora»


ha detto Wayan. «Migliorerà in fretta.
Non c’è più infezione.»

Ha pulito il liquido appiccicoso che era


rimasto sul ginocchio dopo l’impacco di
erbe, poi ha cominciato a muovere su e
giù e di lato la rotula cercando di sentire
qualcosa. Ha provato con l’altro
ginocchio a occhi chiusi. Li ha riaperti,
ha sorriso e ha detto: «Dalle tue
ginocchia mi pare di capire che non hai
fatto molto spesso l’amore negli ultimi
tempi».

Ho detto: «Perché, le trovi troppo vicine


l’una all’altra?».

Ha riso: «No, è per le cartilagini. Sono


secche. Gli ormoni del sesso lubrificano
le giunture.

Quanto tempo è passato?».

«Circa un anno e mezzo.»

«Hai bisogno di un brav’uomo. Lo


troverò io per te. Pregherò al tempio per
te, perché adesso tu sei mia sorella. E se
verrai domani ti farò un bel lavaggio ai
reni.»
«Un brav’uomo e i reni puliti. Sembra
un ottimo affare.»

«Non avevo parlato a nessuno del mio


divorzio. La mia vita è pesante, troppo
triste, troppo difficile, non capisco
perché la vita dev’essere così difficile.»

Sentendola parlare così, ho provato uno


strano impulso. Ho preso nelle mie le
mani della guaritrice e ho detto con
energica convinzione: «La parte più
difficile della tua vita è ormai alle tue
spalle, Wayan».

Me ne sono andata tremando. Non


sapevo perché, ma ero tutta pervasa
dalla forza di un’intuizione che non
sapevo ancora identificare o
razionalizzare.

87
Le mie giornate, adesso, si dividono in
tre parti. Trascorro le mattine con
Wayan nel suo ambulatorio-ristorante,
ridendo e assaggiando le sue specialità;
i pomeriggi li passo con Ketut, parlando
e bevendo caffè. Di sera invece resto nel
mio bel giardino da sola senza fare
niente, oppure leggo un libro, o
chiacchiero con Yudhi che viene da me
a suonare la chitarra.

Ogni mattina mi esercito nella


meditazione mentre il sole sorge sui
campi di riso, e prima di andare a letto
parlo con i miei quattro fratelli-spiriti e
chiedo di essere protetta e difesa mentre
dormo.

Sono qui solo da poche settimane e ho


già la sensazione di aver compiuto una
missione.

Lo scopo del mio viaggio in Indonesia


era quello di cercare un equilibrio, e
adesso mi sembra di averlo trovato. Non
è che io stia diventando balinese (non
più di quanto sia diventata italiana o
indiana), è solo che riesco a percepire
la mia pace, e mi piace l’alternarsi nelle
mie giornate di tranquilli esercizi
devozionali, godimento di magnifici
paesaggi, buoni amici e ot-time pietanze.
Ho pregato molto negli ultimi tempi,
serenamente. Spesso mi accorgo di
avere voglia di pregare quando sono in
bicicletta, mentre pedalo verso casa, di
ritorno dai miei pomeriggi con Ketut,
attraverso la foresta delle scimmie e i
terrazzamenti di risaie, nella penom-bra
del tardo pomeriggio. Nelle mie
preghiere in bicicletta non chiedo di non
essere investita da un autobus, o assalita
da una scimmia o morsicata da un cane.
Sarebbe superfluo. Le mie preghiere
sono soprattutto espressioni di immensa
gratitudine per la perfezione della mia
contentezza. Non mi sono mai sentita
meno prigioniera di me stessa o del
mondo.
Continuo a ricordare uno degli
insegnamenti della mia guru a proposito
della felicità. Lei dice che la felicità è
universalmente considerata un colpo di
fortuna, qualcosa che può arrivare
dall’alto come una bella giornata di
sole. Ma il suo vero meccanismo è un
altro. La felicit è il risultato di uno
sforzo individuale. Si combatte per
ottenerla, si lotta per lei, la si difende e
qualche volta si parte per un viaggio
intorno al mondo per cercarla. Bisogna
partecipare senza sosta alle
manifestazioni della propria beatitudine.
E quando si è raggiunta la felicità, non si
deve mai perdere la volontà di
mantenerla, si deve compiere un potente
sforzo per continuare a nuotare sulla
cresta della sua onda. Altrimenti si
vedrà la gioia sfumare. è facile pregare
quando si è angosciati, è più diffìcile
continuare a farlo quando la crisi è
passata, e aiutare la propria anima a
tenere stretti i buoni risultati ottenuti.

Penso a questi insegnamenti mentre


pedalo libera nel tramonto di Bali,
continuo a formulare preghiere che sono
in realtà voti, mostro a Dio la mia
armonia dicendogli: «Mi piacerebbe
conservarla sempre. Ti prego, aiutami a
imprimere nella mia mente questo
sentimento di contentezza e a fare di
tutto per non perderlo». è come se
mettessi questa felicità in banca - un
deposito assicurato e custodito dai miei
quattro fratelli-spiriti, una garanzia
contro le prove del futuro. La chiamo la
mia «gioia diligente». Quando mi
concentro sulla gioia diligente, mi viene
sempre in mente una cosa che ha detto il
mio amico Darcey: che tutti i problemi e
le sofferenze di questo mondo sono
causati da persone infelici. E questo non
riguarda solo personaggi come Hitler o
Stalin, ma anche la nostra piccola sfera
personale. Potrei individuare nella mia
vita molti episodi che hanno portato
sofferenza o angoscia o (come minimo)
disagio alle persone intorno a me. La
ricerca della contentezza è quindi non
solo un atto che si compie per il proprio
bene, ma è anche un dono al mondo.
Spazzare via l’infelicità ti aiuta a non
seccare gli altri. A non essere di
ostacolo né a te stesso né al tuo
prossimo. Solo così sei libera di aiutare
chi ha bisogno di te e di godere della
vicinanza delle persone amiche.

Adesso la persona che mi dà più gioia è


Ketut. Il vecchio -davvero uno degli
esseri umani più felici che io abbia mai
incontrato - mi dà pieno accesso alla sua
anima, e mi sento libera di rivolgergli
qualsiasi domanda sul concetto di
divinità e sulla natura umana. Mi
piacciono i diversi tipi di meditazione
che mi ha insegnato, la buffa semplicità
del precetto «sorridi nel tuo fegato» e la
presenza rassicurante dei quattro
fratelli-spiriti. Qualche giorno fa lo
sciamano mi ha detto che conosce sedici
differenti tecniche di meditazione, e
molti mantra diversi. Alcuni hanno lo
scopo di portare la pace e la felicità,
altri portano la salute, altri sono
puramente mistici e lo trasportano in
altri regni della coscienza. Per esempio,
mi ha detto di conoscere un tipo di
meditazione che lo porta «verso su».

«Verso su?» gli ho chiesto. «Che cosa


vuol dire?»

«Sette piani più su» ha detto. «In


paradiso.»
Sentendogli usare la nota espressione
dei «sette piani» gli ho domandato se
intendeva dire che la sua meditazione lo
porta attraverso i sette chakra del corpo
studiati dallo yoga.

«Non sono chakra. Sono posti. Questa


meditazione mi porta in sette posti
dell’universo.

Su e su. L’ultimo posto è il paradiso.»

«Sei stato in paradiso, Ketut?»

Ha sorriso. Certo che c’è stato, mi ha


detto. è facile andare in paradiso.

«Com’è?»
«Bellissimo. Tutte le cose belle sono lì.
Tutte le persone belle sono lì. Tutte le
cose buone da mangiare sono lì. Tutto è
amore lì. Il paradiso è amore.»

Ketut poi mi ha detto che conosce un


altro tipo di meditazione, quella «verso
giù», che lo porta sette piani sotto al
mondo. È più pericolosa dell’altra. Non
è per principianti, la può praticare solo
un maestro.

Gli ho domandato: «Quindi se sali in


paradiso con la prima meditazione, con
la seconda devi scendere a...».

«All'inferno» ha concluso Ketut.


L’ho trovato molto interessante.
L’induismo non tratta spesso i temi
dell’inferno e del paradiso. Gli indù
vedono l’universo come regolato dalla
nozione di Karma, un processo di
circolazione costante, vale a dire che tu
non «finisci» da nessuna parte alla fine
della tua vita, ma vieni riciclato sulla
Terra in una nuova forma, allo scopo di
concludere qualsiasi legame lasciato in
sospeso o di riparare a qualsiasi torto
commesso nella vita precedente. Quando
hai finalmente raggiunto la perfezione,
puoi lasciare la vita terrena per fonderti
nel Vuoto. Secondo la nozione di
Karma, inferno e paradiso sono da
ricercarsi solo qui sulla Terra, dove
abbiamo la capacità di crearli, facendo
il male o il bene.

Il Karma è un concetto che mi è sempre


piaciuto. Non tanto letteralmente, e non
necessariamente perché credo di essere
stata, in un’altra vita, l’armadietto dei
liquori di Cleopatra.

Mi piace l’idea che sta alla base della


filosofia karmica. La constatazione,
cioè, che anche nel tempo di una sola
vita siamo portati a ripetere con una
frequenza impressionante gli stessi
errori, battendo la testa contro le stesse
vecchie dipendenze e pulsioni,
provocando le stesse disgraziatissime
conseguenze, finché non riusciamo alla
fine a fermarci e a guarire. Questa è la
lezione fondamentale del Karma (e
d’altra parte anche della psicologia
occidentale): affronta i problemi ora,
altrimenti dovrai soffrire in futuro
quando ripeterai gli stessi sbagli. Ed è il
perpetuarsi della sofferenza che si
chiama «inferno». Lasciare il
meccanismo della ripetizione all’infinito
per un nuovo livello di comprensione
significa aver trovato il paradiso.

Ma Ketut stava parlando di paradiso e


inferno in un altro modo, per lui era
come se fossero luoghi reali
dell’universo, che lui aveva potuto
visitare davvero.
Per cercare di capire meglio, gli ho
domandato: «Ketut, sei stato
all’inferno?».

Ha sorriso. Ovvio che c’era stato.

«Com’è l’inferno?»

«Come il paradiso.»

Ha capito di avermi disorientata e ha


cercato di spiegarmi: «L’universo è un
circolo, Liss».

Non ero ancora convinta.

Ha detto: «Se vai su o se vai giù, è lo


stesso».
Mi sono ricordata in quel momento di un
antico concetto della mistica cristiana:
Come sopra così sotto. Gli ho chiesto:
«Ma allora come si fa a distinguere il
paradiso daH’inferno?».

«Li distingui da come tu arrivi lì: in


paradiso vai su, attraverso sette luoghi
felici. All’inferno vai giù, attraverso
sette luoghi tristi. Per questo è meglio
che vai su, Liss» e ha riso.

«Mi stai dicendo che paradiso e inferno


sono la stessa cosa?»

«Uguali-uguali» ha detto «e se
destinazione è uguale, meglio scegliere
il viaggio più bello, no?»
«Quindi se il paradiso è amore,
l’inferno è...»

«Anche inferno è amore.»

Mi sono seduta in silenzio cercando di


capire, di risolvere l’equazione.

Ketut ha riso, dandomi un affettuoso


colpetto sul ginocchio.

«E sempre troppo difficile da capire per


giovani!»

88
E così, questa mattina, eccomi di nuovo
da Wayan, che sta cercando un modo per
far crescere i miei capelli più in fretta e
più folti. I suoi sono magnifici, lucidi e
lunghi fino al fondo schiena, e le
dispiace che io abbia questa zazzerina
bionda. Come guaritrice, naturalmente,
possiede un rimedio per aiutarmi, ma il
procedimento non è facile. Prima devo
trovare un ba-nano e abbatterlo con le
mie mani. Poi devo «tagliare via la cima
e scavare nel tronco un buco grande e
profondo come una piscina», senza
staccare le radici ancora conficcate in
terra. Infine devo coprire tutto con
un’asse di legno perché non entrino
l’acqua piovana e la rugiada. Dopo
qualche giorno, la «piscina» sarà piena
del ricco e nutriente liquido colato dalle
radici, io lo raccoglierò in varie
bottiglie e lo porterò a Wayan.

Lei lo benedirà per me, al tempio, e poi


me lo strofinerà sulla testa ogni giorno.
Entro pochi mesi avrò, come Wayan, i
capelli folti, lucenti e lunghi fino alle
natiche.

«Funzionerebbe anche se tu fossi calva»


mi ha assicurato.

Mentre parliamo, la piccola Tutti,


appena arrivata da scuola, sta seduta in
terra e disegna una casa. In questo
periodo non disegna altro. Muore dalla
voglia di avere una casa tutta per sé. C’è
sempre un arcobaleno sullo sfondo dei
suoi disegni, e una famiglia sorridente,
completa di padre e di tutti i parenti.

Questo è ciò che facciamo ogni giorno


da Wayan. Noi due stiamo sedute a
parlare, e Tutti disegna. Io e Wayan
spettegoliamo e ci prendiamo in giro. La
mia amica ha un senso dell’umorismo
piuttosto sfacciato, parla sempre di
sesso, ride perché sono single e fa
commenti piccanti su tutti gli uomini che
entrano nel suo ristorante. Continua a
dirmi che va ogni sera al tempio a
pregare perché un bell’uomo faccia il
suo ingresso nella mia vita e diventi il
mio amante.
Le ho ripetuto: «Non pregare, Wayan,
non ne ho bisogno. Troppe volte mi si è
spezzato il cuore».

«Conosco una cura per i cuori spezzati»


ha ribattuto lei e, con aria autorevole e
professionale, ha contato sulle dita i sei
elementi del suo Infallibile Trattamento
di Guarigione per i Cuori Infranti:
«Vitamina E, molto sonno, molta acqua,
viaggi in luoghi molto lontani dalla
persona amata, meditazione e
assimilazione del concetto che tanto era
destino».

«Ho fatto tutto, tranne la vitamina E.»

«Allora adesso sei guarita. E hai


bisogno di un uomo nuovo. Te ne
procurerò uno con la preghiera.»

«Grazie, ma io non sto pregando per un


uomo nuovo, Wayan. L’unica cosa per
cui sto pregando, in questo periodo, è di
essere in pace con me stessa.»

Wayan ha alzato gli occhi al cielo, come


per dire, Quanta pazienza ci vuole con
te, grande aliena bianca, e mi ha
spiegato: «Tu hai un grave problema di
memoria. Non ti ricordi più che il sesso
è bello. Anch’io avevo un problema di
memoria quando ero sposata, ma era un
po’

diverso dal tuo: ogni volta che vedevo


un bell’uomo per strada, mi dimenticavo
di avere a casa un marito!».

è scoppiata a ridere. «Tutti hanno


bisogno di sesso, Liz.»

In quell’istante è entrata nel negozio una


donna bellissima. Splendeva come la
luce di un faro. Tutù è saltata in piedi ed
è corsa ad abbracciarla, gridando:
«Armenia! Armenia! Armenia!». è
un’affascinante signora brasiliana, di età
indeterminata, elegante e vivace, ma
soprattutto sexy, insistentemente sexy.

Armenia fa parte degli amici di Wayan


che vengono da lei a pranzo o per
sottoporsi a qualche trattamento di
bellezza. Si è messa a sedere e ha
chiacchierato con noi per circa un’ora,
inserendosi senza difficoltà nel nostro
piccolo, pettegolo circolo femminile.
Rimarrà a Bali solo per un’altra
settimana, prima di volare in Africa, o
forse in Thailandia, per lavoro.

Una donna seducente che, in realtà,


dedica ben poco tempo alla seduzione.
Lavora per l’Alta Commissione per i
Rifugiati delle Nazioni Unite. Negli anni
Ottanta è stata inviata a E1 Sal-vador e
in Nicaragua, al culmine della guerra,
come negozia-trice di pace, e per
portare a termine la sua missione ha
usato la bellezza, il fascino e
l’intelligenza. Potenza delle donne! La
visita a Bali fa parte di un’operazione di
marketing multinazionale da lei diretta,
che sostiene gli artisti poveri di tutto

il mondo vendendo le loro opere via


internet. Parla sette o otto lingue e porta
il più favoloso paio di scarpe che abbia
mai visto in vita mia.

Guardandoci, Wayan ha detto: «Liz -


perché non cerchi di apparire sexy come
Armenia?

Sei così carina, hai il capitale di una


bella faccia, un bel corpo, un bel
sorriso, ma ti vesti sempre con la stessa
vecchia maglietta e gli stessi vecchi
jeans. Non vuoi essere sexy come lei?».
«Wayan» le ho risposto, «Armenia è
brasiliana. Siamo completamente
diverse.»

«In che senso diverse?»

«Armenia» ho risposto, rivolta alla mia


nuova amica, «puoi spiegare a Wayan
cosa significa essere una donna
brasiliana?»

Armenia ha riso, ma poi è parsa


considerare sul serio la mia richiesta.
«Ecco, ho sempre cercato di apparire
carina e femminile, anche in zone di
guerra e nei campi profughi
dell’America Centrale» ha detto.
«Anche nelle tragedie e nei momenti di
crisi, non c’è ragione di aggiungere alla
tristezza generale il proprio aspetto
triste. è la mia filosofia. Per questo sono
sempre truccata e mi metto qualche
gioiello per andare nella giungla, niente
di troppo prezioso, magari solo un brac-
cialettino d’oro e un paio di orecchini,
un po’ di rossetto, un buon profumo. Per
rispetto di me stessa.»

In qualche modo, Armenia mi ricorda


quelle grandi viaggiatrici inglesi
dell’età vittoriana, per le quali non c’era
motivo di non indossare in Africa vestiti
che sarebbero stati adatti a un salotto
inglese. È una farfalla, Armenia. Non ha
potuto fermarsi a lungo da Wayan,
perché aveva un impegno di lavoro, ma
questo non le ha impedito di invitarmi a
una festa questa sera. Conosce un
espatriato brasiliano a Ubud, mi ha
detto, che stasera offre una cena in un
bel ristorante, per un’occasione
speciale. Cucinerà lui stesso una
feijoada, un piatto tipico brasiliano, che
consiste in enormi mucchi di carne di
maiale e fagioli neri. Ci saranno anche
cocktail brasiliani. Sono invitati
moltissimi suoi compatrioti che vivono a
Bali. Mi farebbe piacere partecipare?
Poi si potrebbe andare tutti a ballare.
Non sa se mi piacciono le feste, ma...

Cocktail? Balli? Mucchi di carne di


maiale?
Certo che verrò.

89
Non ricordo quando è stata l’ultima
volta che mi sono vestita per una festa,
ma stasera ho ripescato dal fondo dello
zaino uno dei miei abiti a spalline sottili
come spaghetti (naturalmente, un abito
italiano) e me lo sono infilato. Mi sono
messa perfino il rossetto. Non mi
ricordo nemmeno l’ultima volta che mi
sono messa il rossetto, ma di sicuro è
stato prima dell’india. Mi sono fermata
a casa di Armenia, e lei mi ha addobbata
con qualcuno dei suoi bei gioielli, mi ha
spruzzato addosso un po’ del suo buon
profumo e mi ha detto di lasciare la
bicicletta in cortile: dovevo arrivare
alla festa sulla sua bella macchina, come
ogni normale donna adulta.

La cena con gli espatriati è stata uno


spasso, e mi sono trovata a rivisitare
tutti quegli aspetti della mia personalità
che da molto tempo erano assopiti. Mi
sono anche un po’ ubria-cata, e non è
cosa da poco dopo l’austerità dei miei
ultimi mesi di preghiera a\\'ashram e le
tazze di tè tra i fiori del mio giardino
balinese. Ho anche flirtato un po’! Non
lo facevo da secoli. Ultimamente avevo
frequentato solo monaci e sciamani, ma
adesso eccomi pronta a resuscitare la
mia vecchia sessualità, anche se non
sapevo bene a chi dedicare la mia civet-
teria. Mi sentivo attratta dal brillante ex
giornalista australiano seduto vicino a
me? («Qui siamo tutti ubriachi» mi ha
detto. «Si offrono consulenze ad altri
ubriachi.») O forse dal silenzioso
intellettuale tedesco seduto all’altro
capo del tavolo? (Ha promesso di
prestarmi qualche romanzo della sua
biblioteca personale.) O dal bel
brasiliano non più giovane, che aveva
cucinato quel banchetto gigantesco per
tutti noi? (Mi piacevano i suoi occhi
scuri e gentili e il suo accento. E la sua
cucina, naturalmente. Gli ho detto
qualcosa di molto provocante, a
proposito di niente. Lui si stava
prendendo in giro, diceva: «Come
brasiliano sono una catastrofe: non so
ballare, non so giocare a calcio e non so
suonare nessuno strumento». Non so per
quale ragione, gli ho risposto: «Forse.
Ma secondo me, lei potrebbe essere uno
straordinario Casanova». Il tempo si è
fermato per un lungo, lungo istante,
mentre ci guardavamo con una
franchezza che diceva: Questa è un’idea
interessante da mettere in tavola.
L’audacia della mia dichiarazione
aleggiava nell’aria intorno a noi come
un profumo. Lui non mi ha contrad-detta.
Io ho distolto per prima lo sguardo,
sentendo che arrossivo.) In ogni caso, la
sua feijoada è incredibile. Decadente,
piccante, e ricca - tutto quello che
normalmente non trovi nel cibo balinese.
Ne ho mangiato un piatto dopo l’altro, e
ho deciso di affermare ufficialmente che
non potrò mai essere vegetariana, non se
al mondo esiste un piatto come questo.
Poi siamo andati a ballare in un night, se
si può chiamare cosi un capanno da
spiaggia alla moda, senza la spiaggia.
C’era un gruppo di ragazzi balinesi che
suonava dal vivo un buon reg-gae, il
pubblico era un misto di festaioli di ogni
età e nazionalità, turisti e residenti,
splendidi ragazzi e ragazze balinesi, e
tutti ballavano liberamente, senza
timidezza. Armenia non era venuta,
perché il giorno dopo doveva lavorare,
e io ero insieme al bel brasiliano
maturo. Non era poi un così cattivo
ballerino. Probabilmente sapeva anche
giocare a calcio. Mi piaceva averlo
vicino, mi faceva passare per prima, mi
riempiva di complimenti e mi chiamava
«cara». Poi mi sono accorta che
chiamava tutti «caro», perfino il villoso
barman.

Ma ricevere qualche attenzione è stato


bello...

Da tanto tempo non andavo a ballare. In


Italia non c’ero mai andata, e neanche
durante gli anni con David. Forse per
ricordarmi qual era stata l’ultima volta
dovevo risalire ai tempi in cui ero
sposata... ai tempi in cui ero felicemente
sposata, adesso che ci penso. Dio, sono
passati secoli. Sulla pista mi sono
imbattuta nella mia amica Stefania, una
vivace ragazza italiana che ho
conosciuto in una classe di meditazione
a Ubud, e abbiamo ballato insieme, con i
capelli che volavano da tutte le parti, i
miei biondi e i suoi scuri, volteggiando
allegramente. Verso mezzanotte il
gruppo ha smesso di suonare e la gente
si è dispersa per la sala.

è stato allora che ho incontrato un tipo


che si chiama Ian. Oh, mi è piaciuto
subito! Era molto bello, una specie di
fratello minore di Ralph Fiennes con un
tocco di Sting. Era gallese, per questo
aveva quella voce adorabile. Era
disinvolto, intelligente, faceva domande,
si rivolgeva alla mia amica Stefania
nello stesso italiano infantile che usavo
io. Dopo un po’ ho capito che era il
batterista del gruppo reggae, suonava il
bongo. Così, tanto per scherzare, gli ho
detto che era un «bongo-liere», come
quelli di Venezia, ma con le percussioni
invece della gondola, e così abbiamo
rotto il ghiaccio e ci siamo messi a
parlare e scherzare.

Poi è arrivato Felipe. Così si chiama il


brasiliano. Felipe.

Ci ha invitati tutti in un ristorante da


sballo, di proprietà di europei, un posto
dove tutto era permesso, ci ha
assicurato, e birra e stronzate venivano
servite a tutte le ore. Mi sono ritrovata a
sbirciare la faccia di Ian (voleva
andarci?) e quando lui ha detto di sì, ho
detto di sì anch’io.

Così siamo andati tutti al ristorante, io


mi sono seduta vicino a Ian, abbiamo
chiacchierato e riso tutta la notte, e,
insomma, Ian mi piaceva sul serio. Era
il primo uomo da un sacco di tempo a
questa parte che mi piacesse davvero,
proprio in quel senso lì... Aveva qualche
anno più di me e una vita interessante, e
tutti i particolari che venivano fuori a
poco a poco erano quelli giusd (gli
piacevano I Simpson, aveva viaggiato in
tutto il mondo, aveva vissuto in un
ashram, citava Tolstoj, sembrava avere
un lavoro e così via). Aveva cominciato
la carriera come esperto in una squadra
di artificieri dell’esercito inglese
nell’Irlanda del Nord, poi aveva fatto il
rilevatore di mine per un’organizzazione
intemazionale, e infine aveva costruito
campi profughi in Bosnia. Ora si era
concesso un periodo di riposo a Bali,
per dedicarsi alla musica... Insomma,
aveva fatto cose a dir poco affascinanti.

Non potevo credere di essere ancora


alzata alle tre e mezzo del mattino, e per
di più di aver saltato la meditazione!
Ero fuori di casa in piena notte,
indossavo un vestito elegante, stavo
parlando con un uomo che mi piaceva.
Un mutamento radicale.
Alla fine della serata, Ian e io ci siamo
detti l’un l’altro com’era stato bello
esserci conosciuti. Mi ha chiesto se
avevo un numero di telefono, e gli ho
detto che avevo solo un’e-mail.

Lui ha obiettato: «Sì, ma l’e-mail è


così... insomma...», perciò, alla fine, non
ci siamo scambiati altro che un
abbraccio. «Ci rivedremo ancora
quando loro» ha indicato gli dèi su nel
cielo

«lo decideranno.»

Poco prima dell’alba, Felipe, il bel


brasiliano maturo, mi ha offerto un
passaggio a casa. In automobile, su per
le stradine secondarie piene di curve, mi
ha detto: «Cara, hai parlato per tutta la
notte con il più gran coglione di Ubud».

Mi si è stretto il cuore.

«Ian? Davvero?» ho domandato.


«Meglio sapere la verità subito e
risparmiarmi la fatica in seguito.»

Felipe ha riso. «Non parlo di Ian, cara!


Ian è un tipo serio. è un bravo ragazzo.
Parlo di me. Sono io il più gran coglione
di Ubud.»

Siamo rimasti per un po’ in silenzio.


«Ti sto solo provocando» ha aggiunto
Felipe.

Dopo un altro lungo silenzio, mi ha


domandato: «Ti piace Ian, vero?».

«Non lo so» ho risposto. Non avevo le


idee chiare, avevo bevuto troppi
cocktail brasiliani.

«è bello, intelligente. Ma è passato


molto tempo dall’ultima volta che
qualcuno mi è

“piaciuto”...»

«Passerai dei mesi splendidi, qui a Bali.


Vedrai.»
«Ma dubito di poter avere una vita di
società, Felipe. Ho un vestito solo. La
gente comincer ad accorgersene.»

«Sei giovane e bella, cara. Un solo


vestito ti basta.»

90
Sono giovane e bella?

Pensavo di essere vecchia e divorziata.

Stanotte non ho potuto dormire, sono


poco abituata a fare le ore piccole, la
musica mi ronza ancora nelle orecchie, i
capelli sanno di sigarette, lo stomaco
protesta perché ho bevuto troppo alcol.
E così stamattina non sono riposata, non
sono in pace, e non sono certo in
condizione di meditare. Perché sono
così agitata? Ho passato una bella
serata, no? Ho conosciuto gente
interessante, mi sono vestita da sera e ho
ballato e flirtato con un bel po’ di
uomini.

UOMINI.

A quella parola 1.’agitazione si fa più


acuta, diventa un piccolo attacco di
panico. Non so più come si fa. Una
volta, a vent’anni o anche da
adolescente, ero la più spavalda e la più
sfacciata di tutte. Allora mi divertiva
incontrare un tipo, attirarlo con velati
inviti e piccole provocazioni, mettendo
da parte tutta la prudenza e lasciando
che le conseguenze sgor-gassero a fiotti
come da una botte.

Adesso provo solo incertezza e panico.


Comincio a dare alla serata di ieri
un’importanza eccessiva, m’immagino
coinvolta in qualcosa di serio con
questo gallese, che non mi ha dato
neanche un indirizzo e-mail. Già mi
vedo il nostro futuro insieme, inclusi i
litigi sul suo vizio di fumare. Mi chiedo
se legarmi di nuovo a un uomo non
rovinerà il mio viaggio/la mia
scrittura/la mia vita, ecc.

D’altra parte avere una storia sarebbe


carino. Ho attraversato un lungo periodo
di siccità.

(Mi ricordo che Richard il texano mi


aveva dato spassionati consigli sulla
mia vita sentimentale: «Hai bisogno di
qualcuno che metta fine alla siccità,
bambina. Devi trovarti un mago della
pioggia».) Provo a immaginare Ian che
si fionda qui in moto, con il suo bel
torace da squadra rilevamento-mine, per
fare l’amore con me in giardino.
Sarebbe bello. Ma subito questo
pensiero mi stride nelle orecchie, come
un’orribile frenata: non voglio
impegnare di nuovo il mio cuore.
Comincio a sentire la mancanza di
David più di quanto non sia avvenuto in
mesi, e penso: Forse dovrei chiamarlo e
vedere se vuole che proviamo a
rimetterci insieme... (Al che,
istantaneamente, mi risuona nella testa la
voce del mio amico Richard: Oh, che
colpo di genio! Ti hanno fatto una
lobotomia ieri sera, in aggiunta alla
sbronza?) Come se non bastasse, è
sempre brevissimo il passo da David al
pensiero ossessivo del divorzio, e così,
inevitabilmente, finisco a rimuginare
(proprio come ai vecchi tempi) sul mio
ex marito e sul fallimento del nostro
matrimonio

Pensavo che avessimo finito con questa


storia, Senza Fondo...
E poi penso a Felipe, il bel brasiliano
maturo. è simpatico. Felipe. Dice che
sono giovane e bella, e che qui a Bali mi
troverò meravigliosamente bene. Ha
ragione, sì o no? Dovrei stare tranquilla
e divertirmi, giusto? Ma questa mattinata
non ha niente di divertente.

Non so più come si fa.

«Che cos’è la vita? Tu la capisci? Io


no.»

Era Wayan che parlava.

Mi trovavo nel suo ristorante a mangiare


il delizioso e nutriente pranzo
multivitaminico, sperando che mi
aiutasse ad alleviare il cerchio alla testa
e l’ansia. C’era anche Armenia, che,
come sempre, sembrava fosse appena
passata dall’istituto di bellezza, dopo un
week-end alle terme. La piccola Tutti
era seduta sul pavimento, e disegnava
case, come al solito.

Wayan aveva appena saputo che il


contratto con il proprietario del suo
locale sarebbe scaduto alla fine di
agosto -cioè tra soli tre mesi - e che
l’affìtto sarebbe aumentato. Avrebbe
dovuto traslocare di nuovo, perché non
poteva permettersi di spendere di più,
ma aveva solo cinquanta dollari in
banca e non sapeva dove andare. Il
trasloco significava togliere Tutti da
scuola. Avevano bisogno di una casa,
una vera casa.

«Perché la sofferenza non finisce mai?»


mi ha domandato Wayan. Non stava
piangendo, ma ponendo una semplice,
stanca domanda. «Perché ogni cosa deve
ripetersi, ripetersi e non finire mai? Un
giorno ti affatichi a lavorare, ma il
giorno dopo devi lavorare ancora.
Mangi, ma il giorno dopo hai di nuovo
fame. Trovi l’amore, e poi l’amore se ne
va. Sei nato senza niente - senza
orologio, senza maglietta. Lavori tutta la
vita e quando muori sei ancora senza
niente - né orologio, né maglietta. Sei
giovane, poi diventi vecchio. Non
importa quanto lavori, non puoi fare a
meno d’invecchiare.»

«Armenia no» ho detto, scherzando, «lei


non invecchia.»

Wayan ha detto: «Perché Armenia è


brasiliana» dimostrando così di aver
capito come va il mondo. Abbiamo riso,
ma era un umorismo da patibolo, perché
non c’è niente di divertente nella
situazione di Wayan. Ecco i fatti:
ragazza madre con figlia sensibile e
precoce, un lavoro che rende solo lo
stretto indispensabile, povertà
incombente, rischio di restare senza un
tetto sulla testa. Dove andrà? Non può
vivere con la famiglia dell’ex marito,
ovviamente, e la sua famiglia d’origine è
composta da coltivatori di riso, povera
gente che abita lontano, nelle campagne.
Se andasse a vivere con loro, sarebbe la
fine del suo lavoro di guaritrice, perché
i paziend non sarebbero in grado di
raggiungerla; in-oltre, Tutti non
riceverebbe l’istruzione necessaria a
frequentare un giorno l’Università per
Medici di Animali.

Ma c’è dell’altro. Quelle due ragazzine


timide che avevo visto il primo giorno
nascondersi nel retro della cucina sono
una coppia di orfane che Wayan ha
adottato. Si chiamano entrambe Ketut
(tanto per fare ancora un po’ di
confusione in questo libro), ma
possiamo chiamarle la Grande Ketut e la
Piccola Ketut. Wayan ha trovato le due
Ketut alcuni mesi fa mentre, affamate,
mendicavano al mercato. Erano state
abbandonate lì da una donna, forse una
parente, che avrebbe potuto essere un
perfetto personaggio dickensiano: una
reclutatrice di piccoli orfani da spedire
nei vari mercati di Bali a elemosinare.
La sera passa a caricarli tutti su un
furgone, porta via loro i soldi che hanno
raccolto, e li mette a dormire in una
baracca.

Quando Wayan ha trovato le due Ketut,


non mangiavano da giorni, avevano
pidocchi, parassiti, e così via. La
minore ha circa dieci anni, l’altra
potrebbe averne tredici, ma non
conoscono la loro data di nascita (la
Piccola Ketut sa solo di essere nata
nell’anno del «maiale grasso») e non
sanno nemmeno come si chiamano di
cognome. Wayan le ha prese con sé e se
ne occupa con lo stesso affetto che ha
per Tutti. Le tre bambine dormono
insieme su un grande materasso dietro il
ristorante.

Come possa una donna sola che rischia


lo sfratto trovare posto nel suo cuore per
due bambine in più oltre alla sua è
qualcosa che va oltre il mio concetto di
pietà umana.

Voglio aiutarle.
Tutto chiaro. Ecco che cos’era quel
turbamento profondo che avevo provato
dopo aver incontrato Wayan per la
prima volta. Volevo aiutarla. Volevo
vedere lei e le sue bambine sis-temate in
una vita migliore, ma non sapevo come
fare per renderlo possibile. Oggi, mentre
Wayan, Armenia e io eravamo a tavola a
chiacchierare saltando da un argomento
all’altro ma sempre in un clima di
generale empatia, ho guardato Tutti, e ho
visto che faceva qualcosa di strano:
teneva un quadratino di ceramica blu
cobalto sul palmo delle mani protese
verso l’alto, e se ne andava in giro per
la stanza salmodiando.

L’ho guardata per un po’, solo per


vedere cosa avesse intenzione di fare.
Giocava con la piastrella, la lanciava in
aria, la riprendeva, le bisbigliava
qualche parola, cantava, poi a un tratto
l’ha messa per terra e ha cominciato a
spingerla come se fosse
un’automobilina. Dopo si è seduta in un
angolo con gli occhi chiusi, cantando tra
sé, immersa in un’atmosfera mistica solo
sua.

Ho domandato a Wayan che cosa stava


succedendo e lei mi ha spiegato che
Tutti aveva trovato quella piastrella nel
cantiere di un palazzo in costruzione,
destinato a diventare un grande albergo,
e se l’era messa in tasca. Da quel giorno
non aveva fatto che ripeterle: «Se
avremo una casa, scegliamo un bel
pavimento blu, come questo». Ormai
Wayan la vede spesso mentre,
appollaiata su quella piccola piastrella,
chiude gli occhi e immagina per ore di
essere a casa sua.

Che dire? Quando ho sentito quella


storia e ho guardato quella bambina
assorta nella meditazione sulla sua
piastrella mi sono detta: «Basta, ho
deciso».

Ho salutato le mie amiche e sono andata


a occuparmi di questa intollerabile
situazione, una volta per tutte.

92
Wayan mi ha detto che spesso lei,
quando cura i suoi pazienti, diventa una
sorta di ac-quedotto che trasporta il
flusso incessante dell’amore di Dio. Il
suo intelletto si ferma, e tutto ciò che
Wayan deve fare è permettere alla sua
essenza divina di fluire attraverso di lei.
Dice:

«E come se venisse un vento e mi


prendesse per mano».

Lo stesso vento, forse, è quello che mi


ha spinto quel giorno fuori dal locale di
Wayan, fuori dall’ansia ossessiva che
mi faceva chiedere continuamente se
sarei riuscita a vedermi con un altro
uomo, e mi ha guidata, invece,
all’Internet Café di Ubud, dove mi sono
seduta e ho scritto di getto a tutti i miei
amici e familiari intorno al mondo un’e-
mail per raccogliere fondi.

Ho detto a tutti che presto, in luglio,


avrei compiuto trentacinque anni e che
non c’era niente al mondo di cui avessi
bisogno o che desiderassi, e che non ero
mai stata più felice di così in vita mia.
Ho detto che, se fossi stata a casa, a
New York, avrei organizzato una
grande, stupida festa di compleanno, li
avrei invitati tutti e loro avrebbero
dovuto comprarmi regali e bottiglie di
vino. Avremmo speso tutti un sacco di
soldi. Quindi mi permettevo di sug-
gerire a familiari e amici un modo più
economico e simpatico di celebrare
questo compleanno: una donazione per
aiutare una donna di nome Wayan
Nuriyasih a comprare una casa in
Indonesia per sé e le sue figlie.

Poi ho raccontato la storia di Wayan, di


Tutti, e delle due bambine adottate. Ho
promesso che per ogni donazione avrei
aggiunto al totale una somma
equivalente. Ero consapevole, ho scritto,
che questo è un mondo pieno di guerre e
di sofferenze e che tutti hanno bisogno di
tutto, ma per il momento che altro
potevamo fare? Quel piccolo gruppo di
persone a Bali era diventato la mia
famiglia, ed è un dovere occuparsi della
propria famiglia, ovunque si trovi.

Terminato l’appello collettivo, mi sono


ricordata di una cosa che mi aveva detto
la mia amica Susan alla vigilia della mia
partenza per questo viaggio intorno al
mondo, nove mesi prima.

«Ti conosco, Liz» mi aveva detto,


«incontrerai qualcuno, t’innamorerai, e
finirai per comprare una casa a Bali.»

Una perfetta Nostradamus, quella Susan.

La mattina dopo, quando ho aperto la


mia posta, erano già arrivati settecento
dollari. Il giorno successivo, la cifra era
così alta che non potevo più mantenere
la promessa di aggiungere altrettanto.

Non racconterò tutti gli awenimenti di


quella settimana, non cercherò di
spiegare che cosa provavo nell'aprire
ogni giorno quelle e-mail che arrivavano
da tutto il mondo e dicevano:

«Conta su di me!». Tutti hanno mandato


un contributo. Persone che sapevo
essere indebitate o senza soldi hanno
partecipato senza esitazione. Una delle
prime risposte è arrivata da un amico
della fidanzata del mio parrucchiere, a
cui era stata inoltrata l’e-mail: voleva
dare quindici dollari. Il mio saccente
amico John non mi ha risparmiato,
naturalmente, un commento sarcastico
sulla lunghezza di quella mia richiesta
traboccante di sentimento: «Se vuoi
piangere sul latte versato, bada prima
che sia condensato», ma i soldi li ha
mandati lo stesso. Il nuovo fidanzato
della mia amica Annie (un banchiere di
Wall Street che non avevo mai visto) si
è offerto di raddoppiare la somma
definitiva, qualunque fosse. Poi quella
e-mail è rim-balzata in giro per il mondo
e ho cominciato a ricevere soldi da
perfetti sconosciuti. Una generosit
globale quasi soffocante.

Per farla breve, dopo solo sette giorni


da quando era iniziata la questua, tra i
miei amici, la mia famiglia e un gruppo
di sconosciuti di tutto il mondo, sono
riuscita a mettere insieme quasi
diciottomila dollari per comprare a
Wayan Nuriyasih una casa tutta sua.
Sapevo che era stata Tutti a compiere
questo miracolo, con la forza delle sue
preghiere, facendo in modo che quella
sua piccola piastrella blu le crescesse
intorno -come uno dei fagioli magici di
Jack -

trasformandosi in una vera casa che


avrebbe protetto per sempre lei, sua
madre e le due or-fanelle.

Un’ultima cosa. Mi vergogno di


ammettere che è stato il mio amico Bob
ad accorgersi per primo che «Tutti» è
anche una parola italiana. Come mai io
non me n’ero accorta? Ho dovuto
aspettare che me lo dicesse Bob, la
settimana scorsa, dallo Utah, nella sua e-
mail con il contributo per la nuova casa:
«E così, questa è la lezione finale, vero?
Quando vai in giro per il mondo per
aiutare te stessa, finisci inevitabilmente
per aiutare... Tutti».

Non voglio dirlo a Wayan prima di aver


in mano il denaro raccolto.

è difficile mantenere un segreto grande


come questo, specialmente vedendola
così preoccupata per il futuro, ma non
voglio darle illusioni finché non sarò
sicura di quello che posso garantirle.
Così, per tutta la settimana, tengo la
bocca chiusa sui miei progetti, e vado a
cena quasi ogni sera con Felipe il
brasiliano, cui non sembra importare che
io possieda un unico vestito da sera.

Credo di essermi presa una sbandata.


Dopo qualche cena ne ho quasi la
certezza. Non è quello che dice di
essere, il «maestro di stronzate» che
conosce tutti a Ubud, ed è l’anima di
ogni festa. Ho parlato di lui con
Armenia. Per un po’ di tempo sono stati
buoni amici. Le ho detto: «Quel Felipe
non è un superficiale come gli altri,
vero? Ha qualcosa in più, mi sembra».

«Oh, sì» mi ha risposto. «è buono,


gentile, ma è reduce da un brutto
divorzio. Penso che sia venuto a Bali
per riprendersi».

Ah, è un argomento di cui non so niente.

Ha cinquantadue anni, e questo mi dà da


pensare. Ho davvero raggiunto l’età in
cui un uomo di cinquantadue anni può
essere tranquillamente un candidato per
una relazione? Non lo so, ma mi piace.
Ha i capelli d’argento, è stempiato in
modo che oserei definire picassi-ano.
Ha gli occhi scuri e dolci, una faccia
gentile e un buon odore. E poi è un vero
adulto. Un maschio adulto della specie
umana, un esemplare raro nella mia
esperienza.
Vive a Bali da ormai cinque anni, lavora
con degli argentieri balinesi che creano
gioielli con pietre preziose brasiliane da
esportare in America. Mi piace l’idea
che sia stato sposato, e fedele, per quasi
vent’anni, prima che il suo matrimonio
andasse a finir male per tutta una
multisfaccettata serie di ragioni. Mi
piace che abbia educato bene i suoi
figli, che gli sono molto affezionati. Mi
piace che sia rimasto a casa quando
erano piccoli, mentre la moglie
australiana inseguiva la sua carriera.
(Un bravo marito femminista. «Ho
voluto essere dalla parte giusta della
storia» dice.) Mi piace che abbia una
naturale, brasiliana, eccessiva
esibizione di affetti. (Quando suo figlio
ha compiuto quattordici anni, gli ha
detto: «Papà, adesso che ho quattordici
anni, forse non dovresti più baciarmi
sulla bocca quando mi lasci davanti a
scuola».) Mi piace che parli quattro
lingue, o forse di più. (Continua a
dichiarare che non conosce
l’indonesiano, ma glielo sento parlare
tutto

il giorno.) Mi piace che nella sua vita


abbia visitato più di cinquanta Paesi, e
veda il mondo come uno spazio piuttosto
piccolo in cui è facile orientarsi. Mi
piace come mi ascolta, pro-tendendosi
in avanti, aprendo bocca solo quando io
m’interrompo per domandargli se lo sto
annoiando e sentirmi rispondere,
invariabilmente: «Per te ho tutto il
tempo del mondo, mia adorabile piccola
cara». Mi piace essere chiamata
«adorabile piccola cara» (anche se la
cameriera quéste parole le capisce
benissimo).

L’altra sera, mi ha detto: «Perché non ti


prendi un amante, mentre sei a Bali,
Liz?».

A suo merito, devo dire che non


alludeva a se stesso, anche se penso che
non gli sarebbe dispiaciuto ricoprire
l’incarico. Mi ha assicurato che Ian
sarebbe stato adatto a me, ma che
c’erano anche altri possibili candidati.
C’è uno chef di New York, un tipo
«massiccio, muscoloso e sicuro di sé»,
che potrebbe piacermi. In realtà, svariati
tipi di uomini si aggirano per Ubud,
espatriati provenienti da tutte le parti del
mondo che si nascondono in questa
comunità volatile di «senza casa né
chiesa», e molti, mi assicura Felipe,
sarebbero felici di provare, «mia
adorabile piccola cara, a farti passare
una splendida estate».

«Non penso di essere pronta» gli ho


detto. «Non me la sento di affrontare di
nuovo tutte le fatiche di una storia
d’amore, capisci? Non ho voglia di
dovermi depilare le gambe ogni giorno,
o di mostrare il mio corpo a un nuovo
amante. E non ho voglia di raccontare
ancora la storia della mia vita, o di
occuparmi del controllo delle nascite. E
comunque, non sono neanche sicura di
sapere ancora come si fa. Forse avevo
più sicurezza in materia di sesso e
amore quando avevo sedici anni.»

«è naturale» ha detto Felipe. «Allora eri


giovane e stupida. So lo i giovani e gli
stupidi si sentono sicuri quando si tratta
di sesso e amore. Credi che ci si possa
amare senza complicazioni? Dovresti
vedere che cosa succede a Bali, cara.
Tutti questi uomini occidentali che
vengono qui dopo aver distrutto la loro
vita in patria decidono che ne hanno
abbastanza delle donne occidentali e
sposano una dolce, minuscola,
obbediente adolescente balinese.
Pensano che quella graziosa ragazzina li
farà felici, gli renderà tutto facile. Buona
fortuna, sono tentato di dirgli, ma non
dimenticate che ciascuno di voi è un
uomo che ha davanti a sé una donna,
siete pur sempre due persone che
cercheranno di andare d’accordo e le
complicazioni saranno inevitabili. La
verità è che gli esseri umani devono
cercare di amarsi, cara, anche se
qualche volta gli si spezza il cuore. Ma
avere il cuore spezzato è un buon segno,
significa essersi messi in gioco.»

«L’ultima volta» gli ho detto «il mio si è


spezzato con tanta violenza che mi fa
ancora male. Non è pazzesco avere
ancora

il cuore infranto dopo quasi due anni?»

«Cara, sono un brasiliano del sud. Potrei


trascinarmi dieci anni con il cuore
infranto per una donna che non ho mai
baciato.»

Abbiamo parlato dei nostri matrimoni,


dei nostri divorzi. Senza rancore, solo
per dolerci della condizione umana.
Abbiamo messo a confronto le abissali
profondità della depressione in cui
entrambi siamo caduti in seguito al
divorzio. Abbiamo mangiato, abbiamo
bevuto il vino e ci siamo raccontati le
storie più carine che siamo riusciti a
ricordarci sui rispettivi ex coniugi, per
alleggerire quella conversazione su ciò
che avevamo perduto. Poi lui mi ha
chiesto se avevo voglia di andare da
qualche parte con lui nel finesettimana.
E mi sono scoperta a dire di sì, che
sarebbe stato bello. Perché sarebbe stato
bello.

Per due volte, seduti in automobile di


fronte a casa mia, nel-l’augurarmi la
buona notte Felipe mi si era avvicinato
per darmi un bacio, e per due volte io
gli avevo permesso di attirarmi a sé, ma
poi avevo girato la testa all'ultimo
momento e avevo appoggiato la guancia
sul suo petto. Questa sera ho lasciato
che mi abbracciasse un po’ più a lungo
di quanto richieda una semplice
amicizia. Posso sentirlo premere la
faccia nei miei capelli, mentre la mia
preme sulle sue spalle. Sento l’odore
della sua morbida camicia di lino. è un
odore che mi fa impazzire.

Felipe ha braccia muscolose, un torace


ampio. Un tempo, in Brasile, era un
campione di atlet-ica leggera. Certo, non
è stato proprio di recente: era il 1969,
l’anno in cui sono nata io, oltre-tutto, ma
che importa. Il suo corpo dà una
struggente sensazione di forza.

La mia abitudine di abbassare la testa


ogni volta che si avvicina è un modo di
nascondermi per evitare il bacio della
buonanotte. Ma è anche un non
nascondersi. è anche un modo per non
perdere, alla fine della serata, quei
lunghi, silenziosi momenti in cui mi
lascio abbracciare.

Non accadeva da tanto tempo.

94
Ho domandato a Ketut, il mio vecchio
sciamano: «Che cosa sai sulle relazioni
amorose?».

«Che cosa sono queste “relazioni


amorose”?»
«Niente, lascia perdere.»

«No, tu spiega.»

Ho cercato di spiegarmi. «è quando un


uomo e una donna sono innamorati. O
due donne.

O due uomini. Baci, sesso e qualche


volta il matrimonio. Cose così.»

«Io non ho sesso con persone diverse,


Liss. Solo con mia moglie.»

«Certo, e va benissimo così. Ma ti


riferisci alla tua prima moglie o alla
seconda?»
«Ho avuto una sola moglie, Liss. Adesso
è morta.»

«E Nyomo?»

«Nyomo non è mia moglie, Liss. E


moglie di mio fratello.» Ha visto che
non capivo e ha aggiunto: «A Bali
succede così». Poi ha cercato di
spiegarmi.

Il suo fratello maggiore è un coltivatore


di riso, vive accanto a lui ed è sposato
con Nyomo.

Hanno tre figli. Ketut e sua moglie, che


non avevano figli, hanno adottato uno
dei figli del fratello, per avere un erede.
Quando la moglie di Ketut è morta,
Nyomo ha cominciato a vivere con
entrambe le famiglie, dividendo il suo
tempo tra le due case, occupandosi sia
di suo marito sia di Ketut. Per Ketut è
una moglie a tutti gli effetti, secondo le
usanze di Bali (fa da mangiare, pulisce
la casa, si occupa delle cerimonie e dei
riti domestici), ma non hanno rapporti
sessuali.

«Perché no?» ho domandato.

«Troppo vecchio!» mi ha risposto. Poi


ha chiamato Nyomo e le ha detto che
l’americana voleva sapere perché loro
due non avevano rapporti sessuali.
Nyomo è quasi morta dal ridere, mi si è
avvicinata e mi ha dato un pugno sul
braccio.

«Ho avuto una sola moglie» ha ripetuto


Ketut. «E adesso è morta.»

«Senti la sua mancanza?»

«Era venuto per lei il momento di


morire» mi ha risposto con un sorriso
triste. «Adesso ti dico come ho sposato
mia moglie. A ventisette anni ho
incontrato una ragazza e l’ho amata.»

«Che anno era?» ho domandato,


sperando di riuscire a capire quanti anni
ha.
«Non lo so» ha detto. «Forse il 1920.»

(Vorrebbe dire che adesso ha circa


centododici anni. Forse ci sono
vicina...)

«Amavo una ragazza, Liss. Era molto


bella, ma non aveva un buon carattere.
Voleva solo soldi. Correva dietro altri
ragazzi. Non diceva mai la verità. Lei ha
smesso di amarmi, è andata via con altro
ragazzo. Io ero molto triste. Con cuore a
pezzi. Pregavo e pregavo gli spiriti di
miei quattro fratelli, chiedevo: perché
non mi ama più? Poi lo spirito di un
fratello mi ha detto la verità: “Quella
non è adatta a te. Sii paziente”. Allora
sono stato paziente, e ho trovato mia
moglie. Bella donna, buona. Sempre
dolce con me. Non una volta abbiamo
litigato, siamo sempre stati in armonia
nella casa, sempre sorridenti. Anche
quando non c’erano soldi, lei sorrideva.
Quando è morta è scesa una grande
tristezza nella mia mente.»

«Hai pianto?»

«Solo un po’, dentro gli occhi. Ma


faccio meditazione, per ripulire il corpo
dal dolore.

Medito per la sua anima. Sono molto


triste, ma anche felice. Ogni giorno
faccio visita a lei mentre medito, la
bacio. Lei è unica donna con cui ho fatto
l’amore. Così non so... qual è quella
espressione che hai usato?»

«Relazioni amorose?»

«Sì, relazioni amorose. Non le conosco,


Liss.»

«Allora, questo non è un argomento di


tua competenza, è così?»

«Che cos’è questo, competenza? Che


cosa vuol dire questa parola?»

95
Un giorno mi sono seduta con Wayan, e
le ho detto finalmente che avevo trovato
i soldi per la sua casa. Le ho spiegato
che

li avevo chiesti per il mio compleanno,


le ho mostrato l’elenco dei miei amici, e
le ho detto quanto avevo raccolto in
tutto: diciottomila dollari americani.
All’inizio è rimasta così sorpresa che la
sua faccia sembrava una maschera di
dolore. è strano, ma talvolta le emozioni
forti possono causare una reazione
opposta a quella che sembrerebbe
logica. La notizia che avevo appena
annunciato a Wayan era troppo grande
per lei, al punto che ne è rimasta
scioccata. Ho passato qualche ora
accanto alla mia amica, ripetendole
l’intera storia e mostrandole più volte le
cifre, finché la realtà non ha cominciato
a farsi strada nella sua mente. La sua
prima risposta articolata (prima che
scoppiasse in lacrime all’idea che le
sarebbe stato possibile avere anche un
giardino) è stata questa, un torrente di
parole agitate e smozzicate: «Spiega ai
tuoi amici che questa non sarà la casa di
Wayan, sarà la casa di tutti quelli che
hanno aiutato Wayan. Se qualcuna di
queste persone verrà a Bali, non dovrà
mai stare in un albergo, d’accordo?
Devono venire a stare nella mia casa,
ok? Me lo prometti? La chiameremo La
Casa Comune... La Casa per Tutti».

Poi ha pensato al giardino, e giù i


lacrimoni. Se avrà una casa, potrà avere
anche una piccola biblioteca per i suoi
libri di medicina! E una farmacia per i
suoi rimedi tradizionali! E un ristorante
decente, con vere sedie e veri tavoli
(visto che aveva dovuto vendere tutte le
sedie e i tavoli per pagare l’avvocato
del divorzio) ; se avrà una casa, potrà
essere inserita nella guida Lonely Planet
dell’Indonesia, che insiste per
menzionare la sua attività, ma non può,
perché lei non ha mai un indirizzo
permanente da poter stampare. Se avrà
una casa, Tutti po-tr avere un giorno la
sua festa di compleanno.

Poi è diventata di nuovo molto seria.


«Come posso ringraziarti, Liz? Ti darei
qualsiasi cosa. Se avessi un marito che
amo, e tu avessi bisogno di un uomo, ti
darei mio marito.»

«Tieniti tuo marito,Wayan. Fa’ solo in


modo che Tutti vada all’università.»

«Che cosa avrei fatto, se tu non fossi


mai venuta qui?»

Ma io ci sarei venuta comunque. Ho


pensato a una delle poesie sufi che
preferisco, dov’è scritto che Dio un
tempo ha tracciato un cerchio nella
sabbia esattamente intorno al punto in
cui ciascuno di noi si troverà. Non
potevo non venire qui. Ci sarei venuta
comunque. «Dove intendi costruire la
tua nuova casa, Wayan?» le ho
domandato.

Come un bambino appassionato di


baseball che abbia messo gli occhi da
secoli gli occhi su un bel guantone nella
vetrina di un negozio, o come una
ragazza romantica che abbia continuato a
immaginarsi il suo vestito da sposa da
quando aveva tredici anni, è risultato
che Wayan sapeva già esattamente quale
pezzo di terra le sarebbe piaciuto
comprare. è nel centro di un villaggio
vicino, collegato all’acqua e
all’elettricità municipale e con una
buona scuola per Tutti nelle vicinanze.
Lì i suoi pazienti avrebbero potuto
raggiungerla facilmente. I suoi fratelli
l’avrebbero aiutata a costruire la casa,
mi ha detto. Aveva già scelto le tonalità
di colore per la camera da letto
principale.

Così siamo andate insieme a trovare un


simpatico espatriato francese,
consulente finanzi-ario e agente
immobiliare, che ci ha consigliato il
modo migliore di trasferire i soldi. Il
suo sug-gerimento era che io,
semplicemente, trasferissi il denaro dal
mio conto in banca a quello di Wayan.
Finché non avessi spedito somme
superiori ai diecimila dollari per volta,
I’irs e la cia non mi avrebbero
sospettato di riciclare denaro sporco.
Poi siamo andate alla piccola banca di
Wayan, e abbiamo chiesto al direttore le
modalità di un trasferimento di denaro.
Per concludere, il direttore ha detto:
«Allora, Wayan, questo trasferimento
sarà eseguito rapidamente.

In pochi giorni, avrai sul tuo conto


centottanta milioni di rupie».

Wayan e io ci siamo guardate e siamo


esplose in un’assurda, irrefrenabile
risata. Una somma enorme! Cercavamo
di controllarci, anche perché eravamo
nel bell’ufficio di un dirigente di banca,
ma non riuscivamo a smettere di ridere.
Siamo uscite come due ubriache,
sorreggendoci l’una con l’altra per non
cadere.
Wayan ha detto: «Non ho mai visto un
miracolo di questa portata verificarsi
così in fretta!

Io pregavo Dio di aiutare Wayan. E Dio


pregava Liz di aiutare Wayan!».

«E intanto Liz» ho aggiunto «pregava


anche i suoi amici di aiutare Wayan!»

Siamo tornate al locale. Tutti era appena


arrivata da scuola. Wayan si è
inginocchiata, ha abbracciato stretta la
sua bambina e le ha detto: «Una casa!
Una casa! Abbiamo una casa!».

Tutti allora si è esibita in un favoloso


svenimento, crollando a terra come un
personaggio di un cartone animato.

Mentre tutte ridevamo, ho visto le due


orfane nel retro della cucina che mi
guardavano con un’espressione che mi è
parsa di... paura. Mentre Wayan e Tutti
piroettavano in preda alla gioia, mi sono
domandata cosa stessero pensando
quelle due bambine. Di cosa avevano
paura? Di essere abbandonate? O forse
ero io che facevo paura, perché avevo
rimediato tanti soldi dal nulla? (Una
impensabile somma di denaro può non
essere legata alla magia nera?) O forse,
semplicemente, quando si ha una vita
precaria come queste bambine, ogni
cambiamento provoca terrore.
Quando i festeggiamenti si sono placati
un momento, ho domandato a Wayan,
tanto per essere sicura: «Che ne sarà di
Grande Ketut e Piccola Ketut?è una
buona notìzia anche per loro, vero?».

Wayan ha guardato le bambine in cucina,


e deve aver visto la stessa inquietudine
che avevo visto io, perché è corsa da
loro, le ha prese tra le braccia e, china
sulle loro teste, ha detto le parole
necessarie a tranquillizzarle. Il suo
affetto le ha calmate, ma quando è
suonato il telefono, e Wayan ha cercato
di allontanarsi per rispondere, le due
Ketut sono rimaste ag-grappate alla
madre adottiva, hanno seppellito le loro
teste nel suo grembo e si sono rifiutate
- con una forza che non avevo mai visto
in loro - di lasciarla andare.

Così al telefono ho risposto io.

«“Centro di cura balinese tradizionale”»


ho detto. «Venite oggi per la nostra
gigantesca svendita di chiusura e
trasferimento di esercizio.»

96
Sono uscita ancora due volte con il
brasiliano Felipe, durante il week-end.
Sabato l’ho portato a conoscere Wayan
e le bambine. Tutti ha fatto per lui dei
disegni di case, mentre Wayan
ammiccava maliziosa alle sue spalle e
muoveva la bocca per chiedermi in
silenzio:

«Fidanzato?». Io scuotevo la testa «No,


no, no.» (Anche se, lo confesso, non
penso più al bel gallese). Poi ho portato
Felipe a conoscere il mio sciamano.
Ketut gli ha letto la mano e lo ha
definito, non meno di sette volte, un mio
amico (e intanto mi fissava con uno
sguardo pen-etrante), un brav’uomo,
molto buono, molto molto buono. Non è
cattivo, Liss, è un brav’uomo.

Poi, domenica, Felipe mi ha chiesto se


mi sarebbe piaciuto passare una giornata
in spiaggia.
Mi sono resa conto che vivevo già da
due mesi a Bali, e non avevo ancora
visto la spiaggia, mi sono sentita
un’idiota e ho detto di sì, che sarei
andata volentieri. Mi è venuto a
prendere a casa con la sua jeep e, dopo
un’ora, siamo arrivati a Pe-dangbai,
dove c’è una piccola spiaggia nascosta
poco frequentata dai turisti. Mi è parsa
la più bella imitazione del paradiso che
avessi mai visto, acqua azzurra, sabbia
bianca, e l’ombra delle palme. Abbiamo
parlato tutto il giorno, interrompendoci
solo per nuotare, riposare e leggere,
qualche volta a voce alta. In un capanno
dietro la spiaggia c’erano delle donne
balinesi che ci hanno cotto del pesce
fresco alla griglia, e abbiamo comprato
birre fredde e frutta gelata. In mezzo alle
onde, ci siamo detti tutti i particolari che
ancora mancavano alle storie della
nostra vita, piccole cose che avevamo
trascurato nelle sere passate insieme.

Gli piace il mio corpo, così mi ha detto


dopo avermi vista per la prima volta in
costume da bagno. Mi ha spiegato che i
brasiliani usano un’espressione
particolare per definire le donne che
hanno un corpo come il mio, le
chiamano false magre, cioè donne che
sembrano magre ma in realtà sono
provviste di quelle rotondità che
piacciono ai brasiliani. Dio li benedica.
Mentre parlavamo sdraiati sui nostri
asciugamani, lui qualche volta mi si è
avvicinato per togliermi la sabbia dalla
punta del naso, o un ciuffo di capelli
dalla faccia. Siamo rimasti lì tutto il
giorno. Poi, quando è venuto il buio,
abbiamo raccolto le nostre cose e siamo
andati a passeggiare sulla strada
principale, sterrata e non molto
illuminata, di questo vecchio villaggio
di pescatori. Abbiamo camminato
allacciati sotto le stelle. È stato allora
che Felipe mi ha chiesto, nel modo più
naturale e tranquillo (quasi come se mi
proponesse di andare a cena) :

«Perché non cominciamo una storia, io e


te, Liz? Che cosa ne pensi?».
Mi piaceva il modo in cui stava
accadendo. Non con un gesto, con il
tentativo di un bacio, ma con una
domanda esplicita. E anche giusta. Mi
sono ricordata che oltre un anno fa,
prima di partire, avevo detto alla mia
psicoterapeuta che non avrei voluto
avere storie d’amore per tutta la durata
del viaggio, ma non sapevo se ci sarei
riuscita. «Che cosa farò se incontrerò
qualcuno che mi piace veramente?
Dovrò rinunciare ai miei propositi?
Manterrò la mia auto-nomia?» Lei mi
aveva risposto con un sorriso
indulgente. «Secondo me, Liz, ti
conviene ripensarci quando si
presenterà l’occasione.»
Ora, gli elementi c’erano tutti: tempo,
luogo, azione, personaggio. Ne abbiamo
discusso a braccetto, durante la
passeggiata in riva all’oceano. Ho detto:
«In circostanze normali, probabilmente
ti direi di sì, Felipe. Anche se non so
bene quali siano le circostanze
normali...».

Abbiamo riso tutti e due, ma poi gli ho


espresso le mie perplessità. Mi sarebbe
piaciuto sentire sul cuore e sul corpo le
mani esperte di un amante, ma avevo
l’esigenza di donare questo anno di
viaggio interamente a me stessa. Una
fondamentale trasformazione si stava
verificando nella mia vita e aveva
bisogno di tempo e spazio per
completare indisturbata il suo processo.
Tutto si può ridurre a un esempio
essenziale: la torta che è appena uscita
dal forno ha bisogno di un po’ di tempo
per raffreddarsi, prima che la si possa
glassare. Non voglio concludere in
modo ambiguo questo periodo prezioso.
Non voglio di nuovo perdere il controllo
della mia vita.

Naturalmente Felipe mi ha assicurato


che capiva benissimo, che avrei dovuto
fare quello che era meglio per me e che
sperava, soprattutto, di essere perdonato
per avere posto quella domanda. («Ma
doveva venire, prima o poi, il momento
in cui l’avrei fatta, mia adorabile
piccola cara.») Mi ha detto che,
indipendentemente dalla mia decisione,
avremmo dovuto continuare a essere
amici, dal momento che il tempo passato
insieme sembrava fare bene a tutti e due.

«Ora, però» aveva aggiunto «devi


lasciare che ti esponga il mio pensiero.»

«Più che giusto.»

«Se ho capito bene, tu hai dedicato tutto


quest’anno alla ricerca di un equilibrio
tra devozione e piacere. So che hai
seguito molte pratiche devozionali, ma
non sono certo che tu ne abbia ricavato
alcun piacere, almeno finora.»
«In Italia ho mangiato montagne di
pasta.»

«Pasta, Liz? Pastai»

«Ok, basta così.»

«D’accordo. C’è un’altra cosa: io penso


di sapere che cosa ti preoccupa. Tu hai
paura che un uomo entri nella tua vita, e
ti porti di nuovo via tutto. Anch’io sono
stato solo per molto tempo e ho dato e
perso tanto in amore, proprio come te. Io
non voglio farti questo, cara, non voglio
che ci togliamo qualcosa a vicenda. è
solo che non sono mai stato così bene in
compagnia di una donna, e non vorrei
perderti. Non temere, non ho intenzione
di correrti dietro a New York quando
partirai, a settembre. E, a proposito di
tutte quelle ragioni che mi hai esposto
alcune settimane fa e che ti fanno
passare la voglia di avere un amante...
mettiamola così: non m’importa se non ti
depili le gambe ogni giorno, il tuo corpo
mi piace, mi hai già raccontato tutta la
storia della tua vita e non devi
preoccuparti per la contraccezione,
perché ho fatto la vasectomia.»

«Felipe» ho detto, «questa è la proposta


più attraente e romantica che un uomo mi
abbia mai fatto.»

E lo era. Ma ho detto di no.


Mi ha accompagnato a casa. In macchina
ci siamo scambiati molti dolci, salati,
sabbiosi baci. Una delizia. Certo che era
una delizia. Ma di nuovo ho detto di no.

«Va bene, cara» ha detto, «ma domani


sera vieni da me a cena. Ti farò una
bistecca.»

Poi è ripartito e sono andata a letto da


sola.

Per tradizione, prendo decisioni molto


rapide riguardo agli uomini. Mi sono
sempre innamorata in fretta e senza
calcolare i rischi. Non solo, in tutti vedo
il meglio, e penso che ciascuno sia in
grado di raggiungere il massimo del
proprio potenziale emotivo. Mi sono
innamorata più spesso di questa
prospettiva che dell’uomo che me la
faceva intravedere e ho sempre aspettato
fiduciosamente che si realizzasse. E la
maggior parte delle volte sono stata
vittima del mio ottimismo.

Mi sono sposata giovane e in fretta,


piena di amore e di speranza, senza
pensare più di tanto agli aspetti concreti
del matrimonio. Nessuno mi ha dato
consigli. I miei genitori mi hanno
educata a essere indipendente, a
provvedere a me stessa e a decidere da
sola. Quando ho raggiunto l’età di
ventiquattro anni, tutti hanno pensato che
fossi in grado di fare le mie scelte
autonomamente. Il mondo oggi è fatto
così. Se fossi nata qualche secolo fa, in
epoca patriarcale, sarei stata
considerata proprietà di mio padre,
finché non mi avesse ceduta al marito da
lui prescelto. Oppure, se un uomo mi
avesse chiesta in moglie, mio padre lo
avrebbe invitato a rispondere a un lungo
elenco di domande prima di decidere se
accettare la proposta. Avrebbe
domandato: «Come prowederai a mia
figlia? Che reputazione hai in questa
comunità? Qual è il tuo stato di salute?
Hai debiti? Quali sono le tue proprietà?
Dove porterai a vivere la sposa? Quali
sono i punti forti del tuo carattere?». Ma
quando ho deciso di sposarmi, mio
padre, in perfetto accordo con l’epoca in
cui viviamo, non si è sentito affatto
coinvolto. Non avrebbe mai interferito
in quella decisione, così come non mi
avrebbe mai consigliato in che modo
tagliarmi i capelli.

Non ho alcuna nostalgia per il


patriarcato, credetemi. E so lo che, dopo
la sua giusta e necessaria abolizione, è
venuta meno qualsiasi forma di
protezione contro i rischi dell’amore. Io,
per esempio, non ho mai pensato di
rivolgere a un fidanzato le stesse
insidiose domande che i padri un tempo
ponevano ai pretendenti delle figlie. Mi
sono data per amore tante volte, solo per
l’amore in sé. E talvolta, nel corso degli
eventi, ci ho rimesso tutto, persino i
soldi. A quanto pare, dunque, se voglio
essere una donna autonoma, non mi resta
che assumere il ruolo di guardiana di me
stessa. Gloria Steinem ha consigliato
alle donne di combattere strenuamente
per diventare come gli uomini che
avrebbero voluto sposare.
Personalmente mi sono resa conto solo
da poco che non solo sono diventata il
marito di me stessa, ma devo anche
farmi da padre. Ed è per questo che
quella sera sono andata a letto da sola.
Perché ho deciso che per me non era
ancora arrivato il momento di accogliere
un gentile pretendente.

Detto questo, mi sono svegliata alle due


del mattino, con un pesante sospiro, e
una fame così profonda che non sapevo
come placarla. Il gatto pazzo che vive in
casa mia stava per qualche ragione
facendo dei lugubri miagolii, e io gli ho
detto: «So esattamente come ti senti».
Dovevo fare qualcosa. Mi sono alzata,
sono andata in cucina in camicia da
notte, ho sbucciato mezzo chilo di
patate, le ho fatte bollire, le ho affettate,
le ho fritte nel burro, le ho cosparse
generosamente di sale e le ho mangiate
fino all’ultimo pezzetto, chiedendo al
mio corpo di accettare per cortesia
mezzo chilo di patate fritte in
sostituzione dell’appagamento amoroso.

Il mio corpo, dopo aver mangiato tutto,


ha risposto: «Niente da fare, baby».
Così sono tornata a letto, ho sospirato,
annoiata, e ho cominciato a...

Bene. Una parola sulla masturbazione,


se mi è permesso. Qualche volta può
essere l’unico mezzo a portata di... mano
(chiedo scusa), ma altre volte diventa
così acutamente ins-oddisfacente che
alla fine ti fa stare solo peggio. Dopo un
anno e mezzo di zitellaggio, dopo un
anno e mezzo di Liz da sola nel suo letto
singolo, l’esercizio cominciava ad
annoiarmi. Ma quella notte, nella mia
inquietudine, che altro potevo fare?

Le patate non avevano funzionato. Così


mi sono data da fare con me stessa,
ancora una volta. Come al solito, ho
lasciato vagare la mente attraverso la
varietà del mio schedario erot-ico,
cercando la fantasia giusta o il ricordo
che mi avrebbe aiutata a concludere
velocemente il lavoro. Ma quella notte
niente funzionava davvero; non i
pompieri, non la vecchia aberrante
scenetta di riserva che aveva come
protagonista Bill Clinton e di solito
sortiva il suo effetto, e nemmeno i
gentiluomini vittoriani, nel loro salotto,
con una squadra di giovani damigelle
ver-gini. Alla fine ho dovuto accettare a
fatica l’idea di pensare al mio buon
amico brasiliano a letto con me...

Poi ho dormito. Mi sono svegliata con il


cielo azzurro e silenzioso, e la camera
ancora più silenziosa. Ero agitata, a
disagio, ho lasciato che la mattinata si
prolungasse, ho cantato tutti i
centottantadue versi in sanscrito della
Guru Gita, il grande, fondamentale inno
purificatore del mio ashram in India. Poi
ho meditato per un’ora, con le ossa
doloranti per l’immobilità forzata,
finché non ho sentito di nuovo quella
mia speciale felicità, chiara come il
cielo, non legata a niente, inamovibile,
senza nome, immutabile e perfetta.
Quella felicità che supera qualsiasi altra
felicità io abbia mai provato su questa
Terra, compresi i burrosi baci salati e le
patate ancora più salate e burrose.

Ero molto contenta di aver deciso di


stare da sola.

97
È stata, in un certo senso, una sorpresa,
la sera successiva - dopo che lui mi
aveva preparato la cena a casa sua;
dopo che, sdraiati sul divano, avevamo
chiacchierato per diverse ore; dopo che,
inaspettatamente, lui si era appoggiato
su di me, e aveva affondato la faccia
nella mia ascella, dichiarando che era
delizioso quel mio magnifico odore di
sporcizia - è stata una sorpresa, dicevo,
sentirgli dire, mentre posava il palmo
della mano sulla mia guancia:

«Basta così, cara. Adesso vieni nel mio


letto». E io ci sono andata.

Sì, sono proprio andata nel suo letto,


insieme a lui, in quella stanza con le
grandi finestre aperte sulle risaie
balinesi immerse nel silenzio e nel buio.
Lui ha aperto una zanzariera a bal-
dacchino e mi ha fatta entrare. Poi mi ha
aiutata a togliermi il vestito con la
tenera sapienza di un uomo che ha
passato molti anni felici a preparare i
suoi figli per fare il bagno e mi ha
esposto il suo programma: da me non
avrebbe preteso assolutamente niente,
tranne il permesso di adorarmi, per
quanto tempo io avessi voluto. Ritenevo
quei termini accettabili?
Avevo perso la voce durante il percorso
dal divano al letto e ho potuto
rispondere di sì solo con la testa. Non
c’era altro da dire. Era stata una lunga e
austera stagione di solitudine.

Avevo fatto del bene a me stessa. Ma


Felipe aveva ragione: basta così.

«Bene» ha detto sorridendo, mentre


toglieva di torno i cuscini e faceva
scivolare il mio corpo sotto il suo.
«Organizziamoci.»

Un’espressione divertente poiché quel


momento ha segnato la fine di tutti i miei
tentativi di organizzazione.
Più tardi, Felipe mi ha detto come gli
ero apparsa quella notte. Gli ero
sembrata così giovane, per niente simile
a quella donna sicura di sé che aveva
conosciuto alla luce del giorno.
Giovane, ha detto, ma anche aperta,
emozionata, contenta di essere
finalmente se stessa dopo tanti sforzi di
mostrarsi coraggiosa. Ha detto che era
chiaro che nessun uomo mi toccava da
molto tempo. Gli era parso che ne avessi
bisogno, e che fossi grata di aver potuto
esprimere quel bisogno. Non posso dire
di ricordarmi tutto questo, ma ci credo,
perché mi ero sentita circondata da tutta
la sua attenzione.

La cosa che ricordo meglio di quella


notte è la zanzariera, bianca e fluttuante.
Era il paracadute che mi portava fuori
da quel solido, disciplinato aeroplano
sul quale avevo volato negli ultimi anni
per abbandonare finalmente Un Periodo
Molto Difficile della Mia Vita. Adesso
la mia robusta macchina volante era
diventata aH’improwiso obsoleta, e io
ero uscita da quell’aereo e avevo
lasciato che il paracadute mi portasse
giù, fino a farmi atterrare sana e salva su
una piccola isola a forma di letto.
Un’isola abitata da un bel naufrago
brasiliano che, rimasto solo troppo a
lungo anche lui, era stato così felice e
sorpreso di vedermi arrivare da aver
dimenticato improvvisamente tutto il suo
inglese. Ormai riusciva solo a ripetere
la stessa parola ogni volta che mi
guardava in faccia: «Bellissima,
bellissima, bellissima, bellissima e
bellissima».

Non abbiamo dormito neanche un po’, è


logico. Poi, per quanto possa apparire
ridicolo, sono dovuta andar via... Avevo
un appuntamento la mattina presto con il
mio amico Yudhi.

Da tempo avevamo progettato di partire


insieme, proprio quella settimana, per un
lungo viaggio in automobile attraverso
Bali. L’idea ci era venuta una sera a
casa mia, quando Yudhi aveva detto che,
a parte sua moglie e Manhattan, la cosa
che più gli mancava deH’America era
mettersi al volante e partire con gli
amici all’avventura, attraverso quei
grandi spazi, su quelle stupende
autostrade interstatali. Gli avevo detto:
«ok, andiamo a fare un viaggio in
macchina all’americana».

Un progetto irresistibilmente comico,


visto che non c’è nessuna possibilità di
fare un viaggio in automobile a Bali
come si fa in America. Non ci sono
grandi distanze su un’isola che ha le
dimensioni del Delaware. E le strade
sono orribili, rese pericolose al di là di
ogni immaginazione dalla fitta, folle
prevalenza della versione balinese dei
minivan familiari americani: piccoli
motocicli su cui stanno ammassate fino a
cinque persone, il padre che guida con
una mano, mentre nell’altra tiene un
neonato, la mamma che, seduta di
traverso dietro di lui, stretta nel sarong,
con un cesto in bilico sulla testa, grida
ai gemelli di stare attenti a non cadere.
Tutto, probabilmente, sulla corsia
sbagliata e senza fari.

Nessuno mette mai il casco, ma molti,


non ne ho mai scoperto la ragione, lo
portano con sé, come una borsa. Per
avere un’idea delle strade di Bali basta
pensare a una moltitudine di questi
motocicli sovraccarichi, oscillanti,
lanciati a grande velocità, che si
scansano l’un l’altro in una specie di
pazza, motorizzata danza balinese.
Ma Yudhi e io avevamo comunque
deciso di partire per una settimana con
un’automobile a nolo e viaggiare su
questa piccola isola, fingendo di essere
in America, liberi tutti e due.

L’idea mi aveva affascinata, quando ci


era venuta in mente il mese scorso, ma
dal letto di Felipe, mentre lui mi baciava
le punte delle dita, le braccia, le spalle,
e mi diceva di non andar via, mi è
apparsa purtroppo poco felice. Ma
dovevo andare. E in un certo senso, ci
volevo andare. Non solo per passare una
settimana con il mio amico Yudhi, ma
anche per riposarmi dopo la calda notte
con Felipe e rendermi conto che, come
dicono nei romanzi, avevo un amante.
Così Felipe mi ha accompagnata a casa,
con un ultimo abbraccio appassionato, e
ho avuto solo il tempo per fare una
doccia e riprendermi un po’, prima che
Yudhi arrivasse con la nostra macchina
a nolo. Mi ha dato un’occhiata, e ha
detto: «Dude, a che ora sei tornata a
casa stanotte?».

Gli ho risposto: «Dude, non sono tornata


a casa stanotte».

Lui ha cominciato a ridere. «A-ha!» ha


esclamato, perché si ricordava che, solo
due settimane prima, avevo seriamente
asserito che probabilmente avrei
ignorato il sesso per il resto della mia
vita. «Allora hai ceduto, eh?» mi ha
domandato.

«Yudhi» ho risposto, «voglio raccontarti


una storia. L’estate scorsa, poco prima
di lasciare gli Stati Uniti, sono andata a
trovare i miei nonni, vicino a New York.
La seconda moglie di mio nonno è una
donna veramente simpatica, si chiama
Gale e adesso ha ottant’anni. Ha tirato
fuori un vecchio album di fotografie, e
me ne ha fatte vedere alcune degli anni
Trenta, quando aveva diciotto anni ed
era andata a fare un lungo viaggio in
Europa. Mi ha mostrato delle incredibili
fotografie dell’Italia. Poi è comparsa
l’immagine di un uomo, un italiano
giovane e molto bello, a Venezia. Le ho
domandato: “Gale, chi è questa
bellezza?”. Lei mi ha risposto: “è il
figlio dei padroni dell’albergo dove
stavo, a Venezia. Era il mio fidanzato”.
“Il tuo fidanzato?” La dolce moglie di
mio nonno mi ha guardata, maliziosa, e
il suo sguardo è diventato molto sexy,
come quello di Bette Davis: “Ero stanca
di guardare chiese, Liz”, ha concluso.»

Yudhi mi dà un colpetto sulla spalla.


«Andiamo, dude.»

Partiamo per il nostro finto viaggio in


automobile in giro per Bali, io e questo
sveglio, giovane, geniale interprete di
musica indonesiana in esilio. Il sedile
posteriore dell’automobile è pieno di
birre, chitarre e dell’equivalente del
cibo americano da viaggio in macchina,
croc-cantini di riso fritti e caramelle
balinesi dagli aromi orribili. I
particolari del viaggio non me li ricordo
più, distratta come sono dal pensiero di
Felipe e da quel generale stato di
confusione che accompagna di solito gli
spostamenti senza una meta precisa.
Quello che ricordo è che Yudhi e io
abbiamo parlato americano per tutto il
tempo, come non mi capitava da secoli.
Ho parlato molto inglese durante
quest’anno, naturalmente, ma non
americano, e certamente non il tipo di
americano hip-hop che piace a Yudhi.
Così ci siamo lasciati andare, come due
adolescenti che guardano Mtv,
chiamandoci dude e man, e qualche
volta, con grande tenerezza, «homo». Le
nostre chiacchiere hanno contemplato
anche alcuni affettuosi insulti alle nostre
madri.

«Man, cosa ne hai fatto della carta


stradale?»

«Chiedilo a tua madre.»

«Inutile, dude, è sorda.»

E così via.

Non andiamo nell’entroterra di Bali,


viaggiamo solo lungo la costa, che è
fatta di spiagge, spiagge, spiagge che
non finiscono mai. Qualche volta
prendiamo una barchetta di pescatori e
andiamo su un’isola. A Bali ci sono tanti
tipi di spiagge. Seguiamo una esaltante,
lunga riva di sabbia bianca, come quella
di Kuta, nel sud della California,
saliamo fino a vedere da vicino la
sinistra bellezza delle rocce nere della
costa occidentale, oltrepassiamo quella
invisibile linea oltre la quale i normali
turisti non vanno mai, ci fermiamo sulle
spiagge selvagge della costa
settentrionale, dove solo i surfisti osano
avventurarsi (e anche i pazzi, a quanto
pare), ci sediamo sulla spiaggia a
guardare le onde infide e le figure
sottili, chiare e scure dei surfisti che
tagliano di traverso l’acqua, come se
aprissero una cerniera nell’azzurro
vestito di gala dell’oceano. Li
guardiamo rovesciarsi con audacia da
rompicollo contro i banchi di corallo e
le rocce, so

lo per poi tornare al largo, a cavalcare


un’altra onda e, senza fiato in gola,
commentiamo:

«Sono tutti fuori di testa».

Proprio come volevamo, ci


dimentichiamo per ore (tanto meglio per
Yudhi) di essere in Indonesia, e andiamo
in giro con questa macchina noleggiata,
ingurgitando robaccia, cantando canzoni
americane e mangiando pizza in
qualsiasi posto riusciamo a trovarne.
Quando l’ambiente che ci circonda
diventa troppo balinese, fingiamo di
essere in America. Io domando: «Qual è
la via migliore per oltrepassare questo
vulcano?». E Yudhi risponde:

«Dobbiamo prendere la Interstatale 95».


E io: «Ma allora dovremo attraversare
Boston, proprio all’ora di punta...». è
solo un gioco, ma serve.

Ci capita, a volte, di scoprire dei tratti


di oceano calmo e azzurro, e allora
nuotiamo tutto il giorno, concedendoci
di cominciare a bere birra alle dieci del
mattino (dude, è terapeutico) .

Facciamo amicizia con tutti quelli che


incontriamo. Yudhi è il tipo che quando
cammina lungo la spiaggia e vede un
uomo che sta costruendo una barca, si
ferma e dice: «Ehi, costruisci una
barca?». E la sua curiosità è così
accattivante, che, un attimo dopo, siamo
invitati a vivere per un anno a casa
dell’uomo che costruisce la barca.

Di sera succedono cose strane.


Scopriamo misteriosi riti che si
svolgono in un tempio in mezzo al nulla
e ci lasciamo ipnotizzare dal coro di
voci, tamburi e gamelan. In un villaggio
sul mare, gli abitanti sono riuniti in una
strada buia per una cerimonia di
compleanno; Yudhi e io, in quanto
stranieri, siamo invitati a ballare con la
ragazza più carina del villaggio. (è tutta
oro, gioielli e incenso e ha un trucco in
stile egiziano; non può avere più di
tredici anni, ma muove i fianchi con
l’armoniosa, sensuale sicurezza di una
creatura che sa di potere sedurre anche
un dio.) Il giorno dopo troviamo, nello
stesso villaggio, uno strano ristorante a
gestione familiare. Il proprietario
balinese si autodefinisce un grande chef,
esperto in cibi thailandesi.

Non è vero, ma passiamo comunque lì


tutto il giorno, bevendo Coca gelata,
mangiando dei tagliolini molto unti e
facendo qualche gioco di società con
l’elegante e femmineo figlio del
proprietario. (Solo più tardi ci balena il
dubbio che questo grazioso adolescente
potrebbe benissimo avere interpretato il
ruolo della bella danzatrice la notte
prima; i balinesi sono maestri nei
travestimenti.)

Ogni giorno chiamo Felipe da qualunque


remoto telefono riesca a trovare, e lui mi
dice:

«Quanti sonni ancora, prima che torni da


me?». Oppure: «Mi piace essere
innamorato di te, cara. Sembra così
naturale, una cosa che può succedere
ogni momento, e invece non ho provato
niente di simile per nessuna donna da
almeno trent’anni».
Io non ci sono ancora arrivata, non mi
sono ancora addentrata in quella regione
dove ci si innamora in caduta libera, mi
esprimo con esitanti, piccoli mormorii,
lancio timide avvisaglie sulla mia
partenza, che avverrà tra pochi mesi.
Felipe non ci bada. Dice: «Forse questa
è solo una romantica, stupida idea
sudamericana, ma voglio che tu capisca,
cara, che per te sono disposto anche a
soffrire. Qualunque dolore ci accada in
futuro, lo accetto, solo per il piacere di
stare con te adesso. Godiamoci questo
momento. è meraviglioso».

«è strano» rispondo, «ma prima di


incontrarti pensavo che sarei potuta
restare sola per sempre. E dedicarmi
alla vita contemplativa.»

«Ora, invece, hai quest’altra


prospettiva...» e Felipe mi descrive
minuziosamente la prima, la seconda, la
terza, la quarta e la quinta cosa che ha
intenzione di fare con il mio corpo
quando mi avrà di nuovo nel suo letto.
Mi allontano, confusa dalla telefonata;
mi tremano un po’ le ginocchia, sono
divertita e stordita da tutta questa
passione.

L’ultimo giorno del nostro viaggio,


Yudhi e io passiamo ore e ore su una
spiaggia e, come spesso ci accade,
ricominciamo a parlare di New York, di
com’è bella e di quanto le vogliamo
bene. Yudhi ne ha nostalgia, quasi
quanta ne ha della moglie, è come se
New York fosse una persona, un parente
perduto.

Mentre parliamo, Yudhi spiana un tratto


di sabbia bianca tra i nostri due
asciugamani, e disegna una mappa di
Manhattan.

Dice: «Cerchiamo di riempirla con tutto


ciò che riusciamo a ricordare». Con la
punta delle dita disegniamo le strade, gli
incroci principali, Broadway che rovina
tutto, appoggiata tutta storta sull’isola di
Manhattan, i fiumi, il Village, Central
Park. Scegliamo una graziosa conchiglia
sottile per rappresentare l’Empire State
Building, un’altra conchiglia è il
Chrysler.

Rispettosamente, prendiamo due piccoli


pezzi di legno e rimettiamo le Twin
Towers al loro posto.

Usiamo questa mappa di sabbia per


mostrarci a vicenda i posti che
preferiamo di New York. Qui Yudhi ha
comprato gli occhiali da sole che porta
in questo momento; qui è dove ho
comprato i sandali che ho ai piedi. Qui
ho cenato la prima volta con il mio ex
marito, qui Yudhi ha conosciuto sua
moglie. Qui c’è il miglior ristorante
vietnamita della città, qui i panini
migliori; questo è il posto ideale per i
tagliolini (niente da fare, amico, il
paradiso dei tagliolini è questo).
Traccio uno schizzo del mio vecchio
quartiere di Hell’s Kitchen, e Yudhi
dice:

«Conosco un buon ristorante, lì».

«Il Tick-Tock, il Cheyenne, o lo


Starlight?»

«Il Tick-Tock, dude.»

«Mai provato latte e soda al Tick-


Tock?»

Yudhi geme. «Oh, mio Dio, sì, è


squisito...»
Sento così profondamente la sua
nostalgia di New York, che per un
momento la confondo con la mia. La sua
nostalgia mi contagia al punto che per un
istante dimentico che, al contrario di lui,
io sono libera di tornare a Manhattan, un
giorno o l’altro. Yudhi giocherella per
un po’ con i due legnetti delle Twin
Towers, li affonda più solidamente nella
sabbia, poi guarda l’oceano azzurro e
silenzioso, e dice: «So che qui è
bellissimo... ma pensi che rivedrò mai
l’America?».

Che cosa posso rispondergli?


Scivoliamo nel silenzio. Poi si tira fuori
di bocca la schifosa caramella
indonesiana che continua a succhiare da
un’ora, e dice: «Dude, questa caramella
sa di culo. Dove l’hai presa?».

«Da tua madre, dude» gli dico. «Da tua


madre.»

99
Quando torniamo a Ubud, vado dritta
filata a casa di Felipe, e non esco dalla
sua camera da letto per circa un mese.
Sto scherzando, ma non tanto. Non sono
mai stata amata, adorata così, prima
d’ora, mai con tanta gioia e tanta
deliberata concentrazione. Non sono mai
stata così sgusciata, dispiegata,
srotolata, riempita da quell’evento
speciale che è fare l’amore.

Una cosa la so: ci sono leggi naturali


che governano l’esperienza sessuale di
due persone, e queste leggi non possono
essere cambiate, come non si può venire
a patti con la forza di gravità. Sentirsi a
proprio agio con il corpo di un altro non
è una questione di buona volontà; i
pensieri, le parole e perfino l’aspetto
fisico non contano molto. Tutto sta in un
mis-terioso magnete nascosto da qualche
parte in profondità dietro lo sterno, o c’è
o non c’è.

Quando non c’è (come ho appreso in


passato, con straziante chiarezza) non
puoi farci niente.

Come un chirurgo non può forzare il


corpo di un paziente ad accettare un rene
dal donatore sbagliato. Secondo la mia
amica An-nie tutto si riduce a una
semplice domanda: «Vuoi sentire la tua
pancia compressa per sempre contro
quella di questa persona, o no?».

Felipe e io abbiamo scoperto con


somma delizia che il nostro è un pancia
a pancia ben riuscito, basato su un
coordinamento perfetto e su
un’impeccabile compatibilità genetica.
Non c’è parte del nostro corpo che sia in
alcun modo allergica al corpo dell’altro.
Niente è pericoloso, niente è difficile,
niente viene rifiutato. Tutto
nell’universo dei nostri sensi è
semplicemente e perfettamente
complementare.

«Guardati» dice Felipe. Mi porta


davanti allo specchio dopo che abbiamo
fatto l’amore di nuovo, mi mostra il mio
corpo nudo, i miei capelli, che sembrano
usciti da una prova di forza centrifuga
durante un addestramento alla nasa.
«Guarda come sei bella... le linee del
tuo corpo hanno curve armoniose come
dune di sabbia...» (E veramente il mio
corpo non si è mai sentito così bene,
almeno non da quando avevo sei mesi e
mia madre mi fotografava, come
l’immagine stessa della felicità, distesa
su un asciugamano sul bancone della
cucina, dopo un bel bagno nel
lavandino.) Poi Felipe mi riporta a letto,
dicendomi in portoghese: « Verri,
gostosa».

Vieni, delizia.

Felipe è un maestro nel rendersi gradito.


A letto adesso mi adora in portoghese,
non sono più la sua «adorabile piccola
cara», ma la sua queridinha, che
letteralmente vuol dire adorabile
piccola cara. Qui a Bali, sono stata
troppo pigra per imparare l’indonesiano
o il balinese ma, improvvisamente, il
portoghese mi viene facile. Non sto solo
imparando il frasario da letto, ma un
raffinato uso della lingua. «Non ne
potrai più di me» dice Felipe. «Non
faccio che toccarti e dirti che sei bella,
sono sicuro che ti annoierai.»

Mettimi alla prova, capo.

Sto perdendo il conto dei giorni,


scompaio sotto le lenzuola di Felipe,
sotto le sue mani. Mi piace non sapere
che giorno è. La mia agenda bene
organizzata è stata spazzata via dal
vento. Infine mi sono decisa a uscire, e
un pomeriggio sono andata a trovare il
mio sciamano, dopo tanto tempo. Ketut
mi ha letto la verità in faccia, prima che
io dicessi una parola.
«Hai trovato fidanzato a Bali.»

«Sì, Ketut.»

«Bene. Attenta a non restare incinta.»

«Starò attenta.»

«è un uomo buono?»

«Dimmelo tu, Ketut. Gli hai letto la


mano. Mi hai ripetuto sette volte che era
buono.»

«Io? Quando?»

«In giugno. Era quel brasiliano, più


vecchio di me. Mi hai detto che ti
piaceva.»
«Non l’ho mai detto» ha insistito Ketut e
non sono riuscita a convincerlo del
contrario.

Qualche volta a Ketut sfuggono delle


cose dalla memoria, come accade a
chiunque abbia tra i sessantacinque e i
centododici anni di età. è quasi sempre
lucido e presente a se stesso, ma talvolta
ho l’impressione che sia immerso in un
altro livello di consapevolezza, in un
altro universo. (Una settimana fa mi ha
detto, all’improvviso: «Tu sei una mia
buona amica, Liss.

Una mia cara amica». Poi, con un


sospiro, lo sguardo nel vuoto, ha
aggiunto malinconicamente: «Non come
Sharon». Chi diavolo è Sharon} Che
cosa gli ha fatto? Quando ho cercato di
domandarglielo, non mi ha risposto, si è
comportato come se neanche sapesse di
chi stavo parlando. Come se fossi stata
io per prima a nominare la sciagurata
Sharon.)

«Perché non porti qui tuo fidanzato?» mi


ha chiesto.

«Te l’ho portato, Ketut. Davvero. E tu


mi hai detto che ti piaceva.»

«Non ricordo. è ricco?»

«No, Ketut. Non è ricco. Ma i soldi che


ha gli bastano.»

«Né ricco né povero?» Lo sciamano


voleva un quadro economico dettagliato.

«Te l’ho detto, ha quello che gli


occorre.»

Mi è parso che la mia risposta lo


irritasse. «Se chiedi a lui i soldi, te li
dà?»

«Ketut, non voglio soldi da lui. Non ho


mai preso soldi da un uomo.»

«Passi tutte le notti con lui?»

«Sì.»
«Bene. Lui vizia te?»

«Molto.»

«Bene. Mediti ancora?»

Sì, medito ogni giorno della settimana,


sgattaiolando fuori dal letto di Felipe
per andare sul divano, dove posso
sedere in silenzio e rendere grazie per
tutto quello che ricevo. Davanti al
portico di Ketut, le oche starnazzano, si
dirigono verso le risaie, dondolanti sulle
zampe, spettegolando e schizzando
acqua dappertutto. (Felipe dice che
questi stormi di indaffarate oche balinesi
gli ricordano le statuarie donne
brasiliane che incedono sulle spiagge di
Rio, chiacchierando a voce alta,
interrompendosi a vicenda e facendo
ondeggiare con orgoglio il sedere.)
Adesso sono così tranquilla che scivolo
nella meditazione come se fosse un
bagno preparato dal mio amante. Nuda
nel sole del mattino, con nient’altro che
una coperta leggera sulle spalle,
scompaio nello stato di grazia, sono
sospesa nel vuoto come una piccola
conchiglia in bilico su un cucchiaino.

Perché la vita sembra sempre difficile?

Un giorno telefonerò alla mia amica


Susan a New York, e lei mi confiderà,
con il sotto-fondo delle sirene della
polizia municipale, i particolari della
sua ultima storia spezzacuore. La mia
voce avrà il tono distaccato, elegante di
un dj di jazz notturno alla radio, e le
dirò di lasciar perdere, perché, ragazza
mia, è già tutto perfetto così com’è,
perché l’universo provvede, baby,
perché là tutto è pace e armonia...

Mi pare di sentirla mentre, tra i fischi


delle sirene, dice: «Parli come una
donna che oggi ha già avuto quattro
orgasmi».

100
Ma dopo poche settimane, gli spassi e i
giochi mi hanno presentato il conto.
Dopo tutte quelle notti insonni e quelle
giornate piene d’amore, il mio corpo si
è vendicato e mi è venuta una fastidiosa
infezione alla vescica. E un male tipico
di ehi fa troppo sesso, e colpisce
soprattutto chi ne aveva persa
l’abitudine. E arrivato di colpo, come
ogni tragedia. Una mattina ero in città a
sbrigare delle commissioni, quando
all’improvviso sono stata assalita da
bruciore e febbre. Avevo già avuto
questo tipo di infezione durante la mia
dissoluta giovinezza, quindi sapevo che
cos’era. Per un attimo sono piombata nel
panico - è una malattia odiosa - ma poi
ho pensato: «Grazie al Cielo, la mia
migliore amica a Bali è una guaritrice» e
sono corsa da Wayan.
«Sto male!»

Mi ha dato un’occhiata e ha detto: «Stai


male perché hai fatto troppo sesso, Liz».

Mi sono nascosta la faccia tra le mani.

Lei ha riso. «Non puoi avere segreti con


Wayan.»

Avevo un dolore spaventoso. Chiunque


abbia avuto questa infezione, sa come ci
si sente, e per chi non l’avesse avuta
valga qualsiasi metafora che contenga la
parola «attizzatoio».

Wayan, come un veterano del corpo dei


pompieri o un chirurgo del pronto
soccorso, non si muove mai in fretta. Ha
cominciato a tagliare lentamente delle
erbe e a bollire delle radici, ed è andata
avanti e indietro portandomi dalla
cucina, uno dopo l’altro, degli intrugli
marroni, caldi, dal sapore venefico.
«Bevi, tesoro...» diceva.

Mentre aspettava che bollissero sempre


nuovi infusi, si sedeva di fronte a me, mi
dava oc-chiate maliziose e indecenti e
approfittava della possibilità di ficcare
il naso.

«Sei stata attenta a non restare incinta,


Liz?»

«Non corro nessun rischio. Felipe ha


fatto la vasectomia.»

«Felipe ha fatto la vasectomia?» ha


detto, rispettosa e ammirata, come se
avesse detto:

«Felipe ha una villa in Toscana}».


(Veramente anche su di me quella parola
produce lo stesso effetto.)

A Bali è molto difficile che un uomo si


sottoponga a un intervento del genere. La
contraccezione è sempre un problema
della donna. Ma recentemente in
Indonesia si è verificato un calo delle
nascite grazie a un brillante intervento
del governo, che ha promesso un nuovo
mo-tociclo a tutti gli uomini che si
fossero sottoposti volontariamente alla
vasectomia.

«Il sesso è strano» ha osservato Wayan


mentre io, tra smorfie di dolore, bevevo
le sue medicine fatte in casa.

«Sì, Wayan. è comico.»

«No» ha insistito lei, «il sesso è strano.


A tutti succede la stessa cosa: all’inizio
si vuole troppa felicità, troppo piacere,
e poi si sta male. Anche per me è così,
all’inizio di una storia d’amore perdo
l’equilibrio.»

«Mi imbarazzi» ho detto.


«Ma no» ha ribattuto e, secondo la
perfetta logica balinese, ha aggiunto:
«Qualche volta perdere l’equilibrio per
amore fa parte di una vita ben
equilibrata».

Mi è venuto in mente che a casa ho degli


antibiotici, una scorta di emergenza che
porto sempre in viaggio. Ho già avuto di
queste infezioni e so che possono
peggiorare fino ad attaccare i reni. Non
voglio correre quel rischio, soprattutto
in Indonesia. Così ho telefonato a
Felipe, gli ho raccontato che cos’era
successo e, anche se l’ho sentito un po’
mortificato, gli ho chiesto

di andarmi a prendere l’antibiotico. Non


è che non mi fidassi dell’abilità
taumaturgica di Wayan, ma stavo troppo
male.

Lei mi ha detto: «Non hai bisogno di


medicine occidentali».

«Ma forse è meglio, tanto per andare sul


sicuro...»

«Fa’ passare due ore. Se non sarò


riuscita a farti star meglio, prenderai le
tue pillole.»

Senza entusiasmo, ho acconsentito.


Sapevo per esperienza che queste
infezioni ci mettono più di un giorno ad
andarsene, anche quando sono curate
con gli antibiotici, ma non volevo
offendere Wayan.

Tutti era poco lontana e ogni tanto mi


portava dei disegni di case per
rallegrarmi, ac-carezzandomi una mano
con la pietà di una bambina di otto anni.
«Mamma Elizabeth, sei ammalata?»
Perlomeno non sapeva qual era la causa
della mia malattia.

«Allora, hai comprato la casa, Wayan?»

«Non ancora, tesoro. Non c’è fretta.»

«E quel posto che ti piaceva? Pensavo


che avresti comprato quello.»
«Ho scoperto che non è in vendita. E poi
era troppo caro.»

«Hai in mente qualcos’altro?»

«Adesso non preoccuparti per la casa,


Liz. Pensa a guarire presto.»

Felipe è arrivato con la mia medicina e


un’espressione piena di rimorso,
scusandosi sia con me sia con Wayan
per avermi inflitto questo dolore - così
la vedeva lui.

«Niente di grave» ha detto Wayan. «Non


preoccuparti. Presto starà meglio.»

E andata in cucina ed è tornata con un


enorme bacile di vetro pieno di foglie,
radici, bac-che, e in più un rizoma di
curcuma, o almeno così mi è parso - una
sterpaglia lanosa con in mezzo qualcosa
che sembrava l’occhio di una
salamandra, il tutto galleggiante in
almeno quattro litri di un brodo marrone.
Puzzava di cadavere.

«Bevilo, tesoro» mi ha detto Wayan.


«Bevilo tutto.»

Era rivoltante, ma l’ho bevuto tutto. E in


meno di due ore... Be’, ormai non è
difficile capire com’è finita questa
storia. In

meno di due ore mi è passato tutto. Sono


guarita. Un’infezione che in Occidente
avrebbe richiesto giorni di antibiotici,
era sparita in un batter d’occhio. Ho
tentato di pagare Wayan per le sue cure,
ma lei si è messa a ridere. «Mia sorella
non ha bisogno di pagare!» Poi si è
rivolta a Felipe, con una finta aria
severa: «Questa notte puoi dormire con
lei, ma non devi neanche sfiorarla!».

«Non t’imbarazza curare problemi di


sesso?» ho domandato a Wayan.

«Liz, sono una guaritrice» mi ha


risposto. «Risolvo tutti i problemi,
quelli delle vagine delle donne, e quelli
delle banane degli uomini. Qualche
volta, per le donne, creo anche dei peni
finti, per fare sesso da sole.»

«Peni artificiali?» ho domandato, perché


mi sembrava di non aver capito bene.

«Non tutte hanno un fidanzato brasiliano,


Liz» mi ha ricordato lei. Poi ha guardato
Felipe, e ha detto allegramente: «Se
avrai bisogno di un aiuto per indurirti la
banana, ti darò una medicina».

Cominciavo già a darmi da fare per


garantire a Wayan che Felipe non aveva
il minimo bisogno di aiuto per la sua
banana, quando lui, con il suo spirito
imprenditoriale, mi ha interrotta per
chiedere a Wayan se quella sua
medicina per indurire la banana si
poteva imbottigli-are e mettere sul
mercato. «Ne ricaveremmo una fortuna»
ha concluso. Ma lei gli ha spiegato che
tutte le sue medicine, per essere efficaci,
devono essere fresche, preparate il
giorno stesso in cui vengono som-
ministrate. E vanno sempre
accompagnate dalle preghiere.

Comunque, Wayan può rinvigorire la


banana di un uomo non solo con la
medicina, ma, udite udite, anche con il
massaggio. Mentre noi l’ascoltavamo
perversamente affascinati, ci ha
descritto la sua tecnica: afferra l’oggetto
alla base e lo muove in circolo per
almeno un’ora al fine di stimolare il
flusso sanguigno, e nel frattempo intona
speciali preghiere.

«Ma Wayan» le ho domandato, «che


cosa succede se il paziente torna ogni
giorno e dice:

“Non sono ancora guarito, dottoressa!


Ho bisogno di un altro massaggio”?»

Lei ha riso di questa ipotesi licenziosa e


ha ammesso che, sì, deve stare attenta a
non passare troppo tempo a sistemare le
banane dei suoi pazienti, per evitare un
turbamento emotivo che potrebbe
indebolire la sua energia guaritrice. E
può capitare che, sì, gli uomini perdano
il controllo. (Sfido chiunque a restare
indifferente se, dopo anni di impotenza,
trova una bella donna dalla pelle di
mogano con lunghi e setosi capelli neri
che riesce a fargli ri-partire il motore.)
Wayan ci ha raccontato di essere stata
inseguita una volta per tutta la stanza,
durante una cura, al grido di: «Wayan!
Wayan! Ho bisogno di Wayan!».

Ma non finiscono qui le doti di Wayan.


Spesso, ci ha detto, viene chiamata come
maestra di sesso da coppie che stanno
lottando contro l’impotenza o la
frigidità, o che non riescono ad avere un
figlio. Allora disegna figure magiche
sulle loro lenzuola e spiega quali sono
le posizioni appropriate, secondo il
periodo del mese. Dice che se un uomo
vuole avere un figlio, de-ve avere un
rapporto sessuale con sua moglie
«molto, molto intenso», e «spararle
acqua dalla sua banana con forza e
molto, molto velocemente». Qualche
volta, Wayan resta nella stanza con la
coppia copulante e sovrintende al loro
sforzo.

«E l’uomo» le ho domandato «riesce a


sparare acqua dalla sua banana con
forza e velocit mentre la dottoressa
Wayan sta lì a guardare?»

Felipe imita Wayan che guarda la


coppia: «Più forte! Più in fretta! Lo
volete o no questo bambino?».
Wayan dice che è una follia, lo sa, ma
questo è il lavoro della guaritrice. Le
occorrono infinite cerimonie di
purificazione, prima e dopo questo
genere di trattamento, per mantenere
intatto il suo spirito sacro, e infatti cerca
di evitarlo, perché la fa sentire strana.
Ma se è necessario che un bambino
venga concepito, non dice di no.

«E tutte queste coppie hanno figli


adesso?» ho domandato.

«Eccome se ce li hanno!» mi ha
confermato con orgoglio.

Poi Wayan ha aggiunto qualcosa di


estremamente interessante. Ha detto che
se una coppia, nonostante tutto, non ha
fortuna e il figlio non nasce, lei esamina
sia l’uomo sia la donna, per vedere,
come si dice, di chi è la colpa. Se è
colpa della donna, non ci sono
difficoltà. Lei può intervenire con
antiche tecniche di cura. Ma se è
l’uomo, la situazione diventa delicata,
nel patriarcato di Bali. In quel caso
Wayan può fare ben poco, perché
comunicare a un uomo balinese che è
sterile significa mettere a rischio la
sicurezza propria e altrui. Gli uomini
sono uomini. Se non arriva un figlio, la
colpa è della donna. E se il tempo passa
sono guai, l’aspettano le botte, il
disonore, il divorzio.
«Allora, che cosa fai in una situazione
del genere?» Mi sembra straordinario
che una donna che chiama il seme
«acqua di banana» possa diagnosticare
una infertilità maschile.

Wayan ci ha spiegato tutto. Se un uomo è


sterile, gli dice che è sterile sua moglie
e che ha bisogno di sottoporsi ogni
giorno a «sedute curative». Quando la
moglie va da lei, Wayan convoca dal
villaggio uno stallone qualsiasi e si
mette fiduciosa ad aspettare il risultato.

Felipe è inorridito: «Wayan! No!».

Ma Wayan non si è scomposta: «Sì. è


l’unico sistema possibile. Se la moglie è
sana, avrà un figlio e saranno tutti
felici».

«Chi ingaggi per questo lavoro?» ha


voluto sapere Felipe, dal momento che
vive in questa città.

«Gli autisti» ha risposto Wayan.

Ci siamo messi a ridere tutti, perché


Ubud pullula di questi giovani «autisti»
che, seduti a ogni angolo di strada,
infastidiscono i turisti con l’eterno
appello: «Trasporto? Trasporto?» per
guadagnare un dollaro portandoli fuori
città, ai vulcani, alle spiagge o ai templi.
Di solito sono piuttosto belli, con la
pelle abbronzata, il corpo muscoloso e i
capelli lunghi e lucenti. Ci si potrebbe
fare un discreto gruzzolo in America,
organizzando una «clinica della
fertilità» con uno staff di bellissimi
ragazzi balinesi. Wayan sostiene che uno
degli aspetti positivi del suo trattamento
contro la sterilità è che gli autisti molto
spesso non chiedono neanche di essere
pagati per il loro servizio di «trasporto
sessuale», soprattutto, naturalmente, se
la sposa è carina. Felipe e io
concordiamo che questa disponibilità da
parte dei ragazzi è un atto generoso e
rispettoso delle esigenze della comunità.
Nove mesi dopo nasce un bel bambino,
e sono tutti contenti. «Perché, che
bisogno c’è di distruggere un
matrimonio?». Tutti sappiamo che è
orribile distruggere un matrimonio,
specialmente a Bali.

«Mio Dio, che imbecilli siamo noi


uomini!» ha esclamato Felipe.

Ma Wayan ha una spiegazione per tutto:


«Questo trucco è necessario solo perché
non è possibile dire a un uomo balinese
che è sterile senza rischiare che lui vada
a casa e faccia del male alla moglie. Se
gli uomini di Bali non fossero così, ci
sarebbe un modo per curare la loro
sterilità, ma questa è la realtà della
nostra cultura, e non c’è niente da fare».
Lei non accusa in proposito il minimo
problema di coscienza, pensa
semplicemente di essere una guaritrice
creativa, e ha aggiunto che qualche volta
dev’essere anche piacevole per una
moglie passare un po’ di tempo con uno
di quei begli autisti, perché a Bali la
maggior parte dei mariti non sa fare
l’amore con una donna.

«Quasi tutti i mariti sono galli, o


caproni.»

«Forse» ho suggerito «dovresti tenere


dei corsi di educazione sessuale,
Wayan. Perché non insegnare agli
uomini quello che piace alle donne?
Allora anche le mogli si sentirebbero
incoraggiate. Perché, se un uomo ti tocca
con gentilezza, ti accarezza la pelle, ti
dice delle cose affettuose, ti bacia
dappertutto, non è frettoloso... il sesso
può essere bello.»

Improvvisamente l’ho vista arrossire.


Wayan Nuriyasih, questa massaggiatrice
di banane, curatrice di infezioni alla
vescica, venditrice di peni artificiali,
questa mezzana di piccolo cal-ibro, è
arrossita sul serio.

«Mi fai sentire strana, quando mi parli


così» ha detto lei. «Mi fai sentire...
diversa. Mi sento diversa perfino nelle
mutande! Adesso andate a casa, tutti e
due. Basta con questi discorsi sul sesso.
Andate a casa, andate a letto, ma solo
per dormire, ok? Solo per dormire!»
Lungo la strada, Felipe mi ha
domandato: «Ha comprato la casa?».

«Non ancora, ma dice che la sta


cercando.»

«è già passato più di un mese da quando


le hai dato i soldi, vero?»

«Sì, ma il posto che voleva non era in


vendita...»

«Sta’ attenta, cara» ha detto Felipe.


«Non lasciare che la questione si
trascini troppo a lungo. Non lasciarti
prendere dalla maniera balinese.»

«Che cosa vuol dire?»


«Non sto cercando di intromettermi, ma
vivo da cinque anni in questo Paese, e
so che c’è una tendenza a creare certe
complicazioni... Spesso è difficile
capire che cosa sta accadendo
realmente.»

«Che cosa stai cercando di dirmi,


Felipe?» ho domandato e, quando non
mi ha risposto, gli ho ripetuto una delle
sue frasi preferite: «Se me lo dici piano,
capisco più in fretta».

«Quello che sto tentando di dirti, Liz, è


che i tuoi amici hanno raccolto per
questa donna una quantità mostruosa di
soldi che, in questo momento, sono fermi
nel suo conto in banca.
Assicurati che li adoperi per comprare
veramente una casa.»

102
Verso la fine di luglio è arrivato il mio
trentacinquesimo compleanno. Wayan ha
dato per me, nel suo ristorante, una festa
diversa da qualsiasi altra cui abbia mai
partecipato. Mi aveva vestita con un
tradizionale abito balinese da
compleanno: sa-rongviola acceso,
corpetto senza spalline e un lungo
drappo d’oro avvolto così stretto al
busto che respiravo a malapena e quasi
non riuscivo a mangiare la mia fetta di
torta. Mentre mi stava mummificando in
queirincantevole costume nella
minuscola e buia camera da letto dove
vive con altri tre piccoli esseri umani,
mi aveva domandato, senza guardarmi e
mostrandosi intenta solo a modellare
qualche piegolina aggraziata sulla stoffa
intorno alle mie costole: «Sposerai
Felipe?».

«No» le ho risposto. «Non abbiamo


intenzione di sposarci.

Io non voglio altri mariti, Wayan, e


credo che Felipe non voglia altre mogli.
Ma mi piace stare con lui.»

«Un uomo bello fuori è facile da


trovare, ma bello fuori e bello dentro
non è da tutti. Felipe è così.»
Ero d’accordo con lei.

Ha sorriso. «E chi ti ha procurato


quest’uomo speciale, Liz? Chi ha
pregato ogni giorno per farti incontrare
quest’uomo?»

Le ho dato un bacio. «Grazie, Wayan.


Hai fatto un ottimo lavoro.»

è cominciata la festa. Wayan e le


bambine avevano decorato la stanza con
palloncini, fronde di palma e striscioni
di carta con complicati, interminabili
messaggi scritti a mano, come «felice
compleanno a un cuore dolce e gentile, a
te, nostra carissima sorella, alla nostra
adorata Lady Elizabeth, buon
compleanno, che tu sia sempre in pace, e
ancora buon compleanno». I figli e le
figlie del fratello di Wayan sono
bravissimi piccoli danzatori, chiamati a
esibirsi nei templi durante le cerimonie
religiose, e stavolta sono venuti a
danzare per me.

Hanno messo in scena uno splendido e


indimenticabile spettacolo, come quelli
che vengono allestiti per onorare i
sacerdoti. Erano tutti vestiti d’oro, con
imponenti copricapi decorati e avevano
un trucco molto vistoso, come piccole
drag queen. Battevano forte i piedi e
muovevano le mani con grazia
femminea.
Le feste balinesi, normalmente,
consistono nel mettersi in ghingheri,
sedersi in circolo e passare il tempo a
fissarsi a vicenda. Più o meno come a
New York. «Mio Dio, cara» si era
lamentato Felipe, quando gli avevo detto
che Wayan si preparava a celebrare il
mio compleanno, «sarà una noia...»

Ma non è stata una festa noiosa, solo


silenziosa. E diversa. Prima la
vestizione, poi lo spettacolo di danza, e
infine quello stare seduti in circolo a
guardarsi, che non era poi così
sgradevole. Tutti erano molto carini. I
parenti di Wayan erano intervenuti al
completo e con-tinuavano a sorridermi e
a salutarmi con la mano, da un metro di
distanza. Anch’io sorridevo e salutavo
con la mano.

Ho soffiato sulle candeline della torta


insieme a Piccola Ketut, il cui
compleanno, avevo deciso qualche
settimana prima, da quel momento in poi
sarebbe stato festeggiato il 18 luglio,
insieme al mio, visto che date precise
non ce n’erano. Dopo la cerimonia delle
candeline, Felipe ha regalato a Piccola
Ketut una Barbie. Lei ha aperto il
pacchetto, sbalordita, e ha guardato la
bambola come se fosse un biglietto per
un viaggio su un razzo spaziale fino a
Giove, qualcosa che neanche in sette
miliardi di anni luce avrebbe
immaginato di ricevere.
Ogni particolare di questa festa è stato
strano e divertente grazie anche alla
eccentrica partecipazione internazionale
e intergenerazionale dei miei amici,
della famiglia di Wayan, e di alcuni suoi
clienti e pazienti che non avevo mai
visto prima.

Yudhi mi ha portato una confezione da


sei birre e ho ricevuto lo stesso regalo
anche da Adam, un giovane sceneggiato-
re di Los Angeles. Io e Felipe lo
avevamo conosciuto in un bar la sera
prima, e lo avevamo invitato. Adam e
Yudhi hanno parlato per tutta la festa
con John, un ragazzetto figlio di una
stilista tedesca che vive a Bali, ed è una
paziente di Wayan, e di un americano.
John ha sette anni e si definisce una
specie di americano per via di suo
padre, ma in America non è mai stato e
parla tedesco con sua madre e
indonesiano con le figlie di Wayan. Era
affascinato da Adam, perché aveva
scoperto che veniva dalla California ed
era un esperto di surf.

«Qual è il tuo animale preferito,


signore?» gli ha domandato, e Adam ha
risposto: «Il pellicano».

«Che cos’è un pellicano?» ha chiesto


John, e Yudhi è intervenuto a
rispondere. «Dude»

gli ha detto ,«non sai cos’è un pellicano?


Devi andare a casa e domandarlo al tuo
papà. I pel-licani sono fichissimi,
dude.»

Poi John si è voltato per dire qualcosa


in indonesiano alla piccola Tutti
(probabilmente per domandarle com’era
veramente un pellicano), mentre lei,
seduta sulle ginocchia di Felipe, cercava
di leggere i miei biglietti di compleanno,
e Felipe parlava in uno splendido
francese con un signore elegante, ormai
in pensione, che viveva a Parigi ed era
venuto a Bali per farsi curare i reni da
Wayan. Nel frattempo, Wayan aveva
acceso la radio. Kenny Rogers cantava
Coward of thè County, e tre ragazze
giapponesi vagavano in giro per il
locale, per vedere se potevano farsi fare
massaggi terapeutici. Mentre cercavo di
convincere le tre giapponesi ad
accettare invece una fetta di torta,
Grande Ketut e Piccola Ketut mi
ornavano i capelli con le gigantesche
mollette a lustrini che mi avevano
regalato, spendendo tutti i loro risparmi.
Le nipoti e i nipoti di Wayan, i bambini
danzatori del tempio, stavano seduti
immobili, con gli occhi fissi sul
pavimento, vestiti d’oro come divinità in
miniatura, diffondendo per la stanza una
strana aura soprannaturale. Fuori, i galli
si erano messi a cantare, anche se non
era ancora sera e neanche il tramonto. Il
mio costume tradizionale balinese mi
strizzava come un ar-dente abbraccio, e
avevo l’impressione che questa fosse, in
assoluto, la più bizzarra - ma forse la
più felice - festa di compleanno di tutta
la mia vita.

103
Ma a Wayan serve una casa, e
cominciava a preoccuparmi l’idea che
non l’avesse ancora comprata. Non
capivo perché non riuscisse a decidersi.
Felipe e io, infine, siamo intervenuti.

Abbiamo trovato un agente immobiliare


che ci ha portati tutti e tre a vedere delle
proprietà, ma Wayan non ha visto niente
che le piacesse.
Continuo a dirle: «Wayan, è importante
che compriamo qualcosa. Io parto in
settembre, e devo far sapere ai miei
amici, prima di partire, che i loro soldi
sono stati veramente usati per la tua
casa. E tu hai bisogno di un tetto sopra
la testa, prima di venire sfrattata».

«Non è così semplice comprare un


terreno a Bali» mi risponde. «Non è
come andare in un bar e farti dare una
birra. Può richiedere molto tempo.»

«Non abbiamo molto tempo, Wayan.»

Lei alza le spalle, e io ripenso al


concetto balinese di «tempo di gomma»,
ovvero di un tempo molto relativo ed...
elastico. «Quattro settimane» non sono
per Wayan quello che sono per me. Un
giorno per Wayan non è necessariamente
composto da ventiquattro ore; qualche
volta è più lungo, qualche volta è più
corto, dipende dalla natura spirituale di
quella giornata.

Come succede con gli anni del mio


sciamano, anche i giorni qualche volta si
contano e qualche volta si pesano.

Nel frattempo scopriamo che io ho


sottovalutato il prezzo delle proprietà a
Bali. Poiché tutto qui costa così poco, si
è portati a credere che anche la terra
valga meno che altrove, ma non è così.
Comprare un terreno a Bali, e soprattutto
a Ubud, può costare quasi come com-
prarlo nella Westchester County, a
Tokyo o sulla Rodeo Drive. È fuori da
ogni logica, perché un terreno non
renderà mai nella giusta proporzione
rispetto al denaro speso per acquistarlo.

Paghi venticinquemila dollari per un aro


di terra (un aro corrisponde
pressappoco allo spazio necessario a
parcheggiare un suv) e poi ci costruisci
un nego-zietto di sarong che ti rende
quanto? Un dollaro al giorno?

Ma i balinesi valutano la loro terra con


una passione che va oltre i limiti del
calcolo economico. Dal momento che la
proprietà terriera è tradizionalmente
l’unica ricchezza legittima per i balinesi,
viene stimata allo stesso modo in cui i
Masai valutano il bestiame, e mia nipote
di cinque anni valuta il luci-dalabbra:
vuol dire che non ne hai mai abbastanza,
che una volta ottenuta non devi più
perderla, e che è solo tua e ti appartiene
di diritto.

Inoltre - lo scopro adesso, in agosto, in


questa mia odissea nell’intrico del
diritto immobiliare indonesiano - è
quasi impossibile sapere se un terreno è
libero o no. I balinesi che vendono la
terra non vogliono che si sappia. Niente
pubblicità. Se sei un agricoltore e vendi
la tua terra, vuol dire che hai un
disperato bisogno di soldi, e questa è
una condizione umiliante.

E se i vicini e la tua famiglia scoprono


che la terra l’hai venduta davvero,
pensano che adesso i soldi li hai e ti
chiedono un prestito. Per questo un
terreno viene messo in vendita so lo
tramite il passaparola, e le transazioni
sono sempre coperte dalla segretezza e,
a volte, dall’inganno.

Gli espatriati occidentali, sentendo che


sto cercando un terreno per Wayan,
cominciano a mettermi in guardia con i
racconti delle loro esperienze da incubo.
Mi avvertono che da queste parti, in
materia di proprietà immobiliari, non si
può essere certi di niente. La terra che
stai comprando potrebbe in realtà non
appartenere alla persona che te la sta
vendendo. Il tipo che ti ha mostrato il
terreno potrebbe non essere il
proprietario, ma solo il nipote del
proprietario, che cerca di fare un
dispetto allo zio per vendicarsi di
qualche vecchia offesa. I confini della
proprietà che vuoi comprare non sono
chiari, e non lo saranno mai. Il terreno
dove vuoi costruire la casa dei tuoi
sogni potrebbe essere dichiarato
«troppo vicino a un tempio» e quindi
non edificabilc (ed è difficile, in questo
piccolo Paese di circa ventimila templi,
trovare un terreno che non sia troppo
vicino a uno di essi).
Un altro elemento da prendere in
considerazione è che siamo sulle
pendici di un vulcano, e che ci si
potrebbe anche ritrovare letteralmente
seduti su un cratere. Questioni
geologiche a parte, infatti, per quanto
sembri il paradiso e le menti sagge
ritengano che lo sia, Bali è pur sempre
Indonesia - la più grande nazione
islamica della Terra, instabile nella sua
essenza, corrotta a partire dalle più alte
cariche politiche fino al ragazzo che ti
mette la benzina nell’auto e finge di
riempire il serbatoio fino al bordo. Non
c’è genere di rivoluzione che non possa
scoppiare qui da un istante all’altro, e il
partito vincitore potrebbe, come se
niente fosse, procedere alla confisca dei
beni dei cittadini. Magari con il fucile
puntato.

Non mi sembra di avere alcuna qualifica


per trattare una questione così spinosa.
Sono passata attraverso le procedure di
un divorzio nello Stato di New York, ma
questa è un’altra storia, sebbene
altrettanto kafkiana. Nel frattempo, i
diciottomila dollari giacciono nel conto
in banca di Wayan, cambiati in rupie
indonesiane, una valuta che ha una lunga
storia di crolli senza preavviso: non
escludo quindi che le rupie di Wayan
possano trasformarsi un bel giorno in
carta straccia. E intanto lei sarà sfrattata
in settembre, più o meno quando io
partirò.

Cioè fra tre settimane.

Capisco che è quasi impossibile per


Wayan trovare un pezzo di terra che
ritenga adatto alla sua futura casa. Anche
perché, messe da parte tutte le
considerazioni pratiche, la pover-etta
deve esaminare il taksu, lo spirito, di
ogni terreno. Trattandosi di una
guaritrice, la sua percezione del taksu,
anche per i criteri balinesi, è
estremamente acuta. Avevo visto una
propriet che mi sembrava perfetta, ma
lei ha detto che era abitata da demoni
adirati. Ne ha rifi-utata un’altra perché
troppo vicina a un fiume, che, come tutti
sanno, è il luogo ideale per i fantasmi.
(La notte successiva, Wayan ha sognato
una donna bellissima in lacrime e con i
vestiti strappati: era un avvertimento,
quello vicino al fiume era un terreno da
scartare.) Avevamo scoperto una
graziosissima casetta poco fuori dalla
città, con un bel cortile, ma sorgeva su
un angolo, ed è risaputo che solo chi
vuole andare in bancarotta e morire
giovane va a vivere in una casa su un
angolo.

«Non provare a convincerla» mi ha


consigliato Felipe. «Credimi, cara, non
bisogna intro-mettersi tra i balinesi e il
loro taksu.»
La settimana scorsa, però, è stato lui a
consigliare a Wayan un bel terreno che
sembrava avere tutti i requisiti
necessari: piccolo, in una strada
silenziosa facilmente raggiungibile dal
centro di Ubud, vicino a una risaia, con
lo spazio per un giardino, e un prezzo
che rientrava nelle nostre possibilità.
Quando ho chiesto a Wayan: «Lo
compriamo?», lei ha risposto: «Non lo
so, Liz. Non si può prendere in fretta una
decisione come questa. Devo prima
parlare con un sacerdote».

Mi ha spiegato che doveva consultarlo


per trovare il giorno propizio in cui
comprare il terreno, qualora decidesse
dawe-ro di acquistarlo. A Bali niente di
significativo può essere fatto senza aver
scelto il giorno propizio. Wayan, però,
non può parlare con il sacerdote finché
non ha preso una decisione. E si rifiuta
di prenderne una finché non avrà fatto un
sogno di buon auspicio. Intanto io vedo
calare il numero dei giorni che mi
restano da passare qui e per questo le
chiedo, da brava newyorkese: «Quando
pensi di poter fare un sogno
favorevole?».

Da brava balinese mi ha risposto che


non ci si deve lasciar prendere dalla
fretta, anche se potrebbe essere d’aiuto
fare un’offerta in uno dei maggiori
templi di Bali, e pregare gli dèi di dare
un segno...
«ok» ho detto. «Domani Felipe ti
accompagnerà al tempio in automobile,
così potrai fare un’offerta, e chiedere
agli dèi che, per piacere, diano un
segno.»

Wayan mi ha risposto che le piacerebbe


tanto. L’idea è ottima. C’è solo un
problema: lei non può entrare in un
tempio per tutta la settimana.

Ha le mestruazioni.

104
Non so se sono riuscita a farvi capire
quanto sia strano e divertente per me
tutto questo.
O forse è solo che questo è un momento
surreale della mia vita, perché mi sto
innamorando, e quando ci si innamora si
attribuisce al mondo uno splendore
speciale, per quanto pazzesca possa
essere la realtà in cui viviamo.

Felipe mi è sempre piaciuto. Ma la sua


partecipazione alla Saga della Casa di
Wayan ci fa sentire più vicini, come una
vera coppia. A Felipe è sempre stata
estranea questa allucinata sciamana
balinese, lui è un uomo d’affari, è
vissuto a Bali per cinque anni senza mai
farsi coinvolgere nelle vite personali e
nei riti complicati dei balinesi, ma ora è
qui che attraversa con me le risaie
fangose, in cerca di un sacerdote che dia
a Wayan una data propizia...

«Ero perfettamente felice nella mia vita


noiosa, prima che arrivassi tu» dice
sempre.

è vero che si annoiava, a Bali. Passava


il tempo in un languore ozioso come un
personaggio di un romanzo di Graham
Greene. Quell'indolenza si è interrotta
nel momento in cui ci siamo conosciuti.
Adesso che stiamo insieme, ho avuto la
sua versione del nostro primo incontro,
che mi diverto a fargli ripetere: mi ha
visto di spalle, di notte e, prima che
voltassi la testa, senza neanche
guardarmi in faccia, ha pensato: quella è
la mia donna. Farò qualunque cosa per
averla accanto a me. «Ed è stato facile
averti» aggiunge. «Mi è bastato pregare
e implorare per settimane.»

«Non hai né pregato né implorato.»

«Non ti sei accorta che pregavo e


imploravo?»

Mi ricorda che quando siamo andati a


ballare, quella notte, lui mi guardava,
vedeva che mi piaceva quel giovane
gallese così carino e si sentiva
sprofondare il cuore. Io mi do da fare
per tentare di sedurla, pensava, e
quell’uomo giovane e bello me la
porterà via e magari le darà anche dei
dispiaceri. Se so

lo sapesse quanto amore potrei offrirle!

Ed è così, infatti. Lui è per natura uno


che dà affetto. Mi fa diventare l’ago
della sua bussola, gli piace calarsi nel
ruolo di cavalier servente. Felipe è il
tipo d’uomo che ha bisogno di una donna
nella sua vita, non banalmente per non
restare so lo, ma per avere qualcuno cui
dedicarsi. Dopo la fine del suo
matrimonio si era trovato alla deriva e
ora riorganizzava la sua vita intorno a
me. è bello essere importanti per
qualcuno, ma spaventa anche. Qualche
volta lo sento che mi prepara la cena,
mentre io sono di sopra a leggere.
Smette di fischiettare qualche allegra
samba brasiliana, e mi chiama: «Tesoro,
vuoi un altro bicchiere di vino?». Mi
domando se sono in grado di essere il
sole di qualcuno, il tutto di qualcuno. Mi
basta l’equilibrio che ho raggiunto per
essere il centro della vita di un altro?

Quando una notte ho affrontato con lui


questo argomento, mi ha detto: «Ma io
non te l’ho chiesto, vero, tesoro? Non ti
ho chiesto di essere il centro della mia
vita». Improwi-samente mi sono
vergognata di me stessa, della mia
vanità, dell’aver dato per scontato che
mi volesse tenere con sé per sempre, e
soddisfare i miei capricci all’infinito.
«Scusami» ho detto. «Sono
presuntuosa.»

«Un po’» ha ammesso, poi mi ha baciato


un orecchio. «Ma non sei lontana dalla
verità, perché sono pazzo d’amore per
te.» Devo essere impallidita, perché
ridendo, ha cercato di rassicurarmi: «Si
fa per dire, naturalmente». Ma poi,
molto serio, mi ha detto: «Ascolta, ho
cinquantadue anni, so come va il mondo.
Mi accorgo che tu non mi ami ancora
come ti amo io, ma la verità è che in
fondo non m’importa. Per qualche
ragione che non capisco, provo per te
quello che provavo per i miei figli
quando erano piccoli, capivo che non
era compito loro amarmi, ma compito
mio amare loro. Tu puoi decidere di
sentire quello che ti pare, ma io ti amo e
ti amerò sempre. Anche se non ci
dovessimo vedere mai più, tu mi hai
fatto rinascere, e te ne sono grato.
Naturalmente, mi piacerebbe passare la
mia vita con te, anche se non so bene che
tipo di vita potrei offrirti a Bali».

è una preoccupazione che ho avuto


anch’io. Ho osservato la società degli
espatriati a Ubud, e ho capito che restare
qui non fa per me. Dappertutto
s’incontrano occidentali così maltrattati
e logorati dalla loro stessa esistenza che
hanno smesso di combattere e hanno
deciso di accamparsi per sempre a Ba
li, dove vivono in una casa splendida
con duecento dollari al mese, a volte in
compagnia di una ragazza o di un
ragazzo balinese; dove bevono prima di
mezzogiorno senza venire criticati; dove
riescono a fare un po’ di soldi
esportando qualche oggetto prezioso
ogni tanto.

Ma, in generale, la loro vita qui consiste


nel fare in modo che mai più gli venga
richiesto qualcosa di serio. Non sono
rifiuti della società, attenzione. Sono
persone di grande cultura, dot-ate di
intelligenza e talento, ma l’impressione
è che tutti abbiano avuto una volta
qualche cosa, una famiglia, una
professione, e che adesso siano uniti
dall’assenza di quello che avevano ma
cui sembra abbiano voluto rinunciare;
l’ambizione, forse. Inutile dirlo, tutti
bevono molto.

Naturalmente, l’adorabile città balinese


di Ubud non è poi un brutto posto per
buttare via la propria vita ignorando il
passare dei giorni. Immagino che sia lo
stesso a Key West, in Florida, o a
Oaxaca, in Messico. Quando si chiede a
uno di loro da quanto tempo è a Ubud,
spesso non lo sa esattamente. è come se
alcuni non fossero neanche sicuri di
vivere realmente qui. Non appartengono
a nessun posto, sono disancorati. Forse
preferiscono immaginare di essere qui
solo temporaneamente, con il motore in
folle, aspettando che il semaforo diventi
verde. Gli anni passano e viene da
domandarsi: ma qualcuno va mai via?

D’altra parte, la loro pigra compagnia


può anche essere molto gradevole in
certe lunghe domeniche che cominciano
con il brunch e finiscono con lo
champagne, tra chiacchiere sul niente.
Ma quando sono con loro, mi sento
come Dorothy nei campi di papaveri di
Oz. Sta ’

attenta! Non addormentarti in questo


prato narcotizzante, o finirai con il
dormire per il resto della tua vita!

E allora, che ne sarà di me e Felipe? Mi


ha detto, non molto tempo fa: «Qualche
volta vorrei che tu fossi una bambina
che si è persa, e io potessi prenderti in
braccio e dirti: “Adesso vieni a vivere
con me, lascia che mi occupi di te per
sempre”. Ma tu non sei una bambina
smarrita, sei una donna con una carriera,
delle ambizioni. Sei una lumaca perfetta:
ti porti la casa sulle spalle. Devi
conservare la tua libertà il più a lungo
possibile. Ma ti dico solo una cosa: se
vuoi questo brasiliano, puoi averlo. è
già tuo».

Non sono sicura di quello che voglio. So


bene che c’è una parte di me che ha
sempre desiderato sentirsi dire da un
uomo: «Lascia che mi prenda cura di te
per sempre», e finora non me lo aveva
mai detto nessuno. Negli ultimi anni, ho
smesso di cercare, e ho imparato a
dirmela da sola questa frase rincuorante.
Ma adesso, sentirla da qualcun altro, da
qualcuno che parla sinceramente...

Stavo pensando a tutto questo la notte


scorsa, rannicchiata accanto a Felipe
addormentato. Quali sono i futuri
possibili, mi domandavo. C’è il
problema geografico - dove dovremmo
vivere? Poi bisogna considerare la
differenza di età. Ma, quando l’altro
giorno ho chiamato mia madre per dirle
che ho incontrato un uomo veramente
simpatico, ma - tieniti pronta, mamma! -
ha cinquantadue anni, lei non è rimasta
minimamente turbata. Ha detto soltanto:
«Bene, ho una notizia per te, Liz. Tu hai
trentacinque anni». (Eccellente
considerazione, mamma. Sono contenta
di poter trovare ancora qualcuno che mi
ama, a questa età veneranda.) In verità,
non importa molto neanche a me della
differenza di età, anzi sono contenta che
Felipe sia molto più vecchio. Penso che
sia una situazione sexy. Mi fa sentire
vagamente... francese.

Allora, che sarà di noi?

E, comunque, perché me ne preoccupo?

Non ho ancora imparato com’è inutile


preoccuparsi?
Così, dopo un po’, ho smesso di
pensarci e ho tenuto Felipe abbracciato
mentre dormiva.

Mi sto innamorando di lui.

Poi mi sono addormentata e ho fatto due


sogni memorabili.

Riguardavano tutti e due la mia guru.


Nel primo sogno, lei mi diceva che
voleva chiudere i suoi ashram, e che non
avrebbe più parlato, insegnato o
pubblicato libri. Aveva fatto un discorso
di congedo ai suoi studenti: «Avete
ricevuto parecchi insegnamenti», aveva
detto,
«avete avuto tutto ciò che vi è
necessario per essere liberi. è tempo che
andiate fuori nel mondo e abbiate una
vita felice».

Il secondo sogno era ancora più chiaro.


Ero a cena in un fantastico ristorante a
New York, con Felipe. Splendide
costolette di agnello, asparagi e buon
vino, e noi che parlavamo e ridevamo
felici. Mi sono guardata in giro nella
sala e ho visto Swamiji, il maestro della
mia guru, morto nel 1982. Ma quella
notte era vivo, era proprio lì in un
ristorante alla moda di New York. I
nostri occhi si sono incrociati attraverso
la sala, Swamiji mi ha sorriso e ha
alzato il bicchiere di vino per brindare.
E allora quel piccolo guru indiano che
durante la sua vita non aveva quasi mai
parlato inglese, ha pronunciato una
parola che è risuonata attraverso la
stanza con estrema chiarezza:

Divertiti!

È da tanto che non vedo Ketut Liyer. Tra


il tempo che passo con Felipe e quello
che ded-ico alla lotta per assicurare una
casa a Wayan, sono finiti i lunghi
pomeriggi passati sotto il portico della
casa dello sciamano, a discorrere senza
fine sulla vita dello spirito. Sono
passata di lì qualche volta, solo per
salutare e portare della frutta in regalo a
sua moglie, ma dal mese di giugno non
abbiamo trascorso insieme che poche
ore. Ogni volta che tento di scusarmi con
Ketut per la mia assenza, lui ride come
un uomo che abbia già avuto le risposte
a tutti i quesiti dell’universo, e dice:
«Tutto va a perfezione».

Ma Ketut mi manca, e così questa


mattina gli ho fatto visita per stare un
po’ con lui. Mi ha sorriso, come al
solito, e ha detto: «Sono molto felice di
conoscerti!». (Non sono mai riuscita a
correggerlo.)

«Anch’io sono felice di vederti, Ketut.»

«Partirai presto, Liss?»


«Sì, Ketut. Tra meno di due settimane. è
per questo che sono venuta a trovarti.
Voglio ringraziarti per tutto quello che
mi hai dato. Se non fosse stato per te,
non sarei mai tornata a Bali.»

«Saresti comunque tornata a Bali» dice


senza incertezze e senza enfasi. «Mediti
ancora con i tuoi quattro fratelli, come

io insegno?»

«Sì.»

«Mediti ancora come tua guru in India


t’insegna?»

«Sì.»
«Fai ancora brutti sogni?»

«No.»

«Adesso sei felice con Dio?»

«Molto.»

«Ami tuo nuovo fidanzato?»

«Credo di sì. Sì.»

«E allora vizia lui! E lui vizia te.»

«Lo prometto.»

«Tu sei mia buona amica. Meglio che


un’amica. Tu sei come figlia» mi ha
detto. (Non come Sharon...) «Quando
morirò devi tornare a Bali per mia
cremazione. La cremazione balinese è
molto divertente. Ti piacerà.»

«Va bene» ho promesso di nuovo, con la


gola stretta dalla commozione.

«La coscienza è la tua guida. Se hai


amico occidentale che viene a Bali,
mandalo da me per lettura della mano,
sono molto vuoto nella banca perché è
scoppiata la bomba. Vuoi venire con me
oggi a una festa per una bambina?»

è stato così che ho partecipato alla


benedizione di una bambina che aveva
raggiunto l’età di sei mesi ed era quindi
pronta a toccare il suolo per la prima
volta. I balinesi, infatti, non per-mettono
che i loro figli vengano posati a terra
per i primi sei mesi di vita, perché si
pensa che i neonati siano creature divine
mandate dal Cielo, e un dio non deve
sfiorare il pavimento, con tutti i residui
di unghie tagliate e mozziconi di
sigaretta che potrebbero esserci. I
bambini balinesi, perciò, vengono
portati in braccio per i primi mesi di
vita e riveriti come divinità minori. Se
un neonato muore, riceve il tributo di
una cremazione speciale e le sue ceneri
non vengono collocate in un cimitero tra
quelle di altri esseri umani, perché lui
sarà per sempre un dio. Ma quando un
bambino raggiunge l’età di sei mesi, gli
si fanno posare i piedi per terra e,
durante una favolosa cerimonia, lo si
accoglie nel genere umano.

La cerimonia cui sono stata invitata si è


svolta in casa di un vicino di Ketut. La
neonata in questione viene chiamata con
il nomignolo di Putu. I suoi genitori sono
due adolescenti bellissimi. Lui è nipote
di un cugino di Ketut, o qualcosa del
genere. Ketut ha indossato i suoi abiti
migliori - un sarong di raso bianco
bordato d’oro, e una giacca con le
maniche lunghe, i bottoni d’oro e un
colletto alla Nehru, che lo faceva
sembrare il fattorino di un grande
albergo.

Aveva la testa coperta da un turbante


bianco e le mani, che mi ha mostrato con
orgoglio, ornate di enormi anelli d’oro
incastonati di pietre magiche. Sette
anelli, e tutti con poteri sacri.

Ha portato con sé la scintillante


campana di ottone di suo nonno per
evocare gli spiriti, e mi ha chiesto di
fargli molte fotografie.

Siamo andati a piedi fino a casa del


vicino. Era a una considerevole distanza
e abbiamo camminato per un po’ lungo
la strada principale, piena di traffico.
Vivo qui da quasi quattro mesi, e non
avevo mai visto Ketut lasciare casa sua
prima d’ora. Era sconcertante vederlo
camminare in mezzo alle automobili in
corsa e agli infernali motocicli balinesi.
Sembrava, in quel contesto, minuscolo,
vulnerabile, fuori posto. Mi faceva
venire voglia di piangere, non capivo
perché ma mi sentivo più incline del
solito alla commozione.

A casa del vicino, quando siamo


arrivati, c’era già una quarantina di
ospiti e l’altare di famiglia era carico di
offerte: fiori, incenso, cesti di foglie di
palma colmi di riso, maiali arrostiti,
polli e oche, noci di cocco e banconote
che svolazzavano qua e là. Tutti i
convenuti erano bardati con sete e pizzi.
Io avevo un aspetto del tutto inadeguato,
avevo fatto una corsa in bicicletta per
andare da Ketut, indossavo una vecchia
maglietta rovinata. Mi vergognavo come
una ladra. Eppure tutti mi hanno accolta
con gentilezza, sorridendomi, per poi
dimenticarsi di me (non chiedevo di
meglio) e dedicarsi a quella parte della
festa in cui si sta seduti in circolo ad
ammirare il vestito di chi si ha di fronte.

La cerimonia, celebrata da Ketut, è


durata due ore. Solo un antropologo con
una squadra di interpreti potrebbe
descriverla in tutti i particolari, ma io
sono riuscita a seguire una parte dei riti
basandomi sugli insegnamenti di Ketut e
cercando di ricordarmi qualcuna delle
mie letture. Durante il primo ciclo di
benedizioni, il padre aveva in braccio la
bambina e la madre teneva in grembo
una noce di cocco avvolta in una specie
di veste, come se fosse un neonato. La
noce di cocco è stata benedetta
esattamente come la bambina e poi
posata a terra prima della piccola Putu,
al fine di ingannare i demoni che così
avrebbero assalito il fantoccio e lasciato
in pace la bambina.

Ma ci sono state ore di invocazioni


prima che Putu a sua volta toccasse
terra. Ketut suonava la sua campana e
cantava i suoi mantra senza un attimo di
sosta, mentre i giovani genitori
sorridevano di gioia e di orgoglio. Gli
ospiti andavano e venivano, si
fermavano a scambiarsi qualche parola
o qualche pettegolezzo, offrivano i loro
doni, seguivano per un po’

la cerimonia e poi se ne andavano.


Nonostante la solennità, tutto sembrava
avvenire liberamente, come per caso,
come a un picnic in cortile. I mantra
cantati da Ketut erano dolci, delicati, tra
il tenero e il sacro. Poi Ketut ha esibito
di fronte alla neonata, ora in braccio alla
madre, una profusione di frutti, fiori,
acqua, campane, poi un’ala di pollo
arrosto, un pezzetto di maiale, una noce
di cocco spaccata... e a ogni dono
intonava una strofa diversa. La bambina
rideva e batteva le mani; anche Ketut
rideva e continuava a cantare.

Mi sono inventata una traduzione delle


sue parole: «Ohhhh, bambina... questo è
un pollo arrosto! Un giorno ti piacerà il
pollo arrosto, speriamo che tu ne possa
mangiare tanto! Ohhhh, bambina, questo
è riso cotto, speriamo che tu possa
essere inondata di riso per sempre.

Ohhh, bambina, questa è una noce di


cocco, guarda com’è strana, un giorno
mangerai un mucchio di noci di cocco!
Ohhhhh... bambina, questa è la tua
famiglia, la tua famiglia ti adora, lo
vedi? Ohhhhh... bambina, tu sei un dono
prezioso per tutto l’universo! Sei la
prima fra tutte!

Sei il nostro bellissimo coniglietto! Sei


una streghetta! Ohhhhh... bambina, sei
tutto...».

Gli ospiti sono stati ripetutamente


benedetti con petali di fiori bagnati
nell’acqua santa.

Tutta la famiglia, a turno, ha portato in


giro Putu, vezzeggiandola, mentre Ketut
seguitava a cantare gli antichi mantra.
Mi hanno perfino lasciato tenere per un
attimo la bambina, nonostante i miei
jeans, e io le ho bisbigliato la mia
benedizione mentre gli altri cantavano.
«Buona fortuna» le ho detto, «sii
coraggiosa.» Si moriva dal caldo,
perfino all’ombra. La giovane madre,
vestita con un corpetto sexy sotto la
camicia di pizzo trasparente, era tutta
sudata. Il giovane padre, che non
sembrava conoscere altra espressione
che non fosse uh ampio, or-goglioso
sorriso, era in un bagno di sudore anche
lui. Le nonne si facevano aria con il
ventaglio, si sedevano, si alzavano,
davano una controllata ai maiali arrosto,
scacciavano i cani. Ciascuno era, di
volta in volta, interessato o indifferente,
stanco o animato, commosso o allegro.
Ma Ketut e la bambina sembravano
racchiusi nella loro esperienza,
completamente concentrati in se stessi.
Putu non ha distolto gli occhi dal
vecchio sciamano per tutta la durata
della cerimonia. Dove si è mai vista una
neonata di sei mesi che per quattro ore
di fila, in una giornata di sole cocente,
non pianga, non faccia una smorfia, non
si agiti, non si addormenti, ma guardi
attentamente sempre e solo la stessa
persona?

Intensamente consapevole di vivere un


momento di transizione dallo stato
divino allo stato umano, la piccola si
destreggiava meravigliosamente con le
proprie responsabilità, da brava
bambina balinese, prestando fin da ora
fede al credo religioso della famiglia, e
già rispettosa delle esigenze della sua
cultura.

Finiti i canti e le invocazioni, è stata


avvolta in un lungo lenzuolo candido che
pendeva molto oltre le sue piccole
gambe e la faceva sembrare alta e
regale, un’autentica debuttante.

Ketut ha tracciato il disegno delle


quattro direzioni dell’universo sul fondo
di un recipiente di coccio, lo ha riempito
di acqua benedetta e lo ha messo a terra.
Questa bussola rudimentale doveva
segnare il punto sacro dove i piedi della
neonata si sarebbero posati per la prima
volta.

Poi l’intera famiglia si è radunata presso


la bambina, come se tutti,
contemporaneamente, la tenessero in
braccio, e - ecco.' ci siamo! - hanno
intinto leggermente i suoi piedini
nell’acqua del recipiente, proprio sopra
il disegno magico che comprendeva
l’intero universo, poi li hanno
appoggiati con la pianta a terra per la
prima volta. Quando l’hanno risollevata
in aria, le sue minuscole impronte erano
lì a segnare il suo orientamento nella
grande griglia balinese, per stabilire chi
era in base al luogo in cui si trovava.
Tutti hanno applaudito, delizi-ati. La
bambina era diventata una di noi. Un
essere umano. Con tutti i rischi e le
emozioni che quella stupefacente
incarnazione avrebbe implicato.

Lei si è guardata intorno e ha sorriso.


Non era più una divinità, ma la cosa non
sembrava dispiacerle. Non era affatto
impaurita. Sembrava completamente
soddisfatta della decisione presa.

106
L’affare con Wayan è fallito. La
proprietà che Felipe le aveva trovato,
non si sa perché, non è più disponibile.
Quando domando a Wayan che cosa è
successo, mi risponde confusa-mente,
accennando a un documento che si è
perso; non credo che mi abbia mai
raccontato la verità. Quello che conta è
che l’affare non è andato in porto. E io
comincio a provare una certa angoscia.
Cerco di spiegarle: «Wayan - devo
lasciare Bali tra meno di due settimane
per tornare in America. Non posso
presentarmi ai miei amici, che mi hanno
dato tutti quei soldi, e dire che non hai
ancora una casa».

«Ma Liz, se un posto non ha un buon


taksu...»

Ognuno ha un diverso concetto


dell’urgenza, in questa vita.

Pochi giorni dopo Wayan chiama a casa


di Felipe, agitatissima. Ha trovato un
altro terreno che le piace veramente.
Una risaia color smeraldo lungo una
strada tranquilla, vicina alla città.
Emana un buon taksu. Wayan ci dice che
la terra appartiene a un agricoltore, un
amico di suo padre che ha un disperato
bisogno di contanti. Ha sette aro da
vendere, ma (poiché ha necessità di
realizzare subito un guadagno)
acconsentirebbe a venderle solo i due
aro che lei può permettersi. Il terreno le
piace molto. A me piace molto. A Felipe
piace molto. A Tutti -

che corre in cerchio sull’erba a braccia


spalancate, come una piccola Julie
Andrews balinese

- piace molto.

«Compralo» dico a Wayan.

Ma passano alcuni giorni, e lei continua


a tergiversare. «Ti piacerebbe vivere lì,
o no?»

continuo a domandare. Ancora qualche


tentennamento e poi Wayan racconta una
nuova storia. L’agricoltore l’ha
chiamata, mi dice, per avvertirla che non
è più sicuro di poterle vendere i due
aro-, vorrebbe vendere l’intero lotto... il
problema è sua moglie... L’agricoltore
deve ancora parlarle per capire se
acconsente a suddividere la terra...

Wayan dice: «Forse, se avessi più


soldi...».

Santo Cielo, vorrebbe che trovassi i


soldi per comprare l’intero
appezzamento di terra!
Anche se già sto pensando a come potrei
raccogliere l’esorbitante somma di
ventiduemila dollari da aggiungere a
quella che le ho dato, le dico: «Wayan,
non posso farlo, non ho i soldi.

Non puoi trovare un accordo con


l’agricoltore?».

Allora Wayan, che non mi guarda più


negli occhi, mi propina una storia ancora
più complicata. Mi dice che l’altro
giorno ha fatto visita a un mistico, e il
mistico è andato in trance, e ha detto che
Wayan ha assolutamente bisogno di
comprare l’intero lotto da sette aro, per
farne un buon centro di guarigione... che
questo è il destino, e, a proposito, il
mistico ha anche detto che se Wayan
potesse avere tutto l’appezzamento,
forse un giorno potrebbe costruire un
bell’albergo...

Un bell’albergo?

Ah.

è a quel punto che divento sorda, e gli


uccelli smettono di cantare, e posso
vedere la bocca di Wayan muoversi, ma
non la sto ascoltando, perché un
pensiero mi si è appena stampato nella
mente: ti sta prendendo per il culo, cara
senza FONDO.

Mi alzo, saluto Wayan, torno a casa e


chiedo a Felipe la sua opinione:
«Secondo te, mi sta prendendo per il
culo?». Lui non ha mai fatto commenti su
questa storia con Wayan, non una volta.
«Cara» dice gentilmente, «certo che ti
sta prendendo per il culo.»

Il cuore mi cade nella pancia con un


tonfo.

«Ma non intenzionalmente» aggiunge in


fretta. «Devi capire il modo di pensare
di Bali.

Loro vivono cercando di ricavare più


denaro possibile dagli stranieri. è una
questione di so-prawivenza. Per questo
adesso Wayan inventa delle storie
sull’agricoltore. Ma tu credi possibile
che un marito balinese debba parlare
con sua moglie prima di concludere un
affare?

Ascolta, lui vuole disperatamente


venderle un pezzo di terra; ha già detto
che è pronto a farlo.

Ma lei la vuole tutta. E vuole che tu


gliela compri.»

Il discorso mi infastidisce per due


motivi. Prima di tutto, mi dispiace
pensare che Wayan sia veramente così.
Secondo, non sono d’accordo sulle
implicazioni culturali sottintese nelle
parole di Felipe, l’atteggiamento da
colonialista in pensione, la
paternalistica giustificazione del «qui la
gente è così». Ma Felipe non è un
colonialista; è un brasiliano e mi spiega:
«Io sono cresciuto da ragazzo povero in
Sud America. Credi che non capisca la
cultura della povertà? Tu hai dato a
Wayan più soldi di quanti ne abbia mai
visti, e lei è impazzita. Dal suo punto di
vista, sei una benefattrice miracolosa, il
tuo aiuto potrebbe essere l’ultima
occasione della sua vita e vuole
ricavarne il massimo prima che tu parta.
Pensa a come deve essere sconvolta,
povera donna: quattro mesi fa non aveva
abbastanza soldi per dare da mangiare
alla sua bambina, e adesso vuole un
albergo... Ti rendi conto?».

«Che cosa dovrei fare?»

«Non arrabbiarti, qualunque cosa


succeda. Se ti arrabbi, la perderai, e
sarebbe un peccato, perché è una
persona meravigliosa che ti vuole bene.
Accetta il suo comportamento come una
strategia di sopravvivenza, e basta. Non
devi pensare che non sia una brava
persona, o che lei e le sue bambine non
abbiano onestamente bisogno del tuo
aiuto. Ma non permettere che approfitti
di te. Cara, è un problema che ho visto
ripetersi tante volte. Gli occidentali che
vivono qui per molto tempo di solito
finiscono per dividersi tra i due estremi:
alcuni continuano ad avere
l’atteggiamento dei turisti che dicono:
“Oh, questi adorabili balinesi, così
dolci, così gentili”, e finiscono per farsi
turlupinare allegramente; altri sono così
delusi dal continuo raggiro, che
cominciano a odiare la popolazione
locale. Ed è un peccato, perché perdono
amici stupendi.»

«Ma io, che cosa dovrei fare?»

«Devi riprendere il controllo della


situazione. Raccontale un po’ di storie,
come fa lei con te. Spingila ad agire con
qualche minaccia. Le farai un favore; lei
ha bisogno di una casa.»
«Non voglio inventare storie, Felipe.»

Mi dà un bacio sulla testa. «Allora non


puoi vivere a Bali, tesoro.»

La mattina dopo, comincio ad


architettare il mio piano. Non ci posso
credere - dopo aver studiato per un anno
le virtù del

lo spirito, dopo aver lottato per trovare


la strada verso una vita buona, eccomi
qui in procinto di inventarmi un’enorme
bugia. Sto per mentire alla persona che
più mi piace in tutta Bali, a una specie
di sorella, alla donna che ha ripulito i
miei reni...
Santo Dio, sto per mentire alla mamma
di Tutti!

Vado in città, mi presento nel ristorante


di Wayan. Wayan fa per abbracciarmi.
Io mi scosto, fingendomi arrabbiata.

«Wayan» dico «dobbiamo parlare. Ho


un problema.»

«Con Felipe?»

«No. Con te.»

Sembra sul punto di svenire.

«Wayan, i miei amici americani sono


molto arrabbiati con te.»
«Con me? Perché, tesoro?»

«Perché quattro mesi fa ti hanno dato un


mucchio di soldi per comprare una casa,
e tu non l’hai ancora comprata. Ogni
giorno mi mandano delle e-mail,
chiedendomi: “Dov’è la casa di Wayan?
Dove sono i miei soldi?”. Pensano che
tu abbia rubato i loro soldi.»

«Non ho rubato!»

«Wayan, i miei amici in America


pensano che tu sia... un bul-Ishit, una
contapalle.»

Ha un singulto, come se avesse preso un


pugno sulla carotide.
Sembra così ferita che esito un attimo e
sto per stringerla in un abbraccio
rassicurante e dirle: «No, no, non è
vero! Mi sto inventando tutto!». Ma no,
devo concludere. Lei è sconvolta.

Bullshit è la parola inglese che i


balinesi hanno emotivamente assimilato
meglio. è considerata uno degli insulti
peggiori. In

questa cultura, dove pare che la gente si


prenda in giro in continuazione
raccontandosi bullshit, stronzate, almeno
dieci volte prima di colazione, dove la
presa per il culo è uno sport, un’arte,
una consuetudine, una disperata tattica di
sopravvivenza, far notare a qualcuno che
ci sta sottoponendo a questo trattamento
è una offesa spaventosa. è quello che
nella vecchia Europa avrebbe provocato
la sfida a duello.

«Tesoro» mi dice Wayan, con le lacrime


agli occhi, «io non sono una contapalle.»

«Lo so, Wayan. Ecco perché sono così


arrabbiata. Sto tentando di farlo capire
ai miei amici in America, ma non mi
credono.»

Lei appoggia la sua mano sulla mia: «Mi


dispiace metterti in difficoltà».

«Wayan, è una cosa molto seria. I miei


amici dicono che tu devi comprare un
terreno prima che io torni in America.
Mi hanno detto che se non lo fai entro la
prossima settimana, allora devo...
riprendermi i soldi.»

Adesso non sembra più sul punto di


svenire, sembra sul punto di morire. Mi
sento la sorella minore della più grande
carogna della storia a raccontare questa
frottola gigantesca a una povera donna,
che - fra le altre cose - non si rende
conto che io ho altrettante possibilità di
ritirare i soldi dal suo conto in banca di
quante ne avrei di revocarle la
cittadinanza indonesiana. Ma come può
sapere queste cose lei, che mi ha vista
far apparire magicamente i soldi sul suo
libretto bancario? Non potrei altrettanto
facilmente farli sparire?

«Liz» mi dice, «credimi, adesso trovo il


terreno, non preoccuparti, trovo il
terreno al più presto. Per favore, non
preoccuparti... forse entro tre giorni,
prometto.»

«Devi trovarlo, Wayan» le raccomando


con una serietà non del tutto simulata.
Perché in effetti lei deve trovare il
terreno al più presto. Le sue bambine
hanno bisogno di una casa. Sta per
essere sfrattata. Non è il momento di
fare scherzi.

La saluto, aggiungendo: «Torno a casa,


da Felipe. Chiamami quando hai
comprato qualcosa».

Mi allontano - so che mi sta guardando,


ma non intendo voltarmi. Tornando a
casa, rivolgo a Dio una preghiera un po’
assurda: «Signore, fa’ che mi stesse
prendendo in giro per davvero». Perché,
se non stava facendo la furba, se
davvero non è in grado di trovarsi un
posto dove vivere, nonostante
un’iniezione di diciottomila dollari,
allora siamo veramente nei guai, e non
so come potrà mai cavarsela. Ma se mi
stava prendendo in giro, allora c’è un
filo di speranza. Vuol dire che sa essere
astuta, e che potrà sopravvivere in
questo mondo insidioso...
Arrivo da Felipe e mi sento ancora una
persona orribile. «Se solo Wayan
sapesse come ho tramato alle sue
spalle...» gli dico.

«... hai tramato per la sua felicità e il


suo successo» Felipe finisce la frase per
me.

Quattro ore dopo - solo quattro ore! - il


telefono suona. è Wayan. è senza fiato.
Vuol dirmi che l’affare è concluso. Ha
appena comprato i due aro
dall’agricoltore (la cui moglie pare
essersi mostrata improvvisamente
favorevole alla vendita parziale). Non
c’era alcun bisogno di sogni magici, o
dell’intervento di un sacerdote, né di un
test sulle radiazioni taksu. Wayan aveva
già in mano il certificato di proprietà!
Già firmato dal notaio. Ha ordinato i
materiali per la costruzione della casa e
i muratori cominceranno a costruire
prima che io parta. Così potrò vedere
l’avvio del progetto. Spera che io non
sia arrabbiata con lei. Vuole che io
sappia che mi ama più di quanto ami il
suo stesso corpo, più della sua stessa
vita, più di quanto ami il mondo intero.

Le dico che anch’io le voglio bene. E


che non vedo l’ora di essere, un giorno,
ospite nella sua bellissima nuova casa.
E che vorrei una fotocopia di quel
certificato di proprietà.
Quando concludo la telefonata, Felipe
dice: «Brava ragazza».

Non so se si riferisca a lei o a me. Ma


apre una bottiglia di vino, e facciamo un
brindisi alla nostra cara amica Wayan,
proprietaria terriera balinese.

Poi Felipe dice: «E adesso, possiamo


andare in vacanza, per favore?».

Andiamo in vacanza in un’isoletta


chiamata Gili Meno, al largo della costa
di Lombok, che si trova subito dopo
Bali, in direzione est, nel grande, esteso
arcipelago indonesiano. Ero già stata a
Gili Meno, e volevo mostrarla a Felipe,
che non la conosceva.
L’isola di Gili Meno è per me uno dei
posti più importanti del mondo. Sono
venuta qui da sola due anni fa, quando
ero a Bali per la prima volta, inviata da
un giornale. Finito il lavoro per il mio
servizio sulle vacanze yoga, avevo
deciso di cercarmi un posto lontano e
isolato dove concedermi un ritiro di
dieci giorni di solitudine e silenzio
assoluti.

Quando mi volto indietro a guardare i


quattro anni che separano il momento in
cui il mio matrimonio ha cominciato ad
andare in pezzi dal giorno in cui ero
finalmente divorziata e libera, vedo
scorrere i dettagli di una cronaca di
dolore.
Il periodo in cui sono partita per
quest’isoletta, tutta sola, è stato il
peggiore in assoluto di quel lungo
viaggio buio. La mia mente era un
campo di battaglia, pieno di dèmoni in
conflitto.

Ricordo che, prendendo la decisione di


passare dieci giorni da sola e in
silenzio, in mezzo al nulla, ho detto alle
forze che lottavano in me e mi facevano
sentire divisa: «Adesso siamo qui
insieme, non c’è nessun altro. Dobbiamo
trovare una soluzione, un punto di
accordo, o prima o poi moriremo tutti».

Forse a qualcuno la mia decisione


sarebbe potuta sembrare il gesto di una
persona forte e sicura, invece ricordo di
non essermi mai sentita così terrorizzata
in vita mia come durante il mio solitario
viaggio in barca verso quell’isola
silenziosa.

Non avevo neanche portato un libro da


leggere, niente che potesse distrarmi.
Eravamo sole io e la mia mente, in
procinto di affrontarci in un campo
vuoto. Ricordo che le gambe mi
tremavano. Come in altre occasioni, mi
sono ripetuta una delle frasi della mia
guru che preferisco: «La paura - e a chi
importa?», e sono sbarcata tutta sola.

Ho affittato un capanno sulla spiaggia,


per pochi dollari al giorno, e ho chiuso
la bocca, gi-urando che non l’avrei
riaperta finché qualcosa in me non fosse
cambiato. L’isola di Gi-li Meno era la
mia ultima possibilità di verità e
riconciliazione. Avevo scelto il posto
giusto -

almeno quello era chiaro. L’isola è


minuscola, immacolata, con sabbia,
acqua azzurra e palme. è un cerchio
perfetto, con un singolo sentiero che vi
gira intorno, e si può percorrere
interamente in circa un’ora. è situata
quasi esattamente sull’equatore, e quindi
le giornate qui si succedono davvero
senza variazioni. Il sole sorge su un lato
dell’isola alle sei e mezza circa del
mattino e tramonta dall’altra parte alle
sei e mezza circa della sera, ogni giorno
dell’anno.

Gili Meno è popolata da un piccolo


gruppo di pescatori musulmani e dalle
loro famiglie.

Non c’è un punto su quest’isola in cui


non si possa sentire l’oceano. Non ci
sono veicoli a motore. L’elettricità è
prodotta da un generatore, che viene
messo in funzione solo poche ore la
sera. è il posto più silenzioso in cui sia
mai stata.

Ogni mattina percorrevo la


circonferenza dell’isola al sorgere del
sole, e la ripercorrevo al tramonto. Il
resto del tempo, restavo seduta a
osservare. Osservavo i miei pensieri,
osservavo le mie emozioni, osservavo i
pescatori. I saggi yogi dicono che tutto il
dolore della vita umana è causato dalle
parole, così come tutta la gioia. Creiamo
parole per definire la nostra esperienza,
e quelle parole portano emozioni
ausiliarie, che ci tirano a destra e a
sinistra, come cani al guinzaglio.
Rimaniamo sedotti dai nostri stessi
mantra. (Sono un fallimento...

Sono sola... Sono un fallimento... Sono


sola...) Io ero un esempio perfetto di
questa sottomis-sione alle parole.
Smettere di parlare per un periodo
significa cercare di togliere il potere
alle parole, smettere di lasciarci
soffocare da loro, liberarci dai nostri
opprimenti mantra.

Mi ci è voluto un po’ a entrare nel vero


silenzio. Dopo aver smesso di parlare,
ho scoperto che il linguaggio vibrava
ancora dentro di me. Gli organi e i
muscoli deputati all’emissione della
parola - il cervello, la gola, il petto -
vibravano degli effetti residui del
parlare, molto dopo che avevo smesso
di produrre suoni. La mia testa
risuonava in un’eco di parole, come una
piscina coperta sembra incessantemente
risuonare dell’eco di suoni e grida,
anche quando i bambini se ne sono
andati. Ci è voluto un tempo
sorprendentemente lungo prima che il
turbine dei rumori nella mia testa si
placasse. Forse tre giorni.

Poi tutto ha preso risalto. In quello stato


di silenzio, ogni cosa detestabile, ogni
cosa temibile, aveva lo spazio per
correre attraverso la mia mente vuota.
Mi sentivo come un drogato che si stia
disintossicando. Ho pianto molto. Ho
pregato molto. Era difficile e
spaventoso, ma sapevo che non
desideravo essere altrove e non volevo
nessuno con me. Sapevo di avere
bisogno di quella solitudine.

I soli turisti sull’isola erano coppie in


vacanza romantica. (Gili Meno è troppo
deliziosa e troppo lontana perché
qualcuno, tranne un pazzo, ci venga da
solo.) Osservavo quelle coppie e
provavo un po’ di invidia per le storie
d’amore che immaginavo, ma sapevo
che per me quello non era il momento. Il
mio scopo lì era diverso. Mi sono tenuta
lontana da tutti. La gente sull’isola mi
lasciava in pace. Forse emanavo una
vibrazione inquietante. Avevo sofferto
tutto l’anno precedente. Non si può
perdere sonno e peso e piangere tanto
senza assumere alla fine l’aria di una
psicotica. Per questo, credo, nessuno
parlava con me.

In realtà, non è vero. Una persona


parlava con me, ogni giorno. Era un
bambino che correva su e giù per le
spiagge insieme ai compagni vendendo
frutti freschi ai turisti. Aveva forse nove
anni, e sembrava il capo della banda di
piccoli venditori. Era duro, pugnace, e
lo avrei definito un ragazzaccio di
strada, se la sua isola avesse avuto delle
strade. Era un ragazzaccio di spiaggia,
ecco. Non so come, ma aveva imparato
l’inglese, probabilmente impor-tunando
i turisti che prendevano

il sole. Mi seguiva dappertutto. Nessuno


mi domandava chi fossi, nessuno mi
seccava, ma lui, implacabile, veniva a
sedersi vicino a me sulla spiaggia e mi
chiedeva: «Perché non parli mai?
Perché sei così strana? Non fingere di
non sentirmi - so che mi senti. Perché sei
sempre da sola? Perché non vai mai a
nuotare? Dov’è il tuo fidanzato? Perché
non hai un marito? Cosa c’è che non va
con te?».

Io avrei voluto dire: Sparisci, bambino!


Che cosa sei - la brutta copia dei miei
pensieri peggiori?

Ogni giorno cercavo di sorridergli


gentilmente, e di mandarlo via con un
gesto educato, ma non smetteva finché
non perdevo la pazienza. E,
inevitabilmente, la perdevo. Una volta,
mi ricordo di essere esplosa: «Non
parlo perché questo è il mio
stramaledetto viaggio spirituale, piccolo
delinquente - e adesso vai via!».

è corso via ridendo. Ogni giorno, dopo


essere riuscito a farmi rispondere,
correva via ridendo. Anch’io di solito
finivo per ridere, quando lui non era più
in vista. Era fastidioso e lo temevo, ma
nello stesso tempo aspettavo con ansia
la sua comparsa. Era una pausa buffa in
un percorso duro e faticosissimo.

Sant’Antonio, eremita nel deserto, ha


raccontato di essere stato assalito da
visioni di tutti i tipi: diavoli e angeli.
Ogni tanto incontrava diavoli che
sembravano angeli, e altre volte angeli
che sembravano diavoli. Quando gli
hanno domandato come faceva a
distinguerli, ha detto che l’unico modo è
giudicare come ci si sente una volta che
l’ambigua creatura ci ha lasciati.

Se si è inorriditi, vuol dire che è stato il


diavolo a farci visita. Se ci si sente
illuminati nello spirito, allora è stato un
angelo. Per questo credo di sapere che
tipo di creatura fosse quel piccolo
delinquente che mi faceva sempre
ridere.

La sera del mio nono giorno di silenzio


sono andata a meditare sulla spiaggia, al
calare del sole, e non mi sono rialzata
fino a dopo mezzanotte. Ricordo di aver
pensato: «Ci siamo, Liz, questa è la tua
opportunità. Mostrami la causa del tuo
dolore. Fammi vedere tutto. Non tenere
nascosto niente». Uno per uno, i pensieri
e i ricordi tristi hanno alzato la mano,
per presentarsi. Ho guardato in faccia
ogni pensiero, ogni «unità» di tristezza,
ne ho riconosciuto l’esistenza e ho
provato (senza tentare di eluderlo) il suo
carico di dolore. E poi a ciascuno ho
detto: «Va bene. Ti amo. Ti accetto.
Adesso vieni nel mio cuore. è finita».
Sentivo veramente il dolore (come fosse
una cosa vivente) entrare nel mio cuore
(come fosse una stanza accogliente). Poi
dicevo: «Avanti il prossimo» e il dolore
successivo si faceva avanti. Lo
guardavo, lo provavo, lo benedicevo, e
lo invitavo nel mio cuore. L’ho fatto con
ogni pensiero doloroso che avevo -
andando indietro con la memoria per
molti anni - finché non è rimasto più
niente.

Poi ho detto alla mia mente: «Adesso


mostrami la tua rabbia». Uno per uno,
ogni motivo di rabbia della mia vita è
apparso davanti a me e si è fatto
riconoscere. Ogni ingiustizia, ogni
tradimento, ogni perdita. Li ho visti tutti,
uno per uno, e ne ho ammesso
l’esistenza. Ho sentito ogni accesso
della mia rabbia, come se si verificasse
in quel momento per la prima volta, e
poi ho detto: «Adesso vieni nel mio
cuore. Potrai riposare. Adesso è un
posto sicuro. è finita.

Ti amo». Sono andata avanti così per


ore, ho oscillato tra due poli opposti - la
rabbia che fa tremare le ossa e la
freddezza che provavo quando entrava
nel mio cuore e vi si adagiava,
accoccolandosi accanto ai suoi fratelli,
cessando di combattere.

A quel punto è cominciata la parte più


difficile. «Mostrami i tuoi motivi di
vergogna» ho chiesto alla mia mente.
Dio mio, non si possono immaginare gli
orrori che ho visto. Una patetica sfilata
di tutte le mie mancanze, le mie bugie, il
mio egoismo, la mia gelosia, la mia
arrog-anza. Ma per nessuno di questi
dimostranti ho battuto ciglio. «Mostrami
il peggio di te» ho insistito. Quando ho
tentato di invitare i deplorevoli motivi
di vergogna nel mio cuore, hanno esitato
sulla soglia: «No - non crediamo che tu
ci voglia lì dentro... non sai cosa
abbiamo fatto».

E io dicevo: «Io vi voglio. Persino voi.


Vi voglio. Anche voi siete benvenuti. Va
tutto bene, siete perdonati. Siete parte di
me. Adesso potete riposare. è finita».

Ero svuotata. Non c’erano più battaglie


nella mia mente. Ho guardato nel mio
cuore, dove c’è la mia bontà, e ho visto
la sua ampiezza. E non era nemmeno
lontanamente pieno, neanche dopo avere
accolto ed essersi preso cura di tutti
quegli infausti folletti fatti di dolore,
rabbia e vergogna; avrebbe facilmente
potuto perdonare anche di più. Il suo
amore era infinito.

Così ho capito che questo è il modo con


cui Dio ama tutti noi e ci accoglie, e che
in questo universo non esiste il luogo
chiamato inferno, se non forse nelle
nostre menti terrorizzate.

Perché, se un essere umano, distrutto e


limitato, dimostra di essere capace,
anche solo per una volta, di perdonare e
accettare il proprio io, allora proviamo
solo a immaginare quante cose possa
perdonare e accettare Dio, con la sua
eterna pietà.

Nello stesso tempo sapevo che quello


era solo di un intervallo di pace. Sapevo
che avevo appena cominciato, che la
mia rabbia, la mia tristezza e la mia
vergogna sarebbero tornate, scappando
furtive dal mio cuore, e andando ancora
a occupare la mia mente. Sapevo che
avrei dovuto discutere di nuovo con
questi pensieri, finché non avessi,
gradualmente e con determinazione,
cambiato tutta la mia vita. E che sarebbe
stato difficile ed estenuante. Ma il mio
cuore ha detto alla mia mente, nel
silenzio buio della spiaggia: «Ti amo,
non ti abbandoner mai, avrò sempre cura
di te». Ho afferrato con la bocca quella
promessa venuta a galla dagli abissi del
cuore e l’ho assaporata, mentre lasciavo
la spiaggia e tornavo al capanno dove
abitavo. Ho trovato un quaderno intonso,
l’ho aperto alla prima pagina - e solo
allora ho aperto la bocca, e ho
pronunciato quelle parole lasciandole
libere, nell’aria. Ho lasciato che
rompessero il mio silenzio, poi ho
permesso alla mia penna di trascrivere
la loro importantis-sima dichiarazione:

«Ti amo, non ti abbandonerò mai, avrò


sempre cura di te.»

Sono state le prime parole che ho scritto


in quel quaderno segreto, che da allora
ho portato con me, e al quale mi sono
rivolta spesso nei due anni successivi,
sempre per chiedere aiuto - trovandolo
sempre, anche quando ero mortalmente
triste o impaurita. E quel quaderno, nato
da una speciale promessa d’amore, è
stato da solo il motivo per cui sono
riuscita a sopravvivere negli anni
successivi della mia vita.

108
E adesso ritorno a Gili Meno in
circostanze molto diverse.

Dall’ultima volta che sono stata qui, ho


fatto il giro del mondo, ho concluso il
mio divorzio, sono sopravvissuta alla
separazione da David, ho eliminato dal
mio organismo tutti i medicin-ali che
alterano l’umore, ho imparato una nuova
lingua, mi sono seduta nella mano di Dio
in India per alcuni indimenticabili
momenti, ho studiato al cospetto di uno
sciamano indonesiano, e ho comprato
una casa per una famiglia con un
disperato bisogno di un posto dove
vivere.

Sono felice, sana ed equilibrata. E, sì,


non posso fare a meno di aggiungere che
sto navig-ando verso questa incantevole
isola tropicale con il mio amante
brasiliano. Lo ammetto - è un finale
quasi ridicolo per la mia storia, un lieto
fine da fiaba, una pagina che sembra
presa dal sogno di una casalinga (o da
un sogno mio di qualche anno fa). Ma
quello che mi preserva dalla completa
dissoluzione nel luccichio delle fiabe è
un’innegabile verità: io non sono stata
salvata da un principe; sono stata io
stessa l’artefice del mio salvataggio.

Mi torna in mente una riflessione del


buddhismo zen che avevo letto tanto
tempo fa. I buddhisti zen dicono che una
quercia viene creata
contemporaneamente da due forze. La
ghianda, che è la forza dalla quale tutto
comincia, il seme, con tutte le sue
promesse e il suo potenziale, che
diventa un albero. L’altra forza creatrice
è l’albero futuro, che ha un desiderio
così forte di esistere da spingere la
ghianda a svilupparsi, a uscire dal
vuoto, guidando la sua evoluzione dal
nulla alla maturità. è l’albero della
quercia, dicono i buddhisti zen, che crea
la ghianda dalla quale nascerà.

Penso alla donna che sono diventata,


alla vita che sto vivendo, e a quanto ho
sempre voluto essere questa persona e
vivere questa vita, libera dall’obbligo di
fingere di essere un’altra.

Penso a quello che ho sofferto, e mi


chiedo se sono stata io -intendo questa
io felice ed equilibrata, che sonnecchia
sul ponte di un piccolo peschereccio
indonesiano - che ha attirato fin qui
l’altra, più immatura, più confusa e più
combattuta. La più giovane era la
ghianda con le sue potenziali qualità, la
più vecchia era la quercia, che
continuava a dire: «Sì, cresci!

Cambia! Evolviti! Vieni qui, dove io già


esisto nella mia interezza e maturità. Ho
bisogno che tu cresca fino a diventare
me!» E forse era la donna realizzata di
adesso che quattro anni fa aleggiava
sopra la giovane ragazza sposata,
singhiozzante sul pavimento del bagno, e
le mormorava amorevolmente nel:
l’orecchio: «Torna a letto, Liz...»,
sapendo che tutto sarebbe andato bene,
che la vita ci avrebbe alla fine portate
qui insieme. Proprio qui, dove da
sempre la aspettavo, nella pace e nella
serenità, perché si unisse a me.

Felipe si sveglia. Abbiamo dormito,


coscienti e no, per tutto il pomeriggio,
rannicchiati l’uno nelle braccia
dell’altro sul ponte di una barca a vela
di pescatori. L’oceano ci dondola, il
sole splende. Ho la testa appoggiata sul
suo petto come su un cuscino, Felipe
dice che ha una bella idea: «Sai, io devo
continuare a vivere a Bali perché il mio
lavoro si svolge lì e perché è vicina
all’Australia, dove vivono i miei figli.
Ho anche bisogno di andare spesso in
Brasile, perché lì ci sono le gemme e la
mia famiglia. Tu hai bisogno di stare
negli Stati Uniti perché hai il tuo lavoro,
e ci sono la tua famiglia e i tuoi amici.

Allora pensavo... potremmo tentare di


costruire la nostra vita insieme
dividendoci tra America, Australia,
Brasile e Bali».

Non posso far altro che ridere - in


fondo, perché no? è tanto pazzesco che
potrebbe funzionare. Una vita così può
sembrare assolutamente folle, una totale
idiozia, ma assomiglia molto al mio
modo di essere. è ovvio che dobbiamo
fare così. Mi sembra già familiare.

E poi suona bene: America, Australia,


Brasile e Bali, A, A, B, B, come una
poesia clas-sica, come un paio di rime
baciate.

Il piccolo peschereccio getta l’ancora


appena al largo di Gi li Meno. Non ci
sono moli dove attraccare. Devi
arrotolarti i pantaloni, saltare dalla
barca e procedere attraverso le onde con
le tue forze. Non c’è modo di farlo senza
bagnarsi, o persino senza essere sbattuti
contro le barriere di corallo, ma ne vale
la pena, perché qui la spiaggia è
bellissima e speciale. Così io e il mio
amante ci togliamo le scarpe, ci
mettiamo sulla testa le borse con la
nostra roba, e ci prepariamo a saltare
insieme, dal bordo della barca, in mare.
Sapete, è divertente: l’unica lingua
romanza che Felipe non parla è
l’italiano. Ma io glielo dico comunque,
mentre stiamo per saltare.

Gli dico: <<Attraversiamo».


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