Sei sulla pagina 1di 7

LETTERATURA ITALIANA 19/25/27 OTTOBRE

CANTO I INFERNO – DANTE – DIVINA COMMEDIA


POESIA PARAFRASI

A metà del percorso della vita umana (all'età di


Nel mezzo del cammin di nostra vita
35 anni), mi ritrovai per una oscura foresta,
mi ritrovai per una selva oscura, poiché avevo smarrito la giusta strada. 3
ché la diritta via era smarrita. 3

Ahimè, è difficile descrivere com'era quella


Ahi quanto a dir qual era è cosa dura foresta, selvaggia, inestricabile e tremenda, tale
che al solo pensiero fa tornare la paura. 6
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura! 6
È così spaventosa che la morte lo è poco di più:
ma per descrivere il bene che vi trovai dentro,
Tant’ è amara che poco è più morte; dirò quali altre cose ho visto in essa. 9
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. 9
Non sono in grado di spiegare come vi sia
entrato, tanto ero pieno di sonno nel momento in
Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai, cui lasciai la giusta strada. 12

tant’ era pien di sonno a quel punto


che la verace via abbandonai. 12

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, Ma dopo che fui arrivato ai piedi di un colle, là
là dove terminava quella valle dove finiva quella valle che mi aveva rattristato il
cuore di paura, 15
che m’avea di paura il cor compunto, 15

guardai in alto e vidi le sue spalle alzai lo sguardo e vidi la sua vetta già illuminata
dai raggi del sole, che conduce ogni uomo sulla
vestite già de’ raggi del pianeta giusta strada. 18
che mena dritto altrui per ogne calle.18

Allora si placò un poco la paura che avevo


Allor fu la paura un poco queta, avuto nel profondo del cuore, quella notte che
trascorsi con tanta angoscia 21
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta. 21
E come il naufrago che col respiro affannoso,
gettato dal mare sulla riva, si volta e guarda alle
E come quei che con lena affannata, acque pericolose da cui è scampato, 24
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata, 24

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,


così il mio animo, che ancora era in fuga, si
si volse a retro a rimirar lo passo
voltò indietro ad osservare il passaggio che non
che non lasciò già mai persona viva. 27 lasciò mai passar vivo nessun uomo. 27

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, Dopo che riposai per un po' il corpo stanco
ripresi via per la piaggia diserta, ripresi il cammino lungo il pendio deserto,
scalando la salita. 30
sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso. 30
CONTENUTO:

Il primo canto dell’Inferno è un esempio di lettura polisemantica, ovvero un insieme di tanti significati.

Polisemia rappresenta dei fattori distintivi che caratterizzano testo e funzione poetica.

La poesia viene imposta ai lettori come un’esperienza condivisibile, Dante era convinto di avere una missione, quella
di raccontare l’esperienza vissuta per il bene di tutti.

Il cammino che Dante compie è il cammino della vita di ciascuno di noi, è questo il messaggio che vuole far passare.
Dante esordisce parlando del cammino della nostra vita, e questo apre il testo a tutti i lettori.

Il primo canto è caratterizzato dall’indicazione del tempo. ’QUANDO?’ è esplicitato ‘nel mezzo di cammin di nostra
vita’, ci dà una tempistica nella quale collocarci, ovvero nel mezzo della vita di Dante, e egli pretende
immedesimazione dal lettore.

Metafore:

Verso 1: il cammino come la vita.

V. 2: selva oscura’ vale come ‘la condizione del peccato’, è una condizione di smarrimento che capita ad ognuno nella
propria vita.

Accorgimenti:

Si utilizza il verbo participio ‘smarrita’ nel terzo verso, perché Dante non scrive perduta, perché c’è una grande
differenza. Qualcosa di smarrito si può ritrovare, ma non si può ritrovare qualcosa di perduto.

Seconda terzina introduce un passaggio ulteriore secondo i punti di vista, è come se lo scrittore qui acquisisse un
distanziamento e formulasse un giudizio, e questo ci fa render conto che nell’opera ci saranno due figure: Dante
scrittore e Dante lettore.

Il poeta vuole renderci partecipi dell’esperienza compiuta della selva che terrorizza il personaggio, e questa paura
soltanto a ricordarla si rinnova.

V.5: ‘Esta selva selvaggia’ è una ripetizione di suoni: allitterazione. Questa ripetizione gioca anche con i significati delle
parole, e possiamo parlare di paronomasia.

Dante doveva comunicare questa paura, quindi ecco che questa selva viene resa terrificante anche da un climax
(selvaggia e aspra e forte) e sono messi in ordine verso il peggiore.

La scrittura poetica comunica per immagini, come quello della selva selvaggia e aspra e forte.

V.7, terza terzina, ‘amara quasi come la morte’ si riferisce alla selva.

V.8 Troviamo anche l’antitesi: Il ‘bene che io vi trovai’ si può riferire anche a Virgilio.

Polisemia, valori connotativi:

-ambiguità, valore aggiunto, a meno che diventi oscurità.

-opacità, caratterizza il procedimento del linguaggio poetico, ed è una qualità che trasmette l’idea che il
raggiungimento del significato è opaco, e richiede una serie di filtri ed elementi di disturbo che in realtà lo
arricchiscono di significati.

V.10-12 va a rinforzare il tipo e la natura dello smarrimento. È un’esperienza che ha a che fare con un sogno, che
adesso è un incubo, e ci sono delle immagini come Virgilio che sbucano dal nulla come se fosse in un sogno.

V.11 Troviamo un altro piano di lettura: si intende il sonno come chiave metaforica. Il sonno non è più vigile, e quindi
è preda del peccato.
V. 13-15 La quinta terzina aperta dal ‘ma’ fa proseguire il poeta. ‘cor compunto’ è il cuore trafitto (animo pieno di
paura), pieno di punte, è una figura di significato (metonimia). Secondo gli antichi il cuore era una sede delle emozioni,
ed è come se ci fosse uno spostamento dalla sede.

V.16 ‘Spalle’: metafora, perché un colle non ha le spalle, ma immaginandolo in forma umana le ‘pendici’ sono le spalle

V.17 Raggi del pianeta: metafora del sole, che indica la retta via.

V.19-22 terzina che contiene una similitudine, i raggi del sole tranquillizzano Dante. ‘Il lago del cor’ è un’espressione
che contiene un termine che ha modificato il significato, ossia LAGO, che indica uno spazio concavo; in questo caso è il
volume del cuore, che è il significato che troviamo nel profondo del cuore.

V.21 pietà, che però viene letta pìeta, perché altrimenti non ci sarebbe alcuna rima; è una forma anomala fatta dal
poeta per poter terminare la rima. Pìeta è la formula più vicina al sostantivo latino ‘pietas’, il poeta utilizza una forma
più rara, una licenza che gli è stata data. Pìeta significa paura, tormento.

V.22-24 Lena: respiro forte che è visibilmente affannato. Pelago: è una parola che venne utilizzata per indicare il mare,
è il classico esempio del cambiamento della lingua dato che questa parola non esiste più. Similitudine: Dante si
paragona ad un naufrago, è scampato alla morte. Quando si gira verso la riva e Guata: guarda, è l’intensivo della
parola guardare senza distrarsi. Dante è come un naufrago e percepisce la salvezza, nonostante non sia ancora uscito
dalla selva.

V.25 usa la parola Animo, che è ben diversa da anima. Animo infatti significa intenzione, volontà.

VV 29: “diserta”: aggettivo che va riferito alla condizione di Dante —> vuole sottolineare la solitudine di quella condizione, il
percorso che sta per compiere è un percorso di comprensione puntato principalmente verso di sé.

VV 30: “Il piè fermo sempre era ‘l più basso”: Dante vuole rendere l’idea della salita —> il piede appesantito dal peccato è quello
che sta in basso, il piede liberato dal peccato è quello che sale. tentano di convincere Dante a tornare verso la selva. La prima
terzina vuole ricordare la serenità e quiete ritrovata. La parola più curiosa è piaggia, ovvero indica il punto del terreno che i situa tra
la pianura e l’inizio della collina, della salita. È un termine molto usato nella poesia antica. ‘diserta’ è un termine alquanto
significativo, e ha più sfumature. Il luogo dove si trova Dante è un luogo deserto, ma non si tratta di un vero e proprio deserto, si
definisce tale perché privo di ogni presenza (metafora), ma l’apporto maggiore di significato è che il deserto rappresenta il luogo
del peccato, dello smarrimento, della solitudine. ‘si che pie fermo era ‘l più basso, ovvero si cammina in salita, ma con un
rallentamento dell’immagine del suo cammino, perché dal punto di vista della narrazione vuole far vedere il movimento rallentato
perché in modo improvviso deve esserci una delle tre fiere.
POESIA PARAFRASI
E d'improvviso, quasi all'inizio del pendio,
Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
[arrivò] una lonza agile e molto veloce,
una lonza leggiera e presta molto, dal pelo coperto di macchie; 33
che di pel macolato era coverta; 33

e non mi si partia dinanzi al volto,


che non si scansava da davanti a me,
anzi ‘mpediva tanto il mio cammino, e bloccava il mio cammino a tal punto
che più volte mi voltai per tornare indietro. 36
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.36

Era il principio del mattino


Temp’ era dal principio del mattino, ,e il sole saliva in quella [stessa] costellazione
in cui si trovava, quando Dio 39
e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino 39

mosse di prima quelle cose belle; creò inizialmente i corpi celesti,


sì ch’a bene sperar m’era cagione
per cui mi dava ragione di non temere
di quella fiera a la gaetta pelle 42 quella belva dalla pelle maculata 42

l’ora del tempo e la dolce stagione; l'ora in cui [essa] comparve e la bella
stagione; finché non mi spaventò la presenza
ma non sì che paura non mi desse improvvisa di un leone 45
la vista che m’apparve d’un leone. 45
Questo sembrava procedere contro di me,
superbo e affamato
Questi parea che contra me venisse al punto che sembrava far tremare l'aria.48
con la test’ alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse. 48

Ed una lupa, che di tutti i desideri


Ed una lupa, che di tutte brame sembrava piena pur essendo magra,
sembiava carca ne la sua magrezza, e già fece vivere molti popoli in miseria. 51
e molte genti fé già viver grame, 51

questa mi porse tanto di gravezza questa vista mi trasmise tanta angoscia per la
con la paura ch’uscia di sua vista, paura che mi diede la sua comparsa, che persi la
speranza di arrivare in cima.54
ch’io perdei la speranza de l’altezza. 54
E come [avviene a] colui che
E qual è quei che volontieri acquista, volentieri accumula denaro, arriva il momento
che lo fa perdere, al punto
e giugne ‘l tempo che perder lo face, che nell'animo si rattrista e piange, 57
che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista; 57
così mi ridusse la belva che non ha pace
,la quale, venendomi incontro, pian piano
tal mi fece la bestia sanza pace, mi respingeva nell'ombra 60
che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ‘l sol tace. 60

Mentre ero ricacciato a forza in basso, mi si offrì alla


Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, vista colui che per un lungo silenzio
dinanzi a li occhi mi si fu offerto era rimasto sfuocato. 63
chi per lungo silenzio parea fioco. 63
Quando vidi costui nel gran diserto,
«Misereredi me», gridai a lui,
Quando lo vidi nella grande spiaggia vuota,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».66 “Pietà di me”, gli gridai, “chiunque tu sia,
fantasma o uomo vero!” 66

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,


e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui. 69 Mi rispose: “Non sono un uomo, uomo lo fui già,
e i miei genitori furono lombardi,
entrambi di Mantova. 69
Nacquisub Iulio , ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto Nacqui sotto Giulio Cesare, ma troppo tardi,
e vissi a Roma durante il regno del buon
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. 72
Augusto,
all'epoca degli dei finti e impostori.72
Poeta fui, e cantai di quel giusto
Fui un poeta, e scrissi di quell'uomo giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
figlio di Anchise che arrivò da Troia,
poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto. 75 dopo che la superba Ilio venne bruciata. 75

Ma tu perché ritorni a tanta noia?


perché non sali il dilettoso monte E tu, perché ridiscendi a tanta pena?
ch’è principio e cagion di tutta gioia?». 78 Perché non scali il felice colle
che è principio e causa di tutte le gioie?”78

V.31-33 ‘ed ecco’ serve per staccare una sequenza dall’altra, e ci comunica uno stacco improvviso, ma anche il
rallentamento dell’immagine, e si arriva alla prima delle tre fiere: la Lonza (lince), allegoria della lussuria, che era ‘leggera
e presta’, presta significa rapida, e c’è un meccanismo allegorico, perché rinforza l’allegoria: alla lussuria si cede
immediatamente, rapidamente, e caratterizzano l’errore umano. Il vizio che l’animale rappresenta è il cedere alla
tentazione della lussuria.

V.34-36 Questa fiera si mette davanti al volto di Dante, e impediva tanto il cammino che più volte egli si girava per
tornare indietro. ‘mi si partia davanti al volto’ VOLTO, oltre ad indicare il corpo, gioca anche con i suoni, che creano la
figura rima del verso 36, che hanno un suono differente, ed è un gioco che si svolge sfruttando l’origine e la parentela
comune delle parole, perché la figura etimologica è sicura tra volte e vòlto, perché quando dante si gira indica una volta,
e vòlto indica le volte che ricomincia il segmento, sono delle torsioni del tempo. La parentela si trova anche con ‘volto’,
che è ciò che si pone davanti. Dante usa per tre volte una parola quasi uguale per raffigurare tre cose differenti, perché
vuole trasmettere i tentennamenti che aveva avuto anche lui nei confronti della lussuria.

V.37-39 Incontriamo alcuni simbolI. In questa sequenza Dante incontra anche le due fiere, ma prima di esso c’è un
intervallo dato dal 36 e il 45 verso, con una specie di ritorno all’indietro, ed il personaggio vuole riferire il contesto che
dava a ben sperare, nonostante la visione della lonza, perché il momento del giorno era l’alba, che portava speranza, e
analogamente il periodo della bella stagione della primavera faceva sperare.

V.38-40 Nei versi che danno l’indicazione del tempo, Dante ci dice che era il momento del principio del mattino (alba).
Sono versi che hanno lunga perifrasi per dire che era primavera, perché secondo la concezione antica dio creava le
cose belle (stelle) in primavera; quindi, Dante dice che la costellazione dell’ariete si vedeva all’alba.

V.43 La ‘stagione dolce’ è una metafora.

V.45 si arriva al Leone, seconda fiera che raffigura la superbia. I Superbi spaventano alla sola vista, è paradigmatico
spaventare con l’aspetto, ed è una caratteristica oltre del Leone, della superbia in sé. Dante come primo connotato alla
superbia ci indica la paura alla prima vista, quindi l’aspetto del Leone.

V.46-47 ‘questi parea che contro me venisse’, il superbo si muove contro dante, con la testa alta ( simbolo arroganza
dei superbi) e con fame rabbiosa (simbolo di capacità di nuocere gli altri),

V 48 ‘sia che parea che l’aere ne tremesse’, il leone per la paura fa tremare l’aria. Desse, venisse e tremesse, Dante fa
rimare queste tre parole: deroga alla regola che Dante si prende perché sci troviamo davanti alla rima siciliana
(maneggiavano una lingua dialettale che era vicina al latino, questi poeti siciliani scrivono tutto nella loro lingua illustre, e
quando questa poesia entra nei poeti toscani, entra tradotta.)

V.49 Arriva poi la Lupa, che è la terza fiera. La lupa è allegoria dell’avarizia, l’attaccamento alle cose, che è la più
terribile dei peccati.

V.50-51 L’avarizia è una lupa che viene rappresentata magrissima, ma nella sua magrezza sembrava carica di tutte le
brame, che attanagliano gli uomini, li rendono schiavi. L’avarizia toglie all’uomo la libertà perché’ l’uomo diventa schiavo
dei beni terreni. Dante caratterizza ‘l’avaro’ con un’ansia mai finita, e l’avarizia consuma e mangia l’uomo, ecco perché
carica di magrezza, che è determinata dalla bramosia. ‘grame’ per chi vive miseramente. La lupa fece vivere
miseramente molte persone, e per colpa degli avari molti popoli hanno vissuto di stenti, ‘genti’ significa sia persone che
molti popoli.

V.52-54 ‘Questa mi porse tanto di gravezza’ c’è un’antitesi perché la lupa qui diventa pesante, quindi Dante non riesce
più a salire sul colle, e questo peso va affrontato allegoricamente come immagine del peccato, ciò che ci tiene attaccati a
terra,’’ con la paura che nasceva dal vedere lei, dal suo aspetto e dal suo sguardo, tanto che lui perse la speranza di
salire.

V.56 ‘E giunge il tempo che perder lo fece...’, ovvero l’avaro che accumula ma improvvisamente perde, e quindi è
disperato.

V.58 Dante è in preda a tante passioni, ovvero la lussuria, superbia e l’avarizia. Insiste sul tormento continuo che gli dà
l’avarizia, ovvero la lupa che vuole riportarlo alla selva, dove non c’era il sole, ma il silenzio del sole è anche metafora del
peccato.

V.61, arriva Virgilio. Virgilio era il massimo che Dante potesse incontrare, provava molta ammirazione, e si affida a lui per
poterlo salvare, ma anche salvare l’umanità intera. E fu una scelta attentissima la scelta su di lui. Virgilio è allegoria della
ragione, l’uomo in preda al peccato se cede vien annebbiato e quindi non può più distinguere bene dal male.

V.63 La prima immagine è un’immagine particolare, ovvero l’immagine del silenzio che colora il silenzio. Lui disse che gli
venne offerto ‘si fu offerto’ Virgilio in dono, che gli dà gratuitamente la salvezza, che per tanto tempo sembrava ‘fioco’,
termine metaforico della sfera visiva, ovvero debole. Oltre a voler far passare l’idea di vederlo in modo debole, si ha un
gioco delle sfere dei sensi, perché vuole anche dimostrare la fatica di Virgilio nel parlare dopo molto silenzio.

V.64-66 qui c’è un vero e proprio grido d’aiuto, ‘abbi pietà di me’ disse Dante. Vede l’aiuto davanti a sé. Questo è il primo
dialogo diretto della divina commedia.

V.67-69. Virgilio si presenta come uomini medievali, dicendo patria, provenienza... i suoi genitori furono Lombardi
entrambi Mantovani, e scende più nello specifico dicendo che nasce nel periodo di Giulio Cesare. ‘

V.70-72 Virgilio non ha potuto sperimentare l’epoca di Cesare perché morto quando aveva 26 anni, e quindi vive sotto
Augusto, nel tempo degli dei falsi e bugiardi. Si presenta come appartenente all’epoca degli dèi falsi e bugiardi. Ed ecco
la sofferenza di Dante dove scopre che Virgilio è escluso dal paradiso, perché non credente in dio, essendo pagano.

V.73 mette in evidenza che fu un poeta a salvare il popolo, e quindi la poesia ha un compito importante.

V.73-74. Virgilio si svela, dove si raccontanp vicende raccontate nell’Eneide.

V.76-78, terzine di passaggio. Prima di arrivare li, queste terzine sono di passaggio. Virgilio chiede ‘perché non torna a
tanta noia…tutta gioia’, sono dei versi che spiegano l’interpretazione del monte, ovvero il monte della felicità, che è
principio di gioia.
FIGURE DI PENSIERO: litote, iperbole, antitesi, ossimoro, antifrasi, ironia, sarcasmo, eufemismo, allegoria,
simbolo, figura.

Il passaggio fra due significati non è continuo, ma c’è uno stacco, ovvero un’aggiunta di pensiero da parte di una
persona che ce lo spieghi.

Sono le più usate perché colorano d’irrealtà il testo, quelle che ci sorprendono, ed i lettori davanti ad esse rimangono
perplessi, e increduli. Sono figure che creano nuovi significati, a partire da altro.

Iperbole: un impossibile, per aumentare a dismisura un concetto. Un’esagerazione di qualità o di un concetto oltre ai
limiti del verosimile.

Antifrasi, ironia e sarcasmo: figure che affermano una cosa volendo dire il contrario. Il sarcasmo è pungente e acre.

Allegoria: operazione linguistica che agisce nel contenuto logico mediante la soppressione totale del significato di base,
che deve essere riportato ad un diverso livello di senso, comprensibile in riferimento ad (manca un pezzo della slide)

Simbolo: solitamente un oggetto che rappresenta un concetto astratto (un vero e proprio oggetto, che non rappresenta
una persona), ha una radice culturale, e si riferisce a costanti antropologiche. Ape-> rappresenta operosità. Piume ->
vanità.

Figura: tipo speciale di allegoria, in quanto presume la realtà storica di entrambi gli elementi, dei quali il secondo è
perfezionamento…(manca un pezzo dalla slide)