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Indice

Il libro
L’autore
Frontespizio
La Profezia Oscura
Guida alla lingua di Apollo
Copyright
Il libro

Domare le fiamme di un labirinto infuocato dovrebbe essere un gioco da


ragazzi per il dio del sole… se soltanto Zeus non l’avesse trasformato in un
adolescente imbranato e senza poteri! Armato di ukulele e di una logorroica
freccia parlante, Lester Papadopoulos, in arte Apollo, non sembra avere
molte speranze di riuscire nell’impresa, eppure è l’unico che può tentarla:
dovrà attraversare l’abisso più rovente del globo per liberare la Sibilla
Eritrea, l’Oracolo che vi è incatenato. Prima, però, sarà costretto ad
affrontare Caligola, il terzo e più temibile membro del Triumvirato che ha
fatto prigionieri i cinque Oracoli. Dopo aver nominato senatore il suo
cavallo, l’imperatore ha ora una nuova e più eccentrica ambizione: diventare
dio del sole! E per realizzarla è deciso ad assorbire la forza del titano Helios
e la poca essenza immortale rimasta nel povero Lester. Come sempre, il più
vanitoso degli olimpi non potrà che confidare nell’aiuto degli amici e
arrendersi al destino: per tornare a essere un dio, dovrà accettare la propria
imbarazzante umanità!
L’autore

Rick Riordan
Autore per ragazzi e adulti, è stato premiato con i
riconoscimenti più importanti del genere mystery.
Vive a Boston con la moglie e i due figli. Le saghe
“Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo”, “Eroi
dell’Olimpo”, “The Kane Chronicles”, “Magnus
Chase e gli dei di Asgard” e “Le sfide di Apollo”
hanno venduto 2 milioni di copie in Italia e più di 40
milioni nel mondo.
Rick Riordan

LE SFIDE DI APOLLO
Il labirinto di fuoco

Traduzione di Loredana Baldinucci e Laura Melosi


Questo eBook è stato acquistato e condiviso dal Team dell'alberello in via totalmente gratuita per tutti.
Se l'hai pagato in qualsiasi modo (tramite abbonamento o acquisto diretto), sei stato truffato.
A Melpomene, musa della tragedia.
Ora sarai contenta, spero.
La Profezia Oscura

Parole memorabili prendon fuoco


Pria che sul Diavol sorga luna nuova.
Il Tevere di corpi sarà il loco
Se il mutaforma affronterà la prova.

Eppure il sole a sud dovrà viaggiare


fra meandri scuri e lande della morte.
Bianco il cavallo che dovrà trovare
del cruciverba il fiato avere in sorte.

A ovest nel palazzo ei dovrà andare;


radici antiche l’altra troverà.
Le scarpe del nemico come usare
la guida con gli zoccoli saprà.

I tre or noti e il Tevere raggiunto,


Apollo ballerà, l’attimo è giunto.
1

Non più Apollo,


Ma ratto di Labirinto
Aiutatemi!

NO .
Mi rifiuto di condividere questa parte della mia storia. È stata la più infima, la
più umiliante, la più orribile settimana di tutti i miei quattromila e passa anni di
vita. Tragedia. Disastro. Disperazione.
Non ve ne parlerò.

Perché siete ancora qui? Andate via!


Ma, ahimè, suppongo di non avere scelta. Senza dubbio, Zeus si aspetta che
io vi racconti questa storia. Fa parte della mia punizione.
Non basta che abbia trasformato me, il divino Apollo, in un adolescente
mortale con l’acne e la pancetta chiamato Lester Papadopoulos. Non basta che
mi abbia spedito in una rischiosissima missione per liberare cinque grandi
Oracoli dalle grinfie di un trio di malvagi imperatori romani. Non basta
nemmeno che mi abbia reso schiavo – io che un tempo ero il suo figlio prediletto
– di una sfacciata dodicenne semidivina di nome Meg!
A coronare il tutto, Zeus vuole che narri la mia vergogna ai posteri.
E va bene. Ma siete avvisati. In queste pagine vi attendono solo tormenti e
sofferenze.
Da dove cominciare?
Da Grover e Meg, naturalmente.

Erano due giorni che attraversavamo il Labirinto, saltando baratri di oscurità e


costeggiando laghi di veleno, fra centri commerciali in rovina in cui si trovavano
solo negozi di costumi per Halloween e ristoranti cinesi a buffet dall’aria
discutibile.
Il Labirinto sapeva essere un luogo davvero sconcertante. Come una rete di
capillari sotto la pelle del mondo mortale, collegava seminterrati, fogne e gallerie
abbandonate in tutto il globo, senza alcun riguardo per le regole del tempo e
dello spazio. Potevi entrare nel Labirinto passando per un tombino a Roma,
percorrere meno di un metro, aprire una porta e ritrovarti in un campo di
addestramento per clown a Buffalo, nel Minnesota. (Vi prego, non chiedetemi
altro. È stata un’esperienza traumatica.)
Avrei preferito evitare del tutto il Labirinto. Purtroppo la profezia che
avevamo ricevuto a Indianapolis era stata molto chiara, almeno per un ex dio
della profezia: Fra meandri scuri e lande della morte. Divertente! Il tutto in
compagnia di una certa guida con gli zoccoli.
Solo che la nostra guida con gli zoccoli, il satiro Grover Underwood, non
sembrava conoscere la strada.
«Ti sei perso» dissi per la quarta volta.
«Non è vero!» protestò lui. E continuò imperterrito, trotterellando con i suoi
jeans sformati e la maglietta verde scolorita, gli zoccoli che vacillavano dentro le
New Balance 520 modificate allo scopo. Un berretto rosso fatto a maglia gli
copriva la testa riccioluta.
Come poteva pensare che quel travestimento lo aiutasse a somigliare di più a
un umano? I bozzi delle corna erano ben visibili sotto il berretto. Le scarpe gli
saltavano via dagli zoccoli diverse volte al giorno, e cominciavo a essere stufo di
fare il cane da riporto-sneakers.
D’un tratto Grover si fermò a un bivio e prese a tirarsi il pizzetto crespo. A
destra e a sinistra, le pareti di pietra proseguivano verso il buio.
«Allora?» chiese Meg.
Grover trasalì. Come me, era giunto in fretta a temere di contrariare quella
ragazzina.
Non che Meg McCaffrey avesse un aspetto terrorizzante. Era bassa per la sua
età e si vestiva con i colori del semaforo: scamiciato verde, leggings gialli,
scarpe da ginnastica rosse, il tutto strappato e sporco grazie alle molte volte in
cui eravamo strisciati nelle gallerie più strette. Il suo caschetto scuro era striato
di ragnatele. Le lenti allungate dei suoi occhiali erano talmente sudicie che non
riuscivo a immaginare cosa ci vedesse. Nel complesso, somigliava a una
bambina dell’asilo reduce da una rissa in cortile per il possesso dell’altalena.
Grover indicò il tunnel a destra. «Sono… abbastanza sicuro che Palm Springs
sia da quella parte.»
«Abbastanza sicuro?» fece Meg. «Come l’ultima volta, quando siamo entrati
in un bagno e abbiamo sorpreso un ciclope al gabinetto?»
«Non è stata colpa mia!» protestò Grover. «E poi, questa direzione ha l’odore
giusto. Sa di… cactus.»
Lei annusò l’aria. «Non sento odore di cactus.»
«Meg, il satiro è la nostra guida» intervenni io. «Non abbiamo scelta,
dobbiamo fidarci di lui.»
Grover sbuffò. «Grazie per la stima. Tanto per ricordarvelo anche oggi: non
ho chiesto io di essere magicamente evocato dall’altra parte del Paese e di
svegliarmi in un appezzamento di pomodori su un tetto di Indianapolis!»
Le sue erano parole coraggiose, ma teneva gli occhi fissi sui due anelli
identici che Meg portava alle dita medie, forse nel timore che potesse evocare le
sue due siccae, spade corte e dalla lama ricurva, e affettarlo come fosse un
cabrito arrosto.
Da quando aveva saputo che Meg era una figlia di Demetra, la dea del
raccolto, Grover Underwood si comportava come se fosse intimidito più da lei
che da me, un’ex divinità dell’Olimpo. La vita è davvero ingiusta.
Meg si asciugò il naso. «Va bene. Solo che non mi aspettavo di vagare
quaggiù per due giorni. La luna nuova è…»
«Fra tre giorni» dissi, interrompendola. «Lo sappiamo.»
Forse ero stato troppo brusco, ma non sentivo il bisogno che qualcuno mi
ricordasse quell’altra parte della profezia. Mentre noi viaggiavamo verso sud per
trovare il successivo Oracolo, il nostro amico Leo Valdez volava disperatamente
con il suo drago di bronzo verso il Campo Giove, il campo di addestramento dei
semidei romani nel Nord della California, sperando di riuscire ad avvertirli del
fuoco, della morte e del disastro che in teoria li attendevano con l’arrivo della
luna nuova.
Cercai di addolcire il tono. «Dobbiamo pensare che Leo e i Romani siano in
grado di affrontare qualunque cosa stia per accadere al Nord. Abbiamo il nostro
compito di cui occuparci.»
«E anche parecchi fuochi tutti per noi» sospirò Grover.
«Che vorresti dire?» chiese Meg.
Com’era sempre stato negli ultimi due giorni, Grover fu evasivo. «Meglio
non parlarne qui.» Si guardò intorno con un certo nervosismo, come se le pareti
potessero avere orecchie, il che era possibilissimo.
Il Labirinto era una struttura vivente. E, a giudicare dagli odori che si
sprigionavano da alcuni corridoi, ero piuttosto sicuro che avesse almeno un
intestino.
Grover si grattò le costole. «Proverò a farci arrivare in fretta, ragazzi»
promise. «Ma il Labirinto ha una mente tutta sua. L’ultima volta che sono stato
qui con Percy…» Assunse un’espressione nostalgica, come accadeva spesso
quando si riferiva alle vecchie avventure con il suo migliore amico, Percy
Jackson.
Non potevo dargli torto. Era utile avere un semidio come Percy a portata di
mano. Purtroppo non era altrettanto facile evocarlo in mezzo ai pomodori, come
era successo per la nostra guida.
Posai una mano sulle spalle di Grover. «Sappiamo che stai facendo del tuo
meglio. Proseguiamo. E, già che stai fiutando i cactus, tieni le narici aperte per la
colazione. Caffè e croissant alla crema, magari? Sarebbe fantastico.»
Seguimmo la nostra guida nel tunnel di destra.
Ben presto il corridoio si restrinse, assottigliandosi alle estremità, e ci obbligò
a procedere chini e in fila indiana. Io rimasi nel mezzo, il posto più sicuro. Forse
non la troverete una scelta coraggiosa, ma Grover era un Signore delle Selve,
membro dell’attuale Consiglio dei Satiri Anziani; presumibilmente, aveva grandi
poteri, anche se fino ad allora non lo avevo mai visto farne uso. Quanto a Meg,
non solo era in grado di sfoderare due spade forgiate in oro imperiale, ma sapeva
fare cose straordinarie con semplici pacchetti di semi da giardino, di cui aveva
fatto buona scorta a Indianapolis.
Io invece diventavo più debole e indifeso ogni giorno che passava. Dopo la
battaglia con l’imperatore Commodo, che avevo accecato grazie a un’esplosione
di luce divina, non ero più stato in grado di evocare nemmeno la porzione più
microscopica del mio antico potere. Le dita si erano fatte più lente sul mio
ukulele da combattimento. Le mie abilità di arciere si stavano deteriorando.
Avevo persino mancato il bersaglio quando avevo tirato contro quel ciclope al
gabinetto. (Non so chi di noi due avesse provato più imbarazzo.) Allo stesso
tempo, le visioni a occhi aperti che a volte mi paralizzavano erano diventate più
frequenti e più intense.
Non avevo rivelato le mie preoccupazioni ai miei amici. Non ancora.
Volevo credere che i miei poteri si stessero semplicemente ricaricando. Le
prove affrontate a Indianapolis mi avevano quasi annientato, dopotutto.
Ma c’era un’altra possibilità. Ero caduto dall’Olimpo per schiantarmi in un
cassonetto di Manhattan a gennaio. Ormai era marzo. Questo significava che ero
umano da circa due mesi. Era possibile che più fossi rimasto mortale, più sarei
diventato debole, e più difficile sarebbe stato recuperare le mie sembianze
divine.
Era già accaduto le ultime due volte che Zeus mi aveva esiliato sulla Terra?
Non riuscivo a ricordarlo. Certi giorni, non riuscivo a ricordare nemmeno il
sapore dell’ambrosia, o il nome dei cavalli che trainavano il mio carro del sole, o
il volto della mia gemella, Artemide. (In tempi normali avrei detto che
quest’ultima dimenticanza sarebbe stata una benedizione, ma mia sorella mi
mancava terribilmente. Guai a voi se glielo andate a riferire.)
Avanzammo furtivi lungo il corridoio, mentre la magica Freccia di Dodona
ronzava nella mia faretra come un telefono silenziato. Forse voleva essere tirata
fuori e consultata.
Cercai di ignorarla.
Le ultime volte che le avevo chiesto consiglio era stata inutile. Peggio, era
stata inutile parlando in una specie di lingua shakespeariana, con più “orsù” e
“ahimè” e “vieppiù” di quanti il mio stomaco riuscisse a digerire. Non mi erano
mai piaciuti gli anni Novanta. (Gli anni Novanta del Cinquecento, ovviamente.)
Forse avrei conferito con la freccia una volta arrivati a Palm Springs. Se fossimo
arrivati a Palm Springs.
Grover si fermò a un altro bivio.
Fiutò a destra, poi a sinistra. Il suo naso vibrava come quello di un coniglio
che ha appena sentito l’odore di un cane.
All’improvviso gridò: «Indietro!» e si voltò.
Il corridoio era così stretto che il satiro mi cadde in grembo, costringendo me
a cadere in grembo a Meg, che cadde a terra con un grugnito spaventato. Prima
che potessi lamentarmi del fatto che non mi piacevano i massaggi di gruppo, mi
si tapparono le orecchie. L’umidità nell’aria fu completamente prosciugata. Fui
investito da un odore acre di catrame fresco e in fondo al corridoio, di fronte a
noi, proruppe una cortina di fuoco, una vampata di calore puro che si spense con
la stessa rapidità con cui si era accesa.
Sentii qualcosa crepitarmi nelle orecchie – forse era il sangue che mi ribolliva
nella testa. Avevo la bocca così secca che non riuscivo a deglutire. Non capivo
se fossi io a tremare in modo incontrollato, o tutti e tre.
«Chi… cos’era?» Mi chiesi perché il mio primo istinto fosse stato usare
“chi”. Qualcosa in quella fiammata era sembrato orribilmente familiare. Nel
fumo amarognolo rimasto ad aleggiare nell’aria, mi parve di riconoscere il tanfo
del rancore, della frustrazione e della fame.
Il berretto rosso di Grover fumava, emanando un puzzo di peli di capra
bruciati. «Quello significa che ci stiamo avvicinando» rispose con un filo di
voce. «Dobbiamo sbrigarci.»
«Come dicevo io» brontolò Meg. «Ora togliti di mezzo» e mi diede una
ginocchiata nel sedere.
Cercai di alzarmi, almeno per quanto mi concedeva il tunnel angusto. Dopo la
fiammata, mi sentivo tutto sudato. Il corridoio di fronte a noi era tornato buio e
silenzioso, come se non fosse mai stato una valvola di sfiato per un fuoco
infernale, ma avevo trascorso abbastanza tempo sul carro del sole da saper
valutare il calore delle fiamme. Se ci avessero preso, ci avrebbero ionizzato e
ridotto in plasma.
«Dobbiamo andare a sinistra» disse Grover.
«Ehm… Non è da lì che è venuto il fuoco?» gli feci notare.
«Però è anche la via più rapida.»
«E se tornassimo indietro?» suggerì Meg.
«Ragazzi, siamo vicini» insistette Grover. «Lo sento. Ma siamo finiti nella
sua parte del Labirinto. Se non ci sbrighiamo…»
Scriii!
Il suono echeggiò dal corridoio alle nostre spalle. Avrei tanto voluto credere
che fosse uno di quei rumori meccanici che di quando in quando il Labirinto
generava a caso: una porta che cigolava su cardini arrugginiti, un giocattolo a
batterie del negozio di Halloween che cadeva in un abisso senza fondo… Ma
l’espressione sulla faccia di Grover confermava i miei sospetti: quel suono era il
grido di un essere vivente.
SCRIII!
Il secondo era più arrabbiato, e molto più vicino.
Non mi piaceva quello che aveva detto Grover sul fatto che eravamo nella
sua parte di Labirinto. Sua di chi? Certo non volevo infilarmi in un corridoio a
grigliatura istantanea, ma d’altro canto il grido alle nostre spalle mi riempiva di
terrore.
«Scappiamo» disse Meg.
«Scappiamo» concordò Grover.
Ci lanciammo nel corridoio di sinistra. L’unica buona notizia: era un po’ più
ampio, e ci permise di darcela a gambe con un maggiore spazio di manovra. Agli
incroci successivi, svoltammo di nuovo a sinistra, poi prendemmo subito a
destra. Saltammo un baratro, salimmo delle scale e ci lanciammo in un altro
corridoio, però la creatura alle nostre spalle sembrava non avere problemi a
seguire il nostro odore.
SCRIII!
Un altro grido nel buio.
Conoscevo quel verso, ma la mia fallace memoria umana non riusciva a
riconoscerlo. Doveva essere una qualche specie di pennuto. Niente di grazioso,
stile parrocchetto monaco o cacatua. Era qualcosa che apparteneva alle regioni
infernali, qualcosa di pericoloso, assetato di sangue e con un gran brutto
carattere.
Sbucammo in una sala circolare che somigliava al fondo di un pozzo
gigantesco. Una stretta rampa di scale a chiocciola saliva lungo la parete di
mattoni grezzi. Non avevo idea di cosa potesse esserci in cima. Non vedevo altre
uscite.
SCRIII!
Il grido mi graffiò gli ossicini dell’orecchio. L’eco di un batter d’ali giunse
dal corridoio alle nostre spalle.
Possibile che si trattasse di un volatile? Quei cosi si muovevano in stormi? Li
avevo già incontrati, ne ero certo. Accidenti, avrei dovuto sapere cos’era!
«E adesso?» chiese Meg. «Su?»
Grover fissava le tenebre sopra di noi, a bocca aperta. «Non ha alcun senso.
Non dovrebbe trovarsi qui.»
«Grover!» gridò Meg. «Su o no?»
«Sì, su!» strillò il satiro. «Su va bene!»
«No» intervenni, con la nuca che mi formicolava dal terrore. «Non ce la
faremo. Dobbiamo bloccare questo corridoio.»
Meg si accigliò. «Ma…»
«Fa’ una delle tue magie con le piante!» gridai. «Presto!»
Dirò una cosa in favore di Meg: quando hai bisogno di una magia con le
piante, è la ragazza giusta. Si frugò nelle tasche della cintura da giardinaggio,
strappò un pacchetto di semi e li lanciò nel tunnel.
Grover tirò fuori il proprio flauto di canne. Suonò un motivetto vivace per
incoraggiare la crescita, mentre Meg si inginocchiava davanti ai semi con il viso
contratto per la concentrazione.
Insieme, il Signore delle Selve e la figlia di Demetra costituivano una
supercoppia del giardinaggio. I semi proruppero in piante di pomodoro. I gambi
crebbero, intrecciandosi all’imboccatura del tunnel. Le foglie si aprirono a una
velocità strabiliante. I pomodori diventarono frutti rossi grandi quanto un pugno.
Il tunnel era quasi tappato quando una sagoma dalle piume nere si precipitò
attraverso un varco nella rete di tralci.
Mi graffiò una guancia con gli artigli mentre mi sfrecciava accanto,
mancandomi l’occhio per un pelo. Volò in cerchio per tutta la sala, lanciando
grida di trionfo, poi si posò sulla rampa a tre metri di distanza da terra, proprio
sopra di noi, scrutando verso il basso con occhi dorati come proiettori.
Una civetta? No, era grande il doppio del più grande degli esemplari di Atena
e il suo piumaggio brillava come ossidiana. L’uccello sollevò un coriaceo artiglio
nero, aprì il becco dorato e con la spessa lingua leccò il sangue che gli era
rimasto sulla zampa. Il mio sangue.
Mi si appannò la vista. Mi sembrava di avere le ginocchia di gomma. Ero
vagamente consapevole di altri rumori che provenivano dal tunnel – stridii
frustrati e battiti d’ali – mentre sempre più uccelli demoniaci cozzavano contro
le piante di pomodoro, cercando di oltrepassarle.
Meg comparve al mio fianco, con le spade gemelle che lampeggiavano nelle
mani, gli occhi fissi sull’enorme uccellaccio sopra le nostre teste. «Apollo, stai
bene?»
«Strige» dissi. Il nome riemerse dai recessi della mia debole memoria
mortale. «Quella creatura è una strige.»
«Come la uccidiamo?» chiese Meg, pragmatica come sempre.
Mi toccai le ferite sul volto. Non mi sentivo né la guancia né le dita. «Be’,
ucciderla potrebbe essere un problema.»
Grover strillava ogni volta che le strigi rimaste fuori gridavano e si gettavano
sulle piante. «Ragazzi, ce ne sono almeno sei o sette in più che cercano di
entrare. Questi pomodori non reggeranno.»
«Apollo, rispondimi subito» ordinò Meg. «Che cosa devo fare?»
Volevo obbedirle. Davvero. Ma stavo avendo qualche problema ad articolare
le parole. Era come se Efesto mi avesse appena praticato una delle sue
famigerate estrazioni dentarie e fossi ancora sotto l’influenza del suo nettare
anestetizzante.
«Se… se la uccidi sarai maledetta» riuscii finalmente a dire.
«E se non la uccido?» chiese Meg.
«Oh, allora ti sbudellerà, berrà il tuo sangue e mangerà la tua carne.» Sorrisi,
anche se avevo la sensazione di non aver detto nulla di divertente. «Ah, e non
permetterle di graffiarti. Ti paralizzerebbe!»
Poi, a scopo dimostrativo, caddi a terra su un fianco.
Sopra di noi, la strige distese le ali e planò verso il basso.
2

Son la valigia
Sul dorso di un satiro
Peggio di così…

FERMO !» strillò Grover. «Veniamo in pace!»


L’uccello non rimase impressionato. Attaccò, e mancò la faccia del satiro solo
perché Meg sferzò l’aria con le spade. La strige sterzò, piroettando fra le due
lame, e andò a posarsi illesa un po’ più in alto sulla rampa. «SCRIII!» strepitò,
arruffando le penne.
«Come sarebbe a dire: “Ci devi uccidere”?» chiese Grover.
Meg aggrottò la fronte. «Puoi parlare con lei?»
«Be’, sì» confermò Grover. «È un animale.»
«Perché non ci hai detto prima quello che stava urlando?» domandò Meg.
«Perché stava solo strillando “Scriii”! Ora invece sta dicendo “Scriii” nel
senso di “Vi devo uccidere”.»
Cercai di muovere le gambe. Sembravano essersi trasformate in sacchi di
cemento, cosa che trovai vagamente spassosa. Potevo ancora muovere le braccia
e provare qualche sensazione nel petto, ma non sapevo quanto sarebbe durata.
«Forse potresti chiedere alla strige perché ci deve uccidere» suggerii.
«Scriii?» disse Grover.
Cominciavo a essere stanco della lingua delle strigi.
L’uccello replicò con una serie di strida e schiocchi.
Nel frattempo, fuori nel corridoio, le altre strigi strillavano e cozzavano
contro la rete di piante. Artigli neri e becchi dorati spuntavano in mezzo ai tralci,
affettando pomodori a volontà. Calcolai che avevamo pochi minuti al massimo
prima che riuscissero a entrare e ucciderci, anche se quei beccucci affilati erano
molto carini!
Grover si torceva le mani. «La strige dice che è stata mandata per bere il
nostro sangue, mangiare la nostra carne e sbudellarci, non necessariamente in
quest’ordine. Dice che le dispiace, ma è un ordine diretto dell’imperatore.»
«Stupidi imperatori» borbottò Meg. «Quale?»
«Non lo so» rispose Grover. «Lei lo ha chiamato soltanto “Scriii”.»
«Riesci a tradurre “sbudellare” ma non il nome dell’imperatore?» ribatté
Meg.
Per quanto mi riguardava, non era un problema. Da quando eravamo partiti da
Indianapolis, avevo passato un sacco di tempo a rimuginare sulla Profezia
Oscura che avevamo ricevuto nella Grotta di Trofonio. Avevamo già conosciuto
Nerone e Commodo, e avevo un terribile sospetto sull’identità del terzo
imperatore, che dovevamo ancora incontrare. Al momento non desideravo una
conferma. Ero semiparalizzato per il veleno della strige e stavo per essere
mangiato vivo da quella megacivetta succhiasangue. Non mi servivano altre
ragioni per piangere come un disperato.
La strige si tuffò su Meg. Lei la schivò e le colpì la coda con il piatto della
lama, lanciando lo sfortunato uccello contro il muro opposto, dove sbatté il muso
sui mattoni ed esplose in una nuvola di piume e polvere di mostro.
«Meg, ti avevo detto di non ucciderla!» esclamai. «Sarai maledetta!»
«Non l’ho uccisa. È lei che si è suicidata contro il muro.»
«Non credo che le Parche la penseranno alla stessa maniera.»
«Allora non diciamoglielo.»
«Ragazzi?» Grover indicò le piante di pomodori, che si stavano rapidamente
diradando sotto l’assalto di becchi e artigli. «Se non possiamo uccidere le strigi,
forse dovremmo rafforzare la barriera.» Sollevò il flauto e suonò.
Meg ritrasformò le spade in anelli, poi allungò le mani verso le piante. I tralci
si ispessirono e le radici si sforzarono di attecchire sul pavimento di pietra, ma
era una battaglia persa. C’erano troppe strigi ormai a picchiare dall’altro lato, e
riducevano a brandelli le nuove piante non appena spuntavano.
«Non funziona.» Meg arretrò barcollando, con il viso imperlato di sudore.
«C’è un limite a quello che possiamo fare senza terra e luce del sole.»
«Hai ragione.» Grover guardò sopra di noi, seguendo la rampa di scale
nell’oscurità. «Se riusciamo ad arrivare in cima prima che le strigi attraversino la
barriera…»
«Quindi saliamo» annunciò Meg.
«Ehilà, da questa parte c’è un’ex divinità paralizzata!» esclamai affranto.
Grover si rivolse a Meg con una smorfia. «Nastro adesivo?»
«Nastro adesivo!» concordò lei.
Che gli dei mi proteggano dagli eroi muniti di nastro adesivo. E gli eroi
sembrano essere sempre muniti di nastro adesivo.
Meg ne tirò fuori un rotolo da una tasca della cintura da giardinaggio. Mi
mise seduto, schiena contro schiena a Grover, poi cominciò a passarci il nastro
sotto le ascelle, legandomi al satiro come uno zaino da trekking.
Con l’aiuto di Meg, Grover riuscì a rialzarsi, sballottandomi di qua e di là.
Vidi a ritmo alternato scorci delle pareti, del pavimento, della faccia di Meg e
delle mie gambe paralizzate e scomposte che invadevano lo spazio sottostante.
«Ehm, Grover, avrai la forza di trasportarmi fino in cima?» domandai.
«I satiri sono grandi scalatori» rispose. Cominciò a salire la stretta rampa, con
i miei piedi paralizzati che strusciavano per terra.
Meg ci seguiva, gettando di quando in quando un’occhiata alle piante di
pomodori che si stavano deteriorando rapidamente. «Apollo, parlami delle
strigi» ordinò.
Mi passai al setaccio il cervello, nel tentativo di trovare qualche pepita in
mezzo alla melma. «Sono… sono uccelli del malaugurio» dissi. «Quando
compaiono, accadono cose brutte.»
«Ma va’?» replicò Meg. «Che altro?»
«Ehm, di solito si nutrono dei più giovani e dei più deboli. Bambini piccoli,
anziani, divinità paralizzate… cose così. Nidificano nel tratto superiore del
Tartaro. La mia è solo una supposizione, ma sono abbastanza sicuro che non
siano dei buoni animali domestici.»
«Come le scacciamo? Se non possiamo ucciderle, come le fermiamo?»
«Io non… non lo so.»
Meg sospirò dalla frustrazione. «Parla con la Freccia di Dodona. Vedi se sa
qualcosa. Io cercherò di guadagnare tempo.» E corse di nuovo giù.
Parlare con la freccia era praticamente l’unico modo in cui la mia giornata
poteva peggiorare, ma avevo ricevuto un ordine, e quando Meg comandava non
potevo disobbedire.
Allungai una mano alle mie spalle, frugai nella faretra e ne estrassi il magico
dardo. «Salve, Saggia e Potente Freccia!» esordii. (Sempre meglio cominciare
con le lusinghe.)
«CE NE HAI MESSO DI TEMPO» intonò la freccia. «OR SONO
INNUMEREVOLI GIORNI CH’IO INVANO TENTO DI CONFERIRE CON
TE.»
«Non saranno neanche due giorni» protestai.
«ORBENE, IL TEMPO SCORRE ASSAI LENTO QUANDO SI È CHIUSI
IN UNA FARETRA. UNA TRIBOLAZIONE, PROVACI TU.»
«Giusto.» Resistetti all’impulso di spezzare in due l’asta. «Cosa sai dirmi
delle strigi?»
«DEBBO PARLARTI DI… ASPETTA UN ATTIMO. STRIGI? OHIBÒ,
PERCHÉ MI PARLI DI CODESTE CREA-TURE?»
«Ohib… perché stanno per ucciderci.»
«VERGOGNA!» mi rimbrottò la freccia. «DOVRESTI EVITARE COTALI
PERICOLI!»
«Non ci avrei mai pensato» replicai. «Hai delle informazioni pertinenti sulle
strigi oppure no, o Saggio Dardo?»
La freccia ronzò, senza dubbio cercando di collegarsi a Wikipedia. Lei nega
di usare Internet. Forse allora è soltanto una coincidenza se si mostra sempre più
utile quando siamo in un’area con il wi-fi gratuito.
Grover continuava valorosamente a trasportare il mio misero corpo mortale
su per la rampa. Sbuffava e ansimava, barcollando pericolosamente vicino al
bordo.
Il pavimento della sala circolare ormai era a una quindicina di metri sotto di
noi, quanto bastava per una caduta letale. Vedevo Meg che si aggirava
borbottando e spargendo il contenuto di altri pacchetti di semi da giardino.
Sopra, la rampa sembrava proseguire all’infinito. Qualunque cosa ci attendesse
in cima, ammesso che esistesse una cima, rimaneva avvolta nelle tenebre.
Trovai davvero sconsiderato che il Labirinto non fosse munito di ascensore, o
almeno di un corrimano decente. Come facevano gli eroi con bisogni speciali di
accessibilità a godersi le sue trappole mortali?
Alla fine la Freccia di Dodona emise il suo verdetto: «LE STRIGI SONO
PERICOLOSE».
«Ancora una volta la tua saggezza giunge a rischiarare le tenebre»
commentai.
«CHIUDI QUELLA BOCCA» continuò la freccia. «ESSE SI POSSONO
UCCIDERE, MA IL GESTO MALEDIRÀ COLUI CHE L’HA COMPIUTO E
PROVOCHERÀ LA COMPARSA DI ALTRE STRIGI.»
«Sì, sì. E poi?»
«Che sta dicendo?» domandò Grover tra un rantolo e l’altro.
Fra le molte irritanti qualità della freccia, spiccava quella di poter comunicare
soltanto con la mia mente; perciò non solo sembravo matto quando conversavo
con lei, ma dovevo anche costantemente riferire le sue farneticazioni ai miei
amici.
«Sta ancora cercando su Google» dissi a Grover. «Forse, o Nobile Freccia,
potresti fare una ricerca booleana: “strige + sconfiggere”?»
«GIAMMAI! IO NON USO CODESTI IMBROGLI!» tuonò la freccia. Poi
rimase zitta il tempo necessario a digitare “strige + sconfiggere”. «ESSE SI
POSSONO RESPINGERE CON INTERIORA DI MAIALE» riferì. «NE
AVETE?»
«Grover, non è che per caso hai delle interiora di maiale?» gridai oltre la mia
spalla.
«Cosa?» Si voltò, il che non era un gesto molto efficace per guardarmi in
faccia, dal momento che ero legato alla sua schiena con del nastro adesivo. Per
poco non grattai il naso sul muro. «Perché dovrei portarmi dietro delle interiora
di maiale? Sono vegetariano!»
Meg si inerpicò sulla rampa e ci raggiunse. «Gli uccelli ce l’hanno quasi
fatta» riferì. «Ho provato con diversi tipi di piante. Ho cercato di evocare
Pesca…» Le si incrinò la voce dalla disperazione.
Da quando eravamo entrati nel Labirinto, non era riuscita a evocare il suo
spiritello e compagno vegetale, una creatura utile in battaglia ma che faceva
piuttosto la difficile sui tempi e sui modi in cui sceglieva di farsi viva. Pensai
che, un po’ come i pomodori, le pesche non riuscissero bene sottoterra.
«Freccia di Dodona, che altro?» gridai. «Deve pur esserci qualcosa oltre
all’intestino dei maiali capace di tenere a bada le strigi!»
«ASPETTA…» disse la freccia. «UDITE! PARE CHE L’ARBUTUS
FACCIA AL CASO.»
«L’arbu… che?» domandai.
Troppo tardi.
Sotto di noi, in un’esplosione di strida assetate di sangue, le strigi irruppero
attraverso la barricata di pomodori e sciamarono nella sala circolare.
3

È tutto vero
Le strigi fanno schifo
Ma tanto tanto…

ARRIVANO !» gridò Meg.


No, sul serio. Ogni volta che volevo che parlasse di qualcosa di importante,
restava zitta. Ma quando eravamo di fronte a un pericolo evidente, sprecava il
fiato per strillare: “Arrivano!”.
Grover aumentò il passo, dimostrando una forza eroica mentre balzava su per
la rampa con la mia flaccida carcassa appiccicata alle spalle.
Dalla mia posizione, avevo una visuale perfetta delle strigi che sfrecciavano
fuori dalle tenebre, con gli occhi gialli che luccicavano come monete nell’acqua
torbida di una fontana. Erano una decina? Di più? Considerate le difficoltà che
avevamo avuto con una sola strige, non mi piaceva pensare alle probabilità che
avevamo contro un intero stormo, soprattutto dal momento che eravamo allineati
come gustosi bocconcini su una sporgenza stretta e scivolosa. Dubitavo che Meg
potesse aiutare tutti quegli uccelli a suicidarsi mandandoli a sbattere contro il
muro.
«Arbutus!» gridai. «La freccia ha detto che questo arbutus può respingere le
strigi.»
«È una pianta.» Grover annaspò. «Credo di averne incontrata una, una volta.»
«Freccia, che cos’è un arbutus?» domandai.
«NON LO SO! SOLO PERCHÉ NACQUI IN UN BOSCO NON VUOL DIR
CH’IO MI INTENDA DI VERZURA!»
Disgustato, ricacciai la freccia nella faretra.
«Apollo, coprimi!» Meg mi ficcò una delle sue spade in mano, poi si frugò
nella cintura, lanciando occhiate nervose alle strigi che salivano sempre più in
alto.
Non so in che modo si aspettasse che potessi coprirla. Come spadaccino
facevo pena anche quando non ero appiccicato alla schiena di un satiro e non
dovevo battermi contro nemici che lanciavano maledizioni su chiunque li
uccidesse.
«Grover!» gridò Meg. «Riusciamo a capire che genere di pianta è un
arbutus?» Strappò un pacchetto a caso e lanciò i semi nel vuoto. Scoppiarono
come popcorn nell’aria, generando una pioggia di patate grosse quanto bombe a
mano, con i gambi verdi e frondosi. Caddero in mezzo allo stormo di strigi,
colpendone un po’ e sollevando strida spaventate, ma senza arrestare il loro volo.
«Quelli sono tuberi» rantolò Grover. «Credo che l’arbutus sia una pianta da
frutto.»
Meg strappò un secondo pacchetto di semi e lanciò alle strigi un’esplosione di
cespugli punteggiati di frutti rossi. Gli uccelli li evitarono senza scomporsi.
«Uva?» chiese Grover.
«Uva spina» specificò Meg.
«Sei sicura? Dalla forma delle foglie…»
«Grover!» sbottai. «Limitiamoci alla botanica militare. Che cos’è un…?
GIÙ!»
Ora, miei gentili lettori, giudicate voi. Stavo forse chiedendo “Che cos’è un
giù?”. Certo che no. A dispetto delle ultime lamentele di Meg, stavo cercando di
avvertirla che la strige più vicina si apprestava a lacerarle la faccia.
Lei non comprese il mio avvertimento, ma non per colpa mia.
Sferrai un colpo di spada, cercando di proteggere la mia giovane amica. Solo
la mia pessima mira e i rapidi riflessi di Meg mi impedirono di decapitarla.
«Piantala!» strillò, scacciando la strige con l’altra lama.
«Mi hai detto tu di coprirti!» protestai.
«Non intendevo…» Meg mandò un grido di dolore, barcollando. Una ferita
sanguinante si era appena aperta sulla sua coscia destra.
Poi fummo inghiottiti da una tempesta inferocita di artigli, becchi e ali nere.
Meg mulinava la spada come una pazza.
Una strige si lanciò verso il mio viso. Stava per cavarmi gli occhi, quando
Grover fece l’inaspettato: gridò.
“Cosa c’è di tanto sorprendente?” vi domanderete. “Quando sei preso
d’assalto da uno stormo di uccelli mangiabudella non c’è un momento migliore
per gridare.”
Vero. Ma il suono che uscì dalla bocca del satiro non era un grido qualunque.
Riecheggiò per l’immensa sala come l’onda d’urto di una bomba,
sparpagliando gli uccelli, facendo tremare i sassi e colmandomi di un terrore
gelido e irrazionale.
Se non fossi stato appiccicato alla sua schiena, sarei fuggito. Sarei saltato giù
dalla rampa soltanto per allontanarmi da quel suono. Siccome non potevo, mollai
la spada di Meg e mi tappai le orecchie.
Meg, che giaceva prona sulla sporgenza, sanguinante e senz’altro già
parzialmente paralizzata dal veleno della strige, si rannicchiò in posizione fetale
e nascose la testa fra le braccia.
Le strigi se ne tornarono nel buio.
Mi batteva forte il cuore. Stavo avendo un picco di adrenalina. Mi occorsero
diversi respiri profondi prima di riuscire a parlare. «Grover, hai evocato il
Panico?» Non potevo guardarlo in viso, ma sentivo che stava tremando.
Si distese sulla rampa, rotolando su un fianco in modo che io mi trovassi di
fronte al muro. «Non era mia intenzione» disse con voce roca. «Non lo facevo da
anni.»
«Il P… Pa… Panico?» balbettò Meg.
«Il grido di Pan, il dio smarrito» risposi. Solo a pronunciare il suo nome mi
sentivo colmare di tristezza.
Ah, che spasso quando io e il dio della natura, ai bei tempi antichi, ballavamo
e saltellavamo nei boschi selvaggi! Nessuno saltabeccava meglio di Pan. Poi gli
umani distrussero gran parte delle selve, e Pan scomparve nel nulla. Voi umani.
Voi siete la ragione per cui noi divinità non possiamo avere cose belle.
«Non avevo mai sentito nessuno usare questo potere, a parte Pan» osservai.
«Come hai…?»
Grover produsse un verso a metà fra un sospiro e un singhiozzo. «È una lunga
storia.»
Meg sbuffò. «Almeno ci ha liberato da quegli uccellacci.»
Udii il rumore di uno strappo. Forse si stava fabbricando una benda per la
gamba. «Sei paralizzata?» chiesi.
«Sì. Dalla vita in giù.»
Grover si mosse nella nostra imbracatura di fortuna. «Io sto bene, ma sono
esausto. Gli uccelli torneranno, e ora come ora non riesco proprio a portarvi in
cima alla rampa.»
Non ne dubitavo. Il grido di Pan poteva mettere in fuga quasi qualunque cosa,
ma era una magia gravosa. Ogni volta che Pan la usava, dopo doveva fare un
pisolino di tre giorni.
Sotto di noi, le grida delle strigi echeggiavano per tutto il Labirinto, e già
sembravano passate dalla paura – Scappiamo! – allo sconcerto: Perché stiamo
scappando?
Cercai di divincolare i piedi. Con mia sorpresa, riuscivo a sentirmi le dita nei
calzini. «Qualcuno può liberarmi?» chiesi. «Credo che il veleno stia perdendo
forza.»
Dalla sua posizione orizzontale, Meg ruppe il nastro adesivo con una spada
per liberarmi. A quel punto ci allineammo tutti e tre con la schiena al muro: tre
patetici, tristi e sudaticci bocconcini per strigi, in attesa della morte. Sotto di noi,
i versi degli uccelli letali si fecero più forti. Ben presto sarebbero tornati, più
arrabbiati che mai. A una quindicina di metri sopra di noi, appena visibile nel
flebile bagliore delle spade di Meg, la nostra rampa finiva in una cupola cieca.
«E tanti saluti all’uscita» commentò Grover. «Pensavo che sicuramente…
Questo posto somiglia così tanto a…» Scosse la testa, come se non sopportasse
di rivelarci quello che aveva sperato.
«Non ho intenzione di morire qui» borbottò Meg.
Il suo aspetto però la diceva lunga. Aveva le nocche insanguinate e le
ginocchia sbucciate. Lo scamiciato verde, regalo apprezzatissimo della madre di
Percy Jackson, sembrava il logoro tiragraffi di una tigre dai denti a sciabola.
Meg aveva strappato la stoffa sulla gamba sinistra dei leggings e l’aveva usata
per tamponare il taglio sulla coscia, ma il tessuto era già zuppo di sangue.
Eppure nei suoi occhi scintillava un’espressione di sfida. Gli strass
luccicavano sulle punte dei suoi occhiali, e io avevo imparato a non considerare
mai Meg McCaffrey fuori dai giochi quando i suoi strass scintillavano ancora.
Frugò tra i pacchetti di semi, strizzando gli occhi per leggere le etichette.
«Rose. Giunchiglie. Zucche. Carote.»
«No.» Grover si picchiò un pugno sulla fronte. «L’arbutus è come… un
albero da fiore. Argh, dovrei saperlo!»
Comprendevo bene i suoi problemi di memoria. Io stesso avrei dovuto sapere
molte cose: il punto debole delle strigi, l’uscita segreta più vicina per andarcene
dal Labirinto, il numero privato di Zeus per poterlo chiamare e supplicarlo di
salvarmi la vita. Ma avevo la mente completamente vuota. Le mie gambe
avevano iniziato a tremare – forse un segno che ben presto avrei camminato di
nuovo – ma la cosa non mi rallegrava. Non avevo nessun posto dove andare: al
massimo potevo scegliere se morire in cima a quella sala o in fondo.
Meg continuava a sfogliare pacchetti di semi. «Rutabaga, glicine, piracanta,
fragole…»
«Fragole!» Grover strillò così forte che pensai volesse tentare un altro grido
di Pan. «Ecco cos’è! L’arbutus è un albero di fragole!»
Meg si accigliò. «Le fragole non crescono sugli alberi. Sono del genere
fragaria, parte della famiglia delle rose.»
«Sì, sì, lo so!» Grover roteò le mani come se non riuscisse a pronunciare le
parole abbastanza in fretta. «E l’arbutus è della famiglia delle eriche, ma…»
«Di che diamine state parlando voi due?» sbottai. Mi chiesi se non
usufruissero della connessione wi-fi della Freccia di Dodona per fare ricerche su
www.botanica.com. «Stiamo per morire, e litigate sul genere delle piante?»
«Forse il genere fragaria ci si avvicina abbastanza!» insistette Grover. «I frutti
dell’arbutus somigliano alle fragole. Ecco perché alcuni lo chiamano “albero
delle fragole”. Una volta ho conosciuto la driade di un arbutus, e avemmo una
grossa discussione sull’argomento. E poi, io sono specializzato nella coltivazione
delle fragole. Tutti i satiri del Campo Mezzosangue lo sono!»
Meg fissava dubbiosa il pacchetto di semi di fragole. «Non lo so.»
Sotto di noi, una decina di strigi sbucò a tutta velocità dalla bocca del tunnel,
strepitando in un coro di furia presbudellamento.
«PROVA QUELLA ROBA FRAGOROSA!» strillai.
«Fragaria» mi corresse Meg.
«PROVALA!»
Anziché lanciare i semi di fragole nel vuoto, Meg strappò il pacchetto e lo
scosse lungo il bordo della rampa a una lentezza allucinante.
«Svelta!» Cercai goffamente il mio arco. «Abbiamo una trentina di secondi al
massimo.»
«Un attimo.» Meg fece cadere gli ultimi semi dando dei colpetti sulla busta.
«Quindici secondi!»
«Aspetta.» Meg gettò via il pacchetto. Allungò le mani sopra i semi come se
stesse per suonare un pianoforte (cosa che, a proposito, non le riesce bene,
nonostante i miei sforzi di insegnante). «Okay» disse. «Via!»
Grover sollevò il flauto e cominciò a suonare una versione accelerata di
Strawberry Fields Forever.
Io lasciai perdere l’arco e afferrai l’ukulele, unendomi alla canzone. Non ero
certo che servisse ma, se stavo per essere sbudellato, almeno volevo morire
suonando i Beatles.
Un attimo prima che l’ondata di strigi si abbattesse su di noi, i semi esplosero
come una batteria di fuochi d’artificio. Stelle filanti verdi disegnarono archi
attraverso il vuoto, ancorandosi al muro opposto e formando una serie di tralci
simili alle corde di un liuto gigantesco. Le strigi avrebbero potuto facilmente
passare negli spazi tra un tralcio e l’altro, invece impazzirono, sterzando per
evitare le piante e scontrandosi l’una contro l’altra.
Nel frattempo, i tralci si infittirono e spiegarono le foglie. Sbocciarono dei
fiori bianchi e, poco dopo, le fragole maturavano già, riempiendo l’aria della
loro dolce fragranza.
L’intera sala rimbombò. Dove le piante di fragole toccavano la pietra, il muro
si sbriciolava lasciando alle fragole un posto più adatto per mettere radici.
Meg sollevò le mani dal pianoforte immaginario. «Il Labirinto sta…
collaborando?»
«Non lo so!» risposi, strimpellando furiosamente un accordo di fa minore
settima. «Ma non fermarti!»
A una rapidità incredibile, le fragole si sparsero per tutte le pareti in una
marea di verde e rosso.
Stavo giusto pensando: “Wow, immagina quello che potrebbero fare con la
luce del sole!” quando il soffitto a cupola si incrinò come un guscio d’uovo.
Raggi di luce fendettero l’oscurità. Blocchi di roccia piovvero giù, investendo gli
uccelli, penetrando i tralci di fragole (che, al contrario delle strigi, ricrebbero
subito dopo).
Non appena la luce del sole li colpiva, gli uccelli strillavano e si riducevano
in polvere.
Grover abbassò il flauto. Io misi giù l’ukulele. Osservammo stupiti le piante
che continuavano a crescere, intrecciandosi finché un vero e proprio tappeto
elastico di fragole non ricoprì l’intera area della sala ai nostri piedi.
Il soffitto si era disintegrato, rivelando uno scintillante cielo azzurro. Un’aria
calda e secca ci investì come la zaffata di calore da un forno aperto.
Grover alzò la faccia verso la luce. Tirò su col naso, con le lacrime che gli
rigavano le guance.
«Sei ferito?» gli chiesi.
Mi fissò. L’espressione addolorata sul suo viso faceva male più del sole
cocente. «Il profumo delle fragole calde… come al Campo Mezzosangue. È
passato tanto tempo» disse.
Provai una fitta sconosciuta al petto. Diedi qualche pacca di solidarietà a
Grover su un ginocchio. Non avevo trascorso molto tempo al Campo
Mezzosangue, il campo di addestramento dei semidei greci a Long Island, ma
capivo come si sentiva. Mi chiesi come se la stessero cavando laggiù i miei figli:
Kayla, Will e Austin. Ripensai a quando sedevamo insieme intorno al fuoco,
cantando Mia mamma il Minotauro e arrostendo marshmallow su un bastone. Un
cameratismo così perfetto è raro, anche in una vita immortale.
Meg si appoggiò alla parete. Era pallidissima, respirava a fatica.
Mi frugai nelle tasche e trovai un quadratino sbriciolato di ambrosia avvolto
in un tovagliolo. Non tenevo quella roba per me. Nel mio stato mortale,
mangiare il cibo degli dei avrebbe potuto causarmi una combustione spontanea.
Ma Meg, avevo scoperto, non era sempre collaborativa quando doveva prendere
la sua ambrosia.
«Mangia.» Premetti il tovagliolo nella sua mano. «Servirà a far passare più
velocemente la paralisi.»
Lei strinse i denti, come se stesse per gridare: “Non voglio!”. Poi,
evidentemente, decise che le piaceva l’idea di avere di nuovo un paio di gambe
funzionanti e cominciò a sbocconcellare l’ambrosia. «Cosa c’è lassù?»
domandò, guardando corrucciata il cielo azzurro.
Grover si asciugò le lacrime. «Ce l’abbiamo fatta! Il Labirinto ci ha portati
dritti alla nostra base.»
4

Ben arrivati!
Rocce, sabbia, rovine
Non manca niente

Mi dicono che raggiunsi la superficie.


Io non me lo ricordo.
Meg era semiparalizzata, e Grover mi aveva già trasportato per metà della
rampa, perciò sembra strano che fossi proprio io a perdere i sensi, ma che posso
dire? Quell’accordo di fa minore settima in Strawberry Fields Forever doveva
avermi sfinito più di quanto mi fossi reso conto.
Però ricordo i sogni febbricitanti.
Di fronte a me si ergeva una graziosa donna dalla carnagione olivastra, con i
lunghi capelli castani raccolti in una treccia, la veste senza maniche sottile e
grigia come ali di falena. Dimostrava una ventina d’anni, ma i suoi occhi erano
perle nere, il cui duro splendore si era formato nel corso di secoli come un
guscio difensivo che celava innumerevoli dolori e delusioni. Erano gli occhi di
un’immortale che aveva assistito alla caduta di grandi civiltà.
Ci trovavamo su una piattaforma di pietra, sul bordo di quella che somigliava
a una piscina piena di lava. L’aria vibrava per il calore. Gli occhi mi bruciavano
per le ceneri.
La donna sollevò le braccia in un gesto di supplica. Un paio di manette
incandescenti si chiusero intorno ai suoi polsi. Catene la ancorarono alla
piattaforma, anche se il metallo bollente non sembrava scottarla.
«Mi dispiace» disse.
In qualche modo, sapevo che non stava parlando con me. Stavo solo
osservando la scena attraverso gli occhi di qualcun altro. La donna aveva appena
dato una cattiva, anzi no, una devastante notizia a questa altra persona, ma non
avevo idea di cosa si trattasse.
«Ti risparmierei, se potessi» continuò. «Risparmierei lei. Ma non posso. Di’
ad Apollo che deve venire. Solo lui può liberarmi, anche se è una…» Tossì,
come se una scheggia di vetro le fosse rimasta in gola. «Otto lettere» gracchiò.
«Comincia con la T.»
“Trappola” pensai. “La risposta è trappola!”
Per un attimo mi sentii elettrizzato, come quando guardi un quiz alla TV e
conoscendo la risposta pensi: “Se fossi io il concorrente, vincerei tutti i premi!”.
Poi mi resi conto che quel quiz non mi piaceva. Soprattutto se la risposta era
“trappola”. Soprattutto se quella trappola era il superpremio che mi attendeva.
L’immagine della donna si dissolse in fiamme.
Mi ritrovai in un luogo diverso: una terrazza coperta, affacciata su una baia al
chiaro di luna. In lontananza, avvolto nella nebbia, si ergeva il profilo scuro e
familiare del Vesuvio, così com’era prima che l’eruzione del 79 dopo Cristo ne
mozzasse la cima, distruggendo Pompei e annientando migliaia di cittadini
romani. (Tutta colpa di Vulcano. Stava passando una brutta settimana.)
Il cielo della sera era di un viola livido, e la costa era illuminata soltanto dalla
luce dei fuochi, della luna e delle stelle. Sotto i miei piedi, il pavimento a
mosaico scintillava di tessere d’oro e d’argento, il genere di decori che
pochissimi patrizi romani potevano permettersi. Sulle pareti, affreschi
multicolore erano incorniciati da panneggi di seta che probabilmente erano
costati centinaia di migliaia di denarii. Sapevo dove mi trovavo: in una villa
imperiale, uno dei molti luoghi di piacere che costeggiavano il golfo di Napoli
nei primi tempi dell’impero. Di solito, un luogo del genere avrebbe brillato di
luci per tutta la notte, a dimostrazione di potere e opulenza, ma le torce su quella
terrazza erano spente e avvolte in stoffe bianche.
All’ombra di una colonna, un giovane guardava il mare. Non vedevo la sua
espressione, ma la sua postura rivelava impazienza. Si aggiustò le vesti bianche,
incrociò le braccia al petto e iniziò a battere sul pavimento il piede calzato in un
sandalo.
Comparve un secondo uomo, che marciò sulla terrazza con il clangore
dell’armatura e il respiro pesante di un lottatore ben piazzato; l’elmo da
pretoriano gli celava il volto. Si inginocchiò di fronte all’uomo più giovane.
«Fatto, princeps.»
Princeps. La parola latina per “primo nella successione” o “primo cittadino”:
quell’adorabile eufemismo che gli imperatori romani usavano per minimizzare
quanto fosse assoluto il loro potere.
«Sei sicuro, stavolta?» chiese una voce giovane e stridula. «Non voglio altre
sorprese.»
Il pretoriano sbuffò. «Sicurissimo, princeps.» Tese le braccia pelose e
massicce. Graffi insanguinati luccicarono al chiaro di luna, come se unghie
disperate gli avessero scorticato la carne.
«Che cos’hai usato?» Il giovane sembrava affascinato.
«Il suo stesso cuscino» rispose il pretoriano. «Mi è sembrata la cosa più
facile.»
Il giovane rise. «Quel vecchio maiale se lo meritava. Ho aspettato anni che
morisse, finalmente annunciamo che sta tirando le cuoia, e lui ha il coraggio di
riprendersi? Non credo proprio. Domani sarà un giorno nuovo e migliore per
Roma.» Si fece avanti, entrando nel chiarore della luna, e rivelò il suo volto: un
volto che avevo sperato di non rivedere mai più.
Era bello nella sua maniera sottile e spigolosa, anche se aveva le orecchie un
po’ troppo sporgenti. Il suo sorriso somigliava a una smorfia. Gli occhi avevano
lo stesso calore di quelli di un barracuda.
Anche se non ne riconoscerete i lineamenti, cari lettori, sono certo che lo
avete incontrato. È il bullo della scuola, il tipo troppo scaltro e affascinante per
essere beccato; quello che escogita gli scherzi più crudeli, fa fare il lavoro sporco
agli altri eppure continua a conservare una reputazione impeccabile con gli
insegnanti. È il ragazzino che strappa le zampe agli insetti e tortura gli animali
randagi, eppure ride con una gioia così pura da riuscire quasi a convincerti che si
tratti di un innocuo divertimento. È il ragazzino che ruba i soldi delle offerte in
chiesa, alle spalle delle vecchiette che lo lodano per essere un giovanotto così
caro.
È quel tipo di persona, quel genere di malvagità.
E quella sera aveva appena ottenuto un nuovo nome, che non preannunciava
giorni migliori per Roma.
Il pretoriano chinò il capo. «Ave, Cesare!»

Con un brivido, mi svegliai dal mio sogno.


«Tempismo perfetto» disse Grover.
Tirai su la schiena. Mi pulsava la testa. Avevo un saporaccio di polvere di
strigi in bocca.
Mi trovavo sotto una tettoia di fortuna, un telo di plastica azzurro montato su
una collina affacciata sul deserto. Il sole stava tramontando. Meg dormiva
rannicchiata accanto a me, con una mano posata sul mio polso. Un gesto tenero,
suppongo, se non avessi saputo dove erano state le sue dita. (Un indizio: dalle
parti del naso.)
Seduto su una lastra di roccia, Grover beveva a piccoli sorsi dalla propria
borraccia. A giudicare dall’espressione esausta sul suo viso, immaginai che
avesse fatto la guardia mentre dormivamo.
«Sono svenuto?» domandai.
Mi lanciò la borraccia. «E io che pensavo di avere il sonno pesante. Sei
rimasto K.O. per ore.»
Bevvi un sorso, poi mi stropicciai gli occhi. Magari fossi riuscito a togliermi
dalla testa i sogni altrettanto facilmente: una donna incatenata in una stanza in
fiamme, una trappola per Apollo, un nuovo Cesare con il gradevole sorriso di un
giovane ed elegante sociopatico.
“Non pensarci” mi dissi. “I sogni non sono per forza veri.”
“No” mi risposi. “Solo i brutti sogni lo sono. Proprio come questi.”
Mi concentrai su Meg, che russava all’ombra della nostra tettoia. La
fasciatura alla gamba era stata rifatta. Indossava una maglietta pulita sopra il
vestito stracciato. Cercai di liberare il polso dalla sua presa, ma lei ci si aggrappò
ancora più forte.
«Sta bene» mi rassicurò Grover. «Almeno fisicamente. Si è addormentata non
appena ti abbiamo sistemato.» Si accigliò. «Non sembrava felice di trovarsi qui,
però. Ha detto che non sopportava questo posto. Voleva andarsene. Per un attimo
ho temuto che volesse saltare di nuovo nel Labirinto, ma l’ho convinta a
riposarsi, prima. Ho suonato un po’ per rilassarla.»
Perlustrai i dintorni con lo sguardo, chiedendomi che cosa avesse turbato
tanto Meg.
Sotto di noi si stendeva un paesaggio appena un po’ più ospitale di Marte. (Mi
riferisco al pianeta, non al dio, anche se immagino che neppure lui sia il
massimo dell’accoglienza.) Montagne ocra arse dal sole contornavano una valle
inframmezzata di campi da golf di un verde innaturale, pianure spoglie e
polverose e insediamenti sparsi di ville bianche, con i tetti di tegole rosse e le
piscine azzurre. Lungo le strade, file di palme si alzavano come i punti di una
cucitura strappata. Parcheggi asfaltati luccicavano per il calore. Una foschia
bruna era sospesa nell’aria, riempiendo la valle come un intingolo acquoso.
«Palm Springs» dissi.
Conoscevo bene quella città negli anni Cinquanta. Ero quasi sicuro di aver
dato una festa con Frank Sinatra proprio da quelle parti, vicino a uno di quei
campi da golf… ma sembrava un’altra vita. Probabilmente perché lo era.
In quel momento quel posto sembrava molto meno accogliente. La
temperatura era troppo alta per una serata primaverile, l’aria era troppo pesante e
acre. C’era qualcosa di sbagliato, ma non riuscivo a capire di preciso cosa fosse.
Scrutai i dintorni. Ci eravamo accampati sulla cresta di una collina, con la
natura selvaggia di San Jacinto alle nostre spalle, verso ovest, e la distesa di
Palm Springs ai nostri piedi, verso est. Una strada sterrata costeggiava la collina
e si allontanava serpeggiando verso il quartiere più vicino, a meno di un
chilometro sotto di noi, ma intuivo che in cima alla nostra collina un tempo
doveva essere sorta una grande struttura.
Nel pendio roccioso affondavano infatti una mezza dozzina di cilindri in
muratura, ciascuno di una decina di metri di diametro, come le rovine di un
vecchio zuccherificio. Le strutture erano di varia altezza e in vari stadi di
deterioramento, ma arrivavano tutte allo stesso livello, perciò pensai che un
tempo dovessero fungere da colonne di sostegno di una casa a palafitte. A
giudicare dai detriti sparsi sul fianco della collina – schegge di vetro, assi
carbonizzate, cumuli di mattoni anneriti – la casa probabilmente era stata rasa al
suolo da un incendio molti anni prima.
Poi capii: eravamo sbucati da uno di quei cilindri per fuggire dal Labirinto.
Mi voltai verso Grover. «Le strigi?»
Lui scosse la testa. «Se sono ancora vive, non rischierebbero mai di uscire
alla luce del giorno, sempre che riescano ad attraversare le fragole. Le piante
hanno riempito tutto il condotto.» Indicò l’anello di mattoni più lontano, quello
da cui dovevamo essere emersi. «Nessuno uscirà o entrerà più per quella via.»
«Ma…» Indicai le rovine. «Non sarà mica questa la tua base, vero?»
Speravo che mi correggesse. “Oh no, la nostra base è quella bella casa laggiù,
con la piscina olimpionica, poco dopo la quindicesima buca!”
Invece ebbe il coraggio di mostrarsi soddisfatto. «Eh, già. Questo posto ha
una potente energia naturale. È un santuario perfetto. Non senti la forza vitale?»
Raccolsi un mattone annerito. «Forza vitale?»
«Vedrai.» Grover si tolse il berretto e si grattò fra le corna. «Vista la
situazione, tutte le driadi devono rimanere dormienti fino al tramonto. È l’unico
modo per sopravvivere. Ma si sveglieranno presto.»
Vista la situazione…
Guardai verso ovest. Il sole era appena calato dietro le montagne. Il cielo era
striato di rosso e nero, colori più appropriati per Mordor che per il Sud della
California.
«Che sta succedendo?» chiesi, ma non ero sicuro di voler conoscere la
risposta.
Grover guardò in lontananza, con aria triste. «Non hai visto i telegiornali? I
più grandi incendi forestali nella storia dello Stato. In aggiunta alla siccità, alle
ondate di calore e ai terremoti.» Rabbrividì. «Migliaia di driadi sono morte.
Altre migliaia sono andate in letargo. Sarebbe già una brutta situazione se questi
fossero solo disastri naturali, ma…»
Meg emise un piccolo grido nel sonno. Poi si drizzò a sedere bruscamente,
strizzando gli occhi confusa. Dal terrore nel suo sguardo, intuii che i suoi sogni
erano stati perfino peggiori dei miei.
«Sia… siamo davvero qui?» chiese. «Non l’ho sognato?»
«Va tutto bene» la tranquillizzai. «Sei al sicuro.»
Lei scosse la testa. Le tremavano le labbra. «No. No. Non è vero.» Si sfilò
goffamente gli occhiali, come se potesse sopportare meglio quel luogo avendone
una visione sfocata. «Non posso essere qui. Di nuovo.»
«Di nuovo?» domandai. Mi tornò in mente un verso della profezia di
Indianapolis: “Radici antiche l’altra troverà”. «Vuoi dire che hai vissuto qui?»
Meg scrutò le rovine. Si strinse nelle spalle, affranta, come a dire: “Non lo
so” o “Non ne voglio parlare”. Una delle due.
Il deserto sembrava una casa improbabile per Meg, una monella di strada di
Manhattan cresciuta nella reggia di Nerone.
Grover si tirò il pizzetto, pensieroso. «Una figlia di Demetra… A dire il vero,
ha molto senso.»
Lo guardai stupito. «In questo posto? Un figlio di Vulcano, forse. O di
Feronia, la dea delle lande selvagge. O magari di Mefite, la dea dei gas velenosi.
Ma… di Demetra? Cosa dovrebbe coltivare qui una figlia di Demetra? Rocce?»
Grover sembrava ferito. «Tu non capisci. Quando avrai conosciuto tutte le…»
Meg uscì carponi da sotto la tettoia e si mise in piedi, ancora un po’ incerta.
«Devo andare via.»
«Aspetta!» la supplicò Grover. «Ci serve il tuo aiuto. Almeno parla con loro!»
Meg esitò.
Grover fece un gesto verso nord.
Non riuscii a vedere cosa stava indicando finché non mi alzai. Poi le vidi,
seminascoste dietro le macerie: una fila di strutture squadrate bianche, simili a…
capanni degli attrezzi? No. Serre. Quella più vicina alle rovine era crollata molto
tempo prima, senza dubbio vittima dell’incendio. Le pareti di policarbonato
ondulato e il tetto della seconda erano caduti come un castello di carte. Ma le
altre quattro sembravano intatte. Fuori, erano impilati dei vasi di terracotta. Le
porte erano aperte. Dentro, della materia vegetale premeva contro le pareti
semitrasparenti, fronde di palme simili a mani giganti che spingevano per uscire.
Non capivo come qualcosa potesse sopravvivere in quel deserto spoglio e
infuocato, soprattutto dentro una serra concepita per mantenere un clima ancora
più caldo. E di certo non volevo avvicinarmi a quelle scatole bollenti e
claustrofobiche.
Grover sorrise incoraggiante. «Sono sicuro che ormai sono tutte sveglie.
Andiamo, vi presento la banda.»
5

O succulenta
Curami le ferite!
(No schifezze, please)

Grover ci condusse alla prima serra intatta, che emanava un odore simile al fiato
di Persefone.
E non è un complimento. Miss Primavera sedeva sempre accanto a me alle
cene di famiglia, e non si faceva problemi a condividere la sua alitosi.
Immaginate l’odore di un bidone pieno di concime e cacca di lombrico. Sì, adoro
la primavera.
Dentro la serra, le piante avevano preso il sopravvento. Lo trovai spaventoso,
dal momento che per la maggior parte erano cactus. Accanto alla porta se ne
stava accovacciato un “cuscino della suocera” delle dimensioni di una botte, con
le spine lunghe quanto spiedi da kebab. In fondo, in un angolo, si ergeva un
maestoso albero di Giosuè, che con i suoi ispidi rami sorreggeva il tetto. Sulla
parete opposta fioriva un massiccio fico d’India, con decine di pale irsute cariche
di frutti rossi che sembravano deliziosi, tranne per il fatto che ognuno di loro
aveva più punte della mazza preferita di Ares. I tavoli di metallo cigolavano
sotto il peso di altre piante succulente: agavi, aloe, cholla e decine di altre di cui
non sapevo il nome. Circondato da tutte quelle spine e quei fiori, in quel caldo
opprimente, ebbi un flashback: sembrava di stare sul palco del Coachella
Festival insieme a Iggy Pop, nel 2003.
«Sono tornato!» annunciò Grover. «E ho portato degli amici!»
Silenzio.
Anche al tramonto, la temperatura interna era così alta, e l’aria così umida,
che immaginai di poter morire di infarto di lì a quattro minuti. E io ero un ex dio
del sole.
Poi, finalmente, comparve la prima driade. Una bolla di clorofilla si formò sul
fianco del fico d’India, per poi scoppiare in una nebbiolina verde. Le gocce si
coagularono in una giovane dalla pelle color smeraldo, con i capelli a spazzola
gialli e un abito con le frange fatto interamente di spine di cactus. Il suo sguardo
pungeva quasi quanto il suo vestito. Per fortuna, era diretto a Grover e non a me.
«Dove sei stato?» domandò.
«Ehm…» Grover si schiarì la voce. «Mi hanno richiamato. Un’evocazione
magica. Dopo ti racconterò tutto. Ma ora guarda, ho portato Apollo! E Meg,
figlia di Demetra!» Mise in mostra Meg come se fosse un premio favoloso della
trasmissione Ok, il prezzo è giusto.
La driade sbuffò. «Suppongo che le figlie di Demetra siano okay. Io sono
Fico d’India. Puoi chiamarmi India.»
«Ciao» replicò debolmente Meg.
La driade mi scrutò con gli occhi socchiusi. Considerato il vestito di spine,
sperai che non volesse abbracciarmi. «E tu saresti Apollo… il dio Apollo? Non
ci credo.»
«Certi giorni non ci credo neanch’io» ammisi.
Grover si guardò intorno. «Dove sono le altre?»
Per tutta risposta, un’altra bolla di clorofilla scoppiò da una delle piante
succulente, e comparve una seconda driade: una giovane robusta con un
vestitone extralarge simile alla corolla di un carciofo. I capelli erano una foresta
di triangoli verde scuro, mentre il volto e le braccia luccicavano come se fossero
coperti d’olio. (O almeno, sperai che fosse olio e non sudore.)
«Oh!» esclamò, vedendo come eravamo conciati. «Siete feriti?»
India alzò gli occhi al cielo. «Al, piantala.»
«Ma sembrano feriti!» Si avvicinò strascicando i piedi e mi prese la mano. La
sua era fredda e untuosa. «Lascia che mi occupi di questi tagli, almeno. Grover,
perché non hai curato questi poveretti?»
«Ci ho provato!» protestò il satiro. «Ma hanno subito molti danni!»
Questo potrebbe essere il motto della mia vita: “Subisce molti danni”.
Al passò le dita sopra le mie ferite, lasciandosi dietro una sostanza
appiccicosa come bava di lumaca. Non era una sensazione piacevole, ma alleviò
il dolore.
«Tu sei Aloe Vera» compresi. «Ti usavo per fabbricare unguenti
medicamentosi.»
La driade era raggiante. «Si ricorda di me! Apollo si ricorda di me!»
In fondo alla stanza, una terza driade emerse dal tronco dell’albero di Giosuè:
una driade maschio, una vera rarità. Aveva la pelle scura come la corteccia
dell’albero, i capelli lunghi e spettinati, e indossava abiti color cachi sbiaditi
dalle intemperie. Sembrava un esploratore appena tornato dall’entroterra
australiano.
«Io sono Giosuè» disse. «Benvenuti ad Aeithales.»
E in quel preciso istante Meg McCaffrey decise di svenire.
Avrei potuto dirle che perdere i sensi di fronte a un ragazzo attraente non è
mai una buona mossa. Nel mio caso, quella strategia non aveva funzionato
neppure una volta in migliaia di anni. Tuttavia, da buon amico quale sono, la
afferrai prima che battesse il naso sulla ghiaia.
«Oh, poverina!» Aloe Vera lanciò a Grover un’altra occhiata di rimprovero.
«È stanca e accaldata. Non l’hai fatta riposare?»
«Ha dormito tutto il pomeriggio!»
«Be’, è disidratata.» Aloe posò una mano sulla fronte di Meg. «Ha bisogno di
acqua.»
India tirò su col naso. «Come tutti noi, del resto.»
«Portatela alla Cisterna» continuò Al. «Mellie ormai sarà sveglia. Io arrivo tra
un minuto.»
Grover si illuminò. «Mellie è qui? Ce l’ha fatta?»
«È arrivata stamattina» rispose Giosuè.
«E le squadre di ricerca?» incalzò Grover. «Si sono fatte sentire?»
Le driadi si scambiarono sguardi preoccupati.
«Le notizie non sono buone» riferì Giosuè. «Finora solo un gruppo ha fatto
ritorno, e…»
«Chiedo scusa» supplicai. «Non ho idea di cosa stiate parlando, ma Meg è
pesante. Dove posso metterla?»
Grover si riscosse. «Giusto. Scusa, ti accompagno.» Si sistemò il braccio
sinistro di Meg sulle spalle, accollandosi metà del suo peso. Poi si voltò verso le
driadi. «Che ne dite se ci vediamo tutti alla Cisterna per cena? Abbiamo molte
cose di cui parlare.»
Giosuè annuì. «Avverto io le altre serre. E Grover… ci hai promesso le
enchiladas. Tre giorni fa.»
«Lo so.» Grover fece un sospiro. «Ne prenderò altre.»
Insieme, trascinammo Meg fuori dalla serra.
Mentre arrancavamo sulla collina, posi a Grover la mia domanda più
scottante. «Le driadi mangiano enchiladas?»
«Certo! Non penserai che mangino solo fertilizzante, vero?»
«Be’… sì.»
«Questi stereotipi…» Grover scosse la testa.
Decisi che era ora di cambiare argomento. «È stata solo la mia
immaginazione, o Meg è svenuta quando ha sentito il nome di questo posto?»
domandai. «Aeithales. In greco antico significa “sempreverde”, se ricordo bene.»
Sembrava un nome un po’ bizzarro per un posto nel deserto. Ma, del resto,
non era più strano delle driadi che mangiavano enchiladas.
«Abbiamo trovato il nome scolpito sulla vecchia soglia» spiegò Grover. «Ci
sono un sacco di cose che non sappiamo su queste rovine, ma, come ti dicevo,
questo posto è carico di energia naturale. Chiunque sia vissuto qui e abbia
avviato le serre… sapeva il fatto suo.»
Quanto avrei voluto poter dire lo stesso. «Ma quelle driadi non sono nate in
queste serre? Non dovrebbero sapere chi le ha piantate?»
«La maggior parte di loro era troppo piccola quando la casa è stata distrutta
dall’incendio» rispose Grover. «Forse alcune delle piante più anziane ne sanno di
più, ma sono andate in letargo. O…» Indicò con un cenno le serre crollate. «Non
sono più con noi.»
Osservammo un momento di silenzio per le piante succulente scomparse.
Grover si diresse verso la colonna di mattoni più grande. A giudicare dalle
dimensioni e dalla posizione al centro delle rovine, un tempo doveva essere stata
il pilastro di sostegno centrale della struttura. Rasoterra, delle aperture
rettangolari punteggiavano la circonferenza, come le finestre di un castello
medievale. Trascinammo Meg dentro, attraverso una di quelle aperture, e ci
ritrovammo in uno spazio molto simile al pozzo in cui avevamo lottato contro le
strigi.
Non c’era il tetto, e una rampa di scale a chiocciola conduceva giù, ma per
fortuna si arrivava solo sei metri più sotto. Al centro del pavimento di terra
battuta, come il buco di una ciambella gigante, riluceva una pozza d’acqua blu,
che rinfrescava l’aria e rendeva lo spazio comodo e accogliente. Intorno alla
pozza c’era un anello di sacchi a pelo. Dei cactus fioriti si riversavano fuori da
una serie di nicchie sulle pareti.
La Cisterna non era una struttura elaborata – niente a che vedere con il
padiglione della mensa del Campo Mezzosangue o con la Waystation a
Indianapolis – ma lì dentro mi sentii subito meglio, più al sicuro. Compresi cosa
intendeva Grover. Quel posto vibrava di un’energia rigenerante.
Portammo Meg in fondo alla rampa senza inciampare né cadere, e per me fu
già un grande risultato. La adagiammo su uno dei sacchi a pelo.
Poi Grover si guardò intorno e chiamò: «Mellie? Gleeson? Siete qui?».
Il nome Gleeson mi suonava vagamente familiare, ma come al solito non
riuscivo a dargli una collocazione.
Non spuntò nessuna bolla di clorofilla dalle piante.
Meg si girò su un fianco e parlottò nel sonno, dicendo qualcosa riguardo a
Pesca. Poi, sul bordo della pozza, cominciarono a raccogliersi dei soffi di nebbia,
che si coagularono nella forma di una donna minuta vestita d’argento. I capelli
scuri le fluttuavano intorno come se fosse sott’acqua, svelando due orecchie
leggermente appuntite. Su una fascia a tracolla portava un bebè addormentato, di
circa sette mesi, con i piedi caprini e minuscole corna. Il piccolo teneva la
guancia paffuta schiacciata contro la clavicola della madre, mentre la bocca era
una vera e propria cornucopia di saliva.
La ninfa delle nubi (perché di questo senz’altro si trattava) sorrise a Grover.
Aveva gli occhi rossi per la carenza di sonno. Si portò un dito alle labbra,
suggerendo che avrebbe preferito non svegliare il bambino. Non potevo darle
torto. I satiri bebè di quell’età sono scatenati, e possono far fuori a morsi diverse
lattine al giorno.
Grover bisbigliò: «Mellie, ce l’hai fatta!».
«Grover, caro.» La ninfa abbassò lo sguardo su Meg addormentata, poi
inclinò la testa per guardarmi. «Tu sei… lui?»
«Se vuoi dire Apollo, temo di sì» risposi.
Mellie storse le labbra. «Avevo sentito delle voci, ma non ci avevo creduto.
Poverino. Come te la stai cavando?»
Tempo addietro, avrei liquidato con un verso di scherno qualunque ninfa
avesse osato darmi del poverino. Naturalmente, poche ninfe mi degnavano di
considerazione. Di solito erano troppo occupate a scappare. In quel momento
invece la premura di Mellie mi fece salire un groppo in gola. Fui tentato di
posarle la testa sull’altra spalla e raccontarle singhiozzando tutti i miei guai.
«Sto… sto bene» riuscii a rispondere. «Grazie.»
«E la tua amica addormentata?»
«È solo esausta, credo.» Anche se in realtà mi domandavo se non ci fosse
sotto qualcos’altro. «Aloe Vera ha detto che ci avrebbe raggiunti fra poco per
prendersi cura di lei.»
Mellie sembrava preoccupata. «Va bene. Starò attenta che Aloe non esageri.»
«Esageri?»
Grover tossicchiò. «Dov’è Gleeson?»
Mellie si guardò intorno, come se si accorgesse solo allora che questo
Gleeson non era presente. «Non lo so. Non appena siamo arrivati, sono entrata in
stato dormiente per il giorno. Ha detto che sarebbe andato in città per prendere
delle attrezzature da campeggio. Che ore sono?»
«È già passato il tramonto» rispose Grover.
«Allora dovrebbe essere tornato.» Mellie vibrò per l’agitazione, offuscandosi
al punto che ebbi paura che il bambino potesse cadere attraversandole il corpo.
«Gleeson è tuo marito?» intuii. «Un satiro?»
«Sì, Gleeson Hedge» confermò Mellie.
A quel punto mi ricordai vagamente di lui. Il satiro che era salpato con gli
eroi semidivini dell’Argo II. «Sai dov’è andato?»
«Siamo passati davanti a un magazzino di residuati bellici mentre venivamo
qui, in fondo alla collina. Lui adora quei posti.» Mellie si rivolse a Grover.
«Forse si è lasciato distrarre, ma… non è che potresti andare a controllare?»
In quell’istante mi resi conto di quanto Grover dovesse essere stanco. I suoi
occhi erano perfino più rossi di quelli di Mellie. Teneva le spalle chine, e il
flauto di canne gli pendeva al collo. A differenza mia e di Meg, non aveva
dormito dall’ultima notte passata nel Labirinto. Aveva lanciato il grido di Pan, ci
aveva portati in salvo e poi aveva trascorso la giornata a fare la guardia per noi,
in attesa che le driadi si svegliassero. Ora gli chiedevano di fare un’altra
escursione per controllare che fine avesse fatto Gleeson Hedge.
Eppure riuscì a sorridere. «Certo, Mellie.»
Lei gli diede un buffetto su una guancia. «Sei il miglior Signore delle Selve di
sempre!»
Grover arrossì. «Veglia su Meg McCaffrey finché non torniamo, va bene?
Muoviamoci, Apollo. Andiamo a fare shopping.»
6

Marmotte, yucca,
Fiamme pericolose
Amo il deserto!

Perfino dopo quattromila anni, avevo ancora da imparare delle importanti lezioni
di vita. Per esempio: mai andare a fare shopping con un satiro.
Ci volle un’eternità per trovare il negozio, perché Grover continuava a
lasciarsi distrarre. Si fermò a chiacchierare con una yucca. Diede indicazioni a
una famigliola di marmotte. Sentì odore di fumo e mi trascinò in una strenua
ricerca per tutto il deserto finché non trovò la cicca di una sigaretta ancora
accesa che qualcuno aveva gettato per strada.
«Ecco come cominciano gli incendi» disse. E, per eliminare responsabilmente
la cicca, se la mangiò.
Io non vedevo niente nel raggio di un chilometro che potesse prendere fuoco.
Ero piuttosto sicuro che i sassi e la polvere non fossero infiammabili, ma non
discuto mai con le persone che mangiano le sigarette. Continuammo la nostra
ricerca del magazzino militare.
Scese la notte. L’orizzonte emanava un bagliore a ovest, ma non era il solito
arancione dovuto all’inquinamento delle luci mortali, quanto il rosso minaccioso
di un inferno lontano. Il fumo copriva le stelle. La temperatura si rinfrescò a
malapena. Nell’aria c’era ancora un odore amaro, sbagliato.
Ricordai l’improvvisa vampata di fiamme che per poco non ci aveva
inceneriti nel Labirinto. Il calore sembrava dotato di volontà propria, di una
rancorosa malevolenza. Immaginai quelle ondate scorrere sotto la superficie del
deserto, attraverso il Labirinto, trasformando il terreno soprastante in un luogo
ancora più desolato e inospitale.
Pensai al mio sogno della donna in catene, ritta su una piattaforma sopra una
pozza di lava. Nonostante i miei ricordi confusi, ero certo che fosse la Sibilla
Eritrea, il nuovo Oracolo che dovevamo liberare dagli imperatori. Qualcosa mi
diceva che era imprigionata nel centro stesso di ciò che stava generando quei
fuochi sotterranei, qualunque cosa fosse. Non scalpitavo affatto all’idea di
ritrovarla.
«Grover, quando eravamo nella serra non hai parlato di squadre di ricerca?»
domandai.
Mi lanciò un’occhiata, deglutendo dolorosamente, come se la cicca gli fosse
rimasta in gola. «I satiri e le driadi più in salute… sono sparpagliati per tutta
l’area da mesi.» Tenne lo sguardo fisso sulla strada. «Ma non sono molti. Con gli
incendi e il calore, i cactus sono gli unici spiriti della natura che riescono ancora
a manifestarsi. Finora, pochissimi sono tornati sani e salvi. Il resto… non lo
sappiamo.»
«Che cosa stanno cercando?» chiesi. «L’origine degli incendi? L’imperatore?
L’Oracolo?»
Le scarpe di Grover scivolarono sulla ghiaia. «È tutto collegato. Per forza.
Non sapevo dell’Oracolo finché non me l’hai detto tu, ma se l’imperatore vuole
tenerlo al sicuro, il Labirinto è il posto giusto. E il Labirinto è l’origine dei nostri
problemi con il fuoco.»
«Dimmi quello che sai.»
A Grover tremò il labbro. «La rete di tunnel sotto la California del Sud…
ecco, noi presumiamo che faccia parte del Labirinto più grande, solo che qui gli
è capitato qualcosa. È come se questa sezione del Labirinto fosse… infetta.
Come se avesse la febbre. I fuochi si raccolgono, diventano più forti. A volte, si
ammassano ed eruttano… Laggiù!» Indicò a sud.
Cinquecento metri più avanti, sulla collina più vicina, un pennacchio di fuoco
schizzò verso il cielo come l’ugello infuocato di una saldatrice. Poi svanì,
lasciandosi dietro un tratto di roccia fusa.
Riflettei su cosa sarebbe successo se mi fossi trovato nel punto in cui il fuoco
era eruttato. «Non è normale» commentai. Mi tremavano le caviglie, come se
fossi io quello con i piedi finti.
Grover annuì. «Avevamo già abbastanza problemi in California: la siccità, il
cambiamento climatico, l’inquinamento, le solite storie. Ma queste fiammate…»
Il suo viso si indurì. «È un genere di magia che non comprendiamo. È quasi un
anno che mi aggiro da queste parti, per cercare la fonte di calore e spegnerla. Ho
perso così tanti amici…» La sua voce era tesa.
Sapevo cosa significava perdere gli amici. Nel corso dei secoli avevo perso
molte creature mortali che mi erano care, ma in quel momento me ne venne in
mente una in particolare: il grifone Eloisa, che era morta alla Waystation per
difendere il proprio nido e tutti noi dall’attacco dell’imperatore Commodo.
Ripensai al suo corpo fragile, alle piume che si disintegravano in un’aiuola di
erba gatta nel giardino sul tetto di Emmie…
Grover si inginocchiò e avvicinò una mano a coppa intorno a un ciuffo di
erbacce. Le foglie tremarono. «Troppo tardi» mormorò. «Quando ero un
cercatore con l’obiettivo di trovare Pan, almeno avevo una speranza. Pensavo
che, se lo avessi trovato, lui ci avrebbe salvati tutti. Ora… il dio delle Selve è
morto.»
Feci scorrere lo sguardo sulle luci scintillanti di Palm Springs, cercando di
immaginare Pan in un luogo del genere. Gli umani l’avevano combinata grossa
al mondo della natura. Non c’era da stupirsi che Pan fosse svanito e morto. Ciò
che rimaneva del suo spirito lo aveva lasciato ai discepoli – i satiri e le driadi –
affidando loro la missione di proteggere le selve.
Avrei potuto dire a Pan che era una pessima idea. Una volta andai in vacanza
e affidai il regno della musica al mio discepolo Nelson Riddle. Quando tornai,
qualche decennio più tardi, la musica pop era infestata di violini sdolcinati e
coretti, e Lawrence Welk suonava la fisarmonica in prima serata alla televisione.
Mai più.
«Pan sarebbe fiero dei tuoi sforzi» dissi a Grover.
Sembrò fiacca perfino a me.
Grover si alzò. «Mio padre e mio zio hanno dato la vita per cercare Pan. Io
vorrei soltanto che qualcuno ci aiutasse di più a portare avanti il suo lavoro, ma
agli umani non sembra importare tanto. E nemmeno ai semidei. E nemmeno…»
Si fermò, ma sospettai che stesse per dire: “E nemmeno agli dei”.
Dovevo ammettere che non aveva tutti i torti.
Un dio normalmente non piange per la perdita di un grifone, o di qualche
driade, o di un singolo ecosistema. “Non mi riguarda!” sarebbe la sua reazione
tipica.
Più tempo restavo mortale, invece, più rimanevo colpito perfino dalle perdite
più piccole.
Odiavo essere un mortale.
Seguimmo la strada che costeggiava le mura di un quartiere residenziale,
verso le insegne al neon del negozio in lontananza. Stavo attento a dove mettevo
i piedi, chiedendomi a ogni passo se un pennacchio di fuoco mi avrebbe ridotto a
un Lester flambé.
«Hai detto che è tutto collegato» ricordai. «Credi che sia stato il terzo
imperatore a creare questo tratto di Labirinto di fuoco?»
Grover si guardò intorno cauto, come se il terzo imperatore potesse saltare
fuori da dietro una palma con una maschera spaventosa sul viso e un’ascia in
mano. Considerati i miei sospetti sull’identità dell’imperatore, non era
un’evenienza così improbabile.
«Sì» rispose. «Ma non sappiamo come né perché. Non sappiamo nemmeno
dove sia la base dell’imperatore. Da quanto ci è sembrato di capire, si sposta in
continuazione.»
«E…» Deglutii. Avevo paura di chiederlo. «Conoscete l’identità
dell’imperatore?»
«Sappiamo solo che usa il monogramma N.H. » disse Grover. «Che sta per
Neos Helios.»
Fu come se una marmotta invisibile mi avesse rosicchiato la spina dorsale
fino al collo. «È greco. Significa “Nuovo Sole”.»
«Esatto» confermò Grover. «Non è il nome di un imperatore romano.»
No, infatti. Ma era uno dei suoi titoli preferiti.
Decisi di non condividere l’informazione; non lì, al buio, con l’unica
compagnia di un satiro già nervoso di suo. Se avessi confessato quello che ormai
sapevo, io e Grover saremmo crollati in ginocchio a piangere l’uno nelle braccia
dell’altro, e sarebbe stato inutile quanto imbarazzante.
Passammo il cancello d’ingresso del quartiere. Il cartello diceva: DESERT
PALMS . (Possibile che avessero davvero pagato qualcuno per inventarsi un nome
del genere?)
Proseguimmo fino alla via commerciale più vicina, dove scintillavano fast
food e distributori di benzina.
«Speravo che Mellie e Gleeson avessero nuove informazioni» disse Grover.
«Sono stati per un po’ a Los Angeles da alcuni semidei. Pensavo che forse
avrebbero avuto più fortuna nel rintracciare l’imperatore, o nel trovare il cuore
del Labirinto malato.»
«È per questo che la famiglia Hedge è venuta a Palm Springs?» chiesi. «Per
darvi delle informazioni?»
«In parte.» Il tono di Grover lasciava intendere una ragione più triste e oscura
dietro l’arrivo di Mellie e Hedge, ma decisi di non insistere.
Ci fermammo a un grosso incrocio. In fondo al viale c’era un magazzino con
l’insegna rossa illuminata: LE FOLLIE MILITARI DI MARCO! Il parcheggio era
vuoto, con l’unica eccezione di una vecchia Pinto gialla accanto all’ingresso.
Lessi di nuovo l’insegna, e mi resi conto che il nome non era MARCO . Era
MACRO . Forse mi era venuta un po’ di dislessia semidivina a forza di frequentare
semidei.
Follie Militari sembrava proprio il genere di posto in cui non volevo andare.
E Macro, come “macroscopico” o “programma informatico” o… chissà che
altro. Perché quel nome sguinzagliava un altro branco di marmotte nel mio
sistema nervoso?
«Sembra troppo vicino» dissi stupidamente. «Sarà il posto sbagliato.»
«No.» Grover indicò la Pinto. «Quella è la macchina di Gleeson.»
“Ma certo” pensai. “Con la fortuna che mi ritrovo, come poteva essere
diversamente?”
Avrei tanto voluto scappare. Non mi piaceva il modo in cui la gigantesca
insegna rossa inondava l’asfalto di luce sanguigna. Ma Grover Underwood ci
aveva guidato attraverso il Labirinto, e dopo tutti quei discorsi sulla perdita degli
amici non avevo intenzione di permettere che ne perdesse un altro.
«Bene, allora!» esclamai. «Andiamo a scovare Gleeson Hedge.»
7

Pacchi famiglia
Di pizze congelate?
No, di granate!

Quanto poteva mai essere difficile trovare un satiro in un magazzino di residuati


bellici?
In effetti, si rivelò piuttosto difficile.
Le Follie Militari Di Macro si stendevano all’infinito: corsie dopo corsie di
equipaggiamenti che nessun esercito degno di questo nome avrebbe mai voluto.
Vicino all’ingresso, un enorme bidone con un’insegna viola al neon prometteva:
CASCHI COLONIALI! PAGHI DUE, PRENDI TRE! Un espositore speciale offriva un
albero di Natale fatto di taniche di propano impilate e decorato con ghirlande di
tubi da saldatrice, con una targa che diceva: È SEMPRE NATALE! Due corsie,
lunghe almeno cinquecento metri l’una, erano interamente dedicate
all’abbigliamento mimetico, in ogni possibile sfumatura di colore: ocra deserto,
verde foresta, grigio artico e rosa fucsia, casomai i membri della squadra
speciale dovessero infiltrarsi a una festa di compleanno a tema principesse.
Cartelli informativi pendevano sopra ogni corsia: IL PARADISO DELL’HOCKEY,
LINGUETTE PER GRANATE, SACCHI A PELO, SACCHI PER CADAVERE, LAMPADE AL
CHEROSENE , TENDE DA CAMPO, BASTONI GROSSI E APPUNTITI . In fondo al
negozio, occhio e croce a mezza giornata di distanza, un gigantesco striscione
giallo urlava: ARMI DA FUOCO!!!
Lanciai un’occhiata a Grover, che sembrava ancora più pallido sotto le luci
fluorescenti. «Forse dovremmo cominciare dalle attrezzature da campo?» chiesi.
Gli angoli della sua bocca si piegarono all’ingiù mentre scrutava un
espositore di picche color arcobaleno. «Conoscendo il coach Hedge, lo
troveremo intorno a PISTOLE E FUCILI.»
Così cominciammo la nostra escursione verso la lontana terra promessa delle
ARMI DA FUOCO!!!
Non mi piacevano le luci troppo forti del negozio. Non mi piaceva la musica
banale e troppo allegra, né l’aria condizionata che faceva assomigliare quel posto
a un obitorio.
I pochi commessi presenti ci ignorarono. Un ragazzo stava attaccando le
etichette MENO 50% su una fila di gabinetti portatili Porta-Pupù®. Un altro
commesso se ne stava immobile e con la faccia inespressiva accanto alla cassa
veloce, come se per la noia avesse raggiunto il nirvana. Ogni impiegato
indossava un gilè giallo con il logo di Macro sulla schiena: un centurione
romano sorridente e con il pollice alzato.
Non mi piaceva nemmeno il logo.
All’ingresso del negozio c’era una cabina rialzata con un banco da direttore
dietro uno schermo di plexiglas, come la postazione di un secondino. Vi sedeva
un omone grande e grosso, con la pelata lucida e le vene gonfie sul collo. La
camicia elegante e il gilè giallo riuscivano a contenere a stento la massa di
muscoli delle braccia. Le sopracciglia bianche e cespugliose gli conferivano
un’espressione sbigottita. Quando ci vide passare, il suo ghigno mi fece
accapponare la pelle.
«Non credo che dovremmo essere qui» mormorai a Grover.
Lui scrutò il direttore. «Sono sicuro che non ci sono mostri da queste parti, o
ne avrei sentito l’odore. Quel tizio è umano.»
La cosa non mi rassicurò. Alcune delle persone più sgradevoli che conoscevo
erano umane. Ciononostante, mi addentrai nel magazzino al seguito del satiro.
Come Grover aveva predetto, Gleeson Hedge era nel reparto ARMI DA FUOCO,
tutto intento a riempire il carrello di mirini e scovoli per fucili.
Capii perché Grover lo aveva chiamato coach. Hedge indossava pantaloncini
da ginnastica in poliestere che lasciavano in bella vista le zampe caprine, un
berretto da baseball rosso in bilico tra le corna, una polo bianca e un fischietto
appeso al collo, come se si aspettasse da un momento all’altro di essere chiamato
a fare da arbitro in una partita di calcio.
Sembrava più vecchio di Grover, a giudicare dal viso cotto dal sole, ma non è
mai facile stabilire l’età dei satiri. Più o meno, maturano a una velocità
dimezzata rispetto agli umani. Sapevo che Grover era sulla trentina dal punto di
vista umano, per esempio, ma che aveva solo sedici anni all’anagrafe dei satiri. Il
coach poteva essere un quarantenne così come un centenario, nel tempo degli
umani.
«Gleeson!» chiamò Grover.
Il coach si voltò e sorrise. Il suo carrello straripava di faretre, casse di
munizioni e file di granate sigillate nella plastica, con uno slogan che
prometteva: DIVERTIMENTO PER TUTTA LA FAMIGLIA!!!
«Ehi, Underwood!» esclamò. «Tempismo perfetto! Aiutami a scegliere
qualche mina terrestre.»
Grover trasalì. «Mine terrestri?»
«Be’, sono solo gusci vuoti» disse Hedge, indicando una fila di candelotti
simili a borracce. «Ma ho pensato che, se li riempiamo di esplosivi, possiamo
farli funzionare di nuovo! Preferisci i modelli della Seconda guerra mondiale o
quelli dell’epoca del Vietnam?»
«Ehm…» Grover mi afferrò e mi spinse avanti. «Gleeson, ti presento
Apollo.»
Hedge aggrottò la fronte. «Apollo… nel senso di Apollo Apollo?» Mi squadrò
dalla testa ai piedi. «È perfino peggio di quanto pensassi. Figliolo, devi fare un
po’ più di esercizio.»
«Grazie.» Sospirai. «Non me l’avevano mai detto.»
«Io potrei rimetterti in forma.» Hedge annuì. «Però prima datemi una mano.
Mine a picchetto? Mine scozzesi? Che ne pensate?»
«Io pensavo che stessi comprando attrezzature da campeggio.»
Hedge inarcò un sopracciglio. «Ma queste sono attrezzature da campeggio. Se
mi devo sistemare all’addiaccio con mia moglie e mio figlio, rintanati in quella
cisterna, mi sentirò molto meglio sapendo che sono armato fino ai denti e
circondato da mine terrestri! Ho una famiglia da proteggere!»
«Ma…» Guardai Grover, che scosse la testa come a dire: “Non provarci
nemmeno”.
A questo punto, caro lettore, forse ti chiederai: “Apollo, perché dovresti
obiettare? Gleeson Hedge ha ragione! Perché darsi tanto da fare con le spade e
con l’arco quando puoi combattere i mostri con mine terrestri e mitragliatrici?”.
Ahimè, quando si combatte contro antiche forze, le armi moderne sono
quantomeno inaffidabili. I meccanismi delle armi da fuoco e delle bombe
comuni tendono a incepparsi nelle situazioni soprannaturali. Le esplosioni
possono andare a segno o meno, e le munizioni comuni servono solo a infastidire
la maggior parte dei mostri. Alcuni eroi in effetti usano armi da fuoco, ma le
munizioni devono essere fatte di metalli magici, come il bronzo celeste, l’oro
imperiale e così via.
Purtroppo questi materiali sono rari. I proiettili di fattura magica sono
delicati. Si possono usare una sola volta prima di disintegrarsi, mentre una spada
di metallo magico dura millenni. Semplicemente, non è pratico sparare
all’impazzata quando si combatte una gorgone o un’idra.
«Secondo me hai già fatto un’ottima scorta» dissi infine. «E poi, Mellie è
preoccupata. È tutto il giorno che sei fuori.»
«Ma no!» protestò Hedge. «Aspetta. Che ore sono?»
«Fuori è già buio» rispose Grover.
Il coach strizzò gli occhi. «Sul serio? Ah, per tutti i dischetti da hockey! Mi sa
che ho passato troppo tempo nella corsia delle granate. E va bene, allora.
Suppongo…»
«Chiedo scusa» disse una voce alle mie spalle.
Lo strilletto acuto che seguì forse proveniva da Grover. O forse da me, chi
può dirlo?
Mi voltai e scoprii che l’omone calvo del banco del direttore ci aveva
raggiunti di soppiatto. Un’impresa non indifferente, considerato che era alto
almeno due metri e probabilmente pesava poco meno di un quintale e mezzo.
Era affiancato da due commessi, entrambi armati di pistole etichettatrici e con lo
sguardo impassibile perso nel vuoto.
Il direttore sorrise, e le sopracciglia bianche e cespugliose si sollevarono
lievemente verso l’alto. I denti erano dei molti colori del marmo di una lapide.
«Mi duole davvero interrompervi» disse. «Non arrivano molte celebrità da
queste parti e volevo… esserne sicuro. Tu sei Apollo? Cioè… quell ’Apollo?»
Sembrava entusiasta all’idea.
Guardai i miei compagni satiri. Hedge annuì. Grover scosse vigorosamente la
testa.
«E se lo fossi?» chiesi al direttore.
«Oh, tutti i vostri acquisti sarebbero in omaggio!» esclamò lui. «E
srotoleremmo il tappeto rosso!»
Fu uno sporco trucchetto. Ho sempre avuto un debole per il tappeto rosso.
«Ebbene, sì» confermai. «Io sono Apollo.»
Il direttore reagì con un verso acuto e prolungato, molto simile a quello che
fece il cinghiale di Erimanto quando lo centrai sul posteriore. «Lo sapevo! Io
sono un tuo grande fan. Mi chiamo Macro. Benvenuto nel mio negozio!» Lanciò
un’occhiata ai due impiegati. «Portate il tappeto rosso così possiamo arrotolarci
dentro Apollo, per favore. Ma prima occupiamoci di dare una morte rapida e
indolore a questi satiri. Che onore averti qui!»
I commessi sollevarono le pistole etichettatrici, pronti a metterci in
liquidazione.
«Aspettate!» gridai.
I commessi esitarono. Così da vicino, riuscivo a vedere quanto fossero simili:
la stessa zazzera sporca di capelli scuri, gli stessi occhi vitrei, la stessa postura
rigida. Forse erano gemelli o… Un pensiero orribile si insinuò nella mia mente:
forse erano prodotti della stessa catena di montaggio.
«Io, ehm, ecco…» farfugliai, eloquente come non mai. «E se io non fossi
veramente Apollo?»
Il ghigno di Macro perse un po’ del suo entusiasmo. «Be’, in tal caso dovrei
ucciderti per avermi deluso.»
«Okay, sono Apollo» replicai. «Ma non puoi uccidere i tuoi clienti come se
niente fosse. Non è il modo di dirigere un magazzino di residuati bellici!»
Alle mie spalle, Grover stava cercando con tutte le forze di trattenere il coach,
che tentava disperatamente di strappare un pacco famiglia di granate
maledicendo la confezione antiscasso.
Macro congiunse le grosse mani. «Lo so, è terribilmente maleducato. Chiedo
venia, divino Apollo.»
«Quindi… non ci ucciderete?»
«Be’, come dicevo, non ucciderò te. L’imperatore ha dei piani che ti
riguardano. E ti vuole vivo!»
«Piani che mi riguardano» ripetei. Odiavo i piani. Mi ricordavano seccature
tipo le riunioni che Zeus indiceva una volta ogni secolo per fissare nuovi
obiettivi, o gli attacchi pericolosamente complicati. O Atena. «Ma… amici miei»
balbettai. «Non potete uccidere i satiri. Un dio della mia levatura non può essere
arrotolato in un tappeto rosso senza la propria scorta!»
Macro scrutò i satiri, che stavano ancora litigando per la confezione di
plastica delle granate. «Mmm… Mi dispiace, divino Apollo, ma vedi, questa
potrebbe essere la mia unica occasione di tornare nelle grazie dell’imperatore. E
sono piuttosto sicuro che non gli interessino i satiri.»
«Vuoi dire che… sei uscito dalle grazie dell’imperatore?»
Macro fece un sospiro profondo. Cominciò ad arrotolarsi le maniche della
camicia, come per prepararsi a un faticoso e terribile satiricidio. «Temo di sì. Di
certo non sono stato io a chiedere di essere esiliato a Palm Springs! Ahimè, il
princeps è molto puntiglioso riguardo alle proprie forze di sicurezza. Le mie
truppe hanno avuto qualche disguido di troppo, e ci ha spediti qui. Ci ha
rimpiazzati con quell’orribile assortimento di strigi e mercenari e Orecchie
Grandi. Riesci a crederci?»
Non riuscivo né a crederci né a capirlo. Orecchie Grandi?
Esaminai i due commessi, ancora pietrificati sul posto, con le pistole
etichettatrici pronte, gli occhi vacui, i volti inespressivi. «I tuoi commessi sono
automi» compresi. «Erano queste le truppe dell’imperatore, prima?»
«Ahimè, sì» confermò Macro. «Sono compiutamente operative, però. E,
quando ti avrò consegnato, l’imperatore lo capirà e mi perdonerà.» Le maniche
della camicia ormai gli arrivavano sopra il gomito, rivelando antiche cicatrici,
come se le sue braccia fossero state graffiate da una vittima disperata molti anni
prima.
Ripensai al mio sogno del palazzo imperiale, il pretoriano che si
inginocchiava al cospetto del nuovo imperatore.
Troppo tardi ricordai il nome di quella guardia. «Naevius Sutorius Macro.»
Macro rivolse un sorriso raggiante ai commessi robotici. «Non posso credere
che Apollo si ricordi di me. È un tale onore!»
I commessi robotici non ne furono colpiti.
«Tu hai ucciso l’imperatore Tiberio» dissi. «L’hai soffocato con un cuscino.»
Macro sembrò imbarazzato. «Be’, era già morto al novanta per cento. Ho solo
aiutato le cose a seguire il loro corso.»
«E l’hai fatto per…» Un gelido burrito di terrore affondò nel mio stomaco.
«Per il nuovo imperatore. Neos Helios. È lui.»
Macro annuì con entusiasmo. «Esatto! L’unico, inimitabile Gaio Giulio
Cesare Augusto Germanico!» Allargò le braccia come in attesa di un applauso.
I satiri smisero di lottare.
Hedge continuò a masticare un angolo del pacco di granate, anche se perfino i
suoi denti da satiro erano in difficoltà con quella plastica spessa.
Grover arretrò, mettendo il carrello tra sé e i commessi. «G-gaio chi?» Mi
lanciò uno sguardo. «Apollo, che significa?»
Deglutii. «Significa che scappiamo. Subito!»
8

Mandiamo all’aria
Un bel sacco di cose
Quali? Vedrete

La maggior parte dei satiri eccelle nella fuga.


Gleeson Hedge tuttavia non era la maggior parte dei satiri. Agguantò uno
scovolo per fucili dal carrello, strillò: «A MORTE!» e partì all’attacco di quella
montagna del direttore.
Perfino gli automi rimasero troppo sorpresi per reagire, cosa che
probabilmente salvò la vita a Hedge. Io lo afferrai per il colletto e lo tirai
indietro, mentre si scatenavano i primi colpi dei commessi: una raffica arancione
acceso di adesivi con lo sconto che volarono sopra le nostre teste.
Trascinai il coach verso la corsia, mentre lui, con un calcio fortissimo,
rovesciava il suo carrello ai piedi dei nemici. Un adesivo mi graffiò il braccio
con la forza di una titanessa inferocita.
«Attenti!» gridò Macro ai suoi uomini. «Apollo mi serve tutto intero, non a
metà!»
Hedge si allungò verso gli scaffali, agguantò il modello in esposizione del
Macro Molotov Cocktail ad Accensione Automatica® (PAGHI UNO, PRENDI
DUE !) e lo lanciò contro i commessi al grido di guerra: «Residuati!».
Macro strillò quando vide l’esplosivo atterrare fra le scatole di munizioni
sparpagliate a terra. Come promesso dallo slogan, il cocktail andò in fiamme.
«Vieni qui!» Hedge mi afferrò per la vita, poi mi caricò in spalla come un
sacco di palloni da calcio e si arrampicò sugli scaffali dando un’epica
dimostrazione delle abilità scalatrici caprine. Un istante dopo eravamo già saltati
sulla corsia successiva, lasciandoci alle spalle una scia di esplosioni.
Atterrammo in un mucchio di sacchi a pelo arrotolati.
«Non ti fermare!» strillò Hedge, come se la cosa fosse mai potuta venirmi in
mente.
Gli corsi goffamente dietro, con le orecchie che mi fischiavano. Dalla corsia
che avevamo appena abbandonato, udii colpi e grida, come se Macro stesse
correndo su una padella bollente cosparsa di semi di mais pronti a scoppiare in
popcorn.
Non vedevo Grover da nessuna parte.
Quando arrivammo in fondo alla corsia, un commesso che impugnava
un’etichettatrice sbucò all’angolo.
«Eeh-yah!» Hedge sferrò un calcio circolare sul malcapitato.
Era una mossa nota per la sua difficoltà. Perfino Ares a volte cadeva e si
rompeva l’osso sacro quando la provava nel suo dojo (guardate il video Ares-
che-schiappa che è diventato virale sull’Olimpo l’anno scorso, e della cui messa
online il sottoscritto non è assolutamente responsabile).
Con mia sorpresa, il coach Hedge lo eseguì alla perfezione. Il suo zoccolo
entrò in contatto con la faccia dell’automa, staccandogli la testa di netto. Il resto
del corpo artificiale cadde in ginocchio e poi in avanti, mandando scintille dal
collo.
«Caspita!» Hedge si guardò lo zoccolo. «Mi sa che la cera da zoccoli Iron
Goat funziona davvero!»
Il corpo decapitato dell’automa mi fece tornare in mente i blemmi di
Indianapolis, che perdevano la finta testa con grande facilità, ma non avevo
tempo di cullarmi nel terribile passato quando avevo un terribile presente con cui
fare i conti.
Alle nostre spalle, Macro gridò: «Oh, che avete combinato, adesso?». Era
all’estremità opposta della corsia, con i vestiti anneriti e il gilè giallo tempestato
di così tanti buchi da farlo assomigliare a una fetta di gruviera fumante. Eppure
in qualche modo – la mia solita fortuna – appariva illeso.
Il secondo commesso era alle sue spalle, e non sembrava sconcertato dal fatto
di avere la testa robotica in fiamme.
«Apollo, è inutile combattere i miei automi» mi rimproverò Macro. «Questo è
un magazzino di residuati bellici. Ne ho altri cinquanta di scorta.»
Guardai Hedge. «Andiamocene.»
«Okay.» Hedge afferrò da un espositore una mazza da croquet. «Cinquanta
potrebbero essere troppi anche per me.»
Costeggiammo le tende da campo, poi zigzagammo nel Paradiso dell’Hockey,
cercando di guadagnare l’uscita.
A poche corsie di distanza, Macro gridava ordini: «Prendeteli! Non mi
costringeranno a suicidarmi di nuovo!».
«Di nuovo?» borbottò Hedge, chinando la testa per passare sotto il braccio di
un manichino vestito da hockey.
«Lavorava per l’imperatore.» Avevo il fiato grosso per lo sforzo di stargli
dietro. «Erano vecchi amici. Ma – puff pant – l’imperatore non si fidava di lui.
Ordinò il suo arresto – puff pant – e la sua esecuzione.»
Ci fermammo di fronte a un espositore che chiudeva una corsia.
Hedge fece capolino per verificare che non ci fossero nemici in vista. «E
Macro ha preferito suicidarsi?» domandò. «Che idiota. Perché lavora di nuovo
per l’imperatore, se lui voleva ucciderlo?»
Mi asciugai il sudore dagli occhi. No, sul serio: perché i corpi mortali devono
sudare tanto? «Immagino che l’imperatore lo abbia riportato in vita per dargli
una seconda occasione. I Romani hanno strane idee sulla lealtà.»
Hedge sbuffò. «A proposito di lealtà, dov’è Grover?»
«Già a metà strada verso la Cisterna, se ha un po’ di sale in zucca.»
Il coach si accigliò. «Nooo. Non credo che lo farebbe. Be’…» Indicò poco
più avanti, dove le porte scorrevoli si aprivano sul parcheggio. La Pinto gialla
era a una vicinanza molto allettante (e vorrei farvi notare che è la prima volta che
le parole “gialla”, “Pinto” e “allettante” si siano mai trovate nella stessa frase).
«Pronto?»
Ci lanciammo verso le porte.
Le porte non collaborarono. Ci andai a sbattere contro e rimbalzai all’indietro.
Hedge le prese a martellate con la mazza da croquet, poi tentò qualche calcio alla
Chuck Norris, ma nemmeno i suoi zoccoli spalmati di cera Iron Goat riuscirono
a scalfirle.
Dietro di noi, Macro esclamò: «Santi numi!».
Mi voltai, cercando di soffocare un lamento. Il direttore era a pochi metri di
distanza, sotto un gommone da rafting appeso al soffitto con un cartello sulla
prua: UNA BARCATA DI AFFARI ! Stavo iniziando a comprendere il motivo per cui
l’imperatore aveva ordinato l’arresto e l’esecuzione di quell’uomo. Per essere
uno di quella stazza, era troppo bravo ad arrivare di soppiatto alle spalle della
gente.
«Quelle porte a vetri sono a prova di bomba» spiegò Macro. «Ne abbiamo
alcune in vendita nel reparto RIFUGI proprio questa settimana, ma immagino che
non siate interessati.»
Da varie corsie, emersero altri commessi col gilè giallo: una decina di automi
identici, alcuni ancora avvolti nel pluriball, come se fossero appena usciti dal
magazzino. Si disposero a semicerchio intorno a Macro.
Io estrassi l’arco. Tirai una freccia contro il direttore, ma mi tremavano così
tanto le mani che sbagliai la mira e la freccia si piantò sulla fronte di un automa
ancora confezionato, con un sonoro pop! Il robot non se ne accorse nemmeno.
«Mmm…» Macro fece una smorfia. «Sei davvero molto mortale, eh?
Immagino che sia vero quello che dicono: “Meglio non conoscere i propri idoli
di persona. Ti deludono sempre”. Spero solo che ci sia rimasto abbastanza di te
perché l’aiutante dell’imperatore possa usare la sua magia.»
«Abbastanza d-di me?» balbettai. «Aiutante? Magia?»
Mi aspettavo che Hedge facesse qualcosa di astuto ed eroico. Di sicuro aveva
un bazooka portatile nella tasca dei pantaloncini. O forse il suo fischietto era
magico. Ma sembrava messo all’angolo e disperato quanto me, ed era
un’ingiustizia. Essere all’angolo e disperato era compito mio.
Macro si fece scrocchiare le nocche. «È un peccato, davvero. Io sono molto
più leale di lei, ma non dovrei lamentarmi. Quando ti avrò portato
dall’imperatore, sarò ricompensato! I miei automi avranno una seconda
occasione come sue guardie personali! E dopo, che me ne importa? La maga può
portarti nel suo labirinto e fare la sua magia.»
«La s-sua magia?»
Hedge sollevò la mazza da croquet. «Ne farò fuori il più possibile» mi disse
piano. «Tu trova un’altra uscita.»
Apprezzai l’intenzione. Purtroppo non pensavo che il satiro potesse farmi
guadagnare molto tempo. E poi, non mi piaceva l’idea di tornare da quella ninfa
delle nuvole così gentile e in debito di sonno, Mellie, e informarla che suo
marito era stato ucciso da uno squadrone di robot avvolti nel pluriball. Oh, le
mie passioni mortali stavano davvero prendendo il sopravvento!
«Chi è questa maga?» domandai. «Cosa… cosa ha intenzione di fare con
me?»
Il sorriso di Macro era freddo e infido. Era un sorriso che io stesso avevo
sfoderato di frequente ai vecchi tempi, ogni volta che gli abitanti di una città
della Grecia mi pregavano di risparmiarli da un’epidemia e dovevo dargli la
notizia: “Accidenti, mi dispiace, ma sono stato io a causare l’epidemia perché
non mi stavate simpatici. Buona giornata!”.
«Lo saprai presto» promise Macro. «Non le ho creduto quando ha detto che
saresti caduto nella nostra trappola, e invece eccoti qui. Ha predetto che non
saresti stato capace di resistere al Labirinto di fuoco. Bene. Membri del team
Follie Militari, uccidete il satiro e catturate l’ex divinità!»
Nello stesso istante, una macchia confusa di verde, rosso e marrone vicino al
soffitto richiamò il mio sguardo: era una sagoma simile a un satiro che balzava
da sopra la corsia più vicina, dondolava su una lampada al neon e atterrava nel
gommone da rafting sopra la testa di Macro.
Prima che facessi in tempo a gridare: “Grover Underwood!”, il gommone
cadde sulla testa di Macro e dei suoi compari, seppellendoli sotto una barcata di
affari.
Grover si liberò con un salto. «Venite!» disse, con una pagaia in mano.
La confusione ci diede qualche attimo di vantaggio per fuggire, ma con le
porte di uscita chiuse, potevamo solo addentrarci nel magazzino.
«Bel colpo!» Hedge diede una pacca sulla spalla a Grover mentre correvamo
nel reparto MIMETICHE . «Sapevo che non ci avresti abbandonato!»
«Sì, ma non c’è un briciolo di natura da queste parti» si lamentò Grover.
«Niente piante, né terra, né luce naturale. Come possiamo combattere in queste
condizioni?»
«Con le pistole!» suggerì Hedge.
«Tutta quella parte del magazzino ha preso fuoco, grazie a un Molotov
Cocktail e a certe casse di munizioni» ci informò Grover.
«Maledizione!» imprecò il coach. Poi, mentre passavamo accanto a un
espositore di armi da arti marziali, i suoi occhi si illuminarono. Cambiò
rapidamente la mazza da croquet con un nunchaku. «Ora sì che si ragiona! Voi
volete qualche shuriken o un kusarigama?»
«Io voglio scappare» replicò Grover, agitando la pagaia. «Coach, devi
piantarla di pensare agli attacchi frontali! Hai una famiglia!»
«Pensi che non lo sappia?» ringhiò Hedge. «Abbiamo tentato di sistemarci
con i McLean a Los Angeles. E guarda com’è andata a finire.»
Immaginai che ci fosse tutta una storia dietro – perché avevano lasciato Los
Angeles, perché Hedge sembrava così amareggiato al riguardo – ma nel bel
mezzo di una fuga in un magazzino di residuati bellici non era forse il momento
migliore per parlarne.
«Suggerirei di trovare un’altra uscita» dissi. «Possiamo scappare e allo stesso
tempo discutere di armi ninja.»
Il compromesso parve soddisfarli entrambi.
Superammo a tutta velocità un’esposizione di piscine gonfiabili (come
facevano a considerarle equipaggiamento militare?), poi svoltammo e vedemmo
di fronte a noi, nell’angolo più remoto dell’edificio, una doppia porta con su
scritto: ACCESSO RISERVATO AL PERSONALE.
Grover e Hedge corsero subito in quella direzione, e io gli andai dietro col
fiatone.
Da qualche parte nelle vicinanze, la voce di Macro gridò: «Non puoi
scappare, Apollo! Ho già chiamato il Cavallo. Sarà qui da un minuto all’altro!».
Il Cavallo?
Perché quella parola faceva vibrare un accordo di terrore in si maggiore per
tutte le mie ossa? Frugai tra i miei confusi ricordi alla ricerca di una risposta
chiara, ma mi ritrovai a mani vuote.
Il mio primo pensiero: forse “Cavallo” era un nom de guerre. Forse
l’imperatore aveva assunto un malvagio lottatore di wrestling che indossava un
mantello di seta nera, pantaloncini aderenti e un casco a forma di testa di cavallo.
Il mio secondo pensiero: perché Macro poteva chiamare i rinforzi e io no? Le
comunicazioni semidivine erano sabotate magicamente da mesi. I telefoni erano
in cortocircuito. I computer fondevano. I messaggi-Iride e le pergamene magiche
non funzionavano. Eppure i nostri nemici non avevano problemi a scambiarsi
messaggi del tipo: Apollo è qui. Dove 6? Aiutami a farlo fuori.
Era un’ingiustizia. La cosa giusta sarebbe stata riavere i miei poteri immortali
e ridurre a pezzettini i nostri nemici.
Imboccammo la porta riservata al personale. Dentro c’era un deposito/area di
carico piena di altri automi confezionati, tutti muti e senza vita come gli ospiti a
una delle feste di Estia. (Sarà anche la dea del focolare, ma quella ragazza non ha
idea di come si organizza una festa.)
Hedge e Grover superarono i robot e cominciarono a tirare la serranda
metallica che chiudeva l’area di carico merci.
«Chiusa a chiave!» Hedge colpì la serranda con il nunchaku.
Io sbirciai dalle finestrelle di plastica della porta: Macro e i suoi compari
avanzavano a tutta birra verso di noi. «Scappiamo o restiamo?» chiesi. «Stiamo
per ritrovarci di nuovo all’angolo.»
«Apollo, tu che cos’hai?» domandò Hedge.
«In che senso?»
«Qual è il tuo asso nella manica? Io ho tirato il Molotov Cocktail. Grover ha
fatto cadere il gommone. Ora tocca a te. Un fuoco divino, forse? Ci farebbe
comodo.»
«Non ho nessun fuoco divino nella manica!»
«Restiamo» decise Grover. Mi lanciò la pagaia. «Apollo, blocca la porta.»
«Ma…»
«Non farli entrare!» Grover doveva aver preso lezioni di assertività da Meg.
Saltai su, pronto a obbedire.
«Coach, puoi suonare una canzone di apertura per la serranda dell’area di
carico?» continuò Grover.
Hedge sbuffò. «Non lo faccio da anni, ma ci proverò. E tu che farai?»
Grover studiò gli automi addormentati. «Una cosa che mi ha insegnato la mia
amica Annabeth. Svelti!»
Infilai la pagaia tra le maniglie delle porte, poi trascinai un palo da tetherball
e lo puntellai contro la porta. Hedge cominciò a far trillare una melodia con il
fischietto: La stangata, di Scott Joplin. Non avevo mai considerato il fischietto
uno strumento musicale, e la performance del coach non mi fece cambiare idea.
Nel frattempo Grover strappò la confezione in pluriball dal primo automa a
portata di mano. Tamburellò con le nocche contro la sua fronte, che suonò a
vuoto. «Bronzo celeste» stabilì. «Bene, potrebbe funzionare!»
«Che hai intenzione di fare?» domandai. «Vuoi fonderli per costruirci delle
armi?»
«No, voglio attivarli e farli lavorare per noi.»
«Non ci aiuteranno mai! Appartengono a Macro!»
A proposito del pretoriano: Macro stava spingendo contro le porte, facendo
tremare la pagaia e il palo che avevo messo per chiuderle. E intanto si
lamentava: «E dai, Apollo, smettila di fare il difficile!».
Grover strappò la plastica da un altro automa. «Durante la battaglia di
Manhattan, quando combattevamo contro Crono, Annabeth ci rivelò l’esistenza
di un comando di sblocco scritto nella memoria integrata degli automi.»
«Ma riguarda solo le statue di Manhattan!» replicai. «Ogni divinità degna di
questo nome lo sa. Non puoi aspettarti che questi cosi rispondano alla sequenza
Dedalo ventitré!»
Subito, come in uno spaventoso episodio di Doctor Who, gli automi avvolti
nella plastica si attivarono e si voltarono a guardarmi.
«Sì!» esclamò Grover, giulivo.
Io non mi sentivo così giulivo. Avevo appena attivato una stanza piena di
lavoratori precari di metallo che probabilmente erano più disposti a uccidermi
che a obbedirmi. Non avevo idea di come Annabeth Chase avesse capito che il
comando Dedalo si poteva usare su qualsiasi automa. Ma, del resto, era stata
capace di riprogettare il mio palazzo sull’Olimpo con un’acustica perfetta e le
casse audio surround nel bagno, perciò il suo acume non avrebbe dovuto
sorprendermi.
Il coach continuava a fischiettare. La serranda dell’area di carico non si
muoveva. Macro e i suoi uomini picchiavano contro la mia barricata di fortuna, e
io faticavo a reggere il palo da tetherball.
«Apollo, parla agli automi!» disse Grover. «Adesso aspettano i tuoi ordini.
Digli di avviare il Piano Termopili!»
Non mi piaceva quando mi rammentavano le Termopili. Quanti coraggiosi e
attraenti spartani erano morti in battaglia per difendere la Grecia dai Persiani!
Ma feci come mi aveva detto. «Avviate il Piano Termopili!»
In quello stesso istante, Macro e i suoi dodici tirapiedi irruppero nella stanza,
spezzando la pagaia, rovesciando il palo e lanciandomi in mezzo ai miei nuovi
amici di metallo.
Macro si fermò senza cadere, e i suoi compari lo affiancarono, sei da una
parte e sei dall’altra. «Che succede? Apollo, non puoi attivare i miei automi!
Non li hai pagati! Membri del team Follie Militari, catturate Apollo! Fate a pezzi
i satiri! Fermate questo fischiettio infernale!»
Due cose ci salvarono da una morte istantanea. La prima: Macro aveva
commesso l’errore di dare troppi ordini in contemporanea. Come potrebbe dirvi
qualunque direttore d’orchestra, un maestro non dovrebbe mai ordinare
simultaneamente ai violini di accelerare, ai timpani di fare più piano e agli ottoni
di lanciarsi in un crescendo. Sarebbe l’equivalente sinfonico di un disastro
ferroviario.
I poveri soldati di Macro furono lasciati soli a decidere cosa fare prima: se
catturare me, fare a pezzi i satiri o fermare il fischiettio. (Personalmente, mi sarei
lanciato con la massima severità contro il satiro con il fischietto.)
L’altra cosa che ci salvò? Anziché ascoltare Macro, i nostri nuovi amici
precari cominciarono a eseguire il Piano Termopili. Avanzarono, si presero a
braccetto e circondarono Macro e i suoi, che, tentando goffamente di superare i
colleghi robotici, cozzarono gli uni contro gli altri, nella confusione più totale.
(La scena continuava a ricordarmi sempre di più una delle feste di Estia.)
«Fermi!» strillò Macro. «Vi ordino di fermarvi!»
Ma non fece altro che aumentare la confusione. Gli automi a lui fedeli si
immobilizzarono, consentendo ai miei nuovi collaboratori di accerchiare il suo
gruppetto.
«No, voi no!» urlò Macro ai suoi. «Voi non dovete fermarvi! Voi continuate a
combattere!» Ma neppure questo servì a chiarire la situazione.
Gli amici di Dedalo circondarono i loro compagni, stritolandoli in un
abbraccio di gruppo.
Nonostante la sua forza e la sua stazza, Macro era intrappolato nel mezzo, e si
divincolava e spintonava invano. «No! Non posso…» Cominciò a sputacchiare
pluriball dalla bocca. «Aiuto! Il Cavallo non può vedermi in questo stato!»
Dalle profondità del petto, gli amici di Dedalo cominciarono a emettere un
ronzio, come motori bloccati nella marcia sbagliata. Poi, dalle fessure sul collo,
iniziò a levarsi del fumo.
Arretrai, come si fa di fronte a un gruppo di robot che cominciano a fumare.
«Grover, com’è di preciso questo Piano Termopili?»
Il satiro deglutì. «Ehm, dovrebbero mantenere le fila per consentirci di
fuggire.»
«Allora perché stanno fumando?» chiesi. «E poi, perché adesso diventano
incandescenti?»
«Oh, santi numi!» Grover si mordicchiò il labbro inferiore. «Forse hanno
confuso il Piano Termopili con il Piano Petersburg.»
«Vale a dire…?»
«Forse stanno per esplodere sacrificando se stessi.»
«Coach!» strillai. «Suona meglio con quel fischietto!»
Poi mi lanciai verso la serranda dell’area di carico, infilai le dita sul fondo e
tirai con tutte le mie patetiche forze mortali. Fischiettai come un pazzo insieme
al coach. Ballai anche un po’ di tip-tap, perché come tutti sanno è un ottimo
metodo per velocizzare gli incantesimi musicali.
Dietro di noi, Macro urlava: «Caldo! Troppo caldo!».
Anche i miei vestiti erano troppo caldi, come se fossi seduto davanti a un
falò. Dopo la nostra esperienza con la parete di fiamme nel Labirinto, non
volevo correre rischi con un’esplosione/abbraccio di gruppo in quella piccola
stanza.
«Alzati!» gridai. «Fischia!»
Grover si unì col flauto di canne alla nostra performance disperata.
Alla fine, la serranda cominciò a cedere, cigolando come per protestare
quando la sollevammo di una decina di centimetri da terra.
Le grida acute di Macro si fecero incomprensibili. Il ronzio e il calore mi
fecero pensare all’attimo prima che il mio carro del sole decollasse, pronto a
incendiare il cielo in un trionfo di potenza solare.
«Andate!» urlai ai satiri. «Tutti e due, rotolate sotto la serranda!»
Pensai che fosse un gesto molto eroico da parte mia, anche se, a dirla tutta, un
po’ mi aspettavo che insistessero: “Oh no, ti prego! Prima gli dei!”.
Macché. I satiri scivolarono sotto la serranda, poi la sorressero per me
dall’altra parte, mentre io mi infilavo faticosamente nell’apertura. Ahimè, mi
ritrovai intralciato dalle mie maledette maniglie dell’amore. In breve: ero
incastrato.
«Apollo, muoviti!» gridò Grover.
«Ci sto provando!»
«Tira dentro quella pancia!» strillò il coach.
Non avevo mai avuto un personal trainer. Gli dei non hanno bisogno di
qualcuno che li sgridi e li insulti perché si diano da fare. E poi, sul serio, chi si
accollerebbe mai un lavoro del genere, sapendo di rischiare una fulminazione
istantanea la prima volta che punisci il tuo cliente con cinque flessioni extra?
Quella volta tuttavia fui felice di sentirmi sgridare. Le esortazioni del coach
mi diedero la spinta motivazionale in più che mi serviva per far passare il mio
flaccido corpo mortale sotto l’apertura.
Non feci in tempo a rimettermi in piedi che Grover urlò: «Giù!».
Saltammo dalla piattaforma di carico un secondo prima che la serranda
d’acciaio – che, a quanto pareva, non era a prova di bomba – esplodesse alle
nostre spalle.
9

Pronto, ehi, pronto!


Cavallo chiama Big C
Ih-ih-ih-ih-ih

Oh, quanta perfidia!


Vi prego, spiegatemi perché finisco sempre per cadere nei cassonetti.
Devo confessare, tuttavia, che questo particolare cassonetto mi salvò la vita.
Le Follie Militari di Macro saltarono in aria in una catena di esplosioni che
fecero tremare il deserto, scuotendo i coperchi della maleodorante scatola di
metallo che ci proteggeva. Tremanti, sudati, a stento in grado di respirare, i due
satiri e io ci stringemmo in mezzo ai sacchi della spazzatura e ascoltammo il
picchiettio dei detriti che piovevano dal cielo: un rovescio inaspettato di legno,
gesso, vetro e attrezzature sportive.
Dopo quelli che sembrarono anni, stavo per arrischiarmi a parlare – una cosa
del tipo “Fatemi uscire di qui o mi metterò a vomitare” – quando Grover mi
tappò la bocca con una mano. Riuscivo a vederlo a malapena nel buio, ma scosse
la testa con insistenza, gli occhi grandi e allarmati. Anche il coach Hedge
sembrava teso; il suo naso vibrava come se avesse fiutato qualcosa di molto
peggiore dei rifiuti.
Poi udii un clop clop di zoccoli sull’asfalto, che si avvicinava al nostro
nascondiglio.
Una voce profonda brontolò: «Be’, perfetto».
Il muso di un animale fiutò il bordo del nostro cassonetto, forse alla ricerca di
sopravvissuti. Di noi.
Cercai di non piagnucolare e di non farmela nei pantaloni. Riuscii in una delle
due cose – lascio a voi il compito di decidere quale.
I coperchi del cassonetto rimasero chiusi. Forse la spazzatura e il magazzino
in fiamme mascherarono il nostro odore.
«Ehi, Big C?» disse la stessa voce profonda. «Sì, sono io.»
Dalla mancanza di una risposta udibile, dedussi che il nuovo arrivato stava
parlando al telefono.
«No, il posto è andato. Non lo so. Macro avrà…» Fece una pausa, come se la
persona all’altro capo del telefono si fosse lanciata in una ramanzina. «Lo so»
disse il nuovo arrivato. «Forse era un falso allarme, ma… Ah, maledizione! Sta
arrivando la polizia mortale.»
Un attimo dopo, udii un debole suono di sirene in lontananza.
«Potrei perlustrare l’area» suggerì il nuovo arrivato. «Magari controllare
quelle rovine in collina.»
Hedge e Grover si scambiarono uno sguardo preoccupato. Di sicuro le rovine
si riferivano al nostro santuario, che al momento ospitava Mellie, Baby Hedge e
Meg.
«So che pensi di essertene già sbarazzato» continuò lo sconosciuto. «Ma,
ascolta, quel posto è ancora pericoloso. Te lo dico…»
Stavolta riuscii a percepire una vocina sottile che si infuriava all’altro capo
della linea.
«E va bene, Big C! Per le brache di Giove, calmati! Farò solo… E va bene, va
bene. Torno subito.»
Il sospiro esasperato dello sconosciuto mi fece capire che la telefonata era
finita.
«Quel ragazzo mi farà venire una colica» brontolò poi.
Qualcosa sbatté contro il fianco del cassonetto, proprio accanto alla mia
faccia. Poi gli zoccoli galopparono via.
Passarono diversi minuti prima che mi sentissi abbastanza sicuro perfino per
guardare i due satiri. Concordammo senza dirci niente di uscire dal cassonetto
prima di morire per soffocamento, per un colpo di calore o per il tanfo dei miei
pantaloni.
Fuori, il vicolo era cosparso di grossi pezzi fumanti di metallo contorto e
plastica. Il magazzino era un guscio annerito, con le fiamme che danzavano
ancora al suo interno aggiungendo altre colonne di fumo al cielo notturno
offuscato dalla cenere.
«Chi… chi era quello?» chiese Grover. «Aveva l’odore di un tizio a cavallo,
ma…»
Hedge fece tintinnare il nunchaku. «Forse un centauro?»
«No.» Posai la mano sul fianco ammaccato del cassonetto, che ora mostrava
l’inconfondibile impronta di uno zoccolo. «Era un cavallo. Un cavallo parlante.»
I satiri mi fissarono.
«Tutti i cavalli parlano» disse Grover. «Solo che parlano in cavallese.»
«Aspetta…» Hedge mi guardò accigliato. «Vuoi dire che tu hai capito quel
cavallo?»
«Sì» confermai. «Quel cavallo parlava la lingua degli umani.»
Rimasero in attesa di ulteriori spiegazioni, ma io non riuscivo a dire altro. Ora
che eravamo scampati al pericolo più immediato e che l’adrenalina stava
calando, mi ritrovai in preda a una gelida disperazione. Se nutrivo ancora delle
speranze di essermi sbagliato sull’identità del nemico che avevamo di fronte,
erano appena state silurate.
Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico… stranamente, quel nome poteva
applicarsi a diversi patrizi romani famosi. Ma il padrone di Naevius Sutorius
Macro? Big C? Neos Helios? L’unico imperatore romano ad avere mai
posseduto un cavallo parlante? Tutto questo poteva indicare una persona sola.
Una persona terribile.
Le luci lampeggianti dei veicoli d’emergenza illuminarono le fronde delle
palme più vicine.
«Dobbiamo andarcene di qui» dissi.
Hedge scrutò le macerie del magazzino. «Sì. Andiamo al parcheggio,
vediamo se la mia auto c’è ancora. Mi dispiace solo di non averne ricavato
nemmeno qualche attrezzatura da campo, dopo tutta la fatica…»
«Abbiamo ricavato qualcosa di molto peggiore.» Trassi un respiro tremante.
«Ora conosciamo l’identità del terzo imperatore.»

L’esplosione non aveva scalfito la Ford Pinto del coach. Certo che no. Una
macchina così brutta non poteva essere distrutta da niente di meno di
un’apocalisse mondiale. Mi sedetti dietro, indossando un nuovo paio di pantaloni
mimetici fucsia che avevamo recuperato dalle macerie del magazzino. Ero
talmente stordito che ricordo a malapena di essere passato da Enchiladas del Rey
per fare scorta di porzioni in grado di nutrire diverse decine di spiriti della
natura.
Tornati alle rovine in collina, riunimmo un consiglio dei cactus.
La Cisterna era piena zeppa di driadi delle piante del deserto: c’erano Giosuè,
India, Aloe Vera e molte altre, tutte vestite in abiti ispidi e impegnate a non
pungersi a vicenda.
Mellie circondava Gleeson Hedge di attenzioni: un minuto prima lo riempiva
di baci e gli ripeteva quanto fosse coraggioso, e il minuto dopo gli mollava un
pugno e lo accusava di volerla vedova a crescere Baby Hedge da sola. Il
bambino – il cui nome, appresi, era Chuck – era sveglio e di pessimo umore, e
scalciava con i piccoli zoccoli la pancia del padre che cercava di tenerlo in
braccio, tirandogli allo stesso tempo il pizzetto con le mani paffute.
«Pensa al lato positivo» disse il coach a Mellie. «Abbiamo le enchiladas e ho
vinto un fantastico nunchaku!»
Mellie guardò verso il cielo, forse rimpiangendo la vita di nuvola nubile.
Quanto a Meg McCaffrey, aveva ripreso conoscenza ed era in forma come
sempre, solo un po’ più unta grazie agli interventi di pronto soccorso di Aloe
Vera. Sedeva sull’argine della pozza, muovendo i piedi nudi nell’acqua e
lanciando occhiate furtive a Giosuè, che se ne stava poco lontano, scontroso e
bellissimo nei vestiti color cachi.
Le chiesi come si sentiva – perché sono molto premuroso – ma mi scacciò
con un cenno della mano, insistendo che stava benissimo. Penso che fosse solo
imbarazzata dalla mia presenza mentre cercava di adocchiare discretamente
Giosuè, cosa che mi fece alzare gli occhi al cielo.
“Ragazzina, guarda che ti vedo” avrei voluto dirle. “Non sei per niente
discreta, e io e te dovremmo proprio fare una bella chiacchierata sulle cotte per
le driadi.”
Non volevo che mi ordinasse di schiaffeggiarmi, però, quindi tenni la bocca
chiusa.
Grover distribuì enchiladas a tutti. Lui non mangiò nulla – chiaro segno di
quanto fosse nervoso – ma si mise a passeggiare intorno alla pozza,
tamburellando con le dita sul flauto di canne.
D’un tratto si fermò e annunciò: «Abbiamo qualche problema».
Non mi sarei mai immaginato che Grover Underwood fosse un leader.
Tuttavia, quando parlò, tutti gli altri spiriti della natura si concentrarono su di lui.
Perfino il piccolo Chuck si calmò, piegando la testa verso la voce di Grover
come se fosse qualcosa di interessante e magari meritevole di un calcetto.
Grover riferì tutto quello che era accaduto a partire dal nostro incontro a
Indianapolis: i giorni trascorsi nel Labirinto, i baratri e i laghi di veleno,
l’improvvisa ondata di fuoco, lo stormo di strigi e le scale a chiocciola che ci
avevano condotto alle rovine.
Le driadi si guardarono nervosamente intorno, come se immaginassero la
Cisterna piena di uccellacci del malaugurio.
«Sei certo che siamo al sicuro?» chiese una ragazzotta cicciottella con dei
fiori rossi infilati fra i capelli (o forse le spuntavano dai capelli?).
«Non lo so, Reba.» Grover lanciò uno sguardo a me e a Meg. «Vi presento
Rebutia, ragazzi. Reba, per gli amici. È trapiantata dall’Argentina.»
La salutai educatamente con la mano. Non avevo mai incontrato un cactus
argentino prima, ma avevo un debole per Buenos Aires. Non hai mai ballato
davvero il tango finché non l’hai ballato con un dio greco a La Ventana.
«Non penso che quell’uscita dal Labirinto ci fosse mai stata prima» continuò
Grover. «Ora è sigillata. Credo che il Labirinto ci stesse aiutando, che volesse
portarci a casa.»
«Aiutando?» India sollevò lo sguardo dalle sue enchiladas al formaggio. «Lo
stesso Labirinto che ospita i fuochi che stanno distruggendo tutto lo Stato? Lo
stesso Labirinto che stiamo esplorando da mesi, cercando di trovare l’origine di
quei fuochi, senza alcun risultato? Lo stesso Labirinto che ha inghiottito una
decina delle nostre squadre di ricerca? E cosa combinerebbe se non ci stesse
aiutando?»
Le altre driadi borbottarono, d’accordo con lei. Alcune rizzarono le spine.
Grover alzò le mani per richiamarle alla calma. «So che siamo tutti
preoccupati e frustrati. Ma il Labirinto di fuoco non è l’intero Labirinto. E
almeno adesso abbiamo qualche idea sul perché l’imperatore l’abbia predisposto
in questo modo. È per via di Apollo.»
Le driadi si voltarono a guardarmi.
«Tanto per chiarire, non è colpa mia» dissi con un filo di voce. «Diglielo,
Grover. Di’ alle tue… simpaticissime e spinose amiche che non è colpa mia.»
Il coach Hedge sbuffò. «Be’, un po’ lo è. Macro ha detto che il Labirinto era
una trappola per te. Probabilmente per via dell’affare… quell’Oracolo che stai
cercando.»
Lo sguardo di Mellie faceva andirivieni tra il marito e me. «Macro?
Oracolo?»
Spiegai come Zeus mi avesse costretto a viaggiare per tutto il Paese per
liberare antichi Oracoli come parte della mia penitenza, perché è così che è fatto
l’orribile padre che mi ritrovo.
Hedge poi riferì della nostra spassosa serata di shopping alle Follie Militari di
Macro. Quando si lasciò distrarre parlando dei vari tipi di mine terrestri che
aveva trovato, intervenne Grover.
«Così abbiamo fatto saltare in aria Macro, che era un seguace di questo
imperatore. E lui ha accennato a una sorta di maga che vuole… non so, lanciare
qualche incantesimo malvagio su Apollo, credo. E sta aiutando l’imperatore. E
pensiamo che abbiano messo il prossimo Oracolo…»
«La Sibilla Eritrea» dissi.
«Giusto.» Grover annuì. «Pensiamo che l’abbiano messa al centro del
Labirinto di fuoco, come una specie di esca per Apollo. Ah! E poi c’è un cavallo
parlante.»
Il volto di Mellie si rannuvolò, e non c’era da sorprendersi visto che era una
nuvola. «Tutti i cavalli parlano.»
Grover spiegò quello che avevamo sentito nascosti nel cassonetto. Poi fece
qualche passo indietro e chiarì cosa ci facevamo nel cassonetto. Quindi spiegò
che me l’ero fatta sotto e che era questo il motivo per cui indossavo quei
pantaloni mimetici fucsia.
«Oooh!» Tutte le driadi annuirono, come se quella fosse stata la vera
domanda che le assillava fin dall’inizio.
«Possiamo tornare al problema più immediato?» supplicai. «Abbiamo una
causa comune! Voi volete che i fuochi si interrompano. Io devo compiere la mia
impresa e liberare la Sibilla Eritrea. Entrambe le cose implicano la stessa
soluzione: dobbiamo rintracciare il cuore del Labirinto di fuoco. È lì che
troveremo l’origine delle fiamme e la Sibilla. Io… lo so.»
Meg mi studiò attentamente, come per decidere quale ordine imbarazzante
impartirmi : salta nella pozza? Abbraccia Fico d’India? Trova una maglietta che
si intoni ai pantaloni?
«Parlami di questo cavallo» disse invece.
Ordine ricevuto. Non avevo scelta. «Si chiama Incitatus.»
«E parla» continuò Meg. «Cioè, in un modo che gli umani possono
comprendere.»
«Sì, anche se di solito parla soltanto all’imperatore. Non chiedermi come
faccia, o da dove provenga. Non lo so. È un cavallo magico. L’imperatore si fida
di lui, probabilmente più di quanto si fidi di chiunque altro. All’epoca in cui
governava Roma, vestì Incitatus con il porpora dei senatori, cercò perfino di
farlo console. La gente pensava che fosse pazzo, ma non è mai stato pazzo.»
Meg si sporse verso l’acqua, ingobbendo le spalle come per richiudersi nel
proprio guscio mentale. Con lei, parlare di imperatori era sempre molto delicato.
Cresciuta nella reggia di Nerone (anche se i termini maltrattata e manipolata
sarebbero più appropriati), mi aveva tradito per lui al Campo Mezzosangue,
prima di tornare da me a Indianapolis… un argomento che avevamo evitato
senza mai affrontarlo davvero. Non potevo avercela con lei. Poverina. Sul serio.
Ma convincerla a fidarsi della mia amicizia, a fidarsi di chiunque dopo il suo
patrigno Nerone, era come addestrare uno scoiattolo selvatico a mangiare dalla
tua mano. Qualunque rumore forte poteva provocarne la fuga, o il morso, o
entrambe le cose.
(È un paragone ingiusto, me ne rendo conto. Meg morde molto più forte di
uno scoiattolo selvatico.)
Alla fine disse: «Quel verso della profezia: Bianco il cavallo che dovrà
trovare…».
Annuii. «Si riferisce a Incitatus, che appartiene all’imperatore. O forse
“appartenere” non è la parola giusta. Incitatus è il braccio destro dell’uomo che
sta reclamando il dominio degli Stati Uniti occidentali… Gaio Giulio Cesare
Germanico.»
Era l’imbeccata a cui le driadi avrebbero dovuto rispondere con
un’esclamazione d’orrore collettiva, e magari con una musica inquietante di
sottofondo. Invece mi guardarono tutte con volti inespressivi. L’unico sottofondo
inquietante fu il suono del piccolo Chuck che masticava il coperchio di
polistirolo della cena di suo padre.
«Questo tizio, Gaio eccetera…» disse Meg. «È famoso?»
Fissai le acque scure della pozza. Quasi quasi avrei preferito che Meg mi
ordinasse di saltarci dentro e affogare. O che mi costringesse a indossare una
maglietta intonata ai pantaloni fucsia. Entrambe le punizioni sarebbero state più
semplici che rispondere alla sua domanda.
«L’imperatore è più noto con il suo nomignolo d’infanzia» spiegai. «E che lui
disprezza, fra parentesi. La storia lo ricorda con il nome di Caligola.»
10

Che bel bambino


Che begli stivaletti
Oh che… tiranno!

Conoscete il nome di Caligola, cari lettori?


Se non lo conoscete, consideratevi fortunati.
Per tutta la Cisterna, le driadi rizzarono le spine. La metà inferiore di Mellie
si dissolse in nebbia. Perfino il piccolo Chuck sputacchiò un pezzetto di
polistirolo.
«Caligola?» La vena sull’occhio di Hedge pulsò come quando Mellie aveva
minacciato di togliergli le armi da ninja. «Sei sicuro?»
Quanto avrei voluto sbagliarmi. Magari avessi potuto annunciare che il terzo
imperatore era il vecchio e gentile Marco Aurelio, o il nobile Adriano, o il
maldestro Claudio.
Ma Caligola…
Anche in coloro che lo conoscevano meno, il suo nome evocava le immagini
più cupe e depravate. Il suo regno fu più sanguinario e famigerato di quello di
Nerone, che era cresciuto con il timore reverenziale per lo spietato zio Gaio
Giulio Cesare Germanico.
Caligola: un sinonimo di omicidio, tortura, follia, eccessi. Caligola: il tiranno
malvagio con il quale tutti gli altri tiranni malvagi si misuravano. Caligola: il
cattivo con il nome da cattivo peggiore della storia.
Grover rabbrividì. «Ho sempre odiato il suo nome. Che accidenti significa, a
proposito? Satiricida? Succhiasangue?»
«Stivaletti» risposi.
I capelli olivastri di Giosuè si drizzarono tutti, un fenomeno che Meg sembrò
trovare affascinante.
«Stivaletti?» Giosuè si guardò intorno, forse chiedendosi se non avesse capito
la battuta. Nessuno stava ridendo.
«Sì.» Ricordavo ancora quanto fosse grazioso il piccolo Caligola nel suo
completo da legionario in miniatura quando accompagnava il padre, Germanico,
nelle campagne militari. Perché i sociopatici sono sempre così adorabili da
bambini? «I soldati di suo padre gli diedero questo nomignolo da bambino»
spiegai. «Indossava dei minuscoli stivali da legionario, le caligae, e lo trovarono
buffissimo. Così lo chiamarono Caligola, cioè “piccoli stivali” o “scarpette” o
“stivaletti”. Scegliete voi.»
India infilzò la forchetta nella sua enchilada. «Non mi importa se questo tizio
si chiama Amoruccio della Mamma o che so io. Come lo sconfiggiamo e come
ci riprendiamo le nostre vite?»
Gli altri cactus borbottarono e annuirono. Stavo cominciando a sospettare che
i fichi d’India fossero gli agitatori per eccellenza nel mondo dei cactus.
Basterebbe radunarne a sufficienza, e darebbero il via a una rivoluzione per
rovesciare il regno animale.
«Dobbiamo essere prudenti» li avvisai. «Caligola è un maestro
nell’intrappolare il nemico. Avete presente il vecchio detto “Dategli abbastanza
corda e ci si impiccheranno da soli”? L’hanno inventato per lui. Caligola si
compiace della sua reputazione di pazzo, ma è solo una copertura. È del tutto
sano di mente. È anche un essere totalmente amorale, perfino peggio di…» Mi
fermai. Stavo per dire “Nerone”, ma come potevo fare una dichiarazione del
genere di fronte a Meg, la cui intera infanzia era stata avvelenata da Nerone e dal
suo alter ego, la Bestia?
“Attenta, Meg” le diceva l’imperatore. “Se non fai la brava sveglierai la
Bestia. Io ti voglio bene, ma la Bestia… Non vorrei mai che tu faccia la cosa
sbagliata e ne subisca le conseguenze.”
Come potevo quantificare una tale malvagità?
«Comunque, Caligola è intelligente, paziente e paranoico» ripresi. «Se questo
Labirinto di fuoco è una delle sue elaborate trappole, parte di chissà quale grande
piano, non sarà facile da fermare. Sconfiggerlo, e trovarlo perfino, sarà una
sfida.» Ero tentato di aggiungere: “Forse non abbiamo bisogno di trovarlo. Forse
dovremmo soltanto scappare”.
Ma questa non era una soluzione possibile per le driadi. Erano radicate,
letteralmente, alla terra in cui crescevano. Le trapiantate come Reba erano rare.
Pochi spiriti della natura riuscivano a sopravvivere una volta invasati e
trasportati in un nuovo ambiente. Anche se le driadi presenti fossero riuscite a
sfuggire agli incendi della California del Sud, migliaia di altre sarebbero rimaste
lì a morire.
Grover rabbrividì. «Se metà delle cose che ho sentito dire su Caligola è
vera…» Fece una pausa, rendendosi conto soltanto allora che tutti lo stavano
guardando per calibrare quanto dovessero andare nel panico in base alle sue
reazioni.
Per conto mio, non morivo dalla voglia di trovarmi in mezzo a una stanza
piena di cactus che strillavano e correvano intorno senza sapere dove andare.
Per fortuna, Grover mantenne la calma. «Nessuno è imbattibile» dichiarò.
«Nemmeno i Titani, i giganti o gli dei, e men che meno un qualunque imperatore
romano di nome Stivaletti. Questo tizio sta facendo appassire e morire la
California del Sud. C’è lui dietro la siccità, l’ondata di calore, gli incendi.
Dobbiamo trovare il modo di fermarlo. Apollo, com’è morto Caligola, la prima
volta?»
Cercai di ricordarlo. Come al solito, la mia memoria mortale era piena di
buchi, ma mi sembrava di rammentare un tunnel buio pieno zeppo di pretoriani
che si affollavano intorno all’imperatore, i pugnali che lampeggiavano e
luccicavano di sangue.
«Fu ucciso dalle sue stesse guardie» dissi. «Cosa che, ne sono certo, lo avrà
reso ancora più paranoico. Macro ha accennato al fatto che l’imperatore continua
a cambiare le proprie guardie personali. Prima, gli automi hanno rimpiazzato i
pretoriani. Poi è passato ai mercenari e alle strigi e alle… Orecchie Grandi? Non
so a cosa si riferisca.»
Una delle driadi sbuffò indignata. Immaginai che fosse Cholla, visto che
assomigliava alla pianta con quel nome: capelli bianchi, folti e sottili, una peluria
bianca e crespa sul mento e grandi orecchie a forma di pagaia coperte di spine.
«Nessun individuo dalle orecchie grandi lavorerebbe per un cattivo del genere!
Che altro sai dei suoi punti deboli? L’imperatore deve averne qualcuno!»
«Per forza!» intervenne il coach. «Ha paura delle capre?»
«È allergico alla linfa dei cactus?» chiese Aloe Vera, speranzosa.
«Non che io sappia» risposi.
Il consesso di driadi sembrò deluso.
«Hai detto di avere ricevuto una profezia a Indianapolis» osservò Giosuè. «Lì
non ci sono indizi?»
Parlava in tono scettico, e non faticai a comprendere il perché. Una “Profezia
di Indianapolis” non suona bene come una “Profezia di Delfi”.
«Devo trovare “un palazzo a ovest”» dissi. «Immagino che si riferisca alla
base di Caligola.»
«Nessuno sa dov’è» brontolò India.
Forse era la mia immaginazione, ma mi sembrò che Mellie e Hedge si
scambiassero uno sguardo preoccupato. Aspettai che aggiungessero qualcosa,
ma non lo fecero.
«E poi, sempre secondo la profezia, devo “avere in sorte il fiato del
cruciverba”» continuai. «E questo si riferisce, credo, alla Sibilla Eritrea, che
devo liberare dal controllo dell’imperatore.»
«A questa Sibilla piacciono i cruciverba?» chiese Reba. «A me piacciono.»
«L’Oracolo enuncia le sue profezie sotto forma di rompicapo linguistici»
spiegai. «Come i cruciverba. O gli acrostici. La profezia dice pure che Grover ci
avrebbe fatto da guida, e infatti ci ha portato fin qui, e che un sacco di cose
terribili succederanno al Campo Giove nei prossimi giorni…»
«La luna nuova» borbottò Meg. «Sarà molto presto.»
«Sì.» Cercai di contenere l’irritazione. Sembrava che Meg volesse che mi
trovassi in due posti in contemporanea, il che non sarebbe stato un problema per
il dio Apollo. Ma l’umano Lester, be’, riusciva a malapena a stare in un posto
solo.
«C’è anche un verso che parla di “usare le scarpe del nemico”» rammentò
Grover. «Forse c’entrano gli stivaletti di Caligola?»
Immaginai i miei giganteschi piedi di sedicenne infilati a forza in un paio di
baby scarpette militari di cuoio. Mi facevano già male gli alluci.
«Spero di no» risposi. «Ma se riuscissimo a liberare la Sibilla dal Labirinto,
sono sicuro che ci aiuterebbe. Mi piacerebbe avere ulteriori indicazioni prima di
partire alla carica contro Caligola in persona.»
Le altre cose che mi sarebbero piaciute: avere di nuovo i miei poteri divini,
l’intero reparto ARMI DA FUOCO delle Follie Militari di Macro carico e pronto
nelle mani di un esercito di semidei, una lettera di scuse di mio padre, Zeus, che
mi prometteva di non trasformarmi mai più in un essere umano, e un bagno. Ma,
come si suol dire, i Lester non possono fare gli schizzinosi.
«E questo ci riporta al punto da cui siamo partiti» disse Giosuè. «Tu vuoi che
l’Oracolo sia liberato. Noi vogliamo che gli incendi smettano. E, per farlo,
dobbiamo attraversare il Labirinto di fuoco, ma nessuno sa come.»
Gleeson Hedge si schiarì la voce. «Forse qualcuno sì.»
Mai prima di allora così tanti cactus avevano fissato un satiro.
Cholla si accarezzò la peluria sul mento. «Chi è questo qualcuno?»
Hedge si voltò verso la moglie, come a dirle: “Adesso tocca a te, nuvoletta
mia”.
Mellie trascorse ancora qualche millisecondo a rimirare il cielo notturno e
probabilmente la sua vaporosa vita da single precedente. «Molti di voi sanno che
siamo stati ospiti dei McLean» esordì.
«Nel senso di Piper McLean» spiegai. «Figlia di Afrodite.»
Mi ricordavo di lei: una dei sette semidei che erano salpati a bordo dell’Argo
II. In effetti, speravo di fare un salto da lei e dal suo ragazzo, Jason Grace, già
che mi trovavo da quelle parti, per chiedergli se avrebbero potuto sconfiggere
l’imperatore e liberare l’Oracolo al posto mio.
Aspettate. Cancellate le ultime righe. Volevo dire, naturalmente, che speravo
che mi aiutassero a fare quelle cose.
Mellie annuì. «Ero l’aiutante personale del signor McLean. Gleeson faceva il
papà a tempo pieno, e se la cavava alla grande…»
«Me la cavavo alla grande, eh?» concordò Hedge, dando da masticare al
piccolo Chuck la catena del nunchaku.
«Finché non è andato tutto storto» continuò Mellie, con un sospiro.
Meg McCaffrey piegò un po’ la testa. «In che senso?»
«È una lunga storia» rispose la ninfa delle nubi, in un tono che lasciava
intendere: “Potrei dirtelo, ma poi dovrei trasformarmi in una nuvola
temporalesca e piangere a più non posso e fulminarti sul posto”. «Il punto è che,
un paio di settimane fa, Piper ha fatto un sogno che riguardava il Labirinto di
fuoco. Pensava di aver trovato il modo di arrivare al centro. È andata in
esplorazione con… quel ragazzo, Jason.»
Quel ragazzo.
Il mio sensibilissimo intuito mi diceva che Mellie non era contenta di Jason
Grace, figlio di Giove.
«Quando sono tornati…» Mellie fece una pausa, mentre la metà inferiore del
suo corpo turbinava in una spirale di materia vaporosa. «Hanno detto di non
esserci riusciti. Ma secondo me c’è dell’altro. Piper ha accennato al fatto che
laggiù si sono imbattuti in qualcosa che li ha… scossi.»
Le pareti di pietra della Cisterna sembrarono cigolare e spostarsi nella
frescura della sera, come per vibrare in accordo con la parola “scossi”.
Pensai al mio sogno della Sibilla legata da catene infuocate, che si scusava
con qualcuno dopo avergli dato la terribile notizia: “Ti risparmierei, se potessi.
Risparmierei lei”.
Si stava rivolgendo a Jason, a Piper o a entrambi? Se era così, e se avevano
davvero trovato l’Oracolo…
«Dobbiamo andare da questi semidei» decisi.
Mellie chinò il capo. «Io non vi ci posso portare. Tornare indietro… mi
spezzerebbe il cuore.»
Hedge spostò il piccolo Chuck sull’altro braccio. «Forse io potrei…»
Mellie gli scoccò uno sguardo ammonitore.
«No… purtroppo non posso neanch’io» borbottò il coach.
«Vi ci porto io» si offrì volontario Grover, anche se sembrava più esausto che
mai. «So dove si trova la casa dei McLean. Solo che, ehm… magari aspettiamo
domattina, che ne dite?»
Una sensazione di sollievo inondò l’assemblea delle driadi. Rilassarono le
spine. Sui loro volti tornò a splendere la clorofilla. Forse Grover non aveva
risolto i loro problemi, ma aveva dato loro la speranza, o per lo meno la
sensazione che si potesse fare qualcosa.
Scrutai il cerchio arancione sfocato del cielo sopra la Cisterna. Pensai ai
fuochi che avvampavano verso occidente, e a cosa stava accadendo su al Nord,
al Campo Giove. Seduto in fondo a quel pozzo, a Palm Springs, incapace di
aiutare i semidei romani e nemmeno di sapere cosa gli stava capitando, riuscivo
a capire bene le driadi, radicate sul posto, che assistevano disperate
all’avvicinarsi sempre più pressante degli incendi.
Non volevo spegnere le speranze appena rinate delle driadi, ma mi sentii
obbligato a dire: «C’è dell’altro. Il vostro santuario potrebbe non essere più al
sicuro».
Gli raccontai quello che Incitatus aveva detto a Caligola al telefono. E no, non
avrei mai immaginato di riferire una conversazione origliata di nascosto fra un
cavallo parlante e un imperatore romano morto.
Aloe Vera tremò, scuotendo diverse punte officinali dai suoi capelli. «Co-
come possono essere a conoscenza di Aeithales? Non ci hanno mai infastidito,
qui!»
Grover fece una smorfia amareggiata. «Non lo so, ragazzi. Ma… il cavallo
sembrava intendere che fosse stato Caligola a distruggere questo posto, anni fa.
Ha detto più o meno: “So che pensi di essertene già sbarazzato, ma quel posto è
ancora pericoloso”.»
Il volto marrone scuro di Giosuè si fece ancora più scuro. «Non ha senso.
Nemmeno noi sappiamo cosa fosse questo posto.»
«Una casa» disse Meg. «Una grande casa su palafitte. Queste cisterne…
Erano colonne di sostegno, sistemi di raffreddamento geotermico, riserve
d’acqua.»
Le driadi drizzarono di nuovo le spine, ma non dissero nulla, in attesa che
Meg continuasse.
Lei tirò indietro i piedi bagnati, assomigliando ancora di più a uno scoiattolo
nervoso pronto a scappare via con un salto. Ricordai come aveva voluto
andarsene non appena eravamo arrivati, come ci aveva avvisati che non era un
posto sicuro. E ripensai a un verso della profezia di cui non avevamo ancora
parlato: Radici antiche l’altra troverà.
«Meg, come fai a conoscere questo posto?» chiesi, nel tono più gentile che
riuscii a trovare.
La sua espressione si fece tesa ma comunque di sfida, come se non fosse
sicura se scoppiare in lacrime o prendermi a botte. «Perché era casa mia»
rispose. «È stato mio padre a costruire Aeithales.»
11

Ehi, giù le mani


Se non hai le visioni
Non mi toccare!

Non si fa.
Non si annuncia al mondo che il proprio padre ha costruito una casa
misteriosa su un luogo sacro alle driadi per poi prendere e partire senza
spiegazioni.
Perciò, naturalmente, fu proprio così che Meg si comportò.
«A domattina» disse, rivolgendosi a nessuno in particolare. Partì su per la
rampa, ancora a piedi nudi nonostante dovesse aggirarsi tra una ventina di specie
diverse di cactus, e scomparve nel buio.
Grover guardò tutti i convenuti all’assemblea. «Ehm… bene, è stata una
riunione proficua, gente.» Poi crollò a terra, iniziando a russare prima ancora di
toccare il pavimento.
Aloe Vera mi rivolse uno sguardo preoccupato. «Devo seguire Meg? Forse le
farebbe bene un altro po’ di succo di aloe.»
«Ci penso io» promisi.
Le driadi cominciarono a pulire i resti della cena (sono molto coscienziose
per questo genere di cose), mentre io andai alla ricerca di Meg McCaffrey.
La trovai a un metro e mezzo da terra, appollaiata sul bordo del cilindro più
lontano, a guardare nel pozzo sottostante. A giudicare dalla lieve fragranza di
fragole che saliva dalle crepe nella pietra, capii che era lo stesso pozzo attraverso
il quale eravamo usciti dal Labirinto.
«Così mi innervosisci» dissi. «Vuoi scendere, per favore?»
«No.»
«E ti pareva.» Mi arrampicai per raggiungerla, sebbene scalare le pareti non
fosse tra i miei talenti. (Oh, chi voglio prendere in giro! Da quand’ero Lester
Papadopoulos, non avevo nessun talento.)
Raggiunsi Meg sul bordo e mi sistemai con i piedi a ciondoloni sull’abisso da
cui eravamo fuggiti. Possibile che fosse successo solo quella mattina?
Non riuscivo a scorgere la rete di piante di fragole nell’ombra sottostante, ma
il loro profumo era potente ed esotico in quella landa deserta. Strano come una
cosa comune possa diventare insolita in un ambiente nuovo. O, nel mio caso,
strano come un dio insolitamente fantastico possa diventare così comune.
La notte risucchiava i colori dai vestiti di Meg, facendola assomigliare a un
semaforo nella scala dei grigi. Il suo naso gocciolante luccicava. Dietro le lenti
sporche degli occhiali, aveva gli occhi umidi. Si rigirava intorno alle dita prima
un anello d’oro e poi l’altro, come per regolare le manopole di una radiolina
vintage.
La giornata era stata lunga per entrambi. Il silenzio era confortevole, e non
ero certo di riuscire a sopportare altre informazioni spaventose sulla profezia di
Indianapolis. D’altro canto, però, mi servivano spiegazioni. Prima di
addormentarmi di nuovo in quel posto, volevo sapere quanto fosse sicuro o
meno, e se rischiavo di svegliarmi con un cavallo parlante davanti agli occhi.
Avevo i nervi tesi. Per un attimo pensai di prendere per il collo la mia giovane
padrona e urlare: “DIMMELO SUBITO!”. Ma decisi che sarebbe stato un po’
insensibile nei suoi confronti.
«Ti va di parlarne?» chiesi con gentilezza.
«No.»
Non era una grande sorpresa. Perfino nelle circostanze migliori, Meg e la
conversazione erano due estranei.
Ci riprovai. «Se Aeithales è il luogo a cui si riferisce la profezia, quello delle
tue “radici antiche”, allora forse potrebbe essere importante saperlo per… restare
vivi?»
Meg mi studiò in viso. Non mi ordinò di saltare nel pozzo di fragole, né di
chiudere il becco. Invece disse: «Ecco» e mi afferrò il polso.
Ormai mi ero abituato alle visioni a occhi aperti: venivo trascinato a farmi un
giretto fra i ricordi ogni volta che le mie esperienze divine sovraccaricavano i
miei neuroni mortali. Ma stavolta era diverso. Anziché nel mio passato, fui
scaraventato in quello di Meg McCaffrey, e vedevo i suoi ricordi dal suo punto
di vista.
Mi trovavo in una delle serre, com’erano prima che le piante si
inselvatichissero. File ordinate di piccoli cactus erano allineate sulle scaffalature
di metallo, con i vasi d’argilla muniti di termometro digitale e misuratore di
umidità. Nebulizzatori e lampade per favorire la crescita pendevano dal soffitto.
L’aria era tiepida ma gradevole, e odorava di terra appena smossa.
La ghiaia bagnata mi crepitava sotto i piedi mentre seguivo mio padre – cioè,
il padre di Meg – nei suoi giri.
Dal mio punto di vista di bambina, lo vedevo sorridermi dall’alto. Nelle
sembianze di Apollo lo avevo già incontrato in altre visioni: un uomo di mezza
età con i capelli ricci scuri e il naso grande e lentigginoso. Ero presente quando,
a New York, aveva dato a Meg una rosa rossa da parte di sua madre, Demetra.
Avevo anche visto il cadavere del signor McCaffrey gettato sulle scale della
Grand Central Station, con il petto sfregiato da coltellate o artigli, il giorno in cui
Nerone era diventato il patrigno di Meg.
In questo ricordo della serra, il signor McCaffrey non sembrava molto più
giovane rispetto alle altre visioni. Dalle emozioni che percepivo, intuivo che
Meg doveva avere più o meno cinque anni, la stessa età di quando lei e suo
padre erano finiti a New York. Ma il signor McCaffrey sembrava molto più
felice in questa scena, molto più a suo agio. Quando Meg lo guardò in viso, fui
sopraffatto da una sensazione di pura gioia e contentezza. Era con papà. La vita
era meravigliosa.
Gli occhi verdi del signor McCaffrey scintillarono. Prese un piccolo cactus e
si inginocchiò per mostrarlo a Meg. «Questo l’ho chiamato Ercole, perché può
resistere a tutto!» Piegò il braccio e disse: «GRRR!», facendo ridere a crepapelle
la figlia.
«Er-cle!» esclamò la piccola Meg. «Voglio vedere altre piante!»
Il signor McCaffrey ripose Ercole sullo scaffale, poi sollevò un dito come un
mago: «Guarda qui!». Frugò nel taschino della sua camicia di jeans e offrì il
pugno chiuso a Meg. «Prova ad aprirlo.»
La bambina cercò di tirare le dita. «Non ci riesco!»
«Sì che ci riesci. Sei molto forte. Provaci di più!»
«GRRR!» fece la piccola Meg. Stavolta riuscì ad aprire la mano del padre,
scoprendo sette semi esagonali, grandi quanto monetine. Sotto la spessa scorza
verde, i semi brillavano debolmente, come una flotta di piccoli UFO . «Ooh!»
esclamò Meg. «Posso mangiarli?»
Il padre rise. «No, tesoro. Sono semi molto speciali. La nostra famiglia prova
a produrre semi come questi da…» Fischiò piano. «Un sacco di tempo. E
quando li pianteremo…»
«Cosa succederà?» chiese Meg, con il fiato sospeso.
«Saranno molto speciali. Perfino più forti di Ercole!»
«Piantali subito!»
Il signor McCaffrey le scompigliò i capelli. «Non ancora, Meg. Non sono
pronti. Ma, quando verrà il momento, avrò bisogno del tuo aiuto. Prometti di
aiutarmi?»
«Prometto» rispose lei, con tutta la solennità del suo cuore di cinque anni.
La scena cambiò. Meg camminava scalza nel bellissimo soggiorno di
Aeithales, dove suo padre era ritto di fronte a una parete di vetro curva,
affacciata sulle luci notturne di Palm Springs. Parlava al telefono, dando la
schiena a Meg. Lei avrebbe dovuto dormire, ma qualcosa l’aveva svegliata: forse
un brutto sogno, forse la sensazione che il padre fosse arrabbiato.
«No, non capisco» stava dicendo l’uomo. «Non avete alcun diritto. Questa
proprietà non è… Sì, ma la mia ricerca non può… È impossibile!»
Meg continuò ad avanzare piano. Amava quel soggiorno. Non solo per la
bella vista, ma per la sensazione che le dava il legno levigato sulla pianta dei
piedi: era liscio e fresco, le sembrava di scivolare su un sottile strato di ghiaccio
vivo. Amava le piante che il papà teneva sugli scaffali e in grossi vasi sparsi per
tutta la stanza: cactus fioriti di mille colori, alberi di Giosuè come colonne che
sostenevano il soffitto, anzi no, che formavano il soffitto e si diffondevano in
una rete di rami irsuti e grappoli verdi irti di spine. Meg era troppo piccola per
capire che quello non era un comportamento normale degli alberi di Giosuè. A
lei sembrava del tutto ragionevole che la vegetazione si intrecciasse per
contribuire a formare la casa.
Meg amava anche il grande pozzo circolare al centro della stanza – la
Cisterna, come la chiamava il papà – che era protetto da una ringhiera, ma che
era meraviglioso per come rinfrescava tutta la casa e ti faceva sentire in un luogo
saldo e sicuro. Meg amava correre giù per la rampa e immergere i piedi
nell’acqua fresca sul fondo, anche se il padre le diceva sempre: “Non stare
troppo con i piedi a mollo, o ti trasformerai in una pianta!”.
Soprattutto, amava la grande scrivania dove il padre lavorava: un tronco di
mesquite che cresceva direttamente dal pavimento e vi si rituffava dentro, come
la spira di un serpente di mare che fa breccia tra le onde, lasciando un arco
appena sufficiente a formare un mobile. La cima del tronco era liscia e piana,
perfetta per un tavolo da lavoro. Tre cavità fungevano da portatutto. Dei
ramoscelli fronzuti si incurvavano verso l’alto, formando la cornice ideale per
sostenere il monitor del computer.
Una volta Meg aveva chiesto al padre se l’albero aveva sofferto quando lo
aveva scolpito per ricavarne la scrivania, ma lui aveva riso.
“No, tesoro, non farei mai del male a un albero. Mesquite si è offerta di
plasmarsi in una scrivania per me.”
Neanche questo era sembrato insolito alla Meg di allora: parlare di un albero
al femminile, rivolgersi a una pianta come se fosse una persona.
Quella sera, tuttavia, Meg non si sentiva a proprio agio nel soggiorno. Non le
piaceva il modo in cui la voce del papà tremava. Andò alla sua scrivania e trovò,
invece dei soliti pacchetti di semi e disegni di fiori, un mucchietto di posta –
lettere scritte a macchina, documenti spillati, plichi – tutti di un colore giallo
tarassaco.
Meg non sapeva leggere, ma non le piacquero quelle lettere. Sembravano
importanti e prepotenti e arrabbiate. Il colore le feriva gli occhi. Non era bello
come quello dei tarassachi veri.
«Voi non capite» stava dicendo intanto il padre al telefono. «Qui c’è di più del
mio lavoro di una vita. Si tratta di secoli, di migliaia di anni di lavoro… non mi
importa se sembra folle. Non potete…» Si voltò e si bloccò, scorgendo Meg alla
scrivania. Uno spasmo gli attraversò il viso, e la sua espressione passò dalla
rabbia alla paura fino alla preoccupazione, per poi fermarsi in un’allegria forzata.
Si fece scivolare il telefono in tasca. «Ehi, tesoro, non riuscivi a dormire, eh?»
disse con una voce sottile e tirata. «Già, neppure io.» Andò alla scrivania, spazzò
via le scartoffie gialle, facendole cadere in una delle cavità dell’albero, e porse la
mano a Meg. «Ti va di dare un’occhiata alle serre?»
La scena cambiò di nuovo.
Un ricordo confuso e frammentario: Meg indossava il proprio completo
preferito, un vestito verde con i leggings gialli. Le piaceva perché il padre una
volta aveva detto che la faceva assomigliare a uno dei loro amici della serra: una
bellissima creatura che cresce. Inciampava sul vialetto al buio, seguendo il
padre, con la propria coperta preferita nello zainetto, perché il signor McCaffrey
aveva detto che dovevano sbrigarsi. Potevano prendere solo quello che
riuscivano a trasportare.
Erano a metà strada verso la macchina quando Meg si fermò, notando le luci
accese nelle serre.
«Meg… andiamo, tesoro» disse suo padre, con la voce rotta come la ghiaia
sotto i loro piedi.
«Ma Ercole…» protestò lei. «E gli altri.»
«Non possiamo portarli» replicò il padre, soffocando un singhiozzo.
Meg non lo aveva mai sentito piangere. Fu come se le mancasse la terra sotto
i piedi. «E i semi magici?» chiese. «Possiamo piantarli dove… dove stiamo
andando?»
L’idea di andare da qualche altra parte le sembrava impossibile, terrificante.
Aeithales era l’unica casa che avesse mai conosciuto.
«Non possiamo, Meg.» Il signor McCaffrey riusciva a stento a parlare.
«Devono crescere qui. E ora…» Si voltò a guardare la casa, che fluttuava sulle
massicce colonne di pietra, le finestre accese di luce dorata.
Ma qualcosa non andava. Sagome scure si muovevano sulla collina. Diversi
uomini, o qualcosa di simile a uomini vestiti di nero, circondarono la proprietà.
E altre sagome scure roteavano nel cielo, con ali che oscuravano le stelle.
Il signor McCaffrey prese la figlia per mano. «Non c’è tempo, tesoro.
Dobbiamo partire. Subito.»
L’ultimo ricordo che Meg aveva di Aeithales: era seduta dietro nella station
wagon del padre, con il volto e le mani schiacciate contro il finestrino posteriore,
e cercava di tenere le luci della casa nella sua visuale il più a lungo possibile.
Erano arrivati solo a metà della collina quando la casa esplose e andò in fiamme.

Trasalii, sentendomi riportare bruscamente al presente. Meg mi staccò la mano


dal polso.
La fissai stordito, con un senso di realtà ancora così traballante che ebbi paura
di cadere nel pozzo di fragole. «Meg, come hai…?»
Lei si stuzzicò un callo sulla mano. «Boh. Mi serviva.»
Una risposta così da Meg. Eppure i ricordi erano stati così dolorosi e vividi
che mi faceva male il petto, come se fossi stato sottoposto a un defibrillatore.
Come aveva fatto a condividere il suo passato con me? Sapevo che i satiri
potevano creare un legame empatico con gli amici più cari. Grover ne aveva uno
con Percy Jackson, e diceva che per questo ogni tanto avvertiva una voglia
inspiegabile di pancake ai mirtilli. Forse Meg aveva un talento simile perché
eravamo legati come servo e padrona?
Non lo sapevo.
Però sapevo che Meg soffriva, molto più di quanto desse a vedere. Le
tragedie della sua giovane vita erano cominciate prima della morte del padre.
Erano cominciate lì. Quelle rovine erano tutto ciò che restava della vita che
avrebbe potuto avere.
Avrei voluto abbracciarla. E, credetemi, non era una sensazione che provavo
spesso. Il risultato poteva essere una gomitata fra le costole o l’elsa di una spada
sul naso.
«Hai sempre…?» esitai. «Hai sempre avuto questi ricordi? Sai cosa stava
cercando di fare tuo padre qui?»
Mi rispose con una scrollata di spalle. Raccolse una manciata di polvere e la
sparse nel pozzo, come per seminare. «Phillip» disse poi, come se il nome le
fosse appena tornato in mente. «Mio padre si chiamava Phillip McCaffrey.»
Quel nome mi fece pensare al re di Macedonia, padre di Alessandro. Un buon
guerriero, ma di una noia mortale. Mai un minimo interesse per la musica, per la
poesia o per il tiro con l’arco. Con Filippo di Macedonia erano solo e sempre
falangi armate. Che barba!
«Phillip McCaffrey era un ottimo padre» dissi, sforzandomi di non lasciar
trapelare l’amarezza nella voce. Non avevo molta esperienza in materia di buoni
padri.
«Sapeva di concime» ricordò Meg. «In senso buono.»
Non conoscevo la differenza tra un buon odore di concime e un cattivo odore
di concime, ma annuii rispettosamente.
Scrutai la fila di serre, il loro profilo appena visibile contro il cielo rosso-nero
della notte. Phillip McCaffrey era stato un uomo di innegabile talento. Forse era
un botanico? Di certo un mortale favorito dalla dea Demetra. Altrimenti come
avrebbe potuto creare una casa come Aeithales, in un luogo così ricco di potere
della natura? A che cosa stava lavorando, e a cosa si riferiva quando aveva detto
che la sua famiglia si occupava di quella ricerca da migliaia di anni? Gli umani
pensano raramente in termini di millenni. Sono fortunati se conoscono il nome
dei loro bisnonni.
Ma, soprattutto, cosa era successo ad Aeithales, e perché? Chi aveva
scacciato i McCaffrey dalla loro casa costringendoli ad andare a New York?
Quest’ultima domanda, purtroppo, era l’unica a cui mi sentivo di poter
rispondere.
«È stato Caligola» dissi, indicando con un gesto le rovine cilindriche sul
fianco della collina. «Ecco cosa intendeva Incitatus quando ha detto che
l’imperatore si era già sbarazzato di questo posto.»
Meg si voltò a guardarmi, con il viso di pietra. «Lo scopriremo. Domani.
Andremo con Grover a trovare quelle persone, Piper e Jason.»
Sentii le frecce vibrare nella faretra, ma non avrei saputo dire se fosse la
Freccia di Dodona che cercava di richiamare attenzione o il mio corpo che
tremava. «E se Piper e Jason non sanno dirci niente di utile?»
Meg si spazzolò la polvere dalle mani. «Fanno parte dei sette, giusto? Sono
amici di Percy Jackson?»
«Be’… sì.»
«Allora sapranno cosa fare. Ci aiuteranno. Troveremo Caligola. Esploreremo
questa specie di labirinto e libereremo la Sibilla e fermeremo i fuochi eccetera.»
Ammirai l’abilità con cui aveva riassunto la nostra impresa in termini così
eloquenti.
D’altro canto, però, non sprizzavo gioia da tutti i pori all’idea di esplorare
quella “specie di labirinto”, nemmeno con l’aiuto di due tra i semidei più potenti.
Anche l’Antica Roma aveva avuto semidei potenti. Molti di loro avevano
cercato di rovesciare Caligola. Erano morti tutti.
Continuavo a ripensare alla mia visione della Sibilla, che si scusava per le sue
terribili notizie. Da quando in qua un Oracolo chiede scusa?
“Ti risparmierei, se potessi. Risparmierei lei.”
La Sibilla aveva insistito che andassi a salvarla. Solo io potevo liberarla,
anche se era una trappola.
Non mi sono mai piaciute le trappole. Mi ricordano la mia vecchia fiamma
Britomarti. Argh. In quante trappole sono caduto per amore di quella dea!
Meg tirò via le gambe dal pozzo e si girò. «Io vado a dormire. Dovresti farlo
anche tu.» Saltò giù dal muro e si avviò per la collina, diretta verso la Cisterna.
Dal momento che non mi aveva esplicitamente ordinato di andare a dormire,
rimasi lì sul muro a lungo, a fissare il baratro ostruito dalle fragole, ascoltando il
battito delle ali del malaugurio.
12

Oh Pinto, Pinto!
Perché sei così gialla?
Io salgo dietro

Dei dell’Olimpo, non avevo sofferto abbastanza?


Un viaggio in macchina da Palm Springs a Malibù con Meg e Grover sarebbe
già stato brutto a sufficienza. Costeggiare le zone evacuate per lo scoppio di
incendi improvvisi e muoversi nell’ora di punta sulle strade di Los Angeles non
potevano che peggiorare le cose. Ma dovevamo per forza viaggiare nella Ford
Pinto coupé color mostarda di Gleeson Hedge?
«State scherzando?» chiesi quando trovai i miei amici ad aspettarmi davanti
all’auto insieme al coach. «Nessuna delle driadi ha una macchina miglio… cioè,
ha un altro veicolo?»
Hedge mi fulminò con lo sguardo. «Ehi, bello, dovresti essere grato. La Pinto
è un grande classico! Apparteneva a quel caprone di mio nonno. L’ho tenuta in
perfette condizioni, perciò non vi azzardate a rovinarla.»
Ripensai alle mie più recenti esperienze con le macchine: il carro del sole che
si schiantava nel laghetto del Campo Mezzosangue; la Prius di Percy Jackson
incuneata fra due peschi in un frutteto di Long Island; una Mercedes rubata che
sterzava fra le strade di Indianapolis, guidata da un trio di demoniaci spiritelli
della frutta.
«Ne avremo cura» promisi.
Hedge confabulò con Grover, per assicurarsi che sapesse come trovare la casa
dei McLean a Malibù. «I McLean dovrebbero trovarsi ancora lì» disse. «Almeno
spero.»
«In che senso?» replicò Grover. «Perché non dovrebbero?»
Il coach tossicchiò. «Comunque, buona fortuna! Salutatemi Piper se la
vedete. Povera figliola…» Si voltò e si avviò trotterellando su per la collina.
L’interno della Pinto sapeva di poliestere surriscaldato e patchouli, una
combinazione che mi riportò alla memoria pessimi ricordi di quando ballavo la
disco insieme a John Travolta (l’odore della sua colonia mi aveva davvero
travolto).
Grover si mise al volante, dato che Hedge aveva voluto affidare le chiavi
soltanto a lui. (Che maleducato.)
Meg si sedette sul sedile davanti, e con le sneakers rosse poggiate sul
cruscotto si divertiva a farsi crescere tralci di buganvillea tra le caviglie.
Sembrava di buon umore, considerata la sessione notturna di tragedie infantili.
Be’, almeno uno di noi due stava bene.
Io riuscivo a malapena a pensare alle perdite che aveva subito senza dover
scacciare le lacrime dagli occhi. Per fortuna, avevo un sacco di spazio per
piangere in privato, bloccato com’ero sul sedile posteriore.
Partimmo in direzione ovest sulla Interstate 10. Mentre attraversavamo la
Moreno Valley, ci misi un po’ a capire cosa c’era di sbagliato: anziché passare
lentamente al verde, il paesaggio restò marrone, la temperatura rimase
opprimente e l’aria secca e acida, come se il deserto del Mojave avesse
dimenticato i suoi confini e si fosse propagato fino a Riverside. A nord, il cielo
era una foschia torbida, come se l’intera foresta di San Bernardino fosse in
fiamme.
Quando giungemmo a Pomona ed entrammo nel traffico, la nostra Pinto
tremava e ansimava come un facocero infartuato.
Grover lanciò un’occhiata dallo specchietto retrovisore: una BMW ci stava
attaccata dietro. «Le Pinto esplodono se vengono tamponate?» chiese.
«Solo qualche volta» risposi.
Ai bei tempi, sul carro del sole, viaggiare su un veicolo in fiamme non mi
aveva mai dato fastidio, ma dopo che Grover aveva tirato fuori l’argomento,
continuavo a guardare dietro, ordinando con il pensiero alla BMW di mantenere la
distanza di sicurezza.
Avevo disperatamente bisogno di una vera colazione, non solo degli avanzi
freddi di enchiladas del giorno prima. Avrei incenerito una città della Grecia per
una buona tazza di caffè e magari un lungo e bel viaggio nella direzione opposta
a quella verso cui stavamo andando.
La mia mente cominciò a vagare. Non avrei saputo dire se si trattasse di veri e
propri sogni a occhi aperti, scatenati dalle visioni del giorno prima, o se la mia
coscienza stesse solo cercando di fuggire dal sedile posteriore della Pinto, ma mi
ritrovai a rivivere alcuni ricordi della Sibilla Eritrea.
Ormai rammentavo il suo nome: Erofile, “amica degli eroi”.
La vidi nella sua terra, la baia di Eritre, sulla costa di quella che un giorno
sarebbe diventata la Turchia. Una mezzaluna di colline dorate spazzate dal vento
e cosparse di conifere, che discendeva in pendii ondulati fino alle fredde acque
dell’Egeo. In una piccola valle vicino all’imboccatura di una grotta, un pastore
vestito di lana grezza era inginocchiato accanto alla moglie, la naiade di una
sorgente vicina, che stava partorendo. Vi risparmierò i dettagli, tranne questo:
quando la madre urlò dando l’ultima spinta, la bambina che emerse dal suo
ventre non pianse, ma cantò, e la sua bellissima voce riempì l’aria con il suono
delle profezie.
Come potete immaginare, richiamò la mia attenzione. Da quel momento in
poi, la bambina fu sacra ad Apollo. La benedissi come uno dei miei Oracoli.
Ricordai Erofile come giovane donna che vagava per il Mediterraneo per
condividere la sua sapienza. Cantava per chiunque volesse ascoltarla: re, eroi,
sacerdoti dei miei templi. Tutti cercavano di trascrivere le sue parole profetiche.
Immaginate di dover imparare a memoria tutte le canzoni di un musical in una
sola seduta, senza la possibilità di riascoltare, e potete capire il loro problema.
Ma Erofile aveva troppi buoni consigli da offrire. La sua voce era così
incantevole che per i suoi ascoltatori era impossibile cogliere ogni dettaglio. Lei
non poteva controllare cosa cantare né quando. Non si ripeteva mai. Dovevi
esserci, o niente.
Predisse la caduta di Troia. Anticipò l’ascesa di Alessandro Magno. Consigliò
a Enea il luogo in cui stabilire la colonia che un giorno sarebbe diventata Roma.
Ma i Romani ascoltarono forse tutti i suoi consigli? “Attenti agli imperatori”,
“Non esagerate con i gladiatori”, “Le toghe non sono una bella moda”? No, no.
Non lo fecero.
Per novecento anni, Erofile vagò per la Terra. Fece del suo meglio per aiutare
il prossimo, ma nonostante le mie benedizioni e qualche saltuaria consegna di
composizioni floreali, si scoraggiò. Tutti coloro che aveva conosciuto da giovane
erano morti. Aveva assistito alla nascita e alla caduta di intere civiltà. Aveva
udito troppi sacerdoti ed eroi chiedere: “Aspetta, che hai detto? Puoi ripetere?
Fammi prendere una matita”.
Tornò a casa sulle colline di sua madre, a Eritre. La sorgente si era inaridita
da secoli, e con lei era svanito lo spirito della madre di Erofile, ma la profetessa
si sistemò in una grotta vicina. Aiutava i supplici ogni volta che si presentavano
per chiedere il suo consiglio, tuttavia la sua voce non fu mai più la stessa.
Il suo bel canto era svanito. Non saprei dirvi se avesse perso la sicurezza in se
stessa, o se il dono della profezia fosse mutato in una specie diversa di
maledizione. Erofile parlava in versi zoppicanti, e ometteva parole importanti
che l’ascoltatore era costretto a indovinare. A volte le mancava del tutto la voce.
Frustrata, scarabocchiava i versi sulle foglie secche, lasciando al supplice il
compito di disporle nel giusto ordine per ricavarne il significato.
L’ultima volta che l’ho vista… sì, correva l’anno 1509. L’avevo convinta a
lasciare la sua grotta per un’ultima visita a Roma, dove Michelangelo stava
dipingendo il suo ritratto sul soffitto della Cappella Sistina. A quanto pareva,
veniva celebrata per una certa profezia di tanto tempo prima, quando aveva
predetto la nascita di Gesù il Nazareno.
«Non lo so» disse Erofile, seduta accanto al pittore sull’impalcatura, mentre
lo osservava all’opera. «È un bellissimo ritratto, ma le mie braccia non sono
così…» La sua voce andò in tilt. «Nove lettere. Comincia con la M…»
Michelangelo si tamburellò le labbra con il pennello. «Muscolose?»
Erofile annuì vigorosamente.
«Ci penso io» promise il pittore.
Dopo, Erofile tornò nella propria grotta per sempre. Ammetto di aver perso le
sue tracce. Diedi per scontato che fosse scomparsa, come tanti altri miei Oracoli
antichi. E invece eccola qui, nella California del Sud, alla mercé di Caligola.
Avrei dovuto continuare a mandarle quelle composizioni floreali.
Ormai potevo solo cercare di rimediare alla mia negligenza. Erofile era
ancora un mio Oracolo, tanto quanto Rachel Dare al Campo Mezzosangue o il
fantasma del povero Trofonio a Indianapolis. Trappola o non trappola, non
potevo lasciarla in quella stanza di lava, prigioniera di manette incandescenti.
Cominciai a chiedermi se forse, e dico forse, Zeus non avesse avuto ragione a
mandarmi sulla Terra, per rimediare ai mali che avevo lasciato correre.
Liquidai subito quel pensiero. No. La mia punizione era un’ingiustizia.
Eppure… argh. Esiste qualcosa di peggio che rendersi conto di dare ragione al
proprio padre?
Grover procedeva lungo il confine settentrionale di Los Angeles, in mezzo a
un traffico che avanzava pianissimo, quasi quanto i brainstorming di Atena.
Non voglio essere ingiusto con la California del Sud. Quando non è arsa dagli
incendi, o intrappolata in una foschia marrone di smog, o scossa dai terremoti, o
sommersa dal mare, o soffocata dal traffico, c’erano delle cose che mi
piacevano: la scena musicale, le palme, le spiagge, le giornate di sole, la bella
gente. Eppure capivo perché Ade avesse collocato l’ingresso principale degli
Inferi proprio da quelle parti. Los Angeles era una calamita per le aspirazioni
umane, il luogo perfetto in cui i mortali si radunavano sognando la fama, per poi
fallire, morire e finire nello scarico dell’oblio.
Ecco, vedete? So essere un osservatore equilibrato!
Ogni tanto lanciavo uno sguardo verso il cielo, sperando di scorgere Leo
Valdez che volava in groppa a Festus, il suo drago di bronzo. Magari con un
grande striscione che diceva: TUTTO BENE! Mancavano ancora due giorni alla
luna nuova, certo, ma forse Leo aveva concluso prima la sua missione di
salvataggio! Poteva atterrare sull’autostrada e dirci che il Campo Giove era stato
salvato dalla minaccia imminente, qualunque essa fosse. Poi avrebbe potuto
chiedere a Festus di incenerire le macchine di fronte a noi per velocizzare il
viaggio.
Ahimè, non c’era nessun drago di bronzo che volteggiava sopra di noi, anche
se sarebbe stato difficile individuarlo. Tutto il cielo era color bronzo.
«Allora, Grover, hai mai incontrato Piper o Jason?» chiesi, dopo qualche
decennio di autostrada.
Grover scosse la testa. «Sembra strano, lo so. Viviamo tutti da queste parti da
un po’. Ma sono stato molto occupato con gli incendi. Jason e Piper avevano la
loro impresa e la scuola e non so che altro. Non ne ho mai avuto l’occasione. Il
coach dice che sono… simpatici.»
Ebbi la sensazione che stesse per dire qualcosa di diverso da “simpatici”.
«C’è qualche problema di cui dovremmo essere a conoscenza?»
Grover tamburellò con le dita sul volante. «Be’… sono stati molto sotto
stress. Prima per la ricerca di Leo Valdez. Poi per altre imprese. Alla fine le cose
hanno preso una brutta piega per il signor McLean.»
Meg alzò gli occhi dalla treccia di buganvillea. «Il papà di Piper?»
Grover annuì. «È un attore famoso. Tristan McLean, avete presente?»
Un fremito di piacere mi percorse la schiena. Adoravo Tristan McLean nel Re
di Sparta. E che dire di Jake Steel 2: Il ritorno? Per essere un mortale,
quell’uomo aveva degli addominali infiniti.
«In che senso, le cose hanno preso una brutta piega?» chiesi.
«Non leggi le riviste di gossip» intuì Grover.
Triste ma vero. A furia di andarmene in giro da comune mortale, per liberare
antichi Oracoli e combattere contro imperatori romani megalomani, non avevo
avuto il tempo di tenermi aggiornato sui gustosi pettegolezzi di Hollywood.
«Un brutto divorzio?» provai a indovinare. «Una causa di paternità? Ha
scritto qualcosa di tremendo su Twitter?»
«Non proprio» rispose Grover. «Diciamo che… vedremo come stanno le cose
quando arriviamo. Forse non è così male.»
Lo disse nel tono che la gente usa quando si aspetta che le cose siano così
male.
Quando arrivammo a Malibù, era quasi ora di pranzo. Il mio stomaco si stava
ribaltando dalla fame e dal mal d’auto. Io, che un tempo trascorrevo intere
giornate sulla Maserati del sole, ormai soffrivo il mal d’auto. Tutta colpa di
Grover. Aveva lo zoccolo pesante alla guida.
Ma guardiamo il lato positivo: la nostra macchina non era esplosa, e
trovammo casa McLean senza incidenti di percorso.
Un po’ discosta dalla strada tortuosa, la villa al numero 12 di Oro del Mar si
abbarbicava sulle scogliere rocciose affacciate sul Pacifico. Dalla strada, le
uniche parti visibili erano il muro di cinta dipinto di bianco, il cancello in ferro
battuto e una distesa di tetti dalle tegole rosse.
Il posto avrebbe irradiato un senso di intimità e tranquillità zen, non fosse
stato per i furgoni da trasloco parcheggiati fuori. Il cancello era spalancato.
Truppe di uomini forzuti si portavano via divani, tavoli e grandi opere d’arte. In
fondo al vialetto, con un’aria trasandata e stordita come se fosse reduce da un
incidente d’auto, c’era Tristan McLean. Faceva avanti e indietro nervosamente.
Aveva i capelli più lunghi rispetto ai film che avevo visto. Riccioli di seta
nera gli ricadevano sulle spalle. Aveva messo su peso, perciò non somigliava più
all’atletica macchina assassina che era stato nel Re di Sparta. I jeans bianchi
erano macchiati di fuliggine. La maglietta nera era strappata intorno al collo e i
mocassini sembravano un paio di patate lesse.
C’era qualcosa di strano: una celebrità del suo calibro che se ne stava di
fronte alla sua casa di Malibù senza guardie né assistenti personali o fan in
adorazione. Non c’era nemmeno una folla di paparazzi a scattare foto
imbarazzanti.
«Che gli è capitato?» chiesi.
Meg lo scrutò dal finestrino. «A me sembra a posto.»
«No» insistetti. «Sembra… un comune mortale.»
Grover spense il motore. «Andiamo a salutarlo.»
Il signor McLean smise di fare avanti e indietro quando ci vide. I suoi occhi
marrone scuro sembravano appannati. «Siete amici di Piper?»
Non riuscivo a trovare le parole. Risposi con un gorgoglio che non emettevo
dal giorno in cui avevo conosciuto Grace Kelly.
«Sì, signore» disse Grover. «È in casa?»
«Casa…» Tristan McLean assaporò la parola. Sembrò trovarla amara e priva
di significato. «Entrate pure.» Indicò con un gesto vago il fondo del vialetto.
«Credo che sia…» La sua voce si spense quando vide due traslocatori che si
portavano via una grossa statua di marmo raffigurante un pesce gatto. «Andate
pure. Non ha importanza.»
Non capii se stesse parlando con noi o con i traslocatori, ma il suo tono
sconfitto mi allarmò perfino più del suo aspetto.
Attraversammo un cortile disseminato di sculture topiarie e fontane
scintillanti, varcammo un lucido portone di quercia ed entrammo in casa.
Il pavimento in cotto messicano luccicava. Sulle pareti color crema si
notavano le pallide impronte lasciate dai dipinti che vi erano stati appesi. Alla
nostra destra si apriva una cucina che perfino Edesia, la dea romana dei
banchetti, avrebbe adorato. Di fronte a noi si spalancava un’ampia stanza con un
altissimo soffitto sostenuto da travi di cedro, un immenso camino e una parete
composta da porte a vetro scorrevoli che conducevano a una terrazza con vista
sull’oceano.
Purtroppo la stanza era un guscio vuoto: non c’erano mobili, né tappeti, né
opere d’arte… solo qualche cavo che sbucava dalle pareti e una scopa con
paletta appoggiata in un angolo.
Una stanza così magnifica non avrebbe dovuto essere vuota. Era come un
tempio senza statue, musica e offerte d’oro. (Oh, perché mi torturavo con queste
analogie?)
Seduta accanto al camino, intenta a frugare in una pila di scartoffie, c’era una
giovane dalla pelle ramata e con i capelli scuri e scalati. La maglietta arancione
del Campo Mezzosangue mi portò a concludere che fosse Piper McLean, figlia
di Afrodite e Tristan McLean.
I nostri passi echeggiarono nell’ampio spazio, ma Piper non sollevò lo
sguardo quando ci avvicinammo. Forse era troppo assorta in quei documenti, o
pensava che fossimo traslocatori.
«Volete che mi alzi di nuovo?» borbottò. «Sono sicura che il camino non si
muoverà di qui.»
«Ehm…»
Piper alzò lo sguardo. Le sue iridi multicolore catturavano la luce come
prismi offuscati. Mi studiò come se non fosse certa di cosa stesse guardando
(diamine, quanto conoscevo bene quella sensazione), poi squadrò Meg con la
stessa aria confusa.
Quando puntò gli occhi su Grover, rimase a bocca aperta. «Io ti conosco»
disse. «Dalle foto di Annabeth. Sei Grover!» Saltò in piedi, e le sue scartoffie si
sparsero sul pavimento in cotto. «Cos’è successo? Annabeth e Percy stanno
bene?»
Grover fece un passetto indietro, cosa comprensibile data l’espressione
intensa di Piper.
«Stanno bene, sì!» rispose. «Almeno credo. A dire il vero non li vedo da…
ehm, da un po’, ma ho un legame empatico con Percy, perciò se non stesse bene,
credo che lo saprei.»
«Apollo.» Meg si inginocchiò a raccogliere uno dei documenti caduti, con la
faccia più scura perfino di quella di Piper.
Il mio stomaco finì di rovesciarsi. Perché non avevo notato prima il colore di
quei fogli? Tutte le scartoffie – plichi, documenti spillati, lettere d’affari – erano
giallo tarassaco.
«Finanziaria N.H. » lesse Meg su un’intestazione. «Divisione del Triumvirato.»
«Ehi!» Piper le strappò il foglio di mano. «È personale!» Poi si voltò a
guardarmi come se stesse riavvolgendo il nastro della conversazione. «Aspetta.
Ti ha appena chiamato Apollo?»
«Temo di sì.» Le feci un goffo inchino. «Apollo, dio della poesia, della
musica, del tiro con l’arco e di molte altre cose importanti, al tuo servizio, anche
se sulla mia patente c’è scritto Lester Papadopoulos.»
Piper strizzò gli occhi. «Eh?»
«E lei è Meg McCaffrey» aggiunsi. «Figlia di Demetra. Non voleva
ficcanasare. Solo che abbiamo già visto documenti come questi.»
Lo sguardo di Piper saltò da me a Meg a Grover. Il satiro alzò le spalle come
a dire: “Benvenuta nel mio incubo”.
«Mi sa che dovrete farmi un riassunto» decise la figlia di Afrodite.
Feci del mio meglio per fornirle una brevissima sintesi: la mia caduta sulla
Terra, il mio asservimento a Meg, le mie due precedenti imprese per liberare gli
Oracoli di Dodona e Trofonio, i miei viaggi con Calipso e Leo Valdez…
«LEO?» Piper mi afferrò le braccia così forte che temetti di ritrovarci i lividi.
«È vivo!»
«Ahia» mugolai.
«Scusa.» Mollò la presa. «Devo sapere tutto su Leo. Subito.»
Feci il possibile per soddisfarla, temendo che altrimenti mi avrebbe
fisicamente strappato dal cervello quello che sapevo.
«Quella piccola canaglia incendiaria…» Piper scosse il capo. «Lo cerchiamo
da mesi, e lui si presenta così di punto in bianco al campo?»
«Sì» confermai. «C’è una lista d’attesa di varie persone che vogliono
picchiarlo. Possiamo trovarti uno spazietto in autunno. Ma in questo momento
abbiamo bisogno del tuo aiuto. Dobbiamo liberare una Sibilla dall’imperatore
Caligola.»
L’espressione di Piper mi ricordò quella di un giocoliere che cerca di seguire
la traiettoria di quindici oggetti diversi nell’aria. «Lo sapevo» mormorò.
«Sapevo che Jason non mi stava dicendo…»
Una mezza dozzina di traslocatori entrò all’improvviso dal portone, parlando
in russo.
Piper si accigliò. «Discutiamone in terrazza. Ci scambieremo le brutte
notizie.»
13

Stai attenta Meg!


Non giocare col fuoco!
Siamo spacciati…

Oh, la spettacolare vista sull’oceano! Oh, le onde che s’infrangono sulle


scogliere e i gabbiani che volteggiano nel cielo! Oh, il grande e grosso
traslocatore sudato che legge i messaggini sul cellulare in poltrona!
L’uomo alzò lo sguardo quando arrivammo in terrazza. Aggrottò la fronte, si
alzò di malavoglia e rientrò in casa a passi pesanti, lasciando una chiazza di
sudore a sua immagine e somiglianza sul tessuto della poltrona.
«Se avessi ancora la mia cornucopia, bersaglierei questi tizi di prosciutti»
commentò Piper.
Mi si contrassero gli addominali. Una volta mi ero beccato un cinghiale
arrosto nello stomaco, un giorno che Demetra ce l’aveva particolarmente con
me… ma questa è un’altra storia.
Piper salì sul parapetto della terrazza e si sedette con i piedi agganciati alla
ringhiera. Immaginai che si fosse appollaiata lì centinaia di volte e che non
pensasse più allo strapiombo. Sotto di noi, in fondo alle scale di legno che
zigzagavano verso il basso, una striscia di spiaggia si aggrappava ai piedi delle
scogliere. Le onde si infrangevano contro rocce appuntite. Decisi di non sedermi
accanto a Piper. Non soffro di vertigini, ma soffro decisamente all’idea di cadere
giù per colpa del mio scarso senso dell’equilibrio.
Grover guardò di sottecchi la poltrona sudata – l’unico mobile lasciato in
terrazza – e optò per restare in piedi. Meg si avvicinò a una cucina a gas
d’acciaio inossidabile e cominciò a giocare con le manopole. Calcolai che
avevamo all’incirca cinque minuti prima che ci facesse esplodere tutti.
«Allora.» Mi appoggiai al parapetto accanto a Piper. «Tu sai di Caligola.»
I suoi occhi passarono dal verde al marrone, come la corteccia di un albero
che sta invecchiando. «Sapevo che c’era qualcuno dietro i nostri problemi: il
Labirinto di fuoco, questo…» Indicò con un gesto la villa vuota oltre le porte a
vetri. «Mentre chiudevamo le Porte della Morte, abbiamo combattuto contro un
sacco di cattivi che volevano tornare dagli Inferi. Il fatto che ci sia un imperatore
malvagio dietro la Società del Triumvirato non mi stupisce.»
Piper doveva avere sui sedici anni, proprio come… no, non potevo dire
“proprio come me”. Se avessi pensato in quei termini, avrei dovuto paragonare
la sua carnagione perfetta alla mia faccia sfregiata dall’acne, il suo nasino
finemente cesellato al mio mozzicone di cartilagine a patata, la sua corporatura
snella e dalle morbide curve con la mia, che aveva anch’essa le sue morbide
curve, ma in tutti i posti sbagliati. E poi avrei dovuto urlare: TI ODIO!
Era così giovane, eppure aveva già visto tante battaglie. Aveva detto “Mentre
chiudevamo le Porte della Morte” nello stesso modo in cui i suoi compagni di
scuola avrebbero detto “Mentre ci facevamo una nuotata a casa di Kyle”.
«Sapevamo del Labirinto di fuoco» continuò. «Gleeson e Mellie ce ne hanno
parlato. Hanno detto che i satiri e le driadi…» Fece un gesto verso Grover. «Be’,
non è un segreto che voi ragazzi non ve la passiate bene tra la siccità e gli
incendi. Poi ho fatto dei sogni. Voi mi capite.»
Io e Grover annuimmo. Perfino Meg allungò lo sguardo dai suoi pericolosi
esperimenti con la cucina all’aria aperta e grugnì una specie di assenso.
Sapevamo tutti che i semidei non potevano farsi nemmeno un pisolino senza
essere afflitti da cattivi presagi e sogni premonitori.
«Comunque, pensavamo che saremmo riusciti a trovare il cuore di questa
parte del Labirinto» proseguì Piper. «Credevo che la persona – o la creatura –
responsabile di tutto questo sarebbe stata lì, e che avremmo potuto rispedirla
negli Inferi.»
«Quando dici “pensavamo”, ti riferisci a te e a…?»
«Jason. Sì.» Piper abbassò di colpo la voce quando pronunciò il suo nome,
come facevo io quando ero costretto a pronunciare i nomi di Giacinto o Dafne.
«È successo qualcosa tra voi» dedussi.
Lei si tolse un granellino di sporco invisibile dai jeans. «È stato un anno
difficile.»
“Non dirlo a me” pensai.
Meg accese uno dei fuochi della cucina, che fiammeggiò azzurro come un
motore a razzo. «Vi siete lasciati?»
Se avete bisogno di qualcuno che si comporti senza il minimo tatto nelle
questioni amorose con una figlia di Afrodite, e che nello stesso tempo accenda
un fuoco di fronte a un satiro, lasciate fare a Meg.
«Per favore, non giocare con la cucina» disse Piper, in tono gentile. «E sì, ci
siamo lasciati.»
«Davvero?» belò Grover. «Ma pensavo che…»
«Pensavi cosa?» La voce di Piper rimase piatta. «Che saremmo vissuti per
sempre felici e contenti come Percy e Annabeth?» Puntò lo sguardo verso la casa
vuota, non come se le mancassero i vecchi mobili, ma come per immaginare una
ristrutturazione totale. «Le cose cambiano. Le persone cambiano. Io e Jason…
abbiamo avuto una strana partenza. Era ci aveva manipolato il cervello,
facendoci pensare che condividevamo un passato che in realtà non esisteva.»
«Ah» commentai. «Tipico di Era.»
«Abbiamo combattuto la guerra contro Gea. Poi abbiamo trascorso mesi alla
ricerca di Leo. Infine abbiamo cercato di adattarci a scuola, e nel momento in cui
finalmente pensavo di poter respirare…» Piper esitò, scrutando i nostri volti
come se si fosse resa conto che stava per condividere le vere ragioni, le ragioni
più profonde di quella rottura con persone che conosceva a malapena.
Ripensai al tono triste con cui Mellie ci aveva parlato di Piper, e al modo in
cui la ninfa delle nubi aveva pronunciato il nome di Jason.
«Comunque, le cose cambiano» riprese Piper. «Ma stiamo bene. Lui sta bene.
Io sto bene. Almeno… stavo bene, finché non è cominciato tutto questo.» Indicò
con un gesto la sala, dove i traslocatori stavano trasportando un materasso verso
il portone d’ingresso.
Decisi che era giunta l’ora di affrontare l’argomento che tutti fingevamo di
non vedere, il cosiddetto elefante nella stanza. O meglio, l’elefante sulla terrazza.
Anzi no, l’elefante che sarebbe stato in terrazza se i traslocatori non l’avessero
portato via.
«Cos’è successo esattamente?» domandai. «Che cosa c’è in tutti quei
documenti gialli?»
«Come questo» disse Meg, tirando fuori dalla cintura da giardinaggio una
lettera piegata. Doveva essersela intascata prima in sala. Per essere una figlia di
Demetra, aveva una bella mano lesta.
«Meg!» esclamai. «Non è tua.»
Forse ero un po’ ipersensibile in materia di posta rubata. Una volta Artemide
aveva frugato nella mia corrispondenza e ci aveva trovato alcune lettere
particolarmente gustose di Lucrezia Borgia. Mi ha preso in giro per decenni.
«Finanziaria N.H. » continuò Meg imperterrita. «Neos Helios. Caligola,
giusto?»
Piper affondò le unghie nel parapetto di legno. «Buttala via, ti prego.»
Meg lasciò cadere la lettera sul fuoco acceso.
Grover sospirò. «Avrei potuto mangiarmela io. Sarebbe stata una scelta
migliore per l’ambiente, e gli articoli di cartoleria hanno un ottimo sapore.»
Il commento strappò un debole sorriso a Piper. «Il resto è tutto tuo» promise.
«E, per quanto riguarda il contenuto, è roba legale, bla bla, roba finanziaria, bla
bla eccetera. Per farla breve, mio padre è rovinato.» Mi guardò inarcando un
sopracciglio. «Davvero non hai letto gli articoli di gossip? Non hai visto
nemmeno qualche copertina?»
«È quello che ho chiesto anch’io» fece Grover.
Presi l’appunto mentale di fare un salto alla prima edicola disponibile per fare
scorta di letture. «Sono tremendamente indietro» ammisi. «Quando è cominciata
questa storia?»
«Non lo so nemmeno io» rispose Piper. «Jane, l’ex assistente personale di
mio padre, c’era dentro fino al collo. E così pure il suo manager finanziario, il
suo contabile, il suo agente. Questa azienda, la Società del Triumvirato…» Piper
allargò le mani, come se stesse parlando di un disastro naturale che non poteva
essere predetto. «Si è data parecchio da fare. Avranno impiegato anni e decine di
milioni di dollari per distruggere tutto ciò che mio padre aveva costruito: il suo
patrimonio, le sue attività, la sua reputazione con gli studi cinematografici.
Quando abbiamo assunto Mellie… be’, è stata fantastica. È stata la prima
persona ad accorgersi del problema. Ha cercato di aiutarci, ma era troppo tardi.
Adesso mio padre è più che rovinato. È pieno di debiti. Deve pagare milioni di
tasse di cui non era nemmeno a conoscenza. Il massimo che possiamo augurarci
è che eviti la prigione.»
«È orribile» commentai.
E dicevo sul serio. La prospettiva di non vedere mai più gli addominali di
Tristan McLean sul grande schermo era un’amara delusione, anche se avevo
troppo tatto per dirlo di fronte alla figlia.
«Non posso nemmeno aspettarmi molta compassione» continuò Piper.
«Dovreste vedere i ragazzi della mia scuola, come sogghignano e mi parlano alle
spalle. Cioè, perfino più del solito. “Oh, poverina. Hai perso tutte e tre le tue
case.”»
«Tre case?» domandò Meg.
Non capivo cosa ci fosse di così sorprendente. La maggior parte delle divinità
minori e delle celebrità che conoscevo ne aveva almeno una decina, ma Piper
sembrò a disagio.
«Lo so, è ridicolo» ammise. «Ci hanno espropriato dieci macchine. E
l’elicottero. Pignoreranno questo posto alla fine della settimana e si prenderanno
l’aeroplano.»
«Avete un aeroplano.» Meg annuì come se almeno questo avesse senso.
«Forte.»
Piper sospirò. «Non mi importa delle cose, ma il simpatico ex ranger che ci
faceva da pilota resterà senza lavoro. E Meg e Gleeson ci hanno dovuto lasciare.
Insieme a tutto lo staff della casa. Soprattutto… sono preoccupata per mio
padre.»
Seguii la direzione del suo sguardo. Tristan McLean stava vagando per la
grande sala, fissando le pareti spoglie. Lo preferivo nel ruolo dell’eroe dei film
d’azione. Quello di uomo distrutto non gli si addiceva.
«Era già in convalescenza» disse Piper. «L’anno scorso è stato rapito da un
gigante.»
Rabbrividii. Essere catturati dai giganti può lasciare cicatrici profonde.
Millenni fa era capitato ad Ares (e i giganti erano due). Non è stato più lo stesso
da allora. Prima, era arrogante e attaccabrighe. Dopo, arrogante, attaccabrighe e
irritabile.
«Mi sorprende che la mente di tuo padre sia ancora integra» dissi.
Piper socchiuse appena gli occhi. «Quando lo abbiamo salvato dal gigante,
abbiamo usato una pozione per cancellargli la memoria. Secondo Afrodite era
l’unica cosa che potevamo fare per lui. Ma ora… sì, insomma, quanti traumi può
sopportare una persona?»
Grover si sfilò il berretto e lo fissò mestamente. Forse stava pensando a cose
molto serie, o forse aveva soltanto fame. «Che farete adesso?»
«La nostra famiglia ha ancora una proprietà» rispose Piper. «In Oklahoma,
fuori Tahlequah: il terreno cherokee originario. Alla fine di questa settimana,
useremo il nostro ultimo volo sull’aeroplano per tornare a casa. Ecco una
battaglia che il vostro malvagio imperatore ha vinto.»
Non mi piacque quel “vostro”. Non mi piacque nemmeno il modo in cui Piper
aveva detto “casa”, come se avesse già accettato il fatto che avrebbe trascorso il
resto della sua vita in Oklahoma. Non che io abbia niente contro l’Oklahoma,
badate bene. Il mio amico Woody Guthrie veniva da Okemah. Ma i mortali di
Malibù in genere non lo vedevano come un miglioramento.
E poi, l’idea di Tristan e Piper costretti a traslocare nell’Est mi ricordava le
visioni che Meg mi aveva mostrato la sera prima: lei e il padre che venivano
sfrattati dallo stesso bla bla giallo scritto in legalese, la loro fuga dalla casa in
fiamme e la fine che avevano fatto a New York. Dalla padella di Caligola alla
brace di Nerone.
«Non possiamo permettere che Caligola vinca» dissi a Piper. «Non sei l’unica
semidea che ha preso di mira.»
Sembrò metabolizzare lentamente le mie parole. Poi si voltò a guardare Meg,
come se la vedesse per la prima volta. «Anche tu?»
Meg spense il gas. «Sì. Mio padre.»
«Cos’è successo?»
Meg fece spallucce. «È passato tanto tempo.»
Aspettammo, ma Meg aveva deciso di essere Meg.
«La mia giovane amica è una ragazza di poche parole» dissi. «Ma se ho il suo
permesso…?»
Meg non mi ordinò di chiudere il becco né di buttarmi giù dalla terrazza, così
raccontai a Piper quello che avevo visto nei suoi ricordi.
Quando ebbi finito, Piper si avvicinò a Meg e, prima che potessi urlare:
“Attenta, morde peggio di uno scoiattolo selvatico!”, l’abbracciò.
«Mi dispiace tanto.» Piper la baciò in cima alla testa.
Aspettai con un certo nervosismo che le spade d’oro di Meg lampeggiassero
tra le sue mani.
Invece, dopo un momento di sorpresa, Meg si sciolse nell’abbraccio di Piper.
Rimasero così a lungo, Meg che tremava, Piper che la teneva stretta come se si
sentisse la semidea Consolatrice In Capo e i suoi problemi fossero irrilevanti
rispetto a quelli della sua nuova amica.
Alla fine, tirando su col naso con una specie di singhiozzo, Meg si scansò e si
asciugò gli occhi con la manica. «Grazie.»
Piper mi guardò. «Da quanto tempo Caligola butta all’aria le vite dei
semidei?»
«Da un paio di millenni, direi» risposi. «Lui e gli altri due imperatori non
sono tornati attraverso le Porte della Morte. Non hanno mai lasciato davvero il
mondo dei viventi. In pratica, sono delle divinità minori. Hanno avuto secoli per
costruire il loro impero segreto, la Società del Triumvirato.»
«Ma perché noi?» chiese Piper. «Perché adesso?»
«Nel tuo caso, posso solo immaginare che Caligola non ti voglia tra i piedi»
dissi. «Se sei distratta dai problemi di tuo padre, non sei una minaccia, tanto più
se vivi in Oklahoma, lontano dal suo territorio. Quanto a Meg e suo padre… non
lo so. Il signor McCaffrey era coinvolto in qualche genere di lavoro che Caligola
considerava una minaccia.»
«Qualcosa che avrebbe aiutato le driadi» aggiunse Grover. «Basandoci sul
luogo in cui lavorava, doveva trattarsi di quelle serre. Caligola ha rovinato un
uomo della natura.»
Non avevo mai sentito Grover così arrabbiato. Dubitavo che per un satiro
esistesse elogio maggiore che definire un umano “uomo della natura”.
Piper studiò le onde all’orizzonte. «Voi pensate che sia tutto collegato.
Caligola sta tramando qualcosa e toglie di mezzo chiunque lo minacci, scatena
questo Labirinto di fuoco e distrugge gli spiriti della natura.»
«E imprigiona l’Oracolo di Eritre» aggiunsi. «Per farne una trappola.
Destinata a me.»
«Ma che cosa vuole?» domandò Grover. «Qual è il suo scopo?»
Erano ottime domande. E, con Caligola di mezzo, non ci avrebbe fatto piacere
conoscere le risposte. Ci avrebbero fatto piangere.
«Vorrei chiederlo alla Sibilla» dissi. «Se qualcuno qui sa come trovarla.»
Piper strinse le labbra. «Ah. Ecco perché siete qui.» Guardò prima Meg, poi
la cucina a gas, forse per decidere cosa sarebbe stato più pericoloso, se partire
per un’impresa insieme a noi o restare qui con una figlia di Demetra annoiata.
«Lasciatemi prendere le mie armi» disse infine. «Andiamo a farci un giro.»
14

Caro vicino
Ci presti la Cadillac?
Che bei pantaloni!

Non giudicatemi» avvisò Piper quando riemerse dalla sua stanza.


Non me lo sarei mai sognato.
Piper McLean sembrava una guerriera alla moda, con le Converse bianche
immacolate, i jeans skinny scoloriti, una cintura di pelle e la maglietta arancione
del campo. Intrecciata fra i capelli, su un lato del viso, pendeva una piuma blu:
una piuma di arpia, se non mi sbagliavo.
Appeso alla cintura c’era un pugnale a lama triangolare del genere che un
tempo portavano le donne greche: un parazonio. Ecuba, futura regina di Troia,
ne sfoggiava uno all’epoca in cui ci frequentavamo. Era per lo più cerimoniale, a
quanto ricordavo, ma molto affilato. (Ecuba aveva un bel caratterino.)
Sull’altro lato della cintura di Piper c’era… Ah. Ecco perché si sentiva in
imbarazzo. Lungo la sua coscia c’era una minuscola faretra piena di piccoli dardi
lunghi una trentina di centimetri, con l’impennaggio fatto di cardi vaporosi.
Sulle spalle, oltre allo zaino, portava un tubo lungo poco più di un metro ricavato
da una canna di fiume.
«Una cerbottana!» esclamai. «Adoro le cerbottane!»
Non che fossi un esperto, badate bene, ma la cerbottana è un’arma speciale:
elegante, difficile da padroneggiare e molto subdola. Come potevo non amarla?
Meg si grattò il collo. «È un’arma greciosa?»
Piper rise. «No, non sono greciose. Ma sono cherokee ose. Questa me l’ha
costruita mio nonno Tom tanto tempo fa. Voleva sempre che mi allenassi.»
Il pizzetto di Grover ebbe un fremito, come se cercasse di staccarsi dal mento
con una mossa in stile Houdini. «Le cerbottane sono molto difficili da usare. Mio
zio Ferdinand ne aveva una. Tu sei brava?»
«Me la cavo» ammise Piper. «Non mi avvicino nemmeno alla bravura di mia
cugina, che vive a Tahlequah; lei ha vinto il campionato tribale. Ma mi sono
esercitata. L’ultima volta che io e Jason siamo stati nel Labirinto…» Diede una
leggera pacca sulla faretra. «Queste mi hanno fatto comodo. Vedrete.»
Grover contenne l’entusiasmo. Capivo la sua preoccupazione. Nelle mani di
un novellino, una cerbottana è più pericolosa per gli alleati che per i nemici.
«E il pugnale?» chiese Grover. «È davvero…?»
«Katoptris» concluse Piper con orgoglio. «Apparteneva a Elena di Troia.»
Mi sfuggì un gridolino. «Hai il pugnale di Elena di Troia? Dove l’hai
trovato?»
Piper fece spallucce. «In un capanno, al campo.»
Mi sarei strappato i capelli. Ricordavo il giorno in cui Elena aveva ricevuto il
pugnale come dono di nozze. Una lama così favolosa, nelle mani della donna più
bella che abbia mai calcato questa Terra. (Senza offesa per le miriadi di altre
donne incantevoli là fuori; vi amo tutte.) E Piper aveva trovato quell’arma
potente, di squisita fattura e di grande significato storico in un capanno?
Ahimè, il tempo rottama tutto, senza badare al valore. Mi chiesi se non mi
aspettasse un destino del genere. Di lì a un migliaio di anni, qualcuno forse mi
avrebbe trovato in un capanno degli attrezzi e avrebbe detto: “Toh, guarda.
Apollo, il dio della poesia. Forse posso dargli una ripulita e usarlo in qualche
modo”.
«La lama mostra ancora le visioni?» domandai.
«Tu ne sai qualcosa, eh?» Piper scosse la testa. «Le visioni si sono fermate
l’estate scorsa. Non ha niente a che vedere col fatto che ti abbiano scacciato
dall’Olimpo… non è vero, Mister Dio della Profezia?»
Meg tirò su col naso. «La maggior parte delle cose è colpa sua.»
«Ehi!» protestai. «Ehm… lasciamo stare. E ora, Piper, dove ci porterai di
preciso? Se tutte le vostre auto sono state pignorate, temo che saremo costretti a
usare la Pinto del coach.»
Piper fece un verso di scherno. «Penso che possiamo cavarcela con qualcosa
di meglio. Seguitemi.» Ci condusse sul vialetto d’ingresso, dove Tristan McLean
aveva ripreso a vagare confuso. L’attore si aggirava senza meta, con la testa
china come per cercare una moneta caduta. Aveva i capelli dritti in testa nei
punti in cui ci aveva passato più volte le dita.
Sul portellone posteriore di un furgone vicino, i traslocatori stavano facendo
la pausa pranzo, mangiando come se niente fosse su piatti di porcellana che fino
a poco tempo prima erano appartenuti ai McLean.
Tristan McLean sollevò lo sguardo verso la figlia. Non sembrò minimamente
turbato alla vista del pugnale e della cerbottana. «Esci?»
«Solo per un po’.» Piper lo baciò sulla guancia. «Torno stasera. Non fargli
prendere i sacchi a pelo, okay? Io e te ci accamperemo sulla terrazza. Sarà
divertente.»
«Va bene.» Il padre la rassicurò con dei colpetti su un braccio, con aria
assente. «Buona fortuna. Andate a studiare?»
«Sì» confermò Piper. «A studiare.»
Non si può non amare la Foschia. Puoi uscirtene di casa armata fino ai denti,
in compagnia di un satiro, di una semidea e di un ex dio dell’Olimpo in pessima
forma e, grazie alla sua magica capacità di modificare la percezione, il tuo
genitore mortale presume che tu stia andando a un gruppo di studio. “Proprio
così, papà. Dobbiamo ripassare alcuni problemi di matematica sulla traiettoria
dei dardi di cerbottana contro i bersagli mobili.”
Attraversammo la strada e seguimmo Piper fino alla villa di fronte,
un’accozzaglia di cotto toscano, finestre moderne e spioventi vittoriani che
urlava: “Ho troppi soldi e zero buon gusto! AIUTO!”.
Nel vialetto d’ingresso che girava intorno alla casa, un uomo tarchiato in
abbigliamento sportivo stava scendendo proprio in quell’istante da una Cadillac
Escalade bianca.
«Signor Bedrossian!» chiamò Piper.
L’uomo trasalì, poi si voltò a guardarla con un’espressione terrorizzata.
Nonostante la maglietta sportiva, i temerari pantaloni da yoga e le scarpe da
ginnastica sgargianti, non sembrava affatto reduce da un allenamento. Non era
né sudato né affannato. I capelli radi gli disegnavano una pennellata perfetta di
brillantina nera sulla testa. Quando aggrottò la fronte, i lineamenti gli
gravitarono intorno al centro del viso come per circondare i buchi neri gemelli
delle narici.
«P-Piper» balbettò. «Che cosa…?»
«Ma certo! Prenderò molto volentieri in prestito la sua Cadillac, grazie!»
esclamò lei, raggiante.
«Ehm, a dire il vero, non è…»
«Non è un problema?» suggerì Piper. «E sarebbe felice di lasciarmela per
tutto il giorno? Fantastico!»
La faccia del signor Bedrossian si contorse in una smorfia. Si costrinse a dire:
«Sì. Naturalmente».
«Mi dà le chiavi, per favore?»
Il signor Bedrossian le lanciò il mazzo, poi corse in casa più in fretta che
poté, pantaloni da yoga permettendo.
Meg fischiò piano. «Che forza!»
«Ma come hai fatto?» chiese Grover.
«Tutto merito della lingua ammaliatrice, suppongo.» Rivalutai Piper McLean,
non sapendo se restarne soltanto colpito o se correre dietro il signor Bedrossian
in preda al panico. «Un dono raro tra i figli di Afrodite. Prendi in prestito spesso
la macchina del tuo vicino?»
Piper si strinse nelle spalle. «È stato un vicino tremendo, e di auto ne ha
almeno una decina. Credetemi, non gli stiamo causando nessun problema. E poi
di solito gliela riporto. Di solito. Andiamo? Apollo, guida tu.»
«Ma…»
La figlia di Afrodite mi rivolse quel suo sorriso dolcemente terrificante della
serie: “Potrei costringerti”.
«Certo» confermai. «Guido io.»

Prendemmo la strada panoramica sulla costa, con la nostra Bedrossian-mobile.


Dato che la Cadillac era appena un po’ più piccola del carrarmato-idra
sputafuoco di Efesto, dovetti stare attento a non urtare di striscio motociclette,
cassette postali, bambini sul triciclo e altri fastidiosi ostacoli.
«Passiamo a prendere Jason?» domandai.
Seduta di fianco a me, Piper caricò un dardo nella cerbottana. «Non ce n’è
bisogno. E poi è a scuola.»
«Tu no, però.»
«Sto traslocando, ricordi? Lunedì prossimo frequenterò la scuola superiore di
Tahlequah.» Sollevò la cerbottana come se fosse un bicchiere di champagne.
«Forza Tigers!»
Dedussi che i Tigers fossero la squadra di football di Tahlequah. La cosa
strana era che le sue parole non sembravano affatto ironiche. Di nuovo, mi chiesi
come potesse essere così rassegnata al proprio destino, così disposta a lasciare
che Caligola scacciasse lei e suo padre dalla vita che si erano costruiti. Ma, dal
momento che aveva un’arma carica in mano, non obiettai.
La testolina di Meg spuntò in mezzo ai nostri sedili. «Non ci servirà il tuo ex
ragazzo?»
Sterzai e per poco non misi sotto la nonna di qualcuno. «Meg!» la
rimproverai. «Siediti e allaccia la cintura, per favore. Grover…» Lanciai
un’occhiata allo specchietto e vidi che il satiro stava masticando una cinghia di
stoffa grigia. «Grover, smettila di masticare la cintura di sicurezza. Stai dando un
pessimo esempio.»
Subito lui la sputò fuori. «Scusa.»
Piper arruffò i capelli di Meg, poi la spinse dietro con un gesto scherzoso.
«Per rispondere alla tua domanda, no. Ce la caveremo bene senza Jason. Posso
farvi strada io nel Labirinto. Il sogno era il mio, dopotutto. È l’ingresso che usa
l’imperatore, perciò dovrebbe portare dritto al centro, dove tiene prigioniera la
vostra Sibilla.»
«E l’altra volta, quando ci siete entrati, cos’è successo?» domandai.
Piper alzò le spalle. «Le solite cose del Labirinto: trappole, corridoi che
cambiano… E strane creature. Guardie. Difficili da descrivere. E fiamme. Tante
fiamme.»
Ripensai alla mia visione di Erofile, che sollevava le braccia incatenate nella
stanza di lava, scusandosi con qualcuno che non ero io. «Però non avete trovato
l’Oracolo, giusto?»
Piper rimase zitta per metà quartiere, scrutando le vedute sull’oceano che si
aprivano tra una casa e l’altra. «Io no. Ma per un po’ siamo rimasti separati, io e
Jason. E ora… mi chiedo se mi abbia raccontato tutto quello che gli è successo.
Sono abbastanza sicura di no.»
Grover si riallacciò la cintura smangiucchiata. «Perché dovrebbe mentire?»
«Questa è un’ottima domanda» replicò Piper. «Oltre che una buona ragione
per tornarci senza di lui. E capirlo da sola.»
Ebbi la sensazione che stesse tenendo per sé un sacco di cose: dubbi,
intuizioni, sentimenti personali, forse quello che era successo a lei nel Labirinto.
Urrà. Niente aggiunge un po’ di pepe a un’impresa pericolosa come i drammi
personali tra eroi che hanno avuto una relazione e che potrebbero o non
potrebbero raccontarsi (e raccontare al sottoscritto) tutta la verità.
Piper mi disse di andare verso il centro di Los Angeles. Lo considerai un
brutto segno. La definizione “centro di Los Angeles” mi è sempre sembrata un
ossimoro, come “gelato caldo” e “intelligence militare”. (Sì, Ares, è un insulto.)
Los Angeles è fatta di periferie e aree di sviluppo urbano incontrollato. Non è
pensata per avere un centro, non più di quanto la pizza sia pensata per avere dei
pezzetti di mango sopra. Oh, certo, qua e là, tra i grigi palazzoni del governo e le
vetrine chiuse, parti del centro erano state riqualificate. Mentre ci muovevamo
fra le strade della città, vidi parecchi palazzi nuovi, negozi alla moda e alberghi
lussuosi. Ma, per quanto mi riguardava, tutti quegli sforzi erano efficaci quanto
una sessione di trucco su un legionario romano. (E credetemi, ci avevo provato.)
Accostammo vicino al Grand Park, che non è né grande né davvero un parco.
Dall’altra parte della strada si ergeva un alveare di cemento e vetro di otto piani.
Mi sembrò di ricordare di esserci stato, decenni prima, per registrare il mio
divorzio da Greta Garbo. O era Liz Taylor? E chi lo sa.
«Gli Uffici dell’Anagrafe?» chiesi.
«Sì» confermò Piper. «Ma non entriamo. Parcheggiamo sul piazzale laggiù,
quello per i quindici minuti di sosta.»
Grover si sporse in avanti. «E se ci mettiamo di più?»
Piper sorrise. «In tal caso, sono sicura che la ditta di autorimorchi comunale
si prenderà cura della Cadillac del signor Bedrossian.»
Una volta scesi, la seguimmo fino al fianco dell’edificio, dove lei si portò un
dito alle labbra e ci invitò a sbirciare dietro l’angolo.
Lungo tutto il vicolo, si vedeva solo un muro di cemento alto sei metri,
intervallato da anonime porte di metallo, probabilmente le porte di servizio. Di
fronte a una di queste, a circa metà strada, c’era una guardia piuttosto strana.
Nonostante il caldo, indossava un completo nero con la cravatta. Era un tizio
tarchiato, corpulento, con le mani insolitamente grandi. Avvolto intorno alla testa
portava un indumento che non riuscivo bene a collocare, qualcosa di simile a una
kefiah araba, ma extralarge e fatto di un tessuto di spugna irsuto, che gli ricadeva
con dei drappeggi sulle spalle e poi giù fino a metà della schiena. Magari però
non era così strano. Forse era una guardia di sicurezza privata che lavorava per
qualche magnate del petrolio saudita. Ma perché si trovava in quel vicolo
accanto a una banale porta di metallo? E perché la sua faccia era ricoperta di
pelliccia bianca, identica al suo copricapo?
Grover fiutò l’aria, poi ci tirò indietro. «Quel tizio non è umano» bisbigliò.
«Qualcuno dia un premio al satiro» bisbigliò Piper a sua volta, anche se non
ero sicuro del perché dovessimo fare tutti così piano. Eravamo lontani dalla
guardia, e c’era molto rumore di traffico.
«Che cos’è?» chiese Meg.
Piper controllò la cerbottana carica. «Bella domanda. Ma possono essere un
vero problema se non li cogli di sorpresa.»
«Possono?» domandai.
Piper si accigliò. «L’ultima volta ce n’erano due. E avevano la pelliccia nera.
Non so come mai questo sia diverso. Ma quella porta è l’entrata del Labirinto,
perciò dobbiamo farlo fuori.»
«Devo usare le mie spade?» chiese Meg.
«Solo se manco il colpo.» Piper trasse un respiro profondo. «Pronti?»
Immaginai che non accettasse un no come risposta, perciò annuii insieme a
Grover e Meg.
Piper uscì allo scoperto, sollevò la cerbottana e scagliò il dardo.
Era un tiro da quindici metri, al limite di quella che consideravo la portata di
una cerbottana, ma Piper andò a segno. Il dardo si conficcò nella gamba sinistra
dei pantaloni della guardia.
La creatura abbassò lo sguardo su quello strano aggeggio che gli era spuntato
sulla coscia. L’impennaggio dell’asta si abbinava perfettamente alla sua pelliccia
bianca.
“Oh, fantastico” pensai. “Lo abbiamo appena fatto arrabbiare.”
Meg evocò le spade dorate.
Grover agguantò goffamente il flauto di canne.
Io mi preparai a scappare urlando.
«Aspettate» disse Piper.
La guardia si inclinò di lato, come se l’intera città pendesse a tribordo, poi
svenne di botto sul marciapiede.
Inarcai le sopracciglia. «Veleno?»
«La ricetta speciale di nonno Tom» confermò Piper. «Ora sbrighiamoci.
Voglio farvi vedere la cosa davvero strana di Faccia di Pelo.»
15

Grover se ne va
È un satiro sveglio
Lester? Non tanto

Che cos’è?» chiese di nuovo Meg. «È buffo.»


“Buffo” non era l’aggettivo che avrei scelto io.
La guardia giaceva scompostamente sulla schiena, con la schiuma alla bocca
e le palpebre che tremavano in uno stato di semincoscienza.
Le sue mani avevano otto dita. Ecco perché sembravano così grandi da
lontano. A giudicare dall’ampiezza delle scarpe di pelle nera, intuii che i piedi
dovevano averne altrettante. Sembrava giovane, non più di un adolescente in
termini umani, ma a parte la fronte e le guance, la faccia era interamente
ricoperta da una fine pelliccia bianca simile al pelo sulla pancia di un terrier.
Ma la cosa più curiosa erano le orecchie. Quello che avevo preso per un
copricapo si era srotolato rivelando due flosci ovali di cartilagine, di forma
identica alle orecchie umane ma grandi come teli da spiaggia. Capii subito che il
soprannome di quel povero ragazzo alle medie doveva essere stato Dumbo. I
canali auricolari avrebbero potuto accogliere palle da baseball, ed erano imbottiti
di così tanto pelo che Piper avrebbe potuto usarlo per l’impennaggio di un’intera
faretra di dardi.
«Orecchie Grandi» dissi.
«Ma va’?» commentò Meg.
«No, volevo dire che deve essere uno di quelle Orecchie Grandi di cui parlava
Macro.»
Grover fece un passo indietro. «Le creature che Caligola sta usando come
guardie personali? Devono per forza avere un aspetto così spaventoso?»
Camminai in cerchio intorno al giovane umanoide. «Chissà che udito
sopraffino, ci pensate? E immaginate quante corde di chitarra potrebbe suonare
con quelle mani. Perché non ho mai visto questa specie prima d’ora? Sarebbero i
musicisti migliori del mondo!»
«Mmm…» mugugnò Piper. «Non so come se la cavano con la musica, ma
dovresti vedere come combattono. Due di loro hanno quasi ucciso me e Jason, e
noi ne abbiamo affrontati parecchi di mostri.»
Non vedevo armi addosso alla guardia, ma non faticavo a credere che fosse
un avversario tosto. Quei pugni da otto dita potevano provocare grossi danni.
Eppure sembrava uno spreco addestrare quelle creature alla guerra…
«Incredibile» mormorai. «Dopo quattromila anni, continuo a scoprire cose
nuove.»
«Pensa quanto sei stupido» suggerì Meg.
«No.»
«Vuoi dire che sapevi già di esserlo?»
«Ragazzi» ci interruppe Grover. «Che ne facciamo?»
«Lo uccidiamo» rispose Meg.
La guardai storto. «Ma non dicevi che era “buffo”? E che “tutti gli esseri
viventi meritano una possibilità di crescere”?»
«Lavora per gli imperatori» replicò lei. «È un mostro. Se ne tornerà soltanto
nel Tartaro, no?» Meg guardò Piper in cerca di conferma, ma lei era occupata a
tenere d’occhio la strada.
«Continua a sembrarmi strano che ci sia solo una guardia» disse la figlia di
Afrodite. «E perché è così giovane? Dopo che siamo riusciti a entrare una volta,
uno si aspetterebbe più guardie. A meno che…»
Non finì il suo pensiero, ma io lo sentii forte e chiaro: “A meno che non
vogliano che entriamo”.
Studiai il volto della guardia, che si contraeva ancora per effetto del veleno.
Perché la sua faccia doveva farmi pensare alla pancia di un cane? Il paragone me
lo rendeva difficile da uccidere.
«Piper, che cosa fa il tuo veleno, di preciso?»
Lei si inginocchiò ed estrasse il dardo. «A giudicare da come ha funzionato
sulle altre Orecchie Grandi, lo paralizzerà per un bel po’ ma non lo ucciderà. È
veleno di serpente corallo diluito con alcuni ingredienti erboristici speciali.»
«Ricordami di non bere mai le tue tisane» borbottò Grover.
Piper fece un sorrisetto. «Lasciamolo qui. Non mi sembra giusto spedirlo nel
Tartaro.»
«Uff.» Meg sembrava poco convinta, ma fece scattare le spade gemelle, che
ripresero subito la forma di anelli d’oro.
Piper si avvicinò alla porta di metallo e la aprì, rivelando un ascensore
arrugginito con un’unica leva di comando e nessun cancello. «Okay, solo per
essere chiari, vi mostrerò dove io e Jason siamo entrati nel Labirinto, ma non
sarò il vostro stereotipo “indiano”» dichiarò. «Non so seguire le piste. Non sono
la vostra guida.»
Concordammo tutti prontamente, come si fa quando un’amica armata di
opinioni forti e dardi avvelenati ti dà un ultimatum.
«Inoltre, se qualcuno di voi sentisse il bisogno di consigli spirituali durante
l’impresa, io non fornisco questo servizio» continuò. «Non dispenserò perle di
saggezza cherokee.»
«Benissimo!» esclamai. «Anche se, in qualità di ex dio della profezia, non
disdegno affatto le perle di saggezza.»
«Allora dovrai rivolgerti al satiro» disse Piper.
Grover si schiarì la voce. «Ehm… Riciclare fa bene al karma. Okay, così?»
«Eccoti servito, Apollo» commentò Piper. «Siamo tutti pronti? Allora a
bordo, gente.»
L’interno dell’ascensore era male illuminato e odorava di zolfo. Rammentai
che Ade aveva un ascensore per gli Inferi, lì a Los Angeles. Mi augurai che
Piper non avesse confuso le missioni.
«Sei sicura che questo affare conduca al Labirinto di fuoco?» le chiesi. «Non
ho portato nessun bocconcino di carne per Cerbero.»
Grover emise un gemito. «Dovevi per forza nominare Cerbero? Fa malissimo
al karma.»
Piper fece scattare la leva. L’ascensore tremò e cominciò a sprofondare come
il mio umore. «La prima parte è tutta mortale» ci assicurò lei. «Il centro di Los
Angeles è pieno di tunnel della metropolitana abbandonati, rifugi antiaerei, reti
fognarie…»
«Tutte le mie cose preferite» mormorò Grover.
«Non conosco bene la storia, ma Jason mi ha detto che alcune delle gallerie
erano usate da contrabbandieri e festaioli durante il proibizionismo» continuò
Piper. «Ora ci sono graffitari, fuggiaschi, senzatetto, mostri, impiegati del
governo.»
Meg trattenne un sorriso. «Impiegati del governo?»
Piper annuì. «Molti impiegati usano le gallerie per spostarsi da un edificio
all’altro.»
Grover rabbrividì. «Invece di camminare nella natura, alla luce del sole?
Rivoltante.»
La nostra scatola di metallo arrugginita tremava e cigolava. Qualunque cosa
ci fosse là sotto ci avrebbe sentiti arrivare, soprattutto se aveva le orecchie grandi
come teli da spiaggia.
Dopo forse una quindicina di metri, l’ascensore si fermò con uno scossone.
Di fronte a noi si stendeva un corridoio di cemento, illuminato da deboli luci
fluorescenti e azzurrognole.
«Non sembra spaventoso» disse Meg.
«Un po’ di pazienza.» Piper sorrise. «La parte divertente arriva dopo.»
Grover mosse le mani simulando entusiasmo. «Evviva!»
Il corridoio squadrato si apriva in una galleria più grande e rotonda, con il
soffitto attraversato da tubature e condotti. Le pareti erano così piene di graffiti
che avrebbero potuto essere un capolavoro nascosto di Jackson Pollock. Lattine
vuote, vestiti sporchi e sacchi a pelo ammuffiti ingombravano il pavimento,
riempiendo l’aria dell’inconfondibile odore di un campo di senzatetto: sudore,
urina e nera disperazione.
Nessuno di noi parlava. Cercai di respirare il meno possibile finché non
sbucammo in un tunnel ancora più grande, solcato stavolta da binari del treno
arrugginiti. Lungo le pareti, cartelli di metallo ammaccati avvertivano: ALTO
VOLTAGGIO, INGRESSO VIETATO, USCITA.
La ghiaia fra le traversine crepitava sotto i nostri passi. Lungo i binari
zampettarono dei ratti, che squittirono qualcosa a Grover.
«Ratti» borbottò lui. «Che maleducati!»
Dopo un centinaio di metri, Piper ci condusse in un corridoio laterale, questa
volta rivestito di linoleum. Tubi fluorescenti mezzo fulminati lampeggiavano
sopra le nostre teste. In lontananza, appena visibili nella luce fioca, c’erano due
figure accasciate sul pavimento.
Pensai che fossero senzatetto finché Meg non si bloccò all’improvviso e
disse: «Sono driadi, credo».
Grover emise uno strilletto allarmato. «Agave? Salvadanaio?» Scattò in
avanti, subito seguito da tutti noi.
Agave era enorme. In piedi, avrebbe raggiunto più di due metri. Aveva la
pelle grigio-azzurra, braccia e gambe lunghissime e una chioma dentellata che
doveva essere letteralmente un suicidio da lavare. Intorno al collo, ai polsi e alle
caviglie indossava cinturini con le borchie appuntite, casomai qualcuno cercasse
di invadere il suo spazio personale. Inginocchiata accanto all’amica, non
sembrava malridotta finché non si voltò, rivelando le ustioni. Il lato sinistro del
suo viso era una massa di tessuto cicatrizzato e lucida linfa. Del suo braccio
sinistro non era rimasto altro che un ricciolo marrone essiccato.
«Grover!» gracchiò con voce roca. «Aiuta Salvadanaio, ti prego!»
Il satiro si inginocchiò accanto all’altra driade ferita.
Non avevo mai sentito parlare di una pianta salvadanaio, ma capii da dove
derivava quel nome. I suoi capelli erano un fitto grappolo di dischetti simili a
monetine verdi da un quarto di dollaro. Anche il suo vestito era fatto allo stesso
modo, tanto che sembrava avvolta in una pioggia di spiccioli di clorofilla. Un
tempo forse il suo viso era stato bellissimo, ma ormai era avvizzito come un
palloncino sgonfio. Dalle ginocchia in giù, le gambe erano sparite, bruciate.
Cercò di metterci a fuoco, ma i suoi occhi erano di un verde opaco. Quando si
mosse, monetine di giada le caddero dai capelli e dal vestito.
«Grover è qui?» Parlava come se respirasse una miscela di gas cianidrico e
limatura di ferro. «Grover… eravamo così vicine.»
Al satiro tremò il labbro. I suoi occhi si colmarono di lacrime. «Cos’è
successo? Come…?»
«Laggiù» disse Agave. «Fiamme. È comparsa all’improvviso. Magia…»
Cominciò a tossire linfa.
Piper scrutò cautamente il fondo del corridoio. «Vado in perlustrazione. Torno
subito. Non voglio che ci colgano di sorpresa.» E corse via.
Agave cercò di parlare di nuovo, ma cadde su un fianco.
Non so come, Meg riuscì ad afferrarla in tempo e a sostenerla senza restare
infilzata. Toccò la spalla della driade, sussurrando: «Cresci, cresci, cresci».
Le crepe sul volto ustionato di Agave cominciarono a sanarsi. Il suo respiro si
rilassò.
Poi Meg si rivolse a Salvadanaio. Le posò una mano sul petto, ma si ritrasse
quando vide cadere altri petali di giada. «Non posso fare molto per lei quaggiù»
ammise. «Hanno bisogno tutte e due di acqua e luce. Subito.»
«Le porto in superficie» disse Grover.
«Ti aiuto» si offrì Meg.
«No.»
«Grover…»
«No!» Gli si incrinò la voce. «Quando saremo fuori, sarò in grado di curarle
quanto te. Questa è la mia squadra di ricerca, sono venute qui seguendo i miei
ordini. È mia responsabilità aiutarle. E poi, la tua missione è quaggiù con
Apollo. Vuoi davvero che continui senza di te?»
Pensai che fosse un’ottima argomentazione. Avrei avuto bisogno dell’aiuto di
Meg.
Poi notai il modo in cui mi guardavano, come se dubitassero delle mie abilità,
del mio coraggio, della mia capacità di concludere la missione senza una
ragazzina di dodici anni a tenermi per mano.
Avevano ragione, naturalmente, ma questo non rendeva la cosa meno
imbarazzante.
Mi schiarii la voce. «Be’, sono sicuro che se proprio dovessi…»
Meg e Grover non mi seguivano già più, come se i miei sentimenti non
fossero la loro principale preoccupazione. (Lo so, nemmeno io riesco a crederci.)
Insieme, aiutarono Agave a rimettersi in piedi.
«Sto bene» insisteva la driade, barcollando pericolosamente. «Posso
camminare. Voi pensate a Salvadanaio.»
Grover sollevò con delicatezza l’altra driade.
«Attento» lo avvisò Meg. «Non scuoterla o perderà tutti i petali.»
«Non scuotere Salvadanaio» ripeté Grover. «Afferrato. Buona fortuna.» E
scomparve con le due driadi nel buio, nello stesso istante in cui Piper fece
ritorno.
«Dove stanno andando?» chiese la figlia di Afrodite.
Meg spiegò come stavano le cose.
Piper si fece ancora più seria. «Spero che ce la facciano senza problemi. Se
quella guardia si sveglia…» Non concluse il pensiero. «Comunque, è meglio che
ci muoviamo. Stiamo all’erta. In campana.»
Non potendo iniettarmi una dose di caffeina pura né farmi elettrizzare le
mutande, non sapevo come avrei potuto stare all’erta o in campana più di così,
ma mi avviai con Meg al seguito di Piper.
Dopo una trentina di metri, il corridoio si aprì in un vasto spazio che
somigliava a…
«Aspettate» dissi. «Questo non è un parcheggio sotterraneo?»
Sembrava proprio così, a parte la totale assenza di auto. Sul pavimento grigio
e levigato che si stendeva nell’oscurità erano dipinte frecce direzionali e griglie
di posti macchina vuoti. Pilastri di cemento squadrati sostenevano il soffitto di
sei metri. Su alcuni erano affissi cartelli tipo: SUONARE . USCITA . PRECEDENZA A
SINISTRA .
In una città che aveva la mania delle automobili come Los Angeles, sembrava
strano che ci fosse un garage disponibile e abbandonato. Ma, del resto,
immaginai che i parchimetri non fossero poi tanto male se l’alternativa era un
labirinto inquietante frequentato da graffitari, impiegati del governo e squadre di
ricerca composte da driadi.
«Qui è dove io e Jason ci siamo divisi» disse Piper.
L’odore di zolfo lì era più forte, mescolato a una fragranza più dolce, simile a
chiodi di garofano e miele. Mi innervosiva, perché mi ricordava qualcosa che
non riuscivo a collocare di preciso… qualcosa di pericoloso. Resistetti
all’impulso di scappare.
Meg arricciò il naso. «Bleah.»
«Esatto» concordò Piper. «Questo odore c’era anche l’altra volta. Pensavo
che significasse…» Scosse la testa. «A ogni modo, proprio in questo punto un
muro di fiamme sbucò all’improvviso dal nulla. Jason corse a destra. Io a
sinistra. Ve lo devo dire, quel calore mi sembrava malevolo. Era il fuoco più
intenso che abbia mai sentito, e io ho combattuto Encelado.»
Rabbrividii, ripensando al fiato infuocato del gigante. Gli mandavamo sempre
delle confezioni di gomme da masticare contro l’acidità di stomaco per i
Saturnali, solo per farlo arrabbiare.
«E dopo che tu e Jason vi siete divisi?» domandai.
Piper si avvicinò a un pilastro. Passò la mano sopra un cartello di precedenza.
«Lo cercai, ovviamente. Ma era scomparso. Continuai per parecchio tempo.
Stavo impazzendo. Non avevo intenzione di perdere un altro…»
Esitò, ma compresi lo stesso. Aveva già sofferto la perdita di Leo Valdez, che
fino a poche ore prima aveva creduto morto. Non aveva intenzione di perdere un
altro amico.
«Comunque, cominciai a sentire questa fragranza nell’aria» riprese Piper.
«Tipo chiodi di garofano, no?»
«È inconfondibile» concordai.
«È schifosa» mi corresse Meg.
«Stava cominciando a diventare molto forte» disse Piper. «Sarò onesta, mi
spaventai. Da sola, al buio, entrai nel panico. Me ne andai.» Fece una smorfia.
«Un gesto non molto eroico, lo so.»
Non potevo criticarla, dal momento che le mie ginocchia stavano battendo in
codice Morse il messaggio: S.C.A.P.P.A.!!!
«Jason ricomparve più tardi» continuò Piper. «Uscì dalla porta come se niente
fosse. Non volle parlare di quello che era successo. Disse solo che tornando nel
Labirinto di fuoco non avremmo ottenuto niente. Le risposte erano altrove.
Aggiunse che voleva verificare certe sue idee e che mi avrebbe fatto sapere.»
«Aveva trovato l’Oracolo» intuii.
«È quello che mi chiedo.» Piper indicò a destra. «Forse, se andiamo da quella
parte, lo scopriremo.»
Nessuno di noi si mosse. Nessuno di noi gridò: “Urrà!” e saltellò
allegramente nelle tenebre sulfuree.
Mi giravano così tanti pensieri per la testa da rintronarmi, quasi fossi davvero
in una campana.
Un calore malevolo, come se avesse una personalità. Il nomignolo
dell’imperatore: Neos Helios, il Nuovo Sole, il tentativo di Caligola di
accreditarsi come dio vivente. Qualcosa che Naevius Macro aveva detto: “Spero
solo che ci sia rimasto abbastanza di te perché l’aiutante dell’imperatore possa
usare la sua magia”.
E quella fragranza, chiodi di garofano e miele… come un profumo antico,
combinato con lo zolfo.
«Agave ha detto: “È comparsa all’improvviso”» rammentai.
Piper strinse la mano intorno all’elsa del pugnale. «Speravo di aver capito
male. O forse, parlando al femminile, si riferiva a Salvadanaio.»
«Ehi!» intervenne Meg. «Ascoltate.»
Era difficile con tutto il chiasso dentro la mia testa e le scintille che mi
crepitavano nelle mutande, ma alla fine lo sentii: uno sferragliare di legno e
metallo che riecheggiava nel buio, e il grattare e sibilare di grosse creature che si
muovevano veloci.
«Piper, che cosa ti ricorda questo profumo?» chiesi. «Perché ti spaventava?»
I suoi occhi adesso erano dello stesso blu elettrico della piuma d’arpia tra i
suoi capelli. «Una… una vecchia nemica, qualcuno che secondo mia madre un
giorno avrei rivisto. Ma non è possibile che sia…»
«Una maga» intuii.
«Ragazzi…» ci interruppe Meg.
«Sì.» La voce di Piper si fece fredda e grave, come se si fosse appena resa
conto delle proporzioni del guaio in cui eravamo.
«Una maga della Colchide» dissi. «Una nipote di Helios, che guidava un
carro.»
«Trainato da draghi» aggiunse lei.
«Ragazzi» ripeté Meg, in tono più urgente. «Dobbiamo nasconderci.»
Era troppo tardi, ovviamente.
Il carro svoltò l’angolo con un gran fracasso. Era trainato da due draghi d’oro
che sputavano fumo giallo dalle narici come locomotive a zolfo. La donna alla
guida non era cambiata dall’ultima volta in cui l’avevo vista, migliaia di anni
prima; aveva ancora un aspetto regale, con i capelli scuri e la veste di seta nera
che le guizzava intorno.
Piper estrasse il pugnale e uscì allo scoperto. Meg seguì il suo esempio,
evocando le spade e affiancando spalla a spalla la figlia di Afrodite. Io,
stupidamente, le raggiunsi.
«Medea.» Piper sputò quel nome con la stessa forza e lo stesso veleno di un
dardo della cerbottana.
La maga tirò le redini e fermò il carro. In circostanze diverse, forse mi sarei
goduto l’espressione di sorpresa sul suo viso, ma non durò a lungo.
Medea rise con autentico piacere. «Piper McLean, mia cara ragazza.» Volse il
suo sguardo rapace su di me. «Costui è Apollo, presumo. Oh, quanto tempo e
fatica mi avete risparmiato. E quando avremo finito, Piper, sarai uno spuntino
delizioso per i miei draghi!»
16

Sei molto brutta


E anche molto cattiva
Fine. Ho vinto?

Draghi del sole! Li detesto. E io ero un dio del sole.


Considerata la categoria dei draghi in generale, non sono particolarmente
grossi. Con un po’ di lubrificante e un po’ di muscoli, se ne può infilare uno in
un camper. (Io l’ho fatto. Avreste dovuto vedere la faccia di Efesto dopo che gli
chiesi di salire a controllare i freni.)
Ma compensano in cattiveria ciò che gli difetta in dimensioni.
Le bestiole gemelle di Medea ringhiavano e facevano scattare le mandibole,
con i denti simili a porcellane nei forni infuocati delle fauci. Il calore emanato
dalle loro scaglie dorate vibrava nell’aria. Le ali, ripiegate sulla schiena,
lampeggiavano come pannelli solari. La cosa peggiore di tutte però erano gli
occhi, che emanavano un bagliore arancione.
Piper mi diede una spinta, riscuotendomi dal mio stupore. «Non fissarli» mi
avvisò. «O resterai paralizzato.»
«Lo so» brontolai, anche se le mie gambe avevano già iniziato a bloccarsi.
Avevo dimenticato di non essere più un dio. Non ero più immune alle inezie
come gli occhi dei draghi del sole o i tentativi di farmi fuori.
Piper diede una gomitata a Meg. «Ehi, vale anche per te!»
Meg strizzò gli occhi e si riprese. «Che c’è? Sono carini.»
«Grazie, mia cara!» La voce di Medea si fece suadente e benevola. «Non ci
siamo presentate. Io sono Medea. E tu ovviamente sei Meg McCaffrey. Ho
sentito molto parlare di te.» Diede dei colpetti sul carro, accanto a sé. «Sali a
bordo, mia cara. Non hai nulla da temere da me. Sono amica del tuo patrigno. Ti
porterò da lui.»
Meg aggrottò la fronte, confusa. Le punte delle sue spade si abbassarono.
«Davvero?»
«Sta usando la lingua ammaliatrice.» La voce di Piper mi colpì come un
bicchiere di acqua ghiacciata in viso. «Meg, non ascoltarla. E nemmeno tu,
Apollo.»
Medea sospirò. «Davvero, Piper McLean? Duelleremo di nuovo con le nostre
arti?»
«Non ce n’è bisogno» disse la figlia di Afrodite. «Vincerei anche stavolta.»
Medea piegò le labbra in una smorfia che era un’ottima imitazione del ghigno
dei suoi draghi. «Meg deve stare con il suo patrigno.» Fece un gesto nella mia
direzione, come per scansare della spazzatura. «Non con questa sottospecie di
dio.»
«Ehi!» protestai. «Se io avessi i miei poteri…»
«Ma non li hai» mi interruppe Medea. «Guardati, Apollo. Guarda che cosa ti
ha fatto tuo padre! Ma non temere. Le tue sofferenze stanno per giungere al
termine. Spremerò qualunque residuo di potere sia rimasto in te e ne farò buon
uso!»
Le nocche sulle mani di Meg sbiancarono dalla forza con cui impugnava le
spade. «Cosa significa?» borbottò. «Ehi, Maga Magò, che vuoi dire?»
La maga sorrise. Non indossava più la corona che le apparteneva di diritto
come principessa della Colchide, ma sulla sua gola scintillava ancora un
ciondolo: le torce incrociate di Ecate. «Glielo dico io, Apollo, o lo fai tu? Di
certo saprai perché ti ho condotto qui.»
Perché mi aveva condotto lì.
Come se ogni passo che avevo mosso da quando ero uscito da quel cassonetto
di Manhattan fosse stato preordinato, orchestrato da lei. Il problema era che lo
trovavo del tutto plausibile. Quella maga aveva distrutto regni. Aveva tradito il
suo stesso padre aiutando Giasone a rubare il Vello d’Oro. Aveva ucciso il suo
stesso fratello e lo aveva fatto a pezzi. Aveva assassinato i suoi stessi figli. Era la
più brutale e la più assetata di potere tra i seguaci di Ecate, nonché la più
formidabile. Non solo: era una semidea di antico lignaggio, nipote di Helios in
persona, l’ex titano del sole.
Il che significava…
Ci arrivai all’improvviso, e fu così orribile che mi cedettero le ginocchia.
«Apollo, alzati!» ordinò Piper.
Ci provai. Ci provai davvero. Ma il mio corpo non collaborava. Mi piegai a
quattro zampe ed emisi un gemito di dolore e terrore per niente dignitoso. Udii
un clap clap e mi chiesi se gli ormeggi che ancoravano la mia mente al mio
cranio mortale non si fossero finalmente strappati.
Poi mi resi conto che Medea mi stava rivolgendo un garbato applauso.
«Ce l’hai fatta.» Ridacchiò. «Ci hai messo un po’, ma perfino il tuo cervellino
ci è arrivato, alla fine.»
Meg mi afferrò per un braccio. «Tu non ti arrenderai, Apollo» mi ordinò.
«Dimmi che sta succedendo.» Mi fece rialzare.
Cercai di formulare le parole, di soddisfare la sua richiesta di spiegazioni. Ma
commisi l’errore di guardare Medea, i cui occhi pietrificavano come quelli dei
suoi draghi. Sul viso della maga riconobbi il giubilo malvagio e l’accesa
violenza del nonno, Helios, nei suoi giorni di gloria, prima che cadesse
nell’oblio, prima che io prendessi il suo posto alla guida del carro del sole.
Ricordai com’era morto l’imperatore Caligola. Era sul punto di lasciare
Roma: progettava di salpare per l’Egitto e di costruire là una nuova capitale, in
una terra in cui la gente contemplava l’esistenza di divinità viventi. Aveva
intenzione di proclamarsi dio vivente: Neos Helios. Il Nuovo Sole non soltanto
di nome, ma di fatto. Ecco perché i suoi pretoriani erano così ansiosi di ucciderlo
la sera prima che partisse.
“Qual è il suo scopo?” aveva chiesto Grover. Il mio assistente spirituale
caprino era sulla pista giusta.
«Caligola ha sempre avuto lo stesso scopo» gracchiai. «Vuole essere il centro
del creato, il nuovo dio del sole. Vuole soppiantarmi, come io ho soppiantato
Helios.»
Medea sorrise. «E non potrebbe accadere a un dio più simpatico.»
Piper si mosse, a disagio. «In che senso… soppiantare?»
«Nel senso di rimpiazzare!» rispose la maga, cominciando a contare sulle dita
come per dare consigli di cucina in un programma alla TV . «Per prima cosa,
estraggo ogni goccia dell’essenza immortale di Apollo: non è molta, al
momento, perciò non ci vorrà troppo. Poi aggiungerò la sua essenza a quello che
sto già cucinando da un po’, ovvero il potere residuo del mio caro nonno
defunto.»
«Helios…» dissi. «Le fiamme nel Labirinto. Ho riconosciuto la sua rabbia.»
«Be’, il nonno è un po’ scorbutico.» Medea si strinse nelle spalle. «Succede
quando la tua forza vitale si affievolisce fin quasi a scomparire e tua nipote ti
rievoca un poco alla volta, finché non diventi un delizioso e feroce incendio.
Vorrei che tu potessi soffrire quanto ha sofferto lui, ululando per millenni in uno
stato di semicoscienza, consapevole di quanto hai perso quel tanto che basta a
riempirti di dolore e risentimento. Ma, ahimè, non abbiamo tutto questo tempo.
Caligola è impaziente. Prenderò quello che rimane di te e di Helios, investirò di
questo potere il mio amico imperatore e voilà! Un nuovo dio del sole!»
Meg sbuffò. «Che stupidaggine» commentò, come se Medea avesse suggerito
una nuova regola per giocare a nascondino. «Non puoi farlo. Non puoi
distruggere un dio e farne un altro così, come se niente fosse!»
Medea non si prese la briga di rispondere.
Sapevo che quello che aveva descritto era possibilissimo. Gli imperatori di
Roma si erano resi semidivini istituendo il loro culto fra la popolazione. Nel
corso dei secoli, diversi mortali si erano proclamati divinità o erano stati
promossi allo status divino dagli dei dell’Olimpo. Mio padre, Zeus, aveva reso
immortale Ganimede soltanto perché era carino e sapeva servire il vino!
Quanto a distruggere gli dei… la maggior parte dei Titani erano stati uccisi o
banditi migliaia di anni prima. E io ero lì, un semplice mortale, spogliato di ogni
divinità per la terza volta, soltanto perché papà voleva darmi una lezione.
Una magia del genere era alla portata di una maga potente come Medea, se le
sue vittime erano abbastanza deboli da lasciarsi sconfiggere: proprio come i resti
di un titano scomparso e di un sedicenne sempliciotto di nome Lester, che era
finito dritto nella sua trappola.
«Distruggeresti il tuo stesso nonno?» domandai.
Medea scosse le spalle. «Perché no? Voi dei siete tutti della stessa famiglia,
ma cercate di ammazzarvi a vicenda di continuo.»
Detesto quando le maghe malvagie non hanno tutti i torti.
Medea tese la mano verso Meg. «Ora, mia cara, salta su accanto a me. Il tuo
posto è con Nerone. Sarà tutto perdonato.» La lingua ammaliatrice fluiva nelle
sue parole come il gel di Aloe Vera: viscida e fredda, eppure lenitiva.
Non capivo come Meg facesse a resistere. Il suo passato, il suo patrigno e
soprattutto la Bestia non erano mai lontani dalla sua mente.
«Meg, non permettere a nessuna di noi di dirti cosa fare» ribatté Piper.
«Decidi da sola.»
Benedetto l’intuito di Piper nel fare appello alla vena testarda di Meg.
E benedetto il piccolo cuore caparbio e infestato di erbacce di Meg. Si
interpose tra me e Medea. «Apollo è il mio stupido servo. Non puoi averlo.»
La maga sospirò. «Apprezzo il tuo coraggio, cara. Nerone mi aveva detto che
eri speciale. Ma la mia pazienza ha un limite. Che ne dici di un assaggio di
quello con cui hai a che fare?»
Medea scosse le redini, e i draghi si lanciarono all’attacco.
17

Ciao, Phil e Don


Come va senza testa?
Ops, siete morti

Mi piace mettere sotto la gente come qualunque altra divinità, ma non mi piace
l’idea di essere io a finire sotto.
Mentre i draghi ci venivano incontro a tutta birra, Meg non si mosse, il che
era un comportamento molto ammirevole oppure molto suicida da parte sua.
Cercai di decidere se nascondermi dietro di lei o se togliermi di mezzo al più
presto – opzioni meno ammirevoli, ma anche meno suicide – quando la scelta
divenne irrilevante. Piper lanciò il proprio pugnale, che si conficcò in un occhio
del drago di sinistra.
Quello strillò di dolore, si addossò al drago di destra e mandò il carro fuori
rotta. Medea ci superò al galoppo, appena fuori dalla portata delle spade di Meg,
e scomparve nel buio gridando insulti ai due draghi nell’antica lingua della
Colchide (una lingua morta, ma dotata di ben ventisette parole diverse per dire
“uccidi” e non una sola espressione per dire “Apollo sei forte”. Che lingua
odiosa).
«State bene, ragazzi?» chiese Piper. Aveva la punta del naso scottata. La
piuma d’arpia pendeva annerita fra i suoi capelli. Cose che succedono durante
gli incontri ravvicinati con lucertoloni surriscaldati.
«Sì» borbottò Meg. «Non sono nemmeno riuscita a infilzare qualcosa.»
Indicai il fodero vuoto di Piper. «Bel colpo!»
«Se solo avessi altri pugnali. Mi sa che devo tornare ai miei dardi da
cerbottana.»
Meg scosse la testa. «Contro quei draghi? Hai visto che groppe corazzate? Li
abbatterò con le mie spade.»
In lontananza, Medea continuava a strillare, cercando di riprendere il
controllo delle bestie. Un forte cigolio di ruote mi disse che il carro stava
facendo manovra per lanciarsi in un altro giro.
«Meg, a Medea basterà una sola parola pronunciata con la lingua
ammaliatrice per sconfiggerti» dissi. «Se dirà “cadi” al momento giusto…»
Lei mi guardò malissimo, come se fosse colpa mia se la maga era così
potente. «Non possiamo zittire Maga Magò in qualche modo?»
«Sarebbe più facile se ti coprissi le orecchie» suggerii.
Meg ritrasse le lame. Frugò tra le sue cose, mentre il tuono delle ruote del
carro si faceva sempre più veloce e più vicino.
«Sbrigati» dissi.
Strappò un pacchetto di semi. Se ne fece cadere qualcuno nei canali
auricolari, poi si tappò il naso con le dita e soffiò. Ciuffi di lupini le spuntarono
dalle orecchie.
«Interessante» commentò Piper.
«COSA?» gridò Meg.
Piper scosse la testa, come a dire: “Non importa”.
Meg ci offrì i semi di lupino. Declinammo entrambi. Piper, intuii, doveva
essere refrattaria alla lingua ammaliatrice per natura. Quanto a me, non avevo
nessuna intenzione di avvicinarmi abbastanza a Medea da diventare il suo
bersaglio principale. E non avevo nemmeno un punto debole come quello di
Meg – il desiderio conflittuale, nascosto ma potente, di compiacere il patrigno e
recuperare una qualche parvenza di casa e di famiglia – che Medea potesse e
volesse sfruttare. E poi, l’idea di andarmene in giro con ciuffi di lupini che mi
spuntavano dalle orecchie mi metteva a disagio.
«Preparati» dissi.
«COSA?» replicò Meg.
Indicai il carro di Medea, che in quel momento sbucava dalle tenebre a tutta
velocità. Mi feci scorrere un dito sulla gola, il segno universale per “uccidi
quella maga e i suoi draghi”.
Meg evocò le spade gemelle. Attaccò i draghi del sole come se non fossero
dieci volte più grandi di lei.
Medea strillò con quella che sembrava autentica preoccupazione: «Meg,
spostati!».
Meg continuò ad avanzare, con le festose protezioni per le orecchie che
ballonzolavano su e giù come ali di libellula giganti.
Un attimo prima dello scontro frontale, Piper gridò: «DRAGHI, STOP!».
Medea ribatté: «DRAGHI, AVANZATE!».
Il risultato: un caos che non si vedeva dall’attuazione del Piano Termopili.
Le bestie vacillarono: il drago di destra continuò ad avanzare, il drago di
sinistra si fermò. Il destro inciampò, tirandosi appresso il sinistro, e le due
creature si scontrarono. Il giogo si piegò e il carro si rovesciò di lato, scagliando
via Medea come una mucca da una catapulta.
Prima che i draghi potessero riprendersi, Meg affondò le lame gemelle. Li
decapitò entrambi, liberando dai loro corpi una fiammata di calore così intenso
che mi sfrigolarono le narici.
Piper corse a riprendersi Katoptris dall’occhio del drago morto. «Ottimo
lavoro!» disse a Meg.
«COSA?» replicò lei.
Io riemersi da dietro un pilastro di cemento, dove avevo coraggiosamente
cercato riparo aspettando di vedere se le mie amiche avessero bisogno di
rinforzi.
Pozze di sangue di drago fumavano ai piedi di Meg. Anche i suoi orecchini
vegetali fumavano, e aveva le guance scottate, ma per il resto sembrava illesa. Il
calore irradiato dai corpi delle due creature era già iniziato a scemare.
A una decina di metri di distanza, in un posto auto riservato alle utilitarie,
Medea si rimise faticosamente in piedi. La sua pettinatura era sfatta, e i capelli si
riversavano su un lato del viso come petrolio da una nave cisterna danneggiata.
Avanzò a passi incerti, scoprendo i denti.
Mi sfilai l’arco dalla spalla e scagliai una freccia. Avevo una mira decente,
ma perfino per un mortale ero troppo fiacco.
Medea schioccò le dita: una raffica di vento improvviso, e la mia freccia roteò
via nel buio. «Hai ucciso Phil e Don!» ringhiò la maga. «Erano con me da
millenni!»
«COSA?» replicò Meg.
Con un gesto della mano, Medea evocò una raffica di vento più forte.
Meg fu scaraventata nell’aria, si schiantò su una colonna e si accasciò a terra.
Le sue spade sferragliarono sull’asfalto.
«Meg!» Cercai di correre da lei, ma un’altra raffica di vento prese a rotearmi
intorno, ingabbiandomi in un vortice.
Medea rise. «Fermo lì, Apollo. Sarò da te fra un attimo. Non preoccuparti per
Meg. I discendenti di Plemneo hanno la scorza dura. Non la ucciderò a meno che
non vi sia costretta. Nerone la vuole viva.»
I discendenti di Plemneo? Non sapevo a cosa si riferisse, né cosa c’entrasse
Meg, ma il pensiero di vederla restituita a Nerone mi spinse a lottare più forte.
Mi gettai contro il tornado in miniatura. Il vento mi respinse. Se avete mai
tenuto la mano fuori dal finestrino della Maserati del sole mentre sfreccia nel
cielo, e sentito la forza del vento a mille chilometri all’ora che minaccia di
strapparvi le dita immortali, sono certo che comprenderete di cosa parlo.
«Quanto a te, Piper…» Gli occhi di Medea scintillarono come ghiaccio nero.
«Ricordi i miei servitori aerei, i venti? Potrei chiedere a uno di loro di scagliarti
contro il muro e spezzarti le ossa, ma dove starebbe il divertimento?» Si fermò e
sembrò riflettere su quelle parole. «In effetti, sarebbe molto divertente!»
«Hai troppa paura di affrontarmi di persona?» ribatté Piper. «Da donna a
donna?»
Medea fece un verso di scherno. «Perché gli eroi me lo chiedono sempre?
Perché cercano di provocarmi per farmi agire come una sciocca?»
«Perché di solito funziona» replicò Piper con dolcezza. Si accovacciò con il
pugnale in una mano e la cerbottana nell’altra, pronta ad attaccare o a schivare
colpi a seconda del bisogno. «Continui a dire che mi ucciderai. Continui a
parlare di quanto sei potente. Ma io continuo a batterti. Io non vedo una maga
potente. Vedo una donna con due draghi morti e una brutta acconciatura.»
Comprendevo quello che stava facendo Piper, naturalmente. Stava
guadagnando tempo, per permettere a Meg di riaversi, e a me di trovare il modo
di uscire dalla mia prigione-tornado. Nessuna delle due cose sembrava probabile.
Meg giaceva immobile nel punto in cui era caduta. E, per quanto ci provassi, non
riuscivo a farmi strada a spallate attraverso quel vortice.
Medea si toccò l’acconciatura sfatta, poi allontanò la mano. «Non mi hai mai
battuta, Piper McLean» ringhiò. «In realtà, mi hai fatto un favore a distruggere la
mia casa a Chicago lo scorso anno. Non fosse stato per questo, non avrei trovato
il mio nuovo amico qui a Los Angeles. I nostri obiettivi sono perfettamente
allineati.»
«Oh, ci scommetto» disse Piper. «Tu e Caligola, l’imperatore romano più
perverso della storia? Una coppia degna del Tartaro. Infatti è proprio lì che ho
intenzione di spedirti.»
Sul lato opposto rispetto ai resti del carro, le dita di Meg McCaffrey si
mossero. I suoi tappi per le orecchie vegetali tremarono quando lei trasse un
respiro profondo. Non ero mai stato così felice di vedere dei fiori selvatici
tremare nelle orecchie di qualcuno!
Diedi un’altra spallata al vento. Non riuscivo ancora a passare, ma la barriera
sembrava meno potente, come se Medea stesse perdendo la concentrazione sul
suo servitore. I venti erano spiriti volubili. Senza Medea a tenerlo in riga, il mio
carceriere si sarebbe presto annoiato e sarebbe volato via a cercarsi qualche
piccione o qualche pilota d’aereo da tormentare.
«Che parole coraggiose, Piper» disse la maga. «Sai, Caligola voleva uccidere
te e Jason Grace. Sarebbe stato più semplice. Ma io l’ho convinto che sarebbe
stato meglio farti soffrire in esilio. Mi piaceva l’idea di te e di quell’ex celebrità
di tuo padre bloccati in una fattoria dell’Oklahoma a lavorare tutti soli,
impazzendo lentamente di noia e disperazione.»
I muscoli sul viso di Piper si fecero tesi. A un tratto mi ricordò sua madre,
Afrodite, ogni volta che qualcuno sulla terra paragonava la propria bellezza alla
sua. «Ti pentirai di avermi lasciato in vita» disse.
«È probabile.» Medea si strinse nelle spalle. «Ma è stato divertente assistere
al crollo di tuo padre. Quanto a Jason, quel giovane adorabile che porta il nome
di Giasone, il mio ex marito…»
«Jason?» replicò Piper, allarmata. «Se gli hai fatto del male…»
«Fargli del male? Niente affatto! Immagino che in questo momento sia a
scuola, ad ascoltare chissà quale lezione noiosa o a scrivere un tema o a svolgere
qualsiasi altro compito uggioso tipico degli adolescenti mortali. L’ultima volta
che siete venuti nel Labirinto…» Sorrise. «Sì, certo che lo sapevo. Gli abbiamo
consentito l’accesso alla Sibilla. È l’unico modo per trovarla, sai. Io devo darti il
permesso di raggiungere il centro del Labirinto di fuoco… sempre che non
indossi le scarpe dell’imperatore, naturalmente.» Medea rise, come se l’idea la
divertisse. «E davvero, non ti starebbero bene così come sei vestita.»
Intanto Meg cercava di mettersi seduta. Gli occhiali le erano scivolati di lato e
le stavano in bilico sulla punta del naso.
Diedi una gomitata al mio ciclone personale. Il vento stava decisamente
vorticando più piano, ormai.
Piper strinse forte il pugnale. «Che cos’hai fatto a Jason? Cos’ha detto la
Sibilla?»
«Solo la verità» rispose Medea con soddisfazione. «Lui voleva sapere come
trovare l’imperatore. La Sibilla l’ha accontentato. Ma gli ha detto anche
qualcosina di più, come fanno spesso gli Oracoli. La verità è stata sufficiente ad
annientare Jason Grace. Ora non sarà più una minaccia per nessuno. E nemmeno
tu.»
«La pagherai» minacciò Piper.
«Sei adorabile!» Medea si strofinò le mani. «Mi sento generosa, perciò
soddisferò la tua richiesta. Un duello solo tra noi due, da donna a donna. Scegli
la tua arma. Io sceglierò la mia.»
Piper esitò, senza dubbio ripensando a come il vento aveva deviato la mia
freccia. Si rimise la cerbottana in spalla, armandosi solo di Katoptris.
«Un’arma graziosa» commentò la maga. «Graziosa come Elena di Troia.
Graziosa come te. Ma, da donna a donna, lascia che ti dia un consiglio. La
bellezza può essere utile. Il potere è meglio. Come arma, io scelgo Helios, il
titano del sole!» Medea sollevò le braccia, e il fuoco eruppe intorno a lei.
18

Piano, Medea!
Non sbattermi in faccia
Il nonno bollente

Regola di etichetta nei duelli: quando scegliete la vostra arma, evitate


assolutamente di scegliere vostro nonno.
Avevo una certa familiarità con il fuoco.
Avevo dato da mangiare pepite d’oro incandescenti ai cavalli del sole, a mani
nude. Avevo nuotato nella caldera di un vulcano attivo. (Efesto sa come si
organizza un party in piscina.) Avevo sostenuto il fiato infuocato di draghi e di
giganti, e perfino quello di mia sorella prima che si lavasse i denti la mattina. Ma
nessuno di questi orrori poteva essere paragonato alla pura essenza di Helios, ex
titano del sole.
Non era sempre stato ostile. Oh, stava alla grande nei suoi giorni di gloria!
Ricordavo il suo volto sbarbato, eternamente giovane e bello, i riccioli neri
coronati da un diadema di fuoco così accecante da non poterlo guardare per più
di un attimo. Con le fluenti vesti dorate e lo scettro infuocato in mano, incedeva
per i corridoi dell’Olimpo chiacchierando, scherzando e flirtando senza pudore.
Sì, era un titano, ma Helios aveva appoggiato gli dei durante la nostra prima
guerra con Crono. Aveva combattuto al nostro fianco contro i giganti. Possedeva
un lato amabile e generoso… caldo, come ci si aspetta dal sole.
Ma a poco a poco, mentre gli dei dell’Olimpo acquistavano fama e potere tra
i fedeli umani, il ricordo del titano si affievolì. Helios comparve sempre più di
rado nei corridoi dell’Olimpo. Divenne distante, iroso, feroce, spietato: tutte
caratteristiche solari meno desiderabili.
Gli umani cominciarono a guardare me – brillante, dorato e scintillante – e ad
associarmi al sole. Come dar loro torto?
Non ho mai chiesto questo onore. Una mattina mi svegliai e mi ritrovai
padrone del carro del sole, insieme a tutti i miei altri doveri. Helios si ridusse a
una debole eco, a un sussurro che si levava dalle profondità del Tartaro.
Ora, grazie alla nipote nonché maga malvagia, era tornato. Più o meno.
Un turbine incandescente ruggì intorno a Medea. Percepii la rabbia di Helios,
quell’ira cocente che un tempo mi spaventava così tanto.
Helios non era mai stato un dio dai molti talenti. Non era come me, con mille
abilità e interessi. Faceva una sola cosa con dedizione e concentrazione assoluta:
guidava il sole. Ora, percepivo quanto fosse amareggiato, sapendo che il suo
ruolo era stato assunto da me, un semplice dilettante nelle faccende solari, un
guidatore di carro della domenica. Per Medea, recuperare il suo potere dal
Tartaro non era stato difficile. Le era bastato fare appello al suo risentimento, al
suo desiderio di vendetta. Helios ardeva dalla voglia di distruggere me, il dio che
lo aveva eclissato. (Brrr… scusate i pessimi giochi di parole.)
Piper McLean scappò. Non era una questione di coraggio o vigliaccheria. Il
corpo dei semidei non è fatto per sopportare un calore del genere. Se fosse
rimasta in prossimità di Medea, sarebbe andata in fiamme.
L’unico sviluppo positivo: il mio ventoso carceriere svanì, molto
probabilmente perché Medea non poteva concentrarsi su di lui e su Helios in
contemporanea. Barcollai verso Meg, la tirai su di peso e la trascinai via da
quell’incendio crescente.
«Oh no, Apollo» mi richiamò Medea. «Non si scappa!»
Spinsi Meg dietro la prima colonna di cemento disponibile e la coprii appena
in tempo, prima che una coltre di fiamme – penetrante, rapida e letale – si
spargesse con violenza per tutto il garage, risucchiandomi l’aria dai polmoni e
mandando a fuoco i miei vestiti. D’istinto, mi rotolai a terra disperatamente, per
poi strisciare dietro la colonna successiva, fumante e stordito.
Meg mi raggiunse zoppicando. Era tutta rossa e fumava anche lei, ma era
viva, con i lupini anneriti ancora testardamente radicati dentro le orecchie.
L’avevo schermata dal peggio.
Da qualche altra parte del garage, riecheggiò la voce di Piper: «Ehi, Medea!
La tua mira fa pena!».
Sbirciai da dietro la colonna mentre Medea si voltava nella direzione da cui
erano venute quelle parole. La maga era immobile, circondata dal fuoco, ed
emetteva getti di calore incandescente tutt’intorno, come raggi dal centro di una
ruota. Uno di loro partì verso la voce di Piper.
Un attimo dopo, Piper gridò: «Eh, no! Si sta facendo freddo, qui!».
Meg mi scrollò per un braccio. «CHE FACCIAMO?»
Mi sentivo ardere come una salsiccia arrosto, e il sangue nelle mie vene
cantava una sola parola: “Scotta, scotta, scotta!”.
Sapevo che sarei morto se fossi stato investito da un’altra fiammata. Tuttavia
Meg aveva ragione. Dovevamo fare qualcosa. Non potevamo permettere che
Piper si beccasse tutta la furia dell’incendio.
«Vieni fuori, Apollo!» mi provocava Medea. «Vieni a salutare il tuo vecchio
amico! Insieme alimenterete il Nuovo Sole!»
Un’altra coltre di calore ci passò accanto come un lampo, a poche colonne di
distanza. L’essenza di Helios non ardeva con molti colori. Era di un bianco
spettrale, quasi trasparente, ma ci avrebbe ucciso in fretta quanto l’esposizione
diretta al nocciolo di un reattore nucleare. (Annuncio di pubblica sicurezza:
lettori, non recatevi all’impianto nucleare più vicino per piazzarvi davanti alla
sala del reattore.)
Non avevo strategie per sconfiggere Medea. Non avevo poteri divini né
conoscenze divine, solo la terrificante sensazione che, se fossi sopravvissuto,
avrei avuto bisogno di un nuovo paio di pantaloni mimetici fucsia.
Meg doveva essersi accorta della disperazione sul mio viso.
«CHIEDI ALLA FRECCIA!» strillò. «IO DISTRAGGO MAGA MAGÒ!»
Non mi piaceva per niente quell’idea. Fui tentato di replicare: “COSA?”.
Ma, prima che potessi farlo, Meg saettò via.
Frugai goffamente nella mia faretra e tirai su la Freccia di Dodona. «O Saggio
Dardo, ci serve il tuo aiuto!»
«FA CALDO IN CODESTO LUOGO? O È SOLO UNA MIA
IMPRESSIONE?» chiese la freccia.
«C’è una maga che lancia calore a destra e a manca!» urlai. «Guarda!»
Non sapevo se la freccia avesse occhi magici, un radar o un qualsiasi altro
modo per percepire l’ambiente intorno a sé, ma le feci fare capolino da dietro la
colonna, per affacciarsi verso il punto in cui Piper e Meg stavano ormai
giocando a chi arretrava per ultima di fronte alle fiammate del nonno di Medea.
«HAI FREQUENTAZIONI CON QUELLA CERBOTTANA?» domandò la
freccia.
«Be’, sì.»
«VERGOGNA! ARCO E FRECCIA SON DI GRAN LUNGA
SUPERIORI!»
«Lei è per metà cherokee» protestai. «E quella è un’arma tradizionale
cherokee. Ora, per favore, mi dici come sconfiggere Medea?»
«MMM…» meditò la freccia. «DOVRETE USARE LA CERBOTTANA.»
«Ma hai appena detto…»
«NON RAMMENTARLO! CHE ONTA! HAI AVUTO LA TUA
RISPOSTA!»
La freccia si zittì. Per una volta che volevo che parlasse, non aggiunse una
parola. E ti pareva.
La ficcai nella faretra e corsi dietro la colonna successiva, riparandomi sotto
un cartello che diceva: SUONARE IL CLACSON.
«Piper!» strillai.
Lei si voltò, a cinque colonne di distanza. Il suo viso era contratto in una
smorfia, le braccia rosse come aragoste. La mia mente medica mi disse che le
restavano poche ore al massimo prima che subisse tutti gli effetti del colpo di
calore: nausea, stordimento, perdita dei sensi, probabile morte. Ma mi concentrai
su quelle poche ore. Avevo bisogno di credere che saremmo vissuti abbastanza
per morire di quelle cause.
Mimai un colpo di cerbottana, poi indicai Medea.
Piper mi guardò come se fossi pazzo.
Non potevo darle torto. Anche se Medea non lo avesse deviato con un soffio
di vento, il dardo non avrebbe mai attraversato il muro turbinante di calore. Potei
soltanto alzare le spalle e mimare le parole: “Fidati. L’ho chiesto alla freccia”.
Non capii cosa pensasse Piper della mia risposta, ma la vidi sfilarsi la
cerbottana dalla spalla.
Nel frattempo, in fondo al garage, Meg stuzzicava Medea nel tipico stile
McCaffrey. «BAMBOCCIA!» gridò.
La maga emise una lama di calore verticale, anche se, a giudicare dalla mira,
stava cercando di spaventare Meg più che ucciderla. «Vieni fuori e smettila con
queste sciocchezze, mia cara!» esclamò, con voce piena di preoccupazione.
«Non voglio farti del male, ma è difficile controllare il titano!»
Digrignai i denti. Il suo invito somigliava un po’ troppo alle manipolazioni di
Nerone, quando teneva a bada Meg con la minaccia dell’alter ego, la Bestia.
Sperai solo che Meg non avesse sentito nulla grazie ai tappi vegetali affumicati.
Mentre Medea era girata di spalle, nel tentativo di individuare Meg, Piper
uscì allo scoperto.
E fece partire un colpo.
Il dardo volò dritto oltre il muro di fuoco e si conficcò tra le scapole di
Medea. Come? Posso solo tirare a indovinare. Forse, essendo un’arma cherokee,
non era soggetta alle regole della mitologia greca. Forse, proprio come il bronzo
celeste trapassava senza danni i comuni mortali, non riconoscendoli come
bersagli legittimi, le fiamme di Helios non si prendevano la briga di disintegrare
un insulso dardo di cerbottana.
In ogni caso, la maga arcuò la schiena e urlò. Si voltò con un’espressione
infuriata negli occhi, poi si strappò il dardo dalla schiena. Lo guardò incredula.
«Un dardo di cerbottana? Vuoi scherzare?»
Le fiamme continuavano a turbinare intorno a lei, ma nessuna lingua di fuoco
tentò di colpire Piper.
Medea barcollò. Le si incrociarono gli occhi. «Ed è avvelenato?» La maga
scoppiò in una risata, con la voce incrinata di isteria. «Stai provando ad
avvelenare me, la più grande esperta mondiale di veleni? Non esiste veleno che
io non possa curare! Non puoi…» Crollò in ginocchio. Un filo di saliva
verdognola le colava dalla bocca. «Co-cos’è questo intruglio?»
«Con gli omaggi di nonno Tom» rispose Piper. «Una vecchia ricetta di
famiglia.»
La maga si fece pallida in volto. Si sforzò di pronunciare qualche parola, tra
un conato di vomito e l’altro. «Tu pensi… che cambi qualcosa? Il mio potere…
non evoca Helios… io lo tengo a freno!» Cadde su un fianco.
Anziché spegnersi, le fiamme le rotearono ancora più furiosamente intorno.
«Scappiamo» gracchiai. Poi urlai con quanto fiato avevo in gola: «VIA,
SUBITO!».
Eravamo a metà corridoio quando il parcheggio alle nostre spalle esplose
come una supernova.
19

Non mi diverto
Sono unto, bisunto
E in mutande

Non so come uscimmo dal Labirinto di fuoco.


Fino a prova contraria, ne attribuirò il merito al mio coraggio e alla mia forza.
Sì, dev’essere andata proprio così. Dopo essere sfuggito alle fiamme del titano,
sostenni valorosamente Piper e Meg, esortandole a proseguire. Fumanti e
storditi, barcollammo per le gallerie, ripercorrendo i nostri passi fino
all’ascensore. Con un ultimo, eroico sforzo, abbassai la leva e salimmo verso
l’alto.
Ci riversammo fuori alla luce del sole – quella normale, non quella specie di
luce zombie di un titano quasi morto – e crollammo sul marciapiede. Il volto
scioccato di Grover comparve sopra di me.
«Brucio» piagnucolai.
Grover tirò fuori il flauto di canne. Cominciò a suonare, e io persi i sensi.
Nei miei sogni, mi ritrovai a una festa nell’Antica Roma. Caligola aveva
appena inaugurato il suo nuovo palazzo ai piedi del Palatino, un’ardita struttura
architettonica che prevedeva l’abbattimento del muro posteriore del tempio di
Castore e Polluce per farne l’ingresso. Caligola si riteneva un dio e non lo
considerò un problema, ma le élite romane rimasero inorridite. Era come
impiantare una TV maxischermo sull’altare di una chiesa e ubriacarsi a un party
con il vino della comunione: un sacrilegio.
Questo non impedì alla folla di partecipare ai festeggiamenti. Si presentarono
perfino alcune divinità (sotto mentite spoglie). Come resistere a un party così
audace e blasfemo con tanto di aperitivo gratis? Frotte di festaioli in costume si
aggiravano nelle ampie sale illuminate dalle torce. In ogni angolo, i musici
eseguivano canzoni provenienti da tutto l’impero: Gallia, Hispania, Grecia,
Egitto.
Io ero vestito da gladiatore (all’epoca, con il mio fisico divino, potevo
permettermelo). Mi mescolai a senatori travestiti da schiave, schiave travestite
da senatori, spettri poco fantasiosi con la toga e un paio di intraprendenti patrizi
che si erano inventati il primo costume da asino per due.
Personalmente, non mi dispiaceva il palazzo/tempio sacrilego. Non era il mio
tempio, dopotutto. E in quei primi anni dell’impero romano, trovavo che la
sfacciataggine dei Cesari fosse una rinfrescante novità. E poi, perché noi divinità
avremmo dovuto punire i nostri più grandi benefattori?
Quando gli imperatori espandevano il loro potere, espandevano il nostro
potere. Roma aveva diffuso la nostra influenza in un’immensa parte del mondo.
Noi dei dell’Olimpo eravamo gli dei dell’impero! Scansati, Horus. Lascia
perdere, Marduk. Gli dei dell’Olimpo erano in ascesa!
Non avevamo nessuna intenzione di interferire con il successo degli
imperatori soltanto perché si montavano la testa, soprattutto quando prendevano
a modello la nostra arroganza.
Vagavo per la festa in incognito, felice di starmene tra la bella gente, quando
finalmente comparve: il giovane imperatore in persona, su un carro dorato
trainato dal suo stallone bianco preferito, Incitatus.
Fiancheggiato da guardie pretoriane – le uniche persone non in maschera –
Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico era nudo come un verme, dipinto d’oro
dalla testa ai piedi, con una corona puntuta di raggi solari intorno alla fronte.
Fingeva di essere me, ovviamente. Ma, quando lo vidi, la mia prima sensazione
non fu di rabbia, ma di ammirazione. Quel bellissimo, spudorato mortale
incarnava il ruolo alla perfezione.
«Sono il Nuovo Sole!» annunciò, sorridendo raggiante alla folla come se il
suo sorriso fosse l’artefice di tutto il calore del mondo. «Sono Helios. Sono
Apollo. Sono Cesare. Ora potete crogiolarvi nella mia luce!»
Applausi nervosi della folla. Dovevano inginocchiarsi? Dovevano ridere? Era
sempre difficile da capire con Caligola, e se non indovinavi, di solito ci rimettevi
la pelle.
L’imperatore scese dal carro. Il suo cavallo fu condotto al tavolo degli
aperitivi mentre Caligola e le guardie pretoriane si facevano largo tra la folla.
L’imperatore si fermò e strinse la mano a un senatore vestito da schiavo. «Hai
un aspetto magnifico, Cassio Agrippa. Sarai il mio schiavo, dunque?»
Il senatore si inchinò. «Sono il tuo servo fedele, Cesare.»
«Ottimo!» Caligola si rivolse ai pretoriani. «Lo avete sentito. Adesso è il mio
schiavo. Portatelo dal mio sorvegliante. Confiscate tutte le sue proprietà e i suoi
denarii. Ma lasciate libera la sua famiglia. Mi sento generoso.»
Il senatore provò a protestare, ma non riuscì a formulare parole sensate. Due
pretoriani lo trascinarono via mentre Caligola gli gridava dietro: «Grazie per la
tua fedeltà!».
La folla si agitò come una mandria di bestiame durante un temporale. Quelli
che avevano cercato di farsi avanti, ansiosi di attirare l’attenzione
dell’imperatore e magari di conquistarsi il suo favore, ora facevano del loro
meglio per mescolarsi al branco.
«È una serata storta» bisbigliò qualcuno per avvisare i compagni.
«L’imperatore ha una serata storta.»
«Marco Filo!» gridò l’imperatore, mettendo all’angolo un povero giovane che
stava cercando di nascondersi dietro la coppia vestita da asino. «Vieni fuori,
mascalzone!»
«Pri-Princeps» balbettò Filo.
«Ho adorato la satira che hai scritto su di me» dichiarò Caligola. «Le mie
guardie ne hanno trovata una copia nel Foro e l’hanno portata alla mia
attenzione.»
«Mio si-signore, è solo una manciata di fiacche battute» replicò Filo. «Non
volevo…»
«Sciocchezze!» Caligola sorrise alla folla. «Non è fantastico Filo, gente? Non
vi piace la sua opera? Il modo in cui mi ha descritto come un cane rabbioso?»
La folla era prossima al panico. L’aria era talmente carica di elettricità da
indurmi a chiedermi se mio padre fosse lì da qualche parte.
«Ho promesso che i poeti sarebbero stati liberi di esprimere se stessi!»
annunciò Caligola. «Basta paranoie come nel vecchio regno di Tiberio. Mi piace
la tua voce argentina, Filo, e che lingua! Credo che tutti debbano avere
l’opportunità di ammirarla. Ti ricompenserò!»
Filo deglutì. «Grazie, mio signore.»
«Guardie, portatelo via» continuò l’imperatore. «Strappategli la lingua,
tuffatela nell’argento fuso e mettetela in mostra nel Foro, dove tutti possano
ammirarla. Davvero Filo… un lavoro magnifico!»
Due pretoriani trascinarono via il poeta urlante.
«E tu, laggiù!» esclamò Caligola.
Soltanto allora mi resi conto che la folla mi si era diradata intorno,
lasciandomi allo scoperto. A un tratto, la faccia dell’imperatore era davanti alla
mia.
I suoi splendidi occhi studiarono il mio costume, il mio fisico divino. «Non ti
riconosco» disse.
Volevo parlare. Sapevo di non avere nulla da temere da Cesare. Male che
andasse, potevo sempre dire “Ciao!” e svanire in una nuvola di brillantini. Ma,
devo ammetterlo, al cospetto di Caligola ero intimorito. Il giovane era
imprevedibile, potente, senza freni. La sua audacia mi toglieva il fiato.
Alla fine riuscii a fare un inchino. «Sono un semplice attore, Cesare.»
«Oh, davvero!» Caligola si illuminò. «E fai il ruolo del gladiatore.
Combatteresti a morte in mio onore?»
Dovetti rammentarmi che ero immortale. Ci misi un po’ a convincermi.
Estrassi la mia spada da gladiatore, che era soltanto un accessorio di latta del
costume. «Indicami l’avversario, Cesare!» Scrutai la folla e aggiunsi con la voce
grossa: «Distruggerò chiunque minacci il mio signore!».
Per dimostrarlo, infilzai la guardia pretoriana più vicina: la spada si piegò
contro il suo pettorale. Sollevai la mia ridicola arma, che ora assomigliava alla
lettera Z.
Seguì un silenzio sgomento. Tutti gli sguardi erano fissi su Cesare.
Alla fine l’imperatore rise. «Bravo!» Mi diede una pacca su una spalla, poi
schioccò le dita: uno dei suoi servitori si fece umilmente avanti e mi consegnò
una borsa piena di monete d’oro. Caligola mi bisbigliò all’orecchio: «Mi sento
già più sicuro». Poi proseguì per la sua strada.
Gli spettatori risero di sollievo, e qualcuno mi lanciò un’occhiata invidiosa,
come a chiedermi: “Qual è il tuo segreto?”.
Dopo quell’episodio mi tenni alla larga da Roma per decenni. Un uomo che
riusciva a innervosire un dio era una rarità, ma Caligola mi inquietava. Era quasi
un Apollo migliore di me.
Il mio sogno cambiò.
Vidi di nuovo Erofile, la Sibilla Eritrea, che tendeva le braccia incatenate, con
il volto acceso di rosso dal bollore della lava sottostante. «Apollo, forse ti
sembrerà che non ne valga la pena. Io stessa ho i miei dubbi» disse. «Ma devi
venire. Devi tenerli uniti nel dolore.»
Affondai nella lava e, mentre Erofile continuava a gridare il mio nome, il mio
corpo si spezzò e si ridusse in cenere.
Mi svegliai urlando, su un sacco a pelo della Cisterna.
Aloe Vera mi guardava dall’alto. I triangoli irsuti dei suoi capelli non c’erano
quasi più: era praticamente rasata a zero. «È tutto a posto» mi rassicurò, posando
una mano fresca sulla mia fronte febbricitante. «Ne hai passate tante, però.»
Mi resi conto di essere in mutande. Ero color barbabietola dalla testa ai piedi,
impiastrato di aloe. Non riuscivo a respirare dal naso. Mi toccai le narici e
scoprii che erano tappate con pezzettini verdi di aloe. Me ne liberai con uno
starnuto.
«E le mie amiche?» domandai.
Aloe si scansò. Dietro di lei, Grover Underwood sedeva a gambe incrociate
fra i sacchi a pelo di Piper e Meg, entrambe addormentate. Come me, erano
spalmate di aloe. Era un’opportunità perfetta per scattare una foto di Meg con
tappi verdi che le spuntavano dalle narici, a scopo di ricatto, ma ero troppo
sollevato che fosse viva. E poi, non avevo un cellulare.
«Si riprenderanno?» chiesi.
«Erano ridotte peggio di te» rispose Grover. «La situazione è rimasta incerta
per un po’, ma ce la faranno. Le sto nutrendo con nettare e ambrosia.»
Aloe sorrise. «E poi, le mie proprietà curative sono leggendarie. Aspetta e
vedrai. Saranno in piedi per cena.»
Cena… Alzai lo sguardo verso il cerchio arancione scuro del cielo. O era
tardo pomeriggio, o gli incendi erano più vicini. O entrambe le cose.
«Medea?» chiesi.
Grover aggrottò la fronte. «Meg mi ha raccontato della battaglia, prima di
perdere conoscenza, ma non so cosa sia successo alla maga. Non l’ho mai vista.»
Rabbrividii nella mia pellicola di gel. Volevo tanto credere che Medea fosse
morta nell’esplosione, ma dubitavo che fossimo così fortunati. Il fuoco di Helios
non sembrava turbarla. Forse ne era immune per natura. O forse si era protetta
con un incantesimo.
«E le tue amiche driadi?» chiesi. «Agave e Salvadanaio?»
Aloe e Grover si scambiarono uno sguardo addolorato.
«Agave potrebbe farcela» rispose Grover. «È entrata in stato dormiente non
appena l’abbiamo riportata dalla sua pianta. Ma Salvadanaio…» Scosse la testa.
Conoscevo a malapena la driade. Eppure la notizia della sua morte mi colpì
come uno schiaffo. Mi sentii come se fossi io a lasciar cadere foglie-monetine
dal corpo, perdendo parti fondamentali di me.
Pensai alle parole di Erofile nel sogno: “Forse ti sembrerà che non ne valga la
pena. Io stessa ho i miei dubbi. Ma devi venire. Devi tenerli uniti nel dolore”.
Temevo che la morte di Salvadanaio fosse solo una piccola parte delle
sofferenze che ci aspettavano.
«Mi dispiace» dissi.
Aloe mi diede dei colpetti rassicuranti sulle spalle unte. «Non è colpa tua,
Apollo. Quando l’avete trovata, era già tardi. Certo, se tu avessi avuto…» Si
fermò, ma sapevo cosa avrebbe voluto dire: “Se tu avessi avuto i tuoi divini
poteri di guarigione”.
Un sacco di cose sarebbero state diverse se fossi stato un dio e non un
ciarlatano nelle patetiche vesti di Lester Papadopoulos.
Grover toccò la cerbottana al fianco di Piper: la canna di fiume era rimasta
molto danneggiata dalle fiamme, le bruciature probabilmente l’avrebbero resa
inutilizzabile. «C’è un’altra cosa che devi sapere» disse. «Quando io e Agave
abbiamo portato Salvadanaio fuori dal Labirinto… Ti ricordi la guardia dalle
orecchie grandi, con la pelliccia bianca? Era sparita.»
«Vuoi dire che era morta e si era disintegrata? O che se n’era andata?»
«Non lo so» rispose Grover. «Ti sembrano due cose probabili?»
In effetti no, ma decisi che avevamo problemi più grandi a cui pensare.
«Stasera, quando Piper e Meg si sveglieranno, dobbiamo fare un’altra
riunione con le tue amiche driadi» dissi. «Metteremo fuori uso questo Labirinto
di fuoco una volta per tutte.»
20

O Muse tutte
Lode ai botanici!
Viva le piante!

Il nostro consiglio di guerra sembrava più un consiglio di smorfie di dolore.


Piper e Meg avevano ripreso conoscenza grazie alla magia di Grover e alle
bave (cioè, alle attenzioni) di Aloe Vera. Per l’ora di cena, fummo tutti e tre in
grado di lavarci, vestirci e perfino camminare senza urlare, ma ci faceva ancora
male tutto. Ogni volta che mi alzavo troppo in fretta, mi ballavano alcuni piccoli
Caligola dorati davanti agli occhi.
La cerbottana e la faretra di Piper – preziose eredità di suo nonno – erano
rovinate. Lei aveva i capelli bruciacchiati. Le sue braccia scottate, che
luccicavano di aloe, sembravano mattoni appena smaltati. Chiamò il padre per
avvisarlo che avrebbe trascorso la notte con il gruppo di studio, poi si sistemò in
una delle nicchie della Cisterna insieme a Mellie e Hedge, che continuava a
invitarla a bere altra acqua. Il piccolo Chuck era seduto sulle ginocchia di Piper e
fissava il suo viso come se fosse la cosa più stupefacente del mondo.
Meg invece si sedette accanto alla pozza, con la faccia cupa, i piedi a mollo e
un piatto di enchiladas in grembo. Indossava una maglietta celeste delle Follie
Militari di Macro con un fucile d’assalto disegnato a fumetto e la scritta: IL CLUB
DEI PICCOLI TIRATORI SCELTI! Accanto a lei c’era Agave, molto abbattuta, anche
se un germoglio verde era iniziato a crescere nel punto in cui aveva perso il
braccio avvizzito. Le sue amiche driadi continuavano ad avvicinarsi per offrirle
fertilizzante, acqua o enchiladas, ma lei scuoteva la testa in silenzio, con lo
sguardo fisso sulla manciata di spiccioli vegetali che teneva in mano.
Salvadanaio, mi dissero, era stata piantata sulla collina con tutti gli onori.
Magari si sarebbe reincarnata in una nuova bellissima pianta grassa, o forse in
uno scoiattolo antilope dalla coda bianca, il suo animale preferito.
Grover sembrava esausto. Suonare tutta quella musica per curarci lo aveva
sfinito, per non parlare dello stress di ritornare in macchina da Palm Springs
guidando a manetta la Bedrossian-mobile presa in prestito/parzialmente rubata
con cinque ustionati gravi a bordo.
Quando fummo tutti riuniti – e a condoglianze, enchiladas e sbavature di aloe
concluse – diedi inizio all’assemblea.
«È stata tutta colpa mia» esordii.
Potete immaginare quanto fu difficile per me ammetterlo. Quelle parole non
esistevano nel vocabolario di Apollo. Speravo quasi che le driadi, le semidee e i
satiri lì riuniti si precipitassero a rassicurarmi che ero innocente. Non lo fecero.
«L’obiettivo di Caligola è sempre stato lo stesso: diventare un dio» continuai.
«Ha visto i suoi antenati assurgere all’immortalità dopo la morte: Giulio Cesare,
Augusto, perfino il vecchio e disgustoso Tiberio. Ma lui non voleva aspettare la
morte. È stato il primo imperatore romano a voler essere un dio vivente.»
Piper alzò lo sguardo dai giochi con Baby Chuck. «Ma Caligola non è già una
specie di divinità minore? Hai detto che lui e gli altri due imperatori sono in
circolazione da secoli. Ha già avuto quello che voleva.»
«In parte» confermai. «Ma essere qualcosa di minore non è abbastanza per
Caligola. Ha sempre sognato di rimpiazzare uno degli dei dell’Olimpo. Si è
trastullato con l’idea di diventare il nuovo Giove o il nuovo Marte. Alla fine, ha
messo gli occhi su…» Provai a inghiottire il saporaccio che mi era salito in
bocca. «Su di me.»
Il coach Hedge si grattò il pizzetto. «E cioè, come fa? Ti uccide, si mette una
targhetta con su scritto “Ciao, sono Apollo!” e se ne va a zonzo per l’Olimpo
senza che nessuno se ne accorga?»
«Vuole fare di peggio che uccidermi» risposi. «Vuole consumare la mia
essenza, insieme all’essenza di Helios, e diventare così il nuovo dio del sole.»
Fico d’India s’inalberò. «E gli altri dei lo permetterebbero?»
«Gli dei dell’Olimpo hanno permesso a Zeus di spogliarmi dei miei poteri e
di gettarmi sulla Terra. Hanno compiuto metà dell’opera per Caligola al posto
suo» replicai amareggiato. «Non interferiranno. Come al solito, si aspetteranno
che siano i semidei ad aggiustare le cose. Se Caligola diventasse effettivamente
il nuovo dio del sole, io svanirei. Per sempre. Ecco che cosa sta preparando
Medea con il Labirinto di fuoco. Un gigantesco calderone per cucinare una
zuppa al dio del sole.»
Meg arricciò il naso. «Che schifo.»
Per una volta, ero completamente d’accordo con lei.
Avvolto nell’ombra, l’Albero di Giosuè incrociò le braccia. «E le fiamme di
Helios… sono loro a devastare la nostra terra?»
Allargai le mani. «Be’, gli umani di certo non ci aiutano. Ma in aggiunta
all’inquinamento e al cambiamento climatico, sì, il Labirinto di fuoco è stata la
goccia che ha fatto traboccare il vaso. Tutto ciò che è rimasto del titano Helios
scorre libero nella sezione del Labirinto sotto la California del Sud, rendendo a
poco a poco la superficie un deserto rovente.»
Agave si toccò il lato sfregiato del volto. Quando alzò gli occhi per posarli su
di me, il suo sguardo pungeva quanto il suo collare. «Se Medea riesce nel suo
intento, tutto questo potere si riverserà in Caligola? Il Labirinto smetterà di
bruciare e di uccidere?»
Non avevo mai considerato i cactus una forma di vita particolarmente
spietata, ma, mentre le altre driadi mi studiavano, mi vedevo già sulla soglia
dell’imperatore, legato come un salame, con un fiocco in testa e un grosso
biglietto che diceva: PER CALIGOLA, DA PARTE DELLA NATURA.
«Ragazzi, non servirebbe a niente» disse Grover. «Caligola è responsabile di
quello che ci sta succedendo adesso. Non gli importa degli spiriti della natura.
Volete davvero che abbia i pieni poteri di un dio del sole?»
Le driadi borbottarono. Un po’ a malincuore, si dissero d’accordo. Presi
l’appunto mentale di mandare a Grover un bel biglietto d’auguri nella Giornata
Nazionale del Satiro.
«Allora che facciamo?» chiese Mellie. «Non voglio che mio figlio cresca in
un deserto rovente.»
Meg si tolse gli occhiali. «Uccidiamo Caligola.»
Era scioccante sentire una dodicenne parlare in tono così pragmatico di
assassinio. E, cosa ancora più scioccante, fui tentato di concordare con lei.
«Meg, potrebbe non essere possibile» replicai. «Ricordi Commodo? Era il più
debole dei tre imperatori, e il massimo che siamo riusciti a fare è stato cacciarlo
da Indianapolis. Caligola sarà molto più potente, più irriducibile.»
«Non mi importa» borbottò lei. «Ha fatto del male al mio papà. Ha fatto…
tutto questo.» Indicò con un ampio gesto della mano la vecchia cisterna.
«In che senso, “tutto questo”?» domandò Giosuè.
Meg mi lanciò un’occhiata come a dire: “Tocca a te”.
Di nuovo, spiegai quello che avevo visto nei ricordi di Meg: Aeithales
com’era un tempo, la pressione legale e finanziaria che Caligola aveva esercitato
per obbligare Phillip McCaffrey a chiudere bottega, il modo in cui Meg e suo
padre erano stati costretti a fuggire poco prima che la casa fosse attaccata con
bombe incendiarie.
Giosuè si accigliò. «Ricordo un saguaro della prima serra di nome Ercole.
Uno dei pochi sopravvissuti all’incendio della casa. Era vecchio e coriaceo,
sempre sofferente per via delle scottature, ma tenacemente aggrappato alla vita.
Mi raccontava di una bambina che viveva nella casa. Diceva che stava
aspettando il suo ritorno.» Si rivolse a Meg, sbigottito. «Eri tu?»
Meg si asciugò una lacrima dalla guancia. «Non ce l’ha fatta?»
Giosuè scosse la testa. «È morto qualche anno fa. Mi dispiace.»
Agave prese la mano di Meg. «Tuo padre era un grande eroe. Stava facendo
del suo meglio per aiutare le piante, è chiaro.»
«Era un… un botanico» disse Meg, pronunciando la parola come se l’avesse
appena ricordata.
Le driadi chinarono il capo. Hedge e Grover si tolsero il cappello.
«Mi chiedo quale fosse il grande progetto di tuo padre con quei semi
luminescenti» intervenne Piper. «Come ti ha chiamato Medea? Una discendente
di… Plemneo?»
Le driadi rimasero tutte a bocca aperta.
«Plemneo?» chiese Reba. «Quel Plemneo? Perfino in Argentina lo
conosciamo!»
La guardai stupito. «Davvero?»
India fece un verso di scherno. «Oh, ma dai, Apollo! Sei un dio. Di certo
conoscerai il grande eroe Plemneo!»
«Ehm…» Fui tentato di incolpare la mia fallace memoria mortale, ma ero
piuttosto sicuro di non averlo mai sentito nominare, nemmeno quando ero un
dio. «Quale mostro ha ucciso?»
Aloe si scansò un poco da me, come se non volesse trovarsi nella linea del
fuoco quando le altre driadi mi avrebbero bersagliato di spine.
«Apollo, un dio della medicina dovrebbe saperlo» mi rimproverò Reba.
«Un classico» brontolò India. «Gli ammazza-mostri sono ricordati come eroi.
I coltivatori sono dimenticati. Tranne che da noi spiriti della natura.»
«Plemneo era un sovrano greco» spiegò Agave. «Un uomo nobile, ma i suoi
figli nascevano tutti con una maledizione. Se uno di loro piangeva anche solo
una volta durante la prima infanzia, moriva all’istante.»
Non capivo cosa c’entrasse la nobiltà di Plemneo con tutto questo, ma annuii
educatamente. «Che cosa accadde?»
«Fece appello a Demetra» rispose Giosuè. «La dea in persona allevò il suo
ultimo figlio, Ortopoli, in modo che vivesse. In segno di gratitudine, Plemneo
costruì un tempio in suo onore. Da allora, i suoi discendenti si sono dedicati
all’opera di Demetra. Sono sempre stati grandi agricoltori e botanici.»
Agave strinse forte la mano di Meg. «Ora capisco perché tuo padre è stato in
grado di costruire Aeithales. Il suo lavoro doveva proprio essere speciale. Non
solo proveniva da una lunga dinastia di eroi di Demetra, ma aveva attratto
perfino l’attenzione della dea in persona, tua madre. Siamo onorate che tu sia
tornata a casa.»
«A casa» concordò Fico d’India.
«A casa» fecero eco tutte le driadi.
Meg ricacciò indietro le lacrime.
Sembrava il momento perfetto per cantare tutti insieme una canzone.
Immaginai le driadi che si prendevano spinosamente a braccetto e si
dondolavano intonando In the Garden di Bob Dylan. Ero perfino disposto ad
accompagnarle con l’ukulele.
Il coach Hedge ci riportò alla dura realtà. «È fantastico.» Rivolse a Meg un
cenno di rispetto. «Figliola, tuo padre dev’essere stato un grand’uomo. Ma, a
meno che non stesse coltivando una qualche arma segreta, non so come questo
possa aiutarci. Abbiamo ancora un imperatore da ammazzare e un labirinto da
distruggere.»
«Gleeson…» lo rimproverò Mellie.
«Ehi, mi sbaglio?»
Nessuno lo mise in discussione.
Grover si fissava gli zoccoli, sconsolato. «Che facciamo, allora?»
«Ci atteniamo al piano» risposi. La fermezza della mia voce sorprese tutti. Di
sicuro sorprese me. «Troviamo la Sibilla Eritrea. È più di un’esca. È la chiave di
tutto. Ne sono sicuro.»
Piper trattenne con delicatezza il piccolo Chuck, che cercava di afferrare la
sua piuma d’arpia. «Apollo, abbiamo cercato di orientarci nel Labirinto. Hai
visto cos’è successo.»
«Jason Grace però ce l’ha fatta» replicai. «Ha trovato l’Oracolo.»
Piper si scurì in viso. «Forse. Ma, anche se crediamo a Medea, Jason ha
trovato l’Oracolo soltanto perché lei voleva che lo trovasse.»
«Medea ha accennato a un altro modo per orientarsi nel Labirinto» dissi. «Le
scarpe dell’imperatore. A quanto pare, permettono a Caligola di attraversarlo
indisturbato. Ci servono quelle scarpe. Ecco cosa intende la profezia quando
parla delle “scarpe del nemico”.»
Meg si asciugò il naso. «Quindi stai dicendo che dobbiamo scoprire dove
abita Caligola e rubargli le scarpe. Già che ci siamo, non possiamo ucciderlo e
basta?» Lo chiese come se niente fosse, tipo: “Ci fermiamo al supermercato
mentre torniamo a casa?”.
Hedge indicò la giovane McCaffrey agitando il dito. «Visto? Questo sì che è
un piano. Mi piace questa ragazza.»
«Amici» dissi, rimpiangendo di non avere almeno un po’ della lingua
ammaliatrice di Piper. «Caligola è in vita da migliaia di anni. È una divinità
minore. Non sappiamo come ucciderlo in modo che resti morto. Non sappiamo
nemmeno come distruggere il Labirinto di fuoco, e di certo non vogliamo
peggiorare le cose liberando tutto quel calore divino in superficie. La nostra
priorità dev’essere la Sibilla.»
«Perché è la tua priorità?» commentò Piper.
Soffocai l’impulso di urlare: “Ovvio!”.
«In ogni caso, per scoprire dove si trova l’imperatore dobbiamo consultare
Jason Grace» continuai. «Medea ci ha detto che l’Oracolo lo ha informato su
come trovare Caligola. Piper, ci porterai da Jason?»
Piper si accigliò. «Jason è in un collegio a Pasadena» replicò, mentre Baby
Chuck le stringeva un dito nel pugno e se lo avvicinava pericolosamente alla
bocca. «Non so se mi ascolterà. Non so se ci aiuterà. Ma possiamo provarci. La
mia amica Annabeth dice sempre che l’informazione è l’arma più potente.»
Grover annuì. «Non discuto mai con Annabeth.»
«Allora è deciso» conclusi. «Domani continuiamo la nostra impresa facendo
evadere Jason dal collegio.»
21

Se hai dei semi


Piantali nella roccia
Abbi fiducia!

Dormii malissimo.
Siete scioccati? Io sì.
Sognai il mio Oracolo più famoso, quello di Delfi, ma ahimè non ai bei
vecchi tempi, quando mi accoglievano con fiori, baci e caramelle e mi offrivano
il mio solito tavolo VIP da Chez Oracle.
Invece era la Delfi moderna, priva di sacerdoti e folle adoranti, e piena
dell’orrendo tanfo di Pitone, il mio vecchio nemico, che aveva reclamato il suo
antico covo. Il suo odore di uova marce e carne rancida era impossibile da
dimenticare.
Mi trovavo nelle profondità delle caverne, dove non si addentrava mai nessun
mortale. In lontananza udivo conversare due voci, i cui corpi si smarrivano nel
turbinio dei vapori vulcanici.
«È tutto sotto controllo» disse la prima voce, nei toni acuti e nasali
dell’imperatore Nerone.
La seconda voce somigliava al suono di una catena che trascinava il vagone
di un ottovolante in salita. «Pochissime cose sono sotto controllo da quando
Apollo è caduto sulla Terra.» La voce gelida di Pitone mi provocò brividi di
repulsione per tutto il corpo.
Non riuscivo a vederlo, ma immaginavo i suoi biechi occhi d’ambra
punteggiati d’oro, la sua enorme forma di drago, le sue grinfie spietate.
«Hai una grande opportunità» continuò Pitone. «Apollo è debole. È mortale.
È accompagnato dalla tua figliastra. Com’è possibile che non sia ancora morto?»
La voce di Nerone si fece tesa. «Abbiamo avuto una divergenza di opinioni,
io e i miei colleghi. Commodo…»
«È uno sciocco» sibilò Pitone, «che pensa solo allo spettacolo. Lo sappiamo
entrambi. E tuo zio Caligola?»
Nerone esitò. «Ha insistito… Ha bisogno del potere di Apollo. Vuole che l’ex
dio vada incontro al proprio destino in un modo molto… ehm, particolare.»
L’enorme massa di Pitone si spostò nell’oscurità: udii le scaglie che
strusciavano contro la roccia. «Conosco il piano di Caligola. Mi chiedo… chi
controlla chi? Mi hai assicurato…»
«Sì» sbottò Nerone. «Meg McCaffrey tornerà da me. Mi servirà ancora.
Apollo morirà, come promesso.»
«Se Caligola riesce nel suo intento, gli equilibri di potere cambieranno»
osservò Pitone. «Preferirei appoggiare te, naturalmente, ma se un nuovo dio del
sole sorgerà a ovest…»
«Io e te abbiamo un patto» ringhiò Nerone. «Tu mi sosterrai non appena il
Triumvirato controllerà…»
«… tutti gli strumenti profetici» confermò Pitone. «Ma non è ancora
successo. Avete ceduto Dodona ai semidei greci. La Grotta di Trofonio è stata
distrutta. Apprendo che i Romani sono stati allertati sui piani di Caligola per il
Campo Giove. Non ho alcun desiderio di dominare il mondo da solo. Ma se mi
deludi, se devo uccidere io Apollo…»
«Manterrò la mia parte del patto» assicurò Nerone. «Tu pensa a mantenere la
tua.»
Pitone reagì con una roca risata maligna. «Vedremo. I prossimi giorni
dovrebbero essere molto istruttivi.»

Mi svegliai di soprassalto.
Ero nella Cisterna, solo e scosso dai brividi. I sacchi a pelo di Piper e Meg
erano vuoti. Sopra di me splendeva un cielo azzurro. Avrei voluto credere che
fosse un indizio del fatto che i fuochi erano ormai sotto controllo, ma più
probabilmente significava soltanto che era cambiato il vento.
La mia pelle era migliorata molto nel corso della notte, sebbene mi sentissi
ancora come se mi avessero intinto nell’alluminio liquido. Con lo stretto
necessario di brividi e di smorfie, riuscii a vestirmi, a prendere arco, faretra e
ukulele e a salire la rampa per uscire.
Scorsi Piper ai piedi della collina; stava parlando con Grover accanto alla
Bedrossian-mobile. Perlustrai le macerie con lo sguardo e vidi Meg accovacciata
vicino alla prima serra crollata.
Ripensando al mio sogno, ardevo di rabbia. Se fossi stato ancora un dio, avrei
ruggito il mio disappunto e aperto un nuovo Grand Canyon nel deserto. Ma, dato
che così non era, potevo solo stringere i pugni fino a conficcarmi le unghie nei
palmi.
Era già terribile che un trio di imperatori malvagi volesse i miei Oracoli, la
mia vita, la mia stessa essenza. Era già terribile che il mio antico nemico Pitone
si fosse ripreso Delfi e aspettasse la mia morte. Ma l’idea che Nerone usasse
Meg come una pedina del suo gioco… No, mi dissi, non avrei mai permesso che
lei cadesse di nuovo nelle sue grinfie. La mia giovane amica era forte. Si stava
sforzando in tutti i modi di liberarsi dell’abietta influenza del patrigno. Io e lei ne
avevamo passate troppe insieme perché tornasse sui suoi passi.
Eppure le parole di Nerone mi inquietavano: “Meg McCaffrey tornerà da me.
Mi servirà ancora”.
Mi chiesi, se mio padre Zeus fosse comparso in quel momento e mi avesse
offerto un modo per tornare sull’Olimpo, quale prezzo sarei stato disposto a
pagare? Avrei lasciato Meg al suo destino? Avrei abbandonato i semidei, le
driadi e i satiri che erano diventati miei compagni? Avrei dimenticato tutte le
cose tremende che Zeus mi aveva fatto nel corso dei secoli e frenato l’orgoglio,
solo per recuperare il mio posto nell’Olimpo, sapendo fin troppo bene che sarei
stato ancora alla sua mercé?
Soffocai quelle domande. Non ero certo di voler conoscere le risposte.
Raggiunsi Meg alla serra crollata. «Buongiorno.»
Non alzò lo sguardo. Stava scavando tra le rovine. Le pareti di policarbonato
mezze disciolte erano state rovesciate e gettate di lato. Le mani di Meg erano
sporche di terra. Accanto a lei c’era un barattolo di vetro, con il coperchio
arrugginito posato poco lontano. Nel suo palmo c’erano alcuni ciottoli
verdognoli.
Trattenni il fiato.
No, non erano ciottoli. Nella mano di Meg giacevano sette esagoni grandi
quanto monete: semi verdi identici a quelli che avevo visto nei ricordi che aveva
condiviso.
«Come…?»
«I semi erano sepolti» disse Meg, guardandomi. Indossava una mimetica
color foglia di tè, che la faceva sembrare una ragazzina pericolosa e inquietante
del tutto diversa. Qualcuno le aveva pulito gli occhiali (lei non lo faceva mai),
perciò riuscivo a vederle gli occhi. Luccicavano limpidi e duri come gli strass
della montatura. «Ho… ho fatto un sogno. È stato Ercole, il saguaro. Li ha messi
in quel barattolo prima di morire. Voleva conservare i semi… per me, per
quando sarebbe venuto il momento.»
Non sapevo cosa dire. “Congratulazioni… Che bei semi…” Sul serio, sapevo
ben poco sulla coltivazione delle piante. Notai, però, che i semi non brillavano
come nei ricordi di Meg.
«Pensi che siano… ehm, ancora buoni?» chiesi.
«Lo scopriremo. Voglio piantarli.»
Guardai la collina desertica che avevamo intorno. «Vuoi dire qui? Ora?»
«Sì. È il momento» rispose Meg.
Come faceva a saperlo? E poi non capivo come piantare quei pochi semi
potesse fare la differenza con il Labirinto di Caligola che incendiava metà della
California.
D’altro canto, stavamo per partire per una nuova impresa, con la speranza di
trovare il palazzo dell’imperatore e senza nessuna garanzia di ritorno. Immaginai
che non ci fosse momento migliore. E se la cosa la faceva stare meglio, perché
no?
«Come ti posso aiutare?» chiesi.
«Fai delle buche.» Poi Meg aggiunse, come se ne avessi bisogno: «Nella
terra».
La accontentai usando la punta di una freccia, lasciando sette piccole
impronte sul terreno spoglio e roccioso. Non potei fare a meno di pensare che
quelle misere buchette non sembravano luoghi molto comodi per crescere.
Mentre sistemava gli esagoni verdi nella loro nuova casa, Meg mi ordinò di
prendere dell’acqua dal pozzo della Cisterna. «Deve venire da lì» mi avvisò.
«Un bicchiere pieno.»
Pochi minuti dopo ritornai con un grosso bicchiere di plastica di Enchiladas
del Rey pieno d’acqua. Meg la versò sui suoi nuovi amici appena piantati.
Mi aspettavo di assistere a qualcosa di scenografico. In presenza di Meg, mi
ero abituato a esplosioni di semi di chia, piccoli demoni pesca e muri istantanei
di fragole.
La terra non si mosse.
«Mi sa che ci tocca aspettare» commentò Meg. Strinse le braccia intorno alle
ginocchia e scrutò l’orizzonte.
Quella mattina il sole fiammeggiava a oriente. Era sorto anche quel giorno,
come sempre, ma non grazie a me. Non importava che io guidassi o meno il
carro del sole, o che Helios stesse infuriando nelle gallerie sotto Los Angeles.
Qualunque cosa credessero gli umani, il cosmo continuava a girare, e il sole
manteneva il suo corso. In circostanze diverse, lo avrei trovato rassicurante. In
quel momento invece giudicavo l’indifferenza del sole al tempo stesso crudele e
offensiva. Nel giro di pochi giorni, Caligola rischiava di trasformarsi in una
divinità solare. Sotto una guida così malvagia, ci si aspetterebbe che il sole si
rifiutasse di sorgere o tramontare. Ma, con mio sommo orrore e disgusto, il
giorno e la notte sarebbero rimasti tali e quali.
«Lei dov’è?» chiese Meg.
Strizzai gli occhi. «Chi?»
«Se la mia famiglia è così importante per lei, millenni di benedizioni eccetera,
perché non si è mai…?» Indicò il deserto, come a dire: “Tutta questa terra, e di
Demetra nemmeno l’ombra”.
Mi stava chiedendo perché Demetra non si fosse mai fatta viva con lei, perché
avesse permesso che Caligola distruggesse il lavoro di suo padre, perché avesse
lasciato che Nerone la allevasse nel velenoso palazzo imperiale di New York.
Non sapevo rispondere alle sue domande. O meglio, come ex dio, mi
venivano in mente diverse risposte possibili, ma nessuna capace di tirarle su il
morale: Demetra era troppo occupata a sorvegliare la situazione del raccolto in
Tanzania. Demetra si è lasciata distrarre dall’invenzione di nuovi cereali per la
colazione. Demetra si è dimenticata della tua esistenza.
«Non lo so, Meg» ammisi. «Ma questo…» Indicai i sette circoletti bagnati sul
terreno. «Questo è il genere di cose di cui tua madre sarebbe orgogliosa.
Coltivare delle piante in un luogo impossibile. Insistere tenacemente nel creare
la vita. È una dimostrazione di ottimismo incredibile. Demetra approverebbe.»
Meg mi studiò come per cercare di decidere se ringraziarmi o picchiarmi. Mi
ero abituato a quello sguardo. «Andiamo» decise. «Forse i semi spunteranno
durante la nostra assenza.»

Ci infilammo tutti e tre nella Bedrossian-mobile: io, Meg e Piper.


Grover aveva deciso di restare: in teoria per radunare le driadi demoralizzate,
ma secondo me perché era esausto dopo la serie di escursioni quasi mortali
affrontate con me e Meg. Il coach Hedge si offrì di accompagnarci, ma Mellie lo
depennò alla svelta dalla lista dei volontari. Quanto alle driadi, nessuna
sembrava ansiosa di farci da scudo vegetale dopo quanto era successo a
Salvadanaio e Agave. Non potevo dargli torto.
Se non altro, Piper aveva accettato di guidare. Se ci avessero fermato per
possesso di veicolo rubato, avrebbe evitato l’arresto con la lingua ammaliatrice.
Con la fortuna che avevo, al posto suo avrei trascorso tutto il giorno in prigione,
e la faccia di Lester non avrebbe fatto una gran bella figura in una foto
segnaletica.
Ripercorremmo la strada del giorno prima: lo stesso terreno riarso dal sole,
gli stessi cieli macchiati di fumo, lo stesso traffico ingolfato. L’incarnazione del
sogno californiano.
Nessuno di noi aveva molta voglia di parlare. Piper teneva gli occhi fissi sulla
strada, probabilmente pensando all’effetto che le avrebbe fatto rivedere l’ex
ragazzo dopo il modo imbarazzante in cui si erano lasciati. (Numi, quanto la
capivo.)
Meg seguiva con un dito il profilo dei disegni sui pantaloni della sua
mimetica. Immaginai che stesse riflettendo sull’ultimo progetto botanico di suo
padre e sul perché Caligola lo avesse ritenuto tanto minaccioso. Sembrava
incredibile che l’intera vita di Meg fosse stata condizionata da sette semi verdi.
Ma, del resto, era una figlia di Demetra. Con la dea delle piante, le cose
dall’aspetto più insignificante potevano essere molto significative.
“Dai semi più piccoli crescono querce secolari” mi diceva spesso la dea.
Quanto a me, non mi mancavano i problemi a cui pensare.
Pitone aspettava. L’istinto mi diceva che un giorno avrei dovuto affrontarlo.
Se per miracolo fossi sopravvissuto alle varie trame mortali degli imperatori, se
avessi sconfitto il Triumvirato, liberato i quattro Oracoli mancanti e rimediato da
solo a ogni guaio del mondo mortale, avrei comunque dovuto trovare il modo di
strappare il controllo di Delfi al mio più antico nemico. Solo allora, forse, Zeus
mi avrebbe concesso di ridiventare un dio. Perché lui era fatto così. Fantastico,
vero? Grazie, papà.
Nel frattempo, dovevo occuparmi di Caligola. Dovevo sventare il suo piano:
fare di me l’ingrediente segreto della sua zuppa al dio del sole. E avrei dovuto
riuscirci senza alcun potere divino a disposizione. Le mie capacità di arciere si
erano deteriorate. I miei talenti canori e musicali non valevano un fico secco.
Forza divina? Carisma? Luce? Potere di fuoco? Su tutte le spie di controllo c’era
scritto: VUOTO .
Il mio pensiero più umiliante: Medea mi avrebbe catturato, avrebbe cercato di
spogliarmi di ogni residuo divino e non avrebbe trovato niente di niente.
“Cos’è questa roba?” avrebbe gridato. “Qui c’è soltanto Lester!”
E poi mi avrebbe ucciso lo stesso.
Mentre meditavo su tali magnifiche possibilità, attraversavamo la Pasadena
Valley.
«Non mi è mai piaciuta questa città» mormorai. «Mi fa pensare ai telequiz,
alle parate pacchiane e alle attricette con lo spray autoabbronzante.»
Piper tossicchiò. «Per tua informazione, la madre di Jason era di queste parti.
È morta qui, in un incidente stradale.»
«Mi dispiace. Che cosa faceva?»
«Era un’attricetta con lo spray autoabbronzante.»
«Ah.» Aspettai che l’imbarazzo scemasse. Ci vollero diversi chilometri.
«Allora perché Jason ha scelto di venire a scuola proprio qui?»
Piper strinse forte il volante. «Dopo che abbiamo rotto, si è trasferito in un
collegio maschile sulle colline. Vedrai. Immagino che volesse cambiare aria,
stare in un posto tranquillo e fuori mano. Senza drammi.»
«Allora sarà felice di vederci» borbottò Meg, con lo sguardo fisso fuori dal
finestrino.
Ci addentrammo fra le colline sopra la città, e più salivamo, più le case
diventavano imponenti. Perfino nel Paradiso delle Ville, tuttavia, gli alberi
avevano iniziato a morire. I prati curatissimi si stavano seccando lungo i bordi.
Quando la carenza d’acqua e le temperature sopra la media si fanno sentire
anche nei quartieri alti, allora la situazione è davvero seria. I ricchi e gli dei sono
sempre gli ultimi a soffrire.
Sulla cresta di una collina sorgeva la scuola di Jason: una serie di edifici
sparsi in mattoni chiari, intervallati da giardini e vialetti ombreggiati da acacie.
Su un muretto, un cartello scritto in raffinate lettere di bronzo diceva: SCUOLA E
COLLEGIO DI EDGARTON.
Parcheggiammo la Cadillac in una strada residenziale poco distante, mettendo
in atto la tipica strategia McLean, ovvero: “Se ce la portano via, ne prendiamo in
prestito un’altra”.
Davanti al cancello della scuola c’era una guardia di sicurezza, ma Piper
dichiarò che avevamo il permesso di entrare, e la guardia, parecchio confusa, si
disse d’accordo.
Tutte le classi davano sui cortili. Gli armadietti degli studenti erano nei
passaggi esterni coperti. Un progetto architettonico che non avrebbe mai
funzionato, che so, a Milwaukee durante la stagione delle bufere di neve, ma
nella California del Sud rivelava quanto i suoi abitanti dessero per scontata la
mitezza costante del clima. Dubitavo perfino che gli edifici avessero l’aria
condizionata. Se Caligola avesse continuato a cuocere divinità nel suo Labirinto
di fuoco, il consiglio d’istituto avrebbe dovuto ripensarci.
Per quanto Piper insistesse nel dire che aveva preso le distanze dalla vita di
Jason, ricordava ancora a memoria il suo orario delle lezioni. Ci condusse di
fronte all’aula della sua quarta ora. Sbirciando dalle finestre, vidi una decina di
studenti: tutti ragazzi in blazer blu, camicia elegante, cravatta rossa, pantaloni
grigi e scarpe lucide, come giovani dirigenti d’azienda. Di fronte alla classe, in
una sedia da regista, un professore barbuto stava leggendo una copia del Giulio
Cesare.
Argh. Bill Shakespeare. Sì, cioè, era bravo, eh. Ma perfino lui sarebbe rimasto
inorridito dal numero di ore che i mortali passavano a ficcare le sue opere nella
testa di adolescenti annoiati, per non parlare del numero di pipe, giacche di
tweed, busti di marmo e brutte tesi di laurea che perfino le sue opere meno amate
avevano ispirato. Nel frattempo, Christopher Marlowe era relegato al ruolo di
drammaturgo minore dell’epoca elisabettiana. Chris era molto più divertente.
Ma sto divagando.
Piper bussò alla porta e fece capolino dentro: a un tratto, i ragazzi non
sembravano più annoiati. Disse qualcosa al professore, che sbatté gli occhi un
paio di volte, poi con un gesto disse “Vai pure” a uno degli studenti della fila
centrale.
Un attimo dopo, Jason Grace ci raggiunse in corridoio.
Lo avevo visto soltanto poche volte prima di allora: una quando era pretore al
Campo Giove, un’altra quando era venuto a Delo e poi poco dopo, quando
avevamo combattuto fianco a fianco contro i giganti al Partenone.
Era stato bravo, ma non posso dire di avergli prestato particolare attenzione.
A quei tempi, ero ancora un dio. Jason era soltanto uno degli eroi
dell’equipaggio semidivino dell’Argo II.
Ora, nell’uniforme della scuola, faceva davvero colpo. Portava i capelli
biondi tagliati molto corti. Gli occhi azzurri lampeggiavano dietro un paio di
occhiali dalla montatura nera.
Jason si chiuse la porta dell’aula alle spalle, si infilò i libri sotto il braccio e si
sforzò di sorridere. Una piccola cicatrice bianca si mosse a un angolo della sua
bocca. «Ciao, Piper.»
Mi chiesi come facesse Piper a sembrare così calma. Di rotture complicate ne
avevo vissute parecchie. Non erano mai diventate più facili, e Piper non aveva il
vantaggio di poter trasformare il proprio ex in un albero o di aspettare che la sua
breve vita mortale fosse finita prima di tornare sulla Terra.
«Ciao» replicò, con la voce appena un po’ tesa. «Lei è…»
«Meg McCaffrey» disse Jason. «E lui è Apollo. Vi aspettavo.»
Non sembrava molto entusiasta. Disse che ci aspettava come qualcuno
direbbe: “Aspettavo i risultati della mia TAC urgente”.
Meg squadrò Jason come se trovasse i suoi occhiali molto inferiori ai suoi.
«Ah, sì?»
«Sì.» Jason scrutò il corridoio in entrambe le direzioni. «Andiamo nella mia
stanza. Non siamo al sicuro qui.»
22

Ho fatto questo:
Un bel tempio pagano
Col Monopoli

Dovemmo oltrepassare un insegnante e due sorveglianti nei corridoi, ma grazie


alla lingua ammaliatrice di Piper tutti ritennero normalissimo che noi quattro ce
ne andassimo in giro per il dormitorio durante le ore di lezione.
Quando fummo davanti alla porta di Jason, Piper si fermò. «In che senso, non
siamo al sicuro?»
Jason si guardò alle spalle. «I mostri si sono infiltrati nella scuola. Sto
tenendo d’occhio l’insegnante di lettere. Sono abbastanza sicuro che sia
un’empusa. E ho già dovuto uccidere l’insegnante di calcolo, perché era un
blemma.»
Se a parlare fosse stato un mortale, sarebbe stato un discorso da paranoico
omicida. Ma a parlare era un semidio, e quella era la descrizione di una
settimana semidivina nella media.
«I blemmi, eh?» Meg rivalutò Jason, come se avesse appena deciso che i suoi
occhiali non erano poi tanto male. «Odio i blemmi.»
Jason sogghignò. «Entriamo.»
Avrei definito la sua camera “spartana”, ma avevo visto le stanze dei veri
Spartani, e loro avrebbero trovato quella di Jason fin troppo comoda.
Nei suoi quindici metri quadri c’erano una libreria, un letto, una scrivania e
un armadio. L’unico lusso era una finestra aperta che dava sulle colline,
riempiendo la stanza del profumo caldo dei giacinti. (Dovevano per forza essere
giacinti? Mi si spezza sempre il cuore quando sento quella fragranza, perfino
dopo migliaia di anni.)
Su una parete era appesa una cornice con una fotografia della sorella di Jason,
Talia, che sorrideva all’obiettivo, con un arco sulle spalle, i corti capelli scuri
scompigliati dal vento. A parte gli incredibili occhi azzurri, non somigliava per
niente a suo fratello.
Ma, del resto, nessuno di loro somigliava per niente a me, che in quanto figlio
di Zeus ero tecnicamente un loro fratello. E io avevo flirtato con Talia, che…
Bleah! Maledizione, padre, ma quanti figli hai? Per colpa di Zeus i miei
appuntamenti erano stati un campo minato nel corso dei secoli.
«A proposito, tua sorella ti saluta» dissi.
Gli occhi di Jason si illuminarono. «L’hai vista?»
Mi lanciai in un resoconto dei giorni che avevamo trascorso a Indianapolis: la
Waystation, l’imperatore Commodo, le Cacciatrici di Artemide che si calavano a
doppia corda nello stadio di football per salvarci. Poi tornai ancora più indietro e
gli raccontai del Triumvirato, e di tutte le sciagure che mi erano capitate da
quando ero emerso da quel cassonetto a Manhattan.
Nel frattempo, Piper sedeva a gambe incrociate sul pavimento, con la schiena
appoggiata al muro, il più lontano possibile dall’opzione più comoda del letto.
Meg era in piedi davanti alla scrivania di Jason e studiava una specie di progetto
scolastico: una tavola di polistirolo con alcune scatoline di plastica sopra, forse
per rappresentare edifici.
Quando nominai Leo e dissi che era vivo e vegeto e che al momento era in
missione al Campo Giove, tutte le prese elettriche della stanza mandarono
scintille. Jason guardò Piper, sbigottito.
«Lo so» disse lei. «Dopo tutto quello che abbiamo passato…»
«Non so nemmeno…» Jason si sedette di peso sul letto. «Non so se ridere o
mettermi a urlare.»
«Non trattenerti» brontolò Piper. «Fai pure tutte e due le cose.»
Meg richiamò la nostra attenzione. «Ehi, questo che cos’è?»
Jason arrossì. «Un progetto su cui sto lavorando da un po’.»
«È la Collina dei Templi» osservò Piper, parlando in tono prudentemente
neutro. «Al Campo Giove.»
Aveva ragione. Riconobbi la disposizione dei vari templi e santuari in cui i
semidei del Campo Giove onoravano le divinità antiche. Ogni edificio era
rappresentato da una scatolina di plastica incollata al polistirolo, con i nomi
scritti a mano su etichette. Jason aveva perfino segnato le altitudini, mostrando i
livelli topografici della collina.
Trovai il mio tempio – con l’etichetta APOLLO – rappresentato da un edificio
di plastica rossa. Non era minimamente carino come quello vero, con il suo tetto
dorato e gli ornamenti in filigrana di platino, ma non volli criticare.
«Sono casette del Monopoli?» domandò Meg.
Jason si strinse nelle spalle. «Ho usato quello che avevo a disposizione… le
case verdi e gli alberghi rossi.»
Guardai con più attenzione. Non mi calavo in tutta la mia gloria sulla Collina
dei Templi da diverso tempo, ma la disposizione sembrava più affollata. C’erano
almeno venti contrassegni che non riconoscevo.
Mi sporsi in avanti e lessi alcune delle etichette scritte a mano. «Cimopolea?
Santi numi, non pensavo a lei da secoli! Perché i Romani le hanno costruito un
tempio?»
«Non l’hanno ancora costruito» disse Jason. «Ma le ho fatto una promessa.
Lei ci ha… aiutato nel nostro viaggio verso Atene.»
Dal modo in cui lo disse, compresi che intendeva “ha accettato di non
ucciderci”, cosa molto più coerente con il carattere della dea.
«Le ho detto che avrei fatto in modo che nessuna divinità venisse
dimenticata» continuò Jason. «Né al Campo Giove, né al Campo Mezzosangue.
Ci avrei pensato io. Tutte le divinità dovevano avere un tempio o un santuario in
entrambi i campi.»
Piper mi lanciò uno sguardo. «Ha lavorato un sacco su questi progetti.
Dovresti vedere il suo album di schizzi.»
Jason aggrottò la fronte, non sapendo come prendere le sue parole: lo stava
lodando o criticando? L’odore di elettricità nell’aria si fece più intenso. «Be’, i
miei progetti non vinceranno di certo un premio» disse infine. «Avrò bisogno di
Annabeth per concretizzarli.»
«Onorare gli dei è una nobile impresa» commentai. «Devi andarne fiero.»
Jason non sembrava fiero. Sembrava preoccupato. Ricordai quello che Medea
aveva detto a proposito del suo colloquio con l’Oracolo: “La verità è stata
sufficiente a spezzare Jason Grace”. Non sembrava spezzato. Ma, del resto, io
non sembravo Apollo.
Meg si chinò a guardare il progetto più da vicino. «Come mai Potina ha una
casa e Quirino ha un albergo?»
«Non c’è una vera logica» ammise Jason. «Ho usato i contrassegni solo per
indicare la posizione.»
Ci rimasi un po’ male. Ero certo di aver ricevuto un albergo e non una casa
come Ares perché ero più importante.
Meg toccò il contrassegno della madre. «Demetra è forte. Dovresti mettere gli
dei più forti accanto a lei.»
«Meg, non possiamo usare questo criterio» la rimproverai. «Ci sarebbero
troppe liti.»
“E poi tutti vorrebbero stare accanto a me” pensai. Mi chiesi amaramente se
la cosa sarebbe valsa ancora quando avrei fatto ritorno sull’Olimpo. I giorni
trascorsi nei panni di Lester mi avrebbero segnato per sempre come un
imbranato immortale?
«Veniamo alla ragione per cui siamo qui» ci interruppe Piper. «Il Labirinto di
fuoco.»
Non accusò Jason di nasconderle qualcosa. Non gli riferì le parole di Medea.
Studiò soltanto il suo viso, in attesa di vedere come avrebbe reagito.
Jason intrecciò le dita. Fissò il gladio chiuso nel fodero e appoggiato alla
parete, accanto a una mazza da lacrosse e a una racchetta da tennis. (Questi
collegi alla moda offrono un’ampia gamma di opzioni extracurricolari.)
«Non ti ho detto tutto» ammise.
Il silenzio di Piper fu più potente della sua lingua ammaliatrice.
«Io ho… ho trovato la Sibilla» continuò Jason. «Non so spiegarvi come. Mi
sono imbattuto in una grande sala con una pozza di fuoco. La Sibilla era… di
fronte a me, in piedi, su una piattaforma di pietra, con le braccia incatenate a
delle manette di fuoco.»
«Erofile» dissi. «Si chiama Erofile.»
Jason sbatté le palpebre, come se riuscisse ancora a percepire il calore e i
lapilli della stanza. «Volevo liberarla» riprese. «Ovviamente. Ma lei mi ha detto
che era impossibile. Doveva farlo…» Mi indicò con un gesto. «Mi ha detto che
era una trappola. L’intero Labirinto di fuoco era una trappola per Apollo. Mi ha
detto che alla fine sareste venuti da me. Tu e lei… Meg. Erofile ha detto che non
c’era niente che potessi fare a parte darvi il mio aiuto se me lo aveste chiesto. Mi
ha detto di dirti, Apollo… che devi salvarla.»
Sapevo già tutto, naturalmente. Era quello che avevo udito e visto in sogno.
Ma sentirlo da Jason, e da sveglio, lo rese peggiore.
Piper appoggiò la testa al muro. Fissò una macchia di umidità sul soffitto.
«Cos’altro ti ha detto?»
Il volto di Jason si fece teso. «Piper, senti, mi dispiace di non avertelo
raccontato. È solo che…»
«Cos’altro ti ha detto?» ripeté la figlia di Afrodite.
Jason guardò Meg, poi me, forse alla ricerca di un sostegno morale. «La
Sibilla mi ha detto dove trovare l’imperatore. Be’, più o meno. Ha detto che
Apollo avrebbe avuto bisogno di questa informazione e di… un paio di scarpe.
Non ha molto senso, lo so.»
«Temo di sì» replicai.
Meg fece scorrere le dita sui tetti del plastico. «Possiamo uccidere
l’imperatore mentre gli rubiamo le scarpe? La Sibilla te l’ha detto?»
Jason scosse la testa. «Ha detto solo che io e Piper… non potevamo fare più
niente da soli. Doveva pensarci Apollo. Se ci avessimo provato… sarebbe stato
troppo pericoloso.»
Piper rise amaramente. Alzò le mani come per fare un’offerta alla macchia di
umidità. «Jason, abbiamo passato di tutto insieme. Non riesco nemmeno a
contare quanti pericoli abbiamo affrontato, quante volte abbiamo rischiato di
morire. Ora vieni a dirmi che mi hai mentito perché… volevi proteggermi? Per
impedirmi di cercare Caligola?»
«Sapevo che lo avresti fatto» mormorò lui. «Qualunque cosa avesse detto la
Sibilla.»
«E sarebbe stata una mia scelta» replicò Piper. «Non tua.»
Jason annuì, affranto. «E io avrei insistito per venire con te, a qualunque
costo. Ma per come stanno andando le cose tra noi…» Alzò le spalle. «Lavorare
in squadra è difficile. Ho pensato… ho deciso di aspettare che Apollo mi
trovasse. Ho incasinato tutto non dicendoti nulla. Mi dispiace.» Scrutò il plastico
della Collina dei Templi, come per chiedersi dove collocare un tempio per il dio
delle sensazioni orribili che si provano quando una relazione fallisce. (Oh,
aspettate. Ce l’aveva già. Era il tempio di Afrodite, la mamma di Piper.)
«Qui non si tratta di me e te, Jason.» Piper trasse un respiro profondo. «I satiri
e le driadi stanno morendo. Caligola sta progettando di trasformarsi nel nuovo
dio del sole. Stasera c’è la luna nuova, e il Campo Giove dovrà affrontare una
grande minaccia di cui non sappiamo nulla. Nel frattempo, Medea è nel
Labirinto e sguinzaglia ovunque il fuoco del titano…»
«Medea?» Jason drizzò la schiena. La lampadina della scrivania scoppiò,
lasciando cadere una pioggia di vetro sul plastico. «Aspetta… Che c’entra
Medea con tutto questo? Cos’è questa storia della luna nuova al Campo Giove?»
Pensavo che Piper potesse rifiutarsi di parlare, solo per dispetto, ma non lo
fece. Raccontò a Jason tutta la faccenda della profezia di Indianapolis che
parlava di corpi nel Tevere. Poi spiegò il progetto culinario di Medea con il
nonno.
Dalla faccia di Jason, fu come se nostro padre lo avesse appena colpito con
un fulmine. «Non ne avevo idea.»
Meg incrociò le braccia. «Allora, ci aiuterai o no?»
Jason la studiò, chiaramente in dubbio su come prendere quell’inquietante
ragazzina in mimetica. «Ce… certo» rispose. «Ci servirà una macchina. E a me
servirà una scusa per lasciare la scuola.» Guardò Piper, speranzoso.
Lei si alzò. «Bene. Andrò a parlare in segreteria. Meg, vieni con me, casomai
ci imbattessimo in quell’empusa. Vi aspettiamo davanti al cancello. E Jason…?»
«Sì?»
«Se mi nascondi qualcos’altro…»
«No… certo.»
Piper si voltò e uscì impettita dalla stanza.
Meg mi lanciò uno sguardo come a dire: “Sicuro?”.
«Va’ pure» le dissi. «Aiuterò Jason a prepararsi.»
Quando se ne furono andate, mi voltai ad affrontare Jason Grace, da figlio di
Zeus/Giove a figlio di Zeus/Giove. «E va bene» dissi. «Cosa ti ha detto
veramente la Sibilla?»
23

È una bella giornata


Nel circondario
Anzi, per niente

Jason reagì con estrema calma.


Si tolse la giacca e la appese nell’armadio. Si sciolse la cravatta e la appese
all’attaccapanni. Ebbi un flashback del mio vecchio amico Fred Rogers, il
conduttore della TV dei ragazzi, che trasmetteva la stessa pacata capacità di
concentrazione quando appendeva gli abiti da lavoro. Fred mi lasciava dormire
sul divano tutte le volte che avevo avuto una giornataccia come dio della poesia.
Mi offriva un piatto di biscotti e un bicchiere di latte e poi mi faceva una
serenata con le sue canzoni finché non mi sentivo meglio. Mi piaceva
soprattutto: It’s You I Like. Oh, quanto mi mancava quel mortale!
Alla fine Jason si allacciò il gladio. Con gli occhiali, la camicia elegante, i
pantaloni, i mocassini e la spada, assomigliava meno al signor Rogers e più a un
avvocato armato. «Che cosa ti fa pensare che nasconda qualcosa?» domandò.
«Ti prego» replicai. «Non cercare di essere evasivamente profetico con il dio
delle profezie evasive.»
Jason sospirò. Arrotolò le maniche della camicia, rivelando il tatuaggio
romano all’interno dell’avambraccio: il simbolo della folgore di nostro padre.
«Prima di tutto, non era una profezia vera e propria. Era più una serie di
domande da quiz televisivo.»
«Sì, è così che Erofile dà le informazioni.»
«E tu sai come funzionano le profezie. Anche quando l’Oracolo è benevolo,
possono essere difficili da interpretare.»
«Jason…»
«E va bene» cedette. «La Sibilla ha detto… Mi ha detto che se io e Piper
fossimo andati alla ricerca dell’imperatore, uno di noi sarebbe morto.»
Morto.
La parola piombò in mezzo a noi con un tonfo sordo, come un grosso pesce
eviscerato.
Aspettai una spiegazione.
Jason prese a fissare la Collina del Tempio di polistirolo come se cercasse di
portarla in vita con la sola forza di volontà.
«Morto» ripetei.
«Sì.»
«Non “scomparso” o “non tornerà indietro”, né “verrà sconfitto”.»
«No, no. Morto. O più esattamente: cinque lettere, comincia con la M.»
«Non “mamma”, allora» suggerii. «Oppure “mogio”.»
Un sottile sopracciglio biondo sbucò sopra il bordo dei suoi occhiali. «Se
trovate l’imperatore, uno di voi sarà mogio? No, Apollo, la parola era morto.»
«Eppure potrebbe significare tante cose. Potrebbe significare un viaggio negli
Inferi. Oppure una morte come quella di Leo, dove poi ritorni in vita. Potrebbe
significare…»
«Adesso sei tu a essere evasivo» replicò Jason. «La Sibilla parlava di morte.
Definitiva. Vera. Senza appello. Dovevi esserci. Il modo in cui l’ha detto. A
meno che non ti avanzi una fialetta di “cura del medico”…»
Sapeva benissimo che non ce l’avevo. La cura del medico, che aveva
riportato in vita Leo Valdez, ce l’aveva solo mio figlio Asclepio, dio della
medicina. Ma visto che Asclepio voleva evitare una guerra con Ade, regalava
raramente campioncini omaggio. Anzi, mai. Leo era stato il primo fortunato a
ricevere la cura in quattromila anni. E probabilmente sarebbe stato l’ultimo.
«Eppure…» Brancolavo alla ricerca di teorie o vie d’uscita alternative.
Detestavo il pensiero della morte permanente. Come immortale, ero un obiettore
di coscienza. Per quanto possano essere belle le esperienze della vita ultraterrena
(e in generale non lo sono), la vita è meglio. Il calore del sole vero, i colori
vibranti del mondo, la cucina… sul serio, neanche nell’Elisio c’è niente di
paragonabile.
L’espressione di Jason era implacabile. Sospettai che nelle settimane dopo la
sua chiacchierata con Erofile si fosse prefigurato tutti gli scenari possibili. Era
ben oltre la fase di contrattazione rispetto alla profezia. Aveva accettato che
morte significava morte, proprio come Piper McLean aveva accettato che
Oklahoma significava Oklahoma.
La cosa non mi piaceva. Ancora una volta la calma di Jason mi ricordò Fred
Rogers, ma in modo esasperante. Come si poteva essere sempre così amichevoli
ed equilibrati? Avrei voluto vederlo arrabbiarsi, urlare e lanciare i mocassini in
fondo alla stanza.
«Supponiamo che tu abbia ragione» dissi. «Non hai raccontato a Piper la
verità perché…»
«Sai quello che è successo a suo padre.» Jason si studiò i calli delle mani,
dimostrazione che non aveva trascurato le abilità di spadaccino. «L’anno scorso,
quando lo abbiamo salvato dal gigante di fuoco sul Monte Diablo… il signor
McLean non era molto in forma, soprattutto di testa. Adesso, con tutto lo stress
del fallimento e via dicendo, ti immagini cosa succederebbe se perdesse anche la
figlia?»
Mi tornò in mente la stella del cinema tutta scarmigliata che vagava nel
vialetto di casa alla ricerca di monete immaginarie. «Sì, ma non puoi sapere in
che modo la profezia si realizzerà.»
«Non posso permettere che si realizzi con la morte di Piper. Lei e suo padre
lasceranno la città alla fine della settimana, come da programma» disse Jason.
«In realtà Piper è… non so se entusiasta sia la parola giusta, ma quantomeno è
sollevata all’idea di lasciare Los Angeles. Da quando la conosco, il suo più
grande desiderio è sempre stato trascorrere più tempo con il padre. Adesso
hanno l’opportunità di ricominciare da capo. Piper può aiutarlo a trovare un po’
di serenità. E forse la troverà anche lei.» Gli si strozzò la voce, forse per il senso
di colpa, o il rimpianto, o la paura.
«Volevi che fosse al sicuro fuori città» dedussi. «E poi saresti andato a trovare
l’imperatore, da solo.»
Jason scrollò le spalle. «Be’, con te e Meg. Sapevo che sareste venuti a
cercarmi. Me l’aveva detto Erofile. Se aveste aspettato un’altra settimana…»
«Se avessimo aspettato cosa?» domandai. «Avresti lasciato che ti
conducessimo allegramente alla morte? In che modo questo avrebbe contribuito
alla serenità di Piper?»
Le orecchie di Jason avvamparono. Mi colpì quanto fosse giovane: non aveva
più di diciassette anni. Era più grande della mia forma mortale, questo sì, ma non
di molto. E aveva già perso la madre. Era sopravvissuto al duro addestramento di
Lupa, la dea dei lupi. Era cresciuto con la disciplina della Dodicesima Legione al
Campo Giove. Aveva combattuto contro Titani e giganti. Aveva contribuito a
salvare il mondo almeno due volte. Per gli standard mortali, tuttavia, era a stento
un adulto. Non era abbastanza grande per votare né per bere alcolici.
Con tutto quello che aveva passato, era giusto chiedergli di pensare in modo
razionale e di tenere in considerazione i sentimenti di tutti con estrema chiarezza,
mentre al tempo stesso faceva i conti con la propria morte?
Tentai di addolcire il tono. «Non vuoi che Piper muoia. Questo lo capisco.
Neanche lei vorrebbe che tu morissi. Ma tentare di eludere le profezie non
funziona mai. E tenere nascosti i segreti agli amici, soprattutto i segreti
mortali… questo non funziona proprio mai. Sarà nostro compito affrontare
insieme Caligola, rubare le scarpe di quel pazzo omicida e fuggire senza nessuna
parola di cinque lettere che cominci con la M.»
La cicatrice all’angolo della bocca di Jason ebbe un fremito. «Mango?»
«Sei tremendo» commentai, ma un po’ della tensione tra le mie scapole si
dissolse. «Sei pronto?»
Jason lanciò un’occhiata alla foto di sua sorella Talia, poi al modellino della
Collina dei Templi. «Se mi succede qualcosa…»
«Basta.»
«Se mi succede qualcosa, se non riesco a mantenere la mia promessa a
Cimopolea, porteresti il modello del mio progetto al Campo Giove? Gli album
con gli schizzi dei nuovi santuari di entrambi i campi sono là, sullo scaffale.»
«Ce li porterai tu» insistetti. «I tuoi nuovi santuari onoreranno gli dei. È un
progetto troppo nobile per non andare in porto.»
Jason prese una scheggia di vetro della lampadina piovuta sul tetto
dell’albergo di Zeus. «Che sia nobile non sempre importa. Come quello che è
successo a te. Hai parlato con tuo padre da quando…?» Ebbe la decenza di non
continuare dicendo: “Da quando sei atterrato nella spazzatura sotto forma di
flaccido sedicenne senza nessuna qualità positiva”.
Ricacciai indietro un sapore di rame. Dal profondo della mia piccola mente
mortale, rimbombavano le parole di mio padre: “TUA LA COLPA. TUA LA
PUNIZIONE”.
«Zeus non mi ha più parlato da quando sono diventato mortale» ammisi. «E,
quanto al prima, ho ricordi confusi. Rammento l’ultima battaglia al Partenone,
l’estate scorsa. Ricordo la folgore di Zeus. Poi, fino a quando non mi sono
svegliato precipitando dal cielo, a gennaio… vuoto assoluto.»
«So come ci si sente… Sei mesi della propria vita cancellati così.» Jason mi
lanciò un’occhiata sofferta. «Mi dispiace di non aver potuto fare di più.»
«Cosa avresti potuto fare?»
«Intendo dire, al Partenone. Ho cercato di far ragionare Zeus. Gli ho detto che
sbagliava a punirti. Ma da quell’orecchio non ci sentiva.»
Lo fissai senza capire. Tutto quello che era rimasto della mia naturale
eloquenza mi si era bloccato in gola. Jason Grace aveva fatto cosa?
Zeus aveva molti figli, e questo significava che io avevo tanti fratelli e tante
sorelle da parte di padre. Fatta eccezione per la mia gemella, Artemide, non mi
ero mai sentito vicino a nessuno di loro. Certo, non avevo mai avuto un fratello
che mi difendesse davanti a mio padre. Era più probabile che sull’Olimpo i miei
fratelli tentassero di deviare la furia di Zeus gridando: “È stato Apollo!”.
Questo giovane semidio aveva preso le mie parti. Non aveva nessun motivo
per farlo. Mi conosceva a malapena. Aveva rischiato la vita e affrontato l’ira di
Zeus.
Il mio primo pensiero fu: “Sei pazzo?”.
Poi mi venne una parola più appropriata. «Grazie.»
Jason mi prese per le spalle, non per rabbia né per aggrapparsi, ma come un
fratello. «Fammi una promessa. Qualunque cosa succeda quando tornerai
sull’Olimpo, quando sarai di nuovo un dio, ricordatelo. Ricorda cosa significa
essere umani.»
Qualche settimana prima, avrei sbottato: “Perché mai dovrei ricordarmi
qualcosa di tutto questo?”.
Al massimo, se fossi stato abbastanza fortunato da rivendicare il mio trono
divino, avrei ricordato la mia sventurata esperienza come un pessimo film che
per fortuna si era concluso. Sarei uscito dal cinema sotto la luce del sole,
pensando: “Meno male che è finito!”.
Ormai invece cominciavo a intuire quello che Jason intendeva. Avevo
imparato tante cose sulla fragilità umana e sulla forza umana. Mi sentivo…
diverso nei confronti dei mortali, essendo stato uno di loro. Se non altro, sarebbe
stata un’ottima ispirazione per scrivere nuove canzoni!
Ero restio a fare promesse, però. Vivevo già sotto la maledizione di un
giuramento infranto. Al Campo Mezzosangue avevo avventatamente giurato
sullo Stige di non usare le mie doti di arciere e musicista finché non fossi stato di
nuovo un dio. Poi mi ero rimangiato la parola. Da allora, le mie abilità si erano
deteriorate.
Ero sicuro che lo spirito vendicativo del fiume Stige non avesse ancora chiuso
con me. Quasi percepivo il suo sguardo accigliato che mi fissava dagli Inferi:
“Che diritto hai di promettere qualcosa a qualcuno, spergiuro?”.
Ma come potevo non provarci? Era il minimo che potessi fare per questo
mortale coraggioso che mi aveva difeso quando nessun altro lo faceva.
«Promesso» dissi a Jason. «Farò del mio meglio per ricordare la mia
esperienza umana, se tu mi prometti di dire a Piper la verità sulla profezia.»
«Affare fatto.» Jason mi diede una pacca sulle spalle. «Andiamo, le ragazze ci
staranno aspettando.»
«Un’altra cosa» mi scappò detto. «Tu e Piper… sembrate una coppia con una
bella energia. Hai… hai rotto con lei per renderle più facile lasciare Los
Angeles?»
Jason mi fissò con quei suoi occhi azzurri. «Te l’ha detto lei?»
«No. Ma Mellie sembrava… ehm, arrabbiata con te.»
«Nessun problema se Mellie dà la colpa a me. Forse è meglio.»
«Vuoi dire che non è vero?»
Negli occhi di Jason vidi una traccia di desolazione, come il fumo di un
incendio improvviso che per un attimo nasconde il cielo azzurro. Ripensai alle
parole di Medea: “La verità è stata sufficiente ad annientare Jason Grace”.
«È stata Piper a troncare» disse piano. «È successo mesi fa, molto prima del
Labirinto di fuoco. Ora, forza. Andiamo a cercare Caligola.»
24

Santa Barbara:
Surf, tacos di pesce e…
Pazzi Romani!

Purtroppo per noi e per il signor Bedrossian, non c’erano tracce della sua
Cadillac nella strada in cui l’avevamo parcheggiata.
«Rimozione forzata» annunciò Piper in tono disinvolto, come se le capitasse
spesso. E ritornò alla segreteria della scuola. Dopo qualche minuto, spuntò dal
cancello davanti alla guida del pulmino verde e oro di Edgarton. Abbassò il
finestrino. «Ehi, ragazzi. Vi va una gita di istruzione?»
Mentre ci allontanavamo, Jason lanciò un’occhiata nervosa nello specchietto
retrovisore, forse preoccupato che la guardia giurata ci inseguisse e ci chiedesse
le giustificazioni firmate prima di lasciare la scuola e andare a uccidere un
imperatore romano. Ma non ci seguiva nessuno.
«Dove andiamo?» chiese Piper non appena raggiungemmo l’autostrada.
«Santa Barbara» rispose Jason.
Piper si accigliò, come se quella risposta fosse solo un po’ più sorprendente di
“Uzbekistan”. «Okay.»
Seguì le indicazioni per la 101 Ovest.
Per una volta, mi augurai che il traffico fosse intasato: non avevo nessuna
fretta di vedere Caligola. E invece le corsie erano quasi vuote. Era come se il
sistema autostradale della California del Sud avesse sentito che mi lamentavo e
cercasse di vendicarsi.
“Oh, vai pure, Apollo!” sembrava dirmi la 101 Ovest. “Prevediamo un
viaggio tranquillo verso la tua umiliante morte!”
Accanto a me, sul sedile posteriore, Meg tamburellava con le dita sulle
ginocchia. «Quanto manca?»
Avevo solo una vaga idea di dove fosse Santa Barbara. Sperai che Jason ci
dicesse che era lontana; subito dopo il Polo Nord, magari. Non che volessi
starmene rinchiuso in un pulmino con Meg così a lungo, ma almeno potevamo
fare tappa al Campo Giove e prelevare uno squadrone di semidei pesantemente
armati.
«Più o meno due ore» disse Jason, distruggendo le mie speranze. «A
nordovest lungo la costa. Stiamo andando a Stearns Wharf.»
Piper si voltò a guardarlo. «Ci sei già stato?»
«Sì. In esplorazione con Tempesta.»
«Tempesta?» domandai.
«Il suo cavallo» disse Piper, poi si rivolse a Jason: «Sei andato lì in
esplorazione da solo?».
«Be’, Tempesta è un ventus» commentò Jason, ignorando la domanda di
Piper.
Meg smise di tamburellare sulle ginocchia. «Come quei cosi ventosi che
aveva Medea?»
«Sì, solo che Tempesta è buono» rispose Jason. «L’ho quasi… non dico
addomesticato, ma siamo diventati amici. Di solito, quando lo chiamo, si fa vivo
e si lascia montare.»
«Un cavallo di vento.» Meg ci rifletté, senza dubbio confrontando i vantaggi
di Tempesta rispetto a quel piccolo demonio col pannolone di Baby Pesca.
«Forte!»
«Torniamo alla mia domanda» disse Piper. «Perché hai deciso di perlustrare
Stearns Wharf?»
Jason era così imbarazzato che temetti potesse far saltare gli impianti elettrici
del pulmino. «La Sibilla» rispose infine. «Mi ha detto che ci avrei trovato
Caligola. È uno dei posti in cui si ferma.»
Piper inclinò la testa. «In che senso, si ferma?»
«Il suo palazzo non è un palazzo vero e proprio» disse Jason. «Stiamo
cercando una nave.»
Lo stomaco mi abbandonò e prese l’uscita più vicina per tornare a Palm
Springs. «Ah» commentai.
«Ah?» chiese Meg. «Ah, cosa?»
«Nell’antichità, Caligola era famigerato per le sue navi del piacere: enormi
palazzi fluttuanti con stabilimenti balneari, teatri, statue rotanti, ippodromi,
migliaia di schiavi…» Ricordai il disgusto di Poseidone mentre guardava
Caligola gironzolare in mare davanti a Baia, a pochi chilometri da Napoli, anche
se credo fosse solo geloso perché il suo palazzo non aveva le statue rotanti. «In
ogni caso, questo spiega perché avete avuto problemi a localizzarlo. Si può
spostare da un porto all’altro come gli pare e piace.»
«Proprio così. Quando sono andato in perlustrazione, lui non c’era» concordò
Jason. «Immagino che la Sibilla volesse dire che lo avrei trovato a Stearns Wharf
quando dovevo trovarlo. Che, immagino, sia oggi.» Si spostò sul sedile,
allontanandosi il più possibile da Piper. «A proposito della Sibilla… c’è un altro
particolare che non ti ho detto sulla profezia.» E raccontò la verità sulla parola di
cinque lettere che cominciava con la M e che non era “mambo”.
Piper prese la notizia sorprendentemente bene. Non lo picchiò. Non alzò la
voce. Si limitò ad ascoltare, poi rimase in silenzio per un altro paio di chilometri.
Alla fine scosse la testa. «Non è certo un dettaglio di poco conto.»
Jason sospirò. «Avrei dovuto dirtelo.»
«Ehm, sì.» Piper girò lo sterzo nello stesso modo in cui qualcuno potrebbe
spezzare il collo a un pollo. «Eppure… posso essere sincera? Nella tua posizione
avrei fatto la stessa cosa. Neanch’io avrei voluto che tu morissi.»
Jason sbatté le palpebre. «Significa che non sei arrabbiata?»
«Sono furiosa.»
«Furiosa, però mi capisci.»
«Giusto.»
Mi colpì come parlavano tranquillamente insieme, anche di cose difficili, e
come si capivano bene. Ripensai a quando Piper mi aveva raccontato della loro
separazione nel Labirinto di fuoco: si era detta sconvolta, non poteva sopportare
l’idea di perdere un altro amico.
Mi domandai ancora una volta che cosa ci fosse dietro la loro rottura.
“Le persone cambiano” aveva detto la figlia di Afrodite.
Punteggio massimo per la vaghezza, amica mia, ma io volevo la sporca
verità.
«Qualche altra sorpresa?» continuò Piper. «Qualche altro minuscolo dettaglio
che ti sei dimenticato?»
Jason scosse la testa. «Credo che non ci sia altro.»
«Okay» replicò lei. «Allora andiamo al pontile. Troviamo questa nave.
Troviamo le scarpe magiche di Caligola e uccidiamolo, se ne abbiamo
l’occasione. Ma non permettiamo che uno di noi due muoia.»
«Oppure lasciamo che muoia io» disse Meg. «O Apollo.»
«Grazie, Meg» dissi. «Mi scaldi il cuore.»
«Prego.» Meg si mise le dita nel naso, casomai fosse morta perdendo così la
possibilità di farlo. «Come facciamo a capire qual è la nave giusta?»
«Ho la sensazione che lo capiremo» risposi. «Caligola non è mai stato molto
discreto.»
«Ammesso che la nave stavolta sia lì» disse Jason.
«Sarà meglio che ci sia» commentò Piper. «Altrimenti ho rubato questo
furgoncino e ti ho fatto perdere la lezione di fisica per niente.»
Si scambiarono un sorriso guardingo, un’occhiata che voleva dire: “Sì, tra noi
le cose sono ancora strane, ma non ho nessuna intenzione di lasciarti morire
oggi”.
Mi augurai che la nostra spedizione andasse liscia come Piper aveva previsto.
Sospettavo però che avremmo avuto più possibilità di vincere la Mega Lotteria
Divina del Monte Olimpo. (La mia massima vincita? Cinque dracme con un
gratta e vinci, una volta.)
Proseguimmo in silenzio sull’autostrada, lungo la costa.
Alla nostra sinistra, il Pacifico scintillava. Alcuni surfisti solcavano le onde.
Le palme erano piegate dal vento. Alla nostra destra, le colline erano secche e
marroni, cosparse di fiori rossi di azalee stremate dal caldo. Per quanto mi
sforzassi, non potevo fare a meno di pensare a quelle macchie rosso cremisi
come al sangue versato dalle driadi cadute in battaglia. Ripensai ai nostri amici
cactus alla Cisterna che con coraggio e ostinazione si aggrappavano alla vita.
Ripensai a Salvadanaio, distrutta dalle fiamme nel Labirinto sotto Los Angeles.
Per il loro bene, dovevo fermare Caligola. Altrimenti… No. Non poteva esserci
nessun altrimenti.
Finalmente arrivammo a Santa Barbara, e capii perché a Caligola potesse
piacere quel posto.
Se socchiudevo gli occhi, potevo immaginare di essere tornato a Baia. La
forma dell’insenatura era quasi la stessa, e così le spiagge dorate, le colline
punteggiate di ville con l’intonaco bianco e le tegole rosse, e la nave del piacere
ormeggiata nel porto. Perfino gli abitanti avevano la stessa faccia cotta dal sole,
una faccia piacevolmente intontita, come se ammazzassero il tempo tra sessioni
di surf al mattino e partite di golf nel pomeriggio.
La differenza più grande: il Vesuvio non svettava in lontananza. Ma avevo la
sensazione che un’altra presenza incombesse su quella gradevole cittadina, una
presenza altrettanto pericolosa e vulcanica.
«Caligola sarà qui di sicuro» dissi, mentre parcheggiavamo su Cabrillo
Boulevard.
Piper inarcò le sopracciglia. «Percepisci un disturbo nella Forza?»
«Ma per favore» bofonchiai. «Percepisco la mia solita sfortuna. In un posto
dall’aria così innocua, ci aspettano di sicuro guai.»
Trascorremmo il pomeriggio a sondare il lungomare di Santa Barbara, dalla
East Beach fino ai pontili frangiflutti. Disturbammo uno stormo di pellicani nella
palude di acqua salmastra. Svegliammo dei leoni marini che sonnecchiavano
nella darsena. Ci addentrammo in mezzo a folle di turisti che girovagavano per
Stearns Wharf. Al molo, trovammo una foresta virtuale di barche con un solo
albero, insieme ad alcuni yacht di lusso, ma nessuno sembrava abbastanza
grande o vistoso per un imperatore romano.
Jason volò sopra le acque per una ricognizione aerea. Quando tornò, riferì di
non aver individuato nessuna nave sospetta all’orizzonte.
«Eri sul tuo cavallo, Tempesta?» domandò Meg. «Non riuscivo a capirlo.»
Jason sorrise. «No, non chiamo Tempesta a meno che non sia un’emergenza.
Ho volato per conto mio, manipolando il vento.»
Meg si imbronciò, soppesando le tasche della sua cintura da giardinaggio. «Io
posso evocare delle patate dolci.»
Dopo un po’ interrompemmo la nostra ricerca e prendemmo un tavolo in un
bar sulla spiaggia. I tacos con il pesce alla griglia erano degni di un’ode della
musa Euterpe in persona.
«Non mi dispiace arrendermi, se la resa comporta una bella cena» ammisi,
infilandomi una cucchiaiata di ceviche piccante in bocca.
«È solo una pausa» mi avvisò Meg. «Non ti adagiare troppo.»
Avrei apprezzato che non lo avesse detto come un ordine. Starmene lì
tranquillo per il resto del pasto diventò difficile.
Rimanemmo seduti al bar, a goderci la brezza, il cibo e il tè ghiacciato finché
il sole non si tuffò all’orizzonte tingendo il cielo dello stesso colore delle
magliette del Campo Mezzosangue. Mi concessi di sperare che mi sbagliavo
sulla presenza di Caligola. Eravamo andati lì invano. Urrà! Stavo per suggerire
di tornare al pulmino, e magari di trovare un albergo per non dormire un’altra
volta in un sacco a pelo in fondo a un pozzo nel deserto, quando Jason si alzò
dalla panca e indicò il mare, dicendo: «Laggiù!».
La nave sembrò materializzarsi dal bagliore del sole, come faceva il mio carro
quando rientravo nelle Scuderie del Tramonto alla fine di una lunga giornata. Lo
yacht era una mostruosità bianca e scintillante con cinque ponti sopra la linea di
galleggiamento, le finestre fumé come occhi allungati di insetti. Come con tutte
le grandi navi, era difficile giudicare le sue dimensioni da lontano, ma il fatto
che avesse a bordo due elicotteri, uno a poppa e uno a prua, più un piccolo
sottomarino montato su una gru a tribordo, mi diceva che non era una nave da
diporto media. Forse esistevano yacht più grandi nel mondo mortale, ma non
molti, immaginai.
«Non può che essere lei» disse Piper. «E ora? Credete che attraccherà?»
«Aspettate» intervenne Meg. «Guardate.»
Un altro yacht, identico al primo, spuntò sotto il sole a circa un chilometro e
mezzo a sud.
«Quello è un miraggio, giusto?» domandò Jason nervoso. «Oppure un’esca?»
Meg sbuffò, indicando un’altra volta il mare.
Un terzo yacht comparve con un baluginio dal nulla, a metà strada fra i primi
due.
«È una follia» commentò Piper. «Ognuna di quelle navi costerà milioni di
dollari.»
«Mezzo miliardo» la corressi. «O anche di più. Caligola non si è mai limitato
nelle spese. È nello stile del Triumvirato. Accumulano ricchezze da secoli.»
Un altro yacht apparve all’orizzonte come se uscisse dalla curvatura della
luce del sole, poi un altro ancora. Nel giro di poco tempo, ce n’erano a decine:
una nutrita armata di navi disposte lungo la bocca del porto come la corda di un
arco.
«Non è possibile.» Piper si stropicciò gli occhi. «Deve essere un’illusione.»
«Invece no.» Ebbi un tuffo al cuore. Avevo già visto quel tipo di
schieramento.
In quello stesso istante, i megayacht si avvicinarono tra loro, ancorandosi l’un
l’altro da poppa a prua a formare un blocco galleggiante e scintillante da
Sycamore Creek fino al porticciolo, lungo quasi due chilometri.
«Il ponte di navi» dissi. «L’ha fatto di nuovo.»
«Di nuovo?» chiese Meg.
«Caligola… nei tempi antichi…» Cercai di controllare il tremito nella voce.
«Da ragazzo, ricevette una profezia. Un astrologo romano gli disse che aveva le
stesse probabilità di diventare imperatore di quante ne avesse di cavalcare un
cavallo sul mare davanti a Baia. In altre parole, era impossibile. Ma Caligola
diventò imperatore. Così ordinò la costruzione di una flotta di triremi.» Indicai
l’armata di navi davanti a noi. «Proprio come questa. Allineò le navi sul mare
davanti a Baia, formando un ponte enorme. Era il più grande progetto di struttura
galleggiante mai tentato. Caligola non sapeva neanche nuotare. Ma era deciso a
farsi beffe del fato.»
Piper si portò le mani giunte davanti alla bocca. «I mortali lo vedono, giusto?
Non può bloccare il traffico navale in entrata e in uscita dal porto così, come se
niente fosse.»
«I mortali lo notano eccome.» Annuii. «Guardate.»
Barche più piccole cominciarono a radunarsi intorno agli yacht, come mosche
attratte da un sontuoso banchetto. Individuai due navi della guardia costiera,
diverse barche della polizia locale e decine di lance con motori fuoribordo,
pilotate da uomini vestiti di scuro e muniti di fucili: il servizio di sicurezza
personale dell’imperatore, immaginai.
«Lo aiutano» mormorò Meg, con una certa durezza nella voce. «Neanche
Nerone ha mai… Pagava la polizia, aveva un sacco di mercenari, ma non ha mai
ostentato fino a questo punto.»
Jason strinse l’elsa del gladio. «Ma noi da dove cominciamo? Come facciamo
a trovare Caligola là in mezzo?»
Io non volevo affatto trovare Caligola. Volevo scappare. L’idea della morte,
della morte definitiva con tutte e cinque le lettere e la M iniziale, all’improvviso
mi sembrò molto vicina. Ma sentivo vacillare la fiducia dei miei amici. Avevano
bisogno di un piano, non di un Lester urlante e in preda al panico.
Indicai il centro del ponte galleggiante. «Cominciamo dal mezzo… il punto
più debole di ogni catena.»
25

Su, tutti in barca!


Ehi, dove sono quei due?
Okay, metà in barca!

Jason Grace rovinò la mia battuta perfetta.


Mentre ci dirigevamo verso il mare, mi si accostò e mi disse sottovoce: «Non
è vero, sai? Il centro di una catena ha la stessa forza tensiva di qualsiasi altro
punto, supponendo che la forza venga applicata equamente sugli anelli».
Sospirai. «Cerchi di recuperare perché hai perso la lezione di fisica? Hai
capito cosa volevo dire.»
«In effetti, no» rispose. «Perché attaccare al centro?»
«Perché… non lo so! Forse perché non se lo aspettano?»
Meg si fermò sulla battigia. «Sembra che si aspettino qualsiasi cosa.»
Aveva ragione. Mentre il tramonto si tingeva di porpora, gli yacht si
illuminarono come gigantesche uova Fabergé. Fasci di luce scorrevano sul cielo
e sul mare come se pubblicizzassero la più grande vendita di materassi ad acqua
della storia. Decine di piccole motovedette andavano avanti e indietro nel porto,
casomai gli abitanti di Santa Barbara (i Santi Barbari?) avessero il coraggio di
spingersi fino alla costa.
Mi domandai se Caligola avesse sempre avuto un servizio di sicurezza tanto
imponente. Forse ci stava aspettando. Di certo sapeva già che avevamo fatto
saltare in aria le Follie Militari di Macro. Probabilmente gli era giunta anche la
notizia del nostro scontro con Medea nel Labirinto, se la maga era ancora viva.
Caligola aveva anche la Sibilla Eritrea, e ciò significava che aveva accesso
alle stesse informazioni che Erofile aveva dato a Jason. Forse la Sibilla non
voleva aiutare un imperatore malvagio che la teneva in ceppi di metallo fuso, ma
non poteva impedire a nessuno di porle domande dirette. Era questa la natura
della magia oracolare. Al massimo poteva fornire risposte sotto forma di parole
crociate molto complesse.
Jason studiò il movimento dei fasci di luce. «Vi ci potrei portare in volo, uno
alla volta. Forse non ci vedono.»
«Credo che dovremmo evitare di volare, se possibile» dissi. «E dobbiamo
trovare un modo per arrivare là prima che si faccia molto più buio.»
Piper si scostò dal viso i capelli scompigliati dal vento. «Perché? L’oscurità ci
dà una copertura maggiore.»
«Le strigi si attivano un’ora dopo il tramonto» spiegai.
«Le strigi?» domandò Piper.
Le raccontai l’esperienza che avevamo avuto con gli uccelli del malaugurio
nel Labirinto. Meg fece degli utili commenti tipo “che schifo!”, “ah-ah” e “colpa
di Apollo”.
Piper rabbrividì. «Nelle leggende cherokee, i gufi sono portatori di cattive
notizie. Di solito sono spiriti malvagi o uomini di medicina che spiano dall’alto.
Se le strigi sono come giganteschi gufi assetati di sangue… be’, direi che è
meglio evitarle.»
«Concordo» disse Jason. «Ma come facciamo ad arrivare alle navi?»
Piper si addentrò fra le onde. «Chiediamo un passaggio.» Sollevò le braccia e
le agitò verso la lancia più vicina, che a una cinquantina di metri di distanza
faceva scorrere la luce del potente faretto lungo la spiaggia.
«Ehm… Piper?» fece Jason.
Meg evocò le spade gemelle. «Nessun problema. Non appena si avvicinano, li
faccio fuori.»
Fissai la mia giovane padrona. «Meg, quelli sono mortali. Prima di tutto, le
tue spade non funzioneranno. E poi, non sanno per chi lavorano. Non
possiamo…»
«Lavorano per la B… per la barca…» disse. «La barca di Caligola.»
Notai il suo lapsus. Ebbi la sensazione che stesse per dire: “Lavorano per la
Bestia”.
Meg mise via le spade, ma il suo tono di voce rimase freddo e deciso.
All’improvviso mi comparì davanti l’immagine orribile di McCaffrey la
Vendicatrice che attaccava la nave a mani nude e semi di giardino.
Jason mi guardò come a dire: “Vuoi legarla tu o lo faccio io?”.
La lancia virò verso di noi. A bordo c’erano tre uomini in tuta, giubbotti
antiproiettile e caschi antisommossa. Uno si occupava del motore fuoribordo, in
fondo. Un altro, al centro, manovrava il faretto. Il terzo, senza dubbio il più
cordiale, se ne stava davanti con un fucile d’assalto appoggiato al ginocchio.
Piper li salutò con la mano e sorrise. «Meg, non attaccare. Ci penso io. Riesco
ad ammaliarli meglio se tu non li guardi in cagnesco alle mie spalle.»
Non era una richiesta complicata. Tutti e tre arretrammo, anche se io e Jason
dovemmo trascinare Meg.
«Salve!» gridò Piper mentre la barca si avvicinava. «Non sparate. Siamo
amici.»
La barca attraccò a una velocità tale da farmi pensare che avrebbe proseguito
dritto fino a Cabrillo Boulevard. Il tizio che manovrava il faretto saltò giù per
primo, con un’agilità sorprendente per un uomo appesantito dai vestiti
antiproiettile. Il tizio con il fucile d’assalto lo seguì subito dopo, mentre il terzo
spegneva il motore fuoribordo.
Faretto ci studiò. «Chi siete?»
«Io sono Piper!» rispose la figlia di Afrodite. «Non c’è bisogno che avvisiate
la centrale. E sicuramente non c’è bisogno che puntiate quelle armi contro di
noi!»
Faretto fece una smorfia. Stava per contraccambiare il sorriso di Piper, poi si
ricordò che il suo compito era guardare in cagnesco la gente. Fucile d’Assalto
non abbassò l’arma. E Motore allungò una mano sul walkie-talkie.
«Le vostre carte d’identità» abbaiò Faretto. «Tutti.»
Accanto a me, Meg si irrigidì, pronta a trasformarsi in McCaffrey la
Vendicatrice. Jason cercò di non dare nell’occhio, ma la sua camicia elegante
crepitava di elettricità statica.
«Certo!» concordò Piper. «Anche se io ho un’idea molto migliore. Metto una
mano in tasca, okay? Non vi agitate!» Tirò fuori un rotolo di banconote, forse un
centinaio di dollari in tutto: a quanto mi risultava, erano gli ultimi soldi rimasti
della fortuna dei McLean. «I miei amici e io stavamo parlando di quanto lavorate
sodo voi, di quanto dev’essere difficile pattugliare il porto!» continuò Piper.
«Eravamo seduti laggiù a quel bar a mangiare dei meravigliosi tacos di pesce e
abbiamo pensato: “Ehi, a quei ragazzi serve una pausa. Dobbiamo offrire loro la
cena”.»
Fu come se gli occhi di Faretto avessero sciolto gli ormeggi dal cervello.
«Una cena…?»
«Assolutamente!» confermò la figlia di Afrodite. «Potete abbassare quel
fucile, gettare via quel walkie-talkie. Diamine, lasciateci tutto. Ci pensiamo noi
mentre andate a mangiare. Snapper alla griglia, tortillas di mais fatte in casa,
salsa di ceviche.» Piper lanciò un’occhiata verso di noi. «Si mangia benissimo,
vero, ragazzi?»
Borbottammo un sì.
«Slurp» commentò Meg. Era bravissima a rispondere a monosillabi.
Fucile d’Assalto abbassò l’arma. «Mi andrebbero proprio dei tacos di pesce.»
«Abbiamo lavorato sodo» concordò Motore. «Ci meritiamo una pausa per
cena.»
«Esatto!» Piper mise i soldi in mano a Faretto. «Offriamo noi. Grazie per il
vostro servizio!»
Faretto fissò il rotolo di banconote. «Ma noi in realtà non dovremmo…?»
«Mangiare con tutta quell’attrezzatura addosso?» suggerì Piper. «Hai
assolutamente ragione. Buttate tutto nella barca… il giubbotto antiproiettile, le
armi, i cellulari. Sì, mettetevi comodi!»
Ci vollero diversi minuti di lusinghe e simpatiche battute, ma alla fine i tre
mercenari rimasero in pigiama. Ringraziarono Piper, la abbracciarono perfino e
poi corsero all’assalto del bar sulla spiaggia.
Non appena se ne furono andati, Piper cadde tra le braccia di Jason.
«Ehi, tutto a posto?» domandò lui.
«S-sì.» Piper si allontanò imbarazzata. «Solo che è più difficile ammaliare un
intero gruppo. Mi riprenderò.»
«È stato incredibile» commentai. «Nemmeno Afrodite avrebbe saputo fare di
meglio.»
Piper non sembrò contenta del paragone. «Dobbiamo sbrigarci. La malia non
durerà.»
Meg sbuffò. «Eppure sarebbe stato più semplice uccid…»
«Meg!» la rimproverai.
«… stordirli di botte» si corresse.
«Giusto.» Jason si schiarì la voce. «Tutti a bordo!» ci incitò.
Eravamo a una trentina di metri dalla riva quando udimmo i mercenari
gridare: «Ehi, fermatevi!». Corsero in mezzo alle onde, con le facce confuse e i
tacos di pesce mangiati a metà. Per fortuna, gli avevamo tolto tutte le armi e i
dispositivi di comunicazione.
Piper li salutò cordialmente con la mano, mentre Jason dava gas al motore
fuoribordo.
Io, Jason e Meg indossammo in fretta e furia i giubbotti antiproiettile e i
caschi antisommossa delle guardie. Piper dovette rimanere in abiti civili, ma
visto che era l’unica capace di cavarsela a colpi di bluff in un eventuale scontro,
lasciò che fossimo noi a divertirci con il travestimento.
Jason risultò un mercenario perfetto. Meg era assurda: sembrava una bambina
che nuotava nel giubbotto antiproiettile del papà. Quanto a me, non me la
passavo molto meglio. Il giubbotto mi andava stretto in vita (maledette maniglie
dell’amore!), il casco antisommossa era una specie di forno giocattolo e la
visiera si abbassava in continuazione, forse ansiosa di nascondermi la faccia
brufolosa.
Gettammo le armi fuoribordo. Può sembrare una stupidaggine ma, come ho
già detto, le armi da fuoco sono arnesi imprevedibili in mano ai semidei.
Funzionano sui mortali ma, a prescindere da quello che Meg aveva detto, io non
volevo andarmene in giro a falciare la gente comune.
Dovevo credere che se quei mercenari avessero realmente capito per chi
lavoravano, avrebbero gettato via le armi pure loro. Di certo gli esseri umani non
seguirebbero ciecamente un uomo così malvagio di loro spontanea volontà.
Voglio dire, a parte le poche centinaia di eccezioni che mi venivano in mente
nella storia dell’umanità… Ma non Caligola!
Mentre ci avvicinavamo agli yacht, Jason rallentò e cominciò ad andare alla
stessa velocità delle altre lance di pattuglia.
Puntò verso il primo yacht. Da vicino, la nave torreggiava su di noi come una
fortezza d’acciaio bianco. Luci di marcia color porpora e oro scintillavano sotto
la superficie dell’acqua, perciò era come se lo yacht galleggiasse su un’eterea
nuvola di potere imperiale. Dipinta sulla prua, a lettere nere più grandi di me,
c’era la scritta: IVLIA DRVSILLA XXVI.
«Giulia Drusilla Ventisei» lesse Piper. «Era un’imperatrice?»
«No, era la sorella preferita dell’imperatore» risposi.
Mi si strinse il petto ricordando quella povera ragazza: così carina, così
amabile e così incredibilmente poco all’altezza della situazione. Suo fratello
Caligola stravedeva per lei, la adorava; quando diventò imperatore, volle che lei
condividesse tutti i pasti con lui, che assistesse a ogni suo spettacolo depravato,
che prendesse parte a tutti i suoi violenti bagordi. Drusilla morì a ventidue anni,
schiacciata dall’amore soffocante di un sociopatico.
«Drusilla è stata probabilmente l’unica persona a cui Caligola abbia mai
voluto bene» spiegai. «Ma non so perché ci sia il numero ventisei accanto al
nome.»
«Perché quella è la venticinque.» Meg indicò la nave che veniva dopo, la cui
poppa era a pochissima distanza dalla nostra prua. Dietro c’era scritto: IVLIA
DRVSILLA XXV.
«Scommetto che quella alle nostre spalle è la numero ventisette.»
«Cinquanta megayacht, e tutti portano il nome di Giulia Drusilla» osservai.
«Sì, sembra proprio una cosa da Caligola.»
Jason scrutò il fianco dello scafo. Non c’erano scalette, boccaporti né pulsanti
rossi opportunamente etichettati, tipo: PREMERE QUI PER LE SCARPE DI
CALIGOLA!
Non avevamo molto tempo. Eravamo riusciti a sfondare il perimetro delle
navi di pattuglia e dei faretti, ma ogni yacht doveva avere delle telecamere di
sicurezza. Di lì a poco qualcuno si sarebbe chiesto perché la nostra lancia
fluttuava accanto alla nave XXVI. E poi, anche i mercenari che avevamo lasciato
sulla spiaggia avrebbero fatto il possibile per attirare l’attenzione dei compagni.
Infine c’erano gli stormi di strigi che probabilmente stavano per svegliarsi,
fameliche e attente a ogni traccia di intruso sbudellabile.
«Vi porto su io in volo, ragazzi» decise Jason. «Uno alla volta.»
«Me per prima» disse Piper. «Nel caso qualcuno debba essere ammaliato.»
Jason si girò e lasciò che Piper gli mettesse le mani intorno al collo, come se
lo avessero già fatto un’infinità di volte.
I venti si scatenarono intorno alla barca scompigliandomi i capelli, mentre
Jason e Piper si libravano lungo il fianco dello yacht.
Quanto invidiai Jason Grace! Era una cosa così semplice cavalcare i venti.
Come dio, avrei potuto farlo con metà dei miei poteri legati dietro la schiena.
Bloccato nel mio patetico corpo con tanto di maniglie dell’amore, invece, potevo
solo sognare una simile libertà.
«Ehi!» Meg mi diede un colpetto di gomito. «Concentrati!»
Mi schiarii la voce, indignato. «Sono concentrazione allo stato puro. Però
potrei chiederti dove tu hai la testa.»
Meg mi guardò torva. «Che vuoi dire?»
«La tua rabbia» risposi. «Tutte le volte che hai parlato di uccidere Caligola. Il
tuo desiderio di… stordire di botte i suoi mercenari.»
«Sono nemici.» Meg aveva un tono affilato come una scimitarra.
Dedussi che, se avessi insistito, avrebbe aggiunto il mio nome al suo elenco
di persone da “stordire di botte”. Decisi di imparare da Jason: raggiungere
l’obiettivo attraverso un percorso più lento, meno diretto. «Meg, ti ho mai
raccontato della prima volta che sono diventato mortale?»
Lei mi squadrò da sotto il bordo del suo casco assurdamente grande. «Hai
combinato un casino?»
«Io… Sì. Ho combinato un casino. Mio padre, Zeus, aveva ucciso uno dei
miei figli preferiti, Asclepio, soltanto perché aveva riportato indietro delle
persone dal regno dei morti senza permesso. È una lunga storia. Il fatto è che…
ero furioso con Zeus, ma non potevo combattere contro di lui, era troppo potente
e spaventoso. Mi avrebbe disintegrato. Così mi presi la mia rivincita in un altro
modo.» Guardai in cima allo scafo: non vidi nessuna traccia di Jason né di Piper.
Mi augurai che avessero trovato le scarpe di Caligola e che stessero solo
aspettando che un commesso gliene portasse un paio della misura giusta. «In
ogni caso, non potevo uccidere Zeus» continuai. «Così trovai i tizi che gli
avevano costruito la folgore, i ciclopi, e uccisi loro per vendicare Asclepio. Per
punizione, Zeus mi trasformò in un mortale.»
Meg mi tirò un calcio in uno stinco.
«Ahi!» gridai. «E questo perché?»
«Perché sei scemo» rispose. «Uccidere i ciclopi è da scemi.»
Volevo protestare che era una cosa accaduta migliaia di anni prima, ma
temevo di beccarmi un altro calcio. «Sì, è stata una cosa scema» concordai. «Ma
il punto è… che stavo proiettando la mia rabbia contro qualcun altro, qualcuno
di meno pericoloso. Credo che tu stia facendo lo stesso, Meg. Ti infuri con
Caligola perché è più facile che infuriarti contro il tuo patrigno.» Preparai i miei
stinchi a ricevere un’altra dose di dolore.
Meg si guardò il torace protetto dal giubbotto antiproiettile. «Non è vero.»
«Non ti biasimo» mi affrettai ad aggiungere. «È giusto provare rabbia.
Significa che stai andando avanti. Ma sappi che potresti essere arrabbiata con la
persona sbagliata. Non voglio che ti lanci in battaglia alla cieca contro questo
imperatore. Per quanto sia difficile da credere, è ancora più subdolo e micidiale
di Ne… della Bestia.»
Meg strinse i pugni. «Te l’ho detto, non è quello che sto facendo. Ci sono
tante cose che non sai. Non capisci.»
«Hai ragione» commentai. «Quello che hai dovuto sopportare nella casa di
Nerone… non posso immaginarlo. Nessuno dovrebbe soffrire in quel modo,
ma…»
«Zitto!» tagliò corto Meg.
Obbedii, ovviamente. Le parole che avevo pensato di dire mi tornarono in
gola come una valanga.
«Ci sono tante cose che non sai» ripeté Meg. «Questo Caligola ne ha
combinate tante, a me e a mio padre. Posso essere furiosa con lui quanto mi pare
e piace. Lo ucciderò, se ci riesco. Lo…» esitò, come se all’improvviso le fosse
venuto in mente qualcosa. «Dov’è Jason? Dovrebbe essere tornato ormai.»
Guardai in su. Avrei urlato se la mia voce avesse funzionato. Due grosse
sagome stavano planando verso di noi con una discesa controllata e silenziosa,
usando quelli che sembravano paracaduti ascensionali. Poi mi resi conto che non
erano paracaduti, ma orecchie giganti.
In un attimo, quelle creature ci piombarono addosso. Atterrarono con grazia
alle due estremità della lancia, con le orecchie piegate intorno al corpo, e ci
puntarono le spade alla gola.
Le creature assomigliavano molto alla guardia che Piper aveva colpito con un
dardo all’ingresso del Labirinto di fuoco, solo che erano più vecchie e avevano
la pelliccia nera. Impugnavano delle spade con la punta arrotondata e il doppio
filo dentellato, adatte sia a colpire che a menare fendenti. Le riconobbi con un
sussulto: erano khanda, un’arma del subcontinente indiano. Mi sarei
congratulato con me stesso per essermi ricordato un fatterello del genere, se non
avessi avuto la lama dentellata di un khanda premuta sulla giugulare.
Poi ebbi un altro flash. Mi tornò in mente una delle tante storie che, quand’era
sbronzo, Dioniso raccontava sulle sue campagne militari in India: diceva di
essersi imbattuto in una feroce tribù di semiumani con otto dita, grandi orecchie
e facce ricoperte di pelliccia. Perché non ci avevo pensato prima? Che cosa mi
aveva detto Dioniso sul loro conto? Ah, già. Le sue parole esatte erano state:
“Non provare mai e poi mai a combattere contro di loro”.
«Siete pandai» riuscii a gracchiare.
La creatura accanto a me snudò i suoi splendidi denti bianchi. «Esatto! Ora
comportatevi da bravi prigionieri e seguiteci. Altrimenti i vostri amici
moriranno.»
26

Oh, Florence e Grunk


Quanto siete boriosi!
Non finisce qui!

Forse Jason, l’esperto di fisica, avrebbe potuto spiegarmi come i pandai


potessero volare. Io non lo capivo. In un modo o nell’altro, perfino mentre ci
stavano trasportando, i nostri rapitori riuscivano a lanciarsi verso il cielo
sbattendo semplicemente quei loro lobi tremendi. Avrei voluto che Ermes li
vedesse. Non si sarebbe più vantato di saper muovere le orecchie.
I pandai ci mollarono senza tante cerimonie sul ponte di tribordo, dove altri
due uguali a loro tenevano Jason e Piper sotto la minaccia degli archi. Una delle
guardie sembrava più piccola e più giovane delle altre e aveva la pelliccia bianca
anziché nera. A giudicare dall’espressione scontrosa che aveva in faccia,
immaginai che fosse la stessa creatura che Piper aveva abbattuto con la ricetta
speciale di nonno Tom nel centro di Los Angeles.
I nostri amici erano in ginocchio, le mani legate dietro la schiena con una
fascetta stringicavo, le armi confiscate. Jason aveva un occhio nero, Piper un lato
della testa macchiato di sangue.
Corsi subito in suo soccorso (ero o no un bravo ragazzo?) e le toccai il cranio,
cercando di determinare la gravità della ferita.
«Ahi» bofonchiò lei, scostandosi. «Sto bene.»
«Potresti avere una commozione cerebrale» protestai.
Jason sospirò sconsolato. «Questo dovrebbe essere compito mio. Di solito le
botte in testa toccano a me. Scusate, ragazzi. Le cose non sono andate
esattamente come programmato.»
La guardia più grossa, quella che mi aveva trasportato lì, ridacchiò
soddisfatta. «La ragazza ha tentato di incantarci con la lingua ammaliatrice.
Incantare noi pandai, che percepiamo ogni sfumatura del discorso! Il ragazzo ha
cercato di combattere contro di noi! Contro di noi, che ci esercitiamo dalla
nascita a padroneggiare tutte le armi! Adesso morirete!»
«A morte! A morte!» ringhiarono gli altri pandai, ma notai che quello più
giovane e con la pelliccia bianca non si unì al coro. Si muoveva rigidamente,
come se la gamba colpita dal veleno del dardo gli desse ancora fastidio.
Meg guardò tutti i nemici in rapida successione, probabilmente calcolando la
rapidità con cui poteva farli fuori. Le frecce puntate al petto di Jason e Piper
costringevano a calcoli complessi.
«Meg, no» la ammonì Jason. «Questi tizi sono… esageratamente bravi. E
veloci.»
«Veloci! Veloci!» gridarono all’unisono i pandai.
Scrutai il ponte. Non stavano accorrendo altre guardie, non c’erano faretti
puntati sulla nostra posizione, non squillavano allarmi. Da qualche parte dentro
la nave stavano suonando una musica delicata, non il genere che ci si
aspetterebbe durante un’incursione.
I pandai non avevano dato l’allarme. Nonostante le minacce, non ci avevano
ucciso. Si erano perfino presi la briga di legare le mani a Piper e Jason. Perché?
Mi rivolsi alla guardia più grossa. «Gentile signore, è lei il panda al
comando?»
Sibilò. «Il singolare è pandos. Detesto essere chiamato panda. Ti sembro un
panda?»
Decisi di non rispondere. «Bene, signor Pandos…»
«Mi chiamo Amax» tagliò corto lui.
«Okay… Amax.» Studiai le sue maestose orecchie, poi azzardai un’ipotesi
ragionevole. «Immagino che detesti le persone che origliano i vostri discorsi.»
Il suo naso ricoperto di pelliccia nera ebbe un fremito. «Perché dici questo?
Che cos’hai origliato?»
«Niente» lo rassicurai. «Ma scommetto che dovete stare attenti. C’è sempre
altra gente, altri pandai che ficcano il naso nei vostri affari. È per questo… è per
questo che non avete ancora dato l’allarme. Sapete che siamo prigionieri
importanti. Volete mantenere il controllo della situazione, senza che nessun altro
si prenda il merito del vostro ottimo lavoro.»
Gli altri pandai borbottarono.
«Vector, sulla nave venticinque, è sempre lì a spiare» bofonchiò l’arciere con
la pelliccia scura.
«E a prendersi il merito delle nostre idee» disse il secondo arciere. «Come ha
fatto con la protezione antiproiettile per le orecchie.»
«Esatto!» esclamai, cercando di ignorare Piper che, incredula, ripeteva con le
labbra: “Protezione antiproiettile per le orecchie?”. «E questo forse è il motivo
per cui… ehm, prima che facciate qualcosa di sconsiderato, vorrete sentire che
cosa ho da dirvi. In privato.»
Amax grugnì. «Ah!»
I suoi compagni gli fecero eco: «Ah! Ah!».
«Hai appena mentito» disse Amax. «L’ho percepito dal suono della tua voce.
Sei impaurito. Stai bluffando. Non hai niente da dire.»
«Io invece sì» ribatté Meg. «Sono la figliastra di Nerone.»
Il sangue affluì alle orecchie di Amax così rapidamente da farmi meravigliare
che non svenisse.
Turbati, gli arcieri abbassarono le armi.
«Timbre! Crest!» sbottò Amax. «Tenete ferme quelle frecce!» Guardò Meg in
cagnesco. «Mi sembra che tu dica la verità. Che cosa ci fa qui la figliastra di
Nerone?»
«Cerco Caligola» rispose Meg. «Per ucciderlo.»
Le orecchie dei pandai si arricciarono, in allarme.
Jason e Piper si guardarono come a dire: “Ottimo. Adesso sì che siamo
morti”.
Amax strinse gli occhi. «Dici di essere della famiglia di Nerone, eppure vuoi
uccidere il nostro padrone. Non ha senso.»
«È una storia interessante» gli assicurai. «Piena di colpi di scena. Ma, se ci
uccidete, non la conoscerete mai. Se ci portate dall’imperatore, qualcun altro ce
la tirerà fuori di bocca a suon di torture. Vi racconteremo tutto molto volentieri.
Ci avete catturato, in fondo. Ma non c’è un posto più riparato dove possiamo
parlare senza che nessuno origli?»
Amax lanciò un’occhiata verso prua, come se Vector potesse essere lì ad
ascoltare. «Sembra che tu dica la verità, ma c’è così tanta debolezza e paura
nella tua voce che è difficile esserne certi.»
«Zio Amax.» Il pandos dalla pelliccia bianca parlò per la prima volta. «Forse
il ragazzo brufoloso non ha tutti i torti. Se sono informazioni preziose…»
«Taci, Crest!» ordinò Amax. «Ti sei già coperto di vergogna una volta questa
settimana.» Il leader dei pandai prese altre fascette stringicavo dalla cintura.
«Timbre, Peak: legate questo ragazzino brufoloso e la figliastra di Nerone. Li
portiamo sotto, li interroghiamo e poi li consegniamo all’imperatore!»
«Sì, sì» abbaiarono Timbre e Peak.
E fu così che tre potenti semidei e un ex importante dio dell’Olimpo furono
condotti come prigionieri all’interno di un megayacht da quattro creature pelose
con le orecchie grandi come antenne paraboliche. Non fu certo il mio momento
di massima gloria.
Dato che avevo raggiunto il culmine dell’umiliazione, supposi che Zeus
avrebbe scelto quel preciso istante per richiamarmi nei cieli e che gli altri dei
avrebbero passato i secoli successivi a prendermi in giro.
Invece no. Rimasi in tutto e per tutto il patetico Lester di sempre.
Le guardie ci portarono in fretta sul ponte di poppa, che era dotato di sei
vasche calde, una fontana variopinta e una pista da ballo lampeggiante color oro
e porpora che aspettava solo l’arrivo degli invitati alla festa.
Attaccata a poppa, una rampa coperta da un tappeto rosso aggettava
sull’acqua, collegando la nostra nave alla prua dello yacht successivo. Supposi
che tutte le navi fossero unite nello stesso modo, creando una strada sul molo di
Santa Barbara, casomai Caligola avesse deciso di fare una gita con la golf-cart.
Rialzati a mezzanave, i ponti superiori erano illuminati da finestre fumé e
pareti bianche. Più in alto, dalla torre di comando, spuntavano antenne radar,
parabole satellitari e due stendardi gonfiati dal vento: uno con l’aquila imperiale
di Roma, l’altro con un triangolo dorato su fondo porpora che supposi fosse il
logo della Società del Triumvirato.
Altre due guardie fiancheggiavano le pesanti porte di rovere che conducevano
all’interno. Il tizio sulla sinistra sembrava un mercenario mortale, con lo stesso
pigiama nero e lo stesso abbigliamento antiproiettile dei signori che avevamo
spedito a caccia di tacos al pesce. Il tizio sulla destra era un ciclope (lo tradiva
l’unico enorme occhio in mezzo alla fronte). E poi puzzava come un ciclope (di
calzini di lana bagnati) ed era vestito come un ciclope (jeans a mezza gamba
sfrangiati, maglietta nera strappata e una grossa mazza di legno).
Vedendo la nostra allegra combriccola di carcerieri e prigionieri, il
mercenario umano si accigliò. «Che succede?»
«Non è un tuo problema, Florence» ringhiò Amax. «Lasciaci passare!»
Florence? Mi veniva da ridere sotto i baffi, solo che Florence pesava
centocinquanta chili, aveva numerose cicatrici di arma da taglio sulla faccia e in
ogni caso un nome più bello di Lester Papadopoulos.
«È il regolamento» replicò Florence. «Tu hai i prigionieri, io devo riferire alla
centrale.»
«Non ancora, no.» Amax allargò le orecchie come il cappuccio di un cobra.
«Questa è la mia nave. Te lo dico io quando puoi riferire… dopo che avremo
interrogato questi intrusi.»
Florence aggrottò la fronte e lanciò un’occhiata al compagno ciclope. «Che
ne pensi, Grunk?»
Grunk, questo sì che era un nome da ciclope. Non sapevo se Florence si
rendesse conto di lavorare insieme a un ciclope: la Foschia poteva essere
imprevedibile. Ma tra me e me buttai subito giù la traccia di una serie TV di
azione e avventura, Florence and Grunk, due protagonisti perfetti. Se fossi
sopravvissuto alla prigionia, ne avrei parlato con il padre di Piper. Forse avrebbe
potuto darmi una mano a organizzare dei pranzi di lavoro per lanciare l’idea.
Santi numi! Ero rimasto troppo tempo in California.
Grunk scrollò le spalle. «Se il capo si infuria, sono le orecchie di Amax ad
andarci di mezzo.»
«Okay.» Florence ci fece cenno di passare. «Divertitevi!»
Ebbi poco tempo per apprezzare i ricchi arredi interni: impianti in oro
massiccio, lussuosi tappeti persiani, opere d’arte da milioni di dollari, sontuosa
mobilia color porpora che era appartenuta a Prince, ne ero certo.
Non vedemmo altre guardie né membri dell’equipaggio, e mi sembrò strano.
D’altro canto, supposi che perfino con le risorse di Caligola poteva essere
complicato trovare abbastanza personale per gestire cinquanta megayacht tutti
insieme.
Mentre camminavamo all’interno di una biblioteca rivestita da pannelli di
noce e con diversi capolavori appesi alle pareti, Piper rimase a bocca aperta.
Indicò con il mento un dipinto astratto di Joan Mirò. «Quello viene dalla casa di
mio padre.»
«Quando ce ne andiamo, lo portiamo via» sussurrò Jason.
«Ti ho sentito.» Peak piantò l’elsa della spada contro le costole di Jason.
Jason inciampò su Piper, che inciampò su un Picasso. Cogliendo l’occasione
al volo, Meg si lanciò in avanti per affrontare Amax con tutti i suoi
quarantacinque chili di peso. Prima che concludesse il secondo passo, però, una
freccia spuntò sul tappeto ai suoi piedi.
«Non ci provare» minacciò Timbre. La corda del suo arco vibrava ancora, ed
era l’unica prova che fosse stato lui a tirare il colpo. Era stato così svelto che non
riuscivo a crederci nemmeno io.
Meg arretrò. «Okay. Cavolo!»
I pandai ci accompagnarono in un salone belvedere. Sul davanti c’era una
parete a vetro che si stendeva per centottanta gradi e dava sulla prua. In
lontananza, dal lato di tribordo, scintillavano le luci di Santa Barbara. Davanti a
noi, gli yacht che andavano dal numero venticinque all’uno formavano sulle
acque scure una collana luccicante di ametista, oro e platino.
Quel lusso sfrenato mi faceva male al cervello, e dire che di solito io andavo
matto per il lusso sfrenato.
I pandai disposero in fila quattro poltrone e ci costrinsero a sederci. Non era
male come stanza per gli interrogatori. Peak camminava dietro di noi, con la
spada pronta casomai ci fosse stato bisogno di decapitare qualcuno. Timbre e
Crest erano appostati a destra e sinistra, con gli archi abbassati ma le frecce
incoccate.
Amax accostò una poltrona e si mise a sedere davanti a noi, allargando le
orecchie intorno a sé come fossero le vesti di un sovrano. «Questo è un luogo
privato» dichiarò. «Parla.»
«Per prima cosa, devo sapere perché non siete seguaci di Apollo» dissi.
«Degli arcieri così bravi! L’udito più raffinato del mondo! Otto dita per mano!
Sareste dei musicisti nati! Sembriamo fatti l’uno per l’altro!»
Amax mi studiò. «Tu sei l’ex dio, eh? Ci hanno parlato di te.»
«Sono Apollo» confermai. «Non è troppo tardi per giurarmi fedeltà.»
Ad Amax tremarono le labbra. Mi augurai che stesse per piangere, che magari
si gettasse ai miei piedi e implorasse il mio perdono.
Invece si sbellicò dalle risate. «E che ce ne facciamo degli dei dell’Olimpo?
Soprattutto se sono ragazzini pieni di brufoli e senza alcun potere!»
«Ma ci sono tante cose che potrei insegnarvi!» insistetti. «Musica! Poesia!
Potrei istruirvi a comporre gli haiku!»
Jason mi guardò e scosse energicamente la testa, anche se non avevo idea del
perché.
«La musica e la poesia offendono le nostre orecchie» si lamentò Amax. «Non
ne abbiamo bisogno!»
«A me la musica piace» bofonchiò Crest, flettendo le dita. «So strimpellare
un po’…»
«Silenzio!» gridò Amax. «Puoi strimpellare il silenzio una volta tanto, inutile
nipote!»
Dunque, anche tra i pandai c’erano dei musicisti frustrati. Amax
all’improvviso mi ricordò mio padre, Zeus, quando arrivò come una furia
nell’atrio del Monte Olimpo (come una furia, per davvero, con tuoni, fulmini e
una pioggia torrenziale) e mi ordinò di smettere di suonare la mia infernale cetra
tirolese. Una richiesta del tutto ingiusta. Tutti sanno che le due del mattino sono
il momento migliore per esercitarsi con la cetra tirolese.
Avrei potuto portare Crest dalla nostra parte, se solo avessi avuto più tempo.
E se non fosse stato in compagnia di tre pandai più maturi e più grossi. E se la
nostra conoscenza non avesse avuto inizio con Piper che gli sparava un dardo
avvelenato in una gamba.
Amax era sdraiato sul suo comodo trono purpureo. «Noi pandai siamo
mercenari. Scegliamo i nostri padroni. Perché dovremmo preferire un dio senza
futuro come te? In passato abbiamo servito i re dell’India. Adesso serviamo
Caligola!»
«Caligola! Caligola!» gridarono Timbre e Peak. Ancora una volta, Crest
rimase vistosamente in silenzio, fissando corrucciato il proprio arco.
«L’imperatore si fida solo di noi!» si vantò Timbre.
«Sì» concordò Peak. «A differenza di quei Germani, noi non lo abbiamo mai
pugnalato a morte!»
Volevo sottolineare che aveva collocato l’asticella della fedeltà a un livello
piuttosto basso, ma intervenne Meg.
«La notte è giovane» disse. «Lo potremmo pugnalare tutti insieme.»
Amax sogghignò. «Sto ancora aspettando di sentire la tua gustosa storia sul
motivo per cui vuoi uccidere il nostro padrone, figlia di Nerone. Sarà meglio che
tu abbia informazioni valide. E tanti intrecci e colpi di scena! Convincimi che
vale la pena di portarvi vivi anziché come cadaveri al cospetto di Cesare, e forse
stanotte otterrò una promozione! Non mi farò mettere da parte un’altra volta da
qualche idiota come Overdrive sulla nave tre o da Wah-Wah sulla quarantatré.»
«Wah-Wah?» Piper emise un suono a metà tra un singhiozzo e una risatina,
cosa che forse poteva essere l’effetto della botta in testa. «Vi chiamate tutti come
i pedali da chitarra? Mio padre ne ha una collezione. Be’… ne aveva una
collezione.»
Amax aggrottò le ciglia. «Pedali da chitarra? Non so che cosa significhi. Se ti
prendi gioco della nostra cultura…»
«Ehi» intervenne Meg. «Vuoi sentire la mia storia oppure no?»
Ci girammo tutti verso di lei.
«Ehm, Meg… sei sicura?» le chiesi.
Senza dubbio i pandai notarono il nervosismo nella mia voce, ma non riuscii
a trattenermi. Prima di tutto, non avevo idea di cosa Meg avrebbe potuto dire per
aumentare le nostre possibilità di sopravvivenza. E poi, conoscendola, l’avrebbe
detto in dieci parole o anche meno. Dopodiché saremmo morti tutti.
«Certo che la mia storia ha intrecci e colpi di scena.» Meg strinse gli occhi.
«Ma è sicuro che siamo soli, signor Amax? Non c’è nessun altro ad ascoltare?»
«Certo che no!» rispose Amax. «Questa nave è la mia base. Quel vetro è
insonorizzato.» Fece un cenno di sprezzo verso la nave di fronte a noi. «Vector
non sentirà una parola!»
«E Wah-Wah?» domandò Meg. «So che è sulla nave quarantatré con
l’imperatore, ma se le sue spie sono nei paraggi…»
«È ridicolo!» replicò Amax. «L’imperatore non è sulla quarantatré!»
Timbre e Peak ridacchiarono.
«La quarantatré è quella con le calzature dell’imperatore, sciocca» disse
Peak. «Un incarico importante, questo sì, ma non è la nave con la sala del
trono.»
«Giusto» disse Timbre. «Quella è la nave di Reverb, la numero dodici…»
«Silenzio!» tagliò corto Amax. «Basta con gli indugi, ragazzina. Raccontami
quello che sai, altrimenti sei morta.»
«Okay.» Meg si sporse come per rivelare un segreto. «Intrecci e colpi di
scena.»
Le sue mani schizzarono in avanti, improvvisamente e inspiegabilmente
libere dalla fascetta stringicavo. Lanciò gli anelli, che scintillarono e si
trasformarono in volo in due spade ricurve che ruotavano veloci verso Amax e
Peak.
27

Posso uccidervi
Oppure cantare un po’
Scegliete voi!

Ifigli di Demetra vanno pazzi per i fiori, per le onde di grano color ambra.
Sfamano il mondo e alimentano la vita.
Eccellono anche nel piantare spade nel petto dei nemici.
Le lame d’oro imperiale di Meg centrarono i bersagli. Una colpì Amax con
una forza tale da farlo esplodere in una nuvola di polvere gialla. L’altra passò
attraverso l’arco di Peak, gli si conficcò nello sterno e lo disintegrò come sabbia
in una clessidra.
Crest scagliò una freccia. Per mia fortuna, sbagliò mira. Il dardo mi saettò
davanti alla faccia, mi sfiorò il mento con l’impennaggio e si infilzò nella
poltrona.
Piper si allungò sulla sedia e andò a sbattere contro Timbre, vanificando il suo
affondo. Prima che il pandos riuscisse a riprendersi e a decapitarla, Jason si
sovraccaricò.
Lo dico per via della folgore. Il cielo lampeggiò, la parete curva di vetro andò
in mille pezzi: riccioli di elettricità avvolsero Timbre, friggendolo e riducendolo
in un mucchio di polvere.
Efficace, certo, ma non il tipo di operazione furtiva in cui speravamo.
«Ops» disse Jason.
Con un orribile piagnucolio, Crest lasciò cadere l’arco e vacillò all’indietro,
cercando di estrarre la spada. Con uno strattone, Meg tirò via la sua prima spada
dalla poltrona ricoperta di polvere di Amax e marciò verso di lui.
«Meg, aspetta!» dissi.
Mi guardò in cagnesco. «Perché?»
Tentai di sollevare le mani in un gesto conciliante, poi mi ricordai che le
avevo legate dietro la schiena. «Crest, non c’è nessuna vergogna nella resa»
dissi. «Tu non sei un guerriero.»
Restò senza fiato. «T-tu non mi conosci.»
«Impugni la spada al contrario» sottolineai. «Quindi, a meno che tu non
voglia infilzarti da solo…»
Il pandos armeggiò con l’arma per correggere la presa.
«Vola via! Questa non dev’essere la tua battaglia» lo supplicai. «Vattene di
qui! Diventa il musicista che vuoi ascoltare nel mondo» aggiunsi, parafrasando il
famoso detto di Gandhi.
Probabilmente aveva sentito la sincerità nella mia voce. Lasciò cadere la
spada, saltò attraverso lo squarcio nella parete di vetro e volò via sbattendo le
orecchie nell’oscurità.
«Perché l’hai lasciato andare?» domandò Meg. «Avviserà tutti.»
«Non credo» replicai. «E poi ormai non importa. Abbiamo annunciato la
nostra presenza con una folgore.»
«Mi dispiace» disse Jason. «A volte capita.»
Il lancio della folgore era il genere di potere che Jason doveva imparare a
controllare, ma non era il momento per discuterne. Mentre Meg ci liberava le
mani, Florence e Grunk irruppero nella stanza.
Piper gridò: «Fermi!».
Florence inciampò e sbatté la faccia sul tappeto, mentre il suo fucile
sventagliava un intero caricatore contro le gambe di un divano.
Grunk sollevò la mazza e caricò.
D’istinto, presi l’arco, incoccai una freccia e tirai… beccando in pieno
l’occhio del ciclope.
Ero allibito. Avevo colpito il bersaglio!
Grunk cadde in ginocchio, crollò di lato e cominciò a disintegrarsi, mettendo
così fine ai miei progetti per una serie TV d’azione.
Piper si avvicinò a Florence, che stava gemendo per il naso rotto. «Ti
ringrazio di esserti fermato» disse, poi lo imbavagliò e gli legò i polsi con le
fascette stringicavo.
«Be’, è stata una mossa interessante.» Jason si girò verso Meg. «E quello che
hai fatto tu? Incredibile. Quei pandai… quando ho cercato di combattere contro
di loro, mi hanno disarmato come se fosse un gioco da ragazzi, ma tu, con quelle
spade…»
Le guance di Meg diventarono rosse. «Non è stato niente di speciale.»
«Invece è stato molto speciale.» Jason si rivolse a me. «E adesso?»
Una vocina sottile ronzò nella mia testa. «IMMANTINENTE E DI GRAN
CARRIERA, QUEL VILE FURFANTE DI APOLLO DOVRÀ RIMUOVERMI
DALL’OCCHIO DI QUESTO MOSTRO!»
«Ohimè!» Avevo fatto quello che avevo sempre temuto, e a volte sognato.
Avevo per errore usato la Freccia di Dodona in battaglia. La sua sacra punta
adesso fremeva nell’orbita oculare di Grunk, il quale era ridotto a nient’altro che
al suo misero cranio. Un cimelio di guerra, immaginai.
«Mi dispiace tanto» dissi, estraendo la freccia.
Meg sbuffò. «Non è mica…?»
«La Freccia di Dodona» conclusi.
«E LA MIA FURIA NON HA CONFINI!» cantilenò la freccia. «MI HAI
SCAGLIATO PER UCCIDERE I TUOI NEMICI COME FOSSI UNA
FRECCIA COMUNE!»
«Sì, sì, mi scuso. Adesso zitta, per favore.» Mi girai verso i miei compagni.
«Dobbiamo andarcene alla svelta. Le forze di sicurezza arriveranno a momenti.»
«L’imperatore Stupido si trova sulla nave dodici» disse Meg. «È lì che
andiamo.»
«Ma la nave delle scarpe è la quarantatré, cioè nella direzione opposta»
obiettai.
«E se l’imperatore Stupido avesse indossato le scarpe?» ribatté Meg.
«Ehi!» Jason indicò la Freccia di Dodona. «È questa la fonte mobile di
profezia di cui parlavi, giusto? Forse dovresti chiederlo a lei.»
Mi sembrò un suggerimento fin troppo ragionevole. Sollevai la freccia. «Li
hai sentiti, o Saggio Dardo. In quale direzione andiamo?»
«TU MI DICI DI TACERE E POI MI CHIEDI CONSIGLIO? OH, QUAL
VERGOGNA! OH, QUAL VILLANIA! DOVETE PERSEGUIRE
ENTRAMBE LE DIREZIONI SE VOLETE CHE IL SUCCESSO VI ARRIDA.
MA STATE IN GUARDIA. VEDO GRANDI DOLORI, GRANDI
SOFFERENZE. SACRIFICI ASSAI SANGUINOSI!»
«Che ha detto?» domandò Piper.
Oh, lettori, ero così tentato di mentire! Volevo dire ai miei amici che la
freccia suggeriva di tornare a Los Angeles e prenotare delle camere in un albergo
a cinque stelle.
Incrociai lo sguardo di Jason. Ripensai a come lo avevo esortato a dire a Piper
la verità sulla profezia della Sibilla. Decisi che non potevo fare diversamente.
Riferii quello che la freccia mi aveva detto.
«Dobbiamo separarci?» Piper scosse la testa. «Detesto questo piano.»
«Anch’io» commentò Jason. «E ciò significa che probabilmente è la mossa
giusta.» Si inginocchiò e recuperò il gladio dal mucchio di polvere che erano i
resti di Timbre. Poi lanciò Katoptris a Piper. «Io do la caccia a Caligola» disse.
«Anche se le scarpe non ci sono, forse posso farvi guadagnare un po’ di tempo,
posso distrarre le forze di sicurezza.»
Meg raccattò la seconda spada d’oro imperiale. «Vengo con te.»
Prima che potessi obiettare qualcosa, con un balzo Meg era volata fuori dalla
finestra rotta. Una bella metafora per il suo approccio alla vita in generale.
Jason lanciò un’ultima occhiata preoccupata a Piper e me. «Fate attenzione,
voi due.» E si lanciò dietro Meg.
Quasi subito si udirono dei colpi di arma da fuoco da prua.
Feci una smorfia e guardai Piper. «Quei due sono i nostri guerrieri. Non
dovevamo lasciarli andare via insieme.»
«Non sottovalutare le mie abilità di combattimento» commentò Piper. «E ora,
andiamo a comprare delle scarpe!» Aspettò solo il tempo necessario perché le
pulissi e bendassi la ferita sulla testa nel gabinetto più vicino. Poi indossò l’elmo
da combattimento di Florence, e partimmo.
Mi resi ben presto conto che Piper non doveva fare affidamento sulla lingua
ammaliatrice per convincere la gente. Si muoveva con fiducia, procedendo a
grandi passi da una nave all’altra come se fosse a casa sua. Gli yacht erano poco
sorvegliati, forse perché la maggior parte dei pandai e delle strigi erano già volati
a controllare la folgore sulla nave ventisei. I pochi mercenari mortali che
incontrammo si limitarono a lanciarle occhiate fugaci. Dato che io ero al suo
seguito, ignoravano anche me. Se erano abituati a lavorare fianco a fianco con i
ciclopi e con le Orecchie Grandi, potevano benissimo ignorare una coppia di
ragazzini in tenuta da sommossa.
La nave ventotto era un parco acquatico galleggiante, con piscine multilivello
collegate da cascate, scivoli e tubi trasparenti. Un bagnino solitario ci offrì un
asciugamano mentre gli passavamo accanto. Si rattristò quando non ne
prendemmo neanche uno.
La nave ventinove: una spa completa di ogni servizio. Il vapore sgorgava da
ogni oblò aperto. Sul ponte di poppa, un esercito di massaggiatrici e truccatrici
dall’aria annoiata si teneva pronto, casomai Caligola avesse deciso di fare un
salto con una cinquantina di amici per una festa a base di shiatsu con manicure e
pedicure inclusi. Ebbi la tentazione di fermarmi, solo per un rapido massaggio
alle spalle, ma dato che Piper, figlia di Afrodite, sfilò davanti alle varie proposte
senza degnarle di uno sguardo, decisi di non mettermi in imbarazzo.
La nave trenta era un vero e proprio banchetto mobile. Sembrava progettata
per fornire un buffet all you can eat ventiquattr’ore su ventiquattro, un buffet che
però nessuno si godeva. Gli chef erano in attesa. I camerieri facevano i
camerieri. Nuovi piatti venivano serviti in tavola e vecchi piatti venivano ritirati.
Sospettai che il cibo non consumato, sufficiente a sfamare l’intera area
metropolitana di Los Angeles, fosse scaricato fuori bordo. L’esagerazione tipica
di Caligola. Il tuo sandwich al prosciutto ha un sapore molto più buono quando
sai che centinaia di altri sandwich identici sono stati gettati via mentre i tuoi chef
aspettavano che ti venisse fame.
La nostra buona stella ci abbandonò sulla nave trentuno. Non appena
attraversammo la rampa con il tappeto rosso sulla prua, capii che eravamo nei
guai. Gruppi di mercenari fuori servizio bighellonavano qua e là, parlavano,
mangiavano, controllavano i cellulari. Fummo accolti da altri cipigli, da altri
sguardi interrogativi.
Dalla tensione nella postura di Piper, dedussi che pure lei percepiva il
problema. Ma prima che potessi dire: “Cavolo, Piper, penso che siamo finiti
nelle caserme galleggianti di Caligola e che stiamo per morire”, lei avanzò
decisa, giungendo senza dubbio alla conclusione che era pericoloso sia tornare
indietro sia provare a cavarcela bluffando.
Si sbagliava.
Sul ponte di poppa, ci ritrovammo in mezzo a una partita di pallavolo di
ciclopi contro mortali. In una fossa riempita di sabbia, una mezza dozzina di
pelosissimi ciclopi in costume da bagno sfidava una mezza dozzina di mortali
altrettanto pelosi con indosso pantaloni mimetici. A bordo campo, altri mercenari
fuori servizio cuocevano bistecche alla griglia, ridevano, affilavano coltelli e si
confrontavano i tatuaggi.
Alla griglia, un tizio grosso come una casa mobile, con i capelli a spazzola e
il tatuaggio MAMMA sul petto, ci vide e si bloccò. «Ehi!»
La partita di pallavolo si fermò. Tutti si girarono a guardarci in cagnesco.
Piper si tolse il casco. «Apollo, sostienimi!»
Temetti che facesse una mossa alla Meg e si lanciasse in battaglia. In tal caso,
sostenerla avrebbe voluto dire farmi fare a pezzi da un manipolo di ex militari
sudati, cosa che non era nella mia lista di desideri prima di morire.
Invece Piper si mise a cantare.
Non sapevo che cosa mi lasciasse più sorpreso, la sua bella voce o la canzone
che aveva scelto.
La riconobbi subito: Life of Illusion di Joe Walsh. Gli anni Ottanta erano un
vago ricordo per me, ma quella canzone ce l’avevo presente: 1981, l’inizio di
MTV . Oh, che bei video avevo prodotto per Blondie e le Go-Go’s! Per non
parlare della quantità di lacca per capelli e di spandex leopardato che avevamo
usato!
La folla di mercenari rimase ad ascoltare perplessa, in silenzio. Dovevano
ucciderci subito o aspettare che Piper finisse? Non capitava tutti i giorni che
qualcuno facesse una serenata con un brano di Joe Walsh nel bel mezzo di una
partita di pallavolo. Dovevano essere un po’ confusi sul da farsi.
Dopo un paio di versi, Piper mi lanciò un’occhiata tagliente della serie: “Un
aiutino?”.
Ah, voleva che la sostenessi con la musica.
Con grande sollievo, tirai fuori il mio ukulele e l’accompagnai. A dire il vero,
Piper non aveva bisogno di aiuto. Cantava a voce alta con passione e chiarezza:
un’onda d’urto di emozioni che era più di una performance accorata, più di
un’esibizione di lingua ammaliatrice.
Camminava tra la folla, cantando la propria vita illusoria. Incarnava
perfettamente la canzone. Vi infondeva sofferenza e dolore, trasformando il
brano frizzante di Walsh in una confessione melanconica. Parlava di sfondare
muri, di sopportare le piccole sorprese che la natura le aveva riservato, di
decidere quale fosse il suo posto nel mondo.
Non cambiò il testo. Nonostante questo, percepivo la sua storia in ogni verso:
la sua lotta come figlia negletta di una famosa stella del cinema, i sentimenti
contrastanti che aveva provato scoprendo di essere una figlia di Afrodite; e la
cosa più dolorosa di tutte, l’essersi resa conto che il presunto amore della sua
vita, Jason Grace, non era il ragazzo con cui voleva stare.
Non capii tutto, ma la potenza della sua voce era innegabile. Il mio ukulele
rispondeva. I miei accordi si fecero più risonanti, i miei riff più appassionati.
Ogni nota che suonavo era un grido di comprensione per Piper McLean, la mia
abilità musicale amplificava la sua.
Le guardie persero la concentrazione. Alcune si sedettero, cullandosi la testa
fra le mani. Altre si misero a guardare nel vuoto, facendo bruciare le bistecche
sulla griglia.
Nessuna di loro ci fermò mentre attraversavamo il ponte di poppa. Nessuna ci
seguì sul ponte che portava alla nave trentadue. Eravamo già a metà yacht prima
che Piper concludesse la canzone e si appoggiasse pesantemente contro la parete
più vicina. Aveva gli occhi rossi, la faccia scavata dall’emozione.
«Piper?» La fissai allibito. «Come hai fatto a…?»
«Ora le scarpe» gracchiò. «Parliamo dopo.»
E avanzò incespicando.
28

Io, travestito
Da Apollo, travestito da…
No! Che depressione!

Imercenari non ci seguirono. E come avrebbero potuto, d’altra parte? Neppure


guerrieri incalliti come loro potevano lanciarsi in una caccia dopo una
performance del genere. Immaginai che stessero singhiozzando l’uno tra le
braccia dell’altro o che stessero rovistando nello yacht alla ricerca di scatole
supplementari di fazzoletti di carta.
Attraversammo la serie di megayacht di Caligola fino al trentanove,
muovendoci in modo furtivo quando necessario, ma perlopiù contando
sull’apatia dei membri dell’equipaggio. Caligola aveva sempre ispirato paura nei
servitori, ma la paura non equivale alla fedeltà. Nessuno ci fece domande.
Sulla nave quaranta, Piper crollò. Io corsi ad aiutarla, ma lei mi allontanò.
«Sto bene» mormorò.
«No che non stai bene» ribattei. «Probabilmente hai una commozione
cerebrale. Hai appena eseguito un potente pezzo di malia musicale. Hai bisogno
di un minuto di riposo.»
«Non ce l’abbiamo, un minuto.»
Lo sapevo benissimo. Continuavano a esserci degli sporadici scoppi di arma
da fuoco sul porto da dove eravamo venuti.
Gli sgradevoli scriii delle strigi squarciavano il cielo notturno. I nostri amici
stavano guadagnando tempo per noi, e noi non ne avevamo da perdere.
Era anche la notte della luna nuova. Qualunque fossero stati i piani che
Caligola aveva per il Campo Giove, su al Nord, sarebbero stati attuati in quel
momento. Speravo solo che Leo avesse raggiunto i semidei romani e che
riuscissero a difendersi da qualunque male incrociasse il loro cammino. Non
poter fare niente per aiutarli era una sensazione tremenda. Non potevamo
perdere nemmeno un minuto.
«Non ho neanche il tempo di farti morire o andare in coma» dissi a Piper.
«Perciò adesso ti prendi un attimo e ti metti a sedere. Andiamo al chiuso.»
Piper era troppo debole per protestare. In quelle condizioni non sarebbe
nemmeno riuscita a usare la lingua ammaliatrice per uscire da un parcheggio. La
portai dentro lo yacht quaranta, che a quanto pareva era dedicato al guardaroba
di Caligola.
Passammo da una stanza piena di abiti all’altra: completi da uomo, toghe,
corazze, abiti da donna (perché no?) e una serie di costumi che andavano da
quello da pirata a quello da Apollo o da panda. (Ancora una volta, perché no?)
Ebbi la tentazione di vestirmi da Apollo, solo per piangermi addosso, ma non
volevo perdere tempo a stendere una mano di vernice d’oro. Come mai i mortali
hanno sempre pensato che io fossi d’oro? Voglio dire, potevo essere d’oro, ma la
brillantezza sviliva la mia strepitosa bellezza naturale. Errata corrige: la mia
strepitosa bellezza naturale di un tempo.
Finalmente trovammo un camerino con un divano. Spostai una pila di abiti da
sera e ordinai a Piper di mettersi a sedere. Tirai fuori un quadratino di ambrosia e
le ordinai di mangiarlo. (Santo cielo, riuscivo a essere prepotente quando
dovevo. Almeno quello era un potere divino che non avevo perso.)
Mentre Piper mangiucchiava la barretta energetica divina, scrutai con aria
mesta gli eleganti abiti sartoriali appesi lì intorno. «Perché le scarpe non sono
qui? È la nave del guardaroba, dopotutto.»
«E dai, Apollo.» Piper fece una smorfia mentre si spostava sui cuscini. «Lo
sanno tutti che è necessario un megayacht separato per le scarpe.»
«Non capisco se stai scherzando.»
Piper prese un abito di Stella McCartney, un bel capo scollato di seta
scarlatta. «Carino.» Poi tirò fuori il pugnale, digrignando i denti per la fatica, e
squarciò l’abito sul davanti.
«Che bella sensazione!» commentò.
Mi sembrò un gesto inutile. Non si poteva ferire Caligola rovinando le sue
cose. Aveva tutto. Né mi sembrava che quel gesto avesse reso Piper più felice.
Grazie all’ambrosia, però, aveva un colorito più sano. I suoi occhi non erano
istupiditi dal dolore come prima. Ma aveva sempre un’espressione burrascosa,
come quella di sua madre quando sentiva qualcuno lodare la bellezza di Scarlett
Johansson. (Suggerimento: mai fare il nome di Scarlett Johansson vicino ad
Afrodite.)
«Il brano che hai cantato ai mercenari…» mi azzardai a dire. «Perché hai
scelto proprio Life of Illusion?»
Gli angoli delle labbra di Piper si tesero, come se avesse saputo che prima o
poi questa conversazione sarebbe arrivata, ma fosse troppo stanca per evitarla.
«È un vecchio ricordo. Mio padre si era appena preso la sua prima grande pausa
dalle scene. Mise questa canzone in macchina, a tutto volume. Stavamo andando
nella nostra nuova casa, la tenuta di Malibù. E lui me la cantava. Eravamo
felicissimi tutti e due. Io dovevo essere… non so, forse all’asilo?»
«Ma il modo in cui l’hai cantata… Sembrava che tu stessi parlando di te
stessa. Come mai hai rotto con Jason?»
Piper studiò Katoptris: la lama rimase vuota, priva di visioni. «Ci ho provato.
Dopo la guerra con Gea, mi sono convinta che sarebbe stato tutto perfetto» disse.
«Per un po’, qualche mese forse, ho pensato che lo fosse. Jason è fantastico. È il
mio più caro amico, ancora più di Annabeth. Ma…» Allargò le mani.
«Qualunque cosa pensavo ci fosse, il mio “e vissero felici e contenti” non c’era.»
Annuii. «Il tuo rapporto è nato durante una crisi. Queste storie sono difficili
da sostenere una volta che la crisi è finita.»
«Non era solo questo.»
«Un secolo fa, uscivo con la granduchessa Tatiana Romanova» ricordai. «Le
cose andavano a gonfie vele tra noi durante la Rivoluzione di Ottobre. Lei era
così stressata, così impaurita, aveva davvero bisogno di me. Poi la crisi passò, e
la magia svanì. No, aspetta. In effetti, il fatto che l’ammazzarono con il resto
della sua famiglia non ci aiutò a…»
«Ero io.»
I miei pensieri stavano vagando nel Palazzo d’Inverno, tra il fumo acre di
pistola e il freddo pungente del 1917. Ma tornai di botto al presente. «In che
senso, eri tu? Vuoi dire che ti sei accorta che non amavi Jason? Non è colpa di
nessuno.»
Piper fece una smorfia, come se non avessi afferrato quello che voleva dire. O
forse non lo sapeva bene neppure lei. «So che non è colpa di nessuno. Io lo amo
davvero. Ma, come ti ho detto, Era ci ha costretto a stare insieme… la dea del
matrimonio che crea una coppia felice. I miei ricordi di quando ho cominciato a
uscire con Jason, i nostri primi mesi insieme, erano un’illusione totale. Poi, non
appena ho scoperto questa cosa, prima ancora che riuscissi a capire quello che
significava, Afrodite mi ha riconosciuto come figlia. Mia madre, la dea
dell’amore.» Piper scosse la testa, sgomenta. «Afrodite mi ha spinto a pensare
che ero… che avevo bisogno di…» Sospirò. «Guardami, la grande esperta di
lingua ammaliatrice. Non ho neanche le parole. Afrodite si aspetta che noi figlie
facciamo fare agli uomini quello che vogliamo, che gli spezziamo il cuore e via
dicendo.»
Mi tornarono in mente le tante volte in cui io e Afrodite avevamo rotto i
rapporti. Io andavo pazzo per le storie d’amore. Afrodite si divertiva a mandare
amanti tragici nella mia direzione. «Sì, tua madre ha idee molto precise su come
dovrebbe essere una storia d’amore.»
«Quindi, tolto tutto…» continuò Piper. «Tolta la dea del matrimonio che mi
spinge a sistemarmi con un bravo ragazzo, tolta la dea dell’amore che mi spinge
a essere la donna romantica perfetta o quel che è…»
«Ti domandi chi sei senza tutta questa pressione addosso.»
Piper guardò i resti del vestito da sera scarlatto. «Per i Cherokee, secondo le
tradizioni, il retaggio proviene dal lato materno. Il clan da cui viene lei è il clan
da cui vieni tu. Il lato paterno non conta.» Fece una risata nervosa. «E questo
significa, tecnicamente, che non sono una cherokee. Non appartengo a nessuno
dei sette clan principali, perché mia madre è una dea greca.»
«Ah.»
«Quindi, insomma, ho davvero il diritto di usare il retaggio cherokee per
definirmi? Negli ultimi mesi ho cercato di saperne di più. Ho preso la cerbottana
di mio nonno, ho parlato a mio padre della storia di famiglia per distoglierlo
dalle sue grane. Ma se non fossi nessuna delle cose che mi sono state dette?
Devo capire chi sono.»
«Sei arrivata a qualche conclusione?»
Piper si spostò i capelli dietro un orecchio. «Ci sto lavorando.»
Sapevo com’era. Anch’io ci stavo lavorando. Era faticoso.
Un verso del brano di Joe Walsh mi rimbombava in testa. «Pensi pure tu che
la natura ami le piccole sorprese?»
Piper sbuffò. «Certo che le ama.»
Fissai le file di abiti di Caligola: c’era di tutto, dai vestiti da matrimonio ai
completi Armani fino all’armatura da gladiatore. «Ho notato che voi umani siete
più della somma della vostra storia» dissi. «Potete scegliere quanta parte della
vostra genealogia abbracciare. Potete andare oltre le aspettative della vostra
famiglia e della vostra società. Quello che non potete fare, e non dovreste mai
fare, è cercare di essere qualcuno di diverso da chi siete.»
Piper mi fece un sorriso ironico. «Bello. Mi piace. Sei sicuro di non essere il
dio della sapienza?»
«In effetti, ci ho provato. Ma hanno dato l’incarico a un’altra» replicai. «Per
una faccenda di frutta… l’invenzione delle olive, forse?» Strabuzzai gli occhi.
Piper scoppiò a ridere, e fu come se un bel vento potente spazzasse via tutto il
fumo degli incendi dalla California.
Ricambiai con un grande sorriso. Quando era stata l’ultima volta che avevo
avuto uno scambio così positivo con un mio pari, con un amico o un’amica, con
un’anima gemella? Non me lo ricordavo.
«Va bene, o Sapiente!» Piper si mise in piedi a fatica. «Sarà meglio andare. Ci
sono tante altre navi in cui dobbiamo fare intrusione.»

Nave quarantuno: settore lingerie. Vi risparmio i dettagli fru fru.


Nave quarantadue: un megayacht normale, con pochi membri dell’equipaggio
che ci ignorarono, due mercenari che Piper convinse con la lingua ammaliatrice
a gettarsi fuori bordo e due uomini a due teste che centrai con una freccia nel
basso ventre (per puro caso) e che disintegrai.
«Perché mettere una nave normale in mezzo a quella con i vestiti e quella con
le scarpe?» domandò Piper. «Pessima organizzazione.»
Lei parlava con una calma incredibile. I miei nervi invece cominciavano a
logorarsi. Avevo la sensazione di esplodere in mille pezzi, come facevo quando
diverse decine di città greche pregavano che manifestassi la mia gloriosa persona
nello stesso momento in luoghi diversi. È una bella seccatura quando le città non
coordinano tra loro i giorni di festa.
Attraversammo il lato sinistro, e io intravidi un barlume di movimento nel
cielo sopra di noi: una pallida sagoma che planava, troppo grande per essere un
gabbiano. Quando guardai di nuovo, era svanita.
«Credo che qualcuno ci stia seguendo» dissi. «Il nostro amico Crest, per la
precisione.»
Piper scrutò il cielo notturno. «E che facciamo?»
«Niente, direi. Se avesse voluto attaccarci o lanciare l’allarme, avrebbe già
potuto farlo.»
Piper non sembrò felice della presenza di uno stalker con le orecchie grandi,
ma procedemmo.
Alla fine raggiungemmo la Iulia Drusilla XLIII, la leggendaria nave delle
scarpe.
Questa volta, grazie alla soffiata di Amax e dei suoi uomini, sapevamo che
avremmo trovato le guardie pandai, guidate dal temibile Wah-Wah. Eravamo più
preparati ad affrontarle.
Non appena mettemmo piede sulla coperta a prua, estrassi il mio ukulele.
Piper disse con un filo di voce: «Wow, spero che nessuno senta i nostri
segreti!».
All’istante, quattro pandai arrivarono di corsa, due dal fianco sinistro e due da
dritta, incespicando l’uno nell’altro per prenderci per primi.
Non appena li vidi, strimpellai un do minore sesta tritono al massimo volume,
che per creature con un udito tanto raffinato doveva essere una cosa tipo pulirsi
le orecchie con un cavo elettrico acceso invece che con un cotton fioc.
I pandai strillarono e caddero in ginocchio, dando a Piper il tempo di
disarmarli e legarli per bene con le fascette stringicavo. Quando furono
incaprettati a dovere, smisi di torturarli con il mio ukulele.
«Chi di voi è Wah-Wah?» domandai.
Il pandos all’estrema sinistra ringhiò. «Chi vuole saperlo?»
«Ciao, Wah-Wah» dissi. «Stiamo cercando le scarpe magiche
dell’imperatore… sai, quelle che gli permettono di attraversare il Labirinto di
fuoco. Ci potresti far risparmiare un sacco di tempo dicendoci dove sono.»
Wah-Wah cercò di divincolarsi, imprecando. «Mai e poi mai!»
«Oppure lascerò che sia la mia amica Piper a cercarle, mentre io rimango qui
a farvi la serenata con il mio ukulele scordato» continuai. «Hai presente Tiptoe
Through the Tulips di Tiny Tim?»
Wah-Wah si contorse terrorizzato. «Ponte due, fianco sinistro, terza porta!»
farfugliò. «Ti prego, Tiny Tim no! Tiny Tim no!»
«Buona serata» dissi.
Li lasciammo in pace e ce ne andammo a cercare un paio di calzature.
29

Un cavallo è
Un cavallo, sì ma
Se parla… scappate!

Un palazzo galleggiante pieno di scarpe. Ermes sarebbe stato al settimo cielo.


Non che fosse il dio ufficiale delle scarpe, badate bene, ma come divinità
protettrice dei viaggiatori era la cosa che ci assomigliava di più tra noi dei
dell’Olimpo. La sua collezione di Air Jordan era ineguagliabile. Aveva armadi
pieni di sandali alati, file di scarpe di vernice, scaffali stracolmi di calzature di
camoscio azzurro, per non parlare dei pattini a rotelle. Ho ancora gli incubi
pensando a Ermes che pattina per l’Olimpo con la chioma al vento, i
pantaloncini da ginnastica e i calzettoni a righe mentre ascolta Donna Summer
col walkman.
Procedendo verso il ponte due, fianco sinistro, io e Piper oltrepassammo
pedane illuminate che esponevano décolleté di stilisti famosi, un corridoio
rivestito di scaffali alti fino al soffitto e colmi di stivali di pelle rossa e perfino
una stanza interamente dedicata alle scarpette da calcio, per ragioni che non
riuscivo neppure a immaginare.
La stanza dove ci aveva mandato Wah-Wah invece sembrava dedicata di più
alla qualità che alla quantità.
Era delle dimensioni di un grosso appartamento, con finestre affacciate sul
mare per permettere alle scarpe predilette dell’imperatore di avere una bella
vista. Al centro della stanza, due comodi divani erano collocati davanti a un
tavolino con sopra una collezione di bottiglie di acqua esotica, casomai a
qualcuno fosse venuta sete dopo essersi infilato la scarpa sinistra, prima di
mettersi la destra.
Quanto alle scarpe, lungo le pareti di prua e di poppa c’erano file di…
«Wow!» esclamò Piper.
A mio parere sintetizzava piuttosto bene il concetto: file e file di wow!
Su un piedistallo c’erano un paio di stivali da combattimento di Efesto:
enormi, con tacchi e punte affilati, calzini in cotta di maglia incorporati e lacci
che erano minuscoli serpenti robot di bronzo per impedire che qualcuno li
indossasse senza autorizzazione. Su un altro piedistallo, dentro una teca di
plexiglas, un paio di sandali alati svolazzavano di qua e di là, tentando di
scappare.
«Forse sono quelli che servono a noi?» chiese Piper. «Potremmo volare dritti
nel Labirinto.»
L’idea era avvincente, ma scossi la testa. «Le scarpe alate sono pericolose. Se
ce le mettiamo e per magia ci portano nel posto sbagliato…»
«Giusto» commentò Piper. «Percy mi ha raccontato di un paio di scarpe che
per poco non… ehm, lasciamo perdere.»
Esaminammo gli altri piedistalli. Alcuni contenevano scarpe di cui esisteva
solo un unico esemplare: stivali tempestati di brillanti, eleganti scarpe in pelle
dell’ormai estinto dodo (che oscenità!) o un paio di Adidas firmate da tutti i
giocatori dei Los Angeles Lakers del 1987.
Altre erano scarpe magiche ed etichettate come tali: un paio di pantofole
tessute da Hypnos per favorire sogni gradevoli e un sonno profondo; un paio di
scarpette da ballo forgiate dalla mia vecchia amica Tersicore, la musa della
danza. Ne avevo viste poche in giro come quelle nel corso degli anni. Fred
Astaire e Ginger Rogers ne avevano entrambi un paio, e anche Baryshnikov. Poi
c’era un vecchio paio di mocassini di Poseidone che garantivano un tempo
perfetto in spiaggia, una pesca abbondante, ottime onde da surf e
un’abbronzatura strepitosa. Niente male!
«Là!» Piper indicò un vecchio paio di sandali di pelle gettati disinvoltamente
in un angolo della stanza. «Possiamo ipotizzare che le scarpe meno probabili
siano quelle più probabili?»
Era un’ipotesi che non mi piaceva. Preferivo quando le persone che più
probabilmente erano popolari, meravigliose o talentuose risultavano le più
popolari, meravigliose e talentuose, perché di norma si trattava di me. Eppure
stavolta pensai che Piper potesse avere ragione.
Mi inginocchiai accanto ai sandali. «Queste sono caligae. Le scarpe dei
legionari.» Piegai un dito a uncino e tirai su le scarpe per le strisce di pelle.
Non erano un granché: una suola con lacci di cuoio ammorbiditi dall’usura e
scuriti dal passare del tempo. Avevano vissuto molte marce, sembrava, ma erano
state mantenute con cura nei secoli.
«Caligae» disse Piper. «Come Caligola.»
«Esatto» confermai. «Queste sono la versione per adulti del piccolo paio di
sandali che diedero a Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico il suo soprannome
da bambino.»
Piper storse il naso. «Percepisci qualche magia?»
«Be’, non vibrano di energia. Non mi danno flashback di piedi puzzolenti né
mi costringono a indossarle» risposi. «Ma credo che siano le scarpe giuste.
Portano il suo nome. Hanno il suo potere.»
«Mmm… Suppongo che se puoi parlare con una freccia, puoi anche leggere
un paio di sandali.»
«È un dono» concordai.
Piper si inginocchiò accanto a me e prese uno dei sandali. «Decisamente
troppo grande per me. Sembrano della tua taglia.»
«Stai insinuando che ho i piedoni?»
Fece un sorriso. «Sembrano scomode quasi come le scarpe della vergogna…
Un orribile paio di scarpe bianche da infermiere che avevamo al campo, nella
casa di Afrodite. Dovevi indossarle per punizione se facevi qualcosa di male.»
«È proprio da lei.»
«Me ne sono sbarazzata» precisò Piper. «Ma queste… Se a te non dispiace
infilare i piedi dove sono stati quelli di Caligola…»
«PERICOLO!» gridò una voce alle nostre spalle.
Sbucare di nascosto alle spalle di qualcuno e gridare “Pericolo” è un ottimo
modo per farlo sussultare, girare e cadere sulle chiappe in un lampo, proprio
come facemmo io e Piper.
Sulla soglia c’era Crest, con la pelliccia bianca arruffata e gocciolante come
se fosse volato dentro la piscina di Caligola. Si aggrappava con le mani a otto
dita agli stipiti della porta. Aveva il fiato grosso. E il suo completo nero era a
brandelli.
«Le strigi» disse ansimando.
Il cuore mi balzò nella cavità nasale. «Ti stanno seguendo?»
Crest scosse la testa, le orecchie increspate come gamberetti impauriti.
«Credo di averle seminate, ma…»
«Perché sei qui?» domandò Piper, portando la mano al pugnale.
L’espressione negli occhi di Crest era un misto di panico e brama ardente.
Indicò il mio ukulele. «Puoi mostrarmi come si suona?»
«Ehm… sì» risposi. «Anche se una chitarra potrebbe essere meglio, viste le
dimensioni delle tue mani.»
«Quell’accordo» disse. «Quello che ha fatto strillare Wah-Wah… Lo voglio
anch’io.»
Mi alzai lentamente, per non farlo impaurire di più. «Conoscere il do minore
sesta tritono è una grande responsabilità. Ma sì, posso mostrartelo.»
«E tu?» Crest guardò Piper. «Il modo in cui canti… Puoi insegnarmelo?»
La mano di Piper lasciò andare l’elsa di Katoptris. «Be’, immagino di poter
provare, ma…»
«Allora dobbiamo andarcene subito!» disse Crest. «Hanno già catturato i
vostri amici!»
«Cosa?» Piper balzò in piedi. «Sei sicuro?»
«La ragazzina spaventosa. Il ragazzo della folgore. Sì.»
Soffocai la disperazione. Crest aveva dato una descrizione impeccabile di
Meg e Jason. «Dove?» domandai. «Chi li ha presi?»
«Lui» rispose Crest. «L’imperatore. La sua gente arriverà qui presto.
Dobbiamo volare via! Diventare musicisti nel mondo!»
In circostanze diverse lo avrei ritenuto un consiglio fantastico, ma non con
Meg e Jason prigionieri. Avvolsi i sandali e li ficcai nella faretra. «Puoi portarci
dai nostri amici?»
«No!» gemette Crest. «Morirete! La maga…»
Come mai Crest non udì i nemici arrivare di soppiatto? Non lo so. Forse la
folgore di Jason gli aveva lasciato un ronzio nelle orecchie. Forse era troppo
stressato, troppo concentrato su di noi per guardarsi le spalle.
In ogni caso, Crest precipitò in avanti, sbattendo la faccia sulla teca con i
sandali alati. Crollò sul tappeto, mentre le scarpe volanti lo prendevano a calci in
testa. Due profonde impronte a forma di zoccoli di cavallo scintillavano sulla sua
schiena.
Sulla soglia si ergeva un maestoso stallone bianco, con la testa che sfiorava il
telaio superiore della porta. In un lampo, capii come mai gli yacht
dell’imperatore avevano soffitti alti, porte e corridoi ampi: erano progettati in
modo tale da accogliere quel cavallo.
«Incitatus» dissi.
Lui mi guardò come nessun cavallo dovrebbe poter fare: le sue enormi pupille
marroni scintillavano di maligna consapevolezza. «Apollo!»
Piper era sbalordita, come è giusto che sia quando si incontra un cavallo
parlante su uno yacht dedicato alle scarpe. Cominciò a dire: «Ma che…?».
Incitatus partì alla carica. Scavalcò il tavolino e con una testata scaraventò
Piper contro la parete con uno sgradevole crunch. Corsi da lei, ma il cavallo mi
tolse di mezzo scaraventandomi sul divano più vicino. «Bene, bene…» Incitatus
esaminò i danni: i piedistalli rovesciati e il tavolino distrutto, le bottiglie rotte di
acqua di sorgente esotica che bagnavano il tappeto, Crest che gemeva sul
pavimento con le scarpe volanti che continuavano a prenderlo a calci, Piper
immobile con il sangue che le colava dal naso, e io sul divano che mi tenevo
strette le costole ammaccate. «Mi dispiace intromettermi nella vostra intrusione»
disse. «Ho dovuto mettere la ragazza fuori combattimento, capisci? Non mi
piace subire la lingua ammaliatrice.»
La sua voce era la stessa che avevo sentito mentre mi nascondevo nel
cassonetto dietro le Follie Militari di Macro: una voce profonda e annoiata a
morte, venata di stanchezza, come se avesse già visto tutte le possibili
stupidaggini che i bipedi possono fare.
Fissai Piper inorridito. Sembrava che non respirasse. Ricordai le parole della
Sibilla, soprattutto quella tremenda che comincia con la M.
«Tu… tu l’hai uccisa» balbettai.
«Davvero?» Incitatus strofinò il muso sul petto di Piper. «Ma no. Non ancora,
ma lo farò presto. Adesso seguimi. L’imperatore vuole vederti.»
30

Non ti lascerò!
L’amore o la colla
Ci uniranno

Alcuni dei miei migliori amici sono cavalli magici.


Arion, il destriero più veloce del mondo, è mio cugino, anche se viene di rado
ai pranzi di famiglia. Perfino Pegaso, il famoso cavallo alato, è mio cugino… di
secondo grado, credo, perché sua madre era una gorgone. Non so bene come
funzioni. E, naturalmente, i cavalli del sole sono i miei destrieri preferiti, anche
se, per fortuna, nessuno di loro parla.
Ma Incitatus?
Non mi stava tanto simpatico.
Era un animale splendido: alto e muscoloso, con il manto lucente come una
nuvola illuminata dal sole. Agitava la coda bianca e setosa come se sfidasse
mosche, semidei o altri scocciatori ad avvicinarsi al suo didietro. Non aveva
finimenti né sella, anche se sui suoi zoccoli scintillavano quattro ferri di cavallo
dorati.
La sua stessa maestosità mi urtava. La voce annoiata mi faceva sentire
piccolo e insignificante. Ma quello che davvero detestavo erano i suoi occhi. Gli
occhi dei cavalli non dovrebbero essere così freddi e intelligenti.
«Sali in groppa» disse. «Il mio protetto sta aspettando.»
«Il tuo protetto?»
Incitatus scoprì i denti bianchi come il marmo. «Sai a chi mi riferisco. Il
grande Caligola. Il Nuovo Sole, che ti mangerà per colazione.»
Sprofondai tra i cuscini del divano. Il cuore mi batteva forte. Avevo visto con
quanta rapidità si muoveva Incitatus. Avevo poche chance di cavarmela contro di
lui da solo, e la cosa non mi piaceva. Non sarei mai stato in grado di tirare una
freccia o strimpellare una canzone prima che mi sfondasse la faccia con un
calcio.
Sarebbe stato un momento fantastico per essere pervaso da un’improvvisa
ondata di forza divina, così avrei potuto lanciare il cavallo fuori dalla finestra.
Purtroppo era un’energia che non sentivo di avere.
Non potevo nemmeno aspettarmi un qualche supporto. Piper gemeva a terra,
contraendo a scatti le dita; al massimo era semicosciente. Crest piagnucolava e
cercava di raggomitolarsi per evitare le prepotenze delle scarpe alate.
Mi alzai dal divano, strinsi i pugni e mi obbligai a guardare Incitatus negli
occhi. «Sono sempre il dio Apollo» lo avvertii. «Ho già affrontato due
imperatori. Li ho sconfitti entrambi. Non mettermi alla prova, cavallo.»
Incitatus sbuffò. «Come vuoi, Lester. Ti stai indebolendo. Ti abbiamo tenuto
d’occhio. Non ti è rimasto quasi più niente. Adesso piantala di temporeggiare.»
«E come mi costringerai a venire con te?» domandai. «Non puoi sollevarmi
da terra e lanciarmi sulla groppa. Non hai le mani! Né i pollici opponibili! È
questo il tuo tallone d’Achille!»
«Sì, be’, potrei semplicemente prenderti a calci in faccia. Oppure…» Incitatus
nitrì, un verso secco, come quello di un padrone che chiama il suo cane.
Wah-Wah e due delle sue guardie sgattaiolarono nella stanza. «Ha chiamato,
divino Stallone?»
Il cavallo mi guardò con un sogghigno. «Non mi servono i pollici opponibili
quando ho tanti servitori. Certo, sono servitori imbranati che ho dovuto liberare a
morsi dalle fascette stringicavo…»
«Divino Stallone, è stato l’ukulele!» protestò Wah-Wah. «Non potevamo…»
«Caricameli sulla schiena, prima che mi si guasti l’umore» ordinò Incitatus.
Wah-Wah e i suoi aiutanti lanciarono Piper sulla groppa del cavallo. Mi
costrinsero a salire dietro di lei e mi legarono di nuovo le mani, stavolta davanti,
così almeno potevo mantenere l’equilibrio.
Alla fine tirarono in piedi Crest. Infilarono a forza quelle prepotenti scarpe
alate nella teca, legarono le mani di Crest con le fascette stringicavo e lo
costrinsero a marciare alla testa del nostro piccolo e truce corteo. Andammo in
coperta (dovetti chinare la testa sotto ogni architrave) e percorremmo a ritroso i
nostri passi sul ponte galleggiante di megayacht.
Incitatus trottava tranquillo. Tutti i mercenari o i membri dell’equipaggio che
incontrammo si inginocchiarono e chinarono la testa. Avrei tanto voluto credere
che onorassero me, ma sospettai che onorassero la capacità del cavallo di
fracassare loro la testa se non gli avessero dimostrato il giusto rispetto.
Crest inciampò. Gli altri pandai lo rimisero in piedi e lo pungolarono per farlo
andare avanti. Piper continuava a scivolare dalla groppa dello stallone, ma io
facevo del mio meglio per tenerla al suo posto.
Una volta bofonchiò: «Uhn-fu».
Forse significava: “Grazie” oppure “Slegami” o anche “Perché ho un sapore
di ferro di cavallo in bocca?”.
Il suo pugnale, Katoptris, era lì a portata di mano. Fissai l’elsa,
domandandomi se potevo sguainarlo abbastanza in fretta da liberarmi o
conficcarlo nel collo del cavallo.
«Io non lo farei» disse Incitatus.
Mi irrigidii. «Che cosa?»
«Non userei il pugnale. Sarebbe una pessima mossa.»
«Le-leggi nel pensiero?»
Il cavallo fece un verso di scherno. «Non ne ho bisogno. Sai quante cose si
riescono a capire dal linguaggio del corpo di una persona che ti sta in groppa?»
«Io… non posso dire di aver mai avuto questa esperienza.»
«Be’, io ho intuito quello che avevi in mente. Quindi non farlo. Dovrei
buttarti giù. A quel punto tu e la tua ragazza vi rompereste la testa e
morireste…»
«Non è la mia ragazza!»
«… e Big C ne sarebbe contrariato. Vuole farvi morire in un certo modo.»
«Ah.» Mi sembrò di avere lo stomaco ammaccato come le costole. Mi
domandai se esistesse un termine specifico per il mal di mare nei casi in cui si è
a cavallo su una nave. «Quindi, quando hai detto che Caligola mi avrebbe
mangiato a colazione…»
«Non in senso letterale.»
«Grazie agli dei!»
«Intendevo dire che la maga Medea ti incatenerà e scorticherà la tua forma
umana per estrarre tutto quello che è rimasto della tua essenza divina. Poi
Caligola consumerà la tua essenza – la tua e quella di Helios – e diventerà il
nuovo dio del sole.»
«Oh.» Mi sentii mancare. Doveva esserci ancora un po’ di essenza divina
dentro di me, una minuscola scintilla della mia antica grandiosità che mi
permetteva di ricordare chi ero e cosa ero stato capace di fare in passato. Non
volevo che mi fossero portate via le ultime vestigia di divinità, soprattutto se il
processo comportava lo scorticamento. Mi si torse lo stomaco al solo pensiero.
Sperai che a Piper non dispiacesse troppo se le vomitavo addosso. «Se-sembri un
cavallo ragionevole, Incitatus. Perché aiuti un tipo volubile e perfido come
Caligola?»
Incitatus nitrì. «Volubile un cavolo. Il ragazzo mi ascolta. Ha bisogno di me.
Non importa quanto possa apparire violento o imprevedibile agli altri. Riesco a
tenerlo sotto controllo, a usarlo per mettere in atto i miei piani. Scommetto sul
cavallo giusto, io.»
Non credo che si fosse accorto dell’ironia di un cavallo che scommetteva sul
cavallo giusto. E poi, rimasi sorpreso nello scoprire che Incitatus aveva dei piani.
La maggior parte dei piani equini è piuttosto semplice: cibo, una cavalcata,
ancora cibo e una bella spazzolata. Da ripetere a piacimento.
«Caligola sa che lo stai… ehm, usando?»
«Certo!» rispose il cavallo. «Il ragazzo non è mica stupido. Quando avrà
avuto quello che vuole, a quel punto le nostre strade si divideranno. Io voglio
spodestare la razza umana e instaurare un governo di cavalli, per i cavalli.»
«Eh?»
«Tu credi che l’autogoverno dei cavalli sia più folle di un mondo governato
dagli dei dell’Olimpo?»
«Non ci ho mai pensato.»
«Certo, e ti pareva? Voi e la vostra arroganza da bipedi. Non passate mica la
vita con gli umani che si aspettano di cavalcarvi di continuo o di farvi trainare i
loro carri. Ah, sto sprecando fiato. Non rimarrai in circolazione abbastanza da
assistere alla rivoluzione.»
Cari lettori, non riesco a esprimere il mio terrore, non all’idea di una
rivoluzione equina, ma al pensiero che la mia vita stava per finire! Sì, lo so che
anche i mortali devono affrontare la morte, ma è molto peggio per un dio,
fidatevi! Avevo trascorso millenni sapendo di essere superiore al grande ciclo
della vita e della morte. Poi all’improvviso scopro – LOL, anche no, grazie! –
che sto per essere scorticato da un uomo che accetta consigli da un loquace
cavallo!
Avanzando lungo la catena di megayacht, incontrammo sempre più tracce di
una battaglia recente. La nave venti sembrava stata colpita a più riprese dalla
folgore. La sua megastruttura era ridotta a una rovina fumante e
semicarbonizzata, con i ponti superiori anneriti e coperti in più punti da schiuma
di estintore.
La nave diciotto era stata convertita in un centro infermieristico. I feriti erano
sparsi ovunque e si lamentavano per la testa fracassata, gli arti spezzati, il naso
sanguinante o l’inguine dolorante. Molte delle loro ferite erano all’altezza delle
ginocchia o più giù: i bersagli preferiti di Meg. Uno stormo di strigi volteggiava
in cielo, stridendo con rabbia. Forse facevano solo il servizio di guardia, ma ebbi
la sensazione che aspettassero di capire chi dei feriti non ce l’avrebbe fatta.
La nave quattordici era il colpo di grazia di Meg McCaffrey. La vite
americana aveva sommerso tutto lo yacht, incluso gran parte dell’equipaggio,
che era attaccato alle pareti da una fitta rete di rampicanti. Una squadra di
orticoltori – senza dubbio chiamati dai giardini botanici della nave sedici – stava
tentando di liberare i compagni usando cesoie e decespugliatori.
Mi rincuorò vedere che i nostri amici erano arrivati fin là e avevano
provocato tanti danni. Forse Crest si era sbagliato quando aveva detto che erano
stati catturati. Senz’altro due semidei valenti come Jason e Meg erano capaci di
fuggire, se messi con le spalle al muro. Io ci contavo, visto che a quel punto
avevo bisogno che loro salvassero me.
E se invece non avessero potuto? Mi scervellai alla ricerca di idee brillanti e
piani alternativi. Ma, invece di galoppare, la mia mente trotterellava fra un
rantolo e l’altro.
Riuscii a escogitare solo la fase uno del mio piano strategico generale: sarei
fuggito senza farmi ammazzare e poi avrei liberato i miei amici. Stavo lavorando
alacremente alla fase due – come? – quando esaurii il tempo a mia disposizione.
Incitatus si diresse al ponte della Iulia Drusilla XII, attraversò al piccolo
galoppo una serie di doppie porte dorate e ci condusse lungo una rampa
all’interno della nave che ospitava un’unica, enorme stanza: la sala delle udienze
di Caligola.
Entrare in quello spazio fu come precipitare nella gola di un mostro marino.
Un effetto voluto, ne sono certo. L’imperatore voleva farti sperimentare una
sensazione di panico e impotenza.
“Sei stato inghiottito” sembrava dire la sala. “E adesso verrai digerito.”
Non c’era nessuna finestra. Le pareti alte quindici metri saltavano agli occhi
per gli affreschi vistosi di battaglie, vulcani, tempeste, feste scatenate… tutte
immagini di potere sfrenato, di confini cancellati, di natura stravolta.
Il pavimento di piastrelle era un’analoga rappresentazione del caos, coperto
com’era da mosaici intricati e spaventosi di divinità divorate da vari mostri. Dal
soffitto dipinto di nero pendevano candelabri dorati, scheletri in gabbia e spade
sguainate sorrette da corde sottilissime, pronte a trafiggere chiunque vi capitasse
sotto.
Mi ritrovai a inclinarmi sulla groppa di Incitatus per riacquistare equilibrio,
ma era impossibile. La sala non offriva nessuno spazio sicuro per riposare lo
sguardo. E il dondolio della nave non contribuiva a migliorare le cose.
Una decina di pandai era di guardia nella sala, sei a babordo, sei a tribordo.
Impugnavano lance con la punta d’oro e indossavano una cotta di maglia dorata
lunga dalla testa ai piedi, inclusi giganteschi paraorecchi di metallo che, se
colpiti, dovevano procurare un rimbombo tremendo.
A un’estremità della sala, dove lo scafo della nave si affusolava, l’imperatore
aveva collocato la propria pedana, dando le spalle all’angolo come ogni bravo
tiranno paranoico. Davanti a lui roteavano due colonne di vento e detriti che non
riuscivo a distinguere bene: erano una specie di performance art di un ventus?
A destra dell’imperatore c’era un altro pandos vestito in pompa magna come
un comandante pretoriano: Reverb, supposi, il capitano della guardia. A sinistra
c’era Medea, con un luccichio di trionfo negli occhi.
L’imperatore era identico a come lo ricordavo: giovane e asciutto, abbastanza
bello, anche se aveva gli occhi troppo distanti, le orecchie sporgenti (ma niente
in confronto ai pandai) e un sorriso troppo freddo. Indossava pantaloni bianchi di
taglio sportivo, scarpe da barca bianche, una camicia a righe bianca e blu, un
blazer blu e un berretto da capitano.
Ebbi un terribile flashback che mi riportò agli anni Ottanta, quando avevo
commesso l’errore di benedire il successo della sigla di Love Boat. Immaginai
Caligola e Medea a bordo della nave dell’amore. Brrr. Cercai di scacciare subito
quel pensiero dalla mente.
Mentre il nostro corteo si avvicinava al trono, Caligola si sporse in avanti
strofinandosi le mani, come se avessero appena servito un’attesa portata del suo
pranzo. «Tempismo perfetto!» esclamò. «Ho avuto una conversazione quanto
mai affascinante con i tuoi amici!»
I miei amici?
Solo allora il cervello mi permise di processare quello che c’era dentro le
colonne vorticanti di vento.
In una volteggiava Jason Grace, nell’altra Meg McCaffrey. Tutti e due
lottavano disperatamente, tutti e due urlavano senza emettere un suono. Nei
tornado che li imprigionavano c’erano anche delle schegge scintillanti:
frammenti di bronzo celeste e oro imperiale che laceravano i vestiti e la pelle,
tagliandoli lentamente a pezzi.
Caligola si alzò, tenendo gli occhi castani e placidi puntati su di me.
«Incitatus, non è possibile che questo sia lui.»
«E invece temo di sì, amico mio» rispose il cavallo. «Sono lieto di presentarti
il dio Apollo, “dio” per modo di dire… noto anche col nome di Lester
Papadopoulos.» Lo stallone si inginocchiò sulle zampe anteriori, riversando
Piper e me a terra.
31

Ti do il cuore
Non alla lettera, eh!
Giù il pugnale

Mi venivano in mente tanti modi per chiamare Caligola, e “amico mio” non era
uno di questi.
Ciononostante, Incitatus sembrava perfettamente a proprio agio al cospetto
dell’imperatore. Andò trottando a tribordo, dove due pandai si misero a
spazzolargli il manto mentre un terzo si inginocchiò per servirgli dell’avena da
un secchio d’oro.
Jason Grace menava colpi alla cieca dentro il vortice di schegge, nel tentativo
di liberarsi. Lanciò un’occhiata preoccupata a Piper e gridò qualcosa che non
riuscii a capire. Nell’altra colonna di vento, Meg fluttuava con le braccia e le
gambe incrociate, accigliata come uno spiritello iracondo, ignorando i pezzi di
metallo che le ferivano il viso.
Caligola scese dalla pedana. Camminò tra le colonne di vento con passo
disinvolto, senza dubbio per effetto della tenuta da comandante. Si fermò a poco
più di un metro da me. Nel palmo aperto fece rimbalzare due piccoli pezzi d’oro:
gli anelli di Meg.
«Lei dev’essere la deliziosa Piper McLean.» Caligola la guardò corrucciato,
come se si fosse accorto in quell’istante che era a malapena cosciente. «Perché
sta così? Non posso tormentarla in queste condizioni. Reverb!»
Il pretoriano al comando schioccò le dita. Due guardie avanzarono lentamente
e misero in piedi Piper. Uno le sventolò una boccetta sotto il naso: dei sali, forse,
o un disgustoso corrispettivo magico preparato da Medea.
Piper drizzò la testa di scatto. Un brivido le percorse il corpo, poi allontanò i
pandai. «Sto bene.» Sbatté le palpebre e si guardò intorno, poi vide Jason e Meg
nelle colonne di vento e lanciò un’occhiata torva a Caligola. Tentò di afferrare il
pugnale, ma le dita non rispondevano. «Ti ucciderò!»
Caligola fece una risatina. «Sarebbe divertente, tesoro mio. Ma non
ammazziamoci a vicenda per il momento, okay? Stasera ho altre priorità.» Mi
guardò raggiante. «Oh, Lester! Che regalo mi ha fatto Giove!» Mi camminò
intorno, facendo scorrere la punta delle dita sulle mie spalle come per controllare
se ci fosse della polvere. Suppongo che avrei dovuto attaccarlo, ma Caligola
irradiava una tale sicurezza, un’aura così potente da rincretinirmi il cervello.
«Non è rimasto molto della tua divinità, eh?» commentò. «Non temere. Medea te
la tirerà fuori con le buone. Poi mi vendicherò su Zeus in tua vece. Spero che
questo ti sia di consolazione.»
«Io non… non cerco vendetta.»
«La cerchi eccome! Sarà meraviglioso, vedrai… Be’, in realtà sarai morto,
ma devi fidarti di me. Ti renderò orgoglioso.»
«Caesar» lo chiamò Medea, dal suo lato della pedana. «Non sarebbe meglio
cominciare subito?»
Fece del suo meglio per nasconderla, ma io percepii della tensione nel tono
della voce. Come avevo potuto constatare nel parcheggio della morte, anche
Medea aveva i suoi limiti. Per trattenere Meg e Jason in quei tornado doveva
servirle un bel po’ di forza. Non ce l’avrebbe mai fatta a mantenere le prigioni di
ventus e a compiere le sue magie per de-divinizzarmi. Se solo avessi trovato un
modo di sfruttare quella debolezza…
Sul viso di Caligola baluginò un’espressione scocciata. «Sì, sì, Medea. Fra un
attimo. Prima devo salutare i miei fedeli servitori.» Si girò verso i pandai che ci
avevano accompagnato fin lì. «Chi di voi è Wah-Wah?»
Wah-Wah si inchinò, le orecchie distese sul pavimento a mosaico. «E-eccomi,
sire!»
«Sei stato un bravo servitore, vero?»
«Sì, sire!»
«Fino a oggi.»
Sembrava che il pandos tentasse di ingoiare l’ukulele di Tiny Tim. «Ci… ci
hanno ingannato, signore! Con della musica orrenda!»
«Capisco» commentò Caligola. «E come intendi rimediare? Come posso
essere sicuro della tua fedeltà?»
«Le do il mio cuore, signore! Ora e per sempre! Io e i miei uomini…» Wah-
Wah si tappò la bocca con le mani enormi.
Caligola fece un sorriso blando. «Reverb?»
Il pretoriano avanzò. «Signore?»
«Hai sentito Wah-Wah?»
«Sì, signore» confermò Reverb. «Il cuore di Wah-Wah è suo. E anche il cuore
dei suoi uomini.»
«Bene, allora!» Caligola schioccò le dita in un vago gesto come per dire:
“Vattene”. «Portali fuori e prendi quello che è mio.»
Le guardie della sala del trono che si trovavano sul fianco sinistro si fecero
avanti e afferrarono per le braccia Wah-Wah e i suoi due luogotenenti.
«No!» urlò Wah-Wah. «No! Io… io non intendevo…»
Lui e i suoi uomini si dimenarono e singhiozzarono, ma non servì a niente. I
pandai con l’armatura dorata li trascinarono via.
Reverb indicò Crest, che tremava e piagnucolava accanto a Piper. «E di
questo che ne facciamo, sire?»
Caligola strinse gli occhi. «Perché ha la pelliccia bianca?»
«È giovane, sire» rispose Reverb, senza che un briciolo di solidarietà
trapelasse nella sua voce. «La pelliccia della nostra gente si scurisce con l’età.»
«Capisco.» Caligola accarezzò la faccia di Crest con il dorso della mano,
facendo piangere ancora di più il pandos. «Lascialo andare. È divertente, e
sembra abbastanza innocuo. Adesso va’, comandante. Portami quei cuori.»
Reverb si inchinò e si precipitò dietro i suoi uomini.
Il cuore mi pulsava nelle tempie. Volevo convincermi che le cose non
andassero poi così male. Metà delle guardie dell’imperatore e il loro comandante
erano appena andati via. Medea sosteneva lo sforzo di controllare due venti. E
questo significava che c’erano da affrontare solo sei pandai scelti, un cavallo
omicida e un imperatore immortale. Era il momento perfetto per mettere in atto
il mio fantastico piano… se solo ne avessi avuto uno.
Caligola si avvicinò e mi mise un braccio sulle spalle come un vecchio amico.
«Visto, Apollo? Non sono pazzo. Non sono crudele. Prendo solo le persone alla
lettera. Se tu prometti di donarmi la tua vita, il tuo cuore o la tua ricchezza…
devi essere certo delle tue parole, giusto?»
Mi vennero le lacrime agli occhi. Ero troppo spaventato per sbattere le
palpebre.
«La tua amica Piper, per esempio» continuò Caligola. «Voleva trascorrere del
tempo con il padre. Non sopportava la sua carriera. E così, indovina un po’? Io
gli ho stroncato la carriera! Se Piper fosse andata in Oklahoma con lui, come
aveva programmato, avrebbe potuto avere quello che voleva. Ma lei cosa fa, mi
ringrazia? No. Viene qui per uccidermi.»
«Ti ucciderò» disse Piper, la voce un po’ più salda adesso. «Hai la mia
parola.»
«Proprio come dicevo io» commentò Caligola. «Nessuna gratitudine.» Mi
diede una lieve pacca sul torace, provocandomi fitte di dolore a raggiera sulle
costole ammaccate. «E Jason Grace? Vuole essere un sacerdote o che so io,
costruisce santuari agli dei. Bene! Io sono un dio. Non ho problemi al riguardo.
Poi viene qui a distruggere i miei yacht con la folgore. È così che si comporta un
sacerdote? Non credo.» L’imperatore si diresse verso le colonne vorticanti di
vento, lasciando la schiena esposta, ma né io né Piper ci muovemmo per
attaccarlo. Anche adesso, ripensandoci, non ne capisco il motivo. Mi sentivo del
tutto inerme, come se fossi intrappolato nella visione di qualcosa che era
accaduto secoli prima. Per la prima volta percepii cosa sarebbe successo se il
Triumvirato avesse controllato tutti gli Oracoli. Non solo avrebbero previsto il
futuro, lo avrebbero forgiato. Ogni loro singola parola sarebbe diventata un
destino inesorabile.
«E questa qua…» Caligola osservò Meg McCaffrey. «Suo padre una volta ha
giurato che non avrebbe avuto pace finché non avesse reincarnato le nate dal
sangue, le mogli d’argento! Riuscite a crederci?»
Le nate dal sangue. Le mogli d’argento.
Quelle parole scossero il mio sistema nervoso. Avevo la sensazione che avrei
dovuto sapere che cosa significassero, che relazione avessero con i sette semi
verdi che Meg aveva piantato sul fianco della collina. Come sempre, il mio
cervello umano urlava per protesta mentre io cercavo di ripescare le
informazioni dalle sue profondità. Potevo quasi vedere l’antipatico messaggio
che lampeggiava dietro i miei occhi: FILE NOT FOUND.
Caligola ghignò. «Be’, ovviamente ho preso il dottor McCaffrey alla lettera!
Non gli ho dato pace, ho ridotto in cenere la sua roccaforte. Ma, onestamente,
sono stato molto generoso a lasciare vivi lui e sua figlia. La piccola Meg ha
avuto una vita meravigliosa con mio nipote Nerone. Se solo avesse mantenuto le
promesse che gli aveva fatto…» Agitò un dito contro di lei in segno di
disapprovazione.
Sul fianco sinistro della sala, Incitatus sollevò gli occhi dal secchio d’oro
pieno di avena e ruttò. «Ehi, Big C, gran bel discorso! Ma non dovremmo
uccidere quei due nei vortici, così Medea può occuparsi di Lester e scorticarlo
vivo? Sono impaziente di vedere come fa.»
«Sì, ti prego» concordò Medea, stringendo i denti.
«NO!» gridò Piper. «Caligola, lascia andare i miei amici.»
Purtroppo riusciva a malapena a stare in piedi. Le tremava la voce.
Caligola ridacchiò. «Tesoro, sono stato addestrato a resistere alla lingua
ammaliatrice da Medea in persona. Dovrai fare di meglio se…»
«Incitatus, prendi Medea a calci in testa» strillò Piper, con voce un po’ più
forte.
Lo stallone dilatò le narici. «Mi sa che prenderò Medea a calci in testa.»
«No, non lo farai!» urlò Medea in un acuto di lingua ammaliatrice. «Caligola,
fai tacere la ragazza!»
Caligola si diresse a grandi passi verso Piper. «Mi dispiace, tesoro.» Le diede
un manrovescio così forte sulla bocca che Piper fece un giro completo su se
stessa prima di crollare a terra.
«IHHH!» Incitatus nitrì soddisfatto. «Bella questa!»
E fu lì che mi infuriai.
Non avevo mai provato una simile rabbia. Nemmeno quando distrussi l’intera
famiglia dei Niobidi per le loro offese. Né quando combattei Eracle nella camera
sotterranea di Delfi. E neppure quando uccisi i ciclopi che avevano inventato la
folgore omicida di mio padre.
Decisi che Piper McLean non sarebbe morta quella sera. Attaccai Caligola,
con l’intenzione di stringergli le mani intorno al collo. Volevo strangolarlo a
morte, anche solo per toglierli quel sorrisetto compiaciuto dalla faccia.
Ero sicuro che i miei poteri divini sarebbero tornati. Avrei fatto a pezzi
l’imperatore nella mia giusta ira.
Invece Caligola mi spinse a terra degnandomi a malapena di un’occhiata. «Ti
prego, Lester. Ti stai rendendo ridicolo.»
Piper era distesa a terra e tremava, come se avesse freddo.
Crest era accovacciato poco lontano e cercava inutilmente di coprirsi le
orecchie. Senza dubbio rimpiangeva di aver deciso di seguire il sogno di
prendere lezioni di musica.
Fissai gli occhi sui due vortici, sperando che Jason e Meg fossero in qualche
modo fuggiti. Non erano fuggiti, ma stranamente, come per un tacito accordo,
sembrava che si fossero scambiati i ruoli.
Invece di infuriarsi perché Piper era stata colpita, Jason adesso fluttuava
mortalmente immobile, con gli occhi chiusi, la faccia come di pietra. Meg,
d’altro canto, si aggrappava alla gabbia di ventus urlando parole che non riuscivo
a udire. Aveva gli abiti ridotti a brandelli, la faccia attraversata da una decina di
tagli sanguinanti, ma sembrava non farci caso. Scalciava, dava pugni e lanciava
pacchetti di semi dentro il vortice, provocando festosi scoppi di pansé e
giunchiglie tra le schegge.
Accanto alla pedana imperiale, Medea si era fatta pallida e sudava.
Contrastare la lingua ammaliatrice di Piper doveva averla messa a dura prova,
ma era una magra consolazione.
Reverb e le sue guardie sarebbero presto tornati, portando i cuori dei nemici
dell’imperatore.
Un pensiero raggelante mi travolse. “I cuori dei suoi nemici.”
Fu come se mi avessero tirato uno schiaffo. L’imperatore aveva bisogno di
me vivo, almeno per il momento. E questo significava che l’unica cosa su cui
potevo fare leva…
Devo aver avuto un’espressione assurda.
Caligola scoppiò a ridere. «Apollo, hai una faccia! Sembra che qualcuno
abbia calpestato la tua lira preferita!» Schioccò la lingua in segno di
disapprovazione. «Credi che ti sia andata male? Io sono cresciuto come un
ostaggio nel palazzo di mio zio Tiberio. Hai idea di quanto fosse cattivo
quell’uomo? Mi svegliavo ogni giorno con la paura di venire assassinato, come
il resto della mia famiglia. Sono diventato un attore sopraffino. Qualunque cosa
Tiberio voleva che io fossi, io lo diventavo. E sono sopravvissuto. Ma tu? La tua
vita è stata felice dall’inizio alla fine. Non hai la fibra per essere un mortale.» Si
rivolse a Medea. «Molto bene, maga! Puoi selezionare la funzione purè sui tuoi
piccoli frullatori e uccidere i due prigionieri. Poi ci occuperemo di Apollo.»
Medea sorrise. «Molto volentieri!»
«Aspetta!» gridai, estraendo una freccia dalla faretra.
Le guardie dell’imperatore puntarono le lance, ma Caligola gridò: «FERMI!».
Io non cercai di estrarre il mio arco. Non attaccai Caligola. Girai invece la
freccia verso l’interno e mi appoggiai la punta contro il petto.
Il sorriso di Caligola svanì. Mi scrutò con un disprezzo malamente velato.
«Lester… che cosa stai facendo?»
«Lascia andare i miei amici» dissi. «Tutti. Poi potrai avere me.»
Gli occhi dell’imperatore scintillarono come quelli di una strige. «E se non lo
faccio?»
Radunai tutto il mio coraggio e lanciai una minaccia che non avevo mai
immaginato nei miei quattromila anni di vita precedenti. «Mi ucciderò!»
32

Non farmelo fare


Sono pazzo, lo faccio
Ahia, che male!

OH, NO, NON LO FARAI!» ronzò una voce nella mia testa.
Il mio nobile gesto fu rovinato quando mi resi conto che ancora una volta
avevo preso per sbaglio la Freccia di Dodona. Si scosse violentemente nella mia
mano, facendomi senza dubbio apparire ancora più terrorizzato di quanto già
fossi. Ciononostante, la tenni ben salda.
Caligola strinse gli occhi. «Non lo faresti mai. Non possiedi l’istinto del
sacrificio!»
«Lasciali andare.» Premetti la freccia contro la pelle, abbastanza forte da
sanguinare. «O non sarai mai il dio del sole!»
La freccia ronzò arrabbiata: «ORSÙ, UCCIDITI CON UN ALTRO
PROIETTILE, FURFANTE! NON SON CERTO UNA BANALE ARMA DA
OMICIDIO!».
«Ehi, Medea, se Apollo si uccide in questo modo, puoi fare lo stesso la tua
magia?» chiese Caligola.
«Lo sai che non posso» rispose la maga. «È un rituale complicato! Non
possiamo permettergli di uccidersi prima che io sia pronta.»
«Be’, è un po’ una seccatura.» Caligola sospirò. «Ascolta, Apollo, non puoi
aspettarti che questa cosa abbia un lieto fine. Io non sono Commodo. Non sto
giocando. Fai il bravo ragazzo e lascia che Medea ti uccida nel modo giusto. Poi
infliggerò una morte indolore agli altri. Questa è la mia offerta migliore.»
Conclusi che Caligola sarebbe stato un pessimo venditore di auto.
Accanto a me, Piper tremava stesa a terra, con i circuiti neurali probabilmente
sovraccaricati dal trauma. Crest si era avvolto nelle proprie orecchie. Jason
continuava a meditare nel vortice, anche se dubitavo che potesse raggiungere il
nirvana in quelle condizioni.
Meg gridava gesticolando verso di me: forse mi diceva di non fare lo scemo e
di mettere giù la freccia. Non mi dava soddisfazione il fatto che, una volta tanto,
non riuscivo a sentire i suoi ordini.
Le guardie dell’imperatore rimasero dove erano, con le lance in pugno.
Incitatus masticava l’avena come se fosse comodamente seduto al cinema.
«È l’ultima possibilità» disse Caligola.
Da qualche parte alle mie spalle, in cima alla rampa, una voce gridò: «Mio
signore!».
Caligola si girò a guardare. «Che c’è, Flanger? Sono un po’ occupato adesso.»
«N-notizie, mio signore!»
«Dopo.»
«Sire, riguardano l’attacco al Nord.»
Ebbi un moto di speranza. L’assalto a Nuova Roma avveniva quella sera. Non
avevo l’udito raffinato di un pandos, ma il tono isterico e urgente di Flanger era
inconfondibile. Non stava portando buone notizie all’imperatore.
L’espressione di Caligola si inasprì. «Vieni qui, allora. E non toccare
quell’idiota con la freccia.»
Il pandos di nome Flanger mi passò davanti strascicando i piedi e sussurrò
qualcosa all’orecchio dell’imperatore.
Anche se Caligola si considerava un attore sopraffino, non fu bravo a
nascondere il disgusto. «Che delusione!» Lanciò gli anelli di Meg a terra, come
se fossero sassi senza valore. «La tua spada, per favore, Flanger.»
«Io…» Flanger cercò a tentoni il khanda. «S-sì, signore.»
Caligola esaminò la lama dentellata e senza punta, poi la restituì al
proprietario conficcandola con brutalità nelle viscere del povero pandos. Flanger
si polverizzò urlando.
L’imperatore si girò verso di me. «Allora, dove eravamo rimasti?»
«All’attacco al Nord» risposi. «Non è andato molto bene?»
Fu stupido da parte mia stuzzicarlo, ma non riuscii a trattenermi. In quel
momento, non ero più razionale di Meg McCaffrey: volevo solo ferire Caligola,
ridurre in polvere tutto quello che possedeva.
L’imperatore ignorò la mia domanda. «Dovrò occuparmene di persona. E va
bene. Si potrebbe pensare che un campo di semidei romani obbedisca agli ordini
di un imperatore romano… ma, ahimè, non è così!»
«La Dodicesima Legione ha una lunga storia di supporto agli imperatori
buoni» dissi. «E di deposizione di quelli cattivi.»
L’occhio sinistro di Caligola ebbe un fremito. «Boost, dove sei finito?»
Sul lato sinistro, uno dei pandai che strigliava il cavallo lasciò cadere la
spazzola per lo spavento. «Sì, signore?»
«Prendi i tuoi uomini» ordinò Caligola. «Spargi la voce: rompiamo la
formazione e navighiamo verso nord. Abbiamo degli affari in sospeso nella Bay
Area.»
«Ma, sire…» Boost mi guardò, come per decidere se fossi una minaccia così
piccola da permettergli di lasciare l’imperatore senza guardie. «Sì, sire.»
Gli altri pandai se ne andarono strascicando i piedi, e Incitatus rimase senza
nessuno a reggergli il secchio d’oro con l’avena.
«Ehi, C.» disse lo stallone. «Non stai mettendo il carro davanti ai cavalli?
Davanti ai buoi, cioè. Prima che partiamo per la guerra, devi concludere la
faccenda con Lester.»
«Oh, lo farò» replicò l’imperatore. «Allora, Lester, sappiamo entrambi che tu
non…» Caligola si lanciò all’improvviso in avanti e tentò di strapparmi la
freccia.
L’avevo previsto. Prima che riuscisse a fermarmi, mi affondai abilmente la
freccia nel petto. Ah! Così Caligola avrebbe imparato a sottovalutarmi!
Cari lettori, occorre una bella forza di volontà per farsi del male da soli. E non
intendo una forza di volontà di quella buona, ma di quella stupida e incosciente a
cui non dovete mai fare appello, neanche nel tentativo di salvare i vostri amici.
Mentre mi infilzavo, rimasi scioccato dalla grande quantità di dolore che
sperimentai. Perché uccidersi dev’essere così doloroso?
Il midollo spinale si trasformò in lava. I polmoni mi si riempirono di sabbia
bagnata. La maglietta si impregnò di sangue, e io caddi in ginocchio ansimando,
stordito. Il mondo mi girava intorno come se l’intera sala del trono fosse
diventava una gigantesca prigione di ventus.
«SCELLERATO!» ronzò la Freccia di Dodona nella mia mente (e pure nel
mio petto ormai). «NON PUOI AVERMI INFILZATO QUI! OH,
DISGUSTOSA, MOSTRUOSA CARNE!»
Una parte lontana del mio cervello pensò che, essendo io a morire, non era
giusto che la freccia si lamentasse, ma non potevo parlare nemmeno se avessi
voluto.
Caligola si precipitò in avanti e afferrò l’asta della freccia.
«Fermo!» gli gridò Medea, attraversando di corsa la sala del trono e
inginocchiandosi accanto a me. «Estrarre la freccia potrebbe peggiorare la
situazione!»
«Si è pugnalato al petto» replicò Caligola. «Come può peggiorare?»
«Sciocco» borbottò Medea. Non capii se il commento fosse diretto a me o a
Caligola. «Non voglio che si dissangui.» Si tolse una borsa di seta nera dalla
cintura, tirò fuori una fiala di vetro e gettò la borsa a Caligola. «Tieni!» Stappò la
fiala e ne versò il contenuto sulla mia ferita.
«FREDDO!» si lamentò la Freccia di Dodona. «FREDDO! FREDDO!»
Personalmente, non sentii nulla. Il dolore lancinante era diventato un dolore
sordo, che mi pulsava per tutto il corpo. Ero piuttosto sicuro che fosse un brutto
segno.
Incitatus si avvicinò al trotto. «Wow! L’ha fatto davvero. Che asino!»
Medea esaminò la ferita. Imprecò nell’antico dialetto della Colchide,
chiamando in causa le vecchie relazioni amorose di mia madre. «Questo idiota
non sa neanche uccidersi come si deve» bofonchiò. «Sembra che, in qualche
modo, abbia mancato il cuore.»
«SONO STATA IO, STREGA!» cantilenò la freccia nella mia cassa toracica.
«CREDI CHE POTREI CONSENTIRE DI BUON GRADO DI FARMI
CONFICCARE NEL DISGUSTOSO CUORE DI LESTER? L’HO SCHIVATO
ANDANDO A ZIG ZAG!»
Presi mentalmente nota di ringraziare o spezzare la Freccia di Dodona più
tardi, a seconda di quello che avrebbe avuto più senso.
Medea schioccò le dita all’imperatore. «Passami la fiala rossa.»
Caligola si accigliò, non era abituato a fare da infermiere in sala operatoria.
«Non frugo mai nella borsetta di una donna. Soprattutto se è una maga.»
Lo presi come un chiaro segno di sanità mentale.
«Se vuoi essere il dio del sole, fallo!» ringhiò Medea.
Caligola trovò la fiala rossa.
Medea si ricoprì la mano destra con il contenuto appiccicoso dell’ampolla.
Con la sinistra, afferrò la Freccia di Dodona e me la sfilò dal petto.
Urlai. Mi si oscurò la vista. Fu come se mi avessero conficcato la punta di un
trapano nei pettorali. Quando tornai a vedere, trovai la ferita tappata da una
sostanza rossa e densa, simile alla ceralacca. Il dolore era tremendo,
insopportabile, ma respiravo di nuovo.
Se non fossi stato in quelle condizioni, avrei potuto sorridere di trionfo.
Avevo fatto affidamento sui poteri di guarigione di Medea. Era brava quasi
quanto mio figlio Asclepio, anche se con i pazienti non ci sapeva fare altrettanto
bene e le sue cure spesso comportavano l’uso di magia nera, ingredienti
disgustosi e lacrime di bambini.
Non mi ero aspettato, ovviamente, che Caligola lasciasse andare i miei amici.
Ma avevo sperato che, per la distrazione, Medea potesse perdere il controllo dei
venti. E così era accaduto.
Quel momento è rimasto impresso nella mia mente: Incitatus che mi scrutava
dall’alto in basso, con il muso macchiato di avena; la maga Medea che mi
esaminava la ferita, con le mani appiccicose di sangue e pomata magica;
Caligola che mi stava addosso, con gli splendidi pantaloni e le scarpe bianche
macchiate del mio sangue; e Piper e Crest sul pavimento, poco lontano,
dimenticati dai nostri carcerieri. Perfino Meg sembrava pietrificata dentro la
prigione vorticante, inorridita da quello che avevo fatto.
Quello fu l’ultimo istante prima che tutto andasse a rotoli, prima che la nostra
grande tragedia avesse inizio: quando Jason Grace allargò le braccia, e le gabbie
di vento esplosero.
33

Buone notizie?
No, anzi. Ti ho avvisato
Vattene, lettore

Un tornado può rovinarti la giornata.


Avevo visto il tipo di devastazione che Zeus era in grado di provocare quando
si era arrabbiato con il Kansas. Quindi non rimasi sorpreso quando i due spiriti
del vento pieni di schegge distrussero la Iulia Drusilla XII come motoseghe.
Saremmo dovuti morire tutti nell’attacco, ne sono certo. Ma Jason canalizzò
l’esplosione su, giù, di lato, in un’ondata bidimensionale che fece saltare le
pareti a babordo e tribordo, distrusse il soffitto facendoci piovere addosso
candelabri e spade d’oro e martellò il pavimento a mosaico fin nelle viscere della
nave. Lo yacht cigolò e si scosse: metallo, legno e vetroresina si schiantarono
come ossa nelle fauci di un mostro.
Incitatus e Caligola incespicavano in una direzione, Medea nell’altra.
Nessuno di loro si fece neppure un graffio. Meg McCaffrey purtroppo si trovava
alla sinistra di Jason: quando i venti esplosero, volò dentro uno squarcio che si
era appena creato nella parete e scomparve nell’oscurità.
Cercai di urlare. Ma credo che mi sia uscito più un rantolo della morte. Con
l’esplosione che mi fischiava nelle orecchie, non ne ero sicuro.
Riuscivo a malapena a muovermi. Non avrei mai potuto seguire la mia
giovane amica. Mi scrutai intorno disperato e fissai lo sguardo su Crest.
Gli occhi del giovane pandos erano così sgranati da essere diventati grandi
quasi quanto le sue orecchie. Una spada d’oro era caduta dal soffitto andando a
infilarsi nel pavimento fra le sue gambe.
«Salva Meg, e ti insegnerò a suonare qualsiasi strumento desideri» gracidai.
Non sapevo se avrebbe potuto udirmi, anche se era un pandos, ma Crest a
quanto pare mi sentì. La sua espressione cambiò, passando dallo shock alla più
sconsiderata determinazione. Il pandos si arrampicò lungo il pavimento
inclinato, distese le orecchie e si tuffò nello squarcio.
La frattura nel pavimento cominciò ad allargarsi, separandoci da Jason.
Cascate alte tre metri si riversarono all’interno dallo scafo danneggiato fino a
babordo e tribordo, lavando i pavimenti con acqua scura e rottami e andando a
rovesciarsi nella voragine che si allargava al centro della sala. In basso, i
macchinari rotti emettevano vapore. Le fiamme brillavano fiocamente mentre
l’acqua salmastra riempiva la stiva. In alto, ai bordi del soffitto crollato,
apparvero i pandai che urlarono e sguainarono le armi finché il cielo non si
illuminò e spirali di folgore non li ridussero in polvere.
Jason uscì dal fumo dalla parte opposta della sala del trono, impugnando il
gladio.
«Sei uno dei mocciosi del Campo Giove, vero?» ringhiò Caligola.
«Sono Jason Grace, ex pretore della Dodicesima Legione, figlio di Giove,
figlio di Roma. Ma appartengo a entrambi i campi.»
«Bene. Ti ritengo responsabile del tradimento del Campo Giove stasera»
disse Caligola. «Incitatus!» Afferrò una lancia d’oro che rotolava lungo il
pavimento. Saltò in groppa allo stallone, si lanciò verso il baratro e lo superò con
un balzo.
Jason si spostò per evitare di finire calpestato.
Da qualche parte alla mia sinistra giunse un ringhio pieno di rabbia. Piper
McLean si era alzata. La parte inferiore della sua faccia era un incubo: il labbro
superiore era gonfio e spaccato, la mandibola era storta e un rivolo di sangue le
scendeva dalla bocca.
Piper si lanciò contro Medea, che si girò appena in tempo per beccarsi un
pugno sul naso. La maga inciampò e cominciò ad agitare le braccia come una
girandola mentre Piper la spingeva nel baratro. Medea scomparve nella zuppa
ribollente di carburante e acqua salmastra infuocata.
Piper urlò a Jason. Forse avrebbe voluto dirgli: “FORZA!”. Ma l’unica cosa
che le venne fuori fu un grido gutturale.
Jason stava schivando l’assalto di Incitatus, respingendo con il gladio la
lancia di Caligola, ma era lento nei movimenti. Potevo solo immaginare quanta
energia avesse speso per controllare i venti e la folgore.
«Andatevene di qui!» ci gridò. «Andate via!» Una freccia gli spuntò dalla
coscia sinistra. Jason grugnì e inciampò.
Sopra di noi si erano radunati altri pandai, nonostante la minaccia dei
temporali.
Piper lanciò un grido di avvertimento mentre Caligola andava di nuovo alla
carica.
Jason riuscì appena a rotolare via. Fece come per afferrare qualcosa nell’aria,
e una raffica di vento lo sollevò in alto. All’improvviso era seduto cavalcioni su
quattro nuvole simili a zampe e una criniera crepitante di fulmini: era Tempesta,
il suo destriero, uno spirito del vento. Si lanciò su Caligola, gladio contro lancia.
Un’altra freccia lo colpì su un braccio.
«Te l’ho detto, non è un gioco!» urlò Caligola. «Non te ne andrai vivo da
qui!»
In basso, un’esplosione scosse la nave. La sala si spaccò ancora di più. Piper
vacillò, cosa che probabilmente le salvò la vita, dal momento che tre frecce
colpirono il punto esatto dove si trovava un attimo prima.
In qualche modo, riuscì a tirarmi su in piedi. Stavo stringendo la freccia di
Dodona, anche se non mi ricordavo di averla presa in mano. Non vidi Crest, né
Meg e neppure Medea. Una freccia mi spuntava da una scarpa. Soffrivo già così
tanto che non capii se mi avesse trafitto il piede o meno.
Piper mi strattonò per un braccio e indicò Jason, dicendo qualcosa: le sue
parole erano pressanti ma incomprensibili.
Avrei voluto aiutarlo, ma cosa potevo fare? Mi ero appena pugnalato al petto.
Ero sicuro che, se avessi starnutito troppo forte, avrei spostato il tappo rosso
inserito nella mia ferita e sarei morto dissanguato. Non potevo estrarre l’arco né
suonare l’ukulele. Nel frattempo, sul profilo del tetto sopra di noi apparvero
sempre più pandai, ansiosi di aiutarmi a compiere un freccicidio.
Piper non era messa meglio. Il fatto che fosse in piedi era un miracolo, il tipo
di miracolo che ti si ritorce contro per ucciderti al primo calo di adrenalina.
Ma come potevamo andarcene?
Guardai inorridito Jason e Caligola che combattevano. Il figlio di Giove
sanguinava dalle frecce conficcate su entrambe le braccia, eppure in qualche
modo era ancora capace di brandire il gladio. C’era troppo poco spazio per due
uomini a cavallo, ma giravano l’uno intorno all’altro, colpendosi a vicenda.
Incitatus scalciava contro Tempesta con gli zoccoli anteriori rivestiti d’oro. Il
ventus reagiva con scoppi di elettricità che bruciavano i fianchi bianchi dello
stallone.
Mentre il semidio e l’imperatore si lanciavano l’uno contro l’altro, Jason
incrociò il mio sguardo. E compresi il suo piano con perfetta chiarezza. Come
me, Jason aveva deciso che Piper McLean non sarebbe morta quella notte. Per
qualche ragione, aveva deciso che dovevo vivere anch’io.
Gridò: «VATTENE! E ricordatelo!».
Rimasi imbambolato, senza parole. Jason mi guardò una frazione di secondo
di troppo, forse per assicurarsi che la sua ultima parola fosse stata recepita: si
riferiva alla promessa che mi aveva estorto un milione di volte quella mattina,
nella camera del suo dormitorio a Pasadena.
Mentre Jason era di spalle, Caligola fece una giravolta. Scagliò la lancia,
conficcandola fra le scapole di Jason. Piper urlò.
Jason si irrigidì, gli occhi azzurri sgranati per lo shock. Si accasciò, cingendo
le braccia intorno al collo di Tempesta e mosse le labbra, come se stesse
sussurrando qualcosa al destriero.
“Portatelo via!” pregai, sapendo che nessun dio mi avrebbe ascoltato. “Per
favore, lasciate solo che Tempesta lo porti al sicuro!”
Jason cadde dal destriero, colpendo il ponte a faccia in giù, con la lancia
ancora conficcata nella schiena e il gladio che gli cadeva di mano sferragliando.
Incitatus trotterellò dal semidio. Intorno a noi continuavano a piovere frecce.
Dall’altra parte del baratro, Caligola mi fissò con lo stesso cipiglio contrariato
che aveva sempre mio padre prima di infliggermi una delle sue punizioni, della
serie: “E adesso guarda cosa mi hai costretto a fare”. «Ti avevo avvisato» disse.
Poi lanciò un’occhiata ai pandai in alto. «Lasciate vivo Apollo. Lui non è una
minaccia. Ma uccidete la ragazza.»
Piper urlò, vibrando di rabbia impotente. Mi misi davanti a lei in attesa della
morte, domandandomi con freddo distacco dove la prima freccia avrebbe potuto
colpire. Osservai Caligola che estraeva la lancia e la conficcava di nuovo nella
schiena di Jason, togliendoci ogni speranza che il nostro amico potesse essere
ancora vivo.
Mentre i pandai tendevano gli archi e prendevano la mira, l’aria crepitò,
carica di ozono. I venti vorticarono intorno a noi. All’improvviso io e Piper
fummo portati via dalla carcassa in fiamme della Iulia Drusilla XII in groppa a
Tempesta: il ventus eseguiva gli ultimi ordini di Jason per portarci in salvo, che
ci piacesse o meno.
Mentre sfrecciavamo sopra il porto di Santa Barbara, singhiozzai disperato. Il
suono delle esplosioni rimbombava ancora alle nostre spalle.
34

Guai in mare
Eufemismo per dire
Serata tremenda

Per qualche ora, la mente mi abbandonò.


Non ricordo Tempesta che ci lasciava sulla spiaggia, anche se deve averlo
fatto. Ricordo alcuni attimi in cui Piper mi urlava qualcosa o se ne stava seduta
in mezzo alla spuma dei frangenti a tremare e singhiozzare senza lacrime o
afferrava inutilmente manciate di sabbia bagnata e le gettava contro le onde.
Diverse volte, allontanò in modo brusco l’ambrosia e il nettare che cercavo di
darle.
Ricordo di avere camminato lentamente sulla lingua sottile di spiaggia, a
piedi nudi, con la camicia zuppa di acqua salmastra. Il tappo di sostanza
medicamentosa mi pulsava nel torace, facendo stillare un po’ di sangue ogni
tanto.
Non eravamo più a Santa Barbara. Non c’era nessun porto, nessuna fila di
megayacht, solo l’oscuro Oceano Pacifico che si stendeva davanti a noi. Alle
nostre spalle incombeva una scogliera scura. Una scala di gradini di legno saliva
a zigzag verso le luci di una casa.
C’era anche Meg McCaffrey.
Un attimo… Quando era arrivata?
Meg era perfettamente asciutta, con i vestiti a brandelli; il viso e le braccia
erano una zona di guerra piena di lividi e di tagli. Era seduta accanto a Piper e
condivideva con lei l’ambrosia. Dedussi che la mia ambrosia non era abbastanza
buona. Crest era accovacciato poco lontano alla base della scogliera e mi
guardava arrabbiato, come se aspettasse l’inizio della prima lezione di musica. Il
pandos doveva aver fatto quello che gli avevo chiesto. In un modo o nell’altro,
aveva trovato Meg, l’aveva tirata fuori dal mare e l’aveva trasportata lì…
ovunque fosse lì.
La cosa che ricordo più chiaramente è Piper che diceva: «Non è morto».
Lo ripeté all’infinito, non appena riuscì a parlare, quando il nettare e
l’ambrosia le lenirono il gonfiore intorno alla bocca. Aveva ancora un aspetto
terribile. Il labbro superiore andava ricucito; le sarebbe rimasta sicuramente una
cicatrice. La mandibola, il mento e il labbro inferiore erano un unico gigantesco
livido color melanzana. Immaginai che il conto del dentista sarebbe stato bello
salato. Eppure continuava a ripetere quelle parole con una determinazione
inamovibile. «Non è morto.»
Meg le cingeva le spalle. «Chissà. Lo scopriremo. Devi riposare e guarire,
adesso.»
Fissai con aria incredula la mia giovane padrona. «Chissà? Meg, non hai
visto com’è andata! Lui… Jason… la lancia…»
Meg mi fulminò con lo sguardo. Non mi disse: “Chiudi il becco”, ma lo sentii
forte e chiaro. Sulle sue mani scintillavano gli anelli d’oro, anche se non capivo
come avesse fatto a recuperarli. Forse, come tante armi magiche, tornavano in
automatico al loro proprietario quando andavano perse. Sarebbe stato tipico di
Nerone dare alla sua figliastra un regalo così appiccicoso.
«Tempesta troverà Jason» insistette Meg. «Dobbiamo solo aspettare.»
Tempesta… giusto. Dopo che il ventus ci aveva trasportati lì, avevo un vago
ricordo di Piper che lo assillava con parole e gesti garbati ordinandogli di tornare
agli yacht a cercare Jason. Tempesta era corso via sulla superficie del mare come
un’elettrica tromba marina.
In quel momento, guardando l’orizzonte, mi domandai se potevo osare di
sperare nell’arrivo di buone notizie.
I ricordi di quello che era accaduto sulla nave mi riaffioravano alla mente e si
univano a formare un affresco più orribile di qualsiasi cosa fosse dipinta sulle
pareti di Caligola.
L’imperatore mi aveva avvisato: “Non è un gioco”. Caligola non
assomigliava affatto a Commodo. Per quanto amasse la teatralità, lui non
avrebbe mai mandato all’aria un’esecuzione aggiungendo effetti speciali, struzzi,
palloni da basket, gare automobilistiche e musica a tutto volume. Caligola non
faceva finta di uccidere. Uccideva.
«Non è morto.» Piper ripeteva quel mantra, come se stesse tentando di usare
la lingua ammaliatrice su di sé oltre che su di noi. «Ne ha passate troppe per
morire adesso, in questo modo.»
Volevo tanto crederle.
Purtroppo ero stato testimone di migliaia di morti. Poche avevano qualche
significato. La maggior parte di quelle morti era prematura, inattesa, poco
dignitosa e almeno un po’ imbarazzante. Le persone che meritano di morire ci
mettono una vita a farlo. Quelle che meritano di vivere se ne vanno sempre
troppo presto.
Cadere in battaglia contro un imperatore malvagio per salvare i propri
amici… sembrava una morte perfino troppo plausibile per un eroe come Jason
Grace. Jason mi aveva raccontato quello che la Sibilla Eritrea aveva detto. Se
non gli avessi chiesto di venire con noi…
“Non prenderti la colpa” disse l’Apollo Egoista. “È stata una sua scelta.”
“Era la mia impresa!” ribatté l’Apollo Preda-dei-sensi-di-colpa. “Se non fosse
stato per me, Jason sarebbe rimasto al sicuro nella sua camera al dormitorio a
disegnare nuovi santuari per oscure divinità minori! Piper McLean sarebbe illesa
e, insieme al padre, sarebbe impegnata con i preparativi per la nuova vita in
Oklahoma.”
L’Apollo Egoista non trovò niente da ribattere, o lo tenne egoisticamente per
sé.
Potevo solo guardare il mare e aspettare, sperando che Jason Grace emergesse
dall’oscurità sano e salvo.
Alla fine l’odore di ozono crepitò nell’aria. La folgore lampeggiò sulla
superficie dell’acqua. Tempesta si precipitò sulla spiaggia, con una sagoma
oscura in groppa, a mo’ di bisaccia. Si inginocchiò e rovesciò delicatamente
Jason sulla sabbia.
Piper gridò e corse al suo fianco. Meg la seguì. La cosa più orribile fu la
fugace espressione di sollievo sulle loro facce, prima che andassero a pezzi.
La pelle di Jason era del colore di una pergamena bianca chiazzata di
fanghiglia, sabbia e schiuma. Il mare aveva lavato via il sangue, ma la camicia
della divisa di scuola era tinta di porpora come una fascia da senatore. Frecce gli
spuntavano dalle braccia e dalle gambe. La mano destra era immobilizzata in un
gesto eloquente, come se ci stesse ancora dicendo di andare via. L’espressione
del suo viso non era né sofferente né spaventata. Sembrava in pace, come se
fosse riuscito a addormentarsi dopo una giornata faticosa. Non volevo svegliarlo.
Singhiozzando, Piper lo scosse e gridò: «JASON!». La sua voce riecheggiò
dalle scogliere.
Meg aveva la faccia contratta in un’espressione dura. Si accovacciò, alzò gli
occhi verso di me e disse: «Guariscilo!».
La forza del suo ordine mi sospinse in avanti, facendomi inginocchiare
accanto a Jason. Posai una mano sulla sua fronte fredda, cosa che confermò
semplicemente quanto era ovvio. «Meg, non posso guarire dalla morte. Magari
potessi.»
«C’è sempre un modo» protestò Piper. «La cura del medico! Leo l’ha presa!»
Scossi la testa. «Leo aveva la cura pronta nel momento in cui è morto»
replicai gentilmente. «Aveva attraversato tante difficoltà per recuperare gli
ingredienti. E, perfino così, ha avuto bisogno di Asclepio per prepararla. Non
funzionerebbe qui, non per Jason. Mi dispiace tanto, Piper. È troppo tardi.»
«No» insistette lei. «I Cherokee hanno sempre insegnato che…» Trasse un
respiro tremante, come se si facesse forza per sopportare il dolore che avrebbe
sentito parlando a lungo. «All’epoca in cui l’uomo cominciò a distruggere la
natura, gli animali conclusero che era una minaccia. Giurarono tutti di reagire.
Ogni animale aveva un modo diverso di uccidere gli umani. Ma le piante…
erano gentili e compassionevoli. Giurarono l’opposto: che ciascuna di loro
avrebbe trovato un proprio modo per proteggere le persone. Così, c’è una cura
vegetale per tutto, per qualunque malattia, veleno o ferita. Una qualche pianta
deve avere la cura. Devi solo sapere quale!»
Feci una smorfia. «Piper, è una storia piena di saggezza. Ma anche se fossi
ancora un dio, non potrei proporti un rimedio per riportare indietro i morti. Se
esistesse una cosa del genere, Ade non ne permetterebbe mai l’uso.»
«Le Porte della Morte, allora» disse Piper. «Medea è tornata così! Perché
Jason no? C’è sempre un modo per ingannare il sistema! Aiutami!»
La lingua ammaliatrice mi travolse con la potenza di un ordine di Meg. Poi
guardai l’espressione pacifica di Jason. «Piper, tu e Jason avete combattuto per
chiudere le Porte della Morte» replicai. «Perché sapevate che non è giusto lasciar
tornare i morti nel mondo dei vivi. Jason Grace mi è sembrato molte cose, ma
non uno che barava. Pensi che vorrebbe che tu lacerassi il cielo e la terra e gli
Inferi per riportarlo indietro?»
Gli occhi di Piper dardeggiarono di rabbia. «A te non importa, perché sei un
dio. Tornerai sull’Olimpo quando avrai liberato gli Oracoli, per cui che
differenza fa? Ci stai usando per ottenere quello che vuoi, come tutti gli altri
dei!»
«Ehi, questo non è d’aiuto» le disse Meg, in tono gentile ma deciso.
Piper premette una mano sul petto di Jason. «Per che cosa è morto, Apollo?
Per un paio di scarpe?»
Per poco un soprassalto di panico non mi fece saltare il tappo sul torace. Mi
ero completamente dimenticato delle scarpe. Tolsi la faretra dalla schiena e la
rigirai, scuotendo fuori le frecce.
I sandali di Caligola caddero sulla spiaggia.
«Ecco qui.» Li raccolsi, con mani tremanti. «Almeno… almeno questi li
abbiamo recuperati.»
Piper si lasciò sfuggire un singulto strozzato. Accarezzò i capelli di Jason.
«Sì, sì, fantastico. Adesso puoi andare dal tuo Oracolo. L’Oracolo che lo ha fatto
UCCIDERE!»
Alle mie spalle, a metà strada fra noi e la scogliera, la voce di un uomo gridò:
«Piper?».
Tempesta volò via, dileguandosi in vento e gocce di pioggia.
Dalle scale lungo la scogliera, con indosso un paio di pantaloni da pigiama a
scacchi e una maglietta bianca, scendeva a rotta di collo Tristan McLean.
“Certo” mi dissi. Tempesta ci aveva portato alla casa dei McLean, a Malibù.
In qualche modo, sapeva come arrivare qui. Il padre di Piper doveva aver sentito
le grida della figlia dalla sommità della scogliera.
Tristan McLean corse verso di noi, con le infradito che sbattevano contro la
pianta dei piedi, la sabbia che schizzava intorno al risvolto dei pantaloni, la
maglietta che si increspava al vento. I capelli scarmigliati gli ricadevano sugli
occhi, senza però nascondere il suo sguardo preoccupato. «Piper, ti stavo
aspettando!» gridò. «Ero sulla terrazza e…» Si bloccò, vedendo per prima cosa
la faccia malconcia della figlia e poi il corpo che giaceva sulla sabbia. «Oh no,
no.» Si precipitò da Piper. «Che… che cosa…? Chi…?» Dopo essersi assicurato
che la figlia non era a rischio di morte imminente, Tristan McLean si inginocchiò
accanto a Jason e mise una mano sul collo del ragazzo per controllare il battito
del cuore. Gli appoggiò un orecchio sulla bocca per sentire se respirava ancora.
Ovviamente, esito negativo in entrambi i casi.
Tristan McLean ci guardò sgomento. Reagì a scoppio ritardato quando notò
Crest accovacciato nelle vicinanze con le enormi orecchie bianche distese
intorno a sé.
Quasi percepivo la Foschia che vorticava intorno a Tristan McLean, mentre
l’uomo cercava di decifrare quello che vedeva e di inserirlo in un contesto che la
sua mente mortale potesse comprendere.
«Un incidente in mare facendo surf?» si azzardò a chiedere. «Oh, Piper, lo sai
che quegli scogli sono pericolosi. Perché non mi hai detto…? Come ha fat…?
Lascia perdere.» Con mani tremanti, tirò fuori il cellulare dalla tasca del pigiama
e telefonò al 911.
Il cellulare gemette e sibilò.
«Il mio telefono non… Io… io non capisco.»
Piper si mise a singhiozzare a dirotto, rannicchiandosi sul torace del padre.
In quel momento Tristan McLean avrebbe dovuto crollare una volta per tutte.
La sua vita era a pezzi. Aveva perso tutto quello per cui aveva lavorato. E stava
guardando la figlia ferita e il suo ex fidanzato morto sulla spiaggia della tenuta
che gli avevano pignorato: una situazione che avrebbe fatto perdere la salute
mentale a chiunque. Caligola avrebbe avuto un altro motivo per celebrare una
bella serata di sadismo.
Invece la resilienza umana mi sorprese ancora una volta. L’espressione di
McLean si fece dura come l’acciaio. Ritrovò la concentrazione. Doveva aver
capito che sua figlia aveva bisogno di lui e che non poteva permettersi di
indulgere nell’autocommiserazione. Gli era rimasto un importante ruolo da
interpretare: il ruolo di padre.
«Okay, piccola» disse, cullando la testa di Piper. «Okay, noi… noi troveremo
insieme una soluzione. Ce la faremo.» Si girò e indicò Crest. «Tu.»
Crest soffiò come un gatto.
Tristan McLean sbatté le palpebre, resettando a fatica la mente. Indicò me.
«Tu. Porta gli altri su alla casa. Io rimango con Piper. Usa il telefono fisso in
cucina. Chiama il 911. Di’…» Guardò il corpo senza vita di Jason. «Di’ loro di
venire subito.»
Piper si voltò a guardarmi, con gli occhi gonfi e rossi. «E non tornare, Apollo.
Mi hai sentito? Vattene!»
«Piper» disse suo padre. «Non è colpa…»
«VATTENE!» mi urlò Piper.
Mentre ci incamminavamo sui gradini traballanti, non avrei saputo dire cosa
fosse più pesante: il mio corpo sfinito o il macigno di dolore e senso di colpa che
mi si era piazzato nel petto. Per tutto il tragitto verso la casa, udii i singhiozzi di
Piper che riecheggiavano sulle scogliere scure.
35

Un ukulele
A un pandos? Poi però
Gli dai lezioni

Le cose andarono semplicemente di male in peggio.


Né Meg né io riuscimmo a far funzionare il telefono fisso. La maledizione
che aveva colpito l’uso delle comunicazioni semidivine, qualunque essa fosse, ci
impedì di trovare la linea libera.
Per la disperazione, chiesi a Crest di provare. A lui, il telefono funzionava. Lo
presi come un affronto personale.
Gli dissi di digitare il 911. Dopo diversi tentativi falliti, mi venne in mente
che cercava di comporlo in cifre romane, con le letterine sui tasti: IX-I-I. Gli
mostrai come farlo correttamente.
«Sì» disse all’operatore. «C’è un cadavere umano sulla spiaggia. Ha bisogno
di aiuto… L’indirizzo?»
«Oro del Mar dodici» dissi.
Crest glielo ripeté. «Esatto… Chi sono io?» Il pandos sibilò e riattaccò.
Sembrava la nostra imbeccata per andarcene.
Una grana dietro l’altra: la Ford Pinto gialla di Gleeson Hedge era ancora
parcheggiata davanti a casa McLean. Visto che non avevamo alternative, fui
costretto a guidare io per riportarla a Palm Springs. Mi sentivo ancora uno
schifo, ma il sigillante magico che Medea aveva utilizzato sul mio petto
sembrava che mi stesse guarendo, in modo lento e doloroso, come un esercito di
spiritelli armati di sparapunti che sgambettavano sulla mia cassa toracica.
Meg era seduta davanti e il suo odore di sudore affumicato, vestiti bagnati e
mele bruciate riempiva l’abitacolo. Crest era seduto dietro con il mio ukulele da
combattimento e cercava di strimpellare, anche se non gli avevo insegnato
ancora nessun accordo. Come previsto, la tastiera era troppo piccola per le sue
mani a otto dita. Ogni volta che suonava una brutta combinazione di note (cioè
ogni volta che suonava), sibilava contro lo strumento, come se, intimidendolo,
potesse costringerlo a cooperare.
Guidai in uno stato di stordimento. Più ci allontanavamo da Malibù, più mi
ritrovavo a pensare: “No, non è successo. Dev’essere stato un brutto sogno. Non
ho assistito alla morte di Jason Grace. Non ho lasciato Piper McLean a
singhiozzare sulla spiaggia. Non avrei mai permesso che accadesse una cosa del
genere. Sono una brava persona, io!”.
Ma non credetti alle mie parole.
Anzi, ero proprio il tipo di persona che si meritava di guidare una Pinto gialla
nel cuore della notte in compagnia di una ragazzina burbera e malconcia e di un
pandos sibilante in fissa con l’ukulele.
Non avevo neanche capito bene perché stessimo tornando a Palm Springs. A
cosa sarebbe servito?
Sì, Grover e gli altri nostri amici ci aspettavano, ma non avevamo niente da
dare loro tranne delle cattive notizie e un paio di vecchi sandali. La nostra meta
era nel centro di Los Angeles: l’ingresso del Labirinto di fuoco. Per assicurarci
che Jason Grace non fosse morto invano, dovevamo andare dritti là per cercare
la Sibilla e liberarla dalla sua prigione.
Ah, ma chi stavo prendendo in giro? Non ero nelle condizioni di fare niente, e
Meg non era messa molto meglio. Il massimo che potevo sperare era di arrivare
a Palm Springs senza addormentarmi al volante. Poi mi sarei potuto rannicchiare
in fondo alla Cisterna e sprofondare nel sonno, sfinito dal pianto.
Meg appoggiò i piedi sul cruscotto. I suoi occhiali si erano spezzati in due,
ma lei continuava a metterli come un paio di occhialini da aviatore storti. «Dalle
tempo» mi disse. «È arrabbiata.»
Per un attimo mi domandai se Meg stesse parlando di se stessa in terza
persona: ci mancava solo questa. Poi mi resi conto che si riferiva a Piper
McLean. A modo suo, Meg stava cercando di consolarmi. Le terribili meraviglie
della giornata non erano ancora finite.
Annuii. «Lo so.»
«Hai cercato di ucciderti» notò Meg.
«Ho… ho pensato che avrebbe… distratto Medea. È stato un errore. È tutta
colpa mia.»
«No. Capisco.»
Meg McCaffrey mi stava forse perdonando? Soffocai un singhiozzo.
«Jason ha fatto una scelta» continuò. «Come te. Gli eroi devono essere pronti
a sacrificarsi.»
Mi sentii smarrito, e non solo perché Meg aveva pronunciato una frase così
lunga. Non mi piaceva la sua definizione di eroismo. Avevo sempre pensato a un
eroe come a qualcuno che se ne sta su un carro da parata, saluta la folla, lancia
caramelle e si crogiola nell’adorazione della gente comune. Ma sacrificare se
stessi? No. Quello non era uno dei punti sulla lista della brochure per il
reclutamento degli eroi.
E poi, sembrava che Meg definisse anche me un eroe, mettendomi nella stessa
categoria di Jason Grace. Non mi sembrava giusto. Ero molto meglio come dio
che come eroe. Quello che avevo detto a Piper sull’irrevocabilità della morte era
vero. Jason non sarebbe tornato. Se fossi morto come Lester Papadopoulos, non
avrei avuto neanch’io una seconda possibilità. Non avrei mai potuto affrontare
una simile prospettiva con la stessa calma di Jason. Mi ero pugnalato al petto
aspettandomi che Medea mi guarisse, anche se solo per scorticarmi vivo pochi
minuti dopo. Ero un codardo.
Meg intanto si stuzzicava un callo sulle mani. «Avevi ragione tu. Su Caligola.
Su Nerone. Sul perché ero così arrabbiata.»
Le lanciai uno sguardo. Aveva il viso teso per la concentrazione. Aveva
pronunciato i nomi degli imperatori con uno strano distacco, come se stesse
esaminando alcuni campioni di virus letali dall’altro lato di una parete di vetro.
«E come ti senti adesso?» chiesi.
Meg scrollò le spalle. «Uguale. Diversa. Non lo so. Hai presente quando si
tagliano le radici a una pianta? Ecco come mi sento. È difficile.»
Compresi appieno i commenti confusi di Meg, il che non era un buon segno
per la mia salute mentale. Ripensai a Delo, l’isola in cui ero nato, che aveva
fluttuato sul mare senza radici finché mia madre, Leto, non ci si era stabilita per
partorire me e mia sorella.
Era difficile immaginare il mondo prima della mia nascita, immaginare Delo
come un luogo alla deriva. La mia casa aveva letteralmente messo radici grazie
alla mia esistenza. Non avevo mai avuto dubbi sulla mia identità, né su quella
dei miei genitori, né tantomeno sul luogo da cui provenivo.
La Delo di Meg non aveva mai smesso di vagare. Potevo biasimarla se era
arrabbiata?
«La tua è una famiglia antica» osservai. «La discendenza da Plemneo ti dà un
lignaggio di cui essere orgogliosa. Tuo padre faceva un lavoro importante ad
Aeithales. Le nate dal sangue, le mogli d’argento… qualunque cosa siano quei
semi che hai piantato, hanno terrorizzato Caligola.»
Meg aveva così tanti nuovi tagli sulla faccia che era difficile capire se fosse
corrucciata o meno. «E se non riuscissi a far crescere quei semi?» chiese.
Non azzardai una risposta. Non ce la facevo a gestire altri pensieri
fallimentari quella sera.
Crest fece capolino tra i due sedili anteriori. «Adesso puoi farmi vedere un do
minore sesta tritono?»

La nostra rimpatriata a Palm Springs non fu un momento di gioia.


Già dalle condizioni in cui eravamo, le driadi in servizio intuirono che
portavamo cattive notizie. Erano le due del mattino, ma radunarono l’intera
popolazione delle serre nella Cisterna, insieme a Grover, Hedge, Mellie e Baby
Chuck.
Quando vide Crest, Giosuè si accigliò. «Perché hai portato questa creatura in
mezzo a noi?»
«Ma soprattutto, dove sono Piper e Jason?» chiese Grover. Poi incrociò il mio
sguardo, e la sua compostezza crollò come un castello di carte. «Oh no. No.»
Gli raccontammo la nostra storia. O meglio, gliela raccontai io. Meg era
seduta sul bordo del laghetto e fissava l’acqua, desolata. Crest si trascinò in una
delle nicchie e si avvolse le orecchie intorno al corpo come una coperta, cullando
il mio ukulele nello stesso modo in cui Mellie cullava Baby Chuck.
La voce mi si incrinò diverse volte mentre descrivevo l’ultima battaglia di
Jason. La sua morte alla fine diventò reale. Rinunciai a ogni speranza di
svegliarmi da quell’incubo.
Mi aspettavo che Gleeson Hedge esplodesse, che cominciasse a brandire la
mazza contro tutto e tutti. Ma, come Tristan McLean, anche lui mi sorprese.
Rimase tranquillo e pacato. «Ero io il protettore di quel ragazzo» disse. «Avrei
dovuto essere là.» Grover tentò di consolarlo, ma Hedge sollevò una mano. «No.
Non farlo.» Si girò verso Mellie. «Piper avrà bisogno di noi.»
La ninfa delle nubi si asciugò una lacrima. «Sì. Certo.»
Aloe Vera si torse le mani. «Devo venire anch’io? Forse posso fare
qualcosa?» Mi guardò con aria dubbiosa. «Hai provato l’aloe vera su questo
ragazzo?»
«Temo che sia davvero morto, perfino al di là dei poteri dell’aloe» risposi.
Lei non ne sembrava convinta, ma Mellie le strinse una spalla. «Tu servi qui,
Aloe. Guarisci Apollo e Meg. Gleeson, prendi la borsa dei pannolini. Ci vediamo
alla macchina.» Tenendo Baby Chuck in braccio, Mellie fluttuò verso l’alto e
uscì dalla Cisterna.
Hedge schioccò le dita verso di me. «Le chiavi della Pinto.»
Gliele lanciai. «Per favore, non fate niente di avventato. Caligola è… Non
potete…»
Hedge mi gelò con un’occhiata fredda. «Io devo occuparmi di Piper. È questa
la mia priorità. Lascio le cose avventate ad altri.»
Udii un tono amaro di accusa nella sua voce. Detto da lui mi sembrò una
profonda ingiustizia, ma non ebbi il coraggio di protestare.
Dopo la partenza della famiglia Hedge, Aloe Vera si occupò di noi e ci
spalmò la sua sostanza appiccicosa sulle ferite. Schioccò la lingua in segno di
disapprovazione davanti al tappo che avevo sul petto e lo sostituì con una bella
punta verde presa dai suoi capelli.
Le altre driadi non avevano idea di cosa fare o dire. Rimasero intorno al
laghetto ad aspettare e a riflettere. Supposi che, in quanto piante, fossero a loro
agio con i lunghi silenzi.
Grover Underwood si sedette pesantemente accanto a Meg. Mosse le dita
sopra i fori del flauto di canne. «Perdere un semidio…» Scosse la testa. «È la
cosa peggiore che possa capitare a un protettore. Anni fa, quando pensavo di
aver perso Talia Grace…» Si fermò, accasciandosi sotto il peso della
disperazione. «Oh, Talia. Quando lo verrà a sapere…»
Non pensavo di potermi sentire ancora peggio, ma davanti a quella
prospettiva avvertii altre lame di rasoio circolare sul mio petto. Talia Grace mi
aveva salvato la vita a Indianapolis. La sua furia in battaglia eguagliava solo la
tenerezza con cui parlava del fratello. Sentivo di dover essere io a darle la
notizia. D’altro canto, non volevo trovarmi nello stesso Stato in cui era lei
quando fosse venuta a saperlo.
Guardai i miei compagni, abbattuti. Ricordai le parole della Sibilla nel sogno:
“Forse ti sembrerà che non ne valga la pena. Io stessa ho i miei dubbi. Ma devi
venire. Devi tenerli uniti nel dolore”. Ormai capivo. Avrei preferito di no. Come
potevo tenere insieme un’intera Cisterna piena di driadi spinose se non riuscivo a
tenere insieme neanche me stesso?
Nonostante questo, sollevai l’antico paio di caligae che avevamo recuperato
dagli yacht. «Almeno queste ce le abbiamo. Jason ha dato la vita per noi, perché
avessimo una possibilità di fermare il piano di Caligola. Domani, indosserò
queste scarpe nel Labirinto di fuoco. Troverò un modo di liberare l’Oracolo e
fermare gli incendi di Helios.»
Mi sembrò un bel discorsetto di incoraggiamento, progettato per restituire
fiducia e rassicurare i miei amici. Tralasciai il fatto che non avevo la minima
idea di come portarlo a compimento.
India rizzò gli aculei, cosa che faceva con abilità sopraffina. «Non sei
assolutamente nelle condizioni di fare nulla. E poi, Caligola saprà quello che stai
progettando. Questa volta sarà là ad aspettarti.»
«Ha ragione» commentò Crest dalla sua nicchia.
Le driadi lo guardarono male.
«Come mai lui è qui?» domandò Cholla.
«Lezioni di musica» risposi.
E con questo mi guadagnai decine di sguardi perplessi.
«È una lunga storia» dissi. «Ma Crest ha rischiato la vita per noi sugli yacht.
Ha salvato Meg. Ci possiamo fidare.» Guardai il giovane pandos e sperai che il
mio giudizio su di lui fosse giusto. «Crest, puoi dirci qualcosa che possa essere
utile?»
Il pandos storse il naso bianco e peloso (il che non lo fece sembrare tenero né
mi fece venire voglia di coccolarlo). «Non potete prendere l’ingresso principale,
in centro. Saranno lì ad aspettarvi.»
«Siamo passati mentre tu eri là» sottolineò Meg.
Le orecchie giganti di Crest diventarono rosa intorno ai bordi. «In quel caso
era diverso» borbottò. «Mio zio mi stava punendo. Era il turno all’ora di pranzo.
Nessuno attacca mai durante quel turno.» Mi guardò con occhi torvi, come se io
avessi dovuto saperlo. «Avranno più guerrieri adesso. E trappole. Potrebbe
perfino esserci il cavallo. Riesce a spostarsi molto in fretta. Basta una telefonata
e arriva.»
Ricordai come Incitatus era comparso velocemente alle Follie Militari di
Macro e con quanta ferocia avesse combattuto a bordo della nave delle scarpe.
Non ero molto ansioso di trovarmelo di nuovo davanti.
«Non c’è un altro modo per entrare?» domandai. «Qualcosa, non so, di meno
pericoloso e più vicino alla sala dell’Oracolo, un’entrata più comoda,
insomma?»
Crest strinse a sé l’ukulele (il mio ukulele). «Ce n’è un’altra. Io la conosco.
Altri no.»
Grover inclinò la testa. «Devo dire che mi sembra un po’troppo comodo
così.»
Il pandos fece un’espressione stizzita. «Mi piace esplorare. Non lo fa nessun
altro. Zio Amax diceva sempre che ero uno che sognava a occhi aperti. Ma,
quando esplori, trovi delle cose.»
Niente da ribattere al riguardo. Quando andavo io in esplorazione, tendevo a
trovare cose pericolose che volevano uccidermi. Dubitavo che l’indomani
sarebbe andata in modo diverso.
«Potresti condurci a questa entrata segreta?» domandai.
Crest annuì. «Così avrete una possibilità. Potrete sgattaiolare dentro e
raggiungere l’Oracolo prima che le guardie vi trovino. Poi potrete uscire e tu
potrai darmi lezioni di musica.»
Le driadi mi fissarono, tutte con la stessa espressione vacua e inutile, come se
pensassero: “Ehi, mica possiamo dirtelo noi come morire. Sta a te scegliere”.
«Lo faremo» decise Meg al posto mio. «Grover, tu ci stai?»
Il satiro sospirò. «Certo. Ma prima voi due dovete dormire.»
«E guarire» aggiunse Aloe.
«E le enchiladas?» domandai. «A colazione?»
Su questo punto, ci trovammo tutti d’accordo.
E così, con la prospettiva delle enchiladas in vista – e anche con un viaggio
probabilmente fatale nel Labirinto di fuoco – mi rannicchiai nel mio sacco a pelo
e svenni dal sonno.
36

Un drammatico accordo
Di quarta sospesa
È quel che ci vuole

Mi svegliai coperto di roba appiccicosa e con dei pezzettini di aloe (sì, di nuovo)
nelle narici.
La cosa positiva però era che le costole non mi sembravano più piene di lava.
Il torace era guarito, lasciando solo una cicatrice raggrinzita nel punto in cui mi
ero infilzato. Non avevo mai avuto una cicatrice prima. Avrei voluto essere
capace di vederla come una medaglia al valore. Invece temevo che, tutte le volte
in cui l’avessi guardata, avrei ricordato la notte più brutta della mia vita.
Almeno avevo dormito come un sasso e non avevo sognato niente. Quell’aloe
vera era roba buona.
Il sole risplendeva sopra di noi. Alla Cisterna non c’era nessuno tranne me e
Crest, che russava nella sua nicchia, stringendo l’ukulele come se fosse un
orsacchiotto di peluche. Qualcuno, probabilmente ore prima, mi aveva lasciato
un piatto di enchiladas con una grossa bibita per colazione accanto al sacco a
pelo. Il cibo era diventato quasi freddo, il ghiaccio nella bevanda si era sciolto.
Non mi importava. Mangiai e bevvi con voracità. Fui grato per la salsa piccante
che mi tolse l’odore di nave bruciata dalle narici.
Dopo essermi de-aloizzato e lavato nel laghetto, indossai una nuova tenuta
mimetica di Macro: bianco artico, perché c’era una richiesta altissima di tute del
genere nel deserto del Mojave.
Mi misi in spalla la faretra e l’arco, legai le scarpe di Caligola alla cintura.
Pensai di provare a riprendere l’ukulele da Crest, ma decisi che era meglio
lasciarglielo, per il momento, dato che non volevo ritrovarmi con le mani
staccate da un morso. Infine, uscii nel caldo opprimente di Palm Springs.
A giudicare dalla posizione del sole, erano più o meno le tre del pomeriggio.
Mi domandai perché Meg mi avesse lasciato dormire così tanto. Scrutai il fianco
della collina e non vidi nessuno. Per un attimo mi sentii in colpa e immaginai
che Meg e Grover non fossero stati capaci di svegliarmi e fossero andati da soli
nel Labirinto.
“Accidenti!” gli avrei potuto dire al loro ritorno. “Mi dispiace, ragazzi. Ero
prontissimo anch’io!”
Invece no. I sandali di Caligola penzolavano dalla mia cintura. Non sarebbero
partiti senza. Dubitai pure che si sarebbero dimenticati di Crest, visto che era
l’unico a sapere dove fosse l’entrata supersegreta del Labirinto.
Colsi l’ombra di un movimento, due sagome dietro la serra più vicina. Mi
avvicinai e udii delle voci impegnate in una conversazione: Meg e Giosuè.
Non sapevo bene se lasciarle in pace o se entrare spedito e gridare: “Meg, non
è il momento di flirtare con il tuo amico yucca!”.
Poi mi resi conto che parlavano del clima e delle stagioni di crescita. Bah. Mi
feci avanti e li trovai a studiare una fila di sette giovani virgulti che erano
spuntati dal terreno roccioso… negli stessi identici punti in cui Meg aveva
piantato i suoi semi solo il giorno prima.
Giosuè mi vide subito, un chiaro segno che la mia tenuta mimetica artica
funzionava a meraviglia.
«Bene. Apollo è vivo» commentò. Non sembrava particolarmente entusiasta.
«Stavamo discutendo dei nuovi arrivi.»
Ogni virgulto era alto circa un metro, con i rametti bianchi e le foglie verde
pallido che sembravano troppo delicate per il caldo del deserto.
«Sono frassini» osservai, sbalordito.
Sapevo parecchie cose sui frassini. Be’, ne sapevo di più che su tanti altri
alberi, in ogni caso. Tanto tempo fa, ero stato chiamato Apollo Meliai, Apollo
dei frassini, per via di un boschetto sacro che possedevo a… oh, dov’era?
All’epoca avevo così tante case di villeggiatura che non riuscivo a ricordarle
tutte.
La mia mente cominciò a vorticare. La parola meliai non voleva dire solo
“frassini”, ma aveva un significato speciale. Sebbene fossero interrate in un
clima del tutto ostile, quelle giovani piante irradiavano una forza e un’energia
tali che riuscivo a percepirle perfino io. Dalla sera alla mattina erano diventate
virgulti vigorosi. Mi domandai come sarebbero state il giorno dopo.
Meliai… la parola mi rigirava nella testa. Che cosa aveva detto Caligola? “Le
nate dal sangue. Le mogli d’argento.”
Meg aggrottò la fronte. Aveva tutto un altro aspetto quella mattina. Indossava
di nuovo i vecchi vestiti con i colori del semaforo, che erano stati
miracolosamente rammendati e lavati. (Sospettai un intervento delle driadi, che
erano fantastiche con i tessuti). I suoi occhiali erano stati riparati con del nastro
adesivo azzurro. Le cicatrici sulle braccia e sul viso erano diventate pallide
striature simili a scie di meteore nel cielo.
«Ancora non lo capisco.» Scosse il capo. «I frassini non crescono nel deserto.
Perché mio padre faceva esperimenti con i frassini?»
«Le meliadi» dissi.
Gli occhi di Giosuè scintillarono. «Ci avevo pensato anch’io.»
«Le chi?» domandò Meg.
«Credo che tuo padre stesse facendo qualcosa di più che una semplice ricerca
su una nuova varietà di pianta. Stava tentando di ricreare… o meglio di
reincarnare un’antica specie di driade.»
Era la mia immaginazione o le foglioline frusciarono? Controllai l’impulso di
farmi indietro e fuggire. Erano solo virgulti, mi ripetei, pianticelle graziose e
innocue che non avevano alcuna intenzione di uccidermi.
Giosuè si inginocchiò. Nei suoi abiti da safari color cachi, con quei capelli
grigioverde scompigliati, sembrava un esperto di animali feroci che stesse per
indicare una specie di scorpione mortale al pubblico televisivo. Invece toccò i
rametti del virgulto più vicino, poi allontanò subito la mano. «Possibile?»
mormorò. «Non sono ancora consapevoli, ma il potere che percepisco…»
Meg incrociò le braccia e mise il broncio. «Be’, non le avrei piantate qui se
avessi saputo che erano importanti frassini o quel che sono. Nessuno me lo
aveva detto.»
Giosuè le scoccò un sorrisetto. «Meg McCaffrey, se queste sono le meliadi,
vivranno anche nel clima più duro. Erano le primissime driadi, sette sorelle nate
quando il sangue di Urano assassinato cadde sul suolo di Gea. Furono create
insieme alle Furie, con la stessa forza straordinaria.»
Rabbrividii. Non mi piacevano le Furie. Erano brutte, bisbetiche e avevano
pessimi gusti musicali. «Le nate dal sangue» dissi. «Ecco come le ha chiamate
Caligola. E le mogli d’argento.»
«Mmm…» Giosuè annuì. «Stando alla leggenda, le meliadi sposarono gli
umani che vivevano durante l’età d’argento e hanno dato origine alla razza
dell’età del bronzo. Ma tutti commettiamo errori.»
Studiai i virgulti. Non assomigliavano molto alle madri dell’umanità dell’età
del bronzo. Non assomigliavano neanche alle Furie.
«Anche per un esperto botanico come il dottor McCaffrey, anche con la
benedizione di Demetra… reincarnare creature simili è possibile?» domandai.
Giosuè si dondolò con aria pensosa. «Chi può dirlo? Sembra che la famiglia
di Plemneo persegua questo obiettivo da millenni. Nessuno sarebbe più adatto. Il
dottor McCaffrey ha perfezionato i semi, sua figlia li ha piantati.»
Meg arrossì. «Non lo so. Insomma, sembra strano.»
Giosuè guardò i giovani frassini. «Non ci rimane altro che stare a vedere. Ma
immaginatevi sette driadi primordiali, creature potentissime, che si impegnano a
salvaguardare la natura e a distruggere chiunque la minacci.» La sua espressione
si fece insolitamente bellicosa per una pianta da fiore. «Di certo Caligola la
considererebbe una grave minaccia.»
Niente da obiettare. Era una minaccia abbastanza grande da indurlo a
incenerire la casa di un botanico, spedendo lui e sua figlia nelle braccia di
Nerone? Probabilmente sì.
Giosuè si alzò. «Be’, devo diventare dormiente. Le ore di luce mettono a dura
prova perfino me. Terremo d’occhio i nostri sette nuovi amici. Buona fortuna per
la missione!» E si trasformò in una nuvola di fibra di yucca.
Meg sembrava scontenta, forse perché avevo interrotto il loro flirt sulle zone
climatiche. «Frassini» bofonchiò. «E io li ho piantati nel deserto.»
«Li hai piantati dove dovevano stare» replicai. «Se sono davvero le meliadi,
hanno reagito a te, Meg.» Scossi la testa, sbalordito. «Hai riportato indietro una
forza vitale che mancava da millenni. È impressionante.»
Lei si voltò. «Mi prendi in giro?»
«No» la rassicurai. «Sei proprio figlia di tua madre, Meg McCaffrey. Sei
fenomenale.»
«Bah.»
Capivo il suo scetticismo.
Di rado Demetra veniva descritta come “fenomenale”. Troppo spesso, anzi,
veniva ridicolizzata perché non era abbastanza interessante o potente. Come le
piante, Demetra lavorava con lentezza, in silenzio. I suoi progetti potevano
impiegare secoli per crescere. Ma quando davano frutto (pessimo gioco di
parole, scusate) potevano essere straordinari. Tipo Meg McCaffrey.
«Vai a svegliare Crest» mi ordinò Meg. «Ci vediamo giù in strada. Grover è
andato a prendere una macchina.»

Grover era bravo quasi quanto Piper a procurarsi auto di lusso. Aveva trovato
una Mercedes CLS rossa, della quale di solito non mi sarei lamentato… se non
fosse che era lo stesso modello che io e Meg avevamo utilizzato da Indianapolis
alla Grotta di Trofonio.
Vorrei dirvi che non credo ai cattivi auspici. Ma dato che sono il dio degli
auspici…
Perlomeno, Grover accettò di guidare. I venti si erano spostati a sud,
riempiendo la Morongo Valley con il fumo degli incendi improvvisi e intasando
il traffico ancora più del solito. Il sole del pomeriggio filtrava dal cielo rosso
come un occhio minaccioso. Temevo che potesse assumere un aspetto così ostile
per il resto dell’eternità, se Caligola fosse diventato il nuovo dio del sole… Ma
no, non ci dovevo neanche pensare.
Se Caligola fosse entrato in possesso del carro del sole, chissà quali
nefandezze avrebbe compiuto per truccare il suo nuovo mezzo di trasporto:
sequenziatori, luci sul telaio, un clacson che suonava il ritornello di Low Rider…
Certe cose sono intollerabili.
Mi misi sul sedile posteriore insieme a Crest e feci del mio meglio per
insegnargli gli accordi di base dell’ukulele.
Il pandos imparava alla svelta, nonostante la dimensione delle sue mani, ma si
spazientiva con gli accordi maggiori e voleva imparare combinazioni più
esotiche. «Fammi vedere di nuovo la quarta sospesa» disse. «Mi piace.»
Era ovvio che gli piacessero gli accordi più complicati.
«Dovremmo comprarti una grossa chitarra» suggerii ancora una volta. «O,
meglio ancora, un liuto.»
«Tu suoni l’ukulele» ribatté Crest. «Anch’io suonerò l’ukulele.»
Come mai attiravo sempre compagni così testardi? Forse per via della mia
personalità disinvolta e seducente? Non ne avevo idea.
Quando Crest si concentrava, la sua espressione mi ricordava stranamente
quella di Meg: un viso così giovane, eppure così assorto e serio, come se il
destino del mondo dipendesse da un determinato accordo suonato bene, da un
determinato pacchetto di semi piantati o da una determinata busta di verdure
marce gettata in faccia proprio a quel determinato teppista di strada.
Non avrei saputo dire perché tale somiglianza mi rendesse simpatico Crest,
ma mi colpiva quante cose aveva perso dal giorno prima – il lavoro, lo zio, quasi
la vita – e quanto aveva rischiato per venire con noi.
«Non ti ho ancora detto quanto mi dispiace per tuo zio Amax» azzardai.
Crest annusò la tastiera dell’ukulele. «Perché dovresti essere dispiaciuto?
Perché dovrei esserlo io?»
«Ehm… è solo, insomma, un’espressione di cortesia… quando uccidi i
parenti di qualcuno.»
«Non mi è mai piaciuto» rivelò Crest. «Mia madre mi ha mandato da lui
perché mi facesse diventare un vero guerriero pandos.» Suonò un accordo, ma
per caso gli uscì fuori una settima diminuita. Era soddisfatto di se stesso. «Io non
voglio essere un guerriero. Tu che lavoro fai?»
«Ehm… be’, io sono il dio della musica.»
«Allora è quello che diventerò anch’io. Un dio della musica.»
Meg gli lanciò un’occhiata e fece un sorrisetto.
Cercai di rivolgere a Crest un sorriso incoraggiante, ma sperai che non mi
chiedesse di scorticarmi vivo per consumare la mia essenza. C’era già una lista
d’attesa, per quello. «Bene, prima cerchiamo di padroneggiare questi accordi,
okay?»
Procedemmo a nord di Los Angeles, attraverso San Bernardino e poi
Pasadena. Mi ritrovai a fissare le colline dove avevamo visitato la scuola
Edgarton. Mi domandai che cosa avrebbero fatto, preside e docenti, quando
avessero scoperto che Jason Grace era scomparso e che il pulmino della scuola
era stato preso di nascosto e abbandonato sul lungomare di Santa Barbara.
Pensai al plastico della Collina del Tempio sulla sua scrivania, agli album di
schizzi lasciati sul suo scaffale. Mi sembrava improbabile vivere abbastanza a
lungo da mantenere la promessa che gli avevo fatto: portare i suoi progetti sani e
salvi ai due campi. Al pensiero di deluderlo ancora una volta mi si strinse il
cuore, più di quando Crest tentò di suonare un sol bemolle minore sesta.
Finalmente il pandos ci diede indicazione di andare a sud sulla Interstate 5,
verso la città. Prendemmo l’uscita di Crystal Springs e ci addentrammo in
Griffith Park con le sue strade tortuose, i campi ondulati di golf e i fitti boschi di
eucalipto.
«Più avanti» disse Crest. «La seconda a destra. Su quella collina.» Ci
condusse su una strada sterrata di servizio che non era stata progettata per una
Mercedes CLS . «È lassù.» Indicò i boschi. «Dobbiamo camminare.»
Grover si fermò accanto a un bosco di piante di yucca, che per quanto ne
sapevo io erano sue amiche. Controllò l’imbocco di un sentiero, dove c’era un
piccolo cartello con la scritta: ANTICO ZOO DI LOS ANGELES .
«Questo posto lo conosco.» Il pizzetto di Grover tremò. «Lo detesto. Perché
ci hai portati qui?»
«Ve l’ho detto. È l’ingresso del Labirinto» rispose Crest.
«Ma…» Grover trattenne il fiato, senza dubbio soppesando la sua naturale
avversione per i luoghi che rinchiudevano gli animali in gabbia rispetto al suo
desiderio di distruggere il Labirinto di fuoco. «E va bene.»
Meg sembrava abbastanza contenta, tutto sommato. Inspirò l’aria fresca – per
quanto fresca possa essere l’aria di Los Angeles – e fece addirittura diverse volte
la ruota mentre ci incamminavamo lungo il sentiero.
Salimmo in cima alla collina. Sotto di noi si stendevano le rovine di uno zoo:
marciapiedi invasi dalle piante, muri di cemento sgretolati, gabbie arrugginite e
grotte artificiali piene di detriti.
Grover si strinse le braccia al petto, rabbrividendo nonostante il caldo. «Gli
umani hanno abbandonato questo posto decenni fa, quando hanno costruito il
nuovo zoo. Posso ancora percepire le emozioni degli animali che sono stati
tenuti qui… la loro tristezza. È orribile.»
«Laggiù!» Crest distese le orecchie e volò alle rovine, atterrando in una grotta
profonda.
Non avendo orecchie per volare come lui, dovemmo procedere inerpicandoci
lungo il terreno pieno di erbacce e sassi. Alla fine raggiungemmo Crest in fondo
a una conca di cemento coperta di foglie secche e di rifiuti.
«La tana di un orso?» Grover sbiancò. «Oh, poveri orsi.»
Crest premette le mani a otto dita contro la parete della recinzione. Aggrottò
la fronte. «Non va. Dovrebbe essere qui.»
Il morale mi sprofondò a livelli mai raggiunti. «Vuoi dire che la tua entrata è
sparita?»
Crest sibilò per la frustrazione. «Non avrei dovuto parlare di questo posto con
Screamer. Amax deve averci sentito. L’ha sigillato, in un modo o nell’altro.»
Ebbi la tentazione di sottolineare che non è mai una buona idea condividere i
segreti con uno il cui nome significa “urlatore”, ma Crest sembrava già
abbastanza dispiaciuto.
«E ora?» domandò Meg. «Usiamo l’uscita in centro?»
«Troppo pericoloso» ribadì Crest. «Ci dev’essere un modo per aprire questo
muro!»
Grover era così irrequieto che mi domandai se avesse uno scoiattolo nei
pantaloni. Aveva tutta l’aria di voler mollare e fuggire da quello zoo il più in
fretta possibile. Invece sospirò e chiese: «Cosa diceva la profezia riguardo alla
guida con gli zoccoli?».
«Che solo tu conoscevi la strada» ricordai. «Ma hai già fatto quello che
dovevi portandoci a Palm Springs.»
A malincuore, Grover estrasse il flauto di canne. «Mi sa che non ho ancora
finito.»
«Una canzone d’apertura?» domandai. «Così come ha fatto Hedge nel
negozio di Macro?»
Il satiro annuì. «È un po’ che non la suono. L’ultima volta ho aperto un varco
da Central Park direttamente agli Inferi.»
«Portaci soltanto nel Labirinto, ti prego» replicai. «Non negli Inferi.»
Grover sollevò il flauto e suonò Tom Sawyer dei Rush.
Crest rimase incantato. Meg si coprì le orecchie.
La parete di cemento tremò. Si formò una crepa al centro che rivelò una
rampa scoscesa di gradini sbozzati che portava nell’oscurità.
«Perfetto» brontolò Grover. «Detesto i sotterranei quasi quanto gli zoo.»
Meg evocò le lame gemelle ed entrò decisa.
Dopo aver tratto un respiro profondo, Grover la seguì.
Io mi girai verso Crest. «Vieni con noi?»
Il pandos scosse la testa. «Te l’ho detto. Non sono un guerriero. Starò di
guardia all’uscita e mi eserciterò a fare un po’ di accordi.»
«Ma potrei aver bisogno del mio uku…»
«Mi eserciterò un po’» insistette il pandos, e si mise a strimpellare un accordo
di quarta sospesa.
Seguii i miei amici nelle tenebre, con l’accordo che risuonava ancora alle mie
spalle: proprio il genere di musica di sottofondo che ci si potrebbe aspettare
prima di un combattimento drammatico e raccapricciante.
Quanto odiavo gli accordi di quarta sospesa, a volte.
37

Volete giocare?
Prima indovinate
E poi morite

In quella parte del Labirinto non c’erano ascensori, funzionari governativi


dispersi né cartelli che ti ricordavano di suonare il clacson prima di svoltare agli
incroci.
Una volta giunti in fondo alle scale trovammo un pozzo verticale. Data la sua
parziale natura caprina, Grover non ebbe nessuna difficoltà a calarcisi dentro.
Dopo che lui ci ebbe gridato che non c’erano né mostri né orsi in agguato, Meg
fece crescere lungo il fianco del pozzo una pianta di glicine che, oltre a fornirci
dei punti di appoggio, aveva anche un buon profumo.
Atterrammo in una piccola stanza sotterranea con quattro tunnel disposti a
raggiera, uno su ogni parete. L’aria era calda e secca come se i fuochi di Helios
fossero divampati lì da poco. Avevo la pelle imperlata di sudore. Nella mia
faretra, le aste delle frecce cigolavano e l’impennaggio sibilava.
Grover scrutò con aria affranta quel poco di sole che filtrava dall’alto.
«Torneremo nel mondo superiore» gli promisi.
«Mi stavo solo domandando se Piper avesse ricevuto il mio messaggio.»
Meg lo guardò da sopra i suoi occhiali aggiustati con il nastro adesivo
azzurro. «Che messaggio?»
«Mi sono imbattuto in una ninfa delle nubi mentre stavo prendendo la
Mercedes» spiegò Grover, come se imbattersi nelle ninfe delle nubi fosse una
cosa che gli capitava spesso quando prendeva in prestito una macchina. «Le ho
chiesto di portare un messaggio a Mellie, di dirle quello che stavamo per fare…
Sempre che la ninfa arrivi alla meta sana e salva.»
Ci riflettei, domandandomi come mai Grover non lo avesse detto prima.
«Speravi che Piper potesse raggiungerci?»
«Non proprio.» Ma la sua espressione diceva: “Sì, vi prego, o dei, una mano
ci servirebbe”. «Pensavo solo che dovesse sapere dove eravamo nel caso…» La
sua espressione diceva: “Nel caso venissimo divorati dalle fiamme e non si
sapesse più nulla di noi”.
Non mi piacevano le espressioni di Grover.
«Tocca alle scarpe adesso» disse Meg.
Mi accorsi che stava guardando me. «Cosa?»
«Le scarpe.» Indicò i sandali appesi alla mia cintura.
«Oh, giusto.» Me li sfilai. «Non credo che… ehm… che uno di voi due voglia
provarli.»
«No, no» confermò Meg.
Grover rabbrividì. «Ho avuto delle brutte esperienze con le scarpe magiche.»
Non morivo dalla voglia di indossare i sandali di un imperatore malvagio.
Temevo che mi potessero trasformare in un pazzo affamato di potere. E poi, non
stavano bene con la mia mimetica artica. Ciononostante, mi sedetti per terra e
allacciai le caligae. Così compresi che l’impero romano avrebbe potuto
conquistare chissà quante altre zone del mondo se i suoi soldati avessero avuto il
velcro a disposizione.
Mi alzai e provai a fare qualche passo. I sandali mi stringevano alle caviglie e
mi facevano male ai lati dei piedi. Ma, considerando le cose dal lato positivo,
non mi sentivo più sociopatico del solito. Mi augurai di non essermi preso la
caligolite.
«Okay» dissi. «Scarpe, portateci dalla Sibilla Eritrea!»
Le scarpe non si mossero. Lanciai una punta in una direzione, poi nell’altra,
domandandomi se i sandali avessero bisogno di un avviamento a pedale.
Controllai le suole alla ricerca di pulsanti o di qualche vano per le pile. Niente.
«E adesso?» chiesi a nessuno in particolare.
La camera sotterranea si illuminò di un lieve bagliore dorato, come se
qualcuno avesse acceso un regolatore dell’intensità luminosa.
«Guardate.» Grover indicò qualcosa ai nostri piedi.
Sul ruvido pavimento di cemento era comparso il perimetro di un quadrato
dorato, di un metro e mezzo circa per lato. Se fosse stata una botola, ci saremmo
caduti tutti dentro. Quadrati identici collegati fra loro si diramavano lungo ogni
corridoio come le caselle di una scacchiera. Le strisce non avevano la stessa
lunghezza: una era formata da solo tre caselle che si infilavano nel corridoio, una
da cinque, un’altra da sette e l’ultima da sei.
Sulla parete alla mia destra apparve un’iscrizione in greco antico, che
emanava un bagliore dorato: Assassino di Pitone, munito di una lira d’oro e
armato di spaventose frecce.
«Che succede?» domandò Meg. «Cosa dice?»
«Non conosci il greco antico?» le chiesi.
«E tu non sai distinguere una fragola da una batata» ribatté. «Che dice?»
Glielo tradussi.
Grover si accarezzò il pizzetto. «Sembra che parli di Apollo. Voglio dire, di
te. Quando eri… bravo.»
Repressi i miei sentimenti feriti. «Ovvio che parla di Apollo. Voglio dire, di
me.»
«Quindi il Labirinto ti sta, tipo… dando il benvenuto?» chiese Meg.
Sarebbe stato bello. Avevo sempre desiderato un assistente virtuale ad
attivazione vocale per il mio palazzo sull’Olimpo, ma Efesto non era mai stato in
grado di costruirmelo. Quando ci aveva provato, l’assistente si chiamava
Alexasiriastrophona. Era molto esigente sulla pronuncia perfetta del suo nome,
ma allo stesso tempo aveva il brutto vizio di capire male le mie richieste. Io le
dicevo: “Alexasiriastrophona, manda una freccia pestilenziale a distruggere
Corinto, per favore”. E lei rispondeva: “Hai detto: manda una feccia penitenziale
a friggere il dipinto?”.
Dubitai che nel Labirinto di fuoco ci fosse un’assistente virtuale. Nel caso,
probabilmente avrebbe chiesto solo a quale temperatura preferivo essere cotto.
«È un gioco enigmistico» conclusi. «Come un acrostico o un cruciverba. La
Sibilla sta tentando di guidarci da lei.»
Meg guardò i vari corridoi, con la fronte aggrottata. «Se sta cercando di
aiutarci, perché non semplifica le cose e ci dà una sola direzione?»
«È così che Erofile opera» le spiegai. «È l’unico modo in cui può aiutarci.
Credo che noi dobbiamo, ehm, dare le risposte giuste nel numero di caselle
giuste.»
Grover si grattò la testa. «Qualcuno ha una penna d’oro gigante? Vorrei che ci
fosse Percy.»
«Non credo che ci serva la penna» dissi. «Dobbiamo solo camminare nella
direzione giusta per compitare il mio nome. “Apollo”, sei lettere. Solo uno dei
corridoi ha sei caselle.»
«Stai contando anche la casella sotto i nostri piedi?» domandò Meg.
«Ehm… no. Supponiamo che questa sia la casella del via» replicai, anche se
la sua domanda mi aveva insinuato il dubbio.
«E se la risposta fosse “Lester”?» obiettò Meg. «Sono sempre sei lettere.»
Quell’ipotesi mi fece venire un prurito alla gola. «Vuoi smetterla di fare
domande sensate? Avevo risolto tutto!»
«E se la risposta fosse in greco?» aggiunse Grover. «La domanda è in greco.
Quante caselle occuperebbe il tuo nome?»
Un’altra osservazione fastidiosamente sensata. Il mio nome in greco era
Απολλων.
«Sarebbero sette caselle» ammisi. «Anche traslitterato, “Apollon”.»
«Chiedilo alla Freccia di Dodona, no?» suggerì Grover.
La cicatrice sul petto mi pizzicò come una presa elettrica difettosa. «Mi sa
che è contro le regole.»
Meg sbuffò. «È solo che non vuoi parlare con la freccia. Perché non provi?»
Se mi fossi rifiutato, immaginai che Meg avrebbe riformulato la frase come
un ordine, così estrassi la Freccia di Dodona.
«VADE RETRO, CANAGLIA!» ronzò lei impaurita. «NON MI INFILZARE
MAI PIÙ NEL TUO ORRIBILE PETTO! NÉ NEGLI OCCHI DEI TUOI
NEMICI!»
«Rilassati!» le dissi. «Voglio solo qualche consiglio.»
«È QUEL CHE DICI ORA, MA TI AVVISO…» La freccia ammutolì. «È
FORSE UN CRUCIVERBA QUELLO CHE VEGGO DINANZI AI MIEI
OCCHI? IN VERITÀ, AMO MOLTO I CRUCIVERBA.»
«Oh, gioia! Oh, tripudio!» Mi girai verso i miei amici. «La freccia ama i
cruciverba.»
Spiegai il nostro problema alla freccia, che insistette per guardare più da
vicino le caselle sul pavimento e la definizione sulla parete. Guardare più da
vicino… con quali occhi? Non ne avevo idea.
La freccia ronzò pensierosa. «MI FIGURO CHE LA RISPOSTA SIA NELLA
LINGUA IN CUI OR ORA FAVELLI. SARÀ L’APPELLATIVO CON CUI SEI
PIÙ CONOSCIUTO AL PRESENTE.»
«La freccia si figura che…» Sospirai. «Dice che la risposta dev’essere nella
nostra lingua. Spero voglia dire nella nostra lingua attuale e non in quello strano
gergo antiquato che parla lei…»
«NON È UN GERGO STRANO!» ribatté la freccia.
«Solo perché non abbiamo abbastanza caselle per scrivere: “Orsù, Apollonio
è la risposta”.»
«AH, AH AH. UNA FACEZIA FIACCA COME I TUOI MUSCOLI.»
«Grazie di aver giocato.» Rinfoderai la freccia. «Allora, amici, il tunnel con
sei caselle. Apollo. Okay?»
«E se scegliamo male?» domandò Grover.
«Be’, magari ci aiuteranno i sandali magici» risposi. «O forse i sandali magici
ci permetteranno solo di partecipare al gioco, e se ci allontaniamo dalla retta via,
nonostante gli sforzi della Sibilla per aiutarci, saremo vulnerabili alla furia del
Labirinto…»
«E moriremo inceneriti» concluse Meg.
«Adoro i giochi» commentò Grover. «Vai avanti!»
«La risposta è “Apollo”!» dichiarai, tanto per essere preciso.
Non appena feci un passo sulla casella successiva, una grossa A maiuscola
apparve ai miei piedi.
Lo presi come un segnale positivo. Feci un altro passo, e apparve una P. I
miei amici mi seguivano da vicino.
Alla fine, dopo la sesta casella, entrammo in una camera identica all’ultima.
Guardando indietro, la parola APOLLO scintillava alle nostre spalle. Altri tre
corridoi con file di quadrati dorati conducevano in tre direzioni: avanti, a sinistra
e a destra.
«C’è un altro indizio.» Meg indicò la parete. «Come mai questo non è in
greco antico?»
«Non lo so» risposi. La nuova definizione, in parole luccicanti, era: Nunzio di
nuove entrate, apritore dell’anno che dolcemente scorre, Giano, dalla doppia.
«Oh, lui. Il dio romano delle soglie.» Grover rabbrividì. «L’ho incontrato una
volta.» Si guardò intorno con aria sospetta. «Speriamo che non salti fuori. Gli
piacerebbe questo posto.»
Meg passò le dita sulle righe dorate. «Facile, no? Il suo nome è dentro
l’indizio. Cinque lettere. G-I-A-N-O, quindi dev’essere quella la direzione.»
Indicò il corridoio sulla destra, che era l’unico con cinque caselle.
Fissai l’indizio, poi le caselle. Cominciavo a percepire qualcosa di ancora più
inquietante del caldo, ma non sapevo bene cosa. «La risposta non è “Giano”»
conclusi. «È più una situazione del tipo: “Riempi gli spazi vuoti”. Non credete?
Giano, dalla doppia…?»
«Faccia» rispose Grover. «Ha due facce, e non ho voglia di rivederne nessuna
delle due.»
«Ci sei quasi, ma la risposta giusta non è “faccia”» dissi. Poi annunciai a voce
alta al corridoio vuoto: «È “fronte”. Giano bifronte.»
Non ricevetti nessuna reazione, ma mentre avanzavamo lungo il corridoio a
destra, comparve la parola FRONTE . Soprattutto, fu rassicurante non finire
arrostiti dal fuoco del titano.
Nella camera successiva, altri corridoi portavano di nuovo in tre direzioni.
Stavolta, l’indizio luminoso sulla parete era in greco antico.
Mentre leggevo i versi, un brivido mi attraversò il corpo. «Li conosco. Sono
tratti da una poesia di Bacchilide.» Li tradussi per i miei amici. «“Ma il sommo
dio con la potenza della sua folgore mandò Hypnos e il suo gemello dall’Olimpo
innevato all’impavido combattente Sarpedone.”»
Meg e Grover mi guardarono attoniti. No, sul serio: soltanto perché indossavo
le scarpe di Caligola dovevo fare tutto io?
«È stato cambiato qualcosa in questi versi» dissi. «Ricordo la scena.
Sarpedone muore. Zeus fa portare via il suo corpo dal campo di battaglia. Ma le
parole…»
«Hypnos è il dio del sonno» disse Grover. «Giù al campo, la sua casa offre un
latte con i biscotti fantastico. Ma chi è il suo gemello?»
Il cuore mi batté a mille. «Ecco cosa c’è di diverso. Nel verso originale, non
dice “il suo gemello”. Ma lo nomina: Thanatos. Ovvero Morte, nella nostra
lingua.»
Guardai le tre gallerie. Nessun corridoio aveva otto caselle per Thanatos. Uno
ne aveva dieci, uno quattro e uno cinque: perfetto per “morte”.
«Oh no…» Mi appoggiai alla parete più vicina. Fu come se una punta di Aloe
Vera mi stesse scorrendo con la sua viscida bava lungo la schiena.
«Perché sei così impaurito?» domandò Meg. «Finora sei andato alla grande.»
«Perché non stiamo risolvendo un cruciverba a caso» le risposi. «Stiamo
mettendo insieme una profezia enigmistica. E per ora dice: APOLLO DI
FRONTE ALLA MORTE.»
38

Un canto per me!


Apollo è più figo
Molto più figo!

Detesto avere ragione.


Arrivati alla fine del tunnel, la parola MORTE brillava sul pavimento dietro di
noi. Ci ritrovammo in una camera circolare più grande, con cinque nuovi tunnel
che si aprivano a raggiera davanti a noi come le dita della mano di un automa
gigantesco.
Aspettai la comparsa di un nuovo indizio, augurandomi disperatamente che la
risposta giusta fosse: “ANCHE NO!”. O magari: “E LA SCONFIGGE SENZA
PROBLEMI!”.
«Come mai non succede niente?» domandò Grover.
Meg inclinò la testa. «Ascoltate.»
Avevo il cuore a mille, ma alla fine udii quello di cui parlava Meg: un grido
di dolore in lontananza – profondo e gutturale, più animalesco che umano –
insieme allo scoppiettio sordo del fuoco, come se… Oh, santi numi! Come se
qualcuno o qualcosa fosse stato investito dal calore del titano e stesse morendo
di una morte lenta.
«Sembra un mostro» concluse Grover. «Gli diamo una mano?»
«E come?» chiese Meg.
Non aveva tutti i torti. Il rumore echeggiava in modo così diffuso che non
capivo da quale corridoio provenisse, anche se eravamo liberi di scegliere il
nostro cammino senza dover rispondere a degli indovinelli.
«Dobbiamo andare avanti» decisi. «Immagino che Medea abbia messo
qualche mostro di guardia. Dev’essere uno di loro. Dubito che la maga si
preoccupi troppo se di tanto in tanto qualcuno rimane vittima degli incendi.»
Grover fece una smorfia. «Non mi sembra giusto lasciarlo soffrire.»
«E se uno di questi mostri scatenasse un incendio improvviso verso di noi?»
chiese Meg.
Fissai la mia giovane padrona. «Sei una fonte inesauribile di brutte domande,
oggi. Dobbiamo avere fiducia.»
«Nella Sibilla? In quelle scarpe malvagie?»
Non avevo una risposta. Per fortuna, mi salvò l’apparizione tardiva
dell’indizio successivo: tre versi d’oro, in latino.
«Oh, è latino!» esclamò Grover. «Un attimo. Ci penso io.» Socchiuse gli
occhi e guardò le parole, poi sospirò. «No, non ce la faccio.»
«Ma insomma, niente greco né latino?» dissi. «Ma che cosa vi insegnano alla
scuola dei satiri?»
«Le cose importanti. Tipo le piante.»
«Grazie» bofonchiò Meg.
Tradussi l’indizio per i miei amici meno colti.

Adesso la fuga del re devo cantare


L’ultimo a regnare sul popolo romano
Un uomo ingiusto, dalle braccia possenti.

Annuii. «Credo che sia una citazione di Ovidio.»


Nessuno dei miei compagni sembrò colpito.
«Allora, qual è la risposta?» domandò Meg. «L’ultimo imperatore romano?»
«No, non è un imperatore» dissi. «Nei primissimi tempi, Roma era governata
dai re. L’ultimo, il settimo, fu detronizzato e Roma diventò una repubblica.»
Cercai di riandare con il pensiero al regno di Roma. Tutto quel periodo mi
risultava un po’ vago. Noi dei dell’Olimpo eravamo ancora di stanza in Grecia,
all’epoca. Roma era una sorta di palude. L’ultimo re, però… mi riportava alla
mente diversi brutti ricordi.
Meg interruppe i miei sogni a occhi aperti. «Che vuol dire “possenti”?»
«Significa forti» risposi.
«Non sembra. Se qualcuno mi chiamasse “possente”, gli darei un pugno.»
«Ma tu, in effetti, hai delle braccia possenti.»
Meg mi diede un pugno.
«Ahi!»
«Scusate, qual è il nome dell’ultimo re di Roma?» ci interruppe Grover.
«Ta… Ta… uff! Ce l’ho sulla punta della lingua. Ta… qualcosa.»
«Tacos?» suggerì Grover.
«E perché mai un re di Roma si dovrebbe chiamare Tacos?»
«Non lo so.» Grover si accarezzò la pancia. «Ho fame.»
Maledetto satiro. A quel punto l’unica cosa a cui riuscivo a pensare erano i
tacos.
Poi mi tornò in mente la risposta. «Tarquinio! O Tarquinius, in latino.»
«Bene, quale dei due?» domandò Meg.
Studiai i corridoi. La galleria all’estrema sinistra, il pollice, aveva dieci
caselle, quelle giuste per Tarquinius. Quella nel mezzo ne aveva nove, quelle
giuste per Tarquinio.
«È quella là» dissi, indicando la galleria al centro.
«Come fai a esserne sicuro?» chiese Grover. «È perché la freccia ci ha detto
che la risposta poteva essere nella nostra lingua?»
«Sì. E anche perché queste gallerie sembrano cinque dita. Ha perfettamente
senso che il Labirinto mi mostri il dito medio!» Alzai la voce. «Giusto? La
risposta è “Tarquinio”, il dito medio. Ti voglio bene anch’io, Labirinto.»
Imboccammo il sentiero, e il nome TARQUINIO brillò in lettere d’oro alle
nostre spalle.
Il corridoio si apriva in una camera quadrata, il più grande spazio che
avevamo visto fino ad allora. Le pareti e il pavimento erano rivestiti di mosaici
romani sbiaditi che sembravano originali, anche se ero abbastanza sicuro che i
Romani non avessero mai colonizzato l’area metropolitana di Los Angeles.
L’aria sembrava ancora più calda e secca. Il pavimento era così rovente che lo
sentivo attraverso le suole dei sandali. Il lato positivo: la nuova stanza ci
proponeva solo tre gallerie fra cui scegliere, anziché cinque.
Grover annusò l’aria. «Non mi piace questa stanza. Fiuto qualcosa di…
mostruoso.»
Meg impugnò le spade gemelle. «Da quale direzione?»
«Ehm… da tutte?»
«Oh, guardate» dissi, cercando di sembrare allegro. «Un altro indizio.»
Andammo alla parete a mosaico più vicina, dove due versi dorati
scintillavano sulle tessere:

Foglie, foglie del corpo che crescete sopra di me,


sopra la morte, radici perenni, alte foglie.
Oh, l’inverno non vi congelerà, delicate foglie.

Forse il mio cervello era rimasto bloccato al greco e al latino, perché quei
versi non mi dicevano niente, neanche nella mia lingua attuale.
«Mi piacciono questi versi» disse Meg. «Parlano di foglie.»
«Sì, di tante foglie» concordai. «Ma non hanno senso.»
Grover si sentì soffocare. «Non hanno senso? Non li riconosci?»
«Ehm, dovrei?»
«Sei il dio della poesia!»
Mi sentii avvampare. «Ero il dio della poesia, ma questo non significa che
adesso io sia un’enciclopedia ambulante con tutti i versi oscuri che siano mai
stati scritti…»
«Oscuri?» La voce stridula di Grover echeggiò in modo snervante lungo i
corridoi. «È Walt Whitman! Foglie d’erba! Non ricordo di preciso quale poesia
della raccolta, ma…»
«Tu leggi poesie?» domandò Meg.
Grover si leccò le labbra. «Sì… soprattutto se parlano della natura. Whitman,
per essere un umano, ha detto delle belle cose sugli alberi.»
«E sulle foglie» notò Meg. «E sulle radici.»
«Esatto.»
Stavo per lanciarmi in una spiegazione su quanto fosse sopravvalutato Walt
Whitman: quell’uomo cantava sempre odi a se stesso invece di elogiare gli altri,
tipo me, per esempio. Ma decisi che la critica poteva aspettare.
«Allora, sai la risposta?» domandai a Grover. «Bisogna riempire gli spazi? È
una domanda a scelta multipla? Oppure è un vero o falso?»
Grover studiò i versi. «Credo… sì. Manca qualcosa. Ecco, sì, adesso me lo
ricordo. Dovrebbe essere “foglie di tomba, foglie del corpo” eccetera.»
«Foglie di tomba?» domandò Meg. «Non ha senso. Ma neppure foglie del
corpo. A meno che non parli di una driade.»
«È un’immagine poetica» dissi. «A quanto pare, il poeta descrive un luogo di
morte, invaso dalla natura…»
«Oh, adesso sei diventato un esperto di Walt Whitman» commentò Grover.
«Satiro, non mettermi alla prova. Quando sarò di nuovo un dio…»
«Smettetela, tutti e due!» ordinò Meg. «Apollo, dacci la risposta.»
«Bene.» Sospirai. «Labirinto, la risposta è “tomba”.»
Ci addentrammo un’altra volta lungo il dito medio… voglio dire, il corridoio
al centro. La parola TOMBA si illuminò nelle cinque caselle alle nostre spalle.
Alla fine giungemmo in una stanza circolare, ancora più grande e riccamente
ornata. Il soffitto a cupola era decorato da un mosaico d’argento su fondo blu,
con i segni zodiacali. Sei nuove gallerie si irradiavano verso l’esterno. Al centro
del pavimento c’era un’antica fontana, secca purtroppo. (Un sorso d’acqua
sarebbe stato gradito. Interpretare le poesie e risolvere enigmi fa venire sete.)
«Le stanze diventano sempre più grandi» notò Grover. «E più ornate.»
«Forse è una cosa positiva» dissi. «Potrebbe significare che ci stiamo
avvicinando.»
Meg osservò le immagini dello zodiaco. «Siete sicuri che non abbiamo preso
la strada sbagliata? La profezia non ha senso per ora. “Apollo fronte morte
Tarquinio tomba”.»
«Devi inserire anche altre parole» dissi. «Credo che il messaggio completo
sia: Apollo si troverà di fronte alla morte nella tomba di Tarquinio.» Rimasi
senza fiato. «In effetti, non mi piace questo messaggio. Forse se inseriamo le
parole mancanti il messaggio diventa: Apollo NON si troverà di fronte alla
morte; la tomba di Tarquinio…” eccetera eccetera. Magari le parole successive
sono: “gli darà premi fantastici”.»
«Ah-ah.» Meg indicò il bordo della fontana, dov’era comparso l’indizio
successivo. Tre versi che dicevano:

Questo fiore che va piantato in autunno deve il nome all’amore perduto di


Apollo.
Mettete il bulbo nel terreno e l’estremità a punta in alto. Coprite di terra e
annaffiate bene…
State facendo un trapianto.

Soffocai un singhiozzo.
Prima il Labirinto mi aveva costretto a leggere Walt Whitman. Adesso mi
tormentava con il mio passato. Parlare del mio perduto amore, Giacinto, e della
sua tragica morte, ridurlo a una banalità da Oracolo… No, era troppo.
Mi sedetti sul bordo della fontana e mi coprii il viso con le mani.
«Che c’è?» domandò Grover.
«Queste righe parlano del suo vecchio fidanzato» gli rispose Meg.
«Giacinto.»
Balzai in piedi, passando dalla tristezza alla rabbia. I miei amici si
allontanarono pian piano. Dovevo avere davvero un’espressione da matto,
perché era così che mi sentivo.
«Erofile!» gridai nell’oscurità. «Credevo che fossimo amici!»
«Ehm… Apollo?» disse Meg. «Non credo che ti stia tormentando di
proposito. E poi la risposta riguarda il fiore, il giacinto. Sono sicura che quelle
righe vengano dall’Almanacco del contadino.»
«Non mi importa, venissero pure dall’elenco telefonico!» sbottai. «Quando è
troppo è troppo. GIACINTO!» gridai nei corridoi. «La risposta è “GIACINTO”!
Sei contenta?» E mi diressi spedito verso l’unico corridoio che aveva otto
caselle.
Meg gridò: «NO!».
Con il senno di poi, avrebbe dovuto gridare: “Apollo, fermati!”. Allora non
avrei potuto fare altro che obbedire al suo ordine. Perciò, quello che accadde in
seguito è colpa sua.
Grover e Meg si precipitarono dietro di me, ma mi raggiunsero quando ormai
era troppo tardi.
Mi guardai indietro, aspettando di vedere la parola “giacinto” scritta sul
pavimento. Invece c’erano solo cinque caselle illuminate, con due parole
fiammeggianti scritte a penna rossa:
S
E

N
O
N

Sotto i nostri piedi, il pavimento della galleria scomparve, e noi precipitammo


in un abisso di fuoco.
39

Oh, che nobile


Sacrificio, grazie!
Ma figurati

In altre circostanze, sarei stato ben lieto di vedere quel “se non”.
“Apollo si troverà di fronte alla morte nella tomba di Tarquinio se non…”
Oh, felice fraseggio! Significava che c’era un modo per evitare una potenziale
morte, e a me piaceva tantissimo l’idea di evitare una potenziale morte.
Purtroppo, precipitare in un abisso di fuoco smorzò la mia ritrovata speranza.
A mezz’aria, prima che potessi addirittura capire quello che stava
succedendo, mi fermai all’improvviso, con la cinghia della faretra tirata intorno
al petto e il piede sinistro quasi staccato dalla caviglia.
Mi ritrovai a penzoloni accanto alla parete dell’abisso. Cinque o sei metri in
basso, il pozzo si apriva formando un lago di fuoco. Meg si aggrappava
disperatamente al mio piede. Sopra di me, Grover mi teneva per la faretra con
una mano, mentre con l’altra si reggeva a una minuscola sporgenza della roccia.
Si tolse le scarpe scalciando e con gli zoccoli cercò di trovare un punto di
appoggio sulla parete.
«Bravo satiro!» urlai. «Ora tiraci su!»
Grover strabuzzò gli occhi. Aveva la faccia gocciolante di sudore. Emise una
sorta di piagnucolio, come a dire che non aveva abbastanza forza per tirarci tutti
e tre fuori dall’abisso.
Se fossi sopravvissuto e tornato un dio, avrei dovuto parlare con il Consiglio
dei Satiri Anziani per convincerli a inserire altre ore di educazione fisica nella
loro scuola.
Artigliai la parete, sperando di trovare una comoda ringhiera o un’uscita di
emergenza, ma niente.
Sotto di me, Meg gridava: «Insomma, Apollo! “Annaffiate bene i giacinti se
non state facendo un trapianto”».
«E io come facevo a saperlo?»
«Li hai creati tu, i giacinti!»
Uff. La logica mortale! Solo perché un dio crea qualcosa non significa che la
capisca. Altrimenti Prometeo saprebbe tutto degli esseri umani… e, ve lo
assicuro, non lo sa. Io ho creato i giacinti, quindi dovrei sapere come piantarli e
annaffiarli?
«Aiuto» strillò Grover.
I suoi zoccoli scivolavano sulle minuscole crepe. Gli tremavano le braccia e
le dita come se stesse reggendo il peso di due persone in più, cosa che… be’, in
effetti era vera.
Il caldo che arrivava da sotto rendeva difficile perfino pensare. Siete mai stati
davanti a un barbecue o avete mai messo la faccia troppo vicina a un forno
aperto? Ecco, immaginatevi quella sensazione moltiplicata per cento. Avevo gli
occhi secchi e la bocca riarsa. Qualche altro respiro di aria torrida, e
probabilmente avrei perso conoscenza.
I fuochi che ci attendevano sotto sembravano divampare su un pavimento di
pietra. La caduta di per sé non sarebbe stata fatale. Se solo ci fosse stato un
modo di spegnere le fiamme…
Mi venne un’idea, una pessima idea, per la quale incolpai il mio cervello
bollito. Quelle fiamme erano alimentate dall’essenza di Helios. Se erano rimasti
piccoli frammenti della sua coscienza, in teoria era possibile comunicare con lui.
Forse, se toccavo il fuoco, potevo convincerlo che non eravamo noi i nemici e
che avrebbe dovuto lasciarci vivere. Probabilmente avrei avuto il lusso di tre
nanosecondi a disposizione per riuscire a farlo prima di morire fra i tormenti. E
poi, se fossi caduto, i miei amici avrebbero avuto la possibilità di uscire di lì.
Dopotutto, ero io il più pesante della comitiva, grazie alla crudele maledizione
della ciccia che Zeus mi aveva scagliato contro.
Un’idea terribile, davvero terribile. Non avrei mai avuto il coraggio di
provarci se non avessi pensato a Jason Grace e a cosa aveva fatto per salvarmi.
«Meg, ti puoi attaccare alla parete?» domandai.
«Ti sembro Spider-Man?» mi urlò lei in tutta risposta.
Sono pochissime le persone che stanno bene in calzamaglia come Spider-
Man. E Meg non era una di quelle.
«Usa le tue spade!» le gridai.
Aggrappandosi con una mano sola alla mia caviglia, Meg evocò una delle
spade. Infilzò la parete, una, due volte. La curva della lama non semplificava le
cose. Al terzo colpo, però, la punta affondò nella roccia. Meg impugnò l’elsa e
mi lasciò andare la caviglia, sostenendosi sopra le fiamme solo con la spada. «E
ora?»
«Resta lì!»
«Ma va’?»
«Grover!» gridai. «Puoi lasciarmi cadere adesso, ma non preoccuparti. Ho
un…»
Grover mi lasciò cadere.
Ma insomma, che razza di protettore ti lascia cadere nel fuoco quando gli dici
che va bene se ti lascia cadere nel fuoco? Mi aspettavo una lunga discussione,
durante la quale lo avrei rassicurato che avevo un piano per salvarci tutti. Mi
aspettavo che Grover e Meg (be’, forse Meg no) protestassero, che mi dicessero
di non sacrificarmi per loro, che temessero per la mia sopravvivenza alle
fiamme. E invece nulla. Grover mi mollò senza neanche un’esitazione.
Almeno così non mi diede tempo per ripensarci.
Niente dubbi tormentosi del genere: “E se non funziona? E se non riesco a
sopravvivere alle fiamme del sole, che erano parte della mia essenza? E se
questa bella profezia che stiamo componendo, su me che muoio nella tomba di
Tarquinio, non significasse automaticamente che non morirò oggi in questo
orribile Labirinto di fuoco?”.
Non ricordo di aver toccato terra.
La mia anima sembrava staccata dal corpo. Mi ritrovai migliaia di anni
indietro nel tempo, la primissima mattina in cui ero diventato il dio del sole.
Di punto in bianco, Helios era svanito. Non sapevo quale fosse stata l’ultima
preghiera che mi era stata rivolta come dio del sole ad aver finalmente spostato
l’equilibrio – spedendo il vecchio titano nell’oblio e promuovendo me al suo
posto – ma eccomi arrivato al Palazzo del Sole.
Terrorizzato e nervoso, aprii le porte della sala del trono. L’aria bruciava. La
luce mi accecava.
Il trono d’oro extralarge di Helios era vuoto, il mantello appoggiato sopra il
bracciolo. L’elmo, lo staffile e le scarpe d’oro erano sulla pedana, pronte per il
loro proprietario. Ma il titano era sparito.
“Sono un dio” mi dissi. “Posso farcela.”
Mi incamminai verso il trono, imponendomi di non bruciare. Se fossi corso
fuori dal palazzo urlando con la toga in fiamme il primissimo giorno di lavoro,
non avrei mai saputo come sarebbe andata a finire.
Lentamente, il fuoco indietreggiò al mio cospetto. Con la forza di volontà, mi
ingrandii fino a poter indossare senza problemi l’elmo e il mantello del mio
predecessore.
Non provai a sedermi sul trono, però. Avevo un lavoro da sbrigare e
pochissimo tempo per farlo.
Lanciai un’occhiata allo staffile. Certi addestratori sostengono che non si
deve mai essere gentili con una nuova squadra di cavalli, altrimenti ti
considerano un debole. Ma io decisi di lasciarlo lì. Non avrei iniziato il mio
nuovo lavoro comportandomi come un aguzzino.
Mi diressi deciso alla scuderia. Lo splendore del carro del sole mi fece salire
le lacrime agli occhi. I quattro cavalli avevano già i finimenti, con gli zoccoli
d’oro lucido, le criniere che formavano piccole onde di fuoco e gli occhi come
lingotti d’oro fuso.
Mi guardarono con diffidenza. La domanda era chiara: “Chi sei?”.
«Sono Apollo» dissi, sforzandomi di sembrare sicuro. «Trascorreremo una
giornata fantastica!»
Balzai sul carro, e partimmo.
Ammetto che fu una curva di apprendimento scoscesa. Un arco di circa
quarantacinque gradi, per essere precisi. Forse feci qualche giro della morte
involontario nel cielo. Forse provocai la nascita di qualche nuovo deserto o lo
scioglimento di qualche ghiacciaio finché non trovai la giusta altitudine di
crociera. Ma prima della fine della giornata, il carro diventò mio. I cavalli si
erano conformati alla mia volontà, alla mia personalità. Io ero Apollo, dio del
sole.
Cercai di aggrapparmi a quella sensazione di fiducia, all’euforia di quel primo
giorno di successo.
Ripresi conoscenza e mi ritrovai in fondo all’abisso, accovacciato tra le
fiamme.
«Helios» dissi. «Sono io.»
Le vampe vorticavano intorno a me cercando di incenerire la mia carne e
dissolvere la mia anima. Percepivo la presenza del titano: una presenza risentita,
fosca, arrabbiata. Sembrava sferzarmi con il suo staffile mille volte al secondo.
«Non sarò divorato dalle fiamme» dissi. «Io sono Apollo. Sono il tuo
legittimo erede.»
Le fiamme infuriarono, diventando ancora più calde. Helios mi detestava…
ma aspettate. C’era dell’altro. Helios detestava stare lì. Detestava il Labirinto,
quella prigione che lo bloccava in una vita che non era vita.
«Ti libererò» gli promisi.
Un rumore crepitò e sibilò nelle mie orecchie. Forse era solo la mia testa che
andava in fiamme, ma mi sembrò di udire una voce tra le fiamme: UCCIDI LEI.
Lei…
Medea.
Le emozioni di Helios divamparono nella mia mente. Percepii il suo
disprezzo per la nipote maga.
Tutto quello che Medea mi aveva detto sul trattenere l’ira di Helios… forse
era vero. Ma, soprattutto, Medea lo stava trattenendo per impedirgli di ucciderla.
Lo aveva incatenato, aveva legato la sua volontà alla propria, si era circondata di
potenti protezioni contro i suoi fuochi divini. Helios non aveva simpatia per me,
no. Ma detestava la magia presuntuosa di Medea. Per essere liberato dal suo
tormento, aveva bisogno che la nipote morisse.
Mi domandai, non per la prima volta, perché noi dei dell’Olimpo non
avevamo mai creato una divinità della terapia familiare. Sicuramente ci avrebbe
fatto comodo. O forse ne avevamo una prima della mia nascita, solo che poi si
era licenziata. Oppure Crono l’aveva divorata in un sol boccone.
In ogni caso, dissi alle fiamme: «Lo farò. Ti libererò. Ma tu devi farci
passare».
Subito, i fuochi corsero via, come se si fosse aperto uno squarcio
nell’universo.
Rimasi senza fiato. La mia pelle emanava vapore. La mia mimetica artica era
diventata di un pallido grigio affumicato. Ma ero vivo. La stanza intorno a me si
raffreddò in fretta. Le fiamme, mi accorsi, si erano ritirate dentro una galleria
che si diramava da quella sala.
«Meg! Grover!» gridai. «Potete venire giù…»
Meg mi cadde addosso, spiaccicandomi.
«Ahi!» strillai. «Non così!»
Grover fu più gentile. Scese lungo la parete e si lanciò sul pavimento con una
destrezza degna di una vera capra. Sapeva di coperta di lana bruciata. Aveva la
faccia parecchio abbronzata. Il berretto gli era caduto nel fuoco, e le punte delle
sue corna emanavano vapore come vulcani in miniatura.
Meg in un modo o nell’altro se l’era cavata. Era riuscita perfino a estrarre la
spada dalla parete prima di lanciarsi. Tirò fuori la borraccia dalla cintura, bevve
quasi tutta l’acqua e porse il resto a Grover.
«Grazie» brontolai.
«Hai sconfitto il calore» notò Meg. «Bravo. Finalmente un’esplosione di
poteri divini?»
«Ehm… Credo che dipenda più dal fatto che Helios ha deciso di lasciarci
passare. Vuole uscire dal Labirinto tanto quanto noi vogliamo che lui se ne vada.
Vuole che uccidiamo Medea.»
Grover deglutì. «Quindi… Medea è qui? Non è morta su quello yacht?»
«C’era da immaginarselo.» Meg socchiuse gli occhi e guardò nel corridoio
fumante. «Helios ha promesso di non bruciarci se sbagli altre risposte?»
«Non è stata colpa mia!»
«Come no» commentò Meg.
«Un po’ sì» concordò Grover.
No, sul serio: cado in un abisso infuocato, negozio una tregua con un titano e
faccio arretrare le fiamme del sole per salvare i miei amici, e loro vogliono
ancora parlare del fatto che non mi ricordo le istruzioni dell’Almanacco del
contadino.
«Non credo che possiamo contare sul fatto che Helios non ci brucerà mai»
dissi. «Sarebbe come aspettarsi che Erofile non usi più i giochi enigmistici. È la
loro natura. Questo è stato solo un lasciapassare una tantum per uscire dalle
fiamme.»
Grover si spense la punta dei corni. «Be’, allora non sprechiamolo.»
«Giusto.» Mi tirai su i calzoni tostati della mimetica e cercai di recuperare il
tono sicuro che avevo avuto la prima volta in cui mi ero rivolto ai cavalli del
sole. «Seguitemi. Sono sicuro che andrà tutto bene!»
40

Bravo! Hai vinto!


Hai risolto tutti i quiz
Vinci… nemici

Bene” in questo caso voleva dire: “Bene, se ti piacciono la lava, le catene e la


magia oscura”.
Il corridoio portava dritto alla sala dell’Oracolo. Urrà, direte voi. Ma per certi
versi non era così fantastico. La stanza era un rettangolo grande come un campo
da pallacanestro. Lungo le pareti c’era una decina di entrate, semplici porte di
pietra con un piccolo pianerottolo a strapiombo sulle pozze di lava, come avevo
visto nelle mie visioni. Ora, però, mi rendevo conto che la sostanza che
gorgogliava e scintillava non era lava. Era il divino icore di Helios, un elemento
più caldo della lava, più potente del propellente per i razzi, impossibile da
smacchiare se te lo versi addosso per sbaglio (ve lo dico per esperienza
personale). Avevamo raggiunto il centro stesso del Labirinto: il serbatoio del
potere di Helios.
Sulla superficie dell’icore galleggiavano grosse tessere in pietra dalla forma
quadrata, di circa un metro e mezzo per lato, che creavano file e colonne senza
alcuno schema logico.
«È un cruciverba» disse Grover.
Ovviamente aveva ragione. Purtroppo nessuno dei ponti di pietra era
collegato al nostro piccolo balcone. E nessuno portava al lato opposto della sala,
dove la Sibilla Eritrea sedeva affranta su una piattaforma di pietra. Quella era la
sua casa, ormai, e in pratica era una cella di isolamento, fornita di branda, tavolo
e gabinetto. (Eh sì, perfino le Sibille immortali devono usare il gabinetto. Alcune
delle loro migliori profezie le hanno avute… lasciamo perdere.)
Mi straziava il cuore vedere Erofile in quelle condizioni. Era esattamente
come la ricordavo: una giovane donna con le trecce rosso Tiziano e la pelle
chiara, il fisico atletico che omaggiava l’inossidabile madre naiade e il vigoroso
padre pastore. Le bianche vesti della Sibilla erano macchiate di fumo e
picchiettate di bruciature. Guardava assorta l’entrata sulla parete a sinistra, per
cui parve non averci notato.
«È lei?» sussurrò Meg.
«A meno che tu non veda un altro Oracolo» dissi.
«Bene, allora parlale.»
Non sapevo perché dovevo fare tutto io, ma mi schiarii la voce e gridai sopra
il lago bollente di icore: «Erofile!».
La Sibilla balzò in piedi.
Solo allora notai le catene: anelli di metallo fuso, proprio come nelle mie
visioni, legate ai polsi e alle caviglie, che la ancoravano alla piattaforma,
dandole solo l’agio sufficiente per spostarsi da una parte all’altra. Oh, che
infamia!
«Apollo!»
Speravo che nel vedermi il suo viso si illuminasse di gioia. Invece la Sibilla
sembrò quasi sconcertata.
«Pensavo che sareste arrivati attraverso l’altra…» Le si bloccò la voce. Fece
una smorfia per la concentrazione, poi disse: «Cinque lettere, finisce con la A».
«Porta?» tirò a indovinare Grover.
Sulla superficie del lago, le tessere di pietra cambiarono formazione. Un
blocco si incuneò nella nostra piccola piattaforma. Altre quattro si impilarono
oltre la prima, creando un ponte lungo la stanza. Scintillanti lettere d’oro
apparvero sulle tessere, a cominciare da una A ai nostri piedi. PORTA .
Erofile batté entusiasta le mani, facendo tintinnare le catene di metallo.
«Bravi! Sbrigatevi!»
Io non ero ansioso di testare il mio peso su una zattera di pietra che
galleggiava su un lago di icore incandescente, ma Meg partì subito, così io e
Grover la seguimmo.
«Senza offesa, signora, ma per poco non siamo caduti in un coso di lava
infuocata» gridò Meg alla Sibilla. «Potresti creare un ponte da qui a lì senza farci
altri indovinelli?»
«Magari!» rispose Erofile. «È la mia maledizione! O parlo in questo modo
oppure resto completamente…» Soffocò. «Dieci lettere, la settima è una L.»
«Zitta!» gridò Grover.
La nostra zattera rombò e dondolò. Grover roteò le braccia a mulinello e
sarebbe caduto se Meg non lo avesse ripreso. Meno male che esistono le persone
piccole. Hanno un baricentro basso.
«Non è “zitta”!» strillai. «Questa non è la nostra risposta definitiva! Sarebbe
da idioti, visto che zitta ha solo cinque lettere e non ha una L.» Lanciai
un’occhiataccia al satiro.
«Scusa» mormorò. «Mi sono lasciato prendere.»
Meg studiò le tessere. Sulla montatura dei suoi occhiali, gli strass
scintillarono di rosso. «Placidezza» suggerì. «Ha dieci lettere.»
«Prima di tutto, sono sbalordito che tu conosca questa parola» commentai.
«Secondo, il contesto. “Resto completamente placidezza” non ha senso. E poi, la
L sarebbe nel posto sbagliato.»
«Allora, qual è la risposta, saputello?» domandò Meg. «E non sbagliare
stavolta!»
Che ingiustizia. Cercai di trovare dei sinonimi di “zitta”. Non me ne venivano
in mente tanti. Mi piacevano la musica e la poesia. Il silenzio non faceva per me.
«Ammutolita» dissi infine. «Questa dev’essere quella giusta!»
Le tessere ci premiarono formando un secondo ponte – dieci caselle in
orizzontale, AMMUTOLITA – che si collegava al primo ponte attraverso la A.
Purtroppo, visto che il nuovo ponte era orizzontale, non ci avvicinava alla
piattaforma dell’Oracolo.
«Erofile, capisco la difficoltà della situazione. Ma non c’è un modo per
manipolare la lunghezza delle risposte?» gridai. «La prossima non potrebbe
essere una parola molto lunga e molto facile che ci porti subito alla tua
piattaforma?»
«Lo sai che non posso, Apollo.» La Sibilla si strinse le mani. «Ma vi prego,
dovete fare in fretta se volete impedire che Caligola diventi un…» Soffocò. «Tre
lettere, la lettera nel mezzo è una I.»
«Dio» risposi sconsolato.
Si formò un terzo ponte – tre tessere che si collegavano alla O di
“ammutolita”, e così ci avvicinammo solo di due caselle alla nostra meta. Io,
Meg e Grover ci mettemmo tutti e tre sulla D.
La stanza sembrava ancora più calda, come se l’icore di Helios si stesse
infuriando sempre più man mano che ci avvicinavamo a Erofile. Grover e Meg
sudavano abbondantemente. La mia mimetica artica era bagnata fradicia. Non mi
sentivo così a disagio in un abbraccio di gruppo dal primo concerto dei Rolling
Stones al Madison Square Garden nel 1969. (Un consiglio: è una tentazione, lo
so, ma non gettate le braccia al collo di Mick Jagger e Keith Richards durante i
bis. Sudano come fontane.)
Erofile sospirò. «Mi dispiace, amici miei. Ci riproverò. Certi giorni, la
profezia è un dono che vorrei non aver mai…» Fece una smorfia di dolore. «Sei
lettere. La penultima è una T.»
Grover si spostò trascinando i piedi. «Ehi, aspetta, la T è laggiù!»
Per il caldo, mi sentivo gli occhi come cipolle in uno spiedino, ma cercai lo
stesso di studiare le caselle verticali e orizzontali. «Forse questo nuovo indizio è
un’altra parola verticale che parte da una delle T di “ammutolita”?» Avanzai.
Gli occhi di Erofile si illuminarono incoraggianti.
Meg si asciugò la fronte sudata. «Be’, allora perché preoccuparsi di “dio”.
Non porta da nessuna parte.»
«Oh no» si lamentò Grover. «Stiamo ancora formando la profezia, vero?
Porta, ammutolita, dio. Che cosa significa?»
«Non lo so» ammisi. Le cellule del cervello mi sobbollivano nel cranio come
una zuppa di noodles. «Troviamo qualche altra parola. Erofile ha detto: “La
profezia è un dono che vorrei non aver mai…” che cosa?»
«Avuto non ci sta» brontolò Meg.
«Ricevuto?» propose Grover. «No, troppe lettere.»
«Forse è una metafora» suggerii. «Un dono che vorrebbe non aver mai…
aperto?»
Grover rimase senza fiato. «È questa la nostra risposta definitiva?»
I miei amici posarono entrambi lo sguardo sull’icore incandescente, poi
guardarono di nuovo me. In effetti non avevano una commovente fiducia nelle
mie capacità.
«Sì» conclusi. «Erofile, la risposta è “aperto”.»
La Sibilla fece un sospiro di sollievo mentre un nuovo ponte si estendeva
dalla seconda T di “ammutolita”, facendoci attraversare una buona parte del
lago. Tutti riuniti sulla O, ormai eravamo solo a circa un metro e mezzo dalla
piattaforma della Sibilla.
«Saltiamo?» domandò Meg.
Erofile strillò, poi si portò le mani alla bocca.
«Immagino che saltare non sarebbe saggio» dissi. «Dobbiamo completare il
cruciverba. Erofile, ci daresti una parola molto breve per andare avanti?»
La Sibilla piegò le dita, poi scandendo bene le parole disse: «Parolina corta,
orizzontale: esclamazione di dolore che comincia con la A. Parolina corta,
verticale: in mezzo ad “a” e “in”… con su per tra fra».
«Un doppio gioco!» Guardai i miei amici. «Credo che la soluzione sia “ahi”
in orizzontale e “da” in verticale. Così ce la dovremmo fare a raggiungere la
piattaforma.»
Grover guardò giù, dove il lago di icore gorgogliava incandescente. «Non mi
piacerebbe per niente cadere adesso. “Ahi” è una parola accettabile?»
«Non ho il manuale dello Scarabeo davanti, ma credo di sì.»
Ero contento che non fosse Scarabeo. Atena vinceva sempre con la sua
insopportabile ricchezza lessicale. Una volta giocò “abassiale” su delle caselle
che triplicavano il punteggio, e nella sua ira Zeus folgorò la sommità del
Parnaso.
«Questa è la nostra risposta, Sibilla» dissi. «“Ahi” e “da”.»
Altre tessere andarono al loro posto, collegando il nostro ponte alla
piattaforma di Erofile. Lo attraversammo di corsa, mentre la Sibilla batteva le
mani e piangeva di gioia. Tese le braccia per accogliermi, ma poi si ricordò che
le aveva legate a catene fiammeggianti.
Meg si girò a guardare le risposte alle nostre spalle. «Okay, allora, se questa è
la fine della profezia, cosa significa? Porta ammutolita dio aperto da ahi?»
Erofile cominciò a dire qualcosa, poi ci ripensò. Mi guardava speranzosa.
«Ipotizziamo che ci siano altre piccole parole mancanti e magari degli
aggiustamenti da fare» mi azzardai a dire. «Se combiniamo la prima parte del
Labirinto, abbiamo “Apollo si troverà di fronte alla morte nella tomba di
Tarquinio se… ehm, la porta… che conduce?» Guardai Erofile, che annuiva con
aria incoraggiante. “La porta che conduce alla divinità ammutolita non sarà
aperta da…”
«Ti sei dimenticato “ahi”» disse Grover.
«Credo che possiamo tralasciarlo visto che era un doppio gioco. Così ci
risparmiamo un po’ di dolore.»
Grover si tirò il pizzetto bruciacchiato. «È per questo che non gioco a
Scarabeo. E poi anche perché tendo a mangiare le tessere.»
Consultai Erofile. «Quindi Apollo… cioè, io mi troverò di fronte alla morte
nella tomba di Tarquinio se la porta che conduce alla divinità ammutolita non
sarà aperta da… Cosa? Ha ragione Meg. Manca ancora qualcosa nella profezia.»
Da qualche parte alla mia sinistra una voce familiare gridò: «Non
necessariamente».
Su una sporgenza a metà della parete a sinistra c’era la maga Medea.
Sembrava molto viva e contenta di vederci. Alle sue spalle, due pandai tenevano
incatenato un prigioniero che avevano malmenato: il nostro amico Crest.
«Salve, miei cari.» Medea sorrise. «Sapete, non deve esserci per forza una
fine nella profezia, perché morirete tutti adesso!»
41

Meg canta. Fine!


Tutti a casa gente!
Siamo fritti

Meg attaccò per prima.


Con movimenti rapidi e sicuri tagliò le catene che legavano la Sibilla, poi
lanciò un’occhiata folgorante a Medea come a dire: “Ah-ah! Ho liberato il mio
Oracolo da attacco!”.
Le catene caddero dai polsi e dalle caviglie di Erofile, rivelando orribili
bruciature rosse. La Sibilla vacillò, stringendosi le mani al petto. Sembrava più
inorridita che grata. «Meg McCaffrey, no! Non dovevi…»
Qualunque definizione stesse per dare, orizzontale o verticale, non importava.
Le catene e le manette tornarono insieme di scatto, del tutto integre. Poi
balzarono come serpenti a sonagli per attaccare… me, non Erofile. Si strinsero
intorno ai miei polsi e alle mie caviglie. Il dolore era così intenso che all’inizio
mi diede una sensazione fresca e piacevole. Dopodiché urlai. Alla fine, dunque,
ero riuscito a inserire pure “ahi”.
Meg assaltò di nuovo le catene, che stavolta però respinsero le sue lame. A
ogni colpo, i ceppi si stringevano, tirandomi giù finché non fui costretto ad
accovacciarmi. Con tutta la mia insignificante forza cercai di lottare, ma capii
molto presto che era una pessima idea. Tirare le manette era come premere i
polsi contro delle piastre metalliche arroventate. Quasi svenni per il dolore, e poi
l’odore… oh, santi numi, non mi piaceva per niente l’odore di Lester alla griglia.
Solo non opponendo resistenza, consentendo alle manette di portarmi dove
volevano, potevo mantenere il dolore nei limiti dello straziante.
Medea rise, contenta delle mie contorsioni. «Brava, Meg McCaffrey! Stavo
per incatenarlo io, ma mi hai fatto risparmiare un incantesimo!»
Caddi in ginocchio. «Meg, Grover… portate via la Sibilla. Lasciatemi qui!»
Un altro gesto coraggioso, altruistico. Spero che stiate tenendo il conto.
Ahimè, il mio suggerimento fu inutile. Medea schioccò le dita. Le tessere di
pietra si spostarono sulla superficie dell’icore, tagliando fuori la piattaforma
della Sibilla da tutte le uscite.
Dietro la maga, i due pandai spinsero Crest a terra. Il nostro amico pandos
scivolò con la schiena contro il muro, le mani incatenate che ancora stringevano
caparbiamente il mio ukulele da guerra. Il suo occhio sinistro era chiuso da
quanto era gonfio. Aveva le labbra spaccate. Due dita della mano destra erano
piegate a una strana angolatura. Crest incrociò il mio sguardo. Era pieno di
vergogna. Avrei voluto rassicurarlo che non aveva fallito. Non avremmo mai
dovuto lasciarlo da solo a fare la guardia. E avrebbe potuto sempre prodursi in
arpeggi strepitosi, anche con due dita rotte!
Ma riuscivo a malapena a ragionare, figuriamoci a consolare il mio giovane
studente di musica.
I due pandai distesero le orecchie giganti. Volarono dall’altra parte della
stanza, permettendo alle correnti ascensionali calde di portarli su due tessere
distinte vicino agli angoli della nostra piattaforma. Sguainarono i loro khanda e
rimasero in attesa, casomai fossimo stupidi a tal punto da cercare di fuggire con
un salto.
«Avete ucciso Timbre!» sibilò uno.
«Avete ucciso Peak!» aggiunse l’altro.
Sul suo pianerottolo Medea ridacchiò. «Vedi, Apollo, ho scelto un paio di
volontari molto motivati! Il resto insisteva per accompagnarmi quaggiù, ma…»
«Ce ne sono altri fuori?» domandò Meg. Non capivo se trovasse
quell’eventualità positiva (“Urrà, meno pandai da uccidere adesso!”) o
deprimente (“Buuu, altri da uccidere dopo!”).
«Certo, mia cara» rispose Medea. «Nel caso nutrissi la sciocca speranza di
liberarti di noi, sappi che non farebbe alcuna differenza. Ma Flutter e Decibel
non permetteranno mai che accada. Vero, ragazzi?»
«Io sono Flutter» disse Flutter.
«Io sono Decibel» disse Decibel. «Possiamo ucciderli adesso?»
«Non ancora» rispose Medea. «Apollo è proprio dove mi serve, pronto a
essere dissolto. Quanto a voi, rilassatevi. Se tentate di intromettervi, dovrò farvi
uccidere da Flutter e Decibel. E il vostro sangue potrebbe cadere nell’icore, cosa
che comprometterebbe la purezza della miscela.» Allargò le mani. «Capite? Non
possiamo avere l’icore contaminato. Mi serve soltanto l’essenza di Apollo per
questa ricetta.»
Non mi piaceva il modo in cui parlava di me come se fossi già morto, un altro
ingrediente non più importante di un occhio di rospo o del sassofrasso.
«Io non sarò dissolto» ringhiai.
«Oh sì, Lester» replicò Medea. «In un certo senso lo sarai.»
Le catene si strinsero ulteriormente, costringendomi a mettermi carponi. Non
riuscivo a capire come avesse fatto Erofile a sopportare quel dolore così a lungo.
Ma, del resto, lei era ancora immortale. Io no.
«Cominciamo!» gridò Medea. E iniziò a cantare.
L’icore emanò un bagliore immacolato, scolorando la stanza. Avevo la
sensazione che tessere di pietra in miniatura con i bordi acuminati mi si
muovessero sottopelle, scorticando la mia forma mortale e riorganizzandomi in
un nuovo tipo di enigma in cui nessuna delle risposte era “Apollo”. Urlai.
Farfugliai. Avrei supplicato di salvarmi la vita… ma, per la fortuna di quel poco
di dignità che mi era rimasta, non riuscii a formare le parole.
Con la coda dell’occhio, nelle nebbiose profondità della mia sofferenza, ero
vagamente consapevole che i miei amici arretravano, terrorizzati dal vapore e dal
fuoco che sgorgavano dalle fessure del mio corpo.
Non li biasimavo. Cosa avrebbero potuto fare? Al momento, avevo più
probabilità di esplodere io dei pacchi di granate formato famiglia di Macro, e il
mio involucro non era neppure antiscasso.
«Meg, ora proverò a suonare un canto della natura» disse Grover,
armeggiando con il flauto di canne. «Vediamo se riesco a interrompere
l’incantesimo e magari a evocare aiuto.»
«Con questo caldo? Sottoterra?»
«La natura è l’unica cosa che abbiamo! Coprimi!» E Grover cominciò a
suonare.
Meg faceva la guardia, con le spade sollevate. Anche Erofile collaborò,
stringendo i pugni, pronta a mostrare ai pandai come le Sibille trattavano i
ruffiani a Eritre.
I pandai sembravano non avere idea di come reagire. Fecero una smorfia al
suono del flauto e si avvolsero le orecchie sulla testa come un turbante, ma non
passarono all’attacco. Medea aveva detto loro di non farlo. E, per quanto la
musica di Grover fosse incerta, non sapevano se costituisse o meno un atto di
aggressione.
Nel frattempo, io ero impegnato a cercare di non farmi dissolvere nel nulla.
Ogni briciolo della mia forza di volontà era teso a mantenermi integro. Io ero
Apollo, giusto? Ero bello e amato dalla gente. Il mondo aveva bisogno di me!
Il canto di Medea minava la mia sicurezza. I suoi versi nell’antico dialetto
della Colchide mi penetravano nella mente. Chi aveva bisogno degli dei
immortali? A chi importava di Apollo? Caligola era molto più avvincente! Era
più adatto a questo mondo moderno. Lui sapeva integrarsi. Io no. Perché non
mollavo? Se l’avessi fatto, sarei stato in pace.
Il dolore è una cosa interessante. Pensi di aver raggiunto il limite e di non
poterti sentire peggio. Poi scopri che c’è un ulteriore livello di agonia, e un altro
ancora. Le piccole tessere di pietra sotto la mia pelle tagliavano, si muovevano e
mi laceravano. Incendi scoppiavano come vampe solari in tutto il mio patetico
corpo mortale, squarciando la mimetica artica da due soldi. Non sapevo più chi
ero, né perché lottavo per rimanere vivo. Avrei tanto voluto mollare, solo per
interrompere quella sofferenza.
Poi Grover trovò il ritmo. Le note diventarono più sicure e vivaci, la cadenza
più stabile. Eseguì un motivo feroce e disperato, di quelli che i satiri suonavano a
primavera nei prati dell’Antica Grecia, per incoraggiare le driadi a uscire e
danzare con loro tra i fiori di campo.
La canzone non avrebbe potuto essere più fuori luogo in quella prigione
infuocata e piena di giochi di parole. Nessuno spirito della natura avrebbe mai
potuto sentirla. Nessuna driade sarebbe venuta a danzare con noi. Tuttavia la
musica lenì il mio dolore. Diminuì l’intensità del calore, come un asciugamano
freddo premuto contro la mia fronte febbricitante.
Il canto di Medea vacillò. La maga rivolse a Grover uno sguardo malevolo.
«Allora? Smetti da solo o devo farti smettere io?»
Grover suonò con ancora più grinta, e il suo SOS lanciato alla natura
riecheggiò per tutta la sala, facendo riverberare i corridoi come le canne di un
organo in chiesa.
A un tratto Meg si unì a Grover, cantando versi senza senso con un tono di
voce terribilmente monotono. «Ehi, che ne dite della natura? Ci piacciono le
piante! Venite giù, voi driadi, e, ehm, crescete e… uccidete questa maga
eccetera.»
Erofile, che un tempo aveva una bella voce ed era nata cantando profezie,
guardò Meg costernata. Fu una vera santa a non tirarle un pugno in faccia.
Medea sospirò. «Okay, ora basta. Meg, mi dispiace. Ma sono sicura che
Nerone mi perdonerà per averti uccisa, quando gli spiegherò come cantavi male.
Flutter, Decibel… metteteli a tacere.»
Alle spalle della maga, Crest farfugliò allarmato. Armeggiò con l’ukulele,
nonostante le mani legate e due dita rotte.
Nel frattempo, Flutter e Decibel ghignavano soddisfatti. «Adesso ci
vendichiamo! A MORTE! A MORTE!» Distesero le orecchie, sollevarono le
spade e balzarono verso la piattaforma.
Meg avrebbe potuto sconfiggerli con le sue fidate spade gemelle?
Non lo so. Ma fece una mossa che mi sorprese quasi quanto il suo improvviso
bisogno di cantare. Forse, guardando il povero Crest, decise che era già stato
versato troppo sangue di pandos. Forse pensava ancora alla propria rabbia
malriposta e a chi doveva realmente odiare. In ogni caso, le spade ripresero la
forma di anelli. Meg afferrò un pacchetto dalla cintura, lo strappò e sparse i semi
sul percorso dei pandai che si stavano avvicinando.
Flutter e Decibel cambiarono direzione e urlarono mentre le piante appena
spuntate li coprivano di polline di ambrosia verde. Flutter andò a sbattere contro
la parete più vicina e cominciò a starnutire violentemente, bloccato dalle piante
come una mosca sulla carta moschicida. Decibel si schiantò contro la
piattaforma ai piedi di Meg, ricoperto a tal punto di ambrosia da somigliare più a
un cespuglio che a un pandos: un cespuglio scosso dagli starnuti.
Medea si portò le mani sul viso. «Sapete… io avevo detto a Caligola che gli
Sparti, i guerrieri nati dai denti di drago, erano molto più bravi. Ma lui mi ha
ascoltato? Nooo. Lui ha insistito per assumere i pandai.» Scosse la testa
disgustata. «Mi dispiace, ragazzi. Avete avuto la vostra occasione.» E schioccò
di nuovo le dita.
Un ventus prese vita, estraendo un ciclone di braci dal lago di icore. Lo spirito
schizzò verso Flutter, strappò il pandos urlante dal muro e lo scaricò nel fuoco
senza tante cerimonie. Poi si spostò dall’altra parte della piattaforma, sfiorando i
piedi dei miei amici, e spinse di sotto Decibel, che continuava a lacrimare e a
starnutire.
Medea annuì, soddisfatta. «Ora, se posso consigliare a voi altri di STARE
BUONI…»
Il ventus andò alla carica, circondando Meg e Grover e sollevandoli dalla
piattaforma.
Gridai e mi dimenai nelle catene, convinto che Medea avrebbe gettato i miei
amici nel fuoco, ma loro rimasero semplicemente sospesi. Grover suonava
ancora il flauto, anche se nessun suono veniva trasportato dal vento; Meg
aggrottò la fronte ed evidentemente urlò qualcosa tipo: “DI NUOVO? MI STAI
PRENDENDO IN GIRO?”.
Erofile non era stata catturata dal ventus (probabilmente Medea non la
considerava una minaccia). Si portò al mio fianco, con i pugni ancora stretti. Le
ero grato, ma non capivo cosa potesse fare una Sibilla in posa pugilistica contro
il potere della maga.
«Okay, ricominciamo!» disse Medea, con uno scintillio di trionfo negli occhi.
«Ma eseguire questo canto mentre controllo un ventus non è facile, quindi, vi
prego, comportatevi bene. Altrimenti potrei perdere la concentrazione e scaricare
Meg e Grover nell’icore. E, davvero, abbiamo già troppe impurità lì dentro, con i
pandai e l’ambrosia. Ora, Apollo, dove eravamo rimasti? Oh, sì. Scorticare la tua
forma mortale!»
42

La profezia?
Parole a vanvera
Tutte per voi

Resisti!» Erofile era inginocchiata accanto a me. «Apollo, devi resistere!»


Non riuscivo a parlare, con tutto quel dolore, altrimenti le avrei detto:
“Resisti? Oddio, quanta profondità e saggezza, grazie! Sarai mica un Oracolo?”.
Almeno non mi chiese di computare “resisti” sul cruciverba che galleggiava
sull’icore incandescente.
Il sudore mi colava lungo la faccia. Il mio corpo era elettrizzato, e non in
modo positivo come quando ero un dio.
La maga continuava a cantare. Sapevo che stava mettendo a dura prova il suo
potere, ma stavolta non capivo come sarei riuscito ad approfittarne. Ero
incatenato. Non potevo ricorrere al trucco della freccia nel petto, e anche se lo
avessi fatto, sospettavo che Medea si era già spinta così avanti con la procedura
magica che mi avrebbe semplicemente lasciato morire. La mia essenza sarebbe
stillata nella pozza di icore.
Non potevo suonare il flauto come Grover. Non potevo fare affidamento sulle
piante di ambrosia come Meg. Non ero dotato della pura forza di Jason Grace
per rompere la gabbia di ventus e liberare i miei amici.
Resisti… Ma in che modo?
La mia coscienza cominciava a vacillare. Cercai di tenermi aggrappato al
ricordo del giorno della mia nascita (sì, la mia memoria arrivava così lontano),
quando uscii dal grembo di mia madre e cominciai a cantare e danzare,
riempiendo il mondo con la mia splendida voce. Ricordai il mio primo viaggio
nell’abisso di Delfi, la lotta contro il mio nemico Pitone, le sue spire intorno al
mio corpo immortale.
Altri ricordi erano più insidiosi. Ricordai di quando guidavo il carro del sole
nel cielo, ma non ero me stesso: ero Helios, titano del sole, che sferzava la
groppa dei destrieri con una frusta infuocata. Mi vidi dipinto d’oro, con una
corona di raggi sulla fronte, mentre avanzavo tra una folla adorante di fedeli
mortali. Ma ero l’imperatore Caligola, il Nuovo Sole.
Chi ero io?
Cercai di visualizzare la faccia di mia madre, Leto. Non ci riuscii. Mio padre,
Zeus, con il suo terrificante cipiglio, era soltanto una vaga impressione. Mia
sorella… senz’altro non mi sarei potuto dimenticare della mia gemella! Ma
anche i suoi tratti fluttuavano indistintamente nella mia testa. Aveva occhi
argentei. Sapeva di caprifoglio. E poi? Mi prese il panico. Non riuscivo a
ricordare il suo nome. Non riuscivo a ricordare il mio nome.
Allargai le dita sulle tessere di pietra, che fumarono e si sbriciolarono come
ramoscelli nel fuoco. Il mio corpo sembrava ridursi a minuscoli pixel, come
avevano fatto i pandai quando si erano disintegrati.
«Tieni duro! Arriverà aiuto!» mi disse Erofile.
Non capivo come potesse saperlo, anche se era un Oracolo. Chi sarebbe
venuto in mio soccorso? Chi poteva venire in mio soccorso?
«Hai preso il mio posto» disse. «Usalo!»
Mugugnai di rabbia e frustrazione. Perché diceva sciocchezze? Perché non
ricominciava a parlare per enigmi?
Come dovevo usare il suo posto, il fatto di essere nelle sue catene? Non ero
un Oracolo. Non ero neanche più un dio. Ero… Lester? Ecco, quel nome me lo
ricordavo.
Guardai i blocchi di pietra disposti in orizzontale e in verticale,
completamente vuoti, come se fossero in attesa di una nuova sfida. La profezia
non era completa. Forse se fossi riuscito a trovare un modo per finirla… avrebbe
fatto la differenza?
Dovevo farlo. Jason aveva dato la vita perché io potessi arrivare fin lì. I miei
amici avevano rischiato tutto. Non potevo semplicemente mollare. Per liberare
l’Oracolo, per liberare Helios dal Labirinto di fuoco… dovevo concludere quello
che avevamo cominciato.
Il canto di Medea continuava in tono monotono, allineandosi al battito del
mio cuore e assumendo il controllo della mia mente. Dovevo andare oltre,
disturbarlo come aveva fatto Grover con la sua musica.
“Hai preso il mio posto” aveva detto Erofile.
Ero Apollo, il dio della profezia. Era arrivato il momento di essere l’Oracolo
di me stesso.
Mi costrinsi a concentrarmi sui blocchi di pietra. Le vene mi scoppiavano
lungo la fronte come petardi sotto la pelle. Balbettai: «F-forze bronzo oro».
Le tessere di pietra si spostarono, formando una fila di tre tessere orizzontali
nell’angolo in alto a sinistra della stanza, una parola su ogni casella: FORZE
BRONZO ORO.
«Sì!» esclamò la Sibilla. «Sì, proprio così! Continua!»
Facevo una fatica tremenda. Le catene bruciavano, trascinandomi giù.
Tormentato dal dolore, piagnucolai: «Incontri est ovest».
Una seconda fila orizzontale di tre tessere si mise in posizione sotto la prima,
illuminandosi con le parole che avevo appena pronunciato.
Altri versi sgorgarono fuori da me:

Gloria alle legioni!


Le profondità illuminate;
Innumerevoli contro uno,
Ancora spirito invitto.
Dette parole antiche
Incrinano antiche fondamenta.

Cosa significava tutto ciò? Non ne avevo idea.


La stanza rombò mentre altri blocchi si posizionarono e nuove pietre
spuntavano dal lago per fare spazio al grande numero di parole. L’intero lato
sinistro del lago era ormai rivestito da otto file di tessere con tre parole, come la
copertura di una piscina rotolata a metà sopra l’icore. Il calore diminuì. Le
manette si raffreddarono. Il canto di Medea si fece esitante, allentando la presa
sulla mia coscienza.
«Che succede?» sibilò la maga. «Siamo troppo vicini alla fine adesso!
Ucciderò i tuoi amici se tu non…»
Alle sue spalle, Crest strimpellò sull’ukulele un accordo di quarta sospesa.
Medea, che a quanto pareva si era dimenticata di lui, per poco non saltò
dentro l’icore incandescente. «Anche tu?» gli gridò. «LASCIAMI
LAVORARE!»
Erofile mi sussurrò all’orecchio: «Sbrigati!».
Capii. Crest stava cercando di farmi guadagnare tempo distraendo Medea.
Continuò caparbiamente a suonare il suo (mio) ukulele, una serie di accordi
quanto mai stridenti che gli avevo insegnato, e qualcuno che doveva avere
inventato lui lì per lì. Nel frattempo, Meg e Grover vorticavano nella loro gabbia
di ventus, cercando invano di liberarsi. Uno schiocco di dita di Medea e
sarebbero andati incontro allo stesso destino di Flutter e Decibel.
Tirare di nuovo fuori la mia voce era ancora più difficile che trainare il carro
del sole fuori dal fango. (Non chiedetemi niente. È una lunga storia che
coinvolge alcune affascinanti naiadi palustri.)
«Beneficate gli alati» continuai.
Altre tre tessere si allinearono, stavolta nell’angolo superiore destro della
stanza.
“Santi numi!” pensai. “Che cosa sto farfugliando?”
Ma le pietre continuarono a seguire la guida della mia voce, molto meglio di
quanto avesse mai fatto Alexasiriastrophona.

Esultate colline dorate


Lombi di stallone.

Le tessere continuarono ad aggiungersi, formando una seconda colonna di


versi con tre tessere che lasciarono visibile solo una striscia sottile di lago
infuocato al centro della stanza.
Medea cercò di ignorare il pandos. Riprese a cantare, ma Crest le fece perdere
di nuovo la concentrazione con un la bemolle minore con la quinta all’acuto. La
maga strillò. «Basta, pandos!» Estrasse un pugnale dalle pieghe del vestito.
«Apollo, non ti fermare» mi avvisò Erofile. «Non devi…»
Medea pugnalò Crest nello stomaco, interrompendo la sua dissonante sonata.
Singhiozzai raccapricciato, ma in qualche modo tirai fuori altri versi. «Le
trombe ascoltate» gracidai, quasi senza più voce.
«Smettila!» mi gridò Medea. «Ventus, getta i prigionieri…»
Crest strimpellò un accordo ancora più tremendo.
«UFF!» La maga si girò e lo pugnalò di nuovo.
«Oh, estranea dimora» singhiozzai.
Un’altra quarta sospesa di Crest. Un’altra pugnalata di Medea.
«Nobile gloria riconquistata! Annientando il tiranno!» gridai.
Le ultime sei tessere si posizionarono, completando la seconda colonna di
versi dall’estremità della stanza fino al bordo della nostra piattaforma.
Percepivo che la profezia era completa, accolta come una boccata d’aria dopo
una lunga nuotata sott’acqua. Le fiamme di Helios, ormai visibili solo al centro
della stanza, si raffreddarono e rimasero lì a sobbollire, rientrate nei limiti di un
normale, gravissimo incendio.
«Evviva!» esultò Erofile.
Medea si voltò ringhiando, con le mani lucide di sangue di pandos. Alle sue
spalle, Crest cadde di lato, gemendo e stringendo l’ukulele allo stomaco
straziato.
«Bravo, Apollo» disse Medea con un ghigno. «Hai fatto morire questo
pandos per niente. La mia magia è già a un punto avanzato. Ti scorticherò alla
vecchia maniera.» Sollevò il pugnale. «E per quanto riguarda i tuoi amici…»
Schioccò le dita insanguinate. «Ventus, uccidili!»
43

Che capitolo!
Una morte strafiga
E incasinata

E poi Medea morì.


Non vi mentirò, gentili lettori. È stata una sofferenza scrivere gran parte di
questo racconto, ma quest’ultima riga è stata un vero piacere. Oh, se aveste visto
l’espressione sulla sua faccia!
Ma devo tornare indietro, mi sa.
Come accadde questo meraviglioso colpo di fortuna?
Medea si paralizzò, sgranò gli occhi, cadde in ginocchio e il pugnale le
scivolò di mano. Stramazzò al suolo sbattendo il naso e rivelando alle sue spalle
una nuova arrivata: Piper McLean, con un’armatura di cuoio sopra i vestiti, il
labbro appena cucito, il volto ancora pieno di lividi ma risoluto. Aveva i capelli
bruciacchiati sulle punte e un sottile strato di cenere le rivestiva le braccia. Il suo
pugnale, Katoptris, spuntava dalla schiena di Medea.
Dietro Piper c’era un gruppo di giovani guerriere, sette in tutto. All’inizio
pensai che le Cacciatrici di Artemide fossero venute di nuovo a salvarmi, ma
quelle guerriere erano armate di scudi e lance di legno color miele.
Dietro di me, il ventus si srotolò, spingendo Meg e Grover a terra. Le mie
catene si sgretolarono, diventando una polvere color carbone. Erofile mi
sostenne per non farmi cadere.
Le mani di Medea si contraevano spasmodicamente. La maga girò la faccia di
lato e spalancò la bocca, senza però emettere alcun suono.
Piper si inginocchiò accanto a lei e le appoggiò una mano sulla spalla, quasi
con tenerezza. Poi con l’altra le estrasse Katoptris dalle scapole. «Una bella
pugnalata alla schiena ne merita un’altra.» Piper baciò Medea su una guancia.
«Ti direi di salutarmi Jason, ma lui sarà nell’Elisio. Tu… no.»
La maga rovesciò gli occhi all’indietro e smise di muoversi.
Piper guardò le alleate armate di legno. «E se la buttassimo di sotto?»
«OTTIMA SCELTA!» gridarono all’unisono le sette fanciulle. Marciarono in
avanti, sollevarono il corpo di Medea e lo scaraventarono senza tante cerimonie
nella pozza di fuoco creata dal suo titanico nonno.
Piper pulì sui jeans il pugnale insanguinato. Con la bocca gonfia e ricucita,
aveva un sorriso più raccapricciante che cordiale. «Salve, ragazzi!»
Mi sfuggì un singulto disperato, che probabilmente non era quello che Piper
si aspettava. Mi misi in piedi, ignorando il dolore lancinante alle caviglie e,
passandole davanti, mi precipitai da Crest, che borbottava debolmente. «Oh,
amico coraggioso.» Le lacrime mi pungevano gli occhi. Non mi importava
niente del mio dolore, né di come la pelle mi faceva male quando tentavo di
muovermi.
La faccia pelosa di Crest era inebetita dallo shock. Il sangue chiazzava la sua
pelliccia bianca come la neve. Il suo torace devastato scintillava. Il pandos
stringeva l’ukulele come fosse l’unica cosa che lo ancorava al mondo dei vivi.
«Ci hai salvato» dissi con voce strozzata. «Ci hai fatto guadagnare il tempo
che ci serviva. Troverò un modo per guarirti.»
Crest incrociò il mio sguardo e riuscì a dire in tono lugubre: «Musica. Dio».
Feci un sorriso amaro. «Sì, mio giovane amico. Sei un dio della musica! Ti
insegnerò tutti gli accordi. Terremo un concerto con le nove muse. Quando…
quando tornerò sull’Olimpo…»
Mi mancò la voce.
Crest non ascoltava più. I suoi occhi erano diventati vitrei. I suoi muscoli
martoriati si erano rilassati. Il suo corpo si disintegrò, collassando verso l’interno
finché l’ukulele non rimase appoggiato su un mucchio di polvere: un piccolo,
triste monumento ai miei tanti fallimenti.
Non so per quanto tempo rimasi inginocchiato lì, intontito e tremante. I
singhiozzi mi facevano male. Singhiozzai lo stesso.
Alla fine Piper si accovacciò accanto a me. Aveva un’espressione
comprensiva, ma io pensai che da qualche parte dietro i suoi begli occhi
multicolore stesse pensando: “Un’altra vita perduta per te, Lester. Un’altra morte
che non sei riuscito a evitare”. Non lo disse. Rinfoderò Katoptris. «Piangeremo
la sua morte dopo. Adesso, il nostro compito non è finito.»
Il nostro compito.
Piper era venuta in nostro soccorso, nonostante tutto quello che era accaduto,
nonostante Jason…
Non potevo crollare proprio in quel momento. Almeno, non più di quanto
avessi già fatto.
Raccolsi l’ukulele. Stavo per biascicare una qualche promessa alla polvere di
Crest, poi mi ricordai cosa accadeva per colpa delle mie promesse infrante.
Avevo giurato di insegnare al giovane pandos a suonare qualsiasi strumento
avesse voluto. Ed era morto. Nonostante il calore cocente della stanza, sentii su
di me lo sguardo freddo di Stige.
Mi appoggiai a Piper mentre lei mi aiutava ad attraversare la stanza.
Tornammo alla piattaforma dove Meg, Grover ed Erofile ci aspettavano.
Le sette guerriere erano in piedi lì accanto, come in attesa di ordini.
Al pari degli scudi, anche le loro armature erano forgiate da piastre di legno
color miele abilmente incastrate fra loro. Le fanciulle erano imponenti, circa un
metro e ottanta di altezza, con i volti cesellati e splendidamente modellati come i
loro scudi. I capelli, di varie sfumature di bianco, biondo, oro e castano chiaro
scendevano sulle loro schiene in una cascata di trecce. Gli occhi e le vene degli
arti muscolosi erano di un verde clorofilla.
Erano driadi, ma diverse da tutte le driadi che avessi mai incontrato.
«Siete le meliadi» dissi.
Le donne mi guardarono con un interesse che mi inquietò, come se fossero
ugualmente felici di combattere per me, ballare con me oppure gettarmi nel
fuoco.
La driade sull’estrema sinistra disse: «Sì, siamo le meliadi. Tu sei la Meg?».
Sbattei le palpebre. Ebbi la sensazione che avrebbe voluto un “sì” come
risposta, ma, per quanto fossi confuso, ero sicurissimo di non essere la Meg.
«Ehi, ragazze» intervenne Piper, indicando Meg. «È lei Meg McCaffrey.»
Le meliadi si mossero improvvisamente a passo marziale, sollevando le
ginocchia più in alto di quanto fosse necessario. Serrarono le fila, formando un
semicerchio davanti a Meg, come una banda musicale. Si fermarono, sbatterono
ancora una volta le lance sugli scudi e chinarono la testa in segno di rispetto.
«ONORE ALLA MEG!» gridarono. «FIGLIA DEL CREATORE!»
Grover ed Erofile si spostarono lentamente in un angolo, come se cercassero
di nascondersi dietro il gabinetto della Sibilla.
La figlia di Demetra studiò le sette driadi. I capelli della mia giovane padrona
erano scompigliati dal ventus. Il nastro adesivo da elettricista si era staccato
dagli occhiali, così sembrava che Meg indossasse due monocoli spaiati ricoperti
di strass. I suoi vestiti erano di nuovo ridotti a una serie di stracci bruciacchiati e
sbrindellati: tutte cose che, a mio parere, la facevano somigliare esattamente a
come doveva essere la Meg.
«Ciao!» salutò lei, recuperando l’abituale eloquenza.
Le labbra di Piper si piegarono in un sorriso stentato. «Ho incontrato le
ragazze all’entrata del Labirinto. Stavano per precipitarsi dentro per cercarti.
Hanno detto di aver udito il tuo canto.»
«Il mio canto?» Meg era perplessa.
«La musica!» strillò Grover. «Ha funzionato?»
«Abbiamo sentito il richiamo della natura!» esclamò la driade che guidava il
gruppo.
Quel richiamo aveva un significato diverso per gli umani, ma decisi di non
specificarlo.
«Abbiamo udito il flauto di un signore della natura incontaminata!» disse
un’altra driade. «Che saresti tu, immagino, satiro. Ave, satiro!»
«AVE, SATIRO!» fecero eco le altre.
«Ehm, sì» confermò Grover, con un filo di voce. «Ave anche a voi.»
«Ma, soprattutto, abbiamo udito l’urlo di Meg, figlia del Creatore» disse una
terza driade. «Ave!»
«AVE!» fecero eco le altre.
Era un numero più che sufficiente di saluti per i miei gusti.
Meg strinse gli occhi a fessura. «Quando dite “creatore”, vi riferite a mio
padre, il botanico, o a mia madre, Demetra?»
Le driadi parlottarono a voce bassa tra loro.
Alla fine parlò la leader. «È una precisazione molto importante. Intendevamo
dire il signor McCaffrey, il grande coltivatore di driadi. Ma adesso capiamo che
tu sei anche figlia di Demetra. Hai una doppia benedizione, sei figlia di due
Creatori! Siamo al tuo servizio!»
Meg si mise le dita nel naso. «Al mio servizio, eh?» Mi guardò come per dire:
“Perché non puoi essere un servitore eccezionale come loro?”. «Allora, ragazze,
come ci avete trovato?»
«Abbiamo tanti poteri!» esclamò una. «Siamo nate dal sangue della madre
terra!»
«La forza primordiale della vita fluisce attraverso di noi!» disse un’altra.
«Abbiamo allattato Zeus da bambino!» specificò una terza. «Abbiamo fatto
nascere un’intera razza di uomini, i guerrieri di bronzo!»
«Siamo le meliadi!» sottolineò una quarta.
«Siamo i potenti frassini!» gridò la quinta.
Alle ultime due non era rimasto molto da dire, così si limitarono a borbottare:
«Frassini. Esatto. Siamo frassini».
A quel punto intervenne Piper. «Il coach Hedge ha ricevuto il messaggio di
Grover dalla ninfa delle nubi. Poi io sono venuta a cercarvi, ragazzi. Ma non
sapevo dove fosse questa entrata segreta, così sono tornata di nuovo nel centro di
Los Angeles.»
«Da sola?» domandò Grover.
Gli occhi di Piper si rabbuiarono. Capii che era venuta lì innanzitutto per
vendicarsi su Medea e poi per aiutare noi. Riuscire a sopravvivere… occupava il
terzo posto nel suo elenco delle priorità ed era a una bella distanza dalle altre
due.
«In ogni caso, ho incontrato queste guerriere in città e abbiamo stretto una
sorta di alleanza» continuò a raccontare Piper.
Grover rimase senza fiato. «Ma Crest ha detto che l’entrata principale sarebbe
stata una trappola mortale! È pesantemente sorvegliata!»
«Sì, lo era…» Piper indicò le driadi. «Adesso non lo è più.»
Le driadi sembrarono molto soddisfatte.
«Il frassino è potente» dichiarò una.
Le altre borbottarono che erano d’accordo.
Erofile uscì dal nascondiglio dietro il gabinetto. «Ma… le fiamme? Come
avete fatto a…?»
«Ah!» gridò una driade. «Ci vuole ben altro che il fuoco di un titano del sole
per distruggerci!» Sollevò lo scudo. Un angolo era annerito, ma la fuliggine
stava già cadendo, rivelando nuovo legno immacolato.
«Quindi… voi ragazze siete al mio servizio adesso?» domandò Meg. Dalla
fronte aggrottata, capii che la sua mente stava lavorando a manetta. La cosa mi
rendeva nervoso.
Le driadi colpirono di nuovo gli scudi all’unisono.
«Obbediremo agli ordini della Meg!» disse la leader.
«Tipo, se vi chiedessi di andarmi a prendere delle enchiladas…?»
«Ti domanderemmo quante ne vuoi» gridò un’altra driade. «E quanto
dev’essere piccante la salsa!»
Meg annuì. «Forte! Ma, prima, forse potreste scortarci sani e salvi fuori dal
Labirinto?»
«Sarà fatto!» esclamò la leader.
«Un attimo» intervenne Piper. «E se…?» Indicò le tessere sul pavimento,
dove le mie sciocchezze dorate scintillavano ancora.
Mentre ero incatenato in ginocchio, non avevo realmente apprezzato la loro
disposizione:
FORZE BRONZO ORO
INCONTRI EST OVEST
GLORIA ALLE LEGIONI
LE PROFONDITÀ ILLUMINATE
INNUMEREVOLI CONTRO UNO
ANCORA SPIRITO INVITTO
DETTE PAROLE ANTICHE
INCRINANO ANTICHE FONDAMENTA
BENEFICATE GLI ALATI
ESULTATE COLLINE DORATE
LOMBI DI STALLONE
LE TROMBE ASCOLTATE
O ESTRANEA DIMORA
NOBILE GLORIA RICONQUISTATA
ANNIENTANDO IL TIRANNO

«Che significa?» domandò Grover, guardandomi come se avessi la risposta


bell’e pronta.
La testa mi doleva per la stanchezza e la pena. Mentre Crest aveva distratto
Medea, dando a Piper il tempo di arrivare e salvare la vita dei miei amici, io
avevo detto una sfilza di assurdità: due colonne di parole con un margine
infuocato al centro. Non erano neppure formattate con un bel carattere.
«Significa che Apollo ha vinto!» intervenne la Sibilla con orgoglio. «Ha
concluso la profezia!»
Scossi la testa. «No, non è vero. Apollo si troverà di fronte alla morte nella
tomba di Tarquinio se la porta che conduce alla divinità ammutolita non sarà
aperta da… Tutto questo?»
Piper scrutò i versi. «È davvero tanto testo. Devo trascriverlo?»
Il sorriso della Sibilla vacillò. «Volete dire… che non lo vedete? È lì davanti a
voi.»
Grover guardò le parole dorate socchiudendo gli occhi. «Vediamo cosa?»
«Oh.» Meg annuì. «Okay, sì.»
Le sette driadi si sporsero tutte verso di lei, affascinate.
«Che cosa significa, grande figlia del Creatore?» domandò la leader.
«È un acrostico» rispose Meg. «Guardate.»
Andò correndo all’angolo superiore sinistro della stanza. Camminò lungo la
prima lettera di ogni riga, poi saltellò dall’altra parte e camminò sulle prime
lettere delle righe in quella colonna, dicendo a voce alta ogni lettera: «F-I-G-L-I-
A-D-I-B-E-L-L-O-N-A».
«Wow!» Piper scosse la testa, sbalordita. «Non ho ancora capito bene cosa
significhi la profezia, con Tarquinio e una divinità ammutolita eccetera. Ma a
quanto pare, Apollo, ti serve l’aiuto della figlia di Bellona. Vale a dire, il pretore
anziano del Campo Giove: Reyna Avila Ramírez-Arellano.»
44

Ah ah, le driadi!
Già, a caval donato…
Addio, cavallo!

Onore alla Meg!» gridò la leader delle driadi. «Onore a colei che ha risolto
l’enigma!»
«ONORE A LEI!» concordarono le altre e poi si inginocchiarono, batterono
le lance sugli scudi e si offrirono di andare a prenderle le enchiladas.
Avrei potuto avere qualcosa da ridire sul fatto che Meg si meritasse tutti
quegli onori. Se non fossi appena stato mezzo scorticato a morte in catene
ardenti, avrei potuto risolvere io l’enigma, ed ero anche piuttosto sicuro che Meg
non sapesse cos’era un acrostico prima che glielo spiegassi io.
Ma avevamo problemi più seri di cui occuparci. La camera sotterranea
cominciò a tremare. La polvere si staccò dal soffitto. Alcune tessere di pietra si
inabissarono con un tonfo nella pozza di icore.
«Dobbiamo andarcene» disse Erofile. «La profezia è completa. Io sono libera.
Questa stanza non sopravvivrà.»
«Mi piace l’idea di andare via!» concordò Grover.
Piaceva anche a me, ma c’era una promessa che avevo intenzione di
mantenere, a prescindere da quanto Stige mi odiasse.
Mi inginocchiai sul bordo della piattaforma e fissai l’icore infuocato.
«Ehm… Apollo?» disse Meg.
«Dobbiamo tirarlo via da lì?» domandò una driade.
«Dobbiamo gettarlo lì dentro?» chiese un’altra.
Meg non rispose. Forse stava valutando quale fosse la proposta migliore.
Io cercai di concentrarmi sulle fiamme. «Helios, la tua prigionia è finita»
sussurrai. «Medea è morta.»
L’icore spumeggiò e lampeggiò. Percepii la rabbia semiconsapevole del
titano. Adesso che era libero, sembrava che pensasse: “Perché non dovrei
sprigionare il mio potere da queste gallerie e trasformare la campagna in un
deserto?”. Probabilmente non era neppure contento di vedersi scaricare due
pandai, svariate piante di ambrosia e una malvagia nipote in quella bella essenza
infuocata.
«Hai il diritto di essere arrabbiato» aggiunsi. «Ma io ricordo chi sei, ricordo
la tua brillantezza, il tuo calore. Ricordo la tua amicizia con gli dei e con i
mortali. Non potrò mai essere una divinità del sole grande come lo sei stata tu,
ma ogni giorno cerco di onorare la tua memoria… di ricordare le tue migliori
qualità.»
L’icore gorgogliò più in fretta.
“Sto soltanto parlando con un amico” mi dissi. “Non sto tentando di
convincere un missile balistico intercontinentale a non lanciarsi.”
«Terrò duro. Riconquisterò il carro del sole» gli promisi. «Finché lo guiderò
io, tu sarai ricordato. Manterrò il tuo vecchio percorso in cielo esattamente come
lo facevi tu. Ma tu sai, più di chiunque altro, che i fuochi del sole non stanno
bene sulla Terra. Non sono fatti per distruggere il suolo, ma per riscaldarlo!
Caligola e Medea ti hanno trasformato in un’arma. Non permettergli di vincere!
Tutto quello che devi fare è riposare. Torna all’etere di Caos, vecchio amico mio.
Sii in pace.»
L’icore si fece bianco incandescente. Ero sicuro che la mia faccia stesse per
subire un peeling cutaneo estremo.
Poi l’essenza infuocata luccicò e sfarfallò come una pozza piena di ali di
falene… e l’icore svanì. Il calore si dissipò. Le tessere di pietra si polverizzarono
e fioccarono nell’abisso. Sulle mie braccia, le tremende bruciature svanirono. La
pelle spaccata si riparò da sola. Il dolore scese a un livello sopportabile,
equivalente a “sopravvissuto a sei ore di torture”, e io crollai, tremando
infreddolito, sul pavimento di pietra.
«Ce l’hai fatta!» gridò Grover. Guardò le driadi, poi Meg e scoppiò in una
risata liberatoria. «Lo sentite? L’ondata di calore, la siccità, gli incendi… sono
spariti!»
«È proprio vero» commentò la leader delle driadi. «Il servo smidollato di
Meg ha salvato la natura! Onore alla Meg!»
«ONORE A LEI!» gridarono le altre driadi.
Non avevo l’energia per protestare.
La camera sotterranea rombò più violentemente. Una grossa crepa
serpeggiante si aprì in mezzo al soffitto.
«Usciamo di qui!» esclamò Meg. Poi si voltò verso le driadi. «Aiutate
Apollo!»
«La Meg ha parlato» disse la leader delle driadi. «Aiutiamo Apollo!»
Due sue compagne mi rimisero in piedi e mi trasportarono in mezzo a loro.
Cercavo di trasferire il peso del mio corpo sui piedi, per mostrare un minimo di
dignità, ma era come andare sui pattini con le rotelle fatte di maccheroni
stracotti.
«Sapete come arrivarci?» domandò Grover alle driadi.
«Adesso sì» rispose la leader. «È la via più rapida per tornare alla natura, e
quella noi la troviamo sempre.»
Su una scala “Aiuto, sto per morire!” da uno a dieci, uscire dal Labirinto era
un dieci. Ma, visto che tutto quello che era accaduto quella settimana era un
quindici, sembrava una bazzecola. I tetti della galleria crollarono intorno a noi. I
pavimenti si disintegrarono. I mostri ci attaccarono, solo per essere trafitti a
morte da sette driadi entusiaste che gridavano: «ONORE ALLA MEG!».
Finalmente raggiungemmo uno stretto condotto che saliva in diagonale verso
un minuscolo quadrato di luce.
«Non è questa la strada da cui siamo venuti» disse Grover, preoccupato.
«È abbastanza vicino» spiegò la leader delle driadi. «Andiamo prima noi!»
Nessuno ebbe niente da obiettare. Le sette driadi sollevarono gli scudi e
marciarono in fila indiana lungo il condotto. Piper ed Erofile gli andarono dietro,
seguite da Meg e Grover. Io chiudevo la fila, avendo recuperato abbastanza forza
da potermi trascinare da solo con un minimo di piagnisteo e di affanno.
Quando emersi alla luce del sole, le linee di battaglia erano già schierate.
Eravamo di nuovo nella vecchia tana dell’orso, anche se non avevo la minima
idea di come il condotto ci avesse portato lì. Le meliadi avevano formato una
parete di scudi intorno all’entrata della galleria. Alle loro spalle c’era il resto dei
miei amici, con le armi sguainate. Sopra di noi, disposti in fila lungo il bordo del
bacino di cemento, una decina di pandai: aspettavano con le frecce incoccate agli
archi. In mezzo a loro, c’era il grande stallone bianco, Incitatus.
Non appena mi vide, scosse la splendida criniera. «Eccolo qua finalmente.
Medea non è riuscita a chiudere l’affare, eh?»
«Medea è morta» dissi. «E, se non te ne vai, tu sarai il prossimo.»
Incitatus nitrì. «Non mi è mai piaciuta quella strega. Quanto ad arrendermi…
Lester, ti sei visto di recente? Non sei nelle condizioni di fare minacce. Abbiamo
una posizione di vantaggio. Hai visto la velocità dei pandai con l’arco. Non so
chi siano le tue belle alleate con l’armatura di legno, ma non importa. Seguici
senza troppe storie. Big C sta facendo rotta verso nord per occuparsi dei tuoi
amici nella Bay Area, ma possiamo raggiungere la flotta senza grandi difficoltà.
Il mio protetto ha pianificato ogni genere di trattamento speciale per te.»
Piper ringhiò. Sospettai che la mano di Erofile sulla sua spalla fosse l’unica
cosa che impedisse alla figlia di Afrodite di caricare il nemico da sola.
Le spade gemelle di Meg scintillarono sotto il sole pomeridiano. «Ehi,
guerriere di frassino, con quale velocità potete salire lassù?» domandò la figlia di
Demetra.
La leader delle driadi lanciò un’occhiata in alto. «Molto velocemente, o
Meg.»
«Perfetto!» Meg si voltò verso il cavallo e i pandai. «È la vostra ultima
occasione per arrendervi.»
Incitatus sospirò. «Bene.»
«Bene, vi arrendete?»
«No. Bene, vi uccidiamo. Pandai…»
«Driadi, ATTACCATE!» gridò Meg.
«Driadi?» Incitatus era incredulo.
Fu l’ultima cosa che disse.
Le meliadi balzarono fuori dalla buca come se non fosse più alta del gradino
di una veranda. La decina di pandai arcieri, i più veloci tiratori dell’Occidente,
non riuscirono a scagliare una sola freccia prima di essere polverizzati dalle
lance di frassino.
Incitatus nitrì, nel panico. Mentre le meliadi lo circondavano, si impennò e
scalciò con gli zoccoli rivestiti d’oro, ma neppure con la sua grande forza riuscì
a tenere testa agli spiriti primordiali degli alberi omicidi. Lo stallone perse
l’equilibrio e cadde, infilzato da sette direzioni in contemporanea.
Le driadi si girarono verso Meg.
«L’impresa è compiuta!» annunciò la leader. «Ti andrebbero le enchiladas
adesso, o Meg?»
Accanto a me, Piper sembrava vagamente nauseata, come se la vendetta
avesse perso un po’ del suo fascino. «E io credevo che la mia voce fosse
potente.»
Grover annuì. «Non ho mai avuto incubi sugli alberi. Da oggi in poi le cose
potrebbero cambiare.»
Perfino Meg sembrava a disagio, come se si fosse appena accorta del grande
potere che le era stato conferito.
Fui sollevato nel vedere che era in imbarazzo. Dimostrava che era rimasta una
brava persona. Il potere mette a disagio le brave persone invece di renderle
gioiose o vanagloriose. Ecco perché salgono al potere così di rado.
«Usciamo di qui» decise Meg.
«E poi dove andremo, o Meg?» domandò la leader delle driadi.
«A casa» rispose la figlia di Demetra. «A Palm Springs.»
Pronunciò quelle parole senza nessuna amarezza. Casa. Palm Springs.
Doveva tornare, come le driadi, alle sue radici.
45

Fiori nel deserto


E pioggia che rinfresca
Che spettacolo!

Piper non ci accompagnò.


Disse che doveva tornare nella casa di Malibù per non far preoccupare suo
padre e la famiglia Hedge. Sarebbero partiti anche loro per l’Oklahoma la sera
dopo. E poi aveva delle disposizioni da dare. Il suo tono cupo mi fece pensare
che intendeva dire le “ultime disposizioni”, quelle che riguardavano Jason.
«Ci vediamo domani pomeriggio.» Mi porse un foglio di carta gialla: un
avviso di sfratto della Finanziaria N.H . Sul retro, aveva scritto un indirizzo di
Santa Monica. «Ci vediamo lungo la strada.»
Non sapevo cosa intendesse dire, ma lei si allontanò senza darmi spiegazioni,
diretta al parcheggio del campo da golf lì vicino. Di certo, voleva prendere in
prestito un’auto all’altezza della Cadillac.
Noi tornammo a Palm Springs con la Mercedes rossa. Guidava Erofile. Chi
avrebbe mai detto che gli antichi Oracoli sapessero guidare? Meg era seduta
accanto a lei. Io e Grover ci mettemmo dietro.
Continuavo a guardare sconsolato il mio sedile, dove Crest era stato seduto
soltanto qualche ora prima, ansioso di imparare gli accordi e diventare un dio
della musica. Forse versai qualche lacrima.
Le sette meliadi marciavano accanto alla Mercedes come agenti dei servizi
segreti e ci stavano dietro senza problemi, anche quando ci lasciammo alle spalle
gli ingorghi.
Nonostante la vittoria, eravamo tutti molto seri. Nessuno propose
conversazioni brillanti.
A un certo punto, Erofile provò a rompere il ghiaccio. «È arrivato un
bastimento carico di…»
Rispondemmo all’unisono: «No».
Dopodiché viaggiammo in silenzio.
La temperatura fuori era calata di almeno quindici gradi. Uno strato di nubi
marine era arrivato sopra il bacino di Los Angeles come un gigantesco
spolverino bagnato, assorbendo tutto il calore secco e il fumo. Quando
arrivammo a San Bernardino, nuvole scure correvano sulle sommità delle
colline, facendo piovere scrosci d’acqua sui colli riarsi e anneriti dal fuoco.
Quando superammo il valico e scorgemmo Palm Springs che si stendeva
davanti ai nostri occhi, Grover pianse di gioia. Il deserto era coperto di fiori
selvatici – margherite gialle e papaveri, denti di leone e primule – che
scintillavano grazie alla pioggia che si era appena spostata, lasciando un’aria
fresca e dolce.
Decine di driadi ci aspettavano in cima alla collina, fuori dalla Cisterna. Aloe
Vera si diede un gran daffare sulle nostre ferite. India si accigliò e chiese come
avessimo fatto a rovinare i nostri vestiti un’altra volta. Reba era così contenta
che provò a ballare il tango con me, anche se i sandali di Caligola in effetti non
erano stati progettati per consentire mosse eleganti. Tutte le altre formarono un
ampio cerchio intorno alle meliadi, guardandole stupefatte.
Giosuè abbracciò Meg così forte da farla strillare. «Ce l’avete fatta!»
esclamò. «Gli incendi sono scomparsi!»
«Non dovresti essere così sorpreso» bofonchiò Meg.
«E loro…» Giosuè si girò verso le meliadi. «Le ho viste spuntare dai virgulti,
prima. Hanno detto di aver sentito un canto che dovevano seguire. Eri tu?»
«Sì.» Meg non sembrava gradire il modo in cui Giosuè fissava a bocca aperta
le driadi del frassino. «Sono le mie nuove servitrici.»
«Noi siamo le meliadi!» dichiarò la loro leader. Poi si inginocchiò davanti a
Meg. «Ci serve una guida, o Meg! Dove metteremo radici?»
«Radici?» Meg era perplessa. «Ma io pensavo…»
«Possiamo rimanere sul fianco della collina dove ci hai piantato tu, grande
Meg» disse la leader. «Ma, se vuoi che mettiamo radici altrove, devi decidere
alla svelta! Presto saremo troppo grosse e forti per il trapianto!»
Ebbi un’improvvisa immagine di noi che compravamo un pick-up,
riempivamo il retro di terra e poi ci dirigevamo a nord verso San Francisco con
sette frassini assassini. Mica male. Purtroppo, però, sapevo che non avrebbe
funzionato. Per gli alberi, i viaggi in strada non sono il massimo.
Meg si grattò un orecchio. «Se rimaneste qui… Ve la cavereste? Voglio dire,
con il deserto eccetera?»
«Ci andrebbe bene» rispose la leader.
«Anche se un po’ più di ombra e di acqua sarebbe meglio» disse un secondo
frassino.
Giosuè si schiarì la voce. Imbarazzato, si passò le dita sui capelli irsuti. «Noi,
ehm, saremmo molto onorati di avervi qui! La forza della natura è già forte, ma
con le meliadi in mezzo a noi…»
«Sì» concordò India. «Nessuno ci darebbe più fastidio. Potremmo crescere in
pace!»
Aloe Vera studiò le meliadi con aria dubbiosa. Immaginai che non si fidasse
di forme di vita che avevano bisogno di così poche cure. «Qual è la vostra
portata? Quanto territorio riuscite a proteggere?»
«Oggi siamo arrivate a Los Angeles! Non è stato difficile» disse un’altra
meliade. «Se mettiamo radici qui, possiamo proteggere tutto nel raggio di cento
leghe!»
Reba si accarezzò i capelli scuri. «È una distanza sufficiente per coprire
l’Argentina?»
«No» rispose Grover. «Ma coprirebbe tutta la California del Sud.» Si girò
verso Meg. «Tu che ne dici?»
Meg era talmente stanca che oscillava come un virgulto. Mi aspettavo quasi
che farfugliasse una delle sue risposte alla Meg del genere “boh” e poi svenisse.
Invece fece un cenno alle meliadi. «Venite qui.»
La seguimmo tutti fino al bordo della Cisterna.
Meg indicò il pozzo ombroso, con il laghetto blu al centro. «Che ne dite di
qui, intorno alla pozza?» domandò. «Ombra. Acqua. Credo che… a mio padre
sarebbe piaciuto.»
«La figlia del Creatore ha parlato!» esclamò una meliade.
«La figlia di due Creatori!» specificò un’altra.
«Una doppia benedizione!»
«La saggia solutrice di enigmi!»
«La Meg!»
Questo lasciò ben poco da dire alle ultime due, che si limitarono a
bofonchiare: «Sì. La Meg. Esatto».
Le altre driadi borbottarono e annuirono. Sebbene in futuro sarebbero stati i
frassini a occuparsi dei raduni a base di enchiladas, nessuna si lamentò.
«Un boschetto sacro di frassini… Ne avevo uno anch’io, nell’antichità» dissi.
«Meg, è perfetto.» Mi girai verso la Sibilla, che era rimasta in silenzio alle nostre
spalle, senza dubbio smarrita per il fatto di trovarsi in mezzo a così tante creature
dopo la lunga prigionia. «Erofile, questo bosco sarà ben protetto. Nessuno,
neppure Caligola, ti potrà mai minacciare qui» dissi. «Non sarò io a dirti cosa
fare. Tocca a te decidere. Ma prenderesti in considerazione l’idea di farlo
diventare la tua nuova casa?»
Erofile si strinse le braccia al petto. I suoi capelli rosso Tiziano erano dello
stesso colore delle colline del deserto illuminate dalla luce del tardo pomeriggio.
Mi domandai se stesse pensando a quanto fosse diverso quel colle rispetto a
quello in cui era nata, dove aveva avuto la sua grotta a Eritre.
«Potrei essere felice qui» disse. «In realtà, avevo pensato a Pasadena… ma
era solo un’idea. Ho sentito dire che producono tanti giochi a premi da quelle
parti e avrei diverse idee per dei giochi nuovi.»
India rabbrividì. «Perché non ne riparliamo dopo, tesoro? Unisciti a noi!»
Era un buon consiglio detto da un cactus con la pelle d’oca.
Aloe Vera annuì. «Saremmo onorati di avere un Oracolo! Potresti avvisarmi
tutte le volte in cui qualcuno sta per prendere un raffreddore!»
«Ti accoglieremmo a braccia aperte» concordò Giosuè. «Eccezion fatta per
chi tra noi ha braccia spinose. Loro probabilmente ti saluterebbero con la mano.»
Erofile sorrise. «Benissimo. Sarei…» La voce le si bloccò, come se stesse per
pronunciare una nuova profezia facendoci impazzire tutti.
«Okay!» tagliai corto. «Non c’è bisogno che ci ringrazi. Affare fatto!»
E così Palm Springs guadagnò un Oracolo, mentre al resto del mondo furono
risparmiati diversi nuovi giochi a premi in TV tipo La Sibilla della Fortuna o
L’Oracolo è servito. Era una soluzione che soddisfaceva tutti.
Trascorremmo il resto della serata a costruire un nuovo accampamento lungo
il fianco del colle, a mangiare cibi da asporto (io presi le enchiladas verdi, grazie
per la domanda) e ad assicurare ad Aloe Vera che avevamo abbastanza gel
medicamentoso spalmato sul corpo. Le meliadi dissotterrarono i loro alberelli e
li ripiantarono nella Cisterna, in un’interpretazione del tutto nuova
dell’espressione “scavarsi la fossa da soli”.
Al tramonto, la loro leader andò da Meg e fece un profondo inchino. «Adesso
riposiamo. Ma in qualsiasi momento tu ci chiamerai, se siamo a tiro, ti
risponderemo! Proteggeremo questa terra nel nome di Meg!»
«Grazie» disse Meg, poetica come sempre.
Le meliadi svanirono nei loro sette frassini, che ora formavano uno splendido
anello intorno alla pozza. I loro rami emanavano una luce soffusa, burrosa. Le
altre driadi si spostarono lungo la collina, godendosi l’aria fresca e le stelle del
cielo sgombro di fumi, e fecero fare alla Sibilla un giro della sua nuova casa.
«E qui ci sono delle rocce» le spiegarono. «E lassù ci sono altre rocce.»
Grover si sedette accanto a me e Meg e sospirò soddisfatto. Si era cambiato:
indossava un berretto verde, una maglietta batik pulita, jeans lavati e un nuovo
paio di scarpe da ginnastica appositamente modificate per gli zoccoli. Aveva uno
zaino appoggiato su una spalla.
Mi caddero le braccia nel vederlo vestito da viaggio, anche se non ne ero
sorpreso. «Vai da qualche parte?»
Grover fece un gran sorriso. «Torno al Campo Mezzosangue.»
«Adesso?» domandò Meg.
Grover allargò le mani. «È da anni che sono qui. Grazie a voi, ragazzi, il mio
lavoro è finalmente concluso! Voglio dire, so che avete ancora tanta strada da
fare, liberare gli Oracoli eccetera, ma…»
Era troppo educato per concludere la frase: “Ma, per favore, non chiedetemi
di andare da qualche altra parte insieme a voi”.
«Ti meriti di tornare a casa» dissi in tono nostalgico, desideroso di fare
altrettanto. «Ma non ti fermi neanche a riposare stanotte?»
Grover aveva un’espressione sognante negli occhi. «Devo tornare. I satiri non
sono driadi, ma abbiamo anche noi le nostre radici. Il Campo Mezzosangue sono
le mie. Sono rimasto lontano troppo a lungo. Spero che Juniper non si sia trovata
una nuova capra…»
Ricordai quanto fosse preoccupata, la driade Juniper, per l’assenza del
fidanzato quando ero al campo.
«Dubito che rimpiazzerebbe un satiro così fantastico» dissi. «Grazie, Grover
Underwood. Non ce l’avremmo mai fatta senza di te e Walt Whitman.»
Grover rise, ma la sua espressione si rabbuiò subito. «Mi dispiace solo per
Jason e…» Posò lo sguardo sull’ukulele che avevo in grembo.
Non l’avevo perso di vista da quando eravamo tornati, anche se non avevo il
coraggio di accordarlo, figuriamoci di suonarlo.
«Sì» concordai. «E per Salvadanaio. E tutti gli altri che sono morti nel
tentativo di trovare il Labirinto di fuoco. O per gli incendi, la siccità…»
Wow. Per un attimo mi ero sentito a posto. Grover era bravo a fare il
guastafeste.
Il suo pizzetto tremò. «Sono sicuro che voi ragazzi ce la farete ad arrivare al
Campo Giove. Non ci sono mai stato, né ho mai conosciuto Reyna, ma ho
sentito dire che è una brava persona. C’è anche il mio amico Tyson, il ciclope.
Salutalo da parte mia.»
Pensai a cosa ci aspettava al Nord. A parte le poche notizie che avevamo
racimolato sullo yacht di Caligola – il fatto che il suo attacco durante la luna
nuova non era andato bene – non sapevamo cosa stesse accadendo da quelle
parti, né se Leo Valdez fosse ancora là o stesse tornando in volo a Indianapolis.
L’unica cosa certa era che Caligola, senza più il suo stallone e la sua maga, stava
facendo rotta verso la Bay Area per affrontare il Campo Giove. Dovevamo
arrivare prima di lui.
«Ce la caveremo» dissi, cercando di convincermi da solo. «Abbiamo
strappato tre Oracoli al Triumvirato. Adesso, a parte Delfi, rimane solo una fonte
di profezie: i Libri Sibillini… o, meglio, quello che l’arpia Ella sta cercando di
ricostruire contando solo sulla sua memoria.»
Grover aggrottò la fronte. «Già… Ella, la ragazza di Tyson.»
Sembrava perplesso, come se non avesse senso che un ciclope fosse fidanzato
con un’arpia, tantomeno con un’arpia dalla memoria fotografica eccezionale e
che per qualche motivo era diventata il nostro unico legame con i libri profetici
bruciati secoli prima.
Pochissime cose nella nostra situazione avevano senso, ma io ero un ex dio
dell’Olimpo. Ero abituato alla mancanza di logica.
«Grazie, Grover.» Meg abbracciò il satiro e gli diede un bacio sulla guancia,
dimostrando senz’altro molta più gratitudine di quella che avesse mai dimostrato
a me.
«Figurati, Meg. Grazie a te. Tu…» Grover deglutì. «Sei stata una grande
amica. Mi piaceva parlare alle piante insieme a te.»
«Ehi, c’ero anch’io» protestai.
Grover sorrise imbarazzato. Si alzò e agganciò al petto le cinghie dello zaino.
«Dormite bene, ragazzi. E buona fortuna. Ho la sensazione che ci vedremo
ancora prima che… Be’, ciao.»
“Prima che Apollo salga in cielo e riconquisti il trono immortale?”
“Prima di morire tutti in un modo orribile per mano del Triumvirato?”
Non lo sapevo. Ma, dopo la partenza di Grover, sentii uno spazio vuoto
dentro il petto, come se il foro provocato dalla Freccia di Dodona si fosse fatto
all’improvviso più largo e profondo. Mi slacciai i sandali di Caligola e li gettai
via.
Dormii male e feci un brutto sogno.
Giacevo in fondo a un fiume freddo e scuro. Sopra di me fluttuava una donna
con indosso delle vesti di seta nera: la dea Stige, incarnazione vivente delle
acque infernali.
«Altre promesse infrante» sibilò la dea.
Un singhiozzo mi si formò in gola. Non avevo bisogno che mi venisse
ricordato.
«Jason Grace è morto» continuò. «E il giovane pandos.»
“Crest” avrei voluto urlare. “Aveva un nome!”
«Cominci a renderti conto della follia dei tuoi giuramenti affrettati sulle mie
acque?» domandò Stige. «Ci saranno altre morti. La mia ira non risparmierà
nessuno di quelli che ti stanno vicino, finché non ti sarai fatto perdonare. Goditi
il tuo tempo come mortale, Apollo!»
L’acqua cominciò a riempirmi i polmoni, come se il mio corpo si fosse
appena ricordato di aver bisogno di ossigeno.
Mi svegliai boccheggiando.
L’alba stava spuntando sopra il deserto. Abbracciavo così stretto il mio
ukulele che mi lasciò dei segni sull’avambraccio e dei lividi sul petto. Il sacco a
pelo di Meg era vuoto ma, prima che mi mettessi a cercarla, la vidi sfrecciare giù
dalla collina verso di me, con una luce strana ed entusiasta negli occhi.
«Apollo, alzati» disse. «Questo devi proprio vederlo!»
46

Secondo premio:
Bon Jovi in sottofondo
Il primo? Peggio

Villa McCaffrey era rinata.


O, meglio, ricresciuta.
Dalla sera alla mattina, i legni duri del deserto erano spuntati e cresciuti a
velocità incredibile, formando le travi e i pavimenti di una casa a palafitta e a più
livelli proprio come quella di prima. Fitte rampicanti erano spuntate dalle rovine
di pietra, intrecciando insieme le pareti e i soffitti e lasciando spazio per le
finestre e per i lucernari, ombreggiati da tende di glicine.
La più grande differenza nella nuova casa: il salone era stato costruito a forma
di ferro di cavallo intorno alla Cisterna, lasciando il boschetto di frassini a cielo
aperto.
«Spero che vi piaccia» disse Aloe Vera, portandoci a fare un giro. «Ci siamo
ritrovati tutti insieme e abbiamo deciso che era il minimo che potessimo fare.»
Gli interni erano comodi e ariosi, con fontane e acqua corrente in ogni stanza
rifornite da fonti sotterranee attraverso condutture di radici viventi. Cactus in
fiore e alberi di Giosuè decoravano gli spazi. Enormi rami si erano dati la forma
di mobili. Anche la vecchia scrivania del dottor McCaffrey era stata
amorevolmente ricreata.
Meg tirò su con il naso, aprendo e chiudendo furiosamente le palpebre.
«Santo cielo, spero che tu non sia allergica alla casa!» disse Aloe Vera.
«No, questo posto è strepitoso!» Meg si gettò fra le braccia di Aloe,
ignorando le tante punte della driade.
«Wow!» esclamai (l’animo poetico di Meg doveva essere contagioso).
«Quanti spiriti della natura ci sono voluti per finirla?»
Aloe scrollò le spalle, con aria modesta. «Tutte le driadi del deserto del
Mojave hanno voluto dare una mano. Ci avete salvato! E avete riportato in vita
le meliadi.» Diede a Meg un bacio appiccicoso sulla guancia. «Tuo padre
sarebbe così orgoglioso. Hai portato a compimento la sua opera.»
Meg ricacciò indietro le lacrime, sbattendo le ciglia. «Vorrei solo…»
Non c’era bisogno che concludesse la frase. Sapevamo tutti quante vite non
erano state salvate.
«Rimani?» chiese Aloe. «Aeithales è casa tua.»
Meg guardò la vista sul deserto. Avevo il terrore che rispondesse di sì.
L’ultimo ordine che mi avrebbe dato sarebbe stato quello di continuare le mie
imprese da solo, e questa volta avrebbe fatto sul serio. Perché non avrebbe
dovuto? Aveva ritrovato la sua casa. Aveva i suoi amici, lì, incluse sette potenti
driadi che l’avrebbero onorata e le avrebbero servito enchiladas tutte le mattine.
Poteva diventare la protettrice della California del Sud, lontano dalle grinfie di
Nerone. Poteva trovare la pace.
Solo poche settimane prima, l’idea di essere libero da Meg mi avrebbe
entusiasmato, ma in quel momento la trovavo insopportabile. Sì, volevo che lei
fosse felice. Ma sapevo che aveva ancora molte cose da fare: prima fra tutte,
affrontare Nerone un’altra volta, chiudendo quell’orribile capitolo della sua vita,
incontrando faccia a faccia la Bestia e sconfiggendola.
Oh, e poi avevo bisogno dell’aiuto di Meg. Datemi pure dell’egoista, ma non
riuscivo a immaginare di andare avanti senza di lei.
Meg strinse la mano di Aloe. «Forse un giorno. Lo spero. Ma adesso…
dobbiamo andare in altri posti.»

Grover ci aveva generosamente lasciato la Mercedes che aveva preso in prestito


da… chissà dove.
Dopo aver detto addio a Erofile e alle driadi, che stavano facendo programmi
per creare un gigantesco tabellone da Scarabeo in una delle stanze sul retro di
Aeithales, ci dirigemmo a Santa Monica per cercare l’indirizzo che Piper mi
aveva dato. Continuavo a guardare nello specchietto retrovisore, domandandomi
se la pattuglia sull’autostrada ci avrebbe fermato per furto d’auto. Sarebbe stata
la conclusione perfetta della mia settimana.
Ci volle un po’ per trovare l’indirizzo giusto: un piccolo campo di aviazione
privato, vicino al lungomare di Santa Monica.
Una guardia giurata ci fece passare dal cancello senza farci domande, come se
stesse aspettando due ragazzi su una Mercedes possibilmente rubata. Andammo
subito sulla pista d’atterraggio.
Un Cessna bianco scintillante era fermo vicino al terminal, proprio accanto
alla Pinto gialla del coach Hedge. Rabbrividii, domandandomi se eravamo
intrappolati in un episodio dell’Oracolo è servito. Primo premio: il Cessna.
Secondo premio… No, non ci potevo neanche pensare.
Il coach Hedge stava cambiando il pannolino a Baby Chuck sul cofano della
Pinto, mentre il piccolo si distraeva masticando una granata (che probabilmente
era solo un involucro vuoto. Probabilmente).
Accanto a lui, Mellie sovrintendeva alle operazioni. Quando ci vide, ci salutò
con la mano e fece un sorriso mesto, indicando l’aereo dove Piper, ai piedi della
scaletta, parlava con il pilota.
In mano, la figlia di Afrodite teneva una cosa grossa e piatta: un tabellone. E
aveva anche un paio di libri sottobraccio. Alla sua destra, vicino alla coda del
velivolo, il vano bagagli era aperto. Il personale di terra stava assicurando con
delle cinghie un grosso contenitore di legno con le rifiniture in ottone. Una bara.
Mentre io e Meg ci avvicinavamo, il capitano strinse la mano a Piper. Aveva
la faccia tirata dalla commozione. «È tutto a posto, signorina McLean. Sarò a
bordo a fare i controlli pre-volo finché i nostri passeggeri non saranno pronti.»
Ci fece un rapido cenno del capo, poi salì sul Cessna.
Piper indossava un paio di jeans sbiaditi e una canottiera verde mimetica. Si
era fatta un taglio di capelli corto e scalato – probabilmente perché ne aveva tanti
bruciacchiati – che la faceva misteriosamente assomigliare a Talia Grace. I suoi
occhi multicolore avevano assunto il colore grigio della pista d’atterraggio, per
cui avrebbe potuto essere scambiata per una figlia di Atena.
Il tabellone che teneva in mano era, ovviamente, il plastico della Collina dei
Templi al Campo Giove che aveva realizzato Jason. Sottobraccio aveva i suoi
due album da disegno.
Un cuscinetto a sfere mi si piantò in gola. «Ah.»
Piper annuì. «La scuola mi ha permesso di togliere tutta la sua roba.»
Presi il plastico come si potrebbe prendere la bandiera piegata di un soldato
caduto. Meg infilò gli album da disegno nello zaino.
«Sei in partenza per l’Oklahoma?» chiesi, accennando all’aereo.
«Be’, sì. Ma noi andiamo in macchina. Mio padre ha preso un SUV a
noleggio. Sta aspettando me e la famiglia Hedge da DK ’s Donut.» Piper sorrise
con aria triste. «Il primo posto dove mi ha portato a fare colazione quando ci
siamo trasferiti qui.»
«In macchina?» chiese Meg. «Ma…»
«L’aereo è per voi» continuò Piper. «E… Jason. Mio padre aveva abbastanza
credito di ore di volo e carburante per un ultimo viaggio. Gli ho proposto di
riportare Jason a casa, voglio dire… la casa dove ha vissuto di più, nella Bay
Area, e gli ho spiegato che voi ragazzi avreste potuto scortarlo fin là. Anche
secondo papà questo era un modo molto migliore di usare l’aereo. Noi siamo
contenti di andare in macchina.»
Guardai il plastico della Collina dei Templi, tutti i piccoli contrassegni del
Monopoli etichettati a mano con cura da Jason… Lessi l’etichetta: APOLLO .
Nella mente sentii la voce di Jason che pronunciava il mio nome e mi chiedeva
un favore: “Fammi una promessa. Qualunque cosa succeda quando tornerai
sull’Olimpo, quando sarai di nuovo un dio, ricordatelo. Ricorda cosa significa
essere umani”.
Era questo essere umani, mi dissi. Stare sulla pista d’atterraggio a guardare i
mortali che caricavano il corpo di un amico e di un eroe nella stiva, sapendo che
non sarebbe mai più tornato. Salutare una ragazza affranta che aveva fatto il
possibile per aiutarci, consapevole che non avresti mai potuto ripagarla né
risarcirla per tutto quello che aveva fatto.
«Piper, io…» La voce mi si bloccò come succedeva alla Sibilla.
«Va bene così» disse lei. «Arrivate al Campo Giove sani e salvi. Fate in modo
che Jason abbia la sepoltura romana che merita. Fermate Caligola.»
Le sue non erano parole amare, come mi sarei potuto aspettare. Erano solo
asciutte, come l’aria di Palm Springs: nessun giudizio, solo il calore naturale.
Meg lanciò un’occhiata alla bara nella stiva. Si sentiva a disagio a viaggiare
con il cadavere di un compagno.
Non potevo biasimarla. Non era un caso se non avevo mai invitato Ade a
viaggiare con me sul carro del sole. Mescolare gli Inferi e il mondo dei vivi era
di cattivo auspicio.
Ciononostante, Meg borbottò: «Grazie».
Piper strinse in un abbraccio la giovane amica e le baciò la fronte. «Figurati.
E, se per caso vieni a Tahlequah, passa a trovarmi, okay?»
Pensai ai milioni di giovani che mi pregavano ogni anno in tutto il mondo,
sperando di lasciare la città natale per andare a Los Angeles e realizzare i loro
sogni. In quel momento Piper stava facendo il percorso opposto: lasciava il
glamour e lo sfarzo che avevano contraddistinto la vita di suo padre quando
lavorava nel cinema per tornare a Tahlequah, una cittadina dell’Oklahoma. E
sembrava tranquilla, come se sapesse che la sua Aeithales l’aspettava là.
Mellie e il coach Hedge si avvicinarono. Baby Chuck continuava a
sgranocchiare allegramente la sua granata fra le braccia del padre.
«Sei pronta, Piper?» domandò il satiro. «Ci aspetta un lungo viaggio.» Aveva
un’espressione torva e determinata. Guardò la bara nella stiva, poi spostò subito
gli occhi sulla pista.
«Quasi» rispose Piper. «Sei sicuro che la Pinto sia all’altezza di un viaggio
così lungo?»
«Certo!» esclamò Hedge. «Ma… ehm, sai, non perdiamoci di vista, nel caso
il SUV si rompa e abbiate bisogno del mio aiuto.»
Mellie alzò gli occhi al cielo. «Io e Chuck andiamo nel SUV .»
Il coach si schiarì rumorosamente la voce. «Nessun problema. Così avrò
tempo per sentire le mie canzoni. Ho tutta la collezione di Bon Jovi su cassetta!»
Cercai di sorridere incoraggiante, anche se pensai di offrire a Ade un nuovo
suggerimento per i Campi della Pena se lo avessi mai incontrato: Pinto, viaggio
in macchina, Bon Jovi su cassetta.
Meg diede qualche lieve colpetto sul naso di Baby Chuck, facendolo ridere e
sputare pezzettini di granata. «Che cosa farete in Oklahoma?» domandò.
«Farò il coach, naturalmente!» rispose Hedge. «Hanno delle ottime squadre
nei college dell’Oklahoma. E poi ho sentito dire che la natura è molto forte da
quelle parti. Un bel posto per crescere un figlio.»
«E c’è sempre lavoro per le ninfe delle nubi» aggiunse Mellie. «Tutti hanno
bisogno delle nuvole.»
Meg fissò il cielo, forse domandandosi quante di quelle nuvole fossero ninfe
che lavoravano a salario minimo. Poi, all’improvviso, rimase a bocca aperta.
«Ehm… ragazzi?» Indicò a nord.
Una forma scintillante si stagliava contro una linea di nuvole bianche.
Per un attimo pensai che un piccolo aereo stesse compiendo le ultime
manovre prima dell’atterraggio. Poi vidi che quella sagoma sbatteva le ali.
Il personale di terra si mise in azione mentre Festus, il drago, si avvicinava
per l’atterraggio, con Leo Valdez sulla groppa. I coni a luce intermittente
guidarono Festus verso un punto vicino al Cessna. Nessuno dei mortali sembrò
trovare la cosa strana. Uno dell’equipaggio chiese a Leo se gli servisse del
carburante.
Il figlio di Efesto fece un gran sorriso. «No, grazie. Ma, se date una bella
lavata al mio bolide e poi gli passate la cera e magari gli trovate della salsa al
tabasco, sarebbe fantastico.»
Festus ruggì in segno di approvazione.
Leo Valdez scese e venne verso di noi. Qualsiasi avventura avesse avuto,
sembrava che ne fosse uscito con i ricci neri, il sorriso malandrino e il corpo da
folletto intatti. Indossava una T-shirt con la scritta dorata: LA MIA COORTE È
ANDATA A NUOVA ROMA E L’UNICA COSA CHE MI HA PORTATO È STATA QUESTA
MAGLIETTA DA DUE SOLDI. Solo che le parole erano in latino.
«Che la festa abbia inizio!» annunciò. «Ecco i miei amici!»
Non sapevo che cosa dire. Eravamo tutti lì, allibiti, mentre Leo ci
abbracciava.
«Ehi, che vi è successo, ragazzi?» domandò. «Qualcuno vi ha colpito con una
granata stordente? Allora, ho buone notizie e cattive notizie da Nuova Roma, ma
prima…» Scrutò le nostre facce. La sua espressione si fece scura. «Dov’è
Jason?»
47

Una bibita?
Qualche cosa da bere?
Solo lacrime

Piper crollò. Si accasciò su Leo, e tra un singhiozzo e l’altro gli raccontò la


storia finché lui, attonito e con gli occhi rossi, non l’abbracciò e seppellì la faccia
sul suo collo.
Il personale di terra ci lasciò un po’ di spazio. Gli Hedge tornarono alla Pinto,
dove il coach strinse forte Mellie e il loro bambino, come si dovrebbe sempre
fare con i propri familiari, consapevoli che una tragedia può colpire chiunque in
qualsiasi momento.
Io e Meg restammo dove eravamo, con il plastico di Jason che mi vibrava
ancora tra le braccia.
Accanto al Cessna, Festus sollevò la testa, emise un suono profondo e
funebre, poi alitò del fuoco nel cielo. Il personale di terra reagì con un po’ di
nervosismo mentre gli lavavano le ali con il tubo di gomma. Immaginai che gli
aerei privati non levavano canti funebri né sputavano troppo spesso fuoco dalle
narici… né avevano le narici, se è per questo.
L’aria intorno a noi parve cristallizzarsi, formando schegge di emozioni che ci
avrebbero tagliato da qualunque parte ci fossimo girati.
Leo sembrava appena stato malmenato. (Un aspetto che conoscevo bene: lo
avevo già visto malmenato.) Si asciugò le lacrime dal viso, fissò la stiva e poi il
plastico nelle mie mani. «Non gli ho… Non ho potuto neanche salutarlo.»
Piper scosse la testa. «Neanch’io. È accaduto tutto molto in fretta. Lui ha…»
«Ha fatto quello che Jason ha sempre fatto» disse Leo. «Ha salvato la
situazione.»
Piper trasse un respiro tremante. «E di te cosa ci racconti? Novità?»
«Novità?» Leo ricacciò indietro un singhiozzo. «Dopo questo, chi se ne
importa delle novità che porto io!»
«Ehi!» Piper gli diede un pugno su un braccio. «Apollo mi ha raccontato
quello che stavi facendo. Cos’è successo al Campo Giove?»
Leo tamburellò con le dita sulle cosce, come se stesse portando avanti due
conversazioni simultaneamente in codice Morse. «Noi… abbiamo bloccato
l’attacco. Più o meno. Abbiamo subito molti danni. Questa è la cattiva notizia.
Un sacco di brave persone…» Lanciò di nuovo un’occhiata alla stiva. «Be’,
Frank sta bene, Reyna e Hazel pure. Questa è la buona notizia…» Rabbrividì.
«Santi numi, non riesco neppure a ragionare. È normale? Tipo, non mi ricordo
come si fa.»
Gli assicurai che era normale, almeno in base alla mia esperienza.
Il capitano scese la scaletta dell’aereo. «Mi dispiace, signorina McLean, ma
siamo in coda per la partenza. Se non vogliamo perdere il nostro turno…»
«Sì, certo» disse Piper. «Apollo, Meg, voi andate. Io starò bene con il coach e
Mellie. Leo…»
«Oh, non ti libererai certo di me» dichiarò Leo. «Hai vinto un drago di bronzo
che ti scorta in Oklahoma.»
«Leo…»
«Non litighiamo adesso» insistette il figlio di Efesto. «E poi, è più o meno
sulla stessa strada che porta a Indianapolis.»
Il sorriso di Piper era vago come la nebbia. «Ti stabilisci a Indianapolis. Io a
Tahlequah. Ne abbiamo fatta di strada, eh?»
Leo si girò verso di noi. «Andate, ragazzi. Portate… portate Jason a casa.
Rendetegli giustizia. Troverete il Campo Giove sempre allo stesso posto.»
Dal finestrino dell’aereo, l’ultima cosa che vidi di Piper, Leo, il coach e
Mellie fu il loro gruppetto riunito che confabulava a terra per organizzare il
viaggio verso est con il drago di bronzo e la Pinto gialla.
Nel frattempo, noi rullammo lungo la pista nel nostro aereo privato. Ci
lanciammo nel cielo con un rombo, diretti al Campo Giove, dove avremmo
anche incontrato Reyna, la figlia di Bellona.
Non sapevo come avrei trovato la tomba di Tarquinio né chi fosse la divinità
ammutolita. Non sapevo come avremmo fermato Caligola impedendogli di
attaccare il campo romano già danneggiato. Ma niente di tutto ciò mi
preoccupava quanto quello che ci era già accaduto: così tante vite distrutte, la
bara di un eroe nella stiva e tre imperatori ancora vivi, pronti a seminare altro
caos fra tutte le cose e tutte le persone a cui tenevo.
Mi ritrovai a piangere.
Era ridicolo. Gli dei non piangono. Ma, mentre guardavo il plastico di Jason
sul sedile accanto al mio, l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era che lui non
avrebbe mai visto ultimati i progetti che aveva etichettato con tanta cura. Mentre
stringevo il mio ukulele, l’unica immagine che avevo era quella di Crest che
suonava il suo ultimo accordo con le dita rotte.
«Ehi!» Dal sedile davanti, Meg si girò verso di me. Nonostante i soliti
occhiali con gli strass e il look colorato da scuola materna (rammendato per
l’ennesima volta, non si sa come, grazie alla magia delle pazientissime driadi),
Meg sembrava più adulta, più sicura di sé. «Sistemeremo tutto.»
Scossi la testa, sconsolato. «Sistemeremo cosa? Caligola si sta dirigendo a
nord. Nerone è ancora a piede libero. Abbiamo affrontato tre imperatori e non ne
abbiamo sconfitto neanche uno. E Pitone…»
Meg mi diede un colpetto sul naso, molto più forte di come aveva fatto con
Baby Chuck.
«Ahi!»
«Ho la tua attenzione?»
«Be’… sì.»
«Allora, ascoltami: I tre or noti e il Tevere raggiunto, Apollo ballerà, l’attimo
è giunto. È quello che diceva la profezia di Indianapolis, giusto? Avrà senso una
volta che arriviamo là. Sconfiggerai il Triumvirato.»
Sbattei le palpebre. «È un ordine?»
«È una promessa.»
Avrei voluto che non l’avesse messa in quel modo. Quasi sentii la risata della
dea Stige, la sua voce che riecheggiava dalla fredda stiva dove il figlio di Giove
giaceva nella bara.
Quel pensiero mi fece arrabbiare. Meg aveva ragione. Avrei sconfitto gli
imperatori. Avrei liberato Delfi dalle grinfie di Pitone. Non avrei permesso che
tutti quelli che si erano sacrificati lo avessero fatto invano.
Forse quella missione si era conclusa con un accordo di quarta sospesa. Ci
erano rimaste ancora tante cose da fare.
Ma, da quel momento in avanti, sarei stato più di Lester. Sarei stato più di un
osservatore.
Sarei stato Apollo.
E avrei ricordato cosa significa essere umani.
GUIDA ALLA LINGUA DI APOLLO

Ade: il dio greco della morte, delle pietre e dei metalli preziosi. Governa gli
Inferi. Forma romana: Plutone.
Adriano: quattordicesimo imperatore di Roma, al potere dal 117 al 138 dopo
Cristo. Famoso per aver costruito una fortificazione in pietra (il Vallo di
Adriano) che segnava il confine settentrionale della Britannia.
Aeithales: greco antico per “sempreverde”.
Afrodite: la dea greca dell’amore e della bellezza. Forma romana: Venere.
Alessandro Magno: sovrano dell’antico regno di Macedonia dal 336 al 323
avanti Cristo. Unì le città-Stato della Grecia e conquistò la Persia.
Ambrosia: cibo degli dei, dotato di poteri di guarigione. Conferisce
immortalità a chiunque la consumi. I semidei possono mangiarla a piccole dosi
per guarire le ferite.
Arbutus: qualsiasi arbusto o albero della famiglia delle Ericacee, con fiori
bianchi o rosa e bacche rosse o arancioni.
Ares: il dio greco della guerra. Figlio di Zeus ed Era, fratellastro di Atena.
Forma romana: Marte.
Argo II: trireme volante costruita dalla casa di Efesto al Campo Mezzosangue
per trasportare in Grecia i semidei della Profezia dei Sette.
Arpia: creatura femminile alata che ghermisce le cose.
Artemide: la dea greca della caccia e della luna. Figlia di Zeus e Leto,
gemella di Apollo. Forma romana: Diana.
Asclepio: il dio della medicina. Figlio di Apollo. Il tempio a lui dedicato era
il centro di guarigione dell’Antica Grecia. Forma romana: Esculapio.
Atena: la dea greca della saggezza. Figlia di Zeus. Forma romana: Minerva.
Bellona: la dea romana della guerra. Figlia di Giove e di Giunone.
Blemmi: creature prive di testa, con la faccia sul torace.
Britomarti: la dea greca delle reti da caccia e da pesca. I suoi animali sacri
sono i grifoni.
Bronzo celeste: potente metallo magico, mortale per i mostri, usato per creare
armi brandite dagli dei greci e dai loro figli semidei.
Cabrito: carne di capretto arrosto o allo spiedo.
Caligae (caliga, sing.): scarpe militari romane.
Caligola: soprannome di Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico, terzo
imperatore romano della dinastia giulio-claudia. Famigerato per la crudeltà e le
carneficine che ordinò durante i quattro anni del suo governo, dal 37 al 41 dopo
Cristo, fu assassinato da alcuni soldati della guardia pretoriana a seguito di una
congiura di senatori e cavalieri.
Campo Mezzosangue: il campo di addestramento dei semidei greci, situato a
Long Island, nello Stato di New York.
Ciclopi: razza primordiale di giganti, muniti di un solo occhio in mezzo alla
fronte.
Cimopolea: la dea greca delle mareggiate violente. Figlia di Poseidone.
Cinghiale di Erimanto: gigantesco suino che terrorizzava gli abitanti delle
alture di Erimanto, nell’Antica Grecia, finché Eracle non lo soggiogò in una
delle sue dodici fatiche.
Claudio: imperatore romano dal 41 al 54 dopo Cristo. Successe a Caligola,
suo nipote.
Commodo: Lucio Aurelio Commodo, figlio dell’imperatore Marco Aurelio.
Nominato imperatore dal padre all’età di sedici anni, assunse il comando
dell’impero a diciotto, alla morte di Marco Aurelio. Governò Roma dal 180 al
192 dopo Cristo. Era un uomo megalomane e corrotto; si considerava il Nuovo
Ercole e si divertiva a uccidere animali e a combattere contro i gladiatori al
Colosseo.
Crono: il più giovane dei dodici Titani. Figlio di Urano e Gea, padre di Zeus.
Uccise il padre su richiesta della madre. È signore del fato, delle messi, della
giustizia e del tempo.
Cura del medico: miscuglio creato da Asclepio, dio della medicina, per
riportare indietro i morti.
Dafne: bella naiade che attrasse l’attenzione di Apollo. Fu trasformata dagli
dei in una pianta di alloro affinché potesse sfuggire al dio.
Dedalo: architetto e inventore. Creò a Creta il Labirinto in cui era tenuto il
Minotauro (metà uomo, metà toro).
Delo: isola greca nel Mar Egeo. Luogo di nascita di Apollo.
Demetra: la dea greca dell’agricoltura. Figlia dei titani Rea e Crono. Forma
romana: Cerere.
Denarius (denarii, pl.): unità di valuta romana.
Dioniso: il dio greco del vino e dell’estasi. Figlio di Zeus. Forma romana:
Bacco.
Driadi: le ninfe degli alberi.
Ecate: la dea della magia e dei crocicchi, in grado di viaggiare liberamente
tra il mondo degli umani, quello degli dei e il regno dei morti. È raffigurata come
triplice (giovane, adulta e vecchia).
Ecuba: regina di Troia, moglie del re Priamo.
Edesia: la dea romana dei banchetti.
Efesto: il dio greco del fuoco, dei vulcani, degli artigiani e dei fabbri. Figlio
di Zeus ed Era, sposo di Afrodite. Forma romana: Vulcano.
Elena di Troia: figlia di Zeus e Leda, è considerata la più bella donna del
mondo greco. Secondo la leggenda, quando lasciò suo marito Menelao per
Paride, principe troiano, gli Achei (Greci) mossero guerra a Troia.
Elisio: il paradiso dove venivano inviati gli eroi greci quando gli dei
conferivano loro l’immortalità.
Empuse: mostri alati che si nutrono di sangue, ancelle della dea Ecate.
Encelado: gigante, figlio di Gea e Urano. Principale avversario della dea
Atena durante la Guerra dei Giganti.
Enea: principe di Troia e leggendario antenato dei Romani. Eroe dell’Eneide,
il poema epico di Virgilio.
Era: la dea greca del matrimonio. Moglie e sorella di Zeus; matrigna di
Apollo. Forma romana: Giunone.
Eracle/Ercole: il più forte tra i mortali. Figlio di Zeus e Alcmena. Conosciuto
come Eracle in Grecia, Ercole a Roma.
Ermes: il dio greco dei viaggiatori e delle comunicazioni. Guida degli spiriti
dei morti. Forma romana: Mercurio.
Erofile: figlia di una ninfa d’acqua. Era dotata di una voce talmente bella che
Apollo le conferì il dono della profezia, facendola divenire la Sibilla Eritrea.
Estia: la dea greca del focolare.
Euterpe: la musa della poesia lirica.
Feronia: la dea romana dei boschi, associata anche alla fertilità, alla salute e
all’abbondanza.
Ferro dello Stige: metallo magico forgiato sullo Stige, capace di uccidere i
mostri, in particolare gli spettri e le creature degli Inferi.
Filippo il Macedone: sovrano del regno di Macedonia dal 359 al 336 avanti
Cristo. Padre di Alessandro Magno.
Furie: le dee della vendetta.
Gea: la dea greca della terra. Moglie di Urano e madre dei Titani, dei giganti,
dei ciclopi e di altre creature.
Germanico: adottato dall’imperatore romano Tiberio, divenne uno dei più
importanti generali dell’impero romano, noto per le sue vittoriose campagne in
Germania. Padre di Caligola.
Giacinto: principe greco, figlio del re di Sparta e amante di Apollo. Morì
mentre tentava di far colpo su Apollo con la propria abilità nel lancio del disco.
Giano: il dio romano degli inizi, delle aperture, delle soglie, dei cancelli, dei
passaggi, del tempo, delle fini. È rappresentato con due facce.
Giove: il dio romano del cielo e re degli dei. Forma greca: Zeus.
Gladio: spada corta, principale arma dei soldati romani.
Grotta di Trofonio: profondo baratro, sede dell’Oracolo di Trofonio. Detta
anche la “Grotta degli incubi”, per i racconti terrorizzanti dei suoi visitatori.
Guerra di Troia: stando alla leggenda, la guerra contro questa città fu
intrapresa dagli Achei (Greci) dopo che il principe troiano Paride aveva rapito
Elena, moglie del re di Sparta, Menelao.
Helios: titano, dio del sole. Figlio di Iperione e Teia.
Hypnos: il dio greco del sonno.
Icore: fluido dorato che costituisce il sangue degli dei e degli immortali.
Idra: mostro acquatico dotato di molte teste.
Incitatus: il cavallo preferito dell’imperatore romano Caligola.
Inferi: il regno dei morti, dove le anime risiedono per l’eternità. Governato
da Ade.
Katoptris: greco per “specchio”. Un pugnale che un tempo apparteneva a
Elena di Troia.
Khanda: spada dritta a doppio taglio. Importante simbolo del sikhismo.
Kusarigama: arma tradizionale giapponese formata da una falce attaccata a
una catena.
Labirinto: struttura sotterranea originariamente costruita sull’isola di Creta
da Dedalo per contenere il Minotauro.
Legionario: soldato dell’esercito romano.
Leto: la dea greca della maternità. Madre di Apollo e di Artemide.
Lucrezia Borgia: figlia del papa Alessandro VI, fu una splendida nobildonna
che si guadagnò la reputazione di abile macchinatrice politica.
Marco Aurelio: imperatore romano dal 161 al 180 dopo Cristo, padre di
Commodo. Fu considerato l’ultimo dei “cinque imperatori buoni”.
Marte: il dio romano della guerra. Forma greca: Ares.
Medea: maga, seguace di Ecate. Figlia del re della Colchide, Eeta, e nipote di
Helios, il dio del sole. Moglie dell’eroe Giasone, che aiutò a recuperare il Vello
d’oro.
Mefite: la dea romana dei gas maleodoranti. Venerata soprattutto nelle paludi
e nelle aree vulcaniche.
Meliadi: ninfe greche dei frassini, nate da Gea. Allevarono Zeus a Creta.
Michelangelo Buonarroti: scultore, pittore, architetto e poeta italiano del
Rinascimento; genio straordinario nella storia dell’arte occidentale. Fra i suoi
tanti capolavori, dipinse il soffitto della Cappella Sistina in Vaticano.
Minotauro: figlio del re di Creta, Minosse. Metà uomo, metà toro, era
rinchiuso nel Labirinto, dove uccideva le persone che gli venivano sacrificate.
Fu sconfitto da Teseo.
Monte Olimpo: montagna greca. Casa dei dodici dei dell’Olimpo.
Muse: divinità greche della letteratura, della scienza e delle arti, ispiratrici nei
secoli di artisti e scrittori. Figlie di Zeus e Mnemosine, da bambine ebbero
Apollo per maestro. I loro nomi sono: Calliope, Clio, Erato, Euterpe,
Melpomene, Polimnia, Talia, Tersicore, Urania.
Neos Helios: greco per “Nuovo Sole”, titolo adottato dall’imperatore romano
Caligola.
Nerone: fu imperatore romano dal 54 al 68 dopo Cristo, l’ultimo della
dinastia giulio-claudia. Fece giustiziare la madre e la prima moglie. Molti
ritengono che sia stato lui ad aver appiccato l’incendio che distrusse Roma, ma
Nerone diede la colpa ai cristiani. Edificò un nuovo palazzo sul terreno
incendiato e perse il sostegno del popolo quando le spese di costruzione lo
costrinsero ad aumentare le tasse. Morì suicida.
Ninfa: divinità femminile della natura.
Niobidi: furono uccisi da Apollo e da Artemide, quando la loro madre,
Niobe, si vantò di avere più discendenti di Leto, madre delle due divinità
gemelle.
Nunchaku: arma giapponese formata da due bastoni uniti a un’estremità da
una catena o da una corda corta.
Oracolo di Delfi: l’Oracolo più importante dell’Antica Grecia. Trasmetteva
le profezie di Apollo.
Oracolo di Trofonio: l’Oracolo della Beozia, famoso perché terrorizzava
coloro che gli si rivolgevano. I supplicanti dovevano bere dalle due sorgenti
della memoria e dell’oblio prima di essere ammessi nella grotta.
Oro imperiale: metallo raro, mortale per i mostri. Consacrato al Pantheon, a
Roma, la sua esistenza era un segreto gelosamente custodito dagli imperatori.
Ortopoli: l’unico figlio di Plemneo sopravvissuto alla nascita. Travestita da
vecchia, Demetra lo allattò, assicurando la sopravvivenza al bambino.
Palatino: uno dei sette colli dell’Antica Roma. Considerato uno dei quartieri
più ambiti, vi abitavano aristocratici e imperatori.
Pan: il dio greco delle selve. Figlio di Ermes.
Pandai (pandos, sing.): creature leggendarie con orecchie giganti, otto dita
alle mani e ai piedi e corpi coperti da peli bianchi che diventavano neri con l’età.
Parazonio: pugnale a lama triangolare portato dalle donne nell’Antica
Grecia.
Petersburg: battaglia della Guerra di Secessione statunitense, in Virginia,
durante la quale un carico di esplosivo che doveva essere usato contro i
Confederati causò la morte di quattromila soldati unionisti.
Pitone: serpente mostruoso che per ordine di Gea sorvegliava l’Oracolo di
Delfi.
Plemneo: padre di Ortopoli, Plemneo fu allevato da Demetra sfuggendo così
alla morte.
Porte della Morte: le porte di accesso alla casa di Ade, situata nel Tartaro.
Le porte hanno due versanti: uno nel mondo mortale, l’altro negli Inferi.
Poseidone: il dio greco del mare. Figlio dei titani Crono e Rea, fratello di
Zeus e Ade. Forma romana: Nettuno.
Pretore: magistrato romano e comandante dell’esercito.
Sarpedone: figlio di Zeus, principe della Licia ed eroe della Guerra di Troia.
Combatté distinguendosi dalla parte dei Troiani, ma fu ucciso dal guerriero greco
Patroclo.
Satiro: divinità greca della foresta, in parte capra, in parte uomo.
Saturnali: antica festività romana che si teneva a dicembre in onore del dio
Saturno (Crono, in greco).
Shuriken: stella ninja da lancio.
Sibilla: sacerdotessa dotata di virtù profetiche ispirate da un dio.
Sibilla Eritrea: profetessa che presiedeva l’Oracolo di Apollo a Eritre, nella
Ionia.
Siccae (sicca, sing.): spade corte e ricurve usate in battaglia nell’Antica
Roma.
Stige: il fiume che delimita il confine tra la terra e gli Inferi. Deve il suo
nome alla dea dell’odio, una potente ninfa d’acqua, figlia maggiore del titano del
mare, Oceano.
Strigi: grossi uccelli del malaugurio che si nutrono di sangue.
Tarquinio: Lucio Tarquinio il Superbo fu il settimo e ultimo re di Roma, di
origine etrusca. Governò la città dal 535 al 509 avanti Cristo, quando, dopo una
sollevazione popolare, fu istituita la repubblica.
Tempio di Castore e Polluce: antico tempio nel Foro Romano, noto come
Tempio dei Dioscuri o dei Càstori. Fu eretto in onore dei gemelli semidei figli di
Giove e Leda e fu a loro dedicato dal generale romano Aulo Postumio, che
riportò una grande vittoria nella battaglia del lago Regillo.
Termopili: valico montano vicino al mare, nella Grecia settentrionale. Fu
teatro di molte battaglie, la più famosa delle quali tra i Persiani e i Greci durante
l’invasione del re Serse I nel 480 avanti Cristo.
Tersicore: la musa della danza.
Tevere: il terzo fiume più lungo di Italia, sulle cui sponde fu fondata Roma.
Nelle sue acque i Romani gettavano i criminali giustiziati.
Titani: potenti divinità greche, discendenti di Gea e Urano. Dominarono
durante l’Età dell’Oro e furono spodestati da una stirpe di divinità più giovani,
gli dei dell’Olimpo.
Trireme: nave da guerra greca a tre ordini di remi.
Triumvirato: alleanza politica formata da tre persone.
Trofonio: semidio figlio di Apollo, architetto del tempio di Apollo a Delfi e
spirito dell’Oracolo Oscuro. Decapitò il fratellastro Agamede per evitare di
essere scoperto dopo aver fatto razzia nella camera del tesoro di re Irieo.
Troia: città situata nell’odierna Turchia. Fu teatro dell’epica guerra di Troia.
Urano: personificazione greca del cielo. Marito di Gea e padre dei Titani.
Vello d’oro: manto dorato di un ariete alato, era un simbolo di autorità e
regalità custodito nella Colchide da un drago e da tori sputafuoco. A Giasone fu
assegnato il compito di andarlo a cercare, cosa che diede l’avvio a un’impresa
epica.
Ventus (venti, pl.): spiriti della tempesta.
Vulcano: il dio romano del fuoco, dei vulcani e dei fabbri. Forma greca:
Efesto.
Waystation: luogo di rifugio per semidei, mostri pacifici e Cacciatrici di
Artemide, situato sotto la Union Station a Indianapolis.
Zeus: il dio greco del cielo, nonché re degli dei. Forma romana: Giove.
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Le sfide di Apollo - 3. Il labirinto di fuoco


di Rick Riordan
Mappa illustrata da Kayley LeFaivre, riprodotta per accordo con Disney Hyperion Books
© 2018 Rick Riordan
© 2018 Mondadori Libri S.p.A., Milano, per l’edizione italiana
Pubblicato per accordo con Gallt and Zacker Literary Agency
Titolo dell’opera originale: The Trials of Apollo 3. The Burning Maze
Ebook ISBN 9788852088001

© COPERTINA || ART DIRECTOR: FERNANDO AMBROSI | GRAPHIC DESIGNER: DANIELE


GASPARI | ILLUSTRAZIONE DI DANIELE GASPARI | ELEMENTI GRAFICI: © OLGA NIKONOVA /
SHUTTERSTOCK, © PAWEL RADOMSKI / SHUTTERSTOCK
«L’AUTORE» || © MARTY UMANS