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Dunque: possiamo avere già capito che l’interesse dello stoicismo non è tanto rivolto

alla scienza come fine ultimo, ma alla felicità, una felicità che si ottiene per mezzo
della virtù: anzi, la virtù stessa è felicità. A tal punto che l’idea stoica di filosofia è
proprio quella di una scienza e una pratica delle virtù. Seneca stesso dice: “La
filosofia è esercizio di virtù” (Ep. 89). Quindi il concetto di filosofia viene a
coincidere con quello di virtù e il suo fine è il raggiungimento della sapienza, una
sapienza ovviamente intesa come sapienza del buon vivere, del vivere felice, del
vivere virtuoso (cose che evidentemente coincidono in un’ottica stoica, ma non solo).
A questa sapienza quindi non si perviene tanto attraverso lo studio, ma attraverso –
come già detto – l’esercizio della virtù.
Questa ricerca della felicità nel neostoicismo del periodo romano si dipinge con tratti
spiccatamente religiosi o comunque spirituali. Questo perché gli stoici romani danno
una particolare rilevanza al tema dell’interiorità spirituale dell’uomo. Nello stoicismo
romano c’è soprattutto questa idea secondo la quale per giungere a Dio, per
conformarsi alla sua legge, il saggio stoico non deve uscire fuori da sé, ma guardare
in se stesso, attraverso quella che oggi potremmo chiamare introspezione, indagine
della propria coscienza. Gli stoici romani fanno del ritorno a se stessi uno dei loro
temi preferiti, tema che diventerà centrale nell’ultimo periodo della filosofia antica,
cioè nel neoplatonismo. Vivere felice è conoscere il vero bene.
Qual è il vero bene, secondo Seneca? Scrive: “Il bene dell’uomo non è nell’uomo se
non quando la ragione è perfetta. Ma qual è questo bene? Te lo dirò: un’anima libera,
nobile, che sottomette le altre cose a sé, senza lasciarsi sottomettere da nessuna”
(Lettere, 124, 11-12). In un altro luogo risponde dicendo: “Qual è? Un animo
irreprensibile e puro, emulo di Dio, capace di elevarsi al di sopra delle cose umane, e
di riporre ogni suo bene in se stesso. Sei un animale razionale. Qual è, dunque, il
bene in te? La ragione perfetta. Richiamala al suo fine, fa’ che progredisca il più
possibile. Ritieni di essere felice quando ogni gioia nascerà nel tuo intimo, quando,
vedendo le cose che gli uomini rubano, bramano, custodiscono, non troverai nulla che
non dico preferisci, ma neppure vuoi” (Lett., 124, 23-24). Questo ultimo riferimento è
motivato dal fatto che quello che la maggior parte degli uomini ritiene costituire la
loro felicità in realtà è il loro male. Quindi bisogna stabilire con esattezza in cosa
consista il vero bene, capire che la sua radice sta nell’interiorità dell’uomo,
comprendere in cosa consista il fine dell’uomo e il rendersi conto del ruolo di Dio e
del Destino nei rapporti che intercorrono tra l’uomo e il destino stesso, cioè tra
l’uomo e Dio.
Lo scopo che si pone Seneca nel suo fare filosofia non è quindi una conoscenza
intellettuale, ma la realizzazione di quegli effetti che la conoscenza produce
sull’uomo. Questa conoscenza cosa dovrà produrre? Un cambiamento nelle
valutazioni da parte dell’uomo delle cose, degli eventi, dei fatti che gli accadono,
della sua vita. La convinzione di fondo è che i mali non stanno tanto nelle cose in
quanto tali, ma nella valutazione sbagliata che noi diamo ad esse. Ciò che va
modificato non è ciò che ci circonda, ma la propria interiorità.
Il vero saggio è colui che riesce a mantenere il suo equilibrio là dove gli altri, scossi
dagli eventi che ritengono negativi, cadono: “Non è straordinario non essere scossi
quando tutto è tranquillo: meraviglio che qualcuno si sollevi là dove tutti si lasciano
abbattere, che qualcuno stia in piedi là dove tutti giacciono a terra. Che cosa c’è di
male nei tormenti e nelle altre cose che chiamiamo avversità? A mio parere questo: il
venire meno, il piegarsi e il lasciarsi sopraffare dall’animo. Niente di tutto ciò può
accadere all’uomo saggio: sta diritto sotto qualsiasi peso. Niente lo abbassa; nessuna
contrarietà da sopportare gli riesce sgradita. Infatti egli non si lamenta che gli sia
capitato tutto quanto può capitare ad un uomo” (Lett., 71, 21-26).
Dunque il fine della filosofia di Seneca è eliminare quei mali presenti nell’anima che
non permettono all’uomo una vita virtuosa, cioè felice, cioè giusta, cioè buona. La
filosofia si presenta quindi come una terapia. Seneca stesso scrive: “Mi occupo degli
affari dei posteri. Scrivo cose che possano loro giovare; affido agli scritti consigli
salutari, come se fossero ricette di medicine utili; ne ho sperimentato l’efficacia sulle
mie ferite” (Lett., 8, 2). E quindi l’esito ultimo della filosofia, il suo scopo primo per
Seneca non è una conoscenza puramente culturale, un sapere intellettuale e difficile,
ma – come già detto – la felicità, qualcosa da realizzare, una disciplina pratica e non
puramente speculativa: “I filosofi si devono ascoltare e leggere con il proposito di
raggiungere la felicità, non per cercare di cogliere degli arcaismi o i neologismi, le
metafore troppo ardite o le figure retoriche, ma i precetti utili, le massime nobili e
coraggiose da mettere subito in pratica” (Lett., 108, 29-35). Seneca stesso dirà anche
che “la filosofia [...] non consiste in parole, ma in fatti” (Lett., 16, 3).
C’è un brano di una lettera a Lucilio in cui è molto chiaro ed evidente lo scopo della
filosofia secondo Seneca. Si sta parlando dell’essere saggio, di come lo si diventa.
Leggiamolo: “Cerca piuttosto di indicarmi la via da seguire per raggiungere questa
meta. Dimmi che cosa devo evitare, a che cosa devo tendere, con quali esercizi posso
rafforzare il mio animo vacillante, come respingere da me gli accidenti che mi
colpiscono all’improvviso e mi incalzano, come posso resistere a tanti mali, come
respingere queste disgrazie che mi hanno assalito e quelle in cui io stesso mi sono
cacciato. Insegnami come posso sopportare le tribolazioni senza lamentarmi e la
felicità senza che altri si lamentino [...]. Di questi argomenti occupiamoci, Lucilio
mio, con questi educhiamo il nostro animo. In questo consiste la saggezza, in questo
consiste l’essere saggi, non nell’esercitare un’inutile sottigliezza intellettuale in vuote
discussioncelle. [...] Dimmi come posso far sì che la tristezza e la paura non turbino il
mio animo, come possa scaricarmi il peso di queste passioni. Si faccia qualcosa”
(Lett., 117, 19-26).
Per quanto riguarda i principi fondamentali che sono a fondamento della realtà,
abbiamo detto che per la dottrina stoica ci sono questi due principi primi, l’uno attivo
e l’altro passivo, entrambi comunque materiali. Per cui anche Dio è corpo. Seneca si
discosta da questa impostazione, o meglio: mantiene l’idea della duplicità di questi
principi, ma nega il materialismo radicale nel quale si trova inserito lo stoicismo
classico. E uno dei concetti nei quali troviamo le maggiori oscillazioni nell’opera di
Seneca e aspetti nei quali Seneca si discosta dalla teoria stoica comune è quello
relativo a Dio. Non è facile riuscire a cogliere una nozione unitaria e definitiva di Dio
in Seneca: spesso ci troviamo di fronte a idee, a definizioni, ad affermazioni che non
sempre sono compatibili tra loro. Ci sono spunti che ovviamente rimandano allo
stoicismo, al suo monismo, al suo panteismo, al suo materialismo anche; ma ci sono
pure altri spunti che sono più spiccatamente spiritualistico, che risultano più vicini a
una sensibilità platonica e anche a un certo approccio cristianeggiante. Non è un caso,
ovviamente, che Seneca sia, tra i filosofi pagani, quello che forse più di altri sia stato
stimato dai pensatori cristiani dei primi secoli (e non solo): lo si è sentito molto
vicino su tanti temi, tanto da far nascere la leggenda (ovviamente del tutto priva di
fondamenta) di un epistolario tra Seneca stesso e San Paolo.
La nozione che ha Seneca di Dio naturalmente, quale filosofo egli è, si discosta
notevolmente dall’idea popolare di divino, che spesso viene criticata nelle sue opere.
Per esempio, quando parla della credenza secondo la quale Giove scaglierebbe i
fulmini dalle nubi o che gli dèi siano chiamati a consiglio da Giove stesso per
deliberare su questo o quest’altro, critica queste idee, queste nozioni del divino,
ritenendole erronee. D’altro canto ritiene che questo stesso modo di vivere la
religiosità, di concepire dio e i suoi rapporti con il mondo superiore e con il mondo
inferiore, abbia comunque una sua funzione pedagogica rispetto al volgo ignorante,
con il quale è necessario ricorrere al sentimento della paura, paura che instilla
nell’uomo ignorante il giusto timore rispetto a qualcosa che è sopra di noi. Se vi sono
persone che si attengono all’onestà solo se spinte dalla paura, è giusto che si presenti
loro un’idea di dio vendicatore, armato di fulmine, ecc., per far sì che queste persone
si attengono alla morale (Quest. nat., II, 42, p. 733). Oppure, altrove, in una lettera a
Lucilio, nella ventiquattresima, dice di non credere in tante tradizioni mitologiche
tramandate dall’antichità: non crede che una ruota faccia girare Issione (Issione era
stato invitato a mensa nell’Olimpo e tentò di violentare Era: allora Zeus, per
punizione, lo fece precipitare nel Tartaro e lo fece legare, usando dei serpenti, a una
ruota in fiamme e in perenne movimento. E poi Seneca continua riferendosi ad altre
vicende mitiche cui solo gli sciocchi credono: “... Né un masso è spinto con le spalle
su per una salita da Sisifo [Sisifo era stato appunto punito da Zeus a spingere
all’infinito un macigno per un pendio e, appena giunto alla vetta, questo macigno
rotolava a valle e si ripeteva la solita situazione], né i visceri di alcuno possono
ricrescere ed essere divorati ogni giorno [il riferimento è a Tizio, il gigante che fu
condannato da Zeus ad essere legato nell’Ade e ad avere il fegato perennemente roso
da due avvoltoi e perennemente ricrescente]: nessuno è così infantile da temere
Cerbero [il cane a più testa guardiano dell’Ade], le tenebre e gli scheletri sotto forma
di spettri” (Lett. 24, 18, p. 972).

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