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GIANFRANCO BERTAGNI

GNOSI E SEMIOTICA IN UMBERTO ECO


Appunti per la VI lezione del seminario su “Gnosticismo e modernità”

È possibile caretterizzare la teoria semiotica di Umberto Eco come gnostica?


Abbiamo visto che molti considerano gnostici diversi elementi presenti ne “Il nome
della rosa”: elementi che non possono essere considerati esclusivamente come
afferenti al ‘letterario’, ma che – come abbiamo sottolineato più volte – si inseriscono
all’interno della visione semiotica di Eco.
Dunque ci si potrebbe aspettare che Eco, là dove parli di gnosticismo nei suoi testi
teorici, ne parli – diciamo così – positivamente.
Verifichiamo. Nel 1990 uscì in libreria “I limiti dell’interpretazione”. Questo testo è
assai importante per il nostro discorso. Si tratta di una raccolta di saggi: tra essi ne
troviamo di dedicati all’ermetismo (secondo molti studiosi, una forma religiosa
propriamente gnostica), e un paragrafo intitolato “Lo spirito della gnosi”.
Ma facciamo prima un passo indietro. Nel 1962 Umberto Eco pubblicò “Opera
aperta”: uno dei suoi libri teorici più significativi. Cosa vuol dire ‘opera aperta’? In
breve, significa che, nell’ottica di Eco, un’opera d’arte (romanzo, poesia, film,
quadro,…) è aperta alla ricezione e all’interpretazione da parte del fruitore.
Quest’ultimo è non lo scopritore, bensì il creatore del significato dell’opera. Davanti
all’ermeneutica del fruitore, le intenzioni dell’autore non possono che svanire. Forse
l’autore voleva comunicare qualcosa attraverso la sua opera, ma tutto ciò ormai non
ha più senso di esistere: quella sua opera è nelle mani dei lettori, e sono loro, nella
loro libertà, che le daranno i loro significati. Quell’opera sarà non più del suo autore,
ma dei suoi lettori: saranno loro che gli conferiranno significato.
Dunque nel ’62 Eco, provocatoriamente, spingeva il suo discorso semiotico sulla
ricezione e interpretazione, lasciando in secondo piano l’intenzione dell’opera.
Invece, ne “I limiti dell’interpretazione” egli tenta di ristabilire un equilibrio tra opera
e interpretazione: appunto, i limiti dell’interpretazione. Cioè, con la scusa di
un’interpretazione troppo libera non è permesso dire di una certa opera qualsiasi cosa.
Secondo Eco esistono due tipi di interpretazioni, entrambi estremi: quella di
derivazione aristotelica e quella di derivazione ermetico-gnostica. Vedi fotocopie.

La semiosi ermetica è causa dello slittamento incontrollato da significato a


significato: essa non dice – come molte teorie semiotiche contemporanee – che non
esiste un significato universale trascendente. Anzi, asserisce che qualsiasi cosa può
rimandare a qualsiasi altra cosa, proprio grazie all’esistenza di un soggetto
trascendente. Quest’ultimo, essendo la coincidentia oppositorum nella quale tutto è in
tutto, fa in modo tale che ogni cosa si connetta con ogni altra cosa attraverso infiniti
riferimenti. Dunque, in questa prospettiva, ogni testo, ogni segno, ha in sé la pienezza
del significato. Tuttavia, questo sistema di segni, porta a un continuo differimento di
significato: tutto è allusione, e il significato finale rimane inattingibile. Ricordate ciò
che abbiamo detto a proposito de “Il nome della rosa” e dell’impossibilità del
protagonista di raggiungere il significato dei segni.
La domanda è: Eco è un teorico di questo tipo di semiosi? È un semiotico ermetico?
Lui stesso ci risponde, e la risposta è negativa. Egli è un teorico della semiosi
illimitata (che ricava dal semiologo Peirce), che è altra cosa rispetto alla deriva
ermetica. Peirce scrive: “Un segno è qualcosa conoscendo il quale conosciamo
qualcosa di più”. Invece, dice Eco, la semiosi ermetica sostiene: “Un segno è
qualcosa conoscendo il quale conosciamo qualcos’altro”. Secondo Peirce (e secondo
Eco), conoscere di più significa che, nel passaggio da un interpretante a un altro, il
segno riceve sempre maggiori determinazioni. Attraverso la semiosi illimitata,
l’intepretazione si avvicina in modo asintotico al significato finale, fino a raggiungere
una conoscenza del contenuto da cui la catena intepretativa aveva preso avvio.
Certo, la semiosi è teoricamente illimitata, ma i nostri scopi di interpreti sezionano,
riducono l’infinita serie di possibilità interpretative. Ciò che ci interessa in un
processo semiotico è solo ciò che è rilevante all’interno di un determinato universo di
discorso.
La deriva ermetica invece realizza una catena di somiglianze tra elementi senza farci
conoscere nulla di più rispetto agli elementi stessi della catena. Spesso Eco fa il
seguente esempio. Prendiamo una serie di cose: A, B, C, D, E, e consideriamole
attraverso le loro proprietà: a, b, c, d, e, f, g, h, in modo tale che ogni cosa abbia
quattro di queste proprietà.

A B C D E

b c d b c d e c d e f d e f g e f g h

In cosa consiste la deriva? Nello slittamento da un segno a un altro, in un viaggio


labirintico tra le cose, senza raggiungere una maggiore conoscenza. In realtà, cosa
lega A con E? Nulla, oltre all’appartenere alla stessa rete di somiglianza.
Vedi le fotocopie da “Il pendolo di Foucault”, su le tre regole. (Il pendolo di Foucault
è del 1988, il libro di Eco precedente a “I limiti dell’interpretazione”: in esso si
trovano moltissime citazioni e teorie semiotiche, presentate in forma romanzata, che
costituiranno il nuclueo teoretico del saggio uscito nel ’90. Vi sono anche numerosi
riferimenti allo gnosticismo antico, ma su questo non possiamo trattenerci…).
È questo il sistema semiotico usato dall’ermetismo, dall’esoterismo in generale, e –
secondo Eco – da buona parte della critica letteraria contemporanea.
Invece, nella semiosi illimitata, ogni oggetto viene interpretato da un altro segno, cioè
attraverso un altro oggetto, e così via, potenzialmente all’infinito. In tal modo si
produce una crescita del significato globale della prima rappresentazione, un insieme
di determinazioni, dato che ogni nuovo interpretante spiega su una base diversa
l’oggetto di quello precedente.