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Riassunto di Macroeconomia

Macroeconomia (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli)

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2. I dati della macroeconomia


martedì 14 marzo 2017 09:58

La misura del valore dell'attività economica: Il PIL (Prodotto Interno Lordo)


Il PIL ha l'obiettivo di riassumere in un unico numero il valore monetario dell'attività economica in
un dato periodo di tempo.

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) è il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali prodotti nell'ambito
di un sistema economico in un dato periodo di tempo.

Il PIL rappresenta simultaneamente:


 Il reddito totale di tutti coloro che partecipano al sistema
economico
 La spesa totale per l'acquisto dei beni e servizi finali
prodotti dal sistema economico

Le due definizioni coincidono poiché, per l'economia nel suo complesso, il reddito è uguale alla
spesa. Poiché in ogni transazione ci sono un compratore e un venditore, ogni centesimo di spesa dei
compratori corrisponde ad ogni centesimo di reddito dei venditori.

CALCOLO DEL PIL

- SOMMARE BENI DIVERSI


Per calcolare il valore totale di beni e servizi diversi, la contabilità nazionale ricorre ai prezzi di
mercato, dato che questi prezzi riflettono la disponibilità degli individui a pagare per un bene o
servizio. Il PIL quindi è dato dalla somma delle quantità Q moltiplicate per i prezzi di mercato P

- BENI USATI
Il PIL misura il valore dei beni e servizi di produzione corrente. La vendita di un'auto usata
rappresenta il trasferimento di un patrimonio, non un aumento del reddito del sistema
economico. Dunque, la vendita di beni usati non rientra nel computo del PIL

- TRATTAMENTO DELLE SCORTE


Se un'impresa aumenta le scorte, l'investimento in scorte viene considerato una spesa dei
proprietari dell'impresa. La produzione che va a finire in magazzino, quindi, fa aumentare il
PIL tanto quanto la produzione che viene venduta.

Una vendita di beni a magazzino, invece, essendo una combinazione di spesa positiva
(acquisto da parte del consumatore) e negativa (diminuzione delle scorte) non influenza il PIL.

Il PIL, quindi, comprende sempre e solo i beni e servizi di produzione corrente.

- BENI INTERMEDI E VALORE AGGIUNTO


Il PIL comprende solo il valore del bene finale perché il valore del bene intermedio è
incorporato nel prezzo di mercato del bene finale che concorre a produrre.

La somma di tutto il valore aggiunto è pari al valore di tutti i beni e servizi finali. Il PIL, quindi, è
definibile anche come il valore aggiunto totale di tutte le imprese che operano in un sistema
economico.

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definibile anche come il valore aggiunto totale di tutte le imprese che operano in un sistema
economico.

Il VALORE AGGIUNTO di un'impresa è uguale al valore del suo prodotto meno il


valore dei beni intermedi che ha dovuto acquistare per realizzarlo. Il valore
aggiunto, quindi, è l'incremento di valore del bene intermedio durante il processo
produttivo. Esso è creato maggiormente dal lavoro.

- LE ABITAZIONI E ALTRI VALORI DI IMPUTAZIONE


Alcuni beni e servizi non vengono scambiati in un mercato e, perciò, non hanno un prezzo di
mercato. Per fare in modo che il PIL includa anche il valore di tali beni e servizi, se ne deve
stimare il valore. La stima viene detta VALORE DI IMPUTAZIONE

Le imputazioni sono particolarmente importanti per determinare il valore dei


servizi abitativi e alcuni servizi offerti dallo Stato.

Nei casi di beni e servizi prodotti da un individuo per il consumo proprio o in ambito familiare, e
quindi non scambiati in un mercato, il valore di imputazione di tali beni e servizi non viene
incluso nel PIL.

Poiché i valori di imputazione necessari per il corretto computo del PIL sono approssimativi, e
dato che alcune tipologie di beni e servizi non vengono incluse nel computo, il PIL è una misura
imprecisa dell'attività economica. Tuttavia, quando questa imprecisione è più o meno
costante nel tempo all'interno di uno stesso paese, il PIL rimane una statistica efficace per
valutare l'evolversi dell'attività economica da un anno all'altro.

PIL REALE E PIL NOMINALE


Il PIL può essere considerato una misura efficace del benessere economico?

Se per PIL intendiamo la somma dei prodotti tra prezzi e quantità, sicuramente non è una
misura accettabile del benessere economico perché non riesce ad esprimere la capacità
dell'economica di soddisfare la domanda degli individui, delle imprese e della pubblica
amministrazione.

Se tutti i prezzi raddoppiassero e non variasse la produzione, il PIL raddoppierebbe, ma


sarebbe sbagliato affermare che la capacità dell'economia di soddisfare la domanda
raddoppierebbe anch'essa, perché la quantità prodotta rimarrebbe invariata.

- Il PIL NOMINALE è il valore totale dei beni e dei servizi misurato a prezzi correnti.

- Il PIL REALE, invece, è il valore dei beni e servizi calcolato a prezzi costanti. Esso illustra cosa
accadrebbe alla spesa se cambiassero le quantità, ma non i prezzi.

Si seleziona un insieme di prezzi, detti PREZZI DELL'ANNO BASE. Poiché i prezzi vengono tenuti
costanti, il PIL REALE varia di anno in anno solo nella misura in cui variano le quantità
prodotte.

Dato che la capacità di una società di soddisfare i desideri e i bisogni dei propri membri
dipende dalla quantità di beni e servizi che riesce a produrre, il PIL REALE rappresenta
una misura migliore del benessere economico rispetto al PIL nominale.

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Tuttavia, calcolando il PIL REALE sulla base dei prezzi di un anno base che non viene mai
modificato col tempo, i prezzi diventerebbero sempre più obsoleti.
Per risolvere tale problema, si aggiornavano periodicamente i prezzi utilizzati. Ogni 5 anni si
sceglieva un nuovo anno base.

Tale sistema veniva utilizzato anche quando sul mercato comparivano nuovi beni,
per i quali non si potevano applicare i prezzi dell'anno base perché
precedentemente quei beni non esistevano ancora

Oggi si ricorre a indicatori concatenati del PIL REALE.


L'anno base viene cambiato continuamente.

I prezzi medi del 2012 e del 2013 vengono utilizzati per misurare la crescita reale
tra 2012 e 2013. quelli del 2013 e del 2014 per misurare la crescita del PIL reale tra
il 2013 e il 2014 e così via. I tassi di crescita così calcolati, anno dopo anno,
formano una catena a cui si fa riferimento per confrontare la produzione
aggregata di beni e servizi tra due date qualunque.

IL DEFLATORE DEL PIL


Il deflatore del PIL si definisce come il rapporto tra il PIL nominale e il PIL reale. Esso è un indicatore
dell'andamento del livello generale dei prezzi in un sistema economico.

○ Il PIL NOMINALE misura il valore monetario corrente della produzione aggregata


dell'economia.

○ Il PIL REALE misura il valore della produzione aggregata a prezzi costanti.

○ Il DEFLATORE DEL PIL misura il prezzo della produzione aggregata in rapporto ai prezzi
dell'anno base. Esso viene utilizzato per deflazionare (cioè depurare dall'inflazione) il PIL
nominale e ottenere così il PIL reale.

ANNO PIL NOMINALE PIL REALE DEFLATORE DEL PIL VAR % rispetto all'anno 0
2010

2011

2012

Il Deflatore del PIL serve anche per riportare i consumi nominali in termini reali:
ANNO CONSUMI NOMINALI CONSUMI REALI

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2010 80

2011 90

2012 100

ALTRE MISURE DEL REDDITO

- PNL - PRODOTTO NAZIONALE LORDO


Se il PIL misura il reddito aggregato prodotto all'interno di un determinato Paese, il PNL misura
il reddito aggregato dei residenti nel Paese.

- PNN - PRODOTTO NAZIONALE NETTO


Per ottenere il PNN si sottraggono al PNL l'ammortamento del capitale, cioè la stima della
perdita di valore dello stock di impianti, attrezzature e fabbricati residenziali verificatasi nel
corso dell'anno.

Gli ammortamenti sono anche chiamati consumo di capitale fisso. Sottraendo gli
ammortamenti si evidenzia il risultato netto dell'attività produttiva del Paese.

LA DESTAGIONALIZZAZIONE
Il PIL REALE e gli altri indicatori del Reddito hanno un andamento stagionale. Quando gli economisti
studiano le fluttuazioni del PIL reale e delle altre variabili economiche, spesso desiderano eliminare
quella parte di fluttuazione dovuta a prevedibili movimenti stagionali.

DESTAGIONALIZZAZIONE = i dati vengono corretti in modo da eliminare le


fluttuazioni stagionali regolari.

L'INDICE DEI PREZZI AL CONSUMO


L'indice dei prezzi al consumo (IPC) è un indicatore del livello generale dei prezzi. L'IPC trasforma i
prezzi di una molteplicità di beni e servizi in un unico indicatore che misura il livello generale dei
prezzi.

Le agenzie statistiche nazionali attribuiscono un peso differente a diversi beni e servizi calcolando il
prezzo di un paniere di beni e servizi acquistato dal consumatore medio: l'IPC è il prezzo relativo di
questo paniere rispetto al prezzo del medesimo paniere nell'anno base.

L'indice dei prezzi alla produzione, invece, misura il prezzo del paniere medio di
beni acquistato dalle imprese.

IPC E DEFLATORE DEL PIL

1. Il deflatore del PIL misura il livello dei prezzi di tutti i beni e i servizi prodotti nel sistema
economico, mentre l'IPC misura il livello dei prezzi di tutti i beni e servizi acquistati dai

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consumatori.

2. Il deflatore del PIL comprende solo i beni e i servizi prodotti all'interno dei confini nazionali. I
beni importati non fanno parte del PIL ma vengono invece computati dall'IPC.

3. L'IPC assegna un peso fisso ai prezzi di beni differenti, mentre il deflatore del PIL assegna pesi
variabili. L'IPC è calcolato sulla base di un paniere fisso di beni, mentre il deflatore del PIL fa
variare la composizione del paniere in funzione della variazione della composizione del PIL.

Indice di LASPEYRES = indice dei prezzi calcolato su un paniere fisso di beni


Indice di PAASCHE = indice dei prezzi calcolato su un paniere variabile.

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3. Il reddito nazionale
martedì 14 marzo 2017 09:59

LE COMPONENTI DELLA SPESA


Il PIL è suddiviso in tre grandi categorie di spesa:
 SPESA PER CONSUMI FINALI
 FORMAZIONE LORDA DI CAPITALE
 ESPORTAZIONI NETTE

1. SPESA PER CONSUMI FINALI = spesa per beni e servizi finalizzata al consumo. Essa viene
ulteriormente suddivisa sulla base del soggetto che effettua la spesa:

▪ La SPESA PER CONSUMI DELLE FAMIGLIE è ulteriormente suddivisa in:

□ BENI NON DUREVOLI: beni che hanno durata limitata

□ BENI DUREVOLI: beni che possono essere utilizzati ripetutamente per un


periodo superiore a un anno e hanno un prezzo più elevato degli altri beni

□ BENI SEMIDUREVOLI: beni con vita attesa superiore a un anno, ma inferiore


a quella dei beni durevoli e hanno un prezzo tendenzialmente inferiore
rispetto a questi ultimi

□ SERVIZI: includono il lavoro svolto da individui e imprese a favore dei


consumatori

▪ Le ISP sono molto simili alle famiglie in quanto non hanno un obiettivo di profitto.
Esse consumano per conto dei nuclei familiari (università, sindacati, chiese)

▪ I consumi delle AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE includono la spesa delle


amministrazioni locali e centrali. In questa categoria di spesa non sono inclusi i
trasferimenti verso i cittadini (prestazioni pensionistiche o sussidi di
disoccupazione) in quanto i trasferimenti ridistribuiscono un reddito già formato
e quindi non sono computati nel PIL.

2. FORMAZIONE LORDA DI CAPITALE = investimento totale, cioè quella parte della spesa che ha
come finalità la produzione o il consumo futuri. Essa si suddivide in due sottocategorie:

▪ L'INVESTIMENTO FISSO LORDO che si suddivide ulteriormente in:

□ INVESTIMENTO FISSO DELLE IMPRESE, che corrisponde all'acquisto di nuove


fabbriche e nuove attrezzature produttive da parte delle imprese.

□ INVESTIMENTO FISSO DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE che comprende


la costruzione di scuole, autostrade e altre infrastrutture da parte delle
amministrazioni centrali e locali.

□ INVESTIMENTO RESIDENZIALE, che è dato dall'acquisto di nuovi immobili


per uso abitativo da parte di famiglie o soggetti privati

▪ L'INVESTIMENTO IN SCORTE, che è pari all'aumento delle scorte delle imprese.

3. ESPORTAZIONI NETTE = valore dei beni e dei servizi esportati in altri paesi, meno il valore dei
beni e dei servizi importati da altri paesi. Il valore delle esportazioni nette è positivo se il

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valore delle esportazioni è maggiore del valore delle importazioni. E' negativo in caso contrario.

LA CONTABILITA' NAZIONALE
- Non vi è distinzione tra IPC e FAMIGLIE, in quanto hanno comportamenti simili
- La spesa netta derivante dal TURISMO risulta inclusa nelle esportazioni nette
- La spesa delle amministrazioni pubbliche viene separata dalle altre voci.

Ai fini dell'analisi macroeconomica si definiscono 4 categorie:


 CONSUMO
 INVESTIMENTO
 SPESA PUBBLICA
 ESPORTAZIONI NETTE

C - CONSUMO = spesa delle famiglie per consumi finali + spesa per consumi finali delle ISP
Raccoglie i consumi finali delle famiglie, sia diretti sia per tramite di associazioni, istituzioni benefiche
e altri soggetti senza scopo di lucro.

I - INVESTIMENTO = investimento delle imprese + investimento residenziale + investimento in scorte


Include l'investimento delle imprese e delle famiglie.

G - SPESA PUBBLICA = spesa per consumi finali delle amministrazioni pubbliche + spesa per
investimento delle amministrazioni pubbliche
Comprende la spesa per consumi finali e per investimento delle amministrazioni pubbliche a tutti i
livelli.

NX - ESPORTAZIONI NETTE = esportazioni - importazioni + saldo dei consumi afferenti al turismo


Includono anche il saldo dei consumi afferenti ai flussi turistici.

Dunque, il PIL corrisponde alla somma di consumo, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni
nette. Tale uguaglianza è un'identità, in quanto necessariamente soddisfatta ed è detta IDENTITA'
CONTABILE DEL REDDITO NAZIONALE.

Cosa determina la produzione aggregata di beni e servizi?

La produzione di beni e servizi di un sistema economico, cioè il suo PIL, dipende da:
- La quantità di fattori di produzione di cui l'economia dispone
- La capacità di trasformare questi fattori di produzione in beni e servizi, come rappresentato
dalla funzione di produzione.

FATTORI DI PRODUZIONE
I fattori di produzione vengono utilizzati per produrre beni e servizi. Essi sono:
□ CAPITALE: costituito da tutti gli attrezzi e gli utensili che i lavoratori utilizzano
con finalità produttive
□ LAVORO: costituito dal tempo che gli individui dedicano ad attività
direttamente produttive

Ipotizziamo che i fattori di produzione siano disponibili in quantità fissa e che siano pienamente
utilizzati, cioè che nessuna risorsa vada sprecata.

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FUNZIONE DI PRODUZIONE
La funzione di produzione descrive la tecnologia disponibile per trasformare capitale e lavoro in beni
e servizi. La tecnologia di produzione disponibile determina il volume della produzione che si ottiene
per ogni data quantità di capitale e lavoro.

Y è la produzione aggregata, e quindi il PIL, che è dunque una funzione della quantità di capitale e
lavoro.

Una funzione di produzione ha RENDIMENTI DI SCALA COSTANTI se a un aumento di eguale


percentuale di tutti i fattori di produzione corrisponde un aumento di pari percentuale della
produzione.

Come si distribuisce il reddito nazionale tra i fattori di produzione?


La produzione aggregata è uguale al reddito aggregato. Poiché i fattori di produzione e la funzione di
produzione, insieme, determinano la produzione aggregata di beni e servizi, determinano anche il
reddito nazionale.

TEORIA NEOCLASSICA DELLA DISTRIBUZIONE - Teoria basata sull'idea che i prezzi si aggiustino in
modo da garantire l'uguaglianza tra domanda e offerta. La domanda di ciascun fattore di produzione
dipende dalla produttività marginale del fattore stesso.

I PREZZI DEI FATTORI


La distribuzione del reddito nazionale è determinata dai prezzi dei fattori. I prezzi dei fattori sono le
somme corrisposte per la remunerazione dei fattori di produzione.

In un sistema economico nel quale i due fattori di produzione sono capitale e lavoro, i prezzi dei
fattori sono:
▪ I salari percepiti dai lavoratori
▪ Le rendite percepite dai proprietari del capitale

Prezzo Offerta
del fattore del fattore

Prezzo di
equilibrio Domanda
del fattore

Quantità del fattore

Il prezzo pagato per un fattore di produzione dipende dalla domanda e dall'offerta dei suoi servizi.
Avendo ipotizzato che l'offerta dei fattori sia fissa, la curva di offerta è una retta verticale. La curva di
domanda ha pendenza negativa. L'intersezione della curva di domanda e della curva di offerta
determina il prezzo di equilibrio del fattore.

LE DECISIONI DELL'IMPRESA CONCORRENZIALE

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Un'impresa concorrenziale è piccola rispetto ai mercati in cui opera, al punto che le sue decisioni non
sono in grado di influenzare i prezzi di mercato.

L'impresa media produce un bene e lo vende al prezzo di mercato e può venderne qualunque
quantità senza provocare una caduta del prezzo di mercato, o può cessare di venderlo senza
provocare un aumento del prezzo, proprio perché le imprese che producono questo bene sono
numerose.
L'impresa media, allo stesso tempo, non può influenzare il salario dei lavoratori, perché nel mercato
del lavoro sono presenti molte altre imprese.
Quindi, per l'impresa media, il prezzo del bene che produce e il prezzo dei suoi fattori di produzione
sono dettati dalle condizioni del mercato.

L'impresa vende il proprio prodotto al prezzo P, corrisponde ai lavoratori un salario W e remunera il


capitale con una rendita R.

L'obiettivo dell'impresa è massimizzare il profitto. Il profitto è pari alla differenza tra ricavi e costi.
Il ricavo è pari a P*Y, cioè al prezzo del bene P moltiplicato per la quantità prodotta Y.
I costi comprendono sia quello del lavoro (W*L), sia quello del capitale (R*K).

Il profitto, quindi, dipende dal prezzo del prodotto P, dai prezzi dei fattori W e R e dalla quantità dei
fattori L e K. L'impresa concorrenziale prende i prezzi del prodotto e dei fattori di produzione per
dati e sceglie la quantità di capitale e di lavoro che massimizzano il profitto.

LA DOMANDA DI FATTORI DI PRODUZIONE DELL'IMPRESA

PRODOTTO MARGINALE DEL LAVORO


Il prodotto marginale del lavoro (PML) è la quantità aggiuntiva di prodotto che l'impresa ottiene da
ogni unità addizionale di lavoro, tenendo fissa la quantità di capitale.

La maggior parte delle funzioni di produzione è caratterizzata da PML decrescente: tenendo fissa la
quantità di capitale, il prodotto marginale del lavoro diminuisce all'aumentare della quantità di
lavoro impiegata.

Prodotto, Y F(K,L)
PML

PML

PML

Lavoro, L

Il prodotto marginale del lavoro PML è la variazione della quantità prodotta che si verifica a fronte di
una variazione unitaria della quantità di lavoro. All'aumentare della quantità di lavoro impiegata, la
pendenza della funzione di produzione diminuisce e cioè la curva diventa progressivamente più

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piatta. Di conseguenza, il PML è decrescente.

DOMANDA DI LAVORO
L'incremento del ricavo generato dall'utilizzo di un'unità addizionale di lavoro, dipende da due
variabili:
○ Il prodotto marginale del lavoro PML
○ Il prezzo del prodotto P

Poiché un'unità aggiuntiva di lavoro produce PML unità di prodotto e un'unità di prodotto viene
venduta al prezzo P, il ricavo aggiuntivo è dato da PML*P. Il costo aggiuntivo di un'unità di lavoro è il
salario W. Dunque, la variazione del profitto che deriva dall'adozione di un'unità aggiuntiva di lavoro
è pari a:

L'impresa continua ad assumere lavoro fino al momento in cui l'unità addizionale di lavoro non
produce più profitto, cioè fino a quando PML raggiunge il punto in cui il ricavo incrementale è uguale
al salario. La domanda di lavoro dell'impresa, dunque, è determinata dall'uguaglianza:

W/P rappresenta il SALARIO REALE, cioè la remunerazione del lavoro misurata in unità di prodotto.
Per massimizzare il profitto, l'impresa assume lavoratori fino al punto in cui il PML è uguale al
salario reale.

PRODOTTO MARGINALE DEL CAPITALE e DOMANDA DI CAPITALE


Il prodotto marginale del capitale (PMK) è la quantità addizionale di prodotto che l'impresa ottiene
da ogni unità di capitale in più, tenendo fissa la quantità di lavoro.

Come il lavoro, anche il capitale è soggetto alla legge del prodotto marginale decrescente.

L'incremento di profitto che si ottiene dall'utilizzo di una macchina in più è pari alla differenza tra il
ricavo aggiuntivo ottenuto dalla vendita del prodotto incrementale e la remunerazione della
macchina aggiuntiva:

Per massimizzare il profitto, l'impresa utilizzerà capitale in quantità tale per cui PMK è uguale alla
rendita reale del capitale:

R/P è la RENDITA REALE del capitale, cioè la rendita misurata in termini di prodotto.

L'impresa domanda ciascun fattore di produzione in misura tale che il prodotto marginale del
fattore stesso sia uguale al suo prezzo in termini reali.

LA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO NAZIONALE


Il reddito che rimane alle imprese dopo aver remunerato i fattori di produzione è il profitto

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economico, destinato ai proprietari delle imprese.

Il reddito totale, quindi, si ripartisce tra remunerazione del lavoro e del capitale e profitto
economico:

Se la funzione di produzione ha rendimenti di scala costanti, il profitto economico è uguale a zero.


Una volta remunerati i fattori di produzione, non rimane più nulla per i proprietari delle imprese.
Tale conclusione discende dal teorema di Eulero, secondo il quale, se una funzione di produzione ha
rendimenti di scala costanti, allora:

Tuttavia, la maggior parte delle imprese è proprietaria dei beni capitali che utilizza. Poiché proprietari
dei capitali e delle imprese sono gli stessi individui, il profitto economico e la rendita del capitale
vengono confusi tra loro. Da ciò, si ha la definizione di profitto contabile:

Quindi, come si distribuisce il reddito nazionale tra individui e imprese?

Ciascun fattore di produzione viene remunerato in base al suo prodotto marginale, e la


remunerazione dei fattori esaurisce la produzione aggregata. La produzione aggregata si distribuisce
tra la remunerazione del capitale e la remunerazione del lavoro, sulla base delle rispettive
produttività marginali.

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Cosa determina la domanda di beni e servizi


mercoledì 15 marzo 2017 20:41

COSA DETERMINA LA DOMANDA DI BENI E SERVIZI?

Le 4 componenti del PIL sono:


◊ CONSUMO [C]
◊ INVESTIMENTO [I]
◊ SPESA PUBBLICA [G]
◊ ESPORTAZIONI NETTE [NX]

Ipotizziamo un'economia chiusa, cioè un sistema economico che non intrattiene rapporti
commerciali con altri sistemi economici. Di conseguenza, le esportazioni nette sono nulle e quindi,
in un'economia chiusa, la produzione aggregata ha 3 possibili impieghi:

Una parte del reddito nazionale è consumata dagli individui e dai nuclei familiari; una parte è
utilizzata da individui e imprese come investimento; e una parte è utilizzata dallo Stato per
acquistare beni e servizi per finalità pubbliche.

CONSUMO
Gli individui ricavano un reddito dal proprio lavoro o dalla proprietà di beni capitali e, dopo aver
pagato le imposte, decidono come allocare quel che rimane tra consumo e risparmio. Lo Stato tassa
gli individui di un ammontare TA.

Definiamo REDDITO DISPONIBILE la parte di reddito che rimane dopo il pagamento delle
imposte e quindi:

Gli individui allocano il proprio reddito disponibile tra consumo e risparmio.

Il livello di consumo dipende direttamente dal livello del reddito disponibile: quanto più elevato è il
reddito disponibile, tanto più elevato è il consumo. La relazione tra consumo e reddito disponibile è
chiamata funzione di consumo:

La PROPENSIONE MARGINALE AL CONSUMO (PMC) è la variazione del livello di consumo che si


verifica a fronte di un aumento unitario del reddito disponibile. Il valore della PMC è compreso tra 0
e 1. Un euro di reddito in più accresce il consumo, ma in maniera inferiore a un euro in quanto se un
individuo ottiene un euro di reddito in più, ne risparmia una parte.

Consumo, C
Funzione di
consumo

PMC

Reddito disponibile, Y-TA

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Reddito disponibile, Y-TA

La pendenza della funzione di consumo indica di quanto aumenta il consumo quando il reddito
disponibile aumenta di 1 unità. La pendenza della funzione di consumo corrisponde, quindi, alla
PMC.

Allora si avrà che:

Ipotizzando che la funzione di consumo sia lineare, cioè che cresce al crescere del Reddito:

Dove:
▪ C0 = intercetta della funzione
▪ c = pendenza della funzione, e quindi propensione marginale al consumo [c]

Dove:
▪ SPR = risparmio privato
▪ (1-c) = propensione marginale al risparmio [s]

Dunque, deve aversi che c + s = 1, e cioè che la somma tra la propensione marginale al consumo e la
propensione marginale al risparmio sia pari a 1.

L'INVESTIMENTO
Sia gli individui sia le imprese acquistano beni di investimento. Le imprese acquistano beni di
investimento per incrementare il proprio stock di capitale e per sostituire il capitale esistente
logorato dall'uso. Gli individui acquistano nuove abitazioni, che fanno parte della spesa per
investimento.

La quantità domandata di beni di investimento dipende dal tasso di interesse, cioè dal costo delle
risorse necessarie per finanziarie l'acquisto di tali beni. Affinché un progetto di investimento sia
redditizio, il rendimento che promette di generare deve superare il suo costo.

In altre parole, il ricavo che deriverà dalla futura produzione di beni e servizi, deve superare
gli interessi pagati sui fondi presi a prestito.

Se il tasso di interesse aumenta, il numero di progetti di investimento redditizi diminuisce e così


anche la quantità domandata di beni di investimento.

Si è soliti distinguere tra tassi di interesse nominali e tassi di interesse reali.

- Il tasso di interesse nominale è quello abitualmente riportato sui giornali e nei contratti, e
corrisponde a quello che l'investitore deve pagare.

- Il tasso di interesse reale è il tasso di interesse nominale depurato dagli effetti dell'inflazione.

Possiamo quindi descrivere la funzione di investimento come una funzione dipendente dal tasso di
interesse reale r :

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La funzione di investimento mette in relazione la spesa per investimento I con il tasso di interesse
reale r. L'investimento dipende dal tasso di interesse reale perché il tasso di interesse è il costo
dell'indebitamento.

Tasso di
interesse
reale, r

Funzione di
investimento, I(r)

Spesa per investimento, I

La funzione di investimento ha pendenza negativa: quanto più il tasso di interesse aumenta, tanto
più la spesa per investimento diminuisce, perché un minor numero di progetti di investimento è
redditizio. Cioè, la curva ha pendenza negativa perché, al crescere del tasso di interesse reale, la
quantità domandata di investimento diminuisce.

LA SPESA PUBBLICA
L'acquisto di beni e servizi rappresenta soltanto una parte della spesa dello Stato, che comprende
anche i trasferimenti agli individui (TR), come le indennità di disoccupazione e le pensioni per anziani
e invalidi.
Tuttavia, i trasferimenti non sono effettuati in cambio di una quota della produzione
aggregata di beni e servizi e, perciò, non sono inclusi nella spesa pubblica G.

G non rappresenta tutta la spesa pubblica, ma solo quella per cui vi è una corrispondenza nel PIL. I
trasferimenti non rientrano nella spesa pubblica in quanto retribuiscono un reddito già formato e
non vengono effettuati in cambio di beni e servizi e perciò non sono computati nel PIL.

I trasferimenti sono l'opposto delle imposte: mentre le imposte riducono il reddito disponibile degli
individui, i trasferimenti lo fanno aumentare. Perciò, un aumento dei trasferimenti finanziato da un
aumento delle imposte, lascia invariato il reddito disponibile.

La spesa pubblica, quindi, è uguale alle imposte meno i trasferimenti:

- Se G = T allora il bilancio dello Stato è in pareggio.

- Se G > T allora lo Stato ha un disavanzo di bilancio che deve essere finanziato attraverso
l'emissione di titoli di Stato sui mercati finanziari.

- Se G < T allora lo Stato ha un avanzo di bilancio che può essere utilizzato per rimborsare il
debito pregresso.

Consideriamo la spesa pubblica G e le imposte TA come variabili esogene, cioè determinate al di


fuori del modello del reddito nazionale.

L'EQUILIBRIO NEL MERCATO DI BENI E SERVIZI: La domanda e l'offerta di produzione aggregata


La domanda della produzione aggregata totale dell'economia è determinata da consumo,

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investimento e spesa pubblica. Y = C + I + G

○ Il consumo dipende dal reddito disponibile C=C(Y-TA)


○ L'investimento dipende dal tasso di interesse reale I=I(r)
○ La spesa pubblica e le imposte sono variabili esogene, determinate dalle decisioni di
politica fiscale.

Poiché le variabili G e TA sono esogene, in quanto determinate dalla politica fiscale, e poiché il livello
di produzione Y è determinato esogenamente dai fattori di produzione e dalla funzione di
produzione, possiamo scrivere:

L'offerta di produzione aggregata è uguale alla domanda, che è pari a sua volta alla somma di
consumo, investimento e spesa pubblica. Il tasso di interesse r è l'unica variabile non esogena.
Il tasso di interesse si aggiunta in modo da garantire l'equilibrio tra domanda e offerta.

Quanto più elevato è il tasso di interesse, tanto più basso è il livello della spesa per
investimento e, quindi, tanto minore è la domanda di beni e servizi.

▪ Se il tasso di interesse è troppo alto, la spesa per investimento è troppo bassa e


l'offerta è maggiore della domanda.

▪ Se il tasso di interesse è troppo basso, la spesa per investimento è troppo elevata


e la domanda è maggiore dell'offerta.

▪ Al tasso di interesse di equilibrio, la domanda è uguale all'offerta.

L'EQUILIBRIO NEI MERCATI FINANZIARI: La domanda e l'offerta di fondi mutuabili


Il tasso di interesse è al tempo stesso il costo dell'indebitamento per i debitori e la remunerazione
dei prestiti nei mercati finanziari per i creditori.
Possiamo quindi riscrivere l'identità contabile del reddito nazionale come:

• Il termine Y - C - G indica il risparmio nazionale (S), cioè quello che rimane una volta
soddisfatta la domanda di consumo e la spesa pubblica.

Possiamo suddividere il risparmio nazionale (S) in due componenti:

○ RISPARMIO PRIVATO (SPR) = Y - T - C , che rappresenta la differenza tra reddito


disponibile e consumo

○ RISPARMIO PUBBLICO (SPU) = T - G , che rappresenta la differenza tra le entrate dello


Stato e la spesa pubblica

Il risparmio nazionale (S) è uguale alla somma di risparmio privato e risparmio pubblico:

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Tasso di Risparmio, S
interesse
reale, r

Tasso di Investimento
interesse di desiderato, I(r)
equilibrio

Investimento, Risparmio, I, S

Il tasso di interesse si aggiusta in modo da garantire l'equilibrio tra il risparmio e l'investimento. La


retta verticale rappresenta il risparmio, cioè l'offerta di fondi mutuabili. La curva con pendenza
negativa rappresenta l'investimento, ovvero la domanda di fondi mutuabili. L'intersezione di queste
due curve determina il tasso di interesse di equilibrio.

Al tasso di interesse di equilibrio, la somma che gli individui desiderano risparmiare è esattamente
uguale alla somma che le imprese desiderano investire, quindi la quantità di fondi mutuabili offerta
è identica alla quantità domandata.

LE VARIAZIONI DEL RISPARMIO: gli effetti della politica fiscale

UN AUMENTO DELLA SPESA PUBBLICA


L'aumento della spesa pubblica provoca un aumento del tasso di interesse e una diminuzione della
spesa per investimento: in questo caso si dice che la spesa pubblica produce un effetto di
spiazzamento (crowding out) sull'investimento.

L'indebitamento dello Stato provoca una diminuzione del risparmio nazionale. Una riduzione del
risparmio nazionale corrisponde a uno spostamento verso sinistra della curva di offerta di fondi
mutuabili disponibili per l'investimento. Il tasso di interesse di equilibrio aumenta fino al punto in cui
la curva di investimento interseca la nuova curva di risparmio.

Un aumento della spesa pubblica, dunque, provoca un aumento del tasso di interesse.

Tasso di S2 S1
interesse
reale, r

r2

r1
I(r)

Investimento, Risparmio, I, S

UNA RIDUZIONE DELLE IMPOSTE


Una riduzione delle imposte, al pari di un incremento della spesa pubblica, spiazza l'investimento e
fa aumentare il tasso di interesse.

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LE VARIAZIONI DELLA DOMANDA DI INVESTIMENTO


Una delle forze che porta ad un aumento della domanda di investimento è l'innovazione tecnologica.
Tuttavia, prima di poter trarre vantaggio dall'innovazione, un'impresa o un individuo deve acquistare
beni di investimento. Di conseguenza, l'innovazione tecnologica produce un aumento della domanda
di investimento.

La domanda di investimento può cambiare anche a seguito di provvedimenti di politica fiscale che
incentivano o disincentivano gli investimenti.

Un aumento della domanda di beni di investimento provoca uno spostamento verso destra della
curva di investimento. Per ogni dato tasso di interesse, la domanda di investimento è più elevata. Il
punto di equilibrio si sposta da A a B. poiché il livello di risparmio è fisso, l'aumento della domanda
di investimento spinge al rialzo il tasso di interesse, lasciando invariata la spesa per investimento di
equilibrio.

Tasso di S
interesse
reale, r
B

Investimento, Risparmio, I, S

Un aumento della domanda di investimento quando il risparmio è funzione del tasso di


interesse. Se il risparmio è positivamente correlato al tasso di interesse, uno spostamento
verso destra della curva di investimento fa aumentare il tasso di interesse e la spesa per
investimento. Il tasso di interesse più elevato spinge gli individui a risparmiare di più e
questo, a sua volta, permette alla spesa per investimento di crescere.
S(r)
Tasso di
interesse
reale, r
B

Investimento, Risparmio, I, S

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4. Il sistema monetario
martedì 14 marzo 2017 10:00

La moneta è lo stock di valori immediatamente disponibili per le transazioni.


La moneta ha tre funzioni:
▪ Riserva di valore
▪ Unità di conto
▪ Mezzo di scambio

- In quanto riserva di valore, la moneta rappresenta un mezzo per trasferire potere d'acquisto
dal presente al futuro. La moneta è una riserva di valore imperfetta: se i prezzi aumentano, la
quantità di beni e servizi che si possono acquistare con una data quantità di moneta
diminuisce.

- In quanto unità di conto, la moneta rappresenta l'unità di misura con cui si esprimono i prezzi
e si registrano i debiti. La moneta è il metro con cui si misurano le transazioni economiche.

- In quanto mezzo di scambio, la moneta è ciò che si utilizza per acquistare beni e servizi. La
facilità con cui la moneta può essere convertita in beni o servizi è detta liquidità.

La moneta assume molte forme. Nelle economie avanzate, lo strumento che ha unicamente
funzione di moneta è la banconota. Essa non avrebbe alcun valore se non fosse comunemente
accettata come moneta. La moneta che non ha valore intrinseco è detta moneta a corso legale o
moneta fiat, perché definita tale da un decreto del legislatore.

Nel corso della storia, molte società hanno utilizzato come moneta beni dotati di valore intrinseco.
La moneta di questo tipo è detta moneta merce.

ES. Se un'economia utilizza l'oro come moneta, si dice che ha adottato un sistema
aureo. L'oro è una forma di moneta merce perché può essere utilizzato, oltre che come
moneta, per vari altri scopi.

Gli individui sono disposti ad accettare in pagamento una merce come l'oro, perché è dotata di
valore intrinseco. Usare l'oro per le transazioni è costoso, perché la verifica del peso e della purezza
del metallo richiedono tempo; per ridurre questi costi, lo Stato può coniare monete di peso e purezza
garantiti.
Lo Stato poi raccoglie l'oro dagli individui in cambio di certificati aurei: pezzi di carta che possono
essere convertiti in una quantità d'oro certa e determinata. I biglietti, così, acquistano il medesimo
valore del metallo prezioso.
In ultima istanza, anche la convertibilità diventa irrilevante. Nella misura in cui tutti continuano ad
accettare in pagamento i biglietti cartacei, questi hanno valore e fungono da moneta.

COME SI DETERMINA LA QUANTITA' DI MONETA


La quantità di moneta disponibile in un sistema economico è detta offerta di moneta.

- In un'economia che utilizza una moneta merce, l'offerta di moneta è pari alla quantità
disponibile di quella merce.

- In un'economia che utilizza una moneta a corso legale, l'offerta di moneta è controllata dallo
Stato, che ha il monopolio sulla stampa delle banconote.

L'offerta di moneta è uno strumento di politica economica. Il controllo esercitato sull'offerta di

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moneta è detto politica monetaria. Tale politica è delegata alla Banca Centrale. Le decisioni della
banca centrale riguardo all'offerta di moneta vengono prese di solito da un comitato. Nella BCE,
questo comitato è chiamato Consiglio Direttivo.

Il principale strumento attraverso il quale una banca centrale controlla l'offerta di moneta sono le
operazioni di mercato aperto, cioè operazioni di acquisto o vendita di titoli del debito pubblico.

- Quando una banca centrale vuole aumentare l'offerta di moneta, stampa moneta e la usa
per acquistare titoli di Stato dal pubblico; questa moneta lascia i depositi della banca centrale
ed entra in possesso del pubblico, incrementando la quantità di moneta in circolazione.

- Quando una banca centrale vuole ridurre l'offerta di moneta, vende parte dei titoli di debito
pubblico che detiene nel proprio portafoglio; questa operazione di mercato aperto sottrae
moneta dalla disponibilità del pubblico e, di conseguenza, diminuisce la quantità di moneta in
circolazione.

COME SI MISURA LA QUANTITA' DI MONETA


Poiché la moneta è lo stock dei valori utilizzabili per regolare le transazioni, la quantità di moneta è
la quantità di tali valori. Tuttavia, ciò risulta complesso in quanto non utilizziamo un solo tipo di
valore per regolare le transazioni.

Il primo elemento da includere nel computo della quantità di moneta è il CIRCOLANTE, cioè la
somma di tutte le banconote e monete metalliche in circolazione. Nel misurare lo stock di moneta,
quindi, bisogna anche includere i depositi a vista, cioè i fondi che gli individui detengono in forma
liquida sui conti correnti bancari.

In un sistema economico avanzato, lo stock di moneta non comprende esclusivamente il circolante,


ma anche i depositi bancari e gli strumenti emessi da altre istituzioni finanziarie che possano essere
facilmente accessibili e utilizzati per pagare il corrispettivo dell'acquisto di beni e servizi.

Per l'area dell'euro, gli economisti fanno riferimento a tre aggregati monetari principali:
- M1 : composto dal circolante e dai depositi in conto corrente
- M2 : comprende, oltre a M1, i depositi a più lungo termine
- M3 : include M2 e alcuni strumenti del mercato monetario, come le operazioni di pronti
contro termine e le quote di fondi comuni monetari.

Nel Regno Unito si ricorre a un solo aggregato monetario, detto M4, molto simile all'M3 dell'area
dell'euro.

IL RUOLO DELLE BANCHE NEL SISTEMA MONETARIO


L'offerta di moneta è determinata non soltanto dalla politica della banca centrale, ma anche dal
comportamento degli individui (che detengono la moneta) e delle banche (presso cui la moneta
viene depositata).

L'offerta di moneta include sia il circolante nelle mani del pubblico, sia i depositi bancari a vista,
come i conti correnti. Se definiamo con M l'offerta di moneta, con C il circolante e con D i depositi a
vista, allora si ha che:

UN SISTEMA BANCARIO A RISERVA TOTALE


I depositi che le banche ricevono e non impiegano sono chiamati riserve. Alcune riserve sono tenute
nei caveau delle banche locali, ma la maggior parte è depositata presso una banca centrale. Le
banche accettano i depositi, mettono il denaro a riserva e ve lo lasciano finchè il depositante lo
preleva o emette un assegno. Questo sistema è detto sistema bancario a riserva totale.

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Un euro depositato in banca riduce il circolante di un euro, e aumenta i depositi a vista di un euro,
sicchè l'offerta di moneta rimane invariata. Se le banche trattengono a riserva il 100% dei depositi, il
sistema bancario non influenza l'offerta di moneta.

UN SISTEMA BANCARIO A RISERVA FRAZIONARIA


Il vantaggio per le banche è quello di poter chiedere un interesse sui prestiti concessi. Pur
impiegando una parte dei depositi per concedere prestiti, le banche devono comunque trattenere
una parte dei depositi a riserva, per far fronte a eventuali richieste di prelievo da parte dei
depositanti.

I banchieri hanno un incentivo a concedere prestiti. Quando ciò si verifica, ci troviamo in presenza di
un sistema bancario a riserva frazionaria: un sistema in cui le banche tengono a riserva solo una
frazione dei depositi. In un sistema con riserva frazionaria, il sistema bancario crea moneta.

Se chi ha ricevuto il prestito deposita il denaro presso un'altra banca o usa il denaro preso in prestito
per pagare qualcuno che, a sua volta, deposita la somma presso una banca, il processo di creazione
di moneta continua. Per quanto possa continuare all'infinito, tale processo non porta però alla
creazione di una quantità infinita di moneta.

Se definiamo rr il rapporto riserve/depositi, l'offerta totale di moneta è data da:

Ogni euro di deposito genera 1/rr euro di moneta. La capacità del sistema bancario di creare moneta
è la principale differenza tra le banche e le altre istituzioni finanziarie. I mercati finanziari hanno la
funzione di trasferire le risorse dell'economia da chi desidera risparmiare parte del proprio reddito a
chi desidera indebitarsi per acquistare beni di investimento da utilizzare in futuro. Il processo di
trasferimento di fondi tra risparmiatori e prenditori è detto intermediazione finanziaria.

Sebbene crei moneta, il sistema bancario a riserva frazionaria non genera tuttavia ricchezza. La
creazione di moneta attraverso il sistema bancario aumenta la liquidità del sistema economico, ma
non la sua ricchezza.

CAPITALE BANCARIO, LEVA FINANZIARIA E REQUISITI PATRIMONIALI


Per fondare una banca occorre un capitale iniziale, cioè il proprietario della banca deve poter
disporre di risorse finanziarie per avviare l'attività. Tali risorse sono dette capitale bancario. La banca
ottiene le risorse dai propri azionisti, che forniscono il capitale, nonché attraverso la raccolta di
depositi e l'emissione di titoli di debito.

Queste risorse vengono impiegate in tre modi:


- Una parte viene accantonata a riserva
- Una parte viene utilizzata per concedere prestiti bancari
- Una parte viene investita nell'acquisto di strumenti finanziari, come titoli di Stato

La somma delle riserve, dei prestiti e dei titoli nelle attività dello Stato Patrimoniale deve essere pari
alla somma di depositi, debiti e capitale riportati nelle passività.

La leva finanziaria (leverage) consiste nell'utilizzare denaro preso a prestito per integrare i fondi
esistenti a scopo di investimento. Il rapporto di indebitamento (leverage ratio) è il rapporto tra
l'attivo totale della banca e il capitale bancario (patrimonio netto)

Un'implicazione della leva finanziaria è che, nelle congiunture difficili, una banca può perdere molto
rapidamente gran parte del proprio capitale. Una delle restrizioni che le autorità di vigilanza
impongono sugli istituti di credito è l'obbligo di detenere una quantità sufficiente di capitale.

L'obiettivo di questi requisiti patrimoniali è fare in modo che le banche siano in grado di

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restituire ai titolari il denaro depositato. La quantità di capitale richiesta dipende dal tipo
di attività che la banca possiede; se l'istituto di credito possiede attività sicure come
titoli di Stato, i requisiti patrimoniali sono inferiori rispetto a quelli di banche che
detengono attività rischiose come prestiti a mutuatari dalla dubbia posizione creditizia.

COME LA BANCA CENTRALE INFLUENZA L'OFFERTA DI MONETA


Un modello dell'offerta di moneta in un sistema bancario a riserva frazionaria ha tre variabili
esogene:
○ La base monetaria B è la quantità totale di denaro detenuta dal pubblico sotto forma di
circolante C e dalle banche come riserve R, ed è controllata direttamente dalla banca
centrale.

○ Il rapporto riserve/depositi rr è la quota dei depositi bancari che le banche trattengono


a riserva, ed è determinato dalle politiche interne delle banche e dalle leggi che regolano
l'attività del settore bancario.

○ Il rapporto circolante/depositi cr è la quantità di circolante C che gli individui detengono


in misura percentuale dei loro depositi a vista D, e riflette le preferenze degli individui
sulla forma di moneta che desiderano detenere.

L'offerta di moneta è data dalla somma del circolante e dei depositi a vista:

La base monetaria è data dalla somma del circolante e delle riserve bancarie:

L'offerta di moneta dipende dalle tre variabili esogene (B, rr, cr)

L'offerta di moneta è proporzionale alla base monetaria. Il fattore di proporzionalità viene


identificato dalla lettera m ed è chiamato moltiplicatore monetario:

Ogni euro di base monetaria genera m euro di offerta di moneta. Avendo un effetto moltiplicato
sull'offerta di moneta, la base monetaria viene chiamata moneta ad alto potenziale.

COME VARIA L'OFFERTA DI MONETA AL VARIARE DELLE TRE VARIABILI ESOGENE? (B, rr, cr)

1. L'offerta di moneta è proporzionale alla base monetaria, quindi all'aumentare della base
monetaria l'offerta di moneta aumenta in misura proporzionale.

2. Quanto minore è il rapporto riserve/depositi rr, tanto più le banche possono concedere

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prestiti e tanta più moneta crea il sistema bancario; dunque, al diminuire del rapporto
riserve/depositi rr il moltiplicatore monetario e l'offerta di moneta aumentano.

3. Quanto minore è il rapporto circolante/depositi cr, tanto minore è la quota di base monetaria
che il pubblico detiene in forma di circolante, tanto maggiore è la quota di base monetaria che
finisce depositata nel sistema bancario, e tanta più moneta le banche possono creare. Al
diminuire del rapporto circolante/depositi cr, il moltiplicatore monetario e l'offerta di
moneta aumentano.

I TRE STRUMENTI DELLA POLITICA MONETARIA


La banca centrale può esercitare solo un controllo indiretto, attraverso la variazione della base
monetaria o del rapporto riserve/depositi. I tre strumenti di politica monetaria a disposizione della
banca centrale sono:
□ Operazioni di mercato aperto
□ Tasso di rifinanziamento
□ Obblighi di riserva

COME LA BANCA CENTRALE PUO' VARIARE LA BASE MONETARIA


La banca centrale può variare la quantità di moneta in circolazione nel sistema economico
acquistando o vendendo titoli obbligazionari, tramite operazioni di mercato aperto. Queste sono
dette operazioni di mercato aperto a titolo definitivo perché comportano l'acquisto o la vendita di
attività non monetarie dal o al settore bancario, senza un accordo di rivendita o di riacquisto a una
data successiva.

Se la banca vuole aumentare l'offerta di moneta, può creare circolante e usarlo per
acquistare titoli dal pubblico nel mercato obbligazionario; a seguito dell'acquisto, il pubblico
detiene una maggiore quantità di circolante. Un'operazione di mercato aperto in acquisto
provoca un aumento dell'offerta di moneta.

Se la banca vuole ridurre l'offerta di moneta, può vendere titoli obbligazionari al pubblico nel
mercato obbligazionario; a seguito della vendita, la quantità di circolante detenuta dal
pubblico diminuisce. Un'operazione di vendita sul mercato aperto provoca una diminuzione
dell'offerta di moneta.

Dato che la banca commerciale si impegna a riacquistare le attività cedute alla banca centrale, le
operazioni di questo tipo sono dette operazioni di pronti contro termine, e la differenza tra il prezzo
pagato dalla banca centrale e quello pagato dalla banca commerciale, espresso in forma percentuale
annualizzata, è detta tasso di rifinanziamento (BCE) o tasso repo (Bank of England).

Il tasso di rifinanziamento è quindi il tasso di interesse al quale la Banca Centrale Europea è


disposta a finanziare il settore bancario dell'area dell'euro. Analogamente, il tasso repo è il
tasso di interesse al quale la Bank of England è disposta a concedere prestiti a breve termine al
sistema bancario britannico. Negli Stati Uniti, tale tasso è detto tasso di sconto.

Il tasso di rifinanziamento fissato dalla banca centrale è il principale strumento di politica monetaria.

- Se la banca centrale aumenta il tasso di rifinanziamento, le banche commerciali cercheranno


di limitare gli impieghi anziché indebitarsi presso la banca centrale per mantenere il livello
desiderato di riserve, facendo così contrarre l'offerta di moneta.

- Se la banca centrale abbatte il tasso di rifinanziamento, le banche commerciali hanno un


incentivo ad aumentare gli impieghi, sapendo di potersi indebitare a basso costo presso la
banca centrale per mantenere il livello desiderato di riserve, facendo aumentare l'offerta di
moneta.

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COME LA BANCA CENTRALE VARIA GLI OBBLIGHI DI RISERVA


La banca centrale può influenzare l'offerta di moneta anche attraverso la determinazione degli
obblighi di riserva, ovvero della quantità minima di riserve che le banche commerciali devono
detenere in rapporto ai depositi.

- Se gli obblighi di riserva aumentano, le banche commerciali devono detenere una maggiore
quantità di riserve, e devono quindi ridurre gli impieghi che possono effettuare per ogni euro
di depositi. Il coefficiente di riserva aumenta, il valore del moltiplicatore monetario diminuisce
e l'offerta di moneta si contrae.

- Se gli obblighi di riserva diminuiscono, si riduce il rapporto riserve/depositi e aumenta il


valore del moltiplicatore monetario e l'offerta di moneta si espande.

La BCE applica un obbligo di riserva al valore medio delle riserve in un dato periodo di tempo e non
al valore puntuale in ogni dato istante di tempo. Dunque, la BCE usa gli obblighi di riserva come
strumento per mantenere la stabilità del mercato monetario anziché come strumento di politica
monetaria attraverso il quale governare l'offerta di moneta.

I PROBLEMI NEL CONTROLLO DELL'OFFERTA DI MONETA


Attraverso la determinazione del tasso di rifinanziamento e le relative operazioni di mercato aperto,
le banche centrali possono esercitare un notevole controllo sull'offerta di moneta. Tale controllo,
però, non è assoluto poiché le banche centrali si devono confrontare con due problemi principali:

- La banca centrale non controlla la quantità di moneta che gli individui decidono di detenere
sotto forma di depositi bancari; quanto più denaro gli individui depositano in banca, tanto più
gli istituti bancari dispongono di riserve e possono creare moneta. Quanto meno denaro gli
individui decidono di detenere sotto forma di depositi, tanto meno le banche possono creare
moneta.

- La banca centrale non ha alcuna potestà sulla quota dei depositi che le banche commerciali
decidono di impiegare. Il denaro depositato presso una banca crea moneta solo nella misura
in cui la banca impiega parte di questo deposito per concedere un prestito. Poiché le banche
commerciali possono decidere di detenere riserve in eccesso, la banca centrale non può avere
la certezza della quantità di moneta creata dal sistema bancario.

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5. L'inflazione
martedì 14 marzo 2017 10:00

TEORIA QUANTITATIVA DELLA MONETA


Gli individui detengono moneta allo scopo di acquistare beni e servizi: quanta più moneta è
necessaria per soddisfare questo bisogno, tanta più ne detengono. La quantità di moneta, quindi, è
strettamente correlata alle somme che vengono scambiate nel corso delle transazioni.

Il collegamento tra le transazioni e la moneta è espresso dall'EQUAZIONE DELLO SCAMBIO:

- T rappresenta il numero totale delle transazioni che si verificano in un determinato periodo di


tempo. E' il numero di volte in cui, in un anno, un bene o un servizio viene scambiato contro
un pagamento in denaro

- P è il prezzo della transazione media, ovvero la quantità di moneta scambiata mediamente in


ogni transazione.

- M è la quantità di moneta.

- V è la velocità di circolazione della moneta rispetto alle transazioni e misura la rapidità con
cui la moneta circola nel sistema economico. La velocità di circolazione della moneta ci dice
quante volte, mediamente, una unità di moneta cambia di mano in un dato periodo di tempo.

L'equazione dello scambio è un'identità; data la definizione delle quattro variabili, essa è
necessariamente vera. Tale equazione dimostra che se una delle variabili varia, una o più delle altre
devono necessariamente variare per mantenere l'eguaglianza.

Il problema di tale equazione, però, è che il numero delle transazioni è difficile da misurare. Per
risolvere tale problema, il numero delle transazioni T viene sostituito con la produzione aggregata
del sistema economico, Y. Quanto più l'economia produce, tanti più beni e servizi vengono
scambiati.

Se indichiamo con Y la produzione aggregata e con P il prezzo unitario, il valore monetario


della produzione aggregata è pari a P*Y.
– Y è il PIL reale
– P è il deflatore del PIL
– P*Y è il PIL nominale

L'equazione dello scambio può essere riscritta così:

Poiché Y è il reddito totale, V è detta velocità di circolazione della moneta rispetto al reddito
e misura il numero di volte in cui, mediamente, ogni banconota entra nel reddito di un
individuo in un dato periodo di tempo.

Spesso è utile esprimere la quantità di moneta in termini della quantità di beni e servizi che può
acquistare. Questa quantità, M/P , è detta saldi monetari reali e misura il potere di acquisto dello
stock di moneta.

Una funzione di domanda di moneta è un'equazione che spiega come si determina la quantità di
saldi monetari reali che gli individui desiderano detenere.
Una semplice funzione di domanda di moneta è:

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dove k è una costante che indica la quantità di moneta che gli individui desiderano detenere per
ogni unità di reddito. La quantità domandata di saldi monetari reali è proporzionale al reddito reale.
Un reddito più elevato provoca un aumento della domanda di saldi monetari reali.

Aggiungiamo alla funzione di domanda di moneta la condizione che la domanda di saldi monetari
reali deve essere uguale all'offerta, M/P:

dove V = 1/k.

Ciò dimostra il collegamento esistente tra la domanda di moneta e la velocità di circolazione della
moneta.

- Se gli individui desiderano detenere molta moneta per ogni unità di reddito (k elevato), la
moneta cambia di mano molto raramente (V molto basso).

- Se gli individui desiderano detenere poca moneta per unità di reddito (k basso), le banconote
cambiano di mano con molta frequenza (V elevato)

IPOTESI DI VELOCITA' COSTANTE


Se ipotizziamo che la velocità di circolazione della moneta sia costante, l'equazione dello scambio
diventa una teoria degli effetti della moneta sul sistema economico, detta teoria quantitativa della
moneta. L'equazione dello scambio può essere quindi considerata come una teoria della
determinazione del PIL nominale:

Una variazione nella quantità di moneta (M) provoca una variazione proporzionale del PIL nominale
(PY). Se la velocità di circolazione è costante, la quantità di moneta determina il valore monetario
della produzione aggregata.

Questa teoria si fonda su tre elementi fondamentali:

1. I fattori di produzione e la funzione di produzione determinano il livello della produzione


aggregata Y.

2. L'offerta di moneta M determina il valore nominale della produzione aggregata, PY.

3. Il livello dei prezzi P è il rapporto tra il valore nominale della produzione aggregata, PY, e la
produzione aggregata, Y.

La capacità produttiva di un sistema economico determina il PIL reale, la quantità di moneta


determina il PIL nominale, e il deflatore del PIL è il rapporto tra PIL nominale e PIL reale.

La teoria quantitativa della moneta implica che il livello dei prezzi sia proporzionale all'offerta di
moneta poiché la variazione del PIL nominale comporta una variazione del livello generale dei prezzi.

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Poiché il tasso di inflazione è la variazione percentuale del livello dei prezzi, questa teoria del livello
dei prezzi è anche una teoria del tasso di inflazione. L'equazione dello scambio, scritta in termini di
variazioni percentuali (Δ%) è:

- La variazione percentuale della quantità di moneta ( è sotto il controllo della banca


centrale.

- La variazione percentuale della velocità di circolazione della moneta ( ) riflette gli


spostamenti della funzione di domanda di moneta.
Avendo ipotizzato che la velocità di circolazione della moneta sia costante,

- La variazione percentuale del livello dei prezzi ( ) è il tasso di inflazione.

- La variazione percentuale della produzione aggregata ( dipende dalla crescita dei fattori
di produzione e dal progresso tecnologico.

La teoria quantitativa della moneta afferma che la banca centrale, controllando l'offerta di moneta,
ha il controllo assoluto del tasso di inflazione.
Se la banca centrale mantiene stabile l'offerta di moneta, il livello dei prezzi è stabile.
Se la banca centrale aumenta rapidamente l'offerta di moneta, il livello dei prezzi aumenta
rapidamente.

IL SIGNORAGGIO
Un governo può finanziare la spesa pubblica in tre modi:
 Incrementando le entrate, tramite un
aumento delle imposte
 Indebitandosi con il pubblico,
attraverso l'emissione di titoli di Stato
 Battendo moneta

Il ricavo che si ottiene dal battere moneta è detto signoraggio. Il diritto esclusivo di battere moneta
appartiene allo Stato ed è una delle sue fonti di ricavo. Se un governo batte moneta per finanziare la
spesa pubblica, l'offerta di moneta aumenta. L'aumento dell'offerta di moneta, a sua volta, genera
inflazione. Battere moneta per incrementare le entrate pubbliche equivale a imporre una imposta di
inflazione.

Con l'aumento dei prezzi che consegue all'aumento dell'offerta di moneta, diminuisce il valore
reale delle banconote che ogni individuo ha in tasca. Quando il governo batte nuova moneta e la
spende, erode il valore della moneta che è già nelle mani dei cittadini. L'inflazione, dunque, equivale
a un'imposta sulla detenzione di moneta.

L'INFLAZIONE E I TASSI DI INTERESSE


I tassi di interesse sono i prezzi che mettono in relazione il passato con il futuro.
Il tasso di interesse corrisposto dalla banca è detto tasso di interesse nominale (i)
L'incremento del potere d'acquisto è detto tasso di interesse reale (r)
Il tasso di inflazione viene indicato con π

Il tasso di interesse reale è pari alla differenza tra il tasso di interesse nominale e il tasso di
inflazione.
Riorganizzando i termini, il tasso di interesse nominale corrisponde alla somma del tasso di
interesse reale e del tasso di inflazione:

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Scritta in questo modo, la relazione tra le tre variabili è nota come equazione di Fisher. Essa mostra
che il tasso di interesse nominale può variare per due cause:
– Per una variazione del tasso di interesse reale
– Per una variazione del tasso di inflazione

Secondo la teoria quantitativa della moneta, un aumento del tasso di crescita della moneta pari
all'1% genera un aumento del tasso di inflazione dell'1%. Secondo l'equazione di Fisher, un aumento
dell'1% del tasso di inflazione provoca a sua volta un aumento dell'1% del tasso di interesse
nominale. Questa relazione uno a uno tra tasso di inflazione e tasso di interesse nominale viene
chiamata effetto di Fisher.

DUE TASSI DI INTERESSE REALI: ex ante ED ex post


Quando un creditore e un debitore si accordano su un tasso di interesse nominale, non sanno quale
sarà il tasso di inflazione prevalente per la durata del prestito.
Di conseguenza bisogna distinguere tra:
 Tasso di interesse reale ex ante: tasso di interesse reale
che il creditore e il debitore si aspettano al momento della
stipula dell'accordo.

 Tasso di interesse reale ex post: tasso di interesse reale


che effettivamente si realizza.

Creditori e debitori non possono prevedere con certezza il tasso di inflazione futuro, ma hanno delle
aspettative circa il suo andamento.
Π
Π
Π
Π
Il tasso di interesse nominale non può adeguarsi all'inflazione effettiva, dato che essa non è
conosciuta nel momento in cui viene stabilito il tasso di interesse.
Perciò, l'effetto di Fisher può essere scritto come:

IL TASSO DI INTERESSE NOMINALE E LA DOMANDA DI MONETA


Il tasso di interesse nominale è il costo-opportunità di detenere moneta: è ciò a cui rinunciamo nel
preferire la moneta liquida a un impiego fruttifero.

Le attività diverse dalla moneta, come i titoli di Stato, hanno un rendimento reale r;
La moneta offre un rendimento reale atteso di -
Chi detiene moneta, quindi, rinuncia alla differenza tra i due rendimenti indicati: il costo di detenere
moneta è, perciò, che corrisponde a ciò che l'equazione di Fisher chiama i.

La domanda di saldi monetari reali dipende sia dal livello del reddito, sia dal tasso di interesse
nominale. La domanda di moneta può essere descritta come:

L è la domanda di moneta, perché la moneta è l'attività più liquida dell'economia, cioè quella più
facilmente utilizzabile per le transazioni.

La domanda di liquidità dei saldi monetari reali è una funzione del reddito e del tasso di interesse
nominale:

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▪ Quanto più elevato è il livello del reddito Y, tanto più elevata è la domanda di
saldi monetari reali.
▪ Quanto più elevato è il tasso di interesse nominale i, tanto più bassa è la
domanda di saldi monetari reali.

Moneta, prezzi e tassi di interesse sono correlati in molti modi diversi. Come spiega la teoria
quantitativa della moneta, l'equilibrio di domanda e offerta di moneta determina il livello dei prezzi.
Le variazioni del livello dei prezzi corrispondono al tasso di inflazione. L'inflazione, a sua volta,
influenza il tasso di interesse nominale attraverso l'effetto di Fisher. Poiché il tasso di interesse
nominale è il costo di detenere moneta, esso ha un effetto di ritorno sulla domanda di moneta.

Eguagliamo l'offerta di moneta M/P e la domanda di saldi monetari reali L(i,Y)

Sostituiamo al tasso di interesse nominale i la somma del tasso di interesse reale e dell'inflazione
attesa, come suggerisce l'equazione di Fisher:

Questa equazione stabilisce che il livello dei saldi monetari reali dipende dal
tasso di inflazione atteso.

I COSTI SOCIALI DELL'INFLAZIONE

I COSTI DELL'INFLAZIONE ATTESA


- Uno dei costi è rappresentato dalla distorsione che l'imposta di inflazione provoca sulla
quantità di moneta detenuta dagli individui. se detengono mediamente meno moneta, gli
individui devono recarsi più frequentemente in banca. La scomodità e il tempo perso per
recarsi in banca sono un costo definito costo delle suole.

- Un secondo costo dell'inflazione scaturisce dalla necessità che le imprese hanno di cambiare
frequentemente il listino prezzi dei propri prodotti. Modificare i prezzi, a volte, può essere
molto costoso. Questi costi dell'inflazione sono denominati costi di listino.

- Un terzo costo dell'inflazione insorge perché, dovendo sostenere i costi di listino, le imprese
non modificano i prezzi continuamente, ma solo sporadicamente. Perciò, quanto più elevata è
l'inflazione, tanto più variabili sono i prezzi relativi. Provocando la variabilità dei prezzi relativi,
l'inflazione può portare a un'allocazione inefficiente delle risorse a livello microeconomico.

- Un quarto costo dell'inflazione discende dalla normativa tributaria, perché molte disposizioni
del sistema tributario non tengono conto degli effetti dell'inflazione. Quest'ultima può alterare
il carico fiscale degli individui in modi che possono contrastare con le intenzioni del legislatore.

- Il quinto costo dell'inflazione è la scomodità di vivere in un mondo in cui il livello dei prezzi
cambia continuamente. La moneta è l'unità di riferimento con cui misuriamo le transazioni
economiche. In presenza di inflazione, questa unità cambia continuamente.

I COSTI DELL'INFLAZIONE INATTESA


L'inflazione inattesa ha un effetto ben più pernicioso di quello provocato da un'inflazione attesa e
costante: essa ridistribuisce arbitrariamente la ricchezza tra gli individui.

I contratti di prestito a lungo termine, di solito, definiscono un tasso di interesse nominale, che si

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basa sul tasso di inflazione atteso nel momento in cui viene stipulato il contratto. Se l'inflazione ha
un andamento diverso da quello atteso, il tasso di interesse reale ex post che il debitore paga al
creditore è diverso da quello che entrambe le parti avevano previsto.

- Se l'inflazione effettiva è più alta dell'inflazione attesa, il debitore ci guadagna perché ripaga
il prestito con una moneta che ha un valore più basso di quello atteso.

- Se l'inflazione effettiva è più bassa dell'inflazione attesa, a guadagnarci è il creditore perché


le rate di rimborso avranno un valore reale superiore a quello previsto.

L'inflazione inattesa danneggia anche chi vive di un reddito fisso, come la maggior parte dei
pensionati. Il valore della pensione, spesso è stabilito in termini nominali nel momento in cui il
lavoratore va in pensione. Dato che la pensione è un reddito differito, il lavoratore offre al suo
datore di lavoro un prestito: il suo lavoro non viene pagato per intero nel momento in cui viene
svolto, ma una parte gli viene corrisposta quando raggiunge l'età pensionabile.
Come tutti i creditori, il lavoratore è danneggiato da un'inflazione più elevata del previsto.
Come tutti i debitori, le aziende sono danneggiate da un'inflazione più bassa del previsto.

Quanto più variabile è il tasso di inflazione, tanto maggiore è l'incertezza che creditori e debitori
devono affrontare. Dato che la maggior parte degli individui è avversa al rischio, cioè non ama
l'incertezza, l'imprevedibilità generata da un'inflazione variabile danneggia tutti.

UN BENEFICIO DELL'INFLAZIONE
Alcuni economisti ritengono che un'inflazione moderata (un tasso di inflazione annuo compreso tra
il 2% e il 3%) possa essere una buona cosa.

L'argomento a favore di un'inflazione moderata parte dall'osservazione che i tagli ai salari nominali
sono un fatto piuttosto raro: le imprese sono poco propense a proporli, e i lavoratori non sono
disposti ad accettarli.

Un modesto livello di inflazione potrebbe favorire il buon funzionamento dei mercati del lavoro.
L'offerta e la domanda di diversi tipi di lavoro cambiano in continuazione. A volte, una diminuzione
della domanda o un aumento dell'offerta provocano una flessione del salario reale di equilibrio per
un gruppo di lavoratori. L'inflazione quindi è un lubrificante per gli ingranaggi del mercato del lavoro.

L'IPERINFLAZIONE
Si definisce iperinflazione un tasso di inflazione che supera il 50% al mese, ovvero poco più dell'1% al
giorno. Componendosi per periodi prolungati, un tasso di inflazione di questo livello produce
aumenti sbalorditivi del livello dei prezzi. Fenomeni estremi di inflazione comportano, per la società,
un costo molto elevato.

In caso di iperinflazione, il costo delle suole associato alla necessità di ridurre la quantità di moneta
detenuta diventa molto elevato. Se la moneta perde rapidamente valore, i manager dedicano la
maggior parte delle proprie energie alla gestione di cassa. Togliendo tempo e risorse da attività di
maggiore utilità aziendale e sociale, l'iperinflazione riduce l'efficienza dell'economia nel suo
complesso.

I costi di listino, in presenza di iperinflazione, diventano più elevati: le imprese devono cambiare i
prezzi così rapidamente che le normali attività, come stampare e distribuire un catalogo e un listino
prezzi, diventano impossibili.

Durante un'iperinflazione, i prezzi relativi cessano di riflettere l'effettiva scarsità dei beni: se i
prezzi cambiano spesso e drasticamente, per il consumatore diventa difficile individuare il prezzo più
conveniente. Prezzi altamente volatili e in rapida crescita alterano anche i comportamenti
individuali.

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I sistemi tributari sono distorti dall'iperinflazione. Tutti i sistemi tributari prevedono un lasso di
tempo tra la determinazione dell'imposta e il pagamento della stessa. Durante un'iperinflazione,
anche un brevissimo ritardo riduce drasticamente il valore reale del gettito fiscale, dato che, nel
momento in cui lo Stato riceve il pagamento, il valore della moneta è diminuito. Di conseguenza, le
entrate tributarie reali dello Stato crollano vertiginosamente.

Con il passare del tempo, la moneta perde la propria funzione di riserva di valore, unità di conto e
mezzo di scambio. Al suo posto si diffondono il baratto e le monete non ufficiali che sostituiscono
progressivamente la moneta ufficiale.

LE CAUSE DELL'IPERINFLAZIONE
I fenomeni di iperinflazione sono dovuti a una crescita eccessiva dell'offerta di moneta. Per fermare
l'iperinflazione, è sufficiente che la banca centrale riduca il tasso di crescita della moneta.

Questa risposta però è incompleta, perché non spiega come mai le banche centrali di paesi in
iperinflazione decidano di stampare così tanta moneta. Per rispondere a questa domanda,
bisogna dedicarsi alla politica fiscale.

La maggior parte dei fenomeni di iperinflazione si innesca nel momento in cui lo Stato non dispone
di entrate sufficienti per coprire la spesa pubblica. Per coprire il disavanzo, il governo stampa
moneta e quindi il risultato è una rapida crescita dell'offerta di moneta e, di conseguenza,
l'iperinflazione.

Una volta che l'iperinflazione si è avviata, il problema fiscale si aggrava ulteriormente: a causa del
ritardo nella corresponsione delle imposte, le entrate fiscali reali diminuiscono all'aumentare
dell'inflazione, mettendo il governo nelle condizioni di potersi finanziare unicamente col
signoraggio.

La creazione sfrenata di moneta conduce all'iperinflazione che, a sua volta, provoca un


peggioramento del disavanzo di bilancio, stimolando una crescita rapida degli aggregati monetari.

La fine dell'iperinflazione coincide con una riforma fiscale. La riforma fiscale riduce la necessità di
ricorrere al signoraggio per finanziare la spesa, permettendo di ridurre la crescita dell'offerta di
moneta. La fine dell'inflazione di solito è un fenomeno fiscale.

LA DICOTOMIA CLASSICA
Tutte le variabili misurate in unità fisiche, come le quantità e i prezzi relativi, sono dette variabili
reali. Le variabili nominali, invece, sono le variabili espresse in termini monetari.

Questa separazione teorica tra variabili reali e nominali è detta DICOTOMIA CLASSICA, perché
è il tratto distintivo della macroeconomia classica. Questa sorge perché le variazioni
dell'offerta di moneta non influenzano le variabili reali. L'irrilevanza della moneta per le
variabili reali è detta NEUTRALITA' DELLA MONETA.

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6. L'economia aperta
martedì 14 marzo 2017 10:00

La differenza fondamentale tra un'economia aperta e un'economia chiusa è che, nell'economia


aperta, la spesa del paese in ogni dato anno non è necessariamente uguale alla sua produzione
aggregata di beni e servizi: un paese può spendere più di quanto produce indebitandosi all'estero, o
può spendere meno di quanto produce offrendo la differenza in prestito agli stranieri.

In un'economia chiusa tutta la produzione viene venduta entro i confini nazionali e la spesa si
suddivide in tre componenti: consumo, investimento e spesa pubblica.

In un'economia aperta, una parte della produzione viene venduta entro i confini nazionali e una
parte esportata all'estero.

Possiamo suddividere la spesa Y in quattro componenti:


◊ Cd = Consumo di beni e servizi nazionali
◊ Id = Investimento in beni e servizi nazionali
◊ Gd = Spesa pubblica per l'acquisto di beni e servizi nazionali
◊ EX = Esportazione di beni e servizi nazionali

dove spesa interna per l'acquisto di beni e servizi di produzione nazionale.


= spesa estera per l'acquisto di beni e servizi nazionali

Il consumo totale C è uguale al consumo interno di beni e servizi nazionali Cd, più
il consumo interno di beni e servizi esteri Cf.

L'investimento totale I è uguale all'investimento interno in beni e servizi


nazionali Id, più l'investimento interno in beni e servizi esteri If.

La spesa pubblica totale G è uguale alla spesa pubblica per l'acquisto di beni e
servizi nazionali Gd, più la spesa pubblica per l'acquisto di beni e servizi esteri Gf.

Sostituendo le tre equazioni nell'identità, si ottiene:

La somma delle componenti della spesa interna per l'acquisto di beni e servizi esteri
è pari alla spesa totale per l'acquisto di beni di importazione, IM. Quindi:

Dove NX sono le esportazioni nette, cioè la differenza tra esportazioni e importazioni. (NX = EX - IM)

In un'economia aperta, la spesa interna non è necessariamente uguale alla produzione aggregata:
- Se la produzione aggregata è superiore alla spesa interna, si esporta la differenza e le
esportazioni nette sono positive.
- Se la produzione aggregata è inferiore alla spesa interna, si importa la differenza e le
esportazioni nette sono negative.

I FLUSSI INTERNAZIONALI DI CAPITALI E IL SALDO COMMERCIALE

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Partendo dall'identità contabile:


Sottraendo C e G da entrambi i membri, si ottiene:

dove Y - C - G corrisponde al risparmio nazionale S, quindi

Possiamo dimostrare quindi che le esportazioni nette sono uguali alla differenza tra risparmio
nazionale e investimento:

Le esportazioni nette NX vengono dette anche saldo commerciale, in quanto ci informa della misura
in cui l'interscambio di beni e servizi con l'estero si discosta dall'uguaglianza tra importazioni e
esportazioni.

La differenza tra risparmio interno e investimento interno, S - I, è detta deflusso netto di capitali
(investimento estero netto), e descrive il flusso internazionale di fondi che finanzia l'accumulazione di
capitale.

- Se il deflusso netto di capitali di un paese è positivo, il risparmio complessivo del sistema


economico è maggiore dell'investimento, e l'ammontare in eccesso viene impiegato per
finanziare soggetti economici esteri.

- Se il deflusso netto di capitali di un paese è negativo, l'investimento eccede il risparmio


nazionale e l'economia finanzia la differenza indebitandosi all'estero.

Se il saldo commerciale (NX) e il deflusso netto di capitali (S - I) sono positivi, siamo in presenza di un
AVANZO COMMERCIALE: il paese è creditore nei mercati finanziari internazionali ed esporta più beni
e servizi di quanti ne importi.

Se il saldo commerciale (NX) e il deflusso netto di capitali (S - I) sono negativi, siamo in presenza di un
DISAVANZO COMMERCIALE: il paese è debitore nei mercati finanziari internazionali ed importa più
beni e servizi di quanti riesca a esportarne.

Se il saldo commerciale (NX) e il deflusso netto di capitali (S - I) sono esattamente uguali a zero,
siamo in presenza di un SALDO COMMERCIALE NULLO, dato che il valore delle importazioni e quello
delle esportazioni sono identici.

L'identità contabile del reddito nazionale dimostra che il flusso internazionale di fondi che finanzia
l'accumulazione del capitale e il flusso internazionale di beni e servizi sono due facce della stessa
medaglia.

IL PIL, IL PNL, IL SALDO COMMERCIALE E IL CONTO CORRENTE DELLA BILANCIA DEI PAGAMENTI
Mentre il PIL misura il reddito totale prodotto all'interno del paese, il PNL misura il reddito totale
guadagnato dai residenti di un paese. Per calcolare il PNL dobbiamo quindi aggiungere al PIL tutti i
redditi dei fattori provenienti dall'estero e sottrarre tutti i redditi dei fattori corrisposti a soggetti
esteri:

La differenza tra redditi dei fattori provenienti dall'estero e redditi dei fattori corrisposti a soggetti
esteri è detta REDDITO ESTERO NETTO (REN). Quindi avremmo che:

E dato che il PIL è uguale a possiamo scrivere:

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I trasferimenti unilaterali sono pagamenti eseguiti per i quali non viene registrata una contropartita
nella contabilità nazionale. Se aggiungiamo i trasferimenti unilaterali netti (trasf. unilaterali in
entrata - trasf. unilaterali in uscita) alla somma delle esportazioni nette e del reddito estero netto,
otteniamo il saldo del conto corrente della bilancia dei pagamenti.

SALDO DEL CONTO CORRENTE = NX + REN + Trasferimenti unilaterali netti

Il Paese può avere un saldo nullo o positivo del conto corrente della bilancia dei pagamenti anche
in presenza di un disavanzo commerciale. I cittadini spendono più di quanto venga prodotto nel
paese stesso, ma sono in grado di finanziare questo eccesso di spesa grazie al reddito che incassano
dall'estero.

Nel caso opposto, il Paese può avere un avanzo commerciale, ma un saldo del conto corrente nullo
o negativo.

IL RISPARMIO E L'INVESTIMENTO IN UNA PICCOLA ECONOMIA APERTA

PICCOLA ECONOMIA APERTA con perfetta mobilità dei capitali

- Per "piccola" intendiamo un'economia che rappresenti solo una modesta porzione dei
mercati mondiali e che, da sola, non abbia un effetto rilevante sul tasso di interesse
mondiale.

- Per "perfetta mobilità dei capitali" intendiamo che i residenti di questo paese hanno
pieno e libero accesso ai mercati finanziari internazionali e che il governo non pone
vincoli all'indebitamento o alla concessione di crediti all'estero.

Il tasso di interesse reale prevalente nella piccola economia aperta r, deve essere uguale al
tasso di interesse mondiale r*, cioè al tasso di interesse reale prevalente nei mercati
finanziari internazionali:

○ I residenti della piccola economia aperta non si indebitano mai a un tasso di interesse
superiore a r*, perché nei mercati internazionali possono sempre trovare un
finanziamento al tasso r*.

○ I residenti della piccola economia aperta non impiegano mai i propri fondi a un tasso di
interesse inferiore a r*, perché nei mercati internazionali hanno sempre a disposizione
opzioni di investimento al tasso r*.

Il tasso di interesse mondiale determina il tasso di interesse reale nella piccola economia aperta.

In un'economia chiusa il tasso di interesse è determinato dall'equilibrio tra risparmio e investimento.


Dato che non intratteniamo rapporti con gli altri pianeti, l'economia mondiale è un'economia chiusa
e, perciò, il tasso di interesse mondiale è determinato dall'equilibrio tra risparmio mondiale e
investimento mondiale.

Per costruire il modello di una piccola economia aperta dobbiamo adottare 3 ipotesi:

La produzione aggregata dell'economia, Y, è fissa e determinata


1. esogenamente dai fattori di produzione.

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2. Il consumo C è direttamente correlato con il reddito disponibile Y - T.

3. L'investimento I è inversamente correlato con il tasso di interesse reale r.

Partendo dall'identità contabile:


Sottraendo C e G da entrambi i membri, si ottiene:

dove Y - C - G corrisponde al risparmio nazionale S, quindi

Date le tre ipotesi enunciate sopra, possiamo scrivere:

Il saldo commerciale NX dipende dalle variabili che determinano il risparmio S e l'investimento


I. Poiché il risparmio dipende dalla politica fiscale e l'investimento dipende dal tasso di
interesse mondiale r*, anche il saldo commerciale dipende da queste due variabili.

In un'economia chiusa, il tasso di interesse reale si aggiusta in modo da garantire l'equilibrio di


risparmio e investimento;il tasso di interesse reale era determinato dall'intersezione delle due curve.
In una piccola economia aperta, invece, il tasso di interesse reale è uguale al tasso di interesse reale
determinato dai mercati finanziari internazionali.
Il saldo commerciale è determinato dalla differenza tra risparmio e investimento, dato il tasso
di interesse prevalente nei mercati internazionali.

r S

NX
r*

tasso di
interesse
se l'economia I(r)
fosse chiusa

I, S

L'INFLUENZA DELLA POLITICA ECONOMICA SUL SALDO COMMERCIALE


Supponiamo che un'economia si trovi in una situazione di saldo commerciale nullo: ciò significa che,
al tasso di interesse mondiale prevalente, il risparmio nazionale S è uguale all'investimento interno I
e che le esportazioni nette NX sono uguali a zero.

GLI EFFETTI DI UNA POLITICA FISCALE NAZIONALE ESPANSIVA

- Cosa accade ad una piccola economia aperta se il governo incrementa la spesa pubblica

L'aumento di G riduce il risparmio nazionale, dato che S = (Y - C - G). Poiché il tasso di interesse
mondiale è rimasto invariato, l'investimento I non cambia. Il risparmio S si riduce al di sotto del
livello dell'investimento, una parte del quale deve essere finanziata ricorrendo
all'indebitamento estero. Dato che NX = S - I, la diminuzione di S, con I invariato, implica una
riduzione di NX. L'economia così è in una situazione di disavanzo commerciale.

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- Cosa accade ad una piccola economia aperta se il governo riduce le imposte

Un abbattimento della pressione fiscale riduce T, accresce il reddito disponibile Y - T, stimola il


consumo e riduce il risparmio nazionale. Dato che NX = S - I, la diminuzione del risparmio
nazionale implica un abbassamento di NC.

r S2 S1

r* NX
I(r)

I,S

Un cambiamento della politica fiscale che accresca il consumo privato C o la spesa pubblica G o
riduce le imposte, riduce il risparmio nazionale e, perciò, provoca uno spostamento verso sinistra
della retta verticale che rappresenta il risparmio, da S1 a S2. Poiché NX è la distanza tra la curva di
risparmio e quella dell'investimento al tasso di interesse mondiale, lo spostamento della retta del
risparmio riduce NX.

Dunque, partendo da una condizione di saldo commerciale nullo, un provvedimento di politica


economica che riduca il risparmio nazionale genera un disavanzo commerciale.

GLI EFFETTI DI UNA POLITICA FISCALE ESPANSIVA ALL'ESTERO

- Cosa accade a una piccola economia aperta quando i governi di altri paesi aumentano la
propria spesa pubblica

Se tali paesi sono di modeste dimensioni, il cambiamento della loro politica fiscale ha un effetto
trascurabile sugli altri paesi.
Se tali paesi rappresentano una porzione consistente dell'economia mondiale, l'aumento della
loro spesa pubblica riduce il risparmio mondiale e provoca un innalzamento del tasso di
interesse mondiale.

L'aumento del tasso di interesse prevalente nei mercati finanziari mondiali accresce il costo
dell'indebitamento e, perciò, riduce l'investimento nella piccola economia aperta. Il risparmio S
è superiore all'investimento I; almeno una parte del risparmio nazionale viene impiegata
all'estero.

Dato che NX = S - I, la diminuzione di I provoca un aumento di NX. La diminuzione del


risparmio estero genera un avanzo commerciale nella piccola economia aperta.
r S

NX

r*

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NX

r2*

r1*

I(r)

I,S

Poiché il cambiamento della politica economica non avviene all'interno del paese, la curva del
risparmio e dell'investimento interno non subiscono spostamenti. L'unico cambiamento è
rappresentato dall'aumento del tasso di interesse mondiale, che passa da r1* a r2*.

Il saldo commerciale è dato dalla distanza tra la curva del risparmio e la curva dell'investimento
in corrispondenza di ogni dato livello del tasso di interesse mondiale: se al tasso r2* il
risparmio è superiore all'investimento, il paese registra un avanzo commerciale.

Dunque, partendo da una condizione di saldo commerciale nullo, un aumento del tasso di
interesse mondiale causato da una politica fiscale espansiva all'estero provoca un avanzo
commerciale in una piccola economia aperta.

GLI SPOSTAMENTI DELLA CURVA DI DOMANDA DI INVESTIMENTO

- Cosa accade alla piccola economia aperta se la curva di domanda di investimento si sposta
verso destra, ovvero se, per ogni dato livello del tasso di interesse mondiale, la domanda di
investimento aumenta.

Un tale spostamento si potrebbe verificare se il governo decidesse di stimolare l'investimento


concedendo sgravi fiscali.

r S

NX
I(r)2

I(r)1

I, S

Uno spostamento verso destra della curva di investimento, da I(r)1 a I(r)2 fa aumentare la
quantità di investimento per ogni dato livello del tasso di interesse mondiale r*. Di
conseguenza, l'investimento è maggiore del risparmio, e quindi l'economia si indebita
all'estero, generando un disavanzo commerciale.

Per ogni dato livello del tasso di interesse mondiale, l'investimento è più elevato, ma, poiché il

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risparmio è invariato, il maggiore investimento deve essere finanziato attraverso


l'indebitamento estero, generando un afflusso netto di capitali negativo. Dato che NX = S - I,
all'aumento di I deve corrispondere una diminuzione di NX.

Pertanto, partendo da una condizione di saldo commerciale nullo, uno spostamento verso
destra della curva di investimento provoca un disavanzo commerciale.

VALUTARE LA POLITICA ECONOMICA

- I provvedimenti che provocano un aumento dell'investimento o una diminuzione del


risparmio tendono a creare un disavanzo commerciale.

- I provvedimenti che provocano una diminuzione dell'investimento o un aumento del


risparmio tendono a produrre un avanzo commerciale.

Il disavanzo commerciale può essere il risultato di un basso saggio di risparmio.


○ In un'economia chiusa, un basso saggio di risparmio comporta scarsi investimenti e uno
stock futuro di capitale insufficiente.

○ In un'economia aperta, un basso saggio di risparmio porta a un disavanzo commerciale e


a un debito estero crescente, che prima o poi dovrà essere rimborsato.

In entrambi i casi, gli elevati livelli di consumo corrente si traducono in livelli di consumo futuri più
contenuti, scaricando sulle spalle delle generazioni future il peso di un basso risparmio nazionale.

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I tassi di cambio
giovedì 23 marzo 2017 11:33

Il tasso di cambio tra due Paesi è il prezzo al quale i residenti dei due paesi effettuano tra loro scambi
commerciali. Gli economisti sono soliti distinguere tra due tassi di cambio:
 TASSO DI CAMBIO NOMINALE
 TASSO DI CAMBIO REALE

TASSO DI CAMBIO NOMINALE


Il tasso di cambio nominale è il prezzo relativo delle valute di due paesi. E' il prezzo di 1€ espresso
nella valuta di un altro paese. Visto dal di fuori dell'area dell'euro, il tasso di cambio è il prezzo in
moneta estera di una unità della moneta nazionale.

Un aumento del tasso di cambio implica un apprezzamento della valuta nazionale.


Una riduzione del tasso di cambio implica un deprezzamento della valuta nazionale.

- Quando la valuta nazionale si apprezza, si può acquistare una maggiore quantità di beni di
produzione estera per unità di moneta nazionale.

- Quando la valuta nazionale si deprezza, si può acquistare meno quantità di beni di produzione
estera per unità di moneta nazionale.

TASSO DI CAMBIO REALE


Il tasso di cambio reale è il prezzo relativo dei beni di due paesi. Esso misura il rapporto al quale
possiamo scambiare i beni prodotti in un paese con quelli prodotti nell'altro. Il tasso di cambio reale
è chiamato ragione di scambio.

Il tasso di cambio reale è dato dal rapporto al quale si scambiano i beni esteri con i beni nazionali e
dipende dal prezzo dei beni espresso nelle valute locali e dal rapporto con cui si scambiano le valute
dei due paesi.

Detti
○ e = tasso di cambio nominale
○ P = livello dei prezzi nazionali
○ P* = livello dei prezzi esteri
○ ε = tasso di cambio reale

Possiamo scrivere:

- Se il tasso di cambio reale è elevato, i beni esteri sono più convenienti, in termini relativi,
rispetto ai beni nazionali.

- Se il tasso di cambio reale è basso, i beni nazionali sono più convenienti, in termini relativi,
rispetto ai beni esteri.

TASSO DI CAMBIO REALE E SALDO COMMERCIALE

- Se il tasso di cambio reale è basso, i beni nazionali sono relativamente più convenienti dei beni
esteri. I residenti del nostro paese tenderanno ad acquistare meno beni di importazione.
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Analogamente, in altri paesi i consumatori tenderanno ad acquistare molti beni esportati dal
nostro paese. Il volume delle esportazioni nette del nostro paese tenderà ad essere elevato.

- Se il tasso di cambio reale è elevato, i beni nazionali sono relativamente meno convenienti dei
beni esteri. I residenti del nostro paese tenderanno ad acquistare più beni di importazione.
Analogamente, in altri paesi i consumatori tenderanno ad acquistare meno beni esportati dal
nostro paese. Le esportazioni nette del nostro paese saranno quindi basse.

Questa relazione tra esportazioni nette e tasso di cambio reale può essere descritta da:

NX(ε)

0 NX
Quanto più basso è il tasso di cambio reale, tanto più convenienti sono i beni nazionali rispetto ai
beni esteri e, quindi, tanto più elevate sono le esportazioni nette del paese.

LE DETERMINANTI DEL TASSO DI CAMBIO REALE

- Il tasso di cambio reale è correlato con le esportazioni nette.


A un tasso di cambio reale più basso corrispondono beni e servizi nazionali meno costosi
rispetto a quelli esteri e, quindi, esportazioni nette più consistenti.

- Il saldo commerciale (esportazioni nette) deve essere uguale al deflusso netto di capitali che,
a sua volta, è uguale alla differenza tra risparmio nazionale e investimento interno.
Il risparmio è determinato dalla funzione di consumo e dalla politica fiscale. L'investimento è
determinato dalla funzione di investimento e dal tasso di interesse mondiale prevalente.

ε
S-I

tasso di
cambio
reale di
equilibrio
NX(ε)

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NX(ε)

NX

- La curva che descrive la relazioni tra esportazioni nette e tasso di cambio reale ha pendenza
negativa, perché al diminuire del tasso di cambio reale le esportazioni nette aumentano.

- La retta che descrive la differenza tra risparmio e investimento, S - I, è verticale perché né il


risparmio né l'investimento dipendono dal tasso di cambio reale.

▪ L'intersezione tra le due curve determina il tasso di cambio reale di equilibrio.

Al tasso di cambio reale di equilibrio, l'offerta di valuta nazionale disponibile dal


deflusso netto di capitali è esattamente uguale alla domanda di valuta nazionale da
parte di cittadini stranieri che desiderano acquistare beni nazionali.

L'INFLUENZA DELLE POLITICHE ECONOMICHE SUL TASSO DI CAMBIO REALE

GLI EFFETTI DELLA POLITICA FISCALE ESPANSIVA NAZIONALE


Cosa accade al tasso di cambio reale se il governo riduce il risparmio nazionale aumentando la
spesa pubblica o riducendo le imposte?

- A una riduzione del risparmio nazionale corrisponde una diminuzione di S - I e, di conseguenza,


di NX. Una riduzione del risparmio nazionale, dunque, provoca un disavanzo commerciale.

Una politica fiscale nazionale espansiva, per esempio un aumento della spesa pubblica o una
diminuzione delle imposte, riduce il risparmio nazionale. Ciò riduce l'offerta di valuta nazionale
da scambiare con valuta estera e provoca quindi uno spostamento verso sinistra della retta
verticale S - I. Tale spostamento spinge al rialzo il tasso di cambio di equilibrio da ε1 a ε2.

Dato l'aumento del valore relativo della valuta nazionale, i beni nazionali diventano
relativamente più costosi rispetto a quelli esteri, facendo diminuire le esportazioni e
aumentare le importazioni, portando ad una riduzione delle esportazioni nette.

ε
S2 - I S1 - I

ε2

ε1
NX(ε)

NX
NX2 NX1

GLI EFFETTI DELLA POLITICA FISCALE ESPANSIVA ALL'ESTERO


Cosa accade al tasso di cambio reale se un paese estero aumenta la spesa pubblica o riduce le
imposte?

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- Una politica fiscale espansiva all'estero riduce il risparmio mondiale e spinge al rialzo il tasso di
interesse mondiale. L'aumento del tasso di interesse riduce l'investimento interno, facendo
aumentare S - I e, di conseguenza, NX. L'aumento del tasso di interesse mondiale provoca un
avanzo commerciale.

Ciò provoca uno spostamento verso destra della retta verticale S - I, facendo aumentare
l'offerta di valuta nazionale per l'investimento all'estero. Il tasso di cambio reale di equilibrio
diminuisce, rendendo la valuta nazionale più conveniente e i beni nazionali meno costosi,
generando così un aumento delle esportazioni nette.

ε
S - I(r1*) S - I(r2*)

ε1

ε2
NX(ε)

NX
NX1 NX2

GLI SPOSTAMENTI DELLA CURVA DI DOMANDA DI INVESTIMENTO


Cosa accade al tasso di cambio reale se la domanda interna di investimento aumenta, per esempio
in virtù di un provvedimento del governo che concede sgravi fiscali agli investimenti?

- Un aumento della domanda di investimento interno si traduce in un più elevato livello di


investimento per ogni dato livello del tasso di interesse mondiale. All'aumentare di I, S - I e NX
diminuiscono. Un aumento della domanda di investimento genera un disavanzo commerciale.

L'aumento della domanda di investimento provoca uno spostamento verso sinistra della retta
verticale S - I, riducendo l'offerta di valuta nazionale disponibile per l'investimento all'estero e
facendo aumentare il tasso di cambio di equilibrio. Con l'apprezzamento della valuta nazionale,
i beni nazionali diventano più costosi e le esportazioni nette diminuiscono.

Un aumento della domanda di investimento accresce il livello dell'investimento interno da I1 a


I2. Di conseguenza, l'offerta di valuta nazionale da scambiare con valuta straniera diminuisce da
S - I1 a S - I2 e il tasso di cambio reale aumenta da ε1 a ε2.

ε
S - I2 S - I1

ε2

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ε2

ε1
NX(ε)

NX
NX2 NX1

GLI EFFETTI DELLE POLITICHE COMMERCIALI


Nella maggior parte dei casi, le politiche commerciali prendono la forma di iniziative tese a
proteggere le imprese nazionali dalla concorrenza straniera, sia attraverso l'imposizione di imposte
sui beni importati (dazi) sia di limiti alla quantità di beni e servizi stranieri importabile.

A seguito di tali provvedimenti, il volume delle importazioni è più basso e il volume delle esportazioni
nette più alto. Dunque, la curva delle esportazioni nette si sposta verso destra, da NX(ε1) a NX(ε2),
spingendo al rialzo il tasso di cambio reale da ε1 a ε2. Tuttavia, nonostante lo spostamento della curva
delle esportazioni nette, il livello di equilibrio delle esportazioni nette rimane invariato.

ε S-I

ε2

ε1 NX(ε2)

NX(ε1)

NX1 = NX2 NX

Le politiche commerciali protezionistiche non alterano il saldo commerciale, ma condizionano il


volume degli scambi. Dato che il tasso di cambio reale si apprezza, i beni e i servizi nazionali diventano
più costosi rispetto a quelli esteri. Di conseguenza, nella nuova condizione di equilibrio il paese esporta
di meno. Dato che le esportazioni nette rimangono invariate, anche le importazioni del paese
diminuiscono.

LE DETERMINANTI DEL TASSO DI CAMBIO NOMINALE

Il tasso di cambio nominale può essere descritto come:

Il tasso di cambio nominale dipende dal tasso di cambio reale e dal livello dei prezzi nei due paesi.

Dato il valore del tasso di cambio reale,


- se il livello dei prezzi interni P aumenta, il tasso di cambio nominale diminuisce. Poiché la valuta
nazionale vale meno, una unità di valuta nazionale acquista meno unità di valuta estera.

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- se il livello dei prezzi all'estero P* aumenta, il tasso di cambio nominale aumenta. Poiché la
valuta nazionale vale di più, una unità di valuta nazionale acquista più unità di valuta estera.

L'equazione del tasso di cambio nominale può essere riscritta come:

dove:
 = tasso di inflazione interno π
 = tasso di inflazione estero π*
 = variazione percentuale del tasso di cambio reale

π*- π)

La variazione percentuale del tasso di cambio nominale tra le valute di due paesi è uguale alla somma
della variazione percentuale del tasso di cambio reale e del differenziale dei tassi di inflazione dei due
paesi.

- Se un paese ha un elevato tasso di inflazione rispetto a un altro, una unità della sua valuta
acquisterà nel tempo una quantità progressivamente minore della valuta dell'altro paese.

- Se un paese ha un tasso di inflazione più basso rispetto a un altro, una unità della sua valuta
acquisterà nel tempo quantità progressivamente maggiori della valuta dell'altro paese.

LA PARITA' DEL POTERE DI ACQUISTO

Secondo la legge del prezzo unico, lo stesso bene non può essere venduto a due prezzi diversi in luoghi
diversi nello stesso momento. Tale legge, applicata agli scambi internazionali, viene chiamata parità del
potere di acquisto.

Secondo tale legge, se è possibile l'arbitraggio, una unità di una qualsiasi valuta deve
avere necessariamente lo stesso potere d'acquisto in ogni paese. La rapida azione
degli arbitraggisti internazionali fa sì che le esportazioni nette siano altamente
sensibili ai minimi movimenti del tasso di cambio reale:

- una modesta diminuzione del prezzo dei beni interni rispetto ai beni esteri induce gli
arbitraggisti ad acquistare beni nazionali per venderli all'estero.

- un modesto aumento dei prezzi interni rispetto a quelli esteri spinge gli arbitraggisti
a importare beni dall'estero per venderli nel mercato interno.

La curva delle esportazioni nette è molto piatta in corrispondenza del tasso di cambio reale che
eguaglia il potere d'acquisto nei due paesi. La minima variazione del tasso di cambio reale produce
variazioni notevoli delle esportazioni nette. Questa estrema sensibilità delle esportazioni nette
garantisce che il tasso di cambio reale di equilibrio sia sempre prossimo al livello che garantisce la parità
del potere di acquisto.

ε S-I

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NX(ε)

NX

Tanto più il tasso di cambio reale si discosta dal livello che garantirebbe la parità del potere d'acquisto,
tanto maggiore è l'incentivo a dedicarsi ad attività di arbitraggio internazionale di beni.

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