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LE CORRENTI DEL TEMPO

Il primo romanzo di

MARIO SCOTTO

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Con il tempo impari a costruire ogni cammino
nell’oggi, perché il terreno del domani
è troppo incerto per fare progetti e tutti i futuri,
tendono a cadere a metà strada …
Con il tempo ti rendi conto che in realtà
il meglio non è nel futuro ma
nel momento che stai vivendo in quell’istante
(J.L.Borges: Imparando )

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Sulla casa che lo aveva ospitato a Torino, la Domus Morozzo, c’era una
lapide che diceva:
1556
Nostre Damus a loge ici
On il ha le paradis lenfer
Le purgatoire. Ie ma pelle
La victoire qvi mhonore
Avra la gloire qvi me
Meprise ovra la
Rvine intiere

“ Nostradamus ha alloggiato qui, dove c’è il Paradiso, L’Inferno e il Purgatorio. Io


mi chiamo la Vittoria. Chi mi onora avrà la gloria; chi mi disprezza avrà la rovina
intera”.

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Salon de Provence, primo luglio 1566

Il vecchio seduto allo scrittoio sollevò per un attimo la penna d’oca dal
foglio: la fitta straziante che lo aveva colpito era stata talmente forte, da rendergli
quasi impossibile proseguire. Si toccò la gamba posata su un piccolo panchetto e
guardò con pena il piede enfiato e deformato dall’attacco di gotta. Nemmeno la
pozione a base di belladonna e laudano, aveva più effetto sui dolori e questo gli
fece comprendere che la malattia era giunta nella fase terminale. Strisciando come
fanno le serpi sulle pietraie, i suoi nemici erano riusciti ad arrivare sino a lui per
avvelenarlo giorno dopo giorno, lentamente, per mano di un suo famiglio. Costui
era sparito da giorni e il fatto che fosse addetto alla cucina, era più che
sintomatico: a causa della vecchiaia, la sua compagna gli aveva lasciato sempre più
spazio nella preparazione dei pasti e lui aveva potuto agire indisturbato.
In una pausa del dolore, socchiuse gli occhi e rivide la città straniera che più
aveva amato nella sua vita, quella che gli aveva donato la Grande Opera e nello
stesso tempo lo aveva caricato di un fardello quasi insostenibile: la precognizione.
Rivide quei giorni luminosi passati con Margherita di Savoia. Il suo viso era di una
tale bellezza che lui, abitualmente molto discreto, si era spinto a farle un
complimento iperbolico; dirle che aveva sangue troiano nelle vene. Risentì le sue
esclamazioni di gioia, all'annuncio che dalle sue divinazioni risultava che avrebbe
avuto un figlio e che sarebbe stato un grande condottiero.
Rivide, come in sogno, tutti i cunicoli che percorrevano Torino in lungo e in
largo e - come illuminate da un lampo - le Grotte: sapeva che a tutto ciò che
aveva appreso al loro interno, mancava solo una rivelazione, l’ultima. Quella che
avrebbe avuto tra poche ore dinnanzi al Sommo Artefice, che nei suoi
imperscrutabili disegni, gli aveva donato la profezia e l’immortalità, ma per
qualche ragione aveva poi lasciato che i suoi nemici lo avvelenassero.
Del resto, l’idea di vivere per sempre, di avere davanti infiniti giorni che lo
avrebbero portato a sperimentare l’Eterno Ritorno da lui preconizzato, lo aveva
sempre spaventato. Gli uomini compiono sempre gli stessi errori e può essere
estremamente noioso alla fine, occuparsi di loro. Rivolse lo sguardo al foglio che
aveva appena vergato con le parole “ hic prope mors est “, ecco la mia morte si
avvicina. A fianco di questa scritta, aveva pure tracciato le effemeridi che
rappresentavano la posizione dei vari pianeti nel giorno della sua nascita. Anche
se loro non gli avessero mostrato così chiaramente che il primo di luglio non
avrebbe più rivisto il sole, il male che da giorni si faceva strada in lui attraverso il

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veleno con cui l’avevano colpito, sarebbe stato altrettanto preciso.
Allungò la mano sinistra sino a toccare il monile posato accanto al
candelabro; le tre spirali che rappresentavano il passato, il presente ed il futuro gli
diedero la forza di terminare il suo diario, che ormai era arrivato alla fine. Si
guardò intorno alla piccola stanza in cui aveva operato per gran parte delle notti
passate a Salon. Su un ripiano stava il suo astrolabio e un poco più a lato, il
tripode di bronzo in cui era contenuto lo zolfo che usava per creare le piccole
fiammelle, che il suo grande amico segreto chiamava salamandre. Rivolse ancora
un ultimo pensiero a lui, uno dei pochi uomini del suo tempo che avesse
ammirato e che i suoi nemici avevano ucciso, allo stesso modo in cui ora
colpivano lui. La loro amicizia era rimasta segreta a tutti, nonostante lo sforzo
con cui aveva dovuto celare il dolore provato nell’apprendere della sua morte. Si
trovava ad Orval, dove aveva ottenuto la propria iniziazione alchemica, quando
era arrivata la notizia che Teofrasto Bombast von Hohenheim - che si faceva
chiamare Paracelso – era morto di una morte misteriosa. Aveva compreso subito
che la lunga mano della setta l’aveva colpito. L’uomo che per continuare ad
apprendere la medicina, aveva persino servito come chirurgo militare prima sotto
Massimiliano e poi sotto la Serenissima, l’uomo che più di ogni altro era stato ad
un passo dallo scoprire le proprietà delle Acque di Luce, non c’era più.
Il suo sguardo si spostò verso la fiamma della candela e come sempre si
perse in essa, segno che stava per avere una premonizione. Arrivava lentamente,
dapprima sfuocata, poi via via più nitida fino a divenire un quadro colorato e
dettagliato di avvenimenti collocati nel passato o nel futuro. In questo modo
aveva visto civiltà scomparse da millenni, continenti inghiottiti dalle acque degli
oceani e creature aliene non di questo mondo. L’immensa piramide di Cholula, i
giardini pensili di Babilonia, la piramide di Cheope, le aveva viste ergersi a sfidare
il cielo per poi divenire lentamente un ammasso di pietre.
Questa volta vide i due punti di una retta congiungersi sino a formare un
cerchio, che racchiudeva un enorme ammasso di stelle. Intuì che quella che stava
vedendo, era la galassia che comprendeva la Terra. Collegò mentalmente questo
punto, come avevano fatto i Maya molti secoli prima di lui, con il centro del
globo terrestre e vide gli 8 raggi, simbolo del tempo che sta per finire. Percepì
con chiarezza che nei primi anni del secondo millennio, i due punti, quello del
centro della galassia e quello della Terra, avrebbero corrisposto: quel giorno,
sarebbe iniziata una nuova era, quella dell’Aquario. Inaspettatamente, sullo sfondo
della volta stellare prese ad ingrandirsi il tredicesimo segno zodiacale, quello che
lui aveva scoperto. Teneva in mano un serpente, simbolo del male, ed il suo
nome era Ofiuco.
All’alba del due luglio, Michel de Nostredame era morto.

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Avignon de Provence, agosto 2007

L’uomo seduto alla lussuosa scrivania in palissandro, indossava un vestito


grigio antracite ed una cravatta blu in maglia di seta. I folti capelli di un biondo
slavato, molto spessi e lunghi, discordavano con i lineamenti ascetici, quasi
cadaverici. La fronte alta e segnata sovrastava due occhi infossati, di un grigio
azzurro pauroso, disarmante. Le guance erano scavate, la mascella sporgente e la
bocca una solco diritto, quasi senza labbra. La linea delle spalle ed il braccio che
stava posando il cordless nella sua sede, suggerivano una struttura vigorosa e
asciutta, al limite della magrezza. Le orecchie appuntite, senza lobi, indicavano un
carattere crudele ed egocentrico ed una forte attitudine al comando. Posato il
telefono, spinse all’indietro la poltrona dotata di rotelle, accavallò le gambe e
iniziò a massaggiarsi le tempie cercando di scacciare il forte pulsare che avvertiva
dietro l’occhio sinistro. La tensione che sentiva montare dentro di sé, era dovuta
allo sforzo che si era imposto per controllare la rabbia devastante che lo aveva
preso nell’ascoltare al telefono, le parole del medico. Ancora nulla di nuovo, ancora un
fallimento. Ancora non era riuscito a respingere per sempre, l’incubo del freddo
cerchio di luce nera, che avanzava verso di lui. Nonostante gli anni di lotta, le
cifre astronomiche spese nelle ricerche e nonostante i tremendi rischi corsi giorno
per giorno, di veder scoperta e distrutta la loro confraternita. Ancora niente.
Lui e gli altri Eletti di cui era il capo, avevano riposto grandi speranze in
quell’esperimento, l’ultimo di una lunga serie iniziata molti anni addietro in un
tetro castello della Schwarzwald, la Foresta Nera. Da quel tempo molte cose
erano cambiate. Oltre a non indossare più la nera divisa delle SS, disponeva di
tecnologie avanzatissime e di scienziati di chiara fama che come allora, per denaro
o per sete di carriera, tradivano il giuramento di Ippocrate. Solo la materia prima
oggi era molto meno disponibile: bisognava sguinzagliare persone poco affidabili,
nelle baraccopoli e negli slums delle grandi città, con il rischio enorme di
compromettere la segretezza di tutta l’operazione. Si alzò e si avvicinò alla
finestra, scostò ancor di più i vetri cattedrale e guardò in basso, verso la piazza.
Tutto era più difficile oggi e nel contempo più vicino. Ogni giorno poteva essere
quello giusto, quello in cui gli avrebbero annunciato che l’ultimo esperimento era
riuscito. Quello in cui avrebbe ricacciato per sempre l’ombra nera che stava in
agguato aspettando la sua ora: per sempre, si disse e godé ancora una volta, come
aveva fatto molte altre volte, del suono di quella parola.
Cos’erano i suoi centoquarantaquattro anni rispetto a quella idea? Ciò che
sarebbe già parso incredibile alla moltitudine degli uomini mediocri che si

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accalcavano là in basso, in coda per entrare nel Palais du Pape, per lui e per quelli
come lui non era abbastanza. Centosessanta, al massimo centosessantacinque
anni, poi il cerchio di luce nera l’avrebbe ghermito. E quello sarebbe stato per
sempre. Non sarebbero più bastate le Fonti di Luce - che ormai avevano esaurito
la loro forza - né il potere, né il denaro, per vincere quella battaglia. La Morte, che
un tempo scherniva portando con ostentazione il teschio sulle mostrine da
ufficiale delle SS, oggi lo terrorizzava oltre ogni dire. Sentì l’antico odio che tutta
la sua stirpe si portava dentro e iniziò a tremare violentemente. Le Grotte
perdute, la speranza nella Pietra trasmutatoria disillusa e, come una lontana risata
che irridesse tutti loro dalle pieghe del tempo, le notizie sulle sporadiche
apparizioni del Maledetto, di colui che aveva vinto il tempo. Aprì a fatica il
secondo bottone della camicia ed inserì la mano a cercare il medaglione che da
sempre portava al collo: lo fece uscire al disotto della cravatta, lo avvicinò alle
labbra sfiorandole, poi lo fissò con determinazione.
Come sempre, le tre spirali che vi erano riprodotte agirono su di lui in
maniera ipnotica. Lentamente sentì che l’ira lo abbandonava e poté concentrarsi
su quanto presentiva ormai da qualche minuto. Una leggera corrente percorreva il
suo cuoio capelluto producendo un lieve rigonfiamento dei capelli che, se non
fossero stati così lunghi, si sarebbero drizzati letteralmente sul capo. Come per i
felini, questo era sempre stato per lui un sintomo di pericolo. Attribuì questa
sensazione all’incontro che avrebbe avuto fra qualche ora: dunque il politico che
stava arrivando da Parigi, rappresentava una minaccia per lui e per la
confraternita. Doveva tenerne conto. Probabilmente si trovava sull’autostrada nei
dintorni di Valence, quindi lui, il Sommo Eletto, aveva ancora tempo per
concentrarsi e preparare un piano.
Tempo, tempo, tempo, era sempre stata una questione di tempo, sin
dall’inizio. Una lotta continua, giorno dopo giorno, minuto per minuto. Ma anche
questa volta avrebbe vinto, perché il premio finale non era soltanto, come in
questo caso, una ricca concessione governativa, no.
Il premio finale era “ Per sempre “.

Per la sua architettura e per i molti punti in comune con Torino, la sua città,
Tolosa aveva colpito Marco sin dal primo momento. Non per la rima, ma per il
colore dei suoi edifici, è detta “ la rosa “ e Torino, dopo la rinascita apportata dal
nuovo millennio, è detta nuovamente “ la gialla “. Come Torino è attraversata da
un fiume, la Garonna e come Torino è una città di contrasti, che sembrano
coesistere senza alcun problema. E’ la sede di una delle più antiche Accademie di
Francia, l’Académie des Jeux Floraux ( che dal 1300, istituisce premi prestigiosi

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per la poesia ) e nello stesso tempo, è sede dell’Accademia dell’Aria e dello Spazio.
Poesia ed alta tecnologia.
Del resto, molti poeti sono stati aviatori o amanti del volo, da Dannunzio a
Marinetti. Sicuramente, pensava Marco, lo era Antoine de Saint-Exupéry, il poeta
aviatore che solo una stupida diceria può far credere sia scomparso. In realtà è
ancora - e per sempre - al comando del suo Lightning P-38 detto il “ fulmine “.
Impegnato nell’ultimo volo di ricognizione tra la Corsica e Marsiglia, un volo
senza fine, senza scali, finalmente sollevato dalla necessità di fare rifornimento. La
cloche bloccata da nastro adesivo, per avere le mani libere e per poter terminare la
stesura del suo Piccolo Principe. Oppure, scrivere una lettera alla sua adorata
moglie argentina Consuelo. Forse in quel cielo immaginario solcato da tutti gli
aerei fantasma del mito del volo, tra le pause della scrittura, intravede passare
lassù in alto una scia, come un lampo rosso. Ripresi i comandi può inseguire e
sfidare, ormai per l’eternità, l’inafferrabile Barone Rosso, Manfred Von Richtofen.
Molto più reale e immensamente più veloce è la scia del Concorde,
progettato e costruito a Tolosa in hangar da fantascienza e con tecnologie
spaziali. Come Torino, detta la città magica, Tolosa fa convivere la tecnica con
antichi miti celtici e occulti rituali esoterici, per iniziati all’arcano.
Giunto ormai al termine delle sue ricerche sulla crociata contro i Catari,
Marco si era convinto che sotto l’apparenza di modernità, Tolosa celava un’altra
città nascosta, cupa e oscura, di cui nessuno amava parlare. Perché grondava
ancora sangue. Le stesse mura, lo stesso cielo azzurro, avevano visto nascere la
magnifica utopia dei Catari o Albigesi; uno stato occitano-catalano che si
estendeva dal Piemonte all’Atlantico. Accomunato e unificato da una sola lingua -
la linguadoca - e da una fede che si rifaceva direttamente al cristianesimo delle
origini, senza intermediari. Approfondendo la loro conoscenza, Marco aveva
scoperto una comunità di persone che non credeva nella proprietà di beni
materiali e pensava che l’Uomo e la Donna, costituiscono una cosa sola, l'Essere
Umano. Un concetto di una modernità sconvolgente.
Ogni qualvolta essi sfidavano i preti cattolici nel pubblico contraddittorio
religioso, riportavano facili vittorie, data la fama di simonia, lussuria e vita agiata
che conducevano molti di quei religiosi.
Credevano che il mondo in cui viviamo non possa essere stato creato da un
Dio misericordioso ma da Satana, e questo potrebbe sembrare assurdo, se la loro
stessa nemica, la Chiesa, non l’avesse ampiamente confermata. Innocenzo III,
dopo aver fallito la quarta crociata in Terra Santa, pensò bene di farsene una su
misura contro i Catari, molto più inermi dei Saraceni. I vari resoconti di fonte
cristiana, quindi non sospetti, sui massacri perpetrati dai “ crociati “ guidati dai
preti, erano impressionanti. Quella che in genere veniva presentata come la
crociata contro gli eretici Albigesi, era stata in realtà un genocidio. Durante la
strage di Bèziers, furono massacrate circa 20.000 persone, non risparmiando
nemmeno i cattolici, soltanto perché questi, che non avevano nulla contro i

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Catari, si erano rifiutati di farli uscire dalle mura. Il legato pontificio Arnaud
Amaury, non volendo lasciar libero nemmeno un eretico, ordinò: “Massacrateli
tutti, perché il Signore riconoscerà i suoi.” La Chanson de la Crusade Albigeoise,
riportava così il massacro di Marmande nel 1219:
"Corsero nella città (le armate dei Cattolici), agitando spade affilate, e fu allora che
cominciarono il massacro e lo spaventoso macello. Uomini e donne, baroni, dame, bimbi in fasce
vennero tutti spogliati e depredati e passati a fil di spada. Il terreno era coperto di sangue,
cervella, frammenti di carne, tronchi senza arti, braccia e gambe mozzate, corpi squartati o
sfondati, fegati e cuori tagliati a pezzi o spiaccicati. Era come se fossero piovuti dal cielo. Il
sangue scorreva dappertutto per le strade, nei campi, sulla riva del fiume".
Un mezzogiorno che ancora oggi è ricco e colto, era stato sconvolto
dall’odio del nord celtico e franco dell’Ile de France che si alleava con la Chiesa
cattolica al solo scopo di conquistarlo. Il potere del Re di Francia, quello della
langue d’oil, che si opponeva ai sogni della langue d’oc. Oil e oc, due modi di dire
“ si “ nelle due lingue. Le strade di Tolosa e quelle di altre stupende cittadelle dei
dintorni, si erano arrossate del sangue di francesi che volevano solo vivere
secondo il vangelo: Albi la rossa, la città di Toulouse-Lautrec, Cordes la
medievale, Gaillac con la sua Maison du Vin, avevano visto l’inizio ufficiale
dell’Inquisizione che, dopo quella “ crociata “, era dilagata in Italia, in Spagna e
ovunque vi fossero preti cattolici. Persino a Sirmione, dove si era rifugiata nel
1279 l’ultima comunità catara lombarda, furono bruciate 200 persone con un
rogo collettivo nell'arena di Verona.
Tutto questo, agli occhi di Marco somigliava troppo alle stragi naziste delle
SS, con echi di Boves, di Sant’Anna di Stazzema, di Marzabotto. Parlava di
rappresaglie su eretici dipinti come mostri disumani, da coloro che di quella
supposta disumanità erano largamente dotati, visto il loro comportamento. Tanto
più che essi si dicevano rappresentanti di Cristo. Completamente preso da quelle
storie, Marco aveva iniziato a percorrere l’itinerario dei castelli catari, ovvero di
quanto ne rimaneva, arrivando sino al castello di Montségur, nella splendida
provincia dell’Ariège. Posto su una rocca da capogiro, ancora oggi trasmette un
grande senso di spiritualità, che viene accentuato dal sapere che fu il simbolo della
resistenza alla repressione cattolica. Dopo un anno di assedio, stremati dalla fame
e dal freddo, i 500 sopravvissuti si arresero e nonostante venisse loro promessa la
liberazione in cambio dell’abiura, scesero tutti insieme a piedi dalla rocca
cantando i loro inni e si lasciarono poi gettare nel rogo che li attendeva.
Un'altra delle ragioni che lo avevano portato a Montségur, era stato
l’incontro casuale con un personaggio eccezionale, che dalla pagina di un libro di
storia locale, sembrava avesse voluto richiamare la sua attenzione. Nella
fotografia, un uomo alto e asciutto, apparentemente molto vigoroso, sosteneva
una lampada rivolta verso la parete di una grotta, ricoperta di graffiti. Il volto di
uno studioso, con i capelli tirati all’indietro dalla moda del tempo, rischiarato però
da un sorriso un poco canzonatorio che lo rendeva affascinante; gli occhi
sembravano guardare oltre l’osservatore e la tentazione di voltarsi indietro per
cercare quello che lui vedeva, era molto forte. La didascalia spiegava che si

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trattava di una sua esplorazione nelle grotte che si trovano numerose intorno a
Montségur; qui si pensava che i Catari officiassero i loro riti, nascondendosi dalle
persecuzioni della Chiesa.
Archeologo, storico, esploratore, sognatore, Otto Rahn aveva fatto della
ricerca del Graal - che riteneva fosse la vera Pietra Filosofale – il sogno di tutta la
sua vita. Non per nulla Spilberg si era ispirato a lui, per la figura di Indiana Jones.
Per di più, era convinto che i Catari avessero conservato il Graal proprio a
Montségur e che la crociata contro di essi fosse in realtà la “ Crociata contro il
Graal ” come scrisse nel suo primo libro.
In Linguadoca, Rahn si fece degli amici, nonostante fosse tedesco, e
nonostante il fatto che nel 1930 il nazismo era in piena ascesa. Ottenne la
protezione della contessa Myrianne de Pujol-Murat, appassionata di esoterismo e
convinta di discendere dalla donna-simbolo della resistenza catara, Esclarmonda
di Foix. Costei, nella leggenda locale sui Catari, rappresentava l’ultima custode del
Graal; nel momento in cui aveva compreso che tutto era perduto, avrebbe
preferito gettarlo in un crepaccio della montagna, piuttosto che lasciarlo nelle
mani dei crociati. La conoscenza con queste persone portò otto Rahn a
sviluppare un’ipotesi affascinante. Secondo lui i trovatori erano adepti di una
società segreta, i Fedeli d’Amore, ed usavano i loro canti per mascherare i precetti
dell’eresia catara.
In seguito, dopo aver conosciuto la setta italiana dei Polari guidata dal
musicista Cesare Accomani, la sua mente vulcanica aveva sviluppato un’altra
teoria. Una razza superiore, gli Ariani o Polari, avrebbe lasciato il grande Nord
per discendere verso l’Europa, il Tibet e Atlantide, che collocava in quella che è
oggi l’isola di Santorini. I Catari, sarebbero stati i loro discendenti. Ma la sua
ossessione più grande restava sempre il Graal e dopo aver studiato per mesi e
mesi la planimetria di Montségur, scoprì una serie di cunicoli sotterranei e
passaggi segreti in cui era plausibile che fosse stato celato qualcosa di prezioso.
Alternava questi studi a continue esplorazioni nelle grotte dello Sabarthes e del
Lombrives, chiamate “La Cattedrale” dalla popolazione locale. Egli descrisse nei
suoi appunti quelle magnifiche caverne e i loro muri, ricoperti dai graffiti dei
simboli catari e dei Cavalieri Templari, gli altri perseguitati dalla Chiesa.
Sembrava ogni volta che fosse sempre più vicino alla scoperta della sua vita,
ma puntualmente questa gli sfuggiva: credeva che la sede originaria del Graal
fosse Hyperborea, la mitica terra nordica da cui erano venuti gli Ariani e che la
cristianizzazione del mito l’avesse trasformato in un calice sacro. Di tutto questo
scrisse in un libro che ebbe un grande successo editoriale e che, purtroppo per
lui, attirò l’interesse di Himmler il capo delle SS. A questo punto la sua magnifica
avventura, che era iniziata appena conseguita la laurea, si trasformò lentamente in
tragedia.
Come dice un detto popolare, il lastrico dell’inferno è fatto di buone
intenzioni: quella che a Otto Rahn pareva la magnifica opportunità di continuare
le sue ricerche con finanziamenti e riconoscimenti forniti dal nuovo Istituto per la
cultura germanica - l’Ahnenerbe - diventò un incubo. Venne aggregato al
dipartimento “Razza e insediamenti” e nel 1936 fu persuaso ad entrare nelle SS,

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di cui probabilmente sapeva pochissimo, viste le sue reazioni successive. Appena
il tempo di illudersi di essere un moderno Cavaliere Templare e subito venne
catapultato in una serie di viaggi in Islanda e attraverso l’Europa, alla ricerca di
ipotetiche ascendenze ariane di Himmler, di un santuario dedicato a Odino ed
altre pazzie di questo genere. Intanto la sua illusione che far parte delle SS fosse
solo occuparsi di ricerche archeologiche, si stava brutalmente scontrando con la
direttiva segreta di Hitler sulla “ soluzione finale del problema ebraico “.
Quanto accadeva intorno a lui, era ben lontano da quanto aveva sognato
potesse divenire il terzo Reich. Un “Nuovo Ordine” nel quale gli stati europei
prima e le altre nazioni poi, si sarebbero convertite al credo Cataro, portando la
pace nel mondo. Il suo raffreddarsi verso l’ideologia nazista e le sue critiche, lo
fecero cadere in disgrazia e nel 1937 venne inviato in addestramento a Dachau e a
Buchenwald.
Quello che vide, lo portò a scrivere a Himmler per dare le dimissioni dalle
SS e inviargli un ultimo scritto sul Graal, di cui non si conosce il contenuto. Pochi
giorni dopo, il 16 Marzo 1939 - esattamente a 635 anni dalla caduta di Montségur
- fu ritrovato cadavere nelle nevi del Tirolo austriaco. Pochi giorni prima aveva
confidato ad un amico che si sentiva tradito e che temeva per la sua vita: in una
lettera aveva scritto quanto pensava del nazismo: “ C’è molta sofferenza nel mio
paese. Quattordici giorno fa ero a Monaco. Due giorni dopo preferii andarmene
sulle montagne. Impossibile per un tollerante liberale come me, vivere in una
nazione come la mia Germania ”.
Ucciso dalle SS per quanto aveva scoperto, oppure suicida alla maniera che i
catari chiamavano endura? Nel suo libro “Crociata contro il Graal” aveva scritto
sui catari: “La loro dottrina accettava il suicidio, ma domandava che questo
avvenisse non per porre termine ad una vita di disgusto, paura o panico, ma per
un perfetto abbandono della materia. Questo tipo di endura era permessa quando
ci si trovava in un momento di mistico abbandono e di divina bellezza e
dolcezza… Era il primo rapido passo verso il suicidio. Per velocizzarlo si
richiedeva coraggio, ma all’atto finale di una definitiva ascesi si richiedeva
l’eroismo. La conseguenza non è poi così crudele come potrebbe apparire ”.
Restava l’enigma di un uomo che aveva inseguito per tutta la vita un sogno, che
malauguratamente si incrociava con la grande tragedia del nazismo e che, in
definitiva, lo uccise a soli 35 anni.
Di certo c'è un fatto che ha sicuramente del misterioso: nel giugno del
1944, la Pamzerdivision SS "Das Reich", la più famigerata delle divisioni
corazzate di Hitler, abbandona la difesa della Normandia invasa dallo sbarco
alleato, cessa le sue rappresaglie contro la resistenza francese e sale a Montségur.
Gli uomini che avevano avuto il coraggio di radunare tutti gli abitanti della città di
Oradour-sur-Glane - quasi 600 persone di cui 250 bambini - in un parco dei
divertimenti pubblico per massacrarli tutti, avevano ora un solo ordine: scavare.
Marco passò tutta la giornata su quelle rocce, lasciandosi trasportare in un
viaggio all’indietro nel tempo; poteva udire le urla degli assedianti cristiani, il

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pianto dei bambini Catari che morivano di fame e quella incrollabile,
indistruttibile fede che aveva creato l’illusione che almeno una volta e almeno in
un luogo, gli uomini potessero vivere in pace. Poi, con un salto in avanti di
centinaia d’anni, poteva vedere le divise nere dei Panzer Grenadier SS, aggirarsi
tra le macerie del castello per cercare la magica roccia che Otto Rahn immaginava
fosse il Graal. Mentre Himmler a Berlino attendeva ansioso l’arma segreta che
avrebbe donato loro l’invincibilità.
Prima di tornare a Tolosa, rivolse un ultimo pensiero ai Catari e allo
studioso sognatore e avventuriero che come tanti, aveva cercato un miraggio,
l’isola che non c’è.
Sulla strada del ritorno in albergo e facendo il punto sulla situazione, si
accorse che le sue ricerche, perdendo di vista la storia ufficiale, erano divenute
sempre più confuse, diramandosi tra Gnostici, Cabbalah e leggende celtiche.
Come era già accaduto a Mark Twain - molti anni prima di lui e negli stessi
archivi francesi, quando si documentava per il suo romanzo storico su Giovanna
d’Arco - Marco era stato conquistato dalle figure femminili che emergevano da
quelle storie e dagli uomini che avevano saputo cantarle, i troubadours. Vagavano
di castello in castello, da Tolosa alle valli piemontesi, portando con sé e
sviluppando una cultura laica, che era l’unica alternativa a quella riveduta e
corretta, degli ordini monastici. Cantori girovaghi, poeti che portavano la loro
lingua in giro per l’Europa, eredi degli antichi aedi greci e prototipi dei cantastorie
che verranno. Negli oscuri e gelidi castelli, negli interminabili banchetti dei rozzi
nobili del tempo, portavano il calore dell’amor cortese, le gesta di “ dame,
cavalier, armi ed amori “. Creando in questo modo gli archetipi della letteratura
occidentale.
Mentre entrava in albergo e si preparava per la notte, considerò che fosse
meglio fare una pausa. Il suo buon senso, aggredito da tutti quelle storie
esoteriche, gli stava inviando forti segnali di allarme. Decise di concedersi una
fine settimana di riposo, prima di tornare a Torino e il desiderio di rivedere i
luoghi in cui aveva scritto la biografia di Van Gogh, lo portò a pensare ad Arles.
Soddisfatto di questa decisione si addormentò, ma il suo sonno fu popolato da
incubi nei quali i crociati che assediavano Montségur, avevano la divisa nera delle
SS ed usavano lanciafiamme e armi automatiche contro donne e bambini. Che di
volta in volta erano Catari oppure abitanti dei villaggi resi famosi dalle stragi
naziste.

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2

Si svegliò molto presto, con la sensazione angosciante di aver sognato


qualcosa per lui molto importante, ma senza alcuna possibilità di ricordare cosa
fosse. L’unica immagine che rimaneva nella sua mente, era una cupa spirale che
ruotando su se stessa, oscillava avanti e indietro, come fissata al pendolo di un
immenso orologio. A tratti sempre più ravvicinati, scandiva l’eco di
rintocchi lugubri e lontani.
Scacciando quella fastidiosa sensazione di oscuro presagio, partì
per Arles percorrendo una strada il cui traffico, nonostante si fosse in
agosto, era scarso. Per questa ragione, arrivò nella piccola città in
tempo per ritrovare il simpatico ristorante marocchino sulle rive del
Rodano, la cui specialità era il cous-cous di verdure. Con il ricordo
persistente del profumo delle sue spezie, si avviò per una passeggiata
intorno all’Anfiteatro romano, arrivando sino all’Espace Van Gogh. Il
vecchio ospedale in cui il pittore era stato più volte ricoverato, ora ne
celebrava troppo tardivamente il ricordo senza alcuna memoria o
vergogna per l’indifferenza con cui la città lo aveva sempre trattato. La
piccola libreria musicale che s'incuneava tra i vecchi palazzi del centro,
gli ricordò che si era scordato di cercare, nel centro FNAC di Tolosa,
un saggio sulle canzoni di Jaques Brel. Il più grande della Provenza si
trovava ad Avignone, quindi non troppo lontano da Arles. Aveva tutto
il tempo di andarci subito e per di più quella città, divenuta uno dei
centri culturali più importanti di Francia, gli avrebbe offerto
sicuramente una serata più interessante di Arles.
Mentre il sole già basso sull’orizzonte, arrossava le mura degli
antichi palazzi della città papale, si trovò a percorrere l’ampia Rue de
la Republique, dove si trovava la FNAC. Dopo aver acquistato il
saggio che cercava, si ritrovò senza impegni e felice di poter fare,
come diceva Baudelaire, il Flâneur, cioè l’esplorazione pigra e priva di
urgenza delle vie cittadine. Quasi come se “si portassero al guinzaglio
delle tartarughe lungo le vie di Parigi“.
Passeggiando lentamente ed osservando le persone che gli
passavano accanto, notò una donna alta, che camminava col passo

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sicuro tipico di una francese ammirata e a volte amata, da una lunga
serie di uomini. Non si poteva negare che fosse bella, di quella
bellezza prepotente, che sta diventando il tratto comune a molte
donne oggi. I capelli lunghi schiariti dal sole delle spiagge del sud, il
naso aristocratico, le labbra colorate di carminio, la rendevano molto
desiderabile. Le sue lunghe gambe avevano il passo slanciato di una
danzatrice e la sottile gonna estiva, metteva in risalto il movimento
armonioso delle natiche. Tutto il suo procedere, sembrava frutto di un
meraviglioso equilibrio tra gli alti tacchi ed il resto della sua struttura.
Indifferente agli sguardi di uomini e donne, si avviava forse verso un
appuntamento, una coppa di champagne, una cena al lume di candela
... chissà. Tra i trentacinque e i quarantacinque anni, chi poteva dirlo.
Era sempre più arduo attribuire un’età a quel tipo di donna; palestra,
beauty farm e chirurgia estetica, cambiavano tutti i canoni di giudizio
e contribuivano a farne un’arma letale vagante. Peraltro al di là di ogni
considerazione, era stupendo seguirla e ammirarne la femminilità, il
profumo, il mistero. Con quella particolare abilità che le donne
sviluppano già nell’adolescenza, che consente loro di ampliare il
campo visivo sino a poter vedere chi le segue senza muovere il capo,
lei si accorse di essere seguita e, prima di svoltare in una via laterale,
sorrise alla vetrina che la rispecchiava. Forse a Marco o forse
compiaciuta, soltanto a sé stessa.
Distaccandosi a malincuore da quell’immagine di prorompente
femminilità Marco si arrestò e, mentre la donna si allontanava sul
rumore cadenzato dei tacchi, osservò quanto la vetrina gli rimandava.
Un uomo alto, dai radi capelli leggermente brizzolati, gli occhi che
potevano passare dal grigio dei giorni tristi, al verde dei giorni felici ed
un sorriso un poco canzonatorio, risultato di una lunga pratica nel
saper sorridere di se stesso. A cinquant’anni compiuti, godeva ancora
di una buona forma fisica grazie al nuoto, al tennis ed al ballo.
L’abitudine ad essere misurato a tavola e la fortuna che sempre
accompagna la buona salute, gli permettevano di dimostrare almeno
dieci anni in meno. Il suo portamento, dovuto ad una naturale fisicità,
lo faceva essere elegante anche quando indossava abiti molto pratici,
come quel giorno.
Distogliendosi dalla vetrina, vide alla sua sinistra la Place de
l’Horloge che, oltre a vantare il Teatro della Città, mostra a tutte le

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ore un vivace teatro da strada, con performance di artisti, giocolieri
e musicisti. Nei numerosi caffé, quella era l’ora in cui tutti gli
avignonesi che non sono intenti a fare slalom tra i turisti per poter
attraversare la piazza, possono gustare un pastis con gli amici.
Decise anche lui di imitarli e sedendosi in uno di quelli meno
affollati, ordinò un Granier, il pastis prodotto in piena Provenza, a
Cavaillon. Come sempre, gustò il piacere il versare lentamente
l’acqua ghiacciata nel liquido incolore, mentre la piccola nuvola
passava dal bianco lattiginoso al giallo e un forte profumo di anice
si sprigionava dal bicchiere. Quel liquore provenzale fatto con semi
di anice, alcol e liquirizia, era l’innocuo discendente del terribile
assenzio, quello che Degas aveva posto di fronte alla sua
indimenticabile bevitrice. Absinthe, chiamato anche Fata verde, la
mistura allucinogena distillata dall’Artemisia; causava assuefazione
e portava alla pazzia, alla cecità ed alla morte. Aveva spinto Verlaine
a sparare un colpo di pistola al suo grande amore Rimbaud,
durante la loro “stagione all’inferno“. Del rito di versare nel
bicchiere di assenzio, l’acqua passata attraverso una zolletta di
zucchero posata su un cucchiaio-filtro, non restava che l’odierno
gesto della diluizione.
Il suo vagare con la fantasia, l’associare un’immagine all’altra,
in altri tempi l’avrebbero portato a definirsi come un sognatore, ma
ultimamente si sentiva sempre più border line, con un piede in
questo mondo ed uno in un altro, quello in cui scorre il fiume dei
ricordi. Oggi sognare era diventato quasi un peccato capitale, in un
mondo in cui facevano tutti a gara per essere realisti e pragmatici.
Del resto lui non poteva controllare i ricordi, andavano e venivano
come una marea che si allunga e si ritrae. A volte lo investivano a
tradimento come un’onda anomala, facendolo soffrire e lasciandolo
poi sulla spiaggia, come il povero relitto di un naufragio. A volte
invece, gli davano conforto; gli facevanoi ricordare che per
qualcuno era stato importante e forse, anche solo per un istante,
unico. Una forma di immortalità personale racchiusa nelle teche
della sua memoria, che poteva richiamare quando voleva, almeno
fino a che tutte le sue sinapsi restavano collegate ed il suo cuore
continuava a battere.
“Una stagione all’inferno“, una delle sue passioni giovanili.

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Quella raccolta di poesie portava sulla copertina una fotografia di
Rimbaud diciottenne, i capelli scarmigliati, la piega amara della
bocca, l’occhio già rivolto verso lontani e irraggiungibili orizzonti.
In quelle pagine, aveva scritto:

Un tempo, se ben ricordo la mia vita era un festino


dove ogni cuore ed ogni vino fluiva.
Una sera mi misi in grembo la Bellezza
e l’ho sentita amara e l’ho ingiuriata.

La casa editrice con cui collaborava, avrebbe voluto inserire il


poeta nella sua collana dei Miti e Marco per ben tre volte aveva
iniziato a scriverne. Nella vita di Rimbaud c’erano tutti gli ingredienti
per costruirne un mito. L’ansia di staccarsi dalla madre piccola
borghese, il camminare senza sosta - che aveva in comune con Van
Gogh - la sfida alla poesia del tempo, che era già di molto innovativa, i
viaggi in Africa. Sangue, fuoco, temperamento, passione. Marco
aveva provato ad entrarci ma presto aveva desistito. Non si era sentito
capace di affrontare quella figura così complessa e controversa. Gli
sfuggiva sempre il punto focale, indagava e scriveva ma, come in un
miraggio, vedeva solo il tremolante quadro generale. La verità restava
nascosta. Non riusciva a capire tanta precoce grandezza - appena
diciannovenne – e non si spiegava la cosciente eutanasia della sua
poesia, nel momento stesso in cui ne aveva raggiunto il culmine. C’era
troppo di tutto in quella breve e tormentata vita. Arte e ribellione,
amore e omosessualità, brama di vita e annullamento di sé: era stato
definito angelo, diavolo, maledetto, genio, mostro, rivoluzionario,
populista, mistico, veggente, blasfemo, sodomita, eroe, mendicante,
eretico, visionario, profeta, drogato …
Il resoconto delle sue camminate attraverso l’Europa, dalla
Germania, all’Olanda, la Svezia e la Danimarca, per arrivare a svenire
per un’insolazione in Italia, era impressionante. Ogni volta rimpatriato
dai vari consoli e pronto, poco dopo, a ripartire per l’Africa: il golfo di
Aden, Harar. Ricevere un incarico ed essere il primo europeo che

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entra a Bubassa nella Somalia dei guerrieri Galla. Ritornare ad Harar,
la città dei novantanove minareti e conoscervi un altro visionario
esploratore italiano, Augusto Franzoj di San Germano Vercellese.
Questi più tardi avrebbe scritto, prima di premere
contemporaneamente i grilletti di due pistole puntate alle tempie: “
non sono schiavo di nulla io, nemmeno della libertà “.
Dimenticare la relazione amorosa con Verlaine sposando
un’abissina, diventare commerciante d’armi rischiando più volte la
vita, sempre senza trovare né la pace né la ricchezza sognate.
Scampando ad agguati e banditi di tutte le razze ma senza riuscire a
sottrarsi a quanto lui stesso aveva divinato, nella poesia “ Honte“:
“ ah lui dovrebbe, non a caso … abbandonare le sue gambe! Oh meraviglia
!“
Quasi presagendo che il destino lo avrebbe colpito in quelle che
Verlaine chiamava le più instancabili gambe del mondo! Una banale
caduta, un ginocchio offeso e, dopo un allucinante viaggio di ritorno
a Marsiglia, la scoperta di un tumore e l’amputazione della gamba: il
ritorno nelle odiate Ardenne da mutilato, l’ammissione della sconfitta,
la morte a 37 anni, come Modigliani. Lontano dai tramonti, dagli
alberi d’Africa, dall’eccesso che la natura ha riversato in quel
continente e che a lui era così congeniale. Morire sotto gli occhi della
madre, dura e spigolosa, arida di ogni affetto e sino all’ultimo istante,
così lontana da lui. E l’ultima, commovente contraddizione di fronte
al cappellano dell’ospedale che si aspettava un ateo impenitente, un
uomo corrotto e senza alcuna fede. Alla sorella Isabelle, innamorata
del poeta da sempre, disse dopo l’incontro: “ che ci venivate a dire,
vostro fratello ha fede e non ho mai visto una fede di tale qualità “.
Roberto Vecchioni, il romantico menestrello degli anni settanta,
aveva saputo racchiudere, in “Rimbaud” e in pochi versi, una vita
intera:
e sua madre nel fienile, nel ricordo:
vecchia, scassata, borghesia.
Ribaltare le parole, invertire il senso
fino allo sputo,

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cercando un’altra poesia.
… e nave, porca nave vai
fa freddo e manca poco, dai,
le luci di Marsiglia non arrivan mai.
Ho visto tutto e cosa so?
ho rinunciato, ho detto “no”
ricordo a malapena quale nome ho:
Arthur Rimbaud, Arthur Rimbaud ….

Ripetendo il motivo dell’ultima strofa, Marco ritornò alla realtà,


la stessa che in quel momento gli stava sfilando davanti con il
campionario completo del turista tipico che in agosto visita Avignone.
Trascinando piedi e figli. I segni delle fatiche cittadine si
stemperavano di ora in ora sotto il cielo azzurro di Provenza, tra le
pietre vecchie di secoli, pronti ad essere sostituiti da altre fatiche,
affrontate in nome dell’arte. Una variopinta umanità sbaragliata dai
chilometrici percorsi all’interno del Palais des Papes, i sensi colpiti e
resi presto saturi da troppa arte, assunta tutta insieme e all’improvviso.
Dopo mesi o anni di ottundimento nello squallore delle grigie e
moderne metropoli. L’espressione del viso di molti pareva voler dire “
anche questa è fatta, la coscienza è a posto ed ora possiamo cercare
un buon ristorante “.
Questa era la realtà e, a proposito di ristoranti, sarebbe stato
meglio che lo cercasse anche lui. Non volendo allontanarsi dalla
piazza, ne scelse uno piccolo, a pochi metri, che si chiamava “D’Ici et
d’Ailleurs”. Gli piacquero molto il nome e il dehor con pochi tavoli
ben preparati. Si sedette rivolto verso la stretta ed animata viuzza e
chiamò il cameriere per avere indicazioni sui piatti del giorno. Scelse la
“ tielle setoise “ una torta ripiena di pezzetti di polipo al pomodoro, in
omaggio a quell’emigrato italiano che nei primi anni del ‘900, aveva
portato da Gaeta a Séte l’antica arte della preparazione delle torte
salate ripiene di pesce e frutti di mare. Come accompagnamento
scelse un calice di Les Cedre Châteauneuf-du-Pape l’opulento bianco

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della zona che si trovava appena un poco più a nord e, mentre ne
assaporava il gusto intenso, pensò a cosa avrebbe fatto dopo cena.
Tornare in albergo per cercare di riordinare le sue ricerche sui Catari,
sfrondandole da tutti i misteri in cui via via si era imbattuto lungo la
strada? Oppure passeggiare ancora per Avignone, arrivando sino alla
Piazza che per fortuna, di sera si svuotava dei turisti esausti dai tour
de force del giorno.
Una scelta apparentemente banale, una delle tante che si fanno
giorno dopo giorno. Per lui invece fu come se in quell’istante, si
fossero affiancati due universi paralleli e alternativi, separati da una
Sliding Door. Il vecchio fato dei greci, il Destino Cieco. Nel primo la
porta scorrevole difettosa, gli avrebbe impedito di prendere il metrò
virtuale e lui sarebbe tornato in albergo per lavorare al suo libro. Nel
secondo, la porta si aprì e lui prese la strada per la Piazza dei Papi,
senza fermate, dove il destino lo attendeva.
Giunto quasi al termine della Place de l’Horloge, sentì una
musica lontana, pareva stranamente un tango argentino. Avignone era
famosa per le sue performance musicali di tutti i generi, ma il tango
argentino… in Provenza? Eppure non si sbagliava, il suono cadenzato
che andava aumentando, che diveniva più distinto man mano che si
avvicinava, era quello di un’orchestra al completo e non di musicisti
da strada. Affrettò il passo con una piccola speranza dentro. Non
ballava da giorni e sarebbe stato magnifico trovare lì, ad Avignone,
una serata di tango… Dopo aver percorso la stretta e sinuosa Rue
Gerard Philippe, sbucò nell’ampio spiazzo che porta all’ingresso del
Palais des Papes e alla Piazza vera e propria. Si fermò un attimo per
imprimersi meglio nella mente quel momento, mentre il ritmo dolce
di un tango, dava lo sfondo musicale a quella magnifica notte di
agosto in Provenza.
Di fronte a lui sullo sfondo, il biancore della pietra del Palazzo,
reso ancora più imponente dalle luci provenienti dal basso e a destra
un’ antica residenza signorile d’epoca a tre piani, con le persiane
chiuse. L’unica luce proveniva dall’ultimo piano e illuminava un
sontuoso soffitto a cassettoni che si prolungava lungo tutta la facciata.
Le finestre piombate erano tutte chiuse, salvo una. Affacciato a
questa, leggermente sporto in avanti e teso ad osservavate la folla in
basso, stava un uomo. Quello che più colpiva in lui, nonostante la

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distanza, era il suo atteggiamento: un rapace che osserva un gregge di
pecore per individuare la prossima preda, avrebbe avuto la stessa
maniacale fissità, la stessa concentrata attenzione. I suoi occhi,
percorrendo lentamente la folla di turisti, si fermarono su quelli di
Marco e lui sentì, improvvisa, una stretta allo stomaco, un lungo
brivido di paura perché, pur essendo lontano, emanava da quell’uomo
una sorta di energia negativa, una malvagia volontà predatoria. Solo
con un grande sforzo di volontà riuscì a staccarsene e si avviò verso la
musica di un tango di Fresedo, che in quel momento si propagava
nella piazza. Sforzandosi di non voltarsi verso la finestra alle sue
spalle si diresse a sinistra e vide la spianata che quella sera si era
trasformata in una milonga all’aperto. Sullo sfondo e a ridosso delle
mura, stava una fontana da cui si dipartivano due scalinate che
salivano verso l'alto. Alcuni platani, alti e diritti verso il cielo,
chiudevano il grande e suggestivo rettangolo che delimitava il ballo. Il
gruppo di ballerini, muovendosi al suo interno, dava forma ad una
lenta rotazione, illuminata dalla luce dei lampioni disposti tutto
intorno.
Un ballo all’aperto ha sempre una sua magia, ma quella Piazza
era un superbo palcoscenico; la fontana fungeva da fondale e le due
scalinate convergenti formavano le quinte. La luce tenue dei lampioni,
la notte stellata ed una luna al massimo splendore, lo rendevano
unico. Con un poco di impazienza salì gli ultimi cinque gradini che lo
separavano dal ballo, mentre il brano si avviava alla fine. Come per
abitudine, osservò il finale che le coppie stavano delineando e pensò
che quella sera si annunciava bene; c’erano buoni ballerini perché
quasi tutti avevano chiuso l’ultima figura sull’ultima nota del tango.
Come molte altre sere, come ogni volta che entrava in una milonga,
provava una strana aspettativa. Forse perché ogni sera è un mistero,
ogni notte ti può regalare i tanghi che preferisci ed una nuova
ballerina con cui condividerli. Il gruppo più folto era intorno alla
fontana, il cui bordo molto ampio, serviva alle donne da seduta. Vide
alcuni tedeschi, distinguibili dal colore dei capelli, venati di ciocche
biondissime e dal colore acceso della pelle più propensa alla scottatura
che all’abbronzatura. Alcune donne francesi spiccavano, nel gruppo,
per la loro vitalità ed energia e tra queste, un poco discosta, c’era lei.
La riconobbe subito, era la donna che aveva seguito appena

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poche ore prima, chiedendosi dove fosse diretta. Ed ecco che la
risposta stava lì, davanti a lui. Approfittando della vicinanza la guardò
meglio di quanto avesse potuto fare nel pomeriggio. Era alta, i capelli
corti e di colore castano molto chiaro rimandavano, sotto la luce dei
lampioni, caldi riflessi luminosi; il leggero sorriso nell’attesa di un
invito, indicava il piacere di essere lì quella sera. Fu quel sorriso a
colpire Marco, perché era quello di una donna che sapeva di avere
fascino, fiera della sua bellezza. Nel contempo tratteneva pure, come
segno di una lontana sofferenza, una minuscola contrazione all’angolo
delle labbra. Si avvicinò a lei, cercò i suoi occhi e quando si avvide che
anche lei lo guardava, le rivolse un cabezeo, quel leggero movimento
del capo in direzione del ballo, che nel tango dà alla donna la
possibilità di accettare o di negarsi. Distogliendo gli occhi, non umilia
con un rifiuto l’uomo che la invita. Lei diede segno di gradire l’invito,
muovendogli incontro verso la spianata, che quella sera si era
trasformata in una pista da ballo. In quel momento, la musica di un
tango di Osvaldo Pugliese intitolato “ A Evaristo Carriego “, si
diffuse nella notte, tra i ballerini e nelle vie che confluivano nella
Piazza. Marco senti come un presagio, il fatto che uno dei suoi tanghi
preferiti, accompagnasse il suo primo ballo con quella donna
sconosciuta.
La guardò negli occhi e nello stesso tempo con il braccio destro
le cinse la vita, mentre le sue dita risalendo più in alto, sentirono la
leggera tensione del dorso, forse dovuta al primo ballo della serata.
Stese verso l’esterno, lentamente, il braccio sinistro a cercare la sua
mano, a trovarla intenta a cercare la sua e la strinse leggermente
formando così un semicerchio. Unito a quello formato dalle braccia di
lei, completò il circolo ideale in cui si muovono i ballerini di tango.
La strinse nell’abbraccio e sentì subito che il corpo di lei aderiva
al suo, sentì il suo abbandono in attesa delle sue proposte: percepì
attraverso la pelle che lei era pronta. Ruotò leggermente il suo corpo
verso destra e poi verso sinistra, per conoscere le sue reazioni, poi le
infuse di colpo tutta la sua energia. Iniziò con un’ampia apertura della
gamba a sinistra per seguire lo stesso ampio crescendo della musica:
poi via con la salida, l’uscita della gamba destra in avanti ed all’esterno
della donna. Il momento della verità nel tango, in cui si può capire
l’intesa che si creerà tra i due.

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Ancora un passo, un altro e lei va al cruze; il suo piede sinistro
incrocia il destro in un piccolo contro-tempo, prima che il destro
riparta ancora all’indietro. In una camminata lenta e marcata, un passo
ad ogni battuta del brano, dall’apertura del pianoforte che lascia poi il
posto ai violini, sino all’irrompere del bandoneon. Seguendo il suo
fraseggio con passi lunghi e drammatici, sedici passi per sedici battute
ed è ancora il pianoforte a smorzare la tensione, a riportare la pausa.
Un lento ruotare indietro ed intorno a lei che fa da perno, lasciando
nel contempo che il capo e le spalle restino vicini. Allontanare il resto
del corpo lentamente, fino a formare un arco nel quale lei sembra
quasi all’estremo punto di equilibrio, sembra piegarsi in avanti, ma è
solo il caricamento di una molla il cui rilascio cederà l’energia per la
successiva partenza. Il suo piede si insinua tra i suoi, si arresta contro
il destro, attende il cambio del peso per sospingerlo indietro in una
barrida sensuale carica di “ presenza “. Il gioco si ripete, il pianoforte
ed il bandoneon si alternano nel fraseggio, il colore della musica va
verso il rosso vermiglio, l’ocra, il bruno.
La sua tensione si sta sciogliendo - pensò Marco - risponde
benissimo ai lievi segnali che le trasmette la mia mano, si è stabilita
subito un’intesa. Ed è bellissimo, quasi inebriante, questo continuo
passaggio dalla quiete al movimento, sentendo con tutto il corpo lei, il
pavimento, gli altri ballerini e la musica, la musica tutta intorno.
Provare quanto c’è di più raro nel tango: l’intesa perfetta. Emozionato
da questo pensiero, assecondò dolcemente il finale del brano con un
semplice passo indietro e, portandola in avanti verso di sé, ruotò un
poco in una quebrada, una torsione che le fece posare tutto il corpo
contro il suo. Sentì, nel chiudersi di quel del tango, la rara,
meravigliosa sensazione di completezza fisica, come se le due metà di
una moneta, a lungo separate, ricongiungendosi avessero finalmente
ritrovato il loro valore originale, la loro funzione. Pensò che,
incredibilmente, ogni parte di sé stesso veniva completata da
quell’abbraccio, come se la sua figura fosse stata disegnata e realizzata
sul progetto del corpo di lei.
La guardò negli occhi ma lei non rispose al suo sguardo, teneva
ancora lo sguardo sul suo petto, come è d’uso per la donna nel tango;
lui si accorse che, pur avendo già sciolto l’abbraccio le teneva ancora
la mano e la lasciò. Vorrei parlarle, pensò, dirle molte cose ma non c’è

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tempo, questo è un altro brano, ancora Pugliese è “ La Yumba “.
La riprese tra le braccia e sentì che anche per quella sconosciuta
signora francese, era bello ritrovarsi nell’abbraccio, lo sentì dal leggero
tremore della mano racchiusa nella sua e sperò che anche lei avesse
provato almeno una parte, di quanto provava lui.
Con quell'emozione che dava ai suoi movimenti una rara pienezza, iniziò a
portarla in avanti, per risentire ancora quanto aveva vissuto in quei primi tre
minuti di movimento, conoscenza, comunicazione. Tre minuti di una storia che
può essere, se si è abbastanza fortunati da capirlo, una metafora della vita. Un
uomo ed una donna, che non si conoscono, si incontrano nell’abbraccio e
cercano, attraverso la propria sensibilità, di realizzare insieme una cosa
meravigliosa: l’intesa che consenta loro di costruire la Bellezza.
Solitamente quel tango è per i virtuosi, l’incalzare delle battute porta a
svolgere figure serrate, forti, come sacade, rastrade, volei. Marco questa volta non
sentì questo impulso, continuò a ballare come aveva ballato nel primo brano,
stringendola solo un poco di più, mentre le trasmetteva la sua emozione ed il suo
piacere. In risposta, sentiva correre, lungo il suo dorso e sotto la pelle, lo stesso
leggero fremito che lui stava provando, la mano di lei a volte si chiudeva un poco
più forte sulla sua ed il suo muoversi, pur mantenendo la sintonia, si era fatto più
lento, più sensuale.
Nelle lunghe pause, l’aprirsi per chiamarla in un ocho in avanti ed il
successivo richiudersi, la portavano sempre più vicina a lui, ormai i visi quasi si
sfioravano. - Vorrei baciarla ora e subito, sull’angolo delle labbra - pensò. Alla
luce del lampione che li sovrastava, sembravano piene, leggermente aperte,
invitanti. Ma nel movimento, il respiro di lei era come un soffio leggero, un sottile
ansimare che lo intenerì e fece stemperare l’impulso di baciarla, nella dolcezza che
quella donna gli ispirava. Sotto la sua mano sentiva quel corpo asciutto, compatto
nella sua morbidezza, sempre in equilibrio in ogni figura, che fosse allacciata o
discosta da lui: pensò che probabilmente in passato avesse fatto molta danza.
Quando le sfiorava il collo con le labbra, sentiva il suo profumo francese,
leggermente speziato, arancio e forse cardamomo che, mischiandosi alla leggera
traspirazione, lo eccitava straordinariamente. La sua essenza di donna entrava nel
profondo della sua virilità, risvegliando in lui corde che da tempo non sapevano
più vibrare, suscitandogli al contempo passione e tenerezza.
Si rese conto che in quella notte magica, la Piazza li aveva voluti e attirati e
non solo per ballare un tango. Il loro muoversi nella musica, pareva sempre più
un rituale nel quale il dare e ricevere emozioni fosse il preludio ad una messa in
scena più importante. Per il resto del brano, si lasciò portare da quell’incanto,
seguì la musica proponendole i passi che l’istinto ed il senso del tempo gli
suggerivano, per sottolineare tutte le variazioni del tango.

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In un barlume di lucidità, pensò che probabilmente lei era molto conosciuta
tra il gruppo di francesi e il loro modo di ballare poteva tradirli e causarle in
seguito imbarazzo. Deviò quindi subito il suo ballo verso l’estremo opposto della
Piazza, lontano dagli indiscreti lampioni. Lei parve capire la ragione di quella
corrida, di quell’improvviso procedere senza figure e sembrò quasi ringraziarlo
quando, in una corte, un arresto improvviso da lui provocato con la gamba destra,
gli rivolse per la prima volta, ancor prima di scavalcarlo, uno sguardo diritto,
profondo.
Marco dovette imporsi di non perdere la forma e continuare il suo ballo
nonostante l’emozione. Perché questa è l’etica del tango, la passione deve essere
guidata ad inserirsi nei movimenti, l’imprevisto non può interferire, rischiando di
guastarne la bellezza. Dio mio quello sguardo - si disse - il primo, consapevole
sguardo di una donna che ti fa capire che le interessi! Quello che ricordi ancora
dopo mesi, forse dopo anni. I suoi occhi riescono a diventare così … intensi così
… profondi. In questa penombra potrebbero essere blu, verdi o forse neri, ma
hanno una forza e un magnetismo di cui questa donna non penso sia
consapevole.
Preso da questi pensieri, impostò il finale del tango nel modo più semplice,
aprendosi molto a sinistra in modo da tendere la gamba destra a ricevere e
bloccare la sua. Sciolse l’abbraccio e, nella pausa, ancora piena della tensione
creata da un grande tango, sentì il bisogno di parlarle, di esprimere quanto
sentiva.
<< Per me, questo non è solo tango, ma ben di più… >>
Un lieve sorriso si formò sulle sue belle labbra, assentì con il capo e rispose
quello che lui aveva sperato di ascoltare.
<< Anche per me è così. >>
L’esultanza che provò per questa risposta, si mescolò a quella di sentire che il
nuovo brano in arrivo era “ Zum “, un altro tra quelli che lui adorava. Lasciandosi
trasportare dall’ebbrezza del momento, pensò che in quella notte Avignone e lo
stesso dio del tango fossero dalla sua, volessero dargli le migliori chance nel gioco
che non aveva cercato, che era lontano dall’immaginare e che, forse proprio per
questo, gli avevano regalato.
Ora nella stretta della mano e nell’abbraccio, all’inizio del nuovo tango,
c’era l’esaltante certezza che tutto quello che sarebbe venuto in seguito, era
condiviso. Non c’è niente di più bello, all’inizio della conoscenza tra un uomo e
una donna, di questo. Sul rallentare del tempo, colse l’occasione per spostare in
una barrida il suo piede, ruotando in modo da far scivolare la gamba sinistra di lei
sulla sua sino a bloccarsi in un aggancio. Si trovarono così molto vicini e lui si
abbassò ancora, in modo da accoglierla all’interno delle sue braccia. Lei rispose
non inarcandosi verso il basso in un’esibizione di forma ma, come lui sperava,

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raccogliendosi e piegando il capo dentro questo abbraccio così intimo.
Fu un istante stupendo, a Marco sembrò che sulla Piazza non ci fossero che
loro, che tutta Avignone sospendesse per un poco il respiro: sentì che in quella
notte tutto gli sarebbe stato concesso e si spinse, alla fine del tango, a dimostrarle
in modo più completo ciò che provava in quel momento. Sciogliendo l’abbraccio
non lasciò la sua mano ma, descrivendo un piccolo arco, la portò alle labbra e
guardandola negli occhi la baciò. La mano non si ritrasse, un piccolo fremito la
scosse e lei sorrise ancora, quel piccolo, prezioso sorriso che lui stava iniziando ad
amare.
<< Perdonatemi, - le disse – ma l’emozione è stata troppo forte, voi danzate
meravigliosamente ! >>
<<E voi pure >> lei rispose.
Lui sperò che il prossimo brano non rompesse la magia di quella notte, con la
banale marcetta di un tango della vecchia guardia, oppure con una milonga
divertente ma estranea allo stato di grazia in cui si trovavano. Quando udì la voce
stupenda di Adriana Varela ebbe la conferma di avere dalla sua anche il
musicalisador, chiunque egli fosse. Parlava loro di un “ Pedacito de cielo “ uno dei vals
più romantici che siano mai stati scritti.
…la grata dorme per tanto silenzio,
in quel pezzetto di cielo
restò la tua allegria ed il mio amore
… e ricordo il tuo gesto monello
dopo quel bacio
rubato al caso…
Nell’attraversare l’oceano per arrivare a Buenos Aires, il valzer europeo subì
mutazioni e cambiò di nome. Il vals argentino è meno sontuoso di quello
viennese, è più simile alla vals musette francese. Il tempo viene continuamente
rotto da contro-tempi che lo rendono più giocoso e si presta a realizzare figure
che portino ad una serie concatenata di giri. Ma per loro era diverso, l’intesa che si
era formata li isolava dal resto del mondo, era come se comunicassero in una
forma di linguaggio priva di gesti e di parole. Il loro vals fu tenero, con pochi giri,
un procedere una nell’altro sul fluire del compas, il tempo della musica, un due tre,
un contro-tempo, un due tre un ocho indietro, una piccola, complice pausa,
l’occasione per guardarsi negli occhi. Poi vennero altri due vals, il tempo
sembrava essersi fermato e avrebbero danzato tutta la notte se non fosse
intervenuta la cortina. Marco la accompagnò verso la fontana e pensò che fosse
meglio prendersi una pausa, per conoscersi e per non attirare ulteriormente
l’attenzione su di lei, ballando ancora in quel modo.

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<< Sono molto lieto di conoscervi, io mi chiamo Marco, Marco Fabiani >> si
presentò e lei, imprevedibilmente ripeté il suo nome.
<< Marcò >> disse con un gradevole rotacismo francese <<io sono Anne
Vicellì >>.
<<E bello danzare con voi >>
Ripeté ancora lui e la guardò meglio; alla luce del lampione che li sovrastava,
pareva ancora più bella ed il vestito rosso scuro che la fasciava, pur essendo
stranamente molto accollato per la stagione, metteva in risalto la linea forte ma
aggraziata delle spalle. Pensò che doveva cercare disperatamente di sapere qualche
cosa di più su di lei per non perderla, presto un altro ballerino si sarebbe
avvicinato, e lei avrebbe dovuto ballare. Non esistono quasi rifiuti nel tango.
<< Voi abitate ad Avignone? >> le chiese.
Lei assentì, sorridendo lievemente e chiese a sua volta:
<< E voi, per quanti giorni siete qui? >>
<< Purtroppo dovrei ritornare in Italia domenica. Ci sarà un’altra occasione di
ballare prima? >>
<< Sfortunatamente ad agosto non vi sono molte milonghe aperte in Provenza e
non mi pare che nei prossimi giorni avremo feste come questa.>>
<< Mi piacerebbe conoscere meglio questa città e dato che domani sarà l’ultimo
giorno per me, vorreste farmi da guida, se siete libera? >> mentendo
spudoratamente perché, avendola visitata più volte, conosceva la città abbastanza
bene.
<< Certo, con piacere, vediamo… domattina potrei essere libera dopo le dieci.
>> rispose con una gentilezza che gli diede l’occasione di chiederle il numero del
cellulare.
<< Bene, allora se per voi va bene, potremmo trovarci domani mattina alle dieci
e, nel caso di imprevisti, ecco il mio numero. >>
Lei, senza leggerlo, prese il biglietto da visita che lui le porgeva e a quel punto
avrebbe potuto invitarla ancora, ma preferì non aggiungere niente di più alle
meravigliose sensazioni che la notte gli aveva regalato; era tutto così perfetto che
nulla avrebbe potuto esserlo altrettanto.
<< Grazie, siete gentile ed io molto fortunato perché, dopo questi tanghi
meravigliosi, domani avrò la guida più bella di Avignon. >>
<< Oh, mi fate dei complimenti, grazie. Si la Piazza è lo sfondo ideale per una
notte di tango. Voi di che città dell’Italia siete? >>

27
<< Di Torino nel nord dell’Italia. >>
Stranamente, nel sentire il nome di Torino, la sua espressione divenne di colpo
più guardinga, i suoi occhi persero la luminosità del sorriso per divenire più
attenti.
<< Per quale ragione siete ad Avignone? >>
<< Io nella vita sono uno scrittore e mi trovo nel sud della Francia, per fare
ricerche sui Catari. >>
<< Siete stato quindi a Tolosa. Avete scoperto qualcosa di nuovo su di loro? >>
<< Sulla crociata contro di loro e sui motivi che l’hanno provocata, ci sono
ancora misteri, come del resto ce ne sono in tutto il sud della Francia. Al punto
che si sarebbe portati a scrivere su ben altri argomenti che non la vita dei Catari.
>>
<< Perchè? Come può essere misteriosa una regione così turistica? Voi piuttosto,
cosa mi dite di Torino che è conosciuta come la città della magia bianca o nera?
Lo sapete vero, questo? >>
<< Certo, ma non dimenticate che il famoso triangolo magico, che la mia città
formerebbe insieme a Praga, ha come terzo punto Lione, una città a pochi
chilometri da qui! >>
Non sapeva perché la conversazione avesse preso quel tono di schermaglia, il suo
intento iniziale era stato solo quello di conoscere meglio questa bellissima donna
francese ed ora si trovava a dover giocare in difesa dai suoi attacchi: peraltro lei
non pareva intenzionata a ritirarsi.
<< Oh, le triangle magique! Quella sciocchezza messa in giro dalle agenzie turistiche
per creare fantomatici tour notturni o diurni ed incrementare l’interesse turistico.
Voi conoscete qualcuno che sappia davvero qualcosa dei misteri di Torino? O su
quelli di Lione? E quali sarebbero i misteri della Provenza? >>
Marco a quel punto pensò bene di cessare le ostilità, se così si poteva chiamare
quel battibecco e decise di deviare la conversazione con un complimento. Non
voleva discutere con quella donna, voleva conquistarla.
<< Il mistero più grande della Provenza è la ragione per la quale vi siano tante
donne così belle, in particolare ad Avignone e più precisamente davanti a me in
questo momento. Pur avendo il fascino tipicamente francese, non hanno
l’altezzosità delle parigine. Quindi o io sono l’uomo più fortunato del mondo per
aver ballato con la donna più bella della Provenza oppure…>>
<<Ah gli italiani! Sempre galanti, e sempre una via d’uscita quando sono messi
alle strette! >>

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Lui soffocò la voglia di sciorinarle tutti i misteri in cui si era imbattuto nei giorni
passati ed accettò la parte che pareva lei volesse assegnargli: il solito drageur
italiano che passa il suo tempo a fare complimenti alle straniere. In cambio della
sua arrendevolezza ottenne da lei un sorriso che ridivenne quello che l’aveva
conquistato a prima vista e gli diede modo di chiederle se anche lei fosse di
origine italiana, dato il cognome che portava.
<<Certamente, mio padre era un ragazzo quando arrivò qui con i suoi genitori
dall’Emilia; sposò mia madre, una francese di Toulouse, e per questo in casa non
si è mai parlato italiano. Io adoro la vostra lingua ed ho sempre sognato di trovare
il tempo per studiarla. >>
<<Anche io adoro il francese e la vostra cultura …>> ma non poté finire,
furono interrotti da un invito e nello stesso momento in cui lui pensava che a
volte nel tango la conversazione possa essere veramente difficile, lei gli rispose:
<<A domani>>
<<Arrivederci >> e mentre lei si allontanava, ripeté a se stesso, a domani, si a
domani...
Quanto può essere dolce questo saluto, la promessa di un domani in cui l’avrebbe
rivista, alla luce del sole e in quella magnifica Piazza. Si sentiva talmente bene, che
per un poco rimase ad ascoltare la musica senza ballare, osservando il gruppo dei
ballerini che si scambiavano impressioni sul ballo, le donne come sempre loquaci
e aperte alla confidenza, taciturni e misurati gli uomini. Vide anche due coppie di
italiani di Savona che conosceva vagamente ma non attirò la loro attenzione, non
aveva voglia di convenevoli, sentiva di dover preservare quella sensazione di
esultanza che si portava dentro.
Guardando in alto verso la grande luna bianca, si chiese quale intervento
avesse agito quella notte, per orchestrare il loro incontro in modo così perfetto.
Quali dei dell’ipotetico Olimpo, sulla cui esistenza a volte amava fantasticare, lo
avevano favorito? L’Olimpo che sapeva cantare Omero, il grande Aedo, colui che,
come aveva scritto Vecchioni, “ si era accecato per restare nel sogno “. La grande
scacchiera dove gli dei muovevano gli uomini come pedine, sotto l’annoiata e
indifferente supervisione del grande figlio di Crono. La notte che aveva appena
vissuto, pareva a Marco uno di quegli interventi; tutto aveva concorso a portarlo
su quella Piazza e alle migliori condizioni che un uomo potesse aspettarsi. Forse
la stessa Afrodite - alla quale lui, innamorato dell’amore, aveva dedicato gran
parte della sua vita - aveva abbassato il suo sguardo verso i suoi ultimi due anni di
solitudine, per intervenire, impietosita.
Indulgendo in questi pensieri, percorse la strada verso il parcheggio, dove
aveva lasciato la sua auto e ancora dopo, sulla strada per Arles, continuò a
fantasticare sul quell’incontro. Mentre la luna piena e brillante illuminava la strada
che lo stava portando attraverso la parte terminale della Provenza che si incunea

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nella Camargue, aveva superato Graveson e costeggiava Tarascon. Assaporava il
piacere che dà il guidare di notte in una strada con poco traffico, la sensazione di
spostamento nello spazio, la stretta sul volante, l’idea di completa libertà, senza
orari da rispettare, senza fretta, pensando ad Anne. D’improvviso la rivide come
gli era apparsa al bordo della fontana e sentì una leggera sospensione del respiro,
come un flebile, quasi piacevole dolore: pensò che è per provare sensazioni come
questa, che siamo al mondo. Per emozionarci, gioire, vivere e non solo esistere.
Chi non è più in grado di sentire tutto questo - o non lo è mai stato - lo riconduce
ad una semplice presenza di endorfine, che provocherebbe un banale stato di
benessere chimico, come dicono gli esperti di fisiologia dell’amore.
Nell’entrare nella circonvallazione di Arles, nel ritrovare quelle vie che
amava tanto, l’Avenue Victor Hugo, il delizioso tratto di lungo Rodano con i suoi
piccoli ristoranti, nell’attraversare il ponte sul fiume, capì perché aveva deciso di
ritornare in quella città. Voleva risvegliarsi dinnanzi alle verdi sponde del Quai
Saint-Pierre sul Rodano e prendere il petite dejeuner nel giardino dell’Hotel, che si
affacciava quasi sul fiume. La piazzetta in cui parcheggiò era deserta e dopo aver
rivolto ancora una volta lo sguardo alla grande e propizia luna sospesa nel cielo,
entrò nell’albergo, salutò il concierge e salì nella sua camera. Disteso e in attesa del
sonno, riavvolse nella mente la bobina del tempo per rivivere ancora la serata nel
calore che il ricordo di lei gli donava.
Qualunque cosa mi riservi il futuro – pensò - ho comunque vissuto una
delle più belle notti della mia vita. Questi ricordi non te li può togliere nessuno,
né il tempo, né l’età, né la vita che scorre via. Questi due anni di solitudine mi
hanno portato a questa serata, quasi come un percorso da superare per poter
essere, anche per una sola notte, felice. L’ultimo pensiero che lo accompagnò
nella zona in penombra che sta tra la veglia ed il sonno, fu l’immagine di lei, del
suo sorriso e – a domani - le disse.

Il mattino del sabato lo trovò sveglio presto, dopo una notte in cui aveva
dormito bene come non gli accadeva da mesi. Preparare la valigia, fare colazione
in giardino, regolare il conto, furono solo tappe da superare sulla strada che lo
portava alla Piazza e a lei. Mentre raggiungeva il parcheggio, vide un piccolo
negozio che nei giorni scorsi non aveva notato, perché nascosto da un enorme
camper. Era un laboratorio di vetreria artigiana e, guardando attraverso la vetrina,

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vide una donna bionda in camice bianco, china su una serie di piccoli bijou molto
colorati. Spinto dall’ispirazione e dal suo amore per il vetro, entrò e vide sul
bancone un piccolo pendaglio a forma di cuore, di un caldo rosso brillante, a cui
era applicato un cordoncino in seta nero. Pensò di legare la notte passata ad un
oggetto, qualcosa che lei potesse portare su di sé, per ricordare i loro tanghi…
La signora minuta, gentilissima, con magnifici occhi azzurri, era entusiasta
del suo lavoro e mentre confezionava il pacchetto, gli illustrò il lentissimo
procedimento dell’inserimento a caldo degli smalti, un colore dopo l’altro in
successivi riscaldi. Infine, l’ultimo segreto, il più antico, l’introduzione nel bagno
di fusione di una piccola quantità di polvere d’oro. Solo in quel modo, si poteva
ottenere quella lucentezza. Dopo aver pagato, la salutò ed uscì all’aperto felice di
quell’acquisto, stringendolo in mano come un amuleto di buon auspicio.
Percorrendo poi il ponte in senso inverso, salutò Arles che, alla luce tersa di quel
mattino provenzale, sembrava bellissima; l’Arena Romana faceva capolino a tratti
tra le strette strade che si intersecavano una all’altra, apparendo e scomparendo
come in un caledoscopio. Erano già in corso i frenetici preparativi per
l’allestimento di quello che era certamente uno dei mercati più colorati, profumati
e tentatori di tutta la zona. Secondo solo al grande mercato di Aix.
Il sabato mattino, a ridosso delle mura romane e di fronte al Jardin d’Eté, gli
artigiani della Provenza e della Camargue riversano sui banchi del mercato, tutto
quanto sia possibile produrre con la ceramica, il legno d’ulivo e la pelle. Sotto
forma di ciotole, contenitori per l’aglio e per il burro, mortai, cucchiai e coltelli di
tutti i tipi. E le selle fatte a mano dei gardians - i butteri della Camargue - gli stivali,
le briglie e cappelli di tutte le fogge. Per gli appassionati della cucina poi, le grigie
ostriche fresche di tutte le grandezze e famiglie, tutte le varietà di tellines e i ricci di
mare, tonni interi ricoperti di ghiaccio, salsicce arlesiane à l’ancienne, riso della
Camargue ed erbe, erbe a non finire. Tutti i profumi ed i colori che vanno dal
verde al blu violetto della lavanda.
Aveva sempre avuto la passione per i mercati. Adorava vagare tra i profumi,
la varietà delle forme, l’accostamento dei colori; muoversi tra i banchi nel vociare
dei venditori. Il Marché d’Aligre a Parigi, i mercati di Barcellona, Budapest, la
Vucciria di Palermo, quelli di Bali … Per non parlare dei mercatini peruviani di
Cuzco e Ollantaitambo, con i mille colori che le donne sanno trarre da un’antica
arte, i loro splendidi bambini infagottati in maglie iridescenti, con gli occhi
immensi e sempre un poco attoniti… i banchi che vendono le polveri colorate.
Ricordi indimenticabili.
Aveva ancora negli occhi il primo mercato della sua infanzia a Salerno, a
ridosso del lungomare. Una vera aggressione per i sensi di un bambino. Il leggero
e pungente odore di iodio che veniva dalle alghe e dai molluschi, i forti e a volte
acri odori del pesce, quelli oleosi delle olive piccole, grandi, enormi, nere, verdi,
bruciate, condite in mille preparazioni. Quelli più tenui che si levavano dalle
montagne di pomodori san marzano, dai mazzi di basilico e origano. Le forme dei

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pesci, che parevano ancora nuotare nel mare del ghiaccio triturato, le squame
traslucide, il verde bruno venato dal sangue, il tenero rosa delle triglie, la
mostruosità delle piovre. Il terribile spada, ormai impotente, ripiegato verso i
taglieri che lo avrebbero smembrato. I cespi di cozze, nere e lucide dall’odore
melmoso, le piccole conchiglie, le maruzzelle che davano il loro nome alle belle e
giovani ragazze.
Insieme ai colori ed agli odori, le grida di un piccolo teatrino della vita, con
le sue facezie un po’ grevi, le pesanti allusioni e le baruffe vere o simulate, per
richiamare gente. Ed i “ filoni “o “ palatoni “ di pane, fragranti e appena sfornati,
così simili alle baguette francesi, che la gente portava nelle reti di corda, perché la
plastica e le sue brutture erano ancora di là da venire. Ricordava la sua nonna
materna preparare, per la loro giornata in spiaggia, il filone tagliato per lungo,
ripieno di pomodori perini. Un poco di sale, qualche foglia di basilico e sapore,
colore e profumo erano assicurati.
Oppure l’enorme spessa frittata fatta con gli avanzi di pasta al pomodoro
del giorno prima, mischiata all’uovo e fritta in padella, la crosta esterna di
spaghetti croccanti. Per il trasporto, due piatti sovrapposti con un grande
tovagliolo legato ai quattro angoli, ed aperto più tardi sulla spiaggia per servire da
tovaglia; essenzialità della tradizione popolare. L’uscire dall’acqua con il sapore del
sale nel naso e nella bocca, una doccia veloce, spinti, lui ed i suoi amici salernitani,
dall’impazienza di aprire i rispettivi fagotti per scoprire e condividere i tesori che
ognuno aveva portato da casa. Paste al forno, parmigiane, maccheroni imbottiti,
naturalmente tutto freddo ma riscaldato dall’appetito dei giovani. Piatti che erano
l’essenza stessa della cucina regionale, una cultura nata dalla semplicità e
dall’ingegno delle donne italiane, insuperabili nell’ottenere un grande risultato con
piccola spesa. Più tardi l’avrebbero chiamata Cucina Mediterranea.
Le vacanze estive a casa dei nonni, un ricordo che si portava dietro da tutta la
vita. La fuga dalle nebbie di Torino, dai doveri della scuola, la libertà assoluta di
stare con gli amici di Salerno, fare tardi, nuotare ed imparare da loro la pesca
subacquea. Lo avevano subito adottato, pur essendo più grandi di lui, per la sua
capacità di nuotare a lungo - faceva già agonismo - e per la sua aria di “torinese “
che a quel tempo, era quasi come dire svedese o norvegese. Il suo carattere
adattabile lo aveva aiutato ad inserirsi nel loro gruppo, era divenuto la mascotte che
governava il loro gozzo mentre pescavano, immergendosi ed emergendo
incessantemente, spesso accostandosi alla barca per svitare la fiocina dall’asta,
porgerla a lui con il pesce infilzato, rimettere un’altra fiocina e così via. A volte
capitava che il pesce fosse una murena e lui doveva finirla, toglierla dalla fiocina -
che serviva per altre pescate - e pulirla: ma le murene sono pesci poco inclini a
morire senza tentare di mordere tutto ciò che hanno a tiro, persino loro stesse.
Infilzate nell’arpione, pazze di dolore e di rabbia, affondavano i denti nella loro
coda dimenandosi sul fondo della barca. Marco aveva ancora sul pollice il ricordo di
un morso, che aveva intaccato la carne sino all’osso. Su quel gozzo, aveva imparato
che i pesci hanno aculei, spine e denti pericolosi, che la murena è buonissima in una

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zuppa fatta con il pesce appena pescato e che l’amicizia spontanea e disinteressata è
impagabile.
Sulla destra vide un’indicazione per la piccola e medievale cittadina di Les
Baux. Ricordò la salita al Torrione del castello di qualche anno prima, da cui aveva
goduto della vista delle Alpilles: una miniatura rocciosa, frastagliata e bianchissima
delle loro sorelle Alpi marittime. Tra pini ad ombrello, cipressi e case costruite in
pietra viva, il panorama indimenticabile della bassa Provenza. Come nella sua prima
visita, rivolse un omaggio propiziatorio alla “ corte amorosa “, lo spazio del
Torrione in cui, nel milleduecento, facevano a gara con ballate e poesie i
troubadours. I menestrelli che, come lui aveva letto nelle sue ricerche a Tolosa,
avevano idealizzato la donna sin all’estremo, nel “ fin amor “ occitano; il sogno di
un miglioramento della società che passava attraverso la rivalutazione della donna.
Dare forma ad un nuovo - e purtroppo fallito - tentativo di introdurre nella società
concetti come la generosità, il rispetto reciproco e la carità. Rivolse mentalmente a
coloro che avevano creato le liriche dell’amor cortese, la richiesta dell’ispirazione
affinché potesse intrattenere, con il suo francese così essenziale, quella signora che
lo attendeva sulla Place du Palais. Come parlarle, senza annoiarla, del suo amore per
la cultura francese e per la Provenza, come parlarle della sua passione per il tango e
che cosa, oltre al tango, potevano avere in comune? Quando si incontra una donna
che ci piace, una delle cose più belle nel percorso verso la sua conoscenza è proprio
questo avanzare tentoni, aprire una porta dopo l’altra, una scoperta dopo l’altra;
ogni corrispondenza di interessi diventa una piacevole sorpresa.
Il sorpasso di una grossa vettura, che procedeva lentamente, lo distolse da
quei pensieri che gli sembrarono troppo profondi per quella splendida mattina. Era
molto meglio godere del paesaggio e del ridursi dello spazio e del tempo che lo
separavano da Anne. Alzò lo sguardo al filare di alberi altissimi, che costeggiavano
la strada ed al cielo azzurro che li sovrastava. Una leggera brezza faceva ondeggiare
le loro foglie e la luce tersa del mattino li scolpiva nei particolari più minuti. Era la
luce della Provenza, che diviene ancora più spietata quando il Mistral spazza ogni
nuvola o leggera foschia, ed il contrasto fra gli ulivi ed e le rocce calcaree diventa
più evidente. Più a sud verso il mare, si trovano i contrasti tra la macchia
sempreverde, la Garrigue delle querce spinose, ed il blu intenso del Mediterraneo.
Quando il sole estivo riscalda il terreno, l’aria trasporta, insieme al canto incessante
delle cicale, i profumi di rosmarino, lavanda, timo. E salvia, basilico, finocchio
selvatico, melissa, maggiorana, menta.
Sempre attraversando le Alpilles, vide sulla destra l’indicazione per Saint-Remy-
de-Provence e ricordò i giorni che vi aveva vissuto all’epoca delle ricerche su Van
Gogh, le viuzze ed i vicoli pieni di gallerie d’arte dalle vetrine multicolori, in cui ogni
tendenza pittorica trovava il suo spazio. Le mille suggestioni dei laboratori in cui si
produceva il bruno cioccolato fondente ed il verde, dorato olio d’oliva. Superò
velocemente Tarascon, sulla riva del Rodano, che evocava per la sua generazione, i
ricordi scolastici del suo eroe Tartarin, campione esemplare dello spaccone provenzale.
Ricontrollando l’orologio, si accorse che doveva affrettarsi se voleva arrivare in tempo

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all’appuntamento con Anne. In vista della cinta muraria medievale della città, scelse di
cercare un parcheggio sulla strada che la costeggiava, oppure alla Porte du Rocher, la
porta più vicina alla Piazza dei Papi. Passò lentamente davanti alle belle porte St. Roch
e St. Dominique poi la fortuna che l’aveva sempre aiutato nei parcheggi, fece sì che se
ne liberasse uno proprio di fronte alla Porte de l’Oulle, che era a poche centinaia di
metri dalla Piazza. Mancavano ormai cinque minuti alle dieci e dovette affrettarsi,
perché rischiava di arrivare in ritardo: se c’era una cosa che aborriva più dei ritardatari,
era l’essere in ritardo. Avrebbe preferito giungere sulla Piazza per primo, vederla
arrivare da lontano e prepararsi all’incontro in modo da calmare l’agitazione che
sentiva dentro. Si chiedeva dove fosse finita la sicurezza che aveva sempre avuto con le
donne, si chiedeva se il loro incontro, avvenuto nella magia della notte, avrebbe avuto
per lei lo stesso interesse alla luce spietata del giorno e senza l’aiuto del tango.
Giunse infine sulla Piazza, che a quell’ora del mattino risplendeva di luce. Il
sole, illuminando in alto la pietra delle bianche mura del Palais, aumentava il
contrasto con il blu intenso del cielo, che una leggera brezza aveva spazzato dalle
nuvole notturne. Non c’era molta gente a quell’ora, anche gli avignonesi dormono un
poco di più il sabato. Pensò di raggiungere i gradini più in alto per vederla arrivare ma
ecco che, al culmine della scalinata che portava alla fontana, in jeans azzurri un po’
stinti e camicetta bianca, lo sguardo già rivolto nella sua direzione, c’era lei, Anne. Si
vennero incontro sorridendosi e lui si accorse che il punto della Piazza verso il quale
si stava affrettando, aveva una sola zona a fuoco, la sua figura. Come nei vecchi
dagherrotipi di fine ottocento, il contorno era sfocato e annebbiato, i suoni intorno
erano divenuti una ovattata cacofonia, il tempo sembrava rallentato.
Alla luce del giorno Anne era di una bellezza radiosa, la bocca ed il viso dipinti
con un trucco leggero, le guance con piccole fossette che, quando rideva come in
quel momento, si accentuavano ancor di più. I suoi capelli, nel sole del mattino
avevano i riflessi dorati del miele di castagno e gli occhi, che per la prima volta vedeva
alla luce, di un verde-violetto, scuro e profondo. Portava scarpe italiane lunghe e
affusolate di gran marca. Le strinse la mano e si scusò per essere arrivato dopo di lei
sulla Piazza:
<< Ma no, sono io ad essere arrivata prima, volevo passeggiare un poco.>>
<< Anche a me piace molto passeggiare, perché a volte si fanno incontri magici e
inattesi; proprio ieri pomeriggio, mentre uscivo dalla FNAC, vi ho visto
camminare davanti a me ed ho potuto ammirare la vostra bellezza per la prima
volta. >> Lei sorrise apertamente ed arrossì un poco; una donna così bella, che
sapesse ancora arrossire per un complimento, era sicuramente una rarità.
<< Ah, voi mi confondete con queste parole; dunque eravate voi quell’uomo che
per un certo tratto della Rue de la Republique, mi ha seguito. Vi ho notato sapete,
per il vostro abbigliamento tipicamente italiano e per la leggerezza con cui vi
muovete. Ora comprendo perché ballate così bene. >>
<< Grazie, ora siete voi a confondermi, ma ditemi siete rimasta ancora per

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molto, ieri notte? >>
<< No, non molto, ero insieme ad amiche che volevano rientrare prima di
quanto io avrei voluto: voi avete dormito in albergo qui ad Avignon? >>
<< No ero ad Arles, avevo prenotato sino a questa mattina. >>
Ascoltandola, riprova il piacere di sentire una voce di donna parlare in francese,
un piacere antico, che risaliva all’epoca delle ore passate nei cinema italiani d’essai.
Ai film fortunatamente non doppiati della nouvelle vague, alle voci di Isabelle
Huppert, Jeanne Moreau, Brigitte Bardot… Nel frattempo lei lo aveva guidato
verso la fine della piazza, ai piedi della scalinata che portava alla Cattedrale;
indicandogli il Palais gli chiese:
<<E’ imponente vero? >>
Lui assentì, perché da quel punto la Piazza era grandiosamente bella: alzò lo
sguardo e vide, sulla sommità delle scale, una chiesa in puro stile romanico sulla
quale si stagliava un’enorme, dorata, forse sproporzionata Vergine Maria.
<< Andiamo a visitare quella chiesa, deve essere Notre-Dame-des Doms vero? >>
<< Siete forse religioso? >>
La domanda aveva un tono quasi di sorpresa, come se lei non avesse pensato
minimamente alla possibilità che lui potesse essere religioso o per lo meno
osservante. Stava per risponderle quando, abbassando lo sguardo, vide che il sole
le illuminava in pieno il viso, rivolto verso di lui. L’espressione di stupore era
mitigata da un leggero e ironico sorriso, che non riusciva a nascondere la linea
decisa, volitiva del volto: una donna risoluta, sicura di sé almeno all’apparenza. Le
due fossette si erano trasformate in due piccole pieghe ai lati della bocca e
potevano rivelare una punta di amarezza. Diversamente dalla sera prima, aveva il
collo della camicia aperto e lui poté ammirare l’armonia della linea delle spalle che
convergevano nel piccolo incavo dello sterno, su cui era posato un monile dalla
foggia molto particolare. Una cornice dorata circolare, racchiudeva un
medaglione in smalto blu molto brillante dal cui centro si dipartivano tre spirali in
oro. I loro vortici erano talmente ben disegnati da risultare ipnotici. Catturavano
lo sguardo al punto che Marco, dovette fare un grande sforzo per distogliersi dal
lento ruotare della loro illusione. Pareva che ogni punto della spirale si
allontanasse e si riavvicinasse in egual misura, in un eterno ritorno che aveva del
magico.

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Dove aveva già visto un disegno molto simile in passato? Ricordava il
frontone di alcune cattedrali, Notre Dame forse e poi certo, a Stonehenge sulla
base del grande megalito centrale. Ora che la memoria si era messa in moto,
attivata dalla forza che emanava quel gioiello così strano, altri ricordi affioravano
in lui: i menhir, le enormi pietre infisse verticalmente nel terreno per coprire una
sepoltura, i dolmen, costituiti da diversi menhir che sostenevano una larga e piatta
pietra che fungeva da tetto… in tutti quei luoghi aveva notato una scultura
oppure un profondo bassorilievo che lo riproducevano. Anne si accorse
dell’effetto che aveva su di lui e, stranamente, lo coprì subito avvolgendolo con
una mano. Dopo, ripensandoci, lui non riuscì mai a capire perché non le avesse
chiesto di quel gioiello.
<< No, non sono particolarmente osservante: l’ho chiesto solo perché in passato
ho visitato il Palais ma non la chiesa. Ricordo che era una fredda giornata di
gennaio, al termine delle vacanze natalizie, forse il sette o l’otto gennaio, e quando
ci siamo affacciati ai merli delle mura del Palazzo per fotografare, il vento ci
tagliava il viso. >>
<< Oh certo si trattava del Mistral, il vento che spazza la valle del Rodano e
d’inverno, ma anche nelle altre stagioni quando il tempo si guasta, può essere
molto freddo >> rispose lei e, subito dopo << quindi voi conoscete già
Avignon? >> scoprendo così la piccola bugia della sera prima.
<<Un poco, dovete scusarmi ma chiedervi di farmi da guida, è stata una scusa
per rivedervi ancora. Non volevo tornare in Italia senza avervi conosciuto
meglio.>>
Lei sorrise con un che di malizioso negli occhi, come se seguisse un suo remoto
pensiero e rispose che quando poteva, si teneva lontana dalle chiese e da quel che
rappresentavano. Con questa perentoria affermazione, si diresse verso i giardini
che contornano il Petit Palais e lui la seguì. Le paure che lo avevano assillato quel
mattino si attenuavano, perché si era accorto che Anne, volutamente rallentava e
semplificava il suo francese, per far sì che lui comprendesse meglio. Un segno
positivo che gli procurò una leggera euforia; quando lei gli chiese che cosa avesse
scritto prima della crociata contro gli Albigesi, le rispose:
<< In passato molto di cinema e di letterature particolari, ora di saggi e biografie.

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>>
<< Cosa intendete per letterature particolari? >>
<< La letteratura di genere. Saggi di fantascienza, letteratura gotica e fantastica,
scrittori come Poe, Le Fanu, Ambrose Bierce, Lovecraft, per intenderci. >>
<<Ma è la letteratura dell’orrore! - esclamò lei - come fa a piacervi? >>
<< Il fascino che l’orrore esercita su di noi, esorcizza l’orrore della vita di tutti i
giorni. Non avete mai provato, in un piccolo angolino della vostra mente, la
sensazione che il mondo che vediamo possa essere solo uno dei tanti modi di
vederlo, che su un altro piano di frequenza, possa apparire diverso? Come si
spiegherebbe altrimenti, una madre che uccide i propri figli o il tuo vicino,
pacifico e inoffensivo sino al giorno prima, che improvvisamente compie una
strage? E che le stesse persone, solo poche ore dopo, rientrino nella normalità? Si
definisce raptus di follia, ma se quel raptus non fosse altro che la reazione
all’improvviso ed imprevisto passaggio da un piano di frequenza all’altro? Per cui
queste persone, per un attimo, si trovano davanti ad un’altra ed insopportabile
realtà, quella che noi non vediamo? E se la pazzia stessa, non fosse altro che il
passaggio definitivo e irreversibile in uno stato in cui tutto quanto ci circonda, è
orribilmente distorto?
Per me è questo che hanno fatto gli scrittori che ho citato, sollevare il velo
dipinto che maschera lo squarcio attraverso il quale si possono vedere altre
dimensioni. Portarci per mano in questi mondi, come il lavoro che fa l’analista
all’interno della psiche portandoci ad affrontare le nostre paure. L’emozione più
forte dell’uomo è la paura e quella dell’ignoto è la più grande; l’imprevedibile è
sempre in agguato dentro o fuori di noi. In ogni momento della nostra vita,
possiamo essere assaliti dal pensiero che una vita misteriosa possa esistere nelle
profondità degli spazi siderali, oppure oltre la porta della casa accanto. È la paura
cosmica. >>
Mentre parlava, Anne si era arrestata e lo guardava fissamente, l’espressione era
tornata ad essere guardinga come se quanto lui diceva, meritasse un’attenzione
ben al disopra del contenuto delle sue parole, come se cercasse dietro alle parole
stesse, un altro e più nascosto significato. Questa donna, indubbiamente univa al
fascino di una bellezza altera e sicura di sé, il mistero di una presenza che in certi
momenti pareva rivolgersi parzialmente altrove, come se una parte di lei fosse in
ascolto di voci lontane. Poi d’improvviso diveniva totalmente presente, con
un’attenzione spasmodica che esercitava su Marco un potere mai provato prima.
Si sentiva attratto da lei ben più di quanto sarebbe stato giustificato da una
conoscenza così breve. Era preso dalla sua fisicità, dall’eleganza del suo
portamento, dallo sguardo che aveva qualcosa di differente, raro. Tutto in lei era
inconsueto, dagli occhi che prendevano a volte riflessi violetti, alla leggera
asimmetria del viso che lo rendeva ancor più interessante, sino al medaglione che

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ora, mentre ancora una volta lo osservava, gli pareva ancor più inconsueto. Nel
contempo, provava la spiacevole sensazione che il ricordo dei luoghi in cui solo
pochi momenti prima era sicuro di aver visto lo stesso simbolo, si stesse
allontanando dalla memoria. Incurante della sua lunga pausa, lei lo guardava
fissamente, mentre la sua mano saliva a coprire ancora una volta il monile. Cercò
di riportarsi a quanto poco prima le stava dicendo, si sentiva come se avesse
assunto qualche strana sostanza stupefacente e gli pareva che la parola più adatta
a riassumere l’effetto che quella donna gli provocava fosse “mistero”.
<< Il terrore di essere sepolti vivi ad esempio, è antico come l’uomo e Poe,
scrivendo “ Il seppellimento prematuro “ lo aggredisce dal di dentro, lo fa vivere
passo per passo. Attraverso tutte le fasi della crescita dell’orrore dentro di noi,
impariamo ad affrontarlo, non è più un terrore inconscio che può prenderti
quando meno te lo aspetti. Se la conclusione del racconto, ti riporta alla banalità
del reale è per farti capire che la maggior parte delle nostre paure, nascono nella
nostra mente ma in realtà non esistono. Un altro esempio sta ne “ Il cuore
rivelatore “.
Il “ rumore sordo, soffocato e intermittente, in tutto simile a quello che produrrebbe un
orologio avvoltolato nella bambagia “ prodotto dal cuore del vecchio nascosto sotto
l’impiantito, in realtà non esiste. Solo l’assassino lo sente “crescere e crescere ancora,
senza soste, interminabilmente“ e l’atteggiamento indifferente dei poliziotti, che
paiono prendersi gioco di lui fingendo di non sentirlo, lo farà esplodere nella
confessione. Fa tutto da solo, si crea il suo incubo e soccombe ad esso. Un altro
grande merito di Poe è l’aver inventato il racconto poliziesco, la ricerca del
colpevole di un crimine da parte di un investigatore. Mi pare che voi lo chiamiate
thriller vero?
<<E’ così, quello è il thriller, mentre noi chiamiamo noir il romanzo in cui
dall’inizio si conosce già il colpevole e lo scopo è spesso lo studio dell’ambiente, il
sociale come si dice oggi. Confesso che non avevo mai visto quella letteratura
sotto questo aspetto. Mi sembrava solo una forma più sofisticata di Grand
Guignol, ma altrettanto piena di sangue. Evidentemente mi sbagliavo. Se dovessi
rileggere Poe, quale altro racconto mi consigliate?>>
<< I critici dicono che il suo capolavoro è “Il crollo della casa Usher“ ed è vero.
L’atmosfera che si respira è quanto di più angoscioso abbia scritto la letteratura
americana; qualcuno ha sostenuto che ha lo stesso andamento compositivo di una
sinfonia. Per me invece, il più poetico è “ Ligeia “. >>
<<Poetico? Come può essere poetico un racconto de l’horreur?>>
<< La descrizione degli occhi di Ligeia è pura poesia. Vediamo se riesco a
ricordare: “ questi sono gli occhi, gli occhi pieni, neri, selvaggi … gli occhi del mio perduto
amore … di Lady Ligeia “. Sentite l’andamento musicale delle parole, che il mio
povero francese non riesce a rendere? Inoltre quella donna è descritta in modo da
divenire, per chiunque, una figura femminile indimenticabile. >>

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<< Quali biografie avete scritto? So che tra gli italiani non vi sono molti
biografi.>>
<< E’ vero ma io ho sempre amato indagare nella vita del genio, non come
storico ma come divulgatore. Ho parlato di due grandi pittori che amo,
Modigliani e Van Gogh. >>.
<< Poveri e sfortunati artisti, tutti e due! Anche io li adoro, però trovo Modigliani
più difficile da capire. Sento che il suo linguaggio, pur avendo ridotto il disegno al
minimo, è molto poetico, ma mi sfugge qualcosa, percepisco solo molta tristezza.
Mi piacerebbe che un giorno me ne parlaste. >>
<< Certo Anne ti dirò tutto quello che vuoi >> le rispose accorgendosi di essere
passato al tu.
<<Non c’è di che, diamoci del tu. Vieni ti porto sul bastione del Rocher des
Doms che si affaccia sul Rhone, vedrai è bello. >> e si mise a correre come per
sfidarlo.
Lui non si mosse subito, preferì ammirare la figura che i jeans elasticizzati
mettevano in evidenza. Un’altra donna, completamente diversa da quella di pochi
istanti prima, correva avanti a lui con la solida rotondità delle natiche, le lunghe
gambe, ed il monello voltarsi per vedere se la seguiva. Si affacciarono ridendo ai
bastioni e si trovarono di fronte uno spettacolo superbo: le sponde create dalla
biforcazione del fiume intorno all’Ile de la Barthelasse, l’isola che divide in due
parti il Rodano. Più lontano Villeneuve, la piccola gemella di Avignone, con la
torre di Filippo il Bello ed il Châteauneuf-du-Pape.
<< Per me non è la prima volta che vedo tutto questo, ma mi pare più bello,
sotto una luce diversa. Forse le cose o i luoghi, gli endroits, come dite voi francesi -
che in italiano è divertente, suona come indirizzi, adresses - non sono sempre le
stesse, ma cambiano se cambia lo spirito di chi le guarda. >>
<< Dimmelo in italiano, ripeti quello che mi hai appena detto, mi piace la
musicalità della vostra lingua. >>
Lui lo ripeté ed aggiunse ad alta vocee rivolto a sé stesso, sto bene con te Anne
sono felice, mi piace il tuo sorriso mi piace il tuo parlare, mi piace tutto di te.
<< Mi piacce, mi piacce, sarebbe come dire j’aime bien?>>
Ripeté lei con un sorriso che gli fece capire che aveva compreso anche il senso del
resto. Continuarono a giocare ancora con le parole e Marco dovette dare fondo a
tutto quel che ricordava delle bizzarrie e dei falsi amici del francese parlato: le
chiese poi di cosa si occupasse nella vita, che lavoro facesse.
<< Sono geofisica, specializzata in Radioestesia >> rispose Anne e lui rimase un
poco interdetto, perché da sempre associava quella parola all’immagine di un
uomo dall’aspetto bizzarro che, tenendo con le mani tese in avanti i due bracci di

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una forcella ricavata da un ramo d’albero, percorreva avanti e indietro un campo
alla ricerca di una sorgente sotterranea. Un’immagine che diventava decisamente
comica nel momento del presunto ritrovamento della vena d’acqua: il
rabdomante, come preso da un attacco di Parkinson, iniziava a scuotere
violentemente le braccia mentre la punta della forcella si orientava verso terra.
Evidentemente qualcosa di tutto ciò era emerso sul suo volto perché lei lo stava
guardando in un modo che confinava molto da vicino con la commiserazione:
con una voce molto diversa da quella con cui gli aveva chiesto di parlare italiano,
si lanciò in una raffica di precisazioni facendogli percepire che, dietro la facciata
della donna affascinante, tenera e probabilmente appassionata, era presente
un’altra donna più dura, più determinata.
<< La Radioestesia – esordì - è una scienza antica come l’uomo, sono stati trovati
pendolini e forcelle persino nelle tombe egizie e cinesi, duemiladuecento anni
prima di Cristo. Gli Etruschi se ne servivano ampiamente e pare che il vostro
Romolo, quando fondò Roma, avesse con sé un rabdomante etrusco per la
ricerca dell’acqua. Il radioestesista nel passato, si affidava esclusivamente alle
capacità straordinarie che scopriva ben preso di possedere e spesso faceva parte
della casta sacerdotale. Sviluppava tecniche e attrezzi, sperimentando anche altri
campi di applicazione, oltre alla ricerca delle sorgenti sotterranee e dando luogo
ad una scienza parallela, la Geomanzia. Questa, otteneva la divinazione attraverso
lo studio della superficie terrestre, l’analisi dei venti e il percorso delle acque. I
geomanti entravano in contatto con il “ respiro della terra “ per predire il futuro.
>>
Gli occhi si era fatti accesi, parlava scandendo le frasi una ad una, come temendo
che a lui sfuggisse il significato di quanto stava dicendo: la sensazione di
estraniamento che Marco aveva provato poco prima si era accentuata, pareva che
sulla piazza non ci fossero che loro due ma questa volta non era il tango che
stavano condividendo, bensì qualcosa di misterioso che lui non capiva. Avrebbe
voluto con tutta l’anima, comprendere questa donna che un attimo prima gli
sembrava una ragazza e poco dopo la sacerdotessa di un culto arcano e perduto
nel tempo.
<< Mi fa stupire che un uomo di cultura come te, non sappia quanto la
Radioestesia sia presente anche oggi nella nostra vita: la Radioestesia clinica che,
insieme alla medicina allopatica, contribuisce alla guarigione degli individui e degli
animali, la Geobiologia ed il tanto decantato Feng Shui, così di moda nei salotti
della borghesia. La Radioestesia archeologica, quella applicata alle energie
vibrazionali, la Radionica, che ha diverse scuole europee e statunitensi ed ampie
applicazioni in tutti i campi, compreso quello clinico.
<< Pietà, pietà, mi arrendo, confesso e ritratto tutto, anche ciò che non ho detto;
non sapevo che fosse così complesso il campo dei tuoi studi. C’è una cosa che mi
colpisce però: non trovi strano che in francese rabdomante si dica sourcier e
stregone si dica sorcier? >>
Senza neanche rilevare la sua domanda, lei proseguì.

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<< Ogni giorno avviene una nuova scoperta e solo da poco si sono rivelate le
energie vibrazionali, che sono presenti in ogni forma, minerale, vegetale o animale
che sia. Essa emette energie elettromagnetiche, senza necessità di essere
alimentata esternamente, ad una frequenza di vibrazione fissa e immutabile. Un
Radioestesista ha la facoltà di poter assorbire le vibrazioni e di saperle classificare,
grazie alla sua mente allenata da anni di studio. La frequenza ha formato
l’Universo, con essa tutto nasce e vive, con la sua alterazione si muore. Qui in
Provenza ci sono sempre stati grandi Radioestesisti. >>
Per cercare di alleggerire l’atmosfera, a questa sua affermazione Marco ribatté che
era un peccato che non si dedicassero alla ricerca delle zone da cui si potesse
ricavare un buon vino anziché acqua: il sorriso condiscendente con cui lei accolse
la sua boutade dava quasi l’idea che lei si fosse accorta di essere stata troppo
veemente, di aver detto troppo di una materia che ad un profano poteva sembrare
per lo meno bizzarra. Intanto avevano percorso tutta la Piazza ed alla fine della
scalinata, furono accolti dal ritmo veloce e sfuggente di una musica manouche,
suonata da due chitarristi dai capelli nerissimi, lunghi fin sulle spalle, la carnagione
bruna, un grosso orecchino al lobo destro. Sicuramente rom originari della
Camargue, pensò Marco. Sulla scia di una celebre interpretazione di Django
Reinhardt, “I’ve got you under my skyn”, i due musicisti si alternavano nel fraseggio e
nell’accompagnamento con variazioni molto piacevoli.
Potrei dire la stessa cosa “ mi è entrata sotto la pelle “ questa donna, - pensò
lui - io che in passato sono sempre riuscito a condurre il corteggiamento, ora mi
trovo a seguirla passivamente, senza che mi venga in mente alcuna iniziativa o
strategia. Mi sento come se stessi scorrendo accanto a lei, lentamente e senza
alcuna nozione del tempo.
Mentre la musica dava ancora alla piazza la sua energia gitana, le chiese se
avesse appetito.
<< Si ma oggi c’è molta gente sulla Piazza e temo che i ristoranti siano tutti pieni
…>> rispose lei.
Proprio in quel momento, Marco vide che si stava liberando un piccolo tavolo
all’ombra delle piante, nel ristorante Le Moutardier di fronte al Palazzo dei Papi;
senza dire una parola si precipitò verso il cameriere che stava sparecchiando e,
facendogli scivolare discretamente un biglietto da dieci euro nella mano, gli chiese
se fosse libero. Un tavolo all’aperto con la vista della piazza e la musica di
sottofondo, era impagabile. Il cameriere assentendo con il capo, gli fece cenno di
aspettare, ché avrebbe subito preparato. Sicuramente anche quel giorno la fortuna
lo aiutava, pensò lui. Nel mentre, lei lo aveva raggiunto ed aveva compreso che
avrebbero avuto il tavolo all’aperto, all’ombra e nel ristorante che, come lui seppe
più tardi, era uno dei suoi preferiti.
<< Ah voi italiani siete fenomenali, sempre attenti quando c’è da approfittare di
un’occasione ... >>.

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<< Gli uomini sono gli stessi dappertutto, penso che sia la stessa cosa ovunque
>> rispose lui << oppure no? >>
<< Ma voi avete un allure, uno stile, quel vostro... >> mimò con le mani il
gesticolare << è così espressivo, così divertente, vi fate capire dappertutto, anche
se non conoscete la lingua. >>
<< Anche io? >>
<< Oui, anche tu, ho visto come hai fatto con il cameriere, ti ha capito subito. >>
Forse, pensò lui, ha capito subito l’argent. In quel momento l’oggetto del loro
discorso portò il menu del giorno, tra cui erano in evidenza i piatti provenzali. Lei
scelse del tonno fresco ai ferri, lui fu d’accordo e lasciò a lei la selezione del vino
perché non conosceva ancora i suoi gusti. Un giovane, freddo e profumato
Chablis - il Chardonnay che veniva dal freddo - fu il loro aperitivo. Lei si alzò per
andare a rinfrescarsi e lui volse lo guardò verso il cielo chiaro e splendente,
attraversato da grandi ghirigori di nuvole bianche ovattate; con l’aiuto del vento,
disegnavano e scioglievano di continuo delicate figure. Sicuramente da qualche
parte una coppia di innamorati, distesa su un prato, giocava a decifrarne le forme.
La pietra nuda del Palazzo, resa indifferente dai secoli, risplendeva del sole di
agosto senza curarsi di ciò che avveniva sulla piazza, della musica e di quanti si
fermavano ad ascoltarla. Per lui invece quella musica era benefica, gli dava tempo
di guardare dentro di sé per comprendere meglio le disordinate emozioni che
stava provando.
Al di là della semplice e banale gratificazione, nel sentire di non esserle
indifferente, che cosa realmente provava per Anne? Sulla strada per Avignone,
aveva ammesso con sé stesso di essere molto preso da lei ma ora si accorgeva di
subire un’attrazione molto più profonda di quanto avrebbe potuto giustificare la
sua bellezza. C’era molto di più. Accanto a lei si era sentito come isolato da
quanto li circondava, in una misura che solo ora, che non era presente, poteva
valutare appieno. Si guardava attorno per riprendere contatto con la realtà la
quale, senza il corollario di vibrazioni magnetiche, correnti sotterranee e facoltà
sensoriali, gli pareva insopportabilmente banale.
Guardò il lastricato della piazza e vide solo terra, pietre e ciottoli, mentre lei
l’aveva dotato di fluidi invisibili che si irradiavano e trascorrevano verso l’alto per
ritornare, potenziati da chissà quale altro effetto cosmico, verso il basso. Nel
contempo, provava un lontano fastidio, come se pensare a quanto si nascondeva
sotto terra e tutto intorno, gli provocasse un senso di nausea. Segno
inequivocabile, per lui, di paura. Per contro, era innegabile che con Anne si
sentiva felice, che tutto gli pareva diverso, nuovo. A cinquant’anni, aveva alle
spalle un bella serie d’incontri nei quali, dopo solo dieci minuti di conversazione,
era sin troppo facile predire che cosa avrebbe detto nei prossimi dieci anni, la
donna che aveva davanti. Questa giornata, a confronto, era il cantico dei cantici,
come se una parte di lui, che sino a ieri era incompleta, si fosse completata. Come

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se un vuoto si fosse colmato.
In quel momento, la vide uscire dal ristorante, emergendo dalla penombra
dell'antica cornice in pietra della porta; velocemente prese la piccola digitale che
teneva sempre pronta e scattò quella che poco dopo scoprì essere una delle più
belle foto di donna che avesse mai visto. Lo sfondo buio da cui lei proveniva, e il
suo entrare nel sole che le dorava i capelli, mettevano in risalto la scollatura e il
seno generoso, che solo ora notava. E ancora il leggero sorriso, una spalla un
poco più alta dell’altra per sorreggere la borsa, il braccio lungo il fianco con la
mano racchiusa, l’incedere morbido e sciolto. Tutto questo la rendeva bellissima.
Poi ci furono solo loro due e le loro parole che si rincorrevano,
incrociandosi da un argomento all’altro, tra un sorso di vino e uno sguardo alla
piazza. Mai prima d’ora Marco aveva amato tanto la Provenza, ma in quel giorno
insieme a lei, avrebbe potuto amare tutto, anche le nebbie padane, perfino le
lunghe giornate di pioggia torinesi. Finché quasi per caso, il loro parlare divenne
più intimo e lui volle sapere di più della sua vita e della sua famiglia.
<<Sono divorziata da anni, e mio marito vive ora in Costa d’Avorio. Ho una
figlia, Amelie, che abita a Parigi ed ha un buon lavoro come dirigente in
un’azienda di marketing. Ho vissuto per molti anni un poco più a sud ad Elapse,
ma dopo il divorzio mi sono trasferita a Villeneuve, la zona residenziale di
Avignon dove abito, da sola. Mi occupo di geologia e geofisica da sempre e per
questo devo andare spesso a Lione, Parigi e anche all’estero: la prossima
settimana ad esempio, partirò per un viaggio di un mese in diverse città d’Europa.
Per anni ho diretto un gruppo di studio che mi impegnava molto, ma da qualche
tempo l’ho lasciato per gestire la mia vita anche in funzione dei miei interessi.
Fare tutto quello che gli impegni di lavoro mi hanno sempre impedito di fare.
Studiare il tango e, se in autunno riuscirò a trovare del tempo, l’italiano.
<< Potremmo fare uno scambio, italiano contro francese cosa ne pensi? >>
<< Sarebbe magnifico, le uniche mie esperienze con la tua lingua sono un viaggio
a Roma e Venezia, ma devo dire che l’italiano che sentivo parlare in quelle città è
ben strano, molto diverso da quello della letteratura o del cinema. Perché? >>
Doppio salto mortale pensò lui, come faccio a spiegarle il motivo della
varietà dei nostri dialetti che deformano pesantemente, nella cadenza e
nell’accento, quella che dovrebbe essere la lingua madre? Si imbarcò
coraggiosamente nel racconto delle varie presenze straniere e delle influenze che
avevano avuto sia sulla lingua originale, sia nel dar vita a quell’insieme di regni,
ducati e marchesati che era stata l'Italia. Dalla sua espressione capì che non aveva
inteso molto, vuoi per la povertà del suo vocabolario, vuoi perché tutta la
questione non era per niente chiara in sé stessa. Figurarsi poi ad una francese
abituata a vivere in un Paese che per secoli, aveva avuto un regno, un impero ed
una repubblica. Durante quella conversazione così impegnativa, avevano intanto
lasciato il ristorante e si erano avviati verso la Place de L’Orologe. Diretti verso

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un bar nel quale, lei diceva, si poteva bere un caffè quasi italiano.
Percorsero metà della piazza e si trovarono di fronte ad una grande, colorata
e musicale giostra Carousel a due piani. I bianchi cavalli, seguendo la rotazione
che li teneva per sempre incatenati a quel mondo di favola, ondeggiavano
mimando una corsa impossibile verso la libertà. I piccoli frammenti di specchio,
incastonati lungo il bordo superiore della giostra, riflettevano l’azzurro del cielo
mentre la musica dolce di un organetto si spandeva intorno. Svoltarono a destra
in una delle tante viuzze che circondano il piazzale e lui, per aiutarla a superare gli
ostacoli dati da marciapiedi troppo alti o troppo stretti, le prese il braccio. Era
bello sentirla accanto a sé, passeggiare per Avignone in silenzio, godendo della
sua compagnia.

Sotto di loro, un poco più in basso, si snodava una piccola strada molto
caratteristica, su un lato della quale si intravedevano grandi pale in legno
parzialmente immerse in un piccolo corso d’acqua: ferme ormai per sempre,
potevano testimoniare l’antica presenza di mulini. Era una strada che lui non
conosceva e le chiese se potevano percorrerla. Lei assentendo con il capo,
sembrava ancora una volta rivolta all’interno di sé stessa, in ascolto di chissà quali
vibrazioni, celiò lui fra sé e sé. Discesero per un buon tratto, sino a trovarsi tra
case molto antiche, anche se ben ristrutturate: tutte costruite con la pietra bianca
della Provenza e con persiane gialle e azzurre che ne ingentilivano la linea. Un
grande cartello turistico indicava che si trovavano nella Via dei Tintori, dove
all’epoca delle Crociate, si producevano i tessuti e le tele provenzali che
riportavano motivi provenienti dall’India. Per questo venivano chiamate
Indiennes. Inoltre dava l’indicazione che in una delle vecchie case, ormai crollata,
aveva abitato Nostradamus, durante i suoi studi ad Avignone. Medico, scienziato,
astrofilo, alchimista, farmacista, esperto di geomanzia e radioestesia così veniva
presentato uno degli uomini più celebri del rinascimento. Dopo aver letto il

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cartello, Marco non poté fare a meno di voltarsi verso Anne, per scoprire che lo
guardava intensamente, come se volesse spiare le sue reazioni. Senza dar molto
peso alla sua occhiata, le chiese:
<< Hai visto che Nostradamus era un tuo antesignano? Io non sapevo che fosse
anche radioestesista. >>
Lei lo guardò stupita, come se le avesse chiesto qualcosa di assurdo:
<<Perchè mi chiedi una cosa così bizzarra ? Sono cose d’altri tempi, morte e
sepolte: perché ti interessa quell’uomo, quel pazzoide visionario? >>
<< Ieri mi hai chiesto se sapevo che la mia Torino viene ritenuta da molti una
città magica: è vero, potrei andare avanti per ore e ore a descriverti l’atmosfera
misteriosa che alcune zone della città fanno trasparire. Alcune dicerie sono solo
leggende ma altre… ti faccio un esempio: Papa Voytila, visitò la città nel 1988 e
fu preso da uno strano malore, lui così forte, che lo lasciò senza forze. Più tardi
disse: “La città di Torino è per me un enigma, ma dalla Storia della Salvezza, sappiamo che
là dove ci sono i Santi c’è anche un altro che non si presenta con il suo nome, ma come il
Principe di questo mondo, il Demonio …Quando ci sono tanti Santi è perché ce n’è bisogno
(Torino è una delle città italiane che ne possiede di più )… Torino ha bisogno di una
conversione eccezionale, superiore”. Queste parole misero in imbarazzo la Santa Sede,
tanto che l’allora cardinale Ratzinger dovette rappezzare le cose affermando che:
“La luce risplende là dove il buio è fitto”.
Torino è percorsa da infinite vie sotterranee, cunicoli, anfratti e caverne in
lungo e in largo, dai camminamenti della Cittadella, costruiti dai Savoia quando
voi, proprio voi francesi volevate invaderci, alla strada carrozzabile che portava il
Re dalla sua amante, al di là del fiume Po.
Insieme a tante leggende, vi è anche quella di Nostradamus che l’ha visitata
nel 1559, quando venne a far visita a Margherita di Valois e al duca Emanuele
Filiberto di Savoia. Per aiutare i due sposi ad avere un figlio oppure, come dicono
gli esoteristi, per entrare nelle misteriose Grotte Alchemiche torinesi. Portava con
sé un olio profumato, che “ indubitabilmente fa sì che la donna rimanga incinta
per quanto poca virtù abbia l’uomo “. Quale che fosse il suo intento, predisse la
nascita dell’erede, disse che si sarebbe chiamato Carlo Emanuele, e sarebbe
divenuto il più grande capitano del suo tempo. Inoltre compilò un oroscopo in
cui collocava la sua morte esattamente nell’anno in cui avvenne, il 1566. >>
Si interruppe vedendo l’espressione di lei che, oltre allo stupore, manifestava una
sorta di fastidio, come se una piccola luce di allarme si fosse accesa nei suoi occhi.
Si affrettò a rassicurarla:
<< Ti chiederai perché so queste cose. È presto detto, qualche tempo fa ho
scritto un saggio sulla sua vita e ho dovuto documentarmi molto. Come tutti i
grandi umanisti di quel tempo, è una figura molto affascinante. Perché lo hai
definito un pazzo? >>

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<< Perché qui in Provenza, a parte quelli che lavorano nel turismo e lo vendono
come un’attrazione da circo, noi non ne possiamo più di sentir parlare delle sue
centurie strampalate e indecifrabili, che possono voler dire tutto e niente. >>
Ancora una volta, nel vederla così accesa su un argomento tanto lontano nel
tempo, Marco si stupì: in fin dei conti il cartello aveva solo scopi turistici e poi lui
sapeva che nella sua epoca Nostradamus, profezie a parte, era considerato uno dei
medici più valenti. Decise di non replicare.
Abbandonata la via dei Tintori, dopo un poco sbucarono in Place Crillon,
una piccola e deliziosa piazzetta che assomigliava moltissimo a quelle italiane del
sud, con la cerchia delle giovani piante tutto attorno, le aiuole ben curate ed i
caffè con i tavolini e le sedie in ferro battuto. Si sedettero in uno di questi e lui
poté assaggiare una buona imitazione di caffè italiano, profumato, denso e forte
come a lui piaceva; niente a che fare con il quarto di litro di liquido bruno,
inodore e purtroppo non insapore servito abitualmente. Con una delle sue
abituali associazioni d’idee, ricordò con affetto quanto gli aveva detto
innumerevoli volte la sua nonna salernitana sul caffè, e sentì il bisogno di farne
partecipe Anne:
<< Sai Anne, mia nonna era una gran donna del sud, colta e dai modi raffinati:
quando mi preparava il caffè, ripeteva ciò che aveva detto l’anarchico Bakunin. Il
caffè deve essere “ nero come la notte, caldo come l’inferno e dolce come l’amore
“. Per noi italiani non è solo una bevanda ma molto di più, è una pausa è un …
momento di riflessione; per questo non mi piace berlo in piedi, al bancone dei
bar. >>
<<L’espressione del tuo viso, mi fa pensare che l’amavi molto non è vero? E
tuo padre da dove proveniva? >>
<< Da Venezia, ed io penso di essere stato un ragazzo molto fortunato, perché
ho potuto passare per anni le vacanze estive a Venezia e a Salerno, conoscendo in
questo modo la gente del nord e del sud Italia che, in quell’epoca, era abbastanza
diversa. Andare al sud allora era quasi come andare all’estero.>>
<< Dev’essere stato molto bello fare le vacanze a Venezia con tutto il tempo a
disposizione e non con una sola settimana in cui l’elenco delle cose da non
perdere ti incalza continuamente e diventa opprimente … >>
<< Certo, era bellissimo vagare per i canali e nelle strette vie per poi uscire d’un
tratto in un campiello, che è una piccola piazzetta veneziana …>>
<< Il Campielò...non è una commedia di Goldonì?
Marco non riuscì a trattenersi dal ridere di fronte a quella buffa accentazione
finale.
<< Scusami, ma è molto strana la vostra abitudine di mettere sempre l’accento
sull’ultima vocale… si ottengono a volte effetti comici imprevisti. Scusami non
ridevo di te. Si è una commedia di Goldoni al centro della quale c’è appunto una

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piazzetta, un campiello; la piazza a Venezia si chiama campo, il campiello è
circondato da case povere e abitate da quella umanità rumorosa e allegra che a lui
piaceva tanto. È difficile spiegarti il suo teatro, perché è legato al parlare
veneziano, molto musicale; le ciacole, le baruffe delle sue commedie e
particolarmente di quella, diventano poesia e musica cantate dal coro dei
personaggi. Ricordo ancora quando mio padre si appartava con le sue sorelle in
visita da noi a Torino, sentivo un flusso di parole che sembrava un poco… una
cantilena. >>

Dato che lei pareva non capire, la imitò facendola ridere e quando lei gli disse che
le piaceva il suo modo di imitare, per divertirla le illustrò le cadenze che nei luoghi
comuni, hanno alcune lingue.

<< Eine kleine nachtmusik ad esempio - le spiegò, caricando molto l’accento


tedesco - sembra un comando per addestrare un pastore tedesco, eppure vuol
dire “ una piccola musica notturna “ una serenata insomma, scritta da Mozart per
una festa. >>
<< Et pour les francais? E sui francesi cosa mi puoi dire? >> lo provocò lei.
Marco pensò al terreno minato in cui si era cacciato, sapeva che su certe cose i
francesi sono suscettibili, ma volle proseguire lo stesso e, portando un poco in
avanti le labbra come per baciare e mimando un eccessivo sussiego, emise una
serie interminabile di borbottii incomprensibili. Fortunatamente lei rise e lui tirò
un plateale sospiro di sollievo facendole capire così, che si rendeva ben conto del
rischio corso. Pensò che quello fosse il momento più opportuno di darle il regalo;
lo estrasse quindi dallo zainetto, le aprì la mano e la richiuse sull’involucro.
<< Un piccolo dono per te >> le disse.
Lei ebbe come un singulto, una sospensione del respiro, simile al gesto di
sorpresa di un bimbo:
<< Un regalo per me ? Ma grazie, mi piacciono i regali. Che cos’è? >> chiese
impaziente mentre lo scartava. Nel vedere il rosso cuore, gli sorrise apertamente,
<< come potevi sapere che io adoro il vetro? E questo è di un rosso così caldo!
>>
<< Volevo lasciarti prima di partire, un ricordo del nostro tango di questa notte
>> disse lui e lei rispose con un abbraccio tenero e lungo.
<< Grazie Marco >> gli disse ancora.
In quel momento lui ebbe l’ispirazione che avrebbe segnato per sempre la loro
storia, come se una voce interna gli suggerisse le parole.
<< Io vorrei avere tanto tempo per parlare con te, abbiamo così tante cose da
dirci e sento che insieme stiamo bene >> lei assentì col capo << ma domani
dovrò partire. Per poter rubare un poco di tempo, ho due proposte da farti. La

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prima è che questa sera io cerchi un hotel qui ad Avignon e se tu sei libera,
passiamo la serata insieme. La seconda … >> con una sicurezza che stupì per
primo lui stesso, trovò parole che suggerivano quasi l’ineluttabilità di quanto le
proponeva. << La seconda è che noi ... noi restiamo insieme anche questa notte
ma ... credimi ti prego, senza fare l’amore, insieme soltanto per parlare e per
conoscerci meglio, perché saremo poi lontani per più di un mese …>>
Lei ripeté la sospensione del respiro, il suo viso ebbe una lieve e rapida esitazione,
come se stesse lottando per non essere banale nel sottolineare di non essere
donna da accettare di far l’amore con il primo venuto e ancora una volta lui si
sentì ispirato nel proseguire:
<< Vedi Anne io penso che il sesso falsi tutto, l’attrazione fisica può creare
legami che impediscono di conoscersi più a fondo ed in seguito arrivano prima o
poi le delusioni... >>
<< E’ così, anche io lo penso, il sesso maschera i veri sentimenti. Vi sono
relazioni che si sostengono solo su quello lo ammetto, ma a me questo non
interessa, io voglio partager che è la parola francese per dire condividere e
partecipare, con un uomo i miei interessi e le mie passioni. >>
<< Allora sei d’accordo? Vuoi anche tu rimanere con me questa notte? >>
<< Si Marco, anche io sto bene con te, spero solo che saremo così forti da
resistere, sai tutta una notte … >> e gli regalò un sorriso monello, prima di
proseguire. << Mia figlia Amelie, è da me per qualche giorno di vacanza insieme
ad un’amica e questa sera dovrò cenare con loro; potrò raggiungerti dopo, se non
ti dispiace restare da solo a cena. >>
<< Non importa, sono così felice che tu abbia accettato e mentre tu sarai via, io
potrò cercare un albergo e visitare Villeneuve che, questa volta è vero, non
conosco. Quando tu sarai libera, potremo ritrovarci e fare ancora due passi prima
di ritirarci; queste notti avignonesi sono così belle da sembrare magiche. In fondo,
dobbiamo a loro il nostro incontro.>> Anne annuì e sorridendo ancora gli
rispose:
<< D’accordo, ma non penso che ti sarà facile trovare un albergo libero, non
dimenticare che in agosto abbiamo molti turisti; ora chiamerò una signora, una
nobile decaduta, che affitta alcune camere al di là del ponte sul Rodano, a
Villeneuve. Vi mando sempre i miei amici di Parigi, quando sono ad Avignone
>> ed iniziò a comporre il numero sul cellulare. La sua conversazione con
l’affittacamere, si svolse in un francese di cui lui non capì una sola parola, pareva
un misto di occitano e francese antico e se ne chiese il motivo: probabilmente la
nobiltà decaduta a cui aveva accennato Anne, si riferiva a qualche secolo addietro,
quando l’occitano era la lingua ufficiale. Comunque ora avevano la loro camera e
rinfrancati da questa sicurezza, ripresero a parlare del prossimo viaggio di lei.
Pareva che il gruppo di studio di cui sino a poco tempo prima faceva parte,

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dovesse confrontare i dati emersi dallo studio del campo geomagnetico del sud
della Francia, con i dati di altre comunità scientifiche europee. Negli ultimi due
anni si erano verificate fortissime anomalie magnetiche che non parevano essere
di origine naturale o artificiale.
<< La Provenza non ha grosse quantità di minerali ferromagnetici che
provocano anomalie naturali, come avviene per esempio in Italia nelle isole
Capraia, d’Elba, Lipari, Catania e, forse non lo sai, pure nel tuo Piemonte. >>
precisò lei.
<< Ma che effetto possono avere queste anomalie, sulla vita di tutti i giorni? >>
<< Le anomalie artificiali derivano dall’interramento di masse o oggetti di natura
ferro-magnetica e la ricerca geoelettrica, con il georadar, porta a scoprire fusti
metallici di rifiuti tossici nelle discariche abusive sepolte: tu dovresti saperlo, dato
che da voi le varie mafie si sono arricchite con i rifiuti tossici. Inoltre si possono
scoprire gasdotti e tubazioni in generale. Per lo studio del campo magnetico
terrestre e tutte le sue relazioni su quella che tu chiami la vita di tutti i giorni, si è
resa necessaria la creazione di una cartografia precisa e aggiornata. L’International
Geomagnetic Reference Field, del quale faccio parte, elabora ogni 5 anni tutti i
dati disponibili su scala planetaria e redige quelle carte dal punto di vista
previsionale. Purtroppo il campo geomagnetico non è stazionario ma va soggetto
a variazioni temporali in tutte le sue componenti, sia in termini di direzione che di
intensità; per arrivare a vere e proprie inversioni di polarità magnetica che
colpiscono simultaneamente tutte le regioni della Terra. Oggi viviamo in una fase
di polarità normale iniziata 780.000 anni fa, mentre precedentemente vi era stata
un’epoca con polarità inversa detta di Matuyama.>>
<< Quello che mi sconvolge di voi geologi o geofisici, è il sentirvi parlare di
migliaia d’anni come se niente fosse. Ti fa sentire un’effimera, uno di quegli
insetti che, vivendo solo poche ore, hanno la bocca atrofizzata per non perdere
nemmeno una frazione della loro vita nutrendosi. Come fate a non sentirvi
annichiliti dalla lentezza con la quale si svolgono i fenomeni che studiate? Potresti
iniziare ad osservare qualcosa che si compirà soltanto fra centinaia d’anni ed il tuo
apporto potrebbe essere solo infinitesimo, non è così? >> Il sorriso di lei ora
aveva un’ombra di condiscendenza.
<< Tu ragioni in questo modo perché consideri la terra soltanto una superficie
sulla quale muoverti e non come un organismo vivente che ha milioni di anni. Se
tu avessi passato come me anni ed anni a cercare le anomalie nel campo
magnetico terrestre attraverso una forcella da rabdomante, sentendo il magico
respiro della terra che percorrendo le epoche giunge sino a noi, se tu avessi
sentito le correnti sotterranee che erompono da buie caverne… >>
Si interruppe come colpita da quanto lei stessa aveva detto e dalla foga che
immetteva sempre quando parlava del suo lavoro. A lui pareva inspiegabile il fatto
che in ogni occasione nella quale si lasciava andare manifestando la sua passione,
subito dopo subentrava un’autocensura che la portava a interrompersi, quasi si

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pentisse di averlo fatto. Cosa poteva esservi di male nell’entusiasmo per le proprie
idee, quali erano i motivi per i quali si censurava? La conferma di quanto stava
pensando, l’ebbe dalle parole che lei, subito dopo gli disse.
<< Debbo confessarti che io non parlo con nessuno del mio lavoro, che
considero un argomento per soli iniziati, ma evidentemente tu eserciti su di me
un’attrazione che mi porta a lasciarmi andare, a condividere cose che possono
anche non interessarti… >>
<< Non è così Anne, ti prego di credermi; quanto mi hai detto m’interessa
molto, anche se lo ammetto, non tutto mi è chiaro. La passione, qualunque
passione, mi colpisce sempre. Credo sia la prova dell’esistenza di una piccola
parte divina in noi, quella che troppo spesso è soffocata da desideri più banali,
verso il denaro, il potere e il predominio sugli altri. >>.
<< La conoscenza dà potere e arriva non come un’illuminazione improvvisa ma
come una conquista lenta e progressiva, una spirale che si svolge nel corso di anni
ed anni, nel tempo. Prima mi chiedevi del mio piccolo apporto all’interno di studi
che richiedono secoli. Io porto in me le voci degli spiriti dei miei predecessori,
che mi parlano con un lieve sussurro da lontananze non più sperdute, generazioni
che si alternano sopra e sotto la terra, immortali come il tempo ... >>.
Ancora un’interruzione, questa volta accompagnata dall’allontanarsi della luce che
solitamente animava i suoi occhi: questi parevano divenuti vitrei, inanimati, rivolti
verso luoghi sotterranei e misteriosi nei quali solo lei poteva vedere. Le parole che
aveva pronunciate, contenevano un’inesplicabile oscurità, non avevano niente a
che fare con ricerche scientifiche, misurazioni geomagnetiche e cartografie più o
meno attendibili. Sembravano ispirate a conoscenze antiche e misteriose, a circoli
segreti lontani anni luce dal mondo che li circondava. Ebbe paura di trovarsi di
fronte un’altra Anne, che nulla aveva della donna che lo aveva conquistato
durante una notte di tango.
Questa sensazione lo colpì subitanea e fortissima, sentì un brivido alla base
della nuca e lungo le braccia, come se tutti peli gli si drizzassero. La paura
ancestrale verso l’ignoto, verso qualcosa di talmente alieno che ha lasciato nel
DNA degli uomini il suo segno, una memoria ancestrale di entità da cui bisogna
guardarsi. Eppure la donna che gli stava davanti, era la stessa il cui sorriso lo
aveva incantato la notte prima e per tutto quel mattino. Aveva gli stessi tratti del
viso e, se fossero tornati a guardarlo, gli stessi occhi. La chiamò dolcemente.
<< Anne sono qui con te, ritorna da me >> le disse e lei, riscuotendosi lo
guardò. Era impressionante vedere con quanta lentezza riprendessero vita i suoi
occhi, da quando erano totalmente assenti, a quando giungevano a riconoscerlo,
quasi che lei emergesse da uno stato di apparente incoscienza. Come se nulla
fosse accaduto disse:
<< Bene è ora che vada, mia figlia mi starà aspettando. Ci vediamo dopo cena,
d’accordo? >>

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Lui annuì e lasciarono il caffè, avviandosi verso il parcheggio. Bastò che lei lo
toccasse, per sentire una piccola scossa elettrica, come quando si toccano
inavvertitamente i poli della batteria dell’auto: un leggero formicolio che partendo
dalla mano di lei, lo percorreva tutto, fugando ogni dubbio, ogni paura. La sua
vicinanza aveva un che di magnetico che gli fece pensare, in un fugace lampo di
autoironia, ad un accumulo di tutti i campi magnetici che lei studiava.
Attraverso quel contatto, sentiva il suo essere donna, l’essenza della sua
femminilità, che da sorgenti nascoste all’interno del suo corpo, si propagava alla
parte più sensibile di lui. Un forte desiderio sessuale, quale raramente aveva
provato in vita sua, lo assalì come un’ondata anomala e si domandò come diavolo
avrebbe fatto a rispettare, l’impegno appena preso di una notte di castità. Lei
parve sentire qualcosa, come se il fluido generato dalla sua passione le fosse
arrivato attraverso recettori antichi come la prima femmina comparsa sulla terra.
Si voltò a guardarlo, fermò i suoi passi e gli trasmise con gli occhi il desiderio di
essere baciata. Accostandosi al suo viso risentì il profumo della notte prima, vide
le labbra piene, leggermente dischiuse e accostò le sue, assaporando il sentore di
mandorla del suo rossetto.
Pareva che lei avesse concentrato tutto il suo calore sulle labbra, che sentiva
roventi; la tenerezza che provava si trasformò rapidamente in eccitazione e
affondò la lingua in quella morbida delizia, cercando la sua e unendosi ai suoi
movimenti. Nel baciarla, si era stretto al suo corpo ed ora lo sentiva, gambe,
inguine e monte di venere, protesi verso di lui. In un breve momento di coscienza
si chiese ancora una volta cosa sarebbe stata la notte a cui andavano incontro,
visto che neanche l’essere per strada li aveva potuti fermare; lei si staccò
lentamente e lui vide che i suoi occhi erano profondamente violetti, lucidi di
passione. Pareva un’altra.
Quante altre Anne si nascondevano dentro di lei, quante matrioske avrebbe
dovuto aprire per arrivare all’ultima, la vera Anne. Giunsero infine alla sua auto,
una BMW blu metallizzata e lui la salutò, questa volta con un leggero bacio sulla
fronte; lei rispose stringendo un poco più forte la sua mano poi entrò nella
vettura, gli sorrise ancora una volta e partì.
Dopo averla salutata, sentì il bisogno di sedersi su una delle panchine che
costeggiavano il parcheggio; per cercare di fermare il tremito che sentiva nelle
gambe e per nascondere, in quella posizione, gli effetti evidenti della sua
eccitazione. Non ricordava di essersi mai sentito così scosso dalla vicinanza con
una donna. Anne sembrava racchiudere in sé il fascino di una donna volitiva e
intelligente, con quello di una femmina profondamente passionale. A tutto questo
si aggiungevano i suoi estraniamenti e la ricorrente sensazione che una parte di lei
fosse assente, in ascolto di chissà quali voci lontane; il che le donava una forte
componente di mistero. Durante i loro tanghi, non si era dunque sbagliato ad
interpretare quanto da lei gli arrivava.
Fortunatamente la sua auto era vicina e dopo qualche minuto poté salirvi

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per uscire dal parcheggio e percorrere il lungo Rodano che lo avrebbe portato al
ponte per Villeneuve les Avignon. Nell'attraversarlo, vide davanti a sé la piccola
cittadina medievale divenuta la zona residenziale di Avignone e svoltando sulla
sinistra, seguendo le indicazioni di Anne, si trovò davanti alla palazzina
dell’affittacamere. Dall'aspetto sembrava molto antica, addirittura del seicento. Un
piccolissimo cartello indicava che uno stretto vicolo, che intersecava a novanta
gradi la stradina che stava percorrendo, l'avrebbe portato nel parcheggio del
cortile interno.
Dovette fare una serie di manovre per imboccarlo e mentre operava con lo
sterzo, non poté fare a meno di notare sui due muri laterali, i segni colorati delle
fiancate delle auto di ospiti precedenti. Il parcheggio era invece molto ampio e
per il momento deserto; dopo aver preso la valigia, scoprì che era comunicante
con il corridoio d’ingresso della palazzina. Al suo entrare, fu accolto da una sorta
di contessa che sembrava fuggita pochi minuti prima dell’assalto dei rivoltosi al
Palazzo d’Inverno.
Non le mancava nessuno degli accessori necessari a ricoprirne il ruolo,
bocchino lungo, vestaglia damascata e voce querula compresi. Era alta, di un
biondo platinato che Marco non vedeva più da quando Simon Signoret aveva
interpretato Casque d’Or; il trucco, forse eccessivo, non riusciva però ad
involgarire i lineamenti di quella che doveva essere stata una donna molto bella.
Al collo portava un monile che colpì subito Marco, perché era la copia quasi
identica di quello che aveva visto su Anne. L’unica differenza stava nel fatto che le
tre spirali erano in oro bianco anziché giallo ma questa differenza non alterava
minimamente l’effetto che ebbero su di lui: ancora una volta restò preso dalla
loro stroboscopia, fissò il suo sguardo sulla loro apparente rotazione e
nonostante si dicesse che non era certamente bello rimanere stralunato a guardare
il petto di una signora, non riuscì a distogliersi se non con un grande sforzo.
Anche lei, come aveva fatto Anne, coprì il monile con una mano e lui,
recuperata la lucidità, si chiese perché lo portassero, se quando qualcuno lo
guardava si affrettavano a nasconderlo. In qualche modo riuscì a presentarsi e fu
sommerso dai gorgheggi di un idioma strano, un misto di francese e italiano:
<< Holalà, lalà, bien sur, vous etes messieur Fabianì, bien sur l’italiano per cui ho
riscevuto le coup de fil, la sciamata di quela madame aussi jentile, je suis Madame, solo
Madame è cosi che mi sciamano, venite j’ai preparè la sciamera c’est tres belle, venite
dovete essere bien fatiguè dopo tuti quei kilometres venite, venite …>>
Investito, travolto da quel diluvio di parole, lui la seguì o per meglio dire,
seguì la scia persistente del suo profumo, data la penombra in cui si muovevano.
Limitandosi a borbottii e leggeri assensi con il capo, si chiedeva nel frattempo se
quella prenotazione non fosse un brutto scherzo di Anne. Mentre trascinava la
propria valigia su un tappeto d’ingresso i cui tempi migliori dovevano risalire
all’epoca della caduta dello zar, mentre saliva la scala liberty dalle cui pareti lo
osservava, corrucciata, quella che doveva essere l’intera genealogia di famiglia

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incorniciata al completo, si diceva “ vuoi vedere che questa sera non verrà, vuoi
vedere che ha pensato a me come al solito italiano draguer, che viene in Francia
pensando di conquistare le donne francesi con proposte ipocrite del tipo ‘ ma
non faremo l’amore ’! Sì, te lo do io, ti mando a dormire dalla pazza e vediamo se
riuscirai a prender sonno, dopo che mi avrai attesa per tutta la notte invano. E se
il numero di cellulare che mi ha dato non fosse il suo? “
Allietato da questi allegri pensieri, seguì la signora in una stanza ed ebbe la
sua prima sorpresa; era ampia, molto ampia e arredata con mobilio d’epoca,
compreso un letto a baldacchino dell’ottocento. A lato del letto, un grande
camino in pietra e sulla parete opposta uno scrittoio intarsiato: a fianco la porta
che presumibilmente dava nel bagno. La signora, i cui gorgheggi parevano ora a
Marco meno fastidiosi, aprì anche quella e lui ebbe la seconda sorpresa, un bagno
interamente ristrutturato - doccia e servizi compresi - persino un mobile dotato di
fornello per le petit dejeuner. Piacevolmente colpito da tutto questo, poté prestare
attenzione a quanto Madame stava dicendo.
<< Ah l’Italie je l’adore, da che parte de l’Italie veniva, ah de Turin, oh lalà la
Fiat, Turin c’est la Fiat, mais que charmant il été quel Avocat Agnelì si sciamave n’est pas?
Anche lui non est plus c’est vrai, se ne vano scempre les meilleurs, ma mi dica, è chez
nous per travaglio, e per quanto? >>
Lui riuscì ad infilare in quel torrente alcuni oui, uno o due d’acord ed un finale
splendido desolè, in risposta alla palese delusione provocata dalla conferma che
sarebbe partito il giorno dopo. Madame usava il lungo bocchino come una
bacchetta da direttore d’orchestra, senza quasi mai aspirare dalla sigaretta; doveva
essere stata inserita con una forte pressione, dati i sussulti a cui era sottoposta.
Infine nel salutarlo, quasi gli impose di riposarsi, “ docciarsi “ e con un ultimo
gesto civettuolo gli disse:
<< Profitez de moi tout de suite, perché questa sera sarò fuori >> e gli lasciò le
chiavi della porta esterna e della camera.
Marco, nel ringraziarla, decise di non soffermarsi sul significato di quel “
profitez de moi “ e preso possesso della camera, aprì la valigia per estrarne quanto
gli sarebbe servito per cambiarsi per la serata. Scelse una camicia azzurra, un
pantalone coloniale ed un pull senza maniche blu, tutto sommato ancora senza
troppe pieghe.
La doccia, un grande accappatoio bianco ed una lozione rinfrescante furono
i piaceri che si concesse prima di scostare l'elaborato copriletto e stendersi per
pensare ad Anne e alla notte che si avvicinava. A causa dell'eccitazione che ancora
sentiva dentro, le immagini della giornata appena trascorsa si accalcavano nella
sua mente con uno sfarfallio che gli parve quello di una pellicola da sedici
millimetri, montata da un proiezionista fortemente alterato dal fumo.
Un’immagine che proveniva da una tecnologia morta e sepolta, ma ancora viva
nelle persone della sua generazione. Chiudendo gli occhi, cercò di rivivere i

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momenti della giornata che più l’avevano colpito, ma non gli fu possibile perché
accanto a lei ogni istante possedeva una vibrazione particolare, al di sopra di
quanto poteva ricreare con il semplice ricordo.
Sentì nella mano e sulle labbra la sua presenza e gli giunse vivido come se
fosse lì con lui, il suo profumo. Una donna francese che sino a ieri non sapeva
neanche che esistesse. Sembrava incredibile. C’era, tra loro, quella strana corrente,
quel flusso continuo di sensazioni che lo rendevano sempre più preso da lei e dal
suo fascino: gli pareva di vivere in un sogno proveniente dalla mente di qualcun
altro, in cui la sola regola fosse il lasciarsi andare senza chiedersi nulla. Aveva
sempre letto che nel tango potevano avvenire di questi miracoli, se ne parlava
nella letteratura, ma viverlo era un’altra cosa. Si chiedeva come avesse potuto
ballare per anni con centinaia di donne diverse e, al di là del piacere del ballo, non
sentire nulla. Non c’era trasmissione, solo le piccole scariche elettriche di una
radio che non riesce a sintonizzarsi. Poi in una notte di agosto in Provenza, aveva
stretto nell’abbraccio una donna, aveva iniziato a muoversi con lei e d'improvviso
si era scatenato un diluvio, come se tutte le emittenti del mondo si collegassero
con la sua parabolica mentale. Un’altra prova delle grandi e inesplorate
potenzialità della nostro intelletto.

Con il pensiero ancora rivolto a lei, si alzò per vestirsi e nel raccogliere dallo
scrittoio il portafoglio, vide che era in realtà un magnifico secretaire in mogano
rossastro: la parte superiore era intarsiata con legni pregiati, mentre le gambe
riportavano decori in ottone dorato. Dalle conoscenze acquisite nell’aver scritto
un saggio sull’Università dei Minusieri Torinesi del ‘600, Marco ritenne che fosse
un mobile francese molto antico, probabilmente proprio del ‘600. L‘arte
dell’ebanisteria aveva già raggiunto in Francia, in quell’epoca, una perfezione che
aveva ispirato i grandi ebanisti piemontesi.
I mobili di quel tipo avevano all’interno uno scarabattolo, una serie di
piccoli cassettini per riporre gioielli e documenti e spesso in uno dei cassetti si
celava un vano segreto. Il mobile era conservato molto bene e passando una

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mano sulla superficie, si accorse che l’intarsio non aveva subito squamature
causate dal tempo: aprì completamente un cassetto laterale e si accorse che era di
una profondità molto inferiore a quella del secretaire, segno che il cassetto
nascondeva qualcosa. Estratto del tutto il cassetto e posatolo per terra, si chiese
se non fosse indiscreto mettere le mani nel mobile di Madame, ma il cassetto era
vuoto e la passione che aveva sempre avuto per i mobili antichi lo spinse a
continuare. Inserì il braccio all’interno del vano che aveva contenuto il cassetto e
trovò una parete che, se non fosse stata a metà dello scrittoio poteva sembrarne il
dorso posteriore; passò la mano lungo tutta la superficie della parete, premendo
di tanto in tanto sul legno finché sentì che nella parte centrale una piccola sezione
stava cedendo. Spinse ancora più a fondo e si trovò sotto le dita un incavo che
poteva servire da maniglia, tirò verso di sé vincendo la resistenza di incastri che
evidentemente non venivano sollecitati da moltissimo tempo, e si trovo davanti lo
scarabattolo, una scacchiera di cassetti di tutte le forme, completamente vuoti.
Non poté fare a meno di ammirare, nonostante la polvere che li ricopriva, la
perfezione con cui erano realizzati i vari scomparti e si chiese se anche in questo
mobile fosse nascosto un vano segreto. Sporgendosi in avanti, passò le mani sul
dorso dello scarabattolo per cercare intagli, rientranze o fessure che potessero
rivelare un meccanismo di apertura nascosto, ma la superficie era perfettamente
liscia. Chinandosi ancora di più sino ad appoggiare il petto allo scrittoio, tastò con
le dita anche la parte inferiore dei cassetti e sentì le guide su cui scorrevano: erano
stranamente cilindriche. Ricordò che molti ripiani estraibili dei mobili del tempo
si appoggiavano su tiretti cilindrici a baionetta. L’unica stranezza era
rappresentata dal fatto che il diametro delle guide era assurdamente grande
rispetto al peso che doveva sostenere. Forse l’unica cosa da fare era accovacciarsi
sotto il secretaire per verificarne la ragione. Passato dall’altra parte e chino sino ad
infilarsi sotto il piano, vide che l’abatjour che illuminava la stanza era troppo
discreto, per rischiarare anche la parte nascosta del mobile.
Si rialzò e prese il portachiavi dell’auto, nel quale era inserita una
piccolissima pila alogena; serviva ad illuminare la serratura, nel caso di buio pesto
o di alterazione alcolica. Ritornato sotto il mobile e con l’aiuto della pila, vide che
le guide erano - altra stranezza – in ottone. Un’improvvisa ispirazione lo spinse a
battere con una delle chiavi contro di esse: il suono gli diede la prova di quanto
aveva immaginato. Almeno una delle guide era cava. L’unica ragione di questo
poteva essere che la guida stessa, per quanto cilindrica, potesse fungere da
nascondiglio segreto; un documento arrotolato poteva entrarci senza fatica.
Restava solo da scoprirne l’apertura di accesso. Passò l’indice sul fondo piatto e
scoprì una piccola scanalatura, provò ad infilare una chiave a mo di cacciavite ma
non entrava, dovette quindi rialzarsi e prendere nella giacca una moneta da due
centesimi di euro. La sua ricerca si stava dimostrando un’attività ginnica
impegnativa e quando ritornò sotto il mobile, seppe che avrebbe dovuto rifare la
doccia prima di uscire.

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Inserì la moneta nella scanalatura e forzando un poco sentì che iniziava a
ruotare, segno che la parte terminale della guida era formata da un vero e proprio
tappo, avvitato internamente. Lo ripose nel taschino della camicia e con l’ansia
che gli derivava dall’aver intuito il segreto di quel mobile antico, infilò il dito
medio nella guida sino a che sentì al tatto la presenza di un rotolo di carta che tirò
delicatamente verso di sé. La luce della pila, gli rivelò che aveva nelle mani
qualcosa che era rimasto nascosto per molti anni, perché si trattava di un foglio di
pergamena, un materiale che non si usava più da secoli.
Prima di rialzarsi verificò se anche l’altra guida contenesse un segreto ma era
vuota, quindi ricompose entrambi i tappi e uscì dalla scomoda posizione che
aveva dovuto mantenere durante la sua ricerca. Indeciso tra leggere il contenuto
della pergamena e rifare la doccia, risolse di togliersi la camicia, asciugare il sudore
sulla schiena e sul viso e riprendere il manoscritto. Aprì il rotolo fortemente
deformato dalla costrizione nel cilindro, lo appoggiò allo scrittoio per distenderlo
meglio e vide che i caratteri gotici si stagliavano ancora ben visibili sulla
cartapecora, nonostante le macchie del tempo.
In un latino ieratico dicevano:

“ Tu che hai ritrovato questo scritto, diffida di coloro che portano il


segno del Triskell, essi sono

nemici della verità perché solo ad essi vorrebbero fosse riservata. Ma


il Sommo Artefice ha disposto che la Grande Opera, la pietra
trasmutatoria, resti ancora lontana dalle loro brame. Non è uccidendo il
vivo per rianimare il morto che si ottiene il corpo misterioso, il mercurio
dei saggi, l’amalgama filosofico ma con l’umiltà e la fede, quella che loro
hanno persa. Il nostro maestro, Michel de Nostredame, ottenne la
conoscenza prima dal magnetismo della terra e dal potere delle acque e
poi nelle Grotte Alchemiche, nel sottosuolo della città italiana di Torino. In
quel luogo sotterraneo, trovò la preveggenza e l’immortalità e intravvide il
giorno in cui il Nord diverrà il Sud e viceversa. Lui si ispirava agli antichi
insegnamenti, al respiro della Terra, alle correnti del tempo che ritorna.
Coloro che si definiscono gli Eletti del Triskell, che hanno distorto l’antico

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sapere, che diffondono la bestemmia di un tempo a spirale, gli ingiunsero
di rivelare il suo segreto. Il Maestro conosceva troppo bene la loro sete di
potere, la brama di ottenere il dominio sulle cose e rifiutò. Io qui denuncio
per la prima volta, ciò che il mondo non conosce, l’assassinio del grande
uomo, perpetrato giorno per giorno a poco a poco. Gli Eletti sanno che io
so e mi sorvegliano, temo che mi uccidano come hanno fatto più volte in
passato con altri confratelli Compagnons che, come me, si opponevano al
loro potere. Lascio dunque a te che mi hai trovato, ciò che il Maestro ci ha
rivelato sulle Grotte Alchemiche: La loro esistenza ed il passaggio per
accedervi è un segreto tramandato di generazione in generazione
giungendo sino a me. Nel cuore nero della città, in posizione infausta per
il tramonto del sole, sta la Vallis Occisorum. Attraverso lei si accede alla
porta dell’inferno. Con questo nome noi abbiamo mascherato per secoli,
l’ingresso alla conoscenza.
Ricorda, la luce dell’alba si addice allo zaffiro.
Firmato: Franciscus Valeirole, in Salon il 12 maggio 1703

Marco rilesse ancora e ancora lo scritto, con la speranza di capire qualcosa


di più su quanto gli aveva dato la prima e affrettata lettura. Inutilmente perché era
chiaramente rivolto ad un iniziato o per lo meno ad un contemporaneo, per il
quale quella terminologia poteva essere familiare. Le sole considerazioni che
poteva trarne erano poche e paurose:
- il documento era antico, come testimoniava la pergamena, un supporto alla
scrittura che non veniva usato ormai da secoli: le macchie giallastre sui bordi,
indicavano l’effetto degli anni.
- la proprietaria del mobile, cioè Madame, non sapeva dello scomparto
segreto.
- se ricordava bene quanto aveva letto all’epoca delle sue ricerche su
Nostradamus, Salon era proprio la cittadina in cui era vissuto per quasi tutta la
vita.
- accanto alla parola Triskell, era disegnato un simbolo, lo stesso riportato
nel medaglione che la stessa Madame, e purtroppo anche Anne, portavano al
collo.
Non poteva essere una burla, non si mette una pergamena autentica, che
oggi avrebbe un valore collezionistico molto alto, dentro ad un secretaire che da
un antiquario poteva essere valutato non meno di centomila euro, per burla: di
conseguenza qualcuno aveva fatto giungere, attraverso i secoli, quell’ultimo
avvertimento prima di fuggire o essere ucciso. Maledetta la sua curiosità, se non
avesse aperto il cassetto segreto, a quest’ora starebbe passeggiando per le strade

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di Villeneuve in attesa di Anne e non si troverebbe a dover decidere se rimettere
a posto il documento, parlarne con lei o tacere del tutto.
Si impose di calmarsi e per liberarsi dell’ansia, posò le mani sulle gambe
leggermente piegate e arcuate, chiuse gli occhi e iniziò una serie di respiri lenti e
profondi. Un lontano ricordo degli esercizi preparatori alle sedute di karate che
aveva praticato da giovane. Come sempre quella pratica lo calmò e portò la sua
mente verso considerazioni più immediate: per prima cosa, rimise a posto i due
cassetti, si spogliò del tutto ed entrò nella doccia. Lasciando scorrere a lungo
l’acqua, alzò il viso verso il getto; il mal di testa, che poco prima si stava
annunciando con il pulsare alle tempie, lentamente svanì e lo lasciò libero di
decidere cosa fare.
Due forze contrastanti lo trascinavano verso direzioni opposte. Una gli
imponeva di parlare con Anne, per non iniziare un rapporto al quale teneva molto
con una menzogna. L’altra, più radicata all’interno della sua mente, gli lanciava
messaggi di allarme e avvertimento. Che cosa sapeva in definitiva di lei? Nulla, al
di fuori di quanto gli aveva raccontato e anche quel poco era fortemente
influenzato dagli strani atteggiamenti che aveva più volte assunto. Per di più,
avrebbe dovuto confessare di aver messo le mani dove non doveva. Decise quindi
che per ora avrebbe taciuto, in attesa di conoscerla meglio. Si rivestì in fretta
rendendosi conto che la sua investigazione antiquaria, gli era costata la cena.
Doveva almeno andare fuori, per non dover giustificare con lei tutto il tempo
trascorso in camera.
Questo pensiero lo colpì e si arrestò a metà strada tra il bagno e il secretaire:
perché aveva usato la parola, giustificare? Aveva forse acquisito nei suoi confronti
un atteggiamento di soggezione? Dovette confessare a sé stesso che la personalità
di lei sicuramente lo sovrastava ed ora, dopo il fortuito ritrovamento, un poco lo
spaventava. Nascose la pergamena in uno scomparto della valigia e dopo aver
chiuso silenziosamente la porta della camera, scese le scale cautamente. I ritratti
alle pareti, questa volta gli parvero molto meno risibili; quanti di loro erano stati
adepti del Triskell o come diavolo si chiamava quel simbolo? Automaticamente, il
suo sguardo cercò sul collo di ognuno la presenza di quel monile, ma la
penombra gli impedì questa verifica.
Al termine della scalinata, la luce che filtrava da una porta socchiusa gli fece
capire che Madame era ancora in casa e ringraziò il folto tappeto che lo salvava da
un’altra surreale e molto probabile conversazione. Ancora in punta di piedi, si
avvicinò alla grande porta d’ingresso, soffocò come poté il cigolio dei cardini, la
richiuse con una manovra al rallentatore e imprecando un poco contro lo scatto
del chiavistello, fu finalmente in salvo.
Il grande orologio barocco sul campanile della chiesa di fronte segnava le
nove e trenta, aveva più o meno mezzora prima dell’incontro con Anne.
Camminando sotto un porticato molto simile a quelli piemontesi, raggiunse una
piazzetta nella quale convergevano altre due vie. Una di queste portava

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l’indicazione per “ La Chartreuse “, l’altra verso il viale da cui era arrivato
lasciando Avignone. L’aspetto medievale della cittadina era presente ovunque, nei
grandi portali in legno, nelle pietre del selciato e nelle insegne dei negozi che vi si
affacciavano. Una scuola di musica aveva finestre che davano su giovani musicisti
concentrati su un violoncello, una viola da gamba ed un flauto: la musica che si
levava dai loro archetti, che incalzava e si espandeva sulla strada, con il suono di
un allegro e cristallino ruscello - Vivaldi forse - lo calmò un poco.
Una vetrina esponeva le iniziative culturali della Municipalità, teatro francese
d’avanguardia, farse di Feydeau e musica, molta musica, nelle sale della
Chartreuse. Pochi e frettolosi i passanti avviati verso casa, rare le auto: la cittadina
aveva un’ampia zona pedonale che favoriva l’idea di un’oasi di pace. Era
comprensibile che fosse divenuta il sobborgo residenziale di Avignone. Numerosi
ristoranti presentavano “ le plat du jour “ scritto a mano in varie e poco
comprensibili grafie; i menu erano provenzali, francesi e nord africani. Persino un
ristorante vietnamita offriva in evidenza i suoi involtini, insieme all’infinita varietà
di risi. Tutti avevano comunque un’aria molto pulita e accogliente.
Villeneuve stessa era molto graziosa, con l’architettura provenzale della
pietra chiara presente in tutte le case e l’uniformità dei suoi colori, l’ordine delle
strade e l’armonia delle piazzette. In una di queste, trovò un piccolo caffè che
aveva tavolini all’aperto. Si sedette per bere un pastis e si guardò attorno; gli altri
tavoli, erano quasi esclusivamente occupati da uomini che chiacchieravano
fittamente, nel tipico modo pieno di rotacismi dei maschi francesi. Nella carta che
la cameriera gli portò erano anche comprese alcune tapas, l’equivalente spagnolo
degli stuzzichini italiani dell’aperitivo e decise di cenare con quelle, sperando che
l’agitazione che avvertiva nel petto, si calmasse.
Continuava a chiedersi l’origine della pergamena, ripetendosi nella mente
quanto vi era scritto e cercando di interpretarlo: le poche frasi comprensibili nel
senso, erano terribili nel significato. Se non era un falso, parlava dell’omicidio di
uno degli uomini più famosi del cinquecento, e di altri omicidi, perpetrati da una
setta chiamata degli Eletti. Secondo il documento, a loro si opponeva un gruppo
di dissidenti che si presentava col nome di Compagnons. Di chi? E cosa diamine
era la Vallis Occisorum a Torino?
La bionda cameriera lo servì con un intrigante sorriso, da esperta
conoscitrice di turisti maschi single, mentre la sera si avviava rapidamente verso la
notte. Il cielo stava passando dal color rame scuro al blu violetto che segue il
tramonto; già da qualche tempo Sirio, la luminosa stella della sera, era uscita
dall’ombra del campanile per fare da staffetta ad una bianca e splendente luna di
agosto. Dopo aver assaggiato le tapas che erano ottime, decise di avvicinarsi al
luogo del suo appuntamento con Anne e proprio in quel momento il suo cellulare
vibrando, compose sul display il suo nome.
Al suo si, sentì la voce di lei che gli diceva un semplice e sensuale “j’arrive “.

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Ci sono parole il cui significato può avere maggior fascino con l’uso di una
lingua piuttosto che un’altra. Forse il tutto è solo soggettivo, ma a lui parve che
quella parola, “ j’arrive “ scacciasse di colpo tutti suoi dubbi, dandogli nel
contempo la consapevolezza del potere che quella donna aveva su di lui. Era
bastata la sua voce, per ridargli la calma e la fiducia in se stesso.
Quando se la ritrovò dinnanzi le sorrise e la baciò sulla guancia; lei ricambiò
il suo sorriso, ma con una sorta di calma fiducia, che poteva tradire una più intima
e profonda emozione. Tra loro c’era una lieve sospensione, un’aspettativa che
cercarono di mascherare avviandosi sottobraccio e chiacchierando. Forse per
alleggerire la tensione Anne gli chiese:
<<Che impressione ti ha fatto Madame? Cosa ti ha detto, ha parlato molto?
>>
Lui le rispose facendo un breve e comico resoconto del suo incontro, non
tralasciando neanche dei suoi dubbi sul fatto che la prenotazione fosse tutto uno
scherzo. Ripassarono dalla strada che lui aveva percorso poco prima e lei rifiutò
l’invito a bere qualcosa prima di ritirasi.
<<Non bevo mai nei bar - disse - non mi piace e poi a quest’ora ci sono solo
uomini che sono lì pour picoler >> e per spiegarsi alzò il braccio portando, in una
maniera modo comica, il pollice alla bocca. Lui sorrise di quel gesto così popolare
e di quella espressione, che non conosceva.
Dopo aver lasciato il centro della cittadina, lei lo guidò verso il ponte sul
Rodano da dove si poteva vedere la mole illuminata del Palazzo dei Papi e verso
sud, i piccoli battelli in disuso che fungevano da bistrò per i turisti. Rumori attutiti
giungevano dai gruppi che ne uscivano, mentre il lento scorrere delle acque,
rifletteva l’argento della luna, ormai alta nel cielo. Ritornando indietro,
raggiunsero infine la palazzina che per una notte sarebbe stata la loro casa e lui
iniziò ad armeggiare con la chiave del portone per aprirla senza fare troppo
rumore. Precauzione inutile, perché l’alloggio di Madame era buio e silenzioso:
salendo insieme a lei la scala, lui cercò di non guardare la galleria di antenati
minacciosi, che questa volta avevano un intruso in più da osservare dai loro
ritratti. Entrando nella stanza, lei posò un piccolo necessaire sul letto e si guardò
attorno:
<< Conosco questa camera, i miei amici di Parigi l’hanno a volte occupata
quando gli altri alberghi erano al completo. Mi pare bella, cosa ne dici? >>
Lui concordò con lei sforzandosi di distogliere gli occhi dal secretaire, che
ora gli pareva divenuto enorme, come se fosse l’unico mobile presente nella
stanza. Mentre lei si chiudeva dietro la porta del bagno, si spogliò velocemente,
infilò una delle t-shirt esotiche acquistate nei suoi viaggi, un comodo boxer e si
sedette sul letto. L’idea della pergamena nascosta, era come una presenza estranea
che alterava fastidiosamente l'emozione di trovarsi insieme ad Anne, Si sentiva
combattuto tra il piacere di essere con lei e la paura di lasciar trasparire quanto le

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stava nascondendo. Si voltò verso la parete, spense la luce centrale e accese solo
quella piccola sul suo comodino, dando in questo modo alla stanza una penombra
che metteva ancor più in risalto il mistero che per anni aveva custodito.
In quel momento la porta del bagno si aprì e Anne, coprendosi con il
vestito con un gesto che a lui parve molto sensuale, si avvicinò al letto e gli disse
disinvolta “ a te la doccia”. Marco, quasi senza guardarla, ruotò intorno al letto ed
entrò in bagno, dove aleggiava ancora il suo profumo, lo stesso che lo aveva
colpito la sera prima durante il loro primo tango. La sua persistenza, gli ricordò
che al di là della porta c'era la donna più affascinante che avesse mai incontrato
nella sua vita. Lo stesso destino che li aveva uniti la sera prima e nella giornata
appena trascorsa - pergamena o no - avrebbe deciso per loro. Attraversò la stanza
immersa nella semioscurità e vide che Anne era sul fianco, il viso girato verso la
parte libera del letto, in attesa. Lui scostò il lenzuolo e si distese accanto a lei,
senza ancora toccarla. Per un istante stettero così, felici solo di condividere la
penombra della camera ed il silenzio che li isolavano dal mondo esterno,
sentendo la presenza dell’altro solo dal suo respiro. Dopo aver spento l’abatjour
sul comodino, lentamente insinuò il braccio sotto il suo capo e l’accolse tra le
braccia.
<< Marco, c’è qualcosa che non va? >>
Evidentemente, avvertiva qualcosa di diverso in lui, quindi decise di scacciare
ogni pensiero e di sforzarsi d’essere l’uomo che sarebbe stato, senza la scoperta
della pergamena. Le disse in italiano:
<< No Anne, è che sono tanto felice... >>
<< Si caro, parlami in italiano. Mi piace, dimmi ancora … >>
<< Si, Anne, ti parlerò in italiano, ti dirò del tuo sorriso, dei tuoi bellissimi occhi
e di quello che sento quando mi guardi con la tua espressione un poco seria.. Ti
dirò del tuo piccolo, incantevole singulto, quando qualcosa ti sopprende… della
tua bocca, di queste due piccole fossette deliziose, del tuo modo di camminare e
pure … del tuo corpo che indovino là sotto. >>
Lei emise una piccola esclamazione:
<< Oh là là! guarda che ho compreso, ricordati del nostro patto … >>
Poi la notte fu tutta per loro, fatta dell’assenza di rumori e del buio ovattato che li
circondava, piena del calore che era in parte eccitazione ed in parte appagamento
del desiderio di sentirsi e accarezzarsi, che avevano avuto sin dal mattino. Nei loro
baci e nelle loro carezze, c'era solo tenerezza, senza la fretta di arrivare più avanti
e più avanti ancora.
<<Le tue mani, e i tuoi baci, hanno una dolcezza, una tenerezza che raramente
ho trovato in un uomo. Sono felice di essere qui con te in questa notte

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meravigliosa. >>
La voce che sussurrava quelle parole nel buio, toccava nel profondo il suo animo,
risvegliando sensazioni dimenticate da tempo e rimuovendo difese che si era
andato costruendo anno dopo anno, per non soffrire. Il suo profumo di donna e
il calore del suo corpo, che pareva attendere con ansia le carezze con cui lui la
scopriva a poco a poco, lo riportarono indietro negli anni. Ad emozioni che aveva
accantonato in qualche ripostiglio della memoria. Scese lentamente lungo
morbida rotondità della sua spalla, ed incontrò la forma circolare del monile, che
pareva scottare sotto le sue dita; mentre allontanava la mano velocemente, si
chiese se non se lo togliesse mai. Quando sentì l'ampia curva formata dal duo
fianco, il desiderio era divenuto un’onda che saliva lenta nel buio, s’infrangeva
contro il loro accordo e si ritraeva per ritornare subito dopo. Tenerla a freno
rendeva tutto ancor più eccitante.
Forse è questa l’essenza dell’erotismo - pensò lui - tenere imbrigliata la
sensualità per mezzo di un qualche fine superiore e nello stesso tempo, gustare
ogni istante, ogni carezza. Mentre la tenerezza e l’amore addolciscono la pena
data dal piacere negato. La sua mano, come animata da una volontà propria,
scese ancor di più e sentì che la curva sensuale del bacino era solcata dall’elastico
di quello che gli parve un tanga: il solo pensiero di quanto racchiudeva, gli
provocò un improvviso dolore, dovuto all'eccitazione giunta al culmine. Sistemò
meglio quanto i suoi boxer non riuscivano più a contenere e tornò a lei.
Scendendo lungo la sua coscia, la mano andava libera verso la pelle di seta
dell’interno, fermandosi giusto in tempo perché il leggero ansare di lei gli dicesse
quanto questo gioco pericoloso le piacesse. Stavano avanzando insieme, come
due acrobati su una corda tesa, senza rete e con il solo aiuto di un amore che
cresceva poco a poco, che veniva rafforzato da questa prova a cui avevano voluto
sottoporsi.
<< Io credo che tu sia un poco masochista >> gli disse lei, contraddicendosi
subito dopo, quando sussurrando un << Desolé, scusami un attimo... >> si alzò
dal letto, esponendo in questo modo un sottilissimo tanga che si insinuava tra la
meravigliosa rotondità delle sue natiche. In quell’attimo, ebbe la conferma di
quanto i suoi jeans scoloriti gli avevano soltanto fatto intravedere; un corpo
bellissimo e armonioso che avrebbe ossessionato le sue prossime notti solitarie a
Torino. Dopo un poco lei tornò e gli chiese:
<< Cerchiamo di dormire un poco, cosa ne dici? Tu domani dovrai viaggiare e
devi riposare. Se mi giro e tu mi abbracci da dietro, potremo dormire come due
fanciulli. >>
Senza attendere risposta a quella suggerimento, che pareva più una provocazione
impertinente che il desiderio di dormire, si voltò e gli venne contro. Lui la strinse
lasciando che la sua eccitazione si trasmettesse dolcemente a lei, come una
compagna del loro desiderio. Fu in quel momento che ebbe la certezza di amare
quella donna, perché soltanto amandola, poteva tenerla in quel modo, sentire al di

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sopra delle braccia il leggero peso dei suoi seni e provare tanta tenerezza.
Desiderare di entrare in lei non per possederla ma per restare con lei qui ad
Avignone e poi lungo il tragitto in cui l'avrebbe portata il suo viaggio, dentro di lei
negli alberghi in cui avrebbe dormito per giorni, nelle milonghe in cui avrebbe
ballato con uomini che l'avrebbero stretta e sicuramente desiderata.
<< Buona notte >> gli disse lei con voce assonnata e lui stringendola ancora di
più, le disse in italiano << Buona notte amore mio. >>
Dopo un poco il suo respiro, divenuto sempre più regolare, gli disse che si era
assopita; lui era ancora troppo eccitato per riuscire a prender sonno, sentiva
vampate di calore percorrerlo da capo a piedi e in una delle sue tipiche
associazioni mentali, gli venne in mente il povero Jim Morrison dei Doors, che
cantava “ Light my fire “:
You know that it would be untrue
You know that I would be a liar
If I was to say to you
Girl, we couldn’t get much higher
Come on baby, light my fire
Come on baby, light my fire
Try to set the night on fire

Sai che mentirei


sai che sarei un bugiardo
se ti dicessi
ragazza, non possiamo arrivare molto più in alto
forza, piccola, accendi il mio fuoco
forza, piccola, accendi il mio fuoco
cerca di appiccare il fuoco alla notte.

Quanto si era acceso il suo fuoco, quanto era arrivato in alto con lei quella notte!
Dormirono a tratti, perché l’abitudine al sonno solitario, rendeva il corpo
dell’altro una presenza nuova; in ogni risveglio, ascoltava il suo lieve respiro, il suo
abbandonarsi a lui nella completa vulnerabilità del sonno. Infine, svegliato dalla
luce che penetrava dalle fessure delle persiane sconnesse, si voltò verso di lei e
attese. Come se avesse percepito tutto questo, Anne si destò e lo abbracciò
dolcemente dicendo:
<< Buon giorno caro io ho dormito bene e tu? >>
<< Poco, ma è bellissimo ritrovarti qui con me.>>
Guardandola alla luce della lama dorata del sole che si rifletteva sulla parete,

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pensò a quel detto per cui per capire cosa provi per una donna, devi guardarla al
mattino appena sveglia: lui vedeva le sue piccole rughe intorno agli occhi, le
palpebre ancora gonfie di sonno, i suoi capelli scarmigliati e gli piaceva più che
mai, anche così. Mentre lei si distendeva languidamente, sentì l’umidore della sua
pelle, che sapeva di traspirazione e di recessi caldi e intimi. Provò una grande
tenerezza.
<< Mi sembri una gattina appena sveglia. >>
<<Una piccola gatta si, io amo i gatti, sono creature misteriose, sono le creature
della notte… mi piace accoccolarmi come loro così… >> si raccolse tutta per poi
stirarsi, provocando un imprevisto abbassamento del lenzuolo, che le lasciò i seni
scoperti. Fu più forte di lui, si chinò a baciarle il piccolo capezzolo che, al calore
delle sue labbra, iniziò ad uscire dal sonno e a prendere forma, bocciolo
palpitante di un fiore che nasceva dal suo petto per provocarlo.
<< Cosa diavolo sto facendo, sarà meglio che ci alziamo se vogliamo ancora
essere fedeli al nostro accordo. >>
<<Peccato, era piacevole >> lo provocò ancora lei.
<< Mi prenderò la rivincita un giorno e allora sarà meglio che tu ti prepari ad una
notte di effetti speciali, a cose dell’altro mondo... ti pentirai di avermi preso in
giro… >> lei rise e guardandolo tra le braccia che, per lasciare ancora più
scoperto il petto, aveva incrociate sul viso gli disse:
<<Ma io non sarò mai più preparata di così, dopo questa notte di supplizio;
sentire dietro di me là in basso la tua presenza che, in pieno vigore, cercava in
tutti i modi di farsi strada. Sapere che quello era dovuto all’effetto che ho su di te,
era molto eccitante ed è un miracolo che sia riuscita ad addormentarmi. >>
Giocarono ancora su quanto può esserci di buffo nel sesso, tra due persone
intelligenti che sappiano coglierne l’aspetto più comico. Risero ancora della notte
passata e del loro desiderio, per non pensare al momento in cui tra poco,
avrebbero dovuto separarsi e fare a meno, per più di un mese, di quella gioia che
ora riempiva loro la vita. Iniziarono a prepararsi per uscire.
<<Andiamo a fare colazione? >> gli chiese lei uscendo dal bagno << ti porto in
una piccola pasticceria qui a Villeneuve, in cui fanno dei croissant favolosi, anche
se non potrai avere il tuo cappuccino italiano, con tutta quella meravigliosa
schiuma. >>
Finendo di prepararsi, scherzarono ancora un poco sugli usi dei loro paesi ma
quando furono pronti, di fronte alla porta della camera ancora chiusa, si
arrestarono guardandosi negli occhi. Sapevano che il momento del distacco si
avvicinava. Lei gli prese la mano e disse:
<< Marco grazie per questa notte caro, salutiamoci qui finché siamo soli, fuori ci

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sarà gente e non voglio farmi tradire dall’emozione. Io ti conosco così poco, ma
sto bene con te, mi pare di aver ritrovato un amante che avevo perduto o che non
ho mai avuto.>>
Poi lo abbracciò forte, si strinsero come per imprimere nei loro corpi il ricordo
dell’altro, per conservare per lunghi giorni e notti, la sensazione di completezza
che provavano stando insieme. Lui sentì contro di sé la durezza del medaglione di
lei ma si sforzò di non pensare a cosa potesse rappresentare. Alla luce del giorno
tutto quanto aveva letto nella pergamena gli sembrava un insieme di esoteriche e
assurde fantasticherie e la notte appena passata con lei gli aveva ridato la stessa
Anne che aveva danzato con lui la prima notte, quella di cui si era innamorato.
Dopo aver richiusa la porta dietro di loro, si avviarono nel corridoio illuminato
dalle lame di luce polverosa che provenivano dai grandi scuri della finestra laterale
ed iniziarono a discendere le scale. Tenendosi per mano, ogni gradino uno
sguardo, fino a che non furono interrotti da Madame che, uscendo dalle sue
camere, li accolse con il suo cicaleccio italo-francese.
<< Oh bonjour madame nous nous retrouvons, siete venuta per le monsieur de Turin
che sci lascia trop bientot, ier sera nous semo andate, moi et ma copine à un conscierto
nel Palais, c’etait super, fu super vraiment la musìca de Piassolla, magnifique.
Conoscete vous? >>
Anne, probabilmente più avvezza di lui a gestirla, la liquidò subito con uno
stringato “ bien-sur “, mentre Marco preparava il denaro per regolare il conto della
camera e lo allungava a Madame, che con un gesto distaccato gli dava in cambio
la ricevuta. Ora che sapeva di lei molto di più, non gli pareva più una donna
bizzarra e un po’ svanita, anzi: aveva l’impressione che quel suo modo frivolo di
fare, mascherasse la sua vera natura. La salutarono di corsa ed uscendo dalla
palazzina, dopo aver lasciato le valigie nell’auto, si avviarono verso la piazzetta in
cui si trovava la pasticceria.
Anche quel giorno il tempo era splendido e il sole non ancora caldo delle
nove, illuminava stradine che profumavano del pane appena sfornato nelle
numerose boulangeries che incrociavano. Anne si lasciava portare per mano, un
modo un poco infantile, che a lui era sempre piaciuto quando camminava con
una donna che amava. La piazzetta era molto irregolare, sul lato in salita si stava
allestendo un piccolissimo mercato, mentre sull’altro, più in piano, i caffè
disponevano i tavolini e le sedie per la giornata. Procedendo verso il fondo a
sinistra, si sentiva aleggiare un fragrante odore di vaniglia che preannunciava
quello che una colorata insegna specificava: “ viennoiseries et croissanteries “. Vi
entrarono mentre lui commentava la strana definizione di viennese per una
pasticceria tipicamente francese. Lei gli spiegò che gli austriaci, per ringraziare i
pasticceri francesi che, lavorando di notte, avevano dato l’allarme mentre i turchi
cercavano di entrare durante l’assedio di Vienna, avevano battezzato in quel
modo i loro dolci. L’interno, nella sua raffinatezza, sembrava un’illustrazione
presa dalla favola di Alice, tanto era bianco e irreale: enormi teiere erano schierate

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sul banco e bianchi vassoi impagliati traboccavano di croissant; la stessa
rubiconda pasticcera, avvolta in un enorme grembiule, pareva la Regina del paese
delle Meraviglie.
Un profumo di zucchero caramellato, caffè e paste appena sfornate li
accolse appena entrati, contribuendo ad aumentare il loro appetito mattutino.
Ordinarono due tè verdi, un vassoio di brioche e croissant, e sedettero in fondo,
lontano dagli altri clienti che facevano colazione. Guardandosi in silenzio, quasi
sorpresi di quella cosa nuova e sempre più grande che stava crescendo dentro di
loro. Si erano conosciuti, si erano legati grazie al tango e avevano scoperto quanto
stava divenendo sempre più difficile distinguere oggi, tra le mille forme che
l'attrazione aveva preso. Ancora paurosi di ciò che leggevano nei loro occhi, si
guardavano senza parlare; alla maniera di tutti gli amanti, vivevano in bolla
incorporea che li isolava dal mondo intero. Come in un sogno, compivano i
piccoli gesti della preparazione del tè e si scambiavano apprezzamenti sulla
pasticceria.
Lei gli chiese se pensava di restare a Torino nei prossimi mesi e lui le
confermò che doveva terminare il suo libro sui Catari. Avrebbero potuto scriversi
tramite la posta elettronica ed il cellulare e se lei gli avesse di volta in volta detto
dov’era, l'immaginazione gli avrebbe fatto vivere le sue stesse emozioni. Era l’ora
della partenza e dovettero lasciare la pasticceria e i suoi fragranti croissant, per
raggiungere il parcheggio. Camminavano lentamente, sentendo dentro la tristezza
per la separazione, unita alla felicità per quella notte passata a conoscersi ed
amarsi. Anne gli chiese di portarla sulla strada per Avignone dove aveva lasciato la
sua auto, perché voleva salutarlo lontano dai possibili sguardi indiscreti di
Madame, che li stava osservando dalla finestra della loro camera. Dopo averle
aperta la portiera ed affrontato l’angusto passaggio senza lasciare tracce di vernice
sui muri, si avviò verso l'uscita dalla cittadina. Nello spiazzo in cui si trovava la
sua auto, Marco si fermò, la strinse a sé per baciarla dolcemente sulla bocca e
sussurrarle:
<< Torna presto Anne, perché voglio amarti e farti felice, sento che insieme
potremo esserlo. >>
<< Anche tu Marco, pensa a me >> e toccando il monile quasi fosse un
talismano dei desideri continuò << vedrai che tornerò presto e potremo stare
insieme. >>
La strinse ancora una volta ed uscì, passò intorno all’auto, le aprì la portiera e
l’abbracciò. Si guardarono negli occhi ancora una volta e si dissero, quasi
contemporaneamente, “ au revoir “. Poi quella donna, che era entrata così
profondamente nella sua vita in una calda notte di agosto in Provenza, fu solo
una piccola figura che nello specchietto retrovisore si allontanava sempre più.
Vederla svanire lentamente, fu come un presagio di altre future separazioni, di
altre sofferenze simili a quella che provava ora lasciandola. Mentre lei lo salutava
agitando la mano, realizzò di essere entrato a far parte di quella specie particolare

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di amanti, destinati ad accumulare con avidità la gioia ed il piacere di ritrovarsi -
come fanno gli scoiattoli con le nocciole durante l’estate - per poi estrarle giorno
per giorno, da un ricettacolo della memoria, durante i lunghi inverni delle
separazioni. Amanti obbligati quindi a riporre, a concentrare il loro sentimento
nelle corrispondenze, e-mail e telefonate, senza avere neanche il banale piacere di
poter raggiungere l’amata con una semplice corsa attraverso la città. A far tacere i
morsi del desiderio e della gelosia, nel continuo rinnovarsi di un patto di fedeltà e
fiducia reciproche, condizione indispensabile al sussistere della loro storia.
Passando sul ponte che lo riportava ad Avignone, rivide la Barthelasse, il
lento fiume che la contornava e, più lontana ed illuminata dal sole del mattino, la
grande Vergine dorata posta sulla cattedrale. Salutò tutti questi luoghi che erano
stati lo scenario della nascita del loro amore e mentre nell’aria vagava un leggero
sentore di pioggia estiva, si inserì nella corrente di traffico diretta all’autostrada. Si
sentiva svuotato di tutte le emozioni della notte passata, felice e nel contempo
triste, diverso da tutti gli automobilisti che mentre lo superavano lungo la strada,
osservavano curiosi la sua auto italiana. Passò davanti al Pont St– Bénézet, il
ponte della filastrocca secondo la quale “ sur le pont d’Avignon on y danse, on y danse
“, il cui troncone ricorda ancora la furia di un enorme masso trasportato da una
delle molte piene del Rodano. La strada a scorrimento veloce in cui era entrato,
raccoglieva il traffico intenso, ma molto ordinato, di una domenica francese.
Tenendo d’occhio le indicazioni per Valence, la percorse per qualche chilometro
prima di imboccare l’autostrada ad Avignon Nord.
Ponendosi nella corsia intermedia e guidando tranquillo, ebbe modo di
pensare ai due giorni passati e alla comparsa di Anne nella sua vita. Da quando
l'aveva conosciuta, tutto quanto avveniva intorno a lui aveva un colore ed
un'intensità differenti, come se si trovasse su un piano diverso di esistenza.
L'indimenticabile notte di tango, la giornata insieme a lei, il mistero delle sue
ricorrenti e subitanee astrazioni da lui - che sembravano portarla in un altro luogo
- ed infine, il ritrovamento della pergamena. Ognuno di questi avvenimenti
possedeva un'insolita profondità di emozione, quasi che lei fungesse da
catalizzatore nel consentirgli di aprire una porta che dava in un'area ai confini
della realtà. Una zona nella quale l'immaginazione era la chiave di tutto. Per di più
la Provenza, con i suoi incanti e la suggestione di quanto ancora nascondeva,
rappresentava la scenografia ideale per rendere ancora più arcano il loro incontro.
All’ingresso dell’autostrada, ritirò lo scontrino e con una lenta manovra si
immise sull’autostrada verso Nord: ora poteva rilassarsi, le autostrade francesi con
i controlli sui limiti di velocità e l’assenza quasi assoluta dei pazzi scatenati che
infestano le autostrade italiane, gli consentivano di continuare a pensare.
Riandando a come si era sentito insieme a lei, si chiese perché negli ultimi due
anni gli era parso semplicemente di esistere, mentre ora si sentiva finalmente vivo.
Perché questa sensazione di vitalità piena di aspettativa doveva presentarsi
soltanto quando provava quello stato di grazia che dà l'innamoramento? Forse,
vivere sempre a questo livello di energia gli sarebbe stato impossibile, si sarebbe

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bruciato come le falene attirate da una luce, la cui stessa intensità è per loro
fatale. Vivere perennemente innamorati, sarebbe stato come caricarsi di
adrenalina pura, letale come l’eroina troppo concentrata; bruceremmo molto
prima del tempo che il destino ci ha concesso.
Il replicante di Blade Runner, che chiedeva più vita a Tyrell, il suo
costruttore, si sentiva rispondere: “ la fiamma che brilla col doppio di splendore,
brucia nella metà del tempo e tu hai bruciato la candela dai due lati.”
Ma non è così per tutti, oggi molti si sono abituati più a far a meno
dell’amore, che a cercarlo e questo enorme vuoto, è divenuto per loro una cosa
normale; quelli che lottano contro le cose migliori della vita, che ne fuggono per
non soffrire. Per inseguirne altre, denaro, successo affermazione ... che non sono
altro che diverse forme d’amore, l’amore per se stessi. I suoi pensieri furono
interrotti dal doppio bip del cellulare che gli annunciava l’arrivo di un messaggio.
Si portò sulla corsia di destra e rallentò per leggere sul display chi lo chiamava.
Era Anne, che faceva la sua prima comparsa nella sua messaggeria, scrivendogli:
<< Buon viaggio caro, io penso a te, a noi >> Il filo che li legava, si stava
allungando lentamente sulla strada che lo riportava in Italia, ma non si spezzava;
anzi lui aveva l’impressione che si rafforzasse sempre più. Attese la prossima area
di servizio per fermarsi ed inviarle la risposta.
<< Anche io ti penso Anne e vorrei poter ritornare indietro, a questa notte
indimenticabile che ho passato con te. >>
Nel confermare l’invio, rivolse un intenso pensiero a lei e gli sembrò di
sentire lontano il bip di arrivo, immaginò il suo sorriso nel riceverlo e nel leggere
il suo nome. Si chiese quali sensazioni evocasse in lei, italiana di origine, l’averlo
conosciuto, quali ricordi d’infanzia si fossero risvegliati e quanto fosse importante
tutto questo, nell’attrazione che provava per lui. Gli aveva detto più volte che il
suo Paese e la sua lingua l’affascinavano, allo stesso modo di quanto lui fosse
affascinato dalla Francia. Sperò che per tutti e due, questo fascino durasse molto
tempo ancora. Arrivato in prossimità di Orange, si accorse che era ancora presto
e decise di godersi senza fretta la splendida giornata di sole, prolungando ancora
un poco il suo viaggio attraverso la Francia. Cambiò strada e si avviò verso il
Monginevro, anziché percorrere tutta l’autostrada Valence-Grenoble-Chambery
per arrivare a Torino. Uscì quindi a Bollene e presa la panoramica strada per
Nyon - passando attraverso piccoli paesini che si chiamavano Remuzat e Rosane -
arrivò infine a Gap, la capitale delle Alpi del Sud della Francia. Con le sue “
Demoiselles Coiffées “, le Signorine con Cappello, colonne di pietra che hanno
sulla sommità una pietra che pare un immenso copricapo.
Era entrato nella maestosa valle della Durance, il fiume che nasceva ai piedi
del Monginevro e che in passato aveva provocato, nei giorni di pioggia intensa,
molte piene disastrose. Ora scorreva imbrigliato dall’Ente per la distribuzione
delle Acque francese e dopo Chorges, formava l’enorme lago di Savines, creato

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dalla grande diga che fungeva da regolatore di flusso. Sulle sue acque,
innumerevoli vele e wind-surf si rincorrevano spinte da un vento che non
deludeva mai i fanatici di questi sport. Il paesaggio era molto bello, con il Parco
Nazionale del Queyras sullo sfondo e Marco decise di prendersi una pausa in una
piccola trattoria all’aperto, per goderne la vista più a lungo. Dopo un piccolo
spuntino, ripartì poi per Briancon, meta di tutti gli italiani che vogliono esercitare
il loro francese e fare acquisti, la superò e si avvio sui tornanti del Monginevro.
Gli squallidi condomini del colle, costruiti a guisa di improbabili chalet, gli
vennero incontro, ma se li lasciò alle spalle velocemente, per arrivare a Clavieres e
scendere infine a Cesana. Era appena uscito dal piccolo tunnel che si apre sulla
valle, che già verificava le differenze di guida tra i francesi e gli italiani, alcuni dei
quali hanno deciso, chissà perché, di dimostrare a sé e agli altri che la vita sulle
strade italiane è impossibile. Un SUV nero, credendosi una reincarnazione della
Batmobile, gli lampeggiava a pochi centimetri dal suo paraurti posteriore,
nonostante lui viaggiasse ai centosessanta. Come molte altre volte, si chiese che
forma malata di simbiosi si creasse tra quel tipo di auto ed il suo conducente, cosa
lo spingesse a rischiare la sua vita e quella degli altri, per arrivare dieci minuti
prima. Che tipo di mancanze doveva aver subito nell’infanzia quell’uomo per
sentire il bisogno di compensarle in quel modo? Come molte altre volte rimase
senza risposta. Ad Ulzio entrò in autostrada e dopo meno di un’ora si trovò a
Torino, incrociando il traffico della domenica che ne usciva. Era arrivato.

Il disegno colorato del tappeto kilim all’ingresso, appena rischiarato dalla


tenue luce della lampada a stelo, la grande, bianca e leggera tenda del living e i
mobili stessi, gli diedero il senso di essere a casa. Spalancò le finestre per far
uscire il sentore di chiuso e inabitato, che lo deprimeva sempre e si guardò
attorno. Sul bancone della cucina trovò le note lasciate dalla signora che si
occupava della pulizia del suo appartamento e sorrise dell’aria protettiva che
emanavano. Passò poi alla scrivania per scorrere la posta che lei vi aveva lasciato
in evidenza: bollette, ancora bollette e comunicazioni della banca.
Veniva lentamente ed inesorabilmente risucchiato dalla vita reale. Dopo aver

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messo in carica il PC portatile ed il cellulare, entrò nella doccia. Mentre l’acqua
eliminava dal suo corpo la stanchezza e la tensione della guida, fu assalito dalla
visione di Anne che si alzava dal letto, rivide la forma del suo tanga spiccare nel
buio della camera e pensò che fosse troppo presto per incominciare a tormentarsi
per il desiderio di lei. Fuori dal bagno, si accorse che erano le sette e pensò di
chiamare Giorgio, il suo editore, per dirgli che era a Torino. Lo trovò stranamente
in casa, a Milano, di solito nella fine settimana ne fuggiva come molti dei suoi
concittadini che considerano rimanere in città una iattura. Se ne sono proprio
costretti, spesso non rispondono al telefono per non dare l’impressione di avere
problemi economici.
<< Sì, sono a Torino, sono arrivato da poco. Sì, ho quasi finito il mio lavoro, no
non è vero che sono in ritardo sui programmi, mancano ancora venti giorni, che
mi serviranno ad aggiungere ai misteri sui Catari, altri misteri che ho scoperto in
Provenza. No, ora non te ne parlo, lascia che ci pensi un poco su. Non insistere,
lo saprai quando verrò da te, tra venti giorni. Rassegnati ed aspetta qualche
giorno. Certo che è sempre bella la Provenza. Le donne provenzali? Non lo so
penso siano sempre le stesse e comunque io ero troppo preso a far ricerche per il
mio libro per pensare a loro. Senti chi parla! Non è vero che metto a nota spese
gli incontri galanti, come potrei, con quel cerbero che hai messo all’ufficio cassa!
Ma dove l’hai presa quella donna? Da un annuncio su una rivista per soldati
mercenari? Sembra appena arrivata da qualche conflitto in Sudan o Somalia.
Certo che mi fermo a cena, se prenoti ai Navigli in un locale non pretenzioso, mi
raccomando. Sì, arrivederci. >>
Qui nella vita reale, niente cambiava, le banche ti scrivevano, le bollette arrivavano
e gli amici ti stavano addosso, pensò. E allora perché io mi sento così cambiato,
perché questa esultanza interna, che mi dà un senso di irrequietezza. Perché al
telefono sentivo, irresistibile, il bisogno di raccontare tutto a Giorgio pur sapendo
che tipo di commenti avrebbe fatto? Immaginarsi poi di parlare dell’accordo di
non fare l’amore… sarei finito, avrebbe argomenti per canzonarmi per tutta una
vita. Perché vorrei telefonare a tutti gli amici e parlare di lei, descriverla, ascoltare
le mie parole e in questo modo rivivere un poco tutto quanto? Dio quanto mi
manca già, come posso aspettare così tanto, un mese, trenta giorni ... debbo
scriverle per dirle che sono arrivato. Aprì il computer, memorizzò il suo indirizzo
nella rubrica, si collegò e scelse “ nuovo messaggio “.
- Caro diario, ti scrivo al ritorno da Avignone perché ho molto da dirti. Per il
mio lavoro tutto bene, ma è nel resto che vi sono molte novità … Venerdì sera
sulla Piazza c’era una serata di tango ed ho subito sentito che sarebbe stata
speciale: nell’aria qualcosa di nuovo, un’atmosfera magica, una luna piena enorme,
i tanghi migliori. La voglia di tutti di stare insieme, danzare e uscire dalla nostra
vita di tutti i giorni, per salire più in alto. Ad un certo momento, in cui Dio era
evidentemente distratto, lei che si chiama Anne, mi ha visto, ha sorriso, ha ballato
con me. È stato magnifico, l’abbraccio era magnetico come se avessimo danzato
da sempre, in un’altra vita, in un altro mondo. Quando ci siamo fermati, ho visto

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nei suoi occhi violetti l’ombra degli alberi che si specchiano nel Rodano … e nel
suo scorrere mi sono perso. A domani caro diario. >>
A malincuore premette invio, perché avrebbe voluto scriverle per tutta la
notte, calmare la ridda di emozioni che gli si agitava dentro. Si sentiva ebbro
d’amore e voleva uscire dallo spleen di debolezza psicologica in cui rischiavano di
spingerlo tutti quei giorni di attesa, che aveva davanti. Niente di meglio per
distrarsi, che fare qualcosa di banale come disfare le valige, separare quanto era da
lavare, mettere gli abiti fuori sul terrazzo a rinfrescarsi e riporre il resto nella
cabina armadio.
La pergamena, posata sul suo scrittoio, tendeva ancora ad arrotolarsi
nonostante fosse rimasta per una notte e parte del giorno dopo, pressata nella
valigia. Troppo poco rispetto agli anni in cui era rimasta arrotolata. Si chiese come
potessero greci e romani, conservare e consultare documenti o lunghissimi
manoscritti, custoditi e riposti in quel modo. La distese posando sui bordi due
grossi vocabolari e decise di ricopiarne il contenuto sul computer. Sullo schermo
luminoso, le parole del documento parevano molto meno drammatiche perché
avevano perso il mistero del carattere gotico, ma certamente non avevano
acquistato in chiarezza. Evidenziò, prima in grassetto e poi in rosso, le parole di
cui non capiva il significato, per poterle esaminare separatamente dal resto: ora
sapeva che il misterioso simbolo con i tre vortici si chiamava Triskell, ma per
approfondire ancor di più, ne cercò sulla rete il significato. Era impressionante
scoprire quanto quel simbolo fosse antico e onnipresente - in tutte le sue
derivazioni - nella storia dell’uomo.
“ Simbolo ternario, il suo nome derivava dal greco triskélès, che significa a
tre gambe ma la sua più probabile origine, è celtico-druidica. Lo si ritrova spesso
rappresentato da tre gambe piegate che possono essere nude o diversamente
armate, come ad esempio nel simbolo della trinacria, la Sicilia. E’ di sicura origine
precristiana. Presente ovunque nelle sue differenti versioni, consiste
fondamentalmente in tre spirali con un’estremità in comune a formare un vortice
destrorso o sinistrorso, che evoca, - così diceva il testo - le moderne espressioni
grafiche della matematica e della geometria frattale. Con un preciso rimando alla
rotazione attorno ad un asse centrale. Il simbolo comunica Forza, sia nelle sue
rappresentazioni più antiche, fluide e curviformi, che in quelle indoeuropee come
la svastica destrorsa o sinistrorsa: per questo Hitler lo aveva scelto. Le spirali
congiunte al centro, possono indicare la Corrente del tempo - passato, presente e
futuro - e l’Energia che si espande dal centro verso la periferia. Infatti, è presente
anche nel Simbolo OM con la grafia sanscrita tradizionale e nello Yin e Yang
orientale. Nell’architettura medioevale il Triskell veniva usato nelle cattedrali,
come elemento base per l’incrocio delle aperture trilobate, per la stesura di veli e
pareti lapidee “
Tutto molto chiaro, pensò Marco, a patto di conoscere cose diamine fossero
le aperture trilobate e le pareti lapidee. Proseguì comunque la lettura. “ La
struttura e la tensione formale del Triskell rimandano al mistero e al significato

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supremo delle forme naturali, laddove esse si avvicinano ai fondamenti ultimi
della Manifestazione: campi al livello atomico e subatomico, cristalli microscopici,
strutture molecolari nel DNA ecc., strutture stellari e galattiche. Le clatrine,
fondamentali molecole proteiniche che guidano l’endocitosi cellulare, alla base del
processo strutturante ed espansivo della Vita, si organizzano in forma di catene
precisamente triskelliche: questo mette in luce il Triskell come forma
estremamente potente e capace di generare strutture più complesse e processi
evolutivi. “
Incredibilmente quel simbolo, o per lo meno la sua forma, riusciva a trascorrere
dall’antichità celtica, ai moderni laboratori di ricerca sul DNA. Il testo proseguiva
chiarendo altri riferimenti:
“ Il Triskell può anche essere letto come una rappresentazione simbolica degli
oggetti della geometria frattale. Un frattale è definito come un oggetto geometrico
generato da una formula matematica che si ripete nella sua struttura allo stesso
modo, vale a dire che non cambia aspetto, sia se visto con una lente
d’ingrandimento sia se visto da una grande distanza. La natura produce molti
esempi di frattali: nell’abete, ad esempio, ogni ramo è molto simile all’intero albero e
ogni rametto è a sua volta simile al proprio ramo, e così pure nel cavolfiore. Una
delle immagini più ricorrenti nei cerchi nel grano, i crop circle, è il frattale. La
geometria frattale è una disciplina in divenire, con ampie possibilità di leggere realtà
sinora incomprensibili come i mondi caotici: il suo fondatore, Benoit Mandelbrot,
scriveva che “ Si ritiene che in qualche modo i frattali abbiano delle corrispondenze
con le strutture primarie dell’Universo, in particolare con la struttura della mente
umana e con l’organo del cervello; è per questo che la gente li trova così familiari.
Questa familiarità è ancora un mistero e più si approfondisce l’argomento più il
mistero aumenta “.
Da un monile molto strano alla teoria del caos; a questo l’aveva portato il suo
gesto che, ormai poteva dirselo chiaramente, non era altro che un furto. Il fatto che
Madame non sapesse della pergamena nel suo secretaire, non cambiava nulla.
Proseguendo la lettura del documento, gli scogli aumentavano ad ogni riga; se il
Sommo Artefice era chiaramente Dio, cosa potevano essere la “ Grande Opera “ e
la “ pietra trasmutatoria “. A meno che si trattasse della Pietra Filosofale e in questo
caso, dove diavolo era andato a cacciarsi e che cosa aveva a che fare con tutto
questo Anne, la sua Anne, così dolce, così passionale e nel contempo geofisica di
fama, in partenza per una serie di congressi internazionali.
Per quella sera ne aveva abbastanza e doveva riprendere il suo lavoro, perché
aveva scadenze da rispettare. Ripose quindi la pergamena in uno scaffale
mantenendola pressata dai due vocabolari e portò il grosso fascicolo dei suoi
appunti sulla scrivania. Come un viaggiatore del tempo, si trovò proiettato dal
mondo dei simboli esoterici celtici, alla Tolosa dei Catari e vi lavorò per un poco,
prima di accorgersi che era affamato. Con la frutta che aveva lasciato per lui la
signora, si preparò una grande macedonia, poi non riuscì più a resistere e corse a
leggere la posta in arrivo. C'era un messaggio di risposta in cui Anne gli scriveva:

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<< Buona sera Marco, sono contenta di sapere che sei a casa; ho pensato tutto il
tempo a te, sentendoti vicino come questa notte. Ho questa magnifica sensazione di
non essere più sola nella vita e questo mi darà forza nei momenti in cui mi
mancherai, come già mi manchi. Questa notte desideravo molto venirti più vicino,
ma avevamo un accordo… ed ora ti desidero, desidero non una parte di te ma Te, i
tuoi occhi, le tue mani, le tue carezze e tutte le nostre risa, credo davvero di essere
innamorata di te. Ed è una grande fortuna questa, che non provavo da molti anni,
anni bui, oscuri…ho tanta paura che tutto ciò debba finire, ma ti amo >>
Leggere il messaggio lo rese felice, perché non si attendeva parole così piene
d’amore, ma nello stesso tempo rinnovò la sensazione di mistero che aveva
costantemente provato accanto a lei. Anche nei momenti più belli, di colpo c’era
sempre qualcosa, un’esitazione, una momentanea assenza, che gli davano
l’impressione che nella donna della quale si stava innamorando, ci fosse una parte
ignota, impenetrabile. In quel messaggio così amorevole, ancora una volta
compariva un richiamo a momenti bui, oscuri; cosa poteva significare?
Con queste domande, che si mischiavano alle parole d’amore del messaggio, si
coricò, stanco di chilometri, scoperte ed emozioni; sperando di sognare di lei.
Nell’ultimo istante, prima del giungere del sonno sentì, lieve, la sua presenza e le
disse bonne nuit cherie.

Stava ballando con una donna sconosciuta, che non riusciva a guardare in
viso perché lo stringeva con una forza sorprendente. Poggiava la guancia alla sua
senza dargli tregua, gli era difficile muoversi in avanti con quella costrizione e
comunque tutto intorno a lui vi erano altri ballerini, ombre indistinte che
chiudevano i suoi spazi. La musica lontana, solamente l’eco di un tango. Non
riusciva a distinguere, nella penombra che lo circondava, dove fosse; gli saliva
dentro una sorta di claustrofobia, ogni movimento laterale, in avanti o indietro gli
veniva precluso e la musica pareva una voce angosciata che recitasse parole
incomprensibili. A volte, di colpo, si distingueva l’accento porteño di Gardel che
cantava “ Volver “ ma con fastidiose e continue distorsioni continuava ad
allontanarsi per poi avvicinarsi. Sentiva crescere dentro l’angoscia di non poter
muovere neanche un passo, mentre lei e tutti gli altri intorno lo stringevano
sempre di più, ed un suono stridulo si faceva strada nella cacofonia generale sino
a diventare la forte, insopportabile suoneria del cellulare che gli dava la sveglia.
Ancora stordito da quello strano sogno, andò in bagno e si sedette sulla

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tazza; si sentiva stanco, come se avesse ballato tutta la notte. Restò un poco con il
viso tra le mani rischiando quasi di riaddormentarsi, poi si rialzò, fece scorrer
l’acqua e si guardò allo specchio. Vide il suo volto assonnato, i capelli scomposti e
gli occhi gonfi, che denunciavano le sue escursioni tra i vini francesi dei giorni
passati. Si chiese che diamine significasse quel sogno. É vero, per ogni ballerino di
tango che non sia argentino, il trovarsi in una sala affollata e senza spazi per
muoversi, è un incubo. Le loro milonghe sono spesso piene e sono abituati a
danzare in piccoli spazi. Ma quella donna, chi poteva essere? Per un attimo gli
pareva di conoscerla, l’attimo dopo il suo volto spariva nel nulla. E la forza con
cui lo stringeva! La musica poi, che incubo insopportabile, povero Gardel!
Decise di scacciare dalla mente le ombre della notte e dopo aver fatto una
lunga doccia ed una colazione a base di tè verde, cereali e yogurt si sedette alla
scrivania. La lampada d’antiquariato in ottone e vetro verde, il portamatite, i vari
dizionari sinonimi-contrari e francese-italiano, tutti gli oggetti del suo lavoro
quotidiano attendevano che lui si rimettesse in moto. Aprì il computer, lo accese e
ristette ad osservare, ancora un poco assonnato, la sequenza di fotografie che si
succedevano sullo schermo. Per primi, gli diedero il buon giorno i vividi colori
delle pitture che rendevano uniche al mondo le impossibili case di lamiera
ondulata di La Boca. Gli stretti passaggi del Caminito pieni di ballerini da strada,
di mimi perfettamente immobili come personaggi di una Gipsoteca, si
alternavano alle altre vedute di Buenos Aires. Il ricordo della città si sovrappose al
suo sogno e gli portò alla mente quanto aveva scritto su Gardel il grande Osvaldo
Soriano, lo scrittore argentino di Triste solitario y final:
“… l’uomo che cantò, amò, rubò, adulò, odiò, tutto con un sorriso
gigantesco ed uno sguardo malinconico. Sapeva ballare appena, ma gli bastavano i
suoi piccoli occhi e i capelli con la brillantina per sedurre il mondo intero. Se ne
andò a Parigi e divenne celebre … passò da Barcellona e ancora lo rimpiangono,
era nato in Francia da madre nubile, si diceva uruguayano e coltivava il segreto
della sua vita privata. Come se avesse assunto per intero il problema dell’identità
che ha sempre assillato gli argentini. “
Pensò alla sua fine, che gli aveva tolto una vita ancor giovane, ma l’aveva
portato nel mito. Gardel, si trovava in Colombia il 24 giugno 1935. Doveva
spostarsi in aereo, un F31, da Bogotà a Cali e mentre saliva la scaletta, una gran
folla di fans lo salutava. Sulla pista un altro aereo, un trimotore, attendeva con i
motori accesi che quello di Gardel si alzasse per partire a sua volta. L’F31 rulla
per poi sollevarsi ma quando sta per iniziare la salita, il destino interviene. Come
se la sua mano gli impedisse di prendere il volo, l’aereo cade sul trimotore, i
serbatoi colmi prendono fuoco in un rogo gigantesco di due aerei che bruciano.
Ancora mito e mistero, anche nella morte; il suo pilota vene estratto dall’aereo
con un foro di pallottola nel capo ed una pistola nella mano. È stato ucciso
durante il decollo, oppure si è suicidato per non morire bruciato? Dal fumo che
copre l’aeroporto di Medellin, uscirono cadaveri carbonizzati, quasi irriconoscibili
e naque una leggenda che dura ancora oggi. Un uomo dal volto orrendamente

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sfigurato ma con una voce meravigliosa, vaga per Buenos Aires; chi lo vede in
Corrientes, chi in Suipacha, è lui, è Carlos, non è mai morto!
Qualcuno ha detto che per entrare nel mito, si deve morir giovani e lui lo
era, o almeno così sembrava, perché neanche questo era certo. Da quanto lui
stesso diceva poco prima dell’incidente, aveva solo quarantotto anni e per questa
ragione resterà per sempre così, come lo vediamo nei suoi film, senza invecchiare,
senza passare attraverso l’inevitabile declino. Ecco perché “Carlos cada vez canta
mejor, ogni giorno che passa, canta meglio “ come dicono gli argentini.
L’orologio del computer gli disse che erano le dieci e mezzo di lunedì 14
agosto: il giorno dopo Anne sarebbe partita per il suo viaggio ed i seicento
chilometri che li separavano sarebbero diventati chissà quanti... Si affacciò al
balcone, guardò in alto e vide nel cielo nuvole screziate di azzurro-grigio,
sontuose nella loro immobilità. In basso, la strada era deserta di tutte le auto che
in quel momento stavano in coda sulle autostrade; verso il sogno di vacanze
attese per un anno. Ogni tanto un’anziana signora, reduce dalla battaglia
ferragostana per la ricerca di un negozio aperto, si tirava dietro il suo
ballonzolante, improbabile carrello rigonfio della sudata spesa. La pace ed il
silenzio, così insoliti nella sua città, lo portarono a pensare alla Provenza, alla
quiete dei suoi piccoli villaggi e sentì che tutto questo già gli mancava.
La chiamò con l’emozione di parlare con lei al telefono per la prima volta,
sentì lo squillo che la distoglieva da qualsiasi cosa stesse facendo e subito, con un
vibrante - Marcò - fu con lui.
<< Buon giorno cara come stai, hai riposato bene? Non so dirti la gioia che mi
ha dato il tuo messaggio, ti ho pensato molto, si ti amo, ti amo tanto. >>
Parole di innamorati, parole tenere che viaggiavano veloci come la luce, lungo i
freddi intrecci delle sottili fibre di vetro che le trasportavano, senza raffreddarsi
minimamente. Riuscendo a portare i loro sentimenti lontano, mantenendone il
calore, come carezze bioniche attraverso lo spazio. Lei gli disse che la sera prima
era andata a cena con sua figlia Amelie a “ Le Moutardier “. Per ritrovare, nel
tavolo accanto a quello in cui avevano pranzato insieme, ciò che la rendeva felice,
la cosa nuova che c’era nella sua vita, la presenza di lui, Marco. Nel salutarlo, gli
diede appuntamento sulla posta elettronica. Il tempo sembrava scorrergli dentro
veloce, accelerato, come se l’indomani dovesse partire anche lui. Per vincere
quell’ansia decise di uscire, fare due passi e prendere un tardivo caffè nel bar-
pasticceria che si trovava dietro l’angolo. La giornata aveva cambiato aspetto; il
colore del cielo era intenso, le nuvole del mattino erano fuggite al soffio della
brezza che stava gonfiando le sue tende, contro la finestra aperta. L’aria era calda
ma non quanto ci si potesse aspettare ad agosto.
Dopo il caffè, si avviò costeggiando i palazzi liberty della via Duchessa
Jolanda, verso Piazza Benefica, il cuore del “ Cit Turin “, il quartiere più piccolo
di Torino e l’unico ad avere un nome torinese. Nonostante l’abituale esodo

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biblico di metà agosto, sulla piazza c’era mercato e c’erano anche i pochi banchi
dei fruttivendoli che si autodefinivano “ contadini “ differenziandosi dagli altri
solo per la varietà di insalate ed i prezzi da capogiro. Marco, amandole molto, non
badò ai cartellini che indicavano prezzi più adatti ad una boutique che ad un
banco di frutta e verdura. Cercò le foglie meno appassite dal caldo, divise la sua
spesa su tre banchi diversi e si diresse verso il giornalaio della strada vicina. Da
giorni non leggeva un giornale italiano perché, quando si immergeva in una
biografia, veniva completamente risucchiato nel mondo che stava descrivendo.
Per le strade le poche persone (perlopiù anziane), il quartiere, e Torino stessa,
avevano quell’aria un poco rarefatta e irreale che assume la città quando è
svuotata, dalla maggior parte dei suoi abitanti e dal caotico traffico dei giorni
normali.
Ripercorse la stessa strada e rientrò in casa, dispose la sua spesa sul tavolo
della cucina ed iniziò a pulire, tagliare e sminuzzare le verdure e gli odori per
prepararsi una fresca e colorita insalata provenzale. I profumi delle foglioline
tenere dell’indivia e dei quadratini di pomodoro, l’amara freschezza delle fette di
cetriolo e la solida e oleosa consistenza del tonno, lo deliziarono mentre leggeva;
una cattiva abitudine che aveva preso da poco, da quando viveva da solo.
Scorrendo i titoli per arrivare alle pagine della cronaca cittadina - dimezzate
dall’essere di ferragosto - notò un articolo pubblicitario sul tour dedicato alla
Torino magica, uno di quelli denigrati da Anne. Riportava i soliti e fin troppo
citati luoghi, la Gran Madre, Piazza Solferino, Piazza Castello e l’immancabile
Piazza Statuto.
Quel che c’era di nuovo rispetto a quanto aveva letto in passato, spiccava in
grassetto nella descrizione di quest’ultima; vicino alla fontana del Frejus, si
trovava “ il cuore nero della città “, che aveva funzionato per molti anni da
patibolo. I suoi giustiziati erano poi portati nel cimitero del vicino quartiere
Valdocco, nome che deriva dal latino Vallis occisorum. Ma nella pergamena, si
parlava proprio del cuore nero della città e di una zona avvallata in cui si
giustiziavano le persone, cioè la Vallis occisorum!
Si era illuso di aver messo da parte il documento ed ecco che, come un
boomerang, esso rispuntava dalle pagine di un giornale, chiarendogli di colpo due
dei tanti enigmi che conteneva. Ma, anche ammesso che l’ingresso al luogo che
Nostradamus aveva visitato fosse in Piazza Statuto, dove poteva trovarsi e
com’era la Piazza all’epoca di Franciscus Valeirole? Doveva assolutamente chiarire
tutto questo, altrimenti non avrebbe trovato pace: riordinate le bozze sui Catari,
sarebbe andato alla Biblioteca Nazionale, perché le ricerche da compiere erano
molto più approfondite di quanto poteva dargli Internet. Ancora una volta si
chiese perché doveva essere proprio lui, tra i tanti che avevano dormito nella
camera di Madame, ad aver scritto un saggio sull’ebanisteria, ad avere quella
maledetta propensione a cercare quello che a prima vista non si vedeva e a
cacciarsi nei guai. E pensare che avrebbe voluto solo finire il saggio sui Catari,
sognare di Anne e far passare più che in fretta i giorni che lo separavano da lei.

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Dopo pranzo, per rilassarsi un poco prima di mettersi al computer,
sintonizzò la sua inseparabile compagna, la radio, sul terzo canale della RAI. La
sigla della trasmissione Fahrenheit, My favorite Things, lo accolse nella versione jazz
di John Coltrane. Ultimo rifugio di una cultura scacciata ormai da tutti i palinsesti
radiotelevisivi, la trasmissione, che portava il nome di un celebre romanzo di
Bradbury, diffondeva da anni musica moderna e non commerciale, recensioni di
libri, avvenimenti culturali ed interviste, con una leggerezza ed una piacevolezza
che parevano quasi incredibili. Ogni conduttore riusciva a far sentire l’ascoltatore
come un invitato di riguardo, ed il perfetto equilibrio tra musica, poesia,
letteratura e biografie di grandi musicisti - nella rubrica chiamata storyville - la
rendevano unica.
Sentì il bisogno improvviso di comunicare con Anne, forse perché si sentiva
in colpa per le ricerche che stava facendo a sua insaputa:
<< Spero che Prevert mi perdoni, in nome dell’amore, se ho modificato la
sua magnifica poesia “ Cet Amour “ per adattarla alla nostra storia:
Questo amore così tenero,
bello come il giorno,
questo amore, così vero,
così felice, così gioioso.
È il mio è il tuo
una cosa sempre nuova.

Un piccolo regalo per te.


Attraverso la tenda, il sole del tramonto si stava scomponendo nei mille
motivi geometrici che la intrecciavano, proiettando sul muro strani geroglifici
ramati. Il giornale radio delle diciassette e quarantacinque, passava in rassegna i
fatti del giorno, dando la precedenza al solito teatrino della politica che ormai
rappresentava solo se stessa. Una politica che era già asfittica nella prima
repubblica, stava divenendo lentamente e totalmente impotente nella seconda.
Attenta prevalentemente a perpetuare se stessa ed i propri privilegi. Poi, il solito
attentato suicida in Irak, un altro in Israele.
Un martire della jihad - uno in più - si è fatto saltare, dicono le agenzie, non
fa quasi più notizia. Semplicemente così, si è fatto saltare, come se portare
addosso della dinamite, camminare nella strada tra inermi cittadini, sfiorare
bambini con le madri, pensare alla propria madre, cercando di non svenire all’idea
di quello che ti aspetta tirando, premendo o ruotando il congegno che stringi con
la mano sudata, fosse niente. Un lento stillicidio di suicidi che si portano dietro

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innocenti, iracheni, afgani, ebrei legati tra loro in una catena umana che sale verso
il cielo, o verso qualunque cosa ci aspetti al di là di questa vita. Un sentiero tra le
nuvole, secondo la rappresentazione hollywoodiana, nel definitivo e immenso
silenzio, sul quale procedono l’attentatore e le sue vittime; verso Dio, Jehova,
Allah o le tremila entità della cosmogonia indiana. Verso un giudizio o verso un
perdono?
Un fenomeno incredibile che, dopo l’undici settembre, terrorizza l’occidente
al punto che nessuno dei grandi della psicologia ha il coraggio di studiarlo
veramente a fondo. Si sono scritte pagine e pagine sui pochi kamikaze giapponesi
della seconda guerra mondiale, che erano comunque inquadrati in un esercito
regolare e si abbattevano su altri combattenti. Il loro “ vento divino “ che li
spingeva a gettarsi con i loro piccoli “ Zero “ contro le corazzate americane, era
stato istituzionalizzato. Ora ci troviamo davanti a centinaia, se non a migliaia di
giovani, uomini e donne indistintamente, a volte addirittura colti, laureati, con un
probabile futuro di benessere al di fuori delle baraccopoli dei Territori occupati,
che scelgono di uccidersi. Domani, per strada, uno di loro potrebbe camminarci
accanto, un attimo prima di farsi saltare e quale è la nostra reazione? Nulla,
nessuno tenta di capire come sia possibile un tale fenomeno che, forse per la
prima volta nella storia, tocca un così alto numero di individui. Quale quantità di
odio si è accumulata negli anni - per riuscire a piegare la propria interna, disperata
paura, vincere l’anelito di vita che all’ultimo momento li assale - per scatenarsi
contro il mondo in missioni suicide? Noi, che potremmo essere gli obbiettivi di
tutto questo, non trattiamo, non studiamo, non cerchiamo di comprendere.
Pazzia, siamo ciechi o pazzi.
Si riscosse, lavorava ormai da quattro ore e decise di prendersi una pausa.
Passò nel living e si preparò un tè, ciò che restava di un meraviglioso viaggio nello
Sri-Lanka. Mentre le piccole foglioline iniziavano ad allargarsi e a trasformare la
semplice acqua calda in una bevanda scura, forte e profumata, pensò alle verdi
colline delle piantagioni, avvolte dalle brume del mattino. Tra quelle nebbie aveva
intravisto le raccoglitrici tamil che si spostavano lentamente sui pendii, curve
sotto enormi carichi, alla ricerca delle foglioline più mature. Le stesse donne esili
e composte, si muovevano sullo sfondo dei disastri lasciati sulla costa dalla furia
dello tsunami: simbolo della forza indomita della donna orientale, che si oppone
al proprio destino. Alcune, accampate sotto una tenda piantata sull’unica cosa che
restava della loro casa, il pavimento. Per non perdere neanche quello. Il ricordo di
quelle donne minute, dal viso di una bellezza delicatissima, era legato a quello
delle giovani balinesi, altere ed eleganti nel loro sarong, mentre camminavano
lungo le strade di Ubud, all’interno dell’isola.
La nostalgia di quei volti gli fece venire in mente Anne e nel controllare se
aveva già risposto al suo poetico messaggio, ebbe un piccolo sussulto di piacere
nel riconoscere le sue parole:

78
<< La tua poesia mi ha dato un’emozione particolare perché è associata a
ricordi dei quali un giorno ti parlerò: il caso ha voluto che tu m’inviassi proprio
quella con la quale ho un forte legame. Sono commossa, sei profondamente nel
moi cuore… >>
Bizzarria della sorte, ecco che quella poesia, inviata solo per il piacere di
condividere con lei pochi versi affiorati dai suoi ricordi, assumeva un’importanza
particolare, scopriva che leggerla l’aveva resa felice. La parola da lei usata l’hasard,
sapeva di azzardo, mentre il nostro “ caso “ evoca solo fortuita coincidenza; a lui
aveva permesso di entrare ancora di più nel suo cuore. Raramente gli era accaduto
prima d’ora che ogni suo gesto, ogni parola, fossero così opportuni, così giusti,
quasi fossero attesi, quasi fossero esattamente quelli che lei si aspettava da lui.
Di certo - pensò - lassù qualcuno mi ama.

Il Sommo Eletto, inserì il dispositivo anti-intercettazione e rispose alla


chiamata che, come era stato convenuto, gli dava la situazione aggiornata da
Lampedusa. Ancora uno sbarco di extracomunitari, questa volta di 370 persone,
fra cui 26 donne e 4 bambini: provenivano dal porto libico di Al Zuwara, la base
dei trafficanti che gestivano la tratta dei nuovi schiavi e dipendevano
economicamente dalla sua organizzazione. Almeno sul quel fronte le cose
procedevano bene, il materiale non mancava mai. L’unico problema stava nel
trasferimento dall’isola a Marsiglia, ma per i loro motoscafi veloci in vetroresina,
che montavano 4 motori da 850 cavalli cadauno, era uno scherzo: con una
velocità di 90 Nodi, persino le velocissime vedette della marina italiana erano
impotenti.
Rispondendo soltanto con monosillabi, confermò l’accettazione dei nuovi
arrivi ed agganciò il telefono senza salutare. Ruotò poi la poltrona girevole e
accavallò le gambe, posando entrambe le mani sovrapposte su una di esse. Chi
avesse esaminato attentamente le fotografie dei gerarchi nazisti, l’avrebbe subito
riconosciuto, perché quella era la sua posa abituale. Lo sguardo perso nel vuoto,
indifferente persino al piccolo e stupendo capolavoro di Van Gogh che gli stava
di fronte, “ Ulivi con cielo arancio”.
Anche lui, più di cinquant’anni prima, era fuggito dalla Germania come un
povero profugo extracomunitario. L’Odessa gli aveva procurato un passaporto
falso, qualche dollaro, e il contatto con un frontaliere svizzero che gli aveva fatto
attraversare le montagne per passare in Italia, di notte e con un freddo glaciale.

79
Un altro emissario, questa volta del Vaticano, lo aveva aiutato a fuggire in
Argentina. Tutto questo per aver puntato sull’uomo sbagliato; colui che avrebbe
dovuto realizzare il Nuovo Ordine, si era rivelato quasi subito ingovernabile. La
sua mania di grandezza lo aveva portato a dichiarare guerra all’Europa, agli Stati
Uniti e all’Unione Sovietica, causando il disastro del loro progetto. A niente era
servito mettergli accanto due Iniziati - capi della loro emanazione in Germania - a
niente corrompere il suo medico privato per avvelenarlo lentamente: sembrava
protetto dalle potenze infernali, pareva invulnerabile a tutti gli attentati.
Pazientemente, avevano dovuto raccogliere le fila di un’organizzazione
dispersa dalla guerra e ricominciare daccapo, per cercare il modo di allontanare
per sempre il cerchio di luce nera che attendeva nel buio, mai sazio nonostante i
milioni di morti che la guerra gli aveva procurato. Si passò una mano sulla fronte
e poi lungo il viso alla ricerca di una soluzione che potesse accelerare i tempi, ma
sapeva che quanto avevano posto in essere era già il massimo consentito dai
vincoli di segretezza che si erano dati. Avevano i migliori scienziati, le
organizzazioni criminali più segrete e fondi illimitati, provenienti da anni ed anni
di speculazioni finanziarie andate a buon fine. Di più non si poteva fare e nel
frattempo sorvegliare, corrompere ed uccidere, se necessario, affinché la loro
esistenza restasse segreta.
Un crudele sorriso stirò la sua bocca senza labbra, rendendo ancora più
orribile quel viso senza traccia di umanità: la superficie metallica della sua
lampada moderna, gli rimandò il volto di una creatura aliena, deformato da una
smorfia di follia. Distolse lo sguardo e si riscosse, c’era molto da fare.

▼.

Lo destò il trillo idiota della sveglia inserita nel suo cellulare, che da sempre
si riprometteva di cambiare. Gli restava addosso un vago ricordo di sogni densi,
estenuati e cercò di eliminarlo con una lunga doccia; il piacere di sentire l’acqua
scorrere sulla pelle e sul viso, proteso verso il forte getto intermittente, aveva
qualcosa di primordiale, una memoria atavica di rare pozze d’acqua nella
sterminata savana. Con l’enorme vantaggio, di non doversi guardare
continuamente dall’arrivo di un predatore. Nell’asettica giungla metropolitana,
l’unico predatore ti guarda dallo specchio in cui ti radi ogni mattino. Il nostro più
grande nemico sta acquattato dentro di noi.

80
Si vestì e guardò fuori; alle sette e mezzo la strada sembrava quella di una
città abbandonata, per una pestilenza o una catastrofe post nucleare. Il cielo
grigio azzurro sembrava promettere ai seguaci del rito antico della gita fuori porta
di ferragosto, una bella giornata, Accese con un gesto automatico la radio e
mentre preparava la colazione, ascoltò per un poco un giornalista che leggeva
titoli ed articoli delle prime pagine dei quotidiani, ma poi cambiò idea. Preferiva
della musica e scelse Jacques Brel, che la sera prima aveva messo da parte, insieme
a Brassens e Aznavour, per riprendere seriamente ad ascoltare e studiare il
francese. Voleva che i suoi messaggi ad Anne prendessero un poco più di
sicurezza, perché nell’ultima telefonata aveva scoperto che l’emozione di sentire
la sua voce lo bloccava e non riusciva a dirle altro che parole d’amore. Intanto, la
voce forte e nel contempo tenera del cantante belga chiedeva ad una donna “ Ne
me quitte pas “, di non lasciarlo perché:
Io ti offrirò
perle di pioggia
venute da paesi
dove non piove mai.
Io costruirò un dominio
dove l’amore sarà re
dove l’amore sarà legge
dove tu sarai regina.
Poesia, pura poesia: parole e note che arrivano dai suoi perduti, bistrattati,
derisi anni sessanta, da un artista che aveva affermato “ gli uomini sono
meravigliosi, ma forse bisognerebbe che qualcuno glielo dicesse “. Non ha mai
smesso di dircelo, di mostrarci quanto possiamo essere grandi e meschini allo
stesso tempo – pensò Marco - sino all’ultimo giorno della sua breve vita, quando
un cancro se l’è portato via. Una cantante argentina attuale, Mimi Lebowsky,
aveva ripreso quella canzone trasformandola in un tango, confermando la poesia
delle sue parole e dando alla musica l’apporto struggente del bandoneon. Mentre
si spegnevano le ultime note del pianoforte ed iniziavano le altre canzoni, Les Plat
Pays, Amsterdam, On n’oublie rien, sentì il bisogno di scrivere ad Anne:
<< So che questo è l’ultimo messaggio che leggerai da casa e so che questa sarà
per te una giornata piena di ultime cose da fare. Ho cercato su Internet la
versione francese del bellissimo libro di Terzano Terzani “ Un indovino mi disse
“ di cui ti ho parlato, ma è in ristampa e l’altro, “ L’ultimo giro di giostra “ non è
ancora stato tradotto. Aspetteremo oppure, se vorrai continuare il tuo percorso
verso la canonizzazione, potrò leggerti alcune pagine traducendole dall’italiano,
quando tornerai. Già quando ci siamo lasciati intravedevo in controluce, sospeso

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sul tuo capo, un leggero pulviscolo dorato che stava assumendo l’aspetto di
un’aureola. Era provocata dalla pazienza che hai dimostrato nell’ascolto del mio
barbaro francese. Se hai una tua foto nell’ordinateur, mi piacerebbe che tu me la
inviassi, sarebbe bello avere il tuo viso sullo schermo che mi dia il buon giorno al
mattino. Sei la cosa più bella che la vita potesse darmi in questo momento, sei una
donna meravigliosa ed il pensiero di amarti mi dà molta fiducia in noi e nel nostro
futuro.>>
Lavorò tutto il giorno, visto che l’indomani sarebbe stato impegnato in
Biblioteca e la giornata scorse lentamente, senza nulla che turbasse il suo
impegno.
Il mattino seguente, decise per un itinerario che attraversava buona parte dei
luoghi magici della città. Uscì nel silenzio delle scale deserte, con la voglia di sole,
di aria e di passeggiare per questa Torino così nuova, nella riconquistata libertà dal
traffico. Si avviò lungo Corso Francia, passando attraverso la zona liberty della
sua parte finale: ampie vetrate colorate, ferro battuto molto lavorato e colori
chiari, rosa, azzurro, verde, tipici di quello stile. I bellissimi palazzi del Villino
Raby e di Casa La Fleur, il bizzarro palazzo della Vittoria con le sue commistioni
di gotico medievale e liberty. Una Torino del primo novecento che era riuscita a
mantenere quasi intatta, in quel quartiere, l’aristocrazia dell’art nouveau. Deviò
per passare in via Cibrario il cui nome, insieme a quello di Piazza Statuto, sarebbe
stato legato per sempre ad una tragedia che Marco aveva evitato per puro caso.
Quella sera piovosa del tredici febbraio del 1983, lui e quella che a quel
tempo era sua moglie, avrebbero dovuto essere al cinema Statuto, per vedere il
film La Capra, che molti loro amici avevano trovato divertente. Ma un litigio
improvviso, nato nella noia di un lungo pomeriggio domenicale passato in casa, li
aveva distratti dall’uscire in tempo per quello spettacolo. Più tardi, ormai
rappacificati, pensarono di andare allo spettacolo successivo e si trovarono così
davanti alla drammatica vista di sessantaquattro corpi, per lo più giovani, stesi sul
marciapiede di via Cibrario e malamente ricoperti da teli.
Morti per soffocamento. Il puzzo acre delle suppellettili bruciate, rendeva
ancora più penoso quello spettacolo e Marco ebbe, per la prima volta in vita sua,
la premonizione della propria morte. Prossima o lontana che fosse, poteva
arrivare senza il minimo avvertimento, una porta di sicurezza chiusa, la scelta di
salire in galleria anziché rimanere in platea e ti ritrovavi a lottare per sfuggire
all’incendio, i polmoni in fiamme alla ricerca dell’ultimo doloroso respiro. Sentire
il sangue giovane rimbombarti nelle orecchie mentre corri disperatamente verso
l’alto, spinto e calpestato dall’altrui disperazione, solo o trascinando per mano la
ragazza che fino a pochi minuti prima tenevi tra le braccia. Dibatterti, mentre le
molecole avvelenate dei gas che stai respirando, fanno il loro sporco lavoro,
penetrano nei tuoi polmoni e nel tuo sangue appesantendolo sempre più. La
mente già arresa di fronte all’impossibilità della fuga mentre dentro di te, esplode
l’urlo di incredulità della tua giovinezza, che vuole crescere, fare l’amore, vivere,

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vivere, vivere. L’assurdità del destino, trovarsi per caso nel posto sbagliato al
momento sbagliato.
Il giorno successivo, insieme a quella notizia, i giornali riportavano la caduta
di una cabina della funivia che da Champoluc porta alle pendici del Crest, in Val
d’Aosta. La stessa funivia in cui loro due sarebbero saliti se, a causa del cattivo
tempo, non avessero deciso di restare a Torino quella domenica. Lo schianto
aveva provocato dieci morti. La signora con il mantello nero e la falce rilucente
dell’affilatura appena rinnovata, che in quegli stessi anni, passava sugli schermi in
cui si proiettava “ Il settimo sigillo “, aveva inviato loro un messaggio di
promemoria. Un rinvio.
Da quel giorno, quella piazza aveva aumentata ancor di più, se ce ne fosse
stato bisogno, la fama di Torino come vertice della triangolazione magica con
Lione e Praga. La Torino massonica ed esoterica la considerava il punto più caldo
del centro della città, più ancora della chiesa della Gran Madre il che è tutto dire.
La Piazza è rigorosamente simmetrica e lo stile architettonico dei palazzi ha
un’impronta severa e monumentale che nell’intento degli architetti, doveva
trasmettere una certa idea di solidità borghese. Ma il forte senso di negatività che
si percepisce attraversandola e la strana piramide del monumento al Frejus
parlano di un fallito progetto di grandeur. La fontana è un monumento bizzarro,
a dir poco, con quelle nude rocce su cui si distendono nell’agonia i bianchi corpi
di quelli che dovrebbero essere gli operai morti durante la costruzione del traforo.
Non vi è nulla di trionfante, al contrario l’impressione a prima vista è senz’altro
macabra: sopra a tutto, indifferente alla miseria umana, un angelo sin troppo
bello, che non ha le consuete fattezze androgine dei soliti angeli marmorei.
Il bronzo scurito lo fa sembrare nero ed il sorriso, così inopportuno di
fronte alla morte che sta in basso, ha qualcosa di soprannaturale: in fronte porta
una stella e non per nulla qualcuno pensa che rappresenti Lucifero. Più in là, a
pochi metri di distanza, si trova la piazzetta dell’obelisco – un simbolo massone -
sulla cui sommità è posto un astrolabio indicante il Gradus Taurinensis, il
meridiano su cui è costruita la città. Parrebbe che quel meridiano, sia l’unica cosa
a passare da quella piazzetta perché nessun altro la attraversa; sembrerebbe, dal
silenzio che vi aleggia, che persino gli uccelli la evitino.
Marco si avvicinò alla fontana e si pose di fronte all’angelo: per terra si
trovavano quattro chiusini, unico segno evidente di un passaggio verso il basso.
Dietro di lui vide una donna netturbino ed ebbe un’idea. Con il sorriso che non lo
aveva mai tradito con le donne, le chiese se sapeva dove conducevano quei
passaggi e lei dopo averlo guardato con curiosità, gli disse che un giorno aveva
visto scendere per una scala sotterranea degli uomini e anche lei aveva avuto la
stessa curiosità. Gli era stato risposto che sotto la piazza, si trovava la sala
comando del sistema fognario della città. Altro che grotte alchemiche pensò lui,
altro che Pietra Filosofale! La ringraziò e tornò ad osservare la fontana: se in
passato c’era stato un passaggio per una o più grotte, la costruzione della sala

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comando l’avrebbe rivelato e comunque Nostradamus era stato a Torino nel
1556, più di quattro secoli prima! Chissà quali mutamenti aveva subito la Piazza e
chissà dove era finita l’apertura alle grotte. Ammesso che ci fosse mai stata. Forse
era meglio puntare in un’altra direzione, quella di Palazzo Madama, sotto il quale
una leggenda dice trovarsi una serie di cunicoli e grotte. Doveva solo trovare la
relazione di quelle oscure parole con uno dei luoghi magici. Più semplice a dirsi
che a farsi.
Percorse la Piazza con la luminosità del mattino che dava risalto alle sue
aiuole ben curate piene di fiori e agli zampilli iridescenti dell’irrigazione
automatica e non poté fare a meno di pensare che fosse tutta una follia, credere
che potesse nascondere qualcosa. Imboccò poi Via Garibaldi, piena di negozi e
caffè che in agosto erano quasi tutti desolatamente chiusi. Dovette arrivare sino in
Piazza Castello, per trovare un bar in cui fosse possibile fare colazione, ma fu
comunque contento perché, sedendosi ad un tavolino all’aperto, poté godere della
bellezza che la profonda ristrutturazione del centro di Torino, aveva regalato alla
piazza.
Eliminando le auto, inserendo al centro una fontana che sgorga
direttamente dal pavimento e contornandola di sedili, si era creato un grande
salotto dal quale ammirare i palazzi della monarchia sabauda. La giornata si
portava ancora dietro l’anomala nitidezza che in agosto è così rara e il cielo
azzurro intenso, faceva da contrasto all’austerità del Palazzo Madama. Questo
sembrava guardare con stupore la statua in vetroresina nera di Ramesse II che,
evadendo furtivamente dal Museo Egizio di notte, si era installata al suo fianco.
Dopo aver bevuto un caffè ristretto, decise di prolungare la sua passeggiata e
percorse il tratto di via Roma che portava in Piazza San Carlo, l’altro salotto di
Torino. Liberata anche lei dalla schiavitù delle auto, che l’aveva degradata sino a
ridursi ad squallido parcheggio, ora ospitava i tavoli di caffè e ristoranti storici,
pieni di ricordi. Quei portici barocchi avevano visto passare nobili, dignitari e
politici provenienti da, o diretti a Palazzo Reale, delusi o soddisfatti nelle loro
continue richieste di prebende, onorificenze, esclusivi benefici. E una miriade di
valletti che andavano incessantemente avanti e indietro e di corsa, tra le case che
si affacciavano sulla piazza, per recapitare messaggi.
Come quelli di due famosi dirimpettai della piazza, Vittorio Alfieri e la
marchesa Falletti, che portavano, all’una e all’altro la poetica dell’intensa passione
nata dallo scrutarsi dalla finestra. Alfieri aveva scritto “ su quella piazza, la più bella
di Torino ed una delle più belle d’Italia, per l’armonia delle proporzioni dei palazzi e la felice
scenografia delle due chiese, mi posi a far vita da gaudente “.
Oggi finalmente, grazie alle profonde mutazioni intervenute negli ultimi
anni - sulle quali pochi, solo qualche anno prima, avrebbero scommesso un
centesimo - Torino era diventata, oltre che più bella, anche una città turistica.
Marco aveva scritto in un suo articolo sul tango a Torino:
“ La città, colpita dalla profonda crisi delle sue industrie principali, che pur

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dando lavoro alla classe operaia e ricchezza a quella dirigente, l’avevano soffocata
nelle sue aspirazioni e realizzazioni artistiche, ora era alla ricerca di un altro
rinascimento, dopo quello della rivoluzione industriale e quello intellettuale-
politico del secondo dopoguerra. Partendo dall’introspezione e dal
riconoscimento di quanto aveva sempre avuto di bello e quasi ignorato,
un’esplosione di energie nuove la stava trasformando in una città diversa, più viva.
Per la prima volta nella sua storia, i fautori di questi cambiamenti non
cercavano di andarsene a Milano o in altri luoghi più stimolanti, perché questa
volta la festa era qui, a Torino e qui doveva rimanere. La musica giovane e la
movida dei Murazzi sul Po, il Museo del Cinema, creato da visionari che avevano
creduto nei loro sogni e nella Bellezza, L’Arte Moderna, presente in tutte le
gallerie, nei musei e addirittura per la strada. La GAM, il Castello di Rivoli, la
Fondazione Sandretto, la Fondazione Mertz e Artissima e le Luci d’Artista …. La
musica colta al Regio, il tango stesso che l’aveva scelta per prima in Italia e vi era
cresciuto dopo un inizio quasi clandestino. Tutto questo e molto altro ancora, ne
fanno una città in cui è bello e stimolante vivere.
Qui si può ballare nelle milonghe che sono sicuramente tra le più belle del
mondo. Il Caffè Procope non ha nulla da invidiare alle boites de nuit - le cantine
esistenzialiste di Saint-Germain-des-Près - la stessa atmosfera bohémienne, le
stesse luci da locale quasi occulto. Il Caffè Blu inserito in un quartiere che, con i
suoi Dock Dora, più argentino non potrebbe essere; l’antico smistamento
ferroviario delle merci, ha portato sulle sue rotaie e fin dentro la milonga, un
vagone ferroviario completo di consolle musicale. Mancano solo le gru per
sentirsi a La Boca. E che dire dell’ultimo nato, il Beach, una spiaggia completa di
sabbia ed ombrelloni, sulla riva sinistra dei Murazzi del Po, a cui il tango ha
attraccato dopo aver navigato dal Rio de La Plata a Torino.”
I turisti, nonostante il caldo, riempivano la piazza ed era bello ascoltare
infine anche in questa città, gli idiomi di altri paesi, veder persone che
camminavano lentamente, gli occhi levati in alto ad ammirarne l’architettura. Non
più solo torinesi seri, quasi arcigni, che si affrettavano ad attraversarla tra un
impegno e l’altro. Ritornò un poco indietro, per imboccare la via che lo avrebbe
portato alla Biblioteca e si trovò nella piccola e raccolta Piazza Carignano. Il
palazzo dall’insolita struttura ellittica, con i suoi spazi concavi, alternati a quelli
convessi, gli diede come sempre una piacevole sensazione di movimento, che
alleggeriva la severità del Museo del Risorgimento, di cui era la sede. Lo superò,
entrò nella Piazza Carlo Alberto e salì decisamente le scale deserte che lo
avrebbero portato ad una delle più grandi biblioteche d’Europa. All’interno,
l’abituale silenzio era ancor più marcato dall’assenza di lettori; alla ricezione c’era
un solo impiegato – un giovane dal capo rasato e con spessi occhiali da vista - che
accolse molto gentilmente le sue richieste.
Tre saggi sulla storia dell’Alchimia, due sull’occultismo ed una biografia tra
le più accreditate di Nostradamus. Portando con sé la trascrizione della
pergamena aveva sperato, con l’aiuto di quei libri, di decifrarla; in capo a tre ore di

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lavoro però, di chiaro c’era ben poco. Tra questo, il fatto che Piazza Statuto fosse
il più probabile ingresso alle Grotte Alchemiche e non la porta dell’inferno della
tradizione esoterica; ancor più probabilmente, la stessa tradizione non era altro
che un tentativo di mascheramento. Aveva ottenuto inoltre la conferma che nel
linguaggio alchemico, il Sommo Artefice e la Grande Opera, non erano altro che
Dio e la Pietra Filosofale.
Nei suoi ricordi scolastici, la chimica organica gli era parsa astrusa, perché
non aveva mai letto nulla sull’Alchimia; quest’antica scienza, da cui derivano sia la
chimica, sia la farmacologia, ora gli pareva una sarabanda infernale di termini,
uno più oscuro dell’altro. Ognuno di essi, mascherava simboli che a loro volta
mascheravano qualcosa che poteva essere o un intruglio maleodorante – se preso
alla lettera – o una rivelazione, se tradotto da un adepto.
“ Mescolando la materia prima - ottenuta da una reazione dei misti imperfetti - con il
corpo misterioso, o fuoco segreto, o filosofico che si trova facilmente in natura, dato che sta nel
ventre di Ariete ed è anche detto verga, bastone, scettro, caduceo - ed altri dieci o dodici
nomi- si otterrà un’asta con la quale battendo rudemente la roccia si otterrà lo spirito della
magnesia altrimenti detto mercurio.”
C’era da rimpiangere le interminabili catene molecolari degli idrocarburi,
che non era mai riuscito a memorizzare. Pare che il battere su una roccia con uno
speciale bastone, per far sgorgare acqua o un altro fluido arcano, sia presente in
tutte le religioni, da Mosè alla tradizione Islamica. Per di più il mercurio ottenuto
dal procedimento, non è quello prodotto oggi per i termometri, ma la Pietra
Filosofale. Mercurio, Hermes, Ermetico, una continua trasmigrazione dei simboli
e delle loro derivazioni.
“ Si unisce poi il mercurio con lo zolfo ottenuto tramite la ricrudazione, operazione in cui
si uccide il vivo per rianimare il morto, cioè si estrae dal secondo libro detto anche oro non
volgare, la sua parte viva e attiva. La sostanza finale è la Materia prossima all’Opera, l’umido
radicale, il mercurio dei saggi, il seme dei metalli, l’acqua dei campioni, l’amalgama filosofico.
La terza fase dell’Opera, è la cottura, che porta alla Pietra trasmutatoria la quale, dissolta più
volte nell’acqua, e fatta fermentare con oro e argento, si trasforma in polvere di proiezione che
può trasmutare qualsiasi metallo in oro e argento.”
Per quanta stima si potesse avere per i precursori delle scienze moderne,
non era proprio possibile attribuire il minimo senso a quell’accozzaglia di parole
incomprensibili: l’unico risultato ottenuto per ora, era il chiarimento di alcuni
termini della pergamena. La parte più trucida, quella che più l’aveva spaventato
alla prima lettura, finalmente veniva chiarita; sapeva che “ uccidere il vivo per
rianimare il morto” non faceva parte di un cruento e ancorché assurdo rito di
rianimazione, aritmeticamente in passivo, ma di un procedimento chimico.
Questo poteva significare dunque che Anne, non faceva parte di una setta
coinvolta in uccisioni. Lui poteva dunque dimenticare quel sospetto che lo
angustiava da giorni.

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Se quegli uomini che per secoli si erano tramandati conoscenze ed
esperimenti, ottenuti attraverso ore ed ore di dura fatica, si esprimevano in quel
modo assurdo, ci doveva essere una ragione. Essa non poteva trovarsi nel seguire
alla lettera il loro percorso, ma era molto più probabile che si trattasse di un gergo
per iniziati, studiato per nascondere sia i loro procedimenti, sia il loro risultato
ultimo. Del resto abbinare le parole “ attraverso l’umiltà e la fede “, alla banale ed
avida ricerca di un agente che trasformasse il piombo in oro, non sembrava
congruo.
Inoltre ricordava che nelle ricerche che aveva svolto sulla sua vita,
Nostradamus risultava un uomo religioso - oltre che medico - che aveva sempre
agito per il bene dei malati e della sua comunità. Ci doveva essere un’altra ragione
per cui il veggente aveva lasciato la Provenza per venire ad infilarsi nei sotterranei
di Torino, una ragione ben più alta. Per capirlo, rimaneva da chiarire cosa fossero
le Grotte Alchemiche. Tra i libri che aveva prelevato non vi era nulla di
approfondito sulla materia, quindi ritornò dal bibliotecario per restituire parte dei
libri e chiederne altri più specifici.
Stranamente il giovane che aveva visionato la sua tessera di accesso, non era
più dietro al bancone, ma era stato sostituito da un uomo anziano, molto alto, il
viso incavato, i folti capelli biancastri e gli occhi fissi da uccello. Troppo vecchio
sembrava, per poter ricoprire ancora un incarico da dipendente comunale.
Guardò Marco con attenzione, come se si aspettasse da lui richieste che esulavano
dalle conoscenze del giovane che l’aveva preceduto e alla richiesta di un libro sulle
Grotte, inarcò le sopracciglia, piegò ancor di più le spalle - che già gli davano
l’aspetto di chi è da secoli in attesa paziente di qualcosa di preannunciato - e gli
chiese di aspettare. Il volume da lui richiesto, non era di normale consultazione.
Dopo alcuni minuti tornò portando un libro rilegato preziosamente e nel
porgerglielo gli raccomandò di consultarlo con cura, visto che era molto antico. Il
gesto con cui lo posò nelle sue mani, aveva un che di troppo solenne, pareva che
facesse fatica a separarsi da quel libro, come se fosse di sua proprietà. Un
bibliofilo pensò Marco, ma quando il vecchio posò le mani sul bancone, quello
che vide lo raggelò. Il brivido che saliva lungo la sua schiena, non era effetto
dell’aria condizionata del locale, bensì al simbolo che ornava il grosso anello della
mano destra. Più ridotto rispetto ai medaglioni di Anne e Madame ma altrettanto
evidente nella perfezione dell’incisione orafa, un Triskell riluceva sotto la luce
artificiale della sala. Dunque non si sarebbe mai liberato di quell’immagine?
Aveva vissuto per anni senza vederne uno, almeno addosso alle persone, ed
ora improvvisamente si trovava circondato da gente che lo portava. L’uomo gli
disse, con voce roca e decisamente sgradevole, che trattandosi di un libro molto
raro, poteva solo consultarlo lì, davanti a lui. Con un moto di ribellione, Marco gli
rispose che avrebbe portato i libri ed i suoi appunti in uno scrittoio in vista, ma
che non gradiva lavorare sentendosi osservato. L’espressione dell’altro si fece
ancor più grifagna, ma assentì col capo.

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Cosa diamine faceva il segno del Triskell al dito di un bibliotecario torinese
e come mai l’uomo era spuntato solo dopo che aveva chiesto un libro sulle
Grotte? Che il giovane che lo aveva servito, avesse ritenuto che le sue richieste
comportavano la presenza del vecchio? Sapeva che la Biblioteca aveva fama di
un’ottima assistenza, ma quello gli pareva uno zelo eccessivo. Trasferitosi in un
altro scrittoio più in vista, Marco poté vedere che il libro aveva per titolo “ La
chiave dell’Arcano maggiore “ e l’autore era un certo Ireneo Filalete.
Se l’aspetto consunto della rilegatura e le pagine ingiallite dal tempo gli
avevano dato molte speranze, il contenuto del libro gliele tolse già dopo pochi
minuti di lettura. Si trovava di nuovo alle prese con alambicchi, mercuri vari e
zolfi di ogni specie. L’unica novità stava nello specificare che esistevano due
direzioni di ricerca: da una parte la Pietra Filosofale per la trasformazione dei
metalli, dall’altra la Medicina Universale, una panacea contro tutte le malattie. In
verità, nel libro di questo alchimista che - come diceva la prefazione, era anche un
rinomato filosofo britannico, stimato da Isaac Newton, Robert Boyle e altri
illustri personaggi del suo tempo – si discuteva sulla vera natura della famosa
pietra rilevando che essa stessa era costituita da oro e che l’arte del filosofo
risiedeva unicamente nella sua raffinazione. Finalmente un po’ di chiarezza!
Proseguiva poi dicendo che “ La nostra Pietra non è altro che oro al più alto grado
di purezza e sopraffine stabilità e il nostro oro, non più volgare, è il fine ultimo della Natura ”.
Ma non c’era speranza di chiarezza nelle pagine che seguivano, perché di punto in
bianco si passava a parlare di un “pane bianco” o pane della luce, rintracciabile
anche nella Bibbia dove, nel libro di Giobbe, si dice “ Come la terra, da essa viene il
pane; e quando viene accesa si tramuta in fuoco. Le sue pietre sono il luogo degli zaffiri, e
contiene la polvere dell’oro”. Per di più entrava anche in scena l’immancabile Mosè
che, di ritorno dal monte Sinai e scoperto che in sua assenza i suoi avevano
costruito il vitello d’oro, lo bruciò con il fuoco, trasformandolo in polvere, e lo
diede da mangiare come pane agli Israeliti. Ma scaldando o bruciando l’oro col
fuoco, non si produce polvere bensì oro fuso quindi tutto indicava trattarsi di un
procedimento alchemico per ottenere il “pane della presenza” ovvero la manna.
Marco, scoraggiato, sollevò il capo dalla lettura; non faceva in tempo ad
entusiasmarsi per aver compreso qualcosa, che subito precipitava nell’oscurità più
assoluta. Dopo quasi quattro ore di lavoro, che gli avevano fatto saltare il pranzo,
non aveva concluso un gran che ed il fatto che in quel momento il bibliotecario lo
stesse osservando senza togliergli gli occhi di dosso un momento, lo infastidì
molto. Dovette sforzarsi di non indirizzargli un gesto molto, ma molto scortese.
Decise di saltare i paragrafi che trattavano dell’Arca dell’Alleanza, lo scrigno d’oro
che scoccava mortali dardi di luce dalle ali del cherubino che ne sormontava il
coperchio. Saltò anche la presenza in Babilonia della “pietra di fuoco” e dei
sovrani egizi che ingerivano la bianca manna d’oro sin dal 2180 a.c. per ottenere
l’illuminazione finale, ovvero la gnosi. Tralasciando volutamente il ricomparire di
parole che aveva già scoperto nelle sue ricerche a Tolosa, andò avanti nello
sfogliare il volume sin quando non trovò il riferimento alla Medicina Universale.

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Pareva che per ottenerla bisognasse passare attraverso anni di studio e
preparazione, non essendo questa una sostanza, ma una conoscenza. La prova
finale consisteva nella visita alle Grotte Alchemiche.
Finalmente dopo centoquindici pagine di astruserie, qualcosa su quanto era
venuta a cercare. Il testo chiariva che nelle tre grandi città magiche, esistevano da
sempre le tre Grotte Alchemiche, luoghi di potere segreti e sorvegliati, in cui gli
Adepti - e soltanto loro - possono agire sulla materia, sul tempo e sulla
conoscenza. Esse sono porte di passaggio tra diversi mondi, punti di contatto tra
la dimensione corporea conosciuta e dimensioni spirituali. Tra il nostro mondo di
esseri pensanti e mondi “paralleli”, dove l’esistenza scorre su piani vibratori
diversi ma contemporanei ai nostri. Grotte in cui è possibile compiere la Grande
Opera degli Alchimisti, la Trasmutazione della vile materia, ma soprattutto della
propria anima.
Nella prima grotta si dominano le leggi normalmente attribuite alla fisica.
Nella seconda si è in grado di contattare Forme di Esistenza più evolute e c’è
ancora possibilità di uscirne. Dalla terza, una volta varcata la soglia, si penetra in
altre dimensioni, si trascende il tempo e lo spazio, non si ritorna più ...
L’ubicazione delle Grotte, è tenuta nel più ferreo segreto da tre persone in
Europa, che si conoscono reciprocamente e si tramandano questa e ben altre
conoscenze, ma ci vorranno ancora alcuni secoli, prima che ne venga rivelata una
minima parte. I dintorni di questi luoghi, anche in superficie, sono beneficiati
dalle potenti emanazioni delle grotte impenetrabili e alle persone normali, basterà
passeggiarci attorno per sentirsi meglio... Queste notizie discordavano molto con
la fama che aveva Piazza Statuto; era conosciuta da sempre come un luogo con
energia negativa e non con benefici influssi. A meno che nel corso dei secoli –
Filalete operava nel ‘600 – le cose non fossero radicalmente cambiate. Di più il
testo non diceva e, salvo una lunga tiritera di raccomandazione al lettore di
mantenere il cuore puro per avvicinarsi ai misteri alchemici, non c’era altro di
interessante.
La giornata volgeva al termine, tra poco la Biblioteca avrebbe chiuso e lui
doveva sbrigarsi a risolvere l’ultimo quesito, l’esistenza del firmatario della
pergamena. L’ultimo volume che gli restava, la biografia di Nostradamus, aveva
un indice con i vari capitoli della vita dell’uomo ed una bibliografia molto
dettagliata dei suoi esegeti, biografi e studiosi. Scoprì che l’uomo aveva avuto
molti estimatori da vivo, ma innumerevoli erano quelli che ne avevano scritto da
morto e tra questi trovò quello che non avrebbe voluto trovare. Se non ci fossero
state tracce di Franciscus Valeirole, avrebbe potuto pensare alla pergamena come
ad una bizzarria, ma lì, sulla pagina di fronte ai suoi occhi, il suo nome spiccava
come biografo di Nostradamus. Nelle note sulla sua vita, risaltava nitidamente ed
inconfutabilmente che era stato ucciso in modo misterioso, nella notte del 14
maggio 1755. Dunque solo due giorni dopo aver celato la pergamena nel
secretaire! Il sollievo che pochi minuti prima gli aveva dato scoprire che non
c’erano in ballo omicidi, sparì di colpo e nonostante l’aria condizionata, la sua

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fronte si coprì di sudore. La fantasia si era messa a galoppare e la comparsa
dell’anello con il Triskell nel dito del bibliotecario, gli pareva sempre meno
casuale.
Per di più Franciscus aveva scritto che già prima di lui, alcuni suoi confratelli
erano stati uccisi ed ora Marco aveva la prova che quanto il seguace di
Nostradamus temeva, si era avverato. Prese i suoi appunti e i due volumi da
restituire, si alzò e si diresse verso il bancone guardando dritto in viso il
bibliotecario: voleva capire se si trattava solo di sue fantasie o se c’era veramente
qualcosa di cui temere. L’uomo attese che lui gli giungesse davanti poi, con un
sorriso mellifluo gli chiese: Ha trovato quel che cercava? Il tono della voce
canzonatorio, gli tolse ogni dubbio e anche se le sue parole potevano apparire
innocenti, lo sguardo che lo seguì, mentre usciva dalla grande sala, poteva
significare forse che quell’uomo sapeva.
Cosa esattamente sapesse, Marco non poteva immaginarlo, ma gli bastava
aver avuto la conferma che la sua ricerca non era passata inosservata. Almeno
avesse davvero scoperto qualcosa tra quelle pagine! Al di là di una serie di oscuri e
incomprensibili procedimenti, che potevano interessare solo la ristretta cerchia
degli innamorati della dottrina alchemica, che cosa ne aveva ricavato? Nemmeno
il materiale per un articolo, perché esporre quanto aveva letto qua e là in quei
trattati in modo da farsi capire da un comune mortale, sarebbe stato un compito
al di là delle sue forze. Non poteva nascondere di esser un poco deluso,
inconsciamente sapeva che una ricerca di mezza giornata non poteva dargli
niente di più ma la credenza - comune a molti - che la fortuna aiuta i principianti,
è dura a morire. Ritornò verso casa rifacendo lo stesso percorso dell’andata e con
la mente talmente occupata, da stupirsi di trovarsi senza essersene accorto,
davanti alla palazzina in cui abitava. Gli pareva ora che la storia del passato, di cui
era sempre stato appassionato, fosse tutta da riscrivere; accanto alle figure
conosciute di sovrani, politici e uomini influenti, avevano sempre agito nell’ombra
altre figure molto meno note, ma non per questo meno potenti.
Se Franciscus, faceva parte del gruppo fedele e devoto a Nostradamus, i
Compagnons, chi erano i seguaci del Triskell, gli Eletti? Aveva trovato nella rete
qualcosa sul simbolo, ma ben poco sui suoi adepti che evidentemente erano
riusciti nei secoli a celarsi molto bene: fatto incredibile, se si pensa che altre
confraternite segrete, come i Templari, i Rosa Croce e i Massoni, erano venute
alla luce o comunque se ne conosceva l’esistenza. C’era però un piccolo appiglio a
cui aggrapparsi per continuare la ricerca, una frase contenuta in quello che aveva
letto sul simbolo. Continuava a ronzargli in testa l’accenno alla posa del Triskell
nelle antiche Cattedrali. Se era in uso farlo, per motivi che lui non conosceva,
doveva esserci anche un gruppo di uomini che seguivano la costruzione o vi
partecipavano per inserire o scolpire il simbolo tra una pietra e l’altra. Accese il
computer e mentre attendeva che lo schermo fosse operativo, pensò che in tutto
il giorno non aveva quasi pensato ad Anne. Sentendosi in colpa, aprì la posta; se
gli aveva inviato un messaggio, quello sarebbe stato l’ultimo dalla Francia, prima

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di trovare una nuova postazione internet. Controllò subito e fu fortunato, la mail
era arrivata e riportava in allegato una sua foto sorridente, un poco deformata dal
flash e da un ardito primo piano. Il messaggio diceva:
<< Questa è una delle poche foto che ho, perchè non mi piace farmi
fotografare ; sto partendo, ma è buffa questa sensazione di allontanarmi da te e
nel contempo, di averti vicino. Anche io ho fiducia, non nel futuro, ma in noi.... Je
t’aime.>>
Non era proprio un gran foto quella, ma comunque era un’immagine di lei. A
malapena riconoscibile, a dire il vero; chissà perchè una donna della sua bellezza,
non amava farsi fotografare. Dovette pensare alle altre sue parole, per cancellare
il disagio che quell’ammissione gli aveva provocato. Anche lui aveva provato,
quando aveva lasciato Villeneuve, la stessa sensazione di allontanamento e nel
contempo di sentirla accanto a sé. Era bello sapere che aveva fiducia in lui e in
loro due, perché l’amava.
D'un tratto sentì tutta la schizofrenia presente nel suo rapporto con Anne.
Nello stesso momento in cui svolgeva ricerche per capire se lei facesse parte di
una congiura, che in passato aveva ucciso, sentiva d’amarla con un’intensità che
raramente aveva provato prima.
Magari il suo monile non era altro che quello, un gioiello che qualcuno gli
aveva regalato o che lei si era fatta fare su un disegno trovato da qualche parte.
Perché prima di partire non le aveva chiesto da dove proveniva e perché lei lo
aveva indirizzato proprio da Madame, una donna che portava lo stesso monile? Si
rese conto che doveva ancora continuare a cercare, non c’era altra via per
dissipare ogni dubbio. Sapendo di non poter rispondere al suo messaggio perché
lei era già partita, cercò sulla rete le parole “ cattedrali gotiche “.
Nella selva di risposte scelse quella che lo intrigava di più, perché nella
presentazione di un vecchio libro sui costruttori di cattedrali, riportava rimandi
all’esoterismo. Gli si aprì davanti un mondo fatto di un numero incredibile di
simboli. Pareva che gli artefici di quelle meraviglie, non potessero farne a meno di
usarli dappertutto. Scoprì che il termine “ gotico “ potrebbe derivare da
argotique, o argot, un linguaggio per iniziati che vogliono comunicare senza
essere capiti dagli altri che stanno intorno. Che ogni simbolo, unicorno, leone o
animali immaginari, è stato posto per tramandare conoscenze ormai perdute.
La stessa nascita delle cattedrali è un mistero perché prima non c’erano poi
di colpo, dal 1100 in avanti, spuntano come funghi e negli stessi anni del ritorno
dei Templari dalla Terrasanta. Sino allora si costruivano le chiese romaniche, ma
dopo tutto cambia. Si mette in luce una maestria tecnica e architettonica mai vista
prima e stranamente vengono costruite sui luoghi sacri al culto della Grande
Madre, il culto unitario più diffuso prima del Cristianesimo. La maggior parte di
quei luoghi sono dei veri e propri snodi di una griglia elettromagnetica che
ricopre tutta la terra: in quei punti si verifica la massima emissione di energia
elettromagnetica. Un’altra verifica gli fece scoprire che la griglia era marcata,

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nell’antichità, dall’allineamento dei megaliti. Le cattedrali hanno pianta a croce
latina, che è considerato dagli alchimisti il geroglifico alchemico del crogiolo. Il
luogo dove la materia prima, necessaria per la Grande Opera alchemica, muore
per poi rinascere trasformata in un qualcosa di più elevato. Vi si trovano molte
statue e bassorilievi raffiguranti figure altamente simboliche e altrettanti simboli
magici ed esoterici. Quasi sempre, è presente sul frontone il segno del Triskell,
che aveva il compito di concentrare l’energia su coloro che entravano nella
Cattedrale. L’ingresso della stessa è orientato in modo che il fedele, entrando
nell’edificio sacro, cammini verso l’Oriente, ovvero verso la Palestina, luogo di
nascita del Cristianesimo.
Ed eccomi servito – pensò Marco – cercavo nessi e ne ho trovati, mi stanno
travolgendo addirittura. Anne è una geofisica specializzata in campi magnetici
terrestri, i megaliti riportano spesso il Triskell, le Cattedrali venivano considerate
crogioli alchemici, quindi tutto torna o quasi. Si alzò per fare una pausa e si
affacciò alla finestra aperta sull’immobile e calda serata verso cui la giornata
sembrava avviarsi. Guardando in basso vide due uomini, le bianche camice con le
maniche corte e la cravatta contegnosa e stretta nonostante la crescente calura.
Portavano entrambi una borsa nera rigonfia ed avanzavano nella strada parlando
e sorridendo tra loro con un passo sicuro, illuminati da una luce che soltanto loro
erano in grado di vedere. Testimoni di Geova oppure Mormoni o forse della
Chiesa dell’Ultimo Giorno. In cerca di qualcuno che in quel caldo giorno di
agosto volesse ascoltare le parole che avrebbero dovuto convertirlo ad una nuova
fede. Fortunati loro, che non avevano dubbio alcuno, cui bastava la Parola di un
testo che aveva attraversati i secoli per arrivare, stravolto, rimaneggiato e artefatto,
ai loro cuori e indurli a vagare per le strade delle moderne città, a svolgere quello
che gli apostoli avevano svolto duemila anni prima. Si ritrasse dalla finestra per
non farsi vedere, avrebbero suonato il citofono per agganciarlo in un
interminabile tentativo di arruolamento.
Si versò un calice dalla fredda bottiglia di Erbaluce che teneva in frigorifero,
ne aspirò il profumo e prima che il vetro si appannasse ne ammirò, ponendolo
controluce, la gialla trasparenza. Il sapore asciutto e fresco del vino, lo
ricompensò di una giornata di duro lavoro e gli tenne compagnia mentre
preparava l’insalata di riso che sarebbe stata più tardi la sua cena. Mentre il riso
cuoceva, tagliò a cubetti un giallo peperone arrostito, a metà cottura aggiunse i
rossi pistilli di zafferano e accese un altro fuoco per i piselli. Quando anche questi
furono cotti, li mescolò insieme al resto su un fondo di olio, aceto e salsa
Worcester e lasciò il tutto a riposare per insaporirsi. Il giallo ocra che aveva
acquisito il riso, il giallo più intenso del peperone ed il verde dei piselli, rendevano
più attraente quel fresco piatto estivo. Tutta questa preparazione l’aveva rilassato,
come sempre accadava quando cucinava e almeno per qualche minuto, non aveva
pensato alla pergamena. Ricollegandosi mentalmente a quanto aveva letto, gli
parve impossibile che Anne fosse legata a tutto quell’intrigo, come era impossibile
che l’istinto che l’aveva sempre aiutato con le donne non l’avesse avvertito. Il
tango poi non l’aveva mai ingannato; le rare volte in cui aveva sentito nascere la

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sintonia e la comunicazione, erano state confermate, fuori dal ballo, le stesse
affinità. Non poteva credere di essersi sbagliato sino a quel punto.
Cenò sul piccolo terrazzo guardando una luna che non era più la stessa di
Avignone perché, pur mantenendo il suo diafano splendore, si stava riducendo ad
un’immensa sfera asimmetrica. Improvviso, a tradimento, lo prese il desiderio di
Anne. Risentì, come se gli fosse accanto, il profumo della sua pelle e le sue parole
mormorate a bassa voce nel buio. Solo con un grande sforzo si distolse da questi
ricordi, mancava ancora molto al suo ritorno in Provenza ed era meglio non
pensarci. Sentì il bisogno di chiamarla, non sapeva se fosse già partita o meno ma
la smania di udire il suono della sua voce, fu più forte di ogni considerazione. La
trovò in procinto di uscire per prendere un taxi e fece appena in tempo a dirle
quanto aveva gradito il suo messaggio ed augurarle buon viaggio. Lei capì e un
poco affannata gli disse “ je t’aime cheri “. Tre parole soltanto ma l’effetto che
ebbero su di lui fu più grande di quello che avrebbe ottenuto una conferenza
sull’estraneità di Anne al contenuto della pergamena. Decise che quando si
fossero rivisti, le avrebbe parlato di tutta la vicenda e i suoi dubbi si sarebbero
chiariti. A volte, per restituire la serenità di giudizio, basta prendere una decisione
e seguirla, senza farsi continuamente turbare da dubbi e incertezze. Lui l’amava,
lei pareva corrispondere nella stessa misura, questo bastava.
Per i due giorni seguenti, continuò a scrivere e a riordinare le cartelle del suo
libro scoprendo che c’era ancora molto lavoro da fare: giovedì sera decise di
rimandare alla settimana dopo il suo appuntamento con Giorgio, il suo editore.
Nel frattempo riceveva messaggi telefonici da Anne che gli dicevano che aveva
viaggiato bene, dormendo e sognando di loro quasi per tutto il viaggio e di
soffrire di un forte mal di schiena residuo di uno strappo dovuto alla
preparazione della sua énorme valise. Arrivata in albergo, stava cercando un medico
che le facesse una picure di antinfiammatorio, per poter iniziare il suo giro di
conferenze. Gli dispiacque di sapere del suo incidente e le augurò che passasse
presto.
Il venerdì mattino del diciotto agosto scoprì che erano passati solo cinque
giorni da quando si erano lasciati e lei gli mancava tremendamente. Sentiva il
bisogno del suo sorriso, del suo parlare e sì, anche del suo corpo. La visione del
suo perizoma e di quello che così sensualmente contornava, lo perseguitava,
rendendo le sue erezioni mattutine, ancora più imponenti. Si chiedeva come
diavolo avrebbe fatto a passare quei venti, venticinque giorni. Sarà anche vero che
il lavoro distrae, ma lui stava lavorando come un forsennato e dalla direzione che
prendevano sempre i suoi pensieri, non gli pareva di riuscire a distrarsi molto. Se
fosse esistita una clinica del sonno in cui poter entrare a piacimento, ci sarebbe
andato, per farsi tutto un sonno sino al giorno del suo ritorno. Senza più
smaniare notte dopo notte, cercando d’immaginarla prima di addormentarsi;
evocando il suo viso, i suoi grandi occhi verde-violetto, i capelli ondulati dai
riflessi dorati, il sorriso che provocava le sue deliziose fossette, la sua pelle
abbronzata dal sole della Costa Azzurra ... No, non aveva bisogno di fotografie,
l’aveva bene impressa nella mente e quella sullo schermo del computer, era solo

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un simulacro di lei. Verso le due, aprendo la posta, scoprì che Anne gli aveva
inviato un messaggio:
<< Ho necessità di scriverti e di leggerti, di sapere come stai e cosa fai nella tua
Torino magica, per sentirti più vicino a me. A volte tocco il rosso cuore di vetro
che mi hai donato e risento le dolci parole italiane che mi sussurravi nel buio…è
bello aver bisogno di te. >>
Con il piacere che gli dava la lettura di quel messaggio, le inviò subito una
risposta.
<< Lo stregone stregato: forse tu non conosci quel piccolo negozio sulla riva del
Rodano dove ho comprato il piccolo cuore di vetro; è un negozio magico che fa
filtri d’amore e riesce ad inserirli nei collier che metteranno al collo le donne
amate. Prima di fare la magia però ti fa alcune domande:
- quanto la donna è affascinante?
- quanto vuoi che la donna in questione cada in amore per te?
Questo perché il prezzo del collier, più il filtro, dipende dalla quantità di
fascino che la donna possiede e dalla quantità di amore che vuoi da lei. Io ho
dovuto pagare una fortuna!! Risultato ed effetti del filtro d’amore: se ti parlo al
telefono mi emoziono, mi sento perso, balbetto il francese, be be ba ba e non
sono capace di affascinarti ( come era invece scritto nelle indicazioni del filtro ).
Bell’affare ho fatto! Vivo solo per i tuoi messaggi, le tue mail, per te. >>
Dopo averle scritto, si mise ancora al lavoro, riordinò le ultime note e senza
accorgersene arrivò alle nove. Il leggero spuntino che aveva sostituito il pranzo
non era che un lontano ricordo quindi si preparò un piatto di spaghetti al pesto
da cui aveva omesso l’aglio, visto che pensava di andare in milonga, quella sera.
Arrotolando attorno alla forchetta quei viluppi di profumata e deliziosa
consistenza, controllò la posta e fu premiato da una mail di Anne. Gli scriveva di
poter a mala pena muoversi a causa del dolore alla schiena; non aveva pensato che
lo strappo potesse durare tanto e si preoccupò un poco per la pena che traspariva
dalle sue parole. Sapeva quanto fosse penoso soffrire di quei colpi della strega,
fuori casa, con la voglia di uscire che deve lottare con il dolore, che ti fa
camminare in modo contorto, attento ad ogni gradino o asperità del terreno. La
sua ultima esperienza di quel tipo l’aveva avuta molti anni prima a Baden-Baden,
un’ora prima di uscire con sua moglie e gli amici, per andare all’elegante Casinò
della città, il più antico della Germania. Il suo amico Gianni, medico, gli aveva
iniettato una forte dose di antinfiammatorio, ma nonostante quello, la sua postura
non era cambiata ed aveva ancora il portamento rigido di un ufficiale prussiano.
Il dolore e la confusione gli avevano impedito di ricordarsi di indossare la
cravatta, aveva solo un cache-col e all’ingresso il compassato funzionario in
smoking l’aveva bloccato: non gli pareva vero di intervenire per interrompere il
loro allegro parlottio di italiani in vacanza. Ancora una volta però, l’inventiva

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italiana aveva avuto la meglio, Marco si era sciolto il cache-col e con un solo
rapido ed elegante gesto, l’aveva avvolto al collo della camicia. Dalle sue mani era
uscito un perfetto nodo scapino ed il tutto era stato poi parzialmente coperto
abbottonando la giacca. Un leggero sorriso era scappato dalle labbra del
funzionario che con un piccolo inchino aveva reso omaggio al suo escamotage.
Erano quindi entrati in quelle magnifiche sale liberty i cui specchi dorati, avevano
assistito alle rovine economiche del Gotha di mezzo mondo. Ambiente perfetto
per fare da sfondo al giocatore dostoevskijano e ai giocatori di tutti i paesi e di
tutti i tempi.
Lui ed i suoi amici erano rimasti incantati dall’atmosfera, le puntate erano
lette in francese ma i numeri in cui l’hasard portava la pallina a cadere, erano
annunciati in tedesco e questo dava già di per sé una maggiore solennità ad ogni
giocata. Marco, impossibilitato a piegarsi verso il tappeto verde, era stato costretto
a ricorrere al croupier per ogni puntata, ricoprendo così un ruolo consono
all’ambiente, ma dovuto esclusivamente al dolore che lo attanagliava. Forse per un
indennizzo della sorte, forse per l’intiepidirsi del suo matrimonio, che favoriva la
credenza che nella vita si potesse avere o l’amore o la vincita al gioco, aveva
terminato quella serata con una piccola vincita, spesa poi insieme agli amici alla
brasserie del Casinò. Tutto l’ambiente ricordava un’epoca finita con il crollo
dell’Impero Asburgico ma che aveva diffuso la sua influenza nell’architettura e
nello stile di vita in tutta Europa e persino oltreoceano, in Argentina.
Ricordava il Caffè Tortoni, uno dei più viennesi e romantici caffè di Buenos
Aires e anche uno dei pochi locali storici rimasti, insieme alla Confiteria Ideal: a
ricordare, con i suoi stucchi, specchi e legni pregiati, l’epoca d’oro della città. Più
che un caffè sembrava un teatro che rappresentasse la vita della Buenos Aires
degli artisti e degli intellettuali. Ad un tavolo appartato, infatti, siedono ancora e
per sempre, tre miti argentini, Borges il fido bastone che accompagnava gli occhi
ormai spenti, Gardel il cui sorriso è un poco distorto e Alfonsina Storni. La
dolce, grande, poetessa, emigrata, ragazza madre, femminista, che aveva scritto
nella poesia “ Il sogno “:

Chi è colui che amo?


Non lo saprete mai. Mi scruterete
gli occhi per scoprirlo e non vedrete
mai che il fulgore dell’estasi. Io lo imprigionerò
perché mai sappiate immaginare chi ho dentro il mio
cuore e lì lo cullerò, silenziosamente, ora
dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

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L’Alfonsina della canzone cantata da Mercedes Sousa, “ Alfosina y el mar “
che, stanca di lottare contro un tumore inguaribile, scrisse sulle rive del Rio de la
Plata “ Voy a dormir “ prima di lasciarsi abbracciare e sommergere da
quell’immenso mare non mare. Anche lei è a quel tavolino insieme al grande cieco
visionario ed al cantore dell’immaginario argentino, tre statue di cera visitate ogni
giorno dai turisti. Le rispose subito, cercando di mettere nelle sue parole tutta la
tenerezza che sentiva per lei:
<< Mia piccola Anne, leggere che tu stai ancora male mi dispiace, vorrei essere
con te per curarti. L’amore a volte fa miracoli … guardo il tuo volto che mi
sorride dallo schermo e il desiderio di abbracciarti, di baciarti è grande, curati ti
prego.>>
Erano ormai le dieci e si preparò ad uscire, sentendosi un poco in colpa per la
serata di tango che lei non poteva avere; lucidò le scarpe da ballo, indossò leggeri
pantaloni color antracite, una camicia bianca ed il blazer blu. Infilò il polso nel
cinturino metallico del suo Eberhard e si guardò allo specchio. La cravatta era una
rarità nel tango, solo nelle occasioni più eleganti portava un cache-col per coprire
il collo. Prelevò, dal vassoio che fungeva da porta cose, i vari oggetti e li mise
nelle tasche, portafoglio, penna, fazzoletto e portachiavi. L’accendino ed il
pacchetto di sigarette, da tre anni non facevano più parte di quell’elenco.
Pensando a questo, sentì fortissimo ed improvviso, il desiderio di una sigaretta.
Aveva smesso da tre anni di fumare, dopo una serie di tentativi fatti passando
attraverso vari aiuti, che andavano dall’agopuntura all’ipnotismo, ma l’aiuto più
valido era venuto da sé stesso. Nel momento in cui il suo inconscio aveva deciso
di smettere, era stato abbastanza facile per lo meno iniziare, anche se chi gli stava
intorno all’epoca, avrebbe potuto accusarlo di crudeltà mentale per quanto la
mancanza di nicotina l’avesse reso insopportabile. Ora non ne sentiva quasi più il
bisogno, solo in alcuni momenti e a tradimento, lo assaliva il ricordo di un
momento felice della sua vita in cui la sigaretta era stata una compagna fedele, il
piccolo piacere in più che andava ad aggiungersi a quanto stava provando.
Il fumo ed il tango ad esempio, erano strettamente legati nel suo
immaginario. La pausa dopo un ballo particolarmente intenso, con una sigaretta
sembrava più appagante e il rito stesso dell’estrarre la sigaretta, manipolarla per
renderla più morbida, accostare la fiamma ed aspirare, insieme alla prima boccata,
la sensazione di benessere che dai polmoni si diffondeva in tutto il corpo, erano
ricordi che non si potevano cancellare.
Del resto - pensò - persino le ultime ricerche americane hanno messo in
relazione la nicotina ed il centro nervoso in cui nasce la percezione del benessere,
scoprendo che il gene responsabile di questo piacere, è lo stesso che favorisce la
formazione dei ricordi. Quindi se decidi di smettere, sei già in svantaggio alla
partenza: sigaretta è uguale a piacere, euforia, appagamento, ricordo di momenti
belli. Basta pensare a quella che si accende dopo aver fatto l’amore. Rinunciare

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significa privarsi di tutto quello e di una buona dose di ricordi, in cambio di un
ipotetico, non immediato, benessere. Senza contare che quando riporti, pieno
d’orgoglio, il tuo accendino e le tue sigarette alla parte di te stesso che ti ha fatto
smettere, ricevi in cambio un bel cuscinetto di cinque o sei chili da indossare
intorno alla vita. Tutti i premi che il tuo povero e martoriato ego si attendeva
dopo i primi terribili giorni, un fiato da centometrista, la sparizione della tosse
mattutina, non arrivano, ma in compenso il tuo tasso di adrenalina, che era
stimolato dalla nicotina, si abbassa, il tuo metabolismo rallenta ed oltre a
rinunciare al fumo, devi pure metterti a dieta. Un affare! Se non fosse che il fumo
fa davvero male ...
Tango e sigaretta; ricordava le milonghe di Buenos Aires, in cui il fumo
assumeva la colorazione rossa, blu o azzurra delle luci smorzate della sala. Gli
stessi tangueros, che lasciavano la sigaretta solo all’ultimo momento prima
dell’abrazo, erano quasi impensabili senza quel vizio. Proprio in una milonga
aveva fumato l’ultima sigaretta, al Caffè Blu di Torino, una domenica di
settembre, verso le due di notte. Mancava poco alla chiusura, ed aveva deciso di
farlo sulle note di “ Fumando espero “ eseguita da Osvaldo Pugliese. Era parso
molto adatto all’occasione, il verso “ Dammi il fumo dalla tua bocca “, avrebbe
voluto che quella povera, ultima sigaretta durasse per sempre, boccata dopo
boccata. Quel tipo di sigaretta non era mai sembrata così buona, un concentrato
di tutte le sigarette fumate nella sua vita.
Mentre chiudeva la porta del suo alloggio ricordò, per associazione mentale,
le magnifiche scatole di un tempo. Di cartoncino, per imitare l’eleganza del
portasigarette, con l’illustrazione frontale un po’ ingenua ma facile ad imprimersi
nella fantasia dei fumatori. Le Camel, con un cammello che si stagliava tra un
gruppo di palme e due improbabili piramidi sullo sfondo; suo zio, il professore di
lettere, lo mandava a comprarle ed in cambio lui gli chiedeva di poterne aprire la
scatola. Scartando delicatamente il cellophane e ruotando il coperchio per
aspirare il denso, speziato, profumo di tabacco. Per lui, nato in un’Africa di cui
non sapeva nulla e dalla quale era stato portato via a quattro anni, quell’immagine
era stata un primo richiamo verso deserti e dune di cui, in seguito, si sarebbe
perdutamente innamorato.
Il pacchetto rettangolare delle Players che, a differenza di altri, si apriva
dall’alto e aveva sul fronte l’immagine molto colorata di un marinaio biondo con
una bella barba, al timone di una nave. Un veliero o forse una vaporiera, una
bandiera sventolava sul pennone e il tutto era incorniciato in un salvagente. Un
pacchetto molto romantico che illustrava, in quel modo così candido, la storia
della marineria inglese.
Le Turmac, acronimo nato, come gli aveva raccontato suo zio, dall’unione
dei tabacchi turchi e macedoni e già questo nome, ai suoi occhi di ragazzo,
evocava il mistero. Macedonia, un paese non paese, il cui nome sembrava esistere
solo per dare il nome ad un tabacco, ad una falange composta da mitici guerrieri

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ed a un’insalata di frutta.. La scatola rossa, in cui spiccava la mezzaluna dorata,
aprendosi rivelava all’interno, le corte e schiacciate sigarette, accoccolate una
contro l’altra, con una perfezione artistica. Ne aveva rubata una di nascosto, un
giorno, l’aveva stretta tra le labbra e subito la carta sottile si era incollata al labbro
superiore; il suo brusco gesto per toglierla aveva fatto si che la carta portasse via
anche un poco di pelle, facendolo sanguinare. Gli era rimasto in bocca un filo di
tabacco ed un gusto amaro, niente affatto piacevole. Si era chiesto come la gente
potesse fumare.
L’accordo con suo zio, prevedeva che ogni tre o quattro missioni, lui
potesse passare dalla pasticceria a fianco del tabaccaio e comprarsi un babà.
Quando entrava trafelato nella sala profumata di delizie inimmaginabili, rimaneva
paralizzato di fronte alla vetrina del bancone. Per lui, abituato alla piccolissima
pasticceria piemontese, le immense paste napoletane sembravano prese dai grandi
ripiani ricolmi di torte del quadro di Bruegel sul paese di Cuccagna. Le frolle o
ricce sfogliatelle, gli struffoli ricoperti di confetti e la pastiera gravida di promesse,
riempivano la sua bocca di saliva ed i suoi occhi di colori. E poi gli sciù al
cioccolato o al caffè, le opulente zeppole, le glasse bianche e rosa, la soffice e
lattosa panna, i rococò. Su tutto questo, aleggiavano profumi estranei e misteriosi,
l’acqua di fior d’arancio, la cannella, il rum: nomi e forme che evocavano visioni
di lontani ed esotici paesi.
Come lo stesso duomo di San Matteo, quasi di fronte alla pasticceria, una
commistione di stili, tra medievale e islamico. Quando il pasticcere lo sollecitava
infine a chiedere quello per cui era entrato, lui, tra le mille tentazioni, ritrovava un
solo nome: babà. Il colore ambrato, la lucentezza della copertura, la strana forma
di fungo e la morbida, spugnosa inconsistenza, unite al sentore di sciroppo al
rum, ne facevano il suo preferito. Polacco o francese o napoletano che fosse, per
lui rappresentava, quello sì, un miracolo alchemico, la trasmutazione di uova e
farina in oro giallo, soffice e liquoroso.
Uscito dalla pasticceria, ristava indeciso tra la gola, che lo spingeva ad
assaggiarlo subito e il desiderio di assaporarlo con più calma a casa. A volte non
riusciva a resistere ed affondava i denti in quella delizia, mentre lo sciroppo,
colandogli sulle dita, le rendeva terribilmente appiccicose; più spesso faceva di
volata la strada verso casa. Nel ricordo, gli pareva che a quel tempo corresse
sempre, che non si muovesse che di corsa, perennemente teso verso qualcuno o
qualcosa. Ora sapeva che stava correndo verso la fine di quelle estati felici, verso
una linea d’ombra passata la quale, lo attendeva una maturità piena di confusione
e speranze disattese. Allora, sulla “ scesa di San Matteo “ e con il suo involucro
profumato e fragrante tra le mani, l’unico dilemma della sua vita era se aprirlo
subito o più tardi; l’unica speranza, che quella estate non finisse mai.
Si riscosse da quei pensieri e si diresse verso Corso Vittorio Emanuele. La
notte di agosto era calda, ma non afosa e la discesa che il corso compiva verso il
suo ponte, quasi fosse un affluente del Po, era costeggiata dai gialli palazzi

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barocchi che osservavano la notturna movida cittadina. Dopo aver superato il
ponte, svoltò per imboccare Corso Moncalieri e si trovò sulla destra il fiume lento
e scuro, solo di rado illuminato dalle vetuste società di canottieri. Superò
rapidamente un altro ponte e dopo aver atteso il verde di alcuni semafori quasi
deserti, si trovò sul lungo rettilineo che l’avrebbe portato alla Milonguita del
Remo, un piccolo club di canottieri gestito da un suo ex compagno di voga.
Da qualche anno si trasformava, per una notte alla settimana, in una
milonga dall’aspetto un poco naif, ma molto gradevole. In riva al fiume ed in
mezzo al verde, godeva di un raro fresco estivo e della saporosa cucina della
moglie del gestore. Qualche volta Marco vi cenava e scambiava con il suo
compagno ricordi della loro giovinezza all’Esperia, la società per la quale avevano
vogato. Un’esperienza che lo aveva molto entusiasmato, anche se aveva troppo in
comune con quanto si poteva vedere nei “ peplum “ che in quegli circolavano nei
cinema italiani: all’otto-con sul quale vogava, mancavano solo le catene ai
rematori per essere del tutto simile ad una galera romana. C’era persino
l’equivalente del battitore del ritmo di voga; il piccolo, pestifero timoniere che
usava la sua stridula voce invece del tamburo.
Quella sera i ballerini non erano molti, ma vide con piacere alcune ballerine
che conosceva e le salutò con un cenno del capo, dopo aver pagato l’ingresso e
cercato una sedia libera. Nell’angolo a destra vide che Lauretta gli faceva cenno di
avvicinarsi e la raggiunse per abbracciarla, non si vedevano da tempo, da quando
avevano ballato insieme in uno spettacolo teatrale. Lei frequentava da tempo la
scuola di teatro di Emilio, un maestro di gran talento nel campo
dell’improvvisazione teatrale. Con la sua calma presenza ed il suo carisma,
riusciva a portare i giovani allievi a performance di cui loro stessi erano i primi a
stupirsi. Anche con Marco era riuscito a realizzare l’impossibile; farlo ballare con
Lauretta su un palcoscenico e di fronte ad un teatro pieno, senza musica. Si erano
conosciuti casualmente ed Emilio, sapendo di avere tra le allieve una ballerina, gli
aveva proposto di introdurre il tango in alcune sue rappresentazioni. Marco, pur
senza aver mai ballato prima con Lauretta, aveva accettato e la loro intesa era
stata immediata, perfetta. Dopo alcune prove fatte su tanghi di Piazzola e due
rappresentazioni, Emilio gli aveva proposto di ballare senza musica. Da questa
sua bizzarra uscita, Marco aveva tratto in seguito un monologo, inserito in una
piece di teatro tango:
“ Mi dice … Devi ballare qualche tango, con una musica forte, piena di energia …
iniziamo a provare, io e Lauretta, balliamo ed ascoltiamo musica per un mese, Piazzola,
Ziegler, Nebbia, Diaz. Poi le prime prove e siamo molto soddisfatti. Alla terza lui mi dice: e se
tu ballassi senza musica? Lo guardo per capire se sta celiando, dico si può provare, ma intanto
penso è pazzesco, chi ha mai sentito, ballare il tango senza musica … il tango è musica! Ma
provo lo stesso, abbraccio Lauretta ed iniziamo a ballare nel silenzio ed improvvisamente il
tango è lì, intorno a noi, mentre ci spostiamo nello spazio e nel tempo, lo sentiamo come lo
sentono quanti ci guardano ed ancora una volta provo quello che ho sempre saputo … il tango
siamo noi ... Con o senza musica, il tango è come ci muoviamo, come sentiamo, come viviamo.

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E, con stupore, mi rendo anche conto che lui questo lo aveva capito … non so come, lui sapeva
... “
Lo spettacolo era stato un successo, il loro tango era inserito in una scena in
cui tutti gli altri attori, posti a semicerchio intorno a loro due, si ritraevano
quando i loro passi li portavano ad avvicinarsi. Il significato di tutto questo stava
nell’opporre il tango, che è passione e sofferenza, alla gente che si ritrae dalla
passione, che vuole solo osservare la vita, non viverla. Come aveva scritto nel suo
monologo, lui e Lauretta avevano danzato con il tango nel cuore ed i loro
movimenti lenti ed intensi, non avevano fatto rimpiangere al pubblico la
mancanza della musica.
Si salutarono con la simpatia che dal primo momento li aveva legati; lei era
una donna di trentanni anni alta, un corpo slanciato e armonico, i capelli raccolti
all’indietro che lasciavano scoperto un viso dalla forte rassomiglianza con
Capucine, la bellissima attrice svizzera morta suicida molti anni prima. Ballava ad
occhi chiusi, concentrata, il capo spesso poggiato sulla guancia dell’uomo: la
schiena diritta non riusciva a nascondere la prominenza delle sue curve, le sue
lunghe gambe si stendevano all’indietro dandole un’eleganza molto sensuale. Era
un piacere guardarla e Marco la osservò danzare con un giovane ballerino che
l’aveva intanto invitata. La pista da ballo aveva come volta il cielo stellato, la luna
che ad Avignone aveva illuminato la piazza nella sua pienezza, ora era solo una
piccola falce d’argento sospesa sulla musica di Hugo Diaz. Un musicista che negli
anni settanta aveva rinnovato, con una semplice armonica a bocca,
l’interpretazione del tango ed aveva pagato questa scelta con l’indifferenza dei
suoi conterranei, rimasti al tango degli anni quaranta.
Il suo struggente ed a volte rauco modulare la melodia, era troppo nuovo;
come Piazzolla, aveva dovuto lasciare l’Argentina per New York. Oggi i suoi
brani, in cui era accompagnato solo da una chitarra ed un piano, venivano
riscoperti ed erano entrati a far parte del tango nuevo, in particolare in Europa.
Marco ascoltò “ Mano a mano “ e “ Volver “ e quando sentì le prime note di “
Soledad “ decise di ballare. Si alzò e si diresse verso Marina, una ballerina con cui
aveva più volte studiato in passato, la invitò e lei rispose al suo invito con un
sorriso, era felice di rivederlo. Aprì le braccia per accoglierla nell’abrazo e
approfittando del lungo preludio, lei gli sussurrò all’orecchio: quanto tempo
Marco, dov’eri finito? Ora sono qui, siamo ancora insieme e balliamo. Sul
dispiegarsi sincopato del motivo, lui si avviò in una lenta camminata, un grande e
felino passo in avanti con il sinistro per poi segnare uno, due, tre, cambi di peso e
riprendere ancora lo stesso passo. Un marcato ocho cortado, una ripresa in avanti ed
un arresto per una piccola volcada, il disassamento della donna che aveva inventato
Gustavo Naveira. La torsione del busto che porta la gamba sinistra di lei in avanti
percorrendo sul pavimento un ampio cerchio a ventaglio, per poi incrociare in
attesa.
Una forte spinta in avanti che la apre completamente mentre rapido lui

100
pivotta sul destro, ruota tutto il corpo ed entra con il tallone a sfiorare la sua
caviglia mandando la sua gamba in alto in un fiocco. Una sacada elegante, ma
Marina non è da meno. Mentre lui è ancora chino, lei ruota rapidissima e a sua
volta entra all’indietro in una rapida sacada della donna, sulla sua caviglia. Una
bella coordinazione di movimenti e un’iniziativa che dimostrava che il tango, si
stava avviando su una strada in cui la donna sarebbe stata sempre meno seguidora.
Lui in segno di ammirazione, le regalò un ampio voleo. Proseguirono così sino alla
fine del brano, muovendosi sulle variazioni jazz dell’armonica, ma quel loro essere
in sintonia gli fece sentire improvvisa, violenta, come una fitta nel petto, la
mancanza di Anne.
Sinora non ci aveva pensato, la milonga lo aveva distratto. Se aveva ancora
bisogno di una conferma su quanto aveva provato quella notte ad Avignone,
l’ebbe in quell’istante e negli altri tanghi della serata, capì la differenza che esiste
tra il ballare ed il “ sentire “ e nello stesso momento comprese anche che il tango
per lui d’ora in avanti non sarebbe stato più lo stesso perché c’era un tango “ con
Anne “ ed un tango senza Anne. Pregò dentro di sé che quest’ultimo, un giorno,
non divenisse l’unico tango che gli sarebbe stato concesso di ballare.

Era china su di lui, la sentiva molto vicina nel buio fitto, sentiva il suo
intenso odore di donna salire da sotto il lenzuolo che li copriva entrambi,
percepiva là in basso, la mano di lei farsi strada verso di lui e attraversare il letto
con una lentezza esasperante. L’attendeva spasmodicamente, la bramava
eccitandosi sempre più, si tendeva verso il momento in cui l’avrebbe toccato e
accarezzato; si mosse verso di lei per anticiparla, il movimento contro il lenzuolo
lo eccitò ancor di più, il suo muoversi accelerò, la voluttà partiva dal basso e
percorreva il suo corpo teso. Sentì al fine che lo toccava, ma era troppo tardi, la
tensione stava esplodendo in una vampa carica di piacere e umido rimorso, di
cotone bagnato sulla pelle …
Si ritrovò sveglio e leggermente ansante per un’esperienza che non viveva
da anni; si alzò svelto e si diresse verso il bagno e una rapida doccia che non riuscì
a togliergli il desiderio di Anne. Perché era certo fosse lei la donna del sogno.

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Erano le quattro, crollava dal sonno e non aveva voglia di cambiare il lenzuolo,
quindi si rimise a letto nell’altro lato e lasciandosi cullare da quanto restava del
suo sogno, si riaddormentò.

I giorni scorrevano lenti, il mese di agosto si avviava verso la fine,


mantenendo le promesse di un’estate mite, senza canicole; alcuni temporali
avevano dato solo un lontano preannuncio dell’autunno. La stagione prometteva
molto bene per la vendemmia, come lo avevano dettagliatamente informato i vari
notiziari regionali piemontesi. Particolarmente per Barolo e Barbaresco, meno
bene per i funghi, data la scarsità di piogge, ma si sa, il vino ed i funghi sono da
sempre alternativi, non si può avere l’uno e gli altri. Marco lavorando ascoltava
alla radio questi resoconti, altrettanto importanti, per la sua regione, dei dati delle
vendite Fiat e contava i giorni che lo dividevano dal ritorno di Anne.
Riconoscente ai Catari perché lo distraevano dal pensare sempre a lei. Si era
incontrato con Giorgio a Milano, avevano rivisto insieme le bozze per due giorni
interi e per una volta, aveva trovato il suo editore molto disponibile; erano poi
usciti per una cena sui Navigli, alla quale aveva partecipato anche Claudia, l’ex
compagna di Giorgio. Un poco più pesante dell’anno prima ma sempre molto
bella. Una donna bruna, i cui occhi di colore diverso, uno azzurro e l’altro verde,
si accendevano spesso di un sorriso intenso, penetrante e disarmante. Un sorriso
che l’aveva aiutata a farsi strada nella giungla delle P. R. milanesi, ma che per i suoi
amici era ancora e sempre il ricordo di una dolce, battagliera e passionale amica,
sempre pronta a porgerti una mano od una spalla su cui posare le tue pene. C’era
anche Filippo, uno psicoanalista che, dopo molti anni di lavoro nel recupero delle
tossicodipendenze in cui aveva messo l’anima, si era ritirato scoraggiato dalla
dilagante invasione degli spacciatori e dalla così scarsa resistenza dei giovani ai
richiami del mondo artificiale creato dalle droghe. I mulini a vento giravano
troppo velocemente per lui e per di più, gli avevano tolto anche la lancia e lo
scudo; lui a mani nude non voleva combattere. Questo aveva detto agli amici.
Era ritornato nello studio di suo padre, che Giorgio definiva “ un’ovattata
alcova piena di arte innocua alle pareti, cultura inoffensiva negli scaffali e svitati
della borghesia milanese nell’agenda degli appuntamenti “. Anche Filippo, in quel
modo, era entrato a far parte della numerosa brigata dei sognatori sconfitti. Oggi
era un uomo divorziato di cinquantotto anni, asciutto, dall’aria molto affidabile ed
una voce profonda e malinconica. Davanti ad un risotto alla milanese con osso
buco di prammatica, si trovarono a parlare di comuni ricordi e degli
aggiornamenti sulle vite sentimentali dei vecchi amici, più che altro piene di

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separazioni e divorzi, perché sembrava che la gente non sapesse far altro.
Alcuni prima di lasciarsi, avevano chiesto l’aiuto professionale di Filippo.
Quasi tutti, disse lui, vengono da me perché hanno bisogno di un arbitro e non di
un aiuto, per capire dove è finito tutto l’amore che li aveva portati a sposarsi o a
convivere. Quel che conta è riportare una vittoria sull’altro, sapere di aver ragione,
per potersi assolvere, non doversi guardare dentro. Io questo dovrei fare secondo
loro, ha ragione lei signora, suo marito non pensa che al lavoro e non parla
abbastanza con lei, è vero sua moglie dovrebbe capirla, dovrebbe capire le sue
assenze, i suoi silenzi, i suoi sguardi vuoti al mattino al di sopra della tazza di caffè
della prima colazione … Se vengono da me separatamente, mi dicono
praticamente le stesse cose, solo il soggetto è invertito, mentre se li convoco
insieme, o stanno in silenzio - e devo strappar loro le parole con le pinze - o si
abbaiano addosso continuamente.
Vorrei dir loro di buttare a mare la loro povera, misera e vociante
individualità ed invece pongo loro l’unica domanda che riesca a zittirli, “ ma voi vi
amate ancora? “ Silenzio di tomba, perché rispondere di sì, è come cedere una
porzione di spazio all’altro è come scoprire il fianco a futuri ricatti amorosi o
sessuali. Di fronte alla mia domanda, mi guardano anche un po’ risentiti - cosa ci
viene a parlare d’amore adesso, non è per questo che sono qui e dire che me ne
avevano parlato così bene, lo sapevo, scema io ad accettare quando lui mi ha
proposto questo specialista che invece di dirmi che ho ragione fa domande
assurde.
Vogliono da me assoluzioni, per poter continuare a fare i loro giochetti di
potere, uno alle spese dell’altro, per potersi ritrovare anni dopo soli, di fronte allo
specchio che riflette il vuoto ed il silenzio che hanno intorno e potersi dire “
avevo comunque ragione! “. Me li ritrovo poi in studio una dopo l’altro, a
raccontarmi della loro solitudine, mentre se avessero risposto ad una sola
domanda, tutto forse sarebbe cambiato. Ma voi vi amate? Sembra che il
sentimento sia l’ultima cosa di cui parlare, si siedono sulla mia poltrona - il divano
l’ho eliminato da anni - parlano, parlano, quello che conta per loro è solo
appagare l’ego smisurato che si portano dentro, che ha preso il sopravvento su
quello che erano una volta, un uomo ed una donna, di fronte, a guardarsi negli
occhi, a leggere insieme poesie, ad amarsi. A me tocca spesso di far solo più il
notaio o peggio il curatore fallimentare di questi brandelli d’amore che non
vogliono ricomporre. Buttano via le tessere del puzzle prima ancora di capire
quale disegno si sarebbe potuto ricavare.
In quel momento, senza preavviso, Giorgio iniziò a recitare:

La verità, vi prego, sull’amore


Dicono alcuni che l’amore è un bambino,

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e alcuni che è un uccello
alcuni che manda avanti il mondo
e alcuni che è un’assurdità,
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.
… Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego sull’amore.

Ammutoliti, gli altri lo guardarono. L’ultima cosa che si sarebbero aspettati


da lui era una poesia; solitamente il suo commento ai problemi nelle storie
d’amore era “ non scopano abbastanza “. Ancora oggi, a millenni di distanza dal
sessantotto ripeteva, dopo qualche bicchiere di troppo, “ coito, ergo sum “.
Ei là! Esclamarono tutti quasi simultaneamente e Claudia, che lo conosceva
bene, gli chiese: “ non ci posso credere, una poesia, pura poesia e non battutacce,
a che cosa dobbiamo questa perla, sei forse innamorato?”
<< Una manica di pirla, ecco con chi mi ritrovo a passare le mie serate, dopo
aver dato una vita per la cultura. No, non sono innamorato, ho appena deciso di
pubblicare le poesie di Auden e ogni tanto ne rileggo una. È uno dei pochi poeti
che non mi faccia venire la nausea quando parla d’amore. Sarà perché era un
alternativo, un outsider pieno di humour, ma credo che quel suo continuo
mischiare la banalità delle frasi di tutti i giorni, al desiderio d’amore, dà alle sue
poesie una musica ed un lirismo eccezionali. Non per niente molte sue poesie
sono state scritte per essere musicate da Britten, quasi come i tuoi tanghi Marco,
nati con le poesie di Discepolo. Senti nella recitazione, quando è fatta bene,

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un’epica che ti porta fuori dal nostro grigio quotidiano, proprio perché usa le
parole di tutti i giorni. Le sue poesie sembrano ballate.
Ricordate i brividi che abbiamo provato ascoltando “ Funeral Blues “ nel
film “Quattro matrimoni ed un funerale”? Quando dice:
“ non servon più le stelle, spegnetele tutte; imballate la luna, smontate pure il sole; svuotatemi
l’oceano e sradicate il bosco; perché ormai più nulla può giovare “
Marco concordò insieme agli altri, su Auden: dal canto suo, aveva deciso di
non raccontar loro di Anne, anche se sentiva il bisogno di rivivere tutto quanto,
parlandone. Aveva invece descritto la Provenza delle sue ultime ricerche, Tolosa
ed Avignone e la festa di tango sulla Piazza del Palais. Claudia, che la conosceva
molto bene, si fece descrivere nei particolari tutta la serata, soffermandosi come
sempre, da buona donna in carriera milanese, sui vestiti che indossavano le
ballerine. Proseguì poi in quello che ormai era divenuto un vero e proprio
interrogatorio; evidentemente la sua sensibilità si era accorta che in Marco, c’era
qualcosa di diverso. Forse il suo sguardo era un poco lontano, meno presente.
<< Hai ballato molto e le ballerine com’erano? So che le francesi sono già
passionali di loro, chissà nel tango cosa faranno, c’è stata qualcuna che ti abbia
colpito in particolare? >>
Sì, rispose lui, è vero sono affascinanti ed in Provenza, hanno in più quella
semplicità, unita alla cordialità, che in genere le parigine non hanno. Ho ballato
molto bene in particolare con una signora di Avignone.
<< Naturalmente hai il suo telefono e tutto il resto - chiese ancora Claudia -
pensi che ti sentiremo ancora parlare di lei? È inutile che tu sfugga ai miei occhi,
lo sai che studiare la gente è il mio lavoro e tu non me la conti giusta, c’è un
fumetto che ti esce dalla testa in cui vedo scritto “ mi manca, mi manca “ dai
parla, confessa! >>
Giorgio al di là del tavolo, senza volerlo, gli tese una mano chiedendogli, “ ha un
bel sedere almeno? Se c’è una cosa che adoro nelle ballerine di tango è il fondo
schiena. A furia di camminare all’indietro in quel modo tutto teso delle gambe, le
natiche si intostano da far impazzire e gli spacchi nelle gonne non fanno che
metterlo in risalto. “
<< Mi pareva! >> esclamo Claudia << dopo averti sentito recitare Auden
eravamo tutti scombussolati, ma ecco che ritorna a noi il vero, l’autentico Giorgio
che sa apprezzare della donna anche le doti più nascoste. Tu Marco, per questa
sera te la cavi, è tardi e domattina ho un appuntamento molto presto, ma la
prossima volta se non vieni a Milano, vengo io a Torino e ti metto sotto tortura.
Sì togliti pure quel sorrisetto innocente, non ti darò pace fino a che non mi dirai
tutto di quella signora misteriosa e senza nome di Avignone. Altrimenti ti
sguinzaglio dietro un’amica francese, che sa tutto sulle feste in Provenza, quella
non ci mette molto a sapere nome e cognome di una signora che ha ballato tutta
la notte con un bell’italiano alto, quasi senza capelli e che parla un francese da far

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pena! >>
<< Per carità, giuro che ti dirò tutto la prossima volta, ora è presto non
combinarmi guai! >>
La promessa la calmò e tutti si alzarono, un po’ tristi per doversi salutare; era
sempre bello stare insieme, nonostante gli anni passati. Si abbracciarono tra
promesse di rivedersi presto e Marco tornò a casa con Giorgio, che l’ospitava.
Prima di addormentarsi inviò un messaggio ad Anne per dirle quanto pensava a
lei e quanto gli mancava.
Il mattino dopo, ritornò a Torino.

<< 28 agosto. Buon giorno amore mio, voglio dirti che grazie a te ho
ricominciato a sognare, a sentire che a chilometri di distanza, c’è una donna che
sente quello che sento io, che prima di dormire pensa a me come io penso a lei,
alla sua fragilità nascosta, a quel piccolo singulto, quella sospensione del respiro
quando qualcosa di inatteso la sorprende. Anne … vorrei averti tra le mie braccia
e risentire insieme a te le prime note di “ A Evaristo Carriego “ ... >>
<< E’ bello ciò che mi scrivi, ho voglia di lasciarmi andare, non pensare più,
finalmente libera d’amare senza paura. Lo desidero, lo voglio come voglio e
desidero te, Marco caro… >>
<< 3 settembre. Anne, uno scrittore italiano, di cui non ricordo il nome, ha detto
che per avere le cose belle bisogna attendere, quella magnifiche invece arrivano
inattese, come un lampo … tu sei arrivata come un lampo ed hai illuminato la mia
vita.
<< Questa sera sono stanca, di riunioni, di parole, di responsabilità, di doveri e il
mondo si arresti pure, se è destino che sia così. Io voglio solo stringermi a te
come quel mattino in cui mi hai fatto quelle promesse…>>

Il mattino del mercoledì 4 settembre lo trovò ancora a letto, erano quasi le


otto e non si sentiva di alzarsi, continuava ad entrare ed uscire dal sonno
passando attraverso una serie di sogni concitati e troppo brevi per essere

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ricordati. Il fattore comune a tutti, era quella sensazione di incompletezza, uno
strano senso di colpa che non sapeva spiegarsi. C’era qualcosa, nella sua vita, di
molto importante lasciato in sospeso. La conclusione del suo libro e l’incontro
con Giorgio, l’avevano distolto dalla pergamena, oppure inconsciamente aveva
deciso di non proseguire le ricerche, per non dover scoprire qualcosa di
sgradevole su Anne? Anche sotto la doccia e mentre si vestiva, questo
interrogativo continuò ad assillarlo e nemmeno un tè forte, un earl grey
regalatogli da un amico volontario del Turismo Responsabile appena tornato
dall’India, riuscì a distoglierlo.
Dopo averlo zuccherato perché - come dicevano gli argentini - la vita è già
amara abbastanza, si mise di fronte la trascrizione della pergamena. C’erano
ancora molti punti da chiarire. Ad esempio il riferimento al potere delle acque e al
magnetismo terrestre e forse il fatto più importante, il richiamo all’immortalità.
Per non parlare del tempo a spirale di cui da qualche parte aveva sentito parlare.
Se c’era qualcuno che poteva fargli risparmiare tempo e illuminarlo sulla prima
parte dei suoi problemi, questi era Giovanni Barbero, il suo vecchio compagno di
liceo ed ora uno dei maggiori geofisici italiani. Quando lo chiamò al telefono fu
fortunato, il geofisico gli diede appuntamento per il tardo pomeriggio.
Erano le sei passate da poco, quando parcheggiò di fronte all’area del
Politecnico dedicata al teleriscaldamento. La struttura dell'edificio, rivestita da
grandi vele metalliche, sembrava una grande astronave galattica atterrata nel
traffico di Corso Ferrucci. Le sottili lamine di acciaio, catturavano la luce del sole
al tramonto, per restituirla con caldi riflessi dorati, svolgendo in tal modo molto
di più del semplice paravento teso ad occultare la misteriosa trasmutazione
dell’acqua in vapore. L’inquietante elemento che poteva percorrere, urlante e
sotto pressione, le tubazioni del riscaldamento cittadino, allo stesso modo in cui
percorreva le faglie sotterranee prima di erompere dalle bocche dei vulcani in
eruzione. Le grandi caldaie che si celavano dietro le vele, avrebbero reso Torino la
città più tele riscaldata d’Italia ed una delle maggiori d’Europa, qualunque cosa
volesse dire.
Si avviò verso la serie di basse palazzine in mattoni rossi, risultato della
ristrutturazione di quella che una volta era chiamata, in modo altisonante,
l'Officina Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato, quasi ad evocare la
dimensione delle enormi locomotive che qui entravano, come dinosauri feriti a
morte, per uscirne guarite. Il professor Giovanni Barbero, teneva le sue lezioni di
geofisica applicata, nell’ultima delle palazzine e Marco arrivando al termine di una
lezione, dovette aspettare solo pochi minuti, prima di essere raggiunto dal suo
amico. Come sempre il suo aspetto gli confermò la valenza dell’espressione
francese “ physique du rôle “: le folte sopracciglia, la barba scura ed i vividi occhi
neri, lo scrutavano come avrebbe potuto farlo il dio Vulcano stesso, se avesse
lasciato per qualche tempo le sue incudini, per venire ad insegnare geologia a
Torino. Alto più di Marco, racchiudeva in una serie di variopinti gilè, il risultato
evidente della terza delle sue passioni, dopo la geofisica e le donne: il vino e la
buona cucina. Del resto, diceva sempre che con il cognome che si ritrovava, non
poteva di certo amare la birra. Accolse Marco con abbraccio vigoroso ed una

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stretta di mano che lo lasciò nel dubbio di possedere ancora la destra, poi con la
sua voce tonante, si rivolse alla sua segretaria:
<< Questo che potrebbe sembrarle una persona per bene signorina, è Marco
Fabiani, un ballerino di tango argentino, quindi qualcuno di cui stare alla larga.
Un depravato insomma. Ora la lascerò con lui per andare a rinfrescarmi, ma lei
non si fidi, qualunque cosa le dica. Se poi per caso insistesse per farla diventare
un’adepta di quel ballo, che è solo un misero pretesto per amplessi nel buio delle
milonghe, rifiuti decisamente. >>
La segretaria, una brunetta trentenne dallo sguardo intelligente, sorrise e
condusse Marco verso un divano che aveva tutta l’aria di essere l’imitazione di un
Le Courbusier e si sedette, invitandolo ad imitarla. Gli spiegò poi che il
professore era appena tornato da una serie di conferenze europee sul
preoccupante fenomeno dell’intensificarsi dei movimenti tellurici in tutto il
mondo. Era contento di quell’invito che lo avrebbe portato, almeno per una sera,
fuori dai consueti incontri di lavoro; membro di svariate commissioni
internazionali, uno dei maggiori esperti mondiali di geofisica, aveva poco tempo a
disposizione per i vecchi amici.
Il ritorno del professore la interruppe e dopo essersi assicurato che Marco
non le aveva fatto avances e proposte oscene le disse “ a domani “ e si diresse
verso l’uscita. Il sole alle loro spalle illuminava i "pali bianchi", le imponenti
strutture tubolari del Boulevard di Corso Mediterraneo; una darsena di barche
invisibili il cui unico segno di una precedente esistenza era quel lungo succedersi
di alberature, rimaste a sostenere l’illuminazione stradale. Giovanni insistette per
prendere la sua auto, aveva voglia di guidare, dopo giorni di aerei, tassì e
metropolitane. Salirono sulla sua Lexus e Marco fece appena in tempo ad
allacciare la cintura, prima che una partenza da rally lo schiacciasse contro il
sedile: eppure commentò, non mi pareva di aver visto lo starter. Si immisero nella
corsia centrale del viale, tra le proteste delle due auto che seguivano, ma il
professore parve non accorgersene. Guardava i pali che scorrevano loro intorno e
voltando il capo verso Marco disse:
<< Mi piace questa nuova Torino, che sa sognare e realizzare i suoi sogni. Guarda
quella fontana con l’igloo di pietra di Mario Merz. Ha qualcosa di magico, le
canne da cui escono getti d’acqua, danno maggiore orizzontalità alla scultura, in
contrasto con la verticalità dei pali bianchi del Boulevard, ma simboleggiano
anche l’elemento primario dell’Acqua. La pietra e le quattro scritte al neon, Nord
Est Sud Ovest, coperte con delle lastre di vetro triangolari il cui vertice indica i
punti cardinali, simboleggiano un altro elemento, la Terra. Per Mertz, l’igloo
richiama i processi naturali di crescita, come la spirale e i numeri della serie
Fibonacci, che ha inserito dappertutto nelle sue opere. Un emblema dell’energia
insita nella materia, un simbolo della crescita organica. Mi piace questa magia che
parla di crescita e di energia e non più di messe nere e sacrifici umani. Entrare e
uscire dal Politecnico è diventato un piacere quando sono a Torino. Ora dimmi, di

108
che cosa volevi parlarmi con l’urgenza che ho sentito nelle tue parole al telefono?
>>
<< Sto scrivendo un saggio sul magnetismo terrestre e sui suoi effetti. Mi sono
documentato sulla rete, ma mi restano ancora molti dubbi; per alcune fonti
sembrerebbe molto dannoso, mentre per altre è addirittura miracoloso. Come
può essere? >>
<< Vedo che l’argomento è complesso e merita una cornice adatta, tanto più che
il conto del ristorante sarà tuo. Quando mi hai telefonato per chiedermi una
consulenza, ho deciso di farti una sorpresa e ho fatto prenotare dalla mia
segretaria un tavolo per due al ristorante del castello di Rivoli. Come dicono i
vecchi piemontesi, cuntent? >>

<< Da come si mette la serata e visto il conto che mi aspetta, sarà meglio che ti
sprema a dovere. Non sono ancora stato in quel ristorante, ma so che è balzato ai
primi posti nelle classifiche di molte guide.>>

<< Così mi dicono e sono molto curioso di provare la sua famosa cucina, che
pare abbia rivoluzionato i grandi classici della cucina piemontese. Dopo quindici
giorni di ristoranti con cucina internazionale, che in pratica non significa nulla,
non vedo l’ora di provarla. >>

L’idea di trovarsi a pochi minuti da un’esperienza memorabile, aveva fatto


ammutolire il Giovanni gourmand, ma nello stesso tempo aveva impresso alla sua
guida un impulso di cui Marco non sentiva per niente il bisogno. Entrarono in
tangenziale come se fosse questione di vita o di morte, superarono la prima uscita
ed imboccarono la seconda che portava al casello dell’autostrada per i Trafori. La
sbarra della corsia riservata al telepass, sembrò a Marco alzarsi troppo lentamente,
per non essere travolta dalla Lexus, ma evidentemente era dotata di precognizione
perché all’ultimo istante si tolse di mezzo permettendo loro di inserirsi tra due
auto altrettanto veloci. Arrivarono al castello in pochi minuti e videro subito il
troncone della Manica Lunga, sul cui fianco si trovava il ristorante. Entrarono
nella lunghissima sala, che pareva ancora più spaziosa per via delle grandi vetrate
laterali: ad oriente si scorgeva la piana di Rivoli mentre sull’altro lato spiccava
l’installazione “Fibonacci, 1976-90″.
Da qualche tempo e dopo aver vissuto per anni quasi senza sapere cosa fosse,
quella sequenza di numeri si presentava ad ogni occasione, come una nota a
margine della sua vita.
La prima sorpresa della serata, fu la lettura del menu che, secondo Giovanni,
rappresentava un viaggio nella fantasia e nella creatività della cucina italiana:
decise quindi di declamare ogni piatto sottolineandone l’originalità. Fu così che,
mentre assaggiava un appetizer composto da una crema fredda di piselli e varie
foglie di croccante insalata, Marco scoprì che l’hambook era un antipasto di
prosciutto e melone, che le crocchette di polenta nascondevano all’interno del
foie gras e che l’ostrica virtuale non era altro che un cubetto di anguria ricoperto

109
di filetti di mandorla e bottarga di tonno. Immancabili le uova di quaglia, che
ormai soppiantavano quelle tradizionali nei ristoranti rinomati, ma molto meno
consuete la zuppizza ed il fossil, due piatti che nonostante la descrizione,
restavano misteriosi. Decisero entrambi per il menu degustazione.

<< Bene, poco fa in auto mi chiedevi del campo magnetico terrestre, ma sarebbe
meglio che prima ti parlassi della Terra e di come è fatta al suo interno: cosa ne
sai tu? >>
<< Quello che ne sanno tutti, penso. E’ una sfera con una crosta di pochi
chilometri di spessore, divisa in placche tettoniche che si posano su di un
mantello che può essere solido o plastico. All’interno vi è un nucleo ma non
ricordo se è solido oppure liquido.>>
<< Sai più della maggior parte delle persone; quello che non ricordi è che il
nucleo è diviso in un nucleo esterno liquido ed uno interno solido, costituito
principalmente da ferro e nichel. Le placche tettoniche di cui parlavi, nel loro
movimento lentissimo provocano i terremoti; dalle fratture che si chiamano
faglie, fuoriesce il magma che forma i vulcani. Sto semplificando molto
naturalmente. La temperatura del nucleo è più o meno quella della superficie del
sole, circa 5000 gradi e la pressione arriva sino a tremila seicento atmosfere. Un
inferno vero? Ma sono le condizioni ideali per far si che un frammento di
carbone divenga un diamante. Per venire a quello che c’è sopra invece, la
definizione di terra ferma è quanto di più inesatto si possa dire, come hai visto.
La prima forma di vita vi nacque circa 3,5 miliardi di anni fa, avida di energia
solare e molto attiva nel produrre fotosintesi. L’ossigeno generato si accumulò
nell'atmosfera e creò una fascia di ozono, quella che stiamo cercando in tutti
modi di distruggere nonostante sia l’unica cosa che impedisce ai raggi ultravioletti
di farci morire tutti di cancro.
Sulla terra, oltre ai raggi di cui ti dicevo, arriva di tutto: meteoriti, raggi
cosmici ed influenze magnetiche degli altri pianeti. Non dimenticare che la terra è
una navicella che si muove nello spazio. Il campo magnetico di cui mi chiedevi, è
quello che ci protegge dai raggi cosmici detti anche vento solare. Se non ci fosse, i
raggi sterilizzerebbero la superficie terrestre. Ed ecco come si genera. Immagina
la dinamo che si applica alla ruota della bicicletta: il cilindro che la ruota fa
ruotare, scusa il bisticcio, è di materiale conduttore ed è immerso in un campo
magnetico generato da un magnete, una calamita insomma. Per un principio che
sei troppo incolto per arrivare a comprendere, ruotando genererà una corrente
elettrica che viene indotta dal campo stesso e che viene portata da due fili alla
lampadina che ti impedisce di finire in un fosso. I movimenti del nucleo di
metallo fuso intorno al nucleo solido della Terra, generano un campo magnetico
con lo stesso principio della dinamo. Una dinamo auto alimentata perché non ha
nessuna ruota di bicicletta che la fa ruotare.
Intanto erano stati serviti l’hambook, un normalissimo prosciutto e melone e le
crocchette, deliziose sorprese che a Marco ricordarono il foie gras della Provenza.

110
<< L'intensità del campo magnetico terrestre, subisce notevoli variazioni dovuta
anche all’influenza dei campi magnetici solare e lunare. So che tutto questo
parlare di influenze di una cosa sull’altra può parer strano, dato che si tratta di
fenomeni non visibili ad occhio nudo ma dall'interazione tra il vento solare ed il
campo magnetico, nasce lo splendido fenomeno dlell'aurora boreale. Quello sì
che ti fa vedere cosa può essere il vento solare. Queste variazioni, dicevo, hanno
portato, nel corso delle ere geologiche, allo spostamento dei poli magnetici
rispetto ai continenti e a ripetuti fenomeni di inversione del campo, con scambio
reciproco dei poli magnetici Nord e Sud.>>
<< Un momento, scusa se ti interrompo. Se tu leggessi, da qualche parte, che in
un certo momento il Nord diventa Sud e viceversa, questo potrebbe farti pensare
all’inversione del campo magnetico? >>
<< Ma come sei misterioso! Non starò a chiederti di che documento si tratta, ti
dirò che sì, potrebbe essere, a meno che non si tratti di una bussola rotta o di un
marinaio ubriaco. >>
<< Quale potrebbe essere l’effetto di una tale inversione sulla nostra vita? >>
<< Per non annoiarti, non starò a dirti che il campo si estende anche
nell’atmosfera e forma la magnetosfera, come non ti dirò che ha due poli non
coincidenti con quelli geografici ed un asse inclinato di 11,3° rispetto all'asse di
rotazione. Le sue variazioni vengono calcolate sulla base dei valori medi
giornalieri, mensili ed annuali, nonché su dati rilevati in secoli di misurazioni
magnetiche e di questo si occupano la geofisica e la magnetometria. I
cambiamenti nella direzione del campo geomagnetico sono meglio conosciute per
gli ultimi 5 milioni di anni, disponiamo di informazioni sui cambiamenti di
polarità degli ultimi 80 milioni di anni ma possiamo arrivare, con minore
dettaglio, fino a 170 milioni di anni fa. >>
L’ostrica virtuale richiedeva di essere gustata ad occhi chiusi ma evidentemente
l’ingrediente indispensabile per farlo era la fantasia: solo un leggero sentore
poteva ricordare il sapore dell’ostrica ma mancava il profumo del mare. Le uova
di quaglia sapevano di burro di arachidi e la zuppizza, a dispetto del suo nome era
un frammento di pizza molto buona.
<< Non sono un grande amante della pizza, specie se ti chiedono se vuoi
accompagnarla con birra o coca cola come in questo caso. Penso che un buon
vino bianco possa accompagnarla benissimo. Per tornare a noi Marco, i geofisici
con le sofisticate tecnologie di cui oggi disponiamo, sono in grado di esplorare le
profondità della Terra sino alle strutture più nascoste; grazie a quanto stanno
scoprendo, è possibile anche dare un’occhiata al futuro del nostro pianeta. I loro
supercalcolatori osservano continuamente un mondo che si agita in un
sommovimento senza posa, come un pentolone in ebollizione: interi frammenti
di fredda crosta terrestre superficiale, affondano lentamente nel caldissimo
mantello e provocano la salita di rivoli di lava che risalgono dal nucleo fluido e si
espandono creando immense bolle che restano sotto la superficie oppure, in

111
presenza di un vulcano, lo rendono attivo. Questi flussi interni sono lentissimi ma
molto imponenti, riescono a muovere i continenti e mutare la forma degli oceani.
Non c’è pace nemmeno nel nucleo esterno liquido, formato in prevalenza
da ferro anzi, proprio questi moti, un milione di volte più rapidi di quelli che
avvengono nel mantello, generano il campo magnetico della Terra. Da non molto
tempo i geofisici hanno iniziato a cartografare la circolazione di questo oceano
metallico sotterraneo. Le onde sismiche provenienti da tutto il globo rendono
possibile l’individuazione di un gran numero di percorsi sismici all’interno della
Terra. Correnti sismiche che la percorrono come un grande respiro sotterraneo.
L’analisi al calcolatore di queste formazioni, rende possibile convertire le onde
sismiche in immagini tridimensionali dell’interno, come avviene, per semplificare,
con una TAC. Si possono “ascoltare” gli sciabordii del nucleo esterno
semplicemente osservando l’orientamento di un ago magnetico molto sensibile:
nel corso degli ultimissimi secoli la componente Nord-sud del campo
geomagnetico si è notevolmente indebolita e l’intero campo ha subito una deriva
verso ovest.
In particolare uno di questi forti indebolimenti è stato individuato sotto il
Sudafrica e come se non bastasse, si è scoperto che in quel punto il campo
magnetico punta verso il centro della Terra, anziché verso il polo sud. Un’altra
zona anomala è stata individuata nelle regioni attorno al polo nord, con
caratteristiche inverse rispetto all’altra zona. Durante le inversioni dei poli il
campo magnetico modifica la sua struttura e diventa più complesso, le sue linee di
forza in prossimità della superficie terrestre tendono a divenire aggrovigliate:
alcuni ritengono che questo non dovrebbe avere conseguenze devastanti per la
vita sulla Terra. Lo giustificano con il fatto che se ci sono state almeno due
inversioni nell’ultimo milione di anni, la razza umana non si è estinta. Io invece
penso che l’inversione o addirittura la sparizione del campo – che molti
sostengono possa avvenire - abbia portato alle diverse glaciazioni in cui l’umanità
è giunta prossima all’estinzione. Inoltre si avrebbe una minore schermatura
contro il vento solare, con tutti gli effetti che ti ho già descritto. Tutti gli animali
che usano il campo magnetico per orientarsi, le balene, le tartarughe, gli uccelli
migratori, sarebbero persi. Già ora si contano migliaia di casi di delfini e balene
arenati su spiagge e uccelli dirottati dagli abituali flussi migratori: i loro sensori
biologici, che utilizzano i due poli magnetici terrestri come fari, sentono che il
campo magnetico si affievolisce o si inverte. Lo stesso Sole sta modificando il
proprio campo magnetico influenzando negativamente quello terrestre.
Per non parlare dello spaventoso aumento dell’attività sismica e vulcanica i
cui effetti potrebbero essere notevoli e sconvolgenti: sarà solo un caso lo strano
fenomeno dell’incremento dell’attività tellurica, che si verifica da alcuni anni a
questa parte su tutto il pianeta ed è la ragione per la quale ultimamente sto
viaggiando avanti e indietro? >>

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<< A questo proposito Giovanni e scusa se ti interrompo, nel mio ultimo viaggio
in Provenza ho conosciuto casualmente una geofisica che si chiama Anne Vicelli
e che partecipa anche lei a congressi dallo stesso tema. La conosci? >>
<< Non quanto vorrei. Certo che la conosco e mi pare una strana combinazione;
c’è chi in tutta la vita non ne incontra uno e tu in pochi giorni hai incontrati ben
due geofisici. Siamo una specie in via di estinzione, nonostante il bisogno che ci
sarebbe di noi in molti campi. La dottoressa Vicelli è abbastanza conosciuta per la
sua competenza e moltissimo per la sua bellezza al punto che, se non avessimo
avuto alcuni scontri professionali, l’avrei corteggiata. Purtroppo fa parte di un
gruppo di scienziati molto conservatori e poco disposti a condividere le loro
scoperte: lei in particolare ha sviluppato moltissimo la tecnica della ricerca delle
reti magnetiche, di cui ti parlerò tra poco, per mezzo della radiestesia. La sue
ricerche hanno dato risposta a molti interrogativi, ma molti di noi sospettano che
lei ed il suo gruppo, abbiano scoperto molto di più. Il mistero con cui si
circondano ha creato molte dicerie, che però non riguardano la sua reputazione;
da quel lato nulla da fare, sembra inaccessibile.
Tornando a noi, mentre una parte della comunità scientifica appare più
ottimista, altri studiosi sembrano ipotizzare una possibile inversione del campo
magnetico in tempi relativamente brevi ed alcuni in tempi “rapidi”. E qui
veniamo alla parte più fantascientifica o esoterica di tutta la cosa: alcuni geologi,
che hanno studiato la civiltà dei Maya, sostengono che essi parlavano di un tempo
di transizione. Un periodo di "Assenza di tempo", in cui il vecchio tempo veniva
sostituito dal nuovo tempo. Secondo i Maya, il tutto sarebbe iniziato nel luglio del
1982 e avrebbe condotto al cambiamento nel 21 dicembre 2012.
Niente si vede meglio di quanto la mente voglia farci vedere: sarà un caso
ma dagli anni ottanta abbiamo avuto mutamenti del clima, surriscaldamento della
Terra e via dicendo... Esisterebbe cioè un Grande Ciclo di 26mila anni che
governa il processo di inversione del campo. La paleogeologia, spero che tu mi
segua ancora, che studia le rocce più antiche e i ghiacci dell’Antartide, la nostra
memoria geologica insomma, avrebbero scoperto testimonianze del fatto che
tredicimila anni fa ci trovavamo nel mezzo del fenomeno. Quindi saremmo al
dunque. Ti ho spaventato abbastanza?
<< Ma se è già accaduto tredicimila anni fa, non mi pare che abbia causato molti
sconvolgimenti. >>
<< Certo, non sarà la prima volta che accade visto che è avvenuto molte volte
negli ultimi 4,5 milioni di anni. Se non fosse per il fatto che a 13mila anni fa,
molti esperti fanno risalire la fine di Atlantide. Una bazzecola se vuoi, un
continente sprofondato nell’oceano. Perché c’è ancora una cosa che non ti ho
detto: alcuni geofisici ritengono che l'inversione del nord e sud magnetico farà sì
che per alcuni giorni la Terra smetterà di ruotare e poi inizierà a farlo in senso
opposto. E quest’ipotesi, ti confesso che mi terrorizza a morte. Non riesco
neanche ad immaginare, cosa potrebbe accadere alle piccole formichine che

113
siamo noi, abbarbicate alla superficie di questo maltrattato pianeta. I catastrofisti
si sa oggi proliferano, ma è certo che una Terra con una metà illuminata e l'altra
metà al buio, è già stata descritta dai Maya, dagli Incas, nei Veda e sì, pure nella
Bibbia come “ Il giorno in cui il sole non sorse “. >>
Marco non potè fare a meno di ricordare che Anne, nel suo ultimo messaggio,
aveva scritto “ che il mondo si fermi pure,” o qualcosa di simile. Si riferiva forse a
questo? Nel frattempo il suo amico proseguiva il suo discorso.
<< Io sono uno scienziato lo sai, ma ho sempre letto molto sulle civiltà che ci
hanno preceduto: è innegabile che cinquemila anni fa, coloro che si ponevano le
domande che ancor oggi noi ci poniamo, avevano trovato risposte che solo oggi
la scienza inizia ad indagare. Il concetto che la materia sia energia è sempre stato
presente tra gli sciamani, ma la nostra fisica atomica ci sta arrivando solo in questi
anni. Mi hai chiesto cosa potrebbe accadere se i poli si invertissero; il fatto certo è
che abbiamo perso il rispetto verso la Terra, che gli antichi consideravano madre
ed in molti casi l’unica dea. La capacità di ascoltare il suo respiro, di prendere
energia dalle sue fonti. Forse non sai che il nostro pianeta ha un battito cardiaco
che è detto risonanza Shumann: senza addentrarmi molto, ti dirò che la sua
frequenza influenza le comunicazioni, le variazioni di temperatura e le condizioni
meteorologiche mondiali. Bene, questa frequenza sta drammaticamente
aumentando. Per decenni il suo valore medio era di 7,8 cicli al secondo, oggi si
rileva un valore di oltre 11 cicli.
Non voglio credere che per il 2012 sia in arrivo un cataclisma, ma debbo
considerare che gli antichi conoscevano o sentivano molto bene, le svolte
energetiche che causavano epocali cambiamenti strutturali e geofisici della Terra.
I calendari dei Maya (che risalgono a circa 18 mila anni fa), degli egizi (che
risalgono a circa 39 mila anni fa), dei tibetani, dei cinesi e di altre civiltà, riportano
un cataclisma nel periodo che corrisponde a quello nostro.
<< Hai parlato di respiro della terra. Cosa sai dirmi della Radiestesia e della
Geobiologia? >>
<<Di bene in meglio, dal catastrofismo ai rabdomanti, alla geologia modaiola,
una bella insalata russa, a proposito questa è veramente deliziosa, le verdure sono
croccanti e la maionese non è nauseante. Ma non illuderti che basti una sola cena
per ripagarmi di tutto quello che mi stai chiedendo; a cosa ti servono veramente
le mie informazioni e, più che altro, cosa vuol dire “conosciuto” nel caso di Anne
Vicelli? >>
Marco si sentì arrossire sotto lo sguardo indagatore del suo amico, ma non poteva
di certo raccontare di pergamene e pietre filosofali; parlargli poi di Anne, non
sarebbe stato da gentiluomo.
<< Niente di particolare, vorrei ampliare il mio saggio scrivendo anche sul feng-
shui e sulla Geobiologia.>>

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<< La luce che brillava nei tuoi occhi poco fa, mi racconta una storia diversa, ma
visto che sei reticente non ti chiederò altro. Dunque dicevamo del nostro
benedetto pianeta e di tutto quello che va ad interferire in maniera molto
complessa con il campo magnetico terrestre. Ti parlavo dei raggi cosmici,
radiazioni elettromagnetiche naturali molto penetranti, che provengono dai venti
solari e lunari. Essi possono arrivare sino ad una profondità di circa quaranta
metri e fanno orientare le molecole d’acqua dei fiumi sotterranei, come se fossero
piccole calamite. L’irraggiamento cosmico, oltre ai raggi solari che ci riscaldano e
ci abbronzano, contiene anche microonde che vibrano ad altissima frequenza e si
originano al di là del sistema solare.
L’energia generata da tutto ciò è essenziale per la stimolazione delle funzioni
vitali degli esseri viventi. Un altro fattore che può modificare le linee di forza del
campo magnetico, sono i fiumi sotterranei le cui acque drenano a volte cariche
radioattive che si depositano sulle argille e le ghiaie delle cavità ipogee. Ti ho
detto che al disotto della superficie, nascono le correnti telluriche, campi elettrici
naturali collegati con il magnetismo terrestre. Ancorché la loro intensità sia
debole, queste correnti che scorrono da qualche metro fino a qualche chilometro
di profondità, seguono vene d’acqua e filoni metalliferi sino a che, trovata una
faglia, sfuggono dal sottosuolo. Se scorrono a piccole profondità, possono
perturbare il normale campo magnetico terrestre esterno ed influenzare
notevolmente i processi biologici. Alle correnti telluriche, si affiancano le correnti
idrotelluriche che sono il risultato dello spostamento dell’acqua all’interno di strati
geologici porosi: se tra due terreni di composizione molto differente c’è
dell’acqua, si crea una corrente elettrica di debole intensità, che riesce muovere la
massa d’acqua spostandola nei luoghi meno sospettabili. E’ il principio della pila
di Galvani, insomma. Queste correnti generano in superficie notevoli
perturbazioni energetiche, che possono arrivare ad avere effetti letali
sull’equilibrio delle cellule viventi.
<< C’è da chiedersi come sia possibile sopravvivere a tutto questo! >>
<< Beh, intanto cerchiamo di aprire questo fossile con il martello che ci hanno
portato: che profumo, per forza c’è del tartufo nero dentro al cartoccio e questo,
direi che è un filetto di sogliola delizioso. Buono il fossil, vero?
Lo ammetto, la superficie terrestre sembrerebbe un inferno a cielo aperto,
con radiazioni e irraggiamenti che arrivano da tutte le parti. Non per niente
dobbiamo ritornare agli antichi ed alla loro saggezza. I cinesi sceglievano i luoghi
dove costruire, secondo lo studio delle simmetrie dell'ambiente circostante; greci
e latini facevano pascolare e dormire le greggi per un anno, sui terreni dove
volevano costruire. Per poi verificarne lo stato di salute. Le conoscenze sulla
positività o meno dei luoghi sono state uno dei tanti mezzi di potere delle caste
sacerdotali. I luoghi sacri, sia pagani che paleocristiani, sono ancor oggi pieni di
energia positiva. Se sei stato a Stonehenge lo saprai. Lo stesso vale per i dolmen, i
menhir, le piramidi e sì, pure per le grandi cattedrali, dentro le quali è innegabile
che si accumuli un bel po’ di energia positiva.

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Tutto il pianeta è quindi investito da influenze sotterranee ed esterne che
alimentano un sistema complesso di particelle e di cariche elettriche in
movimento, tutte in stretta relazione tra loro. Negli anni ’50 un medico e
geofisico, certo Dott. Hartmann, fece una serie di esperimenti con metodi
rabdomantici in prossimità di corsi d’acqua e scoprì che era possibile individuare
una rete magnetica. Descrisse gli effetti e le sensazioni corporee provate durante
questi esperimenti, come una sensazione di forte prurito nelle mani ed un
alternarsi di maggiore o minore freddo e caldo. Se non ricordo male scrisse che
”Se sussiste una forte sensazione di prurito sulle mani e c’è una certa penombra,
queste strisce ritmiche sono percepibili anche con l’occhio. Su queste strisce
compare un fumo simile a nebbia su cui si possono osservare diverse cose”. Hai
visto che siamo arrivati alla Radiestesia? Proseguendo questi studi empirici,
sempre con metodi rabdomantici, elaborò una teoria secondo la quale la Terra è
avvolta da una griglia di probabile origine elettromagnetica, le cui linee di forza
escono dal sottosuolo, si innalzano in tutta la biosfera e si incrociano in
determinati punti detti Nodi. I geobiologi ritengono che si tratti di un campo
magnetico indipendente da quello terrestre e i nodi potrebbero essere visti come
linee di forza radiali e intersecanti che escono dal sottosuolo. Nei punti di
incrocio, si verificano forti variazioni sulla forza muscolare umana, sulla
percezione sensoriale degli animali, sulla velocità di accrescimento della
vegetazione. Se in corrispondenza della rete sono presenti corsi d’acqua, oppure
masse metalliche, si crea un effetto che può essere negativo dove vi sono i Nodi,
ma molto positivo nelle aree neutre della rete stessa. In questi punti si creano
zone di microclima ideale. I suoi scritti diedero origine ad una nuova disciplina, la
Geobiologia, che studia le geopatie provocate dai nodi della Rete ed a una nuova
branca dell’Architettura, che va sotto il nome di bioarchitettura, sviluppatasi
soprattutto negli anni ‘80 e ‘90.
Molti pensano che la Rete di Hartmann sia stata utilizzata nell’architettura
sacra dell’Antichità e del Medio Evo, e qui torniamo alle conoscenze antiche
continuamente riscoperte. Anche se non la conoscevano sotto forma di teoria,
sembrerebbe che nel progettare molte cattedrali gotiche, i costruttori abbiano
considerato la griglia geomagnetica in maniera da situare i punti più importanti
della cattedrale, dove era possibile attingere alle energie cosmiche che
scaturiscono dal sottosuolo terrestre. In questi punti lo spirito si elevava verso
l’alto. Oggi sembrerebbe tutto più facile, perché siamo passati dalla forcella del
rabdomante, agli strumenti in grado di misurare il campo magnetico, il
magnetometro a saturazione e il radiomisuratore. Ma purtroppo la rete di
Hartmann ed i suoi nodi si spostano in continuazione, per effetto di cavità
sotterranee, oggetti metallici, faglie telluriche e per effetto dell’inquinamento
elettromagnetico. Diventa così molto complicato individuare la sua
configurazione spaziale e geometrica >>
<< Tutto questo è riconosciuto dalla scienza? >>
<< Ormai è certo che vi sia qualcosa nell’elettromagnetismo e nei campi
magnetici, che può creare pericolosi disturbi agli esseri umani. Le ricerche

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moderne hanno evidenziato la potenziale pericolosità di impianti e
apparecchiature che possono generare campi magnetici: l’uso dei cellulari ci
esporrebbe ad un bombardamento elettromagnetico che alla lunga può avere
effetti nocivi, allo stesso modo nel quale i tralicci dell’alta tensione degli
elettrodotti hanno generato, in alcuni paesi, una vera e propria questione
scientifica. In alcuni casi la potenza dei campi elettromagnetici provocati dagli
elettrodotti genera disturbi del sonno, emicranie e patologie anche più gravi come
la leucemia, anche se non è mai stata provata la relazione di causa effetto. La cosa
impressionante è la similitudine tra i fenomeni descritti dai medici e quelli
descritti dalla geobiologia come effetti negativi all’esposizione ai Nodi incrociati
del reticolo di Hartmann.
Niente di speciale questo affogato al merluzzo, anche se è servito in un
bicchiere da cocktail ed affogato da una crema di patate viola: ricordo il tuo
baccalà mantecato, era molto più buono! >>
<< Grazie ma dimmi, lui scoprì tutto questo solo con la Radiestesia? >>
<< Si può discutere sui metodi che impiegò per effettuare i suoi esperimenti, ma
non sul fatto che per primo parlò di anomalie nel magnetismo terrestre che sono
indiscutibili. Resta il mistero su come possa aver potuto captare tali anomalie. Ma
di misteri, quando si parla di acque, non si resta mai a corto: fino a pochi anni fa
il Gange a Benares presentava un’assenza di germi per un raggio di 300 miglia.
Perché’? Le acque miracolose, dette acque di Luce, la cui temperatura è vicina a 4°
gradi C alla sorgente, presentano vortici destrogiri che distruggono i batteri.
L’effetto composto dell’irraggiamento cosmico, tellurico, e di quello artificiale,
che ormai non può più essere considerato trascurabile, provoca delle risonanze e
delle interferenze energetiche sulla molecola dell’acqua che agisce come una cassa
di risonanza del campo prodotto da queste interferenze.
L’acqua si trova ovunque, è la principale costituente della vita e noi stessi
siamo fatti dall’ottanta per cento di acqua. Ti ho parlato dell’acqua per parlarti
della Radiestesia, che è sempre stata il mezzo più antico per trovarla. Anche in
questo caso, questa conoscenza fu custodita gelosamente dagli uomini
appartenenti alla gerarchia religiosa ed i maggiori ricercatori in Europa del
periodo medioevale e post-medioevale, furono dei sacerdoti. Al di là dell’uso di
attrezzi come il pendolino o la forcella di un ramo, si deve riconoscere l’esistenza
di energie che vibrano a frequenze diverse e pervadono tutto quanto ci circonda.
Quante volte ti sei chiesto perché in un certo luogo, ti sentivi a disagio senza che
apparentemente ci fosse una causa?
Molti scienziati che non viaggiano con i paraocchi, pensano ormai che ogni
corpo sia un emettitore di energie elettromagnetiche ad una determinata
frequenza di vibrazione; costante, fissa, immutabile per un tempo indefinito
finché permangono le stesse condizioni ambientali. Saremmo quindi circondati
da una serie di generatori di energia autoalimentati, ognuno con una propria
frequenza di vibrazione. Un uomo che abbia la capacità di poter assorbire le
vibrazioni e di saperle classificare con lo straordinario elaboratore che abbiamo

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nella testa, saprà riconoscere la sostanza che sta ricercando. Vi sono diverse
scuole legate alle tradizioni di ogni paese; so che in Francia esiste una scuola
molto antica, che ha mantenuto come strumento principe il pendolino. La
Germania ha anch’essa una scuola molto attiva che ha sviluppato la costruzione
del biosensore, un trabiccolo che utilizzano per ricerche cosmo-telluriche. E non
mi chiedere di cosa si tratta. Come vedi abbiamo parlato di nuovo di frequenza e
pare proprio che questa sia alla base della vita.
<< Ecco il famoso cybereggs, di cui ho sentito tanto parlare. Se è buono quanto
è bello da vedere... che delizia, c’è del caviale all’interno e la vodka sicuramente è
la Absolut, la migliore. Dicevi della frequenza. >>
<< Hai ragione questo piatto è squisito. Debbo ripetermi, quello che gli antichi
hanno sempre saputo, la scienza lo scopre solo ora. Un team di scienziati
dell’istituto HeartMath – che già nel nome, matematica del cuore, è tutto un
programma – di Boulder Creek, in California, ha scoperto che il cuore possiede
un cervello. Il che spiega un vecchio paradosso prenatale: quando viene concepito
un bambino, il cuore umano inizia a battere prima che il cervello sia formato. Ciò
ha portato i medici a chiedersi da dove provenga l’intelligenza necessaria ad
avviare e regolare il battito cardiaco.
Con sorpresa del mondo medico, gli scienziati dell’HeartMath hanno
scoperto che il cuore ha un proprio cervello, molto piccolo in quanto ha soltanto
all’incirca quarantamila cellule, ma sono cellule cerebrali. Questa scoperta, di
enorme importanza, conferma la veridicità delle affermazioni di coloro che per
secoli hanno parlato o scritto sull’intelligenza del cuore. Gli scienziati
dell’HeartMath hanno fatto una scoperta forse ancora più grande riguardo al
cuore. Hanno dimostrato che il cuore umano genera il campo energetico più
ampio e potente di tutti quelli generati da qualsiasi altro organo del corpo,
compreso il cervello all’interno del cranio. Hanno scoperto che questo campo
elettromagnetico ha un diametro che si estende dai due metri e mezzo ai tre
metri, con l’asse centrato nel cuore. Quando mi parlavi di quella coreografa di
Teatro Tango argentina, come si chiamava? >>
<< Silvia Vladiminsky. Ora è docente all’Università della Recoleta di Baires. >>
<< Bene, se lo merita, perché quando vi diceva di muovervi con passi di tango,
visualizzando il cuore rosso ed infuocato che abbiamo al centro del petto, sapeva
quel che diceva. Era un modo per trasmettere al partner la vostra energia. Il cuore
genera un campo 5000 volte più potente di quello prodotto dal cervello e può
essere misurato anche a distanza da uno strumento simile al magnetometro:
inoltre può agire come un segnale sincronizzatore per gli altri organi. Il medico
legge su un elettrocardiogramma quello che il sensitivo leggeva nello stesso
campo magnetico e lo chiamava AURA. Dalla sua colorazione - che
evidenzierebbe l’armonia o la disarmonia delle frequenze degli altri organi con
quella del cuore - riusciva a stabilire lo stato di salute del paziente. E se fosse vero
che ogni campo del cuore, comunica con il campo magnetico terrestre e con i

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campi di tutti gli altri esseri viventi? Cosa sappiamo esattamente di certe
ghiandole, come la pineale, nascosta all’interno del nostro cervello? Conosciamo
la sua influenza sui processi di invecchiamento, ma perché gli induisti la
considerano il nostro terzo occhio? Forse perché contiene cellule pigmentate
simili a quelle che si trovano nella retina ed è sensibile alla luce in maniera da
fornirci un orologio biologico giorno-notte? Chissà a che funzioni presiedeva
prima di divenire quello che è ora?
Cinque anni fa sono andato per lavoro in Australia ed ho visitato Ayers
Rock: un enorme e rosso monolito, che da decine di chilometri si staglia sulla
pianura. Gli aborigeni credono che da essa sia partita “l’era del sogno” nella quale
esseri ancestrali - vissuti nell’epoca precede la memoria umana – hanno creato la
Terra. Purtroppo, pur essendo la sola popolazione vivente che possa interpretare i
propri miti - descritti negli innumerevoli dipinti rupestri che ricoprono la
montagna - il vincolo di segretezza che li lega da millenni, non ci permette di
saperne molto. Di fronte a quella roccia, che ha assistito a tutta la storia della vita
sulla Terra, ho sentito come mai lo scorrere del tempo, il respiro dei millenni.
Antico di quasi quattro miliardi di anni Uluru, come lo chiamano gli
aborigeni, 250 milioni di anni fa si trovò in una zona polare ricoperta dai ghiacci,
ma dopo 80 milioni di anni, per via del misterioso spostamento dei Poli di cui
parlavamo prima, finì per trovarsi in un'area tropicale, tra dinosauri giganteschi e
un clima da Africa Equatoriale. Assisté alla loro scomparsa, per quello che si
pensa essere stato un impatto con un enorme meteorite, mentre lo scioglimento
dei ghiacci rendeva l'Australia un continente a sé. Si ritrovò ad avere forme di vita
uniche e peculiari come marsupiali e altri sauri poi, circa 120mila anni fa, vide le
prime avanguardie di Homo Sapiens Sapiens. Ma quello che mi sconvolge è
pensare che gli antropologi, credono che quella aborigena sia la più antica cultura
vivente e che l'età della popolazione indigena australiana sia semplicemente
sbalorditiva. Sono uno scienziato, come ho ripetuto più volte questa sera, ma una
cosa debbo dirtela: Ayers Rock è fatto di arenaria, lo stesso materiale di cui sono
composti molti luoghi magici terrestri; come la montagna di Monserrat, dove la
leggenda dice sia custodito il Graal. Come la montagna spagnola, è un intrico di
grotte e gallerie sotterranee, proibite dagli Aborigeni sia ai turisti che agli studiosi.
In moltissime grotte vi sono dipinti sacri che raccontano “l’era del sogno” ed
alcuni sono stati datati di ventimila anni! >>
<< Se ricordo bene, la loro concezione del tempo è diversa dalla nostra: per ogni
uomo esiste un "qui" e un "adesso" soggettivo e in parallelo scorre il "tempo del
sogno", nel quale si entra quando ci si addormenta. >>
<< Ricordi bene. Secondo loro, all’origine esisteva soltanto il "tempo del sogno"
ed ognuno poteva muoversi liberamente tra il piano della realtà oggettiva e tutti
gli altri innumerevoli piani cui l’essere umano potrebbe accedere: ma a un certo
punto, in qualche maniera, ebbe luogo una rottura e la differenza fra veglia e
sogno emerse alla coscienza. Ho parlato con un antropologo di Sidney e mi ha
spiegato che ormai si ritiene che la prima grande alterazione di quell’equilibrio,

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avvenne come conseguenza di una glaciazione. Dovendo sopravvivere in
condizioni estreme, i nostri predecessori furono costretti a concentrare tutta la
loro attenzione sul piano della realtà oggettiva, lasciando che gli altri piani di
realtà scivolassero verso l’inconscio e quindi verso il sogno. Per non perdere del
tutto il contatto con le altre realtà, incaricarono gli sciamani a farlo, dando loro
potere e perdendo singolarmente la capacità di spostarsi tra un piano di esistenza
e l’altro.
A proposito, questa bomba savoia con croissant potrebbe davvero portarmi
su un altro piano di esistenza; senti come la fonduta si amalgama con la salsa di
acciughe! Dicevo che il passaggio dall’uomo primitivo pre-sciamanico ai tempi
nostri, ha portato un regresso della parte più sensitiva, quella che riusciva a
mettersi in comunicazione con la Madre Terra e con tutti gli esseri viventi.
L’ulteriore passaggio dalla vita nomade, alla vita sedentaria ha fatto prevalere il
pensiero razionale e la concezione lineare del tempo. L’isolamento in cui è rimasta
l’Australia per millenni ha ritardato questo procedimento per cui gli Aborigeni
credono ancora al tempo circolare. Ebbene sai quale potrebbe essere oggi, se
fosse ancora vivo, il loro più grande sostenitore? No? Albert Einstein, il più
famoso scienziato dei nostri tempi. Con i suoi studi sulla relatività, Einstein ha
messo in evidenza che è assurdo parlare del tempo di un certo avvenimento, se
non si fissa il sistema al quale quel tempo si riferisce. Se un uomo passeggia sul
ponte di una nave con la velocità di cinque chilometri l'ora, come indicato dal suo
orologio, la sua velocità rispetto ad un altro orologio ancorato in qualche punto
fisso sul mare, non sarà più la stessa, ma dovrà tener conto della velocità della
nave. Ogni sistema ha il proprio tempo particolare, anche se il senso comune ti
dice che così non può essere. Ma come Einstein ha fatto rilevare, il senso comune
è in verità nulla più che un insieme di pregiudizi, raccolti nella mente prima
dell'età di 18 anni. >>
<< Nel secolo appena trascorso, ne abbiamo dovuti abbattere di sensi comuni;
parrebbe che non ci restino molte certezze, tutto sommato. >>
<< E’ vero. Ogni nuova idea deve battersi contro la tendenza dell'uomo a
definire la realtà come lui la vede attraverso i suoi sensi. Per esempio, dato che
ogni moto periodico – come quello del pendolo - serve a misurare il tempo, il
cuore umano potrebbe essere una specie di orologio: ma secondo la relatività, i
battiti del cuore di una persona che viaggi con la velocità vicina a quella della luce,
sarebbero relativamente rallentati, insieme con la respirazione e tutti gli altri
processi fisiologici. La persona non si accorgerebbe di questo rallentamento,
perché anche il suo orologio rallenterebbe il suo andamento nella stessa misura.
Ma la durata della vita di quella persona determinata con un orologio
stazionario risulterebbe più lunga e se la stessa persona avesse un gemello sulla
Terra, al suo ritorno si troverebbe ad essere più giovane di suo fratello. La
relatività ci ha abituato a guardare oltre; ci spiega come il sole e tutte le stelle
possano continuare ad irradiare luce e calore per miliardi di anni senza bruciare
attraverso gli ordinari processi di combustione. Ci rivela la quantità di energia, che

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è rinchiusa potenzialmente nei nuclei degli atomi e precisa quanti grammi di
uranio devono esser impiegati in una bomba atomica per distruggere una città.
Einstein ha dimostrato che massa ed energia sono equivalenti: quella che si
chiama comunemente massa non è che energia concentrata. Non è forse quello
che da sempre ci dicono gli sciamani e molti yogi? Come vedi niente di nuovo
sotto il sole. >>
Mentre assaggiava il petto di faraona all'eucalipto con carpaccio di ananas,
Marco pensò di aver chiarito con Giovanni alcuni dei quesiti che la pergamena
poneva ma ne restavano molti altri. Fu tentato di esporli al suo amico, ma si disse
che nonostante lui fosse uno degli scienziati più aperti che avesse mai conosciuto,
sentir parlare di alchimia l’avrebbe forse destabilizzato troppo. Finirono la loro
cena con due baby meringhe alla fragola e rifiutarono la proposta di portarsi via il
piolakit, un contenitore nel quale erano stipati sei piccoli vasetti, una provetta con
del vino barbera e un mini mazzo di carte da gioco. Il pranzo tipico delle osterie
di un tempo che però stavano ad anni luce di distanza, in fatto di prezzo, da
quello del ristorante. Giovanni sorrise teatralmente nel vedere la sua espressione
di fronte al foglietto del conto finale e gli disse:
<< Sono stato generoso scegliendo il Verduno Pelaverga: avrei potuto infierire
con il Gaja Darmagi oppure con un Barbaresco, quindi non fare quella faccia. A
proposito, sai perché si chiama così quel vino? No? Perché è un vino afrodisiaco,
talmente potente da pelare la verga. >>
Lasciarono la Manica Lunga ed il castello ad una velocità di molto inferiore
all’andata, evidentemente la cena aveva rilassato il professore. Prima di salutarlo,
davanti alla sua auto, lo guardò con i suoi profondi occhi scuri e Marco si sentì
indagato come uno dei suoi vetrini sotto un microscopio elettronico. “ Fammi
sapere se ti serve altro e non cacciarti nei guai. A presto “ gli disse.

10

Lungo il percorso che lo avrebbe riportato a casa, Marco non poteva fare a
meno di ripetere a sé stesso quanto gli aveva detto Giovanni Barbero su Anne.
Non aveva avuto il coraggio di approfondire che cosa intendesse il professore per
“ gruppo conservatore poco disposto a condividere “ forse perché ciò si
attagliava troppo alla figura di un’adepta degli Eletti? Ancora quel senso di
schizofrenia che lo faceva passare alternativamente dal senso di colpa per i
sospetti su di lei, alla certezza che in qualche modo vi fosse coinvolta. Ogni

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qualvolta decideva di attendere il suo ritorno per eliminare ogni dubbio, saltava
fuori qualche nuova possibilità che lei fosse implicata. Non in modo chiaro e
netto, ma attraverso una sensazione di inesplicabile mistero, una vaga percezione
di ambiguità. Rientrato nel suo appartamento, si mise al computer ed iniziò a
spuntare parola per parola il contenuto della pergamena annotando a fianco ciò
che rappresentava ancora un enigma o meno.

- Il potere delle acque e il respiro della Terra: poteva essere riferito


all’influsso combinato dei fattori indicati dal professore.
- Come si potesse ricavarne la preveggenza e l’immortalità, sapeva troppo di
argomenti al confine tra il fantastico e il pazzoide.
- Perché poteva essere una bestemmia il tempo a spirale e che cosa diavolo
era?
- Sulle Grotte Alchemiche: la loro esistenza ed il passaggio per accedervi,
parevano compromessi per sempre, ammesso che fossero mai esistite. Salvo che
si trovassero in qualche luogo che non era Piazza Statuto.
- Perché la luce dell’alba si addice allo zaffiro? Forse perché è una pietra
azzurra?
Chi poteva parlargli in maniera approfondita di immortalità e di tempo a
spirale, di Eletti e di Compagnons? Dovette pensare un poco prima di arrivare al
nome di Roberto Colli, il suo vecchio professore di Filosofia e di Storia delle
Religioni. Un salesiano dalla mentalità aperta, che aveva viaggiato in tutto il
mondo ed uno dei maggiori esperti di Sidone. L’avrebbe chiamato il giorno dopo,
sperando che fosse reperibile. Rincuorato per essere riuscito a schematizzare
quanto era ancora in sospeso, pensò di scrivere ad Anne perché, nonostante tutti i
suoi dubbi, gli mancava molto.
<< 4 settembre. Qualcosa sta cambiando, i venti maligni che il quindici agosto
soffiavano forti verso l’occidente, non sono più che una brezza, c’è in aria il lieve
annuncio di una inversione, presto soffieranno verso est e ti riporteranno verso la
Francia e verso di me >>
Più tardi, quando stava già per coricarsi, lei gli rispose:
<< Si Marco, vieni da me presto ti prego ...>>
Si addormentò pensando ad lei e alla loro prima ed unica notte a Villeneuve.

Si trovava in un vicolo molto scuro, che correva tra una serie di casupole
abbandonate. L’unico rumore della notte, era quello dei suoi tacchi che
echeggiava nel silenzio. Alle sue spalle avvertiva furtivi movimenti, ma quando si
voltò a controllare, il vicolo era deserto. Le case ai lati, erano presenze massicce e
indifferenti, qualcosa di minaccioso sembrava acquattato dietro le buie finestre, in

122
attesa di un suo movimento sbagliato. Affrettò il passo e dietro a una curva, vide
che la successione di case si interrompeva: dinnanzi a lui si stagliavano le baracche
di un vecchio luna-park.
Si fermò ansimante, cercando di cogliere eventuali rumori nel vicolo alle sue
spalle, ma tutto intorno regnava solo il silenzio. I contorni delle baracche, delle
gabbie ruotanti e delle piccole montagne russe, erano delineati da una spettrale
luna alta nel cielo. Su tutto sembrava gravare l’ombra opprimente di qualcosa che
sovrastava il luna-park. Le giostre immobili celavano cavalli che avevano perso da
tempo vernice e lustrini e i padiglioni del tiro a segno erano bocche spalancate nel
buio. Un solo basso edificio, dalle pareti in legno scrostato, portava una vecchia
insegna debolmente illuminata: Benvenuti nel Treno Fantasma. Sotto l’insegna si
apriva uno stretto ingresso, dipinto in modo da sembrare il passaggio tra due
mondi, quello della realtà e quello di un’altra dimensione. Senza neanche
rendersene conto, si trovò all’interno, accanto all’ultimo vagone e sentì un
lontano rumore di meccanismi che si mettevano in moto. Quindi il luna-park non
era del tutto disabitato, qualcosa funzionava ancora.
Sentì un’irresistibile attrazione verso il sedile di quel vagone e si sedette.
Immediatamente il Treno Fantasma si mise in moto e quasi con ritrosia passò
attraverso la porta a battenti del Tunnel dell’Orrore, per poi avviarsi nell’oscurità
più tetra che Marco avesse mai visto. Il buio tutto intorno era talmente fitto, che
gli occhi gli dolevano. Lo sferragliare delle ruote sui binari metallici era
insopportabile e un’aria gelida gli si insinuava nel collo facendolo rabbrividire. La
prima curva lo portò quasi a scontrarsi, faccia a faccia, con il volto esangue di una
donna con gli occhi sbarrati ed i capelli incollati al capo, il volto di un’annegata
rimasta troppo a lungo in acqua. Le braccia scheletriche, percorse da piccole vene
verdastre si muovevano verso di lui. Si buttò all’indietro e solo un attimo prima di
quell’orrendo abbraccio, il vagone compì una brusca deviazione verso destra.
Marco si portò le mani al petto, respirava a fatica e sentiva il cuore battere
furiosamente: si voltò per vedere se la donna lo inseguisse e qualcosa di viscido
gli lambì la nuca. Certo si disse, le immancabili ragnatele; cercò furiosamente di
ricordare quali altre orribili attrazioni avessero i Treni Fantasma della sua infanzia,
quelli che aveva sempre odiato e nei quali entrava solo perché lo facevano tutti gli
altri suoi amici.
Scrutò nel buio cercando di anticipare quanto lo attendeva. Il vagone, dopo
una serie di curve, aveva rallentato, certamente per farlo rilassare in attesa del
prossimo shock. Il cadavere nella bara, la strega al calderone o il vampiro
grondante sangue? Ma la donna che lo aveva terrorizzato poco prima, era troppo
naturale per poter essere paragonata a quelle vecchie figure di cartapesta. Era
reale. Il buio era sempre più fitto ed il treno prendeva velocità verso qualcosa di
orribile che lo attendeva al fondo della discesa, qualcosa che attendeva
pazientemente, perfidamente. Da secoli.
Il cuore gli martellava nelle orecchie come un maglio e sentiva il terrore
crescergli dentro come un corpo estraneo in continua espansione. Strizzava
sempre più forte gli occhi, per poter scorgere cosa lo attendeva nel buio, finché
sul fianco del suo vagone apparve una forma grigia, che avanzava rapidamente,

123
un’immensa piovra con l’unico occhio maligno rivolto a lui. La smisurata bocca si
apriva lentamente per lasciar uscire l’orribile becco pronto a colpire...
Si destò di colpo, il respiro affannato e la schiena madida di sudore, mentre
le ultime immagini di quell’incubo ancora permanevano nella sua mente. Grazie a
Dio era nella sua casa, nel suo letto, fuori dalla portata di terrificanti cose che
potevano ghermirlo.

Erano passati molti anni da quando Marco aveva incontrato il suo vecchio
insegnante di Antropologia specializzato in Storia delle Religioni, ma non aveva
mai cessato di seguirne i movimenti e gli studi che concernevano i campi più
svariati. In possesso di almeno tre lauree, non era mai stato condizionato dal fatto
di essere un salesiano, anzi; di quell'ordine aveva preso l’inesauribile energia e la
voglia di viaggiare nelle missioni sparse per il mondo. Molte erano situate nei
pressi di antichi siti archeologici ed al suo dovere, aveva unito spesso
l’opportunità di ricerche sul campo. Quando Marco l’aveva cercato nella sede
della Curia di via Arcivescovado, gli avevano detto che si trovava in Duomo, per
una sessione di studio sulla Sindone. Aveva chiamato anche lì, disperando che
sarebbe stato richiamato, visti gli impegni dai quali il salesiano era preso. Invece
un poco più tardi, alle dieci, sentì la sua voce un po’ stridula ma per niente
indebolita dall’età, sgridarlo per il lungo silenzio e chiedergli con tono sarcastico:

<< Credi ancora di poter entrare in una chiesa senza ricoprirti di pustole
immonde ed avere le convulsioni? Si? Bene, allora alle undici e quarantacinque in
Duomo, ho voglia di vederti. >>

Se c’era qualcosa che con l’età non aveva perso, questo era sicuramente l’autorità
e la concisione e Marco decise di prepararsi velocemente per uscire. Sulla soglia
ristette un attimo, in forse se portare con sé la pergamena, ma poi decise di
portare solo la versione stampata dal computer.

Il Duomo di Torino sorge in uno dei punti più carichi di storia della città, a
pochi passi dalle Torri Palatine e adiacente al Teatro Romano dell'antica Augusta
Taurinorum. E’ l'unico esempio di arte rinascimentale in città, con una facciata in
marmo bianco e tre portoni sormontati da un timpano. La Cupola del Guarini,
che dal 1.600 ospitava la Sindone, dopo l’incendio del’97 era ancora in perenne
restauro, coperta da panneggi. Entrando, fu accolto dall’interno austero del
Duomo e dalla tipica frescura delle antiche chiese; dopo essersi un attimo
abituato al buio, si diresse verso il fondo della navata, per farsi annunciare.
Davanti a lui era posta una teca ad atmosfera inerte, che conteneva il
sudario più famoso della storia dell’umanità: un sarcofago ricavato da un unico
lingotto in lega aeronautica e da una copertura multistrato antincendio.

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L’atmosfera della teca e della cappella, sono costantemente controllate da un
computer in termini di pressione, temperatura e umidità.
Deviando a sinistra della Tribuna Reale, scorse un gruppo di prelati che
stavano uscendo da una porticina e chiese del suo insegnante. Gli fu detto di
attenderlo, perché la riunione era appena terminata. Il Duomo a quell’ora era
quasi deserto, se si escludeva la presenza dei sacerdoti che partecipavano al
simposio: molti in abito talare, alcuni in clergyman, si erano soffermati in una
delle cappelle laterali a parlare tra loro in inglese.
Improvvisamente si sentì toccare la spalla e si voltò, per trovarsi di fronte a
due occhi penetranti che ancora una volta, come in passato, lo soggiogarono; il
viso pallido, il naso sottile e un poco arcuato, gli zigomi sporgenti, avrebbero
potuto essere quelli di un mistico, se un dolcissimo sorriso non l’avesse reso così
umano. Emanava da lui una serenità, dietro la quale si indovinava l’energia
contenuta di un uomo abituato a battersi per i suoi principi e contro le ingiustizie
del mondo. Superava Marco di qualche centimetro e l’abbraccio in cui lo strinse
gli ricordò quelli che da ragazzo avevano scandito le partenze per le vacanze e la
fine dei suoi studi. Come d’abitudine, il salesiano Roberto Colli vestiva in
borghese, una camicia azzurra ed un paio di jeans grigi erano il suo abito talare.
<< Vedo che non hai perso la buona abitudine alla puntualità e che entrare in
Duomo, nonostante la tua prolungata assenza da una chiesa, sulla quale
scommetterei, non ti ha provocato grandi traumi. Possiamo andare a pranzo nella
foresteria della curia, si mangia molto bene e non avremo problemi di parcheggio;
ti posso dedicare due ore se vuoi solo parlare dei vecchi tempi, molto di più se
vorrai confessarti, visto il contenzioso che hai sicuramente con la tua coscienza.
>>
<< La ringrazio molto padre, due ore mi basteranno per quanto vorrei chiederle:
qualche anno fa, scrissi un saggio su Nostradamus ed ora il mio editore mi ha
chiesto di ampliarlo per arrivare almeno a duecentocinquanta pagine. La parte che
vorrei approfondire con lei, è quella relativa al concetto di immortalità: come è
stata vista nella storia dell’uomo da filosofi, alchimisti - come era, appunto lo
scrittore delle Profezie - e scienziati. Il convegno che sta presiedendo, se non
sono indiscreto, di che cosa tratta? >>
<< Per un argomento così immenso, due ore mi basteranno a patto di
condensare molto: vedo che non hai abbandonato i grandi temi, nonostante le tue
ultime scorrerie nel tango argentino. Non fare quella faccia stupita, avevi la stessa
espressione quando ti interrogavo molti anni fa; so che scrivi di tango, sono stato
a Buenos Aires un anno fa per una visita alle favelas della periferia ed una
ballerina che fa molta beneficenza, mi ha chiesto se ti conoscevo. Sei famoso
laggiù per i tuoi scritti, dunque. Ma adesso seguimi, per avere la possibilità di
sederci in un tavolo riservato dobbiamo affrettarci. >>

Uscirono dal retro della chiesa e si diressero verso un antico edificio in mattoni
rossi a cui il sole alto nel cielo, toglieva la patina del tempo. La massiccia porta in
legno lucidato a cera, si aprì sospinta da due prelati che li precedevano e furono
dentro alla foresteria. Dopo aver superato il vestibolo, entrarono nel grande

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salone e il salesiano si diresse decisamente verso un piccolo tavolo appartato,
battendo sul tempo la coppia che li aveva preceduti. Nonostante l’età, aveva
mantenuto una forma fisica che gli consentiva ancora questi scatti e soddisfatto di
sé si sedette, tirò un grande sospiro e si rivolse a Marco.
<< Debbo confessarti che, dopo tre giorni passati con i miei colleghi della
Commissione diocesana, è piacevole cambiare compagnia e argomenti di
conversazione. Nonostante la Sindone mi appassioni ancora molto, ormai il suo
studio si è ridotto a disquisizioni tra esperti della datazione con il Carbonio 14 e
contumelie tra i laboratori prescelti e quelli esclusi. Si sta perdendo di vista il
mistero di un lino che porta impressa la figura di un uomo, un’immagine che non
è stata né dipinta, né stampata a caldo né ottenuta con i mezzi che l’odierna
scienza umana potrebbe escogitare. Come una pellicola fotografica impressionata
da una luce che non riusciamo nemmeno ad immaginare, il lino riporta un
negativo i cui chiaroscuri, sono di intensità proporzionale alle diverse distanze che
possono esserci tra un corpo e il telo che lo ricopre. L’immagine c’è anche dove
non poteva esserci contatto diretto con il lino: le macchie di sangue e di siero
sono compatibili con un corpo che sia stato coperto e posato, ma non vi sono
segni di spostamenti dovuti alla rimozione. Sembrerebbe che il corpo abbia perso
improvvisamente il suo volume, sia svanito nel nulla.
Questo è il vero mistero e non la scoperta recente, per la quale io sono qui:
la cimosa del lino, è identica a quelle dei tessuti rinvenuti a Masada, all’epoca della
dominazione romana. Per tornare alla tua domanda, tutto fa supporre che l’uomo
della Sindone abbia trovato l’immortalità e milioni di uomini come me, credono
che sia anche divenuto eterno. >>
<< Mi corregga se sbaglio don Roberto, ma io credo che spesso si faccia
confusione tra eternità e l'immortalità. Si pensa che quest’ultima, non avendo
fine, dovrebbe quindi essere eterna. Inoltre penso che la soppressione
dell'invecchiamento non significhi ottenere l’invulnerabilità - rispose Marco,
pensando alla morte di Nostradamus - non invecchiare non significa essere
immuni da malattie non ancora curabili, omicidi e incidenti. >>
<< E’ vero, pensa al terrore che proverebbe un immortale, nei confronti
dell’imprevisto. Potrebbe arrivare a decidere di vivere isolato dal mondo per non
fare brutti incontri. Da sempre l’uomo si interroga su questo mistero, persino
Einstein ha ipotizzato, portando all’estremo la sua teoria della relatività, che se si
viaggiasse ad una velocità mille volte superiore a quella della luce, l’orologio
biologico che abbiamo dentro rallenterebbe fino a fermarsi. Niente più accumulo
di spazzatura nelle nostre cellule, niente radicali liberi, niente effetti collaterali del
metabolismo. In definitiva, si vivrebbe in una zona di confine tra l’esistenza del
tempo e la sua non esistenza.
In tutta la storia umana si è sognata una vita senza fine o indefinitamente
lunga e si dice che nell’antichità qualcuno sia vissuto per trecento o quattrocento
anni. Alcuni dei ricercatori più ottimisti, come il famoso virologo francese Luc

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Montagnier, padre della lotta all'Aids, sostiene che la morte non è ineluttabile.
Secondo lui, nel prossimo secolo la vita media degli uomini si allungherà molto e
come ipotesi, non si può escludere l’immortalità. La riproduzione sessuata, ha
garantito sinora la prosecuzione della specie; quelli che muoiono lasciano il posto
ai nuovi arrivati e la variazione genetica facilita l'adattamento.
Ma se l'ambiente non cambia, come avviene ai giorni nostri, la riproduzione
sessuata non ha più motivo e gli uomini potrebbero vivere per sempre. Se nel
contempo si riuscisse a riparare l’accumulo dei rifiuti all’interno e all’esterno delle
nostre cellule, insieme alle mutazioni dei cromosomi e delle cellule dannose, si
potrebbe vivere a tempo indefinito. Del resto l’immortalità esiste già, in alcuni
laboratori di ricerca: le cellule tumorali dell’uomo si dividono senza sosta, perché
hanno perso la specializzazione, quella che limita la capacità di dividersi. Le più
anziane, sono le He-La dalle iniziali del nome di una donna morta di cancro molti
anni fa: acquisita l’immortalità, continuano a riprodursi senza fine. Inoltre due
ricercatori americani hanno fuso una cellula normale, con una tumorale
ottenendo un ibrido capace di dividersi all’infinito, quindi immortale.
In teoria, tutto sta nella cellula. Se si riesce ad intervenire su di essa, le
probabilità di eliminare prima la vecchiaia e poi la morte, aumentano all’infinito.
Un’altra componente di cui si conosce ancora troppo poco è la ghiandola
pituitaria: produce l’ormone della crescita, quello della secrezione del latte dopo il
parto, il colore della pelle, il testosterone nell’uomo ed il funzionamento delle
ovaie. Nello stesso tempo e non si capisce perché, sembra che influisca sul loro
invecchiamento. Allo stesso modo in cui non si comprende perché se impazzisce,
può creare un nano, un gigante, un uomo scimmia oppure un mostro dalla
mascella prominente e mani e piedi enormemente sviluppati.
Il poter agire in modo controllato sulla produzione dei suoi ormoni, ci
darebbe un controllo su alcuni processi di invecchiamento. Ed è anche certo che
se si riuscisse a potenziare le nostre difese, per prevenire e correggere i danni
prodotti dalle molecole difettose che si accumulano nel nostro corpo,
automaticamente si prolungherebbe la vita umana.
Fortunatamente, pare che sia stata abbandonata l’alternativa
dell’ibernazione. L’idea di tutti quei cadaveri - perché altro non erano, anche se la
gente già pensava ad una forma d’immortalità - che si ammucchiavano in attesa
della scoperta della cura della malattia che li aveva fatti morire, mi ha sempre
disgustato. Svegliarsi dalla surgelazione con la prospettiva di vivere solo pochi
anni, perché il corpo che ti ospita è già vecchio, che senso può avere?
<< Tutto questo sa un poco di laboratorio di Frankenstein non crede? >>
<< Certo, e di fronte all’immortalità nascerebbero problemi di tipo etico: sarebbe
giusto che la gerontocrazia, che è già così forte oggi, fosse ancor più potenziata
da una prospettiva di immortalità? Inoltre a molti l'ipotesi dell'immortalità appare
una cosa assurda, visto che neanche la Terra è immortale. La morte è un dato
fondamentale, come diceva Heidegger, una vita senza fine non si riesce nemmeno

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a immaginarla. E poi Marco, un'ora o mille anni non sono forse la stessa cosa di
fronte all’abisso del nulla?
Per ora, religioni a parte, l’unica certezza d’eternità sta nella morte stessa;
quella sì che è eterna. Certo l’idea è intrigante e si è speculato molto su quello che
sarebbe una vita senza la prospettiva di morire: l’uomo ha creato il mito, la
religione e l’arte proprio per continuare a vivere in eterno. Almeno nella memoria.
La ricerca della vita eterna, è da sempre presente nei racconti tramandati da epoca
ad epoca, da Gìlgamesh al replicante Roy di Blade Runner. Qual è il segreto per
non morire, questa è la domanda che ha affascinato molti scrittori. Dalla mitica
Lei - che qualcuno ha chiamato Ayesha o Antinea – agli stessi vampiri che la
ottengono barattandola con una non-morte, la letteratura è piena di immortali.
Nella realtà, quelli che più l’hanno cercata cocciutamente e senza tregua sono stati
e sono, perché ho la convinzione che ne esistano ancora, gli alchimisti.
Di uno di questi, si è detto addirittura che ci sia riuscito; è il famoso conte di
San Germano, detto anche Saint Germain. Uno dei personaggi più misteriosi
dell’esoterismo, sempre pronto a sparire quando i riflettori della Storia restavano
per troppo tempo su di lui. Per riapparire subito dopo in un altro paese e con un
altro nome. Viaggiò per tutta l’Europa come diplomatico oppure anche solo
come cortigiano e fu uomo di cultura, squisito musicista, conoscitore di molte
lingue, pittore e soprattutto grande alchimista, rinomato per i suoi portentosi
cosmetici.
<< Anche quelli di Nostradamus erano famosi, insieme alle sue marmellate. Ne
scrisse persino in un trattato, che all’epoca andò a ruba. >> interloquì Marco,
pensando che anche per gli alchimisti la cosmesi doveva essere molto redditizia.
<< San Germano ballonzola nelle cronache da un secolo all’altro, chi lo dice nato
ad Asti alla fine del’600 e morto in Germania nel 1784, chi sostiene che era già
presente in Inghilterra nel ‘500 e si chiamasse Francesco Bacone. Questo perché
le due figure si sovrappongono spesso: anche lui professava incessantemente la
stessa utopia tecnocratica del grande filosofo inglese. In contrapposizione a
Platone, per il quale a governare dovrebbero essere i sapienti, per San Germano e
per Bacone dovrebbero governare gli scienziati, dotati di un sapere " utile "
capace di dominare, trasformare, alterare e imitare la realtà. Non come i filosofi,
con il loro sapere per il sapere. La loro patria immaginaria è un gigantesco
laboratorio scientifico, dove si fanno preparati medicinali, si riproducono i
fenomeni atmosferici, si generano artificialmente gli insetti, si depura l'acqua
salata per renderla dolce e, qui ti voglio, si prolunga la vita umana.
La sua utopia non è rimasta tale, perché proprio nel ‘600 nascono le
Accademie Scientifiche, enti in parte pubblici e in parte privati, di filosofi e
scienziati che hanno come fine, il miglioramento del mondo operando sulla realtà.
Lo dicono affiliato a molte società segrete, dai Rosa croce ai Perfettibili e alcuni
sostengono che fosse un iniziato della setta più misteriosa, quella degli Eletti. E
proprio quest’ultima l’avrebbe perseguitato per il suo voler diffondere il sapere,

128
anziché nasconderlo sotto un linguaggio ermetico: per loro doveva rimanere nelle
mani di pochi e per questo si chiamavano Eletti. Nonostante il fatto che Bacone
fosse arrivato al grado di Lord Cancelliere, riuscirono a creare prove di
corruzione che lo misero sotto processo prima e obbligarono al ritiro poi.
Marco, nel sentir nominare gli Eletti, fece fatica a non tradirsi; c’erano
dunque tracce di quella setta nella Storia e non solo nella pergamena. Per non
interrompere il professore, si ripromise di parlarne più tardi.
<< San Germano fu conosciuto da Madame de Pompadour, che lo nominò suo
protetto, da Voltaire, Mozart, Cagliostro e Casanova, che lo inserì nelle sue
memorie. Alto, bruno, elegante nei modi e nel vestire, era un abile spadaccino e si
rese famoso per le sue sparizioni e ricomparse repentine: riappariva
contemporaneamente in più luoghi, anno dopo anno se non secolo dopo secolo.
Quando le sue sembianze erano invecchiate al punto di giustificarne la morte,
inscenava un “decesso per polmonite in un castello di amici nobili” per uscire di
scena. Si dice che avesse trovato a Torino il segreto della Pietra filosofale, grazie
alla quale non invecchiava mai, poteva trasformare il piombo in oro e ingrandire
le gemme.
Pur essendo stato ospite di molte corti, riuscì a non farsi mai ritrarre e più
tardi, a non comparire in alcuna fotografia; chi diceva di averlo incontrato nel
corso dei secoli, riportava l’impressione di grande fascino e forte magnetismo, ma
non riusciva a descriverlo. Come se nel momento della sua sparizione, sparisse
con lui anche il ricordo. Chi ne ha scritto finché ne aveva memoria, ne ha parlato
come di un uomo sarcastico, a volte amaro, a volte faceto, colto di una cultura che
si richiamava a secoli lontani: citava personaggi famosi come Carlo V che lui, San
Germano, avrebbe finanziato per le spedizioni di Pizzarro e Cortez verso il Perù
ed il Messico.
<< Addirittura! >>
<< E non basta, arrivò a citare persino Gesù Cristo, con una frase che lasciò
molti sconcertati “io vado e tu mi aspetterai fino al mio ritorno”: quelli che
conoscevano il mito dell’Ebreo errante riconobbero quella frase e gli chiesero di
saperne di più. Lui rispose che ricordava un tempo in cui era stato custode nel
palazzo di Ponzio Pilato e malediceva il giorno in cui, invece di restare a casa,
aveva deciso unirsi al corteo che seguiva uno dei tanti condannati che si avviava
verso il Golgota.
Puoi immaginare l’effetto delle sue parole su un gruppo di nobili cattolici
francesi del ‘700. Quando poi entrò nei particolari, raccontando di quell’uomo
caduto sotto il peso della trave alla quale sarebbe stato inchiodato, l’emozione fu
enorme. Con voce rotta, disse che a quel tempo si chiamava Cartafilo, aveva
trent’anni e lo stare al servizio degli invasori romani, per reazione l’aveva reso
duro e impietoso. Nel vedere quell’uomo per terra, aveva pronunciato le parole di
cui si sarebbe pentito per tutta l’eternità “ Cammina dunque, cammina più
spedito. Perché sei così lento?” San Germano-Cartafilo disse poi che il suo

129
destino era stato malvagio non dandogli la possibilità di riconoscere in Cristo il
Messia ma, nello stesso tempo gli aveva dato due cose veramente uniche. Essere
l’unico testimone diretto della passione di Cristo e divenire immortale. A riprova
di quanto diceva, riprendeva le parole di Gesù nei vangeli: “ In verità io vi dico,
che tra i qui presenti vi sono di quelli che non morranno, prima che vedano il
Figlio dell’uomo venire nel suo regno ”. Quindi lui era il testimone della venuta di
Cristo e arrivato all’età di cento anni, si ammalava- penso di polmonite a questo
punto - e ritornava con l’età di trent’anni.
Non so se volutamente o meno, creò un paradosso nel mondo cristiano:
volevano prendere le distanze da lui – che si diceva anche ebreo - ma al tempo
stesso non potevano ignorarlo, in quanto testimone della Passione. La tradizione
popolare se n’è impadronita e si riportano innumerevoli resoconti di persone che
avrebbero parlato con questo Ebreo errante. Se mi concedi una battuta, qualcuno
di questi lo dava come ciabattino e meno male per lui, dato che era avvistato in
Inghilterra, Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Ungheria, Livonia, Polonia, Russia,
Danimarca, Svezia e persino in Persia.
<< La cosa incredibile è che alcuni vescovi, vissuti in differenti periodi storici,
l’abbiano descritto minuziosamente riportando le sue parole: sono stati realizzati
anche due o tre film su di lui. >> interloquì Marco.
<< Ma torniamo a Saint-Germain, che nel 1784 dimostra una settantina d’anni,
non dimenticare che era nato alla fine del 1600. Muore nel castello del Principe
Carlo di Assia-Cassel, un rosa crociano, e una settimana dopo, quando riaprono la
tomba la trovano vuota. L’anno successivo, in una riunione massonica, viene visto
vivo e ringiovanito, mentre qualcuno dice di averlo incontrato a Parigi in
compagnia di Cagliostro: più tardi nei diari lasciati da Maria Antonietta, si trova
l’avvertimento che lui le aveva fatto riguardo alla Rivoluzione ed il suo rammarico
per non avergli dato ascolto.
Nel 1882 si parla ancora di lui e del suo aspetto giovanile, la sua leggenda
cresce fino al punto di spingere Napoleone III a richiedere un’indagine che si
arresta davanti all’incendio doloso che aveva colpito l’Hotel de la Ville di Parigi
nel ’71, bruciando tutti i documenti. Era il momento di sparire e così fece.
Comparirà saltuariamente nelle sedute di alcune sette esoteriche massoniche fino
a che, nel ‘900, si sovrappose alla figura del grande alchimista Fulcanelli. Costui,
pur avendo scritto tre libri molto famosi sull’alchimia, resta ancora oggi un
grande mistero, che nessuno è mai riuscito a svelare. Dietro lo 'pseudonimo',
nessuno sa chi si celi veramente. Le sue opere furono pubblicate in Francia dal
suo discepolo Canseliet, ma nemmeno su questo si sa molto e più si indaga più si
trovano misteri. >>

<< Mi pare di aver letto un suo libro qualche anno fa, >> disse Marco << “ Il
mistero delle Cattedrali “, ma confesso di non averci capito molto; la cosa che mi
aveva più colpito era la sua convinzione, sembrava ispirato da una vera fede.
Tutto ciò che descriveva era reale, almeno per lui. >>

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<< Quel che è certo, è che i suoi libri hanno riportato l'alchimia nella nostra
cultura, che l'aveva relegata tra le bizzarrie dell’esoterismo. Ripresentandola
partendo dai testi classici ed illustrandone le teorie, i metodi ed i procedimenti, ci
ha mostrato una via parallela a quella che abbiamo seguito sinora, più rivolta al
miglioramento interiore dell’uomo. L’alchimia potrebbe essere la rimanenza di
una scienza appartenente a una civiltà estinta, troppo complicata per poter essere
nata improvvisamente ad un certo periodo della nostra storia. Pensa che si sono
contati più di centomila libri seri sull’alchimia. Per Fulcanelli, l’alchimia è un
legame con civiltà eclissate da tempo e ignorate dagli archeologi. Tu sai vero, che
a Bagdad, durante la guerra, sono stati trovati particolari metallici che gli
archeologi non riuscivano a catalogare? Solo più tardi un ingegnere che faceva
parete del team, ha capito che si trattava di una pila elettrica risalente a migliaia di
anni fa.
Il suo discepolo negò di essere lui Fulcanelli, ammise di non aver mai
raggiunto la Pietra e confermò che il suo maestro vi era riuscito entrando a far
parte degli Adepti Immortali. In seguito, scomparve per molti anni finché nel
1952 incontrò il discepolo, il quale si trovò davanti a un uomo che dimostrava
cinquant’anni, mentre avrebbe dovuto averne 133. Nell'intervista rilasciata poco
dopo riferì: “ Non mi aspettavo di incontrare Fulcanelli, il quale mi disse ‘ Ma
allora mi riconosci? ‘. Era come se fosse andato a ritroso nel tempo, anche se
riconoscevo ogni tratto del suo viso, la forma, l'attacco dei capelli, certo
brizzolati, ma comunque neri e quale portamento! Pareva fosse entrato nell'eterno
presente, che avesse la conoscenza del passato e del futuro, che sapesse tutto. Mi
disse che per loro il tempo non esiste, che come Saint-Germain poteva
comunicare con gli altri Adepti su un altro piano di esistenza “.
Una delle sue apparizioni più sconcertanti però avvenne nel 1937, quando
incontrò il fisico nucleare Jacques Bergier: lo mise in guardia sulla pericolosità
della scissione dell’atomo che avrebbe potuto causare la fine dell’umanità. Disse
inoltre che in passato erano già esistite civiltà che conoscevano l’energia atomica e
si erano autodistrutte proprio per un suo utilizzo sbagliato. Gli consigliò di
controllare su qualche resoconto scientifico, perché il deserto del Gobi ha una
superficie vetrificata, come se si fosse verificato un immane incidente nucleare.
Pensa Marco che ancor oggi, c’é chi sostiene che lo si possa incontrare a
Roma, nel giorno di Natale, seduto nei giardini del Pincio. Esistono diversi gruppi
della New Age, che si dichiarano ispirati direttamente da lui ed uno dei più noti è
quello legato alla figura di Tobias del “Crimson Circle”, un sito web che ogni
mese riesce a richiamare decine di migliaia di persone da ogni parte del mondo
per assistere online ai suoi raduni.
Un’altra forma di immortalità potrebbe essere la reincarnazione, se ci
ricordassimo della vita precedente: ne parla il Corano, ne hanno scritto molti
filosofi ed alcune frasi di Gesù potrebbero essere interpretate come una
conferma. Peccato però che il suo requisito fondamentale sia quello di dover
morire ogni volta. >>

131
Mentre il salesiano esponeva le sue idee, era stata loro servita una squisita zuppa
fredda di verdure che un filo d’olio toscano, aveva reso ancora più saporita: un
arrosto di tacchino con salsa ai mirtilli era stato il completamento del loro pranzo.
Le spiegazioni di Roberto Colli avevano fatto emergere altre figure coinvolte nel
contesto degli Eletti, il palcoscenico si stava affollando di personaggi appartenenti
a diverse epoche. Scoprire quale commedia o dramma era in copione, diventava
sempre più difficile. Restava ancora una frase da chiarire e Marco sperò che anche
in questa risposta, lo scienziato prevalesse ancora una volta, sul sacerdote.
<< Che cosa mi può dire della definizione di tempo circolare o eterno ritorno,
che ho trovato molte volte durante le mie ricerche? >>
<< Molti hanno pensato al tempo come a qualcosa di eterno e immutabile.
Secondo il nostro filosofo Emanuele Severino, potrebbe essere una pellicola i cui
fotogrammi sono gli istanti che già esistono, senza passato e senza futuro. Sarà la
proiezione che, ponendoli in sequenza, darà loro la percezione del movimento
che sembra andare da un passato ad un futuro. La Storia e il tempo sono creati
dalla proiezione, sono quindi il progressivo apparire di qualcosa che non si crea in
quel momento, ma che esiste già. Il futuro dunque non si crea nel presente e noi
non lo percepiamo soltanto perché ancora non ci è apparso. Sta nei fotogrammi a
venire, quelli che pur esistendo, non sono ancora arrivati sotto la luce del
proiettore, quindi della percezione.
Gli attimi entrano ed escono da quello che Severino chiama cerchio
dell'apparire. Ciò significa che quando un attimo ( o ente come lo chiama lui ),
esce dal cerchio dell'apparire non diviene un nulla, ma si sottrae semplicemente
alla vista. Dunque, le cose esistono anche quando scompaiono ovvero non si
vedono.
Questo è un concetto fondamentale perché ci dice che nulla si crea dal nulla,
quindi il futuro non può provenire dal nulla. Coloro che hanno affermato di
poter vedere in avanti e indietro nel tempo, è come se facessero scorrere la
pellicola a mano e la guardassero con i loro occhi dotati di una seconda vista:
davanti a loro stanno tutti i fotogrammi e possono scegliere quali guardare. Con i
nostri poveri mezzi invece, se la proiezione viene fatta facendo scorrere i
fotogrammi in un senso avremo un film con una certa trama e si potrà parlare di
Tempo Lineare se uniamo la fine ed il principio della pellicola in modo che la
proiezione riproponga lo stesso film più volte, avremo il Tempo Circolare.
Se riuscissimo ad inserire in qualche fotogramma, una misteriosa sostanza
che interagisca con le immagini successive modificandole, avremo il Tempo a
Spirale, in continua evoluzione. Alcuni punti della teoria della relatività di
Einstein, hanno introdotto un altro concetto: in ogni istante, un avvenimento crea
un altro universo parallelo al primo e così via. E’ il principio delle sliding doors, in
cui una decisione o un caso fortuito, creano altri futuri, paralleli al nostro, in cui
altri noi vivono vite determinate dagli avvenimenti o dalle scelte che hanno fatto.
Inoltre per il geniale fisico, il tempo non è che un eterno presente, esattamente
quanto sostenevano i grandi mistici antichi. Passato, presente, futuro, sono.
Quello che ci condiziona nel comprendere questi concetti è il senso comune
e la nostra cultura: ad esempio, l’alfabeto ci ha abituato a simboli che hanno un

132
senso solo se messi in fila e in un ordine prestabilito. Il suo uso ha modificato
l’immaginario dell’uomo, che si abituò a percepire tutto nei termini lineari, in cui
lo spazio e il tempo sono continui e connessi. Come ha espresso McLuhan nel
suo: “Il medium è il messaggio” la riga, ossia il continuo, divenne il principio
organizzatore della vita. Il ricordo degli altri piani di realtà scivola nell’oblio. La
percezione lineare di un “unico tempo possibile” ha reso l’uomo schiavo del
decadimento fisico e della morte.
Non sentendosi più parte di un unico organismo vivente, è rimasto solo con
le sue paure e preda di chiunque gli dia una speranza di vita dopo la morte. Ecco
perché nell’antichità alcuni sciamani, divennero sacerdoti ed iniziarono a
elaborare miti, allegorie e simboli per sviluppare pratiche rituali, di ampio
controllo su un numero sempre più alto di persone. Ogni religione successiva
copia l’immaginario di quella precedente ed il senso profondo della comunione
dell’uomo con la Natura, viene progressivamente dimenticato. Affidarsi agli dei e
più tardi, ad un solo dio, è più comodo che lavorare su sé stessi; chi cercò di
resistere all’integrazione fu più tardi spazzato via dalle persecuzioni prima,
dall’Inquisizione poi. E’ superfluo dirti che non gradirei essere citato nel tuo libro
vero? >>

<< Ma ça va sans dire, professore! >>

<< Bene. Secondo i fautori del Tempo Circolare, il cosmo non ha avuto inizio in
alcun tempo; il mondo sensibile non ha alcun inizio temporale, poiché la causa
del suo essere è il circolo. Il tempo stesso è un circolo e come il circolo, non ha
alcun punto di origine. Contestando la religione, si chiedono: perché Dio avrebbe
deciso la creazione all'improvviso e senza necessità, solo per un’ipotetica Volontà
di Amore? Semplicemente perché lo ha voluto, come rispondono i pensatori
cristiani? Perché il cosmo non potrebbe aver avuto un'auto-esistenza propria?
Ogni ciclo, dopo il massimo splendore si avvia verso una lenta
degenerazione, per poi iniziare un nuovo ciclo cosmico; i cicli si avvicendano uno
all’altro, sempre uguali, sempre diversi e tutto questo è ignoto solo a causa del
piccolo arco temporale della vita umana. Come se noi avessimo una visuale
limitata a quanto ci sta davanti, mentre il Tempo si apre a destra e a sinistra, a 360
gradi. Gli imperi si succedono agli imperi, ogni impero porta con sé, nel punto
della sua massima ascesa, il processo disgregativo che lo porterà all’isolamento e
all’imbarbarimento. È possibile prevedere con una certa precisione la sua crescita,
la sua espansione e la perdita di controllo che porterà al lento degrado.
Qualunque sia stata la sua potenza e il simbolo che la rappresentava. Gli imperi
dell’antico Egitto, la Biblioteca di Alessandria, le aquile dell’impero Romano,
quelle di Napoleone, la mezzaluna dell’impero ottomano, ora non sono che
polvere.
“Sempre volgendo l’infaticabile ruota e stando fermo in essa” ha detto un
filosofo greco. Il ciclo è una ruota con una tacca sulla circonferenza: la tacca è un
avvenimento che si ripete ogni volta che la tacca stessa tocca terra, l’ambiente, il

133
paesaggio e il terreno sono diversi ma la ruota e la tacca sono gli stessi. Ruotano
intorno al mozzo che rappresenta la tradizione per quanto gli gira intorno.
Sempre secondo loro, l'inizio temporale del cosmo non è dimostrabile con
la ragione, ma come semplice atto di fede. L'orologio rotto di un campanile,
almeno una volta al giorno, indica l’ora esatta mentre tutti gli altri (vuoi perché in
avanti, vuoi perché indietro) potrebbero non indicarla mai. La suddivisione del
tempo è arbitraria perché ogni sessanta secondi si torna a zero ed inizia un nuovo
minuto, dopo sessanta minuti si ha un'ora e dopo ventiquattro ore un giorno e
così via... non esiste il Tempo Lineare perché gli uomini anche se in apparenza
cambiano vita, in realtà non cambiano mai fino in fondo. Perché il loro destino
sta nel loro carattere e nel loro corpo, che cambia con l’età, ma rimane lo stesso
nei suoi desideri e nelle sue paure. Come diceva il nostro Giambattista Vico, che
credeva nella ripetizione eterna dei cicli, “ perfino se ci fosse un infinito numero
di mondi, questi cicli si ripeterebbero sempre “. Vedo che le mie parole a volte ti
creano, dei piccoli sussulti, il tuo battito di ciglia diviene più frequente; c’è
qualcosa in quanto ti ho detto che ti turba?

<< No professore, è che mi rendo conto, ogni volta che parlo con lei, di quanto
ho dimenticato dei miei studi. Non ho più riletto Vico, ma ricordo una sua
lezione in cui ci aveva parlato di quest’uomo geniale che non ebbe mai il
riconoscimento che meritava. Anzi se non ricordo male fu anche perseguitato per
le sue idee. >>
<< Capita a tutti di dimenticare e quando sarai più grande, come si dice ora per
non dire vecchio, ti accorgerai... Tornando a Vico, puoi capire facilmente che
questa concezione non piacesse né alla Chiesa né a tutti i movimenti che
credevano nel protagonismo dell’uomo. Questi pensavano che considerare il
tempo come un grande fiume che segue imperturbabile il proprio corso,
significava massificare l'individuo: nel mito, l'eroe si dibatte vanamente all'interno
di un solco già tracciato e già percorso da altri eroi prima di lui, il fato.
Combattere contro il fato, significa migliorarsi e creare un futuro diverso sia dal
passato che dal presente.
C’è un mistero non ancora risolto nella vita di Vico; un cambio repentino di
una sua opera, la Scienza Nuova che doveva comprendere sei libri ma fu
pubblicata solo in cinque volumi. A quel tempo, si credette che una setta segreta
l’avesse minacciato per non pubblicare il sesto libro. Lui non rivelò mai il perché
di tutto questo.
La forma a spirale del tempo è una forma aperta, che collega circolarità a
linearità; in essa, ogni periodo storico ha un inizio che non coinciderà con la sua
fine, perché l’uomo lo trasforma. Grazie alle nuove conoscenze, per esempio
l’alchimia, l’uomo imprime al tempo una velocità maggiore di quella che avrebbe
il ripetersi costante degli errori, dunque si avranno ripetizione e novità, memoria e
iniziazione. Nel tempo circolare e lineare ciò che si ricorda è già stato, si procede
ricordando ossia, secondo loro, retrocedendo: nel tempo a spirale si ricorda
procedendo ed il presente non è altro che il materiale con cui forgiare il futuro.

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Questa concezione è messa oggi in crisi dalla diffusissima paura del futuro:
tutto quello che ci sembrava portatore di progresso, distorce i rapporti umani ed i
valori etici di un tempo. In particolare i giovani, riuscendo sempre meno a
progettare il loro futuro, divengono preda dell’incertezza; si vedono scorrere
accanto il tempo della Storia, con la sua ottimistica elencazione di progressi,
mentre stanno vivendo un tempo che non ha niente di prevedibile e di sicuro.
Ogni nuova scoperta toglie un poco di umanità e crea la necessità di
cambiamenti continui che destabilizzano, che non danno il tempo di
comprendere e adattarsi: la tentazione di rifugiarsi in un tempo ben conosciuto e
vissuto in modo più umano, porta a dare al passato un valore eccessivo ed il
tempo ciclico, che propone un futuro simile al passato, diventa allettante. Volendo
fare della filosofia, si può dire che il Tempo Lineare e quello a Spirale,
concepiscono una visione individualista dell’uomo mentre la ciclicità temporale,
inserendo la predestinazione, si rivolge alla classicità greca e nel contempo ad una
visione più corale della vita.
Un’idea completamente diversa del tempo è quella degli aborigeni
australiani. Per loro la Terra è un essere vivente in cui ogni frammento
rappresenta e raffigura l’entità Terra: come nel corpo umano, la corretta relazione
tra i vari organi crea il suo buon funzionamento. Ogni organismo vivente tende
ad autoregolarsi per raggiungere l’armonia tra le sue parti e ci sono ormai
certezze che la Terra in quanto organismo sappia autoregolarsi. Molto presto
dovremo arrivare a considerare che esista una coscienza del pianeta. James
Lavelock ha scosso il mondo della scienza agli inizi degli anni '70, prospettando
l'idea che la Terra sia un essere vivente e lo ha chiamato Gaia, il nome che gli
antichi greci diedero alla dea della terra. Per sostenere la sua tesi, portò diverse
prove, dalla salinità dai mari al tasso di azoto nell'aria. Sembrerebbe una tesi a
favore del tempo ciclico in quanto ci fa tornare al pantheon greco, oppure ai miti
celtici, in cui la dea principale era la Madre Terra, che in quelli precolombiani si
chiamava Pacha Mama.
Per gli aborigeni la creazione è avvenuta nel Tempo del Sogno, un
avvenimento soprannaturale scaturito «prima del tempo» e che si verifica anche ai
nostri giorni. Credono di fare parte del Sogno e sono convinti che si tratti del
luogo in cui torneranno dopo la morte: per loro la vita è un fatto ciclico e non
continuativo. Un uomo nasce in seguito a un evento visionario (un sogno) e al
termine dell'esistenza terrena il suo spirito è destinato a tornare in un enorme
serbatoio spirituale. La sua presenza sul pianeta, completa il Sogno a cui lui stesso
partecipa.
Nella mitologia aborigena l'Australia ed il mondo intero, sono un grande
corpo vivente nel quale le rocce, le piante, gli animali e gli esseri umani, sono tutte
creature del Sogno ed hanno stretti legami tra di loro. L’originalità del loro
pensiero sta nel fatto che gli spiriti creatori, non hanno creato il mondo molto
tempo fa ma continuano a crearlo con la loro presenza e con l’aiuto degli uomini
che sognano. Più gli uomini sono consapevoli del magico legame che li unisce a
tutte le cose, più la Terra darà benessere ed armonia. Ma c’è di più. Se il mondo
che noi vediamo è il risultato della vita spirituale passata, presente e futura di tutti

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gli elementi che ne fanno parte, perché non dovrebbe essercene traccia, in modo
che ogni attimo che viviamo contenga in sé tutto il vissuto?
La loro percezione del mondo, oltre ad essere molto poetica, ha eliminato
ogni concetto di tempo in quanto loro vivono nel mito che hanno creato; inoltre
presenta una spiritualità ed un senso di responsabilità individuale, che noi
abbiamo del tutto perduto. Per loro il passato è sempre presente e il presente è
costante fin dall’Epoca del Sogno: il futuro non esiste, è un prolungamento del
presente. La concezione dell’uomo occidentale di essere eletto dal suo dio a
dominare sulla natura, per un Aborigeno è una bestemmia. Lui si sente parte di
una natura nella quale interagiscono animali, piante, nuvole, fiumi, montagne.
L’unica gerarchia esistente per loro è quella delle generazioni.
Poi c’è un altro tipo di tempo, quello percepito: perché i secondi e i minuti
non sono tutti uguali come li vediamo segnati negli orologi, una barretta dopo
l’altra, sessanta barrette un minuto e così via. I minuti dell’attesa sembrano eterni
come quelli che trascorrono dal dentista, mentre quelli dei momenti felici, quasi
non esistono tanto sono veloci o poco percepiti. Gli ultimi, quelli che segneranno
la fine della nostra vita come saranno? Dipenderà da quello che ci porteranno,
una morte liberatrice oppure inopportuna, non invitata. >>

<< Ma lei professore, in quale tipo di tempo crede? Lo chiedo allo scienziato,
naturalmente, non al sacerdote.>>

<< Io, come scienziato, credo alla presenza di Dio in ogni cosa; non sto
pensando al Grande Vecchio barbuto delle icone, ma a qualcosa di infinitamente
grande, una forma di energia che ha dato ordine a tutto il creato. Ogni tanto
qualcuno dei più fortunati di noi, artisti, matematici, filosofi, si avvicina così tanto
a lui, che ne intravede un piccolo spiraglio e cerca di parlarcene. A volte ci riesce
ma il più delle volte fallisce. Ricordo come una folgorazione, la prima volta che
vidi l’incisione di Dürer chiamata “ la Melancolia “: un angelo sta seduto inattivo,
la testa poggiata sulla mano il libro nell’altra mano chiuso. Intorno a lui utensili,
quadrati magici, clessidre, tutti i simboli dell’alchimia e della scienza divenuti
inutili. La ricerca dell’artista è fallita. Ridurre la bellezza a canoni matematici e
ripetibili non gli è riuscito e da vecchio, dopo aver creato opere immortali, dirà “
sulla bellezza non so nulla “.
Un altro fu Vitruvio, che vide il divino nelle proporzioni del corpo umano e
diede a Leonardo lo spunto per codificare la Sezione Aurea: una proporzione
divina che permette di ottenere una dimensione armonica in ogni cosa.
Ultimamente ho ridotto i miei viaggi e ho avuto più tempo per dedicarmi a
questa mia vecchia passione, scoprendo cose incredibili. Nella pittura di
Leonardo, nella geometria, nell'architettura, sino alla musica e all’intero creato
troviamo un rapporto 1,618 che è stato definito il numero d'oro. La piramide di
Cheope ha un rapporto tra base e altezza di 1,58, molto vicino a 1,6 e i due cerchi
di pietre azzurre dei megaliti di Stonehenge, hanno una superficie in rapporto di
1,6. La pianta del Partenone di Atene, la Cattedrale di Notre Dame e il Palazzo
dell'ONU a New York sono stati progettati utilizzando le proporzioni del

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rettangolo aureo. Se c’è una cosa che ti può avvicinare a Dio, questa è la sezione
aurea che Leonardo chiamava “ Divina proporzione “; considerandola quasi la
chiave mistica dell'armonia universale nelle arti e nelle scienze.
Siamo circondati di oggetti come le musicassette, le memorie SIM dei
cellulari, le schede telefoniche e le carte di credito: sono tutti rettangoli aurei con
un rapporto tra base ed altezza pari a 1,618. Si direbbe che l’equilibrio armonico
che si percepisce nelle opere dell’arte classica e rinascimentale, sia il risultato
dell’applicazione della sezione aurea. Come se gli artisti tendessero quasi
inconsciamente ad immaginare una composizione con elementi che rispettino
questi rapporti. La prova sta nel fatto che molti esperimenti sulla percezione,
hanno dimostrato una naturale preferenza per le proporzioni in accordo con la
sezione aurea. A questo punto è quasi impossibile non parlare della Serie di
Fibonacci: ti ricordi cos’è vero? >>
<< Certo >> rispose Marco pensando tra sé che non c’era verso di
liberarsene, Fibonacci lo perseguitava << è quella sequenza di numeri in cui ogni
numero è la somma dei due che lo precedono. 0,1,1,2,3,5,8,13,21… e così via. La
cosa che mi è sempre parsa molto buffa è che questa Serie nasce da un suo
trattato sul numero progressivo di coppie di conigli procreate nel corso di un
anno.>>

<< Ma forse non sai che il rapporto tra due numeri successivi si avvicina molto al
numero d’oro. Tu mi dirai che cosa c’entra questo con il creato: bene, ti rispondo
che diversi tipi di conchiglie, hanno una forma a spirale che si sviluppa secondo i
numeri di Fibonacci. E ancora, tutti i pianeti interni distano dal Sole nelle
proporzioni della Serie: Sole 1, Mercurio 1, Venere 2, Terra 3, Marte 5. Quelli
esterni distano allo stesso modo da Giove: Giove 1, Saturno 1, Urano 2, Nettuno
3, Plutone 5. Perché? Nessuno lo ha ancora compreso.
Nella botanica poi c’è da smarrirsi: il trifoglio ha 3 petali, i ranuncoli ne
hanno 5, la cicoria 21, la margherita spesso 34 o 55; la testa dei girasoli è costituita
da due serie di spirali, una in un senso ed una in un altro. Il numero di spirali di
senso diverso differisce per 21 e 34, 34 e 55, 55 e 89. Oppure 89 e 144 semi e lo
stesso avviene per le pigne, per le conchiglie e per l'ananas. Perché? La serie di
Fibonacci ha portato molti esoteristi ad attribuirgli un valore magico. Del resto se
ci pensi, potrebbe essere anche considerato il simbolo della trasmissione del
codice genetico. Ogni numero è figlio dei due precedenti e nello stesso tempo li
racchiude.
In natura la sezione aurea si ripete all’infinito. Un esempio è dato dal
pentagono che contiene un pentagramma, la stella a cinque punte che si ottiene
collegando tutti i vertici del pentagono tramite diagonali. A questa figura è stata
attribuita per millenni un’importanza misteriosa proprio per la sua proprietà di
generare la sezione aurea, da cui nasce. Bene, il pentagramma si ritrova in molte
piante grasse, nei fiocchi di neve ed è alla base dei frattali.>>
<< Non rida di me professore ma per me la parola frattale è collegata al
cavolfiore: cioè una forma che si ripete nella struttura di un qualcosa sempre nello

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stesso modo anche se su scale diverse. Il più piccolo fiore del cavolfiore è identico
nella forma al cavolo stesso.>>
<< E’ un ottimo esempio invece: un altro è quello dell’abete, in cui ogni rametto
è molto simile al proprio ramo, ed ogni ramo all'intero albero. Lo scopritore dei
frattali, Mandelbrot, pensava che le relazioni fra frattali e natura siano molto
profonde, “Si ritiene che in qualche modo i frattali abbiano delle corrispondenze
con la struttura della mente umana, è per questo che la gente li trova così
familiari. Questa familiarità è ancora un mistero e più si approfondisce
l'argomento più il mistero aumenta “. Che cosa è questo se non la conferma di
quanto credevano gli esoteristi nell’antico Egitto ed i filosofi pitagorici, che
usarono la stella a 5 punte o pentagramma come loro segno di riconoscimento?
Porse che la Natura ha leggi numeriche che preesistono a tutti gli eventi, i quali
seguono sempre il medesimo divenire? >>
<< Si ritorna quindi al Tempo Circolare? >>
<< Beh, non del tutto, perché il moderno studio dei frattali ha evidenziato un
fatto imprevisto: il caso. La trasformazione geometrica che dilata o contrae gli
oggetti, mantenendone la forma e l'orientamento, molto spesso ha un andamento
casuale ed è per questo che gli oggetti frattali sono inseriti nel contesto dei sistemi
dinamici caotici.
Una delle mie lacune più gravi è sempre stata l’ignoranza musicale: nello
studio della Sezione Aurea, la musica la fa da padrona, anzi sembra quasi che
senza di essa non si sarebbe neanche sviluppata. Ti racconto una cosa curiosa che
ho appena letto: nel 1738 un certo Mizler - che era allievo di Bach - fondò a
Lipsia una società segreta per dimostrare che "la musica è il suono della
matematica". Pensava, sulle orme dei filosofi e matematici greci, che l'intero
edificio del cosmo sia composto secondo la più perfetta proporzione, e che la
musica ne rappresenti l'armonia. Rivelò che la conoscenza matematica dei suoni
dà al compositore una grande luce, anche se in forma non immediata: tutte le
musiche consistono di suoni e i suoni sono regolati da grandezze matematiche, su
cui si fondano tutti gli effetti che la musica ha su di noi.
Riuscì a coinvolgere prestigiosi musicisti, come lo stesso Johann Sebastian
Bach che poco prima di morire, presentò loro l'Arte della fuga. Gli esperti dicono
che, insieme alle Variazioni Goldberg, rappresenti una musica smaterializzata,
costruita in base ad astratti principi di simmetria aritmetica e geometrica. Mizler
scrisse una poesia che doveva servire da manifesto dell’associazione. Rivolgendosi
alla musica diceva “Tu racchiudi l'intero edificio del mondo, cielo e terra sono in
te, se quaggiù i suoni sono così nobili, quale sarà la mia gioia lassù! O cielo, vieni
in mio aiuto, spezza le catene che ancora mi legano alla terra, perché possa unirmi
al coro degli spiriti, dove cantano le voci più pure “
Fu quasi accontentato, perché subito dopo una carrozza tentò di investirlo
per ben due volte e in due occasioni diverse: a qualcuno doveva aver dato fastidio
che lui rivelasse i segreti della composizione. Si dice che fosse un fuoriuscito da

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un’altra e ben più segreta setta di cui ti ho parlato, gli Eletti e a quell’epoca più di
uno pensò, che avessero tentato di farlo uccidere. Fatto sta che un brillante
compositore e matematico come lui, di punto e in bianco decise nel 1755 di
trasferirsi a Varsavia e di esercitare la medicina. Dove e come aveva potuto
compiere gli studi lunghi e difficoltosi necessari ad ottenere l’abilitazione? E
perché trasferirsi così lontano e cessare di interessarsi alla musica? Restò un
mistero come la sua morte, avvenuta nel 1778, pare per una colica epatica.
Debussy, Stravinsky, Bartók, Stockhausen, Nono, hanno composto tenendo
conto delle proporzioni auree. Pare che il nostro cervello abbia una particolare
attitudine a riconoscere nelle onde sonore la serie di Fibonacci, e per questo
motivo nella musica questi numeri ricorrono molto spesso. Il pianoforte presenta
ottave da otto tasti bianchi e 5 neri che generano quindi 13 note; il famoso liutaio
Stradivari, per il calcolo del foro centrale utilizzava la logica di Fibonacci.
Poco fa mi hai chiesto in che tipo di tempo io creda ma in realtà volevi
farmi dire altro. Io ti risponderò in maniera altrettanto sibillina, con le parole di
un fisico moderno, Dyson. Credo in “ ciò che la mente diventa quando ha, o avrà
superato i limiti della nostra comprensione ”. Del resto se ti chiedo a bruciapelo,
l’elettrone esiste oppure no? Tu non lo vedi quindi non esiste, ma la natura fa
esistere anche ciò che per noi non esiste. La televisione esiste quindi l’elettrone
esiste.>>

Marco non poté fare a meno di considerare ancora una volta l’apertura mentale
del suo vecchio professore, che manteneva il contatto con le evoluzioni del
pensiero filosofico moderno, anche quando era in aperto contrasto con la
dottrina della Chiesa. Del resto si era sempre mosso come un border line tra la
scienza e le religioni di tutto il mondo ed era decisamente contrario alle chiusure
che sempre più spesso la Chiesa assumeva nei confronti di argomenti molto vitali
per il genere umano. Ricordava ancora le sue aperte prese di posizione, contro la
condanna che Roma aveva decretato sull’uso del contraccettivo, nei paesi del
Terzo Mondo. Aveva visto troppi malati di AIDS per poterla accettare.
C’era un’altra cosa però che turbava Marco: per ben due volte Roberto Colli
nella sua conversazione aveva citato gli Eletti. Pareva proprio che quella setta,
facesse la sua comparsa lungo la Storia uscendo dall’ombra che l’avvolgeva solo
per colpire chi, prendendo le distanze da essa, ne rivelava i segreti. Ruggero
Bacone assassinato politicamente, Mizler costretto prima a fuggire, a cambiare
professione e poi forse anche avvelenato. Per tacere di Vico. Quali erano i loro
segreti, per arrivare a tanto pur di nasconderli?
Intanto il salesiano aveva guardato l’orologio e quasi sollevato dallo scoprire
che aveva ancora mezzora, gli chiese se gli andava di fare due passi per prendere
un caffè all’esterno della foresteria. Marco accettò e uscirono nel sole accecante
delle due del pomeriggio. Prendendolo sotto braccio, il suo professore gli chiese
ancora:

<< Allora, ho soddisfatto le tue richieste? >>

139
<< Più che soddisfatto padre, ho scoperto cose che neanche immaginavo e,
grazie a lei, ora ho quasi tutto il materiale che mi serve. Mi rimane un’ultima
domanda che riguarda Nostradamus e spero che lei possa aiutarmi: sa se nel suo
soggiorno torinese incontrò qualche alchimista o iniziato di qualche setta? Inoltre,
Nostradamus è stato assassinato? >>

<< Su di lui so quello che sicuramente sai anche tu. Venne a Torino su richiesta
dei Savoia, per curare la sterilità della regina e fu ospitato alla Villa Morozzo che
ora non esiste più. A me risultava che fosse morto di qualche complicanza della
gotta, di cui soffriva. Per il resto, il maggior esperto di Nostradamus che io
conosca - anche se nessuno lo sa perché schiva la vita sociale e la ribalta dei media
- è un mio vecchissimo amico arabo, Mikha'il El Alcuflin, che risiede a Torino da
anni. Bada bene, se io che sono già vecchio dico che è vecchissimo significa che
lo è veramente. Riceve solo chi è presentato da amici fidati e con il passare del
tempo è divenuto ancor più diffidente. Se vuoi posso provare a chiamarlo per
presentarti, poi tu potrai prendere direttamente un appuntamento con lui. Sei
d’accordo? >>

<< Gliene sarei molto grato, visto che non lo conosco. >>

<< Bene questa sera ti darò la conferma della sua accettazione. >>

Dopo aver bevuto insieme un caffè, si salutarono sul sagrato del Duomo dove
Marco aveva riaccompagnato il salesiano. Roberto Colli lo abbracciò fortemente e
guardandolo negli occhi gli disse, “che la pace sia con te”. Poi con stupore di
Marco, dato il carattere dell’uomo, compì un gesto inaspettato: con il pollice della
mano destra gli tracciò velocemente una piccola croce sulla fronte e si voltò per
entrare in chiesa. La presenza di quella mano ossuta, che aveva tracciato l’antico
gesto, gli lasciò per qualche minuto sulla pelle un formicolio, un senso di calore
benefico. Ancora una volta - come era sempre accaduto quando si lasciavano -
provò il rimpianto di non poter incontrare più spesso quell’uomo. Riusciva ad
infondergli una forza, che nemmeno il passare del tempo aveva scalfito.
Si avviò verso la sua auto e tornò a casa, per riprendere in mano il
contenuto della pergamena. Gli parve una buona idea prendere nota di quanto gli
aveva detto il salesiano e completare lo schema delle domande-risposte di qualche
giorno prima:
- Nella pergamena, Valeirole metteva in guardia chi l’avrebbe rintracciata, da
una setta che si faceva chiamare gli Eletti e che, a quanto pareva, esisteva sin dal
‘500, l’epoca di Nostradamus. Questi aveva acquisito la conoscenza attraverso un
misterioso procedimento legato al potere delle acque e al magnetismo terrestre:
l’ulteriore visita nel sottosuolo di Torino, gli aveva fatto scoprire le mitiche Grotte
dalle quali aveva ricavato, la chiaroveggenza e forse, addirittura la vita eterna. Il
rifiuto di mettere tutto ciò a disposizione della setta, l’aveva condannato, e questo
era un vero scoop storico. La morte del veggente per omicidio.

140
Probabilmente questo delitto aveva creato una frattura nella setta che si era
divisa in due fazioni: una favorevole al Tempo Circolare, cioè al lento
apprendimento ed alla diffusione del sapere. L’altra fautrice del Tempo a Spirale,
accentratrice delle conoscenze derivate dall’alchimia e disposta ad uccidere i
dissidenti. Nonostante ciò, nel ‘700 non erano ancora riusciti a produrre la
Grande Opera, la Pietra filosofale. Quel che rimaneva ancora da capire, ammesso
che tutto questo avesse un fondamento nella realtà, erano alcune cose:
- I moderni Eletti conoscevano il potere congiunto delle acque e del
magnetismo terrestre? In tal caso, avevano il dono della preveggenza?
- Esistevano ancora dei Compagnons?
Ancora una volta rimanevano misteri non svelati, nonostante la visita al
salesiano che pur gli aveva dato molto. Alle nove di quella stessa sera, Roberto
Colli lo chiamò per dirgli che il vecchio arabo aveva accettato di vederlo e che gli
dava un appuntamento telefonico per le undici del giorno dopo. Marco lo
ringraziò calorosamente e gli diede la buona notte. Con la sensazione di vedere
molto più chiaro nell’estraneità di Anne alla setta, sentì il bisogno di scriverle.
<< Cara Anne, il tuo viaggio dovrebbe volgere al termine e sento che mi manchi
molto: se chiudo gli occhi, rivedo la piazza dove ci siamo conosciuti e la nostra
camera di Villeneuve. Ti prego torna presto, ho desiderio di ballare con te come
solo io e te abbiamo il dono e la suerte di poter ballare. >>

11

L’uomo era chino su una mappa molto dettagliata del Messico, quando la
speciale suoneria, abbinata al supervisore della cellula di quel Paese, lo avvertì che
lo stava chiamando. Si alzò dal grande tavolo di lavoro in ciliegio intarsiato - un
pezzo introvabile che risaliva all’epoca napoleonica - e con una lunga falcata
raggiunse la scrivania; aprendo la comunicazione disse solamente “ sono io “.
Dall’altra parte dell’oceano, sentì che nella voce del suo interlocutore, oltre alla
solita deferenza, c’era un’agitazione che gli fece capire che qualcosa di grave era
accaduto. Il preavviso che la posta elettronica gli aveva recapitato quel mattino,
trovava una spaventosa conferma nelle parole del suo collaboratore nell’area
latino-americana. Erano stati rinvenuti dalla polizia messicana, cinque corpi
semisepolti in una delle vecchie miniere abbandonate di Taxco, la vecchia città

141
dell'argento. Qualcuno non aveva svolto il suo compito sino in fondo ed ora
cinque corpi stavano viaggiando verso il laboratorio di qualche anatomopatologo
di Città del Messico. Con tutti i segni di quanto lui e gli altri Eletti si sforzavano
da sempre di nascondere al mondo intero.
Rapidamente, con una voce che pareva il sibilo di un anaconda, diede le sue
istruzioni. Assaltare il veicolo che trasportava i corpi, ucciderne gli occupanti e
distruggere tutto quanto con un lanciafiamme. Risalire nella catena a chi aveva
lasciato i corpi insepolti ed eliminare in modo lento e più doloroso possibile i
responsabili. Che questo episodio fosse un esempio. A futura memoria.
Il suo interlocutore ripeté più volte che così sarebbe stato fatto e quando lui
disse “ è tutto”, attaccò. Posato il telefono, l’Eletto, si appoggiò con entrambe le
mani alla scrivania, in preda ad una collera terribile. Strinse i pugni finché le
nocche divennero completamente bianche poi, con un gesto troppo rapido per
essere avvertito, ne abbatté uno sulla scrivania. Il dolore che gli risalì lungo il
braccio, gli disse, ancor prima di controllare, che il piano in palissandro era
completamente rovinato; una crepa larga quasi un centimetro, lo attraversava da
un lato all’altro. Nessuno avrebbe potuto credere che quello fosse l’effetto di un
pugno. Un pugno umano, almeno.

Al telefono lo studioso di esoterismo era stato all’altezza della sua fama:


prima ancora che Marco si presentasse, gli aveva posto una serie di domande che
riguardavano Roberto Colli, il suo professore. Le risposte presupponevano una
conoscenza approfondita del salesiano e Marco le diede con la sensazione di
dover superare quell’esame per poterlo incontrare. Man mano che le domande si
succedevano, la sua voce che all’inizio della telefonata aveva un tono inquisitorio,
si distendeva gradatamente sino a divenire quasi un bisbiglio. Marco si chiese
quanti anni potesse avere quell’uomo.
L’ultima domanda fu diretta e non riguardava il professore ma il loro
incontro: << Perché il mondo sensibile non ha alcun inizio? >> Ancora una
volta Marco ringraziò il cielo per la memoria di cui l’aveva dotato e per l’abitudine
di scrivere subito, dopo ogni incontro, una relazione. Grazie a questo poté
rispondere << Poiché la causa del suo essere è il circolo. >> Evidentemente
l’esame era superato perché il vecchio disse solo << Oggi pomeriggio alle
diciotto in Piazza Vittorio: quando sarà arrivato, mi richiami e le darò il numero
civico. >>
Lo scatto del telefono riattaccato fu l’unico saluto che l’uomo gli rivolse.
Alle cinque e mezza era al caffè Elena, impaziente di incontrare quell’uomo
misterioso. La sua maledetta abitudine di arrivare sempre in anticipo, l’aveva

142
anche questa volta messo nella situazione di dover scrutare continuamente
l’orologio, mentre guardava verso la grande piazza che aveva davanti. Situata nel
settore di Torino dedicato allo Scorpione, aveva alle spalle via Po e di fronte la
chiesa della Gran Madre, un Pantheon assurdamente inserito nell’architettura
sabauda della città. Un luogo magico, sede dell’antichissimo culto della Grande
Madre e più tardi, tempio di Iside. Sulla destra, un poco in alto, il Monte dei
Cappuccini, posti forse a guardia di un’improbabile rinascita di questi remoti dei
dimenticati? Si voltò e facendosi largo tra i numerosi giovani studenti che
affollavano il bancone del bar, ordinò un caffé; da rifugio per torinesi nostalgici
dell’epoca in cui Pavese vi trascorreva le sue giornate, quel luogo era divenuto un
ritrovo di tendenza.
Quando mancavano pochi minuti alle diciotto, non resisté oltre e chiamò lo
studioso, che gli rispose con una voce profonda, che pareva provenire da
immense lontananze. Gli diede il numero civico e il codice del citofono di
annuncio - millecento ventitré e cinquantotto - e attaccò.
Uscendo dal caffè, scoprì che pochi metri lo separavano dal numero 7 e dal
sontuoso citofono in ottone, abbinato ad un vecchio portone pesantissimo e
guarnito da otto grandi borchie, all’apparenza bronzee. Aprendosi, stridette in
modo insopportabile e Marco si chiese, guardando in alto ai piani rialzati, come
potessero accettare di notte quella tortura. L’ascensore era fuori uso per
manutenzione e dovette farsi a piedi i sei piani che lo separavano dall’alloggio
dove era diretto. Per aspera ad astra pensò filosoficamente. Sulla targhetta della
porta, era indicato lo stesso codice numerico che aveva dovuto comporre per
annunciarsi al citofono. Misteri su misteri.
Suonò, anzi ruotò l’antiquato congegno posto sulla porta, che fungeva da
campanello, provocando un sinistro gracidio; dopo un lungo silenzio sentì dietro
alla porta un rumore felpato di pattini strisciati ed un occhio magico, che prima
non aveva notato, si aprì su di lui e sul suo viso. Ancora una volta ripeté, anche se
non gli era stato richiesto, il suo nome e la porta, questa volta senza rumori
stridenti, si aprì lasciando scorgere un lungo corridoio in penombra, rischiarato
soltanto da una lontana lampada liberty. Dalla porta fece capolino una testa, che
pareva più quella conservata al Museo Egizio sotto il nome di Ramsete, che quella
di un essere vivente. La pelle diafana e tesa sugli zigomi sembrava quasi
trasparente, l’attaccatura alta dei capelli lasciava scoperta un’ampia fronte dalla
forma bizzarramente bombata, quasi avesse ceduto alla pressione interna di un
cervello in continua espansione. Solo gli occhi erano vividi e attenti, rivelando
un’intelligenza superiore. Doveva trattarsi con molta evidenza di un arabo di
provenienza francese, dato il colore molto chiaro della carnagione.
Gli fece cenno di entrare e chiudendo subito la porta, lo precedette senza
una parola in direzione della fine del corridoio. Strisciava sul pavimento quasi
senza rumore e Marco dovette riscuotersi, per uscire dalla sensazione che il
vecchio levitasse anziché camminare. Il suo respiro era udibile anche dal punto in
cui Marco lo seguiva, ed aveva un leggero sentore di enfisema o comunque di

143
difficoltà respiratoria. Entrarono in una stanza arredata con mobili molto antichi
e scuri, il barocco piemontese che lui detestava. Quello degli studi notarili di
generazioni di professionisti piemontesi, poco aperti alle novità. Tutta la casa
sapeva di chiuso e di polvere, anche se in realtà il poco di pavimento rimasto
scoperto dai folti tappeti orientali, sembrava pulitissimo. Fu invitato a sedersi da
un semplice gesto e quando fu seduto in un’ampia poltrona di cuoio consumato
dal tempo, si trovò fissato da due occhi penetranti, che contrastavano
notevolmente con l’impressione di vecchiezza che dava il suo interlocutore.
Marco decise che stava a lui iniziare la conversazione.
<< La ringrazio di avermi ricevuto senza conoscermi e con tutti gli impegni che
avrà sicuramente. >>
<< Le persone della mia età hanno solo gli impegni che vogliono avere e la sua
amicizia con il dottor Colli è una garanzia per me. >> rispose l’arabo << Mi ha
detto che lei sta scrivendo una biografia di Nostradamus. Pensa che se ne sentisse
il bisogno? Non ve ne sono abbastanza? >>
<< A dire il vero non è una vera biografia, ma uno studio sull’idea di immortalità
ai tempi del veggente e presso gli alchimisti come lui. Inoltre volevo avere una
conferma sulla sua morte, dato che alcuni pensano sia stato assassinato. >>
<< Chi può aver detto o scritto una cosa così bizzarra? Tutti sanno che
Nostradamus è morto di un attacco di gotta acuta, causata dallo stress dovuto alla
fatica o a forti emozioni. Evidentemente, per rispondere alla sua prima domanda,
non aveva trovato l’immortalità. >>
<< Immortalità non significa immunità dal pugnale o meglio dal veleno che
uccide giorno per giorno, a poco a poco. >> L’ispirazione di citare un brano della
pergamena era stata improvvisa; senza sapere perché, sentiva di potersi fidare di
quell’uomo, che ora lo stava guardando in modo diverso, come se meditasse
attentamente su quanto aveva detto.
<< A poco a poco, lei dice. Sì, era un mezzo diffuso nell’antichità, avvelenare la
vittima in modo da non lasciare tracce evidenti. A quei tempi le autopsie erano
proibite dalla Chiesa. Dunque avrebbe trovato fonti che parlano di un assassinio:
cosa dicono, che riguardi ancora Nostradamus? >> chiese ancora l’arabo.
<< Che si ispirava al respiro della terra, che credeva all’eterno ritorno e che trovò
le Grotte Alchemiche, dove acquisì la preveggenza e l’immortalità. Che al suo
ritorno in Francia, trovò l’ostilità di un gruppo di alchimisti come lui, che
volevano a tutti i costi conoscere il suo segreto e che, di fronte al suo rifiuto,
decisero di avvelenarlo. Le mie fonti lasciano anche supporre che alcuni seguaci
del veggente, continuarono a credere in lui e tramandarono i suoi insegnamenti
nel tempo. Pare che il nostro filosofo Giambattista Vico fosse uno di loro. >>
<< Molto di quanto mi ha detto, si può trovare in qualsiasi libercolo
sull’esoterismo e sulla “ Torino magica “ dei depliant turistici. Unica parte
interessante potrebbe essere la scoperta di due gruppi antagonisti che si

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fronteggiavano, pro e contro il Maestro. E mi dica, se mi è consentito, chi o cosa
sarebbero le sue fonti? >> ancora un tono canzonatorio, ma a Marco non sfuggì
il fatto che avesse chiamato Maestro il veggente. Decise di giocare il tutto per
tutto, anche se non era mai stato forte nell’arte del mercanteggiare; quei giochi a
rimpiattino lo stufavano subito. Seccamente disse:
<< Franciscus Valeirole è la mia fonte. >>
Per la prima volta da quando era entrato in quella casa, l’arabo sembrò cambiare
espressione, perdendo l’aria di commiserazione che aveva tenuto sino a quel
momento. Il suo sguardo si fece ancora più inquietante e Marco, avvertendo di
colpo tutto il carisma che quel vecchio possedeva, provò quasi paura della sua
reazione. Si sentiva osservato, pesato e valutato fin nell’anima, come se quegli
occhi potessero leggergli dentro: aveva bisogno di tutta la sua lucidità, sentiva di
essere ad un passo da una scoperta sensazionale, di quelle che possono capitare
una volta nella vita.
Si riscosse e sempre guardando l’arabo negli occhi, fece appello alla tecnica
della respirazione diaframmatica, lenta e potente, che aveva appreso nella pratica
delle arti marziali. L’erudito, inaspettatamente si alzò dalla sua poltrona e
avvicinandosi ad un enorme samovar, gli chiese << Gradisce del té? >>
Dovette farsi forza per vincere l’impulso di ridere istericamente di quella
domanda. Pochi istanti prima era sotto interrogatorio, quasi fosse in un tribunale
dell’Inquisizione, ed ora gli veniva offerto del tè. Una situazione assurda,
evidenziata anche dai contrasti che scorgeva intorno a sé: il samovar verso cui il
vecchio si dirigeva sembrava uscito da una scena dello Zio Vanja di Cechov,
mentre sullo scrittoio posto di fronte al balcone, stava in mostra un portatile
dell’ultima generazione, completo di stampante e scanner. La tazza che gli fu
offerta, era di porcellana di una trasparenza incredibile, quasi si vedeva attraverso
di essa il liquido scuro e profumatissimo che conteneva. Un tè che non aveva mai
provato, sapori di torba e di legni pregiati, lontani sentori di erbe dimenticate. Per
lui, amante del té, fu un’esperienza meravigliosa, appena scalfita da una voce
lontana che gli mormorava di diffidare di quella bevanda: voce che tacque subito,
vedendo che l’arabo si serviva anche lui dal samovar. Non poté resistere senza
chiedergli da dove provenisse.
<< Una mistura di foglie coltivate sulle pendici dei monti tibetani e di erbe della
Provenza, più un piccolo apporto personale che non le rivelerò. Anch’io ho le
mie piccole alchimie. Lei mi parlava di Valeirole, ma non mi risulta che abbia
scritto nulla su Nostradamus e mi stupisce che lei ne conosca persino l’esistenza.
>> la sua voce acquisì un tono inspirato e dopo una piccola pausa, riprese <<
Veda, io studio da molti anni quel veggente, medico, astrologo, astronomo,
chimico e potrei ancora continuare per ore. La sua stessa esistenza, sembra
programmata dall’inizio e in ogni dettaglio, come per un disegno superiore. Una
prima fase di penetrazione nelle famiglie potenti della provincia francese,
attraverso opere erudite ma sicuramente ortodosse, a cui fa seguito una seconda,

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necessaria a procurargli il benessere economico. Dalla medicina alla farmacia, dai
cosmetici alle famose conserve per finire con gli almanacchi, un successo
editoriale incredibile per quel tempo. Raggiunta la tranquillità finanziaria, si
dedicò alla profezia con una serie di quartine che dicono e non dicono, come se il
suo sguardo fosse ancora velato. Nella fase finale della sua vita, fu come se il velo
si fosse dileguato ed egli scrisse ciò che vedeva. Ponendosi a lato del tempo,
scrutò nel passato e nel futuro che come lui sosteneva, si ripetono ciclicamente;
ma la visione che ne trae, è distorta dalla distanza che separa gli dei dagli uomini.
Ecco perché sono così oscure. >>
Marco non capiva questo ipnotico preambolo, aveva fatto un’affermazione
decisa e si aspettava una conferma oppure una smentita, tutto fuorché quel sunto
della vita del profeta. Stava per interromperlo per dirgli che queste cose le sapeva,
dato che aveva scritto un saggio in cui la sua vita era molto dettagliata, ma il
vecchio, fissandolo con intensità gli chiese a bruciapelo:
<< Che cosa si addice allo zaffiro? >>
Impiegò un attimo a riprendersi, combattuto fra il tacere e l’aprirsi; sentiva il
bisogno di parlare finalmente con qualcuno che potesse capire quanto aveva
scoperto. Scandendo la frase e senza abbassare lo sguardo, pronunciò quelle
poche parole.
<< La luce dell’alba. >> L’improvviso addolcirsi dei lineamenti dell’arabo, gli
diedero l’impressione che sperasse in quella risposta e che ne fosse quasi
compiaciuto. Quell’uomo riusciva modificare le proprie espressioni con una
velocità impressionante.
<< Signor Fabiani, i monili di zaffiro azzurro trasmettono i loro poteri a coloro
che li indossano e Nostradamus non si separava mai dal suo. Quasi nessuno oggi
lo sa e pochi lo sapevano ai suoi tempi, se non gli intimi. È divenuta quasi una
forma di riconoscimento entro una ristretta cerchia di persone. Lei è venuto forse
in possesso di uno scritto di Valeirole? >>
Marco estrasse dal suo portadocumenti la copia della pergamena e gliela
porse, mentre raccontava come e dove si era svolto il suo ritrovamento. Omise
soltanto di parlare di Anne. Non voleva mischiarla in questa storia, almeno finché
non si fosse chiarita. L’arabo lesse attentamente lo scritto e lo rilesse ancora e
ancora: pareva visibilmente commosso, come se si trattasse di qualcosa che lo
toccava profondamente. Mentre leggeva, la forza che lo aveva sostenuto sino a
quel momento sembrò affievolirsi, si abbandonò nella poltrona e di colpo, furono
visibili tutti i suoi anni, non uno di meno.
<< Il fato è imperscrutabile, lo sapevano bene gli antichi. Ad uno scrittore
completamente estraneo a tutto come lei, viene data l'occasione di mettere le
mani su un documento che molti studiosi della materia, darebbero la vita per
possedere. Mi deve dire la prego, che cosa intende farne? Davvero vuole inserirlo
in un’ennesima biografia su Nostradamus, che questa volta avrebbe l’esclusiva

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dello scoop del suo assassinio? >>
Sino a quel momento Marco aveva proceduto nelle sue ricerche senza
chiedersi lo scopo di tutto quel cercare, quasi come se fosse spinto dall'esterno a
farlo. Ora, di fronte a quella domanda diretta, si rese conto che l’unica cosa
importante per lui, era la prova dell’estraneità di Anne a quel groviglio di
congiure, ricatti e omicidi. Rispose quindi che la biografia era stata un pretesto
per incontrarlo, a lui interessava solo capire il senso dei fatti descritti nella
pergamena. A queste parole, il vecchio sembrò riprendere vita, si erse nella
poltrona e disse:
<< Come le ho già detto, il fatto che goda della stima di Roberto Colli, mi fa
pensare a lei come a una persona con saldi principi morali: le racconterò quindi
una storia, la stessa che raccontarono a me molti anni addietro. Dopo di che, lei
potrà dirmi cosa intende fare. >>
L’erudito fece una pausa, gli chiese se voleva ancora del tè, lo servì e si servì a sua
volta. Aprì poi un cassetto dello scrittoio e prese una cartella che riportava sul
frontespizio un simbolo che a Marco, dalla posizione in cui si trovava, parve
molto simile a un Triskell. Con una voce lenta e profonda, che pareva venire dalla
notte dei tempi e senza l’aiuto degli occhiali, il vecchio iniziò a leggere.

<< Moltissimi anni fa visse tra noi Lug, illuminato di una luce che nessun
mortale può guardare: come quella che aveva Mosè quando, sceso dal Sinai,
dovette coprirsi il volto per proteggere quelli che lo avvicinavano.
Lug, il mitico eroe figlio di Latona, la dea della Notte, l’Iperborea venuta
dalle lontane terre artiche.
Lug, il Baal dei Fenici, il Bel degli Assiro Babilonesi, l’Apollo dei greci; detto
anche Ogmios il guaritore, protettore delle sorgenti sotterranee e padrone della
magia delle forze naturali. Il dio inventore della scrittura, che ha potere su tutto
ciò che è oscuro, ipogeo. Egli è il Varuna vedico, il suo nome in greco significa
sentiero, cammino, iniziatore. Per Ovidio fu “ Caos “ ovvero la cosa più antica in
cui nulla è ancora formato, colui che supera il tempo e ritorna alla fine di ogni
ciclo, alla fine di ogni caos. Per i romani fu Giano, la guida, la doppia testa che
guarda al passato e al futuro. Come è ancora e per sempre sarà, scolpito nella
roccia nei pressi di Salon, in Provenza. Circondato dai dodici assisi nella posizione
del loto. Qualcuno li ha chiamati i Buddha di Roquepertuse, dimenticando che
sono di molto anteriori alla comparsa del Buddha in Asia.
Come narravano i popoli che abitarono l’Irlanda, Lug veniva forse dalla
costellazione di Cassiopea e ci portò in dono una lancia, una Pietra Sacra e la
Coppa della Conoscenza, che era in grado di donare l’elevazione spirituale. Ci
svelò il segreto delle acque sotterranee, ci disse che la Terra gira su se stessa

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generando un campo magnetico e che si sposta nel contempo nello spazio,
ruotando intorno al Sole: che siamo sottoposti all’irraggiamento cosmico di
radiazioni che giungono dagli abissi stellari insieme ai venti solari. Ci disse che
queste forze, congiunte alle correnti telluriche e applicate secondo riti segreti noti
ai soli iniziati, possono creare risonanze e interferenze energetiche nelle molecole
d’acqua che ci compongono. Questo provoca vortici destrogiri che spazzano via
le cellule morte e un forte aumento dell’energia vitale. Inoltre, e questo è l’effetto
più grande, modifica la riproduzione cellulare di chi vi si espone con il risultato di
una forte crescita delle capacità intellettive e il dono della preveggenza, limitata
alle successive due o tre ore. >>

L’arabo si interruppe, come per studiare la reazione di Marco a quella lettura,


oppure per dargli modo di fare domande su un argomento sconosciuto alla
maggior parte delle persone.

<< Vedo che conosce già alcuni dei termini che ho letto, si è mai interessato di
campo magnetico in passato? >>

<< No, ma nei giorni scorsi ho interpellato un amico geologo che mi ha descritto
dettagliatamente la sua esistenza ed i suoi mutamenti nel tempo. >>

<< Non gli avrà parlato della pergamena, vero? >> chiese con trepidazione il
vecchio.

<< No, lei è la prima persona a cui ne parlo. >>. Dopo aver dimostrato visibile
sollievo, l’arabo riprese la lettura.

<< Lug portava con sé il sacro Triskell, lo stesso che ci fece scolpire su uno di
questi luoghi magici e su tutti i siti che avremmo individuato per mezzo di una
strana forcella ricavata dal ramo di un nocciolo. Essa aveva la proprietà di vibrare
nelle mani di un sensitivo, in prossimità di una sorgente d’acqua. Da allora il
nocciolo è dedicato a Lui e il Triskell è divenuto il nostro simbolo. Ci insegnò che
la terra è un essere vivente con un’anima, che è tanto più viva e tanto più capace
di donarci benessere, quanto più diveniamo consapevoli del legame magico
esistente fra tutte le cose. Non la massa di pietre e terriccio che ci appare a prima
vista, ma qualcosa che vive e respira come noi; per questo dobbiamo preservare la
conoscenza e l'armonia della creazione. Nella terra è scritto il nostro passato e il
nostro futuro.
Questo ci rivelò Lug, venuto da un’altra stella molto lontana, per far
scaturire in noi la scintilla della conoscenza. Si dice che visse per oltre cento anni
in Provenza, spostandosi tra Glanum, Vaucluse ed un villaggio divenuto poi Le
Baux. Qui creò un oppido, un santuario celtico e costituì il primo nucleo di tre
adepti che dovevano tramandare quanto ci aveva rivelato. Ogni qualvolta si
avvicinava la fine per uno di loro, addestravano un altro iniziato che, dopo aver
superato una dura selezione diveniva il nuovo adepto. Dopo la Provenza, passò le

148
Alpi e si fermò per lungo tempo in un piccolo villaggio che molti anni dopo fu
chiamato Augusta Taurinorum, diffuse anche in quella zona il suo sapere, per poi
risalire verso la Germania e giungere sino in Irlanda. Ovunque andava, lasciava
dietro di sé la leggenda della sua immortalità e veniva considerato un dio.
Ridiscese poi di nuovo verso il sud, fece costruire una nave e attraversò il
mare, per recarsi prima in Grecia e poi in Egitto. Qui, incontrò Akhenaton, il
faraone illuminato che aveva proclamato Aton, il Dio sole, come unico dio
dell’Egitto. Lo incoraggiò ad eliminare le immagini e il culto degli altri Dei e a
fondare la nuova capitale Tell el-Amarna. Il suo monoteismo, defraudando i
sacerdoti del potere derivato dall’adorazione di molti Dei, provocò la loro ira ed
iniziarono a contrastarlo aspramente. Lug entrò nell’ombra per assistere
sconsolato al declino del regno di Akhenaton e alla distruzione del nuovo culto. Si
spostò a Madian, nel deserto e qui conobbe un comandante egiziano fuggito, con
altri fedeli di Aton, dalla persecuzione che il nuovo Faraone aveva scatenato
contro Tell el-Amarna. Si chiamava Mosè e stava apprendendo dai nomadi le
usanze del deserto, le vie carovaniere e tutti i modi per trovare l’acqua.
Più tardi, quando si trovò di fronte al Faraone ed ai suoi maghi, la
conoscenza dei serpenti acquisita in quegli anni, gli permise di ingannarli,
trasformando un bastone in un serpente. In realtà, aveva con sé un crotalo che,
afferrato dietro alla testa, si irrigidisce come un bastone, per poi tornare a
muoversi quando la pressione delle dita si rilascia. >>
L’erudito si interruppe ancora, evidentemente era interessato a scoprire
quanto Marco conoscesse di quella materia che stava a metà, tra la storia delle
religioni e la moderna archeologia. Vedendo la sua espressione di stupore disse:
<< Che cosa la stupisce, sapere che Akhenaton viene considerato da alcuni il
vero Abramo, fondatore della religione monoteistica, oppure che Mosè non era
ebreo e che il suo seguito in realtà era formato da immigrati di molte
provenienze? Che la somiglianza tra l'egizio Aton, la parola ebraica Adonai e il
nome divino siriaco Adonis non è casuale? >> senza aspettare la risposta riprese
a leggere.
<< L’incontro con Lug, amplificò enormemente le sue facoltà, facendolo
divenire oltre che un adepto, un profeta. Imparò a comandare le acque, facendole
sgorgare da una roccia percossa da un bastone, oppure a dividerle per
attraversarle: così salvò i suoi nel mar Rosso. Apprese a leggere il futuro e da
questo capì che l’impero Egiziano era condannato dalla prossima invasione degli
Hyksos, i re pastori che conoscevano l’uso del carro da guerra. Incoraggiato e
guidato da Lug, che vedeva nel popolo ebreo una linfa vitale maggiore di quella
del corrotto e stanco popolo egiziano, vinse l’ostinazione del Faraone e iniziò
l’Esodo.
Dopo giorni e giorni di cammino, si fermarono ai piedi del Sinai, dove
Mosè elaborò, con l’aiuto divino, la nuova legislazione, organizzò i suoi per la
spedizione alla ricerca di Canaan e cedette al suocero Jetro, il comando del suo
seguito. Fatto questo, si unì a Lug nel suo viaggiare e le loro tracce si smarrirono

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in qualche zona dell’Asia minore. Qualcuno pensò che Lug, finito il suo compito,
fosse prelevato dai suoi simili e portasse con sé il suo compagno. Oppure che
anche per lui, era venuto il momento di morire. >>
Marco approfittò della pausa, per riorganizzare quanto aveva ascoltato: alcune
delle notizie su Mosè gli erano già note dai vangeli apocrifi e dallo stesso studio
che Freud aveva svolto sul suo mito. Ma venire a conoscenza che l’inspiegabile
sparizione di Mosè dalle pagine della Bibbia, poteva avere un’altra spiegazione,
l’aveva sorpreso. Intanto il vecchio aveva ripreso la sua lettura.

<< Il passaggio di Lug in Oriente, lasciò tracce profonde; nell'anno 273 a.c.
in India si mise in luce improvvisamente un grande re. Si chiamava Asoka e dopo
essere stato colpito dagli orrori della guerra, decise la creazione di una società
segreta, i Nove Ignoti: costituita da scienziati che dovevano segretamente
sviluppare le cognizioni di struttura della materia, psicologia di massa e
conoscenza della mente umana. Il loro operato restò sempre oscuro, solo ogni
tanto una piccola falla lasciava intravedere uno sprazzo di luce che illuminava
quanto erano in grado di produrre.
Un monaco francese, Gilbert d’Aurillac, dopo un soggiorno in Spagna
raggiunse misteriosamente l’India e vi soggiornò per un periodo ignoto a tutti
quelli che lo conoscevano. Quando ritornò, era un altro uomo. Divenne
arcivescovo di Ravenna e in seguito papa, con il nome di Silvestro II. Portò
dall’India un automa formato da una testa in bronzo in grado di rispondere si o
no alle sue domande: costruirla richiedeva capacità meccaniche e cultura
eccezionali, perché era basata sul calcolo binario, quello degli odierni calcolatori. I
Nove Ignoti rientrarono nell’ombra dell'oblio, ma sporadicamente tornarono alla
luce in concomitanza di una necessità che riguardava il bene dell’umanità. Il
vaccino contro il colera, la sterilizzazione del fiume Gange, che consente a
migliaia di pellegrini colpiti da spaventose malattie, di bagnarsi senza danno per i
sani.
In Europa, ogni triade aveva cercato di conservare il suo sapere, ma
l’oscurità è sempre in agguato e non risparmia nulla. Guerre, epidemie e
cataclismi naturali, impedirono di formare nuovi iniziati e il suo scibile in molti
paesi andò perduto, oppure distorto in mille credenze e leggende che dell’antica
sapienza avevano ben poco. Gli anni passavano e le conoscenze si perdevano
lentamente o venivano modificate nel ricordo: solo nel sud della Francia si
conservava quasi intatto, grazie alla grande presenza di correnti telluriche e Fonti
di Luce. La dominazione romana non era molto gravosa, rispettava le nostre
credenze ed inglobava nelle proprie, quelle che riteneva più interessanti.
Risentimmo parlare di Lug da Baldassarre, un grande iniziato giunto dalle terre

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d’Africa dopo aver ricevuto una grande rivelazione. Il suo racconto è ancora vivo
tra noi, perché si trattava di quello vero, non quello che la Chiesa ha fagocitato
come ha fatto con tutti i riti e dogmi precristiani.
Insieme agli altri due suoi compagni, che costituivano la triade orientale,
aveva deciso di seguire uno strano fenomeno che si produceva nei cieli della
Palestina: una stella molto luminosa, dovuta all’allineamento temporaneo di tre
pianeti Giove, Saturno, Plutone, percorreva i cieli. Accodandosi alla sua scia
luminosa, si trovarono in uno sperduto villaggio in tempo per assistere, in una
povera stalla, ad una nascita prodigiosa. Dai loro calcoli astrologici risultò che
quell’infante sarebbe divenuto un grande Re, più grande di tutti, persino degli
imperatori romani che dominavano in quella ed in altre terre, compresa la nostra.
Baldassarre portava con se ricchezze che impiegò per fondare Le Baux,
costruire la “ casa del Re “ e la Porta del Mago. Ci disse che un giorno, attraverso
di essa sarebbe passato quel grande Re, quando fosse ritornato. Da allora una
stella a sedici raggi, si trova nello stemma dei signori di Baux insieme al loro
motto, “ a l’asard Bautesar “. Dalla sua scienza riapprendemmo buona parte di
ciò che era stato dimenticato: tra le altre cose, la sacralità del pentacolo, che il
pianeta Venere traccia nel suo movimento nella volta celeste. Simbolo dei quattro
angoli del mondo più la volta del cielo, tiene lontano l’influsso maligno e accentra
l’energia cosmica positiva. Il triangolo dell’acqua, che con il vertice rivolto verso il
basso, rappresenta il pube e la fertilità: sovrapposto a quello del fuoco – con il
vertice in alto – crea la stella a sei punte e simboleggia la concordia tra gli opposti,
che insieme formano l’intero. Molti di noi indossarono questi simboli magici
insieme a quello che non avevamo mai abbandonato, il Triskell: un cerchio, che
rappresenta la perfezione, la vitalità del Sole, nel quale stanno tre spirali con
un’estremità in comune e le altre a formare tre vortici.
Triskell, ovvero “tre raggi di luce”, energia pura data dal cerchio e dalla
spirale, la rappresentazione stessa di Dio: portato sul petto può equilibrare le
forze contrarie, evolutive ed involutive, perché utilizza la cassa di risonanza
dell’Uomo, il torace. Le tre spirali rappresentano le forze cosmiche, le forze
telluriche e la terza forza, senza la quale non si potrebbe avere l’accesso all’energia
prodotta. L’acqua. Per questa ragione, i costruttori delle cattedrali - che
conservavano il segreto delle “Onde di Forma”, alla base dell’edificazione sacra e
magica - hanno sempre indagato sull’esistenza di luoghi tellurici fortemente attivi,
per la presenza sotterranea di acqua che consentiva di attingere all’energia
cosmica. Le grandi cattedrali, per mezzo della loro stessa mole, facevano da cassa
di risonanza per intercettare e convogliare le tre forze in gioco.
Per lo stesso motivo il Triskell veniva posto sulla facciata di queste chiese.
Molto in natura riproduce la sua forma, anche se solo ultimamente i profani se ne
sono reso conto, a causa della nostra continua opera di mascheramento. Dal più
grande al più piccolo, sino alle clatrine, le fondamentali molecole proteiniche che
guidano l’endocitosi cellulare, che sta alla base dello sviluppo e dell’espansione
della cellula: anche esse si organizzano in forma di catene triskelliche.

151
Manifestazione evidente del suo potere nella capacità di generare strutture più
complesse e processi evolutivi, forme che si ripetono nella loro struttura allo
stesso modo su scale diverse, anche se sono osservate con una lente.
Da poco i profani hanno chiamato “ frattale “ questo ripetersi della forma,
anche se era davanti ai loro occhi da sempre: nel cavolfiore, ogni fiore è simile al
suo insieme, nell’abete ogni ramo è molto simile all’intero albero e ogni rametto è
a sua volta simile al proprio ramo. Sorridiamo ancora di quello scienziato, un
certo Mandelbrot, che scrisse che “i frattali hanno corrispondenze con la
struttura della mente umana, e questo è un mistero che più si approfondisce più
aumenta.”

Per millecinquecento anni le correnti del tempo fluirono, le triadi si


succedettero senza mettersi mai in luce, conservando gelosamente i propri segreti
e ricoprendo posizioni di potere che, grazie alle loro conoscenze, conquistavano.
La chiaroveggenza, anche se limitata a poche ore, consentiva un largo vantaggio
sugli uomini normali. La complessità che andava prendendo la struttura sociale,
rese necessario l’ampliamento della triade. Per questo furono creati sottordini, i
cui adepti si chiamarono gli Eletti. Fu l’inizio del cambiamento rovinoso della
nostra fratellanza.
Tutti coloro che nella storia si sono proclamati eletti, hanno deviato verso la
zona d’ombra dell’energia vitale. L’ultima occasione per ritornare all’umiltà degli
antichi insegnamenti, ce la diede un uomo nato nel 1503, a St. Remy de Provence:
si chiamava Michel de Nostredame, ma più tardi si fece chiamare Nostradamus.
Grazie alla sua grande intelligenza, fu scelto per divenire un adepto e fu
finanziato affinché studiasse, oltre alla nostra, anche la scienza del tempo,
l’alchimia.
Alternò lo studio della medicina ai nostri riti segreti, vivendo a Salon e a
Glanum, dove fu immerso, abbeverato e trattato con le acque di Luce della sua
Sorgente Magica. Da loro trasse i primi barlumi di preveggenza, ma la sua sete di
conoscenza lo spinse a cercare di più, sempre di più. Studiò la Cabbalah, iniziò a
viaggiare e, contravvenendo alle regole della triade, si recò ad Agen per studiare
con Scaligero, un erudito che dietro la docenza in medicina, nascondeva pratiche
magiche. Andò poi ad Amboise alla ricerca dell’allievo ed erede di Leonardo, che
si chiamava Salai e che diceva di aver posato per il quadro della Monna Lisa. >>
<< Andandosi ad aggiungere a Caterina Sforza, Bianca Sforza, Lisa Gherardini e
Madonna Lisa del Giocondo, tutte probabili modelle di Leonardo. >> non
resistette ad interloquire Marco.

152
<< Non dimentichi l’ipotesi che sia stato lo stesso pittore a raffigurarsi. In ogni
caso dal Salai riuscì ad ottenere di poter copiare “ La Divina Proportione “, un
codice che il Maestro aveva elaborato per definire i canoni dell’armonia. Da quel
giorno Nostradamus divenne un gran sostenitore, all’interno della confraternita,
della Sezione Aurea. Predicava che il nostro sapere doveva essere divulgato, che
non dovevamo esserne gelosi, tutti gli uomini avevano diritto a trarne beneficio.
Per di più, sosteneva che dovevamo uniformarci alle regole dell’armonia
universale, le stesse che compaiono in geometria, nel pentagono regolare, in
botanica, in architettura, in biologia e nella musica. Quelle che avevano consentito
a Leonardo di dipingere molti suoi capolavori.
Voleva imporre che, all’interno del Triskell, fosse inserito un richiamo alla
Sezione Aurea, un numero irrazionale indicato con la lettera greca phi, pari a
1,61803... il numero d’oro. Gli Eletti lo richiamarono aspramente al giuramento di
segretezza che aveva fatto, gli intimarono di smettere e lui rispose minacciando di
rivelare tutto quanto in una serie di profezie, che lui chiamava “ Centurie “, che
aveva in corso d’opera. Si mise dunque in opposizione alla triade, la quale per
fermarlo gli sguinzagliò contro l’Inquisizione con l’accusa di eresia, ma lui riuscì a
fuggire a Carcassonne e poi a Bordeaux, per fermarsi nella regione di Bourges.
Qui si fece fama di gran medico e guaritore, combatté la peste ed altre
malattie con la nostra scienza, facendo sì che queste imprese giungessero sino alla
corte di Parigi. Divenne intoccabile. La continua minaccia di propagare i loro
segreti, bloccò gli Eletti nella loro persecuzione e si raggiunse un temporaneo
armistizio. Finché nel 1556 varcò le Alpi e, come aveva fatto Lug molti secoli
prima, si fermò a Torino. Mentre curava con successo i Savoia da una persistente
sterilità, entrò in contatto con un’emanazione della setta in quella città. I suoi
componenti, conoscendo la sua sterminata cultura e non sapendo dei suoi attriti
con i capi francesi, gli sottoposero antichi documenti che non riuscivano a
decifrare. Grazie alle sue cognizioni sulla Sezione Aurea e sulla serie di Fibonacci
ad essa correlata, riuscì a scoprirne il codice, ma pensò di nascondere questo fatto
ai suoi committenti, perché troppo compromessi con il potere di corte. >>
Marco sentì accelerarsi il suo battito cardiaco, sapeva di essere vicino alla
rivelazione che l’aveva portato fin lì, di fronte a quest’uomo misterioso. Il suo
racconto quadrava perfettamente con quanto era riportato sulla pergamena e ciò
che pareva all’inizio un bizzarro scherzo del destino, stava acquisendo i contorni
di un giallo storico. Grazie al carisma che emanava dall’arabo, al suo aspetto ed al
modo in cui leggeva di avvenimenti mitici e lontani, tutto prendeva la forma di
veridica e paurosa realtà. Come se il vecchio avesse sentito il suo distrarsi dal filo
del racconto, s’interruppe per guardarlo e Marco ebbe la terribile sensazione che
l’uomo di fronte a lui leggesse nei suoi pensieri. Una brevissima pausa e poi
riprese.
<< Nostradamus aveva riscoperto il segreto smarrito nel tempo, l’esistenza delle
tre Grotte Alchemiche, ovvero il punto di contatto tra la nostra dimensione
corporea ed altre dimensioni parallele, non materiali. Tra il nostro mondo di

153
esseri razionali ed altri mondi, dove l’esistenza scorre su piani energetici diversi,
contemporanei dei nostri, ma molto più evoluti. Alternando le visite ai Savoia,
con il vagabondare per le strade della città, quando fu certo di non essere seguito
si inoltrò nelle vie ipogee di Torino, visitò le Regie Ghiacciaie, i sotterranei del
Monte dei Cappuccini e quelli di Palazzo Madama. Poi una notte esplorò la Vallis
Occisorum, vide che il luogo coincideva con la decifrazione del codice e scoprì
l’accesso a una serie interminabile di cunicoli. Percorrendoli, si trovò infine
davanti ad un’antica scultura in pietra che sovrastava un arco chiuso da un muro.
Rappresentava un Triskell. Comprese di essere di fronte ad una rivelazione e la
notte seguente ritornò, con gli strumenti adatti ad abbattere il muro: quella che gli
si parò davanti era una grande, profonda caverna illuminata da una fosforescenza
innaturale, generata dalle pareti stesse, come se milioni di esseri microscopici
fosforescenti, avendone fatto il loro habitat, le ricoprissero. Una scritta nell’antica
scrittura dei celti, annunciava essere quella la prima delle Grotte, quella della
conoscenza, della Gaia Scienza degli Alchimisti, della Trasmutazione. >>
<< Mi perdoni se la interrompo, ma perché la credenza popolare ha sempre
collocato le Grotte sotto la Piazza Castello e in corrispondenza di Palazzo
Madama? >> chiese Marco.
<< La disinformazione è una scienza molto antica, si figuri che la utilizzavano già
gli egizi duemila anni prima di Cristo. Evidentemente era stata creata una falsa
diceria per mascherare quella vera. >> per niente disturbato dalla sua
interruzione, l’arabo riprese la lettura. << Nel tempo impiegato a decifrare il
testo di quella iscrizione, Nostradamus si trovò preda di una forte agitazione, una
tachicardia che, se non avesse conosciuto i segreti della respirazione tantrica,
l’avrebbe ucciso. Quando si riprese erano passate tre ore e, da quanto disse in
seguito a pochissimi suoi seguaci, sentiva che qualcosa in lui era mutato, tutto
quanto osservava aveva infine una ragione. La grotta, gli esseri fosforescenti e il
fatto sconcertante che la planimetria delle vie sotterranee che l’avevano portato
dov’era, si sviluppasse nella sua mente come una chiara proiezione
tridimensionale. Ogni interrogativo non risolto in passato, scorreva nel suo
pensiero acquistando via via forma e dimensione, diveniva un ologramma che
conteneva al suo interno la soluzione.
Disse che in quella grotta aveva compreso, grazie a un accrescimento della
sua capacità di memoria, il carattere eterno degli eventi già accaduti. Gli si
presentarono davanti non come passivi testimoni della Storia, ma ancora pieni di
vita, come se stessero accadendo e come accadranno: vide molto più indietro nel
passato, molto di più di quanto sia stato registrato nella storia. Per mezzo dei suoi
nuovi poteri, visse il tempo di civiltà dimenticate, vide Atlantide e Antinea e
l'immane cataclisma che sprofondò un intero continente nel mare, provando le
stesse emozioni di coloro che vi avevano vissuto. Ma la natura dei suoi stessi
poteri, gli impedì in seguito di narrare tutto questo, con il nostro povero
linguaggio. I messaggi provenienti da un regno senza spazio e senza tempo, non
gli erano pervenuti attraverso i suoi cinque sensi abituali, dunque gli era

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impossibile esprimerli con termini relativi alle nostre dimensioni spaziali e
temporali.
Per la prima volta nella sua vita si sentiva in armonia con quanto lo
circondava, con l’intero creato: vide che sul fondo della grotta, c’era un passaggio
e vi si addentrò, la stessa luminescenza guidava i suoi passi, finché il cunicolo
allargandosi improvvisamente, lo portò in un’altra caverna e davanti ad un’altra
iscrizione. Questa volta lesse più speditamente, avendo acquisito la chiave della
conoscenza di quella lingua e di molte altre. Si trovava nella seconda Grotta,
quella di cui si dice che sia la porta di comunicazione con forme di esistenza o
esseri più evoluti. Da questo contatto, apprese che l’umanità un tempo viveva
fianco a fianco con gli dei, confermando in questo modo il mito greco delle
nozze di Cadmo e Armonia.
La follia degli uomini, aveva invertito tutti i valori che si fondano sull’ordine
cosmico, portando l’umanità a sprofondare nell’era del kali-yuga, quella in cui le
forze della natura si vendicheranno. Nei primi decenni del secondo millennio
dell’era di Cristo, come hanno previsto anche i Maya terminando il loro
calendario in quell'epoca, si chiuderà l’era dei pesci e chi sopravviverà
all’inversione dei poli, potrà vivere l’era dell’aquario, l’era del rinnovamento. Tutto
questo e molto altro vide il Maestro prima di entrare nella terza Grotta, quella
dalla quale non si fa ritorno. Purtroppo di questa non parlò mai, come non disse
della ragione per cui gli era stato consentito di uscirne.
Quello che è certo, è il fatto che l’uomo che risalì alla superficie, non era più
lo stesso: chi lo vide a Salon, dopo il suo rientro da Torino, riferì che aveva
acquistato una sicurezza estrema sia nella medicina, che nella compilazione di
predizioni che riguardavano i potenti del tempo; non sbagliava più un vaticinio
come se vedesse nel futuro, molto più lontano delle due o tre ore degli adepti.
Rivelò la posizione di Urano, Nettuno e Plutone, che furono scoperti solo nel
1800. Nel contempo, intensificò la stesura delle “ quartine “ le profezie che
redigeva dopo essere entrato in uno stato di trance osservando una fiamma, i
vortici d’acqua, oppure una spirale. Scrisse ad Enrico II, “Ho vuotato la mia
anima, cervello e cuore di tutte le preoccupazioni ed ho ottenuto uno stato di
tranquillità e fermezza della mente che sono i prerequisiti per la predizione “.
Costruì le sue quartine come un gioco di specchi, evocando il passato per
riflettere e rivelare il futuro, che lui viveva come un presente senza tempo e che
gli scorreva accanto parallelo all’altro suo presente. Per lui il futuro non era che
l’ombra riflessa di un passato che si perpetua. Sostenne che Lug ci aveva donato il
simbolo del Triskell, per significarci il Passato, il Presente e l’Avvenire riuniti in un
unico, grande ed eterno ciclo chiamato Continuo Infinito Presente, in cui tutto
esiste nello stesso tempo. Iniziò a redigere e a spedire in tutta l’Europa, oroscopi,
previsioni e profezie, suscitando negli Eletti il terrore che in qualche quartina
avesse nascosto la rivelazione della loro esistenza. Per di più, il suo rifiuto di
rivelare l’ubicazione delle Grotte Alchemiche di Torino e gli effetti che avevano
avuto su di lui, lo esiliava dalla confraternita. >>

155
Nell’udire questo, Marco provò una grande delusione, perché ricordava
molto bene la reazione di Anne al sentir parlare del veggente. La sua ostilità così
manifesta, poteva esser dovuta a mille ragioni, una delle quali però, poteva
proprio essere il fatto che lei fosse un’adepta.
<< Nostradamus conosceva molto bene, la sete di predominio sugli altri uomini
che la triade aveva più volte manifestato e quando il suo rifiuto divenne definitivo,
essi decisero di ucciderlo. Doveva essere fatto in modo oscuro e segreto, perché
sospettavano che nelle Grotte avesse acquisito una sorta di immunità alle malattie.
Incaricarono uno dei suoi famigli di correggere il vino, che lui beveva in quantità,
e i cibi speziati di cui si nutriva, con polvere di elleboro nero, giusquiamo e
stramonio. Questi veleni, agendo lentamente nel suo sangue, gli causarono prima
un’acuta infiammazione articolare, poi la gotta di cui morì, il 2 luglio del 1566.
>>
Questa era la notizia che Marco attendeva, ma l’idea che Anne non fosse estranea
alla setta degli Eletti, gli rovinava la soddisfazione di aver portato le ricerche sino
a quel punto. Come se avesse compreso i suoi pensieri, il vecchio aveva sospeso la
lettura per guardarlo fissamente e fargli un cenno del capo, che forse significava la
conferma quanto era scritto nella pergamena.
<< Quelli come noi che gli erano più vicini, non capirono mai perché non
l’avesse previsto: probabilmente il velo che riusciva a sollevare per scrutare nel
futuro degli altri, nel suo caso restava imperscrutabile. Colpiti fortemente dalla
sua morte, iniziammo a distaccarci segretamente dalla politica della triade e
creammo in tutta Europa, un piccolo gruppo di dissidenti che professava le idee
del Maestro. Lo zaffiro divenne il nostro segno di riconoscimento segreto e ci
chiamammo, soltanto in privato, i Compagnons: un titolo che prima di allora era
riservato a quelli di noi che, nella gilda degli artigiani, progettavano e costruivano
le cattedrali. Ancora oggi, dopo cinquecento anni, quel titolo è presente, ma
identifica solo gli artigiani itineranti, che percorrono la Francia durante gli anni
dell’apprendistato.
Con la morte di Nostradamus gli Eletti poterono continuare a tessere le loro
trame di potere e nel contempo a proseguire la ricerca spasmodica della Pietra
Filosofale e delle Grotte, che consideravano una scorciatoia per la Trasmutazione.
Quei pochi di noi che ne conoscevano l’ubicazione, mantennero il segreto finché,
nel 1706 durante l’assedio di Torino, avvenne il disastro.
Le opere di fortificazione progettate dal Testa di Ferro Emanuele Filiberto
nel 500’, che solo per la presenza di un nostro adepto tra i progettisti, non
avevano portato alla luce le Grotte, prevedevano una fitta rete di cunicoli
sviluppati su due piani. Si diramavano dal mastio della Cittadella in tutta la città e
raggiungevano la profondità di quattordici metri, sotto la quale si trovava una
falda acquifera, la stessa che scorreva sotto le Grotte, potenziando il loro effetto.
All’epoca dell’assedio i cunicoli divennero gallerie di mina e fu creato uno
speciale corpo di 51 soldati minatori e addetti agli scavi, con lo scopo di

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pattugliare le gallerie e fare saltare grossi barili di esplosivo sotto le file dei soldati
francesi. Uno di questi minatori era lo sfortunato Pietro Micca che, a causa di
una miccia bagnata, dovette usarne una molto più corta. Pur sapendo che per
fermare i soldati francesi penetrati nei cunicoli, avrebbe rischiato di morire, come
infatti avvenne. >>
Marco aveva percorso quei cunicoli in occasione di una visita guidata da una
sua amica storica e ricordava ancora il senso di oppressione, provato nel
camminare per ore al buio, rischiarando i propri passi solo con la debole luce di
una fiaccola.
<< I nostri astronomi avevano previsto per il 14 maggio un'eclissi di sole che,
avvenuta puntualmente, oscurò il campo di battaglia e l’immagine di Luigi XIV, il
re Sole; dando grande slancio agli assediati, che intensificarono anche le azioni
sotterranee. Le esplosioni sotterranee s’intensificarono e così pure il pericolo per
le Grotte, quindi decidemmo di porre al servizio di Vittorio Amedeo tutta la
nostra scienza, affinché l’assedio terminasse al più presto. Naturalmente con la
nostra vittoria. Evidentemente il Sommo Artefice ci aveva giudicati indegni
dell’esistenza stessa delle Grotte Alchemiche, perché nella notte tra il 13 e il 14
agosto i francesi scoprirono, nella zona che costeggia il fiume Dora, un'entrata
d’accesso ai cunicoli e vi penetrarono dopo ingenti perdite. Un emulo di Pietro
Micca, avvertendone la presenza mentre percorreva una galleria sotto il Rondò
della Forca, decise di far esplodere il barilotto che aveva con sé e seppellire i
nemici: fu fortunato perché aveva una miccia asciutta e lunga, ma fummo
disgraziati noi, che in quell’esplosione perdemmo le Grotte. Esse sprofondarono
nella falda seppellendo per sempre il sogno d’accesso ad una spiritualità più
elevata. >>

Ed ecco spiegato il fatto che delle Grotte non fosse rimasta alcuna traccia,
se non nella leggenda: del resto, tutti gli scavi effettuati per l’ammodernamento
della rete fognaria nella zona della Vallis Occisorum, cioè Piazza Statuto, le
avrebbe sicuramente scoperte se fossero ancora esistite.
Poteva facilmente immaginare il dolore provato dai seguaci di Nostradamus
di fronte a quella catastrofe, a cui si era aggiunta sicuramente la sensazione di
essere abbandonati dal Sommo Artefice. El-Alcuflin nel frattempo si era
interrotto, quasi volesse sottolineare la gravità di quella perdita. Gli chiese se
gradiva ancora del tè, ma questa volta Marco rifiutò cortesemente; quella miscela
così profumata doveva anche contenere un bel po’ di teina, a giudicare
dall’eccitazione che aveva provato dopo averla bevuta. Sentì il bisogno di porre
una domanda e con un cenno chiese la parola.

157
<< Capisco che la distruzione delle Grotte possa essere stata una disgrazia, ma
stando a quanto lei mi ha letto sinora, sembrerebbe che nessun altro dopo
Nostradamus vi sia più entrato. Dunque le Grotte erano in realtà inattive.>>
Ancora una volta il vecchio non rispose subito, si appoggiò di più alla poltrona e
chiuse gli occhi. Marco non riusciva a spiegarsi come avesse potuto leggere per
tutto il tempo senza occhiali, data l’età che dimostrava e la scarsa luce della
stanza. Sempre ad occhi chiusi, come se parlasse a sé stesso, l’altro disse:
<< Inattive lei dice. Eppure Roberto Colli le avrà ben parlato di quelle figure che
hanno attraversato l’Europa, non solo muovendosi nello spazio, ma anche nel
tempo. Le avrà detto di quegli uomini, che sentivano il loro lento battito cardiaco
come il battito del potere della vita sulla morte, il loro respiro come una continua
vittoria contro il cerchio d’ombra che avanza implacabilmente per tutti, fuorché
per loro. Quegli uomini che svegliandosi ogni mattina, pensavano a milioni e
milioni di mattine come quella, perché per loro era per sempre, pensi a queste
parole e le scandisca, per sempre... Uomini che vivevano ben oltre quanto è
consentito, vedendo intorno a sé invecchiare inesorabilmente e morire uno dopo
l’altro, quelli che amavano.
Le avrà raccontato del loro continuo vagare, in fuga dai sospetti della gente
che scruta ogni tua ruga alla ricerca dei segni del tempo. Di quelli denunciati e poi
bruciati vivi dall’Inquisizione perché i loro concittadini li vedevano sempre uguali,
sempre giovani, nonostante il passare degli anni. Del loro terrore di cadere
vittime di incidenti, aggressioni, ferimenti, insomma di tutto quanto li avrebbe
portati nel cerchio d’ombra dal quale pensavano di essere fuggiti per sempre. Mi
stupirebbe se non le avesse parlato di quelli che, per continuare a vivere,
dovevano morire: come fa l’insetto avvolto nella crisalide di seta che ha filato
intorno a sé, immobile e in attesa di rinascere sotto un’altra forma, più bella e più
giovane. Della loro tremenda solitudine e delle loro nevrotiche forme di
esaltazione per cui si lasciavano andare a dichiarazioni fatte solo per stupire i
mortali. L’amicizia con Anna, la madre di Maria, la descrizione del Castro
Pretorio di Ponzio Pilato, oppure l’elencazione del menu completo delle nozze di
Cana. >>
Uno stanco sorriso era apparso sul viso dell’uomo che gli stava davanti, ma
questo non bastò a togliere da Marco la paurosa sensazione di trovarsi di fronte
ad una creatura estranea, lontana anni luce da quanto lui potesse provare o sentire
come essere umano. La passione con cui aveva pronunciato le ultime frasi aveva
qualcosa di troppo, per essere solo dettata da un’ironica risposta alla sua
domanda. Man mano che elencava le sue considerazioni sull’immortalità, il suo
viso prendeva una forma diversa, come se sotto i lineamenti di un vecchio
stessero formandosi altri tratti, più decisi più vitali; come se la pelle tesa che lo
ricopriva fosse anch’esso una sorta di crisalide pronta ad aprirsi, per lasciare
uscire chissà quale forma aliena ...

158
Improvvisamente Marco ebbe paura. Chi era quell’uomo così vecchio, che
leggeva senza occhiali, che rivelava a tratti una vitalità sorprendente e che parlava
di immortalità come se fosse una delle cose più naturali al mondo? Perché lui era
andato a cacciarsi in quella stanza, che l’imbrunire del giorno stava rendendo
ancora più buia di quando vi era entrato? Tutto intorno a lui era soffocante, i folti
tappeti sembravano imprigionargli i piedi, la poltrona pareva volesse inglobarlo
dentro di sé e gli arazzi alle pareti, che prima non aveva notato, sembravano
animati da oscure figure indecifrabili. Come se l’arabo avesse intuito il suo stato
d’animo, cambiò decisamente il tono di voce, sorrise ancora e tendendosi verso di
lui disse:
<< Mi perdoni la digressione, mi sono lasciato prendere la mano dall’argomento.
L’immortalità è sempre stata tra i miei interessi più forti, per le implicazioni che
porta con sé. Non ha mai pensato che, come diceva Borges, tutte le creature
animali lo sono, giacché ignorano la morte? Oppure, rovesciando il tutto, solo
l‘uomo è mortale, perché ne conosce l’esistenza? Ricordo una frase del vostro
grande Pavese. “ Immortale è chi accetta l'istante, chi non conosce più un domani
“. Ma ora torniamo ai fatti che seguirono la scomparsa delle Grotte. >>.
Se il vecchio non si fosse voltato su un fianco per accendere la lampada a stelo
che stava a lato della sua poltrona, l’avrebbe fatto lui, Marco. Di tutto quello che
aveva vissuto sino a quel momento, la cosa più insopportabile era quella lettura
che proseguita nonostante la stanza fosse quasi al buio, come se l’uomo
conoscesse a memoria quelle pagine o le avesse scritte lui stesso.
<< Pur non conoscendo l’ubicazione delle Grotte, gli Eletti avevano sempre
sognato di poter venire in possesso del loro segreto. La fine di questa speranza, li
portò ad intensificare in modo isterico la ricerca della Pietra Filosofale e la
sorveglianza su ogni scoperta riferita alle correnti sotterranee e alla Sezione
Aurea. Ogni qualvolta nasceva un pericolo, non esitavano a distruggerne la causa
con tutti i metodi, leciti e illeciti. Nel ‘700 Giambattista Vico, un dissidente come
noi, aveva in progetto la pubblicazione di una grande opera filosofica, La Scienza
Nuova, composta da sei libri; in essa esponeva il concetto di "storia ideale
eterna", secondo cui la storia si ripete secondo precisi paradigmi e secondo una
logica comune alla storia dei vari popoli. Dimostrava che l’idea cristiana del
Tempo Lineare è fallace e che un ipotetico Tempo a Spirale non poteva esistere:
enunciava la teoria dei "corsi e ricorsi storici" e, nel sesto libro, analizzava i sistemi
sociali e la lotta dei loro sottosistemi contro altri sistemi. Anticipando di molti
anni la Rivoluzione francese e la lotta di classe marxiana. Inoltre, rivelava
l’esistenza di un gruppo tedesco di potere sovranazionale, che governava dietro le
quinte e che si era dato il nome di Perfettibili. Infiltrando molti suoi membri - che
non erano altro che Eletti mascherati - nella massoneria del tempo, era arrivato
alle posizioni di potere più alte. Essi scoprirono l’esistenza del libro di Vico, lo
minacciarono di morte e lui fu costretto a pubblicare, nel 1730, la sua Scienza
Nuova nei soli primi cinque libri anziché sei.

159
Più tardi, nel 1776, i Perfettibili divennero gli Illuminati di Baviera ed
iniziarono il loro progetto di Nuovo Ordine Mondiale: la stessa Baviera in cui
sarebbe nato nel 1923, il nazismo. La strategia di questa società segreta,
un’emanazione della triade, si basava sulla lenta soppressione dei governi
nazionali e sulla concentrazione del potere in governi sovranazionali,
occultamente gestiti dagli Illuminati. I punti fondamentali del loro piano, stavano
nell’impedire una presa di coscienza nelle masse, creando continue divisioni
politiche o corrompendo e ricattando i politici orientati verso il benessere sociale.
Del resto il loro fondatore pensava che "per raggiungere la società ideale si deve
passare, per parecchie generazioni, attraverso l'esperienza della società
autoritaria". Il loro più grande successo infatti, fu la creazione del
Nazionalsocialismo e del suo capo, Adolf Hitler. Una personalità demoniaca,
dotata di una volontà maniacale e priva della sia pur minima traccia di scrupoli.

Negli anni del suo vagabondaggio a Vienna, entrò in contatto con un


Illuminato che scrisse di lui più tardi: “ aveva l’aspetto di uno spettro, di quelli che
raramente si osservano tra i cristiani, gli occhi sfolgoranti e lo sguardo di una
fissità sconvolgente “. Molto probabilmente venne da loro addestrato e gli furono
inculcati i principi che lo informarono per tutta la vita. Nel 1920 scelse, su
suggerimento di un altro Illuminato, la croce uncinata come simbolo del suo
partito. Un simbolo che proveniva addirittura dall’epoca babilonese ed era sempre
stato sinonimo di fecondità e di vita, divenne per causa sua, l’emblema del male.
Nello stesso anno Hitler ricevette dalla setta un finanziamento di sessantamila
marchi, con cui poté acquistare un foglio antisemita che divenne il giornale del
partito nazista. Da quel giorno non ebbe più problemi economici, sebbene
nessuno sapesse esattamente di cosa vivesse. Allorché qualcuno glielo
domandava, diveniva improvvisamente isterico e agitato. La sua naturale
predisposizione, unita al condizionamento fornitogli probabilmente nel suo
soggiorno a Vienna, contribuirono a sviluppare la sua capacità oratoria in modo
quasi disumano. La sua abilità nell’influenzare il popolo, aveva del soprannaturale.
Nonostante fosse stato scelto dagli Illuminati per portare avanti il loro progetto
del Nuovo Ordine, continuò per tutta la vita a credere in un solo Dio, una specie
di «spiritualismo ariano» che guardava soprattutto agli esempi induisti.

Un mondo primitivo, pagano, eroico, mistico, dominato dalla violenza.


Sapeva che nel popolo tedesco vi era sempre stato un conflitto tra lo spirito della
civiltà e quel mondo primordiale, demoniaco. Credé fermamente in una scienza
nordica derivata dall’unione della scienza, dell’astrologia e dell’esoterismo, da
contrapporre alla scienza giudeo-liberale. Ciò che sfuggì a tutto il mondo ed agli
stessi Eletti, che gli avevano affiancato due adepti (Karl Maria Wiligut e Alfred
Rosemberg) per sorvegliarlo, fu il fatto che riuscì a creare in Germania, in
brevissimo tempo, una civiltà completamente diversa. Solo in apparenza la
nazione tedesca di quell’epoca era simile alle altre: la sua superiorità tecnologica,
scientifica e organizzativa traevano in inganno, mascherando la realtà di una
società arcaica, in cui la magia si opponeva all’umanesimo. Hitler riteneva di

160
essere il messia che avrebbe dato una svolta decisiva al mondo, che avrebbe fatto
da cerniera del tempo. Parlava e agiva come un veggente preso da una sua mistica
biologica, per cui il mondo doveva continuamente ringiovanire per mezzo del
crollo delle epoche superate. Attraverso una serie di salti in avanti, in una visione
del tempo a spirale.

Credeva di essere il primo di una serie di esseri superiori, destinati a


dominare sugli altri, un uomo-dio che aveva la missione di distruggere un’altra
umanità più recente, nata durante un’epoca di decadenza, che imitava e invidiava
l’uomo, ma non apparteneva alla specie umana. Esseri estranei all’ordine naturale
li definiva. Il suo era molto più che razzismo: si trattava di un alieno che non
aveva più alcuna forma di partecipazione mentale, etica e spirituale con il genere
umano. Quelle che a molti sembravano farneticazioni di un pazzo, erano in realtà
discorsi che potrebbe fare il rappresentante della civiltà di un altro pianeta, senza
alcun rapporto con la nostra. I suoi primi successi lo portarono a credere di
essere il portatore del fuoco, davanti al quale le potenze del freddo, della
solitudine e della decadenza, si ritirano. Non si può spiegare in un altro modo la
sua campagna di Russia: mentre le armate di Rommel erano perfettamente
equipaggiate per il deserto, i soldati dell’operazione Barbarossa indossavano,
come sovrappiù, soltanto una sciarpa e dei guanti.
Fu finanziato segretamente durante tutta la sua battaglia per la presa di
potere e più tardi venne affiliato da Rudolf Hess, ad un gruppo ancora più
segreto degli Illuminati, un segreto nel segreto. La Società Thule, diretta da Karl
Haushoffer. Una setta fermamente convinta che, nel lontano passato, fosse
esistita una razza superiore, formata da semidei ariani, gli antichi "Maestri
Sconosciuti". Evidentemente un lontano ricordo del passaggio in Germania di
Lug e della sua immortalità. Braunau, il luogo di nascita di Hitler, fu un altro fatto
non preso nella dovuta considerazione dagli Eletti e dalle nazioni europee: una
cittadina che era un vero e proprio vivaio di medium. Uomini comuni,
insignificanti per la maggior parte della loro vita, finché improvvisamente
vengono colpiti da qualcosa ed entrano in contatto con un’altra dimensione.
Accedendo alla Thule, Hitler divenne il medium, cioè una strana commistione tra
il disordine mentale di un semplice caporale dall’aspetto persino un po’ comico e
la cupa potenza del Fürer. Nei suoi discorsi alle folle oceaniche, sembrava entrare
in una trance medianica che gli consentiva quasi il controllo del pensiero di chi lo
ascoltava: subito dopo ridiventava mediocre, persino volgare. L’insopportabile
banalità del male.
Dietro di lui sembravano esserci un pensiero molto più alto e forze molto
più spaventose del nazismo, di cui lui era solo il portavoce. Alcuni dicevano di
aver provato, in sua presenza, una sorta di brivido di orrore come se si trovassero
dinnanzi a un posseduto. Fino al 1934 credette di operare per un partito
nazionale e socialista, dopo operò per le Potenze oscure che lo possedevano: creò
le SS non come un corpo di polizia, ma come un ordine satanico di monaci

161
guerrieri, per realizzare il sogno incredibile di un gruppo magico che agiva
attraverso lui.
La sua precisa chiaroveggenza, nella prima parte della guerra, gli derivava da
questo e dall’addestramento occulto della società Thule, il cui giuramento di
fedeltà assicurava fiducia, energia e buona sorte. Lo stesso giuramento che
prestava l’antico popolo ariano, rifugiatosi in Tibet dopo un disastro nucleare che
aveva reso la regione del Gobi un deserto vetrificato. Quando le truppe russe
entrarono in Berlino, scoprirono un migliaio di cadaveri tibetani nella uniforme
dei volontari della morte. Gli Eletti avevano creato Hitler, per realizzare in Nuovo
Ordine mondiale, ma lui sfuggì loro di mano. Dando vita ad un Ordine Nero di
monaci guerrieri, le SS, aveva preso un’altra direzione. Attraverso una cerimonia
iniziatica che restò sempre segreta, i più alti gradi di quest’ordine, venivano posti
di fronte al giuramento dell’Aria Densa, una vera e propria messa nera, dopo la
quale si consideravano superuomini molto al di là del bene e del male.
Pensare ai capi più vicini alla dottrina segreta, le teste di morto, come a
un’accozzaglia di sadici fanatici è sbagliato: essi agivano al di fuori di qualsiasi
controllo del partito nazista, non per scopi politici, ma magici. Lo Spirito del
Cosmo trasmetteva loro ordini attraverso il medium Hitler, per rinnovare la
forma di vita umana. I campi di sterminio e i forni crematori, erano solo una
necessità temporanea, un rituale di sacrificio.
Al centro di tutto la Thule, il sancta sanctorum. Da lei si dipartivano le
direttive segrete, come la creazione dell'Ahnenerbe, un grande istituto di ricerca
formato da 137 studiosi e 82 tecnici. Lo scopo “ Ricercare la localizzazione, lo
spirito, gli atti, l’eredità della razza indo-germanica che proviene da una zona
compresa tra il Tibet e il Nepal “. Il pretesto di formare una grande nazione,
attraverso la creazione di una grande e pura razza germanica, portò come primi
effetti l'antisemitismo e la discriminazione razziale. Segnalando al nazismo gli
“impuri”, ossia gli ebrei, gli fornì la giustificazione scientifica dell'Olocausto. A
capo di quell’istituto fu messo Himmler, che arrivò presto alla convinzione che
l'antica Atlantide fosse stata il primo impero tedesco, che si estendeva dall'Islanda
alle Azzorre e le isole Canarie e di Capoverde. Per dimostrarlo, organizzò
segretamente una serie di spedizioni scientifiche, ma il vero scopo nascosto era il
segreto dell’immortalità, che pensava patrimonio perduto dell’antica razza ariana.
Una lunga serie di esplorazioni in tutto il mondo, li portò infine in Tibet dove,
per provare le loro teorie, non esitarono neanche di fronte a esperimenti criminali
sui corpi dei lama. >>
Marco conosceva molto bene questa storia e sapeva che, nonostante le torture a
cui vennero sottoposti, i lama non rivelarono mai nulla delle loro pratiche anzi,
stupirono gli pseudo scienziati tedeschi con le loro capacità di astrazione e
concentrazione mentale. Naturalmente, a fianco dei criminali scienziati SS, ve ne
erano anche altri in buona fede, come l’alpinista accompagnatore della spedizione,
che avrebbe poi scritto “ Sette anni in Tibet “.

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<< L'Ahnenerbe svolse persino spedizioni nel Corno d’Africa, alla ricerca della
mitica Arca dell’alleanza, che avrebbe dato loro l’arma segreta invincibile. Il
disprezzo per le razze “ inferiori “, portò Himmler ad intensificare gli esperimenti
“ medici e scientifici “, utilizzando in prevalenza internati rinchiusi nei campi di
concentramento. Attraverso l’opera di medici ambiziosi di fare carriera, creò
centri SS per lo studio del prolungamento della vita umana. Nel castello di
Wewelsberg, un primo gruppo di 86 ebrei fornì il materiale umano per gli
esperimenti. Questi comprendevano vivisezioni, trapianti di organi e di ghiandole.
La convinzione del medico responsabile, era che il disequilibrio endocrino
portasse all’invecchiamento. Secondo lui, l’uomo ha l’età delle sue ghiandole e se
si fosse riusciti a conservare l’equilibrio ghiandolare, esse non sarebbero
invecchiate. Ad un certo momento della vita di un uomo il processo di crescita si
arresta e si incomincia a morire, dunque la cosa più importante era intervenire in
quel preciso momento, trapiantando ghiandole prelevate da bambini.
Non c’è limite all’orrore che le pareti del castello celavano, quasi si fosse
trasformato in uno dei castelli di Erzsébet Bàthory, la Contessa sanguinaria.
Sembrerebbe che tutto questo fosse dovuto a follia, crudeltà mentale, mostruosità
morale, ma queste definizioni sono troppo povere, non spiegano nulla. Si trattava
di uomini che agivano come se si trovassero in un universo parallelo,
completamente diverso dal nostro, nel quale i principi erano radicalmente diversi.
Tutte le energie erano indirizzate verso un totale mutamento della vita nel mondo
e per far questo si sacrificò tutta la gioventù tedesca e si offrì agli dei del Wahalla
un mare di sangue. Quando Hitler chiese a Himmler di liquidare da cinque a sei
milioni di ebrei, lui rispose che era inumano chiedergli quello. Non perché fosse
criminale, ma perché lui era già molto oberato di lavoro. Il medium aveva creato
un Ordine Nero il cui capo non era più un uomo, ma un alieno di un altro
pianeta. >>

Marco pensò ai giudici del processo di Norimberga che si sforzavano di capire


questa realtà. Un'ipotesi credibile potrebbe essere quella che, avendola capita,
decisero di considerare i gerarchi nazisti sotto il genere di folli, privi di senso
morale, piuttosto che lasciar contagiare le generazioni future da un'ideologia che
come un cancro, le avrebbe private di ogni coscienza.

<< Nel castello di Mittersill, fu creato un museo per la preservazione degli


scheletri delle cavie umane ed è facile immaginare la reazione dei soldati
americani che vi entrarono pochi giorni prima della caduta del nazismo. Ci si
potrebbe chiedere perché i nostri fratelli Compagnons tedeschi, non intervennero
per fermare l’incarnazione del male rappresentata da Hitler: la loro mentalità
portata verso l’obbedienza al capo ed i continui successi diplomatici e militari del
dittatore, scoraggiarono un’azione di vasto respiro. Del resto gli oltre quaranta
attentati messi in atto da pochi e isolati eroi, erano tutti falliti, come se il Sommo
Artefice avesse posto la sua mano sul capo di Hitler per salvarlo: nemmeno i
nostri confratelli vicini all’ammiraglio Canaris prima ed al colonnello von

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Stauffenberg poi, riuscirono a fermarlo. Al punto che credé fermamente di essere
immortale e che potesse morire solo di propria mano.
Come più tardi avvenne in un’orgia di autodistruzione. Il suo personale “
crepuscolo degli dei “. Nel momento in cui l’Ordine Nero fu perduto, non gli
restò che far perire tutto insieme a lui ordinando la distruzione totale della
Germania. Condannò il suo ex chirurgo, sospettato forse di volerlo avvelenare e
aspettando il grande diluvio che avrebbe sommerso ancora una volta la terra,
celebrò un sacrificio all’acqua, facendo allagare la metropolitana di Berlino e
annegando trecentomila tedeschi.
Gli Iniziati avevano “ Spezzato il sigillo, senza avvertire il soffio del maligno,
lasciando libero il demonio per il mondo “. Avevano puntato su Hitler e sui suoi
accoliti, per abbreviare la realizzazione del Nuovo Ordine attraverso la sua follia.
Leggere questa follia solo come un fatto politico ed economico è sbagliato, si
trattava di ben altro, una cospirazione per assicurarsi il dominio sul mondo. Ma
non avevano tenuto conto di quanto diceva Ruggero Bacone: “ Noi possiamo più
di quanto sappiamo, ma benché tutto sia possibile, tutto non è permesso “.
I capi superstiti, realizzarono velocemente un’organizzazione per il
salvataggio dei gerarchi e dei medici in fuga dai processi che gli Alleati stavano
imbastendo in tutta la Germania. La chiamarono Odessa e riuscirono così a far
fuggire, insieme a molti altri, anche il dottor Josef Mengele, l’angelo della morte
di Auschwitz, specialista in “ studi “ sui gemelli. Grazie alla complicità dei
governi sudamericani, essi si stabilirono in Argentina, Brasile, Bolivia. >>
Marco rabbrividì dentro di sé perché quegli orribili fatti, che parevano così
lontani nel tempo, ancora oggi facevano sentire i loro effetti nefasti. Solo pochi
mesi prima di partire per la Provenza, aveva letto di una cittadina brasiliana ai
confini con l’Argentina, Candido Godoi, dove gli abitanti sono per l’ottanta per
cento tedeschi e i gemelli sono inspiegabilmente, ben il venti per cento della
popolazione. Come non pensare con raccapriccio al fatto che in quei luoghi, negli
anni sessanta, Mengele organizzasse riunioni a casa di contadini per parlare dei
benefici delle nuove tecniche di inseminazione artificiale? Mentre tutti pensavano
a lui come un rifugiato tra i selvaggi delle foreste amazzoniche, egli usava quei
luoghi come suo laboratorio personale.
Intanto il vecchio aveva fatto una pausa per bere un sorso di tè. Marco
guardò l’orologio al polso e si accorse con stupore che erano già passate tre ore
da quando era entrato in quella stanza. Notando il suo gesto, l’erudito gli chiese
se avesse impegni e al suo diniego, riprese a leggere.
<< Odessa e gli Eletti che la componevano, continuarono anche nel dopoguerra
ad occupare posizioni di potere e riuscirono a salvare dalla forca di Norimberga
molti dei criminali che, dopo il processo, ripresero la loro carriera e spesso
godettero dei tesori d'arte trafugati nelle loro esplorazioni nell’Ahnenerbe.
Sul versante delle ricerche sul campo magnetico invece, sembrò che una
sorta di stasi intellettuale calasse sull’Europa in relazione a quegli argomenti: solo
nella metà del XIX secolo, iniziarono timidi studi sul magnetismo terrestre,
l’irraggiamento cosmico e quello tellurico, ma soltanto nei tempi che stiamo

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vivendo, essi vengono posti in relazione con la potenza delle acque sotterranee.
>>
L’arabo sospese la lettura e chiuse gli occhi: più che riposare, sembrava
assorto nell’ascolto di qualcosa che solo lui poteva udire. Si voltò verso Marco e
gli chiese:
<< Conoscete la storia del Philadelphia Experiment? >>
<< So soltanto che si trattava di un esperimento della Marina americana per
rendere invisibile una nave, niente di più: oggi mi pare che sia relegato tra le
leggende metropolitane. >>
<< Esattamente come molte altre cose che più tardi si rivelarono autentiche.
Negli anni ‘30, l’Istituto per gli Studi Avanzati di Princeton, con il quale
collaborava anche Albert Einstein, iniziò uno studio sulla possibilità di ottenere
l’invisibilità per mezzo di forti e pulsanti campi magnetici. La parte teorica si
concluse con un test sulla nave Eldridge, il 28 ottobre 1943. Alcuni testimoni
riferirono di aver visto la nave sparire e riapparire dopo pochi minuti: altri dissero
che, nello stesso momento, era apparsa a Norfolk per poi scomparire subito
dopo.
Da indagini svolte in seguito da un accademico accreditato, risultò che molta
parte dell’equipaggio morì, oppure soffrì di terribili effetti collaterali: il governo
dichiarò che l’intero equipaggio si era improvvisamente ammalato di mente ed era
stato congedato. Le poche testimonianze filtrate attraverso la segretezza imposta
dalla Marina, parlarono di uomini bruciati vivi e di altri impazziti per non aver
retto alla totale “ modifica della struttura delle cose”: il fatto di rimanere sospesi
tra le due dimensioni era orribile e molti non erano stati in grado di ritrovare la
via del ritorno verso il piano fisico. Qualcuno affermò che era diventato possibile
camminare attraverso le pareti e che anche dopo l’esperimento, gli effetti
continuarono. Due dei marinai sparirono mentre erano a tavola con la famiglia,
altri si sollevarono in aria, per poi ricadere subito dopo. Tutti descrissero il
rallentamento apparentemente eterno del tempo, come una sensazione infernale.
>> Un’altra pausa nell’attesa di un suo commento, per poi proseguire tenendo
ancora gli occhi chiusi.
<< Ammesso che questa storia sia vera, si tratterebbe di un utilizzo estremo del
campo magnetico, senza un’adeguata preparazione degli uomini che vi venivano
sottoposti. Una tipica azione da apprendisti stregoni insomma. Ma credo sia
meglio proseguire nella lettura del documento, che sta ormai avviandosi verso la
fine.
L’esistenza della confraternita, una vera e propria criptocrazia, si è sempre
mantenuta segreta sinora; ogni qualvolta è stata minacciata, non ha esitato ad
uccidere, utilizzando veleni che non lasciano tracce, con una spietatezza che non
ha più nulla degli insegnamenti dei nostri Maestri. Fallito l’esperimento nazista,
ripiegarono su un piano a più lenta realizzazione. Controllare la politica, i mezzi
d’informazione, inculcare nelle masse il fittizio soddisfacimento di bisogni creati
ad arte e non necessari.

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Il degrado spirituale, la confusione e l’insoddisfazione generata da una vita
vissuta senza valori, avrebbero portato le masse a cercare un protettore al quale
sottomettersi liberamente. Da qui, alla costituzione di organi sovranazionali che,
accentrando il potere decisionale in poche mani avrebbero costituito un unico
Governo Mondiale, il passo è breve. Del resto già nel ’800, lo statista inglese
Disraeli aveva detto "Il mondo è governato da personaggi ben diversi da quelli
creduti da coloro i quali non sanno guardare dietro le quinte".
La nuova cospirazione non sta più in una società occulta ma avviene alla
luce del giorno, senza percorsi iniziatici e riti propiziatori. Esaminando l’attuale
situazione mondiale, si direbbe che il piano degli Illuminati, divenuti ormai il
braccio più potente degli Eletti, stia avendo successo: guerre civili e religiose,
genocidi di massa, terrorismo, violenza e corruzione ovunque. Si incrementa un
populismo molto simile al tribalismo, sicura anticamera del nazional-socialismo.
Perdita totale dei valori, aumento esponenziale dell’uso di droghe, mentre più di
metà della popolazione mondiale è soggetta a fame, malattie, analfabetismo,
disoccupazione e mancanza di speranza. Terribili sospetti gravano sull’operato
oscuro degli Eletti dei nostri giorni: una loro emanazione creata negli anni ’50, il
Gruppo Bilderberg, raggruppava e raggruppa ancora oggi, alcuni tra i personaggi
più illustri dei vari campi, scelti per il loro potere industriale, finanziario e politico.
Questo gruppo, o meglio il suo comitato politico, si è posto sin dall’inizio la
strategia delle “Armi Silenziose per delle guerre tranquille”. Controllo
dell’Economia e della Stampa, creazione di una forza internazionale con la
soppressione degli eserciti nazionali e di un parlamento internazionale che limiti
la sovranità degli stati membri. L’ONU, il Fondo Monetario Internazionale,
l’Unione Europea, sono le prime tappe di questa strategia; la gestione di conflitti
artificiosamente generati, metterebbe invece in atto la teoria di Hegel. Far
progredire il mondo attraverso opposizioni, tesi e antitesi, per poi comporle in
una sintesi superiore.
Alcuni fenomeni terroristici di destra e di sinistra nati e progrediti
congiuntamente e nello stesso paese, sono stati suscitati o guidati, occultamente
dalle stesse organizzazioni dietro alle quali, come noi Compagnons pensiamo, si
nascondono gli Eletti. Sul piano economico, la globalizzazione ed un mercato
libero da ogni regola, hanno provocato l’anarchia ed il disastro economico che
stiamo vivendo: si prevede che ben presto gli stessi Eletti, attraverso l’oligarchia
che manovra le fila dei governi nazionali, manovreranno in modo che si invochi
un bilancio comunitario, una banca mondiale e un governo mondiale. In questo
modo distruggeranno del tutto l’autodeterminazione nazionale.
Ed ecco che tutto quanto Lug ci aveva rivelato, è andato disperso per sete di
potere e gli stessi simboli, la spirale, il cerchio e il Triskell si sono corrotti, non
hanno più il significato originale. Agli inizi, queste rappresentazioni davano la
visione simbolica, cioè l’abilità di percepire con i sensi, la realtà invisibile che sta
dietro gli oggetti. Oggi sono soltanto immagini che rivestono di significato
poetico la realtà fisica. Sono stati svuotati della loro potenza evocativa. Gli antichi

166
maestri costruivano cattedrali dall’altezza smisurata per avvicinarsi a Dio, vi
ponevano il Triskell per concentrare l’energia e impiegavano la luce che proveniva
dalle grandi vetrate e dai rosoni, per renderle eteree, diafane, quasi trasparenti.
Come per la musica, la perfetta proporzione delle loro composizioni
architettoniche, oltre che a esprimere la bellezza, doveva elevare i costruttori
stessi.
Chartres, Cluny, St. Denis, Sens, Milano, Como, sono tutti esempi di questo:
in esse il compasso diviene il simbolo di un’arte che comprende tutto, anche se
rivela così poco. Un’arte dimenticata, che arriva da un passato lontanissimo e della
quale non sono rimasti che pochi frammenti.

Pur senza comprenderli, i costruttori li hanno trovati, conservati copiandoli


e miniandoli nei codici dei monasteri. La successiva interpretazione è avvenuta
non in funzione delle conoscenze antiche che li avevano elaborati, ma con quelle
del loro tempo. Per questo le cattedrali sono il frutto della loro interpretazione,
sono dei veri e propri trattati alchemici.
La nostra lotta impari contro le forze deviate degli Eletti, proseguirà finché
sarà vivo uno di noi ma abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti ed è per questo che
abbiamo lasciato questa denuncia. Deve servire da futura memoria per quanti
continueranno la lotta dopo di noi. Ci sono segni nell’aria che parlano di fatti
orribili, crimini contro l’umanità di cui alcuni tra gli Eletti, si sono già macchiati in
passato. Non li abbiamo presi in considerazione perché ci paiono troppo
terrificanti, troppo lontani dagli insegnamenti di Lug il grande, il magnifico. Ma la
sete di immortalità tra gli eletti è più forte persino della loro sete di potere. Una
volta raggiunta quella meta, diventerebbero invincibili, il tempo per loro non
sarebbe più un impedimento. Il Sommo Artefice non lo voglia.>>
Il vecchio posò il documento sul piccolo tavolino davanti a sé e guardò
ancora una volta Marco, restando in attesa di una sua risposta. Lui era ancora
sotto l’impressione di quella sequela di fatti che, se fossero stati autentici,
avrebbero potuto riscrivere tutta la Storia dell’umanità. Quello che gli era
sembrato il semplice ritrovamento di un’ antica pergamena nascosta, poteva
rivelarsi la denuncia di un complotto che si estendeva lungo i secoli con
l’obbiettivo del predominio occulto sul mondo. Si rivolse al vecchio e gli chiese:
<< Lei cosa pensa di quanto mi ha letto sinora? >>
<< Io non ho mai creduto al caso come fanno i vostri scienziati moderni; per
essi, tutto ciò che è inspiegabile è casuale. Si trovano impronte di ventose
impresse direttamente sulle rocce delle scogliere in Cina, in Scozia, in Francia, in
Algeria, sul lago di Como – in cui una parete intera riporta un vero e proprio
labirinto di impronte – e loro dicono che è un caso. Sull’altipiano peruviano
vengono trovati ornamenti in platino fuso, una lega che necessita per la fusione
temperature di 1.700 gradi e tecniche paragonabili solo a quella attuale.

167
L’archeologo che si trova di fronte a questo mistero, piuttosto che chiedersi come
sia possibile, elabora una teoria per cui quegli oggetti sarebbero stati prodotti
comprimendo polveri, un procedimento ancora più tecnologico della fusione.
L’altezza della piramide di Cheope, costruita 2.900 anni prima di Cristo, è
esattamente uguale alla distanza della Terra dal Sole, divisa per un miliardo. Nelle
sue misure si trova la durata di un anno solare, del raggio e del peso della Terra, la
direzione del nord, il pi greco. Inoltre al suo interno, non sono state trovate tracce
di fumo sulle pareti. In che modo i costruttori illuminavano i lunghi corridoi? E’
solo un caso, una serie di combinazioni, dicono gli scienziati. Se gli alchimisti
avessero ragionato in questo modo, non avremmo gran parte della farmacopea e
della chimica.
Ricordo che quando si dovettero trasportare due obelischi a Roma, occorse
un numero enorme di rimorchi e traini; come facevano gli egizi a movimentarne a
decine? Le mura della città di Cuzco in Perù, sono costruite con enormi massi
irregolari affiancati e sovrapposti in modo talmente perfetto che un foglio di carta
non passa nelle fessure. Alcuni di questi massi hanno sette spigoli talmente
levigati che combaciano perfettamente con altrettante rientranze del masso
accostato. Martello, scalpello e sabbia abrasiva, dicono gli scienziati. Una civiltà
che non conosceva la ruota e che utilizzava solo il piombo, il rame e lo stagno per
fabbricare il bronzo, avrebbe portato sino a 2.400 metri, i massi per costruire
Macchu Picchu? No, signor Fabiani, non credo al caso: se lei è stato scelto tra
tutti, per ritrovare una pergamena di trecento anni, c’è sicuramente una ragione.
Potrebbe essere quella di portare alla luce quanto le ho letto sinora, far conoscere
al mondo la realtà che si cela dietro a una congiura che ha già causato immani
tragedie e ancora ne causa. Le guerre di Bush dovevano servire a togliere il burka
alle donne afgane e ad abbattere un dittatore in Irak: l’undici settembre è arrivato
come se fosse stato programmato a tavolino nel 1999, quando è stato redatto il
progetto della supremazia americana sul mondo. L’ultimo accenno a crimini
contro l’umanità, che riporta il documento che le ho letto, mi sgomenta, lascia
intravedere panorami agghiaccianti. >>
<< Ma perché non l’ha fatto lei, che sapeva queste cose da tempo? >>
<< Perché sono vecchio, terribilmente vecchio, anche se una volta ho scritto che
il vecchio di ieri è il bambino di domani. Sono stanco e mi aspetta un viaggio
verso la purificazione lento e faticoso. Poi c’è un altro fatto che mi impedisce di
avere quella determinazione necessaria a rivelare la macchinazione degli Eletti.
Penso che la nostra civiltà si trovi nelle ultime fasi di un ciclo giunto ormai a
conclusione. La decadenza che ha portato all’incredulità religiosa, alla sfiducia, al
feticismo del piacere è inarrestabile. Gli Iniziati governeranno da soli quando,
come concordano diverse tradizioni, si passerà all’era dell’Aquario e metà del
mondo sarà distrutto. Finis gloriae mundi.
Veda Signor Fabiani, come riporta il mio documento, più volte l’umanità ha
avuto l’occasione di migliorarsi spiritualmente. Qualcuno degli antichi maestri vi è

168
riuscito, ma la più parte degli uomini è troppo legata alla terra per poter guardare
al cielo. L'alchimia era nata in Oriente, tramandando le conoscenze dell’Egitto e
di Babilonia e fondendole con quelle greche e persiane. L’avanzata degli Arabi in
Europa, i rientri dei Crociati dalla Palestina – in particolare dei Templari –
diffusero le antiche nozioni tra gli europei avidi di conoscenza. Principi,
gentiluomini, monaci, sapienti, artigiani, orefici, vetrai, smaltatori, farmacisti,
furono presi dal desiderio di maneggiare la storta, come se fossero colpiti da una
pandemia. Io ne so qualcosa. Si fecero lunghi e pericolosi viaggi per accrescere il
bagaglio di conoscenze e si informarono l’un l’altro con codici cifrati che
porteranno in seguito alla crittografia: nacquero confraternite, logge, centri
iniziatici.
L'alchimia è l'arte della trasformazione della materia. La materia prima,
impura, deve disfarsi per mezzo del primo lavoro alchemico, l’Opera Al Nero; il
fine ultimo è la sostanza perfetta, la Pietra Filosofale. Bruciare, distillare,
dissolvere non è che la ricerca dell’anima, contenuta in ogni entità fisica. La
Grande Opera rappresenta l'intesa armonica con la Natura, per il raggiungimento
della Conoscenza. Ma non è che il primo gradino di una lunga scalata verso la
perfezione, verso la ricerca della propria anima. Oggi tutto questo è stato coperto
dall’azione di mascheramento degli Eletti che non volevano il diffondersi di
queste conoscenze. Decida lei cosa fare di quanto ha appreso dalla pergamena e
dal mio documento: ogni decisione sarà quella giusta, se lei ne sarà convinto. Si
guardi soltanto dagli Eletti, hanno occhi e orecchie dappertutto e come avrà ben
compreso, non esitano di fronte a nulla. >>

12

Uscì nella notte chiudendo dietro di sé il grande portone e percorse senza


accorgersene il tratto di Via Po che si affacciava sulla piazza. Nella sua mente
risuonavano ancora le ultime parole del vecchio erudito e ogni gesto, ogni passo
che compiva era meccanico, quasi senza coscienza. Si erano salutati con la gravità
con cui si salutano due uomini che stanno partendo per una missione
terribilmente rischiosa; nel momento finale, il vecchio pareva sollevato, come se
avesse adempiuto quanto da tempo si proponeva. Come se avesse ceduto il
testimone, di una staffetta iniziata chissà quanto addietro nel tempo.
Camminando senza rendersene conto, Marco si trovò all’incrocio con Via
Montebello e soltanto l’istinto lo portò a svoltare a destra per poter ritornare in

169
Corso San Maurizio, dove aveva parcheggiato l’auto. In quel momento la pioggia,
che si era annunciata con piccole e rade gocce d’acqua, manifestò tutte le
intenzioni di trasformarsi in un temporale d’agosto. Affettò il passo e alzando il
capo, vide che stava costeggiando la Mole Antonelliana, la mancata sinagoga che
Nietzsche aveva definita “ l’edificio più geniale che sia mai stato costruito ”. Sulla
facciata sud, spiccava l’installazione luminosa che riproduceva i primi numeri della
Serie di Fibonacci, ma questa volta non pensò più alla sua immancabile presenza,
perché proprio l’alzare il capo verso l’alto gli salvò la vita.
Se l’avesse tenuto basso, per evitare le prime pozzanghere che si stavano
formando, non avrebbe visto il rapido movimento di un qualcosa che mirava a
colpirlo. Istintivamente, piegò le ginocchia e sopra di lui passò fulminea una
forma oblunga, una punta metallica che subito si ritrasse, in attesa di colpire
ancora. Con il cuore in gola e con gli occhi fissi su una lama assurdamente posta
sulla punta di un ombrello, non ebbe nemmeno il tempo di chiedersi chi lo
assaliva; la punta si muoveva nell’aria come un fioretto, faceva finte e si ritraeva
per poi avanzare. Si ritrovò di colpo ad un secolo addietro, alle lezioni di scherma
della Villa dei Glicini. Quelle che, quasi per gioco, aveva deciso di frequentare
durante una “ leva di sciabola “ durata un anno.
Inspirò forte, portò tutto il peso a terra e si pose di quarto con il lato
sinistro in avanti in modo da ridurre il bersaglio. Movimenti automatici che
credeva dimenticati, ma che il suo corpo aveva memorizzato per utilizzarli in
momenti come questo. Sotto l’influsso dell’adrenalina, la gamba di appoggio gli
tremava violentemente, perché per la prima volta in vita sua, doveva lottare per
sopravvivere. Né sulla pedana quando tirava di scherma, né sul tatami quando si
esercitava nel karate, si era trovato di fronte ad una minaccia che, se non si fosse
scansato per puro istinto, l’avrebbe sicuramente colpito. Alla luce del lampione,
l’acciaio della lama che spuntava dal bastone dell’ombrello riluceva lungo tutta la
sua estensione, salvo sulla punta che era stranamente scura. Di certo non si
trattava di fango, perché aveva iniziato a piovere solo da poco, quindi cosa poteva
essere…
Si sentì male, una nausea improvvisa gli salì dallo stomaco riempendogli la
bocca di un gusto acido. Parola per parola, ricordò un articolo letto molti anni
prima, che trattava dei mezzi usati dai sicari della Stasi; tra tutti spiccava il più
strano e micidiale, l’ombrello bulgaro. Un ombrello arrotolato strettamente e
dotato di una lama retrattile con la punta ricoperta di veleno. Di colpo sentì i
capelli rizzarsi sulla nuca, ma non ebbe il tempo di approfondire quella
sensazione di cui aveva sempre e solamente letto, perché la lama fece un rapido
affondo in avanti. Il suo vecchio maestro di scherma, gli ripeteva continuamente
l’importanza del gioco di gambe, ma in quelle lezioni lui era armato come il suo
avversario, poteva parare di prima, di quarta o di contro, prima di colpire a sua
volta.
Invece in quella strada deserta, al buio e di fronte ad un uomo che lo stava
attaccando con una lama probabilmente avvelenata, cosa era in grado di fare?
Con un velocissimo movimento, ruotò all’indietro facendo perno sul piede
sinistro, in modo da uscire dalla traiettoria dell’affondo; in questo modo la lama e

170
quasi tutto l’ombrello, gli passarono lungo lo stomaco, senza ferirlo.
Fortunatamente nell’assalto l’aggressore aveva alzato il braccio destro, lasciando
scoperta l’ascella. Marco intravide una possibilità e dissociando fortemente il
busto all’indietro, portò un violento pugno frontale in quella zona piena di
terminazioni nervose.
L’avversario emise un gemito soffocato e fu costretto ad arretrare; il suo
braccio ripassò ancora lungo il suo corpo e Marco pensò che se fosse stata una
sciabola, sarebbe stato sgozzato. Il grugnito dell’uomo rivelava un forte dolore,
c’era da sperare che la rabbia gli facesse perdere la coordinazione dei movimenti,
che in qualche modo si scoprisse. Doveva fare in modo che nel prossimo
affondo, l’altro avesse di fronte a lui il lato più indifeso, il fianco e il dorso.
Fortunatamente l’altro poteva solo colpire di punta, ma che punta! Bastava un
piccolo graffio ed in pochi minuti si sarebbe trovato per terra rantolante, negli
spasmi dell’agonia.
Nonostante la pioggia, che rinfrescava la calura del giorno appena trascorso,
sentiva il sudore scendergli copioso lungo la schiena e sul viso, rischiando di
accecarlo. Si scrollò con un gesto rapido, mentre portava il braccio destro a
proteggere l’addome e chiudeva leggermente le gambe per essere pronto a
caricare un calcio o per cambiare direzione velocemente. Ancora non riusciva a
scorgere il volto del suo assalitore, che aveva il bavero del giubbotto rialzato ed
uno strano cappello a forma di basco calcato sul viso. Un rapinatore da strada?
Ma quelli non usano ombrelli bulgari, a loro basta mostrare un coltello a
serramanico nascosto, per ottenere quello che vogliono. Restando sempre in
guardia e fissando la zona buia in cui dovevano trovarsi i suoi occhi gli chiese:
<< Cosa vuoi da me e perché mi fai questo? >>
Senza neanche degnarsi di rispondere l’uomo portò avanti il piede, nella classica
posa dell’affondo e si distese in avanti, verso la sua gola. Appena vide la punta
della lama avanzare, Marco aprì a destra e pose l’avambraccio contro la stoffa
dell’ombrello che stava avanzando rapidamente; aveva ottenuto quanto si era
riproposto un minuto prima. Portò tutto il peso sul piede sinistro e ruotando sul
bacino, sferrò una fortissima ginocchiata sulle costole fluttuanti dell’altro, in
direzione del fegato. Provò un fortissimo dolore alla rotula prima che il suo
avversario, cadendo in avanti, gli regalasse un rivoltante afrore di sudore stantio. Il
ginocchio era affondato nel suo fianco molle, facendogli emettere un urlo che
aveva qualcosa di animalesco. Visti dall’esterno, potevano sembrare due ubriachi
abbracciati in una rissa da strada, per contendersi un ombrello.
Cercando di vincere il disgusto per la vicinanza con il volto del suo
assalitore, si avvide che che quanto più lo stringeva a sé, quanto meno l’altro
avrebbe avuto libertà di movimento con la lama dell’ombrello. Doveva
assolutamente evitare di concedergli spazio. Nello stesso istante in cui si rendeva
conto di questo però, un’idea improvvisa lo raggelò. Prima o poi l’uomo avrebbe
capito che, ruotando il manico, l’ombrello poteva divenire l’impugnatura di un

171
lungo pugnale da usare per colpire la sua gamba dall’alto al basso. Mentre la
sensazione di freddo diveniva sempre più forte, un roco mormorio rotto dalla
sofferenza, gli fece capire che l’uomo gli stava parlando. L’idioma era
incomprensibile, un misto di argot marsigliese e occitano, ma il tono era chiaro; lo
stava maledicendo.
Ancora una volta provò a parlargli, ripeté la domanda di poco prima, ma
l’altro o non capiva la lingua, o non voleva rispondergli. La tensione sulle sue
braccia aumentava sempre più, evidentemente l’uomo doveva avere una recupero
eccezionale, visto che si stava riprendendo rapidamente dal colpo subito. Doveva
pensare a qualcosa e subito. Con i muscoli doloranti per lo sforzo di trattenere
quello che ormai gli pareva sempre più un pazzo scatenato, ricordò che quella
sera aveva calzato le sue scarpe dalla spessa suola di cuoio e non i soliti mocassini
estivi con la suola sintetica.
Concentrandosi e cercando di immaginare la posizione che l’uomo teneva,
capì che molto probabilmente la sua tibia era a pochi centimetri dalla sua gamba
destra, quindi alla portata di un suo calcio. Il pericolo più grande, era dato dal
fatto che per calciare avrebbe dovuto portare il peso su un solo piede,
indebolendo in tal modo la sua stabilità a terra. Poteva sferrare un solo colpo e
doveva essere quello giusto. Strisciando lentamente la sua gamba all’indietro, la
rilassò per poi farla esplodere in avanti con il piede irrigidito. Sentì un orribile
rumore di osso scheggiato ed un altro urlo proruppe dall’uomo che, lasciando di
colpo la presa, si buttò all’indietro, fuori dalla portata di un altro calcio.
In quel momento una coppia di passanti vide la scena e gridò loro di
smetterla, altrimenti avrebbero chiamato la polizia. Nello stesso istante, un’auto
sbucò da Via Verdi e suonò il clacson ripetutamente. Il suo assalitore si voltò
zoppicando vistosamente, la raggiunse e aperta la portiera posteriore, vi salì.
Prima che ripartisse sgommando, gli gridò:
<< Tu es foutu! >>
Il tutto era durato pochi secondi e lo aveva lasciato esausto, le gambe tremanti e il
cuore che batteva furiosamente nel petto. La carica di adrenalina che lo aveva
sostenuto sino a quel momento, stava facendo l’effetto di una droga alla quale lui
non era abituato. Si appoggiò al muro e lentamente scese sui talloni sapendo che,
se non l’avesse fatto, le gambe gli sarebbero mancate di sotto.
La coppia che aveva minacciato di chiamare la polizia, lo raggiunse e la
donna, una cinquantenne molto energica che si riparava sotto l’ombrello del
compagno, gli chiese se aveva bisogno d’aiuto e se l’aggressore l’avesse rapinato.
<< No vi ringrazio, non mi serve nulla e non sono stato rapinato>> rispose con
una voce che a lui stesso sembrò estranea. << Grazie al vostro intervento
quell’uomo è fuggito. >>

172
<< Ma si figuri >> intervenne compagno con uno spiccato accento piemontese
<< se non ci si aiuta tra noi, con tutti questi extracomunitari che ci sono in giro...
perché era un extracomunitario vero? >>
Marco sentì un forte bisogno di reagire perché pur sentendo gratitudine per
l’aiuto ricevuto, non aveva nessuna intenzione di favorire la loro xenofobia.
<< No era italiano. Abbiamo anche molti delinquenti italiani e sono la
maggioranza. >>
Quasi avesse fatto un’affermazione blasfema i due, dopo aver borbottato in
piemontese qualche cosa come “ bel ringraziamento “ si allontanarono. L’essere
stato accovacciato sui talloni aveva agito positivamente sulla sua eccitazione, e
aver risposto bruscamente ad un altro di quegli italiani dalla memoria corta,
l’aveva distratto. Solo cinquant’anni prima, gli extracomunitari in tutto il mondo
erano gli italiani. Si avviò lentamente nella strada in discesa che portava verso
Corso San Maurizio e giunto alla sua auto vi salì.
La risposta alla domanda che inconsciamente si faceva da quando tutto era
iniziato, ora gli esplose chiara nella mente. Doveva prender atto che l’accaduto
non era semplicemente una rapina, ma un tentativo di sopprimerlo.
Probabilmente era sorvegliato da tempo ed il solo fatto di aver incontrato El-
Alcuflin, aveva spinto qualcuno a decidere che doveva essere aggredito. Non
aveva prove della presenza di veleno sulla lama dell’ombrello, ma anche senza
questo, i suoi trenta centimetri sarebbero bastati ad ucciderlo. A meno che,
l'intento non fosse solo quello di spaventarlo perché desistesse dal continuare le
ricerche. Cosa che era riuscita benissimo.
Si allontanò dal parcheggio senza smettere di guardare nel retrovisore se
qualcuno lo seguiva e giunto sotto casa, dopo aver aperto il portone ed essere
entrato nell’androne, spiò attraverso la piccola fessura formata dalla porta
discosta, l’eventuale passaggio di un’auto. La strada era deserta e la pioggia
appena caduta formava larghe pozzanghere a causa dei chiusini di scarico ostruiti
dal forte temporale. Le luci dei lampioni si rispecchiavano nell’acqua e quando fu
nel suo alloggio e andò alla finestra senza accendere la luce, ancora gli
rimandavano l’immagine di una via tranquilla, in una calma notte di settembre.
Dopo aver messa la catena alla porta, si tolse i vestiti madidi di sudore e si mise
sotto la doccia, per togliersi di dosso la spiacevole sensazione del contatto con
l’aggressore.
Sapeva che la notte sarebbe stata terribilmente agitata, almeno finchè non
avesse smaltito tutta l’adrenalina che sentiva ancora scorrergli dentro. L’ultima
cosa che ricordò prima di addormentarsi, fu l’urlo dell’aggressore “ Tu es foutu! “.

173
Il mattino dopo alle otto trovò un messaggio di Anne
- Ho davvero bisogno di vederti, ho voglia di stare con te, di escludere il
mondo dai miei pensieri. Appena avrò sbrigato alcune cose, ti avvertirò e tu corri
da me, ti prego.
- Anne non appena mi dirai che sei libera, io partirò ed in cinque o sei ore
sarò da te.
Cercando di uscire dalla malia del suo messaggio e con la lucidità che gli
dava l’ora mattutina, ripensò all’avventura della sera prima; aveva la certezza che il
vecchio erudito fosse sorvegliato, fors’anche in pericolo. Facendo scorrere sul
cordless le telefonate ricevute, scoprì che la sua chiamata riportava “ nessun
numero “ segno che voleva celarlo. Doveva avvertirlo, ma per farlo poteva solo
chiamare il salesiano e con una scusa, farselo dare da lui. Alle 9 cercò il professor
Renato Colli e gli parlò un attimo prima che entrasse in riunione con la
commissione della Sindone. Sentendo la sua richiesta, il salesiano gli ricordò
quanto gli aveva spiegato sulle abitudini dell’arabo nel loro incontro precedente;
sarebbe stato meglio se avessero proceduto come l’altra volta. Sarebbe stato il
vecchio a chiamarlo, se e quando voleva.
Faticò molto a non mostrare l’insofferenza che quella risposta gli causava;
ogni ritardo poteva portare spiacevoli conseguenze, ma a meno di non rivelare al
salesiano tutto quanto, non poteva che aspettare. Passò la mattina a riscrivere per
sommi capi quanto El Alcuflin gli aveva letto e se fino a due giorni prima, tutta la
questione gli era sembrata una sorta di divertente caccia al tesoro ora, con quel
che sapeva e dopo l’aggressione subita, niente era più come prima. Un’incredibile
cospirazione si prolungava lungo i secoli, in funzione della creazione di un Nuovo
Ordine mondiale e tutto, nella storia ufficiale, era solo apparenza. Sentì l’enorme
peso che lo avrebbe gravato d’ora in poi, perché lui sapeva; era uno dei pochi,
oltre agli Eletti, a sapere.
Prima di addormentarsi, ricordò una scena di “Cabaret”, rimasta così
impressa nella sua mente da tornargli in mente ora, dopo molti anni. Un’osteria
tedesca di campagna all’aperto, in una splendida giornata estiva; tutti bevono e
sono allegri, perché finalmente il Paese si sta sollevando dagli effetti disastrosi
della Grande guerra. Improvvisamente nel brusio generale, si alza la flebile voce
di soprano di un adolescente, inquadrato in primo piano. Biondo esile, quasi
indifeso, canta una dolce melodia nella quale si dice che il sole riscalda i campi
con il suo calore estivo, i rami degli alberi sono verdi e il Reno dona il suo oro al
mare. Con la sua fragile voce, annuncia che “ il futuro mi appartiene “ e questo,
data l’età, sembrerebbe legittimo; fino a che lentamente il campo non si allarga e il
giovane appare interamente.

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Indossa l’uniforme della gioventù Hitleriana ed in un lento crescendo la sua
voce cambia accento, perde l’innocenza per proclamare che da qualche parte la
Gloria attende tutti loro; intorno a lui alcuni iniziano ad alzarsi in piedi per unirsi
al suo canto, “ Sorgete, sorgete, Patria mostraci il segno che i fanciulli
attendevano, il futuro mi appartiene “. Uno dopo l’altro, tutti si alzano e cantano,
una coppia di camicie brune canta a squarciagola, solo un vecchio sconsolato
resta seduto e scuote la testa, lui sa cos’è la guerra perché l’ha vissuta. Ormai la
melodia si è trasformata in una marcia militare, il rullo dei tamburi sottolinea le
parole “ Il mattino viene ed il mondo è mio perché il domani mi appartiene “
Tomorrow belongs to me.
La scena quasi bucolica, è divenuta un’adunata di fanatici hitleriani mentre il
giovane chiude il suo canto, con il saluto nazista. Michel York in una delle scene
più geniali di Cabaret, domanda al suo amico tedesco: pensate ancora di poterli
controllare?
In quel momento Marco si sentiva allo stesso modo; unico a vedere la realtà
celata dal velo di apparente normalità che la ricopriva.
Nel pomeriggio Roberto Colli si fece vivo per dirgli che era preoccupato,
aveva più volte chiamato l’arabo, ma nessuno rispondeva al suo telefono e questo
era molto più che strano, era allarmante. Di solito non usciva di mattino e
sicuramente per pranzo stava sempre a casa: sarebbe stato meglio verificare
subito e di persona, che non fosse accaduto qualcosa. L’avrebbe fatto lui, se non
fosse stato occupato con la commissione. Dunque doveva farlo Marco. Dopo
avergli assicurato che sarebbe andato subito, si salutarono e il salesiano gli disse,
come sempre,‘ Dio sia con te ‘. Nell’udire quella vecchia formula, sentì la forte
tentazione di raccontargli dell’aggressione, ma poi capì che quell’impulso, era
troppo simile a quello che lo spingeva da ragazzo a confidare al salesiano, i suoi
primi problemi di adolescente. Ora non era più il giovane prete pieno di vigore
d’un tempo, era anziano e si sarebbe spaventato; la sua lucidità all’interno della
commissione per la Sindone, era troppo importante per turbarla con il suo
racconto.
Si preparò velocemente e dopo appena venti minuti, parcheggiava in una via
laterale di Piazza Vittorio. La giornata era ventosa ed il cielo terso faceva da
sfondo al verde intenso delle colline oltre il fiume. Ancora una volta si accorse di
amare quella piazza immensa, per il senso di quiete maestosa che emanava, per il
dolce declivio verso il fiume e la strettoia rappresentata dal ponte, laggiù in basso.
Appena più discosto il club di canottaggio dove aveva vogato a diciott’anni, la
terrazza sul Po dalla quale si ammiravano le lunghe, strette barche affusolate che
fendevano la corrente risalendo il fiume spronate dal ritmo del timoniere...
Nel comporre sul citofono il codice dell’erudito, si acccorse di quanto gli era
sfuggito il giorno prima; mille cento ventitré e cinquantotto, non era una cifra
qualsiasi, ma 112358, la prima parte della sequenza di Fibonacci. Preso
dall’emozione dell’incontro, non vi aveva fatto caso. Il silenzio che seguì, era

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troppo prolungato per non significare qualcosa di preoccupante; mentre pensava
di suonare a qualche altro nome, il portone si aprì per lasciar uscire una signora
bionda, molto elegante, che gli chiese se doveva lasciare aperto. Lui la ringraziò ed
entrò per avviarsi verso l’ampio scalone di accesso all’androne, dove troneggiava
l’ascensore che il giorno prima era guasto. Visto che il cartello ‘in manutenzione ‘
era stato tolto, aprì la porta grigliata che accedeva alle due piccole porte a battenti
ed entrò nella cabina, che partì sferragliando verso l’alto. Giunto di fronte
all’appartamento, posò l’orecchio in corrispondenza del cicalino, per sentire se
dall’interno venisse qualche rumore.
Bastò questa leggera pressione, per fargli capire che la porta era solo
accostata. In preda ad un brutto presentimento la sospinse, trovandosi davanti al
buio, lungo e vuoto corridoio. Allungando con apprensione una mano a cercare
tentoni l’interruttore, si accorse che la corrente era staccata. Prese dalla tasca il
portachiavi dell’auto a cui era legata la microscopica pila alogena e l’accese: i vasi
cinesi sulle mensole, i quadri alle pareti, la lampada che il giorno prima rischiarava
il corridoio, tutto era sparito. Con l’aiuto di quel piccolo cono di luce, avanzò sino
al salotto per scoprire che il divano, le due poltrone, lo scrittoio e persino il
samovar erano scomparsi. Le pareti senza l’arazzo erano spoglie e la stanza era
spaventosamente vuota: andò verso una finestra e aprì i doppi, pesanti scuri che
davano sulla piazza. La luce del sole al tramonto gli consentì di osservare che
tutto l’appartamento era vuoto e l’unico rumore era quello dei suoi passi.
Un lungo brivido, gli corse lungo la schiena.
Aveva l’orribile sensazione che tutto quanto aveva vissuto il giorno prima,
non fosse che un sogno nato nella sua fantasia. Come poteva accadere che un
alloggio sino a poche ore prima pieno, addirittura ingombro di mobili, oggi
sembrasse disabitato da anni? Non aveva alcuna prova che testimoniasse il suo
incontro con l’arabo, niente che provasse tutto ciò che aveva scritto nei suoi
appunti la sera avanti. Tornò all’ingresso e uscì sul pianerottolo; sulla porta non
c’era più la targhetta che riportava il codice del citofono, ma avvicinandosi ancor
di più vide che due piccoli fori erano stati stuccati. Era ancora presente l’odore di
cera colorata dello stucco. Una piccola insignificante prova, ma sufficiente a fargli
capire che non si era sognato tutto quanto. L’alloggio occupava tutto l’ultimo
piano, quindi non aveva vicini. Scese al piano di sotto e suonò il campanello
dell’appartamento sottostante; nessun segno di vita. Si rivolse all’altro campanello,
quello dell’alloggio di fronte e dopo un poco sentì di là dalla porta, una voce
rauca di vecchia chiedere: Chi è? Rispose che stava cercando il signor El Alcuflin
del piano di sopra, sapeva per caso se avesse traslocato?
<< Io so niente di queste cose di marocchini, io mi faccio i fatti miei, chieda
a qualcun altro! >>. Da quella parte era inutile sperare di ottenere qualcosa.
Sconsolato, scese lentamente le scale pensando che a quel punto, non poteva far
altroche accettare il fatto. Nel giro di poche ore l’arabo era svanito con tutti i suoi
segreti e la sua conoscenza, senza lasciare traccia. Sparito di sua iniziativa o fatto
sparire?

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Tornò a casa e riprese gli appunti sull’incontro del giorno prima. C’era
qualcosa nelle ultime parole dell’erudito, che continuava a tornargli alla mente,
come una dissonanza, “ Ricordo che quando si dovettero trasportare due
obelischi a Roma “. Si alzò e andò verso la parete opposta, interamente occupata
dalla libreria, per cercare una monografia sui monumenti dell’antico Egitto. Nel
capitolo sugli obelischi trovò la storia completa dei loro furti e scoprì che l’Italia,
ad iniziare dell’impero romano, ne aveva il più alto numero. Il fatto più curioso
però era un altro.
Gli unici due obelischi trasportati insieme, risalivano al 1842! Come poteva
il vecchio dire “ ricordo “ riferendosi a quel fatto? Posò il volume sullo scrittoio e
sedette sull’ampia poltrona girevole, cercando di rivivere la scena del pomeriggio
precedente.
La casa immersa nel silenzio, la voce dell’arabo che sussurrava nel buio
opprimente, la sua sensazione di trovarsi accanto ad un uomo completamente
estraneo al mondo esterno... Come l’aveva definito il salesiano? Un erudito, il più
grande esperto di Nostradamus, talmente vecchio da essere un po’ bizzarro. C’era
qualcosa che aveva detto in quelle interminabili ore, parole che ad un certo punto
gli erano sembrate familiari, un deja-vu, frasi che aveva già udito o letto da
qualche parte, ma dove?; “purificazione, il vecchio di ieri è il bambino di domani”
Improvvisamente la sua mente associò queste frasi con altre, riferite al “Il
mistero delle Cattedrali”, un libro che sapeva di aver letto in passato e che doveva
aver riposto da qualche parte. Si alzò, fece scorrere la piccola scaletta agganciata
alla libreria e la fermò nel settore dedicato all’esoterismo dove, sull’ultimo ripiano
e macchiato dal tempo e impolverato, lo trovò.
Furono le sottolineature a matita, che lo aiutarono a trovare le espressioni
incomprensibili che aveva evidenziato con un grosso punto interrogativo. Eccole
le parole che cercava, le aveva scritte Fulcanelli negli anni trenta e l’arabo le aveva
citate alla lettera: “purificazione come rinascita, dopo la quale il vecchio di ieri
diverrà il bambino di domani”.
Fulcanelli, un nome italiano, nonostante fosse francese. Sul retro del libro
era riportata una breve biografia dell’esoterista: nato nel 1839, di famiglia nobile,
laureato al Politecnico di Parigi, alchimista. Mentre scorreva quei dati, nella sua
mente cominciò a prender forma un pensiero strisciante, che arrivava da lontano,
ma che cresceva senza sosta.
Prese la penna e scrisse su un foglio bianco, Fulcanelli, poi Ful Ca Nelli,
spostò alcune lettere e rimase a guardare, folgorato, il risultato. Come aveva fatto
proprio lui, appassionato di anagrammi, a non capirlo prima? Come aveva potuto
non collegare l’assonanza tra El Alcuflin e Fulcanelli? Una semplice coincidenza,
oppure il vecchio arabo non era che un altro travestimento dell’alchimista?
Non poteva credere di aver avuto davanti a sé una leggenda vivente, l’uomo
che si diceva avesse realizzato la Grande Opera, guadagnando l’immortalità e la

177
Conoscenza. Ecco spiegato il colore molto chiaro della pelle, ecco la ragione del
suo italiano perfetto, del suo accalorarsi sull’argomento dell’immortalità. Ecco
spiegata la sensazione che lui aveva provato durante tutto il loro incontro: di
trovarsi accanto ad un uomo superiore, lontano anni luce da quanto accadeva
intorno a lui. Si diceva che ogni cento anni si ritirasse per rinnovarsi e in seguito,
tutti quelli che lo avevano conosciuto, smarrissero il suo ricordo. Quindi la sua
sparizione poteva essere dovuta al fatto che sospettando che gli Eletti lo
sorvegliassero, avesse deciso di sparire; oppure semplicemente il suo tempo era
scaduto. L’arrivo di Marco con la sua pergamena, gli aveva dato l’occasione buona
per ritirarsi e per consegnargli il pericoloso testimone di una staffetta volta a
contrastare la cospirazione degli Eletti. Leggendogli uno scritto che rivelava un
mondo occulto e parallelo - che probabilmente aveva scritto lui stesso – l’aveva
coinvolto irrimediabilmente.
Fulminato dalla sua scoperta, si distese sulla poltrona e chiuse gli occhi per
concentrarsi meglio: cosa poteva sapere lui, di ciò che poteva provare un essere
umano che aveva sconfitto il tempo, che vedeva la storia scorrergli accanto come
un uomo seduto sulla riva di un fiume? Con una paura della morte enormemente
più grande di quella che affligge i mortali. Per questa ragione Fulcanelli oppure - a
questo punto tutto poteva essere - lo stesso Saint Germain, compariva sempre
discretamente, senza mettersi in luce. Probabilmente ogni volta cercava qualcuno
di fiducia come Canseliet nel 1920, oppure come lui, Marco, per rivelare una parte
dei suoi misteri. Cosa aveva detto alla fine del loro incontro, sulla decadenza
dell’umanità e sull’inversione dei poli, che coincideva su quanto gli aveva detto il
suo amico geologo? Metà del mondo sarà distrutto. Finis gloriae mundi.
Ecco un’altra prova, forse quella definitiva. Fulcanelli aveva scritto tre libri
di cui solo due pubblicati: Le Dimore filosofali, e Il mistero delle Cattedrali. Il
terzo non aveva voluto che fosse pubblicato, forse per non turbare troppo
l’umanità in anni che avevano già grandi motivi di tensione. S’intitolava “ Finis
gloriae mundi “e preconizzava un grande cataclisma.
E lui Marco, per il solo fatto di aver trovato e sottratto una pergamena da
un secretaire di Villeneuve, si trovava con le sue povere forze a conoscenza di
fatti più grandi di lui e che, doveva ammetterlo, non avrebbe mai voluto
conoscere.
Sicuramente, partire il giorno dopo per la Provenza sarebbe stato molto
positivo, se non addirittura salutare. L’avrebbe allontanato da Torino (dove pareva
che gli esoteristi non riuscissero a far a meno di stabilirsi) e gli avrebbe dato
modo di guardare Anne negli occhi, per capire qualcosa di più su di lei.
Nell’inviarle il messaggio in cui le confermava il suo arrivo per l’indomani, provò
un’eccitazione crescente. Tra poche ore l’avrebbe rivista, ma come tutto era così
diverso da come se l’era immaginato! Il piacere di ritrovarla era offuscato dal
desiderio di sapere, di capire e la stessa partenza, che aveva sognato per giorni,
aveva ora il sapore di una fuga da altre aggressioni e da tutti i misteri che
Fulcanelli gli aveva esposto.

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Mentre preparava la valigia non poté impedirsi di pensare, nonostante fosse
ottimista per natura, che le cose non avvengono quasi mai come ce le aspettiamo.
Il segreto starebbe forse, nel non aspettarsi mai molto, ma che vita avremmo?
Se Alessandro non si fosse aspettato il meglio, Plutarco ne avrebbe scritto
come uno dei tanti Re pastori che si erano avvicendati in Macedonia: non avrebbe
mai visto i giardini pensili di Babilonia, la porta di Ishtar - la dea dell’amore e
della guerra - sospesa tra mura ciclopiche alte cinquanta metri. Non avrebbe visto
il blu cobalto dello smalto che le ricopriva, né i tori, i grifoni e i dorati leoni alati
che vi erano incastonati.
Si era immaginato un incontro con Anne libero da altri pensieri che non
fossero quelli rivolti al loro amore, al piacere di ritrovarsi, mentre ora andava da
lei con una ridda di interrogativi. Più tardi telefonò a Giorgio per avvertirlo della
prossima partenza e stranamente il suo amico, nell’udire che tornava ad
Avignone, non fece commenti sarcastici, ma gli disse soltanto: era ora, mi
chiedevo quando saresti partito. Io e Claudia abbiamo anche scommesso e per
una volta, lei ha perso, perché ti dava solo una decina di giorni di autonomia. Io
sono arrivato a venti, ma trenta non l’avrebbe pensato nessuno, vedendo quanto
eri lontano da noi quella sera a cena. Claudia dice che hai bisogno di una bella
storia ed anche io sono d’accordo. Lo colpì l’affetto che traspariva dalla sua voce,
evidentemente negli ultimi due anni lui e Claudia, pur non chiedendogli
spiegazioni sulla sua solitudine, avevano capito che stava soffrendo.
Per distrarsi un poco prima di dormire, riprese “ Viaggio in India “ di
Yoshua, che aveva appena iniziato. La descrizione di Benares e dei roghi in riva al
Gange, così estranei al giovane protagonista israeliano, gli fecero dimenticare i
suoi problemi e lesse fino a che sentì gli occhi bruciargli. Pensava ancora ad Anne
quando la stanchezza lo vinse. Chiuse il libro sul segnalibro e lo ripose.

13

Il medico uscì dalla porta scorrevole della Fondazione per la Ricerca sulle
Cellule Staminali e si avviò verso il parcheggio dove aveva lasciato la sua Audi A6.
Assaporò lungamente l’aria tersa dei millecinquecento metri di Cuernavaca; il
dorato rifugio degli abitanti più facoltosi di Città del Messico, dall’inquinamento,

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dalla malavita e dal sovraffollamento. La brezza che proveniva dagli altipiani, gli
diede un momentaneo sollievo, ma non bastò a togliergli di dosso la cappa di
orrore che, dopo dodici ore di lavoro, gravava su di lui. Da mesi ormai si sentiva
così, vivendo la schizofrenia di un lavoro di ricerca al massimo livello mondiale e
l’atrocità quotidiana con cui doveva misurarsi.
L’auto lussuosa, che aprì le sue portiere al solo avvicinarsi, la residencia di
proprietà nella zona più costosa del Messico e l’alto tenore di vita, non bastavano
a cancellare l’orrore. L’ambizione e il desiderio di fama lo avevano portato a
lasciare il Centro Medico Nacional Siglo XXI, per entrare a far parte di un
progetto che, ormai lo sapeva, si era rivelato essere il suo cuore di tenebra. Non
serviva ripetersi che non era il solo a portare quel pesante fardello, che altri
condividevano le sue responsabilità, che esisteva la speranza di un successo
vicino. Nemmeno la remota, eppur possibile, promessa di una compartecipazione
al risultato finale del progetto, gli dava lo stesso brivido che aveva provato anni
prima, quando gli era stata prospettata. Nemmeno la parola “ per sempre “ gli
dava la stessa emozione.
Ed ora per giunta, doveva parlare con l’uomo che stava al vertice di tutto
quanto, doveva riferire che un altro esperimento era fallito, anche se questa volta
la sopravvivenza delle cavie si era prolungata per più di un mese. Un mese di
orrore per lui. Poteva anticipare la reazione che l’uomo dall’altra parte dell’oceano
avrebbe avuto. Rintanato nel suo covo di Avignone, come un ragno all’estremità
della sua tela, attendeva solo risultati e non voleva sentir ragioni. Senza rendersi
minimamente conto dell’immensità dell’impresa in cui si erano imbarcati. Del
resto, sapeva che anche il centro di Lione era allo stesso punto: ma secondo
quell’uomo orrendo, che lui aveva visto per fortuna una sola volta, loro avevano il
vantaggio di essere in Messico e di poter operare più liberamente. Come se
questo bastasse. Prese dal cassetto dell’auto il satellitare e compose il numero
strettamente riservato, che solo lui e pochi altri conoscevano: dall’altro capo sentì
la voce fredda, distante, dire “ sono io “.

Quel mattino di venerdì, Marco uscì presto, erano le sette quando entrò nel
bar sotto casa per bere un caffè forte e profumato, probabilmente l’ultimo prima
di una serie di caffè francesi che, nonostante la richiesta “ espresso “ sarebbero
stati tutti deludenti. Usciva da una notte agitata, in cui il sonno pieno di risvegli gli
aveva portato più volte l’immagine di lei e della loro prima notte di tango, là nella
piazza di Avignone. Imboccata l’autostrada per il Monginevro, inserì nel lettore il
CD di un vecchio album di Paolo Conte e scelse di ascoltare “ Parigi “, per farsi

180
prendere ancora una volta dalla magia del sapiente evocatore di atmosfere e
sentimenti, che tutti hanno nascosti in fondo al cuore.
…e riguarda me, che sono qui, davanti a te sotto la pioggia, mentre tutto intorno a me è
solamente pioggia e Francia. Chissà cosa possiamo dirci in fondo a questa luce… lasciamo fare
a questo albergo così vicino, così accogliente dove va a morir d’amore la gente. Io e te, chissà
qualcuno ci avrà pure presentati, e abbiamo usato un taxi più un telefono più una piazza. Io e
te scaraventati dall’amore in una stanza, mentre tutto intorno è pioggia, pioggia e Francia…
La giornata splendida e le strade poco battute di un mattino di venerdì, gli
davano modo di fantasticare sul loro incontro e su quel che sarebbe seguito.
Durante la separazione aveva ricevuto da lei molti messaggi pieni di tenerezza, ma
un mese di lontananza in una storia che aveva solo due giorni di conoscenza,
poteva aver cambiato molte cose, fatto scemare in lei l’attrazione che l’aiuto del
tango gli aveva dato. Se lui fosse riuscito a ricreare la magica atmosfera del loro
primo giorno, se avesse messo da parte tutti i dubbi nati dal ritrovamento della
pergamena, tutto sarebbe andato per il meglio. Alle undici chiamò Anne per dirle
che si trovava nei pressi di Valence e che entro un’ora e mezza sarebbe arrivato ad
Avignone. Lei gli sembrò molto contenta di sentirlo e gli diede appuntamento
sulla Piazza dei Papi per le dodici e trenta. Anche lei quindi attribuiva a quel posto
un’importanza particolare, il potere di riunirli dopo averli fatti conoscere. Certi
luoghi hanno un loro magnetismo, dovuto forse agli accadimenti che li hanno
visti protagonisti oppure al permanere di presenze a loro fortemente legate.
Quella piazza, che aveva ospitato il palcoscenico della storia e che oggi ospitava
un Festival artistico tra i più importanti d’Europa, sicuramente l’aveva. Per quanto
lo riguardava, lui sapeva soltanto che su quelle pietre e su quelle scale l’aveva
conosciuta, aveva ballato con lei tanghi meravigliosi e l’aveva amata.
A Pont St-Esprit gli sfilarono davanti le pale dei moderni mulini che
raccoglievano vento per trasformarlo in energia eolica e uno dopo l’altro i cartelli
chilometrici che trascorrevano indicando 90, 80, 70 … Stava entrando in
Provenza ed il cielo era già diverso, sfilacciato da una ragnatela di nubi che il
vento stava disperdendo, rendendo l’aria più trasparente. Il paesaggio si stava
addolcendo di verdi colline, vigneti opulenti e case con persiane color malva.
Un’auto svizzera di grossa cilindrata lo superò, probabilmente correva a
centottanta chilometri, cosa che non si sarebbe sognata di fare a casa propria.
Non essendo comunitaria, di certo non avrebbe ricevuto né contravvenzioni né
sanzioni sui punti patente.
Alle dodici fu ad Avignone ed invece di cercare un parcheggio fuori le mura,
si avviò decisamente verso quello sotterraneo che lo avrebbe lasciato proprio
sotto il Palazzo dei Papi. Era smanioso di arrivare, voleva attenderla sulla spianata
dove si erano trovati un mese addietro, voleva vederla lui per primo, questa volta.
Uscì dalla scalinata del parcheggio e dopo l’oscurità sotterranea in cui aveva
lasciato l’auto, il sole quasi lo abbagliò. Investito dalla luce e dai colori della
Piazza, cercò gli occhiali da sole e si fermò un attimo per ambientarsi. Di fronte a

181
lui un negozio di souvenir aveva espositori girevoli con grandi cartoline di vedute
della Provenza, di una bellezza quasi irreale: enormi distese colorate dalla fioritura
rigogliosa del blu intenso della lavanda, che contrastava con il giallo dei campi e
l’azzurro del cielo. C’erano ancora turisti, ma meno numerosi e di un genere
diverso da quelli di agosto. La piazza aveva l’aspetto che Marco amava, viva, ma
non caotica. Si rivolse verso il duomo e il fulgore dorato della vergine che lo
sovrastava, si sovrappose al bianco delle pietre e delle scalinate che il sole di
settembre faceva ancora brillare.
Si avviò verso la spianata, passò davanti al ristorante Le Moutardier che
aveva qualche tavolo libero, percorse ancora qualche metro prima di pensare che
sarebbe stato bello pranzare ancora una volta sulla Piazza. Tornò quindi sui suoi
passi, entrò nella bella sala d’epoca e si rivolse alla direttrice per prenotare un
tavolo a suo nome. Uscendo si scontrò quasi con il cameriere che li aveva serviti
un mese prima, lui lo salutò, sembrò riconoscerlo forse a causa della mancia o
forse dall’aspetto tipicamente italiano che Marco aveva quel mattino. Salì la
gradinata e si sedette sul bordo della fontana, emozionato dal trovarsi nello stesso
luogo in cui si erano conosciuti. Cercò di rivivere quella notte, risentì il
bandoneon di “ Zum “ che incalzava l’orchestra ed i ballerini stessi, prima di
accompagnarli verso la sospensione tesa della pausa. Riprovò nella mano il
piacere di stringere il corpo di Anne durante il ballo e si smarrì nel suo ricordo.
All’improvviso, fu assalito dalla chiara sensazione della sua vicinanza, avvertì
dietro di sé una presenza e si voltò. Lei era lì, sorridente, radiosa, arrivata alle sue
spalle per sorprenderlo ancora una volta.
<< Marcò - esclamò lei - Marcò infine ti ritrovo! >>
L’afferrò e la strinse a sé, sentì il suo corpo esplodergli contro, teso nell’aderente
abito bianco. La baciò con trasporto, perdendosi in quel liquido bacio profumato
di labbra umide e calde. Finalmente insieme, un uomo ed una donna più che
adulti, incuranti dei turisti che li osservavano curiosi e un poco partecipi di quella
manifestazione d’amore. Si parlavano addosso in un misto delle due lingue, lui
aveva del tutto dimenticato il francese e lei nello slancio aveva scordato di parlare
lentamente, di essere in pubblico, lo stringeva a sé davanti a tutti, cheri, mon amour,
cara, la manque, sei tu, proprio tu …
Lui ad un certo punto le disse: tu non sai cosa significa stare senza te, tu
non sei mai stata senza te. La prese per mano, la guardò negli occhi e le disse che
era sempre più bella, che quel mattino aveva un’aria sbarazzina, pareva una
studentessa che avesse marinato la scuola, lei rispose che così si sentiva, una
ragazzina che corresse incontro al suo primo amore. Parlarono, parlarono ancora
di loro e del mese passato, muovendosi lungo la Piazza senza meta: lui ad un
certo punto le chiese, ti ricordi di quella notte?
<< Ma certo Marco, nella mia vita ho ballato molti tanghi con ballerini bravi e
anche argentini, ma solo con te ho provato ciò che ho provato quella notte.
Quella gioia di sentirmi trasportare interamente nella musica: non so esprimerlo,

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ma c’è un’emozione nel nostro tango che abbiamo sentito sin dal primo
momento. Non si può neanche dire che sia l’amore perché ci conosciamo appena.
È una cosa rara, solo nostra, un vero regalo che la vita ci ha dato. >>
<< Anche io in questo mese ho sentito quel vuoto e temevo che tu provassi,
durante il tuo viaggio, la stessa emozione con un altro. Non per gelosia, ma per
poter condividere qualcosa del tango che fosse solo nostro. >>
Sempre parlando, lui la portò verso il ristorante e le disse di aver riservato un
tavolo all’aperto.
<< Ormai questo sta divenendo il nostro ristorante >> lei rispose sorridendo poi
gli chiese se era stanco per il viaggio e se voleva riposarsi un poco a casa sua,
dopo pranzo.
<< Grazie cara per l’ospitalità, ma non sono stanco. Se non hai altri impegni, mi
piacerebbe passeggiare con te sotto questo sole meraviglioso della Provenza
perché sai Anne, noi non abbiamo il vostro clima, il nostro inverno a volte può
essere molto lungo e per me ogni occasione è buona per stare al sole,
all’aperto.>>
Il cameriere parve riconoscere anche lei - era una donna che non passava
inosservata – e li condusse al loro tavolo, prima di portare il menu del giorno.
Anne gli chiese se potevano avere due calici di champagne e lui rispose ‘tout de
suite’. Guardandosi negli occhi brindarono al loro incontro e Marco assaporò il
freddo, effervescente e persistente profumo di agrumi e il delicato perlage di uno
champagne delizioso. Dopo un pranzo leggero in cui entrambi scelsero di provare
il dentice e le conchiglie St. Jaques marinati, che trovarono squisiti, lei gli propose
una passeggiata in riva al Rodano. Dopo aver tolto le auto dai rispettivi parcheggi,
si sarebbero trovati in una piazzola oltre il ponte per Villeneuve, dalla quale
partiva un percorso tra i boschi che lei definì artistico.
Dopo aver pagato un conto che Marco trovò piuttosto salato - a meno
che lo champagne non fosse millesimato – si separarono per ritrovarsi più tardi e
lasciate le due auto, si avviarono lungo un sentiero che costeggiava il fiume. Il
pomeriggio era reso splendido dai contrasti tipici della Provenza: bianco e
azzurro, luce ed ombra, mentre il Rodano rifletteva il verde folto delle rive e le
cime degli alberi più alti. I boschi che lo affiancavano non impedivano la vista del
bastione dei giardini del Palazzo dei Papi, che di lontano appariva ancora più
bello. Come in un gioco di specchi, si trovavano esattamente nel luogo che
avevano osservato la mattina del loro primo appuntamento e i boschi e le rive che
avevano visto insieme da lontano, ora li circondavano tutto intorno. Anne gli
disse che vi veniva spesso, insieme ad alcune amiche, a correre o soltanto a
passeggiare. Il percorso intero durava due ore, ma prendendo una deviazione, si
poteva ridurlo a un’ora. A tratti diveniva più largo, si aprivano spazi in cui - come
in un museo all’aria aperta - erano collocate grandi sculture moderne in marmo o
metallo.

183
Passando di fronte ad una di queste, Marco scorse una signora che
passeggiando con il suo cane li guardava con simpatia, come se emanasse da loro
una carica di energia positiva; si capiva che erano innamorati. Del resto Anne quel
giorno era particolarmente bella ed era difficile non guardarla. Il vestito bianco,
aveva un taglio alla coreana che pur nascondendo il collo e le sue belle spalle, le
illuminava il viso, la ringiovaniva.
Marco le parlò della conclusione del suo saggio sui Catari e le chiese del suo
viaggio. Sapeva che lei aveva avuto una serie d’incontri di lavoro in varie città
d’Europa, ma nella loro corrispondenza non ne aveva parlato molto, Lei gli
rispose che era stato proficuo, anche se stancante, dato che si era mossa tra una
serie d’impronunciabili luoghi in Islanda, in Spagna, Santorino in Grecia e persino
in Italia a Catania.
<< Hai fatto collezione di vulcani - lui commentò – e quali risultati ha portato il
tuo viaggio? >>
Anne ebbe un rapido mutamento, si guardò intorno e divenne improvvisamente
guardinga; il sorriso sparì per lasciar posto ad un leggero incresparsi della fronte.
Tutto il suo viso sembrò perdere di colpo la luminosità ed una serie di piccole
rughe di tensione si formò intorno alle sue labbra contratte. Con l’occhio
all’orologio gli disse “ dobbiamo andare, si è fatto tardi “.
Uno strano cambiamento d’umore - pensò lui - considerando la semplice
domanda che l’aveva provocato, ma alzando lo sguardo, vide lo spettacolare
preannuncio di tramonto che il cielo stava mettendo in scena per loro. Il sole di
metà settembre, colorava di rosso il cielo screziato di nuvole, il verde dei boschi e
dei prati intorno s’incupiva, mentre l’acqua del Rodano prendeva riflessi violetti.
Lungo le strade che portavano alla zona residenziale di Villeneuve, dove lei
abitava, comprese la ragione del nome che era stato dato a quella parte della
cittadina, “ La Rocaille “: Una serie di ville in stile provenzale si mimetizzava nel
terreno roccioso, alcuni piccoli condomini di lusso erano ben nascosti da pioppi e
piante sempreverdi e il tutto dava l’idea di un labirinto di strade e stradine che
s’inerpicavano su per la collina. Lei lo guidò dentro ad uno di questi complessi,
aprì con il telecomando il grande cancello e gli indicò un posto, nel parcheggio di
fronte all’ingresso della sua palazzina.
L’ampia sala rettangolare che fungeva da leaving dava, attraverso un’enorme
vetrata, su un grande terrazzo trasformato in giardino pensile; le piante che
s’intravedevano, erano in piena fioritura. Nell’angolo estremo della stanza una
scala in ciliegio, disegnata come una scultura elicoidale, portava al piano superiore.
La tappezzeria in stucco veneziano, i quadri d’autore alle pareti ed i mobili, che ad
un primo rapido sguardo gli parvero tutti italiani, tutto gli parlava della sua
personalità.
Anne, dopo aver riposto le chiavi ed estratto dalla borsa il cellulare, si voltò
verso di lui e lo abbracciò.

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<< Marco, benvenuto. Mi casa es tu casa come si dice.>>
<< Grazie Anne, Hai una casa splendida, molto accogliente. >>
La baciò dolcemente sulla fronte e il profumo della sua pelle, che gli era rimasto
impresso per giorni e giorni, gli ricordò la loro prima notte di tango. Si staccò un
poco per guardarla meglio e fu ancora una volta colpito dalla sua bellezza. Nel
controluce creato dalla vetrata, il sole incendiava i suoi capelli di riflessi dorati ed
il sorriso, ora caldo e aperto, partendo dagli occhi arrivava alla bocca piena,
invitante. La leggera e misteriosa piega ai lati delle labbra lo attirava e lui, vinto
dalla tenerezza, la baciò.
La sentì rilassarsi tra le sue braccia, la tensione costante che animava ogni
suo gesto, quasi fosse ingaggiata in una continua lotta contro il tempo, finalmente
quietata. Sin dal primo istante dei loro primi tanghi, all’inizio della loro
conoscenza, aveva sentito questo forte contrasto tra la sua fisicità, fatta di quella
tensione psichica e muscolare che i maestri argentini chiamano presenza e
l’abbandono completo in cui riusciva a porsi tra le sue braccia, nel momento in
cui lui la portava nella musica. Questa commistione tra la sua apparente
determinazione e la passività con cui si donava completamente alle sue mani,
l’aveva fatto innamorare di lei, profondamente, perdutamente. Rimasero ancora
un poco abbracciati, felici di essersi ritrovati e felici di scoprire che nulla era
cambiato durante la separazione. Il filo rosso che li aveva uniti dal primo tango,
aveva potuto tendersi lungo tutto il viaggio da lei compiuto senza spezzarsi.
Dopo avergli indicato il bagno in fondo al corridoio, gli chiese se gradiva del
tè verde e lui accettò. La guardò entrare nella spaziosa cucina moderna e
muoversi tra il lavello ed i fornelli al centro della stanza, mantenendo sempre
l’essenzialità del gesto. Un insieme di grazia ed efficacia, che era di per sé bello a
vedersi. L’espressione concentrata che manteneva anche durante un’attività così
banale, pareva assicurarle la possibilità di seguire il flusso dei suoi pensieri, oppure
qualcosa di più nascosto, sotterraneo.
Si riscosse per dirigersi verso un bagno che avrebbe dovuto essere quello di
servizio, ma che a lui parve bellissimo. La luce smorzata e le ceramiche italiane
color sabbia, rendevano l’ambiente molto riposante. Sotto il forte getto della
doccia, sperò che insieme ad ogni traccia di stanchezza scorressero via anche i
dubbi che aveva avuto su di lei. Lo voleva, lo desiderava ardentemente, dopo aver
sognato quel momento per giorni e notti.
Lei aveva già servito il tè, abbassato le luci e lo attendeva seduta sull’ampio
divano bianco, che occupava tutta la parete della sala. Il suo sorriso, quello che
l’aveva colpito sin dal primo istante e l’aveva spinto a chiederle il primo tango, lo
invitava a sedersi accanto a lei. La guardò, preso ancora una volta dai suoi occhi.
Verdi, profondi, che potevano divenire violetti nei momenti d’intensa emozione,
ma che in quel momento riflettevano il colore del tè che stava versando.

185
Si era cambiata ed il suo corpo, fasciato da una leggerissima vestaglia
cremisi, pur disteso conservava la souplesse che le consentiva, di compiere
qualunque gesto con estrema armonia. La stessa che dava al suo tango quella
leggerezza così esclusiva. Senza cessare di guardarlo negli occhi, azionò il
telecomando per dare inizio al primo brano di Maquillage, un concerto di Adriana
Varela che aveva portato da Buenos Aires nel suo viaggio precedente. Con voce
suadente, arrochita dal fumo, Adriana cantava “ Toda mi vida “:
Io, dopo molto tempo, del non vederti, del non parlarti, già stanca di cercarti sempre, sento
che sto morendo per il tuo oblio, lentamente, e nel freddo della mia fronte i tuoi baci non
torneranno. So che molto mi hai amato, tanto, tanto come me; ma però in cambio io ho sofferto
molto più di te.
Un vecchio tango un poco triste ma completamente rinnovato
nell’interpretazione e nell’accompagnamento moderno del pianoforte; la voce
riusciva ad essere tenera nel ricordo e forte nella protesta per il grande amore
perduto. Adriana, la più grande cantante contemporanea di tango, riusciva a
togliere da quel brano la patina del tempo: ascoltarla poteva farti sentire in un
cafetin porteño, di fronte ad una donna che ti parla della sua vita e dei suoi amori tra
un bicchiere ed una sigaretta.
La mano nella mano, senza parlare, si lasciarono attraversare dalla musica e
mentre lui lentamente le traduceva le parole, sentì il bisogno di accoglierla tra le
braccia. La cinse attirandola a sé e lei si rannicchiò un poco per essergli più vicina.
non so perché ti ho perso, e nemmeno quando fu, però accanto a te lasciai tutta la mia
vita. Ed oggi che sei lontano e sei riuscito a dimenticare, io sono il passato della tua vita, niente
più.
Nella penombra i suoi occhi parevano immensi, resi forse un po’ lucidi
dall’emozione. Si chinò per baciarla leggermente sulle labbra piene e calde e
quando lei, abbandonandosi al bacio le dischiuse un poco, sentì il primo lungo
fremito dell’eccitazione. La sua bocca ora si apriva completamente, si adattava alla
sua in modo perfetto, gli stessi tempi, gli stessi ritmi, il bacio diveniva un loro
linguaggio esclusivo, come lo era stato il loro tango. Senza l’ansia di dimostrare
qualche cosa, esperienza, bravura, passione sfrenata, niente di tutto questo. Solo il
piacere di essersi ritrovati, di volersi espandere uno nell’altro. Nel lungo e lento
muoversi in lei, la sentì gemere e inarcarsi e fu stupendo toccare il suo seno
fermo, solido, avvolgerlo nella mano e sentire il piccolo e impudente capezzolo
eretto verso di lui, quasi a reclamare attenzione.
Iniziò ad accarezzarlo sentendolo muoversi ed espandersi quasi fosse una
parte separata e indipendente; a quel contatto lei prese ad ansimare. L’eccitazione
si mescolava dolcemente alla tenerezza, era stupendo sentire che ogni suo gesto
era atteso, voluto, amato e si rese conto che non poteva più rimandare il bisogno
di vederla tutta, ammirare quel corpo di donna che sentiva sotto di sé. Si scostò
un poco, le aprì la vestaglia e sempre guardandola negli occhi, mise

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completamente a nudo l’ampia curva delle spalle, le braccia, il seno.
Ignorando il monile del quale ormai conosceva ogni cosa, ammirò l’armonia
delle sue forme, il piccolo incavo al disopra dello sterno, la dolce discesa verso il
solco tra seni. Guardandolo attraverso gli occhi socchiusi, lei sembrava provare
piacere nell’essere osservata e ammirata, pareva eccitarsi leggendo nei suoi occhi
il desiderio. Si lasciò scivolare dal divano e si trovò inginocchiato di fronte a lei,
tra le sue gambe, dove si fermò come per adempiere al rito di un culto antico
come l’uomo. Era la sua dea, era bellissima.
I capelli un poco scarmigliati, gli occhi brillanti d’eccitazione, i seni protesi
verso di lui, con l’aureola rosata che circondava la sfrontatezza dei capezzoli
eretti. La spogliò con tenerezza, quasi fosse la sua bambina e ammirò le lunghe
gambe di ballerina, finalmente nude, finalmente sue. Le accarezzò lentamente,
soffermandosi sul dolce rilievo del monte di Venere che indovinava sotto la
trasparenza del tanga: Je t’aime, ti amo, ti amo, le disse e pareva che ognuno dei
due aspettasse da tempo chi avrebbe risvegliato tutta la passione che si portava
dentro, chi riuscisse ad intuire in ogni istante, il gesto o la carezza che l’altro
desiderava.
Così scese verso le dolci e morbide labbra della sua intimità, verso l’umida,
palpitante fenditura; si prese cura del suo desiderio, pensando solo a lei,
respirando il suo gemere e le sue parole. Oui, oui, cherie, tu me fais jouir. La erre
francese, che un tempo gli sembrava un poco dura, ora gli pareva fosse nata per
dire mon amour: quel prolungarsi, arrotarsi un po’ roca nel palato, la rendeva
deliziosa ed eccitante. La portò lentamente all’apice del piacere, sentendone il
forte pulsare poi, bocca sulla bocca, ne aspirò il culmine, mentre la baciava
dolcemente. Per non lasciarla sola nella landa sconfinata e misteriosa della voluttà
femminile.
Cullandola con parole d’amore, la tenne stretta a sé, fino a quando il suo
desiderio fu troppo grande e lo spinse ad entrare con tenerezza in lei, che ora
aveva aperto gli occhi. Sprofondò senza peso in quel verde che gli pareva sempre
più un fiume, il verde cupo del Rodano dei giorni nuvolosi, si perse nel suo fluire,
si mosse con i suoi flutti tra le rocce, le rive, gli anfratti, superando rapide e
correnti sino a scorrere finalmente in lei.
Desiderò annullarsi nell’esplosione della fugace sensazione di morire, provò
il desiderio di confluirle dentro, per non lasciarla mai. Un presagio di future e
dolorose separazioni lo assalì. Pensò che non ci sarebbe stato mai più un
momento come questo, forse un momento anche più bello, ma mai più così. Se per
un miracolo – pensò - ci ritrovassimo nella stessa, identica situazione, non
proveremmo più la stessa emozione.
Panta Rei, tutto scorre e nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume due
volte. Perché né l’uomo, né le acque del fiume sono gli stessi, diceva il greco
Eraclito. Qualcosa produce dentro di noi l’intensità del sentire, alcuni ci riescono

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in maniera maggiore di altri ed hanno la facoltà di rinnovarlo di volta in volta.
Ogni nostro istante non è mai uguale all’altro e noi non siamo gli stessi da un
istante all’altro. Ogni secondo muoiono migliaia di cellule dentro di noi, neuroni
sostituiscono altri neuroni in un flusso elettrochimico continuo. Si creano
sostanze chimiche, che mutano il codice di trasmissione tra una sinapsi e l’altra in
ogni momento della nostra vita, anche se non sembriamo percepirlo, anche se
pensiamo di essere sempre noi stessi. Una piccola frazione di un ricordo va persa,
perché incalzano e premono altri ricordi, senza sosta, in un meccanismo in cui
l’ultimo scaccia il primo: il nostro ricordo, quello a cui tenevamo tanto, non è più
lo stesso quando lo estraiamo dai cassetti della memoria. È filtrato, distorto e
modificato, dalle esperienze che abbiamo vissuto in seguito, oppure dallo stato
d’animo in cui ci troviamo in quel momento. Per un istante ebbe il miraggio di un
futuro fatto di ore piene di vita, di gioia, di desiderio e possesso e languore e
struggimento e si commosse.
Lei, dal suo mondo così indecifrabile, che per un breve istante aveva pur
condiviso con lui, parve accorgersene e gli strinse la mano per poi sussurrare je
vais me doucher ... Le rispose vengo anch’io e la seguì su per la scala a chiocciola che
portava di sopra. Nella grande cabina doccia, un mosaico di piccole tessere
colorate di tutte le tonalità dell’azzurro, giocarono a lavarsi l’un l’altro come due
bimbi, riscoprendo insieme il piacere primordiale di bagnarsi sotto le cascate di
ancestrali lagune tropicali. Mentre si asciugavano, vide che Anne aveva gli occhi
velati di lacrime, le andò vicino e abbracciandola le chiese:
<< Cosa succede cara, dimmi cosa c’è? >>
<< Niente Marco, niente, sono felice, tutto qui. Da molto tempo non mi sentivo
così, avevo rinunciato a pensare che potessi ancora innamorarmi e adesso sono
felice di averti, >>
Più tardi si ritrovarono in cucina, a guardarsi attraverso la lente deformante di due
flute di champagne; tutto intorno, un concerto di Piazzolla riempiva il loro
spazio con la lentezza e l’intensità dei suoi tanghi. “Verano porteno, Oblivion,
Los sueños”, tutti scritti da un visionario musicista che, pur non amando i
ballerini, ha donato loro una nuova musica sulla quale volare. L’effetto combinato
della stanchezza, dello champagne e dell’emozione, li portò sulla soglia di una
piacevole sonnolenza e lei, scorgendo il socchiudersi dei suoi occhi, gli disse:
<<Dobbiamo coricarci caro, vieni, per domattina ti ho preparato una sorpresa e
non potremo dormire sino a tardi. >>
Mentre scostava il lenzuolo e la leggera coperta, sistemando un cuscino
tradizionale sul traversin - il rotolo che i francesi utilizzano come cuscino – si
sentiva appagato e felice, come poche volte nella sua vita. Quando lei uscì dal
bagno completamente nuda sentì, nonostante il sonno e la stanchezza, ancora una
volta il potere che quella donna aveva sul suo karma, così incline alla sensualità.
Senza parlare si abbracciarono, assaporando il piacere di completarsi, prima di

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lasciarsi scivolare dolcemente nel sonno. Si dissero entrambi bonne nuit, poi lui le
sussurrò nel buio “ ti amo “.

Si svegliò di colpo con l’orribile sensazione di una sciagura incombente e la


certezza che, se avesse ricordato qualcosa di importante, avrebbe potuto evitarla.
Si sforzò di fare chiarezza nella sua mente, ma il buio della stanza sembrava
contribuire a disperdere velocemente i brandelli di un sogno, nel quale era
contenuta la risposta a quella domanda. Il senso di oppressione che sentiva al
centro del petto aumentava sempre più. Ripercorse la giornata precedente per
capire se, in qualche piega nascosta degli avvenimenti che lo avevano portato a lei,
ci fosse il presagio di qualcosa di negativo, di malvagio. Non trovò che felicità e
gioia di stare insieme. Poi d’improvviso, ricordò che pochi minuti prima lei aveva
gridato, un grido acuto e stridulo proveniente da una voce che non sembrava
nemmeno la sua. Esprimeva terrore e dolore infiniti, senza speranza. Quel grido
l’aveva destato, strisciando nella sua mente resa indifesa dal sonno,
contagiandolola con l’angoscia che lo aveva provocato,
Si voltò verso di lei, e vide il suo volto illuminato dal chiarore dell’enorme
luna piena che filtrava dalle persiane socchiuse. Le labbra erano serrate, il collo
inarcato all’indietro. Qualunque cosa le avesse provocato la necessità di gridare,
aveva lasciato il segno sulla sua bellezza; nella spettrale luce lunare, pareva
deformata da un dolore profondamente radicato all’interno della sua anima.
Rivolse lo sguardo in alto e la vide, Artemide, lontana eppur presente, con il suo
freddo e maculato biancore che poteva sollevare immense maree, spostare la
crosta terrestre e far ululare i loup-garou nelle foreste della Bretagna.
Quale poteva essere il suo effetto sull’uomo? Sapeva che il plenilunio
provoca nascite premature, l’aumento dei crimini e delle visite al pronto soccorso;
che molte persone dormono in media 20 minuti in meno ed alcune non dormono
affatto. La forza d’attrazione che esercita su tutti i liquidi, compresi quelli
contenuti nel corpo umano, riesce a provocare dislivelli del mare di 22 metri.
Un’energia spaventosa, che pare la vendetta da parte di un pianeta anarchico,
costretto a dover entrare, contro la propria volontà, nell’orbita gravitazionale della
Terra, ridotto divenirne un satellite.

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“E’ tutta colpa della luna, quando si avvicina troppo alla terra fa impazzire
tutti” aveva scritto Shakespeare nel suo Otello.
Sentì che l’angoscia lo abbandonava lentamente, sostituita da un sonno
leggero, pieno di sogni brevi e assurdi, di quelli che al risveglio non lasciano
alcuna traccia. Si voltò ancora ansioso verso Anne, ma vide che ora il suo viso era
disteso, il respiro leggero. La sua mano stringeva il bordo del lenzuolo ed una
gamba nuda usciva dalla coperta, eccitante. Il piede leggermente arcuato, evocava
agilità, ma le piccole dita carnose si stringevano degradanti una all’altra, a chiedere
tenerezza.
Si guardò intorno nell’oscurità ed i suoi occhi si adattarono lentamente a
distinguere le forme confuse che circondavano il letto. Una cassettiera scura su
cui erano posati la bianca lampada uovo di Fontana ed una serie di portaritratti in
cristallo. Attendevano la luce del giorno per dare il meglio dei loro riflessi
colorati. La porta della cabina armadio era leggermente aperta e sulla maniglia era
appeso qualcosa che nella penombra sembrava un body. Un piccolo segno di
disordine che rendeva quella stanza modernamente arredata, più intima.
Improvviso il mormorio francese della radiosveglia interruppe i suoi
pensieri e si voltò verso di lei mormorandole all’orecchio “buon giorno amore“.
Gli rispose con un bonjour impastato di sonno e lo abbracciò. Sapeva di donna e di
calda traspirazione, di pelle nuda morbida e passiva, labbra aride nel bacio.
Nessuna traccia dell’urlo notturno. Brontolò ancora qualcosa a riguardo
dell’uscire presto e senza preavviso si catapultò fuori dal letto, piedi, gambe,
natiche e spalle, in rapido movimento verso il bagno. Lui rassegnato si alzò e
scese nel bagno di servizio. Più tardi, sulla lunga penisola della cucina davanti alla
teiera fumante e spalmando di marmellata di fichi una cialda di riso soffiato, lei gli
disse – incredibilmente – che, nonostante da anni non dormisse più con un
uomo, aveva dormito molto bene. Lui era il primo da molto tempo ed era felice
che fosse anche quello che amava.
Marco le sorrise, le accarezzò la mano e la guardò negli occhi; dopo quanto
gli aveva detto, ogni parola sull’incubo che l’aveva costretta ad urlare. sarebbe
stata di troppo. Più tardi presero le rispettive borse, si avviarono verso la porta e
dopo aver inserito l’antifurto, furono sulle scale; da qui passarono nel box, lei salì
in auto e lo attese mentre lui portava nel cassonetto il sacco dei rifiuti. La giornata
era molto ventosa, già sotto casa fu investito da forti folate che si infilavano in
ogni fessura, facendo sbattere le persiane solo accostate e le cime degli alberi in
alto. Il tempo stava probabilmente cambiando oppure, come commentò Anne,
c’est une rage du temps, molto frequente in Provenza.
Attraversarono prima Villeneuve, poi Avignon, ancora assopite nel lento
scorrere di un mattino di sabato e si diressero verso est con il sole - reso
accecante dal vento - negli occhi. Passarono davanti ad un grande e moderno
ospedale dalla cui porta scorrevole uscivano ed entravano i parenti dei ricoverati,
l’espressione del viso tesa, preoccupata alcuni, affranta altri. Qui la vita artificiosa

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della quotidianità, immemore della malattia e della morte, faceva i conti con la
realtà della fragilità umana. Fuori la Natura dei boschi e degli alberi affusolati che,
alti verso il cielo, stormivano nel vento, era pronta ad accoglierli, a ricordar loro
l’origine primordiale da cui si erano allontanati per avventurarsi, non ancora ben
eretti, nella savana. Chiusi nei loro pensieri la ignoravano, salivano sulle loro auto
e le avviavano, perché non c’era più posto per questo nei loro cuori. La Natura
rappresentava ormai solamente il fondale per un pic-nic o per una fotografia
digitale.
Si voltò verso Anne che guidava concentrata; quel mattino si era vestita in
modo molto sportivo, una camicia fucsia molto accollata - il colore
dell’affermazione e dell’individualità - sopra jeans vintage molto scoloriti. Infine
un paio di scarpe italiane dalle lunghe estremità, che confermavano l’adattabilità
della donna alle condizioni anche apparentemente impossibili, come la guida con
quelle calzature. Fece ancora un tentativo per conoscere dove erano diretti, ma lei,
con un sorriso malizioso, non volle ancora rivelarlo. Ti guasterei la sorpresa, gli
rispose. Lasciarono Avignon e si diressero a sud sulla strada per St-Remy de-
Provence; la campagna scorreva tutt’intorno, calma, serena, con l’unica presenza
dei covoni cilindrici rovesciati, l’equivalente moderno di quelli alti e irregolari,
dipinti da Van Gogh.
Davanti a loro ad occidente, filari di cipressi conducevano alle alte colline
vicine al cielo, attraverso una terra gialla e verde, con chiazze di rara lavanda che si
alternavano ai filari ordinati delle viti. Un gioco di colori interrotto solo dal
bianco grigio-azzurro delle basse nuvole sull’orizzonte. Ad est si vedevano alcuni
“ villages perchés “, aggrappati alle colline su improbabili prospettive, con stradine
strette e tortuose e case in pietra e ardesia. Costeggiarono Rognonas e
Chateaurenard, superarono senza fermarsi St-Remy e proseguirono diritto dentro
il territorio delle Alpilles che contornano Les Baux. Per un attimo non poté
impedirsi di pensare che a St-Remy era nato Nostradamus, ma scacciò subito quel
pensiero.
Il paesaggio era improvvisamente cambiato, le “piccole Alpi” della bassa
valle del Rodano alteravano gradatamente il verde della campagna con speroni
calcarei di roccia bianca mentre la strada, inerpicandosi sulle colline, rivelava ad
ogni curva squarci di un panorama che lo riportava al passato. Ai giorni che aveva
trascorso in quegli stessi luoghi, mentre scriveva il suo saggio su Vincent, il
visionario pittore olandese.
Il panorama, di una bellezza fantastica e selvaggia, gli fece nascere il
bisogno di raccontarle di quelle ore passate a cercare, con passione e fatica, gli
stessi paesaggi visti dall’artista, per confrontarli con i quadri che li ritraevano.
Aveva voluto immergersi sino infondo nel suo sentire, immedesimarsi nel
personaggio. Aiutato dalle lettere che Vincent scriveva al fratello Theo, aveva
ripercorso gli stessi sentieri, fotografato gli stessi alberi, campi e colline. Uno
zaino con gli album delle riproduzioni, una borraccia per alleviare la sete ed una

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baguette al formaggio, erano stati insieme ad un binocolo, i suoi compagni per
giorni e giorni di escursioni. Alla ricerca di qualcosa che lo portasse sempre più
vicino al pittore. Le parlò dei molti quadri dipinti in quella zona e di uno in
particolare intitolato appunto “ Les Alpilles “ une delle sue tele più tormentate.
In esso, il contorno degli ulivi si fonde come colore liquido, con quello delle
colline e con il cielo verde giallo azzurro. Non vi sono più forme; solamente
rotonde, sinuose e tremolanti tonalità. La visione allucinata e delusa di una
Provenza, che pareva promettere di svelargli i segreti della sua luce e che invece,
come altri, come tutti, l’aveva ingannato.
<< Vedi Anne, ho deciso di scrivere di lui la prima volta in cui ho visto il suo
autoritratto “ con cappello grigio “. Di fronte a quel quadro mi sono sentito
colpito dalla sindrome di Stendhal. Le pennellate rapide, di grande spessore, che
si diramano dal centro del quadro verso l’esterno, incendiano di colore il viso e
gli danno un’espressione intensa, allucinata. Il rosso, il giallo e l’arancio, i suoi
colori preferiti, fanno vibrare la tela, dando l’impressione che quell’uomo
emaciato, dai profondi occhi scuri, venga verso di noi attraverso le regioni del
tempo e dello spazio, per chiederci: perché?
Un volto in fiamme come sembrano in fiamme gli ulivi delle sue
campagne provenzali, che bruciano sotto cieli bianchi calcinati dal sole di
agosto; nei quali l’unico segno di vita è a volte un grande corvo nero. Lo stesso
cielo non è più uno sfondo, ma un immenso mare attraversato da onde verticali.
Tutto vibra di una frequenza dolorosa e tesa; neanche i campi di grano intorno
ad Auvers sur-Oise, vicino a Parigi, non sono più rassicuranti. I suoi cieli stellati
sono attraversati da tempeste astrali, turbini di sfavillanti luci pulsanti vanno
incontro ad una falce di luna contornata da un giallo alone malato. Povero,
disperato Vincent che, come cantava negli anni sessanta Don McLean:
.. perchè non potevano amarti,
eppure il tuo amore era vero.
E quando non ci fu più speranza dentro
in quella notte stellata
hai preso la tua vita come gli amanti spesso fanno
ma avrei potuto dirti, Vincent,
che questo mondo non era mai stato pensato per
qualcuno così bello come te.
Oppure Gauguin, nelle parole del nostro chansonnier Roberto Vecchioni:
Dolce e fragile compagno mio,

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con le tue dita hai tentato di fermar la vita,
a colpi rossi per tenerla stretta,
gialli per dire aspetta,
ma in questo mare della vita,
tous les bateaux vont au hasard pour rien

In tutto il periodo che passai a scrivere il mio libro su Van Gogh, mi trovai
in uno stato d’esaltazione permanente, mi ero identificato con lui in modo totale,
mi pareva di sentire come lui, di vedere quel che vedeva lui. Chiesi persino un
aiuto professionale ad un amico, psicologo di fama, per cercare di capirne di più:
nella letteratura medica si parlava di alterazioni nella percezione dei colori, dovute
ai farmaci assunti in modo massiccio nelle case di cura in cui Vincent era stato
ricoverato, ma io rifiutai la banale spiegazione scientifica, non mi convinceva.
Tutti i suoi autoritratti scuotono dentro di noi qualcosa di nascosto e
profondo, sanno ispirarci pietà e tenerezza. Questa è la cosa più impressionante,
la tenerezza. Come se potessimo immedesimarci con quel piccolo, solitario uomo
con un gran cappello di paglia, la tela ed il cavalletto sotto braccio. Alla sofferente
ricerca di una nuova arte, percorreva la Provenza delle piccole strade, dei ponti e
canali, la stessa che a noi appare dolce e riposante. Per lui invece, rappresentava
una nuova sfida alla sua urgenza di esprimersi, alla sua brama di vivere. In Belgio,
nonostante tutti gli sforzi, la sua presenza di predicatore evangelico non aveva
portato alcun miglioramento nella vita disperata dei minatori.
<< Non sapevo che fosse stato un religioso.>>
<< Non certo un religioso comodo per la chiesa metodista che l’aveva inviato in
quella Regione. Si accorse presto di essere impotente contro l’ingiustizia, ma il
colore scuro dei suoi quadri di quel periodo, è la più grande denuncia che potesse
fare con le sue povere forze. Una testimonianza sulla sofferenza umana
condensata nelle figure del quadro dei “ mangiatori di patate “. Attraverso i suoi
occhi, la realtà era trasformata dal suo sentire, la notte stellata dipinta all’interno
della casa di cura di Saint-Rémy non può avere il cielo della “ dolce Provenza “,
ma il vortice di un uragano, i cipressi innocenti si trasformano in fiamme levate
come una protesta verso l’alto.
Scriveva al fratello Theo: “... sono venuto al sud per vedere un’altra luce,
credevo che guardando la natura sotto un cielo più chiaro, si potesse dare un’idea
più esatta del modo di sentire dei giapponesi ... all’inizio i colori della Provenza mi
parevano una piccola musica, ma il mio lavoro era così poco rispondente a
quanto avrei voluto fare ... ora ho trovato la pittura, quando non ho più denti né
fiato...”

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In dieci anni, dipinse 850 quadri dei quali 200 solo nei due anni provenzali;
un lavoro immenso di ricerca sul colore, sull’uso di toni violenti, diretti e senza
ombre, mentre le strisce di colore s’ingrossavano, si coagulavano per dare anche
movimento e materia alle forme. La chiesa di Auvers-sur-Oise sembra sul punto
di sciogliersi in una tremolante macchia di bruno, gli ulivi hanno nodosità
contorte, niente più è reale. Pare la visione di un folle. >>
<< E’ questo che ci hanno sempre fatto credere su di lui non è forse vero? >>
<< Si sono dette su di lui un monte di calunnie. Anche l’automutilazione
dell’orecchio, potrebbe essere falsa, perché sembra che sia stato Gauguin, con un
colpo di sciabola, a tagliarlo. Se invece di fermarci all’apparenza, indagassimo più
a fondo, se cercassimo di vedere attraverso gli occhi di Vincent, come in un
apparecchio che ci mostri la realtà su un altro piano frequenza? La luce bianca
solare che a noi sembra incolore, è invece formata da radiazioni di diversa
lunghezza d’onda. E non è forse vero che a ciascuna di queste lunghezze
corrisponde un colore? Come il prisma, che investito da quella luce incolore,
riesce a scomporla ed a mostrarcene i sette colori nascosti. Come l’arcobaleno,
che la rifrange utilizzando le piccole gocce d’acqua sospese nell’aria. Così ha fatto
Vincent per noi. Forse noi siamo quelli che “ hanno occhi e non vedono “.
Ricordo un altro suo scritto: “ il terreno era di un marrone rossastro chiaro
e scuro, reso ancor più tale dalle ombre degli alberi che vi gettavano sopra delle
strisce scure che a volte venivano quasi cancellate ... non puoi immaginarti un
tappeto più meraviglioso di quel marrone rossastro profondo nel bagliore del sole
di una sera d’autunno … e di dietro c’è un cielo di un grigio-azzurro
delicatissimo, caldo, quasi per nulla azzurro, tutto splendente – e di contro al tutto
un bordo, una nebbiolina di verde ed una trama di piccoli steli e di foglie giallastre
... Una gonna è colpita dalla luce – appare un’ ombra – l’immagine di un uomo si
staglia sopra il sottobosco ...”.
Attraverso una sua lettera al fratello Theo, si è per noi aperto uno spiraglio;
stiamo guardando, attraverso i suoi occhi, quello che a noi sembrerebbe solo un
campo al tramonto. Ed ancora: “ un grande studio di sabbia, mare e cielo - un
cielo enorme di un grigio delicato e di un bianco caldo, con una singola, piccola
chiazza di azzurro che riluce attraverso - la sabbia e il mare, luce - cosicché il tutto
si imbiondisce, ma pieno di animazione, con le figure sgargianti ed i pescherecci
che sono pieni di toni di colore “. Ed è solo un peschereccio che leva l’ancora.
Vincent sembra che ci dica, “un altro mondo parallelo esiste, io l’ho visto, è
accanto a noi”. Si è arreso soltanto dopo aver vagato per dieci anni in lungo e in
largo, alla ricerca della fine dell’arcobaleno, dove pensava di trovare la sua pentola
d’oro. Quell’oro che gli era stato sempre negato. In tutta la vita suo fratello Theo,
che pur lavorava in una galleria d’arte, riuscì a vendere per lui solo il quadro
intitolato “ vigneto rosso “. Ed ora i suoi quadri sono quotati in milioni di euro.
Del resto il mondo non vuole che gli artisti abbiano successo, li vuole poveri,
disperati, alcolizzati, perché ognuno possa meglio giustificare, con se stesso, l’aver

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barattato ogni ispirazione artistica con la noia di una vita produttiva. >>
Improvvisamente, dopo un’ultima curva videro davanti a loro il villaggio
fortificato dei Baux, bianca pietra calcarea a disegnare scalinate, torrioni, archi e
fontane. Il tutto attraversato da strette viuzze che quel giorno erano piene di
pacifici turisti. Marco sapeva però che lì, in quel piccolo villaggio tranquillo, Lug
aveva creato il primo oppido e Baldassarre aveva costruito la “ casa del Re “ e la
Porta del Mago; niente era quel che sembrava, tutto poteva essere ben diverso da
quanto appariva.
<< E’ qui che mi volevi portare? Lo conosco ma è bello ritornarci con te.>>
Lei, senza parlare, continuò a guidare per qualche centinaio di metri prima di
accostare sulla destra e parcheggiare. Si trovavano davanti ad un’enorme collina,
sventrata da squadrate pareti che si addentravano al suo interno per una
lunghezza che, da dove si trovavano, non era possibile valutare. Il colore
dominante era l’ocra in tutte le sfumature che andavano dal bianco abbacinante
delle pareti esposte al sole, al giallo bruno di quelle più interne. Le pareti stesse
erano perfettamente piane, come ricavate da uno smisurato laser manovrato da
alieni che, per qualche ragione, ne avevano poi abbandonato il progetto. Diverse
persone stavano entrando in quella che da lontano pareva una caverna troglodita
e Marco girandosi verso Anne le chiese dove si trovavano.
<< Questa è la Cathedral d’Images una cava di bauxite - il minerale che ha preso il
nome dal paese - abbandonata e convertita a mostra permanente d’immagini e
suoni. La sorpresa più grande la troverai all’interno, aspettami qui, io vado a
prendere i biglietti d’ingresso così tu saprai solo all’ultimo momento di cosa si
tratta. >>
Lui la guardò allontanarsi a rapidi passi verso la biglietteria, le lunghe gambe da
ballerina che sostenevano la perfetta rotondità delle natiche. Al pensiero che
l’aveva la sera prima l’aveva posseduta, sentì il flusso interno del suo sangue
addensarsi dal desiderio. Questa donna è stata mia - si disse - sono entrato in lei,
quelle gambe erano intorno a me, mi allacciavano stretto, la sua pelle era contro la
mia, una cosa sola con me.
Questa è la vita – pensò ancora - rotolarsi insieme in un letto, sino al limite
estremo di quanto un uomo può dare ad una donna in fatto di carne, passione e
amore. Mischiare i propri umori e secrezioni - che nel ricordo dei sensi, nessun
lavaggio potrà mai detergere - per poi andare tra la gente come se niente fosse,
come asessuati. Andare per il mondo con il nostro doppio celato in noi,
ponendoci sul viso una maschera seria e affidabile. Le passioni misurate e arginate
dalle convenzioni, mentre la lava dei nostri più segreti deliri, dentro di noi ribolle
pronta ad eruttare se solo ne abbiamo l’occasione.
Anne ritornò con i biglietti, lo prese per mano e lo accompagnò verso
l’ingresso della caverna. Appena entrati furono investiti dalla musica, il Mozart del

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Flauto Magico. La Regina della notte, modulava la sua voce di soprano al limite
del possibile, facendola volare in alto sino alla sommità delle pareti che si
coloravano di rosso, blu, verde e ocra, in un continuo movimento di figure.
Marco riconobbe, nelle enormi mele che si spostavano lungo le pareti e nel panno
bianco che si deformava sugli angoli per riapparire sulla parete seguente, un
quadro di Cezanne, ma non fece in tempo a riconoscere il titolo. Lui ed Anne si
trovarono immersi dentro un bosco di betulle che sfilava adattandosi alla
geometria delle pareti su cui era proiettato, dividendosi in due, tre, quattro parti.
Ancora alberi, pioppi, pini e frutteti, casolari e villotte della borghesia, le stesse
piccole montagne della Provenza, ma con tonalità rassicuranti, l’orizzonte era
fermo, gli ulivi consueti. La musica stava ora cambiando, gli impossibili acuti della
Regina della notte si diluivano nella struggente dolcezza dei violini di Eleonor
Rigby mentre la voce di Paul cantava di una donna che:
… raccoglie il riso in una chiesa dove c’è stato un matrimonio
vive in un sogno, attende alla finestra, indossando il volto
che conserva in una caraffa vicino alla porta. Per chi?
tutte le persone sole, da dove vengono, a chi appartengono?
Padre McKenzie scrive le parole di un sermone che nessuno udirà,
cucendo i calzini nella notte in cui nessuno verrà …
La solitudine senza speranza che l’estro poetico dei Beatles aveva inserito in
una ballata dal sapore barocco, rendendola indimenticabile. Le parole si
integravano inaspettatamente con le immagini trascorrenti sulle pareti della cava,
scorci che si perdevano verso l’alto sino a farla davvero apparire come una
cattedrale. Colline senza alcuna presenza umana, con le macchie rosso-bruno
della terra lavorata e squadrati campi giallo oro, davano la scenografia alle
solitudini di tutti i tempi e di tutte le latitudini.
La penombra della caverna incupiva un poco il tono dei colori, ma, di tanto
in tanto, l’intensità della luce che stava dietro alla proiezione, variava di colpo ed
esplodevano il giallo di una mela, il biancore di un vaso che la conteneva, l’interno
di una casa borghese. Quel che più colpiva erano le dimensioni, un quadro di
pochi centimetri veniva dilatato dalla tecnologia sino ad arrivare a sei metri, senza
perdere di nitidezza e luminosità. Ci si trovava immersi nei colori di un pittore
che aveva fatto della natura, il modello di un nuovo genere di rappresentazione.
Appena entrati nella Cathedral, Marco aveva stretto a sé Anne, voleva trasmetterle
il piacere che provava e la gratitudine per quella sorpresa inattesa.
<< Grazie Anne, per questo regalo, questo posto è meraviglioso. >>
<< Sapevo che ti sarebbe piaciuto. Io ci vengo ogni anno perché cambia sempre
il tema delle proiezioni. Ho visto Ritratto della Cina, Da Bosch a Bruegel e poi …
ah si ricordo, Alessandria d’Egitto: il prossimo anno, pensa, ci sarà la tua Venezia,

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cosa ne dici? Ci verremo insieme? >>
<< Certamente, immagino cosa possano essere le vedute di Venezia su
queste pareti. Non ho mai visto niente di simile prima d’ora; l’abbazia di Mont-
Saint-Michel, pur avendo un coinvolgente percorso con installazioni di suoni e
luci, non è paragonabile a questo. Qui sei dentro al quadro, dentro all’artista
stesso. >>
Intanto, sulle pareti si succedevano ritratti e nature morte, le frutta
assumevano proporzioni gigantesche e i diciotto colori della tavolozza di Cezanne
- tre verdi, tre blu, sei rossi, cinque gialli ed un nero - si dispiegavano per
rappresentare, come lui diceva, che “ è il colore che rende vive le cose “. Anche la
musica era cambiata, le dolcissime note della “ Cavatina “ di Myers trasportavano,
dentro ai paesaggi provenzali, altri paesaggi dell’animo. Per Marco al cielo limpido
dei quadri, si sovrapponeva l’immagine di un giovane ed ancora motivato De
Niro, piegato sui talloni ed appoggiato alle pareti di una stanza d’albergo. Teso,
quasi come se fosse incerto tra l’ascolto della stessa cavatina della colonna sonora,
oppure di echi non ancora abbastanza lontani, degli orrori di un Vietnam da cui
proveniva.
“Un colpo solo Nick, ricordi? Un colpo solo! “ E ancora lui, a caccia sulle
montagne in un freddo mattino di primavera, ancora di fronte ad un magnifico
cervo; il Cacciatore punta il fucile, ma dopo quella guerra, uccidere non è più
leale. Neanche con un colpo solo.
Si aggirarono ancora un poco tra quelle pareti divenute immensi schermi
onirici e Marco le chiese se sapeva che gli organizzatori avessero in mente una
proiezione su Van Gogh: immergersi nei suoi vividi colori, avrebbe avuto un
effetto dirompente su chiunque.
<< Non so caro, ma devi considerare che Cezanne era di Aix-en-Provence
mentre Vincent era pur sempre un hollandais .>>
<< Un olandese che ha arricchito, da morto, molte città della Provenza a
cominciare da Arles, per non parlare di St-Remy e dello stesso Baux! Neanche ad
Amsterdam ho visto vendere un così grande numero di poster dei suoi quadri.
>>
Lentamente e a malincuore uscirono dalla cava, altri visitatori stavano entrando
nonostante fosse già l’una: fuori dovettero chiudere gli occhi per difendersi dalla
luce abbacinante, perché entrambi avevano lasciato gli occhiali da sole in auto. Li
recuperarono e si diressero verso il villaggio, abbarbicato ad un grande sperone
roccioso: sulla sommità, svettava il suo torrione, tutto sommato ancora in buono
stato considerando che, come disse Anne, usciva dalla Moyenne Âge. Si
inerpicarono tra ripide scalinate e tortuose viuzze, immergendosi in un insieme di
colori e profumi. Le case ben disegnate avevano piccoli giardini con papaveri,
ginestre, corbezzoli e acacie; gli orti odoravano di timo, rosmarino e lavanda.

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Lungo le strade, piccoli banchi vocianti e chiassosi di allegria provenzale,
offrivano i Santon, i pastori da presepio in terracotta, la lavanda secca e
qualunque cosa l’uomo abbia potuto realizzare con dura fatica, dal legno di ulivo.
Nella vetrina di una piccola galleria d’arte, isolata da tutto il resto, spiccava una
versione stilizzata dello stemma di Baux. Una stella a sedici raggi con il motto “ a
l’asard Bautesar “. Vincendo la tentazione di chiederne il significato ad Anne,
decise di ignorarlo e di passare oltre.
Passeggiando nelle intricate stradine, erano investiti dagli odori che
aleggiavano intorno ai tanti piccoli ristoranti del villaggio; predominavano il vino
sfumato del coq au vin e l’aglio dell’aïoli, i piatti tipici della regione.
Improvvisamente si accorsero di essere affamati e si misero alla ricerca di un
ristorante. Lei ne conosceva uno con il terrazzo in un’ottima posizione, ma era
molto scettica sulla possibilità di trovare posto all’aperto o addirittura all’interno,
visto che era domenica. Ancora una volta la fortuna degli innamorati e la mancia
che Marco diede ad un cameriere, fecero il miracolo di trovare un tavolo
all’aperto e dinnanzi al panorama stupendo delle Alpilles.
La sfilata di rocce bianche, inframmezzate da tutte le tonalità del
sempreverde d’inizio autunno, degradava fino a morire nella vasta pianura di
fronte. Come le quinte di uno scenario preistorico, i due cordoni di piccole
montagne ad oriente e ad occidente, correvano sino alla Camargue e alla Crau,
senza incontrarsi mai. Una delle più belle zone della Francia, si dispiegava con i
suoi mandorli e ulivi e cipressi e pini marittimi, fin dove arrivava lo sguardo. Si
potevano vedere chiaramente gli squadrati appezzamenti delle vigne e i Mas,
trasformati in piccoli alberghi di lusso. Emozionati da tanta bellezza, ristettero un
poco ad ammirarla, mentre il cameriere portava loro due calici di un bianco secco
e profumato della Côte du Rhône. Lasciandosi prendere dal freddo piacere
ambrato di quel vino, Marco la guardò. Era stupenda. La tersa luminosità del sole
di settembre, pareva ricoprire di pulviscolo dorato i suoi capelli ed i profondi,
espressivi occhi che l’avevano fatto innamorare, in quel momento erano più che
mai violetti. Lei ricambiò il suo sguardo e gli sorrise, quasi avesse letto nei suoi
pensieri, poi aprì lentamente i due bottoni del colletto della camicia.
Illuminato in pieno dal sole e sfolgorante nel lento e illusorio ruotare delle
sue tre spirali, apparve sul suo petto abbronzato il segno del Triskell. Senza alcun
preavviso, quella vista gli provocò un sensibile cambiamento di percezione, l’aria
intorno gli parve diversa, come se avesse aumentato di densità; persino il sole sul
suo braccio scoperto pareva ora meno caldo. Quel simbolo dal quale non riusciva
a staccarsi, era apparso come un promemoria su quanto aveva lasciato in sospero
a Torino, sicuro di poterlo chiarire con lei in Provenza. Nel momento stesso in
cui pensò questo, Anne portò velocemente la mano a coprirlo e gli chiese se la
sorpresa era stata all’altezza delle sue aspettative. Sforzandosi di non dar peso al
suo gesto le rispose:
<< Certo cara, ho gli occhi così pieni della bellezza di questo posto che la mia

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mente fa persino un poco fatica a ritornare nella normalità. Ci ero già stato da
solo per lavoro, ma riviverli con te è completamente diverso. Sarà perché l’amore
affina tutti i sensi, ma tutto mi sembra differente, pure i colori sono più vivi.
Dimmi, laggiù a sud, tutto quell’azzurro non potrebbe essere il mare? E ad ovest
là in fondo, guarda come la campagna diventa di un giallo intenso prima di
scurirsi nell’ocra. >>
<< Laggiù si trova Fontvieille, un caratteristico villaggio in cui è nato lo scrittore
Daudet, mentre un poco più avanti è nato il poeta provenzale Mistral; del resto
con questi panorami, era facile che la bellezza ispirasse a scrivere, non pensi? >>
<< Sicuramente questo paesaggio ha una varietà incredibile e se non ricordo
male, qui vicino c’è una zona chiamata Val d’Enfer a causa delle strane rocce che
avrebbero addirittura causato a Dante una visione infernale. Lo stesso Mistral
scrisse che il poeta fu talmente colpito da questo “ cataclisma di pietre “ da
concepire proprio qui, la struttura del suo Inferno. >>
Continuarono a conversare sul panorama, mentre gustavano entrambi un misto di
colorati e profumati piatti di peperoni, zucchini e melanzane, ripieni di riso nero
ed erbe provenzali. Ordinarono poi due petits noirs, come chiamano il caffè in
quella zona. Lei volle sapere se gli era piaciuta la visita alla Cathedral des Images e
quando aveva iniziato anche lui a dipingere.
<< Ho avuto un amico come maestro di pittura, si chiamava Amerigo ed era un
artista molto inventivo, pieno di talento, ma assolutamente privo di ogni senso
pratico. Tu pensa che per assicurarsi un guadagno continuativo per la famiglia,
aveva aperto una grossa collaborazione con un mercante tedesco specializzato in
ritratti di bambini, sai quegli angioletti biondi e paffuti con la lacrimuccia che
scende sulla guancia? Bene, il loro accordo prevedeva un quadro al mese e non
era sicuramente molto, sebbene i ritratti dovessero avere molti dettagli, sfondi
plausibili, vestitini e tutto il resto. Sarebbe bastato farlo all’inizio del mese per
poter poi lavorare a quanto realmente lo interessava, per tutto il resto dei giorni
che mancavano ad un’altra consegna.
Neanche a parlarne, lui si riduceva agli ultimi giorni e doveva passare le
ultime due o tre notti a lavorare furiosamente imprecando, in un linguaggio molto
colorito, contro “ quei piccoli bastardi che mi tengono in loro potere “. A parte
questo Amerigo era un vero artista, non aveva bisogno di critici che suonassero le
trombe per lui, che intontissero i nuovi ricchi a parole, per vender loro i suoi
quadri. Davanti ad una sua opera, non si aveva bisogno di un critico perché ti
prendeva al primo sguardo. Purtroppo anche lui non c’è più, se l’è portato via un
infarto ancora molto giovane e prima che potesse esprimere in pieno quanto
aveva da dire con la sua pittura. Ed è questo che mi fa più male quando penso a
lui, sapere che le persone che potevano ancora darci molto, non abbiano più la
possibilità di farlo. >>
Lo guardò in silenzio per qualche istante, reclinando il capo verso il sole e lui potè

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cogliere un fremito delle palpebre socchiuse. I capelli erano così brillanti da
proiettare riflessi dorati sulla mano che le sosteneva il capo.
<< E’ la vita caro, la vita che avanza in una sola direzione >> disse lentamente.
Poi con voce più roca << non si può tornare indietro, non ti viene mai data
un’altra chance … >>
Come se fosse stato colpito da una paralisi, il suo viso si impietrì con lo sguardo
fisso verso l’orizzonte su cui il cielo terso e azzurro si espandeva. La pelle tesa
sugli zigomi si era sbiancata, le labbra contratte, sembrava star male e Marco
preoccupato le chiese:
<< Che c’è Anne, ti senti bene? >>
Lei non rispose subito. Riportò la mano a toccare il medaglione sul petto - che si
alzava e si abbassava vistosamente in cerca d’aria - e distolse lentamente, come a
fatica, gli occhi da qualche luogo lontano in cui la mente a tradimento l’aveva
portata. Voltò lo sguardo verso di lui e Marco ebbe paura, perché non aveva
espressione; era remoto, le pupille dilatate da qualcosa di terribile che aveva visto
dentro di sé. Solo molto gradualmente e attraverso un’impressionante
trasformazione, i lineamenti del suo viso si ricomposero, per ridargli la sua Anne.
La bocca riprese colore, le guance si distesero e lo sguardo tornò alla sua
lucentezza, ad un barlume di riconoscimento. Lei lo guardò stupita
dall’espressione d’ansia che lui manifestava poi, come ricordandosi solo in quel
momento della sua domanda, gli rispose:
<< Niente Marco, niente ... >>
Per un istante, fu tentato di rigettare questa risposta, che contrastava fortemente
con quanto lui aveva appena letto sul suo viso; voleva chiederle, voleva indagare
ancora su quel buio improvviso in cui lei sembrava essere caduta. Vedendola però
alzarsi stancamente per avviarsi alla toilette, pensò di rimandare a più tardi le sue
domande e chiamò il cameriere per il conto.
Uscendo all’esterno, il sole era ancora molto alto. Ridiscesero le scalinate del
villaggio in silenzio, lui le teneva il braccio intorno alle spalle, di tanto intanto la
guardava e lei rispondeva con un sorriso. In auto posò il capo all’indietro sul
sedile e lasciò che lui guidasse sino a Salon-de-Provence, dove entrarono alle
quattro del pomeriggio. Dopo aver inutilmente cercato un parcheggio nelle vie
d’accesso al centro, trovarono un posto in un grande ed alberato boulevard. Di
fronte al parcheggio un’ampia vetrina mostrava seducenti tentazioni al cioccolato
che, attraverso la porta aperta del negozio, spandevano il fragrante profumo di
cacao, spezie e miele della Camargue. Sempre chiacchierando entrarono nella città
vecchia, fatta di stretti e tortuosi vicoli pieni di botteghe d’artigianato e gallerie
d’arte. In una di queste Marco comprò due splendide fotografie di prati fioriti di
lavanda, cieli intensamente azzurri e verdissime garrigues. Ammirando il
contrasto tra il viola-azzurro ed il verde, si chiesero per quale ragione Vincent

200
non era stato preso dal colore della lavanda. Troppo banale per il suo
temperamento?
In Salon, al di là dall’atmosfera rilassata che hanno sempre le piccole
cittadine votate al turismo d’elite, non restava molto che potesse ricordare il suo
tempo. A parte le innumerevoli riproduzioni dei suoi quadri, esposte persino nelle
gallerie d’arte. Era difficile immaginarlo muoversi tra le sue viuzze, cercando di
vendere qualcuno dei centocinquanta quadri che in quella zona aveva dipinto.
Chissà se oggi gli avrebbero rifiutato l’originale degli stessi Iris, di cui esponevano
le riproduzioni nelle loro ricche vetrine piene di postmoderno e installazioni?
Più tardi si sedettero in un caffè molto rilassante, sulla Place Crousillat:
aveva sedie e tavoli in vimini e uno strano marchingegno che, facendo scorrere
acqua sulla tenda che copriva il dehor, lo rinfrescava. Marco le disse:
<< Mi piace questo posto, ha l’aria fané di una Francia dimenticata. Guarda il
cameriere, se non è ottuagenario, poco ci manca. Sembra uscito direttamente da
un film di René Claire e vedendolo arrancare verso quel tavolo più lontano,
potresti pensare che si stia dirigendo verso il cenno pieno di fascino di una
bionda e adorabile Michele Morgan. >>
<< E’ vero hai ragione, qui sono venuta molte volte, ma non l’ho mai visto come
lo rappresenti tu. Sarà perché scrivi, che riesci a rendere tutto più colorito. Ti
piaceva Michele Morgan? >>
<< Moltissimo, da giovane ero innamorato di lei, della sua classe; mi piacevano il
suo sorriso dolce e misterioso ed i suoi occhi, intensamente azzurri. Come
dimenticare l’ultima scena del film “ Le grandi manovre “, il suo sguardo lontano
che riesce a condensare tutto il dolore, la sconfitta e la delusione che può provare
una donna ingannata? E ancora con Marcello Mastroianni in “ Racconti d’estate “
e più tardi in “ Stanno tutti bene “. Quei due s’integravano perfettamente,
avevano la stessa dolce malinconia che derivava dal sognare quello che la vita
potrebbe essere e non è. Lei per me allora aveva il fascino di quelle donne-attrici
che paiono un prestito temporaneo fatto dagli dei, a noi mortali. Per me sono
stati amori giovanili, amori di celluloide (il materiale delle pellicole che si
degradava troppo velocemente), che ti restano nel cuore per sempre. >>
Anne sorrise a questi suoi ricordi e vedendo arrivare il cameriere, gli consigliò di
ordinare due caffè italiani, perché quel bar era famoso per le miscele italiane che
utilizzava. Quando il “ garçon “ tornò, portava il vassoio su cui erano posate le
due tazzine con una tale inclinazione, che non faceva sperare nulla di buono sul
fatto che nelle stesse, ci fosse ancora del caffè. Resistendo fortemente alla
tentazione di aiutarlo, restarono ad assistere ad i suoi tentativi di far combaciare la
superficie del tavolo con quella del vassoio ed esultarono insieme per la riuscita.
In effetti, il caffè era buono.

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Guardandosi attorno, pareva quasi impossibile che in quel grazioso villaggio
- in cui la vita sembrava scorrere quietamente – fosse vissuto e morto
Nostradamus. Che quello fosse il luogo in cui aveva concepito le sue “ Centurie e
Profezie “. Come aveva potuto, se non con l’aiuto delle Grotte Alchemiche,
prevedere l’avvento di Napoleone e di Hitler, descrivere nei minimi particolari la
metropolitana londinese divenuta rifugio antiaereo e passo per passo, tutte le
conquiste naziste sino alla caduta, dovuta all’entrata in guerra degli Stati Uniti?
“ Il protettore prescelto dal grande paese, guiderà questo popolo delle 13
colonie nel nome della libertà di tutto il genere umano “ aveva scritto e le sue
previsioni contenevano anche la scoperta di una nuova e rivoluzionaria arma, che
avrebbe posto fine alla guerra. Tutto questo nel cinquecento. Ora Marco sapeva
che nel sottosuolo di quella graziosa cittadina, scorrevano correnti sotterranee
misteriose, che nulla era quel sembrava. Da qualche parte qualcuno sorvegliava
che niente trapelasse, che il complotto continuasse senza intrusioni.
Intanto, lei gli stava dicendo che ora sarebbero andati ad Elapse, dove si
trovava la tomba di famiglia.
<< Vedrai Marco, è un piccolo paesino arroccato su un bastione roccioso. Io
sono nata a St-Rémy, ma ho abitato là con mio marito per venti anni e lì … lì è
nata mia figlia Amelie, che ora vive a Parigi ... >>.
Un’altra, inspiegabile incertezza, un altro estraniarsi da lui e da quello che li
circondava, reso palese dall’espressione assente del volto, che contrastava
enormemente con l’abituale vivacità che gliel’aveva fatta amare. Dopo aver pagato
il conto, si avviarono verso il parcheggio e lui ricordò che non molto lontano si
trovava la fontana dedicata a Nostadamus. Sentì l’irresistibile bisogno di rendere
omaggio a quell’uomo così misterioso e chiese ad Anne se potevano fare una
piccola deviazione per vederla. Lei lo guardò stupita, come se le avesse chiesto
qualcosa di assurdo:
<< Perché mi domandi questo? Ti avevo già detto che tutto quanto riguarda
quell’uomo non mi piace. Perché vuoi vedere quella fontana che, tra l’altro, non è
neppure bella? >> >
<< Non mi pare così strano fermarsi un attimo… è soltanto una curiosità >>.
Ci risiamo – pensò lui - ogni qualvolta decideva di mettere da parte i suoi sospetti,
ecco che lei diceva o faceva qualcosa che rendeva tutto più difficile. Con un
piccolo gesto della mano Anne gli indicò di proseguire per quella stradina, mentre
lei telefonava a sua figlia; l’avrebbe seguito subito dopo.
Ad un centinaio di metri di distanza e al centro di una minuscola piazza, si
trovava la piccola vasca semicircolare che faceva da cornice al busto di
Nostradamus. L’espressione del volto era quieta, serena, come di chi ha visto nelle
imperscrutabili correnti del tempo, senza esserne scalfito. Gli occhi non avevano
la vacua fissità dei busti marmorei, ma parevano osservarlo penetranti, come per
trasmettergli un muto messaggio. Si voltò turbato per cercare Anne, ma vide che

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lei parlando al telefono girava le spalle a lui ed alla fontana, allontanandosi sempre
di più. Nessuna speranza di attirare la sua attenzione.
Guardò ancora una volta il veggente; il bizzarro cappello dell’epoca non
riusciva minimamente a sminuire l’intensità della sua espressione, che ora gli
sembrava ancor più accesa. Il bordo un poco limaccioso e le scure venature
marmoree della vasca, suggerivano profondi e inaccessibili anfratti dai quali
fluivano le acque che l’alimentavano. L’unico suono intorno a lui era il rumore del
getto d’acqua nella fontana, un fluire continuo che a lui parve simboleggiare il
trascorrere inarrestabile del tempo. Osservò il continuo variare dei filetti liquidi
che alla luce del sole acquistavano riflessi traslucidi e sentì la forza di
quell’elemento che, dopo aver percorso vie sotterranee e misteriose, risaliva alla
luce per adempiere ad una funzione solo apparentemente decorativa. La Provenza
era terra di acque e di sorgenti che provenivano da recessi antichi; al disotto della
superficie, erano disseminati laghi e caverne che riproducevano il disegno dei
corsi d’acqua in superficie. Come Fontaine-de-Vaucluse, dove aveva vissuto a
lungo Francesco Tetrarca. Ispirato dalla Sorge - la sorgente che si trova in un
boschetto antico, luogo di ritrovo dei sacerdoti celti – vi aveva scritto “ Chiare,
fresche e dolci acque “. Di quella sorgente, ancor oggi non se ne conosce
l’origine.
Nell’allontanarsi dalla fontana si chiese il perché qualcuno avesse deciso di
porre il busto di Nostradamus, sopra un getto d’acqua e sentì che la risposta,
seppur semplice, quasi banale, poteva essere anche molto oscura. Raggiunse Anne
che, dopo aver finito la sua telefonata, gli disse un poco bruscamente e guardando
l’orologio, che dovevano affrettarsi per non arrivare tardi. Lasciarono quindi
Salon e scesero verso sud e verso oriente; si trovavano ai piedi delle Alpilles e
stavano attraversando una serie ininterrotta di boschetti di ulivi, mandorli, ciliegi e
ancora vigne. Solo con un grosso sforzo, si poteva rinunciare a fermarsi per la
notte in uno dei romantici Mas che incontravano sulla strada. Superarono
Mouriès e Mussane, due grandi centri di produzione del famoso olio d’oliva di
Baux, percorsero la stretta strada piena di biciclette che costeggiava la garrigue e
furono in vista del plateau di roccia calcarea bianca che sosteneva Elapse.
Antiche case che sembravano scolpite nella roccia, si stringevano una
all’altra contro il picco roccioso sulla cui cima stava un mastio medievale. Il paese
sembrava aver scelto di fermare il tempo, per continuare a vivere sotto l’influsso
di un’epoca senza automobili e senza fretta. Una piazza circondata da platani, un
lavatoio ed una fontana dalla quale pareva, che si fosse appena allontanato un
gruppo di dragoni napoleonici dopo aver abbeverato i cavalli. Superarono una
serie di caffè, piccole oasi di pace nella penombra e girarono intorno al villaggio,
per dirigersi infine verso una piccola cappella romanica, che segnava l’ingresso al
cimitero.
Parcheggiarono all’ombra di un platano e lei, senza aspettare che Marco le aprisse
la portiera, scese dall’auto per dirigersi verso un cancello di ferro battuto. Al suo
accenno a seguirla lo fermò:

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<< Aspettami qui se non ti spiace, torno subito. >>
Senza dire altro, si voltò ed entrò a passo spedito dentro il piccolo cimitero,
dirigendosi verso uno dei viali che si aprivano sulla destra.
Colpito dalla secchezza con cui gli aveva parlato, mortificato quasi dal suo
tono di voce, si appoggiò all’auto mentre lei spariva dietro una fila di lapidi. A
quell’ora il piccolo cimitero era deserto, l’unica presenza era data dal custode che
a tratti, appariva attraverso l’apertura del cancello. Scrostato dalla ruggine,
assurdamente elaborato nel disegno, questo si aggrappava ad un muretto di cinta
che mostrava i segni del tempo, nei tanti punti in cui l’intonaco si era staccato,
lasciando intravedere vecchi mattoni corrosi. Tutto intorno la vista era
incantevole, perché si trovavano esattamente dietro allo sperone su cui era stato
costruito Elapse. Piccole rocce frastagliate facevano da scenario ai cipressi del
cimitero, mentre il sole, quasi al tramonto, colorava di rame le poche nuvole basse
ad occidente.
Perché non aveva voluto che lui la seguisse alla tomba di famiglia?
Riservatezza, forse pudore? Da quel che lui sapeva, i suoi lutti erano lontani nel
tempo, padre e madre ancora in vita. Dunque? E quella voce, completamente
diversa da quella con cui abitualmente gli parlava. Sembrava volesse difendere a
tutti i costi quello spazio da una sua intrusione; non ammetteva repliche.
Stava ancora cercando una risposta a queste domande, quando lei uscì dal
cancello, camminando con uno strano passo esitante, incerto; era pallida, gli occhi
arrossati e gonfi, le labbra tirate cancellavano del tutto le due fossette ai lati della
bocca.
Un’altra Anne, che si andava ad aggiungere alle quattro o cinque Anne che
di volta in volta si sovrapponevano a quella che lui amava con tutto se stesso.
Avrebbe dovuto imparare ad amarle tutte? La signora altezzosa che disdegnava le
piccole occupazioni quotidiane, quella che rivendicava le sue competenze
rabdomantiche, quella che si chiudeva davanti ad ogni domanda e quella che al
ristorante aveva avuto un momento di black out totale. Tutte molto diverse dalla
donna che lui amava e credeva di conoscere.
Lo guardò diritto negli occhi, quasi a sfidarlo a farle domande che non
sarebbero state per niente bene accette. Lui senza parlare si accostò per cingerle le
spalle ed abbracciarla teneramente, ma nel farlo sentì il suo corpo rigido e teso,
come se non gradisse quel contatto. Si staccò per guardarla ancora, i suoi occhi
erano troppo accesi e nello stesso tempo lontani; nel suo stare ferma si avvertiva
un’inquietudine, un eccesso di energia che pareva sforzarsi di tenere a freno. Le
aprì la portiera per farla salire, salì a sua volta e, cercando di mettere nella sua
domanda tutta l’indifferenza di cui era capace le chiese:
<< Cosa pensavi di fare tesoro? Torniamo a Villeneuve, oppure ci fermiamo per
strada a cena? >>

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Lei non rispose subito, sembrava ancora lottare con i fantasmi che aveva dentro o
con quelli che aveva trovato nel piccolo cimitero di campagna; lui si allontanò in
fretta, voleva portarla lontano dall’influsso che quel luogo pareva avere su di lei.
Tornò verso il paese e fu dentro le prime case, guidando piano perché non sapeva
se avrebbe dovuto, più tardi, invertire la direzione. Ormai erano in pieno
tramonto, le luci nelle ville che si affacciavano sulla strada erano già accese, anche
se i loro muri di cinta, sopra il cornicione erano ancora rossi di sole.
Un tramonto dolcissimo che sapeva un poco d’estate lontana; le nuvole si
erano diradate e la poca luce allungava a dismisura le ombre degli alberi. Marco
aprì il finestrino e respirò l’odore già un poco umido della terra lambita dalla
prima bruma di settembre. Improvvisa, alla sua destra, la sua voce gli giunse come
da lontano:
<< Questo sole al tramonto è splendido, non è vero? >>
Come se nulla fosse stato. Annuendo la guardò, sembrava essere di nuovo con lui,
le guance avevano ripreso colore ed alla luce del tramonto i suoi occhi erano più
violetti che mai. Le ripeté la domanda sulla loro destinazione e lei, con la sua voce
di sempre gli rispose:
<< Mi piacerebbe farti conoscere un ristorante qui vicino, La Ferme d’Elapse,
hanno una cucina provenzale molto raffinata. Vai sempre avanti diritto poi
quando ti dirò, girerai a destra. >>
Continuò a guidare seguendo le sue indicazioni, mentre ancora si arrovellava sulla
causa di quegli strani comportamenti. Evidentemente in quella particolare zona
c’era qualcosa che la turbava; ma era stata lei stessa a portarcelo dunque ... Tutto
questo discordava dalla prima impressione che aveva avuto di lei, sembrava una
donna così sicura di sé. Si chiese se doveva parlarne a tavola con calma, ma nello
stesso istante capì che, se non aveva risposto alle sue domande, significava che
non voleva dare spiegazioni. Meglio attendere un altro momento, forse lei stessa
avrebbe deciso di spiegargli il perché, di un malessere che arrivava al punto di
stravolgerla in quel modo.
Il piccolo ristorante in cui si fermarono era grazioso come le case che lo
contornavano; le sue luci discrete davano risalto alla pietra con cui era costruita la
cinta, interrotta da un piccolo steccato in legno. Racchiudeva un minuscolo
stagno in cui galleggiavano bianchi gigli d’acqua e larghe foglie di loto. Il giardino
che circondava lo stagno era ben curato e giungeva sino all’ingresso del ristorante,
arredato secondo lo stile tipico della Provenza. Piattiere e madie in bruno noce
massiccio, tavoli coperti dai vivaci colori delle tovaglie indiennes, vecchi arnesi da
lavoro alle pareti. Venne loro incontro la patronne, una donna bionda sulla
quarantina, vestita di un abito blu a piccoli fiori, molto elegante.
Sull’ampio petto portava una grossa spilla che, pur nella luce soffusa della
sala, colpiva per la sua fattura; uno smalto blu cobalto, nel quale erano immerse

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tre spirali fiammeggianti in oro.
Tra tutti i ristoranti che si trovavano nella zona, erano venuti proprio in
questo, diretto da una donna che portava il Triskell; troppo semplice per essere
casuale. Dopo aver rivolto ad Anne un leggero cenno di riconoscimento, chiese se
volevano stare all’aperto oppure nella sala. Nonostante la leggera brezza che si era
alzata nel frattempo, scelsero di stare fuori e furono accompagnati ad un piccolo
tavolo a due, sotto un’ampia pergola di glicine. Preferì sederle accanto anziché di
fronte, per averla vicino e per non farle sentire il peso di uno sguardo
interrogativo. C’era ancora silenzio tra loro. La festosa allegria che li aveva
accompagnati tutto il giorno, svanita di fronte a quel cancello di ferro battuto. In
attesa del menu, le disse che il villaggio gli era piaciuto molto, così semi
addormentato ed apparentemente incurante del turismo che invadeva la
Provenza.
<< Questo è un villaggio tranquillo, ma non ti far ingannare. Anche qui si sono
vissuti momenti terribili. Vi si era rifugiato un maquis molto famoso, Jean
Moulin, dopo essere stato tradito da un suo compagno partigiano; fu preso dai
tedeschi per essere poi torturato ed ucciso dal famigerato Klaus Barbie. >>
<< Non è l’ufficiale delle SS che cercava disperatamente Simon Wiesenthal? >>
<< Si, mio padre mi disse che a Lione aveva creato, nell’albergo più lussuoso
della città, una vera e propria centrale di tortura, perché era convinto che tutti
sapessero qualcosa sulla resistenza; strappando in quel modo tante piccole verità e
unendole una all’altra, avrebbe ottenuto grandi risultati. Per questo faceva retate
anche tra la popolazione. Gli abitanti di Lione erano terrorizzati e nessuno aveva
più il coraggio di camminare per la strada; si è persino pensato che al di là della
resistenza, stesse cercando di scoprire qualcosa che aveva a che fare con
l’esoterismo e le antiche credenze sulla Provenza. Era stato per anni nelle SS agli
ordini di Himmler, prima di venire a Lione.
Alla fine della guerra, sembrava protetto da qualche potenza infernale,
perché ogniqualvolta stavano per arrestarlo, riusciva a fuggire. Riuscì a salvarsi
attraverso la “rat line”, che dall’Austria conduceva in Italia e di qui al Sud
America. A gestire la “via del topo” era un prete del Collegio di San Girolamo a
Roma; salvò molti nazisti, tra cui il criminale fascista Ante Pavelic. Era in contatto
con la CIA con un accordo di mutua assistenza, per contendere ai russi la
collaborazione con i nazisti. Barbie raggiunse la Bolivia e qui fece carriera nei
servizi segreti dei vari dittatori di quel paese. Si parlò di lui come uno dei
consiglieri che concorsero a catturare Che Guevara. Riuscì a non farsi estradare
sino al 1983, quando venne portato in Francia per il processo. >>
<< Io mi sono sempre chiesto come la gente potesse vivere per anni nel terrore
senza impazzire; sapere che in ogni momento qualcosa di terribile può essere in
agguato dietro la porta di casa o all’angolo di una via. Che incubo deve essere
stato! >>

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<< Qualcosa di terribile, può essere sempre in agguato, fuori o dentro di noi, e
non so quale sia la cosa peggiore … >>.
Una pausa di sospensione ed ancora quello sguardo, che riusciva
improvvisamente a svuotarsi, come se lei avesse la straordinaria capacità di
volgerlo all’interno di sé stessa. Per un brevissimo istante, lui vide nei suoi occhi
qualcosa che non avrebbe voluto vedere e che più tardi attribuì ad un ingannevole
riflesso. Si era aperto un mondo alieno, freddo e desolato come la superfice del
lato oscuro della luna; dove non c’è né passato, né futuro, solo disperazione. In
quel momento di estrema lucidità, Marco pensò che chi non abbia mai visto il
viso della donna che ama, trasformarsi completamente in un altro, non può dire
di conoscerla.
Questa volta fu l’arrivo della patronne a distoglierla da quello stato; nel
prendere dalle sue mani la grande carta goffrata e ripiegata del menu, emise un
lungo sospiro, come se fino a quel momento fosse stata in apnea. Accorgendosi
di questo, la signora ristette per un attimo a guardarla fissamente, prima di
allontanarsi. Il sopracciglio alzato esprimeva più disapprovazione che sorpresa, e
lui ebbe la netta impressione che la donna conoscesse Anne molto bene, e
sorvegliasse ogni suo anomalo comportamento.
Per distrarla le chiese di scegliere per tutti e due, dato che era pratica del
ristorante e lei ordinò due croustillants per antipasto e due brochettes di St-Jaques
come piatto principale. Stranamente, chiese une demi bouteille di rosato di Baux solo
per lui perché, gli disse, pensava di guidare durante il ritorno a Villeneuve.
<< Come va Anne, tutto bene? >>
Lei, ancora impenetrabile ad ogni domanda, in risposta diede solo un leggero
assenso con il capo. Sopra di loro, nello spazio lasciato vuoto dai viticci del
glicine, la luna si stava alzando, un luminoso disco d’argento nell’immensità
punteggiata di luci del cielo. Le piccole foglie si muovevano agitate da una brezza,
che manteneva ancora un ricordo dell’estate, contribuendo a rendere
indimenticabile quella notte di settembre in Provenza.
Intuendo il suo stato d’animo, Anne aveva disteso le labbra in un leggero
sorriso e lo guardava, forse grata per non aver insistito, per non aver voluto
sapere … era impressionante vedere quanto veloci fossero i suoi mutamenti.
Intanto erano arrivati i piatti, larghi, filettati d’oro e blu intenso.
Contenevano piccoli e croccanti fagottini di pasta dall’aspetto delizioso, che
all’interno avevano gamberetti in salsa leggermente piccante e molto profumata.
Sembravano nidi di un uccello che avesse appreso ad impastare la farina, per
ricavarne fili sottili da intrecciare tra loro. Gli spiedini alternavano capesante a
pezzetti di pescatrice ed erano cotti meravigliosamente bene. Marco, pur non
essendo molto entusiasta dell’artificiosità che assumeva a volte la cucina francese,
dovette ammettere con sé stesso che i due piatti erano superbi. Il vino rosato, così

207
poco comune in Italia, era invece molto presente in quella zona ed aveva un
gradevole profumo di frutta. Tutto sembrava perfetto e lui, scacciando le ombre
che avevano pesato sui suoi pensieri poco prima, si voltò verso di lei e la baciò
sussurrandole poi all’orecchio che l’amava.
<< Anch’io Marco ti amo, andiamo a casa, ho voglia di tenerti stretto a me.
Quando sono tra le tue braccia dimentico tutto. >>
Che cosa doveva dimenticare? Che cosa del suo passato o del suo presente,
poteva avere su di lei un tale potere? Non appena riusciva, impiegando tutte le
sue forze, a non pensarci, ecco che lei diceva qualcosa di misterioso, oppure se ne
andava per lasciarlo solo di fronte ad un viso privo di espressione, al tormento di
tutti i suoi dubbi irrisolti.
Lasciarono Elapse - e tutto quello che per lei significava - per riprendere la
stessa strada che avevano percorso al mattino. Fu un viaggio molto tranquillo e
dopo la doccia si ritrovarono abbracciati nel grande letto, bisbigliando tenere
parole d’amore e paghi di sentirsi vicini e innamorati. Prima di affondare nel
sonno, quando il respiro di lei si era già fatto più regolare, pensò ancora a quel
cimitero nella campagna, a quel cancello arrugginito che nel buio della notte forse
stava cigolando sinistramente. Come quello che si aggrappava alle mura piene di
crepe, della casa degli Usher.

14

Il responsabile del ramo italiano della confraternita, chiuse la comunicazione


sul cellulare di ultima generazione con cui aveva parlato sino a quel momento.
L’uomo che era stato incaricato di indagare sulla sospetta presenza del Maledetto
in un appartamento di Piazza Vittorio, aveva fatto il suo rapporto. L’alloggio
risultava vuoto e nessuno nella casa sapeva qualcosa dell’inquilino che l’aveva
occupato. Ciò che l’uomo non sapeva, era che dopo ogni sparizione, tutti quelli
che gli stavano accanto perdevano momentaneamente il ricordo di averlo
incontrato.
Unica stranezza, il fatto che la sera prima era uscito dallo stesso stabile, lo
scrittore che avevano avuto l’incarico di seguire a causa delle sue ricerche sulle

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Grotte Alchemiche. Dopo la visita alla Biblioteca Nazionale, era stato seguito sia
al Politecnico sia al Duomo, dove aveva preso contatto con due scienziati il cui
campo di studio era troppo vicino a quanto si doveva celare. Nel vederlo uscire
dal palazzo in cui si sospettava si nascondesse il Maledetto, i due che lo
sorvegliavano avevano preso, senza essere autorizzati, la decisione di impaurirlo
per fargli cessare ogni ricerca. Purtroppo la sua reazione era stata
imprevedibilmente decisa ed il sicario, che pur apparteneva al tribunale segreto
dei franchi-giudici, aveva dovuto fuggire. Pareva in ogni modo che l’azione fosse
servita, perché lo scrittore due giorni dopo era praticamente scappato, partendo
in auto per la Francia.
Ora toccava a lui informare il Sommo Eletto del fatto che, ancora una volta
e all’ultimo momento, il Maledetto era sfuggito loro di mano. Lo già aveva fatto
innumerevoli volte, in ogni luogo dell’Europa in cui aveva deciso di “rinnovarsi”,
come ipocritamente diceva lui. Colui che aveva vinto il tempo, che aveva potuto
accedere alle Grotte prima che fossero distrutte - divenendo in questo modo
immortale – possedeva anche la facoltà di intuire, poche ore prima, il loro arrivo e
sparire.
Tutto questo a loro era stato precluso e non restava che la via più lunga e
faticosa, la prosecuzione della Grande Opera. Oppure, continuando a investire
tempo e denaro, quell’altro progetto, quello di cui era unico responsabile il
Sommo Eletto. Il Progetto Staminali,che aveva il codice di massima segretezza.
Riscuotendosi da quei pensieri, capì che non poteva rimandare oltre la
telefonata, doveva chiamarlo subito per comunicargli la loro sconfitta.
Immaginando la reazione all’altro capo del filo, ebbe paura; pareva assurdo che
lui, uno dei capi della setta, potesse temere un suo confratello, ma era così e non
poteva farci niente. Aveva paura perché una cosa aveva imparato su di lui in tutti
quegli anni.
Rappresentava la più verosimile incarnazione del Male.
Non quello che la società punisce in coloro che infrangono le sue leggi, ma
quello vero, profondo, ancestrale. Il Male che vuol penetrare in modo illecito nella
sfera più alta, quella proibita, quella più vicina a Dio. La sfera del sapere che non
è mai stato dato all’uomo, la sfera dell’immortalità. Quando si trovava di fronte a
lui, oppure anche soltanto al telefono, sentiva le sue emanazioni propagarsi tutto
intorno, come se si trovasse davanti ad un demone proveniente dall’“ altra sponda
“. Qualcosa che usciva dalle tenebre e si serviva delle debolezze umane per
ottenere ciò che voleva. Qualcosa generato da un nodo tra linee temporali.
Purtroppo lui era l’unico tra gli Eletti, a percepirlo in quel modo; gli altri
erano così pieni di utilitarismo, così bramosi di potere, da non riconoscere il Male
nemmeno quando se lo trovavano davanti. E quell’uomo, ammesso che si potesse
ancora definirlo così, era davvero malvagio. Molti anni prima, per avere un
braccio armato affidabile e spietato, era riuscito a rintracciare ciò che restava di

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una setta segretissima, nata in Westfalia nel 1404, ma che in realtà risaliva a Carlo
Magno. La Saint Veheme dei franchi-giudici.
Un tribunale segreto che sin dal suo primo apparire, aveva terrorizzato tutta
la Germania. Un codice misterioso legava tra loro i franchi-giudici, che
amministravano la giustizia per conto degli Illuminati. Ogni sentenza era
inappellabile e colui che, secondo la loro personale giustizia, era trovato
colpevole, veniva prima iscritto nel Libro di sangue, poi ucciso ovunque si
trovasse. Spesso era addirittura all’oscuro della condanna. Al tempo della sua
nascita, la Veheme si avvaleva di centomila carnefici invisibili e sparsi in tutto
stato: si pensava fosse estinta nella seconda metà del 1600, ma in realtà aveva
seguitato ad operare ancor più segretamente. Solo in rarissimi casi, alcuni franchi-
giudici avevano avvertito il proscritto che doveva fuggire al più presto perché era
in pericolo di vita: con la frase in codice “ puoi mangiare buon pane anche altrove
“. Ma non era sicuramente stato un adepto ad avvertire il Maledetto che erano
sulle sue tracce.
Per un attimo il responsabile pensò a Lug, ai suoi insegnamenti e a ciò che la
confraternita era divenuta nel tempo e si sentì molto triste. Davanti a lui la grande
vetrata del suo studio lasciava intravedere, al di là del fiume, la città che aveva
sempre amato, quella che Lug aveva scelto come sede delle sue Grotte
Alchemiche. Con i suoi mille segreti, con i suoi simboli esoterici, con i suoi santi e
i suoi peccatori. Passò la mano sull’anello che riportava il segno del Triskell -
come per trarre da quel gesto la forza per chiamare il capo supremo - e compose
il numero segreto di Avignone. Sempre più spesso negli ultimi tempi il suo
compito gli sembrava insostenibile, ma c’era un giuramento a cui era legato, un
giuramento che non si poteva infrangere.

Stava viaggiando di notte su una strada sconosciuta che si addentrava in una


fitta foresta, una nera cortina tutta intorno a lui, forse in Baviera oppure nella
Schwarz Forest, perché soltanto in Germania aveva visto foreste così
impenetrabili. L’inspiegabile assenza totale della luna in un cielo sgombro da
nuvole, lo turbava e contribuiva ancora di più a rendere la notte oscura ed
imperscrutabile. I fari di quell’auto - che non era la sua - erano molto bassi,
riuscivano a malapena illuminare la strada pochi metri avanti. Gli sembrava di
muoversi in un tunnel le cui pareti, a causa dello scurirsi della notte, parevano
stringersi sempre più. Solo a tratti il tronco di un albero, che si era spinto fin sul
bordo della strada, appariva di colpo come in un lampo; ogni volta
sorprendendolo e facendo accelerare il suo battito cardiaco, nel silenzio assoluto
della notte. Man mano che procedeva il suo controllo sul volante diveniva sempre
meno influente e questo non dipendeva da lui, ma da una sorta di lento distacco
che l’auto pareva volersi prendere dalle sue manovre. Anche le accelerate all’uscita

210
di una curva avevano preso una loro autonomia, sempre più sfasata rispetto alle
sue azioni. Aveva tentato di inserire gli abbaglianti, ma i fari si ostinavano a
rimanere bassi e gli alberi e le curve gli si paravano davanti all’improvviso. Sentì il
panico salire dentro di lui, quando il pedale del freno arrivò alla fine della corsa
senza alcun effetto sulla velocità, che pareva anzi aumentare. L’acceleratore sotto
il suo piede si stava abbassando senza che lui l’avesse toccato, come se fosse
dotato di vita propria. Una stretta curva gli venne incontro veloce, troppo veloce,
cercò di sterzare, ma l’auto proseguì diritta verso il guard rail, lo spazzò via senza
alcun rumore, al rallentatore, e iniziò a precipitare lentamente nel buio e nero
vuoto, trascinandolo con sé. Si sentì mancare, assisté paralizzato alla caduta,
presentendo l’urto terribile…

Ansimante e sudato, si svegliò di colpo. Il sogno era stato particolarmente


vivido e reale, sentiva ancora nel petto e nello stomaco, l’atroce sensazione di
cadere e, mentre i suoi occhi stentavano a distinguere qualcosa nel buio della
stanza, ebbe la certezza di essere caduto davvero, di essere già morto. Lo salvò il
respiro di lei che a tratti diveniva una flebile cantilena, come se stesse cantando
oppure lamentandosi; si alzava e si abbassava di tono per poi trasformarsi in un
borbottio incomprensibile. Anche lei stava sognando e si augurò che i suoi sogni
fossero migliori di quello da cui era appena uscito. Si alzò lentissimamente per
non svegliarla, scese la scala a chiocciola e andò in bagno; dall’orologio della
cucina vide che erano le sei. Bevve avidamente un bicchiere d’acqua e poi un
altro, chiedendosi cosa poteva provocargli tutta quell’arsura e cosa poteva
significare quell’incubo, così dettagliato nei particolari.
I sogni, aveva letto tanto tempo prima, sono finestre notturne attraverso le
quali l’inconscio trasmette informazioni che nello stato di veglia non si riescono a
percepire. Sognare di cadere o di volare - un tipo di sogno molto comune -
sarebbe la compensazione di qualche difetto nel modo di vivere o considerare la
vita. Oppure secondo altri, anticiperebbe un importante evento situato nel futuro.
Sul modo di vivere la vita ogni religioso, guru o filosofo aveva i suoi
ammaestramenti, ma in definitiva – pensò – non facciamo che seguire la nostra
indole, che è la sola vera forma di destino dell’uomo, come aveva scritto Eraclito.
Da anni si portava dietro i suoi sensi di colpa, ma mai prima d’ora aveva
fatto un sogno così angoscioso: può darsi che la ragione stesse nell’aver dovuto
rinunciare a tutte le domande che avrebbe voluto farle sin da principio. Perché si
era così stravolta dicendo che non si può tornare indietro, che non ci vengono
date altre chance? Che cosa le impedisce di spiegarmi, di farmi entrare un poco di
più nella sua vita? Un lungo brivido freddo gli prese lo stomaco. Attraverso uno
spiraglio della serranda entrava già una sottile, ma intensa lama di luce. Azionò il

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telecomando per sollevarla ancora e vide che stava nascendo un’altra splendida
giornata di sole. Il blu intenso della notte si stava stemperando nel grigio-azzurro
dell’alba, le stelle parevano spegnersi una ad una, man mano che la luce del giorno
le raggiungeva.
Tornò a letto e si riaddormentò, per risvegliarsi insieme a lei molto più tardi;
il suo orologio biologico o era in riparazione o scioperava, perché Anne, prima di
alzarsi e mostrare la sua nudità velata dalla penombra, gli mormorò all’orecchio
che erano le nove e mezza. Nemmeno questa notizia riuscì a smuoverlo dal letto
ed attese che lei tornasse dal bagno. I capelli arruffati, la bocca aperta nel sorriso
che lui amava tanto, gli venne incontro attraverso la stanza e gli fu sopra, una
gattina desiderosa di carezze e di baci.
Sentiva la sua pelle ancora calda del letto, muoversi lentamente sulla sua, la
mano scendere in basso a cercarlo, a chiudersi su di lui con una delicatezza
stupendamente eccitante. Un piccolo singulto di sorpresa e di piacere prima di
dirigerlo verso di sé, passarlo lentamente lungo il solco umido e caldo ed
ansimare mentre dolcemente lo introduceva. Muovere il bacino per accoglierlo e
portarlo ancora fuori, quasi che lui, Marco, non esistesse se non come strumento
del suo piacere.
Fecero l’amore dolcemente e a lungo, giocando una con la voluttà dell’altro,
parlando d’amore e di desiderio, ogni ombra finalmente svanita. Per tutto quel
lunedì e durante i due giorni che seguirono, il loro accordo fu perfetto, sia che
fossero insieme nelle incombenze che lei doveva svolgere, sia che fossero separati
dalla scala a chiocciola che delimitava il confine dei loro due differenti mondi. Lei
presa da una serie interminabile di corrispondenze con tutta Europa, lui a
stendere la bozza del nuovo romanzo; ed era delizioso nelle pause dal lavoro,
chiamarla per chiederle, “Un cafè cherie? “ e sentirla rispondere – “ Mais oui, c’est un
plaisir “.
Spesso al mattino andavano ad Avignone, lei per i suoi impegni, lui per
lunghe passeggiate: vagava per quelle vie che ormai non avevano che pochi turisti,
prendeva appunti seduto in un caffè sulla Piazza dell’Orologio e visitava le
numerose gallerie d’arte che la circondavano. Quando scopriva qualche artista
interessante, ci ritornava più tardi con lei, trovandosi quasi sempre d’accordo sul
valore delle opere. Uno degli artisti più originali, lavorava grossi blocchi ottenuti
sovrapponendo e pressando grandi fogli di cartone, con effetti sorprendenti; la
materia che componeva la figura era sempre orizzontalmente frazionata ed i
contorni risultavano sempre bizzarramente frammentati. Minimalismo
estremamente dettagliato.
Il loro calore, il loro entusiasmo erano contagiosi e, pur non acquistando
nulla, riuscirono a fare amicizia con due galleriste; a dimostrazione di quanta
simpatia suscitassero nella gente. Si portavano dietro il loro amore come un’aura
che li racchiudesse, impermeabile alle influenze esterne, ma per un effetto
osmotico a senso unico, aperta nell’elargire agli altri la comprensione e la bontà di

212
cui si sentivano essi stessi gratificati. A volte Marco si sentiva felice come mai gli
era accaduto prima, ma un attimo dopo veniva preso dalla paura per tutta quella
felicità piovutagli dal cielo: temeva di ingelosire gli dei, nello stesso momento in
cui era loro grato. Sapeva della mutevolezza dei loro caratteri.
Aveva portato con sé il piccolo set per la pittura ad acquerello e mescolando
con il pennello tascabile il blu ceruleo al blu oltremare, cercava invano di portare
sul cartoncino il cielo che lo sovrastava. Un poco di colore, un poco d’acqua
distillata per stemperarlo, un poco di bianco e ancora daccapo, nell’impossibile
ricerca di quell’azzurro. In passato era sempre venuto in Provenza con scopi e
obbiettivi precisi; il turismo quando era giovane, i suoi libri poi, con una fame di
possesso, con una voglia di impadronirsi dei suoi colori, dei suoi angoli più intimi,
per poterne parlare, scrivere, mercificarli.
Ora, lasciava che la Provenza entrasse in lui, che si impadronisse lentamente
dei suoi pensieri, dei suoi sensi. Sedeva in quelle piazzette sentendo che gli
penetrava nel sangue, nella linfa che lo percorreva tutto, in una simbiosi che non
era abbastanza sciocco da ritenere innocua, per lui e per il suo futuro. Gli entrava
dentro lentamente, come un virus che non avesse molta fretta di raggiungere i
suoi scopi, lasciando ad altri alleati la conquista dei territori limitrofi. La lingua ad
esempio. Non era lui ad impadronirsene, ma il contrario; parlandola tutti i giorni
trasfondeva da Anne a lui e lo permeava. Sentiva che tra poco avrebbe iniziato
anche a pensare in francese.
Le loro serate erano molto tranquille, passate a conoscersi meglio,
condividendo interessi e passioni che li legavano sempre più. In un pomeriggio di
forte vento, passato entrambi lavorando, lui le scrisse un biglietto e lo nascose nel
portacarte all’ingresso, sperando che lei lo trovasse solo quando sarebbe già
tornato a Torino.
Chiudo gli occhi e ritrovo il tuo sorriso, il tuo passo leggero di danzatrice, di
ragazza.
E vorrei avere le parole di Brel, di Brassens, o di Prevert… ma vorrei amarti
soltanto come ti ama Marco, perchè nessuno potrebbe amarti di più.

Il mattino di qualche giorno dopo, partirono per Nimes per una serata di
tango. Da molto tempo non ballavano insieme ed erano molto emozionati. Lui le
disse che delle due cose che sognava di fare con lei quando erano lontani, una
l’avevano ampiamente sperimentata, l’altra era ballare con lei. Lei scoppiò a ridere
e più tardi sull’auto, guidando verso l’autostrada, Marco le chiese se era felice. Lei
gli si strinse contro per dirgli:

213
<< Tu sei la mia gioia caro.>>
Un poco prima di Nimes, si fermarono al Pont du Gard, l’incredibile acquedotto
romano a tre piani che porta ancora oggi, dopo duemila anni, l’acqua alla città.
Trentacinque archi nel piano superiore, undici in quello intermedio e sei
nell’ultimo, che si specchiano, ocra rossa e grigio maculato, nel lento scorrere del
Gardon. Si fermarono per un caffè al centro visitatori, da cui lo si poteva
ammirare in tutta la sua bellezza, stagliato contro il cielo azzurro. Superbo
simbolo di un impero, molto più eloquente che qualsiasi storiografia.
<< Un’opera incredibile. Ho letto da qualche parte, che questo acquedotto ha
resistito a terremoti e piene del fiume perché è molto elastico, la differenza tra
una fila di archi e l’altra, che a noi sembra solo un fatto estetico, ha proprio
questo scopo. C’è da essere fiero a guardarlo da italiano, vero Marco? >>
<< Per me nella storia dei popoli, i romani sono stati diversi da tutti, perché
pensavano in grande e al di là dei confini del loro Paese. Per questo hanno
conquistato tutto il mondo. In ogni nazione in cui entrava l’esercito, subito
seguivano gli ingegneri, i costruttori di strade e ponti, poi i magistrati per la
giustizia e gli amministratori per riscuotere le tasse. Una perfetta e programmata
macchina di annessione, che purtroppo non ha lasciato quasi nulla in eredità a noi
italiani moderni; non sappiamo più programmare nulla. >>
<< Gli uomini sono gli stessi dapertutto, diciamo noi. Anche per i francesi è
così, ma non parliamo di politica, piuttosto ti anticipo qualcosa sulla milonga di
questa sera: ci saranno delle buone coppie di ballerini ed anche due argentini che
insegnano a Nimes. Sono molto belli a vedersi. Non dobbiamo preoccuparci della
cena perché in quella milonga è d’uso “ la mode de l’auberge espagnol “ vale a dire che
ognuno porta qualcosa da casa, di solito molto buona. Ti consiglio di assaggiare il
sidro, se ti piace, perché è prodotto in casa, come pure molti saucissons, le salsicce
crude. Noi compreremo in un negozio di fronte del vino, quello va sempre bene.
Ma ecco che siamo arrivati. Prosegui diritto sino ai Giardini della Fontana poi gira
a sinistra, da lì in avanti possiamo cercare un parcheggio. Visto che è ancora
presto potremmo fare due passi, ho voglia di camminare un poco.>>
Nimes è la più spagnola tra le città del sud della Francia. Appartiene alla
Languedoc, ma tiene anche un piede in Provenza; i suoi monumenti antichi, sono
addirittura meglio conservati di quelli di Roma, mentre quelli recenti sono stati
spesso la palestra in cui si sono esercitati grandi architetti moderni. Una cittadina
molto variegata quindi e con molta voglia di divertirsi, anche a spese dei tori che,
ancora oggi, vengono assurdamente macellati nelle corride delle Arènes. Lasciata
l’auto in un parcheggio della Place de la Calade, proseguirono a piedi passando
davanti alla magnifica Maison Carrée, il tempio romano quasi intatto che si
specchia nei vetri della facciata del Carré d’Art di fronte; una sfida che l’architetto
Foster, gli disse Anne, aveva voluto accettare riproducendo nell’acciaio e nel vetro
le forme dell’antico tempio.

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<< Sulla terrazza c’è un café de luxe, da dove si può vedere tutta la città. È una
vista incantevole>>.
Proseguirono la loro passeggiata lungo il Boulevard Victor Hugo - onnipresente
in ogni città della Francia - deviarono a sinistra per passare nell’allegra Place du
Marchè, piena di giovani studenti seduti nei molti caffè. Calde luci gialle intorno
alla piazza erano già accese, sebbene mancasse ancora tempo al tramonto.
Passarono oltre, sino al maestoso Anfiteatro che gli abitanti chiamano Les
Arènes, un ovale insieme di archi perfettamente disegnati.
<< Vedi Marco che non vi sono quei ridicoli gladiatori che avete di fronte al
Colosseo! >>
<< E’ vero, non vi sono gladiatori, ma ci sono i toreri la domenica e non so tra i
due chi preferire; almeno quelli combattevano tra loro ad armi pari e non in
quattro o cinque contro un toro mezzo dissanguato dalle banderillas! >>
<< Sei forse un animalista? Io sono neutrale, vado alla corrida una o due volte
all’anno, a quelle più importanti, perché sono comunque occasioni mondane. >>
<< Cosa c’è di mondano nel piantare delle picche dall’alto di un cavallo nella
schiena di un toro? Se essere animalista vuol dire essere contro le sofferenze
inutili, certo che lo sono. Da giovane ho amato molto l’Hemingway di Morte nel
pomeriggio e Fiesta: mi avevano esaltato i suoi racconti di grandi toreri del
passato. La sua mistica del coraggio era molto di moda allora, perché si usciva da
una guerra che aveva visto il machismo esaltato in tutti i modi. In seguito ho
capito però che la corrida, a parte arricchire alcune lobbies e proseguire una
barbara tradizione, non ha altro scopo. In Portogallo e nelle Azzorre ho visto le
ferie e le corride senza uccisione e mi sono divertito un sacco. Vorresti bella
mondana, che ti piantassero una banderillas nel tuo delizioso derriere? >>
Così dicendo, prese a rincorrerla con le braccia alzate e gli indici puntati in
basso, simulando di essere un banderilleros alla ricerca di una natica da colpire.
Lei corse via, era molto agile, probabilmente più di lui e correndo gli gridava “
non permetterti di toccarmi, è pericoloso! “. Continuarono a giocare come due
ragazzi e dovevano essere uno spettacolo ben bizzarro; una donna alta e ben
formata, i pantaloni di un rigato blu e grigio, scarpe e borsa italiane firmate, che si
faceva rincorrere da un cinquantenne dall’abbigliamento casual ricercato. Nelle
pause della corsa, si voltava verso di lui in posizione di scherma e lo sfidava con
parole ripescate dall’infanzia con suo padre e dalle sue letture italiane. Frasi
desuete come “ gaglioffo non mi avrai! “ - che pronunciava con la g dura,
facendolo sbellicare - e “ a noi! “ che detto da lei diveniva “ ai noi! “.
Che differenza con la Anne di Élapse! Girarono intorno all’Anfiteatro e
presero la Rue de l’Aspic per ritornare all’auto e cambiarsi per la milonga. Con la
complicità del buio che era intanto sceso sulla città e dimenandosi come due
contorsionisti nello spazio ristretto della vettura. La penombra rotta

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dall’improvviso comparire del biancore del suo seno, subito coperto dal veloce
risalire del vestito. Un lontano ricordo di amoreggiamenti fatti su auto molto più
piccole e con l’elasticità dei vent’anni nelle giunture.
La milonga, ospitata nel teatro della municipalità, era una sala molto ampia,
con un pavimento in legno consunto dai frequenti balli che vi si svolgevano. Le
sedie erano state poste tutt’intorno alle pareti e, quando lui ed Anne entrarono
dopo aver acquistato del vino, c’era già molta gente. L’atmosfera era festosa, già si
udiva la musica di un tango, ma non era ancora iniziata la milonga. I più erano
intorno ad un lungo tavolo addossato alla parete di fondo e, un bicchiere in una
mano ed un piatto nell’altra, conversavano, bevevano ed assaggiavano quanto era
stato portato da ognuno di loro.
Più che un buffet freddo, la “ mode de l’auberge espagnol “ pareva una grand
bouffe. Un’infinita varietà di insalate di diversa composizione, salsicce, patè, confit,
torte dolci e salate, riempivano il tavolo in allegro e colorato disordine. Su un
altro tavolo più piccolo, il campionario di vini che andavano dal “ vin du pays “
prodotto in casa a quello di etichetta. In una sorta di panciuti orci in ceramica, si
trovavano pure varie qualità di sidro. Anne andò subito verso l’organizzatrice, una
donna piccola, bruna, riccioluta e piena di energia che gli regalò un ampio sorriso
e gli disse - ah, un danceur italien, bien venu! - quando le fu presentato. Le lasciarono
le bottiglie e si avvicinarono al buffet, accolti da alcuni ballerini che avevano visto
Anne da lontano; fu presentato ancora ad altre donne, uomini e coppie. Si
conoscevano quasi tutti tra loro.
Dopo aver assaggiato un po’ di vino ed aver scelto un misto d’insalate,
cercarono un angolo in cui appartarsi; le sedie erano tutte occupate, quindi
dovettero restare in piedi. Più tardi, quando gli chiese se andava tutto bene, lui le
parlò della sua teoria sui buffet in generale.
<< I ricevimenti “ in piedi “ non sono fatti per umani, ma per octopodi: se Dio
avesse voluto che gli uomini mangiassero in piedi, li avrebbe dotati di un numero
maggiore di arti superiori, almeno quanti sono quelli dello “ Stregone”,
l’autoritratto con quattro braccia del quadro di Magritte. È materialmente
impossibile reggere un bicchiere con una mano, un piatto con l’altra e riuscire a
smembrare una fetta di torta salata o una fetta di roastbeef, specie se non c’è nulla
abbastanza vicino su cui posare il bicchiere. Anche in questo caso però nasce un
problema. I bicchieri sono tutti uguali e non esiste un posto al mondo, per quanto
inaccessibile sembri, in cui si sia certi di poter lasciare il proprio senza che - nella
breve frazione di tempo impiegato ad inforcare una frammento di cibo - lo si
ritrovi circondato da altri due o tre bicchieri. Ogni tentativo di riconoscere il
proprio sarà vano, tutti i liquidi degli altri avranno lo stesso colore e odore. Non ti
resterà che procurarti un altro bicchiere, poi un altro ancora… Per questa ragione,
nel programmare un buffet in piedi, si deve prevedere un numero di bicchieri
almeno sestuplo rispetto al numero degli invitati. Per gli assidui frequentatori di
questo tipo di buffet, sarebbe bene dotarsi di un bicchiere con monogramma e di

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un collarino in cui riporlo, se non hanno problemi a muoversi con un bicchiere
semipieno appeso al collo. I cinesi e i giapponesi dovevano essere grandi cultori
dei ricevimenti in piedi dato che le loro cucine sono le uniche a non necessitare di
un coltello. >>
Lei sorrise della sua piccola polemica, ma lui dovette ammettere che le
insalate erano gustose, profumate e ricche; costituivano un piatto unico ed il sidro
aveva il sapore delle cose un poco acerbe, ruvide, fatte in casa. Marco non aveva
l’abitudine di bere molto prima di ballare e scoprì che anche per lei era così.
<< Se bevo perdo il mio asse e di conseguenza l’equilibrio. >> disse lei.
Intanto, qualcuno stava già avviandosi verso il ballo. La pista iniziava a pochi
metri dal buffet e proseguiva per tutta l’ampiezza della sala; Anne vide passare i
due maestri argentini e andò loro incontro per salutarli. Incuriositi da quanto lei
diceva su di lui, i due deviarono dal percorso verso il ballo e si avvicinarono a
Marco.
Monica, così si chiamava lei, era una donna alta e slanciata, i capelli
scurissimi, quasi neri, raccolti in una coda che scendeva sulla spalla.
L’atteggiamento altero del portamento, addolcito dal sorriso ampio e cordiale, le
labbra tumide rosso corallo; l’archetipo della ballerina di flamenco. Lui Alfonsito,
portava un abito a doppio petto rigato ed il sorriso vissuto di chi ha ballato in
tutte le milonghe. Poteva avere cinquant’anni, almeno venti più di lei a giudicare
dall’apparenza. Fu lui a chiedere a Marco del tango a Torino; sapeva che stava
divenendo, se non lo era già, la città in cui si ballava più tango in Europa. Chiese
di quanti maestri argentini ci fossero e i loro nomi, poi gli disse che aveva studiato
con Copes e che era in Francia da sei anni. Girandosi verso Anne, la invitò a
ballare e a questo punto Marco, per ricambiare, invitò Monica. La pista era ancora
semivuota, i ballerini fermi in attesa del prossimo brano: dovevano esserci
problemi tecnici, perché le note di “ Yuyo verde “ tardarono qualche minuto a
diffondersi nella sala.
La musica di questo tango all’inizio è lenta, per incalzare più avanti i
ballerini, e la stessa cantante, con l’inserimento del bandoneon; un brano difficile
da ballare, poco scandito, quasi un brano da camera. Marco sentì al primo
abbraccio che Monica aveva una forte presenza; la mano destra di lui si avvolgeva
intorno ad un’apparente esilità, ma le due fasce dei dorsali erano pronte al
movimento. Lo si sentiva dalla leggera tensione che le percorreva. In omaggio alla
sua terra ed al suo idioma, decise di ballarlo sul significato delle parole, molto
simili all’italiano: questo è uno dei pochi tanghi che lo consentono. Seguendo la
voce di Adriana Varela, si arrestava per una pausa, oppure sottolineava una frase
con una leggera accelerazione. Nel muoversi in questo modo, si accorse che lei
aveva compreso, perchè rispondeva ai suoi inviti sulla poesia di quel tango e non
solo sulla sua musica. Mentre eseguiva un perfetto lapis con la punta del piede
prima di toccarlo e risalire, gli rivolse un aperto sorriso e lui provò ancora una
volta l’emozione di poter comunicare - grazie al tango - senza parole e con il solo

217
movimento, ad una donna sconosciuta quello che sentiva. Ballarono insieme per
tutta la tanda, ma non fu più la stessa magia; del resto se fosse così comune, non
sarebbe così prezioso scoprire di ritrovarsi al di là della lingua, età o differente
origine.
La cortina interruppe il loro ballo e mentre uscivano dalla pista, si trovarono
a confluire insieme ad Anne e Alfonsito verso il bar; lui desiderava
disperatamente un caffè italiano - ma dovette accontentarsi di un café fermé - e
ballare con Anne. Finalmente soli, le prese il braccio e mentre l’accompagnava
verso la pista, sentì incomprensibilmente le gambe tremargli, emozionato come la
prima volta in cui avevano ballato insieme. Non riusciva a capire come fosse
possibile tutto questo, dopo tanti anni e anni di ballo. Come se la loro relazione si
nutrisse, oltre che di carezze, amore ed erotismo, anche del loro tango. Lo stesso
dio - fosse Eros o la divinità stessa del tango - che li aveva portati ad incontrarsi
su una piazza di Avignone, volle che il brano che li accolse nella pista fosse “
Adios Nonino “. Ancora Pugliese e la sua orchestra.
Marco lo aveva ballato dieci, cento volte ma quel giorno c’era Anne tra le
sue braccia; l’emozione di muoversi con lei in quel tango fu troppo forte. Non
riuscì a pensare ad una sola figura, si mosse con lei in una semplice camminata,
perché le gambe gli tremavano ancora. Sentiva quella donna che era stata sua,
nella quale era entrato con il desiderio di non uscirne più, tremare leggermente,
sfiorare con le labbra i suoi capelli, piena di tenerezza e d’amore. Dovettero
fermarsi, alla fine del brano, e andare verso una parete a cui sorreggersi,
ansimando come se avessero corso per ore: i loro corpi, privati da giorni e giorni
del piacere di danzare insieme, dovevano riabituarsi al loro tango.
<< E’ incredibile Marco, io non ho mai provato questa emozione ... non riesco a
stare ritta senza dovermi appoggiare a te, le gambe non mi sorreggono…>>
<< Anche io Anne, non ho mai provato nulla di simile… >> rispose lui e, come
colpito da un pensiero improvviso rise, di sé e di loro due che non riuscivano
neanche a ballare insieme per tre minuti senza doversi appoggiare ad una parete.
Lei, come se avesse capito, lo seguì nella risata e stettero affiancati a guardarsi
negli occhi mentre intorno a loro il mondo si muoveva lento, sfocato,
immensamente lontano.
Riprovarono a ballare più tardi, su tanghi di De Caro, “Maipo, Ojos negros“ ed
altri: tanghi composti per il ballo, senza l’esplosiva tensione di Pugliese. Quel che
ci voleva perché i loro corpi riprendessero confidenza uno con l’altro. Si
lasciarono trasportare dal ritmo sincopato e confidenziale di qulla musica degli
anni ‘30, camminata, arresto, camminata. Quando si fermarono per cercare una
sedia, una coppia li avvicinò dicendo loro “il vostro tango è supér, siete forse
argentino signore? “. Dopo aver risposto che no, era italiano e loro erano molto
gentili, si stupì con Anne di tanta cordialità. In Italia era molto improbabile che ci
si complimentasse persino con i maestri. Sedettero a fianco di una coppia che
Anne conosceva ed osservarono il ballo che si stava animando ancora di più, a

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causa di tutti quelli che avevano finito di cenare.
Osservando i ballerini, la sua attenzione fu attirata da un uomo alto, bruno,
atletico e molto abbronzato, che si stava avvicinando guardandolo con insistenza.
Lo sguardo era fermo, persino imbarazzante nella sua fissità, la bocca contorta in
quello che pareva tutt’altro che un sorriso. Certo di non averlo mai conosciuto, e
infastidito dal suo atteggiamento, distolse lo sguardo per rivolgerlo ad Anne;
anche lei l’aveva visto avvicinarsi e nonostante la penombra della sala, era
evidente che fosse impallidita. Nel momento in cui l’altro si arrestò ad un metro
da loro fissandola, tutto il suo corpo s’irrigidì visibilmente. Chiunque fosse
quell’uomo, la conosceva bene perché l’occhiata che le diresse era profonda,
volutamente intensa. S’inchinò leggermente verso di lei in un invito che
conteneva un che di beffardo ed Anne esitò un attimo prima di alzarsi. Segno che
quell’invito non le era molto gradito. Forse era un ex fidanzato geloso che
vedendoli ballare, si era avvicinato con quell’aria innegabilmente ostile.
Già dal primo abbraccio Marco intuì che quell’uomo esercitava qualche
specie di potere su di lei, perché tutto il suo corpo pareva quasi subire la sua
stretta, molto più chiusa di quanto lei di solito consentisse. Ancor più strano il
fatto che l’uomo iniziasse subito a parlarle fittamente nell’orecchio, con
un’espressione che sapeva decisamente di rimprovero. Il loro tango era
meccanico, senza figure e irrigidito dalla postura di lei, che si inarcava tutta
all’indietro nel tentativo di scostarsi. Nel giro successivo, passarono di fronte a lui
ed Anne si voltò a guardarlo in modo strano, come se lo vedesse per la prima
volta. Come se avesse scoperto qualcosa di lui, che non aveva mai saputo sinora.
Cosa le stava dicendo quell’uomo sconosciuto, dall’aspetto così temibile, e che lui
non aveva mai visto?
Al termine dei tre tanghi, la riportò al tavolo e, mentre lei si sedeva,
s’inchinò profondamente verso di lui, portò la mano al petto, poi alle labbra e
infine alla fronte. Il tipico saluto arabo che voleva significare “ Ti do il mio cuore,
la mia anima, il mio pensiero “, ma che in quel caso indicava chiaramente che
l’uomo si stava prendendo gioco di lui. Non fu, però quel saluto, a provocargli il
forte senso di nausea che gli serrò improvvisamente lo stomaco; nel chinarsi in
avanti, l’uomo aveva fatto uscire fuori della camicia aperta un medaglione che
portava inciso l’inconfondibile segno del Triskell.
Ancora e sempre quel simbolo, che lo perseguitava ovunque! Per di più, in
questo caso eliminava ogni possibilità che l’uomo fosse soltanto un ex
innamorato geloso: ma chi era e perché Anne era così turbata, mentre lo
sconosciuto si allontanava, perché si voltava verso di lui dandogli una rapida
occhiata, con la stessa espressione di quando lo aveva guardato mentre ballava?
E pensare che sino a poco prima la serata era stata perfetta, com’erano stati
perfetti i giorni passati, nei quali era riuscito a non pensare alla pergamena ed al
suo contenuto. Ora Anne sedeva rigida, senza guardarlo e quando lui le chiese se
volesse ballare rispose:

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<<. Grazie ma sono stanca, più tardi forse. >>.
Meglio non parlare, attendere che il suo turbamento passasse, qualunque ne fosse
la causa. Tuttavia quel silenzio, a cui non erano abituati, pesava enormemente.
Questa Anne che non lo guardava, che si volgeva verso la pista, era ancora
un’altra Anne, dopo tutte quelle che aveva conosciuto; quale era quella che lo
amava davvero? L’amo troppo, si disse. Per la prima volta, ebbe la certezza che
l’avrebbe amata sempre troppo, molto al di là di quanto fosse giusto amare.
Troppo per non aspettarsi di soffrire ora, fra un mese e fra un anno.
Più tardi le chiese ancora di ballare e lei lo guardò con intenzione negli
occhi, prima di annuire con il capo; s’inserirono nel flusso antiorario dei ballerini,
muovendosi su alcuni tanghi pacati ed eleganti di Carlos Di Sarli. Abbandonata
tra le sue braccia, lei si appoggiava leggera alla sua guancia, ma il suo ballo non
aveva presenza, come se non fosse lì con lui. Aveva posto una sorta di sottile
diaframma tra loro. Per quella sera, l’incanto che li aveva portati persino a tremare
nell’abbraccio, era finito, svanito; gli pareva di danzare non con Anne, ma con una
sua vaga apparenza. Meglio dunque ritornare a sedersi e smettere quell’inutile
sofferenza. Dopo aver scambiato qualche parola con le persone che le stavano
accanto, lei gli chiese - on y va? - e lui acconsentì. Si cambiarono le scarpe,
salutarono tutti quelli che non erano troppo lontani, ed uscirono dalla sala.
Guidando sulla strada che li portava fuori da Nimes, si voltò verso di lei per
chiederle:
<< Anne che cosa succede, c’è stato qualche malinteso di cui non mi sono
accorto? >>.
Pareva che non l’avesse neanche sentito, perché guardava fuori dal finestrino
come persa in uno dei suoi estraniamenti. Quando lui ripeté la domanda,
togliendo una mano dal volante per stringere forte la sua, lei si voltò e rispose:
<<Nulla, nulla di nulla. Ho incontrato un conoscente che non vedevo da tempo
>>.
Sarebbe bastato il pallore del viso a smentire la sua risposta. Più che un
conoscente, pareva avesse incontrato un fantasma, che ora voleva scacciare dalla
sua mente chiudendo gli occhi, e appoggiando il capo sul sedile. Lasciò la mano
nella sua e non disse più nulla per tutto il viaggio di ritorno.
Più tardi, quando furono a casa e insieme nel letto, si strinse a lui
respirandogli addosso, accarezzando il suo volto e ripetendo il suo nome con il
viso affondato nel petto. Stettero così nella penombra, per cercare di ritrovarsi
uno con l’altra. La curva che le scendeva lieve dal collo alla spalla era tesa, quasi
fosse imprigionata in un reticolo di tensione che la percorresse tutta.
Dopo un poco, sentendo la sua involontaria eccitazione farsi strada tra loro,
si mosse per supplire alla sua immobilità, come a favorire la crescita di quanto
premeva contro di lei. La stretta si fece più forte, sentì le sue unghie premere

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dietro le spalle come un richiamo contro la sua inerzia. Avrebbe voluto darle
tenerezza, ma non era ciò che lei voleva quella notte, perché la forza della sua
stretta aumentò sempre più, portandolo al limite del dolore. Cercò di muoversi
per alleviare un poco la sua posizione, ma questo la eccitò maggiormente.
Gravando su di lui con il suo peso e tenendolo fermo, aprì le gambe e gliele
strinse intorno, rinserrandolo contro la leggera peluria del monte di venere. Non
capiva se voleva tenerlo per paura di perderlo, oppure punirlo per qualche cosa di
cui solo lei era a conoscenza e lui non seppe far altro che accettare il ruolo che lei
gli aveva attribuito. Lo schiavo di una padrona esigente, che traeva piacere dal suo
corpo passivo.
Più che baciarlo, mordeva e addentava le sue labbra e la sua lingua, senza più
traccia della Anne dolce e arrendevole che lui aveva conosciuto nelle notti
passate, quando si abbandonava nelle sue mani. Lo incalzava con il suo desiderio,
si muoveva come per provocare in lui una reazione che confermasse
l’accettazione della sua parte, in quella pantomima della quale era la sola regista.
Ad ogni affondo delle unghie, dopo ogni morso, attendeva un poco, prima di
passare la lingua sul labbro appena tormentato, in un gioco nel quale il silenzio
era assenso, la passività accettazione. Era frastornato, il dolore si mischiava al
piacere, dentro di lui l’eco di una voce lontana gli diceva di uscire da quel ruolo,
ma non capiva se fosse soltanto il suo ego maschile a ribellarsi, oppure la
premonizione – celata nel profondo della sua mente – di qualcosa d’orribile, di là
venire.
Lei proseguì scendendo verso il suo petto, leccando e mordendo, artigliando
con le unghie i suoi fianchi e affondando i denti tra il collo e la spalla, nel
trapezio rilassato della sua arrendevolezza. A volte una fitta di dolore,
sovrapponendosi e incrociandosi con una di piacere, gli provocava un lungo
brivido di riso isterico, che sapeva inconsciamente di dover trattenere. Era
proibito perché avrebbe distrutto la sacralità di quella forma d’erotismo, a cui lei
si stava abbandonando e nella quale gli imponeva di entrare. Una porta aperta
sulla sua intimità più segreta, in fondo alla quale era nuda e vulnerabile di fronte a
lui, suo complice-schiavo.
Svanita la tenerezza, il loro rapporto si era trasformato in qualcosa di
completamente diverso. Anne si muoveva su di lui attiva come non lo era mai
stata prima e a tratti si arrestava per guardarlo: ma lui, vergognandosi dell’inerzia
con cui accettava tutto questo, teneva gli occhi chiusi. Guardarla, avrebbe
significato mettersi di fronte ad un altro se stesso nel quale non sapeva nulla. Il
silenzio era rotto solo dall’ansimare di lei e da un’affermazione che, con una
strana voce di gola, ogni tanto quasi gli gridava: tu est mien, tu est à moi, à moi.
Poi, per impedirgli di rispondere, gli chiudeva la bocca con la sua e
affondava la sua lingua sempre più dentro. Lo stava possedendo e ne dichiarava il
possesso, senza richiedere né volere conferme da parte sua: imponendogli in
questo modo anche una passività verbale, quasi che la sua capacità affabulatoria in

221
quel momento le facesse paura, anziché aiutarla ad amarlo. Visioni inconsuete gli
si proiettavano all’interno delle palpebre chiuse: Anne che improvvisamente era
dietro e non davanti a lui, Anne che premeva contro i suoi lombi per forzare la
sua natura, Anne che entrava in lui per possederlo. Come se avesse potuto leggere
i suoi pensieri, lei iniziò a muoversi ritmicamente, accordandosi in questo modo a
quelle immagini e portandolo ad un dirompente orgasmo mentale. Solo più tardi
venne quello reale, fisico, a cui entrambi si abbandonarono.
Ne uscì febbricitante, con tremiti intermittenti che partivano dal basso e lo
scuotevano tutto. Le mani di lei lo accarezzavano e la sua bocca lo baciava, in
un’inversione di ruoli che voleva ancora far durare. Era lui la donna da
vezzeggiare, dopo aver fatto l’amore. Rimase ad occhi chiusi, incapace di dare un
significato a quella sua totale e incondizionata sottomissione. Fino a che punto
Anne l’aveva preso, fino a che punto lo teneva in pugno?
La malia contenuta nella sua pelle e nel suo corpo, sembrava aver rimosso
qualcosa dentro di lui, togliendo il paravento che celava scale e sotterranei segreti
all’interno della sua mente. La sua affettività, la sua stessa sessualità, basate
entrambe sul senso di protezione che le donne gli ispiravano, era svanita,
lasciandolo a chiedersi cosa esattamente conosceva di se stesso a cinquant’anni.
Anne aveva rivolto verso di lui lo specchio che sino al giorno prima teneva rivolto
alla parete, obbligandolo a guardarvi dentro. L’incrinatura che lei aveva aperto
forse inconsapevolmente dentro la corazza delle sue convinzioni, l’accettazione
passiva di quel ruolo di sottomissione, sarebbe via via divenuta una crepa
devastante che - come quella della casa degli Usher - avrebbe provocato la rovina
del loro rapporto?
Quanta parte aveva avuto nel suo comportamento, l’incontro con
quell’uomo pauroso alla milonga, non era dato di sapere; allo stesso modo, non
riusciva ad immaginare se le stesse parlando di lui mentre ballavano. Restava il
fatto che l’uomo portava il segno del Triskell e il modo in cui lo aveva guardato
era quasi di sfida, o di ammonimento. Conteneva una minaccia che era difficile
attribuire solo alla gelosia. Avrebbe voluto parlarne con lei ma come nelle altre
occasioni, non si sentiva in grado d’imporle di rispondergli in modo credibile.
La voce di Anne, che rompendo il silenzio della stanza gli sussurrava - cheri,
je t’aime - ed il suo - moi aussi - non riuscirono a cancellare l’impressione che per
lui, e forse per entrambi, si era aperta una nuova fase del loro rapporto nella
quale, l’esaltazione del ritrovarsi e le sicurezze derivate dall’essersi amati,
avrebbero dovuto fare i conti con quanto avevano scoperto quella notte.

222
15

Il mattino dopo la loro vita riprese con la regolarità dei giorni precedenti, lui
ad Avignone a cercare spunti per il romanzo e lei impegnata nel suo lavoro.
Durante la colazione e in auto, lei non parlò del giorno prima, come se nulla fosse
accaduto. Invano lui aveva cercato nei suoi occhi tracce di delusione o
risentimento; o non c’erano più, oppure lei sapeva recitare molto bene. La loro
notte d’amore, con l’intensità e la diversità di quanto avevano vissuto, era per lui
ben presente, anche se non ne parlavano. I segni rossi che si era ritrovato sulle
spalle e sui fianchi quando aveva fatto la doccia, stavano a dimostrarlo. Le labbra
ancora gli dolevano. Se prima di quel giorno lui aveva sempre accennato alle loro
performance erotiche, per rievocarle oppure per scherzarci su, questa volta non si
sentiva di farlo, sapeva che erano entrati in una zona oscura e sconosciuta, che
non amava la luce del giorno. Ovviamente erano entrambi liberi e non potevano
far del male a nessuno, se non a se stessi. Ogni gesto, ogni parola, erano una
tessera in più nel mosaico che si andava delineando per rappresentare la loro
storia. Nel bene e nel male.
Emily Dickinson, aveva scritto “ per fare un prato bastano un trifoglio,
un'ape un trifoglio, un'ape e un sogno. Può bastare il sogno, se le api sono
poche”.
Qual era il sogno di Anne? Nella mente e nel cuore lui al suo prato stava già
dando forma, nutrendolo delle albe, dei tramonti, dei cieli, delle colline e persino
delle pietre che la Provenza dispiegava in quel settembre indimenticabile. Come
se l’amore per quella terra, nato molti anni prima, fosse rimasto in animazione
sospesa dentro ad una sorta di campana criogenica, nell’attesa che lei, con il
calore del suo amore, lo risvegliasse. Senza rendersene conto stava sognando una
sua futura vita in Provenza, per non dover affrontare tutte le inevitabili
separazioni che sarebbero venute in futuro, a cominciare da quella che lo
attendeva tra pochi giorni. Già iniziava dentro di sé, quel processo che lo avrebbe
portato a non poter concepire la vita lontano da Anne, senza curarsi
minimamente di tutti gli interrogativi che lo avevano tormentato, e che
periodicamente tornavano a farsi vivi.
Come tutti gli altri giorni Anne lo lasciò all’ingresso di una delle porte della
città e si avviò veloce sul lungo Rodano, divenendo sempre più piccola sullo
sfondo delle alte chiome dei boschi sovrastate da un cielo percorso da grandi
nuvole bianche. Lui si avviò verso il centro per concedersi un caffé nella place
Crillon, la sua preferita a causa della tranquillità che vi regnava. Quel giorno voleva
che lo spirito della città gli entrasse dentro, per poterne ricavare lo scenario in cui
si sarebbero mossi i due protagonisti del suo romanzo. A pochi metri dalla piazza
vide una targa in ottone che indicava - nelle due lingue - un “ Centro per lo
sviluppo degli scambi culturali franco-italiani “ e decise di entrare. Spingendo la

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porta vetrata che si trovava sotto la targa, si trovò in una stanza in penombra che
poteva essere la sala d’aspetto; dato che non c’era anima viva, prese un lungo
corridoio al termine del quale trovò finalmente un poco di luce. Proveniva da un
ampio ed elegante salone arredato come sala delle feste; aveva il pavimento in
larice e molte sedie addossate alle pareti.
Come comparsa dal nulla, una donna magra, vestita di nero, gli venne
incontro. Indossava un’ampia gonna che le arrivava sino alle pallide caviglie e
l’occhio che non era reso orbo dal fumo della sigaretta che stringeva tra le labbra,
lo scrutava indagatore. Poteva avere quarant’anni e quando fu più vicina, sentì dal
profumo asciutto e avvolgente che emanava, un’aria fortemente seduttiva, da
donna abituata ad usare nel rapporto con l’uomo, anche la sua scarsa avvenenza.
Con un largo sorriso accolse la notizia che un italiano era venuto a far visita al
loro Centro e lo informò che “ j’adore l’Italie et les italiens “. Indicando poi con la
sigaretta una sedia che faceva angolo con un’altra, lo invitò a sedersi di fronte a
lei. Volle sapere da che città italiana venisse, ma incredibilmente non fece
l’immancabile abbinamento Torino-Fiat. Inoltre gli chiese quale opera era in
cartellone in quei giorni al Teatro Regio; “ ho avuto la chance di assistere a La
Tosca, ed ho pianto tanto; la soprano aveva une immense poitrine, connaissez vous? “.
Marco, non sapendo se gli avesse chiesto se conosceva quel soprano
dall’immenso seno oppure se avesse mai visto un seno immenso, rispose che una
settimana prima davano Il Rigoletto di Verdi. Evidentemente era una melomane,
perché lo investì con altre domande sul genere; ad ogni domanda gli toccava il
ginocchio con la mano libera dalla sigaretta ed ogni tocco si faceva man mano più
persistente finché, quando lui le chiese se tenevano corsi di perfezionamento di
francese per italiani, la lasciò stabilmente posata su di lui. Amore per l’Italia e la
sua cultura? Desiderio di farlo sentire a suo agio?
<< Sicuro che abbiamo corsi per italiani! Il vostro francese è comprensibile, ma si
può certamente migliorare: due professori, un italiano de Rome ed un francese,
tengono corsi al lunedì e al giovedì sera, dunque questa sera. Volete iniziare
subito? >>
Incerto tra allontanare lentamente il ginocchio dalla sua mano o lasciarlo dov’era,
cercando di isolare dalla sua mente quel contatto, rispose che tra pochi giorni
avrebbe dovuto lasciare Avignone ma che nella prossima visita, avrebbe
approfittato dei loro corsi. Che peccato - rispose lei - debbo lasciarle i nostri
depliants, aspettatemi un istante, se non vi dispiace. Senza dire altro, si alzò con
insospettabile agilità, per riprendere la via da cui era uscita poco prima.

Al fondo del corridoio la donna aprì la porta di un ascensore e premette il


pulsante del terzo piano. Il solito senso di vuoto che le causava la velocissima
accelerazione della cabina, andò a sommarsi con la paura che provava per il

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prossimo incontro. Di là dalla porta isolata acusticamente, che stava di fronte
all’uscita dell’ascensore, l’attendeva l’uomo che più d’ogni altro, nella sua vita, la
terrorizzava. Lei che aveva militato prima nell’indipendentismo corso, poi nel
milieu marsigliese, che aveva al suo attivo l’uccisione di un informatore e di un
poliziotto, quando doveva incontrare quell’uomo si sentiva persa.
Di fronte a lui provava la sensazione di trovarsi invischiata in un bozzolo
enorme, di non potersi muovere per fuggire ai suoi occhi che la mettevano a
nudo. Tutta l’energia e la sua stessa identità, le erano sottratte, come se
quell’uomo fosse un ragno di una nuova specie, che succhiava la mente anziché il
corpo. Un vampiro energetico lo aveva definito Andrè, un suo collega, prima di
sparire per sempre. Ma pagava bene e procurava chirurghi plastici e documenti
falsi per chi come lei, doveva rinascere per una seconda volta. Batté alla porta per
annunciarsi e quando vide il led luminoso incastonato nella porta passare dal
rosso al verde, entrò.
Fortunatamente l’uomo era alla finestra e le girava le spalle; oggi non
avrebbe sopportato a lungo i suoi occhi. In un dialetto misto d’occitano e
marsigliese, gli riferì che l’italiano era di sotto e attendeva nel salone. Pochi istanti
prima, aveva sentito la leggera vibrazione del bracciale che portava al polso e
aveva subito interrotto la conversazione, per salire da lui. Sapeva che l’uomo
aveva spiato il loro incontro dalla telecamera nascosta, per poi attivare il vibratore.
Come si chiama un cane ubbidiente. Attese in silenzio la risposta, sperando che
l’uomo non si voltasse, ma proprio in quel momento lui ruotò su se stesso, con
un movimento innaturale, robotico, come se poggiasse sull’aria anziché sul cuoio
delle sue scarpe. Si sforzò di guardargli il petto, che si trovava all’altezza dei suoi
occhi, ma non appena l’uomo parlò, si trovò soggiogata al magnetismo che
emanava da quella figura in controluce. Con poche frasi brevissime, le disse di
consegnare all’italiano il gadget che le stava porgendo, motivando il dono come
un augurio di averlo tra i loro allievi.
Costretta ad allungare la mano dovette fare uno sforzo: quegli occhi,
incredibilmente, si stavano aprendo verso l’interno. Come se lui, per torturarla, le
avesse spalancato una finestra che dava nel suo animo, un nero e vuoto abisso in
fondo al quale, pulsava qualcosa di primordiale. Male concentrato.
Con un singhiozzo si staccò da quella visione, aprì la porta e fuggì senza
attendere l’ascensore, mentre alle sue spalle risuonava una risata che sapeva di
follia. Discese le scale di corsa e si chiuse nel primo bagno che trovò: le
mutandine erano bagnate di un liquido rossastro come se qualcosa dentro di lei si
fosse rotto, come se quell’uomo l’avesse frugata con un artiglio. Si asciugò con la
carta e cambiò il salva slip, mentre la paura che l’italiano non l’avesse aspettata le
esplodeva nella mente.
Doveva assolutamente essere ancora lì, altrimenti l’avrebbe rincorso
ovunque fosse. Concitatamente riabbassò la gonna, con le dita si sistemò i capelli,
prese i depliant, il gadget ed uscì rapidamente dal bagno. Si buttò quasi sulla porta
che dava nel salone e tirò un sospiro di sollievo, vedendo che l’italiano stava
leggendo da un grosso blocco di appunti.
<< Desolé ma non trovavo questo gadget che ci tenevo tanto a lasciarle, con la

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speranza che vorrà tornare da noi. >>

Marco prese con un po’ di imbarazzo l’astuccio che la donna gli porgeva, stava
quasi per dirle che non poteva accettarlo, quando lei posando fermamente la
mano sulla sua, gli disse di aprirlo. Era solo un gadget pubblicitario. In effetti, si
trattava di una penna dal disegno molto moderno, un roller probabilmente, ed il
pulsante era montato lateralmente alla voluminosa sommità che riportava sul
fianco l’intera dicitura del Centro. La ringraziò e lei, inarcando un poco il
sopracciglio e inclinando il capo di lato, prima di rivolgergli un altro smagliante
sorriso, rispose:
<< Non c’è di che, chiedete di me la prossima volta, chiedete di Silvie la prossima
vola che verrete. >>

Dopo averla rassicurata sulla prossima visita, ripercorse in sua compagnia il buio
corridoio, la salutò e fu fuori dal Centro. Neanche lui sapeva perché vi fosse
entrato. Forse stava mettendo inconsciamente la prima tessera del puzzle che lo
vedeva muoversi tra Villeneuve e Avignone, per approfondire il suo francese e
farne la sua seconda lingua. In una vita in comune con Anne.
Sulla piazza i caffè avevano la clientela di un giorno feriale; amiche che si
ritrovavano davanti ad una tazza di tè, pensionati che sfogliavano La Provence, il
quotidiano locale. I turisti di settembre erano meno numerosi, più attempati e
meno frettolosi di quelli d’agosto. Quasi tutti evitavano le zone d’ombra che il
sole disegnava con i giovani alberi e le tende dei caffè, per immagazzinare ancora
un poco di calore, prima dell’autunno imminente. Sedette al sole anche lui e dopo
aver ordinato, aprì il depliant che quella donna gli aveva lasciato. Poche fotografie
contornavano una lunga descrizione della città, che Marco trovò molto originale:
— Avignone.
Geograficamente è situata tra la confluenza dei fiumi Rodano e Durance,
temporalmente tra il Medio Evo ed il Rinascimento, culturalmente tra le città
europee più internazionalmente conosciute. Inspiegabilmente poi, è una delle
città francesi più visitate dagli italiani; forse perché è un poco francese e un po’
italiana. A causa di una storica zuffa fra Impero e Papato, si è ritrovata ad avere
dentro di sé il palazzo gotico più grande del mondo e un’immensa fortezza che,
anziché racchiudere l’abitato, viene racchiusa da esso. Per alleviare la cattività del
Papa - non si è mai capito perché non venga chiamata prigionia, in fondo di
questo si trattava - fu costruita la roccia dei Doms, uno sperone roccioso a
strapiombo sul Rodano da cui si può ammirare un magnifico panorama.
Gli alti platani della piazza dell’Orologio daranno ombra ai turisti che
verranno nelle ultime tre settimane di luglio per il Festival. In una pausa potranno
ammirare quadri di Van Gogh, Cézanne, Degas, Ricasso, nel Museo Angladon.
Chi ama le passeggiate, può sfogarsi lungo i cinque chilometri delle mura
perfettamente conservate che circondano la città: al ritorno, chi va pazzo per le

226
canzoni da pullman, può fermarsi sui quattro archi - dei ventidue che lo
componevano - del ponte Saint-Benezet e cantare “ Sur le pont d’Avignon”. “
Certamente – pensò Marco - avrà cantato quella filastrocca anche Pierre
Boulle pensando forse con nostalgia a quel ponte della sua infanzia. Mentre
lavorava in Malesia nell'industria della gomma e altri scenari si andavano
formando nella sua fantasia di scrittore. Un altro ponte - questa volta di bambù -
che scavalcava uno sperduto fiume chiamato Kwai, un ponte che sarebbe
divenuto, grazie al suo romanzo e al film che ne fu tratto, l’icona della follia
militarista.
Una marcetta fischiata da prigionieri inglesi simili a zombie, mentre uno
splendido William Holden, anziché salvarsi al riparo della giungla, si getta nel
fiume e lo traversa a nuoto con il pugnale tra i denti, incontro alla morte. Per
gridare al colonnello inglese collaborazionista Alec Guinnes, quanto è grande la
follia che ha appena commesso.
Paesaggi estremi, così dissimili dalla sua Avignone, o addirittura alieni, come
quelli de “ Il pianeta delle scimmie “, l’altro suo romanzo, altrettanto famoso.
Riprese la lettura:
- La città, se vi allontanerete un poco dal Palazzo dei Papi, se percorrerete la
strada "dei Tintori" - con gli antichi mulini ad acqua e le case in pietra - se vi
perderete tra le piccole stradine piene di gallerie d’arte e negozi di artigianato, vi
trasmetterà la sua bellezza più nascosta. Può darsi che il sole di luglio non vi dia
tregua, in questo caso l’isola della Barthelasse , l’isola fluviale più lunga della
Francia, potrà regalarvi, grazie ai suoi frutteti, la possibilità di ossigenarvi e
sfuggire dall’afa della città. Verso sera potrete passare al di là del fiume a
Villeneuve les Avignon, godervi la vista splendida di Avignone e passeggiare tra
chiostri, cappelle e antiche dimore nascoste nella vegetazione. -
Sospese più volte la lettura per bere il caffè, osservando due piccoli
passerotti che si contendevano un minuscolo frammento di croissant caduto per
terra. Terminato il depliant, guardò l’orologio e scoprì che mancava poco al suo
appuntamento con Anne. Aveva solo pochi minuti per raggiungere la porta
davanti alla quale si sarebbero trovati prima di lasciare Avignon e raggiungere
Orange, su a nord. Lei doveva fare scorta di vino e voleva mostrargli la Strada dei
Papi che, da quanto lui aveva capito dall’elenco dei vini che si producevano in
quella zona, avrebbe potuto più realisticamente chiamarsi la Strada dei Vini.
Côtes-duRhone, Châteauneuf-du-Pape, Côtes-du-Luberon, Côtes-du-Ventoux:
pareva che i vini francesi non potessero avere un nome singolo come quelli
italiani.
Lei arrivò puntualissima e con un luminoso sorriso gli disse che voleva
continuare a guidare perché si sentiva bene quel mattino; si era liberata di tutti gli
impegni in modo da avere tutto il pomeriggio per loro. Gli tenne la mano sul
ginocchio per un lungo tempo, e lui ancora una volta ebbe la conferma che,

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quando ritornava ad essere la donna che aveva conosciuto, nessuna poteva essere
più adorabile. Viaggiarono spediti verso est e dopo aver superato uno dei tanti
Chteauneuf e il villaggio di Le Thor, si fermarono ad Isle sur La Sorge, un centro
abitato costruito su palafitte. Per questa ragione - come tutte le città che ne hanno
anche una sola, minima traccia - è chiamata “ la piccola Venezia provenzale.
Questo però non toglie nulla al fatto che sia una deliziosa cittadina, attraverso la
quale le diramazioni della Sorge formano un intrico di canali.
Le sue piccole strade si diramano tra quaranta antiquari e sette village
d’antiquaires che ne fanno il secondo centro d’antiquariato dopo Parigi: ogni estate
vi si attende la calata dei milionari americani che ha arricchito i commercianti
locali e provocato un aumento dei prezzi inconcepibile. Marco, che avendo la
passione dei mercatini delle pulci se ne intendeva un poco, vide cartelli con prezzi
inavvicinabili; qualunque oggetto, anche il più modesto, aveva un prezzo assurdo.
Passeggiarono lungo i canali che mantenevano, grazie al ferro battuto con
cui erano costruiti tutti i parapetti e i lampioni, l’atmosfera della Francia di fine
ottocento. Due rondini davano spettacolo d’acrobazia, lanciandosi in picchiata sul
pelo di un’acqua che, a differenza di quella di Venezia, scorreva velocissima sotto
di loro. Davanti alla piccola chiesa barocca di Notre Dame des Anges, si
concessero due crepes sottilissime, filanti di un formaggio di capra saporito e
profumato e lui pensò che questo avrebbe voluto per i prossimi venti o trent’anni.
Camminare con Anne tenendola per mano, chiacchierare con lei mentre il mondo
scorreva tutto intorno a loro, con la lentezza propria che circonda gli innamorati.
Lasciarono Isle per i pochi chilometri che li separavano da Fontaine-de-
Vaucluse, la sorgente della Valle Chiusa che aveva incantato il Petrarca al punto di
farne il suo domicilio, dopo la fuga dalla corrotta corte papale d’Avignone. Anne
gli disse che aveva voluto portarlo là, per vedere la casa del poeta, ora museo e in
onore della poesia italiana, che lei amava. Nel ringraziarla, pensò all’intrico di
correnti sotterranee che si ramificavano sotto la cittadina; sicuramente Lug era
passato di lì diecimila anni prima e questo era stato, se non lo era ancora, uno dei
santuari degli Eletti. Nelle sue parole non c’era il minimo indizio che poteva far
credere che tutto questo lei lo conoscesse bene; ne aveva parlato con la stessa
indifferenza con la quale illustrava tutti gli altri luoghi.
Fortunatamente il loro programma era molto intenso e a nessuno dei due
venne in mente di cercare un parcheggio; sarebbe stato impossibile dato il
numero di turisti. Visitarono quindi la cittadina dall’auto e mentre si districavano
tra altre vetture, camper e roulotte, fu più forte di lui, non riuscì ad impedirsi di
chiederle di colpo:
<< Mi pare di aver letto che le acque di queste fonti sono miracolose e chi vi si
bagna regolarmente acquisirebbe poteri straordinari. Ne sai qualcosa? >>
Lei, tutta presa dalla guida si voltò un attimo a guardarlo e con una strana luce
canzonatoria negli occhi, gli rispose:

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<< Bien sur, al Petrarca sicuramente hanno dato molto visto che qui ha scritto “
Claire fresche dolci acque, ove le bell membre pose colei que seule a me par dona
“ .>>
Vedendo la sua espressione di stupore, fece un gran sorriso e confessò che nel
programmare quella loro gita prima della sua venuta a Villeneuve, si era preparata
studiando a memoria quel brano. Mai come il quel momento i versi del Petrarca
gli furono così graditi, perché non vi era stata traccia di turbamento sul suo viso,
dopo la sua domanda; quindi era molto probabile che lei, la sua Anne, non avesse
nulla che fare con gli Eletti e le loro cospirazioni. Il monile, un bel gioiello,
null’altro e il fatto che lo portassero uomini e donne poteva voler dire che in
Provenza, era di moda. L’uomo della milonga, soltanto un vecchio innamorato
che l’amava ancora, niente di più. Vedendola ballare con lui lo aveva guardato con
rancore solo perché n’era ancora geloso e le sue rimostranze avevano provocato il
malumore di lei. Tutto si poteva spiegare, senza ricorrere alle congiure di quella
setta.
Uscirono dalla cittadina per poi deviare decisamente a nord, in direzione di
Carpentras dove, passando dalla Porte d’Orange, comparve loro inaspettato il
Mont Ventoux. Lei lo informò che il Petrarca lo aveva visitato e la sua relazione
su quella escursione, aveva dato inizio all’osservazione naturalistica, praticamente
al Touring Club francese. Il poeta era un italiano perfettamente inserito in quella
terra, visto che aveva studiato a Montpellier, vissuto ad Avignone e innamorato,
come lui, di una provenzale che si chiamava Laura. Evidentemente era proprio di
buon umore e lui rise al suo calembour.
Carpentras è un importante centro del commercio di frutta ed Anne gli
disse che negli ultimi anni stava risentendo, come l’Italia, della forte concorrenza
spagnola e nordafricana; lo portò davanti alla Cattedrale per fargli notare la tipica
architettura provenzale e gli chiese se voleva vedere “ il Saint Mors “.
<< Non capisco - disse Marco - come si può vedere un morso? >>
<< Le filet du chaval >> rispose lei aprendo la bocca e ponendo l’indice di traverso
davanti ad essa.
<< Il filetto di cavallo? Ma è una chiesa, non una macelleria! >>
A questo punto, lei dovette arrestare l’auto, sopraffatta da un convulso di risa
irrefrenabile e, vedendo la sua espressione ebete, rise ancora di più, sino ad avere
le lacrime agli occhi. Rovistando affannosamente con la mano nella borsa che
poggiava sul sedile posteriore, afferrò un fazzoletto di carta e prese a asciugarsi gli
occhi.
<< Sei incredibile caro, tu mi fai morire dal ridere … >>
Con la sensazione di essere stato invitato a partecipare ad un gioco di cui non
conosceva le regole, continuava a guardarla ridere, felice di averle provocato

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anche se inconsapevolmente, quella gioia. Quando lei si riprese, gli strinse la
mano e ripartì con la sua spiegazione:
<< Le mors du cheval >> e rimise il dito sulla bocca, ma questa volta stringendolo
con i denti << è il morso che Sant’Elena avrebbe costruito con un chiodo della
croce di Gesù, per il cavallo di Costantino Imperatore, suo figlio. E, per
prevenirti, ti dico che se tutti i chiodi che vi sono in Francia, Spagna e Italia,
fossero autentici, la croce sarebbe stata costellata di chiodi. >>
Proseguirono la visita passando dinnanzi all’arco di trionfo romano e lei
parcheggiò sul limitare dell’antico ghetto dove si trova la Sinagoga; gli spiegò che
voleva fargli vedere una cosa bellissima, un’antica farmacia provenzale. Si trova
all’interno dell’Hotel-Dieu e Marco rimase colpito dalla boiserie in noce, dagli
infiniti cassetti e dai vasi in maiolica che custodivano, come dicevano le didascalie,
salvia, chinino, belladonna, lavanda, zenzero, camomilla e, “ polvere di mummia
“.
Interdetti da quest’ultima iscrizione, uscirono dalla farmacia e dall’albergo
per raggiungere il parcheggio; una serie di negozi esponeva souvenir, tovaglie e
set per la cucina, sapone di Marsiglia di tutti i tipi e di tutte le forme, compresa
quella della cigale, il simbolo portafortuna della Provenza. Notando che lui si era
fermato a guardarle, Anne gli disse che tutte le signore provenzali testimoniano il
loro affetto al generoso insetto canterino, “ spillandosi “ la sua sagoma sui loro
scialli di pizzo o attaccandolo sul loro corsetto bianco. L’autoironia dei poeti
provenzali, l’aveva scelta per la poetica spensieratezza della sua breve vita di
musicista dei campi. Come simbolo del carattere meridionale.
<< Come vedi Marco tutti i paesi del Mediterraneo sono molto simili; in Italia la
conoscete la favola di La Fontaine “ La Cigale et la Fourmie “ ? >>
<< Certo, la studiamo nei corsi di francese: ma tu, la conosci la vera storia della
cicala e la formica? No? Bene come tu sai, dopo un’estate passata a suonare la
chitarra mentre le formiche faticavano al sole, viene l’autunno e poi l’inverno. Le
formiche si ritirano al caldo e ogni tanto pensano alla cicala che, all’arrivo dei
primi freddi era sparita. Non avendo mai pensato al futuro, sarà morta di freddo
o di fame, si dicono. Passano mesi tutti uguali finché in un giorno di primavera,
sentono suonare alla porta; una delle formiche più giovani viene mandata a
vedere chi è e, quando apre la porta, si trova davanti la cicala. Bella, elegante nel
suo costosissimo completo hip-hop, giocherella con un portachiavi d’oro a cui
sono agganciate le chiavi di una stupenda Cadillac parcheggiata davanti al
formicaio. La giovane formica è senza parole, trova appena il fiato per chiedere
all’altra dov’era finita, credevano tutte che tu fossi morta.
- Quando è venuto l’autunno, siete tutte sparite ed io mi annoiavo, quindi ho
chiesto un passaggio e sono andata a Parigi. Suonando un po’ qua e là, sono finita
nell’audizione per uno spettacolo, che è andata bene. Ora ho un contratto per
l’Olympia.

230
- Dunque tu vivi a Parigi ora?
- Ma certo perché?
- Perché se incontri un certo monsieur La Fontane, digli da parte mia: merde à
toi! >>
Anne rise con lui e ripeté “ c’est super “ la sua esclamazione preferita. Risalirono
poi in auto per lasciare Carpentras, ma prima di deviare verso ovest, lei proseguì
ancora un poco a nord per mostrargli le “ Dentelles de Montmirail “ una
meravigliosa processione di cime merlettate che si sviluppa sulla cresta delle
colline che si diramano dal Mont Ventoux. Il paesaggio varia dalla Garrigue ai
vigneti, dalla nuda roccia al brullo altopiano. Sul percorso che li avrebbe condotti
a Orange, attraversarono piccoli villaggi deliziosi che facevano a gara tra loro per
il titolo di villaggio più bello di Francia. Crestet con la sua architettura romanica,
Mornas con la sua fortezza, e Séguret un gioiello restaurato del ‘400 che riportava
indietro nel tempo chiunque camminasse sul suo acciottolato e si muovesse tra le
sue torri.
Più tardi entrarono in Orange, la città di Ottaviano il cui solo nome evoca
romanzeschi principati franco-olandesi, massacri di ugonotti e principi divenuti re
d’Inghilterra. A metter ordine su tutto e definitivamente, la Rivoluzione francese.
La loro meta era un commerciante di vini da cui Anne si era sempre servita
e che si trovava vicino al magnifico Teatro Romano; lei nel mostrargli quella
meraviglia, così ben conservata da sembrare quasi attuale, gli disse che ogni anno
vi si svolgeva il Festival dell’opera Choregies.
Aveva un’acustica perfetta e, a differenza del teatro greco, nei passaggi più
difficili i cantanti volgevano le spalle al pubblico, per poter sfruttare l’effetto di
rimbalzo e amplificazione dell’alto muro che chiude la scena. Per essere stata solo
una colonia romana, pensò Marco, in Provenza c’erano monumenti che potevano
far invidia a quelli della stessa Roma; conquistatori, è vero, ma che bagaglio
culturale si portavano appresso! Lei dovette guidarlo nell’attraversare la strada,
perché teneva ancora lo sguardo rivolto al teatro, non riuscendo a staccarsene.
All’interno, l’enoteca aveva più l’aspetto di una boutique, che quello di un
negozio; nella grande sala di degustazione, si potevano assaggiare i famosi vini
francesi che venivano spediti in tutto il mondo.
Il commesso che si fece loro incontro riconobbe subito Anne e le dedicò un
inchino, prima di stringerle la mano e rivolgersi con un sorriso misurato a Marco.
Era un uomo alto, sussiegoso, vestito di scuro, con lunghi capelli ribelli tagliati
molto corti sui lati che gli davano, insieme all’espressione un po’ ansiosa, una
bizzarra rassomiglianza con Stan Laurel. Almeno, era così che Marco lo vedeva.
Dopo una serie di fitti convenevoli, scambiati ad una velocità che gli fece capire
quanto era ancora lontano dal poter partecipare ad una conversazione che non
fosse con la sua comprensiva Anne, lei disse secca “ comme d’abitude “ ed il

231
commesso si eclissò. Poco dopo ritornò con un cestino in vimini che conteneva
cinque bottiglie di vino rosso stappate, ma ancora integre. I primi due
Châteauneuf du Pape, disse loro l’incaricato, erano un Cru e un Reservée, ma se
madame voleva, lui avrebbe potuto portarle anche un noble “ Vieilles Vignes “.
Madame gli rispose scuotendo il capo in senso di diniego.
Aveva uno strano modo di trattare quell’uomo, un modo che lui non le
aveva mai visto; si teneva ritta e altera sulla sedia, non concedendogli niente di più
che un minimo d’attenzione, come se lui, nel salutarla all’ingresso, avesse detto
qualcosa di scorretto o indiscreto. Purtroppo Marco non era riuscito, in quel
flusso di rotacismi, che ad afferrare una sola parola pronunciata dal commesso:
condoléance o forse doléance, ma non ci avrebbe giurato.
Una cosa era certa però: qualunque cosa avesse detto, non era piaciuta ad
Anne ed aveva la strana impressione che la causa stesse nel fatto che lui, Marco,
era lì ad ascoltare.
Nei due calici che si trovavano di fronte a ciascuno di loro, l’incaricato versò
dalle due diverse bottiglie un poco di vino e lui si trovò tra le labbra e sul palato
un vino di struttura, robusto e aromatico, dal lontano sentore di frutta. Se avesse
dovuto scommettere sulle differenze tra i due vini, avrebbe perso sicuramente
perché, a parte il fatto che uno dei due era più vecchio, altro non avrebbe saputo
dire. Quel bouquet, n’est pas? chiese l’altro ad Anne e lei assentì.
L’appliqué aux vins, prese altre due bottiglie dal cestino e altri due bicchieri da
una mensola in vetro che sovrastava il lungo bancone: i suoi movimenti erano
lenti e rituali e, rivolto a Marco, disse che ogni bottiglia veniva aperta prima della
degustazione per poter far respirare il vino. Si trattava di due Côte-du-Rhone
Village Plan de Dieu, di due diverse annate. Nel calice avevano un bel rosso
profondo, con un profumo molto sottile di prugna ed un gusto rotondo nella
bocca. L’amore per le denominazioni altisonanti era sempre vivo nei francesi ma
del resto non per nulla avevano avuto un impero.
Anne, dopo aver assaggiato da ogni calice, prendeva note che
probabilmente le sarebbero servite per gli acquisti e lui si sentiva un poco messo
da parte in questo rituale: per contro, per sua stessa ammissione, non era un
grande conoscitore di vini e dunque era meglio così. Se fosse stato interpellato
avrebbe avuto ben poco da dire, gli mancava il lessico immaginifico di quel
mondo che, se in Italia era già molto particolare, in Francia, da quel che sentiva,
lo era ancora di più. Si era sempre chiesto come fosse possibile individuare in un
vino, i profumi che gli intenditori gli attribuivano. A meno di non portare sempre
con sé - per ispirarsene - mazzi di violette sempre freschi, semi di vaniglia, foglie
autunnali, un pizzico di tartufo e un campionario di frutta fresche. A lui pareva
che per essere un buon intenditore, occorresse quasi più una fervida fantasia, che
un sottile palato.
La quinta bottiglia era di un superbo bianco di Cassis, ottenuto dai vitigni

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Clairette, Marsanne e Ugni; quest’ultimo proveniva, come disse il commesso con
un leggero cenno del capo verso Marco, dall’Italia. Un vino dal colore ambrato
intenso, molto profumato, che poteva accompagnare sia un pesce arrosto, sia un
plateau de coquillage. Pareva che, dopo questo ultimo bicchiere, il rito fosse finito,
Anne terminò di scrivere le sue note e le consegnò al commesso il quale, molto
discretamente, le passò un elenco con i prezzi dei vini assaggiati: lui non poté
resistere senza sbirciare le cifre che comparivano a fianco ad ogni voce. Erano,
secondo i suoi canoni, semplicemente pazzesche.
Mentre attendevano che l’incaricato preparasse l’ordinazione, lui le strinse la
mano sotto il bancone; lei voltò il capo sorridendo, ma non era il suo sorriso
quello. Le labbra contratte in una linea diritta e tesa e piccole rughe di tensione
intorno agli occhi, che non sorridevano. Sembravano cercare sul viso di lui le
tracce di una curiosità insoddisfatta o, peggio, di una prossima domanda.
Marco, come nelle altre occasioni in cui lei si era trasformata, le sorrise per
farle capire che qualunque fosse la ragione del suo turbamento, lui le era vicino. Si
accostò al suo orecchio e le mormorò, je t’aime cherie. Rassicurata da quuesto, lei gli
rispose moi aussi ... ma non poté completare la frase perché il commesso le portò
l’ordine da controfirmare; le avrebbero spedito la commande a casa entro una
settimana, con i complimenti della direzione.
Anche questa è fatta - disse lei - ora abbiamo tutto il tempo per passeggiare
un poco per Orange oppure se preferisci, fermarci a Cheteauneuf-du-Pape. Lui
scelse la seconda alternativa perché non lo conosceva e voleva salire sulla torre da
cui, come aveva letto su una guida, si poteva vedere un panorama stupendo. Lei
concordò su questo e cedendogli le chiavi dell’auto, si sedette accanto a lui
stendendosi tutta e chiudendo gli occhi. Era difficile capire se questo fosse
dovuto ai pochi sorsi di vino bevuti - lei non aveva voluto sputare il vino nel
crachoir che si trovava discretamente nascosto ai piedi del bancone - oppure al
desiderio di isolarsi. In pochi minuti arrivarono a Châteauneuf, passarono davanti
ad una selva di degustations e ventes de vin che esponevano, oltre alle tredici varietà
del “ vino dei Papi ”, altri Château e Côte: pareva che, se la vigna non era situata
nei pressi di un castello oppure di un fiume famoso, il vino prodotto avesse poche
speranze. Un’etichetta senza il profilo di un castello o il nome fantasioso di una
côte, non avrebbe venduto.
Arrivarono alla fortezza e salirono sulla sua torre, dalla quale si potevano
ancora vedere le Dentelles ed il Mont Ventoux, illuminati in pieno dal sole
radente che si stava avviando al tramonto. La cima del monte ricoperta dalla
sabbia aurifera - che solitamente la fa sembrare perennemente innevata - a
quell’ora pareva rivestita d’oro. Tutto quello che li circondava sembrava osservato
dietro un filtro rossastro e l’aria era ferma e sospesa, come in attesa. Quell’attimo,
che annunciava la fine di un altro giorno, diede a Marco la consapevolezza della
nullità della propria esistenza, di fronte alla grandezza della natura. Il barlume di
coscienza che illumina d’improvviso la mente, che ci rende certi del fatto che la

233
nostra unica speranza di salvezza, sia racchiusa nell’amore e nella bellezza. Che le
cose migliori della vita sono gratuite e alla portata della nostra mano, se soltanto
lo vogliamo.
La strinse a sé e lei gli offrì il viso; era morbido e molto caldo, come se
avesse un poco di febbre e anche le labbra, quando la baciò erano calde. Le toccò
con le labbra la fronte: scottava. Le chiese se si sentisse bene e lei, stringendosi
ancora di più a lui rispose di sì. Non sapeva se insistere, non sapeva come agire
con lei, quando si chiudeva in quei silenzi. Poteva solo offrirle tenerezza e
continuare a prendere su di sé tutto il peso di quanto c’era di non detto tra loro.
Per un brevissimo istante pensò che quel carico fosse già notevole, che ci fossero
già troppi segni inspiegabili, nel comportamento di lei; e si stavano accumulando
giorno per giorno.
Molto più tardi, in piena notte, fu svegliato dalla voce di lei che si lamentava
nel sonno; un gemito lungo, da piccolo animale ferito. Ancora addormentato
cercò di sovrapporsi ai suoi sogni, sussurrandole dolci parole francesi, mon amour,
mon ame, mon petite ange, je vis pour toi, je t’adore. Lentamente, come ipnotizzata dalla
sua voce, lei si quietò e riprese a respirare regolarmente mentre lui, vinto dal
sonno, avrebbe voluto annullarsi in quel respiro.

16

La prima luce del giorno, schiarendo la stanza li trovò abbracciati, in quello


stato di torpore che non è più sonno, ma non è ancora veglia. Un insieme di
pensieri coscienti e brevi incursioni nel sogno. Dopo un poco però lei si alzò,
perché doveva uscire molto presto per le sue course: incontrarsi con il suo
fiscalista, passare in facoltà e alla posta. Fecero colazione scambiandosi le
impressioni sul giorno prima, lei scherzò ancora su San Morso e lui imitò la sua
espressione mentre assaggiava il vino, esageratamente intenta ad annusare,
masticare e gonfiare le guance “ comme un poisson balle “. Ma intanto si stava
facendo tardi e lei andò a prepararsi, mentre lui sparecchiava la colazione: aveva
deciso di lavorare a casa quel mattino ed uscire più tardi solo per fare un poco di
spesa giù in paese. Dopo qualche minuto lei scese la scala a chiocciola, rinnovata
da una lunga doccia e dal trucco, Era splendida ed il lamento della notte passata

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così lontano, da sembrare appartenere ad un’altra donna, in un altro continente.
Prima di uscire, lo abbracciò forte e guardandolo negli occhi disse, più a se stessa
che a lui, “ je t’aime, oui, je t’aime “.
Rimasto solo iniziò a lavorare sodo, imbastendo lo scenario del suo
prossimo romanzo; Giulio, il protagonista, si sarebbe mosso nel sud della Francia,
a Tolosa, alla ricerca di tracce della nascita di Carlos Gardel in quella città. Per
scrivere la scaletta, aveva deciso di provare la penna del Centro e non appena
iniziò a spostarla sulla carta, provò un piacere quasi sensuale: mai, prima di quel
momento, aveva provato qualcosa di simile. La punta procedeva sulla pagina
come se l’attrito non esistesse e l’inchiostro blu si posava seguendo i suoi
movimenti, con una nitidezza e una perfezione incredibili. Pensò che non avrebbe
potuto più scrivere se non con quella penna. La soppesò sulle dita e scoperse che
era perfettamente bilanciata, nonostante il rigonfiamento ergonomico
sull’estremità. Quando svitò la punta, scoprì che il refil era stranamente molto
corto e tozzo, come se il desiner avesse sacrificato la lunghezza in favore del
diametro. Un bel regalo davvero, molto di più che un gadget pubblicitario.
Lavorò per un paio d’ore poi decise di meritarsi un caffè e sorseggiando il
liquido bruno, caldo e profumato, si accostò all’ampia vetrata del terrazzo per
guardare fuori. Il mattino era già molto chiaro, l’azzurro terso del cielo era
maculato dal grigio chiaro dei rimasugli delle nuvole di passaggio e il pavimento
del terrazzo tratteneva ancora un poco della pioggia della notte. Si volse verso
l’interno e passeggiò per il grande salone, ammirando ancora una volta i quadri
alle pareti ed i portaritratti con fotografie di Anne con un’amica e con un piccolo
cocker.
Nell’angolo estremo della mensola, la fotografia di una ragazza bruna, seria,
assorta; una leggera somiglianza, gli fece pensare fosse Amelie, la figlia che viveva
a Parigi. Prese tra le mani il ritratto per studiarlo meglio. In effetti, gli occhi erano
molto somiglianti a quelli di sua madre, ma il sorriso era decisamente un altro, più
lontano, meno comunicativo. Si vedeva l’impronta del padre anche nella linea
diritta del naso che, invece di assottigliarsi, all’estremità si allargava. Sentì sotto le
dita che i fermi in metallo che trattenevano la fotografia sul retro erano difettosi,
uno di essi era allentato e faceva muovere la piastra in legno che teneva la foto
pressata contro il vetro. Posata la cornice sul tavolo, la voltò per vedere se poteva
riparare il fermo, ma nel farlo, questo si staccò del tutto: lo tolse insieme alla
piastra e scoprì, sotto la fotografia di quella che pensava essere Amelie, una busta
azzurra un poco scolorita. Fu più’ forte di lui, non arrivò neanche in tempo a
proibirsi di farlo, che la busta era aperta ed il suo contenuto - un’altra fotografia
ed una lettera - erano sul tavolo.
Una ragazza dal sorriso caldo, gli occhi luminosi, lo guardava come a
trasmettergli la sua gioia di vivere, la felicità di quel momento. Il suo viso era più
magro e il naso un poco più lungo di quello di Amelie, ma le assomigliava
comunque. La bellezza di quella donna, che poteva avere meno di trent’anni, era

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tutta in quel sorriso. Chi era e perché la sua fotografia era nascosta sul retro
dell’altra? Sentendosi in colpa, ma senza la forza di desistere, dispiegò la lettera.
Era scritta con una grafia molto elaborata, quasi gotica e in un francese pressoché
incomprensibile, ermetico.
Nel poco che poté tradurre, si parlava di un “ tradimento della donna di St.
Remy, che porterà nocumento alla figlia primogenita e la colpa sarà così lavata “
poi altre parole di minaccia ed infine la chiusura “ nel sacro segno del Triskell “.
Nell’angolo in basso a destra, lo stesso simbolo che ritrovava ovunque, da quando
aveva scoperto la pergamena. In questo però, le tre spirali sembravano infuocate,
il tratto era spesso e minaccioso, l’energia che emanavano era palese, quasi tattile.
Come se scottasse, lasciò cadere la lettera sul tavolo e restò immobile, folgorato
da quello che aveva letto.
Una calma e gelida paura, nata in qualche punto remoto dentro di lui, gli si
gonfiò dentro fino ad invaderlo tutto. Le inquietudini, i misteri dei giorni passati,
tutto confluiva verso quel portaritratti e la fotografia che celava. Come un fiume
impetuoso che, per quanto contorto sia il suo percorso, trova infine la sua ragione
d’esistere nell’immenso mare.
Una fotografia nascosta a ridosso di quella d’Amelie, poteva solo significare
che era accomunata in qualche modo a lei. Una fotografia qualsiasi, sarebbe stata
nascosta in un altro supporto e in un altro luogo. La cornice era abbastanza
nuova, dunque il guasto poteva essere dovuto solo ad una frequente e non
corretta apertura del portaritratti. La domanda che la sua mente ripeteva
incessantemente, che l’avrebbe perseguitato d’ora innanzi era: perché
nasconderlo? Quell’incomprensibile scoperta, gli opprimeva il petto come un
macigno e non aveva alcuna speranza di chiarimento immediato, come non
l’aveva avuto il ritrovamento della pergamena. Non poteva certamente parlarne
ad Anne, avrebbe dovuto dirle che, anche se non intenzionalmente, aveva frugato
nelle sue cose.
Preso dalla frenesia di riparare il fermo al più presto, prima del suo arrivo,
andò in terrazzo e badando a non bagnarsi i piedi, aprì la porta del ripostiglio. Era
molto spazioso, conteneva un frigorifero-cantina per i vini, una lavatrice completa
di asciugatoio - evidentemente il sole di Provenza ad Anne non bastava - ed un
lavatoio in pietra. Un grande armadio sul fondo aveva l’aria di poter contenere gli
attrezzi che gli servivano e infatti, vi trovò una modernissima valigetta
professionale per bricolage ad alto livello. Prese un cacciavite, un succhiello ed
una pinza, ma mentre si abbassava per riporre la valigetta, il suo cellulare prese a
suonare. Lo spavento gli fece cadere di mano il cacciavite, lo raccolse e rientrò di
corsa nel salotto per rispondere: si stava comportando come se lei fosse lì ad
osservarlo.
Anne lo chiamava per dirgli che non sarebbe venuta a casa per l’ora di
pranzo, perché trattenuta da un impegno; sarebbe rientrata verso le sei del
pomeriggio. Le rispose di non preoccuparsi, sperando che attraverso il telefono,

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lei non capisse l’agitazione che sentiva dentro: infine, lei lo salutò con un allegro
“à bientôt”.
Con pochi gesti precisi - l’abilità manuale non l’aveva mai tradito - rifece un
altro foro per la piccola vite che teneva il fermo, ma prima di riporre la fotografia
dove era rimasta per chissà quanto, la osservò meglio. Voleva vedere a quando
risaliva. Sul retro c’era impressa una data, il 2006 e poche parole scritte a penna
con una scrittura confusa e incerta. Una larga macchia - forse una lacrima - aveva
diluito l’inchiostro, allargando a dismisura la e finale:
“ Je suis coupable, coupable, et une partie de moi est partie avec toi cherie … “
Un grido di dolore che da quel portaritratti, si innalzava muto verso il cielo.
Con il cuore in tumulto rimise velocemente a posto la cornice, ripose gli attrezzi e
tornò a sedersi al tavolo da dove non avrebbe mai voluto alzarsi, ora che sapeva.
Ma cosa sapeva? Chi era quella giovane donna e per dove era partita? Troppe
domande senza una risposta. Eppure sentiva che era lì, di fronte a lui, ed andava
ricercata nelle trasformazioni che Anne aveva subito a Baux e ad Élapse: nel suo
viso impietrito all’uscita del cimitero.
Stupido imbecille, perché non ci aveva pensato prima! Il cimitero, ecco per
dove era partita quella splendida ragazza! Ecco la ragione per cui l’impiegato
dell’enoteca le aveva porto le sue “ condoléances “! Anne era nata a St. Remy,
dunque era plausibile che la minaccia di un nocumento fosse rivolta a sua figlia.
Dio mio, si disse, la data è recente, di appena un anno prima. Questo significa
che, se è mancata, può essere successo da poco, da pochi mesi addirittura. Se era
la sorella di Amelie, come ha potuto Anne sopravvivere al dolore della perdita di
una figlia così bella e, giudicando da ciò che trasmetteva il suo sorriso, così
deliziosa?
Chi aveva detto che è contro natura sopravvivere ai propri figli? Era persino
incredibile, se le sue congetture erano nel giusto, che una donna così provata
vivesse da sola, con un ex marito lontano in Africa e un’altra figlia a Parigi. Anche
se il TGV aveva accorciato di molto le distanze, era pur sempre troppo lontano
per poter essere d’aiuto.
Ripensò allora a quel volto di donna celato nella cornice e a quante volte si
era chiesto in passato - leggendo sui giornali un articolo sulla vittima di un
incidente - se tra le pieghe del volto, se nel sorriso da fotografia formato tessera,
si potesse intravedere anche un solo piccolo segno di presentimento per quanto
l’attendeva. Niente. Nemmeno l’ombra anche minima, di una percezione. Alcune
si appoggiavano felici al marito o al fidanzato che poco dopo le avrebbe uccise,
altre guardavano lontano verso progetti o sogni che sarebbero stati bruscamente
interrotti. E intanto la sabbia scorreva veloce nella loro clessidra, non restavano
che pochi granelli, prima che fosse rovesciata per il conteggio di un’altra vita.
Una ridda di pensieri gli vorticava dentro e tra tutti, uno lo tormentava più
degli altri, legato alle frasi di minaccia contenute nella lettera. Alla fin fine lei, la

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donna che amava smisuratamente, era coinvolta in qualche modo con gli Eletti.
Questo era innegabile.
C’era però quella frase: “ il tradimento della donna di St. Remy “; dunque lei
poteva essere una loro vittima che per qualche ragione li aveva traditi e non
un’attrice. “ Porterà nocumento alla figlia primogenita e la colpa sarà così lavata
“poteva forse significare che per vendicarsi del tradimento, le avevano ucciso la
figlia! Era orribile, ma in linea con quanto lui sapeva degli Eletti!
Allora, sant’iddio, perché lei portava ancora il Triskell?
Per quel giorno non avrebbe più concluso nulla, troppo preso dalla sua
scoperta e tormentato dall’impotenza che lo bloccava: decise di uscire per andare
a far spesa in paese. La casa di Anne distava cinque chilometri dal centro di
Villeneuve, ma non volle prendere l’auto perché sentiva il bisogno di camminare,
di sfogare con il movimento l’eccitazione che provava. Uscì dal cancello e si
diresse a lunghi passi verso la confluenza di strade che portavano verso il basso,
superando una serie di ville in stile provenzale; da alcune di queste, proveniva
l’abbaiare astioso di un cane disturbato dal rumore spedito dei suoi passi. Nello
spazio tra un muro di cinta e l’altro, lo colpì come uno schiaffo improvviso, il
magnifico panorama di Avignone, che risplendeva nel sole del mattino. La pioggia
della notte aveva reso il cielo limpido e non c’era più traccia di nuvole.
Sbucò nella Rue de la République, la via che attraversa tutta la cittadina e si
diresse verso la piazza del mercato per preparare qualcosa per la cena. Ma si
sentiva confuso, senza iniziativa, non sapeva cosa fare e come comportarsi con
lei. Comprò delle insalate miste, del formaggio e alcuni saucisson: tutto intorno il
cicaleccio ignaro, delle donne di casa che sceglievano tra i vari banchi le verdure
migliori e le famose erbe della Provenza. Ignaro? Quante di loro erano state
sfiorate dalla setta, o meglio quante di loro sapevano? Quella donna che lo
osservava dall’altra parte del banco, era solo incuriosita dal suo aspetto oppure
sapeva?
La voglia spasmodica di un caffè forte, lo portò ad allontanatosi dal mercato
e a sedersi nel bistrò di fronte. A sinistra, vide la pasticceria dove avevano fatto
colazione il mattino dopo la loro prima notte.
Un milione di anni prima, per come si sentiva in quel momento. Allora la
loro vita futura sembrava piena di speranza e senza ombre, ora invece …
Come sarebbe stato tutto diverso se avesse detto subito ad Anne della
pergamena. Se lei era estranea, avrebbero potuto fare ricerche insieme, mentre se
era coinvolta ... In tutti i casi, non avrebbe avuto questo senso di colpa che lo
opprimeva, che gli rendeva faticoso ogni respiro. Per tutto quel tempo, aveva
inconsciamente sperato in uno scoop che gli consentisse di pubblicare il best-
seller dell’anno, ma non aveva mai affrontato il fatto che, prima o poi lei avrebbe
scoperto tutto. Si era trascinato sino a quel giorno senza mai pensarci, senza fare

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alcun piano, Ogni piccolo gesto - come la ricerca di uno scarabattolo o il tentativo
di riparare il gancio di un porta ritratto – si era trasformato in una scoperta
drammatica, quasi fosse il destino a condurlo per mano. E allora che fosse il
destino a decidere, lui non avrebbe detto nulla, non avrebbe rovinato quell’amore
che aveva sempre cercato, senza mai trovarlo. Se lei era coinvolta nella setta, forse
lo era solo marginalmente, forse ne era una vittima ...
Pensò di mangiare qualcosa ed ordinò alla piccola e molto graziosa
cameriera, un’insalata nizzarda ed un calice di rosato. Mentre il freddo e
profumato vino gli infondeva fiducia in un futuro che sino a pochi minuti prima
pareva senza uscita, capì perché la gente bevesse. Quel senso di sicurezza e di
euforia poteva essere, in alcuni momenti della vita, molto importante.
Decise di risalire per un’altra strada, più lunga ma anche più varia, in quanto
vi si poteva vedere il forte Saint André con le sue splendide torri. Costruite da
Filippo il Bello per simbolizzare la potenza del Re di Francia e per tener d’occhio
il Papa, che risiedeva esattamente sull’altra sponda, ad Avignone. Anne gli aveva
promesso che l’avrebbe portato a vedere il giardino della sua Abbazia, uno dei più
belli d’Europa; si affacciava sul Rodano e da lì, la vista spaziava sulla vallata
sottostante, che da sempre aveva separato il reame di Francia dalla Provenza. Più
lontano si potevano vedere il Mont Ventoux e a sud, le Alpilles. Risalì lungo i
tornanti che la strada compiva per congiungersi a quella più in alto sulle Rocailles
e dopo una buona mezz’ora fu di ritorno a casa: l’auto di Anne era posteggiata
davanti al suo box, segno che lei era tornata molto prima del previsto. Entrando
nell’androne della palazzina, lo specchio posto all’ingresso gli rimandò il suo volto
sudato e teso; cercò di ricomporsi, per cancellare ogni segno della scoperta del
mattino.
Ci riuscì solo perché lei, dopo averlo baciato, lo investì con il resoconto del
monte di cose che era riuscita a chiudere in poche ore, spostandosi da un posto
all’altro sempre sotto la minaccia delle multe per divieto di sosta. Aveva pranzato
con un vecchio amico ed ora, se a lui non dispiaceva, avrebbe evaso del lavoro
arretrato. Lui assentì, pienamente d’accordo su quella parentesi che gli avrebbe
permesso, mentre riponeva i suoi acquisti, di pensare. Muovendosi nella cucina
tra i vari cassetti, si ripeteva mentalmente, come in una preghiera, le sue ultime
considerazioni: Anne era contro la setta, non a favore.
Dopo averle chiesto, attraverso la scala, se la musica la disturbava, inserì nel
lettore un CD che teneva di solito in auto, una raccolta che aveva realizzato
acquistando nella rete vecchi brani della sua giovinezza. La prima era “ As Tears
Go By ”, ascoltata per la prima volta a Londra - la swinging London del ’67 - nel suo
primo viaggio in Inghilterra. In un pub vicino a Portobello offuscato da un
denso fumo che non era di tabacco, una Marianne Faithfull diciassettenne
cantava:
La giornata sta finendo
Io sono seduta e guardo i bambini giocare

239
Vedo visi sorridenti, ma questo non vale per me
Io sono seduta e guardo, mentre le lacrime scorrono giù
Le mie ricchezze possono comprare ogni cosa,
ma io voglio ascoltare i bambini cantare.
Tutto quello che riesco a sentire è il rumore della pioggia che cade
Io sono seduta e guardo, mentre le lacrime scorrono giù
Ora erano passati quarant’anni, e la ragazza trasgressiva dei Rollin Stones, si
era trasformata in una donna matura, ma sempre affascinante. Si diceva che stesse
lavorando, con ottimi risultati, ad un film bizzarro, una tragicommedia “ sullo stile
di Almodovar “ come scrivevano i critici. Il titolo provvisorio era “ Irina Palm “.
Quella canzone era rimasta per lui il simbolo di quella Londra piena di musica e
di colore, che andava velocemente sostituendosi alla Londra dell’Impero e dei
monumenti. Per poi essere ancora soppiantata da quella della crisi petrolifera
degli anni settanta. Buia - nel vero senso della parola, in quanto le vetrine e le
insegne erano spente - triste, in piena crisi d’identità e di rinnovamento. Il suo
sogno di prendere il posto di Parigi - se un uomo è stanco di Londra, è stanco
della vita, recitava uno slogan famoso - nell’immaginario turistico collettivo, era
fallito.
Più tardi lei gli annunciò che aveva in serbo una sorpresa per quella sera;
dovevano uscire alle sette per … no meglio non anticipargli nulla, “sappi solo che
ceneremo fuori “, aggiunse. Il pomeriggio passò lento, vederla allegra e piena di
progetti, aveva fatto bene anche a lui. Questa era la Anne che amava, sempre di
più. Lavorarono entrambi fino a che fu l’ora di prepararsi ed uscire. Guidò lei,
scendendo verso Villeneuve e fermandosi nell’ampio parcheggio in cui si erano
salutati quella prima mattina, in un passato che ora gli appariva molto lontano.
Vedendolo assorto, lei gli chiese:
<< C’è qualcosa che non va caro? >>
Lui le disse che stava pensando a quel mattino di agosto e lei, sorridendo, lo baciò
leggera sulla tempia e si strinse a lui. Ancora una volta ripeté in fretta “ je t’aime, je
t’aime, oui je t’aime “ come se fosse una formula propiziatoria, oppure un mantra
indiano. Aveva la strana sensazione che quando lei lo diceva in quel modo, stesse
chiudendo una verifica che aveva iniziato con se stessa, verifica che l’aveva
portata a concludere che, sì, lo amava. Come esprimerle tutto questo, sarebbe
stato arduo anche se avessero parlato la stessa lingua, ma… in fondo non era
affatto questione di lingua.
Uscirono dall’auto e lei lo condusse verso la Rue de la République. La
percorsero tutta e si trovarono di fronte al cancello che portava in un piccolo
cortile, il bizzarro ingresso alla Chartreuse-du-Val-de-Bénédiction. È una delle più
grandi d’Europa ed è stata trasformata da convento di Benedettini a Centro
Nazionale per la Scrittura di Spettacolo; un centro di preparazione di
sceneggiatori, attori e registi. La sorpresa che Anne gli aveva preparato, era una

240
cena nel ristorante della Chartreuse, seguita da un concerto di musica celtica, che
sapeva essere una delle musiche preferite da Marco. La ringraziò e le disse che gli
piaceva molto l’idea della trasformazione da abbazia a centro teatrale; l’atmosfera
che vi si respirava, era sicuramente propizia alla creatività della sceneggiatura.
Superato il piccolo cortile, entrarono nella costruzione vera e propria, una serie di
edifici posti in cerchio attorno ad un grande chiostro che emergeva nell’immensa
piazza; tutto era in pietra chiara, che il sole calante colorava di un rosa intenso.
Alcuni visitatori si aggiravano tra le costruzioni, entravano o uscivano dal
chiostro mentre altri erano diretti, come loro, verso la piccola terrazza dove si
trovava il ristorante. Pochi tavoli ben disposti, coperti da tovaglie provenzali
indienne, davano all’ambiente il calore di una raffinata eleganza. Sedettero
nell’ultimo tavolo che dava verso il giardino, un angolo ancora illuminato dalla
luce magica di un tramonto in Provenza. La luce che aveva incantato poeti, pittori
e chissà quanti anonimi innamorati.
Lui le teneva la mano e ne sentiva il calore, la guardava negli occhi e gli
sembrava di affondare lentamente nello struggimento di quell’ora, di quel luogo,
di tutto l’amore che sentiva per lei. I loro sguardi erano legati come erano stati i
loro corpi nell’abbraccio del tango, come milioni e milioni di uomini e donne
avevano fatto prima di loro. Il meraviglioso istante in cui due animi si protendono
un verso l’altro, superando la loro limitatezza di esseri mortali. La consapevolezza
certa e immediata, che tutto, sin dall’inizio, avrebbe potuto essere diverso per
l’uomo, se non avesse ceduto alla vanagloria del potere, se avesse corrisposto al
disegno divino originale, che poneva l’amore al centro di tutto.
Il sogno più che reale di Dedalo, l’estasi di volare alti sopra il labirinto - che
finalmente rivelava il suo mistero - reso vano a causa dell’ipertrofico ego di suo
figlio Icaro.
Una musica proveniente dall’interno del ristorante, si diffondeva sino alla
terrazza. Il flebile suono di un sax sullo sfondo di un’atmosfera rarefatta,
probabilmente il Vangelis di Blade Runner. Su quell’aria sognante, che sembrava
appartenere ad un'altra dimensione temporale, si svolse la loro cena. Un’ombra
vestita di bianco, forse la cameriera, si muoveva intorno a loro ed intorno ad altre
ombre sedute ai tavoli, tutto aveva un moto rallentato, persino il brusio francese
che li circondava era ovattato. Il profumo del cibo, il sapore del vino, arrivavano ai
loro sensi non diretti, ma come se filtrassero con lentezza attraverso un sottile
velo che li avvolgeva. Una parola, uno sguardo, una stretta alla mano posata sul
tavolo, questo il loro dialogo.
Più tardi, un incaricato annunciò che dopo quindici minuti sarebbe iniziato
il concerto. A fatica si distolsero uno dall’altro, a fatica lui regolò il conto, per
tornare subito da lei, per prenderle il braccio ed accompagnarla verso
l’auditorium. La grande sala, probabilmente ricavata dall’antica chiesa, era in
penombra e si stava riempiendo lentamente della gente che proveniva dall’altro
ingresso. Tutti prendevano posto in silenzio: la Chartreuse trasmetteva un senso

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di forte aspettativa, permeata com’era dalle tracce di tutto quello in cui avevano
creduto, per secoli, generazioni di benedettini. Sul palco i musicisti preparavano i
loro strumenti, un violino, un’arpa celtica, una tastiera, un flauto ed una
cornamusa. Si spensero le poche luci e scese il silenzio.
Esile eppure teso, crescente, il suono del flauto si levò verso l’alto.
Il suono del più antico strumento dell’uomo, che dalle pietraie dei pastori
dell’Attica e sino alle pianure del Tigri, si era sempre levato ad esprimere quello
che le povere parole degli uomini non sapevano comunicare. Accompagnato dal
sottofondo dell’arpa, s’incuneava tra le alte volte di quella che un tempo era la
navata e scendeva tra di loro, parlava di un tempo lontano, di uomini che avevano
amato, sofferto e creduto in divinità neppure più ricordate. Sentimenti ed
emozioni altrettanto forti di quelle che loro due provavano in quel momento, ma
poi disperse come molecole vaganti nello spazio e nel tempo. Che ne era di loro?
Tutto quel puro, distillato sentire, disperso nel nulla?
Una forte commozione lo prese alla gola, la sentì chiudersi su uno spasmo
che saliva dal petto e gli occhi si riempirono di lacrime dolorose, che non riuscì a
piangere. Avrebbe voluto aprirsi a quello sfogo e lasciar uscire tutto il dolore
accumulato nell’ultimo periodo della sua vita, ma un blocco glielo impediva, glielo
aveva sempre impedito, da molti anni in qua.
Lei doveva aver sentito il mutare del suo starle accanto, perché si voltò verso
di lui e, vedendo i suoi occhi, lo strinse forte, ombra indistinta e tremolante tra le
lacrime che offuscavano ancor di più la penombra. Gli si addossò ancor di più e
gli prese la mano. Aveva compreso ciò che provava e forse lo provava anche lei,
dato che per molti versi erano simili.
Per tutta l’ora che seguì, il concerto passò dalle ballate tradizionali irlandesi,
alle lente melodie bretoni, nelle quali la cornamusa dava la sua voce ed il suo
immaginario. Evocava alte scogliere battute dal vento e dalla risacca, l’onda lunga
del mare di erica che si muove sotto un cielo percorso da grigie nuvole veloci.
Francia anche quella, ma di una bellezza più nordica, più essenziale, con cieli del
tutto diversi.
Uscirono nella notte con il cuore pieno di quella musica antica e percorsero
lentamente la strada in salita verso casa; volevano ritardare un poco il momento
in cui si sarebbero trovati insieme, allacciati nel buio. Per poterlo apprezzare di
più, quando sarebbe arrivato.
Nel silenzio della notte, lei si rifugiò tra le sue braccia senza una parola. Tra
loro c‘era ancora quella musica che fungeva da linguaggio muto e segreto: il
desiderio salì lento dai loro corpi per arrivare alla bocca e alle mani che morsero,
toccarono e strinsero con un’impazienza di possesso reciproco, mai provata
prima. Si mossero uno sull’altra, si penetrarono e si lasciarono più volte, niente
sembrava proibito quella notte, niente doveva restare intentato. In lei, ogni cavità

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che potesse accoglierlo lo chiamava e lo bramava, se ne appropriava con una fame
che sapeva di paura del futuro.
Lui provava il desiderio di sciogliersi in lei, avvolgerla o esserne avvolto per
scongiurare l’imminente, troppo vicina separazione. Più volte lei ripeté che era
suo, solo suo e non l’avrebbe mai perso, le stesse parole che lui le diceva creando
una sovrapposizione che sempre più assomigliava ad un’invocazione; rivolta agli
stessi dei che li avevano fatti incontrare, quelli che avrebbero deciso anche del
loro futuro.
Fu una notte intensa, unica.
Energie insospettate li muovevano uno nell’altra, sembrava che quella fosse
la prima notte del mondo, oppure l’ultima, per loro; che dopo di quella non ci
sarebbe stato che l’assordante silenzio del vuoto. Volavano, come volano i
gabbiani sul mare in tempesta, tesi verso il cielo, le lunghe ali spiegate a ricevere il
vento e come loro si lasciarono cadere nell’esplosione della tensione,
sprofondando nelle onde, sempre più in basso, dove tutto era quiete.
No pensò lui, dopo averla baciata ancora una volta, tutto questo non può
finire, e si lasciò andare ancora più in basso, senza più alcuna resistenza, verso il
sonno.

Camminava in una via che gli era familiare, la luce dei lampioni faceva
brillare l’asfalto umido perché aveva smesso di piovere da poco. Più avanti,
un’insegna tremolante, la cui grafia manuale annunciava ad intermittenza, “Café
Procope”. Tirò verso di sé la grigia porta metallica e si trovò davanti a ripide scale
che scendevano in basso, verso il buio: sentiva una musica lontana, ovattata. Sulla
destra un grande oblò circolare, si affacciava su una sala in penombra. Sullo
sfondo una sbilenca scaletta alla marinara, portava alla consolle abbarbicata sotto
il soffitto, mentre tutto intorno si muovevano lentamente ombre colorate.
Al termine della scalinata si apriva a sinistra un grande bancone bar,
illuminato da livide pareti in vetro su cui si allineava un numero incredibile di
bottiglie. Il bar era spettrale e deserto, come la cassa, e la bacheca posta sul muro
di fronte riportava manifesti polverosi e ingialliti dal tempo. Le pareti esponevano
una serie di quadri angosciosamente moderni, che istintivamente evitò di
guardare: sentiva che era molto importante, addirittura vitale.
Nel salone la volta ricurva era illuminata da luci colorate, che davano ombre
variegate ai mattoni a vista delle pareti. La musica era ancora lontana, troppo
lontana, come se la consolle dalla quale Aurora gli stava sorridendo, fosse a

243
chilometri di distanza. Alzò stancamente la mano per salutarla e vide che i tre
grandi ventilatori sul soffitto, giravano con una lentezza esasperante, emettendo
uno stridulo cigolio.
Il suono lontano e spiacevolmente stonato di un valz, “ El aeroplano “, si
disperdeva nella sala e tra i ballerini, ombre indistinte che arrestavano il loro
movimento, per volgersi verso di lui. Dall’alto gli giunse la voce di Aurora,
deformata come se arrivasse da profondità remote: a malapena riuscì a
comprendere che in suo onore, una coppia avrebbe ballato un brano che lui
amava particolarmente.
Le note del “La vals d’Amelie “ planarono lentamente dalle casse poste sul
soffitto e lui si trovò in un viaggio nel tempo, in una balera sulle rive della Marna
illuminata dalla luna, con donne dalla ampie gonne plissettate che volteggiano tra
le braccia di ballerini vestiti di scuro.
Tutt’intorno, la belle époque, ma non quella dei borghesi o dei dragoni di
cavalleria di Renoir. Quella ben più tragica degli apaches di periferia di Becker
che, stretti nella fascia che cingeva loro la vita - nascondiglio del lungo coltello -
ballando si contendevano le loro donne.
Di lontano avanzavano verso di lui due figure, girando senza sosta al ritmo
della vals musette: lui aveva una mano nella tasca e l’altra attorno alla vita della
donna che stringeva. Lei lo guardava intensamente negli occhi. Archetipi
dell’amore impossibile, Serge Reggiani e Casque d’Or, gli venivano incontro
roteando.
Lui alzò gli occhi verso la consolle, voleva capire il perché di quanto stava
accadendo, ma Aurora non c’era più.
Al suo posto l’uomo della milonga, quello che aveva ballato con Anne, lo
stava guardando fissamente, malevolmente.

Si svegliò con la sensazione di aver vissuto un sogno che conteneva un


messaggio importante, ma incomprensibile. Ricordare il Caffè Procope, dove
aveva mosso i primi passi di tango, gli aveva lasciato una forte emozione, perché
quella milonga era ormai entrata nel mito. Chiusa da anni, ma ancora presente
nella mente di tutti coloro che vi avevano ballato, e non solo italiani. Dopo anni
di lotta il foyer del teatro Juvarra, che il venerdì diveniva una milonga, aveva

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dovuto cedere alla proprietà, che voleva farne uno squallido garage. Oggi, ad anni
di distanza dalla chiusura, non erano partiti i lavori e nulla era stato costruito.
Ricordava ancora l’ultimo tango che vi aveva ballato nell’ultima serata, “ Oblivion “
di Piazzolla: pareva scritto su misura per quel locale, per quelle pareti scrostate,
per quel legno consunto che aveva visto camminare, ballare e amare, uomini e
donne. Per anni e anni.
C’erano state nel sogno alcune immagini che ora, a mente fredda, lo
impaurivano: perché la presenza di quell’uomo sulla consolle? Una semplice
trasposizione mentale tra la milonga di Nimes e l’amato Caffè Procope? Un’altra,
raggelante nella sua proiezione, era quella che gli aveva fatto rivivere una scena
del film “Casque d'or”.
Perché il suo inconscio, aveva associato Serge Reggiani e Simone Signoret,
che lui aveva amato molto, con il tango? Un brivido gli corse lungo la nuca e
chiuse gli occhi per scacciare l’immagine che gli si era appena presentata. Nel
finale del film Manda, l’apache interpretato da Reggiani, veniva ghigliottinato.

Quel mattino, Anne lo lasciò in Place Crillon perché doveva incontrare un


agente immobiliare: aveva deciso di vendere il grande alloggio che possedeva ad
Avignone e doveva mostrarlo a due probabili clienti. Nel lasciarlo gli disse che gli
avrebbe inviato un messaggio prima di passare a riprenderlo dopo due o tre ore al
massimo. La giornata era ancora molto calda, per il mese di settembre, ed il solito
bar aveva ampliato il numero dei tavolini esposti al sole. Dopo aver ordinato un
caffè, estrasse la nuova penna dalla borsa. Improvvisamente ricordò che non
l’aveva ancora mostrata ad Anne; si sentiva forse inconsciamente in colpa, per le
avance che gli aveva fatto la donna del Centro?
Bastarono le prime righe sulla pagina, a fargli provare ancora una volta il
piacere dello scorrere dell’inchiostro sui fogli; aveva la bizzarra impressione che la
penna scrivesse da sola. Lavorava da una buona mezzora, quando fu distratto dal
rumore delle gambe metalliche di una sedia che strisciavano sul pavimento. Alzò
lo sguardo e vide, nel tavolo accanto, un uomo attempato e molto elegante che
stava sedendosi. Nel sentirsi osservato, l’uomo gli rivolse un cenno con il capo e
sorrise; portava un bianco e anacronistico cappello in paglia che, insieme alla folta
barba molto curata, lo faceva assomigliare a Monet. La carnagione rosa, i vividi
occhi azzurri ed il modo in cui sorrideva, lo rendevano subito molto gradevole e
Marco sorrise a sua volta.
<< Può essere che siate italiano? >> domandò il vecchio ed al suo assenso, gli

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domandò ancora da quale città italiana provenisse e se era in Provenza per lavoro.
Nell’udire che stava scrivendo proprio sulla Regione e che veniva da Torino, gli
chiese gentilmente se poteva sedersi accanto a lui. Marco accettò la proposta. Il
vecchio sembrava un tipo molto interessante e chissà che non gli avrebbe dato lo
spunto per un personaggio del suo romanzo. Con un’agilità che non denunciava i
suoi anni, l’anziano si alzò, prese la borsa in cuoio che aveva con sé e si sedette
nella sedia accanto alla sua. Posò sul tavolo il cellulare, una corposa agenda un
poco deformata dall’uso e iniziò a parlare in un italiano fluente.
<< Prima di tutto mi consenta di presentarmi. Mi chiamo Pierre Brosses ed ho
voluto disturbarla perché gradirei parlare un poco con lei di Torino, una città nella
quale in passato ho vissuto. Mi dicono che negli ultimi anni si è trasformata
divenendo, se possibile, ancora più bella, vero? >>.
Marco si trovò d’accordo con lui e gli descrisse i profondi cambiamenti culturali e
architettonici della sua città. Chiese poi al vecchio dove abitava, quando viveva a
Torino.
<< In una piazza magnifica, una delle più belle e forse la più grande d’Europa:
Piazza Vittorio. Nel mio stesso palazzo abitava un amico carissimo, che gradirei
molto mi salutasse, quando ritornerà a Torino. E’ uno studioso d’esoterismo e
uno dei più grandi storici di Alchimia a livello mondiale. Inoltre conosce la
Cabbalah come a pochi è dato di sapere. Le sarebbe d’incomodo? >>
Nel sentire quelle parole Marco si chiese quanto fosse casuale quell’incontro e chi
fosse veramente la persona che stava di fronte a lui. Se era El Alcuflin lo studioso
che lui avrebbe dovuto salutare, questa era un’occasione unica per verificare la sua
ipotesi sulla vera identità dell’arabo. Fissando l’uomo negli occhi, gli chiese a
bruciapelo:
<< Sarebbe un vero piacere per me poterle salutare il signor Fulcanelli, ma pochi
giorni fa è sparito senza lasciare tracce. Conosce qualche altro suo recapito forse?
>>
Nell’udire quel nome, l’uomo fece uno strano e rapido gesto con la mano, quasi
volesse disperdere nell’aria le vibrazioni che quella parola poteva aver provocato.
Nel frattempo impallidì visibilmente, e fissò Marco con un’espressione di forte
incredulità: a fatica staccò poi i suoi occhi da lui per guardarsi velocemente
intorno, come se temesse qualcosa. Sempre senza guardarlo mosse
impercettibilmente le labbra per chiedergli:
<< Quindi voi sapete molto di più di quanto credevamo. Siete proprio certo che
il Maestro sia fuggito? Nel rispondermi non muovete le labbra, ci sono persone
esperte che potrebbero decifrare le vostre parole. Anzi, fingete di leggere i vostri
appunti mentre mi parlate. Io farò altrettanto. >>
Adattandosi al comportamento del vecchio, Marco rispose cercando di parlare
con le labbra immobili e senza guardarlo in viso.

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<< Ne sono più che certo. L’alloggio che occupava è completamente vuoto ed i
vicini non ricordano niente di lui. Il giorno prima ci eravamo incontrati ed
avevamo avuto una lunga conversazione sull’omicidio di Nostradamus. Lui mi
aveva letto un lungo documento sugli Eletti. >> dovette interrompersi perché
parlare in quel modo era faticoso e provocava una forte salivazione.
<< Che cosa si addice allo zaffiro? >> ancora quella domanda che era divenuta
nel tempo la parola d’ordine dei Compagnons.
<< La luce dell’alba >>
Il vecchio lo guardò di sfuggita e ristette per un poco in silenzio. Si capiva che era
indeciso sul da farsi e che la notizia dell’ennesima sparizione di Fulcanelli, l’aveva
sconvolto. Imprevedibilmente il suo viso si distese al sorriso e mormorò:
<< Il Maestro ci ha lasciati per la sua nuova purificazione, ma tornerà più forte e
deciso che mai >>
Seguì una lunga pausa di silenzio, che Marco avrebbe voluto interrompere con
mille domande; quell'uomo era, con tutta evidenza, un Compagnon e poteva
spiegargli molte cose. Si trattenne, perché voleva lasciare al vecchio il tempo di
riprendersi da quanto gli aveva detto.
<< Mi rendo conto che lei si è trovato fortunosamente, nella confluenza di più
correnti di cui nulla sapeva sino a poco tempo fa. >> riprese l’uomo con una
voce accorata << senza volerlo ha compiuto un cammino iniziatico che altri
hanno impiegato anni a percorrere ed ora si trova in una situazione estremamente
pericolosa. >>
<< Dunque l’aggressione che ho subito a Torino non era casuale! >>
<< Senta Signor Fabiani, continuare a parlare è molto rischioso: lei stava
scrivendo poco fa, dunque continui a scrivere e mi faccia un resoconto di tutto
quello che ha fatto dall’incontro con il Maestro ad oggi. Io farò lo stesso per lei e
a chi ci osserva sembrerà che siamo intenti alle nostre consuete occupazioni. >>
Dopo aver assentito con il capo, Marco descrisse per sommi capi quanto gli era
stato richiesto, includendo questa volta anche Anne; se lei si era messa contro la
setta, era necessario che i Compagnons lo sapessero. Avrebbero potuto
proteggerla. Con la coda dell’occhio vide che il vecchio, scrivendo rapidamente,
aveva riempito in breve tempo di fitti caratteri due pagine. Sospesa la scrittura,
piegò i fogli in quattro parti e li ripose, così parve a Marco, nella tasca interna
della giacca. Subito dopo, e con voce normale, gli chiese cosa stava scrivendo sulla
Provenza, facendo nel frattempo il gesto di porgere le mani per prendere il suo
blocco di appunti. Lui glielo sporse ed il vecchio iniziò a leggere, interrompendosi
a tratti per commentare, con parole come interessante, o notevole. Una volta
finito, gli restituì il blocco e riprese ancora a scrivere, riempiendo un altro foglio
che piegò e rimise in tasca.

247
Tutto questo armeggiare, invece di sembrargli ridicolo lo impauriva; si
guardò attorno per vedere se qualcuno li stava spiando, ma tutto pareva identico
alla altre mattine. Un uomo con l’immancabile baguette infilata sotto il braccio,
una signora con cagnolino, ed una strana coppia, formata da una biondissima
francese e da un ragazzo con i capelli rasta. Mentre li osservava, sentì che
qualcosa gli veniva infilato nella tasca sinistra della giacca, quella che stava a lato
del vecchio. Subito dopo lo sentì mormorare:
<< Ora vada in bagno e legga attentamente quanto le ho scritto. Distrugga poi i
fogli, mi raccomando e li butti nello sciacquone. Io l’aspetterò qui fuori per darle
altre indicazioni. >>

Il Sommo Eletto aveva sentito abbastanza. Compose sul cellulare il numero


di chiamata veloce relativo all’esecutore che stava sulla Place Crillon e con voce
pressante diede l’ordine: “Supprimez le “. L’idea di donare all’italiano la penna del
Centro, aveva finalmente dato un risultato. Faceva parte della dotazione degli
agenti CIA ed era costata una fortuna, perché conteneva una trasmittente
miniaturizzata, che non poteva essere rilevata in alcun modo. Dopo molti giorni
di ascolto delle inutili scempiaggini che lui e la donna si scambiavano, ora aveva la
conferma definitiva.
Il Maledetto, il secondo Giano, era sino a pochi giorni prima a Torino e lo
avevano mancato ancora una volta; qualcuno avrebbe pagato per questo. Lo
scrittore poi sapeva molto, forse troppo. Quell’italiano, che si muoveva come una
biglia inconsapevole sballottata in un bigliardino, sembrava avere l’incredibile
capacità di attirare tutte le persone a loro ostili. Anche il suo incontro con il
traditore Brosses, era stato sicuramente voluto da quest’ultimo. Con ogni
evidenza i Compagnons lo sorvegliavano, oppure sorvegliavano la donna. Per il
momento, la cosa più importante era togliere di mezzo Brosses; aveva già dato
loro troppi fastidi. Nel suo ultimo viaggio in Messico, si era avvicinato
pericolosamente alla clinica del Progetto Staminali e, come se non bastasse, aveva
convinto un missionario italiano ad indagare con lui sulle sparizioni, nelle favelas,
degli ultimi due anni.
Avrebbe voluto essere al posto del franco-giudice incaricato di eliminarlo,
ma non l’avrebbe fatto nel solito modo rapido ed efficiente. Stringendo le mani
sui braccioli della poltrona, immaginò di avere sotto di sé quell’uomo che aveva
scelto di tradire, che aveva scelto il cerchio di luce nera ... che aveva osato sfidare

248
gli Eletti e lui stesso ... Meritava molto di più del veleno, meritava una di quelle
morti lente e atroci che aveva dispensato nei giorni gloriosi delle SS.
Un innesto osseo senza anestesia, una vivisezione ... Per un poco si trastullò
con questi pensieri, poi si riscosse: attendeva la conferma che il suo ordine fosse
stato eseguito. L’italiano poteva aspettare, gli avrebbe concesso ancora del tempo
e questo pensiero gli piacque, lo fece sentire onnipotente, un dispensatore di
tempo. Lui che di tempo ne voleva molto, lui che lo voleva tutto. Per sempre.

Nel frattempo Marco si era avviato verso il caffè, aveva pagato il conto e
dopo aver percorso tutto il locale, era arrivato al bagno. La porta aveva purtroppo
il chiavistello guasto, quindi dovette appoggiarsi contro per chiuderla. Estratto
dalla tasca quanto il vecchio furtivamente gli aveva infilato in tasca, si rese conto
che oltre al suo resoconto, c’erano altri tre fogli che riportavano la calligrafia fitta
e minuta, di chi è uso a scrivere ancora molto a mano:
- Caro Signor Fabiani, mentre lei redige il suo resoconto, io le farò una
confessione. La teniamo d’occhio da tempo, dal giorno in cui ha incontrato a
Torino il Maestro, ma non sapevamo della sua aggressione, altrimenti l’avremmo
protetta. Quello che a noi è sfuggito, era fortunatamente noto a colui che è in
procinto di purificarsi; aveva preso le sue precauzioni, allontanandosi da Torino.
Potrei dirle che in un castello, appartenente a qualche nobile che ci è amico,
si sta svolgendo in questi giorni la Grande Opera, che la Trasmutazione è vicina e
che San Germano ritornerà, ancora una volta a trionfare sulla morte. Ma quel che
mi preme ora è metterla in guardia dagli Eletti. Lei è stato scelto dal fato, per
penetrare segreti millenari che molti uomini hanno cercato invano di ottenere; da
tutto questo, non ne ha tratto vantaggi economici, scrivendo articoli, oppure
sceneggiature televisive come altri avrebbero fatto. Noi pensiamo che questo sia
dovuto sicuramente alla sua correttezza morale, ma sospettiamo pure che ci sia
un altro motivo che la spinge ad attendere, a capire: la signora Anne Vicelli. È
evidente a chiunque vi osservi che vi amate, e sapendo quanto io so su quella
donna, sono certo che lei debba avere un fascino notevole per averla conquistata.
Capirà meglio quanto dico, più avanti nella lettura.
Veda Signor Fabiani, sotto e sopra la superfice terrestre, opposte forze
endogene ed esogene sono perennemente al lavoro. Allo stesso modo in cui le
sottili rocce sedimentarie subiscono un continuo processo di disintegrazione, al di

249
sotto del quale infuria il nucleo infuocato, così in superficie infuria il conflitto tra
noi e gli Eletti.
Lug ci aveva lasciato la Conoscenza e la Gloria, ma gli anni, la stanchezza e
la sete di potere ci hanno divisi tra coloro che cercano il miglioramento spirituale
e coloro che vogliono sempre di più. L’ultima opportunità per noi fu l’apparire
del grande iniziato Nostradamus, che applicando la dottrina di Lug, fu in grado di
arrivare alle Grotte e alla Trasmutazione. Seguendo i suoi insegnamenti, avremmo
potuto prepararci ad accedere a quei misteri, come lui aveva fatto
precedentemente. Noi tutti siamo certi che se gli Eletti, avessero adottato la sua
filosofia sull’ordine cosmico, lui ci avrebbe rivelato il segreto delle Grotte.
Purtroppo una buona parte di loro mirava solo al potere e all’immortalità,
agognata solo per prolungare per sempre questo potere. Il segreto della
modificazione cellulare, acquisita nelle Sorgenti Sacre e nelle Grotte, doveva
servire il genere umano, non predominare su di esso.
Lo ostacolarono e diffamarono in tutti i modi e quando affermò che
s’identificava con Giano bifronte e gemello, perché anche lui era rivolto al passato
e al futuro, lo accusarono di blasfemia. Persino il fatto che avesse sposato una
donna che si chiamava Anne Ponsarde Gemelle, fu visto da loro come
un’operazione fatta per consolidare il suo mito.
Condannarono anche il suo blasone – che per noi è lo specchio della nostra
identità – perché vi aveva disegnato una ruota con otto raggi a T, la stessa dei
Templari, la stessa dell’uomo di Vitruvio. Dissero che era uno spregio della loro
concezione del tempo a spirale, contraria del resto a tutti gli insegnamenti di Lug,
che ci aveva donato il simbolo del Triskell, per significarci il Passato, il Presente e
l’Avvenire. Riuniti tutti in un unico grande ed eterno ciclo, chiamato Continuo
Infinito Presente, in cui tutto esiste nello stesso tempo. Raffigurò la ruota in oro
per simboleggiare l’incorruttibilità dell’eterno ritorno e gli affiancò la testa
dell’aquila per indicarci la via che guarda al sole, al divino, alla verità.
Quando il Grande Maestro venne ucciso - attraverso i nostri informatori ne
venimmo subito a conoscenza – decidemmo di creare una confraternita parallela
alla setta, che tenesse vivi gli insegnamenti di Lug. Lei saprà forse che la
costruzione del tempio di Salomone, avvenuta nel 961 a.c., aveva utilizzato una
moltitudine di artigiani – muratori, scalpellini, scultori – fenici. Quell’opera
immane, creò una consorteria padrona di una scienza alla quale poterono
attingere i Templari, che risiedevano a Gerusalemme sin dal 1110. Al loro ritorno
in Francia, trasmisero le conoscenze acquisite ai costruttori delle Cattedrali, tra i
quali vi erano molti di noi. Quelli che conoscevano i segreti delle correnti
telluriche e delle “Onde di Forma” (che sono alla base della costruzione magica) e
applicavano i canoni della Sezione Aurea. Facevano parte della gilda dei
Compagnons ed erano molto uniti tra loro.
Avevamo quindi già pronto un nucleo su cui costruire una struttura; inoltre
la loro abitudine di viaggiare continuamente per tutta la Francia, per apprendere

250
sempre più ed entrare in contatto con altri confratelli, ci consentiva di muoverci
liberamente senza destare sospetti. Negli altri paesi europei avvenne la stessa
cosa: i fedeli al Maestro si unirono ai Fratelli Muratori, dai quali nacque in seguito
la massoneria. Purtroppo all’interno della massoneria si infiltrarono i nostri
avversari, sotto in nome di copertura degli Illuminati e iniziarono la scalata al
potere in molte delle sue logge.
Più tardi fece la sua comparsa un altro iniziato. Sorgeva dalle correnti del
tempo in modo misterioso e non rimaneva mai troppo nello stesso luogo. Diceva
di essere giunto alla Trasmutazione attraverso la Pietra Filosofale, dopo una fatica
di anni e anni, ma non trasmise a nessuno i suoi segreti. Sosteneva che ognuno
doveva arrivare alla meta attraverso il proprio infaticabile lavoro. Per propria
natura fu subito dalla nostra parte, ma in modo diverso da Nostradamus. Non si
scontrò mai con le triadi, preferendo le tattiche di guerriglia, colpire e fuggire per
poi riapparire. È stata sempre la nostra guida, sia che si chiamasse San Germano
o Fulcanelli o El Alcuflin.
Ora però le debbo parlarle di una cosa che la riguarda da vicino. Si prepari
dunque a farsi forza, perché quanto le dirò non le piacerà.
La signora Anne è un’adepta. Forse lei lo aveva sospettato oppure, pur
avendolo pensato, lo ha rimosso, ma è così. Lo è da quando, ancora diciottenne,
superò con un punteggio molto alto un test per la misura del quoziente
intellettivo. Il test era organizzato con un pretesto dalla triade, che si avvale anche
di questi mezzi per reclutare gli adepti dei livelli intermedi. Fu scelta e iniziata alla
Radiestesia a Glanum, e le fu imposto anche il corso di studi in geofisica, che
affrontò con successo. La sua vita procedette quindi su due binari: la studiosa che
si sposa, mette al mondo due figlie e vive serena e l’adepta che continua le
ricerche sul magnetismo terrestre.
Era però destino che quella donna patisse nella sua carne, un crimine del
quale la triade è la sola responsabile: uno dei tanti omicidi che, partendo da
Nostradamus, arrivano sino ai giorni nostri. La sua primogenita Madelene, una
donna meravigliosa, le fu strappata in nome della segretezza della setta. Laureata a
Tolosa in fisica quantistica, vi si era stabilita ed aveva intrapreso ricerche sugli
studi che il Dott. Hartmann elaborò negli anni cinquanta, sulle “ Onde di forma
“. Analizzò a fondo la sua teoria secondo la quale, la Terra è avvolta da una rete di
origine elettromagnetica, le cui linee di forza si incrociano in determinati punti
detti “Nodi”. Verificò che le radiazioni provenienti dagli strati più profondi del
sottosuolo terrestre, hanno origine dai fiumi sotterranei e modificano le linee di
forza del campo magnetico del pianeta. Madelene, che non conosceva
l’appartenenza di sua madre alla confraternita, non la mise mai al corrente dei
suoi studi, che si stavano avvicinando pericolosamente al segreto delle correnti
telluriche. Altrimenti questa l’avrebbe fermata.
Proseguì invece sempre più addentro, perfezionò il magnetometro a
saturazione e il radio misuratore e con questi strumenti scoprì che la Rete di

251
Hartmann era servita nell’architettura sacra delle Cattedrali. Esse erano costruite
dove era possibile convogliare le energie cosmiche che scaturiscono dal
sottosuolo, per dare modo agli esseri umani di innalzarsi verso il cielo. Non
appena la sua prima pubblicazione scientifica fece il giro dei centri di ricerca, la
signora Anne fu contattata da un emissario del Supremo Eletto, un uomo che le
auguro di non incontrare mai. Se è mai esistita su questa terra la quintessenza del
male, lui la rappresenta molto bene.
Si dice che fosse a capo di un centro studi segretissimo sul prolungamento
della vita umana, nel castello delle SS di Wewelsberg. Le cavie di questi
esperimenti erano bambini ebrei. Potrei dirle molto di più su di lui, ma temo che
non mi crederebbe oppure non crederebbe alle sue orecchie. L’emissario censurò
aspramente il fatto che Anne non fosse al corrente della direzione degli studi di
sua figlia e gli intimò di fare in modo che quelle indagini cessassero subito. Lei
andò a Tolosa, indagò indirettamente sullo stato dell’arte delle ricerche della figlia
e scoprì che era troppo tardi, erano già molto avanzate e finanziate dal governo.
Si cercava la conferma della pericolosità dei campi elettromagnetici sugli esseri
umani. Sfruttando i fondi governativi, Madelene aveva creato due filoni di ricerca
paralleli; uno studiava la pericolosità di impianti e apparecchiature che possono
generare campi magnetici, l’altro guidato direttamente da lei, indagava invece sugli
effetti benefici dei campi stessi.
Non sappiamo se fu il destino a portarla a scoprire la relazione di
Nostradamus, con le acque delle Sorgenti Sacre. Quando infine le due donne si
trovarono faccia a faccia, Anne scongiurò sua figlia di desistere da quelle ricerche,
ma non potendole spiegare il motivo, fu poco convincente. Stava ancora
pensando a come fermarla, quando Madelene decise una campagna di
prospezioni magnetiche nella zona tra Salon e Glanum. Partì da sola sulla sua
piccola Peugeot, caricata di tutti i suoi strumenti e la madre non la rivide più viva.
Le telefonò la polizia stradale per dirle che era precipitata, forse per un malore, da
un ripido tornante delle Alpilles.
Da allora la signora Vicelli non visse più.
La colpa di aver causato la morte della sua adorata figlia la tormentò giorno
e notte. Non poteva neppure denunciare gli assassini, perché le fecero sapere che
se avesse parlato, la stessa sorte sarebbe toccata ad Amelie, la sua secondogenita
che vive a Parigi. In seguito arrivò lei signor Fabiani, e la vedemmo trasformarsi
poco a poco. Se lei non fosse incappato nella setta, sarebbe soltanto un italiano
innamorato di una bella signora provenzale e io avrei potuto augurare a tutti e due
un futuro sereno. Ma purtroppo non è così. Ora leggerò i suoi appunti e in base a
quanto sa, le darò istruzioni in merito. A dopo. –
Marco aveva letto i due fogli di un fiato, senza pause. Ora la verità, tutta
intera, si trovava davanti a lui; in quelle poche righe scritte a mano da un vecchio
che pareva uscito dalla belle epoque… Avrebbe dato un anno di vita per tornare
indietro a pochi minuti prima, a quando non sapeva nulla di tutto questo.

252
Che Anne fosse un’adepta, che le avevano assassinato una figlia e che la
tenevano sotto la minaccia costante di ucciderle anche l’altra. Ma che tipo di
uomini poteva fare questo? Sinora aveva letto dei delitti della setta come si può
leggere un romanzo criminale, nel quale tutto è finzione e non ci tocca. Ma ora si
trovava dentro alla storia, nell’elenco dei personaggi e interpreti che comparivano
sui cartelloni della dramma, che si stava rappresentando. Restava solo da capire
qual’era, accanto al suo nome, il ruolo che lo sceneggiatore gli aveva attribuito.
Con un brivido ritornò a quella notte sotto la Mole e si rese conto per la prima
volta, che la morte lo aveva davvero sfiorato: risentì l’urlo del sicario, perché ora
lo sapeva, non era altro che un sicario. “ Tu es foutu “ .
Non restava che leggere l’ultimo foglio, quello che il vecchio aveva scritto
dopo aver letto il suo resoconto. Fortunatamente nessuno aveva cercato di
entrare in bagno, anche se era dentro da dieci minuti. Riprese la lettura
chiedendosi che cos’altro di terribile lo attendeva.
- Signor Fabiani, mi rendo ora conto che lei sa molto, fin troppo, per non
aver attirato l’attenzione della triade. La sua aggressione di Torino mi pare sempre
meno casuale e il fatto che non sia più stato molestato può dipendere da due
fattori, uno dei quali, non le piacerà, credo. La setta non sa che lei ha trovato la
pergamena, ne ignorava sicuramente l’esistenza e lei ha attirato la loro attenzione
soltanto per il genere di libri che ha richiesto nella Biblioteca Nazionale. Potrebbe
essere per loro, uno dei tanti che scrivono su Nostradamus. Non sa che lei ha
incontrato il Maestro, sanno solo che usciva da uno dei molti palazzi che
sorvegliano. Non dimentichi che un tempo vi abitavo io. Il secondo fattore è che
lei si trova sotto la costante sorveglianza della signora Anne.
Posso immaginarmi la sua reazione alla parola “sorveglianza”; lei ama quella
donna e può esserle inconcepibile pensare che la tradisca, ma deve mettere in
conto anche questo. Ci sono altrettante probabilità che la triade le abbia rivelato i
suoi movimenti, quante ve ne sono che non l’abbia fatto. Sarebbe nello spirito
della loro logica perversa.
Deve sapere che alcuni di loro facevano parte della SD di Reinhard
Heidrich, il servizio segreto delle SS naziste. A questo punto si sarà chiesto se la
triade è composta da più che ottuagenari, dato che ho citato per due volte il
nazismo. No, signor Fabiani non hanno creato la Grande Opera, se è questo a cui
sta pensando. Alcuni tra gli Eletti sono predisposti geneticamente a recepire
meglio di altri, la modificazione cellulare creata dall’azione congiunta delle
correnti telluriche e delle Fonti di Luce. Questo li porta ad acquisire un
prolungamento della vita, che può arrivare a centosessanta anni. Ecco perché il
Supremo Eletto dimostra appena cinquant’anni.
Ma c’è un fatto nuovo che ha sconvolto qualche anno fa la triade: le Fonti di
Luce stanno subendo un inquinamento che non è solo chimico, ma anche
magnetico. Il campo magnetico terrestre, secondo alcuni - e Anne è tra questi -
sta subendo una forte trasformazione. Questo lo porterà tra breve ad invertirsi.
Se nel presente questo fatto ha solo causato la perdita graduale delle proprietà

253
delle acque, è possibile che più avanti – anche se non nel 2012 - porti forse alla
scomparsa di una parte del genere umano. Noi Compagnons non lo temiamo,
anzi lo aneliamo: abbiamo da tempo costruito rifugi nelle grotte più profonde
delle Alpilles e grazie a questo, pensiamo di poter sopravvivere. Crediamo
fermamente in quanto predisse Nostradamus: quel cataclisma porterà ad un
nuoco ciclo e ad una trasformazione benefica dell’uomo.
Gli Eletti hanno costruito anche loro rifugi nelle montagne svizzere, ma a
loro sopravvivere non basta. Da anni investono cifre colossali nello studio segreto
delle cellule staminali, con un solo scopo. Il raggiungimento dell’immortalità. Nel
mio ultimo viaggio in Messico, sono stato a Cuernavaca ed ho potuto vedere la
clinica segreta che porta avanti il Progetto Staminali. Un bunker super moderno
in cui lavorano alcuni tra i migliori scienziati del mondo. Purtroppo non mi è
stato possibile sapere di più sulle loro ricerche, ma un missionario comboniano,
che si trova laggiù da anni, quando ha saputo che facevo domande sulla clinica ha
voluto incontrarmi. L’orrore di quanto mi ha rivelato, supera qualsiasi
immaginazione, supera persino i racconti dei sopravvissuti agli esperimenti nazisti
nei lager. Insospettito dall’aumento del numero di bimbi scomparsi negli ultimi
due anni, il missionario aveva iniziato ad indagare, pensando ai circuiti di film
pedopornografici. Le famiglie dei bambini, dalla data della scomparsa in poi,
improvvisamente acquistavano automobili, televisori di grandi dimensioni,
eccetera, pur vivendo nelle baraccopoli.
Abbiamo iniziato ad indagare insieme partendo dalle madri le quali, finito il
denaro, erano le prime a pentirsi di quanto avevano fatto. Nei loro racconti si
parla di incaricati molto affettuosi con i bambini, che girano tra le baracche
prospettando ai genitori adozioni in famiglie americane o europee. Tutto fatto
segretamente, per bypassare le lungaggini burocratiche. Il pensiero che i loro figli
abbiano un futuro migliore di quello toccato a loro, smorza il dolore della perdita,
incrementando in questo modo il traffico infantile. Perché signor Fabiani, da anni
spariscono bambini in Messico, in Brasile e nel Nord Africa, senza che nessuno si
muova. Ultimamente però, si sono aggiunte nuove voci, molto più orrende della
pedofilia, voci su fatti che potrebbero appartenere ad un mondo dominato da
vampiri più che da esseri umani.
Sepolture affrettate, negligenze nell’occultamento di piccoli cadaveri, hanno
messo in luce una realtà inconcepibile. Tutti i corpi dei bambini erano sventrati,
ed erano state asportate loro tutte le ghiandole.
Corsi e ricorsi diceva il vostro Giambattista Vico, ma qui ci troviamo di
fronte al ricorso dell’orrore: da Dachau a Cuernavaca, da Auschwitz a Lione. Si
signor Fabiani, ha letto bene, perché a Lione, città del National Institute of
Health and Medical Research, città all’avanguardia nella ricerca medica, è stata
creata dalla triade un’altra clinica dell’orrore. La clinica del Progetto Staminali 2.
Il denaro può tutto, può pagare il silenzio dei medici e la complicità dei
politici. In quella clinica arrivano i bambini dei campi libici che raccolgono gente
da tutti i paesi africani. Attraversano il Mediterraneo su motoscafi superveloci e

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vengono raccolti a Marsiglia. Sospettiamo, anzi siamo oramai certi, che le
ghiandole prelevate vengano trattate in qualche modo prima di essere trapiantate
nel corpo di un ricevente; l’obiettivo è quello di prolungarne enormemente la vita,
sino al prossimo trapianto.
La strada lunga e faticosa della ricerca della Pietra Filosofale non garantiva
tempi brevi e gli Eletti ibernati a meno 200 gradi negli ibernatori californiani,
dovranno attendere ancora molto prima che si trovi il modo di risvegliarli e
guarirli. La triade ha fretta, gli anni dell’inversione magnetica sono vicini e loro
vogliono un sistema per divenire immortali prima del cataclisma. Sopravvivere
dunque, ma da immortali; per divenire i capi supremi di quelli che resteranno.
Annullando in questo modo la profezia che parla di un nuovo ciclo di
trasformazione dell’umanità e perpetuando, con l’immortalità, il loro errore per
l'eternità. Come ha scritto il grande Schopenhauer.
Dopo l’inversione nessuno può prevedere se esisteranno ancora cliniche e
scienziati per proseguire la ricerca. Ecco dunque il perché della loro follia, ecco il
perché hanno scelto, con la stessa inumana indifferenza dei nazisti, la soluzione
più veloce. Cosa vuole che conti qualche centinaio di bimbi sventrati, per chi ha
ucciso sei milioni di ebrei? Non ci risulta che sinora abbiano avuto successo, ma
questo potrebbe avvenire da un giorno all’altro e ci troveremmo in circolazione
dei mostri, che si aggirano tra noi come animali predatori dalla vita eterna. Che
Lug li maledica, perché hanno insozzato la sua dottrina e reso blasfemo il segno
del Triskell. Questo è quanto lascio alla sua considerazione: ne faccia l’uso che la
sua natura le detterà, decida lei se e come denunciare ai mass media la
cospirazione, ma consideri che la setta ha assassini che possono raggiungerla
ovunque. Buona fortuna. –
Per un istante nella sua mente ci fu il vuoto assoluto: gli pareva di non
essere più lui a tenere chiusa la porta del bagno, ma che fosse questa a
sorreggerlo. Se tutto quanto aveva letto era vero, non si trattava più di una
cospirazione a fini politico-economici, ma di una serie di omicidi pianificati e
portati a termine da persone complici e insospettabili. Mentre faceva a piccoli
pezzi i fogli, il raccapriccio per quanto aveva appreso si faceva strada lentamente
nella sua mente e sentì in bocca uno sgradevole sapore metallico, il sapore della
paura. Se quella era la realtà che lo circondava, si trovava ben oltre ogni domanda
che potesse fare. Al di là di ogni risposta che potesse comprendere.
Uscendo dal bagno con le gambe malferme, tutto gli pareva diverso, ogni
persona che lo guardava sembrava scrutarlo per avvertire dal più piccolo segnale
che lui sapeva, persino il sottofondo di chiacchiere da bar appariva come
un’orrenda cacofonia che lo circondava. Il sole alto nel cielo di Provenza dava
luce e calore anche a chi in quello stesso momento e probabilmente non molto
lontano, stava organizzando l’uccisione di decine e decine di bambini senza
alcuna garanzia di successo e soltanto con la fievole speranza di poter vivere per
sempre.

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Chi aveva detto “dov’era Dio mentre i camini di Auschwitz fumavano?” Si
pensava che esistesse un prima e un dopo Auschwitz, che non sarebbe accaduto
ancora: e invece c’erano stati il Bangladesh, i Balcani, il Rwanda, il Darfur ed oggi
c’era questo. Fuori del bar la scena era la stessa di pochi minuti prima, ma era lui a
non essere più lo stesso. Non sarebbe stato più lo stesso uomo, dopo quella
mattina. Ora aveva una nuova compagna che non l’avrebbe più lasciato. La paura.
Quella che in quel momento gli stava impedendo di respirare, obbligandolo
a spalancare la bocca in cerca d’aria, con il cuore che pareva volesse uscirgli dal
petto.
Tornò al suo tavolo e vide che l’anziano si era appisolato, il capo reclinato in
avanti ed il cappello sugli occhi. Si sedette e lo chiamò piano per non spaventarlo.
Non ci fu nessuna reazione. Lo chiamò ancora e vedendo che non si muoveva, gli
toccò la mano che aveva abbandonato sulla gamba. Nonostante fosse esposta al
sole, la sentì orribilmente fredda, la mano di un manichino appena estratto da un
frigorifero. Nel momento in cui il cappello di paglia cadendo, scoprì gli occhi del
vecchio - vuoti, senza vita e sbarrati sul nulla - seppe che il rombo che sentiva
crescere lentamente nelle orecchie, non era altro che il suono del suo battito
cardiaco, amplificato dal terrore.
Istintivamente, ebbe la certezza che il vecchio fosse morto e con un gesto
automatico gli rimise il cappello; si muoveva come un automa, facendo seguire il
movimento al pensiero, ma senza una reale coscienza di quanto gli stava
accadendo. Guardandosi attorno, si accorse che il tavolino di Brosses era vuoto, il
cellulare e l’agenda spariti. Chiedendosi cosa dovesse fare, si alzò e si guardò
intorno.
Sull’angolo di un portone spalancato sulla piazza, immobile nella sua
rilassata arroganza, stava l’uomo della milonga e lo guardava fissamente.
Forse era l’incidenza della luce - che contrastava la penombra del portone -
a fargli credere che la sua bocca sorridente s’increspasse in un ghigno di una
malvagità assoluta. Forse era la sua suggestione, ad immaginare che con la mano
sinistra gli rivolgesse un cenno, muovendo le dita verso di sé come se lo invitasse
a raggiungerlo. Ciò che era invece innegabilmente chiaro, nella sua spaventosa
evidenza, era il fatto che nell’altra mano, l’uomo teneva un ombrello ripiegato
strettamente. In quella meravigliosa giornata di sole, la presenza di un ombrello
era molto più che assurda, era terrificante.
Significava una sola cosa: assassinio.
Il conto era già pagato, il cameriere non avrebbe avuto ragioni per fermarlo,
dunque poteva andarsene e di corsa. Si voltò, afferrò la sua borsa e si diresse dalla
parte opposta a quella dove stava l’uomo, nella stessa direzione del luogo
dell’appuntamento con Anne. Volgendosi indietro di tanto in tanto, per vedere se
l’uomo lo seguiva, vi giunse infine trafelato ed in ritardo.
Lei era già arrivata, lo aspettava in seconda fila e quando lui salì nell’auto
esclamò:

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<< Finalmente Marco! Un vigile è passato due minuti fa e mi ha chiesto di
spostarmi, meno male che sei qui >>.
Impegnata nell’uscire da quel parcheggio improvvisato, lo sfiorò soltanto con lo
sguardo, fortunatamente senza accorgersi del suo stato; per l’effetto
dell’adrenalina, la gamba destra era scossa da un forte tremito, stentava a respirare
e solo a fatica riuscì a non vomitare. Quando lei gli chiese - sempre guardando la
strada - com’era andata la mattinata, dovette fare uno sforzo atroce per non
urlarle addosso tutto quel che gli era accaduto. Senza rendersene conto, e con una
voce che non gli parve nemmeno la sua tanto era penosa, le disse che sì, era
andato tutto bene. Lei distolse per un attimo gli occhi dalla guida e lo guardò in
viso:
<< Cosa c’è caro, ti senti male ? Sei pallidissimo! >>
Per un istante, pensò che questa fosse l’occasione buona per parlare, per dirle
tutto e liberarsi di quel peso; nel contempo, considerò che se lei sapeva ed ne era
complice, raccontandole tutto si sarebbe messo completamente nelle loro mani.
D’impulso, dopo aver pescato dalle sue risorse più nascoste uno stentato sorriso,
le rispose che il solito caffè, quella mattina gli aveva fatto venire la nausea.
Fissando il suo profilo, dopo un poco le chiese :
<< Sai, ho conosciuto un uomo molto interessante questa mattina, un certo
signor Pierre Brosses che ha vissuto per molti anni a Torino >>.
Se lui le avesse confidato che quella mattina c’era il sole, lei avrebbe espresso
maggior meraviglia di quella che dimostrò in quel momento. Sorridendo gli disse:
<< Che bello! Sono contenta che tu abbia trovato qualcuno con cui parlare della
tua città: sai, a volte mi sento un poco in colpa per tutto questo tempo che passi
da solo a causa dei miei impegni. Vorrei farti più compagnia, ma in compenso ho
una bella notizia per te: avevamo programmato che tu tornassi in Italia la
prossima settimana, perché io dovevo ripartire per lavoro, ma ho annullato tutto.
Non parto più e puoi restare da me sin quando vuoi. Sei d’accordo? >>
Possibile che lei - anche se era un’adepta di grado intermedio - non conoscesse
Brosses? Quella che stava guidando ora verso Villeneuve, era una grande attrice
oppure era la sua Anne, iniziata ma nello stesso tempo vittima di una setta, che le
aveva ucciso la figlia molto amata?
Sentiva che il suo rapporto con Anne stava divenendo sempre più
schizofrenico; ogni risposta aveva sempre due facce, esattamente come Giano
bifronte, e questo continuo dualismo, lo faceva impazzire. Non riusciva a credere
che nello stesso momento in cui aveva trovato la donna della sua vita, fosse finito
in un girone infernale, nel quale omicidi e bambini rapiti e squartati, erano la
normalità.
Ogni qualvolta aveva deciso di ignorare tutto e di pensare solo a lei,
qualcosa o qualcuno era venuto a cercarlo, mettendogli davanti fatti sempre più
orribili. Se poco prima di incontrare Brosses, poteva pensare che si trattasse solo

257
di una serie di coincidenze che si erano incrociate con personaggi bizzarri e
stralunati, la morte del vecchio riportava tutto su un piano di realtà anche troppo
concreta. Per gran parte della sua vita, aveva vissuto come in un sogno; persino
nel momento delle decisioni più importanti, gli era sembrato di assistere alle sue
scelte come se fosse estraniato su un binario parallelo, come se non lo
riguardassero. Si chiese se per tutti fosse così, se la realtà irrompesse nella loro
vita soltanto quando si trovavano davanti a qualcosa di ineluttabilmente
drammatico e improrogabile. Un medico che dava loro solo pochi mesi di vita,
oppure un vecchio che rivelava un’orrenda macchinazione in cui lui, Marco,
avrebbe potuto perdere la vita.
Ora lei gli stava chiedendo se fosse contento di restarle accanto per un
tempo indefinito e lui non sapeva nemmeno se l’annullamento del suo viaggio,
era dovuto alla triade che le aveva imposto una sorveglianza ancora più stretta,
oppure al piacere che provava nello stare con lui.
In qualche modo riuscì ad esprimerle la sua gioia, non sapendo se
congratularsi con se stesso per l’abilità acquisita nel mentirle o sentirsi in colpa
per il fatto di farlo continuamente. Nello stesso istante, un’altra paura si fece
strada nella sua mente, una cosa a cui non aveva ancora avuto tempo di pensare.
Il mal di testa, che da qualche minuto si era annunciato come un lontano
preavviso, s’impossessò della sua tempia destra iniziando a pulsare con forza.
Il cameriere del caffè! Lo aveva visto parlare con il vecchio? Poteva sperare
in una cosa sola, nell’efficienza della triade e questo pensiero gli sembrò
enormemente grottesco. Se il vecchio era stato ucciso con la lama dell’ombrello
animato, e lui ormai ne era più che convinto, sapeva che i veleni usati su
quell’arma non lasciavano tracce. I sintomi e l’aspetto del cadavere, sarebbero
stati quelli di un uomo morto per una crisi cardiaca. Per contro non poteva
andare lui dalla polizia per denunciare l’assassino: strappando i fogli nei quali
Brosses denunciava i crimini della triade, aveva perduto ogni prova.
Erano ormai giunti a casa di Anne, e solo allora lui ricordò di essere a
digiuno dal mattino. Il solo pensiero del cibo gli fece tornare la nausea. Sentiva il
bisogno di pensare, il bisogno di restare un poco da solo per pensare; a cosa
avrebbe potuto fare per precedere gli avvenimenti, anziché subirli, come gli era
accaduto sinora.

17

258
Alle nove del mattino, il satellitare emise il suono che identificava come
chiamante la clinica di Cuernavaca: quello squillo sarebbe rimasto impresso per
sempre, nella mente dell’uomo che rispose alla chiamata con il solito “ sono io “.
Il dottor Gutierrez, gli comunicava in codice che “la talea aveva attecchito”,
e che ormai da tre giorni non vi erano sintomi di degenerazione cellulare. La
fredda risposta “bene procedete“, non rispecchiava minimamente ciò che in quel
momento il Sommo Eletto stava provando.
Alla fine, il cerchio di luce nera sarebbe stato sconfitto per sempre. Assaporò
quella parola facendola penetrare nella sua carne, nei suoi muscoli, nelle sue ossa,
sentendosi vivo, onnipotente e immortale come non lo era mai stato.
Per un attimo, la sua mente riandò a molti anni addietro, quando il cerchio
di luce nera aveva quasi avuto la meglio su di lui, ferito gravemente in un letto
dell’ospedale da campo di Smolesk. La rapidissima e trionfale avanzata
dell’armata del Nuovo Ordine, durante l’operazione Barbarossa, li aveva portati a
Kovno e Dvinsk, dove avevano continuato ad “epurare” la zona da ebrei e da
commissari del popolo russi per tutta l’estate. In autunno però, la situazione era
cambiata. A causa delle piogge la loro mobilità si era ridotta drammaticamente,
nonostante disponessero dei Tigre, i carri armati delle Waffen-SS. Nemmeno il
potente motore Porsche, riusciva a vincere l’enorme massa di fango che li aveva
sommersi. Rivide la steppa russa trasformata in un immenso acquitrino dalle
piogge autunnali, rivide le SS del suo Sonderkommando accerchiare un villaggio
di isbe, in cui gli informatori davano per certa la presenza di partigiani comunisti.

Risentì, con la stessa forza con cui l’aveva colpito quel mattino, la
premonizione della pallottola che da qualche parte, davanti a lui, lo stava
cercando. Nella sua visione, era apparso il proiettile che avanzava con lentezza
esasperante, ma tutto il resto era opaco, immerso in una nebbia lattiginosa che
nascondeva chi lo stava prendendo di mira. Durante tutta la campagna, le sue
premonizioni li avevano salvati più volte dalle imboscate e lui si era fatto la fama
di ufficiale invincibile. Purtroppo le sue visioni erano spesso confuse e non erano
scandite da un conteggio temporale che le collocasse con precisione nel tempo.
Poteva arrivare al massimo a due o tre ore in avanti, ma non conosceva
esattamente quando sarebbe successo ciò che intravedeva. Per tutta la mattina la
visione l’aveva ossessionato, quindi aveva deciso di rimanere al coperto nel
panzer, sino alla fine del massacro. Questa volta aveva dato l’ordine di sopprimere
tutti, e non solo gli ebrei e i commissari politici, perché non sapeva chi impugnava
l’arma che gli avrebbe sparato. Attraverso la feritoia del carro vide l’ultima donna
cadere, continuando a scagliare contro di loro lunghe maledizioni in quella lingua
barbara, che poco aveva di umano. Decise di uscire dal carro e si guardò intorno.

Un cielo tetro, freddo ed opprimente, ricopriva una monotona pianura che


si estendeva a perdita d’occhio. Una ventina di capanne di paglia e fango,
costituivano quello che i selvaggi che abitavano quelle lande, chiamavano

259
villaggio. Davanti a lui una lunga trincea, conteneva più di duecento cadaveri, ed
alcuni ufficiali si muovevano tra i corpi per dare il colpo di grazia. Erano lontani i
giorni in cui Himmler si era preoccupato della "salute mentale" dei propri uomini
che operavano in queste "missioni". In uno dei suoi ultimi discorsi aveva detto “I
più di voi sanno cosa significa trovarsi davanti a cento cadaveri, a cinquecento o a
mille. Aver provveduto a tutto questo e, a parte le eccezioni costituite da alcuni
episodi di umana debolezza, essere rimasti ugualmente corretti, ecco cosa ci ha
resi duri”.

Il suo luogotenente si stava avvicinando per fare rapporto e in quel


momento tutto fu orribilmente chiaro. Un’immagine nitida e dettagliata si
sovrappose a quanto stava avvenendo intorno a lui. Un uomo ferito, rimasto
nascosto in un fienile e sfuggito per questo alle perquisizioni, lo stava prendendo
di mira con un fucile da cecchino. Troppo tardi cercò di spostarsi di lato, la
pallottola si muoveva con la forza impressale dal destino. Si risvegliò molto più
tardi, riemergendo dal cerchio di luce nera che aveva tentato di inghiottirlo. Nel
momento stesso in cui riprese conoscenza, scoprì che qualcosa, nelle sue
percezioni, era cambiato.

Possedeva una nuova facoltà.

Il medico che si stava complimentando con lui per la riuscita


dell’operazione, aveva uno strano alone che si estendeva da una spalla all’altra,
contornandogli tutto il profilo del capo. L’alone pulsava continuamente, facendo
fluttuare i diversi strati colorati che lo componevano; nella zona interna era
grigiastro, schiarendosi verso l’esterno fino a divenire bianco. Allo stesso modo,
tutti gli uomini intorno a lui portavano un alone, ma di diverso colore. Salvo i
moribondi che avevano intorno al capo un’informe protuberanza scura.

I colori variavano molto, ma avevano in comune una forte intensità. Non


parlò a nessuno di questo fatto bizzarro. Come Illuminato prima e come ufficiale
delle SS poi, era stato addestrato a mantenere un segreto. Al ritorno in Germania
dopo la lunga convalescenza in ospedale, incontrò un vecchio confratello che
aveva fama di sensitivo, e questi gli spiegò che il trovarsi in punto di morte, gli
aveva dato la facoltà di vedere l’Aura. Così si chiamava l’alone. I suoi colori,
potevano identificare lo stato di salute e lo stato d’animo delle persone. Il bianco
che aveva visto intorno al medico significava che era molto vicino alla morte. Da
quel giorno nei suoi contatti con gli altri si accorse di poter avere un’altra arma in
più per dominarli. Vedeva dentro di loro.

Essere stato vicino alla morte, oltre ad averlo potenziato, gli aveva fatto
nascere l’ossessione per la ricerca di un mezzo per scacciare il cerchio di luce
nera, che aveva visto stringersi intorno al suo letto. Reale, quasi tangibile nella sua
orrenda concretezza. Attraverso la setta, seppe che nel castello segreto di
Wewelsberg erano in corso ricerche sul prolungamento della vita umana e si fece

260
assegnare a quel ristretto gruppo di ricercatori. In breve tempo, la sua
preveggenza e la visione dell’aura, lo misero in grado di divenirne il capo. Dopo
molti anni, era ancora affascinato dal ricordo di tutte quelle cavie che gli erano
passate davanti, uomini e donne in un primo tempo, bambini poi. Le loro aure,
paralizzate dalla paura, appena lo vedevano cessavano di pulsare e si contraevano.
Il loro colore passava dal rosso al blu, con vivide strisce celesti intermittenti.
In breve tempo lo soprannominarono “ Der blonde Engel “ l’angelo
biondo della morte. Solo una volta, in due anni, un vecchio rabbino russo gli
aveva dato l’impressione di leggere la sua Aura perché, guardandolo fissamente
aveva gridato “usgas, usgas, demon! “. I suoi occhi erano spalancati dal terrore e lui si
era poi sempre chiesto cosa avesse visto. Più tardi gli avevano spiegato che quelle
parole russe significavano “ orrore, orrore, un demone.”

Poco dopo le dieci, Anne uscì per uno dei suoi impegni e Marco si trovò
solo come aveva desiderato sin dal giorno prima. Durante la notte aveva dormito
ben poco, cercando di capire in quale direzione dovesse agire. Immobile nel letto
per non svegliarla, aveva elencato tutte le persone a cui avrebbe potuto rivolgersi
per denunciare quanto sapeva della setta. Purtroppo il suo elenco era molto
scarno e non conteneva un amico che fosse in una posizione così influente da
poter agire contro di loro. L’unica possibilità era operare attraverso la stampa, ma
doveva essere una firma libera da condizionamenti; un free-lance con molta
autorevolezza.
Ricordò che in occasione della pubblicazione del suo saggio su
Nostradamus, era stato intervistato da un giornalista che collaborava con una
rivista scientifica molto diffusa. Quell’uomo gli era parso molto competente
perché, invece di fargli perdere tempo con domande sulle previsioni della fine del
mondo, lo aveva interrogato a fondo sugli anni in cui il veggente aveva scritto le
centurie più importanti, al ritorno da Torino. Inoltre, gli aveva chiesto una cosa
molto strana: che rapporto esisteva tra Nostradamus e Paracelso, visto che
entrambi avevano studiato medicina nella stessa università, anche se in tempi
diversi? Marco aveva ammesso di non aver trovato tracce di una loro conoscenza,
anche se molte delle loro idee coincidevano. Quello che li divideva, gli aveva detto
il giornalista, era la diversità di carattere: il primo aveva programmato
minuziosamente la sua vita, tappa per tappa. Paracelso invece, pur essendo il

261
medico più all'avanguardia della sua epoca, aveva avuto un’esistenza irrequieta:
dalla Svizzera, era passato a vagare per tutta la Francia, poi in tutta l’Europa e
infine aveva attraversato la Russia per giungere sino ad Istambul.
Sarebbe stato molto interessante - aveva proseguito il free-lance - indagare a
fondo sui loro rapporti perché tutti e due erano cresciuti alla scuola dell'alchimia e
tutti e due vedevano in essa la via per salire più in alto nella conoscenza. Paracelso
aveva scritto “Il vero scopo della chimica non consiste nella preparazione dell'oro,
bensì nella preparazione delle medicine.” Quell’incontro gli era rimasto impresso
per l’estrema gentilezza con cui il giornalista gli aveva proposto una
collaborazione nella prossima, eventuale riedizione del saggio. In una nuova
versione ampliata, avrebbero potuto inserire insieme quanto gli aveva suggerito.
Ora Marco sapeva che la differenza tra i due medici alchimisti, stava
nell’essere uno un Eletto e l’altro no, per non parlare delle Grotte. Più ci pensava,
e più gli pareva che quel giornalista fosse la persona giusta per diffondere
rapidamente l’allarme sui misfatti della triade. Cercò febbrilmente nell’agenda del
portatile, se ci fosse un richiamo a quell’incontro e dopo aver spulciato diverse
pagine, lo trovò: si chiamava Sergio Accorsi e fortunatamente aveva preso nota
anche della sua mail. Aveva a disposizione tutta la giornata e mentre beveva un
caffè, preparò mentalmente un resoconto che fosse il più possibile attendibile,
senza tralasciare nulla. Solo per un istante fu in dubbio se fare il nome di Anne o
meno, ma ancora una volta vinse l’amore. Se lei era una vittima della triade, non
gli pareva giusto che fosse coinvolta nella sua denuncia. Scrisse lentamente tutta la
storia, utilizzando anche gli appunti che aveva preso a Torino e man mano che
procedeva, era chiaro anche a lui che agli occhi di un estraneo tutto sarebbe parso
più come il risultato di una mente confusa, che come una serie di fatti reali. C’era
però la pergamena, e c’erano i rapimenti di bambini, tutte cose più che reali.
Anche la morte di Brosses era reale, come scoprì ascoltando il notiziario
regionale.
Un traffico di vetture rubate scoperto da sei gendarmi cocciuti, il livello del
Rodano sceso così in basso da poter essere traversato a piedi, l’espansione
dell’agricoltura bio nei vigneti della Vaucluse. L’elenco dei comuni che erano
contrari al parco del Luberon e, nella cronaca di Avignon, un anziano professore
di storia medievale morto per un attacco cardiaco in Place Crillon. Pierre Brosses,
insigne studioso di fama internazionale, che aveva insegnato con Le Goff alla
Sorbona, era stato trovato da un cameriere con il capo reclinato, come se
dormisse. Tutto lasciava supporre che l’uomo si fosse spento serenamente nella
città che amava e in una delle piazze che più frequentava. Cordoglio da parte della
Municipalità eccetera eccetera.
Marco era fermamente convinto, che se avesse trovato il coraggio di fare
una telefonata anonima alla polizia, così convincente da indurla a chiedere
un’autopsia, non sarebbero state trovate tracce di veleno. Da troppi anni la setta
utilizzava quei metodi e non era stata mai neanche sospettata. Per contro nel
notiziario non si parlava di lui, quindi almeno su quel fronte poteva sentirsi

262
tranquillo. Continuò a scrivere la sua relazione anche mentre sbocconcellava un
panino al prosciutto e verso le tre del pomeriggio, poté inviare al giornalista la sua
mail. Nella prefazione aveva inserito anche il numero del suo cellulare,
chiedendogli di chiamarlo entro le diciotto. Dopo quell’ora, non sarebbe stato più
reperibile.

Anne arrivò molto più tardi del previsto; erano quasi le otto, quando sentì il
rumore della chiave nella serratura. Richiusa la porta dietro di sé, si voltò e a lui
parve subito strana, con un solco sulla fronte e la bocca contratta. Al suo sguardo
interrogativo rispose con un borbottio sulla “journèe de merde” che aveva avuto e
sparì al piano di sopra per una buona mezzora. Dopo aver mangiucchiato
qualcosa, passarono quella serata sul divano. Lui senza il coraggio di chiedere, per
paura delle risposte che poteva ricevere, lei assorta, come se scavasse e scavasse
dentro di sé, senza trovare una soluzione.
Quando allungò la mano per versargli il tè, Marco ebbe l’impressione che
tremasse. L’odore dolce della sua pelle ed i capelli raccolti sulla nuca, gli diedero
un tale sentimento di tenerezza da stordirlo. Dietro il diaframma che li separava,
tutto quanto non sapeva di lei stava montando come un rumore di fondo sempre
più forte, un brontolio lontano che stava prendendo il sopravvento su loro. Tutta
la forza che aveva sempre attribuito all’amore gli pareva ora un’arma spuntata
contro le angosce che li assalivano; perché anche lei era angosciata e si vedeva. Si
ripeteva nella mente che si amavano, che il resto non aveva importanza, che
contavano solo loro due, ma gli pareva che quelle parole, avessero perso la loro
magia; c’era qualcosa di oscuro, di malvagio, che cercava di insinuarsi tra loro, che
cercava di dividerli.
Più tardi lei si riprese un poco e lo guardò in modo diverso, con il capo
rovesciato all’indietro; respirando affannosamente, con eccitazione. Iniziò a
sbottonargli la camicia e infilò la mano sotto, accarezzandolo. Portò l’altra mano
dietro la schiena per slacciarsi il reggiseno, mentre la camicetta si apriva
completamente, dandogli la visione improvvisa e inattesa di un seno bianco
colmo, stranamente eretto. Fecero l’amore, ma non era il loro modo abituale di
farlo, sapeva più di ultimi giorni di Pompei, che di progetti per il futuro.
Sembravano due partigiani che si accoppiassero con l’incubo del rumore degli
stivali nazisti su per le scale.
In lei c’era poca tenerezza e molto possesso, anche se la sua disponibilità, la
sua mancanza di tabù erano totali. In un breve sprazzo di lucidità, lui pensò che la
sua idea di felicità come costante beatitudine, era sbagliata. Comprendeva ora che

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spesso è più simile alla passione, cioè alla sofferenza.
Il mattino dopo, quando si svegliò erano le nove e lei si era già alzata: non
era né in bagno né nel suo studio, quindi doveva essere di sotto. Stava per
scendere il primo gradino della scala a chiocciola, quando la sentì parlare al
telefono, concitata. Non riusciva a comprendere le parole perché lei discutendo, si
muoveva avanti e indietro nel salone, ma in un momento in cui si trovò più
vicina, comprese che non era francese, quello che lei stava parlando. Ancora una
volta quello strano miscuglio d’argot, provenzale e occitano che aveva già udito
prima.
Quando riattaccò ristette per un attimo immobile, le belle spalle nude rese
rigide dall’estrema tensione che l’agitava. Scendendo la scala, si trovò davanti al
suo sguardo intenso, concentrato, come se stesse pensando intensamente a
qualcosa che lo concerneva. Di colpo, si avvicinò a lui, lo abbracciò e gli disse:
<< Marco ti prego non mi fare domande. Vestiti, prepara la valigia e seguimi con
la tua macchina. Dobbiamo andare subito, prima che cambino idea. >>
Ebbe appena il tempo di dire “dove, perché” e lei lo afferrò per un braccio, lo
baciò sulla bocca con una violenza mai vista, come se volesse trasmettergli in quel
modo tutto quanto non poteva o non voleva dirgli. Lo spinse verso il bagno e lui
si preparò, fece la valigia e scollegò il portatile come in sogno. Ancora una volta,
come altre, come troppe volte, si sentiva staccato, a lato di ciò che gli stava
accadendo, come se tutto questo non lo riguardasse, e si maledì per quella sua
accidia.
La seguì di sotto, salì in macchina e si accodò a lei, che guidava in modo
isterico con brusche accelerazioni e frenate improvvise, sempre al limite della
velocità consentita. Uscirono da Villeneuve e si avviarono verso i luoghi dei
ricordi di pochi giorni addietro, verso le Alpilles, verso St. Remy, in un percorso a
ritroso che gli scavava dentro solchi di dolore. Si fermarono infine sulla strada che
portava ad Elapse. Era l’ora di pranzo di un giorno feriale, quindi la strada era
deserta.
Anne scese dall’auto, si avvicinò al suo finestrino e gli ordinò “ aiutami”, poi
si diresse verso una macchia ai bordi della strada. Facendosi dare una mano da lui,
scostò due grossi cespugli che nascondevano una cancellata in legno chiusa da un
grosso lucchetto, lo aprì, spalancò la cancellata e gli fece segno di seguirla.
Appena oltrepassato lo steccato, lei scese ancora dall’auto, rimise a posto i
cespugli e richiuse il cancello. Dalla strada non erano visibili né il recinto, né la
strada in terra battuta che proseguiva nei campi. Ripartirono e attraverso un lungo
giro arrivarono di fronte ad un tipico Mas provenzale in pietra chiara. Di lontano
tra gli alberi si scorgeva la rocca d’Elapse. Anne prese dalla borsa un grosso
mazzo di chiavi e dopo aver cercato quella che gli serviva, aprì la porta in legno di
un piccolo locale che fungeva da garage. Gli fece cenno di andare dentro e
mentre lui faceva manovra, lei aprì una grande porta di legno massiccio ed entrò

264
nel Mas. Evidentemente si aspettava di essere seguita.
Solo in quel momento, realizzò che Anne non aveva portato nulla con sé.
Probabilmente quella era la sua casa vacanza e c’era tutto quanto potesse servirle.
Prese la sua valigia, il portatile e seguì il rumore dei suoi passi al piano superiore.
La scala addossata al muro era in pietra come le pareti, e in un’altra occasione, il
posto gli sarebbe parso molto romantico. In fondo al corridoio, in una delle
stanze da letto c’era Anne, finalmente immobile, finalmente di fronte a lui.
<< Vuoi spiegarmi ora, perché siamo qui? >>
<< Niente domande ti avevo chiesto. Non c’è tempo per lunghi discorsi, perché
sicuramente mi avranno seguito ed il mio stratagemma della strada nascosta può
funzionare solo se ricompaio presto su una delle strade che portano ad Avignon.
Devi rimanere qui per sei, sette giorni. Ti chiamerò io quando le acque si saranno
calmate; non usare carte di credito o il cellulare. Ti lascio mille euro per ogni
evenienza, ma non devi assolutamente uscire dal Mas, per nessuna ragione. Qui
puoi trovare tutto quel che ti serve, la dispensa è piena e il freezer pure. Quando
tutto sarà più sicuro, potrai tornare in Italia, ma non subito a Torino. Mi hai detto
che hai amici a Milano, vai da loro e restaci un mese o due. Deve prima calmarsi
tutto qui, devo riuscire a calmarli. >>
Mentre parlava si muoveva a scatti lungo la stanza, guardandolo solo di
sfuggita e pronunciando le ultime parole come una preghiera. Lui riuscì solo ad
emettere un suono rauco che gli parve più un rantolo che una protesta:
<< Ma tu chi sei veramente? >> In quella domanda, c’erano giorni e giorni di
dubbi, paure e illusioni. << Come puoi far parte di quella banda di assassini?
Come puoi essere dei loro, sapendo ciò che fanno ai bambini? >>
<< Che dici, quali bambini? Quali bambini? >>
<< Quelli che strappano ai genitori nelle bidonville, quelli che rapiscono, per poi
sventrarli! So tutto ormai, Brosses mi ha svelato tutti i vostri spaventosi segreti!
So che asportano le loro ghiandole, le trattano con cellule staminali - in modo che
non invecchino più - e le impiantano negli Eletti per renderli immortali! Sei anche
tu nella lista d’attesa, oppure non sei abbastanza importante? >>
Lo sconcerto, il dolore, che leggeva ora sul suo viso, non potevano essere
simulati. Possibile che lei veramente non sapesse niente di tutto questo?
<< Ti giuro, credimi, io non so niente di quanto dici, mi sono sempre occupata di
correnti telluriche e magnetismo…>>
<< E quello che hanno fatto a tua figlia allora? >>
Lei si arrestò come fulminata dalle sue parole e lui si pentì d’averle pronunciate
nello stesso istante in cui gli uscivano dalla bocca. Con una voce rotta dal pianto,
lei gli urlò quasi:

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<< Mio dio, mio dio, mio dio… se tu sapessi! Mi hai chiesto chi sono? Sono stata
una giovane brillante geologa che credeva di fare ricerche per il bene dell’umanità,
che voleva regalare agli uomini i benefici delle Fonti di Luce. Ah, che pazza sono
stata e quanto mi sbagliavo! Stavo lavorando per loro senza saperlo! Anche
quando iniziai a sospettare che la triade mirasse solo al dominio, non feci nulla;
ero già intossicata dal potere che il denaro concede agli idealisti come me. Le
migliori chances, viaggi pagati, laboratori attrezzati, entrature ai più alti livelli. Chi
sono io? Sono quella che ha fatto fuggire il marito in Africa per non farlo
uccidere dalla triade, ed ora lui è sull’orlo del suicidio, perché muore di nostalgia
per la Francia. Sono quella che non è riuscita ad impedire agli assassini di arrivare
a Madelene … quella che dopo un anno di dolore cupo, sordo, nel quale ho
pensato di uccidermi, ti ha visto arrivare ed ha ricominciato a vivere, a credere
nell’amore…ed ora non vuole che arrivino a te. Ecco chi sono. >>
<< E noi? Che sarà di noi? >>
<< E’ finita Marco, è la fine. Se vuoi vivere devi fare come ti ho detto. In un altro
tempo, in un altro luogo, avremmo potuto vivere il nostro sogno, ma qui no... >>
<< Ma io ti amo! >>
<< Merde,vuoi vivere o vuoi morire? Non c’è un’altra scelta. Fai come ti ho detto,
non mi cerchi, dimentichi tutto quanto sai e ritorni in Italia. In questo modo
vivrai. Continua a fare domande, continua a cercare risposte, cercami e morirai.
Entendu? Ti sto salvando la vita se non l’hai capito, testone di un italiano... >>
Un singhiozzo le spezzò la voce, ma reagì subito. Pescò nella borsa il portafoglio,
estrasse un mazzo di banconote e le posò sul tavolo, insieme alle chiavi. La mano
le tremava visibilmente e lui non resisté più, si buttò su di lei e la strinse a sé. Si
aggrapparono uno all’altro e mentre lei gli si premeva contro, lui continuava a
dirle che l’amava.

18

Il rumore della sua auto che si allontanava, fu l’unico che per molto tempo
fu in grado di ricordare; la casa era così vuota da far paura. Cercò di fermare un
suono qualsiasi che potesse testimoniare che lui fosse ancora vivo, ma non gli
riuscì. L’unico segnale dentro di sé, era il rombo che sentiva pulsare nelle
orecchie, la dilatazione del battito cardiaco del suo cuore, che sembrava

266
impazzito. Ogni respiro era una fatica immane e dovette sedersi sul letto.
L’ho persa - si disse - l’ho persa per sempre, e finalmente si sentì dentro a ciò
che stava accadendo, sentì il dolore forte, straziante, che partiva dallo stomaco per
salire fino alla gola e chiuderla. Iniziò a piangere piano, come se stesse provando
i suoi condotti lacrimali, poche lacrime che si asciugarono subito, seguite dal
primo singulto doloroso che scosse le sue spalle e da una serie di singhiozzi
lancinanti. Dentro di sé rivedeva e rivedeva l’ultima scena, come farebbe un
montatore impazzito con una pellicola ribelle. Restò disteso sino al pomeriggio
inoltrato, quando si riscosse per andare in bagno.
Si chiese se d’ora in avanti lo aspettasse solo un’interminabile attesa, durante
la quale sarebbe rimasto consapevole, ma impotente. Come quelle prede
invischiate nella ragnatela e paralizzate dal veleno, in attesa che il ragno deponga
le sue uova dentro di loro. Immobilizzato, ma cosciente. Non seppe mai come si
trovò davanti al portatile acceso, il mattino dopo, mentre scriveva ai suoi amici di
Milano una lunga mail.
- Cari amici Claudia e Giorgio, avevate visto bene, quando mi avete augurato
un nuovo amore in Provenza. Quello che non avevo previsto, era che mi sarei
innamorato perdutamente. Proprio così, so cosa dico, perdutamente. Abbiamo
uno strano pudore nei confronti di alcune parole, pensiamo che siano desuete,
oppure troppo legate al romanticismo, ma dobbiamo recuperarle. Trovare il
coraggio di pronunciarle. Io, nel mio caso, non posso dire in altro modo che
questo. Sto perdendo me stesso dentro un dedalo di domande senza risposta,
congetture senza riprove, delle quali non posso parlarvi per non mettervi in
grande pericolo. Un pericolo mortale.
Ho conosciuto una donna. Abbiamo lingue diverse, vissuti diversi, ciò
nonostante è come se la conoscessi da sempre. M’identifico in lei, spesso mi è
capitato di volermi addirittura annullare in lei ... non sto parlando d’attrazione
sessuale, c’è ben di più. Sono attirato dalla sua essenza, che è molto simile alla mia
e mi pare di non aver mai vissuto, prima di conoscerla.
So cosa state pensando, l’ho idealizzata troppo. Perché lontana e meno
raggiungibile, è più facile farne un’icona; sentire di appartenerle proprio perché la
posso avere solo nel sogno. Ti ricordi Giorgio, quando ti proposi quella bozza di
un saggio sul troubadour Jaufré Rudel? Forse non lo ricordi, ma il nostro amico
psicologo Filippo ne ricavò una conferenza sull’argomento dell’Ideale, ad un
simposio di Psichiatria. Ricordo come iniziava: “ Sarebbe impossibile oggi tenere
vivo un amore lontano? Oppure un vero, grande amore, non può che vivere e
rafforzarsi da lontano, quasi si fosse tornati al tempo di trovatori? “
Certo che ricordi. Quello era il tempo degli amori nati nella fantasia,
alimentati dalle narrazioni della bellezza di donne lontane e portate in giro da
cantori o mercanti che viaggiavano tra il nord Africa e l’Europa. Il suo Ideale
viveva a Tripoli, si chiamava Melisenda ed era bellissima. Nel millecento, la

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distanza tra La Provenza e la Terra Santa doveva sembrare astrale, ma questo non
aveva impedito che a Jaufré arrivassero le voci sulla sua fama di donna bella e
intelligente. Iniziò a scrivere poesie a lei dedicate, a sognarla tutte le notti,
interrogando ogni pellegrino di ritorno da Antiochia, per sapere di più: com’è il
suo viso, di che colore sono i suoi occhi e come porta i capelli. Domande, sempre
domande. Ogni risposta era una nuova pennellata che andava a completarne il
ritratto, e la fantasia aggiungeva il resto: il suo incedere, i suoi gesti, la carnagione
colorita dal sole impietoso delle terre africane. Scrisse:
“Mare, infido agitato mare, senza fondo e senza confini, bene fluttua su il mobile tuo
deserto, il vago vaneggiare del desiderio.”
Fino al giorno in cui il quadro fu completo, il ritratto finito e l’amore “de
loin “ non bastò più perché di lei, non aveva solo più descrizioni, ma
un’immagine che si era costruita durante le notti insonni. Il sogno d’amore,
l’essere innamorato dell’amore a distanza, non bastò più. Ebbro di desiderio, volle
vederla e decise infine di imbarcarsi, di aggregarsi all’impresa - pazza come lui -
della seconda crociata. Il destino, il fato o gli dei, che avevano amato le sue poesie
e la sua storia così romantica, non potevano permettere che questa si svilisse in
una relazione o, peggio ancora, un matrimonio.
Da buoni sceneggiatori quali sono, gli tirarono addosso una bella febbre, ma
non tale da farlo morire sulla nave, perché in quel modo la storia non avrebbe
avuto un finale decente. Lo lasciarono ricoverare nell’ospedale di Tripoli e lei, la
bella Melisenda, messa al corrente di tutta la storia, accorse in tempo per
stringerlo, confermargli la somiglianza con il ritratto che lui si portava dentro e
raccogliere il suo ultimo respiro. L’uomo che l’aveva adorata di lontano, Giaufré
Rudel ch'usò la vela e 'l remo, a cercar la sua morte, come dice Petrarca, era condannato
così a vivere l’amore perfetto, quello che non si consuma nella quotidianità, quello
che diventa leggenda.
Io ho vissuto una storia simile, una breve conoscenza in un abbraccio di
tango, poi la separazione; in quei giorni ho provato l’amor cortese dei trovatori,
quello che si alimenta con la lontananza. Ora sono qui da lei, potrei essere felice,
potremmo essere felici, ma anche a me, o forse dovrei dire anche a noi, il fato ha
giocato un brutto tiro, ponendoci in una commedia senza copione, da recitare a
braccio. Vivo come un uomo in bilico tra il tutto e il nulla. -
Aveva scritto come in preda ad un allucinogeno. Il silenzio della casa, nella
quale non penetrava nemmeno il canto mattutino degli uccelli, dava alle parole
che si inseguivano sullo schermo, il sapore di un testamento. Riprese a digitare
sulla tastiera, senza pensare di lavarsi o vestirsi.
- Amici miei, uno dei più bei ricordi che mi porto dentro, è una serata che
avevo organizzato per voi, quando vi avevo voluti tutti al Teatro Lingotto per
assistere all’Iliade di Baricco. Volevo avere gli amici più cari accanto a me, per un
momento che sapevo sarebbe stato unico. Rivivere con voi la guerra di Troia dal

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di dentro, quella raccontata dai protagonisti, vinti o vincitori che fossero. Eroi che
ci portiamo all'interno come archetipi e che per sempre faranno parte del nostro
immaginario. La parte finale, la più intensa, mi aveva coinvolto al punto di
commuovermi fino alle lacrime: era la trasposizione del racconto dell’aedo
Demòdoco, che Baricco aveva portato dall’Odissea all’Iliade:
“ Io cantai le avventure degli eroi, perché sono un aedo, e cantare è il mio
mestiere. Quell’uomo ascoltava, seduto al posto d’onore, in silenzio mi stava ad
ascoltare, emozionato. Ora io quella notte dovrei cantare. Dovrei cantare di
Priamo ucciso ai piedi dell’altare di Zeus e del piccolo Astianatte scagliato giù
dalle mura e del pianto di Andromaca e della vergogna di Ecuba, trascinata come
una schiava e del terrore di Cassandra stuprata da Aiace sull’altare di Atena.
Dovrei cantare di una stirpe che andava al macello e di una città bellissima che
divenne fiammeggiante pira e tomba muta dei suoi figli. Dovrei cantare di quella
notte, ma sono solo un aedo, lo facciano le muse, se ne sono capaci, una simile
notte di dolore, io non la canterò. Così dissi. Poi mi accorsi che quell’uomo,
l’uomo senza nome stava piangendo. Piangeva come una donna, abbassò lo
sguardo. Poi disse piano: “ io sono Ulisse. Vengo da Itaca, e lì, un giorno, tornerò.
“ Fu una serata bellissima, piena di magia, la magia che Baricco sa creare nei suoi
spettacoli e durante il dopo teatro ci stringemmo uno all’altro, come ai vecchi
tempi. -
Molto più tardi sospese la scrittura, andò verso il frigorifero, prese del
formaggio, una galletta, una brocca d’acqua e ritornò in camera. Passando davanti
allo specchio nel corridoio, per poco non gli cadde tutto di mano: di fronte a lui
stava un uomo scarmigliato, con la barba lunga ed un sottile, acido odore di
traspirazione. Non poteva essere lui, non poteva essersi trasformato così in pochi
giorni.
Dopo aver aperto le scure color lavanda della camera, si sedette e prese a
mangiare, guardando il cielo solcato dalle veloci e sfilacciate nuvole, sospinte dai
venti meridionali. Gli pareva di aver acquisito una nuova, estenuata sensibilità,
sentiva il silenzio intorno a lui come un rumore di fondo continuo e soffocante.
Dopo un poco riprese a scrivere, questa volta a Filippo, il suo amico psichiatra:
- Caro amico mio, ti chiederai perché ti scrivo e che cosa mi sia accaduto. È
successo che aveva ragione Rosalinda in “ Come vi piace “: l’amore è follia e
merita, come i pazzi, una stanza buia e la frusta. La ragione per cui gli innamorati
non vengono puniti, né curati è che quelli che dovrebbero frustare i pazzi
d’amore sono anche loro innamorati: è una malattia troppo comune.
È successo che mi hanno fatto un dono e come l’augurio-maledizione del
vecchio mandarino - ti auguro di realizzare i tuoi desideri - mi si è rivoltato
contro. Cercavo qualcuno da amare, e l’avevo trovato, volevo vivere con lei. Per
sempre. Più un giorno ancora. Volevo imparare ad amarla ed invece sono riuscito
a costruire una serie di ostacoli che le hanno reso impossibile amarmi; la
situazione ideale dell’Amore Romantico. La differenza sta nel fatto che io non

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sono Jaufré Rudel. Non posso vivere senza di lei ...
“ Se tu potessi vedere di quante braccia sono sprofondata nell’amore!” -
diceva ancora Rosalinda - “A giudicare dalla profondità del mio amore, ci vuole
quel bastardaccio figlio di Venere … - si interruppe, cercò nel file “Documenti” il
brano di Shakespeare e trovatolo, riprese - generato dal cervello, concepito
dall’ipocondria e nato dalla follia. Quel ragazzaccio cieco, che inganna la vista di
tutti perché lui non può vedere niente.”

Ti confesso Filippo che da quando l’ho persa, non vivo più. Eros si è
servito di me per mettere in scena una bella commedia d’amore, ed io ci sono
caduto come un allocco: ebbro di felicità, preso dalla sua bellezza, straboccavo
bontà per tutti. Loro, gli dei, lassù ridevano. Io smaniavo di romanticismo e di
poesia, e loro mi stavano tirando via il tappeto di sotto ai piedi. Ah, ah, ah.

Amico mio, temo che gli dei si siano stancati di noi. La nostra vita
quotidiana è talmente squallida che solo l’amore potrebbe darci un attimo di
immortalità; ma questo fa alzare la nostra frequenza vitale ben al di sopra della
normalità e a loro questo non piace. Ci invidiano, e suscitare l’invidia degli dei è
pericoloso, molto pericoloso. Io lo so, l’ho imparato sulla mia pelle. Loro sanno,
oppure sapevano, solo copulare, possedere, ma non amare; per amare davvero si
deve essere mortali. Devi sapere che domani potresti morire e loro non
conoscono la morte e forse neanche il dolore.

Nella nostra bella lingua, diciamo “ mi sono innamorato, tu ti sei


innamorato “ eccetera, ma non abbiamo capito nulla; i francesi e gli anglosassoni,
si che hanno capito. Tomber amoureux, to fall in love; cadere innamorati, come colpiti
dall’alto, da una tegola o da un fulmine, da un coup de foudre. I francesi dicono
ancora, di un innamorato che ha le diable au corp. Altro che violini a tutto spiano.
Noi, qui sotto ad arrabattarci per sopravvivere a quel che ci cade addosso e loro
lassù a confrontare la nostra povera vita con quella sfolgorante dei loro eroi
omerici; ben gli sta. Avevano solo da non farli morire tutti sotto le mura di Troia,
o sotto la scure di una moglie fedifraga, oppure sotto il comando di Odisseo, in
mezzo a mari sconosciuti.

Oppure, niente è mai esistito e tutto era solo nella mente dei poeti e degli
aedi, come scrive il grande Calasso. Era facile nel tempo della Grecia antica,
credere che l’Olimpo - un monte di duemilanovecento metri perennemente
coperto dalle nuvole - fosse la dimora degli dei. Anche perché, di tanto in tanto, la
sua cima veniva inondata dallo splendore fantastico dell’aurora boreale. Oggi cosa
resta di quello splendore?
Da quando abbiamo iniziato a volare, le nuvole non celano più nulla e pochi
hanno rilevato il trauma che questo ci causa; voliamo sopra fiumi, prati e foreste e
l’Olimpo, dall’alto, non è che un cono irregolare con la punta innevata. Non
abbiamo più miti. Oppure loro, gli dei, erano solo impostori che si sono resi

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latitanti, trasferendosi sull’altro Olimpo ben più lontano da noi, quello delle
montagne di Marte, alto ventisei chilometri. E noi siamo rimasti soli con noi
stessi: che brutta compagnia, a dirla proprio tutta! Io ci ho provato ad uscirne,
con l’amore. Avevo una donna meravigliosa, che mi illudevo di proteggere dalle
sue paure - ah, ah, ah – ed ora l’ho persa.
E sai cos’è che non posso sopportare? Che tutto intorno a me continui
come prima! Che la natura indifferente continui il suo corso, che niente cambi in
cielo in mare in terra. Amen. Qualcuno ha detto “Ettore è morto sotto le Porte
Scee e le foglie spuntano sui rami, i fiori sbocciano …” come lo capisco! Vedo
fuori dalla finestra tutta questa bellezza, il cielo blu Gauloise, le Alpilles, i filari di
viti e la rocca di Elapse e mi chiedo il perché e per chi esistano. -
Passò i quattro giorni seguenti, a scrivere agli amici che rispondevano
dapprima felici di leggerlo, poi sempre più preoccupati di non riuscire a parlargli;
aveva silenziato il cellulare e ad ogni vibrazione si limitava a leggere se sul display
apparisse il nome di Anne. Scrisse a tutti di non preoccuparsi e continuò a spedir
loro una serie di brani, che gli servirono a riempire i giorni interminabili che si
succedevano senza che nulla accadesse.

- Labirinti:

Sulla sommità di una piramide a gradoni di Teotihuacan un sacerdote


olmeco sta osservando alcuni inservienti che finiscono di spianare la sabbia
finissima che lui ha fatto trasportare fin lassù. Volgendo lo sguardo intorno,
osserva con orgoglio quanto la sua generazione ha costruito su quella pianura
infuocata dal sole; altre piramidi si stagliano contro il cielo e tra loro una lunga
strada diritta, si perde in lontananza.

Ai piedi della piramide sulla quale si trova, stanno rimuovendo i corpi dei
duecento prigionieri sacrificati quel giorno. Uno dopo l’altro sono rotolati lungo
la ripida discesa dopo essere stati drogati, posati sul Chac-Mool - l’altare
sacrificale - e privati del cuore che, ancora palpitante è stato offerto al sole. Lui
stesso ha aperto con il coltello di ossidiana più di cinquanta petti, ed ora è
coperto dalla testa ai piedi, di scuro sangue disseccato. La superficie di sabbia è
pronta e vi si avvicina, alza ancora una volta lo sguardo al cielo, socchiude gli
occhi e recita la preghiera che dovrà tenere lontano dal suo popolo il ricordo di
quel terribile giorno. Il giorno in cui il Sole non si levò.

Dall’altra parte del mondo qualcuno avrebbe scritto, su rotoli di papiro e


riferendosi a Giosuè: "Non ci fu più un giorno come quello, né prima di esso né
dopo di esso". Molto più tardi, a quell’insieme di rotoli sarebbe stato dato il nome
di Bibbia. Il sacerdote avvicina l’indice alla sabbia e lentamente inizia a descrivere
un segno zigzagante, una serie di angoli acuti e convessi si succedono, brevi linee
diritte tra loro, il disegno diviene più complesso fino a delineare un percorso fatto
deliberatamente per ingannare, illudere, stordire, imprigionare. Da decenni quello

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schema viene tramandato da un sacerdote all’altro. È un percorso rituale la cui
origine si perde nel tempo.

Nello stesso istante nel Kerala, in India, un uomo alto e solenne, dalla
lunghissima barba, i capelli legati in lunghe trecce, coperto dal solo perizoma, è
chino sul pavimento di un tempio circondato dalla foresta impenetrabile. Dalla
sua mano scorre lentamente una sabbia colorata finissima e traccia segni
geometrici, che partendo dal centro si diramano in una forma circolare. Sono
molto simili ai segni del sacerdote olmeco ed è incredibile che questo avvenga
centinaia d’anni prima della venuta di Cristo e in luoghi che sono dalla parte
opposta del globo. Ogni qualvolta la mano si svuota, prima di riempirla ancora di
sabbia l’uomo descrive nell’aria dei mudra; le dita, come antenne tese e dispiegate,
si muovono a raccogliere energia dal cosmo, per concentrarla sul tempio e sul
disegno nel pavimento. Guardando attentamente si potrebbe osservare che i segni
nell’aria sono molto simili al mantra disegnato con la sabbia, gli stessi, complessi
cerchi concentrici che hanno un inizio ed una fine, un ingresso ed un’uscita.

Isola di Creta, Palazzo di Cnosso. Un uomo, famoso per il suo ingegno, è


stato chiamato per costruire qualcosa che dovrà racchiudere, nascondere al
mondo intero un inconfessabile segreto. Lui ha viaggiato molto, conosce i simboli
egizi, quelli Vedici e il microcosmo dei passaggi rituali, che vogliono l’uomo
sottoposto alle prove che lo porteranno a vincere la morte. Comprende anche
molto bene che quella costruzione non gli darà mai la gloria, anzi; una volta finita,
più probabilmente la morte, per lui e per suo figlio Icaro, il suo aiutante. Questo
perché è l’unico a conoscere il segreto di Minosse.

Lui, Dedalo, è parte stessa del mistero, perché ha contribuito a crearlo in


quel maledetto giorno in cui si è lasciato convincere dalla moglie del re, Pasifae, a
costruire una giovenca di cartapesta. Non è più l’epoca delle metamorfosi divine,
quando gli dei si trasformavano in tori per possedere Europa o Io. Si sono
allontanati dagli uomini e incombe sempre più, la misera realtà umana. Ed ecco
che Pasifae dovrà nascondersi a gambe aperte nel suo folle progetto, dovrà
nascondersi in modo da farsi montare dal magnifico toro bianco di cui si è
invaghita. Un capriccio bestiale che si trasformerà presto in una maledizione,
sotto forma di un mostro dal corpo umano ed un’enorme testa taurina. Era nato
il Minotauro. La vergogna che Dedalo doveva nascondere al mondo intero.
Dedalo disegna e costruisce un percorso che dovrà celare lo scopo ultimo
dell’opera: trovarsi al centro, di fronte alla Bestia e soccomberle. Oppure
ucciderla, se il tuo nome è Teseo.

Il centro del Labirinto come percorso iniziatico, alla fine del quale c’è solo
uno specchio. Che riflette l’altro, la bestia che c’è in noi. Che bisogna combattere
come i giovani degli affreschi di Cnosso, bellissimi atleti dalle chiome ricciute e
grossi bracciali di bronzo ai bicipiti; che andavano incontro al toro, si afferravano
alle sua lunghe corna per scavalcarlo in una veloce e plastica capriola che si

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beffava della sua potenza. Minotauro per chi lo temeva, ma Asterio, " Re delle
Stelle ", per il padre Minosse. Figlio di Pasifae, " Colei che rischiara tutto ",
appellativo della dea lunare; solo, perennemente solo.

Ho cercato, con il filo rosso che mi legava ad Anne - la mia Arianna - il


centro del labirinto per uccidere il mostro ed averne in premio una vita con lei.
Ridicolo Teseo, sono giunto al centro ed ho sentito il filo rompersi, tirato
velocemente dall’altro capo e presto svanito: di fronte allo specchio ho scoperto
di essere io il Minotauro, perennemente solo, senza di lei.

Gli dèi danno gli dèi tolgono. Senza spiegazioni. Un tempo era possibile
parlare con loro, c’erano templi e vestali e aruspici e di tanto in tanto, convivi a
cui anch’essi partecipavano; c’erano rapimenti e stupri più o meno mascherati,
che rendevano la loro presenza costante e in un certo modo familiare. Ora è il
tempo della lontananza, si sono ritirati e restano indifferenti. Oppure, attenti al
minimo segno di grandezza, soffocano chiunque cerchi di uscire dalla mediocrità,
tutto ciò che abbia la minima parvenza di assumere una maggiore intensità del
sentire. Gelosia, non è altro che gelosia.

Oggi il tempo qui è cambiato, il primo temporale d’autunno - o l’ultimo


dell’estate - rovescia tutta l’acqua che non è caduta negli ultimi trecento anni. Una
pioggia biblica, paurosa, da si salvi chi può. Nessuna voce amica o altolocata, che
ci fornisca un manuale di istruzioni per la costruzione di un’arca “ fai da te “.
Il vetro della finestra si è appannato, lunghi rivoli di pioggia scorrono sul
lato esterno, quello esposto al diluvio; con la punta del dito, vi descrivo piccoli
cerchi concentrici, una spirale che porta verso il niente assoluto. Così deve essere
il vuoto siderale, freddo e spaventoso, in assenza di qualunque segno di vita o di
movimento. Un brivido mi scuote, mentre il mio computer, pescando nella sua
inutile gigamemoria, dà inizio al lento scorrere della Gymnopedie di Satie.
Dolce musica straziante, che grida con voce sommessa che l’amore è l’unico
sentimento per cui vale la pena vivere e morire. Anne: so per certo che nessuno
l’ha mai amata così e nessuno, lo sento con tutto me stesso, l’amerà più così. Il
capo si fa pesante, mi appoggio al vetro freddo e inerte e inizio a piangere di lei,
vorrei piangere sino a struggermi come fa la pioggia fuori, scorrere in un rivolo

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verso il fiume per cercarla, per congiungermi a lei come fece Alfeo: divenire un
fiume per mescolarsi alla sua amata Aretusa. Acqua con acqua. Per sempre.
Piango e l’amo, respiro e l’amo, le tempie mi martellano preannunciando un mal
di testa lancinante e l’amo; l’ultimo giorno, quando l’ultimo barlume di pensiero
cosciente si affaccerà alla mia mente, l’amerò ancora.
La rivedo sommersa di schiuma nella vasca da bagno, sorridere al mio
racconto di viaggio, la rivedo e risento sotto le dita la sua pelle mentre passo la
spugna sulla sua schiena, la rotondità delle spalle che degrada dolcemente sino
alla formosità dei seni, che sono sospesi sull’acqua come naufraghi delle mie
carezze e dei miei baci. La rivedo.

Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre, diceva Sallustio a


proposito degli dei e del mondo. Socrate, negli ultimi giorni che gli restavano,
lasciava ai suoi discepoli l’essenza del mito: “ si entra nel mito quando si accetta il
rischio e il mito è l’incanto che in quel momento riuscimmo a far agire in noi,
nell’incantare noi stessi “. L’ultimo eroe del mito è stato Odisseo e, dal suo
comportamento, si direbbe che lo sapesse; l’eterno girovagare tra il mare e la
terra, persino nell’Ade, è il desiderio di procrastinare il più possibile il suo ritorno
a Itaca, alla banalità della vita matrimoniale. Sa che finché avrà di fronte una
Calipso o una Circe o un Alcinoo potrà raccontare la sua storia; dopo, con
Penelope questo non sarà possibile, ci sarebbero troppe parti da tralasciare.
Ma chi è Penelope? Per alcuni, i centootto Proci se la passarono uno con
l’altro e da questi amplessi nacque Pan. Ulisse dovette scacciarla al suo ritorno e,
senza più alcun motivo per restare, riprendere il mare alla volta di altre Calipso.
Per Omero invece lei e Ulisse, rimasti soli dopo il massacro, si guardarono a
lungo, una schermaglia di sguardi e di frasi lasciate a metà; un letto scolpito
nell’ulivo sembrava essere la loro meta, ma nel momento stesso del
riconoscimento, in cui Penelope si sente sciogliere le ginocchia, ecco che Odisseo
mette le mani avanti e parla già, ancor prima di giacere con la sua sposa, di altre
prove, di altri viaggi, di altre lontananze. Come poteva? Totale incapacità di amare
o desiderio spasmodico di restare nel mito?

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Ricordo una frase di Apollinaire: la lontananza fa bene all’amore … quante
stupidaggini, “tutto mi parlerà di voi durante la vostra assenza“ letteratura, niente
altro che letteratura … Tutto intorno a me grida il suo nome, urla la sua assenza
… l’astinenza di lei la sento nelle ossa, nei muscoli, nel sangue e, come un tossico
anela la dose, così io mi tendo verso di lei inutilmente …
… Passent les jours et passent les semaines
Ni temps passé
Ni les amours reviennent
Sous le pont Mirabeau coule la Seine
Vienne la nuit sonne l’heure
Les jours s’en vont je demeure.

Ancora lui, Apollinaire a ricordarmi che, né il passato, né gli amori ritornano


“ Morirò a Buenos Aires sul far del mattino, che è l’ora in cui muoiono
quelli che sanno morire. Aleggerà sul mio silenzio la muffa profumata di quel
verso che non ti ho potuto recitare. “
Così vorrei morire.

Ho trovato tra i CD che lei ha lasciato qui, una romanza che non sentivo da
tempo: Plaisir d’amour. Sul retro della custodia, è riportata la storia incredibile
della nascita di quelle parole e del loro congiungersi alla dolce melodia di Berlioz.

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Jean-Pierre Claris de Florian che già dal nome è tutto un programma, era nel 1700
un ufficiale dei dragoni, che a quel tempo era come dire oggi un ufficiale delle
truppe speciali. Il suo ritratto corrisponde; come dicono i francesi, aveva le
phisique du rôle, un viso forte, largo, dalla mascella pronunciata. Come spesso
succede, dietro a quel viso greve c’era ben altro. Un letterato, un drammaturgo
stimato da Voltaire e il miglior favolista francese, dopo La Fontaine. Divenne
membro dell’Académie ed appoggiò la Rivoluzione Francese.
Evidentemente, anche di lui gli dei dovevano essere invidiosi. La sua Sylvie,
per la quale aveva lasciato tutto, lo ricambiò con l’abbandono. Per di più, durante
il Terrore fu sospettato, imprigionato e per poco non fu ghigliottinato. L’essere
rilasciato non gli giovò molto perché, a soli trentanove anni, morì per le dure
sofferenze patite in prigione. Questo destino si riflette nei suoi versi, e in quelle
che a mio avviso, sono le parole più tristi riferite all’amore:

Plaisir d’amour ne dure qu’un moment,


Chagrin d’amour dure toute la vie.

- Un altro grande aveva come te Claudia, un occhio di un colore diverso


dall’altro e si chiamava Alessandro; era anche detto il Macedone. Lo ricordo come
è raffigurato nel mosaico del Museo nazionale di Napoli, sul suo cavallo Bucefalo.
I capelli al vento che soffiava sulla pianura di Isso, l’occhio attento. Ha appena
scorto di lontano Dario, sul suo carro da guerra. Nella mano bilancia un
giavellotto, calcolando la distanza e la forza necessaria a scagliarlo contro il re
persiano e quell’istante, quel movimento, nel mosaico sono sospesi per sempre;
allo stesso modo, lui sarà per sempre giovane, per sempre vittorioso.
Io mi sentivo Alessandro quando passavo il confine con la Francia, mi
sentivo un vincente quando dilagavo con la mia auto nelle pianure che
annunciano la Provenza; nel cuore la sicurezza di averla, la gioia dell’incontro
imminente. Mi sono ritrovato ad essere Dario, su un carro da guerra dalle inutili
ruote falcat