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28/09/18

> Art. 2082 c.c. Imprenditore:


È imprenditore chi esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine della
produzione o dello scambio di beni o di servizi.

Qui, però, non viene considerato la leicità dell’attività economica.

domanda: sono imprenditori anche coloro che corrispondono a questa nozione, ma che
svolgono attività illecite? Sì, quindi si applicheranno quelle disposizioni che entrano in
contatto con l’imprenditore ma non quelle che sono a tutela della stessa posizione.

Uno dei settori non armonizzati è la nozione di impresa:

Nel testo della legislazione europea (norme di diritto positivo europeo, le regole che
rappresentano il tessuto normativo dell’Ue), la nozione di imprenditore è molto rilevante
sono il profilo antitrust. Per il legislatore europeo e coloro che le applicano le legge europee
(27min…) l’impresa è allargata ad una sfera maggiore rispetto quella italiana. Infatti,
l’imprenditore in ambito comunitario è: “ogni persona fisica o giuridica (ente) che svolge
attività economica consistente nell’offerta di beni o servizi”. Si considera, quindi,
imprenditore anche il libero professionista.

> Inizio e fine dell’impresa:


Da che momento vanno considerati imprenditori? E quando cessa questa qualifica?

Ci sono iscrizioni, per certe imprese a determinati albi, ma non tutte sono obbligate.

Applicazione del principio di effettività mi determina l’inizio: si diventa imprenditori con


l’effettivo inizio -> (atti di organizzazione per le persone fisiche o la costituzione per la
società) e si smette di esserlo con l’effettiva cessazione -> (dissoluzione dell’apparato
aziendale per le persone fisiche, ergo compimento della liquidazione o l’estinzione della
società/ cancellazione dell’impresa dal registro delle imprese).

La ricognizione del fine sostanziale è quel fatto che fa riconoscere le imprese, anche se non
scritte agli albi, in quanto tali dal legislatore.

> Tipologie di imprese:

Il codice le distingue secondo tre criteri di selezione:

1. oggetto dell’impresa: agricolo (art.2135) e commerciale (art. 2195, soggetti a


registrazione);

2. dimensioni: piccolo (art.2083, nel diritto europeo c’è una vasta distinzione a seconda
dei dipendenti e del fatturato, dati quantitativi) e medio/grande;

3. natura del soggetto: individuale e costituita in forma di società.

[Convenzione definitoria: tutto ciò che non è agricolo è commerciale. Inoltre gli imprenditori
agricoli non sono soggetti a fallimento.]

1
> Art. 2195 c.c. Sono soggetti all'obbligo dell'iscrizione, nel registro delle
imprese

Gli imprenditori che esercitano:

1) un'attività industriale diretta alla produzione di beni o di servizi;

2) un'attività intermediaria nella circolazione dei beni;

3) un'attività di trasporto per terra, per acqua o per aria;

4) un'attività bancaria o assicurativa;

5) altre attività ausiliarie delle precedenti.

Le disposizioni della legge che fanno riferimento alle attività e alle imprese commerciali si
applicano, se non risulta diversamente, a tutte le attività indicate in questo articolo e alle
imprese che le esercitano.

• Dimensioni: sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli
commercianti e coloro che esercitano un'attività professionale organizzata
prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia.

• Natura: a seconda della persona, se fisica è detto imprenditore individuale, se giuridica si


parla di imprenditore collettivo. Oppure se pubblica o privata.

> Lo “statuto generale” dell’imprenditore (da applicare a tutti gli imprenditori)

- azienda (art. 2555 ss.)

- segni distintivi (art. 2563 ss.)

- concorrenza (art.2595 ss.)

- consorzi tra imprenditori (art.2602 ss.)

01/10/18

> Statuto speciale dell’imprenditore commerciale (non piccolo)

Accanto a questo statuto generale dell’imprenditore, esiste un altro “statuto speciale”


dell’imprenditore commerciale, un insieme di discipline che si applicano esclusivamente
agli imprenditori che, in ragione del tipo di attività esercitata, sono quegli imprenditori
qualificabili sostanzialmente come non agricoli (commerciali).

Quindi agli imprenditori non agricoli, ovvero commerciali vengono invece applicate le
seguenti discipline:

- pubblicità commerciale

- attività fallimentare

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Imprenditore commerciale non piccolo, poiché nel caso dei piccoli, alcune discipline non
sono applicabili (fallimento e altre procedure concorsuali).

Vedremo come l’art. 2083 c.c. con valore di norma sistematica si comporta nel diritto
dell’impresa e come si rapporta come norma alla disciplina fallimentare.

> Art 2083 c.c. Piccolo imprenditore

Ci serve a sapere che esiste in quanto anche tra imprenditori commerciali o agricoli, a
seconda della grandezza, si applicano o meno delle discipline.

La norma ha una matrice storica: è una norma degli anni ’40 che nasce con un presupposto
di fondo, cioè che le dimensioni dell’impresa dal punto di vista organizzativo ed economico
possono influenzare l’opportunità del legislatore di intervenire con alcune discipline, una di
queste è la dichiarazione fallimentare (ha un impatto notevole, procedura molto costosa) o
la rappresentanza commerciale.

Fino al 2007 era una norma che non aveva bisogno di altro per definire la categoria del
piccolo imprenditore (anche a fini fallimentari) e quindi è stat una norma molto studiata sulla
quale c’è tantissima interpretazione giurisprudenziale. Ma a parte indicare alcune forme di
piccolo imprenditore, non offre altri parametri. Inoltre l’artigiano è una figura di piccolo
imprenditore speciale, disciplinata sempre all’interno di leggi speciali che davano, e danno
ancora, a propria volta delle definizioni di artigiano che non coincide con quella dell’art.
2083 c.c.

> La norma si apre con la definizione di tre esempi tipici di piccoli imprenditori: artigiani,
coltivatori di fondo e piccole imprese familiari. (Nel codice civile)

- coltivatori diretti nel fondo = piccoli imprenditori agricoli (ma non sono agricoltori),
svolgono attività agricola con modalità, quindi con un rapporto tra una persona fisica
dell’imprenditore e l’attività descritta dalla stessa norma (cioè partecipazione diretta ed
attiva allo sfruttamento del fondo agricolo).

- piccolo commerciante = in cui l’esercizio dell’attività non agricola è svolta


dall’imprenditore (o gli) fisicamente, con partecipazione diretta di questo/i allo
svolgimento dell’attività economica e al processo produttivo.

[commerciante è l’imprenditore non agricolo e, in particolare, che svolge una delle attività
indicate nell’Art.2195 c.c.]

- artigiani = sono i più diffusi, rappresentano la vasta gamma di pmi (piccole medie
imprese) all’interno dell’Ue, svolgono attività manuale. E’ disciplinata da una legge
speciale del ’56 e nell’85 (rivisitata), la legge Quadro. La legge artigiana rimane
caratterizzata da speciali caratteristiche tipo il numero dei dipendenti, i quali seguono la
produzione seriale entro dei limiti dimensionali enunciati dalla legge Quadro (es. attività
seriale artigianale tessile). Anche la Costituzione (Art. 45 Cost.) cita la cooperazione e la
tutela e sviluppo dell’artigianato.

>“prevalentemente” = impone la necessità di individuare la prevalenza del lavoro proprio su


quello della famiglia. Di norma, gli indici generali sono i capitali investiti e il lavoro. Tutto ciò
viene calcolato sotto il profilo dell’organizzazione, quindi ci deve essere partecipazione
diretta.

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Prima della riforma del 2007, si era cercato si stabilire operativamente questo concetto di
prevalenza: una di queste norme, non più in vigore, poiché dichiarata incostituzionale, in
una sentenza del’78: enunciò il tentativo di considerare piccoli imprenditori e, quindi,
conformi al criterio di prevalenza qui menzionato, tutti quelli che dichiaravano, dal punto di
vista delle tasse e fisco, un minimo imponibile contenuto entro una certa soglia (all’epoca di
900mila lire, oggi sono 450E).

Dopo la fine di quella norma, il panorama rimase a lungo sprovvisto di un criterio per
indicare la ‘prevalenza’:

1. Dal punto di vista del capitale investito (dato quantitativo), quel limite delle 900mila lire
avrebbe richiesto un aggiornamento frenetico.

2. L’altro parametro è quello dell’intermediazione sul lavoro, cioè il lavoro proprio, ma anche
qui era difficile stabilire chi lavorasse di più rispetto ad altri dipendenti, soprattutto se la mia
attività economica necessità di più persone che svolgano fasi diverse del processo
produttivo.

Quindi si stabilì che il criterio della prevalenza andasse interpretato, ancora una volta come
nell’art. 2083 c.c. sotto il profilo dell’organizzazione.

La ‘prevalenza’ in questo articolo è il contributo essenziale e centrale dell’imprenditore alla


gestione complessiva dell’attività economica, che comprende anche una partecipazione
diretta al lavoro all’interno dell’impresa dell’imprenditore e, eventualmente, dei componenti
della sua famiglia.

Quindi da un lato non si esclude che il piccolo imprenditore possa avere dei dipendenti.

> Il concetto di prevalenza che va guardata soprattutto sottile il profilo organizzativo e,


quindi, si parla di una prevalenza organizzava-mediatrice, dove, però, dato che risulta dal
complesso della norma, è necessario che l’imprenditore partecipi direttamente.

Dal 2007, sotto il profilo fallimentare, una volta accettata la dichiarazione di


incostituzionalità del minimo imponibile, ogni volta che un’impresa si trovava nelle
condizioni destinate al fallimento, i giudici dovevano guardare la situazione economica e
ricostruire il dato organizzativo, cioè capire se organizzata prevalentemente dal lavoro dei
componenti familiari e vedere li dimensioni organizzative per giustificare l’esclusione dal
fallimento.

La legge fallimentare, all’Art.1 (presente dagli anni ’40) dichiarava che i piccoli imprenditori
non fallivano, quindi bisognava per forza interpretare l’Art.2083. Quindi le sezioni fallimentari
dei tribunali si ritrovarono “ingolfati” di domande di fallimento. Si pensò, dunque, in sede di
riforma fallimentare del 2007, di reintrodurre all’interno della legge fallimentare, nell’art.1, dei
parametri quantitativi in presenza dei quali, i giudici potessero, ancora oggi, decidere se il
soggetto è fallibile o meno.

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Oggi l’art.1 della legge fallimentare dice (al di là dei parametri): “non sono soggetti alle
disposizioni fallimentari gli imprenditori commerciali che presentino il possesso congiunto di
determinati requisiti:

a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento (o
dall'inizio dell’attività, se di durata inferiore), un attivo patrimoniale di ammontare
complessivo annuo non superiore a 300 mila euro;

b) aver realizzato (in qualunque modo risulti) nei tre esercizi antecedenti la data di deposito
dell'istanza di fallimento (o dall'inizio dell'attività, se di durata inferiore), ricavi lordi per
un ammontare complessivo annuo non superiore a 200 mila euro;

c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore a 500 mila euro.”

Sono, quindi, parametri quantitativi che non hanno comportato l’abrogazione dell’art.2083
c.c. ma servono solo ed esclusivamente a fini fallimentari, quindi stabiliscono se
l’imprenditore è effettivamente dichiarative fallito o no.

Per tutto quello che riguarda l’applicazione di normative, come quella di rappresentanza
commerciale, non ci servono questi parametri dell’art.1 della legge fallimentare, ma ci serve
sempre quel criterio organizzativo della prevalenza indicato nell’art. 2083 c.c.

> L’impresa familiare (non è una piccola impresa)

L’impresa di famiglia fu soggetta alla riforma del ’75, con al quale fu inserita ex novo
all’interno del codice civile una norma: l’Art. 230 bis. c.c. che disciplinava per alcuni aspetti
questo istituto denominato impresa familiare: non è un istituto del diritto commerciale o un
tipo di impresa che noi studiamo come modalità organizzativa e rilevante sotto il profilo
dell’applicazione delle norme del diritto commerciale. E’ un istituto, però, che crea
comunque confusione soprattutto con la dimensione del piccolo imprenditore.

Norma che tutela il lavoro dei familiari all’interno dell’impresa di cui sia titolare un membro
della famiglia stessa dell’imprenditore.

- “Salvo che sia configurabile un diverso rapporto”: a meno che non sia assunto,
amministratore, ovvero, non sia riconducibile la tua partecipazione ad un modello di
rapporto tipico, di lavoro dipendente, autonomo ecc… Se no valgono i principi del
2083 c.c.

- Segnala diritti a carattere:

• economico (diritto al mantenimento, secondo le condizioni patrimoniali della famiglia e


diritto di partecipazione agli utili, in proporzione alla qualità e quantità di lavoro prestato,
non è una retribuzione, diritto agli incrementi aziendali);

• amministrativo (diritti di partecipare alle decisioni sull’impiego degli utili ed incrementi,


gestione straordinaria, ovvero che incidono sulla conformazione o trasferimento e diritto
di partecipare alla decisione su indirizzi produttivi e sulla cessazione di impresa).

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- i diritti patrimoniali dei familiari costituiscono i diritti di credito, cioè non c’è una
partecipazione di tipo societario, di condivisione del rischio di impresa, ma solo se uno
ottiene una remunerazione del suo investimento, anche gli altri hanno diritto di
partecipare alla stessa remunerazione. Diritto che matura sul patrimonio
dell’imprenditore, non della persona membro della famiglia. nella cui impresa, lo stesso
familiare lavora. Siccome un possibile incremento patrimoniale, eventualmente
conseguente alla decisione di cessazione dell’impresa o di vendita, è un aspetto che va
ad incrementare il patrimonio dell’imprenditore in quanto titolare dell’attività di impresa, il
familiare acquista comunque un diritto di credito sugli stesso incrementi.

- nel 230 bis, seconda parte, le varie decisioni legate ai diritti amministrativi sono prese a
maggioranza, ma non ci sono dei criteri per indicare in cosa consista questa. Ma se i beni
produttivi sono dell’imprenditore e questo decide di vendere l’azienda, quindi cessa
sostanzialmente per il familiare la possibilità di lavorare all’interno dell’impresa, allora
quei diritti tramutano in diritto di credito.

- Quindi non è un piccolo imprenditore, ma l’impresa familiare è solo una disciplina a tutela
del lavoro dei familiari all’interno di un’impresa che può essere piccola, ma anche non
esserlo, secondo il criterio indicato dall’art. 2083 c.c.

- La disciplina familiare non guarda alla dimensione dell’impresa, è solo una norma di
tutela. Non è nemmeno un’impresa societaria, è un’impresa individuale, alla quale i
familiari non partecipano in qualità di soci, quindi soggetti che concorrono al rischio di
impresa, ma soltanto come soggetti al cui il legislatore del diritto di famiglia riconosce
delle tutele sul lavoro, salvo che si configuri diverso rapporto.

> Quindi:

- i beni aziendali sono di proprietà esclusiva dell’imprenditore

- gli atti di gestione ordinaria sono di competenza esclusiva dell’imprenditore

- i diritti patrimoniali dei familiari costituiscono solo diritti di credito

> Art. 2135 c.c. Imprenditore agricolo (riformata ed entrata in vigore nel 2002)

Norma che definisce il tipo di imprenditore in base al tipo di attività esercitata.

Divisa in due parti:

- Prima parte si identificano delle attività agricole principali:


coltivazione di fondo selvicoltura allevamento di animali e attività
. | | connesse

| | |

dirette al fondo estensioni cura dei boschi attività di coltivazione di tutto


di apprezzamento del terreno sui quali funzionale ad ottenere ciò che non è vegetale
vengono svolte attività di coltivazione dal bosco dei prodotti (≠bestiame)
. che abbiano valore economico

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La norma su riscritta in quanto il termine ‘bestiame’ era restrittivo come concetto, si
rischiava di confondere la natura di animali con valori economici e un tipo di sfruttamento o
un fine di impresa diverso (Cavalli, bachi da seta…) da altri animali (mucche, galline…).

(coltivazione del fondo, tipicamente le grandi coltivazioni classiche)

> Perché il legislatore ha sentito la necessità di fare una norma che definisce così
analiticamente un soggetto che svolge queste attività agricole? Inoltre questi individui non
falliscono mai, c’è un’esenzione totale granitica dal fallimento.

Come sappiamo, qualsiasi impresa è legata al tema del rischio di impresa, ovvero il rischio
di non realizzare quell’obbiettivo del 2082 c.c., ovvero coprire i costi con i ricavi, ma questa
norma spiega che il rischio per gli imprenditori agricoli è maggiore in quanto questi sono
soggetti ad un doppio rischio:

1. di non riuscire a saldare i costi di impresa con i ricavi (es. non vendere la merce)

2. è soggetto al rischio naturalistico meteorologico: ancorato ad un motivo storico, ovvero


le tecniche di coltivazione di vari tipi di coltivazione hanno conosciuto un’evoluzione
delle tecnologie con la creazione di medicinali vari. Queste scoperte hanno contribuito
ad abbassare questo rischio, quasi portandolo a zero, ma comunque va calcolato anche
oggi, fino a rimanere in questa norma. Anche grazie a forze politiche comunitarie
(all’epoca di comunità europee) a favore dello sviluppo dell’attività agricole, il 2135 è
stato quindi ampliato, si è cambiato il termine ‘bestiame’… basta che ci sia un rapporto
diretto con la dimensione ambientale.

Al di là del tema del rischio, sempre comunque presente, ma lo sviluppo e il rafforzamento


delle attività agricole è stato giudicato essenziale a livello europeo per il mantenimento
dell’ecosistema.

8/10/18

Nel codice civile le categorie di imprenditore prese in considerazione in maniera


tipizzata, quindi nominate, sono quelle del piccolo imprenditore (con la particolarità
dell’artigiano che trova la sua regolamentazione nella legge speciale n.4
sull’artigianato) e per quello che riguarda l’oggetto dell’attività svolta, l’imprenditore
agricolo che è quello descritto nella norma 2135 c.c.

rimane da guardare l’imprenditore art. 2195 c.c.

Nel guardare le attività svolte dall’imprenditore, ovvero le attività agricole tipiche


essenziali, ci imbatteremo in un’altra serie di attività che in teoria richiederebbero di
avere già guardato la norma sull’imprenditore commerciale.

La ragione per la quale, si cerca di capire meglio questo imprenditore agricolo, è


che egli non è soggetto alla stessa serie di regole a cui invece è sottoposto
l’imprenditore commerciale (statuto dell’imprenditore commerciale).

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L’imprenditore agricolo, come piccolo imprenditore, è soggetto allo statuto generale
dell’impresa. Sono per eccellenza soggetti non fallibili, al pari della persona fisica
civile: si uno ha un debito, l’ordinamento per la persona fisica, non prevede nulla
quanto al fallimento. Nel 2012 entrò in vigore una nuova disciplina che introduce nel
nostro ordinamento una nuova figura di procedura di ricomposizione del debito che
serve per disciplinare le situazioni debitorie di soggetti non fallibili (imprenditore
agricolo e i non imprenditori).

- Seconda parte delle attività connesse:

sono ‘connesse’ all’agricoltura, o meglio, connesse all’attività principale o


essenziale. Nella costruzione del 2135 c.c. c’è quindi una descrizione delle
indicazioni delle attività essenziali agricole (le tre elencate al primo comma) e, in più,
viene introdotto il concetto di connessione.

Nella norma del codice civile vengono descritte queste attività connesse e sono
quelle dirette alla:

• manipolazione;

• conservazione;

• trasformazione;

• commercializzazione;

• valorizzazione.

di prodotti ottenuti prevalentemente da un’attività agricola essenziale.

Si dice, inoltre, che sono attività agricole per connessione le attività dirette alla
fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse
dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata […]

> Non sono attività agricole, infatti, quando si parla di attività connesse alla
trasformazione o commercializzazione, ad esempio, faccio riferimento a quelle
attività che si trovano dentro quella norma che descrive l’imprenditore commerciale.
Cioè in buona sostanza, queste attività per connessione, sono, in quanto avulse del
contesto agricolo, attività di impresa commerciale.

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Nell’art. 2195 c.c. ‘Imprenditori soggetti a registrazione’ sono quelli che chiamiamo
imprenditori commerciali.

E dice che sono imprenditori soggetti a registrazione quelli che svolgono:

a. attività industriale diretta alla produzione di beni e servizi;

b. attività intermediaria di circolazione dei beni;

c. attività di trasporto per terra e per acqua o per aria;

d. attività bancaria assicurative;

e. attività ausiliarie delle precedenti.

a. produzione-> è implicita la trasformazione di materie prime, mentre per i servizi


vuol dire che impiego delle risorse di carattere organizzativo o intellettuale per
produrre o realizzare un servizio.

b. l’intermediazione è l’attività che consiste nel gestire la circolazione di un bene o


di un servizio: es. il negozio che vende la merce, compra la merce dal produttore
e la rivende al consumatore finale, quindi intermedia, è un anello della catena
distributiva. Nella prima parte della norma, tra le attività di connessione, si può
dire che queste sarebbero di per sé attività tipicamente commerciali, in quanto
tali, l’imprenditore che svolge l’attività economica che consiste nel fare una di
queste cose (manipolazione, trasformazione…), è imprenditore commerciale per
l’art.2195 c.c. e come tale, sarebbe sottoposto allo statuto speciale
dell’imprenditore commerciale, in una parola: fallisce, deve tenere una certo tipo
di contabilità, deve fare certe cose nell’organizzazione di impresa… è soggetto a
vincoli che invece sono lungi dall’imprenditore agricolo. Quindi queste attività
connesse, all’interno della norma che definisce l’imprenditore agricolo, servono

Si può avverare il caso in cui un imprenditore, che svolge come attività principale
un’attività agricola, svolga anche un’attività, subordinata ma strettamente connessa
alla principale, tipicamente commerciale (es. albero albicocche - vendo i frutti -
faccio le marmellate, attività di manipolazione o trasformazione):

Quando un imprenditore agricolo svolge una di queste attività (trasformazione,


manipolazione…) utilizzando prevalentemente delle risorse che sono ricavate
dall’attività principale, lo svolgimento di queste attività connesse risale all’esercizio
dell’attività agricola, cioè è sottratto allo statuto dell’imprenditore commerciale ma
beneficia di vantaggi riconosciuti all’imprenditore commerciale. (albicocche ->
imprenditore agricolo, quindi non fallisce e ha vantaggi fiscali).

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=> Quindi basta che l’attività principale sia agricola, che l’imprenditore esercitante
sarà legato allo statuto degli imprenditori agricoli, anche se svolge attività connesse
ti tipo commerciale.

> Condizione per cui, l’art. 2135 definisce queste attività tipicamente commerciali
come attività agricole: (slide: sono attività oggettivamente commerciali, ma che
vengono trattate come agricole, le condizioni che sussistono sono:)

1. prevalenza prodotti trasformati: i prodotti, oggetto dell’attività connessa, siano in


prevalenza provenienti da un’attività principale: es. non mi spedisce di fare
attività connesse integrando materie prime provenienti dalla mia produzione
agricola assieme a materie di origine diverse da questa (un altro fondo, ho un
macchinario che trasforma 40 quintali di pomodoro, io ne produco 20, gli altri 20
quintali li prendo da un altro agricoltore).

2. connessione (soggettiva ed oggettiva): Soggettiva-> soggetto che svolge attività


connessa è lo stesso che svolge anche quella principale; Oggettiva -> nella
trasformazione delle attività connesse si devono lavorare prodotti che sono
oggettivamente originari del fondo agricolo. (slide: attività agricole connesse
hanno per oggetto prodotti (animali o vegetali) ottenuti prevalentemente con
l’esercizio di attività agricole essenziali).

3. controllo sulle condizioni fortemente legate allo stesso articolo: anche se si


vogliono creare attività connesse (es. valorizzazione di un fondo tramite la
conversione in riserva di caccia o vendita di tirelle nel proprio fondo) che
riportano comunque legami con altre leggi specifiche nazionali o locali (ma
anche europee), se vengono rispettati i canoni indicati nell’art. 2135 c.c., allora il
legislatore locale dovrà rispettare l’imprenditore in questione come agricolo.
Quindi la legislazione di questo articolo, se perfettamente rispettati i canoni,
prevarrà sulle legislazioni legate alle possibili attività connesse.

Spiegazione:

Questa norma, così formulata nel 2001, è stata cambiata attraverso l’inserimento di
attività connesse che prima non c’erano. Si cercò, infatti, di dare maggiore spazio e
valorizzare il mantenimento in vita delle aziende agricole (es. attività legate alla
cosiddetta valorizzazione del patrimonio delle aurore forestali e delle attività
agrituristiche).

Mentre le attività di valorizzazione sono tantissime e spesso collegate


all’applicazione di discipline europee

Es. bosco -> decido di fare un’attività lontana dal coltivare legna, ma lo trasformo in
una riserva di caccia, lecita ma regolamentata, quindi legata a vincoli. Quando
decido di convertire un fondo agricolo in una riserva di caccia, per la legislazione

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nazionale, ma anche europea, faccio un’operazione di valorizzazione poiché per
accedere alle riserve di caccia, devo pagare un’ingresso al proprietario del fondo
convertito (trae una remunerazione dalla proprietà del fondo attraverso uno
sfruttamento che non è né tipicamente commerciale, né tipicamente agricolo).

Attività agrituristiche sono fortemente regolamentate da legislazioni locali: ogni


regione italiana ha regole proprie che guidano chi vuole aprire un’attività
agrituristica, quindi la norma del 2135 mi autorizza configurare l’attività agrituristica
come attività agricola e crea un vincolo al legislatore locale che non può negare ad
altre leggi (tigelle nel bosco, sei ristoratore, no). Ma se si è dentro i termini
dell’articolo 2135, si deve essere considerati imprenditori agricoli.

Quindi si deve ricordare la gerarchia delle fonti: quindi, anche svolgendo altre
attività, che sono legate ad una legiferazione analitica, comunque se si rientra entro
i termini dell’art. 2135, devo essere rispettato dal legislatore locale (che pone una
legiferazione diversa e specifica per queste attività) come imprenditore agricolo.

> Caso del fallibilità dell’attività di un vivaio -> discussione sui vivai, attività
vivaistica: la coltivazione di piante in casa non è un ‘attività di rivendita al pubblico.
cioè vendono le piantine che sono state ottenute da altri. ma non c’è lo
sfruttamento del fondo agricolo. si può dimostrare di aver seguito l’intero ciclo
biologico (prima parte cura e sviluppo di un ciclo biologico di ordine animale o
vegetale), se però non ho svolto la cura di questo ciclo, si rischia di non poter
accedere ai benefici segnalati per l’imprenditore agricolo.

Nella sentenza è stata dichiarata la fallibilità, poiché i capannoni che tengono le


piantine si è rivelato essere solo un adeguato ricovero per le piante attesa di essere
vendute, ma non erano state ottenute dalla cura di un ciclo biologico di origine
vegetale. Quindi si devono vedere le condizioni del ciclo per poter accede al
benefico della non fallibilità e altri.

11
> Art. 2195 c.c. Imprenditore commerciale (a memoria!)

imprenditori commerciali coloro che esercitano:

A. attività industriale diretta alla produzione di beni o servizi;

B. attività intermediaria nella circolazione dei beni;

C. attività di trasporto per terra, acqua o aria;

D. attività bancaria ed assicurativa;

E. altre attività ausiliarie alle precedenti;

nella produzione è implicito il concetto di trasformazione.

intermedia, si pone in mezzo/ è un anello della catena distributiva.

> Criticato come obsoleto, troppo poco specifico…

- attività industriale: non c’è definizione normativa di attività industriale, ma solo


economica. Il concetto di produzione industriale è ormai datato, dal punto di vista
delle tecniche di produzione, comunque solitamente, si esprime quando c’è un
processo di trasformazione, dei processi di meccanizzazione e di sterilizzazione
del processo di produzione.

es. attività estrattiva: è un’attività primaria, non contiene nessuna forma di attività di
trasformazione (estraggo l’oro dalle miniere, ma non trasformo). Eppure è
considerata tipicamente un’attività di impresa tipicamente commerciale. Non è
un’attività agricola, quindi per forza commerciale.

- attività di trasporto: implica un’attività basta sui servizi. E’ un’attività di


produzione di servizi.

- attività bancaria o assicurativa: sono attività intermediaria di circolazione, oppure


sono dei servizi intermediari, che presentano una propria regolamentazione
all’interno del testo unico bancario e del codice delle assicurazioni private

dentro questo elenco sono state menzionate espressamente delle attività che per
ragioni legate ad alcune peculiarità della regolamentazione, si è pensato di farle
emergere per dire che, indipendentemente dalle specialità delle leggi speciali e
dettagliate che regolano queste attività, le condizioni oggettive e soggettive per
svolgere le attività le legano comunque alle attività di produzione di beni e servizi,
quindi all’art. 2195 c.c.

12
Sostanzialmente il legislatore degli anni ’40 ha menzionato queste attività per
richiamare l’attenzione sul fatto che si tratta di categorie speciali di imprenditori
commerciali, in quanto presentano una regolamentazione a sé stanti, ma che
comunque rientrano nel primo caso (A), cioè attività di produzione di beni o servizi.

- Attività ausiliaria: sono quelle che vengono svolte come attività strettamente
funzionale per il raggiungimento dell’attività principale. Ad esempio l’agente di
commercio e i mediatori, poiché di per sé non esiste l’attività tipica dell’agente se
non ha collegamento con un attività di impresa o commerciale.

2082 è imprenditore chi esercita…

> Impresa collettiva:

A. enti collettivi non societari (associazioni)

B. società senza impresa

C. società di persone e di capitali

D. società semplice

> Imprenditore individuale - collettivo

Ci può essere una confusione dovuta ai tipi di imprenditore, poiché non sono
indicate le caratteristiche del soggetto che svolge l’attività; può essere:

Imprenditore individuale: Persona fisica che svolge un’attività economica


organizzata. Individuale implica che c’è una persona fisica (piccolo, medio, grande,
commerciale o agricolo…) che è fisicamente imprenditore.

Imprenditore collettivo: è un’unione di più soggetti che svolgono un’attività di


impresa. ‘Insieme’ vuol dire che la svolgono qualificandosi come imprenditore
singolo collettivo, quindi è implicito il concetto di pluralità. Non è detto che siano
per forza delle persone fisiche, ma possono essere anche persone giuridiche,
ovvero ente al quale l’ordinamento, quando ricorrono delle precise condizioni
dettate dalla legge, qualifica l’ente come autonomo centro di imputazione di
rapporti giuridici. Quindi tra questi soggetti di diritto rientrano degli enti che sono
tipici della nostra materia e sono, in questo caso le società.

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Es. le Associazioni sono un altro tipo di soggetti di diritto, che consistono sì in
un’unione di soggetti, ma che posseggono anche una soggettività giuridica.

(personalità giuridica e soggettività giuridica)

L’attività di impresa è ammessa nel nostro ordinamento sia sotto forma di esercizio
individuale che non individuale ma cosiddetto collettivo.

Nel nostro sistema di diritto positivo, dentro il codice civile, oltre agli enti non
societari, che sono le associazioni e fondazioni, che pure possono svolgere attività
di impresa, sono disciplinati una serie di tipi di società. Il nostro è un sistema
tipizzato a numero chiuso, cioè è il legislatore che in un’apposita sezione del codice
civile, dice che l’attività di impresa può essere svolta usando uno dei seguenti tipi…

C.Dentro questi tipi di imprese societarie, c’è una sub-distinzione tra società di
persone e società di capitali.

Convenzione sulla distinzione tra società di persone e società di capitali:

Società di persone non deve necessariamente indicare società costituite tra


persone fisiche, anche se effettivamente questa è la modalità più diffusa, ma vuol
dire che sono delle società sottoposte ad una tipica e speciale regolamentazione
che le distingue dalla società di capitali.

Le società sono solo un modo di esercizio delle attività di impresa, è una forma di
organizzazione.

A. Esercizio collettivo non societario

a. associazioni collegate da un interesse comune (libro I c.c.): scopo associativo di


natura ideale. L’attività di impresa si può inserire come supporto.

b. fondazioni (non hanno base associativa): direttamente o indirettamente ma senza


lucro soggettivo (come per le associazioni)

c. consorzi + Geie

d. impresa coniugale (art.177 e 178 c.c.)

> Mentre le società sono concepite per svolgerle attività di impresa, ma anche le
associazioni, fondazioni o altri enti possono svolgere attività di impresa, sebbene
non siano soggetti tipicamente pensati per svolgerla.

14
a. Associazione = è uno strumento utilizzato da soggetti per il perseguimento di un
interesse comune. L’associazionismo è importante anche per il mondo economico,
in quanto può intervenire la dove vi sono delle carenze dell’intervento pubblico, ad
esempio. Non hanno lo scopo di avviare un’attività di impresa, ma spesso campano
con le quote delle associazioni, però nulla vieta che un’associazione, ente non
societario o fondazione possa svolgere un’attività di impresa e che questa di norma
si rilevi funzionale per il perseguimento degli scopi associativi.

In questo caso saranno trattati dal legislatore come impresa. Non tutta
l’associazione è imprenditore, ma quella porzione dell’attività associativa che viene
svolta con modalità imprenditoriali, verrà trattata in maniera conforme allo statuto
dell’impresa.

c. Oltre alle associazioni e fondazioni esiste nel c.c. degli organismo molto
importanti e diffusi sul territorio strettamente connesso allo svolgimento di alcune
attività di impresa: i consorzi.

Consorzi disciplinati degli Artt. 2602 c.c. e seguenti.

Qui i consorzi sono definiti come “un contratto tra due o più imprenditori che
istituiscono un’organizzazione comune per la disciplina o per lo svolgimento di
determinate fasi delle rispettive imprese”

Quindi sono organizzazioni che non sono preordinate allo svolgimento dell’attività di
impresa, ma servono a disciplinare o svolgere fasi delle rispettive imprese. Un
gruppo di imprenditori che svolgono attività che hanno delle fasi comuni.

es. nell’agricoltura: la coltivazione del grano, ma se ci sono altre imprese che lo


fanno, nella fase della macinazione del grano o della farina c’è il problema che va
messo nei silos, chi ce lo mette? Di chi sono? Il consorzio si occupa di ritirare tutto
il grano, di ammassarlo nei silos, stabilire il prezzo di vendita, portarlo al mulino e
vendere la farina. Redistribuendo questo ciclo di coordinamento di una fase (o più)
di impresa il ricavato ai consorziati.

Quindi di per sé non hanno una propria attività di impresa, ma è uno strumento di
organizzazione delle fasi delle imprese dei consorziati. Sono strumenti di
‘efficientamento’ dell’attività di impresa. Si riduce la base dei costi sull’economia di
scala, perché se si deve contrattare ogni volta col mulino il prezzo della mia merce,
probabilmente si andranno delle asimmetrie penalizzanti per alcuni. Se invece ci si
coordina tramite una contrattazione omogenea e razionalizzata, si riescono a ridurre
i costi di trasporto ed ad ottenere rimunerazioni superiori.

Questi strumenti sono stati molto valorizzati a livello europeo tant’è che negli anni
’80 sono stati creato il Geie, ovvero il gruppo europeo di interesse economico e
sostanzialmente sono dei consorzi europei. L’Europa lo ha creato per consentire ad

15
imprenditori di paesi diversi di realizzare quell’obbiettivo di integrazione e
valorizzazione delle fasi dell’impresa che, a livello nazionale, noi avevamo già
realizzato con il consorzio.

Nel codice civile l’art 2602 è una norma antica, quando fu scritta eravamo in
un’epoca in cui il nostro sistema economico non era un sistema economico
improntato ai principi dell’economia liberista del libero mercato, ma era un’epoca in
cui c’era un’economia di tipo dirigistico. Quando fu scritta questa norma sul
consorzio, la sezione del codice civile, di cui questa norma è la prima, aveva
un’intitolazione diversa: “dei consorzi per il contingentamento della produzione e
degli scambi”.

Contingentamento = vuol dire controllare dal punto di vista quantitativo la


produzione di merci o servizi, infatti una delle caratteristiche dell’economia
dirigistica, dove vi sono interventi pubblici, era quella di prevedere dei meccanismi
di previsione anticipata delle quantità di merci che sarebbero state immesse sul
mercato. Questo meccanismo di controllo portò ad un controllo sulla concorrenza
tra le imprese.

Oggi si può produrre quanto si vuole e quello che si vuole. Se tutti gli imprenditori
fanno così, sul mercato di quel prodotto arriva una certa quantità di merce e,
seconda che la quantità sia tanta o sia poca, cambiano le condizioni di vendita di
questo prodotto (maggiore è l’offerta, tendenzialmente, minore è il prezzo).

L’economia degli anni ’40 prevedeva dei meccanismi di saturazione del mercato, si
indicavano quindi dei limiti da parte dello Stato, e le imprese non si dovevano fare
più di tanto concorrenza tra di loro.

In questo quadro quei consorzi di contingentamento di produzione e degli scambi,


erano pensati come dei consorzi, quindi organizzazioni rivolte per consentire agli
imprenditori, settore merceologico per settore, di stipulare degli accordi tra di loro
per regolare quantità, qualità e condizioni dell’offerta delle merci sul mercato.

Questa situazione è assolutamente negativa in un sistema concorrenziale, in base


alle norme di anti-trust e di concorrenza. Quando è entrata in vigore negli anni ’90 la
legge anti-trust, in Italia, i consorzi furono pensati come possibili da utilizzare per
fare degli accordi concorrenziali. Dopo varie critiche, cambiamenti e delimitazioni su
queste norme, si giunse alla conclusione che fossero degli utili strumenti di
integrazione, quindi perfettamente leciti, a patto che non si occupino minimamente
di questioni concorrenziali. Quindi oggi sono organizzazioni per la disciplina delle
fasi, ma dentro il concetto di fase non ci deve mai entrare l’aspetto di accordo per
limitare la concorrenza.

16
Ogni volta che un consorzio svolge, direttamente o indirettamente, delle funzioni che
vadano ad incidere la dinamica concorrenziale tra consorziati, questo viene
dichiarato illegittimo: il contratto viene sciolto e sanzionato.

11/10/18

- regime generale che si applica a tutte le imprese, insieme di norme che si


applicano a tutte le tipologie di impresa

- statuto speciale dello statuto commerciale che va ad integrare quello generale

- alcune attività che caratterizzano la struttura normativa dell’attività d’impresa che


è il registro delle imprese: come è strutturato, qual è la funzione e l’efficacia del
registro degli atti

- scritture contabili

- i sub-insiemi della struttura normativa

> Statuto generale dell’imprenditore: norme che riguardano tutte le tipologie di


imprenditori (agricolo, commerciale, piccole e grandi imprese, imprese pubbliche e
private)

Comprende:

- la gestione dell’azienda, il ramo

- caratteri distintivi (ditta, marchio, insegna…) studenti che si trova nel diritto della
proprietà industriale.

- Disciplina della concorrenza: non riguarda non tanto l’imprenditore in quanto tale,
ma i segni identificativi della sede o della ditta (segno identificativo
dell’imprenditore nei confronti dei terzi, quanto il rapporto tra imprenditori,
affrontato dei limiti dell’attività commerciale imprenditoriale

- I consorzi

> Ci sono dei blocchi di materie che riguardano:

1. azienda (il ramo, trasferimento, problematiche dei rapporti che scaturiscono


dalla cessione di azienda)

2. segni distintivi

3. concorrenza

4. consorzi tra imprenditori

17
> Lo statuto speciale: va ad integrare quello generale (azienda, segni distintivi,
concorrenza e consorzi) e si applica solo per l’imprenditore commerciale (art.2195
c.c.), non piccolo, che può essere sia individuale che collettivo (spa, srl) mentre lo
statuto speciale non si applica alla società semplice o l’impresa individuale che
svolga attività non commerciale, cioè agricola.

Insieme è caratterizzato da un gruppo di norme che vanno ad integrare un gruppo


di norme di prima

Lo statuto speciale è caratterizzato da un gruppo di norme vigilanti solo per


l’imprenditore commerciale, che comprende, oltre i punti dello statuto generale,
anche le discipline sulla:

1. Pubblicità commerciale (iscrizione al registro delle imprese)

2. Obbligo di tenuta delle scritture contabili

3. Assoggettamento al fallimento e altre procedure consorsuali

4. La rappresentanza commerciale, ovvero soggetti che collaborano con


l’imprenditore e che si occupano dei rapporti con i terzi.

• 2082 c.c. -> imprenditore

• 2135 c.c. -> agricolo (sottoposto al regime di statuto generale)

• 2195 c.c. -> commerciale (statuto speciale)

• 2083 c.c. -> piccolo imprenditore, presta il proprio lavoro all’interno dell’impresa e
il suo lavoro deve prevalere (prevalenza calcolata in concreto) su quella dei
familiari che sul capitale investito. Si guarda l’organizzazione e i mezzi, non troppo
sofisticati. Deve scriversi nel registro delle imprese, tenere le scritture contabili e
potrà essere assoggettato o meno alle procedure consorsuali. La definizione è
anche presente nella legge fallimentare, dove ci sono i criteri dimensionali che
devono coesistere tra di loro.

• Impresa familiare

• Impresa societaria

• Impresa pubblica

18
1. Il Registro delle Imprese:

> Si trova presso la Camera di Commercio ed è articolato:

A. Sezione ordinaria: imprenditori individuali commerciali non piccoli, tutte le società


tranne quella semplice, consorzi tra imprenditori con attività esterna, gruppi europei
di interesse economico con sede in Italia, gli enti pubblici che hanno per oggetto
esclusivo o principale un’attività commerciale, le società estere che hanno in Italia la
sede dell’oggetto principale della loro attività)

B. Sezioni speciali: imprenditori agricoli individuali, piccoli, artigiani, società


semplici, imprese sociali, società tra professionisti, soggetti (società o enti) che
esercitano o che sono soggette all’attività di direzione e coordinamento, atti di
società di capitali in lingua straniera (o italiana), start-up innovative e degli incubatoi
certificati, PMI innovative

> Gli atti o fatti da registrare sono indicati in una serie di norme e dipendono dalla
struttura soggettiva dell’impresa. Riguardano essenzialmente gli elementi di
individuazione dell’imprenditore e dell’impresa (dati anagrafici, ditta, oggetto, sede
principale ed eventuali secondarie…) nonché la struttura e l’organizzazione della
società (atto costitutivo, modificazioni, nomina e revoca degli amministratori…)

> L’iscrizione può avvenire su domanda dell’interessato, ma anche d’ufficio per se


l’iscrizione è obbligatoria.

> L’inosservanza del obbligo di registrazione è punita con sanzioni pecuniarie


amministrative.

> Le funzioni delle sezioni:

- ordinaria -> ha funzione di pubblicità legale (efficacia dichiarativa, costitutiva o


normativa).

- Speciale -> ha funzione di certificazione anagrafica e di notizia (pubblicità notizia).

> Da notare: Come abbiamo detto l’imprenditore commerciale deve iscriversi alla
sezione ordinaria con relativa funzione di pubblicità legale, mentre gli imprenditori
agricoli (anche piccoli) e le società semplici (esercenti attività agricola) devono
iscriversi alla sezione speciale degli imprenditori con relativa funzione di
certificazione anagrafica e di pubblicità notizia (dove gli atti o fatti, sebbene iscritti
non sono di per sé opponibili ai terzi dovendo sempre provare la conoscenza da
parte di questi). Prima del d. lgs. 228/2001 era, dunque, presente una netta
distinzione, sotto il profilo della pubblicità, tra imprese soggette allo statuto
dell’imprenditore commerciale (sezione ordinaria del registro) ed altre imprese
(sezione speciale).

19
> Descrizione:

Ai sensi dell’art. 2193 c.c. “I fatti dei quali la legge prescrive l'iscrizione, se non sono
stati iscritti, non possono essere opposti ai terzi da chi è obbligato a richiederne
l'iscrizione, a meno che questi provi che i terzi ne abbiano avuto conoscenza.
L’ignoranza dei fatti dei quali la legge prescrive l'iscrizione non può essere opposta
dai terzi dal momento in cui l'iscrizione è avvenuta. salve le disposizioni particolari
della legge.”

Funzione ed effetti che comporta l’iscrizione:

con la registrazione abbiamo un importante effetto che è quello di pubblicizzare le


vicende dell’impresa verso i terzi. Quindi l’iscrizione può comportare un effetto che
può essere una pubblicità dichiarativa, costitutiva, normativa o notizia.

Oltre agli atti pubblici, si devono iscrivere gli atti sulle vicende di ciascuna impresa.
Si scrive tutto, perché serva a tutela dei terzi della certezza del diritto, poiché la
società, operando nel settore commerciale, inevitabilmente produce degli effetti
anche negativi nei confronti di terzi. Si dichiarano anche gli atti modificativi
dell’impresa, perché, ad esempio, se un terzo interloquire con un soggetto che si
comporta come un rappresentante della società, si può verificare prima di
concludere un contratto di compra-vendita.

Quindi è una disciplina strutturata per la tutela del terzo.

• Quindi il registro delle imprese è lo strumento di pubblicità legale delle imprese


commerciali non piccole e delle società commerciali.

• E’, inoltre, strumento di informazione sui dati organizzativi di tutte le altre imprese.

• La tenuta del registro delle imprese è affidata alle camere di commercio, uno per
ogni provincia.

• E’ tenuto con tecniche informatiche per garantire la tempestività.

20
> Singoli effetti che si possono ottenere con l’iscrizione ai registri:
Pubblicità commerciale

- DICHIARATIVA: (opponibilità degli atti registrati ai terzi)

Comporta la presunzione di conoscenza da parte dei terzi. Quindi, in caso di


iscrizione, il terzo non potrà affermare di non conoscere il fatto. Mentre la mancata
iscrizione al Registro delle Imprese comporta la non opponibilità ai terzi dell’atto o
del fatto iscritto, salvo che l’imprenditore non provi che i terzi abbiano avuto
ugualmente conoscenza effettiva (es. comunicato direttamente con lettera)

Si parte dal presupposto che chiunque (terzo) voglia concludere degli atti o fatti con
un’impresa, questo debba prima controllare il Registro, secondo un onere di
interesse personale.

Comporta tre possibili effetti: un’efficacia positiva immediata secondo cui c’è una
presunzione assoluta di conoscenza, non è ammessa la prova contraria (è
opponibile). Ed una negativa tutto ciò che non è iscritto si presume non conosciuto
(non è opponibile). In ultimo una relativa: si può dimostrare di averlo fatto presente.

- COSTITUTIVA: (iscrizione per l’esistenza, società per azioni e di capitali)

Si parla di efficacia costitutiva:

- Totale: quando, avvenuta l’iscrizione, l’atto è produttivo di effetti si fra le parti che
per i terzi. Questo vale per l’atto costitutivo delle società di capitali e delle società
cooperative. Vuol dire che in alcuni casi, se la società non è iscritta, questa non
esiste. Grazie all’iscrizione questa esiste come personalità giuridica, viene
istituita.

- Parziale: quando, con determinate delibere, si riduce il capitale perché troppo


ampio rispetto all’oggetto della società, se la delibera non viene iscritta,
l’omissione impedisce il decorso dei tre mesi per l’opposizione ai creditori. Quindi
la mancata iscrizione vale solo nei confronti dei terzi.

[possibile domanda: se mi metto d’accordo con altri per fare società srl o spa,
stabiliamo tutto… andiamo dal notaio ecc. cosa succede se alla fine questo atto
non lo iscrivo nel registro? la norma mi dice che non esiste, ma un’attività esiste.
Quindi i rappresentanti rispondono personalmente. Con l’iscrizione si cerca di
creare una impresa giuridica a parte, infatti senza questa iscrizione si risponde
secondo le regole della rappresentanza. Prima dell’iscrizione, ogni atto è imputato a
loro, perché la società prima non esiste].

es. Fusione di più società con più patrimoni: l’atto di fusione deve essere firmato dai
legali rappresentanti, è necessario iscriverlo al registro, per renderlo opponibile ai
terzi, perché abbia efficacia costitutiva ma anche per essere opponibile ai terzi.

21
- NORMATIVA: (società cambiano disciplina se iscritte o no)

L’iscrizione è presupposto per l’applicazione di un determinato regime giuridico.


Quindi, questo è un effetto che incide sulla disciplina.

Es. le società in nome collettivo, se iscritte, hanno la loro disciplina (rispondono nel
limiti dei capitali conferiti), se non sono iscritte rispondono ad una disciplina diversa,
a quella della società semplice (si risponde col proprio patrimonio).

Tali efficacia vengono ad esistenza comunque, ma, se non c’è la registrazione, sono
cosiddette società irregolari, vale a dire non sono soggette al regime dell’autonomia
patrimoniale e sono equiparabili alla disciplina più gravosa delle società semplici, in
quanto rispondono personalmente col proprio patrimonio.

- PUBBLICITA’ NOTIZIA: (effetto informativo)

Non produce effetti sostanziali ma meramente informativi: si manifesta nella


conoscibilità dei fatti e delle dichiarazioni lese.

4. Rappresentanza commerciale:

> I collaboratori dell’imprenditore (art. 2203 c.c. e seguenti)

Spesso gli imprenditori è affiancato da altri collaboratori, la disciplina prevista per


l’imprenditore ha la stessa ratio leggio del registro delle imprese. Questo non agisce
mai personalmente, quindi chi opera del settore commerciale (ma anche no) deve
capire con chi stringe affari.

Possono essere:

• Institore (art. 2203 c.c.);

• Procuratore (art. 2209 c.c.);

• Commesso (art.2210 c.c).

Ciò che non è disciplinato dagli artt. 2203-2213 c.c., lo troviamo nell’art.1387 ss. del
codice civile.

Disciplina sulla rappresentanza: questi soggetti non necessitano della verifica della
sussistenza del mandato rappresentativo, ma l’unica cosa da verificare è che
l’imprenditore abbia deciso di modificare i contenuti della rappresentanza.

22
• Institore o direttore generale è colui che è preposto all’esercizio dell’impresa e ha
la rappresentanza sostanziale e processuale dell’imprenditore oltre che il potere di
gestione (dopo l’iscrizione al registro delle imprese). Sarà tenuto, come
l’imprenditore all’obbligo di iscrizione al Registro e alla tenuta delle scritture
contabili. E’ lui che deve rendere nota la sua posizione, come nell’istituto della
rappresentanza, se no sarà ritenuto responsabile nei confronti di terzi.
La rappresentanza si presume generale, a meno che l’imprenditore non dimostri
l’effettiva conoscenza delle limitazioni del potere dell’institore da parte dei terzi.

Da dove derivano i poteri? Dalla legge. Perché non è compatibile con piccolo
imprenditore? Se si mette qualcuno a gestire al proprio posto non si è tanto piccoli.
Per ampliare o .. i poteri. Poteri di rappresentanza quanto sono grandi? Quanto è
ampia il potere istitoriale? Non può alienare ed ipotecare i beni dell’imprenditore,
per il resto fa tutto. La procura serve per limitare i poteri.

• Procuratore sono gli ausiliari dell’institore non sono preposti all’esercizio


dell’impresa, nemmeno ad un ramo, non hanno poteri di rappresentanza o di
gestione. Devono produrre atti specificatamente a loro attribuiti. Si presume che
siano incardinati nella struttura, ovvero che abbiano un rapporto subordinato con
l’imprenditore. Quando agisce deve esplicare la sua rappresentanza, se manca
l’indicazione, dovrà rispondere personalmente delle sue azioni e non
l’imprenditore per lui.

• Commessi sono la terza categoria degli ausiliari dell’imprenditore sono adibiti a


specifiche mansioni esecutive o materiali. La loro modifica dei poteri non è
soggetti a pubblicità legale come l’institore.

Pubblicità commerciale è concetto trasversale alle varie tipologie di imprenditore


(anche le società semplici che non sono commerciali) ma anche per l’imprenditore
agricolo, per tanto tempo è stato iscritto in una sezione speciale con effetti, dal
punto di vista della pubblicità legale, diversi da quelli dichiarativi ecc, propri
dell’iscrizione alla sezione ordinaria. Ma così non è più dal 2012 sono state estese le
regole dell’impresa commerciale quanto agli effetti dell’iscrizione al registro delle
imprese anche agli imprenditori agricoli. Quindi nonostante questi siano oggi iscritti
in una sezione speciale, non nell’ordinaria, l’effetto nell’iscrizione speciale è uguale
all’effetto dell’iscrizione ordinaria, c’è stata una modifica sugli effetti.

Riprendendo: l’importanza dell’effetto di pubblicità dichiarativa sta nell’opponibilità


nei confronti dei terzi: significa sia che l’imprenditore che ha effettuato l’iscrizione
(ha iscritto al registro tutte le informazioni che la legge prevede debbano essere rese
note ai terzi per il tramite dello stesso registro) rende opponibile al terzo l’atto
iscritto, ma anche il terzo ha un onere di consultazione dell’iscrizione, cioè non può
negare dei conoscere l’atto.

23
Il tema fondamentale è quello della rappresentanza: chi vuole porre un atto deve
chiedersi se la persona che si ha davanti si realmente investito dei poteri di
rappresentanza. Questa può essere disgiunta dai poteri di gestione, normalmente
stanno insieme, ma non è detto. Nel momento in cui si è delegati di poteri, si deve
essere ufficialmente investiti (per l’imprenditore commerciale, soggetto obbligato, lo
si deve iscrivere nel registro).

Statuto Generale: Insieme di regole che si applicano a TUTTI gli imprenditori

azienda

segni distintivi

concorrenza

consorzio (su qualunque settore di attività economica)

> Art. 2555 c.c. Azienda

Norma definitoria: Giuridicamente non è l’attività.

C’è una sezione nel codice artt. 2555-2562 intitolato ‘Dell’azienda’ dove si trova una
norma definitoria e, seguono, norme che non è una disciplina positiva dell’azienda
in quanto tale, ma regolano e disciplinano la circolazione dell’azienda.

Circolazione non vuol dire solo vendita, ma anche donazione, affitto, oggetto di
conferimento di società (ho già azienda individuale, il mio contributo è
rappresentato dal conferimento di società).

= è il complesso dei beni (eterogenei) organizzati dall’imprenditore per l’esercizio


dell’attività di impresa.

- organizzati in senso di insieme di beni organizzati tra di loro per esercitare


l’impresa (nesso teleologico, legame di mezzo a fine strumentale).

- bene sono le res materiali, le cose di qualsiasi natura, eterogenei e dinamici ma


guardati unitariamente in funzione dello scopo dell’attività di impresa.

- Bene immateriale (per l’imprenditore): Diritti che l’ordinamento riconosce ad una


soggetti in relazioni a certe entità immateriali. Diritti immateriali sui segni distintivi
(marchio, ditta, insegna…) diritti sui processi di innovazione tecnologica
(brevetto…). Anche questi fanno parte dei beni che servono all’esercizio
dell’attività d’impresa.

24
circolazione= considerevole serie di modalità/ circostanze di ipotesi. Non vuol dire
solo vendita, ma può essere donata, affittata, usufrutto, oggetto di conferimento in
società (se si costituisce una società con la propria azienda individuale con un altro
soggetto e si da contributo, ovvero valore della partecipazione iniziale, è
rappresentato dal conferimento d’azienda, quindi è circolazione perché non più
l’azienda di Pinco Pallino, ma è l’azienda della società neocostituita tra Pallino e
l’altro soggetto)

> Le norme successive iniziano a disciplinare l’ipotesi sul:

- trasferimento dell’azienda = è un complesso di beni, ma è l’opposto


dell’universalità di beni mobili (indivisibilità), poiché è un insieme di beni
produttivo, in quanto è destinato all’esercizio di attività economiche. Quando la si
fa circolare si attribuisce un valore strettamente collegato alla capacità produttiva.
Questo passaggio da un imprenditore ad un altro, tramite qualsiasi titolo, deve
tenere conto del fatto che l’azienda è il centro di imputazione di rapporti giuridici.

Quando si trasferisce un rapporto obbligatorio si ricordano le discipline della:


cessione del credito, accollo del debito e successione nel contratto. (riguarda)

Rappresentano il cuore della disciplina del trasferimento d’azienda perché fanno


riferimento alle tre situazioni maggiormente delicate e problematiche nel momenti in
cui ad un soggetto si sostituisce un altro.

12/10/18

Riprendendo Diritto privato, bisogna ricordare:

> Art. 1406 c.c. Capo VIII Cessione del contratto:

“Ciascuna parte può sostituire a sé un terzo nei rapporti derivanti da un contratto


con prestazioni corrispettive, se queste non sono state ancora eseguite, purché
l’altra parte vi consenta.”

I rapporti a prestazione corrispettive, in quanto tali, hanno una successione di fasi


del contratto. Se la cessione avviene nel momento in cui una prestazione non è
ancora stata eseguita, si pone il problema di individuare l’adempimento esatto della
prestazione ancora non eseguita, quindi nei confronti, ad esempio, di quale dei
soggetti deve essere eseguito l’adempimento.

25
> Art. 1407 Forma: Accettazione e notifica

“[...] La sostituzione è efficace nei suoi confronti dal momento in cui le è stata
notificata o in cui essa l’ha accettata. Se tutti gli elementi del contratto risultano da
un documento nel quale è inserita la clausola «all’ordine» o altra equivalente, la
girata del documento produce la sostituzione del giratario nella posizione del
girante“

Parole chiave: accettazione e notifica (meccanismo di comunicazione formale,


attraverso possibili e molteplici canali che sono vincoli di formalità)

> Art. 1408 c.c. Rapporti tra ceduto, cedente e cessionario:

“Il cedente è liberato dalle obbligazioni quando la sostituzione è efficace nei


confronti di questo (1407) momenti efficacia è quello dell’accettazione.

Tuttavia il contraente ceduto, se ha dichiarato di non liberare il cedente, può agire


contro di lui qualora il cessionario non adempia le obbligazioni assunte (1267).

Nel caso previsto dal comma precedente, il contraente ceduto deve dare notizia al
cedente dell’inadempimento del cessionario, entro quindici giorni da quello in cui
l’inadempimento si è verificato; in mancanza è tenuto al risarcimento del danno”

(Ceduto viene ceduto, cedente passa il contratto, cessionario lo riceve)

Comma 1: (riferimento all’art.1407) il cedente è liberato dalle obbligazioni verso il


contraente ceduto dal momento il cui la sostituzione diventa efficace (al momento
dell’accettazione).

Comma 2: ha a che vedere con l’istituto della garanzia della solvenza del debitore
(riferimento all’art.1267).

26
> Trasferimento d’azienda:

Tutti lo fanno, poiché le aziende circolano moltissimo. Molto frequente anche nelle
crisi, fallimenti, ristrutturazione dei debiti, concordati…

> La disciplina del trasferimento d’azienda possiamo vederlo suddiviso nella


seguente scaletta:

1. Art.2556 Imprese soggette a registrazione: per tali imprese (commerciali) i


contratti che hanno per oggetto il trasferimento o godimento dell’azienda
devono essere provati per iscritto (comma 1°) e tali contratti devono essere
iscritti al Registro entro trenta giorni, quindi devono prima essere redatti per atto
pubblico o per scrittura privata autenticata (comma 2°).

2. Art.2557 Divieto di concorrenza

3. Art.2558 Successione dei contratti

4. Art. 2559 Crediti relativi all’azienda ceduta

5. Art. 2560 Debiti relativi all’azienda ceduta

6. Art.2561 Usufrutto dell’azienda

7. Art. 2562 Affitto dell’azienda

> Pone sempre questo problema: si sintetizza sempre dall’art. 2555, se l’azienda è
un complesso di beni, il problema è posso escludere dal trasferimento dei beni?
Non c’è un documento che definisce il registro dei beni che formano l’azienda. E’ un
unione di beni eterogeneo ma anche dinamico. Quindi l’unitarietà sta nell’individuare
i beni essenziali, senza i quali non si ha più un’azienda, che servono a svolgere una
certa attività di impresa.

[es. Azienda che impacchetta i fazzoletti, serve: capannone, macchina


impacchettatrice, computer per gestire ordini forniture, tavoli e sedie… se io vendo
tutto tranne la macchina, io non vendo l’azienda!]

E’, quindi, difficile individuare quali sono i beni esclusi, i quali non sono più davanti
ad un trasferimento di azienda ma di singoli beni aziendali.

MA il criterio è quello di chiedersi se: l’insieme dei beni trasferiti è un insieme


necessario e sufficiente per svolgere l’attività di impresa? La Cassazione, aggiunge,
che non una qualsiasi attività di impresa, ma quella stessa attività che veniva svolta
da quel complesso prima del trasferimento. A parte il nome che è dato ai beni nel
contratto, bisogna vedere cosa indicano.

L’individuazione della nozione o possibilità di dire che ciò che trasferisco è


‘azienda’, è importante.

27
[Norma sul trasferimento dal punto di vista del diritto del lavoro, lo sviluppo: prima
formulazione che faceva riferimento al trasferimento di ramo d’azienda, quale
doveva già essere un’entità e non creata rispetto al resto dell’azienda; questa
condizione poi fu eliminata, quindi si stacca un ramo d’azienda che se non lo era
già, quindi è autonomo ma lo tratto come trasferimento d’azienda. Quindi la
Cassazione ci dice che, indipendentemente dal nome che le parti hanno dato al
contratto, bisogna vedere se quello che è stato trasferito, può dirsi azienda e non
ammasso di beni. Deve essere una determinata attività di impresa e non una
generica attività di beni.]

Primo passaggio (cosa pratica): quando si fa trasferimento d’azienda, bisogna per


prima cosa fare la du-deligence (= diligenza dovuta), vuol dire che chi compra (il
successore), insieme al venditore (il cedente) deve fare a tavolino la rassegna dei
beni che vanno trasferiti, dove si dichiarano tutto (titoli, dove sono, cosa sono…). E’
l’inizio pratico ricognitivo, importante per le parti dichiarare tutto.

> Il meccanismo del conferimento: io porto un oggetto nella società di X valore; a


seconda del tipo di società (di capitali, quindi con attenzione al dato della
capitalizzazione dal punto di vista formale, dove si indicano le azioni della SPA e le
quote nella SRL) in cui io conferisco (SPA ha regolamentazione complessa o SRL
ipotesi statisticamente più frequente), questa scrive X nel suo patrimonio (nel
capitale nella SPA), quindi attribuisce quote o azioni (con meccanismi di attribuzione
differenti), ogni volta che la società appare all’esterno (contatti con terzi), o
all’interno (contratti con soci), per quel valore X deve valere il principio di effettività,
quindi la X diventa un dato di garanzia, la società deve controllare il valore di X
dichiarato. Quindi in queste è previsto un procedimento di stima (SPA ha esperti tra
elenco dei tribunali, SRL può essere scelto dal conferente tra questi). Il valore deve
seguire un meccanismo di attribuzione predeterminato dalla legge, perché
qualunque squilibrio tra il valore reale del conferimento e il valore imputato a
capitale (voce fissa) si traduce in pregiudizio (principio di pregiudizio), ma il capitale
della società deve essere effettivo, deve effettivamente corrispondere ad un valore.

=> Quando si conferisce una qualunque bene all’interno di capitali, è previsto dalla
legge un procedimento di stima.

1. Art. 2556 c.c. Imprese soggette a registrazione

Regola un aspetto quello della legge di circolazione di un bene (è la forma del


trasferimento), la forma da adottare per atto di trasferimento, perché:

- E’ un complesso di beni eterogeneo (legge cambia se beni immobili, mobili o


registrati) quindi la legge non può essere unitaria, perché il codice ha scelto
questa strada: dunque l’azienda non ha una propria legge di circolazione, ma

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sostanzialmente la circolazione dell’azienda deve seguire le regole imposte dalla
natura dei beni trasferiti (regola generale).

- (comma 1): Tiene in considerazione il registro delle imprese: infatti per le imprese
soggette a registrazione (commerciali), bisogna provare per iscritto. Quindi vale
solo per le imprese commerciali, il contratto di trasferimento deve avere forma
scritta (tre tipi privata, non autenticata e atto pubblico), la scelta della forma
scritta dipende dal bene se immobile, si vuole l’atto pubblico, se non ci sono
vincoli di forma si può utilizzare la scrittura privata non autenticata. Ci vuole la
forma scritta perché con quel documento si va al registro delle imprese e lo si
deposita, quindi si da notizia a tutti i terzi del trasferimento (grazie alla funzione
dichiarativa del registro). Da quel momento tutto vale e decorre.

- Inoltre, la forma scritta per efficacia probatoria, questo indica che la richiesta che
il legislatore fa di scrivere il contratto per poi farlo registrare ha esclusivamente
valore probatorio, quindi non è richiesto per la validità sostanziale dell’atto. Il
trasferimento valido anche non rispetta alle forme richieste ma non è opponibile
ai terzi. Non decorrono gli effetti tipici.

- (comma 2): I contratti vanno depositati dal notaio rogante o autenticante entro 30
giorni.

2. Art. 2557 c.c. Divieto di concorrenza:

E’ una dimensione tipica dell’impresa commerciale

- Dice che chi vende l’azienda o la trasferisce, a meno che non pattuisca
diversamente con chi la riceve, per un periodo massimo di 5 anni, non può
iniziare una nuova attività di impresa che sia concorrente con quella di origine.

La concorrenza è per oggetto e per area geografica:

- Si è in rapporto di concorrenza se operano sullo stesso mercato, cioè punto di


vista merceologico (beni e servizi a persone uguali) e territoriale (area dove si
svolge l’attività).

- Da questa concorrenza, quindi, si può essere protetti (diritto all’acquirente di


pretendere la non concorrenza), è a discrezione delle parti (norma dispositiva).

- L’attività concorrente preesistente al momento della cessione, può rimanete in


vita.

- Se siamo in ambito di finanziamenti bancari: l’acquirente subentra


automaticamente nella posizione dell’imprenditore precedente (senza dare notizia
alla banca, è successione di contratto aziendale). Se, però, questo vuole ampliare

29
il mercato su mercati terzi, ad esempio internazionali, e vuole modificare l’oggetto
principale dell’attività d’impresa, quindi utilizza il finanziamento a questo scopo,
questo potrebbe essere qualificato come contratto di carattere personale. Dentro
ai contratti stipulati per l’azienda, ci possono essere delle situazioni personali: ci
sono i consulenti delle relazioni sindacali, o il consulente psicologo, sono
prestazioni rivolte all’azienda ma che riflettono una relazione personale. Si deve
individuare, quindi, la pertinenza e l’obiettività della prestazione di questi soggetti.

- (rapporti d’impresa e contratti sul Galgano)

- Il rapporto di strumentalità e di complementarietà fra si singoli elementi costitutivi


dell’azienda fa sì che il complesso unitario acquisti di regola un valore di scambio
maggiore della somma dei valori dei singoli beni, che è l’avviamento.

- per i giuristi l’avviamento non è mai un bene aziendale, ma una qualità


dell’azienda. E’ in sostanza rappresentato dall’attitudine a consentire il
raggiungimento di un profitto.

- Il trasferimento di avviamento in quanto tale non è di azienda, di per sé può


essere:

• positivo: indica che i ricavi eccedono i costi

• negativo: situazione nella quale si trova l’azienda che ha difficoltà, ad esempio ha


costi di gestione minore di quelli prodotti… quando questa è in crisi, a volte
succede il curatore del fallimento, il quale prova a gestire meglio l’impresa per poi
rivenderla. Ci sono corse verso aziende in fallimento, poiché costano meno,
poiché vendute con avviamento negativo.

A seconda di queste circostanze ha senso pattuire il divieto di concorrenza.

=> Quindi: Norma derogabile, non è imperativa, ma le parti possono decidere se


applicare la norma in caso di cessione di contratto d’azienda, ed è una disposizione
che prende in considerazione l’interesse del cessionario (quello che subentra) a non
fare concorrenza da chi cede l’azienda. L’avviamento, qualità dell’azienda, cioè è un
dato che tiene conto del buono o cattivo funzionamento della capacità organizzativa
dell’imprenditore: quando si subentra in un’azienda, normalmente si paga un prezzo
per l’azienda o viene stabilito un canone per l’affitto dell’azienda.

Questa disposizione trova applicazione pacificamente in tutti i casi di trasferimento


dell’azienda (vendita, affitto, locazione, successione in via ereditaria… insomma
quando si sostituisce un imprenditore con un altro nella conduzione dell’azienda).

Se c’è una successione nella quota societaria: nelle società.

C’è una norma che si percepisce poco a livello teorico ma moltissimo a livello
pratico: la rilevanza dell’elemento personale. Ci sono dei tipi di società dove i soci

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sono molto attivi operativamente all’interno dell’attività, a livello organizzativo. A
volte, spesso, nelle società ci sono, quindi, soci più importanti, o per soldi, quindi
quote (capitale di rischio, più si mette più si può perdere); questa differenza di
importanza si ha soprattutto nelle società di capitali, tra le quali ci sono le SRL.

Se questi dovessero cedere la loro quota, la partecipazione individuale si può


cedere, ci troviamo di fronte ad un’ipotesi di cessione di quota societaria, ma se la
guardiamo dal punto di vista del trasferimento d’azienda, con altra disciplina: si
possono vedere allo stesso modo? Il giudice ha stabilito che alcune norme sul
trasferimento d’azienda tra cui il 2557 c.c., sono suscettibili di applicazione
analogica a tutte quelle ipotesi nelle quali si realizza sostanzialmente, quindi dal
punto di vista degli effetti pratici, una situazione analoga al trasferimento
dell’azienda. E quindi nel tempo la giurisprudenza ha notato la possibilità di
individuare in operazioni che avvengono ambito societario, quindi teoricamente
destinate ad operare soltanto dalle regole del diritto societario, non dell’impresa in
generale, che sono queste:

- Cessione della partecipazione di controllo: ovvero la cessione di partecipazione


del socio che svolge una partecipazione essenziale all’interno dell’azienda

- Cassazione del ’97 e ’98, che avevano detto che questa norma si applicano solo
analogicamente alle società di persone e non si capitali, poi negli anni 2003 e
2004 ha detto che la disposizione si può applicare anche alle società di capitali.

- Operazione straordinaria: scissione

- Operazione societaria: recessione, è un diritto di un socio di uscire dalla società.


Quando si verificano situazioni giuste, la giusta causa di recesso, che cambiano
per il tipo di società (es. nella società di persone l’insanabile contrasto e dissidio
tra soci). In questo caso, una volta uscito fuori si può trovare in una situazione di
concorrenza

Queste norme vanno guardate non esclusivamente nel contesto, sebbene sia
sempre importante.

31
15/10/18

3. Art. 2558 c.c Successione dei contratti a prestazione corrispettive in corso


di esecuzione

- Comma 1: regola generale, in caso di trasferimento i contratti in corso di


esecuzione a prestazioni corrispettive, in linea di massima, passano
automaticamente al cessionario, cioè non sono necessari tutti quegli
adempimenti che invece servono nella successione ordinaria civilistica del
contratto.

- ‘non avere carattere personale’ -> sono quelli che, secondo un’espressione
utilizzata da alcuni manuali come il Galgano, sono contratti aziendali, cioè
insistono oggettivamente sull’organizzazione aziendale.

Bisogna spesso procedere quindi ad una valutazione di merito, di fatto, non il nome
del contratto che mi stabilisce la disciplina da applicare e non esistono dei contratti
che dire sé in quanto tali sono sicuramente di tipo personale o non personale. Molto
dipende da che tipo di contratto è concepito rispetto all’organizzazione aziendale.

Es. Consulente sindacale: di per sé la rappresentanza sindacale può essere


obbiettiva, cioè non vengono date particolari indicazioni al consulente sindacale,
quindi questo agisce semplicemente come tramite e quindi è una prestazione
obbiettiva. Può essere invece che la scelta di questo personaggio all’interno
dell’organizzazione aziendale rifletta una particolare inclinazione del datore di lavoro
e, quindi, può darsi che chi subentra nell’organizzazione (imprenditore subentrante)
non sia d’accordo con la scelta.

Es. lo psicologo di fabbrica, figura che in molte organizzazioni aziendali compare,


soprattutto in quelle più strutturate.

In certi contratti la valutazione del carattere personale va fatta con molta attenzione,
soprattutto in quelli legati a rapporti con istituzioni come banche o altri istituti di
finanziamento, perché qui i prestiti sono diretti all’impresa o all’azienda, che sono
sempre la stessa cosa.

Es. Contratti di assicurazione antincendio, la compagnia assicurativa viene


nell’azienda e controlla che siano organizzati i giusti mezzi in maniera rispettosa
della legge per la sicurezza sul luogo di lavoro. Il contratto sarà nei confronti
dell’azienda organizzata in un certo modo, non in quelli dell’imprenditore. Quindi è
una connotazione obbiettiva. Se invece mi assicura individualmente, es. sulla vita,
ha un forte carattere personale. Quindi al di là del nomen del contratto, bisogna poi
vedere in concreto il contenuto del contratto.

32
> Secondo comma:

• (Prima parte)

Il terzo contraente, quindi ceduto, può recedere dal contratto entro tre mesi dalla
notizia del trasferimento se sussiste una giusta causa, salvo in questo caso la
responsabilità dell’alienante.

Nonostante la regola del passaggio automatico, al terzo contraente è data la


possibilità di recedere per giusta causa

[giustificato motivo= particolare conformazione della giusta causa, vale solo per i
contratti di lavoro!]

Modalità di recesso indicati nel codice civile:

1. Recesso per giusta causa o giustificato motivo (causa ≠ motivo), non ci può
essere una deroga da parte dell’autonomia contrattuale

2. Recesso ad mutum, ovvero senza giustificato motivo o senza giusta causa,


ammesso in casi limitati, in caso di autonomia contrattuale

Il meccanismo che stabilisce il momento esatto dal quale decorrono i tre mesi: dal
momento dell’iscrizione al registro delle imprese.

> Una giusta causa di recesso può essere:

La giurisprudenza di è espressa in vari casi: rapporti negativi tra contraente e


ceduto e cessionario dell’azienda, rapporti di famiglia tali da non consentire la
permanenza del rapporto contrattuale…

Contratto che prevedeva a monte, cioè nella versione originari stipulata col cedente,
la clausola di possibilità di modifiche unilaterali, es. tempi di pagamento.

> Si deve dimostrare che il rischio obbiettivo di modifica unilaterale esiste ed è


soggetto alla probatio diabolica, in questo caso l’onere della prova sta a chi recede.

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• (Seconda parte)

“Salvo la responsabilità dell’alienante” (imprenditore) nei confronti del cessionario


=> se il contraente recede può recare un danno al cessionario.

Punti di vista di:

- nei confronti del cessionario: conviene che nessuno receda, conviene che i
contratti rimangano in vita, si può arrabbiare nei confronti del cedente.

- contraente ceduto: che si arrabbia col cedente per aver scelto un cessionario
sbagliato. L’imprenditore, cedendo costringe il contraente a recedere e diventa
responsabile nei suoi confronti.

Cedente ceduto e cessionario di accordano prima, dicono cosa passa e cosa no e


dicono quali sono i contratti in corso di esecuzione a prestazioni corrispettive, ma
se in questo elenco non ci sono indicazioni particolari che dicano se un determinato
contratto può passare o meno e questo fa parte della regola del primo comma “se
non è pattuito diversamente”, quindi il contratto passa. Il contraente indica la giusta
causa di recesso e indicano il cessionario come responsabile.

> MA salvo la responsabilità dell’alienante nei confronti di chi?

Conclusione incerta: la Cassazione ci dice che è una norma che si presta a


configurare una responsabilità dell’imprenditore cedente sia nei confronti del ceduto
sia del cessionario.

Infatti, per il cessionario, si compra l’azienda con un pacchetto di contratti, non si


può immaginare che ci fosse un motivo per il quale il terzo contraente ceduto
potesse successivamente esercitare un recesso; è una norma di difficile
applicazione.

> La giurisprudenza ha formulato delle ipotesi:

1. Prima tesi: la disposizione di riferisce solo al rapporto tra alienante ed acquirente


con obbligo di risarcimento dei detto subititi dal cessionario che non ha potuto
subentrare, perdita di valore dell’azienda acquisita. Nel momento che c’è
recesso, c’è perdita di valore nei confronti dell’azienda. Si da du-diligence e ci
sono anche i contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda.

2. Seconda tesi: Acquirente e terzo possono avere ragioni per lamentarsi con il
cedente. Il recesso lascia tutte le responsabilità nei confronti del cessionario e
dell’acquirente a seconda dei contorni che la fattispecie viene ad assumere.

34
> Ultimo comma:

Si occupa di dire che queste regole valgono anche, oltre nel caso di alienazione
(spoliazione del cedente della titolarità dell’azienda), in caso di usufrutto e affitto.

Nell’usufrutto come nell’affitto, c’è una scadenza. Quindi è importante che il periodo
ancora non definitivo sia regolato in maniera uniforme.

> Rassegna di contratti specificissimi che hanno una loro disciplina rispetto al
trasferimento d’azienda, ad esempio:

- Contratto di locazione: (di carattere personale) Esistono regole specifiche per la


locazione di azienda, si prevede che nel caso di trasferimento d’azienda, il
contratto di affitto, passa automaticamente il bene e prevede solo una
comunicazione formale al proprietario dell’avvenuta cessione. (Affitto beni
produttivi, locazione è la casa).

In questi casi di parla di limitazione di compressione del diritto di proprietà, cioè il


proprietario non si può opporre a meno che non vi siano gravi motivi. Poi, nel
contesto di questo contratto, c’è una regola importante che protegge il proprietario
(es. proprietario del bar): ad esempio c’è l’affittuario perfetto che paga tutti i canoni,
poi passa al cessionario il contratto di affitto del locale e il nuovo titolare
dell’azienda non paga l’affitto: quindi, per il mancato pagamento dei canoni, il
cedente rimane responsabile del nuovo quindi il proprietario può agire contro il
cedente => vige il principio di solidarietà.

Se si da lo sfratto, quindi si interrompe un contratto di affitto con un imprenditore


che ha una sede aziendale all’interno dell’immobile, anche per motivi gravi, il
proprietario originale deve dare un’indennità dove viene calcolato anche
l’avviamento.

- Contratto di consorzio: con disciplina speciale. Due o più imprenditori si


organizzano per svolgere uguali fasi delle proprie imprese e c’è una regola
specifica art.2610 c.c.: un meccanismo di subentro automatico. Come sappiamo,
ci vuole un nesso che colleghi tutte le imprese partecipanti al consorzio, sono
previsti infatti delle condizioni di accesso, i cosiddetti “requisiti di ammissione”:
nel caso di trasferimento d’azienda, il consorzio può riservarsi di verificare che tali
requisiti siano mantenuti. Quindi è previsto un meccanismo di esclusione per le
imprese che non rispettino queste condizioni consorziali. (=>infatti l’art.2558 c.c.
prevede che il terzo contraente possa receder entro tre mesi dall’avvenuta notizia
del trasferimento se sussiste una giusta causa, che qui è la variazione dei requisiti
consorziali).

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- Contratto di edizione: stipulato da un autore con una casa editrice, tramite questi,
l’interesse dell’autore è soggetto alla tutela dei diritti morali. Cioè pubblicare
un’opera di un ingegno, oltre agli aspetti economici, vengono tutelati dall’aspetto
dell’integrità e identità personale ecc… Quindi tutto passa a meno che, dice la
legge sul diritto d’autore, dal trasferimento d’azienda derivi un pregiudizio sulla
reputazione o sulla diffusione dell’opera.

- Contratti di assicurazione: non esistono regole speciali sulla disciplina della


cessione d’azienda che si occupi di questi, però va valutato il legame obbiettivo
tra rapporto assicurativo e azienda o imprenditore con tutte le declinazioni del
caso.

Oltre gli effetti dedotti in contratto, l’alienazione dell’azienda produce ex lege effetti
ulteriori - dispositivi od inderogabili - che riguardano il divieto di concorrenza
dell’alienante (art.2557), i contratti (art.2558), i crediti (art.2559) e i debiti aziendali
(art.2560)

4. Art. 2559 c.c Crediti aziendali

Ricordiamo: cessione del credito, si ha creditore e debitore, si tratta del cessionario


che subentra nella posizione creditoria del cedente (imprenditore cedente ha un
credito nei confronti dei qualcuno, quindi il cessionario si trova nella posizione di
creditore al posto del cedente)

Si deve regolare la sostituzione del creditore e il termine dell’adempimento. La


disciplina si regola nella sezione del registro delle imprese come meccanismo di
pubblicità che serve per fare punto fermo sulla conoscenza dell’avvenuta cessione.
Cosa che nella cessione ordinaria non c’è, infatti questa norma contiene riferimenti
alla disciplina del contratto.

La cessione dei crediti relativi all’azienda ceduta, anche in mancanza di notifica al


debitore o di sua accettazione (termini che ricorrono anche nella cessione ordinaria)
ha effetto nei confronti dei terzi con l’iscrizione del trasferimento d’azienda nel
registro, quindi decorre il momento e i termini per applicare questa disposizione.
Quindi l’accesso “è dato per conosciuta” al debitore e non c’è bisogno né di
notificargli l’accessione né di aspettare la sua accettazione della cessione.

Questa norma è così creata per favorire la velocità dei traffici commerciali con
margine di sacrificio delle posizioni individuali del debitore ceduto.

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- Tuttavia il debitore ceduto è liberato se paga in buona fede all’alienante: Vuol dire
che, se non è riuscito a prendere tempestivamente visione del registro dove è
annotata l’iscrizione, si tratta di un caso in cui è scusato il pagamento. Poi però
oggi il registro è informatizzato, cioè si possono vedere tutti gli iscritti delle
sezioni. Ci sono comunque circostanze che però rimane in vigore la disposizione.

Qui, vengono annotate dal codice civile le disposizioni di attuazione n.100-105,


ovvero un corpo di norme che sono importanti per il registro delle imprese, in
quanto, fino a quattro anni fa, rappresentavano il cuore del funzionamento. Prima
non c’era una tenuta informatizzata del registro, ma solo dei registri cartacei che
venivano tenuti presso i tribunali corrispondenti ad ogni sede delle Corti di appello e
quindi c’era un problema di conoscibilità delle iscrizioni. La regola c’era ma lo
strumento era difficilmente accessibile.

Quindi, se il debitore ceduto paga al cedente dell’azienda si pone il problema del


rapporto del cedente e cessionario, ma dal punto di vista dell’adempimento, deve
esserci la buona fede, ostacolo non piccolo perché, avvenuta l’iscrizione dell’atto, è
difficile dimostrarla.

5. Art. 2560 c.c. Debiti relativi all’azienda ceduta

Segue andamento diverso rispetto le altre disposizioni: l’alienante non è liberato dai
debiti anteriori al trasferimento se non risulta che i creditori abbiano acconsentito.

- non c’è liberazione automatica, ma c’è tutela più forte delle ragioni del credito.
Una volta pubblicato devi pagare.

- Anteriori al trasferimento: circoscrive l situazione debitoria, anzitutto sono debiti


di cui il cessionario era a conoscenza al momento dell’azienda (du-diligence
richiama la ricognizione della situazione debitoria) per questa ragione, nella
situazione debitoria, non possono essere da un alto inclusi i debiti che hanno un
titolo successivo al momento in cui si perfeziona il trasferimento e, dall’altro, non
possono essere pretesi dai creditori dell’azienda ceduta al di fuori del contesto
che deroghino questo regime speciale per crediti che non siano anteriori al
trasferimento.

- Quando si applica l’art.2560: la tempistica è che nel momento in cui si perfeziona


il contratto del trasferimento d’azienda, in quel momento si deve guardare se il
rapporto contrattuale è tale o se si è trasformato in rapporto debitorio. Il
momento in cui appare il debito, quando non ho eseguito la controprestazione
nelle condizioni previste dal contratto. Ad esempio, se ho della merce che devo
pagare entro 60gg e faccio un contratto di trasferimento al 61°gg, io trasferisco
un debito, quindi bisogna stabilire gli adempimenti alla data dello stesso
trasferimento dell’azienda, se si era al 59° non era un trasferimento di un debito,
bensì del contratto. Quindi al 59° gg è un semplice trasferimento d’azienda,

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quindi non ci vuole il consenso dei creditori in quanto non si applica l’art.2560 (i
contratti vigenti sono tutti iscritti nel registro), al 61°gg, invece, ci vuole il
consenso, non opera automaticamente la sostituzione del debitore. Il creditore
deve accettare il nuovo debitore.

- Secondo comma, meccanismo di solidarietà, rimangono uniti nella responsabilità


dell’adempimento alienante, cedente e cessionario: nel trasferimento d’azienda
commerciale risponde dei debiti suddetti anche l’acquirente dell’azienda, se
questi risultano del libri contabili obbligatori. Va integrato col primo comma,
perché il primo vale per tutti gli imprenditori, anche quelli agricoli.

- Ogni impresa, soprattutto le commerciali devono avere dei libri contabili. Non
tutte le attività economiche hanno questo obbligo di avere gli stessi identici, ma
c’è una base minima che impone a qualsiasi imprenditori di tenere un’ordinata
contabilità, principio trasversale per tutti gli imprenditori. Serve a molte cose, ma
sostanzialmente è il cuore dei meccanismi informativi nei confronti dei terzi. Serve
all’imprenditore per tenere aggiornato lo stato di salute della propria impresa ma
è anche un modo per consentire ai terzi di verificare la veridicità della situazione
economica dell’impresa. Sono due: Libro giornale e Libro degli inventari,
documenti in cui l’imprenditore deve scrivere molte cose tra cui le relazioni
relative ai rapporti di debito e di credito. Chi compra l’azienda non può sostenere
di non conoscere la situazione economica.

- Quindi, anche se non espressamente esplicati i debiti nell’atto di trasferimento


d’azienda, ma presenti nei libri contabili, è prevista comunque la solidarietà.

6-7. Artt. 2561 e 2562 c.c. Usufrutto e affitto d’azienda

Se si riceve in affitto o si ha un usufrutto su un’azienda proprietà di un altro


soggetto, si ha un dovere di mantenere il fine produttivo dell’azienda. Si evitano gli
“snaturamenti” del fine commerciale, conservare efficienza organizzativa degli
impianti, altrimenti può essere risolto il contratto.

All’inizio si fa un inventario sul complesso dei beni organizzati, il quale, alla fine,
deve corrispondere con la regola della conservazione efficiente buona diligente,
tenuto conto del normale deterioramento o obsolescenza dei beni.

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> Segni distintivi:

Uno dei segni distintivi dell’imprenditore è la ditta, il nome commerciale


dell’imprenditore. Davanti ad un imprenditore societario la chiamiamo ragione
sociale. È il nome col quale l’imprenditore intrattiene rapporti con altri imprenditori
(colleghi, fornitori, enti, il mondo professionale). E’ il segno che identifica
l’imprenditore del suo contesto imprenditoriale.

> Tra le norme del Codice civile vi sono due capi che si occupano di segni distintivi:

Appartiene questo argomento ad un settore nato in grembo al diritto dell’impresa


ma si tratta di un settore che ha avuto un’espansione notevolissima ed ha ottenuto
un’autonomia disciplinate più ampia rispetto ad altri settori dell’impresa, tant’è vero
che esistono delle materie disciplinanti il diritto della proprietà industriale ed
intellettuale, ovvero che abbracciano una serie di fenomeni che hanno come anello
di congiunzione con l’impresa e l’azienda la circostanza di essere discipline che
attribuiscono e regolano i diritti su elementi che fanno parte dei processi di
differenziazione o di innovazione delle imprese.

Un’impresa ha innanzitutto il bisogno di distinguersi dalle altre sul mercato: questo


processo di distinzione, che potremmo declinare in processo di identificazione,
passa attraverso l’uso di segni distintivi, appunto, che consentono ai terzi (di vario
tipo) di identificare l’imprenditore, azienda, l’attività, i suoi beni… in relazione alle
varie fasi sull’attività di mercato. Un’altro aspetto che corre in parallelo nelle attività
dell’imprenditore (o almeno di certi tipi di imprenditore), che sono i processi di
innovazione. L’innovazione è una delle chiavi di volta strategiche dell’attività di
impresa, si configura in maniera diversa a seconda del settore. Quando pensiamo a
questa, tendenzialmente pensiamo subito a quella tecnologica, poiché molte
imprese che affrontano la produzione o l’erogazione di servizi che implicano l’uso di
tecnologie, hanno maggiori possibilità di stare sul mercato e, quindi, di sopportare
la concorrenza di fare cose simili, quanto più investono in ricerca tecnologica. La
ricerca dei processi di innovazione è molto costosa ed è la ragione per la quale il
nostro legislatore prende ben in considerazione questi sforzi quando sfociano nei
ritrovati innovativi perché si da conto del fatto che chi ha innovato ha spero delle
energie economiche per arrivarvi. Riconosce quindi una certa protezione al risultato
innovativo.

39
> Quando parliamo di innovazione si devono distinguere due macro-aree:

1. Innovazione a contenuto tecnologico, sulla quale esiste un diritto conosciuto


come brevetto (classico strumento giuridico della protezione sull’innovazione a
contenuto tecnologico di vario tipo).

2. Innovazione che implica l’apporto creativo, è il caso dei beni, entità, che cadono
in un’altra sfera di protezione: diritto d’autore.

[In Italia si distingue, per tradizione, tra proprietà industriale e proprietà intellettuale:
distinzione non presente in tanti altri ordinamenti di matrice soprattutto americana,
dove si parla più genericamente di proprietà intellettuale (intellectual propriety
rights, IP) anche noi stiamo abbandonato nel linguaggio comune l’uso
dell’espressione ‘proprietà industriale’ per utilizzare IP. Ancora però si trovano dei
riferimenti, questo perché l’idea di fondo per la tutela di certi processi di
innovazione o differenziazione, quando riguarda il processo di produzione
industriale, ha caratteristiche di verse dal processo di innovazione che sfocia nella
creazione di un opera creativa che non è di per sé concepita per avere
un’applicazione nel settore industriale, ma viene guardata dall’ordinamento sono nel
suo contenuto creativo, cioè a prescindere, poi, dall’eventuale applicazione o
collegamento con l’attività di impresa commerciale industriale (scrittore che scrive
romanzo può guadagnare molti soldi dalla sua pubblicazione, ma attraverso un
meccanismo di remunerazione, che è quello del diritto d’autore, del riconoscimento
percentuale sulle vendite che non centra con l’attività dell’imprenditore
commerciale. È un diritto che nasce in capo all’autore alla luce della creazione,
viene riconosciuto a prescindere dal fatto che poi questo diritto sarà utilizzato da un
impresa all’interno di un qualunque processo di produzione industriale
commerciale). Invece i brevetti sono dei diritti che nascono su delle creazioni
innovative che intrinsecamente hanno una valenza applicativa nel processo
industriale. Quindi il diritto industriale per noi italiani resta un diritto che si occupa di
segni distintivi dell’imprenditore, a monte c’è un’individuazione del soggetto o
quantomeno il diritto è riconosciuto in ragione della sua utilizzazione all’interno di un
processo di impresa. E dall’altra parte teniamo il diritto di autore, quello che per noi
è proprietà intellettuale.]

> Il codice civile fa seguire alla disciplina dell’azienda i diritti sui segni distintivi ed
individua tre categorie:

1. Ditta (artt. 2563 e seguenti)

2. Insegna (art.2568)

3. Marchio (Capo III)

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A seguire: Diritti sulle opere dell’ingegno e sulle invenzioni industriali, prima il diritto
d’autore poi diritti basati su un sistema di protezione brevettuale o semi-brevettuale.

Nate col codice civile hanno sempre avuto un’alter ego, un altro luogo in cui questi
diritti sono stati presi e disciplinati: nelle leggi speciali (sui brevetti, marchi, diritto
d’autore…) che sono precedenti al codice civile ad esempio la prima legge sui
brevetti risale al 1929, la legge dei marchi italiani 1941, finché queste materie
(esclusi i diritti d’autore) dei segni distintivi e processi di innovazione, la cui tutela è
basata sul brevetto, sono diventate il centro di attenzione più privilegiato da
legislazioni europee (comunità europea poi unione europea) che hanno imposto agli
stati membri di armonizzare queste discipline (già da anni si è avviato questo
processo di armonizzazione e uniformazione su queste leggi) fino ad arrivare in
Italia, anno 2005 in cui, a forza di assommare correzioni, integrazioni, innovazioni da
associare a queste leggi, si è sentito il bisogno di procedere ad una riorganizzazione
complessiva di questa materia e così è stato creato il Codice della Proprietà
Industriale. Dentro al quale, si trova la disciplina dei segni distintivi e la disciplina dei
diritti sulle innovazioni, non sul diritto d’autore. Quindi si trovano marchi, brevetti o
simil-brevetti, chiamati così perché il modello della protezione brevettuale è poi
declinata in maniera diversa in relazione ad alcune tipologie di innovazione come i
disegna modelli (topografie dei prodotti, semiconduttori, le nuove varietà vegetali…).

Dopo l’entrata in vigore del Codice della Proprietà Industriale (CPI) nel 2005, questi
articoli del Codice civile che si occupano degli stessi argomenti, non sono più tanto
importante: cioè danno delle regole, creano uno schema molto approssimativo, ma
poi in concreto non ci dicono cosa sono marchi, brevetti, come sono tutelati…

A questo risponde il CPI in maniera molto analitica e specifica.

Sebbene il codice inizi dalla ditta e insegna, lo strumento di differenziazione con


maggiore valore economico per l’imprenditore è il marchio.

> Che cosa sono:

1. Ditta = nome commerciale dell’imprenditore, non c’è una definizione positiva


esatta, ma è lo strumento, segno di identificazione che l’imprenditore usa nei
rapporti con i suoi pari. È il segno che troviamo nella sua corrispondenza. In un
ordine di fornitura di merce, questo parte con il nome commerciale, con
l’indicazione della ditta. => Identifica l’imprenditore.

2. Insegna = è il segno distintivo dei locali in cui ha sede o si svolge l’attività di


impresa commerciale. Quella che si trova negli esercizi di rivendita al dettaglio
sopra al negozio. => Identifica l’azienda, locali commerciali

3. Marchio = è il segno distintivo del prodotto. => Identica il prodotto.

41
> problemi che accomunano tutti i segni distintivi:

A. Quello di consentire ai segni distintivi la loro funzione: quando pensiamo al


concetto di funzione di un segno distintivo, possiamo essere indotti a pensare a
funzioni che non sono necessariamente tecnico-giuridiche. In sostanza davanti
a questi noi pensiamo: ditta = soggetto a cui è imputabile l’attività d’impresa è
quello che corrisponde alla denominazione che trovo, mentre davanti ad un
marchio, questo mi da molte più informazioni e il soggetto che le riceve è il
consumatore è indotto a collegare alla visione di un certo segno distintivo una
marea di informazioni. Dal punto di vista degli imprenditori, questo meccanismo
di associazione tra il segno distintivo e l’informazione che veicola al destinatario,
può essere strategica, spesso ha un valore molto grande. Qual è quindi la
funzione giuridicamente protetta? Il diritto che il legislatore mi riconosce su un
segno distintivo, che cosa protegge di preciso? L’ordinamento fa delle scelte ed
individua, in relazione a ciascun segno distintivo, quella che secondo lui è la
funzione maggiormente meritevole di tutela. Questa funzione va declinata in
base al soggetto a cui è rivolta l’informazione, il segno. E il padre dei problemi
di tutti i segni distintivi è che

B. Quando ci sono più imprenditori che utilizzano un segno distintivo confondibile


con altri. Bisogna stabilire il livello di diligenza che mi può essere chiesto per
accertare che il messaggio che si capta dalla visione del segno distintivo sia
corretto. Questo punto distingue la disciplina e la protezione che l’ordinamento
riconosce ad un segno distintivo come la ditta, rispetto a quello che riconosce al
marchio. Perché mentre la ditta è un segno distintivo che l’imprenditore usa nei
confronti dei suoi colleghi, quindi una categoria più stretta e tendenzialmente più
accorta alla quale quindi si può chiedere un livello di attenzione più elevato, il
marchio è un segno distintivo che si rivolge al pubblico dei consumatori. Per
questa ragione, il cuore della disciplina dei segni distintivi sta in questo: nella
diversa intensità della tutela che viene riconosciuta ai diversi segni distintivi
tenuto conto del destinatario finale del segno distintivo.

> Se si guarda l’insieme delle norme sulla ditta, ci sono cose che non si ritrovano
nel settore dei diritti dei marchi.

42
> Art. 2563 c.c. Ditta:

Uno dei segni distintivi dell’imprenditore è la ditta, il nome commerciale


dell’imprenditore. Davanti ad un imprenditore societario la chiamiamo ragione
sociale. È il nome col quale l’imprenditore intrattiene rapporti con altri imprenditori
(colleghi, fornitori, enti, il mondo professionale). E’ il segno che identifica
l’imprenditore del suo contesto imprenditoriale.

- Il codice civile, comunque importante per quanto riguarda la ditta, ci dice che
questa può essere formata in qualsiasi modo, non ci sono limitazioni riguardo alla
formazione. E che può essere di fantasia (inventata), ditta patronimica (contiene
nome dell’imprenditore) o mista (contiene elementi di fantasia e il nome o
riferimenti di qualche tipo all’individuazione dell’imprenditore). deve contenere
almeno il nome o la sigla dell’imprenditore.

- Per essere più precisi, il secondo comma ci dice che la ditta, comunque sia
formata, deve comunque contenere al meno il nome o la sigla dell’imprenditore,
un qualunque riferimento che mi consenta di individuarlo.

> Se ci basassimo solo su questa norma ci potrebbero essere casi di omonimia. La


soluzione però c’è: il ‘post-adottante’ ha l’obbligo di inserire nella ditta delle
modifiche che siano sufficienti a scongiurare il rischio di confusione, bastano,
quindi, indicazioni idonee a differenziarla. È un obbligo molto piccolo, ma basta una
differenziazione anche marginale per evitare un’evidente confusione.

La ditta è un segno rivolto ai colleghi, quindi si presuppone che gli imprenditori, nei
rapporti stiano bene attenti, non solo leggono la ditta, ma controllano che tutti gli
elementi del loro interlocutore siano univoci: si guarda la ditta, la sede… proprio
perché è un segno limitato ad un uso in un contesto molto professionale, il nostro
legislatore di accontenta di un livello di differenziazione piuttosto basso.

Siccome i segni distintivi sono elementi complessi (disposizioni grafiche, colori,


nominativi…), è possibile che le varianti spazino dall’introduzione di locuzioni,
punteggiatura… tante possibilità quante sono quelle a disposizione del patrimonio
semantico ma tutte valutate su un gradino di esigenza minimo.

43
18/10/18

Quando parliamo di segni distintivi, si tratta del diritto industriale, perché questi
diritti sui segni distintivi sono tradizionalmente parte del mondo dei diritti della
proprietà industriale.

Copyright include diritto d’autore nel mondo americano, mentre per noi quest’ultimo
è completamente escluso. Ci occupiamo dei processi di innovazione tecnologica.

Dentro alla disciplina del brevetto ci sono due disposizioni, che interessano molto il
mondo del lavoro, perché si pongono delle regole abbastanza importanti e di
frequente applicazione che disciplinano le invenzioni concepite in ambito di lavoro.

La materia dei segni distintivi, come abbiamo detto, locata nel codice civile subito
dopo il Capo I sull’azienda, nel 99% nei casi è opinione condivisa che sia un
argomento che si colloca nel quadro delle regole di concorrenza, cioè è
nell’ambiente della concorrenza che la disciplina dei segni distintivi trova una vera
azione d’esistere. Un riferimento normativo che ci indica un una forte unione di
queste due è l’antica Convenzione dell’Unione Parigi del 1871. Fu il primo
intervento internazionale che si è rivolto agli stati aderenti per dire che, affinché i
rapporti di concorrenza tra imprenditori, la gara concorrenziale, possa svolgersi in
maniera serena ed efficiente al tempo stesso bisogna stabilire un buon
comportamento da seguire ed una chiara definizione dei diritti sui segni distintivi.

La funzione è quella di consentire a chi è a contatto con i segni distintivi, di


distinguere i diversi prodotti e le diverse imprese di appartenenza.

Questa possibilità data all’utente destinatario è funzionale per l’imprenditore al fine


di delimitare la propria area e relazione con i colleghi, consumatori, ecc…

Per questa ragione le regole dei segni distintivi sono tali da riconoscere in modo
esclusivo il meccanismo della concorrenza; c’è quindi un meccanismo strumentale
che sta dentro la sfera dei diritti di questi.

Ditta e insegna sono i segni meno regolamentati. Quando la ditta assume forme
societarie si parla di ragione sociale.

Nel codice civile ci sono due norme che indicano la libertà di forma per la ditta, che
deve contenere un riferimento alla persona imprenditore (patronimico o con la sigla)
ed essendo un segno che si rivolge ad un pubblico più specializzato, quello degli
altri imprenditori, ai quali il legislatore ritiene di poter richiedere una soglia di
attenzione piuttosto qualificata, quindi nel caso ci siano due ditte simili che possano
indurre in confusione ci vi entra in contatto, impone un intervento di modifica
piuttosto piccolo, lo stessa questione vale per l’insegna (art.2568 c.c.). Vedremo che
questo nel mondo dei marchi non bastano per i consumatori.

44
> Questi segni distintivi, non conoscono un meccanismo di registrazione autonomo
rispetto all’impresa di cui fanno parte. Quando parleremo dei marchi, scopriremo
che esiste un Registro dei marchi, appunto, tenuto da un apposito ufficio che si
chiama Ufficio italiano brevetti e marchi, esistente in ugual misura a livello europeo.
Ditta ed ingegna non sono segni distintivi sui quali il diritto, riconosciuto dalla legge,
si acquisti col meccanismo della registrazione.

Art. 2566 c.c. Registrazione della ditta:

Qui il codice civile ci dice che, per le imprese commerciali, c’è l’ufficio del registro
delle imprese, ma è un mero riferimento al Registro delle Imprese, che vale solo per
gli imprenditori (art.2195), e richiama la necessità che giunge nel momento in cui ci
si iscrive quando si da un nome all’impresa commerciale, la quale deve rispettare il
secondo comma dell’art.2563 (patronimico o sigla del titolare), altrimenti può essere
rifiutata l’iscrizione della ditta dall’ufficio stesso.

Un mondo di diritto amministrativo molto contenuto: ci si iscrive come imprenditore,


con il nome dell’impresa accompagnato dal patronimico o sigla, questo perché,
tipicamente, la ditta è propria dell’imprenditore individuale. Quando si parla invece
di imprenditore societario, si parla di ragione sociale, non di ditta.

> Da non confondere:

Ditta = segno distintivo

Azienda = complesso dei beni organizzati

Impresa = attività economica

Spesso vengono utilizzati in maniera approssimativa quindi con diverso valore e


significato.

> I diari sui segni distintivi, come il brevetto, sono riconosciuti tramite numero
chiuso, quindi sono solo quelli menzionati come tali dalla legge. L’autonomia privata
non può creare dei diritti esclusivi ulteriori o diversi rispetto a quelli previsti dalla
legge.

45
> I nomi di dominio:

Per molto tempo sono rimasti solo ditta, insegna e marchio, ancor prima del codice
civile, dalla Convenzione dell’unione di Parigi. Già prima c’erano delle legislazioni
speciali nazionali che si occupavano di questi sogni, ma che sono poi ste abrogate.

Si tratta però di un settore industriale, anche quello dei segni distintivi che, ad un
certo punto, si è trovato di fronte a delle situazioni nuove nemmeno ipotizzabili al
tempo passato:

Una delle nuove situazioni difronte alla quale si è trovata la materia dei segni è stata
quella dei nomi di dominio, ovvero indirizzi internet, il cui problema è quello di
tradurre chiaramente tramite indizi alfanumerici una stringa i indizi diversi: si tratta di
capire quando nomi di dominio utilizzati per contraddistinguere i siti, nelle quali
avvengono le transazioni commerciali. Sito in cui io entro per vedere un prodotto in
maniera non dissimile dal modo in cui io entro in un negozio per acquistare un
prodotto.

All’inizio di questa nuova era digitale, si è posto il problema del meccanismo di


rilascio dei nomi di dominio, risolto dal principio di specialità (first-come-first-
served): il primo che arriva a richiedere la registrazione viene rilasciato il nome di
domino, non conforme a quello dei segni distintivi, poiché se si introduce, nel nome
di dominio, la parte subito dopo il “www”, qualunque parola. Ma cosa succede se
quel nome già utilizzato identifica una ditta/ marchio (nome del prodotto) di un
imprenditore? Negli anni ’80, mancando completamente di una regolamentazione,
quindi in mancanza di freni di rilascio di questi segni di dominio, è avvenuto un
fenomeno di accaparramento dei segni distintivi, cioè di persone (furbe) hanno
chiesto la registrazione di tanti nomi di dominio che includevano segni distintivi per
poi andare a contrattare con i legittimi titolari di questi, nei quali configurava quella
parola a caro prezzo. Tante iniziative, anche legislative, modificando le procedure di
registrazione ed imponendo con pochissima voglia alle autorità di registrazione
alcune procedure di verifica, ma il risultato lo percepiamo in maniera più concreta,
quando dopo il 2005, anno dell’entrata in vigore del Codice della proprietà
industriale, testo unico di legge che raggruppa tutte le leggi in materia dei segni
distintivi, compare una norma (art. 22) che impone che i nomi di dominio debbano
rispettare, al momento della registrazione, altri marchi, cioè evitare che questa
parola possa determinare un rischio di confusione nei confronti di altri nomi di
dominio legittimamente detenuti da altri.

Questa è una norma (art.22) che enuncia il principio di unitarietà dei segni distintivi,
in forza del quale, in generale, non è ammesso nel nostro ordinamento l’uso
successivo (ad un altro uso già iniziato e quindi già avente radicato un’esistenza sul
mercato) di qualsiasi segno usato in forma distintiva (che si marchio, ditta, insegna

46
o nome di dominio) deve rispettare il principio della non confusione. Per assicurare
che questi segni svolgano la loro tipica funzione di distinguere, non ci può essere
per il riconoscimento di un diritto indicato per ottenere protezione di un segno che
crea confusione sul mercato. Oggi è un principio trasversale.

I nomi di dominio vengono esplicitamente nominati all’interno di questa norma, il


che significa che non esiste una regolamentazione positiva dei nomi di dominio, la
quale resta comunque materia affidata alle autorità di registrazione tecnica, ma
esiste la menzione dei nomi di dominio come possibile segno distintivo dell’impresa
e gli viene assicurato una tutela paragonabile a quella riconosciuta ad altri segni,
cioè la tutela del rischio della confusione.

Quindi: la confusione rappresenta l’elemento centrale di ogni valutazione in ordine


alla tutela dei sogni distintivi.

> Marchio:

Il marchio è quello che per le imprese può includere il maggior valore, viene
tipicamente considerato come uno dei beni, fuorché immateriali, che fanno parte
dell’azienda.

È quello che mi fa vendere il prodotto ed è quello su cui si può puntare dal punto di
vista della comunicazione commerciale per incentivare il consumatore a compiere
degli atti.

> Storia:

Questo meccanismo attraverso il quale il marchio veicola informazioni e


suggestioni, come strumento incentivante e persuasivo dell’acquisto, è un
fenomeno relativamente recente.

Si parla di diritto industriale con l’arrivo delle industrie o, meglio, con la rivoluzione
industriale. Da questo momento il marchio, nella legge veniva preso in
considerazione partendo da un assunto: c’è un imprenditore X che produce il
prodotto Y all’interno della sua azienda, che contraddistinguerà con il marchio Z. È
un discorso che crea una sorta di continuità tra X, Y, Z: come dire che il marchio
contraddistingue il prodotto in quanto proveniente da un’azienda che appartiene ad
un determinato imprenditore. Quindi X, attraverso Y, sa che caratteristiche hanno i
beni che usciranno sul mercato, contrassegnati dal suo marchio.

Oggi si parla di: decentramento produttivo, globalizzazione, merchandising


(= sfruttamento per la riproduzione di prodotti di consumo che non appartengono
ad una medesima categoria merceologica, ma contraddistinti dallo stesso marchio)

Prodotto che reca tutto un insieme di segni distintivi.

47
Ci troviamo davanti al fenomeno opposto dal quale è partito il legislatore, aveva in
mente quella connessione X, Y, Z. E invece ci troviamo di fronte ad un marchio che
non si sa di chi sia, utilizzato da molte persone, per fare più prodotti in aziende
collocabili globalmente in qualsiasi area del mondo, rispetto alle quali
probabilmente gli imprenditori titolari dei diritti di questo marchio non le ha mai viste
queste aziende, non ha conoscenze… (cantante sa cantare, non sa come si fanno le
magliette…).

Ad un certo punto, questo processo di produzione subisce una grande rivoluzione


negli anni ’80, quando si iniziò a considerare il fenomeno di connessione di prima
era sempre meno presente.

A metà degli anni ’80, quindi, si osservò un’interruzione del nesso tra titolarità ed
uso del marchio attraverso l’azienda, cioè per la produzione di beni uscenti da
questa sulla quale l’imprenditore titolare ha il controllo. Il sistema del diritto di
marchio, dunque, valido fino al 1982, si disintegra, ne prese atto in maniera molto
efficace la Comunità europea (per quello che riguarda il nostro ordinamento) e, alla
fine degli anni ’80, emanò una direttiva, di non immediata applicazione, ma con i
propri stati di attuazione che portò ad una modifica della vecchia legge marchi con
una modifica che troviamo trasposta nel Codice della proprietà industriale.

> Disciplina:

Per la tutela nazionale:

- Codice civile artt.2569-2574;

- Legge marchi ’42, dopo il concepimento della direttiva della Ce nell’89 fu


armonizzata la disciplina;

- Codice della proprietà industriale d.lgs 10/2/2005 n.30;

- (varie modifiche: ’92, ’96, ’99)

Per la tutela internazionale:

- Regolamento Ce n.40/1993 sostituito col n.207/2009, il quale stabilisce gli effetti


del marchio in tutta l’Unione;

- Convenzione d’Unione di Parigi 1883 sulla protezione delle proprietà industriale;

- Accordo di Madrid 1891 sulla registrazione dei marchi ancora in vigore.

Nelle poche regole del diritto di marchio, si può vedere che c’è un diritto di marchio
di impresa abbastanza particolare che non assomiglia a nessun altro diritto, men
che meno esclusivo, perché, ricordiamo, questi diritti dei segni distintivi sono diritti
esclusivi, ma fino ad un certo punto…

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> Funzione:

Qualsiasi manuale pone come prima questione: domandarsi qual è la funzione


giuridicamente protetta del marchio.

Quando si dice che il marchio veicola delle suggestioni che spingono il


consumatore a comprare determinati prodotti, bisogna chiedersi: quali aspetti la
legge protegge di tutte queste funzioni?

Si è soliti distinguere due blocchi:

• Le funzioni giuridicamente protette (storica): è la funzione tipica; collegare il


prodotto o un servizio ad un nucleo produttivo tendenzialmente costante (tend.
Perché in linea di massima c’è una corrispondenza tra azienda, ambito di
produzione, controllo produzione, prodotto, marchio, ma non è affatto detto che
questa alinea debba esserci sempre). Banzetti, teorizzatore, nel 1956, della
funzione giuridicamente protetta del marchio che definiva come funzione di
indicazione di origine, intesa come origine produttiva aziendale di un certo
prodotto.

Questa funzione è stata, col tempo, ampliata: infatti si tratta oggi di collegare ad un
nucleo produttivo, tipica, anche se in frisi già da molto tempo.

• Le funzioni economiche: che non trovavano fino agli anni ’80 un riconoscimento
nella legge e che oggi dopo 1989 (1982 con la direttiva di recepimento in Italia)
sono state prese in considerazione. Ce ne sono tante, ma principalmente è la
funzione con la quale

Consumatore acquista un prodotto contrassegnato da un marchio, mangio il


biscotto, mi piace, la volta dopo torno per comprare Quel biscotto, perché ho fatto
una scelta d’acquisto originaria, il marchio mi serve per ripetere quella scelta
d’acquisto e , quando ripeto la scelta, io consumatore mi aspetto di ritrovare
tendenzialmente una costanza qualitativa.

Se io penso che un marchio mi indichi un prodotto proveniente da una fonte


aziendale, posso ipotizzare che il secondo atto di acquisto corrisponda, dal punto di
vista qualitativo, al primo. Ancor più questa funzione economica sia l’imprenditore
che progetta l’azienda per produrre un determinato bene dotato di queste
caratteristiche. È ovvio che questa funzione economica vada completamente il tilt
quando si spessa il nesso produzione-azienda.

Questa funzione economica non è mai stata presa in considerazione direttamente


dalla legge: non c’è mai stata nelle leggi marchi che hanno preceduto il testo attuale
del codice della proprietà industriale una regola che facesse capire che
l’imprenditore titolare di un marchio fosse protetto rispetto a questo tipo di funzione.
Ma c’è sempre stata una norma, dopo che è stato pezzato questo nesso con

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l’azienda, che dice che dall’uso del marchio, in nessun caso, deve derivare inganno
per il consumatore, sulle qualità o provenienza geografica del prodotto o del
servizio.

Quindi il legislatore non protegge l’interesse del titolare su questa funzione, ma


indica all’imprenditore di utilizzare il segno distintivo in maniera volontariamente
preordinata a trarre in inganno il consumatore sulle caratteristiche fondamentali del
prodotto, cioè quelle che determinano la scelta dell’acquisto.

Es. Se si scrive su un prodotto “contiene cotone” e poi non ce c’è nemmeno una
quantità irrisoria, allora il legislatore, dice che non gli interessa come o dove lo hai
prodotto, ma non puoi dire di aver utilizzato il cotone se poi non c’è al suo interno.

Caso pratico: uscì un importante marchio che produceva carta igienica che fu
posizionata sul mercato con il proprio marchio “Cotonelle”. Il concorrente
produttore di questo prodotto marchiato “Cotonelle” andò dal giudice e disse che il
primo aveva messo in commercio un prodotto che non conteneva alcuna traccia di
cotone (dichiarato decettivo= induce in errore quanto alle caratteristiche qualitative
del prodotto sul quale è posto il marchio).

=> Quindi la sua principale funzione è quella di differenziare i propri prodotti da altri.
Il consumatore, trovandosi davanti a questo segno distintivo, è più facilitato sul
riconoscer i prodotti provenienti da determinate fonti. È, dunque, il principale
simbolo di collegamento tra produttore-consumatore. Infatti molti marchi finiscono
per assumere un’autonoma forza attrattiva dei consumatori, basti guardare quelli
più famosi.

> In questo complesso ragionamento sulle funzioni del marchio, si deve aggiungere
il fenomeno della celebrità:

Questo ragionamento coinvolse tutta Europa, ma che nacque su un impulso


italiano, per una ragione legata al tipo di produzione che caratterizzava l’Italia in
quel momento o, che sperava di realizzare in prospettiva.

Italia è come la Francia: nel dopoguerra fino agli anni ’80, un settore dell’impresa
molto attivo era quello della moda. Ci sono marchi storici francesi ma che italiani.

Questi furono identificati con una locuzione intentata in quegli anni: I creatori del
gusto e della moda, perché questi creatori cominciarono a capire che quei marchi
veicolavano un’immagine, non un prodotto. Ed originariamente queste si formano in
relazione ad un certo ambito produttivo, dando un contributo personale al settore e
capiscono che piacciono al pubblico non solo nazionale ma anche internazionale.
Sicuramente, un pò a prescindere dalla qualità del tipo di prodotto, ma anche per la
celebrità acquistata sul mercato (una certa notorietà).

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La celebrità, in alcuni settori, favorisce il fenomeno dell’utilizzazione del segno
distintivo per prodotti che appartengono a settori merceologici diversi.

es. Ferrari lo troviamo fare macchine manche altri prodotti, come gli orologi

Pirelli copertoni delle gomme ma anche scarpe ed altre cose.

Il fenomeno si ingrandisce e tantissimi titolari di marchi che avevano acquisito un


alto livello di celebrità, magari originariamente in un settore poi allegando il proprio
marchio a prodotti che non appartenevano allo stesso settore merceologico
(macchia≠orologi, gomme≠scarpe…). Quindi questi titolari di importanti marchi,
resisi conto di avere in mano una valore enorme, hanno cominciato a dire che la
funzione suggestiva/pubblicitaria/capace di convincere il consumare a compiere
scelte d’acquisto che non centrano nulla col settore d’acquisto in cui si sono
affermati, tu legislatore in qualche modo me la devi proteggere.

=> Nel 1992-1994, si vede che nel sistema di marchi ci sono sostanzialmente due
categorie di marchi:

- Normali (non notori): che non godono di notorietà -> Hanno una tutela limitata al
principio di specialità e alla funzione distintiva.

- Notori (celebri): ovvero quelli che godono di particolare notorietà-> Hanno un


tutela allargata che comprende anche la tutela della funzione pubblicitaria
suggestiva.

• Quando si ha in mano un prodotto normale:

Si parla di tutela tramite il principio di specialità = il marchio normale, non notorio, è


protetto con l’uso di un marchio uguale, o simile, capace di creare confusione ed
usarlo in relazione agli stessi prodotti, o servizi, affini per il quale è utilizzato il primo
marchio.

- Specialità-> produttore di penne e le chiamo ‘Itext’, la legge mi dice che in linea di


principio, il titolar può impedire a chiunque di usare il mio marchio o uno simile o
confondibile per le penne. Registro il marchio ed ottengo la protezione per il
marchio X per pennarelli, sono protetto con gli usi di uguali o simili marchi che
creino confusione sul mercato dei pennarelli.

Si tratta quindi di una protezione speciale rispetto al settore speciale per il quale la
protezione del marchio è data, cioè per il marchio per il quale l’imprenditore ha
chiesto di ottenere la protezione col meccanismo della registrazione.

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- Affinità -> Oltre a questo diritto di specialità (di impedire a chiunque di fare
pennarelli con marchio Itext o simile), si può impedire anche di utilizzare lo stesso
marchio per produrre prodotti affini (prodotto che sta nella stessa categoria
merceologica e che soddisfa gli stessi bisogni, quindi matite, gessi…).

Quindi si dice che la protezione si allarga contro il rischio che terzi successivamente
utilizzino lo stesso marchio per prodotti che sostanzialmente appartengono alla
stessa categoria merceologica.

• Quando si ha in mano un marchio celebre:

Il legislatore dice che si è protetti contro l’uso entro il principio di specialità (stesso
marchio per lo stesso prodotto, compresi prodotti affini, che soddisfano gli stessi
bisogni) e poi introduce due criteri che sballano completamente il sistema:

Si può chiedere protezione contro l’uso di terzi che:

A. Trae indebitamente vantaggio: non più un meccanismo confusorio, ma è un


meccanismo di indebito vantaggio concorrenziale che un marchio mi da.

B. Arreca pregiudizio al marchio di impresa

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19/10/18

Abbiamo visto i tratti caratteristici della tutela dei segni distintivi: tutela della
confondibilità che serve a valutare la possibilità e capacità di un segno di
distinguersi in maniera tendenzialmente univoca un determinato prodotto o servizio
ricollegandolo ad una certa provenienza.

Parlando dell’interruzione storica del nesso produzione-azienda (non proveniente da


una determinata azienda per forza), si fa riferimento ad un dato normativo che ha
scosso profondamente l’impalcatura del sistema precedente all’armonizzazione
della legge marchi in seguito al concepimento della direttiva della Comunità europea
dell’’89 (armonizzazione della legge marchi per tutta la Ce).

> Dati chiave di diritto positivo della regolamentazione:

- Primo è che i marchi sono dentro la dimensione dell’impresa e dell’industria


(impresa commerciale organizzata, ma non solo). Accade che quel nesso
impresa-azienda-prodotto, di cui abbiamo parlato e il discorso generale che negli
anni ’80 si guardava alla tendenza dei titolari di marchi dotati di certa
affermazione ed importanza in certi settori che ha portato ad una conseguenza:
fino agli anni ’90 (finché fu in vigore l’originale legge marchi del ’42), il soggetto
che poteva diventare titolare di un marchio doveva tendenzialmente essere
l’imprenditore che avrebbe utilizzato il segno distintivo nella sua attività
d’impresa. Ad un certo punto fu preso in considerazione che quel che conta,
però, è che il marchio venga effettivamente utilizzato nel contesto dell’attività.

> Uso del marchio:

è il concetto che acquista delle caratteristiche particolari, cioè si deve staccare


concettualmente dalla titolarità, ovvero:

- Se si è titolare di un marchio è perché:

• Uso diretto (lo registro io e lo utilizzo nella mia azienda) -> Si va all’ufficio brevetti
e marchi e si chiede registrazione, cioè si attiva procedimento amministrativo,
previa requisiti, per rilasciarmi attestato di registrazione. Ottenuto questo, deve
essere utilizzato pena, dopo 5 anni, si perde il diritto di usarlo. Quindi c’è una
prescrizione perché i marchi sono dei segni che possono essere composti da
parole, numeri o disegni o colori… quando ci si trova davanti ad un marchio,
questo contiene degli elementi del patrimonio semantico e questo è per
definizione un patrimonio limitato (le possibili combinazioni dopo un po’
finiscono). Il marchio riconosce un’esclusiva all’imprenditore, quindi il legislatore

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pensò che non fosse lecito appropriarsi di un’esclusiva a tempo indeterminato
per non farci nulla a qualcuno.

• Uso indiretto (tramite licenza d’uso, operazione contrattuale) -> io registro poi ti
do licenza di utilizzare mio marchio. Il titolare originario del marchio da il
consenso, quindi, ad un altro di utilizzare questo segno distintivo. Quindi si è
scardinato un elemento normativo che prima esisteva, cioè che chi registra un
marchio deve anche utilizzarlo direttamente, mettendo la possibilità di registrare
un segno da parte di chiunque, anche per i non imprenditori. A patto che poi, nei
5 anni successivi alla registrazione, questo marchio venga utilizzato, non
mettendosi in proprio, ma anche attraverso le cosiddette licenze d’uso.

• Uso di fatto: La parola uso ricorre in relazione ad un’altra fattispecie di


costituzione del diritto di marchio: ovvero il marchio di fatto. La legge europea
privilegia il meccanismo della registrazione, quindi l’esistenza di un registro che
contenga tutti i marchi per i quali si è chiesta l’esclusiva del segno, vive però
insieme, da sempre, con la possibilità del riconoscimento dell’esclusiva sull’uso
di un marchio mai registrato, acquistando questo diritto in virtù dell’uso. Ad
esempio un imprenditore inizia di fatto ad usarlo senza registrarlo
(volontariamente o meno), nessuno gli dice nulla, tramite l’uso del segno di fatto.
Fino a che qualcuno non va a registrane uno molto simile, se non uguale. In
questo caso la legge stabilisce che nel rapporto usato di fatto e quello di cui si
chiede la registrazione, si sacrificano le ragioni di tutela del segno di fatto. Il pre
utente di fatto può continuare ad utilizzare il marchio ma nei limiti merceologici e
territoriali nei quali ha radicato l’uso.

es. Bologna produco scarpe, passano 10 anni, tutti comprano, poi arriva uno del
settore pelletteria e tessile che registra marchio uguale e lo registra per settore
tessile (per fare maglie/cinture). Io non mi posso opporre e lui non può vietare nulla.

Quindi io sarò obbligato a rimanere a Bologna e vendere solo scarpe.

es. Fiorucci creato originariamente creato dalla sorella la vendeva pantofole a


Milano. Poco dopo il fratello registra il marchio Fiorucci per abbigliamento ed
accessori => faida familiare. Lui voleva che lei chiudesse. fratello perse causa, e
continuò a fare pantofole , poi calzini e tutto il resto. Intanto il fratello aveva allargato
produzione.

Uso di fatto genera marchio di fatto nei limiti del pre-uso (profilo produzione
merceologica e territoriale).

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> Cosa si può registrare come valido marchio di impresa, segni suscettibili di
valido marchio di impresa:

In questi giorni si parla di una piccola rivoluzione: ad oggi la legge dice che si
possono registrare tutti i segni suscettibili di rappresentazione grafica, si
aggiungono, però, anche dei segni che non lo sono e marchi che consistono in
colori, suoni, odori (marchi olfattivi) e, da poco, anche tattili.

Non sono, però questi, sempre suscettibili di rappresentazione grafica.

Quindi si sta dicendo (già a livello europeo) di eliminare ogni suscettibilità di


rappresentazione grafica. Perciò oggi si ha sdoganato altri tipi di marchio grazie agli
archivi, infatti si riesce a mettere dentro questi i documenti che riportano le
rappresentazioni grafiche, mentre per altri tipi di rappresentazione è più complicato.
Alcune tecnologie sono arrivate in supporto, ma si è comunque deciso di eliminare il
vincolo della rappresentatività grafica, quindi sono registrati tutti questi marchi. In
aggiunta questi marchi suscettibili, c’è anche un’altra categoria molto utilizzata,
ovvero i marchi tridimensionali di forma: es. bottiglia originale della Coca Cola, è
uno dei più antichi marchi di forma al quale è stato consentita la registrazione nel
nostro ordinamento, o l’accendino Bic, o il cofanetto del cioccolatini Ferrero Rocher.

Ci sono continui tentativi delle imprese di registrare i propri prodotti come marchi,
c’è quindi una coincidenza tra segno distintivo e prodotto.

> Requisiti di base per ottenere segno distintivo (requisiti di validità):

- Novità: non deve essere usato o conosciuto in precedenza, va rapportato al


principio di novità che deve essere guardata in base al settore merceologico,
quindi non è mai inteso in senso assoluto.

- Originalità (che non può essere separata dal concetto di capacità distintiva):
segno che non coincida con la denominazione generica del prodotto o del
servizio. Si deve staccare concettualmente dal servizio o prodotto che
contraddistingue. Non sono mai registrabili i marchi che sono descrittivi delle
qualità o caratteristiche essenziali del prodotto, anche i marchi che identificano
servizi di uso comune, ad esempio la croce rossa, non si può registrare per
prodotti sanitari. Il grado maggio o minore di lontananza del marchio dal prodotto
ha dato origine ad una nuova terminologia di legge: marchio forte o debole
(quanto è distante dalla distinzione concettuale del prodotto ), ad esempio Baby
dry, pannolini, è in inglese, ma comunque indica la funzione del pannolino, è
valido, ma è debole. La debolezza comporta che se arriva un altro imprenditore
con un marchio forte, sempre pannolino “Super-dry” è la parolina in più, di per sé,
sufficiente a scongiurare il rischio che il consumatore si confonda o che il primo
non possa più di tanto opporsi. Quindi, più sono bravo a generare un marchio,

55
tanto maggiore sarà la mia capacità distintiva e la protezione dell’ordinamento a
me assicurata.

- Liceità: non è possibile registrare marchi contrari all’ordine pubblico o al buon


costume. Es. svastica nel marchio, qualche anno fa. Nel tempo furono dichiarati
illeciti anche quelli che traevano in inganno sulla provenienza geografica, natura e
qualità dei prodotti. Anche i marchi che violino i diritti di proprietà industriale o
commerciale, es. marchio di un quadro, artista è titolare del diritto d’autore.

Queste condizioni devono resistere nel tempo, oltre che pre-esistere alla
registrazione, se qualcosa cambia può avvenire la decadenza.

> Marchi patronimici che inglobano i tratti di una fisionomia di una persona:

Nome e ritratto sono protetti nei primi articoli del codice civile sulla tutela della
personalità, a cui corrisponde alla tutela, di interesse pubblico, sulla corretta
identificazione delle persone. Ogni imprenditore può decidere di utilizzare nome o
cognome propri ed esiste nel diritto dell’impresa un diritto generale di utilizzare il
propio nome e cognome nell’attività, nel cado della ditta c’è un obbligo. Sul
marchio, visto che l’omonimia aumenta, può succedere che altri chiedano lo stesso
nome per il marchio, quindi: si può registrare, ma se coincide col patronimico che
gode di una certa fama e notorietà, non si può fare senza suo consenso.

Se il segno viola un diritto all’onore o decoro o che leda la tutela sulla personalità
(prezzo del consenso). Dovrò accertarmi la fama, credito e decoro comunque.

Per i ritratti c’è più controllo: es. Lucio Dalla: produzione casse famosa riprodusse
casse con immagine di occhiali e cappellino tipico di Lucio. Fu dichiarato illegittimo.
Ci voleva consenso di Lucio.

Es. Sigarette: vietate scritte ‘light’. Induceva in inganno il consumatore.

Dentro il codice del consumo esiste un grosso blocco di articoli che è la vecchia
legge sul divieto di pubblicità ingannevole, è un territorio del diritto che si spartisce
col divieto di concorrenza (antitrust).

> Estinzione del diritto, possibili motivi:

- La legge non prevede termine di scadenza, a patto che si usi o non si smetta di
utilizzarlo per più di 5 anni, altrimenti si verifica il fenomeno della decadenza per
non uso del marchio;

- Decadenza per decettività sopravvenuta: quando accade che, per mutamento del
mercato, ad esempio, il marchio non rappresenti più le caratteristiche essenziali

56
del prodotto o del servizio, diventa decettivo. Parola tecnica che indica un segno
che induce in errore.

- Tutela: Due blocchi nel mondo delle azioni (o tipologie): uno è quello delle misure
d’urgenza monitorie, cioè delle domande che io rivolgo al giudice per ottenere dei
provvedimenti che mi servono per proteggermi da rischio che nell’attesa del
momento in cui verrà accertato che il merito, se c’è stata lesione, se il diritto c’è o
no… io chiedo, intanto, al giudice misure cautelari o di urgenza che servono per
fermare la situazione che reputo potenzialmente lesiva per un mio diritto, in attesa
poi di verificare se ho ragione o meno. Queste misure sono concesse al giudice
quando ricorrono due principi classici: fumus bonis iuris (ti prospetto una
situazione e se il giudice nota il fumo del buon diritto, cioè che tu gli stia facendo
notare una cosa possibile) e periculum in mora (possibilità che la situazioni
degeneri), allora il giudice bloccherà, con ad esempio un provvedimento
inibitorio, cioè bloccando il comportamento che avrebbe conseguenze lesive. Se
alla fine del processo di merito, io avevo torto, il giudice non solo rimuove il
provvedimento inibitorio, ma mi condannerà al risarcimento del danno. Se invece
alla fine del giudizio di merito, il giudice nota l’effettiva lesione, la sanzione tipica
è quella del risarcimento del danno per chi mi ha leso i diritto. Se subisco la
contraffazione di un marchio, indebitamente copiato, oltre al risarcimento del
danno, ci sono anche sanzioni tipiche come quella dell’obbligo di pubblicazione
della sentenza.

22/10/18

> La disciplina dei brevetti:

I bevetti garantiscono un’esclusività su innovazioni tecnologiche. Nel momento in


cui hai inventato una cosa hai, in concreto, apportato un beneficio al progresso ma
ad un certo punto arriva il momento in cui il beneficio deve essere reso di pubblico
dominio. Quindi deve essere resa pubblica la proprietà e non può essere di
beneficio esclusivo alla tua persona.

Il brevetto quindi dura 20 anni, finiti i vent’anni l’innovazione non è più esclusiva. Per
la durata del brevetto nessuno può realizzare l’oggetto dell’innovazione senza
chiederlo prima all’inventore che si farà pagare.

Il nostro sistema riconosce all’inventore l’esclusiva ma durante i vent’anni non può


tenersi per se lo studio che l’ha portato al risultato: per tale motivo dovrà renderlo
pubblico.

Le innovazioni con contenuto tecnologico, per chi ha compiuto l’investimento


desidera beneficiare di un vantaggio competitivo quindi tutti di diritti di proprietà

57
industriale trovano una collocazione nella concorrenza perché sono strumenti che
facilitano i rapporti di concorrenza con gli stessi colleghi imprenditori.

L’alternativa alla protezione esclusiva brevettuale che garantisce i 20 anni di tempo


nel quale solo l’inventore sfrutta il brevetto, è il segreto, formula che si prende in
considerazione in quanto possiede una tutela abbastanza forte una volta che fu
modificata la vecchia norma, ma è importante che se io divento qualcosa il
processo cognitivo che ha portato al compimento dell’innovazione siano resi
accessibili a tutti perché nell’accesso a tali informazioni c’è la base del progresso
culturale.

Nel nostro sistema ci sono entità pensate proprio per ottenere una protezione che
ha la caratteristica delle esclusività: il pilastro sono le invenzioni, dove la disciplina
sta nel “codice della proprietà industriale" che risale al 2005 ma che viene
continuamente aggiornato e la sezione dedicata alle invenzioni sta nell’art. 45 dello
stesso codice di proprietà che ci indica cosa può costituire oggetto di brevetto per
invenzione.

Il brevetto è un attestato rilasciato dall’ufficio brevetti e marchi.

> Per il brevetto non c’è solo la registrazione, come avviene con il marchio perché
nel brevetto devo depositare una domanda che si articola su tre documenti:

1) uno primo documento in cui descrivo l’invenzione

2) un secondo documento che contiene i disegni fatti in maniera che un tecnico


medio del settore sia in grado di capire l’invenzione stessa

3) infine un terzo documento che chiamiamo “le rivendicazioni” rivendicando quindi


un determinato uso, una specifica applicazione indicando specificamente l’uso
industriale per cui chiedo il rilascio del brevetto, riconoscendo un diritto su quella
innovazione a contenuto tecnico perché a seconda di come io formulo la domanda
si amplia o si restringe l’area dell’esclusiva brevettuale. Le rivendicazioni vengono
scritte dai tecnici del settore perché è importante capire l’ambito per cui io chiedo
l’applicazione in quanto la protezione mi viene rilasciata a patto che la mia
invenzione abbia determinate caratteristiche che possono esistere o non esistere in
base al settore di applicazione per la quale io compio la richiesta.

Le invenzioni per la quale io chiedo il brevetto devono essere: NUOVE, che


implichino attività INVENTIVE e che abbiano applicazione INDUSTRIALE (in
concreto tre requisiti: novità, grado di innovatività e originalità relativa al settore, e
suscettibilità di avere applicazione industriale).

Ci sono attività non considerate mai inventive come le scoperte, perché scoprire
non è inventare ma rivelare qualcosa che c’è già, inventare invece è creare qualcosa
che non c’è ancora.

58
La norma dice che non possono essere protette tramite brevetto le teorie
scientifiche e i metodi matematici in quanto proprio questi ultimi sono elaborati da
software applicati alla analisi di insieme di dati.

Una scoperta è considerata nuova se non è compresa nello stato della tecnica
quindi un patrimonio comune nello stato della tecnica, che sia compreso nell’ambito
di un tecnico medio del settore. Nello stato c’è tutto quello che è stato reso
pubblico in Italia o all’estero mediante una deposizione scritta o orale.

L’attività inventiva è diversa da novità in quanto l'invenzione è considerata come


implicante un'attività inventiva se, per una persona esperta del ramo, essa non
risulta in modo evidente dallo stato della tecnica.

Un’invenzione per cui chiedere un brevetto deve anche essere lecita

> I diritti di brevetto sono come il diritto d’autore scissi in due gruppi, quindi in due
tipi di diritti:

1) Diritti morali: per le invenzioni è il diritti di essere riconosciuto come inventore.

2) Diritti di sfruttamento economico/ patrimoniali: diritti di discussione economia. Se


io invento ho l’esclusiva e se la gente compra il mio prodotto in quanto più
innovativo questo mi da un vantaggio concorrenziale e lo sfrutto per 20 anni. Se
invece faccio sfruttare il brevetto ad un’altro imprenditore tramite la “licenza d’uso”
mi spetterà un compenso. Lo sfruttamento non esclusivo di un invenzione deve
essere autorizzato.

> L’invenzione del dipendente: è il diritto morale di essere riconosciuto inventore.


Spetta il diritto di sfruttamento economico ma il riconoscimento di sfruttamento
economico in capo all’inventore c’è perché si da per scontato che chi inventa e chi
ottiene il brevetto sia anche chi ha investito e fatica per l’innovazione. Nelle
organizzazioni aziendali chi spende e organizza è l’imprenditore anche se ci sono
organizzazioni aziendali dove a seconda dell’attività di impresa hanno centri studi,
uffici di ricerca e sviluppo e quindi organizzazioni tarate proprio sulla ricerca e
sviluppo. Il problema è che se l’azienda spende e organizza, bisogna vedere se chi
ha trovato l’innovazione brevettabile sia una persona che arriva all’invenzione che lo
ha fatto da solo, o l’ha scoperta casualmente, o in adempimento di un contratto di
lavoro, sfruttando l’organizzazione messa a disposizione del datore di lavoro, l’ha
fatto nel tempo libero ecc.

> Bisogna quindi esaminare la situazione nel caso concreto e la legge distingue due
ipotesi:

• L’invenzione di azienda: è quando il datore ti ha assunto per inventare tramite un


contatto che nella remunerazione è formulato e concepito perché tu inventi e quindi
di conseguenza se arrivi ad un risultato al datore non spetterà il diritto morale cioè il

59
diritto per il quale il tuo nome e cognome apparirà di fianco all’invenzione, ma c’è
una dissociazione tra diritti di sfruttamento economico che spettando al datore di
lavoro e i diritti morali che spettano al lavoratore.

• L’invenzione di servizio: quando non è stato messo in conto nel contratto di lavoro
una retribuzione per l’invenzione quindi se per caso durante la tua attività arrivi a
conseguire un risultato inventivo i diritti derivanti all’invenzione spettano al datore di
lavoro, ma il diritto morale spetta all’inventore vero e proprio e proprio a
quest’ultimo gli spetta anche un equo premio se per l’invenzione si ottiene il
brevetto. Il problema dell’equo premio è stabilire quanto pagare, e la norma ci dice
che si tiene conto dell’importanza dell’invenzione, delle mansioni svolte e della
retribuzione percepita dall’inventore, ma anche dal contributo che questi ha ricevuto
dall’organizzazione del datore di lavoro.

L’invenzione dei ricercatori dell’università e degli enti pubblici di ricerca, per quanto
riguarda i ricercatori universitari hanno caratteristiche rispetto al settore privato nei
quali i soldi sono dati da finanziamenti pubblici per la ricerca. Il problema è stabilire
se il ricercatore che ha il risultato innovativo può essere considerato come colui che
ha diritto a chiedere il brevetto o se automaticamente il titolare del diritto al brevetto
sia l’ente di ricerca università. Nel 2010 si dice che, in deroga al primo come
dell’articolo 64 del codice della proprietà il ricercatore è titolare esclusivo dei diritti
dell’innovazione brevettabile di cui è autore. In seguito però che le università
stabiliscono che il ricercatore fa il contatto di licenza e il 50% di quello pattuito se lo
mette in tasca il ricercatore, l’altro 50% va all’ente di ricerca in quanto l’università
non essendo un imprenditore rinuncia al diritto di brevetto e per usufruire del
innovazione brevettabile avere una licenza d’uso.

> I modelli di utilità:

È un meccanismo in cui viene rilasciato un attestato che non è un brevetto ma un


attestato di registrazione che copre un esclusività per 10 anni. Questi modelli
vengono richiesti per invenzioni che più precisamente sono innovazioni che
migliorano le prestazioni tecniche di una cosa che esiste già quindi delle migliorie
tecniche capaci di conferire una maggiore facilità o efficacia di utilizzo. Il grado di
originalità è valutato in base al miglioramento delle condizioni.

> I modelli ornamentali - disegni e modelli:

sono tutte quelle invocazioni con un impatto sull’estetica dl prodotto, quindi sulla
forma del prodotto. Sono innovazioni che non servono ad altro se non per una
funzione che è attrattiva per il consumatore. Il problema si pone nel industrial design
quindi prodotti industriali, frutto di un processo di lavoro industriale seriale che però
inglobano un disegno che ha caratteristiche di originalità. il problema è che con le
forme di elevato gradiente con carattere individuale della forma in maniera univoca,

60
entro in sovrapposizione con la disciplina del diritto d’autore. La protezione è di 10
anni e deve essere data al carattere individuale, quindi una forma che non è
immediatamente scontata rispetto al tipo di oggetto al quale viene applicata la
forma e che ha un efficacia attrattiva sul consumatore e sulla quale l’imprenditore ha
investito.

Acqua gasata in plastica hanno un fondo spesso (1L) irregolare

Un tempo erano con fondo concavo e pezzo pari per tenerlo in piedi (concavità
serve per il gas). Quando capirono che si faceva tutto in uno, risparmiarono sulla
plastica.

Sono modelli di brevetto di utilità, conferiscono, quindi, una maggiore comodità


d’uso al prodotto e conferiscono, seppur un grado minore, un avanzamento del
progresso, conoscenze civili. Hanno condizioni di accesso alla tutela simile, sono
relativamente nuovi ed originali. Ma il grado di originalità, questa volta, è valutato in
base all’uso, comodità e facilità, miglioramento delle condizioni.

> Tutela dei disegni e modelli (‘ornamentali’ sparito)

Modelli: sono tutte quelle innovazioni che hanno un impatto sull’estetica del
prodotto (forma e aspetto esteriore) non hanno valenza tecnica se non migliorare
aspetto, hanno, quindi, una funzione attrattiva per il consumatore.

Il settore che ha reclamato protezione su queste innovazioni estetiche: i prodotti


dell’industrial design, ovvero i prodotti frutto di una produzione seriale che
inglobano disegni con caratteristiche di originalità e personalità. Hanno un ‘elevato
gradiente estetico’ che la legge indica come carattere individuale. Il problema di
questa caratteristica è che si indica un rapporto col produttore => portandoci,
quindi, alla tutela del diritto d’autore.

> Due interessi che concorrono: l’interesse del creatore dell’innovazione estetica ad
avere una certa tutela del diritto d’autore e l’interesse di tutela dell’industria per la
quale, quella valenza estetica ha un’applicazione industriale, è di avere riconosciuta
una protezione (di 10 anni).

Specialmente per l’impresa, si tratta della tutela di un carattere individuale: forma


non scontata rispetto all’oggetto a cui è applicata, che ha efficacia attrattiva sul
consumatore (quindi è anche questo uno strumento di differenziazione
concorrenziale) e sulla quale l’impresa ha investito.

Esempio: Alessi, prodotti casalinghi, cavatappi a forma di ballerina; certe


macchinette da caffè; gli orologi Swatch che divennero famosi con un’innovazione
estetica: sotto dell’orologio trasparente.

61
> Art. 2598 c.c. Atti di concorrenza sleale:

Diritto di proprietà industriale, importante, che fa parte dello statuto generale


dell’imprenditore.

È una norma di diritto privato non ha ricadute o valenze pubblicistiche. Serve ad


assicurare che i rapporti tra imprenditori concorrenti si svolgano nel rispetto di
regole di comportamento condivise ed accettate, in un certo momento storico, dal
settore professionale dall’impresa. Rappresenta una sorta di codice deontologico
della professione imprenditoriale.

Norma vecchissima ispirata all’art. 10 della Convenzione dell’Unione di Parigi a fine


dell’800, che parlava di usi onesti nel commercio.

> Questa norma è così costruita:

- Periodo introduttivo

- Poi si divide in 1, 2, 3 fattispecie: contenitori che raggruppano comportamenti


tipici sleali.

• Tra questi tre c’è rapporto particolare:

• 1 e 2 riportano gli atti tipici di comportamento sleale per legge (tipizzazione


normativa;

• 3 contiene la clausola in bianco/ di chiusura: clausola generale che nel tempo si e


riempita di caratteri positivi sulla base della dottrina giurisprudenziale (usi e
costumi del tempo).

> Importante: norma privatistica che configura un’ipotesi di illecito, molto simile
all’illecito aquiliano, ovvero l’illecito extracontrattuale (2043 c.c.), poiché indica una
serie di illeciti fuori da qualsiasi dinamica contrattuale. Quindi non ci sono contratti,
però come questa norma, mira allo stesso obbiettivo:

1. Chiedere la cessazione del comportamento lesivo (inibitoria, come in materia dei


segni distintivi);

2. Ottenere il risarcimento del danno.

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> Ambito soggettivo di applicazione: (a chi si applica il precetto giuridico)

> Prima frase introduttiva: qualunque imprenditore nei rapporti di concorrenza tra di
loro. Dogma che si rivolge soggettivamente a questi. Inoltre, dice “ferme le
disposizioni sulla tutela dei segni distintivi e dei brevetti”, vuol dire che prima
bisogna vedere se sono applicabili le norme su queste due materie.

> Fattispecie 1: fa rifermento al divieto di compimento di atti confusori (generano


sviamento della clientela). Questa norma si rivolge, non alla tutela del consumatore,
ma all’imprenditore. La clientela è un parametro per valutare la slealtà del
comportamento imprenditoriale.

Sono due i tipi di atti confusori, la confusione:

A. generata dall’uso confusorio di nomi e segni distintivi: è quella che da più


problemi di delimitazione del campo di ripartizione delle competenze con le
norme in materia di segni distintivi. Si può verificare una situazione confusoria
ma anche in materia “non contraffattoria” quando si usano dei segni distintivi, o
richiami di qualche tipo, in maniera tale da ingenerare confusione sul mercato. Si
ha una situazione confusoria e non contrafattoria quando è fornita una
descrizione capace di generare confusione. È una norma difficile da isolare in un
unico comportamento; apre la tutela al diritto dell’imprenditore ad essere
identificato in maniera corretta ed univoca, prendendo in considerazione
qualunque ipotesi di confusione mediante l’uso di parole, segni, disegni, segni
distintivi in qualunque modo.

B. determinata da imitazione servile: passiamo dai segni distintivi alle forme, il


risultato dell’attività di impresa. È l’imputazione di un prodotto finale. L’effetto,
preso in considerazione dalla riproduzione delle caratteristiche essenziali di un
prodotto è quello confusorio, che ha un accertamento che va compiuto in
concreto. (Lookalike, ‘sembra come’, sacchetto di biscotti dello stesso colore,
ma prezzo diverso, scritta diversa... giudice dice che è un meccanismo
confusorio in senso lato, un effetto a livello subliminale. La libertà contrattuale di
chi compie l’atto di acquisto, dal punto di vista consumeristica è pregiudicata,
poiché si è indotti a fare un ragionamento si associazione che non è quello
corretto rispetto l’associazione di un prodotto alla propria fonte produttiva.
Quindi questa prima fattispecie confusoria prende dentro, in maniera molto lata,
tutti quei comportamenti che, senza essere contraffazioni di segni distintivi o
violazioni di diritti di brevetto industriale, ha comunque effetto di creare una
consusione. Si tratta però di fare una valutazione in concreto.

- Con qualsiasi altro mezzo: comunicazione pubblicitaria od informativa, metodi


mediatici...

63
- Non si deve fare confusione, gli imprenditori devono evitare quanto più possibile
nella comunicazione, di qualsiasi genere, sul mercato azioni idonee a produrre
effetti confusori.

> Fattispecie 2: contiene due fattispecie tipiche: (sembrano diverse, ma in realtà


rappresentano le due facce della stessa medaglia, tutte due indicano il divieto di
comunicare cose che non devono essere comunicate)

- Diffusione di notizie o apprezzamenti screditanti: comportamento tipico delle


imprese, il discredito (cattiva fama, che rovini la reputazione, esiste diritto alla
reputazione e identità commerciale, riconosciuta dalla Cassazione) si crea
quando: normalmente di pensa alla divulgazione di notizia falsa; nel concetto di
discredito, però, non importa minimamente la veridicità della notizia, quindi anche
se è vera è comunque screditante. Quindi la notizia screditante diventa atto di
concorrenza sleale quando le modalità di comunicazione appaiono preordinate a
gettare scredito al concorrente. Si devono guardare gli effetti e le modalità con
cui si diffondono le notizie se generano uno screditamento.

- Appropriazione di pregi: meno frequente e meno grave; attribuirsi alla propria


attività o prodotto caratteristiche positive ma che in realtà non sono proprie.
Questi richiami, a meno che non siano necessari per determinare l’uso del
prodotto, per i quali, allora, entriamo tra le informazioni che riguardano le
caratteristiche intrinseche del prodotto (es. Compatibilità), si chiamano per
“agganciamento di informazioni” sul prodotto per il concorrente. Quindi, se non
indicano caratteristiche essenziali del prodotto, allora si parla di appropriazione di
pregi, cioè si induce nel consumatore un meccanismo di instaurare un
meccanismo di agganciamento col prodotto concorrente eventualmente già noto
o più noto.

> Questa parte dell’articolo, è stata la sola norma, fino al 1996, a cui si faceva
riferimento per disciplinare la pubblicità commerciale, in quanto nessun’altra norma
in Italia se ne occupava. Ogni volta che la comunicazione, quindi pubblicità,
produceva effetti screditanti o appropriazione di pregi non propri, si apriva
l’applicazione dell’art.2598 c.c.

Sulla pubblicità, negli anni ’90, sull’effetto del recepimento di una direttiva
comunitaria del ’82, è stata creata una legge speciale sul divieto di pubblicità
ingannevole. Da quel giorno l’area di applicazione del 2598 si è ristretta, se non in
casi residualissimi.

Questa legge speciale non c’è più, infatti nel 2007 fu cambiato Codice del
consumo, dove vi sono confluite tutte le norme sulla pubblicità commerciale. Si
riprende il concetto da questa norma sul fenomeno pubblicitario, il quale deve

64
esistere basandosi su due capisaldi, due principi che non si può pensare di
derogare:

1. Trasparenza

2. Veridicità

Il principio è che la pubblicità deve sempre essere riconoscibile come tale.

Questo si porta dietro a cascata alcuni effetti su fenomeni pubblicitari dove in realtà
l’effetto di trasparenza sarebbe quello che non si vuole raggiungere:

- Pubblicità redazionali: quelle che sembrano articoli tecnici di presentazione di un


prodotto, in realtà non sono scritti da terzi imparziali, ma dall’imprenditore che vuole
pubblicizzare il suo prodotto è che gli da una veste di informazione tecnica dov’è
non c’è.

- Fenomeno della pubblicità occulta/ subliminale, fino ad un decreto del 2014 uno
per la TV e uno nel 2015 nel cinema, tipo quando un attore beve l’acqua X che
compare sullo schermo. Ora si ha una legislazione speciale per questi due ambiti,
molto più stringente per la TV.

- Dentro la legge della pubblicità c’è anche il fenomeno della pubblicità


comparativa: ovvero quella che espressamente compara due prodotti. In America è
sempre esistita. Nel 2000, anno in cui, dopo l’entrata in vigore della legge sulla
pubblicità ingannevole, la Comunità europea ha indicato agli Stati membri di
regolarla con una disciplina per pubblicità comparativa. Oggi si può fare ma con
limiti espressi molto rigidi: la comparazione può essere fatta solo tra dati oggettivi,
verificabili (es. un trovato tecnico funziona così e per un altro in modo diverso,
performance diverse e migliori).

La pubblicità comparativa era il problema di applicazione dell’art. 2598 c.c. cioè


quando dico che il mio prodotto è più buono rispetto ad un altro sto utilizzando un
tipo di pubblicità che mette in comparazione due prodotti.

Dopo l’entrata in vigore della legge sulla pubblicità ingannevole si è introdotto una
disciplina della pubblicità comparativa e da quel giorno si è affermato che si può
fare pubblica comparativa ma ci dice che la comparazione può essere fatta solo tra
dati oggettivi.

65
25/10/18

Ripasso:

> Art. 2598 c.c. norma chiave del sistema, sola che è divisa in tre parti: (non sono
commi, è un comma unico)

Si applica agli imprenditori dal punto di vista attivo e passivo, i soggetti presi in
considerazione sono due imprenditori in rapporto di concorrenza tra di loro. Si
suddivide in tre punti:

1. Fattispecie confusorie, comportamenti che tendono a sviare la clientela,


intendono a generare nel destinatario del prodotto o servizio, vuoi attraverso
l’uso di disegni o segni distintivi, vuoi la riproduzione delle caratteristiche
esteriori dello stesso, che tendono a creare confusione per il consumatore
sull’origine o sulle caratteristiche stesse del prodotto.

2. Divisa in due parti: diffusione di notizie o apprezzamenti idonee a creare


discredito del concorrente (diffusione idonea a determinare discredito, va
guardato il modo in cui viene divulgata la notizia, non vale la veridicità della
notizia) e appropriazione dei pregi (comportamenti che si attuano sempre nella
comunicazione al pubblico, appropriandosi pregi che non sono propri
dell’impresa o dell’imprenditore che divulgano la notizia, ma che sono del
concorrente, si chiama ‘richiamo per agganciamento al prodotto del
concorrente’).

> Fattispecie 3: Clausola generale, cioè non indica nessun atto tipico di concorrenza
specifica, la troviamo nel Codice civile tramite un meccanismo di “importazione” di
una clausola che deriva dalla Convenzione dell’Unione di Parigi dell’83, (prima
convenzione internazionale sulla tutela della concorrenza e dei diritti di proprietà
industriale) che fa riferimento ai principi della correttezza personale, i quali non sono
definiti normativamente, ma li si puntualizzano avendo un riguardo sul contesto in
generale: infatti è un criterio che richiama dati culturali, storici ed economici. È un
criterio molto generale che va riempito da chi applica la legge in base ad un analisi
del contesto in cui l’atto viene posto in essere.

Oltre all’analisi del contesto sociale, etico o di regole deontologiche... Entra in gioco
il fatto che esiste anche, in un’altra parte dell’ordinamento, una regolamentazione
speciale che prende in considerazione certi comportamenti. Giuridicamente prevale
la legge speciale. Quindi ancora un a volta ci troviamo davanti ad una situazione in
cui il contenuto della contrarietà ai principi della correttezza va analizzato
puntualmente.

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Quali che siano questi comportamenti, la norma dice che si rilevano come tali, sotto
il profilo della concorrenza sleale, quando questi si rivelano idonei a danneggiare
l’altrui azienda. Quindi la legge non prende in considerazione in via a stratta la
contrarietà dei principi, ma anche quando un comportamento astrattamente di per
sé potrebbe rientro dentro il concetto di contrarietà ai principi della correttezza,
perché ci sia la dichiarazione di illecito, occorre verificare il presupposto indicato
dalla terza fattispecie della norma, ovvero l’idoneità a danneggiare l’azienda.

Ci sono dei casi in cui la giurisprudenza ha instaurato una specie meccanismo


automatico: davanti a certi comportamenti si da per scontato che ci sia un certo
effetto negativo.

Frase ricorrente “accertato l’atto di concorrenza sleale, la colpa di presume” quindi


se l’atto corrisponde alla fattispecie, c’è una sorta di automatismo da un lato è
l’elemento soggettivo, la colpa, dall’altro si ritiene che l’atto sia idoneo a cagionare il
danno concorrenziale. Ci vuole sempre, però, una valutazione vale sia sull’an (ti do
risarcimento solo se illecito), quantum (danno provocato sia qualificato per il danno
e la sanzione).

> La prima parte del numero 3:

- “Si vale direttamente o indirettamente” = possibilità di mettere in opera un’atto di


concorrenza sleale può essere attribuita direttamente messa in essere dal
imprenditore o indirettamente da qualcos’altro o qualcun altro. Quindi, l’atto può
esserci anche per interposta persona, per fatto del terzo.

Situazione avvicinabile a quella tipica dov’è gli effetti di un atto ricadono su un


soggetto diverso rispetto a quello che ha compiuto l’atto (responsabilità genitoriale
o oggettiva, quando la responsabilità è imputata a prescindere dall’elemento
soggettivo della partecipazione diretta di questo soggetto al compimento del fatto).

Non è una responsabilità oggettiva, ma qui si tratta di un coinvolgimento


dell’imprenditore nel fatto del terzo: è per essere tale, ci deve essere un rapporto tra
imprenditore e terzo che compie atto di concorrenza sleale: il terzo deve aver agito
procurando un vantaggio all’imprenditore o dell’impresa (es. dipendente apicale, in
posizione di vertice all’interno dell’organizzazione aziendale). Poco importa che
l’imprenditore abbia dato un input o ordine al terzo nel compiere l’atto; il solo fatto
che l’atto di un terzo, all’interno di un impresa, abbia effetti negativi per il
concorrente e positivi per l’imprenditore, allora si consente di imputare gli effetti
negativi di concorrenza sleale allo stesso imprenditore, quindi il comportamento
illecito sarà valutato sull’imprenditore.

67
> La seconda parte del numero 3:

- “di ogni altro mezzo non conforme ai principi” = ci dice che, oltre agli atti dei
numeri uno e due, si possono immaginare anche atti atipici, non nominati. Sono
atti che, secondo i criteri della contrarietà ai principi della correttezza
professionale, sono idonei a danneggiare l’altrui azienda, ma che, nel tempo, in
tanti anni di applicazione giurisprudenziale di questa disposizione, sono stati
individuati una serie di atti di comportamento “para-tipizzati”, cioè che non sono
tipizzati normativamente, ma hanno acquisito uno status abbastanza tipico ad
opera dell’applicazione ed interpretazione giurisprudenziale.

> Esempi di contrarietà alla correttezza professionale:

Hanno in comune l’effetto dannoso sull’azienda concorrente.

- Mendacio concorrenziale: comunicazioni ingannevoli al consumatore non guarda


alla modalità dell’informazione, ma guarda il fatto che sono diffuse notizie false.
Disciplinata dettagliatamente da una porzione di norme del Codice del consumo
che corrispondono alla vecchia disciplina della pubblicità ingannevole. Quando,
però, la comunicazione non assume formalmente i caratteri delle pubblicità mera
e propria, ma della comunicazione in senso lato, allora si sarà fuori dal numero
due. Non si guarda le modalità della comunicazione ma che vengano date
formazioni false.

- Storno dei dipendenti: rileva il rapporto di lavoro tra imprenditore e terzo, è una
fattispecie para-tipica (ha una tipizzazione di fonte giurisprudenziale) consiste nel
portare via uno o più dipendenti ad un imprenditore con l’intenzione di
danneggiarlo (es. offrendo migliori salari). Questo principio è valido solo se viene
provato l’animus nocendi, intenzione di nuocere il concorrente, ad esempio alla
nuova impresa non serve il dipendente e il vecchio imprenditore va in crisi.
Solitamente si accerta guardando il tipo di mansioni del dipendente stornato
rispetto a quelle svolte col precedente datore di lavoro. Prassi, molto utilizzata, in
questo caso il dipendente stornato non è un terzo che viene compreso nell’atto di
concorrenza sleale, ma è un atto che, se riconosciuto attraverso l’animus
nocendi, può essere qualificato come atto di concorrenza sleale.

- Sottrazione di segreti aziendali: concorrenza dell’ex dipendente. Come abbiamo


detto, i dipendenti, normalmente, sono soggetti ai contratti di lavoro nei quali può
essere inserita la clausola del patto di non concorrenza, dove sono stabiliti:
cinque anni, territorio e l’oggetto della mansione. Ma il dipendente non può non
riuscire ad avviare altre attività con questo patto, non può, in altri termini, essere
paralizzato. Maggiore è l’attenzione che si deve prestare quando il dipendente
può essere legato a maggiori segreti aziendali (noao). Un’informazione è protetta
quando, ad esempio, nei brevetti sono inserite “informazioni aziendali protette e

68
noao”, quando sono sottoposte ad adeguate misure di protezione della loro
riservatezza. Quanto maggiore è la sensibilità del fatto che si deve proteggere,
tanto maggiori ed incisive devono essere le misure di protezione. Quando ci sono
queste misure di protezione e l’ex dipendente porta via le informazioni e diventa
nuovo imprenditore (caso frequente), o le usa da un’altra parte (sotto un altro
imprenditore), è chiaramente concorrenza sleale.

[noao è l’insieme delle conoscenze che possono riguardare tanto il dato tecnico che
quello commerciale di un’impresa, bloccano i segreti che secondo la legge vanno
protetti]

- Concorrenza parassitaria: comportamento che riporta un’imitazione sistematica


delle iniziative del concorrente, possono essere atti leciti, ma la sistematicità crea
il comportamento sleale. Eventualmente non confusorio.

- Fattispecie tipo boicottaggio, ribasso di prezzo ed altri, che dopo gli anni ‘90
sono prevalentemente guardati nella disciplina della concorrenza sleale. Il
comportamento di illecito deve avere un certo impatto sul mercato di riferimento.
Hanno contesti più ampi, rispetto l’art.2598 c.c. guarda solo l’effetto immediato
del mercato in cui si fa parte, e sono: ribasso di prezzo (si vende sottocosto una
determinata merce, sotto il prezzo di produzione, se questo comportamento
colpisce volontariamente un imprenditore concorrente, si applicherà la disciplina
sulla concorrenza sleale, se invece è un comportamento virante in un settore di
mercato, allora in questo caso agirà la legge dell’antitrust) e boicottaggio.

> Disciplina di concorrenza del mercato:

La concorrenza nel codice civile

Art. 2595 c.c. concorrenza cioè il rapporto tra gli imprenditori che si palesa sul
mercato.

Il codice civile è stato scritto in un’epoca in cui la concorrenza era minima, la


dimensione concorrenziale del mercato era più pensata dagli Stati Uniti, infatti erano
stati uniti da rapporti posti sia sul dato politico che, soprattutto, economico. Qui,
alla fine del 1800 si diedero una legge antitrust, per la garanzia di un mantenimento
del mercato concorrenziale, oltre il quale nessuno potesse tenere comportamenti
tali da pregiudicare il funzionamento concorrenziale (perfetto liberismo economico).

Noi invece abbiamo il codice civile degli anni ’40, posto in un contesto economico
dirigistico, che tende, nella Costituzione, a superare sia la visione dirigistica-
centralistica di uno stato accentratore sia quella, all’opposto, americano del perfetto
liberismo economico dove tutti devono poter agire indipendentemente l’uno
dall’altro in maniera del tutto indisturbata.

69
Qui, nel codice civile, abbiamo tre norme che si occupano di concorrenza:

> Art. 2595 c.c. limiti legali della concorrenza:

Limitate legalmente dalla legge. Questa stabilisce che il profilo concorrenziale sia
limitato. Ci vuole un interesse ritenuto di grado superiore che consente il sacrificio
del principio di libertà di concorrenza.

Prima parte: richiamo storico “modo da non ledere l’economia nazionale”, economia
nazionale come concetto ancora centralizzato ed assunto come punto di riferimento
per qualsiasi politica economica.

Poi ci sono una serie di limiti che la legge pone nel Codice civile, ovvero norme che
contengono un limite alla concorrenza. Limiti fissati dalla legge per ragioni di
perseguimento di interessi superiori, e sono:

- Obbligo di fedeltà del lavoratore subordinato (art.2105 c.c.)

- Divieto di divulgare notizie

- Patto di non concorrenza dopo la fine del rapporto di lavoro per i lavoratori
subordinato,

- 2557 c.c. norma studiata nel trasferimento d’azienda che stabilisce che
l’alienante dell’azienda deve astenersi per 5 anni a svolgere un’attività che goda
di benefici di concorrenza differenziale. È derogabile, se no è un limite all’iniziativa
e alla concorrenza.

- Agente di commercio artt. 1743 e 1751 c.c.

- Specifici divieti di agire in concorrenza: es. il socio di una società di persone


anche amministratore non può contemporaneamente svolgere attività in proprio o
per altri, a meno che non abbia ricevuto un’autorizzazione specifica da parte dei
suoi consoci.

I limiti sono parte integrante del nostro sistema, sono contenuti in norme dispositive
e, come tali, la loro applicazione concreta è modulabile grazie al principio di libertà
contrattuale.

70
> Art. 2596 c.c. limiti contrattuali della concorrenza:

Limiti alla occorrenza che due o più imprenditori si danno accordandosi tra di loro.
Contratti che hanno ad oggetto una limitazione della concorrenza. Devono essere
provati per iscritto. Non possono eccedere i cinque anni.

Questi patti possono tradursi, diventare, in uno strumento con il quale due o più
imprenditori alterano le condizioni di un mercato concorrenziale. Sono diventati
oggetto di una fattispecie di intesa, sono patti che, quando hanno effetti su un
intero sistema di mercato, e sono tali da portare una modifica alla caratteristica di
quel settore di mercato, interviene la legge antitrust per dichiararli nulli.

Domanda: se la legge successiva dice che sono nulli, questa norma esiste? Che
ambito di applicazione ha? Presupponendo che questa norma non è stata abrogata.

Si dice che questa norma abbia un ambito di applicazione residuale, cioè riguarda
solo quegli accordi minori che esauriscono i loro effetti all’interno della dinamica
concorrenziale tra due soggetti senza estendersi a coinvolgere l’intero settore di
mercato. Quindi un ambito molto stretto.

> Art. 2597 obbligo di contrattare nel caso di monopolista:

Si fa riferimento al monopolio legale, cioè quando la legge attribuisce direttamente


ad un ente o soggetto economico una posizione di monopolio, isolata, su un certo
mercato.

Quando lo Stato ha un monopolio su certe attività, o quando un’impresa privata


esercita in solitudine, sostanzialmente, una certa attività economica.

Il Codice civile da per scontato la possibile esistenza del monopolio, ma solo nella
forma del monopolio legale.

Non c’è scritto nulla in questa norma sull’ipotesi di un monopolio non legale, cioè
che non sia stato previsto dalla legge. Ma ci può essere una situazione di
monopolio di fatto: è una delle condizioni fisiologiche nel mercato, una pulsione
delle imprese per cercare di arrivare ad una posizione di dominanza ed anche di
monopolio sul mercato.

Qui il monopolio legale è vincolato al rispetto della parità di trattamento, cioè


l’impresa, in una situazione di monopolio legale, non può trattare i suoi interlocutori,
clienti, fornitori e tutti quelli con i quali ha rapporti, in maniera differente. Non è
consentito a chi deve accedere alle prestazioni di monopolio di scegliere, non c’è
scelta. La situazione di monopolio è la situazione nella quale non c’è sostituibilità.

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Nel ’56 arriva il Trattato istitutivo della Comunità europea e, dentro questo, ci sono
due norme, all’epoca numerate come 81 e 82, che sono diventate attualmente,
dopo il Trattato di Lisbona art.101 e art.102.

> La concorrenza secondo l’Europa:

Nell’immaginare come intervenire nel settore della concorrenza, alla fine degli anni
50, l’Europa ha scelto di:

- Battezzare un concetto di concorrenza: abbattendo l’idea di concorrenza perfetta


degli Stati Uniti. Si voleva garantire che le condizioni di concorrenza del mercato
fossero bilanciate armoniosamente con la necessità che la dove c’è un bisogno
di un intervento di controllo pubblico, soprattutto in certi settori di mercato, lo
Stato (enti pubblici) possano intervenire. È, quindi, un sistema di concorrenza
bilanciato.

- Fare un ragionamento: la concorrenza ha un’idea di base, secondo la quale il


mercato si autoregola da solo (ad ogni azione una reazione). Tra le due guerre si è
osservato che potrebbe essere vero, ma con tempi molto lunghi e, quindi, la
Comunità, quando fa il trattato nel ’56, sceglie il modello della concorrenza
chiamato “workball”, tradotta come “efficace, sufficiente”, cioè un dato di
partenza realistico, dove si dice che la condizione di base del mercato, non sia
quella di concorrenza perfetta, ma è quella che deve tenere conto della tendenza
incomprimibile delle imprese a cercare di prevaricare sulle altre. Idea di partenza
che intese, comportamenti di prevalicazione, siano inevitabili, non vanno vietate,
ma si deve guardare in concreto l’effetto di queste sul mercato per poi, lo stato,
intervenire con una mano più o meno dura, per garantire che comunque rimanga
una situazione di mercato concorrenziale. => Quindi la situazione che viene
disegnata dal Trattato istitutivo della Comunità europea, è una situazione di
concorrenza efficace, non pura o perfetta.

- Tre situazioni che vengono prese che vengono prese in considerazione e a cui
seguono una disciplina ciascuno, sono tre fattispecie rilevanti per la disciplina
antimonopolistica nazionale e comunitaria:

• Intese: accordi, contratti tra imprese che hanno l’effetto, o hanno per oggetto, di
modificare le condizioni di un determinato settore del mercato (alterazione dei
meccanismo concorrenziali). [Regolamentazione: artt. 2 l. 287/1990 e 101 TFUE]

A. (Primo punto) Sono vietate quelle imprese che abbiano per oggetto, o per
effetto, di impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della
concorrenza all’interno del mercato europeo o una sua parte rilevante. (Nel
1990, l’Italia ha varato una legge nazionale che è sostanzialmente gemella di

72
questa norma del Trattato, sostituendo solamente ‘europeo’ con ‘nazionale’).
L’idea è che i comportamenti di questi imprenditori che tendono a voler
modificare le condizioni di un settore di mercato siano nocive e, dunque,
debbano essere dichiarate invalide.

B. (Secondo punto) Segue un elenco di comportamenti che sono ritenuti dannosi:


Es. 1 fissare direttamente o indirettamente le con dizioni contrattuali di vendita,
può avere un effetto escludente per altre imprese. Se si immagina un ribasso del
prezzo su un determinato prodotto solo per alcune imprese: si esclude
automaticamente altri imprenditori. Es. 2 due imprese che ripartiscono i mercati
o le loro fonti di provvigionamento: da Bolzano a Firenze uno e l’altro da Firenze
a Catania, si dividono le zone, quindi non si fanno tra di loro concorrenza. I
consumatori, mai citati, sono il punto di riferimento all’interno nel mercato
concorrenziale, dove ci sono intese o comportamenti coordinati, il consumatore
li subisce. Es.3 subordinare la conclusione di contratti all’accettazione di
prestazioni supplementari che, per loro natura o secondo gli usi, non hanno
rapporto con l’oggetto dei contratti: sono contratti leganti (in inglese thing
contracts), ovvero i contratti dove si copra un prodotto e anche gli strumenti
(scarpe e lacci), se non compri anche gli strumenti aggiuntivi, non si può
comprare il prodotto (o compri anche i lacci o non puoi avere le scarpe). Non è
compreso negli usi, non è richiesto da prodotto, quindi se ti impongo un
contratto di questo tipo, ti impongo un contratto di un prodotto i cui strumenti
potresti comprarli comodamente altrove.

C. (Terzo punto) Le intese vietate sono nulle ad ogni effetto: cioè la legge sanziona
con la nullità il contratto. Una delle parti del contratto si stufa, o ritiene di subire
più che beneficiare, con questo accordo e quindi chiede la dichiarazione di
nullità dell’accordo stesso. Le intese sono anche sottoposte ad un meccanismo
di esenzione, in qualche caso alcune di loro possono non cadere nel divieto, ad
esempio la birra, ci sono marche di birre che hanno il loro canale distributivo,
molto presente in Germania, Franziskaner, i distributori della birra si possono
mettere d’accordo per ripartire la distribuzione. Anche per alcuni veicoli.

• Abuso di posizione dominante: c’è una tendenza naturale delle imprese ad


acquisire una certa posizione dominante sul mercato. Questa tendenza non è
vietata, ma se si trovano in questa posizione, la legge antitrust impone un
comportamento non abusivo. Ad esempio un’impresa diventa più grande di altre,
e può diventare tanto grande da raggiungere un posizione di monopolio, o anche
no, basta una maggiore forza rispetto ai concorrenti e, in quella posizione di
dominanza, la legge antitrust indica che non debba abusare della sua importanza.
Per ‘abusare’ si intende: in una posizione posta al limite estremo con quella di
monopolio, si possono ottenere dei comportamenti indipendenti rispetto quello

73
che fanno gli altri concorrenti. E possono applicare ai propri interlocutori (tutti i
terzi con il quali l’impresa ha dei legali), delle condizioni diverse, tramite i contratti,
più o meno gravose (condizioni vessatorie o penalizzanti). Quindi con la legge
antitrust non si vieta l’acquisizione di posizione dominante, ma si vieta di
abusarne. Questi comportamenti sono simili, molto, al catalogo dei
comportamenti vietati alle intese. La ragione per la quale è vietato l’abuso di
posizione dominante, e per sulla quale il legislatore da molta importanza, è che
queste tipi di imprese possiedono alte quote di mercato e sono, quindi, in grado
di tenere comportamenti indipendenti. Questa possibilità pone l’impresa in
posizione dominate, ovvero di speciale responsabilità. [Regolamentazione: artt. 3
l.287/1990 e 102 TFUE]

• Controllo sulle concentrazioni (p. 77). [Regolamentazione: artt. 5-7 l.287/1990; reg.
Ce n. 139/2004].

26/10/18

> Norme di riferimento, Antitrust:

La posizione dominante è un problema delicato perché inevitabilmente mette gli


interlocutori dell’impresa dominante in una situazione di mancanza di scelta. Si può
verificare quella che la giurisprudenza indica come una “posizione dominante
collettiva”, non è un’intesa, ma è un incrocio tra intesa e abuso di posizione
dominante; è una pluralità di imprese che singolarmente non avrebbero una
posizione di dominanza, ma quando si mettono insieme più imprese dominanti,
hanno un comportamento coordinato che fa sì che un gruppo di imprese diventino
dominanti insieme.

- Comunità Europea:

- Dopo la guerra: col Trattato Ceca prima, e poi la sottoscrizione del trattato di
Roma del ’56, la Comunità Europea si è armata di norme, all’interno del Trattato
istitutivo, relative alla regolamentazione per la concorrenza di mercato. Fino al
2011 col Trattato di Lisbona, il quale ha diviso il Trattato della Ce in due trattati:
quello nel quale sono state trasfuse le norme del vecchio trattato istitutivo Ce è
quello che viene chiamato Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea
(TFUE) e un altro che contiene sostanzialmente solo trattati su regolamenti
disciplinari, ma la parte sostanziale del vecchio Trattato di Roma è dentro il TFUE,
il quale ha cambiato anche, in parte la numerazione (ex. artt. 81, 82, 85 e 86)
sono oggi da 101 a 109, in particolare quelli dove viene trattata l’intesa e l’abuso
di potere sono gli artt. 101 e 102.

- Nel sistema europeo, prima chiamato comunitario oggi unionista, l’organo


preposto per la vigilanza del mercato è la Commissione europea, ovvero il punto

74
di riferimento centrale. Come sappiamo, l’Unione europea è organizzata in
direzioni generali. In particolare quella che riguarda la materia dell’impresa,
concorrenza, proprietà industriale del diritto d’autore è la DG4.

- La struttura organizzativa della DG4 che fa le leggi e guarda, in concreto, come


funziona e il rapporto tra normative europee e italiane.

- Poi c’è l’organo di vigilanza che è la Commissione, l’organo che ha una funzione
giurisdizionale, cioè l’organo al quale ci si rivolge quando sorgono problemi
sull’applicazione del diritto antitrust.

- Fino al 1990, queste norme del Trattato istitutivo della Ce, sono rimasti per l’Italia
le soli norme applicabili in caso di comportamenti, da parte delle imprese,
rilevanti sotto il profilo antitrust. Quasi tutti gli stati membri, avevano costruito una
legislazione nazionale che fosse simmetrica e compatibile con quella europea. Le
ragioni per le quali in Italia non c’erano ancora sono moltissime, ma una delle
ragioni più semplici è che l’antitrust si occupa che il comportamento delle
imprese sul mercato e si occupa di evitare che alcuni loro comportamenti
pregiudichino il mantenimento di un sistema concorrenziale. Assumendo come
corretto che si rifiuta un sistema di concorrenza perfette e che si usa, come
strumento di analisi e valutazione del comportamento delle imprese sul mercato,
idoneo sia quello della tendenza a crescere delle imprese.

- Per molto tempo, in Italia, le imprese si sono trovate in una situazione di scarsità.
Nel panorama europeo e, quindi, il potere concorrenziale delle imprese nazionali,
è rimasto a lungo inferiore rispetto alla robustezza della capacità competitiva di
altri paesi membri. Come sappiamo, soprattutto in Italia, una delle caratteristiche
della struttura imprenditoriale italiana è quella di essere formata in maggior parte
da piccole-medie imprese, è un tessuto imprenditoriale estremamente
frammentato che tende ad essere molto competitivo.

- Finché le nostre imprese hanno potuto campare rivolgendosi prevalentemente ed


essenzialmente al mercato interno, non si sentiva un forte bisogno di legislazione
monopolistica, perché non c’erano vere pulsioni economiche verso un’attitudine
monopolistica. Ma quando le nostre imprese si trovarono ad affrontare, con la
creazione del mercato unico, imprese molto più grandi in altri stati, è successo un
fenomeno naturale: c’è stata una spinta alla crescita. La dimensione troppo
piccola rendeva troppo difficile il confronto. Con questa crescita è cominciata a
delinearsi un anche quadro di concorrenza interna: meno operatori, in certi settori
economici, più grossi ed agguerriti che hanno cominciato a ragionare in termini di
‘mors tua vita mea’.

- Dopo molti anni, alla fine degni anni ’80 iniziò il dibattito per una legislazione
nazionale antitrust, fino al 1990: con la l. 287. Questa legge, come tutte le leggi

75
nazionali in materia antitrust, ha un rapporto, con la legge europea, concepito su
base territoriale (le norme europee sono i trattati, regolamenti, in parte anche le
direttive, che godono di diretta applicabilità, i giudici nazionali possono applicarle
direttamente). Si dice che quando una fattispecie rilevante europea, interessa
esclusivamente il mercato internazionale, o solo marginalmente altri stati membri,
ma sostanzialmente esaurisce i propri effetti all’interno del mercato nazionale,
non si chiede l’intervento della Commissione, ma si applica la legge nazionale.
Quando, invece, un comportamento tenuto da imprese italiane sul territorio
italiano, ha degli effetti che coinvolgono tutti i mercati europei, la dimensione non
è più nazionale, ma diventa comunitaria (oggi unionista). La ripartizione di
competenze è vista su quella degli effetti: si guarda l’effetto dell’intesa o del
comportamento abusivo dell’impresa, si guarda l’entità del mercato sul quale
agisce e poi si decide se applicare la legge nazionale o europea.

- La legge italiana si dice che sia nata in grembo alla legislazione europea, infatti, il
legislatore non ha creato lui le norme, ma ha preso quelle europee e le ha
adattate a quelle italiane. Ma, rispetto agli artt. 101 e 102 sulle intese e sull’abuso
di potere in posizione dominante, abbiamo due norme: art. 287/1990 che sono
sostanzialmente speculari a quelle europee, con la differenza che in queste ultime
si parla degli effetti della concorrenza sul mercato europeo, mentre in quelle
italiane si parla di un mercato nazionale.

- Il problema di questo art. 287/1990 era di stabilire a chi affidare il controllo e


l’applicazione della legge. Si pensò subito all’Autorità giudiziaria amministrativa,
poiché è un versante maggiormente pubblicistico, perché l’idea di tutelare le
caratteristiche strutturali di un mercato è un’idea che coinvolge la collettività
intera, si guarda il comportamento su un elemento che si rivolge all’interesse
pubblico (quindi non ordinaria civilistica).

[Tipi di giurisdizione:]

- Giurisdizione civile -> che si occupano di problemi del diritto civile e privato,
esaurisce l’effetto di dinamiche individuali. L’archetipo di questo sistema è il
diritto soggettivo, abbiamo l’ipertrofia di tutela della proprietà, che è il diritto
soggettivo perfetto per eccellenza. Tribunali, corti d’appello, Corte di cassazione.

- Giurisdizione penale -> è il sindacato controllo dello stato sulla persona,


individuo. Inoltre è la giurisdizione separata poiché basato sulla Costituzione.
Diritto basato sulla collettività (reato, reazione ordinamentaria del diritto privato è
la privazione della libertà personale, galera). Diritto pubblicistico, punisco il
singolo perché ha leso un bene giuridico fondamentale. Codice penale degli anni
’28, il Codice Rocco.

76
- Giurisdizione amministrativa -> sul diritto amministrativo mai c’è mai stato codice
amministrativo, ma ci sono leggi che si sono sempre evolute. È il diritto dei
rapporti tra cittadino e Stato (TAR primo grado di giudizio amministrativo,
tribunale amministrativo regionale e Corte costituzionale: contrasti con la
Costituzione e la legge).

> Antitrust:

L’antitrust è una legge che riguarda l’imprenditore e il funzionamento del sistema


economico del mercato statale. Erano anni in cui si guardava all’America ed altri
stati, come gestivano questi aspetti regolamentari, ma era un sistema talmente
specifico che si scelse di creare da zero una nuova autorità amministrativa:
organismo separato dal potere giurisdizionale con proprie competenze di vario tipo
attribuite dalla legge speciale l. 287/1990, che dice le funzioni dell’Autority.

Prima autorità avuta in Italia si chiama Autorità Garante della Concorrenza e del
Mercato (AGCM), che è l’organo di controllo e con anche poteri di intervento molto
grandi, che spaziano dall’autonomia di avviare indagini conoscitive quando un certo
settore di mercato abbia una struttura che non coincide con l’ideale di un sistema
concorrenziale efficiente. Possono, inoltre, essere irrogate delle sanzioni pecuniarie
amministrative.

Competenza parallela dell’autorità garante, oltre concorrenza sleale, ma anche


pratiche commerciali scorrette (Apple con gli aggiornamenti che rallentavano il
cellulare). L’AGCM svolge un controllo generale prevalentemente sul
comportamento delle imprese, della pubblicità e delle norme in materia di abuso di
posizione dominante, ma in generale con quei comportamenti che vanno ad
incidere sul mercato alterando il meccanismo di funzionamento del comportamento
del consumatore.

Il Consiglio di Stato è il giudice dell’appello amministrativo che si occupa del


secondo grado di giudizio, con sede a Roma.

Quindi abbiamo un meccanismo di tutela giurisdizionale e para giurisdizionale che si


intrecciano e il caposaldo è questa AGCM.

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• Controllo sulle concentrazioni: è un fenomeno, non un comportamento come gli
altri, inoltre non sono disciplinate o nominate nel TFUe. Bensì sonno state oggetto
di incertezza per un possibile intervento (modo e finalità). Si scelse, quindi di
regolarle, quindi, con lo strumento del Regolamento europeo (1989 fu il primo).

Concentrazione = è il fenomeno risultato di un’operazione straordinaria che riguarda


due o più imprese. Agiscono autonomamente l’una dall’altra e si crea un mercato
creato da una pluralità di operatori (pluralità => fonte di garanzia perché c’è
concorrenza). Se due o più imprese si concentrano, cioè perdono la loro dimensione
individuale e diventano un soggetto coeso, compatto. Se ne avevo Tre, e diventano
Uno, diventa un soggetto enorme. Per capirlo bisogna guardare il meccanismo della
concentrazione per fusione.

Ci sono tre tipi di concentrazioni, dette operazioni straordinarie (operazione, fusione,


scissione), le quali danno tutte lo stesso risultato identico, ovvero: l’ampliamento
della quota di mercato detenuta da un’impresa, realizzato attraverso operazioni che
comportano la riduzione delle imprese indipendenti operanti nel settore.

Ad esempio la fusione è un’operazione giuridica attraverso la quale due imprese


(SRL o SPA…) decidono di fondersi, mettono insieme i loro assi patrimoniali e si
rimescolano in modo da risultare una sola. Ne esistono di due tipi: fusione per
incorporazione: A ingloba B, quindi B sparisce e diventa A maggiore; o fusione vera
e propria: A+B=C. Quando si ha imprese più grandi è cosa buona, in quanto le
imprese piccole hanno più difficoltà nei confronti con altre.

> In Europa, la Commissione negli anni ’80 disse che volva favorire l’ampliamento
delle imprese. Iniziarono dalle imprese bancarie, indicando loro di incorporarsi. Ci
possono essere, parallelamente a questi ingrandimenti favorevoli, casi di
impoverimento, in certi mercati, che vanno a scapito del benessere del
consumatore, i servizi infatti possono peggiorare (se hai una banca grossa hai alle
spalle una tutela maggiore, mentre in altri mercati, se si arriva a poco imprese sul
mercato può essere un maleficio). (Le banche fanno raccolta di risparmio)

Sono partiti dalle banche per il bisogno spingere il sistema finanziario, sono un
pilastro per questo settore.

Quindi si ha una concentrazione quando c’è modifica strutturale di una frazione di


mercato, creazione di centro di potere più grande.

> Le concentrazioni non sono vietate nel nostro sistema europeo e nazionale, ma
sulla base del Regolamento e l.287/1990, si dice che sono sottoposte a controllo:
quindi, quando due imprese voglio concentrarsi, lo devono dire alla Commissione
per Europa e Autorità Garante per l’Italia, i quali svolgono un controllo: guardano se
hanno potenzialità negative per il mantenimento del sistema concorrenziale sul
mercato interessato. Inoltre, possono ordinare la de-concentrazione.

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> Imputazione dell’attività d’impresa:

Problema teorico importante, utile per capire il meccanismo societario.

Di fatto chi è l’imprenditore? Se un terzo esterno all’impresa, come si fa,


astrattamente, a dire che gli effetti di un atto debbano ricadere su un determinato
soggetto indicato come “imprenditore”? (imprenditore occulto)

Se siamo difronte ad un imprenditore individuale è più facile da individuare rispetto


ad uno imprenditore societario.

Quando si ragiona sull’imputazione degli effetti di un atto, esiste nel diritto


commerciale un criterio per l’imprenditore individuale che si chiama ‘spendita del
nome’: effetti dell’atto cadono sul soggetto che porta quel nome. Il tema base è il
mandato: il soggetto che agisce perché esiste un rapporto con un altro soggetto in
forza del quale è stato richiesto di agire o, per il quale, uno svolge qualche atto ma
gli effetti ricadono su un soggetto preciso. Si tratta di un terzo che abbia una
relazione contrattuale con un soggetto che rappresenta il nome di un imprenditore
preciso, a cui vanno imputati gli effetti dell’atto.

Quando un’impresa tendenzialmente deve iscriversi al Registro, si ha un aiuto,


infatti nel registro c’è scritto chi è l’imprenditore. Ma non è un meccanismo sicuro al
100%, in quanto non ci sono sanzioni se non ci si iscrive. L’imprenditore infatti non
è obbligato ad iscriversi, può comunque svolgere l’attività senza formalizzare. In
questi casi, quindi, quando il terzo si trova a contrattare con un imprenditore
facendo affidamenti su quel che appare.

Nel nostro sistema, esiste una regola che dice che il debitore è responsabile con
tutti i suoi beni, anche futuri, dell’adempimento dell’obbligazione. La regola della
responsabilità, a livello di imprese individuali, non è molto comoda… i creditori
possono portare via tutto quello che vogliono per soddisfare il credito, c’è quello
che viene chiamato rischio di impresa, tecnicamente il rischio di non coprire i costi
con i ricavi. Quindi il rischio è illimitato per l’imprenditore individuale, risponde
personalmente col proprio patrimonio.

Gli imprenditori, che magari non vogliono comparire, usano il presta nome, ovvero
un soggetto che non ha beni, un nullatenente. Il vero imprenditore utilizza questa
facciata per svolgere “tranquillamente” l’attività di impresa.

Il nullatenente, in quanto tale, non ha timore dei creditori, perché anche se l’impresa
è insolvente, questi non riescono a soddisfare il credito.

Nel frattempo il vero imprenditore (o imprenditore occulto) si arricchisce e potrebbe


pagare il debito.

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Se voi foste creditori e scoprite che avete davanti un presta nome nullatenente
(occulto, che copre il palese) valete dal punto di vista sostanziale?

L’art. 1705 c.c. e, in generale, il criterio della spendita del nome rappresentano una
barriera: si dice che il soggetto che spende il nome è quello sul quale ricadono gli
effetti. E l’attività di controllo è un’attività necessaria, ma ha un limite, ovvero la
veridicità dei dati resi noti.

> Lo strumento che supera questa barriera formale del nome:

Molti altri manuali, guardano la legge 147 della delle fallimentare, è una
ricostruzione fornita da Valter Bigiavi negli anni ’70. Campobasso guarda il
funzionamento di alcuni tipi di società: tutte le società, in un modo o in un altro,
hanno un meccanismo di fondo, ovvero quello dell’imputazione della responsabilità
al soggetto che ha poteri di amministrazione e gestione.

Es. Tre amici: solo uno è un socio di capitale, questo non ha tempo materiale quindi
paga e basta. Non è socio operativo, non amministra.

Amministrare = vuol dire compiere tutti gli atti legati, necessari, al perseguimento
del raggiungimento dello scopo sociale dell’impresa.

> Due tipi di considerazioni sviluppate da alcuni autori e dalla giurisprudenza


sull’uso possibile di alcuni principi:

a. Indipendentemente dal tipo di società, c’è scritto che chi agisce è il soggetto sul
quale ricadono gli effetti dell’atto. Quello che Campobasso chiama rapporto di
connessione potere-responsabilità. Nelle società di accomandita semplice, in
particolare, esistono due tipi di soci: quelli a responsabilità limitata e che non
hanno i poteri di gestione e quelli che hanno poteri di gestione e sono sempre a
responsabilità limitata. Con questa connessione, quindi, ci si avvicina di più
all’imprenditore occulto

b. Prospettiva più obliqua: ci sono tanti tipi di società (art. 2347 c.c. contratto con il
quale due o più parti conferiscono beni per l’esercizio in comune di un’attività di
impresa allo scopo di dividere gli utili), ma se questa è formata da tre amici che,
di fatto, operano come se fossero una società, il legislatore cerca di vedere
l’esistenza di un rapporto sostanziale di società. Ovvero li vede come società
irregolare, ma nella sostanza, si guarda l’organizzazione e la definisce società di
fatto. Per stabilire se tra questi tre c’è un rapporto societario di fatto: si guarda
l’affetio societatis, ovvero la comune intenzione di condividere nel bene e nel
male i risultati dell’attività si impresa. Quando tra tre soggetti si riesce a capire
che c’è un accordo in forza del quale si dividono gli utili, ma anche i rischi,
indipendentemente dalla formalità, questa “affezione” mi permette di qualificarli
come società. Ma il nostro imprenditore occulto e palese hanno questo accordo

80
di dividere nel bene e nel male? No. Quindi tutti i tentativi di ricostruire il
rapporto tra questi due imprenditori sulla base dell’idea di trattarli come una
società, passano attraverso l’accertamento del contenuto dell’accordo. Se in
questo emerge che c’ranch era condivisione del rischio, allora li si possono
guardare come società, altrimenti, se non c’è l’accordo non si colpisce l’unione
ma si guarda ancora il criterio che potrebbe essere quello del rapporto potere-
responsabilità.

Ci sono, quindi, strumenti che possono essere utilizzati per arrivare ad un risultato
sostanziale ma ci vuole corretta individuazione del contenuto, dello strumento e del
rapporto contratto di realtà.

29/10/18

> Lo statuto speciale dell’imprenditore commerciale:

Fa riferimento all’obbligo di tenuta delle scritture contabili.

No assoggettamento al fallimento, solo presupposti soggettivi, oggi si parla


dell’entrata in vigore della riforma delle procedure concorsuali, non esisterà più il
fallimento. Dal 2007 si è sempre e solo discusso sul bisogno di cambiarla
radicalmente.

Una delle questioni è che la parola fallimento è associato culturalmente ad uno


stigma negativo e le modificazioni assai importanti intervenute nel tessuto
economico, agire imprenditoriale, rapporto indebitamento-credito, fanno sì che oggi
la gente fallisca, non più per mala gestio, ma per circostanze più svariate,
incolpevoli, quindi continuare a parlare di fallimento, si ritiene che non corrisponda
più all’idea che questa parola trasmette nel nostro ordinamento e nella nostra lingua
italiana.

Ci sarà una riforma che cambierà le condizioni in modo da non permettere più il
fallimento, ma stabilendo una procedura di ricomposizione del credito-debito o di
insoddisfazione dei debitori.

È importante capre che gli imprenditori agricoli e piccoli imprenditori non falliscono.

Obbligo di tenuta delle scritture contabili e rappresentanza commerciale,


sopravvivono.

81
> Le scritture contabili:

Esistono nel codice civile delle norme, una in particolare che è di riferimento per il
sistema di riferimento della contabilità:

La contabilità ha molti aspetti tecnici di tipi ragionieristico-contabili e il nostro


legislatore segue un principio, nell’indicare l’obbligo agli imprenditori di tenere le
scritture contabili, che è quello secondo cui una corretta e sistematica tenuta della
contabilità sia uno strumento molto utile nelle mani sia dell’imprenditore che dei
terzi che entrano in relazione con l’impresa. Questi terzi sono tanto più direttamente
interessati a conoscere alcuni dei documenti che compongono l’insieme dei
documenti contabili di un’impresa, quanto maggiore è il grado di intensità con il
quale il legislatore prevede che alcuni documenti servano anche come strumenti
informativi nei confronti dei terzi. In alcuni tipi di impresa, di strutture organizzative
più grosse e complesse, un’obbligo di relazione di un documento detto bilancio. Per
alcune va pubblicato, quindi ero disponibile, in modo che quelli che voglio
relazionarsi con l’impresa, abbiano un’idea del quadro economico-patrimoniale-
finanziario, sintetico ma esaustivo. Una visione di tutti gli aspetti che latamente,
incidono sull’assetto economico della società, anche quelli finanziari, aspetti legati
alla disponibilità di cassa, legati alla visione precisa di come in sostanza il
patrimonio di un imprenditore sia distribuito ed organizzato (dove sono e come
vengono impiegati).

> Art. 2214 c.c. Libri obbligatori ed altre scritture contabili:

Apre la sezione delle scritture contabili; vi è racchiuso il cuore dell’idea che il diritto
ha sulla tenuta delle scritture contabili.

I primi commi parlano (con riferimento all’art.2195 c.c.) di imprenditori commerciali, i


quale devono tenere:

- (Comma 1)Il Libro giornale e degli inventari (scritture nominate)

- (Comma 2) Altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle
dimensioni dell’impresa: obbligo che grava si tutti gli imprenditori.

- Conservare ordinatamente gli originari delle lettere, telegrammi, fatture e ricevute


non che le copie di queste spedite.

Tutto questo non si applica ai piccoli imprenditori.

Poi seguono delle norme relative alle modalità di tenuta delle scritture contabili,
possibilità di tenere una documentazione informatica e due norme importanti sul
contenuto del Libro giornale e relazione dell’inventario.

L’obbligo ricade su tutti gli imprenditori. Poiché la natura (imprenditore commerciale)


e le dimensioni (piccoli e grandi) implica una vasta gamma.

82
Si collocano quindi vari imprenditori che, a seconda della veste giuridica che hanno
scelto si assumere all’interno dello svolgimento dell’attività di impresa, devono
tenere, in un certo modo, la contabilità. Quindi questa norma è basilare, dice il
minimo:

- Commerciale non piccolo -> deve tenere almeno il giornale e inventario

- Tutti gli altri possono non tenere queste ultime, ma in ogni caso devono tenere
quel minimo che, in ragione della natura e dimensione dell’impresa, sono
necessarie.

Necessarie per cosa? Non c’è scritto, ma questa proprietà della contabilità ordinata
di consentire una visione completa e corretta sullo stato di salute e condizioni
economiche e patrimoniali dell’impresa, è esattamente la ragione per la quale tutti
gli imprenditori, devono tenere una contabilità più o meno ricca, o semplificata, ma
basilarmente tale da ricostruire i movimenti economici e patrimoniali dell’impresa.

Quindi vale anche per gli agricoltori. Solo sapendo i movimenti delle materie prime o
i beni o i soldi, gli imprenditori riesco ad avere una visione completa della propria
attività. Quindi è uno strumento che ali imprenditori, in prima battuta, serve ad avere
un vero controllo.

> 2219 c.c. Tutte le scritture contabili devono essere tenute secondo un ordinata
contabilità, senza spazi in bianco… norma pratica e descrittiva, i criteri non sono
giuridici, ma sono ragionieristici. Resta il fatto che, in questo modo pratico, il
legislatore dice che si deve essere in grado di leggerli. Dal 2011 è stata ammessa la
possibilità della tenuta informatica. Ma anche questa deve essere in ordine.

Inoltre, i libri devono essere numerati progressivamente (così da dare una


cronologia). Tutto questo serve per evitare equivoci od imbrogli.

Le copie delle lettere, fatture e telegrammi servono nella documentazione perché


sono quell’insieme di documenti sui quali si possono trovare conferme e riscontro di
quello che poi si trascrive nel documento contabile.

31 min e 28

> Scritture obbligatorie per l’imprenditore commerciale non piccolo:

• Libro giornale

• Libro inventario fotografa la situazione patrimoniale dell’impresa. Serve per dare


idea della mia situazione patrimoniale.

patrimonio= insieme delle passività e attività. Diverso da capitali. Tutto ciò che gira
nell’ambito dell’attività di impresa.

83
In alcuni tipi di impresa

- Patrimonio impresa + quello individuale dell’imprenditore. Se quest’ultimo subisce


variazioni, queste devono essere tenute conto anche nel patrimonio dell’impresa.

Si dice che tra questi c’è confusione, la separazione non è netta.

- Il libro inventario si chiude con un documento di redazione obbligatoria per gli


imprenditori commerciali non piccoli: il bilancio, sta in una parte della disciplina
delle SPA.

- Nel codice civile questo bilancio è disciplinato da tutti i punti di vista: le voci,
struttura (attività, passività…), criteri di apposizione, criteri internazionali…

- Questo gruppo di norme dettate per le SPA sono quelle che valgono per tutti i
bilanci. Tutte le norme che regolano SPA vanno guardate ogni volta che si vuole
fare un bilancio.

- Quando non si è legati all’obbligo del bilancio, es. solo stato patrimoniale per
imprenditori agricoli o associazioni, documento periodico che consente a chi
legge di avere un quadro generale della situazione patrimoniale.

> Scritture innominate, nominate e non obbligatorie:

- Non obbligatorie: mastro, cassa e magazzino.

- Libro mastro: registro operazioni in ordine sistematico, raggruppamento per


categoria.

- Libro cassa entrate e uscite in denaro

- Se c’è un libro magazzino, questo prende vita: contiene merci o materie prime, in
quanto tale è parte del patrimonio.

> Efficacia:

Nel codice civile ci sono delle norme che si occupano dell’efficacia delle scritture
contabili, ovvero che valore di prova hanno. Quando si può sostenere il proprio
giudizio in casi di conflitto, in situazioni conflittuali, quindi, tra imprenditori o terzi, si
prendono documenti contabili, si vede come servono a fine probatorio.

- Parte del codice si occupa dei mezzi di prova: VI Libro si chiama la Tutela dei
diritti.

84
- Art. 2709 c.c. delle scritture contabili delle imprese soggette a registrazione:
queste scritture soggetto a obbligo di tenuta che grava su tutti gli imprenditori
commerciali non piccoli. Si costruisce un sistema in cui nei rapporti con questi,
devono figurare nello stesso modo peculiare nella contabilità di tutti e due. Quindi
ogni atto deve essere riportato nella contabilità di questi e di chiunque svolga
l’atti con questi imprenditori commerciali non piccoli.

- Regola numero 1: Il legislatore, oltre obbligare gli imprenditori commerciali alla


tenuta delle scritture contabili, dice che quello che è scritto dentro la propria
contabilità fa sempre prova contro dello stesso imprenditori soggetti a
registrazione. È contro perché questo scritture sono scritte dall’imprenditore
stesso, quindi si presuppongono giusto.

- Inoltre devono essere regolarmente tenute.

- Distinzione: prova a favore e prova contro qualcuno

- Valgono nei confronti di chiunque.

- Privilegio commerciale- probatorio: riguarda solo i rapporti tra imprenditori. L’art.


2710 c.c. intitolato efficacia probatoria tra imprenditori. Nei rapporti tra due
contabilità è ammessa l’utilizzazione di scritture probatorie a favore. Quindi
“contro” tra imprenditore e chiunque, “a favore” si può scrivere solo tra due
imprenditori.

- Piena prova: non ammette prova contraria; Prova: ammette la prova contraria, è
contestabile.

- 35 min!!

> Società:

- Forme organizzative di attività di impresa.

- Numero chiuso

- Il giudice tratta delle società come società di fatto

- Storia antica: forme organizzative dell’attività di impresa. Imprenditore individuale


può ed è sempre di più una figura che organizza piccole organizzazioni i scarso

85
rilievo economico. Quando le cose si allargano la struttura dell’impresa si
amplifica. A volte la legge impone questi modelli per determinate attività (es.
assicurazione)

- Diversi modelli di impresa che corrispondono a 6 tipi di società. Distinguono le


imprese per le dimensioni strutturali e quelle organizzative.

- Nel codice civile le società sono trattate nella disposizione di articoli che si apre
con l’art.2247 c.c. Contratto di società.

- Qui il rapporto societario è identificato con quello contrattuale. Si parla,


generalmente, di un ente con una base pluri-personale. Però ci sono anche
alcune società uni-personali.

- Dato storico con valenza pratica: L’Italia è rimasta, per molto tempo, ancorata
all’idea di società come contratto. L’imprenditore individuale risponde alla
responsabilità dell’imprenditore con piena confusione del patrimonio personale.
Gradualmente si è parlato di separare i due patrimoni in una pluralità patrimoniale
di soci. Questo accadde quando si parlò di responsabilità, di pagamento di
debiti. Quindi nell’800 si parlò di ammettere anche per l’imprenditore individuale,
la possibilità di limitare la propria responsabilità. Prima era sempre a
responsabilità illimitata. Negli anni 80 fu invitata ad introdurre una regola che
consentisse di adottare il modello della responsabilità limitata per l’imprenditore
individuale. Erano società che nascevano da un contratto unilaterale, un univo
imprenditore che poteva beneficiare della responsabilità limitata.

- Nel 2003 diritto societario riforma: introdotta possibilità per SPA, quindi oggi ci
sono anche le SPA uni-personali.

- Il 2247 è rimasto nel c.c. per dirci che queste sono delle eccezioni alla regola:
tendenzialmente sono contratti pluri-personali, in via eccezionale è possibile
usare questo schermo per per evitare la responsabilità individuale.

> Testo 2247 c.c.

- Norma che definisce il contratto di società

- Prima questione “conferiscono beni o servizi”: ‘conferire’ ha un significato


tecnico, vuol dire apportare a qualcuno per uno scopo in italiano. Quindi le parti
che vanno a creare un ente societario danno dei beni “suscettibili di valutazione
economica” alla società. Servono a svolgere l’attività sociale; si dice che

86
“eseguono i loro conferimenti2 che formano una massa che rappresenta l’inizio
della società, una parte che sarà utilizzata per svolgere attività e soddisfare i
creditori.

- Per l’esercizio in comune: tra i soggetti che noi immaginiamo legati per rapporto
societario ci vuole affectio societatis, ovvero la voglia di condividere l’attività
economica.

- Scopo unione: divisione degli utili. Questa parte lo differenzia dall’art. 2082 c.c.
non si parla di utili e non c’è bisogno di lucro. Ma qui sì. La società diventa lo
strumento dell’attività economica per il raggiungimento di utili

[2017 Riforma terzo settore: associazioni, corporative sociali, mondo del no profit.
C’erano leggi settoriali, volevano fare testo unico, ma c’era un problema: queste
imprese del terzo settore.]

- Legge 2005 sull’impresa sociale: impresa che può assumere l forma di un società
, normalmente di capitali, e funziona come impresa per il perseguimento di un
fine di tipo sociale. Fu fallita questa legge, c’era scritto che le imprese sociali non
potevano mai utilizzare mai guadagni per sé stessi, andava riutilizzato per
l’attività di impresa. Ovviamente ce ne erano ben poche di queste imprese.

- Quindi nel 2017 fu riscritta la legge sull’impresa sociale, permettendo anche a


queste di fare una piccola parte di utile al fine di distribuirlo tra i soci.

Le società sono imprenditori, ma non sono gli unici, imprenditore collettivo che
adotta tipi di organizzazioni imprenditoriali ma anche non. Svolgono comunque
attività di impresa, con le sue caratteristiche.

5/11/18

Forma per l’esercizio collettivo per l’attività di impresa e hanno scopo lucrativo
generalmente, ma esistono anche società cooperative e consortili che hanno
qualcosa di più dello scopo di lucro, ma hanno come obbiettivo del pareggio di
bilancio ed ottenere l’utile. Sono a numero chiuso non se ne possono creare altri.

Nel nostro codice ci sono due categorie tipizzate:

87
• Società di persone: connotate da una rilevanza normativa dell’elemento
personalistico, cioè le caratteristiche personali del socio sono rilevanti al fine della
rivelazione del rapporto sociale. (es. muore e non può subentrare
automaticamente l’erede, perché potrebbe avere diverse caratteristiche
personali). Inoltre sono società disciplinate per l’esercizio di attività economiche
medio piccole e la partecipazione diretta dei soci è rilevante per il fine
organizzativo non solo dell’impresa societaria. In ragione di queste…, è permessa
per legge una certa flessibilità organizzativa, i soci hanno meno limitazione
giuridiche. Sono, inoltre, connotate da responsabilità illimitata (soci che agiscono
in regime di responsabilità illimitata, è riferito al fatto che i soci non possono
limitare la loro partecipazione al rischio di impresa a quanto riferito) e solidale
(tutti i soci sono responsabili, se paga uno, questo avrà diritto di rivalsa nei
confronti degli altri soci). I soci esprimono la volontà sociale.

• Società di capitali: tendenzialmente la persona del socio è irrilevante. Il rischio è


limitato al conferimento. Patrimonio e capitale sociale, responsabilità,
obbligazioni, limiti sono legate a quanto si ha messo. Non c’è quasi separazione
tra patrimonio individuale e societario. Se si parla di SRL, dopo il conferimento
minimo prestabilito, se si ha un debito verso un fornitore, il creditore sociale resta
insoddisfatto se i soldi non ci sono. Quindi, la società ha un problema di debito,
non l’individuo. Se questo debito assume certe caratteristiche strutturali, viene
poi dichiarato il fallimento d’impresa. Inoltre, altra differenza è che
tendenzialmente l’autonomia contrattuale, la possibilità ddi gestire
l’organizzazione interna qui è un po’ peno ampia delle società di persone: ci sono
regole che disciplinano l’organizzazione interna della società, sono poche e
piuttosto semplici, il legislatore per le società di persone, invece indica un numero
più ampio di regole. I soci esprimono le delibere assembleari: apparato normativo
per i soci molto più rigido.

> Oggetto della disciplina del diritto societario:

Aspetti dove si agisce maggiormente:

1. Fase costitutiva: a seconda di quale società voglio creare, ci sono regole formali
diverse, viene chiesto l’atto costitutivo con un certo catalogo di indicazioni. Ci
sono dei tipi di società di persone in cui non si deve indicare quasi niente altri
(Spa) in cui si deve dire tutto.

88
2. Dotazione patrimoniale: come si deve fare per costituire il patrimonio (disciplina
dei conferimenti)

3. Diritti e doveri: dei soci, quali sono me lo dice il legislatore tipo per tipo. I tipi di
diritti sono sempre due: diritti amministrativi (voto, amministrazione e
rappresentanza), ovvero quelli chetano a che vedere con la partecipazione
sociale e patrimoniali, quelli esercitabili nella vita della società.

- Bisogna quindi formare il patrimonio tramite i conferimenti; l’insieme dei


conferimenti forma il patrimonio sociale. Campobasso aggiunge: “è un fondo
comune vincolato, vincolo di destinazione impresso al patrimonio sociale, cioè i
soldi che lo formano e conferiti non possono essere usati per altro se non per
realizzare l’attività sociale”, quindi solo per l’esercizio collettivo dell’attività di
impresa e solo quando finisce, i beni rimanenti possono essere restituiti ai soci.

56min

- Nelle società di capitali succede una cosa in più rispetto a quella delle società di
persone: una parte del patrimonio societario (quota ideale del patrimonio netto)
prende un nome speciale ‘capitale sociale’. questa ha un ruolo legale: cioè la legge
ne impone un valore minimo 50mila nelle spa e per srl… rappresenta
un’immobilizzazione, cioè è una somma che nemmeno la società può usare per fare
l’attività sociale. L’idea di base è che questo importo immobilizzato serve come
garanzia patrimoniale per i creditori (funzione base grezza, è solo una delle funzioni
del capitale sociale legale, ma è anche parametro di una serie di cose traduci anche
per i diritti dei soci).

=> È una porzione indisponibile del patrimonio netto, cioè il patrimonio levati i
debiti.

> Tipi di società:

Società di capitali: srl; spa; sapa; coop e le mutue assicuratrici

Società di persone: S.s.; s.n.s.; s.a.s..

> La società semplice (s.s.) 1h

- Responsabilità e complessità di livello gestionale pongono i scala le società.

- Società di persone sono i tipi usati per piccole dimensioni economiche

- Rappresenta il modello base di società, lo scheletro del diritto societario sta


dentro la società semplice.

89
- Nasce originariamente come tipo societario per l’attività non commerciale (quindi
agricola).

- La sua semplicità è caratterizzata da: la sua costituzione, infatti non ha alcuna


regola specifica, ma è costituita, si dice, a forma libera, non sono imposte quindi
alcun tipo di scritture (art. 2251 salvo quella richiesta dalla natura dei beni
conferiti) [salvo che nel conferimento dei beni che vanno a creare la società].

- Per la costituzione non serve una precisa forma, mentre per i beni componenti del
la società si e dipende dalla natura dei beni.

- Cosa è conferibile all’interno del patrimonio: tutto ciò che è suscettibile di una
qualche svalutazione economica, sia beni di proprietà che di godimento con la
regola res perit domino (= la cosa perisce al padrone, nel diritto privato indica che
il rischio del perimento di un bene dato in godimento grava su colui che ne è
proprietario al momento del perimento stesso). Questa regola è la causa di
esclusione (registrazione 2)

- Conferimento: soci creano patrimonio sociale, come tutti i patrimoni, è fatto di


fate cose, gli incrementi patrimoniali posso vedere se avvengono per attribuire
proprietà o godimento alla società. Mi consente di ottenere i due effetti.

- Il contratto costituito verrà modificato dolo all’unanimità a meno che non sia
previsto dall’atto costitutivo un al tuo meccanismo.

- Schema base di gestione del rapporto societario: diritti patrimoniale del socio,
vanno visti sia dal punto di vista dell’utile che della perdita. Anche per il principio
afectio societatis, bisogna condividere tutte le sorti della società.

- È vietato il patto leonino, art.2265 c.c. è un principio generale del diritto societario
e consiste nel divieto di estraniare un socio dalla partecipazione degli utili e
nemmeno delle perdite.

- Nei limiti della totale esclusione, i soci possono pattuire delle limitazione di
società a patto che queste limitazioni non arrivino all’esclusione totale. Questo
perché nella dinamica delle partecipazioni patrimoniali, non si trovano norme che
indichino un vincolo legale di divieto di proporzionalità agli utili o alle perdite.
Questi sono sempre accordi pattizi che non riguardano il terzo.

- Responsabilità patrimoniale: come resiste il socio di s.s. nei confronti dei debiti.
La responsabilità illimitata e solidale. è sussidiaria? Scatta solo dopo l’incapienza
del patrimonio societario? Il creditore sociale, deve prima andarli a prendere nella
società e, se questa non li possiede, solo dopo al patrimonio personale? La
risponda è diversa a seconda se si è s.s. o s.n.c..

90
- s.s. -> il creditore non ha alcun obbligo di escutere preventivamente il patrimonio
sociale. C’è un unico strumento di difesa: al socio è imposto di dover indicare al
creditore i beni sui quali possa agevolmente soddisfarsi (prontamente liquidabili).
Quindi non c’è sussidiarietà.

- Società in nome collettivo: esiste il beneficio della preventiva escussione.

8/11/18

> Responsabilità patrimoniale:

Punto qualificante tra società semplice e società in nome collettivo, qui si può
chiedere la preventiva escussione del patrimonio personale.

Snc il socio è più solido, mentre nella società semplice è più debole.

> Amministrazione:

Aspetto della disciplina molto comune nelle società di persone, società


pluripersonali,

Individuare come o chi compie quegli atti che servo alla società, la gestiscono

Tema della rappresentanza: se uno agisce per un ente, si pone come


rappresentante.

Rappresenta sostanziale: in nome o per conto di un altro soggetto

Rappresenta processuale: capacità di stare in giudizio per un altro soggetto

9/11

Parziale giovedì 13 dicembre nelle ore di lezione INSEGNAMENTI ONLINE

Parziale su tutto escluso da società in poi.

91
Da 7 min

Cause di scioglimento di rapporto sociale limitatamente ad un socio:

Dentro alla disciplina della società semplice. Ma di fatto Sono comuni a tutte le
società sebbene sia dentro alla sua disciplina.

Sono 3 cause dove il socio esce dalla società, non perché questo si scioglie (altri
motivi, circa 5), ma rimane in vita

- Morte (subentra erede solo se consenso eredi e consenso soci superstiti)

- Recesso (diritto di recesso al ricorrere di una giusta causa, non elenca le cause
tipo la norma, ma

segue i principi generali)

- Esclusione (declinata nel codice secondo motivi legali o per atto costitutivo che
prevede specifiche

cause)

Quando c’è una causa di scioglimento, si verifica un momento in cui la quota del
socio deve essere liquidata.

➢ Esclusione

C’è una delibera a maggioranza con effetto dopo 30gg dalla comunica al socio

In causa di esclusione materia per fondare un’opposizione del Tribunale

Non è un valore unico quello della società, mentre quello della quota segue il valore
dell’attività della società. È bisogna stabilire l’ammontare di questa quota variabile.
La regola vuole che la liquidazione debba essere entro 60gg dopo il verificarsi della
causa di scioglimento. Fino a questo momento il socio è responsabile delle attività
sociali.

Si congela il comportamento societario e si tiene conto dell’andamento della


società.

Per la misura della quota ci vuole uno strumento che quantifichi il valore della
società al momento della causa. I soci amministratori devono redigere un
documento, un rendiconto di stato di salute della società e, in base a questo si
stabilirà il valore.

(Non c’è l’indicazione di un documento preciso nella società semplice, ma si invoca


la diligenza degli amministratori che deve consistere nella predisposizione di un
documento che possa rappresentare le caratteristiche di salute e di organizzazione
della società, serve a fotografare un momento)

92
SNC Società in Nome Collettivo

Pensato per l’esercizio dell’attività commerciale

Abbiamo un imprenditore commerciale con strumento organizzativo pensato per


attività di impresa commerciale.

C’è lo statuto speciale con obbligo di iscrizione al registro con relativi

È obbligazioni sulle pubblicità legate alla possibilità di avere nozioni per farsi idea
generale sulla società in questione

Ci sono norme nel codice che si applicano specificamente alle SNC. Ciò che non è
appositamente menzionato alle SNC si applicano ciò che è previsto per le società
semplici.

Rispetto alla società semplice è un po’ più strutturata:

I soci rispondono solidamente e limitatamente alle obbligazioni sociali e il patto


contrario non ha effetto nei confronti dei terzi.

Questa ultima frase va messa in relazione col patto leonino - > entro il limite del
patto leonino, qui invece si può fare ma non è mai opponibile ai terzi. Questi vedono
il socio direttamente responsabile

Qui si parla anche di ragione sociale, è il nome della società (corrisponde alla ditta).

Qui ci deve essere almeno un nome di un socio, deve comparire come punto di
riferimento per tutti i terzi con i quali deve relazionarsi. Ci vuole anche “s.n.c.”

Vera novità:

Atto costitutivo:

Atto che deve avere forma scritta che servirà per registro imprese ed effettuarne il
deposito L’art.2295 deve indicare:

- numero dei soci

- Ragione sociale, come si chiama

- Indicazione dei soci che hanno la rappresentanza (amministrazione)

- Sede sociale, luogo dove formalmente viene identificata la collocazione giuridica e


fisica della

società, è importante perché chiunque deve poterla rintracciare per ricorsi o atti di
incitazione,

raccomandata o diffida

93
- Oggetto sociale, attività economica dell’impresa, importante perché è un dovere
ma anche un loro

limite, l’amministratore deve stare attendo a non uscire da questo. È un limite di


responsabilità dell’amministratore. Altrimenti sono imputabili per responsabilità di
mala gestio. Nelle società di capitali questa responsabilità comporta conseguenze
maggiori, oltre a crescere.

- Conferimenti effettuati dai soci, il valore ad essi attribuito è il modo di valutazione.


Servono per creare il patrimonio della società. Non ci sono regole specifiche in
questa società che indichi il criterio dei conferimenti, questo può cambiare molto il
conferimento min.36. Soci d’opera portano altri servizi.

- Utili: non esiste un principio rigido di proporzionalità di conferimento degli utili.


Dipende da come ci si mette d’accordo. Dopo 2003 questo meccanismo è presente
anche nelle SPA 48min. Deve dire le quote di partecipazione agli utili senza
qualificazione di partecipazione agli utili.

(Anche nelle SPA: L’AMMONTARE DEI CONFERIMENTI NON PUÒ ESSERE


SUPERIORE AL CAPITALE SOCIALE, questo dopo 2003)

Capitale sociale minimo 100, base è che tutti mettono 10 perché siamo 10 ad
esempio. La regola della proporzionalità dice che il numero di azione al capitale
sottoscritto. Non c’è un capitale nominale corrispondente al numero di capitale, non
è obbligatorio il rispetto del principio di proporzionalità. Per essere socio bisogna
avere almeno un’azione. Il conferimento nelle SPA ... min 53:30

Norma dopo che si intitola mancata registrazione:

Imprenditori commerciali si devono iscrivere alla sezione ordinaria del registro delle
imprese.

Se nessuno porta atto costitutivo al registro si dice che non si effettua il deposito. È
un motivo di irregolarità: conseguenza, si applica il regime delle responsabilità
sociale per l’obbligazione sociale. Parlando della società semplice tra i soci non c’è
sussidiarietà. Differenza principale con SNC. Perché per questa c’è obbligo di
escussione preventiva del patrimonio sociale, bisogna chiedere pagamento del
credito alla società e questa pagherà con i soldi della società. Se il patrimonio non è
sufficiente, interviene in via sussidiaria la responsabilità del socio che è
illimitatamente irresponsabile. Al creditore sociale (fornitore es.) quindi incombe un
onere: fare tutto ciò che è necessario per rientrare nel suo credito.

Esempio estremo: società non ha liquidità ma ha beni superiori al credito. Prima di


chiedere soldi al socio può azionare un meccanismo che porterà alla vendita di quel
bene. Questo accade solo in modi disperati, perché i soci preferiscono mettersi le

94
mani in tasca prima di vendere un bene prezioso. (Esecuzione sulla vendita di beni)
a volte si fa finanziamento soci.

La differenza, quindi, tra SS e SNC è che in quest’ultima il creditore deve prima


escutere il patrimonio sociale. È limitata, solidale ma SUSSIDIARIA.

Altra norma per vedere come ci sono norme specifiche sull’impresa SNC

Divieto di concorrenza:

Impresa commerciale con importanza sulla concorrenza, è una norma nuova in


questo contesto che disciplina l’ipotesi di un socio che voglia svolgere attività in
concorrenza alla società della quale fa parte.

Un divieto di questo tipo è un divieto limite legale alla concorrenza (2595 e 2596, si
vieta la libertà) il socio non può senza consenso di altri soci non può fare attività
concorrente o essere socio di altre società concorrente.

Quindi va detto agli altri soci, se no sarebbe violazione a questo divieto. Dopo di
che i soci possono accettare o negare.

Se i soci dicono di no, il socio richiedente potrebbe utilizzare il no come giusta


causa di recesso. Se lo faccio e non lo dico mi possono escludere.

“Non può partecipare come socio illimitatamente responsabile” si ha due rischi


personali se no! La partecipazione ad una società in regime di responsabilità
illimitata richiama la partecipazione del patrimonio personale e la legge dice che
questo patrimonio non può essere incluso in più di una SNC Nelle SRL si può
investire invece.

Amministrazione SNC

Come SS

Congiuntiva, disgiuntiva, possibilità di modificare.

Unica particolarità che non riguarda amministrazione:

È lo scioglimento (cause vedi sopra)

Prima si paga creditori poi si liquida e si divide il resto.

In più, si trova una norma intitolata bilancio finale di liquidazione e piano di riparto:
questi documenti vengono portati con raccomandata e i soci hanno un tempo per
analizzare questi documenti e trascorso questo tempo li devono approvare, se non
sono d’accordo li impugnano. (Portati davanti al giudice, si esce dalla dinamica
endosocietaria)

95
Si innesca una fase giudiziaria che congela la liquidazione finché non c’è la
decisione.

12/11

- SS modello base;

- SNC diverso da SS, quello che non le regole, lo si riprende da SS

Ci sono differenze per ragione di utilizzazione di attività commerciale (statuto,


iscrizione al registro per i terzi per identificare sede, caratteristiche, chi sono i soci,
responsabilità illimitata...)

Sono in un certo rapporto di continuità. Per entrare in società bisogna fare


conferimenti che in prima battuta serve a fare patrimonio societario che
apparentemente è separato da quello personale. Abbiamo accennato che è
opportuno tenere concettualmente distinto il patrimonio dal capitale societario,
questo è una porzione del patrimonio netto. Nelle società di capitali quest’ultimo è
immobilizzato, caratterizzato da indisponibilità assoluta (passivo del bilancio). E la
base della garanzia patrimoniale nei confronti dei terzi. Nelle società di persone non
che obbligo di costitute un capitale distinto da quello personale. Quindi, quando
nella SS leggiamo le norme, non si parla di questo capitale sociale. All’interno della
SNC nemmeno, ma improvvisamente, spunta una norma art.2306 “Riduzione del
capitale”, norma che, per come è collocata, non è chiaro cosa stia a rappresentare.
Serve può esserci capitale sociale (anche senza obbligo di costituzione), può essere
ridotta, in caso di riduzione i creditori sociali possono fare opposizione.

Art. 2303 c.c. Limiti alle distribuzioni di utili: non si può dividere somme di denaro tra
i soci se non per utili conseguiti.

Non c’è obbligo di individuare una porzione di capitale come sociale, ma il


legislatore indica che una parte di patrimonio vada, non obbligatoriamente, messo
del capitale sociale. Averlo o no, vuol dire formalizzarlo, non c’è obbligo! ma può
esserci (quello che si capisce da queste due norme)

Questa porzione di denaro prende una vita autonoma rispetto al resto del
patrimonio della società, resta ferma e congelata. Serve a, dopo aver letto queste
due norme:

1. Art.2303 Menziona l’opposizione dei creditori: funzione di garanzia della solubilità


dei creditori. I creditori si oppongono quando pensano che il debito delle società
non possa rientrargli in tasca.

96
2. Art.2303 e più difficile capire la funzione: è una norma in modo sintetico, che
racchiude il concetto della funzione del capitale sociale come parametro di
valutazione degli strumenti organizzativi, patrimoniali ed economici. “Non si può
distribuire gli utili che non sono realmente conseguiti”= cioè quello che io vedo
quando ho fatto un’operazione che guarda all’intero stato del patrimonio ed ho
sottratto da questo tutto, compreso il capitale sociale. Se ho delle perdite che
arrivano ad intaccare il patrimonio societario “libero” e se lo sono mangiato tutto e
ce ne sono altre di perdite e mi vanno a mangiare il capitale immobilizzato, io ho
una perdita nel capitale sociale. Se succede una cosa del genere, non ho gli utili e
non posso distribuire alcuna somma di denaro (art.2303 c.c.) ma l’utile deve essere
netto. Il calcolo deve tenere conto di tutto anche del capitale sociale e guardarlo
nella prospettiva dei debiti a scadenza e prendere la decisione d e distribuire gli utili
oppure no. Non che un obbligo di immobilizzazione, ma prima cosa è funzione di
garanzia poi (24min.)

Se ho delle perdite di capitale, devo ricapitalizzare e nella sua dimensione e formale


è strumento di valutazione di rapporti economiche mi dice che non posso ridurre il
mio capitale sociale. Nell’atto del registro delle imprese vuol dire che io capitale 100
e 30 è capitale sociale, ad esempio; se questo trenta non obbligatorio) risulta
inadeguato al tipo della società, nulla vieta che i soci, con decisione unanime,
decidano di ridurlo a 20. Solo dopo aver fatto passaggio formale, potrò rifare i miei
conti e verificare se, ridotto il capitale sociale, io riesco a selezionale una fetta del
restante che possa portare ad una legittima distribuzione di utile.

> SOCIETÀ IN ACCOMANDITA SEMPLICE

Anello di congiunzione tra SNC e SdC.

Soci hanno una posizione quasi uguale alla posizione di soci nella SNC, hanno
meno libertà e anche vicini alle SdC.

97
➢ Altra caratteristica della SAS è l’esistenza di due categorie di soci: (Art.2313 c.c.)

1. Accomandatari: Rispondono solidamente ed illimitatamente per le obbligazioni


sociali;

2. Accomandanti: rispondono limitatamente alla quota conferita.

[SS e SNC responsabilità illimitata, rispondono con patrimonio personale. Nella


prima non che sussidiarietà e nella seconda si.]

Prima volta che vediamo soci che agiscono in maniera limitata: rispondono alle
obbligazioni sociali limitatamente alle azioni societarie. Entrano in società, mettono
una quota X, se per caso, la società dovesse subire una perdita di quota 2X, i
creditori si rifanno su di me solo fino a X.

- Differenza tra essere socio a responsabilità limitata o illimitata durante societatae?

Non c’è una risposta nel c.c., ma in questo modello di società, molto utilizzato
soprattutto nelle piccole-medie imprese a base familiare.

Abbiamo una categoria di soci a base capitale e altri soci che rispondono
limitatamente. Se noi scorriamo le norme.

Primo comma: accomandatari hanno responsabilità illimitata. Da questo raccordo


capiamo un principio fondamentale, che sta dietro alla soluzione dell’imprenditore
occultato, cioè c’è un nesso tra responsabilità e poteri di gestione: se ho queste
due cose, ho un profilo di responsabilità più elevato di chi mette due soldini, ma poi
non amministra. Nella famiglia io metto dei soci “finanziatori” che mettono soldi e la
loro responsabilità finisce lì, e non gestiscono nulla. Ma gli altri agiscono in regime
di responsabilità illimitata, con responsabilità di gestione e dei soldi messi anche da
soci accomandanti.

Ci sono padri e figli, nelle società familiari, ci sono passaggi: figli giovani che li
metto dentro, io padre amministro ed insegno a loro come fare, se succede
qualcosa, i figli sono protetti, poi quando crescono e capiscono come gestire, do
loro la gestione e io vecchio mi attribuisco capitale immobilizzato e si fa in modo
che non ci stia interferenza nella gestione, ma di fatto è sotto il controllo dei vecchi,
ma gestita dai giovani. Nelle responsabile illimitato si punta ad avere un patrimonio
piccolo, perché più è piccolo e meno si rischia.

Finanziatori, soci di capitale, non hanno poteri gestori (caratteristica dominante)


illimitata hanno poteri di gestione ed amministrazione, quelli illimitata no min.45.

Art. 2314 c.c ragione sociale, nome della società, primo comma: qualunque terzo
che entra in contatto sa Chi è socio a responsabilità illimitata.

È una norma che va letta insieme all’art.2320 c.c. per capirle bene:

98
Primo comma con la numero 2314, Accomandanti non possono compiere atti di
amministrazione: si capisce che la svendita del nome, di un socio che non ha poteri
di gestione e non ha responsabilità limitata, quindi non può essere tutelato. Nel
primo caso:

- Se questo compare: i terzi lo possono riconoscere come responsabilità illimitata,


allora verrà trattato come tale. (Come mandatario, svendita del nome genera
l’affidamento del terzo)

- Se compiono atti di gestione, cosa vietata, il socio accomandante, crea


legittimamente nei terzi un affidamento nei terzi di potere di gestione 51 min. Quindi
sarò considerato a responsabilità illimitata.

Quindi l’accomandante non diventa accomandatario, ma risponde illimitatamente


alle obbligazioni! Ma i rapporti rimangono uguali, quindi quel socio accomandante si
trova, nei confronti degli altri, in una posizione

Es. padre che non riesce a non gestire le cose, senza la mia autorizzazione da figlio
accomandatario, il terzo da per scontato che risponda lui. Poi il padre si trova faccia
a faccia col figlio amministratore.

Punto di vista padre: soldi sono i miei, quindi ho azione di regresso nei confronti del
figlio. Se ratifichi atto gestorio, nei confronti dei figli sono illimitatamente
responsabile, ma il figlio deve ridare i soldi per l’atto di gestione al padre 56min.

Figlio può non rimborsarlo, ma ci sono casi in cui, socio accomandante in cui
diventa accomandatario e si assume poteri gestori, caso in cui non lo si vuole a
gestire la società.

Il codice civile, guardando la situazione in modo pratico, stabilisce che: soprattutto


per le società a base ristretta con pochi soci, può succedere che socio
accomandante (padre) abbia buone doti per gestire, quindi il Codice civile gli da
possibilità di compiere atti di gestione (comma 2): può dare pareri, compierà atti di
ispezione e sorveglianza (padre) può collaborare, presterà propria attività di
collaborazione alla gestione di società sotto la sorveglianza degli amministratori
illimitatamente responsabili. In più possono essere rilasciate procure speciali per
singoli affari (atto di conferimento di poteri di rappresentanza).

1h

La procura non può essere che per singoli affari, se compiono atto con procura, non
destano problemi, se vanno oltre questa procura, scatta le regola generale secondo
cui risponde illimitatamente.

Primo comma: divieto di immistione all’interno dell’amministrazione. (Art.2320 c.c.)

99
> Causa di morte di un socio: SS e SNC ci vuole autorizzazione eredi e soci, qui
invece è trasmissibile a mortis causas. Art. 2322 c.c. Qui invece la quota
dell’accomandante è un socio di capitale, quindi le sue caratteristiche personali non
contano nulla, non ha poteri di gestione, è in società solo per l’apporto di denaro,
quindi nulla vieta che gli eredi ereditino solo una quota di denaro. È una quota che
non è legata a nessun elemento personalistico.

> Cause di scioglimento: Art. 2323 c.c.

I soci accomandatari sono come SNC.

➢ Scansione nel Codice civile:

società semplice

Società in nome collettivo Accomandita semplice

Società per azioni (Capo V fino 2461) Srl

Cooperative

Disciplina delle SPA è ampia

Ci sono tante regole

Norme per la costituzione, disciplina dei conferimenti (disciplina estremamente


analitica), strumenti finanziari, assemblea, sezione amministrazione e controllo
(organò amministrativo, che può assumere molte vesti), organo di controllo (collegio
sindacale, scinde in controllo di legalità e contabile), poche norme ma buone su
strumento di finanziamento, bilancio, atto di modifica per lo statuto, discipline su
discipline peculiari... specifiche.

Ci sono norme introdotte dopo 20p3 per mettere paletto tra i diversi tipi di società.

SOCIETÀ PER AZIONI (SPA)

È il modello per eccellenza del modello capitalistico.

Elemento personale va praticamente eliminato, non sullo schema base. Ci sono


disposizioni che prendono atto del fatto che alcuni elementi caratteristici di chi
partecipa possano essere prese conto.

➢ Primo concetto di base art.2325 c.c. Primo comma: la società si costituisce, ogni
socio decide di mettere una certa somma è il suo rischio di impresa finisce in quel
conferimento (circoscrizione del rischio)

100
➢ Incorporazione della partecipazione in un titolo che si chiama “azione”.

Nel nostro sistema giuridico è possibile emettere, far venire ad esistenza dei
documenti, al di là della loro dimensione corporea (che può essere virtuale o
cartacei...), ad esempio assegni, sono documenti che incorporano un diritto e/o un
obbligo. Nelle SPA partecipano gli enti aventi delle

azioni di società. Queste sono per loro natura, salvo le deroghe varie, liberamente
trasferibili e circolabili ed è il fondamento del sistema dei mercati azionari.

Nel nostro codice civile, fino al 2003, nella formulazione originaria, si è sempre
pensato allo strumento della società come commercio medio, dagli anni ’40 ad oggi
si è pensato che questi strumenti (le società) potessero prendere caratteristiche
dimensionali molto diverse tra di loro.

Ci siamo poi avvicinati ad un’idea di società maggiore, le banche come SPA, alcune
imprese che hanno adottato la struttura di società hanno una caratteristica che le
differenzia nella partecipazione: socio uni-personale, ad esempio, o più soci, crea
delle società che hanno obbligo di funzionare in modo completamente diverso da
altre società (tre amici, diverso da 50 estranei). Quando si diventa socio con altri
4999 soci, questi ultimi sono investitori in una SPA, mettono soldi e sperano, come
me, che l’impresa crei del profitto. Se questi hanno investito, una somma di denaro
in una piccola o grande società, hanno comperato una quota di capitale su un
mercato, come avviene nelle transazione dei mercati borsistici, qualunque nesso di
partecipazione è evidente ma si crea anche un passaggio da posizione di Investitore
a Risparmiatore (bisogno di tutela).

Con la riforma del diritto societario, il legislatore ha pensato di distinguere diverti tipi
di SPA, alcune che fanno ricordo a mercato di capitale di rischio, sono società,
aperte, quindi chiedono partecipazione a capitale a chiunque. Hanno esigenze di
funzionamento, per l’interesse generale, che queste società funzionino. Queste
società a mercati regolamentati sono regolati dal TUF. (testo unico della finanza)
hanno disciplina di imprese di mercati quotati.

Le società chiuse, invece, non aperte, non sono quotate ma non fanno nemmeno
ricorso al mercato quotato, a ristretta base azionaria/proprietaria.

Società aperte semplici: Poi sono state introdotte nel c.c. Poche norme che non
derogano ma rinforzano certe tutele con riguardo nei confronti della categoria
nuova, le società aperte non quotate: possono ammettere la partecipazione del
proprio capitale di rischio (quotato ma abbastanza frammentato) titoli non
menzionanti, diciamo esposti in mercati privatistici.

101
Capitale frammentato= con tanti soci e il socio di maggioranza aha il 6%, per
arrivare al 51% deve mettersi di accordo con molte più persone. Quindi se si pensa
alla SPA ci dobbiamo immaginare uno scenario molto articolato.

Chiusa ci vuole 10%, nell’aperta scende al 5%, modifiche di dati utilizzati per
conseguimento di atti.

Le quotate sono nel TUF

Nel c.c. Non quotate ma fanno riferimento al mercato di capitale di rischio.

Art.2325 bis: norme applicabili in quanto non derogate dal TUF.

DUE NOMRE DEL TUF CHE VANNO INCASTRATE CON QUEST’ULTIMA NORMA.
RIMANGONO PER LE APERTE NON BORSISTICHE.

Ultima caratteristica di queste società riguarda l’organizzazione corporativa:

SNC tutti possono essere amministratori, commistione per poteri di controllo e


responsabilità

SPA ruolo e potrei connessi alla gestione e amministrazione è separata dal controllo
e responsabilità. È indifferente che si sia o meno soci. Le funzioni dell’organo
amministrativo e superato dalle funzioni del socio. Quando si parla di proprietà si
intende partecipazione al capitale di rischio. Amministrazione e controllo sono
funzioni, invece, che si devono articolare e sviluppare a prescindere in maniere
separata dall’attività di proprietà. La governa e societarie è che quanto è maggiore
l’efficienza che si riesce a garantire all’azione societaria.

➢C’è un legame tra amministrazione e gestione-controllo: l’organo amministrativo


peserà in proporzione alla quota di capitale che detengo. Se lo scelgo non vuol
dice che questo faccio quello che dico. Ma delle proprie competenze e
responsabilità che prescindono dal fatto che io, come socio di maggioranza, io
abbia contribuito a nominarlo.

15/11/18

Soci hanno responsabile limitata

Limiti partecipativi per i soci

Schema accomandita semplice

Società di capitali per attività di impresa grandi, tentativo di qualificare meglio


società per l’utilizzo finale, quindi la maggiore complessità legale corrisponde a
dimensioni più cospicue e maggiori interessi che gravitano attorno alle società di
questa grandezza.

102
- procedimento costitutivo molto formalizzato che richiede una forma particolare, la
SPA si deve costituire per atto pubblico, espressamente davanti al notaio. Questo
atto pubblico costitutivo, deve essere depositato presso il registro delle imprese.
Queste società così, acquistano PERSONALITÀ GIURIDICA.

- Non ne abbiamo mai parato, le società sono insieme di soggetti di diritto, centri
di imputazione di rapporti giuridici in una certa misura autonomi rispetto ai soci
che formano la società, ma non sono mai persone giuridiche. Autonomo centro di
imputazione di rapporti giuridici, cioè tutto le obbligazioni o atti giuridici compiuti
dai rappresentanti della società sono imputati alla società, ai soli soci. Con
questa caratteristica di personalità giuridica, si verifica la conclusione di quel iter
di separazione del patrimonio dei soci con quello della società. La separazione è
netta, e si definisce questo vincolo che incombe sul patrimonio societario. Non
entra mai in gioco.

- Art.2325 c.c. Il socio viene esautorato dal potere di amministrazione. Sappiamo


che il socio può scegliere se essere o meno amministratore. Ma comunque è
coinvolto. Abbiamo la concezione organica: ogni ruolo all’interno della società è
affidato ad un organo formato da soggetti che vengono guardati in ragione del
ruolo che il legislatore assegna all’organo. Anche se abbiamo socio
amministratore, non vi è quella continuità che invece c’è nelle società di persone.
Abbiamo regole che disciplinano i diritti e poteri chi ha un socio. È,
separatamente, avrò una definizione analoga dei soggetti che svolgono attività di
amministrazione. Con i loro poteri, diritti e doveri. Un terzo blocco di disposizioni
regolano un’altra funzione di un organo detto di CONTROLLO. Questo per
assicurare una migliore gestione della società. Si cerca di circondrala con migliori
cautele e regole. Questo organo controlla gli AMMINISTRATORI. I soci mettono
solo l’importa di capitale di Richi o, hanno relativi poteri di controllo, ma non in
senso tecnico, ma individuano il soggetto più idoneo è capace per i propri intenti,
ma non lo controllano direttamente, a questo ci pensa questo organo di controllo.

- Dopo la riforma del 2003 abbiamo due controlli:

- Di legalità: collegio sindacale formato da sindaci, svolgono controllo di mera


legalità; le scelte gestionali sono nelle sue mani, deve amministrare in maniera
diligente. Controlla le scelte gestionali, che il rischio sia connesso ad una cattiva
amministrazione.

- Contabile: si concentra esclusivamente sulla conformista della documentazione


contabile, la cui tenuta è un obbligo degli amministratori. La complessità
dell’azienda che gli amministrazioni gestiscono, deve essere ben gestita: non è
così automatico. È un controllo tecnico, i contabili non sono i sindaci (non
sempre) ma possono essere degli enti esterni formati da revisori contabili

103
(commercialisti particolarmente qualificati, con proprio albo professionale). A
volte i sindaci sono anche revisori contabili, quindi possono farlo all’interno del
collegio sindacale.

- Irrilevanza dell’individualità dell’azionista: richiama la libera circolabilità


dell’azione: rappresentano la partecipazione del socio e sono liberamente
circolabili. Possono quindi essere vendute o cedute. Quando un’azione circola, se
io cesso di essere socio perché le do vie tutte, occorre che la società rinnovi il
libro dei soci, cioè tenere conto della geografia dei soci.

- Posizione dei creditori: se si disegna un ente societario in cui i soci hanno


responsabilità limitata (solo patrimonio società) ci è la traslazione del rischio dei
creditori. Cioè il creditore può contare solo sul patrimonio della società. Intorno a
questa circostanza sono create le cosiddette regole del capitale: si può separare
dal patrimonio societario una parte ed immobilizzarla, che un’idea di fondo,
quando questo accade, sia la prima forma di garanzia patrimoniale per il
creditore. Quest’ultimo guarda questa fetta evidente dall’atto costitutivo, quindi
da che la società ha un patrimonio X. noi sappiamo che ne Codice civile ci sono i
minimi legali, rivisto a ribasso nel corso del tempo oggi 120mila € dalla lira
all’euro. Poi nel 2014 il legislatore lo abbassò a 50mila €. Data questa regola di
capitale minimo, poi però non c’è scritto da nessuna parte una regola che
costringa la società ad aumentare il capitale sociale maggiore di una misura X,
legando quest’obbligo alla dimensione patrimoniale complessiva. C’è solo una
disposizione nella sezione dell’amministrazione “questi devono accertarsi
dell’adeguatezza degli assetti patrimoniali della società”, prima della rifonda ci
diceva che questo ammontare sociale vada parametrato con la situazione
generale. Ci può dare un’informazione non esaustiva, non è detto che sia
un’informazione sufficiente per capire se la garanzia patrimoniale sia realmente
sufficiente. Quindi le norme di informazione contabile svolgono, qui, una
fondamentale funzione: si tratta si società che facciano un bilancio sintetico
legato a certi criteri che deve essere fatto annualmente e pubblicato. La
pubblicazione del bilancio di vendita assunto diventa un’informazione
fondamentale per qualunque terzo. Redatto secondo precise regole e principi,
che , se un terzo sa leggere, da moltissime informazioni: capitale sociale... è
quindi un meccanismo di informazione e il bilancio è il principale strumento.

- Esiste un’altra importante misura che controlla il rischio dei creditori:


responsabilità risarcitoria degli amministratori. Con il loro profilo professionale,
ogni volta che vengono meno nei loro doveri, sia la società stessa che i creditori
possono agire con un’azione per la richiesta di risarcimenti nei loro confronti.
Attenzione: Con gli amministratori è prevista una responsabilità solidale con i
sindaci. Questi ultimi, infatti, hanno un profilo di controllo molto attivo.

104
- REGOLE DEL CAPITALE

Purché la garanzia sia completa e minima bisogna prendere in considerazione una


regola collegata al principio di effettività, cioè la somma di denaro deve essere vera
ed effettiva. Questo significa che il meccanismo di formazione del capitale sociale
che passa attraverso i conferimenti, richiede sempre che l’ammontare del capitale
sociale non sia mai inferiore o almeno pari al capitale dei conferimenti. (Capitale
nominale)

Se metto un capitale in forma di beni devo controllare che questi corrispondano


effettivamente al valore esatto che devo mettere.

Rapporto di proporzionalità nell’assegnazione di azioni, al legislatore non serve

Capitale sociale se dico che è pari a 1000, tale somma deve essere.

Diciamo che X ha messo 500, Y 300, Z 200.

Devo dare le azioni a questi tre: come si fa?



Può la società fare in due modi: dividere capitale sociale in mille quadratini, ognuno
per un’azione. Emissione senza valore nominale. Darei come le quote di prima, per
principio di proporzionalità, dove X ha il 50% del capitale sociale. Ma il legislatore ci
dice che non ci interesse la suddivisione, ma solo che quello che viene dichiarato
sia proprio quello. Il resto dipende da decisioni interne indipendenti.

Quello che cambia sono i rapporti di maggioranza all’interno della proprietà: x y z è


l’assetto proprietario che segue il principio di proporzionalità, qui cambia
l’importanza nelle decisioni. Se invece ho una distribuzione di rapporti di forza
diversa, si ha una distribuzione del potere diversa. Sono accordi che non scalfisce
mai la dichiarazione dell’ammontare sociale.

(Esiste anche Emissione con valore nominale: ...)

- ogni divisione è uguale: ogni azione è uguale all’altra, sono azioni standardizzate,
hanno uguale valore ed attribuiscono gli stessi diritti e doveri. I diritti che l’azione
distribuisce sono quelli patrimoniali (partecipazione agli utili), amministrativi
(partecipazione all’attività dell’organo, all’assemblea, votare su tutte le materie di
competenza assembleale, scelta dei nuovi amministratori ad esempio) e i diritti
misti (tra patrimoniale ed amministrativi, prima amministrativo, ad esempio voto,
poi quello patrimoniale, di prendere dei soldi).

105
- Standardizzazione che si complica: la SPA, può emettere un’azione ordinaria,
ovvero quelle azioni che vengono emesse e corredate di diritti previsti dalla
partecipazione sociale (economici, misti, amministrativi). Per il codice civile
possono essere emesse le azioni speciali per le SPA., ovvero le azioni che, nel
momento in cui vengono emesse dall’assemblea, stanno sempre dentro al
capitale sociale, ma poi l’amministrazione stabilisce di farne un tot. Ordinarie ed
un altro tot. Speciali. Queste ultime sono di tanti tipi, possono modulare
l’attribuzione dei diritti del socio in maniera diversa a. A esempio prove di diritto
di voto o a voto limitato, azioni privilegiate rispetto ad altre con diversa
partecipazione agli utili o di riceverli prima degli altri, ad esempio. Ce ne sono
tantissime, ma le azioni che la società può emettere a favore del dipendente della
società (dip. Lav. sub.) sono quelle valutate come in incentivo per la
partecipazione all’attività sociale. Questo meccanismo di standardizzazione vale
comunque, tra di loro, categoria per categoria, sono uguali.

- Si fa un’opzione di aumento del capitale sociale: la parte immobilizzata (minima di


50mila €) può essere aumentato o diminuito, fermo restando con il minimo.
Facciamo che questo capitale sociale di 1000 venga portato a 1100, per varie
ragioni (bisogno, opportunità).

- Le emissioni dei dipendenti non vengono pagate, magari i soci anziani


aumentano loro la parte immobilizzata...

- Oltre al capitale sociale, ci sono anche le riserve legali, ma anche, le società più
prudenti, possono creare ulteriori riserve dette statutarie, accantonamenti
periodici.

- Min 1h e 8 e 30”

COSTITUZIONE

le SPA nella Costituzione, ci sono due procedimenti:

- Consensuale, che si basa sull’auto costitutivo dal notaio

- Per pubblici proclami: meccanismo di sollecitazione al pubblico per la


costituzione. Nel nostro ordinamento è molto poco utilizzata.

> 2328 c.c. Atto costitutivo

- Deve utilizzare la forma dell’atto pubblico.

- Primo comma dice che ci vuole contratto o atto unilaterale, perché, a partire dalla
riforma del 2003, è riconosciuta la possibilità della SPA UNI- PERSONALE.

106
(Quindi atto unilaterale, se SPA PLURILATERALE deve essere redatto per atto
pubblico)

- Ci sono punti obbligatori e altri no:

1. Indicare le azioni, si da la geografia della società

4. Sottoscritto e versato: indicano un elemento della fase costitutiva. Sottoscrizione


è l’impegno a versare il conferimento. Corrisponde al 5% che va versato,non deve
subito essere sottoscritto ma deve rivelare la parte residua che i soci dichiarano di
essersi impegnati a versare. Quello che rimane, sarà, una volta partita la società,
presentato agli amministratori, se non basta...

Lo statuto è un regolamento di funzionamento interno che entra nel dettaglio del


funzionamento della società. In caso si conflitto tra atto e statuto, prevale
quest’ultimo. Poiché si pensa che qui sia regolato meglio, più specifico.

Lo statuto viene creato dopo l’atto, normalmente

16/11

SPA

Norma che definisce contenuto atto costitutivo, disposizione di carattere generale,


seguita da norme che definiscono tappe successive.

È atto con cui ci si lega, deve essere redatto presso notaio

Dopo questa sono dati 20 gg per depositarlo nel registro

Se il notaio non deposita o si regola con amministratori, questi lo possono fare al


suo posto.

Deposito è essenziale per l’acquisizione della personalità giuridica. C’è separazione


dell’ente societario dalle persone che l’hanno costituita.

Tema importante del 20p3 riguarda il momento della redazione dell’atto costitutivo
da parte del notaio è il deposito successivo.

Prima del 2003, il notaio previgeva atto costitutivo e poi questo doveva passare ad
una fase giudiziale omologa (controllo della legge, atto conforme e non contrario
alle legge), se contrario alla legge doveva essere rifatto dalla legge, veniva bloccato.
Era una cosa costosa da fare, quindi fu eliminato questo procedimento
intermediario e è il controllo di legalità fu spostato in capo ai notai stessi.

107
Quando non è certo che siano legali alcuni punti, si può rifiutare di depositare e gli
amministratori possono farlo al posto loro sotto la loro responsabilità.

> Nell’atto costitutivo può andare storto:

- ci possono essere regole che la società si da nell’atto che possono lasciare adito
a dei dubbi: es. di caso estremo, azioni sono titoli destinati a circolazione, ma
compare qualche volta meccanismi di limitazione alla circolazione, previsti dalla
legge (es. clausole di gradimento, quando soci vogliono maniere una certa
coesione o che quelli che entrano abbiano certe caratteristiche). Anni fa fu creata
una clausola che prevedeva una limitazione per le donne della famiglia, vincolo di
trasmissibilità a queste per ragione banalissima: si sposano. Il tribunale la
dichiarò illegittima per illegittimità dei diritti fondamentali di ugualianza.

- Controllo di conformità alla legge in generale, quello dei notai.

- Se tutto fila liscio, anche il registro fa un controllo, ma di regolarità formale.

- Poi iscrizione ufficiale: prima di questo la società non esiste, esiste un contratto,
promotori, fondatori, soggetti... ma non la società. Art.2332 c.c. Parla della nullità
della società: essendo un contratto, faccenda, quindi, che può essere affetta da
vizi. Descrive una situazione ed un rimedio che non c’entra nulla con il diritto
privato, delle obbligazione e dei contratti.

> Sono cause di nullità:

- Illecita dell’oggetto sociale

- Mancanza dell’atto pubblico

- Mancanza dell’atto costitutivo di: Denominazione, conferimenti, ammontare


capitata le e oggetto sociale: 4 elementi che corrispondono al 2328.

> “ dichiarazione di nullità non pregiudica....” = valida nei confronti dei terzi e ne
rispondono i soggetti che hanno agito per la società. Qui si parla di tutela dei terzi.
Se la società è nulla, ne rispondono i soggetti agenti. (2331)

> “La sentenza che dichiara la nullità nomina i liquidatori” = liquidazione è


tipicamente una fase che riguarda la dissoluzione dell’ente. Si desume che questa
nullità opera come causa di scioglimento della società: momento topico della vita di
un ente è la nascita che corrisponde all’iscrizione e serve per assicurasi che non
venga dichiarata nullità.

2331 dice che la società, con l’iscrizione, acquista la personalità

108
> sezione III bis: DEI PATTI PARA-SOCIALI 2341 bis e ter... ne parleremo con
l’assemblea.

> IV sezione DEI CONFERIMENTI

Nelle società di persone possono consistere in versamenti di denaro, ma anche beni


o latro che sia suscettibile di valutazione economica.

L’effettività del capitale impone al legislatore di fare conferimenti diversi da quello


che non è denaro: 2343 bis disciplina questo tipo di conferimenti.

Nelle SPA non si possono conferire le prestazioni d’opera: vasta discussione nel
2003, poi fu rifiutata questa ipotesi. Sono conferibili nelle società di persone e SRL,
ma non nelle SPA.

Può essere conferita ogni entità, beni in natura e CREDITI, elemento del patrimonio
suscettibile di valutazione economica. 29 min. Creditori solvibili, non solvibili o
solvibili in tempi lunghissimi, quindi va valutato.

> 2342 punti fondamentali:

- Quando si entra in società, c’è sottoscrizione che indica l’impegno verso il


patrimonio societario, si deve versare almeno il 25% dell’intero, vale solo per
società pluri-laterale, se unipersonale si versa l’intero.

- Si stima il conferimento, prima, viene stimato da un esperto nel cui circondario ha


sede la società 32 min. Accerta i conferimenti in natura. Il tribunale competente
ha elenco di esperti tenuto dalla sezione competente territoriale. Questo esperto
scrive una relazione giurata di stima: dove descrive l’oggetto del conferimento,
stimarlo e poi scrivere una cosa fondamentale, ovvero i criteri di valutazione.

- La valutazione di per sé non serve, ma servono i criteri.

- Una volta fatta la relazione, viene depositata per sei mesi nella sede della società,
a disposizione di tutti. Poiché gli amministratori devono, nel termine di 180 gg
dall’iscrizione al registro controllare la relazione. Se non va bene? Se sussistono
fondati motivi (discrezionalità del legislatore), l’esperto risponde ai terzi e agli
amministratori.

- Se la differenza reale sulla stima è inferiore oltre un quinto, la prima operazione


formale che può fare:

- Tre possibilità:

1. Si adegua la capitale sociale

2. Il socio che ha visto ridurre il conferimento, può fare versamento integrativo

3. Il socio può recedere dalla società.

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Norma che serve Ada sicurate l’effettività del capitale sociale, non si può dire che
vale di più! La sottovalutazione non è un problema, si aggiunge.

- terzo comma ultima parte: si parla di congelamento della partecipazione, quando


si conferisce, salvo diversi accordi, si ricevono le azioni in cambio. Quando
queste circolano le azioni, circolano anche i diritti annessi e connessi. Finché non
è stato tutto controllato, le azioni non possono essere vendute. Hanno effetti reali,
quando effetti di un rapporto giuridici di un contratto possono essere opponibili a
terzi.

- Ci sono beni speciali che non hanno bisogno di relazione giurata di stima: 2343
ter: valori monetari sono i prodotti finanziari, sono valutabili tipicamente dal
mondo mobiliare. 53 min.

> AZIONI:

strumento centrale della SPA.

Sono omogenee, assegnabili con principio di proporzionalità ma anche no, non


possono essere emesse azioni maggiori all’ammontare del capitale sociale e sono
indivisibili, incorporano dei diritti.

È divisibile un pacchetto azionario, ma rispetto all’esercizio dei diritti sociali, se si


vota ad esempio e ho 100 azioni, il mio voto vale 100.

Sulle categorie abbiamo detto:

- Ordinaria....

- Misti (recesso, diritto di opzione...)

- Speciali

Nel codice civile sono nominate queste categorie speciali, ma è una disciplina poco
analitica: dicono come possono essere modulati i diritti amministrativi e patrimoniali.
56 min

Azioni a voto limitato= attribuiscono voto non su tutti gli argomenti, ma solo su
alcuni.

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> 2349 c.c. Azioni e strumenti a favore dei prestatori di lavoro:

Le società nel rispetto di alcuni principi non derogabili, possono creare alcune
categorie di azioni.

Qui sono azioni che non vengono pagate dai sottoscrittori.

Norma che prende in considerazione Caso in cui queste azioni siano emesse in
occasione di aumento di capitale che utilizza gli utili, reimpiego degli utili della
società. Oltre al capitale, ci sono anche riserve statutarie. 1h

Sono completamente o parzialmente prive di diritto di voto. Hanno posizione debole


nei processi decisionali.

> Disciplina inserita nel codice civile con la riforma del 2003: perché non si possono
conferire operazioni d’opera? La preoccupazione può essere destata dal fatto che la
prestazione di lavoro ha una durata. Nelle SRL, che invece di può, ragionano sulle
piccole dimensioni e fanno stipulare polizze assicurative.

Con la riforma del 2003 sono stati creati gli strumenti finanziari partecipativi:
disciplina che ammette emissione di titoli molto simili alle azioni. Possono essere
emessi dalla società con meccanismo uguale alle azioni ed essere caratterizzati da
diritti amministrativi, tranne voto in assemblea generale. 1h e 9.

Anche una società può avere nel proprio patrimonio delle proprie azioni (società
socia di sé stessa) 1h 24.

> Comprare azioni proprie è lecito, 2357 , bis e ter ... 2358. Le devi avere comprate
con soldi liberi, regola di base effettività di capitale sociale.

2357 ter: primo comma. I soci in assemblea intervengono solo .... le società non
possono votare con le proprie azioni.

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