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Responsabilità civile e identità personale

I diritti della personalità emergenti riguardano soprattutto la interferenza tra azione dei mass media e potenziali riflessi negativi che la
manifestazione del pensiero, la libertà di stampa, la raccolta e la divulgazione di informazioni concernenti la persona possono provocare.
L'analisi dell'istituto della responsabilità civile non finisce mai di stupire: Guido Alpa nel suo volume La responsabilità civile edito da Utet Giuridica,
afferma infatti che nella formula “responsabilità civile” si racchiudono
infatti la teoria dell’atto illecito, la teoria del danno, gli aspetti assicurativi, ma anche le connessioni con il diritto di famiglia della proprietà, del
contratto, del credito, per non parlare dei temi centrali della teoria generale del diritto, dall’uso delle clausole generali alle tecniche interpretative, alla
creatività della giurisprudenza. Leggi l'indice completo degli argomenti

Di seguito pubblichiamo un estratto integrale.

Sommario:

a) Le origini
b) Qualche riferimento comparatistico
c) Definizione dell'interesse leso
d) Fondamento normativo
e) La natura giuridica del danno risentito
f) Le tecniche di tutela

8. L’identità personale

a) Le origini. Per proseguire con la descrizione dei profili esterni di questo fenomeno, occorre segnalare che i diritti della personalità emergenti
riguardano soprattutto la interferenza tra azione dei mass media e potenziali riflessi negativi che la manifestazione del pensiero, la libertà di stampa,
la raccolta e la divulgazione di informazioni concernenti la persona possono provocare. In altri termini, il problema più delicato che incontra il
giurista (sia esso civilista o pubblicista) è quello di valutare il costo dei mass-media (e quindi il prezzo che si paga vivendo in una società
«trasparente») in termini di soppressione, riduzione, delimitazione della privacy e, più in generale, della pretesa dei singoli a mantenere l’anonimato,
a pretendere di conservare intatti quegli spazi di riserbo che una società evoluta, disincantata, tecnologicamente avanzata, pone ogni giorno in
pericolo per tutti.
È proprio analizzando questo problema che in ogni ordinamento si sono fissati principi, si sono escogitati razionali compromessi, si sono progettate
anche tecniche di difesa del singolo contro le aggressioni della collettività e contro le mercificazioni della persona.
Il diritto alla identità personale nasce in laboratorio, anzi, si potrebbe dire in «provetta», perché deriva da una intelligente proposta dottrinale
costruita su una serie di casi creati ad hoc.
Trae infatti origine da un caso giudiziario dei primi anni Settanta del Novecento[1], viene ripreso in alcuni incontri congressuali (gran parte dei quali
promossi dal Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei di Roma) alla fine degli anni Settanta, è fatto oggetto di seminari accademici e
finalmente si consolida – è ormai storia di oggi – con una giurisprudenza attenta e progressiva, che ne costruisce, sul piano pratico, i contorni.
Insomma, si è inventato un nuovo diritto soggettivo e lo si è fatto riconoscere dalla giurisprudenza.
Il diritto alla identità personale si pone quindi come un vero e proprio «caso da manuale»: si può raccontare come è stato costruito ex novo un
diritto della personalità, distinguendo, all’interno della protezione generale accordata dalle norme costituzionali (e in particolare dall’art. 2) e dai
segmenti di norme contenute nel codice civile (artt. 5 ss.), un profilo specifico della persona da non confondersi con il diritto al nome, con il diritto
all’immagine, con il diritto alla privacy.
Per non tradire le premesse da cui questo discorso ha preso l’avvio, non si deve perdere di vista lo scopo per il quale il nuovo diritto è stato
costruito.
Lo scopo è – univocamente – quello di salvaguardare intatto il profilo ideale della persona attraverso le rappresentazioni proposte da mass-media,
agenzie di informazioni, opinion makers, e altri soggetti che divulgano notizie, in piena libertà d’azione e di espressione.
Non esiste – nei termini qui indicati – un corrispondente diritto, autonomo e singolarmente tipizzato in altri ordinamenti; ma l’esigenza sopra
sommariamente descritta è così avvertita che in ogni ordinamento si è fatto ricorso anche al vecchio strumento dei diritti della persona, alle nuove
frontiere della responsabilità civile, alle tecniche inibitorie di attività dannose, per reprimere, con diverse forme e sotto formule simili o assimilabili, o
derivate da altre, più risalenti figure, il fenomeno di distorsione dell’immagine ideale dell’individuo.
Ne fa piena prova l’esperienza recente del common law (specie nord americano) e dell’ordinamento francese.
Alcuni casi possono essere richiamati, insieme con qualche commento, anche di produzione italiana, per ricostruire il clima culturale in cui è nato il
diritto alla identità personale.
b) Qualche riferimento comparatistico. Nella casistica ormai ricca offerta dall’esperienza nordamericana i commentatori segnalano tre vicende
giudiziarie attraverso le quali si è costruita la figura del tort costituita da false light in the public eye. Il primo[2] riguardava la redazione di un
articolo pubblicato sul quotidiano newyorchese in cui si metteva in cattiva luce l’azione della polizia che, si diceva, aveva «caricato» gli studenti nel
corso di una manifestazione a favore dei diritti delle minoranze razziali. L’attore era uno degli amministratori della città dell’Alabama in cui si erano
verificati i disordini, al quale competevano le funzioni di protezione dell’ordine pubblico; egli si era sentito offeso dalle accuse (quella volta davvero
ingiuste) lanciate contro la polizia, e aveva convenuto in giudizio l’estensore dell’articolo e l’editore del giornale.
La Corte locale aveva condannato l’editore ritenendo che sussistessero i presupposti per l’individuazione di un tort; la Corte Suprema federale,
alla quale il caso fu sottoposto sotto il profilo della costituzionalità della legge dell’Alabama sul criminal libel, dichiarò la illegittimità di norme che
sacrificano la libertà di stampa. Si trattava di chiarire al pubblico l’operato di un uomo politico, e quindi nessuna protezione poteva accordarsi, se
non al prezzo di sacrificare il libero convincimento degli elettori. Attraverso un provvedimento negativo si tratteggiavano però, in positivo, i confini
della libertà di stampa. Per ottenere il risarcimento, l’attore doveva dimostrare l’esistenza di malice, l’intenzione di ledere, del giornalista[3].
La sentenza della Corte Suprema è stata esaminata, in connessione con quella dei giudici dell’Alabama, in diversi contesti, e anche con le nuove
tecniche dei costi/benefici, o, come si suol dire, dell’analisi economica del diritto[4].
Ma si trattava di un percorso accidentato, perché si inoltrava nei terreni – in quella dimensione politico-culturale – tradizionalmente protetti, della
circolazione delle informazioni. Sì che gli argini posti dal caso Sullivan furono travolti dal giudizio resosi nel procedimento Rosenbloom v.
Metromedia Inc, 403 US 29, 1971, in cui la categoria degli «uomini pubblici» fu estesa a tal punto da farvi rientrare tutti i cittadini che suscitassero
in qualche modo l’interesse dei media. Come si vede, il diritto alla identità personale ha segnato un percorso davvero irto di difficoltà[5], perché da
un lato, si scontrava con l’esigenza del pubblico di conoscere gli accadimenti della vita quotidiana, quasi che ciò che accade tra le pareti
domestiche fosse di pubblico interesse; dall’altro lato, trovava l’ostacolo del requisito della intenzionalità, sì che ogni fattispecie in cui si poteva
riscontrare solo la colpa del giornalista era considerata irrilevante e non comportava risarcimento.
Il caso che ha modificato questa linea è di poco successivo (Gertz v. Robert Welch Inc., 418 US 323, 1973). Un poliziotto aveva ucciso un
giovane; l’avvocato della famiglia della vittima, che pure ne aveva difeso valorosamente le richieste risarcitorie, era stato scambiato, in un articolo
della stampa conservatrice, il fomentatore di un complotto comunista eversivo dell’ordine sociale. La distorsione dei valori ideali, delle opinioni
politiche, della stessa vocazione al lavoro cui era dedito l’avvocato era così grave che i giudici operarono un vero e proprio rovesciamento del
modello di ragionamento precedente: l’avvocato fu considerato un privato cittadino cui era stata ingiustamente rovinata la reputazione. La
responsabilità – fondata sulla semplice colpa (negligence) e non su malice – fu riconosciuta anche se il danno era stato inferto mediante il mezzo
della stampa.
Altri casi recenti di veri e propri «linciaggi morali» hanno posto in dubbio la granitica difesa della libertà di stampa: oggi il mondo della stampa è
preoccupato per questo rovesciamento di prospettiva, cui si allude ellitticamente con la formula beyond malice. Ma molte volte dietro la difesa
della libertà di stampa «a tutti i costi» si nasconde l’espediente di riconoscere licenza di linciare moralmente i malcapitati che sono oggetto di
sensazionalistici réportages. La notizia fa sempre più spettacolo e la stampa perde i suoi connotati informativi per diventare strumento ludico.
La diffusa convinzione che anche gli aspetti intimi della vita privata di uomini politici debbano interessare gli elettori perché consentono di valutare
appieno probità e lealtà di potenziali candidati o di amministratori in carica (come i casi riguardanti le elezioni presidenziali nordamericane o alcuni
ministri inglesi ampiamente commentati dalla stampa) tipica del way of thinking nordamericano, è distante dalla nostra stessa mentalità (e da quella
europea continentale in generale): ed è difficile sostenere che quel modo di pensare rifletta un più alto grado di democrazia e di trasparenza
nell’operare delle istituzioni. Presso di noi si è discusso fino a che soglia sia lecito erodere la riservatezza dell’uomo pubblico e la risposta è stata
nel senso di un riconoscimento di un diritto (più limitato) alla privacy, e quindi alla identità personale[6].
Alcune pronunce recenti hanno infatti precisato che «anche le persone che abbiano acquistato un grado di notorietà conservano integro il diritto alla
propria immagine e alla riservatezza e possono sempre farlo valere limitatamente e relativamente a quella sfera di interessi e di attività personali
estranei al soddisfacimento di un pubblico interesse all’informazione e ai motivi, fatti e avvenimenti che hanno determinato la notorietà» [7]; «la
diffusione di notizie di carattere personale e riservato su personaggi notori è priva dell’interesse pubblico e comporta pregiudizio alla loro vita
privata e di relazione, di talché va disposta inaudita altera parte l’inibitoria alla diffusione delle notizie medesime e il sequestro cautelare delle matrici
di stampa»[8].
Ha fatto discutere la pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale ha statuito, in un caso in cui il giornalista si era espresso con toni
assai pesanti nei confronti di un uomo politico, imputandogli l’«opportunismo più detestabile», e tacciandolo di «indegnità» e di «immoralità», (c.d.
affaire Lingens) che «i limiti della critica ammessa nei confronti di un uomo politico sono più ampi che nei confronti del privato cittadino in quanto il
primo si espone inevitabilmente e consapevolmente al controllo del suoi atti da parte dei giornalisti e della massa dei cittadini e, pertanto, le
esigenze di tutela della sua reputazione devono essere bilanciate con gli interessi alla libera discussione delle questioni politiche»[9].
E ciò tanto più appare singolare in quanto il diritto alla identità personale si è individuato, in Italia, proprio nell’agone politico[10].
Ma non si può tacere – altrimenti si opererebbe una distorsione dei modelli di sentenza degli organi giudicanti e quindi della identità personale dei
giudici – che si è registrata anche qualche sentenza contraria; come quella relativa alla polemica tra PR e PCI insorta nel caso della campagna
referendaria sull’aborto, in cui i giudici, assolvendo i convenuti scrivono: «non si può, in definitiva, impedire o limitare ad un avversario politico il
diritto di sostenere tesi che, da un diverso punto di vista, sarebbero anche manifestamente infondate»[11].
Per tornare alle esperienze straniere, nel «Restatement (Second) of Torts», che in questa materia ha subito diversi aggiornamenti, il tort in esame è
così descritto: «one who gives publicity to a matter concerning another which places the other before the public in a false light is subject to liability
to the other for invasion of his privacy, if:
a) the false light in which the other was placed would be highly offensive to a reasonable person, and
b) the act had knowledge and acted in reckless disregard of the falsity of the publicised matter and the false light in which the other would be
placed».
La regola (frutto di una registrazione della creazione giurisprudenziale) è stata applicata tuttavia in modo estensivo.
E comunque questa vicenda indica con chiarezza la difficoltà in cui si dibatte un sistema che ha eletto la libertà di espressione, di opinione e di
stampa a propria bandiera, ma intende tuttavia salvaguardare le prerogative dell’individuo. Le incertezze cui si espone la classificazione del
fenomeno nell’ambito dei tort; le variegate reazioni che giurie emotive hanno sulla quantificazione del danno, in cui è preponderante l’aspetto
morale; l’esigenza di proteggere il singolo in alcune situazioni specifiche quali la registrazione di informazioni relative alla capacità di contribuzione
fiscale, alla idoneità fisica, alla condotta penalmente rilevante o socialmente pericolosa. Sono tutti aspetti di un grave dilemma, di difficile soluzione.
Oggi, in questo sistema tutto contenuto su un attento bilanciamento tra diritto giurisprudenziale e diritto speciale fondato su singoli statutes, il criterio
seguito è riassunto nella «ragionevolezza» delle aspettative di privacy: criterio mutevole a seconda delle circostanze della fattispecie e del clima di
cui i fatti avvenuti sono valutati da giudici e giurie[12].
Assai più lineare è l’evoluzione della giurisprudenza francese, che si muove intorno ai cardini classici costituiti dalla libertà di informazione
temperata dalla protezione della personalità del singolo: una rassegna delle sentenze più rilevanti mostra come il ricorso all’art. 1382 Code civil
(equivalente nel dettato all’art. 2043 cod. civ.) non trovi ostacoli nella notorietà della persona danneggiata, quando se ne metta a repentaglio la vita
privata. La creazione giurisprudenziale, pure ricca, ha agevolato nel 1970 la modificazione dello stesso Code civil con la introduzione di una norma
apposita (l’art. 9) che codifica il principio secondo il quale ciascuno ha diritto al rispetto della sua vita privata.
Alcuni casi, assai simili, per fattispecie, a quelli che hanno dato estro a dottrina e giurisprudenza italiane per la costruzione del nuovo diritto, sono
emblematici. Come il caso di Bernard Quelin, giornalista e uomo politico, ingiustamente accusato di collaborazionismo all’epoca dell’occupazione
tedesca, o come il caso di Gaston Monnervill, ex presidente del Senato, accusato falsamente di aver preso parte ad un complotto ordito per
assassinare il generale De Gaulle[13]. Casi decisi sulla base delle regole di responsabilità civile, ma con riparazioni pecuniarie di entità assai
modesta.
Questa elementare rassegna già pone in luce le questioni nodali della costruzione: definizione dell’interesse leso, fondamento normativo della tutela,
natura giuridica del danno risentito, tecniche di tutela.
c) Definizione dell’interesse leso. Punto di approdo della lenta evoluzione è una pronuncia del 1985 della Suprema Corte. Iniziata nel 1974
questa evoluzione si può riassumere nel raffronto tra le due massime: quella romana riconosce a ciascuno il diritto «a non vedersi disconosciuta la
paternità delle proprie azioni (...), a non sentirsi attribuire la paternità di azioni non proprie, a non vedersi, cioè, travisare la propria personalità
individuale».
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Quella della Suprema Corte[14] è più analitica; muove dall’enunciato generale, per cui «ciascun soggetto ha un interesse, ritenuto generalmente
meritevole di tutela giuridica, di essere rappresentato, nella vita di relazione, con la sua vera identità, così come questa nella realtà sociale, generale
o particolare, è conosciuta o poteva essere conosciuta con l’applicazione dei criteri della normale diligenza e della buona fede soggettiva; ha, cioè,
interesse, a non vedere all’esterno alterato, travisato, offuscato, contestato il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, ideologico,
professionale, ecc. quale si era estrinsecato od appariva, in base a circostanze concrete ed univoche, destinato ad estrinsecarsi nell’ambiente
sociale»; e si diffonde sui confini di tale figura: «mentre i segni distintivi (nome, pseudonimo, ecc.) identificano, nell’attuale ordinamento, il soggetto
sul piano dell’esistenza materiale e della condizione civile e legale e l’immagine evoca le mere sembianze fisiche della persona, l’identità
rappresenta, invece, una formula sintetica per contraddistinguere il soggetto da un punto di vista globale delle sue specifiche caratteristiche e
manifestazioni (morali, sociali, politiche, intellettuali, professionali), cioè per esprimere la concreta ed effettiva personalità individuale del soggetto
quale si è venuta solidificando od appariva destinata, in base a circostanze univoche, a solidificarsi nella vita di relazione. Perciò fra il diritto al nome
(e agli altri segni distintivi) così come risulta disegnato dagli artt. 6 e 7 cod. civ. e viene inteso tradizionalmente dalla giurisprudenza e dalla dottrina
e il diritto all’identità, così come questo viene ormai configurato, ricorre una certa correlazione, ma nulla di più; non ricorre, cioè, un rapporto di
immedesimazione né un rapporto di comprensione dell’una figura rispetto all’altra»; «il diritto all’identità personale si distingue (...) da quello alla
riservatezza: il primo assicura la fedele rappresentazione alla propria proiezione sociale, il secondo, invece, la non rappresentazione all’esterno delle
proprie vicende personali non aventi per i terzi un interesse socialmente apprezzabile».
È agevole osservare nelle fattispecie considerate e classificate in termini di identità personale, la tendenza a sottolineare i profili ideali della persona
e l’intenzione di proteggerla dalle distorsioni della sua immagine, appunto ideale, da parte di terzi, prevalentemente operatori dell’editoria.
In una perspicua rassegna delle pronunce sulla identità personale si è posta in luce un’altra caratteristica peculiare a questa figura soggettiva:
l’essere l’interesse tutelato proprio di un individuo, ma non conchiuso in un aspetto incentrato sulla dimensione monadica della persona, quanto
piuttosto sulla sua necessaria «socialità»; di essere cioè questa figura un portato della vita collettiva, e quindi una sorta di rappresentazione
dell’individuo considerato «uti socius»; è sulla vita di relazione che insiste la dimensione umana da proteggere[15].
In giurisprudenza si è infatti parlato di interesse ad «essere rappresentati, nella vita di relazione, con la vera identità»[16], di «proiezione della
persona, in riferimento alla sua collocazione nel contesto delle relazioni sociali»[17] e di interesse «a veder rispettata la propria immagine di
partecipe alla vita associata»[18], di «dimensione socio politica del soggetto»[19], di diritto di ciascuno ad essere come si è «nel suo contesto
umano e sociale»[20], di caratteri «che compendiano e connotano la personalità di un soggetto nella vita di relazione»[21], di immagine della
persona «in riferimento alla sua collocazione nel contesto delle relazioni sociali»[22].
In verità, si potrebbe più realisticamente considerare che tutti i diritti della personalità sono fondati, anzi, presuppongono un rapporto sociale e
quindi traggono vita da una dimensione «relazionale» (così accade per la privacy, ma anche per l’immagine e per lo stesso nome); e pure il diritto
alla salute o la stessa integrità fisica non potrebbero sussistere se non vi fossero le condizioni perché altri ne conculcassero i contenuti. È però
altrettanto realistico osservare che in nessuna, come in questa figura, l’elemento «relazionale» è così accentuato.
Altro connotato peculiare a questo interesse è la sua intrinseca mutevolezza, o, più esattamente, la sua capacità o potenzialità mutanti. A differenza
del nome (che è di norma immutabile), dell’immagine (che muta lentamente con il tempo, salve le contraffazioni), dei fatti privati, che essendo
storici, appartenendo cioè alla cronistoria personale o familiare, sono accadimenti irripetibili e perciò immodificabili, l’identità ideale cambia con
l’evoluzione interiore della persona, con la sua formazione e maturazione costante, con le sue contraddizioni, le sue incoerenze, i suoi révirements
intellettuali. Identità personale significa quindi riflesso ideale esternato della interiorità della persona; significa in altri termini che l’identità è «attuale»
ma è anche il riflesso di una serie successiva di diverse identità, qualora il soggetto anziché essere coerente con se stesso, abbia, volontariamente o
meno, mutato successivamente identità.
Ci si chiede allora se sia possibile assicurare alla persona anche un diritto all’oblio, cioè alla dimenticanza di quel che è stato, dei valori in cui ha
creduto, a cui, attualmente, non aderisce più. È questo uno dei profili più delicati, in cui confliggono la ricerca della verità storica, diritto di cronaca,
il riserbo dell’individuo e la sua capacità di trasformarsi. Non si può imporre al singolo una coerenza interiore, come non si può cancellare la sua
identità passata.
Ma non si può neppure condannare l’individuo a restare immutabile interiormente. Il «trasformismo» – anche se non assume le forme patologiche
ed esteriori di Zelig, nel film tragicomico di Woody Allen – è tipico di ogni essere umano pensante e partecipante con intensità alla vita intellettuale
e sociale della comunità.
Il criterio della ragionevolezza, dell’interesse sociale, dell’informazione, del ruolo svolto dalla persona nell’ambiente sociale possono costituire indici
o criteri di orientamento per il giudice chiamato a difendere il singolo dalle aggressioni impietose che vorrebbero strappare il velo del tempo, o il
sipario che la stessa persona magari a stento ha saputo erigere intorno a sé, o ancora il volto ideale (o la maschera?) che la persona ha voluto
ritagliarsi; ma a difendere anche la collettività dalla soppressione di prove, di ricordi, insomma della «memoria storica».
I fatti di cronaca, le diatribe culturali, i conflitti politici, sociali, religiosi ci raccontano di innumerevoli episodi di lesione dell’identità personale che
non potrebbero comportare lesione in senso giuridico: la verità (storica) – a mio parere – deve prevalere se giustificata da esigenze sociali e la sua
ricerca non è frutto di intenzionale o negligente danneggiamento, di sfruttamento della notorietà, di malevolo pettegolezzo. Quante entusiasmanti o
polemiche discussioni sul passato collaborazionista di Ezra Pound, di Céline, o addirittura di Eliot, sulla «diversità sessuale» di uomini politici, di
artisti, di letterati o di stars del cinematografo, sul tributo rivoluzionario di persone oggi integrate nella società opulenta non sono altrettanti riflessi di
un disvelamento dell’identità personale, a cui nessuno concederebbe, come è ovvio, dignità di lesione giuridicamente rilevante? E, tuttavia, i dubbi
permangono.
Il dilemma coinvolge la tematica classica della dialettica tra «diritto di sapere» e «diritto di occultare». Il risultato non può essere che un modello
compromissorio realizzato attraverso la comparazione degli interessi in gioco.
d) Fondamento normativo. La «summa» che nella perspicua sentenza della Suprema Corte tratta dei profili giuridici dell’identità personale si dà
carico di individuarne anche il fondamento giuridico. Mi sembrano un poco bizantine le sottili distinzioni che via via nella giurisprudenza di merito si
sono effettuate, ora avvicinando questa figura al nome, ora all’immagine, ora alla reputazione; è chiaro che, se si accoglie la tesi, ormai dominante,
dell’esistenza di un unico diritto della personalità (c.d. concezione monistica) di cui i diritti specifici sono altrettanti spicchi, tra le figure vi sono
blandi elementi di confine e, naturalmente, punti di sovrapposizione. Non condivide questa posizione la Suprema Corte, con la sentenza più volte
citata, in quanto preferisce operare una distinzione delle diverse figure soggettive[23].
Certo è che l’autonomia della figura, tendente ad una tipizzazione, ancorché sociale, agevola l’operato del giudice e chiarisce lo scopo della
protezione accordata alla persona.
Di più. Determinati presupposti che non sono sufficienti ad integrare la violazione di un dato diritto della personalità possono di per sé essere
considerati utili per integrare la violazione di altro diritto: si è ritenuto, infatti, che «l’assoluzione dal reato di diffamazione per esercizio putativo del
diritto di cronaca implica che i fatti narrati, ancorché ritenuti veri, siano falsi e quindi suscettibili di ledere il diritto all’identità personale[24]».
Restano comunque sullo sfondo le norme di codice, mentre appare di particolare interesse il collegamento della figura con la normativa
costituzionale.
Qui mi sembra utile sottolineare che la Cassazione dà una interpretazione lata dell’art. 2, considerandolo norma immediatamente precettiva,
avallando in tal modo le proposte più recenti della dottrina civilistica e allineandosi alla giurisprudenza della Corte costituzionale. Osservano infatti i
giudici di legittimità che «la finalità dell’art. 2 Cost. è proprio quella di tutelare la persona umana integralmente e in tutti i suoi modi di essere
essenziali. Tale norma costituzionale non ha una funzione meramente riassuntiva dei diritti espressamente tutelati nel testo costituzionale od anche di
quelli inerenti alla persona umana previsti nel codice civile; essa si colloca al centro dell’intero ordinamento costituzionale ed assume come punto di
riferimento la persona umana nella complessità ed unitarietà dei suoi valori e bisogni materiali e spirituali. Appunto perciò la norma non può avere
un compito soltanto riepilogativo; essa costituisce una clausola aperta e generale di tutela del libero ed integrale svolgimento della persona umana
ed è idonea di conseguenza ad abbracciare nel suo ambito nuovi interessi emergenti della persona umana purché essenziali della medesima».
Nello stesso senso si è espressa la dottrina più recente, che proprio dal «primato» della persona nell’ordinamento giuridico trae la convinzione della
centralità dell’art. 2 Cost. nella edificazione delle prerogative del singolo[25].
Questa posizione, che contrassegna la gran parte della evoluzione civilistica nel settore dei diritti che pertengono alla persona[26] godeva, fino a
qualche tempo fa, di una limitata considerazione da parte dei cultori di altre branche dell’ordinamento (in particolare, da parte dei costituzionalisti)
portati a sottovalutare la forza precettiva e il significato basilare dell’art. 2; di questa «frattura» nelle interpretazioni di settore si è fatta carico la
dottrina più recente[27] sottolineando la doppia veste, il duplice aspetto dei diritti della personalità, considerati al tempo stesso diritti di libertà[28]
e situazioni soggettive giuridicamente rilevanti. Si noti che anche nella «formalizzazione» di questi interessi si è opportunamente modificata la
terminologia, abbandonandosi la categoria del diritto soggettivo, considerata non più adeguata, per la materialità che le è connaturale e per la realtà
che a questa figura si accompagna, ad esprimere compiutamente i valori della persona[29].
e) La natura giuridica del danno risentito. Una volta ammessa l’antigiuridicità del fatto, occorre procedere all’accertamento del danno risentito.
È questa una tecnica importante nel mosaico dell’illecito, perché spesso è accaduto che affermazioni giurisprudenziali, addirittura rivoluzionarie in
linea di principio, non abbiano poi sortito alcun effetto pratico per l’incapacità dell’asserita vittima di portare prove convincenti del danno subito. Si
dimentica spesso, nel commemorare il révirement della Cassazione sulla risarcibilità della lesione del credito (il caso Meroni, calciatore ucciso in un
sinistro stradale), di precisare che, al termine della vicenda giudiziaria che aveva visto protagonista la società di calcio Torino, nessuna somma era
stata liquidata perché si era accertato che non vi era stato danno effettivo, anzi gli incassi, negli anni successivi alla perdita del calciatore, erano
addirittura incrementati[30].
Questo rischio non dovrebbe riguardare chi sia danneggiato nella sua identità personale. In altri termini, anche se non fosse possibile (e per la
maggior parte dei casi non lo è) provare che la distorsione dell’immagine ideale ha comportato la perdita di chances di guadagno, la mancata
realizzazione di utili, la risoluzione di accordi vantaggiosi, resta pur sempre il danno morale, che costituisce l’intima natura di questo illecito. Sul
punto si dovrà tornare nell’ambito della trattazione del danno. Val la pena però di fare, ora, qualche breve considerazione al riguardo.
Tra le poche sentenze che si preoccupano di chiarire questo profilo è da segnalare Pret. Roma, 3.10.1986[31] in margine alla curiosa vicenda in
cui Romano Mussolini aveva convenuto in giudizio l’autore di una lettera circolare in cui si dava per certa la sua partecipazione ad una
manifestazione commemorativa del Duce, mentre l’attore era del tutto estraneo alla vicenda. In quella occasione il giudice romano ha avuto modo
di osservare che il danno è in re ipsa, e discende dal semplice fatto del travisamento e della alterazione dell’immagine esterna.
Vi è una singolare sintonia con la costruzione del diritto alla salute, anche questo definito come lesione di un interesse proprio della persona,
incidente sul «valore uomo in tutta la sua concreta dimensione» che si collega alla «somma delle funzioni naturali afferenti al soggetto nell’ambiente
in cui la vita si esplica, ed aventi rilevanza non solo economica, ma anche biologica, sociale, culturale ed estetica[32]».
La liquidazione del danno non può che essere equitativa.
A questo riguardo non sono mancati casi nei quali il danneggiato, pago di aver ricevuto giustizia, e quindi una compiuta soddisfazione morale, ha
chiesto la condanna «nummo uno», ovvero ha devoluto la somma ottenuta per realizzare scopi umanitari.
Si è anche cercato di rintracciare qualche filo conduttore tra le pronunce di volta in volta emesse, per accertare se vi sia omogeneità dei parametri
di liquidazione: ma, anche se si può con fondatezza sostenere che sono saliti gli importi liquidati (e non tanto per effetti inflazionistici, quanto
piuttosto per una acquisita maggior sensibilità degli interpreti) non si possono ricondurre a criteri precisi di valutazione le diverse fattispecie
considerate.
Di qui una duplice esigenza che si è voluta raccomandare al magistrato: la motivazione dei passaggi logici con cui si perviene al quantum, il
suggerimento di alcuni criteri oggettivi intesi quali parametri di riferimento (ad es. audience coinvolta, raggio di azione della diffusione, tiratura del
quotidiano, durata della lesione, gravità della lesione, e così via[33].
f) Le tecniche di tutela. In un sistema come il nostro, nel quale la reazione al danno comporta o la riparazione (in forma specifica o per
equivalente) o l’inibitoria, ben poco vi sarebbe da dire sulle modalità di protezione giurisdizionale del diritto alla identità personale. D’altra parte,
dal punto di vista delle tecniche, questo diritto presenta connotati particolari che ne suggeriscono una differenziazione rispetto agli altri diritti della
personalità anche in questa prospettiva. È chiaro che l’inibitoria costituisce il mezzo più rapido per prevenire il propagarsi o l’estendersi del danno;
essendo il danno però in re ipsa, è ben difficile pensare che una (qualsiasi) riparazione sia sufficiente a riportare il soggetto nella situazione
anteriore al fatto illecito.
Della liquidazione equitativa si è detto; della riparazione in forma specifica si è molto discusso nella analisi dei danni derivanti da diffamazione,
lesione dell’onore e della reputazione, violazione della privacy[34]; in particolare condivido i dubbi di quanti ritengono che la rettifica – pur utile –
non sia strumento che, al modo in cui è praticata e per gli effetti che può comportare, sia in grado, di per sé, di soddisfare equamente la persona
lesa[35].
Ci si deve allora domandare se nel nostro ordinamento siano ammissibili strumenti riparatori contestuali e combinati (risarcimento per equivalente e
in forma specifica), se siano ammesse le c.d. pene private, che consentirebbero di sottrarre il singolo al mero (e bieco) calcolo economico del
danneggiante, il quale, ad un costo dato, può decidere di sopportare la sanzione pur di proseguire nel suo intento dannoso (e profittevole).
Si è anche proposto di introdurre regole di responsabilità civile oggettiva al fine di operare una più razionale distribuzione delle risorse: una sorta di
bilanciamento degli interessi che pur ponendo più limitati argini alla pubblicazione delle informazioni assicuri comunque alla vittima un rimedio
satisfattivo certo.
Si tratta di temi sui quali la discussione è aperta ed è difficile, al momento, trarre una linea coerente dagli interventi che si sono via via succeduti.
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(Altalex, 8 giugno 2018)
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[1] Si trattava della lesione all’immagine ideale del militante radicale Marco Pannella, cagionata da un manifestino diffuso da una sezione torinese del PCI nel corso di
una battaglia elettorale. All’uomo politico si imputava di aver aderito ad una organizzazione di destra (Pret. Roma, 30.5.1979, in Alpa e Bessone, Atipicità dell’illecito,
cit., vol. II, t. 1, p. 149).
[2] New York Times Co. v. Sullivan, 376 U.S. 254, 1946.
[3] Per una discussione del caso v. le belle pagine di Gambaro, Falsa luce agli occhi del pubblico, in Riv. dir. civ., 1981, p. 99, n. 3; Zeno Zencovich, Onore e
reputazione del sistema del diritto civile, Napoli, 1985.
[4] V. Epstein, Libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione, in Dir. informaz. informat., 1987, pp. 825 ss.
[5] V. sul diritto all’immagine, Moccia, in Foro it., 1987, I, 919.
[6] V. De Nova, Qualità del soggetto leso e risarcimento del danno; il caso dell’uomo politico, in Tutela dell’onore e mezzi di comunicazione di massa, Milano, 1989,
p. 106 ss.; v. anche la rassegna di Tenella Sillani, in La responsabilità civile, a cura di Alpa e Bessone, 1987.
[7] Pret. Roma, 15.7.1986, in Dir. informaz. informat., 1986, 926.
[8] Pret. Milano, 26.3.1986, ivi, 1986, 924; per i profili generali v. Dogliotti, I diritti della persona, nel Tratt. dir. priv. diretto da P. Rescigno, Torino, 1984.
[9] 8.7.1986, in Diritto informaz. informat., 1987, 203; e in Foro it., 1987, IV, 50, con nota di Zeno Zencovich.
[10] Pret. Roma, 7.5.1974, in Foro it., 1984, I, 3227.
[11] App. Roma 6.10.1986, in Dir. informaz. informat., 1987, p. 214. Il caso è assai singolare. Durante la campagna referendaria per l’abrogazione di alcune norme della
legge sull’aborto (n. 194 del 1978) il PCI aveva posto in essere una azione propagandistica in cui gli attori (Marco Pannella e il Comitato promotore del referendum)
avevano ravvisato la distorsione del significato e della portata del referendum.
[12] Sul punto v. ancora Zeno Zencovich, op. cit.; Scognamiglio, Il diritto alla utilizzazione economica del nome e dell’immagine delle persone celebri, in Dir. informaz.
informat., 988, pp. 1 ss.
[13] V. l’ampia rassegna di Cendon, La tutela della vita privata in Francia, ora in Il diritto alla riservatezza in Italia e in Francia, cit.
[14] 22.6.1985, n. 3769, in Nuova giur. civ. comm., 1985, I, 647.
[15] Iannolo e Verga, Il diritto alla identità personale, in Nuova giur. civ. comm., 1987, II, pp. 459 ss.
[16] Cass., 22.6.1985, n. 3769, cit.
[17] Trib. Roma 27.3.1984, cit.
[18] Ivi.
[19] Pret. Verona, 12.12.1982, cit.
[20] Trib. Roma, 7.11.1984, cit.
[21] Trib, Roma, 15.9.1984, cit.
[22] Pret. Roma, ord. 2.6.1980, in Foro it., 1980, I, p. 2046, con osservazioni di Pardolesi; e in Giust. civ., 1981, I, pp. 218 e 632.
[23] Nello stesso senso v. ora Macioce, Tutela civile della persona e identità personale, Padova, 1984.
[24] P. Varese, 27 gennaio 1986, in Dir. informazione e informat., 1986, p. 553.
[25] Bessone e Ferrando, voce Persona fisica (dir. priv.), in Enc. dir., p. 196.
[26] V. Perlingieri, La personalità umana nell’ordinamento giuridico, Camerino-Napoli, 1972; e già Rescigno, Persona e comunità, Bologna, 1965.
[27] V. Pizzorusso, Persone fisiche, in Comm. Scialoja e Branca, sent. aut. 1-455, Bologna- Roma, 1988, pp. 13 ss.
[28] Barile, Diritti dell’uomo e libertà fondamentali, Bologna, 1984, pp. 22 ss.
[29] Messinetti, voce Personalità (diritti della), in Enc. dir., pp. 368 ss. È ancora da esplorare – nell’ottica giusprivatistica – la valenza dei c.d. diritti umani: sul punto v.
ora I diritti umani a 40 anni dalla Dichiarazione universale, Padova, 1990; e la relazione di G. Zagrebelsky, La problematica contemporanea dei diritti fondamentali, al V
Convegno nazionale dell’Assemblea it. costituzionalisti, Taormina, 30.11.1990.
[30] App. Genova, 11.6.1973, in Temi, 1974, p. 149.
[31] In Dir. informaz. informat., 1987, p. 244.
[32] Cass., 11.2.1985, n, 1130, in Giur. it., 1985, I, 1, p. 1180.
[33] Su «Diritto dell’informazione e dell’informatica» si rinvengono spesso i risultati di accurate ricerche afferenti i diritti della persona. Una di queste è stata per
l’appunto organizzata al fine di accertare i parametri di liquidazione del danno morale risentito da chi fosse leso nella privacy o nell’immagine, fisica e ideale: v. da
ultimo Zeno Zencovich, in Dir. inf. informatica, 1989, pp. 829 ss.
[34] V. ora Zeno Zencovich, Onore e reputazione nel sistema del diritto civile, Napoli, 1985.
[35] Sul punto v. G. Corasaniti, Il diritto alla rettifica, Milano, 1987.

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