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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

I DOSSIER DE:

“LE MAFIE IN
MOLISE”

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

Molise, ndrangheta, coca e boss: chi è Giorgio


Sale?
Mercoledì 23 Giugno 2010

“Galloway Tiburon” è un'inchiesta che, partita nel 2001 dalla Procura di Campobasso
come semplice azione di controllo del territorio, è cresciuta fino a coinvolgere la
Procura di Reggio Calabria, i G.I.C.O. di Milano, la Polizia colombiana e la DEA. Il nome
del boss Giorgio Sale, referente della ‘ndrangheta per il narcotraffico di coca, è legato al
Molise.

Le indagini, durate cinque anni e culminate la notte tra


il 21 e il 22 Novembre 2006, hanno colpito il gotha del
narcotraffico internazionale generando scossoni nella
società colombiana: 80 arresti tra cui Salvatore
Mancuso, erede di Pablo Escobar nonché ex leader
paramilitare delle AUC; Alfredo Celso Salazar,
braccio operativo di Mancuso; alcuni componenti della
famiglia Sale, legati a Mancuso e alla ‘ndrangheta,
definiti dalla sociologa Renate Siebert “i colletti
bianchi del narcotraffico”; Francisco Javier Obando
Mejía, braccio operativo dei Sale. Per tutti l’accusa è
di aver costituito un’associazione a delinquere finalizzata alla produzione di cocaina, al
narcotraffico internazionale e al riciclaggio del denaro sporco.

Il 13 Maggio 2008 Salvatore Mancuso, detto “El Mono”, viene estradato negli Stati Uniti, dove
decide di collaborare con gli inquirenti rivelando solo in parte quello che tutti sospettavano: sulle
sue spalle pendono 10.000 omicidi, negli ultimi dieci anni avrebbe smerciato 30.000 tonnellate di
polvere bianca in partnership con la ‘ndrangheta, la mafia che detiene il monopolio mondiale della
coca.

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

Le AUC, le Autodefensas Unidas de Colombia, guidate da Mancuso, controllavano tutto il territorio


nord del paese, obbligando i contadini a coltivare la coca e disponendo quindi di terre vaste e
produttive. Mancuso era il grossista che vendeva ai broker della ‘ndrangheta ad un prezzo massimo
di 3.000 dollari al chilo: piazzando solo la metà del quantitativo di coca imputatogli, avrebbe
incassato circa 45 miliardi di dollari. L’uomo delegato al reinvestimento del denaro illecito era
Alfredo Celso Salazar, che ha riconosciuto le sue responsabilità e il 28 Marzo 2008 è stato
condannato a 81 mesi per narcotraffico e riciclaggio di denaro. Salazar operava a stretto contatto
con l’uomo dei Sale, Francisco Javier Obando Mejía, anche lui condannato (49 mesi) per
narcotraffico e riciclaggio.

Ai Sale invece è andata meglio.

Il PM di Roma Giuseppe Amato, che ha rilevato per competenza le indagini, solo in parte ha
confermato le ipotesi investigative del sostituto Procuratore di Campobasso, Rossana Venditti, e
del PM di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, i quali sostenevano che il rapporto tra Mancuso e i
Sale fosse di tipo criminale, il narcotraffico, e di tipo finanziario, il “lavado de dinero”. Il 19
Gennaio 2007 vengono depositati gli atti, l’inchiesta si chiude e parte un processo lampo che porta
alla condanna in primo grado di Giorgio e Cristian Sale, rispettivamente a 9 e 14 anni, per
associazione a delinquere finalizzata alla produzione e al traffico di sostanze stupefacenti.

L’accusa di riciclaggio cade nel vuoto.

Ma perché parlare oggi di questioni apparentemente risolte?

Mentre in Italia tutto tace, mentre Giorgio Sale si trastulla a Rebibbia in attività teatrali con alcuni
dei peggiori criminali italiani (Giancarlo Porcacchia, Giancarlo Polifroni, Salvatore Pelle,
Antonio Bumbaca, Nunzio De Falco e altri..), mentre nel Belpaese l’informazione corre dietro a
mignotte e fannulloni, la Fiscalìa colombiana fa tremare il paese e chiama in causa la famiglia Sale.
Ma prima di arrivare a questo punto, facciamo un passo indietro e proviamo a ripercorrere le tappe
fondamentali dell’inchiesta che ha portato agli arresti del Novembre 2006.

L’operazione “Galloway-Tiburon” parte nel 2001, quando il sostituto procuratore di Campobasso


Rossana Venditti intuisce che Antonio Anastasio – scontata la pena per associazione a delinquere
finalizzata al traffico di stupefacenti - decide di restare in Molise perché è in contatto con un
faccendiere di Isernia, tal Di Lemme, che a Londra utilizza un’attività di import-export per coprire
“movimentazioni finanziarie con la Colombia”. Di Lemme non è uno qualunque. Non è certo un
boss, ma lavora per “soggetti impegnati a trafficare in Europa, particolarmente in Spagna, ingenti

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

quantitativi di cocaina, e nel far rientrare in Colombia i cospicui profitti, sotto apparenza di
liceita`.”

I soggetti in questione sarebbero i Sale. La famiglia Sale. Giorgio, il padre 65enne, e i figli Cristian,
Stefano e Davide - imprenditori romani sconosciuti in Italia e stimati in Colombia - gestiscono
diverse attività commerciali nella zona nord del paese, in un territorio dominato dai paramilitari di
Salvatore Mancuso.

La Procura di Campobasso decide di intercettare gli uomini legati ai Sale, penetra nei loro computer
e svela un’intricata matassa di relazioni mafiose sull’asse Colombia-Calabria. Ma la mole di
lavoro rischia di schiacciare la piccola Procura molisana e la Venditti chiede l’appoggio del PM di
Reggio Calabria Gratteri che, casualità, già indagava sui Sale in collaborazione con i G.I.C.O. di
Milano.

A questo punto tutti i fascicoli giudiziari convergono nelle mani di Gratteri.

In Colombia Giorgio Sale è proprietario di conti bancari, immobili e società - tra cui L’Enoteca
Atlantide Ltd e Made in Italy - e il suo ristorante di Barranquilla è frequentato da illustri
magistrati, tra cui varie figure della Corte Suprema di Giustizia e del Consiglio Superiore della
Magistratura.

Sale conduce i suoi affari da Roma. Senza sapere di essere controllato.

“Il 16 ottobre 2003 invia a Salvatore Mancuso una e-mail dall’Hotel Pratesi di Roma”. Il
messaggio di risposta di Mancuso non si lascia attendere:”Ti parla il tuo amico di Monteria (città
natale Mancuso, ndr), con il quale faremo la transazione del ristorante, sono pronto, spero che mi
chiami”. A metà 2004 gli investigatori italiani capiscono chi sono i personaggi che rappresentano i
due amici:”Il contatto di Mancuso è Alfredo Celso Salazar, e l’uomo di Giorgio Sale Francisco
Javier Obando Mejía.”

Gli inquirenti affermano che lo stesso Sale ha ospitato in Italia Alfredo Celso Salazar, inviato da
Mancuso per realizzare grandi operazioni di riciclaggio. Il rito abbreviato, a cui Obando e Salazar si
sono sottoposti, ha dimostrato come Mancuso non abbia mai smesso di trafficare coca e riciclare
denaro nonostante la Ley de Justicia y Paz. Solo attraverso l’Enoteca Atlantico di Barranquilla,
società di cui facevano parte Giorgio Sale, Stefano Sale e lo stesso Salazar - rappresentante al 50%
del Mono - sarebbero stati lavati 600 milioni di euro.

Ora le autorità americane hanno una carta in più da giocarsi nel giudicare Mancuso: la gigantesca

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

operazione di riciclaggio che costruì con l’impresario italiano Giorgio Sale. Le ragioni del profondo
rapporto tra i due sono da ricercare nella Ley de Justicia y Paz, approvata dal congresso colombiano
nel 2005 con l’obiettivo di smilitarizzare e reintegrare in società le forze paramilitari. La Ley poteva
rappresentare l’inizio di un incubo, vale a dire l’estradizione negli Stati Uniti, e Mancuso cercava
un modo per farla franca, ad esempio un passaporto italiano che gli garantisse una serena latitanza
nel Belpaese.

Giorgio Sale viene intercettato mentre spiega al figlio Davide che “lui (Mancuso) sta alla fine del
processo di pace, sicuramente gli daranno un paio di anni e poi se ne viene in Italia. Dobbiamo
preparare la casa, abbiamo una grande opportunità…però io non posso lavorare gratis.”

Sale non lavorava mai gratis, anzi.

Pare che prima di mettersi in proprio - grazie all’amicizia con Mancuso – fosse lo scudiero di
Roberto Pannunzi, uno dei peggiori broker del narcotraffico, arrestato a Madrid insieme al figlio
Alessandro il 4 Aprile 2004 nell’operazione Igres, secondo la quale Pannunzi stesso era il referente
delle famiglie Trimboli-Marando di Platì.

Andrea Amato, nel suo reportage “Coca Connection”, ricorda che “secondo l’operazione Jumbo,
della Procura di Milano, anche Cristian Sale era in contatto con i Trimboli di Platì”.

Il 16 Agosto 2006 il Presidente Uribe, noto per i suoi rapporti con i paramilitari di destra, mette in
scena un arresto farsa, quello di Salvatore Mancuso, prelevato nella sua casa di Monteria alle 11 di
mattina e portato in commissariato insieme alla sua scorta personale, alla compagna, alla mamma e
a due fratelli. L’accordo preso con Uribe prevedeva una cattura senza incidenti dietro la promessa
che la sua estradizione sarebbe stata negata: Mancuso infatti godeva ancora di molti appoggi, tant’è
vero che la sua prigionia fu dorata fino al giorno dell’estradizione.

Tre mesi dopo l’arresto del Mono vengono presi tutti gli altri e i beni appartenenti ai Sale e a
Mancuso - tra cui L’Enoteca Atlantico Ltda, Made in Italy, edifici, locali e 30 conti bancari -
vengono congelati. Se in Italia la condanna di Giorgio e Cristian Sale (ottobre 2007) resta avvolta
da una spessa nube di oscurantismo mediatico, viceversa oltreoceano si dà sempre più risalto alla
faccenda e ai rapporti del “mafioso italiano” con le alte sfere della società colombiana.

I media rivelano l’amicizia di Giorgio Sale con José Alfredo Escobar Araújo, Presidente del
Consiglio Superiore della Magistratura, e con sua moglie Ana Margarita Fernández de Castro,
segretaria generale della Procuradorìa; spuntano centinaia di intercettazioni che non lasciano

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dubbi sui rapporti tra Sale e Mancuso, le cui connessioni si estendono a Stati Uniti, Messico,
Venezuela, Panamá, Bolivia, Argentina, Spagna, Olanda, Grecia, Cipro, Germania, Bulgaria, Italia,
Inghilterra, l’isola di Curazao e Colombia; spunta persino un’informativa del Governo
statunitense, datata marzo 2008, che definisce Giorgio Sale “a known AUC money launderer”, un
noto riciclatore di denaro delle AUC.

I media colombiani chiudono il 2008 con le parole di Mancuso, che si dice pronto a raccontare dei
suoi legami con i Sale, e aprono il 2009 con altre dichiarazioni del Mono, il quale conferma che il
suo braccio destro era Alfredo Celso Salazar, ammette d’aver finanziato Giorgio Sale e ricorda
persino i comuni affari nella società L’Enoteca Atlantico Ltd.

Mentre in Italia tutto continua a tacere, in Colombia le proteste aumentano.

Due mesi fa il direttore della rivista colombiana Cambio ha subito un ordine di arresto e una multa
per l’articolo “El contacto Sale”, pubblicato nel Febbraio 2009, in cui definisce il magistrato José
Alfredo Escobar Araújo “aliado” di Giorgio Sale. La reazione del Presidente della Federazione
Colombiana dei Giornalisti, ripresa dalla stampa internazionale, è stata veemente:“Escobar vuole
mettere a tacere con un atto giuridico una cosa reale: la sua riconosciuta amicizia e i regali
ricevuti da un capo della mafia italiana, Giorgio Sale”.

Quali sono i legami, oggi, tra la famiglia Sale e il Molise? E quanti sono i colletti bianchi molisani
che si danno da fare per la famigghia? Ai posteri l'ardua sentenza...

SCARICA I DOCUMENTI

Informativa della Fiscalia sui rapporti tra Escobar e Sale

Dispaccio del Consiglio Superiore della Magistratura sulle 8 visite effettuate da Sale a Escobar

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Molise-Connection: il clan Bellocco di Rosarno


a Campobasso
Mercoledì 23 Giugno 2010

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

Persone legate a questa cosca sono attualmente sotto processo a Campobasso - in realtà
la fase dibattimentale si svolge per esigenze tecniche presso il tribunale di Larino, ma …

“Il Molise tra ‘ndrangheta, coca e boss...” (leggi


la prima parte, ndr) partiva da un’inchiesta sulla
‘ndrangheta, “Galloway-Tiburon”, che coinvolgeva
la famiglia Sale, legata alle cosche calabresi e
soprattutto al nuovo Pablo Escobar, Salvatore
Mancuso, estradato negli Stati Uniti nel Maggio
2008.

Secondo gli inquirenti, uno dei porti utilizzati dai


narcos per fare arrivare la coca in Europa era quello
di Gioia Tauro: 8 tonnellate di cocaina in pochi anni, anche se probabilmente la cifra è più alta.

L’interesse criminale per lo scalo marittimo di Gioia Tauro e l’attigua area di sviluppo industriale -
compresa tra i comuni di Rosarno, San Ferdinando e la stessa Gioia Tauro - rimane al centro di
rilevanti iniziative imprenditoriali e commerciali che da tempo hanno attratto l’attenzione delle
locali famiglie mafiose dei Piromalli, Molè, Pesce e Bellocco.

Il porto diventa lo strumento per la realizzazione dei traffici illeciti.

E proprio attorno a una delle ‘ndrine più importanti della piana di Gioia Tauro - i Bellocco di
Rosarno - ruota un’altra inchiesta partita dalla Procura di Campobasso, che sta vivendo ora la fase
processuale, seguita dal Sostituto Procuratore Giovanna Di Petti.

Nonostante sulla vicenda regni il più assoluto riserbo, le indagini avviate nel 2002 dall’ex
Procuratore Capo del capoluogo molisano, Mario Mercone, (vedi anche La Voce, Giugno 2007)
fanno emergere interessanti contorni internazionali e certificano la presenza della ‘Ndrangheta
anche sul territorio regionale.

Nell’ambito della riunione dei procedimenti n. 2246/2002 e n. 2243/2002 della DDA di


Campobasso, vengono emesse 10 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti, tra gli
altri, di Alfonso Caldarone e Carmelo Antonucci, accusati di aver costituito un’organizzazione
dedita al traffico internazionale di cocaina, operativa in Belgio, Olanda e varie località del centro-

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

sud Italia, tra cui il Molise.

Caldarone - titolare del ristorante “L’Ecailer D’Alphonso” a Bruxelles - e Antonucci, suo socio
nella pescheria “Fresh Fish” sempre a Bruxelles, vengono arrestati in Olanda nel 2001.

“Erano in frequenti contatti con una rete di autotrasportatori internazionali, con trafficanti in
Italia, con un gestore di un’area di servizio autostradale e con un gestore di locali notturni usati
come punti di smercio dello stupefacente importato.”

Eppure i due non si occupavano solo di narcotraffico, ma anche di riciclaggio. Secondo gli
inquirenti “avrebbero cambiato nel periodo 2000/2001 una somma pari ad oltre 800 milioni di
franchi belgi – quasi 40 miliardi delle vecchie lire - presso un’ Eurochange a Bruxelles.”

Alfonso Caldarone si era fatto strada rispetto al passato, era il 1995, quando venne arrestato perché
forniva appoggio ad una “banda” romana che effettuava rapine in Belgio, acquistava la coca in
Olanda e la trasportava a Roma per piazzarla nei quartieri dell’Appio e del Tuscolano.

Stavolta Caldarone presentava contatti più “qualificati con il mondo della malavita organizzata,
che emergono dall’ospitalità data presso la propria abitazione in Belgio a tale Antonio Ascone,
esponente della ‘Ndrangheta calabrese ed anch’egli dedito al traffico internazionale di droga.”

Antonio Ascone è legato ai Bellocco di Rosarno, è il broker della famiglia che dall’estero coordina
e gestisce, con altri, i quantitativi di coca giunti dal Sudamerica - via Spagna, Belgio e Olanda - e
che si preoccupa poi di reinvestire i proventi del narcotraffico.

Da alcune intercettazioni del 2001 tra Rosario Arcuri - anche lui originario di Rosarno e legato ad
Ascone - e Francesco Strangio, di Melito Porto Salvo, latitante dal 1993 e ricercato per traffico
internazionale di stupefacenti, salta fuori che i Bellocco e gli Strangio operano in joint-venture,
creando un cartello criminale.

“Si tratta di latitanti che dall’estero coordinano l’attività di approvvigionamento, di soggetti


incensurati che curano i movimenti lungo le rotte e il trasporto dello stupefacente giunto in Europa.
Armi e droga sono destinati in parte alla Calabria, dove da lungo tempo è ipotizzato avvenga il
taglio della cocaina pura che giunge dalla Colombia e dalla Bolivia.”

Arcuri e Strangio discutono ampiamente degli affari e si confrontano su alcuni problemi riguardanti
“un’operazione di polizia nel corso della quale erano state arrestate delle persone che si
occupavano del cambio di denaro ed erano conosciute, oltre che dall’Arcuri, anche dall’Ascone”:
si tratta proprio di Alfonso Caldarone e Carmelo Antonucci, arrestati nel Novembre 2001, vale a

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

dire qualche giorno prima che Arcuri e Strangio fossero intercettati.

Il 4 Marzo 2004 – con le operazioni “Nasca” e “Timpano”, coordinate dal PM Francesco Mollace
della Procura di Reggio Calabria – si comprendono meglio le sfaccettature di questo cartello tra i
Bellocco e gli Strangio, che secondo gli inquirenti non solo aveva acquistato interi quartieri di
Bruxelles ma si era ramificato anche in altre zone del Belgio, ad esempio a Genk, cittadina di 60
mila abitanti a novanta chilometri dalla capitale.

La cocaina sbarcata in Belgio dal Sudamerica veniva presa in consegna dai corrieri, che la
trasportavano fino in Calabria perché venisse tagliata e poi la smerciavano dove serviva; il ricavato
dell’illecito business tornava nelle mani dei broker calabresi, referenti delle cosche di Rosarno e
San Luca, che a Bruxelles erano capaci di riciclare in un solo giorno anche 30 milioni di euro.

Nelle operazioni “Nasca” e “Timpano” vengono arrestate 37 persone, ma sia Antonio Ascone che
Francesco Strangio riescono, ancora una volta, a sfuggire alla cattura.

La loro latitanza finisce nel Luglio 2006 in Olanda, beccati dal GOA della Guardia di Finanza di
Catanzaro: cadono nella rete anche Calogero Antonio Costadura, preso a Genk, e Giancarlo
Polifroni, lo stesso che a Rebibbia fa teatro con Giorgio Sale, e che è stato coinvolto
nell’operazione “Stupor Mundi” insieme a Domenico Trimboli, esponente dell’omonima famiglia
in contatto con i Sale.

Gira e rigira i nomi sono sempre gli stessi, e se non possono incontrarsi in un night olandese perché
scontano una condanna dietro le sbarre, trovano comunque il modo di vedersi, prendere accordi e
scambiarsi i contatti: qual cosa migliore, per non destare sospetti, che diventare attori di una
compagnia teatrale, passare il tempo insieme per provare e riprovare, e tessere nuove strategie?

I Bellocco, gli Strangio, i Trimboli, e poi i Sale, i Pannunzi, gli Ascone, i Caldarone, gli Antonucci:
da una parte gli ‘ndranghetisti, dall’altra i broker, da una parte sangue e pistole, dall’altra coca e
soldi. E il Belgio, che ricorre in tutte le inchieste sul narcotraffico.

Perchè?

Semplice: è un ottimo punto dove fare arrivare i carichi dal Sudamerica ma è soprattutto il miglior
posto al mondo dove riciclare denaro, l’unico mercato immobiliare perennemente florido. La
costante crescita dell’Unione Europea chiama a sé un numero sempre maggiore di rappresentanti
istituzionali, autisti e portaborse, e questo implica nuove richieste per sedi diplomatiche o partitiche,
per appartamenti, alberghi, pensioni, bed&breakfast, bar, locali, centri-commerciali e cotillons.

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

I Bellocco e gli altri, molto semplicemente, offrono un servizio completo.

Qualcuno potrebbe persino inorridire all’idea che persone legate a questa famigerata cosca siano
attualmente sotto processo a Campobasso - in realtà la fase dibattimentale si svolge per esigenze
tecniche presso il tribunale di Larino, ma è la Procura di Campobasso ad occuparsene – eppure
molto tempo è passato da quel 30 Luglio 2003, quando la Commissione Parlamentare d’Inchiesta
sul Fenomeno della Criminalità Mafiosa o Similare sentenziò:“In Molise risiedono soggetti
collegati alla cosca BELLOCCO di Rosarno (‘ndrangheta)”.

E non è una novità nemmeno il fatto che la piccola Bendopoli molisana venga toccata da operazioni
sul narcotraffico internazionale.

Nel 2006 “Castriota” e “Last Dinner” - citate da Altromolise – portano alla luce
un’organizzazione composta da criminali albanesi e locali, “che faceva arrivare la cocaina dal Sud
America attraverso tessuti e resine messe a bagno nella droga. I tessuti e gli altri materiali
venivano poi lavorati in una sorta di laboratorio chimico allestito a Campobasso per recuperare la
droga, che veniva quindi immessa sul mercato.”

Sembra assurdo che nella dolce Campobasso potesse esistere un laboratorio chimico per estrarre
droga da abiti inzuppati di coca liquida. Eppure è così.

Le domande che sorgono spontanee sono tante, troppi dubbi s’insinuano.

Esistono rapporti in loco tra i Sale e i Bellocco? Quali sono le ragioni che hanno spinto una potente
‘ndrina a radicarsi sul territorio molisano? Esistono rapporti tra la mala albanese e i calabresi di
Rosarno?

Resta una considerazione da fare, forse la più importante.

Il Molise da un certo punto di vista è una regione molto fortunata, perché si vive ancora bene, il
tasso di microcriminalità non è alto, il territorio è ancora piuttosto integro nonostante i numerosi
tentativi di distruggerlo.

Eppure le grosse mafie da anni si sono infiltrate, dapprima con il sistema del soggiorno obbligato,
quando i criminali venivano mandati al confino in zone dove i mezzi di comunicazione erano
praticamente inesistenti: un esempio è quello di “Luigi Giuliano nato nel 1949 (specifico la data di
nascita perché purtroppo nella famiglia Giuliano molte persone hanno gli stessi nomi) che è in
declino ed è a Palata.”

In seguito, dopo aver compreso che per fare ottimi affari si ha bisogno di tranquillità, hanno deciso

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

di trasferirsi in loco. Quattro sono i clan che si spartiscono il territorio molisano: i Casalesi, i
La Torre di Mondragone, i Bellocco di Rosarno e i Catanesi.

Il Procuratore di Larino Nicola Magrone fa una riflessione chiara e semplice: “In una società dove
i conflitti non appaiono, dove “non sparano, quindi va tutto bene”, bisogna stare all’erta perché
quelli non sono segnali univoci, ma segnali che vanno analizzati.”

Cantieri aperti ovunque, esercizi commerciali che aprono e chiudono nel giro di pochi mesi, una
quantità di banche e sportelli bancari spropositata per una regione piccola, e ancora piuttosto
indietro da un punto di vista economico, come il Molise.

In sintesi, colletti bianchi nella Bendopoli molisana.

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Venafro: storia di pizzo e camorra in Molise


Martedì 31 Agosto 2010

Infiltrato.it svela in esclusiva un’incredibile storia di pizzo e camorra a Venafro, Molise.

La storia che stiamo per raccontarvi ha dell’incredibile, sembra partorita nei rioni della “Napoli
siamo noi” dipinta da Giorgio Bocca e invece è ambientata a Venafro, comune della provincia di

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

Isernia ai confini con la Campania che soffre di infiltrazioni camorristiche.

In Molise-Connection avevamo già parlato dei clan che si spartiscono il territorio molisano, ma
non è mai troppo tardi per ribadire quanto le mafie facciano affari in Molise, cosa che accade
oramai da anni nell’indifferenza generale.

Certo, ancora non sparano, ma cambia qualcosa?

Risale a un decennio fa la prima vera rivelazione sull’infiltrazione camorristica nel venafrano. Nel
2000 il Rapporto Annuale sulla Criminalità Organizzata (vedi pag. 58) recitava testualmente:
“Nelle zone di Venafro e del Matese la criminalità organizzata campana sarebbe inoltre riuscita
ad infiltrarsi nel tessuto economico locale mediante il controllo di attività imprenditoriali.”

Nello specifico, sono i Casalesi ad avere il controllo del territorio venafrano, in particolare si legge
che “l’area a ridosso dei confini campani risente dell’influenza del clan La Torre di Mondragone
(CE)” , parte integrante del cartello casalese.

Infiltrato.it si è infiltrato nella realtà venafrana per poter raccontare, in esclusiva e per la prima
volta, una storia di pizzo e camorra come se ne sentono tante in Campania, come non se n’erano
mai sentite in Molise.

Per motivi di sicurezza preserveremo l’identità della nostra fonte, che chiameremo Carlo.

Carlo ha un’attività commerciale a Venafro e ha deciso di raccontarci tutto quello che gli è successo
nei minimi dettagli.

“A Venafro tantissimi pagano il pizzo, se non lo fai rischi guai seri. La gente preferisce pagare e
stare tranquilla, qualcuno ha pure provato a denunciare i fatti alle autorità competenti ma
purtroppo non c’è niente da fare.”

Cerco di trattenere stupore e curiosità per mettere a proprio agio il mio interlocutore, ma una
rivelazione del genere, detta così a bruciapelo, fa un certo effetto. Mi viene in mente Nichi Vendola
che nel 2004 denunciava “un preoccupante ed illecito traffico di rifiuti pericolosi nella Valle del
Volturno” e ricordava una famosa conferenza stampa, tenuta nel 2002 dall’allora questore di Isernia
Francesco Cioffi, in cui si “lanciava un allarme sul rischio di penetrazione della camorra nella
zona industriale di Isernia – Venafro”.

Rischio concreto, visto e considerato che già due anni prima si sapeva dei La Torre a Venafro.

Questo è il quadro inquietante in cui si inserisce il racconto che Carlo ha fatto a Infiltrato.it .

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

“Tutti o quasi sanno che la Camorra chiede il pizzo ai negozianti di Venafro, ma nessuno ha il
coraggio di parlare, perché si andrebbe incontro a ritorsioni e le forze dell’ordine non sono in
grado di garantire l’incolumità per tutti e il fermo a lunga scadenza dei delinquenti.”

In effetti c’è poco da obiettare, si può solo ascoltare - con la bocca chiusa se possibile - lo sfogo di
Carlo: “Io ho un’attività in centro e ho subito diversi soprusi da parte di questi delinquenti. Non so
dirti se fossero dei camorristi o meno, sicuramente erano del giro. L’episodio che sto per
raccontarti risale al 2003/2004, ed è la prima volta che ne parlo con qualcuno che non sia uno
sbirro.”

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Venafro tra pizzo e camorra: qualcuno ha


parlato
Giovedì 02 Settembre 2010

Infiltrato.it pubblica la seconda parte del racconto di Carlo, un negoziante di Venafro


minacciato dalla camorra.

Ieri abbiamo pubblicato la prima parte di


Venafro: storia di pizzo e camorra in Molise.

Carlo, nome di copertura, per la prima volta


ha deciso di raccontare la sua storia di
negoziante minacciato dalla camorra. Mi
verrebbe da dire “grazie dell’onore!”, ma
davvero non so se c’era bisogno di regalare
proprio a noi di Infiltrato.it questa patata

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

bollente. Chiaro che corriamo dei rischi seri a denunciare questa vicenda, ma non saremmo
L’Infiltrato se ci tirassimo indietro.

Quindi continuiamo il racconto.

“Un giorno entrano in negozio quattro tipi loschi che dopo aver fatto acquisti vanno via senza
pagare. Nel momento in cui provo a difendere i miei diritti, si girano, tirano calci alla merce che si
trova in negozio, spaccano qualche vetro e mi dicono che se voglio stare tranquillo so quello che
devo fare. Non mi ero mai trovato in una situazione del genere e vi confesso che ho avuto molta
paura.”

Probabilmente chiunque avrebbe reagito allo stesso modo.

Carlo non svela a nessuno l’accaduto, nemmeno alla famiglia, ma ha la testa dura e si ostina a non
pagare. Da qui comincia un periodo da incubo, gli episodi intimidatori si susseguono nel tempo
con sempre maggior frequenza, finché un giorno i danni fatti al negozio sono talmente elevati che
Carlo si trova costretto a chiamare la polizia.

“Io li capisco se non possono fare nulla. Prendono uno stipendio da fame, sono quattro gatti,
perdipiù senza i mezzi di contrasto necessari, come potrebbero far fronte ad un’emergenza simile?
Mi hanno chiesto di denunciare, ma senza assicurarmi niente di concreto. E infatti il giorno dopo
quei quattro erano di nuovo in negozio più incazzati di prima. Quando entravano quei quattro i
clienti sparivano di colpo.”

Sembra di essere a Forcella, e invece siamo a Venafro, nel piccolo Molise, lo stesso che gli astuti
politici nostrani si affrettano a definire “l’isola felice”. O sono così stupidi da ignorare la presenza
delle mafie in Regione, oppure c’è un solo motivo dietro certe dichiarazioni di facciata: far finta di
niente, girarsi dall’altra parte, tenere la massa tranquilla e spensierata.

“Qualche negoziante - lo stesso che quando mentre mi sfasciavano il negozio non alzava un dito e
non chiamava aiuto - mi ha invitato a pagare, tanto lo fanno tutti, perchè rischiare? Ma io ho la
testa dura e non ho voluto cedere di un millimetro. Nonostante avessi una paura fottuta. E se mi
avessero fatto un agguato? Se mi avessero dato una lezione come esempio per tutti gli altri?”

Non è semplice per Carlo ricordare quei momenti, anche a distanza di tempo, perché certe cose non
si possono dimenticare, nonostante ci sia stato un lieto fine.

“Non so cosa sia potuto succedere, ma quei quattro hanno rinunciato al loro proposito di farmi
pagare il pizzo. Io non ho mollato e per fortuna loro hanno desistito da quegli assurdi propositi.

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

Forse per la prima volta si sono trovati nella situazione di dover decidere se chiudere un occhio
senza nessuna ritorsione oppure se rischiare il primo omicidio di camorra in Molise . Diciamo
che mi è andata bene.”

Un criminale sa perfettamente che, in un terra come il Molise, ottima piazza per gli affari, chi
spara commette il gravissimo errore di creare ammuina, di attirare attenzione mediatica e giuridica
sul territorio, rallentando quindi il fiume di denari che scorre tra “l’isola felice” (si, ma per chi?) e
le mafie.

Carlo, due domande: sono più tornati in negozio? E perché non hai mai raccontato prima questa
storia?

“Certo che sono tornati, a scadenza più o meno regolare si fanno rivedere, ma non mi è successo
più niente. Prima d’ora non avevo mai pensato di parlarne a qualcuno che non fosse sbirro, anche
perché nessuno mi aveva mai chiesto in maniera diretta se avessi pagato mai il pizzo alla
camorra.”

E certo, chi poteva mai immaginarselo che a Venafro ci fossero certi buontemponi, per giunta da
anni? Dove sono nascosti i politici venafrani? Oppure bisogna farsi venire il sospetto che
sappiano e non vogliano parlare? E se questo fosse vero, cosa si può fare per estirpare, anche dalla
nostra amata terra, il cancro della criminalità organizzata?

Infiltrato.it invita tutti coloro che sono stati vittime di episodi simili a mandarci una segnalazione
(scrivi a segnala@infiltrato.it ) e provare a rompere questo muro di gomma che circonda il Molise.

Assicuriamo che nessuna fonte verrà svelata, garantiamo l’anonimato assoluto. Speriamo
vivamente che questo appello venga raccolto, che faccia breccia e apra un varco in questo luogo di
omertà che è, purtroppo, il Molise.

Infiltrato.it intende diventare un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono denunciare e non
trovano il modo di farlo.

Un grazie ancora a Carlo per aver trovato il coraggio di raccontare la sua esperienza e un sostegno
morale a quelli che ancora subiscono queste angherie.

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

Presa Diretta sulla 'ndrangheta: Iacona parla


dei Pannunzi
Lunedì 06 Settembre 2010

Nella prima puntata di Presa Diretta su Rai Tre, Riccardo Iacona parla di ndrangheta,
con un focus sulla famiglia Pannunzi. Legata indirettamente al Molise. Infiltrato.it
pubblica in esclusiva un documento della D.E.A. statunitense riguardo i rapporti tra
Roberto Pannunzi e Giorgio Sale.

Ieri sera è partita la nuova stagione di Presa Diretta (Rai Tre,


Riccardo Iacona), con una puntata sulla ‘ndrangheta che non
lascia spazio a dubbi, se ancora ce ne fossero: la Lombardia, così
come il resto d’Italia, è invasa dalle ndrine, che hanno imparato
a spartirsi il territorio creando dei cartelli (Colombia docet) per
migliorare gli affari. Una delle inchieste citate, durante la Presa
Diretta presso gli uffici del Goa di Catanzaro, è “Igres”, definita
da più parti come un’inchiesta madre, perché rivelatrice del
nuovo status internazionale delle cosche calabresi.

I risultati del procedimento penale denominato “Igres”, condotta dal G.O.A. della Guardia di
Finanza di Catanzaro e coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria sono al riguardo
particolarmente significativi nella parte in cui evidenziano il modo in cui gli uomini della
’ndrangheta calabrese, a differenza di elementi pur di primo piano di Cosa nostra palermitana,
fossero abilitati al prelievo della cocaina a condizione di assoluto favore in Colombia e nella piena
fiducia dei fornitori. Gli stretti collegamenti con soggetti operanti nei Paesi produttori hanno
agevolato la crescita della ‘ndrangheta sino a renderla punto di riferimento anche per le altre
organizzazioni endogene.

Non solo questo, a colpire è anche un nuovo modus operandi: più ndrine si uniscono e formano
un cartello con l’obiettivo di avere maggiore forza contrattuale nei confronti dei narcotrafficanti
sudamericani e accaparrarsi così le partite migliori di cocaina. Il cartello calabrese si affida ad un

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

broker specializzato in questo tipo di operazioni, una persona fidatissima, quasi di famiglia si
potrebbe dire, che gestisce la contrattazione e la spedizione in nome e per conto delle cosche.
Chiaro che se il broker dovesse fallire…ma il broker in questione è il migliore in assoluto su piazza,
con un curriculum immacolato.

Roberto Pannunzi è infatti un esperto conoscitore della materia ed in contatto con i cartelli
colombiani del narcotraffico, con facilita` procede, per conto proprio ovvero fungendo da
intermediario, ad acquisiti di ingentissime quantita` di sostanza stupefacente, nella specie cocaina,
organizzandone l’esportazione verso Italia, dove la droga viene destinata ai vari mercati del
territorio nazionale da parte di soggetti legati alla ’Ndrangheta calabrese.

Pannunzi ha conoscenze dirette con i fornitori sudamericani e, dalle risultanze dell’operazione


Igres, si è mosso soprattutto per conto dei Marando, dei Trimboli e dei Barbaro di Platì.

Qualcuno, guardando la puntata di Presa Diretta, si sarà ricordato di un’inchiesta realizzata da


Infiltrato.it – Il Molise tra Ndrangheta, coca e boss: chi è Giorgio Sale – in cui si faceva
riferimento proprio a Roberto Pannunzi, come il vero maestro di Sale, il cui figlio ha restaurato
una farm-house nel piccolo Molise.

Per i lettori di Infiltrato.it offriamo in esclusiva un documento della D.E.A. statunitense che
prova i rapporti associativi tra Pannunzi e lo stesso Sale.

SCARICA I DOCUMENTI

Memorandum US Department Drug Enforcement Administration 1

Memorandum US Department Drug Enforcement Administration 2

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Molise: tra servizi segreti e mafie, le ragioni


della crisi.
Giovedì 16 Settembre 2010

Il Molise non è più un’isola felice. Le ragioni della crisi vanno ricercate in quello che

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

(non) fanno i servizi segreti e in quello che invece fanno le mafie.

Fino a qualche tempo fa i politici nostrani dipingevano il


piccolo Molise come “un’isola felice”, in cui mafie e
corruzione non mettevano piede. La propaganda del potere
vendeva, come fumo negli occhi, l’immagine di un atollo
paradisiaco ben lontano dagli standard nazionali della
MalaItalia. Poi qualcosa è cambiato, le dichiarazioni di
fermezza nell’escludere certi fenomeni criminali si sono
ammorbidite, lasciando spazio a parole più ambigue che
ruotano sostanzialmente intorno ad un unico concetto: il rischio e la prevenzione dello stesso.

Cosa cambia? Nella sostanza nulla, se non che adesso sappiamo ufficialmente che l’isola felice è a
rischio.

Certo, diventa tutto più difficile se le istituzioni - per non creare allarmismo - si limitano a
nascondere lo sporco sotto il tappeto e a dare una spolverata superficiale una tantum, ma d’altra
parte è pur vero che le notizie più facilmente commerciabili sono quelle legate al gossip, a
sesso&droga, agli immigrati che ne combinerebbero una più del diavolo, al suicida di turno o ad
una qualunque delle sagre di paese che tanto rallegrano l’estate (per fortuna è finita) molisana.

Parlare di istituzioni è come parlare di aria fritta e allora è il caso di fare qualche nome, a
cominciare dal Presidente della Regione Michele Iorio: come mai dalla sua carnosa bocca non
esce mai una parolina forte contro “il rischio di infiltrazioni mafiose”?

Possibile che non ne sappia niente? Possibile che sia così dannatamente sfacciato da pensare che
tutti si creda ancora alla befana?

Possibile che la rete di servizi segreti molisani non lo metta al corrente di quanto succeda? O forse
è il caso di pensar male e credere che questi 007 nostrani servano solo a tirar le fila del teatrino
(dei pupi) della politica?

Qualcuno potrebbe cadere dalla sedia nello scoprire che, anche in Molise, esiste una rete dei
Servizi, ma non c’è da meravigliarsi: gli spioni italiani non sono tutti di stanza a Roma, per ovvi
motivi di sicurezza e controllo del territorio sono presenti in tutte le regioni, persino nell’isola

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

felice: potremmo definirli i cani da guardia del potere localizzato. Purtroppo però, come la storia
nazionale insegna, non sempre svolgono appieno il loro compito, che dovrebbe essere quello di
garantire la sicurezza nazionale e non la continuità di un potere ammuffito e logoro da tante lotte
clandestine.

Sarà anche per questo che le mafie sono riuscite a sfondare anche in Molise, una regione
mediaticamente invisibile e quindi perfetta per compiere affari loschi, riciclare denaro, comprare,
investire: la mafia imprenditoriale, quella bianca come il lenzuolo che copre i morti ammazzati,
s’ingrassa alle spalle dei molisani.

Qualcuno molto bene informato mette in relazione la crisi economica locale e l’accresciuta
potenza, non solo di fuoco ma soprattutto di denaro, della criminalità organizzata: si vocifera
che, probabilmente, il Nucleo Industriale di Pozzilli-Venafro, oramai un desolante cimitero di
aziende perlopiù fallite, sia da tempo un luogo utilissimo alla camorra per comprare capannoni in
disuso e trasformali in utili investimenti. In sostanza la camorra non fa altro che puntare aziende
prossime al fallimento, in certi casi incentivare la chiusura (ogni mezzo è lecito) e accaparrarsi per
due noccioline quel che resta delle imprese molisane.

Secondo il principio della progressività delle infiltrazioni e secondo la logica della contiguità
geografica sarebbe assolutamente deleterio trattare la faccenda in modo limitato e superficiale. Il
confine con Puglia e Campania imporrebbe massima attenzione per un territorio appetitoso come
il nostro anche perché il clichè dell’isola felice non corrisponde alla realtà, com’è stato da più parti
urlato e dimostrato.

Qualcuno di buona memoria ricorderà certamente il nome di Luigi Biscardi, fratello del più famoso
giornalista ed ex senatore della Repubblica, più volte impegnato nell’attività di contrasto alla
criminalità organizzata pronta ad infiltrarsi in Molise. Biscardi, per spazzare via ogni dubbio,
amava ricordare come già all’epoca di Tangentopoli vennero fuori gli scheletri che la Regione
custodiva gelosamente nell’armadio, ma purtroppo l’attenzione della magistratura non fu adeguata
alle circostanze.

L’aspetto più importante riguarda proprio la mancanza di attenzione preventiva, che sarebbe stata
utile allora più che adesso. Invece non si è andati aldilà dell’episodicità, soprattutto nelle zone ad
alto rischio infiltrazione, come il litorale adriatico o la zona del venafrano.

Che fare, quindi, oggi che la situazione è piuttosto compromessa?

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

Come mai le Istituzioni non proteggono i molisani da questi fenomeni che poi diventano anche
causa-effetto di fallimenti e chiusure aziendali, perdita di posti di lavoro, inquinamento e
abbassamento della qualità della vita, usura, pizzo, scarsissima qualità nelle infrastrutture etc etc
etc?

Perché Iorio tace di fronte a tutto questo?

Perché Patriciello non ci racconta tutto quello che sa?

Forse è vero quel che diceva Carlo William Brown: “Il segreto per sopravvivere è quello di porsi
sempre molte domande e allo stesso tempo di non incazzarsi troppo se non si trovano le risposte.”
Fermo restando che se qualcuno vorrà illuminarci saremo ben contenti di pendere dalle sue labbra.

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Emergenza ‘ndrangheta in Italia: il caso del


Molise
Lunedì 11 Ottobre 2010

Gli affari dei clan in Molise, il processo alla ‘ndrangheta, il riciclaggio: perché Libera
Molise non denuncia i Bellocco? Le prospettive progettuali non bastano più.

Dopo il ritrovamento del bazooka e le minacce al Procuratore di


Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, il Governo ha deciso di
inviare l’esercito per fronteggiare l’emergenza ‘ndrangheta: non
siamo ancora ai livelli della Palermo anni ’80 (Palermo come
Beirut, titolavano i giornali dell’epoca in seguito ai continui attentati
dinamitardi) ma è chiaro che la Santa risulta, ad oggi, una delle mafie più potenti del mondo.

Una struttura familiare che protegge dal pentitismo (e quei pochi che ci sono scompaiono o
vengono uccisi, come nel caso di Lea Garofalo); capacità di formare cartelli tra più ‘ndrine; abilità
nell’infiltrare sistemi economici, finanziari e politici; monopolio della cocaina. Queste sono le

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

caratteristiche principali che rendono la ‘ndrangheta al momento invincibile. Senza considerare gli
stretti rapporti con massoneria e servizi deviati.

In Molise, dove spesso le apparenze ingannano, “la 'ndrangheta gestisce attività imprenditoriali con
il solo fine di garantirsi il riciclaggio”, come scrive Enzo Romano su Calabria Ora, il quotidiano
che un giorno sì e l’altro pure riceve intimidazioni anonime.

Nella spartizione del territorio italiano il piccolo Molise è toccato ai Bellocco di Rosarno - una
delle cosche più potenti della ‘ndrangheta - che risiedono a Campobasso e da lì fanno affari. Perché
proprio loro in Molise? Una spiegazione potrebbe nascondersi dietro la vicinanza geografica tra la
Puglia, dove domina la Sacra Corona Unita, e il Molise: fu infatti Umberto Bellocco (con la
collaborazione della famiglia Papalia), capobastone indiscusso della cosca fino al suo arresto nel
1993, il vero artefice di quella che all’epoca era una nuova organizzazione criminale - la Sacra
Corona appunto - da opporre alla NCO di Cutolo.

Il Molise, terra di confine tra Puglia e Campania, rientra plausibilmente in un’ipotesi del genere,
anche se nessun magistrato fin’ora ne ha accertato la veridicità giudiziaria.

I lati oscuri finiscono qui, perché chiarire quali siano gli affari dei Bellocco in Molise è fin troppo
semplice: basta leggere “Fratelli di Sangue” (Ed. Pellegrini, poi acquistato da Mondadori), scritto
dal Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri e dal giornalista Antonio Nicaso: “In
Molise, negli ultimi tempi, sono state segnalate attività di importazione di ingenti quantità di
sostanze stupefacenti e di movimentazione di grosse somme di denaro da impiegare nell’acquisto
di droga…”. Ancora riciclaggio quindi, denaro sporco da immettere nei circuiti economici locali
per lavarlo e reinvestirlo.

Da Histonium, inchiesta madre sulle infiltrazioni mafiose in Abruzzo, si evince che sul litorale
adriatico, in particolare a Vasto, la ‘ndrangheta avrebbe condizionato appalti pubblici e privati,
gestito il mercato del calcestruzzo e condizionato quello dei rifiuti. Tra Vasto e Termoli non esiste
alcuna muraglia cinese tale da impedire lo sbarco dei barbari mafiosi, per cui esiste il rischio
concreto che la cittadina molisana abbia potuto vivere una situazione simile a quella del vastese.

E proprio qualche giorno fa l’Associazione Libera Molise ha tenuto un incontro a Termoli per
parlare di “prospettive progettuali”, “iniziative”, “educazione alla legalità” e via dicendo. Forse
sarebbe il caso di concretizzare facendo denunce alla Procura della Repubblica e all’Antimafia di
Campobasso, forse sarebbe il caso di fare nomi e cognomi di politici molisani collusi con la
ndrangheta – ammesso che ci siano – forse sarebbe il caso di parlare chiaro piuttosto che girare

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

intorno al problema.

Mai Libera Molise ha fatto i nomi dei Bellocco, dei La Torre, dei Casalesi o del clan dei
Catanesi presenti in Molise: non si sa se per paura, per mancanza di conoscenze più approfondite
(ma esistono documenti pubblici e ufficiali da cui trarre questo tipo di informazioni) o per una
precisa scelta strategica.

Eppure stiamo parlando di una regione che – secondo il primo rapporto del Servizio Anticorruzione
e Trasparenza (SAeT) del Ministero della Pubblica Amministrazione – ha uno dei maggiori tassi di
corruzione ogni mille dipendenti pubblici. Stiamo parlando di una regione con un numero di
sportelli bancari da fare invidia alla Svizzera, nonostante l’Istat segnali un tasso di povertà piuttosto
elevato e un alto numero percentuale di fallimenti rispetto al numero di imprese presenti sul
territorio. E questo accade non perché i molisani siano più cretini di altri o meno bravi di altri nel
fare business, ma per ragioni che la magistratura dovrebbe non solo approfondire ma già conoscere
da anni.

L’11 Marzo del 1993 il Corriere della Sera – quindi non un giornaletto qualunque – raccontava che
“un clan, legato a note famiglie della ' ndrangheta stanziate nel Milanese (i Papalia e i Morabito),
aveva cellule operative anche in Puglia, Sardegna, Marche e Molise.”

Infiltrato.it è riuscito a dare notizia di un processo in corso a Larino, in cui sono imputate persone
legate ai Bellocco: purtroppo da ambienti giudiziari è l’unica cosa che siamo riusciti a sapere, gli
inquirenti sono abbottonatissimi e non vogliono dire di più, ma è chiaro che si sta parlando del
primo processo in Molise per ‘ndrangheta.

Speriamo sia un buon segnale.

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La Camorra e i camorristi in Molise: affari,


clan e quella Ferrari a Pozzilli.
Giovedì 02 Dicembre 2010

4 sono i clan che si spartiscono il territorio molisano, dai Casalesi ai Bellocco di

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

Rosarno, dai Catanesi fino ai La Torre di Mondragone, finiti all’onore delle cronache ad
inizio 2010.

Gomorra a Isernia.

È un titolo ad effetto che circola con sempre maggiore


frequenza nella rarefatta aria molisana e solo chi non
voleva sapere o far finta di niente può dirsi stupito. È una
novità che i clan facciano affari in Molise? Certo che no,
anzi è chiaro e lampante che una regione con una enorme
quantità di sportelli bancari, una bassa densità demografica
e quindi tanto verde dove inquinare – per citare Cristian Rossi, presidente dell’Adat – un turnover
altissimo di negozi, zone industriali in perenne fallimento dove si possono acquistare facilmente
società e capannoni, tutto questo unito a un mare di fondi europei piovuti sul Molise (più di un
miliardo di € dal 2000 al 2007) rende “l’isola felice” il miglior posto d’Italia dove riciclare in
religioso silenzio.

Nel febbraio 2010 l'Operazione Strike rivelò la presenza sul territorio molisano del clan La Torre;
peccato che da anni, precisamente dal 2003, si hanno notizie ufficiali della presenza sul territorio
locale del clan di Mondragone. Forse qualcuno pensava che venissero a svernare in vacanza -
meglio un turista camorrista e pieno di denaro che un turista eco-sostenibile spiantato - e invece
vengono semplicemente a fare il loro lavoro: riciclare denaro nel posto più vicino geograficamente
e più ospitale, nel senso che “fatti i fatti tuoi che campi cent’anni”.

Eppure ci sono delle novità da sottolineare.

La prima: l’operazione non è partita da forze dell’ordine locali, e questo è un fatto che va
sottolineato. La seconda riguarda il numero delle società coinvolte nell’Operazione Strike con
sede in loco: una. Una? Ne esistono decine, per essere ottimisti, il consorzio industriale di Pozzilli
è pieno di capannoni dove la camorra fa affari sporchi nel massimo riserbo e senza disturbi.

Comprano società e capannoni a prezzi stracciati, possono sempre servire.

Una notte di qualche tempo fa giunge a Pozzilli, dal casertano, una luccicante Ferrari testarossa,
che entra in uno dei tanti capannoni semi-abbandonati del nucleo industriale. Scende un tizio
piuttosto preoccupato e frettoloso, parlotta con il proprietario del capannone, il quale ordina

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

immediatamente ad un suo operaio di spostare la macchina – immagino la gioia del ragazzo –


portarla dentro, schiacciarla nella presa e fonderla. Et voilà, la Ferrari non c’è più.

Gomorra a Isernia, invece, è sempre lì.

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RICICLAGGIO/ In Molise? Alta capacità di


realizzare profitti da attività illegali
Lunedì 06 Dicembre 2010

Lo rivela il Rapporto RES 2010, ripreso da Cesare Fiumi sul Corriere della Sera
nell'approfondimento sulla 'ndrangheta al Nord. Se i dati e i fatti registrati non solo da
questa ricerca ma anche e soprattutto da investigazioni antimafia e da inchieste
giudiziarie mettono in risalto come il Molise sia oramai diventato l’Eldorado per le
mafie che vogliono riciclare capitali illeciti, smaltire rifiuti, investire e comprare perché
c’è ancora qualche sciagurato che parla di “rischio infiltrazioni?”

Il termine tecnico utilizzato per definire questo aspetto


della criminalità organizzata è “Enterprise Syndicate”,
che identifica la capacità delle mafie – in un determinato
territorio - di realizzare profitti da attività illegali. Altra
cosa è il “Power Syndicate”, che invece valuta quanto
riescano le mafie a controllare un territorio ed a
condizionarne la vita pubblica, sociale ed economica.

“Power syndicate ed enterprise syndicate sono due dimensioni che si combinano in modo variabile:
la prima è funzionale alla ricerca e all’esercizio del potere, la seconda all’accumulazione della
ricchezza.”

Per farla breve Campania, Sicilia e Calabria hanno un alto Power Syndicate – lo Stato non

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

conta niente, chi comanda e controlla il territorio sono le mafie – mentre Lombardia, Lazio e
Molise hanno un alto Enterprise Syndicate – la mafia dei colletti bianchi non spara ma si occupa
di far fruttare i proventi dai traffici illeciti.

Il Rapporto Res 2010 - presentato dalla Fondazione Res, Istituto di Ricerca su Economia e società
– riporta un titolo emblematico: “Alleanze nell’ombra. Mafie e economie locali in Sicilia e nel
Mezzogiorno”. La ricerca vuole “mettere a fuoco la cruciale intermediazione di un’area grigia –
vasta e assai eterogenea nelle sfumature e nella sua articolazione – che risulta composta, in modo
variabile, da professionisti, politici, imprenditori, burocrati.”

L’obiettivo è capire come i flussi di denaro provenienti dai traffici della criminalità organizzata
riescono ad infiltrare le economie nell’Italia del sud.

Meno sangue per le strade – nonostante la violenza sparata in faccia dai tg nazionali, gli omicidi
di stampo mafioso negli ultimi due decenni sono crollati quasi dell’80% - sta a significare che le
mafie prosperano, che hanno invaso il mercato nazionale e internazionale, che godono di coperture
e prestanomi e quindi lavorano prevalentemente con attività lecite da cui traggono illeciti guadagni.
Significa, in buona sostanza, che non c’è alcun bisogno di ammazzarsi (a parte qualche
scaramuccia) e soprattutto sono finiti i tempi della guerra allo Stato.

Perché? Ognuno tragga le proprie conclusioni ma il Rapporto è piuttosto chiaro: “La flessione negli
episodi che denotano stati di conflittualità violenta si è accompagnata a una progressiva
estensione delle mafie nell’ambito delle attività economiche formalmente legali che è al centro
della ricerca presentata con il Rapporto Res 2010 (per “attività formalmente legali” si intendono
quelle apparentemente caratterizzate dalla produzione di beni e servizi legali con metodi legali).”

Le aree imprenditoriali maggiormente infiltrate


riguardano la grande distribuzione organizzata, gli
appalti, la sanità, l’edilizia, le infrastrutture, le energie
rinnovabili, i trasporti e lo smaltimento dei rifiuti.

Dalla leggenda a lato si evince come il Molise sia


una delle aree con il più alto indice di “Enterprise
Syndicate”, in special modo l’area della provincia di
Isernia, come Infiltrato.it ha avuto modo di
evindenziare in diverse inchieste.

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

Tutto il Mezzogiorno, e il Molise non fa differenza, vive quello che il rapporto chiama “capitalismo
politico-criminale, dove gli scambi occulti e gli accordi collusivi diventano un modo per restare sul
mercato o per sopravvivere economicamente. In altre parole, in un contesto diventato sempre più
difficile dal punto di vista economico, una schiera crescente di imprenditori cerca forme di
adattamento attraverso accordi e accomodamenti di tipo collusivo con il potere politico e nelle zone
di mafia con il potere mafioso.” Quindi il processo di infiltrazione non si riferisce soltanto “ad un
processo unidirezionale che va dalle mafie verso gli operatori delle economie legali, ma occorre
invece prendere seriamente in considerazione anche il percorso inverso.”

L’inchiesta sul porticciolo di Campomarino, così come quella sul Cosib, molto probabilmente
potrebbero ascriversi a fenomeni di questo tipo: l’area grigia dentro cui prosperano le
illegalità vede un incontro tra burocrati, politici, imprenditori ed esponenti della criminalità
organizzata.

La ricerca del RES identifica 3 tipologie di rapporti tra le diverse componenti dell’area grigia e
cioè:

La complicità, caratterizzata da uno scambio economico tra gli attori, che ha generalmente caratteri
specifici, limitati nel tempo e nei contenuti;

La collusione, cioè un modello di relazioni in cui i mafiosi e gli altri attori si mettono d’accordo per
svolgere affari in comune, ovvero instaurano un tipo di scambio continuativo, che può assumere
concretamente diverse forme: si può andare dalla funzione di «prestanome» nei confronti del
mafioso fino alla costituzione di vere e proprie società di fatto;

La compenetrazione, caratterizzata da rapporti organici e legami di identificazione rispetto ai


mafiosi, ovvero una situazione in cui subentra una logica di appartenenza criminale.

“Complici, soci e affiliati che possono tuttavia sfumare facilmente l’uno nell’altro” e che spesso
riescono a costituire un cartello di malaffare persino più forte e pervasivo del sistema mafioso.
Come nel caso dell’eolico, dove “sono state registrate evidenze in cui il “sistema del malaffare”, la
cordata politico-clientelare è più forte del sistema mafioso.”

Ora il punto è: se i dati e i fatti registrati non solo da questa ricerca ma anche e soprattutto da
investigazioni antimafia e da inchieste giudiziarie mettono in risalto come il Molise sia oramai
diventato l’Eldorado per le mafie che vogliono riciclare capitali illeciti, smaltire rifiuti, investire e
comprare perché c’è ancora qualche sciagurato che parla di “rischio infiltrazioni?”

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

Il rischio tratta la sfera dell’eventualità, di un qualcosa che potrebbe accadere ma che ancora non è
avvenuto. In Molise non esiste alcun rischio infiltrazione. Le Mafie ci sono e prosperano e chi
continua a parlare di rischio o è complice o ha paura. Quale delle due?

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DANIELE POTO/ “Le Mafie nel Pallone”.


Anche in Molise….
Domenica 16 Gennaio 2011

La rivelazione è di quelle scioccanti: nel libro-inchiesta di Daniele Poto, “Le Mafie Nel
Pallone” si parla anche di Molise, dove “ci sono episodi di società minori che sono
ancora sotto la lente della magistratura”. Tutte le Mafie sono impegnate nel business
pallonaro: hanno capito da tempo come questo sport possa diventare una gallina dalle
uova d’oro per riciclare le enormi quantità di denaro sporco. Con casi limite, come
quello di Potenza…

Vent’anni di giornalismo con Tuttosport sono più


che sufficienti per capire i meccanismi di uno
sport – il calcio – che non riesce proprio a restare
fuori dai guai. Anzi, li attrae. E questi guai si
chiamano Mafie. Che si portano dietro tutto il kit
del perfetto criminale: riciclaggio di denaro,
partite truccate, scommesse clandestine,
intimidazioni, assunzioni sospette… “Le Mafie
Nel Pallone” è il titolo del libro inchiesta – a
firma Daniele Poto - edito dal Gruppo Abele di
Don Ciotti. Pochi giorni sono passati dalla notizia di una presunta combine tra Albino Leffe e
Piacenza, che avrebbero aggiustato sul 3 a 3 una partita finita sotto inchiesta. E poche settimane fa,

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

a dicembre 2010, la Gazzetta dello Sport raccontava della nuova “Gomorra del calcio”. Le
illegalità, nella sfera rotonda, non passano mai di moda, a cominciare “dal primo scandalo del calcio
scommesse - nel 1980 –che mostrò all’Italia come calciatori importantissimi del calibro di Paolo
Rossi, Albertosi, Wilson e Giordano, potevano truccare le partite.”

E oggi? Cosa succede allo sport più amato dagli italiani?

“Le mafie nel pallone” : il titolo è piuttosto esaustivo.

L’idea del libro è venuta a Don Luigi Ciotti, personaggio carismatico e fondatore di Libera.
Inizialmente doveva essere un instant- book, poi è diventato un libro perché abbiamo deciso di dare
una dimensione più ampia al fenomeno. E quindi vengono raccontate anche le radici storiche del
calcio illegale, che partono dal primo scandalo del calcio scommesse - nel 1980 –che mostrò
all’Italia come calciatori importantissimi del calibro di Paolo Rossi, Albertosi, Wilson e Giordano,
potevano truccare le partite. Il calcio diventava un gioco truccato.

Nell’80 erano stati coinvolti personaggi della massima serie, stavolta qual è la situazione?

Naturalmente i provvedimenti di giustizia ordinaria o di giustizia sportiva avevano pensato di poter


mettere un freno a questa metastasi del calcio scommesse; in realtà vediamo che ogni 3/ 4 anni c’è
una recrudescenza del fenomeno, anche se non sono stati più coinvolti giocatori di quel nome ma
più spesso calciatori a fine carriera. Ci sono campionati lontani dalla luce dei riflettori, dove è più
facile portare a compimento operazioni di calcio truccato, di match fixing come si dice in inglese. A
farne le spese è soprattutto la Lega Pro dove molte, troppe, partite non vengono più quotate, dove si
parla di una Juve Stabia – Sorrento (5 Aprile 2009: come previsto finì con la vittoria, 1 a 0, dei
padroni di casa, ndr) influenzata dalla camorra. A dicembre 2010 si è registrato l’arresto di Cristian
Biancone e Vitangelo Spadavecchia, calciatori professionisti che – secondo le accuse della DDA di
Napoli - hanno contribuito a influenzare l’esito delle partite volere della camorra. Quindi il
fenomeno è tutt’altro che debellato.

Nel tuo libro c’è un caso al limite dell’inverosimile.

Il caso limite del mio libro è Potenza, non a caso una squadra di Lega Pro. Giuseppe Postiglione, un
giovane presidente di 27 anni - il più giovane presidente del calcio professionistico - prese in mano
la società nel 2006 e nel giro di soli 3 anni l’ha praticamente distrutta, esercitando tutte le possibilità
illegali legati al gioco del calcio. Ne enumero alcune: partite truccate, gli è stato trovato un tesoretto

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

di 600 mila euro depositato nelle banche di Montecarlo; sinergia con il numero uno della mafia
lucana, Antonio Cossidente, legato alla ‘ndrangheta; assunzione nella security della squadra di
personaggi malavitosi legati al clan di Cossidente; lo sfruttamento della squadra di calcio attraverso
agenzie di scommesse che esercitavano giocate su partite regolari e non. L’ingresso nel mondo del
calcio ha consentito anche a Postiglione di entrare nella loggia di Moggiopoli, conoscere in
anticipo i risultati di alcune partite di serie b e incrementare il proprio fatturato. Per non parlare
delle intimidazioni che subivano le squadre che venivano a giocare a Potenza. Sono episodi che la
giustizia ordinaria ha collezionato, c’è un capitolo clamoroso di intercettazioni, ci sono 800 pagine
di rapporto. Il processo è ancora alle prime battute.

Quali sono i meccanismi che regolano la Gomorra del calcio?

La camorra usa metodi “tradizionali”. Ti citavo Biancone e Spadavecchia (entrambi ex giocatori del
Sorrento, ndr) non a caso. I giocatori chiave, che in una squadra di calcio in genere sono il
centravanti e il portiere, cioè quello che fa gol e quello che dovrebbe impedirli, sono determinanti
per il risultato finale. Biancone era attaccante, Spadavecchia portiere. Postiglione, invece, ricorreva
a metodi ancora più singolari, perché alla vigilia di partite che il Potenza doveva perdere escludeva
di forza i giocatori più rappresentativi, rendendo la squadra vulnerabile. La sconfitta, quindi, poteva
avere una sua logica tecnica, tutto sommato risultava plausibile. Naturalmente Postiglione trovava
delle scuse: ad esempio, alla vigilia di una partita con una squadra campana, aveva escluso alcuni
giocatori dicendo che potevano avere una compromissione con la propria squadra. Quindi depistava
completamente, accusando altri di truccare le partite. E invece era lui il manovratore…

Come hanno reagito gli uomini di calcio di fronte alle intimidazioni e alle esclusioni?

Io purtroppo sono arrivato a conclusioni molto deludenti riguardo alla collaborazione degli addetti
ai lavori. Il senso comune suggerisce quanto omertà ci sia non solo nella tifoseria ma anche nei
calciatori, che ricavano un assoluto benessere dalla frequentazione del mondo professionistico,
soprattutto se hanno carriere lunghe. Riescono a proiettare questo benessere non solo sulla loro
famiglia ma addirittura sulle seconde e terze generazioni. C’è un flusso di denaro enorme. I
calciatori cascano sempre in piedi, ci sono ricchezze talmente grandi che anche alla fine della
carriera sarà difficilissimo trovare il pentito, un collaboratore di giustizia sportivo calcistico che
purtroppo è una figura inesistente.

Quali sono le mafie coinvolte in questo affare?

Tutte. Ma naturalmente c’è un pericolo che si spinge in regioni apparentemente non contaminate,

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

come la Lucania, definita per errore un’area felix. Quando Chinaglia tentò la scalata alla Lazio, era
sfruttato dai Casalesi, che misero a disposizione 27 milioni di euro per scalzare Lotito dalla Lazio,
piano poi non riuscito. Nel mio libro ci son altre regioni del sud: c’è il Molise, c’è l’Abruzzo…
Credo che in futuro dovremo aspettarci che emergano episodi legati al Nord Italia, dove ci sono i
grandi capitali. La mafia non entra nel calcio per discorsi moralistici, o perché interessata allo sport
o al gioco, ma per fare grandi affari e il Nord in questo senso è un obiettivo privilegiato.

Che cosa hai riscontrato nella realtà cacistica molisana in questo senso?

Ci sono episodi di società minori che sono ancora sotto la lente della magistratura. In Abruzzo c’è il
caso del piccolo club di Pescina Valle del Giovenco, entrato nell’orbita di interesse di
Federmeccanica, una grande industria del paese però coinvolta in traffico e riciclaggio di denaro. E
anche una piccola squadra può diventare oggetto di interessi criminali, perché il riciclaggio - nel
calcio - è un’operazione molto gettonata.

Tu sei un appassionato di calcio? Come ti rapporti a questo sport, che - da quello che hai
scritto - è più simile a un intrigo che altro…

Onestamente mi riesce difficile appassionarmi, forse lo sono stato anni addietro, ma quando metti
l’occhio dal buco della serratura e vedi il calcio in maniera critica, ti viene la voglia di riaccostarti a
sport minori o dilettantistici. Nella nostra storia recente, abbiamo campioni olimpici di Pentathlon
lontani dai divismi del calcio, persone che sbarcano il lunario come tantissimi italiani, persone
ammirevoli che per diventare medaglia olimpica hanno fatto chissà quanti sforzi rispetto ai
calciatori. Purtroppo la verginità del calcio è ormai perduta, le cifre si stanno gonfiando sempre più,
gli stadi si svuotano in nome della grande bolla dei diritti televisivi. Stiamo assistendo a una
trasformazione antropologica del tifoso, che naturalmente fa i conti con la omologa tessera e con
tanti problemi di sopravvivenza e identità.

Sei un tifoso o sei stato tifoso?

(ride)

Andiamo sul personale… Sono stato un simpatizzante, non un tifoso, perché per 35 anni ho fatto il
giornalista sportivo per Tuttosport e quindi non mi potevo permettere realmente di essere tifoso.
Simpatizzavo per la Roma, che però da qualche anno è una squadra come tutte le altre. Questo
marcio che passa nel calcio transita anche per la società per cui puoi simpatizzare e che ha un
Presidente, Rosella Sensi, dominata più dall’interesse che dalla passione, se si è auto attribuita a suo

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

tempo uno stipendio da 1 milione e mezzo di euro. Una passione col beneficio dell’inventario…

E allora quale può essere la salvezza per questo calcio che in Italia sembra troppo malato?

Purtroppo io soluzioni pronte non ne ho e indietro non si torna. Probabilmente un ponte più efficace
tra giustizia sportiva e giustizia ordinaria permetterebbe di controllare meglio il fenomeno. Eppure,
anche le istituzioni sonnecchiano: non mi pare che ci sia una grande spinta propulsiva da parte della
Federcalcio, che spesso subisce, da fuori, provvedimenti di ordine pubblico, senza avere una propria
linea. In questo senso sono piuttosto pessimista per il futuro del calcio. Come non ci si può aspettare
che le mafie si auto-eliminino, così non ci si può aspettare che il calcio migliori se qualcuno non ci
mette le mani.

**********

MAFIA E POLITICA/ Chi è il molisano in


“rapporti con Michele Zagaria e Francesco
Madonna”?
Venerdì 25 Febbraio 2011

Secondo i Rapporti Ecomafie 2010 e Cemento Disarmato 2009 – entrambi a cura di


Legambiente –due imprenditori molisani avrebbero “rapporti con esponenti criminali,
tra cui i boss della camorra Michele Zagaria e Francesco Madonna”. Parrebbe che uno dei
due imprenditori coinvolti sia diventato poi un noto politico. Legambiente ha però
scordato di svelarne i nomi: qualcuno può aiutarci a capire
di chi stiamo parlando?

Il Molise, terra di affari, di infiltrazioni, di discariche abusive, di reti


clientelari. Soltanto ieri venivamo a conoscenza che è scattata
un’ordinanza di custodia cautelare anche in Molise per l’inchiesta

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

denominata “Galatea”, la quale ha portato all’arresto di cinque persone legate alla Sacra Corona
Unita.

Ma non è un mistero che il Molise sia un terra profondamente appetibile. Ma non da ora. Grossi
affari, pare, se ne fanno (da anni) anche nell’edilizia. Questo, almeno, è quanto emerge analizzando
due rapporti. Il primo è un Rapporto di Legambiente del luglio 2009, “Cemento Disarmato. Storie
di un Paese a rischio crollo tra sabbia e cemento (più sabbia che cemento)”. Il secondo, invece, è il
Rapporto Ecomafie 2010. In entrambi i dossier un capitolo è interamente dedicato proprio al
Molise, per via di una vicenda di cui tutti hanno sentito parlare, ma di cui pochi conoscono i
retroscena.

Nel Rapporto Ecomafie nel quale, come detto, si riprende buona parte di quanto già affermato in
quello precedente di Legambiente, si legge, appunto, che “c’è pure il Molise tra le regioni coinvolte
nell’inchiesta sulle opere pubbliche fatte con cemento scadente. Il nome dell’operazione è tutto un
programma, ‘Piedi d’Argilla’”. Ed il nome non è casuale: venne denominata in questo modo in
quanto i piloni dei viadotti della variante, secondo l’accusa, furono costruiti con calcestruzzo
scadente (secondo l’ordinanza del gip di Campobasso, Giovanni Fiorilli, nei cantieri veniva
aggiunto materiale vario come fango e legno al calcestruzzo).

La vicenda, a grandi linee,viene ricostruita nel dossier: “l’indagine è partita dai Carabinieri di
Venafro coordinati dalla Dda di Campobasso per il presunto coinvolgimento di esponenti della
‘ndrangheta calabrese”. Ma, ben presto, i carabinieri cominciano ad insospettire riguardo ”la
fornitura di materiale da costruzione per la variante Anas di Venafro, primo lotto della Termoli-
San Vittore”. La variante in questione è una variante di nove chilometri a quattro corsie inaugurati
ad ottobre 2008, e finanziata dalla Legge Obiettivo del Primo Governo Berlusconi. E cosa arrivano
a scoprire le forze dell’ordine? ”Una presunta truffa ai danni dell’Anas per il calcestruzzo di
scarsa qualità fornito ai cantieri per un’opera di 60 milioni di euro (55.669.471,69 di euro per
essere precisi, ndr)”.

Nel rapporto non si fa alcun nome, né alcun cenno al gruppo imprenditoriale toccato
dall’inchiesta. Si parla semplicemente di “imprenditori coinvolti”. E tali “imprenditori coinvolti”,
secondo gli inquirenti, avrebbero fornito calcestruzzo di scarsa qualità o comunque non conforme
“alle prescrizioni di contratto e di capitolato (un documento contrattuale che descrive,
essenzialmente, cosa si attende il committente dall’appaltatore, ndr)”. E non solo: stando sempre a
quanto riportato nei due dossier, avrebbero anche falsificato le prove di laboratorio in modo da

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

offrire analisi del tutto in regola per il calcestruzzo. Per questo motivo, come risulta dalle carte,
l’Anas è stata costretta a sostituire il 57% dei pali in calcestruzzo con una spesa aggiuntiva di
oltre due milioni di euro.

Ad oggi le persone iscritte nel registro degli indagati sono otto, per i quali i reati contestati vanno
da frode in pubbliche forniture, a truffa, a falso ideologico. Nel capo d’imputazione, infatti, si
legge ad esempio che la frode sarebbe consistita “nella fornitura di materiale che per qualità e
quantità era scadente e non conforme a quello pattuito e comunque al di sotto dei parametri minimi
di accettazione”.

C’è da precisare una questione. Inizialmente i reati contestati erano maggiori: alcuni di questi,
infatti, nel corso del processo sono stati stralciati. La parte che riguardava, ad esempio, i presunti
rapporti di due “imprenditori coinvolti” con alcune famiglie mafiose è stata archiviata. C’è un
‘ma’: ”la Procura – si legge sempre nel dossier Ecomafie 2010 - ha allegato al decreto di
archiviazione un lungo e dettagliato elenco dei rapporti dei due con esponenti criminali, tra i
quali spiccano i boss della camorra Michele Zagaria e Francesco Madonna”.

Probabilmente molti non conoscono Madonna e Zagaria, ma sono due uomini di spicco della
camorra. Francesco Madonna, secondo molti, è affiliato al clan camorristico dei Piccolo – Letizia,
detto anche “dei quaqquaroni”, operante sull’area di Marcianise. Madonna, tuttavia, a maggio è
stato arrestato “per estorsione aggravata da metodo mafioso”: i carabinieri l’hanno bloccato proprio
mentre usciva da un negozio nel quale era entrato per “riscuotere” un pizzo da 800 euro.

Per quanto riguarda Michele Zagaria (o’ capastorta), è il boss di uno dei clan più attivi e pericolosi,
quello dei Casalesi. E non è un caso che Zagaria rientri in questa vicenda di “costruzioni”, in
quanto è un criminale che è solito fare affari nell’edilizia, tant’è che la Dda di Napoli lo considera il
re del cemento a livello nazionale. Sulle sue spalle pendono tre ergastoli (uno dei quali
impartitogli nel maxi – processo Spartacus nel 2008). Ma è latitante e lo è da ben 15 anni. Dopo
l’arresto di Bernardo Provenzano, infatti, è proprio Michele Zagaria il criminale che conta, per
così dire, latitanza da più anni ed è quello ritenuto più pericoloso dal distretto antimafia, e questo
perché, come detto, si pensa sia a capo della cupola camorristica.

Due nomi “importanti”, dunque, legati al Molise. Ma questo, come detto in apertura, non è che una
delle tante vicende che vedono il Molise teatro di accordi, favori, illeciti. E mentre la classe politica
(buona parte) dorme, assistiamo al depauperamento selvaggio. Nell’illegalità più totale.

E i due “imprenditori coinvolti”? Che fine hanno fatto? Uno dei due pare abbia fatto carriera in

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L'infiltrato "Le Mafie in Molise”

politica. E intanto, nell’attesa di questo processo, ne ha affrontato anche altri, andando incontro,
qualche volta, anche a condanne.

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