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Letteratura tedesca II – MOD1

Impressionismo ed espressionismo letterario


nel primo Novecento tedesco

Prof. Raul Calzoni


Anno Accademico 2016/2017
 
 
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VIENNA
 
Stefan Zweig: Die Welt von gestern. Erinnerungen eines Europäers (1944)

Si viveva bene, si viveva con facilità e spensieratezza in quella vecchia Vienna e i tedeschi del
nord guardavano noi vicini del Danubio con un poco d'irritazione e di disprezzo, perché invece di
essere «attivi» e di tenere un rigido ordine, godevamo la vita, mangiavamo bene, ci divertivamo
a feste e teatri e per di più facevamo ottima musica. Invece della famosa abilità ed attività tedesca,
che ha finito per amareggiare e per turbare l'esistenza di tutti gli altri paesi, invece di questa cupida
smania di sorpassare tutti gli' altri e di correre avanti, a Vienna si amavano le placide
chiacchierate, i comodi incontri, lasciando che ognuno vivesse a modo suo, con indulgenza
bonaria e forse un po' pigra.

«Vivere e lasciar vivere» era il celebre motto viennese, una massima che ancor oggi mi sembra più
umana di tutti gli imperativi categorici e che si diffuse irresistibilmente in tutti gli ambienti. Poveri
e ricchi, slavi e tedeschi, ebrei e cristiani vivevano insieme, pur punzecchiandosi all'occasione, in
buona pace e persino i movimenti politici e sociali eran privi di quell'animosità crudele che è
penetrata nella circolazione sanguigna del mondo come un sedimento velenoso rimasto dalla prima
guerra mondiale.

Nella vecchia Austria ci si combatteva ancora cavallerescamente, ci si insultava nei giornali o alla
Camera, ma dopo le concioni ciceroniane gli stessi deputati sedevano in compagnia bevendo la
birra o il caffè e dandosi del tu. Persino quando Lueger, capo del partito antisemita, divenne
borgomastro di Vienna, nulla si mutò nei rapporti privati e io personalmente debbo dichiarare di
non avere mai come ebreo incontrato il più piccolo ostacolo o segno di dispregio, né nella
scuola né all'università né nella mia vita letteraria. L'odio da paese a paese, da popolo a popolo, da
tavola a tavola non balzava fuori ogni giorno da ogni giornale, non staccava uomo da uomo e
nazione da nazione.

Il senso di massa e di gregge non aveva raggiunto nella vita pubblica la repugnante potenza che ha
oggi; la libertà dell'agire privato era considerata - cosa oggi appena concepibile - legittima e
sottintesa, la tolleranza non veniva come oggi disprezzata, e ritenuta debolezza, ma esaltata quale
energia morale.

Non fu un secolo di passione quello in cui io nacqui e fui educato. Era un mondo ordinato, con
chiare stratificazioni e comodi passaggi, era un mondo senza fretta. Il ritmo della nuova velocità
non si era ancora propagato dalle macchine, dall'automobile, dal telefono, dalla radio e
dall'aeroplano sino all'uomo: il tempo e l'età avevano altre misure. Si viveva più comodamente e
se io tento di rievocare nella loro precisa immagine le figure degli adulti che circondarono la mia
infanzia, constato con stupore che moltissimi fra di essi erano precocemente corpulenti. Mio padre,
gli zii, i maestri, i commessi dei negozi, i suonatori d'orchestra, tutti a quarant'anni erano uomini già
piuttosto pingui e dignitosi.

Camminavano lenti, parlavano pacati e discutendo si accarezzavano le barbe ben curate e spesso
già volte al grigio. I capelli grigi del resto erano un segno di dignità ed un uomo «posato» evitava di
proposito, come sconvenienti, i gesti e la baldanza della gioventù. Anche nella più remota infanzia,
quando mio padre non aveva ancora quarant'anni, non posso rammentarmi di averlo mai visto
correre frettoloso su e giù per una scala o comunque far qualcosa con visibile fretta. La fretta non
solo era considerata inelegante, ma era in realtà superflua, giacché in quel saldo mondo
borghese, con le sue innumerevoli cautele e previdenze, non accadeva mai nulla di improvviso e
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se catastrofi si verificavano lontano, alla periferia del mondo, nulla penetrava attraverso la parete
ben imbottita della vita «sicura».

La guerra contro i Boeri, quella russo-giapponese, persino quella balcanica, non scalfirono neppure
l'esistenza dei miei genitori. Questi saltavano le notizie di battaglie nel giornale con la stessa
indifferenza con cui non leggevano la rubrica sportiva. Che cosa in fondo importava a loro di
quel che accadeva fuor dell'Austria? Quali mutamenti ne derivavano alla loro vita? Nella loro
Austria durante quell'epoca di bonaccia non vi furono colpi di Stato né improvvisi sbalzi di valori;
se le azioni perdevano in borsa quattro o cinque punti, si parlava già di un crac e si aggrottava la
fronte sulla «catastrofe».

Ci si lagnava più per consuetudine che per convinzione delle forti tasse, che in realtà, paragonate
a quelle del dopoguerra, non eran che una specie di piccola mancia allo Stato. Si stabiliva nei
testamenti con la massima precisione il modo di proteggere nipoti e pronipoti da ogni perdita
finanziaria, come se la sicurezza fosse garantita con una invisibile cambiale dalle potenze eterne e
nel frattempo si viveva a proprio agio, accarezzando le piccole preoccupazioni come bravi e docili
animali domestici che in fondo non fanno paura.

Debbo sempre involontariamente ridere quando il caso mi mette tra mano un vecchio giornale di
quei tempi e io leggo gli articoli eccitati a proposito di una elezione al consiglio comunale,
oppure se cerco di ricostruire nel ricordo i drammi del Burgtheater con i loro minuscoli problemi
o se ripenso all'ardore sproporzionato delle nostre discussioni giovanili su argomenti in fondo
senza importanza. Come erano lillipuziane le nostre cure, che bonaccia regnava in quel tempo.
Ha avuto fortuna la generazione dei miei genitori e dei miei nonni, ha vissuto la propria vita da
cima a fondo tranquilla, diritta e limpida, ma non so tuttavia se di ciò li invidio.

Essi infatti hanno vissuto al di là di ogni vera amarezza, delle perfidie e delle forze del destino, son
passati quasi dormendo accanto a quelle crisi e a quei problemi che torturano, ma insieme
grandiosamente allargano il cuore. Hanno ignorato, adagiati nella sicurezza, nell'agiatezza e
nella comodità, che la vita può essere anche eccesso e tensione, eterna sorpresa e
sconvolgimento; essi nel loro commovente liberalismo e ottimismo non intuirono mai che ogni
giorno che albeggia alla finestra può sconvolgere la nostra vita. Anche nelle notti più nere non
concepirono mai sino a qual punto l'uomo possa divenir pericoloso, ma neppure quanta forza sia in
lui per superare pericoli e prove.

Noi, trascinati dalle cateratte della vita, divelti da ogni vincolo di fraternità, noi che dobbiamo
ricominciare appena sospinti verso una fine, noi vittime e insieme servitori volonterosi di ignote
forze mistiche, noi per cui ogni serenità è leggenda e ogni sicurezza sogno puerile, noi abbiamo
sentito in ogni fibra del nostro corpo la tensione da un polo all'altro e il brivido dell'eterno
rinnovamento. Ogni ora di questi nostri anni fu legata alla sorte del mondo. Con dolore e con
gioia abbiamo vissuto il tempo e la storia al di là della nostra piccola esistenza personale, mentre
quei vecchi erano limite a se tessi. Per questo ognuno di noi, anche il più modesto della
generazione, conosce la realtà mille volte meglio che i più saggi fra i nostri progenitori. Nulla però
ci fu donato; ne abbiamo dovuto pagare l’intero prezzo.

(S. Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, Milano, Mondadori, 1994, pp. 26-27)
 
 
 
 
 
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Ø Impero  austriaco  e  Regno  d’Ungheria  dopo  il  1867  (Ausgleich)  
Ø  

In tutto ciò vi era anche molta saggezza (cordialità e saggezza fioriscono sempre l'una accanto
all'altra), la saggezza di un'anima che presagisce la caduta e l'accetta. Era una saggezza da
operetta, però, e sotto l'ombra della caduta incombente essa divenne a poco a poco sempre più
spettrale portando appunto alla gaia apocalisse di Vienna. Il fenomeno della copertura della
miseria con una vernice di ricchezza si presentò a Vienna, specie durante la sua ultima spettrale
fioritura, con maggiore chiarezza che in qualsiasi altro luogo e in qualsiasi altro momento. Un
minimo di valori etici doveva essere ricoperto con un massimo di valori estetici, i quali non erano
più e non potevano più essere tali perché un valore estetico che non si sviluppi su una base etica è
esattamente il proprio contrario e cioè artificio, paccottiglia, sofisticazione: in una parola Kitsch.
Come capitale del Kitsch, Vienna divenne anche la capitale del vuoto-di-valori dell'epoca.
(H. Broch, Hofmannsthal e il suo tempo, Roma, Editori Riuniti, 1981, pp. 93-94)

La saggezza asburgica si riassume nella massima «queta non movere», in un abile e perfino
astuto immobilismo, gestito dagli alti funzionari, che della procrastinazione, dello slittamento,
dell'insabbiamento hanno fatto la loro filosofia, la ragione di vita

La prassi del compromesso si è trasformata in un'arte complessa, condotta fino all’esaurimento di


ogni forza, perché ogni energia si sublima nella negazione di se stessa.

Gran parte degli scrittori del secolo d'oro austriaco si confronta con la figura del fedele impiegato,
con il burocrate imperialregio, che si esalta e si esprime nel pensionato, nel custode, nel pedante
conservatore di una invisibile metafisica imperiale, opposta a alla Weltanschauung dell’Impero
Prussiano, ovvero a una concezione del mondo interventista.

K.u.K: kaiserlich und königlich (“imperiale e regio”).

Ogni Stato nazionale si compiace del proprio esasperato particolarismo, proclamato in


aggressiva polemica contro i vicini. A Vienna, invece, i conflitti tra le varie etnie si attutiscono
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negli studi ovattati dei dirigenti dell'amministrazione asburgica, smussandosi per decenni in lotte,
più o meno rumorose, per un posto, secondo l'aurea regola del compromesso.
I contrasti vengono ridimensionati distribuendo con arbitraria e sagace imparzialità posti nella
burocrazia statale agli esponenti delle varie nazionalità in proporzioni rispettose delle forze e delle
pretese più insistenti e politicamente ineludibili.

Nella Vienna del potere l'indecisionismo è elevato a sistema politico e a criterio culturale, a
estetica della res publica, a poetica dell'impero, che si riflette nella più vistosa realizzazione del
pluridecennale regno di Francesco Giuseppe, nella Ringstrasse viennese, inaugurata il 1 maggio
1865, archetipo di tante analoghe imitazioni nei vari altri centri minori della monarchia.
L'edificazione della monumentale arteria illustra nella pietra i gusti, le tendenze artistiche e i
progetti urbanistici dell'epoca francogiuseppina. Priva di un suo stile, priva di una sua
architettura, di una sua arte l'epoca tollera, assumendoli, gli stili delle altre età,
armonizzandoli in un sincretismo al limite del kitsch e di una babelica contraffazione.

La febbre imitativa ha contagiato i progetti architettonici delle altre grandi costruzioni.


Nell’arte la costante citazione storica caratterizza la pittura ufficiale esemplificata dalle
composizioni di Hans Makart e Anton Romako.

La proliferazione dell'ornamento, l'insistita ridondanza di intrecci stilistici hanno evocato per


contrasto una decisa reazione con la straordinaria esperienza della Secessione, una autentica
insurrezione artistica in nome dell'individuazione di una linea coerente, omogenea e al tempo stesso
congeniale al gusto decadentistico del Liberty, o Jugendstil.
Vienna, questa capitale del kitsch, del culto antiquario e senilmente conservativo, è anche la
roccaforte culturale del rigore sarcastico e distruttivo di Karl Kraus con la rivista Die Fackel.
Le contraddizioni, i contrasti laceranti di questa cultura sono sempre vissuti al confine tra
coraggiose ipotesi artistiche, sottile eleganza formale e disperazione intellettuale ed esistenziale:
si pensi ai suicidi di esponenti di spicco di questa cultura come Stifter, von Saar, Weininger.
L'ironia onnipresente prende lo spunto dalla realtà interna e dalla situazione storica, pervade
l'intera originalità culturale, dalla letteratura e dalla pittura del decadentismo alla psicoanalisi.

Si crea una irripetibile costellazione di uomini, tendenze, opere che non finisce di suscitare la
nostra ammirazione per quella età d'oro chiamata della Grande Vienna (Janik-Toulmin). Età
asburgica per antonomasia con il vecchio Francesco Giuseppe e l'infelice arciduca Massimiliano,
massacrato dai rivoluzionari messicani, lo sfortunato pretendente ereditario Rodolfo, l'inquieta
imperatrice Sissi, la scintillante corte imperiale, il fulgore della Ringstrasse, ma è ancor di più l'età
di eccezionali scrittori, pensatori e artisti che operano nella città a cavallo tra i due secoli.

Claudio Magris: “mito absburgico”.

La città è il palcoscenico di inconciliabili paradossi, di irriducibili contraddizioni. Vienna è la culla

• del sionismo di Theodor Herzl

• dell'antisemitismo virulento di Adolf Hitler

• dell'ariosofia di Guido von List

• estetica decadente

• sperimentalismo dodecafonico
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Una trasformazione culturale senza sosta ha luogo nei prestigiosi saloni dell'Opera - il massimo
tempio mondiale del melodramma – e nel foyer del Burgtheater - il più autorevole santuario della
drammaturgia in lingua tedesca.
Questa trasformazione invadere gli eleganti salotti dell'aristocrazia o della borghesia ebraica
(famoso quello dei Wertheimstein) per insediarsi stabilmente nei caffè del primo distretto, tra cui
il mitico Griensteidl sui cui divanetti sorge la più vivace scuola poetica dell'epoca, lo Jung-
Wien, animato da Hermann Bahr con Hugo von Hofmannsthal e Arthur Schnitzler.

Jung-Wien
Al di là della volontà di rottura e innovazione il gruppo rappresenta un’esperienza letteraria,
vieppiù consolidata, di sostanziale continuità di motivi e stilemi della tradizione artistica
austriaca (egemonizzata dalla musica e dal linguaggio teatrale) e di audaci innovazioni, mutuate
dagli impressionisti e simbolisti francesi.

Gli esperimenti poetici dello Jung-Wien prendono le mosse da quel diffuso gusto
neorinascimentale in cui si salda il presente al passato. Con l'assimilazione degli stimoli poetici
colti dai drammi crepuscolari di von Saar maturano quelli delicatissimi ed estenuati del giovane
Hofmannsthal.
Così il paese più a rischio di essere (pur come è avvenuto) inghiottito negli abissi della storia -
l'Austria, appunto - è anche quello in cui più intensa risuona la questione dell'identità, ovvero
dello smarrimento d'identità storica.
Si pone con urgenza la questione della lingua quale estrema dimora, quale origine, secondo
l'intuizione di Karl Kraus sul circolo di analogie operative tra identità, tradizione, passato, patria,
casa, Heimat.

La lingua è intesa quale origine dell'uomo, della nascita della coscienza, del processo di
umanizzazione: «Sei rimasto all'origine. L'origine è la meta».

Ancora una volta, l'Austria, la marca orientale del Reich, lo Österreich appunto, diventa il
bastione estremo dell'Occidente, mentre Vienna si conferma - così la definisce anche
Hofmannsthal, parlando delle opere dei suoi concittadini Karl Eugen Neumann e Rudolf Kassner -
«porta Orientis».
Lo scrittore prosegue accostando le esplorazioni orientalistiche, partite da Vienna, alla
psicoanalisi, sorta nella sua città:

E neppure posso definire in altro modo che assai congruente, molto giusto, il fatto che le teorie del
dottor Freud si siano fatte strada nel mondo a partire da qui - proprio come le melodie leggere, un
po' banali, ma duttili e accattivanti, delle operette, con cui esse hanno così poco in comune. Vienna
è la città della musica europea: essa è la porta Orientis anche per quel misterioso Oriente che è il
regno dell'inconscio. Le interpretazioni e le ipotesi del dottor Freud sono le escursioni di un
consapevole spirito del tempo verso i lidi di quel regno. [...] La forza interiore che possiamo
chiamare genius loci è attiva in molteplici modi ed è avvincente ricollegare l'uno all'altro i suoi vari
modi di esprimersi.
(H. von Hofmannsthal, L’Austria e l’Europa: saggi 1914-1928, Marietti, Casale Monferrato 1983,
92-93).

Oltre che provincia di confine geografico e spirituale, la marca orientale è frontiera di epoche:
Vienna è il krausiano “laboratorio della fine del mondo”, la metafora di una novella
apocalisse, che si frantuma in una policromia fantastica alla disperata ricerca di piaceri e di oblio. E
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il connotato di modernità di questa civiltà artistica e intellettuale affiora nel sio ermafroditismo
geografico e cronologico.

Vienna è
• il mondo di ieri dall'ovattata atmosfera della sicurezza sociale, dalle certezze culturali e
dall'aristocratica eleganza
• l'officina dello sperimentalismo, dell'avanguardia intellettuale radicalmente impegnata ad
aprire nuove frontiere alla antropologia con la scoperta dell'uomo freudiano e con
l'intuizione, mediata dal solitario percorso filosofico di Wittgenstein, dell'alea linguistica.

Per la prima volta il baricentro della civiltà letteraria, artistica e intellettuale tedesca dai luoghi
privilegiati dell'operatività estetica e scientifica - come Berlino, Monaco, Lipsia, Heidelberg,
Weimar - si sposta verso Vienna che già possedeva il primato universale della musica, ribadito
da Mahier e dalla Scuola di Vienna di Schönberg, Alban Berg e Webern, nonché, parallelamente,
dal fecondo sodalizio tra Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal e dalla straordinaria perfezione
tecnica delle esemplari esecuzioni operistiche e concertistiche.

All'egemonia musicale si aggiunge l'irripetibile stagione letteraria dello Jung-Wien che, sorto
sulle rovine precoci del naturalismo tedesco si protrae fino al fosco tempo della sopraffazione
nazionalsocialista (avvenuta con l'entusiastico consenso della maggioranza popolare).

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Stefan George (1868-1933)  

[Komm in den totgesagten park und


schau]

Komm in den totgesagten park und schau:


Der schimmer ferner lächelnder gestade ·
Der reinen wolken unverhofftes blau
Erhellt die weiher und die bunten pfade.

5 Dort nimm das tiefe gelb · das weiche grau


Von birken und von buchs · der wind ist lau ·
Die späten rosen welkten noch nicht ganz ·
Erlese küsse sie und flicht den kranz ·

Vergiss auch diese lezten astern nicht ·


10 Den purpur um die ranken wilder reben
Und auch was übrig blieb von grünem leben
Verwinde leicht im herbstlichen gesicht.

Entstehungsjahr: 1895

Erscheinungsjahr: 1982
Aus: Das Jahr der Seele / Nach der Lese
Referenzausgabe:
Ohne Herausgeber: Stefan George. Sämtliche Werke in 18 Bänden, Bd. 4. Klett-Cotta, Stuttgart:
1982ff., S. 12.

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Hugo von Hofmannsthal (1874-1929)

“La sostanza del nostro tempo è fatta di molteplicità e di indefinito. Poggia soltanto su das
Gleitende, e ben sa come ciò che le altre generazioni credevano fermo e immutabile, in realtà non è
altro che das Gleitende”.
(Der Dichter und seine Zeit, 1905)

Über
Vergänglichkeit

Noch spür ich ihren Atem auf den Wangen:


Wie kann das sein, daß diese nahen Tage
Fort sind, für immer fort, und ganz vergangen?

Dies ist ein Ding, das keiner voll aussinnt,


5 Und viel zu grauenvoll, als daß man klage:
Daß alles gleitet und vorüberrinnt.

Und daß mein eigenes Ich, durch nichts gehemmt,


Herüberglitt aus einem kleinen Kind,
Mir wie ein Hund unheimlich stumm und fremd.

10 Dann: daß ich auch vor hundert Jahren war


Und meine Ahnen, die im Totenhemd,
Mit mir verwandt sind wie mein eigenes Haar,

So eins mit mir als wie mein eignes Haar.

Entstehungsjahr: 1894

Erscheinungsjahr: 1984
Referenzausgabe:
Eugene Weber (Bd. 1): Sämtliche Werke. Kritische Ausgabe, Bd. 1. S. Fischer Verlag, Frankfurt a. Main:
1984, S. 45.
Bemerkungen
Erstdruck in »Blätter für die Kunst« im März 1896. In anderen Ausgaben gerne als Teil I des Zyklus
»Terzinen« bezeichnet
• H. Bahr, Zur Kritik der Moderne (1890)
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• H. Bahr, Die Überwindung des Naturalismus (1891)
• S. Freud, Die Traumdeutung (1900)
• H. von Hofmannsthal, Ein Brief (1902)
• K. Kraus, Die demolirte Litteratur (1897)

• Hofmannsthal, Der Tod des Tizians (1892)


• Hofmannsthal, Der Tor und der Tod (1893)
• Prolog (1892) allo Anatol di A. Schnitzler
• Incontro con la morte
• Pre-esistenza (Terzinen über Vergänglichkeit)
• Narcisismo
• Edonismo
• Estetismo
• Scrittura è terapia
• Drammi senza azione Sguardo viennese
• Seelenzustände
• Nervenkunst
• Ein Mystiker ohne Mystik
• Anstand des Schweigens
• Der Schwierige (1920)

“Hofmannsthal ha rinunciato al compito che compare nella lettera di Chandos. Il suo mutismo era
una sorta di punizione. La lingua di cui Hofmannsthal si è privato, potrebbe essere proprio quella
che all’incirca nello stesso momento venne data a Kafka. Kafka si è assunto infatti il compito di cui
Hofmannsthal si è mostrato moralmente e anche poeticamente incapace”

(W. Benjamin, Lettera a Th. W. Adorno, 1940)

Tradizione e libretti per Richard Strauss: Elektra (1904) e Der Rosenkavalier (1910).
Der Schwierige (L’uomo difficile, 1920) – commedia
Der Unbestechliche (L’incorruttibile, 1923) – commedia
Tema goethiano della Entsagung in Stella (1775) - tragedia
Der Turm (La Torre, 1928) – tragedia tratta da la vita e sogno di Calderon
Andreas oder die Vereinigten (Andrea o i ricongiunti, 1932) – unico romanzo di Hofmannsthal

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Arthur Schnitzler (1862-1931)

Gyòrgy Lukàcs, Anima e forme (1911):

«È il mondo dell'esteta viennese: il mondo del soddisfacimento generale e dell'impossibilità di


appropriarsi di qualcosa, il mondo in cui realtà e sogno si confondono, il mondo dove quei
sogni coi quali si è voluto annullare la vita vengono fugati da un gesto di violenza; il regno di
Schnitzler e di Hofmannsthal. In questo mondo si aggirano i loro personaggi, che lo riempiono
di contenuto con l'abbondanza delle loro estasi e delle loro tragedie; anime profondamente e
veramente affini alle loro, che parlano con un accento che suona simile al loro linguaggio».

• Medico e scrittore
• Arte dei nervi: Nervenkunst
• Freud vissuto come il proprio “doppio”
• Realismo psicologico di Schnitzler vs. esoterismo neoplatonico/aristocratismo
decadentistico di Hofmannsthal
• Dato comune: limite del linguaggio e sgomento dinanzi alla modernità
• Esordi nello Jung-Wien più incerti e contrastanti rispetto a quelli di Hofmannsthal

Teatro
Anatol (1893): tematica erotica
Amoretto (1895): tragedia. Metafora libertina.
Pessimistica critica sociale e acuta introspezione psicologica
Reigen (1900): dieci coppie. Messa in scena dell’ipocrisia e della falsità dell’amore.
Professor Bernhardi (1912): medico ebreo a cui è tolto il titolo per esercitare la professione.

QUADRO I - LA PROSTITUTA E IL SOLDATO


C’è un séparé. La scena rappresenta una strada.
PROSTITUTA (entra cantando) Bei der Kaserne vor der Grossen Tor, stand eine Laterne und
steht sie noch davon....
SOLDATO (giunge fischiettando)

QUADRO II - IL SOLDATO E LA CAMERIERA


Musica. Con un valzer entrano due coppie. Una balla e l’altra porta una panca camminando al ritmo
del brano musicale. Le coppie escono. Entrano ballando il soldato e la cameriera. La musica si sente
in sottofondo fino a scomparire.

QUADRO III - LA CAMERIERA E IL GIOVANE


Entrano coppie danzanti. Il séparé viene coperto da un lenzuolo. La panca viene sostituita da un
divano. Si agiunge un comodino. Sul comodino verranno posati un campanello e un libro.

QUADRO IV - IL GIOVANE E LA SIGNORA


Musica. Con il valzer entrano coppie che cambiano lo spazio scenico. Un tappeto, un tavolino, una
sedia sul proscenio. Il séparé assume la posizione verticale. Il comodino viene portato sul fondo.

QUADRO V - LA SIGNORA E IL MARITO


Musica. Con il valzer si cambia l’assetto scenico. Il séparé portato a ridosso del tavolino in
orizzontale. Il divano si trasforma in un letto. La signora è seduta come davanti ad uno specchio e si
strucca. Entra da dietro il séparé in vestaglia il marito.

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QUADRO VI - IL MARITO E LA DONNINA
Musica. Con il valzer entrando danzando i personaggi. Si sposta il tappeto con il tavolo verso la
sinistra del palco. Si aggiunge una sedia. Il séparé si posiziona in verticale sulla destra come a
creare un divisorio. Il letto torna divano e si porta verso il fondo. Sul tavolo una tovaglia e una
candela.

QUADRO VII - LA DONNINA E IL POETA


La scena si presenta con una scrivania e una sedia messi in diagonale rispetto al pubblico. Il séparé
è al centro in orizzontale. Tutti gli altri oggetti usati sono sul fondo.

QUADRO VIII - IL POETA E L’ATTRICE


Il valzer introduce nuovi elementi: la scrivania viene portata sul fondo come se fosse una bara; il
séparé messo in verticale; il letto cambiato d’aspetto prende il posto della scrivania. Il tappeto
rimane dov’è.

QUADRO IX - L’ATTRICE E IL CONTE


Con un valzer l’assetto scenico cambia nuovamente. Il séparé viene posto sul fondo in centro,
orizzontalmente. Il letto viene spostato leggermente in diagonale. Si aggiungono due nastri attaccati
al séparé e due candelabri in mano a due attori che, di spalle, fungeranno da porta.

QUADRO X - IL CONTE E LA PROSTITUTA


Musica: un valzer in cui entrano tutti indistintamente. Rimane in scena il letto così com’è. Il séparé
viene portato più avanti. Entra nel letto, insieme al conte, la prostituta. Tutti gli altri, in ordine
sparso, sono sul fondo assieme agli altri oggetti come manichini. Dietro al séparé si metterà una
sedia.
MARITO

Certo, perché noi le molte esperienze che abbiamo vissuto necessariamente prima del matrimonio ci
hanno reso confusi e malsicuri. Voi sentite tante cose, sapete troppe cose e soprattutto leggete
eccessivamente, ma un giusto concetto non ce l’avete. A noi quello che si suol chiamare
comunemente l’amore, viene ben presto a noia, perché in fin dei conti che razza di esseri sono
quelli ai quali ci rivolgiamo!

Opere in prosa
Sterben (1894)

Leutnant Gustl (1900): monologo interiore, flash back e associazioni inconsce. Vacuità psichica di
un sottotenente imperialregio.

Fräulein Else (1924): ragazza di buona famiglia a cui non è stato insegnato nulla, non è capace di
fare nulla, e quindi si trova nella posizione di dover essere dipendente da un uomo e doversi sposare
per convenienza, non avendo nessun mezzo di sostentarsi da sé.
Traumnovelle (1926): percorsi della psiche. borghesia si sgretola a contatto con inquietanti presenze
notturne.

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Robert Musil (1880-1942)

L’uomo senza qualità, 1930-1933

Erstes Buch - Kapitel 9

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CACANIA

Nell’età in cui sarti e barbieri han-no ancora un’enorme importanza e ci si guarda con piacere allo
spec-chio, s’immagina anche sovente un luogo dove si vorrebbe passare la vita, o almeno un luogo
dove sarebbe di stile vivere, pur sentendo magari che non ci si starebbe vo-lentieri. Così da tempo si
è giunti necessariamente al concetto di una specie di città super-americana, dove tutti corrono o
s’arrestano col cronometro in mano. Aria e terra costituiscono un formicaio, attra-versato dai vari
piani delle strade di comunicazione. Treni aerei, treni sulla terra, treni sotto terra, posta pneumatica,
catene di automo-bili sfrecciano orizzontalmente, ascensori velocissimi pompano in senso verticale
masse di uomini dall’uno all’altro piano di traffico; nei punti di congiunzione si salta da un mezzo
di trasporto all’altro, e il loro ritmo che tra due velocità lanciate e rombanti ha una pausa, una
sincope, una piccola fessura di venti secondi, succhia e inghiotte senza considerazione la gente, che
negli intervalli di quel ritmo uni-versale riesce appena a scambiare in fretta due parole. Domande e
risposte ingranano come i pezzi di una macchina, ogni individuo ha soltanto compiti precisi, le
professioni sono raggruppate in luoghi determinati, si mangia mentre si è in moto, i divertimenti
sono radunati in altre zone della città, e in altre ancora sorgono le torri che contengono moglie,
famiglia, grammofono e anima.
Tensione e disten-sione, attività e amore son ben di-visi nel tempo e misurati secondo esaurienti
ricerche di laboratorio. Se svolgendo una qualsiasi funzio-ne s’incontrano difficoltà, si desi-ste
subito, perché si trova un’altra cosa, oppure un metodo migliore, o ancora vi sarà un altro che
s’inca-richerà di scoprire la strada giusta; e questo non porta danno, perché il massimo sperpero
delle forze co-muni è causato dalla presunzione di esser chiamati a compiere la propria opera fino in
fondo. In una collettività ogni strada porta a una meta buona. La meta è posta a bre-ve distanza; ma
anche la vita è bre-ve, e così si ottiene un massimo di buoni successi; di più non occorre all’uomo
per essere felice, perché il successo conseguito foggia l’ani-ma, mentre quello a cui si aspira senza
ottenerlo la storce soltanto; per essere felici non ha importanza lo scopo prefisso, ma solo il fatto di
raggiungerlo. E inoltre la zoologia insegna che da una somma di indi-vidui limitati può benissimo
risul-tare un insieme geniale.
Non è certo che avverrà proprio così. Ma simili immaginazioni sono affini ai sogni di viaggi, in cui
si ri-specchia il senso dell’incessante movimento che ci trascina con sé. Sono superficiali, irrequiete
e brevi. Sa Iddio quale sarà veramente il futuro. Si direbbe che ad ogni istante noi abbiamo in mano
gli elementi, e la possibilità di fare un progetto per tutti. Se non ci piace la faccenda delle velocità,
inventia-mo qualche altra cosa! Per esempio, una cosa molto lenta, con una felicità fluttuante come
un velo, misteriosa come una chiocciola marina, e con quel profondo occhio bovino di cui già
s’estasiavano i greci.
Ma purtroppo non è affatto così. Siamo noi, invece, in balia della cosa. Giorno e notte viaggia-mo
dentro ad essa e vi svolgiamo ogni nostra attività; ci si rade, si mangia, si ama, si leggono libri, si
esercita la propria professione, co-me se le quattro pareti stessero fer-me, e l’inquietante è che le
quattro pareti viaggiano, senza che ce ne accorgiamo, e proiettano innanzi le loro rotaie come
lunghi fili adunchi e brancolanti, senza che noi sap-piamo verso qual meta. E per di più si vorrebbe
possibilmente far parte delle forze che menano il treno del tempo. È un compito assai indefi-nito, e
quando si guarda fuori dopo un lungo intervallo si ha l’impressione che il paesaggio sia mutato; ciò
che fugge davanti ai finestrini, fugge perché non può essere altrimenti, ma sebbene noi siamo
sotto-messi e rassegnati ci domina sempre più l’impressione sgradevole di aver già oltrepassato la
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meta o di aver imboccato la linea sbagliata. E un bel giorno ecco il bisogno frenetico: scendere!
Saltar giù! Un desiderio di esser ostacolati, di non più evolversi, di restar fermi, di tornare indietro
al punto che precede la diramazione sbagliata. E nel buon tempo antico, quando c’era ancora
l’impero austriaco, si po-teva in quel caso scendere dal tre-no del tempo, salire su un treno co-mune
d’una ferrovia comune e ritornare in patria.
Là, in Cacania – quella nazione incompresa e ormai scomparsa che in tante cose fu un modello non
ab-bastanza apprezzato – c’era anche velocità, ma non troppa. Se trovan-dosi all’estero si pensava
al paese, ecco fluttuava davanti agli occhi il ricordo di quelle strade bianche, larghe e comode del
tempo delle marce a piedi e delle diligenze a cavalli, che si snodavano in tutte le direzioni come
canali di un ordine stabilito, come nastri di quel tra-liccio chiaro usato per le uniformi, e cingevano
le province col braccio cartaceo dell’amministrazione. E quali contrade! C’eran mari e ghiacciai, il
Carso e i campi di gra-no della Boemia, notti sull’Adriati-co con stridio di grilli inquieti, e villaggi
slovacchi dove il fumo usciva dai camini come dalle nari-ci di un naso camuso e il villaggio stava
accovacciato fra due piccole colline come se la terra avesse dischiuso un poco le labbra per
riscaldare la sua creatura. Natural-mente su quelle strade viaggiavano anche automobili; ma non
troppe! Si preparava anche là la conquista dell’aria; ma non troppo assidua-mente.
Ogni tanto si faceva partire una nave per l’America Latina o per l’Asia Orientale; ma non trop-po
spesso. Non si avevano ambi-zioni imperialistiche; si era nel punto centrale dell’Europa, dove
s’intersecano gli antichi assi del mondo; le parole «colonia» e «ol-tremare» giungevano all’orecchio
come cose lontane e non sperimen-tate. Si faceva lusso; ma non così raffinato come in Francia. Si
face-va sport; ma non così accanito co-me in Inghilterra. Si spendevano somme enormi per
l’esercito; ma solo quanto bastava per rimanere la penultima delle grandi potenze. Anche la capitale
era un po’ più piccola di tutte le altre metropoli del mondo, ma un po’ più grande di quel che non
fossero di solito le grandi città. E il paese era ammi-nistrato — con oculatezza, discre-zione e abilità
a smussare cauta-mente ogni punta — dalla migliore burocrazia d’Europa, alla quale si poteva
rimproverare un solo difet-to: per essa genio e spirito d’inizia-tiva nelle persone non autorizzate a
ciò da alti natali o da incarico go-vernativo erano impertinenza e presunzione. A nessuno del resto
piace farsi dettar legge da chi non vi è autorizzato! E poi in Cacania un genio era sempre scambiato
per un babbeo, mai però, come succedeva altrove, un babbeo per un genio.
In verità, quante cose curiose ci sarebbero da dire sul tramontato im-pero di Cacania! Per esempio,
esso era imperial-regio, ed era imperia-le e regio; uno dei due segni «i.r.» oppure «i. e r.» era
impresso su ogni cosa e su ogni persona, tutta-via occorreva una scienza segreta e occulta per poter
distinguere con sicurezza quali istituzioni e indivi-dui fossero da considerarsi imperial-regi e quali
imperiali e regi.
Per iscritto si chiamava Monarchia Austro-Ungarica, ma a voce si chiamava Austria, termine a cui
il paese aveva abdicato con solenne giuramento statale ma che conser-vava in tutte le questioni
sentimentali, a prova che i sentimenti sono importanti quanto il diritto costitu-zionale e che i decreti
non sono la cosa più seria del mondo. Secondo la costituzione era uno stato libera-le, ma aveva un
governo clericale. Il governo era clericale, ma lo spi-rito liberale regnava nel paese. Davanti alla
legge tutti i cittadini era-no uguali, non tutti però erano cit-tadini. C’era un Parlamento, il qua-le
faceva un uso così eccessivo del-la propria libertà che lo si teneva quasi sempre chiuso; ma c’era
anche un paragrafo per gli stati di emergenza che serviva a far senza del Parlamento, e ogni volta
che tutti si rallegravano per il ritorno dell’assolutismo la corona ordina-va che si ricominciasse a
governa-re democraticamente. Di tali vi-cende ne capitavano molte in Ca-cania, e fra le altre vi
furono anche quei conflitti nazionali che attira-rono giustamente la curiosità dell’Europa e oggi son
presentati in modo del tutto falso. Furono così violenti che per cagion loro la macchina dello stato
s’inceppava e s’arrestava parecchie volte all’an-no, ma nei periodi intermedi e nelle pause di
governo l’armonia era mirabile e tutti facevan vista di nulla. E infatti non c’era stato nul-la di reale.
Soltanto l’ostilità di ogni uomo contro le aspirazioni d’ogni altro uomo, che oggi ci trova tutti
unanimi, nello stato di Cacania aveva precorso i tempi e s’era perfezionato in un raffinatissimo
cerimoniale, che avrebbe potuto ancora avere grandi conseguenze se il suo sviluppo non fosse stato
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troncato anzitempo da una catastrofe.
Infatti non soltanto l’avversione per il concittadino s’era accresciuta fino a diventare un sentimento
collettivo, ma anche la diffidenza verso se stessi e il proprio destino aveva preso un carattere di
profonda protervia. Si agiva in quel paese – e talvolta fino ai supremi gradi della pas-sione e alle
sue conseguenze – sempre diversamente da quel che si pensava, oppure si pensava in un modo e si
agiva in un altro. Osservatori sprovveduti hanno scambiato ciò per cortesia o anche per una
debolezza di quello che essi considerano il carattere austriaco.
Ma si sono sbagliati; ed è sempre uno sbaglio spiegare le manifestazioni di un paese semplicemente
con il carattere dei suoi abitanti. Perché l’abitante di un paese ha almeno nove caratteri: carattere
professionale, carattere nazionale, carattere statale, carattere di classe, carattere geografico, carattere
sessuale, carattere conscio, carattere inconscio, e forse anche carattere privato; li riunisce tutti in sè,
ma essi scompongono lui, ed egli non è in fondo che una piccola conca dilavata da tutti quei rivoli,
che v’entran dentro e poi tornano a sgorgarne fuori per riempire assieme ad altri ruscelletti una
conca nuova. Perciò ogni abitante della terra ha ancora un decimo carattere, e questo altro non è se
non la fantasia passiva degli spazi non riempiti; esso permette all’uomo tutte le cose meno una:
prender sul serio ciò che fanno i suoi altri nove caratteri e ciò che accade di loro; vale a dire, con
altre parole, che gli vieta precisamente ciò che lo potrebbe riempire. Questo spazio che, bisogna
ammetterlo, è difficile a descriversi, in Italia ha un colore e una forma diversi che in Inghilterra,
perché ciò che ne risalta ha un’altra forma e un altro colore, e tuttavia è uguale nell’uno e nell’altro
luogo, appunto un vuoto spazio invisibile, entro il quale sta la realtà, come una piccola città d’un
gioco di costruzioni abbandonata dalla fantasia”.
Così era accaduto in Cacania, per quel che può apparir visibile agli occhi di tutti, e in questo la
Cacania era lo stato più progredito del mondo, benché il mondo non lo sapesse ancora; era lo stato
che ormai si limitava a seguire se stesso, vi si viveva in una libertà negativa, sempre con la
sensazione che la propria esistenza non ha ragioni sufficienti, e cinti dalla grande fan-tasia del non
avvenuto o almeno del non irrevocabilmente avvenu-to, come dall’umido soffio degli oceani onde
l’umanità è sorta. «E capitato che…» si diceva in Cacania, mentre l’altra gente in altri luoghi
credeva che si fosse prodotto un avvenimento mirabolante; era un’espressione alla buona per cui
eventi e colpi del destino diventavano lievi come piume e pensieri. Sì; benché molte cose sembrino
indicare il contrario, la Cacania era forse un paese di geni; e probabilmente fu questa la causa della
sua rovina.

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Thomas Mann (1875-1955)

Buddenbrooks - Verfall einer Familie, 1901


Severa atmosfera baltica
Rigida e opulenta tradizione famigliare
Orgoglio mercantile
Disagio morale
Suggestioni culturali estranee ed esotismo madre
Musica di Wagner
Filosofia di Schopenhauer

• Der kleine Herr Friedemann, 1897. Il piccolo signor Friedemann.


• Tonio Kröger, 1903
• Tristan, 1903. Tristano (racconto).
• Königliche Hoheit, 1909. Altezza Reale o Sua Altezza Reale.
• Wälsungenblut, 1905. Sangue Welsungo.
• Der Tod in Venedig, 1912. La morte a Venezia: Gustav von Aschenbach – Tadzio
• Der Zauberberg, 1924. La montagna magica:
- Hans Castorp
- Lodovico Settembrini
- Leo Naphta
- Clawdia Chauchat

Thomas Mann

Buddenbrooks. Verfall einer Familie, 1901

Erster Teil
Erstes Kapitel

"Com'è...? com'è...?"
"Eh, diavolo, c'est la question, ma très chère demoiselle!"
La moglie del console Buddenbrook, seduta accanto alla suocera sul sofà rettilineo laccato di bianco
e adorno di una testa di leone dorata, con i cuscini ricoperti di stoffa giallo-chiara, gettò un'occhiata
al marito nella poltrona al suo fianco e venne in aiuto alla figlioletta, che il nonno teneva sulle
ginocchia, presso la finestra.
"Tony!" disse. "Io credo che Dio..."
E la piccola Antonie, una bimba di otto anni dalle membra delicate, vestita di un abitino di
leggerissima seta cangiante, la graziosa testa bionda un po' discosta dal viso del nonno, fissò verso
il centro della stanza gli occhi grigio-azzurri sforzandosi di riflettere e, senza veder nulla, ripeté
ancora una volta: "Com'è?" poi disse adagio: "Io credo che Dio..." E tutto d'un fiato, rischiarandosi
in viso, continuò: "...mi ha creata insieme con tutte le creature." Di colpo si trovò in carreggiata e
snocciolò ormai, raggiante e inarrestabile, tutti gli articoli del credo, secondo il catechismo riveduto
e corretto, uscito in quell'anno di grazia 1835 con l'approvazione dell'illustre e saggio Senato. Una
volta lanciati, pensò la bimba, era come filar giú in slitta dal monte Jerusalem con i fratelli; i
pensieri si perdevano, e non si poteva fermarsi, neanche volendo.
"E i vestiti e le scarpe," disse, "il mangiare e il bere, la casa e i terreni, la moglie e i figli, i campi e il
bestiame..." A queste parole il vecchio Johann Buddenbrook scoppiò in un'aperta risata, quella
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risata limpida e maliziosa, che teneva già pronta da un poco. Rideva per la gioia di potersi burlare
del catechismo, e solo a tale scopo, probabilmente, aveva intrapreso il piccolo esame. S'informò dei
campi e del bestiame di Tony, chiese quanto faceva pagare per un sacco di grano, e le propose di
concludere affari con lei. La sua faccia rotonda, bonaria e rosata, alla quale con la migliore volontà
non riusciva a dare un'espressione maligna, era incorniciata di capelli incipriati bianchi come la
neve, e una specie di codino, appena accennato cadeva sul largo colletto della sua giubba color
grigio-topo. A settant'anni, egli restava fedele alla moda della sua gioventú; aveva rinunziato
soltanto agli alamari fra i bottoni e alle grandi tasche, mai però in vita sua aveva portato calzoni
lunghi. La sua vasta pappagorgia era comodamente adagiata sul jabot di pizzo bianco.
Tutti avevano fatto coro alla sua risata, soprattutto per ossequio al capo della famiglia. Madame
Antoinette Buddenbrook nata Duchamps rise esattamente come suo marito. Era una signora
corpulenta, con spessi boccoli bianchi sugli orecchi, un vestito a righe nere e grigio-chiare senza
guarnizioni, indizio di semplicità e di modestia; le mani ancora bianche e belle posavano sul
grembo, stringendo una piccola borsa pompadour di velluto. Con gli anni i suoi lineamenti s'erano
fatti stranamente simili a quelli del marito. Solamente il taglio e la vivacità dei suoi occhi scuri
tradivano un poco la sua origine mezzo latina: da parte del nonno ella discendeva da una famiglia
della Svizzera francese, ma era amburghese di nascita.
Sua nuora, Elisabeth Buddenbrook nata Kröger, rideva alla maniera dei Kröger, incominciando con
uno scoppiettio delle labbra e premendo il mento sul petto. Come tutti i Kröger aveva una figura
estremamente elegante; e se anche non la si poteva dire una bellezza, la sua voce limpida e pacata, i
suoi movimenti tranquilli, dolci e sicuri davano a tutti un senso di chiarezza e di confidenza. Ai
capelli rossicci, intrecciati in una piccola corona a sommo del capo e scendenti in larghi boccoli
sugli orecchi, s'intonava la pelle bianchissima e delicata cosparsa di piccole efelidi. La caratteristica
di quel volto dal naso un po' troppo lungo e dalla bocca minuta era che fra il labbro inferiore e il
mento non c'era nessun incavo. Il corpetto corto dalle maniche rigonfie in alto, al quale era attaccata
una gonna stretta di vaporosa seta a fiori chiari, lasciava libero un collo di perfetta bellezza, ornato
d'un nastro di raso su cui scintillava un gioiello di grossi brillanti.
Il console si piegò in avanti sulla poltrona, con un movimento un po' nervoso. Portava una giacca
color cannella con larghi risvolti e maniche a clava, che al disotto del polso si stringevano intorno
alla mano. I pantaloni attillati di stoffa bianca lavabile erano guerniti all'esterno di pistagne nere.
Intorno al collettone rigido in cui s'annidava il suo mento era ravvolta una cravatta di seta larga e
spessa, che riempiva tutta la scollatura del panciotto multicolore. Egli aveva gli stessi occhi un po'
incavati, azzurri e intenti, di suo padre, se pur con un'espressione forse un po' piú sognante; ma i
suoi lineamenti erano piú severi e piú netti, il naso campeggiava forte e ricurvo, e le guance a metà
coperte da basette bionde e ricciute erano assai meno piene che quelle del vecchio.
Madame Buddenbrook si volse verso la nuora, con una mano le strinse il braccio, le guardò in
grembo facendo una risatina e disse:
"Incorreggibile, mon vieux, eh Bethsy...?" Pronunziava l'i come u.
La consolessa, senza parlare, accennò minacciosa con la mano delicata, facendo tintinnare il
braccialetto d'oro; poi terminò il gesto, secondo un suo vezzo, portando la mano dall'angolo della
bocca all'acconciatura, come per tirar su una ciocca che si fosse sciolta.
Il console invece disse in un tono misto di sorridente cortesia e di rimprovero:
"Ma, babbo, lei si burla sempre delle cose piú sacre!..."
Erano nella "sala dei paesaggi", al primo piano della grande vecchia casa della Mengstrasse,
acquistata qualche tempo prima dalla ditta Johann Buddenbrook e che la famiglia abitava da poco.
Le tappezzerie spesse e morbide, che un'intercapedine divideva dal muro, rappresentavano ampi
paesaggi a colori tenui come il tappeto sottile steso sul pavimento: idilli nel gusto del diciottesimo
secolo, con allegri vignaiuoli, contadini operosi, pastorelle infiocchettate che tenevano in grembo
candidi agnelli sul margine di acque specchianti, o si lasciavan baciare da pastori innamorati... Un
tramonto giallastro illuminava quasi tutte quelle scene, in armonia con la stoffa gialla dei mobili
laccati di bianco e con le tende di seta gialla alle due finestre.
17  
 
In proporzione con la vastità della stanza i mobili non erano numerosi. Il tavolo rotondo con le
gambe diritte, sottili e sobriamente filettate d'oro, non stava davanti al sofà, ma alla parete opposta,
simmetricamente al piccolo harmonium su cui era posato l'astuccio d'un flauto. Oltre le rigide sedie
a braccioli regolarmente distribuite lungo le pareti non c'era che un tavolino da lavoro accanto alla
finestra, e, di fronte al sofà, una fragile scrivania di lusso coperta di ninnoli.
Attraverso una porta a vetri, che si apriva di faccia alle finestre, si intravvedeva in penombra una
galleria a colonne, mentre a sinistra di chi entrava una porta a due battenti, alta e bianca, conduceva
in sala da pranzo. All'altra parete, in una nicchia semicircolare, dietro un artistico portello traforato
di lucido ferro battuto, scoppiettava la stufa.
Il freddo infatti era venuto presto. Si era a mezzo ottobre, e già, dall'altra parte della strada, le
fronde dei piccoli tigli che contornavano il cimitero di Santa Maria erano ingiallite, e il vento
sibilava intorno ai profondi anfratti della chiesa gotica, mentre cadeva una pioggia fredda e sottile.
Per riguardo alla vecchia Madame Buddenbrook avevano già messo alle finestre le impannate
doppie.
Era giovedí, giorno in cui la famiglia si riuniva, regolarmente, ogni due settimane; ma quel giorno,
oltre ai membri della famiglia residenti in città, erano invitati per un pranzo alla buona anche due o
tre amici di casa, e ora, verso le quattro del pomeriggio, al cader del crepuscolo, si aspettavano gli
ospiti...
La piccola Antonie non s'era lasciata interrompere dal nonno nella sua corsa in slitta; aveva soltanto
allungato ancor piú, in un piccolo broncio, il labbro superiore già un poco sporgente. Adesso era
arrivata in fondo al monte Jerusalem; ma, incapace di arrestarsi bruscamente in quella discesa senza
ostacoli, oltrepassò di un poco il traguardo...
"Amen," disse, "so un'altra cosa, nonno!"
"Tiens! Sa un'altra cosa!" esclamò il vecchio signore, e finse di esser torturato dalla curiosità. "Hai
sentito, mamma? Sa un'altra cosa! Qualcuno mi potrebbe dire..."
"Quando c'è uno scoppio a caldo," disse Tony, sottolineando con la testa ogni parola, "allora cade il
fulmine. Quando invece c'è uno scoppio a freddo, allora cade il tuono!"
Poi incrociò le braccia e guardò i visi ridenti, come chi è sicuro del proprio successo. Il signor
Buddenbrook invece si irritò e volle assolutamente sapere chi avesse insegnato alla bimba quelle
scempiaggini, e quando scoprí che era stata Ida Jungmann di Marienwerder, la governante assunta
recentemente per i bambini, il console dovette intervenire e assumerne la difesa.
"Lei è troppo severo, babbo. Perché a quell'età non si dovrebbe avere un proprio strano concetto di
certe cose?..."
"Excusez, mon cher!... Mais c'est une folie! Lo sai che detesto questo modo di confondere il
cervello ai bambini! Cosa, il tuono che cade? Vorrei proprio vederlo cadere! Andate là, con la
vostra prussiana..."
Fatto sta che il vecchio signore era poco tenero verso Ida Jungmann. Non già ch'egli avesse vedute
ristrette. Era stato in tiro a quattro nella Germania meridionale a comprar grano per la Prussia come
fornitore dell'esercito. Aveva viaggiato un po' il mondo, nell'anno '13 s'era recato ad Amsterdam e a
Parigi, e, da uomo evoluto, non riteneva certo condannabile tutto ciò che stava fuori delle porte di
quella sua città dai tetti aguzzi. Ma, prescindendo dai rapporti d'affari, nelle relazioni sociali era piú
incline di suo figlio, il console, a tracciare inesorabili confini e a diffidare dei forestieri. Perciò
quando un bel giorno i suoi figli, di ritorno da un viaggio nella Prussia occidentale, avevano portato
a casa, come una specie di Gesú bambino, quella ragazza (solo adesso aveva compiuto i vent'anni)
orfana di un locandiere di Marienwerder morto il
[...]

18  
 
BERLINO

Arno Holz

Buch der Zeit (1886)

Ein Bild Ein Andres

Aus Sandstein ist das gelbliche Portal, Fünf wurmzernagte Stiegen geht's hinauf
Die rothen Säulen aus Granit gehauen, Ins letzte Stockwerk einer Miethskaserne;
Und seitwärts in ein weißes Piedestal Hier hält der Nordwind sich am liebsten auf,
Vergräbt ein Löwe seine Marmorklauen. Und durch das Dachwerk schaun des Himmels Sterne.
Doch schwarz verhängt sind alle Fenster heut Was sie erspähn, o, es ist grad genug,
Und Lichter brennen nur im Erdgeschosse, um mit dem Elend brüderlich zu weinen:
Der Straßendamm ist hoch mit Stroh bestreut Ein Stückchen Schwarzbrod und ein Wasserkrug,
Und lautlos drüberhin rollt die Karosse. Ein Werktisch und ein Schemel mit drei Beinen.

Das Treppenhaus vertheidigt der Portier Das Fenster ist vernagelt durch ein Brett
Und schüttelt grimmig seine graue Mähne, Und doch durchpfeift der Wind es hin und wieder
Und naht gar Einer aus der Haute volée, Und dort auf jenem strohgestopften Bett
Dann fletscht er cerberusgleich seine Zähne. Liegt fieberkrank ein junges Weib darnieder.
Im Prunksaal trauern hinter Flor und Tafft Drei kleine Kinder stehn um sie herum,
Die bunten Inderstoffe aus Lahore, Die stieren Blicks an ihren Zügen hangen,
Auch schleicht die goldbetreßte Dienerschaft Vor vielem Weinen ward ihr Mündlein stumm
Nur auf Spitzzehen durch die Corridore. Und keine Thräne mehr netzt ihre Wangen.

Der hochgeborne Hausherr, Excellenz, Ein Stümpfchen Talglicht giebt nur trüben Schein,
Schwankt wie ein Rohr umher auf bleicher Düne, Doch horch, es klopft, was mag das nur bedeuten?
Die erste Redekraft des Parlaments Es klopft und durch die Thür tritt nun herein
Fehlt heute abermals auf der Tribüne. Ein junger Herr, geführt von Nachbarsleuten.
Zwar trat man gestern erst in den Etat, Der Armenhilfsarzt ist's aus dem Revier,
Doch hat sein Fehlen diesmal gute Gründe: Den sie geholt aus Mitleid mit der Kranken,
Schon viermal war der greise Hausarzt da Indeß ihr Mann bei Branntwein oder Bier
Und meinte, daß es sehr bedenklich stünde. Sich selbst betäubt und seine Wuthgedanken.

Nach Eis und Himbeer wird gar oft geschellt, Der junge Doctor aber nimmt das Licht
Doch mäuschenstill ist es im Krankenzimmer, Und tritt mit ihm ans Bett des armen Weibes,
Und seine düstre Teppichpracht erhellt Doch gelb wie Wachs und spitz ist ihr Gesicht
Nur einer Ampel röthliches Geflimmer. Und kalt und starr die Glieder ihres Leibes.
Weit offen steht die Thür zum Vestibul Da schluchzt sein Herz, indeß das Licht verkohlt,
Und wie im Traum nur plätschert die Fontäne, Von nie gekannter Wehmuth überschlichen:
Die Luft umher ist wie gewitterschwül, Weint, Kinder, weint! ich bin zu spät geholt,
Denn ach, die "gnä'ge Fraa" hat heut - Migräne! Denn eure Mutter ist bereits - verblichen!

19  
 
Jakob van Hoddis

Weltende

Dem Bürger fliegt vom spitzen Kopf der Hut,


in allen Lüften hallt es wie Geschrei.
Dachdecker stürzen ab und gehn entzwei
4 und an den Küsten - liest man - steigt die Flut

Der Sturm ist da, die wilden Meere hupfen


an Land, um dicke Dämme zu zerdrücken.
10 Die meisten Menschen haben einen Schnupfen.
Die Eisenbahnen fallen von den Brücken

20  
 
Alfred Lichtenstein

Die
Dämmerung

Ein dicker Junge spielt mit einem Teich.


Der Wind hat sich in einem Baum gefangen.
Der Himmel sieht verbummelt aus und bleich,
Als wäre ihm die Schminke ausgegangen.

5 Auf lange Krücken schief herabgebückt.


Und schwatzend kriechen auf dem Feld zwei Lahme.
Ein blonder Dichter wird vielleicht verrückt.
Ein Pferdchen stolpert über eine Dame.

An einem Fenster klebt ein fetter Mann.


10 Ein Jüngling will ein weiches Weib besuchen.
Ein grauer Clown zieht sich die Stiefel an.
Ein Kinderwagen schreit und Hunde fluchen.

Entstehungsjahr: 1911

Erscheinungsjahr: 1989
Aus: Gedichte / Die Dämmerung
Referenzausgabe:
Klaus Kanzog / Hatmut Vollmer: Alfred Lichtenstein. Dichtungen. Arche Verlag, Zürich: 1989, S.
43.
Bemerkungen
Erstdruck 1915 in »Der Sturm« I, Nr. 55, 18.3.1911, S. 439
Dem Gedicht gegenübergestellt ist auf Seite 42 die Handschrift des Gedichtes aus Alfred
Lichtensteins Gedichtheften.
 

21  
 
 
Georg Heym

Der Gott der


Stadt

Auf einem Häuserblocke sitzt er breit.


Die Winde lagern schwarz um seine Stirn.
Er schaut voll Wut, wo fern in Einsamkeit
Die letzten Häuser in das Land verirrn.

5 Vom Abend glänzt der rote Bauch dem Baal,


Die großen Städte knien um ihn her.
Der Kirchenglocken ungeheure Zahl
Wogt auf zu ihm aus schwarzer Türme Meer.

Wie Korybanten-Tanz dröhnt die Musik


10 Der Millionen durch die Straßen laut.
Der Schlote Rauch, die Wolken der Fabrik
Ziehn auf zu ihm, wie Duft von Weihrauch blaut.

Das Wetter schwelt in seinen Augenbrauen.


Der dunkle Abend wird in Nacht betäubt.
15 Die Stürme flattern, die wie Geier schauen
Von seinem Haupthaar, das im Zorne sträubt.

Er streckt ins Dunkel seine Fleischerfaust.


Er schüttelt sie. Ein Meer von Feuer jagt
Durch eine Straße. Und der Glutqualm braust
20 Und frißt sie auf, bis spät der Morgen tagt.

Entstehungsjahr: 1910

Erscheinungsjahr: 1964
Aus: Gedichte aus den Jahren 1910 bis 1912

22  
 
Gottfried Benn

Schöne
Jugend

Der Mund eines Mädchens, das lange im Schilf gelegen hatte,


sah so angeknabbert aus.
Als man die Brust aufbrach, war die Speiseröhre so löcherig.
Schließlich in einer Laube unter dem Zwerchfell

5 fand man ein Nest von jungen Ratten.


Ein kleines Schwesterchen lag tot.
Die andern lebten von Leber und Niere,
tranken das kalte Blut und hatten
hier eine schöne Jugend verlebt.
10 Und schön und schnell kam auch ihr Tod:
Man warf sie allesamt ins Wasser.
Ach, wie die kleinen Schnauzen quietschten!

Entstehungsjahr: Ca. 1912

Erscheinungsjahr: 1912
Aus: Morgue

23  
 
Kleine
Aster

Ein ersoffener Bierfahrer1 wurde auf den Tisch gestemmt.


Irgendeiner hatte ihm eine dunkelhelllila Aster2
zwischen die Zähne geklemmt
Als ich von der Brust aus
5 unter der Haut
mit einem langen Messer
Zunge und Gaumen herausschnitt,
muss ich sie angestoßen haben, denn sie glitt
in das nebenliegende Gehirn.
10 Ich packte sie ihm in die Brusthöhle
zwischen die Holzwolle3,
als man zunähte.
Trinke dich satt in deiner Vase!
Ruhe sanft,
15 kleine Aster!

Entstehungsjahr: Ca. 1912

Erscheinungsjahr: 1912
Aus: Morgue
Anmerkungen:
1 Als „Bierfahrer“ würde man heutzutage LKW-Fahrer bezeichnen, die Bier transportieren. Damals
wurde dies mit Karren gemacht.
2 Die Aster ist eine winterfeste Pflanze. Sie ist hauptsächlich in Amerika beheimatet, es gibt sie
jedoch auch auf fast allen anderen Kontinenten. Sie blüt in weiß, rosa, rot, blau und lila und hat eine
strahlenförmige Anordnung der Blütenblätter. Benn hat die Aster in seinem Gedicht „Kleine Aster“
literarisch unsterblich gemacht.
3 Holzwolle ist ein Baustoff, der zur Wärmeisolierung beim Hausbau verwendet wird. Wurde
früher auch in Stofftieren verwendet. Holzwolle kann Wasser aufsaugen und wurde daher
wahrscheinlich für Obduktionen benutzt.

24  
 
1. Berlino è una giovane e sfortunata città rivolta al futuro. La sua tradizione ha un carattere
frammentario. Il suo sviluppo, spesso interrotto e ancora più di frequente sviato e deviato,
viene inibito e contemporaneamente promosso da errori involontari e programmate tendenze
maligne – in un certo senso promosso tramite impedimenti. [...] I risultati – perché questa
città possiede un numero a tal punto elevato e velocemente mutevole di fisionomie da non
poter parlare di un unico risultato – sono un penoso agglomerato di piazze, strade, alveari
cubici, chiese e palazzi. Una confusione ordinata; un arbitrio perfettamente regolamentato;
un’assenza di meta finalizzata al fulgido aspetto.1

2. La velocità, o “Tempo”, è il concetto chiave che Berlino ha di sé durante la Repubblica di


Weimar. La velocità è un articolo di fede generato prevalentemente dai media “veloci”: i
grandi giornali e le riviste, più tardi il cinema e la radio, dei quali Berlino costituiva il centro
economico e istituzionale. In letteratura, il mito di Berlino venne creato dalla poesia e dalla
musica, dai racconti brevi e dalla saggistica, dai resoconti e dalle cronache brevi, dagli
aneddoti, dai pamphlet, dai programmi, dai compendi, dalle polemiche. Tali testi veloci e
moderni aggiunsero dettagli e smalto all’immagine di Berlino intesa come metropoli della
velocità.2

3. Berlino può in certi momenti dare l’impressione della solidità e della sicurezza, ma la sua
storia è la testimonianza di quanto sia insidioso prendere per buona quest’immagine. Berlino
è una città incostante, come molti hanno scoperto a proprie spese: la patina di normalità può
svanire con la stessa rapidità con cui scivola fra le dita la sabbia gialla della Marca di
Brandeburgo.3

4. Il Kurfürstendamm è l’arteria più pulsante di traffico dell’Ovest di Berlino, su di essa si può,


come si confà veramente ad una vena [sic!], provare il polso della città, alla città il polso.
[...] Il Kurfürstendamm inizia presso la Gedächtniskirche e non termina mai.4

5. Esso è contemporaneamente fascio muscolare che lavora e fascio nervoso che soffre, vaso
sanguigno pulsante fra i tessuti e arto che afferra della città Berlino. In esso non si esprime
solamente l’Ovest, questo accadeva una volta, ma anche il Nord, l’Est ed il Sud di Berlino.
Qui la città si incontra.5

6. La strada per questo labirinto, cui non è mancata la sua Arianna, passava sul ponte Bendler,
il cui dolce arco fu per me la prima volta di collina. Non lungi di lì era la meta: Federico
Guglielmo e la regina Luisa. [...] Fra le cariatidi e gli atlanti, fra i putti e le pomone, però,
che una volta mi avevano fissato, ora mi erano più care quelle polverose figure della
famiglia dei numi tutelari che proteggono l’ingresso nella vita e nella casa. Poiché esse ben
sapevano cosa significa attendere. E così per loro era lo stesso aspettare uno straniero, il
ritorno delle antiche divinità, o il bambino che trent’anni prima, con la sua cartella, era
scivolato davanti ad esse. [...] E di nuovo l’idra e il leone di Lerna trovarono, come nella mia
fanciullezza, il loro posto nella selvaggia vegetazione intorno al Großer Stern.

                                                                                                                       
1
J. ROTH, “Das steinerne Berlin”, in Das Tagebuch, 05/07/1930, rist. in M. BIENERT (a cura di), Joseph Roth in Berlin,
Köln 1996, p. 163.
2
E. SCHÜTZ, “Beyond Glittering Reflections of Asphalt: Changing Images of Berlin in Weimar Journalism”, in T. W.
KNIESCHE – S. BROCKMANN (a cura di), Dancing on the Volcano. Essays on the Culture of the Weimar Republic,
Columbia 1994, p. 120.
3
A. RICHIE, Berlino. Storia di una metropoli, Milano 2003, pp. 5-6.
4
A. POLGAR, “Kurfürstendamm”, in ID., Kleine Schriften, Reinbek 1983, Vol. II, p. 462.
5
H. SINSHEIMER, “Mitten im Kurfürstendamm”, in Berliner Tageblatt, 21/11/1930.
25  
 
7. prese la direzione dell’Ostkreuz, qui salì sul treno che portava alla Friedrichstraße via
Warschauerstraße, Hauptbahnhof, Jannowitzbrücke, e rimase seduto col suo denaro nel
portafoglio fino alla stazione Bellevue, già all’Ovest. Da qui filò in direzione del Kleiner
Stern, poi al Rosengarten e cercò, passando accanto al monumento a Lortzing, il suo posto
prediletto con vista sull’isola di Rousseau. Era tale la determinazione con cui barattò la
Bundesbank per una panca del Tiergarten da indurci a credere che unicamente qui si sentisse
sicuro, unicamente qui potesse starsene da solo con i suoi soldi, nonostante i turchi che in
grandi gruppi famigliari si erano accampati sui prati del Tiergarten sciorinando le ricchezze
della cultura anatolica: aleggiava un lieve odore di saslik.6

8. Bruna colonna o tu della Vittoria


Tu che sorgi dai giorni dell’infanzia
Biscotto inzuccherato dall’inverno.7

9. Nelle stazioni di scambio come Ostkreuz si può ancora avvertire l’antico flusso della
metropoli del traffico. Anche Alexanderplatz è così: un gigantesco ingranaggio per lo
svolgimento senza difficoltà del massimo traffico sulla massima superficie. Così i progettisti
degli anni Venti si immaginano una moderna piazza metropolitana.8

10 Durante la costruzione, Alexanderplatz era uno spazio aperto e senza forma, attraverso il
quale il vento soffiava da ogni lato, oggi è un modello di organizzazione. [...] Il meccanismo
è quello di una perfezione artificiale, che deride l’intervento improvvisato e si rende
comprensibile soltanto dopo un lungo studio.9

11 Ci sedemmo in un treno, in una stazione luminosa. Questo partì, attraverso la notte, viaggiò
alcuni minuti, quindi si fermò, e noi fummo nuovamente alla stessa stazione. Credetti di
sbagliarmi. Ma il gioco si ripeté due, tre volte... Le stazioni alla sera sembravano tutte uguali
a Berlino, in particolare se si proveniva da Stettino. Avevamo viaggiato dalla Friedrichstraße
verso Jannowitzbrücke. Ma fu per me un’esperienza indimenticabile.10

12 I tram a cavalli scomparivano, sopra le strade furono tirati fili elettrici, la città soggiaceva ad
un’oscillante, fitta rete. [...] Alexanderplatz mutava, Wittenbergplatz diventava
qualcos’altro; cresceva, cresceva! Su Leipziger Platz l’incantevole costruzione di Wertheim,
una facciata, come l’irrilevante Herrenhaus che vi stava di rimpetto. [...] Su
Schiffbauerdamm in Brunnenstraße, la AEG: un piacere! E più avanti, in campagna, in Tegel
Borsig, e in Oberschöneweide, un’altra volta la AEG.11

13 Da quarant’anni vado in giro qui, sempre curioso, pensoso, su come si muove e su come
repentino si sviluppò.[...] L’arte, i quadri, le sculture [...] non mi avevano mai interessato,
questi oggetti languidi, miti, preziosi, anche agghindati [...] da guardare, per procurare

                                                                                                                       
6
G. GRASS, È una lunga storia, Torino 1999, p. 129.
7
W. BENJAMIN, Berliner Kindheit um Neunzehnhundert. Fassung Letzter Hand, op. cit., p. 5; trad. it., Infanzia Berlinese,
cit., p. 7.
8
M. BIENERT, Vorwort, in ID., Joseph Roth in Berlin.
9
S. KRACAUER, “Der Neue Alexanderplatz”, in Frankfurter Zeitung, 18/11/1932
10
A. DÖBLIN, Erster Rückblick, in ID., Die Vertreibung der Gespenster. Autobiographische Schriften. Betrachtungen zur
Zeit. Aufsätze zur Kunst und Literatur, , p. 12.
11
A. DÖBLIN, Die Zeitlupe. Kleine Prosa, p. 59.
26  
 
diletto. Io non sono per il piacere “il divertimento involgarisce”: questo è press’a poco
giusto.12

14 Ci sono grandi magazzini, schematiche confezioni per i più poveri, anche molto ciarpame.
[...] io [un giovane miserabile] devo fare i mie affari come tutti gli altri. Il lavoratore non mi
dà nulla, non ha nulla. [...] Un oste mi [a Döblin] dice ciò che già so: i prezzi alti, e una
fabbrica di birra dovette vendere parte dei suoi cavalli e convertirsi ai generi alimentari. Non
fu un peccato: il pane è meglio della birra.13

15 Un flusso di gente, di mezzi: Alexanderplatz è vicino. Fra molte signore povere, cercando
fra le persone che si affrettano, si aggirano individui lenti e particolari che evidentemente si
conoscono, si riconoscono, camminano in disparte e portano valigette di vestiti. Un via vai
[...] Giunge l’Alexanderkaserne con i poliziotti e l’interminabile lunga costruzione dei
grandi magazzini Tietz. Quindi l’ampia apertura, un verde prato, Alexanderplatz, le cucine
da campo dell’esercito della salvezza, circondate da curiosi e cordoni di poveri e vecchi,
l’oscuro rosso presidio della polizia.14

16 Anzi, anni or sono, mi era stato affidato un reparto d’osservazione criminologico. […] E
praticando questi uomini, e molti altri simili a loro, liberi, potei rilevare un aspetto
caratteristico della società in cui viviamo: l’assenza di un confine nettamente definito fra
criminali e non criminali, e il fatto che la società, o almeno la parte che ne potevo vedere,
era minata dalla criminalità. E questa era una già di per sé una prospettiva singolare.15

17 Il reparto criminale si trova in aperta campagna e acqua e pioggia e neve e freddo, giorno e
notte, avvolgono l’edificio con tutta la loro forza e la loro violenza. […] Vum vum, e il
vento allarga il petto e tira il respiro, poi lo mette fuori come una botte, ogni respiro pesa
come una montagna, la montagna si avanza, crac, e si rovescia sulla casa, si rovescia un
contrabbasso. Vum vum, e alberi si dondolano, non riescono a tenere il tempo, lui va a
destra e loro, li trova piegati a sinistra, li fa scricchiolare. Bolidi precipitano, aria che
martella, strepiti, schianti, vieni, vieni, sono tua, vieni, presto siamo arrivati, vum, notte,
notte.16

18 In Alexanderplatz buttano all’aria il marciapiede per costruire la metropolitana. Bisogna


camminare sulle passerelle. I tram traversano la piazza, risalgono Alexanderstraße, per la
Münzstraße fino al Rosenthaler Tor. […] Bar, ristoranti, negozi di frutta e verdura,
drogherie, dolciumi, trasporti, decorazioni, confezioni per signora, farina e prodotti
macinati, garage, assicurazioni contro l’incendio.17

19 Brum, brum: davanti a Aschinger sull’Alex strepita il battipalo a vapore. È alto quanto il
piano di una casa e come niente infila i pali di ferro per terra. […] Brum brum, pesta il
battipalo in Alexanderplatz [...] Zac e il palo si piglia un colpo sulla testa. Alla fine diventa
piccolo come la punta di un dito ed ecco che gli arriva un altro colpo e adesso può fare quel

                                                                                                                       
12
In Vossische Zeitung, 16/11/1922.
13
LINKE POOT [alias A. DÖBLIN], “Östlich um den Alexanderplatz”, in Berliner Tageblatt, 29/09/1923
14
Ibidem
15
A. DÖBLIN, “Il mio libro”, in Berlin Alexanderplatz, p. 504.
16
A. DÖBLIN, Berlin Alexanderplatz, pp. 462-463.
17
Döblin, Berlin Alexanderplatz, op. cit., p. 137.
27  
 
che vuole: sparito sottoterra. Perbacco, l’hanno combinato bene. E la gente se ne va
soddisfatta.18

20 In riva all’acqua c’è la grande Babilonia, la madre di tutte le impurità e di tutti gli orrori
della terra. Essa siede su un animale di colore scarlatto, e ha sette teste e dieci corna,
bisognerebbe che tu la vedessi. Ogni tuo passo la rallegra. Essa è ebbra del sangue dei santi
che ha divorato. Queste sono le corna con cui ti si getta contro, essa viene su dall’abisso e ti
conduce verso la maledizione. Guardala, le perle, lo scarlatto, la porpora, i denti, come li
digrigna, e quelle labbra grosse e carnose su cui è passato il sangue, con quelle ha bevuto.
La puttana Babilonia! Occhi velenosi giallo-oro, collo di vampiro! E come ti ride in faccia!19

21 „Sul Potsdamer Platz corrono, come folli, gli autobus nelle curve. Le insegne pubblicitarie
luminose scattano come serpenti, si illuminano, in alto, si illuminano, in alto. Si va a fare i
propri acquisti. Natale è vicino. Lì c’è il pentolone e la fanciulla dell’esercito della salvezza,
accanto, invoca: considerate la pentola quando cucinate. E se ci mettessi dentro mille
marchi? Meglio di niente, ma non va bene.”20

22 „A livello della strada e del marciapiede facevano luce le vetrine dei negozi, i caffè e i
ristoranti, i fanali di posizione delle carrozze, i fari delle prime automobili. Questa superficie
di luce, quasi una stanza simile ad un salotto intimo, era l’eredità del XIX Secolo. Il XX
Secolo forzò il tetto di questa stanza verso l’alto. Piano dopo piano la pubblicità luminosa
guadagnò spazio, fino ad approdare al comignolo.”21

                                                                                                                       
18
Ibidem, p. 179; trad. it., ibidem, p. 183:
19
Ibidem, p. 260, trad. it., ibidem, p. 323.
20
B. von Brentano : Wo in Europa ist Berlin. Bilder aus den zwanziger Jahren,, p.189:
21
W. Schivelbusch : Licht, Schein und Wahn. Auftritte der elektrischen Beleuchtung im 20. Jahrhundert, Berlin, 1992.
28  
 
PRAGA

Rainer Maria Rilke

Archaïscher Torso
Apollos

Wir kannten nicht sein unerhörtes Haupt,


darin die Augenäpfel reiften. Aber
sein Torso glüht noch wie ein Kandelaber,
in dem sein Schauen, nur zurückgeschraubt,

5 sich hält und glänzt. Sonst könnte nicht der Bug


der Brust dich blenden, und im leisen Drehen
der Lenden könnte nicht ein Lächeln gehen
zu jener Mitte, die die Zeugung trug.

Sonst stünde dieser Stein entstellt und kurz


10 unter der Schultern durchsichtigem Sturz
und flimmerte nicht so wie Raubtierfelle;

und bräche nicht aus allen seinen Rändern


aus wie ein Stern: denn da ist keine Stelle,
die dich nicht sieht. Du mußt dein Leben ändern

Entstehungsjahr: vor 1908

Erscheinungsjahr: 1986
Aus: Der neuen Gedichte anderer Teil
Referenzausgabe:
Ernst Zinn: Rainer Maria Rilke. Die Gedichte. Insel Verlag, Frankfurt: 1986, S. 503.

29  
 
Rainer'Maria'Rilke''
(187501926)'
'
! Die$Aufzeichnungen$des$
Malte$Laurids$Brigge$
(1910)$
$
! Duineser$Elegien$(1923)$

! Sone@en$an$Orpheus$
(1923)$

Scuola' fantas,ca 'di'Praga'


•  Gustav'Meyrink'
(1968=1935),'Der$Golem$
(1915)''

•  Leo'Perutz'(1882=1957)'

•  Max'Brod'(1884=1968)'

•  Alfred'Kubin'(1887=1959),'
Die$andere$Seite$(1909)'

30  
 
• “E’ come se i morti richiamassero noi viventi in quei posti dove un tempo trascorsero la loro
esistenza per sussurrarci che non per nulla il nome di Praga significa ‘la soglia’, poiché in
verità essa è una soglia tra ‘l’al di qua e l’al di là’, una soglia molto più sottile che altrove”
(G. Meyrink, Die geheimnisvolle Stadt, 1928)
• “Sono fatto di letteratura, non sono altro e non posso essere altro”
(F. Kafka, Lettera a Felice Bauer)

Franz&Ka(a&&
(1883-1924)&

• 1904-1910 - Beschreibung eines Kampfes


• 1913 – Das Urteil
• 1913 – Der Heizer (Erstes Kapitel des Romanfragments Der Verschollene)
• 1914-1915 - Der Proceß
• 1915 – Die Verwandlung
• 1915 – Vor dem Gesetz Bestandteil des Romanfragments Der Proceß
• 1918 – Ein Landarzt (Erzählung von 1918 und Titel des Buches mit 13 weiteren
Prosatexten)
• 1919 – Brief an den Vater
• 1919 – In der Strafkolonie
• 1919 – Ein Landarzt
• 1922 - Das Schloß
• 1924 – Ein Hungerkünstler
31  
 
• Io ho potentemente assunto il negativo del mio tempo che mi è certo assai vicino e che io
non ho il diritto di combattere, ma, in certa misura di rappresentare. Né al pochissimo di
positivo né al negativo estremo che si rovescia in positivo, io ho partecipato in alcun modo.
Io non sono stato introdotto nella vita dalla mano già cadente del cristianesimo, e neppure ho
afferrato, come i sionisti, l’ultimo lembo del mantello ebraico da preghiera che già volava
via. Io sono una fine o un principio”
(Franz Kafka, Diari)

• “Arricchire artificialmente questo tedesco di carta, gonfiarlo di tutte le risorse di un


simbolismo, di un onirismo, di un senso esoterico, di un significante nascosto – e avremo
così la scuola di Praga, Gustav Meyrink e molti altri, fra cui Max Brod. Ma questo tentativo
implica uno sforzo disperato di riterritorializzazione simbolica, a base di archetipi, di
Kabbala e di alchimia, che accentua il distacco dal popolo e non può trovare altro sbocco
politico che il sionismo come ‘sogno di Sion’. Kafka prenderà presto l’altra via, anzi
l’inventerà”
(G. Deleuze, F. Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, 1975)

• “Hofmannsthal ha rinunciato al compito che compare nella lettera di Chandos. Il suo


mutismo era una sorta di punizione. La lingua di cui Hofmannsthal si è privato, potrebbe
essere proprio quella che all’incirca nello stesso momento venne data a Kafka. Kafka si è
assunto infatti il compito di cui Hofmannsthal si è mostrato moralmente e anche
poeticamente incapace”
(W. Benjamin, Lettera a Th. W. Adorno, 1940)

• Yiddisch: „vive di vocaboli rubati, immobilizzati, emigrati, divenuti nomadi“ (F. Kafka,
Rede über die jiddische Sprache, 1912)

• Mauscheln: “una combinazione organica di tedesco cartaceo e linguaggio dei segni” (F.
Kafka, Lettera a Max Brod, 1921)

• “Erkrankung der Tradition” (W. Benjamin, Lettera a Gershom Scholem, 1938)

32