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Serge Kahili King

Rivoluziona la tua realtà


Conosci l’universo segreto che vive in te
e scopri il sentiero

Traduzione di
Francesca Parravicini
Veronica Padovani

Verdechiaro
Edizioni
2
© 2011 Verdechiaro Edizioni
Via Montecchio, 23/2
42031 Baiso (Reggio Emilia)

isbn 978-88-6623-079-3

© 2007 Serge King


Prima edizione inglese 2010
isbn #1-890850-24-1
Hunaworks
P.O. Box 426
Volcano HI 96785
huna@huna.net

Nessuna parte di questa pubblicazione,


inclusa l’immagine di copertina,
può essere riprodotta in alcuna forma
senza l’autorizzazione scritta dell’editore,
a eccezione di brevi citazioni destinate alle recensioni.

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Dedica
Questo libro è dedicato ai leader del movimento Huna
International, che si sono impegnati a diffondere la filo-
sofia Huna e a condividere con il resto del mondo la po-
tenza dello spirito di Aloha, e che sono stati fondamentali
nelle fasi di sviluppo di molte delle idee e delle tecniche
qui presentate.

Ringraziamenti
È con profonda gratitudine che ringrazio mia moglie,
Gloria, per avermi pazientemente dato da mangiare
quando avevo bisogno di cibo, distratto in mille modi
quando avevo bisogno di una pausa e per essersi
sottoposta di buon grado a nuovi esperimenti quando
avevo bisogno di un soggetto.
Ringrazio anche il mio agente, John White, che non ha
mai smesso di incoraggiarmi durante la stesura del libro.

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Prefazione

La vita è un’avventura

Sii consapevole di cosa sei e di cosa vuoi diventare;


puoi ribaltare la tua vita dalla a alla z.
Niente è impossibile, la fede è tutto ciò che ti serve;
non devi credere nella fortuna, limitati a piantare semi.

[Coro]
Oh, la vita è un’avventura, la vita è tutta un sogno;
tutto è versatile e non solo come sembra!
Osa e datti una possibilità per fare il meglio che puoi;
Scegli come vuoi vivere la tua vita e percorri quel sentiero!

Quando tutto si fa buio e sei pino di paure,


ricordati di accendere la luce e fare chiarezza.
Quando sei triste e dubbioso,
raccogli le tue energie ed esclama:

C’è un piccolo segreto vecchio come il mondo;


la fede può smuovere le montagne e l’amore renderti libero;
benedici il mondo ogni giorno, e sarai a tua volta benedetto;
credi nel potere riposto in fondo a ciascuno di noi e aspettati il meglio!

Serge Kahili King, 1991


i
I quattro mondi di uno sciamano

Sono stato allevato nell’alveo di una tradizione esoterica delle Hawaii


chiamata Huna. Numerosi dettagli in merito alla mia educazione e ai
principi di questa filosofia sono presenti in altri miei libri. In questa
sede sarà sufficiente dire che la mia famiglia adottiva hawaiana, i
Kahili, praticava una versione dell’Huna fortemente legata alle cre-
denze sciamaniche che si possono incontrare nel mondo. In lingua
hawaiana “sciamano” si dice kapua e, per amore delle distinzioni,
possiamo chiamare questa tradizione specifica Huna Kapua.
Sebbene dell’Huna abbia già scritto parecchio, rapportandola a
varie aree del nostro vivere, con questo libro voglio allargare il rag-
gio delle mie ricerche ad altre conoscenze e pratiche. Senza dubbio
rivelerò anche ulteriori dettagli sulla mia vita.

Un po’ di contesto
Uno degli aspetti che maggiormente confonde gli studenti di Huna
è il modo in cui gli “hunatici” (parola davvero azzeccata coniata da
uno di loro) guardano il mondo: mette in difficoltà i ragazzi oggi
così come ha messo in difficoltà me quando è stato il mio turno di
apprendere.
Quando ero un ragazzo e vivevo in una fattoria, mio padre qual-
che volta mi parlava del raccolto e degli animali, così come avreb-
bero fatto anche i nostri vicini. Qualche volta, però, parlava a quegli
stessi raccolti e animali come se fossero esseri dotati di intelligenza,
come se potessero capirlo e rispondergli. Imparavo a fare come lui,
ma passò parecchio tempo prima che capissi davvero. C’è stato un
tempo nel quale trovavo assai difficoltoso concentrarmi al contempo
su tutte le conversazioni con gli alberi, i fiori, gli insetti, i minerali
e gli edifici. Quindi, in un qualche modo, ho appreso ad attivare
e disattivare la mia consapevolezza, senza sapere nemmeno bene
come lo stessi facendo.
Durante i sette anni trascorsi in Africa la mia guida spirituale nello
sciamanesimo, M’Bala, mi insegnò a fondermi con gli animali della
giungla raggiungendo un profondo stato di trance. Pensavo che la
trance fosse il mezzo per raggiungere quello stato, finché non mi ac-
corsi che lo sciamano era in grado di raggiungere lo stesso risultato
in un batter d’occhio, senza nemmeno passare dalla trance. Ovvia-
mente, la trance era solo uno strumento, non la causa del cambia-
mento di esperienza.
Wana (William) Kahili, mio zio hawaiano, era un kahuna: mi in-
segnò a compiere viaggi interiori colmi di meraviglia e terrore, e a
leggere gli auspici nelle nuvole e nelle foglie e nei mobili. Inoltre,
mi insegnò anche a essere sempre cosciente durante il mio stato di
veglia, nonché a non leggere gli auspici: ci sono momenti in cui non
intravedere niente è importante almeno quanto saperlo fare.
Mio padre, M’Bala e WK non sprecarono troppo tempo a spiegar-
mi a parole i fenomeni che mi stavano insegnando a vivere. Tutti loro
erano convinti del fatto che l’esperienza fosse la migliore maestra e
che qualsiasi razionalizzazione intellettuale si sarebbe frapposta come
un ostacolo tra me e lei. Grazie a questo ottimo metodo sono riuscito
a liberarmi della mia testa dura e a congiungermi con il mio corpo, ma,
avendo a che fare al contempo con tutti i dubbi e le paure fomentate
dalla cultura non-sciamanica, ho appreso tutto come al rallentatore.
Durante il mio percorso come studente e come insegnante ho sco-
perto che, spesso, offrire soddisfazione all’intelletto abbassa le barrie-
re analitiche ed emozionali e permette di assimilare più velocemente
l’esperienza. Per questo ho passato anni ad analizzare in un’atmosfe-
ra di non-giudizio le esperienze mie e di altri sciamani: avrei potuto
condividerle più facilmente solo se avessi compreso appieno ciò che
accadeva quando vivevamo quello che vivevamo.
Il vero punto di partenza fu una nozione trasmessami da Wana
Kahili: ci sono quattro mondi, o visioni del mondo (livelli o classi di
esperienza), che ciascuno di noi gestisce spontaneamente e di soli-
to in maniera inconscia. Gli sciamani, al contrario, li coltivano con
consapevolezza. In linguaggio hawaiano, si chiamano ‘ike papakahi
(letteralmente, il primo livello di esperienza); ‘ike papalua (il secon-
do livello di esperienza); ‘ike papakolu (il terzo livello); ‘ike papaha (il
quarto). La sua spiegazione basilare fu che questi quattro livelli rap-
presentano, rispettivamente: il “mondo ordinario”, il “mondo della
telepatia”, il “mondo dei sogni” e il “mondo dell’essere”. Per rende-
re più fruibili i concetti ai miei studenti, io li ho rinominati i mondi
oggettivo, soggettivo, simbolico e olistico. Wana Kahili disse anche
che tutti gli esseri umani hanno accesso a ciascuno di questi mondi:
l’unica differenza rispetto agli sciamani sta nella consapevolezza con
la quale vi si avvicinano. Aggiunse anche che parecchia della confu-
sione che troviamo nelle vite delle persone deriva dal fatto che esse
mescolano questi mondi sia nel pensiero che nel parlare.
Il mio scopo era quello di insegnare al maggior numero di per-
sone possibile l’esperienza sciamanica in breve tempo, quindi, no-
nostante questa partenza avvantaggiata, avevo parecchio da fare per
completare il quadro. Segue un breve riassunto di quelle ricerche.

L’esperienza sciamanica
Che cosa facciamo noi sciamani (o hunatici) quando viviamo ciò che
viviamo? Parliamo con la Natura e i suoi spiriti; cambiamo il clima e
creiamo eventi; curiamo corpi e menti e canalizziamo strani esseri; ci
distacchiamo dai nostri corpi, esploriamo altre dimensioni e vedia-
mo ciò che altri non possono vedere; paghiamo le tasse, laviamo le
nostre automobili e facciamo la spesa. C’è un fil rouge che lega tutte

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queste attività, anche molto diverse, o si tratta solo di un’accozzaglia
di cose completamente diverse?
Un indizio potente lo troviamo nel primo e fondamentale prin-
cipio Huna: «Il mondo è ciò che tu pensi che sia». Un modo più
conosciuto per dire la stessa cosa è: «Tu crei la tua realtà». La mag-
gioranza di chi lo sostiene, però, non accetta questo principio fino in
fondo: credono che gli accadimenti negativi nelle loro vite siano una
conseguenza diretta dei loro errori. Altri, che si spingono un po’ più
avanti nell’accettazione, ne limitano comunque il significato all’idea
di essere i diretti responsabili dei propri sentimenti e della propria
esperienza: costoro pensano che saranno in grado di attrarre cose
buone se modificano i pensieri negativi in positivi.
Gli sciamani, invece, arrivano molto oltre. Con quella frase non
intendiamo la possibilità di attrarre esperienze di un determinato
tipo grazie al pensiero, ma quella di creare effettivamente più realtà.
È attraverso le nostre assunzioni, i nostri atteggiamenti e le nostre
aspettative che rendiamo le cose possibili o impossibili, reali o irre-
ali. Per dirla in un altro modo, cambiando forma mentis possiamo re-
alizzare cose ordinarie o straordinarie nella stessa dimensione fisica
che condividiamo con tutti gli altri. Lo ripeto spesso: gli sciamani
non sono eccezionali. L’eccezionalità dipende da come esercitiamo
le nostre capacità.
Il modo che abbiamo per cambiare la nostra esperienza e imparare
a utilizzare abilità straordinarie in una realtà data è modificare il siste-
ma di credenze (o assunzioni, atteggiamenti e aspettative) sulla realtà
in un altro. Sembra davvero semplice, detta così, e in effetti lo è. La
parte più difficile – che per alcuni può essere addirittura molto difficile
– è accettare la semplicità, perché significherebbe cambiare idea su che
cos’è la realtà. La definizione che amo utilizzare è molto immediata: la
realtà è esperienza. Non importa se credi in un mondo “là fuori”, in
un mondo di collegamenti telepatici ed energetici, in un mondo fatto
di sogni o in uno di singolarità. La realtà è esperienza, e l’esperienza
è realtà. Quindi possiamo sia attivarci per modificare la realtà, così da

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migliorare la nostra esperienza di essa, sia provare a modificare la no-
stra esperienza per influire sulla realtà. Il libro parla di questo.

Un modello per le mentalità


Il modello che sto per esporre è stato elaborato per consentire agli
sciamani urbani contemporanei di distinguere con chiarezza e con-
sapevolezza tra diversi livelli di realtà e formae mentis. In una società
nella quale lo sciamanesimo fosse più diffuso questo non sarebbe
necessario: gli stessi cambiamenti di mentalità potrebbero avvenire
intuitivamente perché ci sarebbero meno contraddizioni con altre
filosofie, sia religiose che secolari.
Per fare un esempio, immaginiamo un antropologo su un’isola del
Sud del Pacifico, intento a studiare la cultura dei nativi. Un giorno
lo sciamano del villaggio, tornato dal lavoro nel suo campo di taro,
annuncia che la dea Hina gli è apparsa a cavallo di un arcobaleno e
gli ha rivelato che un uragano sta per abbattersi sul villaggio, dopo
di che si è trasformata in un uccello ed è volata via. Lo sciamano
è facilmente passato dal sarchiare il campo all’interagire con una
divinità, e gli isolani lo accettano senza problemi perché è ciò che
si aspettano da lui: che sia capace di lavorare la terra così come di
decrittare i messaggi degli dèi. L’antropologo, dal canto suo, è in-
trappolato in una mentalità che gli suggerisce che questo sarebbe
possibile solo se lo sciamano fosse sotto l’effetto di qualche droga,
avesse seri problemi psichiatrici, fosse un impostore o stesse dram-
matizzando qualche percezione del tutto normale. L’eventualità che
egli abbia comunicato con uno spirito è fuori discussione, così come
la possibilità che lui stesso sia in grado di farlo.
Le varie visioni del mondo sono illustrate a seguire. Mentre leg-
gete, però, tenete presente che ciascuna si può assaggiare – come
sfiorando l’acqua di una piscina con l’alluce – o ci si può immergere
completamente – come esplorando le profondità dell’oceano.

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‘Ike papakahi: il mondo oggettivo
Prendendo una radura in una foresta come metafora, l’esperienza
puramente sensoriale che puoi averne – i colori delle piante, del
terreno e del cielo; il profumo dei fuori; il cinguettio degli uccelli; la
brezza che ti scivola sulla pelle; la percezione del movimento di un
cervo e della sua cerbiatta – verrebbe contestualizzata in una cornice
del mondo oggettivo. Ti sarebbe anche immediatamente evidente,
dal punto di vista in cui stai guardando la radura, quanto essa misu-
ra, che gli alberi che puoi vedere sono di un certo numero e di un
certo tipo, che alcuni sono latifoglie e altri conifere, che determinati
animali popolano l’area, che qualcuno la possiede e così via. Tutto
questo è certamente vero, ma solo a un primo livello di percezio-
ne. In questo livello non puoi percepire altro semplicemente perché
vale un assunto che funge da cornice per il mondo oggettivo: tutto
è separato. Questo principio consente di classificare e suddividere
in categorie, ma è anche alla base di tutte le leggi della fisica e delle
varie filosofie che teorizzano causa ed effetto.
Spesso è abbastanza difficile per chi è cresciuto immerso in que-
sta convinzione capire che si tratta solo di una razionalizzazione:
sembra così ovvio che sia la pura verità! Ma, d’altronde, è questa la
natura degli assiomi: tutta l’esperienza finisce per divenire solidale
con quella credenza. È come indossare lenti rosa e dimenticarsi di
averle sul naso: se non ti viene mai in mente che puoi toglierle, finirai
con il pensare che il rosa sia la tinta naturale di tutte le cose e l’uni-
co colore possibile al mondo. L’assurdità si svela quando si diventa
consapevoli – consciamente o meno – di altri assunti. Se gli occhiali
scivolano via o se sogni un mondo in verde, cominci a ricordare di
esserteli messi. A quel punto sei pronto per accedere agli altri livelli
di esperienza. Gli sciamani imparano il prima possibile che il mondo
oggettivo è solo uno dei possibili punti di vista.
L’idea che tutto è separato è molto potente e utile. Ha incoraggia-
to l’umanità a viaggiare, esplorare, incrementare il sapere scientifico
e industriale… è alla base di tutti i miracoli della moderna tecno-

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logia, inclusi quelli che hanno portato alla pubblicazione di questo
libro. Comunque, è stata anche utilizzata per giustificare schiavitù,
razzismo, guerre, vivisezione, inquinamento e l’iper-sfruttamento
delle risorse del pianeta. Sia ben chiaro: il principio in sé non è né
buono né cattivo. Gli esseri umani devono elaborare altri pensieri
associati a un sistema di valori perché il bene e il male entrino a
far parte del quadro, e questi possono operare su ciascun livello di
realtà. Guardando oggettivamente alla nostra radura, per esempio,
potresti vedere che è una cosa buona in quanto fonte di cibo per di-
versi animali. Oppure potresti vederla come una cosa cattiva perché
occupa uno spazio che potrebbe essere sfruttato come luogo per
ospitare e nutrire degli esseri umani. Il punto è che l’uso o meno
dell’ambiente e dei suoi abitanti è basato sull’idea che tutte le cose
sono separate, ma anche su un ben preciso sistema di valori.
Due assunti secondari del mondo oggettivo: tutto ha un inizio
e una fine e ogni effetto ha una causa. Le cose esistono o comin-
ciano a essere a seguito di qualche atto specifico, infine muoiono o
smettono di essere. Questa è una preoccupazione vitale per il siste-
ma di pensiero che sostiene il mondo oggettivo, e quindi assistiamo
a dibattiti infiniti sulle cause delle malattie o sul momento esatto in
cui una cellula o un gruppo di cellule può classificarsi come essere
umano. Si spendono cifre impensabili per determinare le cause so-
ciali e ambientali del crimine e per preservare gli edifici storici, per-
ché il loro deterioramento sarebbe una perdita culturale. La gente
è disposta ad affrontare ogni ostacolo emozionale e finanziario per
scoprire quale specifico trauma infantile ha fatto di loro degli adulti
infelici o per allungare al massimo la vita del corpo fisico. Tutto
questo ha perfettamente senso se lo guardiamo alla luce di questi tre
principi, ma da altri punti di vista no.
Alcune persone formulano sul mondo oggettivo un giudizio di
valore e sostengono che sia qualcosa di negativo, così cercano modi
per evadere, lo sminuiscono o lo negano. Secondo il pensiero scia-
manico, invece, il mondo oggettivo è semplicemente un posto in

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più nel quale operare, e operare efficacemente in ogni mondo è l’o-
biettivo degli sciamani. Nel suo primo ruolo di guaritore, quindi,
lo sciamano potrebbe utilizzare i principi del mondo oggettivo per
diventare esperto di massaggi, chiropratica e chirurgia, per cono-
scere a fondo i poteri delle erbe e dei medicinali, per approfondire i
benefici che possono dare una sana nutrizione, l’esercizio fisico ma
anche la cromoterapia – il tutto senza, però, sentirsi limitato entro
gli stretti confini degli assunti di base di questi metodi.
Al primo livello possiamo cambiare la realtà modificando ciò che
facciamo, verbalmente e fisicamente.

‘Ike papalua: il mondo soggettivo


Ora immagina di essere di nuovo nella radura. Questa volta sei con-
sapevole dell’interdipendenza del mondo naturale, del reciproco
supporto che si offrono gli elementi, come la luce e l’ombra, il vento
e l’acqua, il terreno e la pietra, gli alberi, i fiori e gli insetti. Ti senti
parte di questa interdipendenza, non un osservatore esterno. Forse
avverti sensazioni di pace, felicità, amore o soggezione. Sei conscio
della stagione presente, sai quali stagioni sono passate e quali de-
vono ancora arrivare. Se sei uno sciamano, o hai poteri di telepatia,
probabilmente sarai in grado di spostarti ancora su un altro piano, e
di avvertire le aure, i campi energetici, di ciò che è intorno a te, non-
ché la rete di forze che tiene tutto legato. Dovresti essere in grado
di comunicare con le piante, gli animali e i minerali, o, ancora, con
il vento, il sole e l’acqua, condividendo i loro segreti e le loro storie.
A seconda del tuo background, della tua esperienza e del tuo grado
di abilità, potresti anche essere capace di contattare gli spiriti della
natura e i demoni, o addirittura l’anima cosmica (aumakua) della ra-
dura stessa. Semplicemente rimanendo immobile dove sei, potresti
essere testimone di eventi verificatisi centinaia di anni prima: potre-
sti vedere il campo indiano nel quale, dopo una battuta di caccia par-
ticolarmente soddisfacente, i guerrieri fumano le loro pipe intorno

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al fuoco e ringraziano il Grande Spirito. Potresti anche avvertire un
legame, e sentire che sei o sei stato uno di loro.
Questi esempi di esperienze nel mondo soggettivo sono possi-
bili grazie all’assunto di base che lo governa: tutto è connesso,
supportato dagli assunti secondari tutto è parte di un ciclo e in
transizione, e tutti gli eventi sono sincroni.
In questo mondo, la telepatia e la chiaroveggenza sono fatti nor-
mali, indiscutibili esattamente come l’azione di una leva nel mondo
oggettivo. La significazione diretta tra menti, che non tiene conto
della distanza né di nient’altro, è possibile perché tutto è connesso.
Le emozioni possono essere provate grazie alla connessione em-
patica. Le aure possono essere viste e avvertite perché è l’energia a
creare una rete. Le vite passate e future possono essere conosciute
perché la vita è ciclica e il tempo è sincrono. La morte, a questo
livello, è solo una transizione, un momento in un ciclo, mentre nel
mondo oggettivo è l’istante conclusivo.
Tutto questo è vero, ma, di nuovo, solo se guardato da una pro-
spettiva specifica. Chi è convinto della veridicità degli assunti alla
base del mondo oggettivo trova difficile accettare l’esistenza di fe-
nomeni di telepatia o considerare l’astrologia una “scienza”. Allo
stesso modo, chi si orienta verso il mondo soggettivo fatica a spie-
gare le proprie esperienze agli amici centrati sull’oggettivo. Nessuno
di questi mondi ha senso se guardato dalla prospettiva di un altro.
Se sei nato e morirai e tutto finirà lì, le vite passate e future per te
non hanno alcun significato. Se le stelle sono lontane fantastiliardi
di chilometri e tu sei qui sulla Terra, pensare a una qualche forma di
influenza è assurdo. Al contrario, se tutto è interconnesso e interdi-
pendente, abbattere alberi per costruire una città è un suicidio; se sei
stato membro di un’altra razza in una delle tue vite passate, odiare
oggi quella razza sarebbe ipocrita.
Una via sciamanica per districarsi da questo dilemma è il settimo
principio di Huna, che recita: «L’efficacia è la misura della verità».
Invece di provare a decidere quale punto di vista è quello giusto, lo

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sciamano li utilizza entrambi, a seconda di quello che si rivela più
efficace e appropriato alla guarigione del momento.
Le tecniche sciamaniche di guarigione a questo livello compren-
dono la telepatia, la visualizzazione creativa delle energie, l’agopun-
tura, lo shiatsu, il bilanciamento, il trasferimento o la movimenta-
zione delle energie mediante le mani o strumenti come i cristalli e
speciali configurazioni e forme.

‘Ike papakolu: il mondo simbolico


Sei nuovamente nella radura. Se lasci volare la tua immaginazione
potrai vedere come l’apertura della radura simboleggi la tua apertura
all’amore e alla vita, gli alberi la tua forza interiore e le tue più alte
aspirazioni, il canto degli uccelli sia una promessa di gioia e la luce
del sole il tocco di Dio sulla tua fronte. Sei intriso della bellezza del
luogo, così emozionato che, a seconda delle tue inclinazioni, senti
il bisogno di scrivere una poesia o dipingere una tela per catturare
quel momento. Sei scivolato in una forma mentis che ha, come assun-
to base, tutto è simbolico. Con un background sciamanico potresti
spingerti ancora più in là e cercare di scorgere auspici tra le nuvole e
le foglie, o nel volo degli uccelli, oppure potresti eseguire un rituale
che renda la radura un luogo di guarigione ancora migliore per i
visitatori futuri.
Il tipico modo di procedere sciamanico del pensiero a questo livel-
lo suggerisce che, se tutto è simbolico, e i sogni sono simboli, allora
la realtà è un sogno. Una delle fondamentali abilità degli sciamani
è entrare nei sogni e cambiarli. Qualcuno a questo punto potrebbe
chiedere: ma cosa simboleggerebbe tutto? E di chi sarebbe il sogno?
Sarebbe corretto, a questo livello, rispondere che tutto simboleggia
tutto, ma segnatamente chi percepisce, e che il sogno è il sogno di
tutto, ma segnatamente di chi lo sogna. Un altro modo per dirlo
sarebbe che tutto nella tua specifica esperienza è un riflesso di te,
incluse le persone e le cose attorno a te. Per cambiare l’esperienza a

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questo livello puoi cambiare i simboli, ma anche le tue interpretazio-
ni di essi nonché te stesso: a quel punto i riflessi si modificheranno.
Gli assunti secondari sono che tutto è parte di uno schema ed
esiste in relazione a qualcosa d’altro, e che tutto significa ciò
che tu decidi debba significare. Molti scienziati e matematici te-
oretici sono fermi a questo livello, alla ricerca di modelli di senso e
relazioni nell’apparente struttura dell’universo. Spesso essi ignorano
l’effetto della loro ricerca sulle decisioni che prendono riguardo alla
mancanza di senso, ma anche ogni applicazione oggettiva della loro
scienza. Per gli sciamani e altre persone con una forma mentis sim-
bolica è utile sottolineare come le credenze si riflettono nel corpo e
nelle esperienze di vita, e quanto facilmente condizioni e relazioni
cambino quando gli schemi di convinzioni variano.
A questo livello i metodo di guarigione sciamanici si basano tutti
sulla fiducia: terapie verbali e di visualizzazione, comprese l’ipnosi,
la neurolinguistica, meditazioni guidate, placebo, lavoro sui sogni e
uso di amuleti e talismani.

‘Ike papaha: il mondo olistico


Questa volta non ti trovi nella radura: tu sei la radura. Senti la luce
del sole trasformarsi in energia utilizzabile grazie alla clorofilla nelle
tue foglie, mentre le tue radici suggono nutrimento dal suolo e con
piacere cedi il tuo nettare alle api che raccolgono il tuo polline per
condividerlo con altri fiori. Come ape adori succhiare il nettare e
non hai bisogno di riflettere per sapere che parte di quel polline sarà
suddiviso tra altri fiori e che parecchio sarà ancora lì per essere re-
stituito ai prolungamenti di te stesso nell’alveare. Come uccello senti
la gola tremare mentre canti la tua canzone d’amore e muovi la coda
piumata per mantenere l’equilibrio sul ramo del pino che segna il
limite della radura. Come pino tu sai di non segnare un confine, ma
di essere parte di ciò che fa della radura ciò che è.
Questo è un brevissimo assaggio di un’esperienza al livello olisti-

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co. L’assunto di base in questo mondo è che tutto è uno. In pratica,
è il tuo senso di identità. L’esperienza più profonda di questo prin-
cipio è ciò che generalmente viene chiamata “coscienza cosmica”,
espressione deprecabilmente inadeguata per descrivere un sensazio-
ne di essere tutt’uno con l’universo che è indescrivibile, dato che
parole e linguaggio semplicemente non possono contenere l’espe-
rienza. La più superficiale e comune esperienza di questo è avvertire
che esistiamo. Descartes stirò il terzo livello del simbolico quando
disse «Penso, quindi sono». Un approccio oggettivo sarebbe stato:
«Percepisco, quindi sono». Al livello soggettivo avrebbe potuto dire:
«Mi emoziono, quindi sono». Al quarto, olistico livello, comunque,
non potremmo fare meglio di Braccio di Ferro quando afferma:
«Sono ciò che sono ed è tutto ciò che sono».
Nel mondo olistico non si avverte la distinzione tra essere te stes-
so e qualunque cosa tu identifichi come essere te stesso. Fino al pun-
to di divenire consapevole dell’identificazione che operi nel mondo
olistico e dell’“alterità” che operi in altri mondi.
Dovresti aver notato che, procedendo da un mondo all’altro, il sen-
so di separazione, ben chiaro e fondamentale nel mondo oggettivo, è
diminuito nel mondo soggettivo (connessione significa minore sepa-
razione) ed è ulteriormente calato nel mondo simbolico (un riflesso
implica che qualcosa d’altro rifletta). Una persona potrebbe avere una
consapevolezza olistica di ciò che è e, al contempo, una coscienza
non-olistica di ciò che non è. Quindi, il membro di una determinata
tribù dell’Africa dell’Ovest potrebbe identificarsi olisticamente con la
sua tribù (cioè potrebbe non cogliere la sua identità personale al di
là di quella di membro del gruppo), e avere al contempo una visione
completamente oggettiva e ostile di un’altra tribù.
Se l’identità olistica è un’esperienza umana abbastanza naturale –
alcune persone estendono il loro senso di identità a beni personali,
famiglia, città e paese – richiede invece parecchia abilità entrare nel
mondo olistico e operarvi. Attori e attrici, la cui professione si è svi-
luppata al di fuori dell’antica tradizione sciamanica, sono i migliori

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conoscitori di questa capacità oggi. Nel passato, ma per certi versi
ancora oggi, gli sciamani erano e sono stati in grado di identificarsi
con gli animali, gli spiriti della natura e gli archetipi che vengono
scambiati per dèi e dee; assumono su di sé le loro qualità e i loro
poteri quando sono in quello stato. Esattamente come un bravo at-
tore che normalmente è timido può interpretare alla grande un eroe
sicuro di sé entrando nella parte, così uno sciamano può ottenere la
forza di un orso o la saggezza di un dio grazie alla contemplazione e
agendo il ruolo talmente bene al punto di essere egli stesso agìto da
quel ruolo. Questo deriva dall’assunto secondario di questo livello:
conoscere porta a essere. Come ha detto Ralph Waldo Emerson:
«Agisci e avrai il potere».
A questo livello i metodi di guarigione sciamanici sono soprat-
tutto di due tipi: canalizzazione, per mezzo della quale, di più o di
meno, si assume l’identità di un grande guaritore o si diventa uno
sciamano con enormi poteri e poi si lavora su qualcuno per guarirlo;
oppure ciò che chiamo “sintonizzarsi e guidare”, per mezzo del qua-
le ci si identifica o si diviene la persona che ha bisogno d’aiuto e la si
cura direttamente. Non c’è bisogno di specificare che quest’ultimo
metodo richiede una bella dose di sicurezza per funzionare, altri-
menti lo sciamano rischia di subire le interferenze della condizione
del paziente e di dover abbandonare il livello olistico, con la conse-
guenza che non potrà operare da lì; oppure di dimenticare chi è e
subire i sintomi della persona senza essere in grado di curarla. Chi
è molto empatico potrebbe aver sperimentato questa condizione.
Molti terapisti si identificano a tal punto con i problemi dei loro
pazienti o clienti che prendono su di sé le malattie e i malesseri che
stanno cercando di curare. Quando alleno i miei studenti a operare
nel mondo olistico raccomando loro di identificarsi al massimo al
novantanove per cento, così che quell’uno per cento di sciamano
possa sempre tornare a essere l’identità primaria.

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Muoversi tra mondi
Cambiare mentalità o muoversi tra mondi in completa consapevo-
lezza è un processo delicato e raffinato. Un’approssimazione di ciò
che succede potrebbe essere l’esperienza di osservare questa pagina
piena di scritte. Puoi leggere le varie righe e assorbire i contenuti,
puoi controllarle per verificare che non ci siano refusi, puoi fare caso
al carattere tipografico e alla qualità della carta, e infine puoi diventa-
re consapevole del fatto che quella pagina è parte di un libro che tu
stai tenendo in mano in un preciso momento e luogo. L’unica cosa
che cambia è la tua percezione, che tu modifichi volontariamente
per variare la tua esperienza. Il processo che porta lo sciamano a
muoversi tra i vari mondi è molto simile: tutto ciò che fa è modifica-
re quello che sta cercando e gli assunti associati allo scopo.
Il maggior ostacolo – che si ritrova anche in altri casi – è l’inter-
ferenza dell’analisi critica che proviene da altri livelli. È piuttosto
complicato praticare la telepatia se una parte della tua mente ti dice
che quella roba non ha senso. La visualizzazione non sortirà gran-
di effetti se continuerai a chiederti: «Ma è un trucco?» Allo stesso
modo, sarà molto dura racimolare un’entrata decente se identifichi
te stesso come spirituale e il denaro come non-spirituale.
Per muoversi più facilmente e con efficacia tra i diversi mondi devi
far pratica nel distanziarti rapidamente dagli assunti che li governano
– e con l’analisi critica che ne deriva. Con molta, molta pratica, il mec-
canismo dovrebbe automatizzarsi. Ciò che, però, ti aiuterà più di tutto
è amarti senza riserve e credere che Dio sia con te. Ma chiaramente
questo è un buon consiglio per tutti, sciamani e non.

19
ii
Un breve ripasso dei principi Huna

In tutti i miei libri, in un modo o nell’altro, insegno quelli che chiamo


“i sette principi di Huna”, a tal punto che alcune persone ne sono
annoiate o irritate poiché pensano “queste cose le ho già sentite”.
Se ti senti in questo modo, allora puoi andare avanti e saltare questo
capitolo. I principi comunque salteranno fuori qua e là nei capitoli
successivi. A ogni modo, se sei interessato ad approfondire ciò che
già sai e ad ampliare un po’ la tua mente, allora vai avanti a leggere.
I principi in realtà sono solo osservazioni riguardo alla vita tra-
smesse oralmente per innumerevoli generazioni in alcune culture ed
effettivamente scritte in vario modo per millenni in altre. In effetti
queste idee non appartengono a una singola cultura. Esse possono
essere trovate sparse attraverso gli scritti dei filosofi greci e romani,
nel Nuovo e nell’Antico Testamento della Bibbia e nelle tradizioni
del Taoismo, del Buddismo, del Sufismo e dell’Induismo, solo per
nominarne alcune. Mi sono giunte come un gruppo di idee attraver-
so gli insegnamenti della mia famiglia adottiva hawaiana.
Ciò che è unico della particolare tradizione familiare che mi è sta-
ta trasmessa è il fatto che mi è stato insegnato a considerare questi
principi un insieme di strumenti per modificare la realtà. Tenendo
questo in mente, ecco alcuni altri modi di considerarli.
Inizialmente ho imparato i sette principi di Huna come un insie-
me di idee dal mio zio hawaiano, William Wana Kahili, ma non nello
stesso modo in cui adesso li insegno.
Il primo modo in cui me li ha insegnati è stato come sette specifiche

20
parole in hawaiano: ‘Ike, Kala, Makia, Manawa, Aloha, Mana, Pono. Stu-
diando il significato e le radici di queste sette parole hawaiane insieme
con comuni suffissi e prefissi, è possibile sviluppare una serie di linee
guida per trasformare l’essenza di Huna in un modo pratico di cam-
biare la realtà. Il problema per me come studente e come insegnante
era che avevo imparato queste linee guida a livello emozionale, nel
modo tradizionale in cui gli insegnanti hawaiani trasmettevano le loro
conoscenze nel passato. Fatto sta che sapevo questi principi e potevo
applicarli, ma a causa del mio percorso intellettuale occidentale mi era
molto difficile concettualizzarli ed esprimerli in inglese. Il primo corso
che tenni sull’Huna durò nove mesi e alla fine gli studenti chiedevano
ancora: «Ma alla fin fine, che cos’è Huna?»
Per risolvere questo problema ho dedicato molto tempo a con-
densare queste linee guida in parole e frasi semplici che possano es-
sere valide nel loro significato, siano percorsi per una comprensione
profonda e siano facili da ricordare. Le elencherò qui brevemente,
perché saranno citate in un modo o nell’altro nel corso del libro.
Non descrivono ogni cosa che riguarda Huna, ma tutto ciò che ri-
guarda Huna può essere da esse derivato, suggerito, dedotto o indot-
to. Se già le conoscete a memoria, per favore siate pazienti con me.
Le mie parole chiave: Consapevolezza, Libertà, Attenzione, Pre-
senza, Amore, Potenza, Armonia (ho utilizzato variazioni dell’ulti-
ma, come Successo, Prosperità, Bontà ed Efficacia – tutti significati
alternativi di pono, ma questo è il mio preferito).
Le mie frasi condensate: “Il modo è ciò che tu pensi sia”; “Non
ci sono limiti”; “L’energia scorre dove va l’attenzione”; “Ora è il
momento della potenza”; “Amare significa essere felici con qual-
cuno”; “Tutta la potenza viene da dentro”; “L’efficacia è la misura
della verità”.
Sebbene in questo modo sia molto più facile insegnare Huna a
persone educate con il moderno sistema educativo, gran parte del
sapore originale si perde, quindi presenterò qui alcuni altri modi in
cui mi è stato insegnato. Per favore perdonatemi per la ripetizione

21
di una piccola parte di materiale dal mio libro Huna: Ancient Hawaian
Secrets for Modern Living.

I principi come proverbi


Lo zio William usava con moderazione la lingua hawaiana durante
la mia formazione, poiché a quel tempo c’erano soltanto circa due-
mila persone in tutto il mondo in grado di parlarla, così decise che
parlarla correntemente non fosse necessario per ciò che intendeva
insegnarmi. I proverbi qui sotto, che ho inserito nel mio romanzo
Dangerous Journeys, provengono da lui.
1. Ola i ka mea nui, ola i ka mea iki – La vita è nelle grandi cose, la
vita è nelle piccole cose.
2. Ana ‘ole, ke ao, ka po – Il mondo interiore e quello esteriore sono
senza limiti.
3. No’ono’o ke ali’i, ehu ka ukali – Il pensiero è il capo, l’attività è il
discepolo (amava fare variazioni su questo).
4. Noho ka mana i ka manawa – La potenza risiede nel momento
presente (grammaticalmente avrebbe dovuto essere “i keia ma-
nawa”, ma non è il modo in cui lo diceva lo zio).
5. Ke aloha, ke alo, ke oha, ka ha – Amore è essere in presenza di
qualcuno o qualcosa, condividendo gioia, dando vita.
6. Mai ka po mai ka mana – La potenza viene dal mondo interiore.
7. Ana ‘oia i ka hopena – La verità si misura con i risultati.
Per dimostrare che queste idee non appartengono soltanto alla
famiglia Kahili, ecco sette proverbi dal libro di Mary Kawena Pukui
‘Olelo No`eau: Hawaian Proverbs and Poetical Sayings (Bishop Museum
Press, 1986). Essi rappresentano soltanto alcuni dei proverbi e modi
di dire che incorporano le idee nei principi, ma mostrano anche
come gli hawaiani fossero estremamente consapevoli dei sette prin-
cipi nei loro termini.
1. ‘A’ohe pau ka ‘ike i ka halau ho’okahi, “Tutta la conoscenza non è
insegnata in una sola scuola”, una variazione dell’idea che esi-

22
stono diverse fonti della conoscenza e molti modi di pensare a
cose diverse.
2. ‘A’ohe pu’u ki’eki’e ke ho’a’o ‘ia e pi’i, “Nessuna collina è troppo
alta da scalare”, un modo per dire che niente è impossibile e
che non ci sono limiti.
3. He makau hala ‘ole, “Un amo che non mancherà mai di pescare”,
detto di qualcuno che ottiene sempre ciò che vuole. L’amo era
un simbolo primario di attenzione focalizzata, e un buon amo
era creduto capace di attrarre molti pesci anche senza esca.
4. E pane’e ka wa’a oi moe ka ‘ale, “Fallo adesso!” o “Metti in movi-
mento le canoe finché le onde sono a riposo”.
5. He ‘olina leo ka ke aloha, “La gioia è la voce dell’amore”. La rela-
zione è ovvia.
6. Aia no i ka mea e mele ana, “Lascia che sia il cantante a scegliere
la canzone”, un modo poetico di affermare che il potere di
scegliere viene da dentro.
7. ‘Ike ‘ia no ka loea i ke kuahu, “Un esperto si riconosce dall’al-
tare che costruisce”. Come la mette Putki, «è ciò che uno fa e
quanto bene lo fa che mostra se è un esperto». Questa è una
buona indicazione per riconoscere gli esperti di ogni campo,
così come è un buon esempio del settimo principio. Mio zio
amava anche usare il proverbio, Hö a’e ka ‘ike he’enalu i ka hokua
o ka ‘ale, “Mostra la tua conoscenza di surfare sulla schiena di
un’onda” per illustrare questo principio.

I principi nei racconti


Ho amato racconti praticamente di ogni genere, fin da quando mio
padre mi insegnò a leggere all’età di tre anni, ma i miei preferiti
sono sempre stati miti e leggende e il genere fantasy. Forse mio
zio William lo intuì, o forse era il suo modo abituale di insegnare,
comunque mi raccontò storie collegate ai principi di Huna. Alcune
di esse erano favole hawaiane tradizionali che includevano l’arte tra-

23
dizionale del cantastorie di far sì che la storia servisse la finalità del
racconto, altre erano versioni hawaiane di storie raccontate altrove
nel mondo e la cui origine non è mai certa.
Presenterò qui sette di esse in forma abbreviata, ognuna delle
quali fornisce una particolare comprensione del principio a essa col-
legato. Queste storie riguardano tutte Maui Kapua, l’eroe archetipi-
co e sciamano noto in tutto il Pacifico, e si svolgono tutte a Kauai,
poiché è il luogo di cui era originario mio zio.

Quello che vedi è quello che ottieni


In uno splendido e calmo giorno, Maui pagaiò su una canoa a bilan-
cere piena di noci di cocco nella Grande Laguna che c’era a Ovest
del villaggio di Waimea a Kauai. A quel tempo era uso del Capo
posizionare un a luna ‘auhau, una specie di doganiere, all’entrata della
laguna, per raccogliere le tasse sui beni di chiunque entrasse nella
regione allo scopo di commerciare.
Maui risaliva la foce del fiume diretto alla spiaggia prima di pro-
seguire. Maui fece un gran sorriso e il doganiere si insospettì im-
mediatamente, perché Maui aveva la diffusa reputazione di essere
un imbroglione. Non esisteva una tassa sulle noci di cocco, di cui la
terra era ricca, così il doganiere, certo che Maui stesse probabilmen-
te contrabbandando qualcosa, gli fece svuotare completamente la
barca al fine di ispezionarne l’interno. Nulla fu comunque trovato e
a Maui fu acconsentito di proseguire, sebbene con riluttanza.
Durante l’anno successivo Maui venne di nuovo circa ogni due
mesi e si verificò lo stesso rituale. La canoa fu svuotata e perquisita,
ogni perquisizione diventò sempre più accurata, finché a Maui ve-
niva finalmente permesso di proseguire. Dopo il primo anno Maui
non venne più e i suoi viaggi furono in gran parte dimenticati.
Molti anni più tardi Maui stava camminando sul sentiero del Re
da Hanalei a Nord a Koloa a Sud quando sentì qualcuno gridare:
«Hele mai ‘ai! Vieni e mangia!» Guardando a lato del sentiero vide

24
un uomo con i capelli bianchi gesticolare, lo invitava ad avvicinarsi
e a unirsi a lui: stava mangiando una scodella di poi davanti alla sua
capanna. Maui si sedette con lui e condivise il poi. Parlarono educa-
tamente finché l’uomo disse: «Maui, ti ricordi di me?» Maui fece di sì
col capo. «Non sono più il doganiere del Re e c’è qualcosa che mi ha
tormentato per tutti questi anni dal momento in cui ti ho visto per
l’ultima volta. So che per forza stavi contrabbandando qualcosa, ma
non sono mai riuscito a capire cosa. Per favore dimmelo adesso».
Maui prese un grosso boccone di poi, lo mangiò, schioccò le labbra,
sorrise e disse: «Canoe».

Quanto in alto puoi andare?


Tanto, tanto tempo fa (a questo punto alcuni cantastorie hawaiani
amano dire «Prima del capitano Cook»), il cielo era molto vicino alla
Terra e tutti gli esseri umani dovevano camminare a quattro zampe.
Il che era come minimo molto scomodo e c’erano molte liti e con-
tusioni quando si scontravano l’un l’altro perché avevano gli occhi
rivolti a terra.
Un giorno Maui, che camminava a quattro zampe con gli altri,
si scontrò con qualcuno e si arrabbiò molto, ma fu fermato da una
voce molto dolce: «Tu sei Maui, giusto?» Maui mugugnò il suo as-
senso. «Be’, siccome tu in teoria saresti un kapua, perché non alzi il
cielo, così che non ci dobbiamo scontrare l’uno con l’altro per tutto
il tempo?» Maui chinò la testa in modo da poter veder il suo inter-
locutore, che risultò poi essere una giovane donna molto carina. «Se
mi dai da bere dalla tua zucca» disse, «allora spingerò il cielo più
in alto per te» (nb: questa frase è spesso usata come metafora per
qualcos’altro).
La giovane donna acconsentì, così Maui si girò sulla schiena e spinse
con i piedi. Poi si inginocchiò e spinse con le spalle. Poi si alzò e spinse
con le mani. Mentre stava facendo questo le montagne, finalmente
libere dal fardello del cielo, crescevano, così Maui le scalò e spinse e

25
spinse finché diede un ultimo grande spintone e spostò il cielo dove
si trova adesso, ed è per questo che sappiamo che questa storia è vera.
Comunque, tuttora certa gente non solleva gli occhi da terra.

Tieni gli occhi sull’obiettivo


Maui navigò tra le isole hawaiane molte volte e alla fine decise che
erano troppo lontane le une dalle altre, così pensò di raggrupparle
insieme. Andò da sua madre, Hina, per chiedere il suo consiglio, e
lei gli disse che se fosse riuscito a prendere il grosso pesce, Luehu
(sparpagliato), allora avrebbe avuto successo. Gli disse anche che
era molto importante che chiunque lo aiutasse tenesse gli occhi sul
pesce qualsiasi cosa fosse successa.
Maui prese il suo amo magico Manaiakalani (l’ago dal cielo), con-
vinse i suoi quattro fratelli ad aiutarlo e insieme pagaiarono verso il
mare aperto per trovare il pesce gigante (probabilmente una balena).
Trovato Luehu, Maui lo prese col suo amo. La balena li trascinò in
una cavalcata selvaggia descrivendo un ampio cerchio attraverso l’o-
ceano, facendo arrotolare la lenza alle isole e alla fine Maui e i suoi
fratelli riuscirono a tener fermo il grande pesce e a trascinarlo verso
Kauai, pagaiando all’indietro con tutte le loro forze. Mentre il gran-
de pesce (o la grande balena) veniva trascinato verso la canoa, anche
le isole venivano riunite insieme.
Poi la gottazza di una canoa galleggiò accanto alla canoa di Maui.
Tutti i fratelli tranne l’ultimo e più giovane la ignorarono, lui la rac-
colse semplicemente e la gettò dietro di sé, in caso potesse tornare
utile. Mentre si avvicinavano sempre di più alle coste di Kauai i fra-
telli sentirono forti grida dalla gente sulla spiaggia. Il più giovane si
voltò e vide che la gottazza si era trasformata in una splendida don-
na. In quel momento la lenza si spezzò, la balena scappò e le isole
andarono di nuovo alla deriva, al posto in cui si trovavano prima.

26
Dove sei?
Sempre curioso di tutto, Maui decise di unirsi all’ordine sacerdotale
di Ku al fine di scoprire che cosa riguardava. Poiché l’ordine era mol-
to severo, Maui dovette trascorrere molto tempo alle lezioni e agli
incontri per imparare tutte le norme e le regole.
Un giorno, in quanto accolito, gli venne chiesto di accompagnare
uno dei sacerdoti anziani a un tempio che si trovava a una certa di-
stanza. Mentre percorrevano il sentiero, l’anziano sacerdote teneva un
lungo monologo sull’importanza del seguire le regole. Dopo alcune
ore di viaggio giunsero a un ruscello straripato; sulla sponda c’era una
giovane donna con un gran carico di tapa (un tessuto di corteccia usa-
to per abiti e coperte) che piangeva amaramente. Vedendo gli uomini
li pregò e scongiurò di farla attraversare affinché potesse arrivare a
casa prima di notte, poiché quella era una zona frequentata dai banditi
dopo il tramonto. L’anziano prete si limitò a ignorarla completamen-
te, mentre Maui le sorrise piacevolmente, senza parlare; questo perché
era un momento del mese in cui sacerdoti e accoliti di quell’ordine
non dovevano avere nulla a che fare con le donne.
Quando l’anziano sacerdote fu pronto ad attraversare ordinò a
Maui di trasportarlo. Maui, essendo molto forte, prese il sacerdote
con un braccio e la ragazza con il suo carico nell’altro e attraversò il
ruscello a grandi falcate. Poi mise giù entrambe le persone e proseguì
a camminare. Il sacerdote si affrettò ad affiancarlo, rosso di rabbia.
Non disse una parola, ma il suo volto diventava sempre più paonazzo
e dopo un miglio, finalmente, esplose con un torrente di imprecazioni
su come Maui aveva infranto le regole. Maui lo guardò sorpreso e
aspettò che il torrente di parole si fermasse. Poi, gentilmente, disse:
«Stai ancora trasportando quella donna? Io l’ho messa giù al ruscello».

Nello spirito di Aloha


Tanto, tanto tempo fa, quando tutto era diverso, Maui trovò Hina,
sua madre, che piangeva fuori dalla sua capanna. Quando le chiese

27
cosa ci fosse che non andava, lei gli disse che il Sole stava attraver-
sando il cielo troppo velocemente perché il suo tessuto di corteccia
si asciugasse per bene. Come un buon figlio, Maui disse che se ne sa-
rebbe occupato. Per prima cosa insegnò ai suoi fratelli come fare la
corda, poi come fare reti con la corda. Fecero una rete molto grande
e forte e la portarono sulla cima della montagna, Haleakala (casa del
Sole), dove c’è una caverna dalla quale il Sole esce ogni mattina per
fare il suo viaggio attraverso il cielo.
Prima dell’alba i fratelli drappeggiarono la rete sull’ingresso della
caverna e si prepararono. Il mattino arrivò, i fratelli tennero forte la
rete e il Sole la attraversò bruciandola come se fosse fatta di carta e
corse avanti. Rendendosi conto che nulla di ordinario avrebbe fun-
zionato, Maui andò dalla sua sorella kapua, anche lei di nome Hina,
e le chiese un po’ dei suoi capelli per farci una rete. Poiché aveva
poteri magici lei si tagliò tanti capelli quanti ne servivano e la sua
capigliatura rimase la stessa.
Con questi capelli Maui e i suoi fratelli fecero una nuova rete, sca-
larono di nuovo la montagna, drappeggiarono la rete sulla caverna
una volta ancora e aspettarono l’alba. Quando arrivò il momento
dell’alba il Sole schizzò fuori dalla caverna, ma questa volta fu tratte-
nuto dalla rete magica. Fu in grado di sorgere solo quel tanto che ba-
stava a splendere sulle pianure in cui vivevano le persone, ma lì era
trattenuto fermamente nonostante i suoi tremendi sforzi. Intorno a
mezzogiorno stava diventando molto caldo. Maui era sia esaltato dal
suo successo, sia preoccupato da cosa doveva fare in seguito, spe-
cialmente quando sua madre arrivò dicendo disse che quella tecnica
non poteva funzionare perché tutto nei villaggi si stava bruciando.
Finalmente la nonna di Maui, anche lei di nome Hina, suggerì che
facessero un ho’oponopono (un tradizionale tipo di processo di ricon-
ciliazione) con il Sole. Maui fece sedere il Sole con tutta la gente e
insieme diedero voce alle loro lagnanze e offrirono soluzioni. Il ri-
sultato fu che il Sole acconsentì ad attraversare il cielo più lentamen-
te per metà dell’anno e la gente convenne che il Sole potesse andare

28
più velocemente nell’altra metà. Ed è così che le cose stanno oggi,
e possiamo vedere che la storia è vera. Sappiamo anche che questa
storia è vera perché a volte si possono vedere i fili della rete magica
di Maui pendere dal sole attraverso le nubi.

Il segreto del fuoco


Tanto, tanto tempo fa gli esseri umani dovevano mangiare tutto il
loro cibo crudo perché solo gli uccelli ‘alae (folaghe) avevano il se-
greto del fuoco e lo custodivano gelosamente.
Un giorno Maui quasi si strozzò con un pezzo di carne cruda e
si lamentò con sua madre, Hina, che gli disse che avrebbe dovuto
carpire il segreto del fuoco dagli uccelli ‘alae se avesse voluto cibo
cotto. Allora Maui andò in una zona paludosa vicino al fiume Wai-
mea, dove vivevano questi uccelli, e cercò di spiarli mentre si radu-
navano intorno al fuoco. Ma gli uccelli erano troppo veloci per lui:
estinsero il fuoco e sparpagliarono tutti i tizzoni prima lui potesse
impossessarsene.
Maui tentò innumerevoli volte, senza successo, così tornò da sua
madre e chiese consiglio. Hina suggerì di provare a prendere l’uc-
cello più giovane a tarda notte, quando tutti fossero addormentati.
Maui fece così e prese l’uccello più giovane e gli strinse il collo fin-
ché non acconsentì a rivelargli il segreto.
Prima l’uccello disse che il segreto era strofinare due pezzi di le-
gno insieme. Maui non era uno stupido, così tenne stretto la folaga
mentre ci provava e, quando non funzionò, perché i rami di taro
erano troppo teneri, le strinse il collo ancora più forte. Allora l’uc-
cello gli disse che il segreto era strofinare insieme due rami di ti, ma
quando Maui ci provò – continuando a tenere stretta la folaga – non
funzionò lo stesso, per la stessa ragione. Furioso, Maui spremette
quasi la vita fuori dal giovane uccello, che finalmente starnazzò: «Il
fuoco è nell’acqua». Maui fu così sorpreso che allentò la presa e
l’uccello fuggì.

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Maui si rese conto che gli era stato proposto un indovinello, e
siccome lui era un grande appassionato di indovinelli, decise di ri-
solverlo, piuttosto che cercare di catturare di nuovo l’uccello. Dopo
molti giorni Maui capì che Waimea, il nome del fiume, significa “ac-
qua rossa” e che questo è anche il nomignolo dell’albero dal legno
duro, olomea. In più i fiori gialli dell’hau, un albero dal legno tenero
che cresce lungo le sponde del fiume, diventano rossi di sera e cado-
no nell’acqua. Finalmente si ricordò che la frase wai’ula ‘ili ahi (acqua
rossa dalla superficie di fuoco) è un nome poetico del fiume Waimea
a Kauai. Mettendo tutto questo insieme, strofinò un pezzo di tenero
hau con un pezzo di duro olomea e ottenne il fuoco. Prima di condi-
videre la scoperta con la sua gente, Maui prese di nuovo la giovane
folaga e la colpì in testa con un ramo infuocato per insegnarle la
lezione. E noi sappiamo che questo è vero perché tutte le folaghe
hawaiane oggi hanno una grande macchia rossa sulla testa.

C’è sempre un altro modo di fare qualcosa


La ‘awa (conosciuta altrove come kava) è una pianta che gli antichi
hawaiani usavano come bevanda sacra frantumandone e bollendo-
ne le radici per farne un tè blandamente narcotico. In tempi molto
antichi, comunque, il segreto per preparare la ‘awa era custodito dal
Grande Spirito Kane e ogni volta che la gente voleva organizzare
una cerimonia doveva mandare un uomo sull’isola galleggiante di
Kane ed elemosinarne un po’.
Questo andò avanti per molto tempo finché un giorno Maui fu
scelto per andare a prendere la ‘awa. Quando arrivò alla presenza
di Kane, il giovane kapua fu irritato dal fatto di dover mendicare e
umiliarsi finché Kane non fosse pronto a girare la schiena, preparare
la bevanda e infine girarsi di nuovo e porgerne una singola scodella.
Maui si comportò in modo molto umile, ringraziò e se ne andò, ma
prima di lasciare l’isola riuscì a inciampare sulla radice di un albero e
versare tutta la bevanda per terra.

30
Tornò da Kane e ne chiese ancora, mendicando e umiliandosi
con umiltà ancora maggiore finché Kane la preparò di nuovo e gli
diede una nuova scodella. Maui riuscì a versare anche questa e altre
due, finché Kane, nella fretta di liberarsi di questo umano fastidioso,
fece la bevanda ‘awa senza voltarsi e Maui poté vedere come veniva
preparata. Maui ringraziò il dio molto profusamente e promise di
essere estremamente attento questa volta e se ne andò giulivo. Da al-
lora nessun uomo ha dovuto chiedere a Kane la sua scodella di ‘awa.

Vorrei fare un altro commento prima che ci immergiamo profonda-


mente nell’arte e nella pratica del cambiamento della realtà. Nel libro
potrei inserire esperienze di cui ho già scritto. Per favore considerate
che saranno utilizzate per illustrare concetti specifici in contesti spe-
cifici di uno specifico capitolo. Farò del mio meglio per espandere o
condensare la storia, nel modo in cui credo ti sia più utile.

31
parte prima

Cambiare la realtà
nel mondo oggettivo
Ricorda

Ricorda com’è svegliarsi sorridendo,


ricorda com’è sentirsi così bene,
ricorda quando il tuo cuore si sentiva molto più leggero,
meglio di come avresti creduto fosse possibile.
Quando i cieli sono scuri e grigi il Sole sta ancora splendendo,
non importa neanche se piove,
quando le cose vanno male continua solo ad andare avanti,
lascia che una risata si porti via dolori e sofferenze.

[Ritornello]
Facciamo una festa,
divertiamoci un po’;
invita i nostri amici, invita tutti,
faremo un po’ di guarigione
in stile hawaiano,
faremo una festa
e poi giocheremo.

Quindi trattieni questi ricordi di amore vivi e scalcianti,


ricorda le volte in cui ballavi e cantavi;
sii qui e adesso con tutte le cose buone che puoi ricordare,
poi va’ avanti e fa’ pure la tua guarigione.

Serge Kahili King, 2001


iii
La conoscenza può essere potere

Quando tanti anni fa mi trasferii per la prima volta a Kauai per orga-
nizzare un centro per l’insegnamento e la guarigione, i miei colleghi e
io ci divertimmo molto a percorrere i tanti sentieri dell’isola. Abbiamo
attraversato più e più volte ruscelli e fiumi, camminato lungo le spiag-
ge sabbiose, scalato colline e montagne ed esplorato foreste e paludi.
Abbiamo imparato i nomi di alcuni alberi e piante e cascate e cime,
studiato la storia e la cultura delle Hawaii e abbiamo pensato di essere
abbastanza edotti, e in effetti lo eravamo, quantomeno a confronto
dei malihinis, i nuovi arrivati. Abbiamo viaggiato in certe zone così
di frequente che ci consideravamo praticamente degli esperti di quei
luoghi. E poi, un fine settimana, siamo stati piacevolmente sorpresi da
uno stato di consapevolezza completamente diversa.

Imparando a imparare
Quello fu il fine settimana in cui tre di noi seguirono un corso tenuto
da un giovane hawaiano che si era dedicato allo studio e alla pratica
dall’antica arte dell’intaglio della pietra. Imparammo come venivano
fatti i vari strumenti e ci venne anche assegnato un progetto in cui
dovevamo realizzare da soli delle scodelle di pietra. Comunque, la
parte più illuminante del corso fu un’escursione durante la quale ci
fu insegnato come riconoscere le asce, i martelli e le lime, non dalla
collezione dell’insegnante, ma sparse in piena vista lungo le strade,
sulle spiagge e nei ruscelli. Ci fu anche mostrato come notare se le
pietre più grandi e i massi fossero stati modificati con degli strumenti.
Potrà sembrare che questo fosse soltanto un corso interessante per un
appassionato di archeologia, ma devo confessare che la conoscenza
che ho acquisito quel fine settimana ha profondamente modificato la
mia percezione di Kauai e della mia vita in generale. Quando percor-
revo i sentieri, potevo rendermi conto che stavo camminando sulle
orme degli antichi abitanti, mentre prima stavo semplicemente com-
minando su un sentiero pavimentato. Attraversare i fiumi diventò un
modo di imparare quando e come gli antichi lavorassero. Sedersi sui
massi di una spiaggia diventò un modo per sapere dove fossero i luo-
ghi di aggregazione dei pescatori e dei lapicidi. Soprattutto, comun-
que, quell’esperienza incrementò notevolmente la mia abilità di essere
più consapevole di ciò che mi circondava indipendentemente da dove
fossi e di utilizzare quella consapevolezza in modo produttivo. A volte
sentivo addirittura una certa affinità con Sherlock Holmes.

Il mito della materia


Ci sono persone così abituate a fermarsi alle prime impressioni che
fanno un punto di orgoglio nel dire cose come «Credo solo in quel-
lo che posso vedere o toccare» e che, con un minimo incitamento,
aggiungerebbero a questo «sentire e gustare», il che può suonare
abbastanza concreto finché non si impara un po’ di più sulla fisio-
logia umana. Mi sono addentrato in quest’argomento abbastanza
diffusamente nel mio libro Healing Relationships, perciò qui ne parlerò
solo brevemente.
Quando vedi, tocchi, senti o gusti qualcosa, in realtà non lo stai
facendo proprio per niente. Fisiologicamente le impressioni senso-
riali sono esperienze indirette della realtà. Le onde luminose pro-
venienti dagli oggetti sono selezionate da specifiche cellule dei tuoi
occhi e convertite in impulsi elettrici che vengono inviati al cervello
dove inspiegabilmente (e con questo intendo che nessuno scienziato
sa come funzioni) vengono trasformate nell’apparente percezione
di un oggetto o un colore. Lo stesso vale per le onde sonore, la
pressione sulla pelle, le sensazioni che provengono dalle papille gu-
stative. Se credi solo in ciò che vedi o tocchi, allora credi soltanto in
ciò che degli incorporei impulsi elettrici ti stanno dicendo. Quando
aggiungi a questo la scoperta scientifica che la materia solida in real-
tà è costituita per lo più da spazio vuoto, il tuo essere fiero di essere
un realista dalla testa dura, che si basa soltanto sui suoi sensi per
determinare ciò che è reale, comincia a suonare un po’ sciocco.
Comunque, questo punto di vista scientifico del primo livello del-
la realtà non è molto pratico nella vita di tutti i giorni, così per ades-
so ignoriamolo e passiamo oltre.

Cambiamento di primo livello


Quando la gente vuole cambiare la realtà nel mondo oggettivo di
solito pensa in termini di mani e strumenti concreti per spostare og-
getti , modificarli, metterli insieme o per fare o inventare altri oggetti
che svolgano questi compiti. Pensa anche a organizzarsi e a insegna-
re ad altra gente a fare tutto ciò. Per andare oltre al minimo sinda-
cale richiesto per la sopravvivenza, comunque, c’è bisogno di una
conoscenza che aiuti a fare meglio queste cose. Mi viene in mente
la vecchia storia di un tecnico riparatore che venne assunto per
aggiustare una caldaia. Arrivò nel seminterrato della casa, seguito da
presso dal proprietario, e studiò la caldaia per un po’, poi la colpì una
volta col martello e quella ricominciò a funzionare. Quando presen-
tò una fattura da 100 dollari il proprietario si infuriò: «Insomma,
avrei potuto farlo io stesso» si lamentò. «Credo che lei debba rifare il
conto». Allora il tecnico scrisse un’altra fattura che diceva: «Colpire
la caldaia col martello: $10. Sapere dove colpire: $90».
È ovvio che ognuno debba acquisire delle nozioni prima che di
essere in grado di fare qualcosa con abilità, ma per esperienza che so
che la maggior parte della gente impara solo lo stretto necessario per
guadagnare quanto basta per mantenere lo stile di vita che sceglie.
In più si sentono così a loro agio con quello che sanno che non si
scomodano a imparare di più se non costretti, spesso opponendo
grandi resistenze. D’altro canto questa tendenza limita notevolmen-
te la loro abilità di modificare la propria realtà.
Ecco un esempio di ciò che intendo. Molti lettori sanno che ho
sviluppato una tecnica di primo livello di auto-guarigione nel mondo
oggettivo chiamata “Dynamind”, che usa semplici e note tecniche
di respirazione, rilassamento muscolare e stimolazione della circo-
lazione, ma che organizza questi elementi in modo da fornire un
sollievo eccezionalmente rapido dal dolore e da altri sintomi fisici
ed emotivi, inclusi alcuni che sono generalmente considerati non
trattabili. Sebbene il procedimento di per sé rientri completamente
nell’ambito della guarigione convenzionale, l’applicazione e i risul-
tati sono così peculiari che molta gente ha delle remore ad accettare
o a credere nella propria esperienza di sollievo, di conseguenza o
rifiutano di sottoporvisi di nuovo o cercano disperatamente di ri-
creare i sintomi per sottoporsi a un trattamento che, nella loro testa,
funzioni nel modo in cui la guarigione “dovrebbe” funzionare.
Recentemente stavo insegnando “Dynamind” a un gruppo di an-
ziani e una donna che si era rotta l’alluce tre mesi prima e che ancora
soffriva di forti dolori ogni volta che camminava si avvicinò per una
dimostrazione: in meno di due minuti ha potuto camminare di nuo-
vo normalmente perché il dolore se n’era completamente andato.
Un’altra donna era in grave sofferenza emotiva a causa di una rela-
zione amorosa: in questo caso ci vollero circa cinque minuti perché
giungesse il sollievo e lei potesse pensare a questa persona con se-
renità. Nonostante queste dimostrazioni eloquenti c’erano persone
nel pubblico che si rifiutarono di partecipare e che addirittura resti-
tuirono il foglio con le indicazioni.
Riassumendo, un incremento della conoscenza non è sufficiente
a mettere qualcuno in grado di cambiare la realtà, è necessario usare
quella conoscenza in qualche modo per trasformarla in energia cre-
ativa, altrimenti rimane una semplice informazione.
Dendriti dinamici
Sebbene per lungo tempo si sia pensato che il cervello fosse sempli-
cemente un organo deputato all’immagazzinamento e richiamo dei
ricordi, recenti ricerche indicano che il cervello è molto più dinami-
co di così e che cambia e cresce continuamente sulla base del nostro
comportamento.
Molti ricercatori si stanno attualmente concentrando su una por-
zione particolare del neurone, una cellula nervosa chiamata dendrite.
Immaginate che parte principale di un neurone assomigli a un tronco
d’albero: i dendriti ne sono i rami. In parole povere questi rami si con-
nettono con quelli di un altro neurone per condividere informazioni,
quindi più rami ci sono, più le informazioni vengono condivise.
Si sa che i dendriti, i rami, aumentano di numero se l’ambiente in
cui vive una persona si arricchisce di esperienze sensoriali. In questo
sono inclusi viaggi in posti nuovi, l’apprendimento di nuove capacità
e le esperienze mentali che stimolano l’immaginazione. Si sa anche
che l’abuso di alcool inibisce la crescita dei dendriti e che la senilità
(oggi solitamente chiamata demenza) è associata con un’effettiva per-
dita di dendriti. Alcuni ricercatori suggeriscono che una diminuzione
di stimoli sensoriali contribuisce alla senilità che è largamente carat-
terizzata dalla difficoltà a imparare cose nuove e dal dimenticare più
frequentemente gli eventi recenti. In aggiunta a determinati disturbi,
altri fattori che portano alla senilità, e alla diminuzione di dendriti,
possono includere trauma emotivo, abuso di farmaci, disidratazione,
carenze vitaminiche e l’eccessivo uso di droghe e del già menzionato
alcool. C’è anche la possibilità che, una volta che si smetta di imparare,
i dendriti smettano di crescere e spariscano.
In teoria, più dendriti si hanno, più creativi si è, più associazioni di
idee si fanno e si imparano più facilmente nuove abilità. Tutto ciò si
traduce, è ovvio, in più modi potenziali di cambiare la realtà.
Teorie a parte, ciò che si sa di certo è che più cose si imparano, più
esperienze si fanno e più possibilità si hanno di cambiare la realtà, se…
Il grande se riguarda più di un fattore: la nuova conoscenza non si

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tramuta automaticamente in nuovo potere. In più c’è da tenere conto
della motivazione. In altre parole quando vuoi fare, essere o avere
qualcosa questa nuova conoscenza, le nuove esperienze e le nuove
abilità – qualunque esse siano – creano associazioni permettendo di
stimolare le idee e l’energia mentale, emozionale e fisica per farlo.

L’eredità del linguaggio


La lingua nativa con la quale sei cresciuto porta un’eredità nascosta
di supposizioni sulla realtà che permeano la tua vita. Sulla base di
quale lingua usi e da come la usi, queste supposizioni possono ini-
bire la tua creatività in certe aree e espanderla in altre. Poiché la mia
lingua madre è l’inglese, utilizzerò quella come esempio.
Per certi versi l’inglese può essere una lingua estremamente cre-
ativa, una lingua che stimola e facilita la strada alla creatività. Credo
che questo dipenda in gran parte dalla sua natura essenzialmente
“pidgin”. Una lingua pidgin si definisce generalmente come una lingua
grammaticalmente semplificata sviluppata fra popoli che non hanno
un linguaggio comune. Il pidgin hawaiano si è sviluppato in questo
modo dall’incontro di lavoratori hawaiani, cinesi, giapponesi, corea-
ni, anglosassoni, portoghesi e filippini.
L’inglese, cosa che spesso gli studenti dimenticano, si è sviluppa-
to come linguaggio pidgin fra angli, sassoni, francesi e scandinavi e
più tardi dimostrò la sua flessibilità incorporando facilmente parole
dalla maggior parte dei gruppi linguistici del resto del mondo e in-
serendole nei dizionari di inglese. Proprio adesso, senza sforzarmi
particolarmente, ho trovato cinque parole hawaiane che ora fanno
parte della lingua inglese. Non paga di prendere in prestito parole
per nuovi concetti, la lingua inglese contiene anche molte parole
che sono assemblaggi da altre lingue, come il greco e il latino. Poi
c’è anche lo slang, costituito completamente da nuove parole, o da
parole vecchie con un nuovo significato.
L’inglese ha anche molte forme specializzate, la più stupefacente

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delle quali è, a mio parere, la poesia. In poesia un’idea può essere
espressa in molti modi, infrangendo le regole della grammatica e
del pensiero logico, al fine permettere nuove immagini, sentimenti e
potenziale creativo. Ecco un piccolo esempio.

Prosa:
Ho un albero di ciliegio in fiore ed è così bello che mi ricorda una per-
sona che amo.

Poesia:
Un ciliegio io ho
Fiori tra i suoi capelli
Le membra sode e snelle
Come la mia amata.

Ammetto che non è una gran poesia, ma non è questo il punto, il


punto è che ogni affermazione che dice la stessa cosa, ma in un
modo diverso, produce un’esperienza diversa.
Ora, dopo aver elogiato l’inglese, dobbiamo esaminarne anche
le limitazioni. La prima è che non è un linguaggio particolarmente
evocativo quando utilizza le sole parole. Una certa eccitazione emo-
tiva può essere indotta quando certe parole vengono urlate e, qual-
che volta, la frase giusta al momento giusto può smuovere la gente,
ma la parola scritta è relativamente piatta a confronto degli effetti
che altre lingue possono provocare. Per esempio, ho letto I tre mo-
schettieri di Alexander Dumas in inglese e mi è piaciuto moltissimo,
poi l’ho letto in francese e ho riso forte.
Un altro tipo di limitazione viene dal verbo inglese “to be” (“es-
sere”) che, pur essendo per molti versi estremamente utile, è cari-
co della presunzione dell’esistenza e dell’identificazione che spes-
so ostacola la creatività. Per esempio, la frase inglese “I am angry”
(“Sono arrabbiato”) non solo esprime l’esistenza della rabbia, ma
tende a identificare il parlante con l’avverbio descrittivo. Molte vol-
te nel mio lavoro di guaritore l’ostacolo che blocca i progressi di

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un cliente viene da questo tipo di identificazione, sia che si origini
dal cliente, sia da qualcuno critico nei suoi confronti. Sulle stesse
note un’affermazione come “The situation is hopeless” (“La situazio-
ne è disperata”), fa molto di più che descrivere semplicemente una
situazione: crea un’identificazione della situazione con la sua dispe-
razione, il che troppo spesso porta chi la pronuncia a non cercare
neanche a cambiarla. Curiosamente esiste anche una variante dell’in-
glese che si chiama “E-prime”, che cerca di usare l’inglese senza il
verbo “to be”, ma ha incontrato un sacco di difficoltà. D’altra parte
lingue come il russo, l’indonesiano e l’hawaiano se la cavano benis-
simo senza il verbo “essere”.
Quasi altrettanto problematica rispetto al verbo “to be” è la ten-
denza delle lingue indoeuropee a trasformare esperienze astratte in
nomi, il che porta ad agire a pensare e agire come se le esperienze
astratte fossero cose oggettivamente fisiche. Uno dei migliori esem-
pi di ciò e “pain” (“dolore”). Ora, il dolore è un’esperienza reale, ma
non è una cosa reale, ma siccome è stata “oggettivata” (trasformata
in un oggetto), noi parliamo di “get rid of pain” (“liberarci del dolo-
re”), come se fosse qualcosa che si può estrarre dal corpo come un
chiodo; parliamo di “dolore che se ne va in giro per il corpo”, come
se ci fosse una specie di insetto sotto la pelle che si sposta da un’al-
tra parte quando cerchiamo di “liberarcene”, e parliamo di dolore
che “torna” dopo essere svanito, come se fosse un’entità vivente di
qualche tipo che se ne era semplicemente andata in vacanza prima di
tornare a farci male. Questo modo di pensare è in parte ciò che ren-
de il dolore così difficile da alleviare. Trattare il dolore come effetto,
d’altra parte, lo rende molto facile da alleviare perché tutto quello
che bisogna fare è cambiare il comportamento che produce l’effetto.
Un altro esempio può aiutare a chiarire questo punto: noi parliamo
anche di onde del mare come di oggetti fisici, ma allo stesso tempo
sappiamo che sono solo l’effetto del vento e dei movimenti del ter-
reno. Quando il vento smette di soffiare o il terreno di muoversi, le
onde non vanno da nessuna parte, smettono di esistere.

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Ancora un’altra limitazione, condivisa da altre lingue indoeuro-
pee, è che la grammatica inglese spinge a pensare in termini lineari
a passato, presente e futuro. A causa della struttura della lingua, la
supposizione che il tempo sia di natura lineare è estremamente radi-
cata nelle culture che la usano. Un altro modo di dire questo è che il
passato, il presente e il futuro sono reali perché ce lo dice il nostro
linguaggio. Certamente siamo comunque riusciti a operare un bel
po’ di cambiamento della realtà nonostante questo, ma cosa potrem-
mo fare e cosa potremmo sperimentare se la pensassimo in modo
diverso riguardo al tempo?
La lingua hawaiana, invece, non ha tempi passati, presenti e futuri,
ha soltanto forme verbali per azioni completate, in corso o poten-
ziali. La frase: “Ieri sono andato al mercato e ho comprato delle
uova” potrebbe essere tradotta in hawaiano, ma il senso reale in
hawaiano sarebbe: “Ho concluso ieri il mio andare al mercato per
comprare delle uova”. L’inglese esprime l’esperienza di un evento
nel passato, mentre l’hawaiano esprime l’esperienza dell’evento nel
presente. Allo stesso modo la frase: “Andrò al mercato domani a
comprare delle uova” esprime un’azione nel futuro, mentre l’equi-
valente hawaiano, “Il mio andare al mercato domani non si è ancora
compiuto”, esprime un’esperienza del presente.
E quindi il punto sarebbe…? Solo che la nostra supposizione di
un passato e un futuro reali guida automaticamente i nostri pen-
sieri e azioni in certi modi, e che la supposizione di un momento
presente dominante può aprire altre possibilità di pensiero e azio-
ne. Per esempio, molta gente può cambiare la propria realtà molto
semplicemente smettendo di pensare al passato come a un fardello
che devono continuare a portare con sé e cominciando a pensarlo
come una serie di registrazioni raccolte nei ricordi che esistono nel
presente. E non c’è bisogno di parlare hawaiano per fare questo
cambiamento, il solo sapere che c’è un altro modo di pensare può
fare la differenza.

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Il fattore as
Nel mondo oggettivo, così come in tutti gli altri mondi, è molto im-
portante considerare il fattore as. “as” sta per AutoStima. So che di
questo argomento hanno parlato profusamente molte persone, ma
devo a ogni modo sottolineare che l’arte e la capacità di cambiare la
realtà dipendono fortemente da questo fattore perché dall’autostima
viene la sicurezza di sé e da questa deriva l’azione decisiva per ope-
rare un cambiamento positivo.
Fondamentalmente l’autostima è il modo in cui pensi a te stesso
in relazione con il mondo intorno a te. Più pensi a te stesso come
degno, meritevole, competente e autorizzato a perseguire i tuoi
obiettivi, più è facile cambiare la realtà al primo livello, da solo e
attraverso l’interazione con altre persone.
Confermare costantemente la tua autostima è una buona cosa, in
quanto equivale a rifiutare i dubbi sul tuo valore e il tuo diritto di
fare cambiamenti, ma ho scoperto che altre tre cose, spesso dimen-
ticate, sono incredibilmente utili come comportamenti di supporto:
l’energia, la forza e la postura.
Avere abbondanti energie fisiche ti aiuta a sentirti bene, non solo
nel corpo, ma nei confronti di te stesso. Nel mondo oggettivo l’e-
nergia fisica può essere incrementata da chiunque senza sforzo attra-
verso il regolare rilassamento, la respirazione profonda e una buona
idratazione (bere acqua a sufficienza). Ci sono molti altri modi, pro-
posti da molte persone, di incrementare l’energia fisica, ma nessuno
è universalmente efficace come quelli citati più sopra.
Strettamente legata all’energia fisica è la forza fisica. Alcuni modi
di cambiare la realtà nel mondo oggettivo, come il lavoro di co-
struzione e le performance atletiche, richiedono certamente forza
fisica, ma ciò che intendo qui è che la forza fisica aumenta anche
l’autostima, con tutti i suoi vantaggi. Che tu voglia sentirtelo dire
o no, il modo più efficace di aumentare la forza fisica è l’esercizio.
Intense sedute di body building ed estenuanti prove di resistenza
non sono necessarie, ma se vi piacciono fatele. Anche qualcosa di

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così semplice come camminare di più può essere d’aiuto. In aggiun-
ta alla forza fisica c’è anche la forza mentale da considerare. Non
c’è nessun mistero che riguarda la forza mentale: tutto ciò che ci
vuole per incrementarla è decidere di fare qualcosa e poi farla, senza
lasciare che distrazioni o difficoltà ti fermino. E se il modo in cui
stai cercando di fare qualcosa non funziona, cambia semplicemente
i tuoi programmi e provaci in un altro modo. Che tu applichi questo
principio a un grande progetto globale o alle pulizie della case non
importa: ogni volta che usi la tua forza mentale, accresci la tua
autostima e le tue capacità di cambiare la realtà.
La postura influenza direttamente il tuo stato mentale, il tuo stato
emozionale e il tuo stato fisico. La gente generalmente considera la
questione all’opposto, supponendo che i pensieri, le emozioni e la
salute influenzino la postura. È certamente vero, ma funziona anche
nell’altro senso. Esercitandoti in posture che esprimano sicurezza
nelle tue attività quotidiane puoi liberare la tua mente, calmare le
tue emozioni, migliorare la tua salute e aumentare la tua autostima.

Tecniche del mondo oggettivo per cambiare la realtà


1. Impara di più riguardo ciò che già sai. Ecco un esercizio per farlo
che ha molte possibili varianti:
a) Mettiti al sole e cerca di imparare qualcosa di nuovo riguardo al
modo in cui il sole influenza te o il tuo ambiente. Per esempio,
scalda tutte le parti del tuo corpo allo stesso modo? Le ombre
hanno i bordi netti o sfumati?
b) Stai al vento. Ti sembra lo stesso in tutto il tuo corpo? Si muove
in un flusso costante, a onde o a increspature?
c) Guarda e tocca la corteccia di diversi alberi. In che modo sono
differenti?
d) Prova tutto questo con altre cose, in mezzo alla natura, a casa,
in ufficio. Cosa puoi scoprire che prima non sapevi?

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2. Fai il gioco di “Questo mi ricorda me”.
a) Con un compagno, prendi un oggetto e descrivi come ti ricordi
te stesso.
b) Esempio: In questo momento sono seduto alla scrivania a scrive-
re questo libro e ho appena preso in mano una chiave. Mi ricorda
me stesso perché è fatta per aprire qualcosa e questo è quello
che faccio con i miei studi e l’insegnamento. È tonda e levigata
all’impugnatura e questa è l’esteriorità levigata che mostro alla
gente. La parte che si inserisce nella serratura è più complicata,
come gli strumenti e le tecniche che uso per aiutare la gente ad
aprirsi. Ha un buco per il portachiavi, come le aperture che offro
alla gente per connettersi con me. E questa particolare chiave
apre uno scrigno dei tesori, come le varie possibilità che apro per
le persone. Vedi? È facile, divertente e creativo.

3. Fai il gioco di “E se?”


a) Pensa a qualcosa che sia ovviamente vero, o ovviamente nel
modo in cui dovrebbe essere, e chiediti “E se fosse diverso?
Come cambierebbero le cose?”
b) Esempi: E se il passato davvero non esistesse? E se le porte
fossero finestre e le finestre porte? E se l’automobile non fosse
mai stata inventata, ma gli aeroplani sì? E se tutti parlassero la
stessa lingua?

4. Per stimolare le connessioni dendritiche, siediti e pensa a come


qualcosa nella tua vita potrebbe essere migliorata. Non “prova-
re” a pensarci, semplicemente lasciati trasportare. Oppure leggi o
guarda un video su qualcosa di cui non sai nulla.

5. Svolgi un compito, qualunque compito, con il pieno e consapevo-


le coinvolgimento di tutti i tuoi sensi, specialmente vista, udito e
tatto. Accertati di includere una piena e cosciente consapevolezza
del tuo corpo mentre svolgi il compito. Questo ti aiuterà ad au-
mentare la tua consapevolezza generale, a migliorare le tue capa-

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cità e a scoprire nuovi modi di agire che ti faranno sentire meglio.

6. Esercitati a incrementare la tua autostima attraverso l’incremento


della tua energia, il rafforzamento del tuo corpo e della tua mente
e il cambiamento consapevole della tua postura.

46
parte seconda

Cambiare la realtà
nel mondo soggettivo

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Io sono amato

Gli uccelli e le api mi amano, e gli alberi mi amano,


e tutti i pesci che nuotano nel mare mi amano;
so che anche tutta la Natura mi ama.

Sì, la Luna mi ama, il Sole a mezzogiorno mi ama,


e le stelle che presto spunteranno mi amano;
sono felice perché anche l’Universo mi ama.

Gli spiriti di Fuoco, Vento e Roccia mi amano,


e anche lo spirito dell’Acqua mi ama;
i miei amici pelosi, piumati,
scagliosi e nudi mi amano tutti,
e lo stesso le persone che neanche conoscono il mio nome.

Spero che tu mi ami, di’ che mi ami,


parla adesso e dimmi che è vero che mi ami,
e anch’io ti dirò che ti amo.

Serge Kahili King, 1987

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iv
esp – Non puoi vivere senza

Quando consideriamo le idee relative al mondo soggettivo, le lettere


“esp” (acronimo di “extra-sensory perception”, “percezione extra sen-
soriale”) sono spesso utilizzate per descrivere le abilità a esso legate.
Ciò si basa sulla supposizione tipica del mondo oggettivo che le
abilità usate, come telepatia, chiaroveggenza e psicocinesi siano in
qualche modo avulse da ciò che chiamiamo “sensi fisici”. Io sono
fortemente in disaccordo con questo concetto e preferisco inter-
pretare l’acronimo esp. Come “extended sensory perception/projection”
(“percezione/proiezione sensoriale estesa”). Per descrivere le perso-
ne che usano coscientemente i loro sensi in questo modo, prenderò
in prestito un termine dalla fantascienza e le chiamerò “esper”.
Se credi che gli esper siano rari individui che alla nascita o in se-
guito hanno ricevuto un dono “speciale” che li rende unici rispetto
agli altri esseri umani; o se credi che le abilità degli esper siano una
sorta di ricompensa per il rigore morale; o che anni di intenso e
arduo esercizio siano necessari prima che queste abilità appaiano,
allora tu e altri milioni di persone come te siete vittime di una delle
più grandi truffe mai subite dalla razza umana.
La verità è che ogni uomo, donna o bambino su questo pianeta è
un esper, nel senso che possiede la capacità di compiere tutte le im-
prese generalmente associate con il talento metafisico. Queste non
sono neppure abilità primitive perse o atrofizzate durante la civiliz-
zazione dell’uomo (qualunque cosa questo significhi). Sono abilità
vive e scalcianti e sono dentro di te in questo momento.

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Le sole differenze fra te e un esper consapevole di esserlo sono
queste: l’esper è più attento a sensazioni e sentimenti che tu ignori; ha
imparato, anche attraverso gli sbagli, a stimolare queste sensazioni e
sentimenti e ha imparato a distinguerli; si fida di queste sensazioni e
sentimenti e crede nella concretezza di ciò che viene fatto; e si esercita.
So di cosa sto parlando per due motivi. Innanzitutto sono stato
preparato da mio padre e da altri e ho preparato me stesso a mettere
in pratica ogni tipo di capacità esper e ho addestrato migliaia di per-
sone a fare lo stesso. Coloro che ho preparato erano persone normali
come te, che all’inizio erano ragionevolmente scettiche, ma in tutti i
miei corsi sullo sviluppo esper tutti i miei studenti hanno eseguito a
un qualche livello le capacità esper che ho trasmesso loro. Contraria-
mente a un modo di pensare molto diffuso, la maggior parte di queste
capacità può essere sperimentata soltanto dopo mezz’ora o meno di
preparazione. Ci vuole più tempo a convincere qualcuno che si può
fare che a mostrare come si fa e naturalmente ci vuole tempo perché
lo studente diventi abile a farlo. Puoi imparare come tenere in mano
una mazza da golf in pochi minuti, ma ci vuole pratica per diventare
bravi a giocare. Ah, un’altra cosa: così come puoi imparare a giocare a
golf da un professionista senza bisogno di uno speciale rituale segreto
per aprire il tuo “centro del golf ”, così puoi imparare le capacità esper
da un esperto senza bisogno di rituali.
Il più grande problema che devono affrontare le persone inte-
ressate a sviluppare le proprie naturali capacità esper è che non
hanno idea di come ci si dovrebbe sentire durante l’esperienza.
Nella nostra cultura i poteri esper sono considerati così alieni al
normale modo di fare le cose che la gente tende ad aspettarsi sen-
sazioni completamente diverse da quelle che è abituata a provare.
In realtà, la maggior parte di queste sensazioni si avvicinano così
tanto alla normale esperienza che la gente può far fatica ad accet-
tare che quello che già fanno è solo leggermente diverso da ciò che
fanno gli esper esperti.
Hai ancora dei dubbi riguardo al fatto che tu possa essere un
esper? Vediamo se qualcuna delle tue esperienze rientra nelle se-
guenti categorie di più o meno ovvie esperienze esper.
1. Hai mai avuto un’intuizione che si è rivelata esatta?
2. Hai mai avuto una sensazione riguardo a qualcosa che si è poi
rivelata essere accurata?
3. Hai mai fatto un sogno che si è realizzato, anche se in parte?
4. Hai mai pensato a qualcuno che poi dopo poco ti ha telefonato?
5. Hai mai chiamato qualcuno che poi ti ha detto che stava pen-
sando a te?
6. Hai mai preso il telefono per chiamare qualcuno per scoprire
che era già in linea?
7. Hai mai pensato a qualcuno e poi ricevuto da lui una lettera
dopo pochi giorni?
8. Hai mai fatto lo stesso sogno di qualcun altro?
9. Hai mai avuto la visione o apparizione di un caro amico che era
in pericolo, vicino alla morte o già trapassato?
10. Hai mai fatto un sogno a occhi aperti che si è realizzato?
11. Hai mai avuto un déjà-vu, la sensazione di essere già stato in un
posto o aver vissuto una situazione?
12. Hai mai detto qualcosa nello stesso momento di qualcun altro?
13. Hai mai sperato ardentemente che qualcuno facesse qualcosa e
poi l’ha fatto?
14. Hai mai guardato qualcuno intensamente in modo conscio o
inconscio e poi quello si è voltato?
15. Hai mai ricevuto lo stesso sguardo e ti sei voltato a tua volta?
16. Hai mai evitato un viaggio di qualunque tipo durante il quale
c’è poi stato un incidente?
17. Hai mai guidato immerso nei tuoi pensieri e poi ti sei dimenti-
cato di aver guidato fino a lì?
18. Ti sei mai sentito improvvisamente ansioso riguardo a un bam-
bino che poi si è rivelato aver bisogno di te?
19. Ti sei mai sentito a disagio in un posto senza nessuna ragione
particolare?
20. Hai mai camminato nel fuoco senza farti male?
La lista qui sopra potrebbe essere molto più lunga, ma se ha mai
fatto esperienza di uno di questi punti certamente hai un talento
esper. In realtà, anche se non hai sperimentato nulla, ribadisco: tu sei
intrinsecamente un esper per il semplice fatto che sei un essere uma-
no, ma potrai dimostrarlo tu stesso provando una delle esperienze
proposte nel resto della Seconda parte.

Il sesto senso non ha senso


Ripeto: i ricercatori che cercano un “sesto senso” per spiegare i feno-
meni esper stanno sprecando il loro tempo. “Percezione extrasenso-
riale” è una definizione non appropriata e altamente ingannevole. Le
capacità esper sono semplicemente estensioni dei nostri sensi quoti-
diani, terra terra, ecco perché preferisco la definizione “percezione/
proiezione sensoriale estesa”. Che sia o no realizzato, un esper abile è
semplicemente una persona che ha raffinato la sua normale consape-
volezza fino al punto in cui nota ciò che altri non vedono e ha impara-
to a interpretare correttamente i messaggi dei propri sensi.
Curiosamente, molte professioni rispettabili sfruttano questo tipo
di capacità, semplicemente non le chiamiamo esper. Per esempio,
supponi che qualcuno ti offra un vino d’annata: probabilmente ne
assaggerai un sorso e dirai se è buono o cattivo. Se ti ritieni un co-
noscitore potresti prima annusarlo, dire qualcosa sul bouquet, passarti
il vino sulla lingua e dichiararlo «morbido», «secco» o «giovane» e
basta. Un assaggiatore professionista, d’altro canto, dopo aver an-
nusato, guardato, assaggiato e deglutito ti potrà dire il vitigno, se si
tratta o no di una miscela, dove e quando l’uva è cresciuta e in che
tipo di terreno, forse anche la quantità di pioggia che i grappoli han-
no ricevuto e che gusto avrà fra cinque, dieci o vent’anni. In breve,
l’assaggiatore ha dimostrato la capacità esper di psicometria, chia-
roveggenza e profezia, ma a meno che non vada avanti a descrivere
la tua collezione di vino a casa e se ne comprerai o no dell’altro, di
regola non lo chiameremmo esper. Però la differenza sta solo nella
direzione in cui queste capacità vengono indirizzate.

La mente corporale e la mente focalizzata


Al fine di contribuire a sviluppare le tue abilità di esper al massimo,
sto per spiegarti un concetto che deriva da Huna. Che sia “scientifi-
camente” accettabile o meno non è il punto. Il punto è che funziona.
Secondo questa idea, ci sono due menti. Una la possiamo chiamare
“mente corporale”, ed è responsabile di tutti i processi involontari del
tuo corpo, tra cui la ricezione e l’archiviazione di tutte le informazioni
che passano attraverso i sensi. In un certo senso, la si può parago-
nare al subconscio o alla parte destra del cervello, ma in realtà è più
di questo, quindi pensa a essa semplicemente come alla mente cor-
porale. L’altra mente la chiameremo “mente focalizzata”. Questa sei
“tu”, la parte di te che è consapevole di essere cosciente (che significa
“cosciente di essere consapevole”). Io lo chiamo la mente focalizzata
perché, come una torcia elettrica regolabile, si concentra solo su una
parte di ciò che i sensi le stanno dicendo in un dato momento, anche
se questa attenzione può essere allargata o ristretta. Per esempio, se
stai guardando un film, la tua attenzione può essere concentrata sul
film e su nient’altro. Ma potresti estendere la tua attenzione a include-
re il gusto del pop-corn, la sensazione della mano del tuo compagno
nella tua, e del respiro pesante della persona accanto a te. Se ampli ul-
teriormente la tua attenzione a includere le persone nei posti di fronte
a te, alle tende a lato dello schermo, ai vari grugniti e colpi di tosse e
raffreddore del pubblico e alla scomodità della tua sedia, probabil-
mente inizierai a distrarti dal film. E probabilmente non presteresti
attenzione alla sensazione dei tuoi vestiti sulla pelle, alla temperatura
e all’odore dell’aria e a varie altre cose che la tua mente corporale sta
mettendoti a disposizione attraverso i sensi.
Quando si stanno sviluppando gli esp è utile pensare alla mente
corporale come a un impiegato, il supervisore responsabile del tuo
corpo fisico, dei tuoi organi di senso e del tuo livello di energia. Tu, in
quanto mente focalizzata, sei il direttore delle operazioni. Ad alcune
persone piace addirittura dare un nomignolo alla mente corporale
per stabilire con essa un rapporto più stretto e di comunicazione. In
termini di esp, saremo più interessati ai sensi. Si può pensare all’intero
sistema sensoriale come a un ricevitore/trasmettitore di radio-televi-
sione gestito dalla mente corporale. I segnali sensoriali ordinari, come
immagini, suoni, sapori, odori e contatti, hanno chiaramente una fon-
te fisica che può essere paragonata alla radio am e ai canali televisivi
e la parte esp della tua apparecchiatura può essere paragonata a una
radio fm e ai canali uhf in televisione. In realtà, le differenze non sono
così nette, ma questo modello servirà per iniziare.
v
La connessione telepatica

La parola “telepatia” significa “sentire da lontano”” e in senso lato


copre tutte le forme di esp. La telepatia è fondamentale alla razza
umana, e non è sicuro che possiamo sopravvivere senza di essa,
nemmeno in quest’epoca. Non solo aiuta tutti noi nei momenti di
pericolo, ma fornisce la coesione necessaria per gli sforzi di gruppo
e della comunità ed è estremamente importante nel preservare e
trasmettere il bagaglio culturale. Nessuna teoria sull’apprendimento
strettamente meccanicistica può spiegare come un bambino possa
imparare tutto quello che effettivamente impara per sopravvivere
e sostenere se stesso come essere umano in una data cultura. La
trasmissione telepatica della conoscenza è un fatto e una necessità.
Nell’insegnarti a sviluppare le tue capacità telepatiche, tuttavia,
useremo una definizione molto più limitata di telepatia e cioè “co-
municazione diretta e interna da mente a mente”, altrimenti si so-
vrapporrebbe alla chiaroveggenza, alla psicometria, ai viaggi astrali,
e ad altre forme di esp. Fondamentalmente sono tutte forme di te-
lepatia, ma sono più facili da insegnare e da imparare quando sono
classificate separatamente. Una cosa da ricordare è che stiamo usan-
do il concetto Huna che tutto ha una “mente” con cui comunicare.

Perché scomodarsi a impararla?


Siccome stai leggendo questo libro, presumo che tu abbia già risolto
la questione, ma diamo comunque un’occhiata al lato pratico.
Oltre alla soddisfazione potenziale di essere in grado di sor-
prendere un pubblico, la telepatia consapevolmente controllata ti
permetterà di diventare molto più consapevole dell’ambiente che
ti circonda e delle persone che si trovano in esso, e questa consa-
pevolezza può aiutarti a essere più efficace in tutti gli ambiti della
vita. Comprendendo meglio la telepatia, sarai meno influenzato da-
gli umori prevalenti e dalle emozioni intorno a te, e sarai in grado
di proiettare meglio i tuoi stati d’animo sugli altri. Se hai degli ani-
mali domestici, sarai in grado di chiamarli quando vuoi, anche se si
trovano lontano da te. Più utile ancora, forse, sarà la possibilità di
chiamare il coniuge o i figli a cena senza muoverti dalla sedia. Se
dovrai incontrare qualcuno in aeroporto o in un grande parco di di-
vertimenti potrai farlo minimizzando confusione e preoccupazione.
Se avrai rapporti d’affari con qualcuno sarà possibile ottenere una
buona indicazione delle sue intenzioni attraverso la telepatia. E se
vorrai aiutare le persone, o animali, o l’ambiente, la telepatia è un
modo molto efficace per farlo. La tua immaginazione può probabil-
mente fornirti molti altri possibili usi. E queste non sono soltanto
piacevoli fantasie: sono pratiche operate con successo da persone
che all’inizio pensavano di non avere alcuna capacità telepatica. In-
fine, che tu voglia considerarlo o no un impiego pratico, aumentare
la tua capacità telepatica è un passo importante sulla strada per au-
mentare la tua totale consapevolezza e la tua efficacia in ogni ambito
della vita, e per cambiare la realtà.

esp ed energia
L’approccio Huna di cui ho parlato in precedenza include l’idea che
l’efficacia delle abilità esper dipenda molto dalla quantità di energia
che una persona ha disponibile. Questo è un particolare tipo di ener-
gia che va sotto molti nomi, come “forza vitale”, “prana”, “chi”,
“ki” e una miriade di altri (la parola hawaiana mana non è inclusa
perché significa qualcosa di diverso). In poche parole, è l’energia che

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ti rende vivo. Ed è l’energia che alimenta la tua dotazione sensoriale.
Più potenza ha il trasmettitore di una radio o una tv, più sono lon-
tani i segnali che può captare e più lontano può trasmettere. Il tuo
sistema funziona in un modo molto simile.
Quando sei stanco, depresso o sotto tensione e la tua energia esper
è limitata o bloccata, allora è come cercare di far funzionare una radio
o una televisione con le batterie scariche o durante un calo di tensione.
D’altra parte, quando sei rilassato e di buon umore, il potere scorre
facilmente e le tue capacità sono più acute. Questo è uno dei motivi
per cui negli esperimenti di laboratorio sull’esp si ottengono sempre
risultati più deludenti man mano che i test vengono svolti: i poveri
soggetti semplicemente si stancano. Fortunatamente, ci sono modi
di costruire il flusso di energia esper al di là di quello che hai anche
quando ti senti al meglio. Con una maggiore quantità di energia esper
potrai ottenere risultati ancora migliori in tutte le forme di esp.
Ora ti suggerirò un modo molto semplice per aumentare il flusso di
energia esper che può essere utilizzato da chiunque. Questo suonerà
familiare agli studenti di Huna e ai lettori degli altri miei libri, ma io lo
presenterò qui per tutti coloro che lo possano trovare utile. Una for-
ma più avanzata sarà spiegata in una delle sezioni che seguono.
1. Inspira concentrandoti sulla sommità della tua testa.
2. Espira concentrandoti sul tuo ombelico.
3. Continua per almeno un minuto.
Se sei una persona relativamente normale, ti accorgerai che dopo
aver fatto questo esercizio con gli occhi chiusi che il tuo corpo sarà
più rilassato, la tua vista più acuta, i colori più brillanti e l’udito sarà
più nitido. Quindi pensa cosa potrebbe fare per fare per i tuoi sensi
fm e uhf. Sì, questo esercizio aumenterà anche la quantità di ossige-
no nel sangue, ma porterà anche qualcosa di diverso dall’atmosfera
(e non sto parlando di smog).
In una giornata limpida, o almeno quando il cielo è azzurro, ri-
volgi la schiena al Sole e metti a fuoco lo sguardo nel cielo a dieci o
venti metri di fronte a te. Se vedi galleggiare oggetti simili a capelli

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neri o che ricordano cellule, non prestarvi alcuna attenzione, per-
ché si trovano nei tuoi occhi. Continua a guardare e presto vedrai
una massa di cose rotanti, mulinanti e scoppiettanti che sembrano
virgole, punti e trattini biancastri. Scommetto che alle superiori o
all’università nessuno te le ha mai mostrate. Questi strani oggetti
vengono chiamati globuli di energia da alcuni o vescicole orgoniche
da altri. Io le chiamo “gocce di vril” e sono nell’aria, non nei tuoi
occhi. Quando respiri profondamente, questa è l’energia che stai ag-
giungendo al tuo sistema. Se ti interessano altri modi per aumentare
l’energia esper, raccomando il mio libro Earth Energies. D’ora in poi
presupporrò che tu ti carichi di energia esper prima di praticare uno
qualsiasi degli esercizi esper che proporrò in seguito in questo libro.

Tipi di telepatia
È più facile comprendere e apprendere la telepatia suddividendola
in vari tipi: le due categorie principali sono Ricezione e Invio, che
hanno la propria tecnica e particolari problematiche. Entrambe pos-
sono essere suddivise ulteriormente in forma Passiva (involontaria)
e Attiva (volontaria). E, come si può immaginare, ciascuna di queste
presenta a sua volte ulteriori sotto-tipi. Inizieremo con la Ricezione.

Ricezione telepatica passiva


In questa sezione ci occuperemo della telepatia empatica (o emo-
tiva), della telepatia intellettuale, e dell’importante argomento della
neutralità telepatica.

La telepatia empatica si riceve sul piano emotivo o dei sentimenti. Mol-


te persone inconsciamente usano questo tipo di telepatia con gli
animali e con i bambini molto piccoli. Queste persone che “istinti-
vamente” capiscono i bisogni e i desideri degli animali e/o dei bam-
bini sono in grado di relazionarsi a essi loro senza dire una parola.

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Naturalmente i gesti familiari e il linguaggio del corpo qui hanno un
ruolo, ma anche la vera telepatia. Se hai mai incontrato una persona
che ti è subito piaciuta – o ti era antipatica – senza motivo, allora,
che tu te ne sia reso conto o no, hai utilizzato la telepatia. I bambini,
le cui menti sono generalmente meno bloccate di quelle degli adulti,
sono spesso eccellenti giudici del carattere grazie alla loro capacità
telepatica di comprendere le vere intenzioni di una persona, anche
quando tutti gli adulti intorno a loro sono stati ingannati.
Tuttavia, gli adulti non sono completamente estranei a questa ca-
pacità. La telepatia è al lavoro ogni volta che si comprende l’umore
di un’altra persona, che sia euforia o depressione. Quando un grup-
po di persone hanno lo stesso flusso di pensieri a livello emotivo,
può rapidamente diffondersi ad altri intorno a loro. È per questo
che alcune feste sono molto divertenti e altre sono smorte, anche se
a entrambe le occasioni possono partecipare le stesse persone. Que-
sto è anche ciò che trasforma una folla in una ressa, ed è per questo
che innocenti passanti possono trovarsi coinvolti nella febbre della
folla senza sapere cosa è successo.
Mi piacerebbe fornire un esempio personale di quest’ultimo caso.
Quando ero più giovane e un po’ meno consapevole mi è capitato
di frequentare l’università del Michigan durante una visita di Richard
Nixon per la campagna elettorale. Politicamente ero neutrale, ma
volevo vedere quello che aveva da dire, così mi sono messo anch’io
a osservare a bordo strada una folla enorme che sfilava per salutarlo.
Andò come andò, finii a soli venti metri dal suo podio. Ci saran-
no stati diecimila sostenitori, come i giornali riportarono in seguito.
Verso la fine del suo discorso mi sentivo, con mio intimo compia-
cimento, ancora neutrale, quando lui fece il suo famoso gesto della
vittoria. La folla ha fatto un urlo tremendo e ho sentito un forte
grido molto vicino a me. Ti dirò quanto vicino: ero io. In un mo-
mento di distaccata chiarezza mi sono ritrovato in aria che agitavo le
braccia e urlavo selvaggiamente. È stato come sentirmi letteralmen-
te fuori di me. Quando sono atterrato ho subito usato una tecnica di

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neutralizzazione che ti insegnerò a breve, e sono riuscito a recupe-
rare la mia neutralità. Ma posso dirti che l’esperienza mi scosse e mi
ha convinto per sempre del potere della folla.

La telepatia intellettuale avviene nella mente e le emozioni non sono


coinvolte se non come reazioni personali a qualunque sia il messag-
gio telepatico. Ci sono tre forme di questo tipo di telepatia:
a) Visiva. Questa è un’immagine che spunta nella tua mente senza
un motivo apparente. Può durare pochi secondi o trasformarsi
spontaneamente in un sogno a occhi aperti. La maggior par-
te della gente si scrolla queste immagini di dosso o le ignora
completamente, a meno che non siano particolarmente vivide
e seguite da un evento che dia loro significato. Per esempio,
supponiamo che tu improvvisamente veda l’immagine di una
rosa appena sveglio al mattino e qualcuno “ti sorprenda” con il
dono di una rosa nel pomeriggio. Ecco questo tipo di telepatia
al lavoro. Lo stesso varrebbe per l’immagine improvvisa di un
amico che più tardi hai scoperto che in quel momento stava
pensando a te o parlando di te. Si noti, tuttavia, che potresti ve-
dere un’immagine improvvisa e non sapere mai di cosa si trat-
tava, perché sebbene sia possibile ricevere un’immagine telepa-
tica inviata appositamente, è anche possibile ricevere immagini
randagie non destinate a noi. Come si fa a capire la differenza?
A meno che non si sia volutamente alla ricerca o in attesa di
un’immagine, non è possibile, mi dispiace.
b) Verbale. Questo succede quando si sente chiaramente una voce,
ma non c’è nessuno che parla nelle vicinanze. A volte si può
sentire una persona nella stanza accanto chiamare il tuo nome,
ma quando si va di là si scopre che nessuno lo ha fatto. Di solito
la persona ammetterà di pensare a te, magari desiderando che
tu fossi lì per condividere qualcosa. Il pensiero può essere stato
vago e non inteso come telepatia, ma tu lo hai ricevuto come
una chiamata precisa. La telepatia assume spesso la forma di

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parole o frasi chiare, con o senza significato. Anche in questo
caso, potresti non sapere mai perché l’hai sentito. L’altra matti-
na sono stato svegliato dalla voce dolce di un uomo che diceva:
«Per favore…» e non ho ancora idea di chi fosse o perché l’ab-
bia detto. Il messaggio, se si trattava di un messaggio, potrebbe
anche non avere nessun significato per me. A volte nel mon-
do soggettivo si possono ascoltare conversazioni senza volere,
proprio come accade nel mondo oggettivo.
Un altro modo in cui la telepatia verbale mostra se stessa è quan-
do si dice la stessa cosa nello stesso momento. Una volta da ado-
lescente avevo un caro amico con il quale si verificava di tanto
in tanto questo tipo di telepatia. Di solito da ciò derivavano un
sacco di risate, ma c’è stata una volta in cui non è stato per nien-
te divertente. Mentre eravamo in macchina abbiamo iniziato a
parlare, abbiamo detto la stessa cosa, ci siamo messi a ridere, e ci
abbiamo riprovato. È successo una seconda volta, poi una terza
e una quarta. Allora ci siamo sentiti a disagio, così siamo rimasti
in silenzio per circa dieci minuti, mentre entrambi pensavamo
selvaggiamente a qualcosa di così strano da dire che l’altro non ci
potesse assolutamente arrivare. Improvvisamente ci siamo guar-
dati nello stesso momento e ci siamo detti esattamente la stessa
cosa stravagante! Ci volle un’altra mezz’ora di silenzio perché
questo rapporto eccezionale facesse il suo corso.
c) Uditiva, olfattiva e così via. A volte riceviamo chiaramente suoni,
odori, la sensazione di essere toccati e altri input sensoriali che
non hanno una fonte nel mondo oggettivo. Ciò può accadere in
qualsiasi momento, e a volte, addirittura, può capitare che ci sve-
glino perché sembrano provenire da fuori di noi. La fonte reale
può essere difficile da identificare, perché a volte il suono di un
forte bussare alla porta può riguardare un bisogno proveniente
dal tuo ambiente esterno, come quella volta che il mio gatto vole-
va essere messo fuori nel bel mezzo della notte, e talvolta la stes-
so suono potrebbe svegliarti senza che tu possa trovare niente a

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cui collegarlo. Non molto tempo fa sia io che mia moglie abbia-
mo sentito il suono dolce di un carillon proprio mentre stavamo
per andare a dormire, e non c’era niente nel nostro ambiente che
potesse giustificarlo, né c’era niente legato al suono di un carillon
nella nostra vita quotidiana. Gli input telepatici sensoriali possono
avere un senso, ma non è necessario che lo abbiano.
d) Delle idee. Ecco la telepatia senza parole o immagini, solo idee.
L’improvvisa voglia di chiamare qualcuno o di fare qualcosa è
spesso il risultato di questo tipo di telepatia. Gli scienziati che
fanno le stesse scoperte, gli inventori che inventano le stesse
cose, gli scrittori che sviluppano la stessa storia sperimentano
questo tipo di telepatia. Ho fatto esperienza di questo tipo di
telepatia mentre stavo scrivendo un romanzo e un personaggio
a cui non avevo mai pensato è comparso improvvisamente nel-
la mia mente con una storia completa e ha “insistito” per esse-
re inserito. Tutte le forme di telepatia intellettuale entrano più
facilmente nella tua coscienza durante i momenti subito dopo
il risveglio e poco prima di addormentarsi. Prova a prestare più
attenzione a cosa sta succedendo nella tua mente in quei mo-
menti e potresti stupirti di quanta telepatia ricevi.

Ricezione telepatica attiva


Ora possiamo divertirci di più perché abbiamo a che fare con lo
sviluppo consapevole della capacità di ricezione telepatica. Ci sono
tre forme da considerare: la scansione, la sintonia, e la risonanza.

La scansione è come spostare la manopola di una radio o di una


televisione di stazione in stazione o da un canale all’altro solo per
vedere cosa c’è in onda. Il tuo scopo in questo modo sarà quello
di vedere che tipo di telepatia puoi naturalmente cogliere. La scelta
presentata a te dalla tua mente corporale ti dirà molto su te stesso e
sul tipo di credenze che hai.

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Per praticare la scansione tutto ciò che devi fare è trarre tre respiri
profondi per azzerare il tuo set di ricezione, sederti con calma e
prestare attenzione. Ti suggerisco anche di chiudere gli occhi. Ora
è sufficiente guardare ogni cosa, sentire ogni suono e provare ogni
sensazione che si verifica all’interno della tua mente o il tuo corpo.
Per esempio, i suoni presenti nell’ambiente fisico non contano. Il
chiacchiericcio nella tua testa sì. Non cercare di controllare nulla o
di forzare i pensieri in un qualsiasi schema particolare. Permetti loro
di formarsi e svilupparsi in modo naturale.
La scansione ti farà esercitare a prestare attenzione alle sensazioni
evanescenti. Si tratta di una sorta di esercizio di avvio per qualsia-
si tipo di sviluppo esper. Cinque minuti alla volta sono sufficienti,
perché dovresti scrivere le tue esperienze in un taccuino speciale per
tenere traccia dei tuoi progressi. Se non hai mai lasciato andare la
mente in questo modo prima, possono accadere due cose. Potresti
o essere “sopraffatto” da immagini e suoni, oppure potresti avere un
vuoto completo. Nel primo caso, non c’è nulla di cui preoccuparsi. È
come aver scoperchiato una pentola a pressione e aver sperimentato il
primo sbuffo di vapore. Ciò potrebbe continuare le prime volte che si
pratica la scansione, ma a poco a poco diventerà più tollerabile. Tutta-
via, presta attenzione a questi pensieri e sensazioni improvvisamente
liberate e scrivile sul tuo taccuino. Saranno piene di intuizioni che la
tua mente corporale ha cercato di mostrarti da varie fonti.
Neanche del secondo caso, quello del vuoto completo, c’è da
preoccuparsi. Probabilmente sei solo diventato così bravo a tenere
chiuso il coperchio della pentola a pressione che non verrà via così
facilmente. Dopo varie sessioni di scansione, con una seria volontà di
aprirsi, il coperchio si toglierà, e allora sarai probabilmente “travolto”
per un po’. Il rilascio di queste sensazioni represse è importante: se
continui a bloccarle, impedirai l’ingresso anche ad altri input.

La sintonia è come impostare la manopola su un particolare canale


o stazione radio, da lì deriva l’idea di “sintonizzarsi” su qualcosa. In

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termini di mente focalizzata tutto ciò che significa in realtà è “rivol-
gere attenzione”. In altre parole, per entrare in sintonia con qualco-
sa, non fai altro che indirizzarvi la tua attenzione. Per sintonizzarsi
con i pensieri di un’altra persona, è sufficiente pensare alla persona
e prestare attenzione alle immagini e alle altre sensazioni che la tua
mente corporale ti dà.
Ti sembra troppo facile? Bene, ecco perché è stato un segreto
per così tanto tempo. Perché la telepatia è considerata una cosa così
strana nella nostra società, che le persone trovano difficile credere
che non ci vogliano un talento speciale e una complicata formazio-
ne. Una volta messa da parte questa convinzione troverai facile farlo.
La sintonia non è per niente difficile. Le parti più dure sono rilas-
sarsi a sufficienza in modo da poter prestare attenzione a ciò che è
in arrivo e interpretare i risultati. Il rilassamento è la vera chiave per
migliorare la tua consapevolezza esper. Se sei ansioso, preoccupato
o disturbato in qualche modo, la tua capacità di ricezione sarà dimi-
nuita. È importante notare che quando dico “rilassamento” intendo
il rilassamento dei muscoli del corpo. È inutile cercare di rilassare
la mente senza rilassare il corpo. Puoi riuscire a reprimere i tuoi
pensieri, ma questo non è rilassamento. Quando la tua mente è di-
sturbata, vari muscoli vanno in tensione. Questo restringe il flusso
di energia e riduce la capacità di ricevere impressioni evanescenti per
scelta. L’esercizio per energia di cui sopra sarà di grande aiuto nel
rilassamento del tuo corpo.
L’interpretazione è un’altra questione. Questo è ciò che in realtà
rende un esper diverso dalla persona media: l’esper ha imparato a in-
terpretare ciò che riceve. Purtroppo, non posso (né può nessun altro)
darti un insieme di regole fisse per l’interpretazione. La tua mente
corporale ti parla in un linguaggio assolutamente personale, sulla base
del suo insieme di credenze e di esperienze. La cultura che condivi-
di con gli altri fornisce un terreno comune per l’interpretazione, ma
in generale dovrai imparare il tuo linguaggio interiore personale. Un
esper può ricevere l’immagine di una rosa e interpretarla correttamen-

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te come amore, un altro esper può ricevere la stessa immagine e inter-
pretarla correttamente come tristezza. Il significato non è nella rosa
stessa, ma in ciò che la rosa significa per l’esper. È per questo che devi
iniziare tenendo un diario delle tue impressioni esper mentre fai gli
esercizi. Controllando i risultati ogni volta che puoi riuscirai infine a
costruire un tuo sistema molto preciso di interpretazione.
Ora illustrerò alcuni esercizi per aiutarti a sviluppare la capacità
di sintonia.
Esercizio #1. Siediti con calma e pensa a una persona che conosci.
Se hai un amico che è in vacanza sarà ancora meglio, perché non sa-
rai così incline a interferire coscientemente con la conoscenza della
sua routine abituale. Stabilisci il contatto costruendo un’immagine
mentale della persona o tramite una fotografia. Poi, semplicemen-
te, lascia che la tua mente focalizzata osservi e registri ciò che la
mente corporale racconta. È possibile ottenere immagini sconnesse,
una sequenza simile a un sogno a occhi aperti, una conversazione,
frammenti di musica, sensazioni corporee o qualcos’altro. Presta at-
tenzione a tutto e scrivi tutto, compresa l’ora. Alcune persone si
trovano meglio con gli occhi chiusi, altre con gli occhi aperti, scegli
tu. Non dedicare a questo più di cinque minuti senza ristabilire il
contatto visualizzando la persona o guardandola sua foto. Quan-
do sei pronto a fermarti, di’ alla tua mente corporale di chiudere
il contatto dicendo: «Stop», «Basta», «Fine» o qualcosa del genere.
Alcune persone trovano più facile scrivere le loro impressioni men-
tre arrivano, altri preferiscono aspettare fino a quando la sessione
è finita. Non appena possibile, verifica con la persona con cui eri
sintonizzato cosa stesse facendo in quel momento o in quel giorno
e se corrispondeva con quello che avete ricevuto. Se nulla sembra
corrispondere, non scoraggiarti: potrebbe essere solo una questione
di interpretazione. Puoi anche controllare la sezione successiva sulla
risoluzione dei problemi per vedere se puoi trovare lì una risposta.
Esercizio #2. Per questo esercizio è necessario l’aiuto di una persona
(che dovrà aver studiato l’apposita sezione più avanti) che agirà da

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mittente. Puoi farlo con una sola altra persona, ma si impara di più
sulle variazioni della telepatia facendolo con un mittente e destinatari
diversi. In ogni caso, dovrebbe essere fatto in modo che il mittente
trasmetta un’immagine mentale per un periodo definito di tempo, di-
ciamo un minuto. Il mittente dovrebbe annunciare il momento in cui
è pronto a iniziare la trasmissione. In quel momento, focalizza breve-
mente la tua attenzione sul mittente e poi presta attenzione a ogni im-
magine e sensazione che la tua mente corporale ti darà fino a quando
l’esercizio sarà finito, non importa quanto sciocco o irrilevante possa
sembrare. Successivamente, verifica i risultati con il mittente e fai rife-
rimento alla sezione relativa alla risoluzione dei problemi. Una sessio-
ne pratica completa dovrebbe includere non più di dieci trasmissioni
distanziate pochi minuti le une dalle altre. Al di là di questo potresti
scoprire che il tuo livello di energia è troppo basso per ottenere buoni
risultati. Ricorda che la concentrazione nel tempo può causare alla
mente corporale una resistenza a ciò che fai e un irrigidimento.
Esercizio #3. Questa è una variazione interessante dell’esercizio #2.
Non cambia nulla tranne che il mittente utilizza un’immagine reale (da
un libro o una rivista) che trasmette. Tra l’altro, le immagini sono uti-
lizzate dal mittente perché la mente corporale risponde meglio a esse
che alle parole, anche se è possibile ricevere l’interpretazione a parole.

La risonanza si riferisce a una tecnica utilizzata dai saggi antichi per ac-
quisire conoscenze. In un certo senso, è solo un’estensione della sinto-
nia, ma portata al punto in cui si osserva qualcosa dal di dentro, invece
di ricevere impressioni a distanza. È legata strettamente all’empatia.
Per comprendere la natura e l’utilizzo di una pianta, per esempio, gli
antichi avrebbero “penetrato” la pianta con la mente e poi registrato
le loro impressioni. Questo spiega in larga misura come essi fossero
in grado di sapere molto senza il beneficio della tecnologia moderna.
Ancora una volta, la tecnica è di fatto molto semplice: è soprattutto
una questione di fiducia nelle tue impressioni. Puoi farlo anche tu, e il
prossimo esercizio è stato progettato per mostrarti come.

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Esercizio di risonanza. Puoi fare questo esercizio da solo, ma è più
divertente farlo in un gruppo e confrontare le esperienze. Innan-
zitutto, scegli una piccola pianta da appartamento, siediti lì vicino
e guardala per un po’. Quando ti senti pronto a iniziare, chiudi gli
occhi e immagina di andare verso il fusto della pianta mentre diventi
sempre più piccolo, finché non la raggiungi attraversando il fusto ed
entrai nella pianta. Immaginati all’interno della pianta, abbastanza
piccolo per muoverti con facilità e osservare l’azione della linfa e
delle cellule. Viaggia nelle radici per qualche istante, poi risali len-
tamente lo stelo fino a un ramo e a una foglia. Esplora la foglia,
poi esci all’aria e ritorna in te stesso. Questo dovrebbe richiedere
almeno cinque minuti. Non affrettare il processo. Durante l’intera
esperienza, sii consapevole di tutto più che puoi – immagini, suoni,
colori, sentimenti e così via. Vuoi fare un’altra esperienza molto in-
teressante? Prova con un cristallo o un computer.
Sento già molti di voi chiedere: «Ma non era solo immaginazio-
ne?» Certo che era fantasia, ma questo non significa che non era una
vera e propria esperienza. L’immaginazione è semplicemente il potere
di creare immagini nella tua testa. Una cosa importante che fanno
gli esper è considerare le immagini come se avessero senso, imparare
a interpretare quel senso, e, se sono buone, provare la loro validità
(efficacia). Per esempio, con l’esercizio della pianta di cui sopra, era
possibile estendere il senso di consapevolezza per determinare se la
pianta avesse eventuali carenze che dovevano essere corrette. Nel tuo
viaggio attraverso la pianta avresti potuto sentire una gran sete, con
il probabile significato che la pianta aveva bisogno di acqua, o avresti
improvvisamente potuto “sapere” che aveva bisogno di più ferro. La
pianta avrebbe addirittura potuto parlarti. Il test per la validità viene
dopo, quando si dà alla pianta il ferro o l’acqua o qualsiasi altra cosa
e si vede come cambia la sua crescita o l’aspetto. Se nulla cambia o la
pianta peggiora, allora la prima cosa che da verificare è l’interpreta-
zione, non la realtà dell’esperienza. Se l’hai sperimentato deve essere
reale: questo è un semplice fatto su cui vale la pena di riflettere molto.

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L’unica cosa che si può ragionevolmente mettere in discussione è il
suo significato. Se la pianta migliora, l’interpretazione era valida.
Ora alcuni lettori avranno sicuramente voglia di gridare: «Coinciden-
ze!», e se con questo si intendono eventi accidentali, allora sono nei guai
per quanto riguarda il diventare esper. È essenziale per lo sviluppo delle
proprie capacità esp accettare l’idea che le esperienze esterne e interne
sono correlate, altrimenti non avrai fiducia nelle tue sensazioni e sarai
come un sommelier disoccupato che ha smesso di credere nelle sue
papille gustative. “Coincidenza” è una scappatoia per paurosi e per sol-
lecitare il tuo intelletto a pensare un po’ di più. Ti ricordo che l’idea di
una coincidenza è solo un’altra interpretazione. Ma è valida (efficace)?

Le strutture mentali per la ricezione telepatica


Tra le molte tecniche per imparare la ricezione telepatica, spesso si
incontra la pratica di immaginare uno schermo da proiezione vuo-
to e lasciare che le informazioni telepatiche appaiano sullo schermo.
Questa è quella che io chiamo una “struttura esper”, un dispositivo
mentale per rendere il processo più semplice. Quel che dico è: se aiuta,
utilizzalo, ma uno schermo non funziona per tutti, perciò non limitare
la tua creatività. Personalmente, trovo che uno schermo limiti vera-
mente il mio stile e ormai raramente utilizzo qualsiasi tipo di struttura,
ma questo non è necessariamente un metodo “migliore”: è solo la
mia strada. Se pensi che ti possa servire, ecco un elenco di idee per
strutture esper che si possono adattare o modificare in qualsiasi modo
tu voglia. Ricorda, usa la tua immaginazione per creare le strutture.
1. Un aiutante umano o umanoide che prenda appunti e ti porti le
informazioni in parole e immagini (elfi e fate sono tra i preferiti).
2. Animali che facciano lo stesso (un amico utilizza un unicorno).
Questo metodo è molto popolare tra gli sciamani.
3. Un videotelefono (più sofisticato di uno schermo da cinema), un
satellite di comunicazione relè; l’immagine di un semplice cer-
chio tondo in cui l’informazione appare, come testo o immagini.

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Le strutture fisiche per la ricezione telepatica
Ogni cultura del mondo ha sviluppato qualche tipo di strumento
fisico per ricevere informazioni telepatiche. Il processo è general-
mente chiamato “divinazione”, purtroppo troppo spesso definita
come “ottenere informazioni circa il futuro o l’ignoto con mezzi
soprannaturali”. Tutto ciò che questa definizione ci dice è che le
persone che hanno scritto il dizionario non ne sanno nulla. Almeno
un buon dizionario la definisce come “avere percezioni attraverso
intuizione o insight”.
Sto per svelare un segreto enorme adesso, quindi fa’ attenzione.
L’unico vantaggio di uno qualsiasi delle migliaia di strumenti di di-
vinazione che la gente ha sviluppato nel corso dei secoli è aiutare a
migliorare la sintonizzazione con qualcosa (vedi sopra). Tutto ciò
che stato detto su di essi è solo una montatura. D’altra parte, il fatto
che aiutino a entrare in sintonia con qualcuno o qualcosa può essere
un vantaggio davvero grandioso. E proprio come usiamo diversi
strumenti per acquisire conoscenze nel mondo oggettivo in base a
ciò che vogliamo sapere (libri, riviste, giornali, siti web e così via),
così possiamo utilizzare diversi strumenti anche nel mondo sogget-
tivo per ottenere il tipo di conoscenza vogliamo.
Come ho già detto, ci sono migliaia di tipi di strumenti di divina-
zione, ma i più noti oggi sono le carte dei Tarocchi (e le loro nume-
rose varianti moderne) e l’I Ching cinese. Parlo di altri meno noti nei
miei libri Urban Shaman e Earth Energies. È anche possibile reperirne
una buona varietà nelle librerie più fornite e in qualsiasi negozio di
metafisica, quindi non descriverò questi sistemi in questa sede. Ti
consiglio, però, di considerarli semplici strumenti per lo sviluppo
delle tue capacità di sintonizzazione.
Un altro strumento per la sintonia, molto noto, ma molto frainte-
so, è la sfera di cristallo. Nelle mie prime ricerche mi sono imbattuto
in una descrizione del xvii secolo del metafisico inglese John Don-
ne, che cercava informazioni attraverso una sfera di cristallo. Grande
enfasi era stata messa sulla necessità di un cristallo perfetto e sull’uso

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di un giovane ragazzo vergine per la formazione di un’immagine,
come nella celebrazione di un rituale. E la credenza del tempo, che
ancora persiste, è che l’immagine verrà visualizzata all’interno del
cristallo. Dopo anni di approfondite ricerche e di pratica ho scoper-
to che, guardando il cristallo per un po’, la mente crea lì una sorta di
schermo, sul quale appaiono le immagini mentali.
Questo spiega perché tante variazioni di questa pratica sono sta-
te sviluppate da varie culture in tutto il mondo. Nell’antico Egit-
to i veggenti usavano una pozza d’acqua limpida, gli sciamani della
Mongolia un disco di ottone lucidato, nella mia collezione hawaiana
ho uno “specchio magico” di basalto lucido che veniva messo in una
ciotola di pietra e ricoperto d’acqua per produrre lo stesso effetto.
Fu durante questa ricerca che mi sono ricordato di un’esperienza
quasi dimenticata con la mia nonna italiana, che mi aveva insegnato
a utilizzare un po’ di luce sul tavolo di formica della cucina.
Oggi, agli studenti che sono interessati, consiglio di servirsi di un
cerchio disegnato/stampato su un foglio di carta bianca o di qualsiasi
altro materiale (come quelli usati in ricamo o la tessitura). Un diametro
di dieci-quindici centimetri sembra essere il migliore. Inizia rilassan-
doti e respirando profondamente o utilizzando l’esercizio dell’energia
descritto sopra, poi è sufficiente che guardi lo spazio all’interno del
cerchio senza mettere a fuoco, con o senza un’intenzione. I risultati ti-
pici possono essere una sensazione di energia crescente e, forse, anche
un senso visivo di movimento all’interno del cerchio, un effetto simile
alla formazione di una ciotola nel cerchio, diritta o rovesciata. Con la
pratica arriverai a vedere anche immagini, come brevi sogni a occhi
aperti. Ricorda che alcune persone lavorano meglio con una struttura
fisica, mentre altre preferiscono fare a meno.
Ciò che voglio discutere adesso è la versione semplificata di una
struttura fisica più insolita che viene utilizzata per la ricezione tele-
patica. Generalmente va sotto il nome di dispositivo radionico o psi-
cotronic, in questo libro lo chiameremo trd, Telepathic Receiving
Device (Dispositivo di Ricezione Telepatica). Ho già profuso detta-

70
gli in abbondanza su questi dispositivi e ne ho fornito un progetto
nel mio libro Earth Energies, ma quello che sto per darvi qui è ancora
più semplice, e funziona comunque.
In primo luogo, un po’ di background: un trd aiuta a perfezio-
nare l’attenzione (o a raffinare la sintonizzazione, se si preferisce).
Fondamentalmente, è costituito da una componente di ingresso, che
è solo un modo fisico di esprimere le informazioni che si ricevono,
un amplificatore di qualche tipo per aumentarne l’effetto e una com-
ponente di uscita per l’invio telepatico. In questa sezione ci preoccu-
peremo solo dell’ingresso, se sentirai il bisogno di un amplificatore
potrai utilizzare l’esercizio di respirazione di cui sopra.
Nella maggior parte dei trd la componente di ingresso è un pen-
dolo o una tavoletta di qualche tipo su cui si strofinano le dita. Ecco
una breve descrizione di come funziona ciascuno di questi oggetti
(e non ti preoccupare del fatto che molte persone non saranno d’ac-
cordo). Un pendolo – qualsiasi oggetto appeso a una corda o una
catena che è in grado di oscillare liberamente – funziona risponden-
do ai micro-movimenti muscolari delle dita, che stanno risponden-
do a una domanda mirata fatta riguardo qualcosa. La tavoletta che si
strofina agisce in maniera simile, tranne per il fatto che non reagisce
in alcun modo: in questo caso la risposta viene dalle dita che, sulla
base della risposta stessa, devieranno leggermente o sembreranno
“incollate” in una certa misura. Quest’ultimo effetto è causato da
micro-variazioni di pressione e/o modifiche nell’attrito della pelle.
Per ottenere i migliori risultati possibili è necessario dare le istru-
zioni alla mente corporale (telepaticamente o ad alta voce) su come
rispondere alle domande (telepatiche o ad alta voce). Il pendolo ha la
più ampia gamma di risposte perché si può scegliere quale significato
attribuire a varie reazioni: cerchio in senso orario e antiorario; avanti
e indietro; da lato a lato. L’interpretazione potrebbe essere ancora più
raffinata attribuendo significati anche all’ampiezza delle oscillazioni.
Lo strofinamento delle dita è limitato alle deviazioni e all’“incollag-
gio”, ma con la pratica e l’attenzione si può sviluppare la consapevo-

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lezza dei differenti gradi che possono dare ulteriori informazioni.
I tipi di domande sono limitati soltanto dalla tua immaginazione
e creatività. I tipi di risposte possono essere limitati a sì e no, o a
semplici scelte tra due o più cose, ma usati nel modo giusto diven-
tano una fonte inesauribile di informazioni. Di seguito è riportato
un elenco di alcune delle possibili domande che prevedono solo ri-
sposte sì/no, con una risposta di quiete per il pendolo e un di semi-
incollaggio per la tavoletta a indicare incertezza. Alcune categorie
funzionano meglio con un elenco di scelte.

selezione
1. Scelta dei migliori alimenti, vitamine, minerali, farmaci, rimedi.
2. Scelta di un lavoro, della carriera, di un dipendente, della scuo-
la, di un corso, un insegnante, del luogo in cui vivere o andare
in vacanza.
3. Fare scelte tra due o più elementi.
analisi
1. Analizzare il contenuto di alimenti o campioni di minerali.
2. Analizzare la condizione di un corpo fisico o di un qualsiasi
oggetto.
3. Analizzare la struttura di complessi e sistemi di credenze.
valutazione
1. Determinazione fisica, emotiva, mentale e spirituale della compa-
tibilità per le persone, i luoghi, gli animali, le piante e gli oggetti.
2. Valutare le qualità o le caratteristiche di persone, luoghi e cose.
misurazione
1. Misurazione di tutto ciò che può essere misurato, come tempo,
spazio, volume, distanza, pressione, profondità, gamma, densi-
tà, intensità e frequenze.
indicazione
1. Indicazione di direzione, posizione e confini.
comunicazione
1. Comunicare con il subconscio o telepaticamente con tutto/i.

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Il materiale e la forma del pendolo non hanno molta importanza, a
patto che ti piacciano. Ad alcune persone piacciono lunghi, ad altri
corti, ad alcuni piacciono i materiali naturali e ad altri quelli sintetici.
Io ne ho circa una dozzina che mi piacciono, ma il mio preferito
è un coltello multiuso d’argento a che ho avuto in regalo quando
ero in Africa. Per quanto riguarda la tavoletta, è molto pratico che
sia portatile e la chiave è la levigatezza. A me piace usare un pezzo
di labradorite piatto e lucido che tengo sulla mia scrivania, ma una
vecchia carta di credito di plastica o una qualche tessera associativa
funzioneranno altrettanto bene. Quando non ho niente di adatto
strofino semplicemente il pollice contro l’indice e il medio.
Poiché il presupposto fondamentale della realtà di secondo livello
è che tutto è collegato, è ovvio che ciò che si desidera controllare con
il pendolo non deve necessariamente essere proprio di fronte a te.
A rischio di ripetere alcune delle mie esperienze raccontate in Earth
Energies, voglio parlare della possibilità della rabdomanzia a distanza.
Ho imparato a farlo da un vecchio francese a Parigi quando ero in
vacanza dal lavoro che svolgevo in Africa: lui mi ha insegnato a deter-
minare le condizioni fisiche di una persona da una fotografia usando
un pendolo. Poco dopo ho usato la stessa tecnica per sapere se un
amico stava per indossare una cravatta a una festa e se un altro amico
in Inghilterra stava per avere un bambino o bambina. La mia espe-
rienza più estrema è stata quando il mio secondo figlio si è allontanato
da casa all’età di sette anni e l’ho trovato grazie a un pendolo su una
mappa di Los Angeles. Eccolo lì, a camminare lungo proprio dove il
pendolo ha detto che sarebbe stato, fuori a vedere il mondo.
Un avvertimento finale per questa sezione: non dimenticare che
le risposte arrivano attraverso il filtro della tua mente corporale e
ricorda che le risposte non possono essere sempre accurate per un
sacco di ragioni (eccessiva tensione, cambiamento delle circostanze,
compromissione di parte della struttura di riferimento e così via).
Usa sempre altri modi per controllare la validità se si tratta di una
questione importante. Sono solo indicazioni, alla fin fine.

73
Due parole sul terzo occhio
È stata scritta una quantità enorme di sciocchezze sul “terzo oc-
chio”, presumibilmente una sorta di centro spirituale che si trove-
rebbe sulla fronte e che dovrebbe essere “aperto” prima che i talenti
esper possano essere attivati. Di tutte le sciocchezze che sono state
scritte, la più sciocca si trova in un libro del 1970 su un monaco
tibetano che, in teoria, si sarebbe sottoposto a un intervento chi-
rurgico per aprirsi una fessura sulla fronte, che sarebbe stata poi
tenuta aperta da una serie di pinze, così che la luce potesse entrare
nel cranio e accendere al suo terzo occhio. Altri hanno scritto che la
ghiandola pineale, spesso associata al terzo occhio, si trova proprio
dietro la fronte, e che le abilità esper saranno attivate concentrandosi
su quella zona durante la meditazione. Questa è una sciocchezza, in-
nanzitutto perché la ghiandola pineale fisicamente si trova al centro
del cervello, in profondità, quasi direttamente dietro le sopracciglia.
La prima cosa da sapere riguardo al “terzo occhio” è che non ha
una sede fisica. Dietro a tutte queste bubbole c’è il semplice fatto
che esso è l’occhio della tua immaginazione, e la tua immaginazione
è vitale per le abilità esper.
La seconda cosa da sapere è che l’“occhio” è solo una metafora
per tutti i talenti sensoriali dell’immaginazione. Sì, si parla spesso
dell’aspetto visivo quando si parla di immaginazione, ma anche gli
altri aspetti sensoriali sono importanti.
La terza cosa da sapere è che c’è qualche informazione valida
anche dietro alle sciocchezze sul “terzo occhio”.
Innanzitutto, proprio dietro la fronte ci sono i lobi frontali. Essi
sono direttamente coinvolti nella tua capacità di immaginare, e l’im-
maginazione è direttamente coinvolta nella tua capacità di provare
emozioni. A causa di questo, dal 1890 fino agli anni 1980 una pro-
cedura psicochirurgica chiamata lobotomia è stata effettuata su deci-
ne di migliaia di persone, principalmente negli Stati Uniti, come trat-
tamento per disturbi mentali ed emotivi che andavano dal semplice
sbalzo d’umore fino al comportamento violento e antisociale. In un

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caso famoso una ragazza è stata lobotomizzata solo perché suo padre
non approvava il suo interesse per i ragazzi, e ha subito gravi ritardi
mentali per il resto della sua vita. La lobotomia consiste nel penetrare
nel cervello con uno strumento chirurgico e nel rimuovere o incidere
sezioni dei lobi frontali, fino a recidere le connessioni con il resto del
cervello. Questo riduce o distrugge la capacità immaginativa e quindi
riduce o distrugge le reazioni emotive. Dato che l’immaginazione è
legata anche alla nostra creatività e alla capacità di apprendimento, le
funzioni mentali in generale possono esserne diminuite o distrutte. In
Africa occidentale lo stesso effetto si ottiene con le erbe per produrre
zombie, ma nel mondo moderno e più civile c’è l’uso di farmaci.
Si aggiunga che, concentrando l’attenzione sulla fronte, in realtà
si stimolano i lobi frontali e aumenta la facoltà immaginativa, tra
cui quella della visione interiore. Quindi, concentrandosi sul “terzo
occhio”, sul luogo in cui potrebbe trovarsi un terzo occhio fisico
se esistesse, si può migliorare l’abilità esper. Il processo è semplice:
1. Trova un posto tranquillo e mettiti in una posizione comoda,
chiudi gli occhi e concentrati sulla tua fronte.
2. Per mantenere l’attenzione e aumentare l’effetto, inspira ed
espira lentamente in modo consapevole come sempre, rima-
nendo concentrato. Cinque minuti vanno bene per iniziare.
3. Tieni presente ch possono verificarsi sensazioni strane, o non
verificarsene affatto. Tra le sensazioni strane possono esserci
un senso di costrizione alla fronte, un formicolio che può o
meno irradiarsi, un allentamento della tensione in altre parti
del corpo, alcune visioni di colori o immagini. Se le sensazioni
diventano troppo fastidiose, sfrega le dita su tutta la fronte per
alleviarle o, semplicemente, fermati.

Risoluzione dei problemi nella ricezione telepatica


La telepatia è un tipo di percezione sottile che è soggetta a molte
interferenze di vario tipo. Una mancanza di comprensione di ciò che

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sono queste interferenze ha causato spesso il fallimento di esperi-
menti di laboratorio e ha indotto molti scettici a convincersi che la
telepatia sia una sciocchezza. In questa sezione vengono elencati i
principali motivi dei problemi di ricezione, alcuni dei quali ritengo
essere una mia scoperta proprio perché non ne ho mai sentito par-
lare o non li ho mai visti menzionati da nessuna parte.
1. Contro-programmazione. Questo termine si riferisce alla con-
vinzione che la telepatia non esista o che, se esiste, non ne si
possegga l’abilità. Inutile dire che ciò funziona come un blocco
efficace per la ricezione consapevole.
2. Ricezione simbolica. A volte si riceve “direttamente”, cioè con
sensazioni che replicano quelle del mondo fisico, altre volte si
può ricevere “simbolicamente”. In pratica sarebbe come rice-
vere l’immagine di un elastico teso per indicare qualcuno sotto
tensione. I problemi qui sono di due tipi:
a) Mancata interpretazione. Questo significa semplicemente
che non sai cosa significa il simbolo. Non è possibile effet-
tuare un confronto, non ha senso.
b) Interpretazione errata. In questo caso si dà un’interpretazio-
ne diversa da quella che era destinata al simbolo. Il simbolo
di una vettura fuori controllo che significa che la persona
non ha il controllo della propria vita potrebbe essere inter-
pretato come una persona che, fisicamente, si trova in una
macchina impazzita.
3. Interferenze. Ogni volta che altri sentimenti o pensieri inter-
feriscono con la ricezione li chiamiamo interferenze, come le
interferenze statiche della radio. Le categorie sono:
a) Interferenza emozionale. Se sei alle prese con difficoltà emo-
tive non sarai in grado di ricevere in modo chiaro, se addirit-
tura ne sarai in grado.
b) Interferenza intellettuale. Questo si verifica quando ci si sta
concentrando così intensamente su qualcosa che nessun in-
put telepatico può penetrare la coscienza. Quando avevo

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circa quindici anni, mio padre e io stavamo coltivando un
campo di grano e, pensando che la mia mente fosse sgom-
bra, mio padre ha cercato di trasmettermi qualcosa telepati-
camente. Quando non ho risposto affatto, ha messo in dub-
bio la mia apertura alla ricezione, ma ciò che non sapeva era
che, lungi dall’essere sgombra, la mia mente era occupata
intensamente su un volo di fantasia che aveva di fatto bloc-
cato qualsiasi altra cosa.
4. Distorsione. In questo caso, la ricezione ha avuto luogo, ma il
contenuto del messaggio è stato distorto oltre ogni possibile
riconoscimento. Possiamo distinguere due tipi:
a) Distorsione emozionale. Una donna con delle buone notizie
è eccitata ed entra in contatto telepatico con la madre per
far sì che questa la chiami. La madre riceve il messaggio, ma
distorce il senso di eccitazione in un pericolo per sua figlia
ed è stravolta fino al momento in cui la chiama. Le emozioni
possono essere trasmesse, ma è una questione complicata.
b) Distorsione simbolica. Sarebbe come se qualcuno ti mandas-
se l’immagine di un passaggio pedonale in Delaware Street a
Washington dc con il messaggio di incontrarlo lì, e tu ricevessi
l’immagine di George Washington che attraversa il fiume De-
laware. O come se il tuo coniuge ti mandasse il messaggio di
comprare una testa di lattuga e tu tornassi a casa con un cavolo.
5. Parzialità ed esagerazione. Mi sono accorto che questo è abba-
stanza comune quando si trasmette un’immagine a un gruppo
di persone. La mente corporale tende a concentrarsi solo su
parte dell’immagine inviata e/o a esagerarla in modo spropor-
zionato rispetto al quadro generale. Se si manda l’immagine di
una scena di paese con alcune anatre in uno stagno in un ango-
lo, una persona potrebbe anche ottenere una grande immagine
di un’anatra. E un’altra persona potrebbe ottenere uno degli
alberi e nient’altro. Altri ancora potrebbero avere un senso di
pace senza immagini.

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Parzialità ed esagerazione si verificano in una certa misura in
tutte le ricezioni telepatiche a causa di una preferenza incon-
scia, sulla base dell’esperienza e della memoria. Queste pre-
ferenze poi agiscono come schermi o filtri attraverso i quali
deve passare il messaggio. Di fatto, un bel po’ delle difficoltà
incontrate nella ricezione sono causate da preferenze personali
che bloccano un sacco di materiale in arrivo. Con la pratica e
la registrazione delle esperienze potrai scoprire quali sono le
preferenze del tuo inconscio e, quando e se lo vorrai, potrai
rimuovere la barriera di auto-suggestione.
6. Percolazione. Ho scoperto una cosa curiosa nelle mie lezioni
ogni volta che trasmettevo un’immagine da un libro: spesso le
persone ottenevano un’immagine chiara che non aveva niente
a che fare con l’immagine che stavo mandando. Per un po’ ho
pensato che si trattasse di rifiuto (vedi sotto), ma poi, una vol-
ta, mi è capitato di guardare l’immagine sul retro di quella che
stavo inviando e mi sono reso conto che molte persone nella
classe avevano ricevuto invece quella foto. Da quel momento è
accaduto così spesso che ora so che è una parte normale della
telepatia. Non solo le persone ricevevano l’immagine sul retro
della pagina, ma alcuni sono in sintonia con le immagini tre
pagine più in là di quella che sto mandando. La domanda senza
risposta è se i miei sensi penetrino nel libro e trasmettano più
di quanto mi renda conto, o se i loro sensi si proiettino verso
l’esterno per penetrare il libro per conto proprio. Ho il sospetto
che si tratti della prima ipotesi, ma per qualcuno potrebbe es-
sere un argomento di ricerca interessante. Un altro effetto che
potrebbe essere chiamato “percolazione” è quando le imma-
gini diverse sono su una sola pagina. Anche se il mittente può
concentrarsi su una sola, i riceventi spesso colgono ciò che si
trova nella visione periferica del mittente.
7. Sconfinamento. Questo accade quando si sta cercando di entrare
in sintonia con una persona e la tua mente corporale riceve in-

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formazioni da un’altra persona presente. Ha a che fare con quelle
preferenze personali di cui ho parlato. È come se la mente cor-
porale trovasse più interessanti i pensieri dell’altra persona. Ac-
cade di frequente in una situazione di classe, e alcuni che hanno
visitato un lettore esper con un amico potrebbero aver trovato
un esper che leggeva per il compagno al tuo posto.
8. Ritardata ricezione. Per molte ragioni (preoccupazione, ten-
sione, disturbi emotivi e così via) potrebbero capitare di non
ricevere le informazioni telepatiche coscientemente quando
vengono inviate, ma che saltino fuori più tardi quel giorno, o
forse anche nei sogni. È come se la mente corporale inserisse
il messaggio “in attesa” fino a quando la mente è abbastanza
libera per riceverle.
9. Rifiuto. Si tratta di una sindrome di paura. Anche se una perso-
na può credere nella telepatia e desiderare consciamente di svi-
lupparla, può essere bloccato da una paura di fondo. Questo si
traduce di solito in una delle tre situazioni in cui è interessata la
ricezione: sostituzione da parte della mente corporale di un’im-
magine scollegata; nessuna sensazione in assoluto; la tendenza
ad addormentarsi durante il tentativo di ricezione. Quanto più
la persona continua a lavorare con la telepatia e si rende conto
che si tratta di un tratto della natura umana, quanto prima tali
timori saranno dissipati.

Esperimenti tipici di telepatia


Per darvi un’idea di ciò che può accadere in una sessione di for-
mazione telepatica, descriverò i risultati di tre esperimenti di classe.
Gli studenti in questo caso erano tutti adulti, di età compresa tra i
diciotto e i sessanta. C’erano quattordici persone, ma non tutti han-
no ricevuto qualcosa in ogni esperimento, quindi non elencherò gli
spazi vuoti. Nessuna delle persone del gruppo aveva mai cercato
coscientemente di ricevere prima.

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Esperimento #1: ho inviato una forte immagine mentale di un vul-
cano in eruzione per un minuto. Ecco ciò che la classe ha ricevuto:
- una macchina fotografica (apparentemente non collegata, ma
l’immagine potrebbe avere innescato un’associazione con il tu-
rismo e quindi con un simbolo correlato) o la forma della lente;
- un cerchio (un caso di distorsione simbolica legata alla forma
del cratere);
- due persone hanno visto una montagna (parzialità);
- una lavagna (sospetto rifiuto);
- una piramide con un arcobaleno su di essa (interessante distor-
sione simbolica);
- qualcosa di meccanico (rifiuto o sconfinamento);
- un’arancia rosso vivo e una mela (ricezione simbolica);
- una lampada (ricezione simbolica);
- un pellicano (probabilmente rifiuto);
- una luna arancione (una combinazione di parzialità, esagerazio-
ne e simbolismo).

Esperimento #2: l’immagine mentale di una scena tropicale con pal-


me, un corso d’acqua, montagne e così via. Devo menzionare che in
questa classe avevo addosso un ciondolo che rappresenta il simbolo
di questa conoscenza di stampo hawaiano, nonché una ghirlanda di
noci kukui:
- tre persone hanno ricevuto il mio ciondolo (ricezione simbolica);
- quattro persone hanno visto me (interessante ricezione simbolica);
- la ghirlanda che indossavo (ricezione simbolica);
- un uccello (parzialità);
- fili del telefono (forse una parziale e distorta percezione del
ruscello o un atto di telepatia di per se stesso);
- le montagne e le Hawaii (buona ricezione diretta);
- una pressione alla testa (probabilmente rifiuto);
- un animale, un albero, e acqua (parzialità).

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Esperimento #3: questa volta ho trasmesso un’immagine da un libro.
La foto inviata una semplice struttura bianca cellulare. Nella stessa
pagina c’erano una scena sottomarina e un disegno di linee sovrap-
poste. Notare come alcune menti corporali abbiano aggiunto mag-
giori dettagli per rendere il materiale più interessante:
- una città (possibile distorsione simbolica a causa della disposi-
zione delle cellule);
- neve ondulata e neve su una montagna (distorsione simbolica);
- bianco e nero (parzialità);
- cielo luminoso (parzialità e distorsione simbolica);
- riva del mare con una piccola barca (percolazione e distorsione);
- strati di roccia (distorsione simbolica e percolazione);
- coralli (percolazione e simbolismo);
- immagine subacquea (percolazione diretta);
- Sole con linee diagonali e ombre (distorsione e possibile perco-
lazione);
- un oceano tropicale (distorsione simbolica e percolazione).
L’alto tasso di percolazione in questo caso è stato sicuramente
causato dalla natura poco interessante dell’immagine inviata. Nessu-
no di questi studenti avuto altra formazione che un’ora di spiegazio-
ne prima di iniziare.

La tecnica di neutralizzazione
No, non mi sono dimenticato. C’è più di un modo per neutralizzare
l’influenza telepatica di altre persone, intenzionale o no, e tutti coin-
volgono bene o male la tua mente focalizzata al fine di indebolire l’in-
fluenza. Tuttavia, il metodo che segue è il mio preferito perché è sem-
plice ed efficace. Si chiama “Fede da un pollice” e, nel caso non l’abbia
detto prima, è ispirato all’artista delle arti marziali Bruce Lee, che aveva
sviluppato una tecnica di combattimento chiamata “Pugno da un pol-
lice”. Avrò molto da dire a tale proposito in un capitolo successivo.
In ogni caso, non troppo tempo fa stavo cercando un modo per

81
aiutare a concentrarsi molto rapidamente le persone emotivamente
sconvolte o mentalmente confuse. Dopo un po’ di esperimenti ho
trovato che la soluzione più efficace era quella di concentrarsi su una
breve frase riguardante qualcosa che la persona credeva al di fuori di
ogni dubbio. I risultati sono stati incredibili.
Il disordine emotivo e mentale si sono trasformati in momenti di
chiarezza e rilassamento dopo sole poche ripetizioni dell’esercizio.
È stata la brevità della frase a indurmi a chiamare la tecnica “Fede
da un pollice”. «Sono qui», «Dio mi ama», «L’acqua è bagnata» han-
no fornito risultati eccellenti a persone diverse. Sebbene originaria-
mente questa tecnica fosse progettata per la terapia, ho scoperto in
seguito che ha funzionato altrettanto bene come tecnica di concen-
trazione e per neutralizzare la telepatia indesiderata.

Cambiare la realtà con la ricezione telepatica


Con questo aspetto della telepatia la realtà cambia perché cambiano i
tuoi atteggiamenti e/o comportamenti a causa delle informazioni rice-
vute. Nel prossimo capitolo scoprirai metodi di influenza più diretta.

82
vi
La proiezione telepatica

Non ci può essere alcuna ricezione telepatica a meno non ci sia an-
che proiezione telepatica. Tutti proiettano telepaticamente in ogni
momento, ma non sono tutti necessariamente in ascolto. Per usare
un’analogia moderna, alcune persone stanno proiettando via satelli-
te, alcuni via cavo, e alcuni dalla televisione normale. Ci sono alcuni
canali comuni, ma altri sono esclusivi del sistema. Per esempio, la
casa editrice che ho fondato, che si chiama Hunaworks, produce
video che vengono trasmessi su un canale pubblico locale via cavo,
tuttavia io non posso vederli perché a casa ho un sistema satellita-
re che non accede a quel canale via cavo. D’altra parte, ho canali
musicali cui né il sistema via cavo, né il sistema televisivo normale
possono accedere, così le persone che utilizzano questi sistemi non
possono sentire quella musica.
Il punto è che la trasmissione telepatica potrebbe non essere ri-
cevuta da tutti quelli che si vogliono raggiungere, ecco perché gli
eventi di preghiera o meditazione di massa per la pace hanno così
poco effetto. Hanno un qualche effetto, certo, ma non si vede un nu-
mero significativo di combattenti mettere giù le armi e abbracciarsi
l’un l’altro dopo questi eventi. Se non stai usando il canale giusto
e il sistema giusto non puoi passare. La gente che stai tentando di
raggiungere semplicemente non è in sintonia con la trasmissione.
In generale, continuando la metafora, completi estranei che non si
trovano nel tuo ambiente potrebbero comportarsi come se fossero
su un sistema diverso. Persone che conosci potrebbero comportarsi

83
come se stessero usando lo stesso sistema, non importa dove siano,
ma potrebbero non essere sintonizzate sullo stesso canale quando
stai trasmettendo. Estranei nel tuo ambiente circostante potrebbero
agire come se fossero sullo stesso sistema, ma non necessariamente
sullo stesso canale. Ci sono eccezioni per varie ragioni, questa è solo
una metafora dopotutto, tuttavia è spesso abbastanza valida per es-
sere considerata una buona regola generale.

Il mito del controllo della mente


Uno dei maggiori ostacoli all’apprendimento delle abilità esper è
l’idea completamente sbagliata che una persona possa controllare la
mente di un’altra. Ho studiato e praticato le abilità e le tecniche esper
sin dall’età di quattordici anni, ho esplorato i metodi esper utilizzati
in molti Paesi e culture, tra cui l’esperienza diretta con i maestri vo-
odoo dell’Africa occidentale; ho diretto una clinica professionale di
ipnoterapia per dieci anni e posso dirvi questo in modo inequivoca-
bile: nessuno, da nessuna parte, in nessun modo, non importa quello
che dicono o credono, ha il potere di controllare la mente di un’altra
persona. Di fatto la comunicazione esper non è poi così diversa dalla
comunicazione faccia a faccia. Se non si ha un’inclinazione etica, e
si sa come farlo, si può spingere telepaticamente un’altra persona a
fare quello che si vuole con l’intimidazione, la minaccia o il ricatto,
ma in nessun caso è possibile il controllo mentale dell’altra persona
né è possibile far fare a essa quello che si vuole solo perché lo si
vuole. D’altra parte, le capacità persuasive sono etiche ed efficaci
nella comunicazione esper tanto quanto lo sono nella comunicazio-
ne ordinaria, e di questo parlerò nella prossima sezione.

Come farsi degli amici e influenzare la gente in modo esper


In ambito economico è risaputo che il modo migliore per convincere
la gente ad acquistare un prodotto è vendere loro i benefici che ap-

84
porta. Questo è molto, molto più efficace che cercare di convincerli
ad acquistare il prodotto dicendo che sei una persona o una socie-
tà meravigliosa, o elencando tutte le caratteristiche straordinarie del
prodotto. Alcune persone naturalmente tradurranno le caratteristiche
in benefici, ma troppe non lo faranno se non viene loro fornito un
modo per tradurle. Per esempio, mentre scrivevo questo libro sono
andato al mercato a comprare una sega elettrica per tagliare gli alberi
di guava nel mio giardino. Un negozio pubblicizzava una motosega a
benzina con la caratteristica di avere «un motore da 33 centimetri cu-
bici». Be’, suona bene, ma cosa significa? So abbastanza di motori per
capire che ha qualcosa a che fare con la cilindrata, ma con ciò? Dov’è
il vantaggio per me? Potrei fare una ricerca per scoprirlo, ma come la
maggior parte dei compratori non mi disturberò a farlo. Mi limiterò a
comprare una sega diversa con vantaggi più evidenti.
Ciò che tutto questo significa in termini di invio esper è che più il
tuo messaggio include un chiaro beneficio per il ricevente, più è pro-
babile che egli risponda in modo positivo. Per esempio, se desideri
utilizzare l’esp per attrarre un amico o un compagno, devi includere
informazioni su ciò che ti rende così attraente. In termini più sem-
plici, la motivazione è ciò che muove la gente.
Ora parleremo di diverse tipologie di invio telepatico.

Trasmissione
Noterete che è necessario ricorrere a termini elettronici per descri-
vere questo processo perché le lingue moderne non dispongono
parole adatte alla telepatia. “Trasmissione” in questo contesto si ri-
ferisce a un tipo di invio telepatico indirizzato a più di una persona,
come una trasmissione radiofonica o televisiva che raggiunge tutti i
ricevitori in una zona. Ci sono due forme di trasmissione telepatica.

Trasmissione involontaria. Questo è l’altro lato della ricezione empatica.


In altre parole, è la proiezione di stati d’animo e sentimenti, così come

85
di pensieri. Più forte è l’emozione stai provando, più facilmente sarà
sentita da coloro che ti circondano. Per quanto tu ci provi, non è pos-
sibile tenerti per te le tue emozioni, è naturale che siano proiettate ver-
so l’esterno ad amici e sconosciuti. Persone che sono totalmente sicu-
re e fiduciose in se stesse, o che stanno vivendo nello stesso momento
un’emozione diversa altrettanto potente, non saranno disturbate dalle
tue emozioni. Ma in altri casi la paura, l’insicurezza, l’ansia, la depres-
sione o qualsiasi altro sentimento tenderanno a stimolare sensazioni
simili, e queste persone li avvertiranno senza nemmeno guardarti.
Il lato positivo è che le tue emozioni più positive hanno lo stesso
effetto. Anche il tuo stato di felicità, l’entusiasmo o la fiducia sa-
ranno trasferiti ad altri, e se i tuoi sentimenti sono abbastanza forti,
possono addirittura aiutare a cambiare il cattivo umore di un’altra
persona in uno migliore.
Ti sarà certamente capitato di essere in compagnia di qualcuno la
cui sola presenza ti fa sentire bene: con ogni probabilità, si trattava
di trasmissioni involontarie dei suoi sentimenti positivi.
A volte siamo in grado di trasmettere involontariamente una sorta
di “scudo” che dice: «State lontani, voglio essere lasciato in pace». A
meno che non abbia dei motivi per ignorare il messaggio, la maggior
parte della gente reagirà lasciandoci in pace. Il punto importante è che
la gente reagirà in base a ciò che trasmettiamo. Assumi l’atteggiamen-
to che vuoi, di’ quello che ti pare, ma le reazioni della gente saranno
corrispondenti principalmente alla tua trasmissione involontaria.

Trasmissione intenzionale. Ora possiamo procedere con l’utilizzo consa-


pevole di ciò che già fai naturalmente. La trasmissione intenzionale è
l’invio volontario di onde di energia programmate per influenzare le
persone intorno a noi. In questo modo è possibile creare il “carisma”,
che può essere di grande valore con la famiglia, sul lavoro e in qualsiasi
occasione sociale in cui si desideri fare impressione o aiutare qualcuno
che ha bisogno di essere tirato su. Il fatto è semplicemente che si può
scegliere lo stato d’animo che si desidera proiettare.

86
La cosa importante è essere in grado di costruire dentro di sé il
tipo di emozione o sentimento che si desidera inviare. Gli esercizi
di respirazione dell’ultimo capitolo ti prepareranno con l’aumento
di base dell’energia, ma dovrai aggiungere a questo una forte carica
emotiva. Un buon numero di esperimenti ha dimostrato che il modo
più semplice per generare emozioni positive “sul momento” è l’en-
tusiasmo. Quello che devi fare è pensare fortemente a ciò che stai
cercando di realizzare, lasciarti entusiasmare e farti un bel discorso
coinvolgente per scaldarti. A questo punto usa la tua immaginazio-
ne per imporre un modello all’energia che hai richiamato: in pratica
tutto quello che devi fare è creare un’immagine mentale della con-
dizione o stato che desideri inviare e desiderare che sia inviata, la
mente corporale farà il resto. L’immagine mentale agisce come un
piano per la mente corporale e il desiderio è come un ordine che
dice: «Okay, mente corporale, questo è quello che io voglio che tu
faccia, quindi vai e fallo!» In effetti, utilizzanre parole per mantenere
la propria intenzione e concentrare le energie è un’ottima idea. Si
noti che le parole stesse sono rivolte principalmente a te stesso, è
improbabile che il ricevente “senta” parole specifiche, lui o lei saran-
no molto più influenzati dalla tua energia e dall’intenzione.
Ricorda che la tua mente corporale non ha solo il compito di
ricevere l’informazione sensoriale, ma anche di inviarla. Non devi
preoccuparti, sa fare il suo lavoro, tutto ciò di cui ha bisogno sono
indicazioni chiare e semplici. L’immaginazione fornisce il piano e il
desiderio dà l’ordine.
I passi fondamentali per la trasmissione volontaria sono i seguenti:
a) energizzati (usa la respirazione profonda e costruisci emozioni
positive);
b) visualizza (immaginati un buon esito);
c) proietta (manda fuori l’idea di energia. Ricorda che l’idea è pro-
iettata attraverso il desiderio che sia inviata e immaginando che
ciò avvenga).

87
Irraggiamento
L’“irraggiamento” si riferisce alla proiezione telepatica diretta verso
una sola persona, un gruppo ben definito di persone, parti di perso-
ne e persino cose. Se la trasmissione assomiglia alle onde che, da un
trasmettitore radio o tv, vanno in tutte le direzioni, l’irraggiamento
è come la comunicazione attraverso un raggio laser o una conversa-
zione tra due persone sul telefono cellulare.

Irraggiamento involontario. Questo avviene ogni volta che pensi a qual-


cun altro. Più l’emozione è intensa, maggiore è l’effetto. Purtroppo,
il risultato è che ogni pensiero di odio o rabbia che si prova verso
una persona particolare non rimane all’interno del cranio. Questi
pensieri vanno direttamente alla persona in questione e questo può
anche provocare effetti spiacevoli. Un individuo sicuro di sé o ben
focalizzato non ne sarà quasi influenzato, mentre altri potrebbero
reagire accusando dolore o ammalandosi. So che alcuni potrebbero
dire: «Be’, ben gli sta!», tuttavia non è possibile inviare questo tipo di
pensiero senza compromettere il proprio sistema. Questo significa
che qualcuno che rivolge continuamente pensieri vividi e pieni di
odio verso gli altri si sta lentamente suicidando: anche mettendo da
parte il fattore morale, dovrebbe prendere in considerazione il sem-
plice istinto di autoconservazione. Fortunatamente, siamo in grado
di provocare anche effetti benefici: ogni volta che rivolgiamo un
pensiero d’amore, d’incoraggiamento o compassione a qualcuno ne
siamo positivamente influenzati e i benefici si riflettono anche su di
noi. è estremamente raro che una persona veramente amorevole si
ammali gravemente.
L’irraggiamento involontario è coinvolto anche in eventi più neu-
tri, come quando si riceve una telefonata o una lettera da qualcuno a
cui si è pensato. Potresti non essere stato consciamente consapevole
di una forte emozione, ma un forte desiderio interiore avrà fornito
l’energia per suscitare la risposta.

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Irraggiamento intenzionale. Se hai mai fissato la parte posteriore del
collo di una persona allo scopo di cercare di farla girare, sei stato im-
pegnati nell’irraggiamento telepatico intenzionale. Anche se hai de-
siderato fortemente che una persona facesse una certa cosa, hai pra-
ticato l’irraggiamento telepatico intenzionale. Come ormai saprai, la
differenza fra trasmissione e irraggiamento è che con quest’ultima
l’attenzione si restringe a una sola persona (o a un gruppo limitato
di due o tre). A parte questo, la procedura è molto simile, tranne
che, invece di visualizzare una condizione generale, ci si concentra
sull’immagine della persona nello stato o l’azione che si desidera.
L’irraggiamento telepatico intenzionale è usato da milioni di per-
sone che neanche pensano alle implicazioni di quello che stanno fa-
cendo. Messaggi telepatici di incoraggiamento inviati ad atleti lontani
utilizzando uno schermo televisivo come un punto di messa a fuoco
sono una forma molto popolare di irraggiamento intenzionale, così
come l’indicazione fornita a una pallina da golf di atterrare in buca,
o ai dadi di cadere nel modo desiderato o qualsiasi forte desiderio
che qualcuno o qualcosa facciano ciò che vogliamo. La gente sa che
non sempre funziona, per i motivi già discussi, ma continua ancora
a farlo perché a volte funziona, sempre per i motivi già discussi.
Banalmente, l’irraggiamento volontario è molto utile quando si de-
sidera chiamare o contattare qualcuno. Nel primo capitolo ho breve-
mente accennato all’uso della telepatia per chiamare i bambini a cena.
Questo a casa mia succedeva così abitualmente quando i ragazzi vive-
vano ancora con noi che quando mia moglie mi chiedeva di chiamare
i ragazzi, in realtà si aspettava che io mi sedessi a tavola e chiudessi gli
occhi. Pensavo ai ragazzi in modo amorevole e, al tempo stesso, invia-
vo un’immagine sensoriale completa di una cena deliziosa. Invariabil-
mente, se erano nelle vicinanze, arrivavano entro cinque minuti, anche
quando erano in posti diversi e, sempre invariabilmente, dicevano che
gli era venuta voglia di tornare a casa in quel momento. Mai hanno
detto che avevano “ricevuto il mio messaggio”.
Ci sono diversi spunti importanti che possiamo trarre da questa

89
esperienza. Il primo è il fatto che il modo per entrare in sintonia
con qualcuno è semplicemente quello di pensare a quella persona.
Tutto qui. Consideralo come l’equivalente telepatico di comporre il
numero di telefono cellulare di qualcuno. Poi, si include un senso
del perché ci piace, se la si conosce, o si fa un complimento di qual-
che tipo se non la si conosce bene: questo attrae la sua attenzione
inconscia. Più si conosce qualcuno più questi due primi passi sono
praticamente simultanei. Poi si lancia il premio, il che significa che si
invia un pensiero di qualcosa che l’altra persona troverà vantaggio-
so. Infine, o forse allo stesso tempo dell’ultimo passo, si trasmette
il suggerimento di ciò che si vuole veramente. La persona all’altro
capo del filo seguirà il suggerimento o no, in base a molti fattori,
ma più attraente sarà il vantaggio, più sarà probabile che segua il
suggerimento.
Non suona tanto come controllo della mente, vero? Al secondo
livello, tramite la telepatia, hai ancora meno possibilità di controllo
che nella comunicazione faccia a faccia, perché nella prima non c’è
la possibilità del confronto fisico.

Andare dove pochi sono stati prima


Ora è il momento di stiracchiare un po’ di menti. Finora ci siamo
concentrati sulla comunicazione telepatica con le persone. Ricorda-
te, comunque, che uno dei corollari dell’idea che non ci sono limiti
è che tutto può essere considerato vivo, consapevole e reattivo. In
base a ciò, un efficace invio telepatico può essere effettuato con
entità non umane e anche con oggetti inorganici.
I passi che abbiamo usato sopra funzionano altrettanto bene in
questo settore. Ripassiamoli in ordine prima di continuare:
1. Pensa, concentrati su ciò che vuoi comunicare.
2. Evoca un sentimento amorevole o amichevole, o almeno fa’ un
complimento di qualche tipo.
3. Invia un suggerimento o la richiesta di quello che vuoi.

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4. Invia un pensiero dei potenziali benefici che derivano dal fare
quello che vuoi.
La cosa più importante da capire è che più si conosce la cosa o
l’animale con cui si vuole comunicare, tanto sarà più facile e più
efficace la comunicazione. Questa conoscenza include esperienze
personali e informazioni apprese. Lo stesso vale per gli esseri umani,
naturalmente. Più conosci una persona, e più si sa sulla psicologia
umana, più efficace sarà la trasmissione telepatica, partendo dal pre-
supposto di essere abbastanza aperti per tentarla, naturalmente. Se
ci pensi bene, questa è la cosa più importante da capire, non importa
con quale livello di realtà stai interagendo.

Comunicare con gli animali


Esiste un sacco di letteratura a questo riguardo, ma molto raramente
ci vengono fornite chiare istruzioni, quindi cercherò di offrirle qui.
Gli animali domestici sono più facili, perché li conosciamo bene.
Se hai un animale domestico, probabilmente avrai notato numerose
occasioni in cui ti è sembrato che sapesse esattamente cosa volevi, o
in cui sembrava di essere in grado di comunicare a te ciò che voleva
lui. Attraverso quello che ti sto insegnando sarai in grado di avere
una più diretta e specifica comunicazione telepatica.
Altri animali possono non essere reattivi altrettanto facilmente di
un animale domestico, ma è possibile ottenere ottimi risultati nella
misura in cui tu abbia una conoscenza del loro normale compor-
tamento. Ecco alcuni esempi delle mie esperienze con le istruzioni
riportate sopra.

L’uccello spaventato. Un piccolo uccello delle dimensioni di un frin-


guello volò attraverso la porta d’ingresso di una casa, poi in cor-
ridoio e in un soggiorno dal soffitto alto: era in preda al panico. Il
più silenziosamente possibile, sono entrato nella stanza e mi sono
seduto. Mi sono calmato e ho proiettato pensieri rilassanti di bei pra-

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ti e uccelli a riposo. Ci sono voluti cinque o dieci minuti prima che
l’uccello si calmasse, ma ancora non sapeva come uscire. Allora ho
immaginato un percorso fatto di luce dorata che usciva dalla stanza,
attraversava il corridoio, e sbucava fuori dalla porta all’aria aperta,
insieme con il suggerimento che l’uccello seguisse la luce. Meno di
un minuto dopo l’uccello ha fatto esattamente questo.

La vespa frustrata. In una situazione quasi identica, una grande vespa


volò nella grande camera da letto di un piccolo edificio con due ampie
vetrate su entrambi i lati della porta. La vespa non trovava una via
d’uscita e continuava a sbattere contro la finestra. Sono andato alla
finestra vicino alla vespa e ho usato di nuovo il percorso della luce do-
rata per mostrarle la via d’uscita. Solo pochi secondi dopo la vespa ha
seguito il percorso esattamente, anche se per strada ha girato attorno
a un piedistallo, ed è volata all’aria aperta. Mi sembrava che si sentisse
felice, ma potrebbe essere solo una mia impressione personale.

I cani rumorosi. Questo ha funzionato molte volte, con diverse va-


rianti. Proiettare una luce blu intorno i cani funziona abbastanza
bene, anche se può richiedere diverse ripetizioni per ottenere l’effet-
to migliore. Ho usato una forma telepatica della Tecnica Dynamind
(vedi il mio libro Healing For The Millions) un certo numero di volte
con successo. Più recentemente, ho usato la conoscenza acquisita
da Cesar Millan, famoso come “L’uomo che sussurra ai cani”, una
persona che ha un rapporto straordinario con i cani ed è in grado di
guarirli da molti problemi comportamentali apparentemente senza
sforzo. Nel secondo capitolo del suo libro, Cesar’s Way, egli dice (ho
spostato una frase):

La lingua realmente universale e interspecifica si chiama energia. È il


linguaggio che tutti gli animali, tra cui l’animale umano, parlano senza
nemmeno saperlo. In più, tutti gli animali sono in realtà nati conoscen-
do istintivamente questo linguaggio. Anche gli esseri umani nascono

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parlando correntemente questa lingua universale, ma tendiamo a di-
menticarla perché siamo addestrati fin dall’infanzia a credere che le pa-
role siano l’unico modo per comunicare. L’ironia è che, anche se noi
non pensiamo di sapere un’altra lingua, la stiamo in realtà parlando tut-
to il tempo: inconsapevolmente parliamo questa lingua ventiquattr’ore
su ventiquattro e sette giorni su sette! Altre specie di animali ci possono
capire, anche se noi non abbiamo la minima idea di come capire loro.
Ci sentono forte e chiaro, anche se non siamo consapevoli che stiamo
comunicando!

L’idea di Millan di questa energia comunicativa potrebbe essere me-


glio spiegata come energia emotiva. Millan promuove ciò che egli
chiama uno stato “calmo-assertivo”, che proietta messaggi di fiducia
e di leadership che sono molto ben compresi dagli animali. Nel mio
quartiere ci sono diversi gruppi di cani che abbaiano furiosamente
ogni qual volta qualcuno cammina davanti al loro cortile. Finché
sono in grado di tenere uno stato calmo-assertivo e proietto un’idea
di me stesso amichevole ma distante dal leader, i cani immediata-
mente smettono di abbaiare e si calmano.
Questi esempi servono solo per iniziare, puoi verificare questi
suggerimenti con animali di tua scelta.

Parlare al tempo meteorologico


Una volta qualcuno mi ha chiesto: «Come parli al vento?»
Io ho risposto che di solito dico: «Ciao vento».
L’idea di Millan che tutti gli animali usino l’energia come linguaggio
fondamentale può essere applicata a qualsiasi cosa, quando si suppone
che tutto sia vivo, cosciente e reattivo. Sebbene ciò suoni molto diver-
so dal comune modo di pensare, la cosa più importante è che funzio-
na. Per influenzare il tempo nel modo più efficace, è necessario farci
amicizia. In termini pratici questo significa imparare il più possibile su
di esso e avere un atteggiamento interessato e di apprezzamento nei
suoi confronti. Poi invia il tuo suggerimento e aspettati il meglio.

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Non è una questione di controllo, ricorda. Ogni volta che può, il
tempo collaborerà con il tuo suggerimento: le temperature potran-
no salire o scendere, il vento potrà soffiare o essere tranquillo, la
pioggia potrà arrivare o smettere, le nuvole potranno muoversi dove
vuoi, gli uragani e le trombe d’aria potranno cambiare direzione e
così via. Non sempre funziona quando si desidera, perché a volte il
tempo ha una propria agenda, ma funzionerà sufficientemente spes-
so per convincerti che non si tratti solo di una coincidenza.
Per fare un esempio, io lavoro con il molto tempo meteorologi-
co e abbiamo un “rapporto” bello e confortevole, quindi collabora
con me più spesso che no. Mi sintonizzo sempre prima per ricevere
impressioni in caso non sia disposto a cambiare, e se sento che c’è
una possibilità di cambiamento, allora do i miei suggerimenti. Pro-
prio di recente, qui alle Hawaii, abbiamo avuto un periodo di siccità.
Dato che la nostra terra è porosa, questo può anche voler dire niente
pioggia per cinque giorni. Nel giugno del 2007 alle Hawaii abbiamo
avuto quasi due settimane di tempo sereno e asciutto. Un sacco di
persone nella nostra zona, noi compresi, dipendono dalla raccolta
dell’acqua piovana, e alcune famiglie sono state costrette a comprare
l’acqua da fonti commerciali per le loro esigenze quotidiane. È sta-
to allora che ho deciso di fare qualcosa. Anche se le previsioni del
tempo davano un’altra settimana di tempo asciutto, ho parlato con
la pioggia e il vento e ho chiesto aiuto. Il giorno dopo abbiamo avu-
to una leggera pioggerellina, il giorno dopo ancora abbiamo avuto
qualche bello scroscio di pioggia abbastanza pesante. Come altro
esempio, posso dire che la mia organizzazione ,Aloha International,
di solito organizzava un festival annuale a Kauai a novembre, che è
uno dei mesi di pioggia più intensa. In vent’anni di festival, durante
il quale erano previste molte attività all’aria aperta, abbiamo dovuto
spostarci al coperto a causa della pioggia solo due volte.
Un ultimo esempio. Durante alcuni dei corsi che abbiamo tenuto a
Kauai portavamo sempre una classe sulla cima dell’isola per una vista
al famoso Kalalau Lookout, un panorama mozzafiato di montagne

94
verde smeraldo simili a un sipario che si tuffa nel mare azzurro. Pur-
troppo frequentemente la valle è coperta dalle nuvole, per la grande
delusione di un gran numero di turisti. Tuttavia, quando vi portavamo
una classe e la valle era invisibile per questa ragione, dicevamo agli
studenti di comunicare telepaticamente con le nuvole, a volte accom-
pagnandosi con un canto, e le nuvole si aprivano sempre. La maggior
parte delle volte si rasserenava completamente, ogni tanto si apriva
solo uno spiraglio, ma le nuvole si aprivano sempre per noi.
L’unica cosa che ho da dire in più sull’agire sul tempo è: «Provaci».

Comunicazione telepatica con gli oggetti


Ricorda che qui stiamo lavorando con una visione soggettiva del
mondo, che dice che siamo in grado di comunicare, in un senso e
nell’altro, con qualsiasi cosa. Se stai cercando di capire questa par-
ticolare sezione partendo da una visione oggettiva del mondo, non
avrà per te alcun senso, perché secondo quella visione del mondo
degli oggetti, ovviamente, non possono parlare. È solo quando ci
diamo la possibilità di accettare, anche solo temporaneamente, l’i-
potesi di una visione soggettiva del mondo, che possiamo avere una
conversazione con gli oggetti che ci circondano.
In realtà, molte persone spesso scivolano in una visione soggetti-
va del mondo senza rendersene conto. Oltre a parlare con gli animali
e le piante come se possedessero una comprensione umana, un sac-
co di gente parla a palle da baseball, a palle da golf, palloni da calcio,
veicoli e motori, computer e apparecchiature per ufficio e così via.
Alcune di quelle conversazioni sono incoraggianti («Dai, ce la puoi
fare, continua a funzionare!») e alcune sono critiche («Tu, inutile
pezzo di inutile inutilità!»).
In anni di esperimenti ho scoperto che gli oggetti reagiscono mol-
to meglio all’incoraggiamento e alle lodi – e gli effetti positivi sono
andati molto, molto, al di là di ogni possibilità di coincidenza. Ecco
solo alcune esperienze fra migliaia.

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L’autobus felice. Alcuni anni fa ho partecipato come conferenziere a
un convegno sullo sciamanesimo nella penisola dello Yucatan, in
Messico. Parte di ciò che abbiamo fatto è stato compiere rituali in
vari siti Maya. Una volta venti o trenta di noi hanno preso un auto-
bus noleggiato per andare a Uxmal, nella parte settentrionale della
penisola, e alla fine della giornata ci siamo diretti a Sud, di nuovo
a Playa del Carmen, circa a trecento chilometri di distanza. Dopo
circa quaranta chilometri, abbiamo cominciato a sentire un forte ru-
more e il bus ha cominciato a tremare. Il conducente l’ha fermato
e siamo tutti usciti per scoprire che la camera d’aria (ve la ricorda-
te?) sporgeva da una spaccatura sul fianco di uno degli pneumatici.
Non ce n’era una di ricambio e non c’erano città nelle vicinanze,
così l’autista ci ha fatto tornare tutti sull’autobus e ha guidato molto
lentamente verso Sud. Alcune persone di New York si chiedevano
perché, semplicemente, non usassimo i nostri telefoni cellulari per
chiamare un carro attrezzi da un garage locale. Quelli di noi che ave-
vano più familiarità con quella parte di Messico dovettero spiegare
che nessuno aveva il numero di telefono di qualcuno nei paraggi e
che non c’erano né garage né carri attrezzi nella zona.
Dopo un po’ qualcuno ci ricordò che eravamo un gruppo di per-
sone con abilità esper, quindi perché non cercare di riparare lo pneu-
matico con la forza del pensiero? Poi altri suggerirono che avremmo
potuto trasferire energia e incoraggiare il bus in modo che si potesse
riparare da solo. Discutemmo ancora un po’ e finimmo a cantare una
canzone d’amore all’autobus, che andò avanti finché fuori non scese
la notte. Noi eravamo così eccitati che ci eravamo quasi dimenticati
della ruota e della fame che avevamo. Poi, bam! La camera d’aria
scoppiò e il bus si fermò sobbalzando. La prima reazione di tutti
fu di grande delusione perché la nostra canzone non aveva funzio-
nato. Poi abbiamo guardato fuori: l’autobus si era fermato proprio
accanto all’unico garage sulla strada, e accanto al garage c’era l’unico
ristorante, che serviva pizza. La camera d’aria doveva scoppiare, non
avremmo potuto farci nulla, ma da un punto di vista del mondo

96
parallelo, l’autobus era così commosso dalle nostre canzoni d’amore
che ha resisitito fino a quando la camera d’aria è potuta esplodere,
nel posto più comodo possibile.

Il ventilatore collaborativo. La mia seconda clinica di ipnoterapia a Santa


Monica, in California, si trovava in un ufficio condiviso al secondo
piano di un vecchio edificio. Al centro del soffitto c’era un ventila-
tore a incasso molto vecchio che era in funzione tutto il tempo per
portare l’aria fresca dall’esterno. Purtroppo, cigolava continuamente
e questa era una fonte di distrazione che rapidamente diventò irri-
tante. Così un giorno, dopo il lavoro, quando ero da solo in ufficio,
ho dedicato del tempo a ringraziare il ventilatore per aver fatto il suo
lavoro e gli ho chiesto di smettere di cigolare, poi gli ho inviato un
dono di energia amorevole. Smise immediatamente di cigolare e non
lo fece mai più finché rimanemmo lì. Il mattino dopo gli impiegati
dell’altro ufficio notarono che la ventola non cigolava più e si chie-
devano chi l’avesse aggiustato. Ho deciso che la situazione non era
opportuna per far loro conoscere la visione del soggettiva mondo.

Aprire e sollevare. Una delle applicazioni più utili della visione sogget-
tiva del mondo si trova nell’ambito apparentemente poco impor-
tante di apertura e sollevamento delle cose. Credetemi, ci sono mo-
menti in cui questo può essere molto importante. Ci sono un certo
numero di modi per rendere tali azioni più facili, ma mi piace quello
che coinvolge complimenti e richieste. Per esempio, molto spesso
mia moglie mi chiede di aprire un barattolo con un coperchio stretto
e io lo faccio apparentemente senza sforzo. In un primo momento
era stupita, poi irritata dal fatto che io riuscivo a farlo e lei no, poi
si stupì e deliziò ancora una volta quando le ho spiegato come si fa.
Di solito, però, lo fa ancora fare a me, perché se sono nei paraggi è
“lavoro da uomini”. Il processo è estremamente semplice: quando
lei mi porge un barattolo con un coperchio stretto, io lo tengo con
rispetto, lo lodo riguardo qualcosa e gli chiedo gentilmente di allen-

97
tare il coperchio per me. Tutto qui. Funziona ogni volta, a meno che
io non sia troppo stressato. Funziona altrettanto bene per l’apertura
di scatole sigillate.
Per sollevare, basta usare lo stesso procedimento. Prova anche tu
a sollevare qualcosa di abbastanza pesante, come una sedia o una
roccia, per fare una prova. Supponiamo che tu abbia scelto una se-
dia. Basta fare questo:
1. solleva la sedia normalmente e mettila giù;
2. complimentati con la sedia per qualcosa, come il fatto che sia
comoda o il suo colore, e ringraziala per essere disponibile a
farti sedere;
3. chiedile gentilmente di diventare più leggera, in modo da poter-
lo sollevare facilmente;
4. sollevala… e senti la differenza.

98
vii
Fai lavorare la tua aura

Nel 1975 mi fu chiesto di allestire uno stand per una sorta di “fie-
ra esper” in un centro commerciale a North Hollywood. Tra le al-
tre cose, avevo un dispositivo chiamato “schermo dell’aura” (vi dirò
come farne uno più avanti) che è stato progettato per permettere alle
persone di vedere effettivamente l’aura, o campo energetico, che cir-
conda il corpo. La maggior parte della gente nel centro commerciale
erano normali acquirenti che si fermavano ai tavoli per curiosità.
Ognuno degli oltre cento passanti che l’hanno provato sono stati
in grado di vedere l’aura intorno alle loro mani in trenta secondi o
meno. Il momento più toccante è stato quando ho notato una gio-
vane donna che era in piedi accanto al tavolo, mentre una decina di
persone provavano lo schermo dell’aura. Quando l’ho guardata, mi
ha detto con voce triste: «Sai, mi hanno chiuso in un istituto psichia-
trico per tre anni perché potevo vedere ciò che tutte queste persone
stanno vedendo».
Questo è solo uno dei risultati infelici dell’ignoranza e della paura
in una società che reprime ciò che non può capire. C’è un campo di
energia intorno al corpo che può facilmente essere visto, come sarai
in grado di dimostrare presto di persona. Ma siccome i nostri libri di
scuola non dicono nulla al riguardo e perché ci hanno generalmente
insegnato a non fidarci delle nostre percezioni, anche psicologi e
psichiatri professionisti possono fare gravi errori nel determinare se
una persona soffre di “aberrazioni mentali”.
Molti esper praticanti possono raccontare una storia simile, di es-

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sere in grado di vedere l’aura attorno alle persone quando erano gio-
vani, scoprendo poi con sorpresa che non tutti potevano vederla. E
scoprendo, inoltre, che non “avrebbero dovuto” vederla, altrimenti
sarebbero finiti nei guai. Quello che succede alla maggior parte delle
persone che scoprono presto di avere questa capacità è che si repri-
mono e dimenticano per conformarsi al loro ambiente, o semplice-
mente smettono di parlarne. Eppure, il talento è così naturale che
può essere stimolato in chiunque nel giro di pochi secondi!

Percepire l’aura
Il Nuovo dizionario del Mondo Webster definisce l’aura come:

1. Un’invisibile emanazione
2. Una particolare atmosfera o la qualità che sembra emanare da e cir-
condare una persona o cosa.

Nel linguaggio popolare si dà per scontata l’esistenza dell’aura.


Quante volte avete sentito qualcuno dire: «Ehi, Tizio irradia davve-
ro una bella sensazione» o «Quella persona ha certamente un alone
di fiducia intorno di sé»? Forse, senza esserne consapevoli, stiamo
reagendo al campo energetico della persona, e le parole che usiamo
dicono la verità. Naturalmente, la telepatia sta svolgendo un ruolo
qui, ma se fosse solo la telepatia non importerebbe quanto siamo
vicini alla persona. Eppure il fatto è che ci sentiamo a disagio a stare
accanto ad alcune persone, mentre quanto più siamo vicini ad altri,
tanto più ci sentiamo bene (compreso il contatto fisico). Questi sen-
timenti nascono dal nostro contatto con l’“emanazione invisibile”
di una persona, l’aura.
Una domanda comune è: «Supponendo che esista un’aura, quanto
lontano si estende?» Be’, per quanto si sa si estende fino a dove si
estendono la gravità o la luce, tuttavia, come per quelle forme di
energia, una domanda più utile potrebbe essere: «Quanto è distante

100
la sua portata effettiva?». Questo dipende dal singolo individuo e dal
suo stato corrente di salute mentale e fisica e dalla sua concentrazio-
ne. Alcune persone irradiano in modo naturale un sacco di energia
e alcuni ne irradiano meno. Più tardi imparerai come aumentare la
tua emanazione, ma per adesso pensa semplicemente ad alcune feste
a cui sei stato: di solito ci sono solo alcune persone che spiccano,
non necessariamente per quello che indossano o come per come si
comportano o per il loro aspetto, ma perché i tuoi occhi gravitano
naturalmente intorno a loro. Quello che ti attrae è, almeno in parte,
la loro radiazione.
Molti artisti, alcuni atleti e alcuni politici hanno un’aura enorme
rispetto al resto della popolazione, e questo ha qualcosa a che fare
con quello che chiamiamo il loro “carisma”. D’altra parte, senza
dubbio ti sarai imbattuto in persone la cui esistenza è appena per-
cettibile. Si tratta di emanatori deboli. La cosa importante da sapere
è che, mentre esistono persone che nascono con una naturale capa-
cità di irradiare una grande quantità di energia, tutti possono essere
istruiti a irradiare molto più di quello che già fanno. In altre parole,
anche tu puoi avere
un’aura che la gente noterà

L’aura nella storia


Sembra che tanto tempo fa, in molte parti del mondo, la gente non
avesse tante remore quante ne abbiamo oggi riguardo al vedere l’au-
ra. Naturalmente, erano in grado di percepire come alcune persone
irradiassero molta più energia di altri e hanno cominciato a rappresen-
tare questo fatto nella loro arte. Infine, diventò una tecnica artistica
quella di includere un’aura intorno alle divinità, ai santi e agli eroi ogni
volta che l’artista voleva mostrare i loro straordinari poteri. Oggi ci
ritroviamo con i resti di questo sciocco cerchio d’oro che a volte si
vede appeso sopra le teste dei personaggi dei cartoni animati. Ora lo
chiamiamo “aureola”, ma è un’aura, sono la stessa cosa. Nella forma

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più antica era uno sfondo circolare della testa (in rari casi intorno al
corpo intero), cioè nel modo in cui appare in realtà quando si impara
a vederla. Solo più tardi, quando la cultura ha causato la soppressione
di questo senso, gli artisti che non capivano cosa fosse e iniziarono a
disegnarlo come un anello sospeso sopra la testa.
Nel caso in cui fossi interessato a verificare tutto questo, ecco alcuni
esempi di arte provenienti da tutto il mondo in cui gli artisti hanno
mostrato l’aura quasi esattamente nella stessa forma. Questi esempi
e molti altri si trovano in una serie di libri sulle mitologie del mondo
pubblicata da The Hamlyn Publishing Group Limited di New York:
cristianità: un mosaico del v secolo nel Battistero degli Ortodos-
si a Ravenna, in Italia. L’aura è attorno a Gesù e a Giovanni Battista.
roma antica: un mosaico di Nettuno e i suoi sudditi, ora al
Louvre. L’aura è intorno a Nettuno, alla sua consorte, Anfitrite, e in
parte attorno a un cherubino che potrebbe essere Eros.
taoismo: un dipinto su un rotolo non datato raffigurante Lao Tse,
l’autore del Tao Te Ching.
buddismo cinese: un dipinto su un rotolo del xvii secolo che mo-
stra cinque Budda, tutti con un’aura.
induismo: una scultura in pietra dell’viii secolo di Indrani, la mo-
glie di lndra.
buddismo indiano: una scultura in pietra del ii secolo di Budda
seduto sotto l’albero Bo.
Il fatto che la stessa cosa sia stata raffigurata in epoche, luoghi e
culture molto diversi tende a indicare che si tratti di un’esperienza
comune e condivisa. O si può semplicemente etichettare come im-
maginazione artistica? Diamo un’occhiata ad alcune esperienze più
moderne nella prossima sezione.

L’aura e la scienza
Le prime prove scientifiche dell’esistenza dell’aura nel xx secolo
sono state fornite nel 1908 da un medico di Londra, Walter J. Kilner.

102
Egli ideò un tipo di schermo pieno di un colorante speciale attraver-
so il quale una persona poteva guardare e vedere l’aura di qualcun
altro. Presumibilmente, il colorante agiva sensibilizzando gli occhi
della persona a frequenze di radiazioni più elevate. In ogni caso,
Kilner utilizzò con successo il processo per la diagnosi medica, de-
terminando lo stato di salute di una persona dalla natura attraverso
la sua aura. Fino al 1920 una serie di medici autorevoli aveva avallato
le sue scoperte, ma l’invenzione di Kilner era troppo radicale per la
maggioranza della gente e la sua carriera soccombette.
Mentre il lavoro di Kilner riceveva attenzione professionale e ri-
fiuto, negli Stati Uniti altri scienziati, il dottor Harold S. Burr e i suoi
colleghi, studiavano un fenomeno curioso che poi fu chiamato “cam-
po L”. Si trattava di un campo elettro-dinamico di energia intorno a
piante, animali e persone che il dottor Burr fu in grado di misurare
con un voltometro sensibile. Il fatto significativo era che le misura-
zioni venivano eseguite senza necessità di contatto fisico, mostrando
quindi che si trattava effettivamente della misurazione di un campo di
energia, e nel 1935 Burr pubblicò un articolo intitolato La teoria elettro-
dinamica della vita. Come Kilner, sostenne che questo campo avrebbe
potuto essere utilizzato per la diagnosi medica, perché cambiava in
intensità e attività a seconda dello stato di salute della persona. Ancora
più importante, le variazioni nel campo potevano essere individuate
prima che una persona effettivamente si ammalasse. A dispetto di più
di trent’anni di ricerca e di pubblicazioni, il lavoro di Burr deve ancora
essere accettato dalla comunità scientifica.
Circa nello stesso periodo in cui Burr stava facendo queste ricer-
che –per l’esattezza nel 1939 – un russo di nome Kirlian cercò di
fotografare una scintilla elettrica e fece una scoperta che ancora sta
scuotendo sia biologi che fisici. Credo che ormai quasi tutti abbiano
sentito parlare di “effetto Kirlian”, ma nel caso in cui non tu non ne
sappia nulla, ecco un breve ripasso.
Quello che Kirlian fece fu sviluppare una tecnica per fotografare
quello che sembrava essere un campo di energia intorno a esseri vi-

103
venti e oggetti inanimati. Intorno agli esseri viventi c’è un bellissimo
motivo brillante e colorato, in continua evoluzione. Una foglia fre-
sca ha un motivo splendido, ma appena la foglia muore il campo
di energia svanisce. Difficilmente può essere una coincidenza che
l’“aura di Kirlian” cambi in modo definitivo anche in base allo stato
di salute di una persona e che possa anche essere usata per osser-
vare malattie nella massa dell’energia prima che vengano osservate
nel fisico. Dopo venticinque anni l’Unione Sovietica ha cominciato
finalmente a finanziare seriamente questo tipo di ricerca, di cui si è
saputo qualcosa negli Stati Uniti solo a partire dal 1970, per cui, ciò
nonostante, un sacco di buona ricerca indipendente è tuttora derisa
dalla maggior parte degli scienziati occidentali.
Le prove scientifiche dell’esistenza di un campo di energia intor-
no al corpo umano ci sono, anche se non sono state pienamente
accettate. È ora tempo di sentire che cosa gli esper abbiano da dire
in proposito.

Che cosa vedono gli esper?


Ci sono molti tipi di esperienza associati al vedere l’aura, probabil-
mente perché ci sono molti tipi diversi di persone che la vedono.
Ho intenzione di suddividere queste esperienze in fasi, ma ti prego
di renderti conto che la visione di un’aura non si sviluppa sempre in
una progressione ordinata.

1. il nimbo
Questo è ciò che gli artisti disegnano intorno alle teste di dèi e santi,
ed è probabilmente la prima cosa che vedrai non appena imparerai
a cercarlo.
Per la maggior parte dei principianti ha l’aspetto di una luce ne-
bulosa che si estende un paio di centimetri al di là della testa, ed è
separata dalla testa da una sottile linea scura. Cito la testa perché
questa parte del corpo sembra generare il campo più forte. Il nimbo

104
può essere visto in tutto il resto del corpo, ma non così facilmente.
L’ampiezza e la luminosità del nimbo sono influenzati dalle condi-
zioni di salute, dagli stati d’animo e da quella che possiamo chiamare
“riserva di energia”. A causa di questo è più facile vederlo intorno
ad alcune persone rispetto ad altre.
Lo sviluppo in questa fase consiste nell’essere in grado di vedere
più del nimbo e di essere in grado di distinguere le differenze di lu-
minosità. È possibile vedere un nimbo di un colore particolare, ma a
questo punto che non ha praticamente alcun significato. Cercare di
collegare un significato al colore a questo punto sarebbe come tentare
di giudicare un vino solo dal colore, senza averne mai assaggiato.

2. fiamma fredda
In realtà, la fiamma non è “fredda”, semplicemente non ha alcun
particolare calore, anche se assomiglia in grande misura a ondate di
calore. La fiamma fredda di solito si vede al buio o in semioscurità,
quando i sensi sono spalancati. All’inizio sarà più facile vederla in-
torno a te, ma con la pratica la potrai vedere anche attorno ad altre
persone e oggetti. Oltre che intorno a un oggetto o una persona, si
può anche veder scorrere dalla punta delle dita e dalla sommità della
testa e dal margine o angolo di un oggetto. Il suo aspetto è gene-
ralmente grigio-blu, ma non sono infrequenti oro e rosso-giallastro.
Anche in questo caso, il colore in questa fase non è molto importan-
te. La cosa più sorprendente della fiamma fredda è il suo movimen-
to, che di solito prende la forma di “tremore” e crescita.

3. lampi e stelle filanti


Come indicano le parole, appaiono lampi e/o nastri di luce che pos-
sono provenire da qualsiasi parte del corpo. I lampi vanno e vengo-
no rapidamente, tanto che è facile chiedersi se si sono visti davve-
ro. I nastri di luce possono essere sia di tipo abbastanza statico, sia
in movimento. Se in movimento, sono come un fascio di luce che
esplode e poi sparisce. In realtà, è probabile che i lampi siano nastri

105
di luce visti di fronte. I nastri statici spesso emergono dalla punta
delle dita, ma possono anche apparire altrove. A volte due ampi
nastri di luce possono emergere dalle scapole e questo porta alla
speculazione che la gente in un lontano passato possa averli visti e li
abbia scambiati per ali. A volte si possono vedere in fotografia.

4. copertura completa
Questo è semplicemente lo stadio in cui si vedono il nimbo o la
fiamma fredda che circondano tutto il corpo. In gran parte sembra
di vedere una nuvola ovale che può estendersi a qualsiasi distanza
l’esper sia in grado di vedere, ma spesso è più densa a una distanza
di circa un braccio. Una volta raggiunto questo stadio è comune che
una persona sia in grado di notare macchie scure qua e là, che pos-
sono corrispondere ad aree di malattia presenti o future.

5. arcobaleno
Ora possiamo parlare di colore. Qui è dove un esper ti dice quanto
di quello o quel colore hai nella tua aura e se ci sono colori mancanti
e così via. Le percezioni variano molto sotto questo aspetto. Alcune
persone possono vedere i colori in strati orizzontali, altre in strati
dall’esterno verso l’interno, e altri ancora come masse galleggianti di
colore che si intrecciano e mescolano.
L’interpretazione dei colori dipende dalla tua esperienza, perce-
pirai a seconda delle tue convinzioni. In un senso molto generale, i
colori freddi indicano la calma e la pace, mentre i colori caldi hanno
a che fare con l’attività e l’eccitazione. Colori fangosi, slavati o sgra-
devoli sono associati a uno squilibrio energetico, a pensieri negativi
e alla malattia. Eventuali altre interpretazioni dipendono da ciò che
significano i colori per l’esper. Ogni esper che non può vedere l’in-
tero spettro di colori nella tua aura ti darà un’interpretazione basa-
ta più che altro sulla telepatia diretta (e potrebbe comunque essere
molto precisa).

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6. luce viva
In questa fase, non solo la persona può vedere i colori, ma anche
forme che si spostano e cambiano continuamente a seconda dei
pensieri e delle emozioni dei soggetti. La rabbia è stata descritta
come simile a picchi rosso scuro, la gelosia come uncini giallo-ver-
dastri e l’amore come fiori che sbocciano. Naturalmente, è coinvolta
molta interpretazione personale.

7. fuochi d’artificio
Immagina uno spettacolo pirotecnico vecchio stile che circonda una
persona e avrai un’idea di ciò a cui questa fase assomiglia. Bengala,
girandole, razzi scoppiettanti, fontane… nominane uno e ci sarà.
Ci potranno essere differenze individuali sulla base di quanto sarà
elaborato e fantastico lo spettacolo. Naturalmente, poche persone
hanno mai sperimentato questa fase.

Come vedere l’aura con uno schermo


Per cominciare, devo insegnarti come fare uno schermo per l’aura.
Ora presta attenzione perché potrebbe diventare molto difficile…
1. Trova una tavola.
2. Coprila con una fodera autoadesiva nera o bianca (il feltro o
qualsiasi altro materiale opaco andranno bene).
Capito? Come tavola è possibile utilizzare compensato, faesite,
plastica, vetro o qualsiasi cosa piatta ed economica. Quanto alle di-
mensioni, dipende da come si vuole utilizzare, per la sola osserva-
zione dell’aura della mano venti centimetri per venti è una buona
dimensione. Per le mie classi, dove mostro l’aura intorno alla testa e
le spalle, uso uno schermo di sessanta centimetri per centoventidue,
che appoggio su una sedia. Ho anche usato una lavagna a fogli mo-
bili e uno schermo da proiezione bianco con buoni risultati.
Lo scopo del materiale nero o bianco è fornire uno sfondo di
contrasto contro il quale l’aura possa essere vista. Nella mia espe-

107
rienza la maggior parte delle persone è in grado di vedere bene su
uno sfondo nero, ma alcune persone si trovano meglio con uno
sfondo bianco o chiaro. Come potete immaginare, uno schermo per
l’aura non è neppure realmente necessario. Tutto ciò che serve è una
superficie piatta e opaca che si possa usare come sfondo. Un muro,
una valigetta, il piano di una scrivania, una giacca, qualunque cosa
funzionerà se sarà di un solo colore, molto scuro o molto chiaro, e
non troppo lucida.
L’unica altra cosa a cui devi prestare attenzione sono le ombre:
disponi l’illuminazione in modo che non si formino ombre sullo
sfondo, se possibile, perché possono interferire con la visione.
Ci siamo, stai per vedere la tua aura! Quello che farò è istruirti
come se fossimo in piedi uno accanto all’altro. Sto facendo conto
che tu abbia già preparato il tuo sfondo:

Tieni una delle tue mani a circa cinque o sei centimetri di distanza dallo
sfondo con il palmo verso il basso e le dita aperte. Guarda tra le dita e
intorno alle punte. Quello che stai cercando è un tipo di luce nebuloso.
Può essere di colore blu-grigio o dorato o di qualche altro colore, ma è
quasi come nebbia. Se hai problemi a vederla, guarda a destra accanto al
dito, e dovresti vedere una linea scura. Ora guarda tra le linee scure tra
due dita ed ecco la nebbia. Potrai anche vedere la differenza tra l’area tra
le dita e il resto dello sfondo oltre la tua mano.
La vedi ora? Se non la vedi ancora, semplicemente rilassati. Potrebbe
volerci qualche minuto di più. Un paio di respiri profondi aiuterà la tua
capacità di vedere.
Va bene? Ancora una cosa. Guarda ora la tua mano per una decina di
secondi. Tieni gli occhi fissi sullo stesso punto e togli velocemente la
mano. Vedi quella brillante post-immagine? Questo è l’effetto energeti-
co che la tua aura ha sui tuoi occhi. Ora sei un vero e proprio veggente
dell’aura. Tutto ciò che serve è un po’ di pratica e sarai in grado di ve-
dere con sempre maggiore facilità.

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Un’illusione ottica?
Ora che ho mostrato alle persone come vedere l’aura, qualcuno (for-
se tu) si sente in dovere di chiedere se quello che ha appena visto
non fosse semplicemente un’“illusione ottica”. Be’, ci sono molti
modi in cui gli occhi possono essere ingannati ed è una buona do-
manda. Ma se fosse solo un’illusione ottica non sarebbe importante
quale mano stai guardando, l’illusione dovrebbe essere la stessa con
la mano di chiunque. Tuttavia, il fatto è che l’aura intorno alle mani
di alcune persone sarà estremamente difficile, se non impossibile, da
vedere, mentre altre si staglieranno nitide e luminose. Anche l’im-
magine residua avrà una luminosità molto diversa in base al pro-
prietario della mano che si sta guardando. Una post-immagine è il
risultato dell’energia radiante che influisce sul tuo bulbo oculare: più
energia qualcosa irradia, più forte sarà la post-immagine. Questi fatti
sono una buona argomentazione contro la possibilità di un’illusione
ottica e lo stesso il fatto che è possibile aumentare la luminosità e il
raggio dell’aura a volontà.

Come aumentare la propria aura


È abbastanza impressionante mettere qualcuno contro lo sfondo
adatto, far sì che un gruppo di persone guardi la sua aura e poi dire
alla persona di aumentarla. La reazione degli spettatori è notevole.
Ed è così facile da fare. Tre o quattro respiri lenti e profondi lo rea-
lizzeranno automaticamente.
Se nello stesso momento immaginerai di espanderla, essa aumen-
terà ancora di più, e se immaginerai una sfera di luce sulla cima della
testa e di riempirla di energia, avrai sicuramente successo. Questo è
tutto quello che c’è da fare.
Prova tu stesso. Una volta che potrai vedere l’aura intorno alla
tua mano, pratica le tre tecniche e nota la differenza nella tua aura
prima e dopo.
I vantaggi dell’aumentare l’intensità e l’estensione della propria

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aura sono diversi e vanno oltre lo stupire un gruppo di studenti.
Questa pratica da sola contribuirà a migliorare la tua salute, ad attira-
re l’attenzione di altre persone, ad aiutare la tua fiducia in te stesso e
ad aiutarti a uscire da stati d’animo negativi. Solo per il gusto di farlo,
provaci la prossima volta che vai fuori con gli amici, a una festa o a
una riunione, o quando hai bisogno di un cameriere. Se lo farai nel
modo giusto si dovrebbe notare una grande differenza nel modo in
cui verrai trattato (ma non aspettarti subito un trattamento vip. Per
quello ci vuole un sacco di pratica).

Altre tecniche per vedere l’aura


Qui ci sono altri modi per sviluppare la tua capacità di vedere l’aura
che possono richiedere pochi minuti o settimane di pratica:

Il metodo dello specchio. Per questo metodo, mettiti davanti a uno spec-
chio e guarda un punto circa due centimetri sopra la tua testa. Man-
tieni lì la tua attenzione, ma sii consapevole anche della tua visione
periferica (laterale). A proposito, questo metodo funziona meglio
se la stanza dietro di te è abbastanza buia o se il muro opposto non
ha nulla che ti distragga. Presto dovresti essere in grado di vedere
la luce nebulosa di cui parlavo prima intorno alla tua testa e forse
anche intorno alle spalle. Ci sarà anche la linea scura accanto al tuo
corpo. Normalmente tutto questo non dovrebbe richiedere più di
uno o due minuti, ma se ancora non vedi nulla dopo dieci minuti,
fermati per quel giorno e riprovare quello successivo.

Il metodo della lampadina. Avrai bisogno di un partner per questa tecni-


ca, perché sarà l’aura del partner quella che guarderai. Prima di tutto
avrai bisogno di una lampadina (accesa). Poi dovrai mettere il partner
davanti alla lampadina in modo che si trovi direttamente dietro la sua
testa. Ora guarda la testa del tuo partner nello stesso modo in cui
guarderesti la tua con il metodo dello specchio. La luce che splende

110
attraverso il campo energetico del tuo partner produrrà un effetto
alone che dovrebbe essere abbastanza facile da vedere. Se non ci fosse
campo di energia non ci sarebbe alone, perché la testa del partner sa-
rebbe semplicemente delineata nettamente sullo sfondo.

Il metodo dell’ombra. Ecco una tecnica indiretta a cui forse hai già as-
sistito senza accorgertene. Un modo è quello di attendere una lu-
minosa giornata di sole e trovare uno sfondo chiaro, come un mar-
ciapiede o un muro. Guarda la tua ombra e porta una mano vicino
alla testa. Prima che la mano tocchi la testa apparirà un ombra tra di
esse. Questa ombra è causato dalla maggiore densità del campo della
tua mano e del campo della tua testa che si fondono insieme. Un
altro modo è illuminare un pezzo di carta bianca con una lampadina
ad alta intensità e avvicinare lentamente le ombre di due dita. La luce
intensa di solito annulla la capacità di vedere l’aura direttamente (a
meno che la tua capacità non sia molto ben sviluppata), ma in que-
sto caso potrai sicuramente vederla indirettamente. Quando le dita
saranno a pochi millimetri di distanza apparirà tra loro. Una debole
ombra. Questo è l’ombra della tua aura intensificata. Potrebbero es-
sere necessari alcuni minuti per vederla, ma con la pratica sarai in
grado di vederla quando le dita saranno a tre centimetri di distanza.

Il metodo della meditazione. Questa denominazione si riferisce solo al


fatto che vedere l’aura è spesso un evento spontaneo durante lo
stato meditativo. Questa tecnica vi permetterà di visualizzare l’aura
di tipo fiamma fredda, ma potrebbe richiedere un bel po’ di pratica.
L’importante per il successo di questa tecnica è essere abbastanza
rilassati ma vigili. Per realizzarla, siediti comodamente in una stanza
buia (non è necessario che sia assolutamente oscura) e metti a fuoco
i tuoi occhi nell’aria a circa cinquanta centimetri di fronte a te. Non
sforzarti. Semplicemente rilassati e osserva. Alla fine, inizierai a ve-
dere quelle che sembrano “ondate di calore” blu tutto intorno a te.
Venti minuti alla volta bastano per iniziare finché riuscirai a vedere.

111
Spesso aiuta essere in una zona comunemente chiamata “punto di
potere”. Una delle manifestazioni più forti di questo fenomeno che
io abbia mai sperimentato era in una zona vicino al vulcano Kilauea
sulla Big Island delle Hawaii. Se disponi di tutto il tempo che vuoi e
di una stanza completamente buia, puoi provare a rilassarti e guar-
dare per due o tre ore di fila per vedere cosa succede.

Teoria vs pratica
Sarebbe facile riempire molte più pagine con le teorie che la gente
ha su cosa sia esattamente l’aura, oltre a essere un campo di energia.
Ma poi avresti soltanto raccolto un sacco di pareri, compreso il mio,
e non cambierebbe in alcun modo la tua capacità operativa. Le teo-
rie vanno dalla radiazione termica o elettromagnetica fino a sistemi
complessi di “corpi” energetici intrecciati di varie dimensioni e den-
sità. Io mi tengo fuori dalla diatriba: il mio scopo è più immediato.
Tutto quello che voglio fare è dimostrare che l’aura esiste e che si
può utilizzare, indipendentemente da quello che si pensa che sia.
Mettendo insieme i miei consigli e dichiarazioni varie, ecco alcuni
usi pratici della capacità di vedere l’aura: usala come strumento di
bio-feedback per controllare il tuo stato di salute fisica e mentale e
per prendere provvedimenti a riguardo; per aumentare la percetti-
vità dei tuoi sensi più raffinati; per migliorare l’effetto che hai sulle
altre persone (intensificando la tua aura); per controllare il livello di
energia delle altre persone (ricorda, all’inizio gli unici metri validi
sono la luminosità e il diametro); infine per essere in grado di aiutare
le persone notando le aree di blocco energetico e le malattie in corso
o in incubazione (con molta pratica).

Proiezione di un tulpa
Un “tulpa”, che io chiamo anche “campo t”, è un’immagine tridimen-
sionale energizzata di una cosa o di una scena che viene proiettata

112
intenzionalmente nel mondo intorno a sé. La sua trattazione rientra in
questo capitolo, perché in realtà è solo una parte condensata dell’aura.
Questo è un concetto che molte persone conoscono già, ma senza
usare i termini che ho appena menzionato. Uno dei migliori esempi
è quello del “mimare”. Marcel Marceau era un maestro di questa
arte sul palco, come Charlie Chaplin lo era nei film. L’aspetto del mi-
mare che più ci interessa qui è il produrre l’“illusione” di oggetti reali
così bene che il pubblico sospende l’incredulità e li accetta come se
fossero realmente lì. Esempi classici sono quelli di un mimo che lava
i vetri o raccoglie un fiore e lo mette nel bavero. Nelle prove degli
spettacoli teatrali e nelle produzioni d’avanguardia molti dei punti
di riferimento possono essere costituiti da tulpa. Uno dei migliori
esempi moderni, a mio parere, si è verificato nella scena di Jurassic
Park in cui i due bambini erano inseguiti dai dinosauri in cucina. Nel
caso non lo sapessi, durante le riprese dovevano reagire a dinosauri
immaginari, cosa che hanno fatto in modo molto convincente.
La ragione per cui più sopra ho messo tra virgolette la parola
“illusione” è quella di enfatizzare il fatto che, da un punto di vista di
secondo livello, le immagini proiettate hanno una realtà elettroma-
gnetica sottile ma tangibile. Mentre di solito ci si concentra su quan-
to bene il pubblico accetti l’“illusione”, vorrei spostare l’attenzione
su ciò che il proiettore umano sta in realtà facendo.
Al fine di creare l’effetto giusto, il mimo deve esternare un’im-
magine così intensamente, e con tutti i necessari attributi sensoriali,
che il suo corpo la accetta come reale e, date le giuste circostanze,
chiunque altro nei paraggi tenderà ad accettarla come reale, almeno
in una certa misura. È mia convinzione che una tale intensità possa
effettivamente cambiare l’ambiente fisico in modi che possano pro-
durre reazioni mentali, emotive e/o fisiche in altre persone. E non
mi riferisco solo al pubblico. E non intendo solo le persone. E non
intendo solo mentre il mimo sta mimando.
Il colore è uno strumento molto utile per la proiezione di pensiero,
perché la mente corporale reagisce molto bene alla trasmissione del

113
colore. Parlo qui della visualizzazione del colore, dell’immagine del
colore nella tua mente e della sua proiezione verso il mondo in cui
vivi. Per un sacco di gente non è facile immaginare un solo colore so-
speso nello spazio, e questo concetto è comunque abbastanza astratto
per la maggior parte delle menti corporali. La mente corporale ri-
sponde meglio a un’immagine che abbia una chiara base fisica. Due
immagini che funzionano abbastanza bene sono una leggera nebbia o
nubi e l’ampio fascio di luce di un faro (con un filtro colorato a scelta).
Alcune persone usano per un grande folla tutta una batteria di fari.
Per quanto riguarda i colori, ci sono un sacco di libri che ti spie-
gheranno il significato dei vari colori secondo certe credenze, ma,
in ultima analisi, tutto dipende da come li percepisci tu. Dopo tutto,
sei tu quello che li proietterà e i colori visualizzati sono solo un altro
modo di caratterizzare l’energia che si sta inviando.
Tuttavia, ho scoperto che alcuni colori danno risultati abbastanza
costanti, quindi ecco un elenco semplice e pratico dettato dall’espe-
rienza.
rosso. Molto stimolante e attraente, ma un po’ troppo forte per la
maggior parte degli scopi in quanto tende ad aumentare sensazioni
sessuali.
arancio. Un colore energizzante, ottimo per stimolare l’attività e
svegliare la gente.
rosa. Attraente in modo amichevole. Promuove la cooperazione
e le risposte amichevoli.
verde. Promuove la cooperazione pacifica e la guarigione delle
menti e delle circostanze.
blu. Molto calmante. Buono per contrastare le emozioni forti e
alleviare l’insonnia.
bianco o oro. Promuovono sentimenti di protezione, fiducia e
sicurezza.
Questi sono i colori che ho trovato avere un’efficacia più diretta.
Puoi sperimentare con altri colori, sfumature e tonalità per vedere se
qualcuno per te funziona meglio.

114
Alcuni esempi di colori tulpa in funzione ti aiuteranno a capire il
come e il perché. Prima di tutto, io insegno a chi sta per parlare o
esibirsi in pubblico a energizzare (costruire emozioni entusiastiche),
immaginare un esito positivo, e poi proiettare una luce rosa sul pub-
blico. Usiamo il rosa chiaro così spesso, di solito sotto forma di una
nebbia, che abbiamo sviluppato un verbo: “rosanebbiare”. L’imma-
gine è quella di una nebbia rosa che attraversa una stanza e colora la
gente, i mobili, pareti e tutto il resto.
Mia moglie, che era un consulente istituzionale, ha usato questa
tecnica con molto successo nel suo lavoro. Ogni volta che c’era un
problema nei rapporti interdipartimentali lei raccoglieva un gruppo
di dipendenti consapevoli e diceva: «Rosanebbiamo la sala da pran-
zo (o altro)» e otteneva risultati sorprendenti. Ho usato una tecnica
simile, con il colore verde, in un’azienda in cui ho lavorato. Quando
arrivai il posto era una cacofonia di voci, pieno di rispostacce, la-
mentele e con una sensazione di malessere. Dopo tre mesi di luce
verde che penetrava attraverso tutti gli uffici è diventato un luogo
piacevole in cui lavorare. Anche il capo venne da me un giorno e mi
disse: «Io non so perché, ma da quando sei venuto a lavorare qui
l’intera operazione va più liscia di quanto abbia mai fatto». Quello
che io e mia moglie e quelli a cui ho insegnato possono fare, puoi
farlo anche tu.
La proiezione a colori ha una serie di altre applicazioni pratiche.
Prima fra tutti è la proiezione di una influenza protettiva. Molte per-
sone soffrono di un’ansia inutile nei confronti dei loro cari quando
sono lontani e ciò è particolarmente vero con le madri e i loro figli.
Piuttosto che sprecare tutta quella energia a preoccuparsi di tutte le
cose terribili che potrebbe accadere, che di fatto ha l’effetto di irra-
diare questa condizione come un suggerimento, ti offro una tecnica
che ti porterà più tranquillità e al tempo stesso darà alla persona
che ti interessa un aiuto sostanziale. Quello che devi fare è con-
centrarti su un’immagine della persona e mentalmente circondarla
con una nuvola, nebbia, o una luce di colore bianco o oro. Invece

115
di preoccuparti da star male e di provocare possibili danni con la
tua immaginazione, ora sarai in grado di intraprendere azioni posi-
tive ovunque la persona sia. Anche se sembra semplice, ti assicuro
che è molto efficace. In molti casi segnalati dai miei studenti questa
tecnica ha contribuito sia a evitare completamente a una persona
incidenti sfortunati sia a ridurre sensibilmente l’effetto di situazioni
inevitabili. E sicuramente aiuterà te, il mittente, a sbarazzarti di false
idee di impotenza.
Il colore è solo un piccolo aspetto della creazione di un tulpa.
Come il mimare di cui parlavamo prima, tutto quello che immagini
nella tua mente può essere immaginato anche nel mondo esterno e
con buoni risultati. Ho usato questo metodo di creazione di un tulpa
per fare un muro per impedisse al mio gatto di entrare nella mia ca-
mera da letto, per fare un lupo che spaventasse un cane aggressivo,
per coccolare cani a distanza in modo da farli smettere di abbaiare,
per calmare una folla inferocita, per riservarmi un parcheggio, per
deviare un flusso d’acqua, per battere il mio figlio maggiore a brac-
cio di ferro, per operare un bel po’ di guarigioni e per molte, molte
altre cose pratiche. Però si devono applicare le stesse regole della
telepatia: qualunque cosa si crea deve essere accettata da chiunque
o qualunque cosa si sta cercando di influenzare o non avrà alcun
effetto.

Riassumendo:
1. chiunque può imparare a vedere l’aura con molta poca pratica;
2. la prova dell’esistenza dell’aura si trova nell’arte antica, nelle
scoperte scientifiche moderne e nell’esperienza personale:
3. la tecnica di base per vedere l’aura è:
a. trova uno piano o luminoso;
b. tieni la mano a venti centimetri da esso;
c. concentra lo sguardo nell’aria tra le dita e intorno alla punta
delle dita, alla ricerca di una leggera nebbia e di una linea
scura vicino alla pelle;

116
4. la tecnica di base per aumentare l’intensità e la dimensione
dell’aura è quella di fare una o tutte le seguenti cose:
a. prendi tre respiri profondi e lenti;
b. immagina che la tua aura stia diventando più luminosa e più
grande;
c. immagina una sfera di luce che ti riempie di energia sulla
sommità della testa;
5. la tecnica di base per proiettare la tua aura è quello di imma-
ginare che circondi qualcosa o qualcuno con un colore appro-
priato al tuo intento;
6. la tecnica di base per la creazione di un tulpa è immaginare vivi-
damente un oggetto o una scena nel tuo ambiente esterno con
il maggiore realismo tridimensionale possibile e con la forte
intenzione di realizzare qualcosa.

117
viii
La telecinesi

Una delle scene preferite nei film di fantascienza e fantasy è quando


uno o più personaggi mostrano la capacità di muovere o sollevare
oggetti con la sola forza del pensiero. Per un effetto più drammati-
co, il personaggio coinvolto di solito punta il dito o rivolge il palmo
della mano verso l’oggetto (altrimenti il pubblico non saprebbe chi
è stato a operare lo spostamento). È solo un modo per assecondare
un pio desiderio popolare o è una possibilità reale che può essere
sviluppata? Un po’ di entrambi, credo.
Il termine più comunemente usato oggi per questo fenomeno
è “psicocinesi”, termine che significa “muovere oggetti a distanza
attraverso l’influenza mentale”. Conosciuto anche come pk, il ter-
mine è stato coniato nel 1914 dall’autore Henry Holt e usato dal
parapsicologo J.B. Rhine nel 1934 per i suoi famosi esperimenti sulla
influenza mentale sul lancio dei dadi. Tuttavia, le mie esperienze mi
hanno portato a preferire il vecchio termine “telecinesi” (tk), che è
stato coniato nel 1890 da un ricercatore russo di nome Alexander N.
Aksakof, perché significa “influenzare da lontano”, senza la necessa-
ria implicazione che il processo riguardi solo la mente. Nonostante
le mie preferenze, nessuno dei due termini è sufficiente a coprire il
campo, che include la levitazione, la piegatura di oggetti metallici
senza l’uso di muscoli o macchine e gli effetti poltergeist, così come
molti generi di influenza a distanza, tra cui la guarigione senza l’in-
tervento di una sostanza fisica o di un oggetto.
La visione del mondo scientifico-obiettiva non riesce a fare i conti

118
con l’idea della tk, perché apparentemente contrasta con le leggi
della fisica. D’altra parte, ci fu un tempo in cui si pensava contra-
stassero con le leggi della fisica anche il volo di qualcosa di più pe-
sante dell’aria, percorrere un miglio in meno di quattro minuti e la
possibilità di andare sulla Luna. In realtà, in questo capitolo spero di
convincerti che anche la tk ricade nell’alveo delle leggi della fisica.
Anche se alcuni scienziati accettano il fenomeno della tk come
“reale”, molti altri sono così rabbiosamente contrari a essa da insi-
stere sul fatto che tutti gli esempi siano truffe o percezioni fallaci,
o una sorta di ipnosi o di allucinazioni di massa (entrambe queste
ultime spiegazioni sono molto poco scientifiche).
Nonostante il fatto che ora stiamo lavorando con ipotesi di se-
condo livello invece che con quelle di primo livello, la questione
della truffa deve essere affrontata. Le performance moderne e la
magia di strada sono diventate molto sofisticate, e molti talenti esper
reali possono essere simulati da maghi professionisti. Per esempio,
è possibile acquistare tecniche e gadget per creare l’illusione del-
la levitazione online su www.levitation.org e i risultati sono molto
convincenti. Tuttavia, solo perché è possibile creare l’illusione di un
fiore che cresce non vuol dire che i fiori non crescano. Si può an-
che trovare un tipo di levitazione scientifica “approvato” attraverso
super-conduttori su www.fys.uio.no/super/levitation. Tuttavia, an-
cora una volta, solo perché è possibile creare un effetto utilizzando
ipotesi di livello oggettivo, non significa che non si può creare un
effetto simile usando le ipotesi di altre visioni del mondo.

Rivelare il mistero del potere della mente


Una delle obiezioni che gli scienziati fanno sul produrre effetti te-
lecinetici con il potere della mente è che il cervello (molti scienziati
ritengono che la mente non sia altro che un effetto collaterale del
cervello) non disponga di abbastanza energia che sia ancora misura-
bile a circa un metro dal corpo. La conclusione, quindi, è che l’uso

119
della mente per eventuali fenomeni tk sia contro le leggi della fisica.
Il problema qui non ha nulla a che fare con le leggi della fisica e ne-
anche con una visione oggettiva del mondo: il problema è pensare
dentro gli schemi.
In alcuni dei miei seminari ho dimostrato molto facilmente il po-
tere della mente sulla materia. Tutto quello che faccio è chiedere a
qualcuno di darmi una penna e poi dico: «Ta-da! Con la forza della
mia mente ho fatto sì che questa penna apparisse nella mia mano». Di
solito ottengo una risata, ma quando dico questo non sto scherzando,
ciò ha che fare con la fisica di energia. Dire che la mente non ha abba-
stanza energia per influenzare un oggetto a distanza, è come dire che
un fiammifero non ha abbastanza energia per bruciare una foresta.
Naturalmente il fiammifero di per sé non ha abbastanza energia per
bruciare una foresta, ma tutto ciò che deve fare è accendere un picco-
lo fuoco in modo che quello possa incendiare qualcosa con il potere
di creare un fuoco ancora più grande e così via. Il fiammifero non
brucia la foresta, ma la foresta brucia a causa del fiammifero.
Nel mio esempio poche semplici parole indirizzate alla mente
creano in aria un’onda molto piccola e che ha poca energia, ma che
percorre la distanza fino a un orecchio e stimola un modello menta-
le di cooperazione, che stimola l’energia emozionale, che a sua volta
stimola il movimento dei muscoli, che si traduce in una mano tesa
per darmi una penna che improvvisamente tengo in mano.
La telecinesi funziona nello stesso modo: l’energia mentale stimo-
la l’energia emotiva che influenza altri tipi di energia. Nella mia espe-
rienza, l’energia emotiva è il fattore chiave. Detto questo, esploriamo
alcuni dei fenomeni associati alla tk.

Levitazione
La levitazione nella visione del mondo di secondo tipo si riferisce in
genere alla capacità dell’essere umano di sollevare un’altra persona o
un oggetto da terra senza contatto fisico diretto o l’uso di qualsiasi

120
dispositivo fisico. Quando qualcuno la opera su se stesso di solito
si definisce “autolevitazione”. Penso però che questa definizione sia
troppo limitata, per me ha più senso includere qualsiasi tipo di sol-
levamento che vada oltre ciò che si possa normalmente prevedere
solo per mezzo di muscoli.
A mio parere al giorno d’oggi alcuni dei migliori esempi di levita-
zione si possono riscontrare sui campi da basket e fra alcuni artisti
del balletto. Se hai dei dubbi su questo ti consiglio di confrontare i
video del basket del 1960 con quelli di oggi. Credo che le immagini
parleranno da sole.
Ci sono molti resoconti di levitazione in tutto il mondo attribu-
ite a mistici, sciamani, maghi cerimoniali e spiritualisti, ma le fonti
diventano molto sfuggenti quando si cerca di rintracciarli. In tut-
ti i miei viaggi intorno al mondo non ho mai incontrato un solo
caso di qualcuno che galleggiasse sospeso da terra e stesse sospeso a
mezz’aria per tutto il tempo che volesse. Solo perché non l’ho visto
non vuol dire che non accada, ovviamente, ma pochissima gente ha
riportato testimonianza di tali eventi.
Stando così le cose, dovrò limitare i miei esempi e le tecniche a
quello che ho scelto di chiamare “effetto levitazione”, e nel far que-
sto potrei riportare esempi che ho già citato altrove.

Levitazione assistita
Tre dei seguenti esempi sono facilmente replicabili.

La rissa che accadde. Mentre ero sergente presso gli us Marine Corps
ero responsabile dello scavo di trincee. Uno degli uomini era un
fannullone, apriva bocca a sproposito e non obbediva agli ordini.
Dopo un commento particolarmente irritante improvvisamente gli
diedi un pugno sul mento. Se ben ricordo l’incidente, quando il mio
pugno entrò in collisione con il mento sembrò un impatto molto
leggero, in ogni caso, tutto il suo corpo si staccò da terra, volò all’in-

121
dietro per due metri e atterrò sulla schiena. Poi balzò in piedi senza
alcun danno apparente e venne verso di me con una pala. Il tutto si
è concluso senza che nessuno si facesse male.

La rissa che non accadde. Quando ero al secondo anno di college, dopo
aver finito il servizio militare, ho condiviso un appartamento con
altri due giovani, uno dei quali aveva abitudini molto fastidiose. Una
notte, mentre stavo cercando di studiare, ha insistito per sedersi ac-
canto a me a sgranocchiare rumorosamente delle patatine. Dopo
avergli chiesto alcune gentilmente di smetterla, saltai giù dal divano
e gridai, bruciando di rabbia. Si alzò anche lui in piedi e durante lo
scambio di urla mosse il pugno verso il mio petto, come per colpir-
mi. Per quanto ricordo ero molto carico di energia emotiva e prima
che il suo pugno mi toccasse sono volato all’indietro attraverso la
stanza in linea orizzontale, a circa tre metri di distanza da lui. Egli
si calmò improvvisamente, si voltò e lasciò la stanza. Sentivo un
formicolio intenso dentro e intorno al mio corpo e ci volle molto
tempo perché quella sensazione si dissipasse.

Il pugno da un pollice. In California, quando mio figlio più grande ave-


va circa dodici anni, ho studiato l’arte marziale di Bruce Lee e ho
deciso di sperimentare la sua tecnica del “pugno da un pollice”, che
consisteva nel concentrare tutte le proprie energie in un pugno e
muovere quel pugno contro l’avversario solo di un pollice, in modo
da buttarlo indietro. Usando mio figlio come cavia, gli feci mettere
uno spesso elenco telefonico sullo stomaco e mi misi di fronte a
lui. Concentrai la mia energia nel pugno destro, lo mossi in fretta
di un pollice contro il libro e lui volò all’indietro di circa due metri
atterrando sulla schiena, ma non si fece male. Se ricordo bene, mi
sembrava di avere a malapena toccato il libro.

Il sollevamento di gruppo della sedia. Ci sono molte varianti utilizzate per


produrre questo effetto, ma mi limiterò a menzionarne una delle

122
più semplici ed efficaci. Invece di fare un racconto, descriverò una
serie di passaggi in modo che possa provare anche tu. Per farlo avrai
bisogno di cinque persone.
1. Poni una sedia in uno spazio aperto. Usa una sedia con quattro
gambe e con appigli sotto a ciascuno degli angoli del sedile che
possono essere afferrati saldamente con due mani. Utilizza una
sedia che una persona sola possa sollevare senza troppi proble-
mi.
2. Chiedi a una persona di corporatura media, uomo o donna, di
sedersi sulla sedia. Come regola generale, più pesante la sedia,
più leggera la persona e viceversa.
3. Chiedi a due donne di afferrare la parte anteriore della sedia
sotto al sedile e a due uomini afferrare la parte posteriore.
4. Di’ di sollevare la sedia alle persone che tengono gli angoli e
nota quanto in alto la sollevano.
5. Chiedi ai sollevatori di fermarsi, stare in piedi, e ricordare un
momento molto felice dal passato. Devi dar loro dieci-quindici
secondi. Includi anche la persona seduta sulla sedia se vuoi.
6. Improvvisamente di’ ai sollevatori di piegarsi verso il basso e
sollevare la sedia. Nota quanto in alto va questa volta. Chiedi a
ogni persona coinvolta di riferire quello che ha provato.
Quasi sempre durante il secondo sollevamento la sedia andrà
significativamente più alto, e quasi sempre ogni persona coinvolta
dirà che la sedia sembrava molto più leggera. In alcune dimostrazio-
ni di questo tipo il facilitatore utilizza la respirazione profonda per
aumentare l’energia, ma trovo che le emozioni positive funzionino
meglio e più velocemente.

Il sollevamento unico. Puoi farlo da solo o con un gruppo di individui.


Utilizza un oggetto tra i due e i quattro chili e sollevalo senza alcuna
preparazione. Poi pensa a un momento felice e solleva di nuovo. Più
felice sarà il sentimento, più spettacolare sarà l’effetto.

123
Il Jumping Jack. Mettiti sotto qualcosa che sia circa trenta centimetri
più in alto della tua portata massima in piedi. Salta e cerca di toccar-
lo. Quindi esaltati più che puoi riguardo a qualcosa di buono e salta
di nuovo. Nota la differenza, che di solito è notevole, ancora una
volta a seconda dell’intensità del sentimento.

Piegatura dei metalli


L’ho vista molte volte, l’ho eseguita io stesso e l’ho insegnata ad altri
durante seminari, corsi e sessioni individuali. Di fatto la mia teoria
sul fattore energia emotiva è scaturita dalla mia esperienza con que-
sto fenomeno.
Alcuni anni fa ho avuto l’opportunità di lavorare con un giovane
uomo emotivamente disturbato. Era quello che viene chiamato in
parapsicologia un “agente pk (o tk)”, cioè qualcuno intorno al quale
si verificano fenomeni di tipo poltergeist. Suo padre insegnava a
piegare i cucchiaini, il che è un possibile motivo per cui il talento di
questo giovane assunse le caratteristiche che aveva.
Quando andai a casa del giovane mi furono mostrati due esempi
di attività poltergeist. In un caso, durante un attacco di rabbia, le
spesse barre di ghisa di un parafuoco e gli strumenti di ghisa a esso
associati si erano afflosciati come se fossero fatti di liquirizia. Il se-
condo caso è accaduto quando era al telefono con la sua ragazza e
lei ha annullato un appuntamento. Appena sbatté giù il telefono si
sentì un forte rumore di schianto in cucina. In un primo momento
non trovarono nulla di insolito, ma poi si accorsero che tutti gli uten-
sili contenuti in tre cassetti della cucina si erano piegati. Tuttavia,
gli oggetti nel cassetto più vicino al telefono erano piegati solo un
po’, quelli nel cassetto accanto erano molto piegati e quelli nel terzo
cassetto erano piegati solo un po’. Con tutti e tre cassetti aperti gli
effetti ricordavano esattamente un’onda. È in quel momento che
ho cominciato a teorizzare che l’energia emotiva fosse coinvolta in
questi fenomeni e che si muovesse verso l’esterno in singole onde,

124
con le emozioni più intense a creare onde di maggiore ampiezza.
Durante il periodo in cui stavo lo aiutando a reindirizzare le sue
emozioni, il ragazzo una volta mi chiamò nella sua stanza per far-
mi vedere qualcosa. Stava seduto sul pavimento tenendo in mano
l’estremità di una spessa barra lunga circa trenta centimetri di rame
indurito. Mentre guardavo lui fissava la barra, che lentamente co-
minciò ad afflosciarsi come se fosse diventata morbida. Se non aves-
si saputo della sua energia emotiva mi sarebbe sembrato che stesse
semplicemente usando la mente. Egli divenne un guaritore e, quan-
do il suo talento si spense, una volta che i suoi problemi emotivi
furono risolti, si è sposato e ha condotto una vita normale.
Nella mia esperienza personale non sono mai stato in grado di
piegare il metallo con la pura emozione. Come la maggior parte dei
“piegatori di cucchiaini” ho aggiunto un po’ di pressione fisica. È
stata un’esperienza strana: anche se mi era stato detto di colpire il
metallo e di ingiungergli o chiedergli di piegarsi, ho scoperto che
non era necessario. Ciò che era necessario era aumentare il mio li-
vello di intensità emotiva. Quando tenevo il cucchiaio, forchetta o
coltello e concentravo la mia attenzione ed energie su di esso, im-
provvisamente e a scatti si ammorbidiva a sufficienza perché solo
una leggera pressione delle dita lo inducesse a piegarsi. Poi improv-
visamente si induriva e dovevo ricostruire la mia intensità emotiva
fino a che improvvisamente si ammorbidiva di nuovo un po’ e po-
tevo piegarlo di più.
Dopo molti esperimenti ho stabilito che l’argento è il più facile da
piegare, seguono il rame e l’acciaio. È interessante notare che que-
sto è anche l’ordine decrescente della conduttività elettrica. Quando
non riuscivo a trovare abbastanza argenteria per un workshop, usavo
i ganci di rame indurito che utilizzano i falegnami per fissare i travetti
– hanno funzionato bene. Ricordo lo sguardo scioccato sul volto di
un uomo quando venne a prendere la moglie dolce e gentile dopo il
workshop, e lei gli mostrò il suo pezzo di rame strettamente annodato
che lui non riusciva a piegare nemmeno con tutte le sue forze.

125
Muovere gli oggetti
La capacità di spostare gli oggetti senza toccarli si incontra raramen-
te, se non contiamo la possibilità di chiedere o ordinare a qualcun
altro di farlo per noi. Il più delle volte si verifica come evento non
intenzionale, spontaneo.
I casi più noti di tk spontanea con oggetti chiamano in causa
la cosiddetta attività di poltergeist. Il nome, proveniente dalla Ger-
mania, significa “fantasma rumoroso” e riflette l’idea che ne siano
responsabili spiriti o fantasmi di qualche tipo. Molti ricercatori in
parapsicologia, me compreso, sono ora convinti che l’improvviso e
spesso violento movimento di oggetti sia dovuto a un agente pk/tk,
una persona particolare che è sempre nei paraggi quando il fenome-
no si verifica. Di solito questa persona è un ragazzo o una ragazza
intorno all’età della pubertà, ma sono stati segnalati alcuni casi che
coinvolgono anche persone molto più giovani o molto più anziane.
Mentre i ricercatori sovracitati hanno la tendenza a dire che l’evento
si è verificato “per cause sconosciute”, io sono personalmente con-
vinto che il responsabile sia un improvviso e inconscio rilascio di
energia emotiva.
Effetti tipici sono che gli oggetti intorno alla persona tremino,
cadano dalle superfici o addirittura volino rapidamente in tutte le
direzioni. So di un caso, però, dove invece che avere oggetti che vo-
lavano lontano dall’agente, c’erano rocce che bombardavano dall’e-
sterno la casa in cui si trovava.
Purtroppo so di una sola persona che abbia fatto la transizione
da agente pk/tk al consapevole controllo del processo, ed era una
donna russa, Nina Kulagina, che visse dal 1926 al 1990. Ella notò
che gli oggetti vicino a lei tremavano o cadevano quando era arrab-
biata e stabilì che questo effetto proveniva da lei e non da qualcuno
o qualcos’altro. A quel punto cominciò a sviluppare consapevol-
mente la sua abilità. Ha dato molte dimostrazioni delle sue capacità
di muovere consapevolmente gli oggetti senza toccarli, alcune delle
quali erano strettamente controllate per evitare truffe, e alcune sono

126
state filmate. Naturalmente, gli scienziati con una visione del mondo
oggettiva allora e oggi continuano a insistere che debba trattarsi di
un falso, e i ricercatori sulla tk continuano a dire che lo faceva «solo
usando la sua mente». Se tuttavia si leggono le accurate descrizioni
di ciò che effettivamente faceva si ottiene l’indicazione che era coin-
volto qualcosa d’altro.
Le descrizioni di testimoni dicono che aveva bisogno di ore di pre-
parazione per svuotare la mente e concentrarsi, e avrebbe saputo di
essere pronta quando sentiva un forte dolore alla spina dorsale e le
si appannava la vista. Tuttavia, tutto ciò che era in grado di fare nelle
sue dimostrazioni era spostare oggetti di piccole dimensioni a breve
distanza lungo una superficie. Seppur a suo modo notevole, la sua
abilità consapevole non raggiunse mai il livello di quella inconscia.

Esperienze personali
Le mie esperienze con oggetti mossi non fisicamente sono piuttosto
limitate, ma precise. Tra i membri della mia famiglia, solo mio fratel-
lo più piccolo ha mai registrato nulla di simile. Una volta, mi disse,
era a una riunione e desiderava fortemente una particolare lettera
che si trovava sul tavolo fuori dalla sua portata. All’istante, la lettera
volò nella sua mano. Nessun altro al tavolo sembrò accorgersene.
Non riesco a ricordare ora nessuna mia esperienza veramente spon-
tanea. Quella che vi si avvicina di più è un’esperienza con un radio-
metro di Crookes che ottenni con l’obiettivo di fare esperimenti tk.
Nel caso in cui tu non lo sappia, un radiometro di Crookes è un globo
di vetro a chiusura ermetica con la maggior parte dell’aria rimossa
dall’interno. All’interno del globo c’è un mandrino a basso attrito su
cui sono montate quattro alette di metallo sottile verniciate di nero da
un lato e di bianco dall’altro. Quando la luce del sole, il raggio di una
torcia, gli infrarossi o la radiazione termica colpiscono le alette, le dif-
ferenze di temperatura tra il lato bianco e quello nero le fanno ruotare.
Anche mani calde appoggiate sulla sfera possono avere questo effetto,

127
ma mani a pochi centimetri dal globo non ce l’hanno. Avevo cercato
per qualche tempo di far muovere le alette senza toccare la sfera, ma
non avevo avuto successo. Poi un giorno mi è capitato di essere in
piedi a poca distanza dal radiometro quando ho ricevuto una notizia
entusiasmante. Con la sensazione di bruciare dall’emozione, mi voltai
improvvisamente a guardare il radiometro e le alette iniziarono a gira-
re. L’effetto è durato meno di un minuto, ma è stato evidente.
Ho avuto più fortuna con un altro oggetto. In una stanza chiusa
e senza correnti di circa di cinque metri quadrati, ho sospeso a una
trave una statuetta leggera raffigurante un pellicano con un filo di
nylon. L’apertura alare del volatile era di poco meno di trenta cen-
timetri. Seduto su una sedia o sul pavimento a circa due metri di
distanza, sono stato in grado, dopo una certa pratica, di far girare
lentamente il pellicano prima in una direzione e poi nell’altra, prima
che il filo arrivasse al suo limite. La mia tecnica, se si può chiama-
re così, era quella di rilassarmi profondamente, di concentrarmi e
poi “ingiungere” all’uccello di muoversi, facendo molta attenzione a
non permettere ai muscoli di irrigidirsi.
Le mie esperienze migliori seguirono alla lettura del libro di Claude
M. Bristol dal titolo The Magic of Believing (Pocket Books, 1948). Nel
secondo capitolo, intitolato Mind-Stuff Experiments, egli descrive un di-
spositivo estremamente semplice per dimostrare la tk che mi sbalordì
per la sua efficacia. Ho modificato un po’ il suo progetto per renderlo
più trasportabile e ho fatto dimostrazioni nelle scuole e in televisione.
Anni dopo mi sono imbattuto in una versione prodotta in serie che
funzionava altrettanto bene, ma non so se sia ancora disponibile. In
ogni caso, la mia versione semplificata può ancora essere utilizzata da
chiunque. Innanzi tutto le istruzioni su come farla.
1. Procurati un bicchiere di carta, di quelli con il fondo piatto. Se
ha un po’ di cresta lungo il bordo va bene lo stesso.
2. Capovolgi il bicchiere su una superficie piana.
3. Taglia un quadrato di carta di otto centimetri di lato. La carta
per stampanti a getto d’inchiostro va benissimo.

128
4. Piega il foglio due volte, da un angolo all’altro, in modo da farlo
assomigliare alla sommità di una tenda quadrata.
5. Procurati una puntina da disegno e mettila a testa in giù sulla
base del bicchiere. Metti la tenda di carta sulla puntina, bilancia-
ta in modo che resti in equilibrio. Ora sei pronto.
Assicurati che il dispositivo sia collocato a un’altezza confortevo-
le, su un tavolo o una scrivania di fronte a te. Metti le mani, con i
palmi verso l’interno, a circa dieci centimetri di distanza dalla carta
su entrambi i lati. Tieni la bocca chiusa e respira molto delicata-
mente, così che il respiro non muova accidentalmente la carta. In
realtà, quando la carta inizierà a muoversi, potrai distinguere molto
facilmente la differenza tra il movimento causato dal respiro e quello
movimento causato dall’energia.
Per alcune persone la carta comincerà a ruotare immediatamente,
a volte con un po’ di oscillazione. Per altri non si muoverà, non im-
porta quello che faranno. Per altri ancora girerà un po’ e si fermerà,
e per altri girerà un po’ in un verso e un po’ nell’altro.
Il rilassamento muscolare è di vitale importanza, eccetto che a vol-
te si possono contrarre rapidamente i muscoli e ottenere un breve
scoppio di movimento. Ho scoperto che una pausa per passeggiare,
respirare profondamente ed emozionarsi per qualcosa prima di ri-
provare può essere molto utile. Con la pratica si possono ottenere
risultati sempre migliori e far girare la carta in entrambe le direzioni.
I tre fattori più importanti, a mio parere, sono: il rilassamento mu-
scolare, l’eccitazione emotiva e la capacità di concentrare la volontà
senza entrare in tensione.
E così adesso puoi far girare un pezzo di carta. E con ciò?

Movimento assistito di oggetti


Non c’è un gran vantaggio nel piegare i cucchiaini o a far girare un
pezzo di carta, ma c’è un gran vantaggio nell’applicazione in altri
ambiti delle abilità coinvolte.

129
Invece di sprecare il tuo tempo cercando solo di muovere le cose
con la mente (che non funziona) o solo con la tua energia emoziona-
le (che funziona in modo limitato, a meno che non si possa evocare
uno stato emotivo molto forte, il che diventa difficile da controllare)
tutto quello che devi fare è aggiungere la magia dell’energia fisica.
Questo è ciò che fa la maggior parte della gente che piega i cuc-
chiai. Facendolo in modo efficace, l’energia emotiva ammorbidisce
a sufficienza il metallo, in modo tale che un po’ di pressione fisica lo
possa piegare. La stessa cosa è successa con il sollevamento della se-
dia, il sollevamento dell’oggetto e con il salto potenziato. Quello che
ti sto proponendo ora è di imparare ad aggiungere energia emotiva
mentalmente indirizzata a qualsiasi azione fisica tu compia. Ecco
una breve lista di usi a cui ho applicato questa idea:
- con un gruppo di persone, ho spinto una macchina su per una
collina ripida con l’aiuto dell’energia emotiva quando non sia-
mo più riusciti a spingere con sola la forza fisica;
- mentre curavo il bosco, ho sradicato arbusti e gettato radici
pesanti in un mucchio ordinato per ore senza sforzo;
- ho aperto con facilità confezioni e vasetti difficili da aprire;
- ho riparato l’autoradio caricando il condensatore con energia
emotiva;
- ho applicato questo metodo a migliaia di guarigioni;
- ho vinto una gara a braccio di ferro creando il tulpa di un mo-
tore atomico con una canna in acciaio al titanio legata al mio
polso che ha spinto il mio braccio più facilmente;
- ho vinto una gara di canoa, concentrando l’energia emotiva su
un paio di delfini tulpa che ci hanno spinto avanti verso la vit-
toria;
- ho quasi vinto una partita di lancio di ferri di cavallo. Questo è
un gioco dove i giocatori competono lanciando ferri di cavallo
verso un paletto lontano. I ferri di cavallo atterrano più vicino
al paletto guadagnano punti e, se sono dei ringer, se cioè alla fine
circondano il paletto, guadagnano punti extra.

130
L’ultima voce ci presenta un enigma etico. In un evento sportivo,
è etico cercare di fare commettere un errore a un altro giocatore
utilizzando la conoscenza che lui o lei possono non avere? Ciò si
verifica in un sacco di sport quando non si dicono cose che potreb-
bero avvantaggiare l’altro giocatore, ma per quanto riguarda l’uso di
una conoscenza che diminuirebbe la possibilità degli altri giocatori
di vincere? So che questo si fa di continuo e senza domande in sport
di contatto come le arti marziali e la boxe, ma per quanto riguarda
sport non di contatto?
Lasciatemi utilizzare il gioco dei ferri di cavallo come esempio di
ciò che intendo. Stavo giocando con un gruppo di sconosciuti, più
alcune persone che conoscevo poco, e non avevo più giocato a ferri
di cavallo da almeno vent’anni. Così ho deciso di aggiungere un po’
di tk all’evento, senza pubblicizzare troppo quello che stavo per fare.
Ogni volta che un altro giocatore si preparava a lanciare un ferro
di cavallo concentravo la mia attenzione e la mia energia sulla mano
della persona proprio nel momento prima del lancio, e poi facevo una
sorta di torsione mentale. Non l’ho fatto ogni volta, ma quando lo
facevo il ferro veniva gettato significativamente fuori rotta. In questo
caso il fattore critico era il grado di concentrazione dell’altra perso-
na. La maggior parte delle persone che non sono esperte in qualcosa
fatica a concentrarsi bene, non importa cosa stia facendo. Tuttavia, il
mio “talento” funzionava solo se esercitavo la mia torsione all’ultimo
momento prima di lasciare la presa, quando la loro forza fisica era
più grande e la loro concentrazione più bassa. Era allora che era più
probabile che reagissero con una leggera contrazione del polso, che
avrebbe spedito il ferro di cavallo a volare più lontano dal bersaglio.
Giocavamo a questo gioco a coppie e stavo andando molto bene.
Non solo “aiutavo” i miei concorrenti a mancare il bersaglio, ma con-
centravo anche un fascio di energia da far seguire al mio ferro di ca-
vallo e stavo facendo più ringer di quanti ne avessi mai fatti in vita mia.
Tuttavia, la finale era tra me e un campione di lancio del ferro di
cavallo. Nulla ha potuto deviare la sua concentrazione e alla fine ha

131
vinto di un punto, semplicemente perché era un giocatore migliore.
Così ho deciso di risolvere il mio dilemma etico rivelando il se-
greto di come contrastare il supplemento di tk se mai fosse stato
usato contro di te: mantieni la tua fiducia, la tua presenza e la tua
concentrazione, e non avrà alcun effetto su di te. Se mai giocherai
una partita contro di me, vedremo quanto bene ti sei esercitato.

132
parte terza

Cambiare la realtà
nel mondo simbolico

133
Vite

Ho percorso i sentieri di pietra


di un tempio tibetano,
ho compiuto un sacrificio a Iside sul Nilo.

Come sacerdote Maya


ho pregato il Sole e la Luna,
Macchu Picchu è stata la mia casa.

Tra gli dei dell’antica Hawaii


ho comandato fuoco e pioggia,
ho mosso navi sui mari di Atlantide.

Nelle vesti di un alchimista austriaco


ho trasformato il vile piombo in oro,
e in Cina ho seguito il Tao e studiato il qi.

Tutte le vite che ho vissuto


e tutti i ricordi che ho accumulato
sono rimasti in me, come in attesa di venire liberati;

Forse accadrà,
forse no,
perché magari sognerò ancora un altro me.

Serge Kahili King, 1974

134
ix
In viaggio nella terra dei sogni

I sogni altro non sono che impulsi neuronali, rimasugli non digeriti
degli eventi veramente accaduti il giorno prima, o paure e desideri
drammatizzati, e nella stragrande maggioranza dei casi è una perdita
di tempo occuparsene, secondo la realtà oggettiva. I sogni sono la me-
moria del passato, profezie sul futuro, vie d’accesso al controllo men-
tale, oppure messaggi dagli spiriti guida, secondo la realtà soggettiva.
Secondo gli assunti della realtà simbolica, invece, i sogni sono ov-
viamente dei simboli. Simboli di cosa? Della realtà, naturalmente. E
dato che l’assunto fondamentale di questo punto di vista sul mondo
è che tutto è un simbolo, allora la realtà è un simbolo e i simboli
sono la realtà. Quindi, tutta la nostra quotidianità è un simbolo, e i
sogni sono la realtà.

Come distinguere la realtà dal sogno?


Uno degli esercizi per espandere la mente che amo proporre nei miei
workshop consiste nell’invitare tutti coloro che sono in sala a ricor-
dare un sogno. Poi chiedo di richiamare alla mente una vacanza. Poi
sfido tutti a dirmi una sola differenza tra i due eventi in quanto ricordi,
indipendentemente dai contenuti e dalle emozioni che risvegliano.
Naturalmente, trattando entrambi come ricordi, nessuno riesce a
farlo. Il che ci induce a porci la questione: come distinguere ciò che
è reale da ciò che non lo è?
Certamente la discriminante non può essere l’intensità delle per-

135
cezioni. Per un altro esercizio chiedo al pubblico di ricordare un
sogno, poi di farsi venire in mente che cosa hanno mangiato per
pranzo il martedì di due settimane addietro. A meno che non sia
stato un pranzo particolarmente drammatico, o che qualcuno scelga
di impiegare molto tempo per creare una lunga catena di associa-
zioni mentali per arrivarci, il ricordo del cibo mangiato durante quel
pranzo è così debole che è come se l’evento non si fosse verificato e
il sogno, in paragone, sembra molto più reale.
Alcuni sostengono che sia la natura del contenuto dell’esperien-
za, se non il contenuto stesso, a essere il fattore chiave per distin-
guere realtà e sogno. Dopotutto, i sogni sono strambi. Alcune cose
che succedono in sogno non possono accadere nella “vita vera”,
per esempio. Questa è una motivazione priva di solide fondamenta,
perché nella “vita vera” accadono un sacco di cose strambe e, al
contempo, nei sogni si verificano decine di situazioni “realistiche”.
Scopriremo alcune delle cose bizzarre che si verificano nella “vita
vera” in uno dei capitoli successivi.
Se non possiamo distinguere qualitativamente i ricordi di sogni e
di eventi “reali”, possiamo certamente farlo quantitativamente. Ciò
che abitualmente chiamiamo “realtà” si distingue soprattutto per il
gran numero di ricordi piuttosto significativi che ne abbiamo. D’al-
tro canto, dato che i due tipi di eventi non sono distinguibili sul
piano qualitativo, e dato che percepiamo i sogni come perfettamente
reali quando ne stiamo avendo esperienza, la realtà ordinaria, o la
realtà del fuori, come alcuni la chiamano, secondo il punto di vista
simbolico va considerata semplicemente come un altro sogno. Il che
non significa che la vita sia un’illusione: nel mondo simbolico tutti i
sogni sono esperienze reali.

Che importa?
Tutto ciò non conterebbe se non fosse per un fatto (e un “fatto” è
qualcosa di cui tutti gli esseri umani possono avere esperienza). Ol-

136
tre a essere simbolici e reali allo stesso tempo, tutti i sogni sono con-
nessi da una rete di simboli. La conseguenza pratica di questo è che
se cambia un sogno, allora cambiano anche tutti i sogni collegati.
Tutti noi sappiamo che se modifichiamo le nostre vite di fuori,
le vite che viviamo in sogno cambiano. Ma quello che gli sciamani
sanno, e che sto per insegnarvi, è che se facciamo cambiamenti nelle
vite che viviamo in sogno, saranno le nostre vite di fuori a modifi-
carsi. E questo ha un grosso impatto sullo scopo ultimo di questo li-
bro, dato che influire sui sogni è parecchio più utile che interpretarli.

La pulsione a interpretare
La prima cosa che tutti vogliono sapere quando ricordano un sogno
è: «Che cosa significa?» Di conseguenza sono stati pubblicati moltis-
simi libri sull’interpretazioni dei sogni, alcuni psicoterapeuti hanno
costruito intere carriere su questo.
Non dico che sia inutile, però che non serve tanto quanto altre
pratiche. Se volete approfondire il tema dell’interpretazione dei sogni,
potete leggere il capitolo Dream Talk nel mio libro Mastering Your Hid-
den Self e la sezione Changing The World With Shaman Dreaming in Urban
Shaman. Se non altro si tratta di concetti liberi dall’influenza di qual-
siasi dogmatismo. In ogni caso, ecco una serie di concetti sull’inter-
pretazione dei sogni che non compaiono negli due libri appena citati.
1. Indipendentemente da qualsiasi cosa rappresenti, il tuo sogno
parla di te. Potrebbe riguardare qualcuno o qualcosa d’altro, ma
senza dubbio riguarda te.
2. La principale fonte cui attingere per interpretare un sogno è
il sogno stesso. Ne accenno in Urban Shaman, ma preferisco
riportare brevemente qua gli step della procedura.
3. Richiama il sogno alla mente, o una sua parte.
4. Prendi atto che tutto nel sogno è vivo, sveglio, reattivo.
5. Chiedi a ogni oggetto del sogno che cosa rappresenta e perché
è lì.

137
6. Accetta qualunque cosa vedrai, udirai o sentirai come l’opi-
nione dell’oggetto in proposito, riservandoti di credergli o
meno.
7. Se non ricevi nessuna risposta, prendi atto che l’oggetto non sa
cosa dire e che, quindi, non è importante.
Il lavoro di interpretazione potenzialmente sarebbe utile, ma si
trova comunque ingabbiato nelle leggi del linguaggio, di per sé re-
strittivo. Mi spiego meglio: un altro esercizio che propongo ai miei
workshop consiste nel domandare quanti, in sala, hanno familiarità
con la Quinta sinfonia di Beethoven. Generalmente una manciata di
persone. Poi chiedo a uno di loro di descrivere agli altri la sinfonia
con le parole: la risposta di solito è uno sguardo fisso abbinato a un
mesto sorriso e a un’alzata di spalle.
Il fatto è che la musica è un linguaggio intraducibile a parole.
Come l’arte: alcuni tentativi di farlo sono irresistibilmente comici,
persino per gli artisti. Lo stesso problema si presenta per il gusto,
l’olfatto, la danza. Le parole possono essere trasposte piuttosto bene
in altre forme di comunicazione, ma non è vero il contrario. Per que-
sta ragione tradurre un linguaggio verbale in un altro può presentare
insormontabili problemi. È pressoché impossibile rendere al cento
per cento un idioma con un altro e alcuni concetti sono intraducibili,
anche tra lingue vicine etimologicamente. Quando insegno in Ger-
mania mi avvalgo sempre di un interprete e, negli anni, ho imparato
sufficiente tedesco per capire, più o meno, che cosa stia dicendo.
Una volta ho parlato di “aches and pains” e ho sentito l’interprete
tradurre dicendo, in tedesco, il corrispondente di “pains and pains”.
Ho scoperto dopo che “ache”, che in inglese indica un tipo di dolo-
re specifico, non ha un corrispettivo in tedesco, quindi l’interprete
ha dovuto tradurlo come “pain”.1 Oggi faccio del mio meglio per

1 In italiano, come in tedesco, la differenza non è così netta tra i due termini. “Ache” indica
un tipo di dolore prolungato ma non troppo intenso (sono “aches” il mal di stomaco o il
mal di testa), “pain” indica invece un dolore più tagliente e acuto, ma non prolungato, e
viene inoltre utilizzato in senso più generale e, eventualmente, metaforico.
evitare quell’espressione quando tengo conferenze in Germania, in
Svizzera e in Austria.
Tutta questa premessa per arrivare a dire che i simboli sono un lin-
guaggio di per sé che, come la musica, non può essere reso accurata-
mente né bene a parole. La pulsione di volerlo fare a tutti i costi è una
conseguenza della nostra ossessione per le parole, che riteniamo la
principale e più importante forma di comunicazione a nostra disposi-
zione nel mondo moderno. Interpretare i simboli a parole è un’opera-
zione superficiale almeno quanto definire una musica “commovente”,
“dolce” o “vivace”: si tralascia il grosso dell’esperienza.
Gli elementi di un sogno, tutti simboli, sono rappresentazioni di
delicatissimi modelli di idee, credenze e aspettative. Quando si ri-
feriscono alla paura, alla rabbia, e più in generale alla disarmonia,
abbiamo la possibilità di fare riferimento al linguaggio simbolico
per risolvere il problema simbolico e, quindi, per curare lo schema
sottostante. Mi prendo la libertà di usare un’analogia verbale: quan-
do scrivete una lettera e le parole che avete scelto vengono fraintese,
per risolvere il problema di solito basta cambiare le parole.

Cambiare i simboli e cambiare la propria vita


Come si utilizzano i simboli per rivoluzionare la propria vita? Il pro-
cesso base consiste nel creare il simbolo di una condizione o una
situazione che deve essere modificata e poi cambiarlo. Suona troppo
semplice? Be’, è così.
Lasciami approfondire. Innanzitutto crea un simbolo finalizzan-
do il lavorio della tua mente. Di solito il simbolo si realizza attraver-
so la volontà, il desiderio, o semplicemente chiedendo di riceverlo.
La fonte del simbolo è la mente corporale, che scava tra ricordi,
schemi di credenze personali e aspettative, consapevolezza di ciò
che stai provando nel momento e le connessioni che il tuo campo
energetico ha con altre fonti di informazioni, e li usa come risorse.
Poi, cambia il simbolo. Il che non significa “rimpiazzalo con un
altro”. Il simbolo rappresenta l’intero problema nel suo comples-
so, o comunque la parte alla quale hai momentaneamente accesso,
quindi limitarsi a sostituirlo con qualche cosa d’altro non porta a
niente. Il segreto per essere efficaci è lavorare sulla presentazione
del simbolo e modificare il suo aspetto, la sua struttura, il contenuto
o la posizione. Dato che è un prodotto della tua mente corporale, il
cambiamento dovrà a sua volta influire su di esso: utilizza tutta la tua
immaginazione sensoriale per ricostruire il simbolo affinché la tua
mente corporale produca cambiamenti equivalenti nell’intera rete
alla quale ha fatto riferimento per crearlo.
La tua mente focalizzata non può comprendere questo processo
in alcun modo, non più di come puoi capire da dove vengono le pa-
role mentre stai parlando o cantando. Al contrario, sarà chiarissimo
il segnale che ti manderà la mente corporale quando il cambiamento
avrà avuto effetto: reagirà lasciando andare qualche tensione (rilas-
sandosi, sospirando e così via) o modificando lo stato di energia
(potrebbe capitarti di avvertire un formicolio, una scossa, una dilata-
zione, piacere e così via). Chiaramente, alcuni cambiamenti possono
produrre invece una crescente tensione o sensazioni spiacevoli – se-
gnali che devi procedere in maniera differente. Nel complesso, è il
tuo corpo a darti i feedback.
Se stai utilizzando la tecnica del cambiamento del simbolo per
guarire personalmente, potrebbe capitarti che il corpo ti dia un
feedback sotto forma di qualche cambiamento della condizione fi-
sica. In altri casi, invece, potrebbe richiedere più tempo per mani-
festarsi. Come regola generale può valere questa: più persone sono
coinvolte, più tempo sarà necessario per ricevere una risposta e mi-
nore sarà l’efficacia del trattamento. Potrà sembrare anche che la
prima volta il lavoro abbia influito su un solo pezzetto del problema,
quindi per ottenere migliori risultati potrebbe essere necessario ripe-
tere il tutto più volte.
Passiamo ora alle tecniche.
Simboli esterni
Innanzitutto vorrei chiarire che non sto parlando di fissare simboli
stampati o disegnati con il fine di entrare in uno stato alterato di
coscienza: anche questa tecnica potrebbe portare qualche beneficio,
ma non è questo il punto. Qui si sta parlando di lavorare sui simboli
in modo da modificare la nostra realtà interiore e quella esteriore.
Le categorie di simboli esterni alle quali faremo riferimento in
questa sezione sono due: oggetti fisici e le forme della mente.

Oggetti fisici. Andrà bene in questo caso considerare qualsiasi grup-


po di sette o più oggetti. Il sette in questo contesto non ha alcun
significato recondito, ma è semplicemente il numero minimo utile a
produrre un modello di ragionevole complessità. Bastoncini, pietre,
cristalli e qualsiasi oggetto misuri uno o due centimetri di lunghez-
za o diametro andrà più che bene. Il mio set di simboli preferito
consiste in cinquanta piccole conchiglie di ciprea che tengo in un
sacchetto: quando decido di utilizzarle me ne verso una manciata in
un palmo senza preoccuparmi di contarle.
Indipendentemente dagli oggetti scelti, tienili in mano e concen-
trati sulla condizione o situazione che vuoi modificare. Datti almeno
un minuto per esserne consapevole nella maniera più neutrale pos-
sibile, accettando che, di qualsiasi cosa si tratti, è vero solo in quel
momento. Quando sarai pronto, guidato dal tuo istinto, butta gli og-
getti di fronte a te e osserva lo schema che formano. Ricordati che
non stai cercando di interpretarlo, quindi non ha alcuna importanza
se assomiglia a qualche cosa che riconosci o meno. Piuttosto, prova
a “sentire” lo schema con la tua aura. Se questo ti sembra troppo
astratto, fissalo e limitati a essere consapevoli di ogni sensazione
(fisica o emozionale) che proverai.
Quando sarai nuovamente pronto, cambia lo schema finché non
ti sembrerà migliore, o ti farà sentire meglio. L’efficacia sarà maggio-
re se muoverai molto lentamente ogni singolo pezzo. Prosegui fino
a che non avrai davanti uno schema che ti comunicherà vibrazioni
positive e ti parrà piacevole allo sguardo. Potrà capitare che il tuo
corpo sospiri, che avverta un’emozione positiva o percepisca ener-
gia: è il segnale che hai fatto tutto ciò che era possibile per questa
sessione. Il risultato potrà essere o meno immediatamente chiaro,
ma sii certi che qualche cosa della situazione o condizione che hai
identificato all’inizio cambierà. Non ci sono regole su quante volte
puoi creare e modificare un simbolo.
Proprio ora ho gettato le mie conchiglie su un tavolo di vetro vicino
a me, concentrandomi su una situazione che voglio differente. Non
ho ricevuto telefonate da nessuno della mia famiglia negli ultimi tre
giorni. Mia moglie sta aiutando una collega in un workshop e non mi
chiama durante il giorno. Benché io adori la quiete, mi piacerebbe che
le cose cambiassero. Ho preso le conchiglie, mi sono concentrato sul
fatto che nessuno mi ha chiamato, accettandola come un’esperienza
temporanea, poi ho gettato le conchiglie. La prima cosa che ho fatto
è stata accertarmi che tutte avessero la gobba verso l’alto. Lo schema
mi pareva confuso, però vi ho intravisto un qualche potenziale, così
ho cominciato a muovere le mie pedine poco alla volta, finché non ho
ottenuto una sorta di circonferenza con una piccola spirale al centro,
che mi faceva sentire piuttosto bene. Ho messo via tutto e ho ripreso
a scrivere. Mezzora dopo mia moglie mi ha chiamato per interpellarmi
su qualcosa al quale normalmente non avrebbe fatto caso, special-
mente durante un workshop.

Tulpa. Ricordate il lavoro che abbiamo fatto nella seconda parte del
libro con i tulpa? In quel caso abbiamo creato simulazioni energetiche
di oggetti reali per produrre effetti concreti. Adesso faremo qualcosa
di diverso. Questa volta stai chiedendo alla tua mente corporale di
creare un simbolo di una situazione o una condizione esistente nel
mondo di fuori in modo che sia percepibile dalla mente focalizzata.
Farò un esempio. Mentre stavo scrivendo questo libro, provavo
a vendere una casa. Quando chiesi alla mia mente corporale di pro-
iettare un simbolo sul pavimento dell’ufficio che usavo per scrivere,
“vidi” una casa alta circa una sessantina di centimetri avvolta da
pesanti catene. Avrei potuto indovinare che cosa significava, ma non
era importante. Ciò che feci fu immaginare una fiamma ossidrica
verde (il verde per me è un simbolo dell’amore) e recidere le catene.
Come caddero sul pavimento si trasformarono in fertilizzante per
la campagna circostante e la casa prese a brillare. Infine, vidi lam-
peggiare sul tetto una piccola scritta che recitava: «Nuovo proprieta-
rio». Tutto questo mi fece sentire molto bene, ma non mi sembrava
abbastanza, così io e mia moglie facemmo un rito supplementare:
rappresentammo ogni stanza come se fosse una persona e condivi-
demmo con lei i ricordi degli eventi accaduti lì, salutandola e dicen-
dole addio. Una settimana dopo vendemmo la casa.
Se pensi che sia troppo difficile far apparire un’immagine di fron-
te a te, prova a disegnare su un foglio bianco un cerchio nero, come
ho spiegato nel capitolo sulla telepatia. Fissalo finché non avverti-
rai una qualche risposta energetica (visuale o cinestesica), poi chiedi
che appaia nel cerchio un simbolo per una situazione o condizione.
Quando l’avrai ottenuto, anche se lo visualizzi nella tua mente inve-
ce che nel cerchio, utilizza la tua immaginazione conscia per modifi-
carlo finché non ti piacerà.
I tulpa possono apparire ovunque nell’ambiente, anche sulle teste
delle persone o dentro le cose. Inoltre, non è detto che siano im-
magini singole: può trattarsi anche di scene o frammenti di sogno,
come illustro nel capitolo sui sogni di Urban Shaman.

Simboli interiori destrutturati


La procedura più semplice in questo caso consiste nel pensare a una
situazione o una condizione, chiedere un simbolo, lasciarlo apparire
nella tua mente e poi modificarlo, come descritto sopra.
È, però, infinitamente più interessante, dal punto di vista simbolico,
prendere atto del fatto che tutto sogna, e dunque semplicemente
balzare nel sogno. Ne ho accennato anche in Urban Shaman, ma qua
illustro la tecnica in singoli passi, come un esercizio pratico:
1. Rilassati in un posto che trovi confortevole e chiudi gli occhi.
Consiglio di rimanere seduti e non sdraiati, perché nel secondo
caso è più difficile mantenere la concentrazione.
2. Interroga la tua mente e chiedile cosa sta sognando. Accetta
qualsiasi risposta come il sogno della tua mente nel momento
presente, sia che si tratti di una scena statica o in movimento,
di una singola immagine, un ricordo, qualcosa di astratto, una
macchia di colore, oppure nulla. Sii semplicemente consapevo-
le di questo per una trentina di secondi.
3. Porta quindi l’attenzione al tuo cuore e chiedi di venire messo
a parte del suo sogno.
4. Fai lo stesso con il tuo fegato.
5. Rivolgiti quindi a ciascun organo, a partire dal cervello. Che il
sogno sia lo stesso o meno, bello o meno, utilizza la tua imma-
ginazione conscia per migliorarlo, a partire dagli elementi del
sogno stesso. Rimani sul sogno di ogni singolo organo finché
non percepirai una buona sensazione.
6. Torna a essere consapevole della tua individualità, muovi le dita
delle mani e dei piedi, respira a fondo e apri gli occhi.

Sogni notturni
Non tratterò questo argomento troppo a lungo perché ne ho già par-
lato diffusamente in Urban Shaman. La premessa è che è possibile cam-
biare sogni di rabbia, paura o disarmonia come descritto precedente-
mente. Mi limiterò quindi a ripetere alcuni concetti fondamentali.
1. Il metodo più semplice per lavorare con i sogni notturni è dopo
che sono stati fatti, quindi con il ricordo di essi. Prima lo farai,
prima ne potrai apprezzare i benefici. Tuttavia, risulterà produtti-
vo anche un lavoro eseguito da adulto su un sogno che hai fatto
da bambino: il ricordo esiste ancora e gli schemi che rappresenta
sono ancora attivi, a meno che tu non li abbia già modificati.

144
2. Le strade per lavorare con efficacia sui simboli dei sogni sono tre:
a) partire da un punto qualsiasi del sogno e cambiare la tua re-
azione a ciò che sta accadendo;
b) partire da un punto qualsiasi del sogno e cambiare la storia in
modo che vada a finire bene;
c) lasciare che il sogno continui oltre la parte peggiore (quella
che solitamente provoca il risveglio), finché non si risolve da
solo. Anche se si tratta di un ricordo la storia cambierà auto-
nomamente e, nonostante per un tratto sia terribile, inevita-
bilmente alla fine si concluderà con un lieto fine. Comunque,
potresti non avere voglia di aspettare così a lungo.
3. Ricorda che puoi inserire degli aiutanti di tua scelta nel sogno,
per cambiarlo quando ti senti bloccato. Possono essere fatine,
elfi, angeli, eroi, amici, animali… qualunque cosa.
4. Prima insegnerai questa tecnica ai bambini, prima li aiuterai a
superare in maniera salutare e giocosa quanto si nasconde die-
tro i loro incubi, accrescendo autostima e sicurezza.

Le strutture dei sogni


Affrontiamo ora la questione dei sogni sciamanici, che presenta nu-
merose differenze sia di natura culturale che di natura teorica. Co-
minceremo dalle similitudini messe in luce dagli sciamani di ogni
tempo e luogo.
1. Tutti fanno ricorso a una struttura più o meno formalizzata,
che costituisce l’ambiente nel quale avviene il lavoro di cambia-
mento del sogno.
2. Tutti si muovono in questo ambiente con quello che viene chia-
mato “viaggio dello sciamano”, breve o lungo che sia.
3. Tutti condividono gli stessi scopi nell’agire così: apprendere,
guarire, accrescere il potere proprio o altrui.
4. Tutti incontrano e interagiscono con altri esseri di varia natura.
5. Tutti accettano senza alcun dubbio queste esperienze come re-

145
ali, talvolta addirittura “più reali” di quelle vissute nel mondo
esterno.
6. Tutti sono così concentrati sul “viaggio” da sembrare a chi li
stesse guardando lievemente in trance, sia che siano seduti,
sdraiati o in movimento.
E questo è tutto.
A parte i fattori culturali, che generano differenze nei costumi,
nella lingua, nei rituali e nelle descrizioni del mondo interiore, una
delle grandi dissomiglianze la rinveniamo nelle modalità di accesso
al mondo interiore. In alcuni casi gli sciamani utilizzano tamburi di
vario genere, certi i fischi, i sonagli, o droghe, o la danza, oppure
una combinazione di tutto, oppure semplicemente lo fanno, cioè
accedono all’ambiente sciamanico solo portando là la loro attenzio-
ne. Quest’ultima tecnica viene utilizzata dagli sciamani delle Hawaii,
della Corea e della Mongolia (gli sciamani mongoli fanno uso anche
dei tamburi, ma con lo scopo di conferire maggiore energia al pro-
prio viaggio).
È importante sapere che l’unica ragione per cui gli sciamani posso-
no fare questo è che si tratta di qualcosa di umano. Loro saranno cer-
tamente più esperti di altri, ma stanno semplicemente facendo qual-
cosa che tutti gli esseri umani sono potenzialmente in grado di fare.
Io insegno la tecnica hawaiana, come l’ho appresa da mio zio,
Wana Kahili, e che ha consentito a migliaia di non-sciamani di effet-
tuare viaggi interiori di meraviglia e gioia e guarigione.
In Mastering Your Hidden Self ho introdotto la struttura del “Giar-
dino”. In Urban Shaman ho approfondito questo tema e ho intro-
dotto il punto di raccolta, che ho chiamato “Bali Hai”, il luogo degli
archetipi, “Lanikeha”, e il luogo delle sfide, “Milu”. Dopo tutto quel
lavoro, non penso di dover ripetere qua quei concetti. Piuttosto, mi
dedicherò a espandere ancora il Giardino, introducendo la caccia
all’anima in stile hawaiano.

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Oltre il Giardino
Innanzitutto, un rapido richiamo al metodo per accedere al tuo spa-
zio interiore, che chiameremo “Giardino”.
1. Mettiti in una posizione comoda, respira profondamente e
chiudi gli occhi.
2. Immagina un giardino di qualsiasi genere. Potrebbe essere uno
nel quale ricordi di essere stato, uno che hai visto in fotografia
o uno che inventerai in quel momento, o semplicemente quello
che apparirà.
3. Metti a fuoco un elemento il più possibile: un albero, un fiore,
una pietra o qualsiasi altra cosa.
4. Ascolta un elemento con attenzione: il vento fra gli alberi, un’a-
pe che ronza attorno a un fiore, l’acqua che scorre sulla roccia
o qualsiasi altra cosa.
5. Tocca una cosa e sentila il più chiaramente possibile: il tronco
di un albero, i petali di un fiore, l’acqua che scorre o qualsiasi
altra cosa.
6. Allarga il campo della tua consapevolezza: com’è il pavimento?
Che tipi di piante ci sono? Cos’altro c’è nel giardino?
A questo punto potresti eseguire gli esercizi che ho spiegato altro-
ve. Per esempio, potresti richiamare un simbolo sul quale lavorare,
invitare lo spirito di qualcuno o di qualcosa e comunicare con lui,
raggiungere Bali Hai, Lanikeha o Milu, oppure semplicemente gio-
care e rilassarvi.
Questa volta, però, ti consiglio di andare a visitare il Giardino di
qualcun altro. Perché dovresti farlo?
1. Per esplorare i dintorni e scoprire com’è fatto il Giardino di
un’altra persona.
2. Per chiedere un simbolo di un problema che riguarda un’altra
persona e lavorarci nel suo giardino.
3. Per accedere al Giardino di un gruppo, un’organizzazione o
un luogo e lavorare sulla guarigione o sull’autostima grazie ai
simboli.

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L’ultima ipotesi potrebbe essere una nuova idea per te, ma se tut-
to sogna va da sé che tutto ha un Giardino interiore. Con i circoli di
guarigione che guido mi reco spesso nel Giardino di Aloha Interna-
tional e gli conferisco maggiori poteri con regali e simboli creativi
che mirano a rafforzarne i progetti. Qualche volta lavoriamo anche
con lo scopo di sostenere la foresta pluviale, determinate specie di
animali – come i delfini o le tigri – e addirittura città o Paesi.
Prima di procedere con la tecnica, comunque, dobbiamo richia-
mare una serie di considerazioni.
1. Ricordi cos’ho detto a proposito dei sogni? Possono riguardare
qualcun altro o qualcosa d’altro, ma in qualunque caso riguar-
dano sempre te. Questo vale per tutti i sogni dei quali abbiamo
consapevolezza. Quindi, di fatto, non accederai mai al sogno di
qualcuno o di qualcosa d’altro, né al Giardino di qualcuno o di
qualcosa d’altro. Puoi accedere unicamente alla tua versione del
loro sogno o del loro Giardino. Questo è importantissimo. Se
mai pensasti di dover chiedere il permesso per entrare nel Giar-
dino di qualcuno, usciresti dal mondo simbolico e balzeresti in
quello soggettivo, vanificando in gran parte il lavoro che faresti
nel Giardino (nel mondo oggettivo non sognereste nemmeno
di avere un Giardino interiore).
2. Per salvaguardare l’efficacia del tuo lavoro, devi ricordare sempre
che il massimo che puoi fare è aiutare, e che il tuo aiuto potrà
essere accettato o meno. Il tuo aiuto verrà accolto solo se rispec-
chierà le motivazioni della persona o della cosa che volete aiutare.
Tutti e tutto possono sempre fare uso a un certo livello della
propria libera volontà, in accordo con il sesto principio di Huna.
Ora la tecnica, che è la cosa più semplice del mondo una volta che
hai capito come entrare nel tuo Giardino.
1. Una volta che sarai nel tuo Giardino, cerca un’uscita e il sen-
tiero che ti condurrà al Giardino della persona o della cosa che
vuoi aiutare. Alcuni preferiscono chiedere aiuto a uno spirito
guida o a un animale: vedi tu.

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2. Quando avrai varcato l’ingresso del Giardino altrui, chiedi un
simbolo e mettiti al lavoro. Quando avrai finito, ringrazia o be-
nedici e torna prima nel tuo Giardino, poi nella tua realtà or-
dinaria. Non è indispensabile concludere la sessione in questo
modo però è buona regola, quando fai uso di una struttura
interiore, seguirne i percorsi: ti aiuterà ad abituare la tua mente
corporale e a facilitarne l’ingresso nel Giardino.

Caccia all’anima
Questo metodo per cambiare la realtà è basato su alcuni principi scia-
manici che potrebbero apparire davvero strani uditi la prima volta.
Cercherò di esporre i concetti nel linguaggio più semplice possibile.
Quando una persona è passata attraverso un evento traumatico
e, come conseguenza, il tutto si concreta in una perdita di qualità
o tratti distintivi, talenti, abilità o interessi che aveva prima, alcune
culture sciamaniche offrono questa spiegazione: il tassello della co-
scienza di quella persona che conteneva quell’aspetto positivo si è
in qualche modo allontanato e deve essere ritrovato e riportato in-
dietro, così che al soggetto possa essere pienamente restituita la sua
completa individualità. Sfortunatamente, il linguaggio occidentale
traduce questo concetto con espressioni come “perdita di anima” e
“caccia all’anima”, il che provoca parecchia confusione dato che la
parola “anima” ha più significati. Come se non bastasse, non dispo-
niamo di un singolo termine adatto e preciso per sostituirla, quindi
dovrò farne uso anch’io, visto che sono costretto.
Chiaramente, diverse culture hanno approcci differenti a questo
problema. In alcuni casi – quelli in cui la tradizione sciamanica è di
natura guerriera – si crede generalmente che uno spirito maligno
di qualche genere abbia sottratto l’“anima” alla persona e, magari,
l’abbia nascosta in un oggetto del mondo interiore. Il ruolo dello
sciamano consiste quindi nell’identificare l’oggetto, recuperare l’“a-
nima”, riportarla nel mondo esterno e restituirla alla persona insie-

149
me alla sua interezza. Talvolta lo sciamano deve lottare con lo spirito
maligno per riuscire nel suo scopo.
Io ho appreso e conosco il punto di vista hawaiano, che ritiene
che la parte di “anima” in questione si sia allontanata a causa del
trauma e stia cercando un luogo più piacevole e più sicuro per vive-
re. Lo sciamano deve convincerla a ritornare.
Dal punto di vista del mondo oggettivo questo sembra assurdo,
anche se gli psicologi potrebbero farne un caso e ritenere il tutto
come una colossale metafora di qualche processo simbolico. Il pun-
to di vista soggettivo lo accetterebbe come un evento del mondo
immateriale che coinvolge gli spiriti, mentre considererebbe la re-
stituzione dell’anima semplicemente un rituale. Dal punto di vista
simbolico, o sciamanico, sul mondo, si tratta invece di un evento
reale che avviene nel mondo reale.
Al contrario di alcune correnti di pensiero, io sostengo che questa
non è una procedura che gli sciamani eseguono tutte le volte che
effettuano una guarigione. Vi si ricorre solo in circostanze eccezio-
nali, quando è strettamente necessario. Prima di arrivare a questo gli
sciamani fanno ricorso a una varietà di altre tecniche per risolvere il
problema.
Dato che non è semplice delineare vari step successivi per l’ese-
cuzione di questa tecnica, la descriverò in altri due modi: riportando
l’esperienza di un cliente che aveva esplicitamente chiesto questo e
narrativamente, facendo ricorso al mio racconto Dangerous Journeys.

Il racconto del cliente

La caccia all’anima è ed è stata parte della tradizione sciamanica ovun-


que nel mondo. Basata su una certa quantità di letture, una gran quanti-
tà di intuizione, alcune brevi lezioni e insegnamenti e una meravigliosa-
mente potente e totale esperienza vissuta sulla mia pelle, sto cercando di
fare il punto su come essa possa inserirsi nelle vite mia e di coloro che
conosco e con i quali lavoro.

150
Dopo aver letto il libro di Sandra Ingerman, Welcome Home, ho riflet-
tuto su alcune sue considerazioni che riguardano la caccia all’anima.
Cominciai a pensare a una sensazione strana che avevo provato per
un paio di mesi. Le culture sciamaniche di tutto il mondo credono che
quando una persona subisce un evento traumatico – un incidente, una
seria malattia, la morte di qualcuno a lei vicino, la fine di una relazione
importante, l’assistere o l’essere coinvolti in un atto di violenza – que-
sto abbia come conseguenza la perdita di una parte della sua anima. È
talmente tremendo, talmente pressante, che la persona sente il bisogno
di allontanare una parte di sé per garantirne la sopravvivenza. Potrebbe
sembrare che questa faccenda riguardi la sopravvivenza del corpo fisi-
co, ma non è così: è molto di più. È in tutto e per tutto per salvare la
propria anima dall’annichilimento, e quindi dalla fine dell’esistenza. Una
volta concluso l’evento traumatico, la persona che ha perso una parte
della sua anima avverte che le manca qualcosa, talvolta lui o lei è appena
capace di svolgere le proprie normali funzioni.
Man mano che procedevo nella lettura ho avvertito come un campanello
d’allarme e cominciai a mettere insieme le cose. Per qualche tempo mi
sono sentito in uno stato decisamente alterato. Mi sono sentito fare rife-
rimento al libro più e più volte mentre parlavo con varie persone. Dopo
aver visitato le Hawaii, la sensazione divenne ancora più acuta: mi sentivo
perduto, seriamente perduto. In sostanza mi sembrava che una gran parte
di me fosse inaccessibile e non avevo nessuna idea sul metodo da seguire
per recuperarla. Non potevo supporre o immaginare cosa avrei dovuto
fare – in quel momento o nel futuro. Mi tornavano alla mente alcune
frasi: «Non ho padronanza delle cose», «Non so come affrontare le cose».
Mi sembrava di aver smarrito la mia strada: era frustrante e, talvolta, ter-
rificante. Ricordo di aver detto alcune volte al mio so [Significant Other,
NdA] che non ero sicuro di poter vedere alcun significato o scopo nel
mio morire o nel continuare a vivere il resto di questa particolare vita: mi
sentivo esattamente in quel modo mentre lo dicevo.
Lo sciamanesimo hawaiano che ho studiato e praticato negli ultimi
quattro anni include un rituale di caccia all’anima e cominciai a pensare
che era ciò che ci voleva per me. Decisi di chiedere ad alcuni conoscenti
se fossero interessati ad aiutarmi. In generale, la persona che aiuta in-
traprende un viaggio sciamanico e recupera il pezzo o i pezzi mancanti

151
di anima per poi restituirli alla persona che ha bisogno d’aiuto. La mag-
gioranza di coloro che ho interpellato avevano altre cose da fare, ma
qualcuno mi ha suggerito di rivolgermi a Serge Kahili King, lo sciama-
no che ha insegnato nella maggioranza dei corsi che avevo seguito. Av-
vertendo una certa urgenza e che la mia situazione si stava avvicinando
a un punto critico, lo chiamai. Dopo avergli esposto i sintomi, lui decise
che, tre giorni dopo, ci saremmo rivisti per eseguire il rituale. Trovare
un accordo mi rilassò immediatamente, tirai un sospiro di sollievo. Era
tremendo per me sapere di essere a Kauai, essere a conoscenza delle
guarigioni che avvenivano sull’isola e sentirmi così isolato e separato da
tutto il resto – dall’isola, da me stesso, da tutto in qualche modo.
Chiesi di sognare qualche cosa che mi aiutasse nel rituale e credo che mi
sia successo, due notti prima del mio appuntamento. Nel sogno erano
presenti due parti di me, una rappresentata da un neonato e l’altra da un
giovane uomo minuscolo, perfettamente sviluppato, orgoglioso e ben
vestito. Un’amica alla quale avevo chiesto aiuto per la caccia all’anima,
e che sarebbe stata disposta ad aiutarmi ma solo se avessi scelto di con-
tinuare a lavorare con lei dopo il rituale, era presente anche lei nel mio
sogno con un sacco di attrezzature complesse e immaginai che questo
indicasse che a un certo punto del mio percorso mi avrebbe aiutato.
Riflettendo, realizzai che potevano essere diversi i momenti in cui si
era verificata la perdita dell’anima: ho un ricordo che risale al periodo
in cui ero nell’utero di mia madre che piagnucola: «Ma non possiamo
permetterci di avere un bambino!», e un altro di lei che, mentre mi tiene
tra le braccia, dice a qualcuno che sarebbe stato meglio se non mi avesse
mai avuto. Quando avevo tre anni il fratello di mia madre mi molestò
e poi mi minacciò di morte se l’avessi detto a qualcuno. Quando avevo
circa dodici anni tutta la mia famiglia venne coinvolta in un frontale,
l’equivalente di picchiare contro un muro a cento miglia all’ora: mio
padre morì per le ferite e mia madre, mio fratello e io non fummo più
gli stessi. Dopo la scomparsa di mio padre, mia madre mi attribuì il
ruolo del maschio di casa, responsabile per me, per lei e per mio fratel-
lo, e io non avevo alcun adulto con cui confrontarmi, consultarmi o di
cui fidarmi. All’età di trentatré anni mi ero separato, lasciando con mia
moglie i miei figli, un maschio di sei anni e una femmina di dieci. Piut-
tosto recentemente ho scoperto da un parente che quando ero piccolo

152
mia madre mi picchiava con una certa regolarità, io non me ne ricordo
ma un dottore una volta mi ha detto che il mio naso aveva subito una
frattura. Quando ripenso al modo in cui mia madre ha cercato di spie-
garlo, meravigliandosi che nessuno me ne avesse mai parlato prima, mi
è sembrato possibile che fosse stata lei a rompermelo, picchiandomi.
Un altro aspetto della faccenda è questo. Ho l’impressione che alcune
parti di noi rimangano ferme all’età in cui abbiamo mandato via uno
spicchio della nostra anima, nonostante poi procediamo nelle nostre
vite, finché non recuperiamo ciò che ci manca. Per esempio, nonostante
ora sia io che i miei figli siamo tutti adulti, recentemente siamo stati lie-
vemente infastiditi l’uno dall’altro, e io vedevo in mio figlio il bambino
di sei anni e la bimba di dieci in mia figlia. Ripensandoci dopo, ho visto
in me anche il dodicenne e, in alcuni momenti, anche il feto indifeso
e il neonato non desiderato. Se il mio creatore biologico, mia madre,
non mi voleva, che diritto avevo io di esistere, se non per suo ordine,
se non per farle piacere e mai e poi mai offuscandola in alcun momen-
to? Che messaggio ho passato io ai miei figli durante la loro crescita?
Nonostante tutti i miei sforzi per diventare attraverso l’apprendimento
una persona molto diversa da quella che i primi anni della mia vita mi
avrebbero condotto a essere, loro potrebbero aver assorbito tanto da
ciò che non ho fatto né detto quanto da ciò che ho fatto o detto, ben al
di là dell’esempio che ho cercato di dar loro.
Sono abbastanza sicuro che ciascuno degli eventi che ho menzionato
abbia a che fare con la mia perdita d’anima. Probabilmente, quando mi
è sembrato di essere davvero vicino a mettere insieme una vita mera-
vigliosa insieme al mio so e poi ho subito una separazione dopo aver
investito così tanta energia e amore nel creare qualcosa con lei – e in
particolare per via di tutti i cambiamenti che ho attraversato nell’ultimo
mese, visto che dovevo lasciare la casa – il pezzetto di anima che ho per-
so questa volta, oltre a tutti quelli che già se ne erano andati, mi hanno
portato a oltrepassare il limite.
Sono una persona incredibilmente capace e ho dato così tanto a molti
di questa mia qualità in così numerose situazioni, e pensavo di essere sul
punto di creare una vita che mi corrispondesse davvero, sia che la rela-
zione che avevo durasse o no, e dopo tutto il tumulto emozionale che
avevo passato nelle ultime settimane a San Diego, avevo immaginato di

153
poter trovare un lavoro poco stressante, che richiedesse il minimo sfor-
zo, affittarmi una camera da qualche parte e smetterla di svolgere com-
piti in questa vita. Mi sembrava davvero di aver avuto dolore e angoscia
sufficienti per varie vite e mi ero ripromesso che, se non fossi riuscito
a rimettere insieme i pezzi di questa vita in maniera decente, semplice-
mente non mi sarei preso più nessun rischio, grazie e arrivederci!
Ora viene il bello. Ho raccontato il più possibile del mio background
per dare un minimo di profondità alla mia esperienza. L’appuntamen-
to con Serge cominciò con una breve chiacchierata su molti dei punti
che ho citato. Mi venne chiesto perché volevo riavere parti della mia
anima, perché loro avrebbero dovuto voler tornare, che cosa era cam-
biato, come mai ora tornare era sicuro. Mi venne chiesto quali qualità
ritenevo che mi mancassero e io risposi citando la creatività, la forza e
la sensazione di essere connessi al resto del mondo. Insieme arrivammo
a parlare di “sé creativo”, dando questo nome alla parte di anima che
Serge avrebbe cercato durante il rituale.
Mi venne chiesto di chiudere gli occhi e di seguire una meditazione
attraverso il respiro fino a raggiungere uno stato di pace. Il viaggio mi è
stato raccontato mentre avveniva. Il mio amico sciamano assunse la for-
ma di un gufo e convocò il suo spirito protettore per assisterlo. Quando
arrivò, partirono in volo oltrepassando colline, valli e le montagne di
un’isola. Per un tratto attraversarono una nebbia nera come la notte.
Proseguirono il volo finché non arrivarono sopra le nuvole. In lonta-
nanza scorsero due picchi affilati come rasoi che sorgevano delimitando
nel mezzo una stretta valle. Come la raggiunsero, notarono un piccolo
villaggio e lo spirito guida indicò una porta particolare. La varcarono e
si trovarono un una grande stanza insieme a un uomo sui sedici anni
che indossava un abito arancione con qualche dettaglio verde e rosso.
Stava lavorando a una scultura e rivolgeva le spalle alla porta. Il gufo
riprese la sua forma umana e vibrò di energia per annunciarsi. Il ragazzo
avvertì la presenza di qualcuno ma continuò a lavorare finché non fu
pronto per fermarsi. Quindi si girò esibendo una specie di sorriso – non
era felice né triste. Lo sciamano gli spiegò la sua missione e il motivo del
suo viaggio e disse quali, secondo lui, erano le motivazioni per le quali
avrebbe potuto considerare di tornare insieme a lui – le cose che erano
cambiate nella mia vita, le ragioni per cui sarebbe stato al sicuro e i

154
vantaggi di poter vivere una vita completa. Accennò all’energia creativa
del ragazzo che, combinate con la mia energia di gestione, avrebbero
dato origine a gestione creativa e a creatività incanalata. A quel punto,
il ragazzo si volse verso il suo tavolo di lavoro e cominciò a raccogliere
gli attrezzi in una scatola di legno. Una volta finito, chiuse la scatola
con un panno rosso e la fece scomparire in una tasca del suo vestito.
A quel punto disse che era pronto a partire. Per sicurezza, lo sciamano
procedette a inserire il ragazzo nella sfera di pietra che si era portato.
Una volta assunto nuovamente l’aspetto di gufo, lasciò la stanza, volò
via dal villaggio e oltre i picchi, ripercorrendo la prima parte del viaggio,
atterrando infine in un luogo interiore chiamato Bali Hai. Riprese la
forma umana e, quindi, fece ritorno alla stanza. Estrasse il ragazzo dalla
sfera e lo inserì attraverso il mio ombelico, suggellando l’evento con un
movimento circolare della mano.
A questo punto i miei occhi erano ancora chiusi e avevo le guance bagnate
di lacrime. Aprì gli occhi e mi guardai intorno: percepivo la luce in manie-
ra differente, ma non era tutto qua, non mi limitavo a vedere in maniera
diversa. Mi sembrava proprio di vedere le cose con altri occhi. Chiesi se
c’era qualche compito che dovevo tenere presente per dar seguito a que-
sta natura e mi vennero dette due cose: ricordare e nutrire. Può avvenire
qualsiasi cambiamento nella vita di una persona, a patto che ella lo nutra
nel tempo e gli permetta di modificare i vecchi scemi di comportamento.
Mentre stavo guidando per tornare a casa, notai il terreno ondulato ai
margini della strada. Mi sembrò così diverso e ci volle qualche istante
perché riuscissi a tradurre in parole ciò che stavo provando: mi sem-
brava di percepire quello che stavo guardando. Guardai con attenzione
agli alberi che sfilavano vicino alla mia auto e mi accadde la stessa cosa.
Accostai per potermi gustare gli ultimi raggi di Sole filtrare tra le nuvole
e potevo avvertire il colore dorato ormai quasi nascosto e il profondo
viola-blu delle estremità superiori. Ero estasiato, incantato, e prima di
andare a letto scrissi una poesia.
Quando mi svegliai guardai l’albero di mango fuori dalla mia finestra.
Osservai i colori, le consistenze, la forma del tronco e dei rami e an-
cora una volta potevo percepire quello che stavo guardando. Era come
se potessi cogliere l’essenza di quell’albero – ciò che fa di quell’albero
quello, specifico albero – e se, lentamente, spostavo l’attenzione, potevo

155
percepire me stesso come quell’albero. Potevo vivere entrambe le espe-
rienze semplicemente spostando l’attenzione. Quella sera usai un tam-
buro per fare un piccolo viaggio e ricevetti le parole di un canto: «Ora
sono nella mia interezza e la mia fede è ripristinata». La notte successiva
feci uso di un sonaglio per scendere nel mondo dove, la sera prima, ave-
vo incontrato una tigre siberiana. Stavo guardando le sue spalle molto
da vicino e, di nuovo, potevo sentire quello che vedevo. Quando guardo
il gatto di una mia amica, è come se potessi sentire che cosa si prova
a essere così – cosa prova il pelo a essere di quel colore, i muscoli ad
avere la forma che hanno e così via. Questa esperienza mi calza come
un abito di seta trasparente, molto delicato e molto bello.
Questa notte stavo lavando i piatti e, nel frattempo, ascoltavo la radio e
cercavo di capire se ero in grado di sentire la musica nello stesso modo
in cui percepivo le cose intorno a me. Cominciai a prestarvi maggiore
attenzione e la sentii letteralmente dentro e intorno al mio corpo. Ho
studiato danza e la meditazione in movimento per più di venticinque anni
e ho avuto alcune esperienze molto profonde in questo modo, ma quella
che stavo vivendo era differente e più capillare di qualsiasi altra. Quando
portavo l’attenzione alla musica, spostandola appena potevo cogliere e
sentire ogni singolo strumento, ogni voce, ogni nota, ogni battito, in me
e intorno a me, muoversi attraverso di me e, in qualche modo, insieme a
me, come se ogni minuzioso aspetto dell’esperienza fosse un caro amico.
La notte dopo aver finito la prima bozza di questo scritto mi recai al
primo piano per fare un bagno. Stavo per andare a dormire quando mi
resi conto che non avevo un bicchiere d’acqua, così ridiscesi le scale
verso la cucina. Passando accanto al bovindo vidi le sedie completa-
mente immerse nella luce lunare e decisi di godermela anch’io, così mi
sedetti e sprofondai. L’esperienza fu sorprendente e meravigliosa: mi
pareva quasi di poter vedere frammenti di luce lunare nell’aria, sentivo i
raggi accarezzarmi la pelle e avrei potuto toccare la luce sulla mia pelle
irradiata. Avvertii una sensazione leggera, come un’emozione: comin-
ciai a cantare, una cosa che non avevo fatto per molto tempo. Intonai
Moonlight Becomes You e un altro paio di canzoni romantiche. Sentii uno
scambio d’amore molto intenso tra la Luna e me.
Mi ci vollero altre due serate per finire questo scritto, dopo una splen-
dida esperienza di meditazione durante la quale incontrai il mio animale

156
guida, la tigre bianca, e gli chiesi se poteva condurmi da un maestro.
Mi caricò sul suo dorso e insieme attraversammo foreste e una catena
montuosa altissima, probabilmente quella himalayana, prima di arrivare
a un luogo isolato nel quale c’era un delizioso tempietto, abitato da un
essere umano. Entrandovi, fui colpito dalla semplicità e dalla bellezza
della stanza, illuminata solo dai raggi del Sole, che filtravano attraverso
vetrate multicolori. Toglieva letteralmente il fiato. L’uomo dal quale ero
stato condotto mi invitò a sedermi o a coricarmi, come avessi prefe-
rito. Subito sentii che sarebbe stato meglio se mi fossi seduto, così da
ascoltare con maggior attenzione le sue parole. Stavo aspettando che
cominciasse a parlare quando mi sentii pervaso da una fortissima ener-
gia e capii che stavo ricevendo una trasmissione diretta, così mi sdrai-
ai per accoglierla nel migliore dei modi. Avvertii brillare dentro di me
un’incredibile luce dorata e amorevole. Dopo qualche tempo, colsi che
si stava gradualmente spegnendo, così mi sedetti nuovamente e rimasi
in attesa. Il maestro mi accompagnò alla porta, mi abbracciò con grande
calore e mi salutò mentre ritornavo dal mio animale guida. Tornai al
punto di partenza del mio viaggio e, infine, nella stanza.
Ho avuto una discreta serie di sessioni psichedeliche grazie a piante
allucinogene che avvicinano al sacro. Ciò che stavo sperimentando nei
primi giorni dopo la caccia all’anima era completamente diverso: mol-
to più terreno, completo, non frammentato. Avere consapevolezza di
dettagli su dettagli nello stesso momento, e la possibilità di prestare
attenzione a uno solo, è senza precedenti nella mia vita. Tutto è vivo
e letteralmente in attesa di condividere la propria esistenza con me. Il
prezzo per accedere a questo mondo esperienziale magnifico è sempli-
cemente scegliere a cosa portare attenzione e pormi in attesa, dando a
quella cosa la possibilità di rivelar misi.
Non so assolutamente che cosa tutte queste esperienze significhino o
presagiscano, ma sono abbastanza certa di essere stato capace di sinto-
nizzarmi su questa possibilità della mia vita. Il fatto che abbia dovuto
allontanare parti di me mi ha lasciato svuotato, soprattutto di forza e
autocoscienza. Mi sentivo indebolito in quelle aree che avevano a che
fare con i traumi che erano seguiti a determinati eventi della mia vita
e non è stato facile imparare come gestire quelle parti di me quando
tornavano indietro, spesso spuntando dal nulla.

157
Il mio so una volta mi ha detto che si sente sensibile come un bambino;
ricordo che addirittura gli capitò di aver avuto un’esperienza talmente
intensa ascoltando una musica che gli pareva di poter morire se non fosse
intervenuto immediatamente. Quando ripenso ad alcune delle esperienze
che ho vissuto in questi giorni, e richiamo alla mente la mia sensibilità da
bambino, comincio a capire come sia successo che io abbia allontanato
alcune parti di me, con tristezza e poco per volta, finché non mi sono
sentito letteralmente come il guscio della persona che ero stata un tempo.
Tra l’altro oggi capisco il mio so come non avevo mai fatto prima. Dal
mio punto di vista in questo momento non posso immaginare di pro-
vare per lui nient’altro che amore: lo amerò per tutto il resto della mia
vita e oltre e lo ringrazio ogni giorno per il ruolo fondamentale che ha
avuto nell’accompagnarmi dove sono ora. Tutto l’amore e le esperienze
che continuo a vivere insieme a lui sono vitali per il mio percorso per
diventare la persona che voglio essere.
Voglio studiare la caccia all’anima e saperne di più, finché non sarò
sicuro al punto di poterla utilizzare nel mio lavoro. Credo che sia uno
strumento straordinariamente potente e mi piacerebbe avere l’opportu-
nità di condividere questa gioia. Non è fantastico che lo sciamanesimo
non si sia perso nei secoli ma sia arrivato fino a noi?

Il mio racconto
Una breve presentazione: Lani è uno sciamano hawaiano sui ses-
sant’anni, al momento in Germania per aiutare nel rintracciare un’as-
sassina con poteri telepatici chiamata Nazra. Karen è una giovane
medium che ha lavorato con Lani e che opera dal mondo soggettivo.
È appena stata torturata da Nazra ed è incosciente.

L’anima di Lani soffriva ardentemente nel vedere quali danni Nazra


avesse provocato a quella amabile e bellissima giovane donna. Scacciò
questi pensieri dalla mente, si concentrò consapevolmente sul suo piko,
il suo ombelico, che fungeva anche da punto d’incontro tra il centro del
suo essere e il centro dell’universo. Eseguì una particolare respirazione
che permise alla sua energia di fluire, espandersi e comprendere la don-

158
na di fronte a lui. Con una tecnica chiamata ha-ha, mosse le mani sul suo
corpo, mantenendo una distanza di una decina di centimetri: questa se-
rie di passaggi aveva lo scopo di raccogliere informazioni dall’aura della
ragazza sulla sua condizione fisica. Oltre ai lividi visibili, che coprivano
praticamente tutta la parte anteriore del corpo con la significativa omis-
sione del volto, Lani percepì la frattura di tre dita della mano destra,
della clavicola destra, di due costole a sinistra, della tibia della gamba
sinistra e dell’alluce del piede destro.
Eseguì quindi una seconda serie di passaggi per incentivare la circola-
zione del sangue e favorire l’attivazione del sistema linfatico, con il fine
di aiutare i muscoli e le cellule a rilassarsi, la messa in moto, grazie a
una maggiore quantità di ossigeno, dei meccanismi di auto-guarigione
del corpo, la riduzione del dolore e, infine, l’espulsione delle tossine
sprigionate in seguito alle lesioni. Lani parlò allo spirito del corpo della
ragazza, come se fosse qualcosa di separato dallo spirito della sua men-
te: usò parole che avrebbero potuto sembrare completamente irrazio-
nali, persino folli se qualcuno le avesse udite. Usò parole come: «Sono
felice che tu stia guarendo così rapidamente, è una buona cosa che tu
sia giovane e forte. In breve tempo ti sentirai bene nuovamente e avrai
un aspetto fantastico. Porta più ossigeno qui, lo faresti? Rilassa questi
muscoli per favore. Porteresti via velocemente queste cellule rosse e
bianche da qui?»
Mentre una parte di lui stava interagendo con lo spirito del suo corpo,
un’altra era in cerca dello spirito della sua mente, che aveva cercato
rifugio altrove dal dolore e dall’orrore di quell’esperienza. Se non fosse
tornato, Karen avrebbe potuto passare il resto della vita in coma.
Questa parte di Lani raggiunse quel luogo che è stato più volte descritto
come uno stato alterato di coscienza, un sogno, un’altra dimensione,
un altro mondo, un parto della fantasia, uno stato psicotico e così via.
Lani l’avrebbe chiamato Po, un termine piuttosto difficile da illustrare
ma che, in parole semplici, potrebbe essere tradotto come “un posto
invisibile al senso della vista”.
Interiormente, Lani, nella forma di un ‘io, un’aquila hawaiana, stava sor-
volando una montagna dalla strana forma e dai meravigliosi colori. Cer-
cava una specifica valle della quale conosceva l’esistenza ma nella quale
non era mai stato. Avvertì come di venire attratto verso destra, quindi

159
imboccò quella direzione e, dopo poco, si stava librando su una valle
perfetta, nascosta da una foresta di picchi. Vide cascate perfette, alberi e
fiori perfetti, animali perfetti, soprattutto felini. In una radura al centro
della valle c’era un tempio bianco, sormontato da una cupola. Vicino a
esso, una piscina. Procedette verso di esso.
Una volta a terra cambiò il suo aspetto e divenne un ocelot: voleva
sembrare esotico senza per questo essere troppo grosso, e inoltre gli era
già capitato di assumere quella forma per altri scopi. Avanzò con passo
felpato fino al tempio, guardandosi intorno, ma non vide nessuno tra le
colonne di alabastro. Allora rizzò le orecchie e avanzò ancora, impercet-
tibilmente, fino a raggiungere la piscina. Quando vi giunse, riconobbe
immediatamente la scena come la copia di un dipinto di Maxfield Par-
rish. La vasca e le colonne richiamavano lo stile dell’antica Grecia e tutta
l’area, compresa la lussureggiante vegetazione attorno, erano immersi
nei radiosi colori del tramonto, nonostante la valle fosse pervasa dalla
luce del mattino nel momento in cui Lani l’aveva sorvolata.
Un giovane Adone con una corta tunica bianca indosso sedeva su uno
sgabello vicino alla vasca. Teneva in grembo una lira, dalla quale si spri-
gionavano raffinate melodie. Di fronte a Lani – che aveva ancora l’a-
spetto di un ocelot, una giovane Karen, sui quindici anni, sdraiata su un
triclinio imbottito, indossava un abito bianco bordato d’oro e mangiava
chicchi d’uva prendendoli da un vaso sorretto da un altro giovane Ado-
ne, gemello del primo.
Lani si immerse nella piscina, la attraversò a nuoto, riemerse dall’altro
lato e si scosse per asciugarsi. Sapeva di non doverlo fare, ma gli piaceva
la sensazione.
Karen non gli prestò attenzione finché lui non strusciò la testa contro
la mano che lei teneva a penzoloni. «Ehi, ciao», disse lei. «Sei bellissimo,
come ti chiami?»
«Lani» miagolò lui facendo le fusa.
Karen non si comportò come se fosse bizzarro che un gatto parlasse
ma, pensierosa, ripeté: «Lani… sembra familiare. È un bel nome. Ti
piace la musica, Lani?» Era il Canone di Pechelbel.
“Non male per una lira” pensò Lani. «Mi piace, come te» disse facendo
ancora le fusa.
Karen sorrise e mangiò un altro acino.

160
Lani miagolò: «Ti porto i saluti di Keoki e di Lisbet, e del tuo padrone
di casa: l’affitto del tuo appartamento a Copenhagen è in scadenza».
Karen si accigliò e allontanò i grappoli. «Non puoi parlare di questi
argomenti qui».
«Perché no? Loro sentono la tua mancanza. Non pensi a loro?»
Karen si mise a sedere, ancora corrucciata: «Zitto! Non voglio tornare
indietro, dove… dove… Semplicemente non voglio!» sospirò, poi si
rilassò e si guardò intorno: «Si sta così bene qua, è così tranquillo, no?
Potrei rimanerci per sempre». Sorrise all’Adone e gli prese la mano.
«è molto carino» rispose Lani, leccandosi il pelo come se non gli interes-
sasse realmente l’aspetto del luogo. «Comunque, il tuo corpo ha bisogno
di te. Sta cercando di guarirsi da solo, ma ha davvero bisogno del tuo
aiuto. Puoi sempre tornare qua una volta che l’avrai aiutato a guarire…»
La ragazza lo guardò con interesse: «Ma non può sopravvivere senza
di me?»
«Non molto bene»» disse l’ocelot, facendo due passi prima di tornare a
sedere. «Se non ritorni per aiutarlo altre persone dovranno pagare per
tenerlo in un ospedale, il tuo padrone di casa perderà i suoi soldi e do-
vrà vendere tutte le tue cose, i tuoi clienti saranno costretti a ricorrere a
qualcuno con meno talento di te e l’uomo che incontrerai e che sposerai
rimarrà senza amore. È una tua scelta, naturalmente».
Karen si morse il labbro inferiore. Il primo Adone aveva smesso di
suonare e la fissava, il secondo era scomparso. «Il mio corpo… fa male»
disse lei infine. «Il dolore è tremendo… ero così inerme… perché qual-
cuno avrebbe fatto questo a me?» Le ultime parole erano il pianto di un
piccolo, sconcertato bambino.
Lani la guardò intensamente negli occhi: «Il grosso del dolore non c’è
più, ormai. Vicino a te non c’è più nessuno che voglia farti del male, ma
molte persone che stanno cercando di aiutarti a risvegliarti; il tuo corpo
sta facendo del suo meglio per guarire completamente ma ha ancora
bisogno di te e quelle persone hanno bisogno di te. Comunque, come
ho detto, potrai tornare qua tutte le volte che vorrai».
«Posso?»
«Tutte le volte che vorrai».
Karen sollevò Lani e se lo mise in grembo. Anche il primo Adone era
scomparso. «Come faccio a tornare?» sussurrò.

161
«Innanzitutto, devo dirti cosa fare quando sarai arrivata» miagolò l’oce-
lot. «Per aiutare il tuo corpo a guarire il prima possibile dovrai perdona-
re la persona che ti ha fatto del male e i tuoi spiriti guida per non essere
stati in grado di proteggerti».
La ragazza si irrigidì: «Non so se posso farlo».
«Certamente puoi: sei un guaritore. Il modo migliore per riuscirci e
pensare quella donna come un’anima perduta, che ti stava facendo del
male solo perché soffriva. Non stava aggredendo te in quanto indivi-
duo, ma tutto quello che le aveva nuociuto nella sua vita. Puoi perdo-
narla per soffrire così tanto?»
Karen annuì appena: «Per questo posso perdonarla».
«Bene» disse Lani. «Ricordatelo. Ora parliamo degli spiriti guida…»
«Non mi hanno protetto!»
L’ocelot le leccò una guancia. «Non si suppone che ti proteggano dal
venire colpita, non è il loro compito. Loro sono tenuti a proteggerti dal
venire soverchiata da entità negative, credenze negative, e l’hanno fatto
molto bene. La povera Nazra non aveva nessuno spirito a proteggerla
e così è stata sconfitta. Pensaci» miagolò Lani, «Nazra è un’assassina e
non ti ha uccisa quando avrebbe potuto farlo. Forse la tua divinità, con
l’aiuto dei tuoi spiriti guida, l’ha aiutata giusto un pochino». Il volto di
Karen brillò a questa idea. «Quindi puoi perdonare i tuoi spiriti guida
per aver fatto quello che dovevano fare?»
«Sì, posso fare anche questo» disse Karen meditabonda. «E ora come
dovremmo procedere?»
Lani sgusciò dalle braccia della ragazza e si sedette sul triclinio, guardan-
dola. «Tu diventi molto, molto piccola, io mi trasformo in un uccello
così tu potrai accomodarti sul mio dorso mentre io volo fino a casa».
«Oh! Sembra divertente!» esclamò Karen battendo le mani.
Lani assunse nuovamente l’aspetto di aquila una volta che Karen fu del-
la misura giusta, poi la fece salire tra le ali prima di spiccare il volo verso
il cielo multicolore. Prima di prendere la direzione di casa, si librò in
alto sulla valle, così che lei potesse abbracciarla con lo sguardo dall’alto.
Una volta di nuovo nel suo corpo, Karen aprì gli occhi, cercò la mano
di Lani, la trovò subito e sfoderò l’ombra di un sorriso. «è stato diver-
tente» sussurrò talmente piano che solo lui poté udirla.

162
x
Volo magico

Introduzione
Una delle abilità telepatiche più curiose che ho mai sperimentato
consiste nel separare apparentemente noi stessi dal nostro corpo
fisico e viaggiare verso mete distanti, prendendo parte a eventi che
altrimenti non conosceremmo e che ci sarebbero inaccessibili, o ad-
dirittura galleggiare fino al soffitto e guardare giù, verso il nostro
corpo che ancora giace dove l’abbiamo lasciato. Alcuni chiamano
questa capacità “volo magico” o “viaggio astrale”, oppure “oobe”
(che si pronuncia ooh-bee e significa “esperienza extracorporea”2).
Questo sembra così distante dalle nostre esperienze “normali”
che la tendenza generale è rigettare l’intera idea come impossibile e
semplice risultato di un’allucinazione. Prima che tu lo faccia, tutta-
via, lascia che te ne parli ancora un po’. Su questo argomento c’è un
terribile misunderstanding, perché non si tratta di ciò che le persone
pensano che sia.
Innanzitutto, rifletti sul fatto che questo concetto è stato incluso
nelle tradizioni di qualsiasi società umana. Ne scrivono gli Indiani
d’America, compresi gli Eschimesi, gli Indiani dell’Est, i Brasiliani, i
Mongoli, i Polinesiani, i Giapponesi, i Cinesi, gli Arabi, gli Ebrei, gli
Africani e così via, né possiamo evitare di menzionare gli Europei e
i moderni Americani.
Da ogni parte del mondo ci arriva in sostanza la stessa storia:
alcuni, sia persone “normali” che adepti di gruppi mistici o religiosi

2 In inglese sarebbe Out Of Body Experience, da dove deriva appunto l’acronimo oobe.

163
(per esempio sciamani, stregoni, preti, monaci, suore e altri) “lascia-
no” il corpo spontaneamente o con diverse tecniche e viaggiano in
paradiso, nel regno degli dèi o altrove, poi “ritornano” con una serie
di conoscenze occulte e storie di esperienze fantastiche. Oppure, a
un livello più mondano, viaggiano semplicemente nel mondo fisico
senza essere visti, balzando ovunque desiderino alla velocità della
luce e attraversando senza problemi muri e altri ostacoli. Sembra
una favola, no? Un altro fattore comune a tutte le culture, però, del
quale non possiamo dimenticarci, è che, senza eccezioni, tutti coloro
che vivono questa esperienza insistono sulla realtà di essa. «Non è un
sogno» dicono. Sostengono di essere consapevoli di ciò che accade,
di disporre di tutte le loro facoltà mentali e che l’esperienza è perfet-
tamente nitida nella loro mente, esattamente come il ricordo di un
qualsiasi fatto avvenuto nel mondo “esterno”.
Ovviamente qualcosa c’è, ma cosa? Lo psicologo tende a parlare
di disordine mentale o di allucinazioni e invita la persona a recarsi da
uno psichiatra, quando non la deferisce direttamente alle istituzioni.
Potrebbe anche ipotizzare l’uso di droghe. È vero che in numerose
culture, antiche come contemporanee, sono state utilizzate droghe
di vario tipo per indurre questa esperienza, ma ci sono anche tantis-
simi resoconti di persone che hanno vissuto questa esperienza senza
fare uso di droghe di alcun genere. In entrambi i casi lo psicologo,
impregnato di ortodossia professionale, non può spiegare l’origine
di questa esperienza e perché appare così realistica se confrontata
con altre interamente basate sull’attività mentale. Dire che si tratta di
“prodotti della mente” non significa nulla, e le parole “allucinazio-
ne” e “disordine mentale” sono solo etichette utilizzate per nascon-
dere un argomento spinoso.
In questo capitolo esploreremo i come e i perché di questo feno-
meno, comprese le teorie, i diversi modelli di esperienza e, soprat-
tutto, i benefici pratici sul cambiamento della realtà.

164
La spiegazione occulta
La tradizionale visione esoterica del fenomeno è piuttosto interessan-
te, anche se potrebbe sembrare bizzarra a chi non ne ha già sentito
parlare. Gli occultisti la chiamano “proiezione astrale”, intendendo
con ciò la proiezione di un “corpo astrale” nel “piano astrale”. Essi
assumono che, intrecciato con il nostro corpo fisico, disponiamo di
un corpo astrale, costituito da materia che vibra a una frequenza mol-
to più alta e che esiste in parte sul piano fisico e in parte su un altro
piano, detto astrale. La parola “piano” significa “dimensione”, una
gamma di esperienze al di fuori dei nostri sensi abituali. La proiezione
si realizza solo dopo aver appreso una serie di tecniche per separare il
corpo astrale dal corpo fisico e inducendo il primo ad andare altrove e
fare ciò che si desidera. Le tradizioni esoteriche sostengono che si rie-
sce nell’intento di questa separazione solo dopo ardui e costanti sfor-
zi, sostenibili solo grazie a una profonda motivazione spirituale e alla
guida esperta di un maestro o di un occultista di grande esperienza.
Questo, naturalmente, si riferisce alla proiezione volontaria e conscia.
Le stesse tradizioni sostengono che più o meno tutti eseguono proie-
zioni parziali o totali, talvolta durante il sonno, e che queste esperienze
lasciano come ricordo sogni particolarmente vividi.
Sfortunatamente per i laici interessati, il sistema occulto tradiziona-
le si porta dietro un dogma complicato. A seconda del gruppo al quale
ci si avvicina, la persona che desidera approfondire questo argomenti
sarà tenuta a imparare tutto sulle gerarchie degli spiriti, i Deva, gli
Adepti, i Master, le Guide, i Raggi, uno stuolo di corpi (eterico, astra-
le, mentale, causale), spiriti della natura, elementali, entità negative,
Angeli, Serafini e Cherubini, gli “Abitanti della soglia” e un vasto as-
sortimento di altri concetti da capogiro. C’è qualcosa di vero in questo
approccio, ma è talmente mascherato che conduce alla disperazione il
solo tentativo di trovarlo. In tempi di persecuzioni e ignoranza questo
sarebbe stato un dovere, ma in una società come quella odierna,
basata sulla scienza, discretamente ben educata e aperta, credo che sia
il momento di dedicarci a punti di vista più semplici.

165
La spiegazione scientifica
La comunità scientifica è d’accordo nel darsi questa spiegazione,
benché carente di dettagli: le esperienze extracorporee sono prodot-
ti della mente, in particolare dell’emisfero destro, dovuti alla sovra
o sotto-stimolazione dei segnali sensoriali, e/o a una stimolazione
elettromagnetica non maggiore rispetto a quella cui siamo sottopo-
sti nel nostro ambiente quotidiano. Se è molto coerente con il primo
punto di vista sul mondo, questa ipotesi presenta un problema: la
conclusione paradossale che la percezione del mondo attorno a noi
sia semplicemente un prodotto della nostra mente, dal momento
che percepiamo il mondo grazie alle stimolazioni elettromagnetiche
che il cervello riceve dai nostri sensi. Dire che «alcune percezioni
sono reali e altre no, perché lo dico io» non è molto scientifico.

La visione sciamanica
I dettagli della spiegazione sciamanica variano da cultura a cultura, ma
tra tutte c’è accordo nel dire che gli sciamani possono consciamente
e con la forza della loro volontà uscire dal corpo e vagare per questo
e altri mondi allo scopo di guarire o di raccogliere conoscenze sulla
guarigione. Questi mondi sono solitamente descritti come mondo
superiore, mondo di mezzo, mondo inferiore o basso. Comunque,
alcuni gruppi di sciamani raggiungono solo il mondo inferiore, altri
pensano al mondo di mezzo come a quello nel quale ci troviamo
ora, altri ancora trovano che esistano parecchi altri mondi.
Una domanda azzeccata in questo momento sarebbe: «Che diffe-
renza c’è tra un viaggio sciamanico e un volo magico?» La risposta
migliore dal punto di vista di uno sciamano è: «Nessuna». Ciascuno
di questi mondi è reale allo stesso modo nella visione del mondo
sciamanica. In ogni caso, il punto che ci interessa in questo capitolo
è l’uscita dal corpo in questo mondo, cosa che molte persone non
associano a un viaggio sciamanico.

166
L’esperienza
L’unico modo possibile per saperne di più è grazie all’esperienza di-
retta, con la mente sgombra da ogni dogma, nonché studiando i re-
soconti di coloro che hanno provato a riferirne in maniera onesta.
Questi racconti sono pochi e distanti tra loro, ma esistono. All’Aloha
International li abbiamo esaminati, comparati con la tradizione occul-
ta e le altre e abbiamo eseguito esperimenti in prima persona. Benché
non pretendiamo di avere l’ultima parola sulla faccenda, le nostre in-
dagini suggeriscono provvisoriamente le seguenti conclusioni.
1. Il volo magico/proiezione astrale è reale come qualsiasi altra
esperienza.
2. La nostra mente conscia e inconscia può e opera in più di una
dimensione esperienziale.
3. L’esperienza è intimamente legata alla chiaroveggenza telepati-
ca.
4. Si tratta di più di proiettare la coscienza che di proiettare un
corpo.
5. La bioenergia gioca un ruolo vitale nell’esperienza.
6. È piuttosto semplice riuscire a essere consapevoli dell’esperienza,
ma è difficile averne il controllo.
7. Si può imparare a farlo.
Prima di imparare a farlo, chiaramente, devi capire di cosa stia-
mo parlando. In altre parole: com’è questa esperienza e come si
fa a capire che la si sta vivendo? Non è così facile parlarne come
potrebbe sembrare, perché il nostro linguaggio purtroppo manca di
termini adeguati, ma dobbiamo provarci, ed è ciò che faremo.
I “viaggiatori astrali” raccontano esperienze di diverso genere,
che numerosi autori hanno provato a incasellare in categorie spa-
ziali, che però confondono più che chiarire. La tradizione occulta
parla di sette differenti piani, ciascuno dei quali ha a sua volta sette
ulteriori “sotto-piani”, e l’impressione finale è che questi piani si
sovrappongano parzialmente mano a mano che si avanza.
Lo scrittore Robert Monroe utilizza il termine “Local” (i, ii e iii),

167
ma è ovvio che non si riferisce a luoghi posti in particolari aree. Un
approccio interessante è quello di John C. Lilly, citato nel libro The
Center of the Cyclone, nel quale egli adatta l’approccio di Gurdjieff
– un occultista orientato al Sufismo – descrivendo l’esperienza in
termini di stati di coscienza, che vanno da una sorta di inferno alla
beatitudine. Naturalmente, la scala non fa riferimento a stati di co-
scienza oggettivi, ma è un sistema soggettivo per stimare la reazione
del singolo ai vari stati. Quello che per una persona è un inferno può
essere un paradiso per un’altra, sebbene i due attraversino la stessa
esperienza. Alcuni parapsicologi contemporanei parlano di “campi
di coscienza”: tutto molto meritevole ma decisamente astratto per
significare qualche cosa per l’uomo della strada.
Per rendere più o meno comprensibile questo argomento, ho scelto
di descrivere il fenomeno riferendomi a diversi tipi di esperienza. La
seguente partizione è arbitraria e il più chiara possibile. L’ordine di
esposizione dei casi non ha alcun significato, dal momento che si pos-
sono incontrare sia in diverse occasioni che, combinati, nella stessa.

Tipo 1
Potremmo riferirci a questo caso come all’esperienza “classica”:
sembrerai essere nel tuo corpo per quanto puoi parlare, e nel fami-
liare mondo fisico. Le differenze, naturalmente, sono molte. Ti sem-
brerà di essere leggero come una piuma e potresti essere in grado di
galleggiare o svolazzare nell’aria. Potresti sperimentare la sensazione
di lasciare il corpo fisico, o semplicemente ritrovarti improvvisa-
mente separato da esso. Le persone intorno a te non ti presteranno
attenzione, si comporteranno come se non esistessi. Potrebbe suc-
cederti di attraversare oggetti con le mani (avvertendone o meno la
consistenza), o addirittura di passare attraverso i muri. Inoltre, po-
tresti scoprire di essere in grado di raggiungere qualsiasi località con
la sola forza della tua volontà, più o meno: tutto ciò che dovrai fare
sarà pensare al posto o a una persona che si trova là e desiderare di

168
andarci (alcuni potrebbero sentire di volare). Il fattore temporale nel
Tipo 1 sembra lo stesso del normale stato di coscienza. Per esempio:
se sei testimoni di un evento mentre stai vivendo questa esperienza,
al ritorno nel tuo corpo potresti scoprire che l’evento è avvenuto nel
momento in cui pensi che sia successo. Una volta nuovamente nel
tuo copro, ciò che hai visto o vedi potrebbe sembrarti una percezio-
ne distorta rispetto all’esperienza ordinaria. Per fare un esempio, se
ricordi un determinato muro decorato con carta da parati, potresti
scoprire, verificando nel mondo fisico, che quel muro è assoluta-
mente bianco. Nella maggioranza dei casi, tuttavia, le cose saranno
identiche a quelle che conosci dall’esperienza ordinaria.
In un caso particolare di questo tipo di esperienza (che chiame-
remo 1a), le persone potrebbero parlarti ma, nel momento in cui
verificherai se il dialogo è avvenuto chiedendone loro conto, non
se ne ricorderanno. Ancora, alcune persone potrebbero reagire spa-
ventandosi in tua presenza e, più tardi, raccontare di aver visto un
fantasma. In certi casi potresti disporre del potere di influire fisica-
mente sull’ambiente.

esempio: Un mattino mi sono svegliato presto e immediatamente mi


sono reso conto che il mio braccio destro aveva qualcosa che non
andava. Man mano che la mia consapevolezza aumentava realizzai
che penzolava dal letto e, in parte, era sul pavimento. Potevo effet-
tivamente percepire la pavimentazione, le assi e le travi sottostanti.
Non era piacevole, così mi misi a sedere. Mia moglie stava dormen-
do al mio fianco e notai della carta da parati a fiori che nella vita or-
dinaria non c’era e un cassettone ai piedi del letto che non avevamo.
Guardandomi intorno vidi due altre cose: un tappeto peruviano che,
di solito, era appeso sulla testiera del letto, si era trasformato in un
arazzo medievale, e il mio corpo che stava ancora dormendo. Io,
cioè, ero in parte dentro e in parte fuori. Non avevo l’istinto di anda-
re da nessuna parte, così mi sdraiai nuovamente e ripresi a dormire.

169
Tipo 2
Potenzialmente identico al Tipo 1, questa esperienza si differenzia
dalla prima per lo stato di coscienza degli altri esseri, che ti sembre-
ranno apparentemente come te. Essi potranno esserti amici o meno
e, in quest’ultimo caso, potrebbero tentare di attaccarti. Per quanto
possiamo determinare, la tua rabbia e la tua paura sortiranno l’uni-
co effetto di rinforzarli – è addirittura possibile che queste creature
siano semplicemente la proiezione di emozioni che hai represso –
pertanto l’unico consiglio che posso dare è quello di rimanere calmo
e di ostentare sicurezza nella tua abilità di non lasciarti ingannare.
Spesso essi scompariranno se ti limiterai a ignorarli ma, qualora non
accadesse, come ultima spiaggia puoi sempre tornare allo stato nor-
male (approfondirò questo punto più avanti).

esempio: Durante una meditazione profonda mi sono improv-


visamente trovato di fronte a un gorilla gigantesco, una specie di
King Kong, che stava sollevando le zampe con il dichiarato scopo
di schiacciarmi. Ero terrorizzato, ma sentii una voce provenire da
qualche parte dentro di me dirmi: «Rimani calmo, rilassati e lascia
semplicemente che accada». Lo feci, anche perché era troppo tardi
per scappare, e come la pianta del piede della bestia mi ha toccato il
mostro si è dissolto e la paura è sparita con lui.

Tipo 3
Simile al Tipo 1 per l’aspetto normale dell’ambiente circostante, il
Tipo 3 presenta però alcune fondamentali differenze: il contesto
non ti sarà familiare e potrai interagire con coloro che incontrerai.
La cultura, l’organizzazione sociale e il contesto ti saranno probabil-
mente del tutto sconosciuti; possono andare dallo stato primitivo a
quello super-avanzato. Alcune caratteristiche significative di questo
tipo di esperienza sono che puoi viaggiare come nel Tipo 1 e incon-
trare persone che conosci o hai conosciuto (per esempio, coloro che

170
sono morti nel mondo normale). Accettare tutto questo sta a te, io
mi limito a descrivere ciò che sperimenterai. Infine, potresti incap-
pare in aree che corrispondono alle idee tradizionali di paradiso.

esempio: L’esperienza di Lani nel capitolo precedente corrisponde a


questo tipo di esperienza.

Tipo 4
Se hai familiarità con il concetto di vite parallele, sappi che questa è
una. Se non è così, limitiamoci a dire che sarai in un mondo molto
simile ai nostri che, però, si è sviluppato in modo diverso, sotto il
profilo personale, culturale e/o tecnologico. Fanno parte di questo
Tipo anche le esperienze di reincarnazione apparente, sia nel passa-
to che nel futuro. Assomiglia al Tipo 3, ma scoprirai le differenze
sperimentando entrambe.

esempio: Appena prima di congedarmi dalla Marina americana stavo


prendendo una gravosa decisione: tornare a casa per concludere il mio
percorso formativo e sposare la donna che amavo oppure comprare
una barca e solcare il Pacifico con un mio amico. Be’, in questa vita
ho fatto la scelta migliore e sono ancora felicemente sposato. Qualche
anno dopo, però, decisi di scoprire come sarebbe andata nell’altro
caso nel contesto di una vita parallela, e mi sono visto ubriaco marcio
in un bar di Samoa. Dopo qualche anno ancora tornai in quella vita e
mi scoprii morto. Anni dopo sono tornato in quella vita alcuni minuti
prima di morire e mi sono convinto a smettere di bere e a prendere
alcune scelte utili a sentirmi meglio e a costruire anche in quella vita.

Tipo 5
Il Tipo 5 è un’esperienza soprannaturale e spesso spaventosa perché
non ha agganci con la vita normale. Venti, correnti, ostacoli, buio…

171
le parole normalmente a disposizione sono del tutto insufficienti
per descriverla. Non si tratta di un inferno in quanto tale: non ci
sono aguzzini e potresti essere completamente solo. È terribile per-
ché tutto sembra essere indifferente.

esempio: Un’esperienza piuttosto comune che è capitato di vivere


a me e ad altri è galleggiare in un luogo circondati da occhi privi di
corpi che ci fissavano, oppure di volare in completa solitudine lungo
muri infiniti fatti di pietra.

Tipo 6
Si potrebbe chiamarla Fantasilandia, scenografia adatta per favole,
miti, leggende e fiabe. Qua l’impossibile può accadere, e di solito ac-
cade. Raramente ti succederà di essere un semplice osservatore: qua
aiuterai qualcuno o sosterrai un qualche esame. Forse si tratta di una
costruzione mentale che ha lo scopo di favorire la crescita interiore,
ma mentre ti ci troverai tutto sembrerà molto reale.

esempio: Posso citare un’esperienza molto dettagliata che ho vissuto


ad Atlantide prima e dopo la sua distruzione. Cercate il racconto.

Tipo 7
Un mondo di colori, luci e spesso suoni, dove forme amorfe gal-
leggiano: è l’esperienza del Tipo 7. Qualche volta sarai consapevole
della presenza di altre creature, spesso amichevoli, ma ti limiterai a
percepirle, non le vedrai. Tutto sarà decisamente piacevole e potresti
provare una certa riluttanza all’idea del ritorno. Questo mondo po-
trebbe corrispondere al nirvana o al samadhi delle religioni orientali, o
all’unione con Cristo nel Cristianesimo. Ho detto “potrebbe”.

esempio: Non credo che sia necessario.

172
Tipo 8
Si potrebbe chiamarlo “inferno”, in mancanza di un termine miglio-
re. Non c’è bisogno di aggiungere ulteriori dettagli, vi basti sapere
che coloro che si sono preparati a vivere un’esperienza extracorpo-
rea solo molto raramente finiscono per trovarsi qua.

esempio: Dimenticatevene. Io per primo non voglio ricordare.

Tipo 9 (10, 11 e così via)


In questi casi si sperimenta una dualità di coscienza: è possibile es-
sere inconsapevoli del proprio corpo fisico e del contesto durante le
esperienze precedentemente descritte, oppure puoi essere consape-
vole di esistere in entrambi gli stati al contempo. Ancora una volta,
le parole risultano inadeguate. Per essere compresa – e, eventual-
mente, apprezzata – quest’esperienza va vissuta.

esempio: Quella volta che ero perfettamente sveglio e consapevole


di essere sdraiato a letto e, al contempo, consapevole di passeggiare
in montagna in un altro luogo.

Ecco qua. Non c’è da meravigliarsi che a chi è impreparato venga


un esaurimento nervoso e, invece, chi è disinformato voglia solo
ignorare coloro che raccontano di aver vissuto esperienze del
genere. Tuttora c’è talmente tanto di inesplorato in questo campo
che bisognerebbe che queste esperienze venissero sperimentate dal
maggior numero possibile di persone avventurose e dalle menti
sgombre, così da conoscere tutte le possibilità che offrono. Se
possiamo sviluppare l’abilità di utilizzarle come strumento per cam-
biare la realtà nella quale stai leggendo questo libro, tutto il nostro
modo di vivere è pronto per un netto ripensamento.

173
Metodi
A coloro che non si sono spaventati finora esporrò alcuni dei me-
todo di base che si possono sfruttare per dare inizio a un’esperienza
extracorporea. Stiamo parlando di mantenere il maggior controllo
possibile sull’esperienza, quindi non parlerò di quei casi in cui l’usci-
ta dal corpo avviene spontaneamente, né quelli in cui ci si serve di
alcol, droghe o ipnosi profonda e guidata per indurla.

Il sogno
Questa tecnica è una delle più comuni in tutto il mondo e consiste
nel prendere il controllo mentre siamo nel mezzo di un sogno. Per
riuscirci, devi diventare consapevole del fatto che stai sognando e
sperimentare ciò che, solitamente, viene chiamato “sognare lucida-
mente”. Può capitare spontaneamente oppure appositamente. Una
volta accaduto, te ne farai carico e potrai dirigere l’esperienza. Co-
munque, è più semplice da dire che da fare.
Innanzitutto dovresti prestare maggiore attenzione ai tuoi sogni,
soprattutto quelli nei quali metti in campo le tue facoltà cruciali. Per
esempio, poniamo che in un sogno stai cavalcando un unicorno e, al
contempo, stai pensando di te nel sogno: “è una follia, gli unicorni
non esistono!” A quel punto saresti nello stato adatto per volgere il
sogno in un volo magico, ma devi essere consapevole di questo pas-
saggio durante il sogno. Allora potrai focalizzare l’attenzione su un
oggetto del paesaggio del sogno finché non scomparirà e cambierà
(un’alternativa è concentrarti sulle tue mani). Se sei stato in grado di
rimanere consciamente consapevole fino a questo momento, puoi
decidere di andare dove vuoi e ci arriverai.
Prima di dormire, una forte auto-suggestione sull’avere questa
esperienza potrebbe essere d’aiuto. Addirittura, farlo appena svegli
al mattino per poi tornare subito a letto potrebbe dare risultati an-
cora migliori. Alcuni sostengono che mangiare pesce o formaggio a
cena favorisce le possibilità di successo, così come mettersi un piz-

174
zico di sale sotto la lingua. Tutte le volte che ho sperimentato queste
tecniche ho avuto risultati piuttosto insoddisfacenti.
Potrebbero volerci settimane, mesi o addirittura anni per riuscire
nel tuo scopo, ma sappi che per molti il metodo del sogno è stato
efficace.

Meditazione su un’immagine
Questa tecnica fa riferimento a un’immagine fisica o a una mentale;
in ogni caso usa la tua immaginazione per rendere l’immagine il più
realistica possibile, includendovi input da tutti e cinque i sensi. A
quel punto posiziona te stesso nell’immagine – non un tuo ritratto,
ma te – come se fossi realmente lì, con tutte le tue sensazioni, visive
e uditive. Se visualizzi abbastanza bene e pratichi questa tecnica re-
golarmente, sarai lì come proiezione astrale, forse la prima volta per
pochi secondi, ma col tempo vivrai un’esperienza completa e nitida.
Un’alternativa collegata è il metodo della memoria, nel quale crei
un ricordo vivido di una persona o di un posto invece di utilizza-
re un’immagine. Io ho raggiunto risultati straordinari con entrambe
queste tecniche.

Il percorso ripetitivo
Potrebbe sembrare un metodo noioso, ma conta un bel numero di
successi e ha una lunga serie di seguaci. Scegli un percorso breve tra
due punti in un luogo nel quale non verrai disturbato. Diciamo che
hai scelto la strada che va dalla tua camera da letto al bagno. Lungo
la strada posiziona quattro o cinque segnali in diversi punti, così da
fissarli come ricordi. Quindi sdraiati a letto, alzati e muoviti fisica-
mente raggiungendo ciascuno dei segnali, rimanendo alcuni minuti
presso ciascuno per imprimere al meglio il punto nella tua mente. Al
ritorno dal bagno fai la stessa cosa. Ripeti questa procedura cinque
volte, poi sdraiati a letto e ripercorri la stessa strada nella tua imma-

175
ginazione, assicurandoti di passare vicino a ogni segnale lo stesso
tempo che vi hai trascorso fisicamente. Questo è tutto per la prima
sessione. Ripeti l’intera procedura una volta al giorno finché non ti
accorgerai che stai tornando dal bagno con quello che sembra un
tragitto fisico e vedrai il tuo corpo sdraiato a letto. Cerca di non
avere uno shock: non era ciò che volevi?

Il partner
Questa strategia richiede che un tuo amico sia disponibile a guidarti e
ad accompagnarti in una suggestione necessaria per permetterti di co-
minciare. L’ipnosi profonda non è il fine: tutto ciò di cui hai bisogno
sono alcune suggestioni per rilassarti e qualcuna in più per portare
la tua coscienza fuori dal corpo, in un punto predeterminato. Allora
prenderai tu le redini. L’interazione con il tuo partner non dovrebbe
durare più di cinque-dieci minuti. In alternativa potresti avvalerti di un
nastro con la tua stessa voce registrata e predeterminare così anche la
durata dell’esperienza. Nei miei workshop mi servo spesso di questa
tecnica e di alcune sue varianti, sempre con ottimi risultati.

Il simbolo
Questo metodo ha numerosissime varianti in tutto il mondo. Essen-
zialmente consiste nel fissare un simbolo per un minuto o più, fino
a quando potrai guardare da un’altra parte e vedere un’immagine
complementare. A quel punto chiuderai gli occhi, conserverai l’im-
magine e la visualizzerai ingrandirsi a sufficienza per poterci passare
attraverso, cosa che farai, sempre nella tua mente. Se sarai rilassato
e pronto, quello sarà il momento di partenza del tuo viaggio astra-
le. Puoi utilizzare simboli religiosi, occulti, figure geometriche, esa-
grammi I Ching o qualunque cosa stimoli la tua fantasia. Una buona
alternativa può essere immaginare il simbolo su una porta, il più
possibile reale, aprire la porta e attraversarla.

176
L’isolamento
Questo metodo mira a ridurre al massimo i tuoi impulsi sensoriali
senza che tu vada a dormire. Il risultato è spesso un’esperienza extra-
corporea (o un’allucinazione, a seconda di chi la descrive). Alcune cul-
ture sciamaniche ritengono che sia una delle tecniche migliori: alcuni
avvolgono l’apprendista in un lenzuolo e lo lasciano per alcuni giorni
in una caverna o in una fossa, altri lo mandano completamente solo
nella natura, senza cibo né esseri umani con i quali interagire. Secondo
questo punto di vista il risultato dovrebbe essere un’esperienza di volo
magico. Anticamente alle Hawaii lo stesso effetto si sarebbe raggiunto
inviando l’apprendista da solo in barca su un’isola piccola e lontana.
Oggigiorno sono molte le strade percorribili per applicare questa
strategia, a seconda della sensibilità personale. Per alcuni è semplice-
mente questione di passare un paio d’ore in una stanza vuota, altri
preferiscono sedere o giacere al buio, o in un ripostiglio. Funzionano
anche le vasche da isolamento o le meditazioni nelle quali si suppone
che tu svuoti del tutto la tua mente. Potrebbe servire anche portare
la tua attenzione tutta su un unico impulso fisico, fissare un singolo
oggetto (immobile o in movimento), ascoltare un rumore monotono,
concentrarti sul tocco di una sola cosa, nonché eseguire una o l’altra di
queste procedure fisicamente o mentalmente. Funzionano perché la
tua mente conscia ha bisogno di stimoli per rimanere attiva e, se non
li riceve in questo mondo, andrà a pescarli in un altro.

La rotazione
Utilizzata dai druidi celtici e, più tardi, da maghi e streghe in Europa,
questa è una tecnica che sovraccarica i sensi per raggiungere gli stes-
si risultati del metodo precedente: se la mente riceve troppi input,
talvolta sposta la propria concentrazione in un altro stato. Uno dei
modi anticamente seguiti era sospendere l’apprendista in una gab-
bia a mezz’aria che un assistente avrebbe fatto roteare e oscillare al
contempo. A questo proposito si può citare anche una storia curiosa

177
citata in Hawaiian Mythology, di Martha Beckwith, nella quale Maui si
reca in visita a suo padre alle Pleiadi. Nell’hawaiano è comune che
nomi di luoghi e oggetti nascondano significati: vale la pena notare
come, in questo caso, due nomi associati a questo viaggio contenga-
no il concetto di girare su se stessi.

Il conteggio
Uso questa tecnica quando insegno a viaggiare nel tempo, perché è
molto utile per mantenere concentrata la mente razionale durante
esperienze con vite passate, future e parallele. Ha qualche somiglianza
con l’ipnosi per via del conteggio, ma non c’è nessun tipo di trance e
non c’è bisogno di un aiutante. Questo metodo, così come spiegato,
presuppone un salto di coscienza a una delle vite passate a scelta.
1. Respira profondamente e chiudi gli occhi. Pensa a un momento
del passato nel quale ti piacerebbe trovarti o a un ruolo/figura
del passato che vorresti impersonare.
2. Contando alla rovescia a partire da 10 arriverai a quella vita
passata. 10… 1… Se lì.
3. Porti qualcosa ai piedi? Sali. Hai le gambe nude o coperte? Sali.
Sei un maschio o una femmina? Sali. Che tipo di vestiti indossi?
Sali. Come sono i tuoi capelli? Hai addosso qualche gioiello o
ornamento? Sei all’aperto o al chiuso? Ci sono altre persone
intorno a te? Cosa fai per vivere? (Aggiungi liberamente tutte le
domande che vorrai porre).
4. Contando alla rovescia a partire da 5 raggiungerai il momento
più felice della tua infanzia in quella vita. 5… 1… Sei lì.
5. Contando fino a 5 raggiungerai il momento più alto della tua
professione in quella vita. 5… 1… Sei lì.
6. Contando fino a 10 tornerai nella tua vita attuale, ricordando del-
la tua vita passata tutto ciò che può esserti d’aiuto nel migliorare
la tua vita attuale. 1… 10… Ci sei. Muovi le dita delle mani e dei
piedi, respira profondamente e ricorda cos’hai imparato.

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L’alternanza dei corpi
Questo è uno dei miei metodi preferiti e quello che insegno di più
ai miei corsi. Consiste nell’esteriorizzare un tulpa di qualche cosa di
adatto di fronte a te e nel trasferirvi la tua consapevolezza cosciente.
Solitamente io utilizzo un animale, ma funzionerà una qualsiasi cre-
atura o un qualsiasi veicolo. Durante i miei workshop eseguo questa
dimostrazione: mi allontano dalla vista, mi carico di energia, creo
l’animale con il pensiero, vi sposto la mia consapevolezza in modo
da vedere con i suoi occhi, sentire con i suoi sensi e muovermi con
i suoi muscoli. Dopo un paio di minuti al massimo sono pronto
per muovermi nella classe, toccare alcune persone, fare un sacco di
rumore, fare qualcosa di scandaloso e tornare al mio corpo. A quel
punto torno in classe e chiedo a ciascuno cos’ha visto, sentito e udi-
to, e a cosa ha pensato. Invariabilmente, pochissimi avranno visto
quale forma ho assunto e che cosa ho fatto. Altri ne avranno colto
una parte, altri ancora avranno fatto caso all’aria divertita di alcune
zone della classe, altri avranno percepito un tocco o un movimen-
to e pochissimi non avranno avvertito nulla di fuori dall’ordinario.
Dopo di che insegno agli studenti a creare un tulpa e chiedo loro di
recarsi nella stanza accanto, dove ho posizionato un oggetto sul pa-
vimento. Loro dovrebbero guardarlo attraverso gli occhi della crea-
tura, tornare indietro e raccontarlo. Infine, ci rechiamo tutti insieme
nella stanza accanto per osservare l’oggetto con i nostri occhi fisici.
Pochi l’avevano visto esattamente, la maggioranza ne aveva colto
una parte o un simbolo, gli altri erano stati distratti da qualcosa d’al-
tro. Amo questa tecnica perché è molto semplice e veloce.

Come gli altri ti percepiscono


L’ultimo metodo solleva un argomento importante da considerare,
cioè come gli altri ci percepiscono mentre stiamo facendo un volo
magico. Elenco alcune tipiche esperienze che potrebbero avere:
- attenzione spontanea: alcuni raccontano che la loro attenzione

179
è stata improvvisamente richiamata verso un punto senza che
ce ne fosse ragione apparente e senza che vedessero nulla di
particolare. Questo effetto è stato testato nel momento in cui
si sapeva che una persona che stava vivendo un’esperienza ex-
tracorporea era in quel punto in quel momento;
- il divertimento è nell’aria: alcuni notano una sorta di scintillio
nell’aria, come una piccola area circoscritta di onde calde;
- fantasmi: alcuni vedono fantasmi antropomorfi;
- corpo energetico: alcuni notano un profilo umano luminoso;
- traslucenza: alcuni vedono un corpo umano evanescente;
- semi-solidità: quando la forma umana appare solida ma non
lo è al tocco: a questo stadio le persone potrebbero essere in
grado di sentirti parlare;
- solidità: la forma sembrerà in tutto e per tutto quella di una per-
sona “reale”, sarà in grado di parlare e di avere contatti fisici. Si
può annotare che più solido sembrerà il corpo del viaggiatore,
meno lo sembrerà il suo corpo fisico.
Nell’elenco appena concluso dovresti notare una progressione, dal
nulla alla solidità completa. Il primo fattore coinvolto è il grado di
concentrazione messo in campo dal viaggiatore, ma non possiamo
dimenticare i ruoli giocati nella percezione finale dal livello di energia
del viaggiatore e dallo stato psico-fisico della persona che osserva.

Scopo
Torniamo al nocciolo della questione. Benché funzioni, tutto ciò che
ho detto fin qui potrebbe sembrare una sorta di intrattenimento, no?
Perché preoccuparsi, dunque? Lascia che ti ricordi che lo scopo di
questo libro è insegnarti diversi modi per cambiare la tua realtà. Il volo
magico potrebbe essere uno dei più sottili e potrebbe avere effetti
straordinari. A differenza dei viaggi, che cambiano la realtà modifican-
done i simboli, il volo magico modifica la realtà inducendo le persone
a cambiare. Quelle che seguono sono alcune applicazioni pratiche.

180
Aiutare gli altri
I modi in cui puoi aiutare gli altri durante un volo magico sono dav-
vero tantissimi.

Attirare o distrarre l’attenzione: talvolta puoi influenzare l’attenzione di


una persona in un momento critico, guidandola verso una situazione
più sicura, sana e positiva.

Consigli positivi: se è sempre possibile inviare messaggi telepatici, lo


straordinario livello energetico e la prossimità raggiunti con il volo
magico possono far sì che quelle suggestioni abbiano una maggiore
influenza. Naturalmente, esattamente come nel mondo oggettivo, le
persone non sono portate a seguire consigli altrui, a meno che questi
non facciano capo a un loro desiderio profondo – che li ricevano da
chi sperimentando un volo magico o faccia a faccia.

Assistenza energetica: secondo i precetti della telecinesi, puoi somma-


re la tua energia all’azione fisica di altri per renderla più efficace. Il
volo magico è stato utilizzato con questo scopo per aiutare persone
a rimanere a galla in acqua, a sollevare cose quando necessario e
persino a guarire altri.

Guida e direzione: a parte l’aiuto telepatico, se riesci a raggiungere al-


meno lo stato semi-solido potrai agire come uno straniero realistico,
disponibile e presente. Sono moltissime le storie di persone che han-
no ricevuto aiuto da un qualche sconosciuto misterioso che è poi
scomparso nel nulla: se non tutti, alcuni sono casi di persone aiutate
da chi stava sperimentano un volo magico. Personalmente, il caso
più estremo in cui ho agito così risale a parecchi anni fa, quando
venni a sapere che un’intera famiglia di cinque persone vagava smar-
rita nella giungla del Centro America. Prima volai là magicamente e
li identificai, poi localizzai un team di operai che stava costruendo
una strada non troppo lontana, quindi apparsi loro in stato semi-

181
solido, nella forma di una guida locale, e li accompagnai al cantiere.
Come videro gli operai si precipitarono verso di loro e io fui libero
di scomparire nella giungla e, da lì, fare ritorno al mio corpo fisico.

Influenza fisica diretta: se è possibile a chi raggiunge uno stato più o


meno solido, esercitare un’influenza fisica diretta richiede un enor-
me dispendio di energia, di concentrazione e di motivazione – dato
che bisogna sostenere lo stato per ben più di alcuni momenti e, al
contempo, mantenere il corpo fisico nel posto dove si trova. Tutta-
via, ci sono momenti nei quali bisognerebbe essere in grado di aiu-
tare gli altri spostando qualcosa durante il volo magico. Per riuscirci,
comunque, dovrai pianificare di fare parecchia pratica.

Aiutare se stessi
Sono diversi i modi in cui un volo magico può essere di beneficio
a te.

Allenamento della concentrazione: il volo magico richiede lo sviluppo di


un alto grado di concentrazione, abilità che ti sarà di grande aiuto
in una miriade di altre occasioni nel tuo percorso per cambiare la
realtà.

Raccolta di informazioni: puoi imparare a volare in altri luoghi per rac-


cogliere informazioni che ti saranno utili per cambiare la realtà con
altri metodi. Non aspettarti di percepire questi luoghi con un’accu-
ratezza del cento per cento, comunque (vedi Risoluzione dei problemi,
più sotto). Qualche volta le sensazioni trasmesse dal posto ti saranno
più utili dei ricordi della configurazione del posto stesso. Una volta,
durante un’escursione sulle montagne della California che puntava a
raggiungere un canyon chiamato Rattlesnake, volai nel canyon pri-
ma di giungervi fisicamente, per verificare dove fossero i serpenti.3
3 Il nome del canyon è infatti “Rattlesnake”, che significa “serpente a sonagli”.

182
Non ne vidi nemmeno uno, ma ne percepii la presenza. Una volta
nuovamente nel mio corpo avvolsi il canyon con una nebbia rosa e
inviai un messaggio telepatico a tutti i serpenti che fossero stati in
ascolto: dissi che intendevo semplicemente passare e che non era
mia intenzione nuocere ad alcuno. Continuai l’escursione e vidi di-
versi serpenti tranquillamente arrotolati a diversi metri dal sentiero.
In altre occasioni ho utilizzato il volo magico per verificare il tempo
atmosferico e la telepatia per evitare la pioggia al mio arrivo.

Guarire te stesso: quando affronti un volo magico voli da un sogno a


un altro sogno a esso correlato (gli unici sogni a cui puoi accedere
sono in qualche modo correlati al sogno della tua vita quotidiana).
Dal momento che cambiare un sogno cambia anche tutti gli altri,
puoi sfruttare consciamente la tua volontà per cambiare la storia,
come faresti per un sogno notturno, e raccoglierne i benefici nella
tua vita primaria. Ho ottenuto notevoli successi lavorando in questo
modo su passato e futuro.

Evolversi: ti chiedo un po’ di pazienza, perché non sarà semplice illu-


strare questo punto, che ha a che fare con le vite parallele. Sopra ho
accennato l’idea che le vite parallele si generano nei momenti in cui si
prendono decisioni cruciali, suggerendo che vadano a riempire il vuo-
to lasciato dalla scelta “non fatta”. Nonostante le chiamiamo “paralle-
le”, queste vite non corrono parallele alla nostra vita quotidiana, come
se fossero strade. Se volessimo disegnarne un diagramma bidimensio-
nale, assomiglierebbe di più alle tracce lasciate da un gregge di capre,
che si incrociano e sovrappongono più o meno frequentemente. Gli
incroci sono i momenti in cui le due vite si incontrano energicamente
e possono apportare molta creatività in entrambe.
Voglio fare un esempio. C’è stato un momento nella mia vita in cui
dovevo prendere la colossale decisione se essere uno scrittore (il che
includeva tenere conferenze) o un artista (che significava fare musica,
pittura e scultura). Prima di apprendere come funzionassero veramen-

183
te le vite parallele, tutto ciò che sapevo era che avrei avuto talvolta
impulsi strambi di fare cose – disegnare o suonare. Una volta appro-
fondito l’argomento, ho scoperto che potevo sfruttare questi momen-
ti istintivi per mescolare il sogno nel quale sono uno scrittore con il
sogno nel quale sono un artista e sperimentare esplosioni di creatività
ed energia. Il modo per dare inizio alla connessione è costruire qual-
cosa concretamente (uno scaffale, un modellino di nave), disegnare
o dipingere (di solito è una cosa che faccio a computer) o suonare
l’ukulele. Dedicarmi a queste attività mi riempie di soddisfazione, che
si riversa nella mia vita “normale”. Talvolta mi è sembrato di dipin-
gere con le parole o di scolpire facendo un discorso, e mi è capitato
di avvertire che, scrivendo poesie e canzoni, avrei potuto aumentare
l’efficacia di ciò che faccio come scrittore. Grazie a un volo magico ho
anche appreso elementi utili sulla mia vita come artista, come che al
momento scrive articoli e tiene letture sulla sua arte.

Risoluzione dei problemi


Durante un volo magico possono capitare cose soprannaturali: que-
sta sezione ti aiuterà a gestirle.

False paure. Uno degli spaventosi cavalli di battaglia di coloro che do-
vrebbero approfondire questo argomento è che non sarai in grado
di fare ritorno al tuo corpo. Non credere a nessuna delle storielle
che raccontano che è accaduto a questo o all’altro. Non è vero, è una
leggenda metropolitana. Sarai sempre in grado di tornare al tuo cor-
po perché l’unica cosa che l’ha lasciato è la tua coscienza. Qualsiasi
“corpo astrale” che hai generato per il volo è semplicemente un co-
strutto energetico che si dissolverà nel momento in cui riporterai il
focus sul tuo corpo fisico. La sensazione di scuotimento che talvolta
capita di provare nel tornarvi è semplicemente la conseguenza del
rilascio di tensione che si era accumulata a causa dell’assenza della
coscienza dal corpo.

184
Una seconda paura si basa sull’assunto esoterico secondo il quale
chiunque parta per un viaggio astrale rimane legato al suo corpo
fisico da un filo d’argento: se il filo viene reciso per qualsiasi motivo
si muore. Personalmente non ho mai visto nessun filo, ma so che
se te lo aspetti con molta convinzione sarai certamente in grado
di generarlo. Ancora: quel filo è solo un costrutto energetico che
scomparirà quando farai ritorno al tuo corpo fisico.

Distorsione. Ho accennato a questo fenomeno più di una volta, ed


è il momento di approfondire il discorso. Ciascun sogno ha uno
“schema di frequenze” diverso da qualsiasi altro: il mio sogno della
vita è diverso dal tuo, anche se condividiamo gli stessi presupposti,
e le mie esperienze saranno poco o molto diverse dalle tue, anche se
avvengono nello stesso posto. Quando esperiamo un volo magico
ci spostiamo in un’altra gamma di frequenze, che può essere più o
meno distante da quella cui siamo abituati. Per semplificare, chia-
miamo la nostra realtà quotidiana, indipendentemente dal punto di
vista sul mondo che usiamo, Prima Vita, e immaginiamola per un
momento come un foglio di carta. La Vita 1 sarebbe una lieve varia-
zione della Prima Vita, e possiamo immaginarla come un secondo
foglio di carta, che posizioneremo sul primo. Benché molto vicini
uno all’altro, i due fogli non sono lo stesso. La stanza nella quale
mi sono svegliato quando ho vissuto un’esperienza extracorporea
senza partire per un volo magico potrebbe essere la Vita 1: ciò che
ho visto è stata a grandi linee la stanza alla quale sono abituato, con
alcune differenze che riguardavano la carta da parati, il cassettone
e l’arazzo, nonché la mia semi-separazione dal mio corpo, natural-
mente. Più vicini siamo allo schema di frequenze della Prima Vita
durante un volo magico, più questo le assomiglierà, pur non essendo
la stessa cosa. Questo è anche il motivo per cui il volo magico non
può essere usato per spiare. Più lontano ti spingerai dalla Prima Vita,
giungendo magari al top della risma di fogli, meno la tua esperienza
le assomiglierà.

185
Distrazione. Mantenere la concentrazione durante un volo magico
è una sfida: il minimo pensiero, associazione mentale, stimolo po-
trebbe farti scivolare via, su un altro foglio di carta. Approfondirò
questo argomento con un altro estratto da Dangerous Journeys, basato
su una mia reale esperienza che ho romanzato. Per contestualizzare
la storia, Keoki è un giovane hawaiano, apprendista sciamano di suo
nonno, e al momento è su un treno in Germania.

Keoki si mise comodo e utilizzò la respirazione profonda per essere


profondamente centrato. A quel punto decise di esplorare il treno.
Inviò la sua consapevolezza attraverso le due carrozze successive, verso
la locomotiva, impegnandosi per non fare troppo caso ai dettagli. Il
nonno gli aveva spiegato che Po, il mondo interiore, è come una catasta
di fotografie di diversi posti: ciascuna è uno strato differente, una zona,
un’esperienza. Era difficile mantenere la concentrazione in una sola
area senza scivolare in un’altra, probabilmente a molti livelli di distanza.
Il trucco per riuscirci era mantenere il focus in una determinata gamma
di esperienze correlate al livello nel quale si voleva rimanere. Il nonno
aveva detto che la stessa cosa riguardava anche Ao, il mondo esterno,
ma Keoki non l’aveva davvero capito finché non aveva letto che i piloti
in combattimento dovevano diffidare dal concentrarsi troppo intensa-
mente su un solo obiettivo, o sarebbero caduti in trance.
Keoki, quindi, lasciò che la sua coscienza vagasse nella gamma di espe-
rienze che riguardavano il treno, appena qualche livello distanti da Ao.
Una volta raggiunta la locomotiva, sentì l’elettricità che la alimentava e
seguì la sua trasformazione nell’energia cinetica che muoveva le ruote.
Quando si stancò tornò indietro, attraversò il suo vagone, il suo corpo
e si fermò nella carrozza ristorante: la osservò e prese mentalmente
nota delle sue percezioni, per verificarle una volta fatto ritorno nel suo
corpo. Proseguì attraversando la seconda classe e giunse nel vagone
delle biciclette.
Stava pedalando su una bici rossa sullo stretto crinale di una montagna
che attraversava il centro di un’isola dal mare al mare dorato. L’aria era
carica di petali di rosa che gli coprivano la visuale e lui temeva di poter
cadere dal crinale. Li scostò con una mano e la bicicletta oscillò perico-
losamente, poi gli disse di fermarsi, o la danza dell’orco avrebbe creato
una spaccatura nella terra e…
186
Cosa gli aveva detto la bicicletta? Cosa faceva su una bici, in ogni caso?
Ricordò le parole del nonno: se ti perdi in un punto qualunque dello
spazio interiore, torna immediatamente al tuo corpo. Keoki si costrinse
a ritornare e si svegliò nel suo scompartimento del treno per Frinurgo.
Si guardò intorno, mosse mani e piedi, toccò il sedile e si alzò in pie-
di. Ora capiva cosa era accaduto: aveva seguito un collegamento tra
le biciclette del livello nel quale si trovava e si era scoperto in un altro
Aupuni Po, un altro regno interiore, talmente velocemente che non l’a-
veva notato. Sapeva cosa era successo, ma non capiva. Po era un posto
complicato.

Credo che sia tutto ciò che hai bisogno di sapere, per ora. Che tu
possa sempre volare veloce, volare lontano e volare bene.

187
xi
Piume purpuree

In uno dei corsi che ho tenuto alle Hawaii chiamato “Ricerca Huna”
sottolineo la natura flessibile della realtà. Una volta, conclusi uno
di questi workshop, che si è tenuto a Kauai, con un esercizio che
solitamente uso per dimostrare questo concetto. Ci siamo raccolti
in uno stato passivo di meditazione chiamato Nalu sulla spiaggia
di Hanalei Bay, sotto gli enormi alberi le cui fronde si muovevano
appena. L’idea era quella di trovare qualcosa di abbastanza inusuale
su cui meditare e alla fine, da una scelta random tra i quattordici
partecipanti al gruppo, venne fuori una piuma purpurea. Ciascuno
di noi ha evocato l’immagine di una piuma viola nella sua mente e
l’ha trattenuta per alcuni istanti, senza aspettative o giudizi, e questo
era tutto quello che c’era.
Lo scopo, come ho spiegato alla classe, era verificare se e come
una piuma viola sarebbe apparsa nell’esperienza di qualcuno nei
prossimi giorni. Ho detto loro che avrebbero potuto vederne una
dal vivo, o ritratta in una fotografia, o avrebbero potuto leggerne o
sentirne parlare. Poi abbiamo lasciato cadere la questione e ho pro-
seguito il corso con un altro argomento.

Rompere tutte le regole


La prima volta che mi sono imbattuto in questo tipo di esperimento
è stato in un libro di Richard Bach, in cui l’oggetto da mettere a fuo-
co era una rosa blu. A quel tempo, erano gli anni Settanta, non mi

188
aspettavo molto dalla messa a fuoco. Il giorno dopo il primo cliente
che venne nel mio ufficio a Marina del Rey indossava un abito con
le rose blu. Tra l’altro, era il compleanno di mia madre, che quel
pomeriggio è venuta a trovarmi. Per lei, avevo preparato nei giorni
precedenti un biglietto d’auguri, sul quale erano disegnate delle rose
rosse. Senza sapere nulla del mio esperimento, lei mi ha raccontato
che mio padre le aveva sempre regalato una rosa blu nel giorno del
suo compleanno, una cosa che non le avevo mai sentito dire prima.
Ora, io avevo già una certa familiarità con lo sciamanesimo ha-
waiano e le possibilità di cambiare la realtà secondo l’Huna e altri
studi, però un conto è acquisire conoscenze teoriche, un conto è
sperimentare direttamente, rapidamente, semplicemente.
Naturalmente, la prima reazione dalla maggior parte delle per-
sone sarebbe stata chiamarlo “coincidenza”. Quale possibile colle-
gamento poteva esserci tra un semplice pensiero senza emozioni
e un’esperienza nel mondo esterno? Be’, una volta può essere una
coincidenza, due volte forse, tre volte forse. Ma come è possibile
che sia “coincidenza” se si verifica un centinaio di volte? Nel corso
degli anni ho eseguito questo esperimento con me stesso e gli altri
ben più di un centinaio di volte, e ho sempre ottenuto lo stesso
risultato. Pensa a qualcosa, qualsiasi cosa, in modo chiaro e con un
minimo di tensione, e apparirà nel tuo ambiente entro tre giorni, al
massimo nel giro di una settimana, in una forma o nell’altra.
L’ultima parte è significativa: «In una forma o nell’altra» significa
che il tuo pensiero non deve necessariamente manifestarsi sotto-
forma di un oggetto. In realtà, può apparire in una varietà di fog-
ge: potrebbe essere un oggetto, un’immagine, un disegno, o potresti
leggerne, o anche sentire qualcuno che ne parla. Sì, lo so che un’o-
biezione comune sostiene che ci si limita a notare qualche cosa che
sarebbe comunque esistito, ma ricorda il numero di volte che questo
si è verificato, e il fatto che gli esperimenti hanno coinvolto voluta-
mente oggetti bizzarri.
Non sto necessariamente dicendo che i pensieri concretano le

189
esperienze in esistenza. Questa è solo una teoria su come potreb-
be accadere. Forse siamo spostati in una realtà alternativa dove le
esperienze esistono, o forse i nostri pensieri semplicemente attirano
verso di noi le esperienze esistenti, o proiettano noi verso di loro.
A questo punto non ha molta importanza. Le spiegazioni possibili
sono molte, e la coincidenza non è una di queste. Il nocciolo della
questione è che la realtà non è ciò che ci è stato insegnato: la realtà è
non solo “là fuori”, qualcosa di separato da ciò che pensiamo e sen-
tiamo. C’è una connessione molto intima tra “qui” e “là fuori”. Una
delle più grandi avventure della vita è esplorare tale connessione.
Ma torniamo alle piume viola. Il primissimo risultato arrivò la
notte dell’esperimento, quando tutta la classe era riunita per cena.
Uno degli studenti seduti accanto a me mi mostrò un pezzo di
un’orchidea che era le caduto: aveva il colore e la forma di una piu-
ma viola. Il risultato successivo venne il giorno dopo, quando la mio
collega Susan andò a cena con la madre all’hotel Marriott. Per come
me l’ha raccontata, quando hanno raggiunto il fondo della scala mo-
bile che le avrebbe portate alla hall si è accorta che ai lati c’erano due
kahili, o piume, abitualmente utilizzate in passato dalla famiglia reale
hawaiana, ed erano fatte di piume viola, fatto assolutamente atipico.
Poi la cosa si fece più interessante. Uno studente che veniva da
Parigi scrisse: «Giusto per farvi sapere che, il sabato, l’ultimo giorno
del corso, mi sono accorto che il tessuto del copriletto nella mia
camera aveva un design con delle piume viola – credo che questo
conti!» Uno studente dalla Germania, invece, scrisse: «Il viaggio di
ritorno è andato bene. Volevo solo farvi sapere che, una volta entra-
to in casa, ho trovato una piuma viola sul pavimento». E lo studente
da Parigi aggiunse: «Sia io che mia figlia collezioniamo piume. È
arrivata a Parigi dagli Stati Uniti il lunedì e, senza sapere nulla del
nostro esperimento, mi ha portato in regalo una piuma viola». Entro
martedì, in poco più di tre giorni, tutti gli studenti furono informati
dei “ritrovamenti” di piume viola degli altri e tutti avevano avuto
una qualche esperienza con una piuma viola.

190
Non solo piume
In occasione di un altro seminario scegliemmo Pegaso, e spunta-
rono cavalli alati in ogni dove. In un workshop in Europa abbiamo
preso un gatto verde, e il modo in cui i gatti verdi, e tutti i tipi di
gatti, sono apparsi è stato sorprendente, e questo solo durante la
pausa pranzo. Io e alcuni studenti abbiamo visto un gatto infilarsi in
un cespuglio, e le persone che vivevano lì ci hanno detto che non era
quasi mai capitato che un gatto fosse libero di girare per il quartiere.
Una studentessa mi ha regalato un gatto di vetro verde che ha nota-
to in una vetrina, e un’altra si presentò con un libro che un amico le
aveva appena dato: in copertina c’era un gatto verde dipinto da un
famoso artista. Potrei continuare per ore.
Le piume viola, i cavalli alati e i gatti verdi erano già presenti nel
nostro ambiente? Probabilmente sì, ma qualcosa che abbiamo fatto
con la mente ci ha portati a esserne consapevoli, ad averne esperienza.
Dopo tutto, vedere rose blu e ricevere in regalo piume viola e gatti
verdi non sono eventi così frequenti nella quotidianità. Quindi non
può essere che tutto fosse lì ed eravamo noi a non vederlo, anche se
molti pensatori del primo livello preferirebbero questa spiegazione.
Credi nelle coincidenze, se vuoi, ma penso che avrai di più dalla
vita se presterai particolare attenzione al rapporto tra i tuoi pensieri
e la tua esperienza. Potrebbe darti un vantaggio nel realizzare i tuoi
sogni. Come ha detto un altro studente dopo aver ascoltato le espe-
rienze con le piume viola: «Che grande lezione di consapevolezza e
sull’importanza di essere nel momento. Mi ha fatto capire che a vol-
te, quando sono intensamente preoccupato, non noterei una piuma
viola (o qualsiasi altra cosa di cui possa aver bisogno) nemmeno se
cadesse davanti a me».

Programmare il sogno
Nell’idioma metafisico americano si sente spesso la frase: «Program-
miamoci perché accada qualcosa di buono». Il senso generale è uti-

191
lizzare una combinazione di parole, immagini ed emozioni positive
perché si verifichi un evento desiderato. La maggioranza delle persone
che pronunciano frasi di questo tipo non ha idea che esse derivano dai
concetti alla base della programmazione dei computer moderni.
“Programmare” un computer significa inserire nella sua memoria
una sequenza di simboli in codice che consentirà al computer o lo
indurrà a svolgere una determinata funzione che gli sarebbe inac-
cessibile sulla base delle sole istruzioni incorporate. Nel linguaggio
informatico, queste ultime si chiamano “firmware”, le istruzioni ag-
giunte “software”. La lingua madre del computer è composta uni-
camente da 0 e 1, ma se il software è scritto bene può tradurre il
codice nella propria lingua e produrre i risultati desiderati. Di solito.
O, almeno, il più delle volte.
La programmazione è una buona metafora per quello che possia-
mo fare con le nostre menti e i corpi. La mente focalizzata fornisce
il software (parole e simboli) e il corpo fornisce l’hardware (memo-
ria e aspettative) più l’energia. Quando il software mentale è ben
presentato (quando corrisponde alle aspettative della mente corpo-
rale) allora il biocomputer emette un segnale nel sogno del mondo
e qualcosa cambia.
Come dimostra l’esperimento delle piume viola, cambiare la realtà
non richiede molta energia fino a quando i simboli utilizzati non
evocano alcun timore o dubbio (in termini informatici, non entra-
no in conflitto con programmi esistenti). Durante i gruppi evito il
problema puntando su un’immagine insolita, non collegata ad alcun
traguardo o scopo significativi se non in modo molto passivo.
Può anche essere fatto in modo passivo, con uno scopo preciso in
mente, quando esiste già un modello di memoria di successo relativo
a quello scopo. Ecco alcuni esempi di questo tipo di programmazione.

Il muro. In uno dei miei primi esperimenti con il volo magico mi


sono seduto in una posizione meditativa di fronte a un muro, che
mi separava da un’altra stanza. Per un lungo periodo di tempo ho

192
passivamente immaginato me stesso seduto nella stessa posizione,
guardando nella stessa direzione, al di là del muro. A un certo punto
fui improvvisamente lì, dall’altra parte, guardando quella stanza, e
pochi istanti dopo ero di nuovo nella mia posizione originale. Non
c’era nessun senso di passaggio in entrambe le direzioni, ma sentivo
davvero di essere lì. Potrebbe essere stato un volo magico, ma mi
sembrava di essermi mosso interamente.

L’itinerario impossibile. All’inizio di un viaggio lungo e complicato in


Europa, mia moglie e io siamo arrivati alla biglietteria di Honolulu
per scoprire che il nostro intero itinerario era scomparso dal sistema
informatico della compagnia aerea. Siamo entrambi rimasti perfetta-
mente calmi e verbalmente abbiamo ringraziato l’hostess e ci siamo
complimentati con lei per ogni piccola cosa positiva che aveva fatto,
ignorando al contempo tutto ciò che sembrava non funzionare. In-
teriormente, abbiamo passivamente, ma costantemente, benedetto
con immagini e parole in silenzio tutto il personale coinvolto, tutti
i computer e le connessioni elettriche, tutti i piani che avrebbero
potuto essere parte del nostro viaggio, pensandone tutto il bene
possibile. La hostess ha fatto tutto il possibile per aiutarci, e così le
persone con le quali parlava, e nel giro di un’ora abbiamo avuto un
itinerario migliore, con posti in prima classe come bonus.

Il flop di Flossie. Al momento della stesura di questo libro, l’uragano


Flossie è un non-evento che va dissolvendosi. Tuttavia, per diversi
giorni è stata una notizia a livello internazionale, ed è stato descrit-
to più volte sulla cnn. Mentre si stava lentamente avvicinando alla
parte meridionale di Big Island, nella comunità si diffuse il panico:
le scuole e molte aziende vennero chiuse, così come strade costiere
e percorsi di accesso alla spiaggia; il National Weather Service av-
vertì della possibilità di inondazioni. Anche quando fu chiaro che
Flossie stava per passare a Sud dell’isola, tutte le misure di sicurezza
rimasero in vigore e ufficialmente venne previsto che il passaggio

193
dell’uragano sarebbe stato accompagnato da forti venti, mare molto
mosso e piogge pesanti. Mentre tutto questo accadeva, molti amici
dentro e fuori dall’isola stavano passivamente programmando che
Flossie sarebbe passato più a Sud senza fare altri danni e la sua forza
sarebbe rapidamente diminuita. Tutti noi abbiamo utilizzato simboli
differenti: il mio era l’immagine del monitoraggio, che ho modifica-
to in conformità con il nostro piano. Mentre Flossie passava a Sud,
nella mia area circostante compariva solo una pioggerella leggera
e occasionale, senza vento. Aspettavano venticinque-trentacinque
centimetri di pioggia, ma non ne caddero più di cinque. I terribili
venti attesi si risolsero in forti raffiche lungo la costa, e il moto on-
doso non è certo stato peggio di quello che si può osservare durante
una qualsiasi tempesta tropicale.
Naturalmente, si può giustamente chiedersi se la nostra program-
mazione mentale avesse qualcosa a che fare con il comportamento
del ciclone, ma considera questo: non solo la tempesta fece esat-
tamente quello che noi volevamo, contro ogni aspettativa, ma ab-
biamo fatto cose simili molte volte in passato. Chiaramente questo
sistema non funziona sempre, perché la tempesta – o qualsiasi altra
cosa – può avere le proprie esigenze, ma si osserva sempre una di-
minuzione delle conseguenze.

Programmazione energetica
A volte, invece della programmazione passiva, l’unica cosa che cam-
bierà le cose è una programmazione attiva, il che significa intenzione
altamente focalizzata combinata con una forte energia emozionale.
Funziona benissimo quando i dubbi sono tanti e le paure poche. Se
alla gran paura si accompagnano numerosi ricordi legati al successo,
la programmazione energetica può ancora funzionare. Tuttavia, se
mancano questi ultimi, e la paura permane, allora la programmazione
energetica può arrivare a peggiorare le cose. C’è una soluzione anche
per questo, ma il modo migliore per spiegarlo è attraverso gli esempi.

194
La cartella mancante. Dopo aver tenuto un workshop a Los Angeles,
sono arrivato a casa per scoprire che mi mancava la mia adorata
Samsonite nella quale tengo i materiali per i corsi. Al che ho chiama-
to l’albergo, loro hanno mandato a verificare nella sala dove si era
tenuto il gruppo e al servizio lost&found, ma della mia valigetta non
c’era traccia. Quando ho riattaccato il telefono stavo per rinunciare
e convincermi che qualcuno l’avesse presa.
Poi ho improvvisamente deciso che non avevo intenzione di ac-
cettare le cose così come sembravano stare. Se la realtà era davvero
flessibile come un sogno, come avevo insegnato, allora sarei dovuto
essere in grado di ritrovare la mia valigetta. Mi concentrai fino ad
arrivare a uno stato emozionale molto vicino alla rabbia, e chiesi che
l’Universo mi restituisse la borsa. Mentre stavo ancora camminando
avanti e indietro, facendo fuoco e fiamme, squillò il telefono: qual-
cuno dall’hotel disse che l’avevano trovata. Molto felice per la noti-
zia, e orgoglioso del mio successo, mi precipitai là, dove però mi dis-
sero che nessuno mi aveva chiamato e che la mia valigetta non c’era.
Tornai a casa senza parole. Che cosa stava succedendo? Ciò nono-
stante, decisi che non avrei mollato. Ancora una volta, feci qualche
programmazione molto energica, ma quel giorno non successe più
niente. Il giorno seguente, però, ricevetti un’altra telefonata: avevano
trovato la mia borsa e potevo andare a prenderla. Soddisfatto, ma
cauto, tornai ancora una volta in albergo, e ancora una volta mi dis-
sero che nessuno aveva chiamato. Questa volta insistetti per essere
portato in tutti i posti dove la valigetta avrebbe potuto essere, ma
non la vidi. Mentre mi avviavo verso le porte dell’hotel, accompa-
gnato dal portiere, venni attratto da un ufficio chiuso e scuro, con le
finestre che davano sul corridoio. Per qualche motivo ero portato a
guardare attraverso il vetro, nonostante il portiere mi stesse dicendo
che quello era l’ufficio del direttore, il quale era in vacanza per due
settimane, e quindi nessuno poteva entrare. Tuttavia, accanto alla
scrivania del manager c’era la mia valigetta. Ci volle del bello e del
buono per farmi aprire la porta, ma quando finalmente accadde fui

195
in grado di provare che la borsa era la mia, ed è ancora mia trentatré
anni dopo. Il vero mistero è: chi mi ha telefonato due volte?

L’enigma del Texas. Dopo un workshop a Kauai, uno degli studenti del
Texas tornando a casa fece scalo a Honolulu, e lì scoprì che aveva
lasciato due camicie hawaiane a Kauai. Ispirato dalla storia della mia
borsa, ha programmato energicamente che comparissero nella sua ca-
mera d’albergo, ma non è accaduto, così ha rinunciato alle camicie e
alle teorie sul mio sogno. Giunto in Texas, fece ritorno alla casa che
divideva con la figlia. Portò le valigie dalla macchina alla camera da
letto e cominciò a disfarle. Pochi minuti dopo sua figlia, che era rima-
sta in Texas per tutto il tempo, apparve sulla porta con due camicie
hawaiane: «Papà, queste da dove vengono?» gli chiese. «Le ho trovate
sul mio letto». Erano le due camicie che aveva lasciato a Kauai.

Le due storie illustrano un fenomeno che si verifica spesso con la


programmazione energetica: non sempre gli oggetti ricompaiono
dove ti aspetteresti. È probabile che entrino in gioco fattori che,
ancora, non conosciamo.

Il tappo del dentifricio. In un tour in Danimarca, ho soggiornato per


alcuni giorni nel piccolo cottage di una tenuta di campagna. Il la-
vandino in bagno era normale sotto ogni aspetto, eccetto per lo
scarico, che finiva in un tubo sospeso a trenta centimetri da terra e
puntava dritto verso uno scarico a pavimento. Una mattina, mentre
mi lavavo i denti, mi è scivolato il tappo del dentifricio: l’ho visto
infilarsi nel lavandino, uscire dal tubo più corto ed entrare nello sca-
rico. Pensando a tutti i disagi che avrebbe potuto causare ho urlato
«No!» con una grande quantità di energia. Un attimo dopo ho visto
il tappo ri-materializzato accanto al drenaggio nel quale era appena
entrato. Anche se può sembrare un evento relativamente insignifi-
cante, rappresenta l’unica esperienza visiva di ri-materializzazione
che abbia mai avuto.

196
Un altro fenomeno curioso in questo settore è la rarità di testimo-
nianze visive di ri-materializzazione: il più delle volte accade mentre
non guardiamo. Ho il sospetto che questo fatto sia dovuto all’in-
fluenza dei nostri abituali schemi di credenze, che inibiscono di
prenderne consapevolezza.

Materia malleabile
Possiamo cambiare il mondo materiale in modo strano e meravi-
glioso, perché il mondo materiale si trasforma in modo strano e
meraviglioso, senza il nostro intervento.
Questo non dovrebbe sorprendere, dal momento che è possibi-
le trovarne prove in tutte e quattro le visioni del mondo. Il livello
oggettivo ci dice che tutta la materia è in uno stato di costante cam-
biamento, che quello che sembra essere materia solida è in realtà la
maggior parte dello spazio, e che in quello spazio viaggiano cariche
elettriche e onde. Il livello soggettivo ci dice che tutto è energia, che
tutto è collegato, e che i cambiamenti di energia mentale ed energia
emozionale cambiano l’energia fisica. Il livello simbolico ci dice che
tutto è un simbolo, e che quando si cambia un simbolo, cambiano
tutti i simboli correlati. Il livello olistico dice che tutto è uno, e che
quando si cambia qualcosa, tutte le cose cambiano. È importante
notare che, mentre questo libro si concentra sul cambiamento co-
sciente, le varie visioni del mondo sostengono che il cambiamento
può avvenire indipendentemente dalla nostra volontà.
Lontano dall’essere una digressione, questa sezione ha lo scopo
di aumentare la nostra consapevolezza del cambiamento naturale, in
particolare lo strano e meraviglioso. Il fatto stesso che queste cose
accadano naturalmente può stimolarci a trovare il modo di farle acca-
dere consapevolmente. Dopo tutto, si vola in aereo perché gli uccelli
volano, viviamo in case perché gli animali costruiscono nidi e rifugi,
coltiviamo perché è più efficiente rispetto al raccogliere piante selva-
tiche e conosciamo l’odore di ferro grazie alle rocce laviche. Tutto

197
quello che facciamo oggi per cambiare il nostro ambiente e la nostra
vita ha avuto la sua origine nelle osservazioni di cambiamenti naturali.
Nel rispetto della struttura del libro, utilizzerò anche in questo caso
alcune esperienze personali per illustrare lo strano e il meraviglioso.

Dilatazione e contrazione del tempo. Ho avuto molte esperienze nelle quali


il tempo non è scorso secondo l’abituale scansione – secondo per
secondo, minuto per minuto, ora per ora –, e così anche molti dei
miei studenti in giro per il mondo. Uno dei casi più comuni si verifica
quando si ha bisogno di essere da qualche parte e, al contempo, si sa
perfettamente che non ci si riuscirà nei tempi previsti, e nonostante
questo si arriva in orario o in anticipo. Meno comune, ma comunque
frequente, è quando si sa per quanto tempo qualcosa durerà, ma alla
fine ne richiede molto di più, senza motivo apparente.
La percezione soggettiva è indubbiamente un fattore che entra in
gioco in alcuni di questi casi. Durante un viaggio a Bora Bora con
gli amici abbiamo fatto un patto: avremmo mantenuto il focus sul
momento presente per tutto il soggiorno, che sarebbe durato tre
giorni. La nostra memoria comune è che ci è sembrato di essere
rimasti là per sette giorni. D’altro canto, è noto che più si desidera
essere altrove, tanto più il tempo sembra passare lentamente. E più
ci si sta divertendo, intellettualmente o emotivamente, più il tempo
sembra scorrere rapidamente.
Questo, comunque, non è ciò che voglio dire: sto parlando dei mo-
menti in cui, secondo l’orologio, un viaggio aereo o in auto o un’e-
scursione richiedono più o meno tempo di quanto sembra possibile.
Noi misuriamo lo scorrere del tempo quantificando l’intervallo
tra la nostra percezione di due eventi nello spazio. La natura del
tempo, quindi, dipende sia dalla nostra percezione che dalla natura
dello spazio. Se le distanze nello spazio non sono costanti (vedi sot-
to) e così la nostra percezione (e questa non è una sorpresa), allora
ovviamente il tempo non può essere costante.
Ecco un esperimento sul tempo da fare da soli o con un gruppo.

198
Non prova nulla, ma è strano.
1. Posiziona un grande orologio in un punto nel quale puoi ve-
derlo chiaramente. Un analogico con una lancetta dei secondi
andrà benissimo.
2. Chiudi gli occhi e visualizza con la mente un oggetto o una sce-
na. Non so perché, ma immaginare qualcosa di neutro produce
un effetto più evidente che immaginare qualcosa di interessante
o dal quale siamo emotivamente coinvolti.
3. Dopo circa quindici secondi, apri rapidamente gli occhi e guar-
da la lancetta dei secondi. Per molte persone, la lancetta dei
secondi si fermerà più a lungo di quanto dovrebbe prima di
trasferirsi di nuovo. E questo significa, per te almeno, che il
tempo si è fermato per un attimo.

Teletrasporto. Il teletrasporto si riferisce allo spostamento istantaneo


di un oggetto da un luogo a un altro luogo, senza nessun viaggio
nel mezzo. Si vede in Star Trek, nei videogiochi e nei mondi virtuali,
ma si verifica anche nella vita. Non ho mai incontrato nessuno che
potrebbe (o vorrebbe) dimostrare che questa è un’abilità coscien-
te, ma in ogni workshop che ho tenuto su questo argomento c’è
sempre stata una buona percentuale di studenti che ha sperimentato
la forma spontanea del teletrasporto. Qui di seguito due delle mie
esperienze, entrambe accadute mentre mi trovavo su un veicolo.

Dieci miglia in pochissimo tempo. Avevo diciassette anni e a tarda notte


tornavo a casa dopo un appuntamento con la donna che sarebbe poi
diventata mia moglie. Mi trovavo tra le città di Brighton e Ann Arbor,
nello Stato americano del Michigan. Mi sono fermato allo stop in una
strada secondaria che ne incontrava un’altra a due corsie, asfaltata,
chiamata Pontiac Trail. La mia destinazione era dieci miglia a Sud,
la cittadina di South Lyon, dove vivevo all’epoca. Non c’era traffico.
Mi ricordo chiaramente di aver imboccato la Pontiac Trail, e poi la
mia macchina stava oltrepassando i binari a margine di South Lyon!

199
Era accaduto in quello sembrava, letteralmente, un batter d’occhio.
Pontiac Trail a quel tempo era una strada con molte colline e curve.
Non avrei potuto guidare su quel tracciato addormentato al volante.
Purtroppo, non ho controllato il tempo prima o dopo.

Oltre la luce. Nel 1980, quando vivevo a Malibu, in California, stavo


tornando a casa ancora una volta di notte, sulla Pacific Coast Hi-
ghway, che passa attorno alla cresta di Point Dume. Dall’altra parte
della cresta l’autostrada corre in discesa, poi costeggia Zuma Beach
e prosegue lungo la costa della California. Alla fine della spiaggia di
Zuma, che è lunga un paio di miglia, c’era un semaforo all’angolo
con Trancas Canyon Road: lì avevo l’intenzione di svoltare a destra,
nel quartiere in cui abitavo. Tuttavia, mi ricordo di aver oltrepassato
la cresta, e poi non sapevo dov’ero. La mia velocità non era cam-
biata, ma la strada era buia e io non la riconoscevo affatto. Vidi un
segnale che indicava la distanza dalla città di Ventura, e ho capito
che mi trovavo a cinque miglia dal semaforo di Trancas Canyon.
Quella era la stessa strada lungo la quale il mio figlio maggiore si
addormentò al volante e si schiantò tempo dopo – era nota per quel
tipo di incidenti. Ma non è credibile che io mi sia addormentato e
abbia guidato sette miglia lungo un’autostrada tutta curve e piena di
traffico, oltrepassando peraltro un incrocio ben illuminato…

L’inesplicabile
Nel passato gli eventi inesplicabili venivano raccontati con maggio-
re frequenza di quanto non siano oggi. Un famoso studioso di tali
accadimenti, Charles Fort, raccolse agli inizi del xx secolo circa qua-
rantamila indicazioni di dati strani e meravigliosi da riviste scientifi-
che, periodici e quotidiani. Nel 1970 non era insolito per i giornali
di Los Angeles segnalare cose bizzarre. Ricordo ancora i resoconti
sulle rocce che spuntavano dalla terra in Oklahoma e sulla pioggia
nel cortile di una casa suburbana di Los Angeles, sotto un cielo lim-

200
pido. Lentamente, nel corso degli anni, senza che nessuno quasi se
ne accorgesse, queste storie sono praticamente scomparse. Anche
gli avvistamenti di ufo sono molto rari, anche se basta fare un mini-
mo di ricerca per scoprire che eventi correlati agli alieni si verificano
tuttora. Ci fu una breve ondata di interesse sulle “bacchette volanti”,
ma dal momento che sono state spiegate in modo soddisfacente se-
condo la logica del primo livello non si sente più nulla su di loro. La
vita va avanti, però, indipendentemente dalle notizie, e continuano
ad accadere numerosissimi eventi che dimostrano la stranezza in-
trinseca della realtà. Di seguito descrivo tre delle mie esperienze. Le
prime due possono essere considerate rare, mentre l’ultima è condi-
visa da molti altri.

La Dodge rotante. Nel 1960, dopo un periodo di lavoro nel corpo


dei Marine, ero di nuovo al college nel Michigan, alla guida di una
Dodge del 1949 convertibile, con quattro gomme lisce. Una piovo-
sa, nebbiosa mattina stavo guidando nella corsia centrale dell’auto-
strada che collega le città di Ypsilanti e Ann Arbor. Tutte e quattro
le corsie erano molto trafficate. Improvvisamente, davanti a me ho
visto una piccola automobile bianca ferma, con la freccia sinistra
lampeggiante. Ho inchiodato, ma era come essere sul ghiaccio e l’au-
to scivolava in avanti senza rallentare affatto.
Nello specchietto vidi molte auto in arrivo sia dietro di me che
alla mia sinistra, mentre la corsia di destra era piena. All’ultimo mo-
mento prima di schiantarmi contro la macchina bianca ho sterzato
a destra. Non so perché l’ho fatto, forse perché non c’erano alter-
native migliori. Tutte le leggi della fisica di primo livello dicono che
il lato su cui mi trovavo avrebbe dovuto centrare in pieno la parte
posteriore della vettura bianca, l’auto dietro di me avrebbe dovuto
fracassasi contro il mio lato passeggero, mentre la macchina che era
in arrivo sulla mia destra avrebbe dovuto spazzarmi via il muso.
Invece, nel momento in cui sterzai, vidi i finestrini diventare bian-
chi e sentii la macchina ruotare molto lentamente su se stessa. Ricor-

201
do di aver pensato: «Allora è così la fine…» Poi, improvvisamente,
l’auto si è fermata, i finestrini sono tornati trasparenti e al posto di
guida, nella direzione nella quale stavo procedendo prima, ma sul
lato destro della strada. Alla mia sinistra, quattro corsie di traffico si
muovevano senza problemi, come se nulla di straordinario fosse mai
accaduto, nemmeno nelle vicinanze. Non c’era traccia della piccola
auto bianca. Ho tremato per alcuni istanti e poi me ne sono andato,
non c’era altro da fare.

La morbida e sottile Land Rover. Alla fine del 1960 ho lavorato in Africa
occidentale, e per vari motivi mi sono recato nel Sahel e nel Sahara,
tra il Senegal e la Mauritania. Ero in viaggio sulla mia Land Rover con
tre assistenti, avevamo appena attraversato il confine con il Senegal e
ci dirigemmo verso Dakar. Erano circa le 8 di sera, intorno a noi era
calata l’oscurità. Io mi trovavo sul sedile del passeggero anteriore, uno
dei miei assistenti, Salif, era alla guida, e gli altri due erano sul sedile
posteriore. A quel tempo non c’erano le cinture di sicurezza.
Percorrevamo una strada sterrata a circa ottanta chilometri all’o-
ra, quando ci siamo trovati dietro a un camion di grandi dimen-
sioni. Salif deviò a sinistra per sorpassarlo sul ciglio della strada.
Improvvisamente (perché è sempre “improvvisamente?”), i nostri
fari illuminarono un ponte di cemento esattamente di fronte a noi.
La strada a due corsie era diventata a una, cosa assai comune per le
strade secondarie in tutto il mondo. A sinistra del ponte, sul quale il
camion era appena salito, i fari mostravano una voragine. All’ultimo
momento, quando il camion era alla nostra destra, Salif sterzò a de-
stra (c’è qualcosa di magico in quella direzione?). Secondo le regole
del mondo oggettivo avremmo dovuto schiantarci contro il camion
e il ponte allo stesso momento, causando danni a non finire e molto
probabilmente diversi decessi.
Invece accadde qualcosa di molto diverso. Non ho idea di come
abbiamo attraversato il ponte, ma ricordo di aver sentito un forte
scoppio da qualche parte sul lato esterno della Land Rover, in alto

202
a destra, e poi il veicolo è stato dall’altra parte, sul lato sinistro della
strada, ruggente tra gli alberi fino a quando non ne abbiamo colpito
uno e ci siamo fermati.
Nonostante la velocità, tutto quello che ho sentito è stata una
piccola scossa. Salif era seduto lì, illeso, mi guardava stordito. Mi
sono girato e mancavano gli altri due assistenti e la portiera poste-
riore destra. Sono sceso dall’auto e ho visto la portiera al suolo, poi
ho trovato i miei due assistenti seduti per terra insieme, a una certa
distanza dalla Rover, anche loro illesi e increduli. Devo dire che non
sembravano essere stati sbalzati fuori.
Sono tornato al punto in cui il camion si era fermato oltre il pon-
te. L’autista era lì accanto, in piedi, anche lui stordito e illeso. Ho
esaminato attentamente la parte del camion che era ancora sul pon-
te, e c’erano solo circa quarantacinque centimetri di spazio libero su
entrambi i lati. La parte posteriore sinistra del camion era ammac-
cata, come anche quella posteriore destra della Rover. Quello che
ne dovevamo dedurre era che la Land Rover e il camion avevano
attraversato il ponte nello stesso momento.
Ho guardato con attenzione la parte anteriore della Land Rover
e ho scoperto che il paraurti in acciaio temperato si era avvolto in-
torno all’albero solo dove aveva toccato il tronco, prendendone la
forma come creta molle contro un tassello di legno; per il resto
sembrava normale.
Era la realtà distorta o è la questione distorta, e come e perché?
Non ho alcuna risposta. Potrei formulare delle ipotesi, e forse anche
tu, ma sarebbero solo risposte truccate.

Quando il mondo cambia


Questa sezione è potenzialmente controversa, più di tutte le altre, per-
ché è completamente contraria a tutta la logica del primo livello e alla
gran parte di quella del secondo. Si basa fondamentalmente su un’idea
di terzo livello: la realtà ha molteplici dimensioni che si intersecano.

203
Le vite parallele sono state oggetto della fantascienza e di numerose
storie di fantasia, ma non è di questo che sto parlando. Per molte per-
sone, dire “vita parallela” implica due tipi di esperienza che esistono
fianco a fianco, ma che non interagiscono. Un ottimo esempio si può
trovare nel film Stardust, nel quale un muro di pietra separa due “mon-
di” diversi che coesistono sullo stesso pianeta, uno di primo livello
e uno magico. Una feritoia nel muro consente ad alcuni individui di
andare avanti e indietro, ma essenzialmente i mondi sono separati.
Una descrizione di vite parallele piuttosto differente è in questo libro,
nel punto in cui ho parlato di me stesso scrittore e di me stesso artista.
Comunque, non è questo ciò di cui voglio parlare ora.
Non esiste un termine comunemente accettato per quello che sto
cercando di descrivere, così devo inventarlo. Io amo usare la sigla
cfor, che sta per Campi concorrenti di realtà.4 L’idea generale è che
possano coesistere più versioni alternative di vite al primo livello,
non impilate una sull’altra, verticalmente, ma disposte uno accan-
to all’altro come un sacco di fogli di carta disposti su di un tavolo
molto grande, che si sovrappongono leggermente. E la natura della
vita è tale che ciascuno di noi che abitiamo il primo livello potrebbe
scivolare in una delle altre versioni senza rendersene conto, a meno
che non prestiamo attenzione e siamo disposti a riconoscere la pos-
sibilità. Piuttosto che cercare di spiegare ulteriormente, credo che sia
più utile porre alcune domande.
- Hai mai sentito persone che conosci, e/o i media in generale
utilizzare improvvisamente una parola che non hai mai sentito
prima come se fosse un termine comune che tutti dovrebbero
sapere?
- Hai mai camminato lungo una strada familiare e visto una
nuova costruzione o un edificio mancante che non ricordi per
niente?
- Hai mai avuto una conversazione con amici o parenti in forte
disaccordo su un evento che ricordi perfettamente?
4 Nell’originale, la sigla viene sciolta con la dicitura Concurrent Fields Of Reality.

204
- Ti sei mai svegliato una mattina notando che qualcosa del tuo
corpo era cambiato radicalmente?
- Hai mai scoperto che alcune cose che eri certo di possedere
non esistevano, e/o che possedevi cose che eri certo di non
avere?
Questi sono alcuni esempi che indicano uno scorrimento in una
versione alternativa della vita.
Naturalmente, questo non è il tipo di interpretazione esperienzia-
le che si desidera condividere con tutti, perché l’ipotesi più accredi-
tata potrebbe essere quella di un episodio psicotico. La qual cosa è
accaduta in Francia nel xix secolo, quando alcune persone hanno
affermato di aver rinvenuto dei meteoriti. Alcuni scienziati del pri-
mo livello demolirono il ritrovamento con questa logica: «Non è
possibile che siano state trovate delle rocce che cadono dal cielo
semplicemente perché le rocce non cadono dal cielo». Secondo la
stessa logica, non puoi essere scivolato in una realtà alternativa, per
la semplice ragione che non sei in una realtà alternativa ora.
La logica del terzo livello, tuttavia, presuppone che la realtà sia
un sogno, e che i sogni possano sovrapporsi. Una volta che accet-
tiamo questa possibilità, la domanda corretta da porsi è: «Possiamo
farlo accadere consapevolmente?» Io credo di sì, e sto cercando di
capire come.

205
parte quarta

Cambiare la realtà
nel mondo olistico

206
Ho pensato al vento

Ho pensato al vento e lui ha soffiato


rapidamente tra gli alberi.

Ho pensato alle onde e si sono avvicinate


in frizzanti mari in movimento.

Ho pensato agli uccelli e li ho sentiti cantare


con voce selvaggia e pura.

Ho pensato all’amore ed era lì


forte e profondo e sicuro.

Ora io non so se la vita semplicemente è


e sono i pensieri a guidare la mia vista,

o se i pensieri in qualche modo


attirano la luce dell’esperienza.

Forse è solo un sogno sconfinato


questo che vedo interiormente.

O forse, se è tutto vero,


sto solo guardando me stesso.

Serge Kahili King


3 ottobre 2002

207
xii
L’unità nella diversità

Il mio zio hawaiano amava raccontare storie per illustrare i con-


cetti che mi stava trasmettendo. La maggioranza erano basate su
leggende hawaiane, in alcuni casi le inventava su due piedi. Talvolta,
prendeva a prestito elementi da altre culture, e dava loro un sapore
hawaiano: credo che la storia che segue sia una di queste.

La domanda di Maui
Tanto tanto tempo fa, molto prima dell’arrivo del capitano Cook,
Kupua Maui, Maui “lo sciamano”, morì dopo una vita lunga e av-
venturosa e andò a Kanehunamoku, la terra nascosta di Kane, il
Grande Spirito. Dormì e si riposò a lungo e, al suo risveglio, si ac-
corse che la presenza invisibile di Kane era proprio accanto a lui.
Maui sussultò e salutò il Grande Spirito, poi sentì il bisogno di par-
lare con Kane sulla sua vita, e così fece, passando in rassegna le
cose che aveva appreso, gli scherzi che aveva fatto, gli esseri che
aveva aiutato e quelli a cui aveva fatto del male, gli amori e gli odi e
i momenti buoni e quelli pessimi. Ha parlato e parlato e parlato fino
a rimanere a corto di cose da dire. In quel momento scosse la testa,
come se avesse preso improvvisamente consapevolezza di una cosa.
Si guardò intorno e chiese: «Kane, dove sono tutti? Mia nonna, mia
madre, mia moglie? Mio padre, fratelli, amici e nemici? Tutti i miei
antenati che devono essere arrivati prima di me?»
«Cosa intendi?» domandò Kane.

208
«Be’» rispose Maui, «dove sono? Io non li vedo da nessuna parte.
Sono su un’altra parte dell’isola?»
Maui avvertì appena la dolce e profonda risata di Kane prima che
il Grande Spirito rispondesse: «Oh, Maui, non c’è mai stato nessun
altro».

Una lezione difficile


Ho avuto più problemi con questa visione del mondo che con tutte
le altre. Il primo livello è stato facile, perché mi è stato trasmesso dal
sistema educativo ed è stato rafforzato per tutto il tempo dal nostro
sistema sociale. Il secondo livello è stato facile, anche perché ho avu-
to tante esperienze che calzano perfettamente con quella visione del
mondo, e perché conosco tante persone che hanno avuto esperienze
simili. Il terzo livello è stato abbastanza facile, una volta capito che
le esperienze del primo livello e quelle dei sogni sono ricordate nello
stesso modo. Per quanto riguarda il quarto livello, avevo studiato re-
ligioni, filosofie e teorie scientifiche all’avanguardia che proponevano
di guardare all’universo come olistico, ma non sono riuscito a sentirlo
davvero così finché mio zio non me l’ha spiegato in un modo diverso
e mi ha dato alcune tecniche per sperimentarlo praticamente.

È tutta questione di relazioni


Mio zio mi ha detto che tutte le visioni del mondo sono solo que-
sto: diversi punti di vista su come funziona il mondo. Nessuna di
loro è più vera dell’altra e non c’è una gerarchia di importanza. Il
vero sciamano impara a utilizzarle tutte e quattro a seconda delle
necessità o del desiderio, e anche più di una allo stesso tempo se
questo si rivela utile. Come ha detto lui: «Impariamo a nuotare
attraverso mondi diversi». Ha anche detto, e questo lo riferisco io,
che il mondo olistico è un bel posto da visitare, ma non vorrebbe
vivere lì perché non avrebbe amici con i quali festeggiare.

209
In termini pratici, mi ha detto che tutti usano tutte e quattro le
visioni del mondo ogni giorno senza rendersene conto. Per esempio,
potresti avere un rapporto di primo livello con il tuo datore di lavo-
ro, o con un tuo dipendente, o con l’impiegato di un negozio, o con
una tribù diversa o un partito politico, e in questi rapporti tu saresti
chiaramente separato dagli altri. Allo stesso tempo potresti avere un
rapporto di secondo livello con il tuo coniuge o i tuoi genitori o i
tuoi amici più cari: saresti molto sensibile ai loro pensieri, sentimenti
e livelli di energia. Sempre al contempo, potresti avere un rapporto
di terzo livello per le persone della tua vita che simboleggiano le tue
speranze e sogni, o le tue paure e frustrazioni. E, contemporanea-
mente, potresti avere un rapporto di quarto livello con i tuoi bam-
bini o una persona cara o un idolo, persone nelle quali ti identifichi
così profondamente che quando accade loro qualcosa di buono o
cattivo è come se stesse accadendo a te.
Quindi, la visione del mondo olistica non è uno stato “o tutto o
niente”. Nel pensiero sciamanico si applica solo a quello nel quale
inconsciamente o consciamente ti identifichi. Nel resto del capitolo
illustro diverse tecniche che spiegano come utilizzare questa visione
del mondo per cambiare la realtà in molti modi diversi.

Programmazione personale
La cosa migliore dell’essere capace di modificare la tua visione del
mondo è che questo apre un’ampia gamma di opzioni per cambiare la
realtà. Se hai difficoltà a fare amicizia, è possibile utilizzare un approc-
cio di primo livello per apprendere le abilità sociali, un approccio di
secondo livello per aiutare gli altri a essere più rilassati e aperti intorno
a te, un approccio di terzo livello per trovare e modificare i simboli del
problema, o uno di quarto livello per cambiare la tua percezione di te
stesso. Il presupposto fondamentale del quarto livello è che, invece di
cambiare il mondo, ti basta cambiare te stesso e il mondo cambierà in
risposta ai cambiamenti che avrai apportato a te stesso.

210
Non è un’idea così strana: la incontriamo di frequente nell’inse-
gnamento occidentale.
- Per ottenere un sorriso, regalare un sorriso.
- Per guadagnare un amico, sii un amico.
- Ridi e il mondo riderà con te (anche se la seconda parte di que-
sta frase è “piangi e piangerai da solo”, scoprirai che il pianto
rende infelice la maggior parte delle persone intorno a te).
- Per avere successo, comportati come una persona di successo.
- Fingi di riuscire finché non ce l’hai fatta.
Tuttavia, è sorprendente osservare come davvero in pochi utiliz-
zino queste semplici idee. Tu, visto che hai letto fin qui, probabil-
mente vuole andare oltre, quindi ecco alcuni metodi di programma-
zione personale che funzionano.

Consapevolezza di sé. Quanta attenzione dedichi a te stesso? Non intendo


la cosiddetta “ossessione di sé”, che in realtà consiste nel pensare co-
stantemente a ciò che gli altri pensano di te. Con “attenzione” intendo
semplicemente l’essere passivamente consapevoli del tuo corpo e della
mente in tempi e condizioni diversi. In un primo momento potresti
rispondermi: «Certo, mi rendo conto quando il mio corpo si sente
bene e quando fa male, e quando la mia mente sta pensando pensieri
positivi o negativi» ma ovviamente non intendo questo. La semplice
consapevolezza – senza tentativi di cambiare nulla, né di interpretare
– può avere un profondo effetto sulla tua vita. L’effetto superficiale
che probabilmente noterai per primo è una riduzione dello stress. Al
quarto livello, ovviamente sappiamo che la tensione nel tuo corpo è di-
rettamente proporzionale al modo di pensare – ai problemi e alle cose
buone della vita. La soluzione di quarto livello che propongo qua non
ha nulla a che vedere col farsi fare un massaggio, o il pensiero positivo,
o fare dei bei sogni. Tutto ciò che ci vuole è la consapevolezza, che co-
stituisce il primo passo per la connessione, e la connessione è il primo
passo per identificarti con qualcosa che ti fa sentire intrinsecamente
bene, e meglio ti sentirai, migliore sarà il tuo mondo.

211
Ora, per favore, seguimi. A questo punto è molto facile scivolare
in un’altra visione del mondo, dove come ti senti non cambia nulla.
Se riesci a mantenerti al quarto livello, allora funzionerà.
Ecco una dimostrazione che a volte eseguo in classe per illustrare
questo punto. Dopo aver preparato un lungo bastone, posiziono
una bottiglia vuota di plastica dove tutti possono vederla chiara-
mente. Poi chiedo loro di guardarla per un minuto, prestando at-
tenzione al suo colore, alla forma, alla dimensione e all’etichetta.
Allo scadere del minuto, tocco la bottiglia con il bastone. Anche se
un minuto non è un tempo particolarmente lungo, invariabilmente
la maggioranza della classe ha una reazione di spavento e racconta
di essersi sentita come se avessi toccato loro con il bastone. Ecco
come avviene l’identificazione veloce quando non ci sono fonti di
distrazione (quelli che, in classe, non reagiscono così probabilmente
sono preoccupati di svolgere l’esercizio correttamente).

È ora il momento di una tecnica che io chiamo “Pelle e ossa”. Si può


usare anche qualche cosa d’altro per attivare la consapevolezza, ma
io ottengo ottimi risultati così.
1. Sospendi per cinque o dieci minuti la tua vita iper-occupata
e trova un luogo dove verrai distratto il meno possibile, so-
prattutto da altre persone. Il tempo più hai e meglio è. Questa
tecnica si può eseguire stando seduti, in piedi, camminando o
rimanendo sdraiati, con gli occhi aperti o chiusi.
2. Per circa la metà del tempo che hai a disposizione, sii consape-
vole delle tue ossa. Puoi attivare la tua consapevolezza in modo
casuale – un osso della spalla qui, un osso della coscia là – o
puoi seguire un percorso preciso, iniziando magari dal cranio
e scendendo verso il basso. Non c’è nulla da fare se non essere
consapevoli del fatto che le ossa sono lì.
3. Per il resto del tempo sii consapevole della tua pelle, secon-
do uno dei due metodi sopra illustrati. Fai del tuo meglio per
non formulare commenti, critiche o interpretazioni che la tua

212
mente insisterà per fare e rimani il più possibile centrato nella
semplice consapevolezza dell’esistenza della tua pelle.
4. Durante il processo, presta attenzione a come il corpo e la
mente reagiscono, e come i tuoi sentimenti cambiano mentre
continui.
5. Infine, una volta concluso, osserva gli eventuali cambiamenti
che interverranno nella tua vita, con riguardo soprattutto alle
aree problematiche: questi cambiamenti possono essere sottili
o drammatici, immediati o differiti.

Se passi da una visione del mondo all’altra, è possibile che tu non ef-
fettui alcuna correlazione tra questo esercizio e i cambiamenti nella
tua vita, può anche darsi che li neghi. Inoltre, non posso promettere
che questo esercizio sarà piacevole all’inizio, se hai accumulato mol-
ta tensione o hai un sacco di problemi, ma ti assicuro che più lo farai
e meglio ti sentirai – è possibile anche raggiungere uno stato di be-
atitudine – e, che tu faccia o meno le correlazioni, andranno meglio
sia gli aspetti positivi che quelli negativi nella tua vita.

Auto-rilassamento. Hai ragione, questo significa semplicemente rilas-


sarsi, ma ho intenzione di suggerire un metodo davvero speciale di
farlo. I suoi effetti saranno simili a quelli dell’esercizio precedente. Se
vuoi un nome per questa tecnica, potremmo chiamarla “Stretching
progressivo”. Parlerò solo del collo, perché è lì che si accumula mol-
tissima tensione che va a inibire le funzioni della mente e del corpo.
1. L’esercizio risulta più facile se lo si esegue seduti, tenendo le
mani in grembo. Comincia muovendo la testa molto lentamen-
te verso destra, con il minor sforzo possibile.
2. Al primo segno di tensione, muovila molto lentamente verso
sinistra, oltrepassando appena il punto dal quale hai iniziato, e
torna poi di nuovo, molto lentamente, a destra, un po’ oltre il
punto in cui hai interrotto prima.
3. Ripeti i movimenti indicati finché non arriverai a spostare la

213
testa sempre più a destra (e a sinistra) senza sforzo né dolore.
4. Quando sarai pronto, applica la tecnica anche in altre direzioni:
avanti, indietro e diagonale. Generalmente all’esercizio si ac-
compagna spontaneamente una respirazione profonda: qualo-
ra questo non avvenisse respira profondamente consciamente
prima di cambiare direzione.
5. Se vuoi, applica questa tecnica anche ad altre articolazioni,
come le spalle e le anche.

Messa a fuoco. Per ciascuno dei nostri problemi, che si tratti di una que-
stione di salute, relazioni personali, denaro o qualsiasi altra cosa, tro-
verai sempre una o più aree di tensione a esso collegate nel corpo. Ciò
che sto per presentare non è un metodo semplice e veloce, ma è stato
studiato per risolvere il problema. Si basa su un tipo di meditazione
passiva chiamato Nalu. Prima di cominciare, pensa a un problema
e scegli un oggetto da porre di fronte a te per rimanere focalizzato
su quella specifica difficoltà: potrebbe essere una fotografia, un di-
segno, un pezzo di carta correlato o un oggetto, come per esempio
lo scontrino con il prezzo più alto che hai, se il problema è il denaro.
Qualunque cosa tu scelga ai fini di questo esercizio, accettalo come il
problema stesso, non come un simbolo di esso. È una buona idea de-
cidere anche una parola o una breve frase che potrai ripetere durante
l’esercizio per aiutarti a mantenere il focus: più grave è il problema,
infatti, più difficile è rimanere concentrati. Assicurati di scegliere una
frase o una parola neutra, che non esprima giudizi o critiche.
1. Con il problema di fronte a te, limitati a guardarlo e a presta-
re attenzione alle reazioni della mente e del corpo. Non devi
fare nulla per gestire queste reazioni, cambieranno da sole man
mano che rimarrai focalizzato sul problema.
2. Mentre osservi il problema, esegui questo particolare tipo di
respirazione: inspira con attenzione sul problema, espira con
attenzione attraverso la parte del tuo corpo che reagisce con
maggiore forza, poi inspira con attenzione su quella parte del
corpo ed espira riportando l’attenzione al problema. Ripeti
questo ciclo più volte durante l’intero processo.
3. Esegui l’esercizio il più a lungo possibile, e ripetilo tutte le volte
che puoi, fino a quando inizierai a pensare e sentire il problema
in modo diverso, senza alcuno sforzo. A questo punto comin-
ceranno a emergere i cambiamenti e le opportunità in relazione
a quel problema.

Presenza sensoriale. La tecnica illustrata in questa sezione contribuirà


ad aumentare la tua fiducia, la tua energia, e l’influenza dei tuoi pen-
sieri, sentimenti e azioni sul mondo intorno a te. Questo è il risulta-
to dell’aumento della tua presenza sensoriale, che puoi praticare in
qualsiasi momento, ovunque e in qualsiasi condizione.
1. Nello spazio dove ti trovi ora, osserva i dettagli di colore, for-
ma, posizione, movimento e le relazioni spaziali tra oggetti e
persone.
2. Nello spazio dove ti trovi ora, ascolta tutti i diversi suoni e le
suddivisioni di suoni che riesci a percepire. Per esempio, potre-
sti sentire il vento, ma se ascolterai attentamente ti accorgerai
che il suono del vento è composto di miriadi di piccoli suoni.
3. Nello spazio dove ti trovi ora, tocca le cose che si trovano nelle
vicinanze e avverti le differenze di consistenza, di temperatura
e di peso.
4. Nello spazio dove ti trovi ora, quando ti sposti, spostati voluta-
mente, con piena consapevolezza del tuo corpo.
5. Fai tutto questo simultaneamente, se possibile, o almeno in se-
quenza ravvicinata. Presta attenzione a te stesso e a come il
mondo reagisce alla tua presenza.

Apprezzamento di sé. Il tuo modo di pensare te stesso è il modo in cui


il mondo penserà a te. Il valore che ti dai è il valore che il mondo ti
concederà. Il mondo non ti apprezzerà allo stesso modo se tu sei il
primo detrattore di te stesso. E se avrai sentimenti contrastanti su di
te, anche il mondo li avrà. Che cosa la tua coscienza, la tua mente fo-
calizzata, vorrebbe che il mondo pensasse di te non ha effetto quasi
quanto quello che la tua mente focalizzata si aspetta veramente e
che cosa la tua mente corporale crede veramente. Se vuoi maggiore
apprezzamento da parte del mondo, in qualsiasi forma, è necessario
iniziare da te stesso. La tecnica che spiego in questo paragrafo è
piuttosto semplice, anche se molti ritengono che sia difficile mante-
nerla, una volta eseguita.
1. Comincia ogni mattina con una rassegna personale di tutte le
tue buone qualità, tutte le cose positive che hai fatto e che hai
intenzione di fare (o almeno quelle per le quali pensi di avere il
tempo). Il mondo, che è sempre in ascolto, non vuole sentir par-
lare di quelli che identifichi come tuoi difetti, fallimenti ed errori.
2. Concludi ogni giornata riepilogando tutte le buone qualità che
hai messo in campo e tutte le cose positive che sei riuscito a
fare. Se sei interessato al successo finanziario, scrivi una rice-
vuta simbolica di ciò che pensi di aver guadagnato quel giorno
e, se è stata una giornata particolarmente buona, regalati un
bonus. Il mondo, che è sempre in ascolto, non si cura di quello
che pensi che avresti potuto fare meglio: si preoccupa solo di
quello che pensi di aver fatto.

Auto-motivazione. Il modo più efficace per motivarsi è aumentare il


proprio potere. La sovranità personale è un problema che riguarda
ognuno di noi come individuo e come società, che ce ne rendiamo
conto o no: capire questo può aiutarci a interpretare ciò che sta
accadendo dentro e attorno a noi. Un aumento di sovranità può
trasformare radicalmente la tua esistenza.
La parola “sovrano” allude alla suprema autorità su qualcuno o
qualcosa, un’autorità estremamente efficace e potente. Pertanto, di
solito è applicata agli dèi, alla nobiltà e ai governi. Parliamo di re e
regine come sovrani (anche quando sono simbolici), e dei diritti di
sovranità delle nazioni e degli Stati.
La sovranità personale, quindi, significa che ogni individuo ha
l’autorità e la potenza intrinseche necessarie per auto-determinare la
propria direzione e il proprio destino. Se questo assomiglia perico-
losamente al libero arbitrio, è perché la sovranità personale e libero
arbitrio sono la stessa cosa.
Proprio come una nazione sovrana ha il diritto e il potere di pren-
dere decisioni e intraprendere azioni di interesse nazionale, senza es-
sere costretta a fare alcunché da un’altra nazione, essere una persona
sovrana significa poter scegliere le proprie azioni e reazioni senza
essere costretti da un’altra persona. Tutte le scelte determinate dal
libero arbitrio, nazionale o personale, sono scelte di sovranità.
Anche se sovranità per qualche rispetto significa potenza ed effi-
cacia, non è detto che, necessariamente, tu possa fare ciò che vuoi.
Che tu sia una nazione o una persona, devi considerare la sovranità
altrui. Naturalmente, potresti provare a diminuirla o distruggerla per
ottenere i tuoi scopi – e questo è ciò che le nazioni e le persone a
volte fanno – ma l’esperienza umana dimostra che, di solito, si può
ottenere di più collaborando che lottando.
In definitiva, ciascuno di noi è sovrano tanto quanto può dimo-
strare: dopo tutto, avere diritti di sovranità ed essere sovrano non
sono la stessa cosa.
Il modo per aumentare la tua sovranità personale è esercitare il
libero arbitrio, e qui spiego come.
1. Decidi autonomamente le azioni da intraprendere e le reazioni
da avere in qualsiasi situazione.
2. Decidi autonomamente come interpretare le tue azioni e rea-
zioni, che siano state scelte liberamente o meno.

Per esempio, se lavori per qualcuno e ti viene ordinato di portare a


termine un compito spiacevole, potresti avere l’impressione di aver
perso un po’ del tuo libero arbitrio. Ma, oltre a ricordarti che puoi
licenziarti in qualsiasi momento, puoi anche decidere per te stesso
che non stai lavorando per il tuo capo: stai svolgendo un lavoro
pagato, e lo stai facendo perché vuoi farlo, non perché sei costretto.
Il punto è che è sempre possibile determinare le proprie azioni, rea-
zioni e anche le loro interpretazioni.
Attenzione, però. La sovranità personale ha un prezzo elevato
che si chiama responsabilità personale. Al crescere del libero arbi-
trio, aumenta anche la responsabilità delle proprie azioni e reazioni:
aumentala a sufficienza e non potrai più incolpare genitori, nemi-
ci, amici, amanti o coniugi, la società, il destino, Satana o Dio per
qualsiasi cosa abbia a che fare con la tua esperienza. Ti sentirai più
potente e la tua azione nel mondo sarà più efficace.
Se moltissime persone aumentassero la responsabilità personale,
la nostra società subirebbe enormi cambiamenti. I rapporti di co-di-
pendenza e quelli basati sulla manipolazione scomparirebbero tutti,
un numero imprecisato di avvocati dovrebbe trovarsi un nuovo la-
voro, i politici sarebbero ritenuti responsabili delle loro decisioni, le
compagnie di assicurazione dovrebbero apportare svariati cambia-
menti alle loro politiche, persone di diversa fede sarebbero più tolle-
ranti gli uni con gli altri, l’umanità agirebbe spinta più dall’amore che
dalla paura… Che tipo di mondo sarebbe? Uno molto buono, credo.

Essere in armonia con se stessi. Se capiamo le parole singolarmente,


sarà più facile comprendere la frase che le contiene. “Armonia” è
facile da capire, perché viene dal latino, harmonius, che significa “uni-
ti, d’accordo”. “Se stessi” normalmente si riferisce a un individuo
distinto da un gruppo. Nell’Huna, però, spesso usiamo il termine “i
tre Sé” in relazione al raggruppamento di corpo, mente e spirito in
un solo individuo. Non voglio dire che mente, corpo e spirito sono
tre individui separati, quindi un’espressione migliore sarebbe “tre
aspetti di se stessi”. Tuttavia, in alcune persone questi tre aspetti
sembrano essere in guerra tra loro, e la guerra nell’individuo è di-
rettamente correlata alla guerra intorno all’individuo. E la guerra è
sempre basata sulla paura. E la paura è sempre basata sulla disarmo-
nia, o, più precisamente, sulla sensazione di essere scollegato da una
fonte di amore e/o di potenza. E questa sensazione troppo spesso
porta alla rabbia, che crea disconnessione. La soluzione, dunque, è
quello di ricollegare. Ci sono due proverbi hawaiani che esprimono
questi concetti poeticamente: «’Akahi a komo ke anu ia’u, ua naha ka
hale e malu ai» (Il freddo mi penetra, la casa che mi proteggeva è rotta) che, per
tradizione, è stato detto da un antico capo per esprimere il timore
che provava quando i suoi due generali sono stati uccisi in battaglia;
e «Pili kau, pili ho’oilo» (Insieme nella stagione secca, insieme nella stagione
umida), che descrive una relazione d’amore.
Sto cercando di arrivare a spiegare che, per essere armonia con te
stesso e godere di armonia intorno a te, devi fare pace con te stesso.
E l’unico modo per fare la pace è fare amicizia.
Nel caso tu te lo stia chiedendo, il metodo per fare amicizia con
qualcuno consiste nell’apprezzarlo e nel motivarlo, da una posizione
di apprezzamento di sé e auto-motivazione. Il passo successivo è
imparare a fare questo. Sto per illustrare una tecnica a questo pro-
posito, ma tieni presente che, su questo tema, puoi consultare il mio
libro Healing Relationship.
1. Fingi di essere il capitano di una squadra o il leader di una band,
i cui membri si chiamano Spirito, Mente e Corpo. Il tuo scopo è
diventare loro amico, così da poter lavorare in perfetta armonia.
2. In primo luogo, di’ loro ciò che dovrebbero fare, qualcosa
del tipo: «Spirito, abbiamo bisogno di ispirazione e di energia;
Mente, dobbiamo ottenere tutte le informazioni necessarie e
trovare soluzioni ai nostri problemi; Corpo, ricorda quello che
sai come fare, rilassati e cerca di sentirti bene».
3. In secondo luogo, ricorda che apprezzare quello che fanno au-
menterà la vostra efficienza, mentre perdonare qualunque cosa
no. Potresti dire qualcosa come: «Spirito, questa è stata una
buona idea, grazie; Mente, mi piace il modo in cui hai usato la
tua immaginazione; Corpo, ti ringrazio per la collaborazione».
Anche premiare te stesso con un trattamento speciale adatto a
ciascuno dei tre aspetti è una cosa buona.
4. Ricorda sempre loro, e a te in qualità di capitano/capo, che gli
amici non si criticano a vicenda, né lavorano uno contro l’altro.
Man mano che eseguirai questo esercizio, con l’aumentare della
tua armonia interiore, diminuirà il bisogno di farlo e arriverà il gior-
no in cui tu e i tuoi tre aspetti sarete davvero tutt’uno.

220
xiii
Un tempo per “grokkare”

Robert A. Heinlein, scrittore noto soprattutto per le sue storie di


fantascienza, ha coniato il verbo “to grok” per un romanzo del 1961,
Stranger In A Strange Land. Il protagonista, Valentine Michael Smith,
è stato rapito dai marziani e a pagina 14 Heinlein menziona la parola
in modo casuale, scrivendo che Smith «grokkando non era rimasto
immerso nel nido come i suoi fratelli», intendendo il momento in
cui, su Marte, aveva messo in campo un particolare talento per ren-
dersi conto di non essere un marziano.
In un dizionario moderno, “grok” significa «capire qualcosa per
mezzo dell’intuizione o dell’empatia» oppure «entrare in un rappor-
to empatico o comunicare con empatia, per stabilire un rapporto».
Questo è il modo in cui la parola viene utilizzata oggi dalla maggio-
ranza delle persone, ma è solo una parte del significato originario
che Heinlein le aveva attribuito nel romanzo. Un indizio arriva a
pagina 105, quando Smith commenta l’abilità nel nuoto di una don-
na dicendo: «L’acqua grokka Dorcas. Si prende cura di lei». Smith
sceglie le sue parole con molta attenzione, e «prendersi cura di» si-
gnifica «proteggere con amore».5 Nel resto del capitolo Heinlein, at-
traverso il dialogo, rende chiaro che “grokkare” include il conoscere
qualcosa dal di dentro, in un modo molto più profondo dell’empa-
tia, ed essere in grado di influenzare l’oggetto del “grokkare” mentre
si sperimenta quello stato di coscienza. In aggiunta, Michael Smith a

5 Nell’originale inglese la parola in questione è cherish, che significa appunto “prendersi


cura di, tenere caro”.

221
volte usa l’espressione “grokkare in pienezza”, per indicare il diven-
tare tutt’uno con qualcosa.
Il “grokkare” è abilità ben nota agli sciamani, ma non è facile
spiegarlo in termini contemporanei. Non è un qualcosa di scono-
sciuto, semplicemente non è facile da illustrare. Una buona appros-
simazione del “grokkare” la troviamo nel metodo di recitazione di
Lee Strasburgo e Konstantin Stanislavskij. Un articolo anonimo sul
tema, afferma che «questo metodo di recitazione combina un’atten-
ta considerazione dei motivi psicologici del personaggio e una sorta
di identificazione personale con esso, il che rende possibile una rap-
presentazione realistica dello stato emotivo del personaggio».
Il dibattito interno allo sciamanesmo affronta l’argomento tra-
sversalmente, o in parte, enfatizzandone la forma piuttosto che la
funzione. In queste discussioni il soggetto è chiamato “muta-for-
ma” o “cambia-forma” e generalmente ne vengono identificati tre
tipi: un cambiamento nel modo in cui appare agli altri, uno spirito
visibile che può o meno essere umano (come ho descritto in un
precedente capitolo), e un’effettiva trasformazione fisica (come un
lupo mannaro). Quando vivevo in Africa occidentale la gente del
Dahomey/Benin era fermamente convinta che il proprio presidente
potesse assumere le sembianze di un’antilope, per spiarli.
Il “grokkare”, tuttavia, come descritto da Heinlein e praticato
dagli sciamani, non richiede un cambiamento di aspetto o forma:
necessita piuttosto della capacità di conoscere, di fondersi con, e
influenzare un modello.

Modelli
Tutti abbiamo familiarità con modelli di qualche tipo:
- le persone che cuciono hanno familiarità con i modelli di abbi-
gliamento;
- i meteorologi hanno familiarità con i modelli climatici;
- gli psicologi hanno familiarità con modelli di comportamento;

222
- i geologi hanno familiarità con i modelli di roccia;
- gli ingegneri civili hanno familiarità con i modelli di stress;
- gli urbanisti hanno familiarità con i modelli di traffico;
- i matematici hanno familiarità con i modelli frattali
e così via.
Più abbiamo familiarità con i modelli, più li “incorporiamo” (li
portiamo nel nostro corpo), il che ci permette non solo di utilizzare
il modello a volontà, ma di improvvisare su di esso in modo creativo
e anche di usare la nostra conoscenza del modello per influenzare
qualcosa d’altro che lo utilizza.
Prendiamo i musicisti, per esempio. Mozart era un maestro dei
modelli musicali del suo tempo e poteva immediatamente ricono-
scere il modello di ogni brano che ascoltava, riprodurlo e improvvi-
sare su di esso per creare qualcosa di nuovo. Quando ho iniziato a
suonare l’ukulele ho imparato una serie di modelli di corda semplice
che potrebbero essere utilizzati per riprodurre centinaia di canzoni,
e ho anche scritto motivi sulla base di quei modelli. Molti artisti usa-
no i modelli, come fanno gli scrittori e i conferenzieri e i progettisti
di giochi per computer. La nostra vita è piena di modelli che la gente
imparare a usare per cambiare la realtà.

Modelli naturali
Alcuni dei modelli più interessanti, a mio parere, si trovano in na-
tura. Riconosciamo la differenza tra felci e alberi a causa del tronco
e dei rami e dei modelli di foglia, e usiamo le stesse categorie per
distinguere gli alberi gli uni dagli altri. Allo stesso tempo, molti alberi
hanno foglie simili a quelle delle felci. E alcuni alberi, come il koa,
hanno un modello di foglia simile a quello della felce quando sono
giovani, poi subiscono una trasformazione e le loro foglie rassomi-
gliano si più a quelle dell’eucalipto, quando sono maturi. Eppure, la
parte legnosa di un albero di koa è più simile a quella di un mogano.
Le onde dell’oceano formano disegni fortemente influenzati da

223
modelli di vento e di terra, e, allo stesso tempo, se guardate attenta-
mente, vedrete che il modello delle onde presenta alcune increspa-
ture influenzate da altre onde.
Uno dei modelli più incredibili in natura è stato matematicamente
definito come un rapporto di numeri chiamato “regola aurea”. Non
ho intenzione di trasformare questo paragrafo in una lezione di ma-
tematica, e la natura comunque è piuttosto approssimativa, quindi,
nei termini più semplici possibili si osserva che in natura molte cose
sono costruite o si sviluppano sulla base di un modello legato al
numero 1.618, chiamato phi. Per esempio, io sono alto 1,78 metri e
il mio ombelico è a 107 centimetri dal suolo. Se dividiamo 178 cen-
timetri per 1,618 otteniamo 109 centimetri.
Se vi state chiedendo perché sto dicendo queste cose, un attimo
di pazienza. La lunghezza dalla punta del mio dito medio sinistro
alla mia spalla è 71 centimetri. Se la dividiamo per 1,618 otteniamo
43 centimetri, cioè la distanza tra la punta del mio dito medio al
mio gomito. La distanza dal mio ombelico alla parte superiore del
mio cranio è di 71 centimetri e il risultato della divisione dà sempre
43 centimetri, la distanza che separa il mio ombelico dalla parte su-
periore del mio sterno. Questo rapporto tra le parti del corpo e il
numero 1,618 si può verificare naturalmente in tutti i corpi umani.
E anche in conchiglie, cristalli, frutta, foglie e un sacco di altre cose.
Gli esseri umani lo utilizzano in arte e architettura. In natura non è
perfetto, ma quasi.
Il punto è che i modelli sono ovunque, e possono essere utilizzati.
Quando suono certe canzoni con il mio ukulele, o le canto, quan-
do ballo, quando guido, quando navigo, quando uso certi tipi di
computer… non devo pensare quello che sto facendo, perché il mo-
dello è parte di me. In un certo senso, è fuso in me. Per esprimere il
modello, tuttavia, devo prendere la decisione consapevole di attivar-
lo, come prendere l’ukulele o salire in barca. Solo allora posso lascia-
re che sia lui a guidarmi. Altrimenti, posso distorcerlo sfruttandone
potenzialità che lo modificano o lo espandono senza modificarlo.

224
Prendiamo come esempio l’ukulele. Posso suonare una canzone
chiamata Ain’t She Sweet senza prestare alcuna attenzione a ciò che le
mie mani stanno facendo. Oppure, posso appositamente indugiare
su certi accordi, aggiungerne altri, modificare il ritmo o la chiave,
il tutto senza cambiare la canzone. Posso farlo perché c’è una serie
di modifiche che possono essere apportate senza che la canzone
abbandoni il suo modello generale. Se esco da questa gamma di
modifiche, introducendo accordi che non si adattano al modello,
sarà una canzone diversa, oppure starò solo facendo rumore.
Questo è esattamente ciò che accade utilizzando modelli per cam-
biare la realtà. La visione del mondo olistico dice che, dato che tutto
è uno, tutto può diventare uno con tutto. Facciamo succedere que-
sto fondendo diversi modelli a livello profondo. In altre parole, si
fonde il modello interno di qualcosa con altro – lo schema che dà
origine alla sua esistenza, non il modello che la cosa esprime nel suo
comportamento.

Modelli interni
C’è un’idea molto antica che l’intero universo è composto dalla stes-
sa materia. Non intendo particelle atomiche o sub-atomiche, né mi
riferisco al concetto di etere luminifero del xix secolo, che era consi-
derato una sostanza fisica. Sto cercando piuttosto di fare riferimento
a una sorta di “pre-materia”, una matrice infinita e immateriale, la
“madre di tutti i modelli”.
Un’altra idea è che tutta la creazione sia al di fuori da tutto que-
sto… chiamiamolo campo, per non crearci problemi. Potremmo
approfondire, certo, ma avrei dovuto scrivere un libro solo di teorie!
Facciamo un salto in avanti e diamo per scontata l’esistenza di un
tale campo. Un possibile nome hawaiano potrebbe essere aka, forse
in relazione al sanscrito “akasia”. Il dizionario hawaiano lo traduce
con “ombra, riflesso, immagine, somiglianza, essenza, chiarezza, un
embrione al momento del concepimento, un pesce appena schiuso,

225
nella fase in cui il suo corpo è ancora trasparente”. Il rapporto con i
modelli è insito nella frase “aka lehulehu”, “ombra della moltitudine”,
un modo figurato per dire “un cammino consunto”. Aka, quindi, è
il modello di base, da cui emergono tutti gli altri.
Senza complicare troppo, i modelli emergono grazie al movimen-
to, o all’energia. Dato che stiamo lavorando con il livello olistico,
non dobbiamo preoccuparci della Causa Prima, un concetto molto
vicino al primo livello. Per quanto ne sappiamo – e per tutto ciò che
conta – l’energia e aka sono sempre esistiti e i modelli si sono for-
mati perché l’energia ha interagito con altra energia.
Utilizzando i concetti con i quali abbiamo già familiarità, l’energia
è come la mente focalizzata, mentre aka è come la mente corporale.
L’energia “immagina” (o crea) nuovi modelli, aka li ricorda. Possia-
mo dire, quindi, che l’intero universo è costituito da schemi ed ener-
gia, schemi di energia e modelli di energia. È grazie a questo campo
sottostante e al suo fluire che noi siamo parte di ciò che possiamo
fondere e modificare.

Infine, le questioni pratiche


Prima di fonderci con il mondo che ci circonda, dobbiamo sapere
come farlo. È molto più facile di quanto si possa pensare, tant’è
che lo facciamo già spesso senza pensarci. Io mi limiterò qui a
suddividere questo processo naturale in fasi, così da poterlo attuare
consapevolmente.
1. Innanzitutto approfondisci la conoscenza di ciò con cui ti vuoi
fondere. Maggiore conoscenza intellettuale ed esperienziale
avrai, più facile sarà intuire il modello. Un proverbio inglese
dice: «La familiarità genera disprezzo». È una bugia. È la perdi-
ta di rispetto a generare disprezzo. La familiarità, invece, genera
connessione.
2. Fai amicizia con ciò con cui vuoi fonderti. Se non ti piace qual-
cosa, o ne hai paura, non sarai in grado di collegarsi con il mo-

226
dello. Il sapere può aiutare a cambiare la situazione. Il modo più
semplice per fare amicizia con una cosa è assumere che è viva e
parlarle con ammirazione, facendole complimenti e lodandola.
3. Esercitati a immaginare e a sentire che sei la cosa con la quale
vuoi fonderti. Potrebbe risultare più facile iniziare con l’ausilio
di un simbolo della cosa sul tuo ombelico. Nelle mie classi in-
sisto sul mantenere l’uno per cento di sciamano in te quando
fai questo: non fondere mai più del novantanove per cento,
altrimenti finirai per dimenticare di esercitare la tua influenza.
In pratica, tuttavia, è raro riuscire a fondersi più del venticinque
per cento, ma anche questo molto ti darà grandi possibilità di
influenza.
4. Quando sarai immerso nella cosa, a qualunque grado, lascia
che la tua mente e i tuoi sentimenti esplorino le potenzialità di
modifica del modello. Per esempio, se vuoi agire una modifica
specifica, presta attenzione alle idee e ai sentimenti di resistenza
o di flusso. Non potrai fare nulla che la cosa non voglia o non
abbia le potenzialità di fare.
Una cosa importante da capire quando si “grokka” con il fine di
apportare cambiamenti è che, oltre al fatto che si può lavorare solo
con le potenzialità esistenti, non sei solo a lavorare. Ci sarà sempre
qualcuno o qualcosa d’altro che coopera, aiuta o resiste al cambia-
mento, quindi non potrai mai prenderti interamente il merito per il
successo o la responsabilità di un fallimento. Tutto ciò che puoi fare
– ed è una cosa buona – è il tuo meglio.
Tutti gli esempi che seguono riguardano il “grokkare” al fine di aiu-
tare e guarire gli altri. Ricorda che puoi utilizzare questa tecnica anche
per aumentare le tue conoscenze, le tue abilità o il tuo benessere.

Lavorare con i modelli


Utilizzeremo una pratica sciamanica hawaiana grazie alla quale si
divide il mondo in sette “elementi”. In questo modo possiamo im-

227
parare a “grokkare” per risolvere molti tipi di problemi. Ciascun ele-
mento ha una propria sezione con linee guida, esempi e commenti.
L’ordine di presentazione non è gerarchico.

“Grokkare” l’acqua

qualità che puoi “grokkare”: flusso, assorbimento, adattabilità,


azione persistente.
problemi legati al lavoro con l’acqua: pioggia eccessiva, inonda-
zioni, maree, siccità, nuvole, approvvigionamento idrico.
esempi
1. Ho aiutato a portare la pioggia in una valle del Texas durante un
momento di siccità. La cosa significativa è che l’intero Stato era
stato colpito dalla siccità, ma dopo pochi giorni siamo stati in
grado di far piovere in quella valle.
2. Con alcuni amici abbiamo “grokkato” uno tsunami diretto a
Kauai dal Giappone, con alcune segnalazioni ufficiali che lo dava-
no per terribile. Inutile dire che tutte le persone che si sono riunite
per guardarlo erano molto deluse quando non è successo niente.
Lavoriamo con tutti gli tsunami di cui sentiamo parlare diretti
verso le Hawaii, e da quando abbiamo iniziato nessuno ha fatto
danni.
3. Il mese di novembre a Kauai è la stagione delle piogge. Per di-
ciotto anni abbiamo organizzato un festival annuale all’aperto nel
giorno del Ringraziamento americano sul lato piovoso dell’isola:
grazie al nostro “grokkare” è piovuto solo due volte.
4. è divertente lavorare con le nuvole, perché sono molto sensibili.
Parecchie volte le ho guidate lontano dai pic-nic, o le ho avvicina-
te quando avevamo bisogno di ombra.
5. Trovo utile “grokkare” gli alluvioni per trovare la direzione meno
dannosa nella quale fluire.

228
6. Mi è capitato di “sentire” l’acqua come farebbe un rabdomante:
esiste una tecnica di divinazione per deviare un flusso sotterraneo,
che consiste nel battere un palo di metallo nel terreno nel punto
in cui il torrente sta entrando in un edificio e provocando inonda-
zioni. L’ho utilizzata una volta, ma un po’ diversa: ho posizionato
un’immagine mentale e poi ho “grokkato” l’acqua per deviare me
stesso lontano dal pensiero, e l’inondazione si è fermata.

“Grokkare” la roccia

qualità che puoi “grokkare”: forza, sicurezza, pazienza, fermezza.


problemi legati al lavoro con le rocce: terremoti, frane, vulcani,
erosione, suolo.
esempi
1. Facciamo un sacco di lavoro con i terremoti nel bacino del Paci-
fico, il più delle volte per diminuire l’effetto di scosse di assesta-
mento, per quanto possibile – dal momento che i terremoti non
danno preavviso di alcun tipo. Recentemente abbiamo avuto alcu-
ni terremoti notevoli sulla Big Island, vicino al vulcano Kilauea, e
il nostro lavoro è stato così efficace che il Servizio geologico degli
Stati Uniti ha registrato una giornata molto inusuale quando solo
una piccola scossa è stata registrata in un periodo di ventiquattro
ore, mentre la norma è che si verifichino molte piccole scosse
tutti i giorni dell’anno. Di solito “grokkiamo” le rocce nella zona
sismica, sentiamo dove si è accumulata la tensione e agevoliamo il
rilassamento.
2. Per evitare frane ed erosione cerchiamo di stabilizzare l’area,
mentre alteriamo la composizione chimica del suolo a seconda
dello scopo.
3. Nel 1990 un cratere laterale del vulcano Kilauea sulla Big Island sta-
va eruttando lava, diretta al villaggio di Kalapana, sulla riva dell’o-

229
ceano. Un amico la cui casa era in pericolo mi ha chiesto di andare
sul posto e fare quello che potevo per tenere la lava lontano da casa
sua. “Grokkando”, ho deciso, come lava, di non toccare la sua casa.
Più tardi mi ha detto che la lava scorreva accanto alla sua casa senza
toccarla, ma dato che la circondava e tutti i servizi e i cavi erano stati
tagliati ha dovuto abbandonarla comunque.

“Grokkare” il fuoco

qualità che puoi “grokkare”: energia, intensità, mutevolezza, con-


sapevolezza, azione.
problemi legati al lavoro con il fuoco: incendi, caldo, freddo,
buio, luce.
esempi
1. Gli incendi boschivi sono la cosa più comune con cui lavoriamo
in questa categoria. Quando lavoro con il fuoco direttamente, lo
“grokko”, sento la scarica di energia, poi decido di indurre la cal-
ma, la trasformazione in cenere e, infine, in semplice calore che
si fonde con la temperatura circostante. Con gli amici sono stato
in grado di diminuire la diffusione di numerosi incendi, così che i
vigili del fuoco potessero completare il lavoro sul terreno più fa-
cilmente. Alcune persone trovano molto difficoltoso “grokkare”
il fuoco a causa di ricordi o associazioni, quindi è possibile lavora-
re sugli incendi anche diminuendo il vento o portando la pioggia.
2. Variare la temperatura ambiente è abbastanza facile. In una serie
di workshop in cui la temperatura in una stanza era troppo calda
o troppo fredda, ho condotto tutta la classe a “grokkare” l’aria per
indurre il cambiamento della temperatura. Una volta, a New York,
durante un seminario abbiamo influenzato la temperatura della cit-
tà. È utile sapere che le molecole d’aria più si muovono velocemen-
te più emanano calore, e viceversa. “Grokkare” le molecole d’aria

230
per rallentarle o accelerarle conduce a un cambio di temperatura.
Questo funziona meglio se a farlo è un gruppo di persone.
3. Quando si lavora con la luce e il buio, è necessario capire che
esistono una in relazione all’altro. In circostanze normali, anche
quando a un essere umano sembra assolutamente buio, ci sono
animali e apparecchiature elettroniche di rilevamento in grado di
vedere la luce, che è ancora lì. In realtà, alcune persone sono sen-
sibili abbastanza per cogliere la luce dove altri non possono.
Per “grokkare” la luce potete leggerla come un modello di par-
ticelle o di onde, non importa. Personalmente, mi piace pensarla
come un modello di campo. Quando voglio apportare modifiche
penso anche a un modello di intensità, che è più di un modello di
sentimento che visivo. In alcuni seminari dimostro questo punto
“grokkando” il mio personale campo di energia e lo intensifico
quanto basta perché il pubblico possa vedere la mia aura acquisire
maggiore luminosità. In modo analogo si può illuminare il nostro
campo o un oggetto per renderlo più evidente per gli altri, o scu-
rirlo per nascondere noi stessi o un oggetto.

“Grokkare” il vento

qualità che puoi “grokkare”: energia, direzione, adattabilità, mo-


vimento.
problemi legati al lavoro con il vento: uragani, cicloni, tempeste
e venti di ogni genere, la quiete e sistemi di alta o bassa pressione,
l’aria in generale.
esempi
1. I miei colleghi e io abbiamo ottenuto numerosi successi dirigendo
altrove gli uragani o diminuendo la loro forza. Ricorda, però, che
funziona solo quando l’uragano presenta al suo interno questa
potenzialità. Quando si “grokka” un uragano è come se tu ti stessi

231
muovendo in una direzione, improvvisamente vieni a conoscenza
della possibilità di andare a destra, ma in realtà vuoi andare a si-
nistra. Come grokker, cercare di far spostare l’uragano a destra sa-
rebbe solo fatica sprecata. Gli uragani sono talmente potenti che
l’energia può spaventare alcune persone, nel qual caso è meglio
lavorare a livello simbolico o soggettivo (telepatico). I tornado
sono talmente brevi che non ho ancora avuto alcuna opportunità
di lavorarci, ma se vivessi in un’area soggetta certamente avrei
messo in pratica le mie capacità.
2. Il vento di intensità minore di un tornado o un uragano è piuttosto
facile da dirigere, perché è molto sensibile. Un gruppo del quale fa-
cevo parte ha “grokkato” una tempesta che dal Pacifico si dirigeva
in California: volevamo che tornasse indietro. Il giorno dopo il me-
teo di un notiziario visualizzava la tempesta su una mappa e aveva
effettivamente invertito la rotta. Ricordo che il meteorologo diceva
di non aver mai visto niente di simile prima di allora. Mentre scrive-
vo questo libro, ho lavorato con alcuni amici vicino a Volcano Vil-
lage, a Big Island, durante un periodo di pesante smog vulcanico e
assenza di vento. Ho “grokkato” l’aria, adottando un atteggiamento
giocoso, decidendo di trasferirmi. Pochi minuti dopo una leggera
brezza ha raccolto e cancellato lo smog da quell’area, mentre gli
amici che vivono nelle vicinanze hanno riferito che le loro zone
sono rimaste pesantemente inquinate. Tuttavia, due ore il vento ha
portato nubi e piogge per pulire l’aria intorno a noi, in un giorno in
cui non era assolutamente previsto.

“Grokkare” le piante

qualità che puoi “grokkare”: crescita, espansione, nutrimento,


persistenza, trasformazione.
problemi legati al lavoro con le piante: guarigione, crescita, adat-
tabilità, fertilizzante.

232
esempi
1. “Grokkare” le piante è in sé una meravigliosa esperienza, che può
essere sperimentata anche per scoprire malattie e fare qualcosa al
riguardo. A volte devi eseguire azioni strettamente di primo livello:
dare più acqua e fertilizzante; altre si tratterà di apportare maggiore
attenzione amorevole di secondo livello, o un sogno di guarigione
di terzo livello. Studiandole, ho scoperto che le piante, come gli
animali e gli esseri umani, possono stressarsi al punto di diventare
sensibili a insetti, malattie e condizioni ambientali. Lo stress crea
tensione, quindi al quarto livello “grokkare” una pianta può servire
per aiutarla a rilassarsi, aprirsi al nutrimento proveniente dall’aria,
dalla luce e dal suolo. Faccio qualcosa di simile quando voglio che
semi o piantine crescano rapidamente e più forti.
2. Un’altra scoperta interessante che ho fatto è che le piante sono
molto sensibili al loro ambiente e che tengono alla loro posizione in
relazione a esso. Così, quando ne pianto una, la “grokko” per capire
in che modo vuole essere orientata, affinché cresca meglio. In certe
occasioni ho “grokkato” delle piante già posizionate, ma con scarsi
risultati, così le ho estratte dal terreno e messe dove preferivano. A
volte, per aiutarle ad adattarsi a un nuovo ambiente, le “grokko”
facendo una cosa che chiamo “regolazione della natura”.
3. Nel pensiero sciamanico, tutto è vivo, quindi non ci sono cose
“morte”, come le verdure, cotte o meno. Eppure, può essere utile
“grokkare” alcune verdure quando sono già nel piatto, per dar
loro energia e aumentarne il sapore e i nutrienti.

“Grokkare” gli animali

qualità che puoi “grokkare”: qualsiasi qualità specifica di partico-


lari razze di animali.
problemi legati al lavoro con gli animali: guarigione, energia,
forza, tranquillità.

233
esempi
1. Quando gli animali si ammalano, “grokkarli” è un ottimo aiuto
supplementare per la loro guarigione. Non solo è possibile saper-
ne di più sulle ragioni interne o sui fattori relativi alla malattia o a
un eventuale disagio, ma si possono anche stimolare le loro fun-
zioni di guarigione naturale e contribuire a eliminare le tossine più
velocemente. Si può anche contribuire a risolvere i problemi emo-
tivi che contribuiscono alla malattia. In un’occasione drammatica
ho “grokkato” un gattino morente, che poi è tornato vivace e in
salute nel giro di un’ora. Ho fatto lo stesso per un uccello selva-
tico troppo malato per volare, che alcuni amici hanno trovato in
una foresta e portato da me. In quel caso ci vollero diverse ore
prima che l’uccello fosse in grado di volare via da solo.
2. Gli animali soffrono lo stress emotivo, di solito in risposta allo sta-
to delle persone intorno a loro, alle variazioni eccessive delle loro
condizioni di vita, a una mancanza d’amore, o perché sono confusi
sul loro ruolo. In un capitolo precedente ho raccontato come ho
applicato le teorie di Cesar Millan inducendo in me stesso uno stato
di serena fiducia, ma spesso modifico il processo “grokkando” un
saggio e fiducioso animale o il suo calmo, fiducioso proprietario,
per ottenere il rilassamento direttamente dagli animali che voglio
influenzare. Posso anche “grokkare” l’animale per alleviare la ten-
sione, ma ci sono così tanti fattori ambientali coinvolti che questo
tipo di aiuto spesso risulta temporaneo, a meno che non si sia in
grado di indurre un cambiamento di atteggiamento nell’animale.

“Grokkare” l’essere umano

qualità che puoi “grokkare”: qualsiasi qualità, talenti e competenze


associati a qualsiasi essere umano particolare, reale o immaginario.
problemi legati al lavoro con gli esseri umani: guarigione dalla
malattia, stress, tensione, emozioni, dubbi, confusione.

234
esempi

1. Uno dei problemi che si affrontano nel “grokkare” gli esseri umani
per facilitarne la guarigione è che sono come noi. Cosa voglio dire?
Che se si desidera “grokkare” qualcuno per aiutarlo a guarire da un
cancro o da una gamba rotta, si deve essere disposti a sperimentare
il cancro o la gamba rotta mentre si “grokka”, ed essere in grado di
dimenticarselo quando si smette. Se hai paura della condizione de-
gli altri, o se ti senti insicuro, non “grokkare”. Puoi fare molte altre
cose per portare il tuo aiuto: utilizza una diversa visione del mondo,
per esempio. Non c’è il pericolo di sviluppare lo stesso problema
sperimentato mentre si “grokkava”, ma se hai troppa paura la tua
mente corporale potrebbe ricreare la condizione come per mimesi.
L’unico altro problema è che la tua paura potrebbe causare un “sal-
to fuori dal grok”. In altre parole, saresti inefficace, perché non sei
riuscito a mantenere l’identificazione. Ma tranquillo, ci sono molti
altri modi per aiutare qualcuno.
2. Ho usato il “grokking” così spesso per aiutare le persone che,
piuttosto che nominare tutti i casi, vi fornisco una tecnica precisa
adattata dalla Tecnica Dynamind (per la quale rimando al mio
libro Healing For The Millions).
a. Fai un respiro profondo e rilassati il più possibile.
b. Pensa a una persona che vuoi aiutare e cosa vuole cambiare.
c. Immagina di essere quella persona in quella condizione. Pren-
diti il tempo necessario per identificarti con lei e arrivare a dire
a te stesso: «Io sono (nome)».
d. Nelle vesti di quella persona, fai una dichiarazione con questa
formula, sostituendo le parole a seconda dei casi: «Ho un pro-
blema che posso cambiare, voglio che vada via e venga sostitu-
ito da qualcosa di meglio».
e. Toccati delicatamente il petto sette volte, poi tenendo il palmo
rivolto verso il basso batti per sette volte sul lembo di pelle tra
il pollice e l’indice di entrambe le mani, tocca quindi l’osso della
parte posteriore del collo sette volte.

235
f. Unisci le mani, inspira profondamente portando l’attenzione
alla parte superiore della testa, espira profondamente portando
l’attenzione ai piedi. Senti come risponde il tuo corpo e ripeti
ciò che desideri.
g. Quando hai finito, di’ a te stesso: «Io sono (tuo nome)» e avrai
finito.

236
E anche questo libro è finito (in realtà, c’è un’altra poesia e ancora
qualche riga su di me).
È stato un grande piacere condividere queste idee con te, in parte
perché mi piace condividere idee, in parte perché la scrittura ha fatto
riaffiorare ricordi di cose a lungo dimenticate e mi ha condotto in
posti che non conoscevo prima.
Spero che ti sia piaciuto, ma soprattutto che tu intenda utilizzare
questo libro, uno qualsiasi degli altri miei libri, per aiutare a rendere
questo mondo un posto migliore.

237
C’è un Me

C’è un me non lontano che è sicuro di sé e saggio;


che sa sempre cosa fare, non importa ciò che cerca.

Non ha dubbi sulla sua pena, nessuna paura di ciò che può essere.
Si muove con fiducia, questo altro io sono io.

Questo Sé vicino tratta il denaro come uno strumento spirituale.


Egli non manca mai, perché per lui l’abbondanza è la regola.

Ama i deboli, è forte, tollerante e gentile.


Non dimentica mai che tutto proviene dalla mente.

È in grado di gestire i suoi pensieri e di guarire se stesso,


e insegna agli altri come guarire se stessi.

Un esperto di spazio interiore; un fabbro maestro dei sogni;


lui è tutto quello che voglio essere e così difficile da trovare, a quanto
pare.

Ma lui è me, e io sono lui, non siamo così distanti.


Posso fare mio tutto il suo talento, devo solo cominciare.

Le chiavi sono Acqua, Aria e Terra, e il Fuoco senza fine.


Lo traduco: sentimento, pensiero, attenzione e desiderio.

Serge Kahili King, 1979

238
Serge Kahili King, Ph.D., è un marito, padre, amico, sciamano, autore,
insegnante, cantastorie, psicologo e video-giocatore, in quest’ordine. Ama
la cultura hawaiana, imparare cose nuove e collezionare le rocce.
Ha studiato intensamente con sciamani hawaiani, africani e mongoli,
ha viaggiato in più di cinquanta Paesi (finora) ed è il direttore esecutivo di
Aloha International, una rete mondiale di persone che contribuiscono a
rendere il mondo un posto migliore.
Attualmente, il dottor King vive vicino a un vulcano attivo sull’isola di
Hawaii con la moglie e quattro computer e si dedica a scrivere libri, all’in-
segnamento, allo sviluppo di un centro di Huna virtuale in Second Life e
contribuisce a preservare la foresta nativa.
Per ulteriori informazioni, visitare i seguenti siti:

www.huna.org
www.huna.net
www.alohainternational.org
www.sergeking.com

239
Verdechiaro nasce dalla fusione del verde e del giallo e rappresenta
la realizzazione nel concreto di un progetto individuato attraverso
l’intuizione: poter contribuire alla circolazione delle idee in cui cre-
diamo. Le nostre proposte editoriali sono libri che portano il seme
di un messaggio evolutivo che sentiamo in modo particolare. Sono
opere indirizzate alla mente e al cuore dell’uomo, che pensiamo non
debbano mai essere disgiunti per il raggiungimento di una più pro-
fonda consapevolezza.
Che questi libri possano essere un faro per colui che desidera ad-
dentrarsi nel viaggio interiore.

Verdechiaro Edizioni
via Montecchio, 23/2
42031 Baiso (Reggio Emilia)
tel. 0522/598264 - fax 0522/993017
info@verdechiaro.com
www.verdechiaro.com

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Carlos Barrios
Il libro del destino
21 dicembre 2012: il mondo non finirà, ma sarà tra-
sformato. Carlos Barrios – storico, antropologo, ma
anche ajqij, cioè sacerdote Maya – sostiene che, in quel
giorno, avrà fine il distruttivo tempo di mezzo, che
stiamo vivendo attualmente, e inizierà il mondo del
Quinto Sole, la cui energia purificherà la Terra e i suoi
abitanti: avremo la possibilità di essere più umani, e di
rendere il mondo un posto migliore.

Pagine 304 - € 18,00 - isbn 978-88-6623-051-9

2013
Enzo Braschi, Giorgio Boccaccio (a cura di)
Un libro per una comprensione d’insieme del feno-
meno 2012. Gli autori hanno volutamente tralasciato
gli scenari apocalittici per concentrarsi sull’idea che il
2012 sia l’emblema del grande cambiamento energeti-
co legato alla nuova frequenza vibrazionale del pianeta
Terra. Perché non importa tanto cosa potrebbe acca-
dere nel 2012, quanto come potrebbe essere la vita di
tutti noi dal 2013 in poi.

Pagine 208 - € 17,30 - isbn 978-88-88285-52-8

Incontri con il Nagual


Armando Torres
Carlos Castaneda ha istruito Armando Torres per rive-
lare la “regola del Nagual a tre punte” quattro anni dopo
la sua partenza. La regola è completa e copre tutti gli
aspetti della via del guerriero. Descrive come il gruppo
di un Nagual viene creato e nutrito, come le generazioni
si collegano le une alle altre per formare un lignaggio e
le guida verso la libertà. Ma per usarla come chiave che
apre le porte al potere, deve essere verificata di persona.
Pagine 288 - € 18,00 - isbn 978-88-88285-42-9

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Nina Sonnco. Cuore di Fuoco
Antòn Ponce de Leòn Paiva
La straordinaria esperienza iniziatica di Antòn Ponce
de Leòn con il maestro quechua Nina Soncco, guida
spirituale della Hermandad Solar, scuola mistica an-
dina la cui storia risale al mitico continente Mu. Chi
è l’uomo, cosa è la vita, sono le domande alle quali
l’uomo deve dare una risposta per capire il senso del
suo passaggio sulla Terra.

Pagine 128 - € 10,85 - isbn 978-88-88285-01-6

Amaru. Dalla conoscenza alla saggezza


Antòn Ponce de Leòn Paiva
Questo secondo libro di Antòn Ponce de Leòn narra
l’incontro con il maestro quechua Amaru Cusiyupan-
qui. Attraverso il racconto della sua esperienza iniziati-
ca, l’autore ci trasporta nella dimensione divina dell’es-
sere umano, a scoprire quel punto di luce che brilla
dentro ognuno di noi e a ricercare la vera natura delle
cose per conoscere e vivere l’armonia universale.

Pagine 144 – € 10,85 – isbn 978-88-88285-02-4

La malattia non esiste


Maria Rosa Greco
Un metodo terapeutico che integra l’approccio psi-
coterapeutico classico con tecniche sciamaniche e
tradizionali di tutto il mondo, proponendo un per-
corso di guarigione breve e potente che porta al su-
peramento del concetto stesso di malattia mentale.
Un po’ autobiografia, un po’ saggio scientifico, La
malattia non esiste accompagna il lettore alla scoper-
ta di un modo per guarire e crescere interiormente.

Pagine 160 - € 16,90 - isbn 978-88-88285-59-7

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