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I Canti di Leopardi, un'opera capitale

I Canti di Leopardi sono uno dei libri di poesia più importanti dell’intera letteratura italiana,
accostabile per rilevanza al Canzoniere di Francesco Petrarca.          
A differenza del Canzoniere petrarchesco, che delinea quasi un romanzo d’amore e che perciò
si presenta molto compatto e omogeneo, i Canti sono un libro dalle molte facce e dai molti
registri stilistici.          
Nonostante ciò, il libro dei Canti ha una sua logica unitaria. Essa è data dalla
costante inclinazione “teorica” del pensiero che si esprime nei singoli componimenti: da un
testo all’altro, si disegna, infatti, l’evoluzione di una concezione della storia, della vita,
dell’animo umano.          
I  Canti di Leopardi si presentano, insomma, come il racconto poetico della storia
del pensiero leopardiano, che non smette mai di interrogare il senso dell’esistenza degli
uomini e delle cose, ma trova risposte parzialmente diversenei diversi momenti del suo
sviluppo.          

2 Le redazioni dei Canti


Il libro, che contiene quasi tutta la produzione poetica leopardiana, fu stampato due volte
durante la vita dell’autore: la prima volta a Firenzenel 1831, la seconda a Napoli nel 1835. La
prima edizione conteneva le canzoni, gli idilli, e i canti pisano-recanatesi (senza Il passero
solitario); la seconda aggiungeva a questi i canti fiorentini e napoletani.       
Una terza edizione, arricchita di due poesie scritte nel 1836 (Il tramonto della lunae La
ginestra), fu pubblicata a cura di Antonio Ranieri, intimo amico di Leopardie interprete delle
sue ultime volontà, nel 1845 dopo la morte dell’autore.       
Nella sua forma definitiva la raccolta è costituita di 41 testi composti nell’arco di un periodo
che va dal 1818 al 1836. Al suo interno sono individuabili alcuni gruppi o sezioni di testi
omogenei, ciascuno dei quali rappresenta una fase dello sviluppo formale della poesia
leopardiana o dell’evoluzione del suo pensiero.

3Il titolo
Il titolo "Canti", insolito per la tradizione lirica italiana, non significa “canzoni”, ma indica
semplicemente che i testi raccolti sono componimenti lirici, a prescindere dalle loro
specifiche caratteristiche metriche e stilistiche.  
Esso suggerisce, insomma, che il principio intorno al quale si organizza la raccolta non è,
diversamente da quanto avveniva nella maggior parte di quelle anteriori, di carattere metrico e
stilistico. In effetti, dalla lettura emerge che il tratto unificante più marcato è costituito
dalla tensione conoscitiva propria di una poesia che si interroga sul senso dell’esistenza.  

4Gruppi di testi

Il colle dell'Infinito a Recanati —  Fonte: Ansa


I  Canti di Leopardi si aprono con un blocco di 9 canzoni, composte in un periodo che va
dal 1818 al 1823, e già pubblicate autonomamente. Le unificano la forma metrica –
la canzone –, fin dal Duecento considerata quella più alta della poesia lirica, che Leopardi,
però, elabora in modo originale. Nelle canzoni Leopardi sviluppa infatti un discorso
continuato sull’infelicità umana, vista come conseguenza del progressivo e
inarrestabile distacco dell’uomo dalla felice fusione con la Natura che era propria degli
antichi e dei popoli primitivi. Il distacco è stato causato dal prevalere della ragione e della
conoscenza, che non sono da considerarsi una conquista, in quanto uccidono la fantasia e la
capacità di illudersi. La scrittura delle canzoni, densamente retorica, impiega parole
rare, metafore ardite e una sintassi complessa che ne rende difficile l’immediata
comprensione.  
Seguono 5 idilli (L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno, La vita
solitaria),  composti fra 1819 e il 1821, in endecasillabi sciolti, cioè non rimati. Nella
tradizione greco-ellenistica, ripresa dalla poesia settecentesca, l’idillio era soprattutto un breve
componimento che descriveva uno scenario naturale, campestre. Leopardi lo trasforma
spostando l’attenzione dal paesaggio naturale, che pure è presente, all’interiorità. Dichiara
lui stesso che gli idilli descrivono «situazioni, affezioni, avventure storiche» del suo animo.
L’indagine interiore è condotta attraverso uno stile «vago» e «indefinito», caratterizzato da un
lessico meno ricercato e più familiare (ma sempre ‘letterario’) rispetto a quello delle canzoni,
da una sintassi più elementare e da una minore densità retorica.    

Statua di Giacomo Leopardi a Recanati


—  Fonte: Istock
Nei cosiddetti canti pisano-recanatesi (Il risorgimento,  A Silvia, Le ricordanze, Canto
notturno di un pastore errante dell’Asia, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del
villaggio  e, di datazione incerta, Il passero solitario), scritti fra il 1828 e
il 1830, Leopardi sperimenta una poesia che è insieme lirica e filosofica. Il poeta si fa
portavoce della tragica consapevolezza dell’infelicità umana e dell’ineliminabile conflitto fra
naturale desiderio del piacere e sua irrealizzabilità, fra illusione e realtà. In essi il “noi” storico
delle canzoni, che rappresentava l’umanità moderna, e l’“io” esistenziale degli idilli si
unificano in un “io” che parla di “noi tutti”. Anche la forma metrica innovativa, la canzone
libera, nella quale cioè le strofe non hanno un numero di versi predefinito e non esistono
vincoli di rima, sembra fondere la tradizionale forma chiusa delle canzoni con la libertà degli
idilli. Non a caso fino a non molti anni fa questi canti venivano chiamati “grandi idilli” in
opposizione-continuità con i “piccoli idilli”, come erano definiti i testi del 1819-21.       
Il gruppo dei canti fiorentini (Consalvo, Il pensiero dominamte, Amore e Morte, A se stesso)
regista l’esperienza amorosa vissuta da Leopardi durante il suo secondo soggiorno fiorentino,
nel biennio 1830-31. Dalla poesia d’amoreLeopardi si era sostanzialmente tenuto lontano
negli anni precedenti. La composizione di questi canti è connessa a una sua personale storia
d’amore: quello non corrisposto, e perciò causa di delusione e sofferenza, per una
nobildonna fiorentina. Leopardi, tuttavia, non rinuncia alla dimensione conoscitiva della
poesia: queste poesie, infatti, sono sì una celebrazione dell’amore, un’indagine sulla sua
natura, ma tutto ciò sfocia in una catastrofe conclusiva, in una delusione che significherà per
il poeta il definitivo abbandono di ogni investimento affettivo nei confronti della vita e del
mondo. Lo stile, energico, è molto lontano da quello dei canti pisano-recanatesi: oscilla fra
una scrittura dominata da una sintassi ampia e nervosa e una scrittura secca e scarnificata,
quasi pietrificata.    

Giacomo Leopardi dipinto da Lolli —  Fonte: Ansa


L’ultima sezione dei Canti di Leopardi è costituita dai canti napoletani, quelli, cioè,
scritti nell’ultimo periodo della vita di Leopardi, da Aspasia (ancora legato alla tematica
amorosa dei canti precedenti) alla Ginestra. Ad accomunare, almeno dal punto di vista
tematico, la maggioranza di questi testi (le due “sepolcrali”, Il tramonto della luna, La
ginestra, e in parte la Palinodia) è l’impostazione impersonale, universale e filosofica del
discorso poetico, un’impostazione che fa di ciascuno di essi una meditazione su un tema-
chiave della filosofia materialistica leopardiana: la morte dei giovani e il rapporto tra morte e
vita nell’esistenza umana; la morte e il mistero fragile e invincibile della bellezza; la fragilità
disperata della vita umana. L’io poetico si riduce quasi totalmente a voce meditante.      
La sintesi suprema di questi caratteri è costituita dalla Ginestra, il testamento del pensiero
leopardiano, nella quale parla un io ‘eroico’ che professa la necessità di un’alleanza fra gli
uomini: questi devono sì, come la ginestra, accettare l’ineliminabile infelicità della vita
umana, ma devono anche stringersi in una «social catena», cioè essere solidali tra loro contro
la natura, il nemico comune. Nella Ginestra la voce di Leopardi è insieme poesia e pensiero,
in un intreccio di immagini poetiche e di considerazioni polemiche.   

5Conoscenza e poesia

Per Leopardi la poesia non è un modo per trasmettere idee elaborate in altra sede, una bella
forma da applicare a un duro contenuto. La sua è poesia conoscitiva, è riflessione filosofica
vera e propria. A volte i testi poetici anticipano addirittura acquisizioni di pensiero a cui
l’elaborazione filosofica leopardiana non era ancora giunta. Nella storia della poesia italiana
una lirica filosofica rappresenta una grande novità.